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261 dialoghi Locarno – Anno 52 – Aprile 2020

di riflessione cristianaBIMESTRALE

Silenzio che piange i morti di virus

Ci ha presi tutti alla sprovvista, il coronavirus. All’inizio l’abbiamo percepito come una malattia esotica, un dramma tutto cinese. Patologia orrenda, sì, ma ancora estranea e lontana, come l’Ebola o la Sars. Poi, con rapidità sconvolgente, è diventato parte – anzi centro oscuro – delle nostre esistenze. È stata la caduta degli dei. Dopo il più duraturo periodo di pace e prosperità nella storia (almeno nella parte di pianeta dove noi viviamo, noi che eravamo andati sulla Luna), siamo precipitati a terra, diventando un po’ più uguali agli altri: ai nostri avi che hanno vissuto l’angoscia della guerra, agl’incolpevoli abitanti di quei Paesi per i quali la violenza e le epidemie sono quotidianità. Il virus, in questo, è stato democratico.

Foto Danilo Mazzarello

Di colpo le strade si sono svuotate e i nostri spazi d’azione si sono ridotti al recinto protettivo delle mura di casa. Abbiamo imparato cosa vuol dire «stato di necessità» misurando a passi la brevità dei nostri appartamenti. È stata una tempesta perfetta per la psiche, come ha osservato lo psicologo Lorenzo Pezzoli agli inizi della crisi. Soprattutto perché l’altro, il nostro simile, perfino il più vicino e amato si è trasformato da punto d’appoggio e di conforto in potenziale minaccia per la salute.

A cinque anni dall’enciclica «Laudato si’» «Dialoghi» propone una rilettura dell’enciclica di Papa Francesco «Laudato si’», con articoli di Simone Morandini, Ernesto Borghi e Daria Lepori. pp. 3-11

Nella narrazione del virus diversi capitoli vanno tuttavia ascritti al Bene. Molto rapidamente ci si è resi conto che nessuno può uscire dall’emergenza da solo. L’interdipendenza è la precondizione della salvezza: senza medici che curano i malati, senza giovani che portano la spesa agli anziani, senza adulti che mantengono i giovani la società s’inceppa e il virus prolifera. Tutto questo ha una profonda valenza etica e politica. La solidarietà, la generosità, l’impegno anche a rischio della vita da parte del personale sanitario immerso tra i contagiati sono l’unica strada percorribile per proteggere il più alto numero possibile di persone. In altre parole è il trionfo pratico del bene comune sul privato e spesso egoistico interesse dell’individuo.


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i corsivi di dialoghi

Da credenti, infine, siamo stati privati per la prima volta da sempre del conforto del culto dei morti. I funerali mordi e fuggi tra pochi intimi sono l’inevitabile conseguenza di misure di protezione lucide, necessarie e assai tristi. Ancor più doloroso il dover lasciar andare i propri cari senza poterli accompagnare nell’ultimo tratto

di vita. È questa, probabilmente, la «distanza sociale» più pesante nei giorni del virus. Un silenzio senza un addio, prima di entrare nell’abbraccio del Padre. Bene ha fatto Papa Francesco ad attraversare una Piazza San Pietro buia e vuota, battuta dalla pioggia, chiedendo conforto per le nostre anime provate. L’indulgenza

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concessa per rimettere i peccati, al di là delle possibili polemiche per una scelta ecumenicamente problematica, è stata un gesto di pura intelligenza emotiva. C’era tutta l’umanità, con lui – un puntino bianco nella notte – a lottare contro le tenebre del male in attesa della Pasqua.  c.s.

i corsivi di dialoghi Populisti e vecchi credenti I tempi eccezionali, come quelli legati ad una pandemia, facilitano anche il manifestarsi di attitudini estreme, che in tempi normali avrebbero meno possibilità di successo. Queste poche righe vogliono mettere in evidenza tale fenomeno in due ambiti distinti ma non necessariamente lontani tra loro. In quello politico il vento populista soffia ancora in maniera forte, anche se deve fare capriole per dare l’impressione di avere un minimo di coerenza. Il presidente brasiliano persiste a negare la tragica realtà del diffondersi del coronavirus anche nel suo Paese e cerca disperatamente cause esterne. Quello americano dapprima nega l’importanza del fenomeno e dà la colpa ai suoi avversari del partito democratico di aver montato l’importanza del fenomeno. Alcune settimane dopo deve ricredersi ma persiste nel ritenere che il suo intervento sia marcato dalla continuità e dalla coerenza. I governi di vari paesi dell’Europa orientale pensano di poter controllare l’epidemia chiudendo ermeticamente i propri confini. Anche in ambito ecclesiale, e in particolare in casa cattolica, si notano fenomeni regressivi che destano stupore e preoccupazione. La frequentazione dei social media (che nel mio caso è fortunatamente ancora modesta) mette in evidenza come siano sempre presenti tentativi di interpretare la pandemia come «castigo di Dio» per i pretesi peccati che caratterizzano le società contemporanee. I rimedi proposti provengono da un arsenale che sembrava oramai scomparso: novene, preghiere a vari santi e forme di pietà che si pensavano superate già dall’ultimo Concilio. Persino in alcuni settori della Curia romana la diminuita presenza di Papa Francesco diventa un’occasione, per gli ambienti tradizionalisti, per rispolverare pratiche liturgiche

del tutto desuete. Fortunatamente l’attenzione critica di vari teo­logi ha portato a reazioni di protesta ancora in corso. Si spera che queste reazioni possano perlomeno limitare il danno. Il fatto che non siano possibili azioni liturgiche alla presenza dei fedeli ha evidentemente toccato fortemente la sensibilità di molti credenti. La loro sofferenza è del tutto comprensibile poiché la fede cristiana non può essere vissuta «da soli», bensì abbisogna necessariamente di un momento comunitario. Le comunità cristiane, di ogni confessione, devono dunque mobilitare la loro creatività e proporre nuove forme di comunicazione e di preghiera comune. Devo riconoscere che quelle in cui sono immerso qui a Zurigo hanno dato esempi molto positivi e con particolare sensibilità ecumenica. Stona, in questo contesto, il recente gesto dell’amministratore apostolico della diocesi di Coira che ha licenziato in tronco il proprio vicario generale per i cantoni della Svizzera centrale. Cattolici della diocesi, in quarantena «attiva», hanno comunque reagito prontamente raccogliendo tre migliaia di firme di protesta. a.b.

Chiesa morosa Esiste una stima risalente al 2016 effettuata dal Gruppo, mai smentita anche perché il Gruppo Re per lungo tempo ha fornito consulenze al Vaticano in ambito immobiliare. Nel mondo, la Chiesa cattolica possiede circa un milione di immobili per un valore di duemila miliardi suddiviso in chiese, ospizi, orfanotrofi, pii alberghi per turisti e pellegrini, terreni e abitazioni spesso date in locazione. Di questi beni immobili, circa il 30 per cento è in Italia e comprende oltre novemila scuole e quattromila ospedali o centri di cura dislocati soprattutto in Lombardia, nel Veneto e a… Roma; secondo la stima del Gruppo Re circa 25mila proprietà di vario tipo si trovano nella capitale. Il Comune di Roma

non sa da dove iniziare per esigere le imposte, come vuole una sentenza europea («Dialoghi» 256, p. 21). Le case sono meno di un migliaio: 725, non sembra un gran numero. Si potrebbe iniziare a incassare qualche cosa partendo da qui; poi… Roma è notoriamente una «città eterna».

Panni sporchi I cattolici romandi sono confrontati con la vicenda di un prete, ben conosciuto e fin qui apprezzato, accusato di aver abusato di un minorenne nel 1998. E il vescovo mons. Morerod (ma allora non responsabile della diocesi) si trova in difficoltà: prima per essere stato sorpreso dalle denunce giornalistiche, e poi avendo scoperto come la vicenda, non completamente ignorata dalla curia da anni, era stata archiviata con superficialità (manca anche la relativa documentazione). Attualmente sono in corso ben tre indagini, tra canoniche e civili, e vale la presunzione di innocenza, della quale non tiene conto la stampa scandalistica. In attesa del punto finale, è tuttavia già fin d’ora da deplorare la superficialità con cui nel passato (e non solo a Friburgo) furono trattati casi consimili dalle competenti autorità ecclesiastiche, specialmente con poca o nessuna considerazione per le vittime e le loro famiglie. E occorrerà definire altrimenti la posizione dei vescovi, chiamati fin qui a svolgere contemporaneamente il ruolo di padre, di responsabile e di giudice dei sacerdoti diocesani, ed essere poi… unico bersaglio della stampa e persino della giustizia civile. Il caso del card. Barbarin di Lione è stato esemplare: è stato chiamato in giudizio per non aver denunciato reati compiuti da un prete di cui allora non era il superiore, mentre oggi i reati risultano prescritti e le vittime sono maggiorenni, in grado di presentare le denunce (come alcuni hanno fatto) e non più necessitanti di protezione. a.l.


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Credere e operare per l’ambiente anche in tempi di coronavirus Scrivo mentre il mondo vive l’impatto del coronavirus, in una fase quindi in cui molte attività sono ferme e chi come me insegna lo fa a distanza, con videolezioni registrate o offerte in diretta: una fase di emergenza, per far fronte alla quale forte è stata la mobilitazione nazionale e la solidarietà internazionale. Poche voci ricordano, però, in questi giorni che c’è anche un’altra emergenza che interessa l’Italia e assieme ad essa l’intero pianeta; un’emergenza che probabilmente ha fatto più morti del coronavirus ed ancor più è destinata a farne: quella climatica. Ma chi ricorda oggi il grido di Greta Thunberg (semplicistico, ma incisivo nel segnalare l’urgenza di un problema)? Chi fa memoria dell’impatto del mutamento climatico sul futuro prossimo? Della vulnerabilità del nostro presente di fronte ad esso1? Eppure, sul fatto del riscaldamento globale non c’è ormai nessun dibattito scientifico. Basta citare il consenso compendiato nei rapporti dell’IPCC (International Panel on Climate Change)2: il mutamento è un fatto, così come la sua natura antropogenica e la varietà dei suoi impatti. E basta guardare agli incendi che nell’estate 2019 hanno interessato Siberia e Alaska, inusitatamente calde, o a quelli che quest’inverno hanno devastato l’Australia; basta osservare lo scioglimento veloce dei ghiacciai della Groenlandia. Un semplice fatto, dunque. Gli esperti non cessano però di parlarne, scoprendone la drammaticità. Solo alcuni testi degli ultimi mesi: – il Rapporto 2019 del relatore su diritti umani e povertà estrema per le Nazioni Unite, Philip Alston, parla di un apartheid climatico, di un’esacerbazione della povertà per lo spostamento delle fasce climatiche3; – lo studio del Breakthrough National Centre for Climate Restoration

1. Rimandiamo, più ampiamente, a M. Mascia - S. Morandini, Etica del mutamento climatico, Morcelliana, Brescia 2015. 2. www.ipcc.ch. 3. https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/ Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=24912& LangID=E.

di Melbourne si chiede se la velocità del mutamento – che si riteneva destinato a manifestarsi soprattutto verso la fine del secolo – non rischi invece di determinare collassi ecosistemici già dal 20504. – la carta dell’Adamello5 evidenzia la triste condizione dei ghiacciai montani, molti dei quali prossimi alla scomparsa (e si pensi agli impatti sull’approvvigionamento d’acqua, sulla sua accessibilità, sulla sua disponibilità per l’agricoltura e la produzione alimentare)… né il fenomeno interessa solo la zona alpina. di Simone Morandini*

Antropocene È chiaro, insomma: il mutamento climatico non è un problema tra altri, ma un meta-problema, da cui dipendono numerosissimi altri (tra l’altro gli scenari relativi alla fame, alla povertà e alla ricchezza nei prossimi decenni). E tuttavia, è solo uno dei segni caratterizzanti questo tempo, che il Nobel per la Chimica Paul Crutzen6 ha invitato a designare come Antropocene: la nuova era, in cui i comportamenti umani sono il principale fattore che orienta le dinamiche biologiche e geologiche del pianeta. Tanti segnali in tal senso: le «isole di plastica» negli oceani; il tasso evolutivamente anomalo di estinzioni di specie (la biodiversità a rischio)7; i molti eventi meteorologici estremi (si pensi alla tempesta Vaia sulle Alpi). La storia di questi ultimi secoli – ma con una «grande accelerazione» dopo la seconda guerra mondiale – vede un impatto crescente dell’agire umano, con una scala e una profondità che aumentano progressivamente, deter4. https://docs.wixstatic.com/ugd/148cb0_90 dc2a2637f348edae45943a88da04d4.pdf. 5. https://webmagazine.unitn.it/news/ateneo/ 65661/firmata-la-carta-dell-adamello-in-difesa-del-clima. 6. P.J. Crutzen, Benvenuti nell’Antropocene. L’uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era, Mondadori, Milano 2005. 7. In tal senso il rapporto IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), www.ipbes. net.

minando una situazione qualitativamente nuova, un’inedita condizione della famiglia umana sulla Terra. Scopriamo, così, di abitare un pianeta vulnerabile, delicato, fragile ed esposto a transizioni (come quando si toglie una vite per volta ad una struttura, finché essa, esaurita la ridondanza, collassa «improvvisamente»). Scopriamo di essere – noi stessi umani – vulnerabili, profondamente dipendenti dal pianeta e dal suo stato di salute. Viviamo la paradossale condizione di una famiglia umana che mai è stata così potente, ma al contempo mai così fragile. Il progetto ordinatore della modernità manifesta qui in modo clamoroso i suoi limiti, nell’incapacità di rapportarsi a quella realtà complessa, delicata e preziosa che è l’ecosistema. Solo ora comprendiamo che siamo vita che vuol vivere in mezzo ad altra vita che vuol vivere (secondo l’indicazione di A. Schweitzer8) e che c’è una solidarietà di destino tra l’umanità e il mondo della vita, nell’esposizione alla minaccia e nella vulnerabilità condivisa. In tale prospettiva l’umanità si rivela – in molte delle sue componenti socio-culturali – ignorante e superficiale nel sottovalutare il nostro radicamento ecologico; imprevidente nel trascurare le conseguenze a medio termine del proprio agire; arrogante nel misconoscere il senso del limite che esse ci impongono; avida, nel costruire un’economia del profitto a breve termine che contribuisce in modo determinante alla crisi socioambientale. Ci scopriamo così (pur in modo differenziato, drammaticamente differenziato) tutti e tutte co-responsabili: fragili vittime, ma anche coinvolti nella stessa devastazione. Come abitare questo tempo? Ma come uscire dalla crisi? E quali prezzi bisogna pagare? Come impatta, in particolare, l’Antropocene sulle

8. È questo l’assioma fondamentale dell’etica della reverenza per la vita presentata in A. Schweitzer, Rispetto per la vita, Claudiana/ Paideia, Torino 2019.


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grandi narrazioni otto-novecentesche di giustizia e libertà? Occorre forse abbandonarle, in nome dell’emergenza ecologica? Non manca chi ha sostenuto simili posizioni, evocando da un lato una sorta di etica della scialuppa di salvataggio: se le risorse non bastano per tutti, l’unica scelta è abbandonare qualcuno al proprio destino, lasciando cadere ogni esigenza di giustizia. Altrettanto grave, d’altra parte, la posizione di chi ritiene che di fronte all’urgenza della crisi socioambientale si debba rinunciare a democrazia e libertà: un autoritarismo illuminato non è forse più efficiente? Persino la crisi del coronavirus potrebbe orientare in tal senso sguardi affascinati dall’efficienza cinese nel contenerla (dimenticando peraltro quanto la stessa natura autoritaria del sistema cinese abbia bloccato inizialmente la diffusione delle informazioni e ritardato l’avvio di una reazione). Non è questa però la prospettiva cui guarda l’etica ambientale più avveduta. Essa preferisce piuttosto riprendere la prospettiva indicata da Hans Jonas di una responsabilità per le prossime generazioni, declinandola però nel segno della sostenibilità: capacità di soddisfare i bisogni della generazione presente senza precludere analoga possibilità per le generazioni future. Non a caso le Nazioni Unite hanno inserito un forte riferimento ad essa tra gli obiettivi che la comunità politica internazionale si è data in vista del 2030: gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Nelle 17 voci in cui essi si articolano troviamo uno stretto collegamento tra lotta alla povertà e ricerca dell’equità sociale e di genere, tra qualità della vita civile ed azione di tutela dell’ambiente. Una visione autenticamente globale, sia per la varietà delle responsabilità interpellate che per la pluralità delle dimensioni colte – dalla vita biologica all’educazione ed alla giustizia. In tale prospettiva, la sostenibilità esprime uno sguardo decisamente volto al futuro, carico di utopia – e non di retrotopia – uno sguardo che coglie lucidamente le criticità presenti, ma soprattutto spazi per

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narrare futuri abitabili. Giustamente il portavoce dell’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS), Enrico Giovannini, sottolinea che «l’Agenda 2030 è l’espressione dell’unica specie che ha la possibilità di immaginare futuri alternativi e quindi ha la responsabilità di farlo»9.

cietà e alla relazione con la natura» (n. 215). L’Enciclica coglie appieno la gravità della crisi socio-ambientale, ma orienta comunque ad una scommessa positiva, fiduciosa nell’imprevedibile capacità del nuovo di quegli esseri culturali che noi siamo, oltre la coazione a ripetere.

La dura critica all’iniqua insostenibilità della forma di sviluppo presente non si fa qui nostalgia del passato, ma innovazione, tesa a costruire vita buona per ogni donna ed ogni uomo, nella giustizia e nella libertà. Occorre, però, agire assieme, agire in fretta, agire efficacemente: il tempo è breve.

È una fiducia radicata soprattutto nella potenza rinnovatrice del Dio che ci sostiene, nella convinzione che anche l’Antropo-cene non è mai soltanto tale: c’è una speranza che consente di qualificare anche il tempo più oscuro come Teo-cene (abitato e sostenuto da una segreta presenza amante). Veniamo così liberati dal delirio di onnipotenza, così come dal peso dell’inadeguatezza, e possiamo osare la pace per fede (per riprendere l’espressione bonhoefferiana), in un tempo in cui essa si intreccia con giustizia e sostenibilità. Impegno e fiducia si radicano dunque nel «vangelo della creazione» – per riprendere il titolo del II capitolo di Laudato si’. È la storia della tenerezza di Dio per ogni creatura, della sua passione vivificante per quella creazione, che Egli sostiene ogni giorno, come tenendola nelle sue mani. È l’invito a condividere noi stessi tale amore, assumendolo come componente essenziale della sequela di quel Gesù di Nazareth che l’ha fatta sua, in uno sguardo pieno di amore sul creato.

Una responsabilità ricca di speranza Un contributo di grande importanza in tal senso viene dall’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco col suo forte invito ad ascoltare il grido dei poveri e il grido della terra10. Occorre tenere assieme l’attenzione per il pianeta – la splendida casa comune che ci sostiene – e quella per i soggetti fragili: solo così si esce dalla crisi, in una responsabilità che interpella politica ed economia, cittadini e consumatori, società civile e mondo delle religioni. Una sfida di vasta portata, che va però anche affrontata con fiducia: papa Francesco sottolinea che «non tutto è perduto (…) gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205), sostenuti dal Creatore che non ci abbandona (cfr. n. 11). È, dunque, possibile «cercare un nuovo inizio» (n. 205); «sviluppare una nuova capacità» (n. 206); «nuove abitudini» (n. 209); «diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla so-

9. E. Giovannini, L’utopia della sostenibilità, in S. Morandini (a cura di), Etica delle generazioni, Proget, Padova 2019, pp. 81-92, qui p. 87. 10. Sull’Enciclica di papa Francesco (accessibile su www.vatican.va) rimando a S. Morandini, Laudato si’. Un’Enciclica per la terra, Cittadella, Assisi 2015; Id., Un amore più grande del cosmo. Laudato Si’ per un anno di misericordia, Cittadella, Assisi 2016.

La fede cristiana appare allora – secondo l’indicazione del teologo evangelico Jürgen Moltmann – come portatrice di una promessa da testimoniare per la creazione tutta, in una tenace, testarda speranza11. Non certo un’ingenua fiducia nel progresso, ma la capacità di dire «nonostante…», di lottare contro la negatività anche quando essa sembra soverchiante. * vice-preside dell’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino», Venezia – Fondazione Lanza, Padova.

11. J. Moltmann, Dio nella creazione. Una teologia ecologica della creazione, tr. it., Queriniana, Brescia 1982; Id., Etica della speranza, tr. it., Queriniana, Brescia 2011.

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Per un’ecologia integrale che renda umani: da «Laudato si’» alle sfide di oggi e di domani Premessa

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Che cosa significa essere effettivamente umani per il bene comune, senza badare a separazioni, pregiudizi e schematismi? Vivere da donne e da uomini capaci di coltivare le proprie identità individuali più profonde, cooperando alla crescita spirituale, sociale ed economica degli altri. Questo discorso, che sta apparendo sempre più chiaro in queste settimane funestate, a livello locale e globale, dal contagio del Covid-19, richiede scelte culturali, economiche e politiche indilazionabili. Come? Nella tutela promozionale delle relazioni interpersonali e dell’ambiente naturale, casa comune dell’umanità. In estrema sintesi potrebbe essere questo il messaggio

di Ernesto Borghi

fondamentale della proposta di una «ecologia integrale», che papa Francesco è venuto costruendo negli anni del suo pontificato e che ha trovato nell’enciclica «Laudato si’» un momento fondamentale, testo di cui nel prossimo giugno si ricorderà il quinto anniversario dalla pubblicazione. Rileggiamo sinteticamente l’enciclica in questione, anche tenendo presente quanto sta emergendo, in rapporto alle relazioni tra le persone, a livello locale, nazionale ed internazionale, e a quelle tra istituzioni e persone a seguito della pandemia in tragico sviluppo.

Riflessioni di base Proporre un’ecologia integrale è possibile a partire da un’idea di «umanesimo integrale», dunque del cuore, della mente, cioè della vita intera, rivolto a chiunque consideri il bene altrui insieme al proprio. Ciò significa avere coraggio, soprattutto nel nostro tempo, ove l’idolo del denaro ha un’importanza, se è possibile, anche maggiore che in altre epoche storiche. Occorre lasciare cadere tutte le sottolineature ipocrite ed ideologistiche circa i cosiddetti «valori non negoziabili». Pare necessario impegnarsi con estrema decisione, per un’ecologia dell’umanità e della natura dall’inizio alla fine della vita. Queste sono due altre scelte di papa Francesco, tanto necessarie quanto lungimiranti, particolarmente nette, mi pare, anche rispetto a quelle dei suoi due diretti predecessori. 1

1. Questo contributo è la versione sensibilmente sviluppata, ampliata ed aggiornata di un articolo pubblicato su www.catt.ch il 19.6.2015.

Partendo da Francesco d’Assisi, papa Bergoglio scrive: «La sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse natu-

rali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio» (n. 11).

A partire da questa considerazione, Bergoglio dedica spazio rilevante alla «diagnosi» delle tendenze e dei risultati delle scelte anti-ecologiche del nostro tempo (cap. I, nn. 17-61). Egli ha evidentemente a cuore le sorti del mondo come quelle della propria casa, dilatando la dimensione della familiarità quotidiana propria dell’abitazione individuale a quella del mondo popolato da ogni essere umano. Percorrendo questa prima parte dell’enciclica si percepisce chiaramente una tensione umana profondissima, che è fatta anche di schiettezza critica e di valorizzazione del positivo esistente. Eccone un esempio: «Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo… Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione. Tuttavia, in alcuni Paesi ci sono stati progressi che cominciano ad essere significativi, benché siano lontani dal raggiungere una proporzione importante. Ci sono stati anche alcuni investimenti in modalità di produzione e di trasporto che consumano meno energia e richiedono minore quantità di materie prime, come pure in modalità di costruzione o ristrutturazione di edifici che ne migliorino l’efficienza energetica. Ma queste buone pratiche sono lontane dal diventare generali» (n. 26).


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Tutti i riferimenti molto ampi a problemi come, per esempio, la disponibilità di acqua (nn. 27-31), la perdita delle biodiversità (nn. 32-42) e il degrado della qualità della vita umana (nn. 4347) denotano una probabile convergenza di varie notevoli competenze per la redazione di questo testo. Non solo. Risulta fondamentale anche la sensibilità di una persona, Bergoglio, che viene da luoghi del mondo dove queste difficoltà sono dinanzi agli occhi di tutti e che si è lasciata interpellare profondamente dalla scandalosità umana radicale di tutto ciò. E questo è avvenuto anche perché egli conosce la povertà derivante dalla cieca voracità del Nord del mondo rispetto al Sud del pianeta non soltanto per sentito dire. Sottolineare l’inadeguatezza delle reazioni internazionali a questa generalizzata, colpevole irresponsabilità economica ed ambientale appare a papa Francesco del tutto indispensabile. E la presentazione delle linee essenziali che la rivelazione biblica offre sul rapporto degli esseri umani tra loro e con il Creato risulta assai interessante (cfr. nn. 62-100). Il dato di partenza è un riferimento fondamentale alla fede e, in specifico alla fede cristiana. Per capire che cosa Bergoglio pensi quando fa riferimento al credere occorre evitare ogni idea devozionistica ed autoritaria in proposito. Si tratta della fiducia nell’amore del Dio di Gesù Cristo come filosofia e pratica di vita quotidiana1. 1. «È Gesù la ragione decisiva del mio credere… Credo volentieri nel Dio che Gesù ha fatto conoscere, nel quale egli stesso ha creduto e del quale ha reso testimonianza in parole e opere. E chi è questo Dio che Gesù ha chiamato “Padre” e che ci ha insegnato a chiamare “Padre”?… È un Dio discreto, la cui presenza è vicinanza e segretezza, un Dio non spettacolare, oggi diremmo non mediatico, non evidente, non invadente, che non si impone, ma chiama, cerca, aspetta. È un Dio attento alla singola persona, non solo al gruppo, al popolo, al collettivo… È un Dio che perdona… È un Dio che guarisce i corpi e le anime, i singoli e le comunità, da malattie, paure, diffidenza, colpe; un Dio che libera da ogni sorta di servitù materiale, morale e spirituale… È un Dio inclusivo, che reintegra nella comunità i lebbrosi, gli esclusi, gli scomunicati, i ripudiati… Infine è un Dio che, pur essendo “pietoso e clemente, lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,9), resta il giudice degli uomini e della storia… Ma quando il giudizio avverrà, ci saranno molte sorprese… Dio è generoso, questa è la verità… La fede cristiana è credere con Gesù e come Gesù in questo Dio» (P. Ricca, Le ragioni della fede, Claudiana, Torino 2010, pp. 16-17).

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Nella prospettiva di un’ecologia integrale e complessiva appaiono fondanti i racconti di Gen 1-32, in particolare quelli concernenti la creazione degli esseri umani nel contesto dello sviluppo pieno del Creato. «I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra. Secondo la Bibbia, queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate» (n. 66).

Nel quadro dei racconti «mitologici e fondativi» di Genesi 1-11 un esempio molto eloquente discende dalle vicende di Caino e Abele e di Noè: «Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia, distrugge la mia relazione interiore con me stesso, con gli altri, con Dio e con la terra. Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo. Questo è ciò che ci insegna il racconto di Noè, quando Dio minaccia di spazzare via l’umanità per la sua persistente incapacità di vivere all’altezza delle esigenze della giustizia e della pace: “È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza” (Gen 6,13). In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (n. 70).

2. Per una lettura globale in particolare di Gen 1-2 rinvio a E. Borghi (a cura di), Donne e uomini, Effatà, Cantalupa (TO) 2014, pp. 39-73. Per una lettura del testo del «Cantico delle Creature» di Francesco d’Assisi in relazione con Gen 1-2, può essere utile ascoltare la conferenza, a due voci, della pastora e biblista battista Lidia Maggi e di Ernesto Borghi intitolata «Nutriti dalla Creazione - Vivere nel mondo per il bene comune» (www. youtube.com/watch?v=7amkmLWQIVA).

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E il rapporto tra Gesù di Nazareth e la Creazione è, versioni evangeliche alla mano, al di fuori di paure, separazioni e inibizioni: «Gesù viveva una piena armonia con la creazione… Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: “È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone” (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. È degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria?” (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione» (n. 98).

La centralità umanizzante delle relazioni comporta, biblicamente parlando, una serie di attenzioni specifiche che «Laudato si’» mette in evidenza. Anzitutto la demitizzazione della natura: «Senza smettere di ammirarla per il suo splendore e la sua immensità, non le ha più attribuito un carattere divino. In questo modo viene sottolineato ulteriormente il nostro impegno nei suoi confronti. Un ritorno alla natura non può essere a scapito della libertà e della responsabilità dell’essere umano, che è parte del mondo con il compito di coltivare le proprie capacità per proteggerlo e svilupparne le potenzialità. Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella» (n. 78).


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In secondo luogo la necessità di esercitare la libertà umana con intelligenza e passione insieme: «In questo universo, composto da sistemi aperti che entrano in comunicazione gli uni con gli altri, possiamo scoprire innumerevoli forme di relazione e partecipazione. Questo ci porta anche a pensare l’insieme come aperto alla trascendenza di Dio, all’interno della quale si sviluppa. La fede ci permette di interpretare il significato e la bellezza misteriosa di ciò che accade. La libertà umana può offrire il suo intelligente contributo verso un’evoluzione positiva, ma può anche aggiungere nuovi mali, nuove cause di sofferenza e momenti di vero arretramento. Questo dà luogo all’appassionante e drammatica storia umana, capace di trasformarsi in un fiorire di liberazione, crescita, salvezza e amore, oppure in un percorso di decadenza e di distruzione reciproca3. Pertanto, l’azione della Chiesa non solo cerca di ricordare il dovere di prendersi cura della natura, ma al tempo stesso “deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di sé stesso” (Caritas in veritate, n. 51)» (n. 79)4.

3. «Se molti non credono, in gran parte ciò è dovuto dal Dio impossibile da credere, che proprio i cristiani hanno presentato, oltre che da un comportamento incoerente che non solo non manifesta, ma nasconde e tradisce la verità del messaggio evangelico. Ma il Dio impossibile da credere non è in alcun modo il Padre di Gesù, il Signore la cui salvezza è estesa a tutti, perché egli non chiederà mai conto agli uomini se hanno creduto o no, ma se hanno amato; non chiederà quante volte sono saliti al tempio, ma se hanno vestito il nudo e ospitato lo straniero; non controllerà quante preghiere gli sono state rivolte, ma l’aiuto che è stato dato agli ultimi della società, gli unici con i quali Dio stesso si identifica» (A. Maggi, Atei, per rispetto di Dio, in Buone notizie su Dio, a cura di G. Giammarini, Cittadella, Assisi 2011, p. 31). 4. «La Chiesa deve necessariamente guardare alla situazione attuale di questo sistema che ci sta portando alla morte. Per la prima volta nella storia è questione di vita o di morte per l’intera umanità… Quando a una ragazzina di Korogocho dico “guarda che se vai a prostituirti ti becchi l’aids”, quella mi risponde: “Alex, scrivi su un pezzo di carta ‘morta per fame’ e su un altro pezzetto ‘morta per aids’ e tira a sorte: uno vale l’altro”. Questa è la sfida di fondo per una Chiesa che deve guardare il sistema e per cambiarlo deve mettere in campo una rivoluzione culturale, etica, che deve essere un imperativo per tutti i credenti» (A. Zanotelli - T. Balduino, L’era Wojtyla, La Meridiana, Molfetta [BA] 2000, pp. 44-45). Korogocho è la località, alla periferia di Nairobi (Kenya) ove padre Alex Zanotelli, figura importante dell’evangelizzazione promozione umana dal Sud al Nord del mondo, ha condiviso quotidianamente, per molti anni, la terribile indigenza di migliaia di persone. Dopo quasi vent’anni da queste parole di Zanotelli, papa Bergoglio, parlando dell’azione eccle-

In terzo luogo, appare importante la ricerca di autentico equilibrio nella tutela e promozione del Creato nel suo globale insieme, partendo dal «Cantico delle Creature» di Francesco d’Assisi (cfr. n. 87) al di fuori di ogni estremismo culturale ed etico: «Voglio ricordare che “Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione” (Evangelii gaudium, n. 215). Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. E nemmeno comporta una divinizzazione della terra, che ci priverebbe della chiamata a collaborare con essa e a proteggere la sua fragilità. Queste concezioni finirebbero per creare nuovi squilibri nel tentativo di fuggire dalla realtà che ci interpella. Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani. Certamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi, perché continuiamo a tollerare che alcuni si considerino più degni di altri. Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, senza reali possibilità di miglioramento, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono, ostentano con vanità una pretesa superiorità e lasciano dietro di sé un livello di spreco tale che sarebbe impossibile generalizzarlo

siale a livello etico, ha detto: «Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Ecco, dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Ho dovuto intervenire di recente in tre diocesi per problemi che poi si esprimevano in queste forme di rigidità che nascondevano squilibri e problemi morali. Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento. Una volta un gesuita, un grande gesuita, mi disse di stare attento nel dare l’assoluzione, perché i peccati più gravi sono quelli che hanno una maggiore “angelicità”: orgoglio, arroganza, dominio… E i meno gravi sono quelli che hanno minore angelicità, quali la gola e la lussuria. Ci si concentra sul sesso e poi non si dà peso all’ingiustizia sociale, alla calunnia, ai pettegolezzi, alle menzogne. La Chiesa oggi ha bisogno di una profonda conversione su questo punto» (Il dialogo del Papa con i gesuiti di Mozambico e Madagascar, 5.9.2019 – cfr. www.vaticannews.va).

senza distruggere il pianeta. Continuiamo nei fatti ad ammettere che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti. Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente. Non è un caso che, nel cantico in cui loda Dio per le creature, san Francesco aggiunga: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”. Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società. D’altra parte, quando il cuore è veramente aperto a una comunione universale, niente e nessuno è escluso da tale fraternità. Di conseguenza, è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani. Il cuore è uno solo e la stessa miseria che porta a maltrattare un animale non tarda a manifestarsi nella relazione con le altre persone. Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura è contrario alla dignità umana» (nn. 89.90.91.92).

E il discorso di «Laudato si’» vale anche secondo un senso di responsabilità sociale che ribadisce il rapporto tra ambiente ed esseri umani che lo abitano: «L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Se non lo facciamo, ci carichiamo sulla coscienza il peso di negare l’esistenza degli altri. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento non uccidere quando “un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere”» (n. 95)5.

5. «Viviamo tutti sotto la schiavitù di un paradigma che ci rende nemici della natura e ci distacca da essa. Non sono solo i poveri a gridare. Grida anche la Terra sottoposta all’aggressione sistematica del tipo di sviluppo attuato contro la natura e non in comunio-


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Riflessioni dal presente al futuro Parlando della radice umana della crisi ecologica (nn. 101-136), papa Bergoglio dà grande spazio ad una analisi puntuale ed accurata degli aspetti positivi e negativi del progresso scientifico e tecnologico. Egli pone l’accento, senza livore e con luminosa chiarezza, sulla «ragione delle ragioni» della crisi: «il modo in cui di fatto l’umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale. In tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logicorazionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione… L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite… Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’e-

ne con essa… Soltanto un cristianesimo che rompa le sue alleanze con i poteri di questo mondo e relativizzi la sua incarnazione nella cultura occidentale e che assuma la causa dei condannati della Terra, che sono oggi i 2/3 dell’umanità, potrà rivendicare l’eredità di Gesù» (L. Boff, Processi di globalizzazione e sfide alla teologia della liberazione, in D. Mieth - E. Schillebeeckx - H. Snijdewind [edd.], Cammino e visione. Universalità e regionalità della teologia nel XX secolo, tr. it., Queriniana, Brescia 1996, p. 116).

poca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane» (nn. 106.114)6.

E, dopo aver parlato con grande passione, per esempio, della difesa del lavoro e del lavoratore e delle condizioni di un’urbanizzazione dal volto umano, nella parte più globalmente propositiva dell’enciclica (nn. 137-246), non può mancare una serie di interrogativi decisivi per ogni essere umano: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Questa domanda non riguarda solo l’ambiente in modo isolato, perché non si può porre la questione in maniera parziale. Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abi6. «Il problema del cambiamento climatico è legato a questioni di etica, equità e giustizia sociale. L’attuale situazione di degrado ambientale è legata al degrado umano, etico e sociale, come sperimentiamo ogni giorno. E questo ci obbliga a riflettere sul senso dei nostri modelli di consumo e di produzione e ai processi di educazione e di sensibilizzazione per renderli coerenti con la dignità umana. Siamo di fronte a una «sfida di civiltà» in favore del bene comune. E questo è chiaro, com’è anche chiaro che ci sono una molteplicità di soluzioni che sono alla portata di tutti, se adottiamo, a livello personale e sociale, uno stile di vita che incarni l’onestà, il coraggio e la responsabilità. Mi piacerebbe che queste tre parole chiave: onestà, coraggio e responsabilità, occupassero un luogo centrale nel vostro lavoro di oggi e di domani, che accompagno da qui con i miei migliori auspici e con la mia preghiera» (papa Francesco, Videomessaggio al «Climate Action Summit 2019», New York, 23.9.2019).

No. 261 tabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra» (n. 160).

A queste domande si deve rispondere attraverso scelte coraggiose ed ineludibili: per esempio «la politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che “l’unità è superiore al conflitto”» (n. 198).

Tale condizione implica un dialogo ed un’interazione costruttive a vari livelli: «La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità. È indispensabile anche un dialogo tra le stesse scienze, dato che ognuna è solita chiudersi nei limiti del proprio linguaggio, e la specializzazione tende a diventare isolamento e assolutizzazione del proprio sapere. Questo impedisce di affrontare in modo adeguato i problemi dell’ambiente. Ugualmente si rende necessario un dialogo aperto e rispettoso tra i diversi movimenti ecologisti, fra i quali non mancano le lotte ideologiche. La gravità della crisi ecologica esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che la realtà è superiore all’idea» (n. 201)7.

7. «I cristiani non hanno la loro cultura ma devono abitare la cultura degli uomini. Il Vangelo, infatti, è una proposta: il messaggio del Vangelo non ci consegna una cultura, una civiltà, ma si in-cultura; non fa di noi una città cristiana, ma abita le case degli uomini. Il compito dei cristiani è di essere sale, luce, di illuminare sentieri possibili, di offrire indicazioni di senso, di speranza, di dialogo tra le culture e le civiltà, tra le religioni» (A. Gallo, Il Vangelo di un utopista, Aliberti, Roma 2011, pp. 28-29)


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Concludendo la sua enciclica, papa Bergoglio parla diffusamente dell’esigenza essenziale di oggi e domani: una conversione ecologica personale e sociale. E Francesco d’Assisi, in modo circolare rispetto all’inizio dell’enciclica, viene riportato all’attenzione di lettrici e lettori: «Ricordiamo il modello di san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro… Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli

individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: “Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni” (Romano Guardini, Das Ende der Neuzeit, 72). La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria» (nn. 218-219).

Per cercare di lasciarsi umanizzare sempre meglio e sempre di più Questa enciclica appare, a distanza di qualche anno, appassionata ed innovativa secondo prospettive sempre più attuali ed eloquenti. Va al di là di qualsiasi schematismo socio-politico, ribadisce con forza la centralità delle relazioni umane e ambientali e la loro complessiva inscindibilità. Sintetizzando il valore di questo documento bergogliano il sociologo Carlo Petrini, fondatore della meritoria e autorevole istituzione socio-culturale «Slow Food» (www.slowfood.it), persona non certo di ispirazione cristiana, ha scritto:

«Credere che l’uomo debba dominare la natura e disporne a suo piacimento non deve indurre a pensare che questo atteggiamento consenta ogni tipo di scempio. Se è pur vero che la natura umana è diversa da quella vegetale o animale, è altrettanto vero che il contesto in cui l’uomo è inserito è un sistema fatto di connessioni evidenti o nascoste, comprese o misteriose. Preservare, custodire e coltivare questo sistema è un nostro dovere perché è nel nostro interesse: sopravvivenza, esistenza, pienezza di spirito e, infine, pace. Gioia…Tornando a san Francesco c’è una frase a lui attribuita che mi sembra una chiusa perfetta per ogni ragionamento

attorno a questo scritto del Santo Padre: “Cominciate col fare quello che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. Nulla ci deve spaventare in questo compito a cui siamo chiamati, credenti o non credenti. Se ci sembra impossibile, ci sorprenderemo a realizzarlo, con lo stesso senso di sorpresa che si ha di fronte alla contemplazione del Creato, della bellezza. Ristabiliremo un rapporto armonico con la natura, ci sentiremo parte di essa, e niente ci sarà precluso, nella sobrietà, nella valorizzazione delle diversità umane e naturali, arriveremo anche a debellare la fame e malnutrizione e, compito ancor più grande, ritroveremo una pace tra tutti gli uomini e le donne, che ci restituirà un rinnovato senso, e un rinnovato piacere, di saper stare al mondo»8.

Tutto questo tenendo presente sempre quanto diceva un grande cristiano del XX secolo, Luigi Di Liegro, straordinario fondatore e direttore della Caritas diocesana di Roma dal 1980: «È tanto bello il proverbio “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!”, ma non basta, proviamo a dire: “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei!”»9.

8. Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2015, pp. 22-24. Per avere un’idea precisa ulteriore delle drammatiche conseguenze dello sviluppo economico selvaggio sull’alimentazione e sull’ambiente, può essere interessante vedere per es., le puntate passate e future del programma giornalistico di RAITRE «Indovina chi viene a cena?» (https://www.raiplay. it/programmi/indovinachivieneacena). 9. L. Di Liegro in A. Gallo, Se non ora, adesso, Chiarelettere, Milano 2011, p. 118.

Dall’estate 2015 al presente e al futuro Da «Laudato si’» alle molteplici riflessioni degli anni successivi sino all’intervento in Piazza S. Pietro il 27 marzo 202010, si potrebbe riassumere il progetto di «ecologia integrale» di papa Francesco nei seguenti dieci punti11:

viventi. Per tale ragione, le conoscenze frammentarie e isolate possono diventare una forma d’ignoranza se fanno resistenza ad integrarsi in una visione più ampia della realtà.

La rete degli esseri viventi

Quando si parla di «ambiente» si fa riferimento anche alla relazione tra la natura e la società che la abita. Questo impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato dall’essere umano o come una mera cornice della vita umana. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della

Come i diversi componenti del pianeta – fisici, chimici e biologici – sono relazionati tra loro, così anche le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere. Buona parte della nostra informazione genetica è condivisa con molti esseri

Una visione socio-ambientale

società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. 10. «Signore, …in questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato». 11. Cfr. anche www.reginamundi.info/ rassegna-stampa-cattolica/rassegna-stampa. asp?codice=1383


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Soluzioni integrali

Un’ecologia umana

È fondamentale cercare «soluzioni integrali» che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.

Per poter parlare di autentico sviluppo, occorre verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana, e questo implica analizzare lo spazio in cui si svolge l’esistenza delle persone. Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Al tempo stesso, nella nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro e nel nostro quartiere facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità.

Un’ecologia economica La crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, la protezione dell’ambiente deve costituire parte integrante del processo di sviluppo e non può considerarsi in maniera isolata. Un’ecologia culturale Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, essa esige di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare. È la cultura non solo intesa come difesa «archeologica» dei monumenti del passato, ma specialmente nel suo senso vivo, dinamico e partecipativo di condivisione delle bellezze che vengono dalla storia comune.

Lo sguardo sulle periferie È scientificamente provato, inoltre, che l’estrema penuria che si vive in alcuni ambienti privi di armonia, ampiezza e possibilità d’integrazione, facilita il sorgere di comportamenti disumani e la manipolazione delle persone da parte di organizzazioni criminali. E questo accade soprattutto nei quartieri periferici delle grandi città «molto precari», dove si vive in un pericoloso «anonimato sociale» che favorisce «comportamenti antisociali e violenza». In questa prospettiva risultano sempre più necessari – la pandemia in atto ne è la più recente dimostrazione – sistemi sanitari che guardino alla salute dell’essere umano nella sua globalità e mettano a disposizione della generalità della popolazione cure davvero efficaci al di là delle condizioni economiche dei pazienti, pensando anzitutto ai più poveri12.

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della domanda». Non soltanto chi ha pochissime risorse finanziarie, ma una gran parte della società incontra serie difficoltà a disporre di una casa propria o, comunque, stabile. La disponibilità della casa ha molta importanza per la dignità delle persone e per lo sviluppo delle famiglie. Il bene comune L’ecologia umana è poi «inseparabile» dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale, l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente. Il bene comune presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale. Il mondo del futuro Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare, ci riferiamo soprattutto al suo orientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le preoccupazioni ecologiche possano tradursi in effetti importanti per il presente e il futuro dell’umanità e del nostro Pianeta.

La mancanza di un alloggio La mancanza di alloggi è «grave» in molte parti del mondo, tanto nelle zone rurali quanto nelle grandi città, «anche perché i bilanci statali di solito coprono solo una piccola parte

12. Cfr., per es., E. Borghi - A. Cargnel - A. Bondolfi (a cura di), La cura dell’altro. Riflessioni bibliche, teologiche, mediche e sociali, Cittadella, Assisi (PG) 2020, passim.


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Implementare una coscienza ecologica appoggiata all’insegnamento del Papa Cinque anni fa, il 24 maggio 2015 usciva l’enciclica Laudato si’. Rappresentanti della politica, delle scienze e della società civile resero onore a papa Francesco per le chiare parole che esprimevano così bene la sofferenza del pianeta Terra. «Ammiro profondamente la decisione del Papa di presentare con chiarezza, con forza e con la piena autorità morale del suo ufficio le sue argomentazioni per un’azione urgente sulle questioni globali del mutamento climatico: abbiamo una responsabilità nei confronti delle generazioni future», disse Barak Obama allora presidente degli Stati Uniti. François Hollande espresse l’auspicio «che la voce speciale di Papa Francesco sia ascoltata in tutti i continenti e non solo dai fedeli». Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, sottolineò come scienza e religione fossero d’accordo su un punto: «Dobbiamo agire ora». Il momento della sua pubblicazione non fu scelto a caso. Cinque mesi dopo si sarebbe svolta a Parigi la Conferenza mondiale sul clima (COP). L’obiettivo era di trovare un consenso per agire velocemente e contrastare il mutamento climatico. Mentre, nel Nord del mondo, politica ed economia negavano o ignoravano la responsabilità umana nell’aumento delle emissioni di CO2 e il riscaldamento globale, nel Sud ne stavano già subendo gli effetti negativi senza avere le risorse necessarie a un adattamento così veloce. La COP di Parigi registrò un importante successo, forse impossibile senza l’apporto dell’enciclica: tutti gli Stati presenti firmarono l’Accordo detto appunto «di Parigi». Per la prima volta, i Paesi di tutto il mondo – industrializzati, emergenti e in via di sviluppo – furono concordi sulla necessità di intraprendere un’azione comune contro il cambiamento climatico. A cinque anni di distanza il processo politico ha subito una battuta d’arresto. L’ultima COP di Katowice è stata un fallimento, la prossima sarà rimandata a causa della pandemia di covid-19 (una crisi che avrà almeno il pregio di ridurre temporaneamente inquinamento, produzione di merci inutili e emissioni di gas a effetto serra).

Fonte di ispirazione e legittimazione Grazie all’Enciclica, in Italia si è rafforzata la Rete Interdiocesana Nuovi Stili di Vita, nata già nel 2007 da alcuni organismi diocesani, che decisero di unire conoscenze ed esperienze per promuovere un movimento del Popolo di Dio sui nuovi stili di vita nella Chiesa e nella società. Oggi sono 83 le diocesi che ne fanno parte, suddivise in quattro aree. La Rete intende innanzitutto «far crescere l’amore per il Creato e le sue creature a partire dal messaggio biblico e stimolare nuovi stili di vita, ricercando insieme percorsi e piste pastorali», ma anche «favorire capacità critiche verso gli attuali sistemi di sviluppo e di consumo con una visione profonda dell’umano e coinvolgere le diocesi e tutte le loro strutture e organismi ecclesiali, valorizzando i cristiani come soggetti protagonisti della Chiesa». Sempre in Italia stanno nascendo un po’ ovunque le Comunità Laudato si’. Si tratta di realtà associative leggere che chiedono l’adozione di alcune linee-guida. A ogni membro è affidato un codice etico che indirizza lo stile di vita dei singoli e della comunità. Ogni Comunità è composta da un numero minimo di cinque persone ed è considerata attiva al momento della sottoscrizione della dichiarazione fondativa. Agisce secondo tre principi: «pensa globale-agisci locale», «fare insieme-fare condivisofare in rete» e «imparare facendo». Il riferimento-cardine sono i princìpi espressi nell’enciclica, che disegnano una dimensione universale e interconnessa. Capire e affrontare il cambiamento Oltre l’arco alpino stanno riscuotendo successo i Klimageschpräche (o Conversations carbone). Si tratta di un percorso di crescita personale e formazione arrivato dall’Inghilterra pensato per aiutarci, in questo nostro mondo mercificato, a liberarci e a trovare le risorse interiori per diventare, come diceva Ghandi, «quel cambiamento che vuoi vedere nel mondo».

Sull’arco di sei serate vengono affrontati temi quali i trasporti, il cibo, l’abitare… Con brevi esercizi, dialoghi e sotto la guida di facilitatrici e facilitatori formatisi appositamente, le persone riflettono sullo loro modo di essere in relazione con desideri e bisogni, esseri umani e divino, creature animate e inanimate. Il processo è appagante perché responsabilizza senza colpevolizzare, fa maturare rinunce che non pesano ma alleggeriscono, permette di affrontare il lutto per la perdita del superfluo. Nella Svizzera italiana? L’acuirsi del senso di disagio e dell’insicurezza di tante persone sono segnali che ci fanno capire quanto urgente sia il bisogno di trovare risorse spirituali per vivere i nostri giorni. Sacrificio Quaresimale intende proporre in futuro le «Conversazioni climatiche» e nel passato ha già organizzato un atelier de il «Lavoro che riconnette», che offre alle persone che desiderano mettere in pratica lo spirito della Laudato si’ un valido strumento. Con esercizi pratici ed esperienziali, articolati in quattro tappe, permette di ristabilire o rivitalizzare il profondo legame con se stessi, con gli altri, con la terra e con il divino. In quanto espressione della Chiesa cattolica, Sacrificio Quaresimale è deciso a fare di più per far vivere lo spirito dell’enciclica sulla casa comune di Papa Francesco e sta lavorando a un progetto, dal titolo provvisorio «Parrocchie in cambiamento», che sarà presentato al Vescovo Valerio a giugno. Daria Lepori

Numeri arretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» c/o Rita Ballabio via Girora 26 6982 Agno al prezzo di fr. 12.–


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Riferimenti temporali alla regalità di Cristo Una fase perduta dell’identità dei cattolici In fronte la fede ci splende speranza fiorisce nel cuor, il dubbio, l’inerzia ci offende: serviamo la Patria e il Signor!1 Pigiati nel primo banco della chiesa parrocchiale, camicia bianca stirata, maniche lunghe, cravatta a bande oblique blu e rosse: quella di Cristo Re era la nostra festa, di noi della Gioventù Cattolica Ticinese, quella del tesseramento. Una pubblicazione recente2 ci documenta sul retroscena di quella festa, che non era antica: la sua introduzione nell’anno liturgico risaliva infatti soltanto a qualche decennio prima di quei nostri anni giovanili. Gli inni che si cantavano sottolineavano, in particolare, la nostra appartenenza spirituale alla sede del Papato: In Roma è il regno di Cristo, e in Cristo romani noi siam: fratelli ai fratelli di Cristo, la Croce nel cielo innalziam3. Un altro inno repertoriato in quel libricino invitava a pregare così: O Gesù, Re dei cuori e del mondo, Venga, venga il Tuo regno verace. Torni un’era di fede e di pace D’Israello all’afflitte tribù. Si ridesti nel grido giocondo: Nostro re, nostro duce è Gesù!4 Di un altro testo – oggi perduto nella pratica del canto ma rimasto nel repertorio delle bande musicali5 – era evidente il riferimento storico: Pietà, Signor! Sul suo Calvario in pianto di Chiesa santa geme il gran pastor. Deh rendi gloria al nostro Padre santo con un trionfo uguale al suo dolor… 1. Preghiere della Gioventù Cattolica Ticinese, 6. edizione, Lugano 1944, p. 205. 2. D. Menozzi, Da Cristo Re alla città degli uomini. Cattolicesimo e politica nel ’900, Morcelliana, Brescia 2019. 3. Preghiere della Gioventù Cattolica Ticinese, cit., p. 219. 4. Inno a Cristo Re, Ivi, p. 219. 5. È il famoso inno di Lorenzo Perosi (18721956) «Pietà Signor del nostro patrio suolo», Ivi, p. 206.

La fine del papa-re A quale fatto storico quei testi dovevano riferirsi? Un volume di Daniele Menozzi ci aiuta a ricordarlo. di Enrico Morresi

A Roma, nel 1871, si era consumato lo sfregio della cancellazione del potere temporale dei papi. Ai suoi connazionali italiani Papa Mastai Ferretti (Pio IX, 1792-1878) aveva proibito la partecipazione alle elezioni politiche della Nuova Italia. Sotto Leone XIII, (il suo successore, dal 1878 al 1903), qualcuno propose di lavare l’offesa introducendo nel calendario liturgico una festa «ad hoc», dilatando per esempio il significato della festa del Sacro Cuore. Il carattere e la liturgia di quella festa – stabilita nel 1856 ma per l’ispirazione risalente alle visioni di santa Maria Teresa Alacoque (1647-1690) – dovettero però parere troppo poco «politici». Non aveva Cristo detto a Pilato: Io sono re? La novità liturgica – scrive Mandozzi – doveva essere «un atto pedagogico inteso a ottenere la contrapposizione di tutti i fedeli a una società organizzata attorno ai diritti dell’uomo quali erano scaturiti dalla Rivoluzione francese» (p. 62). In Belgio e in Francia già si erano moltiplicate le iniziative: per esempio, «l’adorazione perpetua dell’Eucarestia era stata riorganizzata come riparazione nazionale dei peccati pubblici compiuti dal Paese e come riconoscimento della regalità di Cristo su di esso» (p. 51). Prevalse perciò l’idea di farne una festa nuova: Cristo «Re dei Re», anche se la proposta non convinse Papa Sarto Pio X (papa dal 1903 al 1914) e neppure Benedetto XV (1914-1922): si dovette attendere Papa Ratti (Pio XI, 1922-1939) e l’enciclica «Quas primas» del 1927, per operare «la traduzione, sul piano liturgico, di una tematica ierocratica» (p. 63). Se non proprio di revanscismo, gli inni del Breviario trasudavano restaurazione: Tibi volentes subdimur Qui jure cunctis imperas: Haec civium beatitas Tuis subesse legibus.

«Vogliamo essere sudditi tuoi, che per diritto a tutti comandi: in questo consiste la felicità dei cittadini, essere soggetti alle tue leggi» (dall’Inno del Mattutino)

Oppure: Submissa regum fulgeant Tibi dicata insignia Mitique sceptro patriam Domosque subde civium. «Si pieghino, a te consacrate, le bandiere dei re, al tuo mite scettro assoggetta la patria e le case dei cittadini» (dall’Inno dei primi Vespri).

La riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II cancellò quasi tutto, di quei testi e di quello spirito. È doveroso sottolineare che non furono soltanto demolitori, come talora li si accusa, gli autori di quel repulisti: si salvò per esempio il Prefazio della Messa, in cui della regalità di Cristo si sottolineavano le note caratteristiche più universali: «regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace». E poiché non si può far bene tutto e subito andrà perdonata (in attesa di una nuova edizione degli inni del Breviario, che sappiamo in corso) la piattezza delle versioni adottate in cambio: O re d’eterna gloria Che irradi sulla Chiesa I doni del tuo Spirito Assisti i tuoi fedeli. Illumina le menti Consola i nostri cuori Rafforza i nostri passi Sulla via della pace. E quando verrà il giorno Del tuo avvento glorioso, Accoglici o Signore Nel regno dei beati6.

6. Liturgia delle Ore, Inno dei secondi Vespri.


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Cristo Re era la giornata del tesseramento dei circoli di Azione cattolica. La foto è stata scattata a Massagno alla fine degli anni Cinquanta.

Liturgia e prassi politica Che effetto ebbe l’introduzione della nuova festa sul comportamento dei cattolici? Il volume di Menozzi è molto interessante non solo per quel che accadde in Italia durante il fascismo – la scena sulla quale la Chiesa, riconciliata con il Regno d’Italia (1929), era obbligata a vivere e a organizzarsi – ma anche in altri stati, come la Francia e le regioni cattoliche della Germania e della Svizzera. L’autore ritiene «esplicito e inequivocabile il sostegno dato da diversi settori della gerarchia alle organizzazioni che coglievano consonanze e omogeneità del regno sociale con i regimi autoritari di destra». Anche da parte di Pio XI? La questione rimane legata allo spoglio dell’archivio personale di quel papa, che è ancora in corso. Ma risulta o no legittimato, per esempio, il nazionalismo? La risposta di Menozzi è: non nella sua forma «esasperata», ossia in quelle sfrenate ambizioni nazionali che mettevano in pericolo la pace internazionale. Il bolscevismo rimaneva il «nemico numero uno» ma nessuna cauzione ebbe l’ideologia militarista e revanscista del nazismo, che in Germania molti cattolici ritenevano un’antitesi purtroppo necessaria al bolscevismo. Nell’opinione pubblica cattolica agì come una lacerazione la guerra civile spagnola e da parte di molti vi fu «l’individuazione del regime in via di costruzione nella Spagna guidata da Franco come la più

prossima realizzazione mondana del regno sociale di Cristo» (p. 103). Gli esempi di questa contrapposizione non mancarono anche in Ticino7. I capitoli IV e V del libro di Menozzi comprendono una puntuale esplorazione dei contrasti fra i cattolici italiani (per esempio tra Giuseppe Lazzati e padre Agostino Gemelli) seguiti all’impegno in politica dei democristiani nella nuova Repubblica. Tra le due guerre la tesi della conciliabilità tra cattolicesimo e democrazia, sostenuta da Jacques Maritain, era stata sbrigativamente messa da parte. Fu in particolare Giuseppe Lazzati (19091986) a riprendere la tesi del filosofo francese, secondo cui «la realizzazione del regno sociale passa nel tempo presente non attraverso lo sforzo di ricostruire la sacrale cristianità medievale ma attraverso un’accettazione dei diritti umani scaturiti dalla moderna organizzazione dello Stato» (p. 118). Il volume contiene una puntuale descrizione dell’apporto che alla liberazione delle coscienze diedero personalità come Giuseppe Dossetti (19131996), Giorgio La Pira (1904-1977) o Ernesto Balducci (1922-1992). A 7. S. Calvo, 1938 anno infame, Edizione dell’Arco, Bologna, 2005; F. Panzera, Di fronte agli anni bui, in: Abächerli-GandollaGili-Panzera, Una storia, un giornale, un popolo, Edizioni Giornale del Popolo, Lugano, 2002, pp. 45-70.

noi potrebbe interessare rileggere i contributi che alcuni storiografi della Svizzera italiana hanno dedicato al periodo fra le due guerre, in particolare all’atteggiamento del «Giornale del Popolo» e del «Popolo e Libertà» al tempo della guerra di Spagna8, nonché per l’attenzione che il primo gruppo di «Dialoghi» prestò al magistero dei «nuovi teologi» francesi oppure ai novatori dell’impegno dei laici in Italia, riflessa nelle prime annate di «Dialoghi» pubblicate nel «Popolo e Libertà»9. Il tema si può dire esaurito? Sì e no. Per me, studioso della liturgia, vale la distinzione formulata dal domenicano Christian Duquoc: non ogni festa liturgica è normativa per il dogma, compito della teologia è verificarne la rispondenza al Vangelo e, alla luce delle risposte date, decidere: il rito «n’est pas irréformable»10. La concezione di Pio XI comportava non solo la sacralizzazione di determinati elementi di cui si dimenticava la storica provvisorietà, e quindi la possibilità di cambiamento, ma anche il disconoscimento dell’autonomia delle realtà terrestri, inducendo a credere alla possibilità di una forma specificamente cristiana della vita collettiva (p. 178). Come gli inni che si cantavano nelle nostre chiese, anche il principio: instaurare omnia in Christo – il motto di papa s. Pio X – si presenta oggi per fortuna rielaborato dal magistero in modi nuovi. La distanza tra Cielo e terra non è cresciuta né diminuita, essa rimane una sfida all’intelligenza del cristiano oggi come ieri. 8. Dosi, D., Il cattolicesimo ticinese e i fascismi, Edizioni Universitarie, Friburgo, 1999; Panzera, P., I cattolici ticinesi e il fascismo (1920-1943), in V. Conzemius (a cura di), Schweizer Katholizismus… 1933-1945, NZZ, 2001, pp. 191-198; G. Campanini, Cattolici e guerra di Spagna: la battaglia democratica su «Popolo e Libertà» di Luigi Sturzo, Bollettino dell’Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, 1987, pp. 164216; A. Lepori, L’antifascismo di «Popolo e Libertà» in: «PPD, oltre cent’anni di storia», Pedrazzini, Locarno, 1997; Id., Cattolici ticinesi tra fascismo e antifascismo, in Id., Studi di dottrina sociale, storia e diritto internazionale, Popolo e Libertà Ed., 2003, p. 67. 9. D. Vignati, Dialoghi del dissenso. La nascita di un nuovo foglio di riflessione cristiana nel Cantone Ticino degli anni Cinquanta, Tesi di laurea presentata all’Università di Pavia, anno accademico 2000-2001; L. Saltini, 35 anni di «Dialoghi», in «Risveglio», 4/2004, pp. 25-40. 10. C. Duquoc, La royauté du Christ, in «Lumière et vie» 11, 2 (1962) p. 81-107.


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Non basta che il Papa dia l’esempio È la riforma liturgica a dovere imporsi Il primo papa figlio del Concilio Vaticano II non poteva che avere una relazione particolarmente «sciolta» e «immediata» con la liturgia, quel livello della esperienza cristiana che risulta primario non solo perché radicato sul piano corporeo e simbolico della vita ecclesiale ma anche perché il Concilio Vaticano II ha avuto anzitutto, come prima sua produzione documentaria, la costituzione liturgica, e poi, come prima sua conseguenza istituzionale, la sua riforma. La liturgia non sembra centrale nella sensibilità del primo papa gesuita: un tema su cui, in una forma singolarmente intensa, si sono concentrati i «disegni di restaurazione» degli ultimi vent’anni e che ora si manifesta con la resistenza opposta dal prefetto della Congregazione del Culto e dei Sacramenti al ritorno alla fonte conciliare, che Francesco propone non solo con i suoi atti ufficiali ma anche con il suo celebrare e predicare quotidiano. Lo «stile liturgico» di Francesco Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dunque la «prassi liturgica ordinaria» del nuovo papa. Francesco è il primo papa che, essendosi formato integralmente alla (e mediante la) liturgia conciliare, può iniziare la giornata con una celebrazione comunitaria, durante la quale tiene un’omelia, di fronte e insieme a una assemblea di popolo. Le Messe a Santa Marta sono lo specchio più fedele di una relazione con la celebrazione liturgica pienamente conciliare, senza alcuna nostalgia. È il modello del parroco ad essere normativo, anche per il Papa. Non vi è più la «cappella privata», nel palazzo apostolico, dove si celebra senza popolo e quasi… privatamente. Questo passaggio è simbolicamente fortissimo. Ed è il frutto di una condizione generazionale alla quale per lo più non si pone attenzione. Il Concilio, anche il Concilio della riforma liturgica, è divenuto «padre» e ha generato figli. Jorge Mario Bergoglio è figlio del Concilio, anzitutto per un motivo: come tutti i figli, non porta su di sé la responsabilità dei padri. Sono i padri a sentirsi responsabili dei figli. I figli no. E sono figli proprio per questo! La differenza di date biografiche, tra l’ultimo papa

«padre del Concilio» (J. Ratzinger) e J. Bergoglio è qui decisiva: Ratzinger nasce nel 1927 e viene ordinato presbitero nel 1951, a 24 anni; Bergoglio nasce solo nove anni dopo, nel 1936, e viene ordinato presbitero nel 1969, a 33 anni. Tra le due ordinazioni c’è quasi una generazione. In questa differenza il Concilio Vaticano II si inserisce come mediazione fondamentale. L’immaginario ecclesiale, l’autocoscienza ministeriale, la valorizzazione della libertà di coscienza, la correlazione alle altre confessioni e fedi e l’immediatezza rituale sono, in Francesco, segnati «nella carne e nel sangue» dalle parole e dai decreti conciliari. Un approccio dinamico Anche al suo primo apparire, sulla loggia di San Pietro, Francesco ha indicato con chiarezza una duplice scelta: la semplicità dell’apparato e il riferimento al soggetto-popolo nell’atto rituale. Così, fin dai primi discorsi, è apparsa l’esigenza di «non addomesticare lo Spirito» che si è espresso nel Concilio Vaticano II, la riforma della liturgia viene definita «evento irreversibile». Irreversibile risulta, così, un approccio dinamico alla tradizione, che non è un museo ma un giardino. Quanta differenza dai riferimenti al Concilio che, fino qualche mese prima, si preoccupavano anzitutto di ridimensionarlo, di addomesticarlo, di disinnescarlo. No, il Concilio permette di tornare alla Chiesa come a un giardino. In tale giardino è possibile chiedere al popolo di pregare Dio padre perché benedica l’elezione del nuovo papa; è possibile che, alla prima Messa celebrata in Vaticano, il nuovo papa si collochi in fondo alla Chiesa e saluti, uno per uno, tutti i fedeli che escono. È possibile che nella messa In Coena Domini celebrata in un carcere si lavino i piedi di donne carcerate musulmane e che, a partire da questa nuova evidenza, venga ufficialmente riformata la rubrica del messale che disciplina tale celebrazione. Gli interventi magisteriali In questo giardino può fiorire una nuova fiducia nelle «lingue vernacole», che non sono la traduzione del latino

ma forme originarie di esperienza e di espressione del mistero pasquale: per questo i criteri della traduzione devono rispettare la ricchezza delle nuove lingue (Magnum principium, 2017); nel giardino della Chiesa la memoria di Maria Maddalena acquista il rango di festa, mentre viene soppressa la Commissione «Ecclesia Dei», che a partire dal 2007 era diventata un pericoloso centro curiale specializzato nella trasformazione del giardino ecclesiale in museo tradizionalista. Viene infine creata una domenica «della Parola di Dio» (corrispondente alla III domenica del Trempo ordinario (Aperuit illis, 2019), per valorizzare l’esperienza di ascolto della Parola, in un contesto di relazioni con la tradizione giudaica e con le altre confessioni cristiane. Tutto questo avviene, però, nel contesto di una condizione piuttosto singolare: il Papa lancia continuamente iniziative per rendere dinamica la «festa rituale», mentre dalla guida della Congregazione del Culto Divino, ossia del dicastero più direttamente interessato alla liturgia, vengono segnali dissonanti. La recezione ritardata degli atti da assumere o l’interpretazione capovolta degli atti già assunti è il segno di una tensione per ora irrisolta, che determina quasi una condizione di «stallo». Credo che per interpretare questo «stallo» si debbano considerare le dinamiche del rapporto tra iniziative papali e loro gestione da parte della Curia. O non dovrebbe la Congregazione esprimere confidenza e speranza nel Vaticano II? Se si confida nella liturgia del Vaticano II, se si ritiene irreversibile la riforma liturgica, se si pone termine al rischioso «parallelismo rituale» tra forme preconciliari e forme conciliari, come è possibile che le iniziative che Francesco ha assunto direttamente in campo liturgico (le modalità della lavanda dei piedi, la festa di Maria Maddalena, i nuovi criteri di traduzione…) trovino una recezione tanto faticosa, quando non una interpretazione decisamente capovolta? L’esempio papale è limpido e lineare. Ma il radicamento di una liturgia «partecipata», che abbia come soggetti Cristo e la Chiesa, non procede solo «per esempi». Atti istituzionali capillari, necessariamente mediati e accompagnati dalle cure


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della Congregazione, sono passaggi inevitabili e decisivi. Se mancano, la liturgia rimane ferma. E se la liturgia non si muove non si muove la Chiesa. Perché la liturgia rimane, anche da questo punto di vista, fons et culmen di ogni altra azione ecclesiale. La riforma della Chiesa non sarà mai possibile finché si lascerà in piedi la forma di espressione e di esperienza, insieme con l’apparato sentimentale e ideologico, di un modello di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha riconosciuto come superato, chiedendone esplicitamente e autorevolmente l’aggiornamento. Andrea Grillo professore ordinario di teologia sacramentaria presso la Facoltà teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo. «Dialoghi» ringrazia i Viandanti che hanno proposto l’articolo sul loro sito (www.viandanti.org)

Dove ci si informa. La televisione continua a dominare la formazione dell’opinione pubblica, seguita da radio, stampa scritta, offerte online e social media. Il predominio della televisione è particolarmente pronunciato in Romandia e nella Svizzera italiana, dove ha un potere d’opinione molto maggiore rispetto alla radio e alla stampa scritta. Nella Svizzera italiana stampa scritta, offerte online e social hanno un’importanza simile; media predominante è il primo canale televisivo della RSI, seguito da Rete Uno e dal «Corriere del Ticino». Al quarto posto è Facebook, prima quindi di RSI LA2 e «laRegione», rispettivamente quinto e sesto. Il primo media italiano, Rai 1, è al 12. posto. Ma, secondo l’«Annuario 2019 sulla qualità dei media» la categoria cresciuta maggiormente dal 2009 è quella dei cosiddetti «deprivati di notizie», cioè le persone con un consumo di informazioni nettamente inferiore alla media. La loro quota è salita di 15 punti percentuali e ormai rappresentano il 36% della popolazione, con una punta del 56% nella classe di età 1629 anni. In aumento anche i cosiddetti «navigatori globali», consumatori di notizie che però non sono interessati a quelle regionali e nazionali. L’uso dei social per informarsi, paradossalmente, è inversamente proporzionale alla fiducia degli utenti: solo il 7% li ritiene affidabili. I mezzi di informazione tradizionali invece godono di notevole considerazione (47%). Secondo gli esperti è necessario sostenere mezzi di informazione locali perché indispensabili al funzionamento di una nazione come la Svizzera.

TESTIMONI Eugenio Corecco a vent’anni dalla morte Venticinque anni fa, il 1. marzo, mercoledì delle Ceneri, verso le 15, si spegneva Eugenio Corecco, 62 anni, vescovo di Lugano da nove. Nato ad Airolo da genitori leventinesi, era cresciuto a Chiasso. A dodici anni entrava in seminario, realizzando un desiderio. Il vescovo monsignor Jelmini gli permetteva di studiare teologia a Roma, alla Gregoriana e lo consacrava prete nel 1955, per inviarlo come parroco a Prato Leventina, apparentemente indifferente ai suoi studi romani e alle sue doti intellettuali. Sarà il confessore e direttore spirituale di Corecco a convincere il Vescovo a fargli proseguire gli studi, in una direzione però funzionale alle necessità della Diocesi: o matematica o diritto canonico. Corecco scelse il diritto. Non sentiva particolare propensione, ma il desiderio di servire la sua Chiesa e la sua curiosità intellettuale bastarono, perché questa materia diventasse sua, fino a farne la base di una carriera accademica e scientifica brillante, fino a divenire uno dei canonisti di fiducia di Giovanni Paolo II, chiamato nella ristretta commissione per l’ultima revisione del Codice di diritto canonico del 1983. Ma Corecco fu soprattutto un prete. La parrocchia di Prato Leventina non era stata troppo piccola per lui. Coinvolto nella vita universitaria, accettò di occuparsi degli studenti. Erano gli anni Sessanta, soffiavano i venti della contestazione e del Concilio, una stagione difficile, ma ricca di promesse, desiderosa di lasciarsi alle spalle i formalismi per trovare una vita e una fede più vere. Alla ricerca di una proposta chiara per i suoi studenti, Corecco incontrava don Luigi Giussani (1920-2005), il prete milanese che stava rinnovando Gioventù studentesca (una sezione dell’Azione cattolica), proponendo un cammino che iniziava dalle domande sul senso della vita, sul senso religioso insito in ogni uomo, fino a scoprirne la risposta in Cristo, presente e vivo nella comunità cristiana, cioè nella Chiesa. Un cammino profondamente personale e profondamente comunitario. Corecco lo farà suo e lo proporrà agli studenti, universitari e liceali, implicandosi

con loro in un’amicizia personale, di una fedeltà e generosità sconcertanti. Ma egli così viveva la Chiesa. Quella entità, che studiava dal punto di vista giuridico, facendo tesoro dell’insegnamento del suo professore di Monaco Klaus Mörsdorf e portandone più a fondo le intuizioni, non era un tema astratto. I suoi colleghi assistenti saranno i primi con i quali instaurerà quel rapporto di amicizia ecclesiale, di ricerca teologica nella massima libertà e nella massima fedeltà al mistero della Chiesa, che sarà la cifra del suo lavoro scientifico e della sua capacità di collaborare con tutti, superando gli schieramenti di parte. Giovanni Paolo II lo volle Vescovo di Lugano nel 1986. Per lui accettare significava rimettersi totalmente a disposizione. Da vescovo non abbandonò né l’impegno scientifico, né l’insegnamento accademico, tuttavia si dedicò senza risparmio alla sua Diocesi, con l’impegnativo programma di rianimare la fede; «Siate forti nella fede», la fede non come partito, parte da cui stare, ma fondamento e criterio della vita. Il suo metodo pastorale era mettersi al servizio di quello che c’era: valorizzò l’AC, le Confraternite, le Associazioni, fece spazio ai movimenti, agli ordini religiosi vecchi e nuovi. Propose ai preti una più intensa vita comunionale, declinata nel modo di affrontare le difficili condizioni finanziarie della Diocesi, la scarsità delle vocazioni. Prese decisioni coraggiose, come quella di cambiare la direzione del «Giornale del Popolo», di chiedere le dimissioni dei parroci, di fondare un Liceo (in tempi di magra), di aprire un Istituto accademico di teologia, promosso rapidamente a Facoltà di teologia (1992), quando in Ticino solo si parlava di università e quando la sua salute cominciava ad essere compromessa. Le sue opere più sentite – AC ragazzi e Facoltà – sono nate e cresciute insieme con la sofferenza fisica, insieme con la consapevolezza che «il tempo si fa breve». Il tempo ultimo fu quello della scoperta che «la tua Grazia vale più della vita», dell’accettazione e dell’offerta di sé, espressa nel condividere con tutti il suo cammino. Antonietta Moretti (dal «Corriere del Ticino» del 29 febbraio 2020)


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Don Primo Mazzolari: una Chiesa secondo il Vangelo Il 29 novembre 2018, presso la sede dell’UNESCO a Parigi, si svolse un convegno internazionale dedicato alla presentazione del messaggio di pace di Don Primo Mazzolari. La rivista «Impegno» della Fondazione Mazzolari di Bozzolo ne pubblica gli atti; qui riprendiamo l’intervento del vescovo di Cremona, e lo proponiamo in occasione del sessantesimo di morte del prete «voce dello Spirito Santo in terra mantovana». Sono vescovo di Cremona da quasi tre anni, ma il mio rapporto con gli scritti di Mazzolari risale agli anni della mia formazione. Introducendo questo convegno, ho il grato compito di ricordare gli snodi fondamentali del percorso umano e spirituale di questo protagonista del XX secolo. Don Mazzolari è un uomo di periferia: Cremona è periferia della Lombardia. Le sue parrocchie di Cicognara e di Bozzolo, in provincia di Mantova, sono periferie d’Italia, oggi come allora. Ma diviene uomo dallo sguardo senza confini. Nasce a Boschetto di Cremona il 13 gennaio 1890. Riceve la formazione culturale e spirituale nel Seminario di mons. Bonomelli, vescovo di ampie vedute, dal 1902 al 1912, quando viene ordinato sacerdote. Nel 1915 viene arruolato come prete soldato e poi è nominato cappellano militare: dalla prima guerra mondiale torna in crisi, per continuare il suo ministero solo in mezzo alla gente. Dopo un breve periodo alla parrocchia della SS. Trinità di Bozzolo, giunge a Cicognara, sotto l’argine del grande fiume Po. Qui, da parroco, si distingue per una cura pastorale attenta alle persone, soprattutto agli ultimi. Ed entra nel cuore dei suoi fedeli. In quei dieci anni svolge un’intensissima attività pastorale, per costruire una comunità intorno al messaggio evangelico. È così che nascono le dure contrapposizioni al fascismo. Nel 1925 si rifiuta di suonare le campane per cantare il Te Deum dopo lo scampato attentato al Duce. Nel 1929 don Primo non si reca alle urne per il voto politico che prevede un solo partito. La notte del 2 agosto 1931 alcuni fascisti sparano contro la canonica di Cicognara, per intimidirlo. L’anno successivo, don Mazzolari è trasferito da Cicognara a Bozzolo, dove rimarrà per 27 anni. Mentre si impegna ad unificare le due parrocchie del paese, inizia la sua attività letteraria. In pochi anni pubblica La più bella avventura, Lettera sulla parrocchia, Il Samaritano e altri testi. La più bella avventura, in cui attualizza con toni vivissimi la parabola dal figliol prodigo, incontra la critica del Sant’Uffizio, che esige che il libro sia tolto dal commercio. L’autorità ecclesiastica si mostra a lungo sospettosa nei confronti delle aperture ai lontani del parroco di Bozzolo. Polemiche e interventi disciplinari continueranno fino a poche settimane dalla morte del sacerdote. La seconda guerra mondiale vede Don Primo attivo a fianco della Resistenza nel Basso mantovano. La parrocchia è impegnata nell’alleviare le sofferenze di famiglie di profughi o colpite da lutti e finite in povertà. Anche il parroco viene più volte arrestato. Nel 1944 è costretto alla fuga e trova ospitalità in terra bresciana. In seguito è nascosto nella canonica di Bozzolo fino alla Liberazione, il 25 aprile 1945. Anche questo conflitto obbliga il sacerdote cremonese a riflettere sulla pace e nel 1955 pubblica, all’inizio in forma anonima, Tu non uccidere, il manifesto del pacifismo cristiano. Nel secondo dopoguerra l’urgenza è ricucire il tessuto dilaniato del Paese. Mazzolari pensa a un partito di ispirazione

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cristiana che sia all’altezza delle attese di giustizia sociale presenti nella gente più umile e povera. Favorisce il sorgere della Democrazia Cristiana a Bozzolo e la appoggia nelle elezioni del 18 aprile 1948. Si spende senza risparmiarsi su varie piazze italiane in favore dell’impegno sociale dei cattolici. Nel 1949 fonda il quindicinale «Adesso», in cui far dialogare mondi diversi. Al giornale contribuiscono, infatti, uomini provenienti da culture e storie differenti: cattolici, socialisti, laici, sindacalisti, politici, economisti… La casa di Don Primo diviene un punto di incontro per uomini e donne di ogni estrazione sociale. Don Mazzolari è luce per molti che si trovano in crisi, in povertà o di fronte a grandi responsabilità. Nella parrocchia di Bozzolo c’è una parola per tutti, vicini e lontani. La vicenda terrena di Don Mazzolari si conclude il 12 aprile 1959. Qualche settimana prima, il parroco è ricevuto da papa Giovanni XXIII. È il 5 febbraio quando don Primo può ascoltare dalla bocca di papa Roncalli queste parole: «Ecco la voce dello Spirito Santo in terra mantovana». Dopo tanti scontri e incomprensioni, la Chiesa comincia a riconoscere il valore della testimonianza evangelica del parroco di Bozzolo. Anche se «nessuno è profeta in pa-

tria»: a Cremona, infatti, ha fatto fatica ad essere accolto e compreso senza pregiudizi. Il sacerdote cremonese muore alla vigilia del Concilio Vaticano II, già indetto ma non ancora iniziato. Il suo impegno per una Chiesa secondo il Vangelo lo ha preparato. Come Mosè, attraversa il deserto della Chiesa preconciliare ma si ferma alla soglia della terra promessa. Oggi guardiamo alla vita e al pensiero di don Mazzolari come a una fonte, cui attingere ragioni di impegno e speranza. Ci aiuta a farlo il magistero di Papa Francesco, che ha sorpreso tutti recandosi il 20 giugno 2017 a Bozzolo, per pregare sulla tomba di un parroco di campagna. Quel giorno, il Papa così concludeva il suo discorso: «Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni». Siamo qui oggi, sotto gli occhi del mondo e della sua ricerca di pace, per fare ancora tesoro di quella lezione. Antonio Napolioni, vescovo di Cremona


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Ernesto Cardenal prete e ministro

Riabilitato Eugenio Melandri ex-deputato

Con il suo berretto da guerrigliero, Ernesto Cardenal è stato il simbolo dell’incontro esplosivo tra la Chiesa e la guerriglia, originato dalla Teologia della liberazione. Nato il 20 gennaio 1925 in una famiglia agiata di Granada (Nicaragua), Cardenal studia letteratura a Managua e in Messico, poi viaggia negli Stati Uniti e in Europa. Partecipa al primo colpo di Stato, fallito nel 1954 e deve rifugiarsi in un monastero del Kentucky, dove è novizio del monaco trappista e scrittore spirituale Thomas Merton. Ordinato prete nel 1965, fonda una comunità di contadini e pescatori nelle isole Solentiname: «Il Vangelo di Solentiname» (1966) coniuga utopia sociale e lotta rivoluzionaria. Nel 1979 il regime di Somoza viene rovesciato e Ernesto Cardenal diventa ministro della cultura nel governo sandinista di Daniel Ortega, con suo fratello Fernando (1934-2016), prete gesuita e ministro dell’educazione, e Miguel D’Escoto (1933-2017) lui pure prete e ministro degli esteri. Questa scelta, giustificata dai bisogni del Paese, non è accettata a Roma e da papa Wojtyla (che con gesto clamoroso negherà a Cardenal una benedizione all’aeroporto di Managua) e i tre preti vengono nel 1985 sospesi a divinis. Ernesto Cardenal non celebrerà l’Eucarestia per 34 anni. Nel 1994 si allontanerà dal governo Ortega, non approvandone la deriva autoritaria. Solo nel 2019, riabilitato da Papa Francesco, potrà nuovamente celebrare, nell’ospedale, dove è morto il 1. marzo scorso (cfr. «Dialoghi», 256, p. 23).

Il 12 settembre scorso, Eugenio Melandri è stato (re)incardinato nella diocesi di Bologna per decisione del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo della città, dopo che la Congregazione vaticana per il clero aveva annullato la sanzione canonica a suo carico, della sospensione a divinis. Classe 1948, Eugenio Melandri nel 1974 era entrato nei Saveriani (la Pia Società di San Francesco Saverio per le Missioni estere). Molto impegnato sui temi della pace, del disarmo, della solidarietà internazionale, Melandri diventa nel 1980 direttore del mensile dei saveriani, «Missione Oggi». ln quegli anni la rivista, dopo essersi prevalentemente occupata della Cina, prima missione dei saveriani, e in seguito di teologia missionaria, aveva cominciato ad accompagnare lo sviluppo del dibattito postconciliare, dentro e fuori la congregazione saveriana. Una linea che non piaceva ai partiti di governo, in primis la DC, e nemmeno al Vaticano e, di riflesso, nemmeno ai vertici della congregazione saveriana. Estromesso dalla rivista, emarginato dalla sua congregazione, Melandri accetta la candidatura alle elezioni europee del 18 giugno 1989 per le liste di Democrazia Proletaria. Viene eletto deputato e sospeso dal ministero sacerdotale. A 30 anni da quel provvedimento, la scelta dell’arcivescovo di Bologna e del Vaticano arriva certamente in forte e ingiustificato ritardo; è comunque un segnale importante, perché giunge in un momento di particolare difficoltà per Melandri, che da mesi è malato di tumore. (a.l.)

La storia di un’amicizia

Alla ricerca della sorella

Il carteggio tra Hermann Hesse e Peter Weiss comincia nel 1937, quando il giovane Weiss, profondamente colpito dalla lettura de Il lupo della steppa, si rivolse a Hesse per ottenere consigli e suggerimenti. Tra i due, malgrado la notevole differenza di età, si instaurò subito un rapporto di amicizia, al punto che Weiss nel 1937 fu ospite alla Casa Camuzzi di Montagnola e l’anno successivo visse alcuni mesi a Carabietta.

È l’anno del Signore 1774 quando Elena e Martino lasciano per sempre la Valle Rovana insieme a una vacca, una gallina e qualche capra. Hanno sedici e quindici anni, sono rimasti soli e il loro villaggio non ha più nulla da offrire loro. Cercando di salvare le bestie dal fiume in piena Martino si ferisce ed è costretto a fermarsi a Maggia. Da quel momento non vedrà più sua sorella. Inizia così il lungo viaggio di Martino sulle tracce di Elena.

di Hermann Hesse e Peter Weiss, 12,5 x 21 cm, collana “I Cristalli”, 192 pagine con illustrazioni a colori, Fr. 22.–

di Ottorino Pedrazzini, 12,5 x 21 cm, collana “La Betulla”, 240 pagine, Fr. 22.–

Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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cronaca svizzera

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

«Chi uccide un uomo uccide l’umanità». Anche in Ticino è stato ricordato il settantacinquesimo della liberazione dei campi di sterminio nazisti e rievocata e deplorata la criminale follia della «soluzione finale»contro ebrei e… altri diversi. Ma con un testimonio scomodo: la senatrice italiana Liliana Segre ha ricordato ai ticinesi che lei e suo padre furono respinti alla frontiera di Stabio, catturati poi dai fascisti e finiti nei campi di sterminio, dove suo padre morì. Quanti sono stati i respingimenti in quegli anni alla frontiera svizzera (centinaia? migliaia?) e di quanti assassini furono responsabili, seppure indirettamente, gli svizzeri di allora? Parafrasando il Corano, «Chi uccide un uomo, uccide l’umanità». Anche l’umanità che è in noi, mentre continuano i «respingimenti» (seppure con conseguenze meno criminali) alle nostre frontiere. Pizzicagnoli. Il Gran Consiglio ticinese ha accettato, con 38 voti favorevoli, 32 contrari e 3 astenuti, una proposta leghista che chi vuole ottenere la cittadinanza ticinese deve rimborsare le prestazioni sociali ricevute negli ultimi dieci anni (finora solo tre anni). Una decisione da… Piccolo Consiglio, mentre diminuiscono in Ticino le nascite. Calano i cristiani. Il legame delle persone residenti in Svizzera con le istituzioni religiose si erode sempre più. Tra il 2010 e il 2018 la quota dei cattolici-romani e degli evangelici riformati è diminuita rispettivamente di 3 e 5 punti percentuali: al 36,5% e al 24,4%. Allo stesso tempo, la proporzione della popolazione che si dice «senza confessione» è salita dal 2010 al 2018 di 8 punti, al 25%, superando la quota dei riformati. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, la tendenza degli ultimi otto anni si iscrive in quella in atto da quarant’anni, periodo nel quale la quota di cattolici-romani è rimasta relativamente stabile, mentre quella degli evangelici riformati è diminui­ta a vantaggio della proporzione di persone senza appartenenza religiosa. Per quanto concerne il Ticino, i dati dell’UST mostrano che le persone di fede cattolico-romana sono il 63%, mentre quelle senza appartenenza

religiosa sono il 22,8%. Gli evangelici riformati sono il 3,85%, seguiti dai membri dalla comunità islamica (2,1%). L’unico altro cambiamento che emerge dai dati dell’UST riguarda infatti l’Islam: la quota delle comunità musulmane è cresciuta di un punto percentuale, al 5,2%. Tutte le altre appartenenze religiose assieme rappresentano il 7,5% dei residenti. Tra queste, la comunità ebraica, storicamente presente in Svizzera, che rappresenta una quota dello 0,3% della popolazione. Chiese ecologiche. Nell’enciclica Laudato si’ del giugno 2015 papa Francesco ha dato avvio ad una «rivoluzione ecologica» all’interno della Chiesa cattolica, anche se segnali in questo senso erano già giunti dai precedenti pontefici. Dalla parrocchia di San Lazzaro a Roma alla Sala Paolo VI in Vaticano (sul cui tetto è stato realizzato un grande impianto fotovoltaico), dall’Austria agli Stati Uniti si moltiplicano gli investimenti sostenibili, e la Svizzera non è da meno. La chiesa cattolica dedicata a San Francesco a Ebmatingen (frazione del comune di Maur, nel canton Zurigo), lo scorso novembre ha infatti ricevuto il Premio Solare europeo 2019. Costrui­ to nel 1989, l’edificio di culto è stato completamente risanato ed è diventato esemplare. Anche in Ticino non mancano gli sforzi. La Parrocchia di Viganello voleva installare un impianto fotovoltaico sulla chiesa di Santa Teresa, ma il progetto è stato rifiutato perché toccava un edificio protetto. La Diocesi di Lugano sta portando avanti una politica di promozione delle energie alternative per gli edifici di sua proprietà. Svizzera apprezzata. Secondo «Presenza Svizzera», che si fonda sull’indice National Brand Index (NBI), l’immagine del Paese nel mondo rimane buona. L’NBI analizza la percezione dei cittadini di cinquanta stati usando un campione di circa ventimila interviste. Nella graduatoria, la Confederazione si situa all’ottavo posto. Godono in particolare di un’eccellente reputazione il suo sistema di governo, la competitività e la qualità di vita. La Svizzera ottiene il punteggio più modesto nel campo della cultura e dello sport (16. posto). Per i

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tedeschi, i cinesi e i russi è al quarto posto, sempre su 50; invece in Svezia figura al nono posto, nel Regno Unito al decimo e in Italia al dodicesimo. E gli svizzeri, e i ticinesi, cosa pensano dell’Italia? Meglio non saperlo. Altrimenti, dove andremmo a fare le vacanze? Multinazionali responsabili. Mentre il Parlamento non è ancora riuscito a trovare un accordo su un controprogetto all’iniziativa per multinazionali responsabili, il sostegno alla proposta sta crescendo a tutti i livelli in Svizzera. Oltre ai circa 300 comitati locali, esiste ora un comitato di area borghese composto da oltre 120 politici e un comitato economico che riunisce oltre 160 imprenditori svizzeri favorevoli all’iniziativa. Anche la Conferenza dei Vescovi svizzeri, la Federazione delle Chiese protestanti e l’Alleanza evangelica svizzera hanno espresso il loro sostegno all’iniziativa che, in mancanza di un adeguato controprogetto, sarà sottoposta al voto popolare in autunno. Il problema della responsabilità delle multinazionali non preoccupa solo gli svizzeri; esso è ampiamente dibattuto a livello internazionale, come documenta un articolo informativo della rivista «Aggiornamenti sociali» dei gesuiti di Milano (n. 3, marzo 2020) sulle iniziative in atto, mentre la Francia si è dotata dal marzo 2017 di una legge sul dovere di vigilanza delle società capogruppo e delle società committenti. Vuoi fare la guardia del Papa? Gli effettivi della Guardia svizzera in Vaticano dovrebbero crescere da 110 a 135 uomini, ma le reclute sono scarse. Così è stato organizzato uno stand al «salone dei mestieri» di Martigny (Vallese). Per essere reclutati ecco i requisiti: uno dev’essere cittadino svizzero, celibe, cattolico, altezza minima 174 centimetri, avere assolto la scuola reclute, possedere almeno un certificato di fine tirocinio. La durata minima del servizio richiesto è di 26 mesi. Suicidi in Svizzera. L’organizzazione «Exit» ha praticato il suicidio assistito a 862 persone, l’anno scorso, nella Svizzera tedesca e in Ticino: 43 casi in meno rispetto al 2018. In Romandia gli «accompagnamenti alla morte» sono stati 352: 51 in più rispetto all’anno precedente. In Ticino i suicidi assistiti sono passati negli ultimi due anni da 19 a 23. Exit Svizzera tedesca ha registrato 12.029 nuove adesioni


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nel corso del 2019 e contava 128.212 iscritti alla fine dell’anno. In Ticino le adesioni erano circa 2.500 alla fine del 2018 e la crescita è paragonabile a quella nella Svizzera tedesca. I tumori allo stadio terminale (36%), le malattie legate alla vecchiaia (26%) e i dolori cronici (7%) sono i motivi più frequenti di chi chiede di poter morire. L’età media delle persone accompagnate alla morte era di 78,2 anni. Il Gran Consiglio vallesano ha respinto la proposta del Governo cantonale di inserire nella legge sanitaria una disposizione a favore del «suicidio assistito» nelle case per anziani; i contrari (PDC e UDC) temevano una banalizzazione della pratica, difesa dagli altri partiti in nome della libertà individuale. Il PDC vallesano ha tuttavia presentato una mozione urgente per chiedere una larga consultazione sul «fine vita» negli stabilimenti cantonali. Rifugiati accolti. La Svizzera intende accogliere rifugiati minorenni provenienti dalla Grecia. Lo ha dichiarato la consigliera federale Karin Keller-Sutter poco prima della riunione dei ministri dell’Interno degli Stati-Schengen, a Zagabria. Il Dipartimento federale di giustizia e polizia ha proposto ad Atene di accogliere un certo numero di minorenni non accompagnati con legami familiari con la Svizzera, ha dichiarato la «ministra» all’ATS. Non è ancora chiaro quando arriveranno. Keller-Sutter ha pure invitato la Commissione europea a elaborare un piano d’azione per la Grecia. Migrazione illegale. Lo scorso anno la migrazione illegale in Svizzera ha visto una nuova diminuzione, in linea con i dati degli ultimi anni. Il Corpo delle guardie di confine ha infatti recensito 12.927 casi di soggiorno illegale contro i 16.563 di due anni fa (-22%). Nel 2017 erano oltre il doppio, ovvero 27.300. La regione più toccata è il Ticino (Regione IV) con 3.474 casi che hanno visto coinvolte 3.160 persone La maggior parte delle persone coinvolte era di nazionalità nigeriana (1.033). Seguono i gambiani (263), gli algerini (201), i pachistani (163) e i marocchini (162). A livello nazionale emerge che, per quanto riguarda la nazionalità, rimangono davanti a tutti i nigeriani: a quota 1.994. Seguono gli albanesi (821), gli algerini (769), i gambiani (625) e i marocchini (543). Sono invece spariti gli eritrei, che nel 2016, l’anno dei «record», avevano rappresentato un quarto dei casi.

Commercio mortale. Nel 2019 le esportazioni di materiale bellico dalla Svizzera sono nettamente aumentate. Le imprese elvetiche hanno esportato con l’approvazione della Confederazione armi da guerra per un valore di 728 milioni di franchi in 71 Paesi, cifra in progressione di 218 milioni rispetto all’anno precedente. Secondo i dati pubblicati dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), l’incremento dell’export di materiale bellico è stato del 43%. Alla Danimarca e alla Romania sono stati consegnati veicoli blindati per un valore di 150 milioni, rispettivamente di 111 milioni; alla Germania sono state vendute munizioni per 68 milioni di franchi e al Bangladesh sistemi di difesa anti­ aerea per 55 milioni. L’anno scorso la SECO ha ricevuto un totale di 2.450 nuove domande di esportazione. Ne sono state approvate 2.257 per un valore di 2,968 miliardi. Il forte aumento delle esportazioni d’armi nel 2019 ha suscitato diverse critiche da parte del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), che accusa Berna di «alimentare» i conflitti autorizzando la vendita di armi a Paesi «nei quali i diritti umani vengono violati in modo massiccio, come il Bangladesh, il Bahrain, l’Arabia Saudita e il Pakistan». Guai agli anziani. Gli over 55 sono svantaggiati nella ricerca di un posto di lavoro e gli over 60 trovano raramente un impiego due anni dopo il licenziamento. Sono questi in estrema sintesi i risultati di uno studio dell’Università di Losanna (UNIL). I candidati e candidate tra i 40 e i 45 anni non risultano svantaggiati. A partire dai 50 anni la situazione è diversa: per un impiego di portinaio gli ultra-cinquantenni non ricevono praticamente più nessun invito a un colloquio di assunzione. Per quanto riguarda gli assistenti in risorse umane e i contabili, le chances diminuiscono fortemente a partire dai 55 anni. Questi risultano addirittura più svantaggiati… di uno che porti un cognome polacco o turco. Il Consiglio federale ha proposto una rendita transitoria per i disoccupati ultrasessantenni fino al pensionamento, per evitare che finiscano in assistenza. Gli aventi diritto sono più di 4mila. Debitori ticinesi. Secondo le stime dell’Ufficio federale di statistica, in Ticino sono circa 24.000 le persone toccate dal fenomeno dell’indebitamento eccessivo, ovvero il 7,5% della popolazione. Per le definizioni stati-

stiche, una persona, famiglia o economia domestica è considerata sovraindebitata o a rischio indebitamento eccessivo quando le sue risorse – in particolare il reddito corrente, dopo la deduzione delle spese necessarie per il sostentamento – non sono sufficienti per onorare gli impegni finanziari scoperti entro un termine definito. Nel 2014 il Cantone Ticino ha lanciato un piano pilota di prevenzione all’indebitamento eccessivo denominato «Il franco in tasca». Moderne schiavitù. Secondo la polizia federale, la tratta di esseri umani consistente nel «reclutare persone, ospitarle, accoglierle, offrire i loro servizi, trasferirle o metterle in contatto per mezzo di intermediari a scopo di sfruttamento» negli ambiti del sesso, del lavoro o della «donazione» di organi. Qualcuno la definisce, né più né meno, schiavitù. In totale, al mondo nel 2016 le persone vittime di queste situazioni, stando a un rapporto del 2017 dell’ILO, erano 40,3 milioni. Le organizzazioni di aiuto alle vittime in Svizzera identificano e assistono oltre 250 persone all’anno riuscite a sottrarsi allo sfruttamento. Ma la tratta di esseri umani resta un fenomeno nascosto. L’Ufficio federale di statistica segnala che i reati perseguiti per tratta di esseri umani commessi in Svizzera sono stati 85 nel 2018 (contro i 125 registrati nei due anni precedenti) e le condanne quattro nel 2018, 6 nel 2017 e 11 nel 2016. Le consulenze sono state 186 nel 2018 contro le 164 nel 2017 e le 158 l’anno precedente. I principali Paesi di provenienza delle vittime in Svizzera sono, nell’ordine: Romania, Thailandia, Ungheria, Repubblica Ceca, India e Nigeria. Spetta alle autorità giudiziarie cantonali il perseguimento penale. La tratta è spesso unita con reati come il promovimento della prostituzione, il traffico di migranti, l’entrata illegale nel Paese e le infrazioni alla legge sugli stranieri. La lotta contro questo reato non può quindi prescindere dalla cooperazione internazionale sul piano politico e operativo. Esiste un piano nazionale d’azione (PNA) per il periodo 2017-2020 che definisce la strategia svizzera contro il fenomeno. Si basa su quattro pilastri: prevenzione, perseguimento penale, protezione delle vittime e collaborazione. Il Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa ha chiesto alla Svizzera di migliorare l’identificazione e la protezione delle vittime e di non punirle per un’eventuale partecipazione ad attività vietate.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Avanti con il Papa. Il 13 marzo papa Francesco ha raggiunto i sette anni di pontificato. Nicolas Senèze, corrispondente del quotidiano cattolico francese La Croix, ha scritto che la sua azione ha modificato la Chiesa con sette «impegni», qui brevemente riassunti. 1) mostra un nuovo modo di governare, fin dalla prima apparizione al balcone, col suo «buon giorno… pregate per me»; 2) fa chiarezza nelle finanze vaticane; 3) parla alla Curia sui mali da correggere; 4) lascia libertà di parola ai vescovi nelle assemblee; 5) si pronuncia a favore dei migranti (Lampedusa 6 luglio 2013) e cerca di superare le strettoie della moralità sessuale; 6) si impegna per una ecologia integrale (l’Amazzonia e il nuovo stile di vita; 7) lotta contro gli abusi sessuali nella Chiesa (da Echo Magazine del 19 marzo 2020, p. 37). L’agenzia Media ha elencato 22 fatti significativi che hanno caratterizzato i sette anni del pontificato, dalla visita ai migranti a Lampedusa al documento di Abu Dhabi, al sinodo sull’Amazzonia. Una ricerca inglese condotta su duemila cattolici ha messo in evidenza come Papa Francesco sia apprezzato particolarmente dai giovani praticanti sotto i trent’anni: su sette temi (poveri, donna, ecc.) più di tre quarti hanno dato giudizio «buono» o «eccellente». È il «voto» che gli darebbero anche gli ex giovani di «Dialoghi». Due presidenti «francescani». Due conferenze episcopali di importanti Chiese europee: quella tedesca e quella spagnola, si sono date un nuovo presidente. In Germania è stato eletto mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo, 58 anni, considerato un riformista; in Spagna il nuovo presidente è il cardinale Juan José Omelia, arcivescovo di Barcellona, nominato a quella sede da papa Francesco. Vicepresidente è stato eletto il card. Rouco Varela, arcivescovo emerito di Madrid. «Adista» commenta: «squadra bergogliana»! Ad honorem. La cattedrale della Chiesa di Cristo a Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo, era gremita per onorare il medico e pastore pentecostale Denis Mukwege, Premio Nobel per la pace 2018, al quale la Facoltà di medicina

dell’Università protestante del Congo conferiva una laurea ad honorem per il suo impegno lungo decenni nel sostenere i deboli e in particolare le vittime della violenza sessuale. Il dottor Mukwege ha curato oltre cinquantamila donne e da alcuni anni affianca agli interventi sul campo una campagna di informazione che lo vede ospite di vari consessi internazionali. Il suo impegno è stato riconosciuto con l’assegnazione di vari premi: oltre al Nobel, quello per i diritti umani delle Nazioni Unite e il Premio Sakharov assegnatogli nel 2014 dal Parlamento europeo. Dimissionario emerito. Papa Francesco ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo di Lione, card. Philippe Barbarin, in un primo momento rifiutate perché era in corso il procedimento penale in cui era accusato di aver protetto, mancando di denunciarlo, un prete prevenuto per numerosi reati sessuali nei confronti di giovani scaut. Il cardinale si era sospeso autonomamente da ogni funzione episcopale. Barbarin è stato finalmente prosciolto, in quanto l’accusa era coperta dalla prescrizione, perché risalente agli anni Novanta. Il prete invece è stato condannato a cinque anni di detenzione. Inaugurato il Sinodo tedesco. A Francoforte si è svolta, dal 30 gennaio al 1. febbraio, la prima assemblea del Cammino sinodale della Chiesa tedesca, sotto la guida del presidente della Conferenza episcopale tedesca card. Reinhard Marx e del Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK), il più grande organismo laicale di Germania. Qualche giorno prima, il 28 gennaio, il Consiglio permanente della Conferenza episcopale aveva pubblicato una dichiarazione sul tema considerato all’origine della profonda crisi di credibilità della Chiesa in Germania: gli abusi sessuali commessi da membri del clero. A dieci anni dall’esplosione dei casi nel Paese, i vescovi la definiscono «una ferita profonda che ci provoca vergogna e ci sfida». È proprio nel tentativo di recuperare quella credibilità che la Chiesa tedesca ha giudicato irrinunciabile intraprendere un percorso di riflessione e di riforma, il Cammino sinodale appunto, per giungere a una riforma

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strutturale e radicale di disfunzioni e ambiti che richiedono un aggiornamento. Sessantanove vescovi – tutti in semplice clergyman –, 69 membri del Comitato centrale dei cattolici (ZdK), religiosi, persone consacrate, giovani, diaconi e rappresentanti di diverse realtà ecclesiali, per un totale di 230 membri – tra cui 66 donne, pari a circa il 28% del totale – sono i dati della partecipazione alla prima assemblea del Sinodaler Weg. Un cammino preceduto da un lungo dibattito, ispirato alle indicazioni date da Papa Francesco in una lettera inviata ai vescovi tedeschi alla fine dello scorso giugno: lettera di appoggio, ma anche di invito alla prudenza. Un cammino con il quale il mondo cattolico a tutti i livelli cercherà soluzioni che possano mettere un freno all’apparentemente irrefrenabile emorragia di fedeli che la Chiesa in Germania sta vivendo da alcuni anni, devastata dalla perdita di credibilità che la crisi degli abusi sessuali ha provocato. Di qui, la scelta delle tematiche da approfondire nei prossimi due anni, e sulle quali prendere decisioni in autonomia, affrontate in quattro forum distinti nel corso di quattro incontri: «Potere e divisione dei poteri nella Chiesa»; «Vita sacerdotale oggi»; «Donne nei servizi e nei ministeri della Chiesa»; «Amore e sessualità». La riforma dei «legionari». In un discorso del 29 febbraio, Papa Francesco ha espresso soddisfazione per le riforme in atto tra i «Legionari di Cristo», mettendoli in guardia da ogni tentazione di «guardare al passato». La Federazione Regnum Christi (è il nuovo nome che ha assunto) raggruppa la comunità dei preti (1.500 «legionari»), i due rami dei consacrati (523 donne e 59 uomini) e 24.700 membri laici. Il fondatore, Marcial Maciel, aveva abusato tra il 1941 e il 2019 di almeno 175 minorenni. Dopo lo scandalo, scoppiato nel 2014, la Federazione cerca di rinnovarsi, in particolare con regole che vogliono rendere più trasparente la vita della comunità e una direzione collegiale con due rappresentanti laici. Abolire il culto domenicale? Si è aperto nella Chiesa evangelica tedesca un dibattito sulla validità del culto domenicale così com’è: se non sia il caso… di abbandonarlo. Risulta che la celebrazione domenicale attira ormai solo per le persone più anziane. È ritenuta ancora importante la ce-


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lebrazione del Natale, soprattutto da coloro che vanno in chiesa raramente o non ci vanno mai. Altrettanto importanti sono considerate, rispetto a quelle domenicali, le cosiddette celebrazioni «d’occasione», ossia quelle – in genere molto frequentate – che si tengono in occasione di particolari eventi della vita come il battesimo, i matrimoni, i funerali. Per quanto riguarda le domeniche, i dati sono impietosi: solo il 3% dei protestanti frequentano il culto domenicale, complessivamente 734.000 persone su 21 milioni di fedeli. La domanda che ora molti si pongono è se la Chiesa evangelica non si trovi di fronte ad un «lento addio» alla celebrazione della domenica mattina. Molti ritengono che abbandonare il culto domenicale: sarebbe rinunciare alla propria visibilità. La storia delle religioni dimostra l’importanza delle abitudini e dei riti. Chi desidera frequentare un servizio religioso deve poter contare su tempi e luoghi sicuri. Di fronte alla crisi attuale, si suggerisce di rendere le celebrazioni più attraenti, rendendo i servizi più brevi, curando il più possibile la predica e la musica. Il problema esiste anche per la Chiesa cattolica tedesca, dove tuttavia la frequenza dei cattolici alla messa domenicale è ancora del 9,3%. Si può certo discutere – anzi è necessario – sulle modalità delle celebrazioni: ma nei nostri tempi, così frenetici, la domenica è anche il modo migliore di incontrarsi e di partecipare insieme alla liturgia. Occorre comunque chiedersi come rendere il culto più attraente e arricchirlo con un linguaggio più accessibile. Anche le comunità dovrebbero essere coinvolte nei cambiamenti da adottare. Una chiesa «sanctuary». L’Elca (Evangelical Lutheran Church in America) è una delle più grandi confessioni cristiane negli Stati Uniti, con quasi 3,5 milioni di membri in oltre 9.100 comunità sparse nei 50 Stati dell’Unione e nella regione dei Caraibi. Durante l’Assemblea riunita dal 5 al 10 agosto 2019 al Wisconsin Center di Milwaukee è stata approvata una dichiarazione con la quale l’Elca si definisce «chiesa santuario». Sanctuary, in inglese, non significa solo «santuario» nel senso italiano di edificio di culto, ma anche rifugio. In pratica significa la disponibilità di ogni chiesa locale a sostenere e ospitare le famiglie migranti entrate nel Paese e a rischio di espulsione.

Lutto. È morto il 13 gennaio 2020 lo storico francese Jean Delumeau, autore di moltissimi libri di storia delle religioni. Di lui si ricordano in particolare «La paura in Occidente», «Il peccato e la paura» e la «Storia del Paradiso». Nato a Nantes nel 1923, è stato professore di storia moderna all’università di Rennes (1957-70), poi alla Sorbona (1970-75), infine al Collège de France (1975-1994) dove insegnava storia delle mentalità religiose nell’Occidente moderno. La paura del coronavirus non avrà bisogno di studiarla, perché è morto prima dello scoppio dell’epidemia in Occidente, ma il suo insegnamento poteva aiutarci a superarla! Chi aiuta l’Africa. Il valore delle rimesse degli emigrati africani in tutto il mondo inviate verso i Paesi di origine ha raggiunto gli 80 miliardi di euro in un anno: il doppio degli aiuti allo sviluppo forniti dai grandi donatori del Nord del mondo. I principali Paesi beneficiari sono l’Egitto, la Nigeria, il Marocco, il Ghana, il Kenya e il Senegal. Denuncia e sconcerto. L’Arche è una federazione di associazioni che gestiscono 154 istituti in 38 Paesi (in Svizzera a Friburgo, Ginevra e Soletta) per persone diversamente abili che vivono in comune con volontari e operatori sociali. I responsabili hanno comunicato che Jean Varnier, un laico d’origine canadese, fondatore della istituzione, morto il 7 maggio 2019 («Dialoghi» n. 257, p. 17), ha commesso abusi sessuali su almeno sei donne maggiorenni e ha nascosto gli abusi del domenicano Thomas Philippe. Varnier era stato pure fondatore della rete cristiana «Foi et Lumière», che conta 1.400 «comunità d’incontro» a favore di persone diversamente abili in 86 Paesi. La notizia ha suscitato stupore e sconcerto nei dirigenti, personale e assistiti dell’organizzazione. Nella gestione dello scandalo sono coinvolti l’Ordine domenicano e la Conferenza episcopale di Francia. Brasile meno cattolico. Secondo un sondaggio condotto nell’agosto nel 2019, in Brasile i cattolici, che nel 1970 erano il 91,8% della popolazione, sono ora il 51%, mentre la percentuale degli evangelicali – 5,2% negli anni ’70 – è cresciuta al 32%. Nella regione amazzonica brasiliana il numero degli evangelisti ha addirittura superato quello dei cattolici (46% contro 45%). Secondo il teologo Frei

Betto (Carlos Libanio Christo), «dietro le Chiese evangeliche e il loro progresso in America Latina c’è la Casa Bianca. È una offensiva ben pianificata, ben ponderata», che risale al «Documento di Santa Fè» (New Mexico), con il quale gli Stati Uniti negli anni ’80 elaborarono una strategia a favore di un nuovo protestantesimo per la regione latinoamericana per contrastare la Teologia della liberazione. Così si spiega Betto l’elezione di Jair Bolsonaro e il calo registrato dai movimenti classici e dai partiti di sinistra che avevano basi tra le comunità cattoliche, soprattutto le più povere: «Gli evangelici avanzano negli spazi che abbandoniamo», e «ciò ha a che fare con i pontificati di Giovanni Paolo Il e Benedetto XVI, che hanno smobilitato le comunità ecclesiali di base per arginare al massimo la Teologia della liberazione». Gli evangelicali fanno un lavoro vicino al popolo, «perché il pastore vive nella favela», mentre «il prete cattolico ha una formazione più elitaria, non è della favela». Il teologo brasiliano avverte che «se, come vuole Papa Francesco, la Chiesa cattolica non si rinnova, non avanzerà più» (da «Adista», 18.1.2020). Chiese accoglienti. Per alcune settimane le chiese del centro di Stoccarda si trasformano: i banchi vengono spinti ai lati, vengono allestiti dei tavoli e si creano punti di incontro dove accogliere le persone. Le cosiddette «chiese vespro» si trasformano durante i mesi invernali umidi e freddi in luoghi confortevoli e aperti a tutti indipendentemente dalla loro origine, reddito o stato sociale. La chiesa di St. Leonhard a Stoccarda è stata la prima «chiesa vespro», in cui operano ottocento volontari che accolgono gli ospiti, servono cibo, organizzano, dialogano, e sono impegnati in tanti altri modi. In media, dal 19 gennaio al 7 marzo, sono stati preparati seicento pasti al giorno nella sola chiesa di St. Leonhard: pasti gratuiti, gli ospiti danno ciò che possono. Oltre ai pasti, naturalmente, le «chiese vespro» offrono preghiere quotidiane, consulenza diaconale, supporto per domande di lavoro, servizi da parrucchiere, eventi culturali. Il primo progetto di «chiesa vespro» a Stoccarda risale al 1995. Da allora l’idea è decollata. La Chiesa evangelica luterana del Württemberg ha 30 parrocchie che aprono le loro chiese per questo progetto diaconale; altre chiese regionali tedesche stanno prendendo in considerazione l’idea.


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Vivere di rendita. Il suolo è il «nostro» (nostro, in quanto abitanti della Svizzera) bene comune più importante. Per dimostrarlo facciamo il seguente esercizio teorico. Se la Confederazione fosse proprietaria di tutto il territorio e incassasse il 2% di tasse per il suo utilizzo in base alle attività che vi avvengono, ricaverebbe 80 miliardi di franchi l’anno. Potrebbe così abolire la riscossione delle imposte e funzionare grazie a questa tassa. Viene da chiedersi se sia giusto che il suolo sia oggi, nella maggior parte, in mano privata. Assunzione di responsabilità. Uno studio dell’ARE ha dimostrato che nel 2015 i tre quarti dell’impatto ambientale legato al consumo di merci in Svizzera… si è verificato all’estero. Questo perché le merci non sono fabbricate nel nostro Paese. La prassi di acquisto sostenibile deve essere rivista in quest’ottica, soprattutto per l’amministrazione pubblica: Confederazione, cantoni e comuni insieme spendono ogni anno circa 40 miliardi di franchi per approvvigionarsi con ogni tipo di prodotti. Con l’ultima sua revisione, nella legge federale sulle commesse pubbliche i criteri di sostenibilità sono stati meglio definiti. Nella nuova legge, che entrerà in vigore nel 2021, la sostenibilità sociale e ambientale è finalmente contemplata in modo stringente. Ma già da alcuni anni la Confederazione sta facendo degli sforzi per includere nei criteri d’acquisto anche i parametri ecologici e sociali. Per esempio, con l’acquisto di nuove stampanti per l’amministrazione ha potuto ridurre sia il consumo di elettricità, sia le emissioni di ozono e di polveri fini. Inoltre Armasuisse, l’Ufficio federale per l’armamento, acquista gli abiti da lavoro di cotone per i civilisti da ditte che ottemperano agli standard Global Organic Textile Standard e che rispettando standard minimi per quanto riguarda le politiche salariali e sociali lungo tutta la catena di produzione. Pochi ma buoni. Il Sinodo della Chiesa cattolico-cristiana tenutosi il 7 marzo scorso ha aperto l’era della sostenibilità: tutti i partecipanti si sono recati a Zurigo con i mezzi pubblici, il pranzo è stato preparato senza usare carne e affini e, malgrado abbia com-

portato una maggiore organizzazione, si è fatto a meno di stoviglie mono uso. La comunità di Zurigo ha inoltre comunicato la ristrutturazione di un immobile di sua proprietà in modo da intensificare lo sfruttamento della superfice e creare 12 appartamenti invece di quattro. Grazie a un impianto fotovoltaico e a un sistema isolante l’abitazione sarà al 100% neutrale per ciò che riguarda le emissioni di CO2. Via col vento. Quando il battistrada di uno pneumatico non è più abbastanza profondo si deve procedere a una sostituzione. Magari ci è già capitato di chiederci che fine fanno i pneumatici dismessi, ma quasi sicuramente mai quei centimetri di gomma che mancano all’appello. Ebbene, sono percolati nel terreno o defluiti nel ciclo dell’acqua o sono stati dispersi nell’ambiente dal vento. Ricercatori dell’EMPA stimano che negli ultimi trent’anni si sono accumulate oltre 200mila tonnellate di microplastiche nell’ambiente e una parte di queste sono state prodotte dallo sfregamento dei pneumatici sul manto stradale. Uno studio dell’Università di Berna dell’ottobre 2018 è dedicato all’esame di 29 terreni alluvionali nelle riserve naturali svizzere. I risultati sono preoccupanti: nei cinque centimetri superiori delle pianure erbose lungo i fiumi sono depositate 53 tonnellate di microparticelle artificiali. Persino i terreni di zone montane discoste sono contaminati. Microplastiche sono state trovate per esempio nel lago Toma, presso la sorgente del Reno, a 2.345 m/sm. Qualcuno avrà storto il naso. Papa Francesco è intenzionato a integrare nel catechismo il peccato ecologico. Ha reso pubblica la sua idea nel corso di un congresso tenutosi il novembre scorso e dedicato al diritto penale. Secondo Vatican news, il Papa considera particolarmente deplorevoli gli atteggiamenti che possono essere definiti «uccisione dell’ambiente», come l’inquinamento massiccio dell’aria, della terra e delle risorse idriche, la distruzione di grandi superficie di flora e di fauna così come tutte quelle misure che rischiano di causare catastrofi ecologiche o distruggere ecosistemi. Egli ritiene sia un dovere riconoscere tutto ciò come un peccato.

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Nel blu dipinto di blu. In questo periodo i cieli sono privi delle scie di condensazione lasciate dagli areoplani. Per molti di noi, che il traffico aereo sia interrotto o meno non fa alcuna differenza perché l’aereo lo prendiamo poco o mai. Ma le cifre ci raccontano di una ben altra realtà. Vediamone alcune: in Svizzera si vola il doppio rispetto ai paesi confinanti, causando il 19% dell’impatto del CO2 sul clima; molte delle destinazioni gettonate si trovano nel raggio di percorrenza dei treni notturni dotati di comode carrozze e più economiche cuccette; persone dal reddito medioalto volano cinque volte di più di chi ha un budget modesto. Se dopo la pausa coronavirus la Svizzera riprenderà a volare con la medesima tenacia, tra dieci anni l’aviazione sarà il fattore di impatto principale sul clima. Il costo ambientale di una tonnellata di CO2 emessa dal traffico aereo è pari a 360 euro e una tassa sui biglietti aerei è giustificata dal principio «chi inquina paga». In attesa del dibattito sulla legge sul CO2, in un sondaggio il 70% della popolazione si è detta favorevole all’introduzione di tale tassa. Impronta ecologica. Recentemente 37 persone hanno seguito in Svizzera interna il corso di OECO (Associazione Chiesa e Ambiente) denominato «gestione ambientale nella Chiesa». Tra di loro dei pastori, uno studente di teologia, una religiosa, vari sagrestani e persone che ricoprono varie funzioni nelle parrocchie. Dopo aver frequentato il corso, della durata di sei giorni, sanno come introdurre in una parrocchia il sistema di gestione ambientale Grüner Güggel (Gallo verde) che porta all’omonima certificazione. Gestire una parrocchia dal punto di vista ambientale significa mettere in atto tutte le misure possibili per ridurre l’impatto ambientale: consumare meno elettricità, utilizzare fonti di energia rinnovabile, rispettare la flora e la fauna presenti nelle aree limitrofe degli edifici di proprietà della parrocchia. Il Gallo verde è una certificazione che gode di relativo successo nell’ambito germanofono e, come qualcuno ricorderà, anche nelle parrocchie valdesi del Nord Italia. In ambito francofono sta per partire un’altra esperienza, denominata Eglise verte, che agli aspetti tecnici intende integrare quelli spirituali, allacciandosi a quell’ecologia integrale di cui parla Papa Francesco nella Laudato sii’. Speriamo che presto qualcosa si muova anche nella Svizzera italiana.


No. 26123 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Tre donne agli onori. Anna Valente, professoressa in robotica industriale del Dipartimento tecnologie innovative della SUPS,I è stata nominata nuovo membro del Consiglio svizzero della scienza (CSS), organo consultivo del Consiglio federale che si occupa della politica in materia di scuole universitarie, ricerca e innovazione rilevanti per il polo scientifico svizzero. Tra i 19 giovani vincitori del Premio Pfizer 2020, dotato di 150.000 franchi, ci sono anche due dottoresse ticinesi: Daniela Latorre, collaboratrice dell’istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, l’Università della Svizzera italiana (USI) a Lugano e il Politecnico federale di Zurigo (ETH), premiata nella categoria «neuroscienze e malattie del sistema nervoso» e Arianna Calcinotto, dell’Istituto oncologico di ricerca (IOR) di Bellinzona e dell’USl, premiata nella categoria «oncologia». Il Premio Pfizer per la Ricerca ricompensa lavori che apportano nuove conoscenze nell’ambito di differenti malattie e mettono in evidenza approcci scientifici promettenti per la scoperta di nuove opzioni terapeutiche potenziali. Targhe commemorative. Dopo la targa dedicata alle vittime degli abusi sessuali, apposta nella cattedrale di Friburgo lo scorso novembre, una targa simile è stata infissa in un cappella di Monthey da parte del vescovo di Sion e dell’abate di St. Maurice, durante una cerimonia pubblica, alla presenza delle autorità religiose e dei rappresentanti delle vittime. «Per la Chiesa locale è importante prendere sul serio le vittime degli abusi sessuali e riconoscere l’ingiustizia da loro subita». È stata una vittima che ha scelto la modesta cappella, dedicata a san Giuseppe. Maggioranza femminile. Il vescovo di Sion, monsignor Lovey, ha nominato tre delegati episcopali, per allargare, come vuole papa Francesco, la sinodalità del gruppo responsabile della diocesi. Si tratta di Philippe Genoud, incaricato per i gruppi pastorali, di suor Adrienne Barras, per la vita religiosa, e di Joelle Carron per i servizi diocesani di diaconia (salute, prigioni, pastorale specializzata). Assolto. Il Consiglio nazionale aveva respinto (con 102 voti contro 89) la proposta di modificare la legge federale per evitare la condanna di coloro che, per motivi onorevoli, aiutano stranieri in situazioni illegali. Ma un giudice neocastellano (chapeau!) ha mandato assolto il pastore Norbert Valley, che in primo grado era stato condannato per aver aiutato il soggiorno illegale di un togolese. Abou Dhabi. È stato presentato a Papa Francesco il progetto di un grande complesso che sarà costruito entro il 2022 su un’isola di Abou Dhabi, comprendente una chiesa, una moschea e una sinagoga. Grazie al «Comitato supremo della fraternità umana», costituito nel settembre 2019, due sono le iniziative con cui si vogliono realizzare gli obiettivi del «Documento sulla fraternità umana», firmato da papa Francesco e dal Grande Immn di al-Azar il 4 febbraio precedente («Dialoghi» n. 256, p. 11). Ecumenismo etiopico. Un prete ortodosso dell’Etiopia ha finanziato la costruzione di una chiesa e di una moschea a Lange, una città nel sud-ovest del Paese. Gli edifi-

ci erano in rovina e i fedeli delle due religioni non avevano i mezzi per restaurarli. Ci ha pensato il prete ortodosso a promuovere una colletta, osservando che «se la nostra fede è diversa, non è diverso il nostro amore». Ambasciatrice che viene... Anche l’Argentina sarà rappresentata da una donna presso la Santa Sede. Si tratta di Maria Fernanda Sila, una vecchia conoscenza di Papa Bergoglio, da lui incontrata quando… era in corso la procedura di nullità del suo matrimonio. L’ex marito è poi diventato prete, la moglie ambasciatrice. Boh, succede in Argentina… (da cath.ch, 5.2.2020). Tunnel ecumenico. Il presidente indonesiano ha approvato lo scorso febbraio lo scavo di un tunnel per collegare la moschea Istiqlal alla cattedrale cattolica di Giakarta. Nel più grande paese musulmano del mondo, un gesto altamente simbolico per la pace tra le religioni. Finanziamento arabo. I lavori di ricostruzione della chiesa di san Tommaso a Mossoul (Irak), devastata dai seguaci dello stato islamico (Isis), sarà realizzata sotto il patronato dell’UNESCO con un finanziamento di 50 milioni di dollari da parte degli Emirati Arabi, nel quadro di una collaborazione per ricostruire monumenti e luoghi di culto significativi per l’identità multietnica e multireligiosa della città. Nunzi in missione. Papa Francesco ha deciso di integrare con un «anno missionario» il programma di formazione dei candidati al servizio diplomatico della Santa Sede. Il teologo spagnolo José Ignacio Gonzales Faus propone di inviarli in Amazzonia, assieme ai monsignori della Curia romana, dove potranno «dimostrare il significato ministeriale del celibato» tanto caro ai cardinali Müller e Sarah, mentre viri probati europei e sudamericani potranno sostituirli tra le scartoffie vaticane. Nuove chiese copte. La prima chiesa copta ortodossa nella Svizzera tedesca è stata consacrata il 14 maggio da papa Tawadros II a Lindau (ZH), utilizzando una chiesa cattolica precedentemente dedicata a San Giuseppe e ceduta nel 2017 alla comunità ortodossa, che conta circa 600 famiglie in Svizzera. Papa Tawadros ha poi consacrato un’altra chiesa il 19 maggio a Düsseldorf (Germania) e una terza a Londra il 23 successivo. Ambasciatrice che va. Per la prima volta, la Santa Sede ha inviato una donna quale rappresentante a una conferenza, la 63ma sessione della Commissione sulla condizione della donna, che ha avuto luogo dall’11 al 22 marzo. Si tratta di Barbara Jatta, storica dell’arte, dal 2017 direttrice dei Musei vaticani. Scelta significativa: la Commissione è il principale organismo intergovernativo dedicato alla promozione dell’eguaglianza tra i sessi. Conquista o ritirata. Per la prima volta quattro donne sono incaricate di «fare gli svizzeri», cioè gli usceri, nella cattedrale di Colonia: addobbate con una ampia veste rossa e nera, devono accogliere i visitatori e vigilare sull’ordine nella chiesa. Al concorso per questa funzione, fin qui riservata agli uomini, hanno partecipato una cinquantina di candidate; resta ancora da chiarire se si tratta di una nuova «conquista femminile» oppure della difficoltà di reclutamento tra il «sesso forte».


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preghiera

Preghiera Signore dacci la benedizione del «dopo». Quando tutto sarà finito, fa’ che noi non restiamo come eravamo prima, ma che il tuo amore ci cambi e trasformi nel profondo il nostro modo di vedere le cose e di agire. Dacci la benedizione di essere più umani, più generosi, e più attenti a quanti sono rimasti indietro. Dacci la premura del pastore che si dà pena della pecora smarrita, e della donna che si mette alla ricerca della moneta perduta. Consentici di vivere la vita nella gioia di ciò che è stato ritrovato, proprio perché era stato a lungo ricercato nell’amore. Metti in noi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, che per amor nostro ha lasciato l’autosufficienza del cielo, per venire a cercare l’umanità smarrita. da «Riforma», Torino, 27 marzo 2020

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In questo numero Editoriale G SILENZIO CHE PIANGE I MORTI DI VIRUS (c.s.)

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I corsivi di dialoghi G POPULISTI E VECCHI CREDENTI (a.b.)2 G CHIESA MOROSA 2 G PANNI SPORCHI (a.l.) 2 Dossier A cinque anni dall’enciclica «Laudato si’» G CREDERE E OPERARE PER L’AMBIENTE ANCHE IN TEMPI DI CORONAVIRUS (Simone Morandini) 3 G PER UN’ECOLOGIA INTEGRALE CHE RENDA UMANI (Ernesto Borghi) 5 G IMPLEMENTARE UNA COSCIENZA ECOLOGICA APPOGGIATA ALL’INSEGNAMENTO DEL PAPA (Daria Lepori) 11 Articoli G RIFERIMENTI TEMPORALI ALLA REGALITÀ DI CRISTO. UNA FASE PERDUTA DELL’IDENTITÀ DEI CATTOLICI (Enrico Morresi) 12 G NON BASTA CHE IL PAPA DIA L’ESEMPIO, È LA RIFORMA LITURGICA A DOVERE IMPORSI (Andrea Grillo) 14 G TESTIMONI G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.

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