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Una mano al territorio
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e ferite inferte dal terremoto sono lungi dall’essere sanate e L continuano a pesare sulla vita di
A cura della redazione EMMETV Via Cincinelli, 4 62100 Macerata telefono 0733.231567
molte comunità. Chi desidera contribuire sostenendo le iniziative di ricostruzione della diocesi, può farlo effettuando un bonifico a: Diocesi di Macerata–Tolentino– Recanati–Cingoli–Treia. Causale: Offerta pro terremoto. Iban: IT61Q0605513401000000011753
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MACERATA
Martedì, 19 febbraio 2019
Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia
Come negli anni scorsi, un libretto scritto dal vescovo: per ognuno dei 40 giorni un brano della Sacra Scrittura, una riflessione e il confronto con la vita di un santo
Quaresima, tempo di fede Periodo caratterizzato da tre elementi: il deserto, la Parola di Dio, la liberazione dallo Spirito del male DI
NAZZARENO MARCONI *
a Quaresima 2019 inizierà il 6 marzo, c’è ancora tempo, ma è importante cominciare a prepararsi. Nella mia esperienza pastorale mi sono sempre più convinto che il cammino di fede cresce solo nella misura in cui aumenta giorno per giorno in essenzialità, costanza e interiorità. Un momento divertente della mia vita sacerdotale fu quando, durante uno dei tanti traslochi che caratterizzano la vita di un prete, mi ritrovai tra mano un quaderno di appunti che avevo scritto 15 anni prima, nei primi mesi di sacerdozio. Pensando di diventare parroco a breve – invece ho avuto la fortuna di fare il viceparroco per ben 11 anni – vi progettavo come avrei guidato i miei fedeli, una volta “giunto al potere assoluto”. A rileggere quelle note dopo 15 anni di vera esperienza pastorale, mi sentivo come Pinocchio che, diventato finalmente un bambino vero, guarda in un angolo il burattino di legno ormai inanimato e dice: «Come ero buffo!». Il limite più evidente di quel progetto pastorale “infantile” era pensare che per far crescere la fede dei miei parrocchiani dovessi stupirli con cose sempre nuove, moltiplicare le iniziative e le azioni, contornare i fondamenti della vita di fede di “decorazioni e amplificazioni”, come se da soli non bastassero a guidare i cuori al bene. Oggi sono invece ancor più convinto che dobbiamo fare poche cose per suscitare e far sviluppare la fede, ma dobbiamo farle particolarmente bene. Per questo ho invitato la diocesi in questo anno pastorale a riflettere, sacerdoti e fedeli, sul nostro modo di vivere le celebrazioni liturgiche e in particolare la Messa della domenica. Abbiamo ribadito più volte con la forza di uno slogan che: tutti dobbiamo apprendere l’Ars celebrandi, l’arte di celebrare la liturgia, così da fare di ogni nostro momento di preghiera comune un piccolo capolavoro.
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Perciò soprattutto quest’anno vorrei che tutti mettessero impegno nell’arte di celebrare la Quaresima. La Quaresima cristiana non è solo un periodo inframezzato da celebrazioni, ma è un tempo da vivere come una grande, semplice, ma continua celebrazione della fede. Così di Quaresima in Quaresima la fede cresce, la speranza si rafforza, la carità ci apre il cuore. La Quaresima è prima di tutto un tempo da guardare unitariamente come tempo speciale di rapporto con Dio. Come Israele nel deserto
per 40 anni e Gesù nel deserto per 40 giorni, ci sono tre elementi che lo caratterizzano: il deserto, la Parola di Dio, la liberazione dallo Spirito del male. Il deserto è il luogo che, più di ogni altra esperienza, educa all’essenziale: lì impariamo il valore dell’acqua e del pane, mentre scopriamo che si può vivere senza tante altre cose che riempiono la nostra vita. Nel tempo della Quaresima, nella nostra civiltà contadina, si facevano le pulizie di Pasqua. Si buttavano le cose inutili che ingombravano la casa. La Quaresima è
un tempo di pulizia del cuore, di riscoperta di ciò che è essenziale per vivere, come l’acqua ed il pane, e di liberazione da tante “maschere” e “giocattoli” che ci rubano il tempo e ci occupano inutilmente il cuore. È poi tempo di riscoperta della Parola di Dio perché: «la Tua Parola è una luce che illumina i miei passi ed una guida sicura che mi indica il cammino» (Sal 118). La Quaresima ci rieduca all’ascolto del Vangelo di ogni giorno, come una parola preziosa che dà luce e senso a ciò che facciamo e soprattutto ci impedisce di finire fuori strada nella vita. È triste l’immagine dell’uomo che cammina sulla strada sbagliata senza accorgersene, infatti più uno si impegna a camminare e più si allontana dalla meta. La voce di Dio, che ci indica giorno per giorno la via di casa, è il dono prezioso da accogliere nel cammino di Quaresima. Infine, nel deserto della Quaresima e alla luce della Parola di ogni giorno, diventa sempre più chiaro che lo Spirito del male cerca di renderci schiavi, spesso con successo. Nulla è più triste di uno schiavo incatenato da legami così subdoli da renderlo convinto di agire in piena libertà. Ho provato una rabbia infinita quando nella mia vita ho incontrato persone subdolamente plagiate da altri. Quando l’uomo diventa un burattino dei suoi vizi, delle sue debolezze, della malizia di chi lo blandisce e lo sfrutta al tempo stesso, viene offuscato nel volto umano, il tratto che lo rende più simile a Dio: la libertà di fare il bene. Per accompagnare questo cammino quotidiano di Quaresima ho scritto, come ogni anno, un libretto che propone ogni giorno: la Parola di Dio, una riflessione su ciò che è davvero essenziale alla vita, e la vita di un santo, perché i santi sono davvero uomini liberi da cui imparare a liberarci dal male. Lo si può trovare in parrocchia e aiuta a celebrare meglio la Santa Quaresima che abbiamo davanti. Come ha insegnato papa Francesco un anno fa di questi tempi: «Sono libero? O sono schiavo delle mie passioni, delle mie ambizioni, di tante cose, delle ricchezze, delle mode? Sembra uno scherzo, ma quanta gente è schiava delle mode! Libero veramente o libero come questo mondo un po’ “schizoide” che grida: “Libertà, libertà, libertà”, ma poi è sempre più schiavo?». * vescovo
viaggio pastorale
Benedetto il cantiere dell’ex chiostro del convento di San Francesco a Montelupone
missioni. L’Argentina dà il benvenuto al vescovo in arrivo ome sempre ricordava monsignor Tarcisio Carboni, oltre a quelle marchigiane, la diocesi di Macerata ha una parrocchia anche in Argentina… da circa 50 anni la nostra chiesa locale ha lì una presenza missionaria: 30 anni nella diocesi di Morón e ora da 20 anni in quella di Comodoro Rivadavia. Una presenza che ha coinvolto vari sacerdoti, che hanno regalato una parte della loro vita presbiterale, ma anche vari laici che ci hanno accompagnato con la preghiera, con la loro generosità e alcuni anche visitandoci. L’oramai imminente visita del vescovo Nazzareno Marconi – dopo quelle di monsignor Cassulo, di monsignor Tonini, le varie di monsignor Carboni e l’ultima, nel 2011, di monsignor Giuliodori – testimonia la continuità dell’impegno missionario della nostra Chiesa locale ed è per noi un motivo di grande gioia. Un padre che visita i suoi figli, un pastore che viene a conoscere e a condividere il lavoro pastorale è qualcosa che tocca il cuore e ci fa sentire, nonostante le migliaia di chilometri di distanza, parte di una stessa famiglia. Sarà un momento un momento di gioia per le nostre comunità parrocchiali, che si sentiranno accompagnate non solo da noi sacerdoti, ma da tutta una comunità diocesana. L’incontro e il dialogo aiutano a crescere: ascoltare e condividere il camino pastorale della Chiesa maceratese sarà una ricchezza per le nostre giovani comunità della Patagonia, come anche speriamo che la vita di queste giovani comunità rappresenterà una ricchezza per voi. Infine speriamo che la presenza del vescovo Marconi aiuterà noi sacerdoti e le nostre comunità a rinnovare l’entusiasmo di camminare con Cristo, approfondire il desiderio di ascoltare la sua Parola e di crescere nella comunione. don Alberico, don Sergio, don André
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Benedetto dal vescovo di Macerata Nazzareno Marconi il cantiere per i lavori di rifunzionalizzazione dell’ex chiostro del convento di San Francesco, nel Centro storico di Montelupone. L’opera si pone in sinergia con la recente riapertura al culto dell’annessa chiesa a opera dell’Amministrazione comunale. I locali oggetto dell’intervento saranno al servizio delle attività pastorali e fungeranno anche da casa canonica della parrocchia dei santi Pietro e Paolo. Coinvolti professionisti – tra i quali l’architetto Claudio Cardinali – e
imprese del territorio. Un segno di speranza che si concretizza, reso possibile da fondi privati in parte provenienti dall’8x1000 alla Chiesa cattolica italiana e parte frutto di offerte e piccoli risparmi della parrocchia. La fine dei lavori, che verranno eseguiti dall’impresa Edile Sollini,
prevista entro 120 giorni. Alla cerimonia hanno partecipato anche il parroco don Gianfranco Ercoletti (nella foto, col vescovo), l’Ufficio diocesano per il sisma e i progettisti. Presente il sindaco Rolando Pecora, accompagnato dal dirigente tecnico comunale. (A. Moz.)
Malati, giornata per crescere tutti nella gratuità a XXVII Giornata Mondiale del Malato che abbiamo vissuto lunedì 11 febbraio scorso, mette in luce il senso del dono gratuito attraverso il ricordo delle parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Dio ci ama non per qualcosa che abbiamo fatto, per guadagnare il suo amore, ma perché egli, in totale libertà, ha deciso di amarci. È proprio questa la differenza che c’è fra avere un dono e ricevere un premio. Quest’ultimo è meritato, dipende dalle mie capacità e competenze, dai miei meriti, ma il dono invece è qualcosa di immeritato, non aspettato, ricevuto gratis, a “ufo” come da qualche parte a Roma o in Toscana si dice. Non do nulla e invece ricevo tutto o qualcosa che mi supera, e va oltre le mie aspettative. Oggi però è diventato molto difficile pensare di avere qualcosa in cambio di nulla: tutto dev’essere conquistato, anche una parola gentile, un’espressione di gratitudine, un segno di affetto e tutto ciò procura solo ansia e tanta inquietudine. Il teologo e psicanalista Peter Schellenbaum parla della mancanza di amore come della ferita più grave che si possa infliggere a un essere umano. La fortissima inclinazione a cercare riconoscimenti, ammirazione, popolarità e fama è radicata nella paura che, senza di essi, siamo senza valore. Si potrebbe chiamarla la “commercializzazione” dell’amore. Niente per niente, neppure l’amore. Eppure ogni cosa che Gesù ha fatto, detto e subìto è intesa a dimostrarci che l’amore al quale più aneliamo ci è dato da Dio, non perché lo meritiamo, ma perché Dio è un Dio d’amore. Ed è su questa base che ci si auspica di continuare ed approfondire sempre di più la relazione tra medico e paziente, l’esperienza più grande attraverso la quale ci si avvicina all’altro, riconoscendo la propria e altrui fragilità, l’individualità, la stima reciproca. La malattia è sempre una esperienza regressiva, che coinvolge il malato e il medico sul terreno di una angoscia che ha un orizzonte di morte o di separazione, che non può non essere considerata. Su uno sfondo del genere si crea una intimità fisica ed emotiva inconsueta, che però è tipica della relazione tra medico e paziente. Mettersi al servizio dell’altro non è una condizione gratuita, ma un dare e ricevere biunivoco in cui sia il malato, sia l’operatore sanitario beneficiano entrambi di tutta l’energia e l’amore dell’essere umano. La sfida educativa oggi è lavorare in modo che siamo capaci di educare i nostri ragazzi alla gratuità. Il rapporto d’amore che vivremo assieme alle future generazioni si gioca nel presente amoroso con cui ci rapportiamo e cresciamo i nostri figli, nipoti e ragazzi in famiglia, scuola e parrocchia. don Juan Carlos Muñoz Cáceres
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videogiochi. Quel mondo virtuale che affascina e inquieta DI
GIANCARLO CARTECHINI
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con questo sono cinque kill, raga! Ma come avrò fatto, non ho faitato più di tanto… Quelli erano proprio nabbi, o forse era il programma che laggava…». Se avete difficoltà a comprendere queste parole, o ignorate la differenza che corre tra una visione in soggettiva e una in terza persona, vuol dire che anche voi siete dei nabbi senza speranza: incapaci di distinguere se vostro figlio sia stato risucchiato nel mondo di “Fortnite” o in quelli di “Hitman”, “Apex Legend”, o “Rainbow Six”. Lo osservate mentre impugna il controller: i lineamenti sono contratti, illuminati di riflesso dalla luce dello schermo. La postura del corpo è rigida, il tono della voce alterato. I rumori delle esplosioni gli giungono attraverso le cuffie da gaming, così come le voci degli amici con i quali sta giocando
Secondo le statistiche gli adolescenti trascorrono online quotidianamente dalle 7 alle 13 ore
online. All’esterno trapela ben poco. È solo un ragazzo, seduto di fronte al monitor. Nei momenti di silenzio potete udire il rumore prodotto dalla ventola di raffreddamento della console. Ma la ventola, come voi, appartiene a quel mondo reale che vostro figlio ha abbandonato per volare altrove. Ecco, è proprio questo il problema che vi inquieta: siete tagliati fuori dall’avventura che lo ha catturato. Irrimediabilmente esclusi. Rappresentate soltanto una voce sgradita che a volte, dall’esterno, lo richiama al rispetto delle regole dettate per cercare di limitare il tempo di gioco. D’altronde il ruolo di guardiani vi si addice poco. Qualcosa, dentro di voi, vi suggerisce di indossare la cuffia, prendere il control-
ler in mano e provare, almeno una volta, a entrare insieme a lui nell’avventura: paracadutarsi nell’isola, avanzare con circospezione, scovare i nemici prima che loro scovino voi. È un attimo, e ci siete dentro fino al collo. Catturati, anche voi, dall’incessante sequenza di suoni e immagini che vi assalgono. Alcune ricerche scientifiche hanno scoperto che i videogiochi attivano la parte frontale sinistra del cervello, stimolando la produzione di dopamina. È lo stesso effetto osservato in chi assume droga, al punto tale che si è arrivati a parlare di cocaina digitale. I giochi “sparatutto”, in particolare, prendono in ostaggio la mente degli adolescenti, danno un senso di onnipotenza, fanno credere loro di poter fare qualunque
cosa, senza pagarne le conseguenze. Eppure altre ricerche hanno messo in luce come, proprio attraverso i video giochi, all’interno delle relative comunità virtuali, i più giovani sviluppino capacità di interazione sociale. Pianificano strategie, si attivano per risolvere problemi, esprimono con maggiore facilità il proprio pensiero creativo, al punto tale che si sta pensando di sfruttare le capacità di coinvolgimento di questi strumenti anche per finalità didattiche. Le statistiche dicono che gli adolescenti trascorrono online dalle 7 alle 13 ore: anche questo dato vi spaventa. Ma poi pensate che gli adulti hanno raggiunto lo stesso grado di dipendenza. Incapaci di resistere al fascino dei social media, impantanati nel traffico web, eppure chiamati a vigilare sui loro figli. Con lo stesso inconfessabile sogno di un arbitro baro: gettare il fischietto alle ortiche e calciare in porta, almeno una volta, quel benedetto pallone…
Martedì 19 febbraio 2019
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Nelle università sempre più studenti indiani A
Export macchine da caffè, l’espresso di Nuova Delhi arriva dal Chienti n India il tè è la bevanda più nota e consumata. Anche il caffè è molto popolare nella parte meridionale del Paese, ma si tratta di una miscela molto diversa da quella a cui siamo abituati in Italia. Da alcuni anni, però, ad insidiare il “primato” del tè e del caffè preparati secondo i tipici gusti indiani, si sta facendo strada l’espresso italiano che – specialmente nei grandi centri – sta incontrando un crescente apprezzamento, specie dai giovani. A questa “occidentalizzazione” dell’India nel consumo del caffè contribuisce anche una nota azienda maceratese, da anni leader mondiale nella produzione di macchine per caffè espresso. Dallo stabilimento Simonelli di Belforte del Chienti partono mediamente
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un migliaio di macchine l’anno. Si tratta di macchine professionali destinate ad hotel, ristoranti e coffee–shop di catene indiane e internazionali. Tra i produttori italiani di macchine per caffè, l’azienda maceratese è quella col maggior volume di export verso l’India. «Abbiamo iniziato oltre dieci anni fa – ci dice l’ingegnere tolentinate Piergiorgio Cannara, responsabile dell’area asiatica di Simonelli Group – esportando macchine superautomatiche, quelle cioè dove la tecnologia consente a chiunque di preparare un caffè espresso o un cappuccino. Ora che i baristi indiani hanno iniziato ad acquisire la necessaria formazione, vendiamo in India anche le stesse macchine che troviamo comunemente nei locali italiani». (Ale.Fel.)
La comunità cristiana maceratese nel corso degli ultimi decenni ha visto crescere il numero dei fedeli
credenti. Sono 200 persone, unite tra loro e integrate. La Messa domenicale all’Immacolata e la devozione per sant’Antonio da Padova DI
Studente
Presenza favorita dai numerosi corsi in lingua inglese
nche le due università del Maceratese contano una nutrita rappresentanza di studenti indiani e l’ateneo di Macerata due anni fa ha sottoscritto un accordo di cooperazione internazionale con l’università di Jammu, città della parte più settentrionale dell’India, non lontana dal confine con il Pakistan. La presenza di studenti provenienti dall’India è cresciuta negli ultimi tempi e in questo anno accademico 2018–2019 31 sono iscritti a Camerino e 21 a Macerata. A Camerino il gruppo più numeroso (21 studenti) è equamente diviso nei due corsi di laurea della Scuola di Bioscienze e Medicina veterinaria. Due studenti frequentano la scuola di dottorato e gli altri si dividono tra le facoltà di Informatica, Chimica, Fisica e Scienze della Terra, dove sono presenti corsi erogati completamente in lingua inglese. La possibilità di seguire i vari insegna-
menti in lingua inglese è una grande opportunità che i due atenei offrono agli stranieri. Più della metà dei ventuno studenti iscritti all’università di Macerata, infatti, sta frequentando quest’anno il corso di laurea magistrale in “International tourism and destination management”, attivo presso il dipartimento di Scienze della formazione, dei beni culturali e del turismo. Uno studente, già laureato in India, sta frequentando la scuola di dottorato in Economia e gli altri si dividono tra le altre facoltà. Tra loro anche tre ragazzi di famiglie indiane che vivono stabilmente nel Maceratese da diversi anni. L’accordo di cooperazione di durata quinquennale che il rettore di Macerata, Francesco Adornato, ha sottoscritto con il collega dell’ateneo di Jammu, Ashok Aima, ha per oggetto l’ambiente naturale e paesaggistico da studiare sotto l’aspetto socio–economico, culturale e turistico. Flavia Stara, ordinario di Filosofia dell’edu-
provenienti da altri Paesi e anche continenti Cominciamo a conoscere il gruppo di origine indiana
«Noi cristiani venuti dal Kerala»
ALESSANDRO FELIZIANI
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a comunità indiana stabilmente residente a Macerata e dintorni conta 47 nuclei familiari per complessive circa duecento persone. La maggior parte è presente ormai da molti anni – alcuni addirittura da più di venti – ed è ben integrata nella realtà locale. Gli uomini lavorano principalmente nell’agricoltura o nelle fabbriche della zona. Alcuni fanno anche i badanti per gli anziani infermi o che vivono soli, mentre le donne sono per lo più dedite ai servizi domestici o, anche loro, impegnate come badanti. Provengono quasi tutti dalle regioni più meridionali dell’India, dove è prevalente la popolazione di religione cristiana. La presenza di uno o più sacerdoti indiani nella diocesi di Macerata ha sempre consentito alla comunità indiana di ritrovarsi settimanalmente in chiesa e celebrare i sacramenti. Anche questo ha contribuito a tenere unita la comunità quale aiuto reciproco nel necessario sforzo di integrazione. Dallo scorso autunno il loro padre spirituale è don Philsondas Yesudasan, 40 anni, proveniente dalla regione del Kerala dove ha frequentato il seminario fino all’ordinazione sacerdotale avvenuta nel 2009. Dopo un periodo di studi a Roma anche per perfezionare la lingua italiana, don Philsondas è stato assegnato alla comunità indiana di Macerata e per i suoi connazionali celebra ogni domenica la Messa secondo il rito latino nella cripta della parrocchia dell’Immacolata. Per i suoi connazionali don Philsondas, che durante la settimana aiuta nell’attività parrocchiale don Franco Pranzetti presso la parrocchia di San Vincenzo Maria Strambi a Piediripa, è un punto di riferimento e di contatto anche con la terra di origine. «Il rapporto con le famiglie in India è sempre molto forte – ci dice don Philsondas –. Alcuni, che sono venuti in Italia con i loro figli più piccoli, hanno lasciato una parte della famiglia in India e almeno una volta l’anno cercano di potersi riunire tutti insieme per alcuni giorni. Nel prossimo mese di maggio, ad esempio, molti indiani che vivono qui potranno riab-
cazione presso il dipartimento di Scienze della formazione e dei beni culturali è la coordinatrice da parte italiana del progetto la cui predisposizione è stata favorita dal programma europeo “Marie Curie” volto a sostenere la mobilità geografica, intersettoriale e interdisciplinare dei ricercatori. Attraverso attività di ricerca e didattiche (seminari e workshop) le due università hanno individuato obiettivi di comune interesse tra cui quelli volti ad identificare le omogeneità tra la regione himalayana indiana e le catene montuose italiane, analizzando in particolare il patrimonio culturale dell’Himalaya indiano e dell’Appennino centrale. «I risultati che possiamo attenderci al termine di questo percorso di ricerca condivisa – ha detto la professoressa Stara – sono l’individuazione di percorsi di potenziamento turistico–culturale e lo sviluppo di nuovi paradigmi educativi». (Ale.Fel.)
il santo bracciare genitori e nonni che verranno a Macerata per celebrare insieme a figli e nipoti la festività di San Antonio da Padova che in molte regioni dell’India è venerato quale patrono e protettore dei pescatori e degli uomini che lavorano in mare». Il senso religioso è molto forte tra gli indiani e parecchi frequentano la chiesa anche quotidianamente, in genere la sera dopo il lavoro. Un altro momento vissuto come molto importante per gli indiani, che si trasforma anche in occasione di festa e momento di forte aggregazione, è in ottobre per la celebrazione delle Madonna del Rosario. Per la ricorrenza, anche a Macerata sono in programma incontri di preghiera per dieci sere consecutive che si concludono con una grande festa per tutta la comunità. Diversi indiani presenti a Macerata provengono da una zona particolare del Kerala – il Malabar – di religione cattolica, ma di rito siro–malabarese e per loro mensilmente viene da Roma un sacerdote che celebra la Messa domenicale secondo tale liturgia orientale la cui origine risale al IV secolo.
Fra Tommaso da Tolentino primo «ponte» col subcontinente l primo “ponte” di evangelizzazione tra la comunità cristiana del Maceratese e l’India risale agli inizi del Trecento per opera di un missionario francescano di Tolentino, fra Tommaso, il quale – dopo essere stato missionario in Armenia – concluse la sua vita terrena nel 1321 con il martirio a Thana, una località a nord di Mumbai. L’India non era la meta della sua opera missionaria, ma fu costretto a fermarsi sulla costa occidentale indiana durante un viaggio, con meta finale la Cina, che aveva intrapreso insieme a tre suoi confratelli, Giacomo da Padova, Pietro da Siena, Demetrio da Tifliz e al domenicano Giordano da Severac. Tutti e cinque furono crudelmente uccisi per ordine di un capo musulmano locale. I loro corpi furono in seguito riesumati dal francescano Odorico da Pordenone e sepolti in Cina. Nella cattedrale di San Catervo a Tolentino si conservano le reliquie ossee della testa di Tommaso, riportate in Italia nello stesso XIV secolo da un mercante pisano. Nel 1894, Leone XIII approvò il culto a fra Tommaso col titolo di beato. (Ale.Fel.)
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Don Philsondas dopo la Messa domenicale all’Imma– colata
Don Ignazio con i suoi familiari, il vescovo Claudio Giuliodori e altri sacerdoti nel giorno della sua ordinazione a Macerata il 12 maggio 2012
Don Ignazio, percorso nei luoghi di Matteo Ricci a bambino quando ascoltavo mia madre che pregava il Signore affinché uno dei suoi sette figli potesse diventare sacerdote, io mi rivolgevo a Gesù perché non scegliesse me, ma uno dei miei fratelli maggiori. Invece il prescelto sono stato proprio io e all’età di 17 anni ho sentito forte la vocazione, decidendo di entrare nel seminario nella mia diocesi di Karwar». A raccontare questo aneddoto personale è don Iagnesh Shantappa Konganawor, 40 anni ancora da compiere, sacerdote indiano incardinato nella diocesi di Macerata, attualmente parroco a San Donato di Montefano. La storia di don Ignazio – così lo chiamano familiarmente quanti lo conoscono – si pone su una sorta di “via del ritorno” dell’opera di evangelizzazione tra Macerata e l’Oriente, iniziata con il beato Tommaso da Tolentino all’inizio del XIV secolo e proseguita per secoli da tanti altri missionari, in particolare da padre Matteo Ricci. Proprio con il gesuita maceratese il “cammino” di don Ignazio ha delle curiose coincidenze. Cresciuto nella regione meridionale del Karnataka, il giovane Ignazio non è stato attratto dalla modernità della vicina città di Bangalore, centro della “Silicon Valley” dell’India, ma la sua prima meta dopo gli studi
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nel seminario della propria città natale, Kirwatti, è stato il seminario diocesano “Redemptoris Mater” di Macerata, da dove è ripartito per un primo breve periodo di “itineranza” di nuovo in India. Destinazione Goa, la piccola regione sulla costa occidentale, antico avamposto portoghese dove Matteo Ricci giunse nel 1578 trattenendosi fino all’ordinazione sacerdotale nel 1580, per poi riprendere il suo viaggio verso la Cina. Anche don Ignazio da Goa è partito per la Cina, dove è rimasto tre anni, prima di ritornare a Macerata per l’ordinazione sacerdotale avvenuta il 12 maggio 2012 nella cattedrale di San Giuliano. Prima di ricevere l’incarico parrocchiale a Montefano, don Ignazio ha svolto opera di apostolato nella diocesi di Genova. «In Italia – ci dice – sono oggi presenti molti sacerdoti indiani come me. Dall’Italia e dall’Europa le popolazioni indiane hanno ricevuto molto e continuano a ricevere in termini di fraterna solidarietà e l’India in questi ultimi anni ha restituito e continua a restituire vocazioni, anche se ultimamente pure da noi si nota una diminuzione. Lo Stato non agevola le famiglie numerose e nelle case cresce il tempo trascorso davanti alla tv a discapito di quello dedicato alla preghiera». Alessandro Feliziani
solidarietà
Offerte per gli alluvionati er tutto il periodo natalizio in molte parrocchie delle diocesi si è svolta una raccolta di fondi a favore delle popolazioni del Kerala, stato tropicale che si estende lungo la costa sud–occidentale dell’India, dove lo scorso mese di agosto quasi un milione e mezzo di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case a seguito di una alluvione provocata da violente piogge monsoniche che hanno portato morte e distruzione. L’iniziativa, coordinata dalla Caritas diocesana e aperta con un fondo di mille euro messo a disposizione dal vescovo Nazzareno Marconi, si è conclusa a fine
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gennaio. Le somme raccolte – complessivamente più di trentamila euro – sono state devolute alla diocesi di Punalur, guidata dal vescovo Selvister Ponnumuthan. La Caritas ha individuato tale diocesi in quanto da essa provengono molti degli indiani residenti a Macerata. Anche se la parte più consistente della somma complessiva è frutto della raccolta attivata dalle parrocchie, non sono mancate le offerte – anche cospicue – arrivate da persone singole e da associazioni, come ad esempio il Sermit di Tolentino. La stessa comunità indiana di Macerata non ha fatto mancare il proprio contributo. (Ale.Fel.)
«Please sound»: la solidarietà che cambia tante vite D
Giuseppina Mogetta con una bimba indiana
al desiderio di compiere da turisti un viaggio per conoscere quella terra lontana, per anni sognata, è scaturita sette anni fa una piccola sorgente che porta concreta speranza di riscossa a persone destinate a rimanere ai margini della società. È quanto accaduto nel 2012 a una coppia di Macerata, Giuseppina Mogetta, insegnante in pensione, e a suo marito, Ottorino Ricci, anche lui oggi pensionato, che da quella esperienza turistica hanno tratto il germe per affrontare – nonostante l’età non più giovane – una nuova vita a servizio dei più diseredati. Rimasti durante quel viaggio profondamente toccati da situazioni di estrema povertà e da condizioni di emarginazione sociale,
una volta rientrati a Macerata hanno deciso di prendere un’iniziativa per portare sostegno alle popolazioni più povere dell’India. È nata così l’associazione “Please sound: diritti per tutti” (www.pleasesound.org), una onlus con sede a Sforzacosta di Macerata che oggi conta venticinque volontari «tutti accomunati – tiene a sottolineare Giuseppina Mogetta, che ne è il presidente – da forti ideali che affondano le radici nel Vangelo». L’azione intrapresa da “Please sound” è rivolta a donne e bambini, cioè a coloro che sono più esposti a subire le conseguenze di una cultura sociale poca attenta ai diritti umani dei più deboli e dove in diverse zone sussi-
ste ancora un tipo di organizzazione in cui vigono regole di sottomissione fisica e psicologica. «I nostri interventi – spiega la rappresentante della onlus – sono concentrati nella regione di Kalvarayan Hills, una zona montuosa nel meridione dell’India, distante circa duecento chilometri dalla costa orientale, la cui popolazione vive sparsa in 165 piccoli villaggi costituiti principalmente da case di terra e paglia. Il pericolo per queste famiglie, e soprattutto per i loro figli, è quello di emigrare nelle periferie delle grandi città dove rischiano di diventare “schiavi” per sempre». Giuseppina Mogetta segue personalmente i progetti che l’associazione maceratese finanzia con i fondi raccolti e che sono attua-
ti d’intesa con due partner indiani. Attraverso la “Intact school” sono costantemente attivate adozioni a distanza di bambini e bambine indiani (240 euro la donazione annuale, detraibile per un terzo dal reddito) che permette loro di frequentare una valida scuola e acquisire buone abilità culturali pur restando nella propria terra. Con il partner indiano Dhan, l’associazione maceratese realizza progetti dedicati all’emancipazione femminile, «nel tentativo di offrire alle donne indiane un futuro che non dipendesse solo dal benvolere dei loro mariti, ma che facesse di loro dei soggetti autonomi, con in mano un mestiere, una competenza, una utilità per sé e per la propria famiglia». Oltre a impa-
rare a cucire, viene insegnato loro ad allevare il bestiame e le api per arricchire la loro dieta, basata quasi esclusivamente sul riso e, come tale, non sufficientemente nutriente, per affrontare meglio le gravidanze e per offrire ai propri figli alimenti più completi, quali la carne, il miele, le uova. Con i fondi raccolti in questi anni “Please sound” ha potuto finanziare anche l’attivazione di un campo medico, quale supporto sanitario che consente di visitare centinaia di persone. Tutto questo – ricorda Giuseppina Mogetta – continua a essere possibile grazie al lavoro dei volontari e al contributo di molti marchigiani che hanno compreso il messaggio di solidarietà di “Please sound”. (Ale.Fel.)
Martedì 19 febbraio 2019
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Argentina: 50 anni di collaborazione missionaria DI
ALBERTO FORCONI
a diocesi di Macerata è presente in L Argentina con tre suoi sacerdoti (don Alberico Capitani, don Sergio Salvucci,
La visita del vescovo Giuliodori e alcuni sacerdoti nel 2011
A marzo il vescovo Marconi, accompagnato dal vicario generale don Andrea Leonesi e da don Alberto Forconi visiterà i luoghi della presenza dei missionari maceratesi
don Luis André De Oliveira) ma la nostra presenza in quelle latitudini risale al 1965. Durante lo svolgimento del Concilio Vaticano II il vescovo di allora Silvio Cassulo si incontrò con il vescovo della diocesi di Morón, periferia di Buenos Aires, che gli presentò la situazione della sua diocesi con due cifre: settecentomila abitanti con solo cinquanta sacerdoti. Stimolati dal fervore missionario che il Concilio stava trasmettendo ci si domandò: perché non collaborare con quella diocesi che soffre tanta scarsità di sacerdoti in una nazione dove sono emigrati tantissimi marchigiani? Quasi tutte le diocesi marchigiane si mobilitarono inviando qualche
sacerdote Fidei Donum, ossia prestato temporaneamente a una diocesi scarsa di clero. Noi abbiamo avuto la possibilità e la grazia di iniziare e di perseverare.... In questi cinquantaquattro anni si sono resi disponibili a questa missione una ventina di sacerdoti; attualmente sono tre presenti nella diocesi di Comodoro Rivadavia, nella zona meridionale dell’Argentina, la Patagonia. La città dove stanno operando si chiama Puerto Madryn e conta circa centocinquantamila abitanti, praticamente tutti affidati ai nostri tre sacerdoti. Geograficamente la città si trova sulle rive dell’Oceano Atlantico, vicino alla penisola Valdés, famosa per la singolare presenza di ogni genere di fauna: pinguini, balene, lupi marini, guanacos... ma se da una parte c’è turismo, dall’altra c’è tantissima
immigrazione proveniente soprattutto dal Paraguay, dalla Bolivia, dal Perù, oltre che dall’interno dell’Argentina. Nella periferia i quartieri crescono a vista d’occhio. Aumentano anche i problemi umani e religiosi. Una buona parte della popolazione è sradicata dalla propria terra, dalle proprie tradizioni, dalla propria religione... La presenza e la crescita delle sette religiose di taglio protestante è impressionante, come anche ogni tipo di povertà. I nostri tre sacerdoti si dedicano alle tre parrocchie centrali loro affidate e nello stesso tempo devono pensare alle varie chiesette che sono state costruite ultimamente nei quartieri più lontani. Non meno lavoro va dedicato ad altre chiesette da costruire in periferia perché almeno ogni grande quartiere abbia un punto di riferimento per le celebrazioni, il catechismo, la Caritas... Abbiamo iniziato la missione argentina
in periferia di Buenos Aires, nella diocesi di Morón, ma dopo venticinque anni il vescovo Tarcisio Carboni ci suggerì di trasferirci in una zona ancora più bisognosa di sacerdoti, dove appunto siamo ora. I vescovi di Macerata hanno seguito da vicino il lavoro missionario e si sono recati di persona in quelle terre. Nel prossimo mese di marzo sarà là il nostro vescovo Nazzareno Marconi insieme al vicario generale don Andrea Leonesi e a chi scrive. Con loro tutta la diocesi avrà l’occasione di un nuovo respiro missionario, quello che papa Francesco ci raccomanda continuamente. Per saperne di più: “Quaranta anni della missione in Argentina”: libro con storia, aneddoti, avventure e tantissime foto della missione argentina scritto da don Frediano Salvucci. Reperibile presso la libreria P. Matteo Ricci, come anche nella parrocchia S. Croce di Macerata.
Chi ritorna, per respirare ancora grandi sacrifici, la vive per la una volta quell’atmosfera prima volta: la Gmg diventa straordinaria, e chi, spesso con per tutti una pietra miliare
«A Panamá per una vita che si rigenera» DI
DAVIDE FIORITI
H
o 20 anni e sono di Tolentino. Faccio parte della comunità “Regina della Pace” del Rinnovamento nello Spirito Santo da quando sono nato, ma ho scelto di farne parte attivamente da 9 anni, dopo aver constatato la bellezza di vivere la fede insieme a fratelli che ti sostengono e ti amano. Nel 2016 ho vissuto una delle esperienze più importanti e rivoluzionarie della mia vita alla Gmg di Cracovia. Lì ho sperimentato in misura del tutto speciale l’amore che Dio ha riversato nella mia vita. Tornato dalla Polonia il mio sogno era di riuscire a partecipare a Panamá nel 2019 e portare con me qualcuno per fargli vivere la stessa forte esperienza. Le paure erano tante, poiché viaggiare fino all’altra parte del mondo richiedeva una spesa ingente; per non parlare poi del fatto che gennaio è un mese pieno di impegni per i giovani italiani (scuole, università, ecc…). Mentre aleggiavano in me sogni e preoccupazioni, Greta, una cara amica e sorella del Rinnovamento che non era riuscita a partecipare alla Gmg del 2016, mi propone un inaspettato quanto meraviglioso progetto per racimolare fondi per partire ed io accettai subito insieme a Giulia, la mia fidanzata nonché sorella di cammino. Perciò dopo pochi mesi iniziammo a vendere delle T–shirt da noi ideate, cercando di far passare attraverso di esse, con uno stile giovanile, messaggi cristiani, in modo tale da rendere questa modalità per raccogliere fondi anche uno strumento di evangelizzazione. Col passare del tempo abbiamo visto pian piano il nostro sogno concretizzarsi, grazie alla generosità delle persone che ci hanno sostenuto sia nell’acquisto delle nostre magliette, sia nel sostegno puro, senza chiedere nulla in cambio. Questo è stato il primo dono della mia Gmg: ho potuto toccare con mano cosa significa essere cristiani nella vita, non solo a parole, e l’ho potuto vedere soprattutto negli altri; riguarda l’avere cura del prossimo che ti si presenta innanzi, a volte magari senza
Il vescovo Nazzareno Marconi a Panama con i ragazzi provenienti dalla diocesi di Macerata che hanno preso parte alla Gmg
«L’esperienza non è finita, ma continua se riusciamo a portarla nelle nostre realtà di vita quotidiana» nemmeno conoscerlo, e aiutarlo a realizzare il suo sogno concretamente, oltre che con la preghiera. È questo poi che ci spinge, che mi spinge, a fare lo stesso poi con chi mi “chiederà una mano”: donare senza aspettarsi nulla. Vedendo quindi la generosità dei fratelli io, Giulia e Greta stavamo comprendendo sempre più che quello che prima era solo un sogno stava diventando realtà e perciò prendemmo coraggio e decidemmo di partire, consapevoli che avremmo perso esami all’università e che non conoscevamo nessun altro del gruppo Marche che partiva per Panama. Per una serie di circostanze fummo costretti a
partire dopo il gruppo, raggiungendo direttamente Panama, dove li abbiamo aspettati, mentre loro erano a Las Tablas, città dove hanno vissuto giorni stupendi di “gemellaggio” e dove hanno sperimentato un primo assaggio dell’accoglienza panamense. Da lì in poi, questa Gmg è stata per me un continuo susseguirsi di emozioni e pensieri sempre diversi e nuovi, che hanno messo in discussione il mio “essere cristiano”. Ho avuto modo di conoscere, soprattutto nel gruppo delle Marche, persone profonde, vere e schiette, con le quali ho potuto confrontarmi e condividere le difficoltà della vita di tutti i giorni e con le quali si è
Sud America, giovani di Puerto Madryn: più di 50 ore per arrivare dal Papa Gmg di Panama hanno partecipato anche dei giovani AdillaPuerto Madryn, la città della Patagonia argentina dove Macerata è presente con tre sacerdoti Fidei donum, cioè missionari che rimangono appartenenti al clero diocesano. Ecco come i giovani hanno raccontato la loro esperienza. Come vi siete preparati per partecipare alla Gmg? Ci siamo preparati con il materiale proposto nel sito della Gmg. Abbiamo organizzato gli incontri proposti accordandoci tra di noi in base alle disponibilità dei partecipanti. In quanti siete partiti? Siamo partiti in 11 dalla nostra comunità di San Cayetano insieme ad altri due giovani delle parrocchie cittadine: Sagrada Familia e Sagrado Corazon de Jesùs. Come vi siete finanziati? Il finanziamento è arrivato da diverse strade, alcuno hanno pagato il proprio biglietto aereo mentre altri siamo stati
creato un rapporto di fratellanza anche se si vive distanti; credo che la Grazia di Dio si veda anche in queste curiose quanto stupende particolarità: diventare da compagni di viaggio a fratelli nella fede in una settimana non è traguardo scontato. Come in tutte le esperienze che ho vissuto c’è stato un momento rimasto nel cuore più degli altri e che vado ad aggiungere al quadro che Dio sta dipingendo della mia vita. In particolare durante l’Adorazione eucaristica con il Papa, ho avvertito davanti al Santissimo (anche se molto distante) una pace e una serenità sconfinate; mi sono sentito amato e desiderato profondamente da
aiutati dalla comunità. Inoltre per sostenere l’iscrizione di tutti i pellegrini ci siamo dati da fare vendendo sorrentinos (tipo di pasta ripiena simile ai ravioli, Ndr), cannelloni, pizze, budini e pollo al disco (pollo preparato in umido insieme a diverse verdure, Ndr). Abbiamo anche organizzato degli eventi come un “mate bingo” (tombolata mentre si beve il mate – bevanda tipica argentina, Ndr) con diversi premi in palio e una fiera dove abbiamo messo in vendita diversi prodotti. Quanto è durato il viaggio? Considerando i vari scali sia a terra che tra gli arei ci abbiamo impiegato più di 50 ore. Siamo partiti dalla nostra città mercoledì 16 febbraio e siamo arrivati a Panama il
Dio, nonostante le mie insicurezze, i miei peccati e il mio non accettarmi per come sono. Come si dice sempre, la Gmg non finisce, ma continua se la si porta nelle proprie realtà di vita quotidiana, così, poiché questo non sia per me solo un motto ma uno stile di vita, chiedo al Signore di aiutarmi per scegliere ogni giorno di seguire il Vangelo, di portare al prossimo la gioia e l’amore che ho sperimentato a Panama come in molte altre esperienze e mi dia il coraggio di dire sempre, con Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Ci vediamo a Lisbona!
mattino presto di sabato 19. Il primo primo tratto di strada l’abbiamo percorso via terra, da Puerto Madryn a Mendoza (più di 1.500 km); da lì abbiamo preso gli aerei facendo scalo a Lima, Bogotà e Panama. Siamo rientrati a Puerto Madryn il 2 febbraio. Qual è il ricordo più importante di questo evento? ISenza dubbio quello di aver condiviso l’amore di Dio e di nostra Madre Maria, nonostante la diversità di lingue, culture o Paesi. Personalmente il momento più commovente è stato il messaggio del Papa durante la veglia e l’adorazione di quella notte. Come siete stati ricevuti a Panama? Siamo stati accolti in modo attento e affettuoso, con grande allegria. Tutto il popolo panamense si è dimostrato sempre disponibile ad aiutarci, non solo i volontari. Tutti sono stati attenti e servizievoli. E come siete stati accolti al rientro? Sia le nostre famiglie che l’intera comunità ci attendevano con una grande aspettativa circa l’esperienza che avevamo fatto, con molto amore e felicità. Alberico Capitani
Giornate vissute letteralmente «dietro le quinte» DI GABRIELE PEDICINO
S
tavolta la mia è stata una Gmg dietro le quinte. Ho partecipato alla Giornata Mondiale di Tor Vergata, di Madrid e di Cracovia sempre portando con me un nutrito gruppo di ragazzi. Ho vissuto quei giorni con tante responsabilità e problemi, con fatica e ritmi serrati, sotto la pioggia e sotto il sole, a volte, come a Madrid, dormendo per una settimana all’aperto, a volte, come a Cracovia, correndo all’ospedale da campo perché qualcuno non ce la fa più e sviene. Le Gmg però sono state per me anche una rivelazione, ogni volta! Mi hanno aiutato a credere che davvero la Chiesa è giovane e universale, che chi crede non è mai solo, che i giovani, quando sono ben guidati ed orien-
tati, possono compiere “rivoluzioni” nella loro vita e nel mondo. L’ascolto del Papa, le catechesi con i vescovi, il conoscere giovani di altre nazioni, lo scambio di bandiere, le foto, i canti e le danze lasciano ricordi indelebili nel cuore! Anche questa volta ho sperimentato tutto questo! Unico rappresentate degli agostiniani italiani a Panamá – dove però ho incontrato tanti confratelli di altre parti del mondo, non ultimo l’arcivescovo della città –, ero lì in veste di assistente spirituale della Band The Sun. Perciò, pur avendo poco tempo libero e orari serrati, non ho dovuto badare a un gruppo di giovani, non ho potuto partecipare alle catechesi e mi è mancato un po’ l’assistere alle processioni di giovani che per via raccontano la loro gioia e fan-
no baccano. Le mie giornate sono trascorse dietro le quinte, sono quasi diventato in quei giorni “un cappellano del palco”. Come non mi era mai successo, ho assistito comodamente e sempre da vicino a tutte le celebrazioni, anche a quelle papali, e soprattutto ho scoperto un’altra faccia della Gmg, quella di chi organizza! Dietro all’accoglienza dei giovani c’è tanto lavoro, ci sono molte persone e molta passione. Ho visto l’impegno degli organizzatori, dei volontari, la dedizione degli artisti, che si preparano tante ore prima di un’esibizione con amorevolezza e serietà. Ho scoperto la grande macchina organizzativa e mi sono ricreduto anche sui disagi che si possono verificare e che innescano lamentele e critiche,
ma forse senza conoscere fino in fondo la complessità connessa a un evento del genere. Non posso poi non evidenziare la generosità, il calore, l’amore con cui siamo stati accolti. Si è respirata la gioia dell’accogliere, la festa di chi è contento di averti a casa sua, la fede di chi ancora crede al Vangelo come priorità per la sua esistenza. Inevitabilmente ho pensato alla fatica dell’Europa secolarizzata, alla fatica a cui abbiamo spinto i nostri giovani che a volte non sanno più vivere la gioia della fede! L’arcivescovo di Panamá José Domingo Ulloa Mendieta, alla Messa degli italiani, ha sottolineato molto bene questa fatica descrivendo i nostri giovani europei come “nuovi martiri”. A conclusione vorrei citare il Papa che ha affermato: «Abbiamo visto dalle
Padre Gabriele Pedicino con i componenti della Band ”The Sun”, da lui accompagnati spiritualmente durante l’intera Gmg panamense
bandiere che veniamo da culture e popoli diversi, parliamo lingue diverse, usiamo vestiti diversi. Ognuno dei nostri popoli ha vissuto storie e circostanze diverse. Quante cose ci possono differenziare! Ma nulla di tutto ciò ci ha impedito di incontrarci». Ecco, questa diversità, questa varietà nella Gmg si vede, si respira sempre,
ma certamente dalla prospettiva del palco l’unità si coglie nella sua stupefacente complessità. Forse il dono più grande che porto con me da questi giorni è proprio una prospettiva nuova di universalità, che ho potuto vedere e, direi, abbracciare dal “posto privilegiato” che senza molto desiderarlo mi è stato assegnato.
Martedì 19 febbraio 2019
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Pettinari (Unicam), impegnati a ricostruire la comunità DI
TIZIANA TIBERI
«N
oi abbiamo avuto sempre una vocazione europea e vogliamo continuare a essere un Ateneo europeo in Europa»: lo ribadisce il rettore dell’Università di Camerino Claudio Pettinari a poche settimane dell’inaugurazione del 683° anno accademico che ha visto come ospite il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. «Le nostre aree di ricerca combaciano con quelle dell’Unione Europea: dall’energia all’ambiente, il cibo, le città sicure, temi come le migrazioni, sulle quali ci stiamo fortemente impegnando ed è per questo che guardiamo con tanto interesse all’Europa e cerchiamo di portare i nostri progetti, i nostri ricercatori e studenti in Europa. Lo facciamo non solo con l’Erasmus ma con altre eccellenze: collaboriamo con Università di tutta Europa, anche inglesi nonostante la Brexit». Parlando di Unicam non si può evitare di andare col pensiero al sisma del 2016, un evento che ha cambiato la vita accademica e ha distrutto la sede storica nella zona rossa del centro di Camerino.
Dopo il sisma Unicam non ha usufruito di leggi speciali; noi continuiamo a essere valutati e confrontati come gli altri atenei anche se partiamo da situazione diverse. Ancora oggi siamo costretti a svolgere lezioni in streaming perché la residenzialità non è tornata come prima del sisma. Abbiamo mantenuto con un grande sforzo le iscrizioni gratuite anche per l’anno accademico 2018/19; reintrodurremo in maniera progressiva le tasse a partire dal nuovo anno accademico ma contestualmente cercheremo di gratiPettinari ficare gli studenti meritevoli. Non siamo mai stati fermi, ci siamo impegnati fin da subito per dare il nostro contributo alla collettività e al territorio. Ad esempio di recente è stato aperto il centro commerciale di Camerino la cui progettazione è tutta della nostra Scuola di architettura e design che ha svolto il lavoro con grande sacrificio di tempo e di risorse: eravamo però coscienti che il nostro contributo era im-
Ogni emigrato è prima di tutto una persona. Avvicinarsi a lui, rivolgergli lo sguardo e la
portante per ricostruire una comunità. Altrettanto stiamo facendo con tanti comuni ed enti ai quali diamo i nostri contributi progettuali. E per il futuro? Fin da subito si è parlato di ricostruire «com’era, dov’era». Sicuramente le case si dovranno ricostruire, ma è chiaro che per continuare a far sì che questi luoghi siano come in passato fonte di cultura e di storia, è necessario portare sviluppo e lavoro ai giovani. Dobbiamo immaginare di non desertificare questo territorio, di non costruire dei presepi. Non basterà un luogo dove dormire, perché se poi si dovrà andare a lavorare a 100 km di distanza o se le scuole non avranno tutte le caratteristiche che io voglio per mio figlio, o mio nipote, è chiaro che non cesserà l’esodo verso altri territori. Unicam tornerà nel centro storico oppure tutto si sposterà verso il Campus? Io sono un ottimista di natura, quindi credo che noi ritorneremo in quei luoghi dove veramente si è fatta un po’ di storia dell’Italia e quindi è chiaro che dovremo recuperare tutto ciò che è recuperabile per non perdere quello che è fondamentale: cioè le nostre radici.
parola, porgergli la mano, ci permettono di scoprire l’umanità che ci fa vicini
Da Camerino: non parlare più di «cratere» per far partire la ricostruzione «Quando parliamo del nostro territorio, bisogna eliminare il termine “cratere”»: sono parole dell’arcivescovo di Camerino – San Severino Marche Francesco Massara rivolte sabato 26 gennaio al gruppo di giornalisti dell’Ucsi Marche che si sono ritrovati per celebrare il patrono San Francesco di Sales nella cittadina universitaria ancora abbracciata dalla neve e da un freddo pungente. Non si tratta certo di dichiarare chiusa l’emergenza, che un centro storico disabitato, transennato, senza cantieri attivi espone in tutta la sua crudezza, ma di cambiare lo stile della comunicazione, eliminando ciò che può già istintivamente creare repulsione e distanza, alimentare timori che possono frenare la decisione di un viaggio, di un soggiorno, anche solo di una tappa. Dallo scambio col vescovo è
Le migrazioni, in fuga da violenza o da fame uggono dalle guerre, dai genocidi, dai massacri. Sono i rifugiati. Ma fuggono dalla morte anche quelli che con sprezzante superficialità vengono considerati migranti economici. Non è accettabile la graduatoria della disperazione… Non si muore un po’ di più o un po’ di meno in base alla propria condizione. Le distinzioni sono spesso state, nella storia, cattivi presagi. Così migrano i piccoli del campo di Bab al Salaam, in Siria, a qualche chilometro dal confine turco, che, con le loro famiglie, vivono condizioni terribili nell’immensa tendopoli Unhcr, dopo aver perso tutto in una guerra che dilania la Siria da anni. Vivono in tende che si arroventano d’estate e gelano d’inverno, senza nulla, se non i pochi indumenti logori di cui si vestono, con un solo presidio sanitario per migliaia di persone, tra fogne a cielo aperto, in cui giocano, mangiano, corrono. Senza poter andare a scuola, se non qualche ora ogni tanto, grazie all’impegno di alcuni volontari (raid aerei permettendo). E allora migrano Hazar, Kadija, Aeham, per salvarsi la vita. Così come tentano la roulette russa di una traversata in mare Sidonie, Ibert e Warma che, con i genitori, o forse anche da soli, lasciano disperati le loro radici. Radici che affondano nella terra arida, secca, assolata del Sahel. Sidonie è orfana di padre, ha tre fratelli più piccoli e la madre da sola non può provvedere a sfamarli. Ibert non è mai andato a scuola, perché la scuola non c’è. Lavora duramente nei campi sotto il sole, senza acqua, se non quella delle pozzanghere che si formano nella stagione delle piogge. Quella stessa acqua che lo farà morire col ventre che scoppia d’infezioni. E l’ospedale è solo un dispensario che si trova a decine di chilometri. Nessuno, nel suo villaggio di capanne di paglia e fango, ha un mezzo per affrontare un viaggio così lungo. E poi Ibert non è mica il solo bambino con la pancia gonfia. Warma vive in una capanna, senza acqua e senza luce, mangia una manciata di polenta di miglio quando
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In un campo profughi in Siria
può, quando la terra riarsa gliela concede, quando riesce a dissodarla con la sola forza delle sue braccia a 42 gradi sotto il sole. Warma è ormai una signorina e vorrebbe imparare a leggere e scrivere, ma i costi della scuola glielo vietano, ancor più che la distanza. Lei li farebbe volentieri quei quindici chilometri a piedi per andare e poi tornare. Ma non è sicuro per una ragazza andarsene in giro da sola, per la savana, in ore antelucane e a tarda sera. Warma non vorrebbe lasciare il suo villaggio, perché non sa cosa sia il mare e la spaventa. Non sa nemmeno di che colore è. Non l’ha mai visto e nessuno glielo sa raccontare. Padre Mauro Armanino nel suo blog (spesso provocatorio) https://www.missioniafricane.it/blog–p–
mauro considera il Mediterraneo come la più grande tomba al mondo, suggerendo quindi di rappresentarlo, nella più comune cartografia, con il colore rosso anziché l’azzurro. Hazar, Kadija e Aeham scappano dalla guerra, ma anche Sidonie, Ibert e Warma fuggono dalla morte. Non sarà la guerra a procurargliela, ma le scarse condizioni igieniche, la fatica, la mancanza di cibo e d’acqua, l’impossibilità di raggiungere anche solo un sparuto dispensario per ricevere una qualsiasi medicina. Perché allora il comune e diffuso pregiudizio secondo il quale il migrante che viene da zone non devastate da guerre non merita attenzione ed accoglienza? In realtà quel migrante cerca solo
un’opportunità per se stesso, per la propria famiglia e per i propri figli. D’altro canto come si può migliorare una condizione economica che non c’è? Non si può migliorare qualcosa che non esiste. Non si tratta di migrare per fare soldi. Piuttosto per sottrarsi dalla fame e dalla miseria. Le motivazioni delle migrazioni non stanno mai soltanto in ciò che si immagina ci attenda alla meta (che poi non è mai quello che ci si aspetta), quanto, piuttosto, in ciò che si lascia, ciò da cui si fugge. Ed è, in ogni caso, la morte, sia che venga dalla guerra, sia che vanga da una condizione di vita in cui perfino la sopravvivenza è impossibile e diventa disperazione. Pierluigi
risultata ribadita la consapevolezza che la ricostruzione pubblica è di là da venire, che le rassicurazioni governative ancora rimangono allo stato di buoni propositi. Ci sono le “casette” (non esenti da problemi), ma gli unici edifici pubblici inaugurati sono stati realizzati solo grazie a donazioni private. A Camerino l’unica chiesa accessibile è quella in legno che fa parte del monastero donato dalla Caritas milanese alla comunità delle clarisse. A coronamento della mattinata, la Santa Messa celebrata assieme alla comunità delle clarisse e il pranzo in cui la conversazione ha continuato ad alimentare la riflessione sui temi affrontati cementandoli con l’amicizia. (P.Ch.)
ricorrenza
Giorno del ricordo: una memoria che non va lasciata sbiadire n giorno all’anno è troppo poco per ripercorrere sentieri storici poco battuti, però è già qualU cosa per chi quel pezzo di storia lo ha realmente o indirettamente vissuto. È l’occasione per condividere senza preconcetti e strumentalizzazioni una vicenda familiare a lungo conservata tra le mura domestiche. Una storia che da personale e privata diventa finalmente patrimonio culturale dello Stato italiano e restituisce giustizia e onore a chi ha difeso la sua nazione anche a costo della propria vita. La Legge 92/2004 ha avuto il coraggio di concedere un giorno speciale, il 10 febbraio, al ricordo degli eventi accaduti in Venezia Giulia, Istria e Dalmazia alla fine della Seconda Guerra Mondiale e nel decennio successivo, così oggi la storia di quel periodo è meno oscura di quanto lo sia stata per lunghi anni postbellici. Foibe ed esodo sono le due parole chiave degli eventi che hanno caratterizzato la vita degli italiani che vivevano in Venezia Giulia, Istria e a Zara quando quelle terre furono cedute alla nascente Repubblica Socialista di Yugoslavia in seguito agli accordi di Pace di Versailles del 1947. Le foibe, cavità dei terreni carsici presenti nella zona nord–orientale del Friuli Venezia Giulia e dell’Istria, sono pozzi naturali dove furono gettati migliaia di cadaveri, ma anche persone ancora vive. A partire dal 1943 e fino al 1945 Pola, Parenzo, Rovigno, Trieste e Gorizia piansero migliaia di Italiani, ma anche Slavi politicamente non schierati, catturati con rastrellamenti. In alcuni casi, anziché le foibe, vennero utilizzate la cave di bauxite oppure, lungo la costa, i corpi vennero gettati in mare. In questo clima di paura si colloca l’esodo, l’altro grande fenomeno di questa storia. La durata dell’evento fu molto estesa e legata alla progressiva occupazione delle truppe slave, con le prime partenze nel ‘43 in seguito all’Armistizio e le ultime nel 1955 dovute all’assegnazione delle terre al governo jugoslavo con il Memorandum di Londra, successivamente ratificato dal Trattato di Osimo del 1975. Si calcola che il 90% degli Italiani residenti a Zara, Fiume e nelle città costiere giuliane e istriane, quantificati in circa 300.000 persone, lasciarono le loro terre e le loro case per sfuggire alle violente persecuzioni e preservare la propria identità: «Per l’Italia, anche l’esilio!». Ricordare non basta. È importante ma non sufficiente se, insieme alla storia, non si trasmettono i valori e i sentimenti degli uomini che l’hanno vissuta. La maggior parte di quelle persone oggi non vivono più e ai loro discendenti è affidata la trasmissione della verità, come in una staffetta dove il “testimone” diventa un ricordo che passa dalla mano del più vecchio a quella del più giovane. Ai giovani la responsabilità di correre le piste della storia «con la speranza nei cuori e le ali ai piedi» affinché la meta sia un mondo capace di imparare dai propri errori. Paola Seri Matcovich
Prepararsi ad andare in missione, anche solo per un’estate Ciclo di incontri promosso dall’Ufficio missionario Il prossimo il 9 marzo alle 17.30 a Recanati, dai Cappuccini DI
ANNAMARIA CACCIAMANI
«S
ono nata dove la pioggia porta ancora il profumo dell’ebano / Una terra dove il cemento ancora non strangola il sole / Tutti dicevano che ero bella come la notte africana / E nei miei occhi splendeva la luna, mi chiamavano la perla Nera... / A 16 anni mi hanno venduta, un bacio a mia madre e non mi sono voltata / Nella città con le sue mille luci per un attimo mi sono smarrita... / Così laggiù ho ben presto imparato che i miei sogni erano solo illusioni / E se volevo cercare fortuna dovevo lasciare
ogni cosa». Quante storie come questa conosce il nostro mare! Quante notti africane non incontrano più uno sguardo di speranza! Ebano dà voce a storie di fuga, di sogni infranti, di possibilità smarrite. Loro, sono quelli che scappano, sono i poveri di questo tempo che bussano alle nostre delicate coscienze. E noi? Noi apriamo, chiudiamo, ci commuoviamo, scappiamo, denunciamo. Noi, dentro un mondo che tutto narcotizza, siamo spesso capaci di riconoscere le differenze, noi e loro, mai le analogie, convinti che i poveri sono loro e noi non possiamo fare nulla, se non a vol-
te difenderci. Questo siamo noi? Sono davvero loro i poveri d’origine controllata? “Noi noi no”, grida il testo di un’altra nota canzone. E proprio da questa sonora provocazione che continua a squarciare il nostro orizzonte, nasce l’idea del percorso formativo missionario diocesano: “Poveri. Noi?”. Un’iniziativa promossa dall’equipe del Centro missionario per offrire un tempo di riflessione sull’uomo e il mondo in cui vive. Come ci ricorda con chiarezza papa Francesco: «Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri. Questa apertura del cuore è fonte di felicità, perché “si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Non si vive meglio fuggendo dagli altri, nascondendosi, negandosi alla condivisione, se si resiste a dare, se ci si rinchiude nella comodità. Ciò non è altro che un lento suicidio. (...) Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo».
Una parola vera e inequivocabile: scoprirsi missione, essere una missione, prima ancora di partire. Il percorso, strutturato in quattro incontri di due ore e un weekend, propone un cammino di animazione e formazione missionaria che accompagni, soprattutto i giovani, a maturare la scelta di vivere un’esperienza estiva di servizio e condivisione, in Italia o all’estero. Una scelta guidata dalle proposte delle associazioni e dei gruppi missionari della Diocesi, favorita dalla conoscenza di iniziative di servizio e sensibilità missionaria già attive, ma soprattutto nutrita di una consapevolezza fondamentale: scoprire l’umanità, quella vicina, quella lontana, quella che grida dentro ognuno di noi. Dalla coscienza di chi siamo, come viviamo nel nostro mondo occidentale, opulento, ma sempre più povero di senso e di relazioni autentiche, alla scoperta di quanto certa informazione possa confondere piuttosto
che aprire alla verità. Decidere di partire, lasciare sicurezze per incontrare un mondo diverso da quello che abbraccia la nostra quotidianità, richiede coraggio, ma prima ancora la capacità di guardare con onestà ciò che accade intorno a noi. Tante le povertà, le ingiustizie, le guerre che travolgono il mondo, mentre mancano risposte alle tante contraddizioni che si incontrano. Offrire un luogo perché tutto questo possa essere condiviso con umiltà e senso critico è un’opportunità da non perdere. Ogni uomo è una missione, con l’obiettivo di cercare un senso, che risulterà più vero se costruito e sperato insieme. Per chi con noi vuole dire “noi no”, il prossimo incontro si svolgerà sabato 9 marzo alle 17 presso il convento dei Cappuccini di Recanati: “Quali vie per essere meno poveri? Il potere della corretta informazione”, una riflessione guidata da Vincenzo Varagona, giornalista Rai.