Martedì, 21 aprile 2020
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Prossima uscita il 16 maggio 2020
celebrazioni Messa in diretta tv e streaming l vescovo Marconi celebra quotidianamente la Santa Messa dall’Episcopio. Dal lunedì al Isabato la celebrazione inizia alle ore 7.30. La
Inserto mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 - 62100 Macerata
domenica la Santa Messa ha inizio alle ore 10.30. Nell’impossibilità di partecipare in chiesa alla Santa Messa per le misure restrittive che impediscono lo svolgimento di tutte le manifestazioni civili e religiose, è possibile seguire in diretta queste liturgie in televisione, su Emmetv canale 89 del digitale terrestre, in streaming dalla app (scaricabile dagli store per Android o iOS) o dal sito di Emmetv (www.emmetv.it), come pure dal canale YouTube e dalla pagina Facebook della diocesi.
Maceratasette
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Inserto di
Cingoli ferita con la casa di riposo prova a rialzarsi
La parrocchia senza popolo si sposta sul Web
Rosario in famiglia trasmesso su Emmetv seme moltiplicato
Addio a Don Peppe vittima dell’epidemia
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Covid-19. Il vescovo a Pasqua: sentirsi vicini a chi soffre e riscoprire il valore della preghiera
parroci
Un tempo da non sprecare
Quei tanti morti senza neppure l’ultimo saluto
«Spero si possa, sei mesi dopo, celebrare una Messa solenne per ogni defunto, per piangerli assieme e rinnovare la fede nella vita eterna» Riproduciamo qui di seguito l’intervista che il nostro vescovo, Nazzareno Marconi, ha rilasciato al “Resto del Carlino” che l’ha pubblicata nella domenica di Pasqua. na Pasqua insolita: per molte famiglie in casa, per altri al lavoro, in prima linea negli ospedali o sulle strade per i controlli. Ma per tutti può essere un momento di riflessione, come spiega il vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi, che invita a non lasciarsi sopraffare dalla tristezza, cercando di rendere «bello e prezioso» anche questo tempo. Monsignor Marconi, quest’anno le comunità sono chiamate a una Pasqua diversa, come si può vivere questo momento di fede e condivisione seppur lontani? La nostra fede in un Dio che si è fatto uomo e che vuole per noi una vita buona e serena dà un grande valore alla vita ed alla salute, uno dei primi doni di Dio, per questo stiamo seguendo con impegno le misure prudenziali suggerite dai nostri medici. La Chiesa ha sempre avuto cura della salute della popolazione, tanto che i primi ospedali per la cura di tutti i malati li ha creati proprio la Chiesa. Per questo fede, ragione e prudenza vanno d’accordo. Siamo anche abituati in tante parti del mondo a vivere la Pasqua in situazioni di emergenza: ogni anno qualche popolo vive purtroppo epidemie, guerre, disastri naturali. Il primo senso di questa Pasqua così speciale è di sentirci più vicini a chi soffre. Spero che nei prossimi anni, quando vedremo in tv che altri popoli vivono una Pasqua difficile, questa esperienza ci abbia fatti crescere nella sensibilità e nella attenzione agli altri. Come può un fedele affrontare questo momento di isolamento, in cui lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento? Comprendo bene che la fatica psicologica dell’isolamento sia forte, soprattutto per le persone più fra-
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Il vescovo Marconi e il sindaco Carancini nel santuario della Mater Misericordiae al termine della Via Crucis del Venerdì Santo
solidarietà
gili come gli anziani, i bambini e chi soffre di disturbi nervosi. Credo che ci possano aiutare due cose: la prima è che questo tempo fi-
In regalo dai cattolici cinesi mascherine e materiale per difendersi dal coronavirus
nirà. Anzi, più saremo tutti impegnati a rispettare le misure prudenziali indicate e prima finirà. La seconda e più importante consi-
amicizia vera si traduce spesso in gesti che stupiL ’ scono perché vanno al di là di qualsiasi aspettativa. È il caso del grande regalo degli amici cinesi della nostra diocesi che hanno fatto giungere una spedizione di dispositivi di protezione individuale comprendente 110.000 mascherine, 800 tute e 200 paia di occhiali. La rete di relazioni coltivata nel segno di padre Mat-
derazione, almeno per un credente, è che non siamo mai soli. Gesù dice che quando uno si chiude solitario nella sua camera, se pre-
teo Ricci, con l’opera preziosa di don Giambattista Sun Xu Yi, ha mobilitato cattolici dal Nord al Sud della Cina che hanno raccolto l’equivalente di quasi 70mila euro. Un gesto tanto più significativo in quanto compiuto da persone, a loro volta, spesso in difficoltà e perfino da bimbi che hanno donato quanto ricevuto per la festa del Capodanno cinese. (P.Ch.)
ga il Signore, il Padre celeste gli è vicino e lo ascolterà. Questo tempo di solitudine può essere un tempo prezioso per riscoprire il valore della preghiera. In queste settimane tanti stanno vivendo il dolore di perdere una persona cara, come si può convivere con l’impossibilità di dire addio a chi si è voluto bene? La sapienza dalla fede, anche se sa che le persone che muoiono sono con Dio e non sotto terra, ha sviluppato la preghiera e i riti di commiato, quello che chiamiamo il funerale, perché abbiamo un grande bisogno affettivo di congedarci da chi lascia questa vita. Credo che quando questo non è possibile, e penso a tanti dispersi durante le guerre, la fede che i nostri cari sono «nelle mani di Dio» come dice la Bibbia, ci possa sostenere. Il disagio che proviamo è forse anche la sopravvivenza dell’antica idea superstiziosa che se un defunto non riceveva i riti funebri, non aveva pace, ma spero che queste idee contrarie alla fede scompaiano del tutto. Quando questa epidemia sarà passata e potremo tornare a celebrare tutti assieme, consiglio a tutti con l’aiuto dei miei parroci, magari nel sesto mese dalla morte, di celebrare una liturgia funebre solenne per ogni defunto, che permetta agli amici e ai parenti di piangere assieme i nostri morti e alla comunità credente di rinnovare la nostra fede nella vita eterna. Le chiese sono chiuse ma tanti parroci si sono riorganizzati per non lasciare sola la loro comunità, come sta affrontando la Diocesi questa emergenza? Con tre armi molto italiane: la prima è la fantasia. Molti parroci ne hanno inventate di tutte, a cominciare dal suono delle campane, per farsi sentire vicini ai parrocchiani. La seconda è l’arte di arrangiarsi: ho vari preti ultrasettantenni che trasmettono catechesi, Sante Messe e rosari in streaming su Facebook o YouTube. La cosa divertente è che erano gli stessi che solo un mese fa volevano “scomunicare” tutte queste “diavolerie elettroniche”. La terza e più importante è la vicinanza umana: noi italiani siamo quelli degli abbracci e dei baci, come dicono i miei “freddi” amici tedeschi, ma questa carica passionale riusciamo a farla passare anche attraverso una telefonata e per chi si sente solo e un po’ smarrito è un dono prezioso. Vorrei augurare a tutti di vivere bene questo tempo difficile. Fra qualche anno sono certo scopriremo che è stato anche un tempo bello e prezioso. Buona Pasqua. Chiara Sentimenti
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ANDREA LEONESI *
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opo quasi due mesi di quarantena mi sembra che tutti noi sacerdoti, e in particolare i parroci, corriamo due rischi: 1) quello di segregarci in casa e aspettare che passi; 2) quello dell’“ansia da prestazione”, che porta a inventarsi di tutto pur di essere presenti e non farsi rimproverare per lo scarso zelo! Solo che così si rischia di non obbedire né allo Stato, né alla Chiesa, né alla volontà di Dio in questo tempo! Ad esempio benedire acqua o rami di ulivo per metterli in fondo alla Chiesa, distribuire la Santa Comunione e confessare, inventarsi Vie Crucis, rosari, processioni..., non si può fare per il bene nostro e di tutti! Sembrerebbe scontato, ma non lo è (e qui parlo da vicario generale)! Il coronavirus ci sta portando però anche qualcosa di positivo, seppur non è facile coglierlo in mezzo alla sofferenza e al dolore che ci arreca. 1) Lo sdoganamento definitivo dei social di cui mai come in questo tempo abbiamo potuto constatare l’utilità! Cosi anche un profano come me si è ritrovato in mezzo a Zoom, Hangouts, Meet..., dirette streaming e altre “diavolerie” informatiche, apprezzatissime da tanti nostri fedeli. 2) Si prega di più! L’ho desiderato per tanto tempo e ora il Signore me l’ha concesso! 3) Abbiamo avuto conferma che se i preti vivono insieme, è meglio! Grande antidoto alla solitudine e a una quantità enorme di altri mali. 4) Siamo stati costretti ad andare nel profondo del nostro rapporto con Gesù e a chiederci seriamente se cerDon Leonesi ti segni che usiamo normalmente nella vita pastorale siano effettivamente contenitori di una relazione profonda con Lui o si tratti di involucri vuoti! Il vivere, ad esempio, una processione indica e rafforza il mio seguire Gesù nella vita! Ma l’impossibilita, per una volta, di farla, non compromette il significato profondo di cui essa è segno, giusto? Perché se no, è possibile che essa sia appunto un contenitore vuoto, al limite del magico! E gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Io benedico il Signore perché mi ha concesso di sperimentare tutto questo, almeno in parte, in questo tempo, e soprattutto credo che il mangiare e pregare insieme con tutti i sacerdoti della mia unità pastorale (Santa Croce e Immacolata, a Macerata) sia stato veramente un dono Suo, sicuramente non del coronavirus! E poi, de sti tempi, preferisco rimanere a casa visto che le mie uniche uscite sono per andare a benedire salme al Cimitero! Per il resto non si può dire che il lavoro sia diminuito, visto che il mio cellulare segna 9 ore di media al giorno trascorse in sua compagnia, tra le mani e/o all’orecchio: ormai è davvero una protesi! Però ho scoperto pure che dormire otto ore di seguito, di notte, è decisamente meglio! La nota più dolente sarà invece quella trasmessa dalla bilancia, quando usciremo dalla quarantena. Il fatto è che, un po’ per far girare l’economia, un po’ per donare allegria alle feste importanti, quale modo migliore che farsi portare a domicilio colombe al gelato o pizza, o dar libero sfogo alle doti culinarie di qualche prete? Ora rimane solo un dubbio: qual è il termine ultimo prima che inizi lo scleramento e la paranoia? Speriamo di non oltrepassarlo! * vicario generale
Il nostro futuro: tra flussi online e relazioni di cortile? Improvvisamente siamo passati da una socialità che dilagava in piazza, a relazioni ristrette Tanti piccoli spazi si sono sovrapposti agli ambienti virtuali dei social DI
GIANCARLO CARTECHINI
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i ricorderemo a lungo di questa domenica di Pasqua, penso mentre rientro in casa dopo essere uscito a comprare i giornali. Non riesco a scrollarmi di dosso il senso di irrealtà, causato da un profondo disorientamento. Eppure le strade e-
rano quelle solite del mio quartiere. Però deserte. Non ho incontrato nessuno. Nessuna traccia degli odiati runner. Solo un ragazzo con una maglietta verde acqua, lo stesso colore della mascherina. Portava a spasso un cane di piccola taglia sul cui collare era applicato un cono protettivo. Dove è finito il nostro prossimo? «Il nostro prossimo è stato abolito», ha dichiarato provocatoriamente il filosofo Giorgio Agamben, riferendosi alle norme di distanziamento sociale. Forse non è proprio così; forse il prossimo si è solo spostato, e noi facciamo fatica a rendercene conto. Siamo passati improvvisamente da una socialità che dilagava nelle piazze, a relazioni ristrette di cortile. Tanti piccoli cortili si sono so-
vrapposti agli altri cortili, quelli virtuali dei social, che da tempo siamo soliti frequentare. Isole adiacenti, collegate da autostrade telematiche prese improvvisamente d’assalto da un flusso ininterrotto di merci, informazioni, pratiche amministrative, conversazioni, omelie. Mi siedo in terrazzo, prendo un caffè. Nessun rumore di traffico. Lo sportellino di una lanterna Ikea, che ho tenuto accesa tutta la notte – la notte del sabato santo – sbatte a causa del vento. Si sentono dei cani abbaiare. Grida di bambini, adulti che chiacchierano dai balconi. Il suono domestico di stoviglie riordinate, utensili caduti in terra. Un uomo ha inventato un gioco con la figlia: getta la palla sopra un tetto spio-
vente e attende che scenda, chi la prende per primo vince. Case piene di gente, una accanto all’altra. Gomito a gomito, come in un villaggio–vacanza. Qualcuno spara a tutto volume un tormentone della scorsa estate. Sento il rumore secco di una zanzariera che si apre: tra un attimo Mario, l’inquilino dell’appartamento di sopra, uscirà sul balcone a fumare una sigaretta. Come stiamo vivendo questa prossimità di cortile? Ci si aiuta o ci si spia, ora che la diffidenza che prima colpiva gli stranieri si è insinuata tra di noi con la pervasività diabolica di una guerra civile, e si aggrappa come un parassita alla necessità di restare lontani? Gesti di condivisione si alternano a sospetti da comari: «Guar-
da che quello è uscito di casa e non aveva nessun motivo per farlo, bisognerebbe chiamare i carabinieri…». Da questo punto di vista, il passaggio dalle discussioni tra vicini al chiacchiericcio astioso dei cortili sul web è del tutto naturale. Come ha sottolineato il sociologo Derrick de Kerchove, per ogni uomo connesso si sviluppa un doppio digitale. Le tracce che lasciamo in rete sono archiviate e analizzate per fornire informazioni, consigli, obblighi. Questo nostro alter ego virtuale può diventare un liberatore oppure un grande inquisitore, che proprio in questi giorni di pandemia cerca di cavalcare le ondate di emotività negativa che hanno finito per prendere il sopravvento.
Musica sui tetti di Roma, un’immagine simbolo della nuova socialità che si sviluppa caricandosi delle limitazioni imposte dal Covid–19, senza lasciarsi abbattere
È curioso come la parola “virale” si sia imposta già da tempo per definire la diffusione incontrollata, tipica della nostra società iper connessa, di contenuti e informazioni. Tutto ciò che procede per contagio e precipitazione, ha affermato la psicanalista Julia Kristeva, dopo un inizio scintillante genera un’esplosione mortife-
ra. E alla fine, tutto quello che resta è una profonda solitudine. Restiamo soli davanti agli schermi, e questo spiega l’angoscia e la collera di questi giorni. Flussi online e relazioni di cortile. Sarà questo lo scenario dei prossimi anni, nel quale dovremo esercitare l’arte esigente del “farsi prossimo”?
COMUNITÀ
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MARTEDÌ 21 APRILE 2020
«Tutto nella vita porta a qualcosa, nulla capita a caso. Dio continua a parlare nel profondo del cuore e ci aiuta a capire che tutto ha un senso nella vita in questo mondo»
Sacerdote in ospedale: un aiuto a scoprire la speranza DI JUAN CARLOS CÁCERES *
MUNOZ
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ccanto agli angeli in divisa, negli ospedali ci sono anche i cappellani, sacerdoti o diaconi che curano la dimensione spirituale di chi lavora o è ricoverato in un ospedale o centro per anziani. Essi, mai come in questo periodo, sono di supporto a tutti gli operatori sanitari. Questi ultimi, prima di essere medici, infermieri, oss, sono uomini e donne, padri, madri, mariti e mogli, con preoccupazioni e dubbi, e nonostante ciò riescono ad accantonare la fatica e la sofferenza fisica ed emotiva, per mettere in gioco tutte le loro energie, le competenze terapeutiche e mostrare anche un sorriso di speranza ai pazienti e ai loro familiari.
Fin dagli inizi dell’umanità ci si è posto l’interrogativo: perché il male? Perché le malattie? Non potendo trovare la risposta nell’umano, si è ricercata nel divino e le malattie sono state viste come il castigo di Dio per i peccati degli uomini. Tale relazione è penetrata talmente nell’intimo che quando qualcuno scopre di essere affetto da una patologia seria sorge quasi sempre la domanda: «Perché proprio a me? Che peccato ho commesso per meritarlo?». Ma Cristo smentisce questo abbinamento: nel vangelo di Giovanni si legge che ai discepoli che chiedono a Gesù se il cieco è così perché ha peccato lui o i suoi genitori (Gv 9,1–3), Gesù esclude tassativamente ogni collegamento tra infermità e peccato: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è
perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3). L’evangelista Matteo inoltre afferma che Gesù con il suo insegnamento e la sua attività smentisce la falsa immagine di Dio come colui che punisce con la malattia il peccatore. Dio è colui che libera dalle malattie, non colui che le invia. Gesù si occupa dell’uomo: non tratta la malattia, ma si prende cura dei malati. Ed ecco che oggi come ieri, uno accanto all’altro, nelle corsie degli ospedali ci sono gli angeli in divisa che trattano la malattia e noi cappellani che ci prendiamo cura dell’uomo, medico o paziente, ammalato o familiare. Purtroppo però oggi non possiamo prenderci cura dei pazienti Covid–19, essi entrano soli in ospedale e nessun parente li può
assistere e quando stanno per andarsene sono lucidi, e una videochat è l’unica condizione che permette loro l’ultimo saluto. Un lato tremendamente tragico per il paziente e per i suoi cari che non possono neppure celebrare il funerale, un “lutto mutilato” così come l’hanno definito in molti poiché mancante di ciò che nella storia ci ha resi umani e ci ha avvicinato alla spiritualità, il seppellire ed onorare i defunti. Nella storia, questa pratica non è mai stata interrotta, anche in guerra c’è stata sempre una tregua per seppellire i morti. Come durante le pestilenze, oggi il virus ci fa sospendere una delle cose che da millenni ci rende “uomini”, ci aiuta ad accettare la morte, a credere che ci sia un altrove, un aldilà. Ecco perché il virus spaventa tan-
tissimo, perché ci mette di fronte alla nostra “impotenza”, al nostro limite umano e così ci sentiamo anche noi cappellani ospedalieri, che per le ferree norme di sicurezza all’interno delle terapie intensive e rianimazione non possiamo portare nessun conforto al malato e siamo chiamati per l’estrema unzione solo ai pazienti “no Covid–19”. Così in questi giorni il nostro compito, più che verso i malati è verso medici e operatori sanitari, anche loro hanno bisogno di noi, di sapere che sono persone straordinarie agli occhi della gente e agli occhi di Dio, hanno bisogno di credere che Dio sta dando loro una grande forza per aiutare l’altro e che a “guerra” finita avranno essi bisogno di rielaborare tutto il dolore che stanno vivendo e mettendo da parte.
Inaugurata sezione Covid a Macerata
Avranno bisogno di dare un senso e un significato a tutto ciò e in questo, noi cappellani possiamo dare un aiuto mostrando che un senso lo si può trovare solo attraverso la parola “speranza” che non è un rimandare delle risposte a domande difficili, ma è credere profondamente che tutto nella vita porta a qualcosa per ora inspiegabile o non facile da capire,
che nulla capita a caso. Avere la speranza non è altro che essere convinti che Dio continua a parlare nel profondo del cuore di ogni uomo e ogni donna, al di là delle sue convinzioni religiose, per illuminare la sua intelligenza e aiutarlo a capire che tutto ha un senso nella vita in questo mondo. * cappellano dell’Ospedale di Macerata
L’impatto della crisi scatenata dal coronavirus sconvolge anche la vita della Chiesa che reagisce dando uno spazio inedito alle attività e agli strumenti legati a Internet, in attesa di ritrovarsi
La casa di riposo di Cingoli
Cingoli, pur sconvolta dalla tragedia, si rialza Una famiglia assiste alla Messa celebrata dal Vescovo in episcopio, trasmessa su EmmeTv e sul canale YouTube e la pagina Facebook della diocesi
DI LUIGI TALIANI
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el giro di poche settimane la vita delle nostre comunità è cambiata radicalmente: il Coronavirus ha congelato le attività e ci ha condannato a una reclusione forzata dentro le mura delle nostre abitazioni. Fino a ieri i giorni e i riti della Settimana Santa erano un momento di sospensione, di raccoglimento e di riflessione, un’occasione per stare con gli altri, una tregua nella connessione permanente. Oggi, nella sospensione della vita provocata dal Covid–19, è la rete a proporre i riti e riannodare i legami che altrimenti rimarrebbero inespressi. Oggi solo Internet riesce in qualche modo ad avvicinare i nostri corpi restano lontani in una specie di ecumenismo digitale. Cambiato lo scenario, non cambia la Chiesa, che crea nuovi legami con la sua gente! E così nelle nostre comunità sono spuntati i social per creare nuove relazioni con le persone. Da una prima indagine empirica, nella nostra diocesi sono oltre 20 le parrocchie e le comunità religiose che si sono attrezzate di tecnologie per interagire con la gente. Emmetv canale 89, ha moltiplicato i suoi servizi. Dalla celebrazione eucaristica del vescovo Nazzareno in Episcopio, al suo messaggio quotidiano. Sempre su Emmetv le famiglie, piccole chiese domestiche, ogni sera alle 21 propongo-
DI
GIACOMO GRASSELLI
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Comunità, si riparte I primi passi in Rete no il Rosario. Radio Nuova Macerata e Radio Santa Maria di Montecassiano portano nelle case la voce delle liturgie in mezzo. Diverse parrocchie si sono industriate per trasmettere almeno la Messa di Pasqua in “diretta Facebook” e qualcuna si sta muovendo per dotarsi di un impianto stabile di telecamera collegata a Internet per poter trasmettere la Messa almeno tutte le domeniche. C’è chi è già più avanti, come ci racconta don Flaviano D’Ercoli, direttore della comunità salesiana di Macerata: «Ogni gruppo giovanile della nostra comunità è impegnato per i fanciulli, i ragazzi e gli adulti e i giovani a riunirsi virtualmente via Internet una volta alla settimana per condurre i percorsi avviati prima del Covid–19. Ogni giorno tutta la comunità educativa pastorale prega insieme il Rosario e si ritrova on-
line per la Messa domenicale delle 11,30. Abbiamo avviato una serie di incontri tematici intitolati “Lab Oratorio” per ragazzi, giovani e adulti con una lettura spirituale legata al tempo liturgico». Molto significativa l’esperienza della Parrocchia Buon Pastore a Collevario che don Egidio Tittarelli ci racconta: «Quando è diventato impossibile recarsi in Chiesa a celebrare insieme, abbiamo ripreso a usare Facebook e aperto un canale You Tube per trasmettere le celebrazioni e continuare a comunicare con la gente di Collevario e le famiglie dell’ “Oasi Buon Pastore”. Abbiamo deciso di trasmettere le celebrazioni perché ci è sembrato un modo efficace per mantenere i rapporti e per continuare a sentirci “comunità”. Il protrarsi della difficile situazione, ci ha incoraggiato a riprendere gli incontri con il rit-
mo settimanale e trasmessi tramite i social. Tutti i Venerdi l’ascolto della Parola (Venerdi della fede), le celebrazioni, le giornate di Ritiro spirituale della prima Domenica del mese. Abbiamo anche sperimentato la possibilità di un dialogo dopo la riflessione iniziale e così abbiamo toccato con mano, che si può essere vicini anche stando nelle nostre case. Il Mercoledi Santo abbiamo vissuto una celebrazione penitenziale invitando poi a chiedersi perdono l’un l’altro in famiglia; abbiamo suggerito di preparare un piccolo pane su cui abbiamo invocato la benedizione del Signore e da mangiare insieme ricordando la Cena di Gesù con la sua famiglia (i discepoli) e anche a lavarsi l’un l’altro i piedi in famiglia. Il Venerdi Santo è stato proposto di realizzare un luogo per l’Adorazione della Croce in famiglia. Le foto
sono state pubblicate su Instagram della Parrocchia, mentre il Sabato Santo abbiamo invitato a preparare un Cero. Alcune foto degli angoli belli, del pane, delle croci sono state stampate e messe accanto all’altare come segno di presenza e di comunione tra Parrocchia e case. Nella Veglia Pasquale abbiamo proclamato la Parola di Dio con le varie Letture, fatte dai giovani e dalle famiglie dalle loro case e così anche per le preghiere nelle varie celebrazioni. Di grande aiuto sono stati anche gli opuscoli preparati dal nostro Vescovo, che hanno aiutato le famiglie a vivere la Settimana Santa». A conclusione di questa panoramica, ci poniamo un interrogativo: l’esperienza virtuale di questi giorni e l’esperienza reale, potranno continuare a convivere una volta superata l’emergenza? Come?
l dramma che ha investito nel nostro Paese le case di riposo e le Residenze sanitarie assistenziali, ha coinvolto anche la diocesi di Macerata e in particolare Cingoli. Già dal 3 marzo un’anziana ospite è risultata positiva al tampone ed è stata immediatamente trasferita in un’ospedale. L’amministrazione comunale si è subito attivata, con la chiusura immediata della casa di riposo a ogni accesso dall’esterno. La settimana dal 15 al 23 marzo è stata la più difficile. Il Comune ha annunciato il contagio della quasi totalità degli ospiti presenti, chiedendo l’intervento della Regione Marche e dello Stato. Il caso è rimbalzato sui network nazionali. Il premier Conte, sollecitato anche dal leader della Lega Salvini, ha inviato nella struttura personale sanitario della Marina Militare. Gli stessi, con il dottor Luigi Ippoliti, si stanno prendendo cura eroicamente dei malati, grazie all’aiuto del personale sanitario del locale ospedale, coordinato dalle infermiere Alessandra Pioli e Serena Romagnoli. Successivamente una notizia ha sconvolto l’intera cittadinanza: l’amato medico Francesco Foltrani è morto di Covid–19 per cause non collegate alla casa di riposo. Nella casa di riposo la situazione è stabile e in miglioramento, dato che 8 anziani sono risultati negativi a nuovi tamponi effettuati. In totale, fino al 19 aprile, alla Casa di riposo si sono registrati 33 contagiati e 8 deceduti; all’ospedale i contagiati sono stati 10. Nel Comune il totale è di 55 contagiati e 13 deceduti. Gli eventi drammatici non hanno fermato la popolazione, che si è subito attivata con donazioni a quelli che ha sentito come eroi dell’emergenza. Il sindaco Vittori ha ordinato mascherine che sono state poi distribuite a tutta la cittadinanza dalla Croce Rossa locale, da subito in campo insieme alla Protezione Civile per la gestione dell’emergenza. Tante imprese e privati si sono attivati per la donazione, la realizzazione, l’acquisto di materiale e presidi di protezione per il personale dell’ospedale e della casa di riposo. I cingolani hanno cercato di tirarsi su il morale con simpatiche iniziative online. Ad esempio, il maestro della Corale polifonica cingolana, Ilde Maggiore, ogni giorno su Facebook condivide un video dove suona al pianoforte di casa un celebre brano di musica classica. I bambini hanno realizzato disegni d’incoraggiamento che sono stati esposti nelle tabaccherie. In questo periodo, nonostante tante brutte notizie, sono nati quattro bambini. Le Parrocchie del territorio si sono organizzate per essere vicine ai fedeli nel tempo liturgicamente forte della Quaresima. Don Patrizio Santinelli e don Fabrizio Perini, parroci di Cingoli e Villa Strada, hanno trasmesso online le Messe della Domenica delle Palme e le liturgie del Triduo Pasquale e di Pasqua utilizzando Facebook. Don Pawlu Felice, responsabile della pastorale giovanile, ha condiviso sul profilo Instagram dell’Oratorio alcune frasi evangeliche per far riflettere i ragazzi. Cingoli, nonostante la drammaticità degli eventi, si sta rialzando con tenacia e vigore. La bellezza del “Balcone delle Marche”, alimenta la forza interiore dei cittadini, da subito attivi per sostenere chi è in prima linea contro l’emergenza, onorando così le persone scomparse.
Don Quinto Lombi, un travolgente spirito missionario DI
ALBERTO FORCONI
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Don Quinto Lombi
Ci lascia l’eredità affascinante e intensa di una vita al servizio di Dio che si fa a noi visibile nel prossimo, specie in quello più bisognoso e fragile
on Quinto nasce a Colmurano il 22 gennaio 1933. Entrato nel seminario di Macerata viene ordinato sacerdote nel 1958 e inviato a Tolentino, si dedica ai giovani. Cogliendo l’impulso missionario del Concilio parte come sacerdote Fidei Donum insieme a don Silvano Attilio per la missione diocesana in Argentina. Nel quartiere Matera, all’estrema periferia di Buenos Aires, avvia l’evangelizzazione in un ambiente povero e ostile. È storica una foto mentre percorre in bicicletta il quartiere suonando una campanella per raccogliere i ragazzi a catechismo. Costruisce un salone
multiuso dedicato alla Madonna di Itatì. E ci fu chi prese di mira quel locale a colpi di revolver. Ma lui non si fermò, anzi! Diede inizio alla scuola parrocchiale elementare: in pochi anni gli alunni hanno superato il migliaio. Il salone multiuso non basta più e allora si costruisce una grande chiesa, con una alta torre sovrastata da una statua della Madonna visibile da tutto il quartiere. Per coprire i costi non bastavano le offerte dei benefattori italiani e lui per qualche mese parte per il nord argentino vendendo parafulmini alle aziende elettriche. Nell’ampio cortile della scuola vengono organizzate serate danzanti e concerti di musica popolare: la gente accorre
numerosa, contribuendo così alle spese della parrocchia... A quei tempi eravamo in cinque maceratesi, compreso don Mario Moriconi di Fermo, lavorando in piena sintonia. La zona era immensa e in pieno sviluppo: si potevano avere anche mille Battesimi in un anno... La parrocchia diventa un faro di vita spirituale (catechismo e celebrazioni) e anche di vita più umana (istruzione e salute). In pochi anni quel quartiere malfamato è diventato un centro di vita religiosa, sociale e commerciale. Dopo dodici anni don Quinto torna in Italia soprattutto per stare vicino alla madre anziana... Si inserisce nel paesino di S. Zaccaria, nella diocesi di Ra-
venna, dove era vescovo monsignor Tonini, e subito si fa apprezzare. Rientrato nella nostra diocesi è nominato parroco a Villa Strada e Troviggiano e poi a Santa Croce a Macerata. C’è da ristrutturare la casa parrocchiale, vanno sistemate le aule catechistiche, c’è da ritoccare la tinteggiatura della chiesa: tutto viene fatto in soli tre anni, compresa l’apertura del primo Centro di ascolto della diocesi. Vengono coinvolti molti laici e in poco tempo la parrocchia cambia volto. Per favorire l’informazione si dà vita alla “Lettera aperta” recapitata a domicilio di tutti i parrocchiani da volontari. Il richiamo del mondo missionario attira di nuovo don Quin-
to che segue monsignor Renzo Fratini, segretario di nunziatura in Ecuador. Nella periferia di Quito, la capitale, nasce un centro catechistico, culturale e medico denominato “Santa Croce della Provvidenza” perché è proprio da quella parrocchia di Macerata che arrivano sostegno e offerte consistenti. All’inaugurazione è presente il vescovo Carboni. Passano quindici anni di intenso lavoro, le forze diminuiscono anche a causa del clima, e si ritorna in patria. Nominato parroco a Sacro Cuore della stazione di Pollenza, una scivolata sul ghiaccio fa sì che non possa più guidare la macchina né godere di completa libertà. Si ritira in famiglia. Con le com-
plicazioni seguite a una caduta dal letto, la vita di don Quinto si conclude il 28 marzo del 2020 nell’ospedale di Macerata accompagnato dal sacramento dell’Unzione degli infermi che gli ha potuto amministrare il vescovo Nazareno. Testimonianze di affetto, riconoscenza e cordoglio sono arrivate da mezzo mondo. Don Quinto lascia una eredità affascinante e impegnativa: quella di una vita al servizio di Dio che si fa visibile nel prossimo più bisognoso, sia vicino che lontano. Il suo ardore missionario e la sua fantasia imprenditoriale restano esemplari. Grazie don Quinto perchè ci hai aiutato a stare vicino a Dio ed ai suoi poveri.
DIOCESI
MARTEDÌ 21 APRILE 2020
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Quelle morti lontane e solitarie, senza possibilità di funerale DI
DANIELA MESCHINI
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27 marzo, il Vescovo in preghiera al Cimitero
o cosa vuol dire morire per mancanza d’aria, ma io tenevo la mano di mio padre; ero accanto a lui in quel distacco straziante. Poi la condivisione del dolore, la veglia, le preghiere e il funerale attorniata da amici e parenti. Ecco credo sia questo l’aspetto più lacerante del tempo sospeso e disabitato che stiamo attraversando: non poter essere vicini ai propri cari che muoiono da soli e non poter neanche dar loro degna sepoltura. In questi giorni sono “saliti alla Casa del Padre” alcuni amici o genitori di amici con cui ho condiviso cene o gite, parole o ideali, ma la sensazione dell’irreale avvolge tutto. È concesso solo di inviare un messaggio; non ci si può unire con il loro dolore per la tristezza del distacco. Viviamo la legge dantesca del con-
trappasso. La nostra cultura era tutta tesa a evitare la morte e l’idea stessa era un tabù. Un tabù che attraversa spesso anche le nostre celebrazioni festive dove non si ricordano gli anniversari dei morti, come se non si morisse di domenica o a Natale. Ma d’un tratto il coronavirus ha riportato questa parola al centro; ha invaso telegiornali, giornali e social network. L’attesa per il bollettino della Protezione Civile è diventato un rito collettivo, un contatto comune con la morte. Numeri dietro i quali ci sono persone, con la loro vita di affetti, di sentimenti, di lavoro, di luoghi. Succede anche che dietro a quei numeri ci sia il nome di un’amica e allora la prospettiva cambia e diventa smarrimento. Con la tristezza immensa arrivano i ricordi. Dicembre, nemmeno quattro mesi da quando allegramente ci si scambiava gli auguri per l’imminente
Il virus ci ha costretto a rinunciare a due momenti umanamente decisivi: l’accompagnamento alla morte e il rito funebre Natale alla cena dell’Anmig di Macerata. Lei è volata via così, senza respiro, tra le braccia del marito che in quarantena, solo, non può condividere quel dolore con parenti e amici. Il dolore della solitudine, una solitudine piena di dolore è quello che si prova. L’atrocità di questo virus è tutta qui: ci ha costretto a rinunciare a due momenti centrali per la civiltà umana: l’accompagnamento alla morte e il rito funebre. Questo tempo ci ha tolto un aspetto antropologico che è parte dell’uomo, il seppellire i morti che ha se-
gnato una svolta nell’evoluzione. L’uomo si è distinto dagli animali quando cominciò a dare sepoltura ai morti che avveniva in luoghi appartati, ricomponendo i corpi, aggiungendo corone di fiori, cibo… quasi a esprimere il desiderio che vivessero ancora, per poi venerarli e onorarli. La cultura greca aveva compreso che la vita è dono degli dei e inviolabile, che non si deve fare agli altri quello che non si vorrebbe fatto a noi stessi e che si devono seppellire i morti. Sentimenti che saranno il fondamento della pietas romana e poi della misericordia cristiana. Non dimentichiamo che i cristiani hanno inserito l’obbligo di seppellire i morti nell’elenco delle Sette Opere di Misericordia Corporale, aggiungendolo agli altri dati da Gesù. Un riconoscimento del suo valore universale, che va oltre le religioni o le culture. L’uo-
mo, di fronte all’evento della separazione, ha voluto affermare la forza della comunione vissuta in vita nella speranza che tale comunione non andrà perduta, pena il senso stesso dell’esistenza. Impareremo qualcosa da questa esperienza collettiva di dolore per il futuro? Di certo penso che questa potrebbe essere una grande occasione per capire che quando c’è un problema di tale portata, solo insieme si può superarlo. Dopo anni d’individualismo, questo momento ci sta insegnando che l’unico modo di uscire da una crisi è fare perno sul bene comune, un bene da costruire insieme. Un grande antropologo del Novecento, Marcel Mauss, diceva che si è umani quando si è donatori. Ecco, essere dono per gli altri, essere disponibili nell’ascoltare, lavorare con generosità a vantaggio di tutti per rinascere migliori perché tutto non sia passato invano. Speriamo.
La preghiera a Maria più semplice e più amata, recitata in casa, ha trovato un nuovo ampio canale di condivisione ed è diventata occasione per la tessitura di nuovi rapporti
Rosario pregato in famiglia seme subito moltiplicato Partiti con l’idea di coinvolgere 20 famiglie, si è già arrivati a oltre 130 e il numero continua a crescere DI LAURA E
GABRIELE CARDINALI
«C
erchiamo, se possiamo, di utilizzare al meglio questo tempo... Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore» (papa Francesco, 3 aprile 2020). Il Papa ci indica un amore creativo, anche in questo tempo difficile e particolare. Fin dai primi giorni della chiusura totale, in Diocesi ci si è interrogati su come continuare a essere comunità senza celebrazioni liturgiche cui poter partecipare. Per aiutare a vivere bene la domenica, giorno del Signore, sono stati offerti dei sussidi per l’ascolto della Parola, con la proposta di riflessioni e di gesti a tutta la famiglia. Sono bastati alcuni giorni di lockdown per dare corpo e vita alla Chiesa Domestica, a lungo teorizzata e desiderata: si è iniziato a pregare di più in casa, a seguire le Messe in televisione o in streaming, ad ascoltare i commenti del Vangelo proposti da qualche bravo sacerdote. Una iniziativa molto ben accolta è stata suggerita dal nostro vescovo: trasmettere ogni sera attraverso Emmetv il Rosario recitato nelle famiglie. Queste riprendono con un cellulare il momento della recita di una decina e condividono il video con la redazione televisiva, che monta i contributi aggingendo sigla e immagini. Inizialmente l’équipe di pastorale familiare ha chiesto ad alcuni conoscenti di registrare le prime decine. Bastavano venti famiglie con le quali completare un intero Rosario, che eventualmente sarebbe stato replicato nel palinsesto di Emmetv. Invece la proposta si è diffusa al di là di ogni aspettativa. Ciascuna famiglia ne ha coinvolte altre, creando una rete spontanea e viva e oramai siamo arrivati a circa
La famiglia di Giada e Francesco
da sapere Pochi semplici gesti 1) Semplicità dei mezzi: basta un cellulare, usato in orizzontale, per registrare il video della recita di una decina del Rosario. Il video viene inviato alla redazione di Emmetv (redazione@emmetv.it) 2) È preghiera di tutti: si prega tutti insieme adulti e bambini, giovani e anziani. 3) Casa/Chiesa domestica: ogni sera cinque famiglie aprono la loro casa a tante altre famiglie, seppur in modo virtuale. È un po’ quello che si faceva nelle prime comunità cristiane. Finora sono 130 le famiglie coinvolte; se qualcun’altra volesse partecipare, può inviare una mail a famiglia@diocesimacerata.it
130 famiglie coinvolte, un numero che continua a crescere. La bellezza di questa iniziativa scaturisce proprio dal numero e dalla eterogeneità delle famiglie: ce ne sono infatti con bambini, altre con anziani che rivivono momenti di un’infanzia lontana «quando si recitava il Rosario tutti insieme davanti al camino», come hanno raccontato; ci sono poi coniugi soli e giovani coppie. S prega tutti insieme, grandi e piccoli, giovani ed anziani. Si prega nel salotto o in cucina, comunque davanti ad un Angolo Bello, con la Bibbia aperta, una candela e un’icona o immagine della Madonna. Molte famiglie hanno ripreso in mano il Rosario in un’orazione che ha coinvolto tutto il territorio diocesano, contribuendo a far sentire la nostra chiesa locale come un’unica grande casa, che la sera apre
le sue porte per raccogliersi in preghiera, chiedendo la fine di questo tempo difficile, ringraziando per il dono della vita, aprendo il cuore alla speranza e alla comunione. Sono state tante le manifestazioni di apprezzamento del Rosario televisivo. Una giovane mamma racconta dell’attesa che si crea nelle sue figlie per il momento di preghiera. Attendono di vedere chi pregherà, se ci saranno degli amici, oppure se ci saranno dei bambini. Per loro è un po’ un gioco, in questo tempo di reclusione, ma un gioco bello, che fa sentire unita la famiglia e la comunità, aiutando a sentirsi meno soli e meno lontani. In fondo si sta rimettendo al centro l’essenziale, ciò che nutre e dà vita, valutando «che cosa conta e che cosa passa» come ci ha detto papa Francesco lo scorso 27 marzo.
medici
Pressante urgenza di una sanità che sia riumanizzata DI
ANDREA CORSALINI *
C
oronavirus, una parola misconosciuta fino a poche settimane fa, sta sconvolgendo ogni paradigma sanitario, sociale e politico del globo terraqueo ed ha tragicamente colto di sorpresa un po’ tutti. Si dice che la pandemia in corso sconvolgerà ogni aspetto della vita civile ma intanto qualcosa è già cambiato e forse in via definitiva, a cominciare dalla figura del medico e dal rapporto che questi ha con il paziente il quale chiede giustamente non soltanto la somministrazione di terapie, ma di essere “curato” attraverso un rapporto fatto anche di dialogo, di gesti e di parole, di delicatezza e di empatia. Un medico che torni alla sua vocazione originaria, secondo cui chi assuma l’atto della cura si piega “clinicamente” (clinico deriva dal latino clinus cioè letto) sul malato, lo ascolta cercando di capire prima di tutto l’uomo, per poi procedere all’atto propriamente medico compiuto come alla più cara delle persone: e sta avvenendo che il medico, al pari di altri operatori sanitari, liberato dai lacci della buAndrea Corsalini rocrazia, assume di buon grado questa sua rinnovata relazione con il sofferente surrogando anche alla vicinanza dei familiari, oggi impossibile. Stiamo assistendo a un processo di riumanizzazione della medicina, impegnata a curare tutta insieme la persona sia nella sua dimensione corporea sia nei suoi aspetti etici, meno visibili. Cionondimeno anche la base etica su cui si fonda l’organizzazione delle strutture sanitarie ha subito un brusco cambio d’indirizzo: le nostre battaglie a difesa di un Servizio Sanitario unico solidale universale, trovano oggi un’eco che non deve risuonare come di chi rigurgita il classico «io l’avevo detto», ma tuttavia si è compreso come alcune scelte da noi combattute siano risultate inefficaci. Pensiamo al “regionalismo differenziato” che voleva spingere verso la massima autonomia delle sanità regionali al punto da chiederne anche una certa indipendenza finanziaria. O la mancanza di reti cliniche nazionali che mina alle basi il concetto di unicità del servizio sanitario. Questa pandemia ha dimostrato che o ci si salva tutti insieme o non ci si salva affatto e che l’urto devastante del coronavirus necessita di un sistema resiliente, capace di ammorbidire uno scontro quando non può evitarlo. È questo il tempo del coronavirus, ma anche il tempo del coraggio, virtù cristiana a cui devono attingere a piene mani gli operatori sanitari: coraggio e diligenza ci porteranno fuori all’emergenza e occorreranno poi per riprendere percorsi abbandonati troppo in fretta per abbracciare sentieri impervi e per niente sicuri. * presidente Medici cattolici Marche e Macerata
Don Peppe Branchesi, primo sacerdote ucciso dal Covid-19 DI
PIERO CHINELLATO
omenica 19 aprile mattina è venuto a mancare don Giuseppe Branchesi, primo sacerdote maceratese vittima del Covid–19. Un comunicato diffuso dalla diocesi lo ha ricordato così: «don Peppe, come amava essere chiamato, ha diffuso lo stile sereno di una fede che è allegria e lode a Dio per il dono della vita. Sempre positivo e coraggioso don Branchesi ha affrontato anche la prova del coronavirus con la forza della fede e il sostegno della famiglia, di tanti amici e di tutta la comunità diocesana che in questi giorni non ha mai mancato di ricordarlo al Signore nella preghiera, insieme con tante vittime di questa epidemia». Notissimo in diocesi e anche oltre i confini maceratesi, la notizia si è subito diffusa e sono cominciati ad affluire ricor-
D
Don Giuseppe Branchesi
di e testimonianze. Ne proponiamo tre di persone che gli sono state particolarmente vicine. Il vescovo diocesano Nazzareno Marconi gli ha dedicato un pensiero trasmesso attraverso Emmetv nella serata di domenica: «Preghiamo per don Peppe ma soprattutto con lui. Coloro che muoiono nella fede sono con il Signore e sono vivi in Cristo. Siamo certi che questa è la fede del nostro don Peppe nella quale è vissuto e si è addormentato nella pace. Vogliamo accompagnarlo in questo ingresso in Cielo che speriamo per tutti i nostri cari e vogliamo chiedere al Signore che il Suo esempio continui a guidarci». Per padre Luciano Genga, guardiano dei frati minori del SS.Crocifisso di Treia, «don Giuseppe è stato un fratello e un padre, abbiamo vissuto tanti momenti insieme e la sua giovialità e generosità
Ha diffuso serenamente una fede che è allegria e lode a Dio Ha affrontato il coronavirus affidandosi al Signore mi facevano sentire sempre accolto e voluto bene; tutta la comunità ha gustato la sua presenza e ora che è arrivato alla Casa del Padre, che sempre ha servito come pastore, continuerà a vegliare su tutti quelli che ha custodito qui in terra. Ci mancherà tanto soprattutto la sua singolare estrosità, ciao don Peppe da tutti noi frati del Santuario di Treia e di Forano». Per don Gabriele Crucianelli, parroco a Porto Recanati, «la vita piena, vivace e appassionata di questo prete ha avuto due grandi amori: il Vangelo e la gente. Un’esistenza non ordinata ai suoi interessi
ma a quelli di Gesù Cristo e della Chiesa. Una vocazione sacerdotale vissuta in pienezza nelle parrocchie della zona di Treia dove ha speso tutto il suo ministero, da Passo di Treia a Treia fino alla sua amata S.Maria in Selva insieme a Camporota. Ma il ministero sacerdotale “vulcanico” di don Peppe ha spaziato poi nell’istituto di Ragioneria a Macerata dove ha insegnato per tanti anni, nei campi scuola estivi per giovani, nel movimento dei Corsi di cristianità seguito con passione, nella Coldiretti di cui è stato assistente ecclesiastico provinciale, nel mondo sportivo e oratoriano, nella dimensione caritativa e di sostegno a persone fragili, fino ad arrivare alle associazioni dei polentari a livello locale e nazionale, coinvolgendo queste associazioni in iniziative di solidarietà anche attraverso esperienze di gemellaggio con l’estero. Insomma davvero un prete di
Gesù, della Chiesa e del mondo. Essendo un po’ cresciuto con lui e avendo con lui collaborato, posso testimoniare che il suo unico interesse è stato quello di portare nel grande campo del mondo la vita nuova del Vangelo e donarla amorevolmente a tutte le persone incontrate nei suoi 58 anni di sacerdozio. Ora vorrei rivolgermi direttamente a lui: caro don Peppe, il tuo funerale ce lo immaginavamo tutti come una grande liturgia di popolo… questo virus invece ti ha fatto morire senza le premure della tua cara sorella e dei tuoi amati nipoti e con una semplice preghiera nel cimitero, ma comunque dentro l’abbraccio immenso del Signore e di tutta la Chiesa del cielo. Caro don Giuseppe, continua a camminare con noi e a spingere “i tuoi fratelli e sorelle” (come chiamavi tutti) ad amare come Gesù fino al giorno in cui ci ritroveremo in Lui per sempre».