268 dialoghi Locarno – Anno 53 – Dicembre 2021
di riflessione cristiana TRIMESTRALE
Nel segno della speranza e della rinascita a pagina 4
Considerazioni sparse per affrontare le nuove sfide Per tempi turbolenti e ambivalenti come quelli di queste settimane autunnali che preludono all’inverno proponiamo a chi legge «Dialoghi» alcune considerazioni sparse, ma non meno meditate, sulle sfide che si pongono a ciascuno di noi, sia come cristiane e cristiani, membri di varie Chiese, sia come cittadine e cittadini delle varie società che ci circondano. Parliamo di tempi turbolenti e ambivalenti, perché ultimamente siamo stati di fronte a fenomeni e a decisioni che sembrano scompigliare le carte con cui eravamo finora abituati a giocare. Cercheremo di prendere in esame un problema dopo l’altro, senza voler tessere alcun filo di continuità tra di essi e tantomeno voler tentare una sintesi d’insieme, come se fossimo in grado di poter porre uno sguardo complessivo su tutto quanto ci preoccupa in questo frangente.
Foto Corinna Widmer / Pexels
Dopo la votazione sul matrimonio per tutti Il «matrimonio per tutti» ha trovato il favore del popolo svizzero e, come abbiamo già anticipato nel numero precedente, non c’è motivo di cadere nel panico. Al contrario, il lavoro di dettaglio ci attende per i prossimi anni. Anche le Chiese cristiane del nostro Paese, soprattutto quelle riconosciute come corporazioni di diritto pubblico (cioè la cattolica, sia quella «romana» che quella «cristiana», e la Chiesa evangelico-riformata) dovranno chiarire al loro interno se e come eventualmente poter rifiutare di benedire le nozze di coppie del medesimo sesso, che si dovessero presentare alle loro rispettive porte. Le parrocchie riformate sono avvantaggiate, perché la benedizione nuziale non è
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considerata come un sacramento, anche se si tratta comunque di un atto teologicamente significativo. Per la regolamentazione concreta ci si orienta qui verso le disposizioni previste dallo Stato. In ambito cattolico il problema è carico di maggiori difficoltà, perché la distanza tra la comprensione che attualmente il diritto secolare ha del matrimonio è molto diversa da quella della dottrina cattolica. Non per caso l’attuale vescovo di Coira ha proposto di abbandonare l’uso del termine «matrimonio» per designare quello celebrato nelle chiese cattoliche e di utilizzare piuttosto il termine di «matrimonio biologico». Proposta interessante quella di voler cambiare il termine, meno felice la soluzione proposta. Il vescovo Bonnemain se n’è accorto subito e ha considerato «a parte post» la propria proposta come infelice. Egli ha comunque localizzato adeguatamente il problema. In casa riformata la riflessione è continuata anche dopo la votazione. Il teologo incaricato per le questioni etiche presso la sede centrale della Chiesa evangelica riformata svizzera, Frank Mathwig, ha proposto all’attenzione di tutti e tutte vari problemi che si pongono anche in ambito protestante. Essi vanno al di là del solo rispetto verso le decisioni personali di coscienza di singoli pastori che si rifiutassero di benedire coppie del medesimo sesso. Noi di «Dialoghi» non siamo evidentemente in grado di proporre in questa sede soluzioni a problemi di forte complessità, ma ci proponiamo di continuare la riflessione in merito, sperando anche nell’aiuto di persone competenti che operano alla nostre latitudini. Nella pandemia Il virus Covid-19, che ci funesta da quasi due anni, non accenna a sparire, ma si limita a ripresentarsi con varianti particolarmente vigorose. Le autorità federali e cantonali si sforzano di rincorrere e di combattere la diffusione del virus, ma si misurano con un’opinione pubblica fortemente disorientata nell’interpretare un fenomeno nuovo che richiede reazioni non facilmente comprensibili.
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La reazione delle autorità sanitarie prevede una rilevazione costante del numero delle persone infettate, malate e ospedalizzate, elabora misure che ritiene adeguate, le invia alle autorità cantonali in consultazione, e dopo alcuni giorni decide in maniera definitiva su di esse. Questa operazione, sempre seguita e commentata dai vari media, si rivela non sempre comprensibile e le reazioni negative non mancano praticamente mai. Che cosa possiamo, dobbiamo e vogliamo dire di fronte a tale e tanta confusione di idee e di pratiche? Nella nostra redazione non abbiamo specialisti nel campo della politica sanitaria e quindi non vogliamo esprimerci su singole misure prese dal governo svizzero e dai suoi specialisti. Vi è una minoranza dell’opinione pubblica che critica le misure in atto in nome dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e che ritiene che essi siano gravemente disattesi da queste stesse misure. In proposito noi pensiamo che l’uso delle parole chiave di ogni sistema democratico, come quelle di libertà e di uguaglianza, sia fondamentalmente distorto e ideologico presso i populisti che ci circondano. Senza scomodare l’etica sociale cristiana, ma guardando semplicemente alle fonti comuni del pensiero politico sorto dall’illuminismo e dalle rivoluzioni americana e francese si potrà chiaramente vedere che la libertà rivendicata a giusta ragione non sia da confondere con l’illimitata scelta di ogni individuo, senza alcun riferimento alla libertà di tutti coloro che sono messi in pericolo dalle nostre scelte individuali. Siamo di fronte non tanto a opzioni private, che non ledono la libertà di chi sta attorno a noi, bensì dobbiamo combattere un morbo che si diffonde mediante il nostro respiro e con gesti della vita quotidiana. Ogni epidemia ha i suoi meccanismi specifici di diffusione. Alcuni anni fa l’AIDS ha distrutto molte vite umane e si diffondeva con modalità ben note (il contatto sessuale e lo scambio di sangue). Queste modalità ci facevano relativamente meno paura (perché pensavamo di poterle comunque controllare coscientemente). L’epidemia di Covid-19, invece, ci incute maggio-
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re timore perché si diffonde mediante comportamenti che non possiamo pienamente controllare come il respiro o il minimo contatto corporeo. Comportamenti irresponsabili non hanno conseguenze solo su di noi come individui, ma anche sull’intero sistema ospedaliero. Se non vogliamo vivere costantemente «reclusi», dobbiamo accettare regole di comportamento che l’autorità federale, mediante procedure di costante consultazione degli organi cantonali, emana in nome di leggi che abbiamo democraticamente approvato. Il principio, del tutto liberale, secondo cui la libertà di ogni cittadino trova i suoi limiti nella libertà degli altri membri della società, deve essere compreso e rimeditato in questi frangenti, nei quali la bussola della democrazia sembra essere persa. Il processo sinodale della Chiesa cattolica La Chiesa cattolica vive dalla metà dello scorso mese di ottobre un’iniziativa tesa a mettere in atto un processo sinodale, compreso come stile costante della vita ecclesiale. Pur partito dall’alto, cioè da papa Francesco, che lo vuole in maniera decisa, questo processo è stato pensato come dinamica dal basso. I documenti diffusi capillarmente anche in ogni diocesi svizzera invitano alla costituzione di piccoli gruppi, di almeno cinque persone (non necessariamente tutte cattoliche), che potranno esprimersi a partire da interrogativi e problemi espressi in un questionario. Riuscirà questa iniziativa a mobilitare la base di una Chiesa mondiale che da diverso tempo soffre di varie criticità, di cui quella legata agli abusi sessuali di una parte del suo clero è solo la più nota a livello mediatico? «Dialoghi» non vuol fare previsioni, ma intende decisamente raccogliere la sfida e farà sentire la sua voce. Le sue pagine, cartacee e digitali, sono aperte a tutte e tutti coloro che vorranno esprimersi e dire la propria parola nell’ecclesìa cioè nell’assemblea di persone che si sentono chiamate a cercare di vivere secondo il Vangelo di Gesù Cristo.
Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori
Dialoghi
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i corsivi di dialoghi Vergogna francese
Chiudono le Dehoniane
L’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa francese ha denunciato che 216.000 furono le vittime dei membri del clero, 330.000 con quelle di sacrestani, insegnanti di religione e personale laico nel periodo 1950-2020. Secondo la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (CIASE), nei 70 anni considerati, fra 2.900 e 3.200 preti hanno abusato di vittime innocenti, per lo più bambini. Papa Francesco ha appreso con dolore le notizie, rivolgendo il suo pensiero anzitutto alle vittime. La Conferenza episcopale francese, attraverso il presidente Eric de Moulins-Beaufort, ha espresso «vergogna» e «spavento». e ha chiesto perdono alle vittime. «Le Monde» (6.10.2021) ha pubblicato un ampio servizio e indica che la percentuale dei minori che hanno subite violenze sessuali nella famiglia è del 3,75% (di cui 5,8 donne e 1,5 maschi), mentre le vittime da parte di persone legate alla Chiesa sono 1,16% del totale (con il 0,67 di donne e 1,7 di maschi); seguono con percentuali minori allo 0,40% le colonie di vacanza, la scuola pubblica, i club sportivi e le attività culturali e artistiche. La commissione indipendente incaricata dell’inchiesta ha anche formulato una serie di proposte per evitare il ripetersi degli abusi: si tratta di misure relative alla teologia, alla ecclesiologia e alla morale sessuale. Inoltre ha formulato quattro direttive relative alla riforma del diritto canonico e le procedure relative, al segreto confessionale, al rapporto tra gerarchia e principio sinodale e al rafforzamento dell’eguaglianza tra i membri della Chiesa, incrementando specialmente la presenza dei laici in generale e in particolare delle donne. (Una sintesi del rapporto in «Echo Magazine» del 14.10.2021). In Svizzera sono state costituite da tempo diverse strutture per ascoltare le vittime e risarcirle. La Conferenza dei vescovi svizzeri vuole promuovere uno studio generale da parte di persone indipendenti per una visione d’assieme sugli abusi verificatisi. Ci auguriamo che i risultati siano meno terribili e le necessarie correzioni e risarcimenti siano tempestivamente adottati. Ma sarà necessaria anche una riforma circa le pratiche di governo e della struttura della Chiesa (cioè delle diocesi) per meglio realizzare la fraternità e lo spirito del Vangelo. (a.l.)
Lo scorso ottobre le Edizioni Dehoniane di Bologna (EDB), proprietà della Provincia italiana settentrionale dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani) hanno dichiarato fallimento. Si chiude una grande stagione e un prezioso servizio alla Chiesa, non solo italiana, a causa dell’impossibilità di sostenere finanziariamente l’impresa. Ma negli ultimi anni il mercato librario, in particolare quello religioso, ha conosciuto perdite sempre più significative. Sono scomparse il 40% delle librerie cattoliche e la pandemia del Covid-19 con tutte le sue conseguenze ha fatto il resto. L’editrice ha pubblicato i primi volumi nel 1962. Nell’arco di questi sessant’anni ha messo a disposizione dei lettori 8.400 titoli, con alcuni milioni di libri venduti, coltivando i settori della Bibbia, della teologia, della catechesi, della pastorale, della spiritualità, della scuola e pubblicando una ventina di riviste. 55 le collane (EDB e Manetti 1820). La prima stagione, quella delle origini, ha fatto fruttificare grandi intuizioni, come la Bibbia di Gerusalemme, gli Enchiridion Vaticanum, i manuali di teologia. Nella seconda, sono cresciuti gli apporti dei biblisti (come Ravasi, Gargano, Barbaglio, Fausti, Grilli) e dei teologi italiani. Praticamente tutte le generazioni dei teologi italiani del post-concilio hanno pubblicato anche con il loro marchio. Si è poi allargata l’offerta degli Enchiridion (il termine, di origine greca, significa «che si tiene in mano» e sta a indicare un manuale): CEI, Oecumenicum Decreta, encicliche, ecc. Si è anche allargata la pubblicazioni di grandi opere, come il Denzinger, il Commento al Codice di diritto canonico, il Conciliorum Oecumenicorum Decreta, il Dizionario dei concetti biblici del NT, la Concordanza pastorale della Bibbia. La redazione di «Dialoghi» ringrazia in particolare gli amici Filippi e Prezzi per averci fatto partecipi, con il quindicinale «Il Regno», alla «primavera» del Concilio vaticano secondo. Il testo dell’intero comunicato, da cui abbiamo tolta questa notizia, può essere letto su: http./www.settimanenews.it/chiesa/edizioni-dehonianechiudono. (red.)
IN MEMORIAM
Fabio Giacomazzi, intellettuale militante Lo scorso 18 novembre, ci ha lasciato improvvisamente, a soli 65 anni, l’architetto Fabio Giacomazzi, titolare di uno studio di urbanistica a Manno. Originario di Moghegno, dopo il diploma di architetto al Politecnico federale di Zurigo nel 1981, presso lo stesso ateneo, nel 1994, aveva conseguito il dottorato in scienze tecniche con una dissertazione nel campo della storia dell’urbanistica in Ticino tra ’800 e ’900. Presso l’editore Dadò, nel 1998 aveva pubblicato il volume Le città importate. Espansioni e trasformazioni urbane del Ticino ferroviario (1882-1920). Negli anni aveva fatto parte di importanti commissioni a livello federale e cantonale: dall’ottobre 2020 era Presidente del Consiglio direttivo del Gruppo regionale Ticino di Espace Suisse. Sua l’elaborazione di importanti progetti di sviluppo, tra cui, fra gli ultimi, la pianificazione intercomunale di Agno, Bioggio e Manno (Nuovo Polo Vedeggio) al progetto della linea tram-treno. Accanto all’attività professionale, Giacomazzi non ha risparmiato energie per contribuire alla salvaguardia del territorio; in quest’ottica, ha animato, in veste di presidente, la Fondazione Corippo 1975, che gestisce il progetto di albergo diffuso e ha acquistato a tale scopo qualche anno fa una dozzina di case, con l’obiettivo è di preservare «l’atmosfera magica», del luogo ma allo stesso tempo di infondere nuova vita al borgo. Il suo impegno per la comunità si è espresso anche a livello politico: nelle file del PPD è stato prima consigliere comunale a Locarno, poi a Manno, dove ha fatto anche parte del Municipio e, dal 2012 al 2016, ha ricoperto la carica di sindaco. Fabio Giacomazzi è stato un intellettuale militante, nel senso più alto del termine, libero e critico, ha sempre fatto sentire la sua voce quando si trattava di difendere la causa del territorio di fronte all’assalto della speculazione. «Dialoghi» ha perso un amico (aveva fatto parte all’inizio degli anni Novanta del comitato di redazione) ed è vicina alla moglie Lucilla Ferroni e alle figlie Gaia e Agnese.
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Le croci possono essere rimosse, la morte no Nessuno avrebbe pensato mai, quando venni al mondo a Zugo, cittadina cattolica della Svizzera centrale, che un giorno sarei stato invitato a parlare nell’imponente collegiata protestante di Zurigo, il Grossmünster, in occasione della Festa federale di preghiera e di ringraziamento (Buss und Bettag). Alle elementari eravamo 44 ragazzi, di cui 40 cattolici, i protestanti li si riconosceva perché uscivano dall’aula quando cominciava l’ora di religione. Erano presunti più intelligenti di noi, andavano al ginnasio e poi al liceo cantonale, dove a insegnare erano soprattutto docenti protestanti. Noi invece, per una regola consolidata, se ritenuti bravi a sufficienza venivamo mandati a studiare in scuole cattoliche – io all’abbazia di Einsiedeln – dove vestivamo una talare nera col colletto stretto e gli eruditissimi padri ci inculcavano quella linea di pensiero che, dalle origini dell’Antico Testamento e dalla filosofia greca, portava fino a Tommaso d’Aquino. Che poi quella cultura servisse alla pratica non importava tantissimo. Invece una differenza c’era. I loro istituti erano improntati alle scienze esatte, l’obiettivo era formare la classe dirigente pronta a pilotare l’industria, le banche, l’esercito, insomma a occupare i posti di comando del Paese. Le guerre di religione le avevano vinte loro. I quartieri cattolici avevano strade dal fondo sconnesso e quando noi si camminava sul loro asfalto liscio ci si sentiva come un po’ a disagio. I loro quartieri odoravano di sapone, non di sudore come i nostri, e non si vedevano in giro suore dal cornetto né sfaticati davanti alla stazione. Qualche anno dopo, gli ottanta o novanta del Novecento, vivendo insieme alla figlia di un pastore protestante (ma nessun elemento visibile la connotava come tale), dovetti constatare che il massimo della differenza tra noi consisteva nel modo di usare il dentifricio: lei da protestante lo spremeva arrotondandolo giudiziosamente dal fondo, io da cattolico lo schiacciavo come veniva a metà tubetto. Riguardo alla religione, invece (ammesso che noi due fossimo ancora credenti), le differenze tra le due comunità si erano già molto attenuate. Kathrin, che aveva sempre vissuto
come opprimente il Venerdì Santo, da me aveva imparato a conoscere un Dio non tanto celato nell’interiorità della persona quanto godibile nella rinascita della natura in primavera o nella messa in latino; e io da lei imparai che il momento centrale per il cristianesimo era la croce del Signore. di Thomas Hürlimann*
Pertanto, Kathrin divenne più cattolica, io più protestante, e lo stesso accadeva alla città di Zurigo. La cucina cattolica aveva dato alla città una parvenza di meridione e quella cappa di silenzio angosciante che lei aveva avvertito ogni Venerdì Santo apparteneva ormai al passato. La Festa federale di preghiera e di ringraziamento ci dava motivo di constatare che la pace religiosa era pur frutto della democrazia: una bella conquista, certamente. Senonché, ora, tale conciliazione, che appianava le divergenze, si è trasformata in una specie di terreno brado, in un sazio nichilismo che non si nutre più di cibo spirituale ma di diete vegetali, jogging e pedalate in bici. Basta col fuoco eterno Comunque sia, a me non piacerebbe tornare all’antico. Il vicario Stocklin, cupa figura della Zugo degli anni Cinquanta, a noi delle elementari insegnava nell’ora di religione che i protestanti sarebbero finiti tutti dritti all’inferno, tanto che dopo scuola io correvo in chiesa, in quel momento deserta, e piangendo chiedevo alla Madonna di risparmiare le pene del fuoco eterno al mio amico Marcel. Ancora sul letto di morte mia madre si doleva di aver dato alla luce due bambini morti e che quei poveracci, in quanto non battezzati, secondo i dogmi della Chiesa cattolica erano esclusi dalla salvezza. Vero, non andavano all’inferno, ma venivano rinchiusi nel cosiddetto Limbo, una specie di campo di concentramento per embrioni vigilato da due angeli armati di una spada di fuoco. Papa Benedetto quegli orrori li ha definitivamente cancellati, e io lo ripeto: Dio sia lodato che il Catechismo, che minacciava pianto e stridore di denti nel fuoco eterno, sia crollato nelle sue stesse ceneri. E tuttavia…
Guardando alle ceneri in cui è finito tutto questo dobbiamo ammettere che è andato perso qualcosa di più della rigida morale sessuale o delle differenze di credo tra le confessioni cristiane. Le chiese di Zugo, che quando io ero giovane la domenica erano sempre piene, oggi sono vuote, e la città si vanta di aver tolto. Per non offendere i turisti arabi, si toglie la croce dalle cime delle montagne e persino gli ospedali della Svizzera centrale hanno bandito i crocifissi da tutti i loro spazi. Le nuove istanze competenti per la vita eterna sono i virologi e politici, e quel che sta sopra di noi non è più la trascendenza né la metafisica: è il cambiamento climatico. Nel 1832 il giovane Stato federale elvetico aveva introdotto in tutti i cantoni una festa mezzo religiosa mezzo politica, e poiché la croce è presente nella nostra bandiera ho creduto opportuno, oggi, dedicarvi qualche parola anch’io. Morte e risurrezione Il simbolo religioso, secondo il teologo Paul Tillich, è un segno «dal senso trasparente». Il simbolo, per esempio la croce, rimanda al Salvatore, a un’entità metafisica. Attraverso il simbolo si raggiunge una verità più alta, si attinge la sfera del sacro, del divino. Allo stesso tempo, però, il simbolo dal senso trasparente ci raggiunge e ci tocca in quanto immagine concreta. Nel simbolo religioso l’ultrasensibile diviene sensibile, il sacro terrestre, l’assoluto visibile. Tutte le religioni, insegna lo storico delle religioni Mircea Eliade, spiegano nelle loro cosmologie e antologie la stessa cosa: raccontano dell’origine del mondo e degli uomini, di come entità sovrannaturali abbiano creato noi e la natura e di come in seguito le creature abbiano cercato di avvicinarsi a esse. Le più diverse culture mostrano così di possedere un’analoga struttura: per comprendere il soprannaturale l’uomo deve cancellare la sua natura, fare l’esperienza di una morte rituale per poi vivere una sorta di risurrezione come uomo nuovo, trasformato e iniziato a una nuova vita. L’uomo compie su di sé un atto creativo, grazie al quale in
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futuro egli non dubiterà mai più che Dio e la risurrezione siano reali. La creatura diviene così partecipe di una «storia sacra», la storia della salvezza, e sa ora di provenire e di essere radicato in una realtà soprannaturale. Il termine «radice» non è usato a caso in tale contesto. Quanto più una realtà è elementare, come appunto un ceppo, una pietra, oppure l’acqua, tanto più essa si presta a diventare un simbolo religioso. Alberi, pietre, acqua: ne esistono ovunque, sono universali, ed è questo il motivo per cui C.G. Jung e Mircea Eliade consideravano che i simboli archetipici rinviassero a un sistema coerente, unitario, al disopra del tempo e al di là di ogni mito o religione. Prendiamo l’acqua. Quella del diluvi che trasforma il mondo, oppure quella del Battesimo che trasforma il battezzando: l’acqua rimanda necessariamente alla sorgente, che fluisce dall’assoluto. Anche il calice è un simbolo di questa fonte immaginaria: aderisce alle nostre labbra e abbevera il vuoto interiore con la pienezza dell’eterno. Oppure la pianta. L’albero, secondo C.G. Jung, riunisce in sé molte realtà archetipiche: il Sole, la Terra, l’acqua, il legno, il frutto: tanto che nelle culture più diverse diviene l’archetipo centrale: l’abete rosso di Attis, l’albero di Mitra, il frassino del mondo Yggdrasil. Ceppi di forza enorme che hanno le loro radici nella Terra e reggono il cielo con l’estensione dei loro rami:; che uniscono l’alto e il basso, il mondo inferiore a quello superiore, e soprattutto che ci donano i loro frutti e ci danno la vita – non solo quella fisica ma anche quella spirituale. Il circolo della natura Per questo un tempo ogni luogo di esecuzione capitale era provvisto di un albero o di un palo della giustizia che, simile a un campanile, rimandava con la sua verticalità al regno della Giustizia, dal quale scaturiva il giudizio. In altre parole, il giudizio scaturiva dall’alto, come il frutto dall’albero – a ciò credono i giudici tutt’oggi, anche quelli più «laici». Il martello di legno con cui battono su una tavoletta di legno conferisce alle loro parole uno stampo metafisico. Essi derivano il proprio potere dal tronco di legno che con i suoi rami sorregge il cielo, e sarei pronto a scommettere che quasi tutti voi fate la stessa cosa. Pronunciando la formula scaramantica «tocchiamo legno!», inconsciamente vi aggrappate all’al-
bero della vita da cui dipende il vostro destino. Non bisogna vergognarsi di queste cose: quel che pare una superstizione in realtà è un riconoscere il ciclo vitale della natura, l’eterno ritorno dell’uguale, dunque anche la vita eterna. L’albero come archetipo unisce l’alto e il basso, la Terra e il Cielo, e del resto l’appassire e il fiorire, l’irrigidirsi nel gelo e lo sciogliersi in primavera, simboleggiano la connessione tra la vita e la morte. Nelle saghe nordiche si narra che in una fessura del frassino Yggdrasil una giovane coppia sopravvive all’incendio del mondo e che da questa coppia nascerà dopo il cataclisma la nuova stirpe, la nuova discendenza. Perché eterno, l’albero della vita garantisce all’umanità il futuro, dalla morte è generata la vita. Per questa ragione gli antichi egizi deponevano i defunti in una piroga, che li avrebbe guidati a un nuovo approdo, dove, oltrepassato il muro del tempo, sarebbero rifioriti e ricresciuti in una nuova forma. Barche di legno in viaggio verso una vita migliore sono anche le bare fatte di legno dei Cristiani, nelle quali attendiamo la risurrezione dai morti: e con questo siamo tornati al segno da cui sono partito, alla croce. Nel libro di Jung «Simboli di trasformazione» è riprodotta una figura del portale occidentale del duomo di Strasburgo, in cui è raffigurata la tomba di Adamo dalla quale si leva una croce in forma di albero della vita. La struttura è identica a quella della saga nordica, la fine che si trasforma in un nuovo inizio. Dal legno marcito della bara e dal corpo in disfacimento di Adamo si eleva, ornata di foglie e di frutti, la Croce su cui il Cristo coronato di spine trasforma la morte in una nuova vita. Qui diventa evidente: come ogni albero della vita, comune a tutte le culture, la croce è, insieme, carica di morte e di vita. I possenti rami si divaricano verso l’alto e verso il basso, e inconfondibilmente anche in due direzioni opposte come in un’indicazione schizofrenica – di qua per la vita, di là per la morte. Le due direzioni tuttavia sono annodate al centro, in quanto emanano da un solo legno, da un unico tronco. La morte diventa visibile Citando all’inizio Paul Tillich, dicevamo che quelli religiosi sono segni «dal senso trasparente». Ciò significa che solo se volgiamo lo sguardo verso di loro, l’assoluto può rivelarsi nel segno.
Solo se noi ci riconosciamo nel segno, esso ci può riconoscere. Come tutti gli alberi della vita, la croce che fiorisce, decade, rifiorisce testimonia l’eterno divenire, il consumarsi e il rinascere, e questa è la grandezza dell’avvenimento del Golgota: il Dio che muore s’inserisce perfettamente nel ciclo naturale della vita, nel suo eterno fiorire, decadere e rifiorire. Sul legno della croce, che è pure albero della vita, il Creatore si identifica con la propria creazione. Sotto il sole che si oscura e con il volto insanguinato dove si appiccicano le mosche egli muore come uno di noi. Soffre, grida, crepa, e tutto comunque avviene sulla croce, sul legno, sull’albero che simboleggia non solo dove si muore ma dove la morte è superata e si apre a una vita nuova. Con piedi trafitti dai chiodi e le braccia aperte come ali il morente si libra sopra il mondo, e in questo gesto è già colui che risorge. Negli scorsi anni ho dovuto trascorrere vari mesi in diversi ospedali, un viaggio avventuroso tra reparti di cure intensive, sale operatorie e bunker per la radioterapia. La parola morte non l’ho mai sentita e la croce la vidi una sola volta, all’ospedale cantonale del Nidvaldo, a Stans. Era appesa nell’anticamera della sala operatoria, ossia al posto giusto, al confine tra la vita e la morte. Mi chiesi se quel segno indicasse di qua o di là: da quale parte mi sarei risvegliato? Gli sceicchi del Qatar, che si fanno curare nel vicino Bürgenstock, hanno donato all’ospedale di Stans un magnifico centro di cure intense, dotato di una finestra panoramica da cui si vedono lo Stanserhorn e le Alpi che circondano Engelberg. Già che sono malati e ricoverati in Svizzera, questi signori del deserto vogliono deliziarsi della pioggia o della neve che cade, e poiché coi loro soldi hanno potuto togliersi questo sfizio, chiunque viene operato a Stans ha la possibilità di riemergere dal nirvana dell’anestesia godendosi il succedersi della notte e del giorno, della sera e della mattina. Sospesi a dei tubi tra la vita e la morte, nella beatitudine procurata dalla morfina, ammirando le stelle che appaiono e le cime dei monti che trascolorano, ci si sente parte della creazione che meravigliosamente unisce il divenire, l’appassire e il riprendere della vita. Stat crux Oggi, circolando sulle nostre strade, non è più possibile capire se ci troviamo in un cantone cattolico o prote-
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stante. Dappertutto lo stesso asfalto, lo stesso cemento, e al posto degli incroci di prima, delle rotonde. Mi ricordo di un’esperienza vissuta a Napoli. Una strada a sei corsie, il traffico lanciato a tutta velocità, e poi una rotonda in cui ho cominciato a girare, girare, per una buona mezz’ora senza sapere come uscirne. Da allora le rotonde m’ispirano un certo scetticismo, e al tempo stesso vi scorgo un segnale. La crociata contro la croce oggi viene portata avanti anche nel modo più banale, per esempio da parte dei responsabili del turismo contro le croci sopra le montagne. Ma queste persone capiscono ciò che fanno? Certo, qui si ha a che fare con il più trito «politically correct», ma il motivo più profondo rimane la paura della morte. Quel che nel Medioevo e nei discorsi del vicario di Zugo si chiamava «il diavolo» (non era neppure permesso nominarlo!) oggi per noi contemporanei è la morte – e il recente passato con le sue mascherine e le sue messinscene da commedia lo mostrano bene. Non ho niente contro le mascherine e neppure contro la vaccinazione, una cosa però dovremmo ricordare: che siamo mortali – così ci chiamiamo – un dato che non si può negare né combattere con la vaccinazione. La convinzione che staccando le croci dalle pareti se ne stacchi anche la morte è un errore fatale. No, la morte non si sopprime, tutti le corriamo incontro e, proprio perché la morte è certa, dovremmo lasciar stare il crocifisso dov’è, segno di speranza e di rinascita. Un albero della vita dalle mille foglie e dai mille frutti che perisce e rifiorisce. Chi toglie alla nostra vista quel simbolo non nega solo la propria cultura occidentale, ma taglia i rami a cui tutti siamo sospesi. * Thomas Hürlimann è uno scrittore che vive a Walchwil (ZG). L’autore ha letto questo testo dal pulpito del Grossmünster di Zurigo durante la Festa federale di preghiera e ringraziamento di quest’anno e la «Neue Zürcher Zeitung» ne ha riprodotto il testo il 25.9.2021. La traduzione è stata a cura di Enrico e Daniele Morresi.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in
www.dialoghi.ch
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Dante, settecento anni dopo, qui e ancora Volge a conclusione il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta il 13 settembre 1321 a Ravenna: molto è stato scritto su di lui e sulla sua opera, da eminenti studiosi e anche da persone affascinate dalla sua figura di poeta e di uomo; è diventato addirittura un’icona pop. Si continua, per fortuna, a leggerlo e a studiarlo nelle scuole e non cessa di interrogare. La Commedia parla dei destini dell’umanità in una prospettiva escatologica e , nello stesso tempo, compie una lettura puntuale dell’attualità. Dante si sentiva investito di un compito divino: ricondurre l’umanità smarrita sul cammino che porta alla salvezza. Per questo la sua riflessione, politica e religiosa, è orientata anche sulla condizione della Chiesa, sulla sua crisi morale, sulla sua dipendenza politica e sulla necessità di porvi rimedio. Sul piano della sua vicenda umana, Dante, esiliato e costretto a mendicare per sopravvivere il sostegno di vari signori del suo tempo, ha dovuto fare i conti con la sensazione amara del fallimento; tuttavia, sul piano poetico e del messaggio lanciato ha vinto la sfida, come accade ai veri profeti. Riportiamo qui il testo della lettera apostolica Candor lucis aeternae di papa Francesco, pubblicata il 25 marzo 2021, festa dell’Annunciazione, il giorno in cui Dante, secondo la tradizione, diede inizio al suo straordinario viaggio ultraterreno che lo portò alla visione della luce divina. A noi ha fatto dono della sua poesia: un grande dono. Non può dunque mancare, in questa circostanza, la voce della Chiesa che si associa all’unanime commemorazione dell’uomo e del poeta Dante Alighieri. Molto meglio di tanti altri, egli ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore. Il suo poema, altissima espressione del genio umano, è, frutto di un’ispirazione nuova e profonda, di cui il Poeta è consapevole quando ne parla come del «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Par. XXV, 1-2). Con questa Lettera Apostolica desidero anch’io accostarmi alla vita e all’opera dell’illustre Poeta per percepire proprio tale risonanza, manifestandone sia l’attualità sia la perennità, e
per cogliere quei moniti e quelle riflessioni che ancora oggi sono essenziali per tutta l’umanità, non solo per i credenti. L’opera di Dante, infatti, è parte integrante della nostra cultura, ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori che anche oggi la Chiesa e la società civile propongono come base della convivenza umana, in cui possiamo e dobbiamo riconoscerci tutti fratelli. Senza addentrarmi nella complessa vicenda pienezza la propria esistenza, vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole, accogliendo e vivendo con gratitudine il dono e l’impegno della libertà. Dante si fa paladino della dignità di ogni essere umano e della libertà come condizione fondamentale sia delle scelte di vita sia della stessa fede. Il destino eterno dell’uomo – suggerisce Dante narrandoci le storie di tanti personaggi, illustri o poco conosciuti – dipende dalle sue scelte, dalla sua libertà: anche i gesti quotidiani e apparentemente insignificanti hanno una portata che va oltre il tempo, sono proiettati nella dimensione eterna. Il maggior dono di Dio all’uomo perché possa raggiungere la meta ultima è proprio la libertà, come afferma Beatrice: «Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontade / più conformato, e quel ch’è più apprezza, / fu de la volontà la libertate» (Par. V, 19-22). Non sono affermazioni retoriche e vaghe, poiché scaturiscono dall’esistenza di chi conosce il costo della libertà: «Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta» (Purg. l, 71-72). Ma l’opera del Sommo Poeta suscita anche alcune provocazioni per i nostri giorni. Cosa può comunicare a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare? Dante – proviamo a farci interpreti della sua voce – non ci chiede, oggi, di essere semplicemente letto, commentato, studiato, analizzato. Ci chiede piuttosto di essere ascoltato, di essere (Continua a pagina 16)
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Mezzo secolo di suffragio femminile Aspettando la piena parità Nel 2021 si celebrano e ricordano il 50º del diritto di voto ed eleggibilità in Svizzera, il 40º dell’iscrizione nella Costituzione federale dell’articolo 8 sulla parità e il 10º in quella cantonale, il 25º della Legge federale sulla parità e il 25º della prima Sessione femminile del parlamento. Tante cose da festeggiare dunque, ma non solo! Tanto rimane ancora da fare. Il 7 febbraio 1971 le cittadine svizzere ottengono finalmente il diritto di voto e di eleggibilità; nel Canton Ticino era già accaduto due anni prima. Per arrivare a questo risultato ci sono voluti più di un secolo di lotta, delle vere e proprie pioniere e l’infinita tenacità femminile a iniziare dalla prima metà del XIX secolo, quando le donne chiedono «semplicemente» l’uguaglianza per ciò che riguarda i loro diritti civici, perché i principi di libertà e uguaglianza adottati nel 1798 vengono applicati solo agli uomini. In un primo tempo quindi rivendicano diritti in materia religiosa, scolastica e sociale, ritenendo che il diritto di voto seguirebbe a ruota quale logica conseguenza. Ma, dopo la seconda metà del secolo, in assenza di risultati, la lotta si focalizza sul diritto di voto. La richiesta è sostenuta dal fatto che il suffragio universale è un diritto umano e quindi anche della donna. Un altro approccio consiste nel giustificare la rivendicazione per il carico di lavoro delle donne, che, completamente escluse dalla vita politica, sono onnipresenti sul fronte sociale, dove s’impegnano per lenire la miseria dei più deboli e a favore dei lavoratori e dei militi. Sulla scorta di questi fatti, nel movimento regna la convinzione che il suffragio universale sarà introdotto rapidamente alla fine della prima guerra mondiale in segno di ringraziamento per l’enorme lavoro fornito in quel periodo. Questa è anche una delle principali rivendicazioni dello sciopero generale del 1918. Invece, tra il 1919 e il 1921, due mozioni depositate al Consiglio federale non sono nemmeno trattate e sei oggetti cantonali simili sono respinti a schiacciante maggioranza. Molto deluse per questi risultati, le donne ripiegano per qualche anno sulla difesa dei loro diritti di lavoratrici. Ma già nel 1929, in occasione del corteo d’inaugurazione dell’esposizione SAFFA a Zurigo, che punta a
rendere visibile il lavoro delle donne, l’Associazione svizzera per il suffragio femminile fa sfilare un’enorme lumaca di cartapesta a simboleggiare la lentezza del processo. È dello stesso anno il lancio della petizione a favore del suffragio femminile che raccoglie 249.237 firme. Benché il solo numero delle firme di uomini, abbia raggiunto il numero necessario per la presentazione di un’iniziativa popolare (le donne non potevano nemmeno firmare iniziative popolari o referendum), la petizione non sortisce nessun effetto e il Consiglio federale la fa sparire in un cassetto. di Daria Lepori
Durante la seconda guerra mondiale, che vede le donne impegnarsi nell’aiuto sociale nella speranza di ottenere finalmente dei diritti politici, un nuovo postulato è presentato a Berna nel mentre le tribune del parlamento federale sono occupate dal pubblico per mettere pressione. Ma è un nuovo fallimento, così come le votazioni cantonali sul tema respinte a Ginevra e nel Ticino nel 1946 e nel 1948 a Soletta e Neuchâtel. Nel frattempo il discorso è avvelenato dal sospetto che le donne stesse non desiderino questo diritto e per dimostrare il contrario si procede a inchieste a Ginevra, Basilea e Zurigo. Malgrado i risultati nettamente positivi, gli uomini non smettono di votare no, anche in queste città, a tutti i progetti di legge sul suffragio universale. Ed è in conformità a queste sconfitte sul piano cantonale che, nel 1951, il Consiglio federale giudica prematura una votazione federale. Questa ottusità si trasforma in arroganza quando, nel pieno della guerra fredda, nel 1957 il Consiglio federale decide di introdurre l’obbligo per le donne di prestare servizio nella protezione civile. A questo punto l’Alleanza delle società femminili svizzere e la Lega svizzera delle donne cattoliche, la cui presidente milita apertamente e contro il parere del vescovo di Basilea, protestano energicamente, rifiutandosi di vedersi accollare nuovi obblighi in assenza totale di diritti politici. La controversia guadagna in ampiezza e costringe il Consiglio federale a presentare un progetto di votazione sul voto alle donne. Questo passa lo
scoglio delle camere perché i deputati, essendo contrari, vogliono vederlo fallire in votazione. E infatti l’oggetto è respinto nel 1959 dal 66,9% dei votanti. Ma l’incendio è partito. A poco a poco i cantoni accordano i diritti politici alle donne sul piano cantonale e comunale. L’esperienza inizia nei cantoni romandi e serve a dimostrare a quelli che portano, quali argomenti centrali del «no», il degrado della famiglia e la squalifica della politica, che si tratta di fantasmi. Il tempo passa: nel 1968 la Svizzera è in procinto di firmare la Convenzione europea dei diritti umani. Il movimento per il diritto di voto femminile è convinto che si tratta di un passo decisivo perché in Europa il suffragio universale è acquisito. Ma il Consiglio federale decide di firmarlo, precisando che il voto femminile seguirà. È la goccia che fa traboccare il vaso: 5.000 persone invadono Piazza Federale a Berna, l’evento ha un’enorme eco mediatica. L’immagine della Svizzera come Stato moderno barcolla e, finalmente, il Governo agisce presentando un nuovo progetto di votazione poi accolto con il 65,7% di voti favorevoli, anche se sei cantoni e due semi-cantoni lo respingono. Pari opportunità, tra teoria e realtà La parità fra i sessi è una visione della società nella quale uomini e donne, senza distinzione di sesso, possono sviluppare liberamente le proprie capacità e attitudini, senza pregiudizi, e nella quale l’economia, la famiglia, la cultura, la politica possono valorizzare le potenzialità delle donne e degli uomini invece di accontentarsi solo di una piccola parte di esse. Il principio della parità e il mandato di realizzarla è stato ancorato nella Costituzione federale nel 1981 (art. 8 cpv. 3): «Uomo e donna hanno uguali diritti. La legge ne assicura l’uguaglianza, di diritto e di fatto, in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro». La Legge federale sulla parità dei sessi (LPar), entrata in vigore nel 1996, ha per obiettivo la promozione della parità fra donne e uomini nella vita professionale. Con la LPar vi è la possibilità di far valere a livello giudiziario il diritto alla
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parità nell’ambito professionale. La legge impone ai Cantoni l’istituzione di Uffici di conciliazione con il compito di consigliare le parti e di indurle all’intesa; in Ticino è attivo l’Ufficio di conciliazione in materia di parità dei sessi. La Costituzione Cantonale prevede a sua volta l’art. 4 («Scopo») cpv. 3, accettato nella votazione popolare del 5 giugno 2011 ed entrato in vigore il 28 giugno 2011: «Il Cantone promuove le pari opportunità per i cittadini»; l’art. 7 («Uguaglianza») cpv. 2: «Donne e uomini sono uguali davanti alla legge» e cpv. 3: «Per lavoro di pari valore donne e uomini ricevono retribuzione uguale». Intanto in Svizzera la parità tra donna e uomo, raggiunta sul piano formale, non esiste ancora nei fatti. Sono soprattutto la suddivisione dei ruoli ereditata dal passato e la ripartizione del lavoro fra donne e uomini a essere all’origine delle discriminazioni che si registrano regolarmente, nonostante l’esistenza di normative in materia. Inoltre, donne e uomini che desiderano suddividere fra loro l’attività lavorativa professionale e familiare incontrano ancora molte difficoltà per ottenere posti di lavoro a tempo parziale o per trovare strutture di accoglienza per la prole. Equa rappresentanza in economia, nelle istituzioni statali e para statali Da 16 anni la Guido Schilling AG raccoglie e pubblica i dati sulla composizione delle direzioni e dei consigli di Amministrazione dei 100 maggiori datori di lavoro svizzeri. Da 5 anni la valutazione è stata estesa al settore pubblico, analizzando i quadri/le posizioni di punta in tutti i 26 Cantoni per quanto riguarda le cariche elettive (Consiglio federale e Consigli di Stato) e i quadri nell’Amministrazione federale e cantonale (Bundeskanzler/ in, Staatsschreiber/innen, Generalsekretäre/Generalsekretärinnen, Amtsleiter/innen). La percentuale di donne nei consigli di Amministrazione delle 145 imprese valutate è del 20%, con un punto di aumento rispetto all’ultima valutazione del 2019; quello delle presidenti è passato dal 3% al 7%. Le donne sono in totale il 36% delle collaboratrici e dei collaboratori, il 25% dei quadri mediani e il 18% del top management: si nota il netto e costante calo della rappresentanza femminile a ogni gradino della scala gerarchica. Sul gradino della direzione, la percentuale diminuisce ulteriormente e nettamente attestandosi al 13% delle
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imprese valutate. In tutti i gradini si nota un aumento rispetto al 2019, tra l’1 e i 3 punti percentuali. Sul gradino dei CEO si trova il 6% di donne. Nel campione analizzato per il settore pubblico, 16 Cantoni e la Confederazione hanno analizzato le percentuali delle donne nei gradini al di sotto del top management, fornendo un quadro simile a quello delle 145 imprese private, ma con valori più alti. Per il top management tutti e i 26 Cantoni, più l’amministrazione federale hanno analizzato le percentuali: sul totale delle collaboratrici e dei collaboratori il 45% sono donne (47% nel 2019), sul gradino dei quadri mediani il 29% (28% nel 2019) e nel top management il 29% (22% nel 2019). Per giustificare la scarsa presenza femminile nei ruoli decisionali, si adduce spesso la scusa di un presunto gap di qualifica sfavorevole alle donne. Non ci sarebbe insomma una volontà di esclusione delle donne, ma la scarsità di profili femminili adatti. Il ritardo della Svizzera, rispetto al resto dei Paesi OCSE, nella formazione della popolazione femminile più anziana si sta velocemente colmando. Al contrario si sta verificando il sorpasso delle studentesse rispetto agli studenti, sia nell’iscrizione alla formazione superiore, sia nell’ottenimento dei diplomi. Quindi la progressiva perdita di talenti femminili cui si assiste man mano che si sale lungo la scala gerarchica non può più essere spiegata con l’insufficiente grado di formazione. Un altro motivo riguarderebbe la presunta difficoltà di trovare profili femminili con sufficiente esperienza di leadership. Essendo un tema globale, è interessante analizzare la risposta globale di uno studio MSCI3: tra i consiglieri con formazione superiore avanzata, le donne sono in maggioranza (33% vs 28%); ma, mentre i consiglieri e le consigliere che hanno maturato un’esperienza di leadership executive vice president, senjor vice president o simili sono pressoché ugualmente rappresentati (43 vs 42%), solo il 50% delle consigliere, rispetto al 58% dei consiglieri, è o è stata attiva in ruoli di COO, CFO, CEO, eccetera. Per riassumere: ricerche e analisi dimostrano un miglior funzionamento e migliori risultati delle aziende e dei gremi la cui direzione è mista. Nel nostro Cantone il principio dell’uguaglianza, per ciò che riguarda l’equa rappresentanza del sesso più svantaggiato, trova oggi applicazione nell’art 4 (Composizione) cpv. 3 del Regolamento concernente le commissioni, i
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gruppi di lavoro e le rappresentanze presso enti di nomina del Consiglio di Stato: «La rappresentanza dell’uno o dell’altro sesso deve essere, nella misura del possibile, di almeno il 30%». Già nel 2007 Monica Duca Widmer presentò una mozione in cui faceva notare che «l’Ordinanza federale sulle commissioni extraparlamentari, nonché gli organi di direzione e i rappresentanti della Confederazione prevede che “[…] la rappresentanza dell’uno o dell’altro sesso non può essere inferiore al 30%”. Inoltre la Confederazione in questa Ordinanza specifica che “occorre perseguire a lungo termine una rappresentanza paritetica dei due sessi”». La deputata rimarcava poi che, seppure l’art. 18 lett. b del Regolamento cantonale concernente le indennità ai dipendenti dello Stato e agli altri rappresentanti in organi cantonali richiedesse un’adeguata rappresentanza femminile, «nel nostro Cantone la rappresentanza femminile nelle commissioni del Consiglio di Stato è di solo il 12.8%. Negli ultimi vent’anni a più riprese vi sono state richieste di equa rappresentanza presentate dal Parlamento, che però sono sfociate nel nulla». Infatti l’iter parlamentare era iniziato già nel 1996 con una mozione di Chiara Simoneschi-Cortesi e cofirmatari «Introduzione di una presenza minima (quota) di donne nelle commissioni extraparlamentari» tramite una modifica del decreto esecutivo che stabilisce le indennità delle commissioni nominate dal Consiglio di Stato, Governo che non prese posizione e che fu stralciata nel 2003 e ripresentata come detto da Duca Widmer. Dopo un lungo iter parlamentare, il 6 marzo 2012 il Consiglio di Stato ha emanato il nuovo Regolamento concernente le commissioni, i gruppi di lavoro e le rappresentanze presso enti di nomina del Consiglio di Stato. Ticino e questioni femminili Nel 1990 il Consiglio di Stato istituisce la figura della Consulente per la condizione femminile e nel 1993 la Commissione consultiva per la condizione femminile cui era stato tra l’altro conferito il mandato di presentare un rapporto in merito alla questione della creazione di un Ufficio per la condizione femminile. Nel 2005, dopo alcuni atti parlamentari che chiedono tra l’altro l’istituzione di un apposito Ufficio per la condizione femminile (riunendo una serie di servizi), un rapporto commissionale conclude che un simile ufficio non è necessario e che
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è sufficiente la funzione della Consulente per la condizione femminile. Tuttavia il Consiglio di Stato, sempre nel 2005, risolve di istituire l’Ufficio della legislazione e delle pari opportunità, posto sotto la responsabilità della Consulente per la condizione femminile (a quel tempo la signora Marilena Fontaine), che riunisce sotto un unico cappello l’attività della Consulente per la condizione femminile e quella del Centro di legislazione e di documentazione. Tale servizio cambia poi di nome, diventando l’Ufficio della legislazione, delle pari opportunità e della trasparenza. Nel 2017, quando la titolare entra al beneficio della pensione, i 3 temi sono portati all’interno dei Servizi giuridici del Consiglio di Stato, ognuno con un proprio ufficio: il Servizio della legislazione, l’Incaricato cantonale della protezione dei dati e la Delegata per le pari opportunità. Il Parlamento, recentemente tornato sul tema a seguito di due atti parlamentari e una petizione, ha votato un misero potenziamento dell’Ufficio della Delegata per le pari opportunità pari a 0.5 unità lavorative, da reperire all’interno dell’amministrazione, ritendo l’approccio trasversale adottato dal Governo sufficiente: nell’assetto attuale 10,42 unità lavorative in diversi uffici, servizi, commissioni e gruppi di lavoro dell’Amministrazione cantonale hanno integrato queste tematiche in maniera trasversale all’interno del proprio operato. Una di queste, operativa dal 1993, è la Commissione consultiva per le pari opportunità, istituita dal Consiglio di Stato. Si tratta di un organo consultivo che ha tra l’altro il compito di elaborare prese di posizione attorno a progetti di modifiche legislative o regolamenti in relazione alla parità fra i sessi nel Cantone Ticino e di curare la relazione con gli attori cantonali che ruotano attorno alle pari opportunità (associazioni femminili, partiti politici, sindacati, imprese, eccetera). La Commissione ha (tra le altre cose) sottoposto al Governo un documento, datato 8 marzo 2013, dal titolo «Raccomandazioni: migliorare la partecipazione femminile alle commissioni extraparlamentari e ai gruppi di lavoro del Consiglio di Stato». In sintesi le misure proposte sono: sensibilizzazione, esplicitazione degli obiettivi nel rinnovo delle commissioni e visibilità, famiglia e impegni commissionali, condizione per l’entrata in funzione delle commissioni e gruppi di lavoro, piano di carriera nell’Amministrazione cantonale. Nel dicembre del medesimo anno, rispon-
dendo a un’interrogazione il Consiglio di Stato affermava di aver «in gran parte fatto proprie queste raccomandazioni, emanandole sotto forma di direttive orientate a sensibilizzare e a perseguire in termini più efficaci […] l’obiettivo citato, sia da parte dell’Amministrazione cantonale, sia da parte di enti e associazioni interessati a delegare i propri rappresentanti in commissioni e gruppi di lavoro». Dal 2020 la Commissione consultiva per le pari opportunità collabora al raggiungimento dell’obiettivo 22 del programma di legislatura 2019-2023 che mira a «rafforzare il coordinamento delle azioni cantonali volte a favorire il raggiungimento della parità effettiva tra i sessi e mettere in evidenza la molteplicità e la trasversalità degli ambiti che hanno un impatto in termini di pari opportunità». Il 15 gennaio 2020 il Consiglio di Stato ha presentato il Programma di legislatura 2019-2023, nel quale, per la prima volta nella storia del nostro Cantone, figura un obiettivo strategico legato al rafforzamento delle azioni cantonali per promuovere le pari opportunità fra i sessi. Si tratta dell’obiettivo n. 22, che si propone in primis di elaborare un piano di azione cantonale per le pari opportunità. Il Consiglio di Stato ha del resto confermato, a seguito dello studio «Bilancio di genere della politica familiare: focus su misure specifiche» (presentato il 24 gennaio 2020), di voler rafforzare il coordinamento interdipartimentale per sostenere misure e azioni volte alla promozione della parità uomo-donna, istituzionalizzando un gruppo di lavoro che si occuperà di elaborare un piano di azione cantonale per le pari opportunità. La strada per arrivare a questo piccolo risultato è stata lunga, ed è solo una tappa intermedia. L’augurio è che ora si possa fare di più e più velocemente. La sessione parlamentare delle donne La parità di genere è stata il tema al centro della seconda Sessione delle Donne tenutasi nell’aula del Consiglio Nazionale a Berna in occasione dei 50 anni del suffragio femminile, il 29 e 30 ottobre 2021. La sessione era organizzata da Alliance F, dalla Commissione federale per le questioni femminili, dalle Donne protestanti in Svizzera, dall’Unione svizzera delle donne contadine e rurali, dall’associazione mantello delle organizzazioni femminili di beneficenza e dall’Unione svizzera
delle donne cattoliche. La parlamentare Isabel Morel ha ricordato all’inizio che una delle rivendicazioni della prima Sessione parlamentare delle donne, tenutasi nel 1991, fu quello di avere 100 donne elette in parlamento e che malgrado il successo delle federali del 2019, questo risultato non è stato raggiunto. Nei due giorni di lavori, 246 donne tra i 17 e i 70 anni e provenienti da tutta la Svizzera, hanno discusso le loro questioni più urgenti e hanno trattato le richieste formulate da otto commissioni tematiche appositamente istituite per l’evento. Le partecipanti erano state elette in precedenza attraverso una procedura democratica per avvicinarsi il più possibile a una sessione parlamentare. Sono state votate con il sostegno medio di 200 voti, 23 rivendicazioni, espresse nella forma di petizione poi consegnate ai membri dell’Assemblea federale affinché sia data una risposta. Si tratta d’importanti questioni come la conciliazione tra lavoro e famiglia, la violenza sulle donne, la povertà femminile in età avanzata, il lavoro di cura e la parità nel mercato del lavoro, la salute (mentre una donna che si presenta al pronto soccorso con dolori al petto è rimandata a casa con un antidolorifico, con i medesimi sintomi un uomo è trasferito in cardiologia). Tra le richieste alcune sono «visionarie» come il diritto di voto ed eleggibilità per ogni persona che risieda sul suolo elvetico stabilmente da cinque anni o l’impiego dello 0,1% del PIL per la protezione in ambito di violenza di genere. Violenza contro le donne Secondo una recente analisi (2019) in tutto il territorio elvetico operano 43 alloggi di emergenza dotati di un totale 454 posti letto con tasso di occupazione annuale del 75%. Secondo il consiglio d’Europa un paese deve però poter offrire una camera famigliare per una madre e i suoi figli ogni 10.000 abitanti, il che significa che in Svizzera ne mancano quasi la metà. La teoria è confermata dalla pratica perché nel 2020 i reati registrati come violenza domestica sono stati 20.123. E si tratta solo delle situazione notificate o di cui le autorità e enti di aiuto alle vittime sono venute a conoscenza; in questo ambito è appurato che a denunciare sono solo tra il 10 e il 22 percento delle persone. Sempre in Svizzera, ogni venti giorni una donna è uccisa da un uomo con il quale ha o ha avuto una relazione: il femminicidio è la forma più estrema della violenza verso donne e
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ragazze, ma anche negare l’assistenza all’aborto sicuro è una forma di violenza di genere. Il Consiglio federale ha posto la lotta contro la violenza di genere tra i campi d’azione centrale della strategia nazionale per la parità tra donna e uomo 2030. Per esempio è prevista la messa in funzione di un numero di telefono cui possono rivolgersi le vittime (no, non esiste ancora!) ed è già stata attivata la piattaforma www.aiuto-alle-vittime.ch che fornisce informazioni e supporto. Il nostro Cantone ha intanto istituito la figura della Coordinatrice in ambito di violenza domestica, predisponendo in particolare un piano di azione cantonale e progetti volti alla messa in atto della Convenzione di Istanbul e delle leggi federali in materia. Ha definito nel suo programma di legislatura: «Adottare azioni di prevenzione e contrasto a fenomeni quali molestie e mobbing in ambito formativo e professionale, in particolare attuando in ambito socio sanitario il progetto nazionale di sensibilizzazione dei datori di lavoro sulle molestie sessuali e psicologiche». Inoltre è attivo il Gruppo stop molestie, creato per volontà del Consiglio di Stato. È composto da cinque persone dell’amministrazione cantonale formate sui temi inerenti la protezione della personalità sul posto di lavoro e la gestione dei conflitti. Offre consulenza specialistica e mirata, ascolto e sostegno ai collaboratori e alle collaboratrici che vivono una condizione di disagio sul posto di lavoro. Parità salariale Sinora 116 comuni svizzeri hanno sottoscritto la Charta per l’uguaglianza salariale. Firmando questo documento il comune s’impegna a sensibilizzare sulla legge federale sull’uguaglianza tra donna e uomo le proprie collaboratrici e collaboratori, a realizzare al proprio interno un’analisi regolare sul rispetto del principio della parità di salario per pari funzione, a farlo rispettare alle ditte appaltatrici, a introdurre meccanismi di controllo e a partecipare al programma di monitoraggio federale informando l’ufficio federale della parità sui dati raccolti. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2018 per il settore pubblico (Confederazione e comuni) la differenza salariale globale tra donne e uomini era di 18,1% in media. Nel settore privato lo scarto era superiore, ossia del 19%, pur con variazioni notevoli da un settore economico all’altro (14% la media nell’UE).
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Rivendicazioni femminili Al termine di due giorni di dibattiti, svoltisi a fine ottobre nella sala del parlamento federale, 240 donne di tutta la Svizzera (comprese alcune straniere) hanno votato su 77 argomenti e presentato una petizione con 23 rivendicazioni al Consiglio federale. Tra esse, un congedo parentale per entrambi i genitori, un’educazione sessuale insegnata professionalmente per tutti, la protezione del lavoro domestico nella legge sul lavoro, il diritto di voto per gli stranieri residenti in Svizzera da più di cinque anni. È la seconda riunione di quest’ampiezza, voluta per sottolineare l’anniversario l’accesso, nel 1971, delle donne svizzere al diritto di voto. Ma dopo cinquant’anni, la presenza femminile a palazzo federale, salvo in questa occasione non ufficiale e straordinaria, è ancora ampiamente minoritaria.
Donne nei media In Ticino, le donne sono menzionate molto meno spesso degli uomini negli articoli dei media svizzeri e sono anche meno sollecitate in qualità di esperte: il fatto è più evidente nella Svizzera italiana. Rappresentano il 28% delle persone menzionate nei media; la proporzione aumenta di tre punti rispetto al sondaggio del 2015. Le donne sono particolarmente sottorappresentate in ambiti tradizionalmente maschili come gli affari e la politica; sono solo raramente citate come esperte e commentatrici (20%), mentre sono citate maggiormente in funzione di testimoni oculari (50%). Una questione di salute pubblica La precarietà mestruale descrive quel fenomeno economico che concerne unicamente le donne. Da un’inchiesta della radiotelevisione romanda è emerso che una donna, nel periodo della sua vita che intercorre dal menarca alla menopausa, spende più di 2.300 franchi per l’acquisto di prodotti igienici e 4.500 includendo tutte le spese legate al ciclo mestruale. In un progetto pilota la città di Ginevra ha installato 50 distributori gratuiti di materiale igienico nelle toilette
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di edifici pubblici come piscine, biblioteca, scuole. Così come nessuna amministrazione cittadina o gestione di esercizi pubblici può esimersi dal mettere a disposizione di carta igienica nei gabinetti, lo stesso dovere dovrebbe essere assunto anche per gli assorbenti. La misura ha anche una valenza di salute pubblica che passa attraverso la giusta comunicazione, a fronte del rischio di grave danno alla salute causato dalla prolificazione di batteri se un assorbente non è sostituito regolarmente. Certamente in Svizzera la situazione delle donne e delle ragazze non è paragonabile a quella di cui si è recentemente parlato a margine di crisi economica estreme (Siria, Libano) dove una donna si trova a dover scegliere se acquistare il cibo o le salviette igieniche. Situazione carceraria Il problema di una sezione carceraria femminile in Ticino è da tempo in attesa di una soluzione. Al momento le donne in espiazione sono detenute alla Farera, struttura, questa, pensata come carcere preventivo con le limitazioni a una sola ora d’aria giornaliera, visite e telefonate limitate; quindi non adatta alla funzione. Nell’ultimo anno le donne qui incarcerate sono state in media 13-14, con una punta di 18 a inizio 2021, con permanenze che arrivano fino a 6 mesi. Le pene di lunga durata sono scontate nelle strutture d’oltralpe, a la Tuilière (VD) e a Hindelbank (BE), con problemi di integrazione linguistica e di contatto con la famiglia; al momento toccano 4 persone. Come ha fatto notare nel suo rapporto annuale del mese di giugno la Commissione parlamentare di sorveglianza sulle condizioni di detenzione, che si occupa di monitorare la situazione nelle carceri ticinesi, serve una soluzione per le detenute. Visto l’aumento delle donne che devono scontare una pena detentiva, in attesa di individuare la nuova struttura per il futuro carcere cantonale, nel 2018 era stato avviato uno studio di fattibilità per ristrutturare la prigione di Torricella-Taverne da adibire a un penitenziario femminile. Una soluzione dal costo di circa 6 milioni per una dozzina di celle che non sembra essere percorribile in tempi brevi. Per questo la Commissione ha auspicato che il Governo licenzi al più presto un messaggio per agire su interventi di risanamento e ampliamento del comparto principale della Stampa. Progetto che dovrebbe prevedere la creazione di una sezione femminile.
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L’aiuto federale alla stampa: un minimo per salvare uno strumento democratico La votazione federale è fissata al 12 febbraio 2022 Non è ancora entrata nel vivo (lo sarà certamente dopo le feste di Natale e Capodanno) la campagna che precederà la votazione del 13 febbraio 2022 sull’aiuto federale alla stampa. «Dialoghi» si è sempre battuto per un’informazione di qualità e sostiene il progetto in votazione. In discussione è un pacchetto di aiuti di 120 milioni in aggiunta alle attuali misure di sostegno. Molti temono che un aiuto pubblico aumentato crei una stampa legata al potere: già per la SSR (Società svizzera di radiotelevisione) si parla di «servizio pubblico», la politica vi ha sempre assunto una posizione dominante, per cui la prospettiva di mettere sotto tutela l’informazione indipendente fa paura1. L’aiuto che si vuole aumentare è tuttavia un aiuto indiretto, relativo alle spese che la stampa incontra, per esempio, nella distribuzione dei giornali agli abbonati. Ma già diversa è la posizione dei media online (che si leggono solo sul computer) – un punto su cui si è concretata l’opposizione di una parte consistente del mondo politico – e ancora diverso il caso delle agenzie, delle strutture di formazione o degli organismi di deontologia, che pure la legge in votazione prevede di aiutare. La discussione in Svizzera è finora girata soprattutto su se stessa, poco si sono considerate le esperienze fatte all’estero: non in Bielorussia o in Turchia ma vicino a noi: in Francia e in Italia, dove forme molto variegate di aiuto pubblico non hanno inciso sulla libertà e il coraggio dei media. L’esitazione con cui i Cantoni hanno finora reagito alle richieste di aiuto provenienti dal mondo della stampa (informazioni di servizio a pagamento sono state introdotte nei cantoni romandi, una mozione è pendente davanti al Gran Consiglio ticinese) dimostra 1. Il ruolo che Habermas attribuisce ai media nel controllo del potere politico e in quello economico è descritto nel mio libro: Etica della notizia, Casagrande, Bellinzona, 2004, in particolare da pag. 234: La società civile e il ruolo dello Stato.
che il tema è stato sempre trattato con la necessaria prudenza. Che tuttavia non deve tradursi in cecità di fronte al problema della sopravvivenza della stampa libera e indipendente. Le Camere federali hanno discusso a lungo le proposte del Consiglio federale. Il voto finale ha avuto luogo il 18 giugno 2021. La sinistra ha votato compatta a favore del «pacchetto» in entrambi in rami del Parlamento, il centro ha votato maggioritariamente a favore, l’UDC maggioritariamente contro. In Consiglio nazionale, il 58% dei deputati ha approvato il progetto, agli Stati il 61%. Il «sì» si è affermato tra i deputati svizzeri-tedeschi con il 52% dei votanti; con il 53% dai consiglieri agli Stati. Più convinta l’adesione dei romandi: 71% al Nazionale, 83% agli Stati. I ticinesi si sono divisi equamente tra favorevoli e contrari: in entrambi i consigli, il 50% dei votanti. Anni di crisi La crisi dei media e le loro difficoltà economiche non sono un fenomeno recente. Dagli editori di giornali la caduta degli introiti pubblicitari, nei primi vent’anni del secolo, è stimata pari a un miliardo su tre. La crisi ha causato la chiusura di alcuni giornali e ha accelerato, soprattutto nella Svizzera tedesca, la formazione di Kopfblätter, ossia di fogli che conservano la testata originale ma producono solo una pagina o due di cronaca, il resto essendo fornito da una redazione centralizzata. In Romandia alcuni giornali sono stati semplicemente chiusi («La Suisse», il «Journal de Genève»), altri sono stati acquistati da editori svizzero-tedeschi e rifusi in nuove testate («Le Temps»)2. Anche in Ticino è avvenuta una concentrazione e attualmente i quotidiani
2. E. Morresi, Stampa sotto assedio. In Romandia molte testate storiche non esistono più e quelle che sopravvivono sono in mano ai grandi gruppi zurighesi, TAmedia in testa, «Azione» 11 dicembre 2017.
si sono ridotti a due: il «Corriere del Ticino» e «laRegione»3. Si poteva intervenire prima? Certamente! Il giudizio su questo punto non può che essere severo. I giornalisti queste remore le hanno pagate care: il più importante dei sindacati (Impressum) ha perso un quarto dei suoi iscritti, la maggior parte dei giovani che studiano scienze della comunicazione oggi diventano, in prevalenza, redattori di fogli ufficiali o di inserti commerciali. A parte gli esempi positivi di autosufficienza (il «Corriere del Ticino» che sfrutta un «tesoretto» messo da parte negli anni d’oro della pubblicità), gli editori hanno finora reagito con mezzi talora drastici (chiusure e licenziamenti), oppure creando formule ibride (i Kopfblätter) che hanno salvato alcune testate locali. Il progresso tecnico ha consentito il lancio di nuove testate, elettroniche, cioè che si leggono solo online, le quali tuttavia salvo eccezioni non nuotano nell’oro e di cui di sicuro si lamenterebbe la mancanza se pure dovessero chiudere. L’obiezione mossa ad alcuni grandi editori della Svizzera tedesca, di versare ancora dividendi ai loro azionisti, non tiene conto che soltanto grazie a quei pochi si possono finanziare strutture di fact checking (ossia di controllo della correttezza delle informazioni circolanti sulla rete), nonché pagare redazioni che si occupano di ricerca, collegate a reti mondiali d’informazione e di denuncia. Chi riceve, quanto Un aiuto indiretto alla stampa si materializza attualmente in ribassi sulle tariffe postali di spedizione dei giornali cartacei e in sovvenzioni alle radio e televisioni locali. La promozione indiretta sarebbe ampliata a tutti i quotidiani e settimanali in abbonamento. A tal fine, il limite massimo della tiratura
3. E. Morresi, Giornalismo nella Svizzera italiana, Vol. II 1980-2000, Dadò, Locarno, 2017, cap. quinto, La fine dei giornali di partito.
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a 40mila copie, oggi in vigore, viene soppresso, e anche testate nazionali potranno approfittare del sostegno. In futuro, circa 35 milioni di copie potranno beneficiare della promozione indiretta. La nuova legge rafforza perciò gli aiuti esistenti (da 20 a 30 milioni) e amplia il suo raggio d’azione includendo i domenicali (da 30 a 50 milioni); i gratuiti sono come finora esclusi. Esiste già anche un aiuto alle radio e televisioni locali, che è del 4-6 percento della cifra d’affari: sarà aumentato al 6-8 percento e costerà da 81 a un massimo di 101 milioni all’anno. Del tutto nuovo è l’aiuto ai media online, purché non gratuiti e purché sostenuti solo dagli abbonamenti: l’importo necessario potrebbe essere di 30 milioni all’anno. Come per la promozione indiretta della stampa, il sostegno è vincolato a condizioni formali, per esempio una chiara separazione tra contenuti redazionali e pubblicitari (chi raggiunge attualmente i siti dei giornali deve farsi largo in una selva di promozioni commerciali…). Un aumento da 10 a 30 milioni è previsto per gli istituti di ricerca e di formazione, le agenzie di stampa e il Consiglio della stampa, organismo di tutela della deontologia. Un’alternativa ai «social» Che i ragazzi non badino alle testate giornalistiche di qualità quando smanettano sui loro telefonini è un falso problema: lo spiega la loro età (…ma è vero che molti di loro non diventeranno mai adulti…). Diventare adulti potrebbe significare l’abbandono progressivo del tutto gratuito (Facebook, Twitter e compagnia…) e lo sperato accesso ai media che costano ma assicurano, per esempio, il controllo in entrata dell’informazione. Le associazioni dei giornalisti e degli editori si sono unite nel sostegno alla legge in votazione. L’adesione dei secondi sarebbe stata certamente più apprezzabile se Stampa Svizzera, l’associazione degli editori, non si opponesse ancora e sempre all’adozione di un contratto collettivo di lavoro per i giornalisti della Svizzera tedesca e del Ticino. Tale collaborazione, pur provvisoria, è utile per isolare alcuni oppositori, i quali già gridano all’apertura a sinistra: per esempio la «Weltwoche» di Roger Köppel, che in Parlamento ha trascinato la maggior parte dei deputati e dei senatori UDC nell’opposizione alla nuova legge. E.M.
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BIBLIOTECA Sui tavoli dei librai Torno a informare chi legge «Dialoghi» su alcune novità apparse durante questi ultimi mesi sul mercato librario italiano e dintorni, senza alcuna pretesa di essere rappresentativo, ma di essere solo interessato a «varia umanità», a partire da alcuni libri su cui ho potuto metter mano. Carlotta Sami, funzionaria presso l’organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati, cerca di fare un po’ di ordine concettuale e fattuale attorno ai fenomeni legati al movimento di popolazioni da Paesi in dirotta verso lidi maggiormente vivibili. L’A. scrive queste pagine cosciente di essere lei stessa discendente da una famiglia italo-austro-slava fuggita in vari Paesi prima di trovare stabile dimora in terra italiana. «Rispetto immensamente le persone rifugiate e ho una sete implacabile di ascoltarne le storie, le paure, i desideri», così afferma Sami, e al contempo intende presentare un’analisi razionale dei problemi legati alla fuga di queste persone. Fin dalle prime pagine di questo libro l’Autrice intende distinguere e al contempo connettere le due categorie di «rifugiato» e di «migrante» e i loro statuti di protezione. Con l’ausilio della Convenzione di Ginevra, testo ultimamente reso vacuo dalla Polonia mediante il respingimento fisico di alcune persone al confine tra il proprio territorio e la Bielorussia, Sami conferma il sacrosanto diritto di ogni persona in fuga a porre una domanda di asilo in un paese che è riuscita a raggiungere. Risulta chiaro per la nostra Autrice che l’accordo di Dublino, secondo cui queste persone in fuga abbiano il dovere di fare tale richiesta nel primo paese raggiunto, sia difficilmente praticabile e al contempo pericolosamente in possibile contraddizione con la stessa Convenzione di Ginevra. Nonostante questa presa di posizione di principio, annunciata già nelle prima pagine del libro, esso continua pazientemente con l’esposizione di varie situazioni che si presentano nel mondo (e il luogo ginevrino di osservazione appare particolarmente vocato a simile presentazione). Tra le varie statistiche presentate mi ha molto impressionato quella riguardante i minori. Essi, con un’età inferiore ai 18 anni, rappresentano infatti il 42% dell’insieme delle popolazioni
in fuga. Di fronte a potenziali lettori di questo libro che pensassero che il peso maggiore nell’accoglienza sia assunto dai vari Paesi europei, le pagine di Carlotta Sami mostrano, cifre alla mano, quanto intenso sia stato l’impegno di vari Stati appartenenti al cosiddetto «Terzo Mondo» nell’organizzare un’accoglienza adeguata. Le informazioni, ben distribuite e documentate, si presentano come risposta a interrogativi che la nostra opinione pubblica formula con domande tipo che attirano subito l’attenzione di chi legge queste pagine. Così troviamo risposte documentate a interrogati come «sono davvero così disperativi?», «non hanno voglia di lavorare ma ci rubano il lavoro» oppure «finiscono tutti per commettere crimini». Consiglio senz’altro la lettura di questo libro che si lascia velocemente divorare senza cadere in forme facili di sentimentalismo, ma appellandosi sempre all’analisi razionale dei fenomeni, unita sempre con l’impegno per una giustizia internazionale e inteculturale. Sami, C.: Rifugiati. Verità e falsi miti. Dati, analisi e storie vere per demolire pregiudizi e luoghi comuni. Milano: Harper & Collins ed. 2021. *** Proseguendo sulla scia dei problemi che maggiormente attanagliano la nostra vita durante questi primi decenni del secolo in corso, ho notato due libri che ci possono aiutare a meglio accompagnare il dibattito sul cambiamento climatico contemporaneo e sulle misure da prendere per gestirlo al meglio per noi e per le generazioni che ci seguiranno. Il primo ha carattere prevalentemente storico e mette a tema la situazione attuale solo lungo le ultime sue pagine. Si tratta comunque non di ricerca storica nel senso abituale del termine, bensì di una presentazione delle varie modalità con cui le generazioni che ci hanno preceduto hanno percepito i cambiamenti climatici e hanno cercato di interpretarli a partire da parametri molto diversi dalla climatologia contemporanea. Il secondo libro si china invece su un fenomeno del tutto legato al momento presen-
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te. Invece di proporre interpretazioni «magiche» dei cambiamenti climatici percepiti soggettivamente dalle generazioni che ci hanno preceduto nei secoli, le popolazioni di oggi tendono piuttosto a combattere le diagnosi pessimiste sul clima negandone l’esistenza nell’ordine dei fatti. Entrambe le pubblicazioni ci sono utili, poiché lo sguardo sulle interpretazioni passate e quello sulle reazioni contemporanee stimolano il dibattito attuale sulle misure da prendere per contrastare il surriscaldamento del nostro globo. Le due pubblicazioni mettono indirettamente l’accento sulla lentezza e sulla evidenza dei fenomeni legati alle trasformazioni meteorologiche percepite dalle varie popolazioni della terra. Ma poiché le decisioni politiche in questo ambito sono legate alla corta durata delle carriere politiche degli attori implicati, siamo di fronte a un’aporia difficilmente superabile. Non è dovuto al caso il fatto che attualmente le generazioni maggiormente sensibili al tema siano quelle della prima gioventù. Esse riescono ancora a immaginare un impegno che possa accompagnare costantemente i loro prossimi decenni di vita. Coloro che vivono già l’autunno della loro esistenza, come colui che scrive, tendono a delegare questo impegno a coloro che li seguiranno… Penso comunque che un impegno comune almeno per contrastare il fenomeno del negazionismo climatico sia non solo urgente ma anche senz’altro praticabile. Due letture stimolanti che raccomando vivamente anche a chi legge «Dialoghi». Lentini; G.: Storie del clima. Dalla Mesopotamia agli Esopianeti. Milano: Hoepli ed. 2021; Levantesi, S.: I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo. Bari: Laterza ed. 2021. *** Redigo queste segnalazioni bibliografiche durante i giorni della cosiddetta «quarta ondata» Covid e quindi non posso omettere in questa sommaria rassegna anche libri che trattano dell’arcinota pandemia virale che ci attornia. Mi limito solo ad alcune pubblicazioni che intendono occuparsene senza sostenere posizioni estreme in tutti i sensi e senza alcuna pretesa di completezza. Il primo è edito dall’Istituto Mario Negri, istituzione faro per la ricer-
ca farmacologica in Italia, e intende trasmettere informazioni affidabili attorno a vari aspetti della diffusione di questo virus e della lotta intrapresa contro di esso. Di fronte alla valanga di informazioni che circolano attorno a questa malattia virale, si manifesta purtroppo talvolta anche una diminuzione collettiva di fiducia nei confronti della medicina e delle sue proposte preventive e curative. Dando la parola a diversi esperti su aspetti particolari di tutta la problematica, l’Istituto Negri cerca di instaurare una nuova attitudine di fiducia nei confronti di tutte le misure prese dalle diverse istanze che gestiscono la lotta contro questa pandemia. Il volume è largamente comprensibile anche per un pubblico di non specialisti e adempie adeguatamente alla finalità che i curatori hanno voluto promuovere. Il secondo libro è pure opera collettiva, patrocinata dalla consulta scientifica del cortile dei Gentili, presieduto dal cardinal Gianfranco Ravasi, noto responsabile del dicastero per la cultura della curia vaticana. Qui lo sguardo si fa più ampio e si posa soprattutto sulla capacità espressa da parti della popolazione toccata direttamente o indirettamente da Covid a riprendere una vita sociale degna di questo nome. Fa parte di questo processo di resilienza anche la volontà di instaurare a livello mondiale nuovi modelli di sviluppo che non mantengano due terzi dell’umanità nello stato di dipendenza già presente prima della pandemia, ma intensificatosi ancora radicalmente dopo la sua diffusione planetaria. La Consulta del cortile è composta non solo da personalità riconducibili all’area della chiesa cattolica, ma anche da personalità a essa esterne ma che hanno accettato di elaborare una riflessione comune sulle sfide connesse alla pandemia tuttora in corso. Evoco in terza battuta un libro di Stefano Azzarà, docente di storia della filosofia nell’Università di Urbino, che intende interpretare alcune reazioni da parte della filosofia politica italiana di fronte al diffondersi globale del virus. L’A. non risparmia la sua critica sia ai sovranisti sia agli universalisti dei diritti dell’essere umano. I primi guardano alla pandemia come fenomeno relativamente secondario per la parte «sviluppata» del globo e si limitano a opporsi alle autorità politiche in carica, viste come potenzialmente dittatoriali nei confronti del popolo di cui essi si proclamano rappresentanti. I secondi ripetono quasi meccanicamente le parole chiave delle varie dichiara-
zioni dei diritti umani senza tirarne le conseguenze concrete per le modalità di lotta all’epidemia: dai meccanismi della ricerca scientifica e delle procedure per la messa in commercio dei vaccini fino alla fissazione dei prezzi e delle modalità di distribuzione in paesi ricchi e poveri. Anche se le considerazioni di Azzarà non troveranno in chi lo legge solo assenso incondizionato, la lettura di questo suo contributo arricchisce senz’altro lo scambio sugli aspetti sociopolitici legati alle misure nazionali e internazionali di politica sanitaria. AA.VV.: Covid: prevenire, curare, conviverci. A cura dell’Istituto Mario Negri. Milano: Vallardi ed. 2021; Pandemia e resilienza. Persona, comunità e modelli di sviluppo dopo la Covid-19. A cura della Consulta scientifica del cortile dei Gentili. Roma: CNR ed. 2020; Azzarà, S. G.: Il virus dell’occidente. Universalismo astratto, sovranismo particolarista di fronte allo stato di eccezione. Milano: Mimesis ed. 2020. *** Il tavolo delle novità del mio libraio virtuale propone, in battuta finale, un volume che dovrebbe infondere in chi lo legge un’attitudine di maggiore speranza. Si tratta dell’ultima uscita connessa all’iniziativa dell’editore Bompiani di pubblicare l’opera omnia del compianto cardinal Carlo Maria Martini. Con farsi prossimo Martini non intendeva solo mettere un titolo a una sua lettera pastorale, ma caratterizzare la vita di ogni credente cristiano. I diversi testi raccolti in questo volume testimoniano questa sua intenzione di fondo, concretizzata in interventi molto diversi tra loro (rivolti a gruppi di giovani, a varie parrocchie, interventi radiofonici ecc.) ma accomunati da un costante riferimento a testi biblici. Si passa dalla meditazione su singoli salmi a cicli dedicati a un vangelo, sempre con profondità legata alla costante vicinanza ai testi commentati e all’attualità in cui essi vengono proposti alla riflessione di molti, lontani o vicini alla vita ecclesiale visibile. Con i tempi che corrono, non rimane che raccomandarne caldamente una frequentazione intensa. Martini, C.M.: Farsi prossimo. Milano: Bompiani ed. 2021.
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Gesù che lava più bianco Come la Chiesa cattolica ha inventato il marketing Del povero Nazareno neppure chi ne contesta l’esistenza storica riesce a negare o a ridurre la genialità e lo spirito rivoluzionario, resistente a tutti i tempi, del suo «racconto». Che è poi quello dei Vangeli. Povero perché è sempre stato «per secula seculorum» strattonato di qui o di là, chiamato in causa per sacralizzare anche il sacrilego, legittimare scelte, decisioni, comportamenti, sostegno a questa o all’altra causa opposta, dare contenuti a movimenti o partiti disparati, suggellare un potere politico o un sistema economico, motivare o giustificare in suo nome anche azioni scellerate o guerre. Nessuno è stato più «usato» e «abusato» di Gesù. Non c’è quindi da meravigliarsi se si tenta pure di affiancarlo, non al Padre, ma al dio mercato o a quella che è la sua maggiore espressione, il marketing. Ecco infatti un libro che ve lo trascina dentro: Gesù lava più bianco. Da economista ficcanaso e un poco da cristiano curioso ma smaliziato, vien voglia di guardarci dentro per esplorare il perché e il come di quel povero Cristo ridotto a detersivo. È però doveroso anticipare, a lettura avvenuta, che Gesù entra per la tangente. Protagonista è la sua millenaria «distributrice», la Chiesa cattolica. È dunque più vero il sottotitolo del titolo: Ovvero come la Chiesa inventò il marketing. Tutto è marketing Tutto è marketing, dice l’autore. Nessuno riesce a resistere al fascino di questa nuova religione che promette ai suoi adepti successo e potere illimitati. Si denuncia dalle prime pagine ciò che l’ottusità degli uomini di marketing non permette di ammettere: i principi infallibili su cui essi imbastiscono le loro complesse strategie di mercato non sono loro invenzione, esistono da duemila anni. E si sentenzia: mentre il marketing moderno ha fallito, il marketing della Chiesa cattolica ha vinto. Che cos’è questo irresistibile marketing? Non è facile definirlo: c’entrano la psicologica comportamentalista, l’economia, una dose di etica. Lo si definisce «un orientamento comportamentale che privilegia il momento di analisi del consumatore/acquirente, dei suoi bisogni latenti e manifesti, dei
suoi comportamenti d’acquisto, al fine di permettere all’impresa di produrre il prodotto giusto e di venderlo nel posto giusto e al momento opportuno». Forse, siamo già in difficoltà, anche se intuiamo qualcosa. Si aggiunge per di più, a complemento, il marketing mix con la formuletta della quattro P (ovviamente in inglese: product, price, place, promotion; prodotto, prezzo, luogo, promozione) e le cose di Silvano Toppi
si complicano ancora perché quelle sono definite le variabili su cui si gioca tutta la strategia di vendita e sono il cardine della dottrina. Non lasciamoci però scoraggiare. Rimangono le domande: perché quel titolo, cosa c’entra la Chiesa cattolica con tutto questo, come mai ne è ritenuta l’ideatrice o come utilizza quel metodo da duemila anni (metodo chiamato marketing dai moderni) «con un meccanismo di armonizzazione fra produzione e consumo pressoché perfetto che dà luogo a un modello consumistico etico (anche perché fondato sul consumo dell’etica)?». La Multinazionale, la colpa e lo smacchiatore Gesù La Chiesa è equiparata a una Multinazionale con la sua Marca. Il suo primo «product manager» (il primo imprenditore della produzione) non è certo l’ideatore, Gesù, ma un tale Paolo di Tarso. Il quale si è mosso articolando un dispositivo persuasorio (o di vendita) in due modi: insistendo sul senso di colpa originale (tutti peccatori), legandolo alla possibilità di riscatto, grazie al sacrificio di quel Gesù la cui morte diventa la prova della bontà della Marca. Una strategia geniale, infallibile, che è sempre alla base del marketing. È quindi fatale farlo capire con l’esempio più impresso nella mente di noi moderni: nell’aggressivo mercato dei detersivi si usa sia informare sulle caratteristiche del prodotto, sia instillare contemporaneamente dosi massicce di social embarassement, cioè quel senso di colpa o di imbarazzo dato dalla possibilità di apparire più sporchi e più trasandati nella vita sociale se non si sceglie «quel» prodotto lavatutto. Il pulito è oltretutto una categoria dello
spirito: chi rimane con una macchia ha la coscienza sporca o inquieta; cercherà come lavarla. Ed ecco come appare lo smacchiatore Gesù (che lava più bianco). La genialità della Marca Non è tutto. Per attirare i clienti e gettare le fondamenta della loro fidelizzazione si adotta un simbolo che non può rappresentare la felicità primigenia dell’Eden, bensì uno strumento di tortura che è quello con cui Gesù «scelse di sacrificarsi per il bene nostro, per liberare l’umanità». Ci voleva un gran coraggio o uno stravolgente spirito di iniziativa a quel «product manager» di Tarso per scegliere un simbolo negativo (proporre quella Marca) ch’egli stesso definisce «scandalo per i Giudei e follia per i pagani». Che proporre una Marca del genere fosse mostruoso lo rileverà subito il critico più feroce del cristianesimo, il filosofo greco Porfirio, quando parlerà del cattivo gusto che contraddistingueva la nuova religione. La genialità di quell’idea è però sotto gli occhi di tutti: quello strumento di morte viene tuttora riprodotto come «trademark» in centinaia di milioni di copie, affisso sui muri degli asili, delle scuole, perfino trasformato in uno dei più popolari gioielli unisex, ingentilito nelle versioni per signora da pietre preziose. In fondo, non è andata male. C’è piuttosto da chiedersi quale gadget porteremmo addosso oggi se Gesù fosse stato impiccato o decapitato. La unicità del prodotto Nulla hanno potuto i detrattori della Marca. È così partita la più grande campagna di marketing della storia, sostenuta da una capillare azione di Pubbliche relazioni portata avanti dagli evangelisti. Che è riuscita a creare la uniqueness del prodotto, il primo fondamentale passo in una strategia di marketing invasiva. Significa saper creare intorno al prodotto un’aura di unicità (uniquenesse). Per farlo bisogna saper comunicare. Le linee guida (le guidelines) sono i dieci Comandamenti di cui si appropriò il cristianesimo insieme a tutto l’Antico Testamento, che è già un’ineguagliabile unicità.
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La grande intuizione di Paolo fu però quella di capire che marca e prodotto si compenetrano. Dare un’identità al prodotto significa poi far valere un diritto di proprietà sul prodotto stesso, soprattutto in vista di una sua grande circolazione. Non era facile con tutte le sette che brulicavano allora nell’ebraismo. Paolo mette in relazione un prodotto apparentemente simile agli altri con la garanzia fornita dal suo primo straordinario «testimonial», Gesù. Diede così la massima enfasi alla scrittura rispetto all’oralità. La sua formula tipica era: «dice infatti la Scrittura». È di carattere persuasorio e si fonda sull’autorità del testo sacro scritto. L’identificazione della parola con Dio è la conseguenza logica del processo di valorizzazione della scrittura magistralmente messo in atto. «In principio era il Verbo», una sola è la Parola. In seguito, l’unicità sarebbe stata garantita da una lunga catena di testimonial, gli evangelisti, i padri della Chiesa, i pontefici, i santi, che si rimandavano gli uni agli altri citandosi. Quando si è instaurata la continuità su cui la marca può proseguire a vivere, è impossibile opporvisi. E per spiegarcelo in termini di marketing ecco l’esempio: è inutile mettere in discussione la Coca-Cola; la Coca-Cola c’è, punto e basta, Always Coca-Cola. Banale (blasfemo?), ma col marketing è così. Marketing oriented già dal primo secolo d.C. Un sistema del genere presuppone lo stabilirsi di una gerarchia gestionale, degli addetti alla manutenzione del servizio, alla preservazione del Verbo e dei suoi derivati. Lo annotò persino il famoso McLuhan (quello del citatissimo «il medium è il messaggio»): «…la gerarchia romana si è così potentemente strutturata con un organigramma e secondo schemi di specializzazione e rigidità… trasformando anche il supremo pontefice in una specie di direttore d’azienda». La Chiesa apprese subito che la comunicazione non solo può creare l’immagine e il messaggio di un’azienda, ma strutturar l’azienda stessa. Fin dall’inizio agì sia sul piano del prodotto sia su quello del servizio, mentre soltanto nelle teorizzazioni più recenti gli esperti di marketing sono arrivati a riconoscere che questi due aspetti strategici non vanno mai disgiunti! Anzi, si son dovuti attendere i «mitici» anni Ottanta perché venissero scoperte le condizioni generali che estendono il concetto
di marketing a qualsiasi transazione o scambio di valori, condizioni che in realtà la Chiesa ha da sempre applicato. C’è molto di più, secondo l’autore. «In realtà, se soltanto si considerano i capitali movimentati dalle banche di sua proprietà, la partecipazione a operazioni finanziarie internazionali, il controllo o la gestione di operazioni di raccolta fondi per popolazioni povere, il patrimonio di immobili… è evidente che ci troviamo di fronte a una potente azienda multinazionale marketing oriented. Anzi, la più grande, capace di condizionare il mercato in qualunque paese del mondo. Come possono quindi credere di aver inventato qualcosa gli esperti di marketing di oggi? Analizzando i criteri di differenziazione competitiva del prodotto e del servizio… si può dedurre che questi principi base utilizzati dai manager di oggi fossero già evidenti fin dal I secolo dell’era cristiana». Un capolavoro strategico dove «tutto parla» A questo punto bisognerebbe scendere al dettaglio. In termini brutali: se le chiese sono i punti di vendita della Multinazionale Chiesa, i cristianicattolici che vi si recano sono i clienti che vanno a fare shopping. Si apre l’ovvio capitolo del merchandising e della fidelizzazione del cliente, ossia dell’insieme delle attività effettuate nel punto vendita per spingere i consumatori ad acquistare i prodotti (che qui sono gratis et amore Dei). La Chiesa è stata la prima a intuire che il punto di vendita non svolge semplicemente la funzione dell’ultimo ingranaggio del meccanismo della distribuzione, ma è anche motore di aggregazione (ekklesìa, comunità di persone fisiche),di comunione e di comunicazione. Quindi anche di fidelizzazione, collegando soprattutto il punto di vendita alla Marca con una forte identità. Fu ancora una volta Paolo di Tarso a utilizzare per primo in modo spregiudicato un linguaggio commerciale. Anzi, a introdurre addirittura i termini guadagno e guadagnare in opposizione a perdita e perdere. Ed è così nato un sano rapporto mercantile tra la Marca e il suo pubblico basato sullo scambio di vantaggi: la nostra Multinazionale avrebbe ugualmente un pubblico così vasto se non promettesse la salvezza eterna, la redenzione dei peccati, la rinascita in paradiso?
Nel punto vendita vengono utilizzati abbondantemente mezzi promozionali, anche di basso profilo: dalle immagini sacre, all’uso di reliquie, alla «gadgetteria» senza limiti. Ma soprattutto l’animazione del punto vendita, in cui il ruolo più importante rimane quello della Parola. Nella sua gerarchizzazione (liturgia?) diventa «un capolavoro strategico in cui marketing, comunicazione e merchandising si fondono mirabilmente». La Chiesa cattolica è stata la prima ad avere l’intuizione che la pubblicità da sola non è sufficiente a sostenere tutti gli obiettivi del marketing. Precedendo di secoli le regole tecniche del marketing ha attivato per prima «una forma avanzatissima di communication mix sul punto di vendita»: la Messa. Che è realmente «multimediale», alternando il canto al parlato, la musica al silenzio, la consulenza individuale all’interazione fra il personale e la clientela. Insomma, un meccanismo perfetto nella sua strutturazione. Tornano alla mente le blaterate teorie più recenti del marketing secondo cui in un’impresa di servizi «tutto deve parlare». Lo stile di due «product manager»: Woytila e Ratzinger Ci siamo soffermati sulla parte più concettuale di questo accostamento tra Gesù-Chiesa-marketing. Il testo si diffonde su altri aspetti più particolari, non privi di interesse (come il capitolo riguardante il «benchmarking e tecniche avanzate» o il successivo «lo zen e l’arte del riposizionamento»), ma ci porterebbe oltre. Il confronto di stile nei modi di agire di due Papi (product manager) merita forse un’attenzione finale, significativa. Woytila fa un uso massiccio dei media tanto da arrivare a esserne in un certo senso fagocitato: qui si manifesta il rischio di sostituire al Prodotto l’immagine. È un problema noto alle gerarchie del marketing: un eccesso di comunicazione sul prodotto rischia di far scomparire la Marca, allo stesso modo in cui un eccesso di comunicazione sulla Marca rischia di far scomparire il prodotto. Lo stile di Ratzinger è invece fondato più sul pensiero e meno sull’immagine. Si osserva in tal modo che egli è più portato a un enorme lavoro di fine tuning per riaffermare la uniquenesse, l’unicità del brand. Fuori dal linguaggio tecnico, diremmo che Ratzinger voleva soprattutto tornare a parlare di superiorità del Prodotto, ristabilire la centralità della Marca che lo rappresenta, riaffermando che il suo
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Prodotto è in assoluto più buono. Tutta la sua enciclica Deus Caritas Est si fonda sul ribadire ancora una volta la property della Marca, rivendicandone il primato. L’amore è esattamente ciò che stabilisce la superiorità della religione cattolica sulle altre. Nessun’altra religione ha definito in modo così compiuto e perfetto la dinamica «amorosa» che lega i consumatori fra loro e tutti insieme alla Marca. Buon marketing. Potremmo aggiungere, da parte nostra, che Bergoglio torna alla radice, «senza scorciatoie ed equilibrismi» (dice lui stesso), tutto teso a ripristinare l’autenticità e l’unicità del «prodotto», quel Gesù di Nazaret che è tutt’altro che un «detersivo» di pronto uso, che non è neppure vero che lava tutto, che si infuria contro i mercanti del Tempio.
opinioni
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Associazione L’Asina di Balaam
Associazione Biblica della Svizzera Italiana in collaborazione con
LA BELLEZZA E LA BONTÀ DELLE PAROLE
LEGGERE I VANGELI NELLA VITA DI OGGI
Moderatore: Ernesto Borghi, docente di Sacra Scrittura (ISSR “Guardini” di Trento - Facoltà Teologica di Napoli, sez. San Tommaso), presidente ABSI e coordinatore della Formazione biblica nella diocesi di Lugano Giovedì 16 dicembre 2021 - Ore 20:45 (CET)
PER LEGGERE IL VANGELO SECONDO MARCO Fulvio Ferrario, docente di Teologia sistematica (Facoltà Valdese di Teologia di Roma)
Stefania De Vito, docente di Esegesi biblica (LUMSA, Roma)
Bruno Ballardini, Gesù lava più bianco. Ovvero come la Chiesa inventò il marketing, Edizioni minimum fax, Roma 2018.
Giovedì 23 dicembre 2021 - Ore 20:45 (CET)
PER LEGGERE IL VANGELO SECONDO MATTEO
Luca Mazzinghi, presidente della Società Biblica in Italia Nicoletta Gatti, docente di Esegesi biblica (Università del Ghana) Giovedì 30 dicembre 2021 - Ore 20:45 (CET)
OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30 franchi, invece di 60! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni la Redazione-Amministrazione di «Dialoghi», c/o Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch.
(Continua da pagina 6)
Dante, settecento anni dopo, qui e ancora in certo qual modo imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità/la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità. Il viaggio di Dante e la sua visione della vita oltre la morte non sono sem-
PER LEGGERE IL VANGELO SECONDO LUCA
Francesco Montenegro, arcivescovo emerito di Agrigento Emanuela Buccioni, biblista (Scuola Teologica di Terni) Giovedì 6 gennaio 2022 - Ore 20:45 (CET)
PER LEGGERE IL VANGELO SECONDO GIOVANNI
Franco Buzzi, teologo, prefetto emerito della Biblioteca Ambrosiana di Milano Luciano Zappella, biblista, vice-presidente del Centro Culturale Protestante di Bergamo GLI INCONTRI SI TERRANNO IN STREAMING sul canale YouTube delle Edizioni Terra Santa Iscrizioni su: bit.ly/absi2021
plicemente oggetto di una narrazione, non costituiscono soltanto un evento personale, seppur eccezionale. Perciò è importante che l’opera dantesca, cogliendo l’occasione propizia del Centenario, sia fatta conoscere ancor di più nella maniera più adeguata, sia cioè resa accessibile e attraente non solo a studenti e studiosi, ma anche a tutti coloro che, ansiosi di rispondere alle domande interiori, desiderosi di realizzare in pienezza la propria esistenza, vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole, accogliendo e vivendo con gratitudine il dono e l’impegno della libertà.
In questo particolare momento storico, segnato da molte ombre, da situazioni che degradano l’umanità, da una mancanza di fiducia e di prospettive per il futuro, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. Può aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede che tutti siamo chiamati a compiere, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia, finché non arriveremo alla meta ultima di tutta l’umanità, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par. XXXIII, 145). Francesco
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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Tanti auguri. Il gesuita romando Albert Longchamp ha compiuto lo scorso agosto gli ottant’anni. Giornalista appassionato, già direttore del mensile «Choisir» e del settimanale «Echo illustré», e presidente della commissione svizzera Giustizia e Pace, ricevette il 15 marzo 2008 la medaglia di «Dialoghi» 200 quale «libero giornalista cattolico» (vedi «Dialoghi» n. 201). La redazione gli augura buon proseguimento. Inchiesta in corso. La Conferenza dei Vescovi svizzeri vuole affrontare il tema degli abusi sessuali, come hanno fatto altre conferenze europee, e prevede di avviare uno studio generale sul tema. Il vescovo di Coira Mons. Bonnemain, già segretario del gruppo sugli abusi sessuali della Conferenza dei Vescovi, si aspetta che anche casi, bloccati dalla prescrizione, siano segnalati, osservando che prima che una vittima si manifesti spesso devono passare decenni. Per fare sì che lo studio abbia basi solide, si tratta di creare condizioni adatte, trovare persone competenti e indipendenti, e motivare le diocesi, gli ordini religiosi e la Conferenza centrale cattolica a collaborare, non accontentandosi di ciò che già è stato fatto. Centenario meritevole. Domenica 29 agosto, l’Unione Femminile Cattolica Ticinese (UFCT) si è riunita a Camperio (Blenio) per celebrare il centenario della fondazione. Creata nel 1920 dal vescovo Aurelio Bacciarini, vanta un lungo impegno a favore delle donne nella diocesi luganese e numerose sono le figure femminili che attraverso l’UFCT hanno operato per la promozione della donna tanto nella Chiesa quanto nella società civile. Tra di esse meritano qui una menzione le dirigenti Duchini, Genardini e Rossi, tra le prime deputate elette nel 1971 in Gran Consiglio. Meno deputati. Il Ticino, dal 2017 al 2020, ha perso abitanti dopo un periodo di stagnazione. Un problema che ha mille implicazioni diverse: sociali, economiche, demografiche. Secondo un documento dall’Ufficio federale di statistica (UST). Il Ticino non disporrebbe più, alle elezioni del 2051, di 8 seggi, ma di soli 6 (su 200) al Consiglio nazionale, con una perdita
in proporzione più forte di qualsiasi altro cantone svizzero. La demografia di un cantone, infatti, influisce – a differenza del Consiglio degli Stati, dove il numero dei seggi è fisso – sulla ripartizione dei seggi della Camera bassa. Dal 1971 il Ticino dispone di 8 seggi, una ripartizione confermata anche per le elezioni del 2023; tuttavia, in futuro, le cose potrebbero cambiare. Impegno lodevole. È uscito il numero 44 di «Nonviolenza» (ex «Obiezione»), il trimestrale ticinese di informazione su pace, diritti umani e servizio civile. A curarlo è come sempre il Centro per la nonviolenza della Svizzera italiana con sede in via Cornigo 2 a Bellinzona. Sulla nuova edizione varie firme affrontano temi diversi, dal 25º compleanno del servizio civile, all’Afghanistan e al conflitto israelo-palestinese. E non manca un omaggio al dottor Gino Strada, il fondatore della ONG Emergency deceduto di recente. Svizzera umanitaria. Il 10 settembre 2021 Sacrificio Quaresimale, l’opera caritativa dei cattolici svizzeri, ha festeggiato i 60 anni di attività, restando fedele ai suoi quattro principi: l’orientamento alla Quaresima (che unisce rinuncia, solidarietà e spiritualità), l’appello affinché le singole persone assumano uno stile di vita sobrio, l’appello alla politica svizzera affinché assuma maggiori responsabilità nella cooperazione internazionale, l’approccio tra pari nei progetti nei Paesi del Sud. Sono infatti donne e uomini dei singoli Paesi che partecipano ai progetti, compiendo l’essenziale del lavoro di Sacrificio Quaresimale. Grazie al loro sapere, alle loro competenze, al loro impegno e coraggio, queste persone creano le organizzazioni, rinforzano la società civile, contribuiscono alla responsabilizzazione e assicurano un vero impatto presso le popolazioni più vulnerabili. Dalla sua fondazione, l’idea alla base di Sacrificio Quaresimale è quella di affrontare le cause piuttosto che praticare una politica dei cerotti, di lottare per la giustizia e di favorire un modo di vita che non ipotechi il futuro. A partire dal 1. gennaio 2022, la denominazione romanda Action de Carême diventerà nazionale, in italiano Azione Quaresimale e in tedesco Fastenaktion. Il cambiamento di nome
sarà accompagnato da un nuovo marchio figurativo che evoca l’umanità in mezzo a un cerchio interrotto che simbolizza l’imperfezione del mondo. Anche Alliance Sud festeggia cinquant’anni di attività, quale Comunità di lavoro delle organizzazioni Swissaid, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas e Heks/ Eper/Aces. È sostenuta dalle organizzazioni partner Solidar Suisse, Terre des hommes Schweiz/Suisse e dalla Croce Rossa Svizzera e lavora per un mondo più giusto e una Svizzera solidale; pubblica il periodico «Global» (1 avenue de Cour, 1007 Losanna). Il Comitato direttivo di Alliance Sud ha eletto come nuovo direttore, che entrerà in carica il 10 gennaio 2022, Andreas Missbach (classe 1966); è uno storico, con un dottorato sulla politica climatica delle Nazioni Unite e dal 2001 al 2021 ha lavorato presso la Dichiarazione di Berna. Per i rifugiati. La Svizzera ammetterà nel prossimo biennio fino a 1.600 rifugiati che si trovano in una situazione precaria nei Paesi di prima accoglienza. Lo ha annunciato il Consiglio federale, che ha approvato il programma di reinsediamento 2022-2023. A ciò si aggiunge anche un contingente massimo di 300 rifugiati che è stato impossibile ammettere nel quadro del programma 2020-2021 a causa dei ritardi legati alla pandemia. Almeno il 90% dei rifugiati da reinsediare dovranno essere persone in fuga da conflitti gravi e da persecuzioni personali in Medio Oriente e lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale verso l’Europa. Ma il consigliere federale Cassis non sembra accorgersi come la situazione sia peggiorata, dopo l’ascesa al potere dei talebani in Afghanistan. Lo scorso 23 settembre, insieme a cattolici e protestanti aderenti alla «Carta delle migrazioni», il pastore Bühler ha promosso a Berna, insieme ad Amnesty International Svizzera e all’Alleanza delle città e dei comuni svizzeri, una manifestazione per i profughi afghani con il motto: «La Svizzera può e deve agire». L’iniziativa era rivolta al Consiglio federale e al Parlamento con una richiesta precisa: «Migliaia di afghane e afghani vivono sotto la minaccia di rappresaglie da parte dei talebani. Accogliamoli!». Per quanto riguarda l’accoglienza di un numero cospicuo di afghani, il governo svizzero rimane su una posizione di chiusura. Bühler ritiene importante che accanto alle ONG e alla società civile, anche le Chiese facciano sentire la loro voce.
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Secondo Bühler, le Chiese svizzere potrebbero fare di più per difendere i diritti dei rifugiati; in particolare, i vertici ecclesiastici potrebbero essere meno tiepidi quando si tratta di mobilitarsi per accogliere, perché «tra la base e i vertici esiste una discrepanza». A livello di base molti gruppi sono a favore dell’accoglienza: molte parrocchie partecipano all’Alleanza delle città e dei comuni svizzeri, e si dicono pronte ad accogliere contingenti importanti di rifugiati. In Ticino, una petizione firmata da 1.580 persone, consegnata al Consiglio di Stato, ha chiesto la chiusura immediata del centro sotterraneo per richiedenti l’asilo di Camorino. Il Governo ticinese intende sì costruire un nuovo centro in cui alloggiare i richiedenti, ma la struttura sarà portata a termine solo l’anno prossimo. E nulla garantisce che il bunker sotterraneo non continuerà a essere utilizzato. La petizione chiede anche una serie di misure concrete per migliorare la condizione di vita dei richiedenti l’asilo presenti in Ticino, indipendentemente dal loro statuto. Ecumenismo romancio. Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile, e oggi sta per diventare realtà: cattolici e protestanti di lingua romancia dell’Oberland grigionese (Surselva e Sutselva) potranno cantare utilizzando una stessa raccolta di inni. «Il clom» (il grido), conterrà circa 600 melodie e sostituirà l’innario cattolico «Alleluja», risalente al 1982, e la raccolta riformata «Canzuns choralas», pubblicata nel 1965. Promotori della nuova raccolta sono i teologi Andri Casanova e Jan Andrea Bernhard. Il progetto ha riscosso, nella parte settentrionale dei Grigioni, un’eco positiva: finora sono state prenotate già più di seimila copie del nuovo innario. La raccolta comprende molti canti provenienti dai precedenti innari confessionali, aggiunge brani noti e contiene anche nuove composizioni. Mancano infermieri. Per il periodo che va dal 2019 al 2029, c’è bisogno di 43.400 nuovi infermieri a livello terziario e di 27.100 nuovi infermieri e assistenti a livello secondario, secondo l’Osservatorio svizzero della salute (Obsan). Gli autori del rapporto calcolano che con le nuove leve disponibili si potrà coprire il 67% (livello terziario) e l’80% (livello secondario II) della domanda. L’attività di formazione è già stata intensificata negli ultimi anni, così, tra il 2012 e il 2019, il numero di personale infermieristico e
cronaca svizzera
di assistenza nelle istituzioni sanitarie è aumentato del 19%, ossia di 29.100 persone. Il maggior aumento è stato nell’ambito dello Spitex (+39%), seguito dalle case per anziani e di cura (+17%) e dagli ospedali e cliniche (+13%), La lacuna viene attualmente colmata in larga misura da persone con diplomi stranieri. La loro quota, nel caso del personale infermieristico, è in media del 30%, con grandi differenze regionali. La pandemia del Covid-19 ha mostrato, soprattutto nei cantoni di frontiera, che la dipendenza da personale estero nasconde alcuni rischi e rende il nostro sistema sanitario vulnerabile. Pertanto oltre a un ulteriore aumento del numero di attestati di formazione, sono soprattutto richieste misure per mantenere il personale sanitario. Ciò significa, tra le altre cose, una migliore compatibilità tra lavoro e famiglia. Migliorie potrebbero essere realizzate anche nell’ambito del percorso professionale, dello sviluppo professionale e della promozione dei talenti. La creazione di condizioni di lavoro favorevoli è principalmente responsabilità delle aziende: i politici e le autorità sono chiamati a fornire condizioni quadro adeguate e ad assicurare risorse finanziarie sufficienti. Donne in CdA. La presenza di donne nei consigli di amministrazione (CdA) delle maggiori società elvetiche quotate in Borsa è aumentata. In un confronto europeo, tuttavia, la Svizzera è ancora in fondo alla graduatoria. All’inizio del 2021, la quota di donne nei Cda era del 29,7%, 2,8 punti percentuali in più rispetto a un anno prima.. Dove costa meno. Appenzello Interno, Uri e Glarona sono, stando a uno studio di Crédit Suisse, i cantoni dove la vita costa meno, tenendo conto di tutti i fattori. Il Ticino figura al decimo posto. Le regioni più care sono Ginevra, Basilea Città, Vaud e Zurigo. Con costi abitativi contenuti e oneri minori in termini di imposte e di altre tasse, nonché di accudimento dei figli, i tre cantoni sopra citati risultano essere i più attrattivi dal punto di vista finanziario, Seguono nella classifica altre regioni a vocazione più o meno rurale come Sciaffusa, Giura, Appenzello Esterno, Vallese e Turgovia. Il costo della vita è più elevato nei centri urbani, soprattutto a Ginevra e Zurigo. Ricchezza elvetica. Otto svizzeri figurano fra le 500 persone più ricche del pianeta, secondo la classifica cu-
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rata dall’agenzia Bloomberg. Nessuno di loro si trova ai primi posti; la Svizzera appare solo al 92.mo posto, con la famiglia di Ernesto Bertarelli con 20 miliardi di dollari. Molto più staccati Magdalena Martullo-Blocher (numero uno di EMS-Chemie, con 8 miliardi) al 280º posto, mentre Rahel Blocher (sorella della precedente) è al 342º. con 8 miliardi. Negli ultimi 20 anni, gli svizzeri sono diventati più ricchi; secondo la Banca nazionale svizzera (BNS), dal 2000 il patrimonio finanziario e immobiliare della popolazione è più che raddoppiato, salendo a 4.129 miliardi di franchi. Per cui la ricchezza pro capite è di circa 460.000 franchi alla fine del 2019. La Svizzera si colloca così in testa rispetto ad altri Paesi, come Germania e Francia. Tolleranza svizzera. Il 52% degli svizzeri sarebbe favorevole alla partecipazione politica di persone straniere, mentre un terzo della popolazione si sente disturbato dalla presenza di persone percepite come diverse. Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST) la popolazione che vive in Svizzera si dimostra generalmente aperta. Il 64% degli svizzeri intervistati ritiene che l’integrazione dei migranti sia buona, mentre quasi il 70% è a favore del ricongiungimento familiare. Complessivamente il 59% degli intervistati è a favore della naturalizzazione automatica per la seconda generazione. L’UST nota tuttavia una cristallizzazione delle tensioni sociali intorno alle appartenenze musulmane e ad altre «minoranze visibili», come la popolazione di colore o migrante, ma anche verso gli ebrei. Nel 2020 circa un terzo della popolazione ha dichiarato di aver subito discriminazioni o violenze; tra il 2016 e il 2020 la quota è passata dal 27 al 32%. Per quanto riguarda i motivi delle discriminazioni, la maggioranza delle persone indica la nazionalità (56%). Bilancio in rosso. La «Casa delle Religioni» di Berna è a rischio chiusura. Seppure apprezzata e molto frequentata, le entrate generate dalle numerose attività proposte coprono soltanto la metà delle spese. Per fare fronte al resto sono state interpellate fondazioni ed enti pubblici. Lo scorso anno i conti si sono chiusi con un grosso deficit. La ragione è semplice: le uscite legate alle molte manifestazioni crescono più rapidamente delle fonti di finanziamento. La spesa maggiore è costituita dagli stipendi dei collaboratori, attualmente 17 persone».
No. 268 19 cronaca internazionale
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Lutto nel giornalismo. È venuto a mancare, all’inizio di settembre, il giornalista Giovanni Avena. Di origine palermitana, classe 1938, già prete «disobbediente» (scacciato dalla diocesi del cardinale Pappalardo per il suo impegno radicale a tutela dei ragazzi abbandonati), nel 2006 sposato, lavorò all’agenzia di informazione Adista di Roma dal 1978, e per una quindicina d’anni ne fu il direttore. Adista rappresenta tuttora un unicum nel panorama editoriale italiano come agenzia laica che fa libera informazione religiosa. «Dialoghi» da tempo se ne avvale; mentre abbiamo avuto occasione di fruire dell’amicizia di Giovanni in uno dei convegni delle «piccole riviste». A Giovanni Avena è stato dedicato un intero fascicolo di «Adista» (n. 33 del settembre 2021), con un’ampia intervista sulle sue vicende palermitane. La cerimonia di commiato si è svolta il 23 settembre a Roma, presso la Comunità di base di San Paolo. Ancora donne. Papa Francesco ha nominato lo scorso novembre la religiosa italiana Raffaella Petrini segretaria generale del Governatorato della Città del Vaticano, che è il «numero due» dell’organo esecutivo che governa lo Stato più piccolo del mondo. La religiosa francescana, nata nel 1969, è specialista nella Dottrina sociale della Chiesa: dal 2005 lavorava alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Inoltre, il Papa ha nominato la giurista tedesca Charlotte Kreuter-Kirchhof vice coordinatrice del Consiglio per l’economia della Santa Sede, di fatto col compito di collaborare con il compatriota cardinale Reinhard Marx, coordinatore dello stesso Consiglio. La Kreuter-Kirchhof, nata nel 1970, è una specialista per il diritto dell’ambiente; cattolica praticante, è anche membro della Commissione pastorale della Conferenza episcopale tedesca. Presidenza valdese. Il 3 ottobre scorso la valdese Erica Sfredda è stata eletta presidente del Segretariato attività ecumeniche (Sae), l’associazione interconfessionale di laiche e laici che promuove l’ecumenismo e il confronto a partire dal dialogo ebraico-cristiano. Per la prima volta la presidenza del Sae viene assunta da
una protestante, mentre l’associazione ha sempre avuto all’interno del Comitato membri protestanti. Erica Sfredda è moglie e madre, e lavora nella Divisione Finanze del Comune di Torino; membro attivo della Chiesa valdese, ricopre il ruolo di predicatrice locale. Giornalisti premiati. Il Nobel per la pace è stato assegnato a due giornalisti, la filippina Maria Ressa e il russo Dmitry Muratov, «per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è una condizione preliminare per la democrazia e una pace duratura». Un giornalismo «libero, indipendente e basato sui fatti è una protezione contro l’abuso di potere, le falsità e la propaganda di guerra», si legge nella motivazione espressa dal Comitato norvegese che assegna il prestigioso premio. Maria Ressa è una giornalista filippina naturalizzata statunitense, cofondatrice del sito giornalistico Rappler e una delle voci più critiche sull’operato del presidente filippino Rodrigo Duterte. Secondo il Comitato ha avuto il merito di trattare senza timore «l’abuso di potere, l’uso della violenza e l’autoritarismo crescente» nel suo Paese d’origine. Dmitry Muratov è un giornalista russo, caporedattore del quotidiano Novaya Gazeta, definito «l’unico giornale veramente critico con influenza nazionale in Russia oggi» dal Comitato per la protezione dei giornalisti. Il giornale tratta in modo approfondito temi scottanti quali la corruzione governativa e le violazioni dei diritti umani. Questa scelta rappresenta un importante segnale all’intera comunità internazionale, perché la libertà di espressione è una condizione indispensabile per garantire la democrazia e la pace duratura; vanno quindi elogiati e premiati tutti coloro che si battono per difendere questo diritto fondamentale. Modestamente anche «Dialoghi», che lo fa a sue spese! Aiuto universitario. Il 16 settembre sono arrivati all’aeroporto di Fiumicino 37 dei 45 rifugiati vincitori di borse di studio grazie al progetto Unicore (University Corridors for Refugees). Altri otto studenti sono giunti in seguito. Il progetto, iniziato nel 2019, ha visto finora la partecipazione di 28 università che collettivamente hanno messo a disposizione negli ultimi
tre anni oltre 70 borse di studio. La selezione degli studenti, operata dai singoli atenei, si è basata sul merito accademico e la motivazione. I vincitori sono rifugiati provenienti da Eritrea, Somalia, Sudan, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. Anniversario. Ricorre quest’anno il 60º anniversario della Convenzione Onu del 1967 sulla riduzione dell’apolidia. Garantire il diritto alla cittadinanza è più urgente che mai: a livello globale: 4,2 milioni di persone sono apolidi. Tuttavia, il vero numero delle persone non riconosciute cittadini da nessun Paese è probabilmente molto più alto. Alla fine di agosto 2021, 77 Stati hanno aderito alla Convenzione, con un’accelerazione delle adesioni nell’ultimo decennio. Dal 2010, 40 Stati hanno formalizzato il loro impegno a ridurre l’apolidia, e nello stesso periodo più di 800.000 apolidi hanno vista riconosciuta una propria nazionalità, superando la condizione di apolidia. Lingue e Liturgia. Finalmente è caduto l’obbligo per le conferenze episcopali di sottoporre preventivamente a Roma la traduzione dei libri liturgici. Con un decreto della Congregazione per il culto divino («Postquam Summus Pontifex» del 22 ottobre scorso) – ora presieduta da un vescovo meno rigido del suo predecessore, cardinale Sarah – si precisa che la responsabilità della traduzione spetta alle singole conferenze episcopali, mentre alla Congregazione spetta la ratifica finale. La situazione precedente era stata più volte denunciata. La Conferenza episcopale italiana ha dovuto aspettare più di dieci anni l’approvazione dell’ultima versione del Messale romano; a Roma i censori vaticani parevano divertirsi a cerzionare anche le virgole. D’altra parte, ogni traduzione presenta problemi non piccoli, a cominciare dalle versioni in lingue moderne della Sacre Scrittura. Il caso del «Padre nostro» è tipico. Si spera ora nel buon senso e nella creazione di rapporti di fiducia fra gli interessati. Il Papa e la fame. La fame, la malnutrizione e l’insicurezza alimentare sono cresciute a livelli esponenziali in questi tempi segnati dalla pandemia, e la lotta per sconfiggerle è diventata un’emergenza globale non più procrastinabile: «Una delle nostre più grandi sfide attuali», ha detto papa Francesco nel messaggio al pre-vertice Onu sui sistemi alimentari, ospitato dal gover-
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no italiano, che si è tenuto alla Fao di Roma dal 26 al 28 luglio. Presente anche la Santa Sede, con una delegazione guidata da suor Alessandra Smerilli, economista, docente, sottosegretaria del Dicastero per il Servizio allo Sviluppo umano integrale e capo della «Commissione vaticana Covid-19», voluta da papa Francesco nel marzo 2020 per riqualificare il ruolo della Chiesa cattolica di fronte alla sfida epocale del virus e proporre iniziative per il futuro post-pandemico. Nel messaggio inviato al pre-summit, il Papa ricorda i danni provocati dalla pandemia, ma anche le ingiustizie sistemiche che minano la nostra unità come famiglia umana. I nostri fratelli e sorelle più poveri, e la Terra, la nostra Casa Comune che «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei» (Laudato Si’), esigono un cambiamento radicale. E parla di «scandalo» nel ricordare che all’accresciuta capacità di produzione alimentare raggiunta dall’essere umano non si accompagna un proporzionale alleviamento della fame nel mondo. «Un crimine – aggiunge papa Francesco – che viola diritti umani fondamentali. Pertanto, è dovere di tutti estirpare questa ingiustizia mediante azioni concrete e buone pratiche, e attraverso politiche locali e internazionali audaci». Un buon sistema alimentare – cioè tutti gli aspetti dalla produzione al consumo di alimenti (coltivazione e raccolta, lavorazione e commercializzazione, ecc.) – secondo il Papa deve «aumentare la resilienza, rafforzare le economie locali, migliorare la nutrizione, ridurre lo spreco alimentare, offrire regimi alimentari sani e accessibili a tutti», essere ambientalmente sostenibile e rispettoso delle culture locali. Per sconfiggere la fame, spiega dunque Francesco, non è sufficiente produrre più cibo: «Occorrono una nuova mentalità e un nuovo approccio integrale e disegnare sistemi alimentari che proteggano la Terra e mantengano al centro la dignità della persona umana; che garantiscano sufficiente cibo a livello mondiale e promuovano il lavoro dignitoso a livello locale; e che alimentino il mondo oggi, senza compromettere il futuro (da «Adista», n. 30, 7 agosto 2021). Ascoltare la terra. Dal 2016 la Conferenza delle Chiese europee (Kek, che riunisce anglicani, ortodossi e protestanti) e il Consiglio delle conferenze episcopali cattoliche d’Europa (Ccee)
cronaca internazionale
invitano insieme le Chiese europee a osservare «un Tempo del Creato», Quest’anno per la prima volta papa Francesco, il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo e l’arcivescovo anglicano di Canterbury Justin Welby, hanno diramato il primo settembre un messaggio congiunto, esortando «tutti, quale che sia la loro fede o visione del mondo, a cercare di ascoltare il grido della terra e delle persone povere, esaminando il proprio comportamento e impegnandosi a compiere sacrifici significativi per il bene della terra che Dio ci ha donato». Vaticano in rosso. Il bilancio consolidato della Curia vaticana è stato pubblicato negli stessi giorni in cui prendeva il via il 7 luglio il processo per le presunte malversazioni legate all’affare immobiliare di Sloane Avenue, a Londra. Dieci imputati fra cui il card. Giovanni Angelo Becciu, ex sostituto per gli affari generali della Segreteriadi Stato, devono rispondere di una lunga serie di reati; tuttavia, senza dubbio, il fatto nuovo è che in Vaticano, per la prima volta, un tribunale civile dovrà giudicare alti prelati, broker, funzionari di vario rango, per aver approfittato del ruolo che ricoprivano allo scopo di trarne profitto personale. Non solo, dunque, scarsa capacità manageriale, inefficienze o aggiramento di norme: le accuse parlano anche di peculato, corruzione, abuso d’ufficio, truffa, appropriazione indebita. Il tutto a coronamento di un’intensa attività legislativa promossa dalla Santa Sede che ha portato a una vasta opera di riforma delle finanze e della giustizia. Ma, particolare non secondario, l’urgenza del processo in corso è dovuta anche alla necessità di porre un argine agli sprechi, alle ruberie, alla cattiva gestione delle risorse. La crisi economica infatti si fa sentire pure in Vaticano; lo dimostrano i 66,3 milioni di passivo del bilancio del 2020 segnato pesantemente dalla pandemia (315 milioni di uscite, 248 di entrate per la sola Curia, su un patrimonio netto di tutto il Vaticano di 1 miliardo 379 milioni). Fatto nuovo e davvero senza precedenti è invece la pubblicazione del bilancio dell’Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), il dicastero che gestisce gli investimenti mobiliari e immobiliari della Santa Sede, guidato da mons. Nunzio Galantino. Scuse vescovili. I Vescovi cattolici del Canada si sono impegnati a versare 30 milioni di dollari per alcune iniziative in favore dei sopravvissuti
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ai pensionati per autoctoni. I fondi saranno disponibili durante cinque anni per rimediare alle sofferenze causate e migliorare la vita dei superstiti. I Vescovi hanno anche espresso il loro pentimento e presentato scuse ai popoli indigeni, dopo la scoperta recente di un migliaio di tombe nei vecchi pensionati diretti da membri della Chiesa cattolica. Cattolici nel mondo. Secondo l’agenzia vaticana Fides, i cattolici nel mondo sarebbero leggermente aumentati nel 2019, raggiungendo il numero di un miliardo e 344mila; ma sono diminuiti in Europa, dove si registra un calo di oltre 290.000 rispetto all’anno precedente. Continua pure la diminuzione dei preti in Europa (meno 260), mentre a livello mondiale si registra un aumento globale di 271 unità, grazie alle molte vocazioni in Africa e in Asia. Diseguaglianze in Europa. L’Ufficio di statistica dell’Unione europea, fornisce i suoi dati sulle diseguaglianze economiche, attraverso le tabelle del coefficiente Gini sul reddito disponibile equivalente. Questi dati riguardano naturalmente i Paesi dell’Unione europea, ma anche alcuni Paesi vicini, tra i quali anche in Svizzera. È interessante osservare come Bruxelles quantifichi il grado di diseguaglianza, sia nel complesso dell’area sia nei singoli Paesi. La scala anche in questo caso va da 0 a 100; più il valore è alto, più la diseguaglianza è consistente. Guardando la casella del 2019, si può vedere come l’Unione europea a 27 (quindi senza il Regno Unito, che è in uscita attraverso la Brexit) sia a 30,2 e come l’Eurozona a 19 sia poco sopra, al 30,3. Sono valori che pongono l’area europea chiaramente sul versante delle diseguaglianze minori, all’interno del quadro globale. La media mondiale viene infatti in genere collocata, a seconda delle diverse analisi, tra 50 e 60. Ciclismo vaticano. Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Consiglio vaticano per la cultura (!) ha presentato il certificato dell’adesione della Santa Sede all’Unione ciclistica internazionale (UCI). È la prima volta che il minuscolo Stato vaticano (meno di un chilometro quadrato) aderisce a un’associazione sportiva internazionale. Tutti ricordano i campioni sportivi Bartali e Gimondi, cattolici dichiarati: gli altri cattolici di tutto il mondo sono così invitati a pedalare.
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Per qualche parcheggio in meno. Il 17 settembre scorso l’Associazione Traffico e Ambiente e i giovani di «Sciopero per il Clima» hanno dato vita a Lugano a un evento del Park(ing) Day. Si tratta di un’azione attuata in molte città da persone che credono alla necessità di ripensare l’onnipresenza del veicolo privato nel e sul territorio. Consiste nell’occupare un’area adibita a parcheggio organizzando un piccolo evento: un concerto, una merenda, la presentazione di un libro, un aperitivo… Il luogo scelto è stata piazza Ferruccio Pelli e su sei parcheggi è andato in scena un intrattenimento clownesco per chi passava di lì. L’ubicazione è esemplare, perché invece di dare spazio a una piazza, dei giardinetti o un parco giochi, il comune ha continuato a mantenere una ventina di stalli… quando a poca distanza sono sorti negli anni ben 8 autosili pubblici. PS: in Svizzera ci sono circa 10 milioni di parcheggi, il che corrisponde circa alla superficie del Lago dei Quattro Cantoni (114 km2).
Una garante per l’ecologia. Dorothée Thevenaz Gygax lavora dal 2004 alla sede romanda di Sacrificio Quaresimale di Losanna. Diplomata in antropologia, in psicologia sociale e cognitiva, formatrice di adulti, madre di due ragazzi in età adolescenziale ha assunto dal 2019 la posizione di responsabile del settore sensibilizzazione. Alla fine di settembre si è vista affidare dal vescovo Morerod un compito supplementare che l’occuperà nella misura del 10%: portare il tema dell’ecologia in seno alla diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo. Tre progetti sono in cantiere: costituire e coordinare un gruppo di lavoro per promuovere la Laudato Si’, dare il via a questo gruppo un’iniziativa concreta e infine fare una mappatura di quanto le parrocchie fanno già in questo senso. Alla domanda se le persone di fede cristiana che lei incontra si sentano interpellati dall’ecologia integrale di cui parla l’enciclica risponde: «Ci sono opinioni diverse, ma constato una vera presa di coscienza. In alcune parrocchie esistono già gruppi di riflessioni sulla Laudato Si’. Altre hanno iniziato un percorso per analizzare in che misura le loro attività sono in linea con i principi ecologici. Molte persone poi s’iscrivono alle Conversazioni sul clima. Si tratta di una serie di sei serate in cui, grazie al lavoro di facilitazione di due persone formate, si arriva a formulare un obiettivo personale di riduzione di emissioni di gas serra. Per esempio se io adoro viaggiare, pur sapendo che prendere l’aereo è problematico, imparo a chiedermi quale sia la mia rappresentazione del viaggio e che cosa vi ricerchi».
Vatten! Ovvero acqua in svedese. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ha tenuto per la trentesima volta la Settimana mondiale dell’acqua, a Stoccolma, dal 26 al 31 agosto. Quest’anno all’evento hanno aderito diecimila partecipanti in provenienza da 170 paesi che formano la Rete ecumenica dell’acqua, voce autorevole che contribuisce alla discussione del tema «acqua e fede». L’intento è di coinvolgere i membri di Chiese e le persone di fede per affrontare insieme la crisi idrica globale. La CEC aveva in programma decine di seminari, ma anche altre proposte come la «passeggiata interreligiosa», realizzata nel contesto della capitale svedese per mettere sotto la lente i luoghi della gestione della preziosa materia prima.
Clima, si deve fare di più. La conferenza delle Nazioni Unite sul clima di Glasgow (COP26) ha avuto il merito di riconoscere l’evidenza scientifica del riscaldamento globale. Nel documento finale sono state riprese numerose conclusioni del rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC): l’evidenza scientifica del riscaldamento è stata riconosciuta e questo è positivo. Tuttavia, le azioni decise finora sono di gran lunga insufficienti per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali ed è vergognoso che un Paese ricco come la Svizzera non abbia presentato obiettivi più ambiziosi prima della COP. Sonia Seneviratne, ricercatrice del Politecnico federale di Zurigo e considerata dall’agenzia Reuters tra
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RRRRR, ovvero della sufficienza felice. Per evitare il sovra consumo e a fronte di ogni impulso di nuovo acquisto è consigliato fare la prova delle 5R. Funziona così. R come rifletti: ho davvero bisogno di quello che sto per acquistare? R come riduci: posso ridurre la quantità di ciò che sto per acquistare o il suo imballaggio? R come riutilizza: non è che potrei fare a meno di questo acquisto riutilizzando qualche cosa che ho già? R come ripara: sto sostituendo qualche cosa che potrei riparare o far riparare? R come ricicla: sto davvero facendo di tutto per separare bene i materiali e consegnarli ai punti di raccolta? Ecco una formula facile da ricordare e nemmeno così difficile da applicare. Selvicoltrici con le ali. Contrariamente ai pini silvestri e ai pecci, i cui diafani semi sono dispersi dal vento, i pesanti pinoli di cembro si nascondono in pigne resinose. La nocciolaia, un corvide marrone dal piumaggio punteggiato di bianco, le apre con il suo robusto becco, raccoglie i pinoli nel gozzo e vola oltre i limiti del bosco. Qui nasconde nel suolo centinaia di migliaia di questi semi energetici e saporiti (provare per credere). In inverno e nella primavera successiva ritrova le sue riserve nascoste in centinaia di dispense, anche se c’è un metro di neve. Come riesca a ritrovarli, in questo paesaggio trasformato dalla neve, rimane un mistero. Per fortuna però alcuni pinoli vanno persi. Così in estate germoglieranno nuovi cembri, che daranno nuove pigne con pinoli che saranno raccolti e seminati dalla nocciolaia. È così che dall’ultima glaciazione sono nati i nostri grandi boschi di pino cembro in Engadina e in Vallese. Community supported coffee. La filiera del caffè della marca TEIKEI* segue il modello dell’agricoltura supportata dalla comunità (modello CSA) o crop sharing, sistema che collega più strettamente produttori e produttrici a consumatori e consumatrici per finanziare in comune l’agricoltura. Nel caso di TEIKEI chi coltiva il caffè a Veracruz in Messico è aiutato a farlo in maniera biodinamica e riceve anticipatamente il valore della merce che fornirà. Le aromatiche fave sono poi trasportate su una barca a vela com-
merciale di un ammiraglio associato al progetto, fino al porto di Amburgo. Da lì raggiunge piccole torrefazioni in Germania e in Svizzera, sempre utilizzando mezzi di trasporto a basse emissioni di CO2. È poi possibile acquistarlo per il consumo domestico oppure gustarlo in un esercizio pubblico; io l’ho bevuto al «Der Ort» di Bienne. [* non (ancora) reperibile in Ticino].
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gli esperti ed esperte di clima più influenti del mondo, era a Glasgow per presentare i risultati dell’ultimo rapporto dell’IPCC, di cui è stata coautrice. «Sono stata scioccata dalla forte presenza di rappresentanti dell’industria delle energie fossili. Mentre i Paesi discutevano dell’abbandono di petrolio e carbone, degli stand presentavano le fonti fossili come la soluzione per realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile». Secondo lei in futuro i rappresentanti delle energie fossili non dovrebbero avere il diritto di partecipare alle conferenze dell’ONU sul clima. Anche se Greta Thunberg e gli attivisti per il clima hanno denunciato il «bla bla bla» del discorso politico e i «contenuti vaghi» del Patto di Glasgow, Seneviratne è relativamente ottimista. Ritiene che ci siano buone possibilità di un cambio di ritmo. «C’è una crescente presa di coscienza dell’emergenza climatica. Ai Paesi è stato chiesto di presentare obiettivi più ambiziosi già fra un anno, quando in precedenza si parlava di intervalli di cinque anni», rileva. La scienza deve forse imparare a comunicare in modo più comprensibile, ma ha fatto la sua parte, sottolinea. «Ora la palla è nel campo della politica». Lungimiranza nel piatto. A margine del summit ONU sui sistemi alimentari svoltosi a New York in settembre, Caritas Svizzera ha esortato la Svizzera a contribuire maggiormente a un cambiamento verso un sistema alimentare più sostenibile, più resiliente e più giusto. In una sua presa di posizione, l’ong cattolica si dice convinta che la Confederazione ha il potere e i mezzi per farlo. Si tratta di puntare con decisione e con i mezzi finanziari necessari sull’agro ecologia. Questa pratica agricola ben si adatta alla tradizionale struttura agricola dei paesi del Sud del mondo che vede in prima linea le famiglie contadine. Sono ancora queste infatti che nutrono il pianeta, non le grandi imprese agro alimentari. Agroecologia significa alimenti sani, adattati alla cultura e al clima locale; significa sementi autoctone che sono state selezionate per migliaia di anni; significa gestione sostenibile delle risorse idriche; significa uso del compost naturale e rivalorizzazione del suolo; significa riforestazione e permeabilità delle colture; significa diversificazione su piccole parcelle di terra. Se vogliamo che tutte e tutti (anche noi) abbiano cibo sano e in abbastanza anche in futuro, questa è l’unica strada percorribile.
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Crisi climatica e povertà. Il climatologo svizzero e Consigliere agli Stati (PS/BE) Thomas Stocker ha ricevuto il Premio Caritas 2021 per le sue ricerche che mettono in evidenza il legame esistente tra la crisi climatica mondiale e la povertà nei Paesi del Sud del mondo. Il climatologo è professore di fisica climatica e ambientale presso all’Università di Berna. Egli ha fatto parte in passato del Gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima, l’IPCCP, presiedendo per sette anni il Gruppo di lavoro numero 1. Stocker ha analizzato il mutamento climatico per 30 anni, studiando dapprima il ruolo degli oceani, per poi dedicarsi all’impatto umano sull’aumento del CO2 nell’atmosfera. Oggi agisce principalmente per mettere in evidenza la rarefazione delle risorse nei Paesi poveri e le conseguenze che ne derivano per la popolazione. Ciò che possiedi ti possiede. In media ogni economia domestica svizzera possiede 10.000 oggetti; 17 tonnellate all’anno a persona è la quantità di materie prime usate, in Svizzera e in Paesi terzi, per produrre i beni consumati da ogni abitante del nostro Paese in un anno. Per la nostra salute (fisica e mentale), ma soprattutto per lasciare qualche cosa agli altri, è ormai ora di mettersi a dieta. Mostra sull’acqua. L’acqua è un diritto umano e la sua gestione costituisce una grande sfida per il futuro. È la tesi di fondo di una mostra, ospitata fino al 10 novembre a Lugano, presso il Centro comunitario della Chiesa riformata. Quando l’acqua diventa una merce, non è più garantito l’accesso delle persone a questo elemento primario, ha spiegato il pastore Tobias Ulbrich, presidente della Chiesa evangelica riformata nel Ticino (CERT). La Svizzera è ricca d’acqua e possiede il 5% delle riserve europee. Ma anche il nostro Paese è investito dai cambiamenti climatici. Questi comportano meno pioggia in estate, scioglimento dei ghiacciai, più piogge che nevicate e la conseguente dispersione di molta quantità di acqua. Ridurre il consumo di questo bene primario e progettare adeguamenti strutturali per il suo stoccaggio sarà necessario per affrontare il futuro. San Marco e il Draghi. Dal 1. agosto 2021, le grandi navi non possono più attraversare Venezia, affacciarsi con i loro alti profili sul bacino di San Mar-
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co, percorrere i canali di San Marco e della Giudecca. Per decenni sono state soprattutto le navi da crociera che percorrono la rotta delle più belle città mediterranee a usurpare con la loro pachidermica presenza uno scenario meraviglioso e fragile. La città lagunare è sito UNESCO e l’Italia stava rischiando che fosse inserita sulla lista nera dei siti in pericolo. Mario Draghi ha finalmente preso la decisione giusta accordando la vittoria «ai punti» ai vari Comitati che per anni hanno lottato per porre fine a una prassi obsoleta e spregiudicata. Religioni per il clima. 40 leader di tutte le comunità religiose del mondo si sono riuniti in Vaticano il 4 ottobre, in vista del vertice Onu sul clima di Glasgow, firmando un appello che evidenzia il consenso tra gli scienziati sulla necessità di un’azione urgente per limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 gradi, al fine di evitare una catastrofe climatica. L’incontro, intitolato «Fede e Scienza: verso la Cop26» è stato organizzato dal Vaticano, in collaborazione con le ambasciate britannica e italiana, con l’obiettivo di mobilitare le comunità di fede di tutto il mondo. C’è stata anche una cerimonia simbolica: ogni leader religioso ha aggiunto una manciata di terra a un ulivo, da piantare nei giardini vaticani. Vescovi anticarbone. In occasione della conferenza del COP26 di Glasgow, i vescovi cattolici di Scozia hanno annunciato che avrebbero tolto i loro investimenti dai combustibili fossili. Si uniscono così alle 72 organizzazioni religiose internazionali dei cinque continenti che hanno rinunciato a più di 4,13 miliardi di investimenti inquinanti. Schiavitù in Svizzera. L’anno scorso in Svizzera sono state identificate 174 vittime di tratta delle persone, ma per gli specialisti è solo la «punta dell’iceberg» di un fenomeno molto più diffuso. La maggior parte delle 174 vittime sono donne (86%) e ben due terzi sono state sfruttate nel settore della prostituzione, mentre l’altro terzo è rappresentato da vittime di tratta a scopo di sfruttamento sul lavoro (ad esempio in case private e nella ristorazione) e in attività illegali (accattonaggio forzato o costrizione a compiere reati). I Paesi da cui provengono le nuove vittime identificate sono soprattutto Romania, Nigeria, Camerun e Ungheria.
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Notizie belle e buone Ecumenismo protestante. Dal 15 luglio 2021 è una donna a dirigere la facoltà protestante di teologia di Ginevra, la francese Elisabeth Parmentier, docente di teologia pratica e pastora. Una prima assoluta in una storia secolare segnata solo da uomini. Come donna, luterana e membro del Gruppo ecumenico di Dombes, le caratteristiche non sono necessariamente quelle di chi dirige una facoltà calvinista…, ed è anche straniera. Una terza donna. Il ministro italiano della Giustizia, Marta Cartabia, è stata nominata da papa Francesco membro ordinario dell’Accademia pontificia delle scienze sociali, terza donna dell’istituzione, di cui fa parte dal 2020 anche il primo ministro italiano Draghi. L’Accademia lavora a partire dagli insegnamenti sociali della Chiesa e conduce la ricerca scientifica alla luce delle scienze sociali: l’ultimo studio riguarda «La tratta degli esseri umani e la schiavitù moderna». Donne alla presidenza. Quasi un terzo delle Chiese riformate cantonali avrà a breve un presidente donna: otto in tutto, mentre anche la Chiesa nazionale ha al suo vertice una donna, la pastora Rita Famos. Nei mesi scorsi diversi sinodi riformati cantonali hanno eletto donne alla testa degli esecutivi. In Turgovia la pastora e teologa Christina Aus der Au, già presidente del Kirchentag tedesco in occasione del Cinquecentenario della Riforma di Lutero nel 2017, l’ha spuntata su un candidato maschio, mentre nei due semi cantoni appenzellesi si è imposta la pastora Martina Tapernoux, la quale ha ottenuto più voti dell’altro candidato alla presidenza. A Ginevra, l’Eglise protestante ha anch’essa una nuova presidente: si tratta della sociologa di origine ticinese Eva Di Fortunato. Infine, alla testa dell’esecutivo riformato lucernese è stata eletta a sorpresa Lilian Bachmann che non era nemmeno candidata. In precedenza nella Chiesa riformata di Berna-Giura-Soletta era stata eletta Judith Pôrksen, prima presidente del consiglio sinodale nella storia della Chiesa cantonale. E dall’inizio dell’anno è Erika Cahenzli a guidare la Chiesa riformata nei Grigioni. La Chiesa vodese e quella solettese sono già presiedute rispettivamente da Marie-Claude Ischer e Evelyn Borer. Giornalista premiata. La giornalista franco-italiana Romilda Ferrauto ha ricevuto lo scorso settembre le insegne di Ufficiale dell’Ordine nazionale al merito da parte dell’ambasciatrice francese presso Santa Sede, quale riconoscimento per l’ attività a favore della cultura francese in veste di redattrice nella Radio vaticana. Ricordato Küng. La piazza davanti al centro parrocchiale di Sursee (Lucerna) è stata dedicata al teologo Hans Küng, morto il 6 aprile all’età di 93 anni, e che pur svolgendo gran parte della carriera professionale in Germania (fu anche perito al Concilio vaticano II) ha sempre mantenuto legami con la città, che nel 1998 gli aveva già attribuito la cittadinanza onoraria. Ministro musulmano. Il 30 luglio la Casa Bianca ha annunciato una lista di nomine per le principali mansioni nel Dipartimento degli Affari religiosi e compare per la prima volta anche un musulmano americano. Si tratta di Rashad
Hussain, di professione avvocato, proposto dal presidente Biden come ambasciatore straordinario degli Stati Uniti per la Libertà religiosa internazionale. La nomina di Rashad dimostra non solo l’importanza che l’amministrazione Biden attribuisce alla libertà religiosa, ma anche l’importanza del mondo musulmano per l’amministrazione sia in termini di contrasto all’islamofobia sia di promozione della libertà religiosa nei Paesi a maggioranza musulmana. Eucarestia libera. Nel corso dell’incontro con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma al termine della visita in Slovacchia, papa Francesco ha detto che l’eucarestia è di nessuno e che lui non l’ha mai rifiutata a nessuno. La domanda faceva riferimento all’intenzione di molti vescovi americani di negare la comunione a quei politici democratici favorevoli al diritto della donna di scegliere se abortire. Obiettivo dei vescovi era ed è il presidente Biden, cattolico praticante, visto come fumo negli occhi dai settori più conservatori dell’episcopato a stelle e strisce, perché considerato il maggiore interprete pubblico di un cattolicesimo più aperto, liberal, le cui priorità sono soprattutto di natura sociale. Ospitalità eucaristica. Secondo le recenti Direttive pastorali ecumeniche per le Chiese cattoliche di Terra Santa, i membri delle Chiese ortodosse e orientali non cattoliche hanno la possibilità di ricevere la comunione da parte di un prete cattolico se ne fanno spontanea richiesta. La direttiva è stata pubblicata in arabo dall’Assemblea dei vescovi cattolici di terra Santa e invita a considerare la diversità religiosa della regione come una ricchezza (da Cath.ch n. 308). Cardinale sotto tenda. A seguito del terribile terremoto che ha colpito Haiti il 14 agosto 2021, il cardinale Chibly Langlois, dopo qualche giorno passato in ospedale per curare un ginocchio, è andato a vivere sotto una tenda, nel cortile del Centro per lo sviluppo comunitario diocesano, da dove coordina le attività diocesane. Il terremoto ha fatto 4.000 morti e molti dispersi, 89 chiese sono state distrutte e 132 danneggiate, una cinquantina di case parrocchiali devono essere ricostruite o riparate, mentre non resta niente del vescovado. Titoli del Papa. Nel nuovo Annuario Pontificio 2021 nella pagina con la foto del Papa segue il solo titolo «vescovo di Roma». Nelle precedenti edizioni tutti i titoli erano sul retro della stessa pagina; in questa seguono la biografia sotto la rubrica «Titoli storici»: Vicario di Gesti Cristo Successore del principe degli apostoli / Sommo pontefice della Chiesa universale / Primate d’Italia / Arcivescovo e metropolita della provincia romana / Sovrano dello Stato della Città del Vaticano / Servo dei servi di Dio. Ma basterebbe, quello da lui scelto: Francesco. Tre fratelli preti. L’8 settembre scorso, nella cattedrale di Sant’Agostino di Cagayan de Oro (Filippine), tre fratelli Jesse, Jestonie e Jerson Avenido, di 30, 29 e 28 anni, sono stati ordinati preti, membri della stessa congregazione italiana delle Sacre Stigmate di Nostro Signore. I tre fratelli provengono da una famiglia modesta (il padre agricoltore, la madre baby-sitter); anche se ordinati lo stesso giorno, le loro scelte precedenti furono diverse: poliziotto o elettromeccanico o insegnanti o medico. Attribuiscono la vocazione alle preghiere dei genitori; c’è ancora un quarto fratello e chissà…
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i conti 2020 di «Dialoghi»
I conti 2020 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO COSTI Stampa rivista Spedizione rivista Rimborsi spese forfettarie Interessi e costi CCP TOTALE COSTI
2020 2019 15’887,50 15’477,50 3’102,80 3’503,60 300,00 – 241,55 256,35 19’531,85 19’237,45
RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Contributo cantonale TOTALE RICAVI TOTALE COSTI Utile / Perdita
2020 2019 7’910,00 7’490,00 5’840,00 6’220,00 4’500,00 4’500,00 18’250,00 18’210,00 19’531,85 19’237,45 -1’281,85 -1’027,45
BILANCIO ATTIVI CCP TOTALE ATTIVI
31.12.2020 31.12.2019 11’120,95 3’606,90 11’120,95 3’606,90
PASSIVI 31.12.2020 31.12.2019 Anticipi 11’500,00 6’000,00 Ratei e risconti passivi 120,00 – Ratei passivi, costi non ancora pagati 6’988,60 3’812,70 Capitale proprio / capitale sociale -3’885,36 -3’885,36 Utile o perdita riportata -2’320,44 -1’292,99 Utile / Perdita -1’281,85 -1’027,45 TOTALE PASSIVI 11’120,95 3’606,90 Rita Ballabio, amministratrice
Genealogia femminile di un Sacro Monte in area alpina nel manoscritto di suor Ippolita Orelli (1697) di Miriam Nicoli e Franca Cleis, prefazione di Tatiana Crivelli, formato 17 x 24 cm, 144 pagine con illustrazioni a colori, Fr. 25.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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In questo numero Editoriale G CONSIDERAZIONI SPARSE PER AFFRONTARE LE NUOVE SFIDE
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I corsivi di Dialoghi G VERGOGNA FRANCESE (a.l.)
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G CHIUDONO LE DEHONIANE (red.)
3
G IN MEMORIAM FABIO GIACOMAZZI, INTELLETTUALE MILITANTE
3
Articoli G LE CROCI POSSONO ESSERE RIMOSSE, LA MORTE NO (Thomas Hürlimann)
4
G DANTE, SETTECENTO ANNI DOPO, QUI E ANCORA 6 G MEZZO SECOLO DI SUFFRAGIO FEMMINILE (Daria Lepori)
7
G L’AIUTO FEDERALE ALLA STAMPA: UN MINIMO PER SALVARE UNO STRUMENTO DEMOCRATICO (E.M.)
11
G GESÙ CHE LAVA PIÙ BIANCO (Silvano Toppi)
14
G BIBLIOTECA
12
G CRONACA SVIZZERA
17
G CRONACA INTERNAZIONALE
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G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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G NOTIZIE BELLE E BUONE
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G I CONTI 2020 DI «DIALOGHI»
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (quattro numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.