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264 dialoghi Locarno – Anno 52 – Dicembre 2020

di riflessione cristianaBIMESTRALE

«Italia mia…»

Il 5 settembre 1980 s’inaugurava la galleria autostradale del San Gottardo e il «Corriere del Ticino» volle festeggiare l’avvenimento pubblicando un inserto speciale, con una parte tecnica e un’introduzione che la prendesse dall’alto, come si dice – sottolineando il valore dell’opera per i rapporti tra il Nord e il Sud della Svizzera. Si decise pertanto di chiedere a Piero Bianconi, «perla» delle nostre pagine di cultura. Io gli chiesi un’Introduzione al dossier – qualcosa di bello e di profondo come lui sapeva fare. Ma alla ricezione dell’articolo rimanemmo tutti di sasso. Del Petrarca conoscevo alcune liriche del «Canzoniere», tra cui quella che comincia con le parole: «Italia mia, ben che ’l parlar sia indarno…». Ricordavo anche il passo scelto da Bianconi: «Ben provide natura al nostro stato / quando de l’Alpi schermo pose tra noi». Bianconi si fermava lì, un rapido controllo mi confermò che la citazione era…

incompleta. Dal «Canzoniere»: «Ben provide natura al nostro stato / quando de l’Alpi schermo / pose tra noi e la tedesca rabbia». La… «tedesca rabbia»! In quel momento, così promettente per noi e per le sorti della patria svizzera? Per finire la citazione fu pubblicata così, tronca. Ma con tante concessioni dell’Autore, prima e dopo quel punto, da ingentilirla quanto serviva. Oggi, riandando al coraggio di un intellettuale che amava il Ticino al punto di volerlo protetto anche dagli Elveti del Nord, rifletto se esista ancora, nei Ticinesi, quel sentirsi a tal punto «uni» con l’Italia (anche questo termine è del Petrarca). Della lealtà di Piero Bianconi alla patria svizzera non abbiamo ragione di dubitare: basterebbe un libro solo dei suoi: «Albero genealogico» (Pantarei, 1973). Perché, allora, ha perso voce, non pare esserci più traccia di quel sentimento? Nella pubblicistica è invalso il termine «Fallitalia» – una sciocchezza, si leg-

ga l’articolo di Silvano Toppi in questo dossier. Un giudizio che neppure coincide con il sentimento oggi prevalente al nord delle Alpi, dove, sfumati i pregiudizi verso la prima ondata di emigrati («Cinkali», di Dario Robbiani), la lingua italiana è coltivata in quanto pure nostra, di noi svizzeri, e ci permette di tessere rapporti stretti con l’industriosa Italia del Nord. L’Italia non può essere estranea al Ticino, anche se, per la grandezza diseguale, il Ticino pare talvolta esserlo all’Italia. È dunque un’impressione di malessere e di disagio che ha consigliato «Dialoghi» di dedicare un dossier a questo problema. E.M. Dossier: Ticino-Italia, problemi aperti Articoli di Orazio Martinetti, Remigio Ratti e Silvano Toppi pp. 3-10


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i corsivi di dialoghi Imprese responsabili: iniziativa respinta dai Cantoni ma accettata dal popolo Le organizzazioni della società civile che nel 2016 hanno depositato l’Iniziativa popolare per imprese responsabili a tutela dei diritti umani e dell’ambiente traggono un bilancio in chiaroscuro della campagna di votazione che ha ottenuto il 29 novembre scorso la maggioranza del popolo, ma non ha superato lo scoglio di quella dei Cantoni. Era il risultato più scontato ma, non per questo, meno deludente da una parte e incoraggiante dall’altra. Deludente perché, a breve termine, sul terreno non ci saranno veri cambiamenti per le vittime di violazioni di diritti umani e di disastri ambientali. La soluzione schizzata dal controprogetto è ben poca cosa. Ha sollevato inoltre fastidio il ruolo assunto dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter, dapprima per il controprogetto al limite della legalità per la tempistica con il quale è entrato in gioco e poi per la malafede espressa nei confronti degli iniziativisti. Il risultato però è incoraggiante, perché in passato un tema simile, definito da alcuni commentatori terzomondista e bollato con l’appellativo «di sinistra», in votazione popolare non ha mai superato il 35% di consensi, mentre l’Iniziativa ha raggiunto il 50,71% dei voti espressi. Significa che alla gran parte della popolazione importa di come le «nostre» imprese agiscono; significa che non «se ne frega»; significa che non chiude il mondo fuori della porta di casa. Forse la pandemia che stiamo vivendo ci sta insegnando che cosa significhi affrontare una situazione difficile, venir a capo di insicurezze, chiedersi che cosa ci riserverà il futuro. È un segno di empatia e di solidarietà espresso, finalmente, anche con il voto depositato in un’urna e non più solo aprendo il portafogli. D’altronde è quello che si aspettano i partner di progetto di Sacrifico Quaresimale e io stessa ho sentito dire a una conferenza sulla cooperazione allo sviluppo in Senegal: «Piuttosto di aiutarci con dei soldi, fate in modo che le vostre imprese si comportino in maniera corretta nel nostro Paese». E da un altro Paese,

le Filippine, arriva all’indomani della votazione un grande incoraggiamento a continuare: «Siamo abituati a vedere le nostre esigenze scontrarsi con interessi economici, ma non preoccupatevi. Siamo sicuri che quello che avete fatto è servito a qualche cosa, ed è solo il primo passo!».  d.l.

Diocesi alla rovescia? Gli ultimi giorni che precedono l’andata in stampa di questo numero di «Dialoghi» sono stati testimoni di un colpo mediatico non abituale per notizie che riguardano la vita interna della Chiesa cattolica in Svizzera. Da tempo si sa che la diocesi di Coira si trova in una situazione particolarmente conflittuale ma difficilmente comunicabile all’opinione pubblica a causa di meccanismi legislativi molto complessi. Dopo le dimissioni del vescovo Vitus Huonder, il nunzio apostolico in servizio a Berna ha intrapreso consultazioni «segrete» per stabilire una lista di tre personalità da sottoporre al giudizio del Papa. Il Papa ha poi esaminato questa lista, l’ha eventualmente emendata e, una volta fatta propria, l’ha trasmessa ai canonici della cattedrale di Coira affinché scegliessero una tra queste tre persone come futuro capo della Diocesi. L’operazione è durata a lungo, la guida della diocesi era affidata a un amministratore apostolico in attesa della nomina definitiva. Il presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri, l’attuale vescovo di Basilea Felix Gmür, ha avuto recentemente la possibilità di incontrare personalmente il Papa e con ogni probabilità di discutere anche della situazione di questa diocesi. Per finire, la Santa Sede ha inviato a novembre la lista e durante la seconda metà del mese è stata fissata la riunione dei canonici per la nomina del vescovo. La riunione ha avuto luogo ed è filtrato come risultato solo il fatto che i canonici hanno deciso di non prendere posizione sui candidati proposti sulla lista, ma di rimandare la stessa al mittente, e cioè al Papa, affinché decida lui tra le tre persone proposte o si orienti su un altro candidato. La notizia ha avuto un’eco che si potrebbe definire sbigottita sulla stampa svizzera (mai si era vista una «non entrata in materia» su una proposta

papale), ma i commenti sono stati alquanto indecisi sull’interpretazione da dare al comportamento del capitolo canonicale. A far chiarezza ci ha pensato… una fuga qualificata di un documento-chiave, e cioè del verbale della riunione. Questo verbale (pubblicato anche su kath.ch, tradotto in francese su cath.ch, ma non pubblicato né riassunto in italiano su catt.ch e tantomeno sul settimanale «Catholica») svela un’operazione di forte convincimento (chiamiamolo così) da parte del vicario generale Martin Grichting sui canonici presenti, affinché non entrassero in materia sulla lista ma la rimandassero al mittente. Il voto su questa proposta rivela una forte spaccatura all’interno del Capitolo della cattedrale retica: 11 canonici a favore della proposta di Grichting e 10 contrari. L’ex vicario generale della diocesi (ora operante come «delegato dell’amministratore apostolico») aveva cercato di convincere i presenti che la lista è il risultato della pressione esercitata sul Papa dalle altre diocesi della Svizzera tedesca, in primis Basilea e San Gallo, affinché proponesse candidati di linea chiaramente progressista. I candidati che figurano sulla lista non sarebbero stati, insomma, accettabili e quindi i canonici erano esortati a rinunciare al loro potere di scelta e a lasciarla al giudizio personale del Papa. In parole povere: i candidati proposti non sarebbero «sufficientemente cattolici» e quindi la responsabilità la prenda il Papa da solo… Con il verbale in mano, i media hanno potuto reagire con commenti ben più mirati, poiché si è rivelata la strategia che la Curia di Coira da tempo cercava di imporre a tutta la procedura di nomina. Ora la patata bollente è tornata a Roma e chissà se l’opposizione espressa anche nei confronti di papa Francesco avrà effetto. Affaire à suivre con molta attenzione per capire meglio le cause delle lacerazioni in cui noi tutti, volenti o nolenti, siamo implicati. a.b. Un efficace ritratto di Martin Grichting, il maneggione della Diocesi di Coira e Maître d’oeuvre della reiezione della terna papale, è stato pubblicato dalla «Neue Zürcher Zeitung» di venerdì 4 dicembre, a pagina 9: «Der Mann, der die Churer Bischofswahl platzen liess».


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Traversie di un’identità bifronte L’Italia nella coscienza dei ticinesi Il filosofo di Princeton Michael Walzer, a lungo direttore della rivista Dissent, parla dei suoi connazionali come di cittadini col trattino: angloamericani, italo-americani, ispanoamericani e via di seguito. Anche noi esibiamo un trattino: svizzero-tedesco, svizzero-francese, svizzero-italiano, svizzero-romancio, a designare uno status binario dai contorni incerti, indefiniti o, se vogliamo, sempre in via di definizione. Insomma, un’identità incompiuta, in ogni caso sfrangiata e claudicante. D’altronde già al tempo del Franscini circolava il dubbio se fosse meglio adottare il termine di «Svizzera italiana» o di «Italia svizzera». Nella seconda metà dell’Ottocento s’impose la prima formula, e sicuramente il capolavoro fransciniano – pubblicato tra il 1837 e il 1840 – non fu ininfluente in questa scelta. Ma decisive furono le unificazioni nazionali, prima dell’Italia e poi della Germania, con le relative conseguenze sulla formazione dei sentimenti patriottici e sui luoghi di tale maturazione: la scuola, l’esercito, la stampa, i partiti, le associazioni civiche e professionali. Ben presto, presero piede concezioni che andavano al di là delle aspirazioni d’impronta mazziniana (la liberazione dei popoli oppressi) per assumere connotati aggressivi, fondati sulla supremazia di determinate nazioni su altre. Gli anni antecedenti la Grande Guerra del 1418, definiti dagli storici come l’età del nazionalismo e dell’imperialismo, obbligarono anche un Paese multiforme come la Svizzera (eterogeneo per lingue, culture e religioni) a darsi una sua personalità specifica, a individuare un collante non basato sulla razza, sul sangue o su una pretesa mono-cultura: uno sforzo che Ernest Renan aveva già colto pienamente nella sua celebre conferenza del 1882 alla Sorbona su «Che cos’è una nazione?». Il cammino comunque non fu agevole, né per la Svizzera, né per il Ticino. Affermare che una nazione è il frutto di un atto volitivo, e non un dato di natura, implicava «un plebiscito quotidiano», ossia una conferma consapevole di tale adesione da parte della cittadinanza. Ma se sul piano della

cultura politica repubblicana nessun cantone sollevava obiezioni, diversa era la questione sul terreno della lingua, della cultura, dell’«anima», come si diceva allora. E qual era, nello specifico, l’anima del canton Ticino? di Orazio Martinetti

L’interrogativo fu posto con nettezza da Giuseppe Prezzolini su La Voce del 18 luglio 1912. Il Ticino, osservava il saggista fiorentino, «non ha un’anima propria, perché non ha una cultura propria. Soffre proprio nella testa. Non si è sviluppato tutto. Ha la vita economica, ha la vita sociale, ha la vita politica: gli manca la vita intellettuale. Non è un’anima completa. Non è rispettato, perché gli altri sentono che manca di anima». Poco prima, il 4 luglio, era apparso a Bellinzona il primo numero dell’Adula, «organo svizzero di coltura italiana», diretto da Rosetta Colombi e Teresa Bontempi. Le domande di Prezzolini non caddero nel vuoto. La fase era delicata, il turbamento palpabile, come testimoniavano gli scritti e gli appelli di Francesco Chiesa, Carlo Salvioni, Brenno Bertoni, Romeo Manzoni, Emilio Bossi. Da un lato occorreva fare i conti con la progressiva «germanizzazione» del cantone, ritenuta insidiosa perché intaccava, snaturandolo, il «volto italico» delle comunità cisalpine; dall’altro bisognava trovare il modo di non recidere il cordone ombelicale con la «madre spirituale», ossia il Regno d’Italia. Da quel momento prese avvio un dibattito destinato ad attraversare tutto il Novecento, e che prosegue tutt’oggi, sia pure dentro un lessico diverso. Traumi come i due conflitti mondiali e mutamenti dell’ordine politico come l’ascesa del fascismo incisero in profondità nella coscienza dei ticinesi. Non sempre fu possibile mantenere in equilibrio i due poli, l’elvetismo politico e l’italianità culturale. Com’è noto, il regime mussoliniano incontrò simpatie anche nei due maggiori partiti politici, i liberali-radicali e i conservatori; i primi, addirittura, sull’onda delle campagne antifasciste del gior-

nale Avanguardia, provocarono una scissione, ricomposta solo all’indomani della seconda guerra mondiale. Il regime sapeva come blandire gli scrittori più in vista, attraverso onorificenze, banchetti d’onore e iniziative editoriali. Ma non tutti cedettero alle lusinghe. Guido Calgari, Arminio Janner, Piero Bianconi, Pericle Patocchi sulle pagine della rivista Svizzera italiana (di nuovo un richiamo al Franscini), seppero distinguere tra la politica e la cultura, tra gli orizzonti ideali e le radici spirituali. Venuta meno, nel maggio del 1945, la minaccia totalitaria, le relazioni italosvizzere poterono riprendere sotto il segno di un comune sentire repubblicano: rinasceva una «nuova Italia» (Janner), quell’Italia che dal Rinascimento al Risorgimento aveva rappresentato per l’intera Europa un faro di civiltà nelle lettere, nella musica, nel teatro, nell’opera, nell’arte, nell’architettura; punto d’approdo del «Grand Tour» che dal Settecento in poi non poteva mancare nell’«Erlebnis» delle élites nordeuropee. Purtroppo tornavano a galla anche le antiche tare della penisola, come l’arretratezza del Mezzogiorno e il malcostume politico. Nel corso degli anni ’50 del XX secolo le statistiche registrarono un numero crescente di espatri verso il Belgio, la Germania, la Svizzera, un esodo che proseguì senza sosta fino alla recessione dei primi anni Settanta. Sono gli anni in cui anche il Ticino s’incammina verso una società dei servizi, vale a dire il terziario, la piazza finanziaria, in vertiginosa espansione grazie ai capitali in fuga dal fisco italiano. Il passaggio non è tuttavia indolore. Crocevia di flussi migratori opposti, da Sud e da Nord, il cantone si ritrae impaurito: ancora una volta gli intellettuali temono che la strada imboccata comprometta la fisionomia agreste del cantone, le sue tradizioni e peculiarità latine; Giuseppe Lepori si chiede addirittura se l’incremento costante di elementi germanofoni non minacci la «compagine etnica» ticinese. Timori che riemergeranno con l’apertura della seconda falla nel massiccio del San Gottardo, ossia la galleria stradale inaugurata nel 1980.


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Le iniziative Schwarzenbach raccolgono consensi anche al sud delle Alpi, ma non ancora in misura allarmante. L’apporto dei frontalieri è ritenuto indispensabile, soprattutto nell’edilizia e nelle numerose manifatture collocate a ridosso del confine (manodopera a basso costo, in buona parte femminile). Le maggiori testate italiane e le trasmissioni della RAI sono veicoli d’informazione e di formazione apprezzati anche dal pubblico ticinese. Ma poi qualcosa si spezza. L’avvento delle televisioni commerciali e la progressiva decadenza degli atenei lombardi, un tempo meta obbligata per molti studenti svizzero-italiani, rendono più ispide le relazioni. A partire dalla seconda metà degli anni ’70 l’Italia perde prestigio: cala la sua capacità di attrazione per i giovani ticinesi, i quali preferiscono scegliere le università d’oltralpe, ritenute più affidabili. Nel frattempo, la Svizzera si ritrova ai margini del processo di costruzione dell’Europa Unita. Nel 1992 dice «no» a un avvicinamento attraverso l’adesione allo Spazio economico. Deve comunque accettare, agli inizi di questo secolo, la libera circolazione delle persone prevista dagli accordi di Schengen. Ed è in questa fase, all’om-

bra di un’impennata senza precedenti di lavoratori frontalieri, che in ampie cerchie della popolazione si fa largo un sentimento anti-italiano, se non xenofobo, fomentato dal movimento leghista, bramoso di trasformarlo in capitale politico ed elettorale. Nella pubblicistica il termine «italianità» scompare, sostituito dal concetto più generico e meno impegnativo di «identità». E qui arriviamo al cuore del problema. Ovvero, quale identità costruire in una regione, la Svizzera italiana, che nella sua storia ha sempre tratto la sua linfa vitale dalla vicina Italia? È possibile prescindere da questa fonte, ossia ignorare l’italianità? Non crediamo si possa aggirare l’ostacolo evocando l’«italicità», nozione ancora più vaga e sfuggente, volta a radunare sotto la bandiera tricolore gruppi sparsi in mezzo mondo. L’italianità è, e deve rimanere, la stella polare della Terza Svizzera. Certamente all’interno di una prospettiva dinamica, in cui l’eredità storica possa utilmente ibridarsi con le punte più avanzate della ricerca italiana, umanistica e scientifica: un ambito che, nonostante tutto, resiste e tiene alto il nome dell’Italia nelle classifiche internazionali. Invece si è giunti al paradosso di concepire un’italia-

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nità senza l’Italia, se non addirittura un’italianità anti-italiana… La decisione, avallata da un voto popolare, di non partecipare nel 2015 all’Expo di Milano ha segnato il punto più basso. Certo, l’Italia odierna ci appare «malata», «rotta», «disunita», piagata dai suoi mali secolari: corruzione, evasione fiscale, fisco e burocrazia, con intere regioni controllate dalla criminalità organizzata. Un’Italia teoricamente aperta ma di fatto chiusa alla concorrenza estera, come ben sa chi osa avventurarsi nei labirinti del suo mercato interno e nella giungla delle carte bollate. Il «ticinese medio» osserva, giudica e depreca, ma dimentica che le fortune del suo Paese sono intimamente connesse con quelle del suo più grande vicino. Più l’Italia cresce e più anche il Ticino riesce a farsi valere nei luoghi confederali che contano, dall’istruzione superiore (licei, università) alle centrali dell’informazione (giornali, radiotelevisione). Perdere di vista questi nessi, questa relazione, vuol dire condannarsi ad un’esperienza di sradicamento permanente, ad inseguire un’identità di fatto priva di sostanza storica, effimera e friabile; significa, per tornare all’accusa di Prezzolini, accampare un’anima dimezzata ed incompleta.

Perché la Svizzera ha rotto col Vaticano? Dalla rottura nel 1873 alla riapertura della Nunziatura a Berna nel 1920 Un secolo è passato da quando, nel novembre 1920, le relazioni diplomatiche tra Svizzera e Santa Sede si riannodano ufficialmente. La riapertura della Nunziatura a Berna è la felice svolta della spettacolare interruzione dei rapporti ufficiali, dal Kulturkampf alla fine della Prima guerra mondiale. Attraverso fonti inedite vaticane e svizzere, questo libro racconta – nelle tre lingue ufficiali svizzere, lingue parlate correntemente anche in Vaticano – la storia della paziente tessitura dei rapporti ufficiosi tra Papa e Consiglio federale. Una storia che li vedrà uniti, durante la Grande guerra, in una cooperazione umanitaria a favore della pace, ponendo le basi per un secolo di rinati rapporti ufficiali. di Lorenzo Planzi, prefazione del Cardinale Pietro Parolin e di Ignazio Cassis Formato 15 x 22 cm, 352 pagine con illustrazioni in b/n, in italiano, tedesco e francese, Fr. 25.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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L’economia spinge verso relazioni più strette Effetti frontiera in cerca di «governanza» Le relazioni economiche tra Svizzera e Italia sono intensissime e vantaggiose per entrambi. Dopo la Germania, l’Italia si situa al secondo/terzo posto in alternanza con la Francia negli scambi di beni – dove le nostre importazioni superano le esportazioni – e di servizi, dove il rapporto è inverso. In 15 anni, l’Italia ha totalizzato più di 39 miliardi di euro di surplus nei suoi scambi commerciali con la Svizzera1. Notevoli sono gli investimenti diretti elvetici nella Penisola: stimati a 16 miliardi di franchi, danno lavoro a quasi 65.000 persone. Si può dire la stessa cosa per Ticino e Lombardia? In generale sì; ma andando oltre, altri fattori determinano forti divergenze nella traiettoria di crescita e/o nella qualifica della natura dello sviluppo economico e sociale. Due sono le componenti da considerare congiuntamente: la doppia perifericità verso Nord e verso Sud e il ruolo ambivalente della frontiera o, meglio, delle frontiere se consideriamo quelle disegnate dalle aree o reti economiche. In concreto si tratta di vedere come si posiziona il Ticino tra gli spazi metropolitani di Zurigo e di Milano; questo in termini anche di identità e di «governanza» delle sue sfide, interne ed esterne, nell’affrontare le dinamiche evolutive2. Una Lombardia «fuori scala», come ha ricordato Piero Bassetti in occasione del 50° della costituzione delle Regioni in Italia (1970): con i suoi 10 milioni di abitanti produce un terzo del PIL nazionale (prodotto interno lordo), mentre ha addirittura più abitanti e più Pil di 20 Stati membri dell’UE su 27.

1. https://www.eda.admin.ch/dam/countries/ countries-content/italy/it/novdez2018/italiasvizzera-occupazione-crescita_IT.pdf. 2. R. Ratti, R., R. Ceschi, S. Bianconi (a cura di), «Il Ticino Regione Aperta – Problemi e significati sotto il profilo dell’identità regionale e nazionale», Armando Dadò editore, Locarno, 1990. Pure in versione tedesca: «Tessin – eine offene Region, Helbing&Lichtenhahn, Basel und Frankfurt am Main», 1993.

Frontiera e sviluppo territoriale

«Ticino regione aperta»?

Il Ticino (ma si dovrebbe includere la Svizzera italiana) può beneficiare, da una parte, degli effetti di prossimità – territoriale, economica e sociale – quale triangolo elvetico a sud delle Alpi, dall’altra, deve fare i conti con le ambiguità di una frontiera che è nel medesimo tempo linea di separazione

Risale proprio al periodo di oltre trent’anni fa la ricerca Ticino Regione Aperta, che – più che a un dato di fatto – dava credibilità alla strategia di rinnovamento e di crescita sulla base di un proprio capitale territoriale e sociale. Le analisi economiche mostravano come accanto all’industria tradizionale ci fossero ormai industrie altamente innovative e parte del settore terziario inseriti in processi di innovative learning e di milieux innovateur (IRE). Malgrado il rifiuto, nel 1986, in votazione referendaria del CUSI (il Centro universitario della Svizzera Italiana), dieci anni dopo si inaugurano (precedute dal segnale della «privata» Facoltà di teologia) l’USI e poi la SUPSI, mentre molto si muove sul piano culturale (Ceschi). Ma la stessa ricerca mette in guardia (Bianconi) da facili estrapolazioni, a causa dell’immagine ancora prevalente della società ticinese, in cui coesisterebbero tre «anime»: una chiusa, ripiegata su sé stessa e nostalgica; una integrata nel sistema svizzero e lombardo; la terza «emergente» e aperta alle nuove prospettive «glocal».

di Remigio Ratti

e spazio di contatto, limite fisso (per le istituzioni) e mobile (considerando gli spazi funzionali degli attori)3. Ciò lascia intravedere scenari diversi e mutevoli nel tempo. Senza poter entrare nel merito, rimandiamo il lettore al nostro schema riassuntivo. Dalla costituzione dello Stato federale del 1848 e dell’unità d’Italia (1861) il confine ha evidenziato per oltre un secolo la posizione di doppia e penalizzante perifericità del Ticino, non tanto come causa ma come effetto di processi di industrializzazione costruiti su basi nazionali. Solo i processi di divisione spaziale del lavoro del secondo dopoguerra hanno poi determinato uno sviluppo addirittura «grazie alla frontiera», per la possibilità, spesso asimmetricamente a favore del Ticino, di sfruttare rendite differenziali (sui prezzi dei prodotti e sui salari) e solide rendite di posizione. Sviluppi che, quando le province italiane limitrofe pure conoscevano tassi di sviluppo pari o superiori ai nostri, hanno portato a maturazione, pur con grandi ritardi4, l’esigenza di cooperare per attuare quella che noi chiameremmo oggi una «politica di “governanza” transfrontaliera». È del 1995 la nascita della Regione Insubrica – semplice ma significativa associazione per la promozione del superamento delle «cicatrici della storia» (Denis de Rougemont). 3. R. Ratti, «Frontiere, cicatrici della storia – Per una nuova lettura deì rapporti di frontìera con l’ltalia», in Dialoghi 214, dicembre 2010, p. 3. 4. Risale al 4.5.1980 la «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla cooperazione transfrontaliera», nota come «Convenzione di Madrid».

Che cosa è cambiato negli ultimi trent’anni? A cavallo tra gli anni ‘80/’90 del secolo scorso esistevano dunque buone premesse per poter almeno indicare qualche massima politica: come nella Tesi n. 10 della ricerca citata: «Saper cogliere le risorse presenti, potenzialmente in grado di rinnovare e accrescere il ruolo del Ticino quale entità regionale aperta». Ciò malgrado l’insufficiente capacità di gestire i rapporti esterni, verso Berna e verso Roma, dimostrata nel passato. Il potenziale riscatto è offerto dal governativo Rapporto sugli indirizzi del 1982 e nel primo Piano direttore cantonale del 1990 – quello del «Ticino Città Regione» – che ha un abbrivio nei progetti già citati e nella pianificazione, non senza confronti con la Confederazione, delle infrastrutture ferroviarie, con in particolare i nuovi e veloci collegamenti che da fine 2020 mettono in rete, a mo’ di metro, Bellinzona, Locarno e Lugano. Senza dimenticare, a sud, la


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bretella ferroviaria Mendrisio-Varese (Malpensa) che dal 2018 collega la città policentrica transfrontaliera ComoMendrisio-Varese. Ma negli stessi anni si cominciano anche a percepire i processi di globalizzazione in atto nell’economia e nella società che danno inizio a fenomeni di regionalizzazione regressiva rispetto al paradigma dell’apertura. Siamo di nuovo agli «effetti frontiera». Il 6 dicembre del 1992 cade in votazione popolare la proposta di partecipazione allo Spazio Economico Europeo, formula accolta invece – senza gli stravolgimenti fatti balenare dai contrari per la Svizzera – da Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Segue un decennio di difficoltà superate con gli Accordi bilaterali I e II che in Ticino vengono però chiaramente rifiutati anche perché l’Italia e le province limitrofe entrano più che mai in sofferenza per le lacune nel sistema Italia. Nasce un divario che si trasforma in importanti opportunità di sfruttamento delle note rendite differenziali, mentre, dall’altro, importanti rendite di posizione sfumano con la fine del cosiddetto segreto bancario5.

5. Il 2017 segna infatti l’entrata in vigore del nuovo accordo sulla fiscalità del risparmio tra Svizzera e Unione europea sulla base degli standard internazionali elaborati dall’OCSE.

Debolezza e/o errori strategici nella politica del Ticino Entrando nel sito del Cantone proprio non si direbbe che manchiamo nelle nostre relazioni esterne https:// www4.ti.ch/can/are/approfondimenti/ accordi-internazionali. Negli ultimi vent’anni sono sei quelle con il vicino lombardo/piemontese: tra dichiarazioni d’intesa (4), dichiarazioni di cooperazione (1), con nel 2017 una dichiarazione congiunta tra Ticino e Lombardia, certamente la più concreta, quale roadmap per affrontare le questioni aperte. Ma, salvo per 4 accordi settoriali, necessari per essere operativi in materia di catastrofi, salute e scienze mediche e trasporto pubblico, non è evidente appurare quanta volontà effettiva e quale strategia sia contenuta nelle citate dichiarazioni. Uno spirito curioso potrebbe pensare addirittura che queste intese siano meno importanti, almeno per il nome, dell’accordo di collaborazione del 2007 tra Cantone Ticino e la provincia dello Zhejiang della Repubblica popolare cinese. Quanta volontà e visione strategica leggiamo nella citata roadmap? Vediamo: «Regione Lombardia e Cantone Ticino esprimono l’intenzione di far compiere un salto di qualità ai buoni rapporti di vicinato già attivi e rinnovano la comune convinzione che la

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collaborazione costante e sistematica tra le rispettive Istituzioni sia determinante per dare ulteriore impulso allo sviluppo delle comuni zone di frontiera». Non siamo molto oltre il primo stadio – gli altri comporterebbero un orientamento della progettualità su basi comuni, fino a sistematiche convergenze realizzative. Una collaborazione transfrontaliera che è pur sempre iscritta nel processo di pianificazione politica cantonale, negli indirizzi della Confederazione – in particolare tramite la SECO e l’ARE (Ufficio federale per lo sviluppo territoriale) – nonché in convenzioni per usufruire dei programmi europei INTERREG. Un caso emblematico: la tassazione dei frontalieri e i falsi obiettivi Nel 2010, di fronte alle nubi del crollo dell’economia finanziaria mondiale del 2007/08 e alle difficoltà finanziarie del Cantone l’ambiente fiscalista trova, non senza ragione, che superando l’Accordo sulla tassazione risalente al 1974 – che prevedeva un ristorno ai comuni limitrofi italiani del 40% dell’imposta prelevata alla fonte – il Cantone avrebbe potuto incassare qualche decina di milioni in più. I media ne fanno un cavallo di battaglia e questa analisi puntuale diventa di fatto strategia politica. La sua rinegoziazione, su insistente richiesta del

L’effetto economico della frontiera nell’evoluzione delle relazioni fra Svizzera e Italia Fasi

Processi

Effetti frontiera

Industrializzazione su basi nazionali 1850 - 1950 (periodi bellici a parte)

Sviluppo economie nazionali e scambi internazionali Forti impatti politico-nazionali

Relativa penalizzazione delle zone periferiche e di frontiera, salvo punti di passaggio doganali, in particolare Chiasso

Divisione spaziale del lavoro 1950 - 1975

Effetti di ridistribuzione spaziale del lavoro in taluni segmenti industriali

Effetti discriminanti per rendite di posizione e differenziali; sviluppo «grazie alla frontiera»;

Riconversione industriale 1975 - anni ’90

Decadenza vecchie strutture industriali – nuove imprenditorialità Economia dei servizi

Minore evidenza effetti discriminanti (+/-); politiche di cooperazione transfrontaliera

Globalizzazione Anni ’90 - 2015

Nuovi spazi economici di riferimento a geometria variabile UE/ Eurozona – Trattati bilaterali CH-UE

Parziale adeguamento alle 4 libertà di movimento (beni, mano d’opera, servizi e capitali). Forti e asimmetriche dinamiche di sviluppo. Divergenze transfrontaliere

Digitalizzazione (e riassetti post Covid) 2015 - 2030

Crisi sistemiche; impatto nuove tecnologie; riassetti economico, sociali e ambientali e correttivi geopolitici dei processi di globalizzazione;

Forti impatti economici – Risposte glocal vs ritorno alla «frontiera filtro»; potenziali effetti AlpTransit e Città Ticino. Difficile governanza territoriale

© R. Ratti – 2020


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Cantone, è inserita nelle trattative per un accordo Svizzera-Italia sulla doppia imposizione. Anche per questo passano gli anni, mentre altri settori e attori economici (banche) aspettano di uscire dall’incertezza. Dopo un decennio, trovata una soluzione tra Berna e Roma, questa viene sostanzialmente frenata (un altro decennio?) dai comuni di frontiera e dai consigli sindacali interregionali tra Italia e Svizzera (CdT, 22.10.2020). Vale a dire i diretti interessati, mai coinvolti. Per me, giovane economista che ha assistito alla firma dell’accordo, è facile ricordare i professori Basilio Biucchi (UniFR) e Giacomo Corna-Pellegrini (UniMilano), ma anche la nostra Camera di Commercio quando condividevano l’obiettivo territoriale transfrontaliero, per mettere i comuni limitrofi, la popolazione e la manodopera che già si orientava sul Ticino, nella migliore condizione di vivere e crescere in una area da governare malgrado la frontiera. E ora che si fa nell’era della digitalizzazione e dei riassetti post Covid? Se la situazione economica e politica mondiale attuale è disorientante per tutti, quella del Ticino presenta ormai da quattro anni specifiche caratteristiche demografiche di non facile interpretazione. Dopo una quindicina d’an-

ni di forte crescita demografica e dei posti di lavoro, dal 2016 il Cantone e le sue città perdono popolazione (salvo Bellinzona), non solo a causa di un negativo tasso naturale, ma soprattutto a causa dei movimenti migratori: non si arriva più in Ticino mentre giovani e anziani confederati partono/ritornano oltralpe. Aumentano solo i frontalieri. Rincariamo allora la dose? Sbagliamo di nuovo gli obiettivi, non vedendo la rottura di traiettoria nel nostro sviluppo nell’era del digitale? Mi piace partire da Tito Tettamanti, quando all’USI, in un dibattito con il consigliere di Stato Christian Vitta (e allora non si parlava di confinamento, era il 2 febbraio 2020) affermava: «Quando ci si trova a pensare al lungo termine e in una situazione di totale incertezza – qui è quasi profetico – non resta altro che ritrovare le costanti». E quali sarebbero? «Sono due: l’Italia e il nostro territorio, per la sua bellezza, accoglienza e qualità di vita tutta da salvaguardare. Sì, un’Italia certo problematica ma che con i suoi 60 milioni di abitanti e la sua genialità è la quarta potenza economica in Europa. C’è una grande coincidenza d’interessi tra l’area di Milano e quella di Zugo-Zurigo. Sposo dunque senza esitazioni l’idea di un’AlpTransit fino a Milano». Tettamanti non è andato oltre nell’interpretare e coniugare le due costanti,

ma ne ha indicato il vettore – spalleggiando i propositi dei due rettori di USI e Supsi, pure presenti – quello del capitale dell’intelligenza, decisivo per un piccolo spazio di frontiera come il nostro. Idee che circolano – e che già trovano supporto in recenti intraprendenze pubblico-private – recentemente espresse nel «Manifesto per un Ticino ambizioso»6. Tra le tesi quella di un Ticino che anche grazie ai nuovi collegamenti «non deve più essere considerato come terra di transizione tra Nord e Sud, ma deve diventare parte viva e dialogante di una realtà sociale ed economica integrata tra Zurigo e Milano, sfruttando per il suo sviluppo sinergie e complementarità». Le prospettive, se non sono alla decrescita, sono verosimilmente quelle di un riassetto economico, sociale e ambientale7, una sfida carica di difficoltà e incognite ma potenzialmente alla nostra portata, sovranismi permettendo.

6. Presentato a Bellinzona, con il coinvolgimento di tutti i sindaci della «Città Ticino», il 7 ottobre scorso da una ventina di personalità coinvolte in un gruppo di lavoro auspicato dall’allora CEO FFS Andreas Meyer. 7. Ratti, R., «Scenari di governanza politico-economica del Ticino del dopo Covid», epaper di Coscienza svizzera, 1/2020 http:// www.coscienzasvizzera.ch/Pubblicazioni.


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L’Italia povera e ricca insieme: vive bene, il futuro è incerto Il libro porta il titolo «la società signorile di massa»: propone dunque sin dal frontespizio un ossimoro, un non senso: la signorilità non può essere di massa. Perplessità, quindi. Se in prima pagina, in esergo, si inizia con una citazione di Ralf Dahrendorf che dovrebbe dare il tono al saggio, citazione che sostiene: «la società centrata sul lavoro è morta, ma non sappiamo come seppellirla», sa di categorico e antistorico. Provocazione, quindi. Sapere, poi, che il libro tratta dell’Italia, sconvolge per almeno due motivi. Perché è in combutta con la Costituzione italiana (che al primo articolo, caso forse unico al mondo, proclama: «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»). Perché, nel risvolto di copertina, si va oltre, con due interrogativi definiti «essenziali»: l’Italia è un caso unico o anticipa quanto accadrà su larga scala in Occidente? quale sarà il futuro di una società in cui molti consumano e pochi producono? Laboratorio-Italia, quindi, come spesso si sostiene. Ce n’è abbastanza per interessarci al saggio di Luca Ricolfi (sociologo, docente all’Università di Torino, presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume) La società signorile di massa (Teseo, 2019, pag. 267). Che cos’è la società signorile di massa e perché l’Italia ne è un esempio che sembra anticipare altri? Una definizione Alla prima domanda, sintetizzando, potremmo rispondere: una società signorile di massa è una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono senza lavorare al surplus (alla ricchezza ancora crea­ta), sono più numerosi dei cittadini che lavorano. Per un economista, ma prima ancora per il senso comune, è un paradosso o una situazione illogica, che non può reggere, che porta una società, parassitaria, ad esaurirsi presto e non solo economicamente. Si srotola infatti in un’altra serie di ossimori-domande: come associare una minoranza di produttori che lavora e genera surplus e una maggioranza (inoccupata) che accede al

surplus senza contribuire a produrlo; come si riesce a combinare opulenza e stagnazione economica; come può vivere «signorilmente» una società che è a somma zero perché, già matematicamente, i progressi di pochi sono azzerati dagli arretramenti degli altri? di Silvano Toppi

Il non-lavoro dei più Ricolfi dà corpo, in modo analitico e dimostrativo, alla definizione, con l’esempio italiano, e abbiamo così la risposta anche alla seconda domanda. Opera innanzitutto distinzioni importanti. Ci sono cittadini dotati di tutti i diritti di cittadinanza che sono la maggior parte della popolazione residente, la parte restante è costituita dagli stranieri immigrati. La porzione della società costituita da cittadini (nativi o acquisiti) è a sua volta costituita in minima parte da persone che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta e in massima parte da persone che possono essere più o meno ricche, ma comunque non sono povere. «Per definire la società signorile di massa è ai cittadini non-poveri che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione» (che in Italia sarebbero l’87 per cento dei residenti, ma ben il 94 per cento di quanti hanno la cittadinanza italiana, secondo i criteri e le statistiche ufficiali; i poveri sarebbero quindi soprattutto tra gli immigrati). Un’altra distinzione, fondamentale, sta nel fatto che il numero dei nonlavoratori (52.2%) è nettamente superiore al peso dei lavoratori (39.9%). Oltre all’Italia, solo la Grecia ha un tasso di occupazione totale inferiore al 50% (a titolo di confronto, il tasso di occupazione totale in Svizzera, nonostante l’invecchiamento, è del 67%). Ricolfi rileva quindi subito la presenza di un’ampia infrastruttura che definisce «paraschiavistica» di cui la popolazione straniera è la componente essenziale: in nessuna società avanzata lo scarto tra tasso di occupazione degli stranieri (60%) e quello dei nativi (43%) è così ampio come in Italia (un altro indizio di una società signorile che fa capo agli «schiavi» immigrati?)

Come il bufago A questo punto, anche al lettore non economista e un poco solo attento, si presenta il busillis. Che si annuncia sotto forma di logica, di sillogismointerrogativo. Dato che è il lavoro a creare ricchezza, reddito, potere d’acquisto; dato che si rileva che solo una minoranza lavora a fronte di una maggioranza che non lavora; come avviene l’accesso all’opulenza da parte della maggioranza dei cittadini che non lavora? Quest’ultima, secondo Ricolfi, è proprio «la condizione signorile che diventa di massa». Si diventa «signori» come il bufago (esemplifica Ricolfi): quell’uccello che vive in Africa sui grossi mammiferi, come l’ippopotamo, nutrendosi di larve o insetti che abitano sul dorso della bestia. Deve quindi dimostrare come accade. La dimostrazione è vasta, complessa, dimostrata con cifre, grafici, risultati di inchieste. Con la precisazione, comunque, che la transizione verso una società opulenta avviene solo tra gli anni Ottanta e i primi anni del Duemila. Potremmo semplificare delineandone gli aspetti fondamentali. Quello economico, dapprima. Che è il più importante e muove tutto. Si manifesta in vari modi: il potere d’acquisto medio degli italiani che dagli anni Cinquanta è quadruplicato (fenomeno che discende dai famosi «trent’anni gloriosi» del dopoguerra o a quello che è stato definito «miracolo economico italiano»); l’«enorme ricchezza, reale e finanziaria, che nel giro di mezzo secolo è stata accumulata da due ben precise generazioni» (di chi ha fatto la guerra e di chi non l’ha mai vista), con un elevatissimo tasso di risparmio delle famiglie («il risparmio dei padri», lo definisce Ricolfi) e una forte patrimonializzazione (fatta di casa, depositi, azioni, titoli di stato redditizi). Quello che potremmo definire «istituzionale», poi. Come l’aumento del benessere e della ricchezza, che non è avvenuto solo attraverso una crescita corrispondente della capacità produttiva (del prodotto e della produttività e quindi della maggior quantità prodotta per unità di produzione lavorativa), ma


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con una enorme e irrefrenabile dilatazione del debito pubblico, che ha finito per regalare agli italiani più reddito di quanto ne veniva prodotto. Come la «distruzione della scuola» via via avvenuta con il continuo abbassamento dell’istruzione e con una serie di conseguenze negative: inflazione dei titoli di studio, «tutti dottori», improduttività dell’istruzione (elevato numero di anni per raggiungere un determinato grado di organizzazione mentale), riduzione della mobilità sociale (titoli eccessivi rispetto alle capacità di assunzione, e quindi infoltimento dell’occupazione nell’amministrazione pubblica) con frustrazione collettiva (si moltiplicano aspiranti a posizioni sociali medio-alte, ma il numero di tali posizioni rimane sostanzialmente invariato e cresce anche la disoccupazione…qualificata). I «né-né» e l’eredità attesa Quello che definiremmo «culturale» (nel senso sociologico del termine) è il terzo aspetto. E qui l’analisi è ampia, di dati e descrizioni. Rileviamo ciò che appare più significativo o più conseguente rispetto ai primi due aspetti appena rilevati. Senza il risparmio antecedente dei padri, l’Italia non avrebbe il primato europeo del numero dei NEET (acronimo di «Not in employement, education or training»; gli italiani l’hanno semplificato umoristicamente in né-né). Ossia dei giovani che non lavorano, non studiano, non sono impegnati in alcun percorso di formazione. Sono infatti il 30 per cento, tra i 25 e i 29 anni (per un confronto: in Francia sono il 13%, Germania l’l1, in Svizzera il 7). È in buona parte una «disoccupazione volontaria», che può vivere sulle spalle della famiglia o che gode del privilegio di «darsi tempo»… sino a quando si troverà un lavoro che si riterrà confacente (ad esempio, rispetto alle proprie aspettative e titoli di studio). L’Italia è di gran lunga il paese europeo in cui risulta maggiore l’eredità attesa, ossia la quantità di patrimonio che un giovane può aspettarsi di ereditare al momento del decesso di un familiare più anziano. Dipende dal livello medio di patrimonializzazone delle famiglie, ma è tanto più elevata quanto un paese è ricco di vecchi (maggiori decessi) e povero di giovani (meno eredi). E l’Italia, in Europa, è al primo posto come peso degli anziani,

all’ultimo come peso dei giovani e al quarto come livello di patrimoniliazzazione (combinando questi fattori, fatto 100 il livello medio degli altri Paesi europei, l’Italia si situa a 175.8, seguita da Belgio, Francia e Olanda). Qui il punto è che una società nella quale il flusso successorio è così atteso e così ampio non può che comportarsi in modo diverso da come farebbe senza quel flusso. In particolare: ricorso alla ricchezza accumulata e contrazione del risparmio, accentuatisi negli ultimi dieci anni, dopo la crisi (sino a raggiungere un minimo storico). Insomma, tendenza a consumare ora e subito e a far fuori anche l’eredità lasciata da nonni e padri. Dal possesso all’uso Le conseguenze più appariscenti (e qui entra maggiormente l’aspetto «culturale») si riscontrano nel cambiamento avvenuto, negli ultimi anni, nel nesso tra consumo e reddito disponibile. La descrizione di Ricolfi è ampia, «sociologicamente» esemplificata e concorre a dimostrare l’esistenza… della società signorile di massa: di quanti si fanno facilmente o in apparenza signori senza averne i presupposti. Rientrano quindi: la dilapidazione del risparmio e della ricchezza accumulata dai padri (che la crescita del flusso successorio rende sempre più agevole); l’indebitamento, ricorrendo al credito al consumo (pagamenti a rate) che esplode; il buttarsi a capofitto nel mondo di sconti, promozioni, outlet che permettono a chiunque di inseguire alta moda e lusso (creando l’esasperazione dei meccanismi di competizione); l’evasione delle tasse che funziona sempre bene e restituisce un reddito aggiuntivo gratuito. Ma l’opzione più importante, e forse decisiva perché «è il tratto più visibile della mente signorile», è data dal passaggio dalla cultura del possesso a quello dell’uso, azzerando così gli acquisti di beni che richiedono preventivo possesso di capitali (e cioè affitto di una seconda casa, vacanze pagate a rate, auto o due auto in leasing e persino smartphone, e via con tutte le trovate «finanziarie» dal nome inglese: buyback, car sharing, abbonamenti tv on demand ecc.). Non è quindi casuale, ma pressoché conseguenza la constatazione dell’aumento di due particolari consumi cui si ricorre nella disperazione di reddito mancante. Quello del

gioco d’azzardo aumentato del 110% dagli inizi del nuovo secolo a oggi, consumo dissipatorio, creante una dipendenza patologica di massa, quasi possibile sostituto del reddito da lavoro. (Si spende tra l’altro più nel gioco d’azzardo che nella sanità pubblica). Quello delle sostanze illegali, che ammonta a oltre 15 miliardi (poiché si contano 8 milioni di consumatori, il consumatore medio spende comunque quasi 2.000 euro all’anno in sostante psicopatiche). Individualismo e vittimismo Insomma, la classica «vita di sacrifici», che aveva quasi un marchio italiano (in particolare per farsi la casa, come capitava soprattutto agli emigranti), associata un tempo a quella di «italiani grandi lavoratori» (esportata da noi da valtellinesi, bergamaschi, falciatori, minatori, muratori, ecc.) è completamente uscita dall’orizzonte. Domina il carpe diem di oraziana memoria («e non chiedere agli dei quale fine ci abbiano assegnato e non consultare gli oroscopi babilonesi», diceva anche Orazio), che è l’emblema… della società signorile di massa. Condito con l’individualismo sinonimo di egoismo, materialismo, relativismo morale, self-interest. L’individualismo ha raggiunto in Italia punte che è «difficile osservare in altri paesi», dice Ricolfi. Riscontrabile anche dal numero di auto e telefonini per abitante, dalla resistenza a fare figli, dall’espandersi del lavoro autonomo, dalla scarsa propensione a «fare sistema», sino all’elusione sistematica delle regole, alla mancanza di senso civico, al ricorso a soluzioni individuali per problemi collettivi, ai vandalismi sul bene comune. Ci sarebbe ancora altro, ma ce n’è abbastanza, con dati sempre dimostrativi, per farci capire che la società signorile di massa non è un ossimoro ma una realtà. Forse una variante della mentalità individualista, di cui ha tratti fondamentali, ma una variante che assume una propria fisiononia speciale e riconoscibile. Incarnata nell’Italia di oggi, una repubblica non fondata sul lavoro ma sulle rendite. Che rifiuta di prendere coscienza di sé perché se lo facesse «i suoi cittadini non potrebbero più raccontarsi come vittime», come perlopiù fanno, ma dovrebbero riconoscere le grandi ombre del benessere, compresa l’infrastruttura paraschiavistica, in buona parte assicurata dagli immigrati, che è tra l’altro mo-


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tivo di profitto politico-elettoralistico per l’apparenza e il disturbo, non per la sostanza e per il paradossale contributo che dà appunto alla società signorile di massa (come in badanti o colf che sono arrivate ormai a coprire il 50% del noioso lavoro domestico o in raccoglitori nel settore agricolo, senza i quali si dimezzerebbe l’agricoltura). Come andrà a finire? Se lo chiede l’autore nel capitolo finale. E forse in maniera un poco spiccia, tanto gli sembra logica la conclusione. I soldi finiranno e se nulla cambia «la verità è che il giovin signore ha fatto male i suoi calcoli». Anche perché la vita si allunga. E non sarà il progresso tecnico a togliere l’impiccio con i robot nuovi schiavi. Non sembra proprio che la prosperità conduca alla fuoriuscita dal lavoro e si possa quindi pretendere di continuare ancora a lungo ad essere signori (parassiti o sperperatori) senza darsi da fare altrimenti. Ci è ovviamente difficile o non siamo neppure in grado di contestare cifre, grafici, inchieste su cui si basano le riflessioni e conclusioni di Ricolfi. Tratti comunque da dati ufficiali, italiani o europei. Diamoli quindi per attendibili. Come uscire da una situazione che può portare solo al peggio? La risposta di Ricolfi è debole, carente e miope. Perché considera solo l’aspetto economico del problema, che ne è una parte o una conseguenza prima ancora che la causa. L’autore si limita infatti a sostenere: «ecco perché il ristagno della produttività è il nostro problema centrale; finché questo dato di fondo non cambierà, pensare di poter galleggiare sul benessere conquistato resterà un’ingenua illusione». Ed è ancora e

solo una risposta da mercato, da competitività. Oppure, più in concreto, bisogna rendersi conto finalmente «che da mezzo secolo viviamo al di sopra delle nostre possibilità». Sottinteso e dimostrato: dilapidando quello che hanno accumulato due generazioni negli «anni gloriosi della crescita economica» e ricorrendo oltre ogni misura sostenibile all’indebitamento sia pubblico (il più alto d’Europa) sia privato. Nemmeno un cenno, però, ai nuovi redditieri, i ceti della finanza, che pare non costituiscano un problema di parassitismo per Ricolfi anche se ne sono l’essenza, o alle enormi disparità di reddito e ai primati europei dell’evasione fiscale e all’esportazione di capitali, alla piaga del lavoro nero, alla fuga dei cervelli, sulle scarse risorse assegnate alla ricerca, alla burocratizzazione che complica e paralizza tutto (tipico secolare male italiano che faceva già dire a Flaiano che in Italia la linea tra due punti è un arabesco). Ricolfi, che è stato definito da alcuni, criticamente, «un cattolico liberale», è stato allievo dell’economista Claudio Napoleoni (marxista) e lo rivendica spesso. Anche se è vero, marxianamente, che è la sottostruttura (economia) che fa in buona parte la sovrastruttura (cultura, istituzioni, società ecc.), è però più che vero, questa volta, che se non si cambia la sovrastruttura (la «cultura»), quella che alimenta e mantiene le realtà grandi o minime rilevate e le loro fragilità, c’è poco da sperare nei mutamenti economici-politici e ci si consegna impotenti agli imponderabili della storia a venire.

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Lavoro e religione Ricolfi tenta pure di dirci se è solo l’Italia a essersi trasformata in una società signorile di massa, se è il caso unico o il laboratorio che anticipa il divenire delle altre società e che quindi può suggerire le contromisure. Lo fa con sue analisi, dati e tabelle, applicando gli stessi criteri ad altri 18 Paesi e attribuendo una sorta di punteggio sulla base dei suoi criteri fondamentlali come: peso degli inoccupati, elevata ricchezza, stagnazione economica, presenza NEET, diseguaglianza nell’allocazione del lavoro, peso del tempo libero nella vita, molti anziani, pochi figli per donna fertile. Ne esce che l’Italia risulta l’unico paese che possiede tutti i tratti della società signorile di massa, seguita a ruota dalla Grecia (poi, più lontani, Belgio, Francia, Finlandia ecc.; la Svizzera è posizionata oltre con Norvegia e Danimarca e Svezia e Germania ecc.). Operazione che vale quel che vale scientificamente. Diamola per attendibile. Scaturisce un’osservazione, espressa dallo stesso Ricolfi, che merita rilievo: il numero dei cromosomi del non lavoro varia in funzione della tradizione religiosa. Risulta molto stretto il nesso tra cultura del lavoro e tradizione protestante, mentre il numero dei «cromosomi del non-lavoro» è piuttosto elevato nei Paesi cattolici e ortodossi (Italia e Grecia). Più «biblici» gli uni, meno gli altri? Constatazione che ci riporta dritti dritti a Max Weber e al suo «Etica protestante e lo spirito del capitalismo». A dimostrazione che siamo sempre lì: cultura ed etica. Prima dell’economia, si dovrebbe dire. Luca Ricolfi, La società signorile di massa, Teseo, Milano, 2019, pag. 267.

Premio Brandenberger a Enrico Morresi La Fondazione svizzera Dr. J.E. Brandenberger ha conferito il premio annuale per il 2020 a Enrico Morresi. La motivazione spiega che è stato assegnato al giornalista e studioso di etica dei media per avere «dedicato molti anni di eccezionale impegno alla ricerca di regole e condizioni per promuovere la qualità e l’affidabilità dell’informazione e operato per un giornalismo che sostiene e rafforza la fiducia nelle istituzioni». Enrico Morresi fa parte da

molti anni del comitato di «Dialoghi»; ne siamo lieti e fieri al contempo. È la trentunesima volta che questo premio – dotato di duecentomila franchi – viene assegnato. Irma Marthe Brandenberger istituì la fondazione in memoria di suo padre, il dott. J.E. Brandenberger, inventore del cellofan. Sono stati riconosciuti risultati ottenuti nel campo delle scienze naturali e umane, del lavoro sociale nonché della promozione e promozione della cul-

tura, a prescindere dal genere e dalle convinzioni religiose o politiche dei candidati. La consegna del premio, prevista per il 21 novembre scorso a Lugano, non ha potuto essere celebrata pubblicamente. Il momento festivo è rimandato alla prossima primavera, nella speranza che il Paese sia uscito anche dalla seconda ondata pandemica. «Dialoghi» informerà a tempo debito. a.b./m.n.s.


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TESTIMONI E MAESTRI Pedro Casaldaliga poeta, vescovo, profeta Una ventina di anni fa, Pedro – il «fratello Parkinson» non gli impediva ancora di muoversi – celebrava una Messa nel giorno dei Defunti al «cimitero Karaj» di Sao Félix do Araguaia nel Mato Grosso: il cimitero della gente più povera della regione, quello in cui hanno trovato sepoltura tanti indigeni e tanti senzaterra sfruttati nelle fazendas dedite all’allevamento del bestiame. Alla fine della Messa, il vescovo disse: «Voglio che tutti voi ascoltiate attentamente, perché intendo parlare di qualcosa di molto serio: è qui che io voglio essere sepolto». Ed è lì che sono stati portati i suoi resti mortali, dopo la messa funebre nella cappella dei clarettiani di Batatais, dove l’8 agosto don Pedro si era spento all’età di 92 anni e dopo quella celebrata nel santuario dei Martiri della Caminhada, nella località di Ribeirâo Cascalheira, pure nel Mato Grosso, dove il feretro era stato portato dopo un viaggio di oltre 1.100 chilometri. Il santuario era stato costruito nel luogo in cui, nel 1976, in piena dittatura, era stato ucciso il gesuita Joao Bosco, vicario del vescovo, da un soldato che lo aveva confuso con lui quando i due si erano recati nella sede della polizia militare per intercedere a favore di due donne arrestate e torturate. L’ultimo saluto gli è stato dato il 12 agosto nel Centro Comunitario Tia Irene della sua Sao Félix do Araguaia, dove don Pedro era arrivato alla fine nel 1968, dopo sette giorni di viaggio: allora era solo un piccolo villaggio di seicento abitanti, ai margini del Rio Araguaia. Da lì avrebbe combattuto la sua battaglia a fianco dei poveri: indigeni, contadini, senza terra, lavoratori ridotti in schiavitù, immigrati poveri del Sud. In maniera intransigente: contro il latifondo, il capitalismo, il colonialismo, l’imperialismo. «Contro la politica oppressiva di qualunque impero – scriveva –, la politica liberatrice del Regno», che è «dei poveri e di tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia». «Tutto è relativo, tranne Dio e la fame», avrebbe detto. E, nella sua Ode a Reagan, avrebbe lanciato la sua scomunica: «Ti scomunicano con me i poeti, i bambini, i poveri della terra». Già il primo giorno dal suo arrivo si era trovato di fronte a quattro corpi di neonati morti, lasciati in scatole di scarpe di fronte alla sua casa perché venissero seppelliti. «O ce ne andiamo via da qui oggi stesso o ci suicidiamo, o troviamo una soluzione per tutto questo», aveva detto al suo compagno missionario Manuel Luzon. Da lì a tre anni, nel 1971, avrebbe scritto la sua prima, famosa, lettera pastorale: «Uma Igreja da Amazônia em conflito com o Latifündio e a marginalizaçâo social», una dettagliata denuncia contro i latifondisti. «L’ingiustizia ha un nome in questa terra: latifondo. È l’unico nome vero dello sviluppo qui è la riforma agraria». Già quell’anno, non a caso, un pistolero aveva confessato al vescovo di essere stato assoldato per ucciderlo. Del resto, più volte minacciato di morte, aveva evitato l’espulsione dal Brasile da parte della dittatura solo per intervento diretto di Paolo VI («Chi tocca Pietro, tocca Paolo»). Dopo il suo sostegno al Nicaragua sandinista e alla Cuba di Fidel Castro aveva evitato la condanna da parte di Roma, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, solo grazie all’intervento della Conferenza dei vescovi del Brasile. Quando nel 2003, all’età di 75 anni, Casaldáliga presentò, come richiesto a tutti i vescovi, la sua domanda di rinuncia,

Dio ed io L’accolsi già, nell’ombra, molte volte e l’ho temuta, girando intorno a me, in silenzio. Non era vino nuziale, erano feci, era paura dell’amore, più che l’amata. Però so che verrà. Confido in lei, Amata fedele di tutti e maledetta. Non c’è modo di sfuggire alla sua causa. Senza ora e luogo, l’appuntamento è lei. Verrà. Uscirà da me. La porto dentro da quando sono. Le vado incontro Con tutto il peso dei miei anni vivi. Ma verrà. per passare al largo. E nella scintilla del suo bacio amaro Saremo Dio e io definitivi. gli venne chiesto di allontanarsi dalla prelatura, in modo da non intralciare il successore. Don Pedro si rifiutò, finché il nuovo vescovo, Leonardo Ulrich Steiner, non dichiarò che era benvenuto a Sao Félix. «Oggi, da pensionato, contemplo la vita relativizzando ciò che è relativo in me, nella società e nella Chiesa, e assoIutizzando ciò che è assoluto: Dio e l’umanità», aveva scritto poco prima dei suoi 90 anni, quando, per gli innumerevoli messaggi giunti per il suo compleanno, era stato creato per lui anche un portale destinato a mettere a disposizione di tutti le sue opere, in forma digitale e gratuita (https://independent.academia. edu/PedroCASALDALIGA).In tanti, noti e sconosciuti, lo hanno pianto, ed è facile prevedere che il cimitero abbandonato voluto da don Pedro come luogo della sua sepoltura diventi presto una meta di pellegrinaggi. Sulla tomba del vescovo, l’epitaffio scelto da lui stesso: «Per riposare / io voglio solo / questa croce di legno / come pioggia e sole / questi tre metri di terra / e la Resurrezione!». Claudia Fanti (da «Adista», 12 settembre 2020)

Una voce libera È morto all’età di 91 anni il sacerdote gesuita Bartolomeo Sorge, teologo e politologo di origine meridionale, una voce libera nel panorama cattolico italiano. Da sempre attento ai temi sociali, ha offerto tanti contributi di riflessione riguardo all’impegno politico dei cattolici. Nato a Rio Marina (Isola d’Elba) il 25 ottobre 1929 da genitori di origine catanese, Bartolomeo Sorge è entrato nei Gesuiti nel 1946. Ha diretto per dodici anni «La Civiltà Cattolica» (1973-1985), la più importante rivista della Compagnia di Gesù. Nel 1985 ha fondato l’Istituto di formazione politica «Pedro Arrupe» di Palermo, che ha guidato fino al 1996. È stato anche direttore delle riviste «Aggiornamenti Sociali» (1997-2009) e «Popoli» (1999-2005). Negli ultimi anni è vissuto a Milano, al Centro San Fedele, mentre è morto all’Aloisianum, la casa di riposo dei gesuiti di Gallarate. A Palermo padre Sorge aveva vissuto una stagione particolarmente intensa della sua vita. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta era stato uno degli animatori della «Primavera» della città, grazie alla spinta del movimento «Una Città per l’Uomo» da lui promosso insieme a padre Ennio Pintacuda. «L’esperienza più drammatica e bella della mia vita apostolica», ricordava, «è stata quando ho visto una catena umana di 3 chilometri, uomini e donne, giovani e vecchi che si davano la mano attraversando la città e dicendo «basta con la mafia» dopo le stragi del 1992».


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opinioni

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Per Alberto Lepori novantenne di ferro Quando l’indegna manfrina sulle pensioni ai membri del Governo si sarà calmata non sarà da tacere che l’ex consigliere di Stato Alberto Lepori è in pensione… dal 19751: e vedremo se qualcuno oserà accusarlo di essersi rigirato i pollici in panciolle per tutti gli anni da allora – oppure ci si ricorderà che la vita pubblica non finisce né comincia a palazzo governativo ma germina e cresce nella società che lo circonda. La passione per la politica non fu il primo amore per Alberto Lepori, anche se in famiglia (il padre sindaco di Massagno, lo zio consigliere federale) se ne parlava, eccome. Negli anni degli studi, Alberto fu dapprima dirigente della Gioventù Cattolica Ticinese, che presiedette dal 1950 al 1955. Aderente a «Lepontia», l’associazione degli studenti cattolici svizzeri, conseguì il dottorato in diritto a Berna nel ’54, il giorno in cui «lo zio Peppo» era eletto in Consiglio federale. In politica militava nell’ala giovanile del Partito Conservatore Democratico: la «Guardia Luigi Rossi», in cui egli assunse atteggiamenti meno polemici e più aperti al nuovo che si profilava all’orizzonte politico del Cantone. Forse per questo il consigliere di Stato radicale Franco Zorzi pensò a lui – pur sempre capogruppo del «partito rivale» in Gran Consiglio – come presidente della Commissione speciale sulla Legge urbanistica. Alberto Lepori (e con lui molti giovani ticinesi venuti negli anni Sessanta dall’Azione cattolica alla politica) aveva attinto molto dai circoli intellettuali milanesi e fiorentini: gli uni vicini alla scuola di Giuseppe Lazzati (1909-1986), fautore di un’assunzione di autonomia da parte del laicato nella sfera politica, gli altri attorno a Giorgio La Pira (1904-1977), favorevoli a quella che veniva allora definita «apertura a sinistra». Alberto aveva frequentato l’ateneo milanese negli anni 1962-63. Gli anni Sessanta conobbero la caduta di molte di quelle speranze. Vi si 1. Per la precisione: non si tratta di una pensione ma di una «indennità di avviamento e perdita di guadagno» calcolata sugli anni di permanenza in Governo e che si riceve solo se si ha un reddito inferiore a quello dei consiglieri in carica.

consumò l’ennesima faida cantonticinese – vittima il consigliere di Stato Angelo Pellegrini –, al termine della quale Alberto Lepori fu proiettato, da giornalista e direttore del «Popolo e Libertà», direttamente in Governo. In politica – bocciata la legge urbanistica, ignorato il Sessantotto, terminata l’alleanza radico-socialista – si governava… a vista. Alberto Lepori dovette accontentarsi di dirigere dipartimenti di minore importanza: Giustizia e Polizia. In quegli anni promosse e difese una «legge sul cinema» che aboliva la censura, battuta in votazione popolare per l’insorgere dei cattolici guidati dal battagliero «Giornale del Popolo». Dalla rinuncia alla rielezione, nel 1975, si apre per Alberto Lepori la grande stagione dell’impegno culturale. Dal 1968, la pagina «Dialoghi» ospitata fino allora come inserto mensile dal «Popolo e Libertà» si era trasformata in rivista bimestrale, e Alberto – insieme con le altre figure di spicco dei convegni svolti ogni estate dal 1954, da cui il nome del gruppo – ne era divenuto l’articolista fedele e competente. La rivista ha ricordato quella fase nel numero 163 (ottobre 2000) e nel numero 213 (ottobre-novembre 2010), insieme ai sodali che hanno lasciato il nome a «Dialoghi»: Geo Solari, Mario Forni, don Oliviero Bernasconi, Aldo Lafranchi… A un altro settore si dovrebbe accennare per ricordare l’impegno di Alberto Lepori: il versante storiografico. Egli si impegnò soprattutto a produrre do-

cumentazione sul mondo politico ticinese. Alcuni titoli: «Scritti di Giuseppe Lepori» (Dadò, 1978); «Giuseppe Lepori. Scritti e discorsi con un profilo biografico» (Dadò, 1988); «Uomini nostri. Trenta biografie di uomini politici» (1989); «Il grande esempio di Angelo Tarchini» (L’Incontro, 1998), «Testi e testimonianze di una scelta politica» (Pedrazzini, 2000); «Riflessioni e proposte per una politica alta» (ed. PeL, Pedrazzini, 2000); «Studi di dottrina sociale. Storia e diritto internazionale» (ed. PeL, Pedrazzini, 2003); «5 uomini politici e 10 studi storici» (ed. PeL, Pedrazzini, 2006). Ma si deve dire anche della promozione di studi ancora più ambiziosi attraverso l’Associazione per la storia del movimento cattolico, i volumi pubblicati in collaborazione con Fabrizio Panzera, Michele Ferrario, C. Luchessa, mentre a livello divulgativo egli nutriva la rubrica culturale «Pegaso» sul «Popolo e Libertà», divenuto periodico negli anni Novanta.. Di «Dialoghi» si è detto. Anzi, non si è detto niente, perché sarebbe temerario tentare una rassegna dei suoi articoli, dei suoi studi, dei suoi commenti, lungo il mezzo secolo di vita della rivista. Si dovrebbero consultare i Sommari che, ogni cinque anni, rendono conto di chi ci ha scritto, e su che cosa. La rivista lo saluta con ammirazione e gratitudine, augurandogli di nuovo «Ad multos annos»! Dialoghi


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Quando Alberto tenne testa a Sodano Contro l’intenzione di Pinochet di mettere a morte gli oppositori Il 3 novembre, l’avvocato Alberto Lepori, già Consigliere di Stato, e uno degli iniziatori di «Dialoghi», ha compiuto, e in buona salute, novant’anni. La nostra rivista gli fa i migliori auguri, ricordando qui soprattutto, al di là del suo multiforme impegno sociopolitico, quello specifico in ambito ecclesiale, sia nella Chiesa cattolica in Svizzera, e in particolare nella diocesi ticinese, come pure in campo ecumenico. Questo impegno si è manifestato soprattutto in due ambiti precisi: quello dei problemi legati ai rapporti tra le Chiese e comunità religiose e lo Stato, e, in secondo luogo, nell’elaborazione di una riflessione etico-sociale a servizio della comunità ecclesiale. Così, grazie alla sua eminente e discreta competenza, il Canton Ticino ha fatto passare la «religione cattolica» da religione ufficiale del Cantone a una Chiesa riconosciuta come corporazione di diritto pubblico accanto alla Chiesa sorella evangelico-riformata. Lepori ha concretizzato il suo impegno ecclesiale dapprima nel Sinodo diocesano e svizzero organizzato a seguito del Concilio Vaticano II, e poi soprattutto nell’ambito della Commissione giustizia e pace, organismo della Conferenza dei vescovi per i problemi politici e sociali. Questo organismo, che si china sui problemi legati alla sfera politica ed economica del nostro Paese, prende posizione sui dossier maggiormente attuali discussi in ambito svizzero. Il nostro giurista di Massagno ne ha fatto parte per vari anni come rappresentante della diocesi ticinese. Il sottoscritto, pure lui membro della commissione, ha potuto ammirare direttamente la sua grande competenza e il suo impegno e scambiare, durante le lunghe giornate a Berna, argomenti e controargomenti su vari temi, controversi a quel tempo e in parte ancora oggi. Tornano alla mente le lunghe battaglie sul servizio civile, sull’esportazione d’armi, sui diritti dei lavoratori stranieri e su tanti altri temi della vita sociale e politica del nostro paese. L’eco delle posizioni di Giustizia e pace nell’opinione pubblica dei cattolici svizzeri non era sempre positiva e benevola, ma questo fenomeno non preoccupava particolarmente

il Nostro. Convinto delle posizioni prese dalla commissione, le difendeva coraggiosamente anche là dove il vento soffiava in direzione contraria. Un’iniziativa particolare, proposta e messa in opera da Giustizia e pace a livello europeo, mi diede la possibilità di avvicinarmi ad Alberto Lepori in maniera del tutto originale. La conferenza europea Justitia et pax, su mandato delle Conferenze episcopali d’Europa, formò durante gli anni ’80 del secolo scorso, un comitato di esperti dei diritti dell’uomo da inviare in Cile per esaminare la situazione in questo Paese e per eventualmente intervenire a favore di persone perseguitate a causa del loro impegno nei confronti dei diritti fondamentali. Così ci ritrovammo due volte in Cile, in una situazione di dittatura militare dapprima e in un periodo di lenta transizione verso la democrazia poi. Lepori fu per me, nell’ambito di questa esperienza cilena, un esempio di forte coraggio sia politico che ecclesiale. Osservai il primo negli incontri con le autorità cilene che a fatica cercavano di rispondere alle domande precise ed insistenti del nostro giurista ticinese. Il coraggio ecclesiale si manifestò soprattutto nel confrontoscontro con il nunzio in servizio a quel tempo, Angelo Sodano, diventato poi cardinale, segretario di Stato e decano del collegio cardinalizio, attorno al problema chiave della pena di morte. Pinochet aveva l’intenzione di applicarla nei confronti di 17 «terroristi» implicati in azioni militari contro il potere della giunta. La maggior parte dei diplomatici europei da noi contattati (tra cui l’ambasciatore svizzero) erano impegnati nel fare pressione sul governo cileno affinché non applicasse questa sanzione mortale. La Nunziatura invece brillava per la sua passività e reticenza. Il nostro Alberto si confrontò direttamente con il prelato… Sono passati tanti anni, ma le convinzioni restano. Chi ha l’occasione di incontrare Alberto Lepori durante questi ultimi anni può costatare come egli non abbia per nulla ceduto alla tentazione della rassegnazione, contro i tentativi di rinnovare la vita delle comunità cattoliche, vicine e lontane. Anche le difficoltà locali, come quelle le-

gate all’informazione religiosa e al destino del Giornale del Popolo non l’hanno mai scoraggiato o amareggiato, bensì ulteriormente spronato a cercare vie di rinnovamento. Tanti auguri caro Alberto: abbiamo ancora molto da imparare da Te e dal Tuo impegno. Ti rimarremo vicini, anche e soprattutto in questi tempi di pandemia, dove l’invito a «tenere le distanze» può talvolta essere compreso come un incoraggiamento all’isolamento reciproco e a un ripiegamento individualista. Opus justitiæ, pax! Solo la ricerca della giustizia ci può portare alla pace. Alberto Bondolfi

Informazione manchevole. La «Rivista della diocesi di Lugano» del mese di settembre dedica sei pagine iniziali alla presentazione dell’Istruzione «La conversione pastorale della comunità cristiana al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa», pubblicata dalla Congregazione per il clero. Segue una «breve sintesi» che si apre con la promettente affermazione: «Nella Chiesa c’è posto per tutti e tutti possono trovare il loro posto, nel rispetto della vocazione di ciascuno». Non è il caso (non abbiamo tempo e competenza) per un commento approfondito né dell’Istruzione né della sintesi offerta ai lettori ticinesi; già abbiamo informato («Dialoghi» 263, p. 20) delle vivaci critiche formulate dai vescovi tedeschi. Ma ci sembra necessario avvertire i nostri… dieci lettori (e forse non sono molto di più quelli della rivista diocesana) che l’Istruzione non tiene conto dei diritti dei cattolici ticinesi (e anche, mutatis mutandis, di quelli svizzeri), circa gli organismi di corresponsabilità ecclesiale: in particolare dei diritti dei cattolici ticinesi in materia di partecipazione alla gestione dei beni della parrocchia, diritti elencati dalla Legge sulla Chiesa cattolica del 16 dicembre 2002, che meritava, nella Rivista diocesana, di essere indicata in nota, almeno come «pro memoria», ausilio della… cultura legale di preti e laici ticinesi.


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Il «nuovo» Messale romano: bene – ma i problemi veri stanno a monte Per decisione dei Vescovi svizzeri, la nuova traduzione in italiano del Messale è divenuta normativa anche per le parrocchie ticinesi a partire dalla prima domenica d’Avvento del 2020 (fanno eccezione le parrocchie di rito ambrosiano, per le quali pure è in preparazione a Milano una nuova edizione del «loro» messale). Un certo sforzo è stato fatto in Diocesi per presentare ai fedeli il nuovo strumento, ed è sperabile che sull’esito per ora solo sperato si rifletta già a partire dalle prossime stagioni, visto che non si tratta di un dono caduto dal Cielo (l’abitudine di sacralizzare anche le minime cose è purtroppo sempre presente nella Chiesa) ma del lavoro di persone che con molto impegno si sono dedicate a correggere, a completare, e qua e là a innovare per rendere sempre più viva e accettabile la preghiera delle nostre assemblee, e come ogni lavoro umano è suscettibile di discussione e di eventuali ragionevoli cambiamenti. Le novità importanti e quelle un po’ meno… La novità che fa più notizia è sicuramente la modifica della parte finale del Padre Nostro. Più volte, anche su «Dialoghi» (nn. 202, giugno 2008; 229, dicembre 2013; 256, aprile 217) è stato spiegato perché è difficile sostituire l’espressione «non c’indurre in tentazione», visto che il testo greco dice proprio così. Volendo rispettare lo spirito della pagina evangelica e non solo la lettera, la scelta della locuzione «e non abbandonarci alla tentazione» può essere accettata. D’altra parte, la nuova versione era già adottata nella Bibbia CEI del 2008, e perciò usata nella proclamazione del passo evangelico relativo (Mt 6,13) durante la liturgia. Un altro passo molto conosciuto di cui è stata modificata la versione (pure già in atto nel Lezionario CEI del 2008) riguarda il Gloria, e precisamente il finale «e pace in terra agli uomini di buona volontà». Questa dizione equivocava sul senso dell’espressione, in quanto non della buona volontà degli uomini si tratta ma dalla «buona volontà» di Dio. Accettabile è la versione ora adottata: «e pace in terra agli

uomini amati dal Signore». In verità, il Lezionario del 2007 aveva «e pace in terra agli uomini che egli ama», ma pare che nei repertori cantati quel testo facesse difficoltà. di Enrico Morresi

Le nostre compagne nella fede saranno contente della doppia introduzione del termine «sorelle» da affiancare a «fratelli» nella formula penitenziale del Confiteor. Da ora in poi si dovrà recitare: «confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…». Spiega Pietro Boselli, monaco di Bose: «È oltremodo evidente che integrare l’equivalente femminile all’appellativo maschile […] non è solo fare ubbidienza al principio di realtà ma anche un atto di inculturazione della liturgia in un contesto culturale e sociale dove l’uguaglianza tra uomo e donna è uno dei temi indubbiamente più attuali e sentiti»1. La formula che precede la Comunione («Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo») viene integrata dalla formula: «…beati gli invitati alla cena dell’Agnello» con un rimando, anche se un po’ oscuro al primo ascolto, a Ap. 19.9. Altri miglioramenti riguardano le Preghiere Eucaristiche, a cominciare dall’inizio della Preghiera Eucaristica II e III (e anche di quella «della Riconciliazione»), che sono le più comuni. Chi presiede non dirà più «Padre veramente santo», ma «Veramente santo sei tu, o Padre»… Avremo anche un termine meteorologico: «rugiada», al posto dell’«effusione» dello Spirito sui doni: «Santifica questi doni con la rugiada del tuo spirito» (ros -is, in latino: qui all’ablativo) nella Preghiera Eucaristica II, dove sentiremo anche «Egli, consegnandosi volontariamente alla sua passione» invece di «offrendosi liberamente»; e ancora, invece di rendere grazie «per averci ammessi alla tua presenza», si dirà: «perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza». Più denso di significato teologico è il miglioramento apportato alla P.E. V (detta «svizzera» dalla sua origine). 1. «La Rivista del Clero italiano», 2020/3.

Invece di: «Manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue», si dirà «Manda il tuo Spirito a santificare il pane e il vino, perché questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo». Semplice e chiaro. Vi sono poi altre modifiche, soprattutto nella traduzione delle orazioni, poco adatte per essere annotate qui. Chi ha praticato la Messa in latino ricorda la qualità retorica delle Orazioni del vecchio messale, che tradotte in italiano hanno perso quasi tutto il sapore e in molte chiese, presenti altre varianti, non si sentono nemmeno più. Dopotutto, chi vuole può «dire» la Messa in latino da capo a fondo! I problemi in sospeso: molti e più gravi Dopo il ringraziamento a chi ha lavorato, quasi sempre bene, sui testi del «nuovo» Messale in lingua italiana, è necessario precisare che si tratta di una nuova traduzione del testo, non di una riforma del Messale romano. Chi si aspetta modifiche importanti del rito deve spostare l’obiettivo sull’editio typica, in latino, valida per tutta la Chiesa, innovata profondamente da Paolo VI nel 1951 in applicazione degli orientamenti dettati dal Concilio Vaticano II (1962-1965). L’ultimissima versione dell’editio typica risale a Giovanni Paolo II e all’anno 2002, ma il punto di riferimento per eventuali cambiamenti del rito deve riferirsi alla riforma di Papa Montini. Cominciamo da un paio di problemi che, in definitiva, potranno anche essere visti come minori. Il recupero dell’antica Preghiera dei fedeli, sul modello della Preghiera universale contenuta nel rito del Venerdì Santo, era non solo una buona idea, ma un’ottima idea. Il rito funziona bene nei piccoli gruppi, quando le persone riunite attorno all’altare esprimono intenzioni di preghiera ispirate dal bene comune e dalle proprie esperienze e necessità. Nelle parrocchie invece funziona male, anzi malissimo: è il celebrante che prepara un testo che ha scritto lui


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e ha dato da leggere a un lettore o a una lettrice, più spesso è il foglietto che un’editrice cattolica stampa, valido per Faido e per… Palermo. Uguale negligenza ha prodotto l’abbandono, ormai quasi totale, della possibilità offerta di ricevere il Corpo e il Sangue del Signore nelle due specie del pane e del vino. E di altre cattive abitudini si potrebbe parlare a lungo. Per esempio, del pigro ricorso alla Riserva Eucaristica invece del Pane appena consacrato. Ma… maiora premunt. Cito un passo importante della lezione di Goffredo Boselli già citata alla nota 1: «Di fronte alla lenta ma pervasiva erosione del numero dei partecipanti alle assemblee eucaristiche domenicali, e in particolare alla vistosa assenza dei giovani e soprattutto delle giovani donne, inculturare la liturgia non sarà più solo questione di aggiornamento ma questione di sopravvivenza di fronte a quello che papa Francesco ha più volte definito “non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca”». Tutto questo è visibile ogni domenica e in ogni chiesa, anche della Diocesi di Lugano. «Occorre, con estrema onestà e lucidità, porsi la domanda di quanto la liturgia stessa uscita dal Vaticano II e il modo ordinario di celebrarla creino effettivamente le condizioni necessarie e irrinunciabili per la partecipazione attiva dei fedeli (…) Appare da più parti sempre più necessario interrogarsi se il linguaggio dei testi liturgici e le modalità di formulare la fede che essi veicolano sono effettivamente in grado di coinvolgere i fedeli rendendoli partecipi (…) Oppure è tale ormai il gap tra i riti, i testi, i contenuti, i linguaggi e i modi d’espressione della liturgia e ciò di cui i credenti maturi e consapevoli nutrono la loro vita di fede, da renderli rassegnati ad assistere alle celebrazioni senza in realtà prendervi parte, eccetto che per l’ascolto delle Sante Scritture e soprattutto del Vangelo nella liturgia della Parola?». I passi da fare… Il monaco Boselli conclude invitando a fare della liturgia non soltanto il tema di dotti convegni ma soprattutto «laboratori dove si sperimenta, si elabora, si ricerca iniziando in primo luogo da nuovi testi per la liturgia e un’altra gestualità rituale». Boselli non è un canonista, e si ferma qui. Ma viene in mente subito la questione dei ministeri, come siano da aprire finalmente (dal diaconato all’episcopato) agli uomini e alle donne con pari dignità, o

Una versione alternativa? L’articolo qui a lato riguarda il Messale di Paolo VI – di cui si celebra il cinquantesimo –, che innovava profondamente l’ultima versione della Messa precedente il Concilio: quella voluta nel 1962 da papa Giovanni XXIII, più che altro per modificare una preghiera del Venerdì Santo sugli Ebrei. Si pensava che quell’ultimo di tanti ritocchi praticati dal tempo di papa Ghislieri fosse destinato ai musei in ricordo del «papa buono» poiché tutto quel messale era ormai superato dalla versione post-conciliare. Ma, con una decisione molto criticata, papa Ratzinger, Benedetto XVI, lo trasse dal dimenticatoio nel 2007 con il motu proprio «Summorum pontificum». Nel documento di papa Benedetto il messale promulgato da Paolo VI è per fortuna definito «espressione ordinaria» della lex orandi ma quello prima del Concilio risulta riammesso come «espressione straordinaria». Che il come minimo si debba almeno cessare di istituire canonicamente al lettorato e all’accolitato solo e sempre dei seminaristi – visto che in chiesa, finalmente e fortunatamente, le donne non fanno più solo le pulizie… I presbiteri dovrebbero darsi pena per spiegare ai fedeli il senso dei cambiamenti proposti, ma anche parlare più spesso del senso di quel che si compie attorno all’altare. A meno di pensarla come quel buon parroco che nel 1965, avendo io chiesto che parlasse dei nuovi riti, rispose: «Ma son cose di noi preti!». Accade che battesimi celebrati durante la messa domenicale siano condotti… a spron battuto perché bisogna stare negli orari, sciupando l’occasione offerta a tutti gli astanti (sennò che senso avrebbe farlo la domenica?) di crescere nella comprensione di quel rito bellissimo ma in apparenza un po’ astruso. I vescovi dovrebbero far uso di tutte le facoltà inerenti alla loro condizione (rivalutata dal Concilio dopo essere scaduta a quella di meri rappresentanti del papa) per adottare, almeno a titolo sperimentale, i necessari adattamenti. La «messa del vescovo», celebrata in domenica e nella sua cattedrale, rimarrebbe il modello e la sola in cui tutto ciò che è prescritto è praticato, anche per uno scrupolo di unità nei confronti

«vecchio messale» sia divenuto di fatto un’alternativa praticabile lo conferma un’Istruzione recentissima (2021) della Commissione vaticana «Ecclesia Dei»: i sacerdoti possono scegliere tra l’uno e l’altro e i fedeli possono chiedere al proprio parroco quale usare. Con tutto il rispetto per papa Benedetto, un equivoco e un rischio di scisma – se davvero la lex orandi è pure lex credendi. Come andrà a finire? I più severi prevedono il decadere di… entrambi i messali, ugualmente travolti dalla crisi dei riti. Durante la campagna informativa che ha preceduto da noi l’introduzione del «nuovo messale», della versione rilanciata da papa Benedetto non è stata fatta parola. Ma si sa bene che, anche in Ticino, vengono celebrate messe secondo il vecchio rito, di cui è menzione (luoghi, orari) nell’orario delle celebrazioni che i giornali pubblicano ogni sabato. del legislatore romano. Sarebbe cioè la «messa-modello». Non solo, perciò, sarà il repertorio dei canti a venir modulato secondo l’età e al carattere delle diverse parrocchie e assemblee. Salva la triade istitutiva: Parola-EucarestiaComunione, la Santa Cena potrebbe venir ristrutturata secondo i luoghi e le necessità. Come si vede, una liturgia rinnovata non è questione solo di traduzioni dal latino. Un pastore ecumenico. È morto a Lugano il pastore evangelico riformato Otto Rauch, vittima della pandemia di COVID-19. Rauch è stato un esponente significativo della minoranza protestante nella Svizzera italiana e un pioniere nel campo ecumenico. Figlio dell’emigrazione engadinese in Italia, nato nel 1936, è stato pastore in Val Bregaglia e in Val Poschiavo. Trasferitosi in Ticino, è stato coordinatore delle trasmissioni evangeliche alla Radiotelevisione della Svizzera italiana, segretario della Chiesa evangelica riformata nel Ticino e pastore a Lugano fino al 2001. Tra le sue opere più importanti va annoverata la traduzione ecumenica della Bibbia in lingua italiana, alla quale ha partecipato insieme a un gruppo di esperti cattolici e protestanti.


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La nuova Messa come io la vorrei (Per una eucarestia partecipata) Oltre cinquanta anni fa, il Concilio vaticano II aveva aperto la liturgia della Chiesa cattolica, in particolare la cosiddetta «Santa Messa», a una maggiore comprensione da parte dei partecipanti, generalizzando la traduzione «in lingua corrente» delle preghiere. Innovazione che aveva suscitato largo consenso, favorendo una migliore partecipazione allo svolgimento della cerimonia. Ma oggi che cosa resta di quella partecipazione e delle innovazioni introdotte o permesse dal Vaticano II? Basta partecipare a una normale liturgia domenicale in molte parrocchie (la mia esperienza è limitata al Ticino, forse altrove la situazione è diversa) per costatare che la maggior parte dei presenti assiste (e non partecipa che limitatamente) ai diversi momenti della liturgia, e per molti la Messa più che una cerimonia collettiva è un’assistenza di tipo individuale, un tempo per una preghiera in gran parte personale più che collettiva. Molte le cause: ignoranza sul significato dei gesti e difficoltà di comprendere le preghiere, che si presentano con formule del passato, spesso ripetute meccanicamente. Ciò vale generalmente per i partecipanti anziani che hanno avuto una educazione/informazione cristiana in gioventù: per i giovani e i ragazzi (sempre pochi, se ci sono…) in gran parte incomprensibile o quasi.

alla porta della chiesa a dare il benvenuto ai partecipanti, mentre poi questi, dopo aver preso posto nei banchi, si salutassero tra loro con una stretta di mano o almeno con un sorriso. Confessione e assoluzione La liturgia si apre con la confessione dei peccati (il confiteor) e poi l’invocazione del perdono (il Kyrie, ovvero Signore pietà): tali preghiere sono diventate una abitudine ripetute spesso senza alcun coinvolgimento personale. Sarebbe invece utile che il prete (che è il presidente/presbitero/ ministro/servitore, non il padrone del sacro…) invitasse l’assemblea prima a un momento di silenzio, per un esame personale delle colpe commesse, vicino o lontane, e poi indicasse un motivo di pentimento comune, richiamando circostanze locali o più o meno lontane, quale popolo solidale per le quali tutta l’assemblea chiede perdono al Signore. A questo momento si dovrebbe riprende un rito, a suo tempo praticato (ma è ancora previsto?), della benedizione con l’acqua e il celebrante che percorre tutta l’assemblea (come fanno gli ortodossi), non limitandosi ad aspergere dall’altare i chierichetti (se ci sono…). Inizia la lode al Signore

Non è il caso di qui esemplificare, perché il mio intento è di proporre e sollecitare una diversa presentazione della tradizionale liturgia che certamente non sarà realizzata dalle modeste modificazioni recentemente apportate ad alcune preghiere.

Segue il GLORIA, recitato o cantato, che tra le preghiere è certamente quella più… comprensibile; ma ci sono anche alternative più moderne, che sono state elaborate in altre circostanze o da particolari comunità. E sarebbe utile talvolta sostituire i testi, per… risvegliare l’attenzione.

Invito alla cena del Signore

In che cosa crediamo

Senza stravolgere l’attuale liturgia, si potrebbero, a mio parere, introdurre alcuni cambiamenti nella presentazione dei vari momenti, a cominciare dall’abolizione della indicazione di «messa» (che viene dal finale in latino: «Ite missa est», cioè, andate la cerimonia è finita), mentre sarebbe ben più attraente l’invito «alla cena del Signore»! E ancora, prima di iniziare la liturgia, sarebbe simpatico che il prete (e magari anche qualche altro responsabile della comunità) fossero

Si arriva così al gruppo delle tre letture (Antico Testamento, san Paolo o altro apostolo, Vangelo), cui segue la «predica» di spiegazione o commento, il credo, proclamazione delle verità che uniscono la comunità. Qui il cambiamento potrebbe essere radicale, anche per tener conto della istruzione media in fatto di religione dei partecipanti. La mia proposta è questa: il celebrante enuncia una verità del credo (che potrebbe essere cambiata domenica dopo domenica), ne

ricorda brevemente dalle Scritture il fondamento e ne spiega l’applicazione; e poi si recita (o canta) la professione di fede che la contiene. Anche a questo proposito, per evitare il «meccanismo» dell’abitudine, sarebbe utile variare il testo, essendo possibile utilizzare diverse formulazione, più o meno ampie: «Dialoghi» ne ha già riprodotte alcune; una l’aveva proposta già Paolo VI e bisogna riconoscere che quelle previste dal messale (e formulate per combattere le eresie dei primi secoli del Cristianesimo!) non sono più adatte alla sensibilità e mentalità attuali. La cena del Signore Si giunge così al centro della liturgia, con il ricordo-ripetizione della Cena del Signore. Si inizia con le «preghiere dei fedeli», che purtroppo sono ormai state sostituite da formule prefabbricate, quando addirittura sono recitate dallo stesso celebrante; si potrebbe invece offrire ai partecipanti, all’entrata della chiesa, un quaderno per formulare intenzioni personali o generali, quaderno che un inserviente (o un qualsiasi presente disponibile) potrebbe portare all’ambone e leggere; oppure il celebrante potrebbe invitare a un momento di silenzio, proponendo una formulazione personale delle preghiere (magari da scegliere tra la diverse del foglietto della celebrazione). Segue la raccolta delle offerte: per evitare la «distrazione» di cercare i soldi nel borsellino o nel portafoglio mentre il prete recita le preghiere, si potrebbe prevedere una raccolta all’entrata della chiesa, disponendo adeguati recipienti antifurto… La presentazione al celebrante del pane e del vino, che già oggi usualmente avviene con una «ridotta» processione degli inservienti, potrebbe essere più partecipata, con un corteo di fedeli con le offerte raccolte e magari altre offerte in natura per i poveri assistiti dalla parrocchia. Segue lo scambio delle preghiere tradizionali tra celebrante e assemblea, il canto del Sanctus e l’offerta a Dio, quindi, senza tante invocazioni di santi più o meno remoti, la rievocazione della pagina evangelica dell’Ultima cena che termina con l’invito di Gesù: «fate questo in memoria di me».


No. 26417 cronaca internazionale

A questo «invito» dovrebbe seguire immediatamente la distribuzione del pane consacrato (un pane più «vero» delle insipide ostie comunemente usate), con la possibilità di intingerlo nel calice. Il «pane» preparato dal celebrante, eventualmente con l’aiuto degli inservienti, potrebbe essere collocato in vassoi sull’altare, con accanto il calice del vino, a disposizione dei fedeli che vogliono assumerli (comunicarsi) personalmente, mentre è da evitare, almeno per gli adulti, la distribuzione del pane da parte del celebrante. Dovrebbe inoltre essere esclusa la distribuzione di ostie «preconsacrate» e prelevate dal tabernacolo: e come se, a una parte dei partecipanti a un banchetto, si servisse il cibo dei giorni precedenti! Commiato gioioso Assunti pane e vino, l’assemblea può manifestare la sua associazione nella preghiera a vivi e defunti (non però cominciando dal clero, «servus servorum») e poi esprimere la sua gioia con un canto festoso, cui segue la benedizione e l’invito ad annunciare la Buona novella nel mondo. A dipendenza del tempo disponibile, queste e altre modificazioni potrebbero essere introdotte (magari a piccole dosi, per non spaventare i tradizionalisti) nelle liturgie domenicali e anche feriali. Resta sempre la possibilità, in occasioni solenni (Pasqua, Natale ecc.), di celebrare secondo la liturgia tradizionale e manifestare così la partecipazione all’unica Chiesa, partecipazione che, grazie alle novità sopra introdotte e praticate, sarebbe certamente meglio compresa.  a.l.

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Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori ✳ ✷

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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Per l’educazione. Papa Bergoglio ha riproposto lo scorso ottobre all’attenzione di istituzioni, soggetti impegnati nell’educazione e società civile il «Patto educativo» che è riassunto nei seguenti punti: 1. Mettere al centro di ogni processo educativo la persona e la sua capacità di essere in relazione con gli altri; 2. Ascoltare la voce dei giovani per costruire insieme un futuro di giustizia e di pace; 3. Favorire la partecipazione di bambine e ragazze all’istruzione; 4. Vedere nella famiglia il primo soggetto educatore; 5. Educare all’accoglienza verso gli emarginati; 6. Mettere economia, politica e progresso al servizio della famiglia umana nella prospettiva di un’ecologia integrale; 7. Coltivare la casa comune con stili più sobri secondo principi di sussidiarietà, solidarietà e economia circolare.

due anni di indagini. Ciò realizza la promessa fatta dal Papa di fare piena luce dopo le accuse rivoltegli dall’ex nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò, di aver coperto i crimini di McCarrick; Bergoglio ha fatto aprire il processo canonico che ha portato alla condanna dell’ex ecclesiastico statunitense. Ma McCarrick è un caso che attraversa 35 anni di vita della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, evidenziando lacune profonde. Il Rapporto cerca di comprendere come McCarrick sia diventato cardinale e sia stato designato alla guida della diocesi di Washington. I fatti ricostruiti risalgono fino alla nomina a vescovo nel 1977 e toccano dunque quattro pontificati. Il settimanale diocesano Catholica ne dà ampia informazione sul numero del 14 novembre: chapeau!

Polemica inutile. Il film su Francesco del regista russo Evgeny Afineevsky, proiettato il 21 ottobre al Festival del Cinema di Roma, si è trasformato in una bomba… cartacea, per via di uno spezzone nel quale il Papa rivendica per le persone omosessuali il diritto «a stare in una famiglia» («sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia», «Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo») e, soprattutto, sostiene la legge sulle unioni civili affermando «in questo modo avrebbero una copertura legale», dichiarando «io l’ho sostenuto». Affermazioni forti, espresse forse per la prima volta in modo incontrovertibile e netto, che esplicitano una posizione già nota da tempo: la netta distinzione tra unioni civili e matrimonio omosessuale, con il rifiuto di quest’ultimo, in forza del magistero ecclesiale che vede nella famiglia fondata su un uomo e una donna l’unico modello di famiglia. Niente di nuovo, ma solo l’ignoranza (o la malafede) di strumentali oppositori a papa Francesco che ne hanno fatto oggetto di polemiche ingenerose, faziose e… inutili.

Centenario femminile. Da un secolo le donne hanno vista riconosciuta la parità anche a livello ministeriale, all’interno della Chiesa anglicana: un secolo ricco di dibattito, di passi avanti ma anche di difficoltà e resistenze. In prima linea e pioniera di questo percorso è stata la Chiesa episcopale statunitense (ossia la provincia Usa della Comunione anglicana), da sempre storicamente la componente più avanzata e progressista della compagine anglicana: al suo interno, infatti, venne ordinata la prima donna prete, poi la prima donna vescovo e il primo vescovo dichiaratamente gay. Ne ha tracciato la storia della lenta conquista dei ministeri ordinati femminili nella Chiesa episcopale e, più in generale, nella Comunione anglicana nel fascicolo di «Adista» (n. 36 del 17 ottobre 2020) la rev.da Maria Vittoria Longhitano, presbitero della Chiesa episcopale – venne ordinata nel 2010, prima donna-prete italiana, a Roma, in una chiesa della Comunione Anglicana – nonché parroco della Comunità Gesù Buon Pastore di Milano, e responsabile della Fraternità Carmelitana S. Maria del Monte Carmelo, da lei fondata.

Vergognosa vicenda. Il caso dell’ex cardinale e arcivescovo di Washington Theodor McCarrick, privato da papa Francesco dello stato clericale a seguito di abusi sessuali anche su minori, è contenuta in un rapporto di 445 pagine pubblicato dalla Santa Sede, dopo

Ancora un maschio. Papa Francesco, pur fautore della promozione delle donne nella Chiesa, ha nominato ad arcivescovo di Lione mons. Olivier de Germay, non prendendo in considerazione l’autocandidatura della biblista francese Anne Suopa (vedi «Dialoghi


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262»). Di qui la deplorazione dell’associazione «Tutti Apostoli» che aveva sostenuto la candidatura femminile… Intercomunione secondo coscienza. Nonostante le critiche giunte dal Vaticano, gli organizzatori del 3º Congresso della «Chiesa Ecumenica», la grande riunione cattolica e protestante prevista per la prossima primavera in Germania, vogliono mantenere una possibile ospitalità eucaristica. Il documento teologico «Insieme alla tavola del Signore» è una linea guida per il Kirchentag programmato per il maggio del prossimo anno a Francoforte sul Meno: non si prevede un’intercelebrazione, cioè una liturgia di comunione comune, ma «la decisione personale della coscienza avrà un ruolo importante»; ci saranno culti e messe, a cui ognuno potrà partecipare secondo coscienza. Il 21 settembre è stata resa nota una lettera della Congregazione vaticana per la dottrina della fede al presidente della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Georg Bitzing, in cui viene rifiutata, rigorosamente, la possibilità che protestanti e cattolici prendano parte sia all’Eucaristia sia alla Cena del Signore. A favore dei migranti. Quattordici fra Chiese cristiane e organizzazioni religiose internazionali hanno rivolto all’Unione europea un appello: «Accogliere gli stranieri, costruire un mondo dove diventare umani insieme». Si tratta di modificare il discusso regolamento di Dublino che obbliga il Paese di primo arrivo a farsi carico di chi sbarca. «La solidarietà dovrebbe essere il principio guida che governa la migrazione e in particolare l’accoglienza dei rifugiati. […] Ci aspettiamo che l’Unione europea respinga il discorso e la politica della paura e della deterrenza, e adotti una posizione di principio e una pratica compassionevole basata sui valori fondamentali su cui si fonda l’Unione. […] ln quanto organizzazioni cristiane, siamo profondamente impegnate per la dignità inviolabile della persona umana creata ad immagine di Dio, nonché per i concetti di bene comune, di solidarietà globale e di promozione di una società che accoglie gli stranieri, si prende cura di coloro che fuggono dal pericolo e protegge i vulnerabili». Contro le armi atomiche. Grazie all’adesione dell’Honduras, il Trattato internazionale per la proibizione delle armi nucleari, approvato dall’Onu nel

cronaca internazionale

2017, ha raggiunto le 50 ratifiche, la soglia minima richiesta, ed entrerà in vigore il 22 gennaio 2021. Il Trattato (la Svizzera purtroppo, non è tra i Paesi che l’hanno ratificato), impone il divieto dello sviluppo, della sperimentazione, della produzione, dello stoccaggio, dello stazionamento e trasferimento di armi nucleari e impone l’obbligo dell’assistenza alle vittime e il risanamento ambientale. La cinquantesima ratifica è dunque una tappa fondamentale. Tuttavia, sono molti gli Stati critici nei confronti di questo Trattato, e in particolar modo i governi dei nove Paesi che continuano a detenere e sviluppare armi nucleari: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord e coloro che ritengono di essere protetti sotto quell’ombrello. Gli Stati che aderiscono al Trattato, così come quelli con lo status di osservatori, si incontreranno per una prima riunione il prossimo anno (2021) per prendere decisioni in merito all’attuazione. Debiti e Coronavirus. Più di 140 alti dirigenti di Chiese in rappresentanza di milioni di cristiani in tutto il mondo hanno firmato una lettera in cui si esortano il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale a cancellare i debiti dei Paesi in via di sviluppo che combattono la pandemia di coronavirus. Nella lettera, i leader della Chiesa incoraggiano le istituzioni a mostrare «una leadership coraggiosa» e sostengono che la cancellazione del debito «è il modo più immediato per liberare i finanziamenti necessari per evitare che milioni di nostri fratelli e sorelle vengano spinti inutilmente nella povertà dalla pandemia». «Senza la cancellazione dei debiti, rimane un grave rischio che i Paesi in via di sviluppo non abbiano i soldi così disperatamente e urgentemente necessari per fermare la diffusione del virus». Povertà in Inghilterra. L’Unione battista della Gran Bretagna, la Chiesa di Scozia, la Chiesa metodista, la Chiesa riformata Unita, Church Action on Poverty e altri gruppi religiosi e organizzazioni laiche, hanno lanciato una campagna chiede al Governo di creare un Jubilee Fund che dia sovvenzioni per ripagare e cancellare il debito accumulato dalle famiglie più povere durante il periodo di lockdown. Si stima che 6 milioni di persone nel Regno Unito abbiano contratto debiti a causa del Covid-19.

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Ad essere colpite soprattutto le famiglie più povere, in particolare quelle con bambini o persone con disabilità. La proposta delle Chiese di azzerare il debito trova ispirazione nel principio biblico del Giubileo, che nell’Antico Testamento stabiliva il riposo della terra, la liberazione degli schiavi, il condono dei debiti, e la restituzione ai legittimi proprietari della terra che era stata venduta per pura necessità. Tra marzo e luglio 2020, circa sei milioni di persone non sono riuscite a pagare affitti, tasse comunali e altre bollette domestiche. Inoltre, si stima che 174.000 famiglie in Inghilterra siano già state minacciate di sfratto per morosità accumulata durante il lockdown. Il procedimento di sfratto, sospeso durante il confinamento, è ripartito in Inghilterra e Galles a settembre. Il Governo ha chiesto tolleranza da parte dei proprietari, ma rimane il problema degli affitti arretrati. Super ricchi generosi. I super-ricchi – coloro che hanno a disposizione un miliardo di dollari – sono saliti a 2.189. Hanno potuto approfittare della ripresa dei mercati azionari succeduta al crollo dovuto alle conseguenze dell’epidemia. Il numero più elevato di super-ricchi si trova negli Stati Uniti; seguono Cina e Germania. In Svizzera si contano 37 miliardari, 2 in più dell’anno scorso; le loro sostanze sono salite a 124 miliardi di dollari. A livello planetario, il club dei Paperoni sulla scia del Covid-19 è stato anche più generoso in termini di donazioni. Tra marzo e giugno, più di 200 miliardari si sono impegnati pubblicamente per circa 7 miliardi a sostegno della lotta contro la pandemia. Per curare l’uomo. Raccontò don Pedro Casaldaliga che, navigando sul Rio de las Mortes (nello Stato del Mato Grosso), dovette prendersi cura di un uomo morente. La comunità gli chiese di celebrare una messa. Non c’erano né pane né vino. Non aveva con sé nulla per dire la messa perché, racconta, «io ero andato con la preoccupazione di assistere l’uomo. C’era una piccola taverna lì. Presi dei biscotti e della cafia (simile alla grappa, ndt) e ho celebrato la messa. Ho pensato che fosse una bella messa. La gente mi chiedeva la messa e io ero prete; la Pasqua di Cristo si può celebrare con il vino delle vigne d’Italia o di Spagna, ma se non c’era vino, perché non si poteva celebrare con alcool da canna da zucchero?». (da «Adista» 3 ottobre 2020)


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Classe di ferro. La diocesi di Lugano è stata particolarmente favorita nell’anno 1930: allora vi sono nati ben quattro futuri presbiteri che quest’anno hanno felicemente festeggiato i novant’anni dopo aver esser stati per oltre sessanta anni al servizio dei cattolici ticinesi. «Dialoghi» li ringrazia e li festeggia: sono (in ordine alfabetico) Oliviero Bernasconi, Italo Meroni, Giuseppe Pessina e Vittorino Piffaretti (mentre andiamo in stampa giunge la notizia della sua morte, domenica 6 dicembre). Al magnifico quartetto clericale (omaggiato su «Catholica» il 7 novembre scorso) «Dialoghi» aggiunge nell’omaggio e nel ringraziamento un altrettanto benemerito terzetto laico (sempre in ordine alfabetico) i novantenni Carlo Annovazzi, Alberto Lepori e Giorgio Zappa, pure generosi servitori della diocesi luganese. Ad multos annos per tutti; diceva papa Leone XIII: «non mettiamo limiti alla Provvidenza». Auguri per il centenario. Il 24 ottobre 1920, le donne cattoliche del Ticino, attive nelle associazioni parrocchiali, decidono di costituire l’Unione Femminile; nasceva così il ramo femminile dell’Azione Cattolica. Una data storica segnata da azioni importanti: vengono scritti gli statuti, è istituito un segretariato, sono distribuiti tra le socie 10mila distintivi con il motto In cruce gloriantes. La prima presidente è Maria Viglezio Bianchi di Lugano. A cento anni di distanza, l’UFCT continua la sua missione a favore di parrocchie e della Diocesi. Pure la rivista «Spighe» celebra il centenario di pubblicazione: un primato nella stampa ticinese! L’attuale presidente è la giornalista Corinne Zaugg Maffezzoli; l’anniversario è occasione per guardare al futuro, riflettendo sulle prossime sfide. È in preparazione un libro rievocativo che uscirà l’anno prossimo presso la tipografia Dadò. Presidenza femminile. Rita Famos è la nuova presidente della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERS). È stata eletta, lo scorso 2 novembre, dal Sinodo con 47 voti su 78, contro 25 andati a un’altra donna, Isabelle Graesslé, presentata dalla Chiesa vodese. Rita Famos, pastora zurighese cresciuta nel Canton Berna, 54 anni, sposata con il teologo Cla Reto e madre di due

figli, è la prima donna ad accedere alla più alta carica della Chiesa evangelica in Svizzera. Dal 2013 a oggi, la nuova presidente della CERS ha diretto il dipartimento che coordina la cura pastorale nella Chiesa riformata cantonale di Zurigo. Per un biennio, nel 2013-2014, è stata anche presidente della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera. In questa veste aveva presieduto, il 21 aprile 2014 a Riva San Vitale, la celebrazione che estendeva il riconoscimento del battesimo a diverse Chiese appartenenti a quell’organismo. Lugano assente. La «Rivista della diocesi di Lugano» del mese di ottobre reca un comunicato stampa sull’incontro con una delegazione del Consiglio delle donne della CVS (Conferenza dei Vescovi Svizzeri) e della Lega svizzera delle donne cattoliche, dal titolo «Siamo all’inizio del cammino». Vi si legge: «La CVS, una delegazione del Consiglio delle donne della CVS e una delegazione della Lega svizzera delle donne cattoliche (LSFC) si sono incontrate, lo scorso 15 settembre 2020 in occasione della 329a assemblea ordinaria della CVS a Delémont/JU. L’incontro si è svolto nell’ambito del progetto “In cammino insieme per rinnovare la Chiesa”. Non tutti gli obiettivi che la CVS e la LSFC si erano posti insieme hanno potuto essere raggiunti. Ma l’incontro si è rivelato fruttuoso, nonostante tutto. Se ciascun vescovo già dialoga con uomini e donne sulla questione del rinnovamento della Chiesa e se alcune rappresentanti della LSFC discutono già con diversi vescovi, specialmente con mons. Denis Theurillat, responsabile della questione delle donne nella Chiesa e presidente del Consiglio delle donne della CVS, questo incontro storico tra la CVS, la LSFC e il Consiglio delle donne della CVS resta tuttavia una primizia». Il comunicato termina con queste considerazioni: «Le attese nei confronti di una Chiesa costruttiva e vivente, nella quale i rapporti sono egualitari, rispettosi e aperti, sono stati discussi senza, tuttavia, giungere a risultati concreti. Lo stesso vale anche riguardo alla formulazione di auspici nell’ambito del progetto “In cammino insieme per rinnovare la Chiesa” e delle modalità di conduzione. Si è, insomma, consapevoli che un cammi-

no va fatto, continuato e portato avanti insieme. Ma si è anche consapevoli che si è solo all’inizio del cammino». Fin qui nessuna notizia sulla Rivista diocesana circa la partecipazione della Diocesi di Lugano a questa iniziativa dei Vescovi svizzeri: eppure non mancano facili comunicazioni tra il Ticino e l’Oltralpe, ora anche con la «galleria di base», la più lunga galleria ferroviaria del mondo! C’è la galleria, ma… manca la base? Prete nonno. Padre di sei figli e nonno di dodici nipoti, Max Kroiss, 76 anni, è curato di Urdorf (Zurigo). Dopo una vita attiva come uomo d’affari in Baviera (Germania), mentre la moglie dirigeva uno studio medico, a più di cinquant’anni decide di mettersi al servizio della Chiesa e, con la moglie, studia teologia presso un collegio dei gesuiti e trova impiego come agente pastorale in Svizzera, nel 2003, a Urdorf. Rimasto vedovo nel 2008, riprende gli studi e viene ordinato prete nel 2009 dal vescovo di Coira, e quindi, nel 2011, curato a pieno titolo. In occasione del 75mo compleanno, tutta la famiglia si è riunita per festeggiarlo; non mancava neppure la suocera di 96 anni! Aumenta la disoccupazione. Tra il terzo trimestre 2019 e lo stesso trimestre del 2020, il numero di persone occupate in Svizzera è diminuito dello 0,4% (-21.000). Le ore di lavoro settimanali effettive per ogni persona occupata hanno inoltre subito una flessione del 2,7%. Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione ai sensi dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) è salito sia in Svizzera sia nell’UE dove si attesta al 7,4%. In Svizzera nel terzo trimestre 2020, le persone occupate erano 5,080 milioni (le persone in lavoro ridotto sono considerate come occupate). Il numero degli uomini occupati è calato dello 0,3%, mentre quello delle donne dello 0,5%. In termini di equivalenti a tempo pieno (ETP), tra i due trimestri considerati, l’occupazione totale è rimasta stabile (+0,0%; uomini: -0,5%; donne: +0,8%). Tra il secondo e il terzo trimestre 2020, una volta corretto secondo le variazioni stagionali, il numero di persone occupate e quello di ETP sono aumentati rispettivamente dello 0,7 e dello 0,9%. Tra il terzo trimestre del 2019 e quello del 2020, il numero di persone occupate di nazionalità svizzera è diminuito dello 0,8%, mentre quello degli occupati stranieri è salito dello 0,3%. Tra questi, ad aver pre-


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sentato la maggior progressione sono i frontalieri (permesso G: +1,9%). Sempre nel terzo trimestre 2020, le persone in Svizzera che risultavano disoccupate ai sensi dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) erano 260.000, ovvero 35.000 in più rispetto a un anno prima. Questi disoccupati rappresentano il 5,3% della popolazione attiva, ovvero una quota superiore a quella osservata nel terzo trimestre del 2019 (4,6%). Tra il terzo trimestre 2019 e il terzo trimestre 2020 la disoccupazione è aumentata sia nell’UE, passando dal 6,5 al 7,4% sia nella zona euro. Tra il terzo trimestre 2019 e lo stesso trimestre del 2020 il tasso di disoccupazione giovanile (persone dai 15 ai 24 anni) ai sensi dell’ILO è aumentato sia in Svizzera sia nell’UE (dal 14,9 al 17,9%) e nella zona euro (dal 15,6 al 18,4%). Tra il terzo trimestre 2019 e lo stesso trimestre del 2020, la durata settimanale effettiva di lavoro di persona occupata si è ridotta del 2,7%. Il calo è stato più marcato tra i lavoratori e le lavoratrici indipendenti (-3,3%) che tra quelli dipendenti (-3,0%). Quanto vale la cultura. Secondo una statistica federale, nel 2018 il settore della cultura comprendeva 63.639 imprese e 66.122 stabilimenti. Rispetto a quelle di tutti i settori economici nel complesso (609.000 imprese, 687.000 stabilimenti), la quota della cultura rappresenta rispettivamente il 10,5% e il 9,6%. Il comparto principale, forte di circa il 30% rispetto alla totalità delle imprese attive in questo ambito, è quello delle Arti visive, seguito dall’Architettura (21%) e delle Arti performative con il 16%. Nel 2018, il valore aggiunto del settore della cultura è stato pari a 15,2 miliardi di franchi, corrispondenti al 2,1% del PIL. Nel 2019 in Svizzera, si annoveravano 312.000 persone attive quali «operatori culturali» in senso lato. Questa cifra corrisponde al 6,3% delle persone attive in Svizzera. L’economia culturale è caratterizzata da una prevalenza femminile. Nel 2019, la quota di donne attive nel settore culturale, era pari al 51%, superiore a quella delle persone attive nell’economia (47%). Tuttavia, rimangono forti le differenze tra donne e uomini riguardo a posizione professionale e salario. Tagli inopportuni. Il numero 11 (Novembre 2020) di «Voce Evangelica» ha denunciato in due articoli i tagli che la Società Svizzera di Radiote-

cronaca svizzera

levisione opererà da 2021 sui mezzi messi a disposizione per le trasmissioni di contenuto religioso. Colpiti, nella Svizzera italiana, risultano i due settimanali: «Strada Regina» (cattolico) e «Segni dei tempi» (protestante), che potranno contare su un quinto in meno delle allocazioni. Anche nella Svizzera tedesca sono state operate riduzioni di budget che mettono in pericolo posti di lavoro. Non risulta toccata la trasmissione di messe e di culti: ma è proprio su questa eccezione che si dovrebbe discutere, perché, dato l’analfabetismo religioso galoppante, è proprio sul raccontare le religioni con le risorse della documentaristica e dell’approfondimento che bisognerebbe puntare. Questi settori implicano una superiore disponibilità di persone e di mezzi. Per la ritrasmissione di culti e di messe possono bastare anche solo pochi microfoni e una telecamera fissa – come l’esperienza nel tempo della chiusura per coronavirus ha dimostrato. E neppure dovrebbe essere sguarnito il fronte dell’informazione, dove le fake news o le scempiaggini da incompetenza dovrebbero essere almeno evitate. Dove ci si informa. Anche se la televisione rimane il canale principale per la formazione dell’opinione pubblica, i social media (YouTube, Instagram, Twitter e Facebook) e i media online si ritagliano uno spazio sempre più importante, specie tra i giovani. Lo rivela uno studio, basato su dati del 2019, pubblicato da Publicom per conto dell’Ufficio federale delle comunicazioni. Nella Svizzera italiana, nella fascia d’età compresa tra 15 e i 44 anni, si nota un incremento tra il 2018 e il 2019 dell’uso dei social media e dei media online. Per quanto attiene al potere sull’opinione, nella Svizzera italiana, RSI LA 1 è in testa, seguita dal «Corriere del Ticino», da Rete Uno e da Facebook, addirittura davanti al quotidiano «laRegione», che precede però YouTube. Giornali in crisi. Malgrado la corsa della popolazione a consultare i media per avere notizie sulla pandemia, le loro entrate continuano a calare. Chi naviga su Internet è raramente disposto a pagare per l’informazione. La crisi del COVID-19 sta spingendo sempre più persone a consultarli e la necessità di attingere a fatti verificati e a notizie affidabili è in aumento. lndipendentemente dall’età, le persone si fidano dei canali di informazione tradizionali. Il 44% degli interpellati

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ha fiducia in loro, mentre solo il 19% ne ha nei social media. Nonostante l’elevata qualità della copertura mediatica della pandemia, l’aumento de numero di lettori non può compensare il calo dei ricavi pubblicitari. Peggio ancora, la crisi sta rendendo oltremodo precaria la situazione finanziaria del giornalismo d’informazione. La corsa dei giovani verso i media tradizionali, registrata in questi mesi, è però solo puntuale. Essi si concentrano su temi di grande impatto, come per esempio lo sciopero del clima o, quando le informazioni riportate dai media sono compatibili con la loro identità o il loro ambiente sociale. Di fronte al calo delle entrate pubblicitarie, hanno guadagnato terreno nuovi modelli di abbonamento online. Ma solo il 13% degli interpellati afferma di essere disposto a pagare per le informazioni che consulta su Internet. Questa quota è aumentata solo di poco nel 2020 rispetto al 2016 (10%). Le giovani donne tra i 18 e i 24 anni sono le più propense a farlo (19%). Un altro sviluppo inquietante per i ricercatori è il costante declino della diversità dei media, Tra il 2017 e il 2019 la percentuale di articoli condivisi da più titoli è più che raddoppiata, passando dal 10% al 21%. Nella copertura della politica nazionale, questa quota è addirittura passata dal 21% al 41%. Mobilità sul lavoro. ln Svizzera, tra il 2018 e il 2019, il 19,2% delle persone che esercitavano un’attività professionale ha lasciato il posto di lavoro. La mobilità è particolarmente accentuata tra i giovani, le persone con un contratto a durata determinata e quelle attive nel settore alberghiero e della ristorazione. Per una persona su cinque il cambiamento di posto di lavoro si traduce in un aumento del grado di occupazione e per una su tre impiegate a tempo pieno in un aumento salariale. Nel 2019 i principali motivi avanzati per i cambiamenti di attività erano, in ordine di frequenza: «condizioni di lavoro non soddisfacenti» (3,0% delle persone occupate nel 2018), «semplice voglia di cambiare» (2,2%), «licenziamento» (2,1%), «fine di un contratto a tempo determinato» (2,0%), «altri motivi»; (1,9%), «pensionamento all’età ordinaria/anticipato/forzato» (1,5%) e «custodia dei figli/altri doveri personali/familiari» (0,7%). Con l’avanzare dell’età e dell’anzianità di servizio, diminuisce la frequenza con cui si cambia posto di lavoro.


No. 26421 cronaca svizzera

Arrivi e partenze. Nel terzo trimestre 2020, la Svizzera ha registrato 3.161 domande d’asilo, il 14,3% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nei primi nove mesi la flessione su base annua è stata del 27,7% (7.753 domande). In settembre, i principali Paesi di provenienza dei richiedenti sono stati l’Afghanistan con 222 domande (+45 rispetto ad agosto), la Turchia (167 domande; +16), l’Eritrea (142 domande; -20), l’Algeria (123 domande). Nel mese di settembre, sono state trattate 1.411 domande d’asilo in prima istanza: 206 hanno portato a una decisione di non entrata in materia (tra cui 151 sulla base dell’accordo di Dublino), 438 alla concessione dell’asilo e 355 all’ammissione provvisoria. I casi pendenti in prima istanza sono 4.433, 171 in meno rispetto ad agosto. Nel mese di settembre, 295 persone hanno lasciato la Svizzera sotto il controllo delle autorità o sono state rimpatriate. La Confederazione ha chiesto ad altri «Stati Dublino» di prendere a carico 381 richiedenti l’asilo e 91 sono stati trasferiti. Da parte sua, la Svizzera ha ricevuto 309 domande di presa a carico e ha accolto 94 persone. Il 29 maggio 2019, il Consiglio federale aveva approvato un piano di attuazione del programma di reinsediamento che prevede l’accoglienza massima di 1.600 rifugiati particolarmente bisognosi di protezione nel periodo 2020/2021. Tra agosto e settembre, la Svizzera ha accolto 254 persone. Svizzeri immigrati. Nel 2019, 2,722 milioni di abitanti in Svizzera (il 38%) avevano un passato migratorio; di questi, oltre l’80% è nato all’estero e appartiene alla prima generazione (2,202 milioni di persone). Tutti gli altri sono nati in Svizzera e appartengono alla seconda generazione (520.000 persone). Il 36% delle persone con un passato migratorio possiede un passaporto svizzero. Della prima generazione di immigrati, poco meno del 50% proviene da Stati dell’UE o dell’Associazione europea di libero scambio (o AELS, ovvero Islanda, Liechtenstein e Norvegia), l’11% da altri Paesi europei. Tra chi appartiene alla seconda generazione, oltre due terzi sono svizzeri, un quarto proviene dall’UE o dall’AELS, l’8% da altri Paesi europei e solo l’1% da Paesi extraeuropei. Negli ultimi 15 anni, la percentuale di persone in Svizzera senza passato migratorio è diminuita di dieci punti percentuali, scendendo dal 70 al 60%. mentre la percentuale di immigrati di

prima generazione è passata dal 23 al 31%, e la percentuale di immigrati di seconda generazione dal 5 al 7%. Longevità. Con 85,2 anni il Ticino vanta la seconda più elevata aspettativa di vita in Europa. A primeggiare, è la regione di Madrid con 85,5 anni. Tra gli uomini, guida la classifica la provincia autonoma di Trento con 82,7 anni, davanti a Madrid. Tra le donne, le regioni con la più alta speranza di vita sono tutte spagnole: al primo posto c’è Madrid con 88,1 anni, seguita dalla Navarra con 87,3. Fra i sessi, a livello continentale, le donne hanno una speranza di vita media di 5,5 anni più elevata rispetto agli uomini: 83,7 contro 78,2. A livello regionale, si constata una speranza di vita più bassa nell’Europa dell’Est: a livello svizzero, per aspettativa di vita, dopo il Ticino si piazza la regione del Lago Lemano (84,2 anni), tallonata dalla Svizzera centrale e Zurigo (entrambe 84 anni), e dal Nordovest (83,9). L’aspettativa di vita media in Svizzera è complessivamente di 83,8 anni, in Europa di 81 anni. Nella scuola. Il cantone Ticino è tra ultimi per la spesa pubblica destinata alla formazione, e come nel 2016, anche nel 2017 è al 24º (e terzultimo) posto per uscite in questo settore in proporzione al PIL cantonale (4%) e retrocede dal 23º al 24º posto per rapporto alla spesa pubblica (22,6%). Sulla transizione tra la scuola dell’obbligo e i molteplici percorsi formativi del post obbligatorio, due tendenze non sembrano subire variazioni: il numero dei giovani che al termine della scuola media esprime l’intenzione di continuare gli studi nel medio superiore supera il 40%, mentre quello relativo agli allievi che si orientano verso una formazione professionale di base tende a diminuire. Per il direttore del DECS, Manuele Bertoli, «le due tendenze non sono di per sé preoccupanti», ma «sappiamo che la percentuale degli allievi di scuola media superiore che subisce una bocciatura al primo anno di liceo è passata dal 18,2% dell’anno scolastico 1998/1999 al 32,1%». Ad aumentare invece è il numero di allievi che prima di conseguire un diploma cambia percorso formativo una o più volte. Anziani e occupazione. L’epidemia di coronavirus ha avuto un importante impatto sul mercato del lavoro e l’incertezza fra i salariati over 50 cresce. Il mantenimento degli impie-

ghi per questa categoria è quanto mai importante, perché sul mercato svizzero si riscontra una penuria cronica di manodopera. «Si percepisce quotidianamente la crescita dell’incertezza fra quadri e dirigenti di oltre 50 anni» secondo un sondaggio fra 791 società e 1.053 quadri senior in diversi settori tra aprile e agosto. Nel quadro della trasformazione digitale, questa categoria fa sempre più fatica a restare integrata nel mercato del lavoro. Nonostante queste difficoltà, gli specialisti non hanno constatato casi concreti di discriminazione. Le difficoltà riscontrate dagli over 50 sono quindi soprattutto di tipo strutturale. «Esistono probabilmente ostacoli strutturali e culturali e problemi con i quali questi professionisti sono sempre più spesso confrontati». Infatti, gli ultracinquantenni rappresentano un quarto della forza lavoro, ma hanno ricevuto la lettera di dimissioni molto meno spesso dei colleghi più giovani (solo il 10%). Inoltre sono meno disposti a cambiare azienda di propria iniziativa. D’altra parte, le nuove assunzioni degli over 50 sono solo il 16% del totale. Sant’Egidio opera anche in Svizzera. A Losanna, per la precisione. Come ci racconta Claudia Antonini, di Zurigo, da dieci anni membro del Consiglio di amministrazione di Sant’Egidio, in Svizzera. Lei e suo marito erano entrati in contatto con la Comunità molti anni fa, a Küssnacht, grazie al sacerdote Karl Wolf. Oggi Claudia Antonini amministra per la Svizzera le donazioni che giungono a sostengo delle attività di Sant’Egidio. In particolare per un vasto progetto di accoglienza per persone con l’Aids in 11 Stati africani. «Un’attività comunitaria vera e propria a Zurigo non c’è», ci spiega. Solo Losanna è sede di un piccolo gruppo di volontari – una dozzina circa – la cui storia è iniziata 25 anni fa e la cui prima sfida furono i bambini del quartiere popolare di la Bourdonette, che avevano bisogno di un dopo-scuola. Grande è stato l’impegno, alcuni anni fa, del gruppo di Sant’Egidio di Losanna per cercare di realizzare, anche in Svizzera, dei corridoi umanitari per far giungere in terra elvetica, in modo sicuro, profughi da contesti di guerra senza che dovessero ricorrere a scafisti privi di scrupoli e mettere in pericolo le loro vite, giungendo però, alla fine, alla conclusione che simili forme di aiuto erano – per il momento, almeno – incompatibili con la legislazione svizzera. (da «Catholica» 24 ottobre 2020)


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Chiudi il rubinetto. In quale ambito, una persona in Svizzera consuma più acqua? Al primo posto ci sono l’uso del water con 40 litri al giorno e il bagno, rispettivamente la doccia, con 35 litri. Al terzo, la cucina con 22 litri. In totale utilizziamo 300 litri di acqua per persona al giorno, incluso il consumo indiretto nell’agricoltura e nell’industria per produrre alimenti e altre merci acquistate. Moltiplicando per i giorni dell’anno e il numero di abitanti, si ottiene un volume d’acqua pari al lago di Bienne. Dagli anni ottanta il consumo si è si ridotto di quasi 200 litri al giorno, ma non si tratta di un vero risparmio, perché l’uso dell’acqua è stato delocalizzato laddove sono fabbricate le merci che comperiamo e sono coltivati frutta, verdura, cereali e olii con i quali prepariamo i nostri pasti. Tenendo conto anche di questo, il fabbisogno in acqua per persona al giorno ammonta a 4.000 litri.

di di animali a un’esistenza indicibile, ma sfrutta anche la situazione di povertà in cui si trovano esseri umani per far accettar loro condizioni di lavoro inumane. Soprattutto bulgari, ma anche tanti rumeni che, pur di portare a casa un salario, lavorano fino a che la pelle gli si stacca dalle dita e per meno di cinque euro all’ora. E che in caso di una pandemia come questa non hanno la possibilità di far valere il loro diritto a proteggere la loro salute. Altro che diventare vegetariani…

Agenti segreti alati. Un gruppo di biologi marini francesi ha scoperto un modo per identificare pescherecci attivi nella pesca illegale in alto mare. Come forse molti sanno, gli albatri seguono i pescherecci a distanza ravvicinata per portar via dalle reti con poca fatica il pesce prima che venga caricato nelle stive. 169 albatri sono quindi stati dotati di uno strumento di misurazione che oltre a segnalare la loro posizione tramite la tecnologia satellitare (gps) ritrasmette i dati radar delle imbarcazioni. Laddove si accumulano i segnali di presenza di più pennuti ma mancano segnali radar di posizione di un peschereccio, significa che questo sta pescando illegalmente. I primi risultati di queste osservazioni sono preoccupanti: più di un terzo delle navi in acque internazionali si rendono invisibili. E forse la pesca non è la sola loro attività illegale.

Nuovo tempo forte. Con il 5° anniversario della Laudato si’ si celebra anche quello del Tempo del Creato, istituito nel 2015 dallo stesso Papa Francesco. Esso inizia il 1° settembre, Giorno del Creato, e termina il 4 ottobre, dedicato al frate di Assisi. L’invito del Pontefice ai cristiani in questo tempo speciale è a riabituarsi a pregare, a riflettere e ad agire per riparare e ricreare relazioni con l’altro e con il creato. La dimensione ecumenica è al centro di questo momento forte che si lega alla proposta del defunto Patriarca ecumenico Dimitrios I del 1989, alle diverse Assemblee Ecumeniche Europee organizzate congiuntamente dal CEEC e dalla CEC, da Basilea (1989) attraverso Graz (1997) fino a Sibiu (2007). Quest’anno, con l’interconnessione e la fragilità umana che la pandemia ha fatto venire alla luce, siamo costretti a prendere sul serio la necessità di vigilare e di assumere atteggiamenti sostenibili a tutela della vita sul pianeta.

Industria della carne. La pandemia di coronavirus ha portato alla luce anche una realtà che si cerca sempre di tenere nascosta: la carne che comperiamo a buon mercato ha costi sociali altissimi. Il macello della ditta Tönnies, in Germania, è balzato in primavera agli «onori della cronaca» per il numero di persone infettate e che si sono ammalate. Abbiamo così scoperto che la logica della massimizzazione del profitto, non solo condanna miliar-

Cucinare in pace. La giornalista e scrittrice Marinella Correggia, particolarmente attenta ai temi della pace, dell’ecologia quotidiana, dello sviluppo sostenibile ha pubblicato un libro di ricette davvero speciale. In esso insegna come cucinare gustosi piatti che non nuocciono alle creature e ai popoli. Come dire: fate la pizza, non fate la guerra.

Meno carne. Secondo le statistiche, in Germania si macellano ormai sempre meno animali. Sia il numero degli animali uccisi sia la quantità di carne prodotta sono calati nel 2019: 763 milioni di capi macellati (circa 8 milioni in meno del 2018) e 8 milioni di tonnellate di carne prodotta (meno 1,4%). A diminuire maggiormente è il

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consumo di carne di maiale e in generale cala anche la redditività di questo settore alimentare. Povere api e ricche multinazionali. BASF, Bayer Crop Science, Corteca Agriscience, FMC e Syngenta sono responsabili dell’estinzione in massa degli insetti. Nel 2018, le 5 maggiori imprese dell’industria chimica hanno ottenuto il 10% dei loro utili con la vendita di insetticidi letali per le api, ossia 1,3 miliardi di dollari. La morte di questi esseri viventi non è solo una catastrofe ecologica, ma costituisce anche un grave rischio per la sicurezza alimentare soprattutto a livello regionale. Infatti, complici legislature deboli e governi fragili o corrotti, questi prodotti sono venduti senza restrizioni soprattutto in Paesi in sviluppo. Natura, misurazioni, politica e cultura. Nel 1708, il medico zurighese Johann Jakob Scheuchzer inizia a prendere nota regolarmente delle precipitazioni: sono le più antiche misurazioni di dati ambientali. A Goldau, canton Svitto, nel 1807 crolla la metà della montagna travolgendo una parte del paese e uccidendo 457 persone: Louis Daguerre documenta l’immensa frana con un diorama, contribuendo a diffondere l’immagine della tragedia. Un’inondazione nell’Emmental nel 1837 è raccontata da Jeremias Gotthelf che ne fu testimone diretto. L’osservazione dell’attacco di afidi sui fiori di ciliegio inizia nel 1894 a Liestal; la sorveglianza sismica diventa una legge federale nel 1914; dopo l’anno delle valanghe 1950/51 (98 morti) l’Istituto federale per lo studio della neve e delle valanghe, creato nel 1959, intensifica la sua collaborazione con la centrale meteo per migliorare l’affidabilità dei suoi bollettini; l’opera della biologa americana Rachel Carson «Silent spring» del 1962 – che descrive le conseguenze negative dell’uso dei pesticidi – è considerata l’inizio della moderna protezione dell’ambiente; nel 1975 la città di San Gallo introduce la tassa sul sacco: è la prima in Svizzera; il 1. novembre 1986 scoppia un incendio in una fabbrica chimica a Schweizerhalle, che porta poco dopo all’Ordinanza sulla protezione contro gli incidenti rilevanti: la pericolosità dei siti industriali diventa un tema politico; le alluvioni dell’agosto 2005 provocano sette vittime e avviando un progetto che sfocerà in un sistema di allerta della popolazione: dal 2015 il resoconto sullo stato dell’ambiente è emesso dal Consiglio federale.


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BIBLIOTECA L’enigma Bergoglio / parabola di un papato Massimo Franco, editorialista del «Corriere della Sera», ha scritto un libro su papa Francesco. È stato distribuito il 24 settembre insieme al quotidiano. Il titolo è «L’enigma Bergoglio, la parabola di un papato». Si tratta di un’operazione editoriale e culturale di spessore anche per il momento particolare in cui si realizza. Franco da sempre scrive di cose vaticane e le sue fonti sono molto estese, così come egli conosce bene la struttura della Chiesa. È lontano dalla ricerca di fatti da condannare (gli «scandali») come Gianluigi Nuzzi e la sua prospettiva non è quella storica di Alberto Melloni. Ma il libro è interessante per la ricchezza di informazioni e tratta le vicende più note che da tempo riguardano il Papa e il Vaticano. Ce ne sono anche di sconosciute o del tutto sottovalutate dai media. Franco interviene da giornalista, a volte da cronista, ma nel suo discorrere, sempre circostanziato, fa trapelare fatti o opinioni attinte a fonti credibili ma che spesso mantengono l’anonimato (come non si può parlare male di Garibaldi così non si può criticare Francesco in pubblico!). Santa Marta è diventata nel tempo «una corte pontificia parallela»; il libro dice, con episodi e persone, come la personalità di Francesco appaia in privato diversa da quella pubblica, a volte imprevedibile o inafferrabile, a volte enigmatica, indotta a scelte sulla base di contatti personali, amicizie o impressioni che si sono rivelate deboli in alcuni casi. I meccanismi decisionali non sono molto chiari: nomine, dimissioni e sostituzioni si susseguono senza che si possa capirne molto la logica o riconoscere i fatti che le determinano. Alcuni parlano di una solitudine istituzionale e addirittura di un Francesco che è diventato o rischia di diventare una specie di papa-re. Da qui il titolo del libro «L’enigma Bergoglio». Sui rapporti coi vescovi italiani la fotografia è abbastanza esplicita: rileva una certa diffidenza da cui sarebbe circondato Francesco. Il suo discorso per una Chiesa in uscita al Convegno della Chiesa italiana a Firenze non è stato recepito, le grandi diocesi sono senza cardinale, l’ipotesi di un sinodo italiano gradita al Papa è ferma. Il

cardinale Ruini, intervistato dal «Corriere» a piena pagina per le seconda volta il 6 ottobre, accredita la destra politica che si proclama cristiana ed è sicuramente il punto di riferimento di un pezzo della Chiesa italiana antibergogliana. Le vicende del cardinale Pell e quella degli investimenti a Londra vengono descritte con particolari (ma il libro è uscito prima degli ultimi fatti: l’esautorazione… finanziaria della Segreteria di Stato). Viene dato spazio al problema dei «due papi»: forse sopravvalutato, in Italia Benedetto XVI non ha il ruolo di cui gode all’estero, dove le strutture di potere del conservatorismo clericale giocano la carta della contrapposizione dei papi. Il libro continua sul «caso Viganò», sul «caso Zanchetta», sulla copertura degli abusi sessuali in Cile, sulla crisi del «consiglio dei nove», che è come paralizzato e incapace nella riforma della Curia (d’altronde fortemente contestata). I capitoli forse più interessanti sono quelli sulla collocazione internazionale del Vaticano tra Occidente e America Latina e sui rapporti con la Cina. L’inizio del pontificato era coinciso con una fase ancora positiva nella gestione del potere in Brasile, Bolivia, Venezuela, Ecuador… Era il momento degli incontri promossi dal papa con i movimenti popolari: poi, con Trump e Bolsonaro, tutto si è fatto più difficile anche perché l’appoggio dei vescovi non è scontato… e ora si profila l’enigma Biden… Con la Cina lo scenario è migliore perché l’accordo del settembre 2018 sarà rinnovato e l’attacco di parte americana non fa che rafforzarlo. Il libro si conclude parlando di un possibile scisma, mi sembra accentuandone le possibilità. È un’ipotesi che all’autore pare servire per accentuare la contrapposizione: chi sta con Bergoglio e chi sta contro. Il libro viene presentato nella copertina come un’indagine «sulla parabola di un papato nato nel segno della trasparenza e di un riformismo radicale e immerso oggi in un incantesimo purgatoriale in cui convivono popolarità e veleni, promesse di palingenesi e scandali, comitati d’affari e gesti di solidarietà». Il titolo è coerente con questa presentazione e lancia un messaggio che è diverso dal sentire di una vasta opinione, non solo cattolica, che invece sta ancora con Bergoglio. Come esprimere un’opinione complessiva al termine della lettura? Se il

testo di Massimo Franco pretende, o vuole essere percepito, come una riflessione complessiva sul pontificato, il mio giudizio è decisamente critico. Esso guarda in gran parte, sicuramente con efficacia e ricchezza di informazioni, alla gestione centrale della Chiesa, e a una fase recente. Ignora del tutto i «processi» (come li chiama Bergoglio) che egli ha innescato o cercato di avviare e che ne qualificano il pontificato. Ignora alcune discriminanti di fondo, dalle quali non si torna indietro: il ritorno al Concilio, la discontinuità coi due pontificati precedenti, la fine della rincorsa a condannare le posizioni critiche nella Chiesa, il lancio della questione ambientale, l’indicazione di una Chiesa «ospedale da campo», «in uscita» e che riparta dalle periferie, le riflessioni sulla Chiesa povera e dei poveri, l’apertura verso situazioni di sofferenza (omosessuali, divorziati risposati), la parole (sempre dure) sulla pace, sulla guerra e sul riarmo nucleare, il tentativo di realizzare eventi sinodali nella Chiesa. Questi processi, questa «linea», attraversano un momento di maggiore difficoltà ma l’enciclica «Fratelli tutti» indica che il percorso continua con tenacia e con spirito evangelico. Vittorio Bellavite M. Franco, L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato, Solferino, Milano, 2020. Aiuto a Betlemme. L’associazione Aiuto Bambini di Betlemme, con sede a Lucerna, finanzia e gestisce il Caritas Baby Hospital di Betlemme, in Cisgiordania. L’ospedale cura annualmente 50.000 piccoli pazienti, in ambulatorio o in clinica. Ogni bambino viene assistito, senza distinzione di provenienza sociale o religiosa. Il concetto di cura coinvolge strettamente anche i genitori; la struttura dispone inoltre di servizi sociali qualificati. Con i suoi 250 dipendenti locali, il Caritas Baby Hospital è un importante datore di lavoro nella regione. Oltre a essere uno dei cardini della sanità palestinese, è anche in prima linea nella formazione di medici e infermieri pediatrici. Solo grazie a generose donazioni, il Caritas Baby Hospital è in grado di portare avanti la sua missione e salvare tante piccole vite. Per informazioni consultate la pagina: www. aiuto-bambinibettemme.ch. Per donazioni: Aiuto Bambini Betlemme, Conto donazioni CP 60-20004-7, IBAN CHI 7 0900 0000 6002 0004 7.


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opinioni

«Fratelli tutti» La nuova enciclica di papa Francesco, preparata e redatta durante la seconda ondata della pandemia, ha avuto una eco che rispecchia le ambivalenze del momento. Da una parte molti cattolici che si ritrovano nella sensibilità teologica ed etica dell’attuale vescovo di Roma hanno salutato positivamente questo scritto, molto personale e non redatto nello stile abituale degli ambienti curiali, mentre altri cattolici (penso a molti fedeli degli Stati Uniti e a settori tradizionalisti in Europa) hanno reagito con una certa tiepidezza. A noi di «Dialoghi» hanno fatto piacere varie reazioni positive di rappresentanti di altre Chiese cristiane, come quella del pastore Eugenio Bernardini, già moderatore della Tavola valdese, quella di Joan Sauca, segretario generale ad interim del Consiglio ecumenico delle Chiese. Alcuni settori femministi hanno rilevato che il titolo avrebbe dimenticato le «sorelle». Ma il testo al suo inizio è una citazione letterale dalle ammonizioni di S. Francesco d’Assisi e il Papa non l’ha cambiato. Non è possibile, in questo breve corsivo, presentare i contenuti del documento. Ci si limiterà a evocare i temi che lo caratterizzano in maniera del tutto originale invitando chi ci legge a riprendere il testo, accessibile facilmente e gratuitamente in linea. Il tema della fratellanza fra tutti gli esseri umani attraversa tutte le varie parti del documento. Non si tratta di un puro sentimento, provato da coloro che si riconoscono nel messaggio cristiano, bensì di un’esigenza universale con cui si possono e devono identificare tutti coloro che hanno a cuore valori morali chiaramente condivisibili. Papa Francesco intende aprire un dialogo in due direzioni: dapprima l’esigenza di fraternità rappresenta un ideale proposto da vari pensatori illuministi e

diffuso attraverso le tre parole della Rivoluzione francese: «liberté – égalité – fraternité». In seconda istanza l’enciclica legge l’esigenza di fraternità come antidoto ad alcune caratteristiche delle società contemporanee, sia nel Nord che nel Sud del mondo. Fondamentalismi e populismi prendono spunto dalle diversità tra gli esseri umani per esasperarle e radicalizzarle invece di dare fiducia alle capacità di amicizia e fratellanza, pure presenti tra le donne e gli uomini del nostro tempo. Il Papa evoca a questo proposito il documento comune ruotante appunto attorno al tema della fratellanza che lui e il grande Imam di Al-Azhar, Aḥmad al-Tayyeb, hanno firmato il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi. Francesco non si limita a formulare principi generali per la convivenza generale, ma presenta problemi concreti che vanno affrontati nella logica di una fratellanza universale: le migrazioni, i conflitti armati, la povertà in pauroso aumento in varie parti del mondo. «Dialoghi» ha offerto una prima ampia presentazione del testo dell’enciclica con l’articolo di Andrea Grillo «Il “de amicitia” di papa Francesco» pubblicato sul numero di ottobre (p. 7). Osiamo sperare che durante i prossimi mesi, anche nel nostro piccolo mondo ticinese, si possano avviare iniziative di lettura comune e di discussione di questo testo. La telematica mette a disposizione strumenti per discutere, pur rimanendo fisicamente separati. Vedremo che cosa riusciremo a fare, esercitando così indirettamente anche un po’ di fratellanza e di sororità tra di noi. L’enciclica è una buona occasione, perché ci sprona a cambiare la nostra cultura sociale e politica, guardando al mondo dal punto di vista degli ultimi, pur abitando e operando in uno dei paesi più ricchi del mondo. a.b.

«Alle radici della comunità cristiana» Il convegno, svoltosi dalla Facoltà di Teologia di Lugano via Zoom il 21 novembre scorso, è stato una bella ed efficace occasione di formazione culturale ad ampio raggio. Assai positivi sono state la qualità formativa degli interventi di teologhe e teologi e il clima relazionale tra gli intervenuti, oltre alla presenza di decine di persone in collegamento, lungo tut-

to l’arco della giornata (la media è stata di 58 contatti contemporanei) e alla fattiva collaborazione organizzativa tra istituzioni diverse. Gli Atti del convegno saranno pubblicati nel prossimo numero di «Dialoghi» (marzo 2021). Chi fosse interessato a riceverne una o più copie aggiuntive rispetto a quella come abbonato, scriva alla redazione.

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In questo numero I corsivi di dialoghi G IMPRESE RESPONSABILI (d.l.) G DIOCESI ALLA ROVESCIA? (a.b.)

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Dossier Ticino-Italia, problemi aperti G L’ITALIA NELLA COSCIENZA DEI TICINESI (O. Martinetti) 3 G L’ECONOMIA SPINGE VERSO RELAZIONI PIÙ STRETTE (R. Ratti) 5 G L’ITALIA POVERA E RICCA INSIEME: VIVE BENE, IL FUTURO È INCERTO (S. Toppi) 8 Articoli G PREMIO BRANDENBERGER A ENRICO MORRESI G PER ALBERTO LEPORI NOVANTENNE DI FERRO G QUANDO ALBERTO TENNE TESTA A SODANO (A. Bondolfi) G IL «NUOVO» MESSALE ROMANO: BENE – MA I PROBLEMI VERI STANNO A MONTE (E. Morresi) G LA NUOVA MESSA COME IO LA VORREI G «FRATELLI TUTTI» G CONVEGNO «ALLE RADICI DELLA COMUNITÀ CRISTIANA»

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Biblioteca G L’ENIGMA BERGOGLIO / PARABOLA DI UN PAPATO (V. Bellavite) 10 G TESTIMONI E MAESTRI G CRONACA INTERNAZIONALE G CRONACA SVIZZERA G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.

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