famiglia
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Martedì, 16 maggio 2017
Una diocesi in festa Mensile della diocesi di Macerata Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia
promossa dall’Ufficio di pastorale P familiare della Diocesi, la IV «Festa della famiglia» coinvolge le diver-
A cura della redazione EMMAUS Via Cincinelli, 4 62100 Macerata tel. 0733.234670
se aggragazioni laicali. Domenica 11 giugno le famiglie incontreranno un testimone d’eccezione: Lia Sabatini, vedova del dott. Trancarelli, dichiarato venerabile lo scorso 27 febbraio. L’inizio è previsto per le ore 16.30; alle 19 la messa celebrata dal vescovo Marconi e infine la cena condivisa.
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MACERATA
Prime Comunioni: un appuntamento non più scontato che interroga la fede delle famiglie e sollecita le comunità a ritrovare slancio per l’evangelizzazione
Il primo grande "incontro" Abiti, regali, festeggiamenti sono ancora il contorno di un appuntamento che però il secolarismo provoca a riscattare il proprio integro significato di fede DI
M. NATALIA MARQUESINI
È
tempo di Prime Comunioni; bisogna scegliere le bomboniere, il menù per la festa, poi il dilemma del vestito: tutti i bambini con la stessa tunica, oppure ognuno sceglierà la sua? Tra parroci che decidono ogni dettaglio della celebrazione e genitori in ansia per rendere la giornata perfetta, troppe volte ci si scorda del vero motivo per cui quel giorno in chiesa la comunità e la famiglia si ritrova per fare festa. Una cosa però è certa, quella prima esperienza di Comunione rimane incisa nel cuore e spesso diventa occasione di incontro con il Signore non solo per i piccoli comunicandi, ma anche per le loro famiglie. Come è successo a Claudia e Alberto di Macerata ai quali accompagnare la preparazione del proprio figlio ha donato un nuovo entusiasmo nel vivere l’Eucarestia: «Devo ammettere – ci dice Claudia – che dopo il periodo di preparazione al Matrimonio, solo grazie al catechismo di mio figlio abbiamo ricominciato a frequentare la chiesa. Con la “scusa” di doverlo accompagnare a catechismo e alla Messa abbiamo ricominciato ad “assaggiare” il gusto di vivere la comunità parrocchiale. Inoltre grazie alle celebrazioni penitenziali abbiamo avuto l’occasione di accostarci di nuovo alla Confessione». Un sentimento di gratitudine alberga nel cuore anche di chi la chiesa non l’ha mai abbandonata dai tempi della propria prima comunione e ora vede la figlia compiere questo passo. Ci racconta infatti Alessandro di Recanati che per lui è «un momento davvero emozionante, visto che Benedetta è la prima dei miei quattro figli a comunicarsi; lo sto vivendo come occasione di crescita personale nelle fede, che mi spinge a fare memoria del mio primo incontro con il Signore. Così tramite questo memoriale mi sento di rimettermi ancora in cammino per incontrarlo e ringraziarlo; ora non più solo ma come famiglia». Di fronte ad un argomento alto come l’Eucarestia, il rischio è pensare che a 10 anni i bambini non siano del tutto preparati a ricevere questo dono, invece Marta dimostra di aver ben chiaro la bellezza del gesto che sta andando a compiere: «Finalmente potrò partecipare alla Messa appieno! E condividere la mia fede con tutta la parrocchia». Federico invece si trova a compiere questo passo in un anno di particolare “movimento”, infatti lui e la sua famiglia sono stati costretti ad abbandonare la propria casa a Muccia a seguito del terremoto; da novembre la sua vita è stata completamente ribaltata e si è trovato a frequentare una nuova scuola, nuovi compagni e tutta una nuova quotidianità tra cui il catechismo ai cappuccini di Macerata. «Sono molto emozionato – ci racconta – perché il giorno della mia Prima Comunione avrò l’occasione di incontrare gli amici e i
Una bambina riceve l’Eucaristia per la prima volta
parenti che non vedo da un po’ e soprattutto perché è bello poter accogliere Gesù nel nostro cuore e nel nostro corpo. Sono felice perché è cosa nuova; per me è come iniziare una nuova avventura e avere come compagno Gesù, al quale posso esprimere i miei desideri». La preparazione alla Prima Comunione solitamente è fatta di tanti piccoli passi settimanali affidati ai catechisti, che mettono a disposizione dei comunicandi il loro impegno. Manuela ha
accompagnato il suo gruppo per due anni e ora che la cerimonia si è conclusa ci dice: «È stata una bella esperienza, non semplice, ma formativa. Rimettersi in gioco, da adulti, non è scontato; tutto sembra più complesso, ci si fanno tante più domande, sul servizio che si sta facendo, se lo si fa bene o meno... Alla fine però l’emozione della cerimonia ha sciolto tutti i nodi e tutti i dubbi in lacrime di gioia, nel vedere visi illuminati dalla luce di Cristo, e sentire un’unica
parola...». Anche per Andrea si è dimostrata un’esperienza arricchente: «All’inizio e per buona parte di questa avventura ho avuto il timore di intraprendere un percorso di cui non mi sentivo all’altezza, ora al termine, devo ringraziare il Signore, i bambini, le “colleghe” catechiste per i doni ricevuti, due su tutti: la necessità di mettermi all’altezza dei bambini e l’esigenza di riprendere in mano quotidianamente la Parola».
Genova, IV Forum Movimento giovanile salesiano dell’Italia centrale In 75 da Macerata Circa mille e cinquecento giovani di età compresa tra 15 e i 25 anni si sono ritrovati a Genova dal 30 aprile al primo maggio scorso per dare vita al 4° forum del Movimento Giovanile Salesiano dell’Italia Centrale. Accompagnati da don Salvatore Policino e don Roberto Cornacchia, da Macerata sono partiti 75 ragazzi, in rappresentanza dei giovani che crescono all’interno della Casa Salesiana tra la Compagnia del Savio e l’Agesci. Sono state giornate impegnative ma molto ricche, che, seguendo il tema #inreteconilmondo, hanno spinto i
giovani a confrontarsi col tema bruciante dell’immigrazione. Gli incontri con il cardinal Bagnasco, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il sindaco di Genova e la visita a Galata, il museo del mare, hanno fornito loro un punto di vista privilegiato. Dal porto di Genova
hanno potuto ripercorre le tappe e le difficoltà che, meno di un secolo fa, gli immigrati italiani dovevano affrontare per arrivare in America, ricordando anche come da quello stesso porto sono partiti i primi salesiani missionari. M.N.M
la parola del vescovo
Permettiamo a Dio di continuare a farci compagnia DI
NAZZARENO MARCONI *
Q
uesto mese di maggio è tradizionalmente per molte parrocchie il mese delle Prime Comunioni. Lunghe file di bambini con la tunicella bianca ci ricordano con nostalgia con quale cuore e quale emozione ci dovremmo sempre accostare a ricevere il corpo di Gesù, per entrare sacramentalmente in comunione piena e profonda con Lui e con i fratelli. Poi però la vita gradualmente spariglia quelle file. Alcuni, sempre meno, continuano a comunicarsi e a vivere ogni domenica la Messa. Altri, sempre più, si perdono. Solitamente: prima smettono di confessarsi, poi per coerenza di comunicarsi, infine di andare a Messa. Quando si analizzano fenomeni che toccano le masse, ma anche l’intimo di ogni coscienza, è impossibile generalizzare e chi lo fa sbaglia di sicuro. Tanti sono i motivi per cui cambiano le cose nella vita e nel cuore delle persone. Però credo che una certa linearità in questo andamento malato della vita di fede di molti si possa diagnosticare e da una buona diagnosi nasce la cura. Se la linea dell’abbandono della pratica di fede è per molti quella indicata, è saggio partire dall’inizio del fenomeno. Si impara a confessarsi in terza elementare, quando le occasioni di fare veri peccati e di farli con coscienza, premeditazione e passione sono poche. Si impara a confessarsi con un misto di gioia di sentirci considerare grandi e la difficoltà di trovare qualcosa di serio da confessare. Spiegare la confessione degli adulti ai bambini è quasi inutile, non hanno quell’esperienza del peccato legata alla sfiducia di vincerlo che solo la vita ti porta. I bambini sono ancora convinti che tutto è possibile e se promettono di non farlo più, ci credono! Poi si cresce e si sperimentano le ferite e le sconfitte nella lotta contro i nostri difetti e i nostri limiti. «Padre, prometto di non farlo più!» diventa una frase in cui crediamo sempre meno, fino a sentirci a disagio. Se devo confessarmi per ridire sempre le stesse cose, cosa ci vado a fare? Così si abbandona la confessione. Poi continuiamo a comunicarci, ma con un misto di senso di colpa e di banalizzazione del male: non è più un incontro esaltante, ma uno sfiorarsi sempre più vergognoso. Finché si smette, perché «che senso ha farla ancora?». Oppure si continua a fare la comunione senza entusiasmo, come se ci si potesse abituare impunemente a entrare in comunione con Dio. Non so quanti tra i lettori di queste righe si riconosceranno in questa descrizione, ma per quelli che si sentono toccati e forse per tutti, è utile indicare con chiarezza dove sta l’errore. È nell’aver dimenticato o non avere mai conosciuto un passaggio importante della frase della confessione: «Padre, con l’aiuto della grazia di Dio, prometto di non farlo più». Tanta nostra catechesi è stata fatta, o più spesso recepita, come una lunga esortazione, un volontarismo dove Dio sta solo alla fine, a misurare e premiare o punire i nostri sforzi di bene. Invece la vita cristiana è una vita di alleanza con Dio, in cui il Signore è sempre vicino e coinvolto con il nostro vivere. La lotta al peccato e il superamento delle nostre fragilità non è un’impresa solitaria, ma un cammino da fare con Dio e con la Chiesa. Tutta l’insistenza di Papa Francesco sul tema della misericordia sempre necessaria, non nasce da una sottovalutazione del peccato e della sua gravità, ma dalla coscienza che senza la grazia di Dio e la compagnia dei fratelli nella fede, non ne verremo mai fuori. Nessuno si salva da solo: né senza Dio, né senza gli altri. Per questo serve la preghiera e anche un cammino ed un’esperienza di Chiesa. Si va a fare la prima comunione in fila, vestiti uguali, con le mani giunte presi dall’emozione di fare comunione con Dio e tra di noi. Chi non vuol abbandonare questa ricchezza, continui a camminare insieme con i fratelli di fede, pregando perché Dio lo sostenga, vivendo l’umiltà di riconoscersi peccatore sempre bisognoso di perdono e mai sfiduciato che un passo in più verso il bene, con l’aiuto di Dio e dei fratelli, si possa realmente fare. * vescovo
vocazioni Ecco chi sono i preti novelli Francesco Zambelli, di 29 anni, è originario di Tolentino e, formatosi nel movimento neocatecumenale, è entrato nel Seminario I tre giovani Redemptoris Mater nel 2007, subito dopo il conseguimento della maturità al Liceo scientifico. Neocatecumenale, ugualmente formatosi al Redemptoris Mater e anch’egli entrato in seminario nel 2007, Pietro Micheletti, 34 anni, è nato e cresciuto a Bologna, dove studiava violoncello al Conservatorio e Storia della musica al Dams. Giacomo Pompei, prossimo ai 27 anni, è nato a Macerata, ma tutta la sua vita ha fatto perno su Piediripa. Cresciuto in Azione cattolica, si è formato nel Seminario regionale di Ancona dov’è entrato nel 2009, subito dopo la maturità scientifica conseguita a Macerata.
ordinazione. I tre nuovi sacerdoti raccontati dai loro amici DI LUIGI TALIANI
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re giovani sono stati ordinati sacerdoti sabato 13 maggio all’Abbazia di Fiastra. A fianco del vescovo, l’emerito Claudio Giuliodori. Si è trattato di un evento oramai non molto frequente che suscita in alcuni stupore e di ammirazione, in altri curiosità. Prima dell’evento abbiamo raccolto le testimonianze di alcuni loro amici. Una vicina di casa del tolentinate Francesco Zampelli, che frequenta poco la Chiesa, ha ammesso: «Quando ho saputo della strada intrapresa da Francesco ho pianto, un po’ per la gioia e un po’ per il dispiacere che un bel ragazzo come lui avesse fatto questa scelta. Quando a ottobre ho vissuto la sua ordinazione diaconale sono però stata contenta che avesse realizzato il suo desiderio e mi sono commossa». Un amico ha espresso ammirazione sottolineando che «ci siamo abituati a valutare tutto col metro del reciproco vantaggio. Così
quando persone normali agiscono a unico vantaggio degli altri ci facciamo delle domande su di noi». Paul Felice, seminarista del Redemptoris Mater, compagno di Francesco, ricorda la condivisione della fatica dello studio, ma anche di accese discussioni, cui seguiva sempre la pacificazione. Un ragazzo che si sentiva lontano dalla fede dice di aver ricevuto da Pietro Micheletti durante un camposcuola la spinta per intraprendere il cammino verso la Cresima. Un altro giovane della parrocchia di San Catervo a Tolentino, ammette che c’è voluto tempo per conoscere Pietro, persona molto riservata, ma ne sottolinea la sensibilità che lo rende attento al prossimo. Anche Luca Poli che ha vissuto il Seminario con Pietro lo ricorda riservato e
serio, ma zelante nello studio: «Facciamo parte del Cammino neocatecumenale nella parrocchia della Cattedrale di Macerata. Il Signore gli ha dato la grazia di vivere il periodo di missione nel sud della Cina, a Macao». Infine Gianluca Pedini, del Seminario regionale di Ancona, amico di Giacomo Pompei, che ha maturato il suo cammino di fede in Azione cattolica nella parrocchia di San Vincenzo Maria Strambi a Piediripa. La sua testimonianza è preceduta da una citazione biblica (Sir 6,14): «Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro»: questo è stato Giacomo per lui. Prosegue: «Ho trovato in lui un fratello e un amico; mai mi ha nascosto che anche lui aveva dei problemi, come tutti, ma ha mostrato il suo amore per la verità».
Sabato 13 maggio la consacrazione all’Abbadia di Fiastra. A fianco del vescovo, l’emerito Claudio Giuliodori
Anche una compagna d’infanzia ricorda Giacomo: «La scelta di intraprendere questo percorso dedicato al Signore e agli altri e la sua ordinazione, non fa altro che rendermi orgogliosa di lui, di quel ragazzo dal cuore d’oro che ha condiviso con noi tanti bellissimi momenti». Infine Michele Mengascini: «Ho avuto l’opportunità di accompagnare Giacomo nella preparazione al sacramento della Cresima. In lui vedo gli occhi: lo sguardo di Giacomo ragazzino che legge la preghiera dei fedeli al mio matrimonio hanno la stessa espressione di quelli con i quali da diacono pronuncia l’omelia». Una vicinanza che non è mai venuta meno: «Dopo la Cresima, incontri in gruppo (per forza di cose lui più piccolo), poi "colleghi" educatori, colleghi studenti di teologia, amici». Questi sono i giovani presbiteri come sono stati descritti dalle persone che li hanno incontrati e che il Signore ha donato alla sua Chiesa. (Ha collaborato Emanuele Marconi)
Martedì 16 maggio 2017
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La Lube «tricolore» festeggia 50 anni tra volley e cucine Parla l’amministratore delegato dell’industria di Treia, Fabio Giulianelli, dopo la vittoria del 4° scudetto nella pallavolo DI
TIZIANA TIBERI
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967–2017 il Gruppo Lube di Treia compie 50 anni e festeggia questo compleanno insieme allo scudetto di Campioni d’Italia del Volley stravinto nei giorni scorsi dal team di Gianlorenzo Blengini. Traguardi importanti raggiunti con grande lavoro, umiltà e gioco di squadra. Oggi la Lube produce oltre 300 cucine al giorno, prima azienda di produzione di cucine nel mercato interno, con clienti in 76 paesi del mondo, 600 dipendenti, un fatturato di 197,4 milioni nel 2016 e una previsione di crescita nei primi sei mesi di quest’anno del +5%. L’Amministratore delega-
to del Gruppo Lube Fabio Giulianelli ci racconta i segreti di questo successo. Si tratta del quarto scudetto ma il primo vinto come una vera grande squadra, cosa è cambiato? Non eravamo mai riusciti a giocare “da squadra” come quest’anno: in passato il campione giocava per sé e non per il gruppo. Un tecnico straordinario come “Chicco” Blengini è riuscito a dare una svolta, creando una vera simbiosi tra squadra e azienda. Insieme al direttore Giuseppe Cormio hanno realizzato quello che la Lube cercava da tempo, ovvero coniugare al meglio il rispetto dei ruoli e il cuore di tifoso, come non eravamo mai riusciti a fare anche quando abbiamo vinto gli altri tre scudetti. Primi nella produzione di cucine e nel Volley. Qual è il segreto del successo? Siamo orgogliosi di festeggiare i primi 50 anni della nostra storia con lo scudetto tricolore. Essere primi è forte privilegio e una responsabilità enorme perché non ci si arriva
per grazia ricevuta ma con tanta determinazione e tanti sacrifici. Noi lavoriamo quotidianamente da 50 anni per capire le esigenze dei nostri clienti, e per accrescere la bellezza e la qualità del prodotto. Non potevo immaginare 20 anni fa che saremmo arrivati a produrre 300 cucine al giorno. Abbiamo imparato dallo sport che per vendere le nostre cucine dobbiamo superare i nostri avversari e per questo dobbiamo fare in modo che il nostro progetto sia percepito come diverso dagli altri. La certezza non c’è mai; devi lavorare quotidianamente e non sederti, con uno spirito competitivo che, per restare primi, ci deve far crescere nella professionalità e nella determinazione. I numeri crescono, cambiano i modelli di cucine, ma quali valori sono rimasti nell’azienda Lube da 50 anni? Un valore rimasto intatto in casa Lube è la semplicità, che è figlia del nostro modo di essere quotidiano, delle nostre tradizioni, delle nostre famiglie. I nostri collaboratori
rappresentano i valori di questa terra, siamo cresciuti con più generazioni, ci sono in azienda i figli degli operai e questo per noi è un motivo di orgoglio. È una continuità per noi, per le famiglie del territorio e per il futuro dei nostri figli. Con Luciano Sileoni (socio fondatore Lube e cognato) siamo una famiglia che condivide questo modo di pensare, questa semplicità che ci porta ad essere “ricchi”. La critica ci sprona a fare meglio; dalle sconfitte cerchiamo la forza per risollevarci e l’obiettivo è sempre alzare di un altro centimetro l’asticella. Tutto pronto per i festeggiamenti? Si parla anche tra gli ospiti di Eros Ramazzotti... A luglio, faremo festa al PalaEurosuole di Civitanova Marche, e Ramazzotti è tra gli ospiti contattati. Racconteremo i 50 anni di storia come in un film: vogliamo ripercorrere la strada fatta e raccontare la Lube del futuro. Saranno invitati tanti nostri collaboratori e clienti dall’Italia e nel mondo. Sarà una bella festa, questo è certo.
Dal 5 al 7 maggio si è rinnovato l’appuntamento con l’evento che mette in vetrina le eccellenze agricole del Maceratese, dal mondo della scuola a quello dell’impresa
Il sindaco di Macerata Carancini e “Bella”, vincitrice della Raci 2017
«Bella» vince la mostra della razza marchigiana a Raci ha incoronato la sua “Bella”. O, come detto in sede di premiazione, lo scorso 7 maggio, la sua “Best in Show”. A vincere il riconoscimento più ambito per i bovini è stato l’esemplare dell’azienda Gianni e Fabio Vissani, che si è assicurata il premio “Valtiero Sangiorgi”, l’imprenditore fondatore della Nuova Veterinaria e grande sostenitore della Rassegna, morto tragicamente nel 2016. La Mostra nazionale della razza marchigiana ha avuto il suo epilogo con la “passerella” dei quattro campioni assoluti: tra i maschi, “Fitto” (4ª categoria, dai 15 ai 18 mesi), campione junior della società agricola Morica e “Attore” (7ª categoria, oltre i 36 mesi); tra le femmine, oltre alla stessa “Bella”, campionessa senior (7ª categoria, dai 3 ai 5 anni), ha prevalso “Enriqueta”, campionessa junior (5ª categoria, 18–24 mesi), dell’azienda Francesco Simonetti. Altro momento apicale della manifestazione è stata l’attesa e partecipata asta del bestiame che, assieme all’esposizione di numerosi animali da cortile e alle performance degli artisti dell’equitazione, ha attirato come sempre l’attenzione di adulti e bambini, rinnovando la volontà di salvaguardare le tradizioni del territorio maceratese. Bilancio più che positivo, dunque, per una tre giorni che ha inevitabilmente risentito dei problemi derivati dal terremoto, ma che tuttavia ha evidenziato, ancora una volta, l’amore dei partecipanti, tra professionisti, espositori, volontari e visi-
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tatori paganti, per la Rassegna. Molteplici, inoltre, gli eventi che si sono susseguiti nell’area destinata alle iniziative di rappresentanza e promozione dei prodotti agro–alimentari e delle macchine agricole. Non potevano mancare i due Istituti simbolo: l’alberghiero “Varnelli” di Cingoli, in collaborazione con l’Asso–cuochi provinciale “Antonio Nebbia”, e l’agrario “Garibaldi” di Macerata, tra prove di showcooking e dimostrazioni sull’uso dei droni in agricoltura. Ampio lo spazio dedicato all’educazione dei bambini, dalla alimentazione sana alla salvaguardia dell’ambiente, così come alle iniziative di solidarietà (tra questi “Jemo!”, progetto ciclosolidale ideato da MarcheBikeLife alla scoperta delle Marche), attivate già all’indomani del primo sisma del 24 agosto scorso. Curiosità ha suscitato la “Notte country” di sabato 6 maggio, con canti e balli tradizionali abbinati all’esibizione dei cavalli e alla degustazione dei piatti tipici proposti dalla Pro Loco di Piediripa. Secondo le intenzioni di Romano Carancini, sindaco di Macerata, Comune organizzatore, la Raci ha rappresentato un momento di unione anche per le Associazioni di categoria: da Coldiretti, presente con i produttori di “Campagna Amica”, alla Copagri, fino all’Associazione italiana sommelier e alle aziende di prodotti biologici, sotto l’insegna del progetto “CiSei” e della filiera corta. Andrea Mozzoni
Tra ritardi e difficoltà, la Raci (Rassegna agricola del Centro Italia), ha dato risalto alla dignità degli allevatori e voce alla richiesta di superare la lunga fase d’emergenza che ancora blocca la ricostruzione
DI
ANDREA MOZZONI
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urocrazia, proteste, speranze disattese e primi segnali di ripresa. La gragnuola sismica del 2016 ha avuto ripercussioni andate ben oltre le lesioni inferte alla vita delle persone e quelle ancora visibili su case, chiese e palazzi del Centro Italia. A risentirne, ma gli effetti saranno
Fiori e ironia: l’arte commestibile di Magagnini
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”Il fiore all’occhiello” è anche il titolo del libro scritto dal giovane florivivaista di Recanati e presentato alla Raci, dove, in sei capitoli, viene presentato un originale prontuario per la creazione di un personalissimo giardino attraverso il riclico e la riscoperta di piante aromatiche. Con il suo entusiasmo, Magagnini
Una Fiera agricola finestra sul futuro
Alcuni degli allevatori presenti negli spazi espositivi dell’edizione 2017 della Raci segnata dalla solidarietà per gli imprenditori danneggiati dal terremoto
la curiosità
appelli di paglia e piante commestibili per un flash mob d’eccezione. Domenica 7 maggio, lo stand dell’Istituto agrario “Garibaldi” di Macerata ha ricevuto la visita di un suo ex studente, Gabriele Magagnini, che, è il caso di dirlo, rappresenta uno dei fiori all’occhiello della storia centenaria della scuola.
Fabio Giulianelli e Giuseppe Cormio
ha coinvolto gli studenti e i visitatori dello spazio dedicato all’Istituto, facendo sfoggio di ironia e praticità. In tal senso, infatti, vanno considerati i pregevoli centrotavola e, novità in linea con il simbolo della Rassegna 2017, i colorati cappelli di paglia andati letteralmente a “ruba” tra le foto ricordo della manifestazione. (A.Moz.)
vistosi già dalla prossima estate, tutta l’economia regionale marchigiana, con evidenti contraccolpi per il comparto e turistico e quello agroalimentare. Tali aspetti sono emersi, con voci discordanti accompagnate da qualche sprazzo di ottimismo, durante la 33ª edizione della Raci, Rassegna agricola del Centro Italia che, da quest’anno, ha coniato un nuovo acronimo: Radici, agricoltura, cibo e innovazione. Quattro punti cardinali che vogliono porsi da bussola per le popolazioni colpite dal terremoto, e da prospettiva per un futuro che dia certezze e che sia sostenibile. Quelle certezze e quella sostenibilità, anche nell’attività lavorativa, che finora sono arrivate solo a singhiozzo. Così come le lacrime versate dagli allevatori per gli animali morti, tra freddo e stenti, in questi mesi. I ritardi nella consegna e nell’allestimento delle stalle sono, infatti, sotto gli occhi di tutti. Proprio in questo frangente,
soprattutto, tra gli imprenditori presenti alla Raci e tra i visitatori, prima della chiusura serpeggiava una domanda: «La Rassegna agricola poteva fare di più per ribadire questa situazione d’emergenza?». Solo nel marzo scorso, secondo i dati di Coldiretti, 9 capi su 10 risultavano ancora “sfollati”, tanto da giustificare una mobilitazione degli allevatori davanti Montecitorio. Gravi le stime di inizio anno, con circa 10 miliardi di euro in danni materiali. Il Governo e la Regione Marche hanno risposto con l’erogazione, ma sempre a fine marzo, cioè a sette mesi dal sisma del 24 agosto e a cinque da quello del 30 ottobre, dei primi 2,9 milioni di euro alle 464 aziende agricole che hanno richiesto l’aiuto previsto dalla Strategia nazionale per la crisi del settore zootecnico. I premi per la zootecnia ammontano a 400 euro per i bovini, a 60 per gli ovini, 20 per i suini e 100 per gli equini. Beneficiarie sono le aziende del cratere e quelle fuori cratere, ma
con danni certificati da scheda Aedes o Fast. In totale, le Marche cofinanzieranno gli aiuti con 9,8 milioni del proprio bilancio. «Continueremo a essere vicini ai nostri allevatori – ha affermato il presidente di Coldiretti Macerata, Francesco Fucili, durante la Raci –; l’obiettivo è superare finalmente l’emergenza: trovarsi, a distanza di sei–otto mesi, a discutere sulla gestione di questa fase è mortificante rispetto a queste imprese che vivono in territori svantaggiati e che operano non solo per portare avanti la loro attività ma anche a tutela del territorio. Se non ci fossero loro – ha aggiunto Fucili –, le bellezze naturalistiche dell’entroterra, come il Parco dei Monti Sibillini, non sarebbero state conservate così bene. Il nostro pensiero e il nostro impegno va, dunque, a tutti coloro che vivono nei territori colpiti, auspicando una progettazione seria della ricostruzione, che, soprattutto, conceda a tutti noi prospettive per il futuro».
«Anziano amico saggio»: da assistiti a protagonisti DI FRANCO
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Attività di animazione
Iniziativa per la terza età a Santa Croce di Macerata. Coinvolte più di 200 persone, in collaborazione con oltre 10 associazioni della zona
MICUCCI
ell’ottobre 2016 è partito a Macerata un nuovo progetto di Servizio civile, chiamato “Anziano amico saggio”. La Caritas diocesana ha messo a disposizione due giovani volontari a supporto di un’attività denominata “Reteviva” avviata due anni e mezzo fa in una parrocchia della città, per facilitare le relazioni umane e garantire quel “dialogo intergenerazionale” tanto necessario oggi, in una società sempre più veloce e tecnologica. Ma che cos’è “Reteviva”? Un gruppo del Movimento dei Focolari, cercando di aiutarsi reciprocamente per far fronte alle difficoltà legate all’assistenza dei familiari, a febbraio 2014 ha costituito l’associazione Ubuntu (dalla lingua Bantu: «Io sono in quanto noi siamo»): termine che sottolinea il senso di comunità e di appartenenza, tanto necessa-
rio in una società sempre più caratterizzata dall’individualismo. Oltre ad alleggerire il peso dell’assistenza ai familiari dei propri amici, l’associazione ha allargato il cerchio e si è trovata davanti sia altre persone bisognose e sole, sia tantissime capacità inespresse, soprattutto dei pensionati. È così nata “Reteviva” come una “rete sociale sussidiaria”: coinvolgendo inizialmente tre gruppi, si sono “intrecciati” i bisogni e le risorse e sono nati i primi “scambi di reciprocità”. Quando intorno a una specifica attività si sono aggregate più persone, sono nati dei “gruppi di interesse” che si ritrovano settimanalmente. “Reteviva” è caratterizzata dal forte accento che si pone sulle tante relazioni umane che nascono o si rafforzano dall’incontro tra le disponibilità e le necessità. Grazie ai locali della Parrocchia di Santa Cro-
ce messi a disposizione generosamente dal parroco, don Alberto Forconi, “Reteviva” si è concentrata sul quartiere circostante. I “gruppi” hanno preso la forma dei laboratori per chi è autosufficiente (informatica, yoga, biblioteca, ginnastica dolce, Menteviva, pittura, ago&filo, spazio lirica, ecc.); mentre alcuni volontari assistono i non–autosufficienti offrendo loro compagnia, leggendo per loro, svolgendo piccole commissioni... Tutto ciò coinvolge complessivamente più di 200 persone, in collaborazione con oltre 10 associazioni. Dopo più di 3 anni di attività, ci siamo accorti che Reteviva è un luogo di produzione della reciprocità, di “beni relazionali”, tanto necessari oggi; è nostra esperienza avere il piacere di coinvolgere le persone, le più diverse, non tanto perché soddisfatte per dare o ottenere aiuto, ma perché si produce reciprocità relazionale, bisogno recondito in o-
gni uomo. In tutto questo, le due volontarie del progetto “Anziano amico saggio” sono un validissimo aiuto ad allargare tali attività: abbiamo coinvolto più persone, abbiamo aumentato il tipo di attività, abbiamo avvicinato tra loro le varie generazioni che ci frequentano, ecc.. In particolare, riusciamo maggiormente a seguire le tantissime persone che non possono uscire di casa: facciamo sì che un pezzetto di mondo entri nelle loro case. In conclusione, “Reteviva” è un luogo dove sperimentare concretamente la fraternità e un Vangelo vivo. Inoltre realizziamo quel “principio di sussidiarietà” sancito dalla Costituzione Italiana: prende forma un welfare che parte da ciò che la società ha già al suo interno: una comunità che pone al primo posto la propria “cittadinanza attiva” e mette lo Stato e i servizi a pagamento a sostegno della vita quotidiana.
Martedì 16 maggio 2017
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Anziani e terremotati: doppia fragilità, aiuti ad hoc Trabucchi: ricreare il focolare negli alloggi provvisori DI
TIZIANA TIBERI
A
lla presenza del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, si è svolto a Matelica un convegno nazionale sul tema “Anziani e terremoto”, per affrontare gli aspetti clinici, sociali e le politiche organizzative di questo grave problema scatenato dal sisma. C’è una forte preoccupazione che si riscontra in tutti i paesi dell’entroterra marchigiano colpiti dal terremoto di cui si è fatta portavoce in una lettera aperta al commissario Errani Manuela Beradinelli, presidente dell’associazione Alzheimer Uniti Italia: «Se i nostri vecchi non potranno tornare nelle loro case in tempi rapidi, molte realtà perderanno la capacità di rinascere». Relatore al convegno, oltre la marchigiana Berardinelli, anche il professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana Psicogeriatria, uno dei massimi esperti di geriatria, che ha risposto ad alcune nostre domande.
Professor Trabucchi, l’esperienza traumatica del terremoto, quali conseguenze porta nell’anziano fragile? Il sisma è l’espressione più drammatica di una situazione già difficile che vivono le persone anziane fragili, con varie malattie. Un evento di tale portata ha fatto esplodere la situazione sin da subito per i casi più gravi, ma si ripercuote anche nel lungo periodo per lo sradicamento dalle case, dalla propria comunità. L’anziano senza il posto dove ha vissuto, dove ha i ricordi, muore prima, lo sappiamo anche in termini biologico–clinici. In particolare per quanto riguarda la demenza, un anziano, quando è al limite del proprio equilibrio psicologico e va incontro a stress così forti e drammatici, perde la capacità di memoria, di trovare un equilibrio nei rapporti con gli altri. Ricostruzione: quali attenzioni specifiche richiedono gli anziani? I giovani sono importanti nella ricostruzione
Il sisma ha aggravato una situazione già problematica: a fronte delle richieste di posti
della comunità, ma anche i vecchi lo sono. Certamente non si potrà tornare come prima, ma si deve fare qualcosa perché le comunità ritrovino uno spazio per i loro anziani, serve ricostruire una rete per loro. A un familiare con un anziano fragile “terremotato” che consigli può dare? So quanto è forte e impegnativo il lavoro da fare. Posso dire: state vicini agli anziani; sorvegliateli con l’amore misto a competenza che deriva dall’esperienza; fate attenzione se ci sono segnali di nuovi deficit fisici, di rallentamento delle funzioni, di tristezza eccessiva (se per esempio cominciano a non mangiare più). In questi casi bisogna subito rivolgersi a un medico. Perché se la crisi viene colta all’inizio, ai primi piccoli segni, si può fare molto. Pure le persone che sono sulla costa o negli alloggi temporanei non devono essere lasciate sole, o con il caregiver, e anche qui occorre costruire un minimo di “focolare”, di ambiente, di legami relazionali.
letto, le strutture provinciali e i loro ospiti faticano a ritrovare una condizione di normalità
L’Unitalsi in preghiera a Loreto con i religiosi ammalati Nella splendida cornice della basilica–santuario di Loreto si è svolta Un momento della Messa mercoledì 10 maggio la terza giornata– Bressan. Un programma intenso ha pellegrinaggio di sacerdoti, religiosi e coinvolto gli oltre 150 sacerdoti, religiosi e religiose ammalati o anziani delle Marche, religiosi presenti assieme a tanti volontari e organizzata dalla Sezione marchigiana responsabili dell’Unitalsi. Una breve dell’Unitalsi. Dal 2015 l’associazione, processione ha introdotto i pellegrini nella all’inizio di ogni nuova stagione di Basilica inferiore per un’ora di Adorazione pellegrinaggi (per informazioni è possibile eucaristica introdotta dall’assistente consultare i siti internet www.unitalsi.it e nazionale e guidata dall’assistente www.unitalsimacerata.it oppure rivolgersi regionale don Stefano Conigli; la mattinata al proprio parroco), vuole stringersi attorno si è conclusa con la Santa Messa in Basilica ai tanti sacerdoti, religiosi e religiose in superiore concelebrata da tutti i prelati condizioni di sofferenza o fragilità per intervenuti e con il pranzo. Nel pomeriggio esprimere la gratitudine per il servizio di hanno chiuso il pellegrinaggio la recita del apostolato svolto nell’arco della loro vita. S. Rosario con meditazioni proposte dal L’appuntamento ha visto la partecipazione vescovo Trasarti e il passaggio orante in del cardinale Edoardo Menichelli, di tutti i Santa Casa. vescovi delle Marche e anche dal nuovo Vincenzo Cannelli assistente nazionale monsignor Luigi
Case di riposo e Rsa, i numeri dell’emergenza DI
ANDREA MOZZONI
«C
ome vorrei una Chiesa che sfida la cultura dello scarto con la gioia traboccante di un nuovo abbraccio tra giovani e anziani». L’auspicio di papa Francesco ribadisce la volontà di affrontare una società poco avvezza al rispetto e alla considerazione verso le fragilità e la dignità della Terza età. «Con l’aiuto di Dio – afferma il Pontefice – voi anziani siete memoria viva per il vostro popolo». Di fronte al dramma del terremoto, questo patrimonio rischia di andare disperso. Se da un lato l’abbandono della propria casa, della propria terra, è divenuto necessario per motivi di sicurezza, dall’altro, tuttavia, è stato proprio il sisma di agosto e ottobre 2016 a rafforzare la necessità di un “abbraccio” tra le generazioni. Ogni emergenza colpisce per primi i più deboli ed è l’organizzazione dei servizi a fare la differenza: «Se siamo poveri, malati e soli – afferma ancora il Papa –, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani». Dopo il 30 ottobre, in tutta la Provincia di Macerata, infatti, sono state oltre 200 le persone, tra anziani, disabili e soggetti non autosufficienti, a essere state trasferite lungo la cosa. Esempio di pregio è stata la struttura “Rosina Gervasi” di Porto Recanati. Tuttavia, anche l’entroterra ha fatto la sua parte, sopperendo all’emergenza, quando possibile, con l’aumento dei posti letto a dispozione, mentre l’Ircr di Macerata ha evidenziato i numeri delle problematiche da affrontare e che ancora oggi non sono completamente risolti. In tale contesto, la casa di riposo di Villa Cozza ha garantito almeno dieci ulteriori posti letto; mentre la Regione si è affrettata a comunicare la possibilità di richiedere il Contributo di autonoma sistemazione (Cas) o una sistemazione alloggiativa alternativa per chi fosse stato ospitato in una casa di riposo non più agibile potesse richiedere . «Il terremoto ha reso più evidente una
Ospiti della casa di riposo di Montecassiano assieme a bambini della scuola elementare
situazione già difficile in termini numerici – sottolinea Orazio Coppe, funzionario dei Servizi sociali del Comune di Treia –, le strutture erano già ampiamente occupate prima e ora devo far fronte a un numero sempre crescente di richieste». La struttura treiese, con gestione comunale, copre anche l’area della vicina Appignano, ed è arrivata ad ospitare sei posti letti aggiuntivi rispetto ai 31 totali. «In tal senso, l’Ordine degli assistenti sociali ha formato una unità di crisi regionale – aggiunge Coppe – per limitare i danni di fronte all’emergenza». Rispetto alle altre strutture presenti in Diocesi, danni si sono registrati a Montefano, tanto da necessitare la
sistemazione di 25 ospiti in un edificio scolastico. Già superati, invece, i problemi registrati a Cingoli, dove la presenza della Croce Rossa ha consentito una pronta assistenza col personale Asp ai 44 ospiti (23 dei quali in “residenza protetta” e il restante in “casa di riposo”) senza necessità di una evacuazione. Un ulteriore supporto, in tutta la provincia, è stato offerto dall’Avulss, soprattutto durante i fine settimana. A Urbisaglia, dove la casa di riposo interessa anche il paese di Colmurano, i volontari hanno aiutato il personale fornito, in questo caso, dalla cooperativa Cooss Marche, per l’assistenza ai 55 ospiti (53 in “casa
protetta” e due in “casa di risposo”). Oppure a Montecassiano, nonostante «il numero già consistente di ospiti, 25, non ha purtroppo consentito ulteriori forme di ospitalità da parte del Comune e dell’Ircr», come confermato dalla responsabile dei Servizi Sociali, Marcella Simoni. Discorso a parte merita Tolentino, ampiamente colpita dal sisma. Nella casa di riposo “Villa Porcelli” i posti letto hanno raggiunto le 100 unità: «Abbiamo fortunatamente avuto pochi danni – dichiara la direttrice Giuseppina Petrini –, gli ospiti sono soprattutto anziani residenti in città. Anche in questo caso l’aiuto dei volontari dell’Avulss è stato molto importante».
Porto Recanati L’impegno della “Rosina Gervasi” per un’accoglienza di qualità l 7 aprile scorso la casa per anziani “Rosina Gervasi” di Porto Recanati ha ospitato un seminario proImosso dalla Gea di Macerata dal tema “L’approccio bio–psico–sociale nella cura dell’anziano non autosufficiente con particolare attenzione alla persona affetta da Alzheimer”, un incontro molto partecipato che ha sottolineato l’impegno formativo dell’istituzione per promuovere le attività di invecchiamento attivo. Per conoscere un po’ più da vicino questa realtà, abbiamo intervistato il coordinatore Marino Foresi. Come è organizzata la struttura per anziani e quali servizi offre? La struttura è di proprietà della diocesi e viene gestita dalla “Fondazione di culto e religione Vaticano II”, il procuratore generale è padre Roberto Zorzolo. La casa ospita 25 anziani di cui 21 autosufficienti e 4 non autosufficienti. La struttura è autorizzata e convenzionata con l’Asur regionale come Residenza Sanitaria Assistenziale. Ha 9 camere singole e 8 camere doppie con servizi igienici esclusivi. La mensa è assicurata da 2 cuoche e offre piatti con prodotti freschi locali. I servizi sanitari vengono svolti da due infermieri professionali e 5 operatori socio sanitari; disponiamo di lavanderia e guardaroba interni. I dipendenti sono complessivamente 12. C’è una cappellina dove viene celebrata la Santa Messa. Dove si trova la struttura e quali relazioni intrattiene con il tessuto sociale e culturale portorecanatese? La casa è nel centro di Porto Recanti vicino al Castello Svevo e ai giardini pubblici cittadini. È pienamente integrata nel contesto cittadino; si collabora attivamente con la Caritas, i gruppi vincenziani e quelli degli “Anni d’argento”. D’estate la convenzione con una struttura balneare permette agli ospiti ospiti l’accesso alla spiaggia. Il comune di Porto Recanati collabora per attivare borse di studio o di integrazione sociale. Agli studenti degli istituti superiori di indirizzo socio sanitario, turistico e alberghiero del territorio offriamo l’opportunità di percorsi formativi di alternanza scuola–lavoro. Il ministero Grazia e Giustizia ha inoltre selezionato la nostra struttura per realizzare attività riparativa sociale con persone che hanno commesso infrazioni amministrative. Quale è la giornata tipo dei vostri ospiti? Abbiamo la prima colazione tra le 8 e le 9, poi c’è spazio per attività culturali su temi proposti dagli anziani, lettura di giornali... Il pranzo è alle 12 seguito da un po’ di riposo. Le attività riprendono alle 15,30; c’è spazio per il bricolage, la musicoterapia, la ginnastica dolce e altre attività proposte dagli anziani. La giornata si conclude con la cena. Cerchiamo di coinvolgere le famiglie e gli amici degli ospiti per non far mancare loro riferimenti e relazionalità significative. Cerchiamo di far sentire a tutti i nostri amici anziani che c’è qualcosa di grande in loro. Cerchiamo di guardare al lato bello di ogni cosa e di lottare con loro perché l’ottimismo diventi realtà. Questo esercizio quotidiano aiuta noi e loro a essere più umani. Lucia Dionisi
Macerata-Loreto, ancora una volta pellegrini nella notte La 39ª edizione prenderà il via sabato 10 giugno 2017 con la celebrazione della Messa alle 19.30 nello Stadio Helvia Recina DI
GIUSEPPE LUPPINO
I
Pellegrini in cammino all’alba
l titolo del Pellegrinaggio di quest’anno pone la stessa domanda che Gesù rivolse a Pietro dopo essere stato rinnegato tre volte: «Mi ami tu?». «In qualunque situazione ci troviamo, quella domanda ci raggiunge anche oggi – dice il prof. Ermanno Calzolaio, presidente del Comitato Pellegrinaggio a Loreto – e nella sua semplicità e immediatezza coinvolge tutta la nostra umanità e ci chiama ad una risposta personale, a metterci in cammino desiderosi di imparare a dire sì», come Maria.
Un interrogativo importante, dunque, unito ad altre domande urgenti, come quelle suscitate dagli eventi sismici che hanno recentemente colpito le nostre zone: cosa siamo? mentre crolla tutto, c’è qualcosa che resiste nelle nostre vite? Da qui la proposta del Pellegrinaggio, nella consapevolezza che ogni persona avverte il bisogno di essere abbracciata e sostenuta da uno sguardo misericordioso. Il Pellegrinaggio Macerata–Loreto affonda le radici in uno dei gesti più sentiti dalla fede popolare, ed è riproposto – oramai da quattro decenni – dal movimento di Comunione e liberazione, aggregando altri movimenti, associazioni, gruppi religiosi e parrocchiali. Vi partecipano ogni anno migliaia di persone, soprattutto giovani. È un cammino che si effettua dal tramonto all’alba verso la Santa Casa di Loreto e si snoda per 28 Km tra le colline marchigiane, scandito dalla preghiera, dal canto e dal silenzio.
Storica è stata la partecipazione di Giovanni Paolo II il 19 giugno 1993, mentre, fin dal primo anno di pontificato, Papa Francesco ha mostrato la sua vicinanza all’evento salutando telefonicamente i pellegrini alla partenza. Quest’anno prenderà il via nella serata del 10 giugno e a guidare i pellegrini sarà, come sempre dal 1978, l’ideatore del gesto, monsignor Giancarlo Vecerrica, vescovo emerito di Fabriano–Matelica. Nello Stadio Helvia Recina alle ore 19.30 il cardinale Kevin Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, presiederà la celebrazione della S. Messa. Verso le 20.30 avrà inizio il cammino, con arrivo al Santuario di Loreto domenica, a partire dalle ore 6.30 circa. Anche quest’anno partirà da Roma la Fiaccola della Pace che toccherà anche alcune città colpite dal terremoto: Amatrice, Norcia, Campi, Preci, Montecavallo, Pie-
ve Torina e Camerino. Come da tradizione, al termine del Pellegrinaggio, sul sagrato della Basilica di Loreto, saranno raccolte le intenzioni di preghiera scritte dai pellegrini, per essere bruciate come offerta alla Madonna. Chi non può partecipare di persona, può comunque inviare all’indirizzo http://www.pellegrinaggio.org/intenzioni–di–preghiera le proprie intenzioni da affidare al cammino. Le richieste che giungeranno, per quanto possibile, verranno ricordate lungo il cammino e bruciate insieme a quelle di tutti gli altri pellegrini. Tra le intenzioni del Comitato organizzatore, intanto, c’è il desiderio di offrire il sacrificio del cammino in particolare per le popolazioni colpite dal terremoto, per chi vive in situazioni difficili a causa della guerra, per i migranti, per i cristiani perseguitati e per i giovani.
Martedì 16 maggio 2017
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Macerata e la lirica: Francesco Micheli presenta «Shi» Ponte tra Oriente e Occidente: una nuova produzione dedicata al gesuita Matteo Ricci apre la 53ª stagione dell’Opera Festival DI
TIZIANA TIBERI
S
Il direttore artistico del Mof Francesco Micheli
e quella del 2017 sarà una stagione ispirata all’Oriente, con tre titoli del grande repertorio italiano di scena all’Arena Sferisterio – Turandot, Madama Butterfly di Puccini e Aida di Verdi –, l’inaugurazione della 53ª stagione lirica del Macerata Opera Festival, il prossimo 20 luglio al Teatro Lauro Rossi, avverrà con una nuova produzione originale ispirata al gesuita padre Matteo Ricci, intitolata “Shi” (Si faccia), un tributo a colui che per primo ha avvertito l’importanza di stabilire un ponte
culturale tra Occidente e Oriente. Un occhio al botteghino, con opere di sicuro richiamo che, meteo permettendo, potranno rinnovare i successi di pubblico degli ultimi anni, ma anche disponibilità a mettersi in gioco, sperimentando e rischiando con una nuova produzione. Il direttore artistico Francesco Micheli, da 6 anni alla guida del festival maceratese è riuscito a far appassionare alla lirica un pubblico sempre più vasto, giovane e internazionale, con spettacoli in grado di interpretare storie e temi senza tempo attraverso i nuovi linguaggi della contemporaneità, ispirati in questo triennio alle “Mappe dell’Anima”. «Nella sua storia, questa città è stata capace di creare cultura – afferma Micheli – affermandosi anche come luogo del dialogo, di apertura verso realtà differenti, come ci insegna proprio il gesuita Matteo Ricci».
L’opera è di Carlo Boccadoro, origini maceratesi, tra i più apprezzati compositori italiani contemporanei, su libretto di Cecilia Ligorio, regista e drammaturga italiana con esperienze significative nei principali teatri europei. «Lo spazio del Teatro Lauro Rossi – spiega il direttore artistico – è perfetto per il teatro musicale da camera, una partitura che rende appassionante la figura di Matteo Ricci non solo come intellettuale, uomo di fede, ponte culturale ma anche come persona. È questo uno dei punti di forza dell’opera lirica: riuscire ad avvicinare figure emblematiche del passato, che compiono azioni forti, fuori dal comune e sono anche grandi uomini o donne. E nel caso di Matteo Ricci scrivere un trattato “Dell’Amicizia” in Cina alla fine del XVI secolo, fa capire ciò che è stato capace di fare per avvicinare culture e popoli: un esempio di grande attualità.
In questo periodo girando per le scuole – racconta Micheli – mi sono reso conto che i giovani conoscono poco di questa grande figura e quindi abbiamo realizzato un allestimento dal gusto moderno pensando anche a loro». L’opera, per due pianoforti, tre percussioni e due baritoni, dopo la prima assoluta del 20 luglio, sarà replicata il 26 luglio, il 2 e il 9 agosto). I ruoli principali sono affidati alle voci di Roberto Abbondanza e Bruno Taddia e all’attore Simone Tangolo. L’allestimento è realizzato con la collaborazione dell’Accademia di Belle Arti di Macerata che cura le scene, i costumi e le luci. «Anche l’Istituto Confucio, che a Macerata è un faro sull’Oriente, ci ha permesso di avvicinarci a questa figura tirandone fuori la modernità. Ci auguriamo – conclude Micheli– che questo progetto non si fermi a Macerata ma possa fare il giro del mondo».
L’economista Luigino Bruni: contro l’aggressione dell’individualismo, non va perso di vista l’orizzonte di una comunità che tesse legami e non lascia indietro nessuno
Quei patti in grado di saldare la società Il testo che segue è un sunto, non rivisto dall’autore, della conferenza tenuta dal professor Luigino Bruni alla Domus San Giuliano di Macerata, lo scorso 26 aprile. er parlare di “bene comune” è necessario partire dalla consapevolezza che ingiustizie, diseguaglianze, poveri ci sono sempre stati, anche se le forme nel tempo sono cambiate. A differenza del passato, oggi però abbiamo la possibilità di essere più coscienti dell’esclusione sociale e della vulnerabilità economica di tante persone. In parallelo è cresciuta la nostra indignazione per le ingiustizie. La fede cristiana, basata sull’Incarnazione, ci impone di prendere sul serio la storia e quindi di impegnarci per il superamento delle ingiustizie. Nella vicenda del popolo ebraico, lungo un arco di tempo che supera i 4 secoli, i profeti hanno avuto un ruolo decisivo nella denuncia delle ingiustizie. E come oggi la dimensione profetica della fede è meno avvertibile, anche “carità” è una parola che si è svilita. Il termine agape, l’amore che si estendeva ai nemici, fu scelto dai cristiani per distinguerlo da eros e filìa, trovando poi difficoltà a renderlo in latino. Si approdò a caritas, una parola “economica” usata dai mercanti per esprimere il valore delle merci. Per evidenziare però che la peculiarità della carità dei cristiani, fu aggiunta l’”h” e si ottenne charitas, termine che unisce la carità, l’amore agapico, la dimensione di dono. Oggi c’è bisogno di parlarne in modo nuovo, per comunicarne la ricchezza alla maggioranza di persone che, non frequentando la religione, la percepiscono come estranea. Una delle forme più preziose della carità, anche secondo papa Francesco, è la politica, perché cerca il bene comune, l’insie-
P
me, la sintesi, non un aspetto particolare. Ma la politica non basta al bene comune. E ha ancora senso perseguire questo in un mondo così frammentato e conflittuale? Non è, anche qui, una questione di punti di vista? Pareto si chiedeva: «Bene comune dei lupi o degli agnelli?». Il bene comune è concetto nato nel Medio Evo, quando la società era concepita come corpo, un sistema integrato nel quale il conflitto non trova spazio. La modernità scaturisce invece dal riconoscimento che i conflitti esistono, mettendo così in crisi l’idea stessa di bene comune. Oggi il tema si riaffaccia ponendo sfide serie. Cosa tiene assieme una comunità se è saltata l’idea di organismo, quella all’interno della quale era scontata la convinzione che ciò che conta non è la mia felicità ma quella dei figli, per i quali merita sacrificarsi? Questa prospettiva è stata sostituita dal contratto sociale: per paura o per interesse ci accordiamo per vivere senza farci del male. Siamo passati dal “patto sociale”, che integrato nel quadro del “bene comune” vedeva un coinvolgimento ampio della comunità e legami forti, al “contratto”, con un “ingresso” e una “uscita” molto leggere (si pensi al matrimo-
«Pinturette» specchio di fede e di cultura DI MARCO MORONI
A
Un momento dell’incontro col professor Bruni nell’Aula sinodale
nio, com’era considerato una volta e com’è ora), smarrendo la ricchezza collettiva insita nei patti. Su questa linea, vediamo come nel mondo, e anche in Italia, si sta diffondendo l’idea, che prima era circoscritta ai Paesi a cultura calvinista, secondo cui il povero è tale per colpa sua. Corollario di questa mentalità è anche la tendenza alla riduzione al minimo delle tasse: «Perché debbo aiutare dei colpevoli?». La cultura cattolica, fondato sulla tradizione biblica che ha il suo monumento nel Libro di Giobbe, invece ha sempre ritenuto i poveri sventurati, sfortunati, disgraziati, col conseguente obbligo di aiutarli. Il Welfare State è risposta nata entro questa concezione. Quali le sfide oggi del bene comune? La prima è il lavoro. La promessa e la speranza della Costituzione italiana è il lavoro per tutti (non i soldi per tutti). Il primo mattone che io metto nella città è il mio lavoro, mio contributo al bene comune. Finché i giovani restano fuori, noi perdia-
pastorale
Aggiornamento, ultimo incontro ultimo appuntamento del Corso di aggiornamento pastorale, in programma mercoledì 24 maggio, alle ore 21, alla Domus San Giuliano, vedrà protaL ’ gonista il professor Augusto D’Angelo, esponente della Comunità di Sant’Egidio e docente di Storia contemporanea e di Storia del cristianesimo contemporaneo alla Sapienza di Roma. Il tema affrontato sarà: “Presenza della Chiesa nella società: promuovere la collaborazione tra enti pubbici e volontariato”.
mo un patrimonio incalcolabile e non diamo loro la possibilità di diventare adulti. Legato al tema del lavoro c’è quello della festa. Un mondo che non conosce la festa è un mondo di schiavi. La fine della schiavitù è il giorno in cui si fa festa liberamente e non si è “comprati” dall’azienda. La vera differenza fra lo schiavo e l’uomo libero è che quest’ultimo può decidere di non lavorare e di far festa. Se salta il confine tra lavoro e vita, se l’azienda paga per disporre totalmente della persona (magari con ricchi fringe benefit, «però gli orari li decido io»), non si è liberi ma schiavi. Il tema della festa è fondamentale per la libertà. La grande sfida davanti a noi ha molto a che fare con i telefonini. Nel rapporto uomo–macchina non ci sono conflitti, non si impara a gestire le frustrazioni vere. Vediamo come nei giovani la capacità di attenzione, la concentrazione, e quindi la capacità riflessiva di scendere in profondità si sono drasticamente ridotte: che tipo di vita spirituale è alla portata di chi è sistematicamente distratto? Se noi oggi cerchiamo Gesù risorto e pensiamo di trovarlo fuori dalle piaghe, come già i discepoli, non lo troviamo, perché il Risorto ha le piaghe. Questa è la via attraverso la quale riaccostarci ai poveri, al bene comune. Queste parole un po’ logore riusciremo di nuovo a ricantarle se ripartiremo dalle periferie dove si incontrano le piaghe e dentro quelle piaghe si può rifare un nuovo discorso sulla fede, sul bene comune e anche sull’economia. Luigino Bruni, economista
ncora oggi, nonostante la scarsa cura ad esse rivolta negli ultimi decenni, le campagne maceratesi sono coperte da una fitta rete di edicole sacre, dette “figurette” o “pinturette”. Non solo per la loro ampia diffusione, ma anche perché costituiscono un segno evidente del legame che nel passato univa la pratica religiosa con la vita quotidiana, esse sono state considerate una delle forme più importanti di espressione della religiosità popolare. Dietro la costruzione di un’edicola c’è un forte bisogno del sacro. Gli uomini del passato hanno cercato di cingere con un cerchio sacro la comunità in cui vivevano: quella parrocchiale e quella cittadina. I vari luoghi di culto, anche i più piccoli, erano quindi una rete di protezione dai pericoli esterni. Le processioni delle rogazioni che quattro volte all’anno percorrevano il territorio sostando davanti a edicole e cappelle non avevano soltanto lo scopo di propiziare i raccolti, ma chiedevano anche la protezione divina sullo spazio di vita dell’intera comunità. Sorte fin dal Medioevo, ma già note nel mondo antico, in molte delle edicole sacre si può riconoscere un’origine votiva. Nel caso di avvenimenti che avevano coinvolto l’intera collettività, l’iniziativa poteva essere presa da tutta la comunità e la costruzione vedeva la partecipazione e il lavoro gratuito degli abitanti del luogo; più spesso la costruzione era legata a vicende o motivazioni personali: in genere un pericolo scampato o una grazia ricevuta; anche queste edicole, però, prima o poi perdevano ogni carattere individuale, divenendo luogo di culto di tutta una comunità. I santi più venerati erano Sant’Antonio abate, San Pietro martire, San Michele, San Rocco, San Giorgio, ma nel territorio maceratese molte erano dedicate al Crocefisso e alla Madonna, in particolare alla Madonna della misericordia (alla quale a metà Quattrocento era stata dedicata una piccola cappella votiva nella piazza antistante la cattedrale di Macerata) o alla Madonna di Loreto, il cui culto fin dagli inizi del Quattrocento aveva superato i confini della diocesi di Recanati. Con l’intensificarsi della devozione mariana, lungo le strade della regione sorgono allora chiese, cappelle ed edicole dedicate alla Vergine; questi edifici e le immagini che racchiudono, molte delle quali si conservano ancora oggi, prima di essere reperti culturali e artistici, sono lo specchio della vita e dei bisogni degli uomini che li hanno eretti. La loro presenza riflette la storia, grande e piccola, di quelle comunità: le grandi calamità collettive (una pestilenza, una carestia, una guerra, un terremoto) o i piccoli avvenimenti individuali. Col tempo, mentre l’emergere del culto a nuovi santi ha trovato rapido riscontro nelle immagini contenute nelle edicole, si è ridotto il numero dei santi venerati e, anche se non sono diminuite quelle dedicate alla Madonna, con le profonde trasformazioni dell’ultimo cinquantennio molte edicole sono state abbandonate e si sono deteriorate. Si pone allora la questione della tutela, perché le edicole sacre costituiscono un patrimonio culturale, artistico e religioso ingiustamente considerato minore.
Il silenzio, un’amicizia da coltivare che arricchisce Una strada aperta per chi trova la forza e il coraggio di rientrare in sé stesso, staccandosi senza rimpianti da smartphone e tablet DI
GIANCARLO CARTECHINI
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ualche giorno fa mi ero fermato in ufficio fino a sera, per completare una relazione. Prima di uscire avevo aperto la finestra per osservare il tramonto. L’aria era fredda, nessun tepore. Le nuvole al tramonto erano striature arancioni, poi rosso acceso, infine spente in un grigio velato di giallo. Il colore del cielo, cenere turchese, avrebbe fatto la felicità di Proust. La luce lattea evocava pianure del Nord, distese di neve imbrattata di fango,
e la fatica di una giornata sfatta di lavoro. Questo piccolo idillio feriale, mi è tornato in mente scorrendo le pagine di un saggio dello scrittore norvegese Erling Kagge, intitolato semplicemente “Il silenzio”. Libretto prezioso, da centellinare come un vino da meditazione. Il nostro tempo ha un rapporto complesso con il silenzio. Provate a entrare in un bar, salite su un autobus. Le parole sono ridotte al minimo. Non si parla se non sottovoce, e solo per un saluto veloce, o per comunicazioni di servizio: ordinare un cappuccino, chiedere della prossima fermata. Per il resto, solo conversazioni virtuali, icone luminose, avvisi sonori. Nulla a che vedere con gli ambienti rumorosi di una volta, quando si riusciva a chiacchierare perfino al cinema. Anche in famiglia facciamo esperienza di questo silenzio frantumato, fatto di auricolari e schermi palmari che
hanno reso il televisore obsoleto quasi quanto i telefoni fissi. Come osserva il sociologo Carlo Bordoni, la maggior parte dell’attività lavorativa e dei contatti umani si esaurisce ormai sugli schermi degli smartphone o dei computer. La solitudine è diventata un dovere sociale, il contatto fisico svanito senza rimpianti. Ecco, non è certo questo silenzio distratto, mediato dalla tecnologia, ciò di cui parla Erling Kagge. La solitudine che egli propone come il nuovo vero lusso della nostra epoca, non è certo la solitudine dei “forzati della connessione”. Piuttosto, è il silenzio gravido di significati che può sperimentare solo chi trova la forza e il coraggio di rientrare in se stesso. Chiudere il mondo fuori dalla propria cella, lo sanno bene i monaci, non significa ignorare la realtà che ci circonda, ma l’esatto contrario: vederla con
maggiore chiarezza, guadagnando un punto privilegiato di osservazione. Di quanto silenzio c’è bisogno per fare emergere una vocazione poetica? Di quanta paziente attesa si nutre la preghiera? Quanta meticolosa perseveranza è necessaria Celle dell’eremo di Camaldoli per elaborare un progetto politico? Kagge è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Nord in traversazio, di sperimentarne la ricchezza. Non a cata solitaria, e proprio da questa esperienso l’ultimo capitolo del libro è composto za ha tratto lo spunto per il suo saggio. Il da una sola pagina bianca. Pagina su cui pregio maggiore del libro, tuttavia, è il tenappuntare le proprie riflessioni o forse, intativo di dimostrare come sia possibile, per vece, da lasciare così. Senza avere paura, cociascuno di noi, ricavare dei momenti di me dicono le Scritture, che il silenzio svasilenzio nella vita trafficata e confusa di nisca come il ricordo dell’ospite di un solo tutti i giorni. giorno. Fategli spazio, e diventerà il fedele compagno della vostra vita. Ognuno ha il suo modo di vivere il silen-