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221 dialoghi Locarno – Anno 44 – Aprile 2012

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

Il Cenacolo di Ponte Capriasca, copia da Leonardo da Vinci, XVI secolo.

EUCARESTIA E COMUNITÀ

Gli studi sociologici documentano un’erosione continua del rapporto tra appartenenza religiosa e partecipazione ai culti cristiani. Nella Vecchia Europa questa tende a scendere addirittura sotto il dieci per cento, soprattutto tra i giovani. Occasioni straordinarie di raduno, come le Giornate mondiali della gioventù, le Visite del Papa, o quelle della «Madonna pellegrina» – capaci di attirare folle di giovani o di anziani – convivono con l’abbandono delle forme «ordinarie» di partecipazione, come la messa domenicale. Il fenomeno deve preoccupare, non tanto perché segna la fine di un certo cattolicesimo sociologico, quanto perché tende a svuotare di senso una modalità essenziale del cristianesimo: la comunità che celebra l’Eucarestia nel «giorno del Signore». La celebrazione domenicale come la conosciamo noi discende da una tradizione ramificatasi nei secoli. La «messa di sempre» – vantata dai tradizionalisti in opposizione alla riforma liturgica decisa dal Concilio Va-

ticano II – non è mai esistita: tutti i riti, però, anche in quelli in apparenza più lontani da un modello comune riconoscibile, conservano un nucleo che risale all’insegnamento di Gesù («Fate questo in memoria di me», 1Cor, 11,23-26) o alla testimonianza degli apostoli, di cui si ascoltava l’insegnamento, poi si rendevano grazie (onde il termine: Eucarestia), si spezzava il pane e lo si distribuiva (Atti 2, 41-47). Le prime comunità scelsero per queste riunioni la domenica, ricordando la Risurrezione del Signore («Ci riuniamo tutti insieme nel giorno del Sole», Apologia di Giustino 1, 67). Se anche la tradizione millenaria non bastasse a sostenere la buona abitudine della messa domenicale, ragioni pastorali escluderebbero di accettarne a cuor leggero la decadenza. Perché, se è vero che ci si salva individualmente, l’appartenere a una comunità di salvati è costituivo dell’essere cristiani, come l’agape è la regola di vita e la fraternità il modo di governo («Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli»,

Mt 23, 8). Una riflessione è dunque urgente e deve investire ogni aspetto del «precetto festivo» com’è praticato oggi. Paradossalmente, è la passata ricchezza (per numero di preti) delle nostre comunità di cattolici dell’Europa continentale che ci ha giocato un brutto tiro. I Paesi di missione non conoscono il problema della frammentazione, indotta dalla disponibilità di messe a tutte le ore del sabato e della domenica, come la conosciamo noi. Introdotta con le migliori intenzioni, questa pratica, innestandosi su una concezione «giuridica» del precetto domenicale (la messa «che vale»), ha indotto una individualizzazione del rapporto delle persone con la liturgia. Come può essere allora considerata culmine e fonte della vita della Chiesa (Concilio Vaticano II, Costituzione sulla liturgia, 10) una pratica che somiglia ormai moltissimo alla frequenza del negozio scelto per fare la spesa, dove le persone non si coE:M.

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noscono, non si stringono la mano, hanno in comune solo la valuta con cui pagheranno il dovuto a un’anonima cassiera? Salendo di un gradino, un problema da affrontare è l’obbligatoria uniformità delle celebrazioni causata da un’osservanza passivamente scrupolosa delle norme rituali. La riforma posteriore al Concilio ha prodotto nuovi messali e nuovi rituali, la cui ricchezza è fuori discussione (eccetto qualche archeologismo fuori luogo), ma lo spirito con cui sono stati adottati riflette una preoccupazione che poteva essere del Concilio di Trento – l’uniformità come disciplina – ma oggi è in contrasto con le più elementari regole dell’inculturazione. Nella Chiesa cattolica ha da cessare la prassi di considerare vietato tutto ciò che non è obbligatorio. Non è necessario per questo cancellare elementi tramandati dall’uso (c’è chi ha in uggia l’incenso, e chi le candele...) che aggiungono senso e bellezza, per esempio, alla celebrazione presieduta dal vescovo (ma la mitra al San Gottardo il Primo Agosto pare davvero superflua...). La «messa del vescovo», dunque, potrebbe essere considerata il tipo della celebra-

zione: ma accanto occorre far spazio ad adattamenti – certo, riflettuti, non improvvisati – come la rinuncia a una o due delle letture prescritte quando potrebbe bastare la pagina di Vangelo, un atto di fede che non sia il Credo niceno-costantinopolitano di cui un’infima minoranza sarebbe in grado di spiegare quel che sta dicendo, la rinuncia pura e semplice alla Preghiera dei fedeli quando non sia emanazione della comunità che celebra; e via esemplificando... Salendo un altro gradino, va riflettuta, pensando all’esigenza di formare comunità, la presenza del presbitero. La tradizione clericale, che ha incrostato di sacralità ogni minimo gesto del «celebrante», sta fortunatamente perdendo forma e sostanza a causa della diminuzione delle vocazioni. Ma, se si vuole salvare il senso di una presenza delegata dal vescovo, cioè dal «successore degli apostoli», l’affidamento di compiti pastorali a membri della comunità si pone tra i compiti più urgenti, rinunciando all’assurdo domenicale correre di luogo in luogo di molti presbiteri, oppure al «rinforzo» di preti che si limitano alla celebrazione dei sacramenti ma non hanno altro contatto con le per-

Bertoli conferma

i corsivi di dialoghi

Il Consiglio di Stato del Cantone Ticino ha risposto in data 13 marzo a due interrogazioni scritte sul tema delle visite del Vescovo nelle scuole pubbliche cantonali e comunali. Il testo governativo premette che «possono essere ovviamente organizzati dalla scuola degli incontri o promosse attività didattiche con persone terze, incontri o manifestazioni che per loro natura hanno carattere di obbligatorietà ( es. conferenze, visite a mostre, uscite di studio ecc.). In questo contesto possono rientrare anche inviti a personalità del mondo scientifico, economico, religioso, politico ecc.». «Nelle due interrogazioni – ammette il Governo – gli autori condividono il fatto che l’incontro degli allievi di una sede scolastica con il Vescovo nel quadro di una visita pastorale possa assumere un carattere diverso, di natura straordinaria e religiosa, tanto da condividere la partecipazione facoltativa degli allievi nello spirito del rispetto della libertà confessionale», rispettando cioè la volontà degli allie-

vi o dei genitori. Così «appare verosimilmente possibile immaginare che, a titolo straordinario, e in maniera concordata con l’autorità religiosa, si possa prevedere – nella misura in cui ciò fosse possibile dal profilo organizzativo – di riunire in una sola ora settimanale gli allievi iscritti all’insegnamento religioso e altri allievi interessati, durante la quale il Vescovo possa svolgere la sua visita pastorale». «Se l’organizzazione in tempo di scuola non fosse materialmente possibile occorre trovare un altro momento della giornata scolastica, forzatamente al di fuori della griglia oraria, durante il quale permettere agli allievi interessati di incontrare il Vescovo della diocesi luganese. In base a quanto avvenuto negli anni scorsi quest’ultima impostazione è generalmente attuata dalle direzioni scolastiche, spesso dopo i necessari contatti con le autorità scolastiche». Quindi «persone terze», anche religiose (come i vescovi) possono essere invitate per «attività didattiche» la cui partecipazione è obbligatoria per tutti gli allievi; ma in occasione di una visita

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sone in quanto assenti tutta la settimana, o sono d’altra lingua. Bisognerà essere coerenti fino in fondo: se il prezzo da pagare per garantire una presenza regolare del ministro nella comunità è l’abolizione (o la restrizione) della regola del celibato obbligatorio, la Chiesa non può e non deve esitare. Forme alternative possono essere suggerite dalle circostanze ma, in questo senso, dovrà contare il bene delle comunità, anche se il principio della parità di diritti di tutti i battezzati (donne comprese), potrebbe indurre a forzature non necessarie. Del resto, come si fanno diocesi ad hoc per anglicani anti-femministi e gerarchie parallele per cattolici tradizionalisti, perché non permettere almeno ad experimentum il trapianto in Occidente di una prassi – il clero uxorato – da sempre ammessa nelle Chiese (anche cattoliche) orientali? Il rapporto tra Eucarestia e comunità va dunque riproposto con urgenza all’attenzione della Chiesa. «Dialoghi» vi contribuisce con un piccolo numero di articoli da altre riviste che ci auguriamo possano guidare la riflessione. E.M.

pastorale la presenza è a «libera scelta» degli allievi o dei genitori; può essere «a titolo straordinario» per tutti i consenzienti in un’ora dell’orario scolastico, ma per motivi organizzativi può essere «forzatamente fuori», e cioè è generalmente avvenuto. Col titolo (su tre colonne): «Bertoli apre le porte delle scuole al Vescovo», il «Giornale del Popolo» del 17 marzo scorso informava che «il Consiglio di Stato ha preso posizione positivamente affermando la possibilità di visite pastorali del Vescovo agli studenti delle scuole pubbliche durante le lezioni scolastiche». Ma dimenticando le condizioni poste: senza obbligo di presenza da parte degli allievi se avviene durante la visita pastorale; e se ci sono difficoltà organizzative, generalmente fuori dall’orario scolastico. È quanto precedentemente aveva deciso il consigliere di Stato Gendotti, e il Vescovo aveva accettato. Il campanile resta al centro del villaggio, e non viene posto nella scuola pubblica. a.l. (I tratti in tondo sono sottolineature della redazione).


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Per un’Eucarestia non staccata dalla vita e da celebrare senza rigidità gerarchiche

In questo intervento vorrei toccare tre questioni che, pur non essendo certo le uniche, mi sembra indispensabile affrontare quando si parla di «Eucaristia oggi»: il legame tra azione liturgica e vita, quello tra celebrazione e comunità, la presidenza. Non dirò comunque nulla di originale, anzi, so che esistono riflessioni e prassi assai più capaci di andare alle radici dei problemi qui posti e giustificare le soluzioni qui prospettate. Ad esse rimando.

Non perdere di vista le persone

Il nodo a mio parere decisivo oggi per restituire significato alla celebrazione eucaristica è quello di coniugare nella liturgia il memoriale della morte e resurrezione di Cristo con la vita personale, comunitaria e sociale di chi si riunisce nel suo nome. In sostanza quel «voi» che Gesù chiama a «fare questo in memoria di me» (Lc 22,19; lCor 11, 24-25) deve recuperare la propria densità vitale e alla mensa del Signore devono trovare spazio speranze, preoccupazioni, sofferenze, progetti, ecc. di chi vi si siede. Il centro della celebrazione eucaristica è la presenza di Cristo nella comunità viva. Ricordarlo può apparire un’ovvietà, ma forse non è del tutto scontato: assistiamo, infatti, a sempre più insistenti richiami a recuperare lo «splendore» della liturgia, rivalutandone gli aspetti di «solennità», riesumando l’uso del latino, irrigidendo la fedeltà letterale alle formule rituali e curandone gli elementi formali (il canto ben intonato, la lettura chiaramente proclamata, ecc.), fino a prospettare il ripristino dell’obbligo di ricevere la comunione in bocca e stando in ginocchio; e a questi richiami si sommano le sollecitazioni a rilanciare l’adorazione dell’Eucaristia, che rischia di corroderne l’aspetto comunitario, enfatizzando quello individuale e devozionale, e di offuscarne il carattere di pasto, la dimensione del «mangiare insieme» cui spesso richiamava Mario Cuminetti, quello «stare insieme a tavola» che andrebbe semmai reso più visibile; d’altro canto, spesso i tentativi di favorire la partecipazione dell’assemblea appesantiscono la celebrazione, rendendola sciatta e verbosa.

di Mauro Castagnaro

Il gesto dello «spezzare il pane eucaristico» deve invece incontrare (attraverso il linguaggio, i gesti, i segni) il quotidiano delle persone. Il momento rituale va reinserito nella vita, divenendone «segno efficace» nel duplice senso di ricapitolazione simbolica dell’esistenza vissuta nella fede e di stimolo alla conversione individuale e collettiva, spingendo i credenti a reimmergersi nelle contraddizioni della storia con lo spirito critico e liberatore che deriva dalla memoria trasformatrice di Cristo.

Riaccostare la liturgia alla vita reale

Per come viene attualmente proposta, invece, la celebrazione eucaristica, coi suoi gesti codificati e ripetuti, le sue formule uguali ovunque e che suonano a volte «da iniziati», i suoi ruoli rigidamente definiti, resta separata dalla situazione sociale e culturale dinamica che la comunità vive, inducendo nei partecipanti un atteggiamento passivo, se non di estraneità, e incidendo assai poco nelle loro scelte di ogni giorno. Si tratta, allora, di (imparare a) celebrare la vita, interpretando con creatività il vissuto delle persone e il cammino della comunità, ma secondo lo specifico linguaggio liturgico e simbolico (con tutto il gigantesco problema qui del rapporto tra il «simbolo» e una cultura impregnata dal linguaggio tecnico-scientifico). Bisogna riscoprire e/o inventare gesti, segni, simboli – a cominciare dall’Eucaristia stessa – non confinati in un’ottica di sacralità separante, di ritualismo religioso, né prigionieri ormai inespressivi di una concezione premoderna del mondo, ma capaci di «parlare a» e «significativi» per gli uomini e le donne di oggi. Nella celebrazione dovrà, quindi, trovare eco ciò che in quel momento vive quella porzione del popolo di Dio, risaltare in che modo il Signore si rivela nell’esperienza di quei credenti, emergere come il messaggio e la prassi di Gesù possono illuminare il loro cammino personale e comunitario, essere richiamati gli aspetti del mistero

di Cristo che si scoprono nella storia, individuando i modi adatti ad esprimere ciò in forma simbolica. Nella liturgia eucaristica entreranno, con gesti, parole o segni, la richiesta di perdono per l’offesa recata da un componente dell’assemblea a un altro, la vicinanza verso il fratello o la sorella malati, la petizione allo Spirito perché aiuti la comunità a discernere come testimoniare la fede ai più giovani, la decisione di ospitare la famiglia rom in locali comuni disponibili, la lode a Dio per il superamento di una crisi aziendale che minaccia posti di lavoro, la solidarietà con le lotte del popolo tunisino per la democrazia, ecc. La celebrazione eucaristica non potrà mai essere identica in due comunità diverse o in due momenti diversi della stessa comunità cristiana. Esemplare in tal senso la descrizione che Luigi Rosadoni faceva già nel 1970 riferendosi all’esperienza della parrocchia de La Nave di Rovezzano: «Nacque una liturgia nuova che ogni domenica era diversa perché ogni domenica esprimeva la fede comunitaria, animata e colorata sia dalla Parola di Dio che dagli avvenimenti accaduti tra noi e nel mondo». Naturalmente ciò comporterà usare l’ordo e le rubriche con libertà, tanto più tenendo conto della diversità di culture, tradizioni e condizioni sociali proprie di una Chiesa che si vuole davvero «cattolica». È quindi evidente che la qualità della celebrazione eucaristica sarà il riflesso della qualità della vita di quella comunità cristiana. L’Eucaristia, ricordava Martino Morganti 25 anni fa, è «l’angolatura privilegiata per chi voglia capire e misurare un qualsiasi vissuto comunitario di fede: dimmi quale Eucaristia celebri e ti dirò chi sei, o, se si vuole, dimmi chi sei e ti dirò che Eucaristia celebri». Mai una messa senza popolo

La preparazione della celebrazione eucaristica potrà, di volta in volta, essere affidata a un gruppo diverso per età, impegno o zona di residenza, oppure a un «servizio di animazione liturgica» rappresentativo e rinnovato periodicamente, ma sempre con l’attenzione a evidenziare in tutti i momenti (da quello penitenziale al saluto


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d’impegno finale, passando per il commento alla Parola di Dio) il legame tra fede nella morte e resurrezione di Gesù e vita della comunità. Tutte le sue componenti e attività vi riecheggeranno. Altrimenti sarà impossibile andare oltre l’abitudine, l’assolvimento di un precetto religioso o l’espressione di un costume sociale. Anche questo vincolo tra eucaristia e comunità è di per sé un’ovvietà, ma rischia di essere oscurato non solo dalla raccomandazione puntualmente rivolta ai presbiteri di celebrare quotidianamente la messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli, ma pure, di fatto, dai processi, ormai prevalenti in Italia e all’estero, di accorpamento delle parrocchie per rispondere alla diminuzione numerica del clero, così sacrificando la visibilità del nesso tra comunità cristiana concreta ed eucaristia, pur di salvaguardare quello tra quest’ultima e il ministero ordinato. Tale «disincarnazione» può forse essere evitata, di fronte a un ampliamento del territorio, solo articolando la parrocchia in «comunità ecclesiali di base», la comunione tra le quali avrebbe l’espressione più visibile proprio nella comune celebrazione eucaristica domenicale. Diversamente temo che le «unità pastorali» siano destinate ad aprire la strada a quelle «parrocchie extralarge» cui si riferisce anche il memorandum Chiesa 2011: una svolta necessaria (sottoscritto da centinaia di teologi e teologhe di tutto il mondo), riducendo i preti a stressati funzionari del sacro e allontanando ulteriormente i laici. Sarebbe la conferma di fatto, al di là delle smentite verbali, del primato «clericale» sulla comunità. La questione del ministero ordinato

Naturalmente fare davvero dell’assemblea comunitaria il soggetto che celebra consentirebbe di affrontare con maggiore libertà il problema della presidenza dell’Eucaristia, in cui l’elemento del «servizio» (ministeriale) dovrebbe essere determinante e non confondersi più con quello «sacerdotale» (di mediazione necessaria tra l’uomo e Dio). E senza sottrarsi, come ricordava Giuseppe Barbaglio, alla duplice esigenza di «ridimensionare il ruolo dei prete, riconducendolo all’interno della dinamica della complementarietà che presiede all’azione dei numerosi e diversi servizi» e «desacralizzare la sua persona e la sua

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Non possiamo non fare memoria di Gesù

«La crisi della messa è, probabilmente, il simbolo più espressivo della crisi che si sta vivendo attualmente nel cristianesimo. È sempre più evidente che l’adempimento fedele del rito dell’Eucaristia, così come è rimasto per secoli, non sia sufficiente per alimentare il contatto vitale con Cristo di cui oggi necessita la Chiesa. L’allontanamento silenzioso di tanti cristiani che abbandonano la messa domenicale, l’assenza generalizzata dei giovani, incapaci di capire e di gustare la celebrazione, le lamentele e le richieste di coloro che continuano ad essere presenti con fedeltà esemplare, stanno dimostrando a tutti che la Chiesa ha bisogno, nel centro stesso delle sue comunità, di una esperienza sacramentale più viva e più sentita. Tuttavia, nessuno sembra sentirsi responsabile di ciò che sta succedendo. Siamo vittime dell’inerzia, della vigliaccheria o della pigrizia. Un giorno, forse non molto lontano, una Chiesa più fragile e povera, ma con maggiore capacità di rinnovamento, intraprenderà la trasformazione del rito dell’Eucaristia, e la gerarchia si assumerà la responsabilità apostolica di prendere decisioni su questioni che oggi non osiamo neppure sollevare. Nel frattempo, non possiamo rimanere passivi. Affinché un giorno si produca un rinnovamento liturgico della Cena del Signore, è necessario creare un nuovo clima all’interno delle comunità cristiane. Dobbiamo sentire in modo molto più vivo la necessità di ricordare Gesù e fare della sua memoria l’inizio di una nuova e profonda trasformazione della nostra esperienza religiosa. L’Ultima Cena è il gesto privilegiato nel quale Gesù, in prossimità della sua morte, riepiloga ciò che è stata la sua vita e quello che sarà la sua crocifissione. In questa Cena concentra e rivela in modo eccezionale il contenuto salvifico di tutta la sua esistenza: il suo amore verso il Padre e la sua pietà verso gli esseri umani, portati fino all’estremo. Per questo motivo è così importante una celebrazione viva dell’Eucaristia, nella quale rendiamo viva la presenza di Gesù attraverso di noi. Riprodurre quello che Lui visse alla fine della sua vita, piena e profondamente fedele al progetto del Padre, è l’esperienza privilegiata di cui abbiamo bisogno per alimentare la nostra volontà di seguire Gesù e il nostro lavoro che ha come fine quello di aprire nuovi cammini verso il suo Regno. Dobbiamo ascoltare con maggiore profondità il comandamento di Gesù: “Fate questo in memoria di me”. In mezzo alle difficoltà, agli ostacoli e alle resistenze occorre lottare contro l’oblio. Abbiamo bisogno di fare memoria di Gesù con più verità e autenticità. Occorre ravvivare e rinnovare la celebrazione dell’Eucaristia». José Antonio Pagola

azione, rimettendone in luce l’esatta funzione di guida della comunità». Tre anni fa, intervistando dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales e una delle figure più lucide dell’episcopato brasiliano, gli chiesi quale considerasse la maggiore sfida per la Chiesa universale oggi; egli mi rispose senza esitazioni: «Il rinnovamento dei ministero ordinato». E aggiunse: «Giustamente ad Aparecida (sede nel 2007 della V Conferenza generale dell’Episcopato latino americano), Benedetto XVI ha affermato che l’Eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Ma come garantirla quando in Brasile il 70% delle celebrazioni non sono eucaristiche, perché manca il presbitero? Bisogna cambiare la struttura del ministero, anche se dirlo ci spaventa».

teologo e biblista spagnolo

Per questo dom Valentini sostiene la proposta formulata di mons. Fritz Lobinger, vescovo emerito di Aliwal in Sudafrica, di ordinare équipes di viri probati come «preti di comunità», in qualche modo ripristinando la distinzione esistente nella Chiesa primitiva tra presbiteri «paolini» (celibi, itineranti e fondatori di comunità) e «corinziani» (sposati, stanziali e responsabili di comunità). È in questione la convinzione che l’essere maschi sia una condizione indispensabile per accedere ai ministeri ordinati e operare «in persona Christi» (cosa che peraltro le donne già possono fare nell’impartire, in caso di necessità, il battesimo). Il magistero ecclesiastico afferma tuttavia che «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale»


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(Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ordinatio sacerdotalìs, 22 maggio 1994). Così l’aver semplicemente scritto nella lettera pastorale per l’Avvento del 2006 che, in ragione del «primato dell’Eucaristia per l’identità, continuità e vita di ogni comunità parrocchiale, abbiamo bisogno di essere assai più aperti ad altre opzioni per garantire che l’Eucaristia possa essere celebrata», discutendo la possibilità di «ordinare uomini sposati, celibi o vedovi scelti e sostenuti dalla loro comunità parrocchiale, riaccogliere al ministero attivo ex preti, sposati o celibi, ordinare donne sposate o nubili, riconoscere le ordinazioni delle Chiese anglicana, luterana e unita», è costato a mons. William Morris, vescovo di Toowoomba, in Australia, l’imposizione delle dimissioni da parte del Papa, il quale, inoltre, avendo ricevuto da dom Valentini documentazione sulla proposta di mons. Lobinger, gli ha chiesto di non parlarne più in pubblico. Questa chiusura delle autorità ecclesiastiche non è senza conseguenze. L’iniziativa di 330 preti austriaci che hanno annunciato l’intenzione di «adempiere il precetto domenicale in tempi di scarsità di clero» considerando «una liturgia della Parola con distribuzione della comunione come una Eucaristia senza sacerdote», ha fatto scalpore perché si è proposta come un «appello alla disobbedienza». Alla ricerca di alternative

Tuttavia negli stessi giorni, partecipando a Detroit all’American Catholic Council, un grande incontro che ha riunito duemila cattolici «riforma-

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tori» da tutti gli Stati Uniti, ho verificato il silenzioso diffondersi in quel paese delle Intentional eucharistic communities, cioè di gruppi di cattolici che – a volte reagendo alla soppressione della propria parrocchia, decisa dal vescovo per accorparla ad altre in mancanza di clero – si auto-organizzano in piccole comunità, spesso ospitate nelle case, celebrando l’Eucaristia con l’accompagnamento di un presbitero privato dell’esercizio del ministero, perché sposatosi o di una delle «donne prete» (un’ottantina negli Stati Uniti) ordinate nell’ultimo decennio dal movimento Roman Catholic Womenpriests e scomunicate da Roma, o sotto la guida di un proprio membro laico. È un fenomeno analogo ad esperienze in crescita nei centro dell’Europa e portate alla luce nel 2007 dal rapporto Chiesa e ministero. Verso una Chiesa che abbia un futuro, elaborato dai domenicani olandesi, in cui emerge come numerose parrocchie e comunità ecclesiali, da tempo prive di un presbitero residente, finiscano per affidare a laici o laiche, incaricati di presiedere la celebrazione, la stessa consacrazione del pane e del vino. Ciò viene sentito come coerente con l’affermazione che l’Eucaristia sia il centro della liturgia della Chiesa, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen Gentium n. 11), e quindi la sua celebrazione non possa essere subordinata alla presenza di un prete, poiché ciò significherebbe rendere di fatto l’ordinazione il sacramento più importante. L’insistenza sulla necessità che, affinché sia autentica, una celebrazione eucaristica debba realizzarsi sotto la gui-

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da di un individuo appositamente ordinato con uno specifico sacramento, pare radicarsi nei residui di una concezione dell’Eucarestia che mette al centro il «cambiamento della sostanza», possibile solo grazie al «potere» di dire quelle particolari parole che hanno una speciale efficacia, cioè del «potere ontologico di fare l’Eucaristia», per citare Armido Rizzi. Ma, paradossalmente, il tentativo di sottolineare la rilevanza unica e somma dell’Eucaristia, attribuendo la presidenza della sua celebrazione e la possibilità della consacrazione a una persona «speciale», finisce per assoggettare l’Eucaristia stessa all’investitura (ordinazione), cioè al carattere «speciale» di chi a ciò è designato. Determinante finisce per essere non l’Eucaristia, ma il ministro (e più a monte, il celibato!). A me pare, in conclusione, non campata per aria una considerazione che circolava tra i presenti a Detroit: «Non accettando di ridiscutere l’attuale forma del ministero presbiterale, Roma compie una scelta miope, perché si preclude la possibilità di governare il cambiamento. Di fronte, infatti, alla carenza di clero e alla conseguente impossibilità, secondo le norme canoniche, di celebrare l’Eucaristia, la gente trova da sé le proprie risposte. E allora non ci si può lamentare se lo fa a prescindere dall’autorità ecclesiastica e in modo in po’ anarchico». L’autore di questo contributo è Mauro Castagnaro, di Crema, collaboratore de «Il Regno» e membro di «Noi siamo Chiesa». L’intervento è stato pronunciato a Pistoia nel corso del Convegno «Il Vangelo che abbiamo ricevuto» (17-18 settembre 2011) e pubblicato da «Koinonia».

Giovanni Battista Pioda nacque il 4 ottobre 1808 a Locarno. Era il primogenito di undici fratelli. Ebbe una formazione cosmopolita e studiò a Pavia. Convinto assertore delle idee liberali radicali, libero pensatore, diede notevoli impulsi all'industria serica nel Ticino e alla Cassa risparmio cantonale. Dopo la pratica di avvocato, G.B. Pioda fu procuratore del fisco del distretto di Locarno, ma perse il posto per motivi politici. si era schierato con i liberali radicali guadagnandosi molti nemici nelle file dei conservatori. Nel 1839 la vittoria dei radicali gli offrì l'opportunità per una carriera politica: fu membro del governo ticinese, segretario di stato e consigliere federale. Nel 1864 G.B. Pioda fu nominato Ministro plenipotenziario svizzero alla corte del Regno d'Italia. Morì a Roma nel 1882. Ralf Heckner, GIOVANNI BATTISTA PIODA Consigliere federale e diplomatico svizzero in Italia A cura di Rodolfo Huber Presentazione di Moreno Bernasconi - Prefazione di Andrea Ghiringhelli Formato 18x25, rilegato in tela, 362 pagine con illustrazioni, Fr. 39.–

ARMANDO DADÒ EDITORE CH-6601 Locarno - Via Orelli 29 - Tel. + 41 91 756 01 20/751 49 02 Fax + 41 91 752 10 26 - www. editore.ch - e-mail: info@editore.ch


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Eucarestia senza prete, discorso da approfondire

Per noi cristiani di città, lo sappiamo, i preti sono pochi, ma non è una evidenza quotidiana. Molti anzi pensano che ce ne siano addirittura troppi e che tanti si occupino di cose che potrebbero benissimo lasciar fare ai laici, e loro dedicarsi a un compito più specifico, alla pastorale. Invece, è una dura realtà per i paesi lontani: l’Africa, il Sud America, i Paesi di missione. Ma arriva un giorno che càpita nella tua chiesa: il prete va via e non viene sostituito, almeno non subito, quasi sia una punizione per la comunità che se lo è lasciato scappare, e se va bene, dopo, sarà un condominio. Si cercano soluzioni all’ interno di un sistema che appare rigido, immodificabile, quasi un dogma, una assoluta verità di fede, mentre invece è una legge della Chiesa che ha… solo mille anni! E allora si cerca di riflettere, di leggere e si trovano testi che hanno trattato il problema. Tra quelli di ieri troviamo Una Chiesa senza preti, testo che raccoglie i risultati di una indagine fatta dalle Comunità di base della Lombardia e pubblicata nel 1980. Sono pagine di grande interesse. Erano tre le domande poste alle «comunità di base»: Celebrate, anche saltuariamente, una Eucarestia senza prete consacrato? Da quanto tempo fate questo? Quali sono le valutazioni positive o negative che ne fate? Furono interpellati molti teologi. Tra le risposte ottenute, quelle di Congar, Chenu, Duquoc, Boff, Barbaglio, Dianic, Kasper, Küng, Metz, Vorgrimler e Schoonenberg. In chiusura si leggono interventi di Amilcare Giudici e di Ermanno Genre, sulla risposta protestante, ma in particolare un grande saggio di Mario Cuminetti (40 pagine) che ripercorre tutte le facce del problema con un aggancio alla Chiesa primitiva. Di quattro anni dopo è Célébrer le dimanche en l’absence de prêtre, un testo all’epoca molto diffuso, vista l’ampiezza del problema in Francia, nel quale si cerca di analizzare i problemi dottrinali e pastorali che si pongono, dando indicazioni con l’obiettivo di limitare abusi e pericoli. Ma ce n’è uno quasi di oggi, promosso da Noi siamo chiesa, 2009, per le Edizioni «la Meridiana»: Eucarestia senza prete, che riporta il testo Chiesa e ministero, un documento del 2007 dei domenicani olandesi e del grande dibattito che ne è seguito.

Una prima osservazione: l’Eucaristia è assolutamente centrale nella vita di fede, nella testa e nel cuore del cattolico. E chi lo negherebbe? Nessuno, a cominciare dal Papa; solo che dopo – vista la realtà – o la si ammette, ma non si vuole tirarne le conseguenze; o, ancora, si cercano rimedi rilanciando formule già ampiamente dimostratesi inadeguate: l’accorpamento di parrocchie, l’incarico molteplice di un solo parroco, l’importazione di preti stranieri dall‘ Africa, India, Argentina... Nel 2005 la Provincia olandese dei domenicani aveva incaricato una commissione di studiare la relazione tra Eucaristia e ministero: se cioè la sua celebrazione debba dipendere unicamente da un ministro ordinato, o se potrebbe essere celebrata anche da pastori scelti dalla comunità. La fotografia dell’esistente fornisce i dati. Del 2002 è il Servizio della Parola e della Comunione, dove la consacrazione è già stata effettuata, ma non nel luogo (la Chiesa ufficiale considera questo un ripiego povero…). All’epoca del sondaggio, in 550 comunità si celebrava il Servizio, contro 2200 messe. Quattro anni dopo le messe erano scese a 1900 e il Servizio si celebrava in 630 comunità. È molto probabile che questa tendenza sia con il tempo ulteriormente aumentata. Molte comunità quando perdono la speranza di avere prima o poi un prete ordinato, considerano loro diritto/dovere cercare delle soluzioni vicine alle persone, scegliendo uomini (e donne) che saranno incaricate di guidare la celebrazione: una scelta dal basso per la quale si chiederebbe una conferma o una benedizione. Non si tratterebbe di dare un potere, semmai una responsabilità. Il fatto che l’istituzione non accetti la formula e anzi scoraggi anche le applicazioni più elementari del Servizio, ha prodotto – detto in parole semplici – delle soluzioni «fai da te», che è facile pensare produrranno incertezze e problemi: quella che è l’unica possibilità diventa facilmente una possibile confusione. Perché tornare a occuparsi di questo problema? Perché dovrebbe essere uno dei punti cardine quando si pensa alla pastorale oggi. Una banale osservazione della realtà fa dire che il prete, o comunque una persona incaricata, sia indispensabile alla comuni-

tà. In assenza la chiesa chiude, il gruppo, grande o piccolo che sia, si disperde. Il pastore è una necessità per il gregge; è una evidenza umana prima che evangelica. La fedeltà a una legge della Chiesa – di fatto più disattesa di quanto si voglia ammettere – è l’infedeltà a una richiesta, talvolta non esplicita, del popolo di Dio. Le obiezioni dell’istituzione e dei tradizionalisti sono deboli e superabili. Non è vero che non ci siano laici disponibili a occuparsi della comunità e della Chiesa. Se non sono preparati è perché la tradizione li lascia volentieri minorenni, ma è ovviamente rimediabile. Molti laici hanno spesso una preparazione superiore a tanti preti che ci capita di incontrare. Non è generoso svilire l’impegno e la santità personale dei tanti uomini sposati che le Chiese cristiane non cattoliche ordinano da sempre: non si tratta semplicemente di un overtime, o un post-job. Anzi sarebbe invece cosa buona per l’indipendenza e la libertà della Chiesa che i suoi ministri, come Paolo, se necessario, si mantenessero tessendo tappeti. L’ecumenismo – un’onda evangelica che non si potrà limitare – ci ha portati a contatto con tante persone, autentici uomini (e donne) di Dio, che rispettiamo e consideriamo fratelli e buoni compagni di strada e molti, addirittura, consideriamo maestri. Senza parlare del problema della donna nella Chiesa che, come si racconta dicesse il cardinale Martini, era un problema improponibile nel secolo scorso, ma forse in questo... La Chiesa cattolica è vicina e lontana... dal sole. Quella occidentale, vicina al Vaticano, si ingegna e si arrovella per trovare ai mille problemi delle risposte nel sistema, mentre sinodalmente sarebbe indispensabile interrogarsi sulle riforme del sistema. La Chiesa lontana, quella diffusa nel mondo che presto sarà maggioritaria, probabilmente si arrangia come può a conciliare tradizioni occidentali con quelle locali, con le quali è costretta a fare i conti. Se cosi non dovesse essere, dovremo rassegnarci a leggere: «Andate in tutto il mondo a predicare il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), con una postilla: se accettano l’interpretazione greco-romana. Giorgio Chiaffarino

da «Il Gallo», Genova, maggio 2011


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Per una liturgia «in lingua corrente» Discutiamone in termini comprensibili e con un po’ di spirito...

La domanda è: perché non adeguare (riadattare) la celebrazione della «cena del Signore», in modo che significhi immediatamente qualcosa, senza obbligare i fedeli «abituali» all’interpretazione di gesti, simboli, parole, mentre gli altri (i giovani specialmente) non comprendono quasi nulla («Sarebbe questo il ricordo o la rappresentazione dell’Ultima Cena?». Uno ha in mente il Cenacolo di Leonardo e difficilmente riesce a fare il collegamento). Quel che è stato realizzato con la presentazione dell’intera Bibbia «in italiano corrente», cioè in «un linguaggio accessibile all’uomo contemporaneo», «con parole e forme della lingua italiana di tutti i giorni: quella consueta e più familiare, che le persone usano per comunicare tra loro» (dalla Presentazione, LDC, 1976), perché non può essere fatto senza stravolgimenti anche per la «memoria» dell’Ultima Cena? Come constata mons. Claude Dagens, vescovo di Angoulême («Il Regno» n. 1109 del 15 ottobre 2011): è in atto una riscoperta della liturgia «contro la contrapposizione fittizia e pericolosa fra il cosiddetto culto e la missione»; perché «la liturgia della Chiesa partecipa a ciò che c’è di più radicale, di più profondo nella sua missione», è «quel segno paradossale, a volte molto visibile e a volte molto nascosto, attraverso il quale la vita e l’amore di Dio sono presenti nel nostro mondo». E allora, mettiamoci all’opera, preti celebranti e cristiani «concelebranti» (non ci ha forse insegnato anche questo il Concilio?) per rendere più attuale, e quindi più vera, la «memoria» (cioè il ricordo attualizzato) dell’unica «istituzione» (come diceva padre Danielou) che ci ha lasciato Gesù. Tutto il resto: genuflessioni e incenso, paramenti e candele, e quanto ancora viene dalla storia, quando non ancora peggio dal barocchismo di liturgisti disincarnati, può essere tralasciato. Evitando di ferire i devoti di oggi (e specialmente di ieri), ma ricordando anche le commoventi esperienze vissute nei campi di prigionia, quando la «memoria» venne rinnovata con bucce di patate e acqua sporca! Cominciamo con l’utilizzare parole che abbiano un significato per gli uomini di oggi (perché un buongiorno significhi veramente buon giorno), e invece di «Eucarestia», che esige una traduzione, diciamo: «memoria della Cena del Signore», affinché questa «memoria» sia meglio e maggiormente sentita come contemporanea ai cristiani e a tutti gli uomini che Dio ama. Scegliamo la disobbedienza dalle rubriche (che stanno a cuore – se lo ascoltano – solo ai burocrati vaticani) e cominciamo a usare il linguaggio corrente anche per fare memoria della Cena. Così come è stato per la Parola del Signore, presentata in lingua corrente, senza alcuna volontà sacrilega: il Concilio ha insegnato che Cristo è presente nella Cena, come lo è nella Parola, nella comunità e persino (ma certo!) nei poveri! Segni che non significano

Esempi di disobbedienza «in lingua corrente»: (1) il saluto della pace si dia all’inizio della cerimonia, così come avviene quando si va a trovare un amico: il Vangelo insegna che il perdono si deve cercare prima di presentare l’offerta all’altare (gli ambrosiani e i luterani ci insegnano); (2) si aboliscano incenso e candele, che da tempo non si

usano più nelle nostre case, sono inutili e poco ecologiche; (3) si lascino perdere le genuflessioni: la riverenza si usa ormai solo alla Corte d’Inghilterra quando si è presentati alla Regina (a me non capita più spesso); ma anche la posizione ginocchioni non è più utilizzata neppure dalle massaie per lavare i pavimenti, ora che dispongono di efficienti apparecchi elettrodomestici; (4) il «pane eucaristico» sia pane, come il «vino» è vino, superando la ridicola e risibile contraddizione di assicurarsi (pena l’invalidità?) che sia veramente fatto con l’uva; e poi perché, invece del pane che mangiamo tutti i giorni, ci viene messo in mano (il Papa pretende di mettercelo addirittura in bocca, come si fa con gli infanti e i cagnolini) un surrogato insipiente? Anche le parole del «presidente» e dei compartecipanti siano immediatamente significative in lingua corrente: (1) la preghiera del Padre nostro (insegnataci da Gesù!) fa difficoltà agli uomini di oggi, perché non sempre né per molti la parola padre richiama un atteggiamento amorevole (padre Zanotelli usa l’espressione papà) e la collocazione «nei Cieli» è poco significativa, da quando Gagarin ha verificato che in cielo (oltretutto un’illusione ottica) non c’è nessuno; il «pane nostro» dovrebbe inoltre essere invocato (e anche da noi distribuito) per tutti gli uomini, assieme a diversi altri elementi necessari e diritti fondamentali (2) i tre brani biblici prescritti per le domeniche (scelti apparentemente senza né capo né coda, alcuni incomprensibili e astorici)) sono eccessivi per le capacità di attenzione della maggior parte delle persone, non più abituate a un esercizio di confronto tra testi letti; meglio un brano solo, quello del Vangelo, con una breve introduzione che lo collochi nella vita e nell’insegnamento di Gesù; poi il commentatore (e perché deve sempre essere il prete celebrante, non necessariamente il più preparato nel caso concreto, o non piuttosto un confronto tra le diverse c comprensioni e applicazioni dei presenti?) può richiamare anche le altre due letture previste dal messale, che il fedele interessato potrà più facilmente leggersi e confrontare sul volantino messo a disposizione con i testi della domenica.

Un Credo in cui credere

Non oso, nella mia incompetenza e iconoclastica impertinenza, indicare come dovrebbe essere tradotta «in lingua corrente», e per gli uomini di oggi, una «professione di fede» che risale alle dispute teologiche dei primi secoli della cristianità, governata dagli imperatori bizantini (appunto, bizantini): dopo Auschwitz, il «Dio onnipotente» è piuttosto malandato e spesso malinteso. Mi limito a offrire un’alternativa che altri cristiani, ecumenicamente, ci hanno offerto. Si tratta della Confessione di fede del Sinodo riformato svizzero (San Gallo, 1986): Crediamo in Dio creatore. È a lui che dobbiamo ogni forma di vita. Nessuno, oltre a lui, può generare la vita, o far rinascere una vita distrutta. Ma Dio, che ha creato la terra e la mantiene, non ritira la sua mano dalla Creazione. Ne resta il Signore, malgrado le potenze di distruzione. Questa è la nostra speranza.


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Crediamo in Gesù Cristo, suo unico Figlio. Tramite lui, Dio si è messo al nostro fianco. Con la sua morte, ha preso partito per coloro che sono senza potere; con la sua risurrezione ha vinto il potere di questo mondo. Egli ha preso su di sé i torti nostri e quelli del mondo intero. Egli è a fianco delle vittime della violenza e dell’ingiustizia. Egli rende giustizia a tutti coloro che giorno e notte gli elevano grida. La sua risurrezione dai morti ci libera dalla paura. Questa è la nostra certezza. Crediamo nello Spirito Santo. Dio crea in lui una vita nuova; edifica il suo Regno in mezzo a noi, fino al suo compimento alla fine dei tempi, quando giudicherà ogni essere umano e renderà manifesto quanto è ancora nascosto. Nello Spirito, Dio riunisce la sua Chiesa in una comunione di fede al seguito di Cristo. Ma lui, lo Spirito Santo, più grande dei nostri cuori e della nostra ragione. AI culmine della nostra disperazione, egli ci fa scoprire la fedeltà di Dio.

Prigionieri del passato, egli ci apre all’avvenire. Egli prodiga la vita eterna mentre noi scaviamo gli uni gli altri le nostre tombe. In lui Dio rinnova il suo popolo, fino al giorno in cui sorgerà il suo Regno di pace e di giustizia. Questa è la nostra vita. AMEN.

Invito ai liturgisti

Lascio ai liturgisti, assistiti da professori di italiano, di darci indicazioni sul testo della Preghiera eucaristica, e specialmente sulle parole centrali della «consacrazione» (altra parola fuorviante quando è applicata al laico Gesù); a me basta qui ricordare che già San Tommaso aveva osservato che quel «corpo e sangue» sono di un Cristo risuscitato e glorioso, e così deve esserne fatta «memoria-attualità». E per concludere, invece del «Missa est», tradotto sciaguratamente ancora: «Andate in pace, la messa è finita», propongo il commiato augurale e impegnativo: «Andate, la missione comincia», cioè l’impegno ad essere cristiani, testimoni di Cristo nel mondo. Papa Giovanni XXIII aveva promosso il Concilio per attuare un «aggiornamento» della Chiesa: è forse finalmente ora di incominciare a realizzarlo, almeno usando la «lingua corrente». scriba

Ordinare presbiteri dalle comunità

Le proposte di un vescovo coraggioso

La proposta dell’ordinazione a presbiteri di leader delle comunità cattoliche locali, per sopperire alla scarsità di ministri per le celebrazioni domenicali e le necessità pastorali, ha ricevuto non solo una più completa sistematizzazione nei due libri di mons. Fritz Lobinger, vescovo emerito di Aliwal, in Sudafrica (Équipes de ministros ordenados, ed. Paulus e El altar vecio, ed. Herder, cfr. «Dialoghi» n. 216, aprile 2011), ma anche sostegno teologico grazie ai contributi che arricchiscono le due pubblicazioni della edizione spagnola, presentata a Madrid l’8 aprile 2011. Il primo dei due libri si apre infatti con un testo del vescovo di Jales (Stato di San Paolo, Brasile), dom Demetrio Valentini, e con una sostanziosa introduzione di p. Antonio José de Almeida, teologo e saggista brasiliano laureatosi alla Gregoriana, molto stimato dalla gerarchia ecclesiastica del suo Paese. A firmare la presentazione dell’Altare vuoto è invece un altro noto teologo, lo spagnolo Juan Antonio Estrada. «L’intuizione di dom Lobinger è chiara», sostiene dom Demetrio: «Una soluzione per il problema della scarsità di presbiteri deve cominciare dalla valorizzazione di quelli che abbiamo

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ora. Essi sono chiamati ad essere i formatori e gli animatori dei ‘ministri ordinati nelle comunità’, in modo che la Chiesa abbia la garanzia di non prescindere dall’importanza e dall’attuazione degli attuali ‘preti diocesani’ celibi». Mons. Valentini ci tiene a precisare che «esistono équipes di animatori di comunità, ben preparati, adatti ad esercitare i ministeri dei quali le comunità hanno bisogno! Perciò, potremmo dire: i ministri di comunità sono già pronti. Manca solo che la Chiesa decida la loro ordinazione presbiterale». Non c’è contraddizione fra i due tipi di ministri ordinati: quello che viene «alla comunità» e quello che viene «dalla comunità». L’articolazione fra i due modelli di presbiteri è spiegata da Juan Antonio Estrada, quando traccia il profilo dei ministri comunitari: «Sarebbero uguali ai laici per forma di vita, tranne che per quanto concerne l’ordinazione sacerdotale»; apparterrebbero «alle comunità locali» e offrirebbero un servizio «a tempo parziale ma completo. Non è questa una novità assoluta – aggiunge – perché attualmente ci sono preti che dedicano alle funzioni pastorali comunitarie solo parte del loro tempo, essendo professori, o impegnati nelle relative

comunità monastiche o religiose, o in incarichi curiali di amministrazione». Il testo di mons. Lobinger «insiste sempre sul carattere ecclesiale della proposta. Si offre a tutta la Chiesa e alla gerarchia di competenza, papale, episcopale e presbiterale, come un’alternativa pienamente inquadrabile nel diritto e nella teologia attuali». L’ortodossia della proposta di mons. Lobinger è corroborata dal contributo biblico-teologico di p. De Almeida, il quale ritrova nelle comunità paoline del Nuovo Testamento l’esperienza della formazione, nelle comunità, dei ministri anche per la celebrazione eucaristica, e ne individua un sostegno in documenti, conciliari e magisteriali. «Non si richiede – puntualizza il teologo – la possibilità di ordinare qualsiasi persona, ma di ordinare, nelle comunità oggettivamente meritevoli di questa definizione, persone sposate o no, accademicamente formate o no, a tempo pieno o parziale, che abbiano le qualità necessarie per un buono, efficace e fruttuoso ministero presbiterale». E si chiede se, in ultima analisi, sia meglio «la celebrazione eucaristica domenicale in tutte le comunità degne di questo nome, oppure il mantenimento integrale di determinati requisiti non essenziali al ministero ordinato», anche se ciò penalizza le comunità. Eletta Cucuzza

Adista», n. 37, 14 maggio 2011


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Fede, ragione, laicità, rapporti Stato e Chiesa Vecchio e nuovo confronto con la modernità

Il 18 ottobre 2011, alla Biblioteca cantonale di Lugano, alla presenza del Vescovo Grampa, è stata dedicata una serata di dibattito al volume pubblicato a cura di Luigi Maffezzoli «Il popolo e la fede. 150 di Azione cattolica nella Svizzera italiana e in Europa». In tale occasione, il filosofo Virginio Pedroni ha presentato una relazione sui rapporti tra Chiesa e società civile, che indaga non solo il passato ma anche il presente di un tema da sempre all’attenzione di questa rivista. «Dialoghi» ringrazia l’Autore per avere messo a disposizione questo suo ottimo contributo. L’eclissi della laicità

Il volume1 che viene presentato questa sera ricostruisce un pezzo di una fase della storia del cattolicesimo europeo, in particolare svizzero e ticinese, che si inizia dopo la conclusione di quella che lo storico delle dottrine politiche Giorgio Campanini ha chiamato la prolungata eclissi della laicità del cattolicesimo. di Virginio Pedroni

Scrive Campanini: «La prolungata eclissi della laicità ha dato luogo a una prolungata sovraesposizione della Chiesa, quale si è espressa attraverso le ambigue formule dell’“Impero cristiano”, del “Sacro Romano Impero”, della “Res publica christiana” e infine dello “Stato cattolico”: forme diverse delle tentazioni teocratiche che a lungo hanno accompagnato la cristianità occidentale... sino alla Rivoluzione francese e oltre»2. Vi è qualcosa di impressionante nella trasformazione, avvenuta nella tarda romanità, del cristianesimo da religione minoritaria, addirittura perseguitata, estranea alla politica, che si ispirava al motto secondo cui occorre «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», a religione ufficiale dell’impero, imposta con la forza della legge. Parte da qui la tentazione teocratica che percorre lunga parte della storia della cristianità. Quando una tendenza si manifesta per un così lungo tempo, vien da pensare che non possa trattarsi di un banale malinteso, ma debba avere cause profonde. D’altra parte, il tema del «tradimento» di Cristo da parte della Chiesa (magistralmente espresso nella celeberrima «leggenda del Grande Inquisitore» narrata da Dostoevskij) è ricorrente all’interno della stessa tradizione cristiana. Le ragioni di tale malinteso andrebbero quindi indagate. Il grande filosofo americano della

politica John Rawls considera naturale che una religione incentrata sul tema della salvezza eterna posta su di un piano incomparabilmente superiore ad ogni felicità terrena, una religione vieppiù organizzata in modo gerarchico e centralizzato, con la presenza di un ceto sacerdotale detentore esclusivo dell’autorità, una religione che richiedeva l’adesione incondizionata a un’ortodossia dottrinale molto precisa, una religione con una forte vocazione al proselitismo e dunque all’espansionismo, abbia avuto anche una forte tendenza all’annessione, quando possibile, della sfera politica a questo disegno salvifico e missionario. Non sarebbe dunque un caso, continua Rawls, che il problema di una più chiara separazione fra Cesare e Dio e della tolleranza venga posto con serietà nell’Europa cristiana quando questa religione viene a dividersi in due confessioni aventi i medesimi caratteri e dunque costrette a trovare almeno un modus vivendi 3. La fine dell’eclissi della laicità

La storia dell’Azione cattolica è un pezzo della storia di un cattolicesimo che, con la fine dell’Ancien régime, deve per forza, con fatica, progressivamente rinunciare alle tentazioni teocratiche e immergersi in quella nuova realtà che chiamiamo la «società civile». Deve rinunciare ad essere totalità e farsi parte, e più avanti, in politica, anche partito. Ce lo dice all’inizio del suo contributo al volume il prof. Vecchio: «I colpi che la rivoluzione aveva assestato alla Chiesa erano talmente forti da richiedere un profondo rinnovamento della Chiesa stessa, che si doveva sempre più confrontare con la modernità. Ciò voleva dire soprattutto fare i conti con le richieste della libertà di coscienza e della libertà di stampa, con l’affermazione dello Stato laico e la rottura della tradizionale

alleanza tra trono e altare, con la crescente critica dello Stato temporale, e persino con la diffusa convinzione che la Chiesa stessa avesse esaurito la sua funzione storica e fosse soltanto un relitto del passato»4. Questo faticoso confronto della Chiesa con la modernità avrà una sua piena realizzazione solo molto tempo dopo, nel Concilio Vaticano II. Questa nuova fase è quella di una rinnovata presenza dei cattolici nella società civile: in una sfera pubblica non immediatamente politica (nel senso istituzionale, statale) e relativamente autonoma dalla politica; una sfera pubblica che si colloca fra la privatezza della coscienza e della vita familiare (la vita che si svolge in quella che i greci chiamavano l’oikos) e la sfera pubblica politica vera e propria, quella che riguarda il potere coercitivo dello Stato; una sfera pubblica non gestibile solo dall’alto, non mera cassa di risonanza di decisioni gerarchiche; una sfera pubblica informale che si nutre di quelle stesse libertà di coscienza e di espressione care alla cultura illuminista e che, invece, il magistero della chiesa continuava a rifiutare e riconoscerà pienamente solo col Concilio Vaticano II. Il nuovo associazionismo cattolico non mira più solo all’edificazione personale, ma anche all’azione pubblica. L’importanza di quest’azione e della libertà che la rende possibile è affermata, ad esempio, da Angelo Taddei, primo presidente della Associazione Pio IX, in un suo discorso del 1864, di cui Fabrizio Panzera riporta un passaggio. Dice il Taddei: «Dobbiamo tener testa con piena concordia e con zelo perseverante a quella falsa opinione pubblica che i nemici hanno fabbricato e vanno fabbricando. E con quali mezzi, con quali armi? Colle stesse, perché noi pure abbiamo il diritto di difendere la giustizia, e di difenderla in nome di quella libertà che è garantita. Costituiscono essi società, tengono adunanze? Costituiamone anche noi, teniamone anche noi. Si giovano delle ricreazioni essi? Gioviamocene noi pure, promovendo fra il popolo sollievi innocenti. E più di ogni altra cosa soccorriamo e appoggiamo la stampa, col denaro e coi contributi del nostro intelletto, ognuno a seconda delle proprie forze. Questi so-


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no i mezzi per ostare alla falsa opinione pubblica»5. Rifiuto della modernità e integrazione nella modernità

La «falsa opinione pubblica» va combattuta con la vera, ma i mezzi sono i medesimi e la spazio che viene a costituirsi è uno spazio comune, condiviso, seppure agonisticamente: quello dell’azione, dell’iniziativa dal basso, della battaglia di idee in un contesto di crescente pluralismo. Nel contempo, i contenuti di questo attivismo mantengono ancora un carattere reattivo rispetto ai valori liberali e moderni che lo rendono possibile e fanno essenzialmente riferimento alla difesa della gerarchia ecclesiastica e dei valori della tradizione. Si può leggere in un articolo del 1856 della Schweizerische Kirchenzeitung, citato nel contributo di Davide Adamoli sulla nascita del Piusverein: «Noi cattolici vogliamo essere fedeli cattolici, e stare uniti: non ciascuno nel proprio cantuccio, no!, vogliamo professarci cattolici ad alta voce e apertamente e con fedeltà posizionarci attorno ai vescovi datici dallo Spirito Santo, e attraverso di loro stare con il capo comune di tutta la Chiesa cattolica, il Santo Padre Pio IX»6. La prospettiva è quella di una difesa del cattolicesimo dalla modernità piuttosto che di un’integrazione del cattolicesimo nella modernità. Ma, come è noto, l’integrazione fa comunque passi avanti, secondo un percorso tortuoso e accidentato. Di questo rapporto paradossale fra fini antimoderni e mezzi moderni scrive nel suo intervento Davide De Lorenzi, riferendosi in particolare al periodo del vescovo Bacciarini: «Tramite le associazioni cattoliche si voleva impedire il contagio con la società moderna e organizzare capillarmente la vita religiosa, mantenendo le masse sotto la guida della gerarchia e delle élite cattoliche. Questo processo antimodernista fu comunque compiuto con mezzi sempre più moderni: le associazioni cattoliche modernizzarono a poco a poco il cattolicesimo in misura imprevedibile, spingendo ad esempio in campo la componente femminile e portando a lungo andare ad una maggior autonomia dei laici dalla Chiesa»7. In proposito, De Lorenzi cita opportunamente l’affermazione dello storico Urs Altermatt: «Quanto più il cattolicesimo volle essere società contro, tanto maggiore fu il suo contributo all’integrazione dei

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cattolici nella società»8. Si è trattato di un percorso di modernizzazione che possiamo concepire, col filosofo Jürgen Habermas, come un processo di apprendimento, in cui il mondo moderno secolarizzato ha costretto le varie confessioni religiose a confrontarsi con tre nuove realtà: la nuova scienza, lo Stato laico fondato su un’etica non religiosa e un pluralismo religioso in cui le varie confessioni sono su di un piede di parità. Di questa lunga vicenda l’Azione Cattolica, ci dicono gli autori dei vari contributi, rappresenta il lato più associazionistico, religioso prima che politico, e più popolare, come suggerisce il titolo stesso del volume: «Il popolo e la fede».

Il paradosso del Concilio: la fine della modernità come «nemico»

Il fatto che l’Azione Cattolica abbia vissuto una della sue fasi di più profonda crisi proprio negli anni del Concilio Vaticano II parrebbe confermare l’idea che essa abbia espresso la sua capacità di movimento e il suo contributo modernizzatore soprattutto nella forma di una resistenza «moderna» alla modernità, come espressione di quella «vera opinione pubblica» contrapposta alla «falsa opinione pubblica» di cui parlava Taddei, e che sia entrata in crisi nel momento in cui il «nemico», la modernità, ha dismesso esplicitamente, con il Concilio giovanneo, i panni del nemico, o dello stato di necessità, per diventare anche in linea di principio il terreno comune, laico, pluralista, in cui le confessioni religiose devono durevolmente muoversi; e quando si è posto più acutamente il problema della modernità, ad esempio del pluralismo e del dissenso, dentro la Chiesa stessa, nel rapporto fra autorità della gerarchia e libertà di coscienza dei cattolici. Ma di ciò devono dire in primo luogo i cattolici stessi.

Il momento attuale: post-secolarismo e religione

Mi permetto ora di dire due parole sulla fase attuale. Come noto, nella grande difficoltà che incontriamo a catturare il presente con categorie generali, vi è spesso la tendenza a parlarne usando le vecchie categorie anteponendovi il prefisso «post». E dunque sentiamo parlare spesso della nostra

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come società post-moderna e post-secolare. Post-moderna nella misura in cui l’universalismo illuminista e razionalista sarebbe andato in crisi e post-secolare nella misura in cui le religioni tornano ad avere un forte ruolo nella scena pubblica, come fonte di criteri etici e identità collettive. Ciò che in ambedue i casi è in questione è l’autonomia di un pensiero laico quale fonte di criteri normativi forti a sostegno delle nozioni di verità e di giustizia. Soprattutto la seconda espressione, quella di post-secolarismo, non deve fare credere che si siano interrotti processi profondi di secolarizzazione. Questi continuano: la pratica religiosa diminuisce, i matrimoni civili aumentano, come i divorzi, la paura dell’inferno non determina il comportamento medio della gente. Ciò che si intende con società post-secolare ha molto più a che fare con la presunta o reale crisi della capacità di valori laici di fornire criteri in grado di orientare in modo riflessivo la vita collettiva e con il ritorno delle religioni nello spazio pubblico in cui si discutono tali criteri. Alla radice di queste questioni possiamo individuare tre fenomeni: • l’avvento di una società multi-culturale, in cui si affacciano culture che non hanno conosciuto i processi di secolarizzazione della modernità europea e in cui la religione svolge un ruolo pubblico essenziale quale fonte di identità collettiva; • la globalizzazione, che mette in crisi le identità nazionali, mette in discussione la sovranità delle democrazie, genera paure e favorisce chiusure; • i nuovi orizzonti delle biotecnologie, che anch’essi suscitano incertezze e paure, e sfidano la nostra idea di natura umana. La tentazione identitaria: il nostro Dio

In questo contesto vedo alcune tentazioni a cui la religione, anche cattolica, è soggetta. Le prime due sfide, quella del multiculturalismo e quella della globalizzazione, hanno rilanciato il tema dell’identità collettiva, che sembra aver sostituito in testa all’agenda pubblica quello della giustizia. Qui vi sono alcuni pericoli: in primo luogo quello dell’uso identitario del cristianesimo, quale fonte dell’identità europea o occidentale, o comunque «nostra», da contrapporre ad altre religioni, in un conflitto di civil-


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tà. Detto in parole povere e grezze, il rischio di riscoprirsi cristiani solo in contrapposizione ai musulmani, di difendere campane e campanili per proibire minareti. Il rischio di dimenticare che anche per i cristiani dovrebbe essere meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo. Mi sembra che la Chiesa sia consapevole di questo pericolo di strumentalizzazione della religione, ma la vigilanza non è mai sufficiente, poiché le tentazioni «diaboliche» – è proprio il caso di dirlo – sono forti. Io vedo qualche cedimento in questa direzione ad esempio nella rivendicazione politica, che è cosa diversa dal mero riconoscimento storico, delle radici cristiane dell’Europa. Un cristianesimo che diviene bandiera politica, ideologia europea. Il rischio, dal punto di vista cristiano, è nominare il nome di Dio invano, lodare il «nostro Dio» non perché Dio, ma perché nostro. Per tutti, cristiani e non, ne andrebbe della capacità di arricchire la nostra nozione di laicità, facendola sempre più inclusiva e rispettosa delle crescenti diversità anche religiose che caratterizzano le nostre società. Cedendo a questa tentazione si dimenticherebbe inoltre che certo il cristianesimo ha plasmato l’Europa, ma anche che l’Europa ha plasmato il cristianesimo, se è vero che ciò che oggi il magistero della Chiesa dice sulla libertà di religione è più simile a ciò che nel Settecento diceva in proposito Voltaire che non a quanto predicavano i papi a lui coevi. È sulla base di tutto questo che il filosofo cattolico Charles Taylor può asserire «che una cultura dei diritti non sarebbe potuta venire pienamente alla luce nella cristianità»9. Le religioni sono infatti sempre le interpretazioni storiche delle religioni. Ciò non significa, comunque, pretendere di ridurre la religione a esercizio intimo o privato, che non possa esprimersi pubblicamente nella società civile. O dimenticare il ruolo che la religioni possono svolgere come fonte di intuizioni o motivazioni etiche. La tentazione identitaria: cattolicesimo come «religione civile»

Qui si inserisce anche un’altra tentazione, che ha pure versioni assai dotte: quella di fare del cristianesimo una sorta di religione civile europea. È quanto fa, secondo me, chi sostiene le posizioni del grande giurista tedesco

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Ernst-Wolfang Böckenförde, secondo il quale «lo Stato liberale secolare vive di presupposti che non può garantire»10, e di conseguenza la tesi che solo una visione religiosa cristiana possa dare ai diritti umani pienezza di senso. È chiaro che questa tesi rischia di mettere in discussione il principio di neutralità dello Stato laico, la cui possibilità di giustificazione e legittimazione ultima richiederebbe il riferimento a determinate concezioni religiose. In tal modo avremmo un differenziale di legittimazione fra cittadini cristiani, ai cui occhi lo Stato di diritto godrebbe di piena legittimazione, e cittadini non credenti, o appartenenti ad altre religioni, presso i quali soffrirebbe di un permanente deficit di legittimazione. Ad esempio, Böckenförde così si esprime a proposito dei cittadini di religione islamica: «Lo Stato secolarizzato fa un’offerta a queste religioni e ai loro adepti: da loro si aspetta e pretende lealtà nei confronti della legge e in questo senso fedeltà al diritto, ma concede in cambio l’”intima riserva”, per cui essi mantengono nei confronti di quest’ordinamento una distanza, un rifiuto dei suoi fondamenti»11. Böckenförde osserva che questa posizione, fondata su «un’intima riserva», sarebbe analoga a quella tenuta ufficialmente dalla Chiesa cattolica rispetto alla Stato laico e neutrale fino al Concilio. Sulla base di queste considerazioni, saremmo, a mio avviso, di fronte una assai strana situazione per cui il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, ritenuto per lungo tempo dal magistero della Chiesa una dottrina che determinava l’impossibilità di una piena adesione allo Stato secolare, si rivelerebbe, invece, l’unica dottrina in grado di garantirne una fondazione pienamente dotata di senso. Si verrebbe così a configurare una sorta di posizione analoga a quella di un certo laicismo che, con segno rovesciato, afferma che l’adesione piena alla democrazia liberale comporta un atteggiamento agnostico sul piano religioso, se non ateo, e quindi il congedo dalla fede religiosa, per sua natura portata al dogmatismo e all’intolleranza. La legge naturale: politica come proibizione

Le grandi sfide della biotecnologia hanno invece rilanciato un uso molto aggressivo da parte di un pezzo del mondo cattolico delle nozioni di legge naturale e di sacralità della vita. È

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questo il tema delle cosiddette posizioni «non negoziabili» in materia di bioetica e di legislazione in questo campo, fondate su principi per nulla evidenti. Non è certamente questa la sede per entrare nel merito delle varie posizioni. Mi limito a segnalare il rischio che tale atteggiamento del mondo cattolico può rappresentare: quello di entrare in un gioco politico che oggi si mostra molto attrattivo. Come ha sottolineato il politologo Alessandro Pizzorno, la competizione politica, i cui soggetti sono sempre alla ricerca di «distinguibilità», oggi concede grande spazio, al di là della difesa di interessi, diritti e aspettative legittime, a una battaglia sui valori che non ha come scopo l’ottenimento di qualcosa per sé (un diritto, un’opportunità, una quota di risorse), ma la proibizione di qualcosa per altri. Si chiede alla politica di decidere che ad altri sia impedito di fare determinate scelte, nel nome di una certa idea di come si debba nascere, accoppiarsi o morire. In questa prospettiva, i valori religiosi vengono essenzialmente spesi in battaglie proibizionistiche, in cui il dissenso assiologico dovrebbe tradursi in vincolo legislativo. Che ciò possa entrare in contrasto e ledere gravemente i principi di libertà e di neutralità dello Stato deve essere tenuto presente. Vi è infatti il rischio che lo Stato laico si trasformi in Stato confessionale atipico, tollerante, a differenza degli stati confessionali del passato, nei confronti di non credenti e diversamente credenti per quanto concerne il loro atteggiamento verso la religione dominante, ma intollerante nell’ambito di altri temi in cui sono in gioco valori etico-religiosi ritenuti sbrigativamente non negoziabili. I limiti fra ciò che si può e ciò che non si può tollerare sarebbero definiti, ancora una volta, da un’autorità spirituale che è sì esterna alla politica, ma non per ancorarsi alla coscienza individuale, ultimo giudice, ma alla presenza pubblica di un’istituzione religiosa fortemente gerarchizzata. In tal modo si rischia di dimenticare che al centro della attività politica e legislatrice non vi è la ricerca di una verità, ma il rispetto della libertà della persona, che trova in quella delle altre, egualmente libere, i suoi limiti invalicabili. Fede e ragione

Vorrei infine toccare brevemente il tema della verità. Sappiamo che sia la fede sia la ragione vogliono essere


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fonti di verità. Benedetto XVI ha sostenuto nel suo discorso di Ratisbona che il cristianesimo, per il suo rapporto storico con la filosofia greca, è una confessione in cui la fede non è contro la ragione. Nel contempo egli denuncia i pericoli, per la ragione stessa, quando quest’ultima non accetta di essere illuminata dalla fede. Una ragione non illuminata dalla fede si ridurrebbe a ragione strumentale, tecnica, dispotica. Vorrei qui limitarmi a due considerazioni che sottopongo alla vostra riflessione. La critica, anche radicale, ai limiti della ragione e alla pretesa che sulla ragione si possa fondare un discorso totalizzante sull’uomo, il suo destino e le sue finalità ultime, è avvenuta nella filosofia occidentale anche senza fare ricorso alla fede (si pensi, nel Novecento, a Heidegger o alla Scuola di Francoforte) e non sembra quindi implicare un’istanza superiore da cui muovere la critica. In particolare la stessa tradizione moderna e illuministica comprende come la ragione debba essere critica e autocritica, consapevole delle proprie possibilità e dei propri limiti. È il dubbio la nozione fondamentale che la caratterizza. La stessa critica alla metafisica è sia una critica alla tradizione metafisica premoderna (che il teologo Ratzinger vuole invece recuperare), sia una critica alle possibilità conoscitive della ragione umana in quanto tale. La portata della conoscenza scientifica come modello per ogni tipo di conoscenza, o il rapporto fra conoscenza esplicativo-descrittivo e sapere etico-valoriale, o ancora la riducibilità naturalistica della riflessione sul soggetto umano ai canoni delle scienze naturali, in particolare biologiche, sono problematiche costantemente presenti nella discussione filosofica, a prescindere dalla fede. Insomma, non mi sembra che si possa dire che solo una ragione illuminata dalla fede possa essere critica e autocritica. In secondo luogo, la fede non è necessariamente contro la ragione (anche se occorre pur sempre riflettere sull’affermazione di Tertulliano «credo quia absurdum» che denota un rapporto meno pacificato fra fede e ragione), ma certo è oltre la ragione. È un salto oltre la ragione che certamente trova nell’esperienza personale e collettiva motivazioni profonde – come ad esempio la difficoltà di accettare il carattere contingente anche della condizione umana, così come emerge ad esempio dalla ricostruzio-

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ne scientifica della sua genesi – e non è dunque il mero effetto di un obnubilamento della mente, confusa a causa dei suoi limiti o per l’azione di manipolatori esterni. Ma salto rimane. Per questo, credo, quando entriamo nella sfera dell’argomentazione razionale e a maggior ragione in quella della ragione pubblica, alla base della discussione e decisione politica, tali motivazioni trascendenti o si traducono in ragioni argomentabili agli occhi di credenti, diversamente credenti e non credenti, o devono tacere, anche se possono sempre rivendicare l’inalienabile diritto alla loro testimonianza e espressione pubblica, nonché alla loro diffusione e dunque al proselitismo nel nome dello spirito missionario di una religione. D’altra parte anche chi non è credente può riconoscere che l’esperienza religiosa può rappresentare una fonte ricchissima di intuizioni e motivazioni morali, in grado di esprimere una forza di resistenza in un mondo dominato dai valori «assoluti» del denaro, del consumo, della crescita, di una debole assunzione di responsabilità e della narcisistica esposizione della propria persona.

NOTE 1. L. Maffezzoli (a cura di), Il popolo e la fede. 150 anni di Azione Cattolica nella Svizzera italiana e in Europa, Editrice AVE-Ritter Edizioni, Roma-Lugano 2011. 2. G. Campanini, Testimoni nel mondo. Per una spiritualità della politica, Edizioni Studium, Roma 2010, p 137. 3. Cfr. J. Rawls, Liberalismo politico, tr. it. Edizioni di comunità, Milano 1994, p. 11. 4. G. Vecchio, L’azione Cattolica: una storia europea. Dalle origini al Concilio Vaticano II, in L. Maffezzoli (a cura di), cit., pp. 13-14. 5. Cfr. F. Panzera, L’Associazione di Pio IX nel Ticino, in Luigi Maffezzoli (a cura di), cit., pp. 153-154. 6. Cfr. D. Adamoli, Le origini dell’Azione Cattolica in Svizzera e la nascita del «Piusverein», in L. Maffezzoli (a cura di), cit., p.98. 7. D. De Lorenzi, L’azione Cattolica durante l’episcopato di Aurelio Bacciarini (19171935), in L. Maffezzoli (a cura di), cit., p. 205. 8. U. Altermatt, Cattolicesimo e mondo moderno, tr. it. A. Dadò, Locarno 1996, p. 421. 9. Ch. Taylor, La modernità della religione, tr. it. di P. Costa, Meltemi 2004, p. 86. 10. E.-B. Böckenförde, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, tr. it. a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 2006. 11. E.B. Böckenförde, Lo Stato secolarizzato, la sua giustificazione e i suoi problemi nel secolo XXI, tr. it. di F. Stelzer in G.E. Rusconi (a cura di), Lo Stato scolarizzato nell’età post-secolare, Il Mulino, Bologna 2008, p. 50.

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CRONACA INTERNAZIONALE

Islam belga. A Bruxelles, l’insegnamento della religione musulmana ha superato per numero di studenti quello della religione cattolica: nelle primarie un 43% studia l’Islam, il 41,4% nei licei. Il 27,9% (37,2% nelle secondarie) segue corsi di morale laica, e solo il 23,3% (15,2% nelle secondarie) ha optato per l’approfondimento della fede cattolica. Queste cifre sono il risultato dei flussi migratori che hanno profondamente modificato le caratteristiche socio-religiose della città. Da oltre una trentina d’anni l’Islam è materia facoltativa di studio durante l’ora di religione in Belgio, senza che si siano mai creati problemi né polemiche. Bruxelles è notoriamente una delle «capitali musulmane» d’Europa, insieme con Londra e con la svedese Malmö: un cittadino su tre è musulmano e il nome più frequente all’anagrafe risulta essere Mohammed. Si prevede che nel 2035 la città sarà a maggioranza mussulmana: già oggi sono 23 le moschee o i luoghi di preghiera ufficialmente censiti (spesso però si tratta autorimesse), mentre molte chiese cattoliche, per la scarsa frequentazione, vengono chiuse e persino vendute. Secondo il sociologo Felice Dassetto, che ha classificato in sette tipi i musulmani di Bruxelles, la maggioranza è dei «disinibiti», giovani che rispettano il Corano e magari conoscono anche gli scritti di Tariq Ramadan, ma sono pienamente «bruxellesi» e pienamente musulmani, senza fanatismo. I musulmani in Belgio erano circa duecentomila nel 1995, oggi sono circa trecentomila; secondo alcune stime, il 60% sono praticanti, compresi varie migliaia di giovani belgi convertiti negli ultimi trent’anni, ciò che può aver cambiato, almeno in alcuni, la percezione dei problemi. La situazione dell’insegnamento religiosomorale nel resto del Paese ribalta poi le proporzioni. Nelle Fiandre di lingua e cultura fiamminga, l’81,8% dei liceali segue corsi di religione cattolica, il 13,1% corsi di morale e solo il 3,8% studia l’Islam. OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni l’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

«Proteggi il popol tuo / dal male e dall’error». La Diocesi ha organizzato nei Vicariati una serie di settimane religiose alla presenza dell’effigie della Madonna del Sasso. Il «popolo fedele», come lo descrive l’inno ufficiale, ha pregato, ascoltato e (speriamo) generosamente offerto – grazie alle buste disponibili con l’effigie della Vergine, in concorrenza (?) con la colletta nazionale del «Sacrificio quaresimale». Rimanendo però zitto, come la grande Taciturna, unica laica presente sull’altare. Grandi folle e commozione religiosa come a Medjugorie, ma con la Madonna che c’era davvero, seppur di legno. Un’iniziativa di «rievangelizzazione» poco compatibile però con la mentalità di donne e uomini occidentali del XXI secolo: «Maria santissima, vergine e madre», ma non moglie e sorella. In «Voce evangelica», marzo 2012, una intervista a Michela Murgia, autrice di «Ave Mary», esprime le riserve di una donna moderna verso la figura di Maria veicolata dalla devozione cattolica. Don Italo Molinaro («laRegione», 24 marzo 2012) critica «una Chiesa troppo maschile» e descrive donne «caparbie, formate, intraprendenti, unite [che] in questi ultimi decenni hanno cambiato la loro condizione nella nostra società». E conclude: «Lasciar libera la Madonna per 42 giorni deve contribuire a liberare tutte le donne!». Ma si è cercato? Lo si voleva?

Un nuovo beato poco opportuno. A fine anno sarà dichiarato «beato» Nicolò Rusca, nato a Bedano il 20 aprile 1563, arciprete di Sondrio e morto sotto tortura a Thusis, il 4 settembre 1618, prigioniero di protestanti grigionesi. Si considerava malleus heraeticorum, cioè «martello degli eretici» in un periodo storico oscuro, in cui si riteneva giusto imporre «la verità» degli uni e degli altri con la forza. Osserva giustamente il pastore Erik Wenneker (in «Voce evangelica», marzo 2012): «Da una prospettiva ecumenica ritengo la decisione di beatificare ora Nicolò Rusca quantomeno discutibile. Un beato, nella concezione della Chiesa cattolica romana, deve essere un modello di fede»; e aggiunge: «Abbiamo bisogno, tanto nella Chiesa riformata quanto in quella cattolica romana, di altri modelli […] ritengo dunque questa beatificazione

addirittura dannosa […]: la Chiesa cattolica non aveva nessun altro modello di fedele che oggi potesse comunicare meglio che cos’è il cristianesimo?». Intanto, e mentre Papa Ratzinger va a insegnare ai cubani come superare il marxismo, la pratica del vescovo Romero (un martire del XX secolo!) pare essersi persa tra le scartoffie vaticane.

Più uguali degli altri… Secondo la risposta data a due interrogazioni il 18 gennaio 2012, «consentendo di esporre il crocifisso in un atrio o in un corridoio adibito ad uso comune, il Consiglio di Stato ticinese attribuisce alla religione maggioritaria del Cantone una visibilità preponderante che non viola il principio della parità di trattamento per rapporto ad altre religioni minoritarie». Anche nella «Fattoria degli animali» di George Orwell (1945), «tutti gli animali sono eguali ma alcuni sono più eguali degli altri». La «filosofia» pare la stessa. Il Concilio Vaticano II aveva insegnato che la Chiesa «non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni. (Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, EV. EDB, n. 1583). Ma il Concilio insegna da appena cinquant’anni fa, l’imperatore Costantino invece dal 312 e Teodosio dal 380.

Laicità variabile. Il Consiglio nazionale, con una maggioranza risicata, ha accolto un’iniziativa che vuole inserire nella Costituzione svizzera un articolo che permetta i segni religiosi cristiani negli spazi pubblici. La proposta passa ora all’esame del Consiglio degli Stati, la cui Commissione (come già quella del Nazionale) si è detta contraria alla proposta, ritenuta superflua. In caso di accettazione finale da parte del «popolo sovrano» (di chi si scomoderà a votare!), l’articolo relativo ai segni cristiani troverà probabilmente «adeguata» collocazione prima di quello che vieta la costruzione di nuovi minareti. Intanto il parlamento ha deciso che, circa la coper-

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tura del volto (permesso in tempo di carnevale, ma non per il burka mussulmano), restano competenti i Cantoni. E il Governo ticinese «sdogana» gli inviti rivolti al vescovo a visitare le scuole, ma pone limiti se durante la «visita pastorale»: compito giuridico previsto dal Codice canonico (canoni 396 e ss.). Laicità a variabile geografica, insomma, con buona pace di tutti: laici, laicisti e clericali (sull’argomento, cfr. «Dialoghi» nn. 216 e 218, con la distinzione tra «spazi pubblici istituzionali» e «spazi pubblici informali», in relazione alla laicità dello Stato).

Sperimentazione scolatica. Secondo i dati forniti dal Consiglio di Stato (26 ottobre 2011), nel corrente anno scolastico, nelle tre sedi (Riva s.Vitale, Tesserete, Bellinzona 2) in totale 295 allievi frequentano il corso obbligatorio «storia delle religioni» in III media, e 256 in IV media; nelle tre sedi col «modello misto», a Biasca 36 allievi di III media frequentano il corso di religione cattolica e 27 quello di storia delle religioni, mentre in IV media sono rispettivamente 46 e 16; a Lugano Besso in III media 41 frequentano il corso cattolico, 32 in IV media, mentre «storia delle religione » è frequentata da 18 allievi in III e da 33 in IV; nella sede di Minusio, 55 frequentano il corso cattolico in III media e 51 in IV, mentre 26 frequentano il corso di storia delle religioni in III e 31 in IV, e 8, rispettivamente 6, frequentano il corso di religione evangelica. In totale, nelle tre sedi, frequentano il corso di religione cattolica complessivamente 132 allievi di III media e 139 di IV media; il corso di storia delle religioni è frequentato complessivamente da 71 allievi di III e 80 di IV. Un primo rapporto sulla sperimentazione è stato redatto nel luglio 2011, e il rapporto finale è previsto per il luglio 2013; dopo di che potrà essere elaborata una proposta circa il futuro dell’insegnamento scolastico sulle religioni (cfr. Risveglio, 6-2011 e Dialoghi n. 220).

Rompiscatole. Il vescovo di Coira mons. Vitus Huonder ha pubblicato una lettera pastorale (con obbligo di leggerla ai presenti alla messa, ovviamente in gran parte non divorziati né tantomeno risposati) per ricordare come i divorziati risposati siano esclusi dai sacramenti, in particolare dal ricevere la comunione. In mancanza di un esplicito precetto di Gesù (che si è forse limitato a insegnare come idea-


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le il matrimonio indissolubile, ma all’Ultima Cena ha offerto pane e vino anche a Giuda), ci pensa la Chiesa cattolica a stabilire il divieto, calcando spesso (come ha fatto il vescovo di Coira) sulla condanna piuttosto che sulla comprensione e la misericordia. Insomma, indietro non si torna (come ai tempi dei patriarchi dalle molte mogli), mentre indietro si torna in materia di liturgia, mons. Huonder ha costituito due parrocchie «personali» (per qualche decina di «vecchi cattolici»: sarà previsto un esame di latino per i partecipanti?), dove si celebrerà la Santa messa preconciliare. Papa Benedetto XVI lo permette (con motu proprio, cioè deciso di testa sua, senza chiedere ai vescovi che da 50 anni insegnano a fare altrimenti…), e così anche mons. Hounder fa di testa sua, senza chiedere il parere dei preti e laici dei quali sarebbe «ministro» (ovvero servitore!). C’è chi si sforza di creare unità tra i cristiani, come voleva il Fondatore (persino Roma cerca di convincere i seguaci di Lefebvre…) e chi divide i cattolici in pree post-conciliari, con parrocchie distinte. Ipocrisia. Il «Corriere del Ticino» del 24 febbraio informa che «il Gran Consiglio (vodese) approva a larga maggioranza una mozione che chiede di vietare negli spazi pubblici manifesti eccessivamente provocatori che denigrano la donna». E completa l’informazione con un provocante nudo di donna. Ma anche «Dialoghi», obietta chi ha in mente la copertina del n. 220! D’accordo, ma almeno «Dialoghi» rispetta il principio delle pari opportunità, dando spazio uguale ad Adamo e a Eva nei due dipinti paralleli di Albrecht Dürer.

Meno uguali. L’Ufficio federale di statistica ha censito, a fine 2011, 105 mila maschi con funzioni dirigenti, contro solo 32 mila donne. Di fronte a 409 mila maschi con professioni intellettuali o dirigenziali, ci sono in Svizzera 295 mila donne. Nei consigli d’amministrazione delle venti maggiori società quotate in Borsa, nel 2012 c’erano 25 donne contro 194 uomini. Nel 2010, un uomo guadagnava in media mensilmente fr. 6937, una donna fr. 5221; all’università di Ginevra le studentesse sono il 61%, ma le docenti donne solo il 17%; le studentesse ticinesi sono il 49,7% dei 4529 universitari del Cantone, nel 1990 erano il 37,1%. Nel 2010 le donne erano il 19,6% del Consiglio degli

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Stati, il 29% del Consiglio nazionale, e 4 su 7 nel Consiglio federale! La supremazia maschile in Governo è stata ristabilita con il 2012.

Laici per gli immigrati. La «Rivista della diocesi di Lugano», nel numero di dicembre 2011, pubblica una dichiarazione congiunta delle Conferenze episcopali italiana e svizzera circa l’assistenza pastorale futura delle cosiddette «Missioni italiane», per le quali, a causa della diminuzione dei preti disponibili, si prospetta il rischio di rimanere senza assistenza. Si osserva pertanto che «occorre approfondire il ruolo dei laici impegnati e dei teologi formati nelle missioni» e vengono formulate suggestioni ovvie e più che necessarie (come buone conoscenze linguistiche, la collaborazione tra parrocchie territoriali e le missioni, preventivi soggiorni informativi, corsi di teologia, ecc.). Avanti, allora! Perché, in mancanza di cavalli, trottano anche i laici!

Aiuti umanitari. Il Governo ticinese, con la consulenza della FOSIT (Federazione delle Ong della Svizzera italiana), ha destinato nel 2011 l’importo totale di fr. 170 mila a sostegno di undici progetti presentati da enti di aiuto umanitari e allo sviluppo esistenti in Ticino. Gli interventi sussidiati con fondi pubblici riguardano prevalentemente i Paesi del Sud del mondo (Africa e America latina). Il Consiglio federale propone di destinare 11,35 miliardi a progetti e aiuti alla cooperazione internazionale negli anni 2013-2016: 6,92 miliardi per la cooperazione tecnica e finanziaria, 2,03 miliardi per l’aiuto umanitario urgente e la ricostruzione; 70 milioni alla Croce Rossa Internazionale, la Svizzera essendo il terzo maggior contribuente dell’organizzazione umanitaria. Il Parlamento ha respinto la proposta pelosa di concedere aiuti solo agli Stati disposti a riprendersi propri cittadini espatriati in cerca di una migliore vita e... sgraditi alla umanitaria Svizzera.

Appello alla solidarietà. La Commissione di pianificazione e di finanziamento, istituita tra coloro che assicurano il finanziamento dei compiti a livello nazionale e regionale nella Chiesa cattolica svizzera, ha rivolto un appello alle organizzazioni locali e cantonali a mettere a disposizione almeno il 2% dell’eventuale loro maggiore entrata finanziaria del 2011 per

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le necessità nazionali, non più sufficientemente assicurate dalle entrate normali (tramite la Commissione centrale cattolica e il Sacrificio quaresimale). Si sa che, almeno fin qui, parecchie Chiese cantonali e parrocchie, grazie al sistema delle «imposte ecclesiastiche» presentano risultati finanziari positivi.

Petizione a favore dei poveri. Un collettivo di associazioni e di partiti politici ginevrini – tra cui il Centro sociale protestante, il centro ecumenico AGORA, la Commissione Terzo mondo della Chiesa cattolica e Caritas – ha lanciato la petizione «No alla criminalizzazione dell’accattonaggio!». La petizione mira ad abolire la legge, entrata in vigore all’inizio del 2008, che punisce con una multa «chi avrà mendicato». Le Chiese non sostengono ufficialmente la petizione ma si sono impegnate a diffonderla nei luoghi di culto, così come le argomentazioni a sostegno. L’obiettivo è di raccogliere un numero significativo di firme per mostrare che la popolazione ginevrina non è d’accordo con le disposizioni anti-accattonaggio. «La nostra speranza è di suscitare il dibattito», sostengono i promotori. Perché «la legge è disumana, discriminatoria, stigmatizzante, inefficace e costosa». La sottoscrizione terminava l’8 aprile, data della Giornata internazionale dei rom. «Speriamo di raccogliere diecimila firme affinché la petizione abbia un certo peso», conclude il portavoce del collettivo. Perché «la legge colpisce una popolazione che dà fastidio e rende visibile la povertà a Ginevra. Ma domani potrebbe colpire altri poveri».

Per i 500 anni di Zwingli. Nel 2019 cadrà a Zurigo il cinquecentesimo anniversario della Riforma e la Chiesa evangelica riformata si prepara a celebrare la ricorrenza. Nel gennaio del 1519 Ulrich Zwingli assunse l’incarico di predicatore del Grossmünster, segnando l’avvio di un vasto movimento di riforma religiosa che negli anni successivi scosse fino alle fondamenta l’intera Confederazione elvetica e si saldò con la Riforma europea. Mancano ancora sette anni all’appuntamento, ma a Zurigo la discussione sul modo migliore di commemorare l’evento è avviata. Nel 2017 anche la Germania festeggerà i cinquecento anni dell’inizio della Riforma, iniziata con l’affissione delle «95 Tesi» da parte del monaco Martin Lutero.


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Girardi e l’età del dialogo simbolicamente conclusa

Con la morte di Giulio Girardi, teologo dell’inclusione e filosofo della liberazione, si può considerare simbolicamente conclusa l’età del dialogo. Essa ha attraversato una larga parte del Novecento e ha interessato politiche, ideologie e religioni; si può dire che quanto più erano visibili i patimenti e le minacce arrecate dalle contrapposizioni in atto (c’era violenza per i popoli e al mondo era annunciata la morte nucleare), tanto più si cercavano punti d’intesa, si lavorava al negoziato, si cercavano terreni di comune umanità.

A partire dal Concilio questo dialogo ha avuto il suo centro e il suo motore nella Chiesa cattolica. Papa Giovanni ne aveva provato l’efficacia arginando la crisi di Cuba, e nella Pacem in terris l’aveva fondato sulla fiducia, prendendo in parola gli Stati che dicevano di non voler usare le armi per distruggersi; egli sostenne che gli uomini potessero incontrarsi tra loro nonostante e attraverso i loro errori, e di un dialogo fatto per amore offrì una struggente icona ricevendo la figlia e il genero di Krusciov. Al Concilio arrivarono i testimoni delle altre Chiese cristiane, non più considerate come sette di eretici e scismatici; Paolo VI nella sua prima enciclica fece del dialogo la missione stessa della Chiesa, la sua «parola»: dialogo con gli altri cristiani, dialogo con le religioni non cristiane, dialogo con i non credenti, dialogo col mondo. Dossetti osservò che a questo livello di estensione e di profondità, per la Chiesa, più che di dialogo, si dovesse parlare di comunione. E al di là delle sedi istituzionali ci fu tutto un fervore di ricerche, di incontri, di prove di lavoro comune, culturale e politico, pur in mezzo a feroci polemiche degli zelanti. In ogni caso c’era vita, perché si comunicava nelle idee, non nel denaro.

Un capitolo importante di questo dialogo fu quello tra cristianesimo e marxismo. Erano due antropologie che si mettevano a confronto, l’una fondata sulla fede, l’altra sulla dialettica e sull’utopia. E si sfidavano, ciascuna nel proprio campo costretta a interrogarsi su «quale marxismo», su «quale cristianesimo». E c’erano ricerche su nuovi marxismi e su un «nuovo» cristianesimo. Innamorata e curiosa del

mondo appena scoperto, la Chiesa addirittura istituì un Segretariato per i non credenti, e mandava i suoi cardinali a discutere con gli «atei» negli incontri internazionali di dialogo, mentre sul versante laico facevano notizia, e cultura, i convegni della tedesca Paulusgesellschaft.

Di questo dialogo Giulio Girardi fu un pioniere; ne pose le basi filosofiche, teologiche e spirituali; il primo libro: Marxismo e cristianesimo, poi sempre ristampato, fu pubblicato dalla Cittadella di Assisi nel 1965 con una prefazione del cardinale Koenig, e molti altri la Cittadella ne pubblicò sullo stesso tema fino al 1975. Poi ci furono altri libri, altri Editori, Giulio Girardi si coinvolse nella teologia della liberazione, nelle lotte e nelle speranze dell’America Latina, il Nicaragua, Cuba, la dignità degli indios, dei «vinti». Ci fu una parabola, perché all’inizio Girardi partì nell’ufficialità, quando tutta la Chiesa era partecipe di quella straordinaria apertura. Poi le università cattoliche, i salesiani, i vescovi non furono più d’accordo. Cominciarono le rimozioni, le esclusioni dall’insegnamento, dai salesiani, dagli ordini sacri (è stato bello che il rettore dell’Ateneo salesiano sia venuto ai suoi funerali). Ma non è per il dialogo che Girardi ha pagato questo prezzo. A lui interessava la verità: nel cristianesimo, nel marxismo, nella storia; era la verità che lo metteva in relazione, in dialogo con gli altri. Ma può la verità meritare che si paghi per essa un prezzo così alto, di sofferenze morali e fisiche? No, se la verità è l’oggetto inerte di una speculazione intellettuale. Ma se la verità è la vita, se è cercata per amore del mondo e del prossimo, se è uno dei fondamenti della pace, se è coetanea della libertà, se consiste nel proclamare la dignità e l’eguaglianza per natura degli uomini e dei popoli, come è scritto nel magistero del Concilio e dei Papi conciliari, allora vale la pena che per essa si perda la vita. Questo del resto è il divino nell’uomo. Ci si può chiedere allora che senso abbia che Girardi sia stato sospeso a divinis. Nel gergo canonico vuol dire essere staccati dalle cose sacre, che secondo l’ideologia veterotestamentaria sono le cose separate dagli uomini, messe da parte per Dio e maneggiate in modo esclusivo dagli appartenenti

alla tribù dei leviti. Ma nel lessico cristiano la sospensione a divinis è la sottrazione all’uomo della sua vera umanità, l’estrapolazione di Dio fuori delle cose a tutti comuni, la sospensione dell’incarnazione per la quale, come dice il Concilio, «il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». No, nessuno può essere sospeso dal divino. Raniero La Valle

Fümm in ca’… La stampa italiana da qualche mese pubblica notizie, più o meno documentate, su conflitti e repressioni e lotte di potere che si dice coinvolgano istituzioni e prelati dell’amministrazione vaticana, dove il bersaglio sarebbe specialmente il card. Bertone, segretario di Stato. Non bastano le indiscrezioni per capire quanto veramente accade nei cosiddetti Sacri Palazzi (il popolino romano da tempo interpreta la sigla automobilistica SCV «se Cristo vedesse….»). La situazione non è certamente tranquilla se l’ufficiale «Osservatore Romano» ha abbandonato il linguaggio curiale per scrivere di «un pastore che non indietreggia davanti ai lupi» e di un «pontificato che passerà alla storia, dissolvendo come fumo stereotipi duri a morire e contrastando comportamenti irresponsabili e indegni» (OR, 15 febbraio 2012). Rinuncia ai cappellani militari. Alcuni gruppi di cattolici romani (la Comunità di San Paolo, CIPAX, Pax Christi), ricordando l’invito del Concilio a rinunciare ai privilegi e considerando la difficile situazione finanziaria dell’Italia, hanno pubblicato un appello chiedendo la soppressione dei cappellani militari a tempo pieno (con grado di ufficiale e stipendio, costano dieci milioni di euro l’anno), proponendo che l’assistenza pastorale ai militari sia affidata alle parrocchie territoriali. I preti così «sollevati» potrebbero rivestire posti vacanti e verrebbe finalmente soppresso l’equivoco di una Chiesa «militarizzata» e privilegiata di fronte alle altre comunità religiose. Una critica è rivolta pure alla proposta di acquisto di cacciabombardieri: una spesa ingentissima che potrebbe meglio essere destinata ad iniziative sociali o all’aiuto umanitario, visto che l’Italia è vergognosamente agli ultimi posti della classifica internazionale.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone

Ticinesi generosi. Il bollettino «Planète» di Caritas svizzera (n.1, marzo 2012) segnala la generosità dimostrata dai lettori del «Giornale del Popolo», che hanno offerto fr. 303.886 per il soccorso urgente nel Corno d’Africa. Lodate anche le ripetute informazioni sull’intervento umanitario: un servizio degno di un quotidiano cattolico.

Crisi benefica. Le cinque comunità cattoliche della città di Lugano, che già costituivano una sola parrocchia, hanno ora un unico bollettino comune, «espressione di unità» che permette ai parrocchiani «di informasi con facilità sulle proposte ecclesiali dell’intera comunità». Ma «si spera anche di ottenere un vantaggio economico non indifferente, riducendo le spese di stampa». La parrocchia della più ricca città del Cantone presenta un preventivo 2012 con un disavanzo di oltre centomila franchi. Insomma, almeno per questo aspetto (in verità, molti lavori urgenti alle chiese hanno dovuto essere rimandati…), la crisi finanziaria diventa pedagogica, costringendo alla cooperazione e alla sobrietà.

Per un salario minimo. Accompagnata da 112.301 firme è stata presentata alla Cancelleria federale un’iniziativa popolare per inserire nella Costituzione svizzera il diritto ad un salario minimo. Secondo i promotori, quattrocentomila lavoratori guadagnano troppo poco per vivere decentemente. La retribuzione minima da garantire sarebbe di fr. 22.- all’ora, ovvero di quattromila franchi per un lavoro settimanale di 42 ore. Se son rose…

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Piange la ministra… A Elsa Fornero, ministro per gli affari sociali del governo italiano di Mario Monti, durante una conferenza stampa è mancata la voce per pronunciare la parola «sacrifici», in relazione alla sua proposta di ridurre le pensioni di anzianità ai meno fortunati. Una testimonianza di sensibilità e di solidarietà: ce ne fossero molti di ministri che si commuovono (si «muovono assieme») quando chiedono sacrifici ai propri concittadini.

Cittadini onorari. La Provincia di Pesaro ha concesso la cittadinanza onoraria a 14.536 bambini nati negli ultimi anni nel suo territorio e figli di immigrati: un gesto simbolico che ricorda a tutti (anche agli svizzeri, difensori dello ius sanguinis) che chi nasce e cresce in un paese (e lo serve) ha diritto di essere cittadino con tutti i diritti: lo esigerebbe anche l’articolo 7 della Costituzione federale: «La dignità della persona va rispettata e protetta».

Islam e libertà. L’università islamica egiziana al-Azhar ha diffuso l’8 gennaio 2012 un testo dal titolo: Documento sulle libertà fondamentali, che espone i principi che dovrebbero guidare le politiche dei governi nati dalla «primavera araba». La libertà di religione, di opinione, di ricerca scientifica e di creatività artistica sono a tal punto affermate (nonché supportate da passi del Corano e della tradizione islamica) da riscuotere l’approvazione delle Chiese cristiane d’Egitto.

Catechismo tramviario. Il pastore emerito della cattedrale Franz Christ (nomen omen?) ha redatto un nuovo Catechismo per la Chiesa protestante di Basilea, che riassume la fede cristiana dal punto di vista riformato e tratta diverse posizioni religiose e questioni critiche. La prima edizione, 1300 copie, è stata presto esaurita e si è fatta una ristampa per altre 1200 copie. Trecento sono state poi distribuite sui tram e i bus della città.

La povertà è illegale. Nell’ambito dei lavori della Scuola del Vivere Insieme, promossa dall’Università del Bene Comune e dall’Associazione Monastero del Bene Comune, si è costituito nella sede della Comunità degli Stimmatini di Sezano (Verona) un gruppo che vuol fare approvare dall’ONU, entro il 2018, un testo che dichiari «illegale» la povertà. A Ginevra le Chiese cristiane appoggiano una petizione popolare che vuole annullare la proibizione di chiedere l’elemosina in luoghi pubblici e l’arcivescovo di Berlino, mons. Rainer Maria Wölki, presidente della Caritas tedesca, ha voluto festeggiare la nomina a cardinale pranzando con un centinaio di poveri.

La «Rosa bianca» ha un beato. La Chiesa ortodossa tedesca ha proclamato beato lo studente Alexander Schmorell, ghigliottinato il 13 luglio 1943 perché membro attivo della «Rosa bianca», il gruppo di giovani studenti di Monaco oppositori al regime nazista. Alexander, nato nel 1917 a Orenburg negli Urali, era figlio di un medico tedesco e di una russa, figlia di un pope, e fu perciò battezzato secondo il rito ortodosso. Il canone di beatificazione recita: «Tu hai professato il Salvatore, Dio e Signore nato dalla Vergine, Alexander fedele a Dio; nel giudizio hai sconfitto, con la tua pazienza, la tracotanza degli sgherri. La tua pazienza ha stupito gli angeli» (da «Il margine», Trento, febbraio 2012).

Sminare la Terrasanta. Una vasta azione di sminamento sarà condotta in Terrasanta, dove l’incoscienza umana ha disseminato, tra Israele e Palestina, oltre 1,5 milioni di ordigni esplosivi. Il progetto è finanziato con doni provenienti dagli Stati Uniti (che sono, oggi ancora, tra i principali produttori di mine, comprese quelle «a grappolo», che la Svizzera ha finalmente accettato di eliminare dai propri arsenali). Non basterà ovviamente togliere le mine per avere la pace, ma lo sminamento favorirà agricoltura e turismo.

Presidente pastore. Il pastore luterano Christian Wulff, nato nel 1940, noto difensore dei diritti umani già nella Germania comunista, è stato eletto con voto plebiscitario dal Parlamento a presidente della Repubblica federale tedesca. Ha promesso, accettando la carica, di non essere un superman: basta (e ne avanza) che resti pastore non di pecore.

Vittoria episcopale. Alla Camera inglese dei Lords, i vescovi anglicani hanno sconfitto il Governo del primo ministro Cameron su una proposta che voleva fissare un massimo di 26.000 sterline per tutti gli aiuti sociali: importo vicino al reddito medio, tuttavia penalizzante per circa 67 mila economie domestiche. I vescovi hanno fatto approvare a maggioranza (252 voti contro 237) un emendamento per il quale, nel calcolo dell’importo, non si tengono in considerazione le allocazioni famigliari, e ciò a vantaggio di circa ventimila famiglie numerose.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Notiziario SAE. La tradizionale Settimana di formazione ecumenica si svolgerà dal 22 al 28 luglio a Paderno del Grappa, presso l’Istituto Filippin. Vi si tratteranno alcuni fondamentali comparti del tema etico, come legalità e giustizia, economia e lavoro, cittadinanza e solidarietà, sviluppando i principi esposti nella Settimana del 2011, della quale sono già a disposizione gli atti: Camminare in novità di vita. In dialogo sull’etica, ed. Ancora, Milano (SAE, piazza S. Eufemia 2, 20122 Milano).

Lascia in pace il Papa. L’avvocato statunitense che, a nome di centinaia di vittime di abusi sessuali da parte del clero, aveva chiamato in giudizio nel Wisconsin Papa Ratzinger, per il mancato intervento contro un anziano prete, ha rinunciato a continuare il procedimento, mentre prosegue la causa da lui sostenuta contro l’arcidiocesi di Milwaukee, per non aver informato i parrocchiani sui preti abusatori. È ancora pendente una causa nell’Oregon, dove la Santa Sede chiede sia riconosciuta la sua immunità in casi analoghi. Secondo l’avvocato che rappresenta la Santa Sede, questa e il Papa non possono essere responsabili della supervisione degli oltre quattrocentomila sacerdoti sparsi per il mondo; tale vigilanza spetta ai vescovi e ai superiori religiosi (da «Adista», 3 marzo 2012).

Divorziati risposati. L’Associazione delle donne cattoliche tedesche (seicentomila aderenti) ha lanciato un appello, già sottoscritto da oltre centomila cattolici, per invitare la Chiesa (ma sarebbe da precisare: la gerarchia, vescovi tedeschi e Curia romana) a riconsiderare la situazione ecclesiale dei divorziati risposati, sempre più numerosi (il 25 % dei matrimoni in Germania sono seconde nozze). L’esclusione dall’Eucarestia, con l’invito tuttavia a partecipare alla messa, è discriminante: uno è invitato a pranzo, ma tenuto lontano dalla tavola imbandita, perché («Giornale del Popolo» del 5 marzo 2012) «queste nuove unioni nella loro realtà oggettiva non possono esprimere il segno dell’Amore unico, fedele, indiviso di Gesù per la Chiesa». Mentre per le cattoliche tedesche «i sacramenti sono segni efficaci dell’amore di Dio per

gli uomini, non sono una ricompensa per un certo modo di vivere ma una forza e un irrobustimento nella fede, in tutte le situazioni problematiche e le contraddizioni della vita, soprattutto nei momenti difficili». Lo sapevano bene il criminale Pinochet e il pluridivorziato Berlusconi, nonché coloro che li accettavano alla mensa: come insegna l’evangelizzatore Fisichella, occorre «contestualizzare»!

Fattura salata. La Chiesa cattolica di Germania ha indennizzato 950 vittime di abusi sessuali da parte di personale ecclesiastico, sia diocesano sia di congregazioni religiose. Un comitato ha esaminato le domande presentate dalle vittime, accogliendone circa il 95 %. In media, l’indennità riconosciuta, a titolo di aiuto alle vittime, danni o terapie, è di cinquemila euro. Si stimano a 4,75 milioni di euro le indennità pagate dalle 27 diocesi e dalle congregazioni religiose. Per quanto possibile, si è evitato di utilizzare mezzi provenienti dalle imposte ecclesiastiche, per non far pagare ai «fedeli laici» le colpe dei pastori diventati «lupi»…

Si convertono... In Germania, le «conversioni» dal cattolicesimo al protestantesimo sono aumentate di quasi il 25% nel corso del 2010, secondo dati resi noti dalla Chiesa evangelica tedesca (EKD) e pubblicati dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung». Il numero di cattolici passati al protestantesimo è cresciuto da 9.612 del 2009 a 12.530 del 2010 e il fenomeno, secondo il quotidiano tedesco, andrebbe soprattutto cercato nello scandalo dei preti pedofili. Le «conversioni» in senso contrario, cioè dal protestantesimo al cattolicesimo, che nel 2009 erano state 4.009, sono scese a 3.576 nel 2010. Aumentano di un terzo i cattolici che hanno definitivamente voltato le spalle alla propria Chiesa, con 181.193 uscite nel 2010, rispetto alle 123.681 del 2009. Oggi i cattolici sono circa 24 milioni, contro i 23 milioni di protestanti, su oltre 81 milioni di tedeschi.

Cattolici all’italiana. Il sociologo Franco Garelli, autore della ricerca Religione all’italiana (Il Mulino, Bologna 2011), spiega che nonostante il Paese sia attraversato, oltre che da fe-

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nomeni di secolarizzazione, anche dall’incontro con nuove confessioni religiose, come la ortodossa e la musulmana, «la maggior parte degli italiani continua a mantenere un qualche legame con il cattolicesimo, con la religione del proprio ambiente». Anche se molti non si riconoscono nelle indicazioni della gerarchia in campo etico, questa discordanza non provoca rotture con la Chiesa o abbandoni, come succede in altre nazioni. Si guarda alla Chiesa in termini benevoli e selettivi, valorizzandola per alcuni aspetti e sorvolando su altri. Un comportamento che non sembra fermarsi a Chiasso!

Lobbismo ecclesiastico. Le organizzazioni religiose statunitensi spendono ogni anno 390 milioni di dollari per influenzare le scelte del Congresso secondo i propri interessi. In testa, con 87 milioni di dollari spesi nel 2008, l’American Israel Public Affairs Committee, gruppo di pressione noto per il forte supporto a Israele. Seguono la Conferenza episcopale cattolica, con 26 milioni spesi nel 2009, e il Family Research Council (organizzazione cristiana che promuove l’unità della «famiglia tradizionale» e il «sistema di valori giudaico-cristiano») con 14 milioni nel 2008. I gruppi di pressione confessionali sono cresciuti notevolmente negli ultimi decenni. Nel 1970 erano 40 le organizzazioni di questo tipo, oggi sono più di 200, con un migliaio di dipendenti. Circa un quinto di queste organizzazioni si muove da una «prospettiva cattolica» (19%), una proporzione simile è evangelica-protestante (18%), mentre il 12% è di stampo ebraico e 1’8% solo protestante. Ma ci sono anche buddisti, induisti, musulmani e sikh che insieme costituiscono, con 34 gruppi, il 16% del totale. Il restante quarto (54 gruppi) è interreligioso, poiché rappresenta più religioni o in quanto fa pressione su questioni religiose senza fare riferimento ad una specifica tradizione (da «Adista», 10 dicembre 2011).

Numeri arretrati ? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–


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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO L’incontro annuale Kek-Ccee

Il comitato congiunto della Conferenza delle Chiese europee (Kek) e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) ha tenuto dal 26 al 28 gennaio a Ginevra la sua riunione annuale, con la partecipazione di una quindicina di rappresentanti dei due organismi: il Ccee che rappresenta 37 diversi episcopati cattolici d’Europa, e la Kek che riunisce 120 tra Chiese ortodosse, protestanti, anglicane e vetero-cattoliche del continente. Nel comunicato finale si legge che l’impegno per l’ecumenismo in Europa riveste un ruolo fondamentale davanti alle «nuove sfide spirituali, demografiche, politiche ed economiche che il continente si trova ad affrontare». Sfide che tutte le Chiese cristiane europee si sono dichiarate pronte ad affrontare insieme, essendo emersa l’urgenza di «una testimonianza comune dei cristiani» davanti alle principali questioni che investono la vita pubblica in Europa. Nodi che in questo momento trovano una radice comune nella crisi economica, la quale richiede la realizzazione di una politica sostenibile per l’Unione Europea, in grado di rispettare al tempo stesso la dignità umana, l’ambiente e la diversità culturale. Il presidente della Ccee, card. Peter Erdö, ha espresso la necessità che l’impegno ecumenico coinvolga tutti i cristiani e non solo pochi esperti: «Lavorare per l’ecumenismo non è solo uno sforzo umano, ma anche un compilo spirituale che ha richiesto le preghiere di tutti i cristiani, nella certezza che l’unità visibile è un dono di Dio». La nuova evangelizzazione non sarebbe possibile se non immersa in una dimensione ecumenica. Il Comitato congiunto ha inoltre affrontato questioni come il lavoro con i rom e la cooperazione in materia di dialogo con I’Islam in Europa. Non è mancato uno sguardo sulle situazioni difficili che i cristiani vivono in diversi Paesi del mondo. Durante l’incontro si è pure celebrato il quarantesimo anniversario dalla nascita del Comitato congiunto Kek-Ccee.

Ecumenismo ed Eucarestia

«La divisione tra le Chiese è uno scandalo». L’ha detto in occasione di un Forum ecumenico internazionale svoltosi a Treviri (Germania) dal 30 gennaio al 3 febbraio il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) e lo ha ribadito anche il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Entrambi sono d’accordo nel dire che ai cristiani spetta il compito di ricongiungere quanto è diviso. Nel corso dell’incontro – promosso dalla diocesi di Treviri in collaborazione con la Chiesa evangelica della Renania, la Conferenza dei vescovi ortodossi della Germania e altre organizzazioni ecclesiastiche – il card. Koch, davanti a duecento teologi ed esponenti ecclesiastici, ha proposto di mettere allo studio una dichiarazione congiunta su «Chiesa, Eucarestia e ministero». Uno sforzo che potrebbe rappresentare «una pietra miliare sul cammino ecumenico del futuro», analoga a quella sulla giustificazione per fede del 1999. La proposta è stata salutata favorevolmente dal pastore Nikolaus Schneider, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), che lo scorso settembre, in occasione della visita di papa Benedetto XVI a Erfurt, aveva auspicato ulteriori passi concreti verso una maggiore comunione. Per Schneider, le differenze tra le diverse tradizioni con-

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fessionali vanno intese non come «mancanze», bensì come «doni comuni» attraverso i quali arricchirsi vicendevolmente. Di qui la proposta di un’«ecumene dei doni», e non più «dei profili» (da NEV, Notizie evangeliche, Roma, febbraio 2012)

Bibbie in esposizione

Fino al 15 aprile è stato possibile visitare presso il «Braccio di Carlo Magno» in piazza San Pietro a Roma la mostra «Verbum Domini», patrocinata dal Pontificio Consiglio per la cultura, che presentava rari documenti e reperti giudaici, cattolico-romani, protestanti ed ortodossi della Bibbia. I due terzi dei reperti esposti sono dovuti all’interesse verso la Bibbia della famiglia Green, che in passato ebbe pastori battisti e pentecostali. La Green Collection è la più grande collezione privata al mondo di testi e documenti biblici rari, dal valore complessivo di 500 milioni di dollari.

Un’accademia di studi luterani in Italia

Il 16 maggio 2011 si è costituita a Roma l’Accademia di Studi Luterani in Italia (ASLI) con sede legale presso la Comunità luterana di Venezia, ma operante su tutto il territorio italiano. Si tratta di un’associazione laica e indipendente che vuole contribuire alla conoscenza di Lutero e della sua teologia in Italia e mettere in contatto coloro che si interessano della tematica. L’esistenza di una tale associazione è molto importante, non solo perché il pensiero di Lutero è poco conosciuto in Italia, ma anche perché le poche persone che si occupano del Riformatore provengono da ambienti tanto diversi (la Facoltà Valdese, le università cattoliche, le università statali, le Chiese, la casa editrice Claudiana, ecc.) che le loro ricerche sono di difficile reperimento e condivisione. L’ASLI potrà metterle in contatto e dar loro la dovuta visibilità. Oltre a raccogliere informazioni e mettere in contatto esperti e «cultori» di Lutero, l’ASLI vuole contribuire attivamente allo studio e alla divulgazione del pensiero luterano. Per quanto riguarda la ricerca, si è pensato di realizzare, a partire dal 2012, convegni teologici con cadenza annuale. A tale scopo si farà una selezione di testi particolarmente significativi nella ricerca internazionale attorno a un tema scelto. I testi verranno poi tradotti in italiano e pubblicati insieme alle relazioni del convegno (prima pubblicazione prevista per il 2013).

Prossimi raduni ecclesiali in Germania

Il prossimo e terzo «Kirchentag ecumenico» si svolgerà nel 2019, e non nel 2017, per non coincidere con le celebrazioni del Cinquecentesimo della Riforma protestante. Così hanno deciso i responsabili del Kirchentag evangelico tedesco (DEKT) e del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK). In Germania il Kirchentag evangelico e il Katholikentag (suo omologo cattolico) tradizionalmente si alternano ogni due anni. Il primo Kirchentag ecumenico si svolse a Berlino nel 2003, mentre la seconda edizione del raduno cristiano a livello nazionale si tenne nel 2010 a Monaco di Baviera. Quest’anno si svolgerà nella città di Mannheim il Katholikentag, mentre il prossimo Kirchentag protestante sarà ad Amburgo nel 2013. Nell’anno del Giubileo della Riforma – cui dette avvio nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero con la mitica affissione delle 95 Tesi sul portone della Schlosskirche di Wittenberg – verrà organizzato un grande evento ecumenico.


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Buon compleanno Fukushima! E noi? Due sociologhi zurighesi, Hans Peter Meier-Dallach e Rolf Nef, hanno utilizzato uno studio commissionato nel 1990 a due ricercatori dell’Ökoinstitut di Darmstadt dall’associazione «Mühleberg unter der Lupe» per descrivere lo scenario di quello che succede (o succederebbe...) quando nella centrale atomica di Mühleberg non avvenisse la disattivazione immediata del processo controllato di fusione nucleare: il nucleo fonde e il contenitore d’acciaio del reattore non resiste alla pressione creatasi al suo interno, lasciando libero sfogo al suo contenuto. (Lo studio aveva evidenziato che in caso di problemi al sistema di raffreddamento non si potrà contare su un impianto di riserva e che il contenitore di acciaio di forma ovale, detto containment, pensato per contenere il vapore in caso di incidente fino a una pressione di 4 bar, è insufficiente). Dunque. Se piove e soffia vento dal settore Ovest – il che che succede frequentemente – la nube radioattiva si muove a poche decine di metri dal suolo verso Est-Nordest. In 113 minuti raggiunge Burgdorf, in 286 Olten, in 493 Zurigo, in 646 Frauenfeld e in 779 minuti Güttigen sul lago Bodamico. La popolazione di questa zona deve essere evacuata con urgenza perché altrimenti è esposta a dosi troppo elevate di elementi molto radioattivi. Nel giro di trenta giorni una popolazione di 900 mila persone deve trasferirsi senza la speranza di poter mai far ritorno a casa propria. Importanti assi di circolazione, come l’autostrada Berna – Zurigo, sono interrotti. Più a lungo termine, sono circa tre milioni le persone che devono trasferirsi in altre regioni. Già alcuni mesi dopo l’incidente la Svizzera è irriconoscibile, non solo dal punto di vista economico ed ecologico, ma anche da quello politico e culturale.

Ma chi pagherebbe? Come sarebbero risarciti tutti i danni subiti dalla popolazione e dall’economia? La legge svizzera sull’energia nucleare prevede sì per ogni centrale la copertura di danni fino a un importo di 1,8 miliardi di franchi: i proprietari sono assicurati però solo fino a 1,1 miliardi, per il resto è la Confederazione che risponde. Per far fronte a questo compito ha allestito un fondo per i danni

causati dal nucleare. «Greenpeace» ha cercato di calcolare quanto dovrebbero pagare i proprietari di centrali nucleari se fossero tenuti a rispondere dei rischi legati alla loro attività nella stessa misura dei proprietari di un’automobile: le 3,9 milioni di polizze per i veicoli coprono danni per un totale di 20'000 miliardi di franchi e ogni automobilista si assume costi assicurativi attorno ai 700 franchi l’anno per danni che potrebbe causare. Le cinque centrali svizzere invece rispondono per soli 9 miliardi. In caso di una contaminazione del suolo, poi, i proprietari dovrebbero essere indennizzati per il mancato utilizzo dei propri terreni. Per una zona contaminata che si estende su un’area di diecimila chilometri quadrati, calcolando un prezzo minimo di 80 franchi al metro quadrato, risulta un indennizzo di 80 miliardi. Ma poiché né lo Stato né l’industria dell’atomo sono in grado di risarcire le perdite, i costi dovrebbero essere assunti da ogni singola persona, perché nessuna assicurazione copre i costi di danni causati da incidenti nucleari. Tutte le assicurazioni concordano: il rischio nucleare non è assicurabile.

Il deserto fiorisce. Quest’anno nel deserto d’Atacam, nel nord del Cile, è caduta un’eccezionale quantità di pioggia. La regione è considerata una delle più aride del pianeta, ma accoglie duecento specie di fiori che non crescono da nessuna altra parte. Bulbi e rizomi possono «dormire» per anni sottoterra in attesa delle magre piogge che porta loro El Niño. Questa volta, tutte le specie sono uscite dallo stato di latenza e sono fiorite: come per miracolo sulla regione si è disteso un meraviglioso tappeto floreale di tutti i colori.

Buon esempio. Il nuovo centro parrocchiale cattolico di Aadorf, nel Canton Turgovia. è ancora in fase di costruzione, ma i moduli fotovoltaici installati sul suo tetto stanno già fornendo energia che viene immessa nella rete comunale. Si tratta di elementi integrati nella copertura e rimpiazzano le tegole. Con il risanamento energetico della parte esistente del centro e le tecnologie innovative utilizzate nella costruzione del nuovo edificio, il progetto assume un carattere esemplare

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Patate in eccesso. Il 2011 è stato un anno record per la produzione di patate in Svizzera – anche per la taglia dei tuberi – ma l’eccedenza andrà a foraggiare gli animali. Le mucche apprezzano l’ortaggio crudo, mentre i maiali lo «gustano» cotto al vapore. Gli umani stanno invece diventando piuttosto selettivi, preferendo patate di taglia piccola e solo produttori di chips e patate fritte sembrano oramai apprezzare… le taglie forti. «Sono gli agricoltori più stupidi quelli che hanno le patate più grosse», dice un proverbio. Non è però una questione d’intelligenza se le patate nel 2011 sono cresciute molto, ma della meteo, con le alte temperature verificatesi alla fine dell’estate. Ma gli agricoltori non hanno visto premiata questa produzione eccezionale, perché il mercato alimentare non ha voluto e potuto ritirare tutta la produzione, e poi perché da due anni la Confederazione non compensa più la sovrapproduzione.

Va fuori stranier! Non si preoccupi la Lega, non stiamo parlando di esseri umani, ma di insetti. Nel canton Ticino il «cinipide del castagno» è ormai arrivato ovunque; forse solo le valli del Sopraceneri ne sono rimaste risparmiate, ma è una questione di mesi. Il suo nome scientifico è Dryocosmus Kuriphilus Yasumatsu, è un imenottero originario della Cina, introdotto accidentalmente in Giappone nel 1941, che ha raggiunto gli USA nel 1974 – dove ha provocato perdite del raccolto fino al 70%. Nel 2002 ha proseguito la sua strada fino a Cuneo, dove è arrivato su alcune marze; i primi avvistamenti nel Mendrisiotto risalgono al 2009. La popolazione di questo insetto è composta da sole femmine che sono in grado di procreare senza che le uova siano fecondate. Sfarfallano fra giugno e luglio, depongono da 100 a 150 uova (per fortuna una sola volta) su gemme o foglie. Dopo quaranta giorni, ecco la larva, che entra in fase di svernamento e a questo stadio è molto difficile riconoscere la presenza dell’insetto. Nella primavera successiva il suo sviluppo porterà la gemma o la foglia a diventare una galla che causa l’arresto dello sviluppo vegetativo, la mancata produzione di fiori e la deformazione dei frutti. Difficile arginare la piaga: si può intervenire tramite la selezione di piante capaci di resistere oppure iniziare una lotta biologica, introducendo un concorrente, di cui si stanno analizzando i rischi.


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opinioni

A vent’anni dalla morte di due maestri e amici

Vent’anni fa, alla distanza di pochi mesi, ci siamo trovati orfani di due maestri che, per una frequentazione quasi trentennale, ci erano diventati anche amici: David Maria Turoldo (2 febbraio 1992), morto dopo una lunga lotta contro «il drago», poi, improvvisamente, padre Ernesto Balducci (25 aprile 1992), vittima di un incidente stradale.

Con padre Balducci e i redattori di «Testimonianze», la conoscenza risaliva, per i più anziani dell’amicizia di «Dialoghi», agli inizi degli anni Sessanta, in pieno clima conciliare. Un gruppo di ticinesi si era recato a incontrarlo a Firenze, ai primi di maggio del 1964; vi si ritornò nel marzo dell’anno dopo, incontrando anche La Pira, Mario Gozzini e i fratelli Giorgio e Gianni Giovannoni; nel 1966 e nel 1967 partecipammo ai convegni organizzati da «Testimonianze» a Firenze e a Bologna; nel febbraio 1968 padre Balducci venne a Lugano, per due giorni, e tenne una conferenza all’aula magna del liceo di Lugano; nuovo incontro a Firenze a fine marzo nel 1969, e poi padre Balducci tenne nel 1971 il corso estivo di «Dialoghi», dal 9 all’11 luglio a Seriate (tema: «L’annuncio di fede all’uomo moderno») e nel 1972 il corso a Firenze, dal 30 luglio al 1.agosto (tema: «Chi è veramente Gesù Cristo»). Negli anni successivi, numerose furono ancora le occasioni di incontro, regolari a Verbania, sporadiche a Milano e in altre località lombarde, dove padre Balducci veniva per conferenze o incontri, o a Fiesole, presso la Badia dove risiedeva, in occasione di passaggi a Firenze. Egli fu l’ultima volta nel Ticino a Mendrisio, invitato dall’Incontro, il 1. dicembre 1988, per celebrare il 40.mo della Carta dei diritti umani.

Il Padre provinciale degli Scolopi – congregazione cui Balducci apparteneva – ai funerali, ricordò «che non era solo il teologo, l’uomo pubblico, colui che poteva trascinare intere platee con la sua parola fascinosa: era un uomo che sapeva tradurre nel quotidiano, nel vissuto di tutti i giorni, una profonda umanità e una risposta rigorosa al Vangelo».

Meno regolari furono gli incontri con padre David Maria Turoldo, iniziati con la frequentazione della Libreria Corsia dei Servi, presso San Carlo a

Milano, all’inizio degli anni 60; seguirono le conferenze sui temi conciliari, durante e dopo il Vaticano II nell’auditorio di San Carlo, e poi… in giro per Milano, poiché la libreria era stata «sfrattata» e si era trasferita in via Tadino, come «Nuova Corsia». Poi gli incontri a S. Egidio di Fontanellata a Sotto il Monte, i convegni per il decennio della morte di Papa Giovanni, le conferenze a Milano, a Verbania e anche nel Ticino (dove dagli anni cinquanta padre David aveva consolidate amicizie, partecipò alla prima edizione dei Vesperali nel 1964 e fu ripetutamente presente alla radio e alla televisione). La sua ultima apparizione in pubblico fu il 22 settembre 1991 a Verona, al convegno «Beati i costruttori di pace».

Così lo ricordò il card. Carlo Maria Martini, durante la celebrazione del funerale nella chiesa di San Carlo al Corso a Milano: «È difficile definirti, pur se qualcuno l’ha tentato: poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini».

La nostra rivista ha pubblicato numerose testimonianze di Balducci e di Turoldo, sia loro scritti sia espressioni di solidarietà per le vicende di cui furono protagonisti… e vittime. Nei numeri 121 (aprile 1992) e 122 (giugnoluglio 1992) li abbiamo ampiamente ricordati in morte, e poi ancora nel numero 171 (aprile 2002), ricorrendo il decennio della scomparsa, accomunando Turoldo e Balducci nel ricordo del loro insegnamento, oggi ancora valido e necessario, mentre si sono addensate nebbie e tenebre nella Chiesa che speravamo definitivamente sconfitte dalla primavera giovannea e conciliare.

Padre Turoldo aveva invocato: Manda, Signore, ancora profeti, / uomini certi di Dio, / uomini dal cuore in fiamme. E tu a parlare dai loro roveti/ sulle macerie delle nostre parole,/ dentro il deserto dei templi: / e dire ai poveri/ di sperare ancora. (….) Vogliamo ancora profeti/ a rompere le nuove catene/ in questo infinito Egitto del mondo:/ oceano di gemiti e pianto di schiavi/ sotto imperiosi terrori.

(da «Il grande male», pp.147-148).

No. 221

In questo numero

I corsivi di «dialoghi» ✧ BERTOLI CONFERMA (a.l.)

2

Dossier

✧ EUCARESTIA E COMUNITÀ (E.M.)

1

✧ PER UN’EUCARESTIA NON STACCATA DALLA VITA E DA CELEBRARE SENZA RIGIDITÀ GERARCHICHE (Mauro Castagnaro)

3

✧ NON POSSIAMO NON FARE MEMORIA DI GESÙ (J.A. Pagola)

4

✧ EUCARESTIA SENZA PRETE, DISCORSO DA APPROFONDIRE (Giorgio Chiaffarino)

6

✧ PER UNA LITURGIA «IN LINGUA CORRENTE» (Scriba)

7

✧ LE PROPOSTE DI UN VESCOVO CORAGGIOSO (Elena Cucuzza)

8

Articoli

✧ FEDE, RAGIONE, LAICITÀ, RAPPORTI STATO E CHIESA (Virginio Pedroni)

✧ GIRARDI E L’ETÀ DEL DIALOGO SIMBOLICAMENTE CONCLUSA (Raniero La Valle) ✧ A VENT’ANNI DALLA MORTE DI DUE MAESTRI E AMICI

✧ CRONACA INTERNAZIONALE ✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

9 15

20

12, 17 13, 14 16 18 19

dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


dialoghi 221