Dialoghi 250

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250 dialoghi Locarno – Anno 50 – Febbraio 2018

di riflessione cristiana BIMESTRALE

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Da un’amicizia nasce una rivista «Dialoghi» porta questo mese l’indicazione «250». Ciò corrisponde, con cinque numeri all’anno a partire dal 1968, a cinquant’anni di regolare pubblicazione: un traguardo notevole per una rivista compilata ogni due mesi da alcuni (a scelta…) definiti gazzadiani, dialoganti, postconciliari, cattolici distinti, eterni malcontenti, nemici del vescovo, eccetera. Ricordiamo brevemente gli antefatti. Un gruppo di giovani ticinesi si riunì, all’inizio di agosto del 1954, nella ospitale Villa Cagnola di Gazzada, nel Varesotto ma a due passi dal confine: di qui nacque quella che definirono «un’amicizia», anche se parecchi erano già amici da tempo, e poi altri si aggiunsero e altri lasciarono, qualcuno restando ancora amico… La vicenda è già stata rievocata nel 2004, con una giornata di studio sul tema del laicato nella Chiesa cattolica, con relazioni di Giuseppe Alberigo, Ghislain Lafont e Franco Monaco, e con la pubblicazione nella rivista di documentazione dell’attività svolta («Dialoghi» dal numero 181 al numero 185). Non è qui il caso di riproporla: è materia per futuri storici, e già alcuni si sono a ciò dedicati. Così Davide Vignati ha presentato nel 2000-2001 una tesi di laurea all’Università di Pavia intitolata «Dialoghi del dissenso (1954-1960)». La rivista A partire dal 1954 i «gazzadiani», liberamente, vecchi e nuovi, si ritrovavano almeno una volta all’anno per alcuni giorni di studio e di riflessione (per l’elenco dei temi degli incontri estivi annuali, durati fino al 1974, cfr. «Dialoghi» n. 50); poi l’impegno annuale terminò. Intanto (dal 1968) un gruppo di essi diede inizio alla rivista: la denominazione venne suggerita dalla prima enciclica di Paolo VI: «Ecclesiam suam» del 6 agosto 1964. Per molti di essi, Montini era un papa «maritainiano», loro «consanguineo». La pubblicazione riprendeva la designazione di una pagina fin allora ospitata dal giornale «Popolo e Libertà». Su questa primitiva pubblicazione, Sabina Lurati ha svolto un ricerca di una trentina di pagine quale lavoro di seminario presso l’Università di Friburgo. Col n. 35 (febbraio 1975), il titolo della rivista venne precisato, col sottotitolo «di riflessione cristiana»: voleva e vuole indicare che i redattori non pretendono di essere la bocca della verità, ma più modestamente invitano a condividere una ricerca. Con la nuova rivista (di 20-24 pagine, stampata dalla Tipografia Stazione di Armando Dadò a Locarno – il totale delle pagine, in cinquant’anni, ha superato le 5.000) i «dialoganti» continuarono le loro riflessioni, approfondimenti o provocazioni in forma scritta (appunto la rivista), allargandoli ai lettori e abbonati: all’inizio parecchie centinaia, via via ridottisi alle tre centurie odierne. Nel numero 51 venne pubblicato un dettagliato indice per argomenti e l’elenco dei collaboratori dei primi 50 numeri; in seguito indice ed elenco furono pubblicati ogni cinque anni: nell’ultimo numero della cinquina o in un numero immediatamente successivo. Chi volesse conoscere la continuità o il cambiamento degli interessi dei redattori della rivista (sempre indicati nell’ultima pagina) può rifarsi a quelle liste. Nel

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numero 188 è stata pubblicata una scheda riassuntiva degli argomenti dal n. 1 al n. 175. Luca Saltini ha condotto una ricerca sui temi trattati da «Dialoghi» dal 1968 al 2003 (pubblicata nella rivista «Risveglio», Bollettino dell’ASMC, 4-2004). I redattori di «Dialoghi» intendevano (e tutt’ora intendono) dialogare specialmente in tre ambiti: sulla Chiesa cattolica, offrendo spazio alla libera opinione; tra i cristiani, seguendo specialmente lo sviluppo dell’ecumenismo (sbloccato appunto dal Concilio Vaticano II) e con tutti «gli uomini di buona volontà», attuando l’auspicio di Papa Giovanni XXIII. L’offerta di dialogo, specialmente nell’ambito della Chiesa locale, non ebbe che modesti e parziali sviluppi, tra indifferenza e larvate ostilità; venne tuttavia mantenuto il titolo alla rivista, anche se taluno propose di modificarlo in «monologo» (l’amico Brunetto Salvarani da tempo invita i cattolici a praticare l’accoglienza…). Tra Chiesa e mondo In una rapida sintesi si può ricordare che «Dialoghi», nata negli anni segnati dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e poi dal Sinodo 72 dei cattolici svizzeri (1972-75) ha seguito le vicende della Chiesa universale e di quella locale (ticinese e svizzera), a partire dal succedersi dei papi (Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) e dei Vescovi diocesani (Martinoli, Togni, Corecco, Torti, Grampa, Lazzeri), postulando fin dalla prima vacanza episcopale, con la morte di mons. Jelmini (1968), la doverosa necessità di consultare l’intero popolo di Dio. In occasione delle due ultime vacanze, «Dialoghi» ha persino pubblicato una «scheda» per… aiutare il Nunzio a scegliere i candidati (n. 174 e 224). Nel n. 230 la redazione ha trasmesso al presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri un progetto per introdurre una procedura unica per la scelta dei vescovi delle diocesi elvetiche. Tra i soggetti che hanno maggiormente sollecitato l’attenzione dei redattori, talvolta ottenendo la collaborazione di amici esterni, ricordiamo (oltre al notiziario svizzero ed estero) l’ecumenismo (con ricorrenti pagine speciali), la liturgia, la conoscenza biblica, l’insegnamento della religione nella scuola, il Sinodo svizzero e quello vaticano sulla famiglia, i nuovi temi morali ecc. Tra gli argomenti «secolari», la libertà religiosa e i rapporti tra Chiese e Stato, i diritti umani e la solidarietà europea e universale, il «Notiziario (in)sostenibile» sulla tutela dell’ambiente (dal n. 209, dicembre 2009, una rubrica regolare), la presenza

Gazzada 1954.


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Airolo 2000. dei cristiani in politica, i giovani, la stampa e in particolare il «Giornale del Popolo», ecc. Raccogliendo l’invito dei vescovi svizzeri, «Dialoghi», dal n. 218 (ottobre 2011) pubblica una pagina di «Notizie belle e buone» e dal n. 239 una scelta di testi di Papa Francesco. Diversi temi ripresi dalla rivista erano stati oggetto degli ultimi incontri estivi: così a Seriate-Bergamo, nel luglio 1971, Ernesto Balducci trattò «Come parlare di Dio all’uomo di oggi», a Bigorio nel febbraio 1972 si discusse, con Comunità familiare, di «Matrimonio e famiglia», e ancora a Bigorio «L’insegnamento della religione nelle scuole» col salesiano Pietro Damu di Torino. Nell’agosto 1972, ancora con p. Balducci, si affrontò la domanda «Chi è veramente Cristo?» e l’anno seguente, di nuovo a Bigorio, Gérard Defois, prete francese e futuro vescovo, riferì su «Religione e scienze umane». In anni più recenti, a Locarno (10 maggio 1984), «Dialoghi» organizzò un convegno su «La società postindustriale»; nel 1991 un convegno a Luino su «Etica in un mondo in mutamento». Per celebrare la pubblicazione del numero 100, a fine settembre 1988 fu convocato, con la collaborazione della Biblioteca Salita dei frati di Lugano, un «Sinodo di laici su clero e popolo», con la partecipazione del teologo Luigi Sartori e di Giuseppe Alberigo con la partecipazione di qualificati laici sinodali (vedi «Dialoghi» 103). Cronache e relazioni furono pubblicati nei numeri della rivista, che pure ospitarono atti di convegni organizzati dall’Associazione culturale «L’incontro» di Mendrisio: «L’educazione religiosa nella scuola» (n. 61), «La trasformazione della famiglia e il ruolo sociale della donna» (n. 70), «Dove vanno i giovani» (n. 86), «La legislazione civile ecclesiastica nel Ticino» (n. 156). Eccetera.

lio Conrad, presbitero diocesano che aveva partecipato da seminarista al primo convegno di Gazzada e dopo aver prestato servizio in diocesi e per vent’anni in Colombia, era entrato nell’ottobre 2002 nella redazione (vedi n. 239). Vanno infine ricordati i rapporti intrattenuti da «Dialoghi» con riviste o gruppi ecclesiali, specie italiani (in particolare con «il Gallo» di Genova, «Il Regno» di Bologna, «Il Margine» di Trento, «Koinonia» di Pistoia) e l’organizzazione a Massagno, nel 1957, di un convegno, presenti Giorgio La Pira e Nando Fabro; e poi la partecipazione ad altri incontri delle «piccole riviste», mentre continua l’adesione alla rete dei «Viandanti» di Parma (che comprende, oltre ai gruppi ecclesiali, anche una decina di riviste). Infine fu intenso lo scambio pluriennale con qualificati «informatori religiosi», come i gesuiti svizzeri Ludwig Kaufmann di «Orientierung» (Zurigo) e Albert Longchamp di Choisir (Ginevra): ambedue insigniti della «medaglia» del centesimo numero della rivista, rispettivamente nel duecentesimo. Per l’Italia ricordiamo la comunanza di «battaglie ecclesiali» con Ernesto Balducci, Mario Cuminetti, Giulio Vaggi, Raniero La Valle, Giancarlo Zizola, e specialmente con Luigi Sandri, informatore religioso già corrispondente per l’Ansa da Mosca e da Tel Aviv e generoso collaboratore, a cui meritatamente sarà attribuita la medaglia del nostro 250º numero. 250 e oltre Durante i dieci lustri di pubblicazione non mancarono, specie nelle date più significative, i momenti di verifica e di riflessione sul significato dell’impegno e sulle prospettive per il futuro. Anche su questo la rivista è stata testimonianza, con gli editoriali «Procedamus» del numero 75 o «Cento ragioni per una presenza» del n. 100; nel n. 146 si affermava: «Mille e non più mille», ma nel n. 150 si confermava: «Al servizio dell’uomo» riprendendo l’impegno del n. 1 «In nome dell’uomo». Nel n. 180 veniva proposto ai lettori un aggiornato «Manifesto di “Dialoghi” per un nuovo umanesimo del XXI secolo». Avvicinandosi l’attuale scadenza (non ci siamo mai considerati perfetti!), qualche dubbio ha sfiorato qualche redattore, ma è bastata una conviviale… polenta a Roseto, in Val Bavona, per infondere nuovo slancio. E così festeggiamo il n. 250 senza «porre limiti alla Provvidenza». Così si espresse Leone XIII, un papa nonagenario. È il senso degli auguri che esprimiamo, «ad multos annos» a Papa Francesco e a «Dialoghi di riflessione cristiana». Alberto Lepori

Redattori e amicizie Il gruppo dei redattori della rivista, sempre indicati nell’ultima pagina, cambiò, seppure lievemente, lungo gli anni, con partenze ed arrivi. Parecchi amici inoltre, sollecitati o spontaneamente, contribuirono a riempire le pagine del bimestrale (Remigio Ratti, Silvano Toppi, Pietro Veglio, Fulvio Caccia tra i ticinesi più noti). Purtroppo si dovettero registrare anche tre dolorose partenze: con la morte, il 16 maggio 2002, di Mario Forni, redattore responsabile fin dall’inizio e autore della maggior parte degli editoriali di prima pagina (cfr. «Dialoghi» 172); seguita il 14 ottobre dell’anno successivo da quella di Geo Solari, iniziatore nel 1954 con don Franco Biffi dell’amicizia di «Dialoghi» e che, sempre partecipe alle iniziative e delle vicende della rivista, ne curò per anni l’amministrazione (cfr. «Dialoghi» 179). Infine, il 20 novembre 2015 moriva don Emi-

Lugano 2008.


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Il Convegno: annunciare il Vangelo ai giovani Il mondo giovanile attraversa oggi, sul piano della fede, una stagione particolarmente difficile. Il processo di secolarizzazione, che ha assunto negli ultimi decenni carattere di sempre maggiore radicalità, ha prodotto e produce indifferenza nei confronti del fenomeno religioso. che viene considerato dai più anacronistico e irrilevante. Contrariamente a quanto si è verificato in passato con l’affermarsi dell’ateismo militante (che, nascendo all’interno di una società largamente dominata dal sacro, postulava la negazione di Dio), nell’attuale congiuntura culturale Dio non è più combattuto (se non da frange minoritarie): è più semplicemente ignorato o ritenuto insignificante. La caduta delle grandi narrazioni religiose, dei sistemi metafisici e delle interpretazioni ideologiche della realtà sociale se ha avuto, da un lato, il merito di mettere sotto processo visioni assolutiste e dogmatiche che hanno dato vita a sistemi totalitari, ha dall’altro contribuito (insieme ovviamente ad altri fattori di ordine culturale e sociale) a ripiegare l’uomo sul quotidiano e sui significati immediati. Ad aggravare questa situazione ha concorso e concorre poi, in misura non irrilevante, la difficoltà a comunicare ai giovani il messaggio cristiano, anche per la divaricazione esistente (e sempre più accentuata) tra il linguaggio della Bibbia (e ancor più quello ecclesiastico) e il linguaggio proprio del mondo giovanile. Le immagini che caratterizzano l’ambiente in cui l’ebraismo prima e il cristianesimo poi sono nati e si sono sviluppati risentono inevitabilmente della cultura agropastorale propria del tempo; mentre, a sua volta, le categorie filosofiche e culturali attraverso le quali è avvenuta, a partire dai primi secoli della Chiesa, la trasmissione del messaggio sono, in larga misura, ancora oggi quelle ricavate dalla tradizione di pensiero del mondo greco-romano e medioevale. Il solco che distanzia questi mondi dall’odierno contesto culturale è assai profondo. La visione naturalistica della realtà presente nei Vangeli, dove tutto è legato alla terra, è oggi sostituita da una visione radicalmente culturale, dove ad avere la prevalenza è l’azione trasformativa dell’uomo, l’esercizio di un dominio spesso incondizionato nei confronti della natura. Al linguaggio dei miti e dei simboli si sostituisce, inoltre, un linguaggio improntato a una forma di lettura positivista della realtà, dove a contare sono criteri utilitaristi, che fanno perno sulla logica dell’efficienza produttiva, del mercato e del consumo o dove – questa è la principale conseguenza del potere acquisito dalla tecnica – ha luogo la caduta delle tradizionali coordinate spaziotemporali e la sostituzione del reale con il virtuale, nonché l’adozione di un sistema di interpretazione della realtà che fa propri i paradigmi della razionalità strumentale. Che fare di fronte a questa situazione? La questione di fondo che si propone come ineludibile è l’inculturazione: una questione annosa e complessa, da tempo nell’agenda della Chiesa, che non ha tuttavia trovato finora soluzioni realmente plausibili. La difficoltà di affrontarla è evidente:

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la distinzione che si invoca al riguardo tra il contenuto (o la sostanza) del messaggio evangelico e il suo involucro (o il suo rivestimento) per quanto importante, non è, in termini assoluti, decisiva. Il linguaggio non è, infatti. un semplice involucro (o un mero rivestimento), ma – come ci ha ricordato la filosofia moderna e contemporanea da Heidegger a Wittgenstein (per non citare che i protagonisti più noti) – è parte integrante dello stesso contenuto (o della stessa sostanza) del messaggio. Questo ordine di difficoltà riguarda anzitutto il mondo biblico. Si tratta infatti, in questo caso, di testi che rivestono un valore normativo ineludibile e che esigono pertanto un delicato approccio ermeneutico, basato su un’esegesi rigorosa e caratterizzato da uno sforzo di attualizzazione, che ne conservi l’identità originaria. Il contesto storico-geografico in cui tali testi sono nati e le categorie usate per redigerli, se vanno da una parte relativizzati in quanto legati a una cultura particolare, non possono, dall’altra, essere del tutto accantonati, perché definiscono il tempo e lo spazio opportuni (kairos e hahitat) entro i quali il Regno ha fatto il suo ingresso nella storia. Meno impegnativa è invece la questione del superamento dei processi di inculturazione messi in atto a partire dai primi secoli della Chiesa e sviluppatisi successivamente fino all’epoca moderna. L’ellenizzazione, che ha avuto inizio nel periodo patristico in ragione dell’evangelizzazione delle popolazioni residenti nel bacino mediterraneo ed è proseguita e si è consolidata nel periodo medioevale grazie al contributo determinante della grande Scolastica, se per un verso ha messo in luce l’importanza dell’inculturazione e ha offerto a tale proposito un significativo modello metodologico, per altro verso ha reso evidente la necessità di dare oggi vita a un’analoga operazione di fronte ai profondi cambiamenti intervenuti nella cultura moderna e postmoderna. Il confronto con il pluralismo culturale contemporaneo rende meno facile che per il passato l’attuazione di tale operazione, che si presenta tuttavia come assolutamente necessaria. È senz’altro doveroso tradurre il messaggio evangelico in immagini e in categorie interpretative dell’esperienza umana più conformi alla sensibilità dei giovani di oggi. Ma è giusto ricordare che non ogni forma di inculturazione è legittima. Si danno culture che per i loro presupposti fondativi – si pensi al positivismo materialista – sono di loro natura impermeabili al discorso religioso in genere a quello cristiano in particolare. Tornando al mondo giovanile, non si può negare che la cultura tecnologica dominante – che plasma di sé il mondo interiore dell’uomo e si riflette immediatamente sul suo modo di pensare, di sentire e di agire – non favorisca l’apertura agli orizzonti della trascendenza. Ma è altrettanto certo che con questa cultura, largamente pervasiva, è doveroso fare i conti, perché è questa l’atmosfera dentro cui i giovani vivono e l’aria che ogni giorno respirano, almeno nel mondo occidentale. Ad assumere un ruolo centrale è allora la questione antropologica. Prima ancora di annunciare il messaggio occorre restituire significato a valori quali la gratuità, la solidarietà, la pietà, il senso del mistero e della trascendenza (l’elenco potrebbe continuare), che costituiscono le pre-condizioni della fede: che predispongono, in altri termini, il terreno nel quale il seme della Parola può attecchire e portare frutto. Giannino Piana, da «Il Gallo», Genova, giugno 2016


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Con la pubblicazione del n. 250, «Dialoghi» festeggia cinquant’anni di vita come rivista autonoma. Per l’occasione, organizza in collaborazione con l’ Absi (Associazione Biblica della Svizzera Italiana), l’UIRS (Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica della Diocesi di Lugano) e il Coordinamento della Formazione biblica nella Diocesi di Lugano

sabato 24 febbraio 2018, dalle ore 9 alle ore 12.30 nella Sala di lettura della Biblioteca «Salita dei Frati» di Lugano l’incontro-dibattito

I GIOVANI E IL FUTURO DELLA CHIESA Interverranno sul tema Gaia De Vecchi teologa morale e docente di religione Milano don Rolando Leo, direttore dell’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica della Diocesi di Lugano Bellinzona e sul futuro della Chiesa nella prospettiva del Sinodo dei Vescovi Luigi Sandri giornalista e scrittore Roma Nell’occasione verrà consegnata a Luigi Sandri la medaglia del 250. di «Dialoghi» e avverrà il passaggio delle consegne, come redattore responsabile della rivista, da Enrico Morresi – che ha rivestito questo incarico dal n. 155 (febbraio 1999) al n. 250 (febbraio 2018) – ad Alberto Bondolfi e Margherita Snider Noseda, responsabili a partire dal n. 251 (aprile 2018).

Commiato Con il numero 250 della rivista cessa il mio incarico di redattore responsabile di «Dialoghi». L’ho chiesto io, il Comitato ne ha preso atto e lo ringrazio: anzitutto per la fiducia che mi ha sempre accordato, e poi per la decisione di assicurare il futuro della rivista con la scelta di due nuovi responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Snider Noseda. Avevo firmato la prima volta nella nuova funzione sul numero 155 (febbraio 1999). Ma la mia esperienza di «Dialoghi» era cominciata molto più lontano negli anni. Io ero di quei fortunati che il primo nucleo del «gruppo» (tra cui gli indimenticabili Mario Forni e Geo Solari) aveva interessato a una riflessione sulla presenza dei cattolici nella società ticinese entrata a passo di corsa nell’evo moderno. Correvano gli anni Sessanta e per alcuni aspetti in Ticino si anticipavano il Concilio Vaticano II e il Sinodo 72, che videro gli amici di «Dialoghi» im-

pegnati ad aprire vie nuove sia alla spiritualità esercitata nella preghiera comune sia alla testimonianza da dare in politica, nel giornalismo, nella cultura. Figli di quell’epoca furono, lo stesso anno (il «fatale» Sessantotto!), la Biblioteca «Salita dei frati» e, appunto, questa rivista. Il gruppo poi si disperse e rimase la rivista, a testimonio di quegli obiettivi, di quelle tensioni. Non sempre ottima, non sempre equilibrata, ma viva! Affacciati al secondo Millennio, i pionieri della mia età vedono che istanze nuove premono e le forze proprie non sono più le stesse. Era giunto dunque, per me, il momento di lasciare l’impegno, confermando l’amicizia che da sempre mi unisce a tutti coloro che in «Dialoghi» si riconoscono e si riconosceranno. Soprattutto a questi ultimi vanno i miei auguri più sinceri. Enrico Morresi


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Dicono di noi Nelle radici, la fantasia Se faccio bene i conti, noi siamo più vecchi di ventidue anni: ventidue anni di grandi trasformazioni sociali, forse più evidenti in Italia che in Svizzera, ma per tutti con al centro il Concilio Vaticano II (1962-1965), di cui «Il gallo» è stato anticipatore e «Dialoghi» ha raccolto il frutto. E nei decenni successivi il cammino è proseguito su strade comuni attraverso i grandi temi dell’impegno dei laici, alla ricerca del senso della centralità dei poveri nei nostri paesi ricchi. Oggi Francesco offre l’incoraggiamento più autorevole e coinvolgente a un ripensamento evangelico nel nostro tempo su due piste: la sinodalità, dialogo non gerarchico su ogni questione, e gioia, dimensione di sentirsi bene nell’essere uomini e donne non solo per se stessi. Mi pare che il cuore sia qui, il senso del trovarsi, dello scrivere per comunicare, il confrontarsi sui tanti dubbi, su qualche traccia di verità, sulle speranze: lo facciamo nei nostri gruppi, lo facciamo tra gruppi prossimi come crediamo di essere anche con le nostre testate, ciascuna con la sua storia, nel proprio ambito pronti a ringraziare per un suggerimento, per un’informazione, per un’indicazione. E dovremo continuare a farlo, in tempi in cui sarà più difficile soprattutto perché ci pare che fuori dai nostri ambienti le nostre parole, forse i nostri problemi non scaldino il cuore, non suscitino le emozioni che ci hanno appassionato. Si tratta probabilmente di inventare linguaggi diversi, nell’idea che ci è stata insegnata: il coraggio di morire per generare. Ugo Basso, Il gallo – Genova

Battaglie come patrimonio Nella retrospettiva dei miei tre quarti di secolo, «Dialoghi» rappresenta un piccolo ma luminoso faro, che ha accompagnato lo sviluppo personale, la riflessione ecclesiale, la formazione della mia cultura politica, a partire dalla fine degli anni Cinquanta. Mi ha aiutato ad assumere gli impegni in Lepontia, nel Movimento giovanile del PPD, nelle discussioni ecclesiali che hanno accompagnato e seguito il Concilio, nello sviluppo di Comunità familiare. Negli anni Sessanta c’era lo stimolo per partecipare a incontri dei cattolici francesi, dei cattolici valloni, a seminari di «Economie et Humanisme», a tanti incontri in Italia. Poi sono arrivati l’impegno del Sinodo 72, l’attività politica, Caritas e le diatribe col Vaticano. L’affermazione del primato della coscienza personale, dell’autonomia e responsabilità del laico nella società e nella politica sono state frutto di battaglie impegnative, ma sembrano destinate a rimanere patrimonio delle generazioni che le hanno vissute direttamente, difficilmente trasmissibile. Fulvio Caccia

Il nostro pungolo diocesano Il parroco della mia gioventù era il classico prete all’antica. Possedeva però una grande capacità di interrogarsi su tutte le scottanti questioni che emergevano in quei formidabili e travagliati anni del post-Concilio. Al mio parroco, ammiratore di Paolo VI, il papa del dialogo, chiesi un giorno cosa

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ne pensasse della rivista «Dialoghi». Sorridendo rispose: «È il nostro pungolo diocesano!». Figlio di contadini sapevo bene cosa fosse un pungolo: un bastone terminante con una punta di ferro che i contadini usano per stimolare i buoi al lavoro. Quindi, uno sprone e un incitamento! Ricordando il parroco della mia gioventù auguro alla rivista «Dialoghi» di perseverare nella fedeltà al suo carisma di «pungolo diocesano». don Gianfranco Feliciani, parroco di Chiasso

L’inedito dalla vita Conosco la fatica di chi cerca di comunicare una notizia che ancora mancava, o il commento con l’idea fin qui mai udita. «Dialoghi» mi ha attirato quando ha detto cose che nessuno ancora diceva, e quando aveva il coraggio di… dire dai tetti quello che altri sussurravano solo all’orecchio. Perché anche noi abbiamo avuto anni in cui nella Chiesa la libertà di espressione non era scontata. Qualcuno che racconti l’inedito. È ancora importante, anche se oggi sono in tanti a farlo, spinti da una stagione ecclesiale di libertà, di cui ci rallegriamo. Dire l’inedito è quindi più difficile, eppure continua ad essere necessario, sempre con i dovuti modi, sempre con il dovuto rispetto. don Italo Molinaro titolare della rubrica «Chiese in diretta» (RSI)

Rigore e coerenza Cinquant’anni sono una meta prestigiosa per una rivista che ha saputo affrontare, con rigore e coerenza, i temi della vita civile ed ecclesiale, mantenendo nel giusto equilibrio l’attenzione al «particolare» – il mondo ticinese in primis – e la doverosa apertura all’«universale». Avendola seguita fin dall’inizio posso testimoniare della fedeltà a una linea critico-costruttiva, dove anche la dura (ma sempre garbata) polemica nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche e civili non ha mai avuto altra finalità che quella di portare un contributo alla promozione di istanze e di valori umanizzanti e di spingere le comunità cristiane a fare propria la radicalità evangelica. Quanto sia oggi necessario questo impegno è sotto gli occhi di tutti. Per questo l’augurio che come lettore mi sento di fare è che il prezioso lavoro della rivista prosegua e trovi nuovi spazi di collaborazione e nuove possibilità di diffusione. Ad altri cinquant’anni! don Giannino Piana eticista, ex presidente dell’Associazione italiana dei teologi

Cantiere che continua Da sempre mi ritrovo con uno o più numeri di «Dialoghi» tra il comodino, la scrivania o il tavolo del soggiorno. La rivista di riflessione cristiana è stata ed è per me, per mia moglie, una presenza; un fascicolo desiderato. Ma in che misura quei numeri saranno poi stati effettivamente letti? E perché vorremmo avere «Dialoghi» sott’occhio anche in futuro? Caratteristica e rischio di «Dialoghi» è una lettura spesso in due tempi: la si sfoglia con curiosità tesa a cogliere lo spunto critico o di originalità, premessa di dialogo; poi si spera nel momento propizio per una lettura più attenta e personalizzata. Ma è sincera la gratitudine per chi ha interpretato i primi 250 numeri e per chi continua il cantiere. Remigio Ratti


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PAROLE DI FRANCESCO Messaggio sulle questioni di fine vita «(…) Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr. Acta Apostolicæ Sedis XLIX [1957],10271033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicæ Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali” (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. «È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire”, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. «Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità” (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo. «Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza

tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura. «Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr. Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine. «In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete. «Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione». Messaggio di Papa Francesco al Meeting europeo sulle questioni del «fine-vita», dal Vaticano, 7 novembre 2017


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Dare un contenuto reale alla sinodalità nella Diocesi: d’accordo con il Vescovo! Nel fascicolo dello scorso dicembre 2017 («Dialoghi» n. 249) abbiamo proposto, grazie alla collaborazione con la rete dei Viandanti, tre testi sulla «sinodalità», ricordando, con un richiamo in prima pagina, che «la Chiesa è sinodale per definizione» e anche secondo il Sinodo 72 («Chi lo ricorda?»), «la sinodalità è essenziale» per la Chiesa, a partire dalla diocesi e dalle parrocchie. Non ci aspettavamo di essere sorpresi e preceduti da mons. Valerio Lazzeri nell’intervista rilasciata al giornalista Aldo Bertagni e pubblicata su «laRegione» del 7 dicembre 2017, di cui riportiamo l’essenziale. a.l.

Per una nuova pastorale Si avverte nella società un bisogno aumentato di spiritualità, che non trova per forza o riscontro nella pastorale cristiana. Forse perché scarseggiano i punti di riferimento? Quanto conta, a questo proposto, la crisi delle vocazioni? Crisi delle vocazioni: è un’espressione che va precisata. Contiamo i preti e le suore e constatiamo che effettivamente ce ne sono meno di prima. Non riflettiamo però abbastanza storicamente sul termine di confronto: ossia, un periodo tra ’800 e inizio ’900 che è stato eccezionale per molti versi rispetto a tempi precedenti. Un numero elevato di preti, distribuito sul territorio nella forma delle parrocchie che conosciamo, è un fenomeno tutto sommato abbastanza tardivo: in ogni caso, successivo all’ applicazione effettiva del Concilio di Trento, qui da noi soprattutto per opera di San Carlo Borromeo. Di per sé, se ci paragoniamo ad altre situazioni nel mondo o ad altre epoche, la quantità dei ministri ordinati potrebbe anche sembrare alta. Quando diciamo «crisi» pensiamo spesso più alle strutture da tenere in piedi che non alla qualità della proposta evangelica. E poi bisogna assolutamente approfondire il termine «vocazione», che non riguarda solo il clero o la vita religiosa.

Nel senso di un’interpretazione estensiva? Certo, tendiamo a una chiave di lettura, come dire, molto aziendale, come se il punto di partenza fosse ragionare sul personale necessario per portare avanti le nostre istituzioni, le nostre strutture. In ambito ecclesiale, questo ragionamento non va bene. Il punto di partenza, a mio avviso, sono le comunità da radunare attorno all’annuncio del Vangelo e la celebrazione dell’Eucaristia e non le sedi parrocchiali da coprire, o le chiese, come si usa dire, da officiare. Ebbene, il passaggio che stiamo vivendo potrebbe essere l’occasione per riflettere più a fondo su quali sono le vocazioni necessarie per l’ edificazione di una comunità cristiana, di un’ecclesia, ossia di una convocazione. In essa c’è la vocazione dei prete, ma ve ne sono altre. Come quella di chi serve la parola attraverso la catechesi, di chi lavora nell’ambito della carità, della formazione e dell’impegno sociale. Insomma, il nocciolo è la vocazione del cristiano in quanto tale e la cultura umana nella quale essa possa fiorire. A questo proposito si chiede alla Chiesa di aprire maggiormente al mondo laico… Più che al mondo laico, parlerei di battezzati consapevoli della propria chiamata specifica alla missione. Aprire al laici non può voler dire soltanto delegare loro aspetti legati all’attività del prete, perché è ancora un ragionamento aziendale. Bisogna riflettere su tutte le vocazioni, laicale compresa, ma dentro una riflessione volta a comprendere sempre più profondamente che cosa significhi davvero essere cristiani. C’è ancora molto da fare Il che vorrebbe dire allargare i portatori di valori oggi delegati alla missione del prete? O anche fare più comunità con l’altro? Non si può dire che manchi l’attenzione all’altro nelle nostre comunità. Trovo molto impegno parte di molti che si mettono a disposizione per tanti servizi di questo tipo. Credo che bisogna continuare a lavorare affinché

questa generosità sia espressione di una consapevolezza che trae linfa dal Vangelo, dall’incontro personale con il Signore. Da questo punto di vista c’è senz’altro ancora molto cammino da fare. Eppure, non sempre oggi la comunità, ticinese compresa, sa rispondere con prontezza al messaggio evangelico. Già il fare comunità, invece che isolarsi nel proprio mondo… Forse bisogna conoscere un po’ di più quello che avviene nelle nostre comunità parrocchiali. In quasi tutte lo spazio delle parrocchie è il luogo dove tante persone, sole o in difficoltà, trovano qualcuno che le accoglie e le ascolta, e non è sempre il prete. Si tende facilmente a passare sopra a questo ruolo, come dire?, di offerta sociale della comunità cristiana. Essa ha un impatto forte, anche se spesso nascosto, sul nostro territorio. Dovesse mancare questo impegno silenzioso e quotidiano di tante persone cristianamente motivate ce ne accorgeremmo. Viene dato per scontato, ma è un miracolo che si rinnova costantemente. Quante persone trovano forza nella loro fede celebrata nella comunità e sono fermento di coraggio e di dedizione nelle più svariate situazioni dell’umano. Le priorità della Diocesi Quali sono le priorità della Diocesi? La comunicazione nel nostro contesto rimane una preoccupazione viva. Abbiamo uno strumento che è il «Giornale del Popolo», da sostenere e da fare evolvere in un contesto particolarmente difficile per tutti i quotidiani cartacei. Ma vi sono altri aspetti ancora più vitali, come il lavoro per giungere a una messa in rete delle parrocchie che ci permetta di trovare modalità di collaborazione per un servizio pastorale diverso. C’è la cura della formazione degli operatori pastorali, per assicurare la qualità nella catechesi, nella diaconia, nella liturgia stessa. Ci sono dinamiche nuove da sviluppare con la Facoltà di teologia. Vorremmo avviare una formazione per operatori non solo preti. Rafforzando la qualità della nostra presenza nel territorio.


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Anche il nuovo arcivescovo di Milano parla di «sinodalità». Ma poi, in pratica? Dalla prima Lettera pastorale di Mons. Mario Delpini, nuovo arcivescovo di Milano: «(…) Alla contemplazione dell’opera di Dio deve ispirarsi il nostro cammino di Chiesa nel tempo. Il rischio di lasciare la contemplazione circoscritta a un tempo che sta fuori del tempo del vissuto quotidiano e in un luogo che è separato, come un recinto sacro, dagli ambienti della vita ordinaria continua a insidiare i discepoli di Gesù. È un rischio denunciato e contrastato da decenni dagli arcivescovi che hanno guidato la nostra Chiesa e che ricordiamo con gratitudine e venerazione. È un rischio che anch’io vorrei denunciare e contrastare, chiedendo a tutti di appassionarsi alla vocazione a essere pietre vive di una Chiesa che sia un segno della Gerusalemme nuova e che l’Agnello va costruendo purificandola con il suo sangue. L’edificazione della città è l’opera di Dio che convoca tutti e accoglie ciascuno. Il tema teologico, pastorale, antropologico, poetico e procedurale della sinodalità è la sfida che vogliamo raccogliere. Non è bene inflazionare uno slogan, ma è doveroso declinare un’attenzione che deve dare forma a tutta la vita della Chiesa, perché sia profezia della città santa. La sinodalità infatti è opera dello Spirito che dei molti fa una cosa sola. Ci si deve però domandare: quale docilità allo Spirito, quali attenzioni virtuose, quali esercizi ascetici rendono praticabile l’esercizio della sinodalità a uomini e donne tentati da individualismo, protagonismo, inerzia, rassegnazione, mutismo, confusione? Insomma si deve raccogliere un richiamo alla conversione. La sinodalità è una disciplina dell’agire pastorale. Ci si deve domandare: quale metodo, quali procedure, quali forme istituzionali rendono praticabile l’esercizio di un discernimento e di un agire sinodale a comunità tentate di delegare, di sottrarsi a responsabilità, di preferire il lamento all’impegno, di essere impazienti e insofferenti, di dividersi in fazioni e di isolarsi in aggregazioni autoreferenziali? In ogni caso se non si vuole che “sinodalità” rimanga uno slogan ripetuto per moda e disatteso per scoraggiamento: è necessario immaginare a livello di

Dei segni per cominciare! Visto che… siamo tutti d’accordo sulla sinodalità – almeno nel senso pratico di un’estensione delle competenze pastorali al di là della tradizionale divisione tra consacrati e laici –, e in attesa di un approfondimento che potrebbe prendere tempi lunghi (perché giustamente si tratta di studiare e di convincere), sarebbe a mio avviso opportuno che da parte della gerarchia a tutti i livelli si dia qualche segno che inviti a riflettere. Ne ricordo uno semplicissimo, che vidi nella Cattedrale di Buenos Aires, celebrante l’arcivescovo Bergoglio alla vigilia del Conclave che elesse papa Benedetto XVI. Sul presbiterio, al momento della Comunione, si disposero alcuni laici in albis (in prevalenza donne!) che dall’arcivescovo ricevettero la pisside (per chi strabuzzasse gli occhi: si chiama così il contenitore delle ostie consacrate da distribuire ai fedeli) e poi si dispersero ai quattro angoli per dare la Comunione ai fedeli. Che si trattasse di un segno per nulla scontato lo dimostra la risposta che alla mia domanda diede un fratone domeniparrocchia, di comunità pastorali, di decanato e di Diocesi la serietà della riflessione, la pazienza della pratica ordinaria, l’onestà della verifica. In prospettiva, che cosa si può consigliare al Vescovo perché questa proposta formativa e questa pratica ordinaria possa diventare uno stile che caratterizzi questi anni?». Un teologo libero. Se ne è andato il 30 novembre 2017 a Cogoleto (Genova), dove era nato, uno dei più insigni teologi italiani: don Giampiero Bof, 83 anni, punto di riferimento per intere generazioni di studenti, seminaristi, studiosi di teologia e credenti. Nato nel 1934, ordinato presbitero il 20 settembre 1958, Bof fu insegnante nel seminario vescovile e attivo nella pastorale di diverse località. Aveva anticipato e poi intensamente vissuto gli anni del Concilio, diffondendone i valori. Quando si avviava, negli anni 70,

cano incontrato all’uscita: «Sa, mi disse, a Roma non sarebbero felici di questa cosa, ma qui siamo mille miglia lontani e ce lo possiamo permettere». Adesso che quell’arcivescovo celebrante lo conosciamo un po’ più da vicino: è il papa Francesco felicemente regnante, quella spiegazione suona un tantino pilatesca. Oggi in molte chiese si fa pure quel gesto, e magari chi distribuisce la Comunione indossa il càmice liturgico, ma il significato che passa è ancora riduttivo: un aiuto dato ai preti-chenon-possono-fare-tutto-da-soli. Basterebbe invece che questa limitata partecipazione in sacris sia dichiarata dal vescovo come utile e da incoraggiare per mostrare che un passetto verso la sinodalità è facilmente praticabile. Poi magari si penserà a istruirli, questi laici (quanti leggono le Scritture senza una preparazione specifica!) ma saranno – come i «ministri straordinari dell’Eucarestia» già attivi in alcune parrocchie – un segno visibile che la sinodalità non è una parola vuota ma una tendenza approvata e praticata… E.M. il processo di normalizzazione delle spinte più innovative, don Giampiero fu messo ai margini e allontanato dall’insegnamento in seminario. Ma Bof non interruppe mai il lavoro di promozione culturale e teologica. Negli anni ’80 la situazione per don Giampiero migliorò progressivamente e in quegli anni egli ricoprì incarichi significativi in diocesi, fino alla guida del Capitolo dei canonici della cattedrale. Bof ebbe inoltre la possibilità di vivere la sua libertà, sottoscrivendo nel 1989 la «Lettera ai cristiani» firmata da 63 intellettuali cattolici, biblisti, canonisti, teologi che esprimevano disagio di fronte alle spinte regressive che attraversavano la Chiesa cattolica. Docente di storia del pensiero teologico presso l’Istituto di scienze religiose «Italo Mancini» di Urbino, Bof ebbe anche un ruolo significativo all’interno dell’Associazione dei teologi Italiani (da «Adista» del 16 dicembre 2017).


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«Dio non è maschio» Riflessioni al femminile su una rappresentazione causa di pregiudizi Ricordo perfettamente dove mi trovavo, una decina di anni fa, quando aprii un bollettino di notizie del Consiglio mondiale delle Chiese, che ricevevo periodicamente, e vi lessi quel titolo: «Dove Dio è maschio, i maschi si credono dei», Non si cade solo sulla via di Damasco… In quel momento non caddi dalla sedia e continuai come sempre, ma quel titolo fu come una rivelazione. Divenni consapevole di qualcosa di essenziale. Catturata da quella idea, iniziai un cammino che da allora non ho mai smesso di percorrere. Sotto questo titolo si trovavano le parole pronunciate dalla ministra protestante Judith van Osdol in un incontro regionale di donne svoltosi a Buenos Aires: «Le Chiese che immaginano o rappresentano Dio come un maschio devono farsi carico di questa immagine che hanno creato come un’eresia. Perché là dove Dio è maschio, il maschio è Dio…». Nel leggere queste due frasi sentii che stavo toccando le radici più antiche della discriminazione, dello svilimento, del disprezzo, della violenza contro le donne… Da allora ho continuato a riflettere, analizzando il modo in cui si è costituita questa antichissima radice. Se ogni religione consiste nel rendere visibile in parole, narrazioni, immagini il Dio che nessuno ha mai visto, è evidente che la religione cristiana, di matrice ebraica, ha usato preghiere, lodi, pitture, canti, sculture e simboli tutti maschili per rendere «visibile» Dio. Solamente alcuni riferimenti biblici hanno un carattere femminile. Oltre al fatto che oggi si è incorporato nel linguaggio liturgico il richiamo a «Dio padre e madre»… Sarà sufficiente? Partendo dalla nostra eredità culturale possiamo affermare che Dio, per quanto non abbia sesso, ha però da migliaia di anni genere: il genere maschile. Sappiamo che il sesso è una caratteristica biologica e il genere una costruzione culturale. Per questo, sebbene in Dio sia presente tanto il femminile quanto il maschile, come espressioni della Vita, nella cultura

ebraico-cristiana, cattolica, ortodossa o protestante, nei testi di quattromila anni di scrittura, nella letteratura dell’ebraismo, in quella di duemila anni di cristianesimo, come pure nell’Islam, Dio ha un genere e questo genere è quello maschile. Ciò significa che Dio è immaginato, pensato, concepito, pregato, cantato, lodato o rifiutato… come un maschio. Come non pensare allora che questa millenaria identificazione culturale di Dio con la maschilità non abbia conseguenze nella società umana? di Maria Lopez Vigil*

Essendo il genere una costruzione culturale, è naturalmente suscettibile di cambiamenti. Perché tutto ciò che si costruisce si può disfare per ricostruirlo di nuovo. Credo che di questo si tratti: di ricostruire il volto di Dio anche al femminile, un compito non da poco, ma come non pensare che avrebbe importanti conseguenze sull’etica, sulla spiritualità…? Dall’antropologia culturale sappiamo che al principio Dio «è nato» nella mente umana al femminile, che l’idea di Dio è sorta in connessione con la sfera femminile. Per millenni l’umanità, piena di meraviglia dinanzi alla capacità della donna di generare nel suo corpo il miracolo della vita, venerò la Dea Madre, vedendo nel corpo della donna l’immagine divina. Millenni dopo, la rivoluzione agricola portò all’accumulazione di cereali, di terra e di animali… e portò con sé anche la necessità di difendere con le armi i granai, le terre e il bestiame… In questa fase, a poco a poco, la Dea Madre venne spinta ai margini e divinità maschili e guerriere, che decretavano la guerra ed esigevano sacrifici di sangue, si imposero su tutti i popoli della Terra. Le divinità maschili assunsero il dominio delle culture del mondo antico e da allora presero il sopravvento in tutte le religioni che oggi conosciamo. Anche in Israele la Dea Madre venne soppiantata e Yahveh si impose nell’immaginario del popolo ebraico. È l’origine di ciò che oggi chiamiamo «cultura religiosa patriarcale».

Contro il femminicidio. Sì, ma non solo Il frastuono dell’attualità può nascondere questioni più profonde. Sui media impazzano le questioni femminili: in primo luogo le uccisioni di donne, che dimostrano la permanenza di mentalità e costumi insopportabili, soprattutto il prezzo osceno della seduzione operata contro la volontà della parte più debole. «Dialoghi» è solidale da sempre con il movimento femminista ma, interpretando la sua funzione di critica alle storture che si perpetuano anche dietro lo schermo del sacro, oggi ritiene di dover proporre all’attenzione anche una critica al linguaggio con cui si definisce Dio. Lo fa ospitando un articolo forte e coraggioso, che apre prospettive inedite a quasi tutti noi, ma con le quali il mondo cristiano deve confrontarsi senza infingimenti. E.M. Nell’iconografia cristiana, nelle immagini che abbiamo visto da bambini, Dio è un vecchio con la barba. È pure un re con corona e scettro seduto su un trono. È un giudice inappellabile dalle decisioni imperscrutabili. È anche il Dio degli eserciti. È sempre un’autorità maschile. I dogmi cristologici ci dicono che questo Dio Padre ha un Figlio, anch’egli Dio, che si «fece» uomo, il che indicherebbe una sua essenza anteriore a questo «farsi» anch’essa maschile. La terza persona in questa «famiglia divina» è lo Spirito Santo. Benché in ebraico il termine spirito sia femminile, la ruah, la forza vitale e creatrice di Dio, quella che mette tutto in movimento e anima tutte le cose, ci viene insegnato che lo Spirito lasciò incinta Maria, il che ci induce a pensare che lo Spirito sia un principio vitale maschile. Persino in espressioni religiose più recenti, popolari e liberatrici come quelle presenti nella Misa Campesina nicaraguense, Dio appare come un uomo. Lo cantiamo come «artigiano,


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carpentiere, muratore e operaio». Non ha, questo Dio, nessun impiego femminile. E lo «vediamo» alla pompa di benzina controllare i pneumatici di un camion, pattugliare le strade, lucidare scarpe nel parco, sempre in lavori da uomini. Non lo vediamo lavare o cucinare o cucire, tantomeno allattare. È un Dio povero e popolano, ma… è maschio. Il Dio della Teologia della Liberazione continua a essere un maschio. Gesù di Nazareth era stato educato alla religione dei suoi padri. Nell’ebraismo Dio era immaginato e pensato sempre in chiave maschile. Gesù ce lo ha presentato come un Padre buono e lo ha chiamato Abba, non Immà. Tuttavia, negli atteggiamenti di Gesù si nota un approccio nei confronti delle donne simile a quello adottato nei riguardi degli uomini, in contrasto con la sua religione. E nella proposta etica di Gesù si trovano valori attribuiti dalla cultura al «femminile»: la cura, la passione e la compassione, la non violenza, la vicinanza, l’empatia, l’intuizione, la spontaneità… Anche in qualche sua parabola c’è una pista interessante. Forse un’intuizione dell’uomo di Nazareth? Gesù rese le donne protagoniste delle sue similitudini con Dio e con l’agire di Dio. Nella parabola del lievito ha parlato di quello che avviene con il Regno di Dio, che basta un pizzico di lievito per far fermentare la pasta, ed erano le donne che facevano il pane, che av-

viavano questo processo. Ha parlato anche della cura di Dio per tutti i suoi figli, paragonando Dio a un pastore che lascia le sue novantanove pecore nel deserto per andare in cerca di quella che si era smarrita. E immediatamente il maestro «femminilizza» la similitudine, dicendo che Dio assomiglia anche a una donna che cerca ansiosamente una delle dieci monete che aveva perduto…

radice più antica e più nascosta che giustifica e legittima l’ineguaglianza fra uomini e donne? Non starà qui anche la spiegazione, per quanto sotterranea, della discriminazione e della violenza degli uomini contro le donne? Non sarà che questa radice, essendo rimasta così nascosta, per così tanto tempo intatta, ci ha anestetizzato tutti, uomini e donne, rispetto alle conseguenze?

Questi paragoni dovevano risultare sorprendenti ai suoi ascoltatori, educati a una cultura religiosa in cui Dio aveva un genere maschile e in cui le donne erano totalmente discriminate nelle pratiche, nei riti e nei simboli della religione. Confrontando i sentimenti di gioia di Dio con quelli del pastore che ritrova la sua pecora e con quelli della donna che recupera la sua monetina, Gesù ha ampliato l’immagine di Dio, parlando di un Dio che nessuno ha mai visto, ma che sia gli uomini che le donne rivelano e manifestano quando si prendono cura della vita.

Tutta la nostra cultura cristiana è articolata a partire dall’immagine di un Dio maschile che regge la sua creazione dall’alto e da fuori. La Dea Madre unificava tutti gli esseri viventi, umani, animali e piante, dall’interno di tutto il creato. Il risultato dello squilibrio storico che l’ha sostituita per imporre lui, che ha opposto il maschile al femminile trasferendo questo conflitto all’immagine di Dio, ha delle conseguenze sul modo in cui abbiamo costruito il mondo e su come viviamo nel mondo. Non sarà un compito urgente quello di studiarle?

L’immagine maschile di Dio, tanto radicata nella nostra mente, produce delle conseguenze. Non è forse la più ovvia quella di dedurre che, se Dio è visto come maschio, i maschi vedranno se stessi come dei? E, inoltre, se Dio è visto come un maschio che ordina, impone e giudica, i maschi, che si vedono come dei, non si metteranno anche loro a ordinare, a imporsi e a giudicare? Non starà forse qui la

Pubblicato da «Adista» il 21 ottobre 2017, questo articolo è di Maria Lopez Vigil, giornalista e scrittrice cubano-nicaraguense, caporedattrice della rivista «Envio» dell’UCA (Università centroamericana) di Managua. È autrice, insieme al fratello José Ignacio, della serie radiofonica «Un tal Jesús (untaljesus. net)». Di Maria Lopez Vigil sono disponibili in italiano: «Monsignor Romero. Frammenti per un ritratto», NdA Press, Rimini, 2005, e «Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana», Gabrielli Editori, San Pietro in Cariano, 2016 (con J.S. Spongo, R. Lenaers).

PAROLE DEL MONDO, DEL SEGRETO E DELL’OMBRA La vita e le opere di Nicolas Bouvier, viaggiatore instancabile sempre in cerca di nuovi confini da superare di Anne Marie Jaton, prefazione di Daniele Maggetti, traduzione di Gabriella Soldini, collana «I Cristalli», 224 pagine, 12,5 x 21 cm, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Notizie belle e buone Generosità momò. L’Azione natalizia di alcune parrocchie del Mendrisiotto a favore delle scuole di Haiti ha raccolto in totale, durante il periodo dell’Avvento, 57.500 franchi. Vi hanno partecipato otto parrocchie e alcune associazioni, scuole e aziende. La somma raccolta è stata destinata a sostenere la fabbricazione ad Haiti di centinaia di banchi e di altre attrezzature per le scuole che la diocesi di Lugano sta ricostruendo dai recenti terremoti e uragani. Il progetto missionario della Diocesi di Lugano è rivolto all’educazione dei ragazzi della diocesi di Anse, per la quale saranno attivi tre volontari ticinesi. Cimitero ecumenico. La città di Berna che già ospita una «casa delle religioni» (per otto diverse denominazioni) ha deciso di destinare un settore nel cimitero di Bremgarten ai defunti delle cinque principali religioni del mondo. Ciò per proseguire nel programma di «integrazione concreta» che vuole favorire le diversità, religiose e culturali, presenti sul territorio. Ecumenismo per i morti… e intolleranza (le vecchie e nuove iniziative su minareti e burka) per i vivi. Ricevuti dal Papa. Quattro giovani «Cantori della stella» del canton Argovia hanno partecipato alla messa celebrata il 1. gennaio nella basilica di San Pietro a Roma e hanno potuto avere un incontro definito «emozionante» con Papa Francesco. Prima erano stati ricevuti (noblesse oblige!) nella caserma della Guardia Svizzera con i loro compagni di altri Paesi europei, dove avevano eseguito alcuni canti natalizi e apposto alle porte il segno della benedizione. Carità originale. Dimostra fantasia Papa Francesco nella sua attenzione agli «scarti della società». Nel pomeriggio del 6 gennaio ha compiuto una visita a sorpresa all’ospedale pediatrico del Bambin Gesù a ovest di Roma, abbracciando bambini e parenti. Poi l’11 gennaio ha invitato 2100 poveri, senzatetto, rifugiati e detenuti con i loro famigliari ad assistere al circo Medrano ad uno spettacolo, con gli artisti che incoraggiavano a superare prove e difficoltà. Alla fine è stato offerto a tutti il pranzo. Per incarico del Papa, il cardinale Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, aveva celebrato la messa di Natale al centro romano «Don Picchi», che ospita tossicomani, mentre mons. Krajewski, suo cappellano, era andato a confortare chi era rimasto senza casa per il terremoto dell’isola di Ischia, e «come la Santa Famiglia a Betlemme, sono in cerca di un alloggio». La foresta di Francesco. Una comunità indigena ha battezzato «Nihii Eupa Francisco» (foresta papa Francesco in lingua amahuaca) una foresta ammazonica di 1800 ettari situata nel sud del Perù, volendo rendere omaggio al pontefice che ha manifestato in più occasioni la necessità di proteggere la casa comune. Il documento relativo è stato consegnato al Papa durante la recente sua visita dai rappresentati della comunità amahuaca della Madre de Dios, che comprende 180 indigeni di 20 famiglie. Francobolli vaticani. L’Ufficio filatelico e numismatico della Città del Vaticano ha emesso un francobollo con le figure di Martin Lutero e Filippo Melantone, in ginocchio davanti ad una croce, per ricordare i 500 anni della Riforma. Accompagnandolo da un francobollo che commemora la nascita di san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra (1567-1622), una vita intera di contrasti con i calvinisti.

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Basta tabacco! Papa Francesco ha deciso che non saranno più venduti sigari e sigarette sul territorio della Città del Vaticano, dove il prezzo era inferire di circa il 25% rispetto a quello praticato in Italia e quarantamila persone possedevano la tessera per fumare a miglior mercato cinque pacchetti al mese, rovinandosi la salute con l’aiuto di Santa Madre Chiesa. Francesco ha deciso di porre fine a questa… dolce morte da fumo. La perdita per le finanze vaticane sarà di una decina di milioni di euro. Bellezza in mostra. Un’esposizione internazionale dal titolo «Pulchritudines» (letteralmente: bellezze) si è tenuta al centro Fiera di Roma, per invitare a «raggiungere il divino attraverso la bellezza». Scopo della mostra: presentare tutte le forme d’arte con le quali la bellezza di Dio si è manifestata agli uomini: musica sacra, oggetti liturgici, sculture e altre opere artistiche, tra cui… il martello che dal 1975 serve al papa per aprire la «porta santa» del giubileo. Cattedrale ortodossa al Cairo. In occasione del Natale ortodosso del 7 gennaio, a 45 chilometri dal Cairo, nella nuova capitale amministrativa dell’Egitto, è stata inaugurata (anche se non ancora terminata) la più grande cattedrale del Medio Oriente, dedicata alla Natività di Cristo. Il presidente Al Sisi, con evidente riferimento ai recenti attentati contro i cristiani, ha dichiarato «Siamo un unico popolo unito e nessuno potrà mai dividerci». Cattedrale restituita. In occasione dei 500 anni della Riforma, la Russia di Putin ha fatto il bel gesto di restituire alla comunità evangelica luterana la chiesa di San Pietro e Paolo di Mosca, confiscata nel 1938 dopo che, due anni prima, era stato fucilato il pastore. L’edificio fu utilizzato quale sala cinematografica, demolito il campanile. I luterani residenti in Russia sono circa 16.000, in gran parte di origine tedesca, e già potevano dal 1991 utilizzare la chiesa, senza tuttavia ci fosse una restituzione ufficiale. Altri edifici religiosi confiscati dai sovietici aspettano tuttora di essere restituiti ai legittimi proprietari, tra cui la cattedrale cattolica di Mosca, pure dedicata ai santi Pietro e San Paolo. Premiato padre Ibrahim. Il francescano padre Ibrahim Alsabagh ha ricevuto a Cracovia il Premio 2017 dedicato alla memoria di Jan Karski, giovane resistente polacco. Padre Ibrahim è parroco da oltre due anni della parrocchia latina di Aleppo in Siria, devastata dalla guerra civile. Il 60% delle chiese in Siria sono state danneggiate dal recente conflitto. A soccorso dei cristiani. Durante l’attacco del 29 dicembre degli islamisti contro la chiesa copta «Mar Mina», a 30 chilometri dal Cairo, l’imam della moschea posta di fronte aveva invitato col microfono i suoi fedeli ad accorrere a protezione dei fratelli copti. Nell’attacco furono uccisi due militari di guardia e otto cristiani, prima che si potessero bloccare le porte della chiesa. Contro l’estremismo. Allo scopo di combattere l’estremismo islamico in Egitto, l’università Al-Azhar ha preparato un progetto di legge per punire «l’incitamento all’odio con pretesti religiosi». Il progetto è stato presentato dal grande imam, lo sceicco Ahmed Al-Tayet, al presidente egiziano Al-Sisi e sarà sottoposto al parlamento. Si intendono reprimere i discorsi religiosi che fomentano gli attentati terroristici, specialmente contro i cristiani.


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Genesi e sviluppo del rapporto problematico tra autorità e comunicazione radio-televisiva «Dialoghi» prende posizione contro l’iniziativa popolare «No Billag» in un «corsivo» pubblicato a pagina 24. In apparenza, si tratta di una questione semplice, che alcuni riducono a un voto di fiducia sulla SSR, se non addirittura sulla RSI. Le proposte dell’iniziativa, per il loro radicalismo, toccano invece una sfera più larga. La storia della SSR è infatti quella di uno strumento ritenuto essenziale per la democrazia, specialmente in quel contesto particolarissimo che è la Svizzera1. Enrico Morresi ne ha percorso le vicende a partire dalle prime concessioni radiofoniche, ai tempi cupi del nazismo e del fascismo alle porte e della seconda guerra mondiale. Nella relazione da lui presentata il 28 settembre 2017 a Bellinzona per incarico di «Coscienza Svizzera» è passata in rassegna la storia di un rapporto tra politica e giornalismo che ha conosciuto in passato tensioni anche più forti delle attuali. Lo proponiamo ai nostri lettori, leggermente adattato. Per tre quarti della sua storia – che comincia nel 1909 con la fondazione dell’Associazione della Stampa Ticinese – la corporazione dei giornalisti nel Canton Ticino fu aperta solo ai colleghi che lavoravano nei giornali. I primi «radiofonici» erano esclusi, essendo considerati più o meno come dei pubblici funzionari. La radio aveva cominciato a diffondersi negli Anni Trenta del Novecento come mezzo di comunicazione di massa. Ricordo gli apparecchi che troneggiavano nelle nostre case: portavano sul davanti i nomi di un gran numero di stazioni, sulle cui frequenze era possibile sintonizzarsi girando un bottone. Quella possibilità di spaziare nell’etere preoccupava. Proprio allora, regimi autoritari a Sud e a Nord della Confederazione avevano capito l’importanza della radio come mezzo di propaganda e ne facevano largo uso. Premeva dunque la necessità di organizzare quella che fu chiamata «la difesa spirituale» del Paese. E poiché si trattava di un interesse nazionale, ci si preoccupò che raggiungesse tutte le regioni del Paese, minoranze comprese. I contenuti giornalistici del mezzo radiofonico rimasero a lungo molto scarsi, gli addetti poco numerosi. I giornali avevano fatto pressioni per limitare a due i bollettini di notizie diffusi giornalmente. Il Consiglio federale ne diede l’incarico all’Agenzia Telegrafica Svizzera, che nominalmente era un medium privato (apparteneva agli editori di giornali) ma dal potere centrale risultava più facilmente controllabile. Dal 1939 i bollettini furono portati a quattro e tale regime rimase in vigore per la Radio della Svizzera italiana fino al

di Enrico Morresi

1976. Il monopolio di fatto fu sconfitto definitivamente solo molti anni dopo la guerra, dall’avvento della Televisione, alla quale l’ATS non aveva la possibilità di fornire immagini (e del resto l’autorità politica non ne vedeva più le ragioni). Presto però altri motivi di inquietudine consigliarono che alla libertà degli operatori radiotelevisivi in qualche modo si ponesse un limite. La «contestazione globale» degli anni Sessanta (proprio quelli in cui la televisione si stava diffondendo capillarmente) fu interpretata come un tentativo rivoluzionario ispirato dall’Unione sovietica e dai partiti comunisti per scardinare le democrazie occidentali. Alle nuove idee di libertà corrisposero i primi tentativi dei giornalisti televisivi di svincolarsi dalla tutela del «politicamente corretto»: ma la novità non piacque a tutti e i giornalisti della SSR furono investiti da un’ondata di critiche. La critica ai programmi fu portata avanti da associazioni come il Club Hofer sul piano nazionale e l’Associazione «Liberi e Svizzeri» nel Canton Ticino. Una costellazione di conservatori in politica, timorosi di vedere i valori della nostra democrazia minacciati apparentemente dall’azione delle minoranze rivoluzionarie, e di quotidiani come il «Giornale del Popolo» preoccupati per il mutamento dei costumi, prese a bersagliare di critiche i giornalisti della SSR e della RSI. Pochi riflettevano sull’anomalia: può un Pae­se libero tollerare un doppio binario circa l’informazione del cittadino: uno di totale libertà per la

stampa scritta, l’altro ristretto e politicamente determinato per la radio e la televisione? Non potendosi invocare l’introduzione della censura, nelle Concessioni federali successivamente imposte alla Società Svizzera di Radiotelevisione (SSR) fu scelta come criterio l’oggettività2. «I programmi – si leggeva nel testo delle concessioni – devono, in particolare: a) garantire un’informazione obiettiva ed equilibrata (…)»3. Ma fu subito chiaro che almeno uno dei due termini era scivoloso e instabile. L’oggettività fu pertanto lasciata fuori nel primo articolo costituzionale approvato, nel 1984: «(Radio e televisione) presentano fedelmente gli avvenimenti». La dizione fu ripresa nella legge federale di applicazione (art. 4 cpv. 2), approvata dal Parlamento nel 1991. La riveduta Costituzione federale approvata dall’elettorato svizzero nel 1998 introdusse finalmente una formulazione chiara e comprensibile: «(Radio e televisione) presentano gli avvenimenti in modo corretto e riflettono adeguatamente la pluralità delle opinioni» (art. 93). Ripresa nella legge d’applicazione riveduta del 24 febbraio 2006, è la formula ancora in vigore: all’art. 4, cpv. 2 il concetto è precisato così: «Le trasmissioni redazionali con un contenuto informativo devono presentare correttamente fatti ed avvenimenti, in modo da consentire al pubblico di formarsi una propria opinione». Nel frattempo, avendo la Svizzera aderito alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1974), anche sulla scena mediatica svizzera si è imposto un tipo di interpretazione della libertà di stampa valida per ogni espressone giornalistica. Il Tribunale federale adotta da allora una prassi interpretativa sancita dalla giurisprudenza internazionale, del resto coerente con il secondo lemma dell’articolo costituzionale svizzero, che insiste sul dovere di dare al pubblico la possibilità di formarsi una propria opinione. Identica posizione difende il Consiglio svizzero della stampa, l’organismo di deontologia fondato autonomamente nel 1977 dalla Federazione svizzera dei giornalisti e valido per tutta la cate-


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goria degli informatori, dipendano da un servizio pubblico o da un’impresa privata. Serve altro? La risposta potrebbe essere scontata. Ma la SSR ha sempre avuto molti nemici, e neppure oggi gode (come la discussione sull’iniziativa «No Billag» dimostra) di un consenso illimitato. Si doveva dunque trovare, a giudizio del Consiglio federale, il modo di offrire al cittadino un potere, quantomeno, di critica, di reclamo e di controllo sulla fedeltà degli operatori radiotelevisivi alle norme di legge. Fu perciò istituita, a partire dal 1984, l’Autorità Indipendente di Ricorso in materia Radiotelevisiva (AIRR)4. A partire dal 1992 il sistema venne completato per prevenire che i «casi bagatella» si accumulassero, introducendo la figura di un mediatore per ogni regione, incaricato di trattare i reclami in prima istanza. L’AIRR funziona dunque solo da istanza di ricorso. Lo prevede la legge agli artt. da 91 a 93, ed è il sistema attualmente in vigore. Quanto efficace? Nel 2016 l’AIRR ha evaso 28 ricorsi, 4 li ha dichiarati irricevibili, 20 li ha respinti, 4 accettati. Le violazioni della legge accertate sono state, dal 2001 al 2016, sessanta, che divise per 16 (quanti gli anni di attività a partire dal 2002) fanno una media di 3,7 violazioni all’anno. Pare una cifra ridicola se comparata all’enorme produzione di programmi radiotelevisivi, e magari legittimerebbe qualche critica sulla… tigre senza zanne. Ma si deve riflettere che l’AIRR (e il Tribunale federale, e la CEDU) con gli anni hanno condensato una giurisprudenza preziosa sull’accordo tra libertà e responsabilità dei giornalisti radiotelevisivi. L’ultima violazione accertata che concerne la RSI risale all’22 dicembre 2015: riguardava una trasmissione del «Quotidiano» sul Salone dell’auto di Ginevra5. Un caso recente, giudicato dal mediatore per la regione tedescofona della SSR, prova che il sistema funziona. Sollecitato da un’enormità di reclami (più di cinquecento!), il mediatore ha giudicato severamente lo svolgimen-

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to di una trasmissione «Arena» avente al centro il neo-eletto presidente degli Stati Uniti e dato torto all’azienda6. Tre dei reclamanti hanno fatto ricorso all’AIRR, che a maggioranza li ha invece (diversamente dal mediatore) tutti respinti. È possibile che l’autore di sei degli otto reclami ricorra al Tribunale federale (al limite, la questione può finire a Strasburgo…). Affaire à suivre, sul punto preciso. Ma non basta. I giornalisti della Radio e della Televisione sono soggetti anche alla critica del Consiglio Svizzero della Stampa, al quale ogni cittadino può gratuitamente presentare un reclamo contro un articolo oppure una trasmissione radio-televisiva, se ritiene che vi sia stata violazione del codice etico: la «Dichiarazione dei doveri e dei diritti del giornalista». Il codice non ha valore legale, ma, ancora una volta, la «giurisprudenza» condensata negli anni dalla costituzione (1977) è riconosciuta come autorevole ed è citata negli annali del diritto pubblico. La SSR, aderendo nel 2008 alla Fondazione, ne ha legittimato la funzione sussidiaria7. Se poi si riflette alla presenza attiva di «consigli del pubblico» che – per esempio nella Svizzera italiana – prendono in esame, a turno, tutti i principali programmi della radio e della televisione per offrirne una valutazione nel Rapporto annuale della CORSI, l’impressione può essere addirittura di una superfetazione. Trovarsi soggetti a tre o a quattro istanze di controllo e di verifica giustifica l’impazienza spesso manifestata dagli operatori dell’informazione (in termini criticabili, talvolta, ma comprensibili). Fatte le somme, tuttavia, il sistema soddisfa il bisogno di un contro-parere rispetto al contenuto di un programma e previene le mire censorie che da sempre abitano i sogni dei politici di ogni Paese e di ogni colore. Bisognerà dunque accontentarsi – se, come si spera, l’iniziativa «No Billag» sarà respinta – di farne il miglior uso, utilizzando le prese di posizione che gli organismi di mediazione e l’AIRR

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producono come occasioni di riflessione. Va ricordato infine un progresso registrato negli ultimi vent’anni: spostando la competenza per le nomine dei quadri giornalistici dal sistema istituzionale al sistema professionale – nel caso svizzero italiano: dal comitato della CORSI alle direzioni generale e regionale – si è riconosciuto agli operatori dell’informazione uno statuto più corrispondente ai diritti di base del giornalista. A dare istruzioni agli operatori bastano dunque l’etica professionale – vigilata dal Consiglio della stampa – e la giurisprudenza della Corte europea8, interpretata dalle istanze di mediazione e di ricorso di cui la Confederazione ha dotato il sistema-SSR. Contro questo schema ci si dovrà quanto prima di nuovo contare in Svizzera, perché l’UDC ha lanciato un’iniziativa «contro i giudici stranieri» sulla quale le Camere federali non si sono ancora pronunciate. Note 1. Dell’Autore segnaliamo i tre articoli pubblicati da «Azione» il 15, 22 e 29 gennaio 2018. 2. E. Morresi, Peripezie della nozione di obiettività giornalistica, Relazione presentata al Convegno sul tema «Etica e comunicazione politica» alla Biblioteca cantonale di Lugano il 9 giugno 2008 (dattiloscritto). 3. D. Barrelet, Droit de la communication, Berne, 1998, 51. 4. Un volumetto uscito da poco fa un bilancio dell’esperienza dell’AIRR: R. Blum e I. Staub (a cura di), I Muri del pianto dei media svizzeri, Berna 2017. 5. Rapporto annuale 2016 dell’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva AIRR, Berna, p. 14. 6. www.srgd.ch/de/aktuelles/news/2017/04/ 11/arena-uber-unehrliche-medien-beanstan det. 7. Il Regolamento del Consiglio svizzero della stampa prevede tuttavia la non entrata in materia se l’oggetto del reclamo è fatto valere contemporaneamente davanti all’AIRR o ai tribunali. 8. Riassume la situazione un bell’articolo di Sibilla Bondolfi, «CEDU e Svizzera: un rapporto di amore e odio», cfr. www.swissinfo. ch/ita/politica/diritti-umani-cedu-e-la-sviz zera-un-rapporto-di-amore-e-odio/432932.

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TESTIMONI E PROFETI Il rabbino del dialogo «Bisogna, e l’ho ribadito molte volte, amare Israele con un amore aperto a tutto e a tutti. […] Solo un amore così permette il superamento dei timori e delle difficoltà e dà al dialogo quella gioia e quell’umanità che si addice all’incontro tra amici». Non fu solo per un ovvio omaggio al cardinal Martini, che riprese queste tesi a lui care per introdurre la collana dell’EDB «Cristiani ed ebrei», che si è deciso di riprodurle in apertura dell’ultima fatica di rav Giuseppe Laras: Ricordati i giorni del mondo (EDB, 2014). La scelta, infatti, fu direttamente collegata ai forti sentimenti di amicizia, stima e vicinanza umana che hanno contraddistinto queste due eminenti personalità, l’arcivescovo di Milano e il rabbino-capo della locale comunità ebraica, il cui impegno nel dialogo reciproco ha reso quella città, per due decenni, un punto di riferimento qualificato per chiunque desiderasse accostarsi all’incontro ebraico-cristiano e cercasse di comprenderne la centralità strategica nel tempo attuale. Ora anche rav Laras ha concluso i suoi «giorni del mondo», lo scorso 15 novembre. La sua ha rappresentato a lungo una delle voci più autorevoli del rabbinato europeo: oltre al suo impegno diretto alla guida della comunità del capoluogo lombardo dal 1980 al 2005, è stato direttore della rivista «La Rassegna Mensile di Israel» e per oltre vent’anni presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, e poi del Tribunale rabbinico del Centro-Nord Italia. Nato a Torino nel 1935, i suoi studi si sono rivolti soprattutto al pensiero ebraico medievale, e in particolare a Maimonide, portandolo a rivestire diversi incarichi accademici. Per cogliere almeno parzialmente la rilevanza della sua opera culturale, si può riprendere in mano proprio il citato «Ricordati i giorni del mondo»: una vera e propria storia del pensiero ebraico – dalla Bibbia alla contemporaneità – capace di coniugare la sinteticità, il carattere divulgativo e di materiale accessibile a un largo pubblico, e un’indubbia completezza. Un vero e proprio testamento intellettuale di un uomo che ha saputo custodire il rigore e l’apertura mentale, la fedeltà alla propria tradizione e il rispetto dei goyim. E che ha scelto, infine, di essere sepolto in Eretz Israel, a Gerusalemme.

Un musulmano aperto al confronto Tre giorni prima di Laras, il 12 novembre, ci ha lasciato – all’età di 91 anni – anche lo shaykh Abd al Wahid Pallavicini. Immancabile la sua presenza ai momenti di dialogo più ufficiali, ma anche a quelli più informali. Durante i quali mostrava tutta la sua profonda convinzione, da un lato, che al dialogare non si possa in alcun modo rinunciare; e, dall’altro, che l’Islam, come l’ha conosciuto e vissuto in prima persona lui, non c’entra nulla con la tragica follia del terrorismo jihadista. Aveva il coraggio di confrontarsi non solo con le autorità del cattolicesimo, ma anche con i vertici dell’ebraismo. Non è facile parlare di lui al passato, tanto Pallavicini ha segnato di sé la storia complessa del dialogo cristiano-islamico in Italia. Discendente di un’antica famiglia lombarda che vanta papi e cardinali, Pallavicini, laureato in medicina, si era convertito all’Islam nel lontano 1951, mentre si spegneva al Cairo il metafisico francese

René Guénon, al cui pensiero rimarrà costantemente legato. Negli anni Ottanta ebbe l’intuizione di fondare, in Italia e in Francia, una comunità di musulmani autoctoni, ricollegata al sufismo tradizionale. Al suo impegno, in particolare, si deve la nascita della Coreis – Comunità religiosa islamica italiana, dell’Interreligious Studies Academy e della moschea al-Wahid di Milano. Già nel 1998 presentava al Parlamento italiano una prima bozza d’Intesa tra la comunità islamica e lo Stato. Venne scelto a rappresentare l’Islam italiano nello storico incontro di Assisi del 27 ottobre 1986, voluto da Giovanni Paolo II. Se il suo testo più significativo resta il fondamentale «L’Islam interiore» (edizione più recente: Il Saggiatore, Milano 2003), nel suo ultimo libro: «Il nome di Dio nell’Islam» (Edizioni Messaggero, Padova 2016), egli ha lasciato un autentico testamento spirituale: «Ai nostri discepoli chiediamo di tenersi saldi nei principi della fede senza scendere a compromessi con le crescenti suggestioni di questo mondo; alle autorità spirituali chiediamo invece di tenere fede allo spirito di fratellanza che abbiamo condiviso nel corso di più di quarant’anni di dialogo, con particolare attenzione a un sempre più necessario affinamento intellettuale e a un discernimento sui segni dei tempi, mentre alle autorità civili chiediamo di sostenere anche fattivamente una realtà spirituale eccezionale nel suo genere, dalla quale possono dipendere non pochi delicati equilibri nei rapporti fra Oriente e Occidente, equilibri che potrebbero divenire ancora più importanti nel corso dei prossimi anni». Brunetto Salvarani da «Confronti», Roma, dicembre 2017

Ricordo di un martire valdese La chiesa valdese di Aosta, per celebrare il quinto centenario della Riforma, il 31 ottobre scorso, nella piazzetta di S. Grato della centralissima via Jean-Baptiste de Tillier, ha fatto scoprire un cippo in ricordo del giovane evangelico Niccolò Sartoris, arso sul rogo il 4 maggio 1557, forse in quello stesso luogo. Niccolò Sartoris, figlio del notaio Gian Leonardo, morto a Torino nelle prigioni dell’Inquisizione, faceva parte, come suo padre, di uno dei cenacoli riformati del Piemonte. Emigrato a Losanna e divenutone cittadino, nella primavera del 1557, a ventisei anni, si recò in Valle d’Aosta, dove gli evangelici erano numerosi. Alcune parrocchie erano state rette da frati divenuti luterani, aderivano alla Riforma aristocratici, borghesi e membri del clero, al punto che il vescovo era stato dispensato dal presenziare alle sessioni del Concilio di Trento per combattere il luteranesimo. Niccolò non esitò a sostenere in pubblico le dottrine riformate. Scoperto e denunciato, si decise a fuggire all’ultimo momento, ma, raggiunto nei pressi di St.-Rhemy, fu catturato e portato ad Aosta, dove fu sottoposto a processo dall’Inquisizione e condannato al rogo, dopo che per tre mesi gli inquisitori avevano tentato di costringerlo all’abiura.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario


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La campagna 2018 di Sacrificio quaresimale si pone un obiettivo di cambiamento radicale La campagna ecumenica 2018 di «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti», in collaborazione con «Essere solidali», è dedicata al tema della transizione. Se vogliamo proteggere efficacemente i diritti umani, la natura e il clima, abbiamo bisogno di un cambiamento radicale di paradigma che, come hanno fatto la Riforma o l’Illuminismo, trasformerebbe profondamente il nostro sistema di valori. Le tre organizzazione di cooperazione internazionali legate alle Chiese cristiane svizzere partono dalla constatazione che l’umanità e la nostra casa comune – la terra – attraversano una crisi che minaccia la loro esistenza: ecologicamente, economicamente, socialmente. La causa è l’attuale modello economico basato sul consumo e la concorrenza, e che si deve ritenere superato. È urgente e necessario che si passi a un nuovo modello che aspiri al bene comune e si basi sulla cooperazione: in questo senso si parla di transizione. La transizione presuppone lo sviluppo di nuove forme di produzione alimentare e di economia, rispettose dei diritti umani e dell’ambiente. Questa crisi è anche espressione di un’ancora più profonda crisi spirituale. Non più solidarietà, altruismo, amore per il prossimo: nella società attuale l’unico valore che sembra ancora contare è quello monetario. La crisi è allora anche l’espressione della rottura nei rapporti fondamentali: tra esseri umani, tra esseri umani e altre forme di vita creata, tra esseri umani e Dio. La transizione necessita dunque innanzitutto una trasformazione interiore: un cambiamento radicale del nostro sistema di valori, del nostro modo di essere e del nostro stile di vita, dello sguardo che posiamo sugli altri – persone e natura – avendo coscienza della loro dignità e dell’interdipendenza che ci lega. La campagna 2018 è un’occasione per delineare azioni concrete che possono ispirare e incoraggiare le persone a partecipare a questo processo. Nella nostra società dell’abbondanza, la rinuncia può rivelarsi liberatoria poiché permette di mettere in discussione i consueti modi di vivere e di rompere con l’indifferenza consumistica. Il tempo libero così guadagnato può essere dedicato ad altre attività stimo-

lanti. In questo modo, un individuo mantiene relazioni sane e osserva il suo tempo di riposo (il Sabbath). La crisi che il nostro sistema sta vivendo ci dà la possibilità di modificarlo. Assumendocene la responsabilità, progettiamo il cambiamento resosi inevitabile. La creatività umana e la capacità del genere umano di affrontare le sfide sono all’altezza della situazione. Tuttavia il percorso che porta a questo cambiamento è ben lungi dall’essere ovvio. Occorrerà lasciare spazio a luoghi e momenti in cui gli esseri umani possano arricchirsi a vicenda. E soprattutto la trasformazione deve comprendere coloro che oggi soffrono maggiormente a causa di ogni tipo di emarginazione indotta dal sistema attuale: le persone che vivono in condizioni di povertà, le donne, i popoli indigeni e persone con disabilità. Daria Lepori

«Chiudere la parentesi materialista» Dominique Bourg è professore e responsabile del master «Fondamenti e pratiche della sostenibilità» alla Facoltà di geo-scienze e scienze dell’ambiente dell’Università di Losanna. Filosofo di formazione, è specialista di questioni ambientali da trent’anni. A suo parere, la transizione è innanzitutto una questione spirituale: è necessario un cambiamento sul piano interiore che permetta un cambiamento nella società e l’adozione di un modo di vita veramente sostenibile. Si tratta di un progressivo passaggio a un sistema che rispetta l’impronta ecologica sulla terra, di creare una nuova civiltà, in cui si impara a vivere nei limiti del pianeta che non dispone di risorse infinite, cercando il benessere anche delle generazioni future e la riduzione delle attuali disuguaglianze. Questo non sarà possibile puntando su nuove scoperte scientifiche, ma cambiando il modo di funzionare della società. Nessuno conosce esattamente tutte le tappe del cammino. Però si conosce molto bene quel che succederà se si va avanti così. Il passo decisivo verso la transizione è spirituale. Dal IX secolo in poi si

è progressivamente considerato che quello che ci circondava aveva valore soltanto se trasformato e monetizzato. La transizione spirituale comporta il ritorno a un’altra relazione con tutte le creature. L’enciclica Laudato si’ è molto chiara in proposito: l’essere umano deve ritrovare il suo giusto posto sulla terra. Si tratta anche di affrontare la questione del senso di soddisfazione e di realizzazione di sé. Cosa significa realizzare la nostra umanità interiore? Oggi realizzarsi equivale a consumare, ma questo meccanismo si sta inceppando e assistiamo a un desiderio sempre maggiore di un’autentica realizzazione di se stessi. Il primo passo è trovare un altro modo per realizzarsi, che non sia attraverso il materialismo. In questo senso, Laudato si’ mostra una possibile strada: con la sobrietà, che non vuol dire ritornare a vivere nelle caverne ma chiudere questa la parentesi materialista ed entrare in una società in cui mettiamo la nostra energia altrove, pur mantenendo uno standard di vita soddisfacente.

Stampa cattolica L’Associazione cattolica svizzera per la stampa ha festeggiato il secolo di esistenza, pubblicando un’opera commemorativa dal titolo «Il lavoro mediatico cattolico – Retrospettive e prospettive». L’associazione comprende seicento membri, specialmente della Svizzera tedesca, e fu all’origine di molti giornali in momenti difficili per i cattolici svizzeri. Tra i primi, certamente, «le Courrier» di Ginevra, nato il 5 gennaio 1868 come «foglio religioso e nazionale della domenica», quotidiano dal 1892. Ora ha sciolto i rapporti con la Diocesi e continua la sua battaglia umanistica e sociale grazie alla fedeltà e alla generosità dei lettori (cfr. «Dialoghi» n. 249, dicembre 2017). Ha cambiato aspetto, col 2018, anche il giornale della Chiesa cattolica della Svizzera tedesca «Schweizerische Kirchenzeitung». Organo ufficiale per le diocesi germanofone, vuole essere anche piattaforma e scambio di opinioni sulla Chiesa. Abbiamo tratto queste informazioni da cath.ch del 22 dicembre e del 5, 6-7 gennaio 2018, ignorate in Ticino.


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

No Billag. La Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) è preoccupata per le possibili conseguenze di un’eventuale successo dell’iniziativa No Billag, in votazione il prossimo 4 marzo. La CVS teme che, se l’iniziativa fosse accettata, la formazione dell’opinione pubblica sarebbe ancora più dipendente da società mediatiche estere o finanziariamente dominanti. L’identità svizzera ne sarebbe indebolita, in particolare nella svizzera romanda e italiana. Secondo la CVS, la riuscita dell’iniziativa nuocerebbe alla coesione nazionale e ingrandirebbe le fratture sociali già esistenti. Anche la Federazione delle Chiese protestanti si è pronunciata contro l’iniziativa, definita dannosa per la democrazia svizzera perché pregiudica la copertura mediatica pluralista e impedirebbe alle minoranze di esprimersi.

di non seguire la richiesta del vescovo di Coira, mons. Huonder, di destinare ad altri scopi diocesani l’importo di 1,16 milioni accantonato in vista della costituzione di una diocesi zurighese autonoma. Tra i motivi del rifiuto, l’intenzione di non rinunciare alla nuova diocesi quando sarà designato nel 2019 un nuovo vescovo per Coira.

La creazione è buona. La Giornata mondiale di preghiera, fissata per il 2 marzo 2018, avrà come tema «La creazione di Dio è molto buona». La liturgia è stata preparata dalle donne del Suriname, già colonia olandese: un paese situato nella parte nordorientale del Sudamerica, confinante a nord con l’Oceano Atlantico. Il Suriname ha una popolazione molto mista, di circa 540.000 abitanti, discendenti da indigeni, ex-schiavi evasi, creoli, e provenienti da Asia ed Europa o da paesi vicini. Altrettanto variata l’appartenenza religiosa. Paramaribo è la capitale (significa: città dei fiori); il motto della Giornata è «informarsi per pregare – pregare per agire». Il ricavo della colletta sarà destinato a sostenere opere educative e assistenziali a favore di donne e ragazze. La colletta del 2017 aveva fruttato fr. 443.921 ed è stata utilizzata per progetti umanitari nelle Filippine.

Missioni italiane. Si è svolto a Roma, lo scorso dicembre, presso la sede della Fondazione Migrantes, l’incontro bilaterale delle delegazioni delle Conferenze episcopali d’Italia e della Svizzera per le migrazioni. La delegazione italiana era guidata dal presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della CEI, mons. Guerino di Tora, quella svizzera dal vescovo di Sion, mons. Jean-Marie Lovey, con il prof. Patrick Renz, direttore nazionale di «Migratio» e il coordinatore nazionale delle Missioni cattoliche di lingua italiana in Svizzera, don Carlo De Stasio. Tra i temi al centro della discussione la preparazione dei sacerdoti per il servizio all’estero, la promozione di tematiche migratorie nella formazione dei sacerdoti e la situazione delle missioni cattoliche italiane in Svizzera, attualmente così distribuite nelle diocesi: Basilea 21 comunità; Coira 13; Losanna, Ginevra e Friburgo 11; S. Gallo 4; Sion una. Le comunità sono frequentate non solo da italiani ormai stabiliti in Svizzera ma anche da molti nuovi arrivati. Al servizio delle comunità italiane ci sono 54 sacerdoti: 33 diocesani e 21 religiosi; tra loro anche sacerdoti di altra nazionalità. Durante l’incontro è emerso il bisogno, per i nuovi missionari che arrivano in Svizzera, di avere il tempo necessario per poter apprendere la lingua del posto e inserirsi nel nuovo contesto sociale e ecclesiale.

Nelle chiese cantonali. La Federazione ecclesiastica cattolica romana di Vaud riceverà dal Cantone nel 2018 27 milioni di franchi, che serviranno specialmente a retribuire un personale equivalente a 192 tempi pieni: il 50% nelle parrocchie, il 41% nella pastorale specializzata (sanità, solidarietà, giovani, adulti) e il 9% nei servizi generali. Il personale in servizio pastorale è composto di 57 preti e 98 laici. Il sinodo della corporazione ecclesiastica del Cantone di Zurigo ha deciso

Basilea capitale giovanile. Dal 28 dicembre 2017 al 1º gennaio si è svolto a Basilea il 40º Incontro europeo promosso dalla Comunità di Taizé, al quale hanno partecipato ventimila giovani di tutta Europa, accolti da oltre mille volontari in 95 comunità e 200 parrocchie. Basilea si è così confermata un centro di umanesimo: il gruppo maggiore era costituito da 4900 polacchi, seguito da 2800 ucraini, 1500 tedeschi, 1300 francesi e altrettanti croati e 1200 italiani. Presente anche

una ventina di giovani ticinesi. Il 41º incontro si svolgerà a Madrid a fine 2018. Per la libertà di religione. Un rapporto dell’Ufficio per la lotta contro il razzismo propone che Confederazione e Cantoni contribuiscano alle spese sopportate dalle comunità ebraiche per la sicurezza delle loro istituzioni, essendo compito degli enti pubblici garantire la sicurezza contro ogni forma di violenza e terrorismo. A Martigny è stato aperto un centro buddista, per iniziativa del vallesano Cristophe Baud (alias Lama Wangpo), il quale dopo un viaggio nel Butan è diventato promotore dell’insegnamento del Buddismo. Un altro centro esiste nel vicino villaggio di Saxon. Il Dalai Lama aveva visitato nel 1999 la «Vigna di Farinet», a Saillon: un fatto che potrebbe spiegare tutto questo interesse vallesano per il buddismo. Doverosa riparazione. In totale sono 62 le persone annunciatesi dal Ticino al Servizio per l’aiuto alle vittime di reati presso l’Archivio dello Stato, per ottenere un contributo di solidarietà a riparazione da un internamento coatto, 99 anche solo per ottenere informazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta di uomini o donne che all’epoca dei fatti erano bambini, nati fra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso. Per lo più furono collocati in istituti per decisione della delegazione tutoria o della famiglia e non in nuclei familiari estranei, per un totale stimato di 600 casi. Le domande in Ticino sono state inferiori alle previsioni in quanto molte persone sono decedute, altre non vogliono riandare a tali dolorose vicende. A livello nazionale, fino al 1. ottobre, erano state presentate 3.352 richieste di risarcimento: se ne aspettavano almeno diecimila. Una legge federale entrata in vigore il 1. aprile 2017 riconosce alle vittime di provvedimenti di internamento decisi prima del 1981 il diritto a un contributo di solidarietà, quale riparazione per le conseguenze negative subite. L’importo massimo previsto è di 25mila franchi; il termine per ottenere il contributo, presentando la domanda all’Ufficio federale di giustizia, scade il 31 marzo 2018. Le autorità cantonali ticinesi invitano a prendere contatto con il Servizio per l’aiuto alle vittime di reati o con l’Archivio di Stato, incaricati di fornire assistenza per la ricerca della documentazione necessaria e per l’allestimento dei moduli di richiesta.


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Parlamento cristiano? Secondo una inchiesta della «Neue Zürcher Zeitung», condotta sulla base di un questionario al quale hanno risposto 189 membri del Consiglio nazionale su 200 e 42 membri del Consiglio degli Stati su 46, nella «camera del popolo» predominano i protestanti mentre in quella «dei cantoni» prevalgono i cattolici. Con 83 seggi su 200 (quindi il 41,5% del Consiglio nazionale), i riformati risultano sovra-rappresentati rispetto alla statistica della popolazione (24,9%). I cattolici, perlopiù esponenti del Partito popolare democratico, occupano al Nazionale 75 seggi, con una proporzione simile a quella a livello di popolazione. Per contro, al Consiglio degli Stati i cattolici detengono 27 seggi contro 8 dei protestanti (58,7%), mentre nella popolazione sono il 37,3%. I «senza religione» sono il 13% (perlopiù appartenenti alla sinistra): meno di quanto siano a livello di popolazione (23,9%). Non vi sono musulmani, anche se questi rappresentano il 5% della popolazione elvetica. Tolleranza svizzera. Secondo un’analisi sulla convivenza eseguita dall’Ufficio federale di statistica, con dati del 2016, l’ostilità nei confronti dei musulmani, dei neri e degli ebrei si attesta rispettivamente al 14,10 e 8%. L’ostilità nei confronti dei musulmani è però meno marcata rispetto alla diffidenza verso l’Islam, che risulta del 33%· Secondo l’UST, il 64% delle persone si dichiara contrario al rinvio dei cittadini stranieri in caso di scarsità di posti di lavoro, il 60% è favorevole al ricongiungimento familiare e il 56% accetta l’idea di una naturalizzazione automatica a partire dalla seconda generazione. Il 65% delle persone non pensa che gli stranieri creino un clima di insicurezza per la strada e il 68% respinge l’idea che siano responsabili di potenziali aumenti della disoccupazione. Per quanto attiene alle esperienze di discriminazione, dall’indagine risulta che il 27% degli interpellati ha affermato di aver subito, nel corso degli ultimi cinque anni, almeno una forma di discriminazione riconducibile all’appartenenza a un gruppo diverso; il 4% ha dichiarato di aver subito violenza fisica, il 13% violenza psicologica e il 21% discriminazione. Donne discriminate. In Svizzera, anche nel settore pubblico, le donne guadagnano in media il 16,6% in meno degli uomini. Il 58% di questa diffe-

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renza è spiegabile con fattori oggettivi (posizione professionale, anni di servizio, formazione). Il restante 42%, invece, che corrisponde mediamente a 608 franchi in meno nella busta paga ogni mese, non lo è. È quanto emerge dagli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica. Per lottare contro questa disparità il Consiglio federale ha varato, insieme agli esecutivi cantonali e comunali, la «Carta per la parità salariale nel settore pubblico». I firmatari s’impegnano ad attuare la parità salariale nella loro sfera d’influenza, controllando regolarmente se siano equi i salari versati nell’amministrazione pubblica e nelle imprese che ricevono mandati o sovvenzioni dagli enti pubblici Il consigliere federale Alain Berset ha invitato i rappresentanti degli esecutivi cantonali e comunali ad aderire alla Carta. Oltre alla Confederazione, vi hanno finora aderito 12 Cantoni e 24 Città, in rappresentanza di due terzi della popolazione. Non ci indurrà più… Finalmente una schiarita nell’annosa questione della versione italiana ufficiale del «Padre Nostro», la preghiera che Gesù ha insegnato ai discepoli. Dalla Santa Sede è venuto il «via libera» alla più recente edizione del «Messale romano» della CEI (Conferenza episcopale italiana), normativa anche per la Diocesi ticinese, come precisa una notizia firmata dal vicario generale Nicola Zanini, pubblicata dal «Giornale del Popolo» del 27 gennaio. In luogo dell’equivoco «non ci indurre in tentazione» si dirà dunque, a partire da novembre, quando la CEI approverà definitivamente il nuovo messale: «non abbandonarci alla tentazione». Sulla discussione in merito: «Dialoghi» nn. 202 (giugno 2008), 229 (dicembre 2013) e 246 (aprile 217). Quattro «giusti» ticinesi. Sotto il titolo «Lugano Città Aperta» e in concomitanza con l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia, è prevista a Lugano l’inaugurazione di un «giardino dei giusti» al Parco Ciani il 26 aprile, dove si renderà omaggio a quattro figure di ticinesi che con il loro impegno tangibile verso chi ha subito l’oppressione politica, la persecuzione razziale e religiosa e la negazione della libertà, hanno contrastato l’oppressione o/e salvato la vita di chi era perseguitato. Sono il pastore valdese Guido Rivoir (1901-2005), piemontese ma luganese d’adozione, già ricordato alla Biblioteca Cantonale di Lugano lo scorso 8

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febbraio, l’economista e diplomatico svizzero Carlo Sommaruga (19021955) con la moglie Anna Maria Valagussa (1905-1998), collaboratrice della Croce Rossa italiana, che saranno ricordati all’USI il 7 maggio, e don Francesco Alberti, al quale sarà dedicato l’incontro di venerdì 16 marzo alla Biblioteca «Salita dei Frati» di Lugano. Francesco Alberti (1882-1939), sacerdote cattolico e giornalista, fu una delle voci più libere e coraggiose del periodo tra le due guerre mondiali, epoca in cui molti intellettuali della Svizzera italiana evitavano di schierarsi o addirittura avevano un atteggiamento accondiscendente nei confronti del fascismo. Nato a Montevideo da una famiglia originaria di Bedigliora, la stessa della pedagogista Maria Boschetti, Francesco Alberti frequentò il seminario a Monza e Milano, conseguendo il dottorato in filosofia a Milano e in teologia a Roma (1905). Ordinato sacerdote nel 1905, fu parroco di Bioggio (1905-’17) e, durante il periodo bellico, cappellano militare. Dal 1921 al 1928, e ancora dal 1935 alla morte (1939), diresse il quotidiano conservatore «Popolo e Libertà», condannando senza mezzi termini qualunque forma di totalitarismo. Corrispondente e sodale di Don Luigi Sturzo, particolarmente netta fu fin dall’inizio la sua denuncia del fascismo. Master sull’Islam. Il Centro svizzero Islam e Società (CSIS) dell’Università di Friburgo ha proposto, a cominciare dal semestre autunnale 2017 /2018, un master secondario: «Islam e società», destinato a studenti che vogliono avere conoscenze pratiche sui rapporti tra Islam e società. Sono previsti due moduli: «Prospettive sociali dell’Islam» e «Il pensiero islamico in Europa». Un corso-pilota per imam è invece iniziato in autunno a Ginevra, per iniziativa dell’associazione albanofona e di altre comunità. Interesserà una dozzina di imam già attivi e persone, tra cui due donne, che operano come insegnanti dei giovani nelle moschee. Studi sull’Ortodossia. Un Centro di studi sulle Chiese d’Oriente è stato inaugurato all’Università di Friburgo in occasione della festa di San Nicola (6 dicembre) e nell’ambito dell’Istituto di studi ecumenici, con lo scopo di consolidare le relazioni tra le diverse tradizioni cristiane. Un accompagnamento particolare è previsto per gli studenti di religione ortodossa, presso una cappella appartenente alla Comunità del Gran San Bernardo.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Anniversari. Cinquant’anni fa, in aprile è assassinato Martin Luther King, in maggio inizia la rivolta studentesca a Parigi, in agosto esce il primo numero di «Dialoghi» terza serie; i carri armati russi soffocano la «Primavera di Praga», in dicembre muore il teologo basilese Karl Barth e viene pubblicata la «Dichiarazione di Berna» in favore dello sviluppo. Cent’anni fa, in novembre, finiva la prima guerra mondiale e in Svizzera c’era lo sciopero generale. Centocinquant’anni fa, in gennaio, usciva a Ginevra il primo numero del giornale cattolico «le Courrier» – attualmente libero giornale social-umanista. Duecento anni fa, il 5 maggio, nasceva Karl Marx. Infine, 500 anni fa, il 22 aprile 1418, terminava il Concilio di Costanza, che aveva posto fine al «grande scisma» della Chiesa cattolica con l’elezione, l’11 novembre precedente, di papa Martino V. Non è una cifra piena quella relativa al teologo lucernese Hans Küng, nato a Sursee il 19 marzo 1928, ma «Dialoghi» gli fa ugualmente gli auguri per i suoi novant’anni. Patrono dei diritti umani. Mons. Helder Camara (1909-1999), arcivescovo di Olinda-Recife in Brasile, che dedicò la propria vita ai poveri e ai perseguitati dal governo militare, lo scorso dicembre è stato dichiarato «patrono brasiliano dei diritti umani» dalla Commissione cultura della Camera dei deputati del Paese sudamericano. Conosciuto come il «vescovo dei poveri», nei quali vedeva la carne di Cristo, fu una spina nel fianco per il governo che dal 1965 al 1985 segnò la storia brasiliana. Per sedici lunghi anni gli fu proibito di parlare nei media, venne emarginato, molti suoi collaboratori furono uccisi, ma la sua opera continuò anche dopo che fu «declassato» con la nomina di un successore più conformista. Nel 2015 si è aperta in Brasile la causa di beatificazione. Ventitré missionari uccisi nel 2017. Ventitré missionari cattolici sono stati uccisi nel corso del 2017. Lo rende noto l’agenzia vaticana Fides nel rapporto di fine anno. Si tratta di 13 preti, un religioso, una religiosa e otto laici. Secondo la ripartizione continentale, per l’ottavo anno consecutivo il nu-

mero più elevato di vittime si registra in America, dove sono stati uccisi 11 operatori pastorali (8 sacerdoti, un religioso, 2 laici). Seguono l’Africa, con 10 vittime (4 sacerdoti, una religiosa, 5 laici) e l’Asia con 2 vittime (un sacerdote, un laico). Dal 2000 al 2016, secondo i dati Fides, sono stati uccisi nel mondo 424 operatori pastorali, tra cui 5 vescovi. Verso il Sinodo sull’Amazzonia. In occasione della Conferenza per il XXV della Fondazione «Populorum progressio», svoltasi a Roma il 12 dicembre, Papa Francesco ha inviato un messaggio ricordando le difficili condizioni nelle quali la Chiesa è ancora oggi chiamata a operare: «Nonostante le potenzialità dei Paesi latino-americani, l’attuale crisi economica e sociale, aggravata dal flagello del debito estero che paralizza lo sviluppo, ha colpito la popolazione e ha incrementato la povertà, la disoccupazione e la disuguaglianza sociale e, al tempo stesso, ha contribuito allo sfruttamento e all’abuso della nostra casa comune, a un livello che mai avremmo immaginato prima». Si è discusso del prossimo Sinodo pan-amazzonico, previsto per l’ottobre 2019, che secondo il card. Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, «rappresenta un’opportunità, ma soprattutto una grande responsabilità per la Chiesa dell’America Latina e soprattutto della Pan-Amazzonia, per aggiornarsi e dire una parola organica di fronte ai grandi «segni di morte» subiti dai popoli latinoamericani, soprattutto indigeni e campesinos». Per il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, il sinodo è «una sfida molto importante (…) sulla quale si misurerà la costanza dell’impegno della Chiesa di Bergoglio nel rapporto con le realtà popolari del mondo extra-europeo». Giornalista in paradiso. «Chiesa di tutti Chiesa dei poveri» ha annunciato il 2 gennaio la morte di Albino Longhi, «storico» direttore del Telegiornale della prima rete RAI, ma ricordato dagli amici specialmente quale redattore-capo, a Bologna, de «L’Avvenire d’Italia» negli anni del cardinale Lercaro e del Concilio Vaticano II, e per il ruolo importante che ebbe nel processo di trasmissione del Concilio

al popolo cristiano, per costruire quel rinnovato edificio della Chiesa dei poveri e di tutti, quale ora si ripresenta grazie al ministero di Papa Francesco. Dal nuovo «inviato in Paradiso» anche noi di «Dialoghi» aspettiamo che ci invii la notizia «che i cieli sono aperti e i miti erediteranno la terra, facendola vivere e fiorire». Un vescovo contro la mafia. È morto a Stresa lo scorso 10 dicembre, nella casa dei rosminiani dove alloggiava da qualche mese, mons. Antonio Riboldi, 94 anni, vescovo emerito di Acerra (Napoli). La sua vita e la sua azione pastorale sono legate a due emergenze sociali che l’hanno visto in prima linea schierato con il popolo che gli era stato affidato: il terremoto del Belice del 1968 e la camorra napoletana degli anni ’80. Nato a Tregasio (in provincia di Milano) il 16 gennaio 1923, terzo di sette figli di una famiglia di modeste condizioni economiche, entrò giovanissimo, a 13 anni, nell’aspirantato rosminiano di Pusiano, presso Como. Ordinato prete nel 1951, dopo aver operato in diverse case dei rosminiani, il 15 agosto 1958 venne inviato come parroco a Santa Ninfa, in Sicilia, nella Diocesi di Mazara del Vallo. Dieci anni dopo, nella notte fra il 14 e il 15 gennaio 1968, Santa Ninfa venne rasa al suolo dal terremoto che colpì il Belice, uno dei più devastanti della storia recente d’Italia (oltre 350 morti, mille feriti, diecimila sfollati). Don Riboldi si salvò e rimase a vivere per anni in una baracca di legno, insieme agli altri sfollati, partecipando e animando la lotta per la ricostruzione, denunciando e combattendo contro sprechi, ritardi e ruberie. Nel 1978 Paolo VI lo nominò vescovo di Acerra, e qui cominciò il suo nuovo impegno per la giustizia e la legalità, sfidando frontalmente l’organizzazione criminale, organizzando una marcia a Ottaviano, «in casa» del boss Raffaele Cutolo. Nel 1982 redasse e pubblicò, firmato da tutti i vescovi della Campania, un profetico documento contro la Camorra: «Per amore del mio popolo non tacerò». A mons. Riboldi venne assegnata una scorta. Negli anni ’80 il vescovo coraggioso prese a frequentare molte carceri italiane, dove incontrò diversi boss reclusi (fra cui lo stesso Cutolo) e numerosi pentiti della lotta armata. Ingiustizia criminale. Metà della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi sanitari di base, e ogni anno duecento milioni di persone sono spinte verso la povertà estrema a cau-


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sa delle spese sostenute per la salute. Lo afferma un rapporto dell’OMS e della Banca Mondiale. Secondo il documento, quasi 800 milioni di persone nel mondo spendono più del dieci per cento delle proprie entrate per la salute, e tra queste per 180 milioni la percentuale supera il 25%. Il documento mette in luce anche alcuni degli effetti del mancato accesso: oltre un miliardo di persone, ad esempio, soffre di ipertensione, duecento milioni di donne non hanno accesso alla pianificazione familiare e quasi 20 milioni di bambini non ricevono le vaccinazioni di base. Settant’anni di diritti dell’uomo. Il 10 dicembre 1948, per la prima volta nella storia, la comunità internazionale sì assumeva la responsabilità della tutela e della promozione di specifici diritti, posti alla base di ogni convivenza. Nasceva con questi ideali e con l’impegno solenne dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, a Parigi, la «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» (così si chiamava, ora alcuni la chiamano «dei diritti umani» per rispetto del genere femminile). La Dichiarazione era una risposta all’orrore della seconda guerra mondiale. «Mai più» erano allora la consegna e lo slogan. 69 anni dopo, Amnesty avverte che il coraggio di difendere i 30 articoli della «Dichiarazione» può ancora costare la vita o la propria libertà personale. «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza»: così il primo articolo della «Dichiarazione». Il testo può essere suddiviso in sette argomenti: il Preambolo enuncia le cause storiche e sociali che hanno portato alla necessità della stesura; gli articoli 1-2 stabiliscono i concetti basilari di libertà ed eguaglianza; gli articoli 3-11 stabiliscono altri diritti individuali; gli articoli 12-17 stabiliscono i diritti dell’individuo nei confronti della comunità; gli articoli 1821 sanciscono le cosiddette «libertà costituzionali» come quelle di pensiero, opinione, parola, fede e coscienza; gli articoli 22-27 sanciscono i diritti economici, sociali e culturali; da 28 a 30 si stabiliscono le modalità generali di utilizzo di questi diritti, gli ambiti in cui non possono essere applicati e il fatto che non possano essere ritorti contro l’individuo. Turchia intollerante. Dal 2018, secondo le direttive del presidente della Repubblica Erdogan «per una scuola

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Anche «Adista» ha 50 anni! Settimanale di informazione politica e documentazione particolarmente attento alle voci “fuori coro” del mondo cattolico, “Adista”, prima agenzia, oggi rivista settimanale, fu fondata nel 1967 nell’alveo dei nascenti rapporti tra comunisti e mondo cattolico, seguendo l’esperienza parlamentare della Sinistra Indipendente che nel 1976 aveva accolto un gruppo di senatori e deputati cristiani eletti come indipendenti nelle liste del Pci. Divenuta una società cooperativa, volle stimolare e documentare il nuovo protagonismo dei credenti nella Chiesa e nella società, sulla scia del Concilio e del ’68, informando via via su “Cristiani per il socialismo”, Comunità cristiane di base, movimenti delle donne, esperienze di frontiera, teologia della liberazione e teologie alternative, divenendo punto di riferimento (anche per la quasi totale latitanza degli organi di informazione della Chiesa istituzionale) di ciò che, dal centro alle periferie, si muoveva nel solco dell’impegno di laici e credenti per una società più giusta e una Chiesa più evangelica. “Adista” ha festeggiato i 50 anni a Roma, il 9 e 10 dicembre, con la partecipazione di più fondata sull’identità nazionale e sull’Islam», sarà abolito lo studio della teoria evoluzionistica (Darwin), che, secondo un funzionario del ministero dell’Istruzione, risulterebbe poco comprensibile per gli alunni e semmai da affrontare solo all’università. Questa opposizione all’evoluzionismo come argomento di studio nelle scuole è presente anche nei liberi e democratici Stati Uniti d’America. Meno spazio sarà dato anche al pensiero del fondatore Mustafa Kemal Atatürk, padre della Turchia laica. Moltissime scuole laiche saranno trasformate in scuole iman-hatip, nate inizialmente come «scuole vocazionali», riservate a chi voleva frequentare la facoltà di teologia, poi liberalizzate e comunque indispensabili per accedere all’università. Già attualmente i numeri parlano chiaro. Nel 2012, quando Erdogan salì al potere, vi erano 730 scuole confessionali con 94.000 alunni iscritti alle medie, nel 2015-16 le scuole erano diventate 1622 con 458.000 alunni. Nei licei l’aumento è stato ancora più forte: da 450 con 71.000 studenti si è passati a 1149 con ben 555.000.

diversi amici e compagni di strada della testata, da Raniero La Valle (per anni senatore della Sinistra indipendente al Senato) a Marcello Vigli (storico animatore delle Comunità cristiane di Base); da Marco Damilano (che ad “Adista” ha fatto una breve esperienza prima di approdare all’“Espresso”) a Bianca Berlinguer, che cominciò giovanissima il percorso giornalistico proprio ad “Adista” (un’ampia cronaca della “Festa” nel n. 44 del 23 dicembre 2017). Per l’anniversario è statso pubblicato anche un libro (“ADISTA, 1977-2017. 50 anni alla sinistra del Padre”) che ricostruisce eventi e date, racconta i dibattiti e le polemiche, i conflitti e le alleanze, fa memoria delle vittorie come delle sconfitte, dal 1967 ad oggi. Nella prospettiva di ripartire per altri cinquant’anni, sempre con l’obiettivo di contribuire a formare una opinione pubblica – laica e cattolica – più vigile e cosciente perché più informata, “Dialoghi” si complimenta con il suo “gemello”, ringraziando dell’aiuto ricevuto nei decenni percorsi assieme al servizio dell’informazione, e si augura di potere ancora per altrettanti anni usufruire del suo servizio. a.l. Nessuno potrebbe criticare l’aumento della scolarizzazione, ma se gli istituti in cui si educano e si formano i cittadini turchi di domani sono guidati dalle direttive che Erdogan intende applicare, fondamentalismo islamico e nazionalismi si troveranno la strada spianata. Tortura e migrazioni. Dalla seconda Guerra mondiale in poi non ci sono mai state così tante persone in fuga. Alla fine del 2016 se ne contavano 65,6 milioni nel mondo intero, Di esse, 22,5 milioni erano minorenni. Sono le cifre più elevate finora registrate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (HCR). I rifugiati che accogliamo in Europa costituiscono una quantità infima rispetto ai flussi migratori nel loro insieme. 40,3 milioni di persone sono infatti rifugiate all’interno dei loro Paesi d’origine, molte altre cercano rifugio negli Stati confinanti. Le persone in fuga corrono il rischio di essere vittime di tortura e di altre forme di trattamenti degradanti. La violenza e la guerra nel Paese d’origine delle persone in fuga


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non sono i soli pericoli cui sono soggette queste persone. L’uso di itinerari pericolosi per giungere in Europa, ad esempio, comporta un elevato rischio di subire torture. Un’inchiesta condotta in Sicilia da MEDU (Medici per i Diritti Umani) presso 158 migranti sul loro vissuto in Libia ha rilevato che violazioni dei diritti umani vi sono compiute in proporzioni terribili. Quasi tutte le persone interrogate hanno subito l’una o l’altra forma di trattamenti disumani. Ma la strage continua... Anche se il numero di morti tra i bambini è in costante diminuzione, ogni giorno nel mondo muoiono 15 mila bambi-

ni al di sotto dei cinque anni (cifre del 2016), il 46% dei quali prima di raggiungere il ventottesimo giorno di vita. Complessivamente, nel 2016, 5,6 milioni di bambini erano morti prima di compiere il quinto anno di età, nel 2000 erano 9,9 milioni. I trend positivo della mortalità infantile è dovuto ad un più alto livello globale di prevenzione e assistenza, complessivamente garantito dai programmi internazionali. Per garantire il diritto alla salute universale è necessario operare nelle famiglie: prevenire le malattie, favorire l’autonomia finanziaria e la capacità economica, assicurare l’accesso ai servizi sanitari. Prioritario è migliorare la qualità

dei servizi e garantire una opportuna assistenza sanitaria durante la gravidanza e il parto. La maggioranza delle morti neonatali si verificano principalmente in due regioni: il 39% in Asia meridionale, il 38% nell’Africa subsahariana. La metà dei decessi è riscontrata in soli cinque Paesi: India (24%), Pakistan (10%), Nigeria (9%), Repubblica Democratica del Congo (4%) ed Etiopia (3%). Secondo stime dell’OMS (l’Organizzazione mondiale per la sanità), più vite possono essere salvate riducendo il livello globale di diseguaglianza tra i Paesi: quindi il principale «assassino» è la continuazione dello sfruttamento da parte dei Paesi sviluppati.

Due richieste alla Chiesa italiana A Sua Eminenza Rev.ma Card. Gualtiero Bassetti Presidente della CEI Eminenza carissima, le scrivo a nome dell’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” – una rete nata a suo tempo con lo scopo di attivare e attuare la memoria del Vaticano II – riunitasi per la quinta volta a Roma il 2 dicembre scorso. In tale assemblea è stata avanzata un’istanza alle competenti autorità della Chiesa che mi permetto ora di trasmetterle. Prima desidero informarla però dei lavori dell’assemblea, che ha discusso di molte cose a partire dalla convinzione che viviamo un tempo d’eccezione, nel quale si divaricano decisamente le due strade poste davanti a noi: la morte e la vita, e altresì che sia questo il tempo, preannunciato da Gesù, in cui ad aprirsi sia la strada dell’incontro vero col Padre della vita. È questo il tempo, ci sembra, ora di nuovo annunciato da papa Francesco. La risposta ci è sembrato che stia nel “resistere agendo”, resistenza che abbiamo chiamato katécon, una parola ispirata per gli antichi ma nuova per i moderni, tale comunque da trasmettere l’urgenza di una situazione estrema, così come nel secolo precedente la parola nuova “genocidio” espresse l’inedita dimensione dello sterminio. Si potrebbe dire pertanto che l’incontro romano sia stato una specie di consulto, o consultorio, dove cercare e promuovere alternative al genocidio; e in questo senso esso potrebbe suggerire che tanti altri consultori o consulti si attivino nel Paese, nella Chiesa e nel mondo, perché tutti siano aiutati a concepire e attivare alternative alle culture e pratiche di genocidio. In tale contesto è apparso assai importante nel nostro incontro il linguaggio che si usa nella Chiesa e soprattutto nella sua preghiera. Pertanto i fedeli presenti, prendendo atto con gioia della volontà del Papa di affidare ormai alle singole conferenze episcopali la responsabilità sulla traduzione dei testi sacri, hanno detto di attendersi che i vescovi procedano ad una revisione dei testi biblici e liturgici in lingua italiana per renderli più comprensibili al popolo. In particolare hanno ritenuto urgente un intervento sul testo italiano del canone della Messa, così

come una maggiore circospezione sulle traduzioni della Bibbia. Nel Nuovo Testamento le parole con cui Gesù, nell’ultima cena, prende e distribuisce il pane spezzato ai discepoli, non contengono mai l’espressione “offerto in sacrificio per voi”. Non la conteneva nemmeno il Missale romanum di S. Pio V, riformato da S. Pio X, che riportava semplicemente la versione di Marco e Matteo: “Hoc est enim corpus meum”. Non la contengono in genere nemmeno i messali postconciliari non italiani, che preferiscono riportare la versione di Luca: “Il mio corpo dato per voi”. L’aggiunta italiana appare indebita, motivata forse dall’intenzione di ribadire la natura della Messa come sacrificio in funzione antiprotestante. La richiesta è quindi che venga restituita la purezza e la bellezza delle parole evangeliche che sottolineano il carattere di dono della morte di Gesù. Una revisione più accurata dei testi liturgici dovrebbe riguardare anche le orazioni della Messa che spesso, tradotte pedissequamente e persino al ribasso dal latino, sono incomprensibili e lontanissime dalla sensibilità dei fedeli. La seconda richiesta è quella di una maggiore cura nelle edizioni italiane della Bibbia. La versione del 2008 rappresenta già dei progressi notevoli. Ma può essere sempre aggiornata, come del resto avviene nell’originale francese della “Bibbia di Gerusalemme”. È stata in proposito sollevata nella nostra assemblea una questione che non verte sulla traduzione del testo sacro come tale, ma sulla titolatura che viene abitualmente apposta all’episodio della distribuzione dei pani. Il motivo della questione che è stata posta è molto serio: nella comprensione comune “moltiplicazione dei pani” indica un miracolo che non è nella facoltà di nessuno ripetere, mentre condivisione e distribuzione dei pani allude a un fare che tutti possono e sono chiamati a praticare; nel primo caso il Vangelo rimane un racconto, nel secondo diventa un modo di vita. Nella fiducia di essere ascoltati, esprimiamo a Lei gli auguri più fervidi per il successo del Suo ministero a vantaggio della Chiesa italiana. Raniero La Valle per conto dell’assemblea di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” Roma, 18 dicembre 2017


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Plastic China. Il film che ha aperto il Festival dei Diritti Umani di Lugano 2017 documenta la quotidianità di due famiglie cinesi che vivono in completa simbiosi con la plastica. Mangiano, giocano (i figli) e dormono tra la plastica, si scaldano e cucinano bruciando la plastica, si lavano nell’acqua che utilizzano per pulire la plastica. Come migliaia di altre persone di questa regione della Cina, il riciclaggio della plastica è la loro fonte di reddito. In origine contadini, emigrati al Sud alla ricerca di una vita migliore, si sono trovati all’ultimo gradino di quella scala che inizia con l’utilizzo universalmente diffuso di questo materiale. Solo la Svizzera consuma circa un milione di tonnellate di plastica l’anno, ossia 125 kg per abitante, generando 780.000 tonnellate di rifiuti che devono essere riciclati (il resto è utilizzato più a lungo). Difficile sapere se anche la plastica raccolta separatamente nel nostro paese finisca in Cina. Ma è immaginabile che questo avvenga perché sono poche le imprese che in Svizzera operano il riciclaggio di questo materiale, il processo essendo molto complesso. Opacità. Da quasi vent’anni l’Ufficio federale di statistica pubblica annualmente i dati relativi allo stato dell’ambiente e del territorio in un opuscolo formato A5 con grafici corredati da brevi testi esplicativi. Per un certo periodo queste informazioni si orientavano all’impegno preso dalla Svizzera di conseguire alcuni obiettivi (qualità dell’aria, risanamento, qualità dei fiumi, riduzione delle emissioni di CO2, ecc.). Grazie a simboli facilmente interpretabili si capiva a che punto eravamo: freccia in giù (ci stiamo allontanando dall’obiettivo), freccia orizzontale (ci muoviamo sul posto), freccia in su (ci stiamo avvicinando all’obiettivo). Purtroppo oggi questa valutazione è scomparsa rendendo più difficile interpretare i dati e i commenti pubblicati. A ciò contribuisce anche il fatto che per alcuni indicatori è presentato il risultato di un solo anno e per altri una forchetta troppo ampia che toglie leggibilità a variazioni sensibili degli anni più recenti. A tutto gas. A Bristol, dal 2014, una linea di autobus collega l’aeroporto alla città usando come carburante il

biogas prodotto da rifiuti domestici. Per percorrere 300 km il veicolo necessita di un pieno di carburante e questo lo si ottiene trasformando in gas i rifiuti domestici che cinque persone producono in un anno. La linea di autobus ha «decorato» i suoi veicoli con un’immagine in cui si vedono cinque passeggeri seduti su un… gabinetto (è in ribasso lo humour inglese). È vero però che tra i rifiuti domestici utilizzati per la produzione del biogas ci sono anche quelli… biologici. In Olanda invece, dove il consumo di caffè è sopra la media (è il quinto Paese al mondo per consumo pro capite), un’impresa dell’Aia produce pellet ad alto valore energetico, riciclando fondi di caffè. Asciutti ma cari. Asciugare la biancheria nell’asciugatrice può anche essere una soluzione a un problema (maltempo, urgenza, pigrizia), ma ne crea anche altri: lo spreco di energia elettrica e quindi di soldi. In un anno, in Svizzera, per lavare e per asciugare la biancheria sono impiegati 800 milioni di chilowatt. Sapendo che non tutto il bucato finisce nelle asciugatrici, possiamo dedurre che per fortuna una parte dei panni sono ancora stesi al sole o in locali adeguati allo scopo. Comunque sia, l’energia utilizzata per far funzionare delle nostre asciugatrici ci costa 160 milioni all’anno. Usiamo il sole, dove si può: oltre a non costare, disinfetta e smacchia. Energia grigia. L’efficienza energetica è diventata un argomento di vendita: «la tua auto, il tuo frigo, la tua macchinetta del caffè, ecc. sono vecchi e consumano troppa energia, acquista un esemplare di ultima generazione e fa una cosa giusta a favore della sostenibilità». Questo ragionamento ignora completamente l’energia grigia, ossia quella utilizzata per produrre l’auto, il frigorifero, la macchina per il caffè. Prendiamo ad esempio un aspirapolvere. Per una massa di 6,5 kg il 65% sono plastiche, il 21% ferro, il 6% alluminio, l’8% rame e l’energia utilizzata per fabbricarlo è pari a 189,7 kwh. Ipotizzando di produrre questa energia pedalando su una bicicletta che trasforma la nostra forza muscolare, dovremmo sudare 79 giorni (di 24 ore). Per un’automobile di categoria media (1457 kg) occor-

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rerebbero 19,5 anni, per un cellulare «solo» 17,5 giorni. Quindi, fino a che un apparecchio o l’automobile funzionano, non conviene sostituirli con alternative più efficienti. E quando la sostituzione diventa inevitabile, occorre fare attenzione all’etichetta energetica e acquistare ciò che può essere riparato. Ma anzitutto vale la regola che l’energia più sostenibile è quella che non si consuma. Volare, oh oh! Volare costa troppo poco e di conseguenza si viaggia troppo in aereo. Gli svizzeri poi usano l’aereo il doppio rispetto abitanti dei Paesi europei. In Svizzera il traffico aereo è responsabile del 16% delle emissioni di gas a effetto serra, nel mondo è di soli 5%. Il volo ZurigoNew York e ritorno incide in emissioni di CO2 quanto l’uso annuale di una vettura (circa 13.000 km per 1,6 persone) o del riscaldamento di una casa (col gasolio) per la metà della durata dell’inverno (per 7 inverni se si scalda la casa in maniera ecologica). Se il nostro Paese vuole conseguire gli obiettivi fissati al summit sul clima di Parigi, deve operare passi concreti come rendere trasparenti i veri costi del traffico aereo e introdurre una tassa che tenga conto del principio della causalità. Inoltre, deve impegnarsi maggiormente per promuovere le alternative, come i collegamenti ferroviari internazionali e i treni notturni a media e lunga percorrenza. Paura per la foresta. In Ucraina quasi tutte le foreste sono di proprietà dello Stato e fino alla fine del 2016 il Paese vietava l’esportazione di legname per salvaguardare il suo patrimonio boschivo. Il divieto è stato revocato quale contropartita a un credito concesso dall’Unione Europea. Lo sfruttamento illegale della legna è sempre stata pratica corrente e ha determinato, oltre a danni economici, anche danni ambientali: erosione, smottamenti e valanghe, perdita della biodiversità. In questo quadro l’esperienza di Longo Mai, la cooperativa franco svizzera di cultura e vita contadina, è illuminante. Dal 1990 a Nijne Selichtchte, una località della Transcarpazia nell’estremo Ovest della Ucraina, vive e lavora stretto contatto con la foresta un gruppo di persone. Il loro arrivo ha dato al paesino, fortemente in crisi a causa dell’esodo rurale, una nuova dinamica. Longo Mai ha partecipato alla costruzione di una latteria, di un ostello e alla riabilitazione del centro culturale dove si organizzano stages


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di teatro, festival musicali e concerti. Nella loro fattoria la piccola comunità formata da dieci persone produce carne, formaggio e succo di mele. L’impegno di Longo Mai a favore della foresta, non solo in Ucraina, è volto a sostenere iniziative che proteggono questo spazio vitale, a favorire la formazione in questo ambito di giovani, ad alimentare un fondo da utilizzare per salvare boschi minacciati dalla distruzione e a sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli che incombono sulle nostre foreste. Verso il super-grano. Nel mondo il frumento è coltivato su 220 milioni di ettari, più della metà delle terre arabili. La maggior parte delle sementi è prodotta dalle persone stesse che le seminano, che mettono da parte di volta in volta ciò che serve al prossimo raccolto. Una situazione cui l’agro-industria vuole mettere fine: se pensiamo che per un ettaro di coltura occorrono 180 kg di sementi al costo di un euro al chilo, la vendita di sementi frutterebbe 39 milioni di euro. Secondo la logica neoliberale è assurdo non sfruttare questa opportunità di guadagno. Il genoma del grano è oggi meno conosciuto di quello di altre piante coltivate. Cinque volte più grande di quello umano, è composto da 17 milioni di coppie di base. La comunità scientifica annuncia progressi importanti al momento in cui la posizione e la funzione di ogni gene sarà stata appurata. Il che significa l’ottenimento di nuove varietà, ma anche lo sviluppo di marcatori genetici per identificare le differenti varietà convenzionali. Diversi programmi di ricerca puntano sullo sviluppo di qualità ad alto rendimento, resistenti all’utilizzo di fungicidi, diserbanti e fertilizzanti, come già accaduto con il mais o la soia. A 68. Questa sigla non è di un’autostrada ma di un iceberg e più precisamente quello che si è staccato la scorsa estate dalla barriera di ghiaccio Larsen-C dell’Antartico (il fenomeno è definito come velatura). Con una superficie di 5.800 km quadrati (più del Vallese), un peso di mille miliardi di tonnellate e uno spessore di 350 m, è il più grande iceberg conosciuto. Benché non influirà sull’innalzamento del livello degli oceani, perché già galleggiava sulle acque prima di staccarsi da Larsen-C, la velocità con la quale si è formato preoccupa. La lingua del ghiacciaio che si allunga verso il mare e finisce per rompersi pezzo dopo pezzo è di per sé un pro-

cesso naturale. Larsen-C era fissurata da anni da un gigantesco crepaccio: nel dicembre 2016 si era allungato di 18 chilometri e a fine luglio non restavano che cinque chilometri connessi alla piattaforma. Non è dunque tanto la sorte dell’iceberg A68 a interessare ora i ricercatori: si fratturerà in pezzi sempre più piccoli sciogliendosi completamente. Che ne sarà di Larsen-C? Larsen-B si era disintegrata in maniera spettacolare nel 2002, sette anni dopo la velatura di un iceberg. Terra straniera. Uno studio dell’Università del Maryland ha determinato i bisogni in superficie utile dei diversi Paesi, all’interno e all’esterno delle loro frontiere. Per l’insieme dei loro consumi, gli Stati Uniti hanno bisogno del 33% di terreni fuori dai loro confini; i paesi dell’UE, in media più del 50% e il Giappone del 92%. Per la Svizzera si calcola che l’86% dei consumi dipenda dal bisogno di terreni esteri. Questa percentuale è dell’87% per la Germania, del 70% per l’Austria e del 67% per la Francia. Solo per i prodotti alimentari la Svizzera ha bisogno dal 45 al 50% di suolo estero. Queste cifre mostrano quanto i consumi delle nazioni industrializzate dipendano dalle risorse di altri Stati. Attenti al fuoco! Per usare in modo adeguato il camino o la stufa in salotto siamo chiamati alla responsabilità individuale. Queste le raccomandazioni: (1) utilizzate soltanto legna allo stato naturale e resti di legno non trattato; (2) non sapete se un’asse è stata trattata con vernice, lacca o altro? non bruciatela, portatela al centro raccolta rifiuti; (3) non utilizzate carta da giornale: sono disponibili in commercio accendi-fuoco in lana di legno e di cera che permettono ai ceppi di consumarsi dall’alto al basso (si riduce così l’inquinamento all’inizio del processo di combustione, fase sempre critica); (4) non bruciate legna verde, ma pezzi di legno lasciati seccare da almeno due anni e di dimensioni adatte al camino; (5) chiedete al vostro fornitore di assicurarvi che i suoi pellet non contengano legno trattato. Straccioni. Ogni anno vengono fabbricati 80 miliardi di vestiti. Per produrre il cotone di una sola t-shirt sono necessari 2.700 litri d’acqua; la sarta guadagnerà 22 centesimi per ogni t-shirt confezionata; un terzo del nostro guardaroba non viene mai indossato. Queste le cifre pubblicate

da FAIR’ACT, una nuova piattaforma che ha come obiettivo la presa di coscienza che ogni vestito ha una storia e lascia un’impronta. Il suo impegno: dare indirizzi di punti vendita responsabili, invitare ad aver cura degli abiti, ad aggiustarli, a trasformarli e a riciclarli. Credi ancora negli angeli? L’allarme è per lo squalo-angelo, ormai quasi scomparso. L’Adriatico, con il golfo tunisino di Gabes, è l’area del Mediterraneo dove si pratica con più intensità la pesca a strascico, un metodo distruttivo per gli ecosistemi che vivono sui fondali. Squali, razze, delfini, foche e tartarughe marine sono quasi spariti (solo nel 2014 sono morte diecimila tartarughe). Le Svizzera secondo l’OCSE. La Svizzera è fra i maggiori produttori di rifiuti urbani in Europa: 742 kg pro capite all’anno. Le sue acque sono sotto pressione per lo sfruttamento idrico intensivo, per i pesticidi impiegati nell’agricoltura e per i micro-inquinanti rilasciati dall’industria e dalle economie domestiche. Per la biodiversità è in ritardo rispetto ad altri Paesi. Un terzo delle specie e la metà dei principali habitat sono minacciati. Ma c’è anche qualche dato positivo: il consumo energetico della sua economia è più basso rispetto alla media dell’OCSE e migliora l’uso efficiente delle risorse entro i confini nazionali. Arare per la pace. Per gli agricoltori del Senegal i cambiamenti di clima sono un problema già molto reale. Il pericolo più grande è la progressiva salinizzazione del suolo, che rende improduttiva la terra un tempo fertile. L’associazione «Arare la pace» delle donne contadine del Senegal si è vista assegnare un migliaio di ettari contaminati dal sale, che dovranno bonificare. Un compito enorme: vi faranno fronte con tenacia, un cestino di sabbia alla volta.

Numeriarretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» Alliny Antunes Richina via Roncaccio 7 6900 Lugano al prezzo di fr. 12.–


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i corsivi di dialoghi

i corsivi di dialoghi Per un «no» deciso il 4 marzo! Sul piano della mera convenienza ha quasi dell’incredibile il fatto che molti ticinesi (qualcuno pensa la maggior parte, ma questo lo sapremo solo dopo il voto del 4 marzo) finiranno per votare a favore dell’iniziativa No Billag per l’abolizione del canone radiotelevisivo. Sempre allo stesso livello argomentativo (quello… del sacro borsellino), stupefacente è che a fare campagna in questa direzione siano quelle forze politiche che lamentano in modo sistematico la mancanza di attenzione e di solidarietà di Berna nei confronti della «periferia» ticinese. Incredibile perché stentiamo a credere che il risparmio di 451 franchi l’anno per ogni economia domestica (nel caso il canone venisse eliminato) bilanci sul piano economico un’entrata fissa di 188 milioni di franchi l’anno per il Ticino e su quello sociale le centinaia di licenziamenti che deriverebbero da una simile scelta. E stupefacente perché non si può sbandierare ad ogni piè sospinto il vessillo del federalismo per ottenere vantaggi per una regione che sarebbe dimenticata dai «balivi» bernesi e poi sputare sul piatto della generosissima, per certi versi eccessivamente sbilanciata (a nostro favore) chiave di riparto finora destinata al nostro Cantone. Dati alla mano, la Svizzera tedesca e reto-romancia genera il 71% dei ricavi SSR (canone e pubblicità) ma riceve solo il 45,5% delle risorse SSR; la Svizzera romanda genera il 24,5% delle risorse e ne riceve il 32,7%; la Svizzera italiana, infine, genera il 4,5% delle risorse e ne riceve il 21,8%. Ovviamente si può discutere sul modo in cui la SSR gestisce il canone (che non a caso dal 2019 scenderà a 365 franchi per ogni economia domestica) e sugli sprechi che ogni tanto vengono denunciati: che senz’altro qua e là esistono e soprattutto sono esistiti. Ma un conto è una politica di maggior rigore, che nei tempi che viviamo si impone a tutti, non solo alla SSR, e un conto è far saltare l’intera baracca. Anche sul piano dei principi, l’idea di abolire il canone fa acqua da tutte le parti. I fautori della No Billag si presentano come i paladini della libertà e dei principi liberali. «Ognuno – leggiamo sulla pagina Facebook di

No Billag – ha le proprie preferenze ed è inaccettabile costringere la gente a spendere soldi per qualcosa che non necessariamente vuole (…) Allo stato attuale, la SSR SRG riceve il 96,5% dei diritti televisivi e ha un monopolio di fatto. La mancanza di concorrenza porta ad uno spreco spropositato da parte della TV di Stato». Di fatto, però, come ha bene illustrato il direttore del «Corriere del Ticino» Fabio Pontiggia – non certo accusabile di partigianeria pro RSI – «non c’è nulla di liberale» nell’alternativa al canone, cioè nel sistema di concessioni radiotelevisive azzerate e rimesse periodicamente all’asta dalla Confederazione. Perché premierebbe «non chi merita di più, ma chi può mettere più soldi davanti allo Stato battitore che farebbe cassa». La Confederazione, argomenta Pontiggia, «diventerebbe una casa d’aste, con vendite a gara» (CdT, 3 gennaio 2018). E poi resta la questione di base: quali garanzie avremmo, con un sistema simile, riguardo al mantenimento di un vero, serio e affidabile servizio pubblico? Se l’idea è quella di lasciare campo libero a chi ha più soldi in tasca, come potremmo evitare una «mediasettizzazione» del sistema radiotelevisivo svizzero? C.S.

Nuovi laureati All’inizio di novembre si è svolta nell’aula magna del campus di Lugano la cerimonia di consegna dei diplomi della Facoltà di scienze della comunicazione dell’USI (Università della Svizzera Italiana). Sono 155 i nuovi laureati: 67 diplomi in Bachelor, 75 di Master biennale in varie specializzazioni e 13 di dottorato in comunicazione e anche (in sovrappiù a scelta) in filosofia, lingua, letteratura, civiltà italiana, scienze economiche, marketing. Siamo nella società della comunicazione e ben vengano i diplomi relativi. Ma qualcuno recentemente ha deplorato, comunicandolo al pubblico tramite gli spazi generosamente riservati alle lettere dei lettori, che i giovani di oggi per istrada «non salutano più», intenti a comunicare (appunto) con il telefonino o altri marchingegni mediatici. Crescono gli specialisti della comunicazione, sparisce purtroppo la buona creanza! a.l.

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In questo numero Dialoghi – 50 anni, 250 numeri G DA UN’AMICIZIA NASCE UNA RIVISTA (Alberto Lepori) 2 G IL CONVEGNO: ANNUNCIARE IL VANGELO AI GIOVANI (Giannino Piana) 4 G DICONO DI NOI 6 Articoli G DARE UN CONTENUTO ALLA SINODALITÀ: D’ACCORDO CON IL VESCOVO (da «laRegione») 8 G ANCHE IL NUOVO ARCIVESCOVO DI MILANO PARLA DI SINODALITÀ 9 G DIO NON È MASCHIO (Maria Lopez Vigil) 11 G IL RAPPORTO TRA AUTORITÀ E COMUNICAZIONE RADIO-TELEVISIVA (Enrico Morresi) 13 G LA CAMPAGNA 2018 DI SACRIFICIO QUARESIMALE 16 I corsivi di «Dialoghi» G PER UN «NO» DECISO IL 4 MARZO (C.S.) 24 G NUOVI LAUREATI (a.l.) 24 G PAROLE DI FRANCESCO G NOTIZIE BELLE E BUONE G TESTIMONI E PROFETI G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.