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Fascico

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corso

Locarno – Anno 45 – Febbraio 2013

Fede in quel lume Senza Papa dal 28 febbraio, senza Vescovo da chissà quando, la Chiesa locale cui apparteniamo sembra camminare dentro un lungo tunnel al buio. «Dialoghi» ha comunicato al Nunzio i risultati della consultazione sul futuro pastore: 53 risposte, voti dispersi su 26 nomi di candidati, 4 preti che hanno ricevuto più di dieci voti. Non abbiamo avuto l’onore di una risposta, neppure a conferma che la lettera è giunta a destinazione: sarà un esempio del rispetto dovutoci, sarà un disguido, sarà quel che sarà (monsignor Grampa è stato avvertito). Poi ci sono state le dimissioni del Papa: un gesto che merita rispetto e persino comprensione per i cattivi servizi che gli ha reso la Curia romana, e che sicuramente hanno influito nella sua decisione di lasciare. La maggior potenza mondiale è governata da un cinquantenne afroamericano che al massimo sta al potere otto anni, e nessuno se ne lamenta, mentre invece i cattolici sembrano ancora abbagliati dagli splendori mondani di una funzione che è servizio (servus servorum) e nutrono spesso una papolatria che con il Vangelo non ha parentela. Noi seguitiamo ad augurarci che siano aboliti e i nunzi e lo IOR, i troni e le udienze e tutto il resto che fanno velo, anziché servire, alla forza del messaggio. La speranza è che i cardinali abbandonino finalmente in Conclave porpore e pizzi e merletti e ne escano con l’elezione di un papa «convertibile» dai poveri della terra come lo sono stati Romero e Càmara. Per nutrire l’attesa, proponiamo il testo integrale del discorso dell’abate Werlen, che dimostra come la Chiesa possa essere diversa pur rimanendo sé stessa. Per la copertina di questo numero abbiamo scelto la poesia di Giovanni Cristini (1925-1995), collaboratore nei primi anni della rivista genovese «Il Gallo», il quale indica nel «rosso lume, che sull’altare vacilla e non si spegne» l’unico vero punto focale della speranza cristiana. Dialoghi

pp. da

stac

dell’Acare bate

di riflessione cristianaBIMESTRALE

Madre dei santi e dei poveri

peccatori, come me, come tutti sulla terra, immagine imperfetta, avvilita e straziata della più grande utopia (tanto grande che genera stupore, odio, irrisione, ironia), io non so che ci sia di là della caverna in cui viviamo e sul cui fondo si agitano ombre bellissime e rissose, ma so che nella tua fede han chiuso gli occhi in pace i padri dei miei padri, poveri cristi con le braccia in croce. So che l’orgoglio della mente e del cuore non dà luce e speranza, né pietà. Per questo a te ogni giorno sgomento faccio ritorno prodigo mai partito e mai rimasto e per i figli prego perché all’ombra della tua casa possano sostare liberamente andare e ritornare chiedere asilo e sbattere la porta, in questa grande, libera avventura, tu che sei roccia da cui rompe l’acqua e albero del pane porta della speranza finestra spalancata sul Mistero. Nel buio dell’eclisse il debole raggio che ancora filtra dalle tue gotiche ogive fa luce più del sole che rotola nel vuoto cielo astrale. Tra le tue mura dove si è raccolto il silenzio superstite di un universo fatto disumano una folla di morti fa ressa attorno al rosso lume che sull’altare vacilla e non si spegne. Giovanni Cristini (1925-1995) da Poesie (1978-1995), Istituto di propaganda libraria, Milano 1997


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Vangelo e diritto canonico Senza Bibbia il codice non ha anima Carlo Maria Martini è morto il 31 agosto 2012, vigilia dell’inizio delle celebrazioni per i 50 anni dall’apertura Concilio. Il primo evento, convocato a Roma il 15 settembre dalle comunità di base «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri», lo ha ricordato con affetto. Martini non fu Padre conciliare (nel 1962 iniziava l’insegnamento al Pontificio Istituto biblico), ma da vescovo di Milano (1979) si impegnò a tradurre nella sua diocesi la visione conciliare di una Chiesa appassionata del mondo, meno disposta a perdere tempo davanti allo specchio a rimirare prestigio e potere. «Sogno una Chiesa capace di essere fermento di società, una Chiesa che parli più coi fatti che con le parole, che non dice se non parole che partano dai fatti, che si appoggino ai fatti, una Chiesa consapevole del cammino arduo e difficile di molta gente, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità, una Chiesa sinceramente partecipe delle pene di tutti e desiderosa di consolare. Lasciateci prendere ispirazione da grandi ideali, lasciateci contemplare quelle figure che, come Ambrogio, hanno segnato un passaggio di epoca non con imprese militari, non con riforme imposte dall’alto ma valorizzando la vita quotidiana della gente, insegnando che la forza e il Regno di Dio sono già in mezzo a noi e che basta aprire gli occhi e il cuore per vedere la salvezza di Dio all’opera». Il sogno è del 6 agosto 1996, festa della Trasfigurazione. Prezioso, perché suggerisce un metodo di lavoro, un criterio di discernimento delle preoccupazioni, una direzione per gli investimenti pastorali. Nel card. Martini si ammirava la serenità con la quale riconosceva le sue divergenze col Vaticano sulle risposte ai problemi che da cinquant’anni mortificano la vitalità della Chiesa. Questioni mai risolte, che la Curia romana si ritrova sul tavolo perché una parte del Popolo di Dio non demorde. Le posizioni del cardinale non

hanno certo fatto la felicità di Roma. Soltanto la statura della sua personalità spiega il rispetto che Benedetto XVI gli ha manifestato alla sua morte, riconoscendolo «uomo di Dio, pastore generoso e fedele». Fedeltà difficilmente riconducibile al generico concetto di «diversità nell’unità» proposto nell’omelia della messa ai funerali in Duomo. di Aldo Lafranchi

Individuare le fonti della libertà di valutazione del cardinale sull’esclusione dei divorziati risposati dall’eucaristia, sulla collegialità dei vescovi nel governo della Chiesa, sull’elezione dei vescovi sottratta al clero e ai fedeli delle diocesi, sulla riforma della Curia vaticana, sul controllo delle nascite, sul celibato imposto ai soli preti della Chiesa d’Occidente, sull’apertura dei ministeri alle donne, non dovrebbe apparire irrispettoso. L’ipotesi è che tra il sogno del cardinale e le soluzioni ai problemi da lui prospettate un rapporto debba esserci. Le richieste delle Chiese locali disperse nel mondo non sono le difficoltà, i disagi, le sofferenze, i fatti di cui parla il sogno e ai quali la Chiesa dovrà pure un giorno dare una risposta che non sia la scontata non entrata in materia? La Sacra Scrittura fonte di ispirazione Non c’è dubbio che la sensibilità umana del cardinal Martini fosse figlia della sua formazione teologica, orientata fin dall’inizio alla Sacra Scrittura, il ramo più nobile della teo­logia, essendone la sorgente. «Ha scelto la parte migliore», vien da dire pensando a Gesù, Marta e Maria. La Scrittura ha modellato lo sguardo del cardinale sulle persone, sulle cose, sul mondo. A Milano entrò da vescovo con il Vangelo in mano, a significare la sua volontà di farsi guidare soltanto da quell’autorità. «È stato un uomo di Dio che non solo ha studiato la Sacra Scrittura ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita»: così Benedetto XVI nel messaggio letto al funerale. Parlando un giorno con Enzo Biagi, era il 1989, dei «due momenti della sua vocazione», men-

zionata «la prima intuizione che Dio è tutto e tutto può chiedere», della seconda il cardinale disse: «Ho un po’ come riscoperto l’aspetto evangelico, che cosa vuol dire portare la buona novella tra la gente del mondo, ho trovato una maniera più personale, acqua che nasce come sorgente». I vangeli raccontano di Gesù di Nazaret che pagò con la passione e la morte la contestazione dell’impianto teologico del suo tempo. Per le autorità religiose di Galilea la legge, la Torah, era tutto. Compito dell’uomo era di meditarla e praticarla. Impedendo la condanna dell’adultera alla lapidazione da parte degli adulteri che la stavano accusando («Chi è senza peccato scagli la prima pietra»), affermando che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, Gesù ha creato scandalo. È andato oltre la legge perché con la pienezza della sua umanità coglieva ciò che gli altri, nelle persone, non riuscivano a considerare: la complessità dell’umano, gli aspetti più segreti del cuore, i limiti individuali che creano difficoltà indesiderate, l’incapacità a volte di evitare di mettersi nei guai, aspetti che la legge, per sua natura, non coglie. Gesù ha praticato la libertà di coscienza a partire dalla conoscenza che aveva delle persone e delle situazioni, ha affermato la libertà nei confronti della legge quando non considera la complessità del vivere. Sulle peripezie del cuore umano, dove due più due non fa mai quattro, la Parola ha ammaestrato il cardinal Martini. Un giorno, in un incontro, Eugenio Scalfari gli chiese quali fossero, in ordine di importanza, «i problemi della Chiesa non più rinviabili». «Come primo», rispose «l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati»1. Discorrendo, sempre con Scalfari, di un eventuale nuovo Concilio, l’idea del cardinale era che andrebbero convocati con frequenza regolare, di breve durata, un solo tema all’ordine del giorno. A Scalfari che gli chiedeva la prima questione che avrebbe suggerito, il cardinale tornò su «il rapporto della Chiesa con i divorziati»1. Aggiungendo: «riguarda molte persone e purtroppo il numero delle famiglie coinvolte aumenterà. Va dunque affrontato con saggezza e preveggenza»2. La preoccupazione è


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riemersa nell’ultima intervista, rilasciata tre settimane prima di morire: «Se la famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà anche la generazione futura (…) La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta: come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»3. Parole che partivano dai fatti, che si appoggiavano ai fatti. L’ansia del cardinale andava di pari passo con la constatazione dell’aumento dei casi di divorzio. La domanda sottintesa era: quanti fedeli vuole ancora perdere la Chiesa prima di offrire la soluzione? Di nuove emorragie la Chiesa non ha bisogno. Di drammatiche ne ha conosciute due negli anni subito dopo il Concilio, la prima con l’enciclica Sacerdotalis coelibatus (24 giugno 1967) che comportò per la Chiesa la perdita di centomila presbiteri, la seconda con l’enciclica Humanae vitae (25 luglio 1968) che, scrisse il card. Etchegaray nelle sue memorie, determinò «un grave scisma silenzioso» da parte delle coppie che non si sono più sentite capite dalla gerarchia vaticana. Due problemi, guarda caso, non ancora risolti, che Paolo VI, intuendo l’esito della discussione e della votazione in aula, tolse dall’agenda dei padri conciliari. Le questioni costrette a dormire sui tavoli della Curia romana segnalano «l’incapacità di Roma di affrontare e risolvere i problemi». Lo ha scritto sul suo blog, un giorno di febbraio del 2012, Martin Werlen, abate benedettino di Einsiedeln, riferendosi all’impegno preso nel 2005 da Benedetto XVI di fare qualcosa per i divorziati risposati e constatando, sette anni dopo, che nel frattempo nulla è stato fatto. Sulla questione l’abate è tornato nell’omelia della messa di apertura dell’Anno della fede, il 21 ottobre 2012: «Se i problemi non vengono affrontati o se neppure è lecito parlarne, ci si gioca la credibilità e con essa anche la fede. Se chi ha la responsabilità non si rende conto della situazione, è inevitabile che poi nascano iniziative che sono un grido di aiuto, interventi di emergenza comprensibili, che possono portare alla divisione, all’abbandono dell’istituzione. La Chiesa ha perso molta credibilità»4. Se il Papa si era detto disponibile ad affrontare la questione dei divorziati

risposati ma poi nulla è successo, la domanda è: che cosa paralizza la Curia romana? Dove porta il Vangelo, dove il diritto canonico Per il card. Martini la questione dei divorziati risposati in rapporto all’eucaristia era risolvibile in tre giorni: il tempo per scrivere, firmare e pubblicare la decisione. Se la Curia romana la via d’uscita non la trova è perché la cerca sfogliando il Codice di diritto canonico. Si prenda il caso di una donna con due figli dal primo matrimonio e un terzo dal secondo. Perché si ritrovi degna della comunione, che cosa le chiede il diritto canonico? In nome del canone 1056 (Indissolubilità del matrimonio) di tornare a essere come era prima di risposarsi. In pratica, di rompere anche la seconda famiglia, separarsi dal secondo marito, separare il terzo figlio da suo padre, divorziare una seconda volta se il secondo marito si risposerà. Ma davvero si possono imporre simili condizioni? Si può chiedere a una madre di separare il figlio dal proprio padre? Che si tratti di condizioni improponibili lo dicono i fatti: per i divorziati risposati non si fa nulla, li si lasciano dove sono, privati dell’«aiuto della forza dei sacramenti». Detto tra noi, doveva il Vaticano farsi ricordare dal card. Martini che «prima della Comunione tutti noi preghiamo: ‘Signore non sono degno’ (…) Noi sappiamo di non essere degni (…) L’amore è grazia, è dono…»?5. Non ripete anche il Papa ogni giorno «Signore, non sono degno»? La via d’uscita, di ispirazione evangelica, sta nella dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà di coscienza, novità regalata dal Concilio alla Chiesa che, nel passato, il principio della libertà di coscienza l’aveva condannato giudicandolo «delirio, errore velenosissimo»6. Oggi la Chiesa dice «non si deve impedire all’uomo di agire in conformità alla sua coscienza» (3,c); «ognuno è tenuto a obbedire alla propria coscienza» (11,b). La decisione di accostarsi all’eucaristia sia dunque lasciata alla coscienza delle persone. C’è un esempio che, forse più di altri, mette a nudo limiti e incongruenze del diritto canonico. Merita di essere citato, anche per gli addentellati che presenta con i cambiamenti in atto nella società. È l’ipotetico caso del cattolico che si sposa soltanto civil-

mente, ha figli, e un giorno divorzia perché si è legato a una nubile, cattolica pure lei: possono sposarsi in chiesa con tanto di comunione. Ineccepibile dal profilo del diritto canonico, nei fatti uno scandalo. Canone 1108 del Codice di diritto canonico «Sono validi soltanto i matrimoni che si contraggono alla presenza del vescovo o del parroco o del diacono delegato». Per il diritto canonico il matrimonio civile di un cattolico non è matrimonio, è nullo e nulla. Se, sposandosi civilmente, i due per la società diventano marito e moglie, per il diritto canonico diventano concubini. «Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità» (can. 1056). Non essendoci stato matrimonio, risposandosi il nostro cattolico non viola nessuna indissolubilità, al massimo conclude il concubinaggio e la porta per sposarsi in chiesa è spalancata, come se nulla fosse successo. Come se nulla fosse successo! Come può il diritto canonico fingere di ignorare una famiglia con tanto di padre, madre e figli? Ci si rende conto a quale strana ginnastica mentale, tra realtà e finzioni, si costringono le persone, in onta al principio di identità e non contraddizione, elementare regola della ragione? Come cittadino, il cattolico deve considerare marito e moglie due cattolici che si sposano soltanto civilmente; in quanto cattolico, li deve considerare non sposati! Riconoscere il matrimonio civile Essendo il regime di cristianità che ha dato forma alla stagione del Sacro Romano Impero un lontano ricordo oggi, ci si deve chiedere se il can.1055, par. 2 «Tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale che non sia per ciò stesso sacramento» non vada ripensato. In Occidente sempre più battezzati si sposano soltanto civilmente (in Lombardia, terra di battezzati, il numero di matrimoni civili nel 2012 ha superato quello dei matrimoni in chiesa). Per il rispetto che si deve alle persone, alle famiglie, all’istituzione civile, può ancora il diritto canonico non riconoscere il matrimonio civile? Considerare possibile l’esistenza di matrimoni, tra battezzati, che non siano sacramento, è una questione che prima o poi andrà affrontata. Anche perché la teologia pastorale il passo lo ha già fatto. Oggi ci sono parroci che, per salvaguardare il rispetto do-


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vuto al sacramento, invitano i battezzati non praticanti, privi della visione di fede, a sposarsi soltanto in Municipio, riconoscendoli per quello che sono: marito e moglie, non concubini. Non solo: oggi succede che le Chiese locali si muovano a difesa non soltanto del matrimonio-sacramento ma anche del matrimonio civile tra battezzati, e anche tra non battezzati. Sta succedendo, ad esempio, in Francia dove, dopo l’annuncio del presidente Hollande di aprire il matrimonio alle coppie omosessuali, i vescovi hanno pubblicato un documento per dimostrare che la proposta non ha senso per l’intera società. Il nuovo codice di diritto canonico Gli studenti di teologia che non mirano alla carriera ecclesiastica, in genere, al diritto canonico non si appassionano. È la materia meno teologica (il suo statuto di scienza teologica non fa l’unanimità), il tono è arido, freddo come ogni testo di legge. Chi non ha avuto tra le mani il Codice sarà sorpreso nel sapere che non vi si trovano citazioni bibliche (soltanto sei rimandi nel Preambolo, a giustificare la necessità per la Chiesa di avere leggi proprie). A sostegno della giustificazione dei vari capitoli si trova un succinto rimando di natura dottrinale. Non sarà stato casuale che pochi giorni dopo la promulgazione del nuovo codice di diritto canonico, il 25 gennaio 1983, e in previsione della sua entrata in vigore il 27 novembre, Giovanni Paolo II in un discorso del 3 febbraio abbia invitato a leggere il futuro codice tenendo presente «la Sacra Scrittura, unica e insostituibile legge fondamentale della Chiesa». Felice riaffermazione, visto che spesso la Curia romana favorisce l’impressione che a contare sia il diritto canonico. Intriga, per contro, l’assenza nei 1752 articoli del corpo legislativo canonico di tracce visibili dell’unica e insostituibile legge fondamentale. È un paradosso che ha le sue conseguenze, dal momento che l’assenza della lettera comporta l’assenza anche dello spirito del Vangelo. Il paradosso spiega la distanza che separa i due opposti orizzonti che danno forma alla visione delle cose nel cultore del diritto canonico da un lato e nel cultore della Sacra Bibbia dall’altro. Differenza che si ritrova, puntualmente, nella diversità delle reazioni della Curia romana e del cardinal Martini di fronte ai proble-

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mi la cui soluzione, da cinquant’anni, Roma sta protraendo alle calende greche. Sfogliando il Codice, l’impressione del lettore è di avere tra le mani la raccolta delle leggi ecclesiasticopratico-amministrative pensate da un legislatore molto umano (non nel senso della misericordia), per una realtà sociale dalle dimensioni della Chiesa. Il modo di procedere ricalca quello del diritto in genere, discendente dal diritto romano. Non si vede in che senso il metodo possa essere definito «teologico». Nel Preambolo, il Codice si dà come obiettivo di stabilire norme che, adattandosi alla missione salvifica della Chiesa, creino ordine nella società ecclesiale. La speranza è che le norme canoniche non siano di eccessivo ostacolo alla sua missione salvifica della Chiesa. Il Nuovo Catechismo Il 15 agosto 1997 Giovanni Paolo II ha pubblicato il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Tratta del Credo, della liturgia, dei sacramenti, dei comandamenti, delle beatitudini e della preghiera. È raccomandato quale «sorgente primaria per la conoscenza degli insegnamenti della Chiesa cattolica, sia generali che particolari» e come «sicura indicazione per l’insegnamento della fede cattolica»7. Per nutrire lo spirito dei fedeli nell’Anno della fede in corso, Benedetto XVI ha raccomandato la lettura del Nuovo Catechismo. Se la Scrittura è «l’unica insostituibile legge fondamentale della Chiesa», una domanda bussa alla porta: come mai non si approfitta di occasioni come l’Anno della fede per invitare la Chiesa sparsa nel mondo ad alimentare la sete della Parola, attingendo alla fonte la conoscenza di Dio, delle sue meraviglie, del suo amore, della sua misericordia? Che cosa spinge la Curia romana, per una sorta di riflesso condizionato, a preferire i propri testi, ad anteporre alla Parola originaria le proprie elaborazioni dottrinali, i propri insegnamenti che, per preziosi che siano, sono pur sempre opera dell’uomo che necessita di continuo aggiornamento, di parole diverse a seconda dei tempi (compito assegnato da Giovanni XXIII al Concilio) e che mai potrà sostituire «la sublime scienza di Gesù Cristo», unica e insostituibile legge della fede? Nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, cap. VI, n. 25, non chiede il «santo Concilio» alla gerarchia di «esortare

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con ardore e insistenza tutti i fedeli ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture poiché l’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo (s. Gerolamo)»? Il riflesso condizionato che inclina la Curia romana a prediligere le proprie mediazioni della Parola alla Parola stessa è il prezzo che la nostra Chiesa paga alla storia. Il merito di avere reso accessibile ai fedeli la Parola di Dio, storicamente, è di Lutero, grazie alla sua traduzione della Bibbia in lingua tedesca e all’uso che la Riforma ha fatto nella liturgia. Per Lutero l’«unica e insostituibile legge fondamentale della Chiesa» è la sorgente della fede che, sola, salva (sola Scriptura). Per Roma, determinante è pure il ruolo della Tradizione, in particolare dei concili ecumenici con le definizioni dogmatiche (spesso filtrate attraverso categorie filosofiche di non immediata comprensione) e gli insegnamenti dei vescovi di Roma. C’è voluto il Concilio di Giovanni XXIII perché nelle nostre celebrazioni liturgiche la Sacra Scrittura diventasse pane vivo per i fedeli e la sete della Parola di Dio, dopo secoli di coltivata diffidenza, si diffondesse tra i cattolici. Strano destino per «l’unica insostituibile legge fondamentale della Chiesa». E per chiudere… «Né il clero, né il diritto canonico possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti…»8. L’affermazione del card. Martini sui due modi di considerare l’agire umano, uno che si rifà al clero e al diritto canonico, l’altro all’interiorità dell’uomo, ispira un’analogia con due scuole che nelle scienze psicologiche si contendono la lettura dei comportamenti: il behaviorismo americano (da behaviour, comportamento) da un lato, la psicologia clinica europea dall’altro. Per il behaviorismo la comprensione scientifica dei comportamenti deve arrestarsi all’analisi della loro «faccia esterna»: ciò che si vede, ciò che tutti possono verificare, eventualmente misurare. Per la psicologia clinica il significato dell’agire è raggiungibile soltanto attraverso l’analisi della sua «faccia interna»: le intenzioni private, i significati determinati dalla storia per-


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sonale, eventi particolari, attese mai confessate, i fantasmi privati, le strategie segrete: tutti dati esteriormente invisibili, reperibili soltanto grazie alla parola del protagonista, all’introspezione o a tecniche particolari come la psicoanalisi (l’analisi dei sogni, dei sintomi, degli atti mancati), partendo dalla premessa che ogni persona è una storia unica e irrepetibile. Il diritto canonico sta al behaviorismo come il Vangelo alla psicologia clinica. Di fronte a una persona divorziata risposata, il Codice prende atto e conclude sulla base del principio: «la legge è uguale per tutti», declinabile in: «la legge non guarda in faccia a nessuno». Non considera se la persona abbia voluto o imposto o accettato

o subìto il divorzio. Conta che, risposandosi, ha trasgredito il can 1056. Gesù con l’adultera si è comportato da psicologo clinico: conoscendola più di quanto lei non si conoscesse, non l’ha condannata. L’invocazione «Amami quando non lo merito, perché è quando ne ho maggiormente bisogno»9 rivolta alla Chiesa da un divorziato risposato, per il diritto canonico è pane che spezza i denti, per il biblista la preghiera perfetta che traduce spirito e stile di Gesù, da cinquant’anni sedimentati anche nel documento conciliare Dignitatis humanae. Non è la via che il card. Martini ha praticato per il discernimento: lasciare al Signore, che legge i cuori, di occuparsi della coscienza delle persone?

La Scrittura torni, per noi cattolici, a essere La Stella Polare! NOTE Le citazioni prive di annotazione specifica sono tolte da Internet, voce: Carlo Maria Martini. 1. E. Scalfari, Conversazioni con Carlo Maria Martini, Fazi editore, Roma 2012, p. 57. 2. Ivi, p. 63. 3. «Corriere della Sera», 8 agosto 2012. 4. M. Werlen, «Brace sotto la cenere», Einsiedeln, 2012. 5. «Corriere della Sera», 8 agosto 2012. 6. Enciclica Mirari vos, Gregorio XVI, 1832. 7. Lettera apostolica Laetamur Magnopere (15 agosto 1997). 8. «Corriere della Sera», 8 agosto 2012. 9. Roberto Saviano, Che tempo che fa, RAI 29 ottobre 2012.

Il Generale Guisan e il popolo svizzero

Cercavamo braccia, sono arrivati uomini

di Jean-Jacques Langendorf e Pierre Streit

di Max Frisch

Il generale Henri Guisan (18741960), comandante in capo dell’esercito svizzero durante la Seconda Guerra mondiale, ha rappresentato la volontà di difesa ad oltranza del popolo svizzero. Questo libro non è una nuova biografia né un’angiografia, ma ricostruisce la figura di Guisan in modo originale. Lo colloca nel suo contesto, lo compara ai generali che lo hanno preceduto e a quelli che hanno operato nello stesso periodo. Inoltre illustra l’eccezionale relazione di fiducia che il generale ha saputo instaurare con la popolazione svizzera. Collana «I Cristalli», formato 12,5 x 21 cm, 308 pp. con inserto fotografico, Fr. 30.–

I duri rimproveri che il patriota critico Frisch ha mosso a quella che egli stesso aveva definito la «Svizzera senza utopie», ai miti nazionali e a molti aspetti della società e della mentalità elvetica offrono lo spunto per capire taluni risvolti della Svizzera degli ultimi decenni, per interpretare il suo presente e magari anche per immaginare il suo futuro. Questo volume propone un’ampia scelta degli scritti di Frisch sulla Svizzera, dal 1946 al 1986, con l’aggiunta della sceneggiatura cinematografica «Transito di Zurigo» e del radiodramma «Rip van Winkle», nei quali ha ripreso e svolto il tema dell’identità e dell’alienazione dell’individuo nella società contemporanea. Collana «I Cristalli», formato 12,5 x 21 cm, 344 pp., Fr. 20.–

Il decimo cielo di Etienne Barilier - prefazione di Fabio Pusterla In questo ampio e complesso romanzo dedicato alla parabola culturale e umana del grande filosofo quattrocentesco Pico della Mirandola, Etienne Barilier intende ricostruire, con dovizia di particolari e solidità di informazione filologica, un panorama tra i più vasti, affascinanti e difficili della storia politico-culturale europea, cioè quello dello splendore signorile di corti e città italiane a un passo dalla catastrofe. C’è qualcosa che non

si limita alla ricostruzione storica, sia pure raffinata e coltissima; né al puro scandaglio di un’avventura intellettuale tra le più alte della cultura europea; c’è qualcosa che parla anche di noi, del nostro presente, e della possibilità di coltivare ancora una speranza nella ragione, nella ragionevole convivenza, nella curiosita e nella tolleranza. Collana «I Cristalli», formato 12,5 x 21 cm, 496 pp., Fr. 25.–

Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, info@editore.ch, www.editore.ch


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cronaca

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cronaca internazionale

e dai Rom e sarà predisposto un progetto specifico con l’obiettivo di migliorare le opportunità dei giovani di questa minoranza etnica.

a cura di Alberto Lepori

Vescovi europeisti. I vescovi austriaci hanno tenuto a Bruxelles, dal 5 all’8 novembre, la loro assemblea plenaria, nella sede della COMECE (Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea), visitando il Parlamento europeo e inaugurando un’esposizione dedicata a Hildegard Burjan (1883-1933), una parlamentare austriaca beatificata, pioniera della socialità e fondatrice delle religiose di «Caritas socialis». Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha dichiarato che «non c’è alternativa all’integrazione europea»; il cardinale Reinhard Marx, presidente della COMECE, ha aggiunto che «la Chiesa cattolica è decisa ad accompagnare il progetto di integrazione europea a tutti i livelli», universale, europeo, nazionale, auspicando che altri episcopati seguano l’esempio austriaco. Un battistero ecumenico. A Biella (Piemonte) c’è un luogo aperto ai battesimi di tutti i cristiani. Si tratta dell’antico battistero, risalente all’XI secolo, che la diocesi biellese ha deciso di mettere a disposizione di tutti i cristiani della zona, siano essi cattolici, ortodossi o protestanti. A rendere concreta questa disponibilità è stato lo scorso 9 giugno il battesimo di una bimba valdese, il primo celebrato da protestanti del Biellese nell’antico edificio di culto. L’apertura ecumenica del battistero era stata annunciata lo scorso anno, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in un incontro a cui avevano partecipato rappresentanti cattolici, valdesi e ortodossi. In quell’occasione gli intervenuti avevano sottolineato due elementi che rendevano il battistero un luogo ecumenico: il fatto storico che l’edificio risalisse a un periodo precedente alle divisioni dei cristiani e il fatto teologico che il battesimo, amministrato nel nome della Trinità, è riconosciuto reciprocamente dalle tre confessioni cristiane. Perché non dichiarare ecumenico il battistero storico di Riva San Vitale? Cristiani a rischio. I cristiani sono a rischio di scomparire dal Vicino Oriente, a causa della ostilità delle popolazioni musulmane che considerano il cristianesimo una religione

occidentale. Agli inizi del Novecento rappresentavano il 20% della popolazione, oggi sono al massimo il 5%. L’unico Paese dove i cristiani sono in aumento e godono della libertà religiosa è Israele, ove nel 2012 risultavano essere circa 158.000, pari al 2% della popolazione; l’80% di loro è di origine araba e la maggioranza appartiene alle Chiese orientali ortodosse. Pasqua ecumenica. Dal 2013 i cattolici del Patriarcato latino di Gerusalemme celebreranno la Pasqua dell’unico Signore la stessa domenica degli ortodossi, rinunciando a seguire il calendario gregoriano, instaurato da Papa Gregorio XIII nel 1582 e rifiutato dagli ortodossi, fedeli a quello giuliano (risalente addirittura a Giulio Cesare!). Nel 2014 la Luna sarà… ecumenica e cattolici e ortodossi di tutto il mondo festeggeranno la Risurrezione (sempre dell’unico Signore) il 20 aprile. E dopo: ancora divisi? Partenza deprecata. La Comunione mondiale delle Chiese riformate (CMCR) lascerà Ginevra nel 2014 a causa della debolezza dell’euro rispetto al franco svizzero. La CMCR rappresenta 80 milioni di cristiani, diffusi in 108 Paesi. Questa partenza rappresenta purtroppo un’emarginazione della voce riformata nel dialogo ecumenico. Piccola struttura, che impiega sette persone, il segretariato centrale sarà fisicamente tagliato fuori dalle sue grandi sorelle: il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) e la Federazione luterana mondiale (FLM). Minoranze riconosciute. Il Land tedesco dello Schleswig-Holstein è diventato il primo stato federale in Germania ad aggiungere i Sinti e i Rom al suo elenco di gruppi minoritari protetti dalla costituzione. I Sinti e i Rom erano stati riconosciuti minoranze nel 1995 dal Governo federale ma era indispensabile che ogni singolo stato introducesse il riconoscimento nella sua costituzione. Ora, in SchleswigHolstein, i Sinti ed i Rom godono degli stessi diritti delle altre due minoranze riconosciute, la danese e la frisone. In concreto si provvederà a creare una piattaforma per rispondere alle preoccupazioni espresse dai Sinti

Compleanni protestanti. All’inizio del 2013 il settimanale «Riforma», edito dalla Chiesa valdese a Torino, e continuatore del giornale «Valle Valdesi», ha festeggiato i vent’anni di vita, mentre «Protestantesimo», la rubrica televisiva di Rai 2 curata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), ha ricordato i quarant’anni di diffusione. Si tratta di due interessanti e agili strumenti di comunicazione che vogliono dimostrare come esistano anche «altri cristiani» in Italia, in un panorama mediatico poco attento ed informato. 50 anni dalla «Pacem in terris». I promotori dell’Assemblea nazionale «Chiesa di tutti-Chiesa dei poveri», convocata da gruppi ecclesiali, riviste e associazioni lo scorso settembre a Roma («Dialoghi» n. 224, dicembre 2012, p. 19) organizzano il 6 aprile, pure a Roma (Auditorio di via dei Frentani 4, presso la stazione Termini) un convegno per ricordare l’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, avvenuta l’11 aprile 1963. Sono annunciati interventi di Rosanna Virgili (L’annunzio di pace del Vangelo), Daniele Menozzi (Guerra e pace al tempo dell’enciclica), Giovanni Mazzillo (la teologia dell’enciclica), Antonietta Potente (l’antropologia), Giovanni Cereti (Religioni e pace) e Raniero La Valle (conclusioni). Per informazioni e iscrizioni: Vittorio Bellavite: vi.bel@iol.it. Una chiesa per i musulmani. A Rheydt, presso Mönchengladbach, nell’Ovest della Germania, la Chiesa metodista ha venduto il proprio tempio a una comunità di aleviti, una corrente liberale dell’lslam diffusa soprattutto in Turchia e in Siria. Da tre anni l’edificio non ospitava più alcun culto o attività. Le trattative per la vendita a comunità cristiane non essendo andate in porto, la chiesa è stata ceduta agli aleviti, benché finora le confessioni cristiane si siano sempre dette contrarie alla trasformazione di un luogo di culto cristiano in uno musulmano. Purtroppo a essere impietosi sono i numeri: in Germania i metodisti sono 60 mila, gli aleviti 600 mila. Anche i protestanti ticinesi sono costretti a cedere la chiesa di Melide, per il venir meno della comunità che


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la sosteneva. Speriamo che vi si pregherà anche in futuro almeno… il Dio di Abramo, padre di tutti i credenti! Premiate le suore americane. La Fondazione Herbert Haag, creata nel 1985 dal professor Herbert Haag, docente di teologia all’Università di Tübingen, e della quale è presidente il teologo Hans Küng, ha de­ciso di conferire per il 2013 il Premio per la Libertà nella Chiesa alle religiose americane rappresentate dalla Leadership Confe­ rence of Women Religious (Lcwr), da sempre impegnate nelle questioni più scottanti della società contemporanea e attualmente in difficoltà con la Congregazione per la dottrina della fe­de per un loro presunto orientamento «femmini­sta e radicale». La Conference rappresenta cinquecento congregazioni e decine di migliaia di religiose. La cerimonia di conferimento del premio avrà luogo il 14 aprile 2013 a Lucerna; nel 2012 il premio fu conferito all’iniziativa dei preti austriaci promotori nel giugno 2011 di un «Appello al­la disobbedienza» («Dialoghi» n. 222, giugno 2012). La discussione continua. Dopo quattro anni di discussioni e minacce, padre Roy Bourgeois, un religioso di 74 anni, è stato scomunicato, espulso dalla propria congregazione reli­giosa e ridotto allo stato clericale. Membro dei missionari di Maryknoll, noto per la sua attività pacifista, è stato condannato per aver appoggiato l’ordinazione sacerdotale femminile, concelebrando nel 2008 durante la cerimonia in cui venne ordinata una donna. Padre Roy ha dichiarato: «Sono prete cattolico nella comunità di Maryknoll da 40 anni e vi sono entrato da giovane per il suo lavoro per la giustizia e l’ugua­glianza nel mondo. Essere espulso da Ma­ryknoll e dal sacerdozio perché ritengo che anche le donne siano chiamate ad essere preti è molto difficile e doloroso (…) Il Vaticano e Maryknoll pos­ sono espellere me, ma non possono espel­lere il tema dell’uguaglianza di genere nella Chiesa. La richiesta di uguaglianza di gene­re affonda le sue radici nella giustizia e nel­la dignità e non scomparirà». Il tema dell’ordinazione delle donne al presbiterato continua a sollecitare l’attività repressiva del Vaticano, che così pensa di evitare che se ne discuta. Il gesuita Bill Brennan, 92 anni (!) è stato sospeso a divinis per aver concelebrato lo scorso 17 novembre con una donna appartenente al movimento internazionale

Fardello di dolore scandalo per l’Europa Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto, attraverso la Prefettura, ai sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui otto giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce. Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane Roman Catholic Women Priest; al teologo statunitense William Ditewig, docente alla Santa Clara University, è stato revocato l’invito a parlare in un convegno che affrontava il tema del diaconato femminile, tema da lui trattato in sede storica. Ma il cardinale Francis George di Chicago ha affermato che si tratta di «una questione aperta»… L’Associazione dei preti cattolici irlandesi (che raccoglie circa un quarto del clero locale) ha rilasciato una dichiarazione affermando che questo genere di provvedimenti sono controproducenti e non porranno fine al dibattito.

un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso e avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza. Giusi Nicolini Questa lettera del sindaco di Lampedusa e Linosa è stata pubblicata da «Riforma», Torino, sul numero del 30 novembre 2012. Giustizia nelle Chiese. Per la Settimana mondiale di preghiera per l’unità dei cristiani del 2013, il motivo conduttore era un brano del profeta Michea: «Quale offerta porteremo al Signore, al Dio Altissimo? (…) In realtà il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio». Fulvio Ferrario (in «Riforma», 18 gennaio 2013) ha invitato a praticare la giustizia nelle nostre Chiese: «Il Signore non desidera tonnellate di documenti di studio e, forse, è anche un po’ stanco di interminabili discus-


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sioni teologiche su quale Chiesa sia veramente tale e quale, invece, lo sia un po’ meno. Egli desidera, invece, che le sue Chiese si diano un po’ più da fare per promuovere la giustizia. Non credo che ciò significhi sostituire ai lunghi testi che discutono come la Chiesa dovrebbe essere altri testi, altrettanto lunghi, su come dovrebbe essere la società. Forse basterebbe un poco più di giustizia nelle Chiese, e cioè: meno emarginazione di chi la pensa diversamente dai capi; più partecipazione dei cosiddetti laici, cioè Chiese meno clericali; finirla, una buona volta, con la discriminazione delle donne nella comunità cristiana. È solo l’“abc” ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Un simile tentativo otterrebbe almeno un risultato immediato: aiuterebbe a capire quali sono i veri problemi delle Chiese oggi. Non è tutto, ma neanche poco». Religioni accanto. Sta per diventare realtà concreta l’«Esplanade des religions», uno spazio pubblico in cui sorgeranno fianco a fianco due templi buddisti, una moschea e una sinagoga. L’idea è del sindaco della cittadina francese di Bussy-Saint-Georges, situata a 30 chilometri da Parigi. «La nostra città – ha spiegato Rondeau – è composta di persone che provengono da diverse parti del mondo e portano con sé la loro religione: il nostro compito è di incoraggiare il dialogo nell’ambito di un’idea di laicità che mantenga la neutralità dello Stato ma non neghi o rigetti la fede religiosa». Bussy-Saint­Georges è passata dai 700 abitanti degli anni ’80 ai 25.000 attuali, la metà dei quali di origine asiatica. Dei quattro luoghi di culto, la pagoda taiwanese è già in funzione, mentre prossimamente saranno inaugurati il tempio laotiano, la moschea e la sinagoga. A Berlino è invece prevista la costruzione di una casa di preghiera multi-religiosa che ospiterà una sinagoga, una chiesa e una moschea. L’idea è stata lanciata dalla Comunità ebraica di Berlino, dall’Abraham Geiger College di Potsdam, dal Forum for Intercultural Dialogue e dall’Associazione della Chiesa evangelica di St. Petri-St. Marien. Luogo del nuovo edificio sarà lo spazio un tempo occupato dalla chiesa di San Pietro, abbattuta negli anni Sessanta del secolo scorso dopo essere stata gravemente danneggiata dalla guerra. Il progetto prevede tre sale dalle stesse di­mensioni a cui si accederà attraverso un ampio atrio utilizzabile

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per eventi comuni. Lo scopo non è di amalgamare, ma quanto piuttosto far avvicinare le comunità, con un approccio di dignità e rispetto reciproco. A Vienna lo scorso 26 novembre è stato inaugurato il «Centro internazionale per il dialogo interreligioso e interculturale Re Abdullah Bin Abdulaziz». Si tratta di un’iniziativa saudita in collaborazione con altri due Stati fondatori, Austria e Spagna. Il Centro favorirà il dialogo tra fedeli di diverse religioni e culture in tutto il mondo, con l’intento di accrescere la reciproca conoscenza e cooperazione, promuovere il rispetto per la diversità, la pace e la giustizia. Alla cerimonia inaugurale sono intervenute personalità internazionali e rappresentanti di rilievo di ogni comunità di fede. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha sottolineato l’importanza del contributo che le fedi possono portare al rispetto reciproco e alla riconciliazione. Tra gli altri erano presenti il metropolita Emmanuel di Francia, presidente della Conferenza delle Chiese europee (Kek) e Bartolomeo l, patriarca ecumenico di Costantinopoli. Contro la bestemmia. Secondo un recente studio dell’americano Pew Forum, otto Paesi europei su 45 hanno leggi contro la blasfemia nei loro codici, mentre 35 hanno leggi contro la diffamazione religiosa in generale. Gli otto Paesi con leggi contro la blasfemia sono Danimarca, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi e Polonia. Una legge contro la blasfemia in Inghilterra e Galles è stata abrogata nel 2008. I Paesi Bassi e l’Irlanda stanno considerando l’abolizione delle proprie leggi contro la blasfemia; la legge danese, vecchia di cinquant’anni, non è mai stata applicata. Lo studio ha rilevato che le leggi contro la blasfemia sono più diffuse nel mondo musulmano, dove sono presenti in 13 su 20 Paesi in Medio Oriente e in Africa del Nord, così come in nove Stati asiatici a maggioranza musulmana o, nel caso dell’India, con un’ampia minoranza musulmana. Negli Stati Uniti, una decisione della Corte suprema del 1952 ha annullato le leggi statali contro la blasfemia. Il Codice penale svizzero punisce con una pena pecuniaria (art. 261) «chiunque pubblicamente e in modo abietto offende o schernisce le convinzioni altrui in materia di credenza»; è pure punito schernire un oggetto o un atto di culto.

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Arturo Paoli, il centenario di un testimone Nato a Lucca il 30 novembre 1912, Arturo Paoli a 25 anni (è professore di lettere al liceo classico) entra in seminario ed è ordinato prete nel 1940. Il Vescovo Torrini lo destina, con altri tre confratelli, ad «assistere i perseguitati della terra»: gli ebrei perseguitati dal regime razzista. Arrestato e fortunosamente liberato, riceverà il riconoscimento di «giusto tra le nazioni», mentre ai preti lucchesi il presidente Ciampi conferisce nel 2006 la medaglia d’oro al merito civile. Chiamato a Roma nel 1949 quale vice assistente della Gioventù Cattolica Italiana, sarà «espulso» (con tutta la dirigenza giovanile presieduta da Mario Rossi) dal Vaticano per la sua opposizione alla linea clericofascista di Gedda. Scriverà a Montini (il futuro Paolo VI, che non poté evitare il provvedimento) che «i giovani non volevano essere di destra»! Destinato a navigare fuori d’Italia, come cappellano sulle navi (anche per Davide M. Turoldo, il card. Ottaviani aveva disposto «di farlo circolare»), incontra i Piccoli fratelli di Charles de Foucauld e viene accolto nella congregazione, dopo un noviziato nel deserto. Dopo le prime esperienze nel porto di Algeri e poi tra i minatori di Bindua (Sardegna), ancora allontanato per il suo «deleterio» influsso sui giovani, si trasferisce nell’America Latina, attivo (e spesso perseguitato) in Argentina, Venezuela, Brasile, allora sottoposti a regimi dittatoriali, sempre impegnandosi a favore dei poveri e operando per la loro liberazione. Tornato nella diocesi d’origine, collabora al Centro Charles Foucauld nella parrocchia di San Martino in Vignale, specialmente per annunciare ai giovani «che Cristo è un amico di cui ci si può fidare senza riserve». (da un testo di Carlo Molari, «Il Regno», 15 dicembre 2012).


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Brace sotto la cenere, da scoprire insieme Una pro-vocazione per l’Anno della fede (2012-2013) Perché rassegnarsi? Un giovane aveva tutte le possibilità di riuscire nella vita. Era dotato, viveva in un ambiente che lo sosteneva, aveva un’eccellente preparazione musicale: composizione e violino. Sembrava destinato a una carriera di violinista. Ma non sempre le cose vanno nella direzione che vogliamo: e così accadde a quel giovane. A 18 anni un incidente automobilistico compromise quell’inizio di carriera. Triste, no? Aveva tutto per diventare un musicista di successo: le doti naturali, la passione, l’entusiasmo, l’ambiente favorevole. Tutto era svanito in un attimo, era rimasto solo un cumulo di cenere. Non era stato neppure per colpa sua, non era lui che guidava. Tutto finito – si sarebbe detto. Peccato! Dispiacere. Rassegnazione. E lui? Fosse stato un tipo conservatore, probabilmente avrebbe continuato col violino. Con un piccolo sforzo sarebbe forse andato a suonare nell’orchestra locale. Avrebbe semplicemente mantenuto ciò che poteva mantenere. Fosse stato un tipo progressista, sarebbe potuto entrare in un’associazione che lavora per la sicurezza sulle strade e si sarebbe potuto impegnare per le vittime della circolazione stradale. Ma non fu questa la scelta del giovane. Guardò al suo stato. Cercò di fare del suo meglio. Sotto il cumulo di cenere scoprì che c’era ancora della brace, che non era stata eliminata. Diventare un grande violinista non era più possibile, ma un direttore d’orchestra di alto livello, quello sì. Vi si dedicò con tutte le forze, scoprendo progressivamente che la brace si accendeva, diventava fuoco. Franz Welser-Möst oggi è uno dei più grandi direttori d’orchestra del mondo: ha 52 anni ed è il direttore della «Staatsoper» di Vienna. «Sono venuto a portare il fuoco» (Lc 12,49) Simili esempi infondono coraggio. Anche dove la cenere è tanta, sotto può esserci ancora della brace e il fuoco può essere ravvivato. Anche nella Chiesa, non dovremmo mai dimenticarlo. Oggi molti cristiani costatano che la cenere nella Chiesa è tantissima. Anche il Papa, Benedetto XVI, ne è consapevole. L’11 ottobre

Celebrandosi il 21 ottobre 2012, nella chiesa abbaziale di Einsiedeln, il giubileo del Concilio Vaticano II, l’abate del monastero, p. Stefan Werlen OSB, ha pronunciato un’omelia che ha avuto un’eco profonda nell’opinione pubblica. L’edizione tedesca dell’opuscolo con il testo del discorso ha raggiunto la quinta edizione e superato le ventimila copie. Il testo è poi stato tradotto in varie lingue. Stefan Werlen è nato il 28 marzo 1962 a Obergerstein, nell’Alto Vallese. A 22 anni è entrato in monastero ad Einsiedeln, dove ha assunto il nome da religioso di «Martino». L’11 luglio 1987 ha pronunciato i voti monastici, il 31 ottobre 1987 è stato ordinato diacono, il 25 giugno 1988 presbitero. In seguito è stato direttore della formazione dei giovani monaci e insegnante di psicologia. Il 10 novembre 2001 è stato eletto dai monaci 58.mo abate del monastero, egli ha inaugurato l’Anno della fede, «per riscoprire la gioia del credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede»1. di Martin Werlen OSB abate di Einsiedeln*

Non sono solamente donne e uomini cattolici ad osservare la cenere nella nostra Chiesa, ma – pure con grande preoccupazione – persone che appartengono ad altre comunità di fede o che non appartengono ad alcuna comunità. Le riflessioni che vi presento sono una provocazione. Il concetto ‘vocatio’ esprime una chiamata, una vocazione. E il prefisso ‘pro’ dice chiaramente che la vocazione, in senso positivo, è provocata ed è promossa. Queste riflessioni vogliono smuovere, vogliono essere una provocazione, vogliono incoraggiare a cercare tutti insieme la brace sotto la cenere, perché il fuoco possa divampare di nuovo. Gesù Cristo ha usato l’immagine del fuoco per descrivere la sua missione: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, vorrei davvero che fosse già acceso» (Lc 12,49). Consideriamo la situazione attuale della Chiesa per approfittarne al massimo e riaccendere il fuoco. È ovvio

il 17 dello stesso mese è stato confermato nella carica dal Papa e il 16 dicembre ha ricevuto la benedizione da parte del vescovo Amedeo Grab. Come abate di Einsiedeln ha la dignità di vescovo ed è membro della Conferenza episcopale svizzera. Il 13 gennaio 2012, giocando a volano, battendo l’occipite contro la parete ha riportato un trauma cranico che lo ha privato della capacità di parlare e di scrivere per molti mesi. Dopo la riabilitazione (che ha raccontato in un’intervista alla «Neue Zürcher Zeitung» del 15 marzo 2012), Martin Werlen ha ripreso un’intensa attività. Il 22 gennaio scorso ha annunciato che si dimetterà alla fine del 2013, rientrando nei ranghi come monaco, e ciò conformemente all’impegno, preso al momento dell’elezione, di non rimanere in carica più di 12 anni (gli abati benedettini, per tradizione, lo sono a vita). che non possiamo occuparci di tutti i problemi, magari neppure dei più importanti. Può darsi che il fine per cui buttiamo giù queste righe non riesca a smuovere chi è convinto che non ci sia niente da fare. Nonostante i nostri sforzi, forse non riusciremo a smuovere coloro che si sono rassegnati davanti alla cenere. Questo scritto non è un catechismo: di catechismi ne abbiamo già. È piuttosto un tentativo di prendere sul serio alcune voci critiche. A questo siamo incoraggiati da San Benedetto. Nella Regola egli esorta l’abate a riflettere attentamente se chi critica «non sia stato mandato proprio per quello dal Signore»2. È un atteggiamento che ci sorprende ancora oggi, dopo 1500 anni. Ma è un’istruzione che deve farci riflettere. San Benedetto non è forse il padre del monachesimo occidentale, la sua Regola non è un pezzo importante della cultura occidentale? Papa Paolo VI nel 1964 l’ha proclamato patrono d’Europa; Benedetto XVI l’ha scelto, liberamente e intenzionalmente, come patrono nel nome che ha assunto da papa. 1. Benedetto XVI, Motu proprio Porta fidei, n. 7, Città del Vaticano, 11 ottobre 2012. 2. Regola di San Benedetto, 61,4.


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Chi si adopera per far tacere la critica – pur sapendo che i problemi sono ancora irrisolti – distrugge la Chiesa, per quanto devota possa essere la sua intenzione. È fatale quando si fanno tacere dei battezzati che hanno il coraggio di chiamare la cenere con il suo nome. Quante volte ci sentiamo feriti dalle parole: «Se non sono d’accordo, possono anche andarsene»! Ciò che della Chiesa urta molte persone non è il tesoro della fede ma l’affettazione che la circonda. Ci sono ambiti ecclesiali per i quali tutto quel che dice o fa il papa è solo da lodare. Papisti più del papa, verrebbe da dire, il quale nella prefazione del suo ultimo libro su Gesù scrive: «Evidentemente non occorre che io dica che questo libro non è un atto del mio magistero ma l’espressione della mia personale ricerca del ‘volto del Signore’ (Ps. 27,8). Ognuno è libero di contraddirmi. Alle lettrici e ai lettori chiedo solo un credito di simpatia, senza la quale non si dà comprensione». La critica può esserci, anzi deve esserci. Anche nella Chiesa. La stessa Scrittura ce ne dà testimonianza. Ovviamente con ciò non voglio dire che ogni critica sia da accettare. E la critica non basta per risolvere i problemi. Ma serve a incoraggiare, quando sembra di essere finiti in un vicolo cieco, per cercare nuove strade, talora vicine a una che pareva chiusa, invece di arrendersi all’impotenza, alla rassegnazione e alla disperazione. Qualcuno si esprime in termini eccessivi, ma è per suscitare una reazione. Solleva polvere. Ma la polvere si alza proprio dove si era depositata! Persino le contraddizioni e le disonestà, nella vita della Chiesa, devono essere affrontate con rispetto e con uno sguardo benevolo. Ripercorrere la nostra storia può aiutarci, perché la storia non è solo passato: è anche attualità e futuro. Spesso la storia ci dimostra come certe cose siano nate, ma anche perché oggi possano, e forse anche debbano, cambiare. Molte cose sono difficili da dire a parole. Le forme migliori di comprensione ci sono offerte non perché ci fermiamo alle parole ma perché riflettiamo su di esse, e addirittura le facciamo oggetto di meditazione. A questo siamo invitati dalle immagini del mio confratello, padre JeanSébastien Charrière: bisogna porsi davanti al cumulo della cenere, ma non soltanto per stare a guardare. Cercare insieme la brace sottostante, riaccendere insieme il fuoco: questo dà nuovo calore.

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L’esperienza di Papa Giovanni XXIII

per cui da pratica vivente nella storia si trovò ridotta a pura conservazione e condannata all’estinzione. Per certi versi, la liturgia si trovò trasformata in una costruzione rigida, in cui il rapporto con la concreta pietà personale andava tanto più perduto quanto più si badava all’integrità delle forme prescritte. Se la celebrazione dovesse tornare a essere autentica liturgia, tutto si metterebbe di nuovo in movimento»4. Questo giudizio è di Joseph Ratzinger. Il vecchio papa Giovanni XXIII riuscì a mettere in moto la Chiesa. Nessuno gli avrebbe dato credito, il mondo intero rimase stupito. Lo stesso movimento raggiunse i padri conciliari, malgrado la tenace resistenza della Curia romana. Questo movimento non fu dovuto al fatto che i padri fossero conservatori o progressisti ma a qualcosa di più: alla volontà di essere un segno credibile per il loro tempo. Cinquant’anni fa, nei primi giorni del Concilio Vaticano II, i vescovi riuniti a Roma mandarono un messaggio al mondo che tuttora custodisce quella brace che essi allora cercavano: «Desideriamo inviare a tutti gli uomini e a tutte le nazioni il messaggio di salvezza, di amore e di pace che Cristo Gesù, figlio del Dio vivo, ha portato al mondo e ha affidato alla Chiesa. Per questo motivo infatti noi […] ci siamo riuniti qui per invito del beatissimo papa Giovanni XXIII. Durante la nostra riunione, sotto la guida dello Spirito Santo, intendiamo ricercare le vie più efficaci per rinnovare noi stessi, per divenire testimoni sempre più fedeli del Vangelo di Cristo. Ci sforzeremo di proporre agli uomini del nostro tempo integra e pura la verità di Dio, affinché essi possano comprenderla e liberamente accettarla […]. Qui riuniti da ogni nazione che esiste sotto il cielo, portiamo nei nostri cuori le ansie di tutti i popoli, le angustie dell’anima e del corpo, i dolori, i desideri, le speranze. Rivolgiamo continuamente il nostro animo verso tutte le angosce che affliggono oggi gli uomini; perciò innanzitutto le nostre premure si volgono verso i più umili, i più poveri, i più deboli; sull’esempio di Cristo sentiamo pietà per la folla che soffre la fame, la miseria e l’ignoranza; costantemente rivolti verso coloro che, sprovvisti degli aiuti necessari, non sono anco-

Un mucchio di cenere: così ebbe l’impressione di trovare la Chiesa un uomo ormai anziano che i cardinali, inaspettatamente, il 28 ottobre del 1958 avevano eletto Papa. Come ecclesiastico era molto tradizionale; ma, prima che conservatore, quel Giovanni XXIII era un uomo e un cristiano, e questo doveva contare più delle sue personali preferenze. Egli si pose davanti alla situazione della Chiesa e del mondo, pronto a rovistare sotto la cenere per trovare la brace – il dono della fede – e pronto a trasmetterla agli uomini del nostro tempo; pronto ad ascoltare quel che Dio vuole dire oggi, per ravvivare la fiamma di quel fuoco. Per molti il calore di quella brace non riuscì ad oltrepassare lo strato di cenere. Per molti altri i secoli trascorsi l’avevano definitivamene raffreddata e calcificata. Quando lo Stato proteggeva la Chiesa, quando la pressione sociale teneva le persone unite, almeno in parte le cose funzionavano. Per esempio, il fornaio la domenica andava in chiesa altrimenti avrebbe perduto clienti. In fondo, se la gente andava in chiesa, che fosse quella brace a infiammarla non contava poi più di tanto. Molte cose venivano trasmesse come si era sempre fatto. Molto dipendeva dall’abitudine. Il liutaio Martin Schleske pensa al mucchio di cenere che copre la brace quando dice: «È una forma sottile di miscredenza quella di chi crede per consuetudine… L’abitudine sottrae all’anima la speranza e lo spirito cessa di interrogarsi»3. Molti, infatti, da tempo constatavano che anche nella celebrazione c’era molto di freddo e di rigido. A questo proposito un esperto scriveva, all’inizio degli anni Sessanta, riflettendo sulle decisioni in materia prese dal Concilio di Trento: «Il punto focale di quelle misure fu l’accentramento di ogni competenza in fatto di liturgia nella Congregazione dei Riti, l’organismo postconciliare incaricato di fare applicare la riforma decisa dal Concilio di Trento. Ma quella risoluzione si rivelò una lama a doppio taglio: ogni crescita fuori norma venne in tal modo impedita e il destino della liturgia occidentale si trovò legato a un organismo centralizzatore e burocratico, storicamente irrigidito, che riduceva la liturgia a una questione rubricistico-cerimoniale, a un’etichetta da rispettare anche nelle cose sante. Legami che condussero all’archeologizzazione della liturgia,

3. Martin Schleske, Der Klang. Vom unerhörten Sinn des Lebens, München 2012, 16s. 4. Joseph Ratzinger, Ergebnisse und Probleme der dritten Konzilsperiode, Köln 1965, 18 s., 20.


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ra pervenuti a un modo di vita degno dell’uomo […]»5. Ecco il programma del Concilio, allora appena iniziato. Ecco lo spirito del Concilio, dal quale la Chiesa non può prendere le distanze senza tradire la sua missione. La situazione della Chiesa è drammatica E oggi, cinquant’anni dopo? La situazione della Chiesa è drammatica, e non solo nei Paesi di lingua tedesca. È drammatica non soltanto a causa del netto calo numerico dei preti e dei religiosi, oppure per il numero in continua diminuzione dei praticanti. Questi sono fatti che è facile constatare. Ma il problema vero non riguarda i numeri: il vero problema è che manca il fuoco. Chi si gingilla con i numeri e cita gli altri continenti, per dirne bene o male, lascia che la cenere stia lì. Occorre invece guardare in faccia la situazione e riconoscerne le cause. Le stesse cifre possono mostrarci vari aspetti della situazione. Nella popolazione svizzera, i cattolici sono circa il 40 per cento, i protestanti circa il 30 per cento. Il terzo gruppo per appartenenza, il 20 per cento circa, è di coloro che non si riconoscono in nessuna fede religiosa. È il gruppo che aumenta più rapidamente. La maggior parte di queste persone o delle relative famiglie apparteneva un tempo a una comunità di cristiani. Questo fatto ci deve far pensare e agire! Se continua così, alle nostre latitudini questa Chiesa fredda arrischia di scomparire, con tutte le sue istituzioni. Chi dà la colpa agli appartenenti ad altre comunità religiose, oppure a chi ha preso le distanze dalla comunità dei credenti, o addirittura la combatte, lascia che la cenere resti lì dove sta. Che fare? Le persone piuttosto conservatrici si preoccupano di salvare il salvabile. Cercano alleati. Celebrano la fede in piccoli gruppi lamentandosi di come va il mondo, accusando il secolarismo e il relativismo. Non di rado ne fanno carico al Concilio Vaticano II. Il pericolo di questo atteggiamento consiste nel separarsi da un cambiamento in cui anche Dio è all’opera: quel Dio che vuole rimanere vicino agli uomini. In tal modo la Chiesa minaccia di ridursi a un relitto di tempi passati, da chiudere in un museo. Ma è proprio questa la tentazione che il Concilio ha voluto contrastare. Invece le persone progressiste fanno e organizzano tutto il possibile per raggiungere gli uomini. Assumono

iniziative per mettere in movimento la responsabilità nella Chiesa. Con molte risorse cercano di opporsi alla cenere per dedicarsi al sacrificio. Il pericolo progressista è di fissarsi nel cambiamento e di confondersi con le tendenze della moda. La Chiesa arrischia di rendersi superflua riguardo a tutto ciò e il Concilio Vaticano II si è opposto anche a questa tentazione. Attualmente nella Chiesa esiste una forte polarizzazione tra progressisti e conservatori. Il fossato impedisce qualunque dialogo. Non di rado una parte nega all’altra la stessa appartenenza alla Chiesa. Fa paura vedere come si esprimono sui mass media i diversi gruppi. Sui due fronti, le buone intenzioni talvolta si trovano solo cercando a lungo, ma è tanta la cenere che tutto ricopre! Una cosa è chiara: stando fermi sulle rispettive posizioni ci si impedisce di trovare la brace che dà vita e la cui fiamma può ardere anche oggi. La trincea non è luogo di entusiasmi contagiosi: divide, frena lo slancio. Ma il compito della Chiesa non consiste nella difesa di sistemi o di posizioni di forza. In questo senso, entrambi i fronti sono «conservatori»: si distinguono solo per le bandiere. Chi si ferma sul binario già tracciato, però, aumenta lo strato della cenere. Compito della Chiesa non è creare una società parallela, oppure arrendersi allo stato delle cose. Il massimo della coerenza, su entrambi i fronti, non è raggiungibile: questa è la sfida. Una situazione ideale non è mai esistita. Facciamo un passo avanti. Non dobbiamo comprendere la Chiesa in termini di conservazione o di progresso. Niente deve rimanere com’è solo perché – dal punto di vista umano – così è sempre stato; ma neppure tutto dev’essere cambiato perché è «in» il cambiar tutto. Essere Chiesa oggi significa essere fedeli al nostro compito originario. Che non consiste nell’adattarsi allo spirito del tempo, ma nel realizzare l’amore per le persone portando loro l’Evangelo dentro lo specifico del loro tempo. Non consiste nel mantenere intatte le forme esteriori, ma nell’essere fedeli. Non consiste nell’essere progressisti o conservatori, ma nell’ascoltare la parola di Dio e nel metterla in pratica. Al beato Giovanni XXIII si attribuisce la frase: «Non siamo al mondo per custodire un museo ma per coltivare un giardino fiorito». Questa strada «diversa» ci era stata indicata dal Concilio Vaticano II: si tratta di mettersi in gioco mediante l’atto di fede. Ciò non ha a che fare

con un adattamento passivo, ma con il mistero del Natale. Dio si fa uomo per andare a incontrare l’uomo lì dove esso si trova. Possiamo assumere questo atteggiamento nella misura in cui siamo profondamente radicati nella fede e nello stesso tempo non siamo chiusi al mondo. L’orecchio al cuore di Dio, la mano al ritmo del mondo. Il nostro compito è, nelle situazioni concrete – proprio oggi! – annunciare il Vangelo ed essere lievito nel mondo. I padri conciliari si dedicarono a questo atteggiamento aprendosi allo scambio tra progressisti e conservatori. Chi legge i testi conciliari alla ricerca di espressioni che lo confermino nelle proprie scelte, e trascura lo sforzo che fu fatto per capirsi e integrarsi, misconosce in profondità quel grande avvenimento del secolo passato. Il Vaticano II ha fatto vivere una Chiesa in cui i fedeli sono alla ricerca gli uni degli altri. È questa l’idea di Chiesa che possiamo farci, cinquant’anni dopo? In questi ultimi anni, molte persone si sono allontanate da essa, sia facendosi cancellare dai registri, sia (il che è più grave) separandosene nel profondo. Vi sono persone oneste, oggi, che di bussare alle porte della Chiesa non ci pensano neppure. Come mai? Dov’è la cenere da rimuovere, perché torni a vedersi la brace e il fuoco possa riaccendersi? Coraggio di essere profetici A queste domande bisogna rispondere seriamente, e purtroppo la cosa non va da sé. Ci sono uomini di Chiesa che si lamentano del fatto che da quarant’anni i problemi sembrano sempre gli stessi. Ma di questo non dovrebbe stupirsi una persona anche solo di intelligenza media: è normale che i problemi irrisolti si ripresentino. Altri insistono sul fatto che questi problemi si presentano esclusivamente nei Paesi tedeschi. Anzitutto, almeno in generale, questo non è vero; e poi mi chiedo per quale motivo i problemi non dovrebbero essere risolti in ambito tedesco solo perché questi stessi problemi non si presentano in altri ambiti linguistici. I problemi vanno risolti dove emergono. Se poi i problemi non possono essere affrontati, al punto che la maggior parte di coloro che li avvertono risulta scoraggiata, si tratta ancora una volta 5. Messaggio dei Padri al mondo, 20 ottobre 1962, Il Concilio Vaticano II, edizione del cinquantesimo, EDB Bologna 2012, p. 57 ss.


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della mancanza di impegno nell’affrontarli seriamente da parte degli uomini che vivono tale situazione. Questo vale anche per la Chiesa. Se i problemi non si affrontano, se non se ne parla, è messa in dubbio la credibilità, è messo in gioco anche il dono della fede, cioè qualcosa di essenziale! Non prendere sul serio una situazione o una persona è un atto di disobbedienza. La sconsideratezza e la disobbedienza dei responsabili provoca interventi di emergenza e iniziative di soccorso: fatto comprensibile, ma che favorisce le divisioni e spinge all’abbandono dell’istituzione. La disobbedienza così spesso deplorata dai responsabili spesso è solo la conseguenza della disobbedienza dei responsabili stessi. Capisco il motivo delle iniziative sorte negli ultimi decenni. Ma vorrei tentare – insieme con le nostre comunità monastiche di Einsiedeln e di Fahr – di procedere per un’altra via: cerco di rimuovere la cenere per far emergere la brace. Siamo in dialogo sia con i responsabili svizzeri delle fraternità piane, sia con il famoso professore di Tübingen. È la strada giusta? Durante l’incontro degli abati di tutte le comunità benedettine, tenutosi a Roma lo scorso settembre, poco prima dell’inizio del Sinodo sull’evangelizzazione, uno di questi abati ha detto: «È singolare la constatazione che faccio, che i ‘lineamenta’ del Sinodo si occupino così poco della nostra vita consacrata». D’accordo, ma non dobbiamo fermarci alla deplorazione. Se guardiamo sotto la cenere, scopriamo che la mancanza di interesse per gli ordini religiosi nella preparazione del documento può essere considerata un segno positivo: un segno della nostra autonomia. Guardiamo al nostro passato. Con la svolta costantiniana del 312-313, dunque esattamente 1700 anni fa, alla Chiesa furono offerti privilegi che anche oggi riteniamo giustificati. Quando tali privilegi sono contestati da fuori, oppure semplicemente vanno perduti, abbiamo l’impressione che la Chiesa cada a pezzi. Anche i «nostri» privilegi: quelli di cui godiamo come abbazia, dimenticando che il monachesimo fu all’inizio una manifestazione di protesta contro i privilegi di cui godeva la Chiesa. La profezia agitava non solo lo Stato ma anche la Chiesa! La vita monastica si pose fin dall’inizio come una tradizione sorprendentemente nuova, audace, viva. Al tempo della Riforma, i monasteri avevano purtroppo già perduto questa

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forza, immersi com’erano negli stessi problemi irrisolti che affliggevano tutta la Chiesa. Non irradiavano più speranza, benché tale fosse la loro missione. Pensavano a tenere in piedi l’esistente, anche perché sul piano materiale corrispondeva al loro vantaggio. Le novità necessarie vennero pertanto da nuovi movimenti, dopo lo scisma. Magari riuscissimo ad essere oggi, nell’anno della fede 2012-2013, di nuovo una provocazione, un segno profetico per la Chiesa! Certamente vogliamo vivere ancora uniti alla Chiesa, ma non semplicemente abbandonandoci alla corrente dei problemi irrisolti! Il cardinale Kurt Koch lo diceva con le parole di Joseph Ratzinger: «Una Chiesa locale che volesse essere ‘cattolica’ senza un legame con Roma perderebbe la propria cattolicità, perché una cattolicità senza Roma non può esserci. Ma anche una Chiesa che volesse essere ‘solo’ romana, negherebbe se stessa, si degraderebbe a setta, poiché una Chiesa che volesse essere solo ‘romana’ non sarebbe più cattolica»6. Detto altrimenti: una Chiesa locale che sia solo «romana» è altrettanto non-cattolica di una Chiesa locale che sia solo anti-romana. E quel che si dice della Chiesa locale si può dire anche del Vescovo. Essere una provocazione significa mettersi insieme per rimuovere la cenere, per ritrovare la brace e lasciare che la fiamma si riaccenda. Occorre pure saper chiamare la cenere con il suo nome, perché non sia la Chiesa stessa a far da ostacolo nella via verso la brace. L’ottimismo della fede Per la percezione della Chiesa e di conseguenza per il suo annuncio è fatale l’impressione di molti che la Chiesa sia legata solo al passato. È esattamente il contrario di quello che il Vangelo dice che accadesse quando passava Gesù. Capitava piuttosto che la gente si stupisse di quel che diceva e faceva. Le risposte che dava erano parole inattese. Semplicemente, non riferendosi solo al passato, Gesù apre gli occhi delle persone su una nuova dimensione. Le induce a un’ampiezza di orizzonti prima sconosciuta. Dio regala sempre aperture sorprendenti sul futuro. È quanto apprendiamo anche dalla vita dei santi. I santi non facevano mai esattamente quello che gli altri facevano. Non ripetevano quel che era stato. Nei santi, Dio dona sempre aperture sorprendenti sul fu-

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turo. Questo ottimismo nella fede appartiene alla ricca tradizione della Chiesa. Possiamo fare in modo che sia percepibile anche oggi? Dobbiamo evitare tutto ciò che dà agli uomini questa impressione: «Nella Chiesa tutto riguarda il passato». Naturalmente va conservato il deposito della fede. Ma l’annuncio va presentato sempre in modo nuovo e attuale. Perciò, bene o male, bisogna di nuovo lasciar perdere le esteriorità e le evidenze legate a una certa epoca e lottare – tutti insieme, in quanto battezzati – per aprire nuove vie. Un grande teologo contemporaneo ha scritto: «Si confrontano due linee: da una parte, un pensiero che deduce nuove possibilità dalla straordinaria ampiezza della tradizione cristiana, e dall’altra un pensiero puramente sistematico, che viceversa prende come unico criterio di misura la forma attuale e perciò evita ogni movimento, paventandolo come un salto nel vuoto: il suo conservatorismo deriva dalla sua estraneità alla storia e dalla sua mancanza di tradizione, cioè di apertura a tutta intera la storia del cristianesimo»7. È di nuovo una citazione da Joseph Ratzinger, per il quale il tradizionalismo non è un incremento della tradizione, ma al contrario una perdita della tradizione. Per esempio, negli ambienti tradizionalisti, chi serve all’altare è considerato un chierico di secondo ordine (in italiano si parla ancor oggi di «chierichetti»). Questo era comprensibile ai tempi in cui la liturgia era tutta clericale. I laici non potevano diventare «accoliti» e le donne neppure metter piede sul presbiterio di una chiesa. Si riteneva che neppure chi cantava nel coro svolgesse una parte autentica della liturgia: le preghiere che contavano erano quelle che il prete diceva da solo sottovoce. La partecipazione era riservata ai chierici, in caso di necessità ai «chierichetti». Per questo li si vestiva in modo diverso: come tanti piccoli vescovi, preti, canonici in miniatura… Oggi tutt’al più agli accoliti si fa indossare un camice bianco, che è la veste che hanno ricevuto con il battesimo. Hanno parte alla liturgia in quanto battezzati. Il Concilio Vaticano II ci ha aperto gli occhi a riconoscere questo segno della ricchezza della nostra fede. Ma questa pratica 6. Kurt Koch, Die Kirche Gottes. Gemeinschaft im Geheimnis des Glaubens, Augsburg 2007, 61. 7. Joseph Ratzinger, Ergebnisse und Probleme der dritten Konzilsperiode, Köln 1965, 61.


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non si è ancora estesa dappertutto. Anche nella Basilica di San Pietro a Roma la liturgia è celebrata da questi piccoli o grandi «chierici» – vestiti come «canonici», salvo quelli addetti al servizio del Papa, che sono vestiti come piccoli vescovi. Ci dovrebbe quanto meno sorprendere il fatto che oggi dei presbiteri possano celebrare di nuovo la liturgia in questo modo, senza alcuna autorizzazione dei loro vescovi, come se il Concilio Vaticano II non ci fosse stato. L’esempio citato dovrebbe aver chiarito che non si tratta di una questione di linguaggio. È importante che la ricca tradizione della nostra fede sia conosciuta. La familiarità con essa ci aiuta a percorrere nuove strade senza essere tacciati di modernismo. È piuttosto il tradizionalismo a irrigidire e a restringere le prospettive. Di ciò era convinto anche San Benedetto, quando scriveva: «Mentre, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall’indicibile dolcezza dell’amore»8. Tutti i battezzati formano la Chiesa La Chiesa negli anni passati ha perso molta credibilità. Una cosa sembra chiara: più importante delle parole e dei testi della Chiesa è la sua concreta testimonianza di vita. Che molta gente per «Chiesa» intenda sempre il Papa, i vescovi, i preti, magari i frati, è una prova di quanto poco valga il criterio che tutti i battezzati formano la Chiesa. Lo si vede da dichiarazioni che ci dovrebbero stupire, come ad esempio quella di molti ufficiali ecclesiastici che dichiarano pubblicamente che la maggior parte degli abusi sessuali avverrebbe non in chiesa, ma in famiglia: non solo dimostrano un irresponsabile atteggiamento difensivo, ma anche la loro incompetenza teologica, indebolendo la testimonianza della Chiesa. Perché ogni famiglia di battezzati è Chiesa, e gli abusi sessuali che si commettono nelle famiglie sono abusi sessuali che si commettono nella Chiesa. Alla Chiesa appartengono tutti i battezzati e la testimonianza deve essere di tutti. A tutti si chiede di essere testimoni. Perciò anche la ricerca dev’essere comune. San Benedetto dice che di un novizio che voglia entrare in monastero bisogna accertare se davvero cerca Dio9. Noi non dobbiamo cercare persone che posseggono Dio, ma che lo cercano. A questo accennava Papa

Benedetto XVI quando al gruppo dei suoi ex-allievi diceva, lo scorso 2 settembre, che non è la Chiesa a possedere la verità: «Nessuno può possedere la verità, è la verità che ci possiede, la verità è qualcosa di vivente!»10. È curioso constatare quanto poco un pensiero così profondo sia proprio della quotidianità ecclesiale. Non dovrebbe essere compito comune di noi tutti la ricerca di questa verità, nello sforzo di tenere sempre aperto quel dialogo di cui il Concilio ci ha dato testimonianza? «Youcat», il catechismo dei giovani della Chiesa cattolica, è nato precisamente nel dialogo con i giovani. La Conferenza episcopale tedesca ha dato avvio due anni fa a un processo dialogico inteso come uno sforzo comune per fronteggiare i problemi e le sfide che ci attendono. Ma quando nel settembre 2011 il Papa ha visitato la Germania, non ha citato né incoraggiato questo processo. Alla ricca tradizione della nostra Chiesa tale dialogo dovrebbe dare invece molte spinte, attingendo anche alla Regola del suo santo patrono. Un cardinale, nell’omelia pronunciata il 16 settembre 2012 a un congresso sul tema «La gioia della fede», è arrivato a dire, parlando seriamente: «In tutto il Vangelo non si parla mai di dialogo»11. Quell’ecclesiastico, due anni fa, benché molto anziano, è stato fatto cardinale e quindi consigliere particolare del Papa. Una simile affermazione, detto da una persona in quella posizione, ha attirato attenzione e suscitato parecchia approvazione in vari siti cattolici su internet. Ma la tradizione della Chiesa legge tutt’altro nel Vangelo – e così molti Santi, come per esempio San Benedetto: «Abbiamo detto che bisogna consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore»12; all’abate, quando il problema è di minore importanza, basta consultare gli anziani13. Come giudica Papa Benedetto i problemi che ci stanno di fronte: importanti o non importanti? Forse quel cardinale legge anche lui un «altro Vangelo» (Gal 1,6 ss), perché nei testi ufficiali della Chiesa si parla molto di dialogo e la parola stessa è citata più volte. Pensiamo al mistero dell’incarnazione o ai molti incontri che Gesù ha avuto con le persone. Persino nella concezione che abbiamo della vita trinitaria si parla di un dialogo permanente in Dio stesso. Tutte queste concezioni derivano dalla meditazione della Buona Novella, che la Chiesa ci ha trasmesso. Piuttosto, in quei Vangeli non

si parla mai di cardinali, e neppure ve ne è traccia nel Catechismo! La doppiezza del dire e non fare Se si fonda sul deposito della fede e sulla sua ricca e preziosa tradizione, la Chiesa ha molto da offrire alla vita degli uomini: ad esempio sulla questione dei diritti umani. E tuttavia negli anni scorsi, per varie ragioni, anche su questo punto essa ha perso molto della sua credibilità. L’accettazione di un messaggio non dipende in primo luogo dalla sua giustezza o dalle buone intenzioni di chi lo propone, ma dal modo con cui è percepito dai destinatari. Ad esempio è devastante la doppiezza: dire una cosa e farne un’altra. Un tale comportamento indebolisce la testimonianza. Le parole possono anche essere vere, ma non producono da sole l’assenso. Questa doppiezza da parte della Chiesa viene percepita rispetto ai diritti umani. Si ripete continuamente: la Chiesa è a favore dei diritti umani, ma non li rispetta al suo interno. Molti semplicemente rifiutano tale considerazione. Al contrario, San Benedetto avrebbe osservato che, se uno ti critica, pensaci bene, potrebbe essere il Signore ad averlo mandato. Comportandosi in questo modo, la Chiesa avrebbe molto da guadagnare, anche in rapporto ai diritti umani. Ci sono gruppi di cristiani, spesso tenuti in grande considerazione dai maggiorenti della Chiesa, che provano grandi difficoltà ad accettare il discorso che essa fa sui diritti umani, ad esempio circa i richiedenti d’asilo. Ma basta riflettere su come Gesù Cristo si identificava con i sofferenti per comprendere che il disprezzo o l’indifferenza verso le persone costrette ad abbandonare i propri Paesi è inaccettabile. Nei nostri tempi, questa è una contro-testimonianza. «Ero straniero e [non] mi avete accolto» (Mt 25, 35-43)! Di fronte a questo non possiamo rimanere indifferenti! 8. Regola di San Benedetto, Prol. 49. 9. Regola di San Benedetto, 58,7. 10. Benedetto XVI, Omelia della S. Messa a conclusione dell’incontro con il “Ratzinger Schülerkreis”, Castel Gandolfo, 2 settembre 2012. 11. “Vom Dialog ist im ganzen Evangelium mit keinem Wort die Rede”. Omelia del card. Walter Brandmüller nella messa conclusiva del congresso “Freude am Glauben”, in: kath. net, 18.9.2012. 12. Regola di San Benedetto, 3, 3. 13. Regola di San Benedetto, 3, 12.


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Il beato papa Giovanni Paolo II, commentando questo passo del Vangelo secondo Matteo, rilevava con forza: «Questa pagina non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Non è solo un’esortazione all’amore dei fratelli, è un brano di cristologia che irradia luce sul mistero stesso del Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di Sposa di Cristo»14. La prima parola della Regola di San Benedetto è: «Ascolta!». Ma molti uomini del nostro tempo non percepiscono la Chiesa come Chiesa capace di ascolto, capace di ascoltare Dio e gli uomini amati da Dio. Alle sofferenze degli uomini possiamo rispondere come Chiesa solo se sentiamo anche noi le loro sofferenze e andiamo loro incontro, come farebbe Dio stesso. Non abbiamo bisogno di superuomini La Chiesa – diciamo pure la Chiesa universale – oggi procede con il freno a mano tirato. Questo rende poco attraente ogni impegno al suo interno. La Chiesa avrebbe davanti a sé un campo d’azione immenso, dove sarebbe libera di agire senza mettere a rischio la sua fedeltà al messaggio di Gesù. Anzi, dovrebbe essere tale fedeltà a darle coraggio. È la convinzione di essergli fedeli che dovrebbe spingerci alla testimonianza con tutti i mezzi possibili, e a proclamare il Vangelo. Così usciremmo dalla difensiva, il nostro impegno sarebbe liberante per noi e per gli altri. Una Chiesa che vuole annunciare il Vangelo al nostro tempo non ha bisogno di superuomini nelle Curie e nei conventi: le bastano uomini che affrontino con coraggio la vita, confidando nella presenza di Dio. Molti fedeli orientano la nostra attenzione su situazioni molto delicate. Sono problemi conosciuti, di cui parla spesso anche Papa Benedetto XVI. Ma poco si fa in concreto per risolverli. O, per meglio dire, esistono già possibilità di soluzione suggerite dalla fede, dall’amore del prossimo o dall’amore per la Chiesa, che sono state elaborate da teologi che ricoprono i più alti uffici della Chiesa, e dallo stesso papa. Ma le proposte non vengono recepite dagli attuali responsabili. Ad esempio, consideriamo il modo con cui andiamo incontro alle persone che hanno visto fallire il loro matrimonio e che vivono oggi una

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nuova relazione. La tradizione orientale conosce una soluzione che non è mai stata condannata dalla Chiesa cattolico-romana. Possiamo imparare dall’esperienza dei nostri fratelli e sorelle d’Oriente, e alla fine potremmo trovare una soluzione che sia fermento anche per la vita di chi non ha dietro di sé un cammino ideale. Sono persone che potrebbero sperimentare la natura della Chiesa in modo particolare, come capace di guarire. Abbiamo bisogno di passi coraggiosi verso il futuro! Abbiamo bisogno di prospettive, di creatività. Dai piani alti della Chiesa negli ultimi decenni sono venuti incoraggiamenti soprattutto a gruppi ecclesiali che hanno paura del futuro. Dov’è il dinamismo della fede? San Benedetto dice che l’abate deve essere consapevole che il suo dovere è di aiutare, piuttosto che di comandare15. Non dovrebbe valere, questo, per tutti i responsabili di Chiesa? È la direzione indicata dal vescovo di Basilea Felix Gmür, nel suo intervento del 16 ottobre 2012 al Sinodo dei vescovi di Roma: «Se un cristiano ci dà un suggerimento o avanza una critica, lo ascoltiamo sinceramente? In questa situazione, la Regola di San Benedetto dà un saggio consiglio: l’abate si chieda se il Signore non l’abbia mandato proprio per questo (RB 61,4). Mi pare dunque che dobbiamo ascoltare di più e discernere con benevolenza ciò che i cristiani ci dicono»16. Bastano piccoli passi per riguadagnare credibilità. Recuperando, ad esempio, la migliore tradizione apostolica si farebbero grandi progressi nell’ecumenismo con le Chiese orientali e si sanerebbero le divisioni in Occidente. La riscoperta della sinodalità è uno dei piccoli passi che si potrebbero fare. È forse un segno di fede che istituzioni come il Sinodo dei vescovi siano a tal punto preparati e condizionati dalla Curia romana che non ne esce mai niente di nuovo? Non dovrebbe ripetersi quel che è accaduto al Concilio Vaticano II, quando i vescovi – aiutati da bravissimi teologi e teologhe – prendendo sul serio la loro responsabilità, insieme al Papa hanno creduto nel cambiamento? Lasciando perdere, infine, tutta quella carta, riempita con le migliori intenzioni! La nomina dei vescovi Buona parte della credibilità è andata perduta negli ultimi decenni a causa delle nomine episcopali. Dovrebbe essere del tutto naturale che nella

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Chiesa del XXI secolo i battezzati e cresimati della diocesi di cui si cerca il nuovo vescovo siano adeguatamente coinvolti nella designazione. Il ricordo di quel che avveniva anticamente può aiutarci. È stupefacente quel che scrive San Giovanni Crisostomo (nato nel 407), commentando l’elezione di Mattia narrata negli Atti degli Apostoli: «Pietro si alzò in mezzo ai fratelli […] Dato che era il più zelante e gli era stato affidato da Cristo il gregge, per primo prende la parola: Fratelli, occorre scegliere uno tra noi […] Pietro lascia ai presenti il giudizio, stimando degni di piena fiducia coloro che sarebbero stati scelti e infine garantendosi contro ogni ostilità che poteva sorgere. Infatti decisioni così importanti sono spesso origine di numerosi contrasti. Non poteva essere lui stesso a scegliere? Certo che poteva, ma se ne astiene per non sembrare di fare parzialità. Così egli fu solo l’interprete, non uno che impone il proprio giudizio». Che cosa vuol dirci la Chiesa quando nella Liturgia delle Ore della festa di San Mattia ci fa leggere questo testo? Vuole che riflettiamo e che impariamo la lezione. Un simile modo di agire può essere di fatto vietato senza perdere credibilità? È vero: anche una diocesi intera che decide può sbagliarsi, ma di certo non più che con l’attuale metodo di elezione dei vescovi! La scelta democratica del superiore è del tutto naturale negli ordini religiosi ed è da sempre osservata. L’attuale abate di Einsiedeln è stato scelto dalla comunità – come prescrive San Benedetto (VI secolo) – e poi insediato da Papa Giovanni Paolo II. E questo non è divenuto neppure un impedimento per il processo di beatificazione… Diritto canonico da aggiornare La forma di vita celibataria è una via possibile della sequela di Gesù Cristo, tanto quanto la forma di vita matrimoniale. Di carismi, cioè di doni di Dio, sono dotate entrambe le forme. Nella pubblica opinione, però, la percezione è diversa, anche tra i battezzati. Presentando la sequela non uxorata come la forma ideale del discepolato, se ne è fatta una legge. Nel Codice di 14. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Novo millennio ineunte, n. 49. 15. Regola di San Benedetto, 64, 8. 16. Intervento di Mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, al Sinodo dei vescovi, 16.10.12: www.ivescovi.ch/documenti/messaggi/ node_10154.


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diritto canonico leggiamo: «I chierici sono tenuti all’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua per il regno dei cieli, perciò sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio, mediante il quale i ministri sacri possono più facilmente aderire a Dio con cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini»17. Ma la legge non potrebbe suonare diversamente? Non si potrebbe separare la scelta dello stato dall’accessibilità all’ordinazione? Per esempio dicendo: «Il celibato dei chierici, scelto per il regno dei cieli e tanto conveniente per il sacerdozio, dev’essere tenuto ovunque in grandissima stima, secondo la tradizione della Chiesa universale: così pure dev’essere tenuto in onore lo stato dei chierici uniti in matrimonio, sancito attraverso i secoli dalla prassi della Chiesa primitiva e delle Chiese orientali»18. Un battezzato piuttosto progressista potrebbe scuotere la testa e dire che non lo ritiene possibile: sarebbe troppo lontano dalla mentalità romana. Al contrario, uno piuttosto conservatore accuserebbe l’autore del testo di eresia. Entrambi forse sono persuasi che non può essere diversamente. Sarebbero sorpresi, allora, di apprendere che la variante proposta viene proprio da Roma ed è stata approvata nel 1992 dal beato Giovanni Paolo II: è il canone 373 del Codice di diritto canonico per le Chiese orientali in comunione con la Chiesa cattolica romana. È dunque chiaro che sono possibili altre vie. Chi ha pensato a un’eresia deve convincersi che la fedeltà al Papa è tutt’altra cosa. Intanto, qui non si tratta di un problema di fede, ma di fedeltà alla propria vocazione e di fedeltà della Chiesa al proprio compito. Il diritto canonico è al servizio di questa fedeltà, «avendo presente la salvezza delle anime, che deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema»19. Per questo le norme del diritto sono ripensate di continuo e se necessario debbono essere aggiornate. Non si tratta di cambiare tanto per cambiare, né di lasciare per principio le cose come stanno: si tratta piuttosto di vivere oggi la nostra vocazione. Paura delle donne? Dio dice «sì» agli uomini. A questo «sì» la Chiesa deve sempre adeguarsi, convertendosi nel profondo del cuore. Gli uomini sono maschi e femmine. Ma la Chiesa prova sempre più dif-

Anche l’abate di Mariastein… L’abate di Einsiedeln, Martin Werlen, non è il solo a esprimersi ad alta voce sui temi attuali più scottanti della Chiesa. Un altro abate benedettino, quello di Mariastein nel Canton Basilea, è giunto a chiedere le dimissioni del vescovo di Coira, Vitus Huonder, in quanto elemento di divisione nella sua diocesi. L’intervista (che finora nei media ha avuto scarsa eco…) è uscita in dicembre su un mensile gratuito molto diffuso nella regione basilese: «Die SpatzZeitung» ed è stata raccolta dal giornalista Martin Binkert. L’abate si chiama Peter von Sury, presiede la comunità di Mariastein dal 2008, e rivolge la sua critica anzitutto al modo di scelta dei vescovi, che – afferma – riflette spesso «più criteri di politica ecclesiale che il bene della Diocesi». L’abate invita vescovi e teologi alla resistenza su questo punto, perché il diritto di nomina di Roma non ha riscontro nella Chiesa antica. Ma, soprattutto, il vescovo dev’essere pontifex, cioè costruttore di ponti. «Sperimentiamo purtroppo il contrario, come attualmente nella diocesi di Coira. È evidente che lì il vescovo non è uno che costruisce ponti ma uno che divide (ein Spaltpilz) e questa è una situazione devastante. A mio parere – continua l’abate – in un caso simile egli è moralmente tenuto a dimettersi. La regola deve valere anche per un abate e per un parroco». Nel seguito dell’intervista, l’abate Von Sury critica l’inefficacia del romano Sinodo dei vescovi: «al quale vengono per discutere vescovi da tutto il mondo, ma a scegliere quel che si discute è chi ha il potere», cioè la Curia romana. red. ficoltà a dire «sì» alle donne: appare sempre disorientata e impacciata nelle cose che hanno rapporto con il sesso. «L’Osservatore romano» pubblica una volta al mese un’edizione speciale per le donne: un passo prudente, come pure la chiamata di un numero sempre maggiore di donne in Curia, cosa che solo pochi decenni fa sarebbe stata impensabile. Sono segni da valutare positivamente, ma sembrano avere un’efficacia molto problematica. Pen-

siamo alla decisione presa da Giovanni Paolo II nel 1992 di ammettere le «chierichette» al servizio dell’altare: anche per i vertici della Chiesa come per i grandi del mondo vale la regola che una decisione giusta presa al momento sbagliato è una decisione sbagliata. Se ne esce con un senso di vergogna. Ed è anche peggio quando si scopa la polvere sotto il tappeto. Dicevo che i cardinali non appartengono al «depositum fidei». Anche qui vi sarebbe spazio per nuove vie. Il comitato dei consiglieri del Papa potrebbe assumere un’altra forma. Per esempio, potrebbero farne parte, a turno per cinque anni, persone – uomini e donne, giovani e meno giovani di tutto il mondo – che ogni tre mesi verrebbero convocati a Roma per incontrarsi con il Papa. Nessuno dovrebbe essere indotto a tacere o a parlare solo per fare carriera, vi si potrebbero affrontare questioni importanti e meno importanti. Una giornalista austriaca ha riportato l’impressione che molti hanno del Vaticano: di «una piccola baracca di intriganti» («ein kleinlicher Intrigantenstadel»20). L’azione della Chiesa ne patisce, la credibilità della sua testimonianza ne soffre più di quanto si immagina chi sta dentro l’istituzione. Non soltanto il Papa ne soffre, bensì tutta la Chiesa: tuttavia la responsabilità è di chi potrebbe cambiare quel che va cambiato e non lo fa. Una volta, nelle Corti, davanti a una situazione bloccata si faceva appello al buffone. Era un incarico ufficiale, la persona godeva della necessaria libertà per dire cose spiacevoli o esprimere critiche. Oggi alla Chiesa manca questa preziosa funzione. In passato questo incarico è stato assunto da cristiani coraggiosi che poi, poiché venerati da tutto il popolo, più avanti nel tempo un papa ha proclamato santi. Dite che pensarla così è eretico? È un altro Vangelo quello che leggiamo? (Gal 1, 6). Lo ripeto: di cardinali non si trova traccia nel Vangelo o nel Catechismo, ma un chiaro insegnamento di Gesù suona: «Tra di voi però non sia così» (Mc 10, 43) (CCC 1551). Nella Lettera apostolica «Ordinatio sacerdotalis», Papa Giovanni Paolo II scrive, a proposito dell’ordinazione 17. Codice di diritto canonico, 277. 18. Codice dei canoni delle Chiese orientali, 373. 19. Codice di diritto canonico, can. 1752. 20. Barbara Coundenhove-Kalergy, “Der Standard”, Vienna, 17 ottobre (kipa-apic, 20.10.12).


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sacerdotale riservata ai soli maschi, che questo problema non si deve più discutere. La domanda è: il sesso di una persona è una questione di fede? Appartiene al deposito irreformabile della fede? Tale questione di fondo dovrebbe poter essere discussa, anche dopo il 1994. Uno sguardo alla tradizione ci sorprenderebbe anche in questo caso. La Chiesa ha introdotto nuovi ministeri quando ne avvertiva la necessità per mantenersi fedele al mandato ricevuto. Pensiamo all’istituzione del diaconato (Atti 6, 17). Lungo i secoli si è sempre parlato di «paternità spirituale» ma mai, neppure oggi, si parla di «maternità». Ciò è comprensibile se si riflette che per secoli la corporazione dei teologi è stata composta di soli uomini. Ma la sorpresa sta proprio qui. La si scopre quando, nel Vangelo, si legge di «maternità spirituale», non di «paternità»: «Chi fa la volontà di Dio costui per me è fratello, e sorella, e madre» (Mc 3,35). Se ne deduce che in questione non è il sesso, ma la sequela. Tenendosi a questa disposizione cristocentrica si potrebbe evitare di ricadere nella logica patriarcale e si potrebbe rinunciare a difenderla teologicamente. Il ritorno alle fonti bibliche e a tutta la tradizione aiuta a evitare i condizionamenti culturali. Il magistero del cardinale Martini Molti ritengono che la Chiesa sia un’istituzione che non è al servizio della vita, ma che la restringe. Per alcuni, anche battezzati, essa è divenuta insignificante. A torto o a ragione, questa è una convinzione diffusa. Le stesse persone tuttavia nutrono ancora la giustificata aspettativa che la Chiesa li aiuti a scoprire come si possa vivere la vita in abbondanza (Gv 10,10). In primo luogo si deve chiarire non a che cosa la Chiesa è contraria (anche questa è una percezione diffusa), ma piuttosto a che cosa è favorevole (e su questo punto siamo carenti). Il direttore d’orchestra citato all’inizio, quello che non si era rassegnato a rimanere cenere, ha dichiarato in un’intervista di essere lontano dalla Chiesa istituzione, ma poi, alla domanda se l’Austria poteva essere fiera di qualcuno, curiosamente risponde citando due ecclesiastici: «Ho conosciuto recentemente il p. Georg Sporschill: ciò che fa per i più poveri tra i poveri in Moldavia è meraviglioso, merita rispetto anche quando tocca il portafoglio dei ricchi austriaci. Lui, e il vescovo Erwin Kräutler, è gente che si

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muove e suscita ammirazione: eppure potrebbe stare tranquilla in convento o in canonica»21. Al gesuita padre Sporschill dobbiamo la splendida intervista sulla situazione della Chiesa fatta al cardinale Carlo Maria Martini, poco prima della sua morte22. In quella intervista il cardinale dichiara: «Il padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza». Alla Chiesa egli chiede di convertirsi: «La Chiesa deve riconoscere i propri errori e percorrere un cammino radicale di conversione, cominciando dal Papa e dai Vescovi […]. La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni». I cambiamenti non riguardano la brace, cioè il deposito della fede, ma la cenere in cui si è trasformata. Di qui i cambiamenti sorprendentemente proposti: «La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?». Ecco una persona che non vuol lasciare la cenere dov’è, o girare la faccia dall’altra parte per la delusione. Il cardinale Martini desidera che la Chiesa scopra di nuovo la brace ardente e possa farla sperimentare a tutti gli uomini. «Era un uomo di Dio» Le reazioni a quel chiaro messaggio del cardinal Martini sono state assai diversificate. Sui Forum dei siti internet Martini è stato accusato addirittura di eresia – in genere da soggetti che ritengono che quanto dice il Papa non possa essere messo in dubbio. Ma la questione non è così semplice. Papa Benedetto XVI sapeva benissimo chi fosse, come cristiano e come vescovo, la persona che si era espressa in questo modo. Nel messaggio inviato al funerale di Carlo Maria Martini, il Papa scrive: «È stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita […]. E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore. Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo […]. Lo è stato con uno spirito di carità profonda, secondo il suo motto epi-

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scopale Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà e nella sofferenza»23. Alla fine dell’intervista, il cardinale Martini pone una domanda all’intervistatore: «Cosa puoi fare tu per la Chiesa?». Questa domanda è rivolta a tutti noi. Tutti noi siamo Chiesa! Torniamo ad aprirci e mettiamoci alla ricerca della brace che sta sotto la cenere! Così l’«Anno della fede» potrà diventare davvero un anno di fede. E il fuoco potrà ardere di nuovo. Invochiamo lo Spirito del Concilio Per applicare le decisioni del Concilio Vaticano II in Svizzera ebbe luogo il Sinodo del 1972. Un frutto di questo Sinodo furono le quattro preghiere eucaristiche per particolari necessità – sostanzialmente redatte nel monastero di Einsiedeln e in quello di Fahr – oggi incluse nel messale della Chiesa cattolica romana, in latino e in tutte le lingue del mondo. Nella Preghiera eucaristica «Gesù nostra via» invochiamo lo Spirito al quale dobbiamo il dono del Concilio. È un segno di speranza! «Fortifica il tuo popolo con il corpo e il sangue del tuo Figlio, e rinnovaci a sua immagine. Benedici il nostro Papa N., il nostro Vescovo N., e il nostro popolo. Tutti i membri della Chiesa sappiano riconoscere i segni dei tempi e si impegnino con coerenza al servizio del Vangelo. Rendici aperti e disponibili verso i fratelli che incontriamo sul nostro cammino, perché possiamo condividerne i dolori e le angosce, le gioie e le speranze, e progredire insieme sulla via della salvezza». Traduzione di Andrea Grillo e Enrico Morresi I sottotitoli sono della redazione * Questa pubblicazione è un documento di lavoro. Deve essere discussa. Può essere criticata. Ha la speranza di incoraggiare gli uomini impegnati nella Chiesa, nonostante ogni rischio di dispersione, a cercare la brace sotto la cenere, perché il fuoco possa tornare a divampare. (m.w.) 21. Intervista a Franz Welser-Möst, “Kleine Zeitung”, Vienna, 25.12.2012. 22. “Corriere della Sera”, 1 settembre 2012. 23. Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI letto in occasione delle esequie del cardinale Carlo Maria Martini nel Duomo di Milano, Castel Gandolfo, 3 settembre 2012.


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Cronache del giubileo del Concilio Le chiese vuote, i Cieli pieni? È cominciato l’anno dedicato alla memoria del Vaticano II. Dopo cinquant’anni di una ricezione non certo impetuosa il Concilio è stato risvegliato come evento decisivo per la fede ed è oggetto di un gran numero di celebrazioni e rivisitazioni. Ma non ci sono solo gli osanna, ci sono anche le contestazioni al Concilio, aperte e sotterranee, e ci sono i disagi, le reticenze e le riserve. L’istituzione fondata dal vescovo Lefebvre odia il Concilio ma non ha ancora del tutto rotto con Roma perché non vuole essere una piccola Chiesa, ma vorrebbe che tutta la grande Chiesa NZZ am Sonntag, 30 dicembre 2012. tornasse a essere come era prima, cioè come la setta lefebvriana lisi di padre Piero Gheddo, un autocontinua ad essere tuttora. E neanche revole missionario che al Vaticano II a Roma mancano sotterranee nostal- fu chiamato come esperto, secondo il gie in questo senso. Altre riserve nei quale «fino al Concilio la Chiesa viconfronti del Concilio sono espresse veva una stagione di fervore missioin modo più sfumato e sono piuttosto nario oggi inimmaginabile», ma poi sintomo di un disagio per una svolta ci fu un crollo repentino: «si riduceva che per quanto positiva non andrebbe l’obbligo religioso di evangelizzare a riproposta senza le opportune cautele impegno sociale… come se la Chiesa e le correzioni del caso. Così ad esem- fosse un’agenzia di aiuto e di pronto pio Benedetto XVI, in un articolo intervento per rimediare alle ingiupubblicato sull’«Osservatore Roma- stizie e alle piaghe della società», no» nel giorno del cinquantesimo an- sicché oggi si preferirebbe racconiversario, ha trovato che il Concilio gliere firme contro le armi o il debinon sarebbe riuscito a cogliere davve- to estero piuttosto che incoraggiare ro ciò che è «essenziale e costitutivo alle missioni. Anche le statistiche dell’età moderna», benché volesse sono impietose: si lamenta una castabilire un rapporto positivo con essa duta verticale della pratica religiosa e proprio questa fosse l’intenzione nelle nuove generazioni, e si imputa della Costituzione pastorale. Il cardi- al Concilio ciò che è il prodotto delnale Piacenza, prefetto della Congre- la secolarizzazione, sicché sarebbe gazione del clero, considera a sua vol- colpa del Concilio se le chiese sono ta la Gaudium et Spes oggettivamente vuote, i seminari deserti e i monasteri datata, dice che ci sarebbe oggi una ormai troppo grandi. «resa della ragione» al determinismo Si dimentica però che lo scopo del moderno e si è chiesto addirittura se Concilio non era di riempire le chiese, la modernità «è compatibile con l’Av- ma di salvare il mondo. Come quello venimento cristiano». In riferimento di Gesù, del resto, che non voleva metpoi al postulato fondamentale di papa tere al posto del tempio le sue chiese, Giovanni (cambiare il linguaggio per ma fare del suo corpo un tempio dato trasmettere la stessa fede) si è chiesto per amore all’umanità tutta intera. se basti «mutare o adattare il linguag- L’idea che basti stare nella Chiesa, gio» e se «è davvero possibile mutare come nella casa di Raab la prostituta, il linguaggio senza, in fondo, mutare per salvarsi, non è una buona idea, e qualcosa anche del contenuto essen- Raab come figura della Chiesa non è ziale del dato rivelato»: il che, per un il migliore frutto della tradizione ambrosiana. Non bastò agli abitanti di Concilio, non è un sospetto da poco. Un’altra delusione affiora nell’ana- Casarsa rifugiarsi nella piccola chiesa

del borgo per salvarsi, furono tutti uccisi nel cimitero di Monte Sole, dove si sparò ad altezza di bambino, e dove ora riposa don Dossetti, simbolo moderno della pace e del diritto. Perciò il Concilio dovrebbe suscitare non giudizi, ma domande. Come potrebbe ad esempio oggi la Chiesa combattere il relativismo, bollato come «resa della ragione», se non fosse uscita dal conflitto con la modernità e con l’illuminismo, nel quale aveva combattuto la ragione accusandola di voler essere misura di tutte le cose, e di pretendere a un primato, a un’«ipertrofia della ragione» come la definisce il cardinale Piacenza? E come potrebbe rivendicare le radici cristiane dell’Europa, se con l’ecumenismo non avesse fatto pace con tutto il cristianesimo europeo, e non avesse tolto l’impedimento della contrapposizione confessionale all’unità dell’Europa? E la domanda decisiva dovrebbe essere questa: dopo il Concilio, vediamo solo le chiese vuote o non vediamo piuttosto i cieli pieni? Certo li vediamo più pieni di quanto li credevamo prima. Ora sappiamo che ci sono tutti i bambini morti senza battesimo (il Limbo non era vero), che ci sono gli uomini prima dell’incarnazione, dato che «indubbiamente lo Spirito Santo operava nel mondo prima ancora che Cristo fosse glorificato», ci sono musulmani ed ebrei, indù e pagani; ora sappiamo che non si salvano solo i cattolici, e nemmeno solo i cristiani, ma «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia»; insomma il mondo, e di conseguenza i cieli, non sono fatti solo per pochi eletti, essendo tutti gli altri una «massa dannata» come pensava s. Agostino. E perfino le missioni vanno bene come non mai, se come dice lo stesso padre Gheddo nel 1960 i cattolici in Africa erano 35 milioni e ora sono 172, e anche nel mitico Vietnam che ha resistito all’Occidente i cattolici sono ormai il 10 per cento della popolazione. Raniero La Valle


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Facciamo un quotidiano cattolico con sempre meno, meno, meno… L’immagine potrebbe essere quella del cappio che si stringe progressivamente attorno al collo. Ma la prospettiva è da rifiutare. La figura potrebbe essere allora quella di una tavola alla quale a poco a poco vengono meno pietanze e commensali: prima il foie gras (…ma se ne poteva fare a meno), poi la carne (…ma si può vivere da vegetariani), poi il pane bianco… e chissà che in futuro. Dalla stessa tavola, ogni tanto, uno si alza e se ne va; rimane la vecchia guardia e qualche giovane di belle speranze che aspetta di esser notato e invitato ad altre tavole meglio dotate. All’entrata in funzione di Monsignor Grampa come vescovo di Lugano (2004) il «Giornale del Popolo» costava oltre 14 milioni l’anno. Il Vescovo turò il buco dei debiti grazie a un «contributo d’ingresso» di sei milioni da parte del «Corriere del Ticino» e fu fissato un obiettivo di pareggio a 8 milioni. La redazione fu ridotta progressivamente di numero: da una trentina a una ventina di persone; il Vescovo ottenne dalla CEI, la Conferenza episcopale italiana, che il foglio ticinese potesse attingere liberamente ai commenti pubblicati su «Avvenire»; fu tenuto fede all’impegno di non più attingere al bilancio della Diocesi per finanziare il giornale (i fr. 164.000 iscritti a consuntivo – «Dialoghi» n. 224, dicembre 2012 – corrispondono alla rinuncia a riscuotere l’affitto dello stabile di Via San Gottardo a Massagno); fondazioni «amiche» contribuirono con importi complessivamente varianti tra il 10 e il 15 degli 8 milioni necessari. Il pareggio così faticosamente raggiunto attorno ai 7,5 milioni l’anno è durato fino al 2011. Nel 2012, la diminuzione della pubblicità, che ha colpito tutti i media svizzeri, ha infierito anche sul GdP. Risultato: un nuovo «buco» di circa mezzo milione di franchi. A questo punto, Timedia – che ora raggruppa, oltre al GdP e al «Corriere del Ticino», TeleTicino e la Radio 3iii – prospettò interventi così radicali che (si dice, noi abbiamo raccolto la voce ma per discrezione non abbiamo chiesto conferma…) il direttore minacciò le dimissioni e il Vescovo fece presente che così, con quasi niente in tavola, non si poteva proseguire. Questo accadeva alla fine della scorsa estate. La

vecchia dirigenza della Fondazione creata da Agostino Soldati capì che la cura minacciava di uccidere il malato. Ci furono negoziati, si addivenne a una nuova «intavolatura», si inventò una cooperazione nell’acquisizione della pubblicità; al «Giornale del Popolo» fu addirittura offerto l’accesso a un sistema di composizione e di stampa ultramoderno… Insomma si volle dare la prova che il malato lo si voleva tenere in vita. Se gli abbonati capiranno… E con il bilancio del giornale si può scendere a 5 milioni all’anno? L’accordo fu «venduto» dal «Corriere» e dal «GdP» come un sostegno alla pluralità delle voci (il che era vero), tacendo pudicamente delle nuove strettoie, e verso fine anno si è ricominciato a tagliare: qualche prepensionamento, un vice-direttore disposto a passare alle dipendenze del sindaco di Locarno come portavoce (e poi tornato in sede: operazione fallita), rinuncia ad alcuni impieghi a tempo parziale… L’operazione, fatta con stile, è stata lodata dai sindacati. Da gennaio vediamo tentate esperienze nuove: qualche giornalista del «Corriere», soprattutto tra gli sportivi, accetta di veder stampato il proprio articolo anche sul GdP, previa aggiunta di una sigla alla firma: «CdT»; il sabato si produce una specie di giornale concentrato – notizie ridotte all’essenziale, alcuni buoni servizi e i due supplementi già esistenti: «Catholica» e «Cultura». Alcuni si domandano se si tratta di prove generali di settimanalizzazione. Il futuro dirà. Adesso che abbiamo raccontato la storia (dobbiamo i particolari, come in passato, alle informazioni gentilmente forniteci da Umberto Giovine, amministratore delegato di ComEc, la società editrice del GdP), ci permettiamo alcune considerazioni. Anzitutto, non può essere passata sotto silenzio la resistenza – che bisogna pur definire straordinaria – degli abbonati. La campagna di fine 2011 ha denunciato un piccolo calo, ma non significativo (ca. –200 copie, anche gli altri quotidiani soffrono…). Che dire? È la dimostrazione che almeno diecimila persone, cattolici o no che siano (ma lo saranno sicuramente, in maggioranza), non vogliono che il giornale muoia. Però, con quello che è rimasto in tavola, un giornale di qua-

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lità non si può più fare. Le mende si vedono (sempre più errori di stampa, articoli scombicchierati accanto a prodotti decenti…). Continua a spiacerci la quasi totale dipendenza dei commenti di politica estera e di etica da «Avvenire», organo dalla Conferenza episcopale italiana per tanti anni amica di Berlusconi (i cui presuli assediano il Vescovo di Lugano quando osa parlare alto e forte su certi documenti vaticani: «Che coraggio, Eccellenza! Ma Lei ha la fortuna di stare in Svizzera»). A questa dipendenza corrisponde una generale trascuranza delle cose significative che maturano nelle altre diocesi svizzere, sommariamente presunte infette di pregiudizi anti-romani… Si può fare altrimenti il giornale di cui nessuno vuole la morte? La domanda che già si poneva nel 2005 è ritornata d’attualità, drammaticamente urgente. Il Vescovo Grampa non è voluto passare alla storia come chi ha soppresso il quotidiano fondato nel 1926 dal suo predecessore Aurelio Bacciarini. Toccherà al nuovo vescovo? Si vedrà. E.M. Autorizzato il suicidio. Con il 61,6% dei votanti, nel Cantone di Vaud è stato concesso di permettere il «suicidio assistito» nelle strutture pubbliche, seppure a determinate condizioni (verifica del medico curante, malattia incurabile, parere dei famigliari, ecc.), accogliendo un controprogetto all’iniziativa popolare che chiedeva di autorizzare l’intervento di Exit negli istituti sussidiati per anziani. Esponenti della Chiesa cattolica vodese si erano espressi contro, tanto all’iniziativa quanto al controprogetto. Il consenso sul progetto alternativo (e benché la partecipazione al voto sia stata solo del 43,5%) impone di tener conto di un’esigenza, in questo caso confermata. Il Consiglio federale e i Vescovi svizzeri sono contrari a regolamentare la pratica del «suicidio assistito». In occasione di un congresso organizzato a Zurigo dal 12 al 18 giugno, da Exit per la Federazione delle associazioni «il diritto a morire», la diocesi di Coira ha pubblicato un dossier che raccoglie le prese di posizione del magistero cattolico sulle problematiche dell’eutanasia e del suicidio assistito. In Germania è allo studio una legge che prevede l’assistenza al suicidio per motivi altruistici, se praticata da parenti o da persone prossime, mentre sarebbe escluso l’aiuto professionale o con un retroterra commerciale.


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

La statistica del pollo. Se una persona mangia un pollo e un’altra resta a bocca asciutta, ognuno ha mangiato mezzo pollo! Allo stesso metodo statistico appartiene la notizia per cui, nel 2012, il numero dei richiedenti l’asilo è aumentato del 27%. Una cifra spaventosa! In realtà, le domande d’asilo sono state complessivamente 28.631, e dunque circa seimila in più dell’anno precedente: ma il 27% è «gonfiato» dalla circostanza che nel 2011 le domande di asilo erano vistosamente calate (nel 1999 erano state 47.513!). Rispetto al 1999, quindi, le domande si sono quasi dimezzate! Il pollo che distribuisce le statistiche, per essere scientifico, dovrebbe dirci quante sono le domande rispetto alla popolazione che vive in Svizzera: su 8 milioni di abitanti, coloro che ci chiedono rifugio (eh, sì! chiedono questo) rappresentano lo 0,3%; un pulcino, una miseria! Dialogo ritardato e condizionato. Sulla «Rivista diocesana» di Lugano (settembre 2012, p. 322) è stato pubblicato un «Invito al dialogo. Comunicato stampa sulla PfarreiInitiative», firmato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri: nove righe che sono un esempio clamoroso di «nondialogo». Si inizia rimproverando che «i responsabili della cura d’anime non abbiano ricercato il dialogo», in quanto si sono rivolti all’opinione pubblica (dopo però che da anni manca ogni confronto nella Chiesa sui temi indicati…); si contesta il contenuto («le cosiddette evidenze») come «vie percorribili»; si afferma che «la cura d’anime responsabile avviene sempre in collaborazione e unità con i vescovi e con la Chiesa universale». «Per questo motivo», finalmente i vescovi invitano «a un colloquio chiarificatore». Bella roba! Il vescovo di Coira prima ha minacciato, poi ha invitato singolarmente i firmatari a giustificarsi e infine (dopo una manifestazione che ha raccolto centinaia di persone davanti alla cattedrale) ha aperto la discussione. Il vescovo di Basilea ha mandato quattro domande personali ad ogni firmatario e propone cinque mezze giornate tematiche per il dialogo. Il vescovo di San Gallo, infine, ha ricevuto gli «iniziativisti» per un primo colloquio, risultato utile.

Besetzung. La chiesa di San Francesco a Locarno è stata magnificamente restaurata a spese (anche) del Cantone Ticino, ma le indicazioni circa le funzioni religiose offerte dall’albo parrocchiale all’entrata sono tutte rigidamente in tedesco. Per la verità, una piccola indicazione in italiano si trova: è su una bussola per le offerte, sulla parete di fondo: «Elemosine. Sant’Antonio. Für die Armen». L’invito alla generosità vale per i ticinesi; la destinazione pare solo teutonica. Buon senso. In Svizzera non sarà vietato portare il burqa o abiti che coprono integralmente il corpo in luoghi pubblici. Anche i manifestanti che scelgono di nascondere il viso potranno continuare a farlo, a meno… che i singoli Cantoni non decidano diversamente. C’est la Suisse, madame! Di misura il Consiglio nazionale, con 93 voti contro 87 e tre astensioni ha bocciato un’iniziativa cantonale di Argovia in tal senso. Il testo era già stato rifiutato dal Consiglio degli Stati, per cui la decisione è definitiva. Ma il tema tornerà d’attualità: al Nazionale è pendente una mozione che chiede un divieto… del mascheramento a livello nazionale. In Ticino addirittura un’iniziativa costituzionale vuol proibire i «mascheramenti». Il Governo invita a non accogliere la proposta ma intende regolare il tema con una disposizione di legge, che prevede tuttavia eccezioni, come la tolleranza prevista per le facce di bronzo degli iniziativisti. Contro il land grabbing. Cosa si nasconde in una pannocchia di mais o in un hamburger? È la domanda che la Campagna ecumenica 2013 di Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti ed Essere solidali ci invita a pórci. Intitolata «Senza terra manca il pane», ci ricorda come l’accesso alla terra sia un fattore decisivo per la sussistenza delle persone nei paesi del Sud del mondo. ll fenomeno del land grabbing sta esacerbando il problema della fame e mette a rischio lo sviluppo di molti Paesi poveri. Investitori stranieri si accaparrano grosse superfici di terra fertile, soprattutto in Africa ma anche in America latina e Asia, per coltivare generi alimentari, foraggio per animali o agrocarburanti destinati all’esportazione. Ogni se-

condo, una porzione di terra grande come un campo di calcio è concessa in usufrutto o venduta a investitori stranieri. L’invito è dunque quello di andare al di là delle apparenze, vedere le ingiustizie che si nascondo dietro a questo fenomeno e agire, facendo la propria parte e contribuire a garantire il cibo a tutti. Maggiori informazioni su www.vedere-e-agire.ch. Direttive anticipate. Il 1. gennaio 2013 è entrata in vigore un’importante modifica del Codice civile svizzero, che disciplina a livello federale l’obbligo per i medici di rispettare la volontà del paziente espressa nelle «Direttive anticipate», nel caso in cui, per malattia o infortunio, egli non sia più in grado di intendere e decidere. Con le «direttive anticipate», una persona capace di discernimento precisa la sua volontà rispetto ai trattamenti medici che desidera le siano riservati, nel caso si trovasse nella situazione di non potersi esprimere. È possibile indicare quali misure mediche si desiderano oppure si escludono, come l’attenuazione dei dolori, l’alimentazione, l’idratazione, e altre misure aventi per effetto il prolungamento della vita. Sarà possibile anche designare una persona di fiducia che rappresenti il paziente non in grado di esprimersi e si assicuri che le volontà espresse nelle «Direttive» vengano rispettate. Religioni a Zurigo. Ogni anno, dal 2010, 40.000 persone di Zurigo città vengono intervistate dall’Ufficio federale di statistica. L’inchiesta avviene nell’ambito delle cosiddette indagini strutturali che hanno sostituito il censimento decennale. Il servizio statistico centrale di Zurigo ha analizzato i dati più recenti concernenti la lingua, la formazione e la religione. La quota di individui senza confessione nella città di Zurigo è cresciuta notevolmente negli ultimi anni. Alla fine del 2010, un quarto della popolazione dichiarava di non appartenere ad alcuna delle Chiese riconosciute. Un terzo scarso degli abitanti di Zurigo è di fede cattolica e rappresenta la più numerosa comunità di credenti della città. I riformati sono un quarto circa della cittadinanza. Nella fascia di età compresa tra i 26 e i 44, anni un terzo della popolazione è senza confessione. Il numero più elevato di membri di Chiesa si riscontra tra gli anziani: nella fascia di età degli 80 anni gli individui senza confessione sono soltanto l’otto per cento. Cinque


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zurighesi su cento sono di fede musulmana; nella città di Zurigo l’Islam costituisce la terza comunità religiosa per numero di fedeli. Dal 1970 la percentuale di ebrei è pressoché ferma all’uno per cento. Chiese utili. Lo scorso 3 dicembre i delegati dell’Unione democratica di centro si sono ritrovati soli, nel Parlamento cantonale di Zurigo, a votare la riduzione dei contributi alle comunità religiose riconosciute dallo Stato. Con 115 voti contro 44 il Gran Consiglio ha approvato un credito globale di 300 milioni di franchi per sei anni (dal 2014 al 2019). Il sostegno è destinato al finanziamento delle prestazioni di interesse sociale delle comunità ecclesiastiche, soprattutto nei campi della formazione, dell’assistenza e della cultura. I contributi vanno principalmente alle Chiese evangelica riformata e cattolica romana, ma anche alla comunità cattolica-cristiana, alla comunità israelitica «ortodossa» e alla comunità ebraica liberale, ma non possono essere utilizzati a scopo di culto. Il Parlamento ha ritenuto che le Chiese forniscano importanti servizi a favore della collettività. Un rito per le coppie omosessuali. Dopo un intenso dibattito di due giorni, il Sinodo della Chiesa evangelica vodese si è pronunciato a larga maggioranza (59 favorevoli, 9 contrari, 7 astenuti) a favore di un rito per le coppie omosessuali. Entro giugno, il Consiglio sinodale presenterà proposte per dare una forma concreta a questo atto liturgico. Nel dibattito, vivo ma rispettoso, un delegato ha evocato una «rivoluzione tranquilla, come abbiamo l’abitudine in questo cantone». Ma i rischi di scissione della base della Chiesa hanno attraversato le deliberazioni. Parecchi sinodali hanno sostenuto con vigore una differenziazione chiara tra questo atto liturgico specifico, da inventare, e la benedizione del matrimonio (che tuttavia per i protestanti non è un sacramento): come del resto fa lo Stato, distinguendo il matrimonio dal patto di convivenza. Scambi di corrispondenza, a volte virulenti, tra pro e contro erano circolati prima della decisione; ci sono state proteste e dichiarazioni di abbandono dalla Chiesa. La questione è discussa nella Chiesa vodese da diversi anni. Nel 2005 il Sinodo votò il principio di «accoglienza incondizionata» delle persone omosessuali ma senza prevedere un rito di

cronaca

accoglienza specifico. In Svizzera, il «partenariato registrato» per coppie dello stesso sesso è in vigore dal 1. gennaio 2007. Nove Chiese cantonali hanno accettato il principio di un tale rito, le Chiese riformate di Friburgo e Berna conoscono già riti particolari da qualche anno. Nella Chiesa protestante di Berna sono celebrate quattro o cinque di queste liturgie ogni anno. Casse vuote. Solo il 16% degli 80 mila protestanti di Ginevra sostengono finanziariamente la loro Chiesa, che pertanto accusa una perdita annuale di tre milioni e sarà costretta a vendere alcune proprietà per pareggiare i conti. Stessa situazione a La Chaux-de-Fonds, dove è prevista la vendita di un tempio costruito nel 1969. Non è brillante la situazione finanziaria neppure per il vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo, che lo scorso ottobre ha dovuto chiedere un prestito per versare lo stipendio a una dozzina di suoi collaboratori a Friburgo. La diocesi non ha fonti di finanziamento propri e dipende dai contributi che le versano quattro organizzazioni cattoliche cantonali (Vaud, Ginevra, Friburgo e Neuchâtel). I deficit ripetuti hanno esaurito le riserve, per cui mons. Morerod ha promosso una colletta eccezionale per la festività del 1. novembre, confidando nella generosità dei fedeli. Tra il dire e il fare. Secondo «Global+», pubblicazione di Alliancesud, l’aiuto allo sviluppo degli enti pubblici svizzeri (Confederazione, Cantoni, Comuni) nel 2010 è stato complessivamente di 2,4 miliardi di franchi. Nel medesimo anno, la bilancia commerciale svizzera coi Paesi in via di sviluppo ha registrato un attivo di 20 miliardi di franchi e l’evasione fiscale verso le banche svizzere ha fatto perdere ai paesi «aiutati» circa 5 miliardi. Una maggioranza del 62% degli svizzeri interpellati si sarebbero detti favorevoli ad un aumento dell’aiuto allo sviluppo e il 68% sarebbero per una maggiore partecipazione svizzera alle attività delle Nazioni Unite (comprese quelle contro la povertà, che chiedono l’0,8% del PIL, mentre la Svizzera fatica ad arrivare al 0,5%). Invecchiano anche loro. Nel secolo scorso, la Svizzera ha potuto funzionare e crescere grazie all’apporto di migliaia di lavoratori stranieri; ma poi sono arrivate anche le famiglie, creando alcuni problemi sociali

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(casa, scuola, ospedali). Ora la prima ondata degli immigrati ha raggiunto l’età della pensione: nel 2008 vivevano in Svizzera 250.00 immigrati con più di 65 anni, nel 2020 saranno 400.000; nella metà degli istituti per anziani, già oggi più del 10% sono immigrati anziani. L’evoluzione va affrontata per tempo, tenendo conto anche dei cambiamenti che questa «nuova» popolazione impone: diversità di lingua, religione e… di cucina. Ma ci si ricorderà (prima di dire che «rubano» qualcosa agli svizzeri) che questi lavoratori immigrati sono stati i grandi finanziatori dell’AVS per decenni? I danni del gioco d’azzardo. In Svizzera, 120.000 persone hanno problemi con il gioco, avendovi speso circa 1,7 miliardi di franchi nel 2011, mentre lo Stato incassa 430 milioni (360 la Confederazione, 60 i Cantoni). Ma il gioco (meglio: i giocatori) provocano costi sociali diretti e indiretti per 70 milioni di franchi. Sono dati dell’Ufficio di studi di politica del lavoro e di politica sociale di Berna (BASS). A sua volta, l’Istituto di ricerca economica di Neuchâtel, che considera anche i «costi umani», cioè le conseguenze sulla vita dei giocatori e delle loro famiglie, arriva a costi sociali tra 545 e 658 milioni di franchi all’anno. Quindi un cattivo affare, per i giocatori e per lo Stato, mentre la crisi e il «franco forte» stanno riducendo i «guadagni» dello Stato e (speriamo) i danni del gioco. Il Casinò di Lugano, per esempio, ha registrato un calo del 10% nei primi sei mesi del 2012, mentre in cinque anni le casse ticinesi avrebbero perso il 50% degli introiti. Intanto si annuncia la probabile apertura di due nuovi «casinò» a Zurigo e a Neuchâtel e la Svizzera resterà tra gli Stati con più case da giuoco al mondo (da un servizio di «Le Courrier», 17 settembre 2012). Speriamo che, tra qualche anno, non si debbano soccorrere i casinò con fondi pubblici, come fu qualche anno fa per le banche. Per salvare i posti di lavoro, s’intende! Ortodossi in Svizzera. Il censimento del 2000 aveva contato poco più di 130.000 ortodossi in Svizzera. una cifra che includeva non soltanto gli ortodossi di tradizione bizantina ma anche i membri delle chiese pre-calcedonesi. Nel 2010, secondo l’inchiesta di Maria Hämmerli realizzata nel quadro del «Programma nazionale di ricerca 58» del Fondo nazionale, la


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Svizzera contava almeno 154.000 ortodossi, Quando si parla di parrocchie ortodosse si intende in realtà un ventaglio di situazioni diverse: alcune di esse possiedono una propria chiesa, costruita o acquistata; altre utilizzano luoghi di culto affittati o prestati da altre denominazioni cristiane. Alcune parrocchie hanno il proprio prete, impiegato a tempo pieno, ma in certi casi egli deve svolgere, per sopravvivere, anche un lavoro secolare. La situazione non è dunque paragonabile a quella che conosciamo in ambito cattolico e riformato. In Ticino vive una cospicua minoranza di fede cristiana ortodossa: si calcolano oltre settemila persone. La maggior parte di esse sono di origine serba, ma ci sono anche rumeni, greci, russi e persone provenienti da altri Paesi. I cristiani ortodossi che vivono in Ticino – perlomeno i praticanti – fanno capo a diverse parrocchie. Tra queste c’è anche la Comunità ortodossa della Svizzera italiana, fondata nel 1995. Prete di quella comunità è Mihai Mesesan, che dallo scorso 5 febbraio è affiancato da un nuovo sacerdote, Gabriel Popescu. La Comunità celebra regolarmente le liturgie nella piccola chiesa cattolica della «Madonnetta», a Molino Nuovo, mentre per le grandi solennità ottiene ospitalità nella basilica del Sacro Cuore, nello stesso rione. Una Chiesa di trent’anni. La Chiesa cattolico romana del Canton Berna festeggia quest’anno la Costituzione ecclesiale (organizzazione riconosciuta dal diritto cantonale) adottata dal Sinodo svoltosi a Berna il 12 giugno 1981, presente l’allora vescovo di Basilea, mons. Antonio Hänggi. Dopo la riforma protestante, adottata dal Cantone, il culto cattolico fu proibito e solo nel 1799 (grazie alla rivoluzione francese…) fu possibile celebrare una messa cattolica a Berna, perché richiesto dai membri cattolici delle autorità della Repubblica Elvetica. Nel 1815 il Congresso di Vienna incorporò il Giura cattolico al Cantone protestante, che tuttavia lasciò libertà religiosa alle parrocchie giurassiane, riconosciute dallo Stato. Nel 1828 venne ricostituita la diocesi di Basilea, con un concordato tra Santa Sede e i Cantoni di Lucerna, Berna, Soletta e Zugo, e nel 1864 si consacrò la prima chiesa cattolica nella capitale e tutto il cantone venne inserito nella diocesi basilese. La Costituzione ecclesiale della Chiesa cattolica bernese, elaborata nel clima postcon-

ciliare, ha una struttura sinodale, con un Consiglio esecutivo quasi professionale di 12 membri (si propone di ridurlo a sei), mentre la diocesi, per meglio rispondere ai bisogni pastorali, ha istituito nel 2004 un vicario episcopale per ognuno dei cantoni di Berna, Soletta e Giura. Stipendi eccessivi. Il sindacato «Travail Suisse» ha pubblicato una ricerca sugli stipendi versati da 27 delle più importanti imprese svizzere, mettendo in evidenza lo scarto tra quanto incassano la quarantina di dirigenti più retribuiti e il salario del dipendente meno pagato. Il divario è abissale ed è aumentato in questi ultimi anni: alla Novartis è di 266 volte, alla Nestlé di 215 volte, alla Swatch 146 volte, al Credito Svizzero 116 volte. Un dipendente dovrebbe lavorare cent’anni per ricevere quanto un dirigente in media incamera in un anno. Un dirigente della Lindt & Sprüngli guadagna («ruba»?) 1983 franchi l’ora, anche quando dorme. Le imprese della Confederazione non sono da meno: il direttore delle Ferrovie ha raggiunto nel 2011 gli 1,03 milioni, quello delle Poste segue a ruota con 924.501 franchi; più modesti (…quasi giustificati) gli stipendi dei direttori di SSR (radiotv), RUAG (armamenti), INSAI (Assicurazioni): attorno al mezzo milione di franchi. Un’iniziativa popolare propone che lo scarto tra il minore e il maggiore salario sia al massimo di 12 volte! Secondo «Ethos» gli stipendi d’oro dei dirigenti delle cento maggiori aziende quotate in borsa hanno raggiunto nel 2011 un totale di 1,54 miliardi di franchi, in diminuzione del 5% rispetto all’anno precedente. Lo stipendio medio in Svizzera, nel 2010, era di fr. 71.748. Per guadagnare quanto il «numero uno» di Novartis, lo stipendiato medio dovrebbe lavorare 219 anni. A sua volta il ticinese (stipendio medio mensile: 5.076 franchi) dovrebbe lavorare 258 anni. Prosit!

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch sito che ospita pure le riviste Messaggero e Pegaso ed è disponibile ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario. Per informazione, rivolgersi all’amministratore.

segnalazioni «Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile» Ai lettori di «Dialoghi» non occorre certo presentare padre Ernesto Balducci. Il religioso toscano, nato nel 1922 in provincia di Grosseto e morto nel ’92 a Cesena a seguito di un incidente stradale, è stato infatti fra i principali protagonisti del rinnovamento post-conciliare, specie a Firenze e a Fiesole, dove esercitò a lungo la sua missione di teologo e di intellettuale. Per ricordare il ventesimo della scomparsa di questo importante protagonista della storia recente, un gruppo di amici ha ora raccolto – sotto il titolo provocatorio «Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile», con prefazione del noto «prete di strada» don Andrea Gallo – una selezione di suoi scritti pubblicati a cavallo degli anni ’80 e ’90, principalmente su due quotidiani ai quali collaborava con regolarità («Il secolo XIX» di Genova e «L’Unità»), come pure su alcune riviste, come la «Rocca». Si tratta di 35 testi di argomento e ampiezza diversi, nei quali è tuttavia possibile riscoprire le «linee guida» del pensiero e dell’azione «balducciani». Particolare attenzione è dedicata ai problemi della pace nel mondo e della lotta contro la povertà, la droga, l’emarginazione e le associazioni mafiose, come pure alla denuncia di episodi di razzismo e di violenza, in riferimento a questioni di attualità negli anni in cui scriveva. Il tutto nell’intento di sottolineare la centralità dell’essere umano e la preminenza dell’essere sull’avere. Non mancano poi testimonianze di simpatia nei confronti delle lotte di popoli oppressi (ad es. in Nicaragua) e neppure appunti critici verso la Chiesa (ad es. sul trionfalismo dei viaggi papali, sulla posizione subalterna della donna in ambito ecclesiastico ecc.). Interessanti sono anche le rievocazioni di talune personalità marcanti del passato, quali Giorgio La Pira, Aldo Capitini o Don Milani. Il succo del pensiero religioso di p. Balducci è comunque sintetizzato in una frase che appare sul dorso di copertina: «Non voglio che si diffonda il cristianesimo che io conosco. Voglio che si diffonda il Vangelo che io medito, che è un’altra cosa». f.c. E. Balducci, «Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile», Chiarelettere, Milano 2012.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Premiato fra’ Martino. Fra’ Martino Dotta, dei cappuccini ticinesi, ha ricevuto all’inizio di gennaio il Premio della Fondazione Lavezzari di Chiasso per il suo impegno in favore dei poveri, specialmente tramite «Tavolino magico», che raccoglie alimentari eccedenti di privati e grandi magazzini e li distribuisce a persone in difficoltà. Il suo Maestro moltiplicava pane e pesci; fra’ Martino insegna a non sprecarli! Per la semplicità dei riti. Sulla «Rivista diocesana» di Lugano, don Nicola Zanini, cerimoniere vescovile, insiste per una «nobile semplicità dei riti», commentando ed esemplificando l’Anno sulla liturgia proposto dai Vescovi svizzeri. Nel primo articolo si rifà ai documenti conciliari; ma dopo il Concilio, sarebbe utile anche interrogare il «popolo di Dio», partecipante e non più solo assistente. Fa anche il papà. Il neoeletto consigliere di Stato basilese Baschi Dürr ha chiesto di poter dedicare una mezza giornata alla settimana alla famiglia, in particolare ai quattro figli (di 2, 8, 11 e 18 anni), osservando che, sulle 168 ore che conta una settimana, tre o quattro ore passate a casa dovrebbe essere accettabile anche dai suoi elettori. Riconciliazione. La Diocesi di Coira e la Chiesa evangelica riformata dei Grigioni, con un comunicato congiunto relativo all’imminente beatificazione dell’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca (oriundo ticinese), hanno sottolinea­to l’importanza di una reciproca comprensione e di una comune testimonianza, riconoscendo che Nicolò Rusca riporta alla memoria avvenimenti terribili, e sia la sua morte, dopo un processo arbitrario, sia il massacro dei Riformati nel «Sacro Macello» in Valtellina (1620) «furono dei crimini». Il comunicato rifiuta ogni strumentalizzazione dell’avvenimento, perché «è sempre attuale il dovere di percorrere cammini di riconciliazione». Arcivescovo minacciato. Il martire Oscar Romero si «rallegrava» della persecuzione che subivano i preti, ritenendola il segno di una Chiesa schierata a fianco del popolo povero e pronta a prenderne le difese. È pertanto una «buona notizia», anche se non «bella», che dom Pedro Casaldaliga, vescovo brasiliano, emerito di Sao Felix, diocesi di Araguaia, all’età di 84 anni e in condizioni critiche di salute, essendo da tempo malato del morbo di Parkinson, ha dovuto il 6 dicembre scorso lasciare la sua casa e la sua comunità rifugiandosi in luogo segreto e sotto scorta della polizia, in seguito a nuove minacce, ricevute dopo che una ordinanza della Corte Suprema ha imposto l’allontanamento di possidenti da un territorio di 165.000 ettari appartenenti al popolo Xavante, dal vescovo sostenuto nei suoi diritti tradizionali. Ha potuto in seguito tornare a casa. Un poeta rivoluzionario. Il teologo nicaraguense Ernesto Cardenal, 87 anni, ha ricevuto lo scorso novembre a Madrid il Premio di poesia della Regina Sofia, dotato di 50.000 franchi. Nato nel 1925, Cardenal è prete dal 1965, teologo della liberazione, ministro della cultura in Nicaragua dopo la vittoria della rivoluzione sandinista nel 1979. In conflitto con la Curia vaticana, nel 1985 fu sospeso a divinis. È ritenuto uno dei più originali poeti dell’America latina, che unisce misticismo, preoccupazioni sociali e valori delle culture indigene.

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«Giusto tra le nazioni». Il cardinale Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze (1972-1961), è stato dichiarato «Giusto tra le nazioni» per aver contribuito a salvare centinaia di ebrei durante la persecuzione razziale nazifascista, grazie alla collaborazione del clero e ottenendo che si rifugiassero nei conventi. Il suo nome è stato quindi inciso sul muro della foresta di Gerusalemme, accanto a quello di oltre 23 mila persone di 44 Paesi, riconosciute «giusti tra le nazioni». Una foresta per Martini. Per iniziativa di Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano, l’11 ottobre, anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, è stata proposta una sottoscrizione tra ebrei e cristiani per piantare a Tiberiade, in Galilea, una foresta in onore e ricordo del cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, benemerito promotore e protagonista del dialogo ebraico-cristiano, uno dei frutti del Concilio. Donne agli onori. Per la prima volta, una donna: Park Geun-hye, è stata eletta democraticamente (con il 51,6% dei voti) a presiedere la Corea del Sud, Paese ancora a forte impronta maschilista. Ma anche in Palestina, sindaco di Betlemme, città a maggioranza araba e fortemente patriarcale, è stata eletta sindaco Vera Baboun, una cristiana, vedova con tre figli. In Svizzera, a presiedere il Consiglio nazionale è stata nominata una donna cinquantenne, Maya Graf, basilese, del Partito dei verdi, sposata e madre di due giovanotti, che dal 2000 dirige una fattoria biologica. Infine, Marie-Denise Schaller è stata rieletta, all’inizio di dicembre e per un nuovo triennio, alla presidenza della Federazione ecclesiastica cattolica del cantone di Vaud. Un passo verso la pace. Il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, durante la Messa della vigilia di Natale a Betlemme, ha definito «un passo decisivo verso la pace e la sicurezza di tutti» il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Palestina vi era stata ammessa con 138 voti a favore, 9 contro e 41 astenuti. Anche la Svizzera ha dato voto a favore. Tirato a sorte. Il nuovo patriarca degli ortodossi copti (egiziani), Anba Tawodros, 60 anni, è stato scelto domenica 4 novembre, nella cattedrale di San Marco al Cairo, secondo il sistema tradizionale, cioè tirando a sorte tra tre candidati. Meglio la sorte per un designare un vescovo, oppure gli intrighi di curia? Il procedimento ortodosso ripete quello seguito dagli apostoli (cf. At 1,25), per designare Mattia al posto del traditore Giuda Iscariota. In buone mani. Caritas svizzera ha promosso un nuovo servizio sociale, denominato «In buone mani», organizzando l’aiuto a domicilio delle persone anziane, assumendo personale qualificato tramite un’organizzazione di Alba Iulia in Romania, con contratti equi e di durata limitata. Il personale rumeno, dopo la formazione in Svizzera, troverà successivamente occupazione in patria. Torna San Nicola. I panettieri di Friburgo, in occasione della festa di San Nicola, patrono della città, hanno ripreso la tradizione di mettere in vendita un particolare pane, con la figura del vescovo di Mira. La proposta è stata sostenuta dal Collegio St. Michel (un angelo con la spada!), in polemica contro la scialba figura di Babbo Natale, inventato dalla Coca Cola.


No. 22523 notiziario (in)sostenibile

notiziario (in)sostenibile a cura di Daria Lepori

Verdi, sacre Scritture. Ora esiste anche una Bibbia ecologica: ne è l’editore la United Bible Societies; è stampata su carta riciclata e con inchiostro a base di soia. Per il momento esiste solo in lingua spagnola e per la sua presentazione – il 1. settembre, giorno ecumenico della Creazione – è stato scelto un luogo simbolico per la biodiversità, ossia le Isole Galapagos nel sud del Pacifico. I passi in cui è descritta la preoccupazione di Dio per il comportamento umano nei confronti della natura sono messi in evidenza. Con l’aggiunta di contributi di teologi ed esperti biblici l’editore vuole sensibilizzare chi legge a una maggior sensibilità nei confronti della natura. E inoltre sono indicati molti consigli pratici su come, a casa o sul lavoro, sia possibile diventare buoni amministratrici e amministratori del Creato. www.unitedbiblesocieties.org/news. Le api, popolo di Dio. Il segretario della Commissione dei media della Conferenza dei vescovi svizzeri, Simon Spengler, è apicoltore e si occupa di 25 «popoli». Per lui il caso è chiaro: «Senza teologi, sacerdoti e religiosi, l’apicoltura non sarebbe dove è adesso. Quasi tutte le nozioni importanti sulle api sono state acquisite da religiosi, riformati o cattolici». A suo modo di vedere, chi si occupa di api non deve essere forzatamente religioso, ma si tratta sempre di una persona interessata alla relazione tra l’essere umano e il Creato. La politica cristiano democratica argoviese, Alexandra Abbt la pensa alla stessa maniera: «Chi è già religioso, certamente potrà approfondire la propria fede con l’apicoltura. Quando mi occupo delle mie api, dimentico tutto il resto, mi tranquillizzo e sono completamente immersa nel lavoro che sto facendo, un po’ come per una meditazione». Alexandra Abbt ha iniziato sei anni fa e in questo tempo la sua relazione con il Creato è mutata. «Mi oriento di più alla natura, scopro come le cose siano in relazione tra di loro, mi accorgo come noi siamo parte di un Tutto. Anche molti preti ticinesi erano abili apicoltori: ricordo mio zio don Cesare, a Sant’Abbondio e oggi ancora don Mario a Comano. Ancora miele, e anche latte. «Un Tempo per il Creato», appuntamento

tradizionale di fine settembre indetto da OEKU, era l’anno scorso intitolato: «Affinché scorrano latte e miele – terre coltivate, fonte di vita». Giardini, campi, pascoli: tutte terre che hanno conosciuto l’intervento umano che quindi porta una responsabilità per ciò che concerne il loro stato. Anche le Chiese hanno lasciato la loro impronta sul paesaggio coltivato in Europa; le comunità monastiche hanno trasformato grandi superfici in terreni agricoli. Sfruttando la terra l’essere umano assolve il compito affidatogli da Dio (Gn 2,15). Utilizzare il suolo proteggendone la durabilità offre la garanzia che «latte e miele» continueranno a scorrere, ricordando la promessa fatta al popolo d’Israele (Lv 20,24; Es 33,3). OEKU invita le Chiese a soffermarsi sui problemi legati all’utilizzo irragionevole del suolo: le superfici agricole si riducono, la fertilità diminuisce, le sorgenti si seccano, le falde si abbassano. L’agricoltura non deve unicamente assolvere al suo compito di produzione, ma anche quello di cura del paesaggio e salvaguardia della biodiversità. Le parrocchie, grazie all’azione «Un Tempo per il Creato», possono dare un contributo etico e spirituale a vantaggio di un’agricoltura naturale, per alimenti sani e con fedeli che consumano in modo responsabile. Chiese e Creato, anche in Italia. «La salvaguardia del Creato non è più appannaggio degli ecologisti, ma un aspetto importante della testimonianza reale delle nostre Chiese. Siamo chiamati a essere ‘Chiese ecologiche?’». Questo è il messaggio che i pastori J. Hansen e H. Anders, membri della Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle Chiese Evangeliche d’Italia, hanno portato nel corso di un seminario tenutosi a metà settembre a Riesi. Il seminario è stato l’occasione per conoscere quanto le Chiese riformate europee già fanno. In particolare si tratta di un sistema di gestione ambientale delle strutture e delle attività delle comunità denominato «Gallo Verde», che dal 2002 è stato adottato da centinaia di strutture ecclesiastiche in Austria e in Germania. Il percorso prevede tappe fondamentali come l’elaborazione di linee guida teologi-

che e la sensibilizzazione di tutta la comunità a cambiare le proprie abitudini, tanto nella vita privata quanto in quella collettiva. In Italia la Chiesa valdese di Milano ha passato l’esame di questa certificazione ambientale, che è da una parte riconoscimento, ma anche impegno. Si è purtroppo osservato che spesso le realtà delle piccole comunità evangeliche italiane, con i loro magri bilanci, difficilmente si prestano all’adozione di questo sistema di gestione molto ambizioso delle comunità. Per contro sembrano rientrare nell’ambito delle capacità delle realtà evangeliche italiane azioni come quella suggerita dalla check list «Rete di eco comunità – nel cammino di Pace, Giustizia e salvaguardia del Creato», che propone una serie di misure da mettere in pratica per «pesare meno sull’ambiente». «Preghiamo il Signore affinché le nostre Chiese e società, prendendo veramente coscienza del grave stato di salute del pianeta Terra, siano capaci di cambiare velocemente rotta». Atomica follia. Le cinque centrali atomiche svizzere producono ogni anno 75 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi, il che rappresenta il volume di un cubo di 120 metri di lato. Al loro rientro in Svizzera, dai siti di trattamento esteri ai fini della loro messa a deposito definitiva, e in attesa di trovare un luogo idoneo, sono stoccati in due depositi provvisori nel Canton Argovia. Qui o sull’area delle centrali aspettano anche altri 7000 metri cubi di rifiuti mediamente o debolmente radioattivi. L’Ufficio federale dell’energia scrive sul suo sito che, secondo lo stato attuale delle conoscenze, per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, la soluzione più sicura è il deposito in formazioni rocciose adeguate, a centinaia di metri sotto terra, in gallerie o caverne appositamente scavate e in fusti in acciaio particolarmente resistenti. Una volta completato lo stoccaggio, questi depositi rimarranno chiusi e sigillati fino al decadimento totale della loro radioattività, periodo stimato a un milione di anni. Attualmente, sei siti nei cantoni di Zurigo, Sciaffusa e Argovia sono al vaglio dei geologi per determinare la loro idoneità. Uno o più di questi luoghi accoglierà a partire dal 2040 circa il risultato di cinquant’anni di produzione nucleare elvetica: centomila metri cubi di rifiuti, inclusi quelli derivanti dallo smantellamento delle nostre «care» centrali atomiche.


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Dialoghi

I conti di «Dialoghi» BILANCIO 2012 Attivi Conto corrente postale������������������������������������������������������������������������������������� CHF 5.961,68 Contributo cantonale da incassare������������������������������������������������������������������������ 1.500,00 Transitori attivi Totale Attivi������������������������������������������������������������������������������������������������������������������������ 7.461,68 Passivi Creditori�������������������������������������������������������������������������������������������������������������������������������� -3.927,10 Transitori passivi ���������������������������������������������������������������������������������������������������������������� -180,00 Riserva per stampa testi �������������������������������������������������������������������������������������������� -2.093,50 Capitale proprio �������������������������������������������������������������������������������������������������������������������� 461,91 Avanzo / disavanzo d’esercizio���������������������������������������������������������������������������� -1.722,99 Totale passivi�������������������������������������������������������������������������������������������������������������������� -7.461,68 Utile (+) Perdita (-) da Bilancio

In questo numero G Fede in quel lume (Editoriale) G madre dei santi e dei poveri (Giovanni Cristini)

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Articoli G vangelo e diritto canonico (Aldo Lafranchi) 2 G fardello di dolore, scandalo per l’Europa (Giusi Nicolini) 7 G Arturo Paoli, il centenario di un testimone (Carlo Molari) 8 G le chiese vuote, i cieli pieni? (Raniero La Valle) 17 G facciamo un quotidiano cattolico con sempre meno, meno, meno (E. M.) 18 Documento G Cerchiamo insieme la brace sotto la cenere (Martin Werlen) 9

CONTO ECONOMICO 2012 Costi Stampa periodico����������������������������������������������������������������������������������������������������������� 18.729,55 Spedizione rivista ������������������������������������������������������������������������������������������������������������ 3.099,20 Spese postali e porti������������������������������������������������������������������������������������������������������������ 562,26 Stampati e materiali pubblicitari Spese varie �������������������������������������������������������������������������������������������������������������������������������� 330,00 Totale Costi���������������������������������������������������������������������������������������������������������������������� 22.721,01 Ricavi Abbonamenti ordinari ��������������������������������������������������������������������������������������������� -15.490,00 Abbonamenti sostenitori������������������������������������������������������������������������������������������� -3.900,00 Vendita copie singole ��������������������������������������������������������������������������������������������������������� -54,00 Sussidio cantonale���������������������������������������������������������������������������������������������������������� -5.000,00 Donazioni Sussidi vari Totale Ricavi ����������������������������������������������������������������������������������������������������������������� -24.444,00 Utile (-) Perdita (+) da Conto Economico������������������������������������������������ -1.722,99  

No. 225

Pietro Lepori, amministratore Faido-Tengia, febbraio 2012

«Dialoghi» ringrazia in particolare gli abbonati sostenitori che hanno permesso di chiudere l’esercizio con un leggero attivo. Con la presentazione dei Conti 2012, Pietro Lepori, in carica dal 2004,cessa la sua funzione di Amministratore di «Dialoghi». Il Comitato gli rivolge un sentito ringraziamento per un lavoro oscuro e assiduo, non retribuito, segno di un’amicizia mai venuta meno e che ci legherà a lui anche in futuro. Il Comitato ha nominato nuovo Amministratore il Signor Claudio Cerfoglia, al quale dà il più cordiale benvenuto.

Offrite «Dialoghi» A un giovane lettore! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni l’amministratore di «Dialoghi»: Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4, 6900 Lugano, amministrazione@dialoghi.ch.

Segnalazioni G E. Balducci, «Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile», Chiarelettere, Milano 2012 21 G cronaca internazionale G cronaca svizzera G notizie belle e buone G notiziario (in)sostenibile G i conti di «Dialoghi»

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, email: amministrazione@dialoghi.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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