Dialoghi 269

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269 Locarno Anno 54 Marzo 2022

TRIMESTRALE

dialoghi di riflessione cristiana

La guerra è in Europa

Stendiamo queste righe in un momento particolarmente tragico per la storia europea, anche se da privilegiati, davanti allo schermo dei nostri computer, mentre nel medesimo momento molti altri cittadini e cittadine d’Europa o combattono con le armi in mano o fuggono dalle loro case e dalle loro città. La guerra è dunque arrivata in Europa sotto forma di invasione di uno Stato sovrano, l’Ucraina, per opera di un esercito agli ordini di un capo di Stato, Vladimir Putin, che autocraticamente dirige la Federazione russa dal 2012. La condanna nel mondo è stata quasi totale, salvo dalla Cina e da pochi altri Paesi che hanno voluto, almeno per il momento, mantenere una sorta di equidistanza da entrambi i belligeranti. In seno all’assemblea generale dell’ONU, 141 Paesi membri si sono schierati comunque contro l’invasione dell’Ucraina. Solo 5 Paesi si sono detti contrari a questa risoluzione (Russia, Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea, Siria) mentre 35 Paesi, tra i quali Cina, India e Cuba, si sono astenuti. È stata la rivincita della comunità internazionale alla risoluzione presentata da USA e Albania al Consiglio di Sicurezza alcuni giorni prima e sul precedente veto che la Russia aveva posto a tale risoluzione. La Svizze(Continua a pagina 2)

Crisi dei seminari, crisi della Chiesa? Il fenomeno è comune a tutta l’Europa occidentale: i seminari si sono svuotati. Sulla collina di Lugano, il grande edificio costruito all’inizio del Novecento è vuoto. Anzi, no: è sede del Conservatorio della Svizzera italiana e fino a quest’anno ospitava anche la Scuola superiore per le professioni infermieristiche. Concesso in diritto di superficie all’adiacente Clinica Moncucco, rimane testimone di una forma istituzionale che nella Chiesa cattolica ha dominato per quattro secoli, dal Concilio di Trento (1645-1563) al Concilio Vaticano II (1962-64). Non tutti, gli studenti che occupavano i seminari in gran numero – in una fascia d’età compresa tra i 12 e i 24 anni – avevano «la vocazione» per diventare preti: ma a Lugano erano pur sempre molti, un centinaio tra ginna-

siali, liceali e studenti di teologia, una fila di tonache nere che impressionava quando scendeva la collina per andare a celebrare in cattedrale. Ora gli studenti del Seminario diocesano San Carlo, che a Lugano ha trovato sede nell’antico convento delle Cappuccine, si sono ridotti a cinque. Il dossier di «Dialoghi» non si limita naturalmente alla descrizione materiale del fenomeno: la formazione dei presbìteri nella Chiesa cattolica è un problema ovunque esposto a scelte difficili, l’integrazione nel ministero dei laici, delle donne; ma più genericamente al confronto con una società secolarizzata in cui la frequenza alle celebrazioni è drasticamente calata e forme dell’evangelizzazione devono essere ripensate con coraggio e fantasia. Dossier alle pagine 7-11


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ra ha reagito prontamente attraverso il suo presidente della Confederazione Ignazio Cassis, proponendo un’interpretazione del principio di neutralità, che associa una ferma rinuncia a ogni intervento diretto o indiretto nell’ambito di un’alleanza militare contro la Russia a una chiara condanna dell’intervento bellico di quest’ultima. Guardando alla reazione mediatica svizzera, ci rendiamo conto che il Paese è rimasto alquanto sorpreso da questa interpretazione del principio di neutralità. «Dialoghi» la ritiene comunque eticamente corretta e anche giuridicamente garantita da vari testi costituzionali e legislativi elvetici. Ci vorrà comunque del tempo per fare in modo che anche l’opinione pubblica la possa interiorizzare in maniera convinta e permanente. L’adesione alle sanzioni economiche decise dai Paesi europei e dagli Stati Uniti ha trovato comunque anche da noi un’adesione ferma, coscienti comunque che dovremo pagare un prezzo in termini economici per questo gesto non militare, ma etico e politico nei confronti della Federazione russa. Al di là di queste reazioni immediate allo scoppio della guerra, dobbiamo comunque anche fare opera di autocritica come Paese europeo e occidentale. La Russia manifestava da tempo la sua insofferenza nei confronti dell’entrata dei suoi ex satelliti dell’Europa orientale nell’alleanza NATO e dalle nostre parti non si è fatto un grande sforzo per cercare di capire le ragioni del governo russo. Anche l’Ucraina non ha combattuto al suo interno una frangia minoritaria chiaramente nazionalista. Ciò ha portato poi il governo russo ad affermazioni chiaramente esagerate e ideologiche, in cui si è parlato di genocidio nei confronti del popolo russo. Alle nostre latitudini fatichiamo a capire a fondo questo conflitto, perché conosciamo male la storia che sta dietro di esso. Lentamente realizziamo che i due popoli sono davvero «cugini» sia sul piano delle vicende storiche sia su quello culturale e persino religioso. Per entrare un po’ meglio in questo universo a noi poco familiare, abbiamo chiesto aiuto all’amico Luigi Sandri, collaboratore della nostra rivista da molti anni1 e grande esperto della storia politica e religiosa dell’Europa orientale. Egli ci ha inviato un testo, 1. Chi volesse ascoltare un suo intervento, nel quadro di un incontro, organizzato anche da «Dialoghi» e intitolato «Verso la pace nella giustizia: Ucraina-Russia 2022» svoltosi online il 2 marzo scorso, utilizzi il link https:// youtu.be/mhNdXc-P92g.

che ci inizia alla comprensione anche della situazione delle varie Chiese di questa parte del continente euroasiatico (vedi p. 5). La reazione corale di molti Paesi europei alle vicende belliche di questi giorni sotto forma di aiuto in loco e di accoglienza di quasi due milioni di profughi ucraini, il silenzio imbarazzato di alcuni governanti dei Paesi dell’Europa orientale, finora fissi su posizioni contrarie a una politica di accoglienza di profughi provenienti da Paesi «non cristiani», ci aveva reso attoniti e persino disgustati di fronte a un’Europa lacerata su questi temi. Ora, ad esempio, la Polonia brilla per la sua accoglienza dei civili in arrivo dall’Ucraina e noi seguiamo questo esempio. Che ne sarà fra qualche mese? Non avanziamo alcuno scenario preciso per non essere sconfessati già al prossimo numero di «Dialoghi». Abbiamo comunque ancora molto da imparare, verosimilmente sia chi redige questa nostra modesta rivista che coloro che la ricevono e la leggono. In ogni caso, anche se una soluzione negoziata dovesse prendere forma, soluzione che evidentemente auspichiamo, l’Europa (e con essa anche la Svizzera) che ne uscirà non sarà più la stessa di prima. Anche la Russia non sarà più quella di prima, anche se non sappiamo se e come ne uscirà, con le «ossa più o meno rotte». Bisognerà trovare con questo Paese una forma di coesistenza che non la umilii, ma che la metta al contempo in grado di rispettare almeno alcune regole di condotta comuni. Prepariamoci a questa nuova stagione con diligenza e impegno, informandoci con discrezione e senso critico anche su questi temi, che hanno visto sinora moltissimi tra noi occidentali variamente impreparati e disattenti, anche per intevenire fattivamente in modo solidale là dove fosse necessario, anche al di là di questa fase bellica.

to veloci. In Ticino essi erano persino previsti, almeno ufficialmente, come conclusi per la fine del 2021. Fortunatamente, le altre diocesi svizzere hanno previsto ancora alcuni ulteriori mesi di consultazione della base. L’atmosfera e le contingenze di questi mesi non sono evidentemente molto incoraggianti, perché accompagnate anche dal «rumore di fondo» (si fa per dire) degli scandali legati agli abusi sessuali di alcuni membri del clero cattolico a livello globale e locale e dalla lentezza con la quale si vuole intervenire per andare oltre in modo costruttivo (il caso dell’episcopato italiano è particolarmente indicativo in proposito). Non mancano fortunatamente anche i segni di una volontà di cambiamento in profondità sia nelle idee sia nei comportamenti concreti. Tra i vari esempi che abbiamo notato attorno a noi, evochiamo quello della diocesi di Limburg che ha rivisto la regolamentazione per il proprio personale, togliendo tutte le tracce di discriminazione nei confronti di persone omosessuali che lavorano a servizio della Chiesa. Fanno passi avanti anche la comprensione e la collaborazione reciproca tra varie Chiese di tradizione confessionale diversa. A Ginevra si è celebrata nella cattedrale riformata di S. Pietro, per la prima volta dopo la Riforma, una liturgia eucaristica cattolica, e a Losanna nella cattedrale pure riformata l’imposizione reciproca delle ceneri all’inizio della quaresima. Al di là di questi gesti altamente simbolici, si è intensificata l’attività comune nell’ambito della diaconia nei confronti dei più poveri e marginali. E quello che scaturirà in definitiva dal Sinodo della Chiesa cattolica in Germania appare di grande interesse, visto il consenso molto largo che ha incontrato, anche tra i vescovi, una serie di cambiamenti sostanziali a livello concettuale e strutturale. Affaires à suivre, evidentemente, e con grande attenzione.

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*** La morsa della pandemia ci ha tolto molte energie e ci ha rinchiusi in una specie di clausura mentale e reale per quasi due anni. Ora stiamo riprendendo le abitudini che avevamo quasi dimenticato, pur nella prudenza che il virus ci impone. Speriamo in una bella stagione in tutti i sensi del termine fino all’arrivo del prossimo autunno. Vedremo se la vigilanza necessaria porterà o meno i suoi frutti e se il nostro impegno ne uscirà pure rafforzato. Come si diceva nel ’68: ce n’est qu’un début, continuons le combat! Dialoghi

La nostra rivista si vuole uno strumento di riflessione cristiana e quindi gli scenari di guerra attualmente presenti in Europa orientale non distolgono la nostra attenzione dalla realtà ecclesiale in genere e da quella cattolica in particolare. Il processo sinodale voluto da papa Francesco ha preso inizio in maniera per nulla «trionfale» (e questo avvio non proprio «entusiastico» non era per nulla, giustamente, nelle intenzioni dell’attuale vescovo di Roma), ma piuttosto modesta e quasi silenziosa. I ritmi previsti per l’opera di riflessione e di scambio erano mol-


A maggio 2022 saremo chiamati ad esprimerci, in votazione popolare, su un’ulteriore modifica della legge federale sui trapianti di organi. Quest’ultima era entrata in vigore nel 2007, dopo aver deciso per una competenza federale in materia che in precedenza si orientava a 15 diverse leggi cantonali specifiche. Nonostante il fatto che la legge federale fosse relativamente recente, essa fu sottoposta a diverse revisioni puntuali durante gli anni dopo la sua entrata in vigore. Infine nel 2019 fu presentata un’iniziativa popolare da parte dell’associazione Jeune chambre internationale che preconizzava un cambiamento nell’organizzazione del consenso all’espianto di organi su persone decedute. L’iniziativa proponeva che chi voleva opporsi al prelievo dei propri organi dopo il decesso doveva manifestarlo esplicitamente in modo che la sua volontà potesse essere rispettata. Chi non avesse espresso la propria posizione al riguardo, sarebbe stato considerato, sempre secondo questa iniziativa, donatore. L’iniziativa ricorreva al criterio del cosiddetto consenso presunto, in analogia con altre leggi in materia in altri Paesi, come ad esempio in Francia, in Italia, in Austria e in Spagna. Il Consiglio federale reagisce all’iniziativa formulando un controprogetto che riprende gli elementi fondamentali dell’iniziativa, precisando comunque il ruolo dei congiunti della persona deceduta e potenzialmente donatrice. Il controprogetto governativo viene approvato, dopo alcune divergenze, da entrambe le camere federali nel 2021. Segue il lancio di un referendum contro il controprogetto governativo e quindi il popolo viene chiamato

al voto il prossimo mese di maggio. Il testo governativo, approvato dalle due camere del parlamento, prevede un consenso presunto alla donazione degli organi dopo il decesso, con la clausola che siano interrogati i congiunti qualora la volontà del defunto non sia nota e documentata. Che cosa ne dobbiamo pensare? «Dialoghi» non intende formulare una vera e propria raccomandazione di voto, ma solo proporre qui alcune sommarie riflessioni che possano aiutare chi legge la rivista a prendere una decisione meditata. Va preso innanzitutto in considerazione il movente che sta dietro questo cambiamento legislativo. In Svizzera, e in maniera meno marcata in altri Paesi, muoiono ogni anno varie centinaia di pazienti in attesa di trapianto, perché non si è trovato un organo atto a salvare la loro vita. La mancanza di organi è fenomeno abbastanza generalizzato in Europa, ma è particolarmente acuto nel nostro Paese. Le statistiche europee vedono infatti la Svizzera al penultimo posto per il tasso di donazione, nonostante essa abbia un sistema sanitario tra i migliori al mondo. Comprensibile dunque la «cattiva coscienza» dei nostri responsabili della politica della salute nel tentativo di superare questa situazione negativa. Ancora maggiormente comprensibile dunque la raccomandazione delle camere federali e del governo a favore di un cambiamento legislativo che favorisca il dono di organi. Gli oppositori che hanno lanciato il referendum non risparmiano le critiche. Tra queste, una a carattere etico attira un’attenzione particolare. Essi affermano che la nuova regolamentazione è

contraria ai diritti fondamentali di ogni essere umano sull’integrità del proprio corpo. Questo argomento è comunque solo parzialmente pertinente in questo contesto. Il rispetto dell’integrità del proprio corpo vale infatti quando si è in vita. In questo caso, ogni intervento medico sul corpo di un paziente deve poter essere giustificato attraverso un consenso libero e informato da parte di quest’ultimo. Quando un paziente è decesso, il suo cadavere deve essere trattato con rispetto, perché esso è un’icona, un’immagine di colui che l’ha abitato, ma non gode più di una intangibilità assoluta, soprattutto quando un intervento della medicina sul cadavere è in grado di salvare una vita umana. Secondo il testo approvato da camere e governo e ora sottoposto alla decisione popolare, il ruolo dei congiunti del paziente deceduto è quello di essere testimoni della sua volontà. La loro testimonianza avviene in un contesto particolarmente delicato e doloroso. I parenti non hanno ancora «realizzato» che il loro caro li ha lasciati per sempre e sono sottoposti a domande che sembreranno loro non solo importune ma anche indelicate. Comprensibile dunque la tendenza al rifiuto di una donazione, là dove la volontà del defunto non è chiaramente presente alla memoria dei parenti. Il testo sottoposto a votazione non fuga ogni dubbio al riguardo e ciò è stato fatto notare durante le sedute delle commissioni dei due rami del parlamento. Non rimane, quindi, che soppesare gli elementi positivi e negativi del testo che ci viene proposto e prendere una decisione responsabile. (red.)

L’intensa corrispondenza del grande filosofo nei suoi anni tra Losanna e Ginevra Vedi recensione a pagina 25 Voltaire – Gli anni in Svizzera, con un saggio storico di Franco Monteforte e un’antologia di lettere a cura di Carlo Caruso Collana «I Cristalli», 840 pagine con illustrazioni a colori, 12.5 x 21 cm, Fr. 30.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch

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Al voto sulla medicina dei trapianti

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Appunti dal Sinodo

Oltre i confini della parrocchia, adoperarsi per un cambiamento epocale nella Chiesa Da alcuni mesi mi trovo in Italia, e precisamente a Genova; da qui sto partecipando alla prima fase del Sinodo 2021-2023, il «Sinodo sulla sinodalità». La diocesi di Genova si è mossa con puntualità: il 16 ottobre, alla vigilia dell’apertura solenne del Sinodo in tutte le diocesi cattoliche del mondo, c’è stata la prima giornata di formazione per i «delegati» delle parrocchie. Delegati pare tutti rigorosamente scelti dai parroci, non dalla base, due per parrocchia, possibilmente un uomo e una donna. A tutti è stato consegnato un opuscolo contenente il Documento Preparatorio e il Vademecum; ed è stato illustrato il metodo di lavoro da adottare nelle parrocchie: fondamentalmente il metodo dei «focus group» e della «analisi SWOT» (acronimo inglese per Forze, Debolezze, Opportunità, Minacce). Quindi, già prima di Natale e nel mese di gennaio, le parrocchie si sono messe al lavoro per fare un’analisi della realtà nei suoi punti di forza, debolezza, ecc. e per delineare azioni possibili adeguate all’analisi fatta. Tempo per inviare gli elaborati all’équipe sinodale diocesana: fino a Pasqua. L’uso di questi metodi di lavoro ha suscitato perplessità o approvazione, da parte di chi comunque li conosceva già e ne aveva fatto esperienza concreta. Per molti altri, la maggioranza forse, essendo un metodo sconosciuto, può aver creato qualche difficoltà iniziale ma poi in genere, per quello che ho sentito, è stato coinvolgente e le persone sono rimaste soddisfatte. Per lo più si è trattato di uno o due incontri, in piccoli gruppi. Per molti era la prima occasione di essere ascoltati, di prendere la parola, di discutere insieme della vita della parrocchia. Ecco: la parrocchia. Questo è il limite. Le articolazioni dell’«interrogativo fondamentale» al n. 26 del Documento Preparatorio – Come il «camminare insieme» si realizza oggi nella vostra chiesa particolare? Quali esperienze? Quali gioie? Difficoltà e ostacoli? Intuizioni? – sono state ristrette all’ambito della parrocchia, al massimo del vicariato, con le parrocchie vicine. I gruppi che si sono riuniti hanno discusso della situazione nella parroc-

chia, fatto proposte per la parrocchia. Un ulteriore limite è nato dai «dieci nuclei tematici» del Documento preparatorio, ciascuno dei quali si suddivide in numerosi interrogativi: il questionario è lungo, i gruppi non riescono a rispondere a tutto, e quindi la cosa migliore è scegliere uno o due di Marina Sartorio

temi e discuterli. Nonostante l’intervento del cardinale Grech per chiarire che i dieci temi sono sfaccettature del tema fondamentale su cui occorre concentrarsi, in molte parrocchie ci si è limitati a lavorare, per esempio, sul tema dell’ascolto. Che cosa succederà quando tutti gli elaborati arriveranno all’équipe diocesana che dovrà fare una sintesi, che sarà mandata all’équipe sinodale nazionale, che farà una sintesi per l’assemblea episcopale continentale che farà una sintesi da portare all’assemblea dei vescovi, a Roma, nel 2023? Molte diocesi, anche quella genovese, stanno mettendo man mano online (sui propri siti web, canali Youtube, pagine Facebook…) reportage sul lavoro dei gruppi, indicazioni di metodo, momenti di formazione, primi bilanci della partecipazione del «popolo di Dio» al Sinodo. A Genova mi pare che il grosso limite sia questa scelta di restringere l’analisi alla realtà ecclesiale locale. Altrove gli incontri dei gruppi prendono una piega intimista, spiritualista, si parla di ascolto e solitudine, di sentirsi bene insieme e voler essere comunità. Magari si coglie l’occasione per organizzare conferenze di teologi sulla sinodalità dai tempi della comunità di Gerusalemme ai nostri giorni, senza invitare esplicitamente i gruppi a prenderne spunto per fare di questo Sinodo l’occasione di un cambiamento della Chiesa oggi. Non mancano i momenti di formazione un po’ più coraggiosi, magari tenuti da teologhe, o da vescovi tra quelli più sensibili e disposti al cambiamento. In generale però mi sembra che ci sia molta prudenza e non si affrontino mai temi spinosi come il celibato obbligatorio per i preti, donne e ministeri, coppie omosessuali… Forse anche da parte dei laici che partecipano agli

incontri nelle parrocchie manca la determinazione ad affrontarli. Lo «scandalo degli abusi sessuali», i dati impressionanti dalla Francia, dalla diocesi di Monaco con i balbettii e la vergogna provata da Ratzinger, sono sempre più difficili da gestire per l’establishement cattolico, ma l’ipotesi che si realizzi anche in Italia qualcosa come il Sinodo tedesco è un incubo per la maggioranza dei vescovi e, incredibile (forse) ma vero, anche in aree del laicato. Un certo diritto di sollevare anche qualche problema va bene a tutti, ma forse il coraggio di intraprendere cambiamenti davvero epocali, ancora manca. Poiché però gli organizzatori del Sinodo hanno previsto la partecipazione non solo attraverso le parrocchie, le comunità religiose e i movimenti riconosciuti dalla gerarchia, ma anche per iniziativa di gruppi di base, anche formati ad hoc, si apre qualche spiraglio da cui far passare voci che desiderano cambiamenti più radicali. A Genova un gruppo di laici ha aperto uno spazio partecipativo dove, usando il metodo di lavoro proposto dall’équipe diocesana, si affrontano però problematiche di portata più ampia, tra cui anche quelle sollevate dal Sinodo tedesco. Questo gruppo vuole essere in dialogo con l’équipe sinodale diocesana, che per ora si è mostrata interessata all’iniziativa. I lavori sono ancora in corso, si vedrà più tardi come verrà accolto e inserito fra gli altri questo contributo, risultato di un percorso partecipativo un po’ diverso. L’idea sarebbe anche di moltiplicare questo tipo di iniziative dal basso; la prima, sperimentale, sta andando abbastanza bene, con una ventina di persone molto motivate e disponibili a replicare l’esperienza con familiari e amici che sanno desiderosi di prendere la parola, di attivarsi per il cambiamento della Chiesa. È facile immaginare, o almeno è una speranza, che gruppi simili stiano nascendo anche in altre diocesi. Questo Sinodo, almeno potenzialmente, è un’occasione inedita di prendere la parola a partire dalla base del popolo di Dio e non deve andare sprecata. Forse sta per aprirsi davvero un’epoca nuova per la Chiesa cattolica?


Chiese sempre più separate La tremenda e sciagurata guerra lanciata da Putin contro l’Ucraina – mentre scrivo, 11 marzo, ancora in atto – ha sullo sfondo un periodo storico complesso e lungo un millennio. Qui, senza addentrarci in tutti i suoi aspetti, ne mettiamo in evidenza quelli ecclesiali, con le loro fortissime ricadute in àmbito politico e sociale, le loro potenzialità per la pace o, anche, purtroppo, per una spinta ad una definitiva lacerazione dell’Ortodossia. Tutto cominciò a Kiev nel 988

Vladimir, principe di Kiev e guida della Rus’, nel 988 si fa battezzare da missionari venuti da Costantinopoli; poi, anche il suo popolo, da pagano deve farsi cristiano. Quando, nel 1240, i tartari mongoli invadono la Rus’, il metropolita di Kiev ripara in Russia; infine i suoi successori si fisseranno a Mosca (città nata nel 1147), prendendo il titolo di quella città. Nel frattempo la prima Roma, e la seconda, Costantinopoli, dopo vari litigi e scismi, con il Concilio di Firenze del 1439 fanno pace e si riconciliano. Ma ormai era tardi: il 29 maggio 1453 l’antica Bisanzio cade in mano ai turchi: dopo mille anni, finisce l’impero romano d’Oriente. E sfuma nel nulla l’accordo di Firenze. A metà del XVI secolo il grande principe di Mosca diventa zar; anche il metropolita dovrà, dunque, salire di grado: il patriarcato di Costantinopoli, regnante il sultano, non può rifiutare la richiesta; e nel 1589 Job diventa patriarca. E Mosca la «Terza Roma». Gli «uniati». Soppressione e rinascita del patriarcato russo

Pochi anni dopo la maggior parte dei vescovi della metropolia di Kiev, che mai formalmente si era separata da Roma, col Sinodo di Brest nel 1596 riconosce l’autorità del papa (Clemente VIII): ma, secondo Mosca, i greco-cattolici, spinti dai re polaccolituani, sono diventati «uniati» (=ortodossi che, tradendo la Chiesa madre, si sottomettono a Roma). Nel 1686 la parte della metropolia di Kiev rimasta ortodossa passa sotto la giurisdizione di Mosca. Quando, nel 1941, i nazisti arrivarono in Ucraina, alcuni «uniati» li considerarono dei liberatori dal regime comunista ateo. Stalin se ne ricordò: e accusandoli in blocco – del tutto ingiu-

stamente – di aver appoggiato Hitler, nel ’46 obbligò uno pseudo-Sinodo di Leopoli a proclamare decaduta l’unione di Brest: chi si fosse opposto, avrebbe subito gravi ritorsioni. Già dal ’45 egli aveva mandato ai lavori forzati in Siberia l’arcivescovo maggiore, Josyp Slipyj; sarà liberato solo nel ’63, da Khruscev. di Luigi Sandri L’autocefalia ucraina divide Mosca e Costantinopoli

Stante l’Urss, l’Ucraina era un esarcato legato al patriarcato russo. Con il suo crollo, nel Paese indipendente l’Ortodossia si spacca in tre parti: la Chiesa ortodossa ucraina (COU), legata a Mosca, la maggioritaria per numero di vescovi, parrocchie e fedeli; una piccola Chiesa autocefala; il patriarcato di Kiev, guidato da Filarete, scomunicato da Mosca. Concordi tutte le quattordici Chiese ortodosse con la proposta di Bartolomeo, il patriarca ecumenico, si programma per il 2016 un Concilio panortodosso; ma all’ultimo momento il patriarcato di Mosca (più quelli di Antiochia, Bulgaria e Georgia) rifiuta di partecipare all’Incontro che si tiene a Creta. È uno smacco per Costantinopoli. Nel settembre ’18 Bartolomeo annuncia di voler concedere l’autocefalia (indipendenza canonica) alla Chiesa ucraina; Kirill si dice assolutamente contrario. Il 15 dicembre di quell’anno, sotto l’alta protezione del presidente Petro Poroshenko, si tiene a Kiev un «Concilio della riunificazione»: nella nuova Chiesa entrano la piccola autocefala e il patriarcato di Kiev; la COU, guidata dal metropolita di Kiev, Onufry, rifiuta; il patriarcato di Mosca proclama la rottura eucaristica (lo scisma, in senso stretto), con Costantinopoli. In gennaio ’19 Bartolomeo firma il tomos dell’autocefalia della Chiesa ucraina (CAOU). Questa spaccatura si riversa sull’intera Ortodossia: alcune Chiese (Grecia, Cipro, patriarcato di Alessandria) sono per Costantinopoli, altre per Mosca o, come la Rumena, «neutrali». Poi arrivò la guerra

Il 24 febbraio ’22 Kirill, in riferimento a quella che Putin ha chiamato opera-

zione speciale contro l’Ucraina, afferma: «È con profondo dolore nel cuore che sento le sofferenze della gente, provocate dagli eventi che accadono. Come patriarca di una Chiesa il cui gregge si trova in Russia, in Ucraina e in altri Paesi, compatisco tutti coloro che sono colpiti dalla disgrazia. Esorto le parti in conflitto a fare tutto il possibile per evitare vittime tra i civili». Epifanij, primate della CAOU è naturalmente schierato del tutto con Kiev e contro il Cremlino. Ed Onufry? Egli proclama: «Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina, noi ci rivolgiamo al presidente della Russia e gli domandiamo di cessare immediatamente la guerra fratricida. I popoli ucraino e russo sono sorti dalle fonti battesimali del Dniepr e la guerra tra questi due popoli è la ripetizione del peccato di Caino, che per gelosia uccise suo fratello. Una tale guerra non trova giustificazione né davanti a Dio né davanti agli uomini». In Russia, oltre duecentotrenta preti e diaconi affermano in un appello: «Piangiamo il calvario a cui nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti»; e chiedono un immediato cessate-il-fuoco. Però il segnale ecclesiologicamente più significativo è partito la domenica 6 marzo: diversi metropoliti della COU – come Eulogio di Sumy, Teodoro di Mukachevo, Filarete di Leopoli – hanno «ignorato» il nome di Kirill nella «divina liturgia» (la messa). Ma, nell’Ortodossia, il ricordo del proprio patriarca, durante la liturgia, è cruciale; non farlo è, di per sé, un gesto scismatico. Anche decine di parroci della COU lo hanno fatto, pregando poi Onufry di convocare un Concilio (dove con i vescovi parteciperebbero anche rappresentanti dei preti e dei fedeli) per proclamare l’autocefalia della loro Chiesa. Ma in Ucraina vi è già la CAOU! Oppure le Chiese ortodosse del Paese si riuniranno in un’unica Chiesa? Tanto più dopo che il 6 marzo Kirill ha di fatto appoggiato la operazione di Putin adducendo, tra i motivi, il suo dovere di impedire l’espansione, anche dall’Ucraina, dei Gay-pride. Da parte sua, il patriarcato di Bucarest ha definito «cinico» il silenzio di Kirill sull’invasione dell’Ucraina.

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La guerra in Ucraina lacera l’Ortodossia

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Finisca il massacro, si attivi la solidarietà Gli appelli di papa Francesco contro la guerra In queste tre settimane di guerra, papa Francesco, in occasione dell’Angelus domenicale, ha alzato la voce contro il massacro, soprattutto dei civili, di un conflitto che riporta l’Europa agli incubi di un passato che si pensava sepolto. Abbiamo scoperto (ma forse avevamo gli occhi rivolti soltanto a conservare i nostri privilegi) che sotto la brace di una pace armata cova sempre il fuoco della violenza e della sete di sopraffazione. Riportiamo qui gli appelli di Francesco, nella speranza che i potenti del mondo li ascoltino (ma per il momento hanno le orecchie tappate). Domenica 27 febbraio 2022

In questi giorni siamo stati sconvolti da qualcosa di tragico: la guerra. Più volte abbiamo pregato perché non venisse imboccata questa strada. E non smettiamo di pregare, anzi, supplichiamo Dio più intensamente. Per questo rinnovo a tutti l’invito a fare del 2 marzo, Mercoledì delle ceneri, una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Ucraina. Una giornata per stare vicino alle sofferenze del popolo ucraino, per sentirci tutti fratelli e implorare da Dio la fine della guerra. Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra. Penso agli anziani,

a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini… Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti. Con il cuore straziato per quanto accade in Ucraina – e non dimentichiamo le guerre in altre parti del mondo, come nello Yemen, in Siria, in Etiopia… –, ripeto: tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza. Perché chi ama la pace, come recita la Costituzione Italiana, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (Art. 11). Domenica, 6 marzo 2022

In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria. Le vittime sono sempre più numerose, così come le persone in fuga, specialmente mamme e bambini. In quel Paese martoriato cresce drammaticamente di ora in ora la necessità di assistenza umanitaria. Rivolgo il mio accorato appello perché si assicurino davvero i corridoi umanitari, e sia garantito e facilitato l’accesso degli aiuti alle zone assediate, per offrire il vitale soccorso ai nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura. Ringrazio tutti coloro che stanno accogliendo i profughi. Soprattutto imploro che cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato – e prevalga pure il buon senso –. E si torni a rispettare il diritto internazionale!

E vorrei ringraziare anche le giornaliste e i giornalisti che per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita. Grazie, fratelli e sorelle, per questo vostro servizio! Un servizio che ci permette di essere vicini al dramma di quella popolazione e ci permette di valutare la crudeltà di una guerra. Domenica, 13 marzo 2022

Questa settimana la città che ne porta il nome [di Maria], Mariupol, è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l’Ucraina. Davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri. Col dolore nel cuore unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro! Vorrei ancora una volta esortare all’accoglienza dei tanti rifugiati, nei quali è presente Cristo, e ringraziare per la grande rete di solidarietà che si è formata. Chiedo a tutte le comunità diocesane e religiose di aumentare i momenti di preghiera per la pace. Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace.


La memoria di Piero Beretta (18891968), il mio primo mentore al «Corriere del Ticino», risaliva così a lungo negli anni da ricordarsi che i ragazzi di Lugano, ai suoi tempi, usavano salutare con dei sonori «graah, graah» (il gracchio dei corvi) il passaggio degli alunni del seminario che andavano a salutare il Vescovo Peri Morosini in fondo a Via Nassa. Riconosceva che quelle dimostrazioni di intolleranza erano fortunatamente cessate: si poteva essere non-credenti (lui stesso si definiva non-credente) e mostrarsi educati. Mai più avrebbe immaginato che, se oggi ai seminaristi venisse voglia di transitare per Via Nassa, nessuno li noterebbe: non solo perché non portano più la talare nera e il cappello tondo, ma perché si sono ridotti a poche unità. Un errore sarebbe imputare semplicemente al corpo clericale la crisi che investe tutto il corpo ecclesiale e le religioni in genere. Ma, senza dubbio, un rapporto lega questo a quella, che rimane da approfondire. Il libro di Andrea Riccardi «La Chiesa brucia?»1 (è stato recensito da «Dialoghi» sul numero 266, giugno 2021) registra la progressiva erosione delle religioni in Europa. In Italia, gli assidui alla messa domenicale erano nel 2009 il 32%, nel 2020 il 19%, mentre i noncredenti erano raddoppiati, passando dal 14,3% al 30,6%. In Spagna, il 45,9% dei catalani si dichiara estraneo alla Chiesa, nel 2015 i battezzati alla nascita erano meno della metà dei nuovi nati. Sempre in Spagna, nel 1950 più della metà dei cattolici si recava in chiesa la domenica, nel 2019 si è scesi al 9,1%. Cinquant’anni fa, quasi tutta la popolazione svizzera era di confessione protestante (49%) o cattolica (47%), ora le quote rispettive sono scese a 23% e al 35%. Il calo riguarda soprattutto i giovani. A me un parroco del Luganese ha confessato: «Tra i 14 e i 24 anni non vedo più nessuno». Il grande risalto dato dai media alla rivelazione di migliaia di abusi sessuali commessi dal clero in molti Paesi d’Europa fa pensare che esista una re-

1. A. Riccardi, La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza, Roma-Bari, 2021.

lazione necessaria tra queste doverose denunce e gli abbandoni della pratica religiosa. Un effetto c’è sicuramente stato, ma è difficile da valutare. Occorre avvicinare di più lo sguardo. Lo fa il volume «Rifare i preti. Come ripensare i Seminari» di Enrico Brancozzi, rettore del Seminario di Fermo nelle Marche, uscito nel 20212 e già una volta ristampato. di Enrico Morresi Calo numerico

Di forte evidenza è il calo del numero dei preti in esercizio. Dal volume di Riccardi risulta che la diminuzione più drammatica è avvenuta in Francia, dove dal 1965 al 2017 i preti diocesani sono diminuiti da 49.100 a 11.350. Nel 2018, due terzi delle diocesi francesi non avevano seminaristi. In Spagna, nel 1965, c’erano 27.972 sacerdoti, nel 2017 erano 16.334; i seminaristi erano calati da 8.079 a 1203. In Germania, dal 2000 al 2019, il numero di sacerdoti cattolici è calato da 17.129 a 12.893. In Italia la diminuzione appare meno sensibile: la diminuzione dei preti tra il 1990 e il 2018 è di 38.000 a 32.000; più sensibile quella dei seminaristi: 6.337 nel 1970, 2.103 nel 2019, 1804 oggi. Nella Diocesi di Lugano, rispetto al 1940, il totale dei preti diocesani attivi è calato a poco meno di un terzo (da 282 a 106). Il «fenomeno Concilio» – ossia l’atteso rilancio dopo le riforme del Vaticano II (1962-65) – non c’è stato, la diminuzione è continuata con implacabile regolarità, come i numeri della tabella riferiti a quegli anni dimostrano. Un rimedio di una certa consistenza è consistito nel ricorso a preti extra-diocesani: oggi sono poco meno di un terzo dei «locali». Un altro problema tutto «nostro» dovrebbe far riflettere anche a un altro livello: quello giuridico. Il forte calo numerico di ticinesi tra il clero diocesano non faciliterà la scelta dei futuri vescovi di Lugano, tenuto conto anche dell’età media piuttosto alta dei presbiteri in esercizio: e i candidati per legge devono essere «ticinesi doc». Non dispongo di cifre sui religiosi, ma 2. E. Brancozzi, Rifare i preti. Come ripensare i seminari, Ed. dehoniane, Bologna, 2021.

i conventi tendono pure a chiudersi, e in totale ad aggirarsi tra le celle e la chiesa, devono essere rimasti in poche decine…3. I seminari nella Svizzera italiana

La creazione dei seminari fu una delle realizzazioni più importanti decise dal Concilio di Trento (1545-1563). Il più antico con sede in Ticino fu quello di Pollegio, voluto da San Carlo e realizzato dal suo successore, l’arcivescovo di Milano Federico Borromeo, nel 1622. Conobbe una chiusura forzata nel 1852, durante la polemica anticlericale dell’Ottocento, fu restituito dal governo liberal-conservatore alla nuova Diocesi di Lugano nel 1885. Pollegio ospitò per alcuni anni ancora il ginnasio, fino al 1919, poi si ridusse a funzionare con più o meno a fatica come scuola privata, come centro per rifugiati, sede sindacale. A quell’epoca gli studi ecclesiastici interessavano ancora una parte considerevole della gioventù ticinese. A Lugano esisteva pure, dal 1885, uno «Studio serafico filosofico e teologico» dei frati cappuccini (per studio «filosofico» si intende il grado liceale; per «teologico» il grado successivo, universitario o para-universitario, fino all’ordinazione). Per i chierici della nuova Diocesi, il primo vescovo del Ticino, Eugenio Lachat, aprì nel 1885 un centro di formazione in una villa di Casserina, fuori Lugano, chiamata «Villa Fè», che si sarebbe tuttavia prestissimo dimostrata inadatta, tanto che i chierici furono di nuovo trasferiti in Via Nassa, accanto alla sede vescovile, fino al 1903, anno del definitivo trasloco nella nuovissima imponente sede di Moncucco, a Lugano, nel quartiere di Besso. Dall’anno scolastico 19191920, con l’insediamento a Lugano dei ginnasiali, la media degli alunni raggiunse quella che si può definire la quota di crociera per gli anni fino 3. Un discorso a parte, che non voglio approfondire in questa sede ma è ben presente nella considerazione che si deve fare sulle «vocazioni» oggi, concerne l’attrazione che esercitano i seminari «alternativi», in generale conservatori ma non necessariamente fuori della comunione ecclesiale. Riccardi rileva, parlando della Francia, che «c’è un ambiente in cui si registrano crescite, quello dei tradizionalisti, che rappresentano ben il 20 per cento dei seminaristi francesi».

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La crisi dei seminari e le vie d’uscita per il ministero presbiterale cattolico

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alla seconda guerra mondiale: 58 ginnasiali, 21 liceali, 18 teologi.

La diminuzione del clero in Ticino

Questo servizio fa spazio a una foto che potrebbe far strabuzzare gli occhi: un’impressionante calata di tonache fotografata nel cortile del seminario, una… dimostrazione di forza da tutti i punti di vista. Attenzione, però. A quel tempo non era stato ancora scorporato il ginnasio (oggi si direbbe: la scuola media), che sarebbe stato trasferito nel 1957 nella villa di Lucino a Breganzona donata al vescovo dalla nobildonna Germaine Keyaerts de Hochschild. Tutti, al tempo di quella foto: ginnasiali, liceali, «teologi» e corpo insegnante, occupavano la sede di Besso, che i più anziani ricordano bene: le aule ampie e soleggiate al primo piano, la cappella sul retro, gli ampi cortili nei quali i seminaristi giocavano a calcio senza smettere la cronaca. Il numero degli alunni fu costantemente vicino alle cento unità, con una sessantina di ginnasiali, una ventina di liceali e una ventina di teologi. Un picco venne raggiunto nel 1937-38 (con ogni probabilità l’anno della foto), con 68 ginnasiali, 28 liceali e 27 teologi, totale 123. Alla fine della seconda guerra mondiale, anno scolastico 1944-45, i ginnasiali erano ancora 52, i liceali 24, i teologi 38, 114 in totale.

Anno

Preti diocesani attivi

Preti in pensione

Preti extra-diocesani

1903 1940 1960 1965 1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 2004 2010 2015 2020 2022

340 282 274 257 249 214 185 176 165 142 142 136 127 118 106 102

* * * * * * 20 23 28 42 42 38 28 29 29 31

* * * 29 31 31 22 14 17 19 27 29 36 33 31 32

Fu in quegli anni che si concluse un’altra epoca: quella in cui anche alle famiglie meno abbienti il seminario offriva un accesso, di seconda mano ma di qualità non inferiore, agli studi medio superiori. Si stava insieme dai dodici ai ventiquattro anni, insegnanti, ragazzi e giovani adulti. In quell’ambiente, anche problematico – come lo descrive il romanzo: «Gli ostaggi» di Giovanni Bonalumi4 – molti ticinesi che poi si illustrarono nelle lettere, nel giornalismo, nelle professioni liberali vissero gli anni dell’adolescenza e della prima maturità. Il periodo di Friburgo

La decisione di abbandonare la sede di Besso fu presa dal vescovo Angelo Jelmini, il quale, nel 1968, spostò i seminaristi liceali ticinesi al Collegio Papio di Ascona e gli studenti universitari a Friburgo, dove potevano approfittare del prestigioso corpus di docenti di una delle più rinomate facoltà di teologia svizzere. L’impresa di ravvivare le vocazioni fu affidata a don Sandro

4. G. Bonalumi, Gli ostaggi, prima edizione Vallecchi, Firenze, 1954, seconda edizione Casagrande, Bellinzona, 1979.

* non registrato

Vitalini, per anni instancabile animatore della Comunità teologica ticinese nel Convitto Salesianum in Avenue du Moléson, nonché lui stesso docente di dogmatica dal 1968 al 1994 all’università sulla Sarine (di cui fu per due volte decano). Al suo carisma umano e accademico e alle sue aperture conciliari vennero affidate generazioni di candidati al sacerdozio, molti dei quali oggi occupano posti di rilievo in Diocesi: a partire dal vescovo attuale, Valerio Lazzeri, che si formò al Salesianum dal 1982 al 1987. La formula del «seminario friburghese» (che nel 1987 fu affidato a un secondo rettore, don Sandro Bonetti) era un misto tra apertura al mondo e ritiro in comunità. Il gruppo dei giovani teo­logi viveva i momenti di preghiera, spiritualità e condivisione dentro le mura del seminario, ma usciva in città per i corsi accademici frequentando studenti e studentesse di tutte le altre facoltà universitarie. I confronti col «mondo» erano perciò garantiti, compresi gli scontri – a volte – con i compagni di studio laici o con altre real­tà religiose di impostazione diversa, come i novizi dei vari ordini presenti a Friburgo, i gruppi tradizionalisti o progressisti (Laientheologen e Laientheologinnen) o i movimenti ecclesiali emergenti, come Comunione e Liberazione – che in quegli anni si stava consolidando attorno alla figura di un altro sacerdote, pure docente universitario e futuro vescovo: don Eugenio Corecco. Nessun seminarista, a Friburgo, viveva «sotto vetro». Lo stile della comunità teologica voluto da don

Fonte: Annuario della Diocesi di Lugano

Vitalini era aperto, amichevole e familiare. E, al di là di casi particolari, i seminaristi sentivano di respirare una certa aria di libertà. È del 1992 la decisione del Vescovo Corecco di trasferire nuovamente la Comunità teologica a Lugano. Di quell’anno è la fondazione della Facoltà di teologia, dove attualmente i seminaristi frequentano le lezioni; l’ospitalità è offerta dall’ex Monastero delle Suore cappuccine, pure a Lugano, in Via Cantonale, che fino a una ventina d’anni fa vi gestivano una scuola per ragazze, ora sede di molti uffici ed enti legati alla Curia vescovile. Il «vecchio seminario», di LuganoBesso, dal 2019 è concesso in diritto di superficie alla Moncucco SA, che gestisce la vicina clinica. Fino a quest’anno l’enorme edificio ospitava due scuole: la Scuola superiore specializzata in cure infermieristiche, che tuttavia lascerà i locali nel prossimo autunno, e il Conservatorio della Svizzera italiana, che attende (ma per chissà quando…) di occupare in futuro l’ex Studio Radio, non più sede della Radiotelevisione. È giuridicamente «diocesano» anche il Seminario «Redemptoris Mater» con sede a Melano. I ministeri e gli ordini sono conferiti dal vescovo di Lugano, l’origine e il fine lo distinguono tuttavia dal Seminario diocesano. Le «vocazioni» nascono soprattutto nell’ambito del movimento neo-catecumenale e la destinazione è soprattutto missionaria. Gli studenti sono attualmente 17.


Pensare a cristiani preti

Una riflessione del vescovo di Lugano, Valerio Lazzeri Il numero ridotto di candidati al presbiterato, presenti oggi nel Seminario San Carlo, può legittimamente motivare l’approfondimento offerto in questo numero di «Dialoghi». Del resto, da decenni l’approccio statistico, non solo alla nostra realtà diocesana, ma a quella di tutta la Chiesa cattolica, almeno nei nostri Paesi di avanzata secolarizzazione, denuncia il fenomeno di un’inesorabile diminuzione di chi si prepara al ministero ordinato e, di conseguenza, dei preti attivi nel servizio pastorale. Più volte, questo dato è stato oggetto di analisi e riflessioni in vari ambiti diocesani, dai Consigli presbiterale e pastorale alla Pastorale giovanile e familiare, negli incontri di formazione permanente come nelle riunioni a livello vicariale. Un punto su tutti appare chiaro: non è così facile passare dalla correttezza delle

diverse diagnosi del male alla proposta di un’unica ed efficace terapia. Non si tratta infatti soltanto di assicurare un contingente di operatori pastorali adeguato alle esigenze della porzione di popolo di Dio presente sul nostro territorio. Ci si rende conto piuttosto che il processo di trasformazione in atto ci sta interpellando, a un livello ben più profondo, sul nostro essere Chiesa, sul nostro essere cristiani, ossia, «discepoli-missionari», come dice Papa Francesco, testimoni oggi, in quanto battezzati, di Gesù Cristo, morto e risorto. Non si può quindi isolare il problema della scarsità delle vocazioni al ministero ordinato dalla presa di coscienza del profondo travaglio che la Chiesa, la società, l’intera nostra civiltà sta vivendo. Penso personalmente che questo richieda un atteggiamento di profonda umiltà da

parte di tutti. Non ci sono rimedi miracolosi da applicare a quello che ci è chiesto di vivere. Ci è richiesta invece una postura specifica da assumere nel percorrere insieme, senza critiche amare e accuse reciproche, la Via, che, secondo gli Atti degli Apostoli, costituisce il proprium dei cristiani. Essa non è una teoria da tradurre in pratica, ma una Persona viva, che da oltre la morte continua a pronunciare il nostro nome, promettendoci la Verità, la saldezza incrollabile dell’Amore, la pienezza inesauribile della Vita. Oggi forse facciamo ancora fatica a immaginare come saranno in futuro i ministri ordinati e come esattamente li potremo preparare al loro compito. Una cosa mi sembra sicura: quelli che ancora ci saranno donati non potranno che avere le radici ben piantate in questa singolare e inconfondibile esperienza.

Candidati tra ideali e prospettive Il posto è bellissimo: l’ex monastero femminile di San Giuseppe, costruito nel Settecento e situato alla punta nord del centro storico di Lugano, di recente restaurato. Vi abbiamo incontrato la famiglia dei seminaristi della Diocesi di Lugano: cinque, che vi risiedono in permanenza frequentando durante l’anno scolastico la Facoltà di teologia di via Buffi. La sera dell’incontro mancava Davide Furlan (1983), locarnese: «vocazione adulta» la sua (dottorato in archeologia conseguito a Basilea), frequenta il quarto anno di teologia, è già stato ammesso all’accolitato1 Gli altri: Daniele Santini (1998), di Vacallo, maturità scientifica al liceo di Mendrisio, quarto anno di Facoltà teologica, lui pure già accolito. Sono gli unici due ticinesi-doc. Ma non è nato lontano da qui Stefano Piva (1994), di Colico, Alto Lario, diplomato di istituto tecnico, esperienza in fabbrica, organista, al secondo anno di teologia. Da… più lontano provengono Désiré Davguri, 1996, che il suo vescovo, nel Benin, ha mandato a studiare teologia a Lugano (è già diacono) e Hugo Mota, 1992, brasiliano di Minas Gerais, in

1. L’accolitato è un ministero conferito anche ai laici, in vista del servizio alla comunità e in particolare all’altare.

Gli attuali candidati al presbiterato della Diocesi di Lugano, con il rettore mons. Claudio Mottini.

possesso di una licenza di teologia biblica, studia a Lugano per il dottorato. Tre, dunque, i candidati all’impegno e alla vita sacerdotale in Diocesi. Pochi? Sì. Con loro parliamo di «vocazione». Da tutti e quattro è ritenuta un elemento difficile da definire ma importante, anzi: decisivo. Senza «vocazione» non si cresce, su di essa si riflette di persona e in comune. Il Seminario offre anche un accompagnamento di tipo psicologico, che fa presenti i rischi del mestiere (la gestione della propria sessualità, i casi di abusi), criticamente affrontati. Obiettivo condiviso è il mettersi a disposizione, a tutto campo,

al servizio della Chiesa e del prossimo. Che significa? La solitudine della canonica non è considerata un ideale, e chi vuole chiudersi in un monastero non viene in seminario. Qualche incertezza si rileva nel definire il «come» sarà l’impegno prossimo futuro, avvertito genericamente come vicinanza alle persone. Gli alti studi per i quali si deve passare nascondono la realtà del mondo? Risposta difficile. Ma quei tre sono pochi. La Diocesi ci riflette? Bastano le preghiere? Il pensiero corre alla fotografia dei cento e più fotografati tanti anni fa sulla scala di ingresso del seminario di Besso. E.M.

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Ripensare la formazione per una missione diversa Un rettore di seminario si confessa Un libro che affronta la crisi del clero cattolico senza spirito polemico ma senza tacere nulla è «Rifare i preti» di Enrico Brancozzi, rettore del seminario di Fermo nelle Marche1. Il libro allarga dapprima lo sguardo alla dimensione mondiale della crisi delle religioni, descritta nel fondamentale studio di Charles Taylor «L’età secolare»2. Fenomeno non lineare, attualmente in una fase contrassegnata dalla rivoluzione dei consumi e dalla diffusione del benessere. Studi recenti hanno posto in rilievo che «anche le eccezioni al declino religioso (come in Italia, Stati Uniti, Irlanda o Polonia) stanno scomparendo»3 per far spazio a una religiosità dai confini labili e incerti (…)». Il mondo giovanile non pare sostanzialmente alternativo a questo fenomeno, come dimostrano altri studi4. In definitiva, «la realtà della Chiesa sta andando verso un vero tracollo quantitativo: la quasi totalità dei praticanti domenicali ha più di sessant’anni, i giovani sono presenze sporadiche: tra l’1 e il 2 percento». È una brutta notizia che si tenta in tutti i modi di rendere meno sgradevole, scrive l’Autore: ma è una situazione da gestire, «perché negare il problema vuol dire rinviare i tentativi di affrontarlo» (p. 51). L’autore indica come centrale la crisi del «principio parrocchiale»: una struttura che garantiva ad ogni persona il diritto di avere a disposizione nell’arco complessivo della sua vita gli strumenti necessari per diventare e restare cristiani. «Il rischio che si corre, se non si prendono opportune contromisure, è quello di avere una generazione di

1. E. Brancozzi, Rifare i preti. Come ripensare i Seminari. Saggio introduttivo di Erio Castellucci, EDB, Bologna, 2021. 2. Ch. Taylor, A secular age, Cambridge Mass./London, 2007; tr. it. C. Taylor, L’età secolare, Feltrinelli, Milano, 2009. Un ottimo riassunto nella recensione di Francesca Rigotti: La laicità ti fa male, lo sai (un titolo quanto mai infelice! ndr.), Il Sole-24 Ore, 17 febbraio 2008, p. 40. 3. L. Diotallevi, Fine corsa. La crisi del cristianesimo come religione confessionale, EDB, Bologna, 2017. 4. F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una religione senza Dio?, Il Mulino, Bologna, 2016.

presbìteri incapace di decifrare le trasformazioni in corso, che vivrà con rassegnazione o con rabbia la fine del “piccolo mondo antico”» (p. 66). La formazione offerta dai seminari «corrisponde ancora alla preparazione di un ministero di vicinanza». Il punto è se la vicinanza non debba essere rivista secondo modelli nuovi, situazioni alle quali il presbitero (o il vescovo) non è necessariamente più vicino perché visibile e presente fisicamente. Molti sentono più vicino alle nostre esigenze spirituali un ministero via media come quello di Papa Francesco (o del nostro vescovo Valerio durante la pandemia), più vicino di quello del proprio parroco, anche perché per molti – gli anziani delle nostre valli! – il parroco è sempre più assente o lontano: i numeri sono quelli che sono. L’autore critica il ricorso a presbiteri provenienti dall’estero o presi da ordini religiosi: «Ci si è preoccupati di non sguarnire il territorio di una presenza sacrale che erogasse servizi religiosi esattamente come si sarebbe fatto due secoli fa. Ma in questo modo si è continuato a replicare un modello ormai inadeguato. La figura del prete che gestisce l’esistente non ha più senso perché la fede come orizzonte comune di una determinata società non esiste più». Con la facilità degli spostamenti e le infinite possibilità di mobilità che abbiamo nelle nostre città e nei nostri paesi, il problema della vicinanza fisica è divenuto relativo. L’invenzione dei seminari ha servito bene la società cristiana fino, almeno, al Concilio Vaticano II. È ancora condivisa la concezione della «vocazione» come elemento insindacabile, una «chiamata da Dio» che sarebbe difficile contestare. Ma la «vocazione» non deve essere una buona ragione per lasciare impreparati i candidati a inserirsi in una situazione nuova. Sulla prevalenza della formazione intellettuale, sulla carenza di esperienze in comunità reali durante lo studio, sullo sforzo del magistero (compreso quello degli ultimi papi) per chiarire meglio premesse e conclusioni, il lavoro di Brancozzi si esprime criticamente ma con un forte spirito di condivisione. L’ultimo sti-

molo è ricavato dal magistero e dalla testimonianza personale di Papa Francesco: da uomini del culto a pastori con «l’odore delle pecore», attivi e partecipi di quell’ospedale da campo (così lo definisce l’attuale pontefice) in cui saranno mandati a operare. L’autore lascia fuori i due temi che, subito dopo (o… subito prima) si impongono in un processo di revisione dell’esistente: se i presbiteri potranno essere anche… presbitere, e se la norma del celibato possa essere allentata. Visto l’ottimo livello degli argomenti che Brancozzi tocca nel suo lavoro, può bastare così. Anche perché in apertura il libro porta uno scritto del vescovo di Fermo, che ovviamente potrebbe voler sbilanciarsi solo fino a un certo punto. E.M. Auguri al segretario. Nuovo segre-

tario della Conferenza dei vescovi svizzeri è stato nominato Davide Pesenti, nato nel 1982, cresciuto a Grono (Mesolcina), dove ha fatto il chierichetto. Sposato e padre di un figlio, ha studiato teologia e scienze religiose a Friburgo e a Roma; in seguito, è stato attivo come giornalista con diverse mansioni ecclesiali in Svizzera. Gli auguriamo di essere efficace tramite tra i Vescovi svizzeri e la Chiesa di Lugano e i ticinesi.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche su

www.dialoghi.ch


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I cento seminaristi del 1937 fotografati insieme con il Vescovo Angelo Jelmini.

Ministri laici (e laiche) in parrocchia: una via battuta nella Svizzera tedesca Nelle altre regioni della Svizzera troviamo situazioni in gran parte analoghe ma anche alcune vie d’uscita possibili rispetto al fenomeno della forte diminuzione di candidati al ministero presbiterale. Le diocesi della Svizzera romanda hanno mantenuto l’istituzione del seminario. La diocesi di Sion e quella di Losanna-Ginevra-Friburgo gestiscono rispettivamente due case di formazione nella città della Sarine, in modo che i seminaristi possano fruire dell’offerta formativa in teologia presso la Facoltà dell’Uni di Friburgo. I «seminaristi» attualmente presenti sono pure fortemente in diminuzione rispetto a quelli formati durante gli anni ’50 e primi anni ’60 del secolo scorso. La situazione nelle diocesi della Svizzera tedesca è diversa poiché è invalsa da tempo l’abitudine per cui gli studenti di teologia che intendono diventare preti annunciano ai loro rispettivi vescovi questa loro intenzione solo verso la fine degli studi, in modo che non sia possibile dedurre quanti siano solo a partire dalle statistiche accademiche. Nelle facoltà di teologia svizzere – a Friburgo, Lucerna e Coira

– studiano studenti e studentesse, in parte in presenza, in parte a distanza. La diocesi di Basilea aveva un seminario a Lucerna fino a pochi anni ma vi soggiornavano sia studenti candidati al presbiterato sia studenti laici e studentesse laiche. Anche nello studentato di Coira soggiornano sia candidati al sacerdozio sia studenti laici. Il numero dei candidati all’ordinazione sacerdotale si registra solo al momento dell’ordinazione al diaconato. Il numero delle persone che intraprendono questo cammino è proporzionalmente basso, come nella diocesi di Lugano. Il fenomeno della diminuzione è dunque analogo, ma la diversa organizzazione degli studi teologici rappresenta un tentativo di uscire dall’impasse. Le diocesi della Svizzera tedesca hanno di fatto mandato giovani teologi e teologhe in varie parrocchie e istituzioni ecclesiali affidando loro vari tipi di ministeri. Essi ricevono dal loro vescovo una missio, cioè un incarico che ha valore di impegno, anche se evidentemente non di carattere sacramentale. Dove queste persone assumono una funzione ufficiale di responsabile in proprio di

una parrocchia il vescovo conferisce loro una institutio, che li abilita come «ministri ordinari» della parrocchia. Queste persone, uomini e donne, devono avere compiuto uno studio completo di teologia e un anno di pratica pastorale, seguiti da persone competenti, sono salariate secondo modalità diverse a seconda dei vari cantoni e del modo con cui sono organizzate le finanze ecclesiastiche. Il numero di questi teologi e teologhe laici è diverso a seconda delle varie regioni della Svizzera tedesca, ma in alcuni casi arriva a eguagliare il numero dei chierici in servizio pastorale. La Svizzera romanda ha seguito questo fenomeno con meno intensità, ma è comunque presente, soprattutto nei settori di pastorale non parrocchiale ma specializzata (ospedali, prigioni ecc.). Non è possibile, nell’ambito di questo breve schizzo, rispondere al quesito se una tale strategia per sopperire al calo numerico dei preti ordinati sia una strada promettente, e se sia imitabile al Sud delle Alpi. L’abbiamo comunque evocata perché se ne dovrà parlare anche in Ticino, durante e al di là del processo sinodale in corso. a.b.


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La cura della casa comune: verso l’ecologia integrale Introduzione Il 21 agosto 2021 la Rete Laudato si’ della Svizzera Italiana ha organizzato una Summer School alla Montanina di Camperio in Val di Blenio per approfondire la proposta di «ecologia integrale» che si trova nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015). L’analisi delle radici spirituali, economiche e politiche della crisi ecologica e la valutazione di proposte creative e valide per il suo superamento: sono stati questi i due interessi che hanno determinato le relazioni e i seguenti dibattiti nonché lavori di gruppo. Con questa pubblicazione dei contributi della giornata, si intende tenere vive le sinergie spontaneamente emerse tra prospettive senz’altro diverse ma tenute insieme grazie al comune riferimento al messaggio dell’enciclica. Così la Rete Laudato si’ dà un contributo concreto e costruttivo al dibattito territoriale circa le trasformazioni sociali in atto e le rispettive politiche. Il primo contributo di Corinne Zaugg apre la prospettiva per un’eco-spiritualità che si distingue nettamente da ogni «terrorismo ambientale» e contribuisce a cambiare concretamente la realtà. La proposta parte da quella «rottura» che una spiritualità può davvero contribuire a sanare, cioè tra l’uomo e la natura com’è avvenuta sostanzialmente con la scienza e la tecnologia moderne. Nella misura in cui la natura non è più il luogo segnato di sacralità ossia della relazione con Dio, anche l’uomo stesso è stato coinvolto in questa scissione. Per superarla, Zaugg non si orienta ai movimenti americani dell’eco-spiritualità aconfessionale, ma vede, insieme a Michel Maxime Egger, nella tradizione spirituale cattolica l’unica possibilità per giungere davvero alla radice della crisi ecologica. Perciò, si propone un’«ecologia “interiore”», che inizia con il digiugno e la preghiera e non deve essere senza la gioia. Un tentativo di individuare tale radice della crisi ecologica dal punto di vista dell’economia viene presentato successvamente da Simona Berretta. Partendo dal Rapporto Brundtland che nel 1987 ha definito il «principio di sussidiarietà», Berretta individua la «radice umana» della crisi ecologica in un

insufficiente pensiero economico che per il suo riduttivismo materialistico – realizzatosi grazie alla deregolamentazione dei mercati a partire dagli anni ’70 secondo il principio della «sovranità del consumatore» – riduce anche la sostenibilità ad una mera questione economica. Recuperare la destinazione umana e civile dell’economica – insieme a una tradizione di pensiero di Markus Krienke

economico che va da Adam Smith alla Centesimus annus – per recuperare un’«economia integrale» è pertanto il presupposto per un’effettiva «cura del creato» che in questa prospettiva non risulta più un mero «lusso». Attualmente analisi come le due precedenti sulle radici profonde della crisi ecologica porta molti autori a convergere su prospettive «postumane» di un’epoca come la nostra identificata come «antropocene»: con questo termine si afferma che l’invasività dell’uomo sull’ecosistema ormai determina addirittura un’era geologica cioè irreversibile e sfuggita dal nostro controllo. Markus Krienke evidenzia come sia l’economia sociale di mercato sia l’economia civile indicano possibilità alternative a questa lettura che alimenta non solo ideologie di degrowth, ma porta spesso anche ad una riduzione della sfida ecologica al problema dei comportamenti individuali. Soltanto tramite politiche di incentivi

efficaci, e non tramite la proclamazione di date dell’«uscita dal carbone», si coinvolgono attivamente l’uomo e la donna in una prospettiva delle «tre erre», cioè del rispetto, della resilienza e della responsabilità. Infine, Remigio Ratti individua per l’analisi territoriale della sfida ambientale dell’economia tre paradigmi definiti come «concettuale», «spirituale» e «resistenza» al fine di superare una prospettiva meramente «funzionale e settoriale» e di stabilire nuovi criteri cognitivi. Nel Cantone Ticino, concretamente, tale «laboratorio» mira al coinvolgimento dei vari attori della realtà politico-economica, per ripensare il rapporto tra Stato e cittadino senza dover essere costretti ad assegnare alla politica tutte le speranze di soluzione. Essere realisti, dunque, per trovare un nuovo «Patto di Paese» tra pubblico, privato, terzo settore in vista del ripensare un modello di crescita in cui la mancanza di integralità ecologica non ha affatto portato ad un miglioramento economico: ecco la proposta di Ratti. Proprio nel superamento della «silo mentality» starebbe il vero contributo della Laudato si’ a una nuova governanza della nostra territorialità che coinvolge le istituzioni. Nel ringraziare tutti i partecipanti alla Summer School, la Rete Laudato si’ spera che questa pubblicazione riesca a contribuire costruttivamente a un dibattito sul futuro che richiede il nostro impegno e la nostra creatività.

Eco-spiritualità Un’altra ecologia

Abbiamo alle spalle un agosto, direi, senza precedenti per quello che riguarda il clima a livello mondiale. Ne abbiamo fatto esperienza nel nostro Cantone, in Svizzera e nel resto del mondo. Non voglio pertanto ripercorrere i singoli episodi né addentrarmi nella lettura che di questi episodi hanno dato gli specialisti del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (l’IPPC) – un organismo creato nel 1988 dalle Nazioni Unite per l’Ambiente e dall’or-

ganizzazione meteorologica Mondiale – e che in agosto hanno stilato il loro annuale bilancio. Se volete poi vi do le coordinate per rileggerlo voi, in un secondo tempo. Se di queste cose non voglio parlare qui ed ora è perché è molto facile entrare nella dinamica del terrorismo ambientale che più che far aprire le orecchie le fa chiudere per sfinimento o va a finire nelle secche della sterile colpevolizzazione, dell’impotenza, della frustrazione.


Le radici della crisi ecologica

La prima domanda a cui vorrei tentare di rispondere è quella di cercare di comprendere quelle che sono le radici della crisi ecologica. La crisi rappresenta sempre un processo di rottura. In questo caso la rottura che si è verificata è quella tra l’essere umano e la natura. Perché e quando si è verificato questo scollamento e soprattutto che cosa ha provocato. Avvisaglie che qualcosa non stava andando per il verso giusto alcune anime sensibili l’ebbero già molto presto: «[…] l’aria è talmente carica di sporcizia che non si riesce neppure ad aprire la bocca come si dovrebbe. E il verde è appassito a causa della follia empia delle masse umane accecate»: a scriverlo, già intorno all’anno mille, fu Hildegard von Bingen. Ma fu a partire dalla fine del XV secolo (1400) che si fa strada – con Cartesio – l’idea del primato del pensiero e l’esaltazione della razionalità logica (il razionalismo) che pone l’uomo in una posizione di indiscussa superiorità rispetto a tutte le altre creature e lo issa in vetta al creato. La natura cessa di essere luogo di meraviglia, di contemplazione, certo anche di paura di fronte a tanti fenomeni fin all’ora sconosciuti e non indagati, per divenire un enorme campo di esplorazione tecnica e matematica che certamente permette all’umanità di fare un enorme balzo in avanti per quanto riguarda la scienza e conoscenza, ma ha come conseguenza che la natura viene via via privata della sua sacralità. Oggi, credo che possiamo dire che la crisi ecologica è la crisi di una cultura che ha perso il senso della sacralità del mondo perché ha perso la sua relazione con Dio. E per questo la crisi ecologica che stiamo vivendo non è solo una crisi di ordine economico, politico ed etico ma anche una crisi culturale, psicologica e spirituale, che tocca i punti fondamentali della nostra civiltà ma anche del nostro essere, umani. Non siamo cioè di fronte ad una crisi che ha investito solo la natura, ma come benissimo emerge dalla Laudato si’, ad una crisi che ci tocca come sin-

goli esseri umani e tocca le relazioni che abbiamo tra di noi e con gli altri viventi. Una crisi che si sta giocando non geograficamente più o meno lontano da noi, ma che coinvolge tutto il nostro essere, in quanto siamo parte del cosmo e il cosmo è parte di noi. Forse è questo che il papa ha voluto dirci, quel 27 marzo solo in mezzo alla piazza san Pietro vuota, quando ci ha detto: «Pensavamo di essere sani in un mondo malato». di Corinne Zaugg

Oggi abbiamo scoperto (anche attraverso il Covid che ha accelerato questa certezza) di essere malati come il mondo che abitiamo. La crisi ecologica è la crisi di una cultura che ha perso il senso della sacralità del mondo, perché ha perso la sua relazione con Dio. Questa crisi che stiamo attraversando – ed è forse questo l’aspetto che oggi qui mi preme sottolineare – oltre ad essere collettiva e strutturale è anche profondamente personale, tanto da incidere profondamente nella nostra vita interiore: interessando il nostro ego, le nostre passioni, i nostri desideri, il livello di profondità o superficialità su cui abbiamo sintonizzato la nostra esistenza, il modo con cui ci relazioniamo con noi stessi, con gli altri, con Dio. L’inquinamento e la scarsa cura del nostro habitat si potrebbe dire che siano lo specchio della nostra vita interiore che l’inquinamento esterno coincide con quello interno. Mi ha colpito quest’estate, sentire da più parti, far riferimento alle piaghe d’Egitto. Piaghe, ci insegnano gli esegeti contemporanei, inviate non per punire il popolo ebreo ma per invitarlo a leggere dentro di sé. Per essere più espliciti: il covid, i roghi, il caldo, le esondazioni, i chicchi di grandine grandi come palline da tennis non come una punizione per aver maltrattato la terra, ma altrettante occasioni, altrettanti moniti per svegliarci, per fare in modo che iniziamo – ora al più tardi – a porci delle domande. Se noi uomini e donne del XXI secolo continuiamo a maltrattare la terra è perché lo sguardo che posiamo su di essa non è giusto, o se lo sguardo è giusto: non siamo in armonia, con i nostri atteggiamenti e comportamenti, con quest’ultimo. Riassumendo potremmo dire: la terra è in pericolo – noi siamo in pericolo – e il nemico che ci fa paura e mette in pericolo tutto, altri non siamo che… noi stessi. Noi siamo parte del problema, ma della soluzione.

Fondamenti dell’eco-spiritualità

Piccola premessa: dirò subito che utilizzo il termine eco-spiritualità in maniera abbastanza libera. Forse sarebbe più consono utilizzare quello di eco-cattolicesimo. Perché in sostanza è questo l’aspetto che più mi interessa. Cioè trovare il collegamento, direi di più ancora, la modalità di coniugare la fede cattolica con una forte coscienza ecologica: con quell’concetto di ecologia integrale che emerge dalla Laudato si’ e dalla Fratelli tutti. Mentre l’eco-spiritualità nasce negli anni ’60 negli Stati Uniti come movimento a-confessionale, ma spirituale nel senso più vasto del termine (quindi continuerò ad usare questo termine ma sappiate che è questo il modo con cui lo intendo). Il punto di partenza, la chiave di volta, di tutto il nostro percorso, è che l’uomo (l’essere umano) non è solo un essere umano (nel senso che è fatto di carne), non è solo un essere morale (capace di agire in maniera etica), ma anche un essere spirituale. È tutte e tre le cose insieme. Per cui non basta, per esempio, che ci diamo delle regole etiche (smaltire in maniera corretta e consapevole i rifiuti, non sprecare acqua e cibo, ecc.), perché poi i nostri cambiamenti… cambino davvero. Anche i comportamenti virtuosi da soli non bastano, perché, se si vuole che un cambiamento diventi effettivo, occorre che sia ancorato nel profondo dell’essere. Giù giù o su su fino a toccare il nostro spirito. Deve, per così dire, passare dalla testa al cuore. Occorre quindi andare ancora più lontano. Entrare ancora più nel profondo. Un’ecologia fatta di buoni gesti e di una buona organizzazione domestica non è certo disprezzabile ma non ha nulla a che vedere con la conversione ecologica. Con la nostra anima più profonda. Perché rimaniamo nell’ambito di un semplice codice deontologico che ci siamo dati: quello del buon ambientalista. Ma non è sufficiente per parlare di una conversione del cuore: quella davvero capace di far nascere un’altra ecologia. Un’ecologia «interiore», come la chiama Michel Egger, che va a toccare il modo con cui noi percepiamo e comprendiamo la natura, l’essere umano, noi stessi e anche Dio. Quando parliamo di «ambiente» facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una

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Quello che vorrei farvi assaporare con questo mio intervento è che qualcosa si può fare per fronteggiare questa eco-crisi. Le mie fonti, anche se non le citerò espressamente di volta in volta, sono le due encicliche di papa Francesco, i testi dell’eco-teologo e sociologo svizzero Michel Maxime Egger.


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mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati Per questo la crisi ecologica è essenzialmente una crisi spirituale: e se non andiamo a lavorare lì, se non cerchiamo le soluzioni o le risposte lì, non ne potremo uscire. In quest’ottica, la crisi ecologica cessa quindi di essere vissuta come una questione legata al sentirsi più meno bene, legata al proprio benessere e a quello degli altri, ma diventa una questione legata all’essere. Perché ad essere in gioco è la sopravvivenza del pianeta con tutti i suoi abitanti, ma anche il senso stesso che noi – diamo o non diamo – alla nostra esistenza. L’ecologia cessa così di essere una questione fine a se stessa, una qualsiasi branca delle scienze umane per diventare una questione necessaria e profondamente «teologica» e necessaria affinché l’essere umano e la creazione possano compiere il destino ultimo iscritto nella loro carne. Riscoprire il sacro e attraverso di esso la presenza di Dio, all’interno del creato, e dell’uomo e di noi stessi può dare, io credo, un fondamento e un senso diverso, più profondo, del nostro «impegno ecologico» (decrescita, autolimitazione da vivere in pienezza e non in… tristezza…). Il segreto è quindi di riuscire a realizzare una integrazione tra l’ecologia esteriore e l’ecologia interiore. Non solo assumendola razionalmente, ma vivendola in profondità. Non stiamo parlando di passare una mano di vernice verde sulla spiritualità che già

stiamo vivendo o di vivere il nostro sentire ecologico, spiritualizzandolo. Ma di riscoprire che Dio, l’essere umano e il cosmo sono sostanzialmente uno. Estendendo il comandamento dell’amore verso il prossimo (amerai il prossimo tuo come te stesso). Dove questo «come» non esprime una quantità, una misura, ma come un invito ad amare l’altro come se facesse parte della mia propria vita, del mio essere, senza frontiere spaziali, temporali, identitarie e geografiche che possano separare. L’eco-spiritualità ci offre anche la possibilità di rivedere nel profondo il nostro rapporto con il Creatore, la Creazione e la Creatura, cioè noi stessi. Riscoprendo o cercando quella scintilla divina che c’è dentro noi e tutti gli esseri viventi. Umani o non umani e che la modernità (chiamiamola così) ha esiliato dalla natura, ma anche dall’essere umano. Facendoci diventare, come dice Michel Maxime Egger, uomini e donne senza cielo. Potenziale ecologico del cristianesimo

Per tutte le ragioni che abbiamo detto sopra, la crisi ecologica interpella le radici profonde dell’uomo e chiede una risposta spirituale. E per questo le religioni (ma anche i fedeli delle religioni) ne sono o dovrebbero esserne coscienti e profondamente coinvolte. Ricordiamoci che la storia dell’uomo e della donna inizia in un giardino… e che da quel giardino furono scacciati…

Verso una saggezza pratica

Da dove, come iniziare questo cambiamento interno, questa conversione ecologica? Purtroppo non vi sono ricette e ciascuno deve trovare la sua via. Quello che è certo è che non sarà immediata né facile. L’esperienza dei santi e delle sante lo dimostrano: purificare il cuore e cambiare la propria relazione con il mondo, con quanto ci circonda sono il lavoro di una vita. Presuppone un lavoro interiore. Direi un’ascesi interiore. Michel Maxime Egger indica nel digiuno e nella preghiera due compagni di strada importanti, associati però sempre a una virtù che non può e non deve mancare: la gioia. E concludo con le parole di Michel Egger: «La gioia è la chiave di un’autentica eco-spiritualità. Essa si esprime attraverso la festa e la celebrazione. La creazione è un mistero: e un mistero si vive, si assapora, si celebra, si canta, si comprende, nel senso di prendere con sé, in una relazione di partecipazione, comunione, di co-appartenenza. E forse per prima cosa, dovremo riallacciarci alla natura. E attraverso la parte più profonda del nostro essere: corpo, anima e intelletto. Sì, facciamo silenzio, contempliamo, la creazione, entriamoci come se fosse casa nostra e il nostro habitat, rallegriamoci dei suoi doni e della sua bellezza, cantiamo le sue lodi e quelle del Creatore. Più avremo ammirato e più ci saremo rallegrati delle meraviglie della creazione, più profondamente e più duraturo sarà il nostro impegno ecologico».

Ecologia integrale ed economia: un binomio impossibile? In sintesi:

La visione secondo cui la cura del creato è una specie di «lusso» che rischia di minare il benessere economico è riduttiva e stereotipata; essa merita di essere seriamente discussa. Quello del titolo non è un binomio impossibile, è una sfida entusiasmante. La questione ambientale

Cominciamo col narrare come storicamente la questione ambientale è entrata a far parte dei grandi temi del dibattito politico internazionale e nazionale, ricordando due donne «pioniere».

di Simona Beretta

La prima è Barbara Ward, morta quarant’anni fa dopo una vita intensa di attività giornalistica e accademica, di impegno nelle Nazioni Unite e di concreta testimonianza cristiana (fu, tra l’altro, una delle pochissime donne che contribuirono ai lavori del Concilio Vaticano II). Tra i suoi innumerevoli libri, alcuni meritano di essere qui ricordati: «The rich and the poor nations» (1962) per evidenziare gli inizi di quello che sarebbe diventato «The widening gap» (1970) tra Paesi industrializzati e Paesi poveri; ma soprat-

tutto il profetico rapporto «Una sola terra» scritto con René Dubois: «Only one hearth. The care and maintenance of a small planet» (1970). Come si vede dai titoli, la questione ambientale è concepita da Barbara Ward nell’orizzonte dello sviluppo (già allora troppo diseguale), in un mondo del quale occorre prendersi cura. La seconda grande donna è Gro Harlem Brundtland, che ha dato il nome al famoso «Rapporto Brundtland» (1987) grazie al quale si introduce nel linguaggio delle politiche internazionali il concetto, assai fortunato, di «sviluppo sostenibile»: «Lo svilup-


Se si va a fondo del concetto di sostenibilità del Rapporto Brundtland, tuttavia, si capiscono sia le ragioni del suo successo come slogan, sia l’enorme difficoltà della sua attuazione. Proprio perché la sostenibilità si gioca sul bilanciamento fra sviluppo economico e tutela delle generazioni future, il principio può essere accettato anche da decisori politici che vedono la situazione in modi molto diversi. Tutti riconoscono la validità delle tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, economica e sociale; ma ciascuno tende ad avere priorità diverse e quindi a sostenere politiche molto diverse. Da un lato il principio di sostenibilità ambisce ad essere «comprensivo» di diverse dimensioni («comprensivo» è molto diverso da «integrale»!). Dall’altro, la visione prevalente, di stampo economicista, tende a sottolineare che queste dimensioni sono fra loro contrastanti e dunque richiedano operativamente un bilanciamento dei pro e contro di eventuali azioni, in un una prospettiva eminentemente tecnocratica. Poiché ogni soluzione comporta vincenti e perdenti, non stupisce che i progressi concreti nel perseguire lo sviluppo sostenibile siano veramente modesti, sia sul versante dello sviluppo economico (soddisfare i propri bisogni), sia sul versante della cura del creato (non compromettere l’accesso alle risorse delle generazioni future). Coniugare ecologia ed economia

Siamo allora in una trappola senza uscita? No! Per una ecologia «integrale» occorre però un pensiero economico che sia all’altezza dello sviluppo «integrale». Ecologia ed economia non sono nemiche, sono legate fra loro a filo doppio

per la loro stessa natura: entrambe le parole trovano la loro radice nel riferimento alla «casa» (oikos). Dunque, entrambe le scienze dovrebbero essere all’altezza di considerare tutte le dimensioni della esperienza umana della casa. Ora, nella esperienza comune la casa ha certamente una dimensione materiale (i muri, i mobili, …), ma non solo. La casa ha sicuramente anche una dimensione relazionale (la casa è tale perché abitata, perché densa di legami: in inglese, non a caso, home è diverso da house). Ma la casa rimanda anche a una dimensione simbolica, di relazione con l’orizzonte di senso nel quale si inscrive il mistero dell’esperienza umana, impastata ad un tempo di contingenza e di aspirazione all’eterno. Una ecologia «integrale» è per sua natura profondamente amica di una economia «integrale» – ciò accade quando sono entrambe attente alle dimensioni materiali, reazionali e simboliche del vivere sulla terra. Una economia ridotta a meccanismi e algoritmi

Nei libri di testo introduttivi, l’economia è normalmente presentata come lo studio delle scelte efficienti: sostanzialmente, come usare in modo ottimale le risorse (scarse) per raggiungere obiettivi diversi, fra loro in competizione. Certamente l’economia è anche questo: guai se non sapessimo «economizzare» le nostre scarse risorse! Lo facevano anche gli uomini di Neanderthal e, come è stato dimostrato, «even rats do it». Non è questa però la visione di Adam Smith, che concordemente si ritiene il padre della scienza economica moderna. Nella sua prospettiva, la «natura e la causa della ricchezza delle nazioni» hanno a che fare con la divisione del lavoro e con l’estensione del mercato: cioè con l’agire e con l’interagire umano. Il mercato, in particolare, è pensato come uno spazio istituzionale inclusivo fondato sull’amicizia sociale (l’immagine così famosa del mercato come «mano invisibile», col suo connotato meccanicista, è in realtà proposta in una nota a piè pagina). Quella di Smith è una prospettiva dinamica, che merita ancora di essere rivisitata. Nel XX secolo, comunque, il pensiero economico dominante (pur con momenti di dibattito interessantissimo) è stato prevalentemente improntato

allo studio delle decisioni micro-economiche efficienti, con un filo rosso teorico caratterizzato dall’individualismo metodologico. La prospettiva dinamica è stata accantonata, mentre è fiorito lo studio microeconomico delle scelte individuali di consumo e di produzione in situazioni caratterizzate da risorse limitate. L’affermazione della «sovranità del consumatore» (le preferenze dettano le scelte di consumo, e queste dettano le scelte di produzione) orienta le decisioni verso la deregolamentazione dei mercati, nella convinzione che ciò arrechi benessere (il maggiore accesso ai beni è un indicatore di maggiore benessere, almeno potenziale). La Grande depressione del 1929 ha portato allo sviluppo dell’analisi macro-economica, introducendo la misurazione del prodotto aggregato di una entità collettiva – il PIL, una grandezza misurabile che ancora oggi si tiene in grande considerazione e che riflette la visione semplificatrice che una maggiore produzione di beni sia un indicatore di maggiore accesso ai beni, quindi di maggiore benessere. Se mi posso permettere, è comunque meglio misurare il PIL per avere un’idea di come sta andando l’economia che, come va di moda adesso, misurare la capitalizzazione di borsa… Gli anni successivi alla II guerra mondiale hanno visto una polarizzazione fra due visioni organizzative opposte del sistema economico: da un lato i fautori dell’individualismo liberista, sostenitori di un libero mercato capace di autoregolarsi coordinando spontaneamente decisioni individuali decentrate; dall’altro i fautori del collettivismo, dove le decisioni produttive vengono adottate attraverso un processo di pianificazione centralizzata. Visioni teoriche e pratiche del tutto contrapposte, con risvolti ben visibili nella frattura fra paesi capitalisti e comunisti durante la guerra fredda. Col crollo del muro di Berlino nel 1989 sembrava giunta la fine della storia… in particolare della contrapposizione fra «Stato» e «mercato», con la vittoria di quest’ultimo. Ora, in poco tempo, abbiamo appurato che non è così, come documenta la sorprendente crescita cinese. Ma la contrapposizione Stato/mercato si basa su un approccio superficiale, che non coglie in profondità il problema economico-politico. Già nel 1991, il magistero sociale della Chiesa aveva

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po sostenibile è quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». Il grande merito della Bruntland è di essere riuscita a raccogliere un consenso (spesso più formale che sostanziale) a favore della tutela ambientale, aprendo la strada per i passi successivi della comunità internazionale: dalla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo conclusasi con la firma della Dichiarazione di Rio (1992) fino ai Sustainable Development Goals (2015) e alle Conferenze successive (la prossima a Glasgow, nel Novembre 2021).


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indicato il «grave errore antropologico» che – in modi diversi – viziava sia il capitalismo, sia il collettivismo (Centesimus annus, 35). Possiamo dire che entrambi i sistemi erano dominati dalla prospettiva della dimensione materiale dell’economia – trascurandone sia la dimensione relazionale, sia la dimensione simbolica. Entrambi, quindi, destinati a non cogliere adeguatamente la realtà. Per una ecologia integrale, una economia integrale!

Nel 1967, Paolo VI scriveva che il mondo soffre per mancanza di pensiero (Populorum progressio 85). Questa enciclica conia il termine «sviluppo integrale», cioè «volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (ibid., 14) e lancia l’invito a considerare tutte le dimensioni dell’esperienza umana (materiale, relazionale, simbolica) anche nell’affrontare le questioni economiche, politiche e sociali. I pontefici successivi svilupperanno questa indicazione, in particolare sottolineando la dimensione soggettiva del lavoro umano (Giovanni Paolo II, Laborem exercens); il principio di gratuità come elemento costitutivo dello sviluppo (Benedetto XVI, Caritas in veritate); la consapevolezza che «tutto è connesso» (Francesco, Laudato si’) in un mondo che ci è stato donato. Notiamo che gratuità scaturisce proprio dalla consapevolezza grata di avere innanzitutto ricevuto innumerevoli doni. Di fatto, il nostro «banco di lavoro» è esattamente costituito da doni ricevuti: le risorse naturali, insieme alle conoscenze umanistiche, scientifiche e tecniche, alle infrastrutture e alle istituzioni che le precedenti generazioni ci hanno lasciato in eredità. La radice umana della crisi ecologica

Ecco il titolo del terzo capitolo della Laudato si’, che certamente merita una lettura attenta perché costituisce un a-fondo delle radici umane delle diverse crisi che abbiamo attraversato nel XXI secolo. Il capitolo evidenzia come radice delle crisi la «globalizzazione del paradigma tecnocratico» – cioè l’esercizio del potere che deriva dal controllo economico della conoscenza e della tecnologia, per i propri interessi. Un passaggio fondamentale del terzo capitolo è che la tecnocrazia, per sua natura, richiede la frammentazione del

sapere (il contrario di un sapere «integrale») la quale porta a scelte strumentali (dettate dall’interesse di chi detiene il potere) delle quali non si sanno cogliere le implicazioni complessive. Non solo le implicazioni relazionali e simboliche, talvolta nemmeno le implicazioni materiali. Si possono fare diversi esempi della incapacità di riconoscere che «tutto è connesso»: l’agricoltura intensiva, nel tempo, depaupera talvolta irrimediabilmente i terreni; il contrasto al cambio climatico attraverso l’utilizzo di biocarburanti fa esplodere i prezzi dei prodotti agricoli, condannando alla fame milioni di persone; le politiche di riforestazione spodestano le comunità tradizionali e intensificano i conflitti locali… e così via. Attenzione alla mancanza di pensiero! Non solo non si scoprono tanti nessi importantissimi; talvolta accade persino che il sapere acquisito si dimentichi. Come si è dimenticato per secoli che la terra è una sfera, così la mentalità tecnocratica tende a frammentare la realtà e a ridurre la circolazione del sapere in merito ai nessi fra le cose. Occorre un importante impegno di resistenza al pensiero riduttivo, che dovrebbe coinvolgere tutti ma in primo luogo le Università. Un impegno che richiede una ragione aperta alla realtà intera. Un sapere che merita di essere fatto circolare

Anche nella ricerca economica aperta alla realtà intera troviamo sviluppi recenti relativi alle dimensioni relazionali e simboliche che meritano di essere fatti circolare. Ecco alcuni esempi: – Si studia l’impatto delle appartenenze sociali e di specifiche esperienze relazionali su attitudini e comportamenti1. – Si documenta che la qualità relazione delle istituzioni fa la differenza fra sviluppo e declino delle nazioni: istituzioni «inclusive» promuovono lo sviluppo (principio di sussidia-

1. G.A. Akerlof / R.E. Kranton, Identity Economics: How Identities Shape Our Work, Wages, and Well-Being, Princeton University Press, Princeton 2010; trad. it. Economia dell’identità. Come le nostre identità determinano lavoro, salari e benessere, Laterza, Roma-Bari 2012.

rietà!), istituzioni «estrattive» condannano alla caduta2. – Si argomenta che occorre espandere i poteri e lo spazio d’azione delle comunità locali per contrastare la concentrazione del potere economico e politico, che condanna le realtà periferiche allo svuotamento e alla irrilevanza (principio di sussidiarietà, ancora!)3. – Si sottolinea il desiderio umano di stima e riconoscimento (dimensione simbolica) che deriva dal contribuire col proprio lavoro al bene di coloro con i quali condividiamo l’esistenza4. Conclusione

Occorre resistere alla frammentazione dell’umano, così da resistere alla frammentazione del sapere che ci rende «ciechi strumenti di occhiuta rapina», dominati dalla superficialità che conviene al potere tecnocratico. Solo una antropologia «integrale» può sostenere una economia «integrale» e una ecologia «integrale». L’ecologia integrale non è solo questione di seguire moralisticamente codici di comportamenti sostenibili; essa è innanzitutto una questione di «conversione dello sguardo» e di educazione reciproca. Una sfida affascinante, un lavoro che dà gusto alla quotidianità. Uno strumento importante di questo lavoro è il dialogo interdisciplinare, dentro quell’orizzonte di «esperienza di umanità» che la vita della Chiesa comunica. Mi permetto di segnalare una iniziativa, fondata sulla pratica di questo dialogo: la creazione del portale ad accesso libero Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Le cose nuove del XXI secolo, www.dizionariodottrinasociale.it che vi invito a visitare.

2. D. Acemoglu / J. Robinson, Why nations fail. The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, Crown Publishers, Crown Publishing Group, Random House, Inc., New York 2012; trad. it. Perché le nazioni falliscono: alle origini di potenza, prosperità e povertà, Il Saggiatore, Milano 2013. 3. R. Raghurai, The Third Pillar: How Markets and the State Leave the Community Behind, Penguin press 2019; trad. it. Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da stato e mercati, Bocconi Editore, Milano 2019. 4. M.J. Sandel, The Tyranny of Merit: What’s Become of the Common Good?, Penguin, London 2020; trad. it, La tirannia del merito, Feltrinelli, Milano 2021.


«L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune». (Laudato si’, 13) La seconda Grande Trasformazione

Secondo Karl Polanyi la Grande Trasformazione segnala, alla fine del ’700, il passaggio dalla società preindustriale alla società moderna attraverso la rivoluzione dei processi di produzione. Essa è il momento di nascita del capitalismo e liberalismo che hanno caratterizzato le società moderne e la vita quotidiana – lavorativa e non – in esse. Il rapporto all’ambiente ha costituito, in tale contesto, un’«esternalità», nel senso che le conseguenze distruttive del «progresso» per la natura non erano un «fattore duro» che incidesse sui processi economici e la formazione dei prezzi. L’uomo moderno si costruisce il suo progresso (homo faber), e mentre da un lato è diventato capace di imporsi sull’ambiente e di emanciparsi dalla sua dipendenza della natura, dall’altro lato ha imparato a utilizzare le tecnologie per realizzare sempre più traguardi di civilizzazione. Certamente, tale narrazione è molto semplificata e viene utilizzata oggi soprattutto da chi vede una radicale detronizzazione dell’uomo da questa sua presunta hybris. Mentre da un lato, le tecnologie sembrano interdirlo nella misura in cui realizzano una società sempre più «trans-» o «post-umana», dall’altro lato pare a molti che la distruzione delle condizioni ambientali per la vita umana abbia raggiunto dei livelli irreversibili. In entrambi i casi, gli osservatori ed interpreti di questi sviluppi post- o tardo-moderni parlano di un’epocale offesa dell’uomo e della donna che si starebbe realizzando. Il termine è di Sigmund Freud, che un secolo fa ha analizzato come la stessa società moderna, nella misura in cui realizza le nuove scoperte e libertà, mette l’uomo civilizzato sistematicamente a disagio: con Copernico all’uomo è stata sottratta la sua centralità nell’universo, e con Darwin egli non costituisce più la corona della creazione e quindi il centro nel mondo. Freud stesso poi era convinto di realizzare la terza offesa, ossia di portare la

notizia che l’uomo non è nemmeno al centro di se stesso: con l’Intelligenza artificiale e le tecnologie informatiche e di comunicazione (ICT), infine, si potrebbe aggiungere che scopriamo di non essere neanche più al centro del nostro sapere1. di Markus Krienke

Una simile rimozione dell’uomo dal centro che egli si è «arrogato» nella modernità racconta il paradigma dell’antropocene che segnala quell’epoca – iniziata secondo la maggior parte degli scienziati dopo la seconda guerra mondiale2 – in cui per la prima volta «il genere umano si era imposto come un’influenza decisiva sull’ecologia globale»3. In altre parole, con gli effetti irreversibili sulla natura l’uomo segnerebbe un nuovo tempo geologico in cui mette a repentaglio l’esistenza delle future generazioni. Dopo l’astrazione dall’ecosistema con cui si sarebbero impostati la stessa scienza moderna e i sistemi economico-sociali, ora le conseguenze causate dalla modernità sull’ecosistema ci costringerebbero a una sorta di «rivoluzione controcopernicana»4. Per Bruno Latour, il principale pensatore dell’apocalisse ecologica, ciò significa non solo una rottura radicale con l’umanesimo moderno, ma soprattutto, e per l’irreversibilità del cambiamento climatico, la certezza che l’esistenza dell’umanità costituisce soltanto un’epoca, peraltro relativamente breve, nella storia geologica. Significativamente, anche 1. L. Floridi, Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale, tr. it. M. Durante, Raffaello Cortina, Milano 2020, p. 130. 2. Il motivo per questa scelta sta nell’osservazione che da quel momento si registrano le sedimentazioni irreversibili della civilizzazione umana nella geosfera cioè materiali radioattivi, plastica, cemento, asfalto, acciaio ecc.; cfr. J. Zalasiewicz, Die menschliche Dimension in geologischer Zeit, in: N. Möllers / C. Schwägerl / H. Trischler (edd.), Willkommen im Anthropozän. Unsere Verantwortung für die Zukunft der Erde, Deutsches Museum, München 2015, pp. 13-18, qui p. 17. 3. J.R. McNeill / P. Engelke, La Grande accelerazione. Una storia ambientale dell’Antropocene dopo il 1945, tr. it. C. Veltri, D. Cianfriglia, F. Rossa, Einaudi, Torino 2014, p. 3. 4. B. Latour, Agency at the Time of the Anthropocene, in: New Literary History 45 (2014), n. 1, pp. 1-18, qui p. 4; tr. nostra.

Latour ricorre a questo punto al teorema delle offese dell’uomo, di cui la quarta consiste per lui proprio in questa consapevolezza creata dall’antropocene ossia che l’umanità è soltanto un’apparizione momentanea5. In questo contesto si rimanda spesso all’Earth Overshoot Day, cioè al giorno in cui il «prelievo» di risorse dalla natura supera la capacità riproduttiva della terra: esso è «avanzato» dal 19 dicembre nel 1987 al 2 agosto nel 2019 («slittato», nell’anno del Covid, al 22 agosto). Sebbene i metodi scientifici di determinare tale giorno non possano essere affatto precisi e «oggettivi», con questa data simbolica si indica tuttavia il problema della sostenibilità dell’intera economia mondiale e l’urgenza di trovare modelli di produzione e distribuzione alternativi6. Ci rendiamo conto, quindi, come natura e cultura sono inscindibili tra loro. Latour ha introdotto per questo connubio l’idea dell’universo Gaia, nel quale l’uomo singolo è felicemente destinato a scomparire. Pensando l’intero mondo come l’organismo di Gaia, l’uomo viene rimosso dal suo ruolo da protagonista e si propone un’etica di fatto post-umanista. Di fronte a queste narrazioni postumane molto potenti, l’etica ha il compito di impedire la «scomparsa» della persona nelle tecnologie o in Gaia, e di riscoprirla come protagonista anche nella seconda Grande Trasformazione. Altrimenti si lascia la dinamica dello sviluppo a istanze nonumane quali l’intelligenza artificiale o l’ecosistema, e si deresponsabilizza l’uomo e la donna di oggi, togliendo alla politica le sue più urgenti responsabilità. L’uomo e la donna sono quindi chiamati a ritrovare se stessi, e ciò può avvenire soltanto, come descrive Luciano Floridi, se la trasformazione «blu» (digitale) rimanda a quella «verde» (ambientale), e viceversa, per cui oggi dobbiamo innanzitutto 5. Cfr. B. Latour, La sfida di Gaia. Il Nuovo regime climatico, tr. it. D. Caristina, Meltemi, Milano 2020, p. 123. 6. Cfr. M. Vogt, Christliche Umweltethik. Grundlagen und zentrale Herausforderungen, Herder, Freiburg-Basel-Wien 2021, p. 99.

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Le nuove responsabilità dell’economia Per un’etica della casa comune

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cercare di «unire politiche ambientaliste verdi (incluse green economy e share economy) con politiche digitali blu (inclusa l’economia dei servizi), a supporto di una politica (ed economia) dell’esperienza e non del consumo, cioè imperniata sulla qualità delle relazioni e dei processi e non sulle cose e le loro proprietà»7. Se secondo Papa Francesco, infatti, «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola complessa crisi socio-ambientale» (Laudato si’, 139), allora la via per affrontare l’emergenza ambientale non può essere quella di un radicalismo ambientalista ma deve partire da un ripensamento profondo della nostra esistenza e delle nostre relazioni all’interno della «casa comune» della creazione. E, come precisa Floridi, proprio per questo bisogna anche coniugare il verde con il blu. Proprio la prospettiva cristiana, quindi, ripropone l’umanesimo sia in chiave tecnologica sia ambientale: con il principio dell’«uomo al centro» (Gaudium et spes, 25) non si propaga un dominio di potere umano sulla natura, ma al contrario si richiama ogni persona e le relative istituzioni sociali alla loro responsabilità verso le altre creature, i popoli del mondo e le future generazioni. Nella modernità, l’economia è diventata il principale strumento tramite il quale la politica distribuisce socialmente questi nuovi compiti: ripensare l’economia, non snaturandola (come avviene nella pretesa della decrescita), significa quindi ripensare le responsabilità sociali dei singoli attori. Un’economia di mercato nuova

Proprio perché le sfide sono molto serie e richiedono un agire congiunto, l’etica non si può limitare a lanciare appelli, a volere convincere «in coscienza» o a lavorare su un cambiamento di consapevolezza collettiva (Laudato si’, 203). Soltanto se questa dimensione morale della trasformazione in atto si coniuga con un’etica delle strutture ed istituzioni, di cui l’etica dell’economia è parte indispensabile, questi cambiamenti possono essere efficaci e sostenibili. A livello globale, la riduzione individuale di CO2 è un contributo importante, ma difficilmente avrà un peso specifico nel salvataggio del clima.

7. L. Floridi, Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaello Cortina, Milano 2020, p. 8.

I voli internazionali, solo per fare un esempio spesso citato, fanno parte di una società e un’economia globalizzate, e l’eliminazione dei voli «inutili» incide solo minimamente, rispetto al potenziale che hanno incentivi efficaci che tramite l’inclusione del traffico aereo nel commercio internazionale del CO2 e altri strumenti costringe le compagnie aeree a spingere da protagoniste su innovazioni che in un futuro consentiranno voli con molto meno impatto sull’ambiente. Anche investimenti in una rete ferroviaria veramente alternativa a molte linee aeree sarebbe un modo costruttivo di realizzare la trasformazione ecologica dell’economia. In altre parole, non conta tanto fissare l’esatta (!) data in cui spegniamo l’ultima centrale a carbone, quanto il fatto che riusciamo al più presto concepire un modello economico che realizzi la trasformazione energetica e ambientale delle nostre società e che ispiri più parti del mondo possibili. A tal fine, questo modello deve coinvolgere tutte le parti della popolazione – una «nuova solidarietà universale» (ibid., 14) – invece che dividerla. Sia il modello dell’economia sociale di mercato che quello dell’economia civile hanno sviluppato negli ultimi anni passi importanti in questa direzione. Se il rispetto dell’ambiente non è che l’altra faccia della medaglia dell’inclusione sociale, entrambi i modelli che comprendono l’economia come parte della società e come meccanismo di realizzare la solidarietà dispongono dei meccanismi adeguati a rendere il rapporto all’ambiente una parte integrante degli stessi processi economici. Il primo modello punta, a tal fine, su elementi concorrenziali (quali ad esempio il mercato delle quote di emissione) ma anche regolatori (come incentivare tecnologie eco-neutrali, o fissare obiettivi a medio-lungo termine, ma anche la tassazione)8; il secondo si orienta alla riscoperta del bene comune come fattore di organizzazione della produzione e distribuzione, alla responsabilità delle imprese attraverso le buone pratiche, ai valori della reciprocità e della cooperazione con effetti de-capitalizzanti del mercato, per cui presuppone un sostegno più forte da parte delle coscienze dei 8. Cfr. R. Fücks / T. Köhler (edd.), Soziale Marktwirtschaft ökologisch erneuern. Ökologische Innovationen, wirtschaftlichen Chancen und soziale Teilhabe in Zeiten des Klimawandels, Konrad-Adenauer-Stiftung, Berlin 2019.

singoli rispetto all’economia sociale – ed ecologica – del mercato9. Entrambi convergono, però, nel rifiutare il movimento del degrowth intorno a Serge Latouche10. In questo senso, l’economia può e deve aiutare la politica a non finire in moralismi o ideologie verdi – come ormai succede in molte società occidentali – che spesso fanno pensare ad un «sostituto di religione», ma indirizzarla verso programmi realistici e responsabili di salvaguardare il mondo per le future generazioni (ibid., 136). Con il suo potenziale anti-ideologico e anti-fondamentalista che la Dottrina sociale della Chiesa ha da sempre esercitato, essa esprime una voce importante e costruttiva all’interno dell’attuale dibattito acceso e polarizzato. Allo stesso momento, essa aiuta, specialmente con l’enciclica Laudato si’, «l’economia» o meglio i suoi attori a comprendere che all’epoca della crescita tout court deve seguire ora un periodo in cui siamo chiamati (o costretti) a determinare qualitativamente ciò che deve continuare a crescere, coerentemente con i fini etici e ambientali della società, e senza sacrificare l’efficienza del mercato. D’altronde, che misura ed equilibrio siano caratteristiche importanti per un libero mercato funzionante, non è una novità in quanto è stato già sottolineato dall’ordoliberale Wilhelm Röpke11. E Papa Francesco afferma che l’«idea di una crescita infinita o illimitata […] suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite» (ibid., 106), per cui ci mette davanti alla realtà che non c’è alternativa a «ridefinire il progresso» (ibid., 194). Proprio per questo, si potrebbe precisare insieme all’economia sociale di mercato e all’economia civile, il libero mercato come strumento di gestire beni scarsi, rimane un mezzo indispensabile per una politica responsabile.

9. Cfr. L. Becchetti / L. Bruni / S. Zamagni, Economia Civile e sviluppo sostenibile. Progettare e misurare un nuovo modello di benessere, Erca, Roma 2019. 10. Cfr. S. Latouche, La scommessa della decrescita, tr. it. M. Schianchi, Feltrinelli, Milano 2007. 11. Cfr. W. Röpke, Mass und Mitte, Rentsch, Erlenbach-Zürich 1950.


L’homo oecologicus che allo stesso tempo sarà un homo digitalis, si contraddistinguerà nella sua umanità incarnata per le tre seguenti erre: Rispetto, Resilienza, Responsabilità. Mentre il rispetto deve caratterizzare un nuovo atteggiamento nei confronti degli altri – di qualsiasi altro nella sua particolarità individuale, culturale, religiosa ecc. – e anche della natura come «altro» con cui non possia-

mo contrattare, la resilienza indica il nuovo principio di reggere – dentro se stessi, dentro il proprio gruppo o la società – a urti esterni che possono essere improvvisi come la pandemia. In questa reazione, i principi di forza e imposizione (che si rivelano fallimentari) cedono alla capacità di adattarsi e di crescere in umanità grazie alle sfide. La responsabilità ci richiama a includere nelle nostre decisioni istanze con cui non possiamo fare i conti – l’ambiente, le future generazioni – e quindi di considerare

che il nostro agire, tecnicamente potenziato, ha delle conseguenze che possono a lungo superare il nostro controllo. Infatti, sottolinea Francesco, «l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità» (ibid., 106). In questo senso, rispetto, resilienza e responsabilità possono essere considerati delle adeguate concretizzazioni di quella «cultura della cura» che viene descritta nella Laudato si’ (ibid., 231).

Economia, socialità, ambiente: interrogativi e scenari nella realtà politica regionale Dopo le ampie e profonde riflessioni alla base di questa prima Summer School 2021 della Rete Laudato si’ della Svizzera italiana appare cosa ardua confrontarsi con la realtà politica regionale. Ma è un passo inevitabile per quell’ecologia integrale dove la dimensione locale ha la stessa valenza di quella globale. Un compito enorme ed epocale, eppure da affrontare con modestia e realismo, passo per passo, purché nella giusta direzione. Un primo modo di condividere i paradigmi della Laudato si’ è quello di tenerli presenti ed interpretarli nell’ambito di una territorialità regionale da reindirizzare: indentificando la natura del problema e gli spazi d’azione rispetto ai diversi scenari di politica cantonale. Pensare alla totalità dei processi o almeno alla convergenza delle nostre azioni dovrebbe essere la via guida di un bene comune da conquistare nel rispetto ed entro una società democratica. Le risposte sono tutte da inventare, ma non impossibili, se viste quali momenti di una sfida dalla quale non possiamo sottrarci. Punto di partenza. I paradigmi della Laudato si’

– Il paradigma concettuale (Laudato si’, 139), dove la cultura ecologica vuol dire vedersi sempre come parte di un tutto; sapendo che se si vuole un diverso rapporto tra ambiente e società (ibid., 14) il nostro agire non si può ridurre a una serie di risposte settoriali e parziali;

di Remigio Ratti

– il paradigma spirituale (ibid., 10), con le aperture che vanno al di là delle scienze per assumere una sfida educativa partecipata (ibid., 109112), sia pur fatta di piccoli gesti ma sfocianti in nuove abitudini; – il paradigma della resistenza di fronte all’essere prigionieri di un modello di società sempre più tecnocratico e riduzionista (ibid., 107), prigionieri dell’alleanza con il profitto e soffocati (ibid., 20) da un’economia finanziaria fine a sé stessa e sproporzionata rispetto all’economia reale. Di fronte a questi paradigmi qual è il posto della politica? Delle sue visioni (ibid., 196-1998) rispetto gli interrogativi che le si pongono? La risposta è alquanto difficile, per esempio, quando economia e politica si contrappongono, perché per gli uni prevalgono le logiche del profitto e per gli altri quelle di un potere fine a sé stesso. Riscoprire i termini di una nostra «territorialità» e del bene comune

Passando al contesto della realtà attuale del Cantone Ticino dobbiamo concretamente pensare ad una serie sfide – economico, sociali, ambientali – da affrontare nella loro specifica stratificazione e interrelazione. Ma com’è possibile, proprio partendo dalla pandemia in corso – quale crisi in una crisi più globale che ha dimostrato tutta la fragilità della nostra società – pensare

al futuro? Nella realtà vissuta molte sono le ipotesi, le variabili da considerare secondo strategie politiche, frutto di culture e sensibilità differenti. Un modo per farlo è quello di riscoprire il nostro spazio regionale nelle sue componenti costitutive, in particolare in termini di «territorialità», intesa come capacità di una comunità specifica di rispondere e trovare un equilibrio di fronte alle sfide, esterne e interne, che interagiscono come in uno specchio. E qui, i paradigmi della Laudato Si’ – pur da coniugare nella specifica realtà regionale – rappresentano una chiara, sia pur difficile e impegnativa, linea d’indirizzo. Infatti, anche sul piano pratico dell’esercizio della politica, bisognerà concettualmente assumere sempre più una visione cognitiva, rispetto a quella puramente funzionale e settoriale con la quale normalmente si presentano i temi da affrontare. Questi chiamano in causa necessariamente quei valori spirituali e quelle forze di resistenza che spesso fanno difetto e svalutano l’azione politica. Nel quadro di questa Summer School, è tuttavia importante porsi nell’atteggiamento di un laboratorio, poiché le risposte ai nostri quesiti non saranno mai univoche; rappresentano solo dei tentativi ai quali una società e una politica responsabile non possono sottrarsi. Solo da un laboratorio può nascere quella riflessione capace di portare al necessario cambio di passo nel comportamento di tutti gli attori: Stato, imprenditori, enti non-profit, cittadini-consumatori.

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Per concludere: le tre erre di una nuova etica dell’economia


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Quali spazi di manovra?

Concentrandoci sul piano politico cantonale quali sono i nostri gradi di libertà, gli spazi di manovra? Quale la capacità di governanza1 pubblicoprivata della nostra territorialità? In generale, si potrebbe pensare che sia modesta o addirittura fuori portata: da una parte, perché noi siamo solo un elemento di un sistema macroregionale, nazionale e sovrannazionale; d’altra parte, perché i processi e le pratiche politiche attuali risultano autolimitanti sotto il profilo di una visione complessiva e di indirizzi collettivi e convergenti. E qui apriamo una parentesi perché è proprio su quest’ultima constatazione che possiamo migliorare le premesse di partenza. Possiamo per esempio rilevare tutta una serie di comportamenti politico-amministrativi, di tattiche (se non persino di strategie) che parcellizzano l’azione della mano pubblica, nonché il ruolo del potere personale e di parte. Sono dati di fatto, giustamente, oggetto della ricerca dei politologi e della vigilanza, controllo e critica nell’ambito del nostro spazio democratico. Pratiche che ben inteso si trovano anche nel privato e che nell’ambito del gergo economicoaziendale vengono da qualche tempo efficacemente illustrate con la metafora della «silo mentality» – mentalità da silo o mentalità compartimentata – per l’atteggiamento mentale consistente nell’essere riluttanti nello scambiare e condividere informazioni con altri colleghi o settori nell’ambito addirittura della medesima organizzazione. Con il risultato di una minore efficienza e un danno d’immagine. Nel caso dello Stato, questo può significare anche un accrescente divario con i cittadini e sentimenti di sfiducia che spesso portano a chiusure, rapporti di forza polarizzanti e incapaci di scelte di compromesso e di costruzione di consenso attorno al bene comune. Saremmo allora ai piedi della scala? Come meglio valutare e affrontare i diversi scenari che si possono presentare?

1. Governanza è un termine accettato dall’Accademia della Crusca e di uso ufficiale dei traduttori svizzeri. Anche se il neologismo «governance» è certo entrato nella lingua corrente italiana non lo usiamo poiché d’uso generico e fuorviante rispetto all’accezione precedente e più pertinente di «gouvernance»; cfr. R. Ratti, Il caso di governance/governanza, in: C. Marazzini / A. Petralli, La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goware, Firenze 2015.

Quali scenari2?

Un primo scenario – svelato dalle risposte alla crisi pandemica e dalle nuove opportunità che pur sempre accompagnano ogni crisi – è quello di essere realisti, poiché sarebbe un errore credere di modificare i megatrend e delegare alla politica una missione salvifica che non è assolutamente in grado di svolgere. Ne deriva un affrontare i problemi con soluzioni ad hoc, caso per caso. Se per la pandemia esse sono risultate di una discreta efficienza, più in generale l’atteggiamento rimane quello congiunturale e tecnocratico, dove la politica tende ad affidarsi a una selva di criteri che finiscono per imbrigliarla proprio nelle sue potenzialità di risposte innovative. Un secondo scenario, alternativo, sarebbe quello di puntare su una scommessa forte, creando un’intesa oltre la politica partitica per sostenere un «Patto di Paese». Una visione che sottintende di vedere il Paese come sistema, come un corpo capace di sviluppare proprie rappresentazioni collettive di sviluppo grazie alla concordanza di tutti i portatori d’interesse – pubblico, privato, terzo settore (associativo; non-profit). Tuttavia, la probabilità di un’impasse politica sembrerebbe molto forte, per le diverse concezioni nell’orientare e trovare misure di medio-lungo termine corrispondenti alla natura del problema. Un terzo scenario è quello di finalmente affrontare in modo globale ciò che è andato storto e correggere l’impostazione strategica in funzione dei problemi di fondo. Riferendomi a un dibattito aperto3, personalità politiche di diversa estrazione sembrerebbero concordi nel denunciare le debolezze di fondo del nostro modello di crescita: la disparità di reddito del 20% rispetto alla Svizzera interna che già si denunciava negli anni sessanta del secolo scorso4 sembra rimanere anche in un Cantone che nel frattempo ha raddoppiato i propri abitanti e assunto la dimensione di una città-regione;

2. Per scenario si intende una rappresentazione semplificata di situazioni ipotizzabili per il futuro, di cui si deve poter intravvedere un percorso e una probabilità di realizzazione. 3. Dal sito online il Federalista: Un Recovery Plan per il Ticino? (26 giugno 21), con diverse personalità politiche chiamate a rispondere a una griglia di domande preparate da chi scrive; cfr. https://ilfederalista.ch/ un-recovery-plan-per-il-ticino (consultato il 1° novembre 2021). 4. Rapporto del Prof. Francesco Kneschaurek sullo Stato e sviluppo dell’economia ticinese: analisi e prospettive, Bellinzona 1964.

bistrattando ambiente e paesaggio e senza risolvere o creando nuove disparità, con la politica a rincorrere più che a governare lo sviluppo. Una possibile via praticabile è quella di ritrovare, pur rinnovandoli, lo spirito e i processi messi in atto con la Legge sulla pianificazione politica cantonale (del 10 dicembre 1980), con i suoi strumenti del Rapporto sugli indirizzi, Piano direttore del territorio e del Piano finanziario; strumenti da interpretare sia in una dimensione verticale, sia in quella orizzontale del coordinamento interdipartimentale e intersettoriale. Sebbene la Legge sia tuttora in vigore, essa appare tuttavia svalutata nella sua assunzione quale processo continuo di indirizzo, coordinamento e di convergenza dell’azione dello Stato: il Rapporto sugli indirizzi è aggiornato al 2004 e soprattutto all’interno dell’apparato amministrativo non esiste più quel gruppo di pianificazione (di funzionari dirigenti ed esperti) che diretto dal Cancelliere dello Stato permette(va) una continua e bidirezionale comunicazione tra Consiglio di Stato (interprete esecutivo degli indirizzi del Parlamento) e amministrazione, con la trasmissione di informazioni, indirizzi e strumenti al fine di una migliore coerenza e convergenza nell’azione politico-amministrativa5. Questo potrebbe essere l’orientamento anti-compartimentalizzazione – «antimentalità da silo» – quale principale condizione per poter entrare in materia di un approccio ecologico-integrale che è anche necessariamente istituzionale (Laudato si’, 42), con al suo centro l’adozione del principio del bene comune. Quali i passi necessari per un approccio politicoistituzionale all’altezza delle sfide epocali in atto?

Come rispondere agli sconvolgimenti economici, sociali e ambientali che la tragica pandemia del Covid 19 ha più che altro ulteriormente evidenziato, accelerandone le dinamiche e richiamando delle risposte? Spetta alla politica e alle istituzioni determinare gli obiettivi, le modalità e gli ambiti d’azione che il contesto evolutivo esterno può richiamare. È il tema della governanza della nostra territorialità, quindi di strategie politiche e di svi5. Anche grazie a questo strumento si è superata negli anni ottanta del secolo scorso quella crisi finanziaria – forse ricordata per l’espressione «mi trema il sangue nei polsi e nelle vene» usata dal presidente del governo di allora.


Una proposta in termini di «Riassetto economico, sociale e ambientale (RESA)»

Nell’attuale contesto di grande incertezza vi è il pericolo che ogni portatore d’interesse vada per la propria strada. Per far questo occorre andare oltre lo Stato garante di diritti fondamentali, di servizi essenziali e di sicurezza. In particolare – riprendendo una nostra proposta6 – vediamo un’impostazione

6. Vedi a questo proposito: R. Ratti, Scenari di governanza politico-economica per il Ticino del dopo Covid 19, epaper di Coscienza svizzera, n. 1, del 21 maggio 2021; cfr. https://www.coscienzasvizzera.ch/Scenaridi-governanza-politico-economica-per-il-Ticino-del-dopo-Covid-19-5f523600 (consultato il 1° novembre 2021).

in termini di riassetto delle condizioni quadro, affinché individui e operatori trovino, accanto ai vincoli, vere condizioni per liberare le proprie capacità e forze creative. Questo modello economico-istituzionale è lontano dal credere che bastino le regole per «fare sistema» e realizzarsi in modo automatico. Siccome non è così, e contro le soffocanti derive di un apparato istituzionale ingessato e impigrito, il vettore dirompente e strategico va trovato attorno alla costruzione di progettualità condivise, da quelle politico-strategiche, a quelle degli attori economico-sociali. Per riassetto non si deve intendere semplicemente una via di mezzo tra chi vuol ripartire dopo un incidente di percorso e chi invece vorrebbe cambiare il mondo. Seguendo il pensatore ebraico Yuval Noah Harari7 sono proprio le crisi ad accelerare la storia e il riassetto consisterebbe nell’anticipare quello che per il corso normale della politica richiederebbe uno o più decenni. È questo riassetto che dovrebbe essere l’oggetto delle nuove linee d’indirizzo, così come espresse nell’ultimo degli scenari sovradescritti e da coniugare nelle dimensioni dell’economia, del sociale e dell’ambiente. 7. Cfr. Y.N. Harari, 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, Milano 2018.

A servizio della Chiesa II movimento Noi Siamo Chiesa (NSC) ha compiuto venticinque anni: è nato e si è sviluppo al traino di una iniziativa di cattolici austriaci di Innsbruck che stesero cinque punti proposti ai vescovi e a tutti per riformare la Chiesa nella linea del Concilio. Essi sono: ruolo della donna, sessualità, ministeri, ecumenismo, potere nella Chiesa. L’imprevisto consenso raccolto in tutta Europa, soprattutto in Austria e in Germania, portarono a un coordinamento internazionale nell’ottobre 1996. E a una presenza permanente nel panorama del mondo cattolico, e non solo in Europa. Dagli iniziali punti l’intervento si è esteso alla generalità delle questioni aperte nella Chiesa, mettendo l’accento in particolare sulla presenza della donna, sulla struttura del potere gerarchico e sul dissenso soffocato, sul nesso tra riforma e impegno per la pace e le disuguaglianze nel mondo, e poi, più recentemente, sugli abusi sessuali del clero. Con i due papati di Wojtyla e di Ratzinger Noi Siamo Chiesa (e il movimento internazionale We Are Church) ha avuto un atteggiamento critico su molti dei loro orientamenti generali. Con papa Francesco, invece, la situazione

Così, passata l’emergenza pandemica, l’economia non ha bisogno di «più Stato» quanto di un orientamento strategico da costruire tra istituzioni e organizzazioni, affinché i soggetti economici e sociali trovino, pur nel loro diverso cammino, linee di convergenza orientate da obiettivi strategici condivisi e coerenti con un analogo riassetto nell’ambito, in senso largo, del sociale. Il tutto da considerare nella tela di fondo imprescindibile dell’ambiente e gli obiettivi di sostenibilità per l’avvenire del nostro pianeta. Si tratta di reinventare un’impostazione possibili, come abbiamo appena visto, senza stravolgere i processi istituzionali e democratici, semmai da supportare adeguatamente in termini di progetto, partecipazione pubblicoprivata e prossimità, rispetto a tutti i portatori d’interesse. Ma, sarebbe comunque una rivoluzione, sia rispetto ai processi politico-amministrativi attuali bloccati sul breve-medio termine, sia perché un tale approccio deve affrontare la nuova fase della globalità nell’era digitale. Se si può, e si dovrà, agire a livello locale-regionale occorre essere coscienti che le risposte a queste accelerazioni della storia daranno una resa solo in un quadro di convergenze politiche e istituzionali a più livelli – regionali, nazionali e continentali – orientate alla solidarietà, sussidiarietà e sostenibilità.

è cambiata e i documenti hanno espresso un atteggiamento positivo nei confronti di molta parte del suo magistero. In Italia NSC è sorta nel gennaio del 1996 su impulso iniziale delle Comunità cristiane di base, con le quali, in seguito, ha sempre collaborato, ma da posizioni di indipendenza e con una maggiore attenzione alle vicende ecclesiali. L’adesione diretta al movimento è sempre stata modesta e a macchia di leopardo sul territorio nazionale. NSC è sorto e attivo a Roma e si è poi trasferito a Milano, dove Vittorio Bellavite ha assunto il compito di coordinatore nazionale, organizzando e facilitando il rapporto con persone o gruppi con posizioni simili, tra cui la nostra rivista «Dialoghi». Nell’ultima assemblea nazionale, Bellavite ha lasciato l’impegno, ricevendo dal Coordinamento nazionale un ringraziamento più che meritato per il lungo servizio; a Mauro Castagnaro e Angelo Cifatte è stato affidato il compito di coordinare gli interventi per continuare a esprimersi sui grandi problemi della Chiesa, delle Chiese e del mondo. «Dialoghi» manifesta loro auguri e collaborazione. (da un servizio di «Adista» del 22.1.2022)

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luppo sostenibile che esigono un mutamento di prospettiva: all’approccio funzionale tradizionale, fatto di relazioni di causa-effetto, si va sostituendo un approccio cognitivo. Qui il funzionalismo settoriale e verticistico cede il passo per far leva sulle relazioni complessive, intersoggettive e orizzontali, agendo sui modi in cui gli agenti economici e istituzionali percepiscono la realtà e reagiscono agli stimoli esterni in termini di creatività e sinergia. Una differenza che si capitalizza grazie ad azioni orientate alla convergenza, al senso di reciproca fiducia e di appartenenza.


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In memoria DESMOND TUTU Pacificatore del Sudafrica A fine dicembre è morto a 90 anni Desmond. Tutu, arcivescovo anglicano e personalità di primo piano nella lotta all’apartheid in Sudafrica, spentosi in una casa di cura a Cap Town. Tutu fu il promotore della riconciliazione tra neri e bianchi e nel 1984 ricevette il premio Nobel per la pace. Dopo la fine dell’apartheid, e con Nelson Mandela presidente del nuovo Sudafrica, Tutu promosse nel 1995 la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (TRC), che nella ricerca della pacificazione nella società sudafricana, portò alla luce le atrocità commesse durante decenni di repressione da parte dei bianchi. L’inchiesta sul regime segregazionista durò tre anni e segnò un doloroso e drammatico processo di pacificazione Compito del tribunale speciale, le cui sedute erano trasmesse in televisione e hanno fatto la storia, era quello di raccogliere le testimonianze di vittime e dei perpetratori degli abusi razziali e – quando possibile – concedere il perdono, che fu accordato a chi avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime. L’amnistia fu concessa a 849 persone e negata a 5.392. Paladino dei poveri e degli oppressi, Tutu

ha sempre lottato contro le differenze tra bianchi e neri nel Paese. Ha lottato per sconfiggere AIDS, tubercolosi, povertà, razzismo, sessismo, e ha scritto diversi libri. Fu grande compagno di lotta e amico di Nelson Mandela, il primo presidente nero del Sudafrica e premio Nobel per la pace nel 1993, di cui disse: «Ha ricostruito la fede degli africani, e di tutto il mondo, nell’Africa». Allo stadio di Soweto, nel 1993, quando il processo di fine della segregazione era in corso e l’anno seguente ci sarebbero state le prime elezioni libere nel Paese, Desmond Tutu disse: «Alziamo le mani e diciamo «saremo liberi», tutti noi, bianchi e neri insieme, perché stiamo marciando verso la libertà». E poi ricordò nel libro Non c’è futuro senza perdono: «Ero arrivato a sessantadue anni prima di poter votare, Nelson Mandela a settantasei. Pensate che cosa ha significato per noi quel 27 aprile del 1994», giorno del primo voto democratico in Sudafrica. Ma non mancarono le incomprensioni e le difficoltà. Sempre critico nei confronti del Congresso Nazionale Africano (ANC), nel 20123 Tutu è stato escluso dai funerali di Nelson Mandela, fatto che l’ha profondamente ferito.

CARLO MOLARI Grande teologo, instancabile scrittore e amico Ci ha lasciato recentemente il teologo Carlo Molari 1928-2022), una delle voci più qualificate della teologia cattolica in Italia durante questi ultimi decenni. Vari membri della redazione di Dialoghi hanno avuto la possibilità di incontrarlo e di confrontarsi con lui su diversi temi e problemi della Chiesa pre- e postconciliare. I temi cari a Molari ruotavano attorno al rapporto tra scienza e fede (fu uno dei diffusori del pensiero di Theilhard de Chardin in Italia), agli sviluppi della medicina moderna e al dialogo interreligioso. In sua memoria riprendiamo uno stralcio da una sua predica, in cui, in occasione del suo novantesimo compleanno, commentava l’episodio dell’apostolo Pietro che vuole difendere Gesù sfoderando la spada (Mc. 8, 27-35): «Pietro voleva difendere la vita di Gesù e questo è l’atteggiamento che spesso noi abbiamo nei confronti della Chiesa: pretendiamo che corrisponda ai progetti di trionfo, di riconoscimento, di approvazione da parte del mondo, da parte degli uomini

potenti; proprio in questa situazione Gesù riprende Pietro, come impedimento e ostacolo. Così anche noi nella nostra esistenza progettiamo solo trionfi e riconoscimenti da parte degli altri. Dobbiamo invece riconoscere che i nostri progetti sono sempre imperfetti e non corrispondono mai al trionfo del bene, della verità, della giustizia e della fraternità. Introduciamo infatti delle componenti imperfette nelle nostre offerte. Io credo che questa consapevolezza sia il primo dato fondamentale per vivere il Vangelo: la consapevolezza che noi tradiamo continuamente perché introduciamo delle componenti inadeguate e imperfette. Chiediamo oggi al Signore, ricordando il cammino compiuto in questi anni, di giungere a questa chiarezza interiore; non sappiamo qual è il cammino che compiamo, ma noi introduciamo sempre delle componenti inadeguate, dobbiamo esserne consapevoli. Questo ci condurrà a riconoscere i passi ulteriori che dobbiamo compiere, per diventare anche noi, gli uni per gli altri, strumenti di grazia e di benedizione». Riposi nella pace del Signore.


Bose deve continuare

Il progetto Bose

Il percorso che ha condotto alla realizzazione di tale esperienza è qui sviluppato, nelle sue fasi salienti, con viva partecipazione, mettendo in evidenza lo spirito che ha animato fin dall’origine il fondatore Enzo Bianchi, e che può essere riassunto nella volontà di dare vita a un cristianesimo adulto, fatto di persone libere e capaci di rendere ragione della loro fede in piena solidarietà con chi vive nel mondo. Larini disegna anzitutto il contesto entro il quale è venuta maturando l’iniziativa, che ha inizio negli anni 60 del secolo scorso in un tempo particolarmente promettente per gli sviluppi della vita ecclesiale. A incidere, in misura determinante, è anzitutto il clima spirituale inaugurato dal Vaticano II, che ha sollecitato la Chiesa a una profonda riforma, dando avvio, grazie alla promulgazione del decreto «Perfectae Caritatis», anche a un cammino di rinnovamento della vita monastica e religiosa volto a riscoprire le radici evangeliche. Aderendo a questo invito, Enzo Bianchi, dopo essere stato promotore nel 1964 di una fraternità ecumenica a Torino, l’8 dicembre del 1965 si reca a Bose in una delle cascine abbandonate e dà inizio a un progetto di vita comunitaria poggiato su due pilastri fondamentali: la centralità del Vangelo e l’ecumenismo. Il progetto Bose deve fare subito i conti con i fermenti, le illusioni e le delusioni dell’immediato postconcilio, affrontando con coraggio le diffidenze e le contrarietà di alcune autorità ecclesiastiche che non condividono la scelta di una comunità mista di donne e uomini e la presenza di persone appartenenti alle diverse confessioni cristiane. L’iniziativa tuttavia va avanti, e a gettare le basi del progetto viene prodotta nel 1971 la Regola di Bose,

che verrà in seguito aggiornata, la quale delinea i valori di fondo cui va ispirata la vita comunitaria: dall’obbedienza al Vangelo (e solo a esso), alla povertà intesa come condivisione, fino al celibato in quanto testimonianza dell’urgenza del Regno. Un grande sviluppo

Ha cosi inizio un processo di progressivo ampliamento del numero di coloro che vi aderiscono, con la conseguente estensione delle attività che vengono promosse. Un posto privilegiato è, al riguardo, l’impegno editoriale con la fondazione dell’editrice Qiqajon, che si specializza soprattutto nella pubblicazione delle fonti patristiche della tradizione orientale e occidentale e di commenti ai testi biblici curati soprattutto dalle nuove energie intellettuali di cui si è arricchita nel frattempo la comunità. A tali attività si affiancano iniziative di carattere agricolo e artigianale (coltivazione di alcuni prodotti, apicoltura e falegnameria) e di carattere artistico quali la costruzione di un laboratorio iconografico e la produzione di ceramiche in gres. Il tutto riconoscendo pari dignità al lavoro manuale e intellettuale. Particolare attenzione è inoltre riservata all’ospitalità, che diviene un impegno sempre più gravoso per la partecipazione di un numero elevato di persone che vi confluiscono, e alla fondazione di altri luoghi – SaintSulpice, Gerusalemme, Assisi, Ostuni, Cellole e Civitella San Paolo – nei quali decentrare la presenza di fratelli e sorelle, dando spazio alla diffusione dello spirito di Bose. Ma le preoccupazioni maggiori, che stanno al cuore di tutto e alle quali Larini dedica un’attenzione privilegiata, sono la riconciliazione tra Chiese divise da secoli, la cura della liturgia e il dialogo con gli esponenti della cultura odierna. Nel primo caso è sufficiente ricordare la redazione di un vero e proprio codice deontologico dell’ecumenismo nel quale vengono sviluppate le condizioni per la fecondità del dialogo; nel secondo i molti esempi di creatività liturgica, che vanno dall’ Ufficio comunitario all’Innario del 2013 fino alla Messa di Bose del 2018; nel terzo, infine, l’incontro e il confronto con personaggi rilevanti della cultura cristiana e laica con la promozione di un autentico «magistero del pensare» in un clima di autentica libertà.

Difficoltà recenti

Il libro di Larini, redatto con competenza e rigore, si chiude con l’analisi delle ragioni che hanno condotto alla crisi attuale, mettendo in evidenza, accanto alle trasformazioni intervenute sia a proposito delle forme di governo che dello statuto ecclesiale, alcuni fattori decisivi: dal ruolo eccedente di Enzo all’avanzare, a partire dagli anni 90, di una nuova generazione di membri della comunità e di visitatori con una visione più tradizionale della vita monastica, fino alle imponenti dimensioni assunte dalla comunità, dimensioni che rendono difficile l’esercizio della convivialità e della fraternità. A ciò si deve aggiungere (e in qualche modo ne è la naturale conseguenza) una serie di mutazioni della vita interna, con l’abbandono da parte di quasi tutte le sorelle e i fratelli del lavoro esterno e l’inserimento nelle attività ricordate, una maggiore separazione tra donne e uomini, tanto negli spazi residenziali che nei pasti – l’unico momento al riguardo comune è quello domenicale – e una certa disparità di trattamento tra donne e uomini con la minore presenza delle prime nelle cariche di governo. Tutto questo spiegherebbe le tensioni interne, che hanno dato vita agli eventi ben noti, che Larini ritiene (e non a torto) male gestiti tanto dal nuovo priore quanto dal visitatore inviato dal Vaticano. E conclude auspicando l’apertura di nuovi cammini e la ricerca di vie di riconciliazione che garantiscano il futuro di un’esperienza che merita di essere continuata. Riccardo Larini, Bose. La traccia del vangelo, ed. Larini2, 2021, p. 223. Novità a Bose. Enzo Bianchi, ha

comprato un cascinale ad Albiano, in provincia di Torino, che dista 10 chilometri da Bose, comune di Magnano, in provincia di Ivrea. La casa sarà forse la sede di una nuova comunità per Enzo Bianchi, fondatore 56 anni fa della comunità di Bose da cui è stato allontanato con decreto della Santa Sede. Intanto a Bose è stato eletto quale nuovo priore il biblista e teologo Sabino Chiala, da trent’anni nella comunità, che prende il posto del dimissionario Luciano Manicardi, che aveva chiesto l’intervento della Santa Sede per derimere le difficoltà create alla comunità dal fondatore Enzo Bianchi.

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Le recenti vicende che hanno segnato la comunità monastica di Bose, e che sono state raccontate da più parti con imprecisione e superficialità, qualche volta anche in modo distorto e fazioso, sono l’occasione che ha spinto Riccardo Larini – fisico, pedagogista e teologo, monaco nella comunità per undici anni – a scrivere un libro, che ricostruisce la storia di questa singolare esperienza comunitaria. Riproponiamo qui la recensione di Giannino Piana, apparsa su «Il Gallo», Genova, dicembre 2021.

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Giustizia climatica significa assumersi le proprie responsabilità

Campagna ecumenica 2022 di Azione Quaresimale Ricorderemo l’inverno 2021/2022 per l’assenza di precipitazioni. Sciatori e impianti di risalita al Sud delle Alpi sono rimasti delusi: il sottile manto nevoso che a inizio dicembre aveva fatto sperare in una buona stagione, nulla ha potuto contro le inversioni termiche ad alta quota e il favonio.

Madagascar, colpito di recente nel giro di pochi giorni dapprima da una terribile tempesta tropicale e poi da un ciclone, che hanno seminato morte e distruzione sulla Grande Île. Quella che l’umanità si appresta ad affrontare, si spera con maggior coraggio, lungimiranza e tempestività di quanto fatto

Sempre quest’inverno è stato da poco pubblicato il nuovo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) che, ancora una volta, suona il campanello d’allarme sul riscaldamento globale. Non solo ricorda come esso abbia già causato «impatti negativi su larga scala, alcuni dei quali senza precedenti e irreversibili» ma aggiunge anche come «i sistemi umani e naturali sono spinti oltre le loro capacità di adattamento».

di Federica Mauri

Una crisi sotto gli occhi di tutti La stessa Direzione dello sviluppo e della cooperazione (agenzia del Dipartimento federale degli affari esteri preposta alla cooperazione internazionale) nella sua rivista «Un solo mondo» (3/2021) riportava cifre impressionanti sulla crisi climatica: «Dal 2011, ondate di canicola, tempeste e inondazioni hanno causato la morte di oltre 410.000 persone. La maggior parte viveva in Stati a reddito basso o medio-basso». E ancora: «Nell’ultimo decennio, 1,7 miliardi di persone sono state colpite da tempeste, inondazioni e periodi di canicola»; «L’83 per cento di tutti i disastri naturali degli ultimi dieci anni ha a che vedere con il cambiamento climatico.»; «Tra i mesi di

giugno e agosto 2019, tre ondate di canicola hanno causato 3.454 morti in Belgio, Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Svizzera.». Concludendo con previsioni allarmanti: «Entro il 2050, ogni anno 200 milioni di persone potrebbero avere bisogno di assistenza umanitaria, in parte a causa della crisi climatica. Sono il doppio rispetto al 2018».

Il riscaldamento globale ormai è una realtà sotto gli occhi di tutti che non necessita più di dimostrazione. Non passa settimana senza che il susseguirsi di eventi meteo estremi ce lo ricordi: come ad esempio nel caso del

finora, è una sfida globale che ha pure una componente etico-morale: la giustizia. I più colpiti da queste catastrofi sono soprattutto le persone più deboli ed emarginate socialmente che vivono nei Paesi del Sud; persone che però storicamente e ancora oggi hanno contribuito meno all’insorgere dell’emergenza climatica. In modo pionieristico, già nel 1989 la Campagna ecumenica, con il titolo «Il tempo stringe», di Azione Quaresimale (allora Sacrificio Quaresimale), HEKS/EPER (già Pane per tutti) e Essere solidali affrontava per la prima volta il tema della giustizia climatica. Da allora, e nonostante altre due Campagne («Proteggendo il clima garantiamo il cibo ovunque» del 2009 e «Meno per noi abbastanza per tutti» del 2015) da parte della politica e dell’economia sono stati fatti scarsi progressi per limitare il riscaldamento globale e avviare una radicale quanto necessaria trasformazione. Perché, come ci ricorda la Campagna ecumenica di quest’anno, serve giustizia climatica, adesso! È giunta l’ora di agire! Tic-tac-tic-tac. Le lancette dell’orologio avanzano inesorabili, ma non dobbiamo lasciarci prendere dallo sconforto. Stando agli esperti della comunità internazionale siamo ancora in tempo per limitare i danni, a patto di agire a tutti i livelli (politico, economico, sociale e individuale) e di adottare SUBITO misure concrete che permettano di non superare il limite di 1,5 gradi Celsius di aumento della temperatura. Le emissioni di gas serra in Svizzera sono state pari a 46,2 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti nel 2019. Circa tre quarti di tali emissioni sono causate dall’uso di vettori fossili come petrolio, gas naturale, benzina e diesel, principalmente nel settore dei

trasporti, nel riscaldamento degli edifici e nell’industria. Per raggiungere un saldo netto delle emissioni pari a zero entro il 2050 (obiettivo che il nostro Paese assieme a oltre 190 altri Stati si è impegnato a raggiungere sottoscrivendo nel 2015 l’Accordo di Parigi sul clima) è quindi indispensabile mettere in atto una radicale svolta energetica. È indispensabile ridurre le emissioni di gas a effetto serra limitando il nostro sovra consumo di energia. Concretamente ognuno di noi può dare il proprio contributo alla protezione del clima adottando uno stile di vita più sobrio, riducendo i consumi e rivedendo la propria mobilità. Ma anche a livello politico è necessario fissare condizioni quadro atte a perseguire questi obiettivi di decarbonizzazione, optando unicamente per fonti di energia rinnovabili. Tutto questo però non deve andare a scapito delle opportunità di vita e di sviluppo delle popolazioni del Sud del mondo. L’accesso all’energia è essenziale per affrancarsi dalla povertà, garantirsi cibo a sufficienza e migliorare le proprie condizioni di vita. L’energia rinnovabile va dunque prodotta in modo sostenibile, nel rispetto della dimensione ambientale, sociale ed economica. Il diritto all’alimentazione e l’accesso ai mezzi di sussistenza per le popolazioni locali non devono essere ostacolati dalla produzione di energia rinnovabile, come sta ad esempio avvenendo nelle regioni dell’Amazzonia brasiliana. In quest’area in nome del progresso sono stati realizzati (o stanno per esserlo) diversi bacini idroelettrici che hanno significato l’allontanamento spesso forzato delle comunità autoctone dalle loro terre, il prosciugamento di fiumi, e di fatto la perdita delle basi vitali delle popolazioni locali. Nell’Enciclica Laudato si’, Papa Francesco ci invita ad ascoltare «il grido della Terra e dei poveri». Ciò significa che l’approccio da adottare nella ricerca di soluzioni alla crisi climatica deve essere sempre valutato in base alle conseguenze sul piano sociale ed ecologico. È una sfida globale che ci interpella tutti e tutte e ognuno può fare la sua parte.


Novissima Ticinensia Durante queste settimane di fine inverno e di pausa pandemica sono apparse in Ticino tre opere di rilievo, in ambito storico e filosofico, che meriterebbero ben più di una semplice segnalazione. Comune alle tre pubblicazioni è lo spessore degli argomenti trattati e la severità di metodo nel presentarli e rifletterli. Due di esse sono a carattere storico e vanno al di là di soli interessi di storia locale. Una terza pubblicazione è a carattere filosofico e vuole raggiungere non solo un pubblico di addetti ai lavori bensì lettori e lettrici sensibili ai problemi che ci attorniano nella nostra vita sociale. Il libro curato da Franco Monteforte e da Carlo Caruso intende ricostruire le vicende legate al soggiorno di Voltaire nella Svizzera romanda. Cosa cercava il filosofo illuminista francese nel nostro Paese? Il volume documenta in maniera precisa, a contatto continuo con le fonti, le motivazioni di Voltaire che rimangono comunque complesse e talvolta volubili. Il potere di Luigi XV gli impediva di poter pubblicare in piena libertà e con editori in grado di distribuire le sue opere in tutta Europa. La regione lemanica e la città di Neuchâtel offrivano al contrario, condizioni decisamente più attrattive e la possibilità di seguire da vicino la produzione libraria. Non bisogna comunque pensare che tutti gli intellettuali svizzeri di quel tempo manifestassero solo simpatia per il pensatore francese. Simpatizzanti e critici erano ben distribuiti su tutto il territorio e attraversavano anche le linee delle varie discipline, come la letteratura, la filosofia e la teologia protestante (quella cattolica evidentemente non apprezzava colui che definiva la Chiesa cattolica come «l’infâme»). Voltaire, pur vedendo soprattutto nella città-stato di Ginevra (a quel tempo non ancora inserita nella confederazione elvetica) un luogo di libertà e tolleranza, fu confrontato ad alcune restrizioni pure presenti nel contesto dei cantoni svizzeri: così, per accedere a una proprietà, dovette far ricorso a intermediari, perché così volevano alcune leggi locali per stranieri e cattolici. L’abilità del pen-

satore francese lo portò infine a stabilirsi a Ferney, alle porte di Ginevra, ma comunque in territorio francese. In caso di persecuzione avrebbe potuto facilmente rifugiarsi a Ginevra o a Losanna. Il volume si legge con vero piacere, senza essere necessariamente riservato solo a specialisti di storia moderna: è una ricostruzione dettagliata e documentata con la ripresa di fonti dirette, soprattutto epistolari. Un plauso va ai due ricercatori che hanno reso un prezioso servizio ai lettori di lingua italiana, che ritrovano all’interno di un solo libro informazioni e documenti molto dispersi nella lingua originale. Riconoscenti dobbiamo essere soprattutto all’editore per aver fatto un’operazione culturale che travalica i confini nazionali e linguistici. Gli auguriamo una diffusione di questa ricerca oltre le anguste frontiere della Svizzera italiana verso un’Europa che meglio dovrebbe conoscere le proprie multiforme radici. Voltaire, Gli anni in Svizzera, a cura di Franco Monteforte e Carlo Caruso, Locarno, Armando Dadò editore, 2021, 795 pp. *** Penso che pochi ticinesi sappiano che l’attuale sede del parlamento e del governo del proprio cantone è un ex convento di una congregazione di suore dedite soprattutto alla formazione religiosa e culturale di giovani donne bellinzonesi. A ricostruire le vicende e i conflitti di questa comunità sono due studiose ticinesi, specializzate nel settore della ricerca storica sulle donne. Folta e precisa è innanzitutto la loro esplorazione di archivio che tiene conto sia della storia della congregazione delle Orsoline in generale e di quelle lombarde e bellinzonesi in particolare. Quello di Bellinzona era una specie di «collegio per giovani di nobile famiglia» e quindi strettamente legato al patriziato della cittadina. La sua sede stabile fu costruita tra il 1738 ed il 1743 in via Orico, ora sede governativa, con i mezzi della famiglia di Fulgenzio Molo e dell’arciprete di quel tempo Carlo Francesco Chicherio. Ma la ricerca di Miriam Nicoli e Franca Cleis non si limita a una ricostruzione archivistica, ma è attenta soprattutto alle ricadute sociali delle attività espletate dalle sorelle orsoline. Le Autrici hanno potuto rilevare, ad esempio, che il tasso di alfabetizzazione delle ragazze della regione aumentava là dove le Orsoline organizzavano e animavano le loro scuole femminili.

La storiografia ticinese ha saputo ricostruire diligentemente il passaggio dal monopolio dei curati nell’alfabetizzazione del territorio ticinese fino al primo Ottocento, ma ha lasciato alquanto in ombra il contributo delle suore, in particolare delle Orsoline, nel loro tentativo di migliorare l’istruzione delle giovani donne delle contrade ticinesi. Ora abbiamo a disposizione uno studio che colma questa lacuna e ci fa vedere un Ticino e in particolare una Bellinzona che era finora sottratta ai nostri sguardi. Nicoli, M. – Cleis, F., Un’illusione di femminile semplicità. Gli Annali delle Orsoline di Bellinzona (1730-1848), Roma, Viella ed., 2021, 365 pp. *** L’associazione ticinese Orizzonti filosofici organizza da diversi anni incontri periodici per un pubblico interessato alla filosofia, non necessariamente specialistico, o «di mestiere», su temi in grado di federare interessi diversi e comunque attuali. Gli interventi vengono periodicamente pubblicati in una collana omonima edita a Roma da Carocci. La diffusione in tutta Italia è merito di Marcello Ostinelli, già docente al liceo e nella scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, e dell’editore Carocci. Il tema dell’ultimo volume della collana merita una sommaria spiegazione. Sotto il titolo I classici e la filosofia contemporanea si nasconde un fenomeno già ricorrente lungo la storia, ma che, in questi ultimi tempi, ha assunto una rilevanza sempre più intensa. Le opere classiche della filosofia vengono rilette attraverso un doppio processo rinnovatore. Innanzitutto, si cerca di tener conto dei risultati della più recente storiografia che in molti casi cambia assai radicalmente la ricezione del pensiero di molti autori classici. In secondo luogo, il pensiero di questi classici viene sovente messo al servizio, attraverso la mediazione di filosofi e filosofe contemporanei, di problematiche legate alle varie sfide delle società moderne. Così vari pensatori di oggi, invitati da Orizzonti filosofici, presentano diversi cantieri di riflessione legati a operazioni di riabilitazione e attualizzazione del pensiero di vari classici. Evoco sommariamente in questa segnalazione solo alcuni temi ritrovabili in questo volume: attorno all’opera di Aristotele si è coagulata durante questi ultimi decenni non solo una riabilitazione della riflessione etica in genere, ma anche un ripensamen-

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to della categoria di virtù, dell’interpretazione del rapporto anima-corpo nell’essere umano, del ruolo della persuasione retorica in politica, ecc. L’esercizio sarebbe potuto proseguire prendendo spunto da altri classici come Tommaso d’Aquino, Kant e quant’altri, ma il curatore Ostinelli ha voluto giustamente rimanere nel quadro a disposizione all’interno di una stagione annuale. Nell’ultima parte del volume, vari ospiti di Orizzonti

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

I Vescovi fanno chiarezza. La Con-

ferenza dei Vescovi svizzeri, la Conferenza delle unioni degli Ordini religiosi e delle altre comunità di vita consacrata in Svizzera (KOVOS) e la Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ) hanno affidato all’Università di Zurigo il compito di realizzare uno studio sullo sfruttamento sessuale nella Chiesa dalla seconda metà del XX secolo. La Chiesa cattolica romana vuole fare piena luce sul passato. Il contratto è stato firmato in novembre. L’avvio effettivo del progetto è previsto per marzo 2022. Un gruppo di ricerca del Seminario storico dell’Università di Zurigo (UZH) è stato incaricato di realizzare «uno studio indipendente e di natura storica». Un consiglio scientifico nominato dalla Società svizzera di storia (SSS) garantirà la qualità scientifica e l’indipendenza del progetto. Secondo mons. Joseph Bonnemain, responsabile della commissione di esperti «Abusi sessuali in ambito ecclesiale» della Conferenza dei vescovi, «per decenni sono stati tenuti nascosti casi di violenza sessuale da parte del personale ecclesiastico, sono state ignorate le vittime e i fatti sono rimasti impuniti. È giusto portare alla luce i crimini del passato; prenderli sul serio è un dovere nei confronti delle vittime.» «Lo studio scientifico indipendente deve promuovere la trasparenza e aiutare la Chiesa in Svizzera ad affrontare le proprie mancanze e trarne le necessarie conclusioni.» Di recente la Chiesa svizzera ha istituito un fondo di risarcimento per le vittime e ha emanato direttive che disciplinano i rapporti

filosofici hanno voluto presentare lo stato dei lavori e della loro personale riflessione attorno ad alcune categorie fondamentali dell’etica contemporanea. Così vengono esaminate le categorie di coscienza, intesa sia in senso conoscitivo sia morale, di ragionevolezza e di secolarizzazione. Oso sperare che queste sommarie indicazioni facciano venire l’acquolina nella bocca filosofica di chi legge queste righe, per accostarsi a questo volume ricco di

suggestioni e stimoli per noi tutti. Da parte mia spero pure nel proseguimento di questa rivisitazione dei classici fatta a servizio di una riflessione che accompagni le sfide che circondano le nostre esistenze. Orizzonti filosofici sarà per noi un aiuto prezioso. a.b.

con le autorità giudiziarie dello Stato. Lo studio scientifico è considerato da mons. Bonnemain un ulteriore importante passo, dovuto innanzitutto alle vittime e l’auspicio è che il confronto con il passato incoraggi altre vittime a denunciare gli abusi e dia alla Chiesa le basi per assumersi le sue responsabilità.

Dopo l’India, siamo il Paese con il reattore più vecchio, ma in assoluto quello con la media più alta: 45,6 anni; il più vecchio ne ha 52,3 il più «giovane» 37,4. Nel nostro Paese il permesso di far funzionare una centrale atomica non è a tempo determinato, a differenza di quanto accade per esempio negli USA o in Francia, dove dopo 40 anni è richiesto un aggiornamento della licenza.

Proteggere le donne. Il collettivo

#IOLOTTO (vedi «Dialoghi» n. 286, pag. 28) ha segnalato il numero impressionante degli abusi che subiscono le donne in Svizzera (inchiesta DAO), sollecitando un tempestivo ed efficace intervento delle autorità a reprimere gli abusi e sostenere le vittime. Votare. Nel settembre del 2019, il parlamento svizzero non solo era diventato più femminile, ma anche più «verde». A due anni e mezzo di distanza, la svolta della politica elvetica verso una transizione ecologica si fa aspettare. Su 49 temi di politica ambientale votati in Consiglio nazionale, 21 sono stati bocciati e, con 9 oggetti a favore e 14 contro, agli Stati è andata ancora peggio. Nel rating ambientale dei partiti, i primi della lista sono i verdi e il PS, seguiti dagli Evangelici e dai Verdi liberali con quasi il 100% dei temi accolti; Lega e UDC li hanno affossati praticamente tutti. Il Partito del Centro, mentre nella passata legislatura si era espresso a favore dell’ambiente nella misura del 50%, in quella in corso raggiunge appena il 38%. Ossia praticamente il medesimo risultato del PLR, che però è migliorato di 14 punti percentuali. Ma è di questi giorni la nuova strategia energetica del PLR che punta ora sul nucleare. Invecchiare. Nel mondo sono attivi

in 33 paesi 415 reattori nucleari, la cui età media è 31,1 anni; 197 sono già spenti e la loro età media al momento della messa fuori servizio era di 27,2 anni. Ben 8 reattori nucleari hanno più di 51 anni di servizio alle loro spalle.

I classici e la filosofia contemporanea. Letture e interpretazioni, a cura di Marcello Ostinelli, Roma, Carocci ed., 2021, 238 pp.

A favore degli ebrei. La Chiesa evangelica riformata Svizzera (CERiS) e la Federazione svizzera delle comunità israelitiche (FSCI) hanno concordato una più stretta collaborazione su questioni sociali e politiche, con particolare attenzione alla lotta contro l’antisemitismo. Lo scambio tra le due comunità di fede è assicurato da tempo da una Commissione di dialogo evangelico-ebraica, che prevede incontri regolari. Un «Comitato di esperti per le questioni ebraicoprotestanti», inoltre, si riunirà almeno una volta l’anno e potrà avvalersi di volta in volta della consulenza di diversi esperti. Tra i temi da affrontare c’è anche quello di un riconoscimento delle comunità ebraiche come enti di diritto pubblico, finora realizzato solo in alcuni cantoni svizzeri (Ticino escluso). Assistenza musulmana. Il Segreta-

riato all’immigrazione ha prolungato fino a fine 2022, constatati i risultati positivi, l’incarico a cinque musulmani, tra cui una donna, di assistere i richiedenti l’asilo in alcune strutture della Svizzera d’oltralpe. Dal febbraio 2022 un «cappellano» musulmano è attivo anche in Ticino. Indagine necessaria. Il Gran Consi-

glio ticinese ha finalmente deciso, lo scorso gennaio, di fare eseguire un’indagine indipendente sulle eventuali «coperture» o sui mancati interventi di cui ha goduto nell’amministrazione cantonale un funzionario del Dipar-


Ricupero lodevole. Lo scorso anno

Tavola Svizzera ha raccolto una quantità record di cibo in eccedenza: 4.762 tonnellate, con un aumento di 600 tonnellate (+15%) rispetto al 2020. Il valore della merce ammontava a circa 31 milioni di franchi. Lo rende noto la stessa fondazione, che dalla sua creazione nel 2001 recupera prodotti alimentari provenienti principalmente dal settore della vendita al dettaglio che altrimenti finirebbero nella spazzatura. A causa della pandemia è aumentata anche la richiesta di cibo da parte di persone bisognose: sono stati distribuiti 9,4 milioni di pasti. Associazione benefica. A Bellin-

zona in via Belsoggiorno esiste Casa Dare, una struttura aperta a chiunque abbia bisogno di un aiuto (vestiti, scarpe, indumenti per bambini e molto altro) ed è anche un luogo di aggregazione e di solidarietà. L’associazione si rivolge a chiunque attraversi momenti di difficoltà economica e abbia bisogno di un reinserimento sociale. L’associazione è nata cinque anni fa da un gruppetto di volontari che portavano abiti a Milano ai migranti di passaggio; l’attività è poi cresciuta e si è spostata anche in Ticino. Il punto forte resta sempre la distribuzione di abiti, ma Casa Dare offre anche corsi di italiano, una sartoria e attività rivolte ai bambini. Aiuto ad Haiti. La pandemia non

ha fermato la solidarietà: l’Azione natalizia a favore di Haiti promossa dalle parrocchie del Mendrisiotto ha raccolto più di 40.000 franchi. Andranno in aiuto ai più bisognosi della diocesi di Anse-à-Veau-Miragoâne, dove è attivo un progetto della diocesi di Lugano, gestito per il tramite della Conferenza missionaria della Svizzera italiana (CMSI). Questa regione è stata duramente provata da terremoto, alluvione e crisi sociale. Saranno soprattutto sostenuti scuole, mense scolastiche e corsi di formazione. Sandro Agustoni, originario di Morbio Inferiore, sta per partire insieme alla moglie Nadia per Haiti: essi saranno attivi quali volontari per la Conferenza Missionaria a fianco di Maria Laura e Sebastiano Pron, presenti; ad Haiti già da più di due anni. Rifugiati accolti. L’anno scorso sono

state presentate 14.928 domande di asilo, il 35,2% in più rispetto all’an-

no precedente. Il dato è in linea con i livelli del 2019, prima che scoppiasse la pandemia. Il principale Paese di provenienza è stato l’Afghanistan con 3.079 domande; fra gli altri Paesi con maggiori esuli figurano la Turchia, l’Eritrea, la Siria e l’Algeria. Le persone che hanno ottenuto l’asilo sono state 5.369, con un aumento rispetto al 2020, facendo lievitare la quota di riconoscimento al 37% (2020: 33,3%), mentre è diminuito il numero di casi pendenti in prima istanza. Nel quadro del programma di reinsediamento 2020/2021 stabilito dal Consiglio federale sono entrate in Svizzera 1.380 persone: si tratta soprattutto di cittadini siriani, afgani e sudanesi. Per il biennio 2022/2023 l’Esecutivo ha deciso di accogliere fino a un massimo di 1.600 rifugiati particolarmente bisognosi di protezione che si trovano in situazione precaria in uno Stato di prima accoglienza. Democrazia allo sbando. Con il

54,6% di contrari e il 45,4% di favorevoli, la maggioranza dei votanti svizzeri ha respinto il pacchetto piuttosto mal sagomato degli aiuti federali ai media, con una triplice sconfessione delle autorità federali. Pure in Ticino si sono espressi contrari il 52,85% dei votanti, mentre i favorevoli sono stati poco più del 47%. Scontata e inutile la deplorazione da parte del governo e della stampa, che dovrebbero prima di tutto deplorare la scarsa partecipazione popolare al voto, per cui, per decidere su uno dei «pilastri» della democrazia, si sono «scomodati» solo il 43, 64% degli aventi diritto (gli abitanti stranieri esclusi per legge!), e quindi a «decidere democraticamente» (!) è stata una scarsa maggioranza di una minoranza! Quando finalmente politici e intellettuali si occuperanno di porre rimedio a questa deriva e parvenza di democrazia? Legge disastrata. Il Tribunale fede-

rale ha eliminato uno degli ostacoli che limitavano l’organizzazione di eventi religiosi su suolo pubblico a Ginevra. La nuova legge ginevrina sulla laicità, adottata nel 2019, accettata dal popolo con il 55% di sì, prevedeva che manifestazioni cultuali potessero essere autorizzate solo «eccezionalmente» nello spazio pubblico: la Corte Federale ha annullato la disposizione. La legge era già stata ritoccata una prima volta nel novembre 2019 dalla Corte costituzionale del Cantone di Ginevra, che aveva annullato il divieto d’ indossare simboli religiosi per i membri eletti del Gran Consiglio e dei consigli

comunali. Il divieto rimane per vigore per i membri degli esecutivi cantonali e comunali, così come per gli impiegati statali quando sono in contatto con il pubblico. Povertà svizzera. Rispetto al resto

dell’Europa, il tenore di vita generale e la soddisfazione per la propria vita in Svizzera si mantengono a livelli molto alti. Tuttavia, nel 2020 l’8,5% della popolazione, ossia circa 720.000 persone, era colpito da povertà reddituale. Il tasso di povertà della popolazione occupata si è mantenuto stabile al 4,2%. Nonostante l’esercizio di un’attività lavorativa, circa 158.000 persone non hanno percepito un reddito superiore alla soglia di povertà. La soglia di povertà è fissata mediamente a 2.279 franchi al mese per una persona che vive sola e a 3.963 franchi per due adulti con due bambini. Come negli anni precedenti, le persone più frequentemente colpite da povertà reddituale e da difficoltà finanziarie sono gli stranieri, quelli che vivono in economie domestiche monoparentali e i senza formazione postobbligatoria. Senza casa. In Svizzera si stima che attualmente vi siano 2.200 senzatetto e altre 8.000 persone a rischio di perdere la propria abitazione Dal sondaggio condotto in 22 cantoni (Ticino compreso) e 616 comuni, risulta che le grandi città e gli agglomerati sono i più colpiti. Fra i motivi che portano a vivere per strada vengono citati i debiti o problemi di dipendenza o legati alla migrazione. Uguaglianza ridotta. Il Barometro nazionale sull’uguaglianza 2021 della Conferenza svizzera per la parità (CSP) mostra quanto siano lontani realtà e desideri di conciliazione dell’attività professionale e del lavoro familiare e domestico: la situazione appare più critica rispetto a tre anni fa e le valutazioni raccolte in Ticino sono fra le meno positive. Il primo Barometro dell’uguaglianza è stato pubblicato nel 2018. L’odierno si concentra sul lavoro retribuito e quello di cura non remunerato. I partecipanti valutano il raggiungimento della parità in modo molto più critico rispetto a tre anni fa, soprattutto per quanto riguarda la famiglia, il lavoro retribuito e la politica. Il peggioramento più evidente riguarda la percezione dell’uguaglianza in famiglia: rispetto al 2018, solo la metà degli intervistati considera almeno parzialmente raggiunto questo obiettivo.

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timento opere sociali, nel 2021 condannato per abusi sessuali su giovani donne.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Condanna papale. All’indomani

dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, papa Francesco si è recato all’ambasciata russa per esprimere verosimilmente la sua condanna, con un gesto che non ha precedenti nei rapporti diplomatici.

Contro l’atomica. Nel discorso agli ambasciatori all’inizio dell’anno, papa Francesco ha ripetuto la sua radicale condanna delle armi atomiche (già pronunciata nel 2019 a Hiroshima): «La Santa Sede rimane ferma nel sostenere che le armi nucleari sono strumenti inadeguati e inappropriati a rispondere alle minacce contro la sicurezza nel 21.mo secolo e che anche il loro possesso è immorale». Una condanna esplicita e riconfermata che tuttavia sembra ignorata dalla maggioranza dei politici, anche cattolici e persino nell’insegnamento ordinario delle Chiese. Vergogna europea. Continua la tragica sorte di migliaia di profughi bloccati alle frontiere europee, al confine tra Bielorussia e Polonia, tra Bosnia e Croazia, ma anche tra Italia e Francia, lungo la Manica o nel Mediterraneo. Immagini drammatiche, che commuovono ma che non cambiano le politiche europee e che, almeno in apparenza, non mutano il sentire comune sull’immigrazione. La questione resta una delle più discusse e controverse del nostro tempo. E spesso si trasforma in un vero campo di battaglia. Solidarietà oltre confine. La comu-

nità cristiana di Pallanza (frazione del Comune di Verbania nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola) ha avuto come fondatore e animatore per molti decenni don Girolamo Giacomini (1913-1998), prete che partecipò alla lotta partigiana, fu assistente della FUCI di Novara e allora fece amicizia con i Leponti ticinesi, di cui era assistente don Martino Signorelli. Nel 1958 diviene parroco a Santo Stefano di Pallanza (Verbania), incarico che ha ricoperto sino al morte. Sono gli anni del Concilio; don Girolamo concentra il suo impegno pastorale, educativo e professionale a formare coscienze

libere e mature, dando vita a importanti iniziative, tra cui gli incontri dei «Fine settimana». A questi incontri la riflessione comunitaria era guidata e accompagnata da intellettuali di punta del pensiero post conciliare, come Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, don Michele Do, Rinaldo Fabris, Giuseppe Barbaglio, Armido Rizzi, Giannino Piana, i valdesi Paolo Ricca e Maria Cristina Bartolomei. Alla sua morte, gli incontri e le attività comunitarie sono proseguite, promosse dall’Associazione a lui intitolata (nata nel 1999) e animata da Giancarlo Martini. La comunità è ora in difficoltà con il vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla, soprattutto per le celebrazioni eucaristiche domenicali, diventate progressivamente celebrazioni davvero comunitarie, con particolare attenzione al rinnovamento del linguaggio delle preghiere (colletta, offertorio, prefazio, dopo la comunione) e il protagonismo dei laici (ogni domenica una persona dell’assemblea offriva un proprio contributo a commento della parola di Dio), unita alla pratica dell’ospitalità caratterizzata anche dalla presenza alla celebrazioni di diversi migranti. Le tensioni con il vescovo di Novara scoppiano con l’improvvisa nomina di un nuovo parroco, assolutamente estraneo che, prima ancora di insediarsi, ha fatto pervenire una lettera del Vescovo, nella quale si proibiva l’uso di preghiere diverse da quelle ufficiali. Il Vescovo ha anche telefonato a don Piergiorgio Menotti (un prete novantenne) per dirgli che era esonerato dal presiedere l’eucaristia nella parrocchia, dove da decenni è tra gli animatori più infaticabili della comunità. Il nuovo parroco ha comunicato che la bella esperienza non può più continuare, perché gli unici titolati a prendere la parola durante la liturgia sono i preti e l’unico spazio riservato ai laici è la preghiera dei fedeli. Ma lo sa il nuovo parroco che Gesù, «inventore» della Santa Cena, non era neppure prete? Agli amici di Pallanza, cui ci legano lontani vincoli, la solidarietà di «Dialoghi» e l’invito a «tener duro». (Un servizio più ampio in «Adista» del 27.11.2021). Verso una Chiesa povera? In un

articolo di «Confronti» (dicembre 2021) Luigi Sandri prospetta le conseguente finanziarie per lo scandalo quasi universale degli abusi sessuali verificatisi nella Chiesa cattolica e del conseguente risarcimento alle vittime. Il costo dei risarcimenti alle vittime della pedofilia del clero potrebbe es-

sere l’occasione storica, certo inattesa, per rendere effettivamente povera in Occidente la Chiesa cattolica romana e problematica la sua esistenza stessa nel Sud del mondo. L’interrogativo appare «obbligato», se si mettono insieme dati, pur ancora parzialissimi, che fanno intravvedere un futuro abbastanza preoccupante per le strutture economiche e finanziarie delle Conferenze episcopali del ricco Nord del pianeta, e quasi catastrofico per quelle del Sud. Negli Stati Uniti alcune diocesi hanno dichiarato fallimento, mentre la Chiesa di Francia intende vendere proprietà per pagare gli indennizzi alle vittime. E Sandri si chiede chi pagherà per le povere Chiese d’Africa; forse il Vaticano? Affaire à suivre. Appello ai laici. Con una circolare

del settembre 2020, la Tavola valdese italiana ha promosso una «banca dei talenti», per un elenco di nominativi di membri delle Chiese metodiste e valdesi che mettono a disposizione le loro competenze all’interno di commissioni, organismi o per rappresentare la Chiesa in convegni, assemblee o incontri nazionali e internazionali. L’iniziativa è rivolta a membri di Chiesa: talento non è necessariamente sinonimo di competenza «professionale», ma alcune capacità sono richieste in singoli campi religiosi o secolari. Perché non proporre un simile invito ai cattolici della Diocesi di Lugano, in crisi di personale, mentre molti cattolici sarebbero senz’altro disposti a prestare il proprio tempo… di pensionati? Piattaforma Laudato si’. Il 14 no-

vembre scorso, è stato dato il via alla piattaforma Laudato si’ ideata dal Dicastero del Servizio per lo Sviluppo umano integrale. Essa permetterà ad ogni istituzione cattolica e laica, grande o piccola, di impegnarsi in un processo pluriennale, appoggiato dal Vaticano, a sostegno della cura del creato e della difesa dell’ambiente nell’ottica dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, pubblicata nel 2015.Già allora il Papa aveva individuato i problemi dell’oggi – «cultura dello scarto», inquinamento, cambiamenti climatici, accesso all’acqua potabile e perdita della biodiversità – e, alla luce di questi, ricordava: «L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti». Così nel 2018 è nata l’idea della Piattaforma, per raccogliere l’invito del Papa, e per dar seguito a un rapporto Onu, nel quale si delineavano le conseguenze del riscaldamento


Cambia aria al culto divino. La

Congregazione vaticana per il culto divino ha risposto a nome del Papa a una serie di «dubia» formulati da vari vescovi dopo la pubblicazione del motu proprio «Traditiones custodes» del 16 luglio 2021 («Dialoghi» n. 267, settembre 2021, p. 6). A dimostrazione che è cambiata l’aria nelle stanze della congregazione dopo la messa a riposo del cardinale Robert Sarah, il nuovo prefetto, mons. Arthur Roche, chiude la porta a tutte le eccezioni sottilmente avanzate dai circoli conservatori rispetto al divieto esplicito di celebrare secondo il vecchio rito, in latino o in lingua viva che sia. L’arcivescovo definisce «una tristezza» vedere come «polemiche sterili» e la presa a pretesto della liturgia «per vedute ideologiche» rappresentino un motivo di divisione. Niente cresime né ordinazioni secondo il vecchio rito, esclusa ogni dispensa per i preti che non vogliono concelebrare, in particolare durante la «messa crismale» del Giovedì Santo, nessun ricorso possibile a riti e letture del vecchio messale. Il vescovo diocesano rimane l’unico autorizzato a concedere le eccezioni. Roma locuta causa finita? Chissà! Meglio tardi. A cento anni dalla fondazione del Partito fascista italiano (novembre 1921), ecco l’autocritica della «Civiltà Cattolica»: con un articolo dello storico padre Giovanni Sale, secondo il quale sorprendono le posizioni assunte dalla Santa Sede, e in particolare dalla Segreteria di Stato, sulle vicende riguardanti il «fascismo delle origini», ispirate a sostanziale tolleranza, e, in ogni caso, a una sorta di «sospensione di giudizio politico»,

come se il fascismo fosse un fenomeno passeggero, legato a fatti di delinquenza locale (da condannare, naturalmente, sul piano morale) e frutto della durezza dei tempi. Il fenomeno, insomma, da alcuni ecclesiastici fu persino considerato necessario per combattere il dilagare, nelle città e nelle campagne, della peste socialista e comunista. La «Civiltà Cattolica» introdusse una sorta di doppio binario, distinguendo un «fascismo di difesa» da un «fascismo di violenza» più frutto di una perdita di controllo da parte dei dirigenti. Questo fatto pesò molto sul successivo atteggiamento che la gerarchia cattolica italiana ebbe nei confronti del fascismo al potere e della creazione dello Stato totalitario. Mussolini abiurò le proprie convinzioni anticlericali della precedente stagione; la Santa Sede e la stampa cattolica in generale mantennero sulle inattese aperture di Mussolini verso la questione religiosa un prudente silenzio. Dopo le elezioni del 1921, Mussolini concentrò la sua polemica contro il Partito popolare di Sturzo e De Gasperi, escludendo però ogni critica contro la Chiesa ufficiale. Questa tattica alla fine risultò vincente, in particolare quando il fascismo divenne regime di Stato, non senza provocare però all’interno del mondo cattolico dolorose lacerazioni. «A un secolo esatto da questi fatti, e dopo la dolorosa esperienza del «Ventennio», della guerra civile e della occupazione – conclude p. Sale –, sorprende che ci siano italiani che considerano il fascismo come un «esperimento politico» positivo, e in ogni caso «necessario» sul piano storico, e spesso guardano con simpatia e ammirazione al suo fondatore Benito Mussolini». (da un articolo di «Adista» del 27 novembre 2021) Islam francese. Il presidente fran-

cese Emmanuel Macron ha deciso la creazione di un Forum dell’Islam di Francia, una forma di rappresentanza dell’Islam basata su attori dipartimentali e non più sotto la supervisione di moschee affiliate ai Paesi di origine. Purtroppo negli ultimi anni in Francia sono stati registrati ben 1.400 atti classificati come «antireligiosi». È un dato che Emmanuel Macron ha ricordato durante il suo incontro con le autorità religiose del Paese, tradizionale appuntamento fra il vertice politico transalpino e i rappresentanti delle comunità religiose. Succede in Italia. Mafie e corruzio-

ne sono fenomeni radicati nel «senso comune» italiano, che considera

questi crimini una «patologia nazionale». Sei italiani su dieci ritengono che non sia cambiato nulla dal 1992. Il 22% degli intervistati pensa che la corruzione sia ancora più cresciuta e il 78% ritiene che la corruzione in politica sia lo specchio della società. L’85% riconosce il ruolo di professionisti e colletti bianchi nel legame con le mafie. Sono i primi risultati di una ricerca di Demos e Libera (dal CdT, febbraio 22). Intanto alla presidenza è stato riconfermato Mattarella, mentre Draghi ha festeggiato l’anno di governo e i partiti italiani (che dovrebbero essere l’espressione della democrazia parlamentare italiana) continuano a litigare, dimostrando sempre più la loro inesistenza. Per la libertà. II ministro dell’Interno

francese, Gérald Darmanin, ha annunciato un finanziamento di quattro milioni di euro per la sicurezza dei luoghi di culto in Francia, in particolare per finanziare i mezzi di videosorveglianza. Da gennaio 2021 in Francia sono stati registrati 1.400 atti antireligiosi (insulti, vandalismi, profanazioni). Nel 2021 sono stati registrati 686 atti anticristiani, rispetto ai 921 del 2019, con un decremento del 25%. Per quanto riguarda gli atti antisemiti, il ministero dell’Interno ha registrato un calo del 15%, 523 nel 2021 contro i 617 del 2019. Gli atti anti-musulmani sono aumentati del 32% (171 contro 129 nel 2019). Uguaglianza negata. In 17 Paesi nel mondo, l’apostasia è un reato e in 12 tra questi è punibile con la morte. È questo uno dei dati che più colpiscono del decimo Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo, promosso da Humanists International. Gli atei e gli agnostici sono discriminati in 144 Paesi del mondo; in 39 c’è una religione di Stato; in 35 la legislazione deriva, in tutto o in parte, dal diritto religioso; in 12 esponenti del governo o agenzie statali emarginano, molestano o incitano all’odio o alla violenza contro le persone non religiose; in 83 la blasfemia è un reato e in 6 tra questi è punibile con la pena di morte; in 26 è fatto divieto ai non religiosi di ricoprire alcuni incarichi; in 33 1’istruzione religiosa è obbligatoria nelle scuole statali senza un’alternativa laica; in 79 vige un discriminatorio sistema di finanziamento della religione; in 19 è possibile il ricorso a tribunali religiosi su questioni familiari o morali; in 16 infine è difficile o illegale gestire un’organizzazione apertamente umanista.

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del pianeta e si affermava la necessità di dimezzare le emissioni globali entro il 2030. La partecipazione è aperta a chiunque sia interessato, che dovrà iscriversi a una delle sette categorie individuate: famiglie e individui, parrocchie e diocesi, scuole e università, ospedali e centri di assistenza sanitaria, organizzazioni e gruppi laici, settore economico e comunità religiose. Più di 4.200 realtà si sono già registrate sulla piattaforma. Gli obiettivi che si prefigge il progetto sono sette: risposta al grido della Terra, risposta al grido dei poveri, economia ecologica, adozione di uno stile di vita sostenibile, istruzione ecologica, spiritualità ecologica e resilienza e valorizzazione della comunità. Per ognuno di essi sono state individuate azioni concrete per realizzarli.


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Condensare. In molte regioni del

mondo l’acqua dolce scarseggia e deve essere ottenuta mediante costosissimi processi di purificazione ed estrazione. Di recente alcuni ricercatori del Politecnico federale di Zurigo sono riusciti a sviluppare un dispositivo che consente di estrarre l’acqua dall’atmosfera senza ricorrere a fonti di energia esterne. Il condensatore si avvale di una superficie auto-raffreddante e di uno speciale schermo antiradiazioni. L’apparecchio consiste in una lastra di vetro dotata di un rivestimento speciale che riflette la radiazione solare e che può essere fino a 15°C più fredda della temperatura ambientale. In tal modo, l’umidità dell’aria si condensa sulla sua superficie e viene raccolta in un recipiente. Ciò permette di ottenere giornalmente il doppio di acqua rispetto alle tecnologie sin qui impiegate. In condizioni ideali, ogni ora si raccoglie 2 dl di acqua per ogni metro quadrato di superficie vetrata. L’apparecchiatura è particolarmente efficace in regioni vicine al mare con un alto tasso di umidità nell’aria. Ricordare. Nel 1979 a Three Mile Island (USA) un incidente nucleare contamina 200.000 persone. Nel 1984 esplode un deposito di gas liquido a San Juan Ixtaheupec, in Messico: 708.700 persone muoiono o sono danneggiate dalle fiamme, dai gas velenosi o da altre sostanze residue. A Bophal, in India, una fuga di gas da una fabbrica chimica contamina 500.000 persone di cui 5.000 muoiono nei giorni seguenti e altre 20.000 fino ai giorni nostri. Nel reattore del blocco IV della centrale di Chernobyl il 25 aprile 1986 fonde il nucleo causando l’esplosione e l’immissione nell’ambiente di 900 tonnellate di grafite radioattiva e 70 tonnellate di uranio; il bilancio ufficiale parla di 135.031 morti, quello ufficioso di circa 7 milioni di vittime in tutto il mondo. Queste catastrofi industriali hanno arrecato pure enormi danni all’ambiente, così come quelle legate a incidenti, malfunzionamenti, incuria e via dicendo a margine dello sfruttamento petrolifero. Odyssey, Amcoco Cadix, Torrey Canyon, Prestige, Erika, Urquiola, Sea Star…

sono solo alcuni dei nomi delle piattaforme petrolifere o delle petroliere che hanno riversato negli oceani tonnellate e tonnellate di greggio, causando le tragiche maree nere con il loro corollario di pesci morti, foche e uccelli marini ricoperti da una spessa coltre di petrolio. Respirare. Già piccole quantità di

sostanze nocive respirate con l’aria hanno gravose conseguenze per la salute. Ogni anno nel mondo, sette milioni di persone muoiono per le conseguenze dell’inquinamento atmosferico. Respirare «male» durante l’infanzia interferisce con il normale sviluppo dei polmoni e favorisce l’incidenza di malattie respiratorie in età adulta. In Svizzera le fonti dell’inquinamento dell’aria sono la combustione a legno nelle economie domestiche e nell’industria così come la circolazione stradale: in tutte le zone abitate la popolazione è esposta a tassi elevati di monossido di azoto. È certo meno noto che anche gli ecosistemi soffrono per l’inquinamento atmosferico e qui le conseguenze sono anche economiche: il Dipartimento federale per lo Sviluppo territoriale ha calcolato che nel 2010 i tassi troppo elevati di ozono nell’aria hanno fatto diminuire il rendimento agricolo di almeno 1.000 milioni di franchi. Pedalare. Sulla Langasse a Berna c’è

un centro fitness davvero speciale, a iniziare dal nome: Gmüesesel (asino di verdura). Le persone che vi si recano per ridurre la pancetta, gestire il giro vita o tonificare i tricipiti, vi trovano delle biciclette speciali collegate a una macina e una pressa da olio. La forza motrice generata dalle e dai clienti serve quindi a macinare frumento, polenta, segale o mais e a pressare materie prime oleose per trasformarle in olio. Oltre all’effetto benefico sul fisico, alla fine dell’allenamento ci si può portare a casa un quarto della merce prodotta. Disinvestire. A margine della

COP26, la Conferenza ONU sul clima svoltasi a fine anno a Glasgow, una coalizione formata da Operation Noah, il Consiglio ecumenico della Chiese, l’organizzazione interreligiosa Greenfaith, il movimento cattolico Laudato si’ e Green Anglicans, ha annunciato il più grande disinvestimento da combustibili fossili mai effettuato da organismi religiosi: insieme hanno ritirato 4,2 miliardi di dollari da investimenti in energie fossili non rinnovabili per reinvestirli a favore di una transizione

equa e sostenibile. Questo movimento della Fossil Free Churches esiste da diversi anni. La prima realtà religiosa a rivoluzionare il suo portfolio e a uscire da fondi d’investimento non sostenibili fu quella svedese nel 2014, seguita dal Consiglio ecumenico delle Chiese che riunisce 350 Chiese anglicane, protestanti e ortodosse. Sulla scia della Laudato si’, nel 2016 e nel 2021 diverse realtà cattoliche come diocesi, ordini religiosi, scuole e università hanno riconfigurato i loro investimenti. In Svizzera l’unica realtà che, secondo divestmentdatabase. org, ha deciso di agire disinvestendo dalle energie fossili, è la Diocesi di Friborgo, Losanna e Ginevra. Trasportare. Le 220 filiali di Aldi e le

140 di Lidl sono rifornite unicamente da camion, a differenza di Migros e Coop. La prima è il principale cliente di FFS Cargo, mentre Coop gestisce direttamente una propria società di logistica, Railcare, specializzata nel trasporto combinato. Migros indirizza il 50% del volume di trasporti nazionale su rotaia; fa eccezione la distribuzione finale che può essere effettuata solo con camion. Coop intende passare sulla ferrovia risparmiando così 10 milioni di km e 9.400 tonnellate di CO2. Entrambi i grandi distributori utilizzano la ferrovia nell’attraversamento delle Alpi e anche per importare grandi quantità di merci, come i pelati Longobardi di Migros caricati a Napoli sui binari per arrivare direttamente fino nella Svizzera interna. Della merce che Coop trasporta dai porti del Nord 2/3 arriva per nave sul Reno e 1/3 su rotaia. Cambiare. Il clima alpino è partico-

larmente sensibile al mutamento climatico: in Ticino dall’inizio delle misurazioni nel 1864, l’atmosfera vicino al suolo si è riscaldata di circa 1,8°C, un aumento quasi doppio rispetto a quello della temperatura globale (1°C, stato 2020). Dal 1961 la tendenza al rialzo è andata rafforzandosi in tutte le stagioni e in particolare in primavera e in estate. Per capire l’importanza di questi valori base basti pensare che durante l’ultima glaciazione, con una temperatura media circa 5°C più bassa rispetto a oggi, una coltre di ghiaccio spessa oltre 1 km ricopriva l’attuale Bellinzona. Altri indicatori del cambiamento sono il netto aumento dei giorni estivi e tropicali, la chiara diminuzione dei giorni di gelo e di ghiaccio in montagna e il rialzo della quota dell’isoterma di zero gradi in tutte le stagioni.


Accade a Zurigo. La coppia di teologi d’origine tedesca

Nella e Gregor Sodies dirigono assieme, dal settembre 2014, la comunità cattolica di circa 2.200 membri di Greifensee, nell’Oberland zurighese, ospitata in una fabbrica dismessa trasformata in centro parrocchiale. Donne poliziotte. Sylvie Bula è il nuovo comandante del-

la polizia vodese ed entrerà in carica il prossimo luglio. 44 anni, è attualmente capo del Servizio penitenziario. Sarà la seconda capo poliziotta cantonale dopo Monica Bonfanti, nominata a Ginevra, mentre la Fedpol dal 2014 è diretta da Nicoletta della Valle. Laici al comando. Monsignor Felix Gmür, vescovo di Basilea, ha nominato alla direzione della parte francofona della diocesi, il cosiddetto Giura pastorale, due laici: la teologa Marie-Andrée Beuret e il diacono (e padre di cinque figli) Didier Berret. I due laici, quali delegati vescovili, prendono il posto di don Jean-Jacques Theurillat, che ha dimissionato dalla carica per ritornare a fare il parroco. Simili incarichi sono ormai abituali nelle diocesi svizzere, ad eccezione di quella di Lugano, dove si cerca di ovviare altrimenti alla scarsità di clero. Pulpito a pezzi. A San Gallo, un gruppo di pastori ha fatto a pezzi il pulpito (elemento fondamentale in ogni chiesa evangelica), per trasformarlo in un tavolo per conversazioni («poli-logo»); si spera così di migliorare la presenza alle cerimonie, ormai ridotta al 2% dei protestanti, che al censimento risultano ancora il 20% della popolazione. Distrutto il pulpito, abolita la predica, ma poi? Anche dove nelle chiese (cattoliche) si è rinunciato a salire sul pulpito per utilizzare l’altoparlante, non risulta che la situazione sia migliore. Diplomatico a Ginevra. Papa Francesco ha nominato

il 17 dicembre 2021 il diplomatico nigeriano Fortunatus Nwachukwu quale osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di Ginevra, l’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). Mons. Nwachukwu, fin qui nunzio apostolico nelle Antille, è arcivescovo titolare di Acquaviva; nato nel 1960 in Nigeria, ha vissuto fanciullo la guerra del Biafra, perdendo numerosi familiari. Ordinato prete nel 1984, ha studiato a Roma, Francoforte e Gerusalemme, ed è titolare di un dottorato in teologia.

Testo ecumenico. Un Nuovo Testamento greco-italiano, a cura di Mario Cignoni, è stato pubblicato dalla Società Biblica in Italia (Sbi) e da Claudiana, con il contributo della Conferenza episcopale italiana e della Chiesa valdese. Si tratta di un volume corposo, di circa duemila pagine, che riporta il più aggiornato testo critico greco, con a fronte la traduzione cattolica (Cei 2008) e la nuova traduzione protestante (Bir 2020); è corredato da varie appendici filologiche e da un dizionario base. La presentazione è stata ospitata a Roma il 6 dicembre 2021 dal Centro Pro Unione; il video della presentazione è disponibile sulla pagina Facebook «Società biblica in Italia».

Buon esempio. La diocesi di Créteil (Val-de-Marne) ha annunciato la messa in vendita dell’attuale abitazione del vescovo per indennizzare le vittime degli abusi sessuali. I Vescovi francesi hanno deciso di procedere a vendite di immobili piuttosto che utilizzare le offerte dei fedeli. La diocesi di Créteil è la prima che passa all’azione vendendo una proprietà di 250 metri quadrati in centro città, valutata diverse migliaia di euro. Vescovo e Vicario generale abiteranno in un appartamento più modesto. La Chiesa francese vuole raccogliere 20 milioni di euro da destinare alle vittime degli abusi sessuali verificatisi negli ambienti ecclesiali. Eletto un Arabo. Il Comitato israeliano che sovrintende le

nomine dei giudici ha approvato la designazione di nuovi quattro membri permanenti della Corte suprema dello Stato ebraico, tra cui anche Chaled Kabub, che sarà il primo arabo musulmano a far parte della massima Assise del Paese. Presidente copto. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al

Sisi ha nominato lo scorso febbraio il giudice copto Boulos Fahmy presidente della Corte suprema costituzionale. Si tratta del primo cristiano ad occupare tale carica; la nomina è stata interpretata come un segnale della volontà del Presidente di riconoscere l’importanza della minoranza copta. Presidenza tedesca femminile. Annette Kurschus, 58

anni, la nuova presidente del Consiglio della Chiesa evangelica di Germania, finora presidente della Chiesa regionale della Westfalia – la quarta per importanza nel Paese – è stata eletta il 10 novembre con ben 126 voti su 140; è apprezzata predicatrice e sono note le sue posizioni progressiste. È la seconda donna in questo ruolo, dopo la teologa e vescova luterana Margot Kässmann, eletta nel 2009. Come vicepresidente è stata scelta Kirsten Fehrs, 60 anni, vescova di Amburgo, mentre la giovanissima Anna-Nicole Heinrich, 25 anni, ricercatrice a Ratisbona, avvicinatasi al cristianesimo da pochi anni, è dal giugno scorso la nuova presidente del Sinodo evangelico, l’organismo parlamentare della Chiesa evangelica tedesca, Chiesa che è stata la prima al mondo a eleggere una donna vescovo, Maria Jepsen ad Amburgo, ormai quasi 30 anni fa. Presidente donna. Mirjana Spoljaric Egger presiederà

il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). È la prima volta in 160 anni che l’istituzione viene guidata da una donna. La diplomatica svizzera è stata nominata dall’Assemblea per un mandato quadriennale rinnovabile. Sostituirà Peter Maurer, che ha passato dieci anni alla testa del CICR. Mirjana Spoljaric Egger è sottosegretaria generale dell’ONU ed è responsabile per l’Europa del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Primizia a Ginevra. Elisabeth Parmentier è la prima donna

decano della Facoltà di teologia di Ginevra dalla sua creazione nel 1559, una primizia in Svizzera. Nata nel 1961 a Phalsbourg (Mosella), dal 2015 è professore di teologia pratica ed è pastora della Chiesa luterana. Nuovo presidente. Il pastore valdese Daniele Garrone è

il nuovo presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (FCEI). Dal 1988 è professore di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia di Roma, già decano della stessa facoltà. Il suo primo impegno ufficiale è stata la firma di un protocollo con il governo italiano per aprire nuovi «corridoi umanitari» dall’Afghanistan per accogliere in tutto 1.200 persone, di cui 200 nelle strutture delle Chiese della FCEI.

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NOTIZIE BELLE E BUONE


opinioni  No. 269

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Luoghi dell’ecumenismo Anche quest’anno in Ticino si è svolta la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC); dal 18 al 25 gennaio la chiesa di Tesserete ha ospitato la cerimonia ecumenica cantonale. La Settimana di preghiera è diventata una tradizione consolidata in tutto il mondo: dal 1968 viene promossa congiuntamente dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (da parte cattolica-romana) e dalla Commissione «Fede e Costituzione» del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) (che raggruppa 350) Chiese anglicane, evangeliche, ortodosse e cristiano-cattoliche in tutto il mondo). L’iniziativa, sotto forme diverse, risale agli albori del ventesimo secolo: nel 1908 Paul Wattson, pastore episcopaliano diventato cattolico e fondatore della Società francescana dell’Atonement, istituì negli Stati Uniti un «ottavario di preghiera per l’unità». A livello nazionale

In Svizzera esistono e operano anche altre iniziative che meritano di essere conosciute. È stato appena celebrato il cinquantenario della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane, piattaforma nazionale per incoraggiare la collaborazione tra le 12 Chiese che ne fanno parte e che ha raggiunto importanti traguardi, come il riconoscimento reciproco del battesimo. Da oltre 15 anni esiste un Consiglio svizzero delle religioni, composto da rappresentanti di Chiese cristiane, di organizzazioni musulmane ed ebraiche e a cui recentemente si è aggiunLargo ai laici. Le parrocchie sono in

crisi: un modello organizzativo-pastorale che arranca, anche – o soprattutto – perché fondato sulla centralità del prete, che assomiglia sempre più a una «specie in via di estinzione». Dalla diocesi di Pinerolo viene un’idea nuova: si propone un modello organizzativo-pastorale completamente diverso, la cui centralità non è più occupata dal parroco, ma dalle comunità e, di conseguenza, dai fedeli laici. Il vescovo, mons. Derio Olivero, al posto delle «unità pastorali», ha lanciato la proposta dei «responsabili di ambito». Si tratta cioè di organizzare la parrocchia in sei ambiti pastorali: amministrazione, carità, liturgia, catechesi, famiglie e giovani, coordinate da responsabili nominati dal Consiglio pastorale presieduto dal parroco per tre anni (e rinnovabile al massimo

ta l’Alleanza evangelica svizzera. E poi ci sono numerose iniziative «dal basso», nate dalle comunità collaborazione con enti locali, come la «Casa delle religioni» di Berna, e le «Settimana delle religioni» promossa dalla Comunità di lavoro interreligiosa in Svizzera. Quest’anno ricorre il 75esimo anniversario di «Seelisberg», dove nel canton Uri nacque la prima «Amicizia ebraico-cristiana»; dopo le atrocità della Shoà; nell’estate del 1947, un centinaio di leader religiosi si riunì in una Conferenza internazionale contro l’antisemitismo da cui scaturì il documento considerato la Magna Charta del dialogo ebraico-cristiano. A livello internazionale

Per quanto riguarda il dialogo tra religioni è doveroso citare l’organizzazione internazionale «Religions for Peace», nata più di 50 anni fa con lo scopo di contrastare la radicalizzazione e promuovere il rispetto fra religioni. Presieduta da una donna musulmana, l’egiziana Azza Karam, sta facendo pressione sulle Nazioni Unite affinché i corpi diplomatici dei vari Paesi siano adeguatamente alfabetizzati sul fronte religioso. Soprattutto i diplomatici occidentali, particolarmente secolarizzati, avrebbero necessità di un ripasso. La mancata competenza nel campo del dialogo interreligioso può generare malitesi, se non addirittura incidenti diplomatici. (da un articolo di «Voce Evangelica», gennaio 2022) per un altro triennio). È un modo per «mettere le comunità in condizione di andare avanti, rendendo ogni ambito in grado di funzionare in maniera autonoma». La figura del responsabile non è pensata per occuparsi di tutto, anche perché non sarebbe possibile, ma per «far funzionare la pastorale del proprio ambito», sia sotto il profilo organizzativo, preparando e incontrando mensilmente gli altri operatori e verificando periodicamente l’andamento del servizio, gestendo le emergenze e la comunicazione alla comunità; sia curando le relazioni con il parroco, con gli uffici diocesani e tra gli operatori. Un altro compito dei «responsabili di ambito» è di costituire insieme un’équipe che, attraverso incontri mensili, si occupi in modo coordinato della parrocchia seguendo le indicazioni del Consiglio pastorale parrocchiale.

In questo numero Editoriale LA GUERRA È IN EUROPA

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Dossier – Crisi dei seminari LA CRISI DEI SEMINARI (E. Morresi) 7 PENSARE A CRISTIANI PRETI 9 CANDIDATI TRA IDEALI E PROSPETTIVE 9 RIPENSARE LA FORMAZIONE 10 MINISTRI LAICI (E LAICHE) IN PARROCCHIA 11 Dossier – Casa comune: verso l’ecologia integrale INTRODUZIONE (M. Krienke) 12 ECO-SPIRITUALITÀ (C. Zaugg) 12 ECOLOGIA INTEGRALE ED ECONOMIA: UN BINOMIO IMPOSSIBILE? (S. Beretta) 14 LE NUOVE RESPONSABILITÀ DELL’ECONOMIA (M. Krienke) 17 ECONOMIA, SOCIALITÀ, AMBIENTE (R. Ratti) 19 Articoli AL VOTO SULLA MEDICINA DEI TRAPIANTI 3 APPUNTI DAL SINODO (M. Sartorio) 4 LA GUERRA IN UCRAINA LACERA L’ORTODOSSIA (L. Sandri) 5 FINISCA IL MASSACRO, SI ATTIVI LA SOLIDARIETÀ 6 IN MEMORIA 22 BOSE DEVE CONTINUARE 23 GIUSTIZIA CLIMATICA SIGNIFICA ASSUMERSI LE PROPRIE RESPONSABILITÀ (F. Mauri) 24 LUOGHI DELL’ECUMENISMO 32 BIBLIOTECA 25 CRONACA SVIZZERA 26 CRONACA INTERNAZIONALE 28 NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE 30

dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch

Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (quattro numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.