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265 dialoghi Locarno – Anno 53 – Marzo 2021

lica Associazione Bib iana della Svizzera Ital

techistico UIRS/Ufficio Ca gano Diocesi di Lu

di riflessione cristianaTRIMESTRALE

Rivista “Dialoghi” lica Formazione Bib Coordinamento o Diocesi di Lugan

Convegno

I C I D A R E L L A À T I N U M O C A DELL CRleISecclTesiaIleAcheNguA ardi al futuro Per una pastora

gia Facoltà di Teolo

di Lugano

020 21 novembre 2

Per la Chiesa e la società di domani di Alberto Bondolfi Questa pandemia divide! La diffusione del Coronavirus e le sue conseguenze su una popolazione inerme di fronte alle sue conseguenze sulla salute di noi tutti hanno imposto un cambiamento radicale nel nostro stile di vita, nell’organizzazione dei nostri spazi di attività. Tutto ciò ha provocato pure forti cambiamenti di mentalità nel nostro modo di guardare al mondo e di rapportarci al nostro «prossimo» vicino e lontano. Alcune autorità politiche ci hanno spronato alla separazione. Così mi ha fortemente impressionato un invito del cancelliere austriaco: «Jeder Kontakt ist ein Kontakt zuviel. Treffen sie niemanden!» (Ogni contatto è un contatto di troppo. Non incontrate nessuno!). L’invito ascoltato varie settimane fa alla televisione e letto sui giornali ha causato in noi soprattutto scoramento di fronte ad affermazioni così ambivalenti. Sulla bocca di un responsabile di governo noi tutti ci aspettiamo un invito alla collaborazione, alla convivenza solidale e persino ad una rafforzata amicizia (che già Aristotele poneva alla base della convivenza nella polis, la cittàstato dell’antica Grecia). La nozione stessa di distanziamento che, da una parte, ci rammenta la necessità tecnica di un distacco fisico, al contempo sembra suggerire l’esigenza anche di un distacco emozionale e sociale. Tutto ciò è entrato nel nostro linguaggio attraverso una miriadi di messaggi pubblicitari e «infetta» lentamente e


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editoriale

sicuramente le nostre mentalità più profonde. Una lotta efficace alla diffusione del virus richiede tutta una serie di misure sanitarie legittime e necessarie al contempo. Queste misure limitano necessariamente gli spazi entro cui noi esercitiamo la nostra libertà ed è quindi normale che esse provochino in tutti noi un senso di disagio e talvolta persino di ribellione. Il disagio lo percepiamo a livello individuale o familiare. La ribellione assume talvolta anche una dimensione collettiva e mette sul banco di accusa gli organismi politici chiamati a gestire le varie crisi che toccano la nostra vita in società. Così la crisi sanitaria diventa velocemente anche crisi politica, perché sembra mettere in discussione alcuni pilastri ritenuti necessari ad ogni convivenza democratica. Pensiamo solo all’esigenza di una chiara distinzione dei poteri, quando le assemblee parlamentari non sembrano più in grado di gestire in diretta le misure ritenute necessarie. I poteri esecutivi assumono necessariamente un primato provvisorio, che viene talvolta percepito come se dovesse durare a lungo. Questi poteri esecutivi a loro volta devono poter legittimare le misure prese da esperti del settore biomedico. E subito l’espertocrazia diventa oggetto di critica e talvolta persino di radicale deligittimazione e apre la strada alle più strane ipotesi negazioniste. L’infezione da coronavirus viene ritenuta una influenza stagionale per nulla pericolosa e i vaccini mezzi decisamente pericolosi e dannosi. I messaggi degli esperti virologi sono da una parte complessi e difficilmente

volgarizzabili per l’opinione pubblica, ma hanno un merito eticamente significativo, anche se indiretto: i gesti che ci vengono caldamente raccomandati, dalla mascherina alle modalità di incontro distanziato, proteggono sia coloro che li compiono che coloro che li subiscono. In altre parole l’amore di se stessi e l’amore del prossimo vengono qui a sovrapporsi e persino a coincidere. Si tratta di un messaggio particolarmente significativo, anche se difficilmente comunicabile e non evidente a prima vista. Molti movimenti di protesta contro le misure prese dalle autorità responsabili hanno messo in primo piano la limitazione delle libertà personali, dimenticando lo stretto legame che intercorre tra la protezione della propria salute e quella di coloro che ci attorniano. L’avevo affermato con forza salutando i partecipanti all’incontro alle radici della comunità cristiana il 21 novembre scorso e lo ripeto oggi sulle pagine di «Dialoghi» che documentano, in forma scritta, gli scambi avvenuti in modalità virtuale in quella occasione. Il nostro incontro del 21 novembre 2020 dalla Facoltà di Teologia di Lugano è stato volutamente ecumenico e ha inteso raccogliere, almeno virtualmente, credenti di varie confessioni cristiane che operano nel territorio del Canton Ticino e della vicina Italia. La pandemia legata alla diffusione del Covid-19 ha destabilizzato anche la vita delle varie comunità cristiane. Quest’ultime si interrogano sul senso di questo fenomeno collettivo e cercano risposte anche a partire dal messaggio che li accomuna. Le risposte date lungo i secoli che ci hanno pre-

Dalle parole ai testi Chi volesse vedere e ascoltare la registrazione video del convegno in quanto tale – nel quale è presente anche un intervento di Gaia De Vecchi, teologa morale e redattrice della nostra rivista – potrà collegarsi al canale youtube «Associazione Biblica della Svizzera Italiana», cercando le tre parti denominate «Convegno Alle radici della comunità cristiana». Parallelamente al convegno è stato pubblicato, a cura di Ernesto Borghi e Gaia De Vecchi il volume Alle

radici della comunità cristiana. Liturgia, catechesi e carità per vivere insieme, San Lorenzo, Reggio Emilia 2020, pp. 148, euro 15,50), che fornisce altre riflessioni di molte esperte ed esperti di varie discipline teologiche (oltre ai curatori, ad Andrea Grillo e Lidia Maggi, anche i catecheti Franca Feliziani Kannheiser e Luciano Meddi e il teologo pastorale Carmine Matarazzo. Chi volesse averne una o più copie può rivolgersi a: info@absi.ch oppure a www.sanlorenzo.it

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ceduto non possono evidentemente essere riproposte in pieno ai nostri giorni. Pensiamo soltanto alle interpretazioni proposte nel passato in occasione di gravi epidemie, quando si tendeva a vedere in questi flagelli l’espressione di una punizione divina per i peccati delle popolazioni colpite da un morbo cieco. Oggi simili interpretazioni sono appannaggio solo di alcuni gruppi fondamentalisti e non sembrano avere credito nelle affermazioni pubbliche delle autorità delle nostre Chiese. Ciononostante siamo convinti che sia necessario rimanere vigilanti affinché il virus fondamentalista non intacchi anche le nostre comunità e il loro modo di rapportarsi alla pandemia in corso. Le istituzioni che hanno voluto questo incontro sulle radici della comunità cristiana sono partite dalla convinzione che sia necessaria una riflessione comune, a partire dalle nostre diverse tradizioni confessionali, sulle funzioni che connotano l’operare di ogni Chiesa: – l’annuncio della fede nella predicazione e nella catechesi; – la celebrazione della fede nella liturgia; – la solidarietà verso i poveri e gli ultimi nella diaconia. Abbiamo strutturato il nostro incontro attorno a queste tre funzioni fondamentali del vivere ecclesiale e penso che donne e uomini delle varie confessioni qui presenti potranno contribuire, anche a partire da quanto è stato proposto in quel sabato del novembre 2021, a uno scambio reciproco, che porterà frutti alla vita delle nostre diverse comunità. Ognuna di esse reagisce forse alla pandemia secondo modalità diverse, dovute alla diversità delle nostre rispettive teologie. Ciò non dovrebbe comunque disturbarci più di quel tanto, ma piuttoso spronarci al confronto reciproco, per l’arricchimento di tutti. Questa esperienza pandemica non lascerà le Chiese come se fossero rimaste allo status quo ante. Esse ne escono mutate o perlomeno desiderose di ripartire in maniera più vigile e autocritica. Ecclesia semper reformanda:le prove che accompagnano la storia delle comunità cristiane sono le occasioni per vivere la speranza del Regno che già è presente e che al contempo impazientemente aspettiamo.


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Alle radici della comunità cristiana Per una pastorale che guardi al futuro a cura di Ernesto Borghi Pubblichiamo in questo numero di «Dialoghi» gli interventi inviati da relatrici e relatori del convegno di studio e di riflessione tenutosi il 21 novembre 2020 presso la Facoltà di Teologia di Lugano e trasmesso attraverso la piattaforma ZOOM. Ringraziamo con vivissima cordialità le colleghe e i colleghi che sono stati presenti a quell’incontro e le istituzioni ticinesi che, oltre alla nostra rivista e

alla Facoltà teologica luganese (con Myriam Di Marco) lo hanno organizzato: l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana, l’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica/sez. catechesi e il Coordinamento della Formazione Biblica della Diocesi di Lugano; la Chiesa Evangelica Riformata nel Canton Ticino; la Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane nel Ticino.

Introduzione Il tema di questo convegno, «Alle radici della comunità cristiana: per una pastorale ecclesiale che guardi al futuro», non può che coinvolgere tutti coloro cui a diverso titolo sta a cuore il messaggio cristiano occupano di Cristianesimo. Tuttavia, la scelta di declinare in chiave ecumenica la problematica pastorale potrebbe suscitare qualche perplessità. Le varie confessioni cristiane sono state per secoli in un rapporto di antagonismo tra loro. Anche se, grazie ai progressi già compiuti dal dialogo ecumenico, l’animosità che lo caratterizzava è ormai in larga misura scomparsa, ci si chiede se non permanga almeno una sorta di concorrenza fra le diverse proposte pastorali. A questo riguardo, si possono fare alcune osservazioni che giustificano l’approcio ecumenico qui proposto. Anzitutto, il lungo lavoro svolto fin qui dal movimento ecumenico sta già cominciando a portare i suoi frutti. Osservando le diverse comunità cristiane, si nota a livello popolare la disponibilità a scoprire il positivo nelle differenze dell’altro e la tendenza a rifuggire da atteggiamenti di condanna. In un mondo sempre più scristianizzato, prevalgono atteggiamenti di simpatia reciproca tra i seguaci di Cristo che di fronte alle sfide poste alla fede cristiana da una secolarizzazione aggressiva, dal fenomeno dell’ateismo di stato di stampo comunista, tanto nella variante sovietica quanto in quella cinese, e dal confronto con le altre religioni si accorgono di essere più vicini di quanto non si pensasse in passato. Pensiamo, ad esempio, ad un nuovo settore della riflessione teologica, quello della cosiddetta teologia delle religioni, che si occupa appunto del significato delle religioni non cristiane

di René Roux*

e del rapporto vicendevole fra queste e il Cristianesimo. In questo settore, la cui importanza va aumentando anche a causa della mobilità mondiale, le differenze fra le confessioni passano in secondo piano, perché ciò che conta è l’essenza stessa del Cristianesimo. Come già nel rapporto con l’ateismo di massa, le diverse chiese cristiane si scoprono unite dalla loro radice comune, al di là di differenze su altri punti di dottrina e separazioni strutturali. Di conseguenza, è a volte quasi impossibile in queste tematiche distinguere opere di teologi cattolici da quelle di teologi protestanti. In secondo luogo, ho l’impressione, molto personale, che stiamo assistendo vieppiù ad uno spostamento del muro di confine. Se fino agli anni Cinquanta del XX secolo era rilevabile un muro di confine fra la produzione teologica cattolica e quella protestante, negli ultimi anni sembra verificarsi un nuovo fenomeno. Le posizioni su numerosissimi temi della teologia, da quelli esegetici a quelli storici e persino a larghe sezioni della sistematica, sembrano ormai non essere più immediatamente legate all’obbedienza confessionale. Sembra invece essere sorto un muro nuovo, che attraversa la riflessione cristiana e in parte anche la produzione accademica in modo

trasversale e che riguarda altri aspetti epistemologici o a volte propriamente ideologici. Per fare un esempio, penso anzitutto al modo di gestire gli esiti della ricerca storico-critica in ambito esegetico, vetero e neotestamentario, e nel settore della storia della Chiesa. Gli atteggiamenti possono andare dalla ricezione acritica delle risultanze dell’esegesi storico-critica, senza rendersi conto della fragilità di alcune ipotesi e dei limiti intrinseci della scienza storica, da un lato, al rifiuto quasi fideistico di qualsiasi approccio scientifico che possa essere in disaccordo con le convinzioni di fede. Un altro aspetto problematico è dato dall’utilizzo non sufficientemente critico di modelli di pensiero desunti dalla tradizione filosofica o da altre discipline. Se il confronto è necessario e comunque arricchente, l’imposizione

* Nato nel 1966, di origine valdostana, dopo gli studi filosofico-teologici e l’ordinazione presbiterale nel 1991 nella diocesi di Aosta, si specializza in teologia patristica e in studi orientali a Roma, Oxford e Parigi. Dal 2000 al 2003 è stato docente di Patrologia e Dogmatica presso l’Istituto teologico sant’Anselmo di Aosta. Dopo alcune esperienze di docenza a Roma, in Africa, in India e in Germania, dal 2010 è stato titolare della Cattedra di Storia della Chiesa Antica, Patrologia e Scienze ecclesiastiche orientali della Facoltà di Teologia dell’Università di Erfurt, di cui è divenuto Pro-decano e Decano degli Studi, nonché membro sia della Commissione della Ricerca Scientifica sia della Commissione della Didattica della stessa Università. Nel 2015 ha lasciato la Germania in seguito alla nomina di Rettore della Facoltà di Teologia di Lugano, incarico nel quale è stato riconfermato sino al 2022. Nel 2017 viene eletto presidente dell’AAPU (Association of Accredited Private Universities in Switzerland). Dal 2018 è membro della Commission théologique et œcuménique (CTO) della Conferenza dei Vescovi Svizzeri.


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sul messaggio evangelico di strutture di pensiero estranee e non rielaborate alla luce del Vangelo rischia di tradursi con il sacrificio di aspetti determinanti della fede cristiana. Pensiamo, ad esempio, a forme radicali di teologia della liberazione che, prigioniere dell’impostazione marxista, non riescono più a integrare il momento escatologico. Pensiamo ancora a forme radicali di teologia liberale o di morale autonoma, che avendo adottato in modo acritico alcuni principi desunti dalla filosofia kantiana non riescono più a pensare in modo soddisfacente la dimensione trascendente della fede. L’utilizzo in teologia di categorie di origine filosofica non è di per sé un errore, ma è necessario sempre verificare che i concetti siano veramente adatti alla realtà oggetto del pensiero.

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Il teologo serio può anche creare, se necessario, concetti nuovi, come è accaduto sin dai tempi più antichi. Infine, un’ultima dimensione in cui le differenze fra le confessioni sembrano sparire è quella relativa alle modalità dell’annuncio. In quale modo si deve presentare il messaggio cristiano? Si deve procedere tramite conoscenza dell’altro e dialogo anzitutto della vita oppure è meglio una modalità più esplicita e decisa. E, se è vero che il messaggio deve essere formulato nella misure del possibile in modo che l’altro lo possa comprendere, fino a che punto il messaggio evangelico può essere semplificato e adattato senza che perda il suo sapore? A volte chi proviene dal mondo accademico tende a considerare come modello ideale di annuncio e di predicazione quello che

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si rivolge appunto all’intellettuale, che pensa e agisce sulla base di una certa concezione di ragione e di scala dei valori, e a vedere con un certo sospetto manifestazioni di fede di carattere più popolare. Questi problemi sono comuni a tutte le confessioni cristiane. Da qui la necessità di tornare insieme alle radici della Fede per una pastorale del futuro. La radice è Cristo. Compito dei teologi e dei pastori è accompagnare con umiltà, nella consapevolezza che il Pastore vero è Cristo, da cui tutti impariamo. Il ritorno ad una autenticità delle origini è sicuramente facilitato dalla complementarietà delle prospettive, che permettono, è l’auspicio, di meglio discernere la radice comune e di apprezzare la ricchezza e la varietà degli sviluppi successivi.

L’annuncio della fede cristiana: elementi essenziali dal presente al futuro Il titolo di questo convegno, che rimanda al libro curato da E. Borghi e G. De Vecchi, è un invito ad interrogarci insieme su ciò che fonda e nutre la fede cristiana. Voci provenienti da diversi ambiti del sapere teologico, appartenenti a contesti ecclesiali plurali, rendono visibile la pluralità della fede cristiana. Siamo la Chiesa dai tanti volti, riscoperta nel cammino ecumenico come sinfonia delle differenze. Comunità cristiane plurali, con radici plurali, seppure tutte parte dell’unico corpo indiviso del Cristo. Radici plurali, che hanno dato vita a ipotesi di lavoro differenti su come vivere e annunciare il Vangelo nella storia. Tale pluralità necessita una continua vigilanza perché le diversità non siano assolutizzate e rimangano in dialogo tra di loro, a servizio di quell’unico Vangelo che le accomuna. Ci interroghiamo sull’annuncio a partire dalle nostre radici, quelle ecclesiali e quelle personali. Entrambe decisive per lasciare scorrere la linfa necessaria alla salute della pianta. Le radici, da cui la pianta ecclesiale riceve nutrimento, non rappresentano il passato superato, seppure custodito nella memoria, ma l’anello che tiene assieme il passato e il presente, per dischiudere il futuro. Sentiamo l’esigenza di pagare i debiti a coloro che, come una nube di

di Lidia Maggi*

testimoni, ci hanno preceduto nella fede, come per chi, nel presente, ci ha annunciato il Cristo. Interrogarci su come e da chi abbiamo ricevuto il Vangelo ci aiuta a riconoscere che abbiamo avuto bisogno di altri per aprirci alla fede. Tale riconoscimento suscita in noi gratitudine e rappresenta un bagaglio di confronto a proposito della questione dell’annuncio, da non sottostimare. Quale continuità e quale discontinuità tra la fede di Timoteo, quella della madre Eunice e della nonna Loide (cfr. 2Timoteo)? Queste radici che nutrono la fede non sono però immuni da malattie. Del resto, se oggi ci interroghiamo su nuove modalità di annuncio, è perché sentiamo tante fatiche al riguardo. Molte sono le malattie che rendono deboli le radici della nostra fede, personale e collettiva. Una pianta muore per mancanza di nutrimento come per la

troppa esposizione all’acqua, che ristagna e fa marcire le radici. Le chiese conoscono entrambe le malattie: saturazione e stanchezza, eccessivo nutrimento e carestia. Una «pesante» educazione religiosa può scatenare una reazione di rifiuto, così come una mancanza di formazione può generare credenti poco strutturati e inconsapevoli delle loro fragilità. Penso, ad esempio, al fenomeno dell’analfabetismo di ritorno che colpisce buona parte delle chiese della Riforma. Credenti che vengono da tradizioni che hanno dedicato molta attenzione ed energia allo studio delle Scritture, si sono sentiti così sicuri di questa conoscenza fino ad adagiarsi, facendo della Bibbia un marcatore identitario sempre meno ripreso e studiato. Non si può andare in automatico

* Nata a Sassari nel 1964, è pastora e teologa battista. Molto impegnata nella divulgazione biblica e nel dialogo ecumenico e interreligioso, ha pubblicato vari contributi su differenti periodici. Tra i suoi ultimi libri: (con A. Reginato) Vi affido alla Parola. Il lettore, la chiesa e la Bibbia, Claudiana, Torino 2017; (con C. Petrini), Accarezzare la terra. Meditazioni sul futuro del pianeta, Centro Formazione e Lavoro A. Grandi, Bergamo 2018; Protestantesimo, Editrice Bibliografica, Milano 2018; (con A. Reginato), Corpi di desiderio. Dialoghi intorno al Cantico dei Cantici, Claudiana, Torino 2019.


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nella vita, tanto meno nella fede. Vigilare sulla salute delle radici, da cui le comunità ecclesiali e i singoli credenti traggono nutrimento, rappresenta un compito decisivo per le chiese. Anche questo fa parte dell’annuncio. Annuncio e testimonianza L’annuncio domanda di maturare una sapienza della parola. La comunicazione verbale occupa un posto importante, se non prioritario, all’interno di una tradizione religiosa che custodisce e trasmette la voce attraverso l’attestazione delle Sacre Scritture. Parola da leggere, ascoltare, pregare, vivere, ma appunto parola. Dio, in Gesù Cristo, si fa presente come «parola incarnata». Si rivela, come una presenza che agisce e che parla, comunica. Non un dio esoterico ma comprensibile, che chiama la creatura umana e le rivela che anch’essa, a immagine di Dio, è creatura relazionale, che ha bisogno di comunicare. Riflettere sull’annuncio richiede sia l’attenzione teologica al contenuto, per non tradire il cuore del Kerygma, sia un’intelligenza della verità antropologica, manifestata dalla parola: siamo fatti per la relazione (non è bene che l’essere umano sia solo), non bastiamo a noi stessi. Abbiamo bisogno di ricevere una parola per entrare in dialogo con un tu. L’annuncio tiene insieme la cura per la parola ricevuta dalla tradizione e l’attenzione a chi questa parola è rivolta affinché diventi verità per quella vita. Il Dio che annunciamo non solo si rende comprensibile, ma lega la propria identità a un tu. È sempre presentato come il Dio di qualcuno: il Dio di Abramo e Sara, il mio e il tuo Dio. Annuncio dunque è testimonianza che avviene all’interno di una relazione tra chi proclama e di chi ascolta, secondo la sapienza del dialogo. Chi sono i soggetti che annunciano? A chi è affidata la responsabilità di annunciare la buona notizia che Dio è con noi e per noi? A figure specifiche come presbiteri, pastori, missionari e catechiste? Oppure a tutta la Chiesa, ad ogni credente? La crisi dell’annuncio L’annuncio, almeno nelle forme tradizionali – predicazione, catechesi, formazione biblica – è in crisi. Si parla di «pulpito muto» per affrontare il fenomeno dell’insignificanza della predicazione. E non necessariamente per la sciatteria del predicatore, ma per

una crisi più generale della parola, legata al nostro tempo, che moltiplica le parole e, contemporaneamente, le svuota di significato. La generazione che ci ha preceduto nella fede era convinta, almeno in ambito riformato, che le persone potessero cambiare con la forza della parola predicata. Oggi ne dubitiamo. Le parole proclamate da un ambone si perdono tra le mille altre che risuonano in chi ascolta. La crisi dell’annuncio, nelle sue forme istituzionali, spinge le chiese a ripensarlo nei diversi spazi della vita, oltre i percorsi tradizionali. Se il pulpito è muto, la parola potrebbe parlare da altri spazi, come quelli delineati nella vita di tutti i giorni: conversazione a casa, al bar, sul lavoro, e anche sui social. Riportare l’annuncio in luoghi meno connotati permetterebbe di coinvolgere e valorizzare l’apostolato di tutti coloro che non esercitano un ministero istituzionale. Tale annuncio, anche se spontaneo, richiede formazione e confronto, così da arginare il rischio dell’improvvisazione e dell’autoreferenzialità. La salute spirituale di chi annuncia La crisi dell’annuncio ha motivazioni sia esterne che interne alla Chiesa. Si annuncia ciò che si vive e si conosce, il Dio ricevuto e incontrato. Il problema è se questo incontro continui ad essere l’acqua che nutre la pianta, se quella sorgente d’acqua viva sia diventata, col tempo, acqua che ristagna o si disperde. Dunque, un nodo della questione sta nella salute spirituale di chi annuncia. Ritrovare le motivazioni fondative non garantisce, forse, l’efficacia, ma cura le ferite e le paralisi spirituali. Annuncio e biografia personale sono strettamente connessi. «Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita» (1Gv 1,1). Il punto di partenza della lettera giovannea non pertiene solo alla generazione apostolica, ma è criterio per l’annuncio in ogni tempo. Chi annuncia riscrive, ogni giorno, con la propria vita, quanto ha vissuto per poterlo testimoniare in modo credibile. Annuncio è ascolto La Chiesa che annuncia deve porsi in ascolto della parola che custodisce, come del terreno dove questa è seminata. Il terreno è parte dell’annuncio.

Per poter annunciare il Vangelo, la Chiesa ascolta la voce di Dio come quella del mondo. E qui arrivano i problemi, perché provare a leggere il nostro tempo significa fare i conti con il disorientamento di una realtà complessa, di difficile interpretazione. Noi siamo l’eunuco (At 8,26ss): leggiamo questo tempo ma non lo capiamo e non c’è nessuno che ce lo spieghi. E tuttavia, non possiamo esimerci dal leggere e provare ad interpretare il nostro mondo. Pur non disponendo di un quadro d’insieme, possiamo iniziare col leggere noi stessi in questo presente e vedere i tanti cambiamenti avvenuti in poco tempo, a iniziare dall’esperienza religiosa. Essa, nel passato, delineava l’identità di una comunità sociale e che, oggi, ha perso consenso e autorevolezza. Le chiese non rappresentano più il punto di riferimento di una comunità civile, la fontana del villaggio. Non scandiscono più, con i loro riti religiosi, la vita delle persone. Inoltre, è cambiato il modo di aderire ad una comunità religiosa. Oggi le appartenenze sono più fluide, le identità più complesse. In questo quadro è difficile pensare di poter costruire una comunità come l’abbiamo ereditata. Se a questi elementi aggiungiamo la rivoluzione della rete, la reperibilità costante, il cambiamento della percezione delle distanze, difficile non sentirsi disorientati. Infine è arrivata la pandemia che ci forza a ripensare anche quelle poche attività che sembravano ancora tenere. È un presente complesso, che sfugge a qualsiasi sintesi e cambia più in fretta di quanto noi riusciamo a leggerlo. Nonostante la complessità, non possiamo esimerci da leggere e farlo senza la fretta e l’ansia di trovare risposte. È solo da un ascolto attento che potranno scaturire nuove forme di annuncio, catechesi, diaconia. Intendiamoci bene: non va buttato all’aria tutto quanto la tradizione ci ha insegnato. Ciò che funziona non si cambia! Ma accanto agli impegni ecclesiali tradizionali siamo chiamati a provare nuove vie. Con la sapienza dello scriba di Matteo siamo chiamati a tirare fuori dal nostro bagaglio cose nuove e cose antiche. Leggere è un’operazione difficile: bisogna entrare in un altro mondo, assumendo la postura di chi viene ospitato invece di quella del padrone di casa che ospita. Può suonare come un ossimoro affermare che l’annuncio è prima di tutto ascolto, ma è così. O, per dirla con un altro linguaggio: l’annuncio richiede la sapienza di saper


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creare un clima accogliente ed empatico, in grado di ospitare l’altro e, cosa più difficile, di lasciarsi ospitare, farsi ospite discreto. Ecco perché chi è chiamato ad annunciare deve compiere un intenso lavoro su di sé, sulla sua «pasta umana», per diventare testimone autorevole e credibile. È un lavoro continuo per la Chiesa che evangelizza. Proprio come ci racconta Marco nel suo vangelo. Gli apostoli, alla fine del viaggio, sono chiamati a ricominciare tutto daccapo, ritornando in Galilea di nuovo al seguito di Gesù (cfr. Mc 16,7). Apostoli-discepoli che annunciano e si lasciano annunciare, in una formazione permanente alla fede. Abbiamo parlato di ipotesi di lavoro differenti. Anche per quanto riguarda la missione, le versioni evangeliche mettono in scena modelli differenti, persino opposti. Accanto al mandato missionario di quelle sinottiche, c’è la Chiesa di Giovanni che evangelizza attirando a sé con l’amore che lega gli uni agli altri. La tensione tra «andare» (Marco-Matteo-Luca) e «stare» (Giovanni) è irriducibile. Ogni epoca, ogni comunità, ha bisogno di trovare il proprio stile di annuncio e può trovarlo se è disposta a mettere la Parola alla prova della vita. Variazione sul tema: Giovanni 4 Riflettere sull’annuncio senza entrare in una pagina biblica sarebbe un paradosso. Propongo di entrare nella scena del dialogo tra Gesù e la samaritana (Gv 4). Di quella scena mi limito a proporre anzitutto il testo dei vv. 5-30: Gesù giunge dunque a una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe. 6C’era, là, il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva sul pozzo. Era all’incirca l’ora sesta. 7Viene, una donna di Samaria, ad attingere acqua. A lei Gesù dice: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli infatti erano andati in città per comperare cibi. 9Dice dunque a lui la Samaritana: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non intrattengono relazioni con i Samaritani. 10Gesù rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice (la donna): «Signore, tu non hai nemmeno un secchio e il pozzo è profondo; da dove hai dunque l’acqua, quella viva? 12Sei tu forse più grande 5

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del nostro padre Giacobbe, che ci ha dato questo pozzo ed egli stesso ne bevve, e i suoi figli e le sue greggi?». 13 Gesù rispose: «Ognuno che beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chiunque beva dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». 15Gli dice la donna: «Signore, dammi quest’acqua, perché non abbia più sete e non debba attraversare fin qui per attingere». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e (poi) ritorna qui». 17La donna rispose: «Non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene “Marito non ho”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e ora quello che hai non è tuo marito; ciò che hai detto è vero». 19 A lui la donna dice: «Signore, noto che tu sei un profeta. 20I nostri padri sopra questo monte adorarono Dio e voi dite che in Gerusalemme è il luogo in cui bisogna adorare». 21Dice a lei Gesù: «Credimi, donna: viene l’ora quando né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza proviene dai Giudei. 23 Ma viene l’ora, ed è questa, quando i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; infatti il Padre cerca adoratori di questo tipo. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano in spirito e verità devono adorarlo». 25Dice a lui la donna: «So che viene il Messia, colui che è detto Cristo: quando egli sarà venuto, ci spiegherà ogni cosa». 26 Dice a lei Gesù: «Io sono, colui che ti sta parlando». 27E in quel (momento) giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che stesse parlando con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che cosa cerchi?», o: «Perché parli con lei?». 28La donna dunque lasciò la giara, andò via, verso la città, e dice alla gente: 29«Venite a vedere una persona che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Vediamo ora alcune suggestioni che interrogano la questione dell’annuncio. – Nel frattempo. L’episodio è introdotto da una nota del redattore evangelico, che ci informa sul viaggio di Gesù dalla Giudea alla Galilea e della sua decisione di passare per la Samaria. L’incontro avviene all’interno di un percorso, nel frattempo, in un luogo di passaggio. Chissà se questo non possa suggerire qualcosa a noi tutti, preoccupati degli obbiettivi da raggiungere e un po’ meno di quanto succede nel frattempo. La vita è nel frattempo, in

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quel tempo sospeso dove pensiamo che non succeda nulla perché non è il luogo né l’ora giusta. A mezzogiorno la gente è occupata, non si fa le domande e non va ad attingere l’acqua. La scommessa, invece, è che non solo l’alba e il tramonto, ovvero i momenti forti della vita, costituiscono il terreno propizio all’annuncio, ma persino il mezzogiorno, la vita ordinaria. – Esporsi all’altro. Fermandosi al pozzo e chiedendo da bere, Gesù si espone. I suoi incontri non sono progettati a tavolino: hanno il sapore del fortuito, del lasciarsi incontrare e interrompere. C’è qui un annuncio che non è posa e che interroga le nostre modalità di annuncio quando rischia di essere strategia pensata, tecnica pastorale, a scapito della sorpresa e della spontaneità. – Il pozzo. L’incontro avviene al pozzo. Ma dov’è il pozzo, oggi? E la sete? Dove sono questi ingredienti base della scena evangelica? Il riferimento è alla sete di chi annuncia come a quella di chi riceve l’annuncio. E se la fatica di annunciare dipendesse anche dalla mancanza di sete, già soddisfatta altrove? La samaritana non ha bisogno dell’acqua, perché ha il pozzo da cui attingerla. Già questo ci mette in discussione: ci aspettiamo che l’altro passi attraverso esperienze di aridità perché sorga il desiderio religioso; ma non avviene così. Paradossalmente, le persone a cui vorremmo rivolgerci non sono assetate di senso. Di fronte all’assenza di desiderio, di interesse verso ciò che vorremmo condividere, siamo noi a sentirci spiazzati, privi di un luogo di incontro, «spozzati»! Ma è proprio da qui che prende vita il racconto: da una donna che va al pozzo e da un uomo che non ne ha uno proprio. E oggi? Esiste ancora un pozzo dove attingere acqua e incontrarsi? Probabilmente non in questa forma. O meglio, il pozzo c’è, ma come monumento urbano, coreografico: si pensi all’uso civile della religione e dei simboli religiosi. Davanti a un monumento ci si fa il selfie, non si cerca l’acqua, perché di quella ci si sente già saturi. Il fenomeno della «monumentalizzazione» del pozzo riguarda tutte le chiese e non è solo un problema di edifici. Le chiese sono piene di turisti e vuote di credenti. I luoghi di culto diventano arredo urbano, riferimento per radici identitarie ad uso politico. Il cristianesimo, tirato in causa come eredità (nostro padre Giacobbe ce lo ha dato), rischia di essere percepito come pozzo chiuso, moneta fuori cor-


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so: non si va lì ad attingere l’acqua. È il simbolo di qualcosa che, un tempo, ha segnato la città ma di cui, ora, non conserva la traccia dell’acqua per la vita. Di fronte a questo quadro, come annunciare il Dio della vita e osarlo fare a chi è saturo di cristianesimo? – Dammi da bere. Gesù esprime un bisogno. Non ricorre a una strategia pastorale, piuttosto osa chiedere qualcosa per sé. E con quella richiesta suscita nell’interlocutrice delle domande. Domande che non c’erano in partenza e che, probabilmente, la donna non sapeva di avere. – Non hai un secchio. Gesù non ha lo strumento per attingere. Un problema di mezzi adeguati, dunque? Ma nel nostro caso, se il pozzo è diventato elemento di arredo, la questione degli strumenti non diviene inutile, persino ridicola? Siamo misurati con

l’elemento del ridicolo, tutte le volte che l’interlocutore percepisce la nostra offerta di acqua viva come «inutile», Il problema non è la profondità del pozzo, ma l’insignificanza della salvezza che annunciamo, percepita come non aderente alla vita. Diamo la sensazione di voler fumare la pipa con il quadro di Magritte! – Sei tu più grande? Se nel nostro contesto postmoderno le esperienze religiose si equivalgono, come fare a far uscire l’altro dalla posa del cliente, dello spettatore non partecipe? Gesù si appella al mistero, al pensare Dio come mistero del mondo e della vita. Annuncia il disegno di Dio e il senso del mondo. È possibile oggi scommettere che nel pozzo-monumento ci sia ancora acqua, per quanto sorgente carsica? È possibile insinuare la speranza di una sete più grande? È possibile accendere un desiderio, sen-

za tuttavia esaudirlo immediatamente (religiosamente)? Non rischiamo oggi un cristianesimo che, per andare incontro all’altro, tende a ridurre la sete di senso a bisogno da soddisfare al proprio pozzo? Rispetto al nostro schema abituale, del tipo «domanda e risposta», Gesù ci insegna l’arte della domanda contro domanda. La scena giovannea apre ad ulteriori suggestioni, a proposito del nostro tema. In conclusione, emerge da quell’incontro l’immagine di un annuncio che sorge da una fede vissuta come stile di vita, strappata alla posa, alle strategie costruite a tavolino. Abbiamo bisogno di attingere al pozzo di un cristianesimo riconsegnato alla spiritualità del cuore capace di ascolto, sia della parola divina che di quelle del nostro tempo. Un cristianesimo che scommette nella sapienza delle relazioni.

L’annuncio della fede nella contemporaneità: riflessioni e sviluppi Introduzione L’annuncio della fede nel mondo contemporaneo: in un primo momento, un simile tema può sembrare uno dei tanti titoli altisonanti che cercano di presentare, in poche parole, una dinamica di attenzione ad un tema che difficilmente si riesca ad affrontare con successo. Da un lato, infatti, la presunzione di trovare nuove ed efficaci formule di annuncio, dall’altra la conosciuta rassegnazione per l’impressione che il messaggio cristiano abbia ormai poco a che fare con il mondo contemporaneo. È la tipica sindrome di chi ha tenuto le redini per molti secoli – la cultura cristiana, più che le singole istituzioni ecclesiali – e ora si ritrova ad avere poco più che un retaggio di un passato che non è più. E allora anche slogan come «nuova evangelizzazione», «rinnovamento ecclesiale», «il vangelo ai giorni d’oggi» paiono come parole intrise di nostalgia più che di dinamica propositiva per il futuro. Persino alcune formule coniate nel rinnovamento post-conciliare (dalle varie comunità cristiane) sembrano espressioni celebrative di autoconvincimento per alcuni nostalgici di un aggiornamento mai veramente compreso o attuato.

di Emanuele Michele Di Marco*

Davanti ad un panorama così apparentemente desolante è normale reagire come i grandi maestri dell’annuncio: Isaia, Giona, Paolo di Tarso. La Ninive contemporanea sembra ben più ostile della biblica, l’areòpago della postmodernità liquida pare non dare neanche più la possibilità di un rinvio «ti ascolteremo un’altra volta». L’uo-

mo attuale pensa di possedere già tutto il tesoro che la fede cristiana può portare. I complici di questa impressione sono molti: l’indifferenza alla istituzioni ecclesiali, la vita «distratta» a più livelli, uno scarso interesse alle proposte trascendenti. C’è, però, un protagonista inatteso: la banalizzazione dell’Evento cristiano, da parte di chi è depositario di questo dono, ha dato un’immagine sciatta della proposta di fede. La catechesi contemporanea si presenta inadeguata proprio nella capacità di offrire un cammino affascinante. La banalizzazione dei contenuti, la ricerca ossessiva di metodologie innovative, l’incapacità di ascolto degli interlocutori hanno determinato – insieme a numerosi altri fattori, non da ultimo il contesto sociale – una disaffezione

* Nato a Lugano nel 1982, dopo la maturità cantonale ha ottenuto il Bachelor of Arts in Primary Education e la Licenza di docente nella Scuola primaria (ASP – Locarno 2005); ha conseguito inoltre il Baccellierato in teologia (2010) e la Licenza in teologia dogmatica (2011) presso la Facoltà di Teologia di Lugano. Nel 2014 ha acquisito il titolo di Dottore in teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. Nel medesimo anno si è diplomato formatore presso l’Istituto «San Pietro Favre» della Pontificia Università Gregoriana di Roma. Ordinato presbitero della Diocesi di Lugano nel 2011, dirige l’Oratorio di Lugano. Direttore del Centro di Liturgia Pastorale della Diocesi di Lugano, insegna teologia pastorale e catechetica alla Facoltà di Teologia di Lugano. Tra gli scritti più recenti: Christus vivit: approfondimento, in «Voce» (maggio-giugno 2019), 13-18. La crisi climatica: verso un’escatologia ecologica? RTLu XXV (2/2020) 213-244; Il Magistero ecologico. Un rinnovato impegno a tutela del creato come guarigione delle relazioni, in Veritas et Jus, 20 (2021), 45-84.


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nei confronti dell’annuncio cristiano. In questo breve contributo, si vuole offrire una pista di riflessione su alcuni punti importanti dell’annuncio della fede nella contemporaneità. Fede in Cristo Gesù «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»1. La centralità del Maestro di Nazareth rimane evidente giacché nei vari temi affrontati i riferimenti alle versioni evangeliche e all’agire del Cristo sono numerosi. D’altronde, riferendosi sovente all’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (= EG), pare evidente che sia fondamentale quanto Papa Francesco sottolinei negli ultimi tre capitoli: «l’incontro personale con l’amore di Gesù che ci salva». Riflettere sul tema dell’annuncio – tanto nel contesto subapostolico, quanto nell’era 2.0 e successive – non può prescindere dalla centralità kerygmatica. Un annuncio privo di kerygma (passione, morte e risurrezione del Signore) non può pretendere di raggiungere il cuore delle persone. Il tema del linguaggio della catechesi non è messo da parte nella sua tradizione: narrazione, kerygma, memoria. Sono aspetti fondamentali che Placida2 propone nel solco della tradizione catechetica. Con coraggio affronta la sfida del problema della percezione del tempo nel mondo contemporaneo, riproponendo una riflessione sulla memoria e sul suo ruolo all’interno della missione della Chiesa. Apre, quindi, ad un ripensamento e ad una messa in discussione del linguaggio della catechesi, come sottolineato da Papa Francesco in Evangelii Gaudium (cfr. n. 15). Non si tratta di cambiare il linguaggio del Vangelo: piuttosto, in fedeltà all’Incarnazione, di trovare nuove vie per comunicare le Verità della fede, che restano immutabili. L’amicizia apostolica «Vieni e vedi»: Filippo, andando a chiamare Natanaele, trova la reticenza. Ma l’unica forza in grado di smuovere lo scettico è quella della proposta di qualcosa di importante per la propria esistenza3. Certo, Filippo è in grado di condurre Natanaele da Gesù. Cosa che spesso la catechesi contemporanea non è in grado di fare. Il rapporto personale con l’interlocutore crea il

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fascino per ciò che è importante. La fede va proposta, mai imposta. Ma finché colui che annuncia non ha in sé accresciuto il rapporto con il Signore, non si tratta di evangelizzazione ma di semplice informazione religiosa. E qui sta il punto4. La sfida della pastorale contemporanea, ormai il messaggio è ridondante, vede in prima linea la grande domanda: quale Gesù la Chiesa porta a conoscere? Dove lo si incontra? La grande sfida della catechesi contemporanea percorre la medesima strada di Filippo. Non si tratta di imporre ma di proporre una strada, la fede cristiana mal si concilia con il proselitismo e l’opera di convincimento. È una questione di attrazione: come la Chiesa apostolica sapeva attrarre per le sue dinamiche interne, la comunità ecclesiale è chiamata a sanare le sue dinamiche interne ponendole sul piano dell’amicizia, che crea la comunità. Dinamiche interpersonali: IO+TU+LUI=NOI Pare persino troppo banale la formulazione per riassumere l’importanza di un annuncio performativo: il NOI ecclesiale, ovvero la dinamica comunitaria di un cammino cristiano, si può attivare solo laddove vi è un rapporto a tre. Colui che annuncia, colui che accoglie, colui che viene accolto: Gesù Cristo («dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»5). Laddove uno di questi tre protagonisti non è presente, là non si attiva il cammino di condivisione. Il cristiano non è indifferente a quanto di nuovo l’esistenza terrena di Gesù di Nazareth ha portato nella storia umana. La fede in lui, nella sua esistenza, nella sua azione, nella sua vita (in tutte le sue stagioni) è determinante per la speranza e la salvezza di ognuno6. La prima via per recuperare un senso cristiano della Storia vede quindi il recupero della centralità del mistero dell’Incarnazione7 e della Redenzione8. «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi»9. Un rapporto personale con Gesù è la risposta ad una catechesi ormai inefficace se si basa e costruisce su un annuncio unidirezionale, da chi sa a chi ignora. L’annuncio di fede non può essere una comunicazione top-down. Il «LUI» rappresenta l’esigenza, nella dinamica della fede, di avere un terzo al quale riferirsi. Ad una persona concreta – reale interlocutore – con il quale dialogare. È il grido di chi ha bisogno di parlare con Dio, di sentire

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la sua cura e la sua presenza. Questa invocazione può essere rappresentata dal «non ti importa» di Marta10 o dei discepoli sulla barca in tempesta11. Mondo contemporaneo e annuncio Impermeabilità pastorale La pastorale che cerca di applicare modelli è per sua natura fallimentare, perché esige di identificare dinamiche che non siano uniche e irripetibili. Quando si ha la pretesa di esaurire la fantasia dello Spirito Santo, si rimane rapidamente disillusi: ogni realtà, unica e irripetibile, può fondare la sua forza solamente nel rapporto personale con il Signore risorto. Consumismo e individualismo religioso, insieme alla crisi delle grandi narrazioni, hanno determinato una forte disaffezione alla forma comunitaria della fede. Già nel 1975 Paolo VI rimarcava, con una lapidaria frase poi ripresa innumerevoli volte: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre»12. Annuncio liquido13 La catechesi deve confrontarsi con l’equilibrio tra il «credo quia absurdum» di Tertulliano e il «rendere ragione della speranza che è in voi» di San Pietro. Privare di trascendenza l’annuncio cristiano, per renderlo fruibile o semplice, rischia di impoverire la possibilità di incontro con la Rivelazione. Quanto sovente la catechesi non trova interesse presso gli interlocutori proprio perché talmente semplificata da divenire insignificante. E quanto le nostre espressioni verbali e formative riducono il carico teologico dei misteri che andiamo a presentare. La Sacra Scrittura rischia di essere «fabulizzata» e a fatica trova posto tra i tanti racconti e storielle che l’apparato educativo postmoderno riesce a creare. Ormai il mondo ha lasciato alle sue spalle la convinzione che il futuro dell’uomo potesse essere a-religioso. La dinamica di secolarizzazione ipotizzata da Harvey Cox, pastore battista, nel suo A secular city (1965) si è dimostrata inadeguata a descrivere la contemporaneità14. Sarà lui stesso a ritrattare la sua posizione, sebbene pare che sussistano dimensioni religiose nel singolo individuo e in piccole comunità in una società secolarizzata: è forse questa l’ultima tappa di una privatizzazione della dimensione religiosa voluta e realizzata negli ultimi


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anni. Un’attualità certamente priva di metanarrazioni, per dirla con Francois Lyotard, ma non per questa priva di una sete spirituale. L’uomo contemporaneo si accorge di «avere sete». Il problema è che spesso non sa dove andare, oppure ancora non si reca nelle «fontane del villaggio» perché ormai sembrano non essere dissetanti. In questo clima di neopaganesimo, in cui tutte le proposte religiose (self made o istituzionali) sono accettate, il criterio della verità è soppiantato dal wellness spirituale: determinante è il fattore sentimentale, psicologico, persino consumista. Gerarchia delle «buone notizie» Lo statuto della buona notizia – il Vangelo – spesso non riscontra un valore superiore alla fake news. La scollatura tra le formule liturgiche e gli assiomi religiosi alimenta il senso di disorientamento rispetto al bagaglio di fede. Stories e Communities: non c’è spazio per il Mistero. Il grande rischio del pluralismo religioso è proprio quello di una de-trascendenza della fede, con la riduzione della religione ad una semplice etica. È tuttavia risaputo che per poter abbracciare dei principi etici è necessario avere un motivo per il quale questa opzione possa essere assunta ed essere ritenuta valida. L’aspetto religioso della vita si riferirebbe sempre più ad una lettura del mondo e ad una scelta di stampo morale per la vita terrrena, sempre più scollegata da una visione di senso e di vita dopo la morte. È una deriva conseguente alla contrazione del tempo vissuto. Chiesa che riceve e porta l’annuncio Tradizione15 e insegnamenti L’efficacia della catechesi non è infatti determinata – esclusivamente – dai canali comunicativi e dalla loro attualità. Ne sottolinea la costante maturazione, fedele a quel principio pneumatologico che lascia emergere la continua azione dello Spirito nella Chiesa: persino determinare cosa sia «la catechesi» è impresa ardua. Il profilo dinamico della catechesi non la rinchiude pertanto in una forma monolitica e sterile: essa è azione viva della comunità ecclesiale. Da qui si comprende la necessità di un (nuovo) manuale di catechetica. La disciplina soffre infatti di una riduzione all’aspetto meramente pratico, che spinge in un’elevazione esclusiva delle tecniche psico-pedagogiche o della produzione di innumerevoli proposte di percorsi.

È il caso delle dimensioni della vita cristiana identificate in liturgia, carità, annuncio. In questo l’autore non osa ipotizzare nuove strade, piuttosto tenta (e riesce) a valorizzare il trinomio ormai diventato schema assodato e rodato della pastorale ecclesiale. Difatti la compresenza delle tre funzioni consente di vederle non come settori differenti tra loro, quanto piuttosto come realtà fondamentale della vita della Chiesa. La fede cristiana non è passato, memoria di tempo trascorso, sforzo di attualizzazione di ciò che non è più. Gesù Cristo precede il nostro tempo, la dimensione parusiaca è la forza che attrae nel cammino della comunità cristiana. Cammino sinodale L’annuncio contemporaneo deve quindi considerare le sensibilità e il modo di comunicare attuale. Non tanto nei mezzi (i social network e le varie piattaforme mutano costantemente e ad una rapidità troppo esigente16) quanto l’approfondita considerazione della vita dei singoli individui. Privatizzazione dell’esperienza religiosa, sentimentalismo, pluralismo e relativismo sono solo alcuni dei tratti da considerare. Il cammino sinodale della Chiesa non deve essere inteso come un apparato istituzionale di partecipazione più o meno democratica alle decisioni ecclesiali. La sinodalità diviene un atteggiamento di condivisione e narrazione dei singoli cristiani che diventano una comunità. Nell’esortazione apostolica Christus Vivit papa Francesco spiegando cosa sia un Sinodo, riprende l’immagine della carovana (cfr. Lc 2,42-44) in cammino. E, aggiungiamo noi, pare proprio interessante che al momento in cui Giuseppe e Maria si accorgono della mancanza di Gesù nella carovana (= synodìa)… siano tornati a cercarlo al Tempio. In modo provocatorio, in questa riflessione si comprende come il cammino sinodale non possa prescindere dalla presenza di Gesù. E l’annuncio ecclesiale deve tenere conto proprio di questo bisogno.

sario a partire tanto dall’esperienza personale quanto da quella ecclesiale. Bisogna «kerygmatizzare» la vita delle comunità. Presa coscienza del divario tra il linguaggio religioso e quello quotidiano, è importante non tanto piegare il linguaggio a formulazioni contemporanee, con un rischio enorme di depauperarlo. Compito della comunità cristiana, ricomprendendo lo stile di Gesù (l’annuncio attraverso parabole), sarà quello di accompagnare la fede nella scoperta di un tesoro, quello della fede, che per sua natura non può essere esaurito nel comunicare contemporaneo18. La fede cristiana ha la pretesa di una dimensione narrativa che, però, deve essere sempre riferita all’esperienza del trascendente. Perciò l’articolazione del linguaggio è necessariamente a disagio: la realtà della fede si proietta oltre l’orizzonte esperienziale dell’uomo, suscita nuove forme di esperienza che infrangono il ragionamento argomentativo e cercano un’altra via di efficace comunicazione. È il trascendente a dover attrarre, non il trascendente a dover essere attratto e piegato dalla realtà umana. La narrazione ben si innesta nell’esperienza umana perché vanta un prima e un dopo, segno del fluire del tempo tipico della vita. E la fede cristiana e nel suo intimo profondamente temporale: la storia della salvezza, riportata dalle Sacre Scritture, ha un inizio con la creazione del mondo e una fine con il suo compimento. Gesù stesso si pone come Alfa e Omega, inizio e fine. La narrazione ha una trasformazione da una situazione iniziale ad una finale19. La grande chance che si presenta è l’intreccio della storia della salvezza con le storie dell’uomo contemporaneo: da esperienze parcellizzate, frammentate e indipendenti occorre arrivare ad una integrazione della propria vita con quella del Cristo, inserita nella storia della salvezza. La domanda di senso che accompagna il cuore dell’uomo, l’inquieto luogo dei sentimenti, delle scelte, degli affetti è il terreno fertile anche nella contemporaneità.

Conclusioni

Bibliografia

La sfida della riflessione sull’annuncio nel mondo contemporaneo si confronta con molteplici Giona senza mancar di riprendere la felice immagine del kerygma come «cerniera» tra la storia di Gesù e quella della sua comunità17. Rimettere al centro dell’esperienza cristiana l’annuncio è compito neces-

Magistero Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus Caritas Est, in AAS 98 (2006), 217-252. Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, in AAS 105 (2013), 1020-1137. Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, in AAS, 58 (1966), 1025-1120.


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Contributi vari D. Biju-Duval, Nuova evangelizzazione e conversione pastorale secondo Evangelii Gaudium, in «I Laterani» (2015), 27-31. E. M. Di Marco, Christus vivit: un documento magisteriale «al limite», in Rivista di Teologia di Lugano (3/2019), 473-498. Il tempo si è fatto breve. Vivere cristianamente nella postmodernità, LUP, Città del Vaticano 2015. S. Lanza, Convertire Giona, Edizioni OCD, Roma 20082. F. Placida, Comunicare Gesù. La catechesi oggi, Urbaniana University Press, Roma 2015. G. Propp, Morfologia della fiaba, tr. it., G.L. Bravo, Torino 1929. A.J. Greimas, Sémantique structurale, Larousse, Paris 1966. A. Ruccia, Annuncio e profezia, San Paolo, Leumann (TO) 2017. L. Sartori, Tradizione, in J. Gevaert (a cura di), Dizionario di Catechetica, Editrice Elledici, Leumann (TO) 1987, pp. 642-644. R. Tonelli, La narrazione come proposta per una nuova evangelizzazione, LAS, Roma 2012. T. Trenti, Il linguaggio nell’educazione religiosa, Elledici, Torino 2008. G. Villata, La cultura dell’incontro. Percorsi di teologia pastorale, EDB, Bologna 2015. Note 1. Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus caritas est, n. 1. 2. F. Placida, Comunicare Gesù. La catechesi oggi, Urbaniana University Press, Roma 2015. 3. «Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: “Seguimi”. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Torah e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Natanaèle esclamò: “Da Nazaret può mai ve-

nire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”» (Gv 1,43-46). 4. «L’annuncio dei primi apostoli non consisteva, infatti, in una serie di catechesi con le quali dimostrare la verità storica di Gesù Cristo, o con cui far conoscere ai pagani dei concetti teologici, ma nella trasmissione di “un’esperienza”. Per Paolo conoscere Cristo significa sperimentare la potenza della sua risurrezione, partecipare alle sue sofferenze, in altri termini “possederlo” (Fil 3,10)» (A. Ruccia, Annuncio e profezia, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2017, p. 81). 5. Mt 18,15-20. 6. Rm 10,3-6. 7. «La nascita di Gesù a Betlemme non è un fatto che si possa relegare nel passato. Dinanzi a lui, infatti, si pone l’intera storia umana: il nostro oggi e il futuro del mondo sono illuminati dalla sua presenza. Egli è “il Vivente” (Ap 1, 18), “colui che è, che era e che viene” (Ap 1, 4)» (Giovanni Paolo II, Bolla d’indizione del Grande Giubileo del 2000 Incarnationis Mysterium [29 novembre 1998], n. 1). 8. Papa Giovanni Paolo II, nel suo magistero, ha spesso sottolineato questa unione tra l’incarnazione e la redenzione: «Questa fede nell’incarnazione non perde mai la sua connessione con la realtà della salvezza dell’uomo, tanto da poter dire che l’enciclica propone un’unità radicale dei concetti di incarnazione e redenzione, molto presente nell’insegnamento posteriore del pontefice [rispetto alla prima Enciclica]» (J.M. Galvàn, Dirigersi verso Cristo. Il programma di Giovanni Paolo II, in A. Cattaneo - G. Borgonovo [edd.], Giovanni Paolo Teologo. Nel segno delle encicliche, Mondadori, Milano 2003, p. 68). 9. 1Gv 1,3. 10. Lc 10,40. 11. Cfr. Mc 4,38. 12. Paolo VI, esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 26. 13. «La semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. Deve essere il linguaggio che i destinatari comprendono per non correre il rischio di parlare a vuoto. Frequentemente

No. 265 accade che i predicatori si servono di parole che hanno appreso durante i loro studi e in determinati ambienti, ma che non fanno parte del linguaggio comune delle persone che li ascoltano. Ci sono parole proprie della teologia o della catechesi» (EG, n. 158). 14. Lo stesso autore statunitense ritratterà la sua posizione in «Fire from heaven». 15. «Per analizzare lo sviluppo della catechesi nel nostro tempo, bisogna esplicitare le sue radici storiche, partendo dall’età sub-apostolica fino alla contemporaneità» (F. Placida, Comunicare Gesù. La catechesi oggi, p. 23). 16. Quando si tratta di riferirsi agli attori, ai destinatari dell’azione catechetica, Placida ripropone la classica ripartizione «bambini e ragazzi, adolescenti e giovani, adulti». Si presenta però in parte limitata: l’autore preferisce la strada dell’età piuttosto che quella di ambiti nuovi, che avrebbero potuto portare a strade nuove. Le categorie delle età non sono infatti sempre fini ad una buona riuscita della formazione catechetica: sebbene di stessa età, ci possono essere differenze enormi tra la vita di fede di coloro che sono coinvolti. Pure a livello pedagogico sono da rilevare delle novità tutt’altro che banali: al termine di ogni capitolo, l’autore propone, oltre ad una bibliografia sul tema affrontato, una sintesi, delle domande e un test. Sono piccole accortezze che confermano la vocazione didattica del testo e contribuiscono a mostrare la premura dell’autore nella trasmissione della Rivelazione. 17. P. Coda, Kerygma, in Dizionario di Teologia Fondamentale, a cura di R. Fisichella – R. Latourelle, Cittadella, Assisi (PG) 1990, p. 403. 18. E.M. Di Marco, Christus vivit: un documento magisteriale «al limite», in «Rivista di Teologia di Lugano» (3/2019), 473-498. 19. Interessanti, sebbene datati, due contributi di G. Propp e A.J. Greimas: il primo, nel cogliere gli elementi costitutivi della fabia (cfr. G. Propp, Morfologia della fiaba, tr. it. G.L. Bravo, Torino 1929), il secondo nel metodo di definizione di suddetti elementi (cfr. A.J. Greimas, Sémantique structurale, Larousse, Paris 1966).

Per approfondire i temi del convegno Oltre ai saggi scritti da coloro che sono intervenuti e che sono indicati nelle loro note biografiche, segnaliamo alcuni libri che ci paiono assai significativi circa vari argomenti trattati il 21 novembre scorso


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La celebrazione rituale della fede Un discorso «radicale» «Erano assidui… nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42) «Impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione. […] In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso»1. Tra le priorità che si devono onorare, teologicamente ed ecclesialmente, vi è la rimotivazione, con argomenti antichi e nuovi, della liturgia come «fons et culmen» di tutta la azione della Chiesa. Vorrei provare ad illustrare questo compito con un breve percorso, che inizia dal fenomeno storico-culturale di rilettura del culto cristiano (1), con le sue radici teologiche e antropologiche (2) e che giunge a riconoscere che la trascendenza teologica esige l’attraversamento esplicito di logiche di «immanenza trasgressiva» (3). Questo percorso può illuminare in modo adeguato la delicata fase di recezione della Riforma Liturgica, che negli ultimi due decenni ha subito battute d’arresto significative, che devono essere apertamente contrastate. Per farlo occorre adibire argomenti più forti e più sostanziali. Un fenomeno storico-culturale: il recupero dell’atto di culto come «fonte» della azione della Chiesa e la critica del «de ecclesiasticis officiis» Non possiamo non restare sorpresi per il fatto che, a partire dagli inizi del XIX secolo, con l’opera di uomini di Chiesa come A. Rosmini in Italia e P. Guéranger in Francia, si inizia a leggere la tradizione rituale e liturgica in una nuova prospettiva. La Chiesa «post-napoleonica» non può tornare semplicemente allo «status quo ante». La restaurazione è una illusione. Deve invece ripensare se stessa in modo più radicale e più diretto. Per questo il suo «presupposto rituale» – quell’orizzonte di pratica di culto che aveva costituito la base per la riflessione e la azione di secoli di vita ecclesiale – diventa oggetto di riflessione, di studio e di ripensamento. Da un lato emerge la incompatibilità nell’atto liturgico della separazione tra chierici e laici,

di Andrea Grillo*

dall’altro la funzione fontale dell’azione rituale per tutta la vita cristiana. Questi sono punti di vista sulla tradizione che mai si erano potuti ascoltare prima. Ciò è dovuto alle nuove condizioni di vita dello «stato liberale», che mettono in questione non solo i dati acquisiti della tradizione, ma anche le nozioni e i metodi con cui la tradizione comprendeva se stessa. Del tutto esemplare è un fatto: l’agire rituale – in una tradizione che comincia con Ambrogio e che si assesta con Isidoro di Siviglia, e che poi percorre l’intera storia dell’occidente cristiano, fino alla pratica post tridentina del ritus servandus – viene compreso mediante la categoria dell’officium, del dovere. La logica giuridico-morale diventa il filone prevalente, talora esclusivo, di discorso liturgico. Pertanto prevale, in una forma davvero impressionante, la riduzione della esperienza rituale ad una complessa articolazione tra doveri e diritti. In reazione a questo sviluppo secolare, potremmo riconoscere che il discorso tardo-moderno sulla liturgia, fin dai suoi esordi, non può più accettare questa riduzione. E questo avviene in un doppio senso, ossia per una duplice difficoltà. Non può accettarlo come un «de officiis» e non può accettarlo come limitato agli «ecclesiasticis». In un certo senso, a partire dai due autori di inizi Ottocento, e poi attraverso la lunga catena di autori che vanno da

M. Festugière, a R. Guardini, da O. Casel a P. Parsch, fino ai contemporanei L.-M. Chauvet e G. Bonaccorso, 200 anni di riflessione hanno precisamente preso le distanze da questa duplice riduzione della liturgia al de ecclesiasticis officiis, ossia a doveri propri soltanto degli ecclesiastici. – La liturgia non è prima di tutto un dovere o un diritto, ma è esperienza di dono/mistero. – La liturgia non riguarda anzitutto i «chierici», ma l’intera comunità dei battezzati. Questa doppia evidenza, che risulta nuova rispetto ad una tradizione di quasi 1500 anni, ma che appare saldamente fondata sui testi dei primi secoli, ha imposto e ancora impone un grande rinnovamento teorico e pratico. Antropologia e teologia: la logica del rito che implica interruzione, esagerazione e ripetizione Bisogna tuttavia riconoscere che il fenomeno ecclesiale di riscoperta della liturgia come «fonte» si appoggia non soltanto su un «ressourcement» interno alla vita della Chiesa, ma anche su un profondo rinnovamento della cultura comune, accademica e civile, che si sviluppa nello stesso periodo. Vediamo meglio queste due radici del mutamento. Il ressourcement ecclesiale e teologico La Chiesa cattolica, a partire dal XIX secolo, entra lentamente e con passo talora esageratamente cauto, in una * Nato a Savona nel 1961, sposato e padre di una figlia e un figlio, è laureato in giurisprudenza (Università degli Studi di Genova – 1985), licenziato in teologia (ILP di Padova – 1990), laureato in filosofia (Università degli Studi di Genova – 1993) e dottore in teologia (ILP di Padova – 1994). Dal 2006 è professore ordinario di Teologia sacramentaria (Ateneo S. Anselmo di Roma. Pubblicazioni recenti: Iniziazione. Una categoria vitale per i giovani e la fede, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2017; Tempo graziato. La liturgia come festa, EMP, Padova 2018; Da museo a giardino. La tradizione della Chiesa oltre il dispositivo di blocco, Cittadella, Assisi (PG) 2019; Eucaristia, Queriniana, Brescia 2019; (con A. Rondini), Telefonare, Cittadella, Assisi (PG) 2020.


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relazione rinnovata con la propria storia. La relazione tra «dogma e storia» assumerà gradualmente una figura sempre più complessa. All’interno di questa vicenda nascono una serie di «movimenti» che contribuiranno profondamente alla rinnovata coscienza liturgica. Il movimento biblico, il movimento patristico, il movimento ecumenico e lo stesso movimento liturgico offriranno alla considerazione dei teologi e dei pastori una tradizione più ricca di testi, di gesti, di pratiche e di questioni, che in larga parte erano cadute o nell’oblio o sotto la censura. Una rilettura della propria storia e un confronto aperto con il «dato positivo» diventava, gradualmente e non senza brusche retromarce, il percorso che avrebbe portato, dopo circa un secolo e mezzo, alle nuove evidenze maturate con il Concilio Vaticano II. Un nuovo campo del sapere antropologico Parallelamente a questo fenomeno intraecclesiale, le scienze umane (prima) e le scienze biologiche (poi) avrebbero inaugurato – nella cultura civile – un nuovo modo di leggere le tradizioni rituali, offrendone, per la prima volta nella storia della cultura, una visione antropologica, sociologica, psicologica, etologica e biologica del tutto sorprendente. La scoperta che nei processi di ritualizzazione elementare vi è un livello di continuità tra uomo e animale, che l’uomo accede alla relazione culturale, sociale e psicologica mediante processi rituali, e che questi processi rispondono a competenze sociali e individuali estremamente articolate, aprivano uno sguardo nuovo sulla tradizione rituale ecclesiale. Proprio aver scoperto che ci sono «riti profani» alla radice di molte acquisizioni culturali permette al discorso sul «rito sacro» di assumere una nuova forza e un’inaudita pertinenza alla esperienza della rivelazione e della fede. Scoprendo nel rito uno dei presupposti della rivelazione e della fede, della relazione con Cristo e con la vita cristiana, la ricerca teologica e la sperimentazione pastorale scoprivano una nuova nozione di liturgia e una nuova competenza di tutti i battezzati su di essa. Il concetto-chiave di «actuosa participatio» (= partecipazione attiva) cambia la storia della prassi e della teoria liturgica. E lo fa da meno di sessant’anni, in modo del tutto inaugurale rispetto agli stili e alle evidenze dei secoli precedenti.

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Noi siamo solo la terza generazione messa alla prova da questo grande aggiornamento. Inquietudine, incompletezza, immaginazione: la trasgressione come condizione della trascendenza Alla luce di quanto abbiamo appena riconosciuto, e della novità teorica e pratica che la nuova nozione di liturgia ha introdotto nel corpo della Chiesa cattolica dal 1963 in poi, dobbiamo confessare che le nuove evidenze esigono da noi quella «teologia delle tre i» di cui papa Francesco ha parlato in un famoso discorso ai confratelli della Civiltà cattolica1. Per fare teologia ci vuole «inquietudine, incompletezza e immaginazione». Vorrei dirlo anche per la liturgia, per la esperienza liturgica comune, al cui centro non sta né l’ossessione per i «doveri» né la preoccupazione esclusiva degli «ecclesiastici», ma la grande esperienza del «mistero comune», della «comunità di mistero» o, come la chiama la costituzione conciliare Lumen gentium (cfr. n. 11), della «comunità sacerdotale». Alla quale si accede solo se si conserva quella necessaria inquietudine, quella sana incompletezza e quella benedetta immaginazione di cui vivono tutti i riti. Vediamone ora solo tre aspetti decisivi. È la trasgressione corporea e sensibile una condizione della fede e della rivelazione C’è nel rito un «ordo» che procede attraverso un grande disordine. La vita nello Spirito è mediata dalla morte nell’acqua. La comunione del corpo di Cristo nella condivisione scandalosa della morte del Signore mediante un dividere pane e calice in una forma di familiarità contagiosa. Si profuma il corpo dell’ultimo dei cittadini con il crisma regale. Si onora con l’incenso il cadavere. L’annuncio della salvezza attraversa trasgressivamente la corporeità e la disloca continuamente. È la logica della azione e del dono una condizione del diritto e del dovere La liturgia è azione che attesta un dono. Ogni logica di diritto e di dovere è subordinata a questa evidenza originaria, che la tradizione, con progressivo scrupolo morale e giuridico, è riuscita quasi a nascondere, tanto alla vita quanto alla percezione. Del

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tutto tipico è il destino delle «particole/frammenti», durante il rito di comunione. Spezzare il pane, come azione/dono centrale, è diventata quasi solo un «pericolo di disperdere frammenti», un «rischio di sacrilegio». Così abbiamo perso l’atto centrale, producendo «particole in anticipo», per non cadere in errore. Questo è un classico capovolgimento tra il primato rituale di una azione trasgressiva e rischiosa – come la frazione del pane – e la rassicurazione «artificiale» mediante un «atto mancato», in cui ogni dovere («officium») è ritenuto da conservare, ma viene svuotato e formalizzato. È il tatto il senso primario di ogni significato La mancanza di tatto è l’esito ultimo di una china formalista in liturgia. Viceversa istituire il contatto corporeo con il mistero e accettare la ambiguità del «fascinans-tremendum», passa necessariamente per il recupero – certo faticoso e duro – di un primato del tatto tra tutti i sensi implicati nella celebrazione. Riconoscere che, in liturgia, l’organo più spirituale è il tatto costituisce la verità della actuosa participatio e la vera riscoperta della qualità di «fonte» e di «radice» della azione rituale per la vita di fede. Conclusioni La Riforma liturgica vive di queste nuove evidenze. Tutte le volte in cui perdiamo tale chiarezza, cadiamo in forme nostalgiche di ingenua restaurazione. Due esempi recenti lo dimostrano in modo lampante, mostrando bene quanto recente e quanto fragile sia la realtà della riforma liturgica. Le teorie sul compito di «traduzione letterale» del testo liturgico latino nelle lingue parlate sono filologicamente infondate e ecclesialmente regressive, poiché dimenticano che la lingua materna è la lingua della esperienza prima, rispetto a cui tutte le altre lingue sono semplicemente «al servizio». Se la liturgia è «fons», deve esserlo nelle lingue materne, non in una lingua che non è più viva. Lo stesso va riconosciuto per il parallelismo tra diverse versioni del medesimo rito romano. La messa, dal 1970, inizia per tutti con il raduno, con l’ingresso e con il saluto. Fino al 1969 la messa iniziava, per il popolo, solo dopo tutti i riti di ingresso, che erano riservati al prete. Che nel 2007 si


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pretenda di ristabilire, opzionalmente, che la messa inizi 7 minuti prima o 7 minuti dopo è una ipocrisia istituzionale che in nessun modo può essere giustificata. La riscoperta del carattere fontale e comunitario della liturgia è un evento

che riguarda la radice della fede. La sua radicalità è, con la costituzione conciliare Sacrosactum Concilium, diventata patrimonio comune. A tale riscoperto patrimonio e a questa rinnovata radice nessuno potrà indurci a rinunciare.

Note 1. M. Merleau Ponty, Conversazioni, tr. it., SE, Milano 2002, pp. 43-44. 2. Cfr. www.vatican.va/content/francesco/it/ speeches/2017/february/documents/papafrancesco_20170209_comunita-civilta-cattolica.html consultato il 29.12.2020.

La celebrazione della fede Elementi essenziali dal presente al futuro Premessa Nella prospettiva evangelica, in cui il culto rappresenta sostanzialmente un annuncio di fede, non si utilizza l’espressione «celebrazione della fede». Forse è solo una questione di linguaggio, perché come spesso accade in ambito ecumenico ci sono cose che chiamiamo in modi differenti, come anche nomi uguali per cose diverse, ma la precisazione forse vi aiuta a capire il taglio che ho scelto. Infatti, essendo il culto collegato all’annuncio, è centrale l’attenzione alla qualità della comunicazione. E questo è il taglio pastorale che ho scelto, perché a mio avviso essenziale nella situazione attuale. Culto e assemblea Il culto nell’impostazione riformata classica è il momento della riunione della Chiesa per l’annuncio pubblico della parola di Dio, non solo con la lettura biblica e con la predicazione, ma anche – quando del caso – attraverso i due sacramenti riconosciuti del Battesimo e della Cena del Signore. Insieme a questo è il momento della lode al Signore e della preghiera, anche attraverso il canto comunitario. Il punto da cui parto è che dato che si è tutti tesi nell’annuncio, e quindi nella comunicazione fra chi presiede e chi interviene, nei due sensi, le modifiche nell’assemblea si riflettono immediatamente sulla struttura e sul messaggio del culto: «Il primo ingrediente di ogni culto sono le persone, ancora raramente gli studi liturgici menzionano la realtà sociale, ciò che succede alle persone in tempi di modifiche alla liturgia. Le persone sono il primo documento liturgico. Spesso la miglior via per comprendere la varietà delle liturgie è in termini di persone. L’assemblea

di Stefano D’Archino*

il messaggio del culto. Ciò non è detto però che sia solo in senso negativo. Aspetti comunicativi

che forma il culto quacchero non è la stessa di un classico culto pentecostale»1.

L’assemblea dunque caratterizza il culto, ed esso è anche condizionato dal luogo dove si svolge. E il luogo condiziona anche l’assemblea, le persone con la loro vicinanza o distanza. E proprio su questi aspetti le restrizioni a seguito della pandemia si fanno sentire di più. La pandemia con le restrizioni che vi si sono succedute e vi succedono ha – a mio avviso – accentuato delle linee di tendenza che erano già presenti in precedenza. Ovviamente vedremo quando riprenderà una certa «normalità», che ci saranno anche cose nuove e cose da rivitalizzare, ma penso che alcune di queste tendenze rimarranno. Culto come evento Sempre di più da un incontro che scandiva la settimana e che era spesso anche un’abitudine, il culto diviene una sorta di evento per i molti che sempre più vi partecipano saltuariamente. Prima per i vari impegni e ora anche per le sospensioni imposte o auto-imposte per motivi precauzionali, la questione della regolarità e dell’abitudine è perduta da molti. Questa sporadicità ha un riflesso sulla forma e sul contenuto che assume

Sugli aspetti comunicativi, formali o meno sostanziali, possiamo dire che questa sporadicità fa saltare ancor di più il filo logico che l’anno liturgico e i testi scelti seguono. Non è il caso, già da tempo, di una lettura continua dei testi per la predicazione, che alcuni dei Riformatori propugnavano. Ma in più: non si può dare per scontato quasi nulla di ciò che si dice, c’è anzi bisogno di spiegazioni, sul messaggio e sulla liturgia, che vanno oltre ciò che di solito il predicatore immagina. Faccio alcuni brevi esempi, che certo non sorprenderanno chi ha pratica pastorale. Il primo fu nella preparazione alla Santa Cena, quando si legge che Gesù disse: «Ho vivamente desiderato di mangiare questa Pasqua con voi, prima di soffrire» (Luca 22,15)2. La citazione di voler celebrare la Pasqua da parte di Gesù ha creato una volta confusione in varie persone perché non sapevano dell’esistenza della Pasqua

* Nato a Roma nel 1960, è laureato in matematica (con indirizzo fisico-matematico). Successivamente ha studiato presso la Facoltà Valdese di Teologia dove si è laureato in Teologia evangelica. Dopo aver lavorato come informatico nel settore delle telecomunicazioni, è stato pastore in Italia per la Chiesa Valdese in Abruzzo e in Molise. Dal 2002 fino al 2018 è stato pastore evangelico riformato in Bregaglia, valle di lingua italiana del Cantone svizzero dei Grigioni, e dal 2011 al 2018 ha curato anche la piccola Chiesa cristiana evangelica di Sondrio. È attualmente pastore per la Chiesa Evangelica Riformata di Bellinzona e dintorni. È stato relatore in varie conferenze sulla storia della Chiesa e su Scienza e fede, campo in cui è specialista vista la sua formazione. Sito internet (testi, meditazioni, interventi video): www.pastoredarchino.ch.


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ebraica. Esse mi hanno domandato allora come mai ci fosse la Pasqua visto che il Cristo non era ancora risorto. La seconda reazione un po’ piccata è stata di una persona che mi ha rimproverato di parlare di peccato, perché avevo letto in realtà un testo dell’apostolo Paolo. Ecco è chiaro che il concetto di peccato va sempre rispiegato, perché nella lingua italiana ha di solito connotazioni moralistiche, ma crea una difficoltà di ascolto per chi invece non conosce i termini tecnici cristiani. Come anche che cosa dire di quei giovani che alla lettura dello spavento dei discepoli vedendo il Risorto hanno pensato agli zombi? Sempre più, quindi, non solo le persone sono in generale meno preparate culturalmente, ma anche la funzione del culto che pian piano creava una comunità formata, dando una serie di conoscenze, viene meno. Si nota, infatti, in misura crescente la richiesta di capire e di confrontarsi su temi essenziali del cristianesimo fuori dal culto, quasi in opposizione al culto, il quale è vissuto come un momento troppo complesso e ricco di «rumore» comunicativo, cioè di incomprensioni. La scelta di un linguaggio non banale, ma non specialistico, diviene ancora una volta essenziale. Se al tempo della Riforma era stato attuato con il passaggio alla lingua del popolo, adesso occorre un’attenzione dovuto al bagaglio culturale biblico e teologico sempre più povero. Attese diverse e nuove Anche sul contenuto, che è sempre poi l’annuncio dell’Evangelo sotto vari aspetti, ci sono attese diverse e nuove rispetto ad un tempo. Il «pubblico» una volta, per via della regolarità settimanale, richiedeva una sorta di bagaglio per la vita quotidiana dei giorni seguenti. Oggi l’evento, perché non regolare e spesso episodico o a volte unico, richiede non solo una risposta a domande e attese contingenti, ma anche, nello stesso tempo, esistenziali generali. Le due cose non sono in contrasto, ma il tutto si attende in unico culto. Non si può pensare di rimediare successivamente, si deve essere essenziali e chiari subito, magari tralasciando aspetti che non si ha il tempo per affrontare. Oppure, all’opposto, ci si trova con una non-attesa completa, e quindi un dovere di proposta significativa. Non è semplice rispondere alle attese o suscitare interesse in chi non ne ha, ma proprio la mancanza di abitudine,

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rende il culto qualcosa di inedito e ciò attiva, comunque, la sensibilità delle persone su vari aspetti, che magari sarebbero dati per scontati e trascurati. Dunque, non si tratta di introdurre nuove cose, ma di cercare una comunicazione più che mai attenta alla qualità. Qui è il difficile, ma anche una chance da cogliere. Presenza Una delle possibilità offerte dal culto, in presenza, come evento, magari solo perché sospeso per alcune settimane, è favorire positivamente il ritrovare una nuova fraternità o di nuovo essere in fraternità. Permette cioè di apprezzare qualcosa che si scopre non essere scontato: proprio la possibilità di riconoscersi come Chiesa insieme. Proprio le condizioni eccezionali di isolamento permettono più facilmente di riflettere e di cercare un senso gioioso della fraternità visibile fra coloro che nuovamente partecipano alla riunione cristiana. E qui certamente, chi presiede la celebrazione dovrebbe tener presente e aiutare questa dimensione, esplicitando la ritrovata fraternità, sottolineando, ad esempio, nell’invocazione, la presenza dello Spirito santo che raccoglie e riunisce. Presenza in rete Che cosa fare però se le persone non possono essere in presenza? Il fiorire di culti e meditazioni on-line, la presenza in rete (quasi un ossimoro) delle chiese e delle funzioni, deve indurci in una riflessione su cosa succede alle persone, alla comunità, quando non è in presenza reale, ma solo virtuale. Prima di questo aspetto, vorrei richiamare la tensione che come Chiesa si ha, dovrebbe avere, con la tecnologia, specie in una società tecnologica, lo diceva già nel 1967 Paul Ricoeur: «mi sembra che la ragion d’essere delle chiese consista nel porre in permanenza la domanda sui fini»3. Molti cristiani sembrano oggigiorno entusiasti tecnologici, ma oltre i vantaggi bisogna porre attenzione su alcuni aspetti (e lo dico da ex-informatico). Anzitutto, la tecnologia produce sempre un divide. Oggi parliamo di digital divide, ma in qualche modo una divisione c’è stata sempre come fra letterati e illetterati, fra coloro che sanno far ben di conto, o conoscono la legislazione e via dicendo e gli altri. Abbiamo adesso un problema di accesso alla rete che, a mio avviso, le chiese dovrebbero superare al più pre-

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sto, anche intervenendo da un punto di vista diaconale. Come i protestanti insegnavano a leggere, per poter leggere la Bibbia, così non si può offrire una serie di servizi in rete, senza preoccuparsi di come una parte debole sotto questo profilo possa usufruirne. C’è poi da fare sempre attenzione, perché –come sappiamo– i mezzi che si usano non sono neutrali, ma influenzano fortemente il messaggio. Vi propongo una linea di riflessione4 che non può che iniziare con una citazione di Marshall McLuhan. «Niente può essere più lontano dallo spirito della nuova tecnologia che il principio “un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”. Non puoi più andare a casa»5. Quando siamo in un culto con una comunità riunita, anche se non in una costruzione-chiesa, siamo, in un certo senso, nella casa del Signore. Siamo in una comunità intesa nel senso tradizionale, ma l’aforisma di McLuhan ci rende attenti al non sentirsi a casa con i nuovi mezzi di comunicazione. Inoltre le antiche comunità erano comunità di persone che abitavano in prossimità, si ritrovavano per diversi aspetti della vita quotidiana, oltre che per il culto domenicale. Però: «Le prime forme di telecomunicazione messe a punto nel XIX secolo hanno radicalmente sconvolto questo equilibrio e posto le condizioni per ridefinire e riaggregare la realtà degli uomini in inedite forme e pratiche di comunità senza contiguità»6. Questa comunità senza continuità è qualcosa di nuovo, di cui tenere presente le caratteristiche peculiari, ma esiste, è comunque una comunità e ciò è importante. Una delle peculiarità da considerare è il fatto che, una volta superata la contemporaneità a distanza, ciò che si è trasmesso di solito resta, è messo in un archivio consultabile nel tempo. «Un contenuto postato in una piattaforma digitale non è semplicemente un documento (da docere, “insegnare”, ossia trasferire segni di conoscenza) che trasmette informazioni simboliche a chi ne fruisce. È anzitutto un monumento (da monere, “ricordare”), che esibisce le impronte di chi lo ha esperito, consumato, vissuto e infine reso disponibile»7. L’idea delle impronte, non solo di chi ha prodotto il contenuto, ma anche di chi lo ha ripreso o commentato, così abituale nei social network, non solo ne fa una testimonianza particolare e caratterizzata da vari momenti, ma rende possibile una storia, l’inserimento per così dire in una storia di famiglia. C’è dunque da curare ciò che si condivide


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in rete, ma sono da inserire i necessari riferimenti di luogo e di tempo della registrazione, e i riferimenti, i link, per permettere di ritrovare le persone e le situazioni attuali. E ciò non solo per marketing, ma perché siamo dinanzi ad una realtà comunitaria differente «la navigazione attraverso la testualità digitale diventa un’esperienza comunitaria: ci orientiamo all’interno di reti di amici, e consumiamo notizie, video, brani musicali in quanto segnalati, taggati e improntati dalla loro personalità»8. Sempre più dovremmo essere attenti non solo a ciò che diciamo e a come può essere usato, ma anche a seguire la vita virtuale del materiale condiviso. Questo è un vero lavoro, che non dovrebbe essere svolto solo nei ritagli di tempo, ma con una strategia e una qualità significative (questo è un aspetto che ritorna), investendoci del tempo che sappiamo essere sempre scarso e prezioso. A mio avviso, ne vale la pena per vari motivi: – l’importanza imponente che i mezzi in rete vanno assumendo per tutti noi; – il costituire o costruire comunità virtuali virtuose e non come spesso vediamo bolle di fanatismo. Una volta incamminati verso una presenza in rete, essa va dunque curata, monitorando le interazioni, rispondendo ai

commenti, correggendo o togliendo i contributi di minore qualità; – favorire una continuità fra la presenza virtuale e quella reale, riuscire a creare cioè una comunità che viva anche attraverso i momenti virtuali (e qui ritorna l’importanza diaconale di superare il divide). Concludendo Il momento del culto rappresenta il momento in cui la Chiesa è realmente ekklesia, è realmente costituita come Chiesa. In questo la Chiesa è un evento dello Spirito santo. E ciò che è essenziale per la vita comunitaria è sentirsi collegati tramite lo Spirito santo. Inoltre, la questione dell’annuncio della predicazione, l’annunciare la fede è centrale nel sentirsi collegati non in una generica comunità, ma alla comunità cristiana. Sia in presenza sia in rete ciò è valido. Ciò che è essenziale ce lo ricorda l’apostolo Paolo: «Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione. Chi parla in altra lingua edifica se stesso; ma chi profetizza edifica la Chiesa» (1Corinzi 14,3-4). Dunque, attraverso l’edificazione personale, cioè la spiegazione del contenuto di fede, attraverso l’esortazio-

ne e la consolazione di ogni singolo e della comunità nell’insieme, si ha come obiettivo essenziale edificare la Chiesa, nel senso della comunità viva dei credenti. Dunque, il momento del culto è in relazione costante con l’idea di far sentire la comunità come la propria casa. E la sfida non è solo quella di oggi attraverso i mezzi di comunicazione moderni che non fanno sentire a casa, ma c’è sempre stata. Si tratta di un obiettivo e di una sfida che, oggi, sono solo declinati in modi diversi. Note 1. J.F. White, Protestant Worship. Traditions in Transitions, John Knox, Westminster 1989, p. 16. 2. Citazioni bibliche dalla versione della Bibbia Nuova Riveduta 2006. 3. P. Ricoeur, in P. Ricoeur - C Paravati - A Romele - P Furia, Per un’utopia ecclesiale, Claudiana, Torino 2018, p. 9. 4. Mi avvalgo nel seguito di alcune citazioni dalla versione e-book di un saggio di Davide Borrelli, Il pensiero di McLuhan alla prova della comunicazione digitale in V. Codeluppi [a cura di], Dimenticare McLuhan. Comunicazione e Società, Franco Angeli, Milano 2018. 5. Ivi, nel capitolo 1 del saggio di Davide Borrelli. 6. Ibidem. 7. Ivi, nel capitolo 2 del saggio di Davide Borrelli. 8. Ibidem.

La diaconia della fede Dalla riflessione teologica alla prassi pastorale «Il mondo è il campo di sperimentazione del Regno di Dio»1.

di Markus Krienke*

Il magistero sociale cattolico tra Caritas in veritate e Laudato si’ A tutti gli effetti la recente svolta della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, che abbraccia il magistero di Benedetto XVI e Francesco – benché per motivi molto diversi: per il primo sono «agostiniani» mentre per il secondo «francescani» –, è tesa verso un’interpretazione della stessa Dottrina sociale come diaconia della fede: ossia l’impegno della fede per i bisognosi secondo il doppio comandamento dell’amore (cfr. Mt 22,3440), identificandosi alla fine con il paradigma il buon Samaritano (cfr. enciclica Fratelli tutti, n. 56). L’universalità del comandamento cri-

stiano dell’amore nella sua radicalità, che viene eretta da Francesco a criterio per la Dottrina sociale come diaconia, può essere vista, a tutti gli effetti, come ripensamento della stessa in una dimensione pneumatica2. All’interno del dibattito attuale in che modo si lascia comprendere l’intenzione di FT – come «utopia» (Gotti Tedeschi) o come «sogno» (Sorge)3 – probabilmente è la lettura come diaconia quella che spie-

ga meglio l’intenzione di quest’ultima enciclica di Papa Francesco. Come sarà dimostrato in questo contributo, papa Francesco ha realizzato di fatto un cambiamento di paradigma, che in qualche modo si stava delineando sin dalla CV. Infatti, leggere le sue due ultime encicliche – LS e FT – insieme alla CV del 2009 non solo fa comprendere la base teologica effettivamente esistente delle prime due (spesso criticate per la presunta mancanza della stessa), ma aiuta anche a cogliere le dimensioni nuove e innovative di quest’ultima, le quali per il livello alto e astratto di riflessione spesso sono state dimenticate o ingiustamente tralasciate. In questo saggio si usano le seguenti abbreviazioni: RN (Rerum novarum), QA (Quadragesimo anno), GS (Gaudium et spes), PP (Populorum progressio), CV (Caritas in veritate), LS (Laudato si’), FT (Fratelli tutti).


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L’esigenza, attribuita particolarmente al magistero bergogliano, ossia utilizzare «discernimento e arditezza (parresia) per un’azione pastorale sempre più solidale e caritatevole, non più ispirata a principi di conservazione, ma missionaria»4, trova il suo fondamento nella riflessione della CV che «quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore» (CV 7). Anche se le riflessioni sistematiche di CV, che già linguisticamente non lasciano trasparire immediatamente un’intenzione missionaria, non fanno pensare subito ad una continuità tra Benedetto XVI e Francesco, i due Papi, nel ripensare i principi sociali a partire dalla carità, trovano il loro tema comune: in CV ne troviamo la teoria, mentre in LS e FT l’effettivo passaggio alla pratica. Ratzinger ha messo la base per la piena realizzazione di questa «svolta» con Francesco, in quanto ha ripreso la tradizione di PP e non quella della RN, sciogliendo la Dottrina sociale dal suo orientamento allo Stato moderno (europeo) e dal suo fondamento nel diritto astratto (naturale o personalistico), inserendola in un contesto globalizzato. Un presupposto per «svolte paradigmatiche» sono dei cambiamenti metodologici nell’interpretare i principi unificatori di questi documenti, e non escludono affatto motivi di continuità evidenziata qui negli agganci sostanziali che Benedetto sottolinea con la RN e la PP. Egli ha realizzato, proprio in questa prospettiva, un passaggio dal diritto naturale quale metodo dell’ordinamento sociale – e che con il Concilio Vaticano II è stato già ripensato come il diritto della dignità della persona – verso il suo radicamento nella coscienza dell’uomo come istanza centrale di un dialogo universale tra credenti e laici nella società5. Ciò ha posto la giustizia quale criterio base dei sistemi sociali, in un rapporto dialettico con la carità, in analogia alla dinamica reciproca e ugualmente dialettica tra ragione e fede6. La nascita «dialettica» della Dottrina sociale dalla Carità L’accennato passaggio operato da Ratzinger consiste nell’«inglobarla [la giustizia] in una concezione più completa dell’amore/carità»7, sottolineando che questo criterio non deve portare ad una «demonizzazione» del mercato e del diritto – quindi dei meccanismi sociali della «giustizia»8. La carità presuppone sempre la giu-

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stizia (cfr. CV 6) che ne rimane il presupposto e «la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità» (CV 7). Ma senza quest’ultima, il mercato e il diritto realizzano sempre più evidenti disfunzionalità (cfr. CV 36.43). Questo compito della carità ossia di «scoprire le ingiustizie e di sensibilizzare e motivare per rimediare alle omissioni della giustizia»9, di per sé non è per niente nuovo nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica: costituisce infatti uno dei temi principali della QA (1931), sulla base della quale nel 1935 Joseph Höffner ha scritto la sua famosa tesi di laurea all’Università Gregoriana sul tema Giustizia sociale e amore sociale. Un tentativo di determinare la loro essenza. Rilevando che il primo dei due concetti nasce nell’800 con Luigi Taparelli e Antonio Rosmini, precisamente tra il 1840 e il 1848, mentre il secondo trova le sue prime formulazioni già in Tommaso d’Aquino e in Antonino da Firenze10, egli constata che l’«era della “questione sociale”» ha posto l’attenzione sulle questioni della giustizia tematizzando l’amore sociale «quasi mai»11, nemmeno dopo la QA. Constatiamo quindi un rapporto dialettico agli inizi della Dottrina sociale con la carità, tra dipendenza di origine e distanziamento, per cui secondo Oswald von Nell-Breuning la seconda sarebbe la «antenata» della prima12, e Hilpert riassume: «[i]l rapporto tra la carità e la Dottrina sociale è caratterizzato sin dall’inizio non solo dal fatto che essa trova nella carità la sua origine e condivide con essa il patrimonio comune, ma anche dalla necessità di demarcazione e di un reciproco distacco»13. La tendenza, già tematizzata da Antonino di Firenze (1389-1459), di trasferire alcune opere di carità in legge, orientandosi all’Antico Testamento, è quindi la dinamica che sotto l’aspetto sistematico ha fondato la Dottrina sociale come disciplina. Secondo lo studio di Höffner, Gabriel Vásquez (1549/51-1604) sarebbe stato uno dei primi a riconoscere nella carità verso il prossimo non solo il superamento della giustizia, ma anche la benevolenza generale, separata dalla virtù di amore divino14. Il gesuita si inserisce, quindi, tra quei teologi di minoranza che nel corso dei secoli affermano un particolare amore sociale come virtù naturale o soprannaturale ma comunque accanto alla virtù divina della carità15. Höffner stesso sembra condividere la visione di Vásquez: come virtù innata, essa sarebbe da associare

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meno alla carità soprannaturale quanto piuttosto alla virtù cardinale della giustizia. Sebbene certamente la perfezione della giustizia rimane sempre la carità16, in questa visione la carità apre la strada alla giustizia e le indica come articolarsi sempre meglio per garantire la realizzazione del valore della dignità umana. Mentre nella QA la giustizia sociale riassume le esigenze della giustizia, formulate dalla RN e ora specificate per l’equilibrio tra capitale e lavoro, l’esigenza dell’adeguato salario e il giusto ordinamento della società, l’amore sociale fu identificato da Pio XI con i «valori che chiamiamo comunità di popolo, nazione, patria» per cui indicherebbe «una forza intima e capacità acquisita di rivolgersi alla comunità statale e a tutti i suoi membri con benevolenza e rispetto, in una parola: con amore»17. Si tratta, dunque, di un inquadramento sempre «politico» del termine, corrispondente all’autocomprensione della Dottrina sociale quale formulazione di pretese di giustizia – universali e esigibili – nei confronti dello Stato moderno. La «svolta diaconica» della Dottrina sociale Il passaggio dal paradigma del diritto naturale, quale primo paradigma della Dottrina sociale fino al Concilio, ad un’interpretazione personalistica della Dottrina sociale, ha senz’altro portato a una maggiore biblicità della stessa, che da ora in poi cita la Sacra Scrittura non solo come «conferma» del ragionamento di diritto naturale, ma deriva l’annuncio più immediatamente dall’esegesi18. Al cristocentrismo del Concilio corrisponde la messa al * Nato a Grunstadt (Germania) nel 1978, dal 2003 è dottore in teologia e dal 2011 abilitato in etica sociale cristiana. Dal 2008 docente di filosofia ed etica sociale presso la Facoltà di Teologia di Lugano, dove dirige la Cattedra «Antonio Rosmini». Dal 2001 è membro di diversi comitati scientifici consultivi quali il «Forum Oriente-Occidente» di Trieste e dal 2005 il «Consiglio Scientifico» della «Rivista Rosminiana di filosofia e di cultura». È inoltre membro dell’Advisory Board nazionale italiano della Fondazione Konrad Adenauer di Roma. Tra le pubblicazioni più recenti: (con F. Buzzi), Toleranz und Religionsfreiheit in der Moderne, Kolhammer, Stuttgart 2017; (con M. Chiodi, a cura di) Coscienza, cultura, verità. Omaggio alla teologia morale di Giuseppe Angelini, Glossa, Milano 2019; Comprendere la vita. Pensare Morte e Immortalità oggi, ETS, Pisa 2017; (con S.F. Tadini), Rosmini e le due città, Mimesis, Roma 2020; (a cura di), Ripensare il diritto naturale e la dignità umana, Giappichelli, Roma 2020.


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centro della persona (cfr. GS 25) e il conseguente superamento del diritto naturale neoscolastico. D’altra parte solo Benedetto XVI e Francesco riprendono e ripropongono il discorso dell’amore sociale, interpretandolo come carità tout court, e identificandovi – oltre Pio XI – la radicalità della dimensione della carità teologale, per guadagnare alla Dottrina sociale maggiore concretezza e sensibilità per le disuguaglianze, i poveri e gli esclusi19. Un cambiamento di mentalità o di stile di vita, che in questo modo i due Papi intendono provocare, si rivela, del resto, conforme alle esigenze della Spätmoderne di percepire le lesioni della dignità umana proprio nella concretezza degli «scartati» (FT 19). Attraverso una decisa assunzione dell’«opzione preferenziale per i poveri» il cristiano dovrebbe realizzare l’apertura verso l’altro e l’ambiente con più convinzione20: «Se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati» (LS 11)21. In ciò, «[s]emplicemente si tratta di ridefinire il progresso» (LS 194). E in questa rivendicazione Francesco si riconnette direttamente alla PP ripresa con vigore dalla CV, indicando di non seguire una Dottrina sociale «statica» o «dei principi» ma puntando sul bisogno di dinamicizzarla verso le periferie della società globale e locale. In questo modo tra LS e FT si esplicita quel «richiamo all’utopia [meglio: alla diaconia], in termini moderni, di un mondo più fraterno e più solidale» che si trova in CV22. Con la decisa concentrazione dell’intera Dottrina sociale della Chiesa cattolica sulla diaconia, papa Francesco valorizza poi i laici chiedendo loro di realizzare nel miglior modo possibile il servizio incondizionato (carità) al prossimo (cfr. Mc 10,45), specialmente al fianco dei poveri (Lc 4,18-19). Una Dottrina sociale, quindi, meno come dottrina e insieme di principi, ma come agire concreto verso l’altro, ogni altro. Tale interpretazione della Dottrina sociale come diaconia porta certamente ad un restringimento del suo annuncio, come nel primo cristianesimo dove infatti non era indirizzata a «tutti» ma solo – secondo la prospettiva del buon Samaritano – ai bisognosi. D’altro canto è proprio l’inserimento della diaconia nella dimensione universale dello spirito che realizza ora

l’indispensabile apertura universale della Dottrina sociale. «Nello spirito» per Papa Francesco vuole dire in un’ecumene universale con le religioni monoteiste e oltre: non è tanto dalla politica o dall’economia, ma dalla religione che egli si aspetta una nuova sensibilità per l’umanità vulnerabile, e quindi l’avvento di un nuovo stile di vita. Note 1. J. Moltmann, Diaconia. Il servizio cristiano nella prospettiva del Regno di Dio, tr. it. Claudiana, Torino 1986, p. 25. 2. Contrariamente a molte critiche che lamentano l’assenza di cristocentricità (e che sottolineano che solo nella recente enciclica di papa Francesco Fratelli tutti [n. 56] ricorre per la prima volta il nome Cristo e Gesù), bisogna dire che proprio questo riferimento è centrale per l’attuale vescovo di Roma, anche se si realizza spesso in modo implicito o funge semplicemente come presupposto. Come lo spirito è lo spirito di Cristo, così Papa Francesco porta la cristocentricità della Dottrina sociale dopo il Concilio Vaticano II verso un’interpretazione secondo lo Spirito Santo. In poche parole, si potrebbe tentare la schematizzazione che dall’epoca del Padre (enciclica Rerum Novarum – Concilio Vaticano II) e da quella del Figlio (enciclica Pacem in terris – CV), ora Papa Francesco vuole portare la Dottrina sociale all’epoca dello Spirito. Ecco perché per lui diventa fondamentale il dialogo interreligioso per la comprensione della Dottrina sociale. 3. I due riferimenti sono: www.startmag. it/mondo/enciclica-fratelli-tutti-piu-chea-san-francesco-sembra-ispirarsi-a-santommaso-moro/ (Gotti Tedeschi, consultato il 20.11.2020); https://pietrevive.blogspot. com/2020/10/fratelli-tutti-lenciclica-ci-invita. html (Sorge, consultato il 20.11.2020). 4. C. Matarazzo, La carità e la solidarietà, in E. Borghi / G. De Vecchi (edd.), Alle radici della comunità cristiana. Liturgia, catechesi e carità per vivere insieme, San Lorenzo, Reggio Emilia 2020, pp. 61-62. 5. Si tratta di evitare, così afferma Ratzinger, che in una prospettiva universale e tardo-moderna dove il diritto naturale non è più riconosciuto come misura oggettiva della ragione, essa entri con la fede della Chiesa in un circolo vizioso, producendo una «curiosa maniera di positivismo»: «da un lato la prova di razionalità [diritto naturale] deve appoggiare la fede vacillante mentre dall’altro lato l’autorità della fede dovrebbe sopportare l’incerta sicurezza della ragione» (J. Ratzinger, Naturrecht, Evangelium und Ideologie in der katholischen Soziallehre. Katholische Erwägungen zum Thema, in: K. v. Bismarck / W. Dirks [edd.], Christlicher Glaube und Ideologie, Kreuz-Matthias Grünewald, Stuttgart-Berlin-Mainz 1964, p. 26). In altre parole, il «diritto naturale» come strumento argomentativo della Dottrina sociale «risulta spuntato» (J. Ratzinger, Ciò che tiene unito il mondo, in: id. / J. Habermas, Etica, religione e Stato liberale, a cura di M. Nicoletti, Morcelliana, Brescia 20082, p. 50). Pertanto, nel suo discorso al Bundestag il 22 settembre 2011, egli evidenzia che nella coscienza ogni essere umano è rivolto a una natura non politicamente disponibile (http:// www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/september/documents/hf_ben-xvi_

spe_20110922_reichstag-berlin.html; consultato il 20.11.2020). 6. Si potrebbe anche osare l’interpretazione, che senz’altro richiederebbe ulteriore argomentazione e approfondimento, che Benedetto XVI ha sostituito il paradigma «tomista» della Dottrina sociale (modificato già attraverso la svolta antropologica del Vaticano II) con un paradigma «agostiniano». 7. G. Salvini, L’enciclica «Caritas in veritate», in «La Civiltà Cattolica», quaderno 3822 (3/2009), 462. L’autore trova per la differenza tra giustizia e carità la seguente definizione: «La giustizia mi impone di dare all’altro ciò che è suo. Mentre il dono, frutto dell’amore, mi induce a dare del mio» (ibid.). In realtà, si tratta della definizione del rapporto tra giustizia e misericordia in San Tommaso, che viene ripreso dall’enciclica senza citarlo: STh II/II, q. 58. 8. Cfr. G. Salvini, L’enciclica, pp. 465.469. 9. A. Baumgartner, Solidarität und Liebe, in: id. / G. Putz (edd.), Sozialprinzipien – Leitideen in einer sich wandelnden Welt, Tyrolia, Innsbruck 2001, pp. 91-106, qui p. 93. 10. Cfr. J. Höffner, Soziale Gerechtigkeit und soziale Liebe. Versuch einer Bestimmung ihres Wesens, Saarbrücker Druckerei und Verlag 1935, pp. 9-10. 11. Ivi, p. 23. 12. O. v. Nell-Breuning, Soziale Sicherheit? Zu Grundfragen der Sozialordnung aus christlicher Verantwortung, Herder, Freiburg 1979, p. 252. 13. K. Hilpert, Caritas und katholische Soziallehre, p. 18. E Moltmann ricorda che la «diaconia, in tal caso, non è soltanto un alleviare le sofferenze, curare ferite e fornire compensazioni sociali, ma è anticipazione della nuova vita, della nuova comunità e del mondo della libertà» (J. Moltmann, Diaconia, p. 25). 14. Cfr. J. Höffner, Soziale Gerechtigkeit, p. 48. 15. Cfr. ivi, p. 65. 16. Cfr. ivi, pp. 96-97. 17. Ivi, p. 94. 18. Cfr. K. Hilpert, Caritas und katholische Soziallehre, in Deutscher Caritasverband (ed.), Caritas ’91. Jahrbuch, Deutscher Caritasverband, Herder, Freiburg 1990, p. 21; J. Ratzinger, Naturrecht, p. 28. 19. Non a caso, risulta forte il riferimento dell’enciclica alla dimensione della virtù («Solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno ecologico»; LS 211) e alla radice teologicocristologica dell’annuncio sociale cristiano: «[p]er noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo» (FT 277). 20. «È sempre possibile sviluppare una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro» (LS 208). Anche l’ambiente, si ricorda, è stato già tematizzato dalla CV: «[l]e modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa» (CV 51), e del resto già Moltmann nel suo saggio del 1984 l’include nel compito della diaconia; cfr. Diaconia, p. 22. 21. L’intreccio inseparabile tra la dimensione sociale e ambientale viene espresso nel paragrafo 139 della Laudato si’: «[n]on ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale». 22. G. Salvini, L’enciclica, p. 470.


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La diaconia della fede Una testimonianza Questo intervento porta la mia testimonianza lavorativa presso Sacrificio Quaresimale con l’intento di illustrare il tema della «responsabilità dei credenti». «Sacrificio Quaresimale» compie 60 anni nel 2021. Questa organizzazione non governativa nacque dall’idea di un gruppo della gioventù cattolica di Lucerna che volle dare forma all’Anno Missionario con una raccolta fondi durante la Quaresima. Nel 1969 si formò poi il sodalizio con «Pane per tutti», l’organizzazione delle chiese riformate svizzere. In quegli anni stava avvenendo la decolonizzazione dei Paesi del Sud del mondo, in particolar modo quelli africani. Quei giovani respiravano l’aria del cambiamento che soffiava, per così dire, dal Concilio Vaticano II e concretizzarono il mandato affidato ai laici di costruire una Chiesa «nuova». Da un’azione incentrata sulla solidarietà è nata così un’organizzazione di cooperazione internazionale per la quale oggi lavorano in Svizzera circa 50 persone, che è attiva in 14 Paesi di Africa, America Latina e Asia (dove impiega una ventina di persone), che realizza ogni anno circa 350 progetti e il cui focus principale è il cosiddetto diritto al cibo. La Campagna ecumenica in collaborazione con «Pane per tutti», nata nel 1969, si svolge regolarmente tutti gli anni durante la Quaresima. Nel preparare questo intervento mi sono chiesta che cosa mi spinse, nel 2006, a partecipare al concorso per il posto di segretaria nella Svizzera italiana per Sacrificio Quaresimale. Nella prima parte del mio intervento vi propongo perciò di conoscere i momenti e gli incontri che ho identificato nella mia biografia come quelli che mi hanno portato a essere qui oggi. Sono queste le radici della fede, ma non solo, di cui parla Lidia Maggi all’inizio del nostro convegno. Momenti di crescita a scuola e in famiglia La mia esperienza religiosa dell’infanzia è stata, globalmente, molto positiva. Alla scuola elementare ero contenta di seguire l’ora di religione perché potevo fare la cosa che mi piaceva di

di Daria Lepori*

più di tutte, ossia disegnare. Le lezioni erano tenute dal nostro parroco che ci raccontava e spiegava passi della Bibbia; il nostro compito consisteva nel fare un disegno e ci venivano messi a disposizione fogli grandi e belle matite colorate. In quegli anni, per andare in chiesa la domenica ci si vestiva davvero a festa e io mi potevo mettere i vestiti più belli. Ricevevamo una moneta che lasciavamo nella bussola e sapevamo che così noi aiutavamo i poveri. Poi si andava a pranzo da una delle nonne, che ci preparava sempre piatti squisiti e ci coccolava in tutti i modi. L’ambiente familiare è determinante per lo sviluppo di una persona. La mia prima infanzia è stata segnata dalla morte precoce del papà, un evento che ho vissuto come una grande ingiustizia. Il fatto, però, che pochi anni dopo anche la mia migliore amica abbia perso la mamma, ha dato una colorazione diversa alla mia esperienza, perché avevo qualcuno con cui condividerla. Malgrado questo la mia infanzia è stata felice, grazie alle risorse umane e culturali delle famiglie in cui sono cresciuta. Mia mamma ha sempre amato leggere e la nostra biblioteca era ben fornita e io ho potuto attingervi senza limitazioni. Da lei ho imparato che ci si può appassionare, attraverso le pagine di un libro, per persone che non si sono mai incontrate. Per lei don Lorenzo Milani è una di queste. Rileggendo un mio quaderno di terza elementare intitolato «attualità» – eravamo nel 1971 – ho scoperto come ho iniziato a confrontarmi con ciò che accadeva nel mondo. La maestra ci chiedeva di ritagliare un articolo dal giornale, di leggerlo, di riassumerne il contenuto e di commentarlo. Su un totale di 28 notizie raccolte in quel quaderno, 11 concernono temi importanti come quello della guerra

allora in corso tra Pakistan e India. Altre riguardano l’inquinamento del Po, le votazioni federali, gli esperimenti nucleari in America. Oggi provo a chiamare questi esercizi: «primi passi di discernimento». Due uomini di chiesa hanno dato una svolta alla mia «carriera umana». Callisto Caldelari, frate cappuccino, ci ha lasciato nel 2014. Egli è ampiamente riconosciuto in Ticino per aver contribuito a più livelli a modellare la nostra cultura, la nostra Chiesa e la nostra socialità. Nel 1972 aveva aperto a Lugano il Consultorio Familiare, la prima sede operativa di Comunità Familiare. Questa associazione, tutt’ora operativa, era nata come movimento di solidarietà tra famiglie. Nel corso degli anni ha dato il via a una serie di servizi come asili nido, centri per tossicodipendenti, ludoteche, centri giovani, colonie estive, un consultorio per coppie in difficoltà, un foyer per giovani in rottura con la famiglia. Mia mamma vi lavorò come segretaria e contabile per diversi anni e, insieme ai miei fratelli, ebbi l’opportunità di condividere alcune iniziative di grande valenza umana. Mi soffermo su due di esse. La prima era il «Gruppo Messa». Una volta al mese con una decina di famiglie in provenienza da diverse località si celebrava una messa con padre Callisto, in una grande sala situata presso un istituto assistenziale a Sorengo. Tutto era diverso dalle messe in chiesa: stavamo seduti in cerchio, cantavamo canzoni dai testi moderni, a turno una famiglia cuoceva un pane non lievitato per l’eucarestia, facevamo domande sulle letture, le preghiere dei fedeli erano preparate insieme, destinavamo le offerte a progetti umanitari, alla fine cenavamo con quanto ognuno aveva portato. Come adolescente ebbi la possibilità di sperimentare così il valore della comunità. Il secondo momento di crescita che devo a padre Callisto è l’esperienza nelle colonie miste per giovani con e senza handicap psichici che lui ha

* Nata nel 1962, dal 2006 è funzionaria di «Sacrificio Quaresimale» (servizio progetti), dal settembre 2020 è deputata del Gran Consiglio ticinese.


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proposto per primo in Ticino. Vi ho partecipato prima come «utente», poi come monitrice e infine come responsabile. Le colonie erano tre settimane di vita in comune intensa, colorata e gioiosa, in località che permettevano il giornaliero incontro con la natura. Si affrontavano situazioni impreviste e difficili, ci mettevamo in discussione e imparavamo dagli errori. C’erano anche incontri regolari durante l’anno per programmare la colonia seguente. Le colonie sono state per me il luogo di apprendimento di valori, di sperimentazione di pratiche, di acquisizione di strumenti culturali. La seconda figura è stata quella di Ernst Sieber. Non l’ho conosciuto di persona, ma a Zurigo, dove ho vissuto per 15 anni, non era possibile non entrare in contatto con la sua opera umanitaria, iniziata nel 1988 e che oggi continua dopo la sua morte avvenuta nel 2018. Il pastore protestante in quegli anni era particolarmente attivo a dare una risposta al degrado sociale e sanitario legato al consumo di stupefacenti. Erano gli anni del Platzspitz, del Letten, delle retate di polizia, del dilagare dell’AIDS. Nel quartiere dove abitavo c’era una delle sue strutture che offrivano lavoro a persone in difficoltà: il Sunegg che in italiano significa, angolo di sole. Era un orto presso il quale era possibile acquistare verdure e fiori. Io mi servivo lì perché l’insalata e gli ortaggi, oltre ad essere freschissimi, erano anche biologici. E poi mi piaceva fare quattro chiacchere con l’uomo che di solito si occupava della vendita. Chiesi così al responsabile se potevo fare del volontariato. Dopo alcuni colloqui esplorativi fui accettata e dalla primavera all’autunno 1990 ho lavorato al Sunegg ogni mercoledì. Lì ho condiviso momenti di lavoro e di riposo con persone che stavano venendo a capo di situazioni personali molto dolorose e complicate. Questa esperienza non ha rivoluzionato il mio modo di vedere il mondo, ma ha aggiunto una tessera particolarmente preziosa al mosaico della mia vita. Concludo questa prima parte constatando che la conversione personale, l’«autoevangelizzazione» precede l’appello a cambiare il mondo, precede l’impegno a cambiare il mondo. Per una vita in abbondanza per tutte e tutti «Sacrificio Quaresimale», l’organizzazione di cooperazione internazionale per cui io oggi lavoro, intende

partecipare alla missione della Chiesa di realizzare, già oggi, una «vita in abbondanza». Dal punto di vista cristiano, cooperazione allo sviluppo significa vivere e testimoniare la solidarietà nel senso di Gesù. Su questa base, «Sacrificio Quaresimale» offre un contributo alla creazione di condizioni di vita dignitose per le fasce di popolazione più povere e più emarginate. Sottolinea, però, anche la rilevanza degli aspetti religiosi e spirituali nella collaborazione pastorale e nella cooperazione allo sviluppo. Il concetto ecclesiale di missione è – a differenza della sua accezione economica e politica – gravato dal peso della storia e molto controverso. Ciò ha portato «Sacrificio Quaresimale» a più riprese a considerare di rinunciare del tutto al concetto di «missione». Ci sono invece due ragioni per cui abbiamo deciso di non rinunciarvi: anzitutto la missione è, a partire dalla colonizzazione, un concetto storico imprescindibile per leggere un territorio e la sua popolazione. In secondo luogo, il fatto di mantenere presente questo concetto, con il fardello negativo che si porta dietro, ci permette di utilizzarlo in modo autocritico e storicamente consapevole. Il fondamento della missione cristiana è l’esperienza di un Dio-amore, quale si è rivelato nella storia del popolo d’Israele e nella vita di Gesù. La Bibbia parla della presenza di un Dio-amore che cammina insieme al suo popolo. Ciò che Gesù ha detto e fatto è contraddistinto dalla compassione particolarmente verso i poveri e gli emarginati. La sua morte e la sua risurrezione offrono agli esseri umani una prospettiva che supera tutti i limiti del dolore e della morte. Testimoniare questa esperienza e la speranza che ne scaturisce, in un mondo pieno di miseria e di ingiustizia, è un elemento essenziale della missione cristiana. È evidente che questa accezione di missione non ha nulla a che fare con un trasferimento cultural-religioso dal Nord al Sud. Reciproci processi di apprendimento dovrebbero invece rafforzare nelle persone l’atteggiamento descritto. Nell’esperienza sul campo di «Sacrificio Quaresimale», la missione è senza frontiere e dialogica. Partendo dal dialogo con la Parola di Dio, il dialogo interpersonale, il dialogo interconfessionale (ecumenico) e il dialogo interreligioso sono indispensabili. Solo così le religioni possono contribuire alla costruzione di un mondo degno dell’essere umano, un mondo di giu-

stizia e di pace. Di fronte alla radicalizzazione religiosa, all’intolleranza e alla violenza che l’accompagnano, la cristianità ha una particolare responsabilità e «Sacrificio Quaresimale» sostiene gli sforzi delle chiese locali dei Paesi in cui agisce per testimoniare la fede con apertura e tolleranza. Infatti proprio là dove persone povere, svantaggiate ed emarginate si mettono insieme, si manifesta la presenza di Dio, indipendentemente dal gruppo etnico, dalla religione e dalla cultura. La missione cristiana e la testimonianza di fede cristiana devono essere sempre dialogiche. L’autentico dialogo è paritario e sincero: ciò comporta l’attenzione e il rispetto verso l’altro, ma pure la testimonianza senza falsi pudori della propria convinzione di fede. Un concetto di missione – senza frontiere e dialogico – significa anche un chiaro rifiuto di ogni fondamentalismo religioso e, ancor più, della violenza religiosamente motivata. La pluriennale esperienza, soprattutto nei Paesi dell’America Latina, permette a «Sacrificio Quaresimale» di dire che la missione cristiana è integrale, vale a dire che è inseparabilmente legata all’impegno per la giustizia e la liberazione. Questo impegno quindi non investe soltanto il piano spirituale, ma ha sempre anche una dimensione materiale o se vogliamo dire, politica. La missione nel senso di Gesù dev’essere al servizio di uno sviluppo umano integrale, che tiene conto dei bisogni materiali e immateriali della persona. In Svizzera – nella Chiesa e nella società – ci proponiamo come voce critica, come portavoce e avvocato della causa delle popolazioni del Sud del mondo, accogliendo a tal fine gli impulsi delle chiese e delle organizzazioni partner del Sud. Alla luce della Buona Novella, «Sacrificio Quaresimale» invita al cambiamento di comportamento e alla conversione, tanto a livello individuale quanto collettivo, tanto nella società quanto nella Chiesa di Gesù Cristo in Svizzera. Con le campagne quaresimali, l’advocacy, il lobbying e le pubbliche relazioni, sensibilizziamo sulle strutture e sui rapporti di potere che ostacolano lo sviluppo umano nei Paesi del Sud. Stigmatizziamo come pericolose le strutture nemiche della vita e incoraggiamo le persone a impegnarsi appassionatamente per la vita. La collaborazione alla preparazione della Quaresima liturgica rappresenta una componente stabile di questo impegno di integrazione nella Chiesa locale svizzera. E qui, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ci è stata


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di notevole aiuto: da una parte essa legittima l’azione pluriennale di «Sacrificio Quaresimale» e, dall’altra, è l’opportunità per un pubblico giovane di riconoscersi nella nostra organizzazione: la Campagna ecumenica 2021 sarà per esempio dedicata alla «giustizia climatica». Impegno e diritti umani Nei Paesi del Sud del mondo, «Sacrificio Quaresimale» sostiene le chiese locali affinché annuncino e vivano il Vangelo con le parole e con i fatti, diventando solidali con le persone private dei loro diritti, impoverite ed escluse e non si schierino con i governi corrotti. Le attività pastorali e missionarie delle chiese locali dei Paesi del Sud devono assolutamente aiutare le persone a emanciparsi sul piano economico, sociale e culturale. Per esemplificare presento qui brevemente due progetti. Il primo è proposto e realizzato da Vicaria del Sur in Colombia. Questa organizzazione è espressione dell’opera pastorale all’arcidiocesi di Florencia dove da più di 20 anni lavora a fianco della popolazione per aiutarla a guarire le ferite causate dalla guerra civile e cui gli accordi di pace hanno dato solo temporanee risposte. Il progetto, localizzato nei comuni di Morelia, Belén, San José, Albania e Valparaíso, si articola su due assi. Il primo è relativo al diritto al cibo, affrontato promuovendo il cosiddetto

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modello di produzione agricola amazzonico (finca amazonica). Coinvolge 150 famiglie, composte da 318 uomini e 282 donne, che stanno facendo progressi nella costituzione e nel consolidamento di un’agricoltura adattata alle condizioni amazzoniche. Applicano pratiche agro-ecologiche che migliorano la produzione agricola e di conseguenza l’alimentazione, recuperano le fonti d’acqua e le specie forestali, migliorano l’accesso all’acqua potabile, incrementano il reddito familiare. Il secondo asse è orientato alla difesa del territorio dallo sfruttamento a scopi energetici (idroelettrico e idrocarburi) e si concretizza in un’opera di azione politica. Oggi nei sei comuni le contadine e i contadini partecipano attivamente ai processi decisionali per quanto riguarda la gestione delle risorse idriche, il ruolo della donna nella società, l’affermazione della cultura locale e i metodi di coltivazione della terra. Il secondo esempio è l’ong «Franciscan International» e il suo progetto nelle Filippine. In questo Paese asiatico, sotto la presidenza di Rodrigo Duterte, sono aumentate le violazioni dei diritti umani e le ingiustizie legate alle attività dell’industria estrattiva. «Franciscans International» con questo progetto accompagna le organizzazioni della società civile nel lavoro di documentazione e di denuncia degli abusi perpetrati dal governo e dalle imprese. La situazione problematica della popolazione più svantaggiata è

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resa visibile tramite la formazione e la partecipazione diretta degli attori locali in seno al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra. Mobilitando le organizzazioni locali, i responsabili politici della comunità internazionale sono così stimolati ad agire contro le continue violazioni commesse nelle Filippine. Per concludere Do simbolicamente la parola a una delle 50 donne la cui testimonianza abbiamo raccolto nel 50° anniversario della collaborazione tra «Pane per tutti» e «Sacrificio Quaresimale». È Soeur Nathalie dell’ordine delle monache di Nôtre Dame, canoniche di Sant’Agostino. È avvocata e coordina il consultorio giuridico di un’altra ONG partner di «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti» a Kolwezi nella repubblica democratica del Congo. Soeur Nathalie accompagna nelle procedure giudiziarie, spesso in condizioni estremamente pericolose, le persone danneggiate dalle attività minerarie che caratterizzano la regione. «Traggo la forza da Dio e dalla preghiera, ma anche dal veder tornare il sorriso sulle labbra di persone che prima erano disperate. E dal sapere che durante la Quaresima, in Svizzera, ci sono persone per le quali la solidarietà continua a essere un valore. Tutto questo mi motiva a continuare ad agire a favore degli ultimi».


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Dal presente al futuro della pastorale ecclesiale nel Canton Ticino Insieme sulla via di Emmaus: dove stiamo andando? Considerazioni sociologiche e filosofiche di carattere generale Penso che sia proprio anche l’intento di papa Francesco che ha reso attenta la Chiesa cattolica e le altre Chiese a questo tipo di nuovo ascolto attivo, di risveglio, di fuoriuscita da parte nostra (intesa come grande comunità cristiana), in una società profondamente cambiata negli ultimi decenni, in cui occorre camminare insieme verso un orizzonte di senso (il testo evangelico di Luca 24 parafrasato nel titolo). Le trasformazioni socioculturali della società odierna La modernità ha introdotto delle profonde trasformazioni culturali che hanno direttamente inciso sull’orientamento temporale della vita umana. L’obiettivo? Mettere al centro la razionalità strumentale ed eliminare tutto ciò che ostacola appunto un razionale calcolo dei risultati. Liberazione che non può non passare dalla dissoluzione del sacro. Ossia dissoluzione della tradizione con naturale e conseguente frattura tra la verità della fede e la verità della scienza, arrivando ad un’eclissi della prima citata. Dati di fatto preoccupanti Notiamo alcuni fenomeni sociali e culturali piuttosto evidenti: – la sociotemporalità (sincronizzazione e pianificazione 24 ore su 24, prodotti di stagione tutto l’anno); – l’omogeneizzazione temporale e spaziale (i non luoghi dell’anonimato); la deterritorializzazione e la globalizzazione (il rimanere in contatto col proprio Paese con lingua, cultura e musica senza mai integrarsi dove ci si trova), con conseguente indebolimento dei legami comunitari; – l’individualismo religioso (fluidità e liquidità dell’appartenenza religiosa); – l’assenza di distinzione tra il bene e il male;

di Rolando Leo*

– la religione «fai da te» che spesso è un bricolage sincretistico; – il culto del corpo per il quale la religione diviene per molte persone una via della ricerca del benessere psicofisico; – la negazione delle distinzioni tra uomo e Dio, dove Dio non c’entra più… E il mero relativismo etico, l’aumento generale del malessere esistenziale e dei suicidi in tutte le fasce d’età, sono tutti campanelli d’allarme su cui l’accidia mette spesso la firma. Nel 2018 l’OMS ha inserito la gaming addiction (la dipendenza da videogiochi) tra le nuove patologie. Sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si legge: «Lo schema di comportamento risulta così grave da danneggiare altre aree come quella personale, familiare, sociale, educativa e occupazionale». Bastano 10 ore di videogames violenti nell’arco di una settimana perché le aree cerebrali che monitorano i comportamenti aggressivi riducano la loro attività1. Inoltre, secondo una ricerca condotta dal Centro studi minori e media, è emerso che più del 58% degli studenti intervistati gioca almeno una volta al giorno con un videogioco e che il 40,5% può identificarsi con i personaggi del gioco stesso. La ricerca intitolata Minori in videogioco ha rivelato che uno studente su quattro trascorre da una a tre ore al giorno davanti a videogame, perlopiù volentieri. Nel frattempo le consolles per videogiochi restano sulla vetta dei regali più ambiti dai minori, mentre i genitori si

domandano perché i figli fatichino a relazionarsi con gli altri e perché abbiano abitudini sedentarie come dei novantenni2. Non sono forse i «giovani del divano» di cui parlava il Papa alle Giornate Mondiali della Gioventù di Cracovia, riprendendo poi l’espressione il gennaio del 2019 alla GMG di Panama? Dentro questo quadro sociologico, che ho sommariamente tratteggiato, si muove la società della posterità di oggi, si muovono le istanze educative, si muove la Chiesa cattolica, preoccupata di come coinvolgere le nuove, anche le adulte, generazioni. Così si è mosso papa Francesco nel suo dire e agire. L’approccio nuovo della pastorale di papa Francesco («Christus vivit») Poiché sono osservatore per incarico diocesano di una pastorale soprattutto legata alle giovani generazioni, ho letto con particolare attenzione l’analisi di Papa Francesco nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus Vivit (= ChV), in cui si parla di un nuovo approccio nella Chiesa. Esso deve puntare soprattutto ad accompagnare processi piuttosto che «imporre» progetti/percorsi3. Ciò mi è servito molto per un esame di

* Nato a Mendrisio nel 1969, dopo gli studi in filosofia e teologia a Lugano, nel febbraio del 1999 ha conseguito la licenza in lettere e filosofia presso l’Università di Fribourg. Nel 2005 ha ottenuto una licenza in teologia presso la Facoltà di Teologia di Lugano ed è stato ordinato presbitero. Nel 2008 ha conseguito un mini-master in Teologia Pastorale Giovanile all’Università Salesiana di Roma. Già assistente di Azione Cattolica Giovani, docente di religione nella scuola media e nel settore medio superiore da una ventina d’anni, dal 2009 è direttore dell’Ufficio Diocesano d’Istruzione Religiosa Scolastica. Dal 2018 è assistente spirituale presso il Collegio Papio di Ascona. È assistente diocesano di Pastorale Giovanile. È presidente della Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane nel Canton Ticino e membro del FORUM delle Religioni.


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Tabella 1 Progetto

Processo

Progetto, dal latino proièctus consiste nell’azione di lanciare, gettare (iàcere) avanti (pro). Qualcosa che si è prodotto viene portato fuori da sé, posto avanti. Si parla anche di «gettare le fondamenta».

Processo, dal latino procèssus, è participio passato di procedere, andare avanti. Non è gettare fuori da sé ma procedere insieme in avanti.

Il progetto è in funzione di un risultato, di un prodotto o servizio da realizzare. Ci sarà chiesto alla fine: cosa hai fatto? Come lo hai fatto?

Il processo è in funzione dell’apprendimento diffuso, di tutte le persone che ne prendono parte. Un apprendimento al tempo stesso individuale e organizzativo. Ci sarà chiesto alla fine: cosa hai appreso? perché l’hai fatto?

Opera un’analisi: cerca di cogliere dati oggettivi (che oggettivamente non si possono reperire)

Opera un discernimento: cerca di riconoscere piuttosto che di vedere (alla luce della Rivelazione)

Risponde ad un bisogno

Condivide un sogno

Individua degli obiettivi

Individua delle priorità

Procede con logica di ottimizzazione delle risorse

Procede con logica di investimento

Richiede una verifica per eliminare gli elementi di crisi riscontrati

Utilizza la narrazione per far emergere la direzione dello Spirito e mettere in luce le opportunità

coscienza sul mio operare nella pastorale ordinaria, in cui talvolta mi sono reso conto di aver proposto o imposto percorsi/progetti, forse senza davvero essermi messo all’ascolto per suscitare piuttosto dei processi condivisi e costruiti insieme. Il progetto getta avanti, il processo va avanti. Il progetto è in funzione di un risultato, il processo in-

vece è in funzione dell’apprendimento. Il progetto opera un’analisi, mentre il processo opera un discernimento e condivide un sogno individuando le priorità. Mi pare che questo modello psicologico/sociologico, schematizzato nella tabella 1, possa aiutarci a cambiare paradigma operazionale4.

La tabella traduce in piccole attenzioni pastorali una parte significativa della criteriologia di Christus Vivit. Per farlo viene utilizzato come elemento «catalizzatore» la creatività che nella sua articolazione scientifica si esprime attraverso 4 fattori5. Nella tabella 2 ripropongo una griglia di lettura che ci permette di addentrarci in questa nuova dinamica sociologica e psicologica che ha come criteri di riferimento le persone, i processi, le proposte e il contesto, riletti attraverso le accezioni, grandi categorie di bellezza, crescita, relazioni e libertà. Questa è un’ipotesi di lavoro che il Papa tenta di mettere in risalto attraverso categorie sociologiche nuove per far fronte ad una società cambiata, anestetizzata per certi versi, ormai estranea ad un certo linguaggio religioso, senza, dobbiamo forse dirlo, un orizzonte chiaro. Nuovo paradigma anche nella Diocesi di Lugano per il futuro6 Nell’autunno 2016 il vescovo Valerio Lazzeri ha istituito una commissione con il compito di rilanciare il discorso delle zone pastorali promosso più di un decennio fa dal vescovo Pier Giacomo Grampa. Per superare le incomprensioni del passato, conservare il cuore buono e uscire da un quadro troppo geografico-giuridico-istituzio-

Tabella 2: CRITERI E ACCEZIONI Alcuni spunti di riflessione sul «come» del cambiamento7 PERSON (Persone)

PROCESS (Processi)

PRODUCT (Proposte)

PRESS (Contesto)

BELLEZZA

Una persona è bella se è connessa con la sorgente originaria creativa della vita, cioè se riscopre bellezza del battesimo

Un processo è bello se a partire dalla Parola di Dio assume una forma sacramentale che integra e crea unitarietà

Una proposta è bella se orienta al valore fondante di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Una specifica attenzione qui va alla liturgia

La bellezza si trova anche al di fuori dei perimetri ecclesiali se si è capaci di cogliere i semina verbi della realtà

CRESCITA

Una persona cresce se individua il proprio talento e lo fa crescere (allenamento)

La forma che facilita processi realmente orientati alla crescita è quella di un accompagnamento

Il risultato di una crescita reale della persona avviene nella generazione di discepoli missionari

La crescita personale deve avvenire insieme ad una crescita comunitaria: ciò può avvenire con nuove ministerialità

RELAZIONI

La cura delle relazioni si realizza in una scelta di accoglienza senza condizioni che deve rendersi reale nelle comunità

I processi devono incarnare uno stile sinodale che sia tradotto in una corresponsabilità effettiva nelle comunità

La cura delle relazioni si esprime in una attenzione alla sfera della comunicazione (mondo digitale)

La cura delle relazioni deve modificare la criteriologia dell’appartenenza ecclesiale in modo più efficace

LIBERTÀ

A livello personale la libertà si rende concreta in uno stile di reciprocità (perdere potere)

I processi pastorali in forza di questo criterio dovranno essere leggeri e flessibili

La mutevolezza che caratterizza l’oggi ecclesiale favorisce una focalizzazione sull’essenziale

A livello contestuale la libertà richiede un sano decentramento da sé e dell’azione


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nale, una commissione ad hoc ha elaborato un progetto nuovo. Il segno più appariscente della novità è il cambiamento di nome: le zone ora saranno qualcosa d’altro che abbiamo chiamato «reti»: reti pastorali. La Parola di Dio offre numerosi simboli ispiratori, tra cui quello della RETE. Il capitolo 21 del Vangelo secondo Giovanni parla infatti di una rete che raccoglie 153 grossi pesci. È la pesca miracolosa del Signore Risorto. La rete ospita tutti e non si spezza. Ecco: oggi abbiamo bisogno di approfondire le relazioni e la corresponsabilità in e tra le nostre comunità cristiane, per non essere più soli. Il simbolo della rete ci è parso quindi utile. La rete pastorale non sarà anzitutto una struttura nuova, ma un modo nuovo di vivere la Chiesa cattolica di sempre, però oltre i confini e i ruoli tradizionali. Anche questa è la «Chiesa in uscita» di cui parla papa Francesco, ad esempio nell’esortazione apostolica «Evangelii Gaudium». In un tempo di tante trasformazioni e tentativi, sentiamo che nessuno possiede soluzioni facili, ma non possiamo fermarci. Con l’aiuto di Dio, occorre essere proattivi. L’obiettivo verso cui si intende camminare grazie alle reti pastorali è l’ecclesiologia di comunione (questo camminare assieme di cui ci parla il vangelo secondo Luca a proposito dei discepoli di Emmaus), riscoperta dal Concilio Vaticano II, ma non ancora sufficientemente attuata. L’ecclesiologia di comunione è un modo sinodale di pensare ed essere Chiesa di Gesù Cristo, che riprende la più autentica tradizione apostolica e prevede una più intensa corresponsabilità e unità tra i battezzati. Per raggiungere l’obiettivo occorrerà percorrere le vie della cosiddetta pastorale d’assieme, sperando di adottare un nuovo approccio di accompagnamento di processi e di condivisione di cammini senza calare dall’alto grandi teorie. In pratica si tratta di una Chiesa vista, vissuta e annunciata come varietà di carismi e ministeri. Questa Chiesa si esprime in collaborazione fraterna e corresponsabilità, per camminare insieme e discernere insieme. Le reti pastorali sono uno strumento e non il fine. Per far crescere la comunione ecclesiale, la Diocesi di Lugano indica ora nelle «reti pastorali» un nuovo e decisivo strumento. Esso si concretizza in legami di vita, collaborazione e condivisione tra parrocchie, che coinvolgano progressivamente i fedeli: presbiteri, operatori pastorali,

consigli parrocchiali, aggregazioni cristiane, religiosi/e, famiglie e singoli. Le reti sono quindi più un’esperienza di legami che non una regione geografica. La vita precede infatti le strutture. Le reti pastorali potranno formarsi secondo modelli diversi, a seconda delle caratteristiche locali, iniziando anche da nuclei ristretti. Tocca quindi alle persone attivarsi per dare vita alle reti, in un movimento che parte dal basso, dal vissuto. L’essenziale è partire! Un possibile modello di rete pastorale in città potrebbe avere una struttura su quattro/cinque parrocchie molto vicine sul territorio e ugualmente dimensionate con la presenza di due/quattro preti (eventualmente un diacono permanente) e un/a laico/a impegnata/o a metà tempo, che formano l’équipe di rete. I preti abitano assieme. Ogni rete dispone di un servizio di segretariato e dei locali di riunione, che possono trovarsi nell’una o nell’altra parrocchia. Tutti i preti sono parroci, uno è animatore di rete. La responsabilità degli ambiti pastorali è suddivisa tra i vari soggetti, che ne discutono nella riunione dell’équipe di rete. L’idea davvero sarà quella di camminare assieme, di vivere e progettare maggiormente assieme. Più si sta insieme e più ci si conosce; conoscendosi ci si stima e si costruisce assieme, condividendo sogni (si considerino le note precedenti in questo testo). Talvolta occorrerà ripartire, rinunciare ad una propria idea per trasfigurarla attraverso la comunione con gli altri, consapevoli che la nostra società, se mai lo è stata, non è più cristiana e che occorre forse ridimensionare le nostre categorie di massa, senza però smettere di sognare di portare il Vangelo di Gesù Cristo comunque e sempre nel mondo, soprattutto attorno a noi, nella vita quotidiana. Esempi di animazione di rete sul territorio e proposte con gruppi ecumenici giovanili (la pastorale di Taizé) Un modello innovativo di proposta cristiana per l’educazione dei giovani e una modalità di articolazione ecclesiale sul territorio sempre più comunionale e interattiva ci paiono essere le proposte diocesane che aiutano i gruppi giovanili ad essere educati verso un senso di appartenenza, non più tanto a livello di territorio geografico in senso stretto, bensì a livello di condivisione di un orizzonte di fede, di un’amicizia, facendo emergere il bisogno di unità.

Il lockdown della primavera 2020 ha dato una scossa a tutti i sistemi comunicativi virtuali, portando i giovani (ma anche gli adulti) ad unirsi, a sentirsi, a collegarsi per condividere, molto più di prima. L’intento nostro è stato quello di cavalcare l’onda, trasfigurando la dis-grazia in grazia, risorsa, occasione. L’orizzonte unitario su cui puntiamo ci nutre e ci porta a contrastare la temperie epocale disgregatrice che stiamo affrontando da tempo a livello antropologico e religioso. Una parola d’ordine importante è responsabilizzazione. Parlare di impegno e responsabilità ai giovani porta talvolta alla fuga generale (sono già troppo sollecitati dalla società di consumi e prestazioni e sono comunque sempre più individualisti e addirittura solipsisti), ma occorre parlarne in modo nuovo, secondo il paradigma spiegato in antecedenza, attraverso cui si valorizza l’altro, lo si accompagna, lo si ascolta, condividendo con convinzione sogni comuni! Abbiamo sbagliato molto in passato, pensando che i giovani (la gente) in contesto ecclesiale fossero contenitori da «riempire» nel giro di poco tempo. Occorre camminare fianco a fianco; così nascono processi e progetti, assieme, sconfiggendo lo smarrimento generale che impregna la nostra società. Il triennio di pastorale giovanile che stiamo vivendo a livello mondiale, dalle GMG di Panama (2019) a quelle di Lisbona (2023), ha adottato, con papa Francesco, le parole dell’inizio del Vangelo secondo Luca dove si dice che Maria si alza in fretta per raggiungere la cugina Elisabetta. Contemporaneamente per l’anno 2020-2021 è stato adottato il testo di Atti 26,16: «Alzati! Ti costituisco testimone di ciò che hai visto». È bello e motivante il tema, soprattutto per le giovani generazioni. Scalda il cuore e motiva ad alzarsi senza perdere tempo, perché c’è posto per la gioia e la speranza, da vivere assieme. Con il nostro vescovo Valerio, all’interno di questo impianto, stiamo leggendo con i giovani le due lettere di Paolo ai Corinti, che ci descrivono lo smarrimento di una società, quella del tempo, che ricorda molto la nostra. Ciò avvicina l’ascoltatore moderno che si sente coinvolto. Il processo iniziato nell’estate 2020 vuole responsabilizzare, far sentire il ragazzo protagonista di un processo, processo che deve alimentare lui, che è in mano sua, per esempio proponendo uscite, attività culturali regionali (non


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potendo orientarsi verso l’estero), momenti d’aggregazione semplici riscoprendo la bellezza dei nostri territori e del nostro stare assieme. Sull’onda del progetto diocesano delle reti, abbiamo convolto pure degli animatori di rete sul nostro territorio diocesano, scoprendo risorse che non avrei mai pensato. Non in un’ottica territoriale fisica dove il giovane deve stazionare e alzare la bandiera per certificare la sua presenza, ma semplicemente aiutarlo a comprendere che la sua presenza è importante, che sia a studiare qui o lì, in Ticino o al di là delle Alpi. Ma c’è! Ed è in rete con altri coetanei col medesimo orizzonte di senso della fede, educandolo al sapore dell’unità!

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Siamo all’inizio di questo nuovo paradigma, di questo processo condiviso. Ma ci crediamo, così come crediamo al progetto ecumenico che da anni portiamo avanti con il gruppo di TaizéTicino, in cui anche il giovane un po’ lontano dai nostri canoni e linguaggi liturgici si sente vicino, convolto, scopre o riscopre di avere un cuore, un’anima, un silenzio interiore, un senso religioso. Giovane chiama giovane: questo è vincente, questa è la nostra parrocchia globale. Note 1. Studio dell’Università di Indianapolis presentato al congresso della Società di Radiologia di Chicago eseguito su un gruppo di

No. 265 giovani attraverso una risonanza magnetica funzionale. Dati citati in: F. Lorenzi, I segreti della luce, Rizzoli, Milano, 2018, p. 223. 2. Cfr. ivi, p. 224. 3. ChV, n. 297. 4. Centro studi Missione Emmaus, accompagnare processi, corso on-line (ottobre-novembre 2020 - Stefano Bucci [scheda di sintesi]). Corso VIVIDAVVERO, Atelier Pastorale sulla Pastorale Giovanile e Vocazionale (cfr. www. bottegaemmaus.com). 5. Cfr. Rhodes, 4 P della creatività, in corso on-line VIVIDAVVERO (ottobre-novembre 2020 - Atelier Pastorale sulla Pastorale Giovanile e Vocazionale, Milano). 6. Cfr. documento diocesano ufficiale sulle reti pastorali del 2018, Diocesi di Lugano, Lugano 2016, pp. 1-10. 7. Cfr. ivi (documentazione del corso, settembre 2020).

Verso le sfide culturali di oggi e di domani Uno sguardo radicale e d’insieme Come con qualsiasi studio e riflessione, è importante segnare il terreno e chiarire sia il mio angolo di approccio sia i termini del nostro tema. Per affrontare il tema assegnatoci «Quale futuro della pastorale ecclesiale nel Canton Ticino?» desidero partire da una semplice domanda: «Quale è oggi la questione da affrontare per la pastorale ecclesiale». Da protestante riformulo la domanda in «Quale predicazione per oggi?»: qual è il kerygma da proclamare all’uomo di oggi che si ritrova o dentro una Chiesa «uscita socialmente dal mondo» o fuori dalla Chiesa? Mi sembrano necessari due chiarimenti preliminari. Il primo riguarda l’uso del singolare rispetto al termine «kerygma». La seconda è la parola «oggi». Per quanto riguarda il kerygma, come ho già accennato, l’annunzio della Parola di Dio non si esaurisce con la predica domenicale. Tuttavia questa è caratterizzata dalla diversità di forme o tipi di «testimonianza» (in greco martyria): la catechesi, il lavoro teologico, l’etica sociale, l’aggiornamento culturale, e anche l’attenzione per quanto riguarda la diversità delle aspettative, dei percorsi e persino dei «gusti» dei fedeli. Il secondo chiarimento è che la parola «oggi» richiede ovviamente una messa a fuoco per poter parlare del «futuro» cominciando a chiedersi se sia un «oggi» che evoca il nostro «qui e ora»

di Giuseppe La Torre*

con la libertà di non rapportarsi necessariamente alle generazioni precedenti. È comunque un «oggi» che si riferisce più specificamente alla situazione delle nostre comunità, e in particolare al loro declino, all’invecchiamento dei loro fedeli, alla distanza dei loro giovani e al loro consumismo. Ma si tratta anche di un «oggi» che richiede una riflessione più ampia che implica uno sguardo al tipo di cultura che è la nostra e che richiede una valutazione

delle difficoltà e delle possibilità alle quali è confrontata la testimonianza cristiana nel contesto specifico della modernità. Ma cosa c’è dietro le parole «Kerygma» e «oggi»? Quel è la questione più urgente? Penso sia la questione del confronto con la cultura moderna, a cui la Chiesa di Gesù Cristo non deve addossare nessuna colpa per le problematiche che la coinvolgono. Affrontandola per prima, tale questione ha il vantaggio di illuminare anche le difficoltà e le possibilità con le quali è confrontata la pastorale ecclesiale in generale e nel Canton Ticino in particolare. Occorre entrare allora nell’attuale momento di trasformazione non solo come un inevitabile passaggio prodotto dal cambiamento civile, bensì con la coscienza di prendere parte all’avventura di ridisegnare il volto della comunità locale nella capacità

* Nato a Marettimo (Sicilia) nel 1953, ha compiuto gli studi teologici a Roma e a Basilea, presso la Facoltà Valdese di Teologia, e conseguito la Laurea in Lettere Antiche presso l’Istituto del Vicino Oriente Antico dell’Università «La Sapienza» di Roma. Nella stessa università ha conseguito una terza laurea in Scienze Storico-religiose e in Filosofia. Pastore valdese in servizio presso la Chiesa Riformata nel Canton Ticino, dopo aver esercitato tale ministero a Tarnato, Palermo e in Val Bregaglia (Canton Grigioni). Ha insegnato Storia delle Religioni nel licei cantonali e in altre scuole di formazione del Sottoceneri. Da molti anni impegnato nel dialogo interreligioso, è stato membro del comitato europeo «Islam in Europa» della Conferenza delle Chiese Europee e del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e ha coordinato la Commissione Evangelica per il Dialogo con l’Islam della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. È cofondatore con la città di Lugano del FODINT (Forum per il Dialogo Interreligioso in Ticino), oggi Associazione Svizzera per il dialogo interreligioso e interculturale. Ha pubblicato diversi saggi sull’islam e, per conto della Islamische Wissenschaftlische Akademie di Colonia, ha diretto la sezione dei testi in italiano di una ricerca internazionale su «L’islam nei testi scolastici». Ha pubblicato: Bibbia e Corano. Due mondi sotto un unico cielo, Claudiana, Torino 2008; con Letizia Tomassone (a cura di), Dialoghi in Cammino. Protestanti e musulmani in Italia oggi, Claudiana, Torino 2009.


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«spirituale» di leggere il proprio tempo e di scegliere ciò che è praticabile. Non da soli, ma dentro un percorso ineludibilmente culturale, ecumenico e interreligioso. Verso il pastorato del XXI secolo Partiamo da una riflessione storica e contemporanea. Negli ultimi decenni del XX secolo la perdita di prestigio dell’attività e del ruolo stesso del pastore ha indotto la maggior parte dei pastori a distanziarsi dall’immagine tradizionale della figura pastorale che incarna un modello di sobrietà e austerità, e rifiuta il ruolo di autorità morale, in parte accettata e in parte denigrata dalla popolazione. La rinuncia di molti pastori a portare l’abito talare durante le funzioni religiose o ad abitare nella casa parrocchiale sono alcuni dei segni più tangibili di questo mutamento profondo. Le mogli dei pastori, che in passato svolgevano varie attività in seno alla comunità parrocchiale (scuola domenicale, gruppi di cucito, corali), sono meno coinvolte nella vita ecclesiale anche perché spesso esercitano una professione non legata a questo ambito. I mariti delle pastore, se non sono anch’essi pastori, figura recente nelle comunità dell’evangelismo storico, in genere sono distanziati dall’attività della moglie. Non sarà un caso che in Germania una delle categorie professionali con maggiori divorzi sia proprio quella dei pastori? Attualmente la categoria è ancora alla ricerca di una nuova identità. Considerando che il pastore è una figura centrale del Protestantesimo, che, storicamente, gli dà un’alta visibilità all’interno della vita comunitaria, occorre però fornire un chiarimento necessario. Poiché la pastora/il pastore è un uomo o una donna come gli altri in una Chiesa sempre da riformare, occorre sfidare la trappola della definizione perfetta e rimuovere il peso morale spesso posto su questa professione come nessun’altra. Se si rinchiude il pastore nelle sole attività liturgiche comunitarie, nelle sue attività aggregative e nelle aspettative dei suoi membri, il pastorato tradisce la sua specifica vocazione. Il pastore è chiamato così perché è una guida del gregge del Signore. È più un «cane pastore». L’unico pastore è Cristo. Il pastore corre intorno al gregge, si agita, grida, abbaia, chiama, per raccoglierlo, a volte morde anche i polpacci dei parrocchiani che si attardano o si allontanano per rimetterli nel gregge che segue Cristo. Egli non dice

«seguimi», ma «segui il tuo buon pastore che è Gesù». Non è lui l’esempio da seguire, ma rimanda all’unica guida che è Cristo. Infatti, oggi, è ufficialmente chiamato «ministro» come ai tempi della Riforma; il pastore è dunque un servo di Dio e del Vangelo, e pertanto rimane sullo sfondo. D’altra parte è vero che ci si aspetta anche che si prenda cura dei membri della comunità che lo ha chiamato a servirla, che si faccia carico della loro cura spirituale. Il pastore è tutto sommato un semplice «assistente pastore». La sua vocazione e il suo ministero però non devono essere rivolte alla sola comunità cristiana, ma al mondo, non al cristiano ma all’uomo! La predicazione sembra essere la specificità del ruolo pastorale, ma la predicazione non può esaurirsi al culto domenicale. Il ministero deve potersi proporre in diversi ambiti e con diversi aspetti e riguarda anche la società nel suo insieme. Riguarda l’umanità in quanto tale. Su questo aspetto forse si può innestare una nuova immagine del ministero che possa coinvolgere il futuro della pastorale ecclesiale per non essere pastore solo dei protestanti, solo per i cristiani. La sfida oggi è che forse occorra spogliare il «ministero pastorale» delle cariche e delle aspettative morali e professionali che le comunità gli addossano e rivestirlo di coraggio per nuove funzionalità che urgono a breve o a lungo termine alla società in continua evoluzione perché una comunità cristiana sia parte significativa e significante della società in cui testimonia la propria fede. Occorre riflettere allora e rivedere anche le funzioni che il ministro implementa con il suo operato: – la funzione teologica che si riferisce al ministro della Parola (ministero e teologia); – la funzione di accompagnamento spirituale di ministro della persona (ministero e cura d’anime); – la funzione sociale di ministro di una comunità (ministro e società); – la funzione simbolica sociale di ministro del sacro (ministero e dialogo); – la funzione di identità del ministro di riferimento (ministero e vocazione); Tali funzioni devono barcamenarsi sulle tensioni che strutturano il ministero, il quale deve cercare equilibrio tra banale e sacro, tra pubblico e privato, tra essere se stessi ed essere partecipe nella vita di altri, tra professione e vocazione. Il ministro è tenuto a svolgere ed eseguire le varie funzioni che sono di sua

responsabilità e competenza, che da un lato sono tradizionali e dall’altro risultano da inventare in risposta alle esigenze del tempo presente. Inevitabilmente ciò porta a volte ad una insostenibile stanchezza psicologica, fisica e spirituale. La stanchezza in buona parte del ministro non è legata esclusivamente alla quantità di lavoro che si deve affrontare, ma, piuttosto, alla percezione che spesso la nostra modalità di vivere il ministero è un «girare a vuoto», un districarsi tra tante questioni diverse che, alla fine, portano a domandarsi a cosa conducano veramente gli sforzi, in gran parte enormi. È importante pertanto non dimenticare i riferimenti teologici che dirigono il nostro ministero. Non è da poco, ad esempio, il «luogo» dell’uditorio, che non è più soltanto o semplicemente un edificio (chiesa, centro, oratorio, ecc.) ma i cosiddetti social, della cui rilevanza e importanza, come hanno ricordato in precedenza anche il pastore D’Archino e don Leo, ci ha costretti a prendere atto la pandemia che stiamo attraversando e che sicuramente lascerà una traccia non solo nelle coscienze dei credenti e dei non credenti, ma anche sulla pastorale ordinaria delle Chiese. Per una presenza che raccolga le sfide culturali di oggi e di domani Anche il praticante più defilato sa che, osservando le cose, per così dire, dal di dentro, se molto è cambiato, ciò è avvenuto in ragione dei mutamenti sociali più che per una diretta decisione ecclesiale. Qui si colloca la difficoltà nel leggere il momento presente e il senso di essere realmente comunità significante e proponente che sappia partire dall’annunzio della Parola per giungere a una visione «plurale» e «incisiva» della fede cristiana e delle altre fedi viventi, in un impegno concreto per una società sempre più umana, rispettosa delle diversità e soprattutto per una società giusta. Se per noi protestanti in ambito religioso «protestare» significa storicamente parlare a favore di Dio e in ambito ecumenico significa parlare a favore della «libertà», in ambito sociale ciò significa parlare a favore dell’uomo. Amare Dio e amare il prossimo vanno di pari passo, perché amare Dio implica amare l’essere umano. Questo implica che nessuna comunità cristiana può permettersi di essere chiusa in se stessa e cibarsi solo


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di religiosità, riducendo la spiritualità alla mera pietà personale. Tale condizione implica anche che nessuna comunità cristiana può permettersi di essere chiusa rispetto alle comunità di altre confessioni. La strada per raggiungere traguardi di tolleranza, di rispetto e di affermazione dei diritti umani è stata lunga nel protestantesimo, ma è stata una strada percorsa fin dall’inizio e che ha creato un’etica civica e umana, raggiungendo traguardi insieme alle altre Chiese e, a volte, prima di altre. Questo fatto deve continuare a caratterizzare l’«essere protestante» nella società di oggi, perché è il contributo di ognuno alla Chiesa Universale e al mondo. Nessuna visione di una pastorale futura dovrebbe esimersi da questo dovere. La «protesta» in favore dell’essere umano non è né un’esclusiva né una specificità del protestantesimo, ovviamente, ma è tuttavia parte integrante della sua essenza. Ma come concretizzare, allora, nel territorio in cui viviamo l’essenza, la vocazione e i principi del nostro essere protestanti? Quali lotte ci spingono a condurre, quali impegni ci sollecitano a intraprendere e su quali punti ci interpellano a protestare e a rinnovarci? Anzitutto occorre favorire il pensare. Ogni pastore è e deve restare teologo, prima di essere predicatore e curatore d’anime prima d’intraprendere attività e impegni sociali. La teologia non ha confini confessionali e religiosi: ha sensibilità diverse e non può ritenere che la pratica venga prima della teoria o la liturgia al di sopra della predicazione. L’una e l’altra devono saper convivere e vivificarsi vicendevolmente. Si può, però, riflettere insieme nel rispetto delle diverse spiritualità. La riflessione teologica è un importante contributo alla società che evolvendo può anche rischiare di involvere, trascurando la sensibilità spirituale dell’essere umano. Nulla più del pensiero è esposto alle insidie, perché non sempre chi si ritiene un libero pensatore è veramente «libero» e «pensatore»! L’essere umano si occupa di tante cose con grande intelligenza, ma assurdamente trascura la dimensione della profondità, che è il nucleo del ministero cristiano. Un altro fronte da non sottovalutare nell’impegno civico è la responsabilità individuale. Centrale è quindi il ruolo della catechesi e della formazione. Non basta aggregare, occorre formare. Perché non farlo insieme? La cura individuale dei nostri membri di chiesa deve rientrare in un quadro

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formativo che investe l’intera società. Dinanzi alla complessità crescente del mondo, ci affidiamo sempre più agli specialisti e agli opinionisti, lasciando che coloro che ci rappresentano prendano posizione per noi, accodandoci così in modo acritico ai partiti, alle associazioni e alla religione popolare. Questo atteggiamento è contrario non solo all’essenza del protestantesimo, ma all’essenza del cristianesimo tout court. La Chiesa pare avviarsi ad una modalità di presenza sul territorio che si prospetta come una galassia di piccole comunità selettive ed elettive che non sempre interagiscono tra loro. Ognuna ha la sua nicchia di competenza confessionale, linguistica, nazionale, ecc. Come concretizzare l’essenza, la vocazione e i principi del cristianesimo oggi nella società in cui viviamo? Una risposta potrebbe trovarsi nel fare in modo che i cristiani lavorino insieme, che sacerdoti e pastori, comunità cattoliche protestanti e ortodosse abbiano attività comuni. Non basta più ritrovarsi una volta all’anno nelle celebrazioni per la Settimana ecumenica per l’unità dei cristiani. Non basta più dire «è sempre meglio di niente». Ritengo che, oggi come ieri, in un mondo «plurale» vi siano due importanti problemi da affrontare: come le persone di tradizione e opinione diversa possano convivere in modo fruttuoso e costruttivo; come si possa evitare che un gruppo deprima il diritto degli altri. Da sempre la «convivenza» tra diversi è stato il problema e il compito di ogni società. Su questo punto la comunità cristiana può offrire un suo specifico contributo… se si rende credibile: cioè unita e fraterna nelle sue diversità! Molti ritengono che l’ambito della politica e della religione debbano restare separati, ma nella prassi ci sono ovviamente degli ambiti di coincidenza o delle opinioni divergenti che occorre dibattere. Ciò vuol dire che come protestante desidero portare la mia ricchezza spirituale ed etica e accogliere quella delle altre chiese, nel confronto e nel dibattito democratico della società, che deve essere «laica» e che deve costantemente vigilare sulla laicità della sua struttura normativa. Come cristiano intendo seguire solo Cristo, allo stesso tempo essere cristiano vuol dire contribuire perché la società umana abbia valori di umanità, di libertà e di giustizia, in cui la vita sia degna e dignitosa per tutti. Secondo le statistiche degli ultimi cen-

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simenti in Svizzera una parte sempre crescente della popolazione, è uscita dalle Chiese tradizionali o non si ritiene religiosa. Ma l’uscita dalla Chiesa di Gesù Cristo non significa necessariamente uscita dal «religioso». Infatti, la maggior parte dei nostri contemporanei mantiene una spiritualità non inquadrata e «auto-costruita», cioè una spiritualità che si adatta ai gusti e alle possibilità della gente, che cerca strade diverse da quelle tradizionali. A loro dobbiamo rivolgerci per annunziare la Grazia e la visione che aveva Cristo Gesù di una umanità fraterna e solidale. Non è però solo questione di linguaggio da ammodernare, ma di riferimenti teologici ed etici da riformulare. Verso l’avvenire che è già iniziato Quando ci confrontiamo con le esigenze della fede in un mondo in parte non-religioso e in parte pluri-religioso, siamo sollecitati, da un lato, a riconoscere ciò che rimane valido e, dall’altro, a diffidare di ciò che ci sembra superato. Siamo figli e artefici della cultura di oggi. La situazione di pluralismo che viviamo oggi, e quello religioso in particolare, pone la questione di chi sia nel giusto; la pongono soprattutto le nuove generazioni, aumentando a dismisura le critiche alla Chiesa e al nostro credo. Una religione o una comunità cristiana che pretenda di detenere la fonte esclusiva di verità, ritenendosi superiore ad altre, soprattutto se in opposizione alle verità delle scienze umane e sperimentali, richiede all’essere umano di oggi un assenso che questi non è in grado né vuole concedere. Nessuno forse può portare il peso di tutta la verità. I nostri contemporanei, comunque, non ci credono, a meno che si trincerino dietro il fanatismo del fondamentalismo o dell’integralismo. Abbiamo bisogno di una nuova visione, che non si distacchi dalla fedeltà al Cristo, ma che abbia il coraggio di riformulare in modo comprensibile (anche se non necessariamente accettabile) il messaggio cristiano. La ricerca della verità, non può fare a meno del dialogo intra-cristiano e interreligioso. È un percorso che come esseri umani siamo chiamati a ricercare, è una strada per approfondire la critica, per continuare a migliorare questa nostra umanità così imperfetta e incompleta, per poter essere liberi non nel proprio cieco individualismo, ma nella condivisione di una vita de-


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gna per tutti. Ed è questa umanità imperfetta e incompleta, sospettosa nei confronti della nostra fede ma assetata di spiritualità, con la quale dobbiamo dialogare e a alla quale si deve rivolgere la nostra attenzione… Come protestanti la nostra predicazione deve aiutare ad accettare l’incertezza e il dubbio, perché non può esistere una fede senza dubbi. La nostra predicazione deve aiutare ad accogliere la realtà che oggi ci mostrano le scienze sperimentali e umane, consapevoli che la conoscenza non si ferma e non si può incatenare e che il cammino della

fede deve infonderci il coraggio per portarci a conoscere «cose grandi e impenetrabili che ancora non conosciamo» come ci esorta la Bibbia col profeta Geremia (cfr. 33,3). Siamo cristiani e sappiamo che Dio non si impone alla ragione, ma si propone ad essa e non le resta esterno, ma la feconda come quando l’amore entra nella vita di un essere umano. Se la conoscenza del passato c’incatena… non c’è libertà e non possiamo proporci come testimoni di libertà. L’annunzio cristiano, oggi come lo era ieri, al di là delle epoche, dei contesti o

delle culture, deve potersi calare nella realtà sociale. Come cristiani dovremmo, per quanto possibile, saper avviare un dialogo costruttivo e sereno sulla vita profonda che sentiamo in noi stessi e che viviamo nella preghiera, nella fedeltà, nell’amore del prossimo, nella pace interiore, nell’universalità di Dio. Dovremmo saper condividere i gravi problemi per essere costruttori di pace, di mitezza, di giustizia economica e sociale, essere attenti alla protezione della natura e insieme prendere parte contro le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani.

Alle radici della comunità cristiana Cenni conclusivi e punti di partenza Le osservazioni e riflessioni proposte nelle pagine precedenti, delineano, in forma analoga a quanto avvenuto nella giornata del 21 novembre scorso, delle prospettive ricchissime, a livello culturale ampio, per una Chiesa di Gesù Cristo che guardi al futuro in modo convinto e credibile. La competenza teologica e antropologica e la passione formativa delle persone che sono intervenute a quell’interessante e stimolante convegno, hanno mostrato, in modo diversificato e complementare, che l’annuncio, la celebrazione e la pratica sociale della fede cristiana sono vie ancora assai significative per contribuire ad un’umanizzazione sempre maggiore delle persone e delle istituzioni culturali, sociali e religiose anche nella nostra epoca. Si è notato chiaramente che cosa queste dimensioni non devono proporre, che cosa non devono essere, qualora si voglia guardare al futuro della Chiesa e dell’umanità con ragionevole speranza. – Non serve assolutamente ad una seria educazione alla fede una catechesi fatta anzitutto di preoccupazioni sistematiche, dove la fede cristiana viene presentata come una serie di nozioni dottrinali da memorizzare e non come una via esistenziale radicata nella rivelazione delle Scritture bibliche in un rapporto costante tra il valore dei testi in se stessi e i loro contenuti e valori per la vita quotidiana. – Non è realmente cristiana un’attenzione liturgica e cultuale ricca di formule formalmente inappuntabili sotto il profilo biblico o teologico, magari

di Ernesto Borghi

preoccupata di orientare il cuore delle persone verso Dio, ma incapace di rendere presente l’amore di Gesù Cristo dall’esperienza del donarsi del Nazareno crocifisso e risuscitato alle scelte esistenziali di coloro che a queste celebrazioni partecipano; – È esistenzialmente inefficace, anzi dannosa un’azione solidaristico-caritativa in cui il cuore e il cervello, la generosità personale e la razionalità progettuale e organizzativa, la passione ideale e la competenza tecnica siano dimensioni considerate alternative tra loro o operanti in modo disorganico e distonico. Che cosa deve essere allora la Chiesa in questo XXI secolo? Un gruppo di donne e di uomini, che hanno le seguenti caratteristiche ideali e pratiche: – non pensano che la loro interpretazione della verità del Vangelo sia necessariamente la migliore; – agiscono animati costantemente dai valori umanizzanti e trascendenti coglibili da un rapporto intelligente e appassionato con le Scritture bibliche e si comportano conseguentemente in ogni ambito del loro operare;

– considerano e vivono le strutture ecclesiali come luoghi di accoglienza di chi è in difficoltà, sedi di educazione alla fiducia quotidiana nell’amore del Dio di Gesù Cristo tramite la conoscenza della Bibbia e una pratica sacramentale adulta, ambienti di formazione alla libertà di coscienza e alla partecipazione fattiva alla costruzione di una società attenta alla bellezza, ovunque si manifesti, e solidale verso ogni essere umano, a cominciare dai più poveri e socialmente emarginati. Tre passi biblici possono costituire certamente dei punti di riferimento fondamentali in questa prospettiva ecclesiale ecumenica, radicata nella tradizione cristiana originaria e pronta a lasciarsi alle spalle le tradizioni religiosamente e culturalmente superate: mi riferisco a Osea 6,6; Matteo 5,23-24; Galati 5,1a.6. – Osea 6,6: «amore (io) desidero, e non sacrificio; e conoscenza di Dio anziché olocausti»: il culto in quanto tale è per la vita del credente una via esistenziale da evitare. La relazione d’amore con gli altri nel rapporto vitale con Dio è la strada da battere. – Matteo 5,23-24: «Qualora dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima e riconciliati con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono». Le relazioni con i propri simili sono l’ambito più importante della vita, che non esclude la rilevanza del rapporto con il Divino, ma la relativizza alla qualità dell’intesa con loro.


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– Galati 5,1.6: «In vista della libertà Cristo ci liberò… quello che conta non è la circoncisione o la non circoncisione, ma la fede che si costruisce attraverso l’amore». La scelta del Dio di Gesù Cristo è la liberazione degli esseri umani da ogni schiavitù, in definitiva, da quella dell’egoismo personale. Tale condizione è la base dell’asse fondamentale della vita del credente, una fiducia in Dio manifestata nell’amore fraterno, secondo una logica che rende effettiva la dimensione verticale dell’esistenza a partire dalla possibilità di realizzare concretamente e seriamente quella orizzontale. Le diverse componenti della Chiesa di Gesù Cristo, le diverse confessioni cristiane hanno necessità di ricordare a se stesse senza un attimo di incertezza che Gesù di Nazareth, crocifisso e risuscitato e il suo messaggio sono il comune denominatore essenziale di chiunque dica di essere cristiano. La storia ha condotto cattolici, ortodossi e protestanti-riformati a differenziarsi sotto vari punti di vista, ma la sfida è quella di vivere insieme, secondo le diverse tradizioni, quanto accomuna tutte le persone che affermano di esse-

re discepole del Nazareno crocifisso e risuscitato per contribuire a costruire, nella Chiesa e nel mondo in cui essa è inserita, una civiltà in cui risplenda vivamente la loro testimonianza d’amore per il bene comune. Educare/educarsi alla fede che si costruisce attraverso l’amore fraterno è una sfida che dalle origini cristiane ad oggi ha conosciuto moltissimi luminosi tentativi e tante cocenti disillusioni. Nel Canton Ticino gli strumenti educativi e formativi che possono favorire la crescita di questa mentalità, dalla riflessione scientificoaccademica alla divulgazione culturale multimediale sono numerosi a cominciare dalla Facoltà di Teologia di Lugano, dall’Associazione Biblica della Svizzera Italiana, dal Coordinamento della formazione biblica e dall’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica della Diocesi di Lugano sino alle istituzioni corrispondenti nella Chiesa Evangelica-Riformata e alla Comunità di Lavoro delle Chiese cristiane nel Canton Ticino. Certamente significativi in proposito sono massmedia come le riviste «Dialoghi», «Voce Evangelica», «Spighe» e «Caritas Ticino», i siti internet www.

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catt.ch e www.voceevangelica.ch e quello di Caritas Ticino. Se tutte queste istituzioni, nel rispetto delle loro peculiarità specifiche, ma con uno spirito di effettiva collaborazione, creeranno occasioni sempre maggiori e migliori di interazione progettuale e operativa tra loro e con altre (per es. le ACLI, «Sacrificio Quaresimale», «Pane per tutti» e la Conferenza Missionaria della Svizzera Italiana), il volto della Chiesa di Gesù Cristo nel Canton Ticino avrà connotati sempre più credibili, a livello radicalmente culturale, e il tasso di umanità diffuso potrà soltanto aumentare. Occorrono un linguaggio nuovo e la capacità di lasciarsi alle spalle moralismi, autoritarismi e dottrinalismi di ogni genere che soffocano la spiritualità diffusa e tradiscono quanto è davvero essenziale nella fede cristiana. A che scopo? Al fine di contribuire alla felicità comune, rendendo una testimonianza credibile di un cristianesimo non troppo infedele al suo Signore, preoccupato cioè non di distribuire patenti di ortodossia o di moralità a destra e a manca, ma di crescere nella capacità di vivere nell’amore di Colui che è morto e risorto per tutti.

Per ulteriori approfondimenti Ecco alcune altre indicazioni bibliografiche che ci paiono importanti sempre nello spirito di quelle proposte a p. 9


No. 26529 i corsivi di dialoghi

i corsivi di dialoghi Un nuovo vescovo a Coira L’attesa è stata lunga e preceduta da episodi alquanto incresciosi, anche se indirettamente rivelatori della crisi profonda che attraversa la diocesi da vari anni, nel contesto di una Chiesa cattolica a livello mondiale che non gode certo di ottima salute. Per capire quanto sta avvenendo durante queste ultime settimane bisogna volgere lo sguardo almeno fino agli anni che seguirono il concilio vaticano secondo nella Svizzera tedesca. Durante gli anni ’60 del secolo scorso la diocesi di Coira poteva vantare una propria alta scuola di teologia che irradiava su tutto il mondo di lingua tedesca a causa dell’ottima qualità dei suoi docenti e delle loro pubblicazioni. Qui nacque e fu coordinato il manuale di teologia sistematica più autorevole durante gli anni del concilio e del primo postconcilio (Il Mysterium salutis, in sei volumi edito da Benziger in tedesco e presentato in italiano dalla editrice Queriniana). Il vescovo di quel tempo, JohannesVonderach (vescovo di Coira dal 1962 al 1990) non si oppose alla linea teologica della scuola e così uscì da essa un clero e molti laici e laiche chiaramente qualificati a servizio della diocesi. Vonderach comunque con il passare degli anni guardò con sempre maggiore apprensione e distanza critica alle tendenze presenti negli operatori pastorali della diocesi e decise di farsi aiutare da un vescovo ausiliare con diritto di successione nella persona di Wolfgang Haas. Questo prete era noto per le sue idee particolarmente conservatrici e soprattutto per la sua opposizione al cosiddetto «sistema duale» che regola i rapporti tra la diocesi e gli organismi delle varie «chiese cantonali» della diocesi. Da quel momento, cioè dal 1988, iniziò un conflitto interno a tutta la diocesi, accentuato dal fatto che la nomina di Haas non era avvenuta secondo le regole in vigore a Coira, bensì bypassandole mediante una nomina a vescovo coadiutore con diritto di successione automatico. Haas, durante i primi anni di episcopato cercò di indirizzare la diocesi verso pratiche sempre più conservatrici, ma non ottenne alcun successo di rilievo. L’opposizione si fece sempre più intensa e così da Roma si cercò di riparare attraverso la nomina di due vescovi ausiliari maggiormente sensibili al rinnovamento postconci-

liare (a Zurigo arrivò Peter Henrici, gesuita professore a Roma ma nato e cresciuto a Zurigo, per la Svizzera interna venne designato Paul Vollmar). Ciononostante la situazione non si calmò, soprattutto poiché il vescovo Haas cercava di rafforzare la tendenza conservatrice mediante la nomina di collaboratori a lui strettamente ossequienti in curia e mediante la nomina di canonici che preludesse ad una eventuale nomina di un successore della medesima tendenza. Visto che la situazione non cambiava il nunzio di quel tempo, Karl Josef Rauber, propose una via di uscita facendo nominare Wolfgang Haas arcivescovo del principato del Lichtenstein e scorporando quest’ultimo dal territorio della diocesi di Coira nel 1997. Gli succede nel 1998 a Coira Amadée Grab, monaco benedettino noto anche a molti ticinesi per aver diretto e insegnato al collegio Papio ad Ascona. Grab cerca di superare le divisioni e i conflitti interni alla diocesi, ma con scarso successo, poiché il capitolo della cattedrale di Coira (già dominato da canonici ligi ad Haas) nomina come suo successore nel 2007 Vitus Huonder come nuovo vescovo di Coira. Huonder rafforza ulteriormente la tendenza conservatrice in curia e i rapporti con il territorio della diocesi diventano ancora più tesi. Soprattutto la nomina di Martin Grichting come vicario generale provoca un movimento di generale disapprovazione. Nel 2019 il vescovo Huonder dimissiona e si ritira in un collegio tenuto dal movimento dei lefevriani. In attesa della nomina di un successore da parte dei canonici della cattedrale di Coira la Santa sede nomina Pierre Bürcher amministratore apostolico. Il 23 novembre 2020 i canonici si riuniscono per nominare il vescovo di Coira, ma la lista proposta da papa Francesco e contenente tre nomi a scelta viene rifiutata dai canonici con 11 voti contro 10 e rinviata a Roma. La pubblicazione del verbale della seduta dei canonici fa conoscere a tutta l’opinione pubblica i motivi del rifiuto della lista. Sotto l’influsso diretto di Grichting una parte dei canonici ritiene che i nomi figuranti sulla lista papale non diano sufficienti garanzie di «cattolicità». Il 15 febbraio di quest’anno il papa sceglie personalmente tra i tre nomi da lui proposti Joseph Maria Bonnemain come vescovo di Coira. Egli viene consacrato il 19 marzo, festa di

S. Giuseppe, nella cattedrale retica. L’eco mediatica alla nomina è stato particolarmente positivo e caloroso sia all’interno degli ambienti cattolici che al di fuori. Pur essendo membro dell’Opus Dei Bonnemain è noto in tutta la diocesi come persona aperta al dialogo, culturalmente molto preparata, e di sentimenti chiaramente ecumenici. La sua doppia formazione, teologica e medica, fanno di lui un apprezzato operatore pastorale nel mondo della sanità. Bonnemain conosce bene i rapporti tra chiese e cantoni del territorio della diocesi di Coira e gode esplicitamente della stima dei diversi governi cantonali. Lo aspetta un gran lavoro di ristabilimento di rapporti di collaborazione all’interno e al di fuori della comunità cattolica. Fortunatamente egli potrà contare su vari teams che da tempo aspettano di poter operare in un’atmosfera maggiormente aperta nel tessuto della vita ecclesiale. Il fronte tradizionalista non resterà con le mani in mano, ma sarà sicuramente ridotto nelle sue possibilità di intervento diretto. Anche la conferenza dei vescovi svizzeri troverà in Bonnemain un membro che potrà dare nuovo dinamismo al suo lavoro. «Dialoghi» si rallegra per questa nomina e augura a Joseph Bonnemain un ministero fruttuoso e riconciliatore. (a.b.)

Per monsignor Chiappini Gestire una rivista che esce ogni tre mesi è più semplice che avere la responsabilità di un quotidiano o di un programma radiofonico o televisivo. Diciamo dunque la nostra sul «caso Chiappini» a bocce ferme e con il vantaggio di poter commentare la vicenda oramai conclusa. «Dialoghi» conosce e stima il prete ticinese arrestato per un sospetto di sequestro di persona, coazione e lesioni semplici per omissione nei confronti di una donna che abitava nel suo appartamento. Dopo un trattamento di polizia inutilmente vessatorio e tre giorni di detenzione, dolorosi per l’interessato, e la conclusione dell’inchiesta, la Procura ha pubblicato un decreto di abbandono che scagiona completamente il nostro. Ne siamo lieti e auguriamo ad Azzolino Chiappini di poter riprendere la sua attività di studio e di ricerca teologica in piena serenità. La notizia della sua rinuncia agli incarichi ricoperti finora in diocesi ci dispiace e il «grande clamore mediatico suscitato attorno alla


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sua persona» (come recita il comunicato della curia vescovile della diocesi) non sembra essere un argomento molto convincente per spiegare e giustificare questa decisione. Il clamore mediatico è stato piuttosto un danno per la persona implicata e dovrebbe far riflettere tutti coloro che operano nell’ambito della comunicazione sulle conseguenze di una interpretazione massimalista del cosiddetto «diritto di cronaca». «Dialoghi» conferma la propria stima e amicizia nei confronti di un testimone altamente qualificato del dialogo ecumenico e interreligioso nella Svizzera italiana e gli augura tempi sereni e fruttuosi. (a.b./m.n.)

Pro e contro Numerose e variegate reazioni ha suscitato il motu proprio di papa Francesco che ha aperto formalmente il ministero del lettorato e dell’accolitato alle donne. Spiritus Domini, emanato il 10 gennaio scorso, li estende infatti a persone di ambo i sessi, in deroga a quanto stabilito da Paolo VI nel motu proprio Ministeria quaedam del 1972, che dichiarava i due ministeri riservati agli uomini, e corregge così il can. 230 S 1 del Codice di Diritto Canonico. Troppo poco per qualcuno, un primo passo positivo per altri; questo documento è stato dunque variamente accolto nella Chiesa cattolica. Sfumate le posizioni intraecclesiali: se l’associazione Donne per la Chiesa saluta con gratitudine il motu proprio come primo passo di un lungo cammino «che la Chiesa deve compiere per fare giustizia di millenni di subalternità, misoginia, umiliazione e violenza contro le donne», molto critica è la teologa Cettina Militello per la quale «parlare di carismi laicali ci riporta indietro a una contrapposizione penosa e ingenerosa che in un modo o nell’altro ripropone quella gerarcologia piramidale che pensavamo definitivamente tramontata». «Sottovalutare le concessioni di Francesco sarebbe un errore», afferma Giancarla Codrignani: «adesso le donne devono pretendere di leggere non solo le scritture bibliche e paoline, ma il Vangelo e di predicare le omelie: la predicazione femminile cambia la cambiala visione della gente». L’innovazione dovrebbe portare ad una «preparazione» diffusa a tutti i cristiani al compito del lettorato (ponendo fine a certe letture balbettanti da parte di scolaretti delle elementari…), ma non invece a una nuova divisione nel popolo di Dio tra chi può (e ha il «potere di leggere») e chi invece non può. (a.l.)

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Scorribanda virtuale in libreria Anche questo numero di Dialoghi viene confezionato nella parziale clausura del cosiddetto home-office e quindi ci sarà qui un invito alla lettura che il recensore esprime, pur non essendo nemmeno lui andato in libreria o aver chiesto i libri agli editori. Siamo tutti di fronte ad un duplice spettacolo: le case editrici sono particolarmente attive, come se la pandemia non avesse cambiato i loro piani e le loro abitudini di lavoro. Le librerie sono comunque chiuse un po’ dappertutto alle nostre latitudini e quindi si deve ipotizzare che chi non smette di leggere si procura le pubblicazioni ordinandole attraverso i vari mezzi telematici a disposizione e presso grandi agenzie di distribuzione. Ne è testimone la posta che a fatica distribuisce una marea di pacchetti nelle nostre case e il fatto che gli editori non sembrano lamentarsi come fanno ad esempio, e a giusta ragione, gli albergatori e gli osti dei vari ristoranti. Vengono dunque segnalati qui vari libri, apparsi recentemente e scelti in ordine sparso, pensando che possano interessare coloro che leggono la nostra rivista. Evidentemente il recensore ha fatto le sue scelte a partire dalla reperibilità dei volumi e dai suoi interessi, ma senza mai dimenticare, almeno nel suo immaginario, coloro che leggono queste pagine. I temi legati alla pandemia in corso non sembrano mancare anche dopo un anno dalla diffusione del virus corona in Europa. L’interesse per una loro conoscenza convive con un certo senso di noia dovuta al carattere penetrante delle informazioni che ci vengono proposte attraverso molteplici canali di trasmissione. Mi limito dunque a segnalare un solo libro direttamente connesso con il fenomeno pandemico, sperando di aver scelto bene tra i molti titoli che ho potuto reperire. Il filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha pubblicato un saggio, subito tradotto in italiano, che ha attirato la mia attenzione. L’Autore mi sprona a percepire e a valutare un doppio fenomeno che personalmente non avevo realizzato nella sua pienezza: da una parte

Lévy constata un’amnesia collettiva nei confronti di fenomeni pandemici recenti che avevano causato danni e decessi analoghi a quelli della diffusione del virus corona e che stranamente sembrano essere stati velocemente rimossi dalle nostre memorie. D’altra parte, la presenza di una paura collettiva ha assunto, nel caso del covid, dimensioni decisamente superiori rispetto alle recenti pandemie. Lévy parla, in analogia con la prima guerra mondiale, di una prima paura mondiale. Parallelamente al manifestarsi di questi due fenomeni il filosofo e pubblicista francese nota la sparizione, solo sui media ma non nella realtà fattuale, di notizie che attiravano la nostra attenzione prima della diffusione del virus: così la protesta contro il governo cinese ad Hong Kong, la resistenza dei guerriglieri curdi in Iraq, la repressione quotidiana nella Bielorussia. Lévy si chiede e ci chiede cosa stia davvero succedendo attorno e in noi tutti. In questo suo ultimo libro cerca soccorso tra vari Autori che lo hanno ispirato, da Lacan a Foucault e Girard. Umilmente egli afferma che «è ancora troppo presto per decifrare non solo il codice del virus, ma anche il codice della paura che ha causato». Per questo motivo egli rinuncia a proporre una diagnosi precisa che permetta di valutare in maniera globale il fenomeno pandemico che ci circonda, ma si limita a elencare una serie di fenomeni nuovi e relativamente specifici, in attesa di future analisi maggiormente globali. In ogni caso, come insinua Lévy, il covid ci ha infettato due volte, talvolta nel corpo e quasi sempre nella nostra psiche, portandoci talvolta vicino alla follia. (cfr. Lévy, Bernard-Henri: Il virus che rende folli. Milano: La nave di Teseo ed. 2020). Dimenticando per un momento la pandemia in corso, conviene prendere in mano anche la produzione libraria legata all’attualità strettamente politica di questi ultimi mesi. Alla velocità degli avvenimenti recenti fa riscontro anche la celerità delle pubblicazioni che li commentano e inquadrano. L’entrata


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in carica del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha fatto tirare un respiro di sollievo a molti uomini e donne non solo al di là dell’oceano Atlantico, ma anche alle nostre latitudini, come pure in molti altri Paesi. Questa pausa ristoratrice lascia comunque aperti molti interrogativi sul futuro prossimo della vita interna degli Stati Uniti e sull’impatto che essa potrà avere sul destino di molte altre aree del pianeta. Se sembra relativamente facile dimenticare gli episodi e le esternazioni dell’ex-presidente, non sarà altrettanto facile gestire il rapporto tra il potere esecutivo del nuovo presidente e il potere indiretto e reale della Corte suprema, mutata in gran parte ad immagine e somiglianza di Trump. Biden ha sicuramente molte possibilità di mutamento, ma dovrà sempre fare i conti con un partito repubblicano che non ha ancora né accettato né tanto meno digerito il verdetto delle urne. Anche il partito del presidente non brilla per unità di intenti e quindi Biden dovrà cercare sempre di mediare all’interno delle varie correnti e di trovare consensi parziali o persino trasversali per poter governare in modo efficace. Sul piano internazionale evidentemente la nuova presidenza può essere vista come un fattore di minore tensione in varie regioni calde del pianeta. Gli USA, pur rinunciando alla pretesa di un loro ruolo di «gendarme del pianeta», dovranno trovare alleanze che siano credibili anche per il diritto internazionale. I primi gesti di Biden nei confronti dell’ONU, dell’OMS e dell’UNESCO fanno sperare che si

istauri presto una nuova «normalità» in questo ambito. Quello di Laruffa è un libro scritto durante le ultime settimane della presidenza Trump e non va dunque letto come se fosse un’analisi politologica di largo respiro. Ma, visto che le serate domestiche di questi tempi sono particolarmente lunghe, la lettura di questo «istant Book» può comunque risultare utile. (cfr. Laruffa, Matteo: L’America di Biden. La democrazia americana dopo Trump. Soveria Mannelli: Rubbettino Editore 2021). Anche l’editoria legata ad argomenti religiosi non è rimasta passiva durante la pandemia e molte sarebbero le novità editoriali che meriterebbero se non recensioni estese perlomeno segnalazioni mirate. Visto lo spazio limitato a disposizione, mi permetto solo di segnalare due pubblicazioni che mi paiono particolarmente attuali e stimolanti. La prima è un libricino edito da Vita e Pensiero e scritto da un prete ceco durante questi ultimi mesi segnati dalla pandemia. Osservando, come molte altre persone, che le chiese diventavano sempre più vuote, sia perché chiuse parzialmente da parte delle autorità sanitarie come pure per una forma di disaffezione da parte di persone abitualmente praticanti, l’Autore si chiede quali siano le cause profonde di questo fenomeno. Evitando chiaramente di moralizzare sul fenomeno e rifiutando qualsiasi ipotetica punizione divina legata alla diffusione del co-

ronavirus, Halìk propone la necessità per tutti coloro che si identificano con la Chiesa (indipendentemente dal loro statuto all’interno della Chiesa stessa) di ripensare i ruoli, le modalità di funzionamento delle varie strutture della Chiesa stessa e i metodi di comunicazione al suo interno e all’esterno. Il libro è breve e denso al contempo. La sua lettura è urgente per noi tutti. (cfr. Halìk, Tomàš: Il segno delle chiese vuote. Milano: Vita e Pensiero ed. 2020). Concludo questa rassegna segnalando l’apparizione recente di un libro ad opera di un membro della nostra redazione. Ernesto Borghi di presenta un’analisi del «discorso della montagna» (Mt. 5-7) e rispettivamente «della pianura» (Lc. 6.11) con un taglio a metà strada tra esegesi per specialisti e volgarizzazione per un pubblico largo. In altre parole un libro accessibile ed esigente al contempo e che meriterebbe un commento su «Dialoghi» che vada al di là di questa veloce rassegna delle novità di stagione. A impedire un’ampia presentazione e commento al libro c’è l’imperativo del tempo, visto che il recensore l’ha tra le sue mani solo da qualche giorno, e la necessità di trovare un Autore competente che sia in grado di metterne in evidenza i tratti di novità e di originalità. Torneremo comunque presto a parlarne. (cfr. Borghi, Ernesto: La giustizia dell’amore. Matteo 5-7 e Luca 6.11 tra esegesi ed ermeneutica. Cantalupa: Effatà ed. 2021) (a.b.)

Ospitalità eucaristica L’ecumenismo rimarrà bloccato se la «ospitalità eucaristica» – l’invitarsi a vicenda, tra fedeli di Chiese diverse, alla celebrazione dell’Eucaristia nella propria comunità – non diverrà una pratica sempre più accolta, in vista dell’unità di fede nelle differenze riconciliate. Lo sostiene un «appello» promosso nel 2019 da due teologi, il cattolico Giovanni Cereti e il valdese Paolo Ricca, e in questo libro, curato da Margherita Ricciuti (valdese) e Pietro Urciuoli (cattolico), commentato positivamente da esponenti cattolici, luterani, battisti, metodisti, valdesi, avventisti, anglicani e pentecostali; e avversato, invece, da un parroco ortodosso. E perché mai sarebbe possibile, rimanendo fedeli alla volontà di Cristo e anche alla propria Chiesa,

una prassi per secoli – salvo eccezioni – impensabile? Perché, spiega l’appello, poi cofirmato da dodici personalità cristiane, è Cristo che invita alla Sua mensa, non le Chiese; e perché le pur divergenti spiegazioni teologiche del «come» Egli sia presente nella Cena sono magari venerande tradizioni, ma non costitutive della fede: Gesù, infatti, non spiega l’esatto significato delle Sue parole: «Questo è il mio corpo». Perciò, conclude l’appello: «Riteniamo che sia possibile a ogni persona cristiana battezzata, in obbedienza alla propria coscienza e rimanendo in piena solidarietà con la propria Chiesa, essere accolti come graditi ospiti in ogni mensa cristiana in cui si celebri la Cena del Signore». Le ragioni del «sì» squillante, o magari più tenue, sono

ben spiegate nella «tavola rotonda» ideale che intesse il volume; e così il fermo «no» dell’ortodosso – secondo il quale «ospitalità» può esserci solo nella piena consonanza della fede. D’altronde, acuti problemi ancora rimangono irrisolti (come i ministeri femminili «alti», rifiutati dalle Chiese cattolica e ortodossa, ma accolti da quelle legate alla Riforma); la stessa pratica della «ospitalità», come norma, è negata da Roma. Il libro di Ricciuti-Urciuoli stimola, dunque, ad osare molto. Luigi Sandri (da «Confronti») Margherita Ricciuti, Pietro Urciuoli, Ospitalità eucaristica: in cammino verso l’unità dei cristiani, Claudiana, 2020, 179 pp., 16,50 euro.


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opinioni

No. 265

Per una eucarestia partecipata Ricominciare dalla preghiera dei fedeli La preghiera dei fedeli fu ripristinata dal Concilio Ecumenico Vaticano II con la Costituzione Sacrosanctum Concilium (n. 53), riguardante la riforma liturgica. Sembrava essere il primo strumento messo in mano ai laici per dar loro voce in seno alla celebrazione eucaristica, in ossequio al riscoperto carattere sacerdotale di tutto il popolo di Dio. Di spontaneo è sortito ben poco. Si tratta di una sequenza di invocazioni, di richieste di aiuto, di ispirazione, di grazie, posta giusto al termine della Liturgia della Parola e appena prima della Liturgia Eucaristica. Essendo, almeno in linea di principio, a disposizione dei fedeli poteva assumere il carattere della spontaneità come, per fare un paragone un po’ ardito, l’omelia è a discrezione del singolo celebrante o comunque del presbitero o del diacono demandato. Come per l’omelia, ancor più per le preghiere dei fedeli è naturale che esistano delle linee guida. Le intenzioni di preghiera seguono uno schema fisso, cui possono essere aggiunte altre a discrezione, spazio di solito poco utilizzato, se non in circostanze particolari. Lo scopo è di pregare per le necessità della Chiesa e del mondo e la successione di solito è la seguente: la Chiesa universale nella varietà dei ruoli e dei carismi, i governanti che presiedono alle sorti degli abitanti della terra, le categorie di persone in circostanze particolarmente critiche, l’assemblea eucaristica particolare e la comunità locale. Come possa essere successo che, in oltre cinquant’anni, di spontaneo sia sortito ben poco e che le varie assemblee particolari preghino solitamente seguendo delle formulazioni preconfezionate diffuse mediaticamente, seppur da più fonti, lascia allibiti ma è nella realtà dei fatti. Le preghiere dei «foglietti»: aride acrobazie linguistiche Una generazione come la mia non riesce tanto a digerire le formulazioni auliche, prolisse, con sintassi spesso articolata, a contenuti sempre molto elevati, che ci propinano i foglietti distribuiti fra i banchi, i quali hanno sì lo scopo di favorire una migliore partecipazione personale, soprattutto

alle letture, e di poterne fare memoria lungo la giornata o magari lungo la settimana, ma nessuno ripeterà le preghiere dei fedeli ivi riportate. Sentirsi esclusi dall’esternazione orante personale è forse per la maggioranza una rassegnazione: è sempre stato così. Alla faccia dei segni del tempi che vedono l’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana, sempre meno frequentata e, fuori, una società sempre più secolarizzata. di Roberto Boggiani*

La posta in gioco è la vita di fede dei fedeli stessi. Se essi vedono così contratta la loro possibilità di espressione dentro l’Eucaristia, come potranno prorompere nell’annuncio alla gente di fuori, in mezzo a chi non conosce, non accetta, non può godere della bella notizia che i cristiani non annunziano più, che si tengono gelosamente per loro, che non ha più attrattiva, specialmente per le giovani generazioni? Liberare la preghiera dei fedeli Esprimendo se stessi nella preghiera, arricchirebbero pure la visuale del pastore sui fedeli affidati alle sue cure. Ciò fungerebbe di verifica di quanto da essi raccolto dall’ascolto della Parola di Dio, dentro e al di là dalla sua personale predicazione, e della risonanza da essa provocata. Si pensa che il pastore conosca già le sue anime nella confessione. Nulla di più vero. O forse no? Ma le anime poi si conoscono spiritualmente fra di loro? Ho l’impressione che le espressioni di fede, con tutto il corteo verbale e gestuale che comportano, restino troppo confinate allo spazio intimo pastore/ fedele. Mi pare che all’interno della comunità, e nella celebrazione eucaristica in particolare, non si riesca ad apprezzare quello spirito di apertura reciproca che dovrebbe sommamente rappresentarla. Le relazioni tra i fedeli sempre riguardano più il da farsi che l’essere autentici testimoni. Non sarà certo la preghiera universale restituita ai fedeli a riempire di nuovo le chiese per la messa, ritengo, però, che la restituzione al popolo della preghiera dei fedeli sarebbe già una notevole conquista.

Condividere anche la Parola Nell’ottica di una rivitalizzazione della celebrazione eucaristica, bisogna pensare anche ad ulteriori spazi partecipativi, senza possibilmente stravolgere l’attuale assetto. […] Penso […] al dopo-comunione quale momento opportuno, vorrei dire, di Condivisione della Parola (ma ben più forte è lo «spezzare la Parola» di Enzo Bianchi!), ben spaziato temporalmente dal Ministero della Parola (l’omelia presbiterale). Si potrebbe dare seguito al silenzio (spesso troppo breve) di preghiera intima individuale che segue la comunione con più voci che comunicano ai fratelli il proprio messaggio di entusiasmo personale, di incoraggiamento, di vita, in un particolare momento in cui forte è l’ardore di fede, l’anelito di speranza, il vigore di carità che la comunione suscita. Muti in chiesa, loquaci sul sagrato Ciò potrebbe creare una bella aspettativa nell’assemblea, che altrimenti opta per una conclusione rapida e il passaggio alle esternazioni sul sagrato. Quel che di empatico e informale, di faceto e – perché no – di profano, che fa seguito ad una scena sostanzialmente muta durante la celebrazione. Che resta ordinariamente muta nel seguito. Al più si indugia in apprezzamenti generici della performance omiletica del celebrante, dove fra la mitizzazione e la squalifica solitamente non esiste nulla. Forse si sovrapporrebbero dei preziosi richiami a quel che l’uno o l’altro ha espresso, spunti anche di meditazione che poi emergerà nella condivisione successiva, con un’auspicabile progressione sia qualitativa che quantitativa della partecipazione. Due pratiche (la spontanea preghiera dei fedeli e la condivisione della Parola) che, credo, sarebbero di aiuto per essere lievito che fa fermentare tutta la pasta, per renderci capaci di dare sapore a questa società spiritualmente scipita.

* Medico, operatore di accoglienza; testo pubblicato dall’Associazione «Viandanti» il 29.11.2020.


No. 26533 in memoriam

IN MEMORIAM Lidia Menapace, partigiana cristiana (1924-2020) Il 7 dicembre 2020 è morta Lidia Menapace alla fine di una vita politicamente impegnata fin dal giorno in cui, giovanissima, decise di schierarsi nella lotta partigiana all’indomani dell’otto settembre 1943. Era iscritta alla FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), che aveva come assistente spirituale don Gerolamo Giacomini, un prete antifascista e… anticlericale, che seppe educare i suoi studenti alla libertà del cristiano. Con la Fuci di Novara furono molti nel periodo 1950-1970 i contatti dei Leponti ticinesi, allora «assistiti» (ma si dovrebbe scrivere «stimolati») da don Martino Signorelli. Fra le organizzazioni cattoliche la FUCI era tra le più invise al partito fascista; la giovane Lidia prese contatto con l’organizzazione partigiana e divenne quasi subito staffetta, svolgendo in bicicletta le missioni a lei affidate. Comincia così una militanza politica che, in diversi settori e con diverse responsabilità, la impegnò per tutta la vita. In questa scelta si può riconoscere il suo modo di intendere la politica come servizio, non a un partito, ma alla società, agli «altri», non intesi genericamente, ma come coloro che ne avevano più bisogno, specialmente le donne. Diversamente da tanti cattolici non fece mai appello alla esperienza di fede nel suo impegno politico. Fu solo femminista, comunista, pacifista, ambientalista. In quel «solo» c’è tutta specificità del suo impegno, che, pur se prevalentemente «femminista» visse con lo stesso senso di responsabilità tutti gli altri settori nei quali era impegnata. Ha lavorato come insegnante; ha svolto un ruolo tutto particolare nella redazione del «Manifesto», che ha contribuito a creare; ha militato nel Pdup; fu molto presente nei Cristiani per il socialismo; è stata eletta al Senato come indipendente nella lista di Rifondazione comunista. Intollerante verso ogni forma di maschilismo, seppe immedesimarsi nei diversi ruoli con duttilità. (da un testo di Marcello Vigli, in «Adista» del 9 gennaio 2021)

Flavio Cotti, un politico cristiano (1939-2020) È morto il 16 dicembre, all’età di 81 anni, Flavio Cotti, Consigliere di stato dal 1975 al 1983 e Consigliere federale dal 1986 al 1999, presidente della Confederazione nel 1991 e nel 1998. Educato nei collegi di Ascona e di Sarnen, dopo essersi laureato all’università di Friburgo e partecipato attivamente alla vita studentesca in Lepontia, fu attivo giovanissimo nella politica. Ha frequentato il gruppo di «Dialoghi», di cui fu fedele abbonato, ed è stato presente a parecchie settimane di formazione e a numerosi incontri, intessendo durature amicizie. Manifestò apertamente l’ispirazione cristiana per una politica attenta ai meno fortunati e alle donne, all’ambiente e all’Europa, in numerosi discorsi. Argomentò la convinzione per una politica laica ispirata al cristianesimo in un’ampia intervista rilasciata nel 1990 (vedi cath-info del 17 dicembre 2020 e GdP del 20 aprile 1990). A tal proposito, ci piace ricordare un passo del discorso che pronunciò a Berna nel 1998 in occasione dell’incontro interconfessionale per i 150 della Confederazione. «È possibile trarre dalla fede un programma politico concreto e norme comportamentali prefabbricate per affrontare la quotidianità? Nient’affatto! Due elementi di fondo, strettamente connessi, mi hanno temprato in quanto democratico cristiano: penso alla teologia delle verità terrene e alla sua idea di fondo dell’autonomia della coscienza individuale nell’elaborazione storica di tali verità. Riguardo alla fede importa soprattutto non confonderla con le realtà quotidiane dell’esistenza umana e nemmeno con i valori importanti in cui un’intera generazione si riconosce. Infatti, per quanto elevati siano, sono comunque determinati storicamente, sono legati a un’epoca, hanno un substrato culturale specifico ma inevitabilmente mutevole. I fondamenti etici sono invece immutabili nel tempo, nella storia o nel volgere delle culture». «Dialoghi» è cristianamente vicino alla moglie Renata e alla figlia Mariachiara, nel ricordo del generoso impegno di Flavio per tanti ideali comuni. (red.)

Bruno Molinari, prete colto e indipendente (1927-2020) Ci ha lasciati il 4 novembre scorso don Bruno Molinari, prete ticinese noto soprattutto a coloro che hanno seguito i suoi corsi presso il seminario diocesano. Don Bruno si distingueva per la sua indipendenza di giudizio sia in ambito filosofico e teologico come pure in quello politico e sociale. In filosofia si distanziava dal neotomismo ancora dominante negli ambienti ecclesiastici, per dedicarsi a correnti di pensiero chiaramente ancorati nella modernità. Le sue simpatie politiche andavano soprattutto a sinistra, con una propensione chiara per ideali di giustizia sociale. Molto chiara era pure la sua difesa della laicità dello Stato. Lontano da ogni forma di clericalismo, gli fu facile accettare pienamente le prospettive del concilio vaticano II e i movimenti di rinnovamento ad esso legati. Durante il completamento dei suoi studi presso l’Università di Friburgo, già in età avanzata, riuscì a tessere ottimi contatti e amicizie con la popolazione studentesca ticinese che frequentava quell’ateneo. Lascia a chi lo ha frequentato e stimato il ricordo di un prete profondamente credente e al contempo pienamente rispettoso del carattere secolare della nostra società.  (red.)

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testimoni e profeti

TESTIMONI E PROFETI Hélder Camara, padre della Chiesa latinoamericana Della grande tradizione liberatrice della Chiesa latinoamericana, Hélder Camara è indubbiamente uno dei simboli più significativi e amati. E, di certo, è uno dei più importanti «Padri della Chiesa» in America Latina, come sono stati definiti i grandi vescovi della generazione del Concilio, di Medellin e di Puebla, in un accostamento tutt’altro che forzato con i «Padri della Chiesa» orientali e occidentali del IV e V secolo. È dunque assai preziosa la documentatissima biografia – dal titolo Hélder Câmara. «Il clamore dei poveri è la voce di Dio» (Ave, pp. 233, 14 euro) – che di lui ha scritto Anselmo Palini, attento osservatore della realtà latinoamericana e autore, tra l’altro, di libri su Romero e Marianella Garcia Villas. Un libro che ripercorre l’intera traiettoria dell’indimenticato arcivescovo di Olinda e Recife, il quale partendo, come Romero, da posizioni conservatrici, approda via via alla visione profetica della Chiesa della liberazione. E così Palini descrive il giovane sacerdote di Fortaleza degli «anni dell’integralismo», quando partecipa alle attività dell’Azione integralista brasiliana, che, con il suo motto «Dio, patria, famiglia», guarda con simpatia all’esperienza del fascismo italiano e del corporativismo portoghese. E lo accompagna lungo gli «anni del cambiamento», durante i quali, attraverso l’Azione cattolica, di cui viene nominato assistente nazionale, e la lettura degli scritti del filosofo francese Jacques Maritain, il neo vescovo ausiliare di Rio de Janeiro si stacca progressivamente dall’integralismo per abbracciare nuove visioni, come la conciliazione fra cristianesimo e democrazia, la condanna di ogni forma di totalitarismo, la libertà non solo per gli individui ma anche per i gruppi sociali, il rifiuto della violenza, un nuovo concetto di laicità. Sono gli anni in cui la Conferenza dei vescovi brasiliani, di cui diventa segretario generale, pubblica, nel 1963, un documento in cui afferma la necessità di una incisiva riforma agraria, garantendo il proprio appoggio a quanti operano a fianco degli operai e dei contadini e condannando coloro che, «col pretesto di combattere il comunismo, per il timore di perdere i propri privilegi, alimentano paradossalmente la propaganda di idee sovversive ed esauriscono la pazienza dei poveri». E sono soprattutto gli anni del Concilio, di cui si rivela uno dei più grandi protagonisti, pur lavorando soprattutto «dietro le quinte, nei contatti personali […]», in particolare alla Domus Mariae, in cui dom Hélder alloggia durante il Concilio, diventata, secondo le sue stesse parole, «un luogo di cospirazione evangelica e di rivoluzione nonviolenta». Ed è su sua iniziativa, insieme ai vescovi belgi, che il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, circa quaranta padri conciliari, oltre la metà dei quali latinoamericani, si riuniscono nelle catacombe di Santa Domitilla per una celebrazione liturgica presieduta da mons. Charles Himmer, vescovo di Tournai, durante la quale il vescovo belga illustra una serie di impegni che i presenti sono chiamati ad assumere. E il celebre Patto delle Catacombe, con cui i vescovi si impegnano a vivere in povertà, a rinunciare ai simboli del potere, a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale, a operare per la giustizia e per un nuovo ordine socialInfine, gli «anni della profezia», quelli in cui, nominato arcivescovo di Olinda e

No. 265

Recife, abbandona definitivamente il versante assistenziale, lasciandosi alle spalle l’idea di poter aiutare i poveri grazie alle sue amicizie con i ricchi e i potenti, per passare a debunciare e ad aggredire le cause strutturali della povertà e dell’emarginazione. Lo fa a Recife, dove lascia il palazzo di Sâo José dos Manguinhos per andare ad abitare in tre piccole stanze annesse alla Igreja das Fronteiras e dove avvia una riforma agraria nelle proprietà fondiarie dell’arcidiocesi; lo fa alla Conferenza di Medellin, il vero atto fondativo della nuova Chiesa latinoamericana (difendendone poi l’eredità nella successiva Conferenza di Puebla), e continua a farlo durante tutti gli anni della dittatura, quando si schiera a fianco del popolo contro i militari, denunciando casi di tortura e carcerazioni arbitrarie e scatenando così l’ira del regime. È allora che, dopo aver compreso l’impossibilità di cambiare la società a partire dai ricchi e aver riconosciuto la necessità di non limitarsi a dar «da mangiare a un povero», chiedendo invece «perché i poveri non hanno cibo», comincia a essere etichettato come «vescovo rosso» e a subire gli strali di un’impietosa campagna di persecuzione, da parte tanto del regime quanto della gerarchia ecclesiastica.Una forza profetica, quella di dom Hélder, che si traduce infine nell’idea di organizzare un movimento, a cui dà il nome di «minoranze abramitiche o abramiche», destinato a lottare contro le strutture di oppressione operando una «pressione morale liberatrice» che chiama anche «violenza dei pacifici». (Claudia Fanti, da «Adista» 21 novembre 2020)

Una donna coraggiosa Era il 1. dicembre di 65 anni fa quando Rosa Louise Parks, una sarta di colore, residente a Montgomery, Alabama, fu arrestata per non aver ceduto il suo posto sull’autobus a un passeggero bianco. Un gesto consapevole e intenzionale che diede l’avvio a un’azione popolare di boicottaggio della compagnia dei trasporti che applicava le ferree regole della segregazione tra bianchi e afroamericani. Un gesto ispirato dalla fede che divenne però anche un potente sermone sull’ingiustizia, i diritti umani e la liberazione dal peccato del razzismo. Le norme dell’America di quegli anni erano molto precise: il nero doveva salire dalla porta anteriore del mezzo, mostrare il biglietto all’autista e scendere per poi risalire dalla porta posteriore e sedere, se c’era posto, nelle ultime file. L’autobus era soltanto una metafora della segregazione; negli Stati del sud tutto era segregato: le scuole, i luoghi di lavoro, i posti negli ospedali, i cimiteri e anche le chiese. I bianchi nelle chiese dei bianchi, i neri in quelle dei neri nate già nel 18. secolo in seguito a uno scandaloso divieto. Pur ammessi a partecipare al culto, infatti, agli afroamericani era vietato accedere alla Santa cena – l’eucarestia – insieme ai bianchi. Sdegnati, molti neri abbandonarono le chiese dei loro padroni e fondarono le loro comunità cristiane, in cui erano finalmente liberi e uguali. Già dai primi del ’900 quei luoghi divennero una eccezionale scuola di dignità e diritti umani: l’evangelo che veniva predicato era un messaggio di liberazione; i principali testi di riferimento della teologia degli afroamericani erano quelli dell’Esodo e della promessa di una terra per raggiungere la quale il popolo d’Israele si era messo in cammino nel deserto. Una ricostruzione edulcorata e falsificata di Rosa Parks la descrive come una donna stanca e provata alla fine di una lunga giornata di lavoro che il 1. dicembre 1955 non riuscì a piegarsi alle leggi della segregazione. Non è così; era una donna preparata alle tecniche della nonviolenza, aveva studiato con cura tutti i dettagli del suo gesto di disobbedienza alle leggi


No. 26535 testimoni e profeti

ingiuste del razzismo americano di quegli anni. All’epoca Martin Luther King era ancora un giovane pastore battista a inizio carriera e,appena arrivato a Montgomery, trovò un movimento già pronto a solidarizzare con Rosa Parks e a dare un rilievo politico al suo gesto. Di quel movimento King non fu l’ispiratore né l’iniziatore, ma ne divenne in breve il portavoce più autorevole ed efficace. All’inizio le Chiese bianche rimasero a guardare quell’onda montante che partiva da Montgomery e che in pochi anni avrebbe sepolto il segregazionismo – ma non il razzismo che ancora oggi resta il demone con cui la coscienza americana è costretta a fare i conti ogni giorno. Soltanto anni dopo le Chiese bianche capirono che il movimento per i diritti civili non aveva un’anima soltanto politica ma con le sue lotte e le sue vittime testimoniava di una comunità che cercava di redimere la sua anima. Negli anni «neri e bianchi insieme» divenne lo slogan di un nuovo progetto politico e spirituale, sintesi di quel sogno di fratellanza predicato da King negli anni della sua breve vita. Ma è doveroso ricordare che tutta questa grande storia nacque dalla tenacia politica e dalla determinazione spirituale di una donna. afroamericana che si chiamava Rosa Louise Parks. (Paolo Naso, da «Riforma», Torino, dicembre 2020)

Adriana Zarri, teologa eremita (1919-2010) Il 18 novembre 2010, all’età di 91 anni, moriva Adriana Zarri, teologa, scrittrice, eremita. Un’eremita laica, alla continua ricerca di Dio, ma profondamente immersa nella storia del secondo Novecento, sia quella ecclesiale – fu una delle protagoniste del rinnovamento conciliare e postconciliare della Chiesa cattolica – che quella civile e politica, dalle battaglie referendarie per il divorzio e l’aborto («non si tratta di relativizzare la propria fede, ma deve essere relativizzata la nostra presunzione di imporla agli altri», diceva), fino alla candidatura come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista nel 2004. Ad Adriana Zarri è dedicato un libro di Mariangela Maraviglia che per la prima volta ne ricostruisce la biografia attingendo a una vasta mole di fonti edite e inedite: Semplicemente una che vive. Vita opere di Adriana Zarri (il Mulino, Bologne 2020, pp. 220, euro 20). Si comincia con l’infanzia e l’adolescenza trascorse nelle campagne di San Lazzaro di Savena (dove Adriana Zarri è nata il 26 aprile 1919) e a Bologna, dove al liceo scopre precoci interessi letterari e teologici. Al tempo Adriana è una militante «ortodossa» dell’Azione Cattolica, poi nel 1942 entra anche nella Compagnia di San Paolo, che però lascia qualche anno dopo, nel 1949, soprattutto per poter condurre una ricerca teologica libera e aperta. Ed è alla teologia e alla scrittura che Adriana Zarri inizia a dedicarsi a tempo pieno: collabora con giornali e riviste, scrive i primi romanzi (Giorni feriali, 1955 e L’ora di notte, 1960), legge e studia teologia, dialogando intensamente con alcune fra le più importanti personalità del cattolicesimo innovatore del tempo, da Mario Gozzini a Nando Fabro, da Ernesto Balducci a Divo Barsotti. Si apre la stagione del Concilio Vaticano II, e Adriana Zarri, nel volume La Chiesa nostra figlia denuncia quelle che per lei sono delle vere e proprie «patologie» della Chiesa: l’«integrismo», il «clericalismo», l’«immobilismo», invocando una riforma «dal di dentro», una nuova libertà di indagine teologica e un ripensamento dei ruoli di clero e laici. Si aspettava di essere chiamata fra le «madri del Concilio»

– le donne invitate come uditrici dal 1964 –, ma la convocazione non arrivò. Arrivarono però le sue prime innovative opere teologiche: Impazienza di Adamo. Ontologia della sessualità (1964), una riflessione sulla «realtà immensa» della sessualità umana per liberarla dalla tradizionale negazione «semimanichea» che la considerava «l’onta dell’uomo»; e Teologia del probabile (1967) che presenta al lettore un intero cantiere di lavoro: la riforma liturgica, il problema dell’indissolubilità civile del matrimonio, il ruolo dei laici nella Chiesa non subalterno ai potere clericale, l’abbandono delle strutture temporali e dei compromessi con il potere politico. Negli anni Settanta inizia in un certo senso la «terza vita» di Adriana Zarri, con la scelta dell’eremo: prima al Castello di Albiano di Ivrea, poi alla Cascina Molinasso nel Canavese, infine nella meno isolata Ca’ Sassino, a Strambino (TO) ma circondata da piante, fiori e animali domestici e da cortile. Scelta di vita solitaria, ma non di solitudine, come dimostrano la partecipazione alle battaglie per il divorzio e per l’aborto, la presenza alle iniziative del Sae (Segretariato attività ecumeniche), della Pro Civitate Christiana di Assisi e ai convegni organizzati da dom Benedetto Calati a Monte Giove; e soprattutto la collaborazione con «Il manifesto»: la collaborazione durerà fino alla fine, trent’anni durante i quali Adriana Zarri scrive di Chiesa, di teologia, di politica e società, con libertà e spirito critico. Lontana dalla Chiesa trionfante di papa Wojtyla (nel 2005 firma l’«Appello alla chiarezza» dei teologi contro la beatificazione di Giovanni Paolo Il). Il suo ultimo romanzo (Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, 2008) è anche il sogno della sua Chiesa. Il protagonista è un parroco di campagna diventato papa che restituisce il Vaticano all’Italia, va a vivere in un modesto appartamento e riforma la Chiesa, abolendo fasti e titoli onorifici, cardinalato e celibato ecclesiastico obbligatorio, aprendo all’ordinazione ministeriale delle donne e all’elezione dei vescovi da parte delle comunità cristiane. (da un testo di Luca Kocci in «Adista» 26 dicembre 2020)

Celebrato Casiodoro Per la prima volta in Spagna è stata eretta una statua per onorare la memoria di un protestante. Il protagonista non poteva che essere Casiodoro de Reina, il primo traduttore della Bibbia completa in spagnolo, e la statua è stata collocata proprio davanti al monastero di San Isidoro del Campo, dal quale il giovane monaco dovette fuggire nel 1557 a causa delle minacce dell’inquisizione spagnola per la sua pronta adesione alla Riforma protestante. Casiodoro, nato Montemolfn in Extremadura-Andalusia, divenne monaco e svolse la sua attività nel Monastero di San Isidoro del Campo, a Santiponce (Siviglia). Lì, insieme ad alcuni dei suoi compagni, passò al prostantesimo e iniziò a tradurre la Bibbia in spagnolo. Casiodoro credeva nel potere della Scrittura di trasformare le persone, e così si imbarcò in un progetto ambizioso che avrebbe caratterizzato gran parte della sua vita. Nel 1557 dovette fuggire dall’inquisizione spagnola e andò a cercare rifugio nei luoghi dove si stava diffondendo la Riforma protestante. Così passò per Ginevra, anche se poco dopo andò a Londra, dove Elisabetta I lo accoglie e lo inserisce come pastore nei ranghi della Chiesa d’Inghilterra: lì scrisse la prima confessione di fede spagnola protestante. […] Nel 1569 fu pubblicata la Bibbia dell’Orso, la traduzione spagnola completa dell’intera Bibbia dalle fonti originali. La pubblicazione è stata una vera pietra miliare, fondamentale nello sviluppo del protestantesimo in tutto il mondo di lingua spagnola.


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cronaca svizzera

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

La religione in Svizzera. Nel 2019, più del 70% della popolazione svizzera ha dichiarato di avere un’appartenenza religiosa. Un quarto della popolazione partecipa a una funzione religiosa più di cinque volte all’anno e la maggioranza della popolazione prega almeno una volta all’anno. Tuttavia l’importanza attribuita alla religione e alla spiritualità nell’educazione dei figli è diminuita rispetto al 2014. Il panorama religioso in Svizzera si stia trasformando velocemente. Cinquant’anni fa quasi tutta la popolazione svizzera era di confessione protestante (49%) o cattolica (47%); attualmente la quota percentuale delle persone appartenenti a queste due comunità è scesa rispettivamente al 23% e al 35%, mentre la proporzione della popolazione senza appartenenza religiosa è passata dall’1% al 28%. Le altre comunità cristiane o evangeliche e le altre religioni rappresentano il 7,1% e le comunità musulmane il 5,3%. Durante il 2019 poco più di un quarto della popolazione ha partecipato più di cinque volte a una funzione religiosa. Il 40% lo ha invece fatto tra una e cinque volte all’anno, e l’87% ha partecipato a una funzione per un evento di ordine sociale, come un matrimonio o un funerale. La maggior parte della popolazione (55%) prega almeno una volta all’anno. I protestanti che dichiarano di non aver mai pregato negli ultimi 12 mesi sono il 38%, i musulmani il 31% e i cattolici il 30%. Quelli che pregano più spesso sono i membri delle altre comunità evangeliche: il 30% prega più volte al giorno e il 54% tutti i giorni o quasi. La quota di persone che dichiarano di credere in un unico Dio è passata dal 46% nel 2014 al 40% nel 2019: mentre un quarto della popolazione continua a non credere né in un unico Dio né in più divinità, ma in una sorta di forza superiore: la quota di persone atee è aumentata, passando dal 12 al 15%, così come quella delle persone agnostiche che è passata dal 17 al 18%. Nel 2019, circa un terzo dei figli di meno di 15 anni non aveva appartenenza religiosa, nel 2014 era di un quarto: tuttavia, per il 42% della popolazione la religione o la spiritualità rivestivano un ruolo importante nell’educazione del figli; più di un quinto dei genitori ci tiene a educare i propri figli secondo i principi della propria religione, per

il 15% di loro è importante trasmettere ai propri figli valori spirituali e il 44% preferisce trasmettere loro valori che non siano ne religiosi né spirituali. Almeno l’8,2% della popolazione sarebbe stato vittima di discriminazione a causa della propria appartenenza religiosa. Ad essere maggiormente colpiti dal fenomeno sono soprattutto musulmani. Anche fedeli di altre religioni e appartenenti a comunità evangeliche hanno denunciato episodi di intolleranza. Abbandoni cattolici. Mai sono state così tante le persone in Svizzera che hanno abbandonato la Chiesa cattolica come nel 2019: 31.772, un quarto in più dell’anno prima. È quanto emerge dall’ultima Statistica dell’Istituto svizzero di sociologia pastorale (SPI) di San Gallo. Il tasso di abbandoni si è attestato lo scorso anno in media all’1,1% dei membri totali in Svizzera. Nel 2019 sono invece entrate nella Chiesa cattolica 885 persone. Secondo l’SPI il motivo del record negativo sono gli scandali di abusi venuti alla luce negli ultimi anni. Altre ragioni sono il dibattito pubblico sulla morale sessuale della Chiesa, sulle limitazioni per i divorziati e i risposati e sulla posizione della donna all’interno della Chiesa. Svizzera e Vaticano. Il meno che si possa dire è che le relazioni diplomatiche tra la Confederazione svizzera e la Santa Sede sono state a dir poco travagliate. Si pensi che si sono ufficialmente riannodate (ma in modo asimmetrico) soltanto un secolo fa, nel novembre 1920, con l’apertura della Nunziatura apostolica a Berna dopo un’interruzione dei rapporti ufficiali (che risalivano alla fine del 1500) durata dal novembre 1873 (a causa del Kulturkampf tra liberali radicali e cattolici conservatori) fino a oltre il termine della Prima guerra mondiale. Un periodo del quale riferisce Lorenzo Planzi in un libro trilingue intitolato «Il Papa e il Consiglio federale» (Armando Dadò. Locarno). Attraverso fonti inedite vaticane e svizzere, lo studioso racconta con dovizia di particolari la storia della paziente tessitura dei rapporti ufficiosi tra Papi (ben quattro nel periodo considerato: Pio IX, Leone XIII, Pio X e Benedetto XV) e governo svizzero. Una storia

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che li vedrà uniti, già durante la Grande guerra, in una cooperazione umanitaria a favore della pace, ponendo così le basi per un secolo di rinati rapporti ufficiali, Se dal 1920 la Santa Sede ha avuto ininterrottamente un nunzio apostolico a Berna, la piena reciprocità non c’è ancora. Infatti, soltanto dal 1992 la Confederazione ha avuto degli ambasciatori in missione speciale in Vaticano, situazione durata fino al 2004, quando Berna ha incominciato ad accreditare ambasciatori straordinari e plenipotenziari, mai però residenti in Vaticano e generalmente già a capo della diplomazia elvetica in un altro Stato (quasi sempre dell’Europa dell’Est). In una recente intervista, il consigliere federale Ignazio Cassis ha affermato che la Svizzera sta esaminando, su richiesta della Santa Sede, l’idea di avere un proprio ambasciatore residente in Vaticano, ma che in proposito non c’è ancora una decisione. Papa Francesco ritiene probabilmente che altri siano i problemi attuali nel mondo…, mentre ha faticato a trovare un vescovo «accettabile» a Coira. Uguaglianza per le donne. L’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo ha pubblicato uno studio sulla giurisprudenza del Tribunale federale (TF) in casi riferiti alla legge sulla parità dei sessi. Sono state prese in considerazione le 81 sentenze emanate tra il 2004 e il 2019. La legge sulla parità dei sessi (LPar) è entrata in vigore nel 1996 e vieta la discriminazione di genere nella vita professionale. Ciò significa che «nei rapporti di lavoro uomini e donne non devono essere pregiudicati né direttamente né indirettamente a causa del loro sesso, segnatamente con riferimento allo stato civile, alla situazione familiare o a una gravidanza». Lo studio ha rilevato che due terzi dei casi hanno riguardato ricorsi per discriminazioni salariali: ne sono stati accolti il 40%, mentre furono del 29% per i ricorsi accolti relativi a molestie sessuali e del 7% in materia di licenziamenti discriminatori. Lo studio formula alcune raccomandazioni per migliorare l’accesso alla giustizia in caso di discriminazioni in ambito lavorativo, come rafforzare il diritto di azione delle organizzazioni e di estendere l’alleviamento dell’onere della prova nei casi di molestie sessuali e di discriminazioni nelle assunzioni. Andrebbe inoltre migliorata la relativa formazione continua di giudici, avvocati e autorità di conciliazione.


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Aiuto alla stampa. Anche per il 2021 giornali e periodici avranno diritto a 50 milioni di franchi quale sostegno indiretto alla stampa. Lo ha deciso il Consiglio federale. Per ogni quotidiano inviato la riduzione per la spedizione sarà di 29 centesimi (2 in più dell’anno in corso) e di 18 centesimi per la stampa periodica o associativa (invariato rispetto al 2020). Per la stampa regionale e locale il contributo totale è di 30 milioni di franchi. Al 1. di ottobre 151 testate (tra cui Corriere del Ticino, La Regione, Tessiner Zeitung, Opinione Liberale, L’Informatore del Mendrisiotto e Basso Ceresio, La Rivista di Lugano, nonché Il Grigioni italiano e il periodico legato all’immigrazione Corriere degli Italiani) soddisfacevano i requisiti necessari all’ottenimento del sostegno indiretto alla stampa. Gli altri 20 milioni sono riservati alla stampa associativa e delle fondazioni. Hanno diritto a un contributo 973 tra giornali e periodici (12 in meno rispetto al 2020). Ma si tratta di una goccia d’acqua, mentre la stampa d’informazione (essenziale per la vita democratica) registra continue chiusure, e le camere federali (e i partiti nazionali) non sanno trovare (o non vogliono) aiuti adeguati, Intanto si propone (iniziativa Lombardi) di cambiare un articolo della Costituzione, per aiutare la stampa scritta (quella che resterà…), invece di seguire l’esempio del Canton Vaud che ha deciso di sussidiare i giornali locali con l’importo di 6,3 milioni di franchi in 5 anni, dopo la scomparsa dei locali L’Hebdo, Le Matin, Regional e Micro. («Le Courier» 17.12.2020). Contro la violenza. È nata lo scorso novembre, con l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne, «Vittime della bellezza. Il silenzio uccide la dignità», un’associazione non profit. L’obiettivo, organizzando sfilate a tema e altri momenti, è quello di «smuovere le coscienze e combattere la violenza domestica e di genere», per rappresentare una donna che «nonostante abbia subito violenza da chi la dovrebbe amare, con la sua forza reagisce e rinasce». Donne al lavoro. Il mercato del lavoro si tinge di rosa: nell’ultimo decennio in Svizzera si è assistito a un forte aumento di donne impiegate. Secondo l’Ufficio federale di statistica si è osservato un incremento della quota di donne altamente qualificate. Tra il 2010 e il 2019 il tasso di donne occupate è passato dal 56,9 al 60% (in

pratica tre su cinque), una quota raggiunta per la prima volta nella storia. Prendendo in considerazione solo le donne in età lavorativa (15-64 anni), il tasso di partecipazione alla forza lavoro occupata è aumentato di 5 punti percentuali, raggiungendo il 76,3%. A livello europeo la Svizzera si è piazzata dietro solo all’Islanda (81,9%), mentre nell’UE-28 tale quota si è attestata al 64,1%. Valori molto diversi sono anche tra i Paesi confinanti, con Germania (72,8%) e Austria (69,2%), a differenza di Francia 62,4% e soprattutto Italia (50,1%). L’incremento, in Svizzera, e attribuibile principalmente alle donne di età compresa tra i 55 e i 64 anni, il cui tasso è aumentato di 9,6 punti, al 66,6%. Per un’imprenditrice donna che vuole farsi strada, la Svizzera offre le condizioni quadro migliori al mondo dopo Israele e Stati Uniti. Le indicazioni emergono dall’indice Mastercard Index of Women Entrepreneurs, che traccia i dati di 58 Paesi, in rappresentanza dell’80% della popolazione mondiale. La Svizzera è salita al terzo posto, mentre nel 2019 era ancora 11ma. L’aumento è dovuto soprattutto al rafforzamento delle misure di sostegno delle PMI, nonché al cambiamento nella percezione sociale degli imprenditori e delle imprenditrici. Frontalieri. Stabile da ormai un anno, il numero dei frontalieri in Ticino ha superato quota 70mila nel terzo trimestre del 2020. I 70.078 permessi G registrati dall’Ufficio federale di statistica sono tuttavia un record. Tale cifra era stata solo sfiorata nello stesso periodo del 2019. Il loro numero non sembra essere stato toccato dalla crisi legata all’emergenza sanitaria e la politica si interroga sui prossimi passi da compiere, tra chi auspica più decisione da Berna e chi un maggior margine di manovra. Migrazioni 2020. La crisi legata al coronavirus ha frenato l’immigrazione in Svizzera durante il secondo trimestre del 2020, ma soprattutto ha contribuito alla sensibile diminuzione dell’emigrazione. È quanto si estrapola dalla statistica sugli stranieri relativa allo scorso anno, dalla quale emerge come il saldo migratorio sia aumentato di 6.373 persone per attestarsi a 61.390. L’immigrazione nella Confederazione è scesa del 2,6%, mentre il calo dell’emigrazione (-12,1%) è stato decisamente più netto. Alla fine di dicembre, in Svizzera vivevano 2.151.854 stranieri, gli ita-

liani, sempre in testa, rappresentano il maggior gruppo (328.270), seguiti da tedeschi (311.481), portoghesi (260.921) e francesi (146.367). Gli stranieri naturalizzati sono stati 33.873. La popolazione permanente in Svizzera è diminuita di 3.592 persone rispetto al 2019. Il calo di 4.079 unità (38.919 in totale) delle persone provenienti da Paesi terzi è stato infatti solo in piccola parte compensato dall’incremento (+487 a 98.043) di quelle in arrivo da Unione europea (UE), Regno Unito (UK) e Associazione europea di libero scambio (AELS, che comprende, oltre alla Svizzera, Islanda, Liechtenstein e Norvegia). Parallelamente, 70.270 stranieri che facevano parte della popolazione residente permanente hanno lasciato il Paese. L’emigrazione è così diminuita di 9.703 persone se paragonata al 2019. Dato il contesto economico piuttosto instabile, il 2020 è stato caratterizzato da variazioni significative dei moti migratori. Dopo un leggero aumento dell’immigrazione durante il primo trimestre a causa delle prospettive congiunturali favorevoli, il secondo ha segnato un calo, in gran parte dovuto alle misure di protezione per contenere il corona virus. Nel terzo e nel quarto trimestre si sono osservati effetti di recupero nell’immigrazione, a seguito della revoca delle restrizioni. Ad essere aumentati sono in particolare gli studenti. La immigrazione ha invece registrato flessioni particolarmente importanti sia nel secondo sia nel terzo trimestre. Questa tendenza va ricondotta alla pandemia, nonché alle difficoltà di spostamento e all’incertezza generale connesse. Negli ultimi tre mesi i numeri sono poi tornati in linea con l’anno prima. Meno introiti. A causa della pandemia la Confederazione prevede un calo degli introiti fiscali di 5 miliardi di franchi 6,9%) rispetto a quanto era stato preventivato. Tale somma rappresenta all’incirca il budget annuale dell’esercito svizzero. La crisi avrà un impatto pesante anche sull’imposta sul valore aggiunto (IVA), le cui entrate sono stimate in calo di 3 miliardi. L’epidemia colpisce duramente anche le imprese, che dovrebbero versare 1,3 miliardi in meno di imposta federale diretta (IFD). L’Amministrazione federale delle finanze (AFD) parla di una contrazione «senza precedenti» di circa il 10%. Per quanto riguarda invece le economie domestiche, il calo degli introiti fiscali è valutato a 1,1 miliardi.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Presidenza USA. Sessant’anni dopo John Fitzgerald Kennedy, un cattolico torna alla Casa Bianca. Joe Biden è infatti il secondo presidente di fede cattolica nella storia degli Stati Uniti dopo «JFK». Anzi un cattolico-democratico, volendo utilizzare una categoria politica italiana, perché Biden è «figlio» del cattolicesimo conciliare, per niente allineato alle crociate per i «principi non negoziabili» di Wojtyla e Ratzinger, molto vicino a papa Francesco, che gli ha inviato un messaggio di auguri non formali immediatamente dopo il giuramento. Papa e vescovi ecologici. Al Climate Ambition Summit, l’incontro virtuale organizzato per il 12 dicembre scorso da Onu, Francia e Gran Bretagna (a cinque anni dall’Accordo di Parigi) sul tema «Promuoviamo l’educazione ecologica. È il momento di cambiare rotta», papa Francesco è intervenuto con un videomessaggio nel quale ha richiamato l’aspetto umano dell’azione globale per il clima che si avvia verso la Cop26 di Glasgow del novembre 2021. «L’attuale pandemia e il cambiamento climatico non sono solo di rilevanza ambientale ma anche etica, sociale, economica e politica, hanno un impatto particolare sulla vita dei più poveri e dei più fragili». Per questo ha sottolineato l’urgenza di intensificare «gli sforzi di gestione ambientale, già in corso da alcuni anni, che renderanno possibile l’uso razionale delle risorse naturali come l’acqua e l’energia, l’efficienza energetica, la mobilità sostenibile, il rimboschimento e l’economia circolare anche nella gestione dei rifiuti». Per intraprendere questo percorso infine virtuoso, la Santa Sede, ha rimarcato il pontefice, è impegnata a promuovere «l’educazione all’ecologia integrale», perché «le misure politiche e tecniche devono essere collegate a un processo educativo che favorisca un modello culturale di sviluppo e di sostenibilità incentrato sulla fratellanza e sul partenariato tra l’essere umano e l’ambiente». «Misure politiche e tecniche» che devono tradursi in leggi. Una forte sollecitazione in tal senso è venuta dall’importante appello firmato da ben 110 vescovi di diversi Paesi, intitolato «Adesso più che mai, fermare gli abusi aziendali e garantire la solidarietà globale». Pur

datato (pubblicato il 6 luglio scorso, aggiornato con le firme il 28 settembre), dimostra la presa di coscienza della Chiesa cattolica sull’urgenza di affrontare con giustizia la questione ambientale. Per i Vescovi «la legislazione dovrebbe introdurre l’obbligo di due diligence», ovvero di «diligenza dovuta», «in materia ambientale e di diritti umani, cioè identificare, valutare, bloccare, prevenire e mitigare i rischi di degrado dell’ambiente e violazione dei diritti umani lungo le catene di fornitura, e migliorare sostanzialmente le possibilità delle persone colpite di chiedere un risarcimento nei tribunali civili nazionali». È ciò che chiedeva l’inizia «Per multinazionali responsabili», accolta dalla maggioranza popolare ma respinta dalla maggioranza dei Cantoni svizzeri lo scorso 9 novembre. Secondo i Vescovi, protezione dell’ambiente e giustizia umana e sociale sono ormai sinonimi. e le imprese innanzitutto vanno «educate», perché «crediamo che le leggi possano riuscire a portare un cambiamento tangibile per le comunità se migliorano l’accesso agli strumenti di tutela legale per le vittime». Contro l’antisemitismo. La Chiesa evangelica (EKD) e la Conferenza episcopale tedesca hanno deciso di dedicare tutto il 2021 (a 1.700 anni di presenza ebraica in Germania) alla lotta contro l’antisemitismo e hanno lanciato insieme una campagna nazionale dal motto: «Rispettivamente ebrei e cristiani – più vicino di quanto pensi». La campagna prevede l’affissione di manifesti che presentano diverse feste e tradizioni, evidenziando somiglianze e differenze tra le due religioni. Un codice QR, presente sui manifesti, porta ad un sito web dove vengono presentati materiali di approfondimento relativi ai diversi temi della campagna. Papa Francesco e l’ecumenismo. Il cielo sulla terra. Amare e servire per trasformare il mondo è il titolo di una raccolta di testi di papa Francesco sull’ecumenismo, appena uscita per i tipi della Libreria editrice vaticana. Bergoglio ha chiesto al pastore Martin Junge, segretario generale della Federazione luterana mondiale (Flm) di scrivere la prefazione del

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volume: un invito che, secondo il vicesegretario generale per le relazioni ecumeniche della Federazione stessa, Dirk Lange, è stato un «significativo gesto ecumenico». La prefazione è un’efficace sintesi dello stato attuale dei rapporti tra cattolici e luterani e più in generale del significato dell’ecumenismo. Ricordando la commemorazione comune del quinto centenario della Riforma, svoltasi il 31 ottobre 2016 a Lund (Svezia), con la partecipazione di Francesco, il pastore Junge ripercorre il cammino comune svolto per passare «dal conflitto alla comunione». Un cammino che non si limita ad avvicinare tra loro le chiese, ma «è sempre un itinerario nella comunione con l’intera famiglia umana, in un atteggiamento di cura verso tutto il creato». Una dinamica resa manifesta dai due momenti di quella storica giornata: prima il culto ecumenico nella cattedrale di Lund, e poi l’incontro all’arena di Malmö, dove la Caritas internazionale e la sua omologa luterana hanno firmato un accordo di collaborazione: «Si è trattato di un movimento dalla preghiera all’azione – sottolinea il pastore Junge – dalla liturgia di rendimento di grazie, di lamento, di confessione e assoluzione all’impegno ecumenico verso ogni nostro prossimo, chiunque sia […]. Dall’incontro con il Signore trasfigurato all’incontro con l’essere umano sfigurato e con il creato che geme: questo è lo spazio all’interno del quale ci muoviamo. C’è un profondo legame tra la preghiera e l’azione. La divina liturgia celebrata nei nostri luoghi di preghiera e la liturgia del servizio e della testimonianza che ne consegue nello spazio sacro di questo mondo, sono intimamente connesse». Preghiera comune e comune testimonianza nel mondo, dunque, come le due facce della stessa medaglia, come due forme di «liturgia» che devono procedere di pari passo. E che escludono ogni forma di ripiegamento su se stessi e di autocompiacimento, fosse anche per la ritrovata unità tra cristiani. Perché, scrive ancora Junge, «se noi dividiamo la famiglia umana in gruppi, definiti da classificazioni umane, escludiamo sempre Dio. Non appena chiudiamo le porte della nostra comunità, non appena crediamo di avere una comunità autonoma e autosufficiente, non appena il nostro sguardo è rivolto all’interno, Dio viene come un mendicante che bussa alla porta, chiedendo un bicchiere d’acqua». (Luca Maria Negro, da «Riforma», Torino, dicembre 2020)


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Il clima nella politica. Mentre siamo alle prese con un virus che ha messo in ginocchio il mondo, non solo non ci interroghiamo sulle cause che lo hanno prodotto, ma continuiamo imperterriti sulla nostra strada, accanendoci sugli ecosistemi del nostro pianeta. La politica fa qualche tentativo, dall’European Green Deal di Ursula Von der Leyen, al timido Decreto Clima voluto da Giuseppe Conte, Joe Biden ha subito ri-aderito all’Accordo di Parigi sul Clima. Invece in Svizzera è stato lanciato il referendum contro la legge sul CO2 (approvata dal Parlamento nel settembre 2020): dall’UDC, dagli importatori di petrolio, dagli ambienti economici che la ritengono inutile e costosa ma anche da una parte dei movimenti per il clima per cui non è abbastanza ambiziosa. Intanto il Movimento degli Scioperi per il Clima ha formulato un piano d’azione con 138 proposte per una svizzera a impatto 0 emissioni di CO2 entro il 2030.

di sottotetti accessibili nelle case di abitazione, spesso trovano lì l’unico rifugio in cui passare le ore diurne. Perciò questi spazi stanno diventando molto importanti e contribuiscono al mantenimento in salute di specie minacciate di sparizione. In totale sono recensiti più di 1.400 siti in edifici sacri così che le parrocchie sono chiamate a svolgere un ruolo importante nella biodiversità e nella conservazione dei lepidotteri. È chiesto loro di far prova di pazienza nella convivenza con questi mammiferi placentati, di interagire con l’associazione che protegge i pipistrelli in caso di lavori di rinnovamento dei tetti, di rinunciare a progetti d’illuminazione che disturbano la loro vita. Anche la cura degli spazi esterni è importante in quanto è lì che prosperano gli insetti di cui i chirotteri, questo il nome scientifico dei pipistrelli, si nutrono.

Chiese verdi. Il 4 ottobre 2020 è stato lanciato in Romandia il progetto EcoEglise. Gli iniziatori sono Action de Carême, Pain pour le Prochain, StopPauvreté, ARocha e oeco. Le cinque istituzioni sono attive nell’ambito della cooperazione internazionale e dell’aiuto sociale ispirandosi ai valori cristiani e considerano come trasversale al loro lavoro il tema dell’ecologia. EcoEglise è uno strumento offerto alle parrocchie che con l’aiuto di un questionario online valutano il loro l’impatto ambientale. Confrontandosi con i vari aspetti della vita parrocchiale come liturgia, catechesi, amministrazione degli immobili, gestione degli spazi esterni, acquisto di merci e servizi le comunità parrocchiali identificano ambiti di miglioramento nella riduzione di gas a effetto serra. A questo punto è possibile fare il passo successivo e puntare alla certificazione Gallo verde, più impegnativa in termini di risorse da investire (umane e monetarie), ma utile al raggiungimento degli obiettivi di riduzione di emissioni di gas serra fissati anche per la Svizzera. Anche la Chiesa deve fare la sua parte.

Energia episcopale. La Curia di Friborgo, sede operativa della Diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, ha pubblicato l’8 dicembre scorso il suo bilancio carbonio per il 2019. Lo studio è stato condotto dalla ditta specializzata Climate Services e la sede vescovile ne è uscita con un bilancio del tutto onorevole: 45 tonnellate di CO2 per 21 collaboratrici e collaboratori ciò che porta la media per persona a 2,1 tonnellate. In termini di mobilità il risultato è di gran lunga superiore a quello di tante imprese, grazie anche al fatto che mons. Morerod predilige per i suoi spostamenti il treno e utilizza regolarmente la bicicletta, e dei 21 impiegati solo 6 usano l’auto per recarsi al lavoro. Questa analisi delle emissioni di gas serra non è un passo fine a sé stesso, ma un punto di partenza. I dati raccolti servono a fissare obiettivi per riduzioni negli anni a venire. Il punto critico, solo responsabile di circa l’80% delle emissioni totali, è il riscaldamento a gas. Qui sarà difficile migliorare la performance perché l’edificio è antico, non allacciabile perché situato troppo lontano, al sistema di teleriscaldamento della città e come bene culturale protetto non può essere modificato.

Chirotteri in chiesa. Quasi la metà delle trenta specie di pipistrelli presenti in Svizzera trovano rifugio anche nelle chiese che, con la sparizione

Al lupo al lupo. Dobbiamo al fotografo grigionese Peter Dettling le immagini che raccontano, dal 2013, la lenta diffusione del lupo nel massiccio della

Calanda. Per mesi ha studiato scientificamente il comportamento dei lupi per cercare di capire quando e dove trovarli. Il branco della Calanda si è dimostrato estremamente schivo, ciò che ha costretto il fotografo a lunghe e a volte anche vane attese. Lui dice di aver però così acquisito dai lupi la costanza e la tenacia, ma non solo. «In materia di lealtà e coesione famigliare, i lupi hanno tanto da insegnare agli umani», racconta in un’intervista. I lupi sono diventati ben più di una fonte d’ispirazione per il suo lavoro di fotografo, ma anche per il suo atteggiamento nei confronti della vita. Gli hanno fatto capire che tra esseri umani e lupi la convivenza è possibile; i lupacchiotti della Calanda, per esempio, sono cresciuti nelle vicinanze di un alpeggio. Lui non pensa che si debba temere un aumento esponenziale, perché il branco si auto regola in maniera efficace e non tollera l’arrivo di estranei nel suo territorio di caccia. È un’illusione pensare di riuscire a risolvere i problemi con abbattimenti, anzi è vero il contrario. Quando la struttura famigliare del branco si disequilibra con la morte degli esemplari alfa, i giovani senza guida tendono a discompensare, non avendo più un esempio da seguire e ad attaccare di più le prede. L’enfasi dei media sulle vittime di incursioni di lupi lo fa arrabbiare, perché queste perdite non sono che la minima parte di quelle che avvengono «normalmente» nell’attività dell’allevamento di bestiame da pascolo: malattie, cadute, congelamento ecc. I lupi ci mostrano in modo chiaro le debolezze della nostra società e Dettling vuole farcelo capire con le sue fotografie. «L’umano è troppo incentrato su se stesso, ma dobbiamo accettare che non siamo gli unici organismi viventi su questo pianeta. Tutti gli altri hanno il diritto di esistere. Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, un tempo in cui la natura sia di nuovo al centro». Né carne né pesce. A partire da quest’anno scolastico, il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport propone a cadenza regolare una giornata senza carne e pesce nelle mense scolastiche e nelle mescite delle Scuole medie e post obbligatorie ticinesi. La prima è stata quella del 29 settembre. Da diversi anni l’Ufficio della refezione e dei trasporti scolastici, in collaborazione con consulenti alimentari, offre all’utenza non solo pasti sani ed equilibrati, ma anche prodotti di qualità con una particolare attenzione alla


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sostenibilità. Nella scelta dei prodotti la priorità è data all’origine locale degli stessi e non al prezzo. La materia prima utilizzata per la preparazione delle ricette è di produzione ticinese o svizzera e, in caso di mancata disponibilità, al massimo di origine UE purché rispettosa delle direttive, in particolare per le carni, simili agli standard di allevamento svizzeri. Il 29 settembre ha avuto luogo la prima giornata scaturita dalla nuova proposta. Nessuno se n’è lamentato. Cinghiali radioattivi. Alla fine di settembre 2020 sono state effettuate misurazioni della radioattività sui cinghiali cacciati in Mesolcina e i risultati sono stati sorprendenti: il 50% degli animali erano radioattivi, una percentuale 10 volte superiore a quella registrata in Ticino. Quella del 2020 è la prima stagione venatoria nella quale nei Grigioni sono stati eseguiti con-

trolli della radioattività sui cinghiali. Gli ungulati in questione si cibano (anche) di funghi, tuberi e radice zuccherine che traggono svariati elementi dalla terra nella quale affondano. La terra è contaminata dalla nube radioattiva che si depositò sulla nostra regione nei giorni seguenti il disastro nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986. Tra queste c’è il cesio 137 (Cs137) che ha un tempo di dimezzamento di 30 anni, il che significa che la sua radioattività si dimezza ogni 30 anni. Se a 34 anni dalla contaminazione i campioni di Cs137 contenuti nella carne di cinghiai la rendono ancora pericolosa per la nostra salute, si capisce la portata dell’inquinamento che abbiamo subito. Informazione di servizio per i fungiatt: i funghi commestibili più assidui nell’assorbimento di Cs137 sono Boletus badius e Boletus erytrophus, mentre lo è molto meno Boletus edulis.

Notizie belle e buone Sommaruga potente. Simonetta Sommaruga, presidente della Confederazione nel 2020, è entrata nella categoria delle 100 donne più influenti nel mondo secondo un giornale americano, occupando il 56mo posto. Il punteggio tiene conto del denaro, del potere, dell’influenza e della presenza mediatica. La cancelliera tedesca Angela Merkel è stata classificata al primo posto. Maggioranza femminile. L’assemblea della collettività ecclesiastica cantonale cattolica romana della Repubblica e Cantone del Giura ha nominato a fine novembre, quale nuovo membro dell’esecutivo, Carola Pelletier, infermiera di 49 anni, così che l’esecutivo del CEC, per la prima volta, ha una maggioranza femminile. Presidente è pure una donna, Corinne Berret, già affiancata da Florianne Chavanne; completano l’esecutivo Battista Allimann e Pierre Frund. Primizia a San Gallo. Domenica 29 novembre 2020, Maria Pappa, con un brillante 55,6% dei voti, è stata eletta a sindaco della città di San Gallo. Sul suo nome sono confluiti i voti di 11.784 cittadini, mentre ha votato il 48,8% del corpo elettorale della città. È la prima donna ad essere eletta sindaco di San Gallo ed è anche la prima cittadina con doppia nazionalità (italiana e svizzera) a ricoprire tale inca-

rico. L’elezione è anche un importante riconoscimento per la comunità italiana di San Gallo dopo anni di immigrazione emarginata, dalle iniziative Schwarzenbach ai rigurgiti recenti di «Prima i nostri». Festa in Georgia. Raphael Warnock, un pastore battista, ha conquistato per il partito democratico un seggio di senatore in Georgia, diventando il primo senatore afroamericano nella storia dello Stato; il neosenatore ha trascorso gli ultimi 15 anni alla guida della Chiesa di Atlanta dove predicava Martin Luther King Jr. Grazie alla contemporanea elezione del collega di partito Jon Ossoff, a sua volta primo parlamentare ebreo eletto in Georgia, la maggioranza del Senato è stata tolta ai repubblicani. Per lo scadente presidente Trump, una doppia «trombatura». Donne bibliche. Papa Francesco ha nominato nove nuovi membri della Pontificia Commissione Biblica e tra essi due donne: l’italiana Maria Armida Nicolaci, della Facoltà teologica di Palermo, e la belga Benédicte Lemmelijn dell’università di Lovanio. La notizia «storica» è il fatto che Nuria Calduch-Benages, biblista catalana, docente all’Università Gregoriana di Roma, è la nuova segretaria generale di questa istituzione, nei fatti, la sua coordinatrice.

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In questo numero Editoriale G PER LA CHIESA E LA SOCIETÀ DI DOMANI (A. Bondolfi)

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Dossier G INTRODUZIONE (R. Roux) 3 G L’ANNUNCIO DELLA FEDE CRISTIANA (L. Maggi) 4 G L’ANNUNCIO DELLA FEDE NELLA CONTEMPORANEITÀ (E.M. Di Marco) 7 G LA CELEBRAZIONE RITUALE DELLA FEDE (A. Grillo) 11 G LA CELEBRAZIONE DELLA FEDE (S. D’Archino) 13 G LA DIACONIA DELLA FEDE (M. Krienke) 15 G LA DIACONIA DELLA FEDE, UNA TESTIMONIANZA (D. Lepori) 18 G DAL PRESENTE AL FUTURO DELLA PASTORALE ECCLESIALE 21 INSIEME SULLA VIA DI EMMAUS: DOVE STIAMO ANDANDO? (R. Leo)21 VERSO LE SFIDE CULTURALI DI OGGI E DI DOMANI (G. La Torre) 24 G ALLE RADICI DELLA COMUNITÀ CRISTIANA (E. Borghi) 27 G I CORSIVI DI DIALOGHI G BIBLIOTECA G PER UNA EUCARESTIA PARTECIPATA (R. Boggiani) G IN MEMORIAM G TESTIMONI E PROFETI G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (quattro numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.

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Dialoghi nr. 265  

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