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Dialoghi nr. 267

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267 dialoghi Locarno – Anno 53 – Settembre 2021

di riflessione cristiana TRIMESTRALE

Credere fa vivere? Matrimonio per tutti: alcune riflessioni retrospettive per ben decidere Il voto popolare su «matrimonio per tutti» è imminente, ma appunto per questo motivo mi sembra più urgente un momento di riflessione piuttosto che una raccomandazione di voto che non potrà che limitarsi a elencare le ragioni di un sì o di un no e non potrà inquadrare i problemi globali che stanno dietro al voto. Cercherò di illustrare sommariamente la problematica di cui si parla durante questi ultimi giorni di una campagna abbastanza smorta, complice le vacanze estive e la persistente pandemia, attraverso uno sguardo allargato, sia nello spazio sia nel tempo. È infatti necessario poter situare la proposta sottoposta al voto popolare come

un’ulteriore e radicale svolta nella regolamentazione del matrimonio che fa seguito ad altre svolte del passato e che la dottrina ufficiale cattolica ha «digerito» con forte difficoltà e resistenze. Se chi legge Dialoghi vuole capire e risolvere la sfida di oggi deve poter capire e «digerire» quelli di ieri, rimaste in gran parte ancora tollerate, ma non veramente assunte. Due sono le sfide principali che la storia dell’epoca moderna, nel mondo occidentale, hanno presentato all’istituzione matrimoniale. La prima si situa nel sedicesimo secolo, agli albori della Riforma protestante, e si rifà alla riflessione teologica sia di Lutero sia di Zwingli. Entrambi negano al ma-

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trimonio il carattere di sacramento, ma non per questo escludono la rilevanza teologica di questa istituzione. I Riformatori intendono soprattutto sottrarre la gestione e il controllo del matrimonio alla competenza clericale del diritto canonico e dei suoi tribunali. Vengono istituiti nuovi tribunali gestiti da laici di nomina pubblica e si riprendono le regole classiche del diritto canonico, con alcuni accomodamenti (come ad esempio la gestione dei casi di divorzio). In questa fase, siamo ancora nel Cinquecento, lo Stato non assume ancora in maniera diretta ed esclusiva la regolamentazione e la gestione dell’istituto matrimoniale: la popolazione continua a farsi benedire le nuove unioni dal parroco locale. La Chiesa cattolica reagì con molta durezza a questa perdita di potere sul matrimonio e al concilio di Trento statuì con forza l’indissolubilità del matrimonio e l’esclusiva competenza e giurisdizione della Chiesa cattoli-


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editoriale

ca in materia. Il matrimonio inoltre, non solo per i cattolici ma per tutti i battezzati, è sempre e comunque un sacramento. Le conseguenze pratiche di questa dottrina fissata a Trento furono tragiche, durante il Seicento e il Settecento, almeno per i Paesi confessionalmente «misti». Penso soprattutto alla Francia e a parte della Germania. Là dove l’assolutismo imperava, i non cattolici, protestanti ed ebrei, non potevano accedere al matrimonio, poiché amministrato solo dal clero cattolico. Qui si inserisce la seconda sfida che muta la gestione del matrimonio nella sfera pubblica, almeno in Europa. Con il code civil di Napoleone a inizio Ottocento, lo Stato interviene direttamente sull’istituzione matrimoniale gestendola direttamente in proprio. Le Chiese possono continuare a benedire le unioni matrimoniali, ma solo dopo che il matrimonio civile è stato suggellato e senza alcuna rilevanza sul piano del diritto pubblico. Solo in alcuni Paesi a forte maggioranza cattolica, come ad esempio in Italia, lo strumento del concordato permette che il rito religioso cattolico possa avere ancora effetti civili. Anche qui l’istituzione ufficiale della Chiesa cattolica ha tollerato la presenza del matrimonio civile senza comunque rinunciare alla propria competenza canonica. In Paesi confessionalmente misti, come la Svizzera, il compito per la Chiesa cattolica si rivela maggiormente dif-

ficoltoso, ma i vescovi svizzeri, già a partire dagli anni ’50, riescono a trovare una gestione pacifica del problema. Gli ultimi tentativi dell’attuale pontefice, attraverso lo strumento del sinodo dei vescovi, di trovare una via d’uscita ai vari problemi che assillano la gestione del matrimonio in ambito cattolico, hanno la sua espressione in Amoris laetitia. L’apertura e la generosità di questo testo non trova purtroppo un’accoglienza unanime all’interno della Chiesa cattolica e papa Francesco è obbligato a giocare in difesa… Tornando al voto che ci attende nei prossimi giorni, si parla della presenza di una maggioranza non ampia, ma solida, determinata ad approvare la proposta di parlamento e governo. Chi è ancora indeciso sulla preferenza da esprimere, consideri comunque due potenziali scenari che gli si presenteranno in ogni caso, comunque vadano le cose all’appuntamento del 26 settembre. Dovesse vincere il no, le coppie del medesimo sesso che intendono comunque sposarsi lo potranno fare legalmente in almeno tre Paesi che ci circondano (Germania, Austria e Francia) e poi cercheranno di trascrivere la loro avvenuta unione nei nostri registri di stato civile. Dovranno comunque fare «capriole» più rischiose per vedere riconosciuti i loro figli o figlie nati dalla loro unione e mediante varie tecniche di medicina procreativa. Qui le coppie

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omosessuali maschili avranno sicuramente difficoltà maggiori delle coppie lesbiche. In caso di vittoria del sì (la maggioranza dei voti espressi è sufficiente, poiché siamo di fronte a una revisione di legge e non del testo della Costituzione) si cambia paradigma nella definizione di matrimonio e si legalizza l’accesso al dono di sperma alle coppie lesbiche, ma rimangono aperti ancora molti altri quesiti che andranno risolti mediante la revisione di molte altre leggi federali. Rispettare il principio di uguale considerazione civile e morale di varie forme di convivenza e al contempo ammettere la loro diversità da quella praticata da una maggioranza di cittadini e cittadine non sarà cosa facile e ci impegnerà sicuramente per vari anni. Dopo la vittoria del sì si sarebbe comunque ancor ai piedi della montagna e la sua scalata sarebbe sicuramente difficoltosa. Concludendo questo frammento di riflessione prima del voto, vorrei ricordare a chi è ancora indeciso che l’unico modo per non «sporcarsi le mani» è quello di non averle. In altre parole, l’astensione non risolve alcun problema e solo una partecipazione riflettuta e argomentata al voto ci rende davvero responsabili. A bocce ferme (si fa per dire, poiché le bocce continueranno a muoversi) ne riparleremo, così spero, a più voci. Alberto Bondolfi

La scomparsa di Marco Borradori La morte dell’avvocato Marco Borradori ha suscitato una vasta partecipazione in Ticino e la redazione di «Dialoghi» esprime solidarietà ai famigliari e a tutti coloro che sono stati colpiti dalla sua morte. La risonanza popolare e mediatica alla tragica fine del sindaco di Lugano richiede tuttavia anche una riflessione sull’origine di tante manifestazioni, pur facendo la tara a possibili speculazioni elettoralistiche. Decine di annunci funebri di enti e privati, la proclamazione di un giorno di lutto cittadino, il suono delle campane, la celebrazione funebre allo stadio, la presenza di 61 gonfaloni

comunali e di circa 3.000 persone, tra le autorità, il consigliere federale Cassis e il vescovo Lazzeri, le centinaia di visite alla sala nell’atrio del municipio, le decine di colonne giornalistiche susseguitesi per più giorni: recenti o lontane scomparse di personalità non hanno suscitato né goduto di altrettanto rilievo: sarebbe opportuna una ricerca da parte di uno storico sul significato politico e di un sociologo su cause ed effetti; «Dialoghi» si limita per ora a ricordare con Alessandro Manzoni: «Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». E si trattava di Napoleone Bonaparte. a.l.

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Matrimonio per tutti: sono tante le domande aperte Riprendiamo su Dialoghi un testo del vescovo Valerio pubblicato a pochi giorni dalla votazione su «matrimonio per tutti». Ci felicitiamo per il tono pacato e scevro da polemiche di questa presa di posizione che inviterà noi tutti a riflettere prima di agire mediante la scheda. Rimane intatto il nostro sguardo critico nei confronti di chi è responsabile, nella diocesi ticinese, della formazione del clero e di laici e laiche, anche in questo campo specifico. Si tratta di un lavoro impervio e che porta ad effetti positivi solo sul lungo periodo. Speriamo, indipendentemente dal risultato della consultazione popolare, in un rinnovato impegno formativo a favore di tutti e tutte che fanno parte, alle nostre latitudini, della Chiesa cattolica e al di là di essa. Un dialogo ecumenico e interreligioso anche in questo ambito non potrà che essere positivo. (red.) Saremo presto chiamati a votare sulla proposta legislativa riguardante il cosiddetto «matrimonio civile per tutti». Non è facile, nel nostro contesto culturale, comprendere perché un simile progetto possa sollevare tanti e così rilevanti interrogativi. Il principio, che viene di solito dato per scontato, è che il riconoscimento di una differenza comporti necessariamente una discriminazione. Così, continuare a riservare il termine «matrimonio» per l’unione tra l’uomo e la donna in vista della generazione e dell’educazione dei figli significherebbe perpetuare una situazione di ingiustizia nei confronti delle coppie dello stesso sesso, che oggi non possono avvalersi di una parte delle prerogative connesse al vincolo contratto da due persone di sesso diverso. Quindi, in prima battuta, si tratterebbe di riformulare la definizione di un termine convenzionale, per eliminare un’evidente disparità di trattamento tra cittadini del medesimo Stato. Da qualsiasi parte ci si ponga, tuttavia, appare chiaro che non ci troviamo di fronte alla richiesta di un mero aggiustamento linguistico. Tutti, infatti, sono in grado di intuire che, dando lo statuto di matrimonio civile anche alle unioni dello stesso sesso, l’obiettivo in vista è quello del riconoscimento, per qualsiasi genere di coppia, del diritto alla genitorialità. Lo scenario che si delinea è così quello non solo della possibilità di adottare, ma anche di ricorrere legittimamente a quegli interventi, esterni al legame coniugale medesimo, che si rendono necessari per avere figli in ogni situazione di infertilità. Proprio su questo punto, il cambiamento legislativo sottoposto al voto del popolo svizzero solleva difficoltà ed esige una riflessione più approfondita e critica. Una volta recepito il

termine di matrimonio per qualificare sia le unioni eterosessuali che quelle omosessuali, il dibattito su temi tanto delicati risulterà predeterminato, con implicazioni di non poco conto per il futuro della nostra civile convivenza. Le conseguenze implicite di un «matrimonio civile per tutti», infatti, non riguardano solo coloro che lo contrarranno. Inaugureranno un complesso di problematiche etiche, legate all’inizio della vita e alla dignità di ogni singola persona, ad oggi tutt’altro che elaborate e risolte. Che cosa vuol dire per un essere umano nascere da un padre e una madre o crescere con genitori dello stesso sesso, che hanno voluto per lui questo tipo d’inserimento nella vita di relazione? Che cosa significa il riferimento al maschile e al femminile nella psicologia e nella biografia di un individuo? A quali modalità di concepimento si dovrà dare accesso, non in casi particolari, ma in generale, per assicurare la possibilità di avere figli nel caso di coppie sposate dello stesso sesso? Le vicende positive di singoli percorsi di coppie omosessuali, che, per ragioni diverse, si trovano già oggi a svolgere funzioni genitoriali, sono sufficienti per sgombrare il campo da ogni ragionevole dubbio sull’opportunità di una riforma così radicale del nostro attuale ordinamento familiare? La Chiesa cattolica è oggi solo una componente della società complessa in cui viviamo. Non pretende di poter imporre a tutti la sua visione di famiglia e di matrimonio. Non si oppone al fatto che lo Stato, in maniera sempre più adeguata, assicuri anche alle unioni di persone dello stesso sesso l’opportuna tutela giuridica. Non può sottrarsi, però, al compito di far sentire la sua voce su ciò che le sta a cuore, ossia, ciò che alla luce della

Parola di Dio le appare come autenticamente umano e irrinunciabile. Questo le impedisce di essere favorevole al progetto presentato. Certo, la sua competenza specifica riguarda direttamente il matrimonio celebrato per i fedeli come sacramento dell’unione dell’uomo e della donna in vista della generazione della vita, della custodia e dell’educazione dei figli. Tuttavia, di fronte a mutamenti culturali che vanno a toccare le condizioni stesse dell’ingresso nell’esistenza di nuovi esseri umani, la Chiesa sente l’impegno di richiamare tutti alla vigilanza responsabile, alla necessità di non comportarsi da padroni totalmente autonomi e indipendenti del proprio e dell’altrui destino, ma da servitori umili e attenti dell’immenso e inafferrabile mistero della vita. Mons. Valerio Lazzeri, Vescovo di Lugano (da www.catt.ch/newsi) Nuova redazione. La Rivista della Diocesi di Lugano, nel fascicolo di giugno, annuncia la nomina da parte di mons. Lazzeri, della nuova redazione, dopo una vacanza che durava da mesi. coordinatore è don Massimo Gaia, parroco di Ascona, ne fanno parte Luca Montagner, addetto stampa della diocesi con altri incarichi e Valentina Anzini, con master in teologia e pure con diversi incarichi in diocesi, mentre segretaria della redazione è Marinella Ieffa della cancelleria diocesana. Alla nuova squadra i migliori auguri di… buon servizio all’informazione diocesana, da tempo piuttosto scarsa. Nuova convenzione. È in via di approvazione una convenzione tra il comune di Faido e tredici parrocchie della Media Leventina, comprendenti i comuni recentemente raggruppati nel capoluogo. Il contributo ordinario di Faido alle parrocchie sarà di 90.000 franchi annui, mentre sono previsti versamenti straordinari se necessari. A questa convenzione, come a quella già presentata nel n. 266 relativa alle parrocchie del Bellinzonese e a quella relativa alle parrocchie comprese nel nuovo comune di Riviera, dedicheremo un approfondimento in un prossimo «Dialoghi».


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Perché partecipare al culto cristiano? Considerazioni per il presente e il futuro Le celebrazioni cultuali cristiane sono certamente momenti importanti dell’identità di chi desidera essere discepola e discepolo del Dio di Gesù Cristo. Il fatto che la partecipazione numerica in vari luoghi del Nord del mondo, anzitutto tra i giovani, diminuisca assai sensibilmente non può non suscitare alcuni interrogativi che aiutino a capirne le ragioni. Ovviamente quanto diremo in questo articolo serve soltanto a toccare sinteticamente la questione e, comunque, a guardare al futuro in modo concreto. 1. Nel tempo della pandemia Dall’inverno 2020 in poi la pandemia Covid-19 ha reso per mesi la partecipazione in chiesa a culti e riti, per esempio, alle celebrazioni della Messa o della Santa Cena, sostanzialmente impossibile. In assenza di tali momenti liturgici ci sono state realtà ecclesiali, non poche, che hanno quasi cessato di esistere e parecchie celebrazioni via web sono state proposte con determinazione, ma erano davvero evitabilissime. A fronte di tali tristi situazioni, vi sono state esperienze indubbiamente interessanti, che hanno testimoniato passione religiosa e creatività spirituali davvero apprezzabili e, spesso, ammirevoli. Esse sono state realizzate a partire dallo spirito d’iniziativa di persone di vari stati di vita, in ambito confessionale o anche ecumenico. Esse non si sono lasciate paralizzare dall’impossibilità o dalla difficoltà di celebrare il culto negli edifici ecclesiastici. Oltre a varie celebrazioni via web dignitose se non assai significative facciamo due esempi diversi e formativamente rilevanti: i contenuti proposti dal sito www.insiemesullastessabarca.it e il «Brico-Vangelo», a cura di don Emanuele Di Marco (cfr. www. catt.ch). E per avere un’idea di quanto avvenuto in Svizzera e non soltanto, in campo protestante ed ecumenico, un punto di riferimento informativo importante sono certamente vari articoli dal sito www.voceevangelica.ch nel dossier «le chiese e il Covid-19». Anche nel Nord del mondo e, in particolari, nelle regioni italofone, varie persone di stati di vita diversi hanno pensato che il rapporto con la fede cristiana, a cominciare da quello con la

Parola di Dio contenuta nelle Scritture bibliche, si potesse e dovesse proporre anche tramite modalità diverse, grazie a mezzi tecnologici diffusisi notevolmente durante questa fase pandemica. Le stesse polemiche ripetutamente riscontrate dalla primavera 2020 in poi, per esempio in Italia, sulle possibilità di partecipazione ai riti religiosi in condizioni di sicurezza socio-sanitaria hanno fatto emergere sensibilità diverse all’interno della popolazione, da un capo all’altro delle nostre regioni e del Pianeta intero. di Gaia De Vecchi

Lo scorso anno si lesse e si ascoltò l’affermazione che solo il ritorno fisico dei fedeli nelle chiese dava modo al Signore Dio di ritornare tra di loro. Considerazioni di questo genere, davvero imbarazzanti a livello religioso e culturale, spingono a porci e a porre due domande di fondo: che cosa è fondamentale nelle celebrazioni cultuali cristiane, a cominciare dall’eucarestia/santa cena? È indispensabile partecipare a tali celebrazioni per essere effettivamente cristiani? Pur consapevoli che siano temi che richiedono ben altro che un breve articolo divulgativo per essere adeguatamente trattati, delle risposte «corrette» e di ampio respiro ci sembrano possibili. 2. Che cosa è fondamentale nelle celebrazioni cultuali cristiane, a cominciare dall’eucarestia/santa cena? Nella Messa/Santa Cena, pur con le differenze proprie delle diverse confessioni cristiane, l’essenziale è un rapporto: quello tra l’amore del Dio di Gesù Cristo per gli esseri umani, che trova una sua prima affermazione culminante nell’Ultima cena, e la loro capacità/possibilità di vivere secondo questo tipo di amore. Questo discorso vale, mutatis mutandis, anche per gli altri momenti rituali – pensiamo ai sacramenti in genere – e ciò implica che ogni fase delle celebrazioni deve creare la condizione basilare della relazione che abbiamo prima menzionato. Il fatto che non poche persone, dopo il lockdown 2020, non siano ritornate all’appuntamento domenicale con

l’assiduità precedente dipende soltanto dal perdurante timore del contagio oppure da altre motivazioni? E tra esse il fatto che non si reputi importante questa partecipazione per la propria vita quotidiana non ha una rilevanza notevole? Crediamo di sì. Troppe celebrazioni sono lontane dalla quotidianità normale e dai valori che vi si vivono. Il linguaggio dei riti spesso è non soltanto lessicalmente complesso, ma insignificante per l’esistenza delle donne e degli uomini di una media cultura, a maggior ragione se si tratta di bambini o di ragazzi. E tante omelie, a livello culturale e spirituale, danno un contributo abbastanza desolante. L’ignoranza in campo biblico e teologico è certamente endemica e occorre fare sempre di più per contrastarla a livello educativo-formativo, ma il tema della lontananza di troppe celebrazioni dalla «normalità esistenziale» del popolo di Dio è da affrontare con la massima urgenza e serietà. Si consideri complessivamente la traduzione italiana del Messale Romano (2000) di recente pubblicazione (settembre 2020): rispetto a tali esigenze di linguaggio e di rapporto con la vita effettiva delle persone tale opera come si colloca? Non ci pare che faccia registrare dei miglioramenti rispetto al passato, se esaminiamo la questione dal punto di vista dell’utilizzo di alcuni termini-chiave, come, per es., vita = pellegrinaggio terreno; sacrificio; vita; peccato. Leggiamo, sempre a titolo esemplificativo, l’orazione sulle offerte della Domenica dopo l’Epifania: «Accogli, o Padre, i doni che la Chiesa ti offre celebrando la manifestazione del tuo amato Figlio, e trasformali per noi nel sacrificio perfetto che ha lavato il mondo da ogni colpa. Per Cristo nostro Signore». Formulazioni di questo genere sono utili, al di là della loro «correttezza dottrinale», per rendere la liturgia un’efficace via per rafforzare un rapporto maturo tra il fedele e il Dio di Gesù Cristo? E, sempre in questa prospettiva, è costruttivo continuare a proporre, come professione di fede «ordinaria», il simbolo niceno-costantinopolitano, assai più concettualmente complesso e «lontano» dalla fede delle origini cristiane rispetto al Simbolo degli Apostoli? Le stesse promesse battesimali potrebbero essere utilizzate molto più


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ampiamente di quanto avvenga oggi sempre nella logica di comprensibilità e vicinanza alla vita quotidiana che abbiamo più volte menzionato. 3. È indispensabile partecipare a tali celebrazioni per essere effettivamente cristiane/i? Essere discepole/i del Dio di Gesù Cristo significa vivere nel modo più vicino possibile a quello testimoniato dal Nazareno crocifisso e risorto: amare gli altri concretamente, giorno per giorno, senza moralismi e legalismi di sorta, essendo attenti anzitutto a coloro che sono più in difficoltà a livello personale e sociale, spirituale e materiale. La partecipazione ai riti cristiani, a cominciare dalla Messa/ Santa Cena, è qualificante in proposito? Serve a crescere in questa logica eminentemente esistenziale? La risposta è semplice: dipende… Da che cosa? Anzitutto dall’apertura di cuore e di mente con la quale vi si partecipa, ma anche dal modo in cui tali riti vengono proposti e celebrati. La valutazione giustamente misericordiosa che Dio darà della vita di ogni essere umano – se leggiamo Mt 25,3146 non ci sono dubbi – sarà basata sull’aiuto che si sarà dato agli altri, a cominciare da quanti sono, lo ripetiamo, più in difficoltà. Non ci saranno calcoli sul numero di celebrazioni a cui si è preso parte. Pertanto, anche se nel passato lontano e recente si è ragionato in modo assai diverso, la dimensione cultual-rituale

della propria vita di cristiane e cristiani ha valore se aiuta a condurre meglio la propria quotidianità verso e con gli altri. E chi cerca di essere discepola e discepolo del Dio di Gesù Cristo deve certamente preoccuparsi sempre più che il culto liturgico sia sempre più in grado di orientare all’amore quotidiano, sapendo, comunque, che le domande fondamentali che deve porsi anzitutto sono queste: sono capace di amare gli altri? Che cosa posso fare per migliorare in merito?1 Il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento sino al 22 maggio 2021, in un intervento di poche settimane prima (15 aprile 2021 – Napoli, parrocchia di San Gioacchino – ciclo di incontri: «Il Portico della fraternità. La Parrocchia si interroga a partire dall’enciclica Fratelli tutti»), tra l’altro si è espresso così: «guardare Gesù nell’eucarestia è bello, noi riusciamo a stare anche ore davanti all’eucarestia. Metterci accanto al povero che puzza,

1. Di notevole interesse anche a questo proposito resta certamente il volume collettaneo curato dal vescovo di Pinerolo Derio Olivero e intitolato Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, Effatà, Cantalupa (TO) 2020. Il saggio, a sua volta, collettaneo, di cui Ernesto Borghi ed io siamo curatori, ossia Alle radici della comunità cristiana, San Lorenzo, Reggio Emilia 2020 e il dossier del n. 265 di «Dialoghi», cioè gli Atti del Convegno tenutosi presso la Facoltà di Teologia di Lugano il 21 novembre 2020, offrono altri contributi per guardare al futuro in modo serio anche sotto il profilo liturgicocultuale cristiano.

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al malato che sta in quel letto e ci dà fastidio con il suo lamentarsi, questo ci mette in difficoltà». E il cuore del cristianesimo è guardare alla logica esistenziale riassunta nell’eucarestia per sapere stare accanto a chi soffre, quale che sia la forma della sua sofferenza, non il contrario… Le celebrazioni eucaristiche e liturgico-sacramentali in generale, nella cui necessità crediamo vivamente, avranno un futuro «popolare», se sapranno parlare effettivamente alla vita delle persone. Occorre superare la mentalità dei «riti di precetto», perché nella logica del Dio di Gesù Cristo – e le versioni evangeliche lo dicono chiaramente – non ci sono obblighi rituali né costrizioni etiche da proporre, meno che mai a livello cultuale. C’è la bellezza e la bontà di un amore anche difficile e faticoso, che dà senso all’esistenza non perché anzitutto si sta con le mani giunte dinanzi ad un altare, ma perché si guarda all’altro, chiunque sia, come un volto di Dio che merita, il più possibile, comprensione, ascolto e sostegno. Partecipare a riti che orientino effettivamente in questa direzione, a livello di linguaggio e di svolgimento complessivo, è e sarà sempre molto importante per dare occasioni di rafforzamento alla fede di tante persone, di ogni età. Se non sarà sempre di più così, risulterà inutile fare appello alla tradizione, all’esempio dei genitori e dei nonni e ad altri aspetti complementari: la disaffezione non potrà che legittimamente aumentare…

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«Ministeri laicali» e «messe in latino» Nuove disposizioni approvate da Papa Francesco Poco rilievo è stato dato a due documenti (Spiritus Domini e Antiquum ministerium1) firmati da Papa Francesco tra gennaio e maggio di quest’anno a proposito dei cosiddetti «ministeri laicali», un punto sensibile dell’aggiornamento della liturgia cattolica, questioni ancora aperte a più di sessant’anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Con un terzo documento (Traditionis custodes) il Papa è poi intervenuto nella polemica circa l’uso e l’abuso del messale di Giovanni XXIII, normativo fino alla riforma liturgica del 1965 (…questa sì una notizia sbandierata dai siti online dei conservatori come un’offesa al predecessore di Bergoglio, Benedetto XVI, e come la fine decretata della «messa in latino»)2. Corretto Papa Montini… L’elenco degli uffici menzionati nel diritto canonico si definivano, un tempo, «ordini minori». Variamente configuratisi nei secoli, regolavano il servizio del lettore, dell’accolito3, dell’ostiario4, un tempo anche la cosiddetta «prima tonsura». «Ministeri laicali» li ridefinì Paolo VI (e non più «ordini», termine riservato all’episco1. Su questo documento, relativo al ministero del catechista e sulle conseguenze ecclesiali e culturali che ne discendono e discenderanno «Dialoghi» tornerà diffusamente in un prossimo numero in ragione della complessità e della rilevanza specifica dell’argomento. 2. Questo articolo prescinde intenzionalmente dal problema dell’accesso delle donne ai cosiddetti «ordini maggiori» (diaconato, presbiterato, episcopato), cui «Dialoghi» ha dedicato più volte attenzione, specialmente prima, durante e dopo il Sinodo dei vescovi «sull’Amazonia» (6-27 ottobre 2019). 3. accólito, s.m. (dal latino ecclesiastico: acoliythus) «compagno di viaggio», chierico che ha ricevuto l’accolitato; nell’antica liturgia aveva il compito, tra l’altro, di servire il diacono, di assistere il celebrante sull’altare e di accompagnare il vescovo; oggi il suo ufficio è limitato ad alcune prestazioni nella messa solenne, in quanto il compito di servire la messa normale è affidato più spesso a laici (dal Vocabolario Treccani). 4. Ostiario, s.m. (dal latino ostiarius, propr. «portinario», derivato di ostium «uscio» (…) Nella Chiesa cattolica preconciliare, il chierico che aveva ricevuto l’ostiariato, ed era investito di compiti quali quello di aprire e chiudere la porta della chiesa, custodirla, impedirne l’accesso agli indegni e suonare le campane (compiti oggi passati di fatto ai sagrestani) (dal Vocabolario Treccani).

pato, al presbiterato e al diaconato, per i quali è necessaria l’ordinazione). Ridotti ora a due: i lettori e gli accoliti, abolendo gli ostiari e la «prima tonsura». Del servizio dei custodi delle porte penso fosse scomparso il ricordo già ai tempi di Paolo VI. La «prima tonsura» sussisteva dove ancora c’era il «seminario minore». Oggi chi aspira agli «ordini» entra in seminario in età adulta. Chi è avanti negli anni ricorda di Enrico Morresi

il rito cui erano soggetti ragazzini dodicenni alla loro entrata in seminario: il taglio dei capelli sul retro del capo (la «chierica») e la tonaca che avrebbero indossato tutto il giorno, anche per giocare a calcio (la gente li chiamava «i prevadìn», i pretini). Il servizio del lettore ha assunto un’importanza evidente con l’aumento da uno a due delle letture che precedono il vangelo nella messa domenicale. L’incarico è normalmente affidato ai laici, donne evidentemente comprese. Papa Montini si era posto un quesito delicato: l’antico «ministero» sarebbe stato aperto anche alle donne? Il Papa esitò, poi decise che il rito dell’istituzione (non la pratica corrente, però) sarebbe stato ancora e sempre riservato agli uomini. Il contrasto con la realtà è patente: ognuno può constatare come siano in maggioranza donne i laici che leggono la Scrittura durante la Messa o che portano l’Eucarestia ai malati (l’altro servizio compreso nella funzione). Onde, l’imbarazzo dei vescovi. A suo tempo, il vescovo Eugenio Corecco mi incaricò su due piedi di elaborare un piccolo rito dell’istituzione (anche per le donne, ovviamente); poi, resosi conto che avrebbe commesso un’infrazione, aveva lasciato cadere l’idea. I suoi successori hanno mantenuto in vita la cerimonia riservandola ai seminaristi maschi, quasi sempre celebrandola solo nella cappella del seminario. La decisione di Papa Bergoglio del 10 gennaio cancella l’ostracismo opposto alle donne: «I laici che abbiano l’età e le doti determinate con decreto della Conferenza episcopale possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico istituito, ai ministeri di lettori e di accoliti; tuttavia, tale conferimento non attribuisce loro il diritto al sosten-

tamento o alla remunerazione da parte della Chiesa». A parte l’accenno alla retribuzione, che stona un tantino in un «motu proprio» papale, il riconoscimento è importante. Presume tuttavia non solo l’idoneità del candidato/a ma anche una formazione adeguata, e questo è un aspetto che richiede attenzione. Troppe letture scadenti si sentono in chiesa, da parte sia di uomini sia di donne (preti non esclusi…). Negli ultimi anni, grazie soprattutto all’Associazione biblica della Svizzera italiana, molte persone in Ticino si sono fatte una cultura biblica, se non specialistica, almeno sufficiente (perché sappiano almeno quello che vanno a leggere…). La Diocesi ha promosso momenti di formazione ai «ministeri laicali» che hanno raggiunto un piccolo numero di persone; ma era troppo diversa la preparazione dei molti candidati presentatisi («Dialoghi» n. 256). La speranza è che si stabiliscano parametri di formazione accettabili sia per i lettori sia per chi serve all’altare o porta il sacramento ai malati, e non si debba aspettare ancora molto a provare la gioia della prima cerimonia pubblica (in cattedrale, non nella cappella del seminario!): un momento importante, finalmente riconosciuto anche alle donne, per chi accetta di assumere impegno. …e corretto anche Papa Ratzinger Ma Papa Francesco un’altra piacevole sorpresa riservava a chi ricorda con quale favore fu accolta da molti di noi la riforma liturgica del Concilio Vaticano II: un chiarimento rispetto a una decisione del suo predecessore, Benedetto XVI, circa il messale da usare5. Papa Ratzinger aveva voluto andare incontro a tantissime persone che avevano introitato il latino della messa fino a ritenerlo una caratteristica importante nell’espressione della propria religiosità, permettendo a varie condizioni l’uso dell’ultimo messale precedente la riforma decisa dal Concilio Vaticano II. Quel messale non è – come si

5. L’equivoco cui tende rimediare Papa Francesco è descritto nell’articolo intitolato «Una versione alternativa?» pubblicato da «Dialoghi» n. 264, dicembre 2020, p. 15.


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sente dire dai tradizionalisti – «la messa di sempre»: è semplicemente l’ultima e molto parziale revisione della liturgia eucaristica risalente a san Pio V (1504-1572). L’aveva messa a punto Giovanni XXIII, il caro indimenticato Papa Roncalli, ed era l’unico messale in uso fino al 1965, quando fu permesso di usare le prime versioni in lingua viva che tenevano conto delle riforme promosse dal Concilio (dal 1970 vale il messale approvato da Papa Montini nel 1970, nella versione latina autentica e nelle versioni a cura della Conferenze episcopali). L’intenzione di Papa Ratzinger era anche un’altra: togliere un motivo di scisma ai seguaci dell’arcivescovo Lefebvre e della sua Comunità di Ecône. Le cose in realtà sono andate in un’altra direzione: da una parte, i lefebvriani non hanno rinunciato a una sola delle loro critiche alla Chiesa di Roma, dall’altra i «nostalgici» hanno issato il messale di Papa Roncalli, che ovviamente era solo in latino, come una bandiera, chiamandolo «la messa di sempre». Il riuso del messale di Papa Roncalli era stato concesso da Papa Ratzinger anche per «facilitare la comunione ec-

clesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti riforme liturgiche», non cioè per spirito di contestazione o di separazione. Papa Bertoglio prescrive ora che tale facoltà sia da concedere solo dal vescovo diocesano (detto in altre parole: non è permesso scegliere liberamente il messale che si usa, secondo il gusto di ogni singolo celebrante o secondando una richiesta di fedeli); inoltre ciò sarà concesso solo se i gruppi che «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica» del Concilio Vaticano II. Almeno le letture saranno perciò nella lingua corrente, non in latino. Infine – particolare importante, probabilmente decisivo per l’avvenire della controversia – la deroga è concessa solo ai gruppi esistenti, il vescovo «avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi». I presbiteri che usano il «messale antico» dovranno inoltrare al vescovo diocesano una richiesta formale. Come definirlo: un richiamo all’ordine? A me pare di sì. Sarà dunque da verificare la posizione di quei cattolici del Ticino che hanno scelto di celebrare con il vecchio messale. Risultano attualmente celebrate ogni domenica

Auguri, don Italo Volto nuovo – ma non tanto, aveva collaborato a «Strada Regina» anche in passato – quello di Francesco Muratori, 1980, giornalista professionista, laico (sposato e padre di quattro bambini) designato nuovo responsabile della trasmissione settimanale di argomento religioso della RSI. Prende il posto di don Italo Molinaro, 1968, dottore in teologia, sacerdote diocesano dal 2003, che nel 2018 il vescovo aveva nominato parroco-rettore della

Parrocchia del Sacro Cuore a Lugano. Una scelta, quella di lasciare la responsabilità della trasmissione, conseguente all’esperienza effettuata nella sua nuova parrocchia (era già stato parroco a Melide) – una delle più popolose del Cantone. Di Don Italo abbiamo apprezzato la qualità del lavoro svolto come informatore religioso. Non necessariamente una rubrica di informazione e cultura religiosa all’interno di un ente laico

messe ad Ascona e a Carona, saltuariamente nella chiesa di S. Carlo a Lugano e nella Clinica Moncucco. Bisognerà comunque astenersi dal definire il messale di Papa Roncalli, semplicemente, «la messa in latino», definizione di fatto errata. In latino – meminisse iuvabit – è anche il messale di Paolo VI, la versione ufficiale del 1970, tradotto in lingua viva dalle singole Conferenze episcopali per il vantaggio della stragrande maggioranza dei cattolici praticanti. Riferimenti: – Lettera apostolica «Spiritus Domini» in forma di «Motu proprio» del Sommo Pontefice Francesco sulla modifica del can. 230 cpv. 1 del Codice di diritto canonica circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del Lettorato e dell’Accolitato, 11.1.2021. – Lettera apostolica in forma di «motu proprio» del Sommo Pontefice Francesco ‘Antiquum ministerium’ con il quale si istituisce il ministero di catechista. – Lettera apostolica di Sua Santità Benedetto XVI «motu proprio data» – «Summorum Pontificum»del 7 luglio 2007. – Lettera apostolica in forma di motu «proprio» del Sommo Pontefice Francesco «Traditionis custodes» sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 del 16 luglio 2021.

come la RSI deve a essere diretta da un sacerdote; anche in passato l’emittente di servizio pubblico l’aveva dimostrato. Don Italo prestato al giornalismo è stato un cronista preciso e sincero (esemplari le sue «dirette» da Roma in occasione dei grandi eventi religiosi aventi al centro la Santa Sede), equilibrato ma anche coraggioso nella scelta dei temi della trasmissione e degli ospiti da intervistare. A lui, che «ha scelto la parte migliore» (Luca 10, 38-42), il riconoscimento di «Dialoghi» e gli auguri più sinceri. E.M.


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Gino Strada: un non credente credibile? In questa estate, così calda e tesa a livello globale da un capo all’altro del nostro Pianeta, ci siamo trovati di fronte a due forme, in cui gli esseri umani esprimono il modo in cui essi credono, del tutto alternative tra loro. Da un lato vi è una fede dominata dalla volontà di imporsi sugli altri, che non tiene conto dell’antichità lontana e disumana di certe sue radici e pensa di poter perpetuare varie prevaricazioni a cominciare dalla discriminazione sessuale a tutti i livelli. Questa è la fede che pare mobilitare molti talebani in Afghanistan e, in forme diverse, altri cosiddetti «fedeli» in non poche parti del mondo. E quando la violenza fisica non c’è, ve ne può essere una di carattere morale e culturale, che fa pensare a persone o gruppi di essere «credenti di serie A» al punto da emarginare, nelle forme più diverse, chi è della stessa ispirazione religiosa, ma dà della fede e cultura in oggetto interpretazioni diverse… Non parlo certamente soltanto di persone musulmane… Dall’altro vi è la fiducia nella giustizia per tutti, nella professionalità al servizio della vita altrui, nel rifiuto della violenza come strumento per promuovere i propri diritti, nel superamento di qualsiasi divisione e separazione culturale, religiosa, sessuale, a favore della dignità di ogni essere umano, a cominciare da quella dei più deboli. Questa è stata la fede di Gino Strada e continua ad essere quella di tutti coloro che, donne e uomini, credenti religiosi e non religiosi, nel Nord e nel Sud del mondo spendono la loro vita per il bene oggettivo degli altri. Strada, scomparso il 13 agosto scorso, non va mitizzato, ma ha dato la vita, senza alcun risparmio, a favore della salute e della serenità altrui. Lo ha fatto in tanti luoghi del mondo, senza fare distinzione di carattere religioso, sociale o politico tra i pazienti di cui occuparsi, assumendo posizioni anche molto aspre contro ogni forma di guerra guerreggiata, contro il commercio degli armamenti, contro un modello di sviluppo socio-economico che faceva e fa arricchire economicamente sempre più una piccola minoranza dell’umanità e ne affamava e affama sempre più una parte molto più ampia. In che cosa credeva il medico lombardo? Nel trascendente religioso, per esempio, secondo le fedi storicamente configurate, pare proprio di no. Nella felicità dei propri simili e nella necessità di

fare generosamente ed intelligentemente di tutto per favorirla, costasse quel che costasse, certamente sì. I talebani e tutti coloro che prevaricano gli altri sotto il profilo religioso, sociale o culturale sono credenti? Il fondatore di «Emergency» era non credente? Queste domande hanno oggi lo stesso significato che hanno avuto in passato? di Ernesto Borghi

Chi vuole impegnarsi per la felicità propria insieme a quella altrui, che frequenti regolarmente un luogo di culto o abbia altri punti di riferimento spirituali, è un essere umano credibile in termini di umanità, una persona capace di bene autentico, alla quale è possibile guardare per trarre spunti esistenziali importanti. E i frutti del suo agire – per parlare evangelicamente – daranno conto del valore della sua persona. Di queste/i credenti vi è sempre stato un grande bisogno e questo discorso è più che mai vero nel nostro tempo. Non vi è, invece, alcuna necessità di chi si dice credente, anzitutto religioso, e pensa essenzialmente a se stesso e alla «tranquillizzazione» della propria coscienza, senza chiedersi anzitutto se le persone di cui ha responsabilità diretta e tanti altri suoi simili vivono in un quadro, lo ripeto, di giustizia e di dignità. Forse costoro penseranno di essere credenti, ma la loro fede, mi pare, non è credibile, anche religiosamente parlando. Facciamo una considerazione propriamente cristiana. La bellezza dell’eucarestia/santa cena è pienamente espressa solo quando il valore essenziale che essa esprime – l’amore per gli altri – si realizza nei rapporti con le persone che ci sono contemporanee. E se qualcuno è più capace di queste realizzazioni rispetto a chi, per esempio, cerca di essere cristiano, e non è religioso nel senso comune del termine, che cosa si deve fare? Gingillarci in disquisizioni risibili sul fatto che la sua testimonianza di vita non sia «evangelica», che egli non frequenti riti e culti? Oppure provare a guardare a lui per capire come migliorare su quella strada di vera umanizzazione anche nel contribuire a rendere più chiaro il rapporto con la vita quotidiana dei vari momenti cultuali? La risposta mi pare evidente… Anche perché non ci si deve dimenticare che non è possibile, direi,

credibile affermare di amare Dio che non si vede, se non si amano le proprie sorelle e i propri fratelli in umanità che si vedono (cfr. Prima lettera di Giovanni, cap. 4, v. 20)… E, concludendo, allarghiamo il discorso: le quasi undicimila persone che, nelle scorse settimane, hanno portato il loro saluto alle ceneri di Gino Strada perché lo hanno fatto? Perché questo medico di grande coraggio, enorme generosità e lucida intelligenza ha compiuto, con la sua vita, qualcosa di così evidentemente bello e buono a livello radicalmente esistenziale che non si può fare altro che riconoscerlo e, per quanto possibile, cercare di imitarlo. Per tentare di essere credenti credibili… Varie parti di questo articolo sono già state pubblicate il 24 agosto 2021 su www.catt.ch (blog di Ernesto Borghi).

Chiese contro il debito. In una lettera indirizzata ai leader del gruppo delle nazioni più industrializzate (G20) il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), la Comunione mondiale delle Chiese riformate (Wcrc), la Federazione luterana mondiale (Lwf) e la ong World Mission hanno sollecitato nuovamente un allentamento della pressione sui Paesi soffocati dal debito soprattutto in un tempo di pandemia. «Centinaia di miliardi di dollari continuano a essere diretti lontano dai sistemi sanitari pubblici e dai servizi sociali salvavita, verso il pagamento del debito», si legge nella lettera. «Il periodo più difficile è probabilmente prossimo, poiché si prevede che più Paesi cadranno in default sul debito nel 2021». Pertanto, «sono necessarie soluzioni reali e più durevoli per affrontare la crisi del debito così come la fame, la disoccupazione e i senzatetto esacerbati dal Covid-19». I governi e le istituzioni finanziarie del G20 devono fornire i mezzi per alleviare e liberare i Paesi dai loro storici oneri, nonché stabilire un meccanismo di ristrutturazione del debito internazionale completo, equo, trasparente e tempestivo per affrontare l’insolvenza sovrana. «I vostri governi hanno il potere e le risorse per fare una differenza positiva nella vita di molte persone e comunità. […] Preghiamo che il G20 si faccia avanti e prenda le decisioni coraggiose e di principio necessarie in questo momento critico».


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Dalle Beatitudini al Padre nostro, tra commento al testo e vita di oggi Un nuovo libro di Ernesto Borghi 1 Il libro ha un impianto metodologico rigoroso. Borghi è sempre attento al lessico e alla grammatica, e situa i Vangeli nel loro contesto storico e culturale; sa proporre idee teologiche innovative, ma lo fa riflettendo su quanto il senso profondo del testo può insegnare nella vita e nella cultura d’oggi, necessariamente lontana da quelle di Gesù e degli evangelisti. Oggetto di commento sono il matteano Discorso sul monte2, che comprende il Padre nostro, e i due capitoli lucani che ne contengono i paralleli sinottici. In Mt 4,18-25 Gesù ha predicato e operato guarigioni soltanto in Galilea, ma la sua fama ha raggiunto le terre vicine, giudaiche e pagane, fino a tutta la Siria, e una gran folla indistinta lo ha raggiunto. A quel punto Gesù sale «sul monte» (eis to òros)3, come già Mosè, e lo seguono i suoi discepoli (Mt 5,1); solo ad essi, sedutosi (kathìsantos), si rivolge in forma di discorso didattico (v. 2); la folla, rimasta ai piedi del monte, non può udire direttamente4. Tutt’altra la scena lucana: Gesù si era appartato nottetempo «sul monte» a pregare, poi, al mattino, si era rivolto ai suoi discepoli e aveva scelto i Dodici (Lc 6,12-16); indi sceso con loro, si ferma «in un luogo pianeggiante» (en pedinôi tòpôi, Lc 6,17) e si rivolge stando in piedi5 non soltanto a loro, ma anche a una gran moltitudine in parte giudaica, in parte proveniente da Tiro e Sidone; è una predicazione a una comunità che sembra riflettere la chiesa lucana, composta di apostoli, discepoli e popolo, costituito sia da Gentili sia da Ebrei (p. 229). Il tutto deriva dalla perduta fonte Q (Quelle) di detti di Gesù, databile sul finire degli anni Sessanta in Palestina, in un ambiente sollecitato alla ribellione armata contro Roma (p. 99). Ciascuno dei due evangelisti l’ha elaborata secondo le proprie esigenze. Il Vangelo secondo Matteo si rivolgeva a una comunità prevalentemente giudeo-cristiana, forse emigrata in Siria dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme o dopo la sua esclusione dalle sinagoghe (p. 18). In seguito a quella distruzione e alla fine dei sacrifici che vi si celebravano, in mondo giudaico divenne totalizzante

il ruolo della Torah (pp. 17-18; 90), cioè del Pentateuco e della tradizione orale che lo commentava e interpretava; si trattava di un giudaismo rabbinico d’estrazione farisaica e sinagogale. I cristiani d’origine giudaica erano sensibili a questi orientamenti (p. 17 e nota 6). Ecco perché il Gesù di Giancarlo Reggi

matteano afferma di non essere venuto per abolire la Torah e i profeti, ma per portarli a compimento, e che fino alla fine dei tempi non sarebbe passato neppure un piccolo iota della Torah né il minimo segno (Mt 5,17-18)6. L’evangelista interpreta l’insegnamento di Gesù non come una deviazione, bensì come un’ermeneutica radicale della Torah («Mosè vi disse… ma io vi dico…»). Regola d’oro: «Pertanto tutto quanto vogliate che gli esseri umani [àntrôpoi] facciano a voi, anche voi, fatelo a loro: questa infatti è la Torah e i Profeti» (Mt 7,12)7. In altre parole, secondo Borghi la ripetizione in Mt 7,12 dell’osservanza della Torah e dei profeti affermata in Mt 5,17 «presenta Mt 5-7 come una lettura della Scrittura che manifesta la volontà di Dio come perfezione della misericordia e dell’amore» (p. 208). Vale anche per la vita d’oggi: l’ermeneutica di Borghi poggia su questo fondamento. Quella cui si rivolgeva il Vangelo secondo Luca era una comunità molto più eterogenea, in cui prevalevano i cristiani d’origine pagana; per essi la Torah non faceva parte della propria identità, perciò ponevano l’accento sulla libertà e sull’amore gratuito di Dio (pp. 17 e 233). Ciò spiega una differenza rilevante nella prima beatitudine: – in Mt, 5, 3: «Beati i poveri nello spirito / per lo spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (p. 26), dove la povertà non è necessariamente economica e sociale8; – in Lc 6, 20b: «Beati (voi) poveri, perché vostro è il regno di Dio» (p. 231), dove la condizione di povertà o di emarginazione è concreta (pp. 231-233). Borghi (p. 240) ha ragione di ritenere che le prime tre beatitudini del testo

lucano potrebbero risalire al Gesù effettivo: «Orienta in questa direzione la promessa di salvezza rivolta agli emarginati, l’assenza di una cristologia esplicita e di una delimitazione ecclesiologica dei destinatari». Il commento del Padre nostro (Mt 6,9-12; Lc 11,2-4) è incentrato quasi interamente sul testo matteano, per più ragioni: – è quello che più allude a passi del Primo Testamento, a preghiere sinagogali e alla cultura rabbinica9; – ha una correlazione contenutistica chiara con il Discorso sul monte; – è sostanzialmente quello conservato dalle liturgie cristiane e consente di valutare una correzione recente del testo ufficiale cattolico10. È particolarmente felice la traduzione «si realizzi la tua volontà» per genêthêtô to thèlêma su (Mt 6,10)11. Secondo Borghi essa si realizza nell’uomo in Mt 7,21; 12,50; 18,14; 21,31; 26,4212. Volontà di Dio, come dicevamo, sono la misericordia e il perdono, gratuiti da parte di Dio, ma che devono essere altrettanto gratuiti dall’uomo all’uomo (cfr. la parabola dei due debitori in Mt 18,21-35). Si può dire che per l’evangelista Dio abbia bisogno dell’uomo per manifestarsi nel mondo (cfr. p. 164 n. 59, sulla liberazione dal male). Ciò è radicato nella cultura ebraica. Ricordo un incontro a Lugano, nella primavera del 2006, con Piero Terracina, sopravvissuto alla Shoah. Alla domanda «C’era Dio ad Auschwitz?» rispose dapprima con un sospiro, poi disse che la fame e gli stenti impedivano di pensarci, poi concluse: «Ad Auschwitz non c’era Dio perché non c’era l’uomo». Sulla misericordia e sul perdono avverrà il giudizio finale: Mt 6,14-15 fa aggiungere a Gesù: «Se infatti voi perdonerete agli esseri umani le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli esseri umani, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe»13. Il principio è il medesimo per cui «con la misura con la quale misurate sarete misurati»14 (Mt 7,2b, ma anche Mc 4,24 e Lc 6,38b). Quello secondo Matteo è un Vangelo giudeo-cristiano. Quello secondo


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Luca, che insiste maggiormente sulla grazia, è più «paolino» (basti un esempio: Mt 5,45, «qualora amiate quelli che vi amano, quale merito [misthòn] ne avete?», contro Lc 6,32 «Se amate quelli che vi amano, quale grazia divina [charis] c’è in voi? Anche i peccatori amano coloro che li amano» (traduzione mia)15. Nel Vangelo secondo Luca c’è un senso della predestinazione divina comune all’apocalittica giudaica; lo ritroviamo sia in Paolo di Tarso, sia nella letteratura postpaolina16. Esso, tuttavia, coesiste con l’idea che il giudizio finale sarà sulle opere. Questa pare a me l’evidenza testuale. Da filologo non neotestamentarista non mi sento di aggiungere altro17. È prettamente di ermeneutica il decimo e ultimo capitolo, in particolare nelle pagine sulla dialettica fra giustizia evangelica e legislazione statuale sulla giustizia, che necessariamente non possono coincidere (pp. 269-273); nelle pagine in cui l’autore affronta il problema, tutto cattolico, dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati; in quelle sulla qualità evangelica delle coppie in convivenza, indipendentemente dal loro orientamento sessuale (p. 274); in quelle sulla necessità di «andare al di là dell’ingiustizia economico-finanziaria e socio-politica» (pp. 275-280), in quelle sulla laicità come spazio di vita civile associata per tutti, indipendentemente dai propri orientamenti religiosi e filosofici (pp. 280-284). Il libro è molto bello. Il suo dettato non è sempre facile, ma l’autore è molto attento alle esigenze della divulgazione. Chi legge se ne sente arricchito nell’intelletto e nello spirito. Note 1. Ernesto Borghi, La giustizia dell’amore. Matteo 5-7 e Luca 6.11 tra esegesi ed ermeneutica, Cantalupa (TO), Effatà, 2021, 318 pp., ISBN 978-88-6929-604-8, € 16,00. Nella recensione do, in linea di principio, le traduzioni proposte da Borghi. I casi di scostamento sono indicati. 2. Per il testo matteano, non omiletico, preferisco il termine di tradizione cattolica «discorso» a quello di tradizione protestante «sermone». Al contrario per quello lucano, omiletico.

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3. Borghi alle pp. 24-26. Dico «sul monte» perché si tratta di una piccola altura. 4. Secondo me lo sbalordimento della folla di fronte all’insegnamento autorevole di Gesù, diverso da quello degli scribi (Mt 7,28), è tralaticio (cfr. Mc. 1,22 e Lc 4,21, con riferimento ad attività sinagogale del sabato). 5. Lo suggerisce la radice greca *stê-/sta- del precedente èstê, «si fermò». 6. Giusta la traduzione «segno» per keràia, normalmente reso con «apice». 7. P. 206. 8. A maggior ragione se tôi pnèumati non va inteso come dativus relationis, ma piuttosto di fine (pp. 31-38). 9. Vedi le tavole sinottiche alle pp. 168-169. Fra le preghiere sinagogali Borghi (p. 168) enumera la ‘Amidah, il Qaddish e la Qedushah (sezione del Qaddish). 10. Eccellente la resa «non farci entrare nella prova» (p. 160); il concetto di tentazione è problematico, perché il senso della preghiera è «non condurci all’esame della nostra poca fede»; Borghi allega opportunamente una preghiera conservata nelle grotte di Qumran (11QPsa 24,10): «e non condurmi in ciò che è troppo duro per me». 11. Invece non sono d’accordo sulla resa «come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori» (ôs kai hêmèis aphêkamen tois opheilêtais hêmôn Mt 6,12b, a p. 158), perché aphêkamen è resa meccanica dell’aramaico šebaqnan, un perfetto con significato di presente; perciò è corretta la resa «rimettiamo» e in greco il presente aphìomen di Lc 11,4 (cfr. J. Jeremias, Teologia del Nuovo Testamento, tr. it., Brescia, Paideia, 21976, pp. 230-231; anche B.M. Metzger, A Textual Commentary

No. 267 on the Greek New Testament, [Stuttgart], United Bible Societies, 31971, p. 16). Accenno appena al significato del pane epiùsion in Mt 6,11. Borghi pensa sia al pane della sussistenza materiale, sia al pane spirituale, per la vita eterna (pp. 156-157). Il problema tecnico sta nella composizione del verbo: epi-usion varrebbe «della sussistenza», ep-iusion «che verrà». Gerolamo (in Mt 6-11) testimonia che nel Vangelo giudeo-cristiano dei Nazareni (seriore) a epiùsion corrispondeva l’aramaico maḥar, quod dicitur crastinum, proseguendo così: ut sit sensus: panem nostrum crastinum da nobis hodie («il nostro pane di domani [escatologico] daccelo oggi»). 12. Su Mt 26,42 (preghiera nel Gethsemani) non sono d’accordo: in tal caso il thèlêma a me pare totalmente in Dio. 13. Giustamente Borghi (p. 51) accosta a questo testo Midrash Sifré sul Deuteronomio, 96: «Per tutto il tempo in cui tu sei misericordioso verso delle creature, il cielo sarà misercordioso verso di te; se tu non sei misericordioso verso le creature, il cielo non lo è verso di te». Non è esatto, per contro, che in generale storiografi e filosofi greci e latini di età ellenistica vedano in termini negativi l’èleos/misericordia, quale dimostrazione di debolezza etica (p. 49). Ciò vale per lo stoicismo, non, per esempio, per il platonico Antioco d’Ascalona né per il suo alunno Cicerone (cfr. Pro Murena 3,6, su cui A. Grilli, Riflessi filosofici nell’oratoria di Cicerone, in Cicerone oratore, a mia cura, Lugano, G. Casagrande, 1990, pp. 89-94, poi in Id., Politica, filosofia e cultura in Roma antica, Napoli, D’Auria, 2000, pp. 301-308). Anzi, secondo i latini Cornelio Celso e Scribonio Largo (età tiberiana) la misericordia è principio deontologico dei medici empirici; in questo sono debitori delle religioni di salvezza e in particolare, a Roma, del culto di Esculapio, stabilitosi sull’Insula Tiberina già nel III secolo a.C. (Ph. Mudry, Medicina soror philosophiae, Lausanne, BHMS, 2006, pp. 1-8). 14. Io però tradurrei «sarete misurati anche voi» (en hôi mètrôi metrèite metrêthêsetai hymìn). 15. Secondo me charis non è traducibile con «merito», perché tutta la perìcope gioca sull’opposizione fra «voi» e «i peccatori»; a distinguere i due gruppi è la grazia, data dalla volontà benevola (eudokìa) di Dio (cfr. Lc 2,14). Invece tradurre misthòs («compenso») con «merito», come fa Borghi, è concettualmente giusto. 16. 1QS 3,15-4,18 (Qumran, Regola della comunità); Ro 8,29-30; Eph 1,3-14. 17. Men che meno di esprimermi su questioni teologiche che nei secoli hanno diviso Paolo da Giacomo, Agostino da Pelagio, i Luterani e i Riformati dai Cattolici, i Giansenisti dai Gesuiti. Sono però convinto che l’ermeneutica e la teologia sistematica, cronologicamente posteriori, non debbano orientare l’esegesi del testo antico, tanto meno la filologia.

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Gesù raccontato ai bambini capitalisti Un vangelo laico ma non ateo per i figli del mondo globalizzato Incuriosisce il titolo (Gesù raccontato ai bambini capitalisti). Incuriosisce l’autore (Gérard Thomas) sia perché è romando (nato in un paesino della Svizzera francese, si dice senza precisare quale nel suo curriculum), sia perché qualche tempo prima (2013) si era già dato da fare per spiegare anche il comunismo ai bambini capitalisti. Stimola alla lettura una recensione apparsa su «Le Monde» che dice: «Perfino i più atei e mangiapreti tra i lettori di G.T. cederanno al fascino di questo anomalo libro a metà tra saggio teologico e romanzo, dove il Cristo è assai poco mistico e molto, moltissimo umano». Già nell’attacco l’autore, proponendosi di raccontare quella che definisce «una delle storie più famose di tutti i tempi», non lascia dubbi sul suo intento: è una storia molto adatta per i bambini capitalisti perché potrebbe far capire loro che ci sono cose più importanti di quelle che gli è stato insegnato a considerare importanti. «Cose che potrebbero rendere loro la vita quando saranno adulti molto migliore, perché potrebbero non farli diventare adulti capitalisti». Thomas segue due vie per cercare di raggiungere il suo intento. Umanizza (o si potrebbe persino dire, con una parola che va di moda, destruttura) Cristo, persona di per sé unica, eccezionale. Gli toglie tutto quanto gli è stato affastellato addosso e attorno. A cominciare da Paolo di Tarso e poi «dopo lui, da centinaia, migliaia di sacerdoti, teologi, vescovi e così via». Tutta quella costruzione successiva che Cristo non aveva nemmeno immaginato e di cui non aveva per niente bisogno. «Perché la tendenza dei bambini capitalisti, quando diventano adulti, capitalisti, è quella di diventare o dei finti credenti o dei finti atei». E credere per finta significa non dare nessun rilievo alla parola di Gesù. Ed ecco appunto la seconda via: comunque la si pensi, va soprattutto posta l’attenzione a ciò che Gesù ha detto. L’amore del rivoluzionario Giuseppe C’è comunque già un punto di partenza che, toltisi fuori da ingabbiamenti ecclesiali o anche da definizioni dogmatiche, ha una sua innegabile semplice

bellezza. Questa storia di Maria e Giuseppe, Maria che rimane vergine dopo aver partorito un figlio, Giuseppe che nemmeno per un istante dubita della sua sposa, neppure quando un rabbino, da lui informato, gli dice di tornare a casa e ripudiare Maria e denunciare l’adulterio: come spiegarla ai già smaliziati bambini capitlisti? Thomas vien giù deciso: «Nella morale capitalista, che è forma e norma e regola e che è gedi Silvano Toppi

neralmente anche maschilista, familista, gerarchica, utilitarista, i sentimenti e soprattutto il sentimento dell’amore non trovano alcun posto come motore delle azioni degli uomini. Questo sensazionale, inaudito atto d’amore di Giuseppe è una prima decisiva rottura incredibilmente rivoluzionaria. Gesù, ancora prima di nascere, ha già provocato una rivoluzione: ha spinto un uomo semplice, ignorante, povero, anziano, ad andare contro ogni regola… a farlo solo e soltanto per amore». Ed è già qui che si scopre il principale messaggio di Gesù, chiarito prima ancora che egli nasca: l’amore viene prima di ogni altra cosa, l’amore è il centro e il motore del mondo, l’amore salva. Il cugino Giovanni Può sembrare quasi scontato che parlando ai bambini capitalisti Giovanni, figlio di Elisabetta e Zaccaria, cugino di Gesù e nato poco prima di lui, è il personaggio che ci vuole perché, tra tutti i personaggi della storia, è colui che più di tutti mette in discussione quelle che per loro sono delle certezze. Giovanni è un guerriero, un missionario armato di spada e scudo. Scaglia parole (Razza di vipere!), usa l’arma della paura (Chi vi fa credere di poter sfuggire all’ira imminente? Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco), ordina di pentirsi e cambiare vita (Non c’è salvezza senza pentimento, solo dolore e morte). La sua voce, che svela e rende nudo il potere che è denaro e avidità e gerarchia e sottomissione dei deboli, diventa un incubo per chi ha in mano quel potere. «Che è quella cosa che oggi chiamiamo capitalismo». Taglia corto l’autore, ma come farlo capire meglio di così ai bambini capitalisti?

Quei dodici che lo seguirono Dopo il battesimo nel Giordano per opera del cugino, Gesù sa di dover fare due cose (secondo il nostro autore): la prima gli servirà a diventare ciò che deve diventare (il ritiro nel deserto, il confronto con il diavolo, le cosiddette «tentazioni»); la seconda è una scelta: trovare i primi che lo seguiranno. Su questa scelta, Thomas interroga dapprima se stesso: «i bambini capitalisti forse si chiederanno perché questi dodici uomini abbiano abbandonato tutto per seguire Gesù, che ancora non era nessuno e non aveva fatto né detto niente». Già, che cosa li ha spinti e convinti così rapidamente a rispondere a una semplice chiamata, a un «seguimi!»? Si possono rispondere due cose «che forse a un bambino capitalista non verrebbero mai in mente». La prima si riferisce a una cosa che si chiama «carisma», che più o meno significa «forza». Gesù ha un enorme carisma, non può negarlo neppure chi non crede in niente. È una grazia (di attrazione e seduzione, genio e luce, intelligenza e follia) che tocca poche persone, cui è difficile resistere. La seconda invece ha a che fare con la realtà degli uomini e di quella terra e di quel tempo. Sono uomini poverissimi, che possiedono solo la propria vita, non hanno nessun futuro, hanno appena la speranza di sopravvivere. In un mondo così privo di tutto l’incontro con qualcuno che promette altro, che fa intravedere una gloria, qualcosa di diverso, diventa irresistibile. Quindi, per dirla tra di noi, è tutto umanizzato e storicizzato: niente potenza o eccezionalità divine, niente vocazione o predestinazione. Le sue donne e il suo femminismo I dodici discepoli erano tutti maschi. Molto probabilmente non era vero, anche se è comprensibile che i Vangeli scrivano così: le donne in quei tempi, e per molti secoli ancora, non avevano il ruolo conquistato solo di recente. Ma qualche crepa si apre in questo rigido muro: uno dei Vangeli, quello di Luca, dice che c’erano anche donne. E ne sappiamo anche il nome: Maria Maddalena, Giovanna, Susanna, Maria di Betania con sua sorella Marta. È in modo particolare su queste due ultime che vuol portare l’attenzione G.T. e su


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un passaggio che ritiene «non troppo noto della storia di Gesù». Maria è la donna che versa olio profumato sui piedi di Gesù, infastidendo Giuda che protesta per lo spreco (quell’olio poteva essere venduto ricavandone denaro da donare ai poveri). Marta, la sorella, è molto diversa, più donna di casa; rimprovera Maria per averla lasciata sola a servire. Sembra una rivalità d’amore tra due donne. «Dille che mi aiuti», chiede Marta a Gesù. Che risponde: «Marta tu ti inquieti e ti affanni per molte cose, ma una sola è necesaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Si è sempre spiegato, da Sant’Agostino in poi, che Maria di Betania è una contemplativa, Marta una laboriosa. Gesù non rimproverava Marta per la sua laboriosità, voleva dire che affannandosi dietro le cose materiali si rischia di perdere la parte migliore, ossia l’anima. Per Thomas, che spiega questo ai bambini capitalisti, Gesù dice implicitamente almeno altre due cose. Dapprima, là si trova una specie di origine dell’idea di «pensiero femminile», cioè quella capacità speculativa e desiderio di conoscenza che alle donne viene riconosciuto da poco ma che invece percorre tutta la storia (ed è quindi importante farlo scoprire subito ai bambini). Poi, quella sorta di distanza che intercorre tra Maria e Marta è una costrizione che non dovrebbe esistere, di Maria e Marta si dovrebbe fare una sola persona. Forse potremmo dirci che l’osservazione-conclusione che G.T. suggerisce ai bambini capitalisti la si sentiva quasi arrivare. Ma non è per questo scontata e fuori posto. La distanza tra Marta e Maria, rilevata da Gesù, «è una distanza che vale per tutti quelli che sono stati e sono stritolati dalla divisione capitalista del lavoro. In questo senso, nella risposta che Gesù dà a Marta, ho sempre letto una sorta di conferma e di condanna: del ruolo femminile come espressione economica». Insomma, in questa storia c’è una donna che pensa e Gesù apprezza questo. E proprio per questo ne fa un «grande precursore rivoluzionario anche da questo punto di vista». Se si considerano le altre «storie» con Gesù e le donne (con Maria di Magdala che è «la prima cristiana» ad annunciare che Gesù è risorto), si può sostenere che la storia di Gesù «è anche una delle storie più femministe (o meno maschiliste) tra tutti i miti religiosi dell’antichità». Mentre i suoi seguaci, a cominciare da Paolo di Tarso, non sembra l’abbiano tradotto in pratica, considerato il monopolio maschile sulla dottrina e sugli apparati istituzionali della Chiesa. Ma

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il capitalismo (ed è forse questo che Thomas vuol dire ai bambini capitalisti) non è da meno perché si sa (l’hanno detto anche premi Nobel) che il sesso dell’economia capitalista continua nonostante tutto ad essere maschio. Miracoli magie o segni Potremmo dire che parlare di miracoli ai bambini capitalisti non è né difficile né facile. Così ci sembra. Non difficile perché vivono tra «magie» (pensiamo solo al campo dell’elettronica o anche solo a quel che si fa con i giochi elettronici, senza chiedersi come avviene). Magie che ai tempi di Gesù erano chiamate «miracoli» (che destano meraviglia, che sono da ammirare). Non facile perché bisogna pur dare un senso ai miracoli che si raccontano di Gesù. Come se la cava G.T.? Il senso è abbastanza chiaro, ci dice. Si tratta di risolvere un problema di qualcuno, di guarirlo, di riportarlo in vita. Ha due funzioni. La prima è rendere immediata e semplice l’adesione delle persone alla sua predicazione. La seconda è «messianica»: ogni miracolo avviene a seguito di un atto di fede in lui, il Salvatore. C’è solo un miracolo che non sembra andare in questa direzione e appare molto più concreto, «utilitaristico»; ed è proprio il primo: le nozze di Cana, la mancanza di vino, l’acqua trasformata in vino. L’evangelista Giovanni non parla mai di miracoli, parla di «segni». Quello di Cana è il primo dei «sette segni» della sua gloria. Essendo un evento pieno di simboli «occorre spiegarlo ai bambini capitalisti che non sono molto abituati a vedere nelle cose un significato diverso da quello più evidente e immediato». Questo miracolo, quando Gesù è appena all’inizio del suo percorso, è una specie di «alleanza» con coloro che lo seguiranno. Manifesta la sua grandezza senza «effetti speciali», donando piacere ed ebrezza, quelli dati dal buon vino, che è lo strumento dell’alleanza. Che dà il colore del suo messaggio: la vita su questa terra insieme a lui sarà bella, almeno quanto la vita successiva. E gli altri segni? G.T. li passa in rassegna tutti, cogliendo il simbolo da far capire ai bambini capitalisti. Il quasi arrogante funzionario che ordina a Gesù di recarsi a casa sua a Cafarnao per guarire il figlio che sta per morire (si deve ricevere il dono senza esigerlo, in umiltà). Il paralitico che, dopo il «vuoi guarire?» di Gesù, obbedisce, si alza dalla barella e cammina (il segno della volontà). La moltiplicazione dei pani e dei pesci (il segno del nutrimento

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dell’altro e della comunione, che completa il primo; ma è anche evidente la dimensione politica del messaggio: seguire Gesù implica una condivisione di ciò che c’è; a ciascuno secondo i suoi bisogni… che è anche uno dei principi base del comunismo, forse il più importante di tutti). Gesù che cammina sull’acqua (il simbolo della fede come emancipazione: si possono superare gli ostacoli, le contraddizioni, i conflitti, i limiti dell’esistenza; la fede dona una liberà totale e per questo i discepoli ne hanno paura, perché infinito è lo spazio che apre di fronte a noi). La vista al cieco (vedere ciò che è stato per lungo nascosto, l’ingresso della fede con la coscienza del vedere). La resurrezione di Lazzaro (è il più straordinario e definitivo dei segni perché oltrepassa la morte, è quello che soltanto Dio può fare). Su quest’ultimo miracolo, dice l’autore, «due sono le cose da considerare e sono entrambe un po’ complicate per un bambino capitalista». La prima è che molti pensano che la comparsa dell’idea di Dio nella vita degli uomini sia generata dalla paura della morte. È quel voler trovare una via d’uscita per sopravviverle. La risurrezione di Lazzaro è il simbolo definitivo, la realizzazione massima e concreta del superamento di quel terrore: Gesù può ridare vita, nemmeno questo è impossibile per lui. La seconda è invece l’aspetto mistico di quel segno: credere («tu mi credi?» chiede Gesù a Maria, sorella di Lazzaro) permette di accedere a un amore che consente di superare i limiti del corpo, della natura, della vita e consente di rinascere in Dio. Una specie di «prequel» o di «spoiler» di ciò che lì a poco Gesù stesso dovrà vivere. Le parabole Parabola deriva dal greco, significa paragonare, confrontare. Nell’uso latino, che è poi quello dei Vangeli, è un racconto che serve a chiarire un argomento scuro, complesso, attraverso qualcosa di simile, ma di immediatamente comprensibile, trasmettendo un messaggio morale o religioso. Le parabole di Gesù sono moltisssime, raccontate sia nei quattro Vangeli ufficiali sia in quelli apocrifi. G.T. le presenta e, essendo «storie», dovrebbe essere relativamente facile attirarvi i bambini, ma è spesso anche arduo farne capire il senso per quel che di paradossalità che alle volte presentano rispetto a un modo comune (capitalista?) di sentire. Diamo qualche esempio. Quella del buon samaritano. È la parabola della compassione. Ma c’è altro,


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c’è un messaggio politico fortissimo. L’uomo assalito dai briganti è ignorato dal sacerdote che passa di lì, lo stesso fa un levita. Passa un samaritano dell’ultima e la meno considerata delle tribù di Israele. Un poveraccio, quasi abietto, me è lui l’uomo giusto tra i tre. «E questo ribalta la gerarchia sociale, stabilisce che proprio dal gruppo meno considerato socialmente arrivi il bene. È una cosa molto importante da sottolineare quando ci si rivolge a dei bambini capitalisti». Quella del ricco stolto, che accumula tesori senza donare mai niente. Dio gli toglie la vita nella notte: a che cosa è servito? Per Gesù si è nel giusto e ci si arricchisce spiritualmente solo se si distribuisce ciò che si ha a chi non ha. «Mi pare una cosa a cui i bambini capitalisti dovrebbero fare parecchia attenzione perché non è proprio quello che gli viene insegnato di solito». Quella della pecora smarrita, una riflessione quasi rivoluzionaria. Salvare una pecora rischiando di perdere le altre novantanove? «Il significato è abbastanza chiaro, anche se non proprio così accettabile per un bambino capitalista: conservare ciò che si ha anche a costo di perdere una persona o una vita è sbagliato. Perché la gioia più grande viene dal salvare e riportare al sicuro chi si è perduto, qualunque cosa si voglia intendere con la parola perduto». Quella dei talenti, che è certamente la più complessa di tutte ed anche una di quelle che ha prodotto le interpretazioni più sbagliate, soprattutto proprio in senso capitalista. Un’interpretazione semplicistica è stata usata a lungo in modo strumentale: «una specie di consenso di Gesù verso l’accumulazione capitalista, un’implicita approvazione del sistema per cui il denaro può produrre altro denaro e quindi che l’investire soldi, il trarne interessi, speculare e produrre ricchezza dalla ricchezza siano tutte cose che sono nella grazia di Dio». E qui G.T capita immancabilmente su Max Weber (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo), ma anche su Calvino (e la sua etica molto pratica e utilitaristica, lontanissima dalle speculazioni teologiche o dalle sottigliezze della Chiesa di Roma; se sei ricco sei nella grazia di Dio, definita «la base teologica del capitalismo, lo strumento della sua santificazione»). Il significato della parabola è completamente diverso: i talenti non sono il denaro, ma la profondità della fede, l’impegno che si impiega nel coltivarla, la forza d’animo che si possiede e che si trova dentro di sé per essere buoni e giusti. E questo vale anche per la Chie-

sa, che non deve limitarsi a amministrare ciò che è e ciò che ha. Quella del figlio prodigo, una delle più famose e delle più controverse, eppure meravigliosa perché parla di qualcosa che può aver fatto parte dell’esperienza di tutti noi. Dopo questa parabola, dove il padre ordina di festeggiare il ritorno del figlio prodigo, dissipatore del patrimonio, a danno del figlio buono e lavoratore, è pressoché ovvio chiedersi, come il figlio fedele, persino da parte dei bambini capitalisti: «Ma dove sta la giustizia?». Li avverte G.T. «Qui non si tratta di giustizia o di perdono, il padre insegna al figlio fedele qualcosa che non è né semplice né immediato capire e avere, ossia la grandezza e l’infinità dell’amore. Quello che Gesù ci dice è che l’amore non ha condizioni e non può avere limiti». Quella dei lavoratori della vigna. «È una delle più belle ed ha un significato politico enorme. È la parabola più lontana dai principi del capitalismo e quella che spiega con una linearità esemplare un’idea tipicamente comunista». E infatti la si trova solo nel Vangelo di Matteo, definito il più politico dei quattro Vangeli. È la parabola dei lavoratori dell’ultima ora, pagati come quelli della prima. Qui G.T. ammette di forzare un pochettino le cose e tende a far capire ai bambini capitalisti che cosa vuol dire «parità di salario». Portandoli però dentro in uno dei fondamenti della parola di Gesù: gli ultimi saranno i primi. «Una delle cose più belle che mai siano state dette e scritte e pensate in tutta la storia dell’umanità». È chiaro che tutto quanto troverà una sintesi perfetta e mirabile nel «discorso della montagna, la rivoluzione di Gesù». Un capitale umano? Che cosa dire di questo libro, al di là del su titolo curioso e intrigante. Forse bisognava almeno descrivere, se non definire, il destinatario: chi è il bambino capitalista cui ci si rivolge proponendogli un «rivoluzionario», certamente non capitalista, anche se non pochi hanno tentato di trarlo da quella parte (o dall’altra)? Sembra che Gérard Thomas dia quasi per scontato che – poiché viviamo in una società detta capitalista o perlomeno «globalizzata» (come dice il sottotitolo) – i bambini siano fatalmente capitalisti come i loro genitori o del capitalismo abbiamo assorbito la mentalità. Oppure che il capitalismo sia il contrario di quanto l’autore rileva, in ultima sintesi, nelle parole di Gesù: «In queste parole

si condanna l’accumulo della ricchezza, si rifiuta il concetto di proprietà, si smonta l’idea del conflitto, si rifiutano l’ipocrisia e l’apparenza, si chiede agli uomini di cercare dentro di sé l’amore e di darlo al mondo, senza giudicare, senza odiare, senza condannare, senza avere la pretesa di essere i primi, perché appunto i primi saranno gli ultimi e chi soffre sarà felice domani. È esattamente il contrario di tutto ciò che plasma e impregna il nostro modo di vivere, le nostre collettività, le dinamiche delle nostre esistenze di consumatori e cittadini sudditi del sistema capitalista in cui viviamo». Non è quindi un libro da leggere con le lenti miopi del cattolico, che inciamperebbe in molti dubbi teologici o finirebbe tra scogli dogmatici inquietanti. Neppure con le lenti affumicate del laico agnostico o tanto più ateo perché incappa più volte in un Dio nascosto ma presente, anche se Gesù appare solo come eccezionale personaggio «storico» ed è radicalmente e «meravigliosamente» umano. Tanto che se la sua storia fosse stata anche inventata, si tratta di una invenzione meravigliosa che ha dentro alcune delle cose più belle che siano mai state pensate o dette. Sarà un libro particolare, alle volte tirato un poco a forza da una parte per svezzare e svegliare i bambini capitalisti (che, a ben pensarci, alle volte diventano un pretesto letterario), ma ha il grande merito, anche tra noi adulti, di riaggiustarci la bussola, di invitarci a rileggere le parole di Gesù, di uscire dalla cappa che il capitalismo ci ha innegabilmente messo addosso. Oppure di credere quanto Gérard Thomas ci dice alla fine e crediamo sia anche la firma della sua sincerità: «Ne sono convinto più che mai, Gesù ha dato agli esseri umani la possibilità concreta e immediata di costruire una convivenza possibile e potenzialmente felice, per tutti, senza diseguaglianze, senza sfruttamento, senza gerarchie, senza violenza, senza ingiustizie». È vero, qualche sveglio bambino capitalista (se ne trovano) potrebbe obiettare, un poco malignamente, ricorrendo a una formula sentita da quell’economista capitalista che è suo padre, se Gesù non sia stato ridotto a «capitale umano» (bruttissima formula che non toglie comunque niente al valore della sua parola). Gérard Thomas, Gesù raccontato ai bambini capitalisti. Un vangelo laico ma non ateo per i figli del mondo globalizzato, trad. it., Clichy-Bastille, Firenze, 2020.


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cronaca svizzera

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Cinquantesimo. L’associazione Comunità familiare festeggia i cinquant’anni di fondazione e di ammirevole attività a sostegno delle famiglie ticinesi. Fondata da fra’ Callisto Caldelari, ha sviluppato via via diverse attività, dal primo consultorio famigliare, alle colonie per ragazzi diversamente abili, a foyer per bambini e giovani, ecc. ecc.; attualmente ha una sessantina di collaboratori e circa 200 fedeli volontari e coinvolge circa 1.500 persone di tutto il Cantone. «Dialoghi» si complimenta di tanta attività meritevole e si permette di ricordare che fra’ Callisto decise di dedicarsi alla pastorale famigliare dopo un convegno sulla famiglia, tenuto da «Dialoghi» a Seriate (Bergamo), dove conferenziere fu il professor Guzzetti dell’Università cattolica di Milano e i tra i primi aderenti e collaboratori vi furono alcuni frequentatori di quel convegno. Biblioteca diocesana. È stato costituito un gruppo di esperti per valorizzare la biblioteca della diocesi di Lugano, attualmente depositata presso il liceo Pio XII di Breganzona. Ne fanno parte il prof. Edoardo Barbieri dell’Università cattolica di Milano quale presidente e l’archivista diocesano don Carlo Cattaneo, nonché Luciana Pedroia della Biblioteca Salita dei Frati, Gerardo Rigozzi e Luca Saltini, rispettivamente già direttore della Biblioteca cantonale e collaboratore scientifico della stessa, mentre funge da coordinatore Luca Montagner, bibliotecario diocesano. Lo scopo è di riordinare e valorizzare il patrimonio di circa quarantamila volumi tra fondo antico e moderno, tra cui vere rarità, particolarmente tra i testi liturgici, il più antico costituito da un Messale Ambrosiano stampato a Milano nel 1486. Ne ha dato più ampia informazione l’inserto «Catholica» del «Corriere del Ticino» del 13 marzo 2021. Sacrificio quaresimale 2020. L’opera caritativa dei cattolici svizzeri nel 2020 ha potuto disporre, malgrado le difficoltà create dalla pandemia, di 21,6 milioni di franchi, dei quali hanno beneficiato più di 633.000 persone, grazie a 14 programmi di aiuto nazionali e di 3 programmi internazionali. Sacrificio quaresimale è attiva

da 60 anni e nel 2019 ha contribuito alla fondazione di una alleanza con altre opere di aiuto, che svolgono un programma comune a favore dell’indipendenza alimentare in 28 Paesi e beneficia del finanziamento svizzero della Direzione dello sviluppo e della cooperazione. Voto agli stranieri. I cattolici stranieri con un permesso C potranno ora votare ed essere eletti nella Chiesa cantonale del Canton Svitto; così ha deciso il 47,3% dei cittadini. Anche nell’ultimo Cantone, Glarona, che ancora non concede la partecipazione degli stranieri a decidere in materia ecclesiastica, è pendente la riforma per superare una diseguaglianza di diritti tra i membri della Chiesa cattolica. Fiducia a donne. Monsignor Felix Gmür, vescovo di Basilea, nell’assegnare gli incarichi a partire dal 1 agosto scorso, ha nominato quattro donne (tra cui una suora) nel gruppo che deve occuparsi dello Spazio pastorale d’Ajoie – Clos du Doubs, tre donne nell’unità pastorale Franches-Montagnes, due donne in quelle Sainte Marie e Sainte Colombe, e una nell’unità Saints Pierre et Paul. Mons. Morerod, Vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo, ha modificato l’organizzazione diocesana, sostituendo i vicariati con regioni diocesane e i vicari episcopali con responsabili laici; ha inoltre nominato una animatrice pastorale per la formazione dei giovani del canton Vaud e l’animazione della gioventù a Losanna, una formatrice in catechesi per i ragazzi fino ai 15 anni e una animatrice pastorale per la formazione dai 15 ai 25 anni e l’animazione nella zona Riviera-Vevey e altre quattro donne in diversi organismi diocesani. Riconoscere il pluralismo. Il Cantone di Friburgo intende esaminare la possibilità di estendere le prerogative di diritto pubblico, oltre che alle Chiese cattolica e protestante, anche ad altre comunità religiose, in particolare a quelle ortodosse e musulmane. Un gruppo di lavoro è stato incaricato di preparare una revisione parziale della legge sulle relazioni tra Chiese e Stato: vi partecipano i rappresentanti delle Chiese riconosciute, quelli delle altre principali comunità religiose, il delegato cantonale per l’integrazione

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dei migranti e la prevenzione del razzismo e un rappresentante del Centro Svizzera-Islam dell’Università di Friburgo. Esercito per la pace. L’Esercito svizzero, che ormai da secoli non partecipa a guerre…, è attivamente presente a livello internazionale per promuovere la pace, con circa 250 volontari, uomini e donne, attivi in 18 Paesi coinvolti in conflitti. Il centro amministrativo incaricato di questo compito, denominato SWISSINT, ha sede a StansOberdorf e regolarmente assume reclute per le diverse missioni estere e fornisce informazioni a candidati interessati alle missioni e alle zone d’impiego (www.peace.support.ch). A cosa servono le imposte. In parecchi Cantoni svizzeri le Chiese riconosciute prelevano imposte cantonali e comunali e un numero sempre maggiore di aderenti chiedono di esserne esentati, in forza della libertà di coscienza (e di pagamento?) garantita dalla Costituzione federale. Così nel Canton Lucerna, nel 2020, ben 3.750 persone hanno lasciato la Chiesa cantonale, e negli ultimi 5 anni la popolazione cattolica è diminuita del 5% (è attualmente del 57%). I responsabili delle finanze ecclesiastiche si sforzano di informare sulla destinazione delle imposte richieste che non vengono utilizzate solo per il culto o per la pastorale, ma servono anche a scopi educativi e sociali e per la manutenzione di beni culturali come chiese e tradizioni. La Chiesa cattolica del Canton San Gallo ha da due anni promosso una piattaforma web per informare sull’uso delle imposte, e anche le Chiese di Lucerna e di Argovia stanno elaborando analoghe iniziative. Caritas svizzera. Nel 2020 la Caritas svizzera ha ricevuto doni per 34 milioni di franchi e ha realizzato programmi e progetti per 113,7 milioni grazie alla solidarietà di singole persone, fondazioni, enti pubblici, mentre il suo impegno è sostenuto anche dalla Confederazione, dalla Catena della solidarietà e da diversi enti internazionali. Tra gli impegni internazionali va citato l’aiuto a 20 milioni di persone dell’Africa dell’Est, minacciate dalla carestia causata da enormi sciami di locuste; oltre agli interventi per combattere la pandemia, sono da menzionare la partecipazione a progetti internazionali e l’aiuto d’urgenza a vittime di catastrofi, come la crisi siriana e l’e-


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splosione al porto di Beirut. L’aiuto internazionale ha riguardato circa 20 diversi Paesi, ma anche oltre 100.000 persone in Svizzera hanno beneficiato di interventi di sostegno. Onore alle donne. Le donne svizzere si sono fatte onore alle Olimpiadi di Tokyo, guadagnando 10 delle 13 medaglie vinte dalla squadra svizzera, tra le quali tre medaglie d’oro (nel tennis, nel tiro e nella mountain bike, dove si sono prese anche le due medaglie minori). La Svizzera sarebbe inoltre una delle nazioni più premiate, con una medaglia ogni 620.000 abitanti. Anche il Ticino ha saputo meritarsi applausi olimpici (mondiali!) con gli atleti Del Ponte, Ponti e Colombo. Ambasciatore non porta pena. Il presidente statunitense Joe Biden ha nominato il nuovo ambasciatore in Svizzera nella persona di Scott Miller, economista aziendale di 41 anni, non attendendo il risultato della votazione federale circa il riconoscimento del matrimonio per tutti. Infatti, il nuovo ambasciatore ha come marito Gim Till, tra i 400 statunitensi più ricchi, è un conosciuto filantropo molto attivo nella causa LGBT. La «singolarità» della notizia non ha sollevato particolare curiosità (era luglio…) ed è figurata a fine di una pagina interna del CdT e non è stata utilizzata (?) quale argomento pro o contro in merito alla votazione del 26 settembre. Ticino misogino. In occasione del rinnovo delle autorità comunali, i ticinesi non si sono dimostrati generosi a favore delle candidature femminili: secondo una analisi condotta dall’Ufficio Statistica, nei municipi ticinesi siede ora solo, in media, una donna di fronte a quattro uomini. Di poco migliore la presenza femminile nei Consigli comunali, che si ferma al 30 per cento. Un’analisi più dettagliata è stata pubblicata da LaRegione del 9 agosto, che si avvale dello studio di Giulia Savio, presentato all’Università della Svizzera italiana. Etica e cultura religiosa. Il Canton Vallese ha stipulato una convenzione con le Chiese cattolica e evangelica per un insegnamento di etica e cultura religiosa obbligatoria per tutti gli allievi a partire dall’anno scolastico 2021. Resta tuttavia la possibilità da parte delle Chiese di organizzare attività catechistiche non obbligatorie nell’ambito scolastico. Inoltre, è stata costituita una commissione «Chiesa-

Scuola» per tutte le questioni relative al fatto religioso, al fine di garantire il pieno inserimento di ogni allievo nella realtà cantonale, nel rispetto della libertà di coscienza. Il tema dei rapporti tra Chiese e Cantone è tuttora in discussione nell’ambito dei lavori per una nuova costituzione cantonale, così come i rapporti finanziari tra i comuni vallesani e le singole parrocchie cattoliche, ancora dipendenti da vecchie convenzioni, non più rispondenti al pluralismo religioso esistente attualmente nei singoli comuni, e che tuttora necessitano di contributi comunali per i compiti sociali e culturali che assicurano. Chiese ricche. La Chiesa nazionale cattolica romana del Canton Berna ha chiuso i conti 2020 con un beneficio di mezzo milione di franchi, ma le previsioni per il futuro non sono buone a causa dei molti abbandoni da parte di fedeli e contribuenti. Conti floridi anche a Friburgo, dove la Corporazione ecclesiastica ha conseguito nel 2020 un utile di 373.000 franchi, che sono stati in parte destinati al Negozio Caritas di Friburgo (50.000 franchi), per la formazione di cappellani per ospedali e ospizi (25.000 franchi), e per singole azioni di solidarietà (25.000 franchi), mentre fr. 210.000 saranno attribuiti a diversi progetti di informatica e di archivio. Dove costa meno. Appenzello Interno, Uri e Glarona sono, stando a uno studio di Crédit Suisse, i Cantoni dove la vita costa meno, tenendo conto di tutti i fattori. Il Ticino figura al decimo posto. Le regioni più care sono Ginevra, Basilea Città, Vaud e Zurigo. Con costi abitativi contenuti e oneri minori in termini di imposte e di altre tasse, nonché di accudimento dei figli, i tre Cantoni sopra citati risultano essere i più attrattivi dal punto di vista finanziario. Seguono nella classifica altre regioni a vocazione più o meno rurale, come Sciaffusa, Giura, Appenzello Esterno, Vallese e Turgovia. Il costo della vita è più elevato nei centri urbani, soprattutto a Ginevra e Zurigo. Nuova caserma. La caserma delle Guardie svizzere in Vaticano è in via di rinnovamento e alcuni Cantoni svizzeri partecipano al finanziamento in forza dei legami storici con questa presenza presso la Santa Sede. Così la Corporazione ecclesiastica del Canton Friburgo (che raggruppa le parrocchie cattoliche friburghesi e ha registrato

un attivo di 373.000 franchi nel 2020) ha votato un contributo di fr. 50.000. Mentre la corporazione ecclesiastica del Canton Turgovia intende contribuire con la somma di 100.000 franchi, il Gran Consiglio di San Gallo ha destinato allo stesso scopo l’importo di 1,5 milioni di franchi proveniente dal Fondo lotterie. I costi relativi alla nuova caserma vaticana sono stimati a 45 milioni di franchi: circa metà dell’importo sarebbe già stato assicurato. Malgrado la generosità dei Cantoni, il Consiglio nazionale e federale ha respinto la proposta di un deputato democentrista di esentare dalla tassa militare le guardie svizzere che prestano servizio in Vaticano! Per i genitori. Il Consiglio federale ha adottato le disposizioni di esecuzione, per cui dal 1. luglio 2021 sarà introdotto un congedo di 14 settimane per i genitori che assistono figli con gravi problemi di salute. Ha fissato anche l’entrata in vigore della modifica della legge sulle Indennità di perdita di guadagno, che permette di prolungare il diritto all’indennità di maternità in caso di degenza ospedaliera prolungata del neonato. A favore degli anziani. I costi di gestione delle politiche sugli anziani nel 2018 in Ticino sono stati in totale 629.9 milioni di franchi e gli enti pubblici hanno versato, a copertura dei costi, 208,5 milioni, a fronte di 397,4 milioni di ricavi. Il personale curante occupato nel settori è oggi composto da quasi 5.500 persone. Nel 2030 ne potrebbero servire tra le 7.700 e le 8.700. I posti letto nelle case anziani, secondo le previsioni, aumenteranno fino ad arrivare a 5.760 (1.180 in più degli attuali), ma crescerà specialmente il lavoro di assistenza a domicilio (si calcola 740 mila ore in più, pari al 62%) e saranno sostanzialmente raddoppiati i servizi di appoggio (trasporti, pasti a domicilio, servizi terapeutici ecc.). Retribuzioni eccessive. I salari dei top manager delle aziende legate alla Confederazione sono leggermente diminuiti nel 2019. Quello più alto è stato versato all’ex CEO delle FFS Andreas Meyer: il suo stipendio era di poco inferiore a 932.000 franchi. Il numero uno di PostFinance, Hansruedi Küng, figura al secondo posto con 809mila franchi, e con una previdenza di 154mila; segue il direttore della RUAG Holding, Urs Breitmeier con quasi 758.000.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Pandemia e povertà. Il 2020 (continuato purtroppo nel 2021) è stato un anno terribile dal profilo sanitario e di riflesso anche sociale: ha creato nuova disoccupazione. Nei Paesi sviluppati, ha aumentato malattia, nei Paesi meno fortunati fame. L’ONU e la Santa Sede hanno denunciato povertà e diseguaglianze crescenti con due documenti che purtroppo sono stati pressoché ignorati dal mondo della cosiddetta «informazione», ormai solo dedicata alla caccia giornalistica allo scoop giornaliero, conseguenza dell’incultura che non permette di distinguere l’immediato dal durevole. Ne facciamo almeno menzione, invitando a ricuperare i due importanti testi: il rapporto annuale del Centro Studi «Sustainable Development Solutions Network SDSN» e il Messaggio di papa Francesco per la V Giornata mondiale dei poveri, diffuso dal Vaticano il 14 giugno scorso. Presidenze a termine. Il Dicastero vaticano per i laici ha emanato lo scorso giugno un decreto che regola le organizzazioni laicali internazionali, in modo particolare fissando un limite di cinque anni di mandato ai membri degli organismi di governo, con la possibilità di un solo rinnovo immediato; i fondatori possono essere dispensati dalla disposizione per decisione esplicita del Dicastero. La nuova regola ha lo scopo di evitare il pericolo di una eccessiva personalizzazione nella direzione degli organismi laicali, imponendo un benefico regolare cambiamento e favorendo il ricambio generazionale. Tra gli organismi che presto dovranno trovarsi un nuovo presidente figurano Comunione e Liberazione, Rinnovamento dello Spirito e Comunità di Sant’Egidio. Calano le entrate. Le firme di coloro che in Italia hanno scelto la Chiesa cattolica quale destinataria dell’8 per mille sono state nel 2017 il 78,5%, mentre nel 2016 erano il 79,94%; ma queste cifre sono in realtà ingannevoli, perché si riferiscono anche ai contribuenti che non si sono espressi; in effetti hanno scelto di finanziare la Chiesa cattolica solo il 32,78% (13.508.714 firme), mentre l’anno precedente erano il 34,2%. Ciò che rappresenta un contributo statale di 1 miliardo e 148 milioni di euro, che

sono stati destinati per il 32% al culto e alla pastorale, il 37% al sostentamento del clero, e il 23% a interventi caritativi che sono sempre presentati per sollecitare le adesioni. Pagina tragica. Ha fatto scalpore sulla stampa internazionale, specialmente oltreoceano, il dramma dei figli dei popoli indigeni del Canada, tolti alle famiglie per essere «occidentalizzati». Si stima che circa 150.000 bambini abbiano dovuto frequentare le cosiddette scuole residenziali (cioè pensionati) in gran parte gestite da organizzazioni religiose cristiane, pratica terminata solo negli anni novanta del secolo scorso. A causa dei cattivi trattamenti subiti, si calcola che più di 4.000 bambini siano morti. Anche alcune organizzazioni religiose cattoliche parteciparono a questa deplorevole azione di imperialismo culturale e parecchie Chiese cristiane hanno chiesto scusa ai rappresentanti dei nativi canadesi. Papa Benedetto XV ha espresso il suo «dispiacimento» in una udienza privata con una delegazione dell’Assembly of First Nations del Canada, svoltasi nell’aprile 2009. Il Ministro canadese dei servizi per gli autoctoni ha chiesto recentemente a papa Francesco di scusarsi per i maltrattamenti subiti dai bambini in istituti diretti da membri della Chiesa cattolica. Ecumenismo universitario. L’Istituto di Studi ecumenici «San Bernardino» (Ise) è una sezione della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Antonianum di Roma. L’Istituto ha le sue radici nell’esperienza dei vari corsi di ecumenismo avviati a partire dal 1975 presso lo Studio teologico dei frati minori «S. Bernardino» in Verona. Nel 1981, su richiesta della Conferenza episcopale e d’accordo con le autorità del Pontificio Ateneo «Antonianum» di Roma, questi corsi sono stati strutturati in un biennio autonomo, rispondente alle esigenze accademiche del secondo ciclo per la licenza in Teologia, avviando, quindi, la pratica per il riconoscimento dei gradi accademici presso la Congregazione per l’educazione cattolica. La finalità dell’Istituto è promuovere gli studi a livello accademico, in modo da fornire al suoi studenti una solida e scientifica formazione teologica in dimensione ecumenica. In questo modo,

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l’Ise incentiva il dialogo ecumenico come risposta all’invito Giovanni Paolo II, il quale afferma che «il raggiungimento di una formazione ecumenica dei sacerdoti coinvolge i seminari e le facoltà teologiche, ma suppone anche la fondazione di istituti specializzati per studi ecumenici, e non solo per la necessaria ricerca scientifica, ma anche per una altrettanto necessaria proiezione pastorale» (Discorso ai partecipanti al convegno nazionale degli incaricati diocesani per l’ecumenismo, 26 giugno 1987). L’Istituto, pertanto, si propone di svolgere il ruolo affidatogli dal nuovo Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, n. 90: «Per svolgere il suo compito ecumenico, la Chiesa ha bisogno di un buon numero di esperti in questa materia: ministri ordinati, religiosi, laici, uomini e donne. Costoro sono necessari anche nelle regioni a maggioranza cattolica […]. Gli esperti così formati potranno fornire di personale il movimento ecumenico nella Chiesa cattolica, come membri o dirigenti degli organismi responsabili diocesani, nazionali o internazionali, come professori di corsi di ecumenismo in istituti o centri ecclesiastici, oppure come animatori di un autentico spirito ecumenico e dell’attività ecumenica nel loro ambiente». Preside è il prof. fra Lorenzo Raniero, dell’ordine dei frati minori, (dal 17 giugno 2020), vicepreside il prof. Simone Morandini (laico). I docenti sono 26, di cui: un greco-cattolico, due ortodossi, due luterani, un valdese, venti cattolici (3 donne, 8 preti, 9 laici).Il totale degli studenti è di 32 iscritti, 14 iscritti all’Aa 2020/21 e 18 «fuori corso» (in fase di scrittura della tesi di Licenza). Gli studenti vengono da ogni parte del mondo. La maggioranza sono italiani, ma ci sono anche studenti e studentesse dal Brasile, Camerun, Nigeria, Ghana, Ucraina, Romania. Vi sono fra loro cattolici, ortodossi, greco-cattolici, luterani, anglicani. Contro l’analfabetismo religioso. Il progetto Pars, avviato nel 2018, riguarda la creazione di un portale multimediale di formazione e informazione (www.pars-edu.it) per contrastare il fenomeno dell’analfabetismo religioso; è un’iniziativa dell’Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, il ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (Miur) e la Fondazione per le Scienze religiose (Fscire). All’interno di ogni kit ci sono testi di approfon-


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dimento, video, interviste, per avere un primo approccio a una religione o a un aspetto della religione. Si tratta di materiali alla portata di tutti, poi ci sono bibliografie che permettono di approfondire ulteriormente. Cardinali al lavoro nella pandemia. Nel mezzo della seconda ondata di pandemia, l’Osservatore Romano del 23 ottobre 2020 ha dato notizia che la Penitenzieria apostolica (una specie di Ministero della Giustizia della Chiesa cattolica) estendeva a tutto il mese di novembre 2020 la possibilità di applicare ai defunti l’indulgenza plenaria, cioè la cancellazione di tutte le pene che un defunto dovrebbe scontare in purgatorio per riparare i peccati commessi in vita, per poter poi entrare in paradiso). Il cardinale Mauro Piacenza e il reggente monsignor Christophorus Nykiel rassicurano, nella forma ufficiale e solenne del «Decreto», che – anche per esaudire «non poche suppliche di Sacri Pastori» pervenute negli ultimi tempi – «l’Indulgenza plenaria per quanti visitino un cimitero e preghino per i defunti anche soltanto mentalmente, stabilita di norma solo nei singoli giorni dal 1. all’8 novembre, può essere trasferita ad altri giorni dello stesso mese fino al suo termine»: un intero mese quindi di… misericordia post mortem! Inoltre «gli anziani, i malati e tutti coloro che per gravi motivi non possono uscire di casa, ad esempio a causa di restrizioni imposte dall’autorità competente per il tempo di pandemia, onde evitare che numerosi fedeli si affollino nei luoghi sacri, potranno conseguire l’Indulgenza plenaria purché, unendosi spiritualmente a tutti gli altri fedeli, distaccati completamente dal peccato e con l’intenzione di ottemperare appena possibile alle tre consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), davanti a un’immagine di Gesù o della Beata Vergine Maria, recitino pie orazioni per i defunti, ad esempio le Lodi e i Vespri dell’Ufficio dei Defunti, il Rosario Mariano, la Coroncina della Divina Misericordia, altre preghiere per i defunti più care ai fedeli, o si intrattengano nella lettura meditata di uno dei brani evangelici proposti dalla liturgia dei defunti, o compiano un’opera di misericordia offrendo a Dio i dolori e i disagi della propria vita». Come non ringraziare per tanta generosità cardinali e monsignori dell’organismo ecclesiale? Ma come non esprimere un senso di te-

nerezza per tanta ingenuità? Teologi e filosofi si arrabattano per capire se, oltre all’universo fisico, si può parlare di una dimensione divina; se questa dimensione divina abbia tratti personali o sia totalmente anonima; se l’ipotesi di una qualche divinità buona e potente possa conciliarsi con la marea di sofferenza di uomini e altri viventi; se dopo la morte di una persona se ne possa ammettere una qualche forma di sopravvivenza… e questi beatissimi padri, in compunta e convinta serietà (?), discettano su come possono mantenere in purgatorio o liberare le anime dei nostri fratelli defunti (da «Adista», novembre 2020). Ci spiace che i tempi di redazione di «Dialoghi» non abbiamo potuto tempestivamente informare i nostri trenta lettori delle sollecitudini post mortem del cardinale Penitenziere… Bugie in rete. Un recente studio mostra come i video di disinformazione correlati alla pandemia da Covid-19 si diffondono principalmente attraverso i social media. Facebook si attesta come il canale principale della diffusione di fake news non mettendo a disposizione sufficienti controlli per effettuare il fact-checking delle notizie e moderare i contenuti nelle varie pagine. Nello studio sono stati esaminati oltre un milione di video di YouTube relativi al Covid che sono poi circolati sui social media rintracciando anche quei video rimossi dalla piattaforma online perché contenevano informazioni false. I dati analizzati dai ricercatori di Oxford mostrano che – tra ottobre 2019 e giugno 2020 – questi fake-video sono stati condivisi quasi 20 milioni di volte su Facebook, mostrando una diffusione maggiore rispetto alle cinque maggiori fonti di informazione in lingua inglese presenti su YouTube, i cui video sono stati condivisi «solo» 15 milioni di volte. Facebook ha anche generato un numero maggiore di reazioni rispetto ad altre piattaforme, con una media di circa 11.000 reazioni prima della cancellazione dei video. Salario europeo. Il 28 ottobre 2020 la Commissione europea ha presentato la proposta di Direttiva relativa a salari minimi adeguati nell’Unione europea (2020/682). L’iniziativa è tesa a contrastare l’aumento della «povertà lavorativa» che, in forte aumento, crea non solo disuguaglianze sociali ma favorisce la concorrenza sleale (i datori di lavoro che pagano salari non dignitosi hanno guadagni maggiori) e impatta negativamente sulla produttività

visto che non vi è investimento sulla persona. Il fatto che sia una direttiva e non un regolamento implica che non sarà direttamente applicata dal singolo Stato ma avrà bisogno di una fonte interna che la recepisca: la legge o la contrattazione collettiva. A livello europeo vi sono già molte iniziative che raccomandano la definizione di minimi salariali, il problema è che non ne prescrivono la modalità, né privilegiano la via legale, riservando al contrario particolare attenzione all’autonomia delle parti sociali. Infatti non tutti i Paesi membri dell’Unione europea adottano una regolazione statuale dei minimi retributivi. Tra questi ci sono l’Italia, l’Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia e Svezia (oltre a Svizzera e Norvegia al di fuori dell’Unione). Dove c’è la legge con un salario minimo, la contrattazione è meno presente, possiamo constatare che il salario minimo legale, seppur diffuso, viene adottato dai Paesi prevalentemente come soluzione sussidiaria, rispetto al contratto. Pil e pandemia. Le perdite complessive per il PIL mondiale a causa del coronavirus, rispetto alle previsioni pre-pandemia, ammontano a 22.000 miliardi di dollari nel periodo 20202025. Lo afferma la capo economista dell’FMI Gita Gopinath. Secondo l’esperta la contrazione economica mondiale del 2020, seppur inferiore alle attese (-3,5% invece del -4,4% previsto in precedenza), resta la peggiore dalla Grande Recessione. 150 Paesi nel 2021 avranno redditi pro capite inferiori ai livelli del 2019, se si stima che nel 2020-2021 circa 90 milioni di persone scivoleranno nella povertà estrema. Perciò è necessario agire rapidamente per un ampio accesso ai vaccini e medicinali contro la COVID per correggere le profonde disuguaglianze che esistono al momento. Per il 2022 il Fondo conferma una crescita del 4,2% (invariata rispetto alle stime precedenti), avvertendo però che è «incompleta» con l’attività economica che resta ben al di sotto dei livelli pre-pandemia e soggetta a una forte «incertezza».

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in

www.dialoghi.ch


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Effetti positivi del coronavirus. Prima della pandemia di Covid-19, nessuno degli istituti sanitari governativi di eSwatini (ex Swaziland) aveva acqua calda corrente. Per contenere la diffusione del virus e per migliorare le condizioni igieniche si è dovuto correre in fretta ai ripari. Nel giro di nove mesi un progetto sanitario ha dotato le 92 cliniche del Paese di acqua calda. All’esterno degli stabili sono stati installati impianti dotati di serbatoi, collegati alla rete di distribuzione idrica esistente e di collettori di energia solare. L’acqua è riscaldata dal sole, dunque senza l’utilizzo di una fonte di energia non rinnovabile. Il sistema è stato concepito affinché non sia necessaria nessuna manutenzione, almeno per una ventina d’anni. Di questa innovazione beneficiano ogni giorno circa 100.000 persone. Ricca ma spilorcia. Stando all’Indice dei rischi climatici dell’ONG Germanwatch, tra i dieci Paesi che hanno sofferto maggiormente a causa di eventi climatici estremi, otto sono Stati con un reddito basso o medio basso. Tra questi ultimi, quattro sono tra i Paesi meno sviluppati. Anche se hanno contribuito in maniera minore al riscaldamento dell’atmosfera, queste nazioni ne subiscono maggiormente le conseguenze maggiori. Nel quadro del Fondo Verde per il Clima, i Paesi industrializzati si sono impegnati a investire 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020. I contributi servono per ridurre le emissioni di gas serra e proteggere le popolazioni dagli effetti del mutamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente stima che sono necessari 70 miliardi di dollari ogni anno. Entro il 2030 tale cifra potrebbe aumentare a 130-140 miliardi. Nel 2020 solo 49 Stati hanno versato nel Fondo Verde per il Clima complessivamente 10,3 miliardi di dollari, pari circa a meno del dieci percento della somma promessa. Il contributo della Svizzera ammonta a (soli) 100 milioni di dollari. Per te e per me. Nella chiesa battista di Gorse Hill a Swinton è stato inaugurato un frigorifero comunitario. Si tratta di uno spazio in cui è condiviso cibo di buona qualità recuperato da

rivenditori, produttori, ristoranti e famiglie. Rispettando i più alti standard igienici alimentari e adottando una rigorosa politica sugli alimenti a basso rischio, i gruppi che gestiscono un frigorifero comunitario forniscono garanzie sia alle aziende che donano sia alle persone che ricevono cibo. Attualmente sono oltre 150 i frigoriferi comunitari in funzione nel Regno Unito. La prima di queste strutture fu inaugurata nel 2016, ispirandosi ad altre esperienze in Spagna e India. Dal novembre 2019, il Community Fridge Network ha ridistribuito l’equivalente di 9 milioni di pasti, corrispondente a 4.000 t di eccedenze alimentari a oltre 250.000 beneficiarie e beneficiari. Oltre a essere luoghi in cui si ridistribuisce cibo, sono luoghi dove le persone si incontrano, superano l’isolamento e socializzano. Salviamo gli alberi di Besso. Durante l’estate le persone che hanno transitato da piazzale Besso a Lugano per e dalla stazione di Lugano hanno notato cartelli colorati appesi a tutti gli alberi della piccola zona verde. Si tratta della copia di una lettera scritta da allieve e allievi delle scuole elementari di Besso al sindaco di Lugano. Vi si poteva leggere: «Caro sindaco, abito a Besso e sono molto preoccupata per i lavori che stanno facendo ai giardinetti. In Giappone, invece di tagliare gli alberi, li spostano». Il progetto del nuovo nodo intermodale PPF prevede l’abbattimento di tutte le piante, inclusi i due maestosi faggi che danno ombra a tutta la zona e ospitano (anche) un’intera colonia di passeri. Questi giardinetti, realizzati nel 1942, erano ormai l’unico comparto di verde alberato di tutto il quartiere. Al suo posto sarà realizzata una rotonda. Speriamo che Marco Borradori, dal luogo dove ora si trova, interceda affinché chi ha assunto la sua posizione ascolti la richiesta delle bambine e dei bambini di Besso. Che aria tira. In circa trent’anni di misurazioni della qualità dell’aria in Ticino, si sono registrati costanti miglioramenti, ottenendo la riduzione di circa la metà delle emissioni rispetto agli anni ’90. La tendenza è chiara, seppur con differenze importanti a

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dipendenza della sostanza inquinante: le concentrazione di quelli primari, emessi direttamente da una fonte, sono diminuite in modo notevole. Si tratta di: diossido di zolfo (SO2), monossido di carbonio (CO), il diossido di azoto (NO2). Le polveri fini (PM10), definite sostanze parzialmente primarie, sono diminuite in modo molto notevole. L’ozono (03) è un inquinante che si forma in un secondo tempo attraverso reazioni chimiche nell’atmosfera a partire da altre sostanze: la sua diminuzione è meno pronunciata. Tuttavia, per rispettare tutti i limiti di legge, rimane ancora molto da fare. In tutte le zone di misurazione del Cantone, l’ozono e le polveri fini presentano valori superiori ai limiti di concentrazione massima definiti dalla legge; se nelle zone rurali e periferiche per NO2 la situazione è conforme, nei principali agglomerati e lungo le vie di traffico supera la soglia consentita. La riduzione di questo inquinante, tossico e precursore di ozono e polveri fini, rimane il perno del risanamento della qualità dell’aria. Si dovrà far capo sia ad accorgimenti tecnici sia a una riduzione dei consumi, per esempio i chilometri percorsi con il mezzo privato. I dieci appelli. Il professore di teo­ logia all’università di Friburgo François-Xavier Amherdt ha lanciato nel quotidiano «Le Temps» del 10 agosto 2021 «Dieci appelli per un’eco spiritualità integrale». Il sacerdote invita a una conversione ecologica ispirata all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Gli appelli di Amherdt intervengono al momento in cui le preoccupazioni per la salute del pianeta sono al centro della cronaca: in un’estate anomala per la Svizzera, caratterizzata da temperature inferiori alla media, un periodo di precipitazioni persistente, eventi naturali estremi (bombe d’acqua), il Gruppo di esperti internazionali (ICPP) chiamati a monitorare l’evoluzione climatica del pianeta ha pubblicato un rapporto scioccante. Secondo la comunità scientifica internazionale, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere i più 1,5°C già nel 2030 e quindi invita a una presa di coscienza e a cambiamenti rapidi, affinché si smetta di produrre e rilasciare gas serra nell’atmosfera. Il sacerdote romando lo propone per dare forma al cambiamento quell’ecologia integrale che papa Francesco mette al centro della Laudato si’ (testo completo su Cath.ch n. 222).


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Notizie belle e buone Donna presidente. Il Cile ha deciso di darsi una nuova costituzione che sostituirà quella ancora influenzata dal dittatore Pinochet. A presiedere i lavori sarà una donna mapuche, appartenente a una delle minoranze indigene cilene. Si tratta di Elisa Loncon, linguista e docente universitaria a Santiago del Cile. I rappresentanti dei popoli indigeni, nella costituente di 155 membri, metà donne e metà uomini, sono 17, di cui 7 mapuche. Primizia. Per la prima volta nella storia dell’Abbazia di Einsiedeln, una donna ha predicato durante la messa: è avvenuto lo scorso Primo Agosto e da parte di Irene Gassmann, 55 anni, priora del convento di Fahr (Argovia). La Gassmann è da tempo impegnata per i diritti delle donne, ma il fatto è anche un segno di una storia comune dei due monasteri benedettini. Prima donna. Per la prima volta la Federazione luterana mondiale ha eletto quale segretario generale una donna, la teologa estone Anna Burghardt, di 45 anni, già direttrice dello sviluppo all’Istituto teologico della Chiesa evangelica luterana d’Estonia e consigliera per le relazioni internazionali ed ecumeniche. Nuova presidente. A presidente della Chiesa protestante di Ginevra è stata eletta la sociologa Eva Di Fortunato, madre di tre figli, di 46 anni, da tempo attiva in parrocchia nel Giura e già membro del Concistoro della Chiesa ginevrina. Donna direttore. Per la prima volta una donna, Carmen Breuckmann Giertz, di 45 anni, assumerà il compito di direttore degli studi nella formazione di diaconi e preti e accompagnerà i candidati nel loro cammino verso la cura pastorale. Succede nella diocesi di Colonia, dove finora tale compito era svolto da maschi. Novità diocesana. Tra le nomine vescovili pubblicate sulla Rivista diocesana dello scorso giugno sono da segnare quella di sei laici, tra cui una donna, a gerenti di parrocchie. Per la novità, una esplicita menzione e un ringraziamento vanno alla signora Rita Pedrazzini Broggi, nominata gerente delle parrocchie di Linescio e Cimalmotto. E plauso al Vescovo per avere evitato (come successo ancora recentemente) di «caricare» un singolo prete dell’amministrazione di diverse (troppe) parrocchie. Una consultora. Papa Francesco ha nominato tre nuovi consultori per il Sinodo dei Vescovi: si tratta dei vescovi italiani Castellucci e Sequeri e della teologa laica Myriam Wijlens, olandese, attualmente professore di diritto canonico in Germania. Crescono così a diciannove i consultori del segretariato del Sinodo dei vescovi, con quattro laici e due religiose. Nomine femminili. Papa Francesco continua a valorizzare donne in organismi vaticani. Si tratta ora della biochimica Jennifer Doudna, nominata membro ordinario dell’Accademia pontificia delle scienze; l’annuncio è stato dato l’11 agosto scorso. È la terza scienziata, insignita di un premio Nobel, che farà parte della prestigiosa istituzione della Santa Sede. La nomina ha seguito di un

giorno quella della francese Emmanuelle Marie Charpentier, pure lei premio Nobel per la chimica, e quella della canadese Donna Theo Strickland, premio Nobel per la fisica, nominata il 2 agosto. La Douda, statunitense, è la sesta scienziata nominata nell’Accademia in meno di due settimane. Premio dovuto. Il premio di Caritas Svizzera per il 2021 è stato attribuito al climatologo Thomas Stocker dell’università di Berna, quale riconoscimento per il suo lavoro trentennale sulle questioni climatiche. Secondo Stocker, la Svizzera deve agire per una giustizia climatica combinando le misure di protezione del clima con cambiamenti di comportamento: questa responsabilità è di tutti i Paesi industrializzati. Ecumenismo svizzero. Anche il battesimo ricevuto nella Chiesa neoapostolica svizzera è ora riconosciuto dalla Chiesa cattolica e dalle sei Chiese che fanno parte della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera. Ne ha dato notizia il vescovo di Basilea Felix Gmür, attuale presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri, che ha firmato, a nome della CES, l’atto del mutuo riconoscimento con i rappresentanti delle altre confessioni. Ospitalità eucaristica. Il Kirchentag ecumenico tedesco si è svolto a metà maggio in forma digitale, decentralizzato in oltre cento città, con un mix di argomenti, cultura e spiritualità, e la partecipazione diretta a Francoforte di 400 persone. Si è concluso con un chiaro appello alla convivenza eucaristica, con la decisione comune alle due confessioni cattolica ed evangelica di partecipare reciprocamente ai riti della Comunione e Cena del Signore; altra novità, l’omelia affidata a due donne. Una casa comune. A Berlino, presso la Petriplatz, è stata posata la prima pietra della House of One (Casa dell’Uno), una «casa di preghiera e insegnamento» comune per cristiani, ebrei e musulmani, a carattere internazionale, presenti il presidente del Bundestag e il Sindaco di Berlino. La diocesi cattolica non partecipa all’iniziativa, perché, ha spiegato l’arcivescovo, ci si sente ben rappresentati dai cristiani protestanti… Finalmente. La nuova costituzione dell’Ordine di Malta prevede di sopprimere la condizione di nobile per essere eletto agli alti gradi dell’istituzione che conta 13.000 membri, ha 42.000 dipendenti e 80.000 volontari e svolge attività sociali e caritative in numerosi Paesi, ma ha difficoltà a rinnovarsi. Ma già il papà di Turoldo disse che nella Chiesa… basta il battesimo. Chiesa cattolica. Papa Francesco ha nominato un vescovo sudcoreano quale prefetto della Congregazione per il clero, l’ufficio vaticano cui fanno riferimento i 400.000 preti cattolici di tutto il mondo. Nel 2019 un cardinale filippino è stato nominato alla direzione della Congregazione Propaganda fide, responsabile dei cosiddetti «territori di missione». Queste nomine tengono conto del fatto che il clero cattolico, in diminuzione in Europa, è sempre più numeroso negli altri continenti. Nunzi africani. Papa Francesco ha nominato quattro africani quali nunzi pontifici che rappresenteranno la Santa Sede in Asia, Europa, Oceania e America. La nomina del primo africano quale nunzio apostolico risale al 1998.


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opinioni

In memoria di Giorgio Zappa Ci ha lasciato, a novant’anni, Giorgio Zappa, fedele servitore e apprezzato dirigente, benemerito per ogni ambito in cui è stato presente. Impegnato nello scautismo cattolico fin dall’adolescenza, ricoprendo poi responsabilità cantonali e federali, ha attuato il motto «servire» con modestia ma con dedizione piena, in più campi, da quello scolastico, percorrendolo dalla gavetta fino alla direzione del liceo di Mendrisio (del quale fu il costruttore e primo rettore), a quello del laicato cattolico partecipando al Sinodo 72 e presiedendo il Consiglio pastorale diocesano, a quello politico e partitico, come municipale e gran consigliere per il Partito popolare democratico, assumendo per diversi anni anche la direzione del giornale «Popolo e Libertà», e facendosi promotore di cultura politica con la costituzione del Centro culturale L’Incontro, aperto generosamente alla collaborazione con ogni iniziativa meritevole di sostegno. Così «Dialoghi»

(di cui non fu mai aderente, forse non condividendone lo spirito critico) poté spesso partecipare e pubblicare gli atti di parecchi convegni promossi dall’associazione mendrisiense. Gli deve anche il sottotitolo «di riflessione cristiana» che figura a partire dal numero 35 del febbraio 1975! Ai molti meriti per i quali Giorgio Zappa è ringraziato da amici («amici amici» e «amici politici»), compaesani e ticinesi, aggiungiamo quello per l’esempio che diede, senza mai farsene vanto, coadiuvato dalla fedele e silenziosa Margherita, quale padre di quattro figlie e nonno poi di dieci nipoti e tre pronipoti. A tutti i famigliari la redazione di «Dialoghi» esprime partecipazione e solidarietà, in questo momento di distacco e di riconoscente ricordo.

La settimana ecumenica. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani viene avviata ufficialmente dal pastore episcopale Paul Wattson a Graymoor (New York) nel 1908 come Ottavario per l’unità della Chiesa, con una scelta di date chiaramente simbolica: l’apertura è avvenuta il 18 gennaio in coincidenza con la confessione di Pietro, con l’apostolo prediletto che proclama Gesù come il Cristo, e si è protratta fino al 25 gennaio, data della conversione di Paolo. Per alcuni decenni cattolici e protestanti organizzano iniziative in modalità distinta, mentre dal 1968 il tema e i testi per la preghiera sono elaborati congiuntamente. La Settimana nel 2021 ha coinciso coi giorni in cui si ricordarono i cinque secoli dalla scomunica di Martin Lutero, il 3 gennaio 1521, da parte di papa Leone e ha assunto un significato ancora più particolare, alla luce proprio dei passi compiuti verso la riconciliazione nell’ambito del cristianesimo, con un’accelerazione a partire dagli anni successivi al Concilio Vaticano II.

Le lingue in Svizzera. Negli ultimi quarant’anni, in Svizzera la ripartizione delle lingue nazionali è cambiata, con italiano, romancio e tedesco meno usati, mentre il francese è in espansione. Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica (UST), il tasso di persone che hanno indicato l’italiano (o il dialetto ticinese/grigionese italiano) come lingua principale è sceso, tra il 1970 e il 2018, di 3 punti percentuali all’8%. Per quanto riguarda il romancio, attestato allo 0,5%, il calo è stato di 0,3 punti, il tedesco (o svizzerotedesco) è passato dal 66% al 62%. Le persone che hanno dichiarato come lingua principale il francese (o patois romando) sono risultate nel 2018 il 23% della popolazione svizzera, contro il 18% nel 1970. Nello stesso periodo sono progredite anche lingue non nazionali, passate dal 4% al 23%: davanti, l’inglese (5,8%) e il portoghese (3,6%). La prima è la lingua più studiata a scuola, indipendentemente dalla regione linguistica, mentre per il lavoro è lo svizzero-tedesco ad essere l’idioma più frequentemente utilizzato (65% delle persone attive), seguito dal «buon» tedesco (35%), dal francese (29,2%), dall’inglese (19,8%) e dall’italiano (8,7%).

Alberto Lepori, fruitore di un’amicizia iniziata frequentando assieme i quattro anni di ginnasio al collegio salesiano di Maroggia.

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In questo numero Editoriale G MATRIMONIO PER TUTTI (A. Bondolfi)

1

Articoli G LA SCOMPARSA DI MARCO BORRADORI

2

G MATRIMONIO PER TUTTI: SONO TANTE LE DOMANDE APERTE (V. Lazzeri)

3

G PERCHÉ PARTECIPARE AL CULTO CRISTIANO? (G. De Vecchi)

4

G «MINISTERI LAICALI» E «MESSE IN LATINO» (E. Morresi)

6

G AUGURI, DON ITALO

7

G GINO STRADA: UN NON CREDENTE CREDIBILE? (E. Borghi)

8

G DALLE BEATITUDINI AL PADRE NOSTRO, TRA COMMENTO AL TESTO E VITA DI OGGI (G. Reggi)

9

G GESÙ RACCONTATO AI BAMBINI CAPITALISTI (S. Toppi)

11

G IN MEMORIA DI GIORGIO ZAPPA 20 G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE

14 16 18 19

dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (quattro numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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Dialoghi nr. 267 by Rivista Dialoghi - Issuu