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Avvenire 21 giugno 2016

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l’appuntamento

www.emmausonline.it Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia A cura della redazione EMMAUS Via Cincinelli, 4 62100 Macerata tel. 0733.234670 e-mail: redazione@emmausonline.it facebook: emmausmacerata twitter: emmausmacerata

MACERATA

Martedì, 21 giugno 2016

In centomila al pellegrinaggio da Macerata a Loreto. Prima della partenza la telefonata di papa Francesco che ha benedetto i partecipanti sotto la pioggia

«Camminate nella fede» Nei 28 chilometri verso la Santa Casa, preceduti dalla Messa presieduta dal cardinale Edoardo Menichelli, numerose le invocazioni alla Vergine Maria DI FRANCESCA CIPOLLONI

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n titolo, un significato, da scoprire in una notte che è “paradigma” dell’esistenza umana. Anche quest’anno, sabato 11 giugno, il 38esimo pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto – nato nel 1978 per volontà di monsignor Giancarlo Vecerrica che ancora oggi rappresenta la guida sicura dell’esperienza proposta dal movimento di Comunione e Liberazione –, incentrato sul tema «Tu sei unico», si è rivelato un’occasione di fede e di condivisione in cui sperimentare, metaforicamente, la fatica del vivere, in cui al buio della notte si alternano la speranza e la luce del mattino, alle discese le salite che conducono alla mèta. Una mèta, la Santa Casa, fulcro di una spiritualità mondiale che, in oltre centomila, hanno voluto raggiungere partendo dallo stadio Helvia Recina della Civitas Mariae e camminando per 28 chilometri con devozione e desiderio di affidare alla Vergine le proprie attese. A benedire questo gesto non è mancata la telefonata, attesa e accolta come il più incoraggiante dei doni. A rincuorare i pellegrini, nient’affato demoralizzati dalla pioggia battente che li ha messi alla prova sino all’arrivo nella città lauretana, lui, papa Francesco, che per la terza volta consecutiva ha rivolto il proprio saluto agli uomini, alle donne, ai tantissimi giovani (autentica “priorità” del Pontefice) pronti a mettersi in cammino. «Non si può vivere stando fermi. Occorre camminare sempre, senza fermarsi mai, per costruire un’amicizia sociale, una società giusta. Bisogna vivere per proclamare il Vangelo di Gesù, camminando con lo sguardo rivolto alla Madonna. Come farete voi questa notte», ha detto il Santo Padre, ad un’emozionato

All’alba, l’arrivo dei pellegrini diretti alla basilica di Loreto: la pioggia e la stanchezza non hanno “spento” il loro entusiasmo

“don Giancarlo”, affiancato dal cardinale Edoardo Menichelli, che ha presieduto la Celebrazione eucaristica assieme ai Vescovi delle Marche. Così, con questo abbraccio speciale, è iniziato il segno che, da sempre, accomuna fedeli e non, giunti anche dall’estero e da ogni regione di questa Italia «che deve superare gli esami», come ha ricordato nel suo messaggio monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata– Tolentino–Recanati–Cingoli–Treia. «Questo pellegrinaggio è nato da un gruppo di giovani che chiedevano aiuto alla Madonna nella imminenza della Maturità. Anche oggi siamo tutti in tempo di esami: anzi, direi che tutto il nostro Paese deve passare un bell’esame di maturità. C’è bisogno – ha aggiunto il Pastore – di un popolo di giovani nuovi, che superino l’esame dell’accoglienza di popoli e culture che bussano alla nostra porta, che superino l’esame di una

partecipazione alla vita pubblica dove essere liberi e forti, capaci di mettere gli ultimi al primo posto nei nostri cuori e nei nostri progetti di futuro». Prima della Santa Messa, non a caso, sul palco dello stadio sono saliti una dozzina di carcerati del penitenziario «Due palazzi» di Padova, dove dal 1991 opera la cooperativa Giotto. In due lettere – la seconda letta durante il pellegrinaggio – un ergastolano e un condannato a trent’anni di carcere hanno raccontato come in carcere la loro vita sia cambiata attraverso l’incontro con Cristo: «Non mi era mai capitato – ha scritto – che qualcuno mi volesse bene così, senza nulla in cambio. Questo bell’imprevisto mi ha fermato e fatto capire meglio chi ero e come dovevo trattarmi, per che cosa valeva veramente la pena rischiare la mia vita. Un abbraccio gratuito e pieno di amore mi ha salvato». Lo stesso, nella notte, hanno testimoniato Alejandra,

malata di cancro di Madrid, Alessandro di Napoli ospite della Pars, don Aldo Bonaiuto che, sull’esempio di don Oreste Benzi, offre alle ragazze di strada il riscatto della dignità. Storie e racconti capaci di mostrare come l’avvenimento cristiano possa realmente “sconvolgere” e trasformare radicalmente l’animo umano, nonostante gli inciampi, le cadute e le debolezze. Così, passo dopo passo, invocazione dopo invocazione, meditando i Misteri del Rosario, nonostante la stanchezza, la «distrazione non ha prevalso sulla grazia», come ha ricordato monsignor Vecerrica, e un popolo in cammino, colorato non tanto dagli ombrelli ma, soprattutto, dai canti festosi e dai volti della gioia, è giunto all’alba al cospetto della statua della Vergine che ha atteso tutti, fino all’ultimo pellegrino, per ribadire in ciascuno l’unicità e la bellezza del proprio esistere.

Menichelli

l’omelia. «Questa esperienza diventa icona del vivere» on solo sotto la pioggia ma, piuttosto, «sotto uno sguardo di fiducia di misericordia, che non è sentimentale indulgenza, ma gaudio di novità». Ha parlato con la consueta naturalezza che lo contraddistingue il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona–Osimo e presidente della Conferenza episcopale marchigiana, rivolgendosi alle migliaia di pellegrini giunti allo stadio Helvia Recina di Macerata per assistere alla Santa Messa che ha preceduto il cammino notturno. Riferendosi al brano evangelico, nell’omelia Menichelli ha chiarito che «la questione vera» che riguarda oggi l’essere umano «è l’amore». «Nel racconto – ha spiegato – si incontrano due persone con una complicata situazione di identità, ambedue incapaci di capire e vivere: Simone è irrigidito in una morale legalista, con la mania dell’autoperfezione e del pregiudizio verso gli altri; la donna, consumata da una solitudine dove non abita più lo stupore del cuore. Poi, un anonimo gruppo di commensali, che non conoscono la strada della misericordia». «Noi pensiamo – ha aggiunto quindi il presule – che il problema sia il giudizio, l’incapacità di uscire dall’ingorgo umano e spirituale, nostro e degli altri, nel quale questa nostra cultura ci sta collocando». Quindi, il diretto rimando al tema scelto per questa edizione: «Se abbiamo il coraggio di andare e vedere, come i due del Vangelo, sapremo perché Lui è unico e perché ognuno di noi è unico: perché siamo insieme dentro un interesse d’amore». Il pellegrinaggio, inoltre, secondo “don” Edoardo, non è che «un’icona simbolica della vita, passando per le oscurità e le incognite dell’esistenza». Parole schiette, ma capaci di infondere viva speranza a quanti, tra le campagne marchigiane, si sono fatti pellegrini alla sequela di Cristo, guidati da Maria. Francesca Cipolloni

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Alla Domus S. Giuliano il mandato del vescovo ai cinquecento giovani che parteciperanno alla Gmg di Cracovia Quasi 500 giovani che andranno alla Gmg di Cracovia hanno affollato giovedi 16 giugno l’Aula Sinodale della Domus San Giuliano per ricevere il mandato del Vescovo. Monsignor Marconi ha esortato i giovani a vivere con slancio ed entusiasmo la propria fede, sollecitandoli a sfruttare queste occasioni forti per scoprire o rafforzare la propria vocazione. Molto toccante il passaggio in cui ha ricordato quando, nel 1985, fu tra i sacerdoti coinvolti nell’organizzazione della Gmg di Roma: «All’epoca – ha raccontato – pensavamo che

sarebbe stato già tanto richiamare un po’ di giovani da Roma e dintorni. Nessuno poteva immaginare che l’intuizione di San Giovanni Paolo II sarebbe diventata quella cosa meravigliosa che è oggi la Gmg. In questo si capisce che è Dio che fa le cose». E mentre le note dell’inno della Gmg riempivano

l’auditorium, i ragazzi si abbracciavano, sorridevano, scambiandosi sogni, progetti, idee, paure, speranze, ansie e gioie di questa meravigliosa avventura che sta per iniziare. E guardandoli pensi: è proprio vero, è Dio a fare le cose. Giovanni M. Mazzei

La giornata 2016 per la carità di Pietro Celebrata tradizionalmente nella domenica che precede la solennità dei santi Pietro e Paolo, il 26 giugno in tutte le chiese verrà raccolto il cosiddetto “Obolo di San Pietro”. Si ricorda l’origine del ministero petrino e lo si ricollega immediatamente alla carità. Per noi, inoltre, è un modo concreto per «mettere i poveri al centro», almeno per un giorno.

«Don» Giancarlo: da papa Wojtyla la spinta avanti DI FRANCO

MAIOLATI

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llora è vero che anche la pioggia è una Grazia, come ha ricordato papa Francesco ai pellegrini in partenza dallo stadio di Macerata. Visto che l’acqua ha caratterizzato buona parte del cammino di quest’anno. «Sì – conferma “don” Giancarlo (monsignor Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito di Fabriano, iniziatore e anima del pellegrinaggio) – anche se è sorprendente che tra quanti ho incontrato dopo, nessuno se ne sia lamentato: “Il pellegrinaggio è stato bellissimo, la pioggia non è stato un problema”, hanno detto. Il pellegrinaggio è sempre educativo, è un paradigma della vita come ricorda papa Francesco nel suo Misericordiae vultus; ci insegna ad affrontare la vita in tutte le sue dimensioni». È contento, dopo la fatica che lui compie dal 1978, nel vedere il sorriso che permane in loro nei giorni successivi. Giovane sacerdote, 21 classi al liceo classico di Macerata, una grande passione per i giovani «con un rapporto che veniva dal cuore perché venivo amabilmente costretto a dare ragione della fede che proponevo. Non era attivismo o intelletualismo». Neppure quando proponeva i campi di lavoro estivi a fianco dei contadini del Maceratese. Fu l’incontro con don Giussani nel 1970 che sollecitò il suo desiderio di capire e sperimentare come la fede c’entrasse con tutta la vita. Nel 1978 l’idea di un pellegrinaggio che riprendesse l’esperienza dei giovani ciellini alla Madonna di Czestochowa, ma soprattutto la tradizione marchigiana di offrire ogni opera alla Madonna di Loreto. Monsignor Vecerrica ricorda che la prima non fu un’esperienza memorabile perché molte cose non andarono al punto che fu incerto se continuare. Ma quell’anno venne eletto papa Giovanni Paolo II. Nel ’79 la conferma che l’impegno andava mantenuto: «Quella dei giovani è la realtà che mi sta più a cuore: me li curi uno a uno», fu il mandato del Papa a don Giancarlo. E sempre Giovanni Paolo Il indicò di andare a vedere come faceva «quel pretino del pellegrinaggio» per cominciare a organizzare le giornate della gioventù. Il pellegrinaggio è cresciuto, nella consapevolezza di don Giancarlo di essere «uno nelle mani di un Altro». «Scopro ancora oggi, dopo oltre 50 anni di sacerdozio e con l’esperienza di vescovo, che la disponibilità allo Spirito mi ha reso capace di fare cose inimmaginabili, pur nel mia fragilità. E dopo il 38° pellegrinaggio vedo sempre più che la riuscita è solo in mano alla Madonna, con il suo fiat». Monsignor Vecerrica confessa che dopo la nomina a vescovo aveva pensato di lasciare, ma poi «ho capito che mi interessavo del pellegrinaggio come della guida della diocesi, non in forza di un’organizzazione, ma in forza di una testimonianza e per questo nelle parrocchie dove andavo scattava un’immediata sintonia». Ora, con i suoi 76 anni, non va in pensione dal Pellegrinaggio, «molto cresciuto, nei numeri e nella maturità di chi guida e può andare avanti senza di me. Ma io non posso andare avanti senza di loro». «Ogni cosa nella Chiesa non è nostra, ma di un Altro. E lavorare per l’opera di un Altro è una gioia, un entusiasmo, una libertà, soprattutto». Per questo ha già lanciato l’appuntamento del 10 giugno del prossimo anno. Con un compito: «L’unità non può essere uno sforzo o un progetto umano, è proprio questo riconoscersi intorno al Mistero. Il pellegrinaggio è uno strumento per sperimentare questo: che è possibile uno stile nuovo, una civiltà dell’amore realizzata. Abbiamo bisogno di vita vissuta in unità. Il pellegrinaggio, in questo senso si fa tutto l’anno».

testimonianze. In una notte il cammino di un’intera vita «Quando arriva la fatica, capisci la A differenza tra anima lcune voci, tra le innumerevoli possibili, raccolte tra volontari, veterani, “esordienti” del cammino notturno verso la Santa Casa di Loreto. Patrizio: La mia conversione, il mio recente matrimonio con un angelo dagli occhioni celesti; poi la persona che ti capita quando men te l’aspetti e diventa il tuo amico più caro, il riferimento e la guida. Entrambi ti prendono per mano e ti guidano verso Dio, verso la bellezza assoluta, verso la gioia più pura. Il mio primo pellegrinaggio nasce da tutto questo: ringraziare per quanto ho avuto, per queste splendide persone che Dio mi ha mandato sulla strada della fede. E quando camminando arrivano la fatica, i dolori, capisci la differenza che c’è tra il tuo corpo e la tua anima. Però preghi, canti, e cammini. Porterò sempre nel mio cuore il ricordo dell’entusiasmo della partenza, la commozione e le lacrime alla vista del Santuario, la gioia immensa di avere compiuto questo cammino con gli an-

geli custodi che il Signore mi ha messo vicini. Lorella: Sono una persona di fede? Non lo so, a 56 anni vissuti sempre dentro la Chiesa (tipo il fratello “buono” che rimane nella casa del Padre, ma con le sue mormorazioni, le ribellioni mai denunciate, il suo sentirsi a posto). Sento di appartenere a qualcosa di grande a cui tornerò una volta terminato il mio cammino terreno. Ecco il tema del cammino: concentrato in una notte il cammino di una vita. Salite, discese, momenti di sconforto col timore di non potercela fare, forza attinta da chi avevo accanto e ce la faceva anche grazie a me che pensavo di non riuscirci. Che turbinio di pensieri: il buio e le tante piccole luci dei flambeaux, l’esplosione dei fuochi d’artificio per attirare l’attenzione verso il cielo, le pile dei volontari indirizzate a

terra per segnalare le buche. Sguardo verso l’alto, sguardo verso il basso, le due dimensioni del nostro essere pellegrini sulla terra, camminando verso il divino. Giuseppe, medico della troupe del servizio sanitario del Pellegrinaggio: Partecipo al Pellegrinaggio per ringraziare la Madonna che, dall’età di 12 anni – quando feci una prima esperienza di fede viva nel seminario dei carmelitani –, sento come la Mamma. Oggi sono sposato e ho tre figli. Sono grato di svolgere un servizio al pellegrino, che è Gesù che mi viene sempre incontro benedicendomi. Una pellegrina mi ha detto domenica mattina: «Io prego sempre per voi, affinché stiate bene e così ci possiate curare». In questo modo faccio l’esperienza di essere io ringraziato attraverso i volti sofferenti ma lieti per il Pellegrinaggio portato a termine.

e corpo. Però preghi, canti e cammini»

Emanuela, Emma per gli amici, tra i volontari che, sin dalle 4:30 del mattino, accolgono a Loreto i pellegrini. Ha in mano le corone del rosario da distribuire. All’improvviso alza gli occhi e vede la folla che avanza: «La stanchezza e il dolore per la notte di cammino trasparivano da ogni loro passo, ma gli sguardi narravano gioia e gratitudine. Una signora mi chiede una corona: finite, le dò la mia; la prende tra le mani e dice: “Deve essere benedetta, deve toccare la statua della Madonna”. Subito dopo esclama: “Eccola, la Madonna sta arrivando”. Mi giro, vedo la statua scortata, le dico: si avvicini, la tocchi; lei: “No, no, non mi fanno passare”. Riprendo la corona e avanzo, mi allungo più che posso e la corona tocca la Sua veste dorata. Mi giro verso la signora, sorridiamo, le consegno la corona, la prende tra le mani e commossa: “Ha fatto una cosa grande, serve a una persona che ha tanto tanto bisogno!”». Giuseppe Luppino


Martedì 21 giugno 2016

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Famiglie in festa nel segno della condivisione e della riflessione insieme a Pierluigi Bartolomei stato don Pietro Spernanzoni, vicario generale della diocesi a fare gli onori di casa in occasione della Terza festa della famiglia; l’evento organizzato dall’Ufficio per la pastorale della famiglia e della vita diocesano è stato ospitato dalla Domus San Giuliano domenica 19 giugno. Guidando la preghiera seguita all’accoglienza e ai saluti, don Pietro ha sviluppato una riflessione sul rapporto tra Chiesa e famiglia, prendendo spunto dalle prime battute della recente esortazione apostolica di papa Francesco Amoris laetitia che ruotano attorno al salmo 128, che è stato poi recitato dalle famiglie presenti. Il momento di riflessione è proseguito con la testimonianza di Pierluigi Bartolomei, preside romano, sposo e padre di cinque figli. Autore di numerosi volumi tra cui “Ti porterò con me, viaggio in una scuola che cerca la speranza”, l’educatore dopo

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aver parlato delle differenze tra uomo e donna, alternando dati scientifici a racconti di situazioni emblematiche del rapporto moglie–marito (divertendo la platea), ha spronato le famiglie a interrogarsi circa l’impegno cui sono chiamate. «Le famiglie sono i monasteri del XXI secolo – ha detto il preside – e queste hanno il dovere di prendere in carico la sfida educativa. Non possiamo far finta di non vedere, lasciar cadere o peggio ancora, assecondare». Parlando poi circa le difficoltà che una coppia deve affrontare, Bartolomei ha insistito sul bisogno di compiere una scelta radicale, accettando la sfida di diventare esempi di vita per lasciare dopo di noi un mondo migliore: «C’è bisogno di una scelta. C’è bisogno di essere generativi. C’è bisogno di pregare – ha rinforzato –. Dobbiamo sempre cominciare e ricominciare. Oggi ci vogliono far credere che il “per sempre”

Professionisti e non solo uniti dalla passione per le proprie discipline e da valori comuni

non esiste, invece esiste e nasce da una scelta personale. L’amore è una scelta, è una decisione. Vale la pena scegliere di amare e diventare un monastero, il mondo è nelle nostre mani, il Signore c’è l’ha affidato». Dopo il momento di dialogo le famiglie hanno condiviso anche il pranzo che per le condizioni meteorologiche avverse non si è potuto svolgere all’aperto nel parco della Domus, ma che ha mantenuto l’aspetto “bio” ed ecologico proposto: come negli anni precedenti, ogni famiglia aveva portato da casa le proprie stoviglie per ridurre al minimo i rifiuti. Il pomeriggio ha visto i giochi tra famiglie e in conclusione la Santa Messa celebrata da don Egidio Tittarelli, vicario per la pastorale, “supplente” del vescovo Marconi, che non ha potuto partecipare all’incontro perché indisposto. M. Natalia Marquesini

nati all’interno degli oratori e delle società appartenenti al mondo sportivo cattolico

Il caldo addio di Chiesanuova a don Bibini parroco e scrittore entre offrivano il loro estremo saluto a don Guido Bibini, loro parroco per oltre trent’anni, nei cittadini di Chiesanuova di Treia era ancora vivo il ricordo della celebrazione del cinquantesimo dalla sua ordinazione, ormai sei anni fa. In quel 2010 il papa Benedetto XVI aveva indetto l’Anno sacerdotale per ribadire «l’importanza del ruolo e della missione del sacerdote nella Chiesa e nella società contemporanea». Missione che don Guido ha perseguito fino all’ultimo, impegnandosi, in particolare, nella costruzione dell’Oratorio e di varie opere per la parrocchia di San Vito e Patrizio. La Messa esequiale presieduta dal vicario generale della diocesi mons. Pietro Spernanzoni (il vescovo Marconi non ha potuto essere presente perché indisposto) e concelebrata da oltre trenta sacerdoti si è svolta ieri, 20 giugno, alle ore 15, in una chiesa che non ha potuto contenere tutti i fedeli convenuti. Ordinato sacerdote dal vescovo Silvio Cassulo il 2 aprile 1960, all’età di 27 anni (don Guido era nato a Macerata, col nome di Franco, il 18 dicembre del 1933), assunse il suo primo incarico a Macerata, come vice– parroco nella parrocchia di San Giorgio, per poi trasferirsi al Sacro Cuore. Nel 1967, monsignor Ersilio Tonini lo designò parroco al Colle di Tolentino, ma indirizzandolo a un impegno particolare in favore dei giovani, che egli esercitò trascorrendo gran parte delle sue giornate presso l’oratorio di San Francesco. Poi, nel 1978, l’arrivo a Chiesanuova, inviato dal vescovo Tarcisio Carboni. Don Guido è stato anche autore di alcuni volumi pregevoli: “Musulmani e cristiani a confronto”, “Testimoni di Geova e Cristiani a confronto”, “Vita da... prete, vita da crocifisso” e “Il giornale della salvezza: radici ebraico–cristiane”. (And.Moz.)

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Gli sportivi e la fede esempi vincenti di vita DI

ANDREA MOZZONI

icorderemo il 2016 come un altro anno “caldo” per lo sport. Ma se le usuali temperature di stagioni tardano ad aumentare, puntuali sono, come sempre, gli appuntamenti estivi in programma secondo le “cadenze” predefinite dagli organismi internazionali. Tra Europei di calcio, già iniziati, non senza problemi, in Francia e il ben più ampio cartellone agonistico delle prossime Olimpiadi brasiliane (dal 5 al 21 agosto), tuttavia, allo spegnersi dei riflettori, atleti di ogni età, ordine e disciplina, professionisti e “amatori” davanti alla tv, torneranno, con più o meno clamore, alle loro fatiche quotidiane. Nonostante lo sport delle classifiche, quello del “vincere è l’unica cosa che conta”, molto spesso si sovrapponga, quasi paradossalmente, a quello di decoubertiniana memoria (“l’importante è partecipare”), volendone così sminuire l’importanza pedagogica, infatti, la “corda” che consente di arrivare alla cima dei “risultati”, con merito e sudore, è saldamente nelle mani di uomini e donne di “buona volontà”. «Lo sport è un’attività che coinvolge l’uomo in tutte le sue qualità e nel suo modo di rapportarsi nella società – afferma padre Roberto Zorzolo, direttore dell’Ufficio dello Sport, Turismo e Tempo libero della Diocesi di Macerata e assistente ecclesiale del Centro sportivo italiano (Csi) –, per questo ha una valenza molto formativa per la persona. Lo sport – aggiunge – è fatto di sacrificio, di lealtà e dalla gioia di condividere ma, allo stesso tempo, rappresenta anche una vittoria con se stessi: non si è mai “arrivati”, si è sempre al punto di partenza, e anche una sconfitta diventa una vittoria se ci si è impegnati fino in fondo». Valori, quelli descritti da padre Zorzolo, che nascono e vengono coltivati all’interno degli oratori: «Sono stati sempre l’occhio privilegiato della Chiesa – continua –, un alleato forte per seguire i ragazzi nella loro formazione umana

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I giovani nelle strutture salesiane e, sullo sfondo, la città di Macerata

prima ancora che cristiana. Tante grandi società sportive, infatti, sono nate proprio all’interno degli oratori, dove in molti casi l’attività giovanile si è poi trasformata in professionismo». Padre Zorzolo ha poi il compito di

“accompagnare” la attività del Csi provinciale nelle sue scelte quotidiane, pur non avendo “diritto di voto” ma quella che lui stesso definisce la possibilità di rivolgere una “parola morale”: «L’assistente ecclesiastico è colui che propone sempre una riflessione, proponendo di evento dell’anno “normare” le scelte che si andreanno a Marche «olimpiche» pronte per Rio compiere secondo la nche le Marche saranno presenti alle prossime Olettura del Vangelo – limpiadi. Numerosi saranno, infatti, gli atleti “nosottolinea –, strani” in Brasile. Alla data odierna, questi i nomi di chi portandolo lo stesso si è già qualificato: l’ascolano Francesco Ceci, 26 anni, Vangelo nei campi di per la categoria Keirin (ciclismo su pista); Massimo Fabgioco, attraverso l’aiuto brizi, 38 anni, di San Benedetto del Tronto, per il tiro a degli arbitri e delle volo; i campioni olimpici Elisa di Francisca, per la schersocietà e rivolgendosi ai ma e Filippo Magnini, per il nuoto (stile libero e staffetta), giovani. Nel mondo Aurora Ponselé, 24 anni, di Fano, per la sezione degli dello sport esistono 800 stile libero di nuoto; il tolentinate Simone Ruffini, numerose realtà che 27 anni, per i 10 km di nuoto di fondo e infine Giansono vicine alla Chiesa marco Tamberi, anconetano di 24 anni, in gara per il cattolica, come ad salto in alto. esempio la Unione Rachele Greco sportiva Acli (Us Acli) e i gruppi salesiani. Da

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par suo – conclude –, il Csi guarda alla Chiesa come una madre che insegna a camminare sulla via della morale, della legalità, del dono del volontariato e dalla solidarietà». Tra gli “strumenti” citati e nel rispetto dei principi indicati da padre Zorzolo, l’Us Acli ha recentemente firmato un protocollo d’intesa con la Regione Marche e il Comitato regionale Marche (Crm) per la “promozione dell’attività fisica nella comunità locale e il contrasto alla sedentarietà come forma di prevenzione”, in applicazione del Piano regionale della prevenzione 2014–2018. L’obiettivo del protocollo d’intesa è attuare delle proficue sinergie, le quali siano operative e non soltanto formali tra le Istituzioni, allo scopo di diffondere buone abitudini salutari e ostacolare, di conseguenza, malattie croniche e fattori di rischio per ogni età anagrafica, anche attraverso la collaborazione ai programmi attuati “Mi prendo cura di me” e “Salute argento”.

l’intervista Gentilozzi (Us Acli): la Stramacerata successo di «ispirazione cristiana» randi numeri e alcune novità hanno contraddistinto l’appuntamento 2016 della Stramacerata, gara podistica competitiva valida sia per il circuito Crm che come prova del Gran Prix strada master Fidal Marche, con un’affluenza di circa mille partecipanti. Emmausonline ha intervistato il presidente dell’Us Acli Macerata, Ulisse Gentilozzi, a margine della 32ª edizione svoltasi domenica 29 maggio. Presidente Gentilozzi, è soddisfatto dell’esito della manifestazione? A esseri sinceri, al momento della chiusura delle iscrizioni i numeri non erano apparsi molto soddisfacenti. Rispetto agli anni precedenti, infatti, potevamo contare su molti meno partecipanti. Invece, con grande sorpresa, domenica mattina si è verificato un vero e proprio un “boom” di presenze, facendo impennare a circa mille gli iscritti alla partenza. Vorrei sottolineare come l’Us Acli sia un Ente di promozione e sportiva. In tal senso, il nostro obiettivo è promuovere lo sport sia per chi vuol correre sotto l’egida della Fidal (circa 300 iscritti), che per gli atleti dei cosiddetti tracciati “non competitivi”. Uno stile che fa dell’accoglienza verso tutti il nostro “marchio di fabbrica”. Quali novità e conferme hanno contraddistinto l’edizione 2016 della Stramacerata? Da citare, sicuramente, la Corsa delle sette chiese, grazie all’aiuto offerto da don Gianluca Merlini, e la passeggiata di 12 chilometri, realizzata in collaborazione con il Centro sportico italiano (Csi). Inoltre, non possiamo dimenticare il Nordic Walking: a Macerata, infatti, esistono tre associazioni, Macerata Nordic Walking, Macerata Nordic Walking Green, e la terza iscritta all’Avis. Oltre a loro hanno partecipato anche gruppi giunti da Civitanova Marche e da Ancona, per un totale di circa 150 atleti, uomini e donne di tutte le età. Essendo anche un’Associazione di ispirazione cristiana, con queste iniziative ci preme che la gente si ritrovi insieme. Per questo motivo vorrei sottolineare l’impegno di Alfredo Antolini, che è riuscito a realizzare ancora una volta a Macerata la Stracanina, con circa 80 cani accompagnati dai loro padroni. Non dimentichiamo poi la Baby Running, ovvero le mamme che hanno corso la Stramacerata con la carrozzina o con i loro bambini in braccio. Quali “passi” deve compiere chi volesse aderire all’Us Acli? Per far parte dell’Us Acli occorre compilare una domanda di ammissione e consegnare, anche per chi vuole svolgere un’attività amatoriale, il certificato del medico di famiglia. Chi invece è interessato all’attività agonistica può farlo grazie alla tessera rilasciata dalle Us Acli. Oltre a questo, è consigliato anche il doppio tesseramento alla Fidal, in modo da essere coperti, dal punto di vista assicurativo, per tutte le gare. Andrea Mozzoni

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salesiani. L’impegno educativo: «Beato chi vive da campione»

Don Pietro Parisse, volto sorridente del Vangelo

ono iniziate le attività estive dell’Oratorio Salesiano di S Macerata, che coinvolgono più

Un mese fa la morte improvvisa e i funerali del sacerdote ricordato per la sua generosità e fedeltà a Dio

di 300 ragazzi, tra bambini e animatori e nessun tema poteva addirsi meglio alla spiritualità di don Bosco di quello della felicità, che, ricordava il prete torinese, è uno degli ingredienti della santità. In particolare, i giovani sono chiamati ad approfondire le otto Beatitudini, ma per rendere il messaggio accessibile e coinvolgente, occorre un’ambientazione, che, questa volta, è legata allo sport, metafora della ricerca della felicità. Infatti, entrambi uniscono la soddisfazione finale con il duro lavoro quotidiano ed entrambi parla-

no al plurale, perché anche negli sport singoli si partecipa in squadra, così come non si cresce “santi”, senza una comunità che ti accompagna. Anche papa Francesco ha sottolineato come lo sport sia educativo, in quanto «stimola a un positivo superamento di se stessi, allena allo spirito di sacrificio e favorisce la lealtà, l’amicizia, il rispetto delle regole». Lo sport è stato protagonista anche con il torneo “Trisport”, che ha visto sfidarsi 10 squadre sui campi da calcetto, pallavolo e basket, offrendo ai più grandi un’occasione per vivere del sano agonismo e per stare insieme in allegria. Cesare Micozzi

DI LUIGI TALIANI

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mprovvisa e inaspettata è giunta la notizia della morte di don Pietro Parisse, avvenuta nel pomeriggio della domenica 22 maggio, presso la Domus San Giuliano di Macerata. Nei due giorni in cui la salma è stata esposta nella Cappella della Domus, è stata visitata ininterrottamente da centinaia di fedeli. Il pomeriggio di mercoledì 25 maggio sono stati celebrai i funerali nella Cattedrale, presieduti dal vescovo Marconi, con molti sacerdoti amici che hanno vo-

luto partecipare al saluto al loro confratello. Il duomo era gremito, al punto che non tutte le persone giunte vi hanno trovato posto. Il vescovo nell’omelia ha sottolineato la fedeltà di don Pietro, che ha accompagnato con molta generosità i fedeli all’incontro con Dio, visitando anche insieme a loro i luoghi di fede, dalla Terra Santa ai vari santuari. Il mio ricordo è risalito a quando, il 1° novembre 1972, presi servizio come vice parroco nella parrocchia di Santa Croce a Macerata, dove lui collaborava già da qualche anno con il parroco don Guido Moretti. Per

me, giovane sacerdote, fu un incontro arricchente. Don Pietro accompagnava i giovani delle scuole superiori, mentre io mi occupavo dei ragazzi delle medie. Mi colpiva molto la sua presenza fatta di conoscenza e condivisione con ogni persona, di cui lui diventava confidente e padre spirituale. Amava la natura e il mare, oltre che le novità e i viaggi. Verso la fine degli anni Novanta, mi trovavo a Londra con una gita organizzata da don Giovanni Carnevale e in un’escursione fuori della capitale britannica, mi sentii chiamare

con il mio cognome e stupito riuscii a riconoscere, “nascosto” sotto un cappellaccio, don Pietro, lì giunto in compagnia dei partecipanti d un campo–scuola che si svolgeva in Piemonte. Ma un’esperienza condivisa fu il pellegrinaggio in Terra Santa, dal 27 dicembre 1994 al 2 gennaio 1995, organizzato da don Pietro. Mi colpì la cordialità dei raporti coi suoi parrocchiani e la conoscenza personale che aveva di ognuno di loro. Per me fu una grande esperienza di fede, alimentata nei luoghi di vita di Cristo, sotto la guida del biblista padre Giuseppe Crocetti. Certo, incontrandoci, spesso discutevamo di pastorale con punti di vista diversi, ma questo non mai intaccato la nostra amicizia. A distanza di un mese dalla morte, camminando per le strade della città, raccolgo ancora ricordi e molto rimpianto per la sua figura.


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Il saltarello, la festa ai tempi della società contadina Tradizione, cultura popolare, allegria, a suon di cembalo e organetto con «Li pistacoppi» e «Il balcone delle Marche» DI

M. NATALIA MARQUESINI

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ell’immaginario popolare, la vita campestre di fine Ottocento è sempre accompagnata da una sana allegria, caratteristica di una realtà umile e modesta, di uomini e donne abituati al duro lavoro trasmesso di padre in figlio, in un’epoca scevra di pretese ma ricca di valori e cementata dalla solidarietà. Alcune danze, tra le quali spicca senza dubbio il “saltarello”, sembrano arrivare direttamente da quell’epoca, come fossero appena scaturite da un organetto fatto vibrare dalle mani virtuose di un contadino impegnato nell’“arte” della trebbiatura. E proprio organetti e

cembali sono simbolo di un folclore mai perso del tutto che ora è coltivato e diffuso da associazioni che fanno del legame con la propria terra la loro ragion d’essere. Nel nostro territorio sono due i gruppi folcloristici che, soprattutto durante la bella stagione, accompagnano e impreziosiscono diverse manifestazioni agricole e rievocazioni popolari. A Macerata un “pistacoppo” non è solo un piccione che sbambetta sui tetti, ma un appellattivo che, da nomignolo non proprio simpatico, si è trasformato in un’etichetta da esibire con orgoglio campanilistico nei confronti della propria città. Il termine però rimanda ormai nella mente di ogni Maceratese anche all’Associazione Culturale “Li Pistacoppi”, Gruppo Folklorico “Città di Macerata”, che ha fatto delle tradizioni cittadine il suo impegno prioritario dal 1979, anno di fondazione del gruppo. Attualmente lo compongono oltre 120 soci; nel corso degli anni ha assommato

La rievocazione degli eventi legati ai ritmi della società rurale diventa occasione

un nutrito repertorio di balli e canti tradizionali, eseguiti dal vivo in numerose manifestazioni non solo nel territorio, ma anche fuori regione e all’estero. Per i Pistacoppi, però, il folclore non è chiusura autocelebrativa, ma apertura, scambio, fratellanza con altre tradizioni. Per sottolineare questo aspetto, dal 1993 l’associazione organizza ogni anno all’interno della splendida cornice dello Sferisterio, il festival internazionale del folclore “Incontro di cultura popolare”, sostenuto anche dal patrocinio del comune di Macerata. L’organizzazione ospita, appoggiandosi a una struttura scolastica, 200 artisti provenienti da tutto il mondo. Quest’anno il festival avrà luogo dal 16 al 24 agosto e vedrà i gruppi esibirsi in molte località delle Marche. Un’altra importante realtà legata alle tradizioni della cultura del territorio è rappresentata dal gruppo folk “Il balcone delle Marche” che dal 1965 è presente a

Cingoli per tenere viva la memoria e promuovere la conoscenza del patrimonio di danze e canti popolari tradizionali. Un’Associazione che da sempre ha saputo coinvolgere la cittadinanza con iniziative che ripropongono usi, costumi, tradizioni del passato permettendone il ricordo alle generazioni future e che è concretamente impegnata nel rafforzare il legame della gente con il proprio territorio. Ne è un bellissimo esempio il Museo della civiltà contadina, che il gruppo ha sapientemente allestito all’interno del “Museo del lago”, inaugurato l’anno scorso a Castreccioni. Negli ultimi anni ha ampliato il raggio dei temi di cui si interessa, cimentandosi in commedie teatrali dialettali che hanno aumentato, ancora di più, l’affetto e il legame con il pubblico. Nel 2015, in occasione dei 50 anni dalla fondazione del gruppo, è stato pubblicato un volume che ne ripercorre la storia.

per promuovere la salvaguardia del Creato, riscoprendo anche il ruolo storico dell’agricoltura

Il fascino della tradizione tra trebbiatura e folclore DI

ANDREA MOZZONI

a civiltà contadina, pur segnata da sofferenze e ingiustizie, è stata portatrice di fermenti vitali e istanze di trasformazione che hanno segnato in maniera originale lo sviluppo della nostra regione». L’ex presidente del Consiglio regionale delle Marche, Vittoriano Solazzi, descrive con queste parole, nell’introduzione al libro Storia della civiltà contadina marchigiana di Cesare Angeletti (edito da Quaderni del Consiglio regionale delle Marche n. 174 del 2015), uno spaccato della «dimensione sociale e antropologica» della nostra società. Si deve all’approfondito studio e alla coriacea memoria di Angeletti (o, meglio, del settantacinquenne Cisirì), pertanto, la possibilità di consultare un volume che approfondisce molte delle fasi della quotidianità contadina, alcune delle quali, come la trebbiatura, pur modificandosi in ragione della modernità, mantengono il loro fascino anche grazie alle rievocazioni promosse in tutto il territorio regionale. «Prima che fosse inventata la trebbiatrice le cove erano portate sull’aia – scrive Angeletti –, sciolte e distese a terra a formare un gran cerchio e su di esse erano fatti passare i muli che, con gli zoccoli, rompevano la spiga e separavano i chicchi di grano dalla pula». Poi è arrivata la tecnologia, che ha consentito di migliorare, alleggerire e velocizzare il lavoro dei contadini. Una fatica che, tuttavia, era sinonimo di comunità, come dimostra, ormai da 31 anni, l’opera di divulgazione e salvaguardia della memoria compiuta dalla Pro Loco di Piediripa, attiva frazione di Macerata. Da giovedì 23 giugno al 3 luglio, infatti, presso l’azienda agricola Lucangeli in Contrada Valle, sarà possibile gustare i pasti della tradizione, grazie all’operosità delle vergare e rivivere, durante la festa in programma la domenica conclusiva, con la partecipazione di circa cinquanta figuranti (tre volte tanti,

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Ogni anno, a cavallo tra giugno e luglio, in provincia di Macerata è protagonista la rievocazione della trebbiatura

invece, i volontari impiegati per tutta la manifestazione), le fasi salienti della trebbiatura. Uomini e donne in costume d’epoca a rappresentare il padrone, la contessa, i contadini, il fattore e il frate, senza dimenticare i macchinari storici originali, dal trattore alla mietitrebbia. Più recente, ma ugualmente significativo, l’evento che si svolge a Cingoli nel mese di luglio: la Festa della trebbiatura e del folclore. Un viaggio nella tradizione locale per rivivere un momento atteso, nell’allegria e nella condivisione, tra canti popolari e il ballo del tradizionale saltarello. Anche in questo caso, tramandare le tradizioni e le usanze popolari è

l’obiettivo principale degli organizzatori, il Gruppo Folkloristico Balcone delle Marche (50 anni compiuti nel 2015), oltre che poter assaggiare pietanze come i maccarù de ‘o ‘batte, i fascarelli e l’oca arrustu. Tornando nella bassa valle del Potenza, nel Comune di Treia si rievoca la trebbiatura come una volta la terza domenica di luglio. Lo scenario è quello della località di Camporota, quando, dal 14 al 17 luglio, all’evento curato dall’Associazione sportiva Pro Camporota – con la partecipazione dei volontari del “Balcone delle Marche” – sarà affiancata, per il 29° anno consecutivo, anche un’altra

importante tradizione per il luogo e per l’intera provincia: la cottura del maialino alla brace. Tre possibilità concrete, dunque, non solo gastronomiche, per poter riscoprire un mondo antico e accantonare, almeno per alcune ore, quella nostalgia evocata da Cesare Angeletti, sconfiggendo quello che definisce il “sipario dell’oblìo”: «Se nessuno si preoccupasse di fermarne il ricordo sulla carta, allora – ammonisce l’autore –, veramente su questa splendida festa, su questo grande spettacolo itinerante, che si rinnovava ogni anno di aia in aia, scenderebbe per sempre la parola fine».

la parola del vescovo

Il periodo delle vacanze estive per forza «tempo di ozio»? i sono delle frasi udite da bambini, che ti restano impresse nella mente in modo indelebile. L’inizio delle vacanze estive mi ricorda il discorso di fine anno del mio maestro delle elementari, un bersagliere che aveva fatto la guerra. Il contesto della nostra classe di un paesino della campagna umbra somigliava più al libro “Cuore” che alle classi rumorose e super tecnologiche della “buona scuola” (?!) di oggi. «Ragazzi, vi aspetta un meritato tempo di riposo, ma ricordate che l’ozio è nemico dell’anima!». A questo seguiva un lungo elenco di “compiti per le vacanze” che ci rassicuravano: avremmo avuto davvero poco tempo per stare in ozio! La frase sull’«ozio nemico dell’anima» deriva dalla Regola monastica di San Basilio, che si ispira a vari brani biblici sulla pigrizia. Due mi piacciono in particolare; il primo tratteggia con arte la pigrizia mattutina: «Come la porta si volge sui cardini, così il pigro sul suo letto» (Prov 26,14). E il secondo che descrive come il pigro sappia trovare sempre ottime scuse per non mettersi in cammino verso il bene: «Il pigro dice: c’è un leone nella strada, c’è un leone per le vie!» (Prov 26,13). La regola di San Benedetto invece distingue con sapienza due termini latini: otiositas e otium. L’otiositas è un modo di vivere il tempo libero distruttivo per l’anima: riempiendolo di azioni vuote di senso e di valore, che alla fine ci fanno sentire meno vivi, meno gioiosi, inutili. C’è poi l’otium latino, che è il vero riposo saggio e significa “essere libero dal lavoro per dedicarsi ad attività di carattere Mons. Marconi spirituale” come: la lettura, la preghiera, la contemplazione dell’arte o della bellezza della natura, la conversazione serena con persone sagge, lo stare tra amici in pace. Queste sono le “vacanze intelligenti” che incoraggerei a vivere. Un aspetto positivo della crisi economica è che ha costretto molti a smettere la stupida competizione di fare vacanze “speciali”, in posti esotici e lontani creati artificialmente dalla speculazione delle agenzie turistiche. Vacanze fatte per potersi vantare al ritorno con gli altri, ma certi nell’intimo di essere più vuoti e stanchi di quando eravamo partiti. Nei giorni di riposo che questa estate ci potrà offrire, cerchiamo di vivere un vero otium che ristori l’anima ed il corpo. La nostra regione è ricca di luoghi in cui scoprire la bellezza dell’arte, il silenzio armonioso dello spirito, la pace serena della natura. Ci sono itinerari, segnati dalle antiche vie di pellegrinaggio, come la famosa “Via Lauretana”, punteggiati di luoghi bellissimi. Questo percorso dello spirito, che univa Roma a Loreto, risaliva lungo il Tevere da Roma fino a Civita Castellana, poi attraversava Narni, Terni, Spoleto e Foligno, per entrare nelle nostre valli da Camerino, Tolentino, Macerata e Recanati, fino a Loreto e di qui al porto di Ancona, da cui i pellegrini partivano per la Terra Santa. Spesso questi itinerari, con le loro bellezze, li scopriamo solo quando andiamo a farli vedere a qualche ospite straniero. Vale davvero la pena, almeno per una estate, di diventare turisti a casa nostra. Nazzareno Marconi, vescovo

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Nazareno Strampelli, in 150 anni più pane per tutti Un convegno per ricordare l’agronomo e genetista grande innovatore delle tecniche di coltivazione del frumento cienziato e precursore della cosiddetta Rivoluzione verde, il maceratese Nazareno Strampelli è uno dei più grandi agronomi e genetisti del XX secolo. Sabato 21 maggio, l’Accademia Georgica di Treia, presieduta dal prof. Carlo Pongetti, e l’Istituto Agrario “Giuseppe Garibaldi” di Macerata hanno voluto celebrare la nascita dello scienziato con uno speciale “compleanno” in occasione dei suoi 150 anni. Molte le personalità del mondo accademico intervenute insieme a specialisti del mondo dell’agricoltura, i quali hanno dato vita a un convegno che ha seguito idealmente le linee guida dell’Expo di Milano: Nutrire il pianeta.

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I momenti tecnico–scientifici del convegno sono stati avviati da Sergio Salvi, ricercatore in genetica e biografo di Strampelli, che ha presentato il libro “L’uomo che voleva nutrire il mondo: i primi 150 anni di Nazareno Strampelli”, edito dalla stessa Accademia Georgica di Treia e cofinanziato dalla Regione Marche. «Lo Strampelli che ho conosciuto sui suoi documenti – ha affermato Salvi – è lo scienziato che osserva, ragiona e, infine, preconizza un futuro che è il nostro presente. Non un “mago”, un “profeta o un “santone” – ha aggiunto –, ma semplicemente un uomo, un “mortale” che visse la sua vita tra pregi e difetti. Di Strampelli oggi si parla molto più che dieci anni fa, e questo mi fa dire che, anche grazie alle mie ricerche, la missione è stata compiuta». A seguire, Roberto Papa, docente di Genetica Agraria presso l’Università Politecnica delle Marche, ha affrontato le «sfide della sicurezza alimentare, dei cambiamenti climatici e della so-

stenibilità», mentre Oriana Porfiri, agronomo, esperto di miglioramento genetico e sviluppo varietale del frumento, ha parlato dei frumenti di Strampelli. «I metodi di miglioramento genetico adottati oggi per il frumento non differiscono da quelli utilizzati da Strampelli oltre 100 anni fa e l’attualità del suo lavoro sta soprattutto nell’approccio “olistico” al sistema agricolo. Da agronomo, prima che da miglioratore genetico, Strampelli ha cercato di comprendere il sistema agricolo in cui operava e le esigenze dello stesso, sotto il profilo agronomico, climatico, di trasformazione, senza perdere di vista la redditività del lavoro agricolo e le richieste dei consumatori, che a quel tempo erano di “riempire le pance”. Inoltre, l’agronomo maceratese aveva uno spiccato spirito “divulgativo” e “istruttivo” dimostrato dal suo impegno nella “cattedra ambulante”. E anche questo aspetto non è di second’ordine oggi, quando, pur in piena era digitale – informazioni ovunque e subito – c’è ca-

renza di notizie tecnicamente e scientificamente corrette, seppure comprensibili a un pubblico non specialistico». A loro si sono aggiunti anche gli interventi di Norberto Pogna, docente di Miglioramento Genetico delle Piante presso l’Università “La Sapienza” di Roma, sul miglioramento genetico dei frumenti e l’eredità di Nazareno Strampelli; di Massimo Sargolini, docente presso la Scuola di Architettura e Design dell’Università degli Studi di Camerino, il quale ha l’opera del genetista all’Agricoltura e Paesaggio. Molto apprezzata è stata inoltre la relazione di Sandro Petrucci, docente dell’Istituto Agrario di Macerata, che, insieme agli studenti Alessandro Camperio, Aurora Torresi e Micaela Pagliari, ha presentato i rapporti tra Strampelli la stessa Istituzione, con particolare riferimento alle sperimentazioni delle varietà di grani Strampelli svolte dall’allora “Regia Scuola Agraria di Macerata” tra il 1914 e 1941. (A.Moz)


Martedì 21 giugno 2016

4 Ecco a chi rivolgersi La sede dell’Emporio della Solidarietà è a Macerata in via Ignazio Silone, 12/c. Per informazioni rivolgersi aI Centri d’ascolto parrocchiali o a Caritas diocesana, piazza S.V.M. Strambi, 3 – tel. 0733.232795 e-mail: caritas@diocesimacerata.it

Al via l’Emporio della Solidarietà, un sogno che ha preso vita grazie all’impegno di tanti DI

M. NATALIA MARQUESINI

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Carancini e Marconi all’inaugurazione dell’Emporio

Emporio della Solidarietà, ambizioso progetto della Caritas diocesana, realizzato grazie alla collaborazione con diversi enti e associazioni di Macerata, è stato ufficialmente inaugurato il 28 maggio. Il market di distribuzione gratuita di generi alimentari era già attivo in via sperimentale dal settembre scorso e ora è al centro di una rete impegnata nella lotta alla povertà, con oltre 250 domande di sostegno accolte. Grazie alla collaborazione della Caritas diocesana, di quelle parrocchiali, del comune, delle Acli, dei Gruppi di Volontariato Vincenziano (GVV), del Centro di ascolto e di prima accoglienza e dello sponsor Conad Adriatico, è stato possibile istituire un unico punto di distribuzione coordinato coi centri di ascolto presenti in città. «La collaborazione in rete – ha spiegato Emanuele Severini, referente dell’Emporio – permette non solo di verificare il reale bisogno di chi chiede un

A Frontignano gli esercizi spirituali del clero

aiuto, ma anche di valutare le potenzialità delle famiglie coinvolte, dando omogeneità ai criteri di valutazione». Chi ha diritto all’aiuto diventato possessore della Card dell’Emporio con un credito che si rinnova ogni mese e al tempo stesso è coinvolto in un percorso mirato a risolvere il problema di fondo. Il sindaco Romano Carancini, durante l’inaugurazione si è detto fiero del lavoro svolto: «Questa volta si trattava di lavorare sulla progettualità, non sull’assistenza». Il vescovo Nazzareno Marconi ha poi sottolineato l’importanza di impegnarsi per «una carità a lungo termine: la sfida è di far capire che non esistono soluzioni facili, come a chi è in difficoltà possono sembrare i prestiti che sfociano nell’usura e il gioco d’azzardo. Noi invece chiediamo a tutti di impegnarsi. I centri di ascolto devono andare incontro alle persone per fare il salto di qualità. Se funziona, faremo davvero qualcosa di serio».

e avevo bisogno: questa la prima considerazione N al ritorno dagli esercizi vissuti dal 13 al 16 giugno. Prima della partenza i dubbi: come saranno? E il predicatore? Tolgo tempo alla parrocchia... Ma vivendoli scopri che lo Spirito ti aspettava per darti i doni di cui avevi bisogno, il primo quello di una rinnovata intimità con Gesù (tema trattato con semplicità e profondità dall’arcivescovo Giuseppe Mani). Sono importanti perché ci aiutano a non sentirci burocrati o funzionari del sacro e ci richiamano all’essere anzitutto discepoli di Cristo e per questo pastori del popolo di Dio di cui facciamo parte. Gabriele Crucianelli

Tornano gli appuntamenti culturali diventati tradizione. E la Chiesa locale si riunisce per fare il bilancio sul cammino dell’anno

Sferisterio, Mediterraneo alla ribalta Con le tre serate di «Musicultura» e il cartellone della stagione lirica all’Arena maceratese decolla l’estate

Una veduta dell’Arena maceratese, capace di attrarre ogni anno centinaia di spettatori

Sul palco, il 23, 24 e 25 giugno, interpreti della musica d’autore, mentre a luglio il Macerata Opera Festival si animerà con «Norma», «Otello» e «Il Trovatore»

In rassegna otto talenti da ascoltare na rassegna capace di anticipare le tendenze, un luogo in cui la canzone d’autore ha mostrato sempre la sua vitalità». Con queste parole Francesco De Vitis, vice direttore di Radio 1 Rai, descrive la 27^ edizione di Musicultura (www.musicultura.it), in programma a Macerata da giovedì 23 a sabato 25 giugno. Nata come «Premio Recanati», l’evento in venticinque anni si è saputo affermare come una delle iniziative musicali italiane più innovative e originali. La peculiarità della formula, infatti, unita alla prerogativa di attingere alla creatività della musica “popolare” senza confini di genere, hanno reso la manifestazione, ispirata da note e poesia, un autentico polo di riferimento “spettacolare”. Dopo le attente selezioni svoltesi nei mesi scorsi – diverse le fasi, dal lancio del bando di concorso, alla selezione delle proposte, fino alle tre serate finali a Macerata – sarà quindi l’arena dello Sferisterio ad ospitare la rosa degli otto talenti che si sono aggiudicati l’accesso all’esibizione finale: Gianfrancesco Cataldo e Flavio Secchi, i preferiti dal pubblico dei social; Mimosa, Luca Tudisca, Sikitikis e Francesca Romana Perrotta, eletti dal Comitato artistico di garanzia; Emanuele Colandrea, scelto da Musicultura. Tra gli altri, anche Simone Cicconi, maceratese "doc", che, con una lunga carriera nel mondo della musica, era già rientrato tra gli otto finalisti del festival nel 2013. Musicultura, inoltre, quale contenitore culturale credibile, ma non per questo accademico, come da copione vedrà anche la partecipazione di ospiti di prestigio. Per l’edizione 2016 ad esibirsi saranno Gianna Nannini, Eugenio Finardi, Nino Frassica, Simone Cristicchi e Dacia Maraini. Francesca Cipolloni

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DI FRANCESCA

CIPOLLONI

o aveva preannuciato e così sarà: la 52esima stagione lirica del Macerata Opera Festival, dedicata al «Mediterraneo», saprà stupire guardando alla grandezza del passato che si riflette, come in uno specchio d’acqua appunto, nella tragica eppure speranzosa attualità del presente. Francesco Micheli, direttore artistico del Mof, presentando il Festival Off, cartellone di eventi che “accompagnano” la stagione lirica anche fuori dallo Sferisterio, ha più volte sottolineato la valenza del tema scelto per quest’anno che declina contenuti di assoluta contemporaneità, eppure scanditi da poemi e miti profondamente radicati nell’antichità. «Le idee che presentiamo per l’imminente stagione – precisa Micheli – sono il risultato di un dialogo in corso da anni con Macerata e il suo territorio, che si fa autentico “amplificatore” dell’arte lirica, come frutto di una preziosa collaborazione tra più soggetti e che ci racconta come l’opera, in fondo, sia una madre di mille figli, in grado di esprimersi in vesti diverse». E di questa nutrita “prole” parla anche Luciano Messi, sovrintendente dell’Associazione Arena Sferisterio che, anche per il 2016, garantisce una proposta in grado di soddisfare ogni interesse: come negli anni precedenti, inoltre, tutti gli eventi in città sono ad ingresso gratuito. Senza dubbio, a far da protagonista agli appuntamenti del Mof è il forte dialogo con il territorio che saprà incarnarsi nelle note di «Otello», «Norma» e «Il Trovatore», le tre opere pronte ad accompagnare il pubblico nelle date previste per luglio e agosto. Ad inaugurare la kermesse, come da tradizione ormai, sarà la Festa dell’Opera, in

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programma il 30 giugno nella cornice del teatro romano Helvia Recina di Villa Potenza. La vera “notizia”, comunque, è che non sarà protagonista solo il capoluogo stavolta, dal momento che il concerto “emigrerà” anche a Tolentino, sabato 2 luglio, al Castello della Rancia, «a testimonianza – sottolinea Romano Carancini, sindaco di Macerata e presidente dell’Associazione Arena Sferisterio – di come lo Sferisterio è integrato all’interno del territorio: il Festival Off non è di pochi, sono sempre di più le persone attirate dall’opera e dai suoi valori». Tra le sinergie più proficue attraverso cui si metterà in scena una produzione d’eccezione, spiccano il Festival internazionale Adriatico Mediterraneo, i Musei civici di Palazzo Buonaccorsi, il comune di Tolentino, il Centro Italiano Femminile e l’Università di Macerata.

Confermate anche le consolidate rassegne degli Aperitivi Culturali, curate dall’associazione Sferisterio Cultura, che tutti i giorni presso gli Antichi Forni anticipano con approfondimenti le tematiche della stagione. Dopo la Notte dell’Opera, il 4 agosto, andrà in scena quello che Micheli definisce «lo spettacolo clou del Festival Off»: l’11 agosto è infatti in programma «Medea, da Cherubini a Pasolini», che vede come protagonista il soprano Daniela Dessì. Si tratta di una serata di beneficenza realizzata in favore di Medici Senza Frontiere, charity partner della stagione. Infine, a dimostrazione di come con l’opera lirica si possa abbracciare ogni genere di musica, ci sarà il pop con due attesi concerti: il primo, il 24 luglio, con Goran Bregovic, mentre il 14 agosto sarà il talento di Ezio Bosso ad incantare la platea maceratese.

Palazzo Buonaccorsi In mostra il «sesto continente» ell’ambito della folta proposta culturale pensata per il Mof 2016, si inserisce anche «6th continent», la mostra da visitare nelle prestigiose sale di Palazzo Buonaccorsi. L’allestimento, promosso dal comune di Macerata, verrà inaugurato venerdì 15 luglio. «Il titolo di questa originale intuizione – spiega Alessandra Sfrappini, dirigente di Macerata Musei – si deve ad uno scrittore turco noto come il “Pescatore di Alicarnasso”». Ispirata, anch’essa, al tema della stagione lirica dello Sferisterio, l’esposizione contiene il

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bagaglio esperienziale del fotografo bolognese Mattia Insolera, che ha raccolto diverse testimonianze di viaggio toccando 13 Paesi. «La pluralità di prospettive offerte dal Mof – aggiunge inoltre Stefania Monterverde, assessore alla Cultura – ci permette di mettere in luce anche questo progetto, con il racconto di un fotografo itinerante che, in sette anni, ha attraversato il Mediterraneo, documentandolo tramite le storie di un “sesto continente” che, nella contemporaneità come nel passato, racchiude in sè bellezze e sofferenze». (F.Cip.)

A vent’anni dal Sinodo, avanti nel segno dei laici «La Chiesa non nasce da singoli intercambiabili ma da persone che devono la loro unicità ai doni che Dio ha donato loro. L’unità non può avvenire nell’omologazione e nell’unificazione, ma da un lasciarsi guidare dal Signore»

Il convegno su «Chiesa sinodale e ministeriale: dalla memoria del Sinodo alla corresponsabilità laicale», svolto alla Domus San Giuliano il 16 e il 17 giugno ha chiuso l’anno pastorale diocesano DI LUCIA

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DIONISI

a Chiesa diocesana si è riunita presso la Domus San Giuliano il 16 e il 17 giugno per riflettere su: «Chiesa sinodale e ministeriale: dalla memoria del Sinodo alla corresponsabilità laicale». Giovedì sera il vescovo Marconi ha introdotto i lavori con una Lectio divina incentrata sui capitoli 12 e 14 della Prima lettera ai Corinzi. Il presule ha più volte ri-

cordato che «la Chiesa nasce e si alimenta dai tanti doni dello Spirito». Come riconoscere questi doni? La risposta è nei primi tre versetti del testo. Carismi diversi vissuti nell’unità sono il segno distintivo e costitutivo di Dio uno e trino. «Gesù è il Signore: questo è il cuore della nostra fede. Lo Spirito dà i doni perché la Chiesa cresca come comunità di fede. Ogni dono è dato a ciascuno in modo particolare». «La Chiesa non nasce da singoli intercambiabili, ma da persone uniche e concrete che devono la loro unicità ai doni che Dio ha donato loro. La Chiesa non può che essere varia». Essa è diversa nella sua particolarità come nella sua totalità: ciò non è un limite ma una ricchezza. L’esempio del corpo nella diversità delle sue funzioni è quello proposto da Paolo e ci indica che la diversità è un bene. «Siamo stati immersi nello Spirito per formare un solo corpo. L’unità nella Chiesa non può avvenire nell’omologazione e nell’u-

nificazione, ma è piuttosto un lasciarsi guidare dal Signore che ci indica la via». Il giorno successivo monsignor Giuseppe Orlandoni, già Segretario Generale della diocesi maceratese e vescovo emerito di Senigallia, ha sintetizzato l’esperienza del Sinodo diocesano a venti anni dalla conclusione. La sua natura era pastorale, aveva finalità di rinnovamento; il metodo usato era quello del discernimento compiuto insieme. È stato un evento di fatica e di gioia vissuto nella Grazia di Dio che ha ispirato le oltre 400 persone coinvolte. Mons. Orlandoni ha ricordato che «la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella storia, per essere segno del regno di Dio offerto a tutta l’umanità». La sinodalità va riattualizzata nei nuovi scenari che l’accelerazione dei cambiamenti ha prodotto, aumentando i luoghi e gli strumenti della comunione, valorizzando la missione dei laici, tenendo presenti le diseguaglianze

Uno scorcio del Convegno

sociali, la disoccupazione soprattutto giovanile, l’aumento e l’acutizzarsi delle povertà vecchie e nuove. Bisogna recuperare la dimensione del sognare insieme, perché quando si sogna insieme, i sogni si trasformano in realtà da condividere.


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Avvenire 21 giugno 2016 by EmmausOnline - Issuu