258 dialoghi Locarno – Anno 51 – Ottobre 2019
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Tra passato e avvenire del lavoro in Ticino Il Ticino ha una storia di cambiamenti profondi in fatto di offerte di lavoro. Entrato nel Novecento con una forte eredità di emigrazione, nella seconda parte del secolo ha conosciuto uno sviluppo rapido (al seguito delle trente glorieuses dell’economia occidentale) che tuttavia alla svolta del millennio tende a ripiegarsi. In prospettiva, nel terziario – il settore che si è sviluppato di più – si annunciano mutamenti che trasformeranno il lavoro in profondità, originati dagli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale. Tutto questo ha avuto, ha e avrà un costo, in termini materiali ma anche intellettuali e in definitiva umani. Purtroppo la discussione tende a focalizzarsi su aspetti polemici e non sulla sostanza delle cose. «Dialoghi» si occupa del lavoro in Ticino con un dossier di nove pagine in cui, partendo dai cambiamenti passati e in atto, il tema della frontiera è affrontato come chance e come problema e si dà uno sguardo non privo di preoccupazione ai possibili effetti collaterali delle nuove sfide tecnologiche. «Dialoghi» ringrazia Amalia Mirante, Meinrado Robbiani e Spartaco Greppi, gli specialisti che hanno accettato l’invito a collaborare al dossier. pagine 3-8
2
i corsivi di dialoghi
No. 258
i corsivi di dialoghi «Catholica» primo (s)bilancio Da oltre sei mesi, il quotidiano luganese «Corriere del Ticino», che si definisce «Quotidiano indipendente della Svizzera Italiana», distribuisce settimanalmente, aggiunto all’edizione del sabato, «Catholica», di quattro pagine, che si autodefinisce, nel sottotitolo, «Settimanale d’informazione religiosa». Accanto al titolo, una rubrica informa che «L’inserto Catholica è un prodotto giornalistico nato dall’accordo tra la Diocesi di Lugano e il Corriere del Ticino. La Diocesi di Lugano ne affida la cura dei contenuti al Centro Cattolico Media della Svizzera italiana gestito dall’Associazione ComEc che lavora con indipendenza giornalistica, su mandato della Chiesa Cattolica in Svizzera, seguendo una propria linea editoriale. Redazione: Centro Cattolico Media (ComEc), via Cantonale 2a, 6900 Lugano; redazionecatt@gmail. com. Stampa: Centro Stampa Ticino SA». L’Annuario della diocesi 2019, a pagina 3, informa che l’Associazione ComEc è composta da 12 persone, tutti laici salvo don Italo Molinaro, ed è presieduta da Davide De Lorenzi, mentre Cristina Vonzun risulta Direttrice. Questo foglio settimanale (quattro pagine) è stato promosso dal vescovo Lazzeri per cercare di coprire il vuoto nel campo dell’informazione creato dal fallimento del quotidiano diocesano «Giornale del Popolo», che ha cessato la pubblicazione nel maggio 2018. Sulla vicenda del fallimento non sono stato diffuse informazioni ufficiali, mentre nel «Conto economico» della Diocesi (vedi Rivista della Diocesi, giugno 2019) figura tra le «Attività straordinarie» (?) l’importo di fr. 184.990,40 per «perdite su crediti e costi GdP». Una informazione completa degli attivi e passivi (e quest’ultimi da chi sopportati?) sarebbe stata più che doverosa da parte della Curia, prima di fare collette di solidarietà. Sollecitato dai sindacati e dalle associazioni di categoria, il Vescovo aveva promosso un fondo di solidarietà facendo appello ai diocesani affinché contribuissero ad indennizzare i 34 redattori, tecnici e impiegati amministrativi licenziati a causa del fallimento. Il fondo, che ha raccolto circa
un milione di franchi, è stato gestito da un’apposita associazione voluta dal Vescovo, che ha seguito quasi alla lettera il parere di sindacati, associazioni di categoria e rappresentanti del personale, assegnando in media fr. 30.000 ad ogni licenziato. Purtroppo, solo una maggioranza dei licenziati ha finora ritrovato un lavoro. L’accordo tra Diocesi e «Corriere del Ticino», di durata temporale (tre anni?), prevede la stampa e la diffusione a carico del quotidiano luganese, mentre la Diocesi retribuisce la redazione per un impegno di uno stipendio e mezzo; non è dato di sapere quanti siano gli abbonati al solo settimanale, né quanti abbonati già al CdT abbiano rifiutato l’inserto, per il quale il CdT continua a pubblicare l’invito all’abbonamento separato di «Catholica». Sarebbero dati interessanti per una valutazione finanziaria dell’operazione (guadagni e perdite) e sulla diffusione di questo foglio diocesano. Ma certamente interessa maggiormente, dopo mesi di pubblicazione, una valutazione del contenuto del settimanale, affidato alla redazione del Centro Cattolico Media (vedi sopra), al quale va almeno un ringraziamento preliminare per aver assunto e portato avanti la faticosa impresa a favore della Diocesi. E un giusto grazie va anche ai numerosi autori dei testi pubblicati in questi mesi, frutto della disponibilità di giornalisti e collaboratori, che hanno trattato, quasi sempre con competenza, temi «vagamente» adeguati alle aspettative di chi desidera una informazione sui principali temi che occupano o preoccupano la Chiesa ticinese, svizzera e «cattolica». Circa i contenuti offerti ai cattolici ticinesi e al più vasto pubblico del CdT, l’unica costante dei numeri fin qui apparsi sono i due commenti al brano evangelico domenicale, per il calendario romano e per il calendario ambrosiano, che occupano gran parte della quarta pagina. Pur apprezzando «la predica» settimanale che viene offerta ai lettori, riteniamo che prima dovrebbe essere riprodotto il brano commentato, non facilmente accessibile al lettore cattolico (che tuttavia può sentirlo in chiesa se… messalizzante), ma certamente è ignoto alla grande maggioranza del lettori del «quotidiano indipendente». Al di là di questo, la «linea editoria-
le» del «settimanale di informazione religiosa» ha spaziato in un variegato campo che scoraggia il commentatore persino a farne l’elenco. Sorge persino il dubbio che la linea editoriale consista nella preoccupazione di riempire «comunque» le altre tre pagine, anche con articoli ripresi da altri giornali o da altre fonti, con ampio uso di illustrazioni e fotografie (che nel numero del 10 agosto, in tempo di ferie…, occupano cumulativamente e abbondantemente un’intera pagina, specie con gli scaut ticinesi rientrati dalla Jamboree). Né è qui il luogo di tentare di elencare le clamorose mancanze di informazione religiosa (come vorrebbe il sottotitolo) su rilevanti avvenimenti che hanno caratterizzato il mondo religioso nei passati mesi: dal messaggio papale sulla democrazia del primo dell’anno ai documenti che sono seguiti al Sinodo dei giovani, al documento islamo-cristiano «sulla fratellanza umana», alla nuova struttura organizzativa dei protestanti svizzeri, al Kirchentag tedesco dello scorso giugno, ecc. ecc. «Dialoghi» è stato certamente più sollecito e completo per quanto riguarda l’«informazione religiosa». Inoltre sarebbe utile alla Diocesi, e non più rimandabile, un esame complessivo dei vari mezzi di comunicazione disponibili (cartacei ed elettronici), per un coordinamento, affidando a «Catholica» il ruolo di «capofila» per presentare gli argomenti riguardanti la Chiesa (locale, nazionale e universale: appunto catholica…), mentre le attività e i temi particolari resterebbero di regola affidati ai media di categoria (missionari, azione cattolica, carità, ecc.). Per concludere un auspicio: che competenti in formazione religiosa (cattolica ed ecumenica, nazionale e internazionale) provvedano a dare una coerente «linea editoriale» alla pubblicazione della Diocesi, non bastando quella rivendicata dal Centro cattolico media. Ed è pure necessario e doveroso (come del resto continuamente sollecita papa Francesco) attuare quella «sinodalità» essenziale alla Chiesa locale, chiedendo un giudizio da parte del Consiglio pastorale e della Commissione dei media, che fanno «bella mostra» nell’Annuario diocesano ma da tempo non sono più coinvolti né interpellati in decisioni importanti per la Chiesa locale. (a.l.)
No. 258 3 dossier
Il Cantone è cresciuto, ma molte lacune ritardano il suo sviluppo economico La struttura economica e il mercato del lavoro del Cantone Ticino come li conosciamo oggi sono il frutto di importanti cambiamenti economici e legislativi avvenuti principalmente a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. L’evoluzione dell’economia e della struttura produttiva ticinese non può essere analizzata senza prendere in considerazione il contributo fondamentale dato dalla popolazione straniera; in effetti, il nostro Cantone si è trasformato nell’ultimo secolo da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Ancora oggi, oltre la metà dei posti di lavoro è occupata da stranieri, i flussi quotidiani di frontalieri rappresentano più di un terzo della manodopera cantonale. Questo tipo di struttura produttiva ha sfruttato per decenni i vantaggi competitivi derivanti dal basso costo del lavoro, ma potrebbe essere stato proprio il limite più grande allo sviluppo economico del Cantone. In effetti, oggi l’economia cantonale si differenzia molto da quella nazionale, che riesce ad avere una produzione legata a beni e servizi di alto valore aggiunto: quella che purtroppo il Ticino non ha, o ha in misura insufficiente. Dal punto di vista storico, il fenomeno del frontalierato ha permesso alla regione di attingere in maniera illimitata a manodopera estera, mentre il resto della Svizzera doveva fare i conti con le norme federali sul contingentamento degli stranieri (ciò fino all’introduzione degli Accordi bilaterali). Se da una parte quel vantaggio ha consentito all’economia ticinese di produrre a un basso costo e vendere a un prezzo inferiore, dall’altra non l’ha obbligata a confrontarsi sull’altro livello competitivo: quello legato all’innovazione e allo sviluppo tecnologico. Mentre il resto dell’industria svizzera doveva sopravvivere a una concorrenza internazionale sempre più forte che si giocava sulla qualità – e questo la portava a investire in ricerca e sviluppo – il Cantone Ticino rimaneva ancorato a un’industria a forte intensità di lavoro. In un mondo sempre più globalizzato oggi paghiamo il prezzo di questa strategia, che ci colloca ancora molto lontani in termini di produttività rispetto agli altri cantoni svizzeri.
Lo sviluppo economico dal 1950 a oggi Nonostante la presenza di alcune industrie particolari (quella del linoleum, le ferriere, il tessile e i servizi legati alle regie federali e all’amministrazione pubblica), l’economia del Cantone Ticino era stata fino al 1950 un’economia agricola. Il livello di benessere della popolazione era basso al punto che molti dei suoi abitanti erano stati costretti a emigrare. di Amalia Mirante1
L’isolamento del cantone, causato dalla sua collocazione geografica e dal ritardo nella costruzione delle reti di comunicazione, fu a lungo responsabile del ritardo dello sviluppo della sua economia. Ed è agli investimenti nelle infrastrutture ferroviarie e autostradali che si è associato l’importante sviluppo economico del Cantone e il miglioramento del benessere che hanno caratterizzato il periodo dal 1950 al 1975. Questi sono gli anni che Angelo Rossi2 definisce «il paradiso», il periodo in cui si assiste alla transizione da un’economia agricola (e pochissimo industriale) a un’economia di servizi.
1. Questo articolo riprende e in parte amplia alcune analisi svolte in Mirante, A., Struttura economica e mercato del lavoro in Ticino. In «Migrazione e integrazione: focus sul Ticino», Università di Neuchâtel, 2017. Amalia Mirante è economista, docente e ricercatrice presso la SUPSI e l’USI. 2. Rossi A. Dal paradiso al purgatorio: lo sviluppo secolare dell’economia ticinese, Rezzonico, Locarno, 2005.
L’assenza del passaggio attraverso una vera e propria fase di industrializzazione è una delle caratteristiche dello sviluppo economico cantonale e rappresenta uno dei suoi maggiori punti di debolezza. Non aver vissuto quella fase e il processo di sviluppo tecnologico, innovativo e di competenze imprenditoriali che ne deriva è probabilmente una delle cause principali che ci porta oggi a vivere in una situazione che potremmo definire una sorta di limbo3 (per mantenere la metafora di Rossi). Se da una parte, infatti, gli indicatori tradizionali mostrano dati in apparenza positivi, un’analisi più profonda porta a una lettura differente: il divario con i salari svizzeri perdura (siamo mediamente tra il 16% e il 20% di differenza), la concorrenza elevatissima sul mercato del lavoro incide in maniera notevole sulla qualità, la necessità di ricorrere agli aiuti pubblici per vivere dignitosamente è una costante, le prospettive per i giovani sembrano essere tutt’altro che buone. L’evoluzione della struttura economica e produttiva L’economia cantonale oggi rappresenta il 5% delle imprese svizzere, il 4% degli addetti equivalenti a tempo pieno e contribuisce alla creazione del 4.5% del PIL nazionale. Diverse sono le particolarità del nostro tessuto industriale: le microaziende con meno di dieci addetti rappresentano il 90% del tessuto e offrono un terzo dei posti di lavoro. Le industrie di dimensioni medio-grandi sono nate dalla delocalizzazione dal resto della Svizzera o 3. Mirante, A., ibidem.
4
dossier
No. 258
Percentuale di addetti per settore in Ticino, 1955-2017 1955
1965
1975
1985
1995
2005
2015
2017
C - Attività estrattive
02.1
01.5
00.5
00.5
00.4
00.4
00.1
00.1
D - Attività manifatturiere
39.6
36.4
30.2
22.0
19.4
16.2
13.0
12.4
E - Produzione e distribuzione energia, gas, acqua e rifiuti
01.5
01.1
01.2
00.8
00.6
00.7
01.1
01.1
F - Costruzioni
15.5
22.3
13.0
14.7
11.5
10.0
09.3
08.7
G - Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e motocicli
11.6
11.3
14.4
15.7
15.5
16.2
14.7
14.5
H - Servizi di alloggio e di ristorazione
11.4
09.9
08.9
09.6
08.7
08.0
05.3
05.2
I - Trasporti e comunicazione
10.7
08.9
08.7
07.1
07.5
05.9
07.8
08.1
J - Attività finanziarie e assicurative
01.6
02.7
05.8
06.9
06.7
06.8
05.8
05.4
K - Attività immobiliari; attività professionali, scientifiche e tecniche; attività amministrative e di servizi di supporto
01.0
01.1
03.3
06.1
07.8
10.3
16.5
17.1
-
-
04.0
03.9
04.2
04.2
03.8
03.8
M - Istruzione
00.4
00.5
03.0
04.2
04.7
06.2
05.8
05.9
N - Sanità e assistenza sociale
03.9
03.5
04.0
05.4
09.2
10.9
11.9
12.5
O - Altre attività (tra cui artistiche, di intrattenimento, …)
00.6
00.9
02.9
03.1
03.8
04.3
05.0
05.2
L - Amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria
dall’Italia. Otto aziende e otto posti di lavoro su dieci sono nel settore terziario; quello secondario occupa circa il 22% delle persone. Spiccano il settore manifatturiero e quello delle costruzioni, nel settore terziario la maggior parte dei posti di lavoro è nel settore del commercio e delle riparazioni e in quello della sanità e socialità. Questo il frutto di uno sviluppo che si è protratto per oltre 70 anni. Vediamolo nei particolari. I dati del 19554 mostravano l’esistenza di circa 12.000 aziende censite e di 76.500 addetti. Nel 2017 (senza calcolare il settore primario) le aziende erano 38.000 e gli addetti 229.500. La Tabella mostra l’evoluzione della struttura economica e il processo di terziarizzazione vissuto dall’economia cantonale valutandolo in termini di peso degli addetti nei differenti settori. Il tessuto industriale del 1955 offriva la maggior parte dei posti di lavoro – quasi il 40% – nelle attività manifatturiere: in particolare nell’abbigliamento, nell’industria metallurgica e nella produzione di generi alimentari. L’edilizia offriva il 15.5% dei posti di lavoro, dando lavoro a 10.500 persone. I settori del commercio, dei trasporti e dei servizi legati alla ristorazione davano lavoro ognuno a 8.000 persone. Oggi, invece, la nostra econo-
4. Per la comparabilità dei dati su un periodo così lungo sono state necessarie delle scelte di aggregazione e associazione di settori.
mia dipende principalmente dai settori del commercio e riparazioni auto (oltre 33.000 addetti), da quello manifatturiero (28.500 persone) e dal settore della sanità (quasi 29.000 addetti). Il settore delle attività immobiliari, tecniche e dei servizi divide i suoi impeghi principalmente tra 3.000 posti di lavoro nelle attività immobiliari, quasi 21.000 nelle attività professionali e tecniche e oltre 15.000 addetti negli altri servizi amministrativi e di supporto. Il settore dell’edilizia ancora rimane uno dei settori trainanti dell’economia cantonale con oltre 20.000 posti di lavoro. Questi settant’anni hanno visto, oltre al deperimento di alcuni settori e alla nascita di altri, uno spostamento importante anche nell’occupazione dei posti di lavoro nei settori tra ticinesi e stranieri. Così, dopo la prima metà degli anni Sessanta, i ticinesi mostrano sempre minor interesse per i settori dell’industria, dell’edilizia e del turismo, lasciando spazio alla manodopera straniera. In particolare, attorno agli anni Ottanta, l’economia cantonale abbandona l’orologeria, il tessile e gli alimentari per dedicarsi maggiormente a settori tecnologicamente avanzati come la meccanica e l’elettronica. Ma la vera strepitosa espansione è quella del settore finanziario, che ha portato Lugano a diventare la terza piazza finanziaria svizzera. Anche se oggi il settore con i suoi 42 istituti e 5.600 addetti è lontano dai dati del 2001, anno di massima espansione del settore (76 istituti e oltre 8.6000 addetti), il settore
rimane uno dei più importanti dell’economia cantonale. Conclusioni Il Cantone Ticino presenta dunque ancora un ritardo importante nei confronti del resto della Svizzera. La sua struttura economica appare ancora fondata su settori intensivi di manodopera, e quindi di basso valore aggiunto, come l’edilizia, il commercio e il turismo, che rappresentano un freno a uno sviluppo in linea con quello nazionale. All’interno di questi, le difficoltà di investire in tecnologia, la dipendenza dal settore pubblico, un ritardo nelle strutture turistiche comportano rischi importanti. Si aggiungano le pressioni crescenti sul mercato del lavoro, dove la concorrenza sui salari, le condizioni di impiego, l’incertezza e il precariato spingono i giovani formati a non rientrare nel Cantone oppure a trasferirsi oltre San Gottardo al termine dei loro studi. Il consolidamento delle attività della SUPSI, dell’USI, dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina, dell’Istituto Oncologico, del Cardiocentro e dei molti centri di eccellenza nati nel Cantone contribuiscono certo ad aumentare le competenze in ricerca e sviluppo. Ma da soli non bastano, lo Stato deve fare la sua parte mettendo in atto politiche di sostegno a uno sviluppo economico sano. I giovani devono essere formati per poter lavorare ovunque, ma aspirano (e ne hanno il diritto) a trovare un posto di lavoro in questo Cantone.
No. 258 5 dossier
L’ombra della frontiera sul mercato La speculazione acuisce i rapporti L’osservazione e l’analisi del mercato del lavoro ticinese non possono prescindere dal considerare l’impatto decisivo esercitatovi dalla frontiera. Un impatto visibilmente strutturale, la cui portata ha del resto subìto una netta impennata con l’entrata in vigore dell’accordo sulla libera circolazione delle persone. Un impatto sommatosi – come se non distillassero già sufficienti scompensi e motivi di inquietudine – alle profonde e radicali trasformazioni degli scorsi decenni (dalla globalizzazione all’incursione capillare delle nuove tecnologie, al peso prevaricante della finanza…). Un impatto andato infine a fondersi con la tendenza dell’economia a prediligere forme sempre più flessibili di organizzazione del lavoro, contribuendo in tal modo a dilatarne le ricadute. Pressione sui livelli salariali Un primo campo, dove è agevolmente misurabile l’effetto della frontiera e della libera circolazione, è quello salariale. I livelli retributivi sono sottoposti ad una pressione gravosa e capillare. Il diverso costo della vita sui due versanti della frontiera; la differenza dei rispettivi sistemi retributivi e di sicurezza sociale, che influiscono sul salario disponibile (più elevato sul nostro versante) e le rilevanti difficoltà occupazionali che colpiscono in particolare le fasce giovanili in Italia, sono fattori che consentono alla manodopera frontaliera (o lo inducono, se è in gioco una possibilità di assunzione) di accettare condizioni salariali anche inferiori a quelle usuali. In un Cantone che già soffre di un ritardo salariale consistente rispetto alla media nazionale (attorno al 18% nell’economia privata), la frontiera tende a perpetuare questo divario e persino a incrementarlo. Già frenati dalla tagliente concorrenza che la globalizzazione ha fatto ricadere sulle imprese, i livelli salariali ticinesi soffrono questo ulteriore fattore di compressione. Compressione che si è diffusa a macchia d’olio invadendo anche il settore terziario, dove operano maggioritariamente i residenti, e incuneandosi persino nelle categorie più qualificate (informatici, ingegneri, architetti…).
A subirne contraccolpi corrosivi è la popolazione locale, le cui entrate faticano a tenere il passo con l’aumento degli oneri a suo carico. di Meinrado Robbiani*
Una traiettoria occupazionale sbilanciata La fase della libera circolazione ha coinciso con un cospicuo incremento dell’occupazione. Gli occupati sono progrediti passando da quasi 190.000 a oltre 330.000 unità. La crescita è stata assorbita prevalentemente da manodopera frontaliera, alla quale è andato del resto ad affiancarsi un significativo numero di dimoranti di recente insediamento. I frontalieri sono raddoppiati (da circa 32.000 a 66.000), assumendo un peso ancora maggiore nel mercato del lavoro (la loro quota si situa attorno al 28% degli occupati mentre nel 2002 – data di entrata in vigore della libera circolazione – ne rappresentava il 17% circa). Oltre all’incremento del numero e della quota della manodopera frontaliera si è assistito a una significativa evoluzione del suo profilo. Diversamene dal passato, dove i frontalieri venivano soprattutto incanalati verso il settore secondario, i nuovi venuti si sono riversati prevalentemente sul terziario, ivi comprese le attività a più elevata qualificazione (professioni tecniche e scientifiche, quadri superiori e dirigenti). È pure andata ampliandosi la loro zona di provenienza, con l’incremento di coloro che hanno il domicilio al di là della tradizionale zona di confine (aspetto tutt’altro che marginale poiché porta in Ticino manodopera più sganciata e indifferente alla realtà locale). Questo lievitato flusso non si è tradotto tanto in fenomeni di sostituzione di manodopera estera a scapito di quella locale (i casi sono piuttosto limitati) ma ha reso più difficile l’accesso al mercato del lavoro per una parte di residenti (soprattutto i giovani in procinto di entrarvi), perché esposti alla concorrenza della manodopera proveniente dall’immenso bacino occupazionale del Nord Italia.
Il nodo della flessibilità La libera circolazione non ha esercitato solo un impatto quantitativo su livelli salariali e occupazione. Ha anche avuto un tangibile effetto qualitativo, concorrendo ad accrescere il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Ha segnatamente gonfiato il lavoro interinale quale conseguenza dell’inedita possibilità, per le agenzie di lavoro temporaneo, di attingere senza ostacoli al mercato del lavoro d’oltre confine. Vi ha concorso pure la possibilità per le imprese (ivi comprese le citate agenzie) di assumere personale estero fino a 90 giorni all’anno con una semplice notifica. Un ulteriore fattore di flessibilità risiede poi nel lavoro distaccato (opera di dipendenti di ditte estere o di indipendenti): concentrato soprattutto nel settore dell’edilizia e affini, il lavoro distaccato si intreccia con forme di appalto e subappalto in cui si annidano più facilmente infrazioni ed abusi. Tutti questi rivoli di flessibilità confluiscono nel mercato del lavoro, diffondendo germi di precarietà, intorpidendone le acque e alimentando forme di raggiro a danno dei lavoratori. Responsabilità e carenze Le distorsioni finora evidenziate rientrano sì nell’ambito dell’effetto frontiera e della libera circolazione ma la responsabilità per il loro dilagare ricade prevalentemente su altre spalle. Se interpretata correttamente, la libera circolazione consentirebbe infatti al Ticino, in una logica di complementarietà tra residenti e frontalieri, di attingere al bacino occupazionale d’oltre frontiera per colmare le carenze di manodopera e per reperire i profili professionali difficilmente rintracciabili in loco. Un uso distorto da parte di numerose imprese ne ha invece fatto una fonte di scompensi e abusi, che hanno concorso a degradare il mercato del lavoro. Ben prima della frontiera e della libera circolazione, sul banco degli imputati vanno cioè collocate le numerose imprese che si servono di entrambe in modo speculativo e che disattendono alla loro responsabilità sociale.
6
I contraccolpi della frontiera e della libera circolazione sono in secondo luogo riconducibili a una parziale carenza o inadeguatezza di strumenti protettivi, che non consentono di arginarli a sufficienza. Si tratta sia di un ordinamento legale che non è ancora all’altezza del nuovo regime di libera circolazione, sia di una lacunosa copertura contrattuale che lascia scoperte intere categorie professionali. Un ordinamento legale da rafforzare Il legislatore ha inteso ovviare alle possibili ricadute negative della libera circolazione con l’adozione di apposite misure (le cosiddette misure di accompagnamento) ma la loro efficacia è insufficiente. Dal profilo generale, appaiono sfasate rispetto al carattere strutturale dell’effetto esercitato dalla libera circolazione. Vi si risponde con provvedimenti prevalentemente reattivi e transitori, che rientrano in una sfera congiunturale piuttosto che strutturale. Le norme adottate sono inoltre quasi integralmente orientate alla lotta contro gli abusi salariali, trascurando le pressioni altrettanto gravose che premono sull’occupazione. Non sono infine considerate in modo adeguato le diverse realtà geografiche della Svizzera (il Ticino è senza dubbio la regione maggiormente esposta alle ricadute della libera circolazione), che esigerebbero la possibilità di accedere a provvedimenti più rigorosi laddove la gravità della situazione lo solleciti. Il ruolo delle parti sociali A rinvigorite norme legali calate «dall’alto» (ossia dal legislatore) deve potersi affiancare una più intensa regolazione «dal basso» ad opera delle parti sociali. Il mercato del lavoro ne-
dossier
cessita in particolare di una rinvigorita diffusione dei contratti collettivi di lavoro, che vada a coprire le aree tuttora sprovviste di una corretta protezione. È il caso soprattutto del settore terziario, meno imbevuto di una tradizione di dialogo e collaborazione tra le parti sociali. Deve imporsi il concetto che i contratti collettivi non consentono solo una concordata regolazione delle condizioni di lavoro ma fondano pure una relazione di confronto e di cooperazione tra associazioni imprenditoriali e sindacati, che consente di avanzare verso una più ordinata organizzazione delle categorie professionali. Protezione e apertura Il deterioramento del mercato del lavoro riversa inevitabilmente sull’intero tessuto sociale germi di malcontento, di disagio e di insicurezza che ne corrodono la stabilità e la coesione. Favorisce anche l’insorgere di reazioni di chiusura e di rigetto, comprensibili ma improduttive se opposte alla complessità della realtà odierna e incapaci di guardare a obiettivi di sviluppo di lungo termine. Sono reazioni che dal terreno sociale si propagano molto rapidamente a quello politico, diventano una facile occasione per le forze che costruiscono il loro successo su barriere e steccati. Vanno perciò considerate e prese a carico, mettendo in atto misure di migliore protezione e tutela. Solo un mercato del lavoro ordinato e protetto da norme legali e regole contrattuali disinnesca la tentazione di un isolamento controproducente. Nel contesto odierno, segnato da fitte interdipendenze tra le nazioni e gravato da problemi che vanno ben al di là dei confini dei singoli Paesi, le prospettive e gli obiettivi di sviluppo sono inscindibili dal sapere allacciare e salvaguardare intense e regolate re-
No. 258
lazioni con l’esterno. L’apertura verso l’esterno presuppone tuttavia che la popolazione non abbia l’impressione di esserne il capro espiatorio. Deve cioè poter beneficiare di adeguati provvedimenti a protezione del suo benessere. Apertura e protezione devono cioè procedere a braccetto. Il tempo stringe Già si intravedono all’orizzonte le sfide della rivoluzione digitale, che ricadranno sul lavoro con particolare impeto. Come ogni balzo tecnologico, essa aprirà avvincenti opportunità ma presenterà anche acuti pericoli. Il lavoro rischia di esserne una vittima designata, con minacce occupazionali e di ulteriore precarizzazione dei rapporti tra imprenditori e salariati. Occorre prepararsi ai nuovi scenari con un mercato del lavoro sufficientemente protetto e ordinato, evitando che i possibili effetti disgreganti della digitalizzazione vengano ad affiancarsi, ampliandoli, a distorsioni e squilibri irrisolti. Su autorità politica, forze imprenditoriali e sindacati ricade perciò una responsabilità pressante che deve indurli a farsi carico con accentuato vigore di una più efficace regolazione del mercato del lavoro. * Nato il 20 marzo 1951, coniugato con Denise e padre di due figli. Risiede a Magliaso. Dopo la licenza in scienze politiche all’Università e all’Institut des Hautes Etudes Internationales di Ginevra è entrato nell’Organizzazione cristiano-sociale ticinese (OCST) quale collaboratore del Segretariato cantonale. Nel 1987 è stato nominato segretario cantonale, carica rivestita fino al pensionamento nel 2016. Dal 1999 al 2011 è stato parlamentare, a Berna, in Consiglio nazionale, in rappresentanza del Partito popolare democratico. Ha fatto parte della Commissione della sicurezza sociale e della salute pubblica. In ambito nazionale è pure stato vicepresidente dell’organizzazione sindacale Travail.Suisse, alla quale l’OCST è associata.
No. 258 7 dossier
Lavoro gratuito o poco remunerato nel nuovo capitalismo algoritmico Le nuove tecnologie stanno decisamente cambiando il modo di lavorare e di organizzare il lavoro e la produzione, consentendo di estendere le frontiere delle attività produttive che generano valore su una scala mai conosciuta prima. A fronte di queste nuove coordinate, determinate in gran parte dalla digitalizzazione, da anni c’è stato un proliferare di studi sul futuro dell’occupazione, ma si è di fatto trascurato di affrontare il tema dei cambiamenti della natura del lavoro.
all’aumento del potere d’acquisto e quindi all’aumento della domanda per nuovi beni e servizi. Questo effetto di compensazione occupazionale non si dà più dal momento in cui le nuove tecnologie digitali si applicano contemporaneamente in ogni ambito della produzione, della distribuzione e del consumo. Gli stessi autori dello studio di Oxford, a distanza di sei
Un famoso studio del 2013 di due ricercatori dell’Università di Oxford, Carl Benedikt Frey e Micheal A. Osborne (The future of employment. How susceptible are jobs to computerisation), aveva stimato una possibile scomparsa del 47% delle professioni esistenti, sia manuali sia cognitive, in ogni caso ripetitive e prevedibili, lasciando una qualche speranza di vita per i soli lavori con un contenuto umano («human touch»). A seguito del clamore suscitato da questo studio e da altri studi predittivi simili, come quello della McKinsey (The Future of Work: Switzerland’s Digital Opportunity, October 2018), il dibattito si è concentrato sulla robustezza e fondatezza di queste previsioni, come peraltro documentato e sintetizzato nel bel libro di Martin Ford, Il futuro senza lavoro. Accelerazione tecnologica e macchine intelligenti. Come prepararsi alla rivoluzione economica in arrivo (Il Saggiatore, Milano, 2017) e in quello altrettanto stimolante di Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro (Einaudi, Torino, 2016).
anni, hanno nel frattempo relativizzato la portata dei loro calcoli, adducendo che molto dipende(rà) da una serie di fattori non tecnologici, quali i costi, le norme in materia di regolazione, le pressioni politiche e la resistenza sociale all’innovazione tecnologica («An accidental doom monger. A notorious forecast about the automation of jobs has been misunderstood, says one of its authors», The Economist, June 29th, 2019).
Il limite di questi studi predittivi sta nell’approccio in ultima istanza ingegneristico al rapporto tra sviluppo tecnologico ed evoluzione dell’occupazione, un limite spiegabile alla luce della natura universale delle nuove tecnologie algoritmiche, il cui uso si sta diffondendo trasversalmente nell’economia e nella società. In passato, le innovazioni tecnologiche avevano una dimensione settoriale: se da un lato riducevano l’occupazione aumentando la produttività del lavoro e riducendone il costo, dall’altro generavano nuova occupazione grazie
di Spartaco Greppi*
La fine della catena di montaggio Di fatto, ciò che è realmente in gioco nei processi di digitalizzazione è la dimensione salariale del lavoro così come lo si conosce da almeno due secoli a questa parte. È un processo iniziato da tempo, più precisamente dalla fine degli anni Settanta durante i quali si è consumata la crisi del modello di società fordista o del capitalismo industriale. Lì inizia la rivoluzione dei modelli di organizzazione aziendale, con i primi esperimenti di automatizzazione e robotizzazione volti a superare la catena di montaggio e la massificazione del lavoro. Con la flessibilizzazione del lavoro, l’esternalizzazione di segmenti della produzione, la creazione di un bacino di lavoro intermittente, a tempo determinato, con quote crescenti di lavoro indipendente, comunque precario, si entra gradualmente ma irreversibilmente nell’epoca del post fordismo, il lavoro si fa via più comunicativo e relazionale per rispondere just in time, in tempo reale, alle minime oscillazioni del mercato, cioè della domanda, in un contesto globale sempre più competitivo. È la fine del lavoro standardizzato e ripetitivo
e l’inizio del lavoro puntuale, contingente, reattivo attraversato dal flusso di informazioni. È all’interno di questa mutata natura del lavoro che le nuove tecnologie si rivelano del tutto adeguate a dar vita a nuovi processi di produzione del valore. In quanto tecnologie dell’informazione e della comunicazione, esse accompagnano e fluidificano i processi produttivi in cui il lavoro o i lavori sanno creare valore indipendentemente dai classici luoghi deputati alla produzione fisica. Sulla base di queste premesse sociali prima ancora che tecnologiche, ogni atto della vita tende ad iscriversi in una rete di produzione di valore economico attraverso la fornitura di dati e informazioni comportamentali e la messa a disposizione del proprio tempo. Si parla di biocapitalismo, per significare la messa al lavoro della vita in quanto tale. A differenza del plusvalore di marxiana memoria, in cui il lavoro gratuito era commisurato al lavoro retribuito (il salario), nell’odierna economia digitale il lavoro gratuito è commisurato al tempo di vita produttivo, ma ciò non di meno non riconosciuto, qualcosa di molto simile al lavoro domestico riproduttivo. La gratuità… obbligatoria Forme di lavoro non remunerato sono sempre esistite, naturalmente. I lavori domestici e familiari, le attività di volontariato per associazioni e organizzazioni e gli aiuti offerti a parenti o conoscenti sono addirittura indispensabili per garantire il funzionamento della nostra società, tanto da indurre gli istituti nazionali di statistica, tra i quali l’Ufficio federale di statistica, a calcolarne il volume e stimarne il valore monetario. La gratuità è produttiva, dunque. Ma il lavoro gratuito si è trasformato, si è evoluto, si è ampliato a forme sempre meno volontarie e sempre più coatte. È più di una tendenza, al punto che è già possibile proporre una classificazione di forme di lavoro gratuito o poco remunerato che, se ancora difficilmente quantificabili, permettono già di esemplificare in termini sistemici il fenomeno della gratuità nell’economia contemporanea.
8
dossier
La classificazione proposta include lo sconfinamento, ossia quando si lavora di più a parità di remunerazione, quando ci si rende disponibili nel tempo libero per le esigenze di un datore di lavoro o di un potenziale committente, quando l’uso delle nuove tecnologie permette di passare in modo produttivo il proprio tempo, o ancora quando il lavoro svolto va oltre gli obblighi contrattuali per garantire la qualità del lavoro; e inoltre lo stage extra curricolare, una modalità sempre più diffusa di entrare nel mercato del lavoro e a volte di restarvi per lungo tempo; la controprestazione, vale a dire un’attività di vario genere richiesta ai soggetti inseriti in un dispositivo di protezione sociale, come la partecipazione a corsi di formazione o a programmi di inserimento o reinserimento lavorativo; il crowdwork, letteralmente «lavoro della folla», ossia le attività svolte da individui anonimi attraverso l’intermediazione di una tecnologia digitale o di una piattaforma internet, come nel caso delle cosiddette microattività offerte da Amazon Mechanical Turk che, a fronte di compensi minimi (mediamente pochi centesimi di dollaro), esigono un’attenzione costante per cogliere tutte le potenziali opportunità di lavoro.
In Ticino si fa già Da sottolineare che un recente studio (Ursula Huws, Neil H. Spencer, Dag S. Syrdal. «First survey results reveal high levels of crowd work in Switzerland». Crowd Working Survey, September 2017), fa emergere un’elevata quanto sorprendente partecipazione degli svizzeri e delle svizzere all’economia online e mostra che la più alta concentrazione di crowdwork della Svizzera si trova in Canton Ticino. Collegate a queste attività digitali, vi sono quelle svolte anch’esse gratuitamente o per compensi molto modesti, sulle piattaforme della comunicazione e dell’intrattenimento, tra le quali youtube, facebook, instagram, LinkedIn, google, per le quali si trattano immagini, video, informazioni e alle quali si forniscono dati comportamentali utili al loro funzionamento e alla loro capacità di generare profitti (per un approfondimento, si invita a consultare due contributi: Posner, E. A. and Weyl, E.G., Radical Markets. Uprooting Capitalism and Democracy for a Just Society. Princeton and Oxford: Princeton University Press, 2018; Casilli, A.A. En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic,
No. 258
Éditions du Seuil, Paris, 2019). Sempre in rete, a lavorare per altri, senza ricevere compenso. Il divenire gratuito di una parte crescente del lavoro ha quale sua frontiera il sonno, tant’è vero che si sta cercando il modo di erodere il tempo dedicato al sonno, non solo per aumentare il tempo da dedicare al consumo ma soprattutto la disponibilità a partecipare alla creazione puntuale di valore, come emerge dalla brillante riflessione di Jonathan Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino, 2015. Si può quindi ben concludere affermando che la disponibilità, oltre a garantire l’accumulazione, si paga in termini di gratuità. * Spartaco Greppi è nato a Stans nel 1960, ha studiato a Friburgo dove ha ottenuto il dottorato in economia ed è responsabile del Centro competenze welfare, lavoro e società della Supsi. Ha lavorato in numerosi progetti e recentemente ha realizzato una ricerca su «Lavoro gratuito o poco remunerato nella nuova grande trasformazione», disponibile online seguendo il link: http://repository. supsi.ch/9552. Attualmente sta approfondendo lo stesso tema con una ricerca esplorativa dal titolo «Riconoscere il free work: dalla tassonomia all’analisi dei bisogni sociali» finanziata da Innosuisse con un assegno per l’innovazione.
Gabbia di sogni
Camera 112
Romanzo d’esordio di Monique Saint-Hélier, Gabbia di sogni è un testo avvincente e suggestivo che testimonia la nascita di un indiscusso talento letterario, le cui peculiarità e i cui ritmi si intrecciano con la singolarissima e sofferta vicenda biografica della scrittrice. Il romanzo sorprende il lettore per il suo stile fortemente evocativo che lascia intravedere le ambiguità di una scrittura i cui confini generici appaiono alquanto fragili e facilmente valicabili.
Al centro di questo racconto vi è un vecchio uomo, consumato dalla malattia. In viaggio per fargli visita, il figlio rievoca, nella durata del tragitto in treno tra il Ticino e Losanna, ricordi e testimonianze, massime e pareri, reminiscenze letterarie e vuoti propositi. Veleggiando tra passato e presente, tra il suo vissuto e la sua cultura, si trova ad affrontare, mettendosene al riparo, le immagini del declino, e tenta di addomesticare la morte che si avvicina.
di Monique Saint-Hélier, prefazione di Daniele Maggetti, collana «I Cristalli», 192 pagine, 12,5 x 21 cm, Fr. 22.–
di Daniel Maggetti, prefazione di Pierre Lepori, collana «I Cristalli», 112 pagine, 12,5 x 21 cm, Fr. 20.–
Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
No. 258 9 opinioni
Dal «sinodo speciale» per l’Amazzonia elementi di rinnovamento per la Chiesa? Verrà dalla lontana Amazzonia un’inedita e coraggiosa ventata per il rinnovamento profondo della Chiesa cattolica romana che, almeno in Occidente, stenta invece a decollare, date le lacerazioni tra «progressisti» e «conservatori» che caratterizzano la vecchia cristianità? La risposta verrà, forse, dall’Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica, iniziatosi a Roma il 6 ottobre e che dovrebbe terminare il 27 del mese. Nulla, però, è scontato, anche perché gli incendi che da agosto hanno distrutto vaste zone della regione in esame hanno reso asperrimo il lato geopolitico della questione. La conversione del papa argentino L’arcivescovo di Buenos Aires, cardinale Jorge Mario Bergoglio, conosceva naturalmente l’Amazzonia, che però non era mai stata per lui una priorità pastorale: l’Argentina, politica e religiosa, non ha rapporti con quella pur vastissima zona. Cominciò ad avvicinarsi a quella problematica durante la V Conferenza generale dell’episcopato latino-americano, che si svolse nel 2007 ad Aparecida (São Paulo); e, diventato nel 2013 vescovo di Roma, fu ancor più sollecitato ad occuparsi di essa dall’ex arcivescovo paulista, il cardinale Claudio Hummes, che al conclave del dopo-Ratzinger molto si era adoperato perché Bergoglio fosse posto sulla cattedra di Pietro. Non a caso Francesco ha scelto il porporato brasiliano come «relatore speciale» all’imminente Sinodo, i cui presidenti delegati saranno altri tre cardinali: il brasiliano João Braz de Aviz, di Curia; il peruviano Pedro Ricardo Barreto Jimeno; il venezuelano Baltazar Enrique Porras Cardozo. «Sinodo speciale» significa che si occupa di un’area limitata del mondo e non di un tema che riguarda tutto il pianeta, o l’intera Chiesa cattolica, come è norma per i sinodi «generali» o «straordinari», che raggiungono anche 250 «padri». Nell’Assemblea imminente essi saranno 185, tra cui 13 capi-dicastero della Curia romana interessati al tema, 33 cardinali, prelati e presbìteri di nomina pontificia; 114
delegati delle Conferenze episcopali coinvolte (58 brasiliani, 15 colombiani, 12 boliviani, 11 peruviani…); 15 religiosi in rappresentanza di Ordini e congregazioni maschili. Poi – non votanti – un centinaio di altre persone: esperti ed esperte, uditori e uditrici, aiutanti della Segreteria (tra cui molte donne, suore e laiche). di Luigi Sandri
In linea di massima, dunque, nel Sinodo imminente non vi sono donne che votino; esso rimane graniticamente maschilista. Questa «assenza» – hanno denunciato, alla vigilia dell’assemblea, diverse teologhe e gruppi femministi – dimostra all’evidenza una non più tollerabile e giustificabile «discriminazione» che la Curia di Francesco non riesce a superare; una «impossibilità» legata ai nodi teologici irrisolti, a livello di magistero, sul rapporto Chiesa-donna-ministeri. Per ogni Sinodo, un gruppo ristretto, insieme alla Segreteria del Sinodo, appronta l’Instrumentum laboris [IL], il testo base dal quale parte la discussione assembleare. Nel caso di cui ci occupiamo, esso è stato diffuso il 19 giugno scorso. Il polmone del mondo L’area dell’Amazzonia comprende parte di Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese: un’area di 7,8 milioni di chilometri quadrati (per fare un paragone: l’Italia è vasta 300mila kmq, la Svizzera 41mila). Brasile, prima di tutto, e poi Bolivia, Perù ed Ecuador possiedono la maggior parte del territorio. Le foreste coprono circa 5,3 milioni di kmq e rappresentano il 40% della superficie globale delle foreste tropicali. Il territorio amazzonico contiene una delle biosfere geologicamente più ricche e complesse del pianeta. La sovrabbondanza naturale di acqua, calore e umidità fa sì che gli ecosistemi dell’Amazzonia ospitino dal 10 al 15% circa della biodiversità terrestre ed immagazzinino tra i 150 e i 200 miliardi di tonnellate di carbonio ogni anno.
«Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano – afferma IL – nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e del carbonio a livello planetario. Da solo il Rio delle Amazzoni getta ogni anno il 15% di acqua dolce totale del pianeta nell’Oceano Atlantico. Ecco perché l’Amazzonia è essenziale per la distribuzione delle piogge in altre regioni remote del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti dell’aria in tutto il pianeta. Nutre anche la natura, la vita e le culture di migliaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e delle città. Secondo esperti internazionali, l’Amazzonia è la seconda area più vulnerabile del pianeta, dopo l’Artico, in relazione ai cambiamenti climatici di origine antropica». Tra i popoli che vivono in Amazzonia – e senza contare i brasiliani, ecuadoriani o peruviani di origine europea, o meticcia – sono circa 110 quelli che l’Instrumentum definisce «popoli indigeni in isolamento volontario» (PIAV), «popoli liberi». Essi «vivono ai margini della società o in contatto sporadico con essa. Questi popoli vivono in un profondo legame con la natura. Essi resistono all’attuale modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida, scegliendo la cattività per vivere in libertà. Loro vivono ai margini della società o in contatto sporadico con essa. Non conosciamo i loro nomi, le loro lingue o culture». L’Amazzonia è il polmone verde del mondo: per questo motivo, riprendendo il grido già lanciato da Francesco, l’imminente Sinodo lancerà un appello solenne alle autorità competenti perché l’Amazzonia non sia impunemente sventrata, con grandissimi tratti di foresta abbattuti per creare pascoli o coltivazioni intensive, con una attività mineraria intensissima che sconvolge interi territori, con i garimpeiros (cercatori d’oro) che devastano intere aree, con l’abdicazione degli interessi nazionali per favorire le grandi multinazionali, con lo sfruttamento intensivo che fa accorrere tanta gente, creando agglomerati che favoriscono sfruttamento, soprattutto delle donne, e prostituzione.
10
Ma come «salvare» l’Amazzonia? Proprio rispondendo, tre giorni dopo, alla pubblicazione, in Vaticano, dell’Instumentum laboris, il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, ha dichiarato «logico» che lui si preoccupi del Sinodo imminente, perché, ha precisato, «vogliono rubarci l’Amazzonia, e noi non siamo d’accordo; e anche se all’estero si dice che io voglio distruggere l’Amazzonia, in realtà quello che voglio è che l’Amazzonia resti nostra». Polemiche che, da accademiche, sono diventate terribilmente attuali a partire da agosto, quando centinaia di incendi, divampati nell’Amazzonia brasiliana e in quella boliviana hanno fatto scoprire all’opinione pubblica mondiale, prima distratta, l’importanza, per il pianeta, di quella zona. Le devastazioni provocate dai fuochi (per lo più dolosi) innescati nel cuore dell’America latina, sono diventate parte dell’agenda del «vertice» dei G7 di Biarritz (24-26 agosto). Al centro della schermaglia – che pende, indirettamente, anche sul Sinodo – sta un dilemma: l’Amazzonia appartiene al Brasile (e ad altri otto Stati) o al mondo intero? Chi deve decidere le politiche, e pagarne le spese, per garantire l’ecosistema di quella vastissima regione, decisiva per salvaguardare la vita del pianeta? I nove Paesi «proprietari»? L’intera umanità, attraverso l’ONU? Intanto, le foreste amazzoniche distrutte favoriscono il crearsi di immensi pascoli dove sono allevati bovini le cui carni finiscono sulle tavole dell’Occidente, o anche della Cina. Immani questioni geopolitiche, economiche, sociali, ecologiche ed etiche vanno risolte per decidere in modo equo e saggio sul «che fare» per salvaguardare interessi contrastanti. Il sogno di una Chiesa india Dal punto di vista religioso, molti popoli indigeni seguono le loro tradizioni avite, che un tempo venivano sbrigativamente giudicate «pagane» ma che oggi, in molti (non tutti!) settori del mondo cattolico, sono considerate con rispetto; altri si sono convertiti a diverse denominazioni cristiane, sia delle Chiese storiche (cattolica, luterana…) che di quelle evangelical di impronta neo-pentecostale. L’IL scrive: «I popoli dell’Amazzonia ci mettono di fronte alla memoria del passato e alle ferite provocate durante lunghi periodi di colonizzazione». E cita Francesco che, in Bolivia, il 15 luglio 2015 affermava: «Chiedo umilmente perdono, non solo
opinioni
No. 258
per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America». Adesso si ritiene necessario un tentativo di inculturazione per innestare l’Evangelo nelle culture indie, salvaguardandole, per quanto possibile, e tenendo conto della Weltanschauung, la cosmovisione di molti popoli indigeni che vedono la comunità india, i suoi uomini e le sue donne, profondamente inseriti nella natura e nei suoi ritmi, così da favorire il buen vivir, il vivere in armonia con la foresta, i fiumi, gli animali, e la vita che pulsa ovunque.
sa, si chiede dunque che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana». Inoltre, è necessario «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica»; e, infine, di favorire «il protagonismo dei laici e delle laiche cristiani».
Ma una «Chiesa india» non può (non potrebbe) ignorare, tra gli altri, un tema specifico: quello dei ministeri ordinati. I missionari, seguendo – pur con fini diversi – i conquistadores alla «scoperta» delle Americhe, imposero il tipo di prete come descritto e voluto, a metà del Cinquecento, dal Concilio di Trento: il sacerdote celibe. Per i popoli indios, è impensabile che il capo di un villaggio sia celibe; infatti, chi aspiri a quella carica deve, prima, aver dimostrato di saper bene governare la sua propria famiglia. Dunque – secondo gli indios – anche una comunità cristiana non potrebbe essere guidata da chi, prima, non abbia saputo far crescere cristianamente la sua propria famiglia.
Seppure l’ipotesi dei viri probati sia limitata da molte barriere precauzionali essa, in prospettiva, scuote alla radice la legge del celibato obbligatorio per i presbìteri della Chiesa latina (latina: perché molte Chiese cattoliche orientali ammettono da secoli il clero uxorato!). Del resto, da più parti nel mondo – dal Sudafrica (dove particolarmente attivo è stato, in proposito, il vescovo di Aliwal, Fritz Lobinger) all’Indonesia, dalla Germania alla Svizzera, dall’Oceania al Canada – gruppi cattolici, rappresentanti del mondo teologico, e alcuni vescovi da tempo propongono i viri probati, ipotesi fin qui sempre bloccata dalla Curia romana.
Ragionamenti difficilmente contestabili (seppur per cinque secoli da Roma inflessibilmente respinti) che, ora, vengono affrontati con uno spirito nuovo. Con la scarsità di sacerdoti «tridentini» a disposizione, in alcune remote comunità amazzoniche il prete arriva (in canoa, dopo viaggio di giorni lungo i fiumi, o con piccoli aerei) una volta all’anno, o forse due. E così, per la prima volta in modo ufficiale nella Chiesa latina – dal Tridentino in poi – un organismo controllato dal Vaticano ipotizza espressamente i viri probati, locuzione latina che significa uomini adulti, con una loro famiglia e una loro professione, che vengono ordinati presbìteri per servire la loro comunità locale. Appellandosi alla «Chiesa primitiva quando rispondeva alle sue necessità creando ministeri appropriati», IL suggerisce: «È necessario passare da una Chiesa che visita ad una Chiesa che rimane, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti. Affermando che il celibato è un dono per la Chie-
Ancora più esplosive sono le ipotesi dell’Instrumentum sui ministeri femminili (donna-diacono, o anche prete?). Insomma, il Sinodo sull’Amazzonia potrebbe innescare cambiamenti ecclesiali notevolissimi, che attraverseranno l’Atlantico. Proprio paventando questo esito, dalle ultime settimane un gruppetto di prelati ha iniziato a lanciare forti critiche contro l’IL, soprattutto su punti-chiave che interessano l’intera Chiesa cattolica. Alcuni cardinali di Curia – tuttora in attività, come l’africano (guineano) Robert Sarah, o lo statunitense Raymond Leo Burke; o in pensione, come il tedesco Walter Brandmüller – hanno giudicato «gravissima» l’ipotesi che il prossimo Sinodo ammetta i viri probati e «intollerabile» che si pensi a nuovi ministeri femminili. Essi – con una semplificazione impressionante! – sostengono che, se approvate e attuate, le adombrate «riforme» metterebbero in questione la stessa struttura dogmatica della Chiesa Romana. E lo spagnolo José Luis Azcona, vescovo emerito della prelatura di Marajó, nella regione amazzonica brasiliana, che ha retto dal 1987 al 2016, ha
No. 258 11 opinioni
sostenuto che, seppure il celibato sacerdotale sia solamente una questione disciplinare, porlo ora in questione, partendo dall’Amazzonia, dividerebbe ulteriormente la comunità ecclesiale divisa tra «progressisti» e «conservatori». Egli, poi, contesta frontalmente l’Instrumentum, ritenendo «idilliaca» e non veritiera la sua analisi. Esso – egli sostiene – ignora che gran parte, e in alcune zone brasiliane l’80%, delle comunità cristiane indios sono legate a Chiese neo-pentecostali, per
cui quelle cattoliche sono rare. Ancora – aggiunge – quel testo tace sul fatto che tra i popoli indios molti bambini sono violentati da genitori e parenti. Infine, IL sovra-esalta la religiosità india tradizionale e minimizza, invece, la salvezza che viene solo dal Vangelo; ha, conclude Azcona, il sapore del neo-pelagianesimo (dottrina per cui ci si salva con le proprie forze). L’impressione è che questi critici colgano l’occasione del Sinodo per attac-
care – indirettamente ma sostanzialmente – il magistero di papa Francesco. Il quale, d’altre parte, si appresta ad aprire un’Assemblea che, quando fu da lui convocata, non vedeva l’Amazzonia né tra le priorità del dibattito politico internazionale, né di quello ecclesiale. Perciò, l’evento celebrato a Roma per riflettere sul «polmone del mondo», sarà un punto decisivo del pontificato in atto: per chi si oppone alle sue aperture, e per chi vivamente le sostiene.
Salvare l’Amazzonia significa garantire la sopravvivenza dell’umanità La foresta amazzonica, che copre la maggior parte del nord-ovest del Brasile, considerata il polmone verde del nostro pianeta, durante l’estate è stata devastata dal fuoco: si parla di oltre 73.000 incendi, di origine dolosa. Una piaga che si ripete, puntuale, da ormai diversi anni e che rappresenta solo la punta dell’iceberg. Da anni è in atto uno sfruttamento selvaggio delle risorse naturali presenti nel bacino dell’Amazzonia. A differenza del passato, però, l’opinione pubblica e i media oggi prestano maggiore attenzione a questo fenomeno, sensibilizzati da un lato dai dati sul riscaldamento globale, e dall’altro dall’appello lanciato dal Papa attraverso la «Laudato si’» a prendersi cura della nostra casa comune. Secondo un’inchiesta della Red Eclesial Panamazónica (Repam), un’organizzazione partner di Sacrificio Quaresimale (SQ) in Brasile, le sfide principali da affrontare sono date dalle conseguenze delle attività minerarie e petrolifere, dalla costruzione di bacini idroelettrici e dallo sfruttamento eccessivo del suolo per la coltivazione industriale di soia e per l’allevamento di bovini. Quale, quindi, il futuro riservato all’Amazzonia, alla sua ricca biodiversità e soprattutto ai popoli indigeni che la abitano? In particolare, se le comunità locali sono scacciate dai loro territori ancestrali, private così delle loro basi vitali, e i loro diritti sono sistematicamente violati? «La volontà di papa Francesco – spiega Dario Bossi, padre comboniano da anni consulente di Repam – è quella di un sinodo capace di ascoltare gli indigeni e le comunità dell’Amazzonia». A tale scopo sono
stati necessari sette mesi di lavoro e l’ascolto di oltre 86.000 persone, per stilare 265 rapporti provenienti dai nove paesi coinvolti (Brasile, Perù, Bolivia, Colombia, Ecuador, Venezuela, Guyana, Suriname e Guyana francese), riassunti nel documento finale di preparazione al Sinodo.
diocesi di Basilea, a Zugo. Il carbone viene esportato in Olanda e Germania. È assurdo vedere che è più economico estrarre carbone in Colombia e poi esportarlo in Europa. «Questo dimostra anche che il nostro sistema economico è bacato» commenta monsignor Gmür.
Un ascolto che è stato al centro anche del recente viaggio di monsignor Felix Gmür, presidente del consiglio di fondazione di Sacrificio Quaresimale, che nel mese di agosto si è recato in Colombia, visitando diversi partner di SQ nella regione panamazzonica. «In Colombia c’è un’enorme ricchezza di persone, stili di vita, punti di vista, comunità, biodiversità, che è molto più grande che nel nostro Paese. In loro come in noi c’è il desiderio di una vita dignitosa, di giustizia e gratitudine. In Svizzera abbiamo istituzioni funzionanti. In molti paesi in cui Sacrificio Quaresimale è attivo, le istituzioni non funzionano o non funzionano bene. Questo a sua volta incoraggia la corruzione e promuove lo sfruttamento delle risorse naturali».
Molti dei progetti di SQ, in particolare in Colombia, mirano a proteggere e a garantire l’accesso alle basi vitali delle comunità, come l’acqua e la terra. L’attività estrattiva richiede molta acqua e gli effetti nefasti sono ben visibili. «Nella miniera di carbone di El Cerrejòn, lontano, in fondo al fiume, vive una comunità indigena. Anche se lì non si estrae più carbone, l’acqua è ancora contaminata e il livello è sceso di molto. La loro foresta è distrutta e non potendo più pescare, perdono i loro mezzi di sussistenza» spiega monsignor Gmür.
Monsignor Gmür ha fra l’altro visitato la miniera El Cerrejón. Una delle più grandi miniere di carbone al mondo (dove si estrae a cielo aperto), che si estende su 69.000 ettari. Lì in passato sorgeva una vasta foresta dove la gente viveva in armonia con la natura. Oggi la Colombia nord-orientale è dilaniata da profonde cicatrici: grandi macchine lavorano giorno e notte, scavando nel sottosuolo ed estraendo carbone. Le persone che un tempo vivevano lì sono state allontanate dalle loro case. «Un terzo della società mineraria appartiene a un’azienda situata nella
Per porre fine a questo sfruttamento indiscriminato e alle continue violazioni dei diritti umani delle comunità locali, è necessario un radicale cambiamento che garantisca il «buen vivir» a tutti. È importante che la Chiesa e la società collaborino e si impegnino con tutte le loro forze per un futuro socialmente ed ecologicamente giusto e sostenibile. Perché salvare l’Amazzonia non significa solo salvare il clima, ma anche e soprattutto garantire la sopravvivenza dell’intera umanità. E questo potrà avvenire con successo solo se si sostengono le comunità indigene nella protezione dei loro territori. Una posizione scomoda che richiede coraggio. Federica Mauri Sacrificio Quaresimale
12
opinioni
No. 258
Ricordo di Adriana Zarri una voce critica nella Chiesa Nasceva cento anni fa, presso Bologna, il 26 aprile 1919, Adriana Zarri, figlia di un mugnaio, saggista e teologa anticonformista, che ci teneva a essere ricordata come il «primo teologo-donna», quale membro del Comitato dell’Associazione teologica italiana. Negli ultimi anni (è morta il 18 novembre 2010 a Strambino) abitava sola come eremita in vecchie case coloniche in Piemonte, da quando vi si era trasferita per godere della protezione e dell’amicizia del vescovo conciliare Bettazzi. Già prima del Concilio Vaticano II, era una scrittrice nota per l’attenzione ai temi della Chiesa e del cattolicesimo italiano: la benemerita editrice La locusta di Vicenza (del «tuttofare» Rienzo Colla) nell’agosto 1962 pubblicava una sua raccolta di articoli (prima apparsi su «L’ultima», «Humanitas», «Leggere», «Il Ragguaglio librario», ma la Zarri collaborava anche con il più «ufficiale» «Osservatore Romano»), in cui già nel titolo anticipava una delle «novità» del Concilio, La Chiesa nostra figlia, ovvero «popolo di Dio», cioè generata da tutti i cristiani. Vi si leggeva: «Finché la Chiesa parve quasi soltanto gerarchia, il rapporto del laico fu quasi soltanto di obbedienza […], ma quando il senso della Chiesa si allargò comprendendo il fedele come una cosa sua e costitutiva di sé stessa, allora, di fronte a questa Chiesa-comunità, il rapporto del lai-
co si integrò, si fece più complesso e più completo. […] Oggi a noi tutti è chiaro che la Chiesa generante è a sua volta generata, dal Cristo ancora in primo luogo, ma secondariamente anche da noi: ecclesiastici e laici». Raccogliendo le sue «Riflessioni sul postconcilio», nel volume Teologia del probabile (Borla, 1967), la Zarri indicò «profeticamente» quale sarebbe stata la nuova stagione ecclesiale. Esordiva osservando: «Se pensavamo che il Concilio potesse risolvere tutto, la cronaca quotidiana ha fatto giustizia di questa nostra illusione. […] Anche per il Concilio ci può essere una lettura trionfalistica e una lettura catastrofica: l’illusione di una Chiesa definitivamente salva e l’allarme per una Chiesa totalmente turbata». E nella prefazione ne indicava (riprendendo il titolo) la causa: «Mi sembra che uno dei temi di fondo della riflessione teologica sia oggi quello della provvisorietà della teologia rispetto alla certezza della fede. […]; la teologia è inadeguata al suo oggetto proprio, perché il suo oggetto proprio è il mistero. […] E se c’è una disciplina che dovrebbe essere umile, questa è la teologia. Invece ha preferito fare la regina delle scienze». Dopo aver pubblicato testi di saggistica impegnata (come L’impazienza di Adamo, Borla 1964, sulla sessualità; Nostro Signore del deserto, Cittadella 1978, sulla preghiera), la Zarri scrive
nel 1981 un «resoconto di vita» (Erba della mia erba, Cittadella, 1981), spiegando la sua scelta eremitica nel settembre 1975, indicando la preghiera come «la contestazione più profonda di questo nostro mondo utilitario». Non mancherà tuttavia di essere presente ancora con scritti, su riviste come «Rocca» e persino sui quotidiani (negli ultimi anni collaborò a «il Manifesto»), dando voce al dissenso cattolico e al cristianesimo di base. Fedele sempre a quanto già scritto nel 1965: «so d’avere molto spesso reagito; ma chiedo che mi sia perdonato per l’amore», secondo l’insegnamento dei vescovi olandesi, per i quali «la critica cattolica è la completezza dell’amore verace per la Chiesa e va appaiata con la cristiana tristezza». Insomma, fece come santa Caterina (che aveva osato chiamare i cardinali «diavoli rossi»), osservando ironicamente: «Però è una cosa un po’ strana che sembri quasi sconveniente imitare i santi». Nell’ultimo «romanzo» si era divertita, alle spalle della curia romana, con Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis, 2008), immaginando un futuro Papa che lascia il Vaticano per tornare semplice prete, con un gatto chiamato Lutero. Aveva tenuto più di una conferenza in Ticino, dove contava ammiratori e amici, partecipando anche al «Sinodo dei laici», organizzato a Lugano da «Dialoghi» nel 1988. (a.l.)
Tonino Snider, l’impegno per i diritti Pubblichiamo un breve testo di Amnesty International Ticino in ricordo di Antonio Snider, che ne fu il primo presidente. Quarantacinque anni fa l’avvocato Antonio Snider, Tonino per noi e per quelli che lo conoscevano bene, assumeva con profonda convinzione e grande entusiasmo la prima presidenza del gruppo ticinese di Amnesty International. Un presidente, un prezioso collaboratore, un amico. Con un toccante discorso inaugurò la mostra dei cartelloni offerta ad Amnesty dai grafici
svizzeri con la quale il nostro gruppo si presentò ufficialmente al pubblico ticinese. Terminò il suo discorso con il suo modo serio e nel contempo gioioso dicendo: «spero proprio di non aver danneggiato l’associazione». In seguito, portò nel gruppo tutta la carica della sua sincera umanità e quella capacità che aveva di avvicinarsi agli altri che lo poneva immediatamente in sintonia con le persone che incontrava. Era convintissimo del nostro scopo: la liberazione delle persone incarcerate solo per le loro opinioni, per la loro appartenenza ad etnie, a religioni ed
a gruppi politici e sociali non graditi ai vari regimi. Nel suo grande senso di giustizia lo ferivano le persecuzioni e le iniquità inferte a tutte le persone, in modo speciale quelle che colpivano gli innocenti e le vittime senza difesa. Così non rifuggiva dalle richieste di commenti, chiarimenti e dichiarazioni provenienti dai media locali. Ogni incontro con lui era sicura fonte di insegnamento, spesso proposto con humor, ma comunque sempre con un fondo di serietà e di ispirazione all’agire per il bene. Caro Tonino, per noi sarai sempre un grande esempio.
No. 258 13 opinioni
Sinodo dei giovani Il rischio che resti lettera morta Giacomo D’Alessandro, pubblicista di Genova, così commenta la Christus vivit, l’Esortazione apostolica pubblicata da papa Francesco dopo il Sinodo dei giovani («Adista», 20 aprile 2019). Perché papa Francesco non traduce in misure concrete neanche una delle richieste uscite dal Sinodo sui Giovani? Questo mi sono chiesto leggendo d’un fiato l’esortazione apostolica Christus vivit. Un testo che personalmente attendevo con ansia da mesi, perché il documento finale del Sinodo si era pronunciato con una forza inedita su tantissime carenze pastorali. Tre su tutte ho trovato centrali: la sinodalità, come metodo da realizzare a tutti i livelli della Chiesa; l’accompagnamento personale da parte anche dei laici come servizio ai giovani; e forse il più importante: la richiesta, reiterata dai giovani, di spazi e ruoli per le donne nella Chiesa. Perché prendo a esempio proprio queste, su tante tematiche affrontate? Perché sono le meno scontate e le più auto-critiche, le più scomode per la classe dirigente della Chiesa cattolica. Mentre quello che si poteva dire sui migranti, sulle disuguaglianze, sulla vocazione, sul discernimento aveva un esito importante ma più ovvio, che la Chiesa abbia messo in campo un impegno speciale su questi tre punti era invece tutt’altro che prevedibile, e indica quanto questo Sinodo sia riuscito ad essere insolitamente rappresentativo della realtà. Proprio in virtù di questi presupposti, sono rimasto allibito nel constatare che la Christus vivit non contiene alcuna indicazione pratica di riforma ecclesiale in merito. Neanche un cenno, neanche la delega ad altri organi/ documenti di realizzare quanto uscito. Per essere un’esortazione, recepisce ma non esorta. Intendo dire che la scelta del papa è stata quella di apporre la sua autorevolezza agli esiti del Sinodo, riportandoli senza aggiungere quasi nulla di suo. […]. Se da un lato è incoraggiante leggere in un documento papale le stesse parole forti, chiare e nette uscite prima dalla consultazione dei giovani e poi dal confronto assembleare dei vescovi, la preoccupazione
adesso è che tutto questo rimanga lettera morta come tanti documenti che si sono sperticati in annunci generici lasciando poi tutto alla buona volontà delle diocesi, dove spesso prevale conservazione dell’esistente e paura di uscire dalle righe. Ma c’è un problema ancora maggiore: troppi vescovi si fermano o si giustificano dietro alle forme rigide del sistema. […] Mi do quindi due possibili risposte sulla sua scelta (del Papa) di pubblicare così l’esortazione: o questo Papa ritiene di attuarne le misure tramite diversa tipologia di provvedimenti, seguendo altre tempistiche e altri canali più efficaci; o la sua riforma è talmente in crisi – a fronte di una classe dirigente che in parte fa ostruzionismo anche per le innovazioni più piccole – che il Papa ha scelto di non tirare ulteriormente la corda per non rischiare uno scisma. La Christus vivit ha un suo valore? Certo che ce l’ha. Sigilla nel magistero e restituisce in modo accessibile una lettura «ringiovanita» della Chiesa nel mondo contemporaneo («chiediamo al Signore che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile»), e per certi aspetti fa dei balzi in avanti recuperando tanto terreno perduto. Penso al tema della sessualità, trattato con realismo, sentimento e propositività, senza esporsi a sconfessare dottrine passate ma senza neanche ribadirle, come a dire che «conta altro ormai». Penso al femminismo quando esorta a fare «attenzione alle legittime rivendicazioni delle donne che chiedono maggiore giustizia e uguaglianza» riconoscendo nella storia «una lunga trama di autoritarismo da parte degli uomini, di sottomissione, di varie forme di schiavitù, di abusi e di violenza maschilista». Penso al riconoscimento della pluralità di vie con cui i giovani d’oggi cercano Dio, praticano la spiritualità e l’umanesimo, «autentici punti di partenza», Penso al cambio degli stili di vita («quando vi entusiasmate per una vita comunitaria, siete capaci di grandi sacrifici per gli altri e per la comunità; l’isolamento, al contrario, vi indebolisce e vi espone ai peggiori mali del nostro tempo»). Francesco propo-
ne «ai giovani di andare oltre i gruppi di amici e costruire l’amicizia sociale, cercare il bene comune. «L’inimicizia sociale distrugge», così come i gruppi autoreferenziali di radical chic che si isolano illudendosi di essere quelli impegnati. Il papa sconfessa ogni proselitismo pastorale affermando che «il linguaggio che i giovani comprendono è quello di coloro che danno la vita», «plachiamo l’ansia di trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali». «Nelle nostre istituzioni dobbiamo offrire ai giovani luoghi appropriati, che essi possano gestire a loro piacimento e dove possano entrare e uscire liberamente», «e non è nemmeno necessario che uno accetti completamente tutti gli insegnamenti della Chiesa per poter partecipare ad alcuni dei nostri spazi dedicati ai giovani». Offre infine criteri di discernimento vocazionale molto più aderenti alla vita reale, non incentrati sulla consacrazione, quanto sulla ricerca del lavoro e del senso della vita che riguarda la maggioranza dei giovani. Col rischio di non decidere o di decidere in base ad ansia di certezze, di guadagno, di carriera, individualmente. «È vero che non puoi vivere senza lavorare e che a volte dovrai accettare quello che trovi, ma non rinunciare mai ai tuoi sogni, continua sempre a cercare, come minimo, modalità parziali o imperfette di vivere ciò che nel tuo discernimento riconosci come un’autentica vocazione». Mi limito a citare questi come spunti innovativi, ma Christus vivit ne ribadisce tanti altri già forti nel magistero di Francesco. Un valore proprio del documento è riuscire a ridire concetti anche ovvi con un linguaggio aggiornato, comprensibile, trasversale ed essenziale, restituendo un’attualità del Vangelo che affascina e coinvolge, e che, come già detto da Francesco in Evangelii gaudium, tenta di «setacciare» dalla mole del magistero recente solo quello che è utile e rilevante per una conversione missionaria della Chiesa. Mi auguro che il dopo-Sinodo sia veramente una fase anche graduale di messa in pratica: oggi più che mai, ai giovani non bastano affatto le parole; e non si mettono nemmeno a contestare, vanno direttamente da qualche altra parte a cercare «casa».
14
opinioni
No. 258
Vescovi per l’Europa Un nuovo umanesimo cristiano Su «Dialoghi» 256 è stato presentato il comunicato della Conferenza delle Chiese europee e della Commissione per i migranti dal titolo «Europa: è il nostro futuro» con cui si chiedeva alle Chiese e agli elettori cattolici di impegnarsi in vista delle elezioni, svoltesi lo scorso mese di maggio. La parte centrale del testo merita tuttavia di essere conosciuta (e attuata…) anche dopo il confronto elettorale e vale anche per gli Svizzeri, europei loro malgrado (storia e geografia non si possono abolire!), impegnati attualmente a difendere i propri interessi, specie economici, ma tuttavia sempre parimente responsabili del bene comune europeo. Cosa significa essere europei? L’Europa a volte è percepita come distante e auto-referenziale. Come cittadini europei, dobbiamo fare un passo avanti e assumerci la responsabilità di dare un significato concreto all’espressione «unità nella diversità». L’unità nella diversità implica regole comuni, che tengano conto della legittima protezione e promozione delle libertà e delle opportunità attraverso processi democratici che manifestino responsabilità, trasparenza e una giusta realizzazione dello stato di diritto. Le autorità pubbliche europee non dovrebbero essere percepite come coloro che impongono decisioni unilaterali dall’esterno, ma piuttosto come coloro che favoriscono l’impegno personale e collettivo di tutti i cittadini in un dialogo sincero, creativo e rispettoso. Per far fronte a queste sfide, l’UE deve riscoprire la sua identità comune e rafforzare la sua solidarietà, così da rinnovare i legami sociali che esistono sia nei, sia tra i Paesi e i popoli. Abbiamo bisogno di un’Unione europea che sappia proteggere le famiglie, le persone più vulnerabili, le diverse culture. Il rispetto del principio di sussidiarietà dovrebbe essere un pilastro fondamentale di una Unione in cui tutti si sentano a casa propria, uguali costruttori – oseremmo dire «conduttori» – del progetto europeo. Ciò significa allo stesso tempo custodire e preservare i risultati dell’UE, ed essere abbastanza ambiziosi da trovarne di nuovi. Il dialogo con le Chiese e le comunità religiose dovrebbe essere ulteriormen-
te rafforzato sulla base dell’articolo 17 del suo Trattato istitutivo, con creatività, impegno e rispetto da parte delle istituzioni europee. L’UE si trova ad affrontare sfide importanti. La digitalizzazione non rappresenta solo una crisi, ma anche una mutazione. Riprendere il controllo delle nostre vite di fronte alla digitalizzazione richiede decisioni per rendere l’economia e la finanza al servizio delle persone, specialmente le più vulnerabili. La digitalizzazione ha un impatto su tutti e su tutto ciò che conosciamo (il futuro del lavoro, la protezione dei dati personali, i molteplici usi dell’intelligenza artificiale). Per la COMECE è fondamentale preservare la centralità della persona umana e un approccio basato su solidi fondamenti etici. Si dovrebbero sviluppare a livello UE un insieme di regole e processi a favore della famiglia, così da accompagnare lo sviluppo umano integrale delle persone, delle famiglie e delle comunità. La questione demografica deve essere rimessa al centro della scena, sia in riferimento alla natalità, sia all’invecchiamento. La mancanza di speranza e di prospettive porta diversi Paesi ad un rapido declino della popolazione. I giovani europei devono sentirsi rassicurati, in condizione di poter formare una famiglia e di ritrovare speranza nel loro Paese di origine, attraverso progetti comuni e mutualmente vantaggiosi. Il benessere della famiglia umana è legato a un’Unione che favorisca una economia sociale di mercato. Le politiche per ridurre la povertà dovrebbero basarsi sull’idea che quel che funziona per i meno fortunati funziona per tutti. Occorre un rinnovato sforzo per trovare soluzioni efficaci e condivise riguardo ai processi di migrazione, asilo e integrazione. L’integrazione non riguarda solo le persone che entrano nell’UE, ma anche quei cittadini della UE che si trasferiscono in un Paese diverso dal proprio. Questo ci porta a domandare: come possiamo meglio accoglierci a vicenda in Europa? Inoltre, migrazione e asilo non rappresentano questioni indipendenti: esse sono collegate alla solidarietà, a una prospettiva in cui la persona è al centro, a politiche economiche e demografiche efficaci.
(Occorre) anche assumersi la responsabilità per il ruolo insostituibile dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa. Ad esempio, l’attenzione e la cura per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile non possono essere limitate entro i confini della UE […]. Un’Unione forte sulla scena internazionale è anche necessaria per la promozione e la protezione dei diritti umani in tutti i settori e perché sia efficace il contributo dell’UE, in quanto attore multilaterale, alla pace e alla giustizia economica. L’Europa deve rimanere competitiva senza rinunciare ai suoi principi e standard. Nel corso del Dialogo «(Ri)pensare l’Europa», nell’ottobre 2017, Papa Francesco ha ricordato che «L’Unione Europea manterrà fede alla suo impegno di pace nella misura in cui non perderà la speranza e saprà rinnovarsi per rispondere alle necessità e alle attese dei propri cittadini». I vescovi della COMECE, Commissione episcopale dei Paesi dell’Unione Europea Associazione «Viandanti» III CONVEGNO NAZIONALE Bologna, 26 ottobre 2019 «LO SPIRITO E NOI…» Dottrina e pastorale: continuità nel cambiamento La dottrina cristiana non è un sistema incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera; la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo. (Papa Francesco, Discorso al V Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, 10 novembre 2015) Il Convegno vorrebbe leggere il rapporto dottrina e pastorale assumendo, in un orizzonte poliedrico (EG 236), i mutamenti culturali dei destinatari dell’annuncio. A partire dalla perennità della fede, la dottrina ha sempre subito cambiamenti e aggiornamenti nella formulazione e nella prassi per calarsi nel con-
No. 258 15 opinioni
La Cena del Signore è per tutti Nel segno dell’unità Il periodico online «Ospitalità Eucaristica» ha chiesto ai teologi Paolo Ricca e Giovanni Cereti una dichiarazione congiunta sul tema dell’ospitalità eucaristica: il documento da essi preparato, La Cena del Signore, è stato sottoscritto, in veste di cofirmatari, da vari esponenti di diverse confessioni cristiane. Al documento è possibile aderire inviando un’email a ospitalita.eucaristica@gmail.com. La redazione di «Dialoghi» aderisce al documento e lo propone ai lettori. Noi, cristiani di appartenenze, provenienze ed esperienze ecclesiali diverse, tutti in cammino verso il Regno di Dio che in Gesù Cristo si è avvicinato all’umanità e a noi, – convinti che l’unità della Chiesa è da un lato un dono del Signore che dobbiamo ricevere e un suo comandamento a cui dobbiamo ubbidire, e dall’altro è un segno importante di unione che i cristiani devono offrire in un mondo tanto diviso; – avendo constatato attraverso incontri, dialoghi e preghiere comuni di condividere l’essenziale nella fede riguardo alla Cena del Signore – da testo sociale in continua evoluzione. Nel tempo dell’irrilevanza di Dio e del pluralismo religioso, nel tempo in cui i fedeli e le comunità tornano ad essere «parrocchiani-paroikoi-forestieri» nel mondo (cfr. A Diogneto), si vorrebbero assumere le contraddizioni interne alla Chiesa ricentrando la testimonianza sull’essenziale. Si dovrebbero indicare gli orizzonti essenziali dell’incarnazione del Vangelo oggi. Non ideologicamente piegati sull’attualità contingente, con la pretesa di soluzioni che non competono alla Chiesa, ma sulle strutture portanti anti-evangeliche e evangeliche che si intravedono. Non in modo universalmente generico, ma indicando alcune occasioni di dibattito e di possibile assunzione di responsabilità intra-ecclesiali. Non presidio di un «ethos culturale condiviso» quanto comunità di fede evangelicamente scandalosa. Convinti che la continui tà del cambiamento ha connotato da sempre la tradizione e la dottrina della Chiesa.
alcuni definita Eucaristia e da altri Santa Cena – e cioè che: – il Signore è presente nella Cena, che è Lui a presiederla in ogni Chiesa e che noi tutti che facciamo parte del suo popolo siamo suoi ospiti, essendo Gesù che ci accoglie alla sua mensa in quanto la Cena è «del Signore» e non delle Chiese, – la comunione che Egli ci dona è unicamente quella del pane, «suo corpo», del vino, «suo sangue», della sua santa Parola e della sua Presenza; – né Gesù né gli apostoli hanno spiegato il significato esatto da dare alle sue parole durante la Cena, né hanno chiarito il modo della presenza di Cristo Risorto; – le diverse dottrine che nei secoli passati e ancora oggi hanno cercato di interpretare i gesti, le parole e la presenza stessa di Gesù nella Cena hanno tutte un loro significato e valore, ma non sono costitutive della Cena; – la Cena rappresenta anche un momento di unione fra i cristiani e non può perciò essere occasione di divisione; – ogni celebrazione della Cena avviene nell’attesa della venuta di Gesù
sulla terra, che invochiamo con l’antica preghiera cristiana «Maranà tha», «Signore nostro, vieni!»; – sulla base di questo consenso liberamente e fraternamente raggiunto riteniamo che sia possibile ad ogni persona cristiana battezzata, in obbedienza alla propria coscienza e rimanendo in piena solidarietà con la propria Chiesa, essere accolti come graditi ospiti in ogni mensa cristiana in cui si celebri la Cena del Signore. Paolo Ricca, pastore e teologo valdese; Giovanni Cereti, prete e teologo cattolico. Co-firmatari: Maria Bonafede, pastora valdese; Daniele Garrone teologo valdese; Andrea Grillo, teologo cattolico; Lidia Maggi, pastora battista; Carlo Molari, teologo cattolico; Fredo Olivero, prete cattolico; Emmanuele Paschetto, pastore battista; Giuseppe Platone, pastore valdese; Antonietta Potente teologa cattolica; Felice Scalia, prete cattolico; Antonio Squitteri, pastore metodista; Kirsten Thiele, pastora.
IL PROGRAMMA 9.15
Accoglienza e saluti
9.30 Introduzione 10.00
Trarre cose nuove dalle cose antiche Relatore: Flavio Dalla Vecchia
10.30
Continuità e aggiornamento della dottrina nella storia della Chiesa Il caso del diritto alla libertà religiosa Relatore: Daniele Menozzi
11.30
Discernere e testimoniare «In quei giorni sorse un malcontento» (At 6;15) Relatore: Giovanni Ferretti
12.15 Dibattito 14.45
Perché non ci sia un gregge senza pastore «Adempi al tuo ministero…» (2Tm 4,5) Relatori: Letiza Tomassone e Severino Dianich
16.00-17.15 Dibattito 17.15
Osservazioni finali (Presidenza)
17.30 Chiusura Associazione «Viandanti» – Rete dei Viandanti Via Giuditta Sidoli 94 – 43123 Parma
16
biblioteca
BIBLIOTECA Religione a scuola Quarant’anni di dibattito Il volume di Flavio Pajer documenta lo sviluppo pluridecennale delle ricerche relative alla discussa presenza della religione nella scuola pubblica italiana. L’autore, testimone diretto del tempo che va dalla vigilia della revisione concordataria fino al presente, esamina l’identità del sapere religioso alla luce delle scienze della religione e dell’educazione; discute la gamma delle posizioni via via emerse nella pubblicistica più informata; opta per una democratizzazione della gestione del patrimonio religioso nella scuola di tutti; elabora modelli e percorsi di alfabetizzazione religiosa nella modernità plurale e post-secolare. Come scrive nella prefazione Lino Prenna, quello di Pajer è un percorso di riflessione intellettuale che, in concreto, cerca di «cogliere l’opportunità della rilevanza pubblica del religioso e del processo di diversificazione diffusa, per liberare la religione dalla gestione verticistica di Stato e Chiesa, ma anche dalla tenaglia ideologica del laicismo e del clericalismo, per riconsiderarla, nella sua natura di fatto culturale e fattore di umanizzazione, esperienza di irriducibile universalità e risorsa valoriale delle esauste democrazie moderne. E da questa natura trarre le ragioni di legittimazione scolastica». Pajer F., Scuola e religione in Italia. Quarant’anni di ricerche e dibattiti, Roma, Aracne, 2019, pp. 459, euro 23.
Aldo Moro martire di Stato Può parere un tantino folle che su «Dialoghi» si segnali un volume di 417 pagine scritto in inglese. Ma, a parte la circostanza che l’inglese di questo libro è scorrevole e molto leggibile, almeno due sono i motivi della presente segnalazione (non oso chiamarla: recensione). Il primo si riferisce al soggetto: l’uccisione di Aldo Moro, avvenuta a opera delle «Brigate rosse» il 9 maggio 1978, destò un’enorme emozione anche fuori d’Italia. Io allora lavoravo al «Corriere del Ticino» e ricordo bene la convinzione che ne trassi: non sarebbe stata, quella, la vittoria delle «Brigate rosse» ma
l’inizio della loro definitiva sconfitta. Il secondo motivo è che l’autore è un ticinese che abita nel Canton Zurigo: Baldassare Scolari, un giovane eticista che ho avuto il piacere di conoscere al Locarno Film Festival dell’anno scorso perché faceva parte della giuria ecumenica. Ragionando sulla possibilità (e l’augurio) che l’opera sia presto tradotta in italiano, mi rendo conto che sul «caso Moro» si potrebbe anche dire che sia stato detto e scritto tutto: sui giornali, sulle riviste, sui libri, al cinema e in teatro. L’autore sostiene invece che l’episodio vada approfondito da un’angolazione finora poco utilizzata: attraverso il significato che gli è stato attribuito. Su questo ha certamente ragione: la storia ha tendenza a ripetersi, i meccanismi che governano la memoria della gente corrono sempre pericolo di mistificazione. Si dice: il tempo passa, la gente dimentica, la storia non si ripete… L’autore sostiene invece che la manipolazione ha tendenza a consolidarsi nel tempo, vincendo la partita grazie all’inerzia della memoria collettiva. Nel «caso Moro», per esempio, tende ad attenuarsi la memoria del contrasto che il prigioniero tenne vivo fino alla sua morte con le autorità del suo partito e del Paese (voleva che fossero da accettare le condizioni poste dalle BR per la sua liberazione) mentre si stabilizza l’immagine dell’uomo che si sacrifica per il bene comune. La rappresentazione diventa così anche «performativa», ossia produce ideologia. Agli eroi si dedicano monumenti, la verità sparisce dietro l’idealizzazione. Un potente supporto a questa idealizzazione è offerto dalla religione, dal cristianesimo in particolare, attraverso il culto dei martiri. Il modello è descritto da antropologi come René Girard per dimostrare come sia avvenuto il superamento dell’antico mito del capro espiatorio: ora è l’innocente che paga per tutti, e Cristo lo afferma con la sua Passione. Ideologia difficile da scardinare, sia sul versante religioso sia sul versante storico, ma «performativa» in quanto sostiene i valori pur transeunti del potere. Chi scrive non è in grado di concludere se Scolari abbia ragione, e se le sue riserve valgano non solo nel caso specifico ma anche per altri casi del passato: l’assassinio di J. F. Kennedy, di Gandhi o di Ithzak Rabin, come probabile. È dunque sperabile che
No. 258
alla domanda rispondano persone di ben altra competenza. Ma anch’io ritengo che la demistificazione del potere politico, di qualunque potere, sia una necessità costante ed è vero che i giornalisti si lasciano spesso abbagliare dalle apparenze. Né metterò lingua nella critica al culto dei martiri, benché l’autore dimostri che l’uso che se ne fa deve suscitare molte riserve, e almeno perplessità deve suscitare l’apertura di una causa di beatificazione per Aldo Moro. Alla memoria dello statista democristiano, martire civile o che altro si voglia, rimane dovuto il rispetto: e magari anche un poco di scuse per averlo fatto passare per ingenuo, o drogato o alienato, a causa delle lettere che mandava dalla prigione di Via Fani. E.M. Scolari B., State Martyr. Representation and Performativity of Political Violence, Nomos Verlag, Baden-Baden, pp. 2019.
Lettere dal Novecento Memoria di un testimone Raniero la Valle è un intellettuale che non si è mai fermato. Non lo ha fatto quando gli è stata tolta la direzione dell’«Avvenire d’Italia» nel 1967, perché quella voce che aveva contribuito a fare il Concilio risultava ormai scomoda e pericolosamente controcorrente. Non si è fermato di fronte alle pressioni enormi che gravarono sulla folta pattuglia dei «cattolici per il No» al referendum del 1974 e poi sul nucleo cattolico della Sinistra Indipendente. Non lo ha fatto nei suoi anni intensi da deputato e neppure dopo la fine del suo Novecento, continuando ad animare gruppi, esperienze di base, fermenti del miglior cattolicesimo post-conciliare. Con questo suo ultimo libro, Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila, Raniero ha deciso di fare una piccola sosta per guardarsi alle spalle, ma con in testa il millennio in divenire. Sono alcuni dei suoi scritti, discorsi, riflessioni elaborati (grosso modo) nel corso dell’ultimo triennio e, in diversi casi già usciti sul sito «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri», il portale nato nel dicembre 2015 per «tenere vivo l’aggiornamento conciliare». Lettere che ha deciso di raccogliere in un volume da consegnare ai nati nel terzo millennio, con l’auspicio che «si convincano che il loro compito non è solo di capire il loro tempo, ma di salvarlo». La salvezza è una parola chiave di questo libro dedicato a papa France-
No. 258 17 biblioteca
sco, «perché ha molto amato». Dalla lettura dei diversi contributi sembra emergere un quadro molto articolato, eppure straordinariamente organico nel tenere insieme le principali direttrici religiose e politiche. I due elementi non sono mai stati disgiungibili per un pensatore che ha fatto della militanza ecclesiale e politica la sua ragione di vita. Si parte dalle polemiche attorno al caso Moro, che già negli anni novanta La Valle interpretava come un gesto sacrificale, sebbene si fosse trattato di un sacrificio voluto dal potere per purificarsi nel sangue del dirigente democristiano. E si passa rapidamente al mondo dopo il secolo breve, cioè al Novecento dopo la caduta del Muro che viene descritto come il peggiore di quello della guerra fredda. Abbiamo avuto la finanza al potere; invece di fare l’Europa abbiamo fatto il capitalismo realizzato, e con i Trattati europei l’abbiamo dotato di una Costituzione rigida. Conseguente è anche l’analisi della trasformazione politica. Si prenda questo passaggio, datato aprile 2016: «Penso che adesso sia del tutto legittimo che la gente voglia cambiare politica e padroni, che rifiuti di consegnarsi come suddita a un partito che si
chiama Democratico ma che pretende di avere un potere esclusivo e solitario; perciò non mi scandalizzo dei Cinque Stelle, penso che sia del tutto legittimo che gli Inglesi escano dall’Unione Europea e che sia legittimo pensare che l’Europa non debba essere l’Europa di Maastricht e della tecnocrazia finanziaria». La polemica contro il Pd di Matteo Renzi ritorna con forza anche nei contributi scritti durante la stagione che ha visto l’autore alla testa del gruppo dei «Cattolici del No» al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. È stato un passaggio molto difficile – soprattutto nel riuscire a comunicare le motivazioni politiche profonde (la crisi della cultura democratica e l’esigenza dei mercati di sottomettere la rappresentanza), a suo giudizio alla radice dell’iniziativa del governo – che ha diviso anche la galassia del cattolicesimo di base. Molto significativo, e a suo tempo molto discusso, è anche l’articolo uscito all’indomani delle elezioni del 2018, in cui La Valle, coerentemente con la sua riflessione, invitava sostanzialmente il Pd a mettere da parte l’isolazionismo renziano per evitare che si creasse un governo gialloverde. Come si è detto,
religione e politica si tengono insieme nello sguardo dell’autore, su un mondo lacerato dalla crisi ecologica, dall’emergenza migratoria, dalle guerre e dal riemergere, nel terrorismo, di uno scontro di civiltà di cui si invita a considerare anche le radici religiose. Su questo punto La Valle è molto attento nel sottolineare che il ricorso alla religione è stato soprattutto strumentale e politicizzato. A suo parere, però, rinchiudersi nella difesa della laicità non è più una risposta sufficiente, soprattutto in questo presente post-secolare. Da qui la questione «di quale Dio parliamo», il vero centro nevralgico della svolta di papa Bergoglio. AI pontefice argentino sono dedicati molti passaggi in diversi testi pubblicati nel libro. Commentando la decisione di aprire il giubileo della misericordia a Bangui, La Valle parIa di un punto di non ritorno per tutta la Chiesa, nel segno della de-occidentalizzazione e della riscoperta del messianesimo post-conciliare. (Testo ripreso da «Adista», giugno 2019) La Valle R., Lettere in bottiglia. Ai nuovi nati questo vostro Duemila, Verona, Gabrielli, 2019, pp. 271.
Associazioni dei musulmani in Svizzera Circa 500.000 persone di confessione musulmana vivono in Svizzera, ossia l’equivalente del 5% della popolazione, rappresentate da numerosi club, associazioni e gruppi. Non esiste tuttavia una grande associazione svizzera riconosciuta da tutti i musulmani. Sono la terza comunità religiosa, dopo la cattolica (37,2%) e i riformati evangelici (25%). Negli anni ’90, numerosi musulmani sono immigrati, specialmente dalla ex Jugoslavia (Kosovo e Macedonia) ma anche dalla Turchia. Nessuna organizzazione musulmana è riconosciuta dallo Stato (Cantoni). A Basilea città, tuttavia, due associazioni Alevite hanno avuto un «piccolo riconoscimento» nel 2010. I musulmani, quindi, si organizzano secondo il diritto privato svizzero come associazioni o fondazioni. Essi tuttavia non formano un blocco unico dal punto di vista etico, culturale o religioso: le moschee sono organizzate secondo lingue e zone di provenienza geografica e culturale. Le più importanti organizzazioni che raggruppano i musulmani in Svizzera sono le seguenti:
– la Federazione delle Organizzazioni Islamiche della Svizzera (FOIS): è stata fondata nel 2006 e comprende 12 organizzazioni di tipo territoriale o linguistico. La FOIS rappresenta circa 170 associazioni di moschee in Svizzera e perciò costituisce la più grande organizzazione islamica del paese. La FOIS si considera come il centro dell’Islam e incoraggia «l’integrazione attiva pacifica dei musulmani in Svizzera e la capacità di adattarsi dell’Islam e dei musulmani». Il suo presidente è Montassar Benmrad. – l’organizzazione cappello delle comunità albano-islamiche della Svizzera è la DAIG, fondata nel 2017, che comprende circa 40 associazioni di moschee di lingua albanese. Ha sede a Zurigo e il presidente è Mehas Aliya. – il Forum per l’Islam Progressista (FIP) è stato fondato nel 2004, conta meno di 300 membri e vuole contribuire a «un Islam aperto, contemporaneo e umano». La presidente e fondatrice è Saïda Keller – Messahli. Lo scopo del FIP è di aprire la prospettiva musulmana e promuovere l’immagine di un musulmanesimo che conosce i fon-
damenti della democrazia e rispetta i diritti dell’uomo. – il Consiglio centrale Islamico della Svizzera è stato fondato nel 2009 ed è considerato fondamentalista e islamista. L’organizzazione è sotto controllo del servizio d’informazione del governo federale. Il CIEC pretende di avere circa 4.000 membri, ed è considerato dalla maggior parte dei musulmani svizzeri un fenomeno marginale. Tra le associazioni regionali va menzionata l’Unione Vodese delle Associazioni Musulmane (UVAM): nata nel 2004; è formata da nove associazioni che rappresentano diverse regioni del Canton Vaud e conta oggi 17 membri. L’UVAM opera per rafforzare le buone relazioni con le autorità e le comunità religiose del Cantone, così come con la popolazione vodese, per promuovere l’integrazione dei musulmani nel Cantone e il dialoghi interreligioso. In Svizzera esistono circa 260 moschee, la maggior parte situate in edifici commerciali affittati. In questi ultimi anni sono sorti numerosi luoghi di culto diffusi sul territorio.
18
cronaca svizzera
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Diocesi in rosso. Il fascicolo n. 6 (giugno) della «Rivista della diocesi di Lugano» presenta il rendiconto finanziario 2018 della Diocesi che chiude con un disavanzo delle attività ordinarie di oltre un milione di franchi. Le uscite principali sono indicate «per grandi numeri»: costi del personale, oltre 1,3 milioni, spese generali 187mila franchi, palazzo vescovile circa 140.000 franchi, contributi interdiocesani oltre 400.000 franchi, mentre per la pastorale diocesana si sono spesi 263mila franchi, 131mila per sovvenzioni ai sacerdoti e 1,1 milioni per strutture diocesane. Sono indicazioni generali che certamente lasciano i diocesani poco informati e che devono fidarsi di quanto scrivono i revisori, per i quali «Non abbiamo accertato elementi riconducibili a una sopravvalutazione di attivi, una sottovalutazione di passivi o un risultato economico non effettivo della Diocesi». Tutti contenti? No, ma torneremo sull’argomento, per chiedere quelle informazioni che possono veramente interessare il semplice «popolo di Dio». Vescovi favorevoli. In occasione della sua assemblea di metà settembre, la Conferenza dei Vescovi svizzeri ha deciso di sostenere l’iniziativa costituzionale per multinazionali responsabili. L’iniziativa vuole obbligare le società con sede in Svizzera a vigilare sulle loro attività a tutela dei diritti umani e dell’ambiente sia in patria sia all’estero. L’iniziativa, promossa da numerose associazioni, è attualmente all’esame delle Camere federali che hanno discusso sulla possibilità di elaborare un controprogetto. Ufficio stampa. Dal sito del 3 giugno della Diocesi apprendiamo che l’Ufficio stampa è un Organismo di Curia, appartenente al segretariato vescovile, che si pone al servizio dell’intera struttura della Curia e della Diocesi nelle sue articolazioni. I suoi scopi principali sono: a) aiutare a prendere coscienza dell’importanza della comunicazione nell’attività pastorale e, pertanto, educare alla comunicazione; b) promuovere la corretta comunicazione delle finalità e della realtà della Chiesa diocesana; c) coordinare gli strumenti di comunicazione sociale che fanno riferimento alla Diocesi; d) promuovere e curare i rapporti della
Diocesi e dei suoi Organismi con la totalità degli strumenti di comunicazione; e) promuovere e coordinare la ricerca e la documentazione in materia di comunicazioni sociali. L’Ufficio Stampa è coordinato da Luca Montagner (Borghetto 6 6900 Lugano, +41 (0)91 913 89 83 / +41 (0)79 1399290 addetto.stampa@catt.ch). «Dialoghi» augura buon lavoro al nuovo coordinatore, auspicando un proficua futura collaborazione. Intanto gli segnala le osservazioni su «Catholica» pubblicate su questo numero. Sacrificio 2018. Nel 2018 il Sacrificio Quaresimale è riuscito a raggiungere oltre 2 milioni di persone in 14 pae si di Africa, America Latina e Asia attraverso i suoi programmi e i suoi progetti. Uno studio dimostra inoltre che il lavoro di Sacrificio Quaresimale raggiunge le fasce più povere della popolazione e che queste possono migliorare la loro situazione economica grazie ai gruppi di risparmio solidale. Da oltre 20 anni Sacrificio Quaresimale e le sue organizzazioni partner concentrano il loro lavoro su gruppi di risparmio solidale che si adattano alle caratteristiche culturali dei rispettivi paesi. Dal punto di vista finanziario il 2018 si è concluso in modo soddisfacente per Sacrificio Quaresimale. I proventi da donazioni e contributi ammontano a 15.685.116 franchi (l’anno precedente erano 15.720.000 franchi). Il totale dei ricavi d’esercizio, insieme ai prodotti di operazioni di negoziazione e di prestazioni, ammonta a 21.889.927 franchi (21.831.431 franchi nel 2017), con un aumento di 58.496 franchi (0,27%) rispetto all’anno precedente. Catechismo ecumenico. Al Sinodo della Chiesa riformata del Cantone di Friburgo il 27 maggio a Grangeneuve, un delegato ha proposto un catechismo ecumenico nelle scuole. Secondo il delegato Vicinius Stauffer, «se ci uniamo con i cattolici, saremo presenti più a lungo nelle scuole», pertanto «il Sinodo accetti di condurre negoziati con il vescovado per stabilire un catechismo comune alla Chiesa cattolica tra il primo e l’ottavo anno scolastico». Nel sistema scolastico di Friburgo, i corsi di educazione religiosa ecumenica si svolgono già con i bambini dai 4 ai 6 anni. Poi gli studenti protestanti e cat-
No. 258
tolici sono separati e i giovani di altre fedi o non credenti rimangono in classe. Secondo Stauffer, l’insegnamento comune offre la conoscenza di tutte le tendenze del cristianesimo; inoltre verrebbe inviato un forte messaggio di unità cristiana alla società. La proposta non ha suscitato l’applauso del Consiglio sinodale. Anche se la proposta non necessitava di una risposta da parte dell’esecutivo, i delegati hanno desiderato comunque esprimere la loro opinione, ma non hanno chiesto che il postulato venisse ufficialmente affrontato dal Sinodo e il caso è stato chiuso dopo aver sollevato comunque questioni sostanziali. Aiuto alla stampa. Di fronte alla drastica riduzione delle entrate pubblicitarie, la stampa scritta dovrebbe essere maggiormente sostenuta dalla Confederazione. È l’opinione della Commissione delle telecomunicazioni del Consiglio degli Stati, che intende aiutare tempestivamente la stampa attraverso un rafforzamento del sostegno indiretto. La Commissione ha sottolineato in particolare come la stampa scritta – il cui ruolo continua ad essere d’importanza fondamentale per la formazione delle opinioni in Svizzera – sia oggi confrontata con sfide economiche esistenziali. Per questo motivo, con 8 voti favorevoli, 3 contrari e 1 astensione, ha dato seguito a un’iniziativa parlamentare di Géraldine Savary (PS) che chiede di rafforzare il sostegno indiretto alla stampa scritta destinandole per la distribuzione di giornali e periodici una parte delle eccedenze percepite con la riscossione del canone radio-tv. La Confederazione versa attualmente 50 milioni annui a questo scopo. Anche un’altra iniziativa di Stefan Engler (PPD), che va in questa direzione, è stata sostenuta all’unanimità. Essa chiede un ampliamento temporale (di dieci anni) dell’aiuto indiretto. La Confederazione sosterrebbe così la trasformazione digitale della stampa scritta proposta sotto forma di abbonamenti. Anche in questo caso i contributi dovrebbero in primo luogo aiutare la consegna e la diffusione dei giornali. La Commissione ha pure dato seguito, all’unanimità, a un’iniziativa parlamentare di Filippo Lombardi (PPD) che chiede a più lungo termine una modifica costituzionale affinché la Confederazione possa incoraggiare la stampa anche tramite un aiuto diretto. Tale soluzione passerebbe attraverso un nuovo articolo costituzionale sui media, senza differenze di tecnologia o di supporto utilizzati; attualmente, la
No. 258 19 cronaca svizzera
Confederazione può legiferare soltanto sulla radio e la televisione. Secondo Lombardi questa diversità di trattamento non si giustifica più, poiché le frontiere tra i vari media si sono dissolte. Per il consigliere agli Stati ticinese, la stampa scritta è oggi svantaggiata, nonostante fornisca pure una prestazione di servizio pubblico.
alternativa, la penuria potrebbe essere colmata con un’inclusione maggiore delle forze lavoro, in particolare delle donne. Attualmente l’80% delle donne partecipa al mercato del lavoro, ma il 45% è attivo a tempo parziale. Soprattutto le donne con figli non più in età scolastica avrebbero la possibilità di aumentare il tempo di lavoro.
Tutti i nostri. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica relativi agli anni 2016 e 2017, in Svizzera oltre il 17% della popolazione di più di 15 anni ha la doppia cittadinanza: in numeri assoluti si tratta di 916.000 persone. Ginevra ha il primato: il suo tasso raggiunge il 45%; seguono il Ticino, con quasi il 30%, e Vaud, con circa il 27%. Il 64,4% della popolazione con la doppia cittadinanza ha ottenuto quella svizzera per naturalizzazione, mentre il 35,6% per nascita. La nazionalità originaria più frequentemente mantenuta è quella italiana (24,7%), seguono quella francese (10,2%) e quella tedesca (7,8%). In forte flessione è l’interesse per la cittadinanza svizzera da parte degli italiani: nel 2000 raggiungevano quasi un quarto di tutte le naturalizzazioni, mentre nel 2017 sono il 13%. Lo scorso anno a ottenere la cittadinanza svizzera sono state quasi 45.000 persone, 2.000 in più dell’anno precedente.
Accoglienza svizzera. Nei prossimi due anni la Svizzera accoglierà ogni anno 800 persone particolarmente vulnerabili provenienti soprattutto da regioni di crisi nel Vicino Oriente, grazie alla partecipazione elvetica al programma di reinsediamento dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. La strategia messa a punto in collaborazione con i Cantoni, i Comuni e altre organizzazioni prevede che il Consiglio federale adotti ogni due anni un programma di reinsediamento per un minimo di 1.500 a un massimo di 2.000 rifugiati. Per il prossimo biennio saranno così accolte fino a 1.600 persone (800 al massimo nel 2020 e altrettante l’anno seguente). L’ammissione presuppone inoltre l’adempimento di una serie di condizioni, tra cui il riconoscimento della qualità di rifugiato da parte dell’ACNUR e il bisogno di protezione che non può essere soddisfatto nel Paese di primo asilo, nonché la disponibilità a integrarsi in Svizzera.
Mancheranno braccia. Alla Svizzera mancherà presto fino a mezzo milione di lavoratori. L’immigrazione da sola non basterà a colmare la penuria di forza lavoro secondo gli esperti di UBS, i quali suggeriscono di flessibilizzare l’età di pensionamento e di sfruttare meglio il potenziale delle donne impiegate a tempo parziale per far fronte a questa sfida. Nei prossimi dieci-vent’anni, i lavoratori nati negli anni del «baby boom» andranno in pensione. Ma, poiché il numero dei giovani che entrano nel mercato del lavoro sarà nettamente inferiore, nel prossimo decennio la Svizzera sarà confrontata con una penuria di forze lavoro. Se il tasso di crescita dell’occupazione resta sui livelli registrati dal 1960 (+1% all’anno), secondo i calcoli mancheranno, nei prossimi dieci anni, oltre 300.000 lavoratori. Se la domanda resterà dinamica come negli ultimi quindici anni (1,3% annuo), ne mancheranno perfino 500.000. Nei prossimi dieci anni, la Svizzera necessiterebbe di un tasso di immigrazione netto di oltre 100.000 persone all’anno per fare fronte a una crescita dell’occupazione dell’1% annuo. In
Poche donne dirigenti. Con una quota femminile inferiore al 10 per cento, negli organi direttivi delle aziende svizzere ancora oggi le donne sono fortemente sottorappresentate. Travail Suisse chiede che siano adottate finalmente misure efficaci per far fronte a questa ineguaglianza tra i sessi negli organi di direzione. Il risultato dell’analisi relativa alle donne negli organi dirigenziali è tuttora deludente: nelle aziende esaminate nel 2018, dei 206 membri appartenenti alle direzioni dei gruppi aziendali, solo 18 erano donne, il che corrisponde a una quota inferiore al 9 per cento. Negli ultimi 16 anni questa percentuale non è cambiata di molto: nelle direzioni di quasi la metà delle imprese esaminate, le donne sono del tutto assenti. Mentre la quota femminile nelle direzioni rimane pressoché invariata, aumenta la presenza nei consigli d’amministrazione degli ultimi anni. Secondo un’indagine del 2018, nei consigli d’amministrazione c’era il 25,66% di donne, il doppio rispetto a 10 anni prima; la quota femminile è tuttora a livelli bassi, anche rispetto agli altri Paesi europei.
Svizzera carente. I posti nelle 19 case per donne vittime di violenza domestica distribuite sul territorio elvetico non sono sufficienti: lo scorso anno quasi una persona bisognosa di protezione su due ha ricevuto un rifiuto, in molti casi per mancanza di spazio o di personale qualificato. Nel 2018 le richieste d’aiuto sono state 1.771: di esse 965 sono andate a buon fine e le persone che hanno ottenuto rifugio hanno trascorso in media 37 giorni in una delle case delle donne. I rifiuti sono invece stati 806. In certi casi giustificati: alcune vittime sono state indirizzate verso ospedali, oppure mandate in un’altra regione per evitare di essere rintracciate dal loro aguzzino. Nel 27% dei casi, la causa sarebbe invece da ricercare nella carenza di risorse: 478 donne non hanno ricevuto protezione per mancanza di spazio o di personale adeguato. Ciò accade per ragioni finanziarie: nel 2018 una sola casa di accoglienza per le donne è stata interamente sussidiata dal cantone in cui si trovava, mentre la maggior parte di questi rifugi sopravvive solo grazie a donazioni private. Una situazione non compatibile con uno Stato che ha aderito alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fenomeni, questi, ancora in gran parte nascosti. La statistica federale indica qualche dato sul quale vale la pena di riflettere. Ogni due settimane una persona muore a causa della violenza domestica; in media 25 l’anno, tra cui si contano 4 bambini. Ogni settimana la polizia registra un tentato omicidio (in media 50 l’anno). Nel periodo 2009-2018, 411 donne (62,6%), 191 uomini (25,4%) e 90 bambini (12%) sono stati vittime di omicidi o tentati omicidi. Tra il 2009 e il 2018 sono stati commessi 249 omicidi: il 74,7% delle vittime erano donne o ragazze, il 25,3% uomini e ragazzi. Cambia l’informazione. Secondo uno studio sulla qualità dei media, in Svizzera oltre il 40% si informa principalmente sui siti Internet d’attualità (32%) o tramite i social network (9%). I canali online hanno quindi sorpassato la televisione (30%) quale principale fonte d’informazione, mentre sempre meno consumatori preferiscono la stampa scritta (18%) e le trasmissioni radiofoniche (9%). La stampa comunque ricopre ancora un ruolo più importante rispetto ad altri Paesi europei, che generalmente la situano sotto il 10%.
20
cronaca internazionale
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Denuncia obbligatoria. Papa Francesco nella Lettera apostolica Vox estis lux mundi, datata 7 maggio 2019 ed entrata in vigore il 1° giugno, ha stabilito un obbligo di denuncia anche alle autorità civili degli abusi sessuali da parte di chi ne viene a conoscenza; chi non la presenta ne pagherà le conseguenze. Perciò non sarà più ammesso che un vescovo taccia su un chierico che si sia macchiato di crimini. Lo prescrive l’articolo 19 titolato «Osservanza delle leggi statali»: «Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti». Le norme, riguardano segnalazioni relative a chierici o a membri di istituti di vita consacrata o di società di vita apostolica. Le azioni delittuose sono così specificate: «costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali; compiere atti sessuali con un minore o con una persona vulnerabile; produzione, esibizione, detenzione o distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché reclutamento o induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare a esibizioni pornografiche». A questi delitti si aggiungono «azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso». Donne in Vaticano. Le religiose fanno finalmente il loro ingresso nel dicastero vaticano che si occupa della vita consacrata e monastica, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, presieduta dal card. Joao Braz de Aviz. L’8 luglio scorso, con un passo senza precedenti, papa Francesco, procedendo alla nomina di nuovi membri, ha scelto sei superiore generali di importanti congregazioni femminili e una laica consacrata. Si tratta di suor Yvonne Reungoat, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, (Salesiane di Don Bosco); suor Simona Brambilla, superiora delle Suore Missionarie della Consolata; suor Lulgla Coccia, Pie Madri della Nigrizia (Comboniane); suor Kathleen Appler, superiora generale delle Figlie della Carità di
S. Vincenzo de’ Paoli; suor Françoise Massy, delle Suore Francescane Missionarie di Maria; suor M. Rita Calvo Sanz, superiora generale dell’Ordine della Compagnia di Maria Nostra Signora e Olga Krizova, presidente generale dell’Istituto Secolare Volontarie di Don Bosco. Insieme agli altri 17 membri, tra cardinali, vescovi e religiosi, le sette donne entrano dunque in un mondo finora esclusivamente maschile. In questa direzione di maggiore inclusione delle donne in ruoli decisionali all’interno della Curia è da iscrivere anche la nomina, nel 2014, di suor Irma Luzta Premoli, all’epoca superiora generale delle Missionarie Comboniane, a membro della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, mentre risale allo scorso maggio la scelta di quattro donne a consultrici della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi. Contro l’economia disumana. Sotto il titolo «Economy of Francesco», il Papa promuove un evento che si svolgerà ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020 e che così motiva nella Lettera inviata il 10 maggio «ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda». Citando l’enciclica Laudato si’, il Papa spiega che è necessario «correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future», per generare «un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità, mentre purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi». Secondo il custode del Convento dì Assisi, padre Mauro Gambetti, l’incontro è destinato a dare il via a una nuova economia: «Pieni di speranza, accogliamo con gioia l’iniziativa del Papa di convocare ad Assisi i giovani, profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente. I quattro verbi che il successore di Pietro ci consegna: «Rianimare», «Rivedere»,
No. 258
«Rispondere» e «Riparare» tracciano la strada che percorreremo insieme a tutti coloro che coltiveranno il sogno di un nuovo umanesimo, ispirandosi a Francesco, per il rinnovamento dell’economia». Fame nel mondo. Più di 820 milioni di persone soffrono ancora oggi la fame. È quanto emerge dal rapporto «Lo stato di sicurezza alimentare e nutrizione nel mondo 2019» della FAO. Si stimano in oltre 2 miliardi coloro che non hanno accesso regolare a cibo sicuro, nutriente e sufficiente, tra quelli colpiti da livelli moderati di insicurezza alimentare e quelli che soffrono la fame, incluso l’8% della popolazione in Nord America ed Europa. Il rapporto, nell’ottica dell’obiettivo «Fame Zero» entro il 2030, segnala che, «dopo decenni di costante calo, la tendenza fame nel mondo, misurata dalla prevalenza di denutrizione, rimane invariata negli ultimi tre anni a un livello leggermente inferiore all’11%». La fame «è in aumento in quasi tutti gli Stati africani, rendendo il continente la zona geografica con la più alta prevalenza di denutrizione, quasi il 20%. Aumento pure in America Latina e Caraibi, anche se siamo ancora al di sotto del 7%. Nell’Asia occidentale l’aumento è continuo dal 2010, con oltre il 12%». Imbroglio italiano. Coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille per le Chiese sono circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco), ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato: quindi, in realtà, non è stato il 79,94%, ma il 34,2% dei contribuenti ad aver scelto di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica. Inoltre, a decidere sono solo i contribuenti, non tutti i cittadini. Le firme per la Chiesa cattolica diminuiscono (con una flessione dell’1,28%), ma i fondi, grazie anche a un sostanzioso conguaglio, relativo al 2016, di 60 milioni di euro, aumentano, tornando, dopo due anni, a sfondare la soglia del miliardo e raggiungendo il secondo risultato migliore di tutti i tempi: 1.133.074.425 euro. Nella ripartizioni delle somme, approvata durante l’assemblea generale dei vescovi (non certo dei contribuenti), complessivamente sono state confermate le scelte tradizionali: il 40% per esigenze di culto e pastorale (lo scorso anno il 35%); il 35% per il sostenta-
No. 258 21 cronaca internazionale
mento del clero (invece del 37%) e il 25% per gli interventi caritativi (invece del 28% dell’anno precedente). Queste ultime destinazioni dei fondi sono da sempre indicate nelle campagne pubblicitarie pro otto per mille. In particolare, a «culto e pastorale» sono stati destinati 436 milioni (ben 80 in più rispetto allo scorso anno): 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 132 per l’edilizia di culto, 73 per la catechesi e l’educazione cristiana, 13,5 per i tribunali ecclesiastici regionali e 61,5 per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». AI sostentamento del clero sono stati riservati 384 milioni (lo scorso anno 367,5). Agli interventi caritativi sono stati destinati 285 milioni di euro, 10 in più dello scorso anno, così suddivisi: 150 milioni alle diocesi, solo 70 per il (propagandato…) «Terzo mondo» e 65 per «esigenze di rilievo nazionale». In cassa restano 27 milioni, accantonati «a futura destinazione» (da «Adista» del 1° giugno 2019). Giustizia per i figli. In Francia, ai figli di preti e suore la Chiesa sta finalmente aprendo le porte. L’accelerazione con cui i media hanno cominciato a dedicare attenzione alle storie di queste persone ha infatti smosso le acque anche all’interno delle istituzioni e delle diocesi, per dare riconoscimento a una realtà molto più diffusa di quanto si pensi. «le Monde» ha dedicato un articolo all’incontro avvenuto, il 13 giugno scorso, fra tre membri dell’associazione «Les Enfants du silence» e alcuni vescovi parigini. Questo incontro è stato importante perché permette di ridare loro fiducia. Non si tratta solo di un riconoscimento, ma dell’avvio di un lavoro comune. L’incontro ha un altissimo valore simbolico, perché segna il riconoscimento da parte della Chiesa di questi uomini e donne dopo secoli di negazione e menzogne. «L’istituzione religiosa ha aperto finalmente le sue porte» ha affermato Anne-Marie Jarzac, 68 anni, presidente dell’associazione (che conta una sessantina di membri) e figlia di un prete e di una suora. «Non siamo ancora stati ricevuti in Vaticano, ma resta comunque un grande passo». Il Vaticano ha già un suo documento interno del 2009 (vedi «Dialoghi» 257) che fissa le regole a favore dei bambini. Europa solidale. Il Consiglio europeo ha pubblicato la sua nuova agenda strategica per il 2019-2024. Guiderà il lavoro delle istituzioni europee nei prossimi cinque anni e fornirà un qua-
dro per rispondere alle opportunità e alle sfide derivanti da un contesto globale in rapida evoluzione. L’agenda sottolinea libertà, sicurezza e prosperità come valori comuni alla base dei modelli democratici e sociali europei. Il documento esprime l’impegno a sviluppare una politica migratoria globale in collaborazione con i paesi di origine e di transito per combattere l’immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani. Per quanto riguarda la dimensione interna della migrazione, l’agenda sottolinea la necessità di concordare una politica efficace in materia di migrazione e asilo, compreso un consenso sulla riforma del regolamento di Dublino basato su un equilibrio di responsabilità e solidarietà. Per un’economia europea che lavori per tutti, l’agenda promuove una crescita sostenibile e inclusiva e desidera rafforzare la coesione nell’Unione Europea. Ciò richiede il raggiungimento della convergenza verso l’alto delle economie nazionali, la risposta alle sfide demografiche e l’investimento nelle capacità e nell’istruzione delle persone. Mormoni a Roma. Il Papa ha ricevuto in udienza Russell M. Nelson, presidente della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (i Mormoni), una aggregazione religiosa fino ad oggi ritenuta «non cristiana» anche dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), giunto a Roma per la inaugurazione del primo tempio mormone nella capitale. Questa Chiesa è nata nel 1830, quando John Smith affermò di aver tradotto il libro di Mormon ricevuto per rivelazione divina tre anni prima e scritto in geroglifico antico su lamine d’oro che poi, precisò, furono riportate in cielo. Il «profeta» fu assassinato in carcere nel 1844. Dopo vari contrasti, Brigham Young, per sfuggire le persecuzioni, guidò la perigliosa marcia di oltre duemila chilometri dei discepoli dall’Illinois allo Utah, dove i Mormoni costruirono Salt Lake City, il grande tempio e i palazzi della loro amministrazione. Oggi nel mondo i Mormoni sono più di sedici milioni, di cui 6,5 negli Usa; in Italia sono circa 23mila. Il Cec si rifiuta di accogliere i Mormorii come membro, sostenendo che la loro Chiesa non può definirsi cristiana in quanto, tra l’altro, nega il dogma della Trinità. Chiese per i copti. Lo scorso marzo è stato realizzato un grande passo per gli 8 milioni di copti egiziani, con la possibilità, autorizzata dal governo egiziano, di utilizzare oltre 700
chiese. Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il rapporto relativo alla regolarizzazione, il restauro e la costruzione di nuove chiese, consentendo l’uso di 753 locali. Il processo di regolarizzazione dei luoghi di culto cristiani, costruiti nel passato senza i regolari permessi, sta accelerando: entro il 2020, potrebbero essere altri 700 i nuovi luoghi di culto regolarizzati, in conseguenza di una legge approvata nell’agosto 2016 sulla costruzione di edifici cristiani. Disposizioni precedenti proibivano la costruzione di chiese vicino a scuole, canali, edifici governativi, ferrovie e aree residenziali, ciò che ha spesso impedito la costruzione di locali, in particolare nell’Alto Egitto, per cui molte chiese sono state costruite senza permessi, e questi edifici, realizzati da comunità cristiane locali, talvolta fungono da pretesto per i gruppi islamisti per fomentare la violenza settaria contro i cristiani. Un mondo tremendamente ingiusto. Più di 1,2 miliardi di bambini – oltre la metà dei minori al mondo – rischiano di morire prima di aver compiuto 5 anni, di soffrire le conseguenze della malnutrizione, di non andare a scuola e ricevere un’istruzione o di essere costretti a lavorare o a sposarsi troppo presto. È la drammatica fotografia che emerge dal nuovo rapporto «Le tante facce dell’esclusione» diffuso da Save the Children, l’organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro. È ancora il Niger il Paese al mondo dove l’infanzia è più a rischio; seguono Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad e Sud Sudan, mentre al primo posto dei 175 paesi più a misura dei bambini ci sono Singapore e Slovenia, seguiti dagli scandinavi Norvegia, Svezia e Finlandia. L’Italia è invece all’ottavo posto, a pari merito con la Corea del Sud. Nel rapporto si evidenzia che, nei Paesi in conflitto, malnutrizione, malattie e mancanza di accesso alle cure sanitarie uccidono molto più delle bombe. Secondo lo studio, un bambino su 5 al mondo che muore prima dei cinque anni vive in Paesi in guerra, mentre i minori malnutriti a livello globale, pari a 122 milioni, vivono in aree caratterizzate da guerre e violenze. Inoltre, a causa dei conflitti, ben 27 milioni di minori sono tagliati fuori dall’educazione, perché le scuole sono bersaglio di attacchi, occupate dai gruppi armati, o perché i genitori hanno paura di mandare i figli a scuola.
22
notizie belle e buone
Notizie belle e buone Presidente donna. Il Parlamento dell’Unione Europea ha eletto, con 383 voti dei 747 parlamentari, a presidente della Commissione (in pratica il quasi governo dell’Unione Europea) la democristiana tedesca Ursula von der Leyen, sessantenne e madre di sei figli. Molti si augurano che, grazie alla cocciutaggine tedesca e alla costanza femminile, la presidente riesca a dare un nuovo slancio al «sogno europeo», malgrado i sovranisti che confondono l’indipendenza egoistica con la sovranità, ignorando che il mondo è sempre più globalizzato. Vescova presidente. La Chiesa anglicana del Canada ha eletto alla sua guida una donna, Linda Nicholls, fino a questo momento vescovo della diocesi di Huron; la nuova presiding bishop, è stata eletta il 13 luglio scorso, durante il Sinodo generale tenutosi a Vancouver, ed è la prima donna a capo della Chiesa canadese e la seconda nel mondo, dopo Katharine Jefferts Schori, che guidò la Chiesa episcopale degli Stati Uniti. Il cammino delle donne verso la leadership anglicana è ancora molto lento: all’interno della Comunione infatti, sono ancora due terzi le province che non riconoscono il ruolo episcopale per le donne, e anche in Canada – dove pure le donne possono diventare vescovo dal 1994 – la nomina è avvenuta solo dopo quattro scrutini, con il 64% dei voti dei laici e il 71% del clero. Nominato un laico. Frate Mark Schenk, 62 anni, è il nuovo superiore della provincia di MidAmerica dei frati cappuccini. La nomina di un «fratello laico» contraddice il can. 129, comma 1 del Diritto canonico, secondo il quale «sono abili alla potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, a norma delle disposizioni del diritto». Questa disposizione, tuttavia, diverge sostanzialmente dalla Costituzione dei cappuccini che, secondo quanto prevede la versione più recente, riveduta nel 2013 e ratificata dal Vaticano, al cap. VI, art. 1 afferma che «a motivo della stessa vocazione i frati sono tutti uguali»: «secondo la Regola, il Testamento e la primitiva consuetudine dei cappuccini, chiamiamoci tutti, senza distinzione, fratelli». Un cappuccino della Provincia, frate Blaine Burkey, afferma che la distinzione tra «fratello» e «padre» è praticamente irrilevante, perché il loro «dono al mondo è la fraternità». La scelta di Schenk, in un primo tempo, non ha ricevuto il placet vaticano; ma poi la questione sarebbe stata portata direttamente a papa Francesco che avrebbe concesso una dispensa per tre anni. Ginevra a Roma. Dopo il cantone Ticino, quest’anno ospite d’onore al giuramento della Guardia Svizzera, nel 2021 sarà per la prima volta il canton Ginevra, un tempo definito «la Roma protestante», a rappresentare i Cantoni svizzeri. Oggi a Ginevra i protestanti sono meno dei cattolici, e il governo tiene conto (come prevede la nuova legge sulla laicità) di una società sempre più interreligiosa. Ramadan in parrocchia. A Pinerolo, nel periodo del Ramadan, i musulmani hanno trovato ospitalità da parte delle Chiese cattolica e protestante, essendo troppo piccolo il locale da essi abitualmente utilizzato. La messa a disposizione di locali parrocchiali è avvenuta col consenso del vescovo Derio Olivero e del pastore Gianni Genre, favorita dalla presenza, da tempo, di un Gruppo amicizia islamo-cristiana.
No. 258
Svizzeri ospitali. Secondo una ricerca promossa dall’Aiuto Protestante, su 1.000 persone, gli svizzeri per circa i due terzi (64%) hanno contatti sporadici o regolari con persone rifugiate, sia tramite la scuola o il lavoro (48%), sia tramite amici o conoscenti (22%), sia per vicinanza (21%), sia nel tempo libero (17%). Più del 15% degli svizzeri ha già fatto del volontariato a favore dei rifugiati, percentuale che cresce al 24% tra coloro che hanno avuto con loro contatti; per il 4% si tratta di una pratica regolare. La popolazione svizzera cerca anche di aiutare i rifugiati nella vita quotidiana, per esempio nel trovare lavoro o nell’insegnare la lingua locale. Emmaus in Parlamento. A Berna, nella sala del Consiglio nazionale, sono stati celebrati i 50 anni del «Manifesto universale», la carta fondamentale del movimento di Emmaus, documento ivi adottato il 24 maggio 1969, presente il fondatore Abbé Pierre. Il movimento di Emmaus «vuole servire i più sofferenti, in una condivisione delle loro pene e delle loro lotte, personali e civiche, fino alla distruzione delle cause di ogni miseria». Nel mondo conta su circa 10.000 «compagnon», specialmente in Francia (circa 6.000 presenti in 120 comunità): in Svizzera ci sono 11 comunità Emmaus (una ticinese a Rivera), delle quali 7 ospitano un centinaio di persone in difficoltà. Per il dialogo interreligioso. Il Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso e il Consiglio ecumenico delle Chiese hanno promosso il 21 maggio scorso a Ginevra la presentazione di due documenti, quello sulla «fraternità umana» sottoscritto da papa Francesco e dal grande iman di Al-Azhar (vedi «Dialoghi» 256), e un nuovo documento dal titolo «Educazione alla pace in un mondo multireligioso: una prospettiva cristiana», frutto della collaborazione tra i due organismi. Si è trattato di una tappa importante nel potenziamento dei rapporti ecumenici per il dialogo interreligioso. Consigli ai giornalisti. Secondo papa Francesco, l’umiltà è «la chiave di volta» del mestiere del giornalista, e consiste nel conoscere correttamente i fatti nella loro integrità prima di raccontarli o di commentarli. Ciò domanda il tempo necessario per comprendere, resistendo alla tentazione di pubblicare informazioni non verificate, evitando le parole violente e distruttrici dei circuiti sociali, calibrando il linguaggio per offrire «il buon pane della verità», ricordando che ogni persona ha una «dignità intangibile». Così si è espresso il 18 maggio, ricevendo, nella Sala clementina in Vaticano, l’associazione della stampa estera in Italia. Allegria. Il friburghese René Brühart, presidente dell’Autorità d’informazione finanziaria del Vaticano, ha presentato il Rapporto 2018, secondo cui il rischio di finanziamento del terrorismo tramite il sistema finanziario del Vaticano è «basso», mentre quello del lavaggio-riciclaggio di denaro è «basso-medio» (Cath.ch nr. 141 del 21.6.2019). La notizia farà piacere ai cattolici, mentre molti cristiani sarebbero stati lieti di apprendere (con fra’ Cristoforo…) che non ci sono più banche in Vaticano. Libera. Asia Bibi, la donna cristiana pakistana condannata a morte per blasfemia nel 2010 e assolta definitivamente dalla Corte Suprema del Pakistan il 31 ottobre 2018, ha raggiunto il Canada, paese che le ha concesso l’asilo politico e dove già si trova la sua famiglia. Il governo pakistano ha avuto il merito di far rispettare la sentenza e di aver favorito la concessione dell’asilo politico a tutta la famiglia di Asia Bibi.
No. 258 23 notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Avanti tutta con bio. Il canton Berna ha lanciato nel 2016 una vera e propria offensiva per promuovere l’agricoltura biologica sul suo territorio con l’obiettivo di vedere ogni anno almeno 50 aziende agricole operare questa trasformazione. E si può dire che è sulla buona strada, poiché si è arrivati a quota 222, di cui 57 nel solo 2019. Ciò ha reso le autorità cantonali ancora più ambiziose spingendole a prolungare le misure di sostegno per chi passa dalla coltivazione tradizionale a quella bio fino al 2025. L’intenzione è di assicurarsi una buona fetta del mercato del bio che rimane ancora una piccola realtà in Svizzera. Nel 2016 sul totale della spesa per l’acquisto di alimenti, solo il 9% circa era per prodotti biologici. Vogliamo più buone notizie. «Pessimismo della ragione. Ottimismo della volontà». È una citazione da Antonio Gramsci, confrontato con l’esperienza di vivere una realtà in antitesi con la propria visione. È un ragionamento che, riportato alla situazione attuale di crisi dei valori morali e di crisi ambientali, possiamo provare ad applicare anche noi. E per nutrire la volontà sono senz’altro di aiuto tutte quelle notizie che fomentano il nostro ottimismo. Se non fosse che i media sono piuttosto propensi a presentarci le cose che non funzionano, le catastrofi, le aberrazioni umane (fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce). Ben venga quindi un’applicazione per smartphone che raccoglie e diffonde buone notizie. Goodnews, così si chiama l’app, è scaricabile gratuitamente e funziona con dispositivi Android e iPhone. Per intanto è solo in tedesco: però gli italofoni le buone notizie le trovano già su «Dialoghi»! Un po’ meno carne, per favore. Mato Grosso significa «foresta fitta». O meglio significava, perché la regione brasiliana si è parecchio trasformata negli ultimi quaranta anni. Oggi è diventata un’enorme monocoltura di soja in cui rimangono isolate macchie di foresta e piccoli appezzamenti di terra, coltivati da famiglie contadine che non saprebbero dove altro andare. La soja è ormai diventata indispensabile al nostro stile di vita e il Brasile (come altri paesi latino americani) non fa altro
che assecondare una domanda sempre ancora globalmente in crescita: quella di carne da mettere nei nostri piatti. Tra consumo di carne e la distruzione di preziosi ambienti naturali che non sarà più possibile ripristinare c’è infatti un legame diretto. Il 70% della produzione mondiale di soja è destinato a nutrire animali da macello. E sono 70 miliardi quelli che ogni anno sono uccisi per la produzione di carne. NB: in Svizzera il consumo di carne pro capite sta diminuendo dai 53,63 kg del 2010 al 50,01 del 2017. Riciclare si può. In 25 anni Caritas Ticino, in collaborazione con la ditta Immark di Regensdorf, con l’Ufficio cantonale delle Misure attive e con quello dei Rifiuti e siti inquinati, ha sviluppato e realizzato un programma per riciclare materiale elettrico ed elettronico. In questo periodo a Pollegio sono stati recuperati 35 milioni di kg di materiali. Ogni anno Caritas Ticino ricicla quasi il 70% del materiale elettrico ed elettronico raccolto in Ticino, cioè 2 milioni di kg; in Svizzera nel 2018 ne sono stati riciclati 130 milioni di kg. Consumar la suola delle scarpe. L’Associazione Traffico e Ambiente ha fatto quattro calcoli e ha stilato la graduatoria dei mezzi di trasporto, secondo il loro costo mensile. Da 700 a 1.000 franchi per una Skoda Octavia, l’auto più venduta in Svizzera; la differenza è data dai diversi modelli, dal cantone in cui è immatricolata e dai chilometri percorsi. 322 per chi usa i mezzi pubblici e sottoscrive un abbonamento generale di seconda classe. 130 franchi per una bicicletta elettrica con velocità fino a 45 km/h, 60 per una e-bike lenta e 20 per una bicicletta normale. Per chi si sposta solo a piedi zero costi, nessuna colonna, nessuna revisione, nessun problema di parcheggio, nessun cambio di pneumatici, nessuna mancanza di monetine ecc. Magari qualche risuolatura di scarpe in più. Chilometri a confronto. Dal 1970 al 2015 la rete ferroviaria si è ampliata di circa 186 km (il 3,71%): misura ormai 5.196 km e permetterebbe di collegare la Svizzera all’Etiopia. La rete autostradale invece si è allungata del 281,56% passando da 337 a 1.458
km; quella delle altre strade nazionali è aumentata del 39,78%, delle strade cantonali del 0,04%, e di quelle comunali del 24,50%. L’insieme delle strade svizzere misura 71.553 km, quasi due volte la circonferenza terrestre. Estate in città. Il forte caldo provoca gravi disturbi, fa ammalare e a volte anche morire. Ne patiscono le conseguenze soprattutto persone anziane e bambini piccoli. L’estate del secolo nel 2003 fu letale per 975 persone, quella del 2015 per 800. Nei periodi di canicola, quando la temperatura diurna rimane per giorni sopra i 30 gradi e quella notturna non scende sotto i 20, il disagio è maggiore nelle città, vere e proprie «isole di calore». Le superfici stradali sono scure e assorbono calore, i venti freschi fanno fatica a circolare tra gli edifici costruiti molto vicini, le pareti di vetro rispecchiano e amplificano l’effetto dei raggi del sole, i condizionatori d’aria che raffreddano gli ambienti interni riscaldano quelli esterni. Così, in un quartiere cittadino di Zurigo possono esserci da 6 a 7 gradi in più rispetto a una zona limitrofa non urbanizzata. Vista la tendenza al riscaldamento climatico, nelle città è importante pianificare interventi che aiutino a mantenere un clima vivibile. All’ombra degli alberi, per esempio, la temperatura si abbassa di circa 7 gradi; le piante di giorno assorbono anidride carbonica e di notte emettono ossigeno. Piantare alberi nuovi e prendersi cura di quelli esistenti è diventata una questione di salute pubblica e non solo estetica. Altri interventi urbanistici per migliorare il clima nelle città sono stagni e canali, tetti e facciate su cui crescono alberi e altri vegetali, asfalti chiari per le strade e intonaci chiari per le facciate degli edifici. Gioie e dolori della statistica. Qualche cifra sulla salute dell’ambiente e degli spazi di vita tratta dalla pubblicazione annuale dall’Ufficio federale di Statistica. Dal 1990 l’utilizzo dell’acqua è diventato più efficiente e i bisogni di una popolazione crescente sono stati coperti con meno: si è passati dai 472 litri per persona della fine del secolo scorso ai 301 del 2017. In questa quantità non è tuttavia conteggiata l’acqua necessaria alla produzione all’estero di prodotti venduti in Svizzera! La superficie costruita è invece cresciuta più in fretta della popolazione. Con 407 mq per persona sono 20 mq in più del 1979. Il 7,5% del territorio svizzero è ora ricoperto
24
da edifici e strade e in questi ultimi 24 anni 0,75 mq al secondo sono stati trasformati e urbanizzati, soprattutto a scapito di terreni agricoli. Se l’efficienza energetica è migliorata (significa usare meno energia per produrre e consumare in Svizzera la medesima quantità di merci), anche in questo caso l’energia grigia (consumata per produrre merci importate) non è considerata. L’impronta climatica pro capite, ossia la produzione di gas a effetto serra per persona, è diminuita e misura 14 tonnellate di CO2. Quella totale della Svizzera è di 119 milioni di tonnellate e in questo caso sono conteggiate quelle emesse all’estero: sono il 66%. Nel 2017 si sono prodotti 6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (ogni persona ne produce 707 kg!), mentre erano un po’ più di 4 milioni nel 1990. In compenso, allora solo il 29% finiva riciclato, mentre ora siamo al 53% (c’è ancora un buon margine di miglioramento!). Un ultimo sguardo al confronto con gli Stati europei mostra che, proprio per la produzione di rifiuti, il tasso di riciclaggio (di rifiuti) e le emissioni di CO2, la Svizzera non è per niente da lodare. È invece messa bene in quanto a superficie di terreni coltivati secondo le direttive bio, efficienza energetica per la produzione di merci ed emissioni di gas a effetto serra. Bisogni o desideri? Wisch: desiderio o, in combinazione con «i», io desidero. Questa la traduzione del nome di una piattaforma Internet di vendita per corrispondenza che sta avendo un grandissimo successo anche tra le consumatrici e i consumatori svizzeri: prezzi bassi, nessuna spesa postale, procedura semplice, vastissima scelta, merci non reperibili nei nostri negozi. È l’espressione più attuale di un certo modo di consumare dove, a parte gli azionisti, ci sono solo perdenti: le persone sfruttate in Cina nella produzione, il saccheggio delle risorse ambientali, l’inquinamento dell’aria dell’acqua e del suolo, i piccoli commerci che stentano a tirare avanti, le filiali della Posta che chiudono. Appunto… che cosa muove i nostri consumi: bisogni o desideri?
notiziario (in)sostenibile
I 5 sensi. L’associazione «Oeku Chiesa e ambiente» organizza ogni anno, nel periodo tra il 1° settembre (giornata del Creato) e il 4 ottobre (giorno dedicato a San Francesco), il tempo per la Creazione. Quest’anno la giornata è stata dedicata ai cinque sensi e intitolata «Gouter combien le Créateur est bon». Nella Bibbia il cibo è un argomento di rilievo. Fin dall’inizio, in Gen 1,29-30, si dice che, come gli animali, l’essere umano si nutre di specie vegetali. La portata spirituale del pasto in comune prende un aspetto particolare in occasione dell’ultima cena di Gesù. Da allora il pasto condiviso in maniera simbolica occupa un posto centrale nei culti cristiani – accanto all’ascolto della parola di Dio, in ricordo del sacrificio personale di Gesù per tutta la creazione. Svizzera sciupona. Dal 7 maggio, la popolazione elvetica ha già consumato più risorse naturali di quante ne dispone per l’intero 2019 e la Svizzera comincia a vivere «a credito» e a spese delle generazioni future. Lo afferma il WWF, che ha aggiornato il suo calcolatore della cosiddetta impronta ecologica che permette di conoscere l’impatto ecologico e di far tesoro di qualche pratico consiglio per avere uno stile di vita più ecosostenibile. Secondo l’organizzazione ambientalista, l’impronta ecologica lasciata dagli svizzeri è eccessiva: non solo si concedono viaggi in aereo in media il triplo dei cittadini che vivono nei Paesi dell’Unione europea, ma sono anche tra coloro che guidano più auto di grossa cilindrata in tutto il continente e che producono più rifiuti pro capite al mondo. Brrrruuuuuummmmm. Il rumore causa elevati costi all’economia che non sono coperti da chi li produce. I costi indiretti totali dovuti al rumore di strade (in gran parte), ferrovia e traffico aereo ammontano a 1,9 miliardi di franchi all’anno. Sono così suddivisi: 1,1 miliardi per la differenza di valore di oggetti immobiliari rispetto a se fossero situati in zone tranquille. I restanti 880 milioni sono costi legati alla salute.
OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30 franchi, invece di 60! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni la Redazione-Amministrazione di «Dialoghi», c/o Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch.
No. 258
In questo numero I corsivi di Dialoghi G CATHOLICA PRIMO (S)BILANCIO
2
Dossier: Il lavoro in Ticino G IL CANTONE È CRESCIUTO, MA MOLTE LACUNE RITARDANO IL SUO SVILUPPO ECONOMICO (A. Mirante) 3 G L’OMBRA DELLA FRONTIERA SUL MERCATO – LA SPECULAZIONE ACUISCE I RAPPORTI (M. Robbiani) 5 G LAVORO GRATUITO O POCO REMUNERATO NEL NUOVO CAPITALISMO ALGORITMICO (S. Greppi) 7 Articoli G DAL «SINODO SPECIALE» PER L’AMAZZONIA ELEMENTI DI RINNOVAMENTO PER LA CHIESA? (L. Sandri) 9 G SALVARE L’AMAZZONIA SIGNIFICA GARANTIRE LA SOPRAVVIVENZA DELL’UMANITÀ (F. Mauri) 11 G RICORDO DI ADRIANA ZARRI, UNA VOCE CRITICA NELLA CHIESA (a.l.) 12 G TONINO SNIDER, L’IMPEGNO PER I DIRITTI 12 G SINODO DEI GIOVANI 13 G VESCOVI PER L’EUROPA 14 G LA CENA DEL SIGNORE PER TUTTI 15 G ASSOCIAZIONI DEI MUSULMANI IN SVIZZERA 17 G BIBLIOTECA G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIE BELLE E BUONE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
16 18 20 22 23
dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.