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222 dialoghi Locarno – Anno 44 – Giugno 2012

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

Diaconia: l’esemplare servizio per tutti

Foto «Giornale del Popolo»

Per superare l’impasse ecumenica

Ci ricordiamo con nostalgia di quella sera (dei lontani anni Sessanta) in cui l’arciprete di Lugano don Corrado Cortella esclamò, nella chiesa evangelica di Viale Cattaneo: «I muri che ci separano non si levano fino al Cielo». Molti cattolici mettevano piede per la prima volta in una chiesa protestante. A noi ragazzi della Parrocchia, non molti anni prima, dicevano: «Loro hanno la Bibbia, noi il Vangelo», e: «I protestanti non adorano la Madonna». Poi vennero i corsi di Sacra Scrittura di don Pio Jörg e leggemmo il Commento al «Magnificat» di Martin Lutero. Sono passati cinquant’anni ma l’impressione è che i muri siano sempre là. Certo, non ci odiamo più, ci capiamo meglio, abbiamo riletto la nostra storia comune in modo nuovo. C’è un grande rispetto tra noi. E non lamentiamoci troppo: in altri Paesi del mondo si uccide ancora in nome della religione. Ma è pur vero che quella primavera è finita, è venuto l’autunno e poi l’inverno, e pare che non finiscano mai. Cresce l’impressione che gli incontri della Settimana di preghiera siano, tutto sommato, un innocuo balletto. «Quando il Signore vorrà», si dice. Philippe de Vargas, un protestante romando cui oggi «Dialoghi» dà la parola, la pensa in un altro modo. E soprattutto riflette a come dare un’accelerata al movimento, per superare l’irrigidirsi delle gerarchie e l’indifferenza della base, ma soprattutto rispettare l’invito del Signore: essere uniti perché il mondo creda. E.M. «Uscire dall’inerzia e dalle false sicurezze», di Philippe de Vargas, pp. 11 - 14

I diaconi, e specialmente le diaconesse, erano incaricati nella comunità cristiana primitiva di assistere poveri e malati. Il tema della diaconia è strettamente collegato a quello, sviluppato nel precedente numero di «Dialoghi» (n. 221, aprile 2012), della Cena del Signore. Secondo alcuni studiosi del Vangelo, le parole di Cristo: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo», «Prendete e bevete, questo è il mio sangue» sarebbero meglio tradotte, secondo la cultura ebraica dell’epoca, come: «questo sono io», «questa è la mia vita», espresse col gesto della divisione del pane e della distribuzione di pane e vino tra i presenti. E «Fate questo in mia memoria» è il comando di ripetere il gesto di Gesù della distribuzione, per cui la più verace «memoria» è attuare ciò che fece Gesù nella sua vita. Sempre secondo il Vangelo, ai discepoli incontrati ad Emmaus, Gesù si rivelò nello spezzare il pane. Ancora più significativo è il gesto ricordato da Giovanni, il quale ignora (o presuppone) il gesto della distribuzione e propone la lavanda dei piedi come esempio del servizio da rendere ai fratelli. La proposta del Signore è ancora ripetuta, nel segno del servizio, quando dice: «Da questo vi riconosceranno, se vi amate gli uni gli altri». Perciò, «fare memoria di Gesù» vuol dire (specialmente e concretamente) ripetere nella vita il suo modo di comportarsi, specialmente verso i poveri, i rifiutati, i piccoli. In un’altra famosa pagina del Vangelo – la parabola del Giudizio – Gesù esemplifica i comportamenti sui quali tutti saremo giudicati: «Mi avete dato da mangiare, dato da bene, rivestito, visitato», eccetera. Oggi la Chiesa sollecita una «nuova evangelizzazione» per i nostri Paesi già cristianizzati, e l’annuncio della Buona Novella deve consistere nel servizio ai meno fortunati, come già fu per i primi secoli (prima di Costantino!) e (Continua a pagina 2)


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oggi avviene nei paesi che ancora non l’hanno ricevuta, praticata da coloro che un tempo erano chiamati «missionari» (come in Ciad, da parte della nostra diocesi). Liturgia e diaconia devono sostituire, nelle nostre comunità ecclesiali, gli stanchi riti del dire/assistere messa, ed esprimere l’accoglienza e il servizio per tutti i fratelli, a cominciare dai più bisognosi di conforto e di aiuto. Il cambiamento proposto è certamente impegnativo e può mettere in crisi (persino allontanare) tanti «fedeli» tradizionali: non sarà facilmente realizzato, dopo secoli di cristianesimo (meglio: di cristianità) caratterizzata da indottrinamento e sacramentalizzazione. Ma iniziare, anche con semplici gesti e parole rinnovati, è possibile ed è anzi assolutamente necessario, mentre tutti constatiamo l’abbandono delle chiese e specialmente l’assenza dei giovani, la diminuzione di battesimi e matrimoni, persino la chiusura e la vendita di edifici sacri per mancanza di frequentatori e di mezzi finanziari per conservarli. Statistiche e notizie al proposito si sprecano, mentre gran parte dei responsabili (ma è espressione ancora adeguata?) sembrano distratti o forse sono impotenti; salvo poi dare la colpa al relativismo… o al maggiordomo! Don Sandro Vitalini (vedi a pagina 8) fa alcune proposte concrete e praticabili, come lo dimostrano iniziative del passato o già in atto. Vi è poi l’impegno più vasto del volontariato, nelle sue molteplici forme, esplicitamente caratterizzato dall’etichetta cristiana o semplicemente prestato in nome della comune fraternità umana. A più ampio raggio, dal locale al globale, vi è il servizio nella politica, che l’attuale Papa (riprendendo l’insegnamento dei predecessori da almeno un secolo) ha definito «la forma sociale della carità». Di fronte alle necessità del bene comune, che oggi non può che avere una dimensione mondiale (dalle tragedie della fame al mantenimento della pace, alle minacce ecologiche), un seguace di Cristo, chiamato a fare memoria del Suo esempio, può sentirsi impotente e magari lasciarsi prendere dallo scoramento. Per questo i piccoli gesti nelle singole comunità ecclesiali , di coloro cioè che si riuniscono nel suo nome, hanno un’ importanza fondamentale. Ma, poi, ad ogni cristiano, come ad ogni uomo, la moderna società mette in mano due armi che nessuno in coscienza deve omettere di utilizzare: la scheda e il portamonete. Lazzati inse-

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gnava a costruire la città dell’uomo, per e con tutti gli uomini: ciò si fa partecipando alla politica, con lo strumento minimo del voto. Dieci anni fa (il 3 marzo 2002) la maggioranza dei votanti svizzeri decise che era giunto il momento (dopo un primo rifiuto, nel 1986) di aderire all’Organizzazione delle Nazioni Unite, per partecipare a promuovere i diritti umani in tutti i popoli. Fu una scelta positiva per poche migliaia di schede, ma di recente, in Ticino, abbiamo verificato che anche un solo voto può determinare una scelta. L’altra arma, a disposizione di ogni persona, è il portamonete: la scelta di ogni compratore, il modo in cui ognu-

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no usa il proprio denaro (per il cibo, per l’istruzione, per lo svago, per i poveri) contribuisce a maggiore o minore giustizia; le scelte del singolo, sommate a quelle di decine, centinaia, migliaia di cristiani o non cristiani, migliorano o peggiorano la vita dell’umanità. Nel mondo, ovunque, centinaia e migliaia di donne e uomini, preti e politici, animatori ed educatori, volontari, madri e padri fanno «memoria del Signore» operando in tanti modi per la pace e la giustizia. Il martire Bonhöffer insegna a tutti: «Prega, e poi fa quello che è giusto per gli uomini». Alberto Lepori

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Pietro Lepori, amministratore Faido-Tengia, giugno 2012


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L’incontro tra il ricco e il povero nella Bibbia Non pensarlo solo come un’operazione caritatevole

Il titolo del presente contributo è molto generico e, preso alla lettera, può sicuramente spaventare per la vastità dell’orizzonte che apre1. Proveremo a individuare un percorso, sufficientemente ampio, ma anche specifico alla situazione di chi è impegnato nel servizio del povero. Ci concentreremo su un unico aspetto del rapporto tra ricchezza e povertà nella Bibbia: quello della dinamica del loro incontro, del loro entrare in contatto l’una con l’altra. In altre parole: che cosa succede nel cuore di chi è nell’abbondanza, quando ai suoi occhi appare lo spettacolo dell’indigenza? Ma anche: che cosa succede nel cuore del povero che vede il ricco chinarsi su di lui, prendersi cura della sua situazione?

Possiamo individuare tre elementi propri del dramma della storia della salvezza, ma anche, in fondo, di ogni incontro autentico tra ricco e povero. Ho osservato la miseria del mio popolo (Es 3,7)

Rileviamo, anzitutto, che il rapporto tra povertà e ricchezza si trova al cuore dell’esperienza fondatrice della rivelazione di Dio nella storia. Dio si rivela come Colui che conosce la miseria del suo popolo. Anzi, si può dire che Israele diventa popolo dell’alleanza proprio a partire dall’essere visto nella sua povertà dal Dio vivente. La scena che dobbiamo evocare è ovviamente quella decisiva del «roveto ardente» (Es 3). La santità di Dio si manifesta proprio come capacità di lasciarsi toccare dalla condizione dell’ultimo, del marginale, dell’escluso: «Ho osservato la miseria (‘ani) del mio popolo in Egitto, ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti, conosco le sue sofferenze» (v. 7). E di nuovo: «Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono» (v. 9). La storia del popolo dell’alleanza comincia qui: dall’esperienza di una miseria, di una povertà umiliante, visitata dallo sguardo di Colui che non rimane insensibile, vede, conosce, ascolta il grido e prende l’iniziativa di intervenire. Questa è una prima fondamentale definizione della povertà e del povero nella Bibbia: la povertà è quella realtà che Dio conosce diretta-

mente, personalmente, e che non può lasciare Dio indifferente, non suscitare l’ascolto del Signore. di don Valerio Lazzeri*

Ora, questa esperienza dell’essere conosciuti da Dio nella povertà e nell’umiliazione è una chiave di volta della preoccupazione della Scrittura per la situazione del povero. Gli esegeti fanno notare che «l’aiuto dei poveri e dei miseri faceva parte dei compiti sociali più importanti indistintamente, in Egitto, Mesopotamia e Canaan»2. In Israele, però, non si tratta di una semplice norma per garantire una certa equità sociale ed evitare disordini. La cura del povero emerge direttamente dalla memoria di ciò che il Signore ha fatto per il suo popolo.

Emblematica, al riguardo, è l’introduzione alle «dieci parole»: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Che cosa vuol dire questa prima frase? Significa che l’esigenza della norma nasce dal vissuto di schiavi liberati dalla loro oppressione. Ciò appare con evidenza al cuore del cosiddetto codice dell’alleanza: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido» (Es 22,20-23). E appena dopo è ribadita la sensibilità di Dio nei confronti del misero, fondamento dell’iniziativa di salvezza comunicata a Mosè: «Se prendi in pegno il mantello al tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà

* Don Valerio Lazzeri, canonico della Cattedrale di Lugano, ha tenuto un’ampia relazione su questo tema durante l’incontro annuale di formazione del movimento vincenziano (Conferenze di San Vincenzo, Volontarie vincenziane, Gruppo della Medaglia miracolosa) svoltosi nel settembre 2011 a Pallanza. «Dialoghi» lo ringrazia di averne messo a disposizione un ampio sunto per questo dossier sulla diaconia. Il testo integrale della relazione può essere chiesto all’Autore (vlazzeri@bluewin.ch).

verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso» (Es 22,25).

Il nocciolo del rapporto tra colui che dispone di mezzi e colui che vive nell’indigenza è così costituito dalla memoria di ciò che il Signore ha fatto; memoria da custodire, memoria generatrice nell’uomo della capacità di vedere a sua volta, di conoscere «da dentro» la situazione dell’altro, di vedere «sé come un altro», dice Paul Ricoeur, filosofo e grande lettore della Scrittura dei nostri tempi3.

* * * Un esempio caratteristico di questa dinamica lo possiamo individuare nel modo di procedere di Natan con Davide, divenuto adultero e omicida dopo essersi invaghito di Betsabea. Il profeta racconta una parabola attraverso la quale Davide è chiamato a rendersi conto che lui, ricco, non ha saputo vedere la situazione del povero nella stessa misura con cui Dio ha avuto occhi per lui (cf. 1 Sam 12,14). È evidente, in questo testo, l’abbondanza dei particolari che esaltano il carattere patetico del caso che Davide è il primo a cogliere: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte» (v. 5). Ma il profeta è pronto a far entrare nel cuore del re la parola decisiva: «Tu sei quell’uomo». Cos’è successo infatti perché Davide giungesse a comportarsi in questo modo abominevole? Non è mancata tanto in lui l’adesione di principio al comandamento del Signore quanto piuttosto la capacità di fare sintesi tra quello che il Signore aveva fatto per lui e quello che, a partire da questa consapevolezza, avrebbe dovuto fare nei confronti dell’altro: «Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi?» (1 Sam 12, 7-9).

Nel dramma del re si concentra così quello di tutto il popolo dell’alleanza: popolo salvato, riscattato, beneficato in ogni modo dal Signore misericordioso, ma che, raggiunta l’abbondanza, la prosperità, la ricchezza, è incapace di custodire la memoria delle sue origini. Qui occorrerebbe aprire una ampia finestra per evocare la variegata testimonianza dei profeti, di cui so-


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no ben note la lucidità e la forza di denuncia di tutte le ingiustizie che proliferano in Israele proprio nei tempi di maggiore abbondanza. Amos, Michea, Osea, Isaia, Geremia, Ezechiele e Zaccaria sono sicuramente le voci più rappresentative in questo senso. Quello che da essi emerge è una costante nell’argomentazione: la radice dei soprusi è l’oblio della relazione che il Signore ha stabilito con il suo popolo, il venir meno di quella conoscenza vera del Signore, di quella capacità di «vedere» che, da un lato, nasce solo nel povero che si scopre salvato, ma, dall’altro, inesorabilmente si estingue o si ottunde nel cuore intorpidito dai beni del ricco.

Insomma, la ricchezza, nella Bibbia, non è un male in sé. Al contrario, essa anzi è, negli strati più profondi dell’esperienza di Israele, il segno della benedizione divina, di un Dio che vuole la vita dell’uomo e delle sue creature e la vuole con abbondanza e pienezza, come dispiegamento anche materiale e corporeo della sua vita inesauribile. La critica biblica non colpisce i beni che, dando alla vita dell’uomo uno spazio di sicurezza, gli offrono anche di poter diventare uno spazio di generosità, d’irradiazione, di celebrazione. La Scrittura diventa sferzante invece laddove la ricchezza è manipolata dal cuore impaurito dell’uomo e diventa arroganza, indifferenza, insensibilità alla Parola.

* * * La parabola più famosa, al riguardo, è certamente quella del ricco, vestito splendidamente, che banchetta ogni giorno lautamente, e del povero Lazzaro, che giace alla sua porta a chiedere l’elemosina. Essa è, in primo luogo, la messa in guardia nei confronti dell’effetto paralizzante e anestetizzante di un certo stile di vita sulla nostra capacità di lasciarci toccare, ferire, dalla Parola. «Hanno Mosè e i Profeti, ascoltino loro – dice Abramo al ricco negli inferi, che vorrebbe mandare Lazzaro ad avvertire i suoi fratelli – non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (Lc 16,31). Ed è questo il punto: la ricchezza tende inevitabilmente a cancellare la memoria dell’esperienza di povertà e l’assenza di questa memoria; non solo rende incapaci di vivere la compassione, ma addirittura rende impermeabili alla Parola che salva, mentre la potenza del Dio vivente si manifesta veramente soltanto nella sua disponibilità a esporsi senza ri-

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serve al confronto con la condizione infima dell’umano.

Ora, questo lasciarsi toccare, abitare, spodestare dal contatto con il povero e con la povertà è proprio di Dio. L’uomo si protegge finché può dall’incontro decisivo. È quello che è narrato del popolo dell’alleanza in tutto l’Antico Testamento: neanche le ricorrenti esperienze di precarietà e di miseria sembrano portare rimedio a questa situazione. Solo l’esilio, il passaggio attraverso l’estrema umiliazione, sembra, almeno per un attimo, creare le condizioni perché si costituisca un piccolo resto di poveri, di umili, di gente capace di ricevere lo sguardo del Signore senza accaparrarlo. Dopo l’esilio, perfino il Messia, il re atteso per gli ultimi tempi, è immaginato come uno che, con lo stile del piccolo resto degli anawiim, dei poveri del Signore, porterà la salvezza perché prima di tutto «salvato» (Zc 9,9). Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto (Gen 3,10)

Proprio sulla bocca di Gesù, pieno compimento di questa speranza profetica, troviamo una parabola che ci può introdurre al secondo snodo della complessità dell’incontro tra ricco e povero nella Bibbia. In essa, viene evocata una circostanza particolarmente penosa, che ci fa capire in termini molto concreti la radice delle durezze e dei soprusi fra gli uomini. È la scena dell’uomo che è stato tolto per pura benevolenza da una situazione di debito spropositato, assolutamente impossibile da restituire, e che subito, «uscito fuori», obbliga un suo debitore, un servo come lui, a restituirgli tutto il dovuto (cf. Mt 18,23-35).

Il problema evocato qui non è quello di un’incapacità di trarre la conseguenza logica da una premessa evidente. Gesù sembra volerci piuttosto riportare a quel luogo dove facciamo terribilmente fatica a stare, quando ci troviamo di fronte a colui che ci chiede di avere misericordia: il luogo della consapevolezza del nostro essere, alla radice del nostro esistere, di riceventi. Il servo condonato che pretende di essere risarcito non fa nulla, di per sé, di illegale, di ingiusto. Applica solo in maniera rigorosa le regole dell’onestà e della giustizia, ma non è in grado di vedere la necessità dell’altro a partire da sé. In realtà, non ha lasciato entrare dentro di sé in pro-

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fondità lo sguardo di chi lo ha visto. È stato liberato da una situazione di morte, ma si è sottratto allo sguardo del donatore: questo è il suo dramma!

Ecco il secondo punto che deve essere rilevato nella nostra ricerca: se il Signore ha sempre gli occhi sulla condizione di estrema indigenza in cui si trova l’uomo nella storia, non sempre l’uomo è disposto a lasciarsi visitare dall’offerta di salvezza.

* * * È ciò che accade nel racconto delle origini, quando Adamo reagisce alla ricerca di Dio, sottraendosi al suo sguardo. La motivazione data al momento del ritrovamento non lascia dubbi: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10). Al di fuori dello sguardo di Dio, dal lasciarsi vedere da lui, l’uomo si percepisce nella sua inermità, si sente indegno e fugge, da lui e da se stesso. Così a Dio è difficile salvare l’uomo, non perché per lui sia difficile dare, ma perché l’uomo non riesce a ricevere e preferisce prendere per sé.

Siamo qui al cuore di tutte le difficoltà che s’intrecciano nell’incontro tra ricco e povero. La fonte del malinteso è la nostra paura di essere scoperti nella nostra radicale vulnerabilità. Questa si rivela sia nella nostra fatica di riconoscerci bisognosi sia nella nostra insofferenza quando l’altro chiede più di quanto siamo pronti o disposti a dare. Il problema è ciò che accade o non accade ogni volta nell’intimo del nostro cuore. Se esso è il luogo dove abbiamo imparato a fare entrare lo sguardo misericordioso di Dio, oppure è quello del nostro disperato non avere abbastanza, del nostro senso di scarsità, del nostro non avere mai da dentro la percezione di una protezione sufficiente per la nostra esistenza e la nostra dignità.

* * * Nel quarto vangelo e in tutta la tradizione che fa capo al discepolo che si autopresenta come colui che ha fatto l’esperienza dell’amore di Gesù, questo dilemma è ricorrente: nel suo Figlio, Gesù, Dio si manifesta come gratuità assoluta, vita inesauribile donata senza condizioni. Questa rivelazione deve entrare nel cuore umano perché si liberi dalla paura di non avere abbastanza e si scopra nella comunione con Dio, con gli uomini e con l’intera creazione. Ciò però non può avvenire senza che siano suscitati


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fraintendimenti e contraddizioni. Si pensi allo strascico della moltiplicazione dei pani nel vangelo di Giovanni: la gente che va in cerca di Gesù che si è sottratto alla folla che voleva farlo re. Gesù non si fa alcuna illusione sulla motivazione della folla: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26). È l’amara verità del nostro cuore ferito che ci spinge a comportarci così, il nostro cuore che non conosce l’intimità con Colui che è la sua Sorgente e da dentro lo rassicura. Cerchiamo fuori la nostra sicurezza e, quando l’abbiamo trovata una volta, non ci basta e ci sembra di doverne avere ancora di più, per rassicurarci. Non è però su questo piano che il nostro cuore trova la sua stabilità e insieme la fonte del suo inarrestabile dinamismo. Gesù infatti aggiunge: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27). L’avidità dell’uomo rischia di stravolgere lo stesso annuncio evangelico!

* * * La risposta all’uomo che fugge dallo sguardo di Dio, che rivela la nostra povertà solo per trasformarla nel luogo beatificante della salvezza, è così soltanto nella filialità di Gesù, in quella qualità di vita umana in cui siamo da lui introdotti. La morte è vinta solo nella vita che accetta di perdere tutto proprio perché fa l’esperienza di ricevere tutto in ogni istante. Secondo Paolo, noi, sì, desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste, ma vogliamo essere trovati «vestiti, non nudi». L’unica soluzione allora è quella che veniamo «rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito» (2 Cor 5,4-5). «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).

La Scrittura ci suggerisce così che chi si muove verso il povero per aiutarlo non può ignorare il dramma del cuore umano; questo non è soltanto il cuore dell’altro, con le sue angustie, i suoi limiti, la sua predisposizione a prendere, più che a ricevere, ma è anche il nostro cuore, che può donare nella maniera giusta solo quando veramente è entrato «nella sua stanza», lontano da

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sguardi di compensazione che vengono dall’esterno, e si lascia guardare dal Padre, che vede nel segreto e alimenta in lui la vita del Figlio (cf. Mt 6,118).

Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi (1 Gv 4,16)

Arriviamo così al terzo momento della nostra riflessione: esso consiste nell’osservare che il punto cruciale dell’incontro tra ricco e povero, nella Scrittura, è quello di un incrocio di sguardi nella verità e nell’amore, nell’autenticità di un dono che avviene non a partire da un poter donare verso un puro oggetto dell’iniziativa beneficante, ma da uno spossessamento beato capace di dischiudere nel cuore povero un dinamismo nuovo.

È significativa al riguardo la sorprendente reazione di Pietro e Giovanni, quando lo storpio che siede alla «Porta bella» del tempio di Gerusalemme si rivolge loro per chiedere l’elemosina. In essa c’è tutta l’audacia di chi ha attraversato la notte del venerdì santo e ha fatto l’esperienza della grazia della risurrezione di Gesù dai morti: «Allora, fissando lo sguardo su di lui Pietro insieme a Giovanni disse: ‘Guarda verso di noi’. Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: ‘Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina» (At 3, 4-6). Questa capacità, non solo di sollevare lo sguardo sulla miseria dell’altro, non solo di vedere il povero sulla strada e di esserne preso alle viscere, come il Samaritano della parabola raccontata da Gesù (cf. Lc 10,33), ma addirittura di chiedere all’indigente di incrociare lo sguardo con il proprio ha qualcosa di sconvolgente, lascia davvero trapelare il mondo nuovo inaugurato dalla risurrezione di Gesù dai morti. Per cercare lo sguardo del povero e per credere di poterlo ospitare senza esserne travolti, bisogna che il cuore di pietra si sia frantumato e sia stato sostituito dal cuore di carne; è necessaria l’attuazione della nuova alleanza intravista dai profeti: la rivelazione di Dio iscritta nel cuore (cf. Ger 33; Ez 36). È indispensabile essere stati trafitti da Colui che è stato trafitto (cf. Gv 19,37).

Pietro e Giovanni fanno infatti qualcosa per il paralitico che si rimette in

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piedi e cammina; qualcosa che lui non chiedeva e neppure era in grado di immaginare come possibile, ma questo beneficio infinitamente più grande anche dell’offerta più generosa in denaro, accade solo per un fatto, che segna la fine del suo isolamento all’interno della sua condizione di mendicante paralitico. La forza con cui Pietro osa sollecitare il volto di chi lo interpella solo per denaro non è sua. È il frutto della Pasqua del Signore che ne ha fatto un peccatore perdonato, un uomo ricuperato dalla rivelazione dell’agape che occorre anzitutto ricevere. Al di fuori di questa rivelazione, il povero può essere, certo, aiutato, beneficato, sostenuto, ma non potrà uscire dal suo identificarsi con il suo bisogno immediato.

* * * L’avvenimento che tutto cambia è nell’ordine della trafittura. Gli sguardi umani possono essere benevoli e avvolgenti, ma la loro qualità principale è quella di tagliare, di incidere, di lasciare una traccia sulla superficie liscia del nostro cuore. Se poi lo sguardo è quello dell’innocente calpestato, esso può diventare una lama mortale. Non è un caso che il discepolo amato ai piedi della croce (cf. Gv 19,35) riceva la rivelazione nel momento in cui il fianco di Gesù viene trafitto dalla punta di una lancia e subito faccia il collegamento con un versetto particolarmente denso del profeta Zaccaria, di cui si riconosce proprio in quel momento il compimento: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Zc 12,10 citato in Gv 19,37).

C’è stato un momento in cui gli Israeliti hanno distolto lo sguardo dal trafitto, il re Giosia travolto dalle frecce dell’esercito egiziano sulla piana di Meghiddo (cf. 2 Re 23,28-30; 2 Cr 35,26-27). Come sopportare di vedere l’incomprensibile, l’assurdo, della sconfitta di un re che aveva fatto tutto per ristabilire l’osservanza della Legge? Guardarlo, significava essere posti di fronte all’enigma insolubile dell’esistenza, dove tutto sembra essere destinato alla distruzione e alla morte; significava ricevere la conferma che tutto è menzogna, che non vale la pena di sperare. Davanti alla croce di Gesù, invece, lo sguardo può essere sollevato verso l’orrore e scoprire l’amore, verso il Maledetto che pende dal legno e scoprire che attraverso lui, il Figlio, la benedizione di Abramo è passata a tutte le genti. Ed essere guariti – dice Gesù a Nicode-


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mo – come lo furono gli Israeliti nel deserto grazie al serpente innalzato (cf. Gv 3,14 dove si cita Nm 21,4-9), la loro vergogna trasformata dal Signore in strumento di salvezza. Quel piccolo fiotto di sangue misto ad acqua apre gli occhi del discepolo amato: Gesù non muore schiacciato dagli eventi, dona la vita; più forte della morte, rimane l’Amore che eternamente si dona. * * * La rivelazione di Dio è nel Povero, che espone filialmente e fraternamente la sua povertà; è nel morire di Gesù, liberamente e per amore. «Vedendolo morire così – dice Marco – il centurione disse: ‘Veramente è il Figlio di Dio‘». È lì che il Dio, infinitamente ricco, si rivela come intimamente povero, perché comunione di Persone, scambio incessante, dove ciascuno si possiede donandosi. È lì che l’uomo, che si protegge dallo sguardo del Potente e non osa farsi vedere nella sua povertà e inermità, viene trafitto dalla rivelazione e trasformato nell’intimo. Luca, l’evangelista dei poveri, il testimone più toccante dell’attenzione di Gesù per i piccoli, gli emarginati, gli ultimi, lo esplicita con grande forza (Lc 23,47-49). Questa dinamica continua nella predicazione ecclesiale, che in fondo non è altro che un rappresentare al vivo, agli occhi de-

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gli ascoltatori, Gesù crocifisso (cf. Ga 3,1). Lo vediamo fin dal primo discorso apostolico, quello di Pietro subito dopo la Pentecoste. La conversione nasce dalla rivelazione della povertà beatificante del Ricco-Povero, che, mettendo a nudo la povertà nascosta del cuore umano, la cauterizza dolorosamente e insieme la infiamma di carità, la mobilità nella vita nuova: «All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: ‘Che dobbiamo fare, fratelli?’» (At 2,37).

Conclusione In conclusione, cosa ci dice la Scrittura dell’incontro tra povertà e ricchezza? Come può illuminare la prassi quotidiana dei cristiani che cercano di dare espressione concreta nel quotidiano all’attenzione della chiesa verso i poveri, i diseredati, gli ultimi della società?

La Bibbia, illustrando l’incontro tra povertà e ricchezza, ci fa capire che esso non è solo un’operazione caritatevole da condurre a buon fine, ma è l’ambito specifico in cui accade la rivelazione divina. Essa provoca sempre la nostra capacità di lasciarci vedere e di vedere, di lasciarci trafiggere e di ricevere, il perdono da parte del povero che aiutiamo; il perdono

La poesia romanda di Philippe Jaccottet

– Collana I CRISTALLI –

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per la nostra incapacità di donare senza far pesare, senza esercitare alcun potere su coloro la cui libertà di accettare il nostro dono è estremamente limitata. Quando vediamo un povero diventare avido perché lo aiutiamo, non dobbiamo spaventarci e metterci sulla difensiva. La sua reazione – per noi irritante – all’aiuto che riceve è il suo modo di offrirci la possibilità di fare quello che facciamo non perché ne abbiamo i mezzi, ma liberamente e per amore; è il suo modo di regalarci la possibilità, estremamente esigente, di disarmarci interiormente. È il suo modo di rimandarci a Colui che per farci ricchi, si è fatto povero, fino a dirci dall’alto della croce: «Ho sete» (Gv 19,28) e a riconoscere in un semplicissimo gesto di risposta, la spugna imbevuta di aceto, che «È compiuto» (Gv 19,30). Anche noi non sapevamo come entrare in una relazione vera con lui, finché Egli non ci ha dato nel suo Figlio, nella forma del povero, la possibilità di rispondergli in verità.

NOTE 1. Riflessioni e suggestioni preziose in questo senso si possono trovare in D. Barthélemy, Il povero scelto come Signore, Magnano 2011. 2. U. Berges; R. Hoppe, Il povero e il ricco nella Bibbia, Bologna 2011, p. 26. 3. Cf. P. Ricoeur, Sé come un altro, Milano 1993.

Una linea sottile - Omicidi quasi perfetti

a cura di Fabio Pusterla Formato 12.5 x 21, 264 pp., Fr. 25.–

di Giovanni Soldati Formato 12.5 x 21, 120 pp., Fr. 20.–

Dai grandi classici del primo Novecento agli autori più recenti: l’attenzione e la sensibilità di Philippe Jaccottet tracciano un percorso attraverso la migliore poesia francese in Svizzera, componendo, più che un’antologia, un concerto di voci diversissime eppure perfettamente intonate. Diciassette autori conducono così il lettore per città e campagne, in luoghi lontanissimi nello spazio della geografia o dell’anima, oppure in paesaggi noti eppure tinti di inquietudine e malinconia, attraverso il tempo e lo spazio.

Due grandi città, Milano e Parigi, a fornire un surreale fondale a due storie di quelle che, solitamente, non vanno oltre la piccola cronaca. Due personaggi fuori luogo, in bilico sulla corda tesa del mondo, a confrontarsi con due cadaveri sbagliati o inutili. La follia, il disagio e una percezione distorta della verità sono il terreno fertile su cui si sviluppano le oscure vicende del dottor Nedo Bazzini, pneumologo, e di Rodolphe Parmentier, traduttore quasi per caso.

– Collana LA BETULLA –

In vendita in tutte le librerie o presso l’editore

ARMANDO DADÒ EDITORE CH-6601 Locarno - Via Orelli 29 - Tel. + 41 91 756 01 20/751 49 02 - Fax + 41 91 752 10 26 - www. editore.ch - e-mail: info@editore.ch


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dossier

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Disagio a «Caritas Internationalis» Il Vaticano mette le mani su tutto?

I mei ultimi quindici mesi di presidenza della Caritas Svizzera (alla conclusione di quindici anni di attività), sono stati caratterizzati da un’elevata tensione con gli ambienti vaticani, in relazione a vicende di Caritas Internationalis e alla Conferenza quadriennale che si è tenuta a Roma nel maggio 2011.

L’emergenza è iniziata con la lettera datata 15 febbraio del segretario di Stato card. Bertone, con la quale veniva rifiutato il nihil obstat per la ricandidatura della segretaria generale Lesley-Anne Knight. Essa godeva dell’appoggio dell’ ufficio presidenziale e dell’apprezzamento di molte Caritas nazionali. Non potendo accedere alle motivazioni di tale grave decisione, ma avendo appurato che non si trattava di questioni morali, Caritas Svizzera ha scritto una lettera di protesta, che concludeva: «Non possiamo impedirci di interpretare questa procedura del Segretariato di Stato, per di più coperta dal Consiglio pontificio “Cor Unum” (il dicastero della Curia romana che si occupa di promozione umana e cristiana), come un tentativo di mettere sotto tutela Caritas Internationalis». Il card. Bertone ha anche imposto di celebrare lui stesso la S. Messa d’apertura. L’omelia è stata recepita dai più come un chiaro messaggio teso a rendere nebuloso il confine fra evangelizzazione e aiuto al prossimo, con frasi del tipo «(... ) Non basta distribuire soldi», che all’orecchio di chi opera costantemente nell’aiuto del prossimo suonano offensive. Stesso tema e stesso tono nel discorso d’apertura del card. Sarah, presidente di «Cor Unum», nella comunicazione teologica del giorno dopo di p. Cantalamessa, seguito dal card. Turkson, presidente del Consiglio pontificio «Justitia & Pax».

Se si aggiunge il tentativo di impedire la discussione sul caso della segretaria generale e, una volta ammessa, il divieto di comunicare le ragioni del rifiuto del nihil obstat, si può comprendere che la pressione nell’assemblea è salita a livelli così alti da imporci di reagire, anzitutto con un intervento in questa farsa di discussione strappata coi denti e poi, con un documento, battezzato «Manifesto del Samaritano», in risposta al nebuloso

confine fra evangelizzazione e aiuto al prossimo.

Dopo le necessarie premesse il manifesto conclude: «Diciamo forte e chiaro che il nostro aiuto è realizzato col massimo sforzo di professionalità, con umanità e compassione, senza altro fine dichiarato o nascosto, nel pieno ri-

Il Manifesto del Samaritano

Oltre i problemi che hanno segnato la preparazione di questa assemblea negli ultimi mesi, in questi primi giorni abbiamo ascoltato varie letture teologiche a proposito della natura e della finalità dell’azione di Caritas.

Nella definizione di tale natura e finalità, e in rapporto con l’evangelizzazione e il problema del proselitismo, i partecipanti all’assemblea generale hanno avuto l’impressione che si tenda a un nuovo orientamento di Caritas, sul quale non abbiamo conferme. A tutte le persone e comunità destinatarie dell’aiuto delle nostre Caritas, a tutte le persone e organizzazioni che collaborano a questo aiuto, ai nostri donatori e donatrici, a tutte le istituzioni e autorità che ci sostengono e ci aprono le porte, noi diciamo forte e chiaro che il nostro aiuto è contrassegnato dal massimo sforzo di professionalità, ma anche di umanità e di compassione, senz’altra finalità dichiarata o nascosta, nel pieno rispetto dell’identità e della finalità delle persone cui vanno gli aiuti, sull’esempio del buon samaritano del Vangelo. Fulvio Caccia,

presidente di Caritas Svizzera

Hugo Fasel,

direttore de Caritas Svizzera

Questo testo è stato presentato alla Conferenza regionale europea. Otto delegati sono intervenuti per lodarne il tenore ed è stato annesso al verbale. Al termine della 7. riunione statutaria dei 26 maggio, è stato consegnato al presidente di Caritas Internationalis, all’attenzione del Comitato esecutivo, con copia alla segreteria generale.

spetto dell’identità e della dignità delle persone destinatarie dell’aiuto, sull’esempio del buon Samaritano del Vangelo». Il documento ha trovato vasti consensi in una riunione di Caritas Europa e presso molti altri rappresentanti.

Le vicende non sono comunque finite. È del mese di maggio un decreto di «Cor Unum» e della Segreteria di Stato col quale vengono approvati (dopo averli emendati) i nuovi statuti di Caritas Internationalis. Questa viene a trovarsi ora sotto il controllo ravvicinato degli organi vaticani, che si estende in una certa misura anche al livello regionale (per noi di Caritas Europa). Del resto «L’Osservatore romano» invitava a prenderne l’esempio per «aggiornare» le strutture e gli statuti delle organizzazioni nazionali e diocesane.

Alla recente Conferenza di Caritas Europa a Varsavia, il presidente di «Cor Unum» è andato a spiegare tale accresciuto ruolo e a ripetere il discorso di apertura dello scorso anno a Roma, senza raccogliere grande successo. Il lettore potrebbe chiedersi, come mai il Vaticano può permettersi di fare tutto questo. La risposta più sintetica consiste nella debolezza della conduzione dell’organizzazione. Otto anni fa un segretario generale irresponsabile, senza chiedere nulla al Comitato direttivo, ha promosso la procedura di sottomissione di Caritas Internationalis al diritto canonico, perdendo quindi l’autonomia garantita dal diritto civile. Incredibile la motivazione di questo passo: per allineare la scala degli stipendi a quella vaticana, più vantaggiosa per il personale impiegato! Ma ancora più incredibile è il fatto che il Comitato direttivo non ha trovato la forza e i numeri per reagire.

Anche nella vicenda recente del nihil obstat negato è emersa la debolezza, perfino la latitanza, della dirigenza, che ha lasciato incancrenire situazione che andavano affrontate di petto. Un altro problema è rappresentato dalla massiccia presenza di clero in queste istituzioni (pur precisando che esistono laici incompetenti o più clericali dei preti) in cui la responsabilità dei laici dovrebbe essere amplissima, come lo è in molte Caritas nazionali europee. Nei rapporti all’interno della gerarchia ecclesiastica (che qualcuno ancora confonde con la Chiesa) si trova troppo facilmente chi accetta di mettere l’obbedienza davanti alla ve-


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rità, quella semplice, con la «v» minuscola, legata ai fatti.

Così va avanti l’opera di messa sotto tutela di Caritas Internationalis, la messa sotto tutela di Justitia & Pax, e così pure altre operazioni di carattere più ideologico che teologico, collegate alla nomina di professori per le cattedre universitarie. La pressione si farà sentire anche sulle conferenze episcopali, perché facciano uso della loro autorità sulle organizzazioni nazionali, come ha lasciato intendere «L’Osservatore romano”. Non è certamente un caso che il Vaticano ha pressantemente invitato tutti i vescovi che si occupano di Caritas nei loro Paesi a partecipare alla Conferenza dello scorso anno a Roma, che si annunciava delicata.

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La Svizzera si trova in una situazione invidiabile, di fatto invidiata da molti paesi. Caritas Svizzera è stata fondata 111 anni fa da un cappuccino, tra l’altro contro il parere dei vescovi di allora. Era, è e sarà (almeno per molto tempo ancora) un’associazione ai sensi del Codice civile. L’intelligenza di quel grande vescovo che è stato mons. Ivo Fürer, con la collaborazione dell’allora direttore di Caritas svizzera Jürg Krummenacher, ha permesso un ventennio fa di regolare i rapporti con la Conferenza episcopale per mezzo di un contratto, vantaggioso per le due parti, in quanto conferisce a Caritas amplissima indipendenza e scarica i vescovi di molte responsabilità.

I rapporti con la Conferenza episcopale sono eccellenti, in particolare con

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il responsabile del Settore Diaconia. mons. Markus Büchel, vescovo di San Gallo.

Un’informazione che può tranquillizzare in parte i lettori: riguarda il tipo di attività di Caritas Internationalis e le sue competenze finanziarie. L’ente internazionale è una piattaforma d’informazione sulle situazioni nei Paesi bisognosi di aiuto e di coordinamento; soprattutto in caso di catastrofi questa sua funzione è molto utile, perché operativa in tempi brevi. Si finanzia con quattro milioni di euro all’anno, pari a un ventesimo del budget di Caritas Svizzera. Il finanziamento dei progetti non passa infatti attraverso Caritas Internationalis.

Fulvio Caccia

INVITO AL SERVIZIO

I cristiani dei primi quattro secoli hanno evangelizzato il mondo con l’irradiazione del loro amore. Il primato della Chiesa di Roma si è manifestato come un servizio d’amore per tutti, anche per i non battezzati. La Chiesa di Roma inviava aiuti in tutto il mondo, cercava di affrancare gli schiavi, di prevedere strutture di accoglienza per i malati e gli anziani. Dobbiamo pertanto combattere l’individualismo e l’egoismo. Oggi si può morire in una città ed essere scoperti solo quando il corpo va in decomposizione!

Suggerisco iniziative che qualche parrocchia ha già preso. Quando qualcuno viene ad abitare nel nostro Comune alcuni parrocchiani si recano da lui e gli portano l’ultimo bollettino della parrocchia, indicandogli non solo gli orari delle celebrazioni ma anche le concrete possibilità che ha di inserirsi per aiutare la comunità. Si fa un’esperienza positiva con i gruppi di genitori che si riuniscono per discutere dei problemi educativi. L’oratorio è grato a chi a turni lo tiene aperto per animare le attività di ragazzi e giovani. Un settore tanto trascurato quanto capitale è quello delle Conferenze di san Vincenzo. Se un piccolo gruppo di parrocchiani volonterosi e discreti visita le famiglie povere, segnalate dal parroco, ci si rende conto che la miseria è più grande di quanto si immagina. Felici le parrocchie che hanno istituito un servizio di ostiari e di lettori. I primi accolgono i fedeli e li sistemano in modo che possano sedere. Spesso capita che una folla si accalchi sulla parete di fondo della chiesa quando davanti i posti vuoti sono ancora parecchi. Gli accoliti portano l’Eucarestia ad anziani e malati, magari ogni domenica, e aiutano il celebrante là dove i comunicandi sono numerosi. Potrebbero anche presiedere un momento di adorazione, aprendo il tabernacolo e incensando il Santissi-

mo Sacramento. In alcune parrocchie ci si è organizzati per assicurare ai malati cronici e agli anziani visite regolari. Si sappia che la parrocchia non abbisogna solo di amministratori nel Consiglio parrocchiale, ma anche di ispiratori nel Consiglio pastorale. Ci sono persone che hanno il carisma organizzativo: per feste della comunità, per il gioco, le passeggiate, il teatro, il divertimento. Così le corali sono importanti per animare il canto dell’assemblea e per proporre (all’offertorio, alla comunione) momenti meditativi. Sarebbe necessario che la preparazione dei cresimandi non fosse teorica, ma pratica: ci organizziamo per aiutare un’opera missionaria, diamo da mangiare agli anziani in un ricovero, facciamo per loro uno spettacolo ricreativo. In qualche parrocchia si organizza un dopo-scuola e si cerca di avere un occhio e un cuore aperti alle esigenze delle nostre missioni diocesane. Più che coltivare orticelli privati, sarebbe bene investire tutte le forze per dare slancio ai progetti diocesani che la commissione missionaria con il Vescovo coordina e sviluppa. Oggi parecchie di queste attività possono essere realizzate a livello di zona pastorale. Anche parrocchie di dimensioni ridotte sono coinvolte nelle varie opere di servizio che ci aiutano a visibilizzare la nostra fede. La cosiddetta nuova evangelizzazione non può che realizzarsi sul modello di quella antica: con una diaconia efficiente, poliedrica, che ci strappi all’egoismo, al campanilismo, allo sciovinismo, e ci aiuti a vivere nella dedizione al prossimo vicino e lontano, nel quale vediamo e adoriamo il Cristo. Andiamo contro corrente, ma gli uomini di buona volontà, colpiti da queste «belle opere» (Mt.5,16) si convertiranno. Don Sandro Vitalini (da «Spighe», aprile 2012)


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La broken society è alle porte Il valore del contratto sociale

Proteste nelle strade di Atene, manifestazioni di massa a Madrid, saccheggi in alcuni quartieri di Londra, scompigli e nervosismo a Roma: le conseguenze sociali della crisi dell’indebitamento sono ormai ben visibili. È un po’troppo semplicistico spiegarle unicamente con le difficoltà contabili degli Stati. Perché, al di là dei fatti attuali, queste rumorose manifestazioni sono soprattutto il segnale che l’ideologia neoliberale raggiunge i suoi limiti. Tutto l’edificio della concorrenza economica tra i diversi punti di attrazione delle nazioni democratiche nel processo di globalizzazione minaccia di crollare. Sui mercati finanziari, la speculazione forza i Paesi a operare tagli massicci nei loro sistemi di sicurezza sociale. Neppure l’Unione europea riesce più a proteggere i suoi membri dai suoi interventi. Tutto ciò si è spinto talmente lontano che non solo i governi sono sconfessati ma anche lo stesso Stato liberale non è più credibile. Il mondo politico perde il primato di fronte al mondo economico. In Svizzera non siamo ancora alle manifestazioni di piazza, però anche da noi il malcontento sta emergendo e la collera aumenta. Ricordiamo ancora tutti bene la crisi finanziaria e il salvataggio di una grande banca svizzera pagato a carissimo costo. Sul mercato del lavoro stiamo vivendo le conseguenze dell’ascesa del franco, sostenuto dalle speculazioni dei mercati valutari. I costi reali delle sbandate dei mercati finanziari sono a poco a poco divenuti statali. David Cameron, primo ministro inglese, evoca una broken society, una frattura della società, pronunciandosi sul movimento di rivolta della gioventù avvenuto in Inghilterra. L’immagine la dice lunga e spinge ad associazioni. All’EMPA (l’Ufficio federale per lo studio dei materiali, associato al Politecnico federale di Zurigo) si eseguono prove sui materiali e si possono gettare i pezzi che non resistono a forti pressioni, ma di una società frantumata non ci si può semplicemente sbarazzare. E ridurre la frattura è un’impresa delicata. Pare che gli ambienti economici e politici abbiamo voluto verificare dove situare i limiti degli oneri sociali, quanta disuguaglianza si può ancora ingoiare, quali

costrizioni politiche una società è capace di tollerare. Qua e là questi limiti sono stati oltrepassati. La società si sta dividendo in parti inconciliabili. Quali sono gli elementi fondamentali di una coesione sociale?

Il mercato del lavoro La globalizzazione economica esige dai lavoratori che siano sempre più flessibili. Quando tutto va bene ci si aspetta dagli impiegati che facciano ore supplementari, orari a turno, che lavorino il fine settimana; quando va meno bene gli si impone la disoccupazione tecnica e si riducono i salari. Tutto ciò brandendo la spada di Damocle della delocalizzazione delle attività economiche. Finora queste aumentate esigenze trovavano la loro controparte nel buon funzionamento della sicurezza sociale. Chi finiva in disoccupazione sapeva almeno che non significava finire nella povertà e nell’esclusione, che sarebbe stato possibile fare valere il proprio diritto al minimo vitale e all’integrazione in uno Stato di diritto. Ma quest’idea di flexicurity è ormai sempre più messa in discussione. Il diritto al minimo vitale è negato e si risparmia sulle misure di integrazione. L’equilibrio tra le esigenze di flessibilità del mercato del lavoro e le assicurazioni dello Stato sociale dall’altra non è più garantito.

Le disuguaglianze Fino agli anni Ottanta si parlava del famoso «ascensore sociale» che tutti potevano prendere per elevarsi nella scala sociale, da qualsiasi punto di partenza. Allora non erano le disuguaglianze tra i diversi strati sociali che colpivano ma il fatto che chiunque nella società poteva legittimamente sperare di poter migliorare le sue condizioni di vita in seno alla società. Nel frattempo le cose sono decisamente cambiate. Oggi i ceti sociali sfavoriti non hanno più alcuna possibilità di progredire nella società, i ceti medi si sgretolano ed i ceti elevati, senza preoccuparsi delle conseguenze dei loro atti in materia di coesione sociale, si concedono redditi e privilegi. I dibattiti sui versamenti di bonus ai manager hanno chiaramente provato che nella popolazione sempre più persone si mostrano riluttanti. Però non si nota alcun indizio di cambiamento di rotta.

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Le pari opportunità In molti Paesi, la provenienza sociale resta un fattore determinante quando si tratta della qualità della formazione, dell’importo dei salari e del posizionamento sulla scala sociale. Sono sempre i membri delle stesse classi che occupano i posti-chiave dell’economia e della politica. Tuttavia, si continua a ripetere il discorso liberale delle pari opportunità per tutti. E questo mentre i bambini e i giovani non riescono più a risalire la gerarchia sociale: non per assenza di qualità proprie ma perché i loro genitori appartengono a categorie sociali svantaggiate. La loro esistenza è ormai marcata dalla paura di finire un giorno tra gli esclusi della società e di finire nei ranghi di quelli che non servono a nulla, quelli che non si possono impiegare perché non si sono formati e sui quali non si può contare nella spinta del consumo perché non hanno soldi. Quelli ai quali non si dà voce, visto che non hanno il diritto di voto.

«Il XXI secolo sarà autoritario» In molti Paesi occidentali si sono strette le viti. Troppo. La Svizzera lentamente si avvicina anch’essa al limite. Sostenere che ciò sia dovuto all’immigrazione è un tentativo pietoso di spiegare la realtà. Cosa ci possiamo aspettare ormai? Il contratto sociale sarà rinnovato? Si può temere di no. Siamo molto più vicini alla realizzazione delle buie previsioni del sociologo tedesco Ralf Dahrendorf, scomparso nel 2009. Parlando del Millennio affermava che il XXI secolo sarebbe stato probabilmente autoritario. Se non si mantiene il prezioso equilibrio tra l’incoraggiamento della concorrenza economica e la sicurezza sociale, lo Stato liberale andrà fuori strada. Occorre che i turbamenti sociali non scivolino nell’aperta anomia. Sempre più voci invocano uno Stato forte, capace di mantenere la pace e l’ordine. Lo Stato autoritario dovrà far rispettare quel che richiedono i mercati finanziari: ancora più concorrenza sul piano globale, ancora meno Stato sociale? Più sicurezza sociale o più sicurezza interna? Più giustizia o più polizia? Le domande sono semplici. E le risposte pure: Singapore è la nuova icona dei dirigenti economici della Svizzera. Carlo Knöpfel Caritas Svizzera Traduzione di Sonia Stephan (www.alliancesud.ch)


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone

Vittoria laica. Il Governo solettese (rappresentato dal presidente Peter Gomm e dal consigliere di Stato Walter Straumann) ha vinto, due a uno, il confronto agli Jass con il vescovo di Basilea Felix Gmür, assistito dal suo ausiliare, Martin Gächter, svoltosi il 24 aprile scorso nella cantina del Municipio della città di Soletta. La tradizione del singolare «Jass del vescovo» ebbe inizio nel 1960, tra i due «commilitoni»: mons. Anton Hänggi e Willi Ritschard, futuro consigliere federale. Ma era stato sospeso nel 2006 perché il vescovo Kurt Koch, futuro cardinale, era un pessimo giocatore… Spiace che il vescovo Gmür sia stato sconfitto, ma preferiamo che vinca altre sfide.

Beati i poveri. Una ventina di associazioni umanitarie e politiche hanno raccolto 3500 firme chiedendo al Gran Consiglio ginevrino di abolire la legge, emanata nel novembre 2007, che vieta di chiedere l’elemosina in luoghi pubblici. Per i firmatari, la legge è razzista, costosa e inutile. La petizione è stata presentata a palazzo governativo, con la partecipazione di un gruppo di musica tzigana rumena.

Ecumenismo vescovile. I dodici vescovi della Conferenza episcopale svizzera hanno incontrato i sette vescovi ortodossi della AEOS (Assemblea dei vescovi ortodossi di Svizzera, fondata due anni fa) da cui dipendono gli oltre 150 mila ortodossi che vivono nella Confederazione. Era la prima volta che avveniva, e molti dei presenti non si erano mai incontrati. Vero che l’ecumenismo procede lentamente… . Libertà va cercando. Sul bollettino pasquale di una parrocchia del Luganese, un parroco (non austriaco) scrive dell’amore di Dio che «è infinito anche nei confronti delle coppie che hanno visto fallire il loro primo matrimonio e si sono risposate». E prosegue: «La Chiesa d’Oriente (che non penso sia più peccatrice di noi) riconosce la possibilità delle seconde nozze, celebrate in un contesto penitenziale». Nando Fabro, fondatore del gruppo de «Il Gallo» di Genova, insegnava che nella Chiesa cattolica c’è la libertà… che ci si prende. A quando le seconde nozze con un prete cattolico quale testimonio? Teologi a Lucerna. Alla Facoltà di teologia di Lucerna, nel 2011, erano iscritti 201 studenti, dei quali 90 frequentavano i corsi di teologia cattolica (per metà donne), 76 l’Istituto di pedagogia religiosa (due terzi donne) e 36 altri corsi (musica sacra, catechesi, ecc.). Gli studenti di teologia rappresentano oltre il 7% degli universitari di Lucerna.

Laicità attiva. Una cattolica praticante, Béatrice Métraux, dirige nel governo vodese il Dipartimento dell’Interno, cui spettano anche le relazioni con le confessioni religiose. La Costituzione del 2003 accorda alle due Chiese, cattolica e protestante, lo statuto di istituzioni di diritto pubblico e assegna loro 50 milioni di franchi all’anno quale partecipazione a compiti sociali (nelle «missioni comuni», in istituti cantonali, sono impiegate 55 persone). La ministra verde (sposata ad un protestante, non è una «papista fanatica») ritiene necessario un riconoscimento

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statale anche per favorire l’integrazione dei musulmani, il maggiore gruppo tra le minoranze religiose del cantone. La comunità ebraica è già riconosciuta di interesse pubblico.

Milioni per la cattedrale. I deputati vodesi hanno votato all’unanimità un credito di tre milioni di franchi per lavori necessari alla cattedrale di Losanna, in particolare per le riparazioni al tetto e la stabilità delle facciate. Un credito più importante dovrà essere deciso tra qualche mese: la cattedrale, assegnata ai protestanti al momento della Riforma, è di proprietà pubblica. Donne sul podio. Molti si sono felicitati per il successo della birmana Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, e del suo partito nelle elezioni al parlamento, dopo anni di dittatura militare che l’avevano costretta a domicilio coatto e persino alla prigione. Con lei vanno festeggiate anche le quattro donne che rappresentano, dal 1. aprile, la maggioranza del governo vodese: due socialiste, una verde e una radicale. Il nuovo vescovo di Friburgo, mons. Morerod, ha nominato una donna trentenne, Laure-Christine Grandjean, responsabile della comunicazione diocesana: la Grandjean (o Jeanne?) ha iniziato dal 1. maggio a diffondere al femminile le notizie diocesane romande.

Aiuti umanitari. Il Governo ticinese, con la consulenza della FOSIT (Federazione delle ONG ticinesi) ha destinato nel 2011 l’importo totale di fr. 170 mila a sostegno di undici progetti, proposti da enti di aiuto umanitario e allo sviluppo esistenti in Ticino. Gli interventi sussidiati con fondi pubblici riguardano prevalentemente Paesi del Sud del mondo (Africa e America latina). Il Consiglio federale propone di destinare 11,35 miliardi a progetti e aiuti alla cooperazione internazionale negli anni 2013-2016: 6,92 miliardi per la cooperazione tecnica e finanziaria, 2,03 miliardi per l’aiuto umanitario urgente e la ricostruzione, 70 milioni alla Croce Rossa Internazionale, la Svizzera essendo il terzo maggior contribuente dell’organizzazione umanitaria. Il Parlamento ha respinto la proposta (invero pelosa…) di concedere aiuti solo agli Stati che sono disposti a riprendersi i loro concittadini espatriati in cerca di una migliore vita e sgraditi alla (umanitaria) Svizzera! Bianchi e neri. La Corte suprema brasiliana ha giudicato costituzionale la norma che impone una quota minima di studenti neri (30%) nelle università, mentre le Chiese metodiste statunitensi, ancora divise tra chiese per bianchi e chiese per neri in forza della segregazione imposta tra il 1939 e il 1968, hanno recentemente compiuto un passo verso il ritorno all’unità, riconoscendosi scambievolmente i sacramenti, il clero e i ministeri. Intanto, negli Stati Uniti, nascono meno bambini bianchi di quelli «colorati» e il presidente (secondo Berlusconi) è abbronzato! A favore dei lavoratori. In occasione della Giornata internazionale del lavoro, mons. Ricardo Ezzati, arcivescovo di Santiago e presidente della Conferenza episcopale cilena, ha sostenuto le rivendicazioni del Sindacato unitario che chiede l’aumento del salario minimo da 182 mila a 250 mila pesos (da circa 285 euro a 390), l’importo attuale non permettendo a una famiglia di vivere.


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opinioni

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Uscire dall’inerzia e dalle false sicurezze per una nuova primavera dell’ecumenismo

Non si può negare che il movimento di riavvicinamento dei cristiani viva oggi una crisi o – come scrive don Sandro Vitalini nel numero di febbraio 2012 di «Dialoghi» – «un inverno ecumenico». Questo arretramento si deve in gran parte all’irrigidimento delle posizioni romane. Tuttavia, la maggior parte delle altre Chiese vi hanno una parte di responsabilità, anche solo per la loro passività. Al contempo, però, la crisi spettacolare che sta attraversando la Chiesa cattolica e la crisi più ovattata, ma non meno reale, che vivono le altre Chiese incitano numerosi cristiani, laici e ministri, ad avanzare insieme nella riflessione, nella preghiera e nella condivisione dell’Eucaristia, praticata qua e là malgrado le riserve della gerarchia. L’ecumenismo istituzionale sta perdendo colpi? Senza dubbio, ma l’ecumenismo vissuto dalla «base» continuerà certamente a svilupparsi. È un’onda di fondo che non mancherà di ripercuotersi sul dialogo tra i responsabili. Ma che rimarrà sterile se non si costruisce su fondamenta solide e nella verità: e sfortunatamente non è sempre il caso, oggi.

Una prima tappa difficile: il pentimento

Un autentico cammino ecumenico deve basarsi sul riconoscimento, da ciascuna parte, dei propri errori e delle proprie colpe. Questo perché le divisioni dei cristiani non sono una fatalità, una disgrazia che li ha colpiti e di cui Dio potrebbe guarirli1 come da una malattia: sono la conseguenza dell’orgoglio delle Chiese, e in definitiva di tutti i cristiani, orgoglio che genera intolleranza e volontà di potere. Dobbiamo dunque prima tornare in noi stessi e chiedere perdono per le infedeltà2 a Dio e ai nostri fratelli di altre confessioni, con la ferma risoluzione di porvi fine e di diventare piu umili e fraterni.

Questa prima tappa è stata spesso elusa, e questo potrebbe in parte spiegare gli ostacoli che impediscono all’ecumenismo di fare progressi. Infatti, come potrebbero le Chiese trovare un vero terreno d’intesa senza aver riconosciuto pubblicamente che gran parte dei loro dissensi sono responsa-

di Philippe de Vargas*

bilità loro? Il progresso dell’ecumenismo, d’ora in poi, costerà questo prezzo. Ma temo che i dirigenti delle Chiese non siano pronti a pagarlo, come, più in generale, dubito della loro volontà di impegnarsi risolutamente sulla strada dell’unità.

Perchè tante reticenze? Fra le molte ragioni di questi rifiuti o reticenze, ne vedo una spesso passata sotto silenzio: la divisione delle Chiese ha prodotto un importante numero di autorità ecclesiastiche «indipendenti», all’interno delle quali i capi religiosi esercitano un potere e vogliono conservarlo. Oggi le Chiese sono pressoché l’ultimo bastione del potere assoluto. È incontestabile per la Chiesa cattolica, ultima monarchia assoluta al mondo, governata da un uomo ritenuto infallibile in determinate circostanze ed è appena meno evidente per le Chiese ortodosse, dove il potere è esercitato collegialmente dai sinodi episcopali e, a un livello più modesto, dagli altri membri del clero. Nella Chiesa cattolica come in quella ortodossa, una stretta disciplina gerarchica è supposta atta a mantenere i semplici fedeli nella verità e nell’obbedienza. Ma neppure le altre Chiese, comprese quelle nate dalla Riforma del XVI secolo, sono al riparo dalle tentazioni del potere. Per secoli, «Monsieur le Ministre» è stato nella sua città o nel suo villaggio un notabile accanto ai magistrati civili, un personaggio rispettato e temuto. Aveva talora l’esorbitante potere di scomunicare gli uomini – più spesso le donne, in verità – dichiarati in stato di peccato. Ma, mentre il rispetto un tempo dovuto per definizione ai notabili è quasi del tutto scomparso, il pastore rimane ancora per molti il capo spirituale, il custode del gregge, dotto di un potere che non si discute. Nelle no-

* L’autore è un direttore di liceo in pensione. Laico appassionato di teologia, è membro di uno dei consigli regionali della Chiesa evangelica del Canton Vaud. Nell’articolo si esprime a titolo personale. «Dialoghi» lo ringrazia per l’ottimo contributo, insieme con Martine e Piergiorgio Piffaretti che hanno curato la traduzione.

stre società civili largamente democratizzate, una parte delle Chiese riformate hanno conservato una struttura quasi medievale, che pone al livello più basso della gerarchia il popolo dei credenti, massa anonima ed ignorante (o supposta esserlo), dalla quale non ci si attende alcuno spirito critico, alcuna iniziativa. Perfino certe Chiese presbitero-sinodali che si considerano democratiche tendono attualmente a sminuire il potere decisionale dei parrocchiani a profitto della gerarchia.

Su un altro piano, il discorso ex cathedra è praticamente scomparso dalle scuole e dalle sale di riunione: nessun esposto, nessun corso può fare a meno di un tempo di dialogo con il pubblico, comprensivo di domande, obiezioni, di sviluppi chiarificatori. Sono rimaste le Chiese a imporre i loro riti e le loro prediche a fedeli silenziosi e passivi, a parte qualche risposta e qualche canto. Cessando di considerare i semplici credenti come bambini, le Chiese favorirebbero una ripartizione più uguale del potere. Tale indispensabile aggiornamento avrebbe effetti benefici sul riavvicinamento interconfessionale: se i leaders accettassero di condividere il potere con i fedeli, potrebbero considerare più facilmente di cederne una parte anche a profitto dell’ecumenismo. È il timore di chi ha tale potere, che il riavvicinamento o l’unificazione delle Chiese possa comportare per loro una perdita di autorità o di prestigio, che contribuisce al mantenimento dello status quo. Il necessario ritorno alle fonti Su un fondamento di pentimento solidale, di umiltà e di apertura, l’ecumenismo potrà svilupparsi tornando alle fonti della fede, nella comunione intorno alla persona e al ministero di Gesù Cristo.

Tuttavia, questo ritorno alle sorgenti fa problema: per diverse Chiese, tra cui la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, le fonti non sono unicamente la Bibbia ma anche i decreti dei concilii detti ecumenici3, i primi essendo quelli di Nicea (325) e di Costantinopoli (381)4. Fu l’imperatore (Costan-


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tino, poi Teodosio) che li convocò, li sorvegliò e ne dettò la finalità: ristabilire l’unità della Chiesa compromessa dall’ arianesimo5 e da altre correnti teologiche successivamente qualificate come eresie. Senza interferire necessariamente e direttamente sul loro contenuto teologico, fu ancora l’imperatore a esigere formulazioni nette, che delineano un’ ortodossia intransigente, mirando a ottenere, con la seduzione o la minaccia, l’unanimità dei vescovi, senza sempre pervenirci. Al termine di furiose controversie e di sottili intrighi, questi concili proclamarono la famosa «confessione di fede» che si ripete in quasi tutte le celebrazioni ecumeniche.

Il tranello del simbolo di Nicea Purtroppo, questa confessione si presta particolarmente male all’espressione delle persone del XXI secolo, per le quali è incomprensibile o inaccettabile. Mi diceva recentemente una cattolica praticante : «È un dialetto di Canaan, a noi non dice niente !» Dobbiamo per questo rinunciare a un testo del IV secolo ? No, resta un documento di referenza per i teologi. Ma conviene leggerlo per quello che è: una costruzione intellettuale datata, elaborata dopo accanite dispute relative alla natura del Cristo e alla Trinità, risultato di un processo intellettuale imposto dall’ imperatore a vescovi, molti dei quali si erano all’inizio opposti a certe formule pesantemente dogmatiche, di parte, comunque ispirate dalla filosofia neoplatonica.

La maggior parte dei padri conciliari, trascinata dalla polemica anti-ariana, ha moltiplicato formule stereotipate che pretendono di chiarire uno dei più profondi misteri della fede, ossia la natura esatta della relazione fra le tre persone della Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ecco: [Gesù Cristo] generato ma non creato6, della stessa sostanza7 del Padre…», «[lo Spirito Santo] che procede dal Padre», oppure, secondo un’aggiunta tardiva della Chiesa cattolica: «dal Padre e dal Figlio». In appoggio a queste formule, si possono citare alcuni passaggi della Bibbia8 – ma ne esistono altri che sembrano contraddirli9 ! Invece di riconoscere che le Scritture non permettono di risolvere il mistero, i concili di Nicea e di Costantinopoli hanno optato senza sfumature a favore della tesi egualitarista. E così si è andati fino a eludere l’espressione della piena umanità del Cristo, omettendo

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di dire che «è morto»: un silenzio eloquente ! Il Simbolo degli apostoli, anteriore al concilio di Nicea, è… invecchiato meglio : perchè non lo si usa più sovente negli uffici ecumenici? Neppure questo bel testo è, d’altra parte, al di sopra di ogni critica, la più importante essendo l’omissione delle due più importanti affermazioni del Nuovo Testamento: «Dio è amore» e «Gesù Cristo è il nostro salvatore».

Personalmente, non sono lontano dal pensare che il tentativo di Nicea di dire l’indicibile rappresenti qualcosa di sacrilego nei confronti del «Tutt’ Altro» divino (del resto, lo pensavano parecchi teologi del IV secolo10). Comunque sia, la confessione di NiceaCostantinapoli è macchiata da troppi intrighi e da troppi giochi di potere per essere riconosciuta dai cristiani consapevoli come l’espressione intangibile della fede cristiana. Gli autori di questa confessione sono stati troppo spesso guidati dalla «carne»11, per dirla con l’apostolo Paolo. Bisogna augurarsi che i cristiani si mostrino più attenti alle circostanze della redazione di questo testo, circostanze che inducono a relativizzarlo e a desacralizzarlo. I credenti del nostro tempo hanno il diritto di ascoltare e di parlare un linguaggio che comprendono e ha senso per loro12. Far loro recitare al modo di un incantesimo formule fisse e oscure è una mancanza di rispetto e un impedimento ad aderire da adulti a un cammino ecumenico che li impegna.

Il posto centrale della Bibbia Visto quanto precede, non vedo a quale altra sorgente attingere il contenuto di un vero ecumenismo se non alla Bibbia e più particolarmente ai Vangeli: testi non gravati di formule dottrinarie ma che presentano, spesso in modo narrativo, la vita e il messaggio di Gesù Cristo, che ci fa conoscere di Dio tutto quel che è necessario per la fede – niente di più. La confessione di fede che riunirà tutti i cristiani nella verità dovrà limitarsi a esprimere questo minimo necessario e sufficiente, in un linguaggio accessibile ai credenti di oggi.

Bisogna però dapprima che i cristiani si intendano sulla natura dei testi biblici: sono l’intangibile Parola di Dio ? Oppure parole di uomini ispirati ma imperfetti, influenzati dal loro tempo e dalla loro cultura, dunque soggetti a

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La favola del grande stagno (un apologo)

In un paese lontano, parecchi villaggi si trovavano separati da un grande stagno infestato da coccodrilli. Da molto tempo il re di quel paese aveva chiaramente espresso il desiderio di vedere lo stagno prosciugato e colmato, per il maggior bene degli abitanti della regione: ma niente si faceva – o poco. Eppure tutto era pronto per intraprendere i lavori. Grandi mucchi di pietre, resti di antiche costruzioni da tempo cadute in rovina ingombravano i villaggi: un eccellente materiale di riporto. A disposizione c’era una manodopera competente ed entusiasta. Di fronte all’immobilismo delle autorità, la gente impaziente aveva preso l’iniziativa di aprire qualche sentiero rischioso attraverso i pantani, ma non basta – e del resto era vietato. I capi dei villaggi, alcuni dei quali commerciavano pelli di coccodrillo e altri coltivavano piante acquatiche nello stagno, tennero una grande assemblea. Dopo molti abbracci e proteste di buona volontà, si misero d’accordo nell’affermare che il prosciugamento dello stagno dovesse farlo il re, «quando e come l’avesse voluto». Dopo di che se ne tornarono tranquilli, ciascuno al proprio villaggio.

interpretazione ? Su questo terreno, il divario tra letteralisti e storico-critici non segue più le frontiere tra le confessioni ma dipende dal livello di cultura biblica dei credenti e dal grado di autonomia del loro pensiero. Il papa Pio XII ha fatto un grande passo in direzione dei biblisti protestanti dichiarando che i libri della Bibbia non devono essere considerati come manuali di storia e di teologia, cioè infallibili, ma possono essere letti come opere appartenenti a generi letterari diversi e diventare oggetto di ricerca scientifica13. Non per questo la discussione è chiusa. La posta in gioco è capitale, perchè il fissismo biblico può solo generare e rafforzare il fissismo teologico e istituzionale. Per un ecumenismo risolutamente cristocentrico

Le liturgie e altri testi ecumenici evocano a volte l’ «animosità» o «l’odio» fra cristiani di differenti confessioni: è possibile che si sia ancora a questo


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punto ? Non dovrebbe trattarsi che di discordanze, come possono sorgere tra figli di uno stesso padre, tra fratelli e sorelle che si amano. In questa prospettiva, la sola uscita dall’inerzia è in Gesu Cristo – non nel Cristo dei teorici e dei filosofi, ma in quello che è vissuto tra gli uomini, ha annunciato loro la buona novella della salvezza e l’ha attestata con la sua morte et la sua risurrezione, che li ama, li chiama ad amarlo e ad amarsi l’un l’altro. A partire dal primato riconosciuto alla persona del Cristo, le Chiese potrebbero facilmente (facilmente da un punto di vista teologico, ma difficilmente dal punto di vista delle istituzioni e delle loro lotte di potere) fare progressi immensi.

Esse potrebbero fin da ora: • rinunciare alla pretesa di possedere e di definire la verità, per riconoscere che essa è in Cristo e di conseguenza, nessuna Chiesa è in diritto di arrogarsi il monopolio della vera fede; • ammettere che la Bibbia non enuncia alcun dogma e che la loro formulazione, opera di uomini, deve poter essere rivista in ogni tempo; • gerarchizzare i contenuti della loro fede14; considerare che le Chiese sono d’accordo sull’ essenziale e che le loro divergenze sono di secondaria importanza; • riconoscere che tutte le Chiese che dichiarano Gesù Cristo Signore e Salvatore sono Chiese sorelle che vivono ugualmente della sua grazia; • riconoscersi mutualmente come Chiese di Cristo e abolire ogni condanna; • dichiarare che l’autenticità di una Chiesa, come la fede di ogni credente, non dipende dalle istituzioni o dalla storia ma dalla fedeltà all’ Evangelo – fedeltà sempre imperfetta della quale solo Dio è giudice; • riconoscere la validità dei sacramenti delle Chiese sorelle e praticare in ogni tempo l’ospitalità eucaristica, questa essendo possibile dal momento in cui le Chiese convengono di non essere «proprietarie » della comunione al corpo e al sangue del Cristo ma solo portatrici di questo dono di Dio; • ricercare ardentemente tutte le occasioni per collaborare, nell’obbedienza alla volontà di Dio, nell’amore vicendevole e nel servizio, rendendo in tal modo davanti agli uomini una testimonianza forte.

Inoltre, tutte le Chiese dovrebbero ri-

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nunciare esplicitamente alla dottrina del «ritorno». Dovrebbero staccarsi in ogni caso, allo stato attuale, dall’obiettivo presuntuoso che consiste nel voler realizzare l’unità visibile dei cristiani nel seno di una sola istituzione ecclesiastica unificata. Dio supera talmente il nostro intendimento, la sua Parola è talmente ricca che si può dubitare della capacità di un’organizzazione umana di abbracciarne tutti gli aspetti, tradurne concretamente tutte le implicazioni. A questo punto, impariamo semplicemente a vivere l’unità visibile dei cristiani nella diversità delle nostre istituzioni e delle nostre tradizioni, nella fraternità e nell’apertura a quello che ogni confessione può offrire alle altre! Trasporremo così sul piano ecumenico quell’esperienza di unità plurale che già si vive nel seno delle nostre Chiese rispettive15, e avremo fatto un grande passo avanti.

Nessun ecumenismo al ribasso («tu mi dai, io ti do»), nessuna concessione pro bono pacis senza una reale adesione! In particolare, i riformati devono preoccuparsi di preservare l’essenziale del loro contributo all’ecumenismo, che è senza dubbio la presa sul serio della parola – anzitutto la Parola di Dio – ma anche quella degli uomini. Recentemente, in risposta alla mia contestazione del Credo niceno-costantinopolitano, dei protestanti mi hanno detto: «Ma nessuno assegna più importanza a queste formule obsolete! Possiamo dunque pronunciarle senza conseguenze». Al contrario, io penso che in queste condizioni sia meglio non pronunciarle più, per rispetto tanto di Dio quanto di noi stessi, nonché dei fratelli e sorelle delle altre confessioni.

L’unità dei cristiani, un processo che spetta a loro

Abbiamo l’abitudine, nelle celebrazioni ecumeniche, di pregare per l’unità della Chiesa considerata come un dono che Dio accorderà «quando lo vorrà e come lo vorrà»16. Queste pie espressioni rischiano di diventare un «cuscino di pigrizia», nella misura in cui suggeriscono che il tempo dell’ unità non è ancora arrivato e che la sua futura realizzazione, dipendendo da Dio solo, dobbiamo attenderla passivamente dal Suo intervento sovrano. Questo atteggiamento comporta il rischio di illusione, perché ci fa credere che l’unità della Chiesa potrebbe esserci data d’un colpo, miracolo-

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samente: ma è un rischio di infantilismo, un mettersi nell’atteggiamento del piccino che aspetta un regalo da suo padre, in stato di totale dipendenza.

Le Chiese sanno che Gesù Cristo ha pregato per l’unità visibile dei cristiani, «affinchè il mondo creda». Orbene, esse possiedono già i mezzi e le risorse necessarie per avanzare in questo campo, dove nessuno ostacolo estrinseco le separa. Non devono domandare un intervento particolare di Dio che faccia crollare i muri di separazione che loro stesse hanno edificato durante i secoli: spetta solo a loro impegnarsi risolutamente in un processo del quale si assumono la piena responsabilità. Davvero nessuno può predire l’esito di un cammino che porterà un giorno alla riunione di tutti i cristiani in una sola istituzione ecclesiale, organizzata gerarchicamente, cioè dal vertice – un’ autorità mondiale suprema, fino alla base, ossia fino al popolo fedele? Solo Dio lo sa? Da parte mia, dubito che sia questa la sua volontà. A me pare che le prossime tappe di questo processo, per definizione evolutivo e progressivo, sembrano essere insieme evidenti e alla nostra portata.

In questa prospettiva, la preghiera ecumenica delle Chiese dovrebbe concentrarsi sulle quattro intenzioni seguenti : • ringraziare Dio di averci fatto conoscere il suo Evangelo, con i suoi doni, le sue promesse e le sue ingiunzioni, tra cui la chiamata all’ unità; • domandargli perdono per la durezza del cuore e per l’orgoglio che ci distolgono dalla sua volontà che i cristiani siano uniti; • dirgli il nostro ardente desiderio di obbedirgli realizzando tutti insieme la preghiera del Cristo «Che siano una cosa sola»; • domandargli di darci, a qualunque Chiesa apparteniamo, il coraggio e la ferma determinazione di distruggere i muri di separazione che noi stessi abbiamo costruito. In tal caso la confessione di fede commune a tutte le Chiese potrebbe riprendere l’acronimo che i primi cristiani scolpivano nelle catacombe, sotta la forma di un pesce (in greco ΙХΘΥΣ, per Ιεςούς Χριςτος Θεου Υιος Σοτερ) : Gesù Cristo figlio di Dio salvatore L’essenziale essendo detto, non basterebbe che agire.


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NOTE 1. «Dio di misericordia, che il tuo Spirito di vita animi ogni cuore, affinchè crollino le barriere di separazione, scompaiano i sospetti, cessino gli odi e il tuo popolo, guarito dalle sue divisioni, possa vivere nella giustizia e nella pace» (Estratto della liturgia elaborata per la Settimana ecumenica del 2011 da parte del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e della Commissione Fede et costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese). 2. Questa dimensione essenziale è assente dalla liturgia citata alla Nota precedente: non è significativo? 3. «Ecumenici», cioè «universali» : il qualificativo è inappropriato. A Nicea, per esempio, un solo vescovo, forse tre, rappresentavano la metà occidentale dell’Impero romano, di fronte a più di 250 vescovi delle province orientali e africane (Cfr. R. MacMullen : Voter pour définir Dieu, Ed. Les Belles Lettres, Paris 2008). 4. Durante i 56 anni che separano questi due concili ecumenici, parecchi altri concilii li presero in contropiede : ma non furono riconosciuti come ecumenici dalla posterità. 5. Ario aveva formulato attorno al 320 delle tesi dette «subordinazioniste», affermando la divinità di Cristo ma in quanto creatura subordinata a Dio Padre, unico increato. Fu sostenuto da numerosi vescovi e credenti, nonché, per ragioni politiche più che teologiche a quel che pare, dagli imperatori tra il 327 e il 379 e talvolta più tardi. Le idee di Ario possono sembrare oggi abbastanza inoffensive. Furono in quel tempo esasperate e messe in caricatura per i bisogni della controversia, che fu estremamente violenta. 6. Questa formula si riferisce all’ idea che si faceva allora della riproduzione. Si credeva che il concepimento consistesse nella ricezio-

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ne, nel terriccio fertile della donna, del seme dell’uomo, che era dunque il solo a «generare» il bambino e a trasmettergli le sue caratteristiche. Si era ben lontani dalle conoscenze attuali. 7. Consustanziale, cioè «della stessa sostanza», è termine che rimanda al vocabolario delle filosofie aristoteliche e neo-platoniche. Nicea-Costantinopoli prese dunque posizione in modo unilaterale tra le diverse correnti teologiche del tempo, tra cui quelle che dichiaravano il Padre e il Figlio «di sostanza simile» (apprezziamo la sfumatura!) o uniti da una «somiglianza non sostanziale» o « di una sostanza diversa», mentre altri rifiutavano tutte queste formulazioni e chiedevano che la Chiesa si limitasse a quelle contenute nel Nuovo Testamento. 8. Il più importante è senza dubbio il prologo del Vangelo di Giovanni : «All’ inizio era la Parola. La Parola era con Dio, e la Parola era Dio » 9. «Perchè mi chiami buono ? Uno solo è buono.» (Mt19, 17), «Nessuno conosce il giorno né l’ora… se non il Padre» (Mt24, 36), «Padre… non la mia volontà, ma la tua sia fatta» (Lc22, 42), «Dio l’ha sovranamente elevato… » (Fil2, 9): passaggi che sembrano incompatibili con l’idea di una perfetta ugualiglianza tra Padre e Figlio. 10. «I dottori ortodossi (nel senso di non-ariani, ndr.) si sentiranno tenuti più di una volta a protestare contro l’abuso delle discussioni riguardanti un mistero così sacro come la struttura intima dell’ essere stesso di Dio: discussioni dove, troppo visibilmente, l’uomo di cultura greca trasponeva sul piano cristiano il suo amore per l’argomentazione sottile e appassionata che la lunga rivalità delle scuole filosofiche aveva permesso di soddisfare nel periodo pagano» (H.-L. Marrou, L’Eglise de l’Antiquité tardive, Ed. du Seuil, Paris 1963).

OSSERVATORIO ECUMENICO

Ospitalità eucaristica ecumenica

ATorino, il gruppo «Strumenti di pace» da una decina d’anni ha iniziato un’esperienza di ascolto condiviso della Parola di Dio, organizzando un ciclo annuale di incontri che, partendo da un tema specifico, mette in ascolto della Parola, con l’aiuto di voci provenienti dalle diverse confessioni e dalla condivisione in piccoli gruppi di credenti, anch’essi di diverse estrazioni confessionali. All’interno di questo cammino, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2011, che invitava a riflettere sulla comunità cristiana descritta nel capitolo 2 degli Atti degli apostoli («Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere»), il gruppo si è interrogato sul perché, dopo aver condiviso l’impegno per la pace, aver imparato ad ascoltare la Parola insieme, condividendone la ricchezza nei diversi modi di farla risuonare, non fosse possibile spezzare insieme il Pane come faceva la comunità descritta negli Atti degli apostoli. Il gruppo ha così avviato un percorso di riflessione nel quale, pur riconoscendo le difficoltà teologiche, ecclesiologiche e pastorali che ancora ostacolano il cammino ecumenico, riportare l’attenzione sull’invito che viene ri-

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11. Quello che Paolo dice degli uomini sottomessi al potere della carne potrebbe applicarsi a molti padri conciliari : «Essi diventano nemici gli uni agli altri, bisticciano e sono gelosi, sono dominati dalla collera e dalle rivalità, si dividono in partiti e gruppi opposti» (Gal5, 20). Ciascuno di questi termini è solidamente documentato nell’ opera citata di R. MacMullen.

12. «Le grandi confessioni di fede cristologiche e le definizioni del passato conservano tutta la lora importanza per la Chiesa attuale. Ma non si possono interpretare fuori dal loro contesto storico accontentandosi di ripeterle in modo stereotipato. Per rispondere a uomini di epoche e culture diverse, bisogna incessantemente ridire il messaggio cristano in modo nuovo» (tesi di Hans Küng e Karl Rahner, enunciata nel 1970, citata in H. Küng, Mémoires II, Ed. du Cerf, Paris 2010).

13. Enciclica Divino afflante Spiritu (1943), sviluppata nella Costituzione conciliare Dei Verbum, 12 (1965). Tra i generi letterari identificabili nella Bibbia si possono citare il racconto epico, il racconto filosofico-teologico, le collezioni di norme di saggezza o di canti d’amore, ecc. 14. Per esempio, credere o non credere nella Concezione immacolata di Maria ha di certo meno importanza del credere o non credere nella risurrezione di Gesù Cristo.

15. E sorprendente che ogni Chiesa ammetta senza troppe difficoltà teologie e pratiche assai diverse al suo interno pur mostrandosi talvolta intransigente di fronte alle divergenze teologiche e pratiche tra le confessioni,

16. Questa formula dell’ abate Paul Couturier (1881-1953) è stata più volte ripresa, in particolare nella Dichiarazione comune del papa Benedetto XVI e del patriarca Bartolomeo I del 29 novembre 2001.

volto a partecipare alla Cena e a spezzare il pane insieme: invito rivolto a tutti, che non proviene dalle nostre Chiese ma da Cristo stesso. È emersa quindi la proposta di tentare un cammino di «ospitalità eucaristica». Un gruppo di credenti di confessioni diverse, senza rinnegare le interpretazioni del gesto proprie delle Chiese d’origine, si raccoglie in diverse comunità per condividere l’Eucaristia o la Santa Cena, celebrandola secondo il rito e le regole proprie ed abituali della comunità ospitante. Per meglio definire le modalità di questa «ospitalità eucaristica» e renderla più comprensibile, il gruppo ha stabilito cinque criteri: che i partecipanti siano battezzati e frequentino di norma la Santa Cena o l’Eucaristia presso le proprie comunità di origine; che credano alle parole che Gesù ha pronunciato durante l’Ultima cena, così come sono riportate nei tre Vangeli sinottici e nella prima Lettera di Paolo ai Corinzi, e di conseguenza alla presenza del Signore durante la celebrazione del rito; che le diverse interpretazioni delle parole e della modalità non siano vincolanti per poter partecipare, ognuno mantenendo la propria interpretazione e rispettando quella degli altri; che la appartenenza alle diverse confessioni sia conosciuta, con la presentazione delle proprie motivazioni. Da novembre 2011 il gruppo è già stato ospite di tre comunità cattoliche e di due evangeliche e tutti gli incontri sono stati caratterizzati da un profondo spirito di accoglienza e da un desiderio di conoscenza reciproca e di superamento dei pregiudizi. (da un articolo in «Adista», 7 aprile).


Maggiore controllo sulle armi!

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«Book of Common Prayer»

osservatorio ecumenico

Le Chiese aderenti al Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), in un recente appello per la pace e la tutela dei diritti umani, chiedono una legislazione vincolante sul commercio delle armi. La richiesta accompagna una campagna di sensibilizzazione avviata da tempo in vista della Conferenza delle Nazioni Unite del prossimo luglio, in occasione della quale rappresentanti diplomatici di duecento Paesi cercheranno di negoziare un trattato sul commercio delle armi convenzionali. Già nel 2006 il CEC aveva accolto favorevolmente il progetto di risoluzione delle Nazioni Unite relativo al controllo delle armi. L’allora segretario generale, Samuel Kobia, aveva sottolineato la necessità di creare un controllo giuridicamente stringente, a livello internazionale, perché «ogni settimana, dappertutto nel mondo, la proliferazione delle armi porta con sé morti violente, sofferenze profonde e il distoglimento inaccettabile di risorse che invece potrebbero dare slancio per incoraggiare la pace». Oltre un centinaio di esponenti di varie Chiese e religioni, nonché rappresentanti di organizzazioni di base, hanno finora aderito a un appello promosso nel settembre 2011 dall’Interfaith Working Group of the Control Arms Coalition, in vista dell‘appuntamento di luglio.

La Bibbia del re

I cristiani inglesi hanno celebrato il 400. anniversario della «Bibbia di re Giacomo»: la prima edizione della «versione autorizzata» che porta il nome del re. Quando, alla morte di Elisabetta I, il cattolico Giacomo Stuart, che ne ereditava il trono, constatò di ritrovarsi un Paese divenuto al 96% protestante, decise di creare una versione «autorizzata» di quella Bibbia che doveva essere esposta e letta in ogni chiesa, e quindi accessibile e comprensibile a tutti. Allo scopo ingaggiò 47 studiosi, divisi in 6 comitati, che si misero al lavoro, a Cambridge, Oxford e Westminster. Le direttive erano che non ci fosse una nuova traduzione, ma che ci si mantenesse il più possibile vicini alla versione conosciuta come la «Bibbia dei vescovi» del 1568. Si tenne conto anche della «Bibbia di Ginevra» del 1560, a sua volta basata sulla traduzione di William Tyndale, riformatore inglese bruciato come eretico ad Anversa. I revisori si riunirono in interminabili sessioni: uno leggeva mentre gli altri confrontavano la versione inglese sia con gli «originali» in ebraico, aramaico, siriaco, greco, sia con le traduzioni in lingue dotte, come il latino, o le lingue correnti dell’epoca: francese, spagnolo, italiano. Il risultato fu «Il libro dei libri», che ha superato qualunque altro in vendita e diffusione e ha esercitato un’influenza senza pari sulla lingua inglese e sulla cultura, religione e politica del mondo anglosassone. La King James Authorised Version fu autorizzata nel 1780 anche dal Congresso americano. Era l’unico libro che si trovava in ogni umile cottage britannico, in ogni capanna dei pionieri americani. Formò l’oratoria del presidente Abramo Lincoln, che si definiva «uomo di un solo libro», e su questa Bibbia Barack Obama ha giurato come presidente degli Stati Uniti. L’eco di questa Bibbia risuonava nei discorsi di Churchill: un inglese semplice e maestoso che ispirò generazioni di schiavi e plasmò il vocabolario e i ritmi degli spiritual e dei discorsi cadenzati di Martin Luther King. La King James Bible viaggiò con i missionari per tutto l’Impero e il suo ritmo si ripercuote nelle musiche e nelle danze popolari, come quelle della Giamaica.

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Tutto ciò che serve alla liturgia della Chiesa anglicana è raccolto in un solo libro, il Book of Common Prayer, redatto da Thomas Cranmer, arcivescovo di Canterbury nel 1549. È un libro di spiritualità e di preghiera per l’uso comunitario e individuale, comprendente le tabelle dei giorni liturgici, le letture bibliche per ogni giorno, le preghiere del mattino e della sera per ogni giorno dell’anno, i salmi del giorno, ordinati per poterli leggere tutti nell’arco di un mese; le preghiere, la litania o supplica generale, le preghiere per le occasioni particolari, le preghiere per i riti della confessione e l’assoluzione, per i sacramenti del battesimo e della comunione, della confermazione e del matrimonio; la preghiera per la visita e la comunione ai malati, l’ordine per la sepoltura, il ringraziamento della donna dopo il parto, forme di preghiera da usare sul mare, per l’incoronazione dei re e per l’ordinazione dei ministri. Comprende pure un Catechismo da imparare prima della confermazione, e, infine, i trentanove articoli di fede, redatti nel 1563. Contemporaneamente alla prima edizione del Book of Common Prayer, Robert Crowley pubblicò la versificazione dei salmi, in inglese, per un’esecuzione in canto (da «Eco», Voci ecumeniche dei cristiani evangelici, cattolici, ortodossi del Piemonte e della Valle d’Aosta, Torino, febbraio-marzo 2012).

Chiese evangeliche a confronto

Ottanta delegati sinodali provenienti da 17 paesi europei di 51 Chiese evangeliche si sono incontrati dal 20 al 22 gennaio all’Accademia evangelica di Bad Boli (Germania) per ragionare insieme sul tema «Liberi per il futuro», che sarà il Leitmotiv della prossima Assemblea generale della Comunione di Chiese protestanti in Europa (CCPE). È la prima volta che membri di sinodi protestanti europei (presidenti, segretari esecutivi, legali, diaconali) hanno ragionato insieme su come meglio rinsaldare i legami tra i vari sinodi europei. In particolare hanno sottolineato l’importanza del significato che hanno i «parlamenti della Chiesa» per il futuro delle stesse Chiese. Il vicepresidente del Parlamento europeo Rainer Wieland, intervenuto sul tema della crisi, ricordando lo spirito di pace che sta alla base della costruzione europea, ha salutato favorevolmente l’impegno dei sinodi evangelici europei a favore dell’Europa. Al termine dei lavori è stata approvata a larga maggioranza una dichiarazione comune che mette a fuoco le seguenti priorità: rafforzare il confronto tra i sinodi protestanti europei; valorizzare il metodo democratico nella vita delle Chiese evangeliche di cui il sinodo è espressione irrinunciabile; partecipare responsabilmente alla costruzione dell’Europa in crisi valorizzando quanto espresso nella Charta Oecumenica e sottolineando la vicinanza alle persone; partecipare al processo che porterà al 2017, quando si celebrerà il 500. anniversario della Riforma protestante. I partecipanti hanno anche inviato una lettera di solidarietà alle Chiese evangeliche in Medio Oriente che a metà febbraio hanno tenuto la loro assemblea a Beirut. Il pastore riformato svizzero Thomas Wipf ha dato appuntamento all’Assemblea generale della CCPE che si terrà dal 20 al 26 settembre a Firenze e che avrà come motto il versetto biblico di Galati 5, 13-15, in cui l’apostolo Paolo parla dell’essere chiamata: libertà.


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La strana pace tra Roma e Ecône

Tradotto dal… vaticanese, l’ultimo comunicato ufficiale in merito alle «discussioni» tra la Santa Sede e la Fraternità sacerdotale San Pio X, il 16 maggio, lasciava intendere che, con una relativa speranza di successo, si va avanti con mons. Bernard Fellay, il capo della FSSPX, mentre sono praticamente fallite con gli altri tre vescovi lefebvriani. Sembra profilarsi un traumatico scisma nello scisma tra i «tradizionalisti-doc». Vedremo come andrà a finire, tutto può ancora accadere; ma, lasciando da parte la cronaca, ci sembra interessante approfondire lo sfondo nel quale collocare quello che, comunque, appare come un evento maggiore del pontificato di Benedetto XVI. La materia, ovviamente, è complessa: a chi volesse approfondire, consigliamo un corposo ed avvincente libro* di Giovanni Miccoli – professore emerito di storia della Chiesa all’università di Trieste – che sfocia in una conclusione tranchant: l’attesa pax è possibile, sì, ma al prezzo di distruggere il senso del Vaticano II. Mons. Marcel Lefebvre in Concilio si oppose vigorosamente – insieme a circa due-trecento padri della «minoranza» – alle principali «novità» che si andavano proponendo: collegialità episcopale, affermazione del principio della libertà religiosa, revisione radicale della teologia del disprezzo verso il popolo ebraico… Ma, mentre gli altri «conservatori» si consolarono, nel Concilio, per gli annacquamenti apportati a molti testi e, nel post-Concilio, dando di essi un’interpretazione restrittiva, Lefebvre acuì il suo contrasto. Il suo ragionamento di fondo era (ed è, nei suoi seguaci): su puntichiave, il Vaticano II tradisce la «Chiesa di sempre» e la «Tradizione perenne»; dunque, proprio per amore della Chiesa, è necessario opporsi ad esso. E, per farlo, la via regale è costruire una specie di Chiesa parallela, nella speranza che essa aiuti l’«altra» alla resipiscenza e a tornare sui suoi passi, cioè allo status quo ante l’Assemblea voluta da papa Giovanni. E così Lefebvre – dal suo centro di Ecône, in Vallese – iniziò a formare seminaristi per servire la «Chiesa di

sempre». Paolo VI si oppose a che egli ordinasse sacerdoti quei giovani, ma il vescovo ribelle prosegui imperterrito: perciò papa Montini nel luglio 1976 lo sospese a divinis. Passarono gli anni, cambiò il pontificato; Lefebvre, per assicurare la successione episcopale alla sua opera, decise di consacrare quattro vescovi, Giovanni Paolo II proibì la consacrazione, Lefebvre procedette, e allora nel luglio 1988 incappò nella scomunica con tutti gli altri neo-vescovi. Ma la Fraternità ignorò la censura, e proseguì per la sua strada. Il nuovo papa, Benedetto XVI, col motu proprio Summorum pontificum nel luglio 2007 ridarà piena cittadinanza al Messale romano di Pio V (emanato nel 1570 per attuare il Concilio Tridentino) che era rimasto in vigore fino al 1962, e che Paolo VI aveva di fatto abrogato nel 1970 con la riforma liturgica post-Vaticano II. Non era in questione, ovviamente, il latino, perché anche il nuovo Messale ha l’edizione tipica in latino, ma la teologia soggiacente. Risuscitando il Messale post-tridentino Ratzinger rimetteva in vigore anche tutto l’armamentario antisemita che lo animava. Ma, quel Messale, era la bandiera dei «tradizionalisti». Riproponendone la legittimità – esso rappresentava pur sempre il magistero degli ultimi quattro secoli! – di fatto il Papa provocava un «vulnus» rispetto al Concilio stesso. I successivi e frettolosi tentativi per mettere una toppa a tale rischiosissima decisione evidenziavano un’altra falla: la possibilità, per un prete «tradizionalista», di rifiutarsi di concelebrare con il vescovo della diocesi la messa del Giovedì santo, se detta con il rito di Paolo VI. Questa insostenibile scelta vaticana, criticatissima dai «conciliari», non fermava il pontefice che, nel gennaio 2009, cancellava la scomunica ai vescovi lefebvriani pur «non pentiti» (e, uno di essi, Richard Williamson, addirittura negazionista della Shoah), per facilitare la riconciliazione con la FSSPX. Ora, i nodi sono giunti al pettine. I «tradizionalisti» sostengono che, am-

mettendo, con la dichiarazione Dignitatis humanae, il principio della libertà religiosa, il Concilio ha scardinato la Tradizione, in particolare Gregorio XVI e Pio IX (con il Sillabo) che avevano definito «pazzia» quel principio, e indirettamente messo in questione l’impalcatura teologica dell’Inquisizione imposta per secoli. Invece Ratzinger, nel famoso discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ha taciuto sulla sacra violenza istituzionale, e affermato che vi è «continuità» nella Tradizione, tra Pio IX e il Vaticano II: solo che nell’Ottocento la Chiesa rispondeva a certi problemi, mentre oggi risponde a certi altri. E qui siamo al cuore della querelle. Infatti, nessun sofisma teologico può sostenere che vi è continuità nel magistero tra il suo affermare il dirittodovere, in linea di principio, di bruciare un «eretico», e il suo affermare che la Chiesa deve rispettare il suo pieno diritto di coscienza a credere la fede che crede, lasciando a Dio il giudizio ultimo. Benedetto XVI non «può» però accettare quella che è pur un’evidenza storica, perché, se lo facesse, cadrebbe anche il Magistero come lui lo intende. Come uscire dall’impasse? Solo – questa, la nostra opinione – ammettendo in modo esplicito: il Magistero, papale e conciliare, lungo la storia ha sbagliato su punti decisivi (che di più decisivo che affermare, o negare, il diritto di vita e di morte su una persona?); ma, per grazia di Dio, al Vaticano II esso si è ravveduto. Una tale ammissione, «impossibile» per i lefebvriani-doc, lo è ancor più per papa Benedetto, a causa delle sottese conseguenze, che distruggerebbero il suo impianto teologico. E così, ci sembra, la vera questione non è il «mondo antico» di Lefebvre (problema marginale), ma il ratzingerismo, costretto a dibattersi tra insuperabili contraddizioni che gravano sull’intera Chiesa cattolica romana. Luigi Sandri 30 maggio 2012

* G. Miccoli, La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 420, € 24.

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biblioteca

Alla Chiesa manca l’aria

BIBLIOTECA

Un prete comasco (Saverio Xeres, professore di storia della Chiesa in Lombardia) e un intellettuale parmense (Giorgio Campanini, studioso del movimento cattolico) hanno scritto assieme un agile libro, riflettendo sulla Chiesa italiana, e gli hanno dato per titolo «Manca il respiro»! Già nella prefazione a quattro mani, pur professando «un sincero affetto per questa Chiesa», non mancano di elencare esplicite «amnesie… che sembrano riguardare, infatti, buona parte delle grandi aperture operate dalla Chiesa cattolica nel Concilio Vaticano II». L’elencazione è senza sconti; da «l’affievolirsi del grande slancio ecumenico, al crescente sottile dubbio insorto (o volutamente insinuato) sull’opportunità di continuare a dialogare con gli uomini del nostro tempo; al clamoroso ripiegamento sul fronte del rinnovamento liturgico; al frettoloso rientro dai nuovi sentieri aperti nella riflessione teologica grazie alla ritrovata centralità della Bibbia, per rifugiarsi nell’apparente chiarezza di qualche sintesi catechistica di corto respiro». In una prima parte don Xeres documenta «La Chiesa italiana nel passaggio culturale degli ultimi decenni», ripercorrendo avvenimenti, convegni, piani di pastorale prodotti praticamente dalla Conferenza episcopale italiana; un capitolo porta il titolo: «Una pastorale di carte e di parole». Il giudizio conclusivo è impietoso: «Una Chiesa tendenzialmente ripiegata su se stessa, come quella che, da diversi punti di vista, abbiamo potuto individuare nel postconcilio italiano, assorbita prevalentemente da questioni intraecclesiali, preoccupata principalmente della propria autoconservazione, si preclude, comprensibilmente, le possibilità di apertura e di dialogo con il mondo» (p. 76). Giorgio Campanini dedica le sue pagine «Alla riscoperta della categoria conciliare di Popolo di Dio», riproponendo con forza l’insegnamento del Concilio e denunciando la mancata realizzazione e la progressiva dimenticanza. Ma il gentile professore che fa spesso uso di «condizionali esortativi» (dovrebbe, potrebbe, rappresen-

terebbe, sarebbe, sembrerebbe…), diventa poi esplicito con due proposte quasi «rivoluzionarie»: quello di un Consiglio dei laici per la Chiesa italiana, e il richiamo alla «povertà della Chiesa e povertà nella Chiesa». Per la prima proposta, Campanini non ha paura di fare appello anche a un argomento fondamentale: «L’assenza di una qualche forma di rappresentanza laicale a livello nazionale ha determinato obiettivamente nella Chiesa italiana un vuoto – teologico prima ancora che sociologico – (il corsivo è nel testo, p. 118) che appare opportuno colmare»; ne elenca infatti diffusamente gli argomenti a favore, proprio come aiuto ai vescovi per la loro missione, e anche le difficoltà che possono nascere. Per la seconda proposta, che vuole riportare la Chiesa alle origini, non manca di affrontare, dopo quello dell’uso dei beni in dotazione alla Chiesa, citando l’amato Rosmini e Sant’Ambrogio («la Chiesa possiede oro non per servirsene, ma per donarlo»), anche la necessaria testimonianza di sobrietà che tutti i cristiani devono praticare. Qui vale l’insegnamento diretto del moralista Enrico Chiavacci: «Se hai, hai per dare». Al termine della lettura non si può che sottoscrivere la conclusione: fra i problemi che, a cinquant’anni dal Vaticano II, rimangono a nostro avviso aperti, ve ne sono due in particolare: la «corresponsabilità» dei laici e la povertà della Chiesa e nella Chiesa (…). L’uno e l’altro tema – come del resto sollecita la più avvertita coscienza ecclesiale – dovrebbero dunque essere posti all’ordine del giorno nella nuova stagione che si apre alla Chiesa, a XXI secolo ormai avviato, nel momento in cui essa si accinge a celebrare il Vaticano II nell’unico modo degno di una comunità cristiana, consapevole della necessità di una costante autoriforma: verificando, cioè, quanto del messaggio del Concilio è passato e quanto invece rimane da attuare ad opera di una Chiesa sempre più consapevole del suo dovere di offrirsi al mondo – ma soprattutto allo sguardo del suo Signore – «senza macchia e senza ruga» (Ef 5,27). S. Xeres e G. Campanini, Manca il respiro. Un prete e un laico riflettono sulla Chiesa italiana, Ancora, editrice, Milano 2011, € 13.

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Verso il giubileo del Concilio Vaticano II (2012-2015)

L’11 ottobre 1962, Papa Giovanni XXIII apriva a Roma il Concilio Vaticano II, concluso tre anni più tardi, l‘8 dicembre 1965. A cinquant’anni dall’evento siamo invitati a riprendere contatto con i grandi orientamenti tracciati dal Concilio, consapevoli delle novità che ha portato ma anche della percezione insufficiente che di tale avvenimento hanno avuto le nostre comunità. L’invito è a una ripresa di interesse e di approfondimento.

Giovedì 11 ottobre 2012, nella chiesa della Trinità di Berna, i Vescovi svizzeri celebreranno, insieme con le delegazioni di tutte le Diocesi, un’Eucarestia solenne durante la quale sarà letto un Appello alle comunità. Nel pomeriggio si terrà una prima riflessione su che cosa è stato il Concilio e su come lo si può rimettere oggi in rapporto con la situazione della Chiesa e del mondo.

Un sito Internet sarà attivato a partire dalla metà di giugno 2012. Sarà reperibile in tedesco, in francese e in italiano (vaticano2.ch).

La proposta dei Vescovi svizzeri è per una rilettura tematica dei grandi documenti del Concilio, sotto il motto «Scoprire la fede».

Per il 1. anno (2012-2013) il motto sarà:«La fede che celebriamo», con invito a riflettere sulla costituzione liturgica «Sacrosantum Concilium».

Per il 2. anno (2013-2014) il motto sarà«La fede che ci unisce» e la riflessione si svolgerà attorno ai temi della Chiesa, della Bibbia e dell’Ecumenismo. Il 3. anno (2015) recherà il motto: «La fede che ci impegna» e si concentrerà sulla costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno, sulla libertà religiosa e sui rapporti tra le religioni.

Il motto «Scoprire la fede« prende spunto anche dall’Anno della fede proclamato da Papa Benedetto XVI, che pure inizia l’11 ottobre 2012, a cinquant’anni dall’inaugurazione del Concilio, e vedrà di nuovo riunito a Roma il Sinodo dei vescovi attorno al tema:«La nuova evangelizzazione». Il Gruppo preparatorio del Giubileo del Concilio 2012-2015.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Generosità svizzera. Il Sacrificio quaresimale (istituzione caritativa della Chiesa svizzera) comunica che nel 2011 si è registrato un aumento delle offerte da parte dei privati (circa 16,3 milioni di franchi), ma i mezzi disponibili (comprendenti lasciti e finanziamenti pubblici) sono diminuiti di circa 600 mila franchi rispetto al 2010, raggiungendo in totale l’importo di 21 milioni, dei quali 20,2 milioni stati investiti in progetti. Tra essi, il sostegno nel Senegal a gruppi di agricoltori, organizzando la coltivazione e il commercio: sono state coinvolte 80 mila persone, così liberate dalla fame e dall’indebitamento cronico. Da ricordare anche la raccolta di una petizione diretta al Consiglio federale (30 mila firme) per chiedere il rispetto dei diritti umani da parte delle imprese di estrazione delle materie prime nei Paesi del Sud.

Una scuola per Dogbà. Don JeanLuc Farine, rientrato in Ticino dopo il servizio pastorale prestato a Mbikou, nella diocesi di Dobà-Ciad (e recentemente incaricato della parrocchia di Losone), tramite la Conferenza missionaria della Svizzera italiana propone di sostenere la costruzione di sei aule per il ciclo completo di scuola elementare (fin qui svolta in capanne dal tetto di paglia) che serviranno col prossimo anno scolastico a 275 allievi. È noto che l’azione più efficace a sostegno dei popoli non consiste «nel regalare il pesce, ma nell’insegnare a pescare»; ma una scuola in muratura è una «rete» necessaria che durerà nel tempo, e giustamente servirà anche a ricordare per anni l’impegno dei diocesani ticinesi che vi hanno lavorato. Così come a Barranquilla, la chiesa e le scuole costruite mantengono la memoria dei preti e dei laici che vi hanno operato e della generosità dei ticinesi. Per questo «Dialoghi» si fa tramite del progetto «Costruiamo insieme» con l’allegato inserto.

I novant’anni del card. Cottier. Lo scorso 25 aprile il cardinale Georges Cottier ha festeggiato i novant’anni. È nato a Carouge (Ginevra), divenne frate domenicano, ha insegnato a Ginevra e Friburgo, fu chiamato a Roma nel 1990 da Giovanni Paolo II per

diventare teologo della Casa pontificia. Creato nel 2003 cardinale, vive ora tra Roma e la Svizzera romanda, collaborando alla rivista «Nova et vetera», fondata dal defunto cardinale Journet. In una recente intervista, rilasciata a «Echo-Illustré» (aprile 2012), indicando i frutti del Concilio ha osservato: «La Chiesa cattolica è enormemente cambiata: i vescovi lavorano assieme, l’internazionalizzazione della curia romana è un fatto, i cattolici leggono molto di più la Parola di Dio che negli anni della mia infanzia. Un seme è stato gettato, che matura anche se non sono le decisioni choc che alcuni attendono (…). Ecône e gli integralisti sono un fenomeno marginale per la Chiesa universale». Interrogato se a Roma avvertono le contestazioni espresse in Austria, Irlanda e anche in Svizzera, ha risposto: «Sì, e sono sempre le stesse rivendicazioni: ordinazione delle donne, matrimonio dei preti, ecc. Io non credo che siano riforme delle quali la Chiesa ha bisogno. Giovanni Paolo II chiamava i cristiani alla santità: questa è la sfida lanciata a ognuno di noi, me compreso». Sempre le stesse rivendicazioni che non preoccupano un cardinale novantenne: ma non sarebbe ora, finalmente, di prenderle sul serio e magari di accoglierle, visto che a ri-riproporle sono i giovani? Considerato l’ottimismo del Cardinale per la Chiesa cattolica, perché non provare?

Seminari vuoti. I seminaristi della diocesi di Sion (sei, di cui quattro al termine della formazione) e quelli della diocesi di Losanna-GinevraFriburgo (cinque, di cui uno al termine degli studi) saranno raggruppati in un unico edificio, chiamato «Casa dei seminaristi» a Givisiez (Friburgo), sede attuale del seminario vallesano. Il raggruppamento è causato dal numero ridotto di allievi, ma formalmente i seminari resteranno due, ognuno con un superiore, nominato dal rispettivo vescovo. Anche il seminario di Sankt Beat a Lucerna è troppo grande per i bisogni della diocesi di Basilea: le 80 camere sono attualmente occupate da tre candidati preti, 19 studenti in teologia e 15 studenti di altre discipline. Il seminario di Lucerna è stato costruito nel 1972, allora era completamente occupato. La diocesi sta esa-

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minando la possibilità di un migliore utilizzo dell’edificio, la cui gestione costa annualmente circa due milioni di franchi, con un deficit pure annuo, a carico della diocesi, di seicentomila franchi.

«Imbecille e gratuito». La guida alpina che aveva danneggiato negli scorsi anni tre croci sulle Prealpi friburghesi (tagliandone una e rovinando le altre due) è stata condannata a 90 indennità giornaliere, pena sospesa per tre anni, per violazione della libertà di coscienza e di culto. Ha sostenuto che voleva promuovere il dibattito sulla presenza di simboli cristiani sulle vette delle montagne, che sono di tutti, ma secondo il giudice si è trattato di gesti «imbecilli e gratuiti». Intanto le Edizioni de la Sarine, hanno pubblicato un volume di 192 pagine, dal titolo Présence sur la montagne, con le foto delle 64 croci (più una Madonna) che si trovano sulle montagne friburghesi. Si tratta di un problema minore in una società sempre più plurale, da trattare tuttavia con rispetto e senza ostentazione.

Jean-Jacques Rousseau. Nato trecento anni fa, a Ginevra (1712-1778), il filosofo è celebrato per essere un precursore della modernità. Chi vuole dimostrarne l’attualità cita frasi, estrapolate dalle sue opere (il Contratto sociale o l’Emile) che sembrano riferirsi a atteggiamenti e tendenze di oggi. Ma, forse, per capire che Rousseau non è un pensatore polveroso che appartiene al passato, è più utile cercare di cogliere alcune intuizioni di fondo che lo hanno caratterizzato e lo hanno spinto a essere spesso un personaggio controcorrente. Sono interessanti allora le sue considerazioni sulla cultura nascente dell’opinione pubblica e della comunicazione mediatica, fiduciosa nell’idea di progresso, di cui parla nella Lettera a D’Alembert, analizzando il pubblico di un teatro. O ancora si può ricordare che Claude Levi-Strauss ha visto in lui il fondatore del metodo antropologico. Ma è il modo in cui Rousseau si rivolge ai suoi lettori a far capire perché oggi non lasci indifferenti: «lo non voglio polemizzare con voi, e neppure convincervi – dice nel Vicario Savoiardo – mi basta potervi esporre semplicemente ciò che penso nel mio cuore. Mentre vi parlo, guardate dentro voi stessi. Non vi chiedo altro». Per Rousseau, la libertà di coscienza viene prima di ogni altra cosa.


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Riconoscimento tra Chiese. In un incontro svoltosi a Hannover lo scorso prile, il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche svizzere (Fces) Gottfried Locher e il presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (Ekd) Nikolaus Schneider, hanno stipulato un accordo di collaborazione tra le due istituzioni, in particolare in campo teologico ed etico. In futuro sarà possibile ai pastori svizzeri presentare la propria candidatura per incarichi nelle comunità dell’Ekd, mentre pastori evangelici tedeschi possono candidarsi per posti di lavoro in Svizzera. «L’accordo di collaborazione – che dovrà essere ratificato dai Consigli della Fces e dell’Ekd – è una pietra miliare nella relazione tra le nostre Chiese», ha detto Locher. Le Chiese evangeliche in Germania e in Svizzera organizzeranno inoltre, nei prossimi anni, diverse celebrazioni per il 500. anniversario della Riforma. Le scadenze principali sono le commemorazioni di Martin Lutero nel 2017 a Wittenberg e di Ulrico Zwingli nel 2019 a Zurigo.

Mancano i soldi a Ginevra. La Chiesa protestante di Ginevra (Epg) deve risparmiare 1,5 milioni di franchi entro il 2014. Sei posti di lavoro potrebbero essere cancellati. I delegati al Concistoro (il parlamento ecclesiastico) decideranno in giugno quali misure concrete adottare. Il progetto di ristrutturazione è stato elaborato da un apposito «Gruppo di lavoro 2014», che ha consegnato un rapporto all’inizio dell’anno. L’Epg può contare solo sulle contribuzioni volontarie, i doni e i lasciti per pareggiare il bilancio e sostenere il proprio lavoro. Il budget dell’Epg ammonta a 14,3 milioni di franchi (in calo di 200.000 franchi). I tagli sul personale dovrebbero essere effettuati senza ricorrere alla misura del licenziamento, mentre saranno ridotti i contributi alla Federazione delle Chiese protestanti svizzere e alla Conferenza delle Chiese riformate romande. Il gruppo di lavoro ritiene che un aumento delle entrate potrebbe essere raggiunto tramite «l’incoraggiamento ai doni legati agli atti ecclesiastici» battesimi, matrimoni, funerali. Nel catalogo delle proposte si trova inoltre un aumento del prezzo dell’abbonamento al mensile «La vie protestante»: ma la misura pare sconsigliata dalla diminuzione del numero degli abbonati (9500 nel 2010).

cronaca

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«Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» Il 15 settembre a Roma, a 50 anni dal Concilio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un Anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, «nel modo che Dio conosce» al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio. Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al «popolo di Dio», firmatari di questo appello, convocano un’assemblea per sabato 15 settembre 2012 (10-18) a Roma (EUR) nell’auditorium dell’Istituto «Massimo». Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Così noi pensiamo che in questo modo, non meramente celebrativo, debba essere fatta memoria del Concilio nell’anno cinquantesimo dal suo inizio, e che al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento, quella oggi più ricca di verità e di frutti sia un’ermeneutica della memoria rigeneratrice. Essa è volta a cogliere l’«aggiornamento» che il Concilio ha portato e ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato. L’assemblea di settembre vorrebbe essere una tappa di questa ricerca. Se si terrà a settembre, invece che in ottobre, è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispirato-

re del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come «la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri». Da questo deriva infatti il tema del convegno.

Dopo un pensiero sulla «Mater Ecclesia» che gioì in quel giorno inaugurale dell’11 ottobre 1962 (intervento di Rosanna Virgili) l’incontro si articolerà in tre momenti: • il primo dedicato a ricordare ciò che erano la Chiesa e il mondo fino al Concilio (intervento di Giovanni Turbanti), • il secondo per discernere tra le diverse ermeneutiche del Vaticano II (intervento di Carlo Molari), • il terzo sulle prospettive future, nella previsione e nella speranza di un «aggiornamento» che continui, sia nelle forme dell’annuncio, sia nelle forme della preghiera, sia nella riforma delle strutture ecclesiali (intervento di Cettina Militello), con parole conclusive di Raniero La Valle («Il Concilio nelle vostre mani»).

Sono previsti diversi interventi e contributi di testimoni del Concilio così come di comunità, di gruppi e di persone presenti al convegno, che potranno testimoniare la loro volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa. In questo spirito i promotori invitano alla preparazione e alla celebrazione del convegno romano di settembre, che parteciperà in tal modo a un programma di iniziative analoghe che si stanno già realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.

Questo invito, datato 10 maggio 2012, è firmato da Vittorio Bellavite, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti, Franco Ferrari, Raniero La Valle, Alessandro Maggi, Enrico Peyretti, Fabrizio Truini ed è controfirmato da associazioni e riviste, tra cui «Dialoghi». Il programma dettagliato e le informazioni logistiche seguiranno a breve insieme alle indicazioni per aderire online.


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Abbasso l’acqua minerale in bottiglia. In particolare se il contenitore è in PET! Questo materiale plastico è un derivato del petrolio: ne occorrono due decilitri per fare una bottiglia. In Svizzera ogni anno si sprecano 200 mila tonnellate di carburante! Per Jacques Neirynck, consigliere nazionale PPD, la situazione è scandalosa perché si spreca con leggerezza una materia prima in via d’estinzione. Egli si chiede dove sia finita la nostra responsabilità morale nei confronti dell’ambiente e afferma che dovremmo rifiutarci di produrre una simile assurdità, anche se ne abbiamo i mezzi. L’acqua in bottiglia è un assurdo anche per altre ragioni. Nel nostro Paese, come in molti altri paesi industrializzati, la qualità dell’acqua di rubinetto è migliore rispetto a quella in bottiglia, che percorre a volte migliaia di chilometri prima di arrivarci in casa, per non parlare dei giorni e delle settimane che trascorrono (magari sotto il sole) tra l’imbottigliamento e il consumo. Le caratteristiche organolettiche originarie dell’acqua imbottigliata sono anche intaccate da impurità del materiale plastico e perfino da agenti pericolosi per la salute, come l’antimonio che entra in gioco nella produzione del PET e che può trasferirsi nell’acqua. Infine, il fattore costo dovrebbe indurre a rivedere un consumo totalmente ingiustificato: l’acqua del rubinetto costa in media 0,0016 franchi al litro, circa cinquecento volte meno di quella in bottiglia. Per saperne di più sull’argomento è consigliabile la lettura di J. Neirynck Les scandales de l’eau en bouteille, edizioni Favre, e la visione del film Bottled life, quando (e se) arriverà nelle sale cinematografiche della Svizzera italiana.

Un bene triplice. Il Consiglio pontificio «Justitia et Pax» ha diffuso un appello, in occasione del VI Forum per l’acqua del marzo scorso, ad agire con sobrietà responsabilità e solidarietà. L’acqua, si può leggere nel documento presentato all’opinione pubblica, è un bene triplice: sociale, in quanto legato all’alimentazione e alla salute dell’umanità; economico, in quanto necessario alla produzione di altri beni e di energia; ambientale, in quanto legato alla salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità. Il diritto all’accesso all’acqua per tutti deriva dalla pari di-

gnità umana. Purtroppo, non è ancora sufficientemente affermato, promosso e riconosciuto sul piano giuridico.

Acqua e sciopero della fame. Mons. Cappio, vescovo di Barra in Brasile, nel 2005 e nel 2007 aveva praticato vari scioperi della fame per opporsi al progetto dello spostamento di un tratto del terzo fiume del paese, il Sao Francisco. I lavori sono fermi dal 2010, ossia dalle ultime elezioni presidenziali. Il vescovo e i suoi sostenitori avevano infatti denunciato il carattere «elettorale» del progetto: un’operazione destinata a generare fondi per finanziare la campagna, un tipico caso di corruzione. Oggi mons. Cappio non sa se gioire o indignarsi. Gioia per essere riuscito a evitare una catastrofe naturale, indignazione perché lo Stato ha comunque speso fiumi (eh sì!) di denaro che avrebbe potuto essere investito per progetti ragionevoli e necessari alla popolazione locale. Ma anche perché centinaia di chilometri quadrati di foreste erano già state disboscate sul tracciato del nuovo corso del fiume.

Per chi non lo sapesse. Ogni anno in Svizzera si generano 144 mila tonnellate di rifiuti elettronici: computer, telefonini, televisori, forni a microonde, lettori digitali e via di seguito: quindici chili per abitante. Lo smaltimento è regolato dal 1998 dall’Ordinanza federale sulla restituzione, la ripresa e l’eliminazione degli apparecchi elettrici ed elettronici. Benché sia un regolamento ammirato e invidiato per la sua efficienza dagli Stati nostri vicini, la disciplina non è ancora riuscita e evitare che produttori e importatori seguitino a eluderla per aumentare i propri margini di guadagno. Un progetto di revisione ora in consultazione tenta di ovviare a queste lacune, soprattutto all’esportazione selvaggia di materiale rottamabile. La raccolta e l’eliminazione dei rifiuti elettronici sono finanziate dal settore privato attraverso due associazioni senza scopo di lucro fondate e pilotate da un consorzio di produttori e importatori: SENS e SWICO. L’affiliazione è su base volontaria e prevede l’obbligo di applicare alle merci messe in vendita una tassa anticipata sul riciclaggio. A monte, l’obbligo per i commercianti di ritirare tutti gli apparecchi. Con la nuova legge si

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vuole rendere obbligatoria per produttori e importatori l’affiliazione alla SENS o alla SWICO. Ma, oltre la questione del quasi-monopolio che si verrebbe in tal modo a creare, è lasciata scoperta la questione del contenimento dell’esportazione illegale dei rifiuti, spesso altamente tossici. La SWICO stima che il 15% dei rifiuti elettronici spariscono dalla filiera ufficiale. L’Ufficio federale dell’ambiente smentisce, ma ammette che le fughe ci sono, anche se minime. Dal 2010 sono comunque stati sventati 33 tentativi di passaggio illegale delle frontiere.

Taranto la rossa. Taranto è la città europea più inquinata da emissioni industriali. Ogni anno ogni abitante inala 2,7 tonnellate di monossido di carbonio e 57,7 tonnellate di diossido di carbonio. Gli ultimi dati forniti dall’Inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti parlano chiaro: la situazione di Taranto è paragonabile a quella della cinese Linfen e della rumena Copsa Mica: le agglomerazioni che detengono il primato mondiale dell’inquinamento industriale. Ma a Taranto si sta ancora peggio, a causa della diossina. Quella diffusa nell’ambiente cittadino è pari al 92% di quella emessa in tutta Italia e all’8,8% di quella europea. Con il tempo, la diossina accumulata ha raggiunto i 9 chili: tre volte di più di quella che venne dispersa su Seveso nel 1976. Si sa che la diossina è una sostanza altamente cancerogena, che va messa in relazione con l’aumento del 30% dei casi di cancro negli ultimi dieci anni. Caso unico al mondo, a Taranto il cancro ai polmoni è stato diagnosticato a un bambino di undici anni che non aveva mai fumato una sigaretta. Ufficialmente, nessuno ha stabilito un nesso di causalità o affermato responsabilità, ma per gli abitanti non ci sono dubbi: responsabile è l’impresa siderurgica Ilva, gigante della siderurgia e maggior datore di lavoro della città. In una regione in cui i posti di lavoro alternativi non abbondano, un’impresa di questa taglia è praticamente inattaccabile. Il quartiere di Tamburi, situato vicino all’areale dell’Ilva, è ricoperto da una fine coltre di polvere rossa proveniente dalle riserve di ferro immagazzinate a cielo aperto. La pratica è illegale secondo le leggi europee. La società civile tenta dal 2011 di ottenere per referendum la chiusura della fabbrica, ma il processo democratico è stato bloccato dall’intervento della lobby industriale, dei sindacati e degli eletti della Regione Puglia.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Extra omnes. «Dialoghi» esprime solidarietà e simpatia a papa Benedetto XVI, malservito da un banchiere e tradito da un maggiordomo. Ma ci sono altri ministri (servitori?) che non devono restare nella Santa Sede, specialmente in cucina a manipolare il cibo (Opus Dei?) che viene proposto al Popolo di Dio.

«Irrevocabile»? Papa Ratzinger, nell’omelia del Giovedì Santo, rimproverando i sacerdoti austriaci promotori dell’appello alla disobbedienza, ha detto che essi ignorano decisioni «definitive» del Magistero, ad esempio nella questione circa l’ordinazione delle donne, in merito alla quale il beato Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato in maniera irrevocabile che la Chiesa, al riguardo, non ha avuto alcuna autorizzazione da parte del Signore. Ma alcuni (molti?) la pensano altrimenti, sia nel merito dell’oggetto sia sulla «irrevocabilità» attribuita al Papa Beato. Così il vescovo di Anversa (Belgio) mons. Johan Bonny ha dichiarato in una intervista al giornale fiammingo «De Standaard» (7 aprile): «Ordinare o no uomini sposati è una questione di diritto canonico (nota: egli sarebbe d’accordo); l’ordinazione delle donne invece ha implicazioni teologiche, riguarda l’interpretazione della Bibbia e della tradizione. Ma nel nostro Paese l’ordinazione delle donne sarebbe accettata». La pensano così anche molti cattolici svizzeri, per non dire centinaia di Chiese (pardon: comunità…) cristiane in tutto il mondo. «Irrevocabile» è allora solo il rifiuto di discuterne a Roma, sempre meno rispettato in periferia

Disobbedienti. L’iniziativa dei preti austriaci promotori nel giugno 2011 («Dialoghi» n. 218) di un «Appello alla disobbedienza» ha ricevuto, il 22 aprile, il Premio Herbert Haag 2012 per la libertà nella Chiesa. A ritirare il premio, consistente in diecimila euro e promosso dalla omonima Fondazione (creata nel 1985 dal professor Herbert Haag, docente di teologia all’Università di Tübingen, attualmente presieduta dal teologo Hans Küng), è stato il promotore dell’Iniziativa, p. Helmut Schiller. Il premio è stato conferito per aver raccolto l’«emergenza pastorale» derivante dalla sempre più

grave carenza di preti nella Chiesa cattolica e «averla affrontata con affermazioni chiare e azioni coraggiose e decise». L‘iniziativa dei parroci austriaci ha ricevuto anche la solidarietà del movimento internazionale «Noi siamo Chiesa», per la ragione che «il dialogo nella Chiesa è il solo modo di superare la profonda crisi mondiale attuale nella Chiesa cattolica». L’Anno della fede lanciato per il 2012 deve diventare anche un «anno di dialogo»; invece di esigere un’obbedienza cieca, tutte le questioni contenute nell’appello nella Pfarrer-Initiative dovrebbero essere esaminate attentamente, una ad una. Uno dei leader dei parroci «disobbedienti», Peter Paul Kaspar, cappellano dell’Accademia degliArtisti di Linz, ha scritto una lettera aperta all’arcivescovo di Vienna card. Christoph Schönborn, per complimentarlo del fatto di aver confermato Florian Stangt, il giovane omosessuale convivente, eletto consigliere parrocchiale a Stutzenhofen. Sarà anche quello del cardinale un caso di «disobbedienza»? O non forse di obbedienza alla propria coscienza, in evidente contrasto con le prescrizioni di Roma?

Irlanda cattolica, ma non troppo. L’87% dei cattolici irlandesi è favorevole all’abolizione del celibato obbligatorio dei preti e il 77% approva l’ammissione delle donne al sacerdozio. Sono dati che emergono da un’indagine condotta su di un campione di mille cattolici presentata lo scorso 12 aprile dall’«Association of Catholic Priests», un’organizzazione cui aderiscono circa 800 sacerdoti cattolici irlandesi. Stando all’indagine, l’opinione della base si discosta anche su altri punti dalle indicazioni della gerarchia: così i tre quarti degli intervistati considerano «non rilevante» per la propria vita l’insegnamento della Chiesa in materia sessuale, il 61% ne critica l’atteggiamento nei confronti dell’ omosessualità. Malgrado tutto questo, i cattolici irlandesi non abbandonano la loro Chiesa: lo studio rileva che il 35% dei fedeli partecipa ogni settimana alla messa e il 51% ha dichiarato di frequentare la chiesa almeno una volta al mese.

Giustizia per i pastori. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso il proprio verdetto contro il Governo

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spagnolo nella questione delle pensioni non pagate ai pastori protestanti. In una sentenza del 3 aprile 2012 ha affermato che il diritto negato ai pastori rappresenta una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il trattamento preferenziale riservato ai preti cattolici contravviene all’articolo 14 (divieto di discriminazione). La sentenza accoglie l’azione legale di Francisco Manzanas, pastore in pensione della Chiesa evangelica di Spagna (IEE), che aveva visto respinta la sua richiesta a diverse istanze dalla giustizia spagnola. All’epoca della dittatura franchista, ai pastori della IEE non era permesso di pagare un’assicurazione sociale, in quanto avevano una sorta di divieto di esercitare la professione; per questo non ricevono dunque alcuna pensione statale. Le discussioni con il Governo hanno portato al riconoscimento della «colpa storica» dello Stato, ma non alla compensazione a livello economico. Ora il governo spagnolo dovrà provvedere a togliere la discriminazione. Perché non si dimette? L’Associazione «Noi siamo Chiesa» ha rivolto lo scorso 12 maggio ai vescovi italiani una lettera aperta per sollecitare, come richiesto da oltre un anno da parte della Congregazione per la dottrina della fede, che siano emanate «le linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici». Tale direttiva appare particolarmente necessaria (e anche imbarazzante) dopo che il vescovo mons. Dante Lanfranconi di Cremona, e già di Savona, è stato duramente censurato da un tribunale per non essere intervenuto nei confronti di un prete pedofilo; anche perché (è scritto nell’ordinanza con la quale si propone l’archiviazione della procedura penale per avvenuta prescrizione) «la sola preoccupazione dei vertici della Curia [fu] quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti», «e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli», mentre «nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue attenzioni». Mons. Lanfranconi è il primo vescovo italiano ad essere perseguito per il


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suo comportamento omissivo. In altri Paesi (Irlanda, Belgio, ecc.) i vescovi censurati si sono dimessi.

Israele laico. Dalla sua fondazione, Israele coltiva una relazione complessa con la propria identità religiosa. I primi movimenti sionisti, risalenti alla fine del XIX secolo, erano laici e la Bibbia non venne chiamata in aiuto per legittimare la creazione di uno Stato secondo il progetto sionista: alcuni gruppi erano persino antireligiosi. Gli ebrei ortodossi sono tuttora scettici circa lo Stato d’Israele e alcuni rabbini condannano l’immigrazione in Palestina, perché solo il Messia può «restaurare Israele». La tragedia della Shoah ha rafforzato tuttavia la dimensione nazionale. Nel 1948 Ben Gurion ha proclamato l’indipendenza invocando «Eretz Israel», la terra d’Israele, «il luogo in cui nacque il popolo ebraico». Israele divenne uno «Stato per gli ebrei» che garantisce il «diritto al ritorno» per ogni ebreo. Tuttavia rifiuta di diventare uno Stato teocratico, anche se l’ebraismo è religione ufficiale, i rabbini ortodossi hanno il monopolio del matrimonio per gli ebrei e la compagnia di bandiera El Al non effettua voli il giorno di shabbat. Secondo il giornale «La Croix», il 7% degli israeliani si dichiara ultraortodosso, il 15% ortodosso, il 32% tradizionalista e il 46% laico.

La seconda metà del Vaticano. «L’Osservatore Romano», giornale ufficiale della Santa Sede, che ha per sottotitolo Unicuique suum (a ciascuno il suo), avrà un inserto di quattro pagine, intitolato «Donne, Chiesa, mondo», con notizie, cultura, inchieste sull’altra metà del cielo e collaborazioni femminili e internazionali. Vuol essere una apertura del Vaticano alle donne e un tentativo di rilanciare il giornale in calo di diffusione, mentre aumentano i disavanzi. Malgrado le molte dichiarazioni (a cominciare dall’intera enciclica di Giovanni Paolo II dedicata alle donne: Mulieris dignitatem del 1988) e le promesse del cardinale Bagnasco (Intervista a «Repubblica», 19 luglio 2000), secondo cui nelle future nomine si terrà conto «delle responsabilità, dei carismi, delle potenzialità delle donne», finora due sole (la suora Enrica Rosanna, sottosegretario della Congregazione per i religiosi, e Flamina Giovanelli, sottosegretario del Pontificio Consiglio «Giustizia e Pace») rivestono cariche di relativa importanza in Vaticano. Ma ci sono le quattro memores Domini,

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addette all’appartamento del Papa, dove (secondo «Il Foglio»), «si occupano delle cosiddette faccende domestiche: cucinano, lavano, stirano per il Santo Padre e spesso partecipano ai suoi pranzi e alle sue cene, un’intimità che non è senza valore». Allegria! (da «Adista», 21 aprile).

Non si discute. Alla riunione del Consiglio presbiterale della diocesi di Milano svoltasi il 30 gennaio, il moralista Fumagalli, docente al seminario di Venegono, ha proposto di discutere la condizione dei divorziati risposati (numerosi in diocesi), ma ha ritirato la proposta di fronte alla netta opposizione formulata dal card. Scola. Allora mons. Giovanni Giavini, un anziano biblista, l’ha ripresentata, ma in votazione è stata respinta, con 13 no, 7 sì e ben 27 astensioni. Opporsi al parere del proprio cardinale? Mai più! (da «Adista», 7 aprile),

Libertà religiosa. Le autorità religiose delle Chiese e il Consiglio d’Europa condividono le medesime preoccupazioni «di fronte all’attuale crescita di fenomeni di violazione della libertà religiosa nei Paesi europei che sfociano spesso in veri e propri atti di violenza, estremismi, discriminazioni in particolare nei confronti dei cristiani». È quanto si legge nel comunicato finale dell’incontro, svoltosi nella sede del Consiglio d’Europa a Strasburgo (5-8 marzo) con i presidenti di nove Conferenze episcopali del Sud-Est Europa (in particolare degli stati balcanici). «Questi fenomeni attentano alla stabilità delle società europee e minano il diritto di ogni cittadino di scegliere e praticare liberamente la propria religione. In questo senso, la Chiesa spera che il Consiglio si faccia sempre più promotore della tutela della libertà religiosa». Nel comunicato i vescovi affermano di «guardare con attenzione il rinnovato interesse del Consiglio d’Europa per la dimensione religiosa dei suoi cittadini. Sembra emergere sempre di più il ruolo della religione, non come causa di problemi, ma quale fattore di coesione sociale». Da alcuni anni il Consiglio d’Europa ha in atto un dialogo con le comunità religiose del continente. I vescovi «plaudono al desiderio del Consiglio di rendere regolare questo dialogo, pur esprimendo alcune riserve e preoccupazioni sulla efficacia di incontri tra comunità e convinzioni religiose molto diverse tra di loro». Il comunicato finale mette in evidenza la rilevanza pubblica delle

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religioni, come dimostra «l’aumento considerevole dei ricorsi su temi legati alla dimensione religiosa», che giungono alla Corte Europea dei diritti dell’uomo.

Una Chiesa in crisi. L’episcopato cattolico tedesco è molto preoccupato del calo di studenti nelle facoltà di teologia, tradizionalmente il vivaio dei futuri preti. Solo 2200 studenti si sono iscritti ai corsi nel 2012, con una diminuzione del 50%; diminuiti del 25% anche i professori, per il calo degli iscritti e quindi dei relativi finanziamenti. La tendenza è il frutto della secolarizzazione, che ha causato in vent’anni una diminuzione dei cattolici del 12,7%. Nel 2010, specialmente a causa dello scandalo per gli abusi sessuali dei preti, ben 181.000 cittadini hanno abbandonato la Chiesa, superando per la prima volta il numero dei battesimi (170.330). I candidati al presbiterato sono diminuiti di più del 60%, i battesimi del 43,1%. (EREnews 2012-1).

La scienza, bene universale. In un seminario, organizzato a Roma dal CIPAX sul tema della destinazione universale dei beni della terra (principio ben saldo nell’insegnamento cristiano), Giovanni Franzoni ha evidenziato come la titolarità dell’umanità nei confronti dei global common goods (quei beni cioè che non sono oggetto di proprietà privata, né cadono sotto la sovranità di alcun soggetto, dall’Antartide ai fondali marini, fino allo spazio intersatellitare e interplanetario) siano ancora, secondo il principio del diritto romano res nullius et primi occupantis, perché l’umanità non esiste come soggetto di diritto internazionale. Nel vuoto lasciato dal diritto internazionale trova così spazio il fatto che ciò che non è di qualcuno è del primo che lo occupa. Mentre va riaffermato che «tutto il creato è di Dio ed è offerto a beneficio dell’umanità», vanno rivendicati come eredità comune i risultati nel campo della conoscenza, cioè quell’insieme di saperi e di applicazioni scientifiche derivanti da un’evoluzione del pensiero, il cui merito non può che essere di tutta l’umanità (da »Adista«, 17 marzo).

Numeri arretrati ?

I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–


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Una Carta dei diritti di cattolici americani

A Pentecoste dello scorso anno (12 giugno 2011) si è svolta a Detroit l’assemblea dell’American Catholic Council per ribadire principi fondamentali dell’ecclesiologia riproposti dal Vaticano II. In tale occasione è stata votata la Carta dei diritti e delle responsabilità che riportiamo, frutto di centinaia di assemblee svoltesi l’anno precedente. Essa riflette la sensibilità di una comunità profondamente ferita dalla rivelazione degli scandali della pedofilia, intrisa di democrazia fin dalle radici, che il Vaticano cerca da anni di riportare alla disciplina «romana», con la nomina di vescovi e di cardinali uno più conservatore dell’altro. I cattolici americani dovrebbero venir ricompattati dietro i valori «non negoziabili» in campo morale, a preferenza dell’opzione per i poveri che, dal Concilio in poi, era stata prevalente nelle prese di posizione della Chiesa americana. Ma il Concilio, evidentemente, non è stato dimenticato, come dimostra l’approvazione, da parte di questa assemblea, di una Carta che ricorda alcune grandi scelte del Vaticano II.

Essere umani significa avere dei diritti. Essi includono vita e libertà, insieme con i diritti necessari per sostenerli: protezione e nutrimento, salute e lavoro, educazione e benessere. Nessuno di questi diritti è assoluto. Nessuno può esercitarli in modo da opprimere gli altri. I cittadini degli Stati Uniti d’America sono particolarmente coscienti dei loro diritti, scritti nella nostra Costituzione: diritti di parola e di pacifica assemblea, diritto al dissenso e al giusto processo, diritto di credere oppure no, libertà di stampa e protezione da una punizione crudele e sproporzionata, diritto di voto e presunzione di innocenza. Quando una persona diventa cattolica, porta con sé tutti questi diritti umani nella Chiesa. La Chiesa ha l’obbligo solenne di proteggerli e di non violarli. Quando una persona è cattolica negli USA, la Chiesa è obbligata a salvaguardare questi diritti ove si afferma che cosa significa essere un cittadino, a meno che non siano incompatibili con il cattolicesimo. Una persona non può sentirsi dire che diventa cattolica al prezzo di essere meno americana. Non possiamo sostenere che i diritti fondamentali non trovano posto nella Chiesa di Cristo. Sentiamo spesso dire: «La Chiesa non è una democrazia». Questo non è vero: i Concili ecumenici, l’elezione del papa e l’elezione dei superiori religiosi si fanno votando. Il primo Concilio ecumenico [di Nicea] nel 325 stabilì che nessun sacerdote potesse essere validamente ordinato se la comunità non lo avesse prescelto. Papi e vescovi erano scelti, generalmente, dalla gente. Fondamentalmente, la dottrina cattolica ribadisce che lo Spirito è dato a tutti e che il battesimo rende eguale ogni cristiano.

Le distinzioni tra clero e laicato sono strumentali e arbitrarie. La loro valenza deve essere sempre subordinata all’eguaglianza battesimale che apre a tutti i cattolici il sacerdozio, il diritto all’eucarestia e il pieno diritto di appartenenza alla comunità. Cristo non ha predicato nel suo Vangelo privilegi, priorità, diritti, o minori e maggiori modi per essere buoni discepoli e discepole. Cristo non ha proclamato che il Regno di Dio fosse composto da quelli i cui diritti alla parola, ad un giusto processo e alla presunzione d’innocenza sarebbero ora limitati. Il Regno di Dio è la carta delle beatitudini, la sua costituzione è il Vangelo, la sua missione nei grandi Comandamenti. Alla luce di questi princìpi e precetti, noi, memori del nostro battesimo, desiderosi di essere pienamente cittadini degli Stati Uniti e anche cattolici, proclamiamo questa Charta cattolica dei diritti e delle responsabilità.

Primato della coscienza. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di sviluppare una coscienza informata, e di agire in accordo con essa. Comunità. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di partecipare alla comunità eucaristica e il diritto ad una responsabile cura pastorale. Ministero universale. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di proclamare il Vangelo e di rispondere alla chiamata della comunità per una leadership ministeriale. Libertà di espressione. Ogni cattolico/a ha il diritto alla libertà di espressione e la libertà di dissentire. Sacramenti. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di partecipare in pienezza alla vita liturgica e sacramentale della Chiesa. Buon nome. Ogni cattolico/a ha il di-

ritto al buon nome e al giusto processo. Governance. Ogni cattolico/a e ogni comunità cattolica ha il diritto ad una significativa partecipazione alla presa di decisioni, compresa la selezione dei leader. Partecipazione. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di condividere l’interpretazione del Vangelo e della tradizione della Chiesa. Assemblee. Ogni cattolico ha il diritto di intervenire e di parlare nelle assemblee dove voci differenti possono essere udite. Giustizia sociale. Ogni cattolico/a ha il diritto e la responsabilità di promuovere la giustizia sociale sia nel mondo che all’interno delle strutture della Chiesa.

Chiese discriminate. Una nuova legge in Ungheria ha ridotto da 358 a 14 le Chiese riconosciute dallo Stato. Voluta dal partito di centro-destra Fidesz, che conta una schiacciante maggioranza nel Parlamento di Budapest, la legge ha provocato divisioni anche all’interno delle stesse confessioni religiose. La legge precedente, promulgata dopo la caduta del regime comunista, prevedeva che bastava avere cento membri per essere «Chiesa riconosciuta», e alcune associazioni si sarebbero registrate come Chiese solo per poter usufruire delle agevolazioni fiscali. Secondo la nuova legge, non molto chiara, si dovrebbero avere più di mille membri ed essere presenti in Ungheria da più di vent’anni; ma il riconoscimento è stato negato agli avventisti, che sono nel paese dal 1898 e contano cinquemila membri, come esclusi sono stati i metodisti e gli unitariani, la cui comunità è in Ungheria dai tempi della Riforma protestante. Tra le 14 comunità riconosciute figurano le Chiese cattolica, riformata, battista, luterana, ortodossa e la comunità israelita. Le procedure che le Chiese escluse dovranno ottemperare per il nuovo riconoscimento sono causa di preoccupazione, la domanda dovendo essere fatta al Parlamento, cioè a un organo politico, e ottenere una maggioranza dei due terzi dei membri; inoltre dovrà essere accompagnata da mille firme di aderenti alla Chiesa, lista che potrebbe servire a creare problemi ai firmatari qualora la domanda venisse respinta.


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A che serve un vescovo?

Il vescovo di Lugano mons. Giacomo Grampa ha rassegnato le dimissioni, avendo raggiunto l’età di 75 anni, che fin qui non sono state accettate dal Papa. In previsione della consultazione che dovrà provvedere alla sua sostituzione torna utile informare che, in occasione della Settimana dell’unità tra i cristiani, a Friburgo è stato organizzato un «dibattito ecumenico» sul tema «A che serve un vescovo?». Il prof. François-Xavier Amherdt, prete vallesano e insegnante di teologia pastorale all’università di Friburgo, ha indicato in sette punti la missione del vescovo nella tradizione cattolica: • vigilare che la Chiesa resti fedele alla missione di manifestare l’amore di Cristo; • scoprire e riconoscere i carismi che si manifestano nella Chiesa, ciò che richiede specialmente di accogliere anche «nell’umiltà e nella gioia le sorprese dello Spirito»; • coordinare la diversità dei carismi che si manifestano al servizio dell’unità della Chiesa; • mantenere una Chiesa in comunione con le altre Chiese e con le altre confessioni cristiane, ciò che costituisce un ministero (cioè un servizio) di «fabbricante di legami»; • dare spinte nuove nella diocesi e scegliere orientamenti pastorali («Evitare che ogni settore vada in una direzione diversa e impedire in tal modo la dispersione»); • agire rispettando un equilibrio complesso tra l’autorità personale del vescovo (principio gerarchico), l’assemblea sinodale in cui ogni battezzato porta il suoi contributo (principio sinodale) e la ricerca di comunione in seno alla Chiesa locale e con la Chiesa universale (principio comunionale). Per il professor Amherdt, «la Chiesa non è né una monarchia né una oligarchia, né una democrazia, ma una forma singolare di esercizio del governo». La tensione tra i poli dell’esercizio dell’autorità è indispensabile per evitare «sia l’autoritarismo, sia la dittatura della maggioranza, sia il centralismo dell’uniformizzazione» (da APIC, 13 gennaio). Sembrano consigli utili per definire l’identikit del futuro vescovo di Lugano. Ricordiamo che secondo il diritto canonico (can. 378) «Per l’idoneità di un candidato all’episcopato si richiede che: 1) sia eminente per fede salda, buoni costumi, pietà, zelo per le anime, saggezza, prudenza e virtù umane, e inoltre dotato di tutte le altre qualità che lo rendano adatto a compiere l’ufficio in questione; 2) goda di buona reputazione; 3) abbia almeno trentacinque anni di età; sia presbitero almeno da cinque anni; 5) abbia conseguito la laurea dottorale o almeno la licenza in Sacra Scrittura, teologia o diritto canonico, in un istituto di studi superiori approvato dalla Sede apostolica, oppure sia almeno veramente esperto in tali discipline. Il giudizio definitivo sull’idoneità del candidato spetta alla Sede Apostolica». Infine secondo il Concordato che regola la scelta del Vescovo di Lugano, il prescelto deve essere originario ticinese e appartenere al clero diocesano (vedi «Dialoghi» n. 220, febbraio 2012). – Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. – Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. – Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. – Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. – Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. – Libreria Elia Colombi SA, Via Dogana 3, 6500 Bellinzona. – Melisa Messaggerie SA, Via Vegezzi 4, 6900 Lugano. – Libreria del Mosaico, Via Bossi 32, 6830 Chiasso.

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone:

Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 12 (Euro 8).

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In questo numero Dossier

✧ DIACONIA: L’ESEMPLARE SERVIZIO PER TUTTI (Alberto Lepori) 1 ✧ L’INCONTRO TRA IL RICCO E IL POVERO NELLA BIBBIA (don Valerio Lazzeri)

3

✧ INVITO AL SERVIZIO (don Sandro Vitalini)

8

✧ DISAGIO A «CARITAS INTERNATIONALIS» (Fulvio Caccia)

7

✧ LA BROKEN SOCIETY È ALLE PORTE (Carlo Knöpfel, Caritas svizzera) 9 Articoli

✧ PER UNA NUOVA PRIMAVERA DELL’ECUMENISMO (Philippe de Vargas)

11

✧ LA STRANA PACE TRA ROMA E ECÔNE (Luigi Sandri)

16

✧ UNA CARTA DEI DIRITTI DI CATTOLICI AMERICANI

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✧ IL 15 SETTEMBRE A ROMA A 50 ANNI DAL CONCILIO

✧ A CHE SERVE UN VESCOVO?

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✧ I CONTI DI «DIALOGHI» 2 ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE 10 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 14 ✧ BIBLIOTECA - S. Xeres e G. Campanini, Manca il respiro. Un prete e un laico riflettono sulla Chiesa italiana (Ancora)

✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE ✧ CRONACA INTERNAZIONALE

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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.

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