Martedì, 19 maggio 2020
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Prossima uscita il 16 giugno 2020
Caritas Attivo il numero antiusura a crisi sta creando impoverimento e difficoltà economiche a numerose famiglie e a L tante categorie di lavoratori. In questo conte-
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
sto il pericolo del ricorso all’usura si fa sempre più concreto, anche nel nostro territorio. L’attività del Servizio antiusura della Caritas diocesana è stata sospesa per l’impossibilità di gestire i necessari contatti personali. Tuttavia, in attesa di poter riprendere il servizio, viene messo a disposizione di chi versa in situazione di bisogno, un servizio di “ascolto telefonico” al quale far pervenire le proprie necessità. Il numero da contattare è il + 39 351 2902 524. Ogni segnalazione verrà trattata con rigorosa riservatezza.
Maceratasette
Telefono 0733.231567 E-mail: redazione@emmetv.it Facebook: : emmetvmacerata Twitter: emmetvmacerata
Inserto di
Sguardo rivolto a settembre, la scuola che verrà
Don Mauricio Lara e l’emergenza vista dallo Zambia
Per don Capitani la pandemia aggrava la crisi argentina
Estate: le iniziative culturali e ricreative col fiato sospeso
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Fase 1. Marconi: ciò che abbiamo vissuto non va rimosso, anche lì è passato e ha operato il Signore
lutto
«Orme» di Dio già tracciate
Morta il 30 aprile la mamma del nostro vescovo
«Se non cresciamo nella coscienza del nostro limite, rischiamo di restare invischiati nella fede superstiziosa nell’onnipotenza della scienza» DI
NAZZARENO MARCONI *
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18 maggio 2020: Messa delle 7 all’abbazia di Fiastra
ipotesi rilevanti per la vita quotidiana. È significativo che fino a ieri, quando succedevano disastri o malattie, subito corressimo a cercare cosa non aveva funzionato, o di chi era la colpa, nella
convinzione che se tutto funziona e ognuno fa correttamente la sua parte, tutti saranno felici e vivranno per sempre. Pensavamo che: se il mondo funziona non abbiamo bisogno di essere salvati e
quindi neppure di un Salvatore. Tanti purtroppo continuano a ragionare così anche riguardo a questa epidemia, da ciò prendono forza le teorie complottiste che cercano “chi ha sbagliato”, chi ha
celebrazioni A San Giorgio Messa del mattino ol cessare del blocco delle celebrazioni con C presenza dei fedeli, la Messa torna a essere celebrata nella chiesa di San Giorgio a Macerata alle ore 7.30 dei giorni feriali e alle 10.30 della domenica. La trasmissione sarà curata come di consueto da EmmeTv Canale 89. La celebrazione sarà visibile anche sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della diocesi. Non verrà più trasmessa quindi dall’episcopio la Messa del vescovo. In qualche occasione sarà ancora monsignor Marconi a celebrare (come ieri, ad esempio), ma il vescovo si ripromette soprattutto di tornare a essere presente nelle parrocchie, celebrando lì l’Eucaristia.
I Maggio all’Ospedale di Macerata: omaggio ai sanitari morti per Covid l 1° maggio di fronte all’ospedale di Macerata si è svolta in modo semplice ma solenne l’iniziativa “Forza e coraggio” Ipromossa dalla Questura e dedicata ai medici, agli infermieri
tributo
n questa complessa storia del Covid, l’attuale cosiddetta “Fase due” è in realtà solo l’inizio di un tempo lungo segnato ogni giorno da un cambiamento che sarà lento e graduale. Se risultava facile dire: «Tutto è chiuso», pur facendo arrabbiare molti, definire ora cosa si possa o non si possa gradualmente fare e soprattutto come vada fatto, sarà più complesso e temo che farà arrabbiare un numero ancora maggiore di persone. Infatti, se nessuno può mangiare, siamo tutti poveri eguali, ma se qualcuno può mangiare carne e qualcun altro solo formaggio, il secondo griderà certo alla discriminazione, anche se mangiare formaggio è certo preferibile al digiuno! Non voglio fare il difensore del Governo, ma cerco di essere oggettivo, come tutti dovremo sforzarci di fare nei prossimi mesi. La fine della “Fase uno”, comporta il fatto che un tempo sia oggettivamente chiuso e quindi su quel tempo si possa iniziare a fare una riflessione spirituale e pastorale seria e matura. Vorrei aprire la riflessione ribadendo un dato della fede: Dio trae sempre del bene anche dalle cose più negative. Perciò la “Fase uno” non deve essere rimossa o cancellata: anche lì è certamente passato lo Spirito del Signore e ha operato. Sta a noi riconoscere le tracce dello Spirito e l’insegnamento che ci ha lasciato; leggere le orme di Dio in questa storia conclusa. Ne abbozzo un paio, invitando il lettore a trovarne altre che certo ci sono. La prima “orma” mi sembra la rinnovata coscienza del nostro limite. O almeno la possibilità concreta di imparare di nuovo a riconoscerci limitati. Infatti la storia italiana recente, priva di guerre e segnata da un notevole progresso in campo tecnico e soprattutto medico, ci aveva abituati a rimuovere l’idea del limite e della morte come
e agli operatori sanitari che hanno perso la vita prodigandosi per i malati di coronavirus. È stato anche reso omaggio all’agente Pasquale Apicella, della Questura di Napoli, ucciso nei giorni precedenti mentre tentava di bloccare due rapinatori. Presenti il Questore Pignataro, il vescovo Marconi e il direttore dell’Area Vasta 3 Maccioni. È stato eseguito l’inno di Mameli.
creato il virus per conquistare il mondo, o anche la certezza granitica che presto troveremo un vaccino perfetto che farà tornare tutto come era prima. In realtà in natura i virus mutano, senza bisogno di ricercatori impazziti che vogliono sterminare il mondo, per cui in futuro potremmo avere a che fare con un Covid–3 o un Vattelapesca–1. Non vorrei passare per menagramo, ma la certezza “scientifica” che si troverà un vaccino perfetto per il Covid–2 non esiste, anche se constato una crescente “fede” nella infallibilità ed onnipotenza della scienza e degli scienziati, che di realmente “scientifico” mi sembra davvero avere molto poco. Se non cresceremo un po’ nella coscienza del nostro limite, anche dei limiti della scienza e nella certezza veramente “scientifica” che l’uomo è un essere mortale, il nostro mondo dopo aver superato la fede superstiziosa nella onnipotenza della magia, potrebbe restare invischiato in una nuova fede superstiziosa: nella onnipotenza della scienza in grado di darci l’immortalità. La seconda orma di Dio è stata una preziosa rivelazione della differenza tra virtuale e reale. Il fascino del mondo virtuale creato dai computer ci aveva sborniato, facendoci credere che si potesse vivere solo di amici di Facebook, di like, di emoticon, di video su Whatsapp… La “Fase uno” ci ha invece in pochi mesi riempito di nostalgia delle cose e delle persone che non solo si vedono in uno schermo, ma si toccano e si abbracciano. Un salutare bagno di realtà: l’umanità non è un terminale elettronico! La presenza viva, “live” come dicono i computer, è molto più concreta di un “live” elettronico. C’è un livello dello spirito dell’uomo e dello Spirito di Dio che passa solo nell’incontro della carne e del sangue. Fino a oggi faticavo a spiegare quanto fosse importante la materia nella celebrazione dei sacramenti: l’acqua del Battesimo, l’olio dell’Unzione, il pane e vino dell’Eucaristia… Oggi per tutti è chiaro che dire: «Dio per me si fa pane» invece che fare fisicamente la comunione, sono davvero esperienze spirituali molto diverse. Se a volte stavamo a Messa, passivi e vuoti come si sta davanti alla tv, ora abbiamo sperimentato la differenza tra guardare ed essere comunità che celebra. Tutte orme preziose di Dio nella nostra storia che spero non dimenticheremo. * vescovo
a prova più dura che ha accompagnato la reclusione per l’emergenza coronavirus è certo stata l’impossibilità di un degno accompagnamento alla morte e alla sepoltura dei propri cari, sia vittime del contagio, sia deceduti per qualsiasi altra causa. È l’esperienza che ha colpito anche il vescovo Nazzareno Marconi, impossibilitato a tornare in famiglia in Umbria quando si è capito che la mamma Emiliana era prossima alla fine, e con l’aggiunta amara che la morte è avvenuta pochissimi giorni prima della fine del divieto di celebrare i funerali. Come racconta il fratello del vescovo, Massimo, «dopo il decesso lo strazio, perché nonostante non ci fosse alcun sospetto di infezione da Covid, nella nostra zona non si fosse registrato alcun caso e lei non uscisse di casa da due anni, la salma non ha potuto essere toccata, ma solo infilata in un sacco di plastica nero e deposta in una bara immediatamente sigillata. Il dolore è stato lenito solo dalle parole di Nazzareno: “Tranquilli, il vestito per il Paradiso glielo regalerà la Madonna”». Il vescovo, come ogni altro parente non convivente, ha potuto essere presente solo per via telematica: «Abbiamo vissuto una serata di preghiera con lui e il primo maggio Nazzareno ha celebrato una Messa alla quale abbiamo assistito dalle Emiliana Marconi nostre case». Questo il primo maggio, quando monsignor Marconi ha anche puntualmente celebrato l’Eucaristia diffusa dai media diocesani e si è recato poi, assieme al questore, all’ospedale di Macerata per un gesto di ringraziamento a tutti i sanitari. Uno stile e una forza d’animo di cui si coglie la radice nell’esempio della madre. Ricorda ancora il fratello Massimo: «Negli ultimi mesi, in cui ha sofferto molto, ha dato prova di una serenità e una fede per le quali non trovo paragoni, ma tutta la sua vita è stata all’insegna della croce. Rimasta vedova a 27 anni – io avevo 48 giorni –, senza lavoro, con tre figli da far crescere, non ha mai perso fiducia nella Provvidenza che non ci ha mai abbandonato. La ricordo che schiacciava una fettina di carne per farla apparire più grande e poi la divideva tra noi, mentre lei diceva di non avere fame e si accontentava di una fetta di pane e olio». E ancora: «Da lei due grandi lezioni: il suo modo di affrontare il dolore e l’umiltà verso tutti. Il giorno della morte ho dovuto ricaricare il cellulare quattro volte per le tantissime telefonate ricevute, tutte accomunate nel riconoscimento di questo suo modo di essere». Chiedo a Massimo se ha una frase che gli è rimasta particolarmente impressa: «Sì: “I soldi vanno ammazzati da piccoli, perché da grandi comandano loro”, incoraggiandoci a una vita senza rincorsa a lauti stipendi o a posizioni di prestigio». Piero Chinellato
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Smart working: dalla rivelazione all’indigestione Portando il lavoro in casa la vita privata è stata proiettata nel palcoscenico pubblico, ma l’ambiente domestico va protetto da invasioni inopportune DI
GIANCARLO CARTECHINI
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ono sorprendenti questi giorni senza respiro. Giorni sfilacciati in cui ogni confine sembra smarrito, e l’orologio non serve più a distinguere tra lavoro e tempo libero, casa e ufficio, amici e colleghi. Benvenuti nel regno dello smart working. Regno im-
provvisato e confusionario, ma tant’è. Ci si arrangia come si può, tra connessioni non sempre all’altezza del compito, modem esausti che non riescono a districare il traffico familiare di lezioni online, call conference su Microsoft Teams, conversazioni via Skype, partite all’ultimo respiro di “Call of Duty” dei figli adolescenti. Parole che si comprendono a malapena, immagini che si bloccano deformandosi in stringhe confuse, interventi che si sovrappongono, e nessuno sa bene quando iniziare a parlare. Perché, al di là di tutto, l’esigenza prioritaria sembra quella di ricreare l’ambiente di prima, quello in cui negli uffici ci si poteva incontrare di persona, e nessuno aveva paura che l’organizzazione del lavoro
potesse sfuggire di mano. Diciamo la verità: questa trasformazione ci ha colto impreparati. Più che esplorare le nuove opportunità che il “lavoro agile” dovrebbe consentire, stiamo dando vita ad una brutta copia del lavoro di prima, con l’unica variante di una socialità impoverita. Probabilmente non poteva essere altrimenti. Lo sconvolgimento degli ultimi tempi è stato troppo grande per consentire adeguata lucidità di pensiero, le pressioni dettate dall’emergenza troppo forti per consentire una qualche forma di sperimentazione. Quando il tempo scorre nelle sue forme ordinarie e automatiche, dando vita ad un “mondo predisposto” – ha affermato il filosofo Salvatore Natoli – si insinua il ri-
schio di vivere senza pensare. Nel momento in cui si verifica un evento che spezza l’automatismo della vita sociale, e che potrebbe rappresentare una opportunità preziosa di cambiamento, molti si sentono perduti. Eppure le immagini che promuovono il lavoro agile sono tutte così rassicuranti, luminose… Un giovane uomo seduto di fronte ad una scrivania bianca, con un bambino in braccio sta prendendo appunti su un taccuino. In primo piano, appena sfuocati, due mattoncini Lego Duplo. Lo sguardo dell’uomo è concentrato, riflessivo; quello del bambino si sofferma curioso sui movimenti della mano del papà che scrive con la matita. Sono dei calcoli quelli che sta tracciando? O sta cercando di
mettere a fuoco una intuizione, l’embrione di un nuovo progetto pronto per essere trasferito sul MacBook acceso che attende in standby? Ecco, se fino a qualche mese fa ci avessero detto di immaginare come sarebbe potuto essere un lavoro svolto da casa, lo avremmo pensato probabilmente così: un lavoro proficuo svolto in un ambiente comodo, uno spazio opportuno attraverso cui esprimere il meglio di sé. Senza vincoli imposti, se non quelli che il lavoro stesso ci avrebbe dettato. E invece, per una curiosa legge del contrappasso – o per uno dei mille rivoli in cui si dirama la famosa legge di Murphy, quella secondo cui «se qualcosa può andar male, lo farà» – l’ambiente familiare, ai
Una situazione di smart working domestico
tempi del coronavirus, si è trasformato in una convivenza caotica a causa delle risorse digitali da centellinare, e i controlli a distanza più invasivi di quelli in presenza. Ci illudevamo di portare il lavoro in casa, e invece abbiamo proiettato la nostra vita privata nel palcoscenico pubblico del lavoro. La casa è una fonte preziosa di
pensieri e progetti, a patto che siano garantiti, in essa, un luogo e un tempo disconnessi, protetti da invasioni inopportune. Ma in fondo va bene anche così. E pazienza se per una volta si andrà a dormire tardi, accompagnati da un caffè leggero, per riflettere, scrivendo, su questo lavoro prezioso che ci è dato.
SCUOLA
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MARTEDÌ 21 APRILE 2020
Scrive una studentessa del “Leopardi”: «Manca il confronto continuo con compagni e professori». Tante le difficoltà dopo la sospensione delle lezioni
«L’isolamento ci ha fatto rivalutare lo stare in classe» DI
GAIA GRECO *
dal 4 marzo di questo “memorabile” 2020 che continuo a chiedermi che cosa stia accadendo intorno a me e dentro di me. Ancora non mi sono data una risposta esaustiva, almeno per due motivi: il primo, perché il perimetro del problema che tutti stiamo affrontando, non è tracciato del tutto, il Covid–19 è ancora qui; il secondo, perché ogni cambiamento evoca più domande che risposte. Lasciando l’emergenza sanitaria, fisso il mio sguardo sull’essere studentessa oggi e sulla scuola come soggetto educatore, entrambi coinvolti in un cambiamento necessario. E qui la mia strada s’intreccia
È
con quella dei miei amici. La scuola costituisce la quotidianità di un ragazzo fin dall’infanzia. È un elemento d’identità che lo contraddistingue, la sua realtà: un luogo dove confrontarsi con sé e con gli altri. Siamo cresciuti vivendo il mese di settembre pieno di attese e di quell’ansia positiva di scoprire cosa sarebbe accaduto. Tutti ricordano con gioia il vociare degli alunni che si rivedono il primo giorno di scuola dopo una lunga estate, le corse per assicurarsi i posti migliori in aula, la campanella che scandisce l’inizio di un nuovo anno. Dal 4 marzo quella campanella non è più suonata e l’unico rumore da allora riconoscibile è l’assordante
silenzio delle classi vuote. La quotidianità è cambiata e, con essa, la scuola. Gli istituti si sono messi in moto per attivare il servizio della didattica a distanza e, ovviamente, si sono subito verificate molte difficoltà: parecchie scuole hanno arrancato; vari studenti hanno lottato con una connessione instabile, con una metodologia e delle modalità di apprendimento cui non erano abituati e con la mancanza di device adeguati. In alcune famiglie c’era insufficienza di strumentazione. A questo gli istituti hanno cercato di ovviare fornendo supporti tecnologici in comodato d’uso. Inoltre, stando tutti in casa, un aspetto col quale si è dovuto fare i conti
è stato la condivisione degli spazi: lo studio non è stato sicuramente facile per chi vive in una famiglia numerosa e con poche stanze a disposizione. Anche l’apprendimento si è fatto più complesso, specialmente per materie che prevedono l’utilizzo di laboratori. Un altro problema affrontato riguarda il numero di ore trascorse davanti allo schermo. Tra videolezioni e materiali da produrre e da visionare si finisce col passare al computer molta parte della giornata. Questo provoca mancanza di concentrazione e stanchezza, che appesantiscono la condizione psicologica. Le scuole hanno cercato di andare incontro ai propri alunni proponendo una distribuzione
delle ore di lezione nell’arco dell’intera giornata. Le preoccupazioni restano tante: la situazione che stiamo vivendo non lascia indifferenti e dedicarsi alla propria quotidianità è faticoso. Altrettanta è la fatica che molti studenti sperimentano nell’immaginare il loro futuro prossimo: l’esame alle porte, in continua trasformazione, e la scelta dell’Università contribuiscono ad acuire la confusione dei ragazzi intrappolati dall’attesa di un futuro inedito. Come si può pensare al proprio domani se già l’oggi è fonte d’incertezza? La scuola però ci sostiene in questi giorni duri: stando chiusi in casa, leggere testi proposti a lezione e ascoltare discorsi
Un’aula vuota
riguardanti le varie discipline ci ha offerto una finestra da cui poterci affacciare su realtà sconfinate. Così, quest’inattesa “siepe”, ha via via favorito la rivalutazione degli ambienti che ci hanno sempre circondato e che, forse, non abbiamo mai considerato abbastanza. Le cose che più ci mancano del
contesto scolastico sono il contatto umano, il confronto con i professori e con i compagni di classe e quella campanella che tutti, indistintamente, speriamo presto di tornare ad ascoltare. Tornano le domande... * V H liceo linguistico “G. Leopardi” Macerata
Il Covid ha sferzato brutalmente un mondo di relazioni che è stato costretto a passare dalla didattica vissuta quasi esclusivamente “in presenza” a quella “a distanza”, saltando tutti i preliminari
Il “banco di scuola” domestico
Il digitale e l’impegno hanno salvato l’anno Una classe di bambini della scuola dell’infanzia durante un’esperienza nella natura all’epoca del terremoto
DI
DANIELA MESCHINI
I
n fila per la spesa, una mamma racconta del suo Tommaso, un bimbo di 8 anni, felice per la videochiamata della maestra. Tommy vuole andare a vedere la sua scuola perché gli manca. Gli mancano amici, maestre, bidelli e il cortile della ricreazione. Anche i ragazzi lamentano la mancanza di compagni e insegnanti con cui condividere ansie, paure e difficoltà. È questo in fondo che aiuta a crescere, ad aprirsi al mondo. La scuola è una comunità educante, un servizio essenziale, è palestra per apprendere la democrazia. La “didattica a distanza” non può compensare tutto quello che la scuola rappresenta. Alcuni aspetti positivi potranno rivelarsi utili anche quando l’emergenza sarà un ricordo, inoltre in questo momento permette agli alunni di mantenere i legami, pur mancando, nel processo di apprendimento, la presenza, quella fatta da sguardi e gesti. Espressioni e sfaccettature che fanno la differenza. Rimanere chiusi in casa è difficile per noi adulti; pensiamo ai bambini... In questo tempo lungo di quarantena sono stati trascurati i più deboli. Tanti bambini e ragazzi che non hanno pc, tablet, wifi, che
DI FABIOLA
SCAGNETTI *
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Sguardo a settembre: la scuola che verrà vivono in paesi e contrade del nostro territorio dove la connessione è difficile, o a chi ha tre figli e un solo pc; ancora di più penso a bambini e i ragazzi disabili, le cui famiglie ogni giorno improvvisano assistenza e sostegno. Non è solo una questione di digital divide, è che l’accesso alle nuove tecnologie può integrare e arricchire la didattica, ma lo spazio democratico della scuola è l’unica garanzia per costruire inclusione e cittadinanza. L’emergenza è anche l’occasione che costringe la scuola a mettersi in discussione. L’Italia ha svilito e indebolito la scuola, massacrata da scelte mirate solo al risparmio. Questo è il momento di ripensarla a partire da edilizia e finalità. La scuola ha bisogno di ambienti accoglienti e adeguati. Anche a
Macerata alcuni istituti superiori soffrono disagi, da quello dislocato in un condominio a quelli sparsi su più plessi. Inoltre, in questi ultimi anni, nelle Marche, le classi tagliate hanno aumentato quelle “pollaio”. È questo il momento di ripensare il sistema scolastico progettando unità nel percorso dell’obbligo e la ristrutturazione dei cicli. Pensare una scuola media realmente orientativa con atelier creativi e laboratori. Una scuola superiore che superi i paradigmi educativi del ‘900, dove trovino spazio nuovi piani di studio. Superare l’ossessiva e asfissiante burocrazia, l’abolizione dei test Invalsi, il reclutamento e la formazione dei docenti. Ridare dignità al ruolo docente, screditato in questi ultimi anni. Altri nodi
da affrontare sono quelli della valutazione, dell’abbandono scolastico, lo sviluppo dell’istruzione tecnica e l’istruzione per adulti. Cambiare la fisionomia da una scuola che boccia a una scuola cooperativa e flessibile, valorizzando attitudini e potenzialità. Una scuola che apprezzi le diversità e riconosca le intelligenze multiple, attenta alle scoperte delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Pensare a un nuovo patto tra scuola e famiglia che superi i decreti delegati. Ripensare la didattica senza fanatismi tecnologici – una realtà non nuova quella dell’apporto delle tecnologie se Vertecchi ne scriveva già nel 1988 e nel 2007 si usava piattaforme all’Università di Macerata –. La DaD è una realtà vasta e difficile da definire, tanti sono i suoi
modi operativi. Ricordare che quella che si sta attuando, come rileva Barbero «è un tappabuchi ma il contatto diretto è insostituibile», è una necessità, perché la scuola è quella fatta di relazione, di conflitti, di regole. La scuola è luogo di formazione, di confronto e inclusione. A scuola si studia, s’impara a conoscere l’altro e il proprio ambiente; la scuola modella il carattere e le conoscenze dei ragazzi. E per settembre? La prima cosa da fare sarebbe abbassare il numero degli alunni per classe. Cercare stabili e cubature o tirare su quei prefabbricati che in poco tempo sono pronti. Perché l’obiettivo principale dei prossimi mesi deve essere quello di compiere uno sforzo straordinario per riaprire in sicurezza. Riaprire la scuola vuol dire riaprire il futuro.
scuola ogni evento, anche il più drammatico, deve diventare occasione per imparare qualcosa su noi stessi e sul mondo. Lo sappiamo bene noi che in questo territorio abbiamo visto crollare le scuole e abbiamo capito il significato della resilienza e della solidarietà e ci siamo appassionati ai temi dell’edilizia scolastica. L’emergenza coronavirus all’improvviso ci ha privato di ciò che identifica i tempi e gli spazi dello stare insieme a scuola: nessuna campanella a scandire il ritmo della giornata, nessuna aula in cui condividere conoscenze e attività, nessun cortile per giocare a ricreazione, né refettorio per mangiare insieme. È vero… anche dopo i terremoti del 2016 siamo rimasti senza aule da un giorno all’altro, ma mai abbiamo messo in discussione la possibilità di trovare un altro luogo, per quanto provvisorio, in cui riunire le classi, se non altro per farci coraggio a vicenda, mai abbiamo immaginato di dover scardinare totalmente l’ambiente di apprendimento come tutti lo conosciamo. Per gli Istituti comprensivi, che accolgono alunni dai 3 ai 14 anni, i problemi da affrontare sono stati molti e complicati. Impossibile trovare un’unica soluzione che andasse bene per la scuola dell’infanzia, per la primaria e per la secondaria di I grado. Si è trattato di cercare modalità totalmente nuove per far comunicare docenti e ragazzi, per raccontare storie ai più piccoli, per spiegare nuovi argomenti, per favorire lo studio e le attività dei ragazzi più grandi. Con uno sforzo incredibile dirigenti e insegnanti hanno cercato gli strumenti per superare la distanza che si era creata sapendo che non sarebbe stato possibile riprodurre la situazione didattica precedente. Gli istituti che utilizzavano già ambienti di apprendimento digitali si sono trovati avvantaggiati. Molti hanno utilizzato le possibilità offerte dal registro elettronico. Altri hanno impiegato tante energie e tanto tempo per familiarizzare con svariate applicazioni che funzionano in sincrono o in asincrono, per scegliere quelle più adatte alla spiegazione di contenuti, alle videolezioni, alla collaborazione. Il digitale non riesce a colmare tutte le distanze, ma aiuta a fare scuola e questa faticosa esperienza ci sta insegnando molte cose. Abbiamo capito che non si può fare a meno di un’alleanza vera tra scuola e famiglie; che i ragazzi svantaggiati vanno cercati e seguiti assiduamente altrimenti rischiamo di perderli; che la comunicazione affettiva ha un posto fondamentale nella dinamica di insegnamento– apprendimento; che ogni casa è un laboratorio ben fornito nel quale si possono imparare molte cose attraverso la creatività e la manualità; che le competenze digitali non vanno confuse con lo “smanettare” con attrezzature tecnologiche e che i cosiddetti nativi digitali, così come i loro insegnanti e genitori, debbono lavorare sodo per costruirsi queste competenze. Abbiamo capito che un eccesso di compiti e di schede da compilare non favorisce il gusto di apprendere e che una valutazione fatta solo di voti e misurazioni non è poi così affidabile. Non sappiamo come, quando, in quanti potremo tornare in aula, ma quando succederà avremo degli strumenti in più per fare scuola in modo più partecipato, aperto e flessibile e dovremo far tesoro di ciò che avremo imparato su noi stessi e sul mondo. * dirigente scolastica
Se il cuore della giornata si consuma nella connessione DI
GUENDALINA CASASOLE *
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Connessi al pc non sempre vuol dire essere insieme
La prof: «Abbiamo tutti bisogno di pensare che finirà: farlo insieme somiglia a una magia, magari succede prima Poi c’è la questione della valutazione...»
o voglio solo tornare a scuola. Torneremo a settembre, ma come? Dopo la classe capovolta, (che mi fa sempre pensare all’urlo di un ragazzo del primo, che saltava sul banco gridando: «scabordemo tutto!»), giocheremo a classe dimezzata. A tempi alterni, carta che vince, carta che perde. Di stanza ma distanziati, stanziati nelle proprie stanze. I più fragili si perderanno. Sorrido quando sento parlare di nuove tecnologie. Appartengo a quella generazione d’insegnanti che è stata formata alla flipped classroom, al multimediale, e poi è entrata in aule senza il pc per fir-
mare il registro elettronico. Non è solo questione di stanziamenti. Ci sono di mezzo realtà delle quali non si vuole, o non si sa, tenere conto, che vanno dalla formazione dei docenti alle effettive possibilità di fruizione da parte degli studenti. Mi sono abilitata per insegnare latino e italiano nei licei, e ci ho insegnato. Ho scelto di passare a lettere negli istituti professionali. Posso dire che sono mondi diversi, “mestieri” differenti. La scuola italiana tende a plasmarsi sul liceo: la prima prova dell’esame di stato, le Invalsi, sono un esempio evidente. In tempo di pandemia è partito il tam–tam della “didatti-
ca a distanza” come soluzione, e come sbornia. Per me la didattica è relazione, è presenza nello stesso spazio e nello stesso momento. È un tono di voce, una battuta, lo sguardo di quello che si è perso dietro ai suoi pensieri e che devo riportare tra noi. Il Covid–19 ha cambiato le modalità relazionali. Ci si videovede su Whatsapp o su Skype. Le consegne sono caricate online e i compiti scaricati e corretti, per poi essere rispediti. In testa sempre la stessa domanda: «Quando finirà?». In video ci vediamo e ci sentiamo. Male, ma ci sentiamo. Dei miei alunni conosco i bioritmi, quello che carbura dalla seconda ora, quello che alla quinta collassa. Co-
nosci gli odori di ogni classe. Le videolezioni hanno il profumo del mio caffè, e del legno del pianoforte. Il cuore della giornata si riduce alla connessione. Primissimo piano di me medesima. Inguardabile. Meet mi dice che sono sola. «C’è qualcuno?». Mi sento la particella di sodio in acqua Lete. Aspetto un po’. Esco da Meet, entro in Whatsapp e faccio presente che mi sarei stancata di aspettare. Profluvio di: «Mandi il codice prof... la sento ma non la vedo... la vedo ma non la sento»; qualcuno entra ed esce fugacemente. «Fateme entra’!» e l’altro risponde «Non è ’na porta!»: si ride insieme. Penso a quelli che scaricheranno il mate-
riale dal registro elettronico, perché solo quello possono fare. Quelli che hanno solo il cellulare e mi scrivono: «Prof me sto a fini’ i giga». Quelli che sono a casa, senza rete. Penso che nessuno abbia pensato a loro, ancora una volta. La mattina sfuma nel pomeriggio. Schemi, mappe, riassunti da caricare sulla piattaforma del registro elettronico, scaricare compiti dalla mail, correggere, rispedire. Leggere le chat di Whatsapp: «Prof non ricordo se ho fatto i compiti». «Fatti, non li hai mai fatti in vita tua, ma adesso li fai ogni giorno». Abbiamo tutti bisogno di pensare che finirà: farlo insieme somiglia a una magia, magari succede prima.
Poi c’è la questione della valutazione. Nella quale credo poco, pochissimo. Credo che i semi attecchiscano, o muoiano, a prescindere dal nostro stare a misurare la piantina ogni giorno. Fosse per me, passerei il tempo a raccontare e a farmi raccontare le cose che piacciono, che si amano, a farmi fare domande e cercare insieme risposte. La cultura, la crescita, l’acquisizione di competenze, sono vicende dell’uomo: il germoglio spunta. Non lo vedi oggi, non lo vedrai forse neppure tra cinque anni: ma se hai seminato, in qualunque modo, spunta. Mi manca la scuola. * docente di lettere Ipsia “Corridoni”
CORONAVIRUS
MARTEDÌ 19 MAGGIO 2020
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La pandemia aggrava la crisi argentina. Caritas in campo DI
ALBERICO CAPITANI
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Una celebrazione trasmessa in diretta Facebook
ella Patagonia argentina siamo in autunno e stiamo andando verso l’inverno. Di giorno la temperatura è ancora mite, con alcune passate di pioggia e vento. Di notte il freddo comincia a sentirsi e in casa è necessario accendere il riscaldamento. Con l’inizio di marzo sono finite le vacanze e si sono riaperte le scuole, solo per alcuni giorni perché poi nella nostra regione sono ripresi gli scioperi dei maestri e dei professori per i problemi già manifestatisi l’anno scorso e non ancora risolti: gli stipendi non pagati alla scadenza normale ma con ritardi di uno o due mesi. Con l’inizio della scuola sono riprese anche le attività pastorali nelle parrocchie e il catechismo. I casi con-
fermati positivi superano gli 8.000 e sono 373 i morti. Di questi casi positivi, più di 6.300 appartengono a Buenos Aires e alla sua regione, dove si contano circa 300 morti. Nella nostra regione, il Chubut, 1 morto e 4 positivi. In questa situazione il 23 Marzo è iniziata la quarantena, con la chiusura di alcune fabbriche, di varie attività lavorative, delle scuole e anche delle chiese. Ci sono limitazioni a uscite e entrate tra regione e regione e anche tra città e città. Nella settimana scorsa molti lavoratori sono potuti ritornare a lavorare e diversi negozi sono stati riaperti. Anche le chiese si sono riaperte le chiese per la preghiera personale, mentre la celebrazione della Messa è ancora a porte chiuse... Molti sono i problemi: le limitazioni ad alcune attività lavorative e an-
che alla possibilità di uscire di casa per fare la spesa: un giorno sono autorizzate le persone il cui documento di identità ha numero pari, un giorno quelli con numero dispari. Molti lavoratori, rimasti senza lavoro, sono rimasti anche senza stipendio… Molti di questi sono lavoratori in nero, senza copertura sociale, e questo ha creato problemi per pagare gli affitti, ma anche per la soprav-
In Patagonia, al Sud del Paese, ancora pochi casi di Covid. Il volontariato della Chiesa va in aiuto alle autorità civili. La vita pastorale si è spostata quasi completamente su Internet
vivenza. Il comune in alcuni casi ha distribuito alimenti e anche le nostre Caritas parrocchiali; queste, oltre che aiutare i poveri di prima della quarantena si sono trovate a dover sostenere la nuova povertà della classe media. Per la scuola i maestri stanno accompagnando i ragazzi, come in Italia, via internet, e con alcuni libretti distribuiti a domicilio. Riguardo alle nostre attività pastorali, la maggior parte delle parrocchie trasmettono le Messe in diretta su Internet sia nei giorni feriali che la domenica. Il catechismo, che è un catechismo familiare, viene portato avanti via email e Whatsapp. Ogni settimana inviamo ai genitori materiale per aiutarli a crescere nella fede e anche per prepararli alla Messa della domenica con alcune attività che poi vengono ricordate durante la celebrazione. La partecipa-
Realtà diverse e tra loro lontane evidenziano tratti comuni: la convivenza pressata dal rischio di contagio rigenera una fraternità più intensa Un’opportunità preziosa le tecnologie digitali
Zambia, in isolamento con undici seminaristi Timori per la carenza di strutture sanitarie e l’elevata diffusione dell’Aids DI
MAURICIO LARA *
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ono un presbitero della diocesi di Macerata in missione in Zambia (Africa meridionale) dal 2011. Sono rettore di un piccolo seminario a Kitwe, nella diocesi di Ndola. Con undici dei quattordici seminaristi siamo chiusi in Seminario in quarantena, a scopo cautelativo. Anche se le prime notizie sul Covid–19 hanno cominciato a circolare nel Paese già a gennaio, soltanto alla metà di marzo le autorità hanno iniziato a impartire indicazioni analoghe a quelle che venivano emanate nel resto del mondo; non è stato tuttavia imposto il divieto a uscire di casa. Qui l’epidemia non si è ancora molto diffusa, anche se i casi di contagiati stanno aumentando: siamo a 753, con 7 decessi. Uno dei problemi è che non ci sono strutture sanitarie in grado di effettuare test. Dato, inoltre, che ci sono molti malati di Aids, il cui sistema immunitario è gravemente compromesso, ci aspettiamo un duro colpo; si consideri che su una popolazione stimata al 2018 di circa 17 milioni di abitanti, i malati di Aids erano 1,2 milioni, circa il 7% degli abitanti. Per quanto ci riguarda, abbiamo seguito tutte le disposizioni non senza difficoltà. Da quando siamo entrati in quarantena non abbiamo chi assicurava i servizi di cucina e lavanderia, quindi ci siamo divisi i compiti in turni settimanali: due seminaristi cucinano per tutti, due lavano e stirano i panni, due puliscono i corridoi, due le aule, il vice rettore è incaricato dell’acquisto dei viveri.
Abbiamo dovuto razionare il cibo (un pollo diviso tra undici persone), perciò ora siamo un po’ dimagriti ma siamo in salute. Non è stato facile, ma Dio ci aiuta: alcune persone, incluso dei preti, ci stanno portando da mangiare e persino ci hanno portato il gelato! Stando chiusi in Seminario abbiamo allentato un po’ il ritmo quotidiano ma
comunque proseguiamo con la nostra vita: abbiamo continuato gli studi grazie a lezioni registrare in video che professori dal Canada e persino da Macerata continuano a inviarci. Tutti i giorni meditiamo le Scritture, celebriamo l’Eucaristia, ma sempre con le dovute precauzioni. Il lavoro manuale non manca: ci siamo
dedicati “all’umile arte del falegname”; abbiamo realizzato il cero pasquale e da un paio di settimane usciamo per lavorare un terreno che ci è stato dato: abbiamo finito di preparare – a mano – le fondamenta per un muro di cinta di quasi mille metri che dovremo costruire. I seminaristi stanno imparando a cucinare: siamo
Domus San Giuliano
La convivenza imposta fa gustare l’essere comunità sacerdotale l Covid–19 ha stravolto le nostre di fraternità... Il correre di tutti i giorabitudini, il nostro modo di fa- ni non ci fa gustare il tempo che ci re, di pensare, di vivere. Anche è dato come dono e non ci fa cuper noi sacerdoti è stato, e continua stodire la bellezza di stare insieme. a essere, tutto “strano”. Siamo 8 pre- Certo non è tutto “rose e fiori”! Stansbiteri che vivono insieme come Co- do insieme emergono i caratteri, le munità sacerdotale. Prima di que- sensibilità, il modo di percepire i sta esperienza ognuno aveva i suoi problemi... Anche gli “scontri” però diventano un’occaorari, i suoi impegni sione per uscire dai ed era tanto se riunostri “gusci”. Scoscivamo a vederci alprirsi non “profesl’ora di pranzo. Con sionisti del sacro”, il Covid noi sacerdoma chiamati dal ti della Domus San Santo a donare aGiuliano stiamo vimore, fede, speranza vendo una bellissia tutti i cuori che lo ma esperienza di frastesso amato Gesù ci ternità: mattina Lifa incontrare. Scoturgia delle Ore e ceprire come persone lebrazione della La Domus San Giuliano che pensano di coMessa insieme, prannoscersi ma che non zo come al solito, nel pomeriggio due ore di adorazione sanno niente di te vivono assieme il silenziosa e conclusione con il Ve- Vangelo. Scoprire il cuore dell’uospro: sembra di essere ritornati al mo–prete e vedere la sua bella eSeminario! Vedere in questi giorni sperienza di fede che ti fa bene. Se il fratello sacerdote che si dedica al- allora il coronavirus è un male, è vela cucina per far felici gli altri, un al- ro anche che Dio continua a scrivetro che cura con passione la bellez- re dritto sulle righe storte della stoza della liturgia, un altro che cerca ria umana. Gianluca Merlini un film per allietare un paio d’ore
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La salute in questo tempo difficile La psicologa: «Compensiamo l’isolamento forzato coltivando l’interiorità e svolgendo attività gratificanti. Teniamo alto lo spirito e guardiamo serenamente alla realtà» DI
EDVIGE CALDARINI *
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omano Ruffini nell’articolo online “Macerata durante la Spagnola, quante analogie con il Coronavirus”, riferisce un consiglio dell’Ufficiale sanitario dell’epoca (1918– 1919) Ferruccio Nascimbeni: «Manteniamoci lieti, non v’hanno più terribili alleati della Febbre spagnola che la tristezza, la malinconia, la paura del possibile del sopraggiungente male.
Alto lo spirito e, anche se colpiti dall’infezione, si trionferà su essa!». Già 100 anni fa era chiaro che il benessere del corpo è connesso con il benessere della psiche (anima). Oggi per tutelare la salute siamo invitati a restare in casa, quasi del tutto privi di relazioni e di rapporti sociali, ma occorre anche considerare che una prolungata mancanza di contatti diretti e di strutturazione del tempo è deleteria. Contatti, relazioni e tempo strutturato ci aiutano a stare bene; sono fattori di prevenzione, contribuiscono a fortificare le difese immunitarie e a migliorare il processo di guarigione. Poniamo attenzione al nostro “dialogo interno”, in modo che sia positivo e protettivo, così da aiutarci ad esprimere le qualità e le risorse con creatività. Vanno poi accolti tutti i sentimenti alimentati dalla pandemia
(rabbia, tristezza, paura) senza negarli. Usiamo i social per condividere esperienze, seguiamo programmi culturali, presentazioni di mostre e di libri... limitiamo il tempo dedicato a trasmissioni sull’emergenza. Riscopriamo il valore della compagnia e della comunione coi familiari, mantenendo vivi i contatti e i legami positivi; e che si possa scandire il tempo con momenti fissi: cura di sé e degli altri in famiglia, meditazione, silenzio, preghiera, hobby appaganti. Augurandoci di riprendere presto i rapporti con gli amici, teniamo “alto lo spirito”, guardiamo serenamente alla realtà e, in particolar modo all’unità della persona, lasciandoci invadere dal «contagio della Speranza» (papa Francesco, Omelia di Pasqua 2020). * psicologa e psicoterapeuta
in grado di fare il pane, i biscotti e la pasta all’uovo, una pasta assai dura, ma non c’è niente che una risata tra di noi non possa sistemare. Abbiamo imparato ad apprezzare il lavoro prezioso che alcuni volontari fanno per noi. In breve, stiamo bene, siamo contenti, grati a Dio per tutto. * missionario in Zambia
Un seminarista impasta il pane
zione è buona. Il Giovedì santo i genitori hanno lavato i piedi ai loro figli e preparato pane azzimo e il pane di tutti i giorni. Ogni giorno della Settimana santa c’è stata una attività, come nelle domeniche di Pasqua che stiamo vivendo. Abbiamo pubblicizzato i numeri del nostro conto corrente bancario e la gente così sta sostenendo la parrocchia nelle spese ordinarie e aiutando la Caritas per l’acquisto di viveri da distribuire ai più poveri. Stiamo facendo compagnia alle persone più anziane e sole attraverso il telefono. Le nostre chiese ancora sono chiuse non sappiamo quando si potrà riaprire; una piccolissima parte dei fedeli sta insistendo chiedendo la possibilità di avvicinarsi ai sacramenti, mentre la maggior parte sta valorizzando la preghiera domestica.
CULTURA&SPORT
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MARTEDÌ 21 APRILE 2020
Pallamano: promosse in Serie A1 due squadre di Cingoli Al traguardo le formazioni maschile e femminile della Polisportiva. La società festeggia il 40° anniversario DI
GIACOMO GRASSELLI
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l Covid–19 ha fermato gli sport agonistici, ma sul Balcone delle Marche è arrivata una doppia gioia per la pallamano. La Figh ha decretato la promozione anticipata dalla Serie A2 alla Serie A1 delle prime classificate di ogni girone, così le due formazioni della Polisportiva Cingoli, rispettivamente al comando dei propri raggruppamento maschile e femminile, hanno ottenuto il diritto di disputare i campionati di massima serie nella sta-
gione 2020–2021. La società, attiva anche nella pallavolo, quest’anno festeggia 40 anni di attività. Il sindaco Vittori ha commentato con viva soddisfazione la decisione federale. «In un momento – ha detto – di grande preoccupazione, accogliamo con particolare gioia questa doppia promozione. Questo è il segno di come l’impegno e i sacrifici vengano ricompensati. Plaudo gli atleti e le atlete, ringrazio la società per la dedizione». La squadra maschile, sponsorizzata Santarelli, allenata da Nando Nocelli e con Diego Strappini capitano, torna in Serie A1, dopo la retrocessione della passata stagione, con il primo posto del girone B di A2 con 42 punti, a +7 dalle inseguitrici. La squadra non ha mai perso, con 20 vittorie e 2 perse. Il miglior realizzatore è stato Ivan Antic con 120 re-
ti. Il roster è completato da Javier Carlos Anzaldo, Mario Gentilozzi, Francesco Albanesi, Matteo Santamarianova, Giacomo Bincoletto, Alexandru Rotaru, Tomas Camperio, Lorenzo Nocelli, Riccardo Tobaldi, Marco Piccinini, Hakim Jaziri, Nicolò Garroni, Davide Ciattaglia, Filippo Mangoni, Jacopo Trillini, Paolo Latini, Matteo Rossetti, Lorenzo Chiaraberta, Filippo Di Caro e Matteo Gigli. La squadra femminile, invece, si è piazzata prima nel girone C di A2 con 31 punti, a +8 dalle avversarie. Il collettivo di mister Nicolas Analla ha perso solo una volta, con 15 vittorie ed un pari. Sofia Cipoloni, con 99 reti, è la cannoniera del team. La rosa, capitanata da Eva Cappelli, è composta da Margherita Danti, Ylenia Battenti, Sara e Chiara Bartolucci, Chiara Ciatta-
glia, Roberta Velieri, Jessica Torelli, Francesca Piattella, Cristina Lenardon, Francesca Cristalli, Arianna Marrocchi, Pamela Tittarelli, Wahida Turki e Fatima Faris. È la terza promozione in A1 in due anni per le cingolane, dopo quella del 2018, quando tutte e tre le formazioni senior della Polisportiva tra pallamano e pallavolo ottennero la promozione nella categoria superiore. Quest’anno nell’impianto di casa, il PalaQuaresima, nessun avversario ha mai vinto. Il presidente della Polisportiva Cingoli, Simone Ciattaglia, ha rilasciato in esclusiva la prima dichiarazione sul lieto evento. «Siamo molto soddisfatti – ha dichiarato – per la doppia promozione, a coronamento degli obiettivi e dell’impegno in stagione. Avremo preferito vincere sul campo fino alla fine, ma
crediamo di aver meritato, dimostrando con distacco una certa superiorità». La prossima stagione 2020–2021 nella massima serie sarà molto delicata. «Avremo – spiega Ciattaglia – molte difficoltà ed incertezze, derivanti dai problemi sanitari, ma stiamo già lavorando per la conferma e la ricerca degli sponsor, in vista dell’allestimento delle squadre per raggiungere l’obiettivo della doppia iscrizione in A. La Figh ci ha comunque dato un bell’aiuto, azzerando le tasse gara». È stato confermato, per la squadra femminile, mister Nicolas Analla, mentre l’ex Camerano Sergio Palazzi sostituirà lo storico mister Nando Nocelli. Un cambiamento importante per la società di Via Cerquatti, che guarda comunque con ottimismo al futuro.
Strettamente legate al turismo e all’Università, imprese e iniziative culturali cercano di rialzarsi dallo shock prodotto dal coronavirus puntando sulla creatività e su nuovi servizi
Verso l’estate la cultura col fiato sospeso DI
ALESSANDRO FELIZIANI
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e fosse vero che «con la cultura non si mangia» non ci sarebbe motivo per preoccuparsi. Invece la cultura, oltre alla crescita interiore, promuove sviluppo sociale e soprattutto produce reddito. Lo sanno bene i tanti operatori economici di Macerata e provincia impegnati nel commercio, nella ristorazione, nei servizi, i quali per risollevarsi – dopo più di due mesi di fermo a causa della pandemia di Coronavirus – sperano negli eventi culturali che ogni estate pullulano nel territorio, alcuni anche di grande richiamo turistico. La grande incertezza intorno a questo virus, che ha messo in ginocchio il mondo intero, e non solo sotto l’aspetto economico, rende tutto ancora molto confuso. L’estate 2020 sarà solo una brutta, bruttissima copia di quelle che eravamo abituati a vivere con alberghi pieni, bar e ristoranti affollati, negozi aperti fino a tarda ora e soprattutto tanta gente in giro per assistere a spettacoli, concerti, eventi di ogni genere che generano ricchezza, culturale ed economica. Ciò che a Macerata tiene tutti con il fiato sospeso è la stagione lirica dello Sferisterio che, in modo diretto e indiretto, dà lavoro estivo a circa cinquecento persone e produce una ricaduta economica sul territorio regionale cinque volte superiore ai quattro milioni del proprio bilancio. Da parte dell’Associazione Sferisterio – ha detto il sovrintendente Luciano Messi – c’è la volontà di non privare di questo evento la città e le migliaia di amanti dell’opera lirica, ma – sottolinea Messi – bisogna fare i conti con le disposizioni sugli spettacoli all’aperto. A preoccupare sono le norme sul distanziamento che influiscono sul lavoro degli artisti e sulla presenza del pubblico. Gli incassi della biglietteria coprono un terzo delle spese e un conto è avere duemila
Momento conclusivo della “Notte dell’Opera”
spettatori per sera, un altro conto è averne cinquecento. Appare scontato, quindi, che il programma del 56° Macerata Opera Festival debba restringersi. Probabilmente sarà rappresentata una sola opera. La scelta dovrebbe cadere sul “Don Giovanni”, che al momento conta il maggior numero di prenotazioni, ma a decidere sarà domani il Consiglio d’amministrazione. La prima tradizionale manifestazione estiva di grande richiamo a Macerata è Musicultura (terza settimana di giugno). Oltre alle tre serate finali allo Sferisterio, la rassegna conta decine di eventi collaterali che per sette intensi giorni vivacizzano il centro storico da mattina a sera. Anche in questo caso – come ha detto Giacomo Galassi, stretto collaboratore del direttore artistico Nannipieri – una decisione sarà presa a fine maggio quando saranno resi noti gli otto finalisti, ma in un modo o nell’altro il programma legato al concorso
Interno del teatro Lauro Rossi di Macerata
canoro sarà portato a termine. Musicultura, che il 24 aprile aveva dovuto annullare il concerto dei 16 semifinalisti a Recanati, nella sua prima fase (le audizioni al teatro Lauro Rossi), è stata l’ultima manifestazione culturale che Macerata ha vissuto prima del blocco di ogni attività decretato l’8 marzo. L’interruzione delle stagioni teatrali e musicali ha comportato notevoli danni economici anche per tutto l’indotto dei servizi. La sola Orchestra Filarmonica Marchigiana, principale istituzione concertistica della regione e formazione stabile di diversi teatri, tra cui lo Sferisterio, ha dovuto annullare una trentina di eventi, tra cui una mezza dozzina nel Maceratese. A fine marzo – riferisce con rammarico il direttore artistico Fabio Tiberi – siamo stati costretti a rinunciare a una grande vetrina internazionale in cui avremmo avuto l’onore di rappresentare l’Italia e le Marche in particolare. Eravamo in cartellone alla Sala d’Oro del Musikverein di Vienna con un concerto incentrato su musiche di Rossini e Spontini. In questi due mesi – riferisce ancora Tiberi – i nostri orchestrali in pianta stabile hanno potuto usufruire del Fondo d’integrazione salariale, ma altri musicisti che collaborano con noi senza far parte dell’organico sono rimasti senza fonti di reddito. Per la stagione estiva – qualora le restrizioni per la pandemia impediscano grandi concerti – la Filarmonica marchigiana sta programmando una serie di serate con formazioni ridotte di orchestrali per portare la buona musica in cortili e piccoli spazi. Una soluzione, questa, che fa ben sperare a Daniele Massimi, presidente di “Musicamdo”, organizzatore di Macerata Jazz, rassegna prevista per la prima decade di luglio nel cortile di Palazzo Buonaccorsi.
l’idea
Giaconi a Recanati, libri ma ora anche un orto-giardino dove godere la lettura toria a sé per Giaconi editore di Recanati, giovane casa editrice che guarda in particolare alle Marche, tra storie, natura, tradizioni, con occhio attento al mondo dell’infanzia. La filosofia commerciale dell’editore recanatese è incentrata sulla promozione di libri in connessione con luoghi ed eventi del territorio. Il blocco delle attività imposto dalla pandemia ha di fatto costretto l’editore a trovare nuovi canali comunicativi. È iniziata così la conversione di alcuni testi in ebook. Un filone, il digitale, destinato a svilupparsi anche in futuro. In questi mesi è nato anche un nuovo servizio: la lettura online di testi da parte degli autori, nonché video–presentazioni di libri. Ma soprattutto è nata L’Orto–giardino un’idea originale che prende avvio proprio in questa terza settimana di maggio per proseguire fino a settembre. Si chiama “Orto– giardino” ed è un invito a godere della lettura senza rinunciare al contatto con la natura e con la vita all’aria aperta. L’Orto–giardino di Giaconi editore si trova a Fontenoce di Recanati, non lontano da Sambucheto su un terreno di quattro ettari. «Il luogo ideale – ci dice Simone Giaconi – per im-
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mergersi nei colori, odori e suggestioni della natura ed al tempo stesso è un’oasi di calma e tranquillità, dove fare liberamente un pic–nic di letture o partecipare ad eventi». Ogni sabato, ma anche in altri giorni delle settimana, secondo un programma in continuo aggiornamento, consultabile sul sito internet www.giaconiortogiardino.com, si potrà partecipare alla “passeggiata letteraria” di un chilometro e mezzo, tra alberi da frutto, in compagnia di autori e scrittori. Ci saranno anche dei reading letterari e occasioni per praticare barefooting (camminate a piedi nudi su tratti erbosi) oppure fermarsi tra gli alberi per osservare gli uccelli (birdwatching). Fino a quando permarranno le norme sul distanziamento interpersonale, gli eventi saranno limitati ad un massimo di venti persone e si potrà partecipare prenotandosi sul sito internet o telefonicamente (333.7135760). Intanto entro giugno arriveranno in libreria due nuovi volumi. Uno, curato da Claudio e Monia Scocco di Montecosaro, riguarderà il folklore; l’altro, di cui già si conosce il titolo (”Il paleolibro”) è dedicato all’infanzia ed è stato scritto dalla etologa Margherita Buresta. (Ale.Fel.)
Le case editrici soffrono la crisi ma reagiscono con vigore Slittano le uscite di nuovi titoli, cresce l’impegno sul digitale. La Eum rende disponibili gratuitamente i libri nei programmi d’esame n settore dell’industria culturale molto presente a Macerata è quello dell’editoria, che ha sofferto per i due mesi di chiusura delle librerie e per gli intoppi causati dal Covid–19 nella filiera: interruzione del lavoro delle tipografie e dei distributori. Una boccata d’ossigeno è venuta da Internet. Tra marzo e aprile – ha detto Maria Stefania Gelsomini di Liberilibri, casa editrice di Macerata specializzata nella saggistica fra pensiero liberale, pensiero cattolico e problemi della giustizia – abbiamo visto
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quintuplicati i contatti sul nostro sito internet, registrando una impennata nelle vendite online, che comunque non hanno compensato il calo complessivo. “Saggio sull’uomo”, riedizione del testo del cattolico inglese della prima metà del Settecento, Alexander Pope, uscito a fine febbraio, è stato uno dei più richiesti nelle vendite online. In questi due mesi, chiusa la sede di corso Cavour, Liberilibri ha dovuto riprogrammare il lavoro e rinviare all’autunno alcune nuove edizioni, ma il 7 maggio, all’indomani della riapertura delle librerie, ha fatto uscire un volume che era già pronto i primi di marzo: “L’ultimo papa d’Occidente?”, un libro del giornalista Giulio Meotti dedicato a Benedetto XVI. Anche Quodlibet, specializzata in testi di filosofia, letteratura, critica d’arte e architettura, nonché in pubblicazioni di autori classici come padre Matteo Ricci,
appena fatto uscire ai primi di marzo il libro di Filippo Mignini, “Europa e Cina”, saggio sulle relazioni storiche tra le due civiltà, è stata costretta a chiudere per due mesi la propria sede di via Mozzi e la filiale di Roma, mettendo in cassa integrazione parte dei dipendenti. «Chi di noi poteva lavorare da casa – ci ha detto Manuel Orazi – ha continuato a mantenere i contatti con autori, curatori e traduttori per portare avanti gli impegni, ma stiamo già rivedendo i programmi del 2020. C’è un inevitabile slittamento delle uscite, alcune delle quali saranno rinviate al 2021. Già il 21 maggio, però, saremo in libreria con “Trenta poesie familiari di Giovanni Pascoli”, una raccolta in cui il critico letterario Cesare Garboli indaga e riscopre il poeta, invitando il lettore ad accostarsi a Pascoli in un modo diverso da quello che la scuola ci ha abituati». In parte simile,
per la situazione delle vendite, ma anche in parte diversa, stante la finalità e la specificità della propria missione culturale e di servizio alla comunità accademica, è la situazione della Eum. La casa editrice dell’Università di Macerata, presieduta dall’inizio dell’anno dal professor Luca De Benedictis, ha vissuto il primo periodo di emergenza sanitaria con l’inevitabile rallentamento delle attività, ma nello stesso tempo ha affrontato la difficile situazione con l’apertura alla libera consultazione di un ulteriore dieci per cento dei titoli del catalogo in formato digitale. Inoltre, ha assunto l’impegno verso gli studenti universitari di fornire gratuitamente i volumi adottati o consigliati nei corsi di laurea. «Questo – tengono a precisare i responsabili della Eum – perché la disseminazione e la divulgazione scientifica rappresentano un preciso mandato per la ca-
La libreria Quodlibet in via Mozzi a Macerata
sa editrice, che se ne è fatta interprete con iniziative volte ad avvicinare i bisogni dei lettori, sempre nel rispetto dei diritti degli autori che rappresenta». In questo periodo di sospensione delle attività ordinarie, la casa editrice sta anche potenziando la propria identità digitale ampliando i canali di comunicazione con
il pubblico e da pochi giorni è stato pubblicato il primo numero della rivista “Polythesis. Filologia, Interpretazione e Teoria della Letteratura”, consultabile gratuitamente in modalità Open Access, sia dal sito web del periodico, sia da quello della Eum. Alessandro Feliziani