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230 dialoghi Locarno – Anno 45 – Febbraio 2014

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Vox populi (christiani) Abituati come siamo a sondaggi d’opinione condotti con criteri scientifici, possiamo essere tentati di non attribuire grande importanza al risultato della consultazione promossa dai vescovi tra i cattolici svizzeri sui temi della famiglia e della sessualità. Constatiamo però che la rispondenza è stata notevole: venticinquemila risposte (e, su certi temi, maggioranze «bulgare») non possono lasciare indifferenti. Si potrebbe pure obiettare che il sondaggio rivela solo le preferenze dei cattolici. Ma questo era voluto, era una novità ed è un dato di fatto positivo, non negativo. Al sondaggio hanno risposto, infatti, non «credenti al margine» ma persone che attribuiscono importanza al ruolo della Chiesa nello stare vicino alle persone e ai loro problemi, che però non sono d’accordo su come la Chiesa oggi si propone alle persone, perché tra le regole conclamate (e poi magari, con prudenza pastorale, neppure più sostenute dal personale religioso) e i comportamenti accettati come normali dalle famiglie si conferma esservi un abisso. Così sulla contraccezione, sulla convivenza pre-matrimoniale, sull’accoglienza dei divorziati risposati… Su questo non si può giocare di interpretazioni: il risultato è chiaro, i vescovi presenti alla conferenza stampa hanno dimostrato di tenerne conto e ora si spera che la Conferenza episcopale mandi al Sinodo delegati che assumano questa prospettiva. Neppure vale l’obiezione che il questionario «ridotto» proposto anche via web dall’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo semplificava troppo le 36 domande contenute nel questionario originale diramato dalla Santa Sede. È vero, però, che se si vuole andare in profondità oltre i semplici dati evidenziati dal risultato del sondaggio occorre prendere in esame anche il documento originale. È quel che ha fatto «Dialoghi», chiedendo ai membri di comitato più esperti in ma-

teria di riflettere sui temi proposti dal documento della Santa Sede. Il risultato lo leggete nel dossier che presentiamo da pag. 2 a pag. 9, che pure è stato inviato alla Conferenza dei vescovi svizzeri perché la aiuti nell’approfondimento della tematica. E.M.

I risultati completi del sondaggio promosso dai vescovi svizzeri si possono leggere sul sito www.ivescovi.ch


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Matrimonio e famiglia interrogano la Chiesa Contributi di «Dialoghi» al sondaggio dei Vescovi «La missione di predicare il Vangelo a ogni creatura è stata affidata direttamente dal Signore ai suoi discepoli e di essa la Chiesa è portatrice nella storia. Nel tempo che stiamo vivendo l’evidente crisi sociale e spirituale diventa una sfida pastorale, che interpella la missione evangelizzatrice della Chiesa per la famiglia, nucleo vitale della società e della comunità ecclesiale». Così comincia il Docu­ mento preparatorio alla 3. Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi – organismo consultivo ma rappresentativo creato dal Papa dopo il Concilio Vaticano II – che dovrebbe tenersi in autunno. Il lavoro del Sinodo si svolgerà in due tappe: la prima, l’Assemblea Generale Straordinaria, prevista precisamente per l’autunno 2014, «volta a precisare lo status quae­ stionis e a raccogliere testimonianze e proposte dei vescovi», la seconda, l’Assemblea Generale Ordinaria del 2015, «per cercare le linee operative

A titolo di premessa Quanto è scritto in queste pagi­ ne quale contributo di risposta al questionario assai utilmente diffu­ so dal Vaticano in previsione del Sinodo straordinario sulla famiglia parte da due presupposti: fede cristiana come fiducia esi­ stenziale non in una serie di con­ tenuti dottrinali ma nell’amore di Dio in Gesù Cristo nelle relazioni interpersonali, dalle più vicine alle più lontane, dalle più normali alle più estemporanee, senza illu­ dersi che sia facile instaurarle e mantenerle e senza pensare che la paura sia un connotato accettabile dell’essere credenti; evangelizzazione come proposta, in ogni forma possibile, della bel­ lezza e bontà dell’amore di Gesù Cristo nella vita di ogni giorno, pensando che i riti siano in fun­ zione della possibilità di rendere più ricca d’amore l’esistenza e non il contrario. e.b.

per la pastorale della persona umana e della famiglia». Il Documento pre­ paratorio si può scaricare dal sito del Vaticano (www.vatican.va/…). Contiene un Questionario in otto punti, che «permettono alle Chiese particolari di partecipare attivamente alla preparazione». Le Conferenze episcopali nazionali hanno variamente reagito: alcune sono state addirittura richiamate a impegnarsi di più nella diffusione del questionario – che, effettivamente, ampio com’è (ma poteva essere diversamente?), può mettere in difficoltà, considerando anche il breve tempo a disposizione per mandare le risposte. La Conferenza dei vescovi svizzeri ha tenuto conto di tali prevedibili difficoltà e ha diffuso un questionario «semplificato» e informatizzato, preparato dall’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo, cui si poteva rispondere direttamente (www.questionariopastorale.ch). Il successo dell’iniziativa è evidente: si attendevano seimila ri-

sposte, ne sono arrivate 26 mila. Tali risposte dovevano essere mandate entro il 31 dicembre e molti tra i lettori di «Dialoghi» ne hanno approfittato, singolarmente o in gruppi parrocchiali o spontanei. Come rivista, «Dialoghi» ha inviato ai Vescovi svizzeri entro il 31 gennaio un documento (che qui pubblichiamo) in cui liberamente singoli membri del Comitato si esprimono su questo o quel punto del problema. Nella presentazione si tiene conto della successione dei temi proposta dal Questionario vaticano, estendendo però la riflessione a molti aspetti che agli scriventi sono parsi pure meritevoli di approfondimento. Quella che pubblichiamo non è dunque l’opinione di «Dialoghi» ma una raccolta di opinioni personali, non necessariamente coincidente (e anche questa è una… tradizione per la rivista). Il momento è, difatti, quello dello scambio serrato di opinioni, non delle conclusioni. Dialoghi

1. Sulla diffusione della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa riguardante la famiglia1 Il livello di conoscenza degli insegna­ menti della Bibbia, della Gaudium et Spes, della Familiaris Consortio e di altri documenti del Magistero post-conciliare sul valore della fa­ miglia secondo la Chiesa Cattolica è, mediamente, molto basso. Forse su alcuni testi biblici concernenti il rapporto uomo-donna (per es. Genesi 1-2; Marco 10; Matteo 19; Cantico dei Cantici) vi è qualche nozione in più, anzitutto a partire dalle celebrazioni dei matrimoni e dalla preparazione previa a questo rito, ma il quadro com­ plessivo è tutt’altro che esaltante. È possibile che in taluni movimenti e gruppi cattolici, molto ripiegati sulla «gerarchia», vi sia, almeno a parole, una conoscenza teorica abbastanza ap­ profondita dei documenti magisteriali. D’altra parte, soprattutto a livello di morale sessuale, sarebbe interessan­ te fare alcune statistiche, certamente difficili ma interessanti, al fine di sa­ pere, per esempio, quante esponenti di movimenti ecclesiali particolarmente attenti, almeno a parole, agli insegna­ menti pontifici (in particolare quelli di

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), sono arrivate al matrimonio già incin­ te, dal 1980 ad oggi. Il moralismo più astratto è comunque ancora troppo presente nel quadro dell’insegnamento cattolico sull’argo­ mento e un modo intelligente di par­ tire dalla Bibbia per arrivare all’etica proprio radicando il discorso nell’an­ tropologia e nella teologia biblica è ancora troppo poco praticato. L’attuale pastorale familiare ufficiale è, comunque, troppo spesso ingabbia­ ta da divieti (anzitutto sulla contracce­ zione e sulla fecondazione artificiale – cfr. CCC nn. 2370.2377) basati su una concezione, che, nonostante molti vescovi e molti preti si esprimano in modo assai più costruttivo, vede anco­ ra nel sesso qualcosa di potenzialmen­ te peccaminoso e rifiuta la possibilità che la relazione matrimoniale possa purtroppo anche rompersi. Vari pre­ cetti del Magistero sono inadeguati alla società contemporanea e soprat­ tutto sostanzialmente estranei ad una lettura dei testi biblici realmente lette­ rale e rispettosa dei contesti culturali in cui essi sono stati redatti. e.b. 1. Sottotitoli originali del Questionario del Sinodo dei Vescovi


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La realtà familiare nell’odierna Svizzera La famiglia, in uno stato moderno e laico come la Svizzera (e solo a questa realtà si riferiscono le consi­ derazioni che seguono), è fondamen­ talmente una modalità di convivenza tra persone, variamente determinata; ormai si parla al plurale di «famiglie» e la Chiesa deve considerare ciò, se vuole aiutare i componenti a praticare una vita cristiana sempre in divenire. I casi di «famiglia» che fanno proble­ ma alla pastorale tradizionale della Chiesa cattolica sono in particolare: a) gli sposi che, dopo il matrimonio civile, non chiedono né ricevono la «benedizione nuziale»; b) una o due persone battezzate (con un rito riconosciuto dalla Chiesa cat­ tolica) di sesso diverso che convivono stabilmente, con o senza figli; c) due persone non battezzate di di­ verso sesso che convivono stabilmen­ te, con o senza figli; d) due persone dello stesso sesso che hanno stipulato il contratto previsto dalla legge svizzera o che convivono stabilmente senza alcun contratto uf­ ficialmente riconosciuto. e) inoltre c’è il caso, ormai molto frequente, di due persone che dopo un matrimonio civile seguito dal­ la benedizione nuziale, si separano legalmente e contraggono un nuovo matrimonio civile (cosiddetti divor­ ziati risposati).

Il diffondersi in Svizzera dei cosid­ detti «matrimoni misti» tra aderenti a Chiese cristiane diverse o a religioni diverse, meriterebbe una trattazione apposita, per la quale non ho ne co­ noscenze adeguate né competenze. Credo si possa affermare (e la Chiesa deve prendere atto) che per la genera­ lità delle persone, quelle direttamen­ te coinvolte, la parentela e gli amici, e per la opinione pubblica prevalen­ te, il vero (e unico) matrimonio è quello civile. E ciò contrariamente a quanto la generalità dei cattolici credeva, secondo l’insegnamento che riceveva (o riceve ancora?), che cioè l’atto civile non aveva valore in sede religiosa e solo dopo il «matrimonio religioso» gli sposi avrebbero convissuto lecitamente. Ritengo pertanto sbagliata e da abbandonare la pratica della Santa Sede di chiedere agli Stati, in sede concordataria, il riconoscimento della «benedizione nuziale» quale matrimonio valido agli effetti civili.

Di fronte a questa varietà di situazioni (ce ne sono altre, ma non pongono particolari problemi dal profilo pasto­ rale), fondamentale mi sembra chia­ rire quale è il significato-contenuto della «benedizione nuziale», detta impropriamente «matrimonio reli­ gioso»; ciò richiede, nel nostro caso svizzero, di riconoscere ed affermare che il vero e unico matrimonio è quello civile contratto davanti all’autorità statale.

Questa diffusa «svalutazione» del rito religioso è vieppiù rafforza­ ta dalla ormai diffusa pratica della «convivenza» che precede lo stesso matrimonio civile (per i più svariati e anche validi motivi…), per cui il «rito religioso» non diventa un «nuo­ vo» impegno tra gli sposi, ma forse solo un impegno «rinnovato». Di qui la necessità, per «salvare» il signi­ ficato del rito (e non ridurlo ad una bella festa di famiglia o allo sfoggio di plateale consumismo), la necessità di indicarne il vero significato e valore, per cui la cerimonia religiosa (detta impropriamente «matrimonio») consiste: – in una invocazione a Dio perché benedica la convivenza degli sposi; – in una comunicazione alla Chiesa-comunità della stipulata convivenza con la richiesta di approvazione e sostegno; – un impegno a vivere congiuntamente la vita cristiana ed educare cristianamente i figli.

Nel 2011 furono celebrati in Ticino 1598 matrimoni civili, nel 35,2% dei quali uno dei coniugi era già stato sposato. Non ci sono statistiche sul­ le convivenze, ma risulta che delle 2839 nascite registrate in Ticino nel 2012, 564 provenivano da madri non coniugate (il 24,3%).

Qualificare il cosiddetto «matrimo­ nio religioso» una semplice benedi­ zione non mi sembra una diminutio: si è sempre anche insegnato che gli attori del matrimonio sono gli sposi stessi, il presbitero facente funzione di testimonio; nella realtà attuale ap­ pare superfluo (e persino ridicolo)

che il testimonio faccia rinnovare le «promesse matrimoniali»; di qui la necessità di adeguare il rituale, con molta libertà e discutendolo con gli interessati, per tenere conto di quanto vuole effettivamente significare. La storia delle istituzioni ampiamente spiega la trasformazione religiosa e civile del rito tra due battezzati che solo vale (dopo il Concilio di Tren­ to) per la Chiesa cattolica come ri­ conoscimento della costituzione di una coppia e di una famiglia. È da rilevare che le altre Chiese cristia­ ne (sia quelle orientali e ortodosse, sia quelle sorte dalla Riforma) non ritengono che il rito matrimoniale compiuto dalle Chiese crei un legame indissolubile nella coppia e pertanto (con modalità diverse) prevedono di benedire le seconde nozze. Giovan­ ni Cereti sostiene che la procedura prevista per i lapsi dal Concilio di Nicea era relativa a sposi cristiani al secondo matrimonio (citato recente­ mente da Sandri nella sua storia dei Concili). Se quanto sopradetto è accettabile, di conseguenza deve essere adeguato l’atteggiamento dell’autorità ecclesiastica e specialmente nella pastorale, anche rispetto ai battezzati che convivono senza aver praticato (o subìto) il rito religioso: il loro matrimonio civile deve esse­ re ritenuto valido e rispettato (non è un concubinato riprovevole!), i loro figli sono «legittimi» e hanno diritto al battesimo ed agli altri sacramenti alle condizioni usuali (è già questa la pratica in Ticino), hanno diritto e vanno sollecitati a partecipare nor­ malmente alla vita ecclesiale. I ge­ nitori devono essere adeguatamente a ciò richiamati, perché i figli non siano privati dal partecipare alla co­ munità ecclesiale, devono poter fare i catechisti o gli amministratori del­ la comunità ed essere accettati come insegnanti nelle scuole cattoliche e nei movimenti, ecc. Papa Francesco ha messo in guardia dal seminare bacilli di ateismo nei figli di catto­ lici «irregolari» e recentemente ha battezzato una figlia di genitori solo uniti civilmente. Penso che le solu­ zioni vanno trovate, caso per caso, anche per quanto riguarda la parte­ cipazione all’Eucarestia, tenendo presente le circostanze e cause della loro irregolarità canonica, per analo­ gia a quanto si dice a proposito dei «divorziati risposati». a.l.


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2. Sul matrimonio secondo la legge naturale Per rendersi conto di quale sia, in Oc­ cidente, la diffusa concezione della famiglia e della famiglia cristiana in particolare, tre sembrano essere i dati significativi: (1) il numero dei divorzi (2) la drastica diminuzione dei matri­ moni in chiesa (3) l’autonomia delle coppie in tema di morale coniugale. Il numero dei divorzi La stabilità dei legami famigliari è ri­ conosciuta da tutti come valore, come ideale. Nello stesso tempo diffusa è l’opinione che quando la relazione della coppia non funziona più, il ri­ corso al divorzio rappresenti una pos­ sibilità a portata di mano, benvenuta, facilitata oggi, a differenza di 40-50 anni fa, dalla sua tacita accettazione da parte della società. Si ammette che la relazione della coppia possa dete­ riorarsi a un punto di non ritorno; a volte si riscontra il rincrescimento per i figli che devono sopportare le conse­ guenze dell’incapacità dei genitori di gestire da adulti il rapporto di coppia; si fa sempre più raro il concetto che per amore dei figli dovere dei geni­ tori sarebbe di non rompere la fami­ glia assicurando loro nel contempo un’atmosfera decente. Scoraggia la difficoltà (reale) di ricucire il rappor­ to incrinato, e l’idea di accontentarsi di una relazione di coppia mediocre oggi regge sempre meno di fronte al miraggio di ritrovare l’amore con un’altra persona. Ritrovare l’amore è, in genere, considerato un diritto della persona che finisce per avere la meglio sul dovere di assicurare alla famiglia la quotidianità della presen­ za di ambedue i genitori. Il bisogno di ritrovare un amore felice alimenta l’illusione che la relazione successiva non conoscerà le difficoltà della pri­ ma. Le esigenze inerenti al legame famigliare sono in genere percepite, ma difficoltà serie del rapporto co­ niugale minano pian piano la forza di resistenza. Sempre meno matrimoni in chiesa La perdita, nella società, dell’impor­ tanza dell’aspetto religioso del ma­ trimonio la si misura dall’abbandono crescente della celebrazione del matri­ monio in chiesa, anche in paesi, fino a qualche decennio fa, di solida tradi­ zione cattolica. Negli ultimi 15 anni il numero di matrimoni cattolici nelle diocesi di Sion, Lugano, San Gallo si

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è ridotto di oltre il 40% («Voce evan­ gelica» Lugano, gannaio 2014). Stessa percentuale per la Chiesa riformata. In Lombardia nel 2012 più della metà dei matrimoni sono celebrati soltanto civilmente. L’autonomia delle coscienze L’evento spartiacque, che permette di parlare di un prima e di un dopo, è stata l’enciclica Humanae vitae del 25 luglio 1968. Paolo VI, si ricorderà, aveva avocato a sé il tema del control­ lo delle nascite cancellandolo dall’or­ dine del giorno del Concilio. Il gran parlare che si faceva della questione aveva alimentato la convinzione che la Commissione pontificia incaricata di riflettere sul problema sarebbe sta­ ta favorevole all’uso dei contraccettivi artificiali, sulla base del principio «la finalità procreativa appartiene all’in­ sieme della vita coniugale, piutto­ sto che ai singoli atti» (HV, 3). Ma il principio non fu sottoscritto dalla

Che cosa è famiglia per la Chiesa? Premesso che per Chiesa intendo sempre «il popolo di Dio» della co­ munità di credenti cattolici, dialo­ gante liberamente (le pecore sanno solo belare…), e non la cosiddetta «autorità ecclesiastica» (nel caso ci fosse su questi argomenti) o il Magistero più o meno ufficiale e/o legittimo. La Chiesa cattolica deve riconside­ rare il tema della pastorale della / delle famiglie, tenendo conto della mentalità prevalente nella relativa società in cui vive. Non c’è una «leg­ ge naturale» per tutte le famiglie: uniche leggi naturali (valide per tutti gli umani) sembra essere quella del­ la solidarietà e della conservazione della specie (la riproduzione). Cre­ do che regole universali, senza tener conto della cultura locale, siano oggi impossibili, in particolare occorre tener presente il grado di cultura giuridica e di laicizzazione in cui vive la comunità cattolica/cristiana. Già Paolo VI osservava (seppure per la questione sociale): «Di fronte a situazioni assai diverse, mi risulta difficile pronunciare una parola universale, così come proporre una soluzione che abbia valore univer-

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minoranza: «È un errore pensare che un atto coniugale reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente disonesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda» (HV, 14). Paolo VI fece propria la posizione della minoranza. La reazione all’enciclica è nota. Nel mentre dichiaravano sottomissione all’enciclica, alcuni episcopati eu­ ropei, considerando importante dal profilo pastorale esprimere solidarietà con i fedeli, non mancarono di sottoli­ neare il ruolo decisionale ultimo della coscienza dei coniugi, incoraggiando in pratica la loro autonomia. Gran parte delle coppie cattoliche seguiro­ no il parere della maggioranza della commissione pontifica. Nelle sue me­ morie, il card. Etchegaray scrisse: «Il rifiuto dell’enciclica da parte di molti cattolici è stato il primo scisma dopo il concilio. Uno scisma silenzioso, che ha tuttavia reso fragile ovunque l’autorità del magistero» («La Libre Belgique», 28 luglio 2008). a.la sale». Un gruppo di teologi ha sotto­ scritto un manifesto (in «Adista», 21 dicembre 2013) in cui afferma: «Il documento divulgato in preparazione del Sinodo (i Lineamenta) parla del matrimonio come se esistesse soltanto una forma e, di conseguenza, come se tutte le famiglie fossero uguali. Tuttavia l’esperienza dei fedeli rivela che questo non è vero né storicamente né geograficamente, in quanto, anche all’interno di una stessa cultura e di uno stesso periodo storico, esiste una molteplicità di forme di relazione coniugale e di struttura familiare. (…) Nel dare l’impressione che l’insegnamento attuale della Chiesa sia lo stesso dai tempi di Cristo, tale documento non riconosce che fu solo nel XII secolo che il matrimonio venne riconosciuto come sacramento e che fu più o meno nella stessa epoca che la nozione di vincolo indissolubile, stabilito per consenso e attraverso la consumazione dell’atto sessuale, acquisì forma canonica. Nell’insegnare che “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (Mt 19,6; Mc 10,9), la Chiesa non ha offerto alcun criterio per determinare cosa, di fatto, Dio ha unito. L’esperienza ha dimostrato che compiere semplicemente quanto prevede la forma canonica del matrimonio non offre la garanzia che sia stato preso un impegno genuino, informato e sincero». a.l.


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3. La pastorale della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione Una pastorale della famiglia, se così la si vuole chiamare, esige un ripen­ samento generale che sia parte del processo complessivo di riforma della Chiesa. I «successi» nella pastorale si devono a famiglie che hanno per lo più testimoniato la loro fede, pale­ sando ai figli l’immagine di una real­ tà familiare aperta ai rapporti sociali ed unita sui valori decisivi dell’essere umano (anzitutto solidarietà verso chi è stato ed è in difficoltà psico-fisica e/o socio-culturale, dai membri del proprio nucleo familiare allargato ad altre persone esterne alla famiglia). Penso a un’esperienza cristiana vis­ suta nei fatti più che sbandierata con prove di forza. Eventi come il «Family Day» in Italia, perlomeno come è stato configurato negli ultimi anni, dando spazio a strumentalizzazioni politiche di vario segno, non irrobustiscono la credibilità della Chiesa cattolica, sem­ mai la indeboliscono. Occorre anche riconoscere che vari movimenti di spiritualità familiare (per es. le équipes «Notre Dame» o Caresto o «Incontro Matrimoniale») hanno saputo creare percorsi impor­ tanti, ricchi di opportunità formative e riconciliative per tante persone, tut­ te iniziative che vanno incoraggiate e rese sempre più mirate ed intelligenti. 4. Sulla pastorale per far fronte ad alcune situazioni matrimoniali difficili La convivenza ad experimentum ap­ pare un evento sempre più normale, addirittura un’esperienza spesso non inutile prima di compiere un passo importante come il matrimonio che è orientato alla indissolubilità. Tantissi­ me sono le coppie di conviventi che si presentano ai corsi di preparazione al matrimonio, occasioni formative pre­ ziose che vanno ripensate e ristruttu­ rate profondamente. e.b. La prassi attuale affida al diritto ca­ nonico la regolamentazione della po­ sizione dei divorziati nella Chiesa: in­ terdizione di un secondo matrimonio sia religioso sia civile, pena la rottura della piena comunione con la Chie­ sa, che si traduce nell’esclusione dai sacramenti (eucaristia e penitenza). Dispositivo algido, rigoroso, coerente con la logica che regge il ius. Oggi l’autorità della Chiesa si sta in­ terrogando se il diritto canonico possa ancora essere considerato strumento

Vivere insieme la spiritualità coniugale Si deve riconoscere che, nell’attuale prassi pastorale, troppo poco si fa per il coinvolgimento delle famiglie nel­ la trasmissione della fede (e del resto le stesse buone «famiglie cristiane» ritengono di avere fatto sino in fon­ do il proprio dovere mandando i figli al «catechismo»…). Il fatto è che le famiglie appaiono generalmente im­ preparate a questo compito (a volte anche soltanto nel dare risposta alle più elementari domande dei bambi­ ni). Si pone dunque con urgenza il problema della formazione perma­ nente dei genitori, a partire da quel centrale e fondamentale momento che è quello del battesimo: la cui amministrazione è spesso qua­si sol­ tanto una «festa familiare» e non l’occasione per una cate­chesi sufficientemente prolungata (che do­ vrebbe diventare, come quasi mai è oggi, prassi corrente, e non la rara eccezione di comunità più sensibili ed «avanzate»). La formazione de­ gli adulti-genitori dovrebbe essere al centro della catechesi, troppo spesso incentrata quasi esclusivamente su bambini e ragazzi.

Su questo sfondo si pone il problema di inventare adeguati cammini di spiritualità coniugale. La «riscoperta» della santità laicale – e di un suo tipi­ co luogo, l’esistenza nel matrimonio – è stata una delle grandi conquiste del XX secolo, e movimenti, gruppi, iniziative le più varie si sono, for­ tunatamente, moltipli­cate; ma se si tiene presente il numero di quanti ri­ chiedono il matrimonio cristiano e in esso (almeno teoricamente) vivono, si ha chiara la percezione dell’im­ mensa distanza che intercorre fra la proposta (che dovrebbe essere rivol­ ta a tutti) e la risposta. Per fare uscire il movimento di spi­ ritualità coniugale e fa­miliare dalla situazione «elitaria» nella quale oggi si trova occorrono essenzialmente due condizioni: a) la consapevolezza nei pastori che si tratta di una reale priorità; b) la presa di coscien­za del fatto che – nell’attuale contesto e vi­ sta la forte carenza di presbiteri in grado di impegnarsi in tale servizio – occorre preparare e formare altre figure (in primis i diaconi sposati; indi religiose particolarmente aperte e sensibili; infine, e soprattut­to, cop­ pie di sposi formate e preparate) in grado di promuovere e di animare in tutte le realtà pastorali locali gruppi ed aggrega­zioni di spiritualità coniu­ gale. g.c.

idoneo a determinare la posizione ecclesiale delle persone divorziate ri­ sposate. Nel documento preparatorio del Sinodo dei vescovi 2014-2015 a pag. 2 si legge: «Se si pensa al solo fatto che nell’attuale contesto molti ragazzi e giovani, nati da matrimoni irregolari, potranno non vedere mai i loro genitori accostarsi ai sacramenti, si comprende quanto urgenti siano le sfide poste all’evangelizzazione dalla situazione attuale, peraltro diffusa in ogni parte del villaggio globale». Come non percepirvi l’eco delle pa­ role del card. Martini: «Il primo dei problemi, oggi non più rinviabili, è l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati» (Conversazioni con Carlo Maria Martini, Fazi Editore, Roma 2012, p. 57); «riguarda molte persone e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque af­ frontato con saggezza e preveggenza» (p. 63); «se la famiglia viene discrimi­ nata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà

anche la generazione futura (…) La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capo­ volta: come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari comples­ se?» (Intervista al cardinale, l’ultima, «Corriere della Sera», 8 agosto 2012). Alla sua morte, il card. Martini venne riconosciuto da Benedetto XVI «uomo di Dio, pastore generoso e fedele, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura ma l’ha anche intensamente amata, ne ha fatto la luce della sua vita». Non dovrebbe di conseguenza risultare una forzatura dedurre che la prospettiva pa­ storale del defunto cardinale per evitare che la Chiesa perda «chi ha situazioni familiari complesse» vada letta come frutto della sua profonda conoscenza della «Sacra Scrittura, unica e insosti­ tuibile legge fondamentale della Chie­ sa» (Giovanni Paolo II, discorso del 3 febbraio 1983 sul nuovo Codice cano­ nico). Se la domanda sulla Comunione ai divorziati va capovolta, significa che la Sacra Scrittura e diritto canonico per­ corrono vie che non si incontrano.


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Un eventuale nuovo Concilio il card. Martini lo immaginava «breve, con un solo tema all’ordine del giorno». Per il primo concilio indicava il tema dell’atteggiamento della Chiesa ver­ so i divorziati (Conversazioni… cit., p. 62-63). La sua speranza era il passaggio dall’attuale pastorale det­ tata dalle esigenze del diritto cano­ nico (danneggia la Chiesa facendole perdere generazioni di fedeli) a una pastorale della misericordia, ispirata al Vangelo, consapevole e rispettosa della pasta di cui fin dal Paradiso ter­ restre è fatta l’umanità dell’uomo. È l’accento che va spostato: dalla dot­ trina alle persone in carne e ossa. È significativo che il Documento preparatorio al Sinodo dei vescovi sot­ tolinei «la vasta accoglienza che sta avendo ai nostri giorni l’insegnamen­ to sulla misericordia divina e sulla tenerezza nei confronti delle persone ferite nelle periferie geo­grafiche ed esistenziali», primo dei concetti forti di papa Francesco, dal giorno dopo la sua elezione. Si può aggiungere che il sogno del card. Martini di un Concilio avente per solo tema l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati esprimeva anche fiuto politico? Si concludesse, quel Concilio, lasciando le cose come sono, sarebbe un vistoso fallimento, insopportabile per l’immagine della Chiesa e provocherebbe verosimil­ mente un ulteriore scisma silenzioso. Ma questo potrebbe valere anche per il prossimo Sinodo dei vescovi 20142015. Un giorno del 2005, Benedetto XVI disse che occorreva risolvere la questione dei sacramenti ai divorzia­ ti risposati. Siamo al 2014 e nulla è ancora stato fatto. L’immagine che la gerarchia dà al mondo è di incapacità di affrontare i problemi e soprattutto di risolverli. a.la. I divorziati risposati vivono l’impos­ sibilità di ricevere i sacramenti con una sofferenza che purtroppo spesso evolve nell’indifferenza. Alla lunga si sentono infatti oggetto di un’ingiu­ stizia e chiedono di poter partecipa­ re pienamente alla vita della Chiesa, quindi accedendo ai sacramenti. Ap­ pare comunque assai ipocrita affer­ mare «la Chiesa è vicina ai divorziati/ risposati», quando poi essi vengono esclusi dal momento culminante del­ la partecipazione ecclesiale, ossia la comunione eucaristica. Al presbitero, che è stato ordinato «ad eternum» e lascia il ministero, non si nega certa la frequenza ai sacramenti: a chi si rispo­ sa, trovando spesso in questa seconda

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unione occasioni di vita evangelica senza paragone con il passato, perché tale opportunità viene proibita? La dichiarazione di nullità del vinco­ lo matrimoniale da parte dei tribunali ecclesiastici può offrire un contributo alla soluzione delle problematiche delle persone solo in un ridotto nu­ mero di casi. Non si può pensare di sciogliere il nodo dell’Eucaristia ai divorziati risposati soltanto attraver­ so la semplificazione della procedura canonica di annullamento del vinco­ lo, che, comunque, potrebbe essere semplificata ma attraverso la riconsi­

Accoglimento ecclesiale dei divorziati risposati Siccome il rito religioso che oggi viene celebrato da una coppia di spo­ si battezzati (diversamente da quanto valeva in altre epoche e forse ancora oggi in altre culture) consiste fonda­ mentalmente in una speciale benedi­ zione, non vedo difficoltà che una «seconda benedizione» o «altra benedizione» sia impartita a una coppia di «divorziati risposati» o ad altre coppie irregolari per la Chiesa cattolica. La Chiesa cattolica riconosce altre numerose occasioni di benedizioni (ciò di invocazione a Dio): sulle armi, le portaerei, gli ani­ mali e le gallerie autostradali! A mio giudizio (ma anche rispon­ dendo ad un auspicio largamente diffuso), la «seconda benedizione» non dovrebbe essere ridotta ad una banale ripetizione della prima: dovrebbe essere attribuita dopo un adeguato periodo di prova (le diocesi dovrebbero fissare un tempo minimo), durante il quale i coniugi dimostrano di partecipare, «secondo le usanze» degli altri cristiani, alla vita della comunità, e hanno assolto (o continuano ad assolvere) i doveri di giustizia nei confronti del prece­ dente coniuge e degli eventuali figli del primo matrimonio. Ritengo che, seppure solo per motivi di opportu­ nità o di rispetto, il rito della nuova benedizione non dovrebbe essere uguale a quello svolto per la «pri­ ma benedizione», anche se questa riserva potrebbe valere per altri casi (come quando viene conferita dopo anni di notoria convivenza). Una benedizione, ovviamente non con contenuti «matrimoniali» (ad

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derazione attenta delle conseguenze del canone 8 del Concilio di Nicea (325 d.C.). È del tutto auspicabile l’adozione della prassi attualmente in vigore nelle Chiese ortodosse sulla celebra­ zione delle seconde nozze dopo il di­ vorzio e che era in vigore nel primo millennio. I divorziati che vogliano risposarsi, in questo caso, vengono riaccolti nella Chiesa qualora abbia­ no fatto un percorso di penitenza e di riconoscimento dei propri errori, se ce ne sono gli estremi, e si occupino della prole, se c’è. e.b. es. nelle letture o nel linguaggio) do­ vrebbe essere possibile, dopo com­ provata e prolungata partecipazione alla vita ecclesiale, anche per i con­ viventi dello stesso sesso. La Chiesa protestante vodese la permette unica­ mente per congiunti che hanno uf­ ficializzato la loro convivenza (con l’Unione domestica registrata, legge del 18 giugno 2004), limitazione che non mi pare sostenibile dal punto di vista pastorale. La situazione ecclesiale dei cosiddetti divorziati risposati può essere assimilata a diverse altre situazioni di convivenza irregolare per la Chiesa cattolica, alle quali ritengo devono essere applicate ana­ logamente le stesse condizioni per una piena accoglienza ecclesiale (sempre riservato l’insindacabile foro interno). Invece ritengo neces­ sario, per ovviare ad una situazione scandalosa, rifiutare la pratica della «benedizione nuziale», magari in pompa magna, a colui, colei o co­ loro che hanno sciolto per divorzio un precedente matrimonio civile; in questo caso vanno applicate le stes­ se condizioni che per i «divorziati risposati», essendo ritenuto valido (rato e consumato) il primo matri­ monio civile. Infine, sull’accettazione alla mensa eucaristica dei battezzati che per qualsiasi motivo sono per il diritto ecclesiastico in situazione irrego­ lare, mi sembra applicabile, con la necessaria serietà, il principio che il sacramento è «strumento di gra­ zia» e che non va rifiutato a nessuno che in buona coscienza lo richiede; principio pastorale che vale per tutti i sacramenti e per tutti i battezzati, nessuno potendosi dire (se non per ignoranza invincibile) degno della benedizione di Dio, ma unicamente della sua misericordia. a.l.


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Coppie omosessuali nella Chiesa? Tra gli interrogativi presenti sia nel questionario «romano» che in quello propostoci, a nome della Conferenza dei vescovi svizzera dall’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo, si trovano anche quelli legati al modo di incontrare le coppie omosessuali all’interno della vita ecclesiale. Do­ mande ruotanti attorno al tipo di ac­ coglienza che la comunità ecclesiale dovrebbe dare a simili coppie. Ma se le domande sono sinceramente gene­ rose, le risposte si rivelano particolar­ mente difficili. Come infatti pensare un nuovo stile di accoglienza senza rimuovere gli ostacoli millenari che si sono accumulati per impedire ap­ punto un incontro cordiale? Il primo ostacolo sembra (dico «sem­ bra» poiché sono convinto che possa essere seriamente rimosso) legato ad alcuni testi biblici, sia vetero- sia neotestamentari, che condannano senza mezzi termini ogni comportamento omosessuale. Sono testi che riguar­ dano i contatti sessuali tra maschi mentre l’omosessualità femminile non viene evocata. Quale normatività vogliamo dare a simili testi? Il magi­ stero ufficiale della Chiesa cattolica non sembra avere dubbi al riguardo e anche il linguaggio apparentemente meno severo di questi ultimi anni non ci deve illudere: ogni comportamento omosessuale viene considerato come moralmente inaccettabile e contrario al disegno di Dio sull’essere umano. Non solo: storicamente, con la cosid­ detta «svolta costantiniana» a parti­ re dal 313 (l’anno scorso si è fatto memoria di questo centenario con la presentazione di varie interpretazioni che potrebbero essere commentate in altra sede) il comportamento omoses­ suale è represso non solo sul piano morale ma anche mediante sanzioni penali che arrivano fino alla pena di morte. Perdurava comunque la pro­ stituzione omosessuale, fonte di no­ tevoli redditi per l’autorità imperiale. La storia del diritto europeo continua lungo i secoli e con notevoli variazio­ ni ma che hanno nella repressione il registro comune, fino ai primi timidi tentativi di decriminalizzazione du­ rante il secolo dei Lumi. All’interno della Chiesa cattolica l’atteggiamen­

to di condanna persiste fino ai nostri giorni, anche se i documenti più re­ centi non chiedono più allo Stato se­ colare di reprimere penalmente simili condotte. Per smontare dunque questo «edifi­ cio dottrinale» penso sia importante rispondere alle domande poste dal questionario chiedendo innanzitutto uno sforzo da parte dei pastori della Chiesa per interpretare in maniera più corretta e differenziata i passi biblici che finora sono serviti a legittimare una condanna senza mezzi termini1. Una interpretazione che tenga conto del contesto sociale in cui sono nati i testi biblici porterà a un giudizio di principio sicuramente più sfumato di quello attualmente in vigore, almeno nelle prese di posizione ufficiali. In secondo luogo penso che ci si debba mettere tutti (pastori e fedeli) in ascolto delle rivendicazioni che ci vengono dai movimenti più o meno militanti di persone omosessuali. Queste rivendicazioni non sono tutte del medesimo segno e non vanno ne­ cessariamente tutte nella medesima direzione. Questa pluralità di voci dovrebbe facilitare l’ascolto da parte dei vescovi che poi parteciperanno al Sinodo sulle tematiche della fami­ glia. Se le voci dal basso sono diverse si cadrà meno facilmente nella trap­ pola di una visione manichea della realtà, in cui il bene ed il male sono visibili ad occhio nudo e facilmente localizzabili. Per quanto riguarda l’omosessualità, sia maschile sia femminile, penso che tutte le loro voci esprimano un bisogno di riconoscimento. Finora questo stile di vita e queste pratiche sono rimaste nella clandestinità e solo negli ultimi decenni sono ve­ nute alla luce del sole, costando tal­ volta un notevole sforzo alle persone interessate. Questo sforzo di traspa­ renza va onorato pubblicamente. Gli Stati democratici hanno reagito abbastanza velocemente cercando di mettere sul medesimo piano giuridi­ co i comportamenti omosessuali e quelli eterosessuali. La Svizzera ad esempio ha effettuato questa riforma del diritto penale sessuale già negli anni ’80 del secolo scorso. Ora si sta passando dall’ambito strettamente penale a quello di un riconoscimen­ to positivo in termini di diritto civile di famiglia.

Ma come gestire al meglio questo bisogno di riconoscimento? Penso che si possano riscontrare due linee di tendenza, parallele a quelle che si possono ritrovare anche nel­ la discussione femminista: la prima chiede una parità di trattamento in ogni ambito sociale per etero- e omo­ sessuali, uomini o donne che siano. Fa parte di questa linea di tendenza la richiesta di poter usufruire dell’i­ stituzione matrimoniale come tutto il resto della popolazione, di poter ac­ cedere alla genitorialità (anche con l’aiuto della medicina di riproduzio­ ne se necessario) e di essere messi in maniera assoluta sul medesimo piano di qualsiasi altro cittadino o cittadina. La seconda linea invece, sottolinea il carattere di diversità delle condotte e degli stili di vita legati all’omoses­ sualità e quindi richiede uno statuto di riconoscimento che tenga conto di questa differenza (v. «l’Unione dome­ stica registrata» in vigore dal 2007). Le due linee non sono necessaria­ mente in contraddizione e molte ri­ vendicazioni in questo ambito trova­ no l’unanimità della comunità gay. Non è un caso che si parli appunto di comunità, poiché ciò che caratteriz­ za i tempi più recenti sono appunto la nascita e l’apparizione visibile di un senso comune di appartenenza di queste persone. Cosa dobbiamo considerare come credenti di fronte a questi fenomeni? Non ho una ricetta da proporre ma solo un testo che dovrebbe far pen­ sare tutte e tutti: «Non ha più alcuna importanza l’essere ebreo o pagano, schiavo o libero, uomo e donna, perché uniti a Gesù Cristo siete diventati un sol uomo» (Gal. 3, 28). a.b. 1. Cfr. due opere che aprono la pista in questo ambito, la prima a cura di esegeti cattolici, la seconda curata da esegeti protestanti, tutti operanti comunque nel nostro paese: Himba­ za, I. – Schenker, A. – Edart, J.B., L’omosessualità nella Bibbia. San Paolo, Milano 2007; Römer, Th. – Bonjour, L., L’homosexualité dans le Proche-Orient ancien et la Bible. Labor et Fides, Genève 2005.

Hanno collaborato a questo dossier: Alberto Bondolfi (a.b.) Ernesto Borghi (e.b.) Giorgio Campanini (g.c.) Aldo Lafranchi (a.la.) e Alberto Lepori (a.l.)


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Una proposta assurda Alla luce del Documento preparatorio del Sinodo 2014-2015, non dovreb­ be trovare credito la tesi, concepita dalla Curia romana gli ultimi tempi del ministero di Benedetto XVI e già diffusa (il vescovo emerito Pier Gia­ como l’ha difesa in occasione di una serata pubblica ad Ascona), secondo la quale la soluzione del problema dei divorziati risposati starebbe nel considerare nulli in partenza i ma­ trimoni che si concludono col divor­ zio, considerata prova del nove della mancanza, al momento del matrimo­

Delle unioni civili In Svizzera dal 1. gennaio 2007 è in vigore il regime dell’unione dome­ stica registrata», riservata alle sole coppie omosessuali. La Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) non si è opposta: «Nella nostra risposta al rapporto del Consiglio federale sul­ la situazione giuridica delle coppie omosessuali non ci siamo opposti all’idea di introdurre un’unione do­ mestica registrata» (18 dicembre 1999). Nella stessa risposta, antici­ pando i tempi, la CVS ha però di­ chiarato guerra a un’eventuale pro­ posta di legge sul «matrimonio omo­ sessuale»: «Vogliamo che il carattere unico del matrimonio tra uomo e donna sia protetto dalla giurisdizione dello Stato in modo incondizionato. Per il diritto naturale il matrimonio tra un uomo e una donna deve avere una posizione e una dignità partico­ lari che gli sono propri a causa della sua importanza per la società umana, che non potrebbe continuare senza di esso». Si noterà che per la non opposizione all’«unione domestica registrata» da un lato e per la decisa contrapposi­ zione al «matrimonio omosessuale» dall’altro, non siano state invocate motivazioni di natura morale, bensì antropologiche e politiche. Avesse, la CVS, fondato la risposta sulla base della valutazione morale del rapporto di coppia omosessuale, la conclusione sarebbe stata dello stes­ so tenore (negativo) nei due casi. Potrebbe forse ancora sorprendere alcuni vedere la Chiesa non opporsi, sul piano politico, all’introduzione

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nio, di una delle condizioni giuridi­ camente irrinunciabili per la validità del sacramento («È volontà di Dio che il matrimonio duri fino alla mor­ te. Accetta il Suo matrimonio come vincolo che duri tutta la vita?»: è la terza delle cinque domande poste dal parroco ai futuri sposi). La stranezza della proposta sta nella conclusione che più nessun matrimonio potrebbe essere considerato valido prima che intervenga un eventuale sempre pos­ sibile divorzio. Solo alla morte di uno dei coniugi si potrebbe infatti sapere che il matrimonio fu giuridicamente valido, vincolo durato tutta la vita. Con una simile tesi si permetterebbe l’accesso ai sacramenti a coniugi dei

quali ancora non è possibile sapere se il loro matrimonio sia o non sia va­ lido. Perché non arrendersi all’idea che le persone possano, al momento della celebrazione del matrimonio, credere in assoluta buona fede che il loro vincolo durerà fino alla morte e scoprire solo dopo anni, dopo essersi confrontati con la realtà delle prove legate alla loro vita di coppia, di es­ sere meno in grado di affrontarle po­ sitivamente? Si può pretendere dalle persone più dell’assoluta buona fede per rendere valido il sacramento? La tesi sembra discendere da chi persiste nel ritenere che spetti al diritto cano­ nico e non al Vangelo occuparsi dei sacramenti. a.la.

dell’«unione domestica registrata», quando dal punto di vista della dot­ trina morale non la può approvare. Vivendo in un Paese dove non tutti i cittadini condividono le valutazioni della morale cattolica, il reciproco rispetto, richiesto dalla pacifica con­ vivenza democratica a tutte le com­ ponenti della società, invita le parti a rinunciare a tentativi di imporre alle minoranze proprie visioni etiche. Le argomentazioni di natura antro­ pologica e politica in difesa dell’isti­ tuzione matrimoniale non godono di minor peso delle ragioni etiche. Illu­ minante è la risposta, sopra menzio­ nata, della CVS. Sottolinea «il carat­ tere unico del matrimonio tra uomo e donna», dove unicità significa esclusione della possibilità che altre situazioni possano essere designate con lo stesso sostantivo. Vista l’al­ ta posta in gioco, l’unicità merita la protezione incondizionata delle leggi dello Stato. Dall’unicità discendono «posizione e dignità particolari che gli sono proprie», dal momento che l’unione dell’uomo e della donna è la sola istituzione da cui dipenda la sopravvivenza della società umana. Se in gioco c’è il valore supremo dell’esistenza della società, lo Stato ha il dovere di difendere il matrimo­ nio a ogni costo. La difesa della condizione di pos­ sibilità dell’esistenza stessa della società diventa questione civiltà, che passa anche dal rispetto della natura e della dignità del linguag­ gio. Imporre per legge che due strut­ ture antitetiche debbano essere da tutti considerate la stessa identica cosa, designate dallo stesso sostan­

tivo, è di conseguenza promozione dell’assurdo, offesa all’intelligen­ za. Imporre per legge che nessuno possa appellarsi alla differenza che oppone la fonte che permette alla società di continuare a esistere, alla fonte che, per sua intrinseca struttu­ ra, avvierebbe la società al tramonto, significa non rispettare il principio di non contraddizione, dimenticare che il significante (la parola) e il si­ gnificato (la cosa) sono legati da un rapporto di presunzione reciproca, che la parola articola il contenuto e il contenuto può essere manifesta­ to soltanto attraverso la sua forma significante. Vuol dire umiliare la parola «matrimonio» riducendola all’uso ludico che si riscontra nel di­ scorso del folle. Qui non si discute di come sia nato il rapporto, all’origine tutto sommato anche arbitrario, tra la parola «ma­ trimonio» (da mater) e «unione sta­ bile dell’uomo e della donna». Dal momento che ovunque e per tutti, anche per gli omosessuali, la paro­ la «matrimonio» significa «unione stabile dell’uomo e della donna», il rapporto tra la parola e la realtà che la parola designa diventa necessario ed esclusivo. C’è della carenza cul­ turale e anche della prepotenza da parte del movimento omosessuale, dei governi e dei parlamenti nel vo­ ler imporre, a colpi di maggioranza parlamentare, una legge che dichiari non esserci differenza tra la coppia di lui e lei (che garantisce alla so­ cietà di sopravvivere) e le coppie di lui e lui e di lei e lei, che, dipendesse da loro, segnerebbero l’inizio del tra­ monto della società umana. a.la.


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5. Sulle unioni di persone dello stesso sesso Cfr. p. 5 e 8. 6. Sull’educazione dei figli in seno alle situazioni di matrimoni irregolari La comunità cristiana non serve a di­ stribuire patenti di «regolarità» o di «irregolarità», ma per accompagnare, incoraggiare, sostenere ogni persona e anche ogni coppia in difficoltà, qua­ lunque sia la condizione di vita di tali persone. Nei confronti dei bambini di situazioni «irregolari» e di bambini eventualmente adottati dovrebbe es­ serci un inserimento nella vita eccle­ siale e un accompagnamento pastorale analoghi a quelli di ogni altro, con una particolare attenzione verso chi è mag­ giormente a rischio di discriminazio­ ne. Se un bambino è accompagnato al battesimo o un ragazzo alla cresima da persone che sono divorziate/risposate o conviventi, ma hanno tutte le caratte­ ristiche per sostenerli nella crescita in termini di esempio d’amore concreto per gli altri, perché negare loro la pos­ sibilità di essere padrino o madrina? Ovviamente tutto questo implica una conoscenza effettiva, cioè cordiale degli adulti in questione e dei diversi contesti familiari… 7. Sull’apertura degli sposi alla vita La proibizione dei contraccettivi ar­ tificiali, contenuta nell’enciclica Humanae Vitae, non è accettata e proba­ bilmente anche la maggioranza delle coppie credenti cristiane esercita la propria genitorialità responsabile ri­ correndo a metodi anticoncezionali artificiali. Oggi bisognerebbe sem­ plicemente prendere atto che tale dottrina è stata respinta dal sensus fidelium (d’altra parte la quasi tota­ lità della stessa commissione voluta da Paolo VI si era espressa secondo modalità che avrebbero evitato tante sofferenze, se il Pontefice ne avesse preso atto…). In questa ottica l’uso degli anticoncezionali non dovrebbe comportare nessuna confessione di peccato (anzi c’è da chiedersi chi oggi confessi tale pratica come «peccami­ nosa» durante il sacramento della ri­ conciliazione…). La Chiesa cattolica dovrebbe piena­ mente sostenere l’accoglienza e l’inte­ grazione degli immigrati, secondo for­ me sempre più realistiche e concrete, come e più di quanto già fa merito­

riamente, scoraggiando in ogni modo le forme di discriminazione culturale e sociale che troppi individui, magari anche politicamente eloquenti, conti­ nuano a manifestare. 8. Rapporto tra famiglia e persona La famiglia, per l’importanza che riveste nella vita delle persone, è un luogo rilevante in cui Gesù rivela il mistero e la vocazione dell’uomo, ma non è, di per sé, l’ambito privilegiato rispetto ad altri. Non si può, d’altro canto, ignorare che il Gesù delle ver­ sioni evangeliche canoniche ha relati­ vizzato i legami di sangue a vantaggio della fedeltà «alla volontà del Padre» (cfr. Mt 12,46-50; Mc 3,31-34; Lc 8,19-21). Bisogna poi avere sempre presente che le agenzie educative che influenzano i giovani sono sempre più numerose ed efficaci (mass media, social networks ecc.) e il ruolo educativo della famiglia è diminuito rispetto alle generazioni precedenti. Una presenza ecclesiale intelligente in merito sarebbe auspi­ cabile, cercando forme di comuni­ cazione sempre più differenziate e penetranti. Tutti gli otto temi sinora considerati esigono un ripensamento globale della formazione nel campo della pastorale catechetica dalla pre-adolescenza alla quarta età secondo tre principi essen­ ziali: – evitare dottrinalismi ed astrazioni accademiche, dando della fede cri­ stiana un’idea che sia biblicamente radicata e radicale e non una forma di devozionismo e moralismo fine a se stessa; – prospettare un’educazione alle re­ lazioni affettive in cui l’essere uma­ no sia considerato nella sua interezza (cuore e mente, corpo e spirito, piacere e sapere); – non imporre precetti e comandi da ritenere universalmente e comunque formativi per tutti nella stessa forma; – i percorsi per adolescenti e giova­ ni devono abituare ad accostarsi alla logica dell’amore biblico in modo progressivo facendo interagire lettura biblica, interazione dialettica, incontri con testimonianze concrete, ecc.); – gli itinerari di preparazione al ma­ trimonio devono evitare di affrontare temi di morale sessuale superati dallo sviluppo culturale contemporaneo, of­ frire opportunità di confronto e discus­ sione su temi che partano dal vissuto concreto degli individui, essere coor­ dinati da preti, religiose, laiche e laici che siano capaci di relazioni umane

calorose e concrete. Stesso discorso vale per opportunità successive al ma­ trimonio, che le comunità parrocchiali devono organizzare, in modo realisti­ co e facendo rete tra loro e con altre istituzioni. 9. Altre sfide e proposte a) Nel questionario si ignora la pre­ senza di mentalità e di prassi maschi­ liste diffuse, quasi che il maschilismo addirittura non esistesse, non avesse conseguenze sui modelli familiari e sulle relazioni tra uomini e donne, e non costituisse problema anche per la Chiesa cattolica, nella quale troppi presbiteri e troppi religiosi continua­ no ad avere un’incapacità strutturale di costruire relazioni significativa­ mente intense con uomini, donne e famiglie, al di fuori del proprio ruolo «dottrinalmente e canonicamente ec­ clesiastico». A questo proposito pare indispensabile che, nella formazione seminaristica, si rivedano seriamen­ te i curricula di studio e gli itinerari formativi, dando sempre più spazio a materie ed esperienze pastorali che siano imperniate sul tema delle rela­ zioni interpersonali e sull’importanza e capacità di costruirne anzitutto per essere testimoni credibili del Vangelo. Analogo discorso vale per la forma­ zione permanente dei presbiteri dopo la loro ordinazione: l’argomento delle relazioni personali, familiari e sociali deve essere sempre al centro in modo non astratto e accademico. b) Appare indispensabile occupar­ si del fenomeno drammatico della violenza di genere (fisica, sessuale, economica, ecc.) all’interno di troppe famiglie; e molte di queste si profes­ sano cattoliche. c) Si ignora anche la condizione dei presbiteri che, a motivo dell’obbligo del celibato, hanno dovuto abbando­ nare il ministero per aver contratto matrimonio, venendo, ancora oggi e non di rado, emarginati dall’istitu­ zione ecclesiastica e dalle comunità cristiane. d) Occorre dire parole chiare sul fatto che, accanto alla nascita e alla morte, dunque ai temi dell’aborto e dell’eu­ tanasia, vi è tutta la vita «intermedia», sulla cui difesa generale occorre avere la massima attenzione, a cominciare dalle condizioni di lavoro dei genitori e dalle ingiustizie socio-economiche, palesi e occulte, che minano alla base la tenuta del tessuto familiare e socia­ le. Queste tematiche sono altrettanto importanti di quelle relative all’inizio e al fine-vita. e.b.


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Un ritardo problematico Una proposta per il futuro Il 4 novembre 2013 è stata annunciata la designazione del nuovo vescovo di Lugano nella persona del presbitero Valerio Lazzeri, ordinato vescovo il 7 dicembre, bene accolta da clero e popolo. «Tutto bene quel che bene fini­ sce», recita la saggezza popolare. Ma ciò non assolve chi è stato responsabile di una «vacanza» (effettiva o presunta) di oltre due anni, cioè da quanto mons. Grampa ha annunciato di aver presen­ tato la rinuncia all’ufficio, come lo in­ vita il canone 401, al compimento dei settantacinque anni (Grampa è nato il 29 ottobre 1936). Non risulta (o alme­ no non è stato reso noto ai diocesani, clero e popolo) che «il Santo Padre abbia provveduto, dopo aver valutato tutte le circostanze», come indica il predetto canone, né (salvo quanto so­ pra precisato) che la rinuncia sia mai stata formalmente accettata: motivo di commenti più o meno ironici ai quali talvolta partecipava, più o meno divertito, anche il diretto interessato. L’unico provvedimento noto (salvo nostro deplorevole errore o invincibile ignoranza) è il Decreto sulla nomina ad Amministratore Apostolico di Lugano, pubblicato sulla «Rivista della diocesi» del mese di novembre 2013, con la data del 4 novembre 2013, gior­ no della designazione di don Lazzeri, valido «fino al momento in cui il ve­ scovo eletto avrà preso possesso ca­ nonico della Diocesi». Anzi a leggere attentamente il sullodato e tardivo De­ creto, si direbbe che «il Governo della Chiesa luganese [sia] rimasto vacan­ te in seguito alla rinuncia dell’ultimo Vescovo», cioè vacante dal momento della rinuncia (ottobre 2011?). L’osservazione di «Dialoghi» (cfr. l’editoriale del n. 225, febbraio 2013) per cui «senza Vescovo da chissà quando, la Chiesa locale cui appar­ teniamo sembra camminare dentro un lungo tunnel» non è stata da tutti apprezzata ma resta una realtà, mal­ grado il prodigarsi senza risparmio del Vescovo dimissionario. Si trattava pur sempre di un governo limitato «agli affari correnti», non certamente in gra­ do di prendere decisioni impegnative di lungo periodo o di assumere nuove iniziative che avrebbero limitato le prerogative del successore, in via di designazione a più o meno breve sca­ denza. Una situazione inaccettabile da

Lettera aperta ai vescovi svizzeri Signor Presidente, cari fratelli Vescovi, I cattolici ticinesi, clero e popolo, compreso l’intero Comitato della rivista «Dialoghi, di riflessione cristiana» (edita dal 1968 e giunta al 230.mo numero), hanno salutato con gioia e simpatia la designazione di Valerio Lazzeri a vescovo di Lugano. «Dialoghi» deve tuttavia nuovamente deplorare (come già fatto ripetutamente, a partire dal primo numero del 1968!) che la scelta è stata fatta senza coinvolgere in modo degno l’intero clero e popolo diocesano. Si tratta di una grave violazione dei diritti di partecipazione e comunione del Popolo di Dio che deve finalmente cessare. Perciò chiediamo ai nostri Vescovi di proporre alle diocesi svizzere una procedura di consultazione, da attuare in occasione di ogni futura vacanza o scelta di nuovi vescovi, rispettate le attuali competenze del Papa e le disposizioni particolari che valgono nelle singole diocesi. Lugano, 8 febbraio 2014 ogni persona attenta o interessata al bene della Diocesi, trovatasi nell’im­ possibilità persino di eventualmente formulare proposte ad un Vescovo di­ missionario, abbandonato «tra color che sono sospesi» dalla burocrazia vaticana. Circa i temi aperti e neces­ sitanti una urgente soluzione per una auspicata «ri-evangelizzazione», rin­ viamo al prossimo numero, quando esporremo le proposte che abbiamo formulato al neoeletto Vescovo in un incontro svoltosi di recente. Fin dal primo numero, nel lontano 1968, «Dialoghi» ha rivendicato l’op­ portunità e quindi il diritto del clero e del popolo della diocesi di poter espri­ mere un parere nella designazione di un proprio vescovo. Non è quindi il caso di ripetere le argomentazioni che trovano conferma negli insegnamen­ ti del Concilio Vaticano II e persino

nel Codice di Diritto Canonico, dove è scritto che i laici «hanno il diritto, anzi talvolta il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli» (canone 212). Questa richiesta è stata ripetu­ tamente formulata in secoli diversi. Antonio Rosmini (messo all’Indice e un secolo dopo beatificato) ne ha fat­ to oggetto di ampia trattazione nel fa­ moso opuscolo «Delle cinque piaghe della Santa Chiesa» (prima edizione a Lugano nel 1848), definendo «la piaga del piede destro» la nomina dei vesco­ vi usurpata dal potere dei Principi, e perciò chiedendo che fosse ritornata al clero e al popolo. Anche il vescovo di Lugano Eugenio Corecco, in «Ius et Communio» (Milano 1997), formu­ lava una proposta di elezione da parte di un consesso diocesano (cfr. «Dia­ loghi» n. 224, pag. 23). Per questo la nostra rivista, in occasione delle due ultime vacanze, si è fatta promotrice di una «libera consultazione» per aiutare il Nunzio nella scelta. Non si trattava di confondere la Chiesa con una re­ pubblica democratica («Giornale del Popolo» del 6 maggio 2013), ma di realizzare la Chiesa-comunione, che è più di una democrazia perché vuole rendere tutti responsabili («il popolo di Dio»). Del resto, il nuovo eletto alla cattedra luganese faceva parte della terna risultata dalla nostra consulta­ zione! Delusi dopo le precedenti inascolta­ te richieste, augurando lunga vita a mons. Lazzeri (per cui difficilmente si offrirà a «Dialoghi» l’occasione di partecipare ad una nuova designazione vescovile), abbiamo deciso di rivolge­ re una «Lettera aperta ai Vescovi sviz­ zeri», formulando la proposta di una procedura da adottare in ogni Diocesi per assicurare la necessaria e doverosa partecipazione del clero e del popolo alla designazione dei futuri vescovi svizzeri. Potrà servire anche di base ai nostri vescovi, qualora papa France­ sco – come ha promesso e come da più parti da tempo si chiede – concederà una maggiore competenza di gover­ no alle Conferenze episcopali, tra cui ovviamente quella di partecipare alla designazione dei vescovi loro fratelli nell’episcopato. Alberto Lepori


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La scelta dei vescovi a clero et populo Proposta alla Conferenza dei vescovi svizzeri perché promuova, a livello delle singole diocesi, una procedura uniforme per la scelta dei nuovi vescovi con la partecipazione del clero diocesano e dei cattolici della diocesi stessa. La Conferenza dei vescovi svizzeri, ritenuto opportuno che in tutte le diocesi svizzere, in caso di vacanza episcopale o dovendosi designare un nuovo vescovo, sia garantita la con­ sultazione del clero diocesano e del popolo cattolico, riservate le vigenti competenze del Papa e del Nunzio apostolico e le con­ dizioni prescritte dal Diritto canonico, garantito il rispetto delle disposizioni concordatarie e delle norme legali vi­ genti per le singole diocesi svizzere, propone sia rispettata la seguente pro­ cedura, 1) Entro trenta giorni dall’annuncio delle dimissioni del Vescovo diocesa­ no o della sua rimozione, il presidente del Consiglio presbiterale e il Presi­ dente del Consiglio pastorale invitano,

con avviso pubblico, tutti i membri del Clero diocesano ed i religiosi attivi in diocesi, e tutti i cattolici dimoranti nel­ la diocesi di età superiore agli anni 16 compiuti, di indicare entro un mese in forma scritta i nomi dei presbiteri che a loro libero giudizio possono essere designati a rivestire la funzione di ve­ scovo della diocesi. 2) Entro un mese del termine di rac­ colta delle proposte formulate come al punto 1), il Presidente del Consiglio pastorale e il Presidente del Consiglio presbiterale convocano in seduta co­ mune i membri dei due Consigli dio­ cesani e presentano la lista dei dieci presbiteri che hanno raccolto le mag­ giori proposte come candidati all’epi­ scopato, e i membri dei due Consigli, dopo una discussione circa le qualità auspicabili nel futuro vescovo e dopo aver escluso dalla scelta i presbiteri che non adempiono i requisiti fissati dal diritto canonico o da altre disposi­ zioni valide per la diocesi, stabiliscono con votazione segreta la lista dei tre che hanno raccolto il maggior numero di voti. 3) Il Presidente del Consiglio pre­ sbiterale, entro trenta giorni dalla decisione della terna di presbiteri

candidati all’elezione a vescovo, la trasmette alla Conferenza dei vesco­ vi svizzeri che, espresso un giudizio sui candidati proposti, entro trenta giorni la notifica al Nunzio per le sue incombenze. 4) Ove consti un diritto di altre auto­ rità, civili o religiose, a pronunciarsi in materia, il Presidente trasmette la terna entro trenta giorni a tali autorità perché facciano eventualmente valere le proprie osservazioni. 5) Il Presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri è istanza per ogni ricorso sulla procedura e sul merito per la designazione svoltesi a livello diocesano, e li trasmette al Nunzio con le sue osservazioni. 6) Qualora fosse stato impossibile, in qualunque stadio della procedura so­ pra indicata, di comporre la terna di candidati da proporre al Nunzio, oppu­ re la terna fosse ritenuta inaccettabile in tutto o in parte dalla Conferenza dei vescovi svizzeri, dal Nunzio o dal Papa, il presidente del Consiglio pre­ sbiterale provvederà, entro un mese dall’annullamento della terna, ad av­ viare una nuova procedura di nomina, come ai precedenti articoli.

Alfred Escher

L’ultima strega

Il fondatore della Svizzera moderna

di Eveline Hasler

Grazie a Escher Zurigo è diventata la sede del Politecnico federale, una metropoli economica e un centro decisionale. Questo libro descrive l’intreccio degli interessi politici ed economici, le battaglie per la ferrovia e una prodezza tecnica mondiale, il tunnel ferro­ viario del Gottardo. Escher fonda anche il Credito Svizzero e due imprese divenute degli imperi: Swiss Life e Swiss Re. Nel suo Collana «I Cristalli» cantone occupò dei posti pubblici a tutti i livelli e fu parlamentare fe­ derale per 34 anni. Ad oggi, rimane il solo ad essere stato eletto quattro volte alla presidenza del Consiglio nazionale.

Il 18 giugno 1782 – alla vigilia della Rivoluzione francese – la tranquilla borgata di Glarona fu turbata da un fatto drammatico ed efferato; Anna Göldin, «l’ultima strega», processata ingiustamente da un tribunale di notabili locali, venne condannata a morte e decapita­ ta con la spada. Sulla scorta di numerose e articolate ricerche storiche Eveline Hasler ricostrui­ sce i funesti avvenimenti che portarono la sventurata a questo tragico e incomprensibile epilogo. Collana «I Cristalli» La vicenda ruota attorno ad Anna, figura straordinaria e affascinante, che per difendere e preservare la sua dignità di donna finisce per soccombere a leggi spietate e disumane.

Formato 12,5 x 21 cm, 136 pp., Fr. 20.–

Formato 12,5 x 21 cm, 208 pp., Fr. 24.–

di Joseph Jung

Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch


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«Per una vita nuova, un destino evangelico» Sorella Maria e l’Eremo di Campello sul Clitunno Il Concilio è stato evento di novità fin dall’entrata in materia quando, riman­ dando alla Curia romana i documen­ ti di lavoro da essa preparati, i padri conciliari hanno ottenuto una prima affermazione di libertà. Chi ha l’età per ricordare non ha certo dimenticato lo stupore e la speranza accesi da quel gesto. Seconda sorpresa, miracolo di Papa Giovanni XXIII, la presenza, tra gli esperti, di teologi come i domeni­ cani Yves Congar e Marie-Dominique Chenu, ai quali Pio XII pochi anni prima (1954) aveva tolto la facoltà di insegnare. Per Chenu, i problemi con Roma erano iniziati nel 1937 per l’opuscolo Le nostre idee sul metodo storico, finito all’Indice nel 1942. Famoso l’adagio «da chiunque ven­ ga detta, la verità viene dallo Spirito Santo». L’applicazione del «metodo storico» alla ricerca nel campo delle materie teologiche (esegesi biblica, storia dei dogmi, storia del cristia­ nesimo) fu questione centrale dello scontro che oppose «il modernismo» alla gerarchia romana. Sul tavolo, la conciliazione del cattolicesimo tra­ dizionale con il pensiero moderno, il rapporto fede-scienza, la compatibilità dei progressi della ricerca scientifica con i contenuti della fede. In caso di conflitto, a decidere, per la Curia ro­ mana non doveva essere la scienza ma la fede, perché superiore alla ragione. La fede, si diceva, discende dall’alto, impone di conseguenza una verità che non può essere se non razionalità per­ fetta. Ma, sul terreno, gli studiosi cat­ tolici a volte si trovavano confrontati con dati scientifici imprescindibili che mal si conciliavano con datate formu­ lazioni dottrinali. Roma accusava i modernisti di per­ seguire «la conciliazione della fede colla scienza, restando però sempre incolume il primato della scienza sul­ la fede»1. Un aneddoto. Il 7 maggio 1921, Angelo Giuseppe Roncalli fu fatto «monsignore». Il segretario della Concistoriale si era opposto alla pro­ mozione perché, insegnando storia della Chiesa, il futuro Giovanni XXIII «favoriva apertamente la divulgazione e le idee del Duchesne nella sua Storia della Chiesa, ed ebbe dei gravi rimar­ chi»2. Louis Duchesne, prete francese, filologo, studioso della cristianità, ave­ va pubblicato un’edizione critica del

«Liber Pontificalis» (la storia dei papi) avvalendosi del metodo della storio­ grafia critica che valorizza anche i dati dell’archeologia e della topografia. Ad alimentare il conflitto con Roma era un’altra questione cruciale: il rico­ noscimento, condiviso dai modernisti, del principio del rispetto dell’autono­ ma determinazione delle persone nella vita individuale e collettiva. L’istanza di Aldo Lafranchi

restringeva la presa dell’autorità reli­ giosa sulle coscienze individuali e sul­ la società, «col risultato indesiderato dell’affermarsi della democrazia in Occidente e della pericolosa avanza­ ta del socialismo»3. Per la gerarchia cattolica la risposta era il ritorno al «cattolicesimo intransigente», con la restaurazione dell’Ancien Régime, il regime di cristianità affermatosi nel Medio Evo sotto la guida del Papa, con la società civile ad adeguare i propri ordinamenti alle norme morali della Chiesa. «Perno del sistema politico deve essere il Papa»4. Non tutti condividevano il rimedio. Per il filone cattolico liberale (Mon­ talambert, Lacordaire, Lamennais, Rosmini) la Chiesa avrebbe ricuperato il consenso delle popolazioni soltan­ to attraverso il riconoscimento delle nuove libertà. Condannata da Pio X con l’enciclica Pascendi (8 settembre 1907), la pole­ mica anti-modernista («compendio e veleno di tutte le eresie, una corren­ te che tende a scalzare i fondamen­ ti stessi della fede e ad annientare il cristianesimo») venne ufficialmente archiviata soltanto nel 1967 da Paolo VI con l’abrogazione dell’obbligo del «giuramento antimodernista» impo­ sto a tutto il clero e ai laureandi delle università cattoliche. Che il Concilio abbia valorizzato ciò che di positivo i modernisti proponevano oggi è opi­ nione corrente. L’Eremo di Campello L’accenno al movimento modernista serve a introdurre la storia che qui si vuole narrare e che riguarda le tribo­ lazioni e i torti inflitti a un piccolo gruppo di eremite laiche, la cui sola

«colpa» fu di aver anticipato aperture oggi patrimonio anche della maggio­ ranza dei cattolici. In particolare si vorrebbe rendere omaggio al corag­ gio di quelle donne, alla loro intelli­ genza delle cose, alla tranquilla forza del loro animo, alla loro invidiabile libertà interiore. Nel suo piccolo, la storia dell’Eremo di Campello mostra come il Concilio non sia stato frutto di improvvisazione. Lo Spirito Santo era al lavoro: soffiando, certo, dove gli pareva e piaceva. Al centro della storia Valeria Pignetti, nata a Torino nel 1875, educata reli­ giosamente da una nonna, sorella del vescovo di Alba. Maestra elementa­ re, diplomi in ginnastica e in lingua francese, «temperamento allegro e contemplativo, amante della natura e della poesia», nel 1901 entrò tra le Francescane missionarie di Maria, col nome di Maria. Ebbe incarichi a Firenze nell’opera «Protezione delle giovani», ad Assisi e a Roma come superiora dell’ospedale anglo-ameri­ cano durante la guerra. Lì maturò la decisione di lasciare la congregazione: «Il 2 luglio 1917, nella preghiera e nel­ la sofferenza, sentii il primo impulso a seguire la via». La decisione prese forma nell’aprile 1919, «per una vita nuova, per un destino più radicalmen­ te evangelico». Il 28 dicembre 1918 aveva incontrato Benedetto XV: «mi concesse il dono inestimabile di poter conservare l’anello della mia consa­ crazione. E mi benedisse». Nella storia della Chiesa, i movimenti riformatori (si pensi agli ordini reli­ giosi) sono nati sulla spinta del deside­ rio di forme di «vita più radicalmente evangelica», ispirate al cristianesimo delle origini. Anche il movimento mo­ dernista, i cui esponenti, specialisti in storia e letteratura del cristianesimo, conducevano in genere una vita esem­ plare, qualità che la stessa enciclica che li condannò riconobbe («Si ag­ giunga di più, e ciò è acconcisissimo a confondere le menti, il menar che essi fanno una vita operosissima, un’assi­ dua e forte applicazione ad ogni fatta di studi e, il più sovente, la fama di una condotta austera»). Virtù che potevano trarre in inganno le anime semplici. Ernesto Buonaiuti, il maggior rap­ presentante del modernismo in Italia,


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viveva a Roma in un piccolo gruppo di amici e discepoli, configurato sulla primitiva comunità cristiana. Malgra­ do le scomuniche, perseverò nel pro­ clamarsi «figlio fedele della Chiesa usque dum vivam, fin che vivrò». Quattro anni dopo aver lasciato la con­ gregazione, quattro donne si erano ag­ giunte a «sorella Maria» per formare il primo nucleo delle future eremite. Tra queste Jacopa (Clelia Allegri), cieca dalla nascita, diplomata al liceo clas­ sico, arrivata alla soglia della laurea in filosofia, impegnata per la causa dei ciechi, diventerà la più vicina e fidata compagna di Maria, lo spirito a lei più consono, al punto che Maria la chiamerà «l’Unanime». Di Jacopa, ad esempio, la raffinata descrizione della chiamata di Maria alla vita eremitica: «Fu un ineffabile. Uno di quei tocchi misteriosi che l’anima avverte nella sua profondità, dei quali può riferire le circostanze esterne – tempo, luogo, accessori – ma nulla del tocco in sé, che è stato reale, nettamente avvertito, con la precisione di un fatto che si pro­ duce in un attimo, dal quale comincia per sempre la distinzione fra il prima e il dopo. Che sia, donde venga, a che muova, rimane oltre la soglia della coscienza»5. Grazie ad aiuti ricevuti, il sogno le cinque sorelle lo concretizzarono con l’acquisto e il restauro di un antico eremo francescano nel cuore dell’Um­ bria. «I frati minori l’avevano lasciato e da sessant’anni cadeva in rovina, e noi abbiamo reso abitabile con indi­ cibile travaglio. Il luogo è solitario, sul colle detto di San Benedetto che sovrasta il Clitunno e si affaccia sul­ la pianura spoletina… mura antiche, dove si sceglie una vita di pura sem­ plicità, dove mancano acqua corrente, elettricità e riscaldamento, come nei casolari dei dintorni, non certo per scelta di vita». L’Eremo iniziò a ri­ vivere dal luglio 1926. Altre donne si aggiunsero man mano. In una lette­ ra del 1939 a don Primo Mazzolari, Maria, che ama firmarsi «la Minore», parla di quindici eremite, tra le quali due sorelle non cattoliche: l’anglicana Amy Turton e l’episcopaliana ameri­ cana Miriam Shaw. Il volto della nuova comunità «A nessun costo avrei voluto formare un qualsiasi Istituto o appartenere a una Congregazione. Volevo una vita fraterna, regolata e custodita da con­ suetudini disciplinate che servano alla

formazione del carattere, al risparmio del tempo, all’armonia interiore ed esteriore. Incontrai difficoltà e durez­ ze che furono pietre miliari sul cam­ mino. Perciò le benedico (…). Siamo semplicemente un cenobio fraterno, una famiglia cristiana, ossia donne che viviamo insieme come sorelle e, francescanamente, per necessità quan­ to per amore: quasi tutte orfane e senza appoggio nella vita. Noi non deside­ riamo dare insegnamenti né prestarci a qualsiasi discussione religiosa, né offrire modo a ecclesiastici di tenere conferenze presso di noi. Vivendo in semplicità di cuore e di fede offria­ mo all’Ospite ciò di cui abbiamo: la partecipazione alla preghiera, se così desidera, la mensa comune, la pace di questo luogo solitario. Né accogliendo crediamo di “fare del bene”; vogliamo bene, ed è perciò che accogliamo sem­ pre»6. «La nostra è una vita fraterna di spirito monastico antico, su radici benedettine e francescane. È clausu­ ra senza chiusura. È disciplina senza apparato di autorità e senza l’aiuto dei mezzi tradizionali, come i voti, la re­ gola, i termini reverenziali. Non siamo né monache né suore. Non abbiamo una regola speciale, ma seguiamo con semplicità e amore il pensiero di S. Francesco». «Procuriamo di viverlo con animo virile – scriveva sorella Ma­ ria – per quanto possa essere concesso a donne. Se pur non siamo monache nel senso specifico della parola, lo siamo nel senso essenziale, in quanto si cerca di vivere in preghiera, studio, lavoro, comunione fraterna»7. L’intuizione di fare dell’Eremo una fa­ miglia di donne cristiane che vivono senza legami di dipendenza dall’isti­ tuzione ecclesiastica ha salvaguardato la loro libertà e con la libertà la cre­ atività. «Le consuetudini disciplinate» Le «consuetudini disciplinate» consi­ stevano nel silenzio («con la volontà risoluta di evitare inutili discorsi e di­ scussioni, di saper trovare una parti­ cella di tempo per quel raccoglimento che è una forza e una preparazione»), nel lavoro («curare l’ordine, la corri­ spondenza, non distrarsi, non trascura­ re il dettaglio, non rimettere a domani ciò che si può fare oggi, non eccedere, non evitare chi ci interrompe perché ha bisogno di noi, saper sostare e riposare un momento o un giorno, saper dor­ mire, perché il sonno prepara al lavo­ ro, serve la vita»), nel camminare («è un dovere sacro, una gioia, una forza

quanto il silenzio e il lavoro. Vorrei supplicare ognuno di camminare ogni giorno, quel poco che potete, al largo dove vi è più cielo e più aria libera e alberi e linee di monti. Non occorre leggere quotidianamente il giornale o un libro, non occorre nemmeno an­ dare in chiesa, ma andare al largo sì occorre, e respirare, contemplare, se no sarete più o meno degli affrettati, dei racchiusi, con respiro affievolito e mentalità annebbiata»), nella preghie­ ra e nella comunione (il canto, il sal­ meggiare, il ripetere a memoria brani della Scrittura, il servizio ai poveri, l’ospitalità «verso l’amico e il contra­ rio»). «La preghiera è uno stato, non un atto. Non si può non pregare quan­ do si ama. La preghiera è una modalità di relazione, è il senso costante della presenza di Dio. Percepire Dio dentro di sé in ogni pensiero, in ogni moto del cuore, in ogni azione». Il movimento modernista valorizzava il sentimento religioso, grazie al quale, diceva, nasce la percezione del divino dentro di noi, come pure il rapporto col creato come sacramento. Ispirazione sospetta per la gerarchia, che vi in­ travedeva il pericolo di un eccessivo soggettivismo. Per la preghiera all’Eremo, Maria ha compilato un Vademecum, un «bre­ viario», in cui la liturgia delle ore era reinventata, composta di salmi, inni e preghiere tratti non solo dalla liturgia cattolica ma anche da testi di confes­ sioni protestanti o dalle tradizioni del­ la Russia, dell’Egitto, del Giappone, della Cina, dell’India. Voleva «avere il suo pane nella madia di tutti». «Tro­ viamo anche il tempo di studiare. Per esempio studiamo salmi in italiano. Per il giorno 2 novembre ci eravamo preparati i 24 salmi dell’Ufficio dei Morti. Alcune di noi li conoscono an­ che in latino, a memoria. Ma io voglio che tutte salmeggiamo a memoria in italiano, perché tutte dobbiamo com­ prendere. Ora ci stiamo preparando a salmeggiare l’Ufficio della Madonna, per il giorno dell’Immacolata» (no­ vembre 1936). In una lettera a Mazzolari del 1951, Maria scrive di sentirsi «pancristiana», espressione utilizzata dai protestanti per indicare la tensione verso l’unità delle Chiese cristiane: siamo tutti cri­ stiani. «Per me la Chiesa è la società dei credenti. Ogni credente sincero fa parte dell’anima della Chiesa: è il con­ cetto cattolico per eccellenza. Dunque non solo con un fratello cristiano, ma


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con un fratello israelita o pagano io mi sento in comunione spirituale se egli crede spera e ama. Con quelli poi tra i fratelli che cercano Cristo con sin­ cerità e desiderio, io sento che “sia­ mo un solo pane in Lui” e credo che tanto più siamo cristiani, quanto più uniti; anzi, condizione indispensabi­ le. Ne vengono di conseguenza il ri­ spetto scambievole, il “prevenirci con l’onore”. Non saprei non aderire dal profondo dell’anima a qualsiasi since­ ro desiderio e sforzo per raggiungere una maggiore unione fra i cristiani. Cristianesimo di testimonianza, non di conquista, estraneo alle categorie di potere e dominio, un cammino con tutti i sinceri cercatori di verità. Più che ricerca delle verità di Dio, ricerca del Dio-verità». «Io sono pancristiana. Voi lo sapete, o più esattamente sono panica, né potrei non esserlo. Consi­ dero che le diverse Chiese cristiane o i membri coscienti di queste Chiese sono chiamati a dare il loro contributo allo spirito ecumenico, gettando sale nelle acque malsane o insipide della nostra cattolicità romana. Desidero rimanere fedele alla Chiesa dei miei Maggiori, con un senso di lealtà e di gratitudine senza fine. Ho ricevuto tanto, nonostante tutto e attraverso tutto! E ho tale passione in cuore». A differenza di molti istituti religio­ si dove in comunità si leggevano le vite dei santi, all’Eremo si apprezzava la compagnia degli «scrittori e poeti amati in gioventù: Dante Alighieri, Giacomo Leopardi, Alessandro Man­ zoni, William Shakespeare, Confucio con i suoi Dialoghi, Thomas Carlyle, Archibald Cronin». Di Dostoevskij Maria scrive: «nell’Idiota e nei Fratelli Karamazov mi è stato pane e olio, ed è tutto dire per me… Stiamo leggendo Delitto e castigo, Miriam legge forte a Jacopa e a me, in una piccola mezz’ora dopo la cena e prima della veglia». Si aggiungano «George Bernanos, Em­ manuel Mounier e la sua rivista Esprit (“ogni persona ha un tale significato da non poter essere sostituita nel posto che occupa nell’universo delle perso­ ne”), Melville col suo Moby Dick, la cui purezza e magnanimità e arguzia ci deliziano e ammoniscono insieme. Mi appassiona il romanzo I Santi vanno all’inferno di Gilbert Cesbron», che racconta i travagli e le sofferenze di una comunità di preti operai della Missione di Parigi in un contesto di emarginazione sociale. «Tutto coopera alla lunga disciplina di formazione spirituale, di vita interiore, di profondo silenzio, di lavoro sul no­

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stro carattere, di dominio sulle stesse forze del nostro cuore. Siamo impari allo sforzo quotidiano. Ognuna è co­ raggiosa, e fa più di quanto potrebbe. Ma io vedo il deperire delle forze e me ne accorgo indicibilmente» (feb­ braio1943, lettera a Mazzolari). La gerarchia locale Dall’arcivescovo di Spoleto (Pietro Pacifici) l’Eremo fu vissuto come una sfida. Non sopportava la configu­ razione interreligiosa, l’assenza di uno statuto giuridico-istituzionale e l’ami­ cizia con esponenti del modernismo. A don Ernesto Buonaiuti sorella Maria era legata da profonda amicizia fin da quando l’aveva incontrato a Roma, all’ospedale anglosassone, dove un giorno gli chiese «che cosa Dio gli suggeriva di pensare di un suo lun­ gamente coltivato proposito di uscire dall’Ordine, per iniziare un’opera di assistenza benefica a quanti potessero ricorrere a lei in un asilo di pace e in un rifugio di serena gioia cristiana». Buonaiuti ricordò così il momento: «Maria, palesemente illuminata e guidata da Dio, veniva ad espormi un miraggio che aveva tutti i caratteri di un’ispirazione superiore. Non ero io che potevo dare apprezzamenti. Pote­ vo soltanto ricevere io stesso luce e ammaestramento. Quel giorno in cui attraverso lo scambio di poche parole ci sentimmo associati in un ideale e in una speranza, fu stretto un patto di fra­ ternità che avrebbe avuto per me nelle ore tragiche che si avvicinavano una virtù sconfinata di corroboramento e di conforto»8. «Da Buonaiuti Maria ebbe l’aiuto indispensabile per l’opera sua, cioè quel consenso che fornisce all’anima chiamata la testimonianza di cui ha bisogno per giungere all’inte­ riore certezza di avere udito non una voce ingannevole, ma la voce di Dio». (Jacopa). A don Orione, che invitava Maria a tenere celato il suo rappor­ to con Buonaiuti, rispose di «essere sempre poco convinta di dover cedere a ragioni di prudenza umana». Profon­ do legame Maria lo aveva anche con Giovanni Semeria, barnabita, dedito all’accoglienza degli orfani, brillante oratore: «trionfava dai pulpiti delle basiliche romane, la folla invadeva l’abside e i gradini dell’altare mag­ giore…»9, aperto alla critica storica applicata al Vangelo e all’analisi del dogma (Trinità, Incarnazione, primato del vescovo di Roma). A suo dire lo stesso tomismo andava riletto alla luce del metodo storico per ricollocarne il pensiero nell’epoca e nelle condizioni

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storiche che l’hanno generato. «Non c’è dissidio tra la Chiesa e la scienza, tutt’al più c’è malinteso…». Semeria conobbe il confino a Bruxelles nel 1912, con una tappa in Ticino «ac­ canto agli operai italiani». La perplessità del vescovo spoletino si tradusse in aperta ostilità quando, nel 1928, proibì ai preti la celebrazio­ ne di qualsiasi funzione sacra all’E­ remo, pena la sospensione a divinis, istituendo una rete di isolamento in­ torno alla piccola comunità, A com­ plicare i rapporti delle eremite con la gerarchia intervenne l’enciclica di Pio XI Mortalium animos, del 6 gennaio 1928, che imponeva la rigida visione cattolica dell’ecumenismo: il ritorno delle Chiese che per loro colpa si era­ no allontanate da Roma. Ai cattolici si proibiva la partecipazione agli incontri ecumenici, avviati con le conferenze di Stoccolma (1925) e Losanna (1927). Per ossequiare l’enciclica, all’Eremo mancavano le premesse. Oltre alla so­ rella anglicana e alla sorella episcopa­ liana, erano di casa persone come Paul Sabatier, pastore calvinista francese, professore di teologia protestante a Strasburgo, storico del cristianesimo, iniziatore della moderna storiogra­ fia francescana, che nel 1902 aveva fondato ad Assisi la «Società interna­ zionale di studi francescani» e scritto una fortunata vita di s. Francesco; Giovanni Luzi, pastore valdese di cui all’Eremo per la preghiera si utilizza­ va la traduzione della Bibbia condotta con intenti interconfessionali; Valdo Vinay, valdese, professore alla Facoltà valdese di Roma, propugnatore di un cristianesimo radicalmente evangelico (seguì da vicino il Concilio di Giovan­ ni XXIII, stabilì legami con la Comu­ nità di S. Egidio e nel post-concilio insegnò anche al Pontificio Istituto benedettino di S. Anselmo a Roma); la scrittrice Evelyn Underhill, studiosa di mistica, dotata di singolari carismi nella chiesa anglicana; Frederich Hei­ ler, storico e filosofo delle religioni, appassionato di unità dei cristiani, capo di un Terz’Ordine francescano protestante; Gandhi, al quale Maria nel 1928 scrisse: «Per te, per voi, io prego e amo. Da te, da voi, dalla vo­ stra terra mi viene un accrescimento di vita. Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità e portare la mia testimonianza alla ve­ rità fino all’estremo». Gli scrisse una seconda lettera, nel 1932, dopo averlo incontrato l’anno prima a Roma: «Io


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sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la Chiesa del mio cuore è l’invisibile Chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità». Nel 1950 inizierà uno scambio con Albert Schweitzer, teologo lute­ rano, medico in Africa a Lambarene, cultore di Bach. «Ho ricevuto una lun­ ga lettera scritta tutta di sua mano. Non credevo che l’essere umano potesse giungere a un tale grado di semplicità adorabile e di comunione trasparente. I due grandi spiriti cristiani del tempo nostro: Gandhi e Alberto Schweitzer, non li dobbiamo alla cattolicità. Il 13 dicembre del 1931 incontravo Gandhi a Roma, e seduta a terra presso di lui che filava, raccoglievo un’esperienza di vita, e tuttora la comunione con la sua religiosità senza ombre mi è via­ tico. Ugualmente posso dire della co­ munione con Alberto Schweitzer. La forza e la pace del suo spirito attraver­ so ciò che egli mi scrive, costituiscono per me un valore essenziale». Da aprile a settembre l’Eremo era aperto agli ospiti. «L’ospitalità è in atto dai primi di aprile. Una scozzese anglicana, povera e studiosa e sem­ pre in servizio, compie ogni anno il suo viaggio verso l’Eremo, sebbene fragile e anziana. Ha una spiritualità così candida, umile, illuminata, che veramente accresce olio alla lucerna. Una valdese, istitutrice, di mentalità e coscienza rettilinea. Una ragazza dalla Svizzera tedesca, di famiglia operaia, protestante lei pure, dice di trovare il suo bene all’Eremo. Ma anche noi ri­ ceviamo un bene attraverso di lei. Dal­ la Germania una diaconessa luterana, nostra sorella, un gioiello di religiosità consacrata» (12 aprile 1951). La lettera a Pio XII Il 21 giugno 1942 Maria inviò a Pio XII una lettera straordinaria per co­ raggio, semplicità, lealtà, fedeltà alla propria coscienza, raffinatezza, sicu­ rezza di sé. A cominciare dall’incipit: «Innanzi tutto vogliatemi perdonare se non mi esprimo col cerimoniale d’u­ so. Avrei un senso di tristezza nell’a­ doperarlo. Io credo in Voi un Pastore secondo il cuore di Dio, e con questa mia fede mi sembra di dirvi tutta la mia venerazione. Sono una vecchia eremita. Vivo con alcune compagne in un antico eremo francescano nel cuore dell’Umbria. Siamo di diverse regioni d’Italia, più un’inglese ed un’america­ na degli Stati Uniti. Quindici in tutto.

Alcune con studi, altre semplici; e ognuna con la fraternità e la sincerità della sua fede accresce vita alle altre. Io ricevo molto da tutte, e ciò mi aiuta a sostenere il mio fardello. Abbiamo amici un po’ nelle diverse parti del mondo, e soffriamo con loro, con tut­ ti. Prima dello stato attuale delle cose ([la guerra: n.d.r.] molti venivano da lontano, da lontanissimo, per una so­ sta di giorni o di settimane in questa semplicità antica. Accogliere fraterna­ mente chi viene, amico o contrario; e servire pur nella nostra pochezza la gente più povera dei dintorni; e assi­ stere chi soffre, vicino o lontano, con la preghiera, la partecipazione viva… ecco la nostra umile forma di servizio religioso, cui vorremo essere pronte fino all’estremo. Siamo quasi tutte ter­ ziarie francescane. Una è terziaria car­ melitana. Un’altra terziaria domenica­ na. L’inglese, donna santa e di nobile famiglia, molto avanzata negli anni ed inferma, anglicana di nascita, ha lo spirito più cattolico ch’io conosca. Alcuni sacerdoti avrebbero desiderato la sua conversione alla Chiesa Madre: “venero la Chiesa Romana, sono così unita a tutti i cattolici, a tutti i cristiani sinceri. Ma desidero rimanere fedele alla Chiesa della mia nascita e della mia famiglia”. La sorella americana appartiene alla Chiesa episcopale, cui è riverente e affezionata. Ma lei pure è cattolica nello spirito; segue la nostra disciplina con fraternità viva, ha speciale devozione alla Madonna, come tutte noi grazie a Dio, e non la­ scerebbe mai il suo rosario quotidiano. Per me la fraternità riverente verso le Chiese cristiane, verso i fratelli sepa­ rati, verso ogni esperienza religiosa e sincera, se pur diversa dalla nostra, è mandato inflessibile e dà anche luce sul cammino. L’Arcivescovo attuale di Spoleto, Pietro Tagliapietra, seguendo le disposizioni del suo predecessore, non ha mai permesso che si celebrasse la Messa quassù (la chiesina dell’E­ remo è un gioiello del Mille; prima dei francescani vi abitavano i bene­ dettini). Consente invece, e quanto gli sono grata!, che il parroco salga a portare la Comunione a quelle di noi impedite dalla infermità. Le altre scendono alla parrocchia nei giorni festivi. Non vi è sentiero, o meglio il sentiero è un letto del torrente, e la discesa è più malagevole della salita. Il giovane parroco viene benevolmente circa una volta al mese. Io compren­ do la diffidenza del Vescovo a nostro riguardo. Gli parlai. Non può crede­ re che la mia amicizia con Ernesto Buonaiuti non sia un inquinamento,

non può togliere le disposizioni date dal suo predecessore, cui in pace. Io trovo molto semplice di accettare questo stato di cose senza turbamen­ to, rimanendo deferente e leale verso il Superiore. Don Orione sapeva tutto di noi, e ci amava oso dire. Da altri sacerdoti ho avuto e ho il viatico san­ to dell’amicizia. Fra questi Giovanni Semeria, che mai potrò dimenticare. E tra i viventi don Brizio Casciola e don Primo Mazzolari. Anche Ernesto Buonaiuti conosco da molti anni: e di lui, della nostra amicizia in Domino, voglio dire con quella trasparenza che è per me un imperativo assoluto (…) La perplessità dolorosa della sua vicenda mi lacera il cuore. Ma sento che egli vive la sua fede, il suo sa­ cerdozio, e che “nell’ora del vespero brillerà una luce” e tutto sarà chiarito. So benissimo che la scomunica vieta i rapporti con lo scomunicato, a parte i famigliari, e chi abbia ragioni gravi. Ma io ho la più grave delle ragioni: quella di un’amicizia indefettibile e che oso chiamare santa, come se in questo attimo dovessi rendere conto della mia coscienza dinanzi a Dio. Nel 1927 ero agli estremi per polmonite. Il vicario foraneo, don Benedetto Fabrizi di Campello, venuto, nell’assenza del nostro parroco, a portarmi il Viatico e l’olio santo, mi disse, prima di ascol­ tare la mia confessione, che occorre­ va abiurare l’amicizia con Buonaiuti. Risposi, presente una mia compagna essa pure malatissima: “Ho sempre cercato di non tradire la mia coscienza. Non potrei farlo in quest’ora estrema”. Il prete mi dette ugualmente l’assolu­ zione. Vogliate perdonare se ho dovuto dilungarmi, e se ancora debbo farlo, per giungere a chiarezza in Domino. È una testimonianza dinanzi al Pastore supremo, che porta il fardello della su­ prema responsabilità e che, per il suo tremendo e sacro mandato, non può non ascoltare la più piccola voce. Ho detto più su, nei riguardi del vescovo e della sua diffidenza verso di noi: tro­ vo semplice accettare la nostra sorte senza turbamento. Ma quanto sento la nostalgia della Messa! Sento meno la nostalgia della Comunione sacra­ mentale: sia perché il parroco sale di tanto in tanto, come dissi, sia perché la grande pura bellezza che è attorno, e il silenzio sacro, e la comunione fra­ terna, e la croce, sono per me un sacra­ mento. Ma la privazione della Messa è altra cosa. La Messa è per me un tutto, è un atto cosmico della vita perenne, insostituibile. Sono ormai avanti ne­ gli anni: ho circa la vostra età. Sono molto sofferente, con un filo di salu­


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te sempre oscillante. Ho subito gravi malattie fin dalla mia giovinezza: tre volte ho ricevuto l’estrema unzione. Un’altra fra noi ha forma ossea. E an­ che fra le più giovani sono quasi tutte gracili e malferme, seppur coraggiose. Alla nostra insufficienza fisica si ag­ giunge la durezza della Povertà che vogliamo venerare fino all’estremo; e le complicazioni dell’isolamento, che rendono la nostra vita assai difficile. Oh sì, siamo indicibilmente vaglia­ te… e poi l’ora presente [la guerra, ndr], la passione di tutti che grava sul cuore come una lacerazione mortale. Vorremmo essere chiamate a dare noi pure la nostra testimonianza di fede, di coraggio cristiano, di umile devozione alla Chiesa Madre che presiede all’a­ gape. Ed ecco la piccola voce implo­ rante l’attenzione del Pastore. Data la nostra pochezza, data la gravità dell’o­ ra attuale, vorrebbe il Pastore esami­ nare se l’umile focolare fraterno non sia indegno di rendere testimonianza e se, a sua lezione corroborante, pos­ sa venire concessa la santa Riserva e la Messa ogni due o tre settimane (non nei giorni festivi, s’intende)». Menzionati i suoi incontri con Leone XIII e Benedetto XV, conclude: «Mi conceda ancora il Signore, in questa ora suprema, la suprema benedizione del Pastore, così amante e così amato, sull’Eremo antico, sulle eremite e sul­ la povera piccola lucerna che voglio tenere accesa fino all’alba eterna». Si firma: sorella Maria. Don Mazzolari ebbe copia della lettera. «Sorella, mi permettete di conservare copia della Lettera che avete mandato a Roma? Ho bisogno di averla vicina, specialmente in questi momenti di prova rinnovata. Vi trovo edificazio­ ne, conforto e l’accento della giusta devozione. Che Vi rispondano o no, questo ha poca importanza. Noi non ci facciamo molte illusioni sul progre­ dire della larghezza spirituale in certi ambienti: ci basta conoscere il nostro dovere di figlioli e pregare Iddio che ci aiuti a rimanervi fedeli a qualsiasi costo. È l’ora della fedeltà, consumata però in un’oblazione monda e sincera. In alto, tra gli uomini, possono anche non tenerne conto e giudicarla diver­ samente: più in alto, viene raccolta e messa in conto di espiazione e di testi­ monianza per un domani pauroso, già alle porte. Anche la mia prova si è in questi giorni accentuata. Il volumetto ultimo Anch’io voglio bene al Papa è dispiaciuto in curia per il suo tono umano… la campagna è aperta per non lasciarmi più voce» (29 ottobre).

opinioni

Da Pio XII, scrive Maria, «ebbi rispo­ sta indiretta da parte dell’inquisitore dell’Eremo inviato dal vescovo di Spo­ leto, un canonico. È stata esperienza che oso chiamare definitiva; luce sul cammino, e Deo gratias sempre. Se dinanzi alla nostra coscienza ci sen­ tiamo ugualmente rispettosi e amanti, oh sì, mai ringrazieremo abbastanza il Padre. Del resto: che sono queste ca­ ducità di fronte alla terribile esigenza dell’ora presente e alla passione dei nostri fratelli!». La risposta alla let­ tera giungerà otto anni dopo: «Una notizia inattesa, giunta il 12 febbraio: è concessa la celebrazione della Mes­ sa all’Eremo, sia quando abbiamo un prete amico di passaggio, sia quando il parroco (pesante e impedito) può salire di tanto in tanto (ogni due o tre mesi). Io non avevo mai voluto chiedere nulla al nuovo Vescovo (in diocesi da oltre un anno), perché mi sento sempre più solitaria e ritrosa. Anzi, quando il Par­ roco nel dicembre mi diceva la sua in­ tenzione di parlare al Vescovo riguardo a noi, non rispondevo. Solo promisi alcuni nomi di preti nostri amici. Me ne scordai e glieli mandai dopo assai tempo» (Lettera marzo 1950). Che nel frattempo a Roma la conside­ razione per l’Eremo si stesse modifi­ cando lo si deduce da una lettera del luglio 1952 inviata da mons. Montini, aggiunto alla Segreteria di Stato, a pa­ dre Vincenzo Ceresi: «Rev.mo Padre, la penosa situazione della piccola Fa­ miglia di Campello sul Clitunno, da Lei segnalata per qualche soccorso, consente al Santo Padre di destinare a Sorella Maria, per i più urgenti bi­ sogni, la somma di Lit. 50.000 (…) A Sorella Maria con le sue compagne, Sua Santità invia l’espressione del Suo paterno compiacimento per il loro si­ lenzioso apostolato e imparte di cuore alle persone e alla loro attività ospitale la confortatrice Benedizione». Maria informa don Mazzolari: «Gio­ vanni Battista Montini è stato così benigno verso di noi, trasmettendoci la benedizione del Papa, con parole di cui cerchiamo non essere indegne». Per la piena riabilitazione l’Eremo dovrà attendere l’arrivo a Spoleto del vescovo Ugo Poletti (1967-1969). La Riserva eucaristica verrà concessa nel 1969, otto anni dopo la morte di sorel­ la Maria, avvenuta il 5 settembre 1961. Sorella Maria non vide il Concilio ma lo sentì annunciare da Giovanni XXIII. L’Eremo è tuttora un centro di accoglienza e di preghiera, frequenta­

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to da persone alla ricerca di genuina spiritualità. L’incontro con Ernesto Buonaiuti ha contribuito a configura­ re il volto dell’Eremo col dono della libertà interiore, libertà di coscienza ogni volta motivata, argomentata e autenticata dalla pratica quotidiana di un’esemplare vita austera, che si alimentava anche della bellezza del­ la natura, dell’armonia del creato e dell’apertura a ogni esperienza reli­ giosa sincera. Ci voleva intelligenza, in quegli anni, per capire che la libertà di coscienza salvaguarda l’equilibrio interiore, grazie al quale Maria e le sorelle convissero serenamente con le incomprensioni e le cattiverie della curia spoletina, evitando atti di in­ subordinazione. Preziosa, da questo punto di vista, l’amicizia con don Primo Mazzolari, a sua volta vittima dell’incomprensione dell’autorità ec­ clesiastica. Un giorno (agosto 1955) aveva informato Maria di un violento attacco del Vaticano alla sua rivista Adesso: «stigmatizza l’atteggiamento critico nei confronti della Chiesa e di dialogo verso i più terribili avversa­ ri del pensiero cristiano», accusa di «seminare uno spirito di ribellione nelle nostre schiere… una specie di anarchia spirituale». Maria risponde: «Si rimane pensose e ammutolite. O vera Chiesa, cui vogliamo restare fe­ deli pensando ai nostri Maggiori, ai Trapassati, ai Fanciulli! Ma il cuore è ferito ed estraneo, già da lungo tem­ po. Possiamo sempre più comprendere con profondo e trepido rispetto quanto la coscienza sopravanzi la religione». Che la coscienza sopravanzi la reli­ gione forse anche Pio XI l’ha intuito se, parlando un giorno di Buonaiuti con Padre Gemelli disse: «possa Dio essere più misericordioso di quel che a noi non è consentito di essere»10. NOTE 1. Pio X, Enciclica Pascendi Dominici gregis (1907). 2. G. Vian, Il modernismo, Carocci editore, Roma 2012, p. 127. 3. Op. cit. 4. J. De Maistre, Du Pape (1819), teorico del cattolicesimo intransigente. 5. Da appunti di Jacopa, conservati nell’ar­ chivio dell’Eremo. 6. Lettera di Maria a don Orione, gennaio 1927. 7. Jacopa, in R. Morozzo della Rocca, Maria dell’Eremo di Campello, p. 46. 8. E. Buonaiuti, Pellegrino di Roma, la generazione dell’esodo, Laterza, Bari 1964, p. 165. 9. Vian, op. cit., p. 71… 10. A. C. Jemolo, Introduzione a Pellegrino di Roma - La generazione dell’esodo, Later­ za, Bari 1964.


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osservatorio ecumenico Dal messaggio finale di Busan «1. Ci siamo riuniti nella Repubblica di Corea per la decima Assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese (30 otto­ bre - 8 novembre 2013). Provenendo da 345 Chiese membro della comunione e da organizzazioni appartenenti al mo­ vimento ecumenico, ci siamo uniti in preghiera, abbiamo condiviso vicende delle nostre comunità locali e abbiamo appreso con commozione forti messaggi di lotta e spe­ ranza. Ringraziamo per le molte dichiarazioni di impegno rilasciate. Il nostro pellegrinaggio comune ha sviluppato il tema «Dio della vita guidaci alla giustizia e alla pace». «5. Viviamo in un tempo di crisi globale. Dobbiamo affron­ tare sfide economiche, ecologiche, socio-politiche e spiri­ tuali. Nell’oscurità e nell’ombra della morte, nella soffe­ renza e nella persecuzione, quanto è prezioso il dono di spe­ ranza del Signore Risorto! Con la fiamma dello Spirito nei nostri cuori, preghiamo Cristo di illuminare il mondo: che la sua luce orienti l’intera nostra vita verso la cura dell’intera creazione e affermi che tutte le persone sono create a imma­ gine di Dio. Ascoltando le voci che spesso ci giungono dagli emarginati, proponiamoci di condividere gli insegnamenti di speranza e di perseveranza. Impegniamoci nuovamente a operare per la liberazione e ad agire in modo solidale. Possa la Parola di Dio illuminarci e guidarci sul nostro cammino». «6. Vogliamo muoverci insieme. Spronati dalle esperienze vissute a Busan, sproniamo a nostra volta tutte le persone di buona volontà a impegnarsi con i propri doni ricevuti da Dio a compiere azioni trasformatrici. Questa Assem­ blea vi invita a unirvi a noi nel pellegrinaggio. Possano le Chiese essere comunità di guarigione e compassione e possa la Buona Novella essere seminata da noi in modo che la giustizia cresca e la profonda pace di Dio abbracci il mondo. Beati coloro che osservano il diritto e agiscono con giustizia in ogni tempo (Salmo 106,3). Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace!».

Profughi e diritti umani La Chiesa evangelica in Germania (Ekd) si oppone al respingimento immediato dei migranti arrestati in mare. Le istituzioni dell’Unione europea dovrebbero garantire il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale nei confronti di questi richiedenti asilo. Ogni richiedente asilo, arrestato in mare, deve poter beneficiare di un esame del­ la sua richiesta. E tutti i migranti – siano essi richiedenti asilo o no – dovrebbero avere la possibilità di presentare un ricorso con effetto sospensivo contro le misure prese dall’autorità di sorveglianza dei confini. La posizione del­ la Chiesa tedesca corrisponde a una sentenza della Cor­ te europea dei diritti umani del 2012, secondo la quale il respingimento di migranti è legale solo in casi molto rigorosamente definiti. Questa decisione della Corte è stata presa in seguito a una causa depositata da 24 rifugiati della Somalia e dell’Eritrea. Erano stati respinti in Libia, senza esame della loro identità, dai guardacoste italiani. Se tale sentenza fosse sistematicamente applicata, la maggior parte dei migranti arrestati in mare dovrebbe essere portata a terra affinché sia garantito un esame approfondito del loro caso. Nonostante le ripetute catastrofi in Mediterraneo, che hanno fatto centinaia di morti fra i profughi, i governi europei non sono d’accordo tra loro: alcuni Stati bloccano la proposta e

respingono in particolare l’istituzione di norme comuni per il salvataggio in mare. Il recente «contratto di coalizione» tra i partiti tedeschi raccomanda di rispettare il principio del non-respingimento e l’obbligo di salvataggio in mare negli interventi dell’agenzia Frontex, che si occupa della sorveglianza delle frontiere dell’Unione.

Un istituto di Stato di teologia ebraica Il primo istituto di teologia ebraica collegato a un’università di Stato è stato aperto a Potsdam (Germania). La teologia ebraica per la prima volta è posta sul piede di parità con le teologie protestante e cattolica nel mondo universitario tedesco. La fondazione costituisce un unicum in Europa, ma l’Università di Postdam è già un centro di studi dell’e­ braismo grazie al cursus non teologico di «Studi ebraici», al quale partecipano attualmente circa 320 studentesse e studenti. Tra gli obiettivi del nuovo Istituto ci sarà quello di favorire il dialogo tra la teologia e le scienze secolari. Dota­ ta di otto cattedre, la «Scuola di teologia ebraica», collegata alla facoltà di filosofia dell’Università, ha iniziato il suo insegnamento a metà ottobre 2013. Il programma è aperto anche a studentesse e studenti non ebrei. Una cinquantina di studenti dei due sessi si sono iscritti al primo semestre: la metà intende praticare un ministero spirituale, dato che i diplomi sono riconosciuti dalle grandi associazioni liberali e conservatrici dell’ebraismo di tutto il mondo e offre agli studenti una prospettiva internazionale. Al cuore dell’in­ segnamento e della ricerca si trova la storia dell’ebraismo, dall’antichità all’epoca attuale: le principali materie di stu­ dio sono la storia della religione e della filosofia ebraiche, la Bibbia ebraica e la sua interpretazione, la letteratura e la dottrina rabbiniche, nonché la liturgia spirituale e lingue quali l’ebraico e l’arameo. Le studentesse e gli studenti di religione ebraica possono scegliere tra le opzioni «rabbi­ nato liberale» e, «rabbinato conservatore».

Le Chiese riformate svizzere cercano pastori Le Chiese riformate della Svizzera tedesca si confrontano con un problema di vocazioni. Da trent’anni anni il nume­ ro di studenti nelle facoltà di teologia di Basilea, Berna e Zurigo è in continua diminuzione. Le Chiese e le facoltà hanno lanciato una nuova campagna per tentare di fermare questa tendenza. Dal 2010 mancano circa venti nuovi pa­ stori all’anno per sostituire coloro che vanno in pensione; attualmente ci vorrebbero cento nuovi studenti in teologia ogni anno per compensare le partenze, nel 2011 erano sol­ tanto 39. La nuova campagna vuole privilegiare il contatto rispetto alla classica campagna di comunicazione. Le facol­ tà di teologia cercano inoltre di sviluppare moduli di studio più veloci. La facoltà di Berna ha proposto un modulo di tre anni che permette a universitari impegnati nella vita professionale di orientarsi verso la teologia come seconda formazione. Anche Zurigo e Basilea stanno lavorando a un nuovo modulo, ma le scadenze sono più lunghe dato che le due facoltà sono legate da un Concordato che comprende 15 Cantoni e Chiese. Una parte della campagna punta sui gio­ vani che non hanno ancora conseguito la maturità: non solo diplomati ma anche apprendisti, dato che più tardi potranno scegliere di proseguire gli studi dopo la maturità professio­ nale e interessarsi alla teologia. Anche in Svizzera romanda gli studenti in teologia non sono abbastanza numerosi, e dal­ lo scorso settembre i vodesi hanno lanciato una campagna di comunicazione fra i giovani nei licei e nelle università.


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cronaca svizzera

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Nell’episcopato svizzero. Due nuo­ vi membri sono venuti a ringiovanire la Conferenza dei vescovi svizzeri. Nuovo vescovo ausiliare di LosannaGinevra-Friburgo è stato designato mons. Alain de Raemy, 54 anni, nato a Barcellona, studi dai benedettini di Engelberg e di diritto a Zurigo, teolo­ gia a Zurigo e poi a Roma. Prete dal 1986, dopo diversi incarichi pastorali in Romandia, dal 2006 era cappella­ no della Guardia svizzera in Vaticano. Parteciperà alla Conferenza anche il nuovo abate di Einsiedeln, Urban Fe­ derer, 45 anni, nato a Zurigo, dal 1988 nel convento svittese, prete dal 1994, studi negli Stati Uniti e a Friburgo di storia, letteratura tedesca, musica e canto gregoriano. Presto dovrebbe aggiungersi (trascorsi i tempi… seco­ lari delle procedure curiali) il nuovo vescovo del Vallese. Il carattere plu­ ralistico della Conferenza episcopale ha avuto modo di manifestarsi davanti alla votazione popolare sul rimborso delle spese sanitarie causate dagli aborti (dal voto positivo all’astensio­ ne) e persino in occasione della Gior­ nata dei diritti dell’uomo, col vescovo Huonder di Coira che ha redatto una propria lettera pastorale in aggiunta al messaggio congiunto proposto dai vescovi svizzeri con le altre Chiese cristiane. La pastorale, contenente una presa di posizione negativa sui temi dell’omosessualità, ha solleva­ to proteste ed è stata criticata dalla Lega svizzera delle donne cattoliche (150.000 membri) per l’uso giudicato deformato del concetto di «genere». Senza poi attendere i «confratelli», mons. Huonder ha già fatto conosce­ re il suo parere sul questionario della famiglia, proponendo tra l’altro una speciale benedizione invece dell’euca­ restia per i divorziati risposati. Intanto a Coira – o meglio, a Zurigo – viene riproposta una divisione della diocesi (i cattolici zurighesi, la parte più po­ polosa e ricca, sono uniti «provviso­ riamente» a Coira dalla metà dell’Ot­ tocento!). Sono in corso trattative che probabilmente saranno portate a Roma in occasione della prossima «visita ad limina» rinviata da febbraio al prossimo dicembre. Il tema di una nuova geografia delle diocesi svizzere, da tempo dormiente, interessa anche Ginevra, città di importanza interna­ zionale e oggi con una maggioranza di cattolici. I vescovi svizzeri hanno

poi preso posizione, stavolta uniti, per difendere l’insegnamento confessio­ nale della religione nelle scuole, pre­ giudicato a loro giudizio dalla nuova materia definita «etica-religione-co­ munità»: ma la situazione di questo insegnamento (come dimostrano le discussioni in corso anche in Ticino) è molto differenziata secondo i cantoni e non sarà facile trovare una soluzione unitaria, quella che tenta di elaborare la Conferenza dei direttori dell’istru­ zione pubblica della Svizzera tedesca. Sempre in tema di pluralità all’interno dell’episcopato svizzero, è da segnala­ re il compromesso raggiunto tra mons. Gmür e i rappresentati delle Corpora­ zioni ecclesiastiche dei due Basilea, per una votazione consultiva sui temi del presbiterato femminile e dell’abo­ lizione del celibato obbligatorio, e il probabile ricupero della Commissione Terzo mondo (COTMEC), soppressa da mons. Farine a Ginevra, che po­ trebbe rinascere a livello diocesano, per interessamento di mons. Morerod. Fiumi nel deserto. Questo il motto della Giornata mondiale di preghiera, fissata per venerdì 7 marzo e dedicata all’Egitto dove aumenta la violenza, spesso diretta contro i cristiani ap­ partenenti specialmente alla Chiesa copto-ortodossa, in un paese per quasi il 90% musulmano. In occasione del­ la giornata, promossa da un gruppo ecumenico di donne e contraddistinta specialmente da momenti di preghie­ ra, sarà fatta una colletta destinata a migliorare le condizioni di donne e ra­ gazze, con progetti a favore della for­ mazione e della promozione sociale. Proposta anticristiana. Il «Giornale del Popolo» del 15 novembre 2013 pubblica, sotto il titolo: «Canali prefe­ renziali per rifugiati cristiani: sarebbe una scelta sensata», una «Opinione» in cui si argomenta per giungere alla conclusione che «non vi sarebbe nulla di male se l’Europa, e dunque anche la Svizzera, aprisse canali preferenziali per gli asilanti cristiani, dando loro la precedenza rispetto ad altri». Non è una «scelta sensata» ma una proposta anticristiana, formulata da chi si è fat­ to campione della laicità in Ticino vie­ tando il burka! Il samaritano del Van­ gelo non ha chiesto la carta di identità al «mezzo morto» («un uomo» dice Luca, 10, 25-37) lasciato dai briganti

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sulla strada tra Gerusalemme e Geri­ co. La discendenza dei sacerdoti e le­ viti «razzisti» è ancora numerosa dopo venti secoli di Vangelo! Chiese svizzere. Cambia il panorama religioso in Svizzera. Il processo di trasformazione riguarda sia la Chiesa cattolica sia la Chiesa riformata. Con­ tando la popolazione residente sopra i 15 anni, i cattolici sono 2,5 milioni (38,2%), i protestanti 1,8 milioni (26, 9%), le altre comunità cristiane rag­ gruppano 379.000 membri (5,7%) e i musulmani dei vari gruppi 328.000 (4,9%, ma con molti minorenni), gli ebrei 16.900 (0,3%). I «senza reli­ gione» sono 1,43 milioni. Dati sor­ prendenti emergono dalle statistiche pubblicate dall’Istituto svizzero di sociologia pastorale (SPI). Sono in aumento coloro che si dicono «non appartenenti» a una Chiesa. Si con­ ferma, rispetto agli anni passati, il calo delle frequenze ai culti e del numero di pastori, sacerdoti e religiosi. Mentre i riti «di appartenenza», come il battesi­ mo o la cresima, sono tendenzialmen­ te stabili, diminuiscono fortemente i matrimoni celebrati in chiesa: negli ultimi 15 anni il numero di matrimoni cattolici nelle diocesi di Sion. Lugano e San Gallo si è ridotto di oltre il 40%. Nel 1960 si sposarono in una chiesa ri­ formata oltre 16.000 coppie, nel 2012 appena 4.600. Non sorprende invece il calo di frequenza ai culti, essendo un dato già registrato negli anni passati, così come il calo delle vocazioni al servizio pastorale. La diocesi di Luga­ no, secondo l’Annuario 2013, fa ecce­ zione con ben con 38 seminaristi (15 al Diocesano di Lucino, 23 a Melano), ma si tratta nella grande maggioranza di giovani stranieri. Nuovi pastori cercansi. Nell’ultimo loro sinodo, all’inizio di dicembre 2013, le Chiese riformate di BernaGiura-Soletta hanno deciso di creare un corso accelerato di teologia in col­ laborazione con la facoltà di Berna. È destinato a laureati pronti a cambiare orientamento professionale e a impe­ gnarsi nella pastorale. Tre milioni di franchi svizzeri saranno investiti in borse di studio ai candidati a questa formazione, che dovrebbe inizia­ re nell’autunno 2015. Simili cursus accelerati erano già stati predisposti nel passato, in particolare negli anni Sessanta. Anche la Chiesa riformata vodese è preoccupata del ricambio dei pastori: entro il 2020 un terzo di quel­ li ora in funzione andrà in pensione e occorre formare 75 nuovi ministri,


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diaconi o pastori. Per far conoscere meglio la propria attività, in relazione ai momenti forti della vita del cristia­ no, la Chiesa riformata vodese ha pro­ mosso una campagna pubblicitaria in diversi cinematografi, con tre film che saranno trasmessi anche su Facebook e YouTube, a cominciare dalla pre­ sentazione del matrimonio religioso, abbandonato da molti cristiani (non solo protestanti). Secondo il sociologo delle religioni Jörg Stolz, dell’Univer­ sità di Losanna, è necessario far capo alla pubblicità perché, a causa della secolarizzazione manifestatasi dopo il 1960, la religione non svolge più un ruolo collettivo importante e i genitori non si occupano più della formazione religiosa dei figli. Le Chiese cattoli­ ca e protestante hanno organizzato in comune uno stand al «Salone del matrimonio» svoltosi a fine gennaio al Palais de Beaulieu di Losanna: vi si davano informazioni sul matrimonio religioso, rispondendo a domande di fidanzati e sposi. Finanze ecclesiastiche. Il Gran Con­ siglio di Zurigo ha respinto a larga maggioranza, rinunciando anche a un controprogetto, l’iniziativa per l’a­ brogazione dell’imposta ecclesiasti­ ca dovuta dalle persone giuridiche e destinata al finanziamento delle Chie­ se riconosciute, un sistema entrato in vigore nel 2010. La votazione popo­ lare si svolgerà quest’anno. Nessuna votazione avrà luogo invece nel semicantone di Nidvaldo perché il comi­ tato promotore ha ritirato l’iniziativa che chiedeva l’abolizione della stessa imposta, contestata tanto delle Chiese quanto delle autorità politiche. Attual­ mente il gettito dell’imposta è di circa 1,5 milioni di franchi e rappresenta il 90% delle entrate della Chiesa can­ tonale di Nidvaldo che conta 41.000 abitanti, il 70% cattolici. I cittadini di Sciaffusa, con il 53,4% di «no» (e una alta partecipazione: 66,9%) han­ no rifiutato la proposta del governo di risparmiare 400 mila franchi all’anno riducendo i contributi versati alle tre Chiese da 4,1 a 3,7 milioni. Non al­ trettanto bene sono andate le cose per le Chiese del Canton Berna, dove il Gran Consiglio ha deciso (con 88 voti contro 38) di ridurre di due milioni il sussidio 2014 per le parrocchie catto­ liche e protestanti; il che equivale per le due Chiese alla soppressione di 1215 posti a tempo pieno nella pastorale. Anche a Ginevra il tema dei rapporti tra Cantone e Chiese verrà discusso «per rafforzare la laicità» negli aspet­ ti finanziario, pastorale, e del tuttora

praticato giuramento sulla Bibbia del Consiglio di Stato in cattedrale. Non si discuterà invece della presenza nella scuola e dei cimiteri, settori che do­ vrebbero invece essere considerati e aggiornati. A livello svizzero, i con­ tributi complessivi dei cattolici per sostenere spese o progetti nazionali nel 2014 sono previsti di un importo complessivo di 8,7 milioni, ripartiti tra una cinquantina di istituzioni, con una diminuzione di 750 mila franchi ri­ spetto al 2012. La Conferenza centrale cattolica romana (Federazione delle Chiese cantonali) partecipa al sussi­ diamento con 7,1 milioni di franchi, mentre il Sacrificio quaresimale con­ tribuisce per 1,6 milioni. Quest’ultimo contributo sarà gradualmente ridotto nei prossimi anni, per destinare i fondi maggiormente al Terzo Mondo. Generosità limitata. Secondo un co­ municato di Amnesty International, intitolato «Un fallimento internazio­ nale: la crisi dei rifugiati siriani», gli Stati membri dell’Unione europea hanno offerto di accogliere 12.000 dei rifugiati siriani più vulnerabili, ossia lo 0,5% dei 2.300.000 siriani che hanno lasciato il Paese. Il numero dei reinsediamenti previsti è davvero limitato: di fronte a soli 12.000 po­ sti offerti dagli Stati membri dell’UE per il reinsediamento o l’ammissio­ ne umanitaria, altri rifugiati siriani cercano di farcela da soli e decine di migliaia di loro hanno raggiunto l’Eu­ ropa per chiedere asilo dopo aver ri­ schiato l’incolumità e la vita in viaggi pericolosi via terra o via mare. Mol­ ti vengono respinti in modi violenti dalla polizia o dalla guardia di fron­ tiera o sono trattenuti per settimane in centri di detenzione, in condizioni deplorevoli. 55.000 rifugiati siriani (il 2,4% del totale delle persone che hanno lasciato il Paese) sono riusciti a entrare nell’UE e a chiedere asilo, diretti in buona parte in Germania e Svezia, gli Stati più generosi in aiuto. Dall’ottobre 2011 all’ottobre 2013, la Svezia ha ricevuto 20.490 nuove ri­ chieste d’asilo, la Germania 16.100. Secondo i vescovi europei, negli ulti­ mi anni sarebbero periti nel Mediter­ raneo ventimila migranti. La Svizzera ha destinato all’aiuto ai profughi, dal marzo 2011, complessivamente 85 milioni di franchi (l’ONU calcola un bisogno di 6,5 miliardi di dollari) ma non è altrettanto generosa nell’acco­ glienza: la ministra Sommaruga si è vantata di aver accolto una settantina di siriane e siriani che fuggivano dalla guerra civile: ma la cifra è ridicola e

vergognosa, quando si sa che diversi milioni di emigrati siriani sono fug­ giti e continuano a fuggire nei Paesi limitrofi: la Giordania, la Turchia, il Libano. Nel settembre scorso è stato dichiarato a livello federale che l’otte­ nimento di visti di entrata in Svizzera sarebbe stata facilitata per le persone che hanno parenti siriani in Svizzera. Ma due mesi dopo le autorità hanno fatto marcia indietro, perché i servizi sarebbero stati «travolti» dalle doman­ de. Infatti, 719 persone sono entrate in Svizzera ma 881 erano suscettibili di entrare in Svizzera e cinquemila per­ sone avevano annunciato il desiderio di venire. Troppo per questa povera Svizzera, che non può accogliere tutta la miseria del mondo! I nuovi siriani rappresenterebbero infatti lo 0,08% della popolazione svizzera! «Dialo­ ghi» ha ricordato (n. 229, dicembre 2013, p. 2) che»la migrazione è un di­ ritto umano», come recita la Dichiara­ zione universale del 1948, sottoscritta anche dalla Confederazione. I politici svizzeri sono ignoranti o ipocriti? Un anniversario discusso. Secondo uno studio del teologo luterano te­ desco Uwe Wolff (edito a Basilea), Lutero, monaco obbediente, non ha mai compiuto il gesto clamoroso di affiggere le 95 tesi sul portone del­ la chiesa di Wittenberg (fatto da cui sarebbe partita la Riforma luterana), ma avrebbe mandato le tesi ai vesco­ vi responsabili degli abusi commessi dai «collettori di indulgenze a paga­ mento», seguendo cioè la via gerar­ chica, come si addice ad un monaco obbediente. Neppure avrebbe avuto l’intenzione di provocare uno scisma. La responsabilità della rottura nella Chiesa in Occidente è quindi da im­ putare inizialmente ad un giovane e indebitato arcivescovo di Magdeburgo e Magonza, che incaricò dello «smer­ cio» il domenicano Johann Tetzel e non prese in considerazione le giuste rimostranze di Lutero. Avrebbe quin­ di ragione il card. Koch di non voler «festeggiare» una rottura causata da un vescovo cattolico. Politica pedestre. I consiglieri nazio­ nali vallesani del Partito democratico cristiano Cristoforo Darbellay e Yan­ nick Buttet, hanno deciso di andare a piedi da Ginevra a Lourdes quale «rin­ graziamento» per l’elezione nel gover­ no ginevrino di loro due correligionari politici. Il singolare pellegrinaggio di novecento chilometri sarà compiuto a tappe nel periodo di due anni. Troppi? Sono i tempi della politica!


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Ticinesi agli onori. Lorenzo Merga, di 38 anni, originario di Monte Carasso, sposato e con un figlio, è stato promosso il 23 dicembre scorso al grado di maggiore nel Corpo della Guardia svizzera pontificia e comandante della terza squa­ dra. Il maggiore Merga è al servizio papale da 18 anni ed è il primo ticinese a raggiungere tale grado. Luigi Pedrazzini (1953), consigliere di Stato dal 1999 al 2011, è stato de­ signato nel Consiglio di fondazione del Sacrificio quare­ simale. Sostituisce Chiara Simoneschi-Cortesi che, come previsto dallo statuto, ha rimesso il mandato dopo 12 anni. Profeti del Concilio. Papa Francesco ha nominato cardina­ le emerito mons. Loris Capovilla, già segretario di Giovan­ ni XXIII, da tempo quiescente (ma sempre vivace) a Sotto il Monte, nella casa che ospitava papa Roncalli quando da ve­ scovo trascorreva le vacanze tra i suoi paesani. Gli andrebbe accomunato mons. Luigi Bettazzi, già vescovo di Ivrea, che pure non smette da cinquant’anni di ricordare il «già e non ancora» del Concilio e degli insegnamenti del Papa buono, e che ha festeggiato in piena forma e attività i novant’an­ ni. Già presidente di Pax Christi italiana e internazionale, mons. Bettazzi è stato padre conciliare al Vaticano II, e da anni è profeta (cioè uno che parla coraggiosamente) della pace, della giustizia sociale, del rinnovamento ecclesiale, pellegrino mai stanco per l’Italia fino al Ticino. Auguriamo al neo-cardinale Capovilla e al novantenne Bettazzi che ancora per molto possano continuare a «profetare»: per un mondo più giusto, per una Chiesa povera, per una pace non violenta, per un laicato adulto, accolto e valorizzato, per un annuncio gioioso del Vangelo, per un dialogo e un incontro senza frontiere, per un’accoglienza senza carte d’identità. Come vuole papa Francesco… Buoni esempi. Il Comitato esecutivo della Divisione in­ tereuropea della Chiesa Avventista raccomanda l’accesso delle donne al ministero pastorale, già praticato dagli Av­ ventisti statunitensi. La decisione sarà presa nel 2015, in occasione della prossima sessione della Conferenza gene­ rale che comprende tredici «divisioni». Intanto il Sinodo generale della Chiesa anglicana d’Inghilterra ha approvato la possibilità della ordinazione episcopale delle donne. Le tre «camere» della Confessione (vescovi, preti e laici) si pronunceranno il prossimo luglio. Intanto la Chiesa angli­ cana di Australia (una delle 38 Chiese nazionali anglicane) ha eletto vescovo di Grafton Sarah Macneil, la quale rag­ giunge le «consorelle vescovo» delle Chiese anglicane di Irlanda e dell’India (cfr. «Dialoghi» n. 229). Sorpresa episcopale. I partecipanti alla messa di Natale nella parrocchia di Laufenburg (Argovia) hanno avuto la sorpresa di vedere mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, venuto a concelebrare con Kurt Ruf, prete in pensione e poco in salute: un gesto di aiuto e simpatia del giovane vescovo per un prete che si era messo a disposizione della comunità ecclesiale rimasta senza titolare. Mons. Gmür ha stupito anche i suoi diocesani basilesi, accettando che ven­ ga messo in votazione, per essere iscritta nelle costituzioni ecclesiastiche, un impegno verso le istanze ecclesiastiche per modificare il diritto canonico in vista dell’ordinazio­ ne presbiterale per le donne e dell’abolizione del celibato obbligatorio per i preti. La votazione sul compromesso accolto dal Vescovo di Basilea avrà luogo il 28 settembre prossimo. Prima, il 20 gennaio, festa di Sant’Antonio abate,

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a Brünisried (FR) il vescovo Gmür ha benedetto cavalli e cani e loro proprietari, al suono di quattro corni delle Alpi e di due cori ovviamente misti. E poi c’è ancora chi parla di Chiesa retrograda! Vescovi giovani. L’episcopato svizzero sta praticando (o subendo, chi lo sa?) un’efficace cura di ringiovanimento. Dopo la nomina di Felix Gmür a Basilea (classe 1966), di Charles Morerod a Ginevra-Losanna-Friburgo (classe 1961) e di Valerio Lazzeri a Lugano (classe 1963), vesco­ vo ausiliare della diocesi romanda è stato designato Alain de Raemy (classe 1959) e i monaci di Einsiedeln hanno scelto come abate Urban Federer (classe 1968): lui pure partecipa alla Conferenza episcopale svizzera. Alla… cin­ quina dei giovani episcopi auguriamo di seguire l’esem­ pio dell’emerito Pier Giacomo, sprizzante energia fino al pensionamento. Monte premi. Il premio Pax Christi International 2013 è stato conferito alla sezione russa dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani «International Memorial Society» che opera in favore delle vittime della repressione politica, sempre più praticata in Russia. Il governo brasiliano ha in­ signito la pastora luterana Rorni Marcia Bencke, segretario generale del Consiglio nazionale delle Chiese cristiane del Brasile (CONIE), del Premio per i diritti umani. In una ce­ rimonia a Brasilia la presidente dello Stato sudamericano, Dilma Roussef, ha riconosciuto l’impegno di Bencke per la promozione della diversità religiosa. La pastora, prima donna a guidare il Conie, ha sottolineato come il premio costituisca un riconoscimento all’azione delle Chiese nel combattere la violenza di genere e l’intolleranza verso le forme religiose delle comunità indigene e di discendenza africana. Bencke ha pure espresso preoccupazione per l’uso della religione come strumento politico e per il saldarsi di gruppi di destra con comunità cristiane conservatrici, un connubio che può mettere a rischio storiche conquiste della società civile brasiliana. Infine, il Label ecumenico, deciso dalla Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera, è stato assegnato per le emissioni religiose ecumeniche della Radiotelevisione della Svizzera romanda prodotte dal Cen­ tro cattolico di Radio e televisione (CCRT) e da Médiaspro. Cultura che fa notizia. I tempi sembrano grami, tra crisi economica e crisi ambientale, per la gratuità della cultura. Un segno incoraggiante viene dal Governo italiano (quante altre grane da sgranare…) che ha proposto una norma per la quale chi acquisterà fino a duemila euro di libri (scolastici, di narrativa o saggistica) potrà scalarne il 19% dalle tasse. «Troppa grazia!» può dire il sindaco-donna di Lampedusa, che ha lanciato «incautamente» una richiesta generica di libri per costituire una biblioteca e si è vista sommersa da casse e casse di volumi. Tolleranza religiosa. Le autorità russe, dopo una batta­ glia giuridica durata anni, hanno restituito alla comunità musulmana la più antica moschea del Paese, che si trova nella città di Kasimov, al centro della Russia. Costruita nel XV secolo, da tempo era trasformata in museo in cui era proibito pregare. Dopo quattro anni di procedure e ricorsi, finalmente sembrano definitivi i piani per la costruzione di un centro ortodosso a Parigi, con cinque cupole dorate, la più alta di 35 metri, a pochi metri dalla torre Eiffel. Il progetto, dal costo di cento milioni di euro, comprenderà una cattedrale, una sede di esposizioni, un centro culturale e una scuola per 150 allievi.


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notiziario (in)sostenibile a cura di Carlo Maffei

Eucalipto Paperone. L’epopea pa­ peroniana delle memorie del Klon­ dike è un tormentone per Paperino, i nipotini e il resto del clan Disney di Paperopoli. Tanto da essersi ormai radicata anche nell’immaginario col­ lettivo degli umani cresciuti a Nutella e «Topolino», con Paperon de’ Pape­ roni (in versione giovanile) ormai ar­ chetipo prototipo del cercatore d’oro chino sul fiume a congelarsi le mani nell’acqua pur di trovare una pepita. Epopea romantica e superata. Perché oggi la ricerca dell’oro è un’attività non solo molto prosaica, ma soprat­ tutto assai inquinante. Specie nella fase della prospezione geologica, quando per scovare un filone bisogna scavare, scavare, scavare… per poi magari finire senza trovare nulla. E la Natura non ringrazia. Epperò magari con l’eucalipto… L’eucalipto? Pro­ prio. Lo riferisce la rivista «Nature Communications» in un articolo nel quale si descrive la scoperta di tracce di oro nelle foglie di questa pianta. Occhio, perché non è questa la novi­ tà: che i vegetali accumulassero oro già si sapeva fin dall’inizio del seco­ lo scorso. Quello che non era chiaro era da dove arrivasse. Dalla polvere dispersa nell’atmosfera? Oppure dal sottosuolo? Ecco, appunto: ora si sco­ pre, proprio grazie all’eucalipto, che l’oro arriva dal terreno. «È stata una completa sorpresa trovare nelle foglie di questa pianta tracce dell’oro sepol­ to sotto 35 metri di rocce consumate dagli agenti atmosferici», ha spiegato alla rivista «The Scientist» Melvyn Lintern, geochimico dell’australiana Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSI­ RO). Certo l’eucalipto non sarà di grande utilità per estrarre l’oro. Ma per scoprirlo sì: basterà piantarne un po’ nelle zone sospettate di nasconde­ re un filone aurifero, aspettare quanto basta, alla fine studiare le foglie. Im­ patto ambientale: zero. Nutella globalizzata. Non c’è solo «Topolino» nelle reminiscenze infan­ tili. C’è pure la Nutella, come abbiamo detto. Anche lei ormai archetipo proto­ tipo dell’antropomorfismo universale. Ricordi le scorribande nel frigo, a pe­ scare dal barattolo a cucchiaiate? Oggi sei grande e i rotolini del benessere stan lì come monito. Sicché non vai più di cucchiaio. Al massimo, con par­

simonia, di cucchiaino. Del resto, se lo scrupolo per il tuo aspetto estetico non bastasse, puoi sempre aggiungere la tua coscienza ecologica. Perché la Nu­ tella è tutto fuorché sostenibile. Lo di­ mostra il rapporto Mapping Global Value Chains (bit.ly/globalvaluechains), pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economi­ co (OCSE). Grazie al quale si scopre che la Nutella, prodotta in nove diverse fabbriche nel mondo al ritmo di 250 mila tonnellate all’anno (come sem­ plice esercizio, si lascia al lettore il calcolo del numero di vasetti), è ven­ duta in 75 Paesi. Fra i suoi ingredienti troviamo l’olio di palma che proviene dalla Malesia, il cacao dalla Nigeria, le nocciole dalla Turchia, lo zucchero dal Brasile e dalla Francia, l’aroma di va­ niglia pure dalla Francia. Insomma, un bell’esempio di prodotto globalizzato, la cui filiera estende i propri tentacoli un po’ su tutto il pianeta, vuoi per la produzione, vuoi per il consumo. Va da sé che, come tutti i prodotti globa­ lizzati, la Nutella non è precisamente ecologica. Metti il trasporto degli in­ gredienti… metti il trasporto del pro­ dotto finito… siamo ben lontani dal chilometro zero. Insomma, se pensavi alla Nutella come a un prodotto se non locale almeno vicino perché italiano, sei proprio fuori strada. Meglio, molto meglio rivolgersi verso qualche altra crema di cioccolato. Magari prodotta dietro casa tua, giusto? Beh, dipende. Soprattutto, dipende dal più critico de­ gli ingredienti: l’olio di palma. Proprio quello dalla Malesia. Quello che cre­ sce in enormi piantagioni ricavate… dal taglio delle foreste pluviali. Spegnere tutto non basta. È notte fonda. Ti svegli. La vescica si fa senti­ re: non hai più la prostata di quand’eri un ragazzino. Ti alzi e, per non sve­ gliare la consorte, ti dirigi verso il bagno senza accendere la luce. Del resto non serve: ti guida il lieve chia­ rore degli elettrodomestici. La spia del televisore in stand by. Quella del com­ puter. E l’altra, sul tavolino: quello è il telefono cordless. Nel dormiveglia ti chiedi: «Ma quanto consuma tutta questa roba?». Parecchio. I dispositivi elettrici inutilizzati ma allacciati alla corrente sono dei veri vampiri. Alcuni sono inevitabili: il frigo e il congelato­ re, per dire. Mica vorrai far scongelare la preziosa scorta di carne, no? Ma è

proprio necessario mantenere calda per tutta la notte l’acqua nella macchi­ netta del caffè? Dirai: «Saranno poche frazioni di chilowattora». Vero. Ma sono solo le tue. Come la tua, ci sono milioni di altre utenze elettriche. Sco­ pri così che questi consumi nascosti succhiano l’energia di un’intera cen­ trale. Così ti riprometti di starci più attento e di smorzare tutto, domani. Con questo proposito ambientalista, la coscienza un po’ più pulita e la vescica vuota, torni a dormire. Solo che non basta. Infatti anche molti apparecchi insospettabili, che tu giureresti essere spenti, sono lì a ciucciare energia. I fornelli in vetroceramica: l’avresti mai detto? E il cancello elettrico in fondo al vialetto? È spento, quindi… Quindi niente: consuma pure lui. Eliminando tutto, ma proprio tutto tutto, potresti ridurre il consumo della casa fino all’80 per cento. Stupefacente, vero? E nemmeno ci vorrebbe molto: baste­ rebbe staccare l’interruttore centrale. Già. Facile. Come no? E con la carne nel congelatore come la mettiamo? Diritti senza frontiere. Una petizio­ ne sostenuta da oltre 135.000 firme chiede al Consiglio federale e al Par­ lamento di introdurre disposizioni per ottenere dalle transnazionali domici­ liate in Svizzera il rispetto dei diritti umani e delle norme ambientali; le vittime devono poter ottenere risarci­ menti anche presso le sedi svizzere. Il Consiglio nazionale in dicembre ha adottato un postulato che chiede al Go­ verno l’elaborazione di una strategia per l’attuazione dei principi dell’ONU circa i diritti umani nell’economia. La Commissione della politica estera ha riconosciuto l’importanza dei proble­ mi sollevati, incaricando il Consiglio federale di promuovere uno studio di diritto comparato sul dovere di diligenza degli organi dirigenti delle imprese per quanto riguarda i diritti umani e l’ambiente. In occasione del Forum economico di Davos, più di diecimila lettere sono state inviate ai consiglieri federali Schneider-Am­ mann e Burkhalter per chiedere che il Consiglio federale compia passi con­ creti per ottenere dalle multinazionali svizzere il rispetto in tutto il mondo dei diritti umani e dell’ambiente. OEKU. Il comitato di «Chiesa e am­ biente» ha scelto come tema, per il «Tempo della creazione 2014», «un ambiente condiviso – uno spazio ur­ bano, centro di vita». L’assemblea ge­ nerale dell’OEKU avrà luogo a Berna il 26 aprile (www.oeku.ch).


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cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Chiesa universale. La Chiesa «catto­ lica» romana diventa più «universa­ le» con la nomina, da parte di papa Francesco, di 19 nuovi cardinali, dieci dei quali extraeuropei (5 dell’America latina, 2 dall’Asia, 2 dall’Africa): tra essi 12 arcivescovi residenziali e solo quattro curiali. Non sono mancate le sorprese, tra i nominati (molti ex par­ roci) e tra i «dimenticati»; ricuperati anche tre cardinali della «quarta età», tra cui il «giovanneo» Loris Capovil­ la. Con le nuove nomine, i cardinali saranno 218, dei quali 122 con diritto di voto (cioè con meno di 80 anni): 61 europei, tra essi 28 italiani. I cat­ tolici extraeuropei sono ora meno sot­ torappresentati. Ai neo-cardinali (ma vale anche per quelli già in carica), il Papa ha inviato una lettera per ri­ cordare che il cardinalato «non è una decorazione (ma) semplicemente un servizio che domanda di allargare lo sguardo e ingrandire il cuore». Vale anche per i nunzi, accreditati in 181 Stati che hanno relazione diplomatica colla Santa Sede: troppi e inutili dove ci sono Conferenze episcopali libere ed efficienti; necessari in certe parti­ colari situazioni, come nei due ultimi Stati accreditati, il Sudan del Sud e la Palestina. I nunzi sono stati invi­ tati a ridurre le proposte di candidati al titolo di «monsignore» e di «cap­ pellano di sua Santità». limitandolo a preti di oltre 65 anni. Le onorificen­ ze di «protonotario apostolico» e di «prelato d’onore» sono state abolite, non però con effetto retroattivo. Tra le nomine «sorprendenti» – per chi non ha ancora capito papa Francesco – c’è quella di Nunzio Galantino, vescovo di Cassano, a segretario della Con­ ferenza episcopale italiana. Studioso di Bonhoeffer e di Rosmini, docente in seminario e alla facoltà di teologia dell’Italia meridionale pur restando parroco in un quartiere popolare di Cerignola, è vescovo dal dicembre 2011. Don Nunzio (come si fa chia­ mare) abita in seminario e ha rinun­ ciato a segretario, autista e automobi­ le di lusso. Papa Francesco ha scritto una lettera ai suoi diocesani – «come chiedendo il permesso» – perché «per una missione importante nella Chiesa italiana ho bisogno che mons. Galantino venga a Roma almeno per un periodo» (da «Adista», 11 gen­ naio 2014). Al nuovo arrivo a Roma dovrebbe corrispondere un invito a

tornare in diocesi per una trentina di preti che lavorano (?) in Vaticano, di­ ventati «esuberi» grazie alle maggiori competenze che saranno riconosciute ai vescovi locali. Da prigioniero a presidente. È morto il 5 dicembre a Johannesburg (Sudafrica), all’età di 95 anni, Nel­ son Mandela, nato da un capo tribù a Mvezo, alunno di una scuola cristiana, avvocato di formazione, fautore e poi combattente per l’uguaglianza tra neri e bianchi. Arrestato nel 1963, libera­ to nel 1990, ricevette il Premio Nobel per la pace insieme con il presidente Frederik de Klerk nel 1993 e divenne presidente dell’Unione africana nel 1994, nelle prime elezioni nazionali cui partecipavano i cittadini di tutte le razze. Lasciò la carica dopo cinque anni. Tra gli atti politici più signifi­ cativi, l’istituzione della «Commis­ sione per la riconciliazione e la ve­ rità», affidata al suo amico vescovo anglicano Desmond Tutu e la scelta dell’inno degli afrikaaner già sfrutta­ tori dei neri come inno nazionale del nuovo Sudafrica multirazziale. Tutti, grandi e piccoli del mondo, ne hanno deplorato la morte e celebrato la vita; anche gli svizzeri, non particolarmen­ te impegnati a sostenerne la lotta di liberazione (cfr. Le Chiese svizzere e l’apartheid, in «Dialoghi» n. 218, ottobre 2011). Proposte per papa Francesco. L’in­ tenzione espressa da papa Francesco, con la nomina della commissione di otto cardinali, di riformare la Curia romana, ha suscitato interesse, spe­ ranze e proposte in tutta la Chiesa. Vari progetti, più o meno articolati, sono stati pubblicati dalla rivista «Il Regno», mentre la prestigiosa rivi­ sta internazionale di teologia «Con­ cilium» (edita dalla Queriniana di Brescia) ha pubblicato un numero speciale (5-2013): Per una riforma della curia romana. Dall’articolo in­ titolato Dalla corte seicentesca a una moderna amministrazione del gesuita statunitense Thomas J. Reese (ripreso parzialmente da «Adista» del 21 di­ cembre 2013), risalta che «la riforma più importante, senza la quale ogni altra riforma risulterebbe senza sen­ so, è quella di smettere di elevare i funzionari curiali all’episcopato e al cardinalato. Finché i funzionari di

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Curia verranno nominati cardinali o arcivescovi, si comporteranno come se fossero superiori al collegio dei vescovi invece che come personale a servizio del papa in quanto capo del collegio episcopale (…). Senza questa riforma, il crescente potere della Curia potrà subire una battuta d’arresto con papa Francesco ma riguadagnerà le posizioni perse con i pontefici che gli succederanno (…)». Otto lettere per il Papa. Il teologo Matthew Fox, un domenicano espul­ so dall’Ordine nel 1993 per volontà dell’allora cardinale Ratzinger e fon­ datore dell’Institute of Culture and Creation Spirituality in California, ha scritto Lettere a papa Francesco. Ricostruire la Chiesa con giustizia e compassione, pubblicato dalla casa editrice Fazi (Roma, 2013, pp. 17.3, € 10). In questo compito di riparazione della «Chiesa in rovina» (rivelato da Cristo stesso a Francesco di Assisi), l’attuale papa, che ne porta il nome, è chiamato a svolgere, secondo Fox, un ruolo fondamentale, per quanto nessun papa «potrà salvare la Chiesa da solo o anche solo immaginare di potervi riuscire». Del resto, evidenzia il teologo nella Lettera introduttiva, assumendo per la prima volta nel­ la storia il nome del santo di Assisi, papa Francesco «ha innalzato di molto il livello delle aspettative»: una scelta coraggiosa che si spera «sia il segno di un pontificato altrettanto impavi­ do, dato che a noi anziani si richiede molto coraggio in questo momento cruciale per la storia dell’umanità e del pianeta». Fox assicura il Papa che «molti di noi vogliono sostenerla in questa ambiziosa scelta» e desiderano «infonderle coraggio», perché quello che lo attende non è un compito fa­ cile: i potenti, tra i quali i giganti dei mezzi di comunicazione, del petrolio, della finanza, del cibo, così come i produttori di armi e persino i governi, non sono disposti a rinunciare al loro potere. Come pure non cederà volen­ tieri posizioni la burocrazia trincerata in Vaticano (da una presentazione in «Adista», 21 dicembre 2013). Pro Francesco. Raniero La Valle, nella rubrica «Resistenza e pace» su «Rocca» dello scorso novembre, analizza l’offensiva che si sta orga­ nizzando contro papa Francesco. «Lefebvriani, atei devoti, sanfedisti, anti-conciliari, leghisti hanno aperto le ostilità». «Il Foglio» ha fatto dire a due giornalisti provenienti da Ra­ dio Maria perché «questo papa non


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ci piace» ed ha accusato Francesco di eterodossia, modernismo, infe­ deltà alla Chiesa e adulterio con il mondo. Contestazioni molto pesanti che, a giudizio di La Valle, «aiutano a comprendere la novità evangelica del pontificato di Francesco». Dopo il dibattito con Eugenio Scalfari («La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza», aveva scritto il Papa), Francesco si era attirato l’accusa di soggettivismo: «Se ciascuno deve fare ciò che la sua co­ scienza gli detta come bene, e com­ battere ciò che gli addita come male, verrebbe meno il bene inteso come valore oggettivo, ci sarebbe una sor­ ta di immunità e ingiudicabilità della coscienza, la Chiesa perderebbe il suo mestiere di guida e controllo delle anime». Per La Valle, in molti gesti e parole rimproverati a papa Francesco «si potrebbe richiamare l’origine nel Vangelo, nella grande tradizione e nel Concilio: segno che la posta in gioco con questo pontificato è la ripresa del­ la attuazione del Concilio o il protrarsi della sua rimozione» (da «Adista», 16 novembre 2013). Non tutti i cattolici lo ascoltano. Nel messaggio per la Giornata della pace, papa Francesco affermava tre concetti: 1) le guerre impediscono il raggiun­ gimento delle mete economiche e quindi il benessere dell’umanità; 2) gli armamenti sospingono alla guerra e quindi vanno smantellati; 3) il diritto alla pace, da inserire nel diritto inter­ nazionale, è il presupposto di tutti gli altri diritti. Ma, «dove sono i cattoli­ ci?» esclama don Renato Sacco, coor­ dinatore di «Pax Christi». E si rivolge particolarmente ai cattolici membri del governo italiano, come Lupi, Gel­ minì, Mauro, così pronti a sbandie­ rare radici cristiane, ma schierati in favore dei cacciabombardieri idonei a trasportare bombe atomiche (120 aerei per 15 miliardi di euro, più altre decine di miliardi per la manutenzio­ ne negli anni successivi); a Roberto Cota, presidente illecito della regione Piemonte, qualificato da mons. Rino Fisichella «difensore dei valori cristia­ ni», che si è dichiarato favorevole agli F-35 «perché creano occupazione e se non li produciamo noi li produrranno altri»; al ministro della difesa Mario Mauro, oggi il più importante uomo politico di Comunione e Liberazione, inventore del motto anticristiano «Per amare la pace, armare la pace»; e tut­ to il governo Letta che ha stanziato 6 miliardi e mezzo per rinnovare la flotta militare. Per spendere in armi

di distruzione di massa non c’è crisi o taglio della spesa, i miliardi si tro­ vano, mentre mancano per la scuola, la sanità, la prevenzione di disastri ambientali, la giustizia. Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale «Famiglia cristiana» ha commentato: «Per i governanti cattolici la disciplina di partito e l’attaccamento alle poltro­ ne del potere valgono più del Vangelo e delle parole di verità e di amore ver­ so i poveri e gli ultimi» (da un testo di «Riforma», gennaio 2014) Tollerante. I cosiddetti «fioretti di papa Francesco», che fanno la gioia interessata dei media e del popolino, non sono solo «progressisti»: il Papa ha trasmesso la benedizione apostoli­ ca in occasione dei 25 anni di fonda­ zione della Fraternità sacerdotale di San Pietro, un gruppo tradizionalista che però non ha seguito Lefebvre nello scisma, e che conta più di 400 mem­ bri, di cui 244 preti e 153 seminaristi, in un centinaio di case specialmente in Francia, Germania e Stati Uni­ ti. Questa comunità segue la forma straordinaria del rito romano, utiliz­ zato prima del Concilio Vaticano II. Secondo il cardinale Dario Castrillon Hoyos, papa Francesco non ha alcun problema con il rito straordinario ro­ mano: in verità, nella nota intervista alle riviste dei gesuiti, aveva messo in guardia dal rischio di ideologizzare il vecchio rito. Meno attenzione sem­ bra dimostrare papa Francesco per i melomani: dopo aver disertato a fine giugno il concerto organizzato dalla RAI nell’ambito dell’Anno della fede, ha costretto mons. Fisichella, del Con­ siglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ad annullare il con­ certo previsto nella Sala Paolo VI per la chiusura dell’Anno, a scanso di una nuova assenza. La stanza del silenzio. Il 12 settem­ bre 2013 è stata inaugurata, all’Ospe­ dale Mauriziano di Torino, la «stanza del silenzio», ottenuta dopo ripetute richieste, infine con una lettera alla Direzione aziendale firmata da 480 persone. Si tratta di una stanza, ac­ cogliente ma semplice, allestita da volontari, priva di segni religiosi, dove ogni persona può raccoglier­ si, riflettere, elaborare una notizia, staccare dal ritmo di lavoro, pregare secondo la propria fede. Ricorda lo spazio di preghiera voluto da Dag Hammarkjold, segretario delle Na­ zioni Unite, all’ingresso del Palazzo delle Nazioni. È stato fissato anche un momento settimanale di condivisione

nel silenzio, il martedì alle 13, per chi desidera trascorrere assieme ad altri anche solo pochi minuti. È disponibile anche un quaderno per annotare mes­ saggi personali, un aiuto a comunicare per chi ne sente il bisogno. Bibbie sequestrate. In Malaysia, a seguito di una perquisizione disposta dalle autorità dello Stato di Selangor, sono stati arrestati due rappresentanti della Società biblica della Malaysia e sequestrate 321 Bibbie. L’azione è in applicazione della decisione di un tribunale che, nello scorso ottobre, ha sancito il diritto esclusivo della reli­ gione musulmana a usare il termine «Allah» per indicare Dio. La senten­ za, che sovverte un uso linguistico secolare, ha reso di fatto fuorilegge le attuali traduzioni della Bibbia ed è già stata utilizzata per bloccare la pubbli­ cazione del settimanale cattolico «He­ rald Malaysia». Il periodico cristiano ha presentato un ricorso al Tribunale supremo, che si pronuncerà il pros­ simo 24 febbraio. L’atmosfera non è però delle più favorevoli: l’iniziativa presa dai cristiani è da più parti con­ dannata come fomentatrice di «odio e divisione» nel Paese. Esponenti della United Malaysian National Organization hanno minacciato di irrompere nelle chiese durante i culti domeni­ cali. Il governo, in calo di consensi per misure economiche impopolari, sembra voler cavalcare l’onda islami­ ca radicale. Vietare i robot uccisori. I difensori dei diritti umani chiedono agli Sta­ ti aderenti alla Convenzione ONU su alcune armi classiche di decidere l’apertura di negoziati sul divieto dei «robot uccisori». Tali armi potrebbero rappresentare una minaccia di portata incalcolabile nei conflitti in futuro. I «robot uccisori» non tengono alcun conto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Entro qual­ che anno, questo nuovo modo di fare la guerra potrebbe diventare usuale sui campi di battaglia. Secondo un rap­ porto del Consiglio dei diritti umani, gli USA, la Gran Bretagna, Israele e un gruppo sud coreano stanno svilup­ pando questa tecnologia (nella zona di frontiera con la Corea del Nord, robot già montano la guardia) e si presume che anche la Russia e la Cina siano intenzionate a fabbricare «robot ucci­ sori». I difensori dei diritti umani sono del parere che un accordo dell’Onu dovrebbe vietarne lo sviluppo, la pro­ duzione, il commercio, lo stoccaggio e l’impiego.


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Accogliere lo straniero. Si è conclusa con l’approvazione della «Dichiara­ zione di Vienna» la IX assemblea di Religions for Peace, organizzazione internazionale che da 43 anni pro­ muove e facilita il dialogo fra persone di diverse fedi e culture. L’incontro, svoltosi dal 20 al 22 novembre, ha vi­ sto la presenza di più di 600 leader religiosi provenienti da tutto il mondo. Di particolare interesse è 1’impegno a rispettare «il diritto dello straniero di praticare la sua fede con libertà» e a cercare di «creare spazi in cui egli possa esercitare liberamente il proprio culto». Alla stesura della Dichiara­ zione hanno collaborato il Consiglio ecumenico delle Chiese, la Federa­ zione luterana mondiale, l’Alleanza evangelica mondiale, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, l’Islamic Relief Worldwide, il Centro di studi hindu di Oxford. Ancora alla cassa. In Belgio, la Chie­ sa ha versato indennizzi per un totale di 850.000 euro a 168 vittime di abusi sessuali; le richieste presentate in tota­ le erano 621. In Canada, 206 vittime di abusi subiti in tre istituti cattolici tra il 1950 e il 2001 riceveranno com­ plessivamente 13 milioni di dollari canadesi, grazie ad un accordo appro­ vato dalla Corte superiore del Québec, cui sono da aggiungere sei milioni di spese giudiziarie. Le vittime avevano presentato una richiesta collettiva e otterranno ciascuna un importo tra i diecimila ed i 250 mila dollari. A pa­ gare il danno è la Congregazione della Santa Croce, proprietaria dei tre isti­ tuti scolastici in cui furono commessi gli abusi. Le quattro congregazioni religiose che gestivano in Irlanda le «lavanderia della Maddalena» (dove dal 1922 al 1996 circa diecimila gio­ vani donne furono costrette a lavorare come schiave) non intendono contri­ buire al pagamento dell’indennizzo di 58 milioni di euro deciso dal Go­ verno. Un indennizzo tra i dieci e i centomila euro sarebbe riconosciuto a circa seicento donne, a dipendenza della durata dello sfruttamento (dai tre mesi ai 10 e più anni!). Per quanto riguarda gli indennizzi alle vittime di abusi sessuali, 18 congregazioni reli­ giose cattoliche d’Irlanda dovranno sborsare 310 milioni di franchi e una somma uguale sarà assunta dallo Sta­ to. Fin qui le comunità religiose hanno versato ad un fondo di risarcimento la somma di circa 590 milioni di fran­ chi, mentre il totale del risarcimento è stato fissato in 1,8 miliardi. Lo Stato intende facilitare il pagamento utiliz­

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zando proprietà immobiliari per scopi pubblici qualora le congregazioni non riuscissero a venderle. Fin qui diversi vescovi, in USA e altrove, erano stati costretti alle dimissioni per la loro più o meno provata tolleranza verso sacer­ doti indegni. L’ultimo caso riguarda il vescovo di Kansas-City, condannato a due anni di reclusione sospesa per non aver denunciato un prete di 47 anni, autore di centinaia di fotografie por­ nografiche di bambine (e condannato a cinquant’anni di prigione). Un nuo­ vo scandalo di pedofilia è denunciato contro un arcivescovo polacco di 65 anni, nunzio da sei anni nella Repub­ blica dominicana, rimosso recente­ mente dalla Santa Sede e sotto inchie­ sta per rapporti sessuali a pagamento con fanciulli. La Segreteria di Stato vaticana ha assicurato l’ambasciato­ re del Paese centro-americano della piena collaborazione. Le dimissioni di un ambasciatore papale sono una primizia, non certamente piacevole (da varie notizie APIC). Santa Sede sotto esame. Il Comi­ tato per i diritti del fanciullo delle Nazioni Unite ha ricevuto a Ginevra una delegazione della Santa Sede per esaminare il rapporto presentato a fine 2013 sui casi di pedofilia commessi dal clero. La delegazione vaticana ha sottolineato come la Santa Sede non sia competente per le Chiese locali, tuttavia ha diramato direttive circa le procedure relative ai crimini di pedo­ filia e la denuncia agli organi statali. . Mons. Silvano Tomasi, presentando il Rapporto della Santa Sede a Ginevra, ha affermato che la Chiesa cattolica vuole «diventare un esempio» nella lotta contro gli abusi e la protezione dell’infanzia: era ora! (cfr. «Giornale del Popolo», 17 gennaio). Il Comita­ to ha pubblicato un severo rapporto di condanna, trattando la Santa Sede (che non è la Chiesa cattolica) come fosse uno Stato che deve rispettare la laicità e tutti i diritti umani. È la conseguenza della pretesa della San­ ta Sede (una… burocrazia?) di essere un soggetto di diritto internazionale, come è… la Città-Stato del Vatica­ no (con un migliaio di abitanti e un chilometro quadrato di territorio!). La protezione dovrebbe essere estesa anche alle giovani Guardie Svizzere, tentati da prelati nella stessa Città del Vaticano secondo la denuncia di un milite diffusa dalla stampa. Un ex co­ mandante ha confermato quanto detto da papa Francesco circa la presenza di una lobby omosessuale dentro le Sacre Mura (APIC, 18 gennaio).

No. 230

In questo numero Dossier La consultazione su matrimonio e famiglia G vox populi (cristiani) (E.M.) G matrimonio e famiglia interrogano la chiesa. contributi di «dialoghi» al sondaggio dei vescovi (A. Bondolfi, E. Borghi, G. Campanini, A. Lafranchi, A. Lepori) Articoli G un ritardo problematico. Una proposta per il futuro (A. Lepori). Lettera aperta ai vescovi svizzeri G Sorella maria e l’eremo di campello sul clitunno (A. Lafranchi) G osservatorio ecumenico G cronaca svizzera G notizie belle e buone G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale

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Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Claudio Cerfoglia Salita dei frati 4, 6900 Lugano amministrazione@dialoghi.ch al prezzo di fr. 12.–

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