Reportage
Foto gentilmente concesse da Roberto Cruciani
27 gennaio
GIORNOdella
MEMORIA ricordi e annesie della storia Annalisa Cegna* Dalla data della sua istituzione (il 20 luglio del 2000), intorno al Giorno della Memoria si sono raccolte le problematiche legate alla capacità della commemorazione di produrre una memoria collettiva, al significato della riflessione pubblica che essa sollecita, all’uso politico che ne viene fatto. Uno dei dubbi più impellenti, tra coloro che operano in ambito storico, riguarda il rapporto tra l’aspetto emotivo legato ai fatti e la dimensione della conoscenza storica, che vede prevalere nettamente il primo sulla seconda. Proporre la Shoah solo come “male assoluto” significa presentarla come dato morale, con il rischio di accreditare il fenomeno come astratto, se non addirittura di favorirne la banalizzazione mediante la trasformazione in mito di quell’esperienza. Tuttavia, questa è la lettura che più di frequente viene fatta della Shoah, con il pericolo, oramai da più parti denunciato, che, così inteso, il Giorno
della Memoria rischi di diventare un esercizio periodico vuoto e formalistico. Commemorare non è sinonimo di conoscere, eppure si può cogliere l’occasione offerta dalla commemorazione per indagare e decifrare il processo politico che ha portato alla Shoah, per fare in modo che, per usare le parole di Georges Bensoussan, «la politica della memoria si muti in politica della storia». La memoria della Shoah, come altre della sfera pubblica, non è mai frutto solo dell’evento «Shoah», ma è, per così dire, “contaminata” dalle esigenze della società nella quale si sviluppa. Perché è così importante analizzare la memoria della Shoah? La memoria ha un valore pragmatico, serve per fare, ci dice oggi quello che del passato si è trattenuto, e come ha arricchito la nostra capacità di agire. In questo ultimo periodo, la riflessione sullo sterminio degli ebrei posto in essere dal Nazismo assume particolare significato, dal momento che ci troviamo in quella che è stata definita l’età della postmemoria, ossia la con-
clusione di una stagione in cui per memoria si intendeva un’esperienza vissuta. Quella che si sta aprendo è una delicata stagione in cui si dovrà accettare la sfida di trasmettere la memoria di quell’evento senza averla vissuta. L’odierno Giorno della Memoria è fatto soprattutto di letteratura e storia e, facendo di necessità virtù, l’affrancamento dalla memoria diretta delle vittime, consegna la ricorrenza del 27 gennaio ad un’idea di Shoah più larga di prima. Ne fa una storia di ebrei, ma anche di gentili, di vittime ma anche di spettatori segnati per sempre dallo spettacolo del martirio e di posteri segnati per sempre dalla parola Shoah. Se l’apparizione di ricerche, di letteratura, di film, di fiction su questo tema è un buon indicatore dell’attenzione che globalmente si dedica all’argomento, si può affermare con sicurezza che la Shoah è diventata un evento pienamente condiviso dalla collettività, tanto che, ad esempio, in ambito letterario essa è talmente rappresentata da necessitare della ricerca di
nuove cifre stilistiche. Il dato deteriore di questo stato di cose è che lo sterminio è diventato un fenomeno di marketing, un prodotto di massa. Se ripensiamo al quesito, non estraneo a Primo Levi, se sia giusto usare la Shoah come oggetto estetico, o alla provocazione di Theodor Adorno, sull’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz, ci rendiamo conto di quanta strada è stata fatta, e non tutta proficuamente, se oggi ci interroghiamo sulla Shoah anche come oggetto di consumo. Nel tempo sono mutate le rappresentazioni dei criminali, delle vittime, si sono via via specificate e articolate le varie storie nazionali e quella europea. Ed è anche per questo, infine, che un corretto insegnamento della Shoah è di cruciale importanza e, purtroppo, non frequentemente adottato. Un insegnamento che intensifichi lo sforzo della ragione, che ponga degli interrogativi al nostro stesso essere “soggetti politici”, che rifugga da una memoria basata sull’emozione, fragile e politicamente inutile. * Direttrice scientifica dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Macerata
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Reportage In esclusiva per Emmaus, l’urbisalviense Roberto Cruciani, autore del testo «E vennero... 50 anni di libertà, 1943-1993: campi di concentramento, prigionieri di guerra, internamento libero nella Marche 1940-1945» (da cui sono tratti i testi di queste due pagine), compie con i lettori un “viaggio” particolare tra quelli che sono stati i campi di internamento del nostro territorio, mostrandoci, infine, documenti inediti frutto di una ricerca che dura da anni. Dalle Marche alla Polonia, tra il passato e il presente, un racconto speciale. Per non dimenticare.
l’internamento nella regione
Con l’avvento del Fascismo nel 1922, il 25 novembre 1926 venne costituito il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. I provvedimenti amministrativi che ne seguirono furono la condanna al carcere e in colonie di confino degli oppositori al Regime. Successivamente, iniziò a diffondersi in Italia il razzismo, che nel 1937-1938, prese una particolare connotazione antisemita. Nel 1938 iniziò una vera e propria campagna razziale e ai primi di settembre dello stesso anno, con Decreto Legge 7 settembre 1938, furono presi i primi provvedimenti riguardanti gli ebrei stranieri in Italia, con obbligo di lasciare il Regno entro sei mesi. Per quanto riguarda la scuola, gli ebrei furono esclusi dall’insegnamento di ogni ordine e grado scolastico ed agli alunni di razza ebraica fu vietato di frequentare le scuole pubbliche. Nella notte tra il 6 e 7 ottobre 1938 il Gran Consiglio del Fascismo emanò i successivi provvedimenti riguardanti i «problemi razziali»: una serie di leggi e disposizioni, tra cui il R.D. Legge 17 novembre 1938, anno XVII Era Fascista, n.1728. Questo regio decreto era diviso in tre parti: Capo Primo – Provvedimenti relativi ai matrimoni (art. 1 –7); Capo Secondo – Degli appartenenti alla razza ebraica ( art. 8 – 16), Capo terzo – Disposizioni transitorie e finali (art. 17- 28). Di particolare rilevanza erano i seguenti articoli: Art. 1. «Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con una persona appartenente ad altra razza è proibito» Art. 9. «L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile. (...) I contravventori alle disposizioni del presente articolo sono puniti con l’ammenda fino a Lire 2000». Art. 10. «I cittadini italiani di razza ebraica non possono: a) prestare servizio militare in pace e in guerra; b) esercitare l’ufficio di tutore o curato-
nibile superiore a lire ventimila...» Giornali e riviste, quali “La Difesa della Testata del Razza”, il “ Tevere” di Roma , il “Corquotidiano riere Adriatico “ di Ancona , spiccavadatata 1° no nel panorama giornalistico italiano novembre per la violenza degli attacchi antisemiti contenuta negli articoli, per cui fu scon1938 certante la passività degli italiani dopo la promulgazione delle leggi razziali. re di incapaci non apparteLa situazione degli ebrei andò sempre nenti alla razza ebraica; più peggiorando con l’avvicinarsi c) essere proprietari, a qualsiasi titolo, della entrata in guerra dell’Italia, tanto di aziende dichiarate interessanti per la che il 4 giugno 1940, a soli sei giorni difesa della nazione ...; dall’inizio della guerra, il Ministero d) essere proprietari di terreni che in dell’Interno chiese ai Prefetti l’elenco complesso abbiano un estimo superionominativo degli ebrei residenti nelle re a lire cinquemila; loro circoscrizioni, per il loro invio in e) essere proprietari di fabbricati urbaCampi di Internamento o confinati in ni, che in complesso abbiano un impo- Comuni.
CAMPO DI CONCENTRAMENTO Aveva la funzione di limitare le libertà individuali a seguito delle leggi razziali o per motivi politici. Era la Prefettura di appartenenza a nominare «Il Commissario» con funzione di Direttore del Campo, che veniva coadiuvato da agenti di P.S. e da Carabinieri per la relativa sorveglianza. Le località di internamento furono scelte dal Ministero dell’Interno, nel maggio 1940, in modo particolare nelle regioni Marche ed Abruzzo-Molise, in quanto dichiarate zone montagnose e con disagevoli vie di comunicazioni: le due regioni ospitarono sul loro territorio la metà degli internati in Italia.
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INTERNAMENTO LIBERO Consisteva nel «domicilio coatto» presso un Comune. L’individuo non poteva allontanarsi dal Comune senza l’autorizzazione del Podestà o dei Carabinieri. La censura postale era demandata al Podestà, quale Ufficiale di Pubblica Sicurezza. I provincia di Macerata: Apiro, Appignano, Belforte del Chienti, Caldarola, Camerino, Castelraimondo, Esanatoglia, Fiastra, Fiuminata, Loro Piceno, San Ginesio, S. Angelo in Pontano, San Severino Marche, Sarnano, Serravalle sul Chienti, Tolentino, Urbisaglia.
IL CAMPO PER PRIGIONIERI DI GUERRA Era organizzato in maniera militare, dipendeva dallo Stato Maggiore Regio Esercito ed il Comandante era quasi sempre un Colonnello: dopo l’armistizio, la loro funzione fu quella di raccolta di civili provenienti dai Campi di internamento chiusi o dal Domicilio coatto nei Comuni.
«misure restrittive» a pollenza e urbisaglia Nel dettaglio, queste erano le località in cui erano presenti i Campi. A Urbisaglia Bonservizi arrivavano ebrei italiani e stranieri, apolidi, ex jugoslavi (con capienza di 250 alloggi), mentre a Treia erano presenti straniere (inglesi e francesi), 15 ebree (con capienza di 200 posti). Pollenza (con capienza di 200 posti) ospitava straniere ed allogene (ossia, appartenenti a minoranza etnica), mentre a Fabriano (capienza 120 posti) erano presenti gli italiani “pericolosi” e gli ex jugoslavi: a Sassoferrato (aperto nel 1942/43) erano ospitati gli allogeni e gli ex jugoslavi (la capienza era di 150 posti) e a Petriolo (aperto nel 1942/43, con capienza di 100 posti) arrivarono le straniere (inglesi e francesi) e le ebree
Mentre la Questura segnalava i nominativi delle persone da internare, i Podestà, quali Ufficiali di Pubblica Sicurezza e i Direttori dei Campi, dovevano impiantare i registri ed i fascicoli personali. Gli internati non abbienti ricevevano un sussidio giornaliero di lire
6,50 per il vitto, da consumare nella mensa del Campo. Le misure restrittive della loro libertà personali erano molto chiare: era vietato allontanare dal campo senza autorizzazione; era necessario rispettare l’orario imposto, presentandosi a tutti gli
appelli; impossibile tenere passaporti o altri documenti personali che dovevano essere consegnati all’arrivo; non si potevano possedere somme superiori alle lire 100, in quanto le eccedenze venivano versate in libretti postali tenuti dai Direttori; vietato, infine, tenere apparecchi radio.
Bolli di censura dei Campi di Concentramento della Provincia di Macerata: Pollenza, Urbisaglía Bonservizi, Treia e Petriolo.
Campo di concentramento di Urbisaglia Il campo di Urbisaglia era situato all’Abbadia di Fiastra, nella Villa Giustiniani Bandini: iniziò la sua attività il 16 giugno 1940, quando in serata arrivarono i primi internati. Nei tre anni di apertura, fino all’8 settembre 1943, vi transitarono centinaia di ebrei, ma anche sloveni e apolidi. Essendo gli ebrei il gruppo maggiore, furono autorizzati a trasformare una stanza in Sinagoga, ritenuto per loro un fattore di grande importanza la vita religiosa. Il capo spirituale era l’avvocato Carlo Alberto Viterbo. Durante il periodo pasquale, potevano avere
il pane azzimo. Oltre alla pratica religiosa, gli internati dedicavano parte del loro tempo a scrivere ad amici e familiari, cercando in tutti i modi la libertà o lo spostamento in Comuni. Tutta la corrispondenza in partenza e in arrivo veniva censurata. Il Commissario del Campo di Urbisaglia controllava, con gli agenti, anche i campi femminili di Pollenza, Treia e Petriolo. Nel campo, gli internanti presenti superarono il centinaio solo in alcuni mesi. Dopo l’8 settembre 1943, alcuni riuscirono a fuggire dall’internamento, altri furono portati al Campo Prigionieri di Guerra n.53 di Sforzacosta, per essere trasferiti nel gennaio 1944 a Fossoli di Carpi. Da qui, circa 40 furono tradotti con il convoglio 1/a del 5 aprile 1944 al Campo di Sterminio di Auschwitz: l’unico superstite del gruppo di Urbisaglia fu il dottor Paul Pollak.
«
Nelle ore grigie e oscure di Ausch witz abbiamo sempre visto da vanti a noi, come un miraggio, il luminoso giardino dell'Abbadia di Fiastra in ltalia, Paese del sole e di buona gente» Dr. Paul Pollak,
L’internato Rudolf Bratuz e il Commissario del Campo di Concentramento dell’Abbadia di Fiastra. A sinistra, la sua camera all’Abbadia di Fiastra in un disegno di Mosbach.
internato nel Campo di Concentramento di Urbisaglia.
«Cara Maria, ... Questa fotografia è il cortile interno della Basilica (dell’Abbadia di Fiastra), io dormo dirimpetto»: scriveva così Bratuz alla famiglia.
Campo di concentramento Di Pollenza Il Campo di Concentramento era ubicato nella Villa Lauri, a pochi chilometri del paese, ed era femminile. Le prime tre internate giunsero il 26 giungo 1940, ma il campo ne ospitò fino a 76. Nel febbraio 1942, furono trasferite a Pollenza 65 internate da Lanciano (Chieti), a causa della chiusura di questo campo: le donne internate erano italiane, francesi, inglesi,
polacche. Dopo l’armistizio, alcune partirono per Verona, Fiume, Lubiana, Sebenico, Modena e per altri Comuni della Provincia di Macerata; altre fuggirono dal Campo per destinazione ignota. Il Campo di Pollenza venne riaperto da gennaio a marzo 1944 per ospitare internati del Campo di Sforzacosta, eccessivamente affollato.
Campo di Concentramento Il Campo era ubicato a Villa Quiete, (detta Villa Di Treia Spada) ed era femminile. La sua attività iniziò nel 1940 e le internate presenti, una cinquantina, erano slave, francesi e inglesi. Nel dicembre 1942, appunto, il Campo venne chiuso per motivi igienici e le internate trasferite a Petriolo, nella villa «La Castelletta», dove rimasero fino all’armistizio. Successivamente, vennero ospitate presso famiglie locali, per essere trattate come «ospiti del Governo Italiano». È del 27 settembre 1941 la lettera proveniente dal Campo di Concentramento di Treia per internati civili di guerra, con bollo ovale di franchigia.
Campo Per prigionieri di Guerra a Sforzacosta
3 marzo 1942: lettera da Pollenza con bollo di censusa della direzione del campo (anche nel testo interno).
Il Campo per Prigionieri di Guerra di Sforzacosta si trovava nell’ex tabacchificio della frazione di Macerata, all’incrocio tra la strada statale 78 Picena e la n. 77, vicino alla stazione ferroviaria. Questo sicuramente facilitava il trasporto dei prigionieri stessi, per la maggior parte britannici: i presenti, al 15 novembre 1942, erano 3057, mentre a febbraio 1943 erano 5211. I prigionieri di guerra potevano utilizzare speciali cartoline in franchigia, cioè senza pagamento della tassa postale. Dopo l’armistizio, i prigionieri furono liberi, mentre nell’ottobre 1943 vi furono rinchiusi gli internati provenienti dai Campi di Urbisaglia e dei Comuni della Provincia di Macerata. Il 28 gennaio 1944,
con due camion militari, un centinaio vennero trasferiti a Fossoli di Carpi: poi, nell’aprile 1944, ad Auschwitz.
Lo stabile come si presenta oggi.
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Reportage
Esclusiva: da Auschwitz, le tracce di un orrore impossibile da dimenticare.
Al loro arrivo ad Auschwitz le persone che venivano poi utilizzate nei lavori del Campo erano schedate e fotografate. In questi scatti, un esempio: qui sopra, un’immagine dell’internato polacco riconoscibile con il numero 82407, padre di Zbinield Skrzpinski, a lato (82408).
La corrispondenza con l’esterno era ammessa solo in lingua tedesca. Qui sotto, è visibile un biglietto postale del 30 novembre1943 spedito sempre da Auschwitz: il mittente è Godzialski Roman, Blocco 32. Si trovano documenti relativi alla comunicazione del decesso del deportato: di fianco, una busta per Varsavia contenente copia telegramma relativa alla morte di un polacco nel Campo di Auschwitz.
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