Dialoghi nr 260

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260 dialoghi Locarno – Anno 52 – Febbraio 2020

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Dall’ Amazzonia al mondo L’esortazione apostolica «Querida Amazonia» è la rivelazione che il riformismo ecclesiastico di papa Francesco è meno effettivo di quanto ha lasciato credere e di quanto molti suoi estimatori hanno pensato? Le riflessioni di Alberto Bondolfi e Ernesto Borghi. pp. 3-4

Conflitto di tiare Non bastassero i problemi di un cristianesimo di grande tradizione ma minacciato di estinzione, i supremi dignitari delle Chiese ortodosse litigano tra loro per questioni di giurisdizione. Le origini del conflitto in un articolo di Luigi Sandri. pp. 5-6

Religione a scuola È in corso, nelle quarte medie del Ticino, il primo anno del nuovo corso di storia delle religioni. Flavio Pajer, esperto internazionale di cultura religiosa scolastica, dà un giudizio articolato sui contenuti programmatici del nuovo insegnamento. pp. 9-10


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i corsivi di dialoghi I due Papi Prendiamo per buona la spiegazione del malinteso. Il Papa emerito, Benedetto XVI, citato come co-autore di un volume in cui si sostiene il celibato ecclesiastico, precisa che si trattava di fogli di appunti mandati al cardinale Sarah, il quale li ha usati per la pubblicazione senza avvertire. Sarà, appunto, come il nome del porporato. Nessuno d’altra parte vorrà negare, né a Benedetto né a chiunque altro, la libertà di espressione, e neppure contestare il diritto di difendere il principio del celibato. Ma si doveva pur sapere che il parere del papa dimissionario sarebbe uscito proprio mentre si attendeva, dal papa in esercizio, una presa di posizione sul voto espresso dal Sinodo sull’Amazzonia in favore di eccezioni ragionevoli («viri probati») alla regola del celibato obbligatorio. A far da sfondo all’incidente sta il «caso» della coabitazione, giuridicamente irrisolta, di due papi: quello regnante e quello dimissionario. Applaudita la scelta di lasciare il sommo pontificato da parte di Joseph Ratzinger – un gesto umile e consapevole dei rischi che comporta un papa diminuito nelle sue capacità – la verticistica Chiesa di Roma deve riflettere sui rischi inerenti a un caso che potrebbe ripetersi: anzi cominciare a… fare imitatori tra i vescovi, quelli in carica e quelli «emeriti». Due pareri dal vertice sono troppi e vanno evitati. Ma è pure vero che costringere al silenzio una persona non è umano. Un

bel rebus. Quanto al cardinale Sarah, che in passato si è già illustrato per le gaffes commesse come responsabile della Congregazione del Culto Divino, un po’ di pazienza: a giugno compie 75 anni, andrà in pensione. E sarà pure ringraziato.

Pecunia non olet C’è chi si scandalizza perché l’Obolo di San Pietro si compromette con gli affari immobiliari che pratica. Giusto preoccuparsi, perché le somme in gioco non devono tollerare una gestione speculativa. In passato i conti della Santa Sede erano tenuti nascosti dietro una cortina d’incenso che, una volta squarciata (il «caso Marcinkus»), ha lasciato trasparire disordine e incompetenza. Allora i papi hanno chiamato i banchieri, cominciando dall’elvetico De Weck, i quali hanno dato consigli, rimosso gli inetti, rimesso a giorno i bilanci… Si poteva immaginare che la baracca fosse stata rimessa in sesto. Ma pare di no, qualcuno dice che non tutti le operazioni che si fanno sono pulitissime. Bravo! Ma – mi chiedo pure… – che vogliamo? E dico: le vendite, le compere, gli investimenti che fa un fondo come quello vaticano, sono o no esposti a tutti i rischi della finanza? E a chi vogliamo affidarli, questi denari: a degli incompetenti purché santi? Infine… a me non torna questo nome: «Obolo di San Pietro». Risulta infatti che il menzionato apostolo, giunto alla Porta Bella di Gerusalemme, non si era trovato uno

scellino in tasca da dare allo sciancato che gli chiedeva l’elemosina, e allora disse: «Non ho argento né oro, ti do quello che ho: nel nome di Gesù Il Nazareno, alzati e cammina» (Atti 3,6). Altri tempi.

Tiare in conflitto Alle Chiese cristiane d’Oriente dobbiamo tutti moltissimo, e oggi e sempre un grande rispetto. Agli inizi del Cristianesimo hanno lottato per la diffusione della nuova fede e hanno approfondito anche per noi le ragioni del credere. Per secoli hanno resistito alla pressione dell’Islam, hanno battezzato la Russia. Oggi ancora, nel Medio Oriente, lottano per la sopravvivenza. Ma le loro attuali divisioni hanno sapore di scandalo per tutti i credenti. Luigi Sandri, profondo conoscitore di quelle realtà per essere stato corrispondente in Russia e in Israele, riferisce in questo numero sulle radici e sull’attualità del conflitto. Ma, con tutta la comprensione, non si riesce a capire come di questioni di giurisdizione canonica si faccia un punto dogmatico togliendo addirittura il nome del pastore della Chiesa… «avversaria» dai dittici della Preghiera eucaristica. Dove vivono questi portatori di tiara? Lo guardano o no questo mondo che crede di poter fare a meno di Cristo? Nella Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani abbiamo pregato anche per loro, che dovrebbero guidare con l’esempio la nostra preghiera. E.M.


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Per una Chiesa cattolica più cristiana dall’Amazzonia al mondo L’esortazione apostolica «Querida Amazonia» è la rivelazione che il riformismo ecclesiastico di Jorge Mario Bergoglio è assai meno effettivo di quanto egli ha lasciato credere e di quanto molti suoi estimatori hanno pensato? La risposta a questa domanda non può essere semplicistica. Aspetti di ampio respiro Dopo aver letto l’enciclica «Laudato si’» (2015) e quello che è stato proposto di importante prima (l’esortazione apostolica «Evangelii gaudium», 2013) e dopo (l’esortazione apostolica «Amoris laetitia», 2016) tutto quanto è contenuto nei primi tre capitoli di «Querida Amazonia» non è particolarmente eclatante. Papa Francesco ha una notoria sensibilità ecologica integrale e i primi tre sogni che egli esprime – quelli sociale, culturale, ecologico – contengono precisazioni e approfondimenti di prospettive culturali, sociali e politiche già luminosamente delineate nel recente passato. Tra gli esempi più positivi vi sono, crediamo, i nn. 36-37-38, ove la considerazione delle culture indigene amazzoniche, nel quadro dell’interculturalità mondiale, ha dei connotati di ampio e stimolante respiro formativo. Si legga, per esempio, questo passaggio (n. 42): «Se la cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili, ciò diventa particolarmente significativo lì dove «la foresta non è una risorsa da sfruttare, è un essere, o vari esseri con i quali relazionarsi»1. La saggezza dei popoli originari dell’Amazzonia «ispira cura e rispetto per il creato, con una chiara consapevolezza dei suoi limiti, proibendone l’abuso. Abusare della natura significa abusare degli antenati, dei fratelli e delle sorelle, della creazione e del Creatore, ipotecando il futuro»2. Gli indigeni, «quando rimangono nei loro territori, sono quelli che

1. Documento Bolivia: informe país. Consulta pre-sinodal, 2019, p. 36; cfr. Instrumentum laboris, 23. 2. Instrumentum laboris, 26.

di Alberto Bondolfi e Ernesto Borghi

meglio se ne prendono cura»3, sempre che non si lascino ingannare dai canti di sirena e dalle offerte interessate di gruppi di potere». Aspetti preoccupanti e problematici Detto questo e dopo aver riconosciuto gli aspetti largamente positivi dei primi tre «sogni» delineati da papa Francesco (cfr. nn. 5-60), condividiamo la delusione che ha serpeggiato tra tutti coloro che hanno due convinzioni: – non credono che essere fedeli al Dio di Gesù Cristo significhi difendere le tradizioni ecclesiastiche «contingenti»; – ritengono siano francamente risibili affermazioni quali, per esempio, il sostenere che il celibato è ontologicamente proprio del presbiterato. In Querida Amazonia, nel tratteggiare il suo quarto sogno, quello «ecclesiale», e nel riflettere sul futuro della Chiesa cattolica in quelle regioni latino-americane, Bergoglio ha dimostrato di non voler dare seguito diretto a quanto è contenuto, per esempio, nel n. 111 del documento finale del Sinodo amazzonico, approvato da una larga maggioranza dei padri sinodali: «Proponiamo di stabilire criteri e disposizioni, da parte dell’autorità competente, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiamo un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica». Leggere i nn. 61-110 di Querida Amazonia suggerisce più di un motivo di preoccupazione. Può essere che abbiamo un’inadeguata conoscenza della situazione di comunità e gruppi religiosi di quella grande zona dell’Ame3. Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 146: AAS 107 (2015), 906.

rica meridionale (da qui forse si può comprendere la «radicalizzazione» cattolica del n. 107, come risposta a fondamentalismi di vario genere, rispetto alla considerazione ragionevolmente ecumenica del n. 108). D’altra parte momenti del documento come quanto segue (n. 101) appartengono a persuasioni tradizionalistiche che, anzitutto biblicamente parlando, non sono sostenibili: «Gesù si presenta come Sposo della comunità che celebra l’Eucaristia, attraverso la figura di un uomo che la presiede come segno dell’unico Sacerdote. Questo dialogo tra lo Sposo e la sposa, che si eleva nell’adorazione e santifica la comunità, non dovrebbe rinchiuderci in concezioni parziali sul potere nella Chiesa. Perché il Signore ha voluto manifestare il suo potere e il suo amore attraverso due volti umani: quello del suo Figlio divino fatto uomo e quello di una creatura che è donna, Maria. Le donne danno il loro contributo alla Chiesa secondo il modo loro proprio e prolungando la forza e la tenerezza di Maria, la Madre». Considerazioni di questo genere appaiono in contraddizione con l’ampio respiro culturale e sociale della prima parte di questa esortazione apostolica e delle altre due esortazioni citate in precedenza. Altrettanto contraddittorie, a livello religioso ed ecclesiale, appaiono anche le osservazioni seguenti (nn. 91-93): «Chi presiede l’Eucaristia deve curare la comunione, che non è un’unità impoverita, ma che accoglie la molteplice ricchezza dei doni e dei carismi che lo Spirito riversa nella Comunità. Pertanto, l’Eucaristia, come fonte e culmine, richiede che si sviluppi questa multiforme ricchezza. C’è necessità di sacerdoti, ma ciò non esclude che ordinariamente i diaconi permanenti – che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia –, le religiose e i laici stessi assumano responsabilità importanti per la crescita delle comunità e che maturino nell’esercizio di tali funzioni grazie ad un adeguato accompagnamento. Dunque, non si tratta solo di favorire una maggiore presenza di ministri ordinati


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che possano celebrare l’Eucaristia. Questo sarebbe un obiettivo molto limitato se non cercassimo anche di suscitare una nuova vita nelle comunità. Abbiamo bisogno di promuovere l’incontro con la Parola e la maturazione nella santità attraverso vari servizi laicali, che presuppongono un processo di maturazione – biblica, dottrinale, spirituale e pratica – e vari percorsi di formazione permanente». Il futuro potrebbe essere migliore del presente Certamente, se leggiamo i nn. 2-3 di Querida Amazonia, notiamo che il Papa – a differenza di quanto fu realizzato sull’ordinazione presbiterale femminile da papa Giovanni Paolo II, con la collaborazione dell’allora presidente della Congregazione della Dottrina della fede Card. Joseph Ratzinger – non chiude la strada a possibili, futuri sviluppi nel senso anche dell’ordinazione presbiterale di uomini sposati. Il futuro ci dirà se Bergoglio autorizzerà – magari con un motu proprio specifico – queste ordinazioni, certamente necessarie nel territorio amazzonico e, ci permettiamo di dire – insieme a non pochi esponenti, per esempio, della Chiesa cattolica tedesca – anche in altre regioni del mondo. Si comprende perfettamente l’esigenza di non dare occasione a spaccature intraecclesiali (la pubblicazione del libro del Card. Sarah e del vescovo di Roma emerito è stato un episodio che ha fatto capire anche a chi non si ritiene «addetto ai lavori» un dato di fatto: la situazione interna alla Chiesa cattolica si è fatta davvero critica e il rischio di una spaccatura istituzionale era ed è percepibile anche mettendo tra parentesi il brusio mediatico che la accompagna.

Vale la pena ora porre lo sguardo anche sugli echi che Querida Amazonia ha avuto alle nostre latitudini. Visto che papa Francesco invita esplicitamente i vescovi a mettersi in una logica sinodale di scambio e di comunicazione con tutto il popolo di Dio sui temi suscitati dal sinodo amazzonico è sintomatico notare come vari vescovi, sia in Francia che in Germania (ci limitiamo a questi due Paesi di cui frequentiamo più facilmente l’accesso ai canali di informazione) abbiano esternato la loro reazione al documento papale. Essi hanno messo in evidenza sia i motivi di soddisfazione che quelli di apprensione ed in parte anche di delusione. In Svizzera va segnalata la reazione pubblica dell’attuale presidente della conferenza dei vescovi, Felix Gmür, attento a non considerare il testo di papa Francesco come una «ultima parola» che chiuda il vivo dibattito in corso sui ministeri. Sempre guardando al contesto elvetico, ma anche al quello italiano, abbiamo notato un fenomeno non nuovo, ma particolarmente ampio, che a nostro avviso ha confermato un nuovo stile di comunicazione in ambito teo­logico. Ci spieghiamo: alcuni teologi e teologhe di professione, docenti universitari operanti nelle facoltà teologiche, hanno espresso la loro reazione a Querida Amazonia direttamente sul social medium Facebook e scambiando così direttamente argomenti e giudizi con persone non direttamente operanti nella ricerca teologica4. Tale fenomeno, 4. Ci riferiamo, per esempio, ai contributi di Andrea Grillo, Francesco Cosentino, Cristina Simonelli, Lorenzo Prezzi, per l’area di lingua italiana, a Eva-Maria Faber e Dietrich Wiederkehr per l’area teologica di lingua tedesca in Svizzera, tutti reperibili agevolmente su internet.

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a nostro avviso, è davvero esemplare, poiché porta il dibattito teo­logico sui ministeri e sulle condizioni al loro accesso (celibato ed ordinazione delle donne) dalle aule universitarie e dalle riviste scientifiche verso una «piazza virtuale» in cui si possono riscontrare eccessi e inadeguatezze anche deplorevoli, ma dove tutti possono esprimersi. Questi teologi e queste teologhe hanno corso evidentemente un certo qual rischio, poiché la piazza dei social media non è esente da ambiguità e pericoli per la comunicazione intraecclesiale. Dopo aver ponderato questi ultimi con le opportunità aperte da questo mezzo di comunicazione, essi hanno instaurato un dibattito ancora in corso, che ci ha impressionato molto positivamente. Esso è indubbiamente una delle possibilità aperte, sin dall’inizio del suo ministero, dal vescovo di Roma attuale: libertà effettiva di pensiero e di espressione all’interno della Chiesa cattolica. Il fenomeno per il momento, per quanto ne sappiamo, è limitato all’area di lingua tedesca e, per certi versi, anche di lingua italiana, ma potrebbe estendersi ad altre aree europee ed accompagnare anche i primi tentativi di processi sinodali ancora in statu nascendi. Concludendo queste sommarie considerazioni a seguito di Querida Amazonia, ci sembra importante sottolineare che le porte che Francesco non ha esplicitamente chiuse sono da considerare come aperte. Aperte alla riflessione di tutte e di tutti, allo scambio di argomenti, di esperienze e di proposte operative. Come si diceva in anni non così lontani: ce n’est qu’un début, continuons le combat…

APPELLO Turchia: continuano le persecuzioni contro i cristiani Attraverso una fonte che chiede di rimanere anonima per motivi di sicurezza, ci è giunta notizia delle persecuzioni che subiscono le comunità cristiane in territorio siriano e in quello turco. Il giorno 9 gennaio sulle montagne Tur Abdin (in italiano: Monti degli adoratori di Dio) nel sud-est della Turchia, è stato arrestato un monaco, padre Aho Sefer Bileçen, colpevole di aver prestato soccorso nel suo monastero a un cittadino curdo. Con lui sono stati arrestati anche due sindaci dei villaggi cristiani della zona. Una squadra di poliziotti turchi si è presentata alle 6 di mattina al monastero per arrestarlo.

La sua casa è stata devastata e lo stesso trattamento è stato riservato ai due sindaci. Dopo alcuni giorni sia i sindaci sia padre Aho Sefer Bileçen sono stati rilasciati, ma il clima di intimidazioni e di rappresaglie contro la popolazioni del luogo si fa sempre più pesante. Si segnalano infatti ulteriori sparizioni di persone di cui non si hanno più notizie. La comunità cristiana si è mobilitata e ha lanciato una petizione internazionale per chiedere la liberazione di padre Aho e per denunciare lo stato di isolamento di cui soffre la comunità siriaco-cristiana.


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Lo scontro Mosca-Costantinopoli su Kiev rischia di far implodere l’ecumenismo L’Ortodossia è sull’orlo di una spaccatura lacerante innescata dall’intricatissima vicenda della proclamazione della «autocefalia» (indipendenza canonica) della Chiesa ucraina, benedetta dal patriarcato di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo, ma fieramente contrastata da quello di Mosca, guidato da Kirill il quale, per protesta, ha proclamato il raskòl, l’interruzione della comunione eucaristica, e cioè lo scisma con il «primus inter pares» tra i gerarchi ortodossi. Ogni possibile ipotesi per superare la tensione, che sta avvelenando anche i rapporti tra le quattordici Chiese autocefale ortodosse – ultima, in ordine di tempo, la proposta di un «incontro fraterno» ad Amman – è morta sul nascere, aggiungendo polemiche a polemiche. Ma che sta accadendo? E perché? La storia, una lunga storia, presenta il conto. Un disaccordo dalle radici antiche Nel 988 il principe Vladimir di Kiev, convinto da missionari giunti dall’antica Bisanzio, aveva ricevuto il battesimo, coinvolgendo in questa decisione l’intero suo popolo. Nel 1240 i mongoli-tartari devastano Kiev: allora il suo metropolita ripara in Russia e infine fisserà la sua residenza a Mosca (che era nata nel 1147). Dopo che nel 1453 Costantinopoli, la «seconda Roma», cadrà in mano ai turchi ottomani ponendo fine al millenario impero romano d’Oriente, Mosca – ritenendosi la «terza Roma» – diviene sempre più importante nel mondo ortodosso: nel 1589 è elevata a patriarcato. Nel 1686 il patriarca di Costantinopoli, Dionigi IV, in difficoltà in terra ottomana, pregherà il patriarcato di Mosca di prendersi cura della metropolia di Kiev che lui non poteva più seguire adeguatamente. Un affidamento perenne, o temporaneo? Facciamo un salto di tre secoli e mezzo. Stante l’Unione sovietica, l’Ucraina era un esarcato legato al patriarcato di Mosca. Dopo il collasso dell’Urss (1991), la Chiesa ortodossa ucraina si spacca in tre parti: la Chiesa ortodossa ucraina (Cou), la più forte per numero di fedeli, legata al patriarcato di Mosca; l’autoproclamato «patriarcato di Kiev», dal ’95 retto da Filarete, già

membro del Santo Sinodo di Mosca, e da questo prima ridotto allo stato laicale e poi scomunicato a causa della sua orgogliosa insubordinazione; infine una piccola Chiesa autocefala, così autoproclamatasi. Queste ultime due Chiese sono da allora considerate «scismatiche» ed «illegali» dal patriarcato russo. di Luigi Sandri

La «guerra» canonica (e storica) tra Bartolomeo e Kirill Per il giugno 2016 era previsto a Creta un Concilio pan-ortodosso, preparato con un impegnativo lavoro durato mezzo secolo: tutti i capi delle quattordici Chiese ortodosse autocefale erano concordi sull’iniziativa. Ma Kirill, proprio alla vigilia del «Grande e Santo Concilio», annunciò che la Chiesa russa non avrebbe partecipato; con lui si associarono altre tre Chiese (l’antiochena, la georgiana e la bulgara). Dato che il patriarcato di Mosca rappresenta circa il 70% dei duecento milioni di ortodossi sparsi nel mondo, la sua «assenza» – amara ed umiliante, per Bartolomeo – depotenziò in radice l’attesissimo evento. Nell’aprile del 2018 il presidente ucraino Petro Poroshenko rivolge un appello al patriarca ecumenico perché conceda l’autocefalia alla Chiesa ucraina; la Rada, il parlamento di Kiev, conferma la richiesta. Mosca si allarma: Kirill dichiara che la Chiesa russa non avrebbe mai accettato una decisione in quel senso e il 31 agosto, accompagnato dal metropolita Hilarion di Volokolamsk, «ministro degli esteri» della Chiesa russa, si reca ad Istanbul per spiegare ancora una volta, al Fanar, il suo punto di vista. Ma una settimana dopo Bartolomeo fa sapere che, con il suo Sinodo, avrebbe avviato le procedure per la concessione dell’autocefalia richiesta da Poroshenko, e perciò avrebbe inviato due metropoliti a Kiev – che Mosca considera suo «territorio canonico» – per preparare nel dettaglio l’attuazione della decisione. Di fronte all’incalzare degli eventi, a metà ottobre 2018 il Santo Sinodo

della Chiesa russa proclama «illegale» l’iniziativa del Fanar e annuncia che avrebbe «tagliato» la comunione eucaristica con il patriarcato di Costantinopoli, ritenendo «anti-canonica» la sua iniziativa. Il 15 dicembre ’18 – presenti i delegati di Bartolomeo – si tiene a Kiev il «Concilio della riunificazione» (un «conciliabolo» per Mosca) che dà vita alla Chiesa ortodossa d’Ucraina (Codu), guidata dal primate, Epifany. Il novantenne «patriarca» Filarete accetta questa soluzione, salvo, due mesi dopo, ripudiarla, ritenendosi ancora capo del «patriarcato di Kiev»; rischierà così di essere condannato proprio dal Sinodo della nuova Codu. In questa entrano due delle tre Chiese ucraine appena ricordate; ma la «moscovita» Cou rifiuta di farne parte e, dei suoi novanta vescovi, solo due accettano la Codu. La «fusione» lascia dunque fuori la Chiesa più importante in Ucraina per numero di parrocchie (oltre dodicimila), di fedeli e di vescovi. Il Santo Sinodo di Mosca proclama «scismatica» la neonata Chiesa, e conferma, anche con Costantinopoli, l’interruzione delle comunione eucaristica. Replica Bartolomeo: spettava e spetta al patriarcato ecumenico, e solo ad esso, la concessione dell’autocefalia, come negli ultimi cento anni era accaduto per le Chiese di Romania, Serbia e Bulgaria; e precisa che l’affidamento, nel 1686, della metropolia di Kiev al patriarcato di Mosca, era stato «provvisorio», e non «perpetuo»; era quindi «reversibile». Ad Istanbul, il 5 gennaio 2019, Bartolomeo – presente Poroshenko – firma il tomos, cioè la decisione con la quale lui e il suo Sinodo concedono l’autocefalia alla neonata Chiesa ucraina; l’indomani consegna a Epifany il testo. Per Mosca lo scisma è consumato, e ne attribuisce l’intera responsabilità al patriarca ecumenico. L’Ortodossia a rischio implosione Questa serie di accadimenti pone in fibrillazione le varie Chiese ortodosse costrette, prima o poi, a scegliere tra la «seconda» Roma e la «terza». Il primate albanese Anastasios già


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nel febbraio ’19 aveva suggerito una «sinassi» per risolvere il contenzioso; ipotesi respinta da Bartolomeo. Sul fronte politico, poi, Poroshenko riteneva che il suo impegno per l’autocefalia gli avrebbe portato molti voti nelle elezioni presidenziali dell’aprile ’19. Ma l’elettorato ucraino, poco curandosi della questione ecclesiastica, e invece protestando contro la diffusa corruzione e per la crisi economica incombente, in maggioranza ha abbandonato il presidente in carica, ed ha votato per Volodymyr Zelenski, meno legato all’impegno per l’«autocefalia» e più – nelle promesse, almeno – intento a risolvere i reali problemi del paese. Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, non è intervenuto direttamente nella vicenda ecclesiale ucraina; ma ha fatto sapere che il Cremlino non avrebbe tollerato che, in Ucraina, sostenitori della Codu facessero violenze – come pure accaduto in alcuni villaggi! – contro i fedeli della Cou, considerati «traditori» (in quanto, pur essendo ucraini, starebbero con una Chiesa «straniera», come la russa). Per «situare» tali contrasti, va ricordato lo sfondo geopolitico che oggi divide Kiev da Mosca: per il governo ucraino, la «annessione» della Crimea alla Russia, decisa nel marzo del 2014 da Putin, e confermata nella penisola da un referendum, è stata una «brutale aggressione» all’unità della patria ucraina; per il capo del Cremlino, invece, è stata il «ritorno» della penisola alla madre patria russa cui appartenne dal 1783 al 1954. E ancora: Kiev – soprattutto con Poroshenko – ha accusato Mosca di favorire l’insurrezione separatista di due regioni ucraine orientali (Donetsk e Lugansk), mentre in esse Putin vuole difendere i diritti dei russofoni ucraini conculcati da Kiev. In quelle due «repubbliche» – così autodefinitesi – dal marzo 2014 al gennaio 2020 gli scontri sul terreno hanno già provocato 14 mila vittime ucraine, un milione di sfollati, e ingentissimi danni materiali. Intanto, anche al di fuori dell’Ucraina, la «guerra religiosa» in atto ha interpellato sempre più – nel corso del 2019 – l’intera Ortodossia. In ottobre l’arcivescovo di Atene, Hieronymos, con una risoluzione sinodale apertamente contestata, però, da alcuni metropoliti (uno ha parlato di «colpo di Stato sinodale»), aveva riconosciuto legittima la decisione di Bartolomeo, e la Codu, e quindi aveva commemo-

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rato Epifany nei dittici (preghiere liturgiche nelle quali, durante le solenni liturgie, si ricordano nome per nome tutti i capi delle Chiese autocefale). Anche il patriarca greco di Alessandria, Theodoros II, ha riconosciuto la validità delle decisioni del patriarcato di Costantinopoli, e dunque la canonicità della Codu. Di conseguenza, Mosca ha rotto la comunione eucaristica anche con Hieronymos e con Theodoros: essi dalla Chiesa russa non saranno più nominati, come del resto Bartolomeo, nei «dittici». In novembre, poi, quattro metropoliti ellenici hanno urgentemente chiesto a Bartolomeo di convocare un Concilio per affrontare tutti insieme la gravissima crisi che sta scardinando l’Ortodossia; simile la nuova richiesta di Anastasios, che ha esortato il Fanar ad inverare la «conciliarità» ortodossa per affrontare la crisi ucraina. Infine, sempre in novembre, il patriarca di Gerusalemme Theophilos III, in visita a Mosca – là solennemente ricevuto da Kirill e da Putin – ha annunciato la sua intenzione di invitare nel 2020 i capi delle Chiese autocefale ad Amman, per riflettere insieme sul da farsi per l’Ucraina. Kirill e Hilarion lo hanno applaudito. L’11 dicembre Theophilos ha scritto una lettera a Bartolomeo per invitarlo ad Amman (la Giordania fa parte del territorio canonico del patriarcato di Gerusalemme, la Chiesa-madre di tutte le Chiese); nella missiva – per evitare aspre questioni canoniche – non parla mai di «sinassi» e tanto meno di Sinodo, o Concilio, ma di «incontro fraterno nell’amore». Il 26 del mese il patriarca ecumenico ha risposto, sdegnando l’incontro perché – ha sottolineato – esso non permetterebbe una celebrazione eucaristica, dato che Mosca ha rotto la comunione con Costantinopoli, e starebbe ad essa ristabilirla. Inoltre Bartolomeo ha lamentato che il patriarca di Gerusalemme permetta «intrusioni» dei russi là dove non dovrebbero entrare. Invece, la Chiesa russa ad Amman ci andrà (con Kirill? Forse), no invece il primate albanese Anastasios. Saranno dunque quattro le Chiese non rappresentate: Costantinopoli, l’Albania, Cipro e la Grecia. La data prevista è il 25-27 febbraio. Rebus sic stantibus, si farà comunque l’incontro di Amman? Senza Bartolomeo il «vertice» sarebbe decapitato. Quale altra soluzione realistica, allora? L’Ortodossia si trova di fronte ad

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un dramma inedito, potenzialmente esiziale. E Francesco? Il vescovo della «prima Roma», Francesco, e tutte le gerarchie vaticane, sono imbarazzatissime di fronte alla crisi intra-ortodossa, seppure di essa non portino alcuna responsabilità. La parola d’ordine della Santa Sede è stata ed è: «totale imparzialità» e «non interferenza». Atteggiamento saggio, ma non gestibile a lungo se l’asperrimo contrasto tra Costantinopoli e Mosca si solidificasse, e la battaglia teologica e canonica in corso portasse a ulteriori frantumazioni (per la contrapposta giurisdizione sugli ortodossi in Europa occidentale, soprattutto in Francia; e per la rivendicata «autocefalia» di una minoritaria Chiesa ortodossa del Montenegro, che si oppone alla maggioritaria Chiesa del paese, che vuole restare unita al patriarcato serbo, filorusso). Vi è poi una conseguenza specifica, per Roma, di questa crisi: già nell’ottobre 2018 Mosca aveva annunciato, e poi confermato, che essa non avrebbe mai più partecipato a incontri ecumenici co-presieduti da un rappresentante di una-chiesa (fosse pure quella romana) e da uno del Fanar. Ora la commissione cattolico-ortodossa in piedi dal 1980 – co-presieduta, oggi, dal cardinale Kurt Koch e dall’arcivescovo Job di Telmessos, di Costantinopoli – ha in programma una prossima riunione del suo comitato di coordinamento, per approntare una bozza di documento, frutto di anni di lavoro, dedicato al rapporto primato/collegialità, un punto-chiave del finora irrisolto contrasto tra Ortodossia e Cattolicesimo sul ruolo del vescovo di Roma. Ebbene, a tale riunione il patriarcato di Mosca (il più «popoloso»!) non sarà rappresentato. E dunque i russi potranno considerare «inesistente» qualsiasi testo della Commissione. Tra giugno e settembre ’19 sono stato a Kiev, Istanbul e Mosca, incontrando i massimi rappresentanti delle rispettive Chiese. Il loro «muro contro muro» mi è sembrato crescere inesorabilmente. Tornato… in Occidente (dove vivono moltissimi ortodossi russi e ucraini, soprattutto per motivi di lavoro), qui ho avuto la dolorosa impressione che non vi sia adeguata consapevolezza del dramma ecclesiale in corso, e della sua potenzialità di far deflagrare l’intero ecumenismo.


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La Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Ticino compie 20 anni È un traguardo significativo quello che ha raggiunto lo scorso gennaio la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Cantone Ticino (CLCCT): l’organismo ecumenico ha infatti festeggiato il suo ventesimo anniversario. Ma qual è la storia recente del movimento ecumenico in Ticino? Quale la situazione attuale e quali prospettive? Cerchiamo di rispondere a queste domande. Nella diocesi di Lugano, uno dei frutti del Concilio Vaticano II (1962-1965) e del Sinodo 72 dei cattolici svizzeri è stata l’istituzione, il 30 novembre 1975, della Commissione ecumenica diocesana. Venne così dato seguito a una delle raccomandazioni formulate dal Sinodo, quale premessa alla costituzione della Commissione ecumenica del Ticino. Quest’ultima, formata da 12 delegati (6 cattolici e 6 evangelici) si riunì per la prima volta il 6 gennaio 1976. Da allora, in Ticino l’ecumenismo ha certamente fatto molta strada. Dalla diffidenza iniziale e dai pregiudizi tra cattolici e protestanti si è pian piano creato un clima molto più fraterno, base indispensabile per l’avvio di una proficua collaborazione. Inoltre, la presenza di fedeli di altre confessioni cristiane, in particolare gli ortodossi, è notevolmente aumentata in seguito ai rivolgimenti politici che hanno caratterizzato l’Europa dell’Est a partire dall’inizio degli anni 90. Già nel 1987, la Commissione ecumenica modificò i suoi statuti per dare la possibilità a rappresentanti di altre Chiese cristiane presenti in Ticino di assistere alle sue riunioni come osservatori. L’invito fu accolto con gioia e interesse e così, piano piano, si è fatta strada l’idea di coinvolgerli ufficialmente in questo dialogo, trasformando la Commissione ecumenica in un nuovo organismo. Dalla Commissione ecumenica alla Comunità di lavoro Al termine di un lungo iter, il 23 gennaio 2000 nella Cattedrale di Lugano è stata ufficialmente costituita la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Cantone Ticino. L’atto di fondazione è stato firmato, nell’ambito di una celebrazione ecumenica in occa-

sione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dai rappresentanti di 10 Chiese: anglicana, apostolica armena, cattolica cristiana, cattolica romana, copta ortodossa, evangelica battista, evangelica riformata, luterana svedese, ortodossa e siro-ortodossa. Successivamente, la Chiesa armena e la Chiesa luterana svedese si sono ritirate, la Chiesa avventista ha chiesto e ottenuto lo statuto di osservatrice, mentre la Chiesa eritrea vi ha aderito a pieno titolo. Presidenti della Comunità di lavoro sono stati il pastore Martino Hauri (2000-2004), padre Mauro Jöhri (2005-2006), Paolo Sala (2006-2007), don Maurizio Silini (2007-2012), di nuovo Paolo Sala (2013-2015) e don Rolando Leo (in carica dal 2016). di Gino Driussi

Uno dei punti più interessanti degli statuti è la situazione paritetica di tutte le Chiese, dalla più grande alla più piccola, nel senso che ogni Chiesa può nominare da uno a quattro delegati, ma ogni delegazione dispone di un solo voto. Situazione classica nei consessi ecumenici, le risoluzioni (per le quali è richiesta l’unanimità) hanno carattere consultivo e non possono essere vincolanti per le Chiese. Compiti impegnativi Secondo i suoi statuti, la CLCCT si definisce come «un organismo di Chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore del mondo secondo le Sacre Scritture e per questo cercano di rispondere alla comune vocazione e glorificazione di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo». Nei suoi 20 anni di esistenza, la Comunità ha cercato di adempiere i compiti fissati all’art. 2, cioè testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, coltivare nelle Chiese una sensibilità ecumenica, favorire una corretta e reciproca conoscenza delle Chiese, studiare e sostenere insieme attività ecumeniche, diffondere informazioni sulle attività del movimento ecumenico, cercare risposte comuni ai problemi religiosi che interpellano la fede cristiana, proporre orientamenti e iniziative di pastorale ecumenica, discutere

e chiarire eventuali incomprensioni tra le Chiese, prestare attenzione alla correttezza dell’informazione sulle Chiese nei mezzi di comunicazione sociale, diffondere l’informazione sulle attività delle Chiese membro, prendere posizione su questioni rilevanti riguardanti le Chiese, la società e tematiche di carattere etico-religioso e curare i contatti con la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera e con altri organismi regionali, nazionali e internazionali. Un particolare impegno la CLCCT lo ha sempre dedicato alle celebrazioni ecumeniche. Ne organizza due in prima persona: quella cantonale di gennaio per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e quella per la Festa federale di ringraziamento, la terza domenica di settembre, generalmente a Bellinzona. La CLCCT patrocina inoltre il culto ecumenico che viene organizzata ogni anno, ininterrottamente dal 1990, nell’ambito del Festival del film di Locarno. Uno degli eventi più importanti nei 20 anni di esistenza della CLCCT è stata la co-organizzazione, insieme con la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera, il 21 aprile 2014 a Riva San Vitale, di un vespro ecumenico nazionale nel corso del quale è stato firmato un documento sul riconoscimento reciproco del battesimo. Inoltre, in occasione del suo ventesimo anniversario, la CLCCT ha rinnovato il suo sito (www.clcct.ch) e intende organizzare nel prossimo mese di maggio una notte delle Chiese. A che punto siamo? Volendo fare una panoramica, ancorché veloce, sulla situazione ecumenica attuale, ci si rende conto che la situazione è molto complessa e variegata, partendo dai livelli più alti delle Chiese fino alle realtà locali. Per i cattolici, una pietra miliare è stato il Concilio Vaticano II, il cui decreto sull’ecumenismo «Unitatis Redintegratio» (21 novembre 1964), ha segnato – nel solco tracciato da Giovanni XXIII – l’entrata ufficiale della Chiesa


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cattolica nel movimento ecumenico. Progressi e passi avanti sono stati abbastanza diseguali, a dipendenza della natura dei dialoghi (bilaterali o, come è il caso con il Consiglio ecumenico delle Chiese, multilaterali) e degli interlocutori, siano essi ortodossi, protestanti o anglicani. Va detto innanzitutto che, dopo essersi guardate «in cagnesco», ignorate o combattute per secoli, le Chiese, negli ultimi 50-55 anni, hanno imparato a dialogare, a conoscersi, a pregare insieme (ma ci sono ancora delle eccezioni) e ad impegnarsi in diversi ambiti, in particolare quello sociale. In pratica, i cristiani sono diventati «fratelli», ancorché separati, e il tutto è stato costellato da importanti documenti, tra cui – per citarne solo i principali oltre all’«Unitatis Redintegratio» – il testo di Lima su «Battesimo, Eucarestia e Ministero» (1982), l’enciclica di Giovanni Paolo II «Ut unum sint» (1995) e la dichiarazione congiunta tra cattolici e luterani sulla dottrina della giustificazione (1999).

appare ancora molto lontano e ad allargare il fossato sono sopraggiunte negli ultimi decenni nuove divisioni relative ad esempio al ministero femminile o a questioni di etica e di morale.

È chiaro però che all’entusiasmo dei primi anni, quando la ricomposizione dell’unità tra i cristiani sembrava a portata di mano, è seguita una fase di stanca (si è parlato di «inverno dell’ecumenismo»). Giunti ai punti di divergenza più delicati, i dialoghi teologici annaspano, il traguardo dell’ospitalità eucaristica – sempre più auspicato –

Per il momento, però, tutto ciò contrasta con la realtà, ad esempio quella tra cattolici e ortodossi, sulla quale il ministero petrino continua a pesare come un macigno, nonostante la fraterna amicizia tra Francesco e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo. Quest’anno compie 40 anni la commissione mista internazionale

Nuove speranze con papa Francesco Tuttavia, l’accesso al soglio pontificio di papa Francesco ha dato adito a nuove speranze. Quasi incurante delle questioni teologiche, Bergoglio ha impostato le relazioni ecumeniche sull’amicizia e sulla pratica e così il clima è improvvisamente cambiato. Il Papa si è già incontrato con buona parte dei «leader» delle altre confessioni cristiane e tutti sono stati favorevolmente colpiti dalla sua semplicità, dalla sua visione dell’«unità nella diversità», dalla sua insistenza nel definirsi «vescovo di Roma» anziché «papa» e dalla sua chiara intenzione di conferire una maggiore «sinodalità» alla Chiesa cattolica romana.

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per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme. Un dialogo complicatissimo, che ha conosciuto un’infinità di problemi e di battute d’arresto e il cui futuro appare particolarmente incerto in seguito alla crisi tra Mosca e Costantinopoli provocata dall’autocefalia concessa alla Chiesa ucraina – invero in modo abbastanza imprudente – da Bartolomeo. Il Patriarcato di Mosca (la componente di gran lunga più importante del mondo ortodosso) ha più volte affermato che non parteciperà più ad alcun dialogo ecumenico ove dovesse essere presente anche quello di Costantinopoli. Per tornare al Ticino, il clima che regna tra le varie Chiese della CLCCT è sicuramente positivo. Tuttavia, bisogna constatare come l’ecumenismo interessi solo una frangia limitata di persone (quasi sempre le stesse) e sembra difficilissimo allargare la cerchia degli interessati (clero cattolico in primis). Forse una pastorale ecumenica più decisa (manca ad esempio completamente quella per le coppie miste) potrebbe dare qualche frutto. In fondo, l’accordo tra Chiese e Cantone sull’insegnamento della religione nelle scuole medie potrebbe fungere da apripista per una maggiore collaborazione – finora latitante – tra le Chiese anche in atri ambiti.

Johann-Baptist Metz in memoriam Ci lasciano per l’eternità sempre più i teologi che hanno dato un contributo decisivo alla stagione conciliare del Vaticano II. Johann Baptist Metz era noto anche al pubblico interessato italiano poiché le sue opere sono state quasi completamente tradotte, soprattutto per merito dell’editrice Queriniana di Brescia. Nato nel 1928 in Baviera, prese la decisione di studiare teologia e di diventare prete durante il periodo finale della seconda guerra mondiale, quando prestava servizio nella Wehrmacht. L’esperienza della guerra lo confrontò con il problema del senso del male e del destino del popolo ebraico, temi che lo accompagneranno durante tutta la sua vita di teologo. Alla fine degli studi teologici, decisivo fu il suo incontro e la sua stretta collaborazione con Karl Rahner a Innsbruck. Seguì attivamente il Concilio Vaticano II e, a partire dalla rivolta studentesca del 1968, si occupò sempre più del rapporto tra fede cristiana e del suo rapporto con mondo secolarizzato. È a partire dagli anni ’60 e ’70 che egli formulò una teologia della secolarizzazione e una «teologia politica» che trovò una diffusione estremamente larga sia in Europa che in America latina. A partire dall’Università di Münster egli riuscì a formare tutta una generazione di teologi, sia europei sia latinoamericani, che poi diffusero il suo pensiero nella comunità ecclesiali maggiormente aperte

nei confronti della diffusione del messaggio conciliare. Metz viene dunque considerato come un anticipatore e un accompagnatore della «teologia della liberazione» latinoamericana. Il suo pensiero si è articolato in stretto contatto con la filosofia contemporanea. In un primo momento frequentò il pensiero heideggeriano per poi passare a una dichiarata preferenza per i pensatori della cosiddetta «scuola di Francoforte», rappresentata soprattutto da Horkheimer, Adorno e Benjamin. Si avvicinò (in convergenza con il teo­logo protestante Moltmann) alle visioni utopiche di Ernst Bloch. Legato alle sue radici bavaresi tentò di accedere ad una cattedra presso l’Università di Monaco, ma l’opposizione dell’arcivescovo di quella città a quel tempo (sembra abbia affermato: «quello lì no») cioè Josef Ratzinger, impedì questo trasferimento. Trascorse operosamente anche la stagione della sua quiescenza a Münster, rimanendo in contatto con una grande quantità di colleghi ed allievi sparsi un po’ in tutto il mondo. Ora si stanno raccogliendo tutte le sue pubblicazioni, sparse presso varie editrici, ed arriveranno presto le sue «opera omnia». Habermas, ultranovantenne, sempre operoso, riserva al pensiero di Metz varie pagine, nella sua ultima «summa» appena apparsa a Francoforte. Spesso i profeti sono maggiormente stimati fuori casa che presso i propri vicini… a.b.


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Il giudizio di un esperto sulla materia «Storia delle religioni» So bene che non è saggio valutare una situazione locale quando si è esterni a quella situazione. La si può guardare con interesse, e persino con partecipazione, ma ciò che fa difetto all’osservatore esterno è la conoscenza diretta in situ. È il mio caso. Mi si chiede un’opinione su una grossa novità della scuola ticinese: l’accensione del corso «Storia delle religioni» in IV media. Non ignoro del tutto gli antefatti e i dibattiti che hanno portato a questa decisione (e dei quali anche questo bimestrale si è fatto spesso eco e promotore convinto), ma la mia opinione si limiterà qui sostanzialmente al testo finale degli orientamenti operativi che definiscono e disciplinano la nuova materia. Testo finale di cui ignoro il processo di redazione, ma che posso presumere essere stato laborioso, accidentato, sottoposto a verifiche e veti incrociati dei vari soggetti coinvolti prima e durante la definizione della nuova disciplina. Apprezzabile intenzione Ho sottomano due testi parziali: il Piano di studio (paragrafo X,1-6) e il Documento di accompagnamento. Noto anzitutto (in X.1) l’apprezzabile intenzione del legislatore di fornire agli adolescenti strumenti cognitivi «per capire il contesto in cui vivono»: che è contesto di diversità culturali e religiose (da valorizzare, non da esorcizzare), contesto di coesione sociale messa a rischio dal dilagante pluralismo, di coabitazione tra visioni e comportamenti etici divaricanti, di sete (manifesta o implicita) di senso esistenziale da parte dei giovani. Che l’ottica di partenza del progetto sia la crescita mentale, critica, eticovaloriale, cultural-religiosa dello studente confrontato a tali contesti problematici è certamente un presupposto imprescindibile e convincente. Che lo strumento scelto per rispondere a tali bisogni sia lo studio della storia delle religioni è altrettanto plausibile. Plausibile dal punto di vista della psicologia dell’adolescenza, età in cui è decisivo lo smarcarsi dalla tutela genitoriale (compreso l’addio all’imprinting religioso, o eventualmente all’indifferenza a-religiosa) e età in cui diventa assillante il bisogno di uscire dalla

propria provincia culturale, e di confrontarsi con altre esperienze, altre visioni del mondo, altri modelli di uomo o di donna. Plausibile anche dal punto di vista delle scienze del fenomeno religioso, in quanto esse – in primis la storia delle religioni e l’antropologia religiosa – possono cominciare a offrire strumenti concettuali e metodi di indagine confacenti alla «nuova domanda religiosa» giovanile, che, come si sa, può spaziare oggi dalla ingenua e disimpegnata curiosità filosofica alle seduzioni delle emergenti spiritualità non-religiose, dal confronto con le tematiche forti delle religioni universali all’approfondimento convinto (perché no?) delle ritrovate radici della fede dei padri.

sfuggono alla lente circoscritta dello storico come dell’archeologo o dell’esegeta. Come si intuisce, all’insegnante si chiede un esigente e temibile – quasi titanico – esercizio didattico di correlazione «triangolare» tra i dati di fatto registrati negli archivi della storia, il valore di verità e di senso esistenziale di cui quei fatti (o testi sacri, o simboli) sono portatori per i seguaci delle rispettive tradizioni religiose, e l’oggi delle coscienze giovanili sollecitate a interrogarsi – riflessivamente e criticamente, cioè autobiograficamente (cf. X.2.2) – su quei fatti e sul loro valore appellante.

di Flavio Pajer*

L’insegnante della nuova disciplina tuttavia, stando ai documenti disponibili, non è mandato allo sbaraglio. Gli si offre un circostanziato quadro teorico-pratico (ed è il Documento di accompagnamento), finalizzato a declinare formalmente l’oggetto dell’insegnamento-apprendimento (precisamente «storia delle religioni» in IV media) entro le coordinate pedagogico-didattiche del processo educativo. Non è ancora, e non vuol essere affatto, un programma prêt-àporter, né una guida didattica «chiavi in mano». È piuttosto il diagramma ideale – ma tutt’altro che utopico, teso com’è a una feconda operatività – che, partendo dal quadro minimo ma inderogabile delle competenze da far acquisire dall’alunno/a, individua le categorie portanti dei contenuti cognitivi della disciplina (sono qui scanditi 6 temi generatori di primario interesse sia storico-scientifico che antropologico), correlandoli con i rispettivi processi di analisi-elaborazione-contestualizzazione-comunicazione, fino a suggerire un grappolo di più concrete norme metodologiche attinenti il reperimento e l’approccio alle fonti, la gestione delle procedure delle varie fasi della ricerca didattica, l’attenzione ai momenti di convergenza con le discipline affini, il confronto con le finalità formative generali della scuola, in particolare con l’educazione alla cittadinanza e ai diritti umani. L’architettura del piano di studio mi sembra più che convincente, e c’è da

Una sfida ai docenti Chiaro però che la sfida maggiore – una perenne «patata bollente» della didattica religiosa – resta nelle mani delle/degli insegnanti. A loro si chiede di sapere di religioni e di problemi giovanili (possibilmente non al modo liquidatorio dei talk show televisivi); di coniugare approccio scientifico al fenomeno religioso con le attese espresse ed inespresse delle/dei quindicenni; di onorare le finalità formative della scuola pubblica e insieme di rispettare la libertà di credo e di coscienza di ciascuno (compresa la propria in quanto insegnante); di insegnare dati oggettivi della storia (ed è l’irrinunciabile livello cognitivo della disciplina), ma anche di interpretare vissuti esistenziali, convinzioni e comportamenti personali (ed è il non meno necessario livello ermeneutico di un’autentica cultura religiosa); di saper padroneggiare il linguaggio descrittivo e asettico dei fatti religiosi letti in chiave diacronica o nella contemporaneità, e insieme di discernere l’inarrivabile semantica del linguaggio simbolico dei riti, delle feste, delle letterature millenarie, del patrimonio artistico…; insomma, di quell’immensa area del senso, dove l’uomo di ogni tempo si è posto interrogativi talmente radicali che le risposte via via emerse nelle culture e nelle religioni risultano eccedenti la sola ragione ragionante e

Il quadro teorico-pratico


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scommettere che non poche classi, se accompagnate da insegnanti equipaggiati e provetti, sapranno appassionarsi a un itinerario di scoperta che vuol uscire decisamente dalla routine delle classiche «ore di religione» vecchio stile. Vecchie frontiere mentali cadono: quelle tra le confessioni cristiane ormai in stato di dialogo permanente, quelle più tenaci tra i monoteismi abramitici, quelle ancora piuttosto invalicate tra visioni religiose e non religiose del mondo. Non però per accedere a un ammasso caotico, indifferenziato e disorientante, di dottrine e di pratiche, ma per individuare e interpretare nel tempo di ieri e di oggi le tracce tangibili dell’humanum universale. Ostacoli da superare Scogli in vista ce ne saranno indubbiamente. Penso, per esempio, al momento necessario ma insidioso della comparazione. L’esperienza didattica in proposito mette in guardia da alcuni rischi che sono dietro l’angolo. Il primo è quello di rimanere prigionieri di una morfologia estrinseca delle religioni, quando si allineano sullo stesso piano pratiche religiose apparentemente simili presso varie tradizioni, ma se si ignorano i sistemi di fede e di convinzione che sottendono quelle pratiche si rischia una omologazione che fa torto alla singolarità irriducibile di ciascuna tradizione. Un secondo rischio è la tendenza a prendere la propria religione o quella storicamente prevalente nel proprio paese come pietra di paragone per valutare le religioni «altre»; i sociologi lo chiamano etnocentrismo culturale: è l’incapacità di trascendere le categorie del «religioso» locale per accedere al «religioso» universale, o anche l’incapacità di relativizzare le forme religiose del proprio tempo storico rispetto a un tempo più o meno lontano. E siccome molta parte della ricerca didattica in classe si sviluppa sull’asse ieri-oggi, sarebbe obiettivo sommamente meritorio riuscire a scalzare il vezzo fin troppo comune, e culturalmente mortificante, di esaltare o di squalificare abusivamente un’epoca religiosa rispetto a un’altra. Ed entra qui in campo un’altra fatica dell’insegnante: quella di saper lavorare su quel piano inclinato e insidioso che sono le convinzioni o le precomprensioni di adolescenti, che sembrano emotivamente o ideologicamente ferrati su certi capisaldi dell’universo religioso, ma ancora sprovvisti di strumenti concettuali per poter documentarne

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la serietà storica e fondarne la plausibilità razionale. Necessità dunque di scovare i pregiudizi, decostruire le convinzioni per ricostruirne di nuove su altre basi, evitando ovviamente ogni facile indottrinamento. Auspicata un’estensione Posto che l’attuale Piano di studio si addice, in linea di principio, all’età psicologica e mentale degli adolescenti di IV media (mentre toccherà aspettare tra un anno o due l’esito delle applicazioni concrete in aula per vagliare anche la validità di fatto del progetto), mi chiedo come mai questa disciplina sia al momento riservata al solo anno-cerniera tra le medie e il ciclo superiore, e non si ipotizzi di estenderla appunto ai licei, visto che la materia in sé si attaglierebbe ancor meglio al più maturo sviluppo mentale dell’alunno/a nonché all’intensificarsi tipico delle problematiche identitarie, relazionali, etiche, sociali e persino politiche dei sedici-diciottenni. Presumo che il problema non sia stato affatto assente dalle concertazioni degli esperti e delle competenti autorità, e che probabilmente si preferisce attendere strategicamente l’esito del segmento IV media prima di estenderlo eventualmente, mutatis mutandis e con migliori cognizioni di causa, anche alle classi successive. Personalmente, me lo auguro. Le esperienze estere Viene spontaneo anche tentare qualche rapido raffronto del caso Ticino con casi similari attuati in Europa. «Storia delle religioni» e discipline affini hanno fatto da tempo la loro comparsa in vari sistemi educativi nazionali, con declinazioni certamente differenziate in obbedienza a contesti storici, istituzionali, linguistici, confessionali mai intercambiabili tra Stato e Stato. Così nel variopinto sistema inglese della religious education e della multifaith religious education, prevalgono gli approcci oggettivi e comparativi al dato storico (learning about religions), combinati con approcci interpretativi del messaggio etico delle religioni (learning from religions). Nell’area scandinava e danese è normale incentrare il programma sulla «storia del cristianesimo», luterano e non solo, studiato come radice dell’ethos civile e matrice dei diritti umani e dei valori della cittadinanza. Diverso invece il caso francese, che non può istituire (laïcité oblige!) alcun corso di sto-

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ria delle religioni, ma che fa studiare le religioni (tradotte con l’intrigante lemma «fait religieux» dal contenuto semantico assai indefinibile) per quel tanto che ne emerge episodicamente dalle diverse discipline ordinarie, in primis dalla storia antica, moderna e contemporanea; quindi non storia delle religioni, ma la religione nella storia. Ma nessuna di queste o altre soluzioni è esente da lacune e derive. Una proposta da far conoscere Questo cenno fugace ad altre prassi europee vuol essere solo un implicito informale invito (se mi è consentito suggerirlo da questo foglio), a far conoscere anche al di là del territorio cantonale questo impianto della nuova disciplina ticinese. È risaputo che un po’ ovunque in Europa, anche nei paesi a tradizionale maggioranza cattolica e ortodossa, la tendenza degli ultimi anni è di superare gli insegnamenti confessionali facoltativi, più o meno deficitari per le ragioni che tutti conosciamo, e di istituire invece una materia curricolare comune a servizio della totalità delle popolazioni scolastiche sempre più «post-cristiane» e multiculturali. Il Cours de philosophie et citoyenneté del Belgio vallone e la materia Vie et société del Lussemburgo, introdotti appena un paio d’anni fa nei rispettivi programmi curricolari, stanno a dimostrare la diffusa urgenza di studiare formule nuove. Ora, a me sembra che la proposta avviata in Ticino sia un progetto più che plausibile, quasi un paradigma esemplare nel suo genere, di quella «nuova iniziazione alla religione», che in ogni angolo d’Europa i sistemi scolastici stanno sperimentando. Merita indubbiamente, a mio modesto avviso, che il lodevole progetto ticinese varchi i confini del Cantone e della stessa Confederazione, non perché lo si possa trapiantare tal quale in altri contesti, ma perché esperti e autorità scolastiche competenti se ne ispirino creativamente per dare idee e strumenti nuovi a una pedagogia scolastica ovunque in affanno in materia di religione. * Flavio Pajer è professore di pedagogia e didattica delle religioni presso la Pontificia Università Salesiana di Roma. Si è occupato di teorie della formazione – con particolare riguardo all’educazione religiosa – e di questioni relative alla libertà religiosa nelle società europee in contesti multiculturali e alla luce della crisi dell’egemonia culturale della tradizione cristiana. Oltre ad aver svolto un’intensa attività pubblicistica, ha pubblicato numerosi manuali per il catechismo e l’insegnamento della religione nelle scuole.


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La storia del «beato» Simonino da Trento un episodio dell’antigiudaismo cristiano A Trento è aperta una mostra su una storica «fake news» Al Museo diocesano di Trento è aperta dal 14 dicembre al 13 aprile la mostra «L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia». Allestita con il massimo scrupolo storico, rappresenta per la comunità cattolica un coraggioso atto di contrizione per l’antisemitismo fanatico e la superficialità che nei secoli hanno segnato una parte del culto delle reliquie e dei santi da parte della Chiesa cattolica. La mostra celebra anche e finalmente riconosce l’opera di quei cattolici (vescovi compresi) che, a partire dagli anni del Concilio Vaticano II, hanno coraggiosamente iniziato la demistificazione. Ma si segnala anche una controffensiva: dall’articolo «E se fosse tutto vero? La storia del Beato Simonino da Trento» su Radio Spada (www.radiospada.org) al volume «La vera storia del Beato Simonino da Trento innocente e martire», Verrua Savoia, Centro Librario Sociale, 2013. Delle note che seguono siamo debitori del Dizionario Biografico degli Italiani, opera editoriale imponente ancora in corso di edizione, e dell’articolo che il prof. Emanuele Curzel, insegnante universitario e da molti anni amico di «Dialoghi», ha scritto per il Catalogo della Mostra. La sparizione e la persecuzione La sera del 23 marzo 1475 – Giovedì Santo – Andrea, un conciapelli che abitava a Trento nella contrada del Fossato, cercò inutilmente il suo bambino, Simone, dell’età di 28 mesi. Il mattino dopo ne denunciò la scomparsa al principe vescovo, il quale fece emanare un bando per invitare chiunque avesse notizie a presentarsi. A fine giornata il padre riferì di aver sentito dire da molti che il bambino era stato rapito dagli ebrei. L’antica diffidenza si sommava all’emozione che era stata suscitata, nelle settimane precedenti, dalla predicazione contro l’usura, condotta dai frati francescani, che aveva fra i propri bersagli proprio gli ebrei. Le abitazioni di questi ultimi furono inutilmente perquisite. La sera di domenica 26 marzo Samuele da Norimberga, esponente più in vista

del piccolo gruppo israelita (in tutto una trentina di persone), denunciò che il corpo del bambino era stato ritrovato nella roggia che dalla contrada del Fossato proseguiva passando sotto la sua abitazione, posta nell’attuale vicolo dell’Adige. Il podestà decise di far incarcerare subito otto ebrei (altri dieci il giorno successivo). I due medici chiamati il 27 marzo ad esaminare il corpo furono concordi nel dire che la morte era avvenuta il giorno precedente, e non per annegamento, ma interpretarono diversamente le lesioni che il cadavere mostrava: uno rimase perplesso, l’altro fu certo che si trattava di ferite volontariamente inferte. La gente venne a vedere il piccolo corpo, deposto nella vicina chiesa di San Pietro, e si diffuse la voce di miracoli, la cui esistenza avvalorava la tesi del martirio. Tutto ciò fu considerato sufficiente per avviare un processo inquisitorio. Gli accusati in un primo momento sostennero la propria innocenza. Ma dato che «non volevano dire la verità», furono sottoposti a tortura. Uno alla volta si arresero e uniformarono le proprie risposte a quanto veniva richiesto dal podestà («Che devo dire?», mormorò sfinito Vitale, che fu tra gli ultimi a cedere, il 13 aprile). Tra il 9 e il 15 aprile la tortura permise anche la definizione di un movente: l’odio contro i cristiani. Nacquero a quel punto dei dubbi anche all’interno della città: vi fu chi si mosse presso la corte tirolese e, per ordine del conte del Tirolo Sigismondo d’Asburgo, il 21 aprile il processo fu sospeso. Il principe vescovo di Trento Johannes Hinderbach, convinto sostenitore della colpevolezza degli accusati, se ne lamentò: il 30 aprile deprecò gli ostacoli frapposti da «falsi cristiani». Un’intensa attività propagandistica (anche attraverso la stampa, per la prima volta usata a questo scopo) accreditava con scritti e immagini la versione dei fatti descritta dal tribunale trentino e diffondeva la fama del nuovo «martire». Il 5 giugno 1475 riprese il processo, che giunse rapidamente a conclusione con il rogo, tra il 21 e il 23 giugno, di Israele di Samuele, Samuele, Angelo,

Tobia, Vitale fattore di Samuele e Mohar; Mosè il Vecchio era morto in carcere qualche giorno prima; Bonaventura cuoco di Samuele e Bonaventura di Mohar, che si erano convertiti per evitare il rogo, furono invece decapitati. I loro beni furono confiscati. Iscritto fra i Santi Il 30 giugno 1475 il vescovo inviò a papa Sisto IV una relazione sugli avvenimenti e chiese la canonizzazione del «Simonino». Il Papa inviò il frate domenicano Battista de Giudici a valutare la situazione. Questi giunse a Trento all’inizio di settembre: si convinse che le accuse alla comunità ebraica erano inverosimili e che le confessioni erano state estorte con la tortura. Il vescovo iniziò allora una campagna volta a screditare il commissario apostolico e a sostenere la validità dell’operato del tribunale trentino, ed ebbe infine partita vinta: il commissario papale fu allontanato. Ripresero i processi (3 novembre 1475), questa volta contro le donne. Dolcetta, Brunetta madre di Angelo e Brunetta moglie di Samuele morirono in carcere; Bella, Anna, Sara e Bona accettarono infine il battesimo per salvarsi (gennaio 1477). Il vescovo non riuscì a far riconoscere il culto del «martire», ma ottenne da Roma la conferma che il processo si era svolto in modo formalmente corretto (20 giugno 1478). Nonostante dubbi e riserve, la fama del Simonino si diffuse velocemente, provocando episodi imitativi (altre comunità ebraiche furono accusate di omicidio rituale) e si tradusse in una ampia produzione iconografica (stampe e affreschi). Si fissò così un nuovo standard dei pregiudizi antiebraici, che passarono dal piano teologico e giuridico-economico (la lotta contro l’usura) a quello sociale e dell’ordine pubblico; gli ebrei non erano più visti come infedeli o ladri, ma erano considerati pericolosi, specialmente per i bambini. Nel 1584 l’elogio del Simonino fu inserito nel «Martirologio romano» e nel 1588 il culto fu autorizzato da papa Sisto V. La cappella che conservava il corpo, presso la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Trento, fu


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riccamente decorata e furono costruite altre due cappelle, una dove Simonino sarebbe stato ucciso e l’altra nel luogo dove sarebbe stato rapito. Negli ultimi decenni del XIX secolo gli atti processuali trentini finirono, all’interno di un dibattito di natura fortemente politica, per essere considerati prove della verità storica dell’omicidio rituale. Giuseppe Oreglia, scrivendo su «La Civiltà Cattolica» (1881-82), scrisse che «anche presentemente gli ebrei osservanti si tengono obbligati nella loro falsa coscienza a servirsi del sangue cristiano nei riti e nei modi finora rivelatici dagli ebrei di Trento». Nel 1902 il parroco di San Pietro, Giuseppe Divina, pubblicò una «Storia del beato Simone da Trento», ribadendo la piena credibilità storica della ricostruzione processuale. L’anno dopo, il ventiduenne studente di giurisprudenza Giuseppe Menestrina riesaminò il caso mettendo in luce le contraddizioni in cui erano caduti gli accusati e contestando gli esiti del processo. Ciò nonostante la solenne processione, che portava attraverso la città il corpo del bimbo e i presunti strumenti del martirio, si tenne fino al 1955. Iginio Rogger, un apripista Il saggio di Emanuele Curzel, nel Catalogo della Mostra, ripercorre la faticosa ricostruzione di quei fatti lontani e mette in risalto la straordinaria figura di Iginio Rogger, sacerdote trentino nato a Pergine nel 1919, entrato dodicenne nel Seminario minore di Trento e poi in quello maggiore. Gli ottimi risultati scolastici fecero sì che venisse inviato a proseguire gli studi a Roma, all’Università Gregoriana, ospite del Collegio Germanico-Ungarico, dove avevano avuto la loro formazione altri ecclesiastici trentini. Dal 1947 Rogger abitò presso il Collegio Teutonico, dove risiedevano gli studiosi di lingua tedesca impegnati nella ricerca storica sul Concilio di Trento. Tra questi vi era soprattutto Hubert Jedin, che stava completando il primo volume della sua «Storia del Concilio di Trento». Rogger concluse i suoi studi nel 1951 sotto la guida di Pedro Leturia; tornò quindi a Trento, dove intraprese l’attività didattica presso il Seminario teologico (insegnò storia della Chiesa, liturgia e arte sacra). Nel 1953 scrisse la voce «Simonino» per l’Enciclopedia cattolica; lo fece con prudenza e in modo tale da porre in dubbio le risultanze del processo quattrocentesco. La voce si chiudeva con le parole: «Uno studio critico ancora manca».

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A un dato punto il suo interesse per il «caso Simonino» si incontrò con le ricerche di un’ebrea triestina: Gemma Volli (1900-1971). Insegnante di materie letterarie, espulsa dalla scuola dopo le leggi razziali del 1938, nel 1943 trovò riparo in Svizzera. Dopo la guerra si stabilì a Bologna, dove riprese l’attività di insegnante; si impegnò nello studio e nella divulgazione delle vicende storiche degli ebrei e delle comunità ebraiche. In particolare, pubblicò la storia della comunità di Lugo di Romagna (1953) e quella del «caso Mortara», il bambino ebreo bolognese di sei anni strappato alla famiglia da Pio IX nel 1858 in quanto battezzato da una domestica (1960). Alla fine degli anni Cinquanta cominciò a studiare la storia dell’omicidio rituale. Nel corso di tali ricerche incontrò anche la vicenda simoniniana e certamente lesse la voce che Rogger le aveva dedicato sull’Enciclopedia Cattolica. La Volli fece visita a Rogger nel 1961. È possibile che la figura del Simonino, nella città e nella Chiesa di Trento, avesse nel corso del tempo perso i contenuti propriamente antisemiti e acquisito una valenza almeno parzialmente diversa, contraddistinta dall’emozione per il «povero innocente». D’altronde va anche ricordato che solo in quei primi anni Sessanta il tema del rapporto tra tradizione cristiana e antisemitismo stava divenendo oggetto di riflessione. Ruolo fondamentale ebbe Giovanni XXIII, che il Venerdì Santo del 1959 tolse dal formulario la preghiera per i «perfidi ebrei». A ritardare il progresso delle ricerche sul caso furono sia la difficile successione del vescovo De Ferrari (che, malato, fu sostituito dal vescovo di Bressanone Gargitter in qualità di amministratore apostolico, cosa che causò dissidi poi acquietati solo nei primi mesi del 1963 dopo la nomina del nuovo vescovo, Alessandro Gottardi) sia la crisi politica che caratterizzava in quegli stessi anni la regione Trentino-Alto Adige, dove attentati, arresti e militarizzazione di parte del territorio radicalizzarono il conflitto tra maggioranza italiana e minoranza tedesca. Nel 1963 la rivista «Israel» pubblicò un articolo fortemente critico che denunciava tra l’altro la perdurante presenza, nella chiesa di San Pietro, del libretto che Giovanni Panizza aveva pubblicato nel 1955, quando per l’ultima volta si era tenuta la solenne processione che aveva portato attraverso la città il corpo del bimbo e i presunti strumenti del mar-

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tirio. Rogger, su incarico del vescovo, scrisse alla redazione (14 settembre) dichiarando che in quei giorni era stata costituita una «commissione per la revisione del Proprio Liturgico dell’Arcidiocesi Tridentina», nella quale il problema sarebbe stato preso in esame. Il 26 maggio 1965, Gemma Volli partecipò a Trento a una conferenza organizzata dall’associazione «Pro Cultura». Su «Israel» del 1. luglio 1965 riferì del clima e dei contenuti della serata, tenutasi «in una sala vastissima, davanti a fittissimo pubblico». La conferenza, scrisse, avrebbe dovuto svolgersi in marzo ma era stata posticipata su richiesta della Curia trentina, perché un pronunciamento ufficiale del vescovo sul caso pareva imminente. Rogger scrisse che tale conferenza fu uno choc (benefico) per l’opinione pubblica trentina. Il Concilio Vaticano II Il testo conciliare sui rapporti con l’ebraismo e le altre religioni non cristiane (che prese infine la forma del decreto Nostra Aetate) fu oggetto di lungo dibattito. Dopo la presentazione e la discussione del settembre 1964 fu presentato nel corso della quarta e ultima sessione del Concilio, riuscendo a superare le opposizioni dei tradizionalisti. Si giunse infine all’approvazione, il 20 ottobre 1965, dapprima con 243 voti contrari (se si tiene conto della parte sull’ebraismo), e, infine con 2.221 voti favorevoli e solo 88 voti contrari (sul testo complessivo). La solenne promulgazione si ebbe il 28 ottobre. E quello stesso giorno uscì la «Notificazione circa il culto al piccolo Simone da Trento», preparata dalla Congregazione dei Riti. Nel 2006, Iginio Rogger avrebbe riassunto così l’esperienza vissuta: «Per quanto si può vedere, gli uomini del passato, ecclesiastici o laici, promossero e praticarono quel culto soggettivamente in buona fede. Salvo miglior giudizio degli storici non è possibile pronunziare una generica condanna sui loro pregiudizi. Ma la situazione propria di noi oggi è nettamente diversa. Noi sappiamo ora certamente che gli ebrei di Trento non hanno ucciso il bambino Simone. Se continuassimo a proporre quella tesi e a sostenere il culto del bambino non martirizzato, non saremmo più in buona fede. Il peccato, grave e mortale, comincerebbe con noi».


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TESTIMONI Maria Vingiani protagonista dell’ecumenismo Con la scomparsa di Maria Vingiani (il 17 gennaio scorso) la Chiesa perde un testimone appassionato del cammino ecumenico, del quale ella è stata tra i più coraggiosi e dinamici pionieri, con uno sguardo sempre rivolto al domani, con una straordinaria capacità profetica di leggere il presente per incoraggiare cristiani e cristiane a trovare sempre nuove strade per vivere insieme il dono della fede, senza abbandonare la propria tradizione confessionale. Fin dagli anni della sua formazione, tra Venezia e Padova, Maria Vingiani ha coltivato la sua passione per il dialogo, con il quale conoscere l’altro nella luce della comune chiamata a farsi annunciatori dell’evangelo. Proprio a Venezia muove i suoi primi passi, anche grazie alla profonda amicizia che la lega a don Loris Capovilla, scoprendo l’importanza delle Sacre Scritture nella costruzione del dialogo, tanto più dopo la Lettera pastorale dedicata alla Parola di Dio da parte del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, allora patriarca di Venezia. La scoperta della Parola di Dio contribuisce, insieme a tanti altri fattori, alcuni squisitamente personali, a far maturare in lei un’attenzione del tutto particolare nei confronti degli ebrei, molto più che fratelli, portatori di un’elezione che non è mai venuta meno. Del Concilio Vaticano II, fin dalla sua indizione, seppe cogliere la dimensione ecumenica, tanto che decise di lasciare Venezia per trasferirsi a Roma per poter seguire i lavori. Era convinta, come comunicò a don Loris Capovilla, che il Concilio fosse un’opportunità unica per favorire l’unità, con un radicale ripensamento della partecipazione della Chiesa cattolica al movimento ecumenico. Proprio durante il Vaticano II, con il contributo del cardinale Agostino Bea, quando ancora il Concilio doveva promulgare il decreto Unitatis Redintegratio, Maria Vingiani dette vita al Segretariato attività ecumeniche (Sae). Lo aveva pensato come un’associazione laica, interconfessionale, dove vivere l’unità nel rispetto delle diversità confessionali, coltivando l’idea che il cammino ecumenico doveva radicarsi sulla comune radice ebraica, e quindi si doveva creare un rapporto unico e privilegiato con il popolo ebraico. D’altra parte, Maria Vingiani aveva reso possibile l’incontro tra l’ebreo Jules Isaac e Giovanni XXIII, nel giugno 1960, aprendo nuove prospettive alla formulazione del dialogo tra ebrei e cristiani, tanto che proprio a questo incontro si fa risalire una delle radici della dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Al Sae Maria Vingiani ha dedicato la sua vita, organizzando le sessioni estive di formazione, che per anni sono state momenti di conoscenza, di confronto e di condivisione, coordinando il gruppo teologico, chiamato a riflettere sui contenuti e sul linguaggio di un dialogo tutto da costruire, sollecitando la creazione di una rete di gruppi locali per rendere il cammino ecumenico pane quotidiano della vita della Chiesa Una. Con il Sae Maria Vingiani ha aperto strade e ha costruito ponti dove tanti cristiani e cristiane hanno imparato a conoscersi, rimuovendo lentamente i tanti pregiudizi che avevano inquinato i rapporti tra cristiani e aiutando a comprendere sempre meglio la propria identità confessionale, arricchita e non depauperata nel dialogo con l’altro. […] Il Signore ha voluto richiamare a sé Maria Vingiani pro-

prio nel giorno in cui cristiani ed ebrei celebrano questa Giornata che rappresenta uno dei preziosi doni dell’eredità spirituale di Maria Vingiani che, con la sua lunga vita, anche quando le forze si erano venute riducendo, ha saputo illuminare tanti uomini e donne, non solo cristiani, per uscire dalle tenebre della divisione nella ricerca della gioia dell’unità nella diversità. Ricordo del card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, apparso su «Avvenire» 17.1.2020

Carlo Carozzo animatore de «Il Gallo» Carlo Carozzo nasce il 31 dicembre 1934, a Orsara Bormida, borgo agricolo sulle colline del basso Monferrato da una famiglia contadina, e sarà sempre fiero di questa sua origine. Ad Alessandria compie gli studi magistrali e instaura una profonda amicizia con il compagno di scuola, Adelio Ferrero, poi critico cinematografico, che influisce molto sulla sua formazione, iniziandolo, soprattutto, alla dimensione letteraria e politica. Intorno ai vent’anni si allontana dalle pratiche religiose: trasferitosi a Genova dove insegna. Nel 1960, capita al «Gallo» per semplice curiosità intellettuale e, a poco a poco, grazie al clima dialogante e amicale che vi trova, ritorna alla fede e si interessa sistematicamente di questioni religiose. In particolare inizia, nel gruppo, lo studio di Emmanuel Mounier, che approfondirà successivamente per proprio conto, insieme ai testi del domenicano Dominique Chenu, rimanendone fortemente segnato. Integra la sua formazione con la lettura di scrittori all’epoca significativi come Camus, Sartre, Pavese, Calvino e, nel 1966, incontra Pierre Ganne, gesuita francese, amico personale di Mounier, escluso dall’insegnamento della teologia al tempo della grande epurazione degli anni Cinquanta. Carozzo seguirà in Francia le sessioni di studio del p. Ganne fino al 1979, anno della sua morte, traendo dagli incontri personali una comprensione più interiore e esistenziale delle scritture e del cristianesimo. Nel gruppo del «Gallo» diventa fra i più stretti collaboratori del fondatore Nando Fabro e di Katy Canevaro, alla cui spiritualità si sente molto prossimo e che cura nella lunga malattia. Presente sulle pagine del «Gallo» dal 1961 con note di lettura, riflessioni esperienziali e, poi, con testi di esegesi biblica e di carattere filosofico teologico, nel 1968 viene associato da Nando Fabro alla responsabilità della rivista per assumere nel 1973 la direzione del gruppo e del periodico, orientandone progressivamente le scelte in maniera coerente alla sua personalità e alla sua formazione. Nel 1986 sposa Luciana D’Angelo con la quale, anche dopo il ritiro dall’insegnamento nel 1992, continua a costituire il centro di riferimento del gruppo e della rivista, mentre entra a far parte del comitato di redazione della rivista internazionale di teologia «Concilium», consegue l’attestato del Corso triennale di Counseling 1997/2000 e frequenta sessioni di teologia presso l’università di Lovanio. Dal 2010 le condizioni di salute lo inducono a lasciare la direzione editoriale della rivista, mantenendo il ruolo di responsabile e la presidenza dell’associazione fino alla morte a Genova, il 12 dicembre 2019 nella certezza di una vita altra in cui il mistero si fa trasparente e la presenza degli amici eterna. La redazione del Gallo


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«A chi appartengono le sementi?» È la campagna ecumenica 2020 In passato, le famiglie contadine svizzere hanno coltivato, selezionato e scambiato i semi dei campi, dando vita a un’incredibile biodiversità di colture agricole, come il grano vallesano, resistente alla siccità, il «Ribelmais», una qualità in grado di sopravvivere anche alle basse temperature tipiche della valle del Reno o il mais rosso ticinese, la cui farina era molto apprezzata per preparare la polenta. Tali colture tradizionali, pur essendo perfettamente adattate alle condizioni ambientali locali, nel corso degli anni sono state soppiantate da nuove varietà selezionate in laboratorio, che promettevano raccolti più abbondanti. Le nuove «super sementi» hanno avuto un impatto drammatico sulla biodiversità. Erano diecimila le specie di piante coltivate dai nostri antenati (ognuna delle quali con un gran numero di varietà),. Secondo le cifre pubblicate dalle Nazioni Unite, più del 90 percento di esse sono nel frattempo scomparse, senza che ce ne rendessimo conto. Nel nostro Paese ci vantiamo di disporre di un’alimentazione variata ma la realtà è ben diversa. Il 70 percento degli alimenti che consumiamo quotidianamente proviene infatti da sole 12 specie vegetali e da 8 specie animali. A seguito della meccanizzazione del settore agricolo, in Europa e negli Stati Uniti, e della divisione del lavoro tra coltivatori e produttori-selezionatori di sementi, a partire dagli anni ’50 furono introdotte leggi sulla protezione delle varietà vegetali intese a difenderne la proprietà intellettuale. In sostanza si trattava di una sorta di copyright per le sementi industriali selezionate in laboratorio e degne di essere protette se ritenute distinguibili, omogenee e stabili rispetto alle altre già note. Tali norme nel corso degli anni sono diventate sempre più restrittive. Nel 1961, in occasione della Convenzione Internazionale di Parigi per la protezione

delle nuove varietà vegetali, fu fondato il Consorzio internazionale per la protezione dei costitutori di varietà vegetali (UPOV), con sede a Ginevra. Scopo dell’UPOV è quello di unificare a livello internazionale la protezione delle varietà vegetali nel mondo. Sono attualmente oltre 70 gli Stati, fra cui anche la Svizzera, che hanno sottoscritto la Convenzione UPOV 78, e la successiva revisione UPOV 91. Oggi il mercato delle sementi a livello globale è concentrato nelle mani di tre grandi multinazionali: Bayer/ Monsanto, Syngenta/Chem-China e DuPont controllano il 60 percento del mercato delle sementi industriali. I prodotti relativi, compresi fertilizzanti e pesticidi (indispensabili se si vuole ottenere un buon raccolto) si sono diffusi negli angoli più remoti dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Ciò comporta la perdita della biodiversità e un inquinamento dovuto ai pesticidi. Le sementi industriali sono perlopiù ibride e sterili. Chi le semina è costretto ogni anno ad acquistarne di nuove a caro prezzo, perché non sono riproducibili dal contadino. Uno studio finanziato da diverse ONG focalizzato su 17 nazioni dell’Africa occidentale ha dimostrato che l’adesione all’UPOV 91, avvenuta dieci anni orsono, non solo non ha portato alcun beneficio a questi Paesi, ma ha provocato costi riversati sulla popolazione. L’estensione di criteri giuridici dai paesi sviluppati ai paesi in via di sviluppo configura una nuova forma di colonialismo. Abolire pratiche millenarie come la coltivazione, la selezione e lo scambio di sementi tradizionali significa privare la popolazione delle proprie basi di sussistenza e condannarle di fatto a morte. Molte organizzazioni partner di Sacrificio Quaresimale e di Pane per tutti hanno potuto constatare di persona gli effetti di queste norme

restrittive nei paesi del Sud del mondo. Nel 2012, ad esempio, il governo colombiano ha ordinato il sequestro e la distruzione di 70 tonnellate di sementi che non erano state prodotte nel rispetto della legge. Anche in Kenia la produzione di sementi, finora compito delle contadine e dei contadini che si tramandavano un sapere tradizionale di generazione in generazione, ora è vietata, come pure la selezione e lo scambio di sementi rurali. La società civile, in appoggio delle comunità rurali, si batte per preservare le basi tradizionali di sostentamento. Una pietra miliare in questa è stata l’adozione nel 2018, da parte delle Nazioni Unite (Svizzera compresa), della «Dichiarazione per i diritti degli agricoltori e delle altre popolazioni rurali». Ma la strada è tutta in salita se si vuole che anche in futuro le sementi siano a disposizione di tutti e non monopolio delle multinazionali. Con gli accordi di libero scambio che ha negoziato e che tuttora sta negoziando (l’ultimo con la Malesia), la Svizzera promuovere una rigida protezione delle varietà vegetali da parte degli Stati che ancora non hanno aderito all’UPOV 91. Una pratica del tutto incomprensibile, che di fatto costringe i partner contrattuali ad adottare norme restrittive a scapito delle contadine e dei contadini. Per questo motivo la Campagna ecumenica 2020 di Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali è dedicata al tema delle sementi. Ogni persona è invitata a scrivere una lettera alla Segreteria di Stato dell’Economia come gesto di solidarietà verso le contadine e i contadini malesi e di tutto il mondo. Sul sito www.vedere-e-agire. ch/sementi è disponibile una lettera fac-simile che può essere eventualmente adattata e integrata. Federica Mauri, Sacrificio Quaresimale

Quando leggere fa bene al cuore di Graziano Martignoni, 384 pagine, 17 x 24 cm, Fr. 30.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Monsignor Lazzeri in visita pastorale Dalla Lettera 2019-2020: «Come in cielo così in terra» (Pag. 29) Il mio sogno per la Chiesa che è a Lugano non è che sia ricostruito ciò che è crollato o sia soltanto riparato quello che sta crollando. Chiediamo che si compia la volontà del Padre su questa nostra terra, così come essa si compie in cielo. Non abbiamo alcuna ragione di pensare che Gesù ci avrebbe messo sulle labbra una simile preghiera, se essa non fosse la garanzia di un orizzonte che Dio è pronto ad aprire per noi, oggi, qui e ora. A questo scopo, in ogni ambito possibile, è indispensabile che si metta esplicitamente a tema il rapporto tra Parola di Dio e vita umana, nella concretezza del suo darsi nello spazio e nel tempo. I nodi dell’esistenza terrena – la malattia, il dolore, la perdita, la morte, l’esclusione, l’isolamento – sono quelli che dovranno ricevere particolare attenzione da parte di tutti. In essi siamo chiamati ad ascoltare e a far risuonare il nucleo originario del Vangelo di Gesù Cristo, non per trasformarci in distributori o consumatori di facili messaggi moralistici o consolatori, ma per annunciarvi, con audacia e in maniera radicale, la fede che vince il mondo, la speranza contro ogni speranza, l’amore-agàpe più forte della morte. Vi indico quattro ambiti specifici nei quali mi piacerebbe vedere spuntare i primi frutti dell’approccio che ho cercato di delineare: – Un annuncio della Parola veramente centrato sulla conversione al Dio vivente a partire dalla carne viva dell’esperienza umana; occorre che la qualità esistenziale della nostra predicazione si sviluppi e ci si impegni a rendere sempre più calda, densa e pertinente la nostra proposta del Vangelo; si consideri a questo riguardo, con attenzione, l’insegnamento prezioso dato da Papa Francesco in tutto il capitolo terzo dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium. – Una catechesi concepita come mistagogia anche al di fuori della preparazione ai sacramenti; occorre partire sempre di più dalla consapevolezza che né l’approccio puramente dottrinale, né quello puramente umanistico e genericamente filantropico, oppure inteso semplicemente a offrire «qual-

cosa che interessi alla gente», può essere considerato soddisfacente; si vedano a questo proposito in particolare i nn. 166-167 della Evangelii Gaudium. – Una celebrazione dei sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia, che non diventi pretesto per convincere intellettualmente, passare messaggi, disciplinare o redarguire, promuovere attività varie o iniziative, che abbiano solo genericamente a che fare con il bene comune, ma sia davvero percepibile in tutti i suoi aspetti come roveto ardente, che invita ad accostarsi a ciò che sta accadendo in quel preciso momento da parte di Dio in mezzo a noi. – Un impegno diaconale verso i poveri, i malati, gli esclusi, gli «scartati della società», che sia davvero epifania, manifestazione concreta di quello che gratuitamente abbiamo ricevuto e non esibizione di forza, di generosità che schiaccia l’altro, di autopromozione della propria realtà ecclesiale o della propria persona. […] Obiettivi della visita pastorale La Rivista della diocesi di Lugano, nel fascicolo di ottobre 2019, ha pubblicato la Lettera vescovile di indizione della Visita pastorale (già iniziata in Valle Maggia nel mese di ottobre). Così il Vescovo si esprime, citando dagli Atti degli Apostoli, come Paolo e Barnaba indicarono la loro prima missione: «confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede “perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”» (At 14,21-22). Da qui i tre obiettivi, che mi sembra di poter dare al mio venire verso di voi. Il mio desiderio è anzitutto quello di confermare l’opera del Signore così come si è già disegnata nella vostra vita. In qualsiasi parte della Diocesi mi troverò, so fin da ora che potrò cogliere i frutti dell’impegno, della generosità e della fedeltà di chi mi ha preceduto. Si tratterà prima di tutto di onorarne la memoria. E bello e proficuo prendere coscienza di ciò che ci ha permesso di essere quello che siamo. Spesso però abbiamo bisogno di qualcuno che venga da fuori per ricordarci delle nostre radici, di quegli elementi che ci stanno

ancora portando la linfa di cui viviamo. Sarò perciò in primo luogo contento di ascoltare la vostra storia, il racconto dei vostri cammini. Sono sicuro che fra difficoltà e problemi, fatiche e contraddizioni, vi potrò individuare la traccia sicura da rafforzare, la linea di luce da riprendere, il vissuto valido da favorire e da promuovere. La seconda finalità sarà quella di esortare, di portare la Parola, che è sempre un invito a crescere e a maturare. La visita infatti non sarà per lasciare tutto fermo. Bisognerà insieme aiutarci a superare la tentazione che sempre minaccia la vita cristiana: il lamento e l’autocommiserazione. Stando con voi e parlando insieme, dovremo arrivare a stanare quel male segreto che così spesso ci porta alla rassegnazione, al discorso distruttivo, alla critica sterile di tutto quello che non ci soddisfa. Occorrerà puntare di comune accordo sulla capacità di ciascuno di riprendersi in mano, di riorientare i propri passi, di promuovere una visione dinamica e organica della vita cristiana. Per continuare a essere discepoli di Gesù, bisogna far rinascere la fiducia di poter passare dal sentito dire da altri all’esperienza personale; dalla garanzia ricevuta dall’esterno alla saldezza dell’intima convinzione. In questa luce, infine, rifletteremo insieme sulle fatiche e i problemi che si pongono oggi alla Chiesa che è a Lugano, nelle sue diverse realtà costitutive, a cominciare dalle regioni del nostro Cantone dove la diminuzione della popolazione e le difficoltà poste dalla geografia, dai collegamenti e dai servizi in generale rendono ancora più urgente una riformulazione della presenza ecclesiale sul territorio. Qui bisognerà rifarsi alle parole di Paolo e Barnaba ai fedeli da loro visitati: non si tratta tanto di individuare soluzioni magiche, capaci di eliminare come d’incanto i fenomeni negativi, ma di trovare il modo per attraversare ogni cosa e farne una strada di libertà e di amore orientata verso la pienezza del Regno. C’è un realismo della speranza cristiana che la Visita pastorale dovrà contribuire a rafforzare. Lo scopo dei cristiani non è trovare su questa terra la dimora definitiva, ma aprire i cammini che aiutano ad accoglierne l’avvento.


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«Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio» In occasione della Giornata mondiale della pace, il 1º gennaio 2020, Papa Francesco ha tenuto un’omelia sul ruolo di Maria partendo dal versetto «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Ga/4,4). Nato da donna: così è venuto Gesù. Non è apparso nel mondo adulto ma, come ci ha detto il Vangelo, è stato «concepito nel grembo» (Lc 2,21): lì ha fatto sua la nostra umanità, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Nel grembo di una donna Dio e l’umanità si sono uniti per non lasciarsi mai più: anche ora, in cielo, Gesù vive nella carne che ha preso nel grembo della madre. In Dio c’è la nostra carne umana! Nel primo giorno dell’anno celebriamo queste nozze tra Dio e l’uomo, inaugurate nel grembo di una donna. In Dio ci sarà per sempre la nostra umanità e per sempre Maria sarà la Madre di Dio. È donna e madre, questo è l’essenziale. Da lei, donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna. Lì Dio si è unito a noi e, se vogliamo unirci a Lui, si passa per la stessa strada: per Maria, donna e madre. Perciò iniziamo l’anno nel segno della Madonna, donna che ha tessuto l’umanità di Dio. Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna. Nato da donna. La rinascita dell’umanità è cominciata dalla donna. Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più

nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica. Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore. Nato da donna. Secondo il racconto della Bibbia, la donna giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Ella, infatti, racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto. È quello che fa la Madonna nel Vangelo oggi. «Maria – dice il testo – custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (v. 19). Custodiva tutto: la gioia per la nascita di Gesù e la tristezza per l’ospitalità negata a Betlemme; l’amore di Giuseppe e lo stupore dei pastori; le promesse e le incertezze per il futuro. Tutto prendeva a cuore e nel suo cuore tutto metteva a posto, anche le avversità. Perché nel suo cuore sistemava ogni cosa con amore e affidava tutto a Dio. Nel Vangelo questa azione di Maria ritorna una seconda volta: al termine della vita nascosta di Gesù si dice infatti che «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (v. 51). Questa ripetizione ci fa capire che custodire nel cuore non è un bel gesto che la Madonna faceva ogni tanto, ma la sua abitudine. È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. Solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa «vedere dentro»: la persona al di là dei suoi sbagli, il fratello oltre le sue fragilità, la speranza nelle difficoltà; vede Dio in tutto. Mentre cominciamo il nuovo anno chiediamoci: «So guardare col cuore? So guardare col cuore le persone? Mi sta a cuore la gente con cui vivo, o le distruggo con le chiacchiere? E

soprattutto, ho al centro del cuore il Signore? O altri valori, altri interessi, la mia promozione, le ricchezze, il potere?». Solo se la vita ci sta a cuore sapremo prendercene cura e superare l’indifferenza che ci avvolge. Chiediamo questa grazia: di vivere l’anno col desiderio di prendere a cuore gli altri, di prenderci cura degli altri. E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna. Dalla donna è nato il Principe della pace. La donna è donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace. Perciò, una conquista per la donna è una conquista per l’umanità intera. Nato da donna. Gesù, appena nato, si è specchiato negli occhi di una donna, nel volto di sua madre. Da lei ha ricevuto le prime carezze, con lei ha scambiato i primi sorrisi. Con lei ha inaugurato la rivoluzione della tenerezza. La Chiesa, guardando Gesù bambino, è chiamata a continuarla. Anch’ella, infatti, come Maria, è donna e madre, la Chiesa è donna e madre, e nella Madonna ritrova i suoi tratti distintivi. Vede lei, immacolata, e si sente chiamata a dire «no» al peccato e alla mondanità. Vede lei, feconda, e si sente chiamata ad annunciare il Signore, a generarlo nelle vite. Vede lei, madre, e si sente chiamata ad accogliere ogni uomo come un figlio. Avvicinandosi a Maria la Chiesa si ritrova, ritrova il suo centro, ritrova la sua unità. Il nemico della natura umana, il diavolo, cerca invece di dividerla, mettendo in primo piano le differenze, le ideologie, i pensieri di parte e i partiti. Ma non capiamo la Chiesa se la guardiamo a partire dalle strutture, a partire dai programmi e dalle tendenze, dalle ideologie, dalle funzionalità: coglieremo qualcosa, ma non il cuore della Chiesa. Perché la Chiesa ha un cuore di madre. E noi figli invochiamo oggi la Madre di Dio, che ci riunisce come popolo credente.


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Tra amici. «Dialoghi» partecipa con affetto al lutto degli amici de «Il Gallo», per la morte di Carlo Carozzo, animatore del gruppo genovese e responsabile della rivista dal 1976 al 1990, ricordando l’amicizia e la comunanza di sentimenti che ci accomuna dai primi anni del postconcilio, condividendone nel ricordo la speranza cristiana. Per un’economia umana. È stata fondata lo scorso dicembre l’Unione cristiana imprenditori ticinesi, associazione di imprenditori che, condividendo valori e principi cristiani, vuole contribuire al bene comune nella società civile. Un ricco programma di attività è in calendario per i prossimi mesi. L’Associazione biblica della Svizzera italiana, con altri enti di ispirazione cristiana, ha promosso nel mese scorso un ciclo di tre conferenze sul tema «Economia, ambiente e diritti umani», con relatori particolarmente qualificati. Il tema di una economia «al servizio dell’uomo» sarà pure oggetto delle serate che nei prossimi anni promuoverà l’associazione Osservatorio democratico, mentre il mondo cattolico si prepara al convegno di Assisi, voluto da papa Francesco, contro l’economia disumana (vedi «Dialoghi» n, 258, p. 20) Aiuto sociale. La Caritas svizzera ha organizzato il 31 gennaio 2020 a Berna il «Forum 2020 della politica sociale», con il motto «l’aiuto sociale è indispensabile». Caritas ha anche pubblicato l’Almanacco sociale 2020, che è il giudizio di Caritas sulla situazione sociale in Svizzera (www. caritas.ch/ almanach-social). Un battello delle Chiese. La Conferenza dei vescovi svizzeri e la Chiesa evangelica riformata della Svizzera sono state invitate a partecipare direttamente (finalmente!) al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo. La proposta è partita da un gruppo di teologi protestanti e cattolici: si tratta di acquistare una nave e di assicurarne la missione; la nave SOS Méditerranée costa 12.000 franchi al giorno! Commercio equo. Nel 2018, in Svizzera sono stati spesi 864,7 milioni di franchi per prodotti del commercio equo; l’acquisto pro capite supera i

100 franchi, con un aumento del 13%. La Svizzera è il paese con il maggior consumo al mondo di tali prodotti. I principi e gli standard del commercio equo assicurano rapporti commerciali duraturi e onesti, prezzi stabili e trasparenti, condizioni di lavoro giuste e metodi di coltivazione sostenibili, e consentono di ottenere con il proprio lavoro un reddito dignitoso e di migliorare il proprio standard di vita. Scuse della Chiesa. La Chiesa evangelica riformata nel Ticino (CERT) ha chiesto scusa per gli internamenti amministrativi subiti in passato dai bambini. In Ticino l’istituto evangelico che si è reso protagonista di tali abusi era situato a Pura, e da decenni è chiuso. Restano i simboli. La Corte di giustizia di Ginevra ha annullato una parte della legge sulla laicità dello Stato approvata il 26 aprile 2018, pronunciandosi contro l’art. 3, contenente il divieto, per i deputati del Gran Consiglio e i membri dei consigli municipali, di indossare simboli religiosi. Il divieto rimane in vigore per i membri degli esecutivi cantonali e comunali, per i magistrati e per i funzionari a contatto con il pubblico, mentre gli altri eletti potranno esteriorizzare la loro appartenenza religiosa, in quanto la Corte riconosce che i membri dei legislativi non sono rappresentanti dello Stato, ma piuttosto della società «nella sua pluralità», anche religiosa. Volendo «imporre agli organi legislativi una totale neutralità confessionale si inficerebbe il principio democratico», dal momento che gli eletti sono scelti per rappresentare diverse correnti d’opinione, compresa quella religiosa. L’argomentazione non appare convincente, in quanto vengono presentati su liste di partito, e non di comunità religiose. Protestanti ecologici. «Crediamo che Dio ha creato questo mondo per amore e che noi esseri umani abbiamo il dovere di trattare la sua creazione in modo responsabile». Con questa affermazione inizia una risoluzione approvata a larga maggioranza, lo scorso giugno, dal Sinodo riformato di Zurigo. La dichiarazione sinodale zurighese ammette che ogni persona può impegnarsi a combattere il

cambiamento climatico, nella vita quotidiana, adottando modi di vita rispettosi dell’ambiente. Nel contempo afferma che «non ci si deve e non ci si può aspettare che alla soluzione del problema si arrivi semplicemente mediante la responsabilità individuale e l’impegno di singole persone. Sono necessarie misure efficaci a livello comunale, cantonale, nazionale e internazionale. Perciò è indispensabile richiamare gli attori della politica e dell’economia alla loro responsabilità nei confronti dell’ambiente». Il documento afferma che la Chiesa «non deve presentarsi come la “buona coscienza della società” senza mettere in discussione le proprie strutture e il proprio funzionamento» e indica ad esempio nell’adozione del sistema di management ecologico «Grüner Güggel» («Gallo verde»), una via praticabile per ridurre il proprio impatto ambientale. Scioglimento dei ghiacciai, frane, canicola e perdita del raccolto in agricoltura, le falde freatiche, perdita di biodiversità che si registrano anche in Svizzera sono segnali, questi, del mutamento climatico in atto. Di fronte a questo scenario, «la Chiesa può contribuire rendendo attente le persone alla problematica: non colpevolizzandole, ma proponendo loro soluzioni concrete e incoraggiandole ad agire». Razzismo in Svizzera. I discorsi razzisti nei social media e in Internet hanno raggiunto dimensioni qualitative e quantitative tali da rendere difficile la dialettica democratica. È quanto afferma il quarto rapporto del Servizio per la lotta al razzismo (SLR). I dati attestano inoltre un aumento notevole delle vittime di discriminazione fra i giovani tra i 15 e i 24 anni che hanno raggiunto il 38%. Solidarietà. Nel 2018 la Catena della solidarietà ha versato contributi a 21 organizzazioni umanitarie. La quota più alta è toccata a Caritas Svizzera, con 7,5 milioni di franchi; seguono Medair (5,8 milioni) e Terre des hommes (5,2). Per poter essere partner della Catena della solidarietà le ONG devono soddisfare criteri molto stringenti. Le ONG che beneficiano del sostegno della Catena devono garantire possibilità di intervento in tutti i tipi di situazioni (attuazione diretta o sostegno a organizzazioni in loco). Circa il 97% delle donazioni raccolte fra il 2012 e il 2019 è stato destinato al sostegno di partner accreditati della Catena della solidarietà.


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Rinnovato sostegno all’UNHCR. Il Consiglio federale ha deciso di sostenere l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) con 125 milioni di franchi per il periodo 2019-2022. A causa delle numerose crisi in tutto il mondo, l’anno scorso oltre 21 milioni di persone hanno ricevuto assistenza o protezione da parte dell’UNHCR. Questo sostegno è in linea con le priorità dell’Aiuto umanitario della DSC. L’organizzazione dell’ONU è il terzo partner più importante della Svizzera. Nel 2018, la Confederazione ha finanziato l’impegno dell’UNHCR con 43 milioni di franchi. Violenza alle donne. La prima indagine sulla violenza domestica in Svizzera è stata condotta nel 1994. Erano state intervistate 1.500 donne dai 20 ai 60 anni che, al momento del sondaggio o nei 12 mesi precedenti, vivevano una relazione di coppia. I risultati indicano che, nel corso della loro vita, il 20,7 per cento delle intervistate ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale ad opera di un partner. Le forme di violenza fisica più frequenti sono le spinte, le prese, gli scuotimenti e le percosse; considerando anche la violenza psicologica, circa il 40 per cento delle donne era stata vittima di abusi. Le forme più frequenti di violenza psicologica sono gli insulti e le offese. Dal 1º aprile 2018 in Svizzera è entrata in vigore la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza alle donne e la violenza domestica. In Ticino esiste la Casa delle donne, gestita dall’Associazione Consultorio delle donne di Lugano, attiva da oltre 30 anni, per donne e bambini in gravi situazioni di disagio e maltrattamento domestico, e mette a disposizione un alloggio in casi d’urgenza. Le persone che si sono rivolte a questo servizio nel 2018 è notevolmente aumentato (668 casi), Il Consultorio offre un servizio gratuito (consultorio@bluewin.ch oppure 091 972 68 68). II Consiglio di Stato ha nominato recentemente una coordinatrice contro la violenza domestica, presso il Dipartimento delle Istituzioni. Dove vanno i ticinesi. Quasi un ticinese su due, nei prossimi cinque anni, prevede di spostarsi in un’altra regione linguistica della Svizzera. È quanto emerge dall’ultima inchiesta federale fra la gioventù dedicata al tema della mobilità. Il 47% degli italofoni intervistati ritiene come «probabile» o

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«molto probabile» il trasferimento in un’altra regione linguistica, al fronte del 12% dei francofoni e del 7% dei tedescofoni. Circa la particolare propensione dei ticinesi per la mobilità interna alla Confederazione, le cause sono le dimensioni della regione, la diversità del mercato del lavoro, il minor numero di istituti di istruzione superiore. Infatti, solo il 14,7% degli studenti universitari ticinesi frequenta uno degli istituti superiori del cantone, mentre il restante 85,3% ha preferito iscriversi a un ateneo oltre san Gottardo. Il lavoro stressa. Lo scorso mese di novembre, il Sindacato dei Servizi Pubblici (SSP/VPOD) ha pubblicato risultati di un’inchiesta che ha condotto presso i propri iscritti relativa alle condizioni di lavoro. Sulle quasi 3500 persone che hanno risposto al sondaggio, il 68% è «complessivamente soddisfatto» della propria situazione lavorativa e il 76% si ritiene più o meno in buona salute. Tuttavia, i due terzi (67%) degli intervistati si sentono stressati sul lavoro e per più della metà (54%) la soddisfazione sul lavoro è peggiorata negli ultimi quattro anni. Alla domanda se dopo una normale giornata di lavoro sono spesso così stanchi da non riuscire a fare niente, il 24% è completamente d’accordo con questa affermazione e il 42% è abbastanza d’accordo, cioè un totale di due terzi. Ciò significa che la maggior parte delle persone che lavorano nel settore pubblico o para-pubblico in Svizzera si ritrova ad essere troppo stanca dopo il lavoro per andare al cinema, ascoltare un concerto o andare a ballare. Diminuiscono i poveri. Per la prima volta dopo dieci anni i numeri dell’assistenza in Svizzera sono diminuiti: in calo sia il tasso nazionale dell’aiuto sociale che il numero di beneficiari in termini assoluti. Questi i dati principali contenuti nell’indagine dell’Ufficio federale di statistica (UST), che evidenzia come nel 2018 la quota nazionale di aiuto sociale era pari al 3,2%, in leggera flessione rispetto al 3,3% del 2017, mentre i beneficiari dell’assistenza sono diminuiti di 5.600 unità rispetto all’anno precedente, passando da 278.345 a 272.700. Una riduzione, questa, percepita di riflesso anche a livello cantonale, dove la percentuale è scesa in circa la metà dei cantoni. In Ticino il dato è stabile al 2,7% rispetto all’anno precedente e si conferma sotto la media nazionale. Nel

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resto del Paese, in undici cantoni si registra un calo della quota di aiuto sociale, mentre nel Giura, in Vallese e a Glarona i dati mostrano un aumento. I minorenni (5,2%), i divorziati (5,5%) e gli stranieri (6,1%) sono le categorie maggiormente a rischio di povertà. Condizioni di lavoro. Per Travail Suisse le condizioni sul posto di lavoro si sono deteriorate rispetto al passato. Per considerare la situazione al lavoro buona, secondo Travail Suisse devono essere rispettati alcuni criteri come la protezione della salute, il mantenimento della motivazione e la garanzia di un certo grado di sicurezza: questi elementi sono peggiorati rispetto agli scorsi anni. Il 42,3% degli impiegati, percentuale in crescita di 2,3 punti, si ritiene stressato. L’esaurimento emotivo è una realtà per il 13,2%. La Confederazione sindacale denuncia anche l’aumento degli orari flessibili: rendono più difficile conciliare vita privata e professionale. Circa gli stipendi, oggi circa un impiegato su otto (12,4%) pensa che la sua busta paga non sia adeguata. Tale tasso era del 9,4% tre anni fa. La quota di chi teme di essere lasciato a casa è salita di punti 3,2 al 17,4%. Infine, la maggior parte dei dipendenti non si sente abbastanza sostenuta dal proprio datore di lavoro per quanto riguarda la formazione continua. Esportazione di armi. Nel corso del primo semestre del 2019 la Svizzera ha esportato armi per circa 273 milioni di franchi. Alcune consegne all’estero si rivelano particolarmente problematiche. La Svizzera ha infatti autorizzato la vendita di munizioni al Pakistan per circa 13 milioni di franchi. Secondo Amnesty International le forze di sicurezza dello Stato sono implicate in violazioni dei diritti umani, nello specifico atti di tortura e altri maltrattamenti, detenzioni arbitrare, esecuzioni extragiudiziarie e sequestri di persona (Amnesty International 2017-18). Anche la guerra nello Yemen continua a essere alimentata dalle armi svizzere, perché sono state approvate nuove esportazioni verso gli Emirati arabi uniti. La SECO non sembra rendersi conto dell’opposizione della popolazione all’autorizzazione quasi sistematica di queste esportazioni, opposizione manifestatasi con lo straordinario successo dell’«iniziativa correttiva» consegnata lo scorso 24 giugno, che chiede di vietare l’esportazione di materiale bellico verso paesi coinvolti in un conflitto armato interno.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Carità a Betlemme. L’albero di Natale che ha illuminato Piazza San Pietro lo scorso dicembre era dedicato al Caritas Baby Hospital di Betlemme. Nella tesa situazione del Medio Oriente, l’Ospedale pediatrico garantisce un’assistenza medica di prim’ordine ai bambini ammalati, indipendentemente dalla loro estrazione sociale o dalla religione. Caritas Baby Hospital in Cisgiordania è finanziato e gestito da Aiuto Bambini Betlemme di Lucerna. Il concetto di cura coinvolge le madri nel processo di guarigione e la struttura dispone di Servizi sociali. Nel 2018 53.000 bambini e neonati hanno trovato assistenza sia in ambulatorio che in clinica. Solo grazie alle donazioni Aiuto Bambini Betlemme può portare avanti la sua missione e salvare tante piccole vite (Aiuto Bambini Betlemme, Conto donazioni CP 60-20004-7 IBAN CHI 7 0900 0000 6002 00047, www.aiuto-bambinibetlemme.ch). Contro la violenza. Nei locali della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, sono state apposte le firme al documento fondativo delle 22 donne che hanno creato un Osservatorio interreligioso su religioni e violenze sulle donne. Esse sono di religione ebraica, cristiana, musulmana, induista e buddista. La religione cristiana è rappresentata dalle componenti: evangelica (luterana, metodista, valdese, battista, avventista, pentecostale), cattolica (con esponenti di Gruppi donne Comunità cristiane di base), e ortodossa-romena. Nella conferenza stampa è stato anche presentato il libro Non solo reato, anche peccato, religioni e violenza contro le donne (a cura di P. Cavallari, edito da Effatà). Missionari uccisi. Secondo il rapporto annuale dell’agenzia Fides, nel 2019 sono stati uccisi 29 missionari cattolici (18 preti, 1 diacono permanente, 2 religiosi, 2 religiose e 6 laici). Contrariamente al passato, i missionari sono stati uccisi in diverse regioni e ciò riflette l’estensione della persecuzione anti religiosa a livello mondiale. La Santa Sede a Strasburgo. All’inizio di gennaio si è tenuto a Strasburgo un colloquio dal titolo «Costruire l’Europa assieme», avente come scopo

quello di aumentare la presenza della Santa Sede ai lavori del Consiglio dell’Europa. La Santa Sede è presente a Strasburgo da cinquant’anni quale Stato osservatore, Libertà religiosa. In dicembre la Corte Costituzionale italiana ha annullato un altro articolo della legge della Regione Lombardia sulla localizzazione dei luoghi di culto. Con paletti burocratici viene violato l’articolo 19 della Costituzione sulla libertà religiosa, perché secondo i giudici «la libertà religiosa garantita dall’articolo 19 comprende anche la libertà di culto e, con essa, il diritto di disporre di spazi adeguati per poterla concretamente esercitare. Pertanto quando disciplina l’uso del territorio, il legislatore deve tener conto della necessità di dare risposta a questa esigenza e non può comunque ostacolare l’insediamento di attrezzature religiose». Votata nel 2015, la legge era già stata in parte smontata dalla Corte Costituzionale nel 2016, per la palese discriminazione che metteva in atto nei confronti di interi gruppi di cittadini violando la libertà di culto. Nel 2018 era stato il turno del Tar lombardo a sollevare la questione di legittimità, nonostante le modifiche recepite nel 2016. Per questo motivo è stata di nuovo interpellata la Consulta che si è espressa il 5 dicembre. La norma poneva tutta una serie di paletti amministrativi e urbanistici che di fatto rendono impossibili le aperture di luoghi di culto, rimandando inoltre a un referendum dei cittadini la decisione finale. Gesù a fumetti. Viene pubblicato finalmente in italiano, dall’Editrice Claudiana di Torino, un libro a fumetti su Gesù di Nazareth, uno dei capolavori della letteratura disegnata di ispirazione cristiana, realizzato dal danese Peter Madsen (disegnatore e sceneggiatore) nel 1995. Il racconto offre un punto di vista «dietro le quinte», quello di un osservatore privilegiato e di un narratore efficace come l’apostolo Pietro, che accompagna il lettore lungo il percorso narrato dai Vangeli. Il libro di Madsen ha raccolto premi in tutto il mondo, a partire da quello del prestigioso Festival international de la bande dessinée d’Angoulême, in Francia.

Corridoio europeo. Nella Giornata mondiale dei diritti umani del 10 dicembre, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), la Tavola valdese e la Comunità di S. Egidio, insieme a una rete di Chiese e associazioni ecumeniche europee, hanno promosso un incontro al Parlamento europeo per lanciare la proposta di corridoi umanitari europei, sulla base dell’esperienza ormai consolidata nei singoli Paesi. La proposta riguarda 50.000 richiedenti asilo nell’arco di due anni, identificati dall’Alto commissariato per i rifugiati sulla base dei criteri per il riconoscimento della protezione internazionale. Il sinodo tedesco. È partito il 1º dicembre, prima domenica di Avvento, il «Cammino sinodale» per la riforma della Chiesa in Germania, in un momento delicato segnato dalle conseguenze devastanti dello scandalo degli abusi sessuali. Il Cammino sinodale – la cui durata prevista è di due anni – dovrebbe prendere decisioni riguardo al celibato sacerdotale, al magistero sulla morale sessuale, al ruolo delle donne e a una riduzione del potere clericale. Papa Francesco, in una lettera inviata ai vescovi tedeschi alla fine dello scorso giugno, ha approvato l’iniziativa, ma anche espresso inviti alla prudenza. Collaborando con il Comitato centrale dei cattolici tedeschi, i vescovi cercheranno di arginare l’apparentemente irrefrenabile emorragia di fedeli che la Chiesa in Germania sta vivendo da alcuni anni, conseguente alla perdita di credibilità che la crisi degli abusi sessuali ha provocato. Domenica 1º dicembre, in tutte le 27 cattedrali tedesche e nelle quattro concattedrali, è stata accesa la candela sinodale. Il 26 novembre, un gruppo di giornalisti della stampa diocesana ha fatto appello ai media affinché accompagnino con serietà questo dibattito decisivo sul futuro della Chiesa cattolica in Germania. Accade in Germania. Secondo uno studio effettuato nell’autunno del 2018 dalla Chiesa evangelica tedesca (EKD), per i giovani la Chiesa e la Fede sono in gran parte prive di significato. Anche se il 61% di essi appartiene a una delle grandi Chiese, solo il 19% si definisce religioso. A loro parere, le cose più importanti sono sé stessi, la famiglia, gli amici e i colleghi. Dio o la comunità ecclesiale hanno ancora un ruolo soltanto per circa il 5%. I risultati dello studio sono stati presentati al sinodo dell’EKD lo


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scorso mese di novembre a Würzburg. Gerhard Wegner, capo dell’istituto di ricerca che ha effettuato lo studio, ha così commentato i risultati: «Abbiamo l’impressione di avere a che fare con una generazione postcristiana che vive una vita indipendente e felice anche senza la Chiesa. È una generazione che ha rotto quasi tutti i ponti con la Chiesa e che non attribuisce ad essa alcun importante ruolo sociale: la Chiesa deve perciò rendersi conto che i giovani adulti non si aspettano più niente da lei». Di fronte a una situazione così impressionante, nel sinodo di Würzburg sono state avanzate alcune idee per cercare di modernizzare la Chiesa. In sintesi: la Chiesa deve rafforzare il suo messaggio nel campo digitale; ha bisogno di nuovi luoghi per la comunità e deve trasmettere il suo messaggio in un linguaggio comprensibile ai giovani; anche la musica deve adeguarsi al loro gusto; infine occorre che gli organismi direttivi della Chiesa offrano più spazio alla loro partecipazione attiva. Una casa di preghiera per tutti i popoli. La Chiesa episcopale di St. Paul di Boston ha come motto le parole di Isaia 56,7 «una casa di preghiera per tutti i popoli» e al venerdì ospita circa 300-350 musulmani, per lo più uomini, per la preghiera di mezzogiorno. Una quindicina di file di tappeti da preghiera di seta vengono stesi sul pavimento, e un gruppo eterogeneo di persone vi si ritrova: arrivano dai Balcani, dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dall’Asia meridionale e dal Sudest asiatico, e qui sono i benvenuti: nemmeno le tensioni e la paura verso il mondo islamico, e le popolazioni immigrate in genere, sono riuscite a scalfire lo spirito di accoglienza. Non si tratta solo di aprire le porte della chiesa, ma anche di organizzare iniziative comuni: la più recente, in corso fino al 6 dicembre, è una mostra sulla figura di Abramo («Abramo: da uno, molti»), patriarca caro alle tre religioni. Assemblea delle CDB. Si è svolto a fine novembre a Vico Equese (Napoli) il 38º Incontro nazionale del movimento delle Comunità di base in Italia, avendo come tema «Vangelo e Costituzione oggi. Credenti disobbedienti nella Chiesa e nella società». Convinto di un’identità che ha saputo attraversare decenni di cambiamenti radicali della società italiana, testimoniando i suoi valori ecclesiali e politici, oggi si trova per la prima volta alle prese con un dilemma inaspettato: la deriva di intolleranza e violenza che ha polariz-

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zato le posizioni nella politica e nella società ha fatto emergere nella Chiesa istituzione da una parte aperture fino a poco fa inimmaginabili, soprattutto sui temi sociali, dall’altra irrigidimenti identitari e dottrinali. Il pontificato di Francesco in questo quadro appare a molti nelle CdB come un segno di speranza, mentre una parte del movimento ne sottolinea le reticenze o addirittura le ambiguità. Accolti in Francia. Il progetto dei corridoi umanitari continua anche in Francia. Il 3 ottobre è giunto a Parigi proveniente dal Libano un nuovo gruppo di rifugiati siriani e iracheni: si tratta di tre famiglie, undici persone: il più giovane ha 3 anni, il più anziano 64. Continua ad operare il modello dei corridoi umanitari, avviato nel 2016 in Italia che finora ha portato oltre 2.600 rifugiati in Europa (Italia per la grande maggioranza, poi Francia, Belgio e Principato di Andorra) attraverso vie legali e sicure. Con questo arrivo, sale a 375 il numero di persone accolte in Francia dal luglio 2017 e a più di 90 il numero delle famiglie accolte, per la maggior parte di siriani e più del 40% minori. Attacchi all’UNRWA. Un rapporto interno che mette in luce la cattiva gestione e gli abusi di autorità commessi dai vertici dell’UNRWA è servito come pretesto a tutti coloro che desiderano smantellare questa agenzia con l’intento di cancellare l’identità palestinese e in particolare il diritto al ritorno. L’UNRWA è un’agenzia delle Nazioni Unite creata nel 1949 che gestisce scuole e fornisce aiuti vitali a milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria e nei Territori Occupati. Ha alle sue dipendenze 30.000 persone, principalmente palestinesi. L’agenzia deve far fronte a una grave crisi finanziaria dopo la sospensione dei versamenti americani decisa dall’amministrazione Trump; anche la Svizzera ha deciso di sospendere temporaneamente i suoi versamenti. Netanyahu vorrebbe lo smantellamento UNRWA e l’integrazione dei Palestinesi nei Paesi in cui risiedono per poter dire che la questione del ritorno è risolta. Anche il «nostro» Cassis ha messo in discussione il ruolo dell’agenzia affermando che serve a mantenere il conflitto; Cassis, prima di essere eletto in Consiglio Federale, era vicepresidente del gruppo parlamentare di amicizia Svizzera-lsraele. In un’intervista alla RSI, Filippo Lombardi ha affermato che i problemi di

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gestione dell’agenzia non possono mettere in discussione la sua importante funzione di aiuto alla popolazione palestinese: «non si può smantellare un’agenzia perché ci sono dei problemi di governance». Immobilità sociale. L’ascensore sociale in Italia è bloccato e le aspirazioni dei giovani a un futuro più equo appaiono fortemente compromesse. Attualmente i figli delle persone collocate nel 10% più povero della popolazione italiana hanno bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Questo dato preoccupante e drammatico risulta dal nuovo rapporto dell’organizzazione non governativa Oxfam «Non rubateci il futuro». Ad essere messo in evidenza è il fatto che, ai due estremi della distribuzione della ricchezza, un terzo dei figli di genitori più poveri è destinato a rimanere povero, ovvero fermo al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% dei giovani i cui genitori appartengono al 40% più ricco manterrà una posizione in vetta. La campagna «People Have the Power» (letteralmente, «le persone hanno potere») ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione su un mercato del lavoro dove il 13% dei lavoratori sotto i 30 anni è povero. Minori senza scuola. Più di 1,9 milioni di bambini sono stati costretti a lasciare la scuola in Africa occidentale centrale a causa dell’aumento degli attacchi e delle minacce di violenza contro le strutture dedite all’istruzione nella regione. È l’allarme contenuto in un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), secondo il quale gli attacchi alle scuole del Mali, Burkina Faso e Niger, dove l’insurrezione degli estremisti islamici è in aumento. Secondo il rapporto, a giugno del 2019, 9.272 scuole sono state chiuse in Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Niger e Nigeria a causa dell’insicurezza, triplicando il numero registrato alla fine del 2017. Gli attacchi deliberati a scuole, studenti e insegnanti colpiscono tutta la regione, negando ai bambini il diritto all’apprendimento e lasciando loro e le loro comunità nella paura per la propria vita e per il loro futuro. L’Unicef lancia un appello ai governi e alle forze armate e a tutti coloro coinvolti nei conflitti a intraprendere azioni per fermare gli tacchi e le minacce contro le scuole, gli studenti e gli insegnanti.


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Notizie belle e buone Tre donne contro il potere. Tre ragazzine tentano di smuovere i popoli: una ventenne (ma la sua lotta è iniziata a 11 anni), la pakistana Malala Yousafzai, la svedese Greta Thunberg, 16 anni (ma la sua lotta è iniziata a 9 anni), la russa Olga Misik, 17 anni. Nemmeno un colpo di pistola alla testa sparato dai Talebani il 9 ottobre 2012 è riuscito a fermare Malala Yousafzai: le è stato attribuito il Nobel per la Pace, ma lei non ha voluto nessuna festa, nessuna celebrazione particolare. Greta Thunberg, svedese di 16 anni, è la ragazzina che il 20 agosto 2018 si è seduta davanti al Parlamento svedese con un cartello che recitava «sciopero della scuola per il clima» La sua quieta protesta l’ha condotta addirittura alle Nazioni Unite, dove ha denunciato che: «La nostra civiltà viene sacrificata perché poche persone possano continuare a guadagnare spaventose quantità di denaro, sacrificando la nostra biosfera»; mentre al Forum di Davos ha dichiarato: «Sono qui per dirvi che la nostra casa va a fuoco». Sabato 27 luglio 2019, Olga Misik si è seduta per terra, sull’asfalto a Mosca e si è messa a leggere la Costituzione davanti alle forze armate, per protestare contro l’esclusione degli oppositori politici dalle elezioni comunali. Olga Misik è stata poi arrestata dalla polizia. Nuova direttrice. Patrizia Danzi, 50 anni di origine nigeriana e patrizia di Prato Leventina, è la nuova direttrice della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), Attualmente direttrice regionale del settore Africa presso il Comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra. L’entrata in funzione è prevista per l’inizio di maggio del 2020. Nel corso della sua carriera, Patrizia Danzi ha acquisito vaste competenze nel settore della cooperazione allo sviluppo e dispone di un’ampia rete di contatti in ambito internazionale. «Dialoghi» propone un prossimo ricevimento della direttrice leventinese a Palazzo delle Orsoline, in applicazione del motto leghista «prima i nostri». Donne al comando. La lucernese Renata Asall-Steger è la nuova presidente della Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ); si tratta della seconda donna a dirigere la Conferenza che funge da organizzazione finanziaria nazionale per i cattolici della Svizzera. Anche alla direzione della società editrice di «L’Echo Magazine» di Ginevra è stata nominata una donna, Dominique-Anne Puenzieux, già direttrice delle edizioni St. Augustin di St. Maurice. «L’Echo Magazine», settimanale d’orientamento cristiano per le famiglie, ha festeggiato lo scorso 18 gennaio i 90 anni di pubblicazione: redattrice responsabile è dall’estate scorsa la vodese Aude Pidoux, di famiglia evangelica. La bernese Karin Mykytjuk è stata nominata nuova direttrice della «Casa delle religioni» di Berna. Nata nel 1980 è sposata e madre di due ragazzi, collaboratrice scientifica del gruppo di lavoro per la ricerca sulle religioni dell’università di Berna. La Casa delle religioni è stata aperta nel 2014 e offre sale di riunione alle comunità che non hanno nella capitale elvetica una sede propria. Primizia vaticana. Papa Francesco ha nominato il 15 gennaio Francesca Di Giovanni quale sottosegretaria della Sezione per le relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato. Si tratta della prima donna nominata a questo posto di direzione del «ministero degli Esteri» vaticano. La giurista italiana è nata a Palermo nel 1953 e appartiene al Movimento dei Focolarini.

Vittoria ecologica. La teenager svedese Greta Thunberg è la «Persona dell’anno» di «Time». La sedicenne ha conquistato la copertina che dal 1927 ogni dicembre il magazine americano attribuisce alla persona che, nel bene o nel male, ha segnato l’anno che sta per concludersi, battendo il presidente degli Stati Uniti. Greta, che ha parlato alla COP25 di Madrid, è la più giovane persona dell’anno di «Time». La copertina mostra Greta in piedi su uno scoglio battuto dalle onde: togliendo il primo posto a Trump, ha vinto la sua massima sfida contro l’inquinamento del pianeta. Meno professori. Il Cardinale Ouellet ha descritto un «ritratto-robot» del vescovo ideale e ritiene che nel mondo odierno la Chiesa abbia bisogno «meno di professori e più di pastori», pastori con l’odore delle pecore, come ha richiesto Papa Francesco. Messa in cattedrale. Per la prima volta dall’inizio della riforma a Ginevra, cinque secoli fa, una messa cattolica sarà celebrata nella cattedrale di Saint-Pierre: la funzione si svolgerà il 29 febbraio, all’inizio della quaresima. Delle messe sono già state celebrate nella cattedrale protestante di Losanna, ma mai in quella della città di Calvino, dove finora si erano svolte solo delle cerimonie ecumeniche. Si torna ai primi anni della Riforma protestante, quando le chiese erano utilizzate alternativamente da cattolici e evangelici. Nuovi peccati. Papa Francesco, conversando coi giornalisti durante il volo di ritorno dal Giappone, ha detto che non solo l’uso, ma anche il possesso della bomba atomica è un peccato, e questo dovrebbe essere aggiunto nel Catechismo della Chiesa cattolica. Monsignor Parolini, segretario di Stato della Santa Sede, in occasione della riunione di Madrid per la COP25, ha ricordato che papa Francesco ha espresso il desiderio di iscrivere nel Catechismo anche i «peccati ecologici». Per la salute del cervello. Secondo uno studio di Jennifer Manly, della Columbia University, pubblicato sulla rivista «Neurology», leggere e scrivere proteggono la salute del cervello: le persone che non possono farlo hanno un rischio quasi triplo di ammalarsi di demenza. La ricerca ha coinvolto quasi 1.000 persone di età media 77 anni, tra cui 237 analfabeti. All’inizio dello studio il 35% degli analfabeti è risultato per il 27% presentare già la demenza contro il 18% di coloro che sapevano leggere e scrivere. Dopo circa 4 anni si è passati al 48% degli analfabeti con demenza contro il 27% dei «letterati». Essere in grado di leggere e scrivere consente alle persone di intraprendere un maggior numero di attività che coinvolgono le risorse mentali, come leggere il giornale o aiutare i nipoti nei compiti a casa. Ottimisti longevi. Uno studio dell’università di Boston, pubblicato sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas), rivela che esiste una stretta relazione fra l’affrontare la vita in modo sempre positivo e la longevità. In media l’ottimismo allunga la durata della vita dell’1115%. Infatti, tra gli over 85, sono più numerosi coloro che affrontano la vita in modo positivo. Il dato interessante è che la longevità risulta essere dunque meno dipendente dallo stato socio-economico, dalle condizioni di salute, dalla depressione e dallo stile di vita. L’ottimismo non solo protegge dalle malattie croniche e da una morte prematura, ma dà maggiori probabilità di avere anche un’eccezionale longevità.


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parole di francesco

PAROLE DI FRANCESCO La pace come cammino di speranza La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili […]. Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socioeconomiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri. Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente? Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo. (Dal messaggio per la celebrazione della Giornata della pace, 1º gennaio 2020)

Non siamo più nella Cristianità Ecco perché il mio pensiero va oggi ad alcuni fra i Dicasteri della Curia romana che con tutto questo hanno un esplicito riferimento già nelle loro denominazioni: la Congregazione per la Dottrina della Fede, la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli; ma penso anche al Dicastero della Comunicazione e al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Quando queste prime due Congregazioni citate furono istituite, si era in un’epoca nella quale era più semplice distinguere tra due versanti abbastanza definiti: un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra. Adesso questa situazione non esiste più. Le popolazioni che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo non vivono affatto soltanto nei continenti non occidentali, ma dimorano dappertutto, specialmente nelle enormi concentrazioni urbane che richiedono esse stesse una specifica pastorale. Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre «mappe», di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale rela-

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tivistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata. Ciò fu sottolineato da Benedetto XVI quando, indicendo l’Anno della Fede (2012), scrisse: «Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone». E per questo fu istituito nel 2010 il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, per «promuovere una rinnovata evangelizzazione nei Paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e sono presenti Chiese di antica fondazione, ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di “eclissi del senso di Dio”, che costituiscono una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo». A volte ne ho parlato con alcuni di voi… Penso a cinque Paesi che hanno riempito il mondo di missionari – vi ho detto quali sono – e oggi non hanno risorse vocazionali per andare avanti. E questo è il mondo attuale. La percezione che il cambiamento di epoca ponga seri interrogativi riguardo all’identità della nostra fede non è giunta, a dire il vero, all’improvviso. In tale quadro s’inserirà pure l’espressione «nuova evangelizzazione» adottata da San Giovanni Paolo II, il quale nell’Enciclica Redemptoris missio scrisse: «Oggi la Chiesa deve affrontare altre sfide, proiettandosi verso nuove frontiere sia nella prima missione ad gentes sia nella nuova evangelizzazione di popoli che hanno già ricevuto l’annuncio di Cristo». C’è bisogno di una nuova evangelizzazione, o rievangelizzazione. (Dal discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2019)

Contro il cambiamento climatico Attualmente c’è un crescente consenso sulla necessità di promuovere processi di transizione, come anche una trasformazione del nostro modello di sviluppo, per incoraggiare la solidarietà e rafforzare i forti vincoli tra la lotta contro il cambiamento climatico e la povertà. Questo è dimostrato ulteriormente dalle numerose iniziative attuate o in corso, da parte non solo di Governi ma anche di comunità locali, settore privato, società civile e individui. Rimane, tuttavia, grande preoccupazione circa la capacità di tali processi di rispettare i tempi richiesti dalla scienza, nonché riguardo alla distribuzione dei costi che essi richiedono. Da questa prospettiva dobbiamo domandarci seriamente se c’è la volontà politica di destinare con onestà, responsabilità e coraggio più risorse umane, finanziarie e tecnologiche per mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico, nonché per aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili che ne sono maggiormente colpite. Numerosi studi ci dicono che è ancora possibile limitare il riscaldamento globale. Per farlo, abbiamo bisogno di una volontà politica chiara, lungimirante e forte, tesa a perseguire un nuovo corso volto a reindirizzare gli investimenti finanziari ed economici verso quelle aree che davvero salvaguardano le condizioni di una vita degna dell’umanità in un pianeta «sano» per oggi e per domani. (Dal messaggio alla Conferenza sul clima di Madrid, dicembre 2019)


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Articolo 6. Cosa è andato storto alla CoP (Conference of the Parties) 25 di Madrid, conclusasi il 16 dicembre? Il principale nervo scoperto è l’insieme di regole attorno all’Art. 6 dell’accordo di Parigi sul clima: le tessere mancanti per una politica globale in grado di combattere il cambiamento climatico. L’Art. 6 prevede meccanismi volti a ridurre le emissioni di anidride carbonica, tra cui in particolare un nuovo mercato internazionale del carbonio per favorire lo scambio di quote di CO2 tra diversi paesi. L’importanza dell’Art. 6 è tale da averlo trasformato in un punto «make or break» del meccanismo messo in moto a Parigi: con, o senza, quelle regole, o con regole scritte male, si può «fare piuttosto che rompere» il resto dell’Accordo. Perché definire un mercato del carbonio su scala globale è tutt’altro che semplice e richiederebbe una cooperazione tra paesi assai maggiore in confronto a quella dimostrata in Spagna; ad esempio, alcune scappatoie potrebbero indebolire un simile mercato, tra cui la possibilità che le riduzioni di CO2 siano conteggiate due volte tra nazioni differenti (double counting). Inoltre non c’è stato un vero passo avanti sul meccanismo loss and damage per incrementare il sostegno finanziario delle nazioni più ricche e sviluppate alle economie più povere, in modo da aiutare queste ultime a realizzare progetti nelle energie pulite e nella tutela ambientale. Il testo finale della CoP 25 si limita a «ricordare» l’impegno di mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per sostenere le nazioni in via di sviluppo e a «riconoscere» il bisogno urgente di aumentare il supporto finanziario a queste nazioni. Secondo gli scienziati, il pianeta sta andando verso un incremento delle temperature di circa 3,2 gradi entro la fine del secolo. Ma nemmeno la conferenza di Madrid che avrebbe potuto, e dovuto, rappresentare una svolta nei negoziati, ha voluto ascoltare i campanelli d’allarme. Di nuovo, tutto è rimandato alla volta successiva, alla CoP 26 di Glasgow a novembre 2020, quando i paesi saranno tenuti a presentare piani più ambiziosi per tagliare le loro emissioni. Dal canto suo, papa Francesco ha fatto sapere, tramite il cardinale Parolini, capo della delegazione della Santa Sede a Madrid, che «Crede

e continua a credere nell’azione dei Paesi a favore del clima». Tocco femminile. L’11 dicembre 2019, mossa dall’ambizione di rendere l’UE il primo blocco di Paesi al mondo a impatto climatico zero entro il 2050, la Commissione ha presentato il Green Deal europeo. È un obiettivo che richiede notevoli investimenti sia pubblici (a livello dell’UE e degli stati membri) sia privati. Il «piano d’investimenti per un’Europa sostenibile» farà leva sugli strumenti finanziari dell’UE per mobilitare investimenti pubblici e fondi privati di almeno 1’000 miliardi di €. Sebbene tutti gli stati membri, le regioni e i settori debbano contribuire alla transizione, la portata della sfida non è la stessa per tutti: alcune regioni saranno particolarmente colpite e subiranno una profonda trasformazione socioeconomica. La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha dichiarato: «Al centro del Green Deal europeo ci sono le persone. La trasformazione che ci si prospetta è senza precedenti e avrà successo solo se è giusta e va a beneficio di tutti. Sosterremo le popolazioni e le regioni chiamate a compiere gli sforzi maggiori affinché nessuno sia lasciato indietro. Il Green Deal comporta un ingente fabbisogno d’investimenti, che trasformeremo in opportunità d’investimento». La Commissione seguirà da vicino e valuterà i progressi compiuti in questo percorso. In quest’ottica organizzerà un summit annuale sugli investimenti sostenibili rivolto a tutti i portatori d’interesse e continuerà a promuovere e finanziare la transizione. Dare l’esempio. Per accelerare l’approvazione da parte dell’insieme dei Paesi del Protocollo di Montreal, papa Francesco ha annunciato che vi aderirà anche il Vaticano. Il Protocollo del 1987 è stato attualizzato nel 2016 a Kigali con l’adozione di un emendamento che ha come obiettivo di eliminare gli idrofluorocarburi (HFC), gas impiegati principalmente come refrigeranti e agenti propulsori negli spray. Pur non essendo pericolosi per lo strato di ozono costituiscono un potente gas serra: si calcola che abbiano un impatto 14.000 volte più forte del CO2, che la loro riduzione renderà possibile evitare circa 70 mi-

liardi di tonnellate equivalenti di CO2 di emissioni da oggi al 2050 e che la loro eliminazione comporterà una riduzione dell’aumento della temperatura di 0,5° C entro la fine del secolo. L’uso di HFC era stato introdotto in sostituzione dei cluorofluorocarburi (CFC), principali responsabili della distruzione dello strato di ozono. Il Gallo è grün, non verde. Quattro anni dopo aver ricevuto la certificazione Grüner Güggel, le parrocchie riformate di Meilen, Romanshorn, Ermattingen e Sirnach l’hanno riconfermata. Per fregiarsi del riconoscimento, una comunità parrocchiale deve passare al pettine tutte le sue fonti di produzione di CO2 e prendere accorgimenti per ridurle drasticamente. La ristrutturazione degli stabili è solo una delle misure da adottare. «A Meilen, – racconta Fayna Hartman membro del locale comitato parrocchiale – rispetto al 2010 emettiamo solo la metà di gas a effetto serra e consumiamo (e paghiamo) solo 1/3 di energia: solare e biogas». Le prossime parrocchie a ottenere la ri-certificazione dovrebbero essere quelle cattoliche di Arbon e St. Josef Köniz. Svizzeri spreconi. Lo spreco alimentare ha un impatto negativo non solo a livello ambientale ma anche economico. Si stima che nelle economie domestiche svizzere novanta chili di alimenti ancora commestibili vengano gettati nel sacco dei rifiuti ogni anno; insieme al cibo buttato nella spazzatura, si gettano via più di 600 franchi a persona. La Svizzera è al secondo posto dei maggiori produttori di rifiuti: oltre settecento chili pro capite all’anno. Ma siamo anche al primo posto per quanto riguarda il riciclaggio. Non solo in Svizzera, ma in tutto il mondo, un terzo dei cibi prodotti viene sprecato. Non lordare. In sette anni volontarie e volontari dell’Associazione Sol à tous-Tous au sol di Nyon hanno raccolto rifiuti abbandonati nella natura per riempire 265 sacchi da 110 litri, oltre tre televisori e un sedile di vagone ferroviario. A differenza dai primi anni, quando l’iniziatrice dell’Associazione, Valérie Mérat, veniva accompagnata da una sola persona, oggi la mobilitazione è in crescita: nel 2018 si sono organizzate 14 uscite ufficiali di raccolta e la lista che riceve le informazioni sui giorni e i luoghi in cui si svolgono le azioni conta circa 70 persone. La cosa che sorprende è


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però il fatto che ci sia ancora bisogno di queste azioni e che le persone non abbiano ancora imparato a rispettare l’ambiente. E pensare che un mozzicone di sigaretta gettato a terra a Nyon può arrivare fino al Mediterraneo, dopo essere passato dalle acque del Lemano e del Rodano. Kampala come Amsterdam. L’urbanista ugandese Amanda Ngabirano, insegnante all’Università di Kampala, è convinta che per le donne del suo paese la bicicletta rivesta un ruolo fondamentale. Sostituisce il mezzo di trasporto tradizionale, l’asino, e permette alle donne attive nel commercio informale di spostarsi velocemente, fare buoni affari, socializzare e fare rete. In molte regioni del suo paese le donne usano la bicicletta con grande famigliarità e anche quando si devono

spostare con i figli piccoli. Essa conferisce loro indipendenza rispetto agli uomini. Non è sempre stato così: quando Amanda era piccola, la mamma le proibì di imparare ad andare in bicicletta, mentre al fratello fu permesso. Oggi il suo sogno è rendere Kampala una città simile ad Amsterdam, per ciò che concerne la mobilità lenta a cominciare con l’organizzazione nel 2022 della Conferenza Internazionale della Circolazione in Bicicletta. Quando arrivò ad Amsterdam per proseguire gli studi, restò impressionata dalla quantità di biciclette in circolazione e dall’ampiezza dei mezzi dispiegati per costruire le infrastrutture necessarie. Ora è attiva nel suo paese come urbanista per convincere il suo governo della necessità di un masterplan per la capitale e di progetti per favorire la mobilità lenta.

Svizzera avara Circa i due terzi dei cittadini svizzeri auspicano che il nostro Paese aumenti le sue spese destinate allo sviluppo e ritengono che la cooperazione allo sviluppo sia nell’interesse della Svizzera e contribuisca alla sicurezza mondiale. È quanto scaturisce dallo studio «Sicurezza 2019», pubblicato recentemente dall’Accademia militare e dal Centro per gli studi di sicurezza del Politecnico federale di Zurigo. In Romandia, oltre l’80% dei cittadini è favorevole all’intensificazione della cooperazione allo sviluppo. Il Consiglio federale non si lascia impressionare dal forte sostegno di cui beneficia la cooperazione allo sviluppo in seno alla popolazione. Nel suo progetto di messaggio sulla cooperazione internazionale 2021-2024, propone che la Svizzera consacri nei prossimi anni solo lo 0,45% del proprio reddito nazionale lordo all’aiuto pubblico allo sviluppo. Nel 2016, questa cifra era ancora dello 0,53%. Da allora, la cooperazione ha dovuto sopportare risparmi considerevoli, malgrado eccedenze annuali di diversi miliardi nelle casse federali. Attualmente, la nostra ricca Svizzera devolve alla cooperazione una parte del suo reddito nazionale più bassa rispetto alla media di tutti i Paesi dell’UE. Dopo la deduzione delle spese d’asilo, che per quanto sia assurdo possono essere contabilizzate come aiuto pubblico allo sviluppo, questa parte si ridurrà addirittura allo 0,4% nel corso dei prossimi anni. Tuttavia, il progetto di messaggio sul fu-

turo della cooperazione internazionale della Svizzera non lascia a desiderare unicamente sul piano finanziario. È superficiale e incompleto anche in un’ottica strategica, in quanto non riconosce chiaramente che la riduzione della povertà e il rafforzamento della società civile devono restare gli obiettivi principali dell’impegno della Svizzera. La riduzione della povertà resta un obiettivo solo dove e quando quest’impegno sembra opportuno per delle ragioni di politica migratoria. Mentre invece la cooperazione deve concentrarsi soprattutto sulla creazione d’impieghi e di partenariati con degli attori del settore privato. Nulla indica in maniera decisiva la necessità di un lavoro decente nell’ambito d’un modo di produzione ecologicamente sostenibile. I criteri che i partner del settore privato devono soddisfare in materia di diritti umani, di protezione dell’ambiente e di fiscalità equa non sono formulati distintamente nel progetto di messaggio. Nella sua risposta alla consultazione, Alliance Sud s’impegnerà per un messaggio incentrato sull’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La cooperazione svizzera allo sviluppo dev’essere al servizio della lotta contro la povertà e dell’attenuazione della miseria. Più che mai la Svizzera deve sostenere tutte le forze della società civile dei Paesi partner che difendono la giustizia sociale e l’ecosostenibilità. (comunicato di «Alliance Sud»)

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In questo numero I corsivi di dialoghi G I DUE PAPI (E.M.) G PECUNIA NON OLET G TIARE IN CONFLITTO

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Articoli G PER UNA CHIESA CATTOLICA PIÙ CRISTIANADALL’AMAZZONIA AL MONDO (A. Bondolfi e E. Borghi) 3 G LO SCONTRO MOSCACOSTANTINOPOLI SU KIEV RISCHIA DI FAR IMPLODERE L’ECUMENISMO (L. Sandri) 5 G LA COMUNITÀ DI LAVORO DELLE CHIESE CRISTIANE IN TICINO COMPIE 20 ANNI (G. Driussi) 7 G IL GIUDIZIO DI UN ESPERTO SULLA MATERIA «STORIA DELLE RELIGIONI» (F. Pajer) 9 G LA STORIA DEL «BEATO» SIMONINO DA TRENTO 11 G «A CHI APPARTENGONO LE SEMENTI?» 14 G MONSIGNOR LAZZERI IN VISITA PASTORALE 15 G «OGNI VIOLENZA INFERTA ALLA DONNA È UNA PROFANAZIONE DI DIO» 16 G TESTIMONI G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIE BELLE E BUONE G PAROLE DI FRANCESCO G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.