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dialoghi 224

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224 dialoghi Locarno – Anno 44 – Dicembre 2012

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Il Natale dev’essere proprio solo così? Il Natale è ormai il simbolo della nostra società dei consumi e l’apoteosi di un elemento che la caratterizza: lo spreco. Spreco di luci e di energia per paesaggi notturni che lampeggiano nervosamente, ma non danno conforto; spreco di cibi che fanno traboccare le pattumiere di quel che stomaci sopraffatti non hanno voluto; spreco di imballaggi a formare montagne di carta lucida, brillante, colorata; spreco di «regali», merci ricevute ma non necessarie e spesso nemmeno desiderate. Come siamo arrivati sin qui? Qual era il significato originario del dono a Natale? Ci sono alternative? «Dialoghi» affronta in questo numero, prendendo spunto dal carattere che ha assunto il Natale, il tema del consumismo, dei consumi, dell’economia capitalistica di mercato e delle alternative a quello che appare essere – ma non è – l’unico modello economico possibile. Le alternative ci sono e mettono in questione un atteggiamento secondo cui di tutto si può fare mercato, cioè trarre profitto: uteri in affitto, speculazione sulle derrate alimentari, brevetti di specie viventi, sfruttamento sconsiderato della natura, sperimentazione sugli animali, traffico di organi, droga, armi, strumenti di tortura, esseri umani. Esprimono una critica al mercato globale in cui tutto diventa merce, in cui un essere umano ha o non ha valore a dipendenza da dove vive o dal colore della sua pelle. Le alternative mostrano anche come fare. Invece di aspettare la fine del mondo, invitano a mettersi in gioco e a rinnovare quello in cui viviamo. (dossier a cura di Daria Lepori e Marina Sartorio)

Lo shopping compulsivo, febbre da acquisto La pubblicità ha lo scopo di convincere ad acquistare un prodotto, in pochi secondi. Deve essere facile da comprendere, convincente e fondarsi su elementi familiari della vita quotidiana. Vivere oggi tra noi significa esporsi continuamente a messaggi pubblicitari (ne captiamo in media 2500 al giorno). I maggiori grandi magazzini editano e ci recapitano settimanalmente gazzette che pubblicizzano merci «in azione» e le «ultime novità» messe in vendita. Perfino nella relazione con le persone siamo sollecitati dall’ammiccare dei nomi e dei «loghi» delle marche, da abiti e accessori. In una realtà che si svuota di significati e in cui le relazioni umane perdono autenticità, la pubblicità si insinua facilmente e ci fa desiderare cose di cui non abbiamo alcun bisogno. Vi siete mai chiesti quanto è disposta a spendere l’industria per convincerci a comperare? Un blogger ha fatto il calcolo seguente: nei primi sei mesi del 2011 in Italia le case

automobilistiche hanno investito in pubblicità 501 milioni di euro (fonte: Nielsen Media Research). Se si divide questa cifra per 1.012.849, pari alle auto immatricolate nello stesso periodo, si scopre che tra gennaio e giugno 2011, per ogni vettura targata, i costruttori hanno speso in pubblicità 495 euro. Un aspetto problematico della pubblicità è l’immagine della donna che veicola. Come sottolinea una risoluzione del Parlamento europeo del 2008, «la pubblicità, veicolando gli stereotipi del genere, racchiude le donne e gli uomini nei ruoli predefiniti, artificiali e spesso degradanti, umilianti e invalidanti per i due sessi». Le donne nella pubblicità sono molto visibili, ma in una maniera stereotipata che non corrisponde al loro posto reale nella società. Sono utilizzate per sostenere il trasferimento del desiderio dal corpo al prodotto, perché divenga desiderabile a sua volta. È una strategia di (Continua a pagina 7)

Aiutiamo il Nunzio a trovare il nuovo Vescovo di Lugano (pp. 23 e 24)


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Disintossicarsi dall’alcol consumistico Il ben essere non può ridursi al mercato «Come mai i nostri bisogni di beni e servizi si sono talmente dilatati da apparire limitati solo dalla consistenza del nostro reddito?», si chiede Fausto Piazza per introdurre la sua analisi del consumismo1. Inizio da qui perché il mio articolo si basa quasi integralmente sul suo esposto, che mi sembra servire ottimamente per raccontare in breve spazio e con una sufficiente neutralità un fenomeno complesso, nel quale la nostra società è a tal punto coinvolta che quando lo si critica molti si sentono lesi in prima persona. La risposta alla domanda iniziale non può essere soltanto quella della maggiore disponibilità di denaro, che, oltre ai bisogni basilari (un tetto, cibo, indumenti, salute e formazione), permette di soddisfare anche i desideri. Di fronte a un reddito maggiore potrebbe affermarsi il risparmio o la diminuzione del tempo di lavoro retribuito, non necessariamente un maggior consumo di beni e servizi. Facciamo un passo indietro, all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, in America. In quel momento, il pericolo di un mercato che, soddisfatto nei suoi bisogni, non contribuisse più a far aumentare i profitti dell’industria fu percepito per la prima volta. Si investirono quindi risorse per trasformare l’americano medio, parsimonioso e propenso al sacrificio da «investitore nel futuro a consumatore nel presente»2 e furono ideate strategie di marketing per indurre le persone a desiderare ciò che non aveva mai voluto prima. Il comportamento di una élite fu proposto come modello alle classi inferiori, in modo da far apparire il lusso come una necessità per chiunque. Jeremy Rifkin la descrive come «creazione organizzata dell’insoddisfazione»3. Gli aumenti di reddito concessi divennero funzionali all’espansione dei consumi. Un elemento chiave di questa tattica: la pubblicità, divenne una forma di comunicazione il cui contenuto informativo (ciò che si propone di acquistare) è irrilevante rispetto al contenuto simbolico (le emozioni che l’acquisto suggerisce di poter soddisfare). Essa ha contribuito in modo sempre più determinante alla nascita e alla diffusione delle mode e dei modelli di comportamento. La

dilatazione dei bisogni, sul piano del comportamento, ha preso il nome di «consumismo»4. Sarebbe però ingenuo sostenere che tutto sia frutto solo di un disegno consapevole ordito dai detentori del potere. A stimolare la propensione illimitata al consumo hanno concorso almeno altri due fattori, uno economico e uno antropologico: da un lato la stessa logica interna al funzionamento dell’economia e i principi etici ad essa sottesi, dall’altro l’insofferenza verso ogni forma di limitazione della propria libertà. a cura di Daria Lepori

Capitale e mercato L’economia oggi prende il nome di economia capitalista di mercato5 perché gli elementi che la contraddistinguono sono il capitale e il mercato. Il mercato è definito quella situazione in cui la domanda di un bene o di un servizio è soddisfatta dall’offerta, dopo che è avvenuta una contrattazione tra le parti interessate, ed entrambe hanno cercato di massimizzare il proprio vantaggio. Il prezzo in denaro pagato riflette i rapporti di forza esistenti in quel momento tra le parti coinvolte. Tutte le volte che abbiamo a che fare con un acquisto o una vendita sappiamo che queste sono le regole del gioco e siamo portati a credere che sia perfettamente normale comportarsi così. Già Aristotele tuttavia nel capitolo introduttivo della «Politica», osservava che un bene ha un valore diverso a seconda che venga utilizzato per un determinato scopo o venga venduto per denaro o barattato. Nel primo caso si ha un valore d’uso che è la qualità intrinseca di un prodotto del lavoro, nel secondo un valore di scambio. Su questa base Aristotele poneva una distinzione tra oikonomìa – attività tesa a soddisfare i bisogni di una famiglia o della comunità – e chrematistikè – attività finalizzata sia al commercio sia al prestito a interesse come fonti di profitto. Queste ultime erano da considerarsi innaturali e pericolose per la coesione sociale, perché comportavano l’accaparramento dei benefici derivanti dal commercio da parte di alcuni a danno di altri. Il filosofo giudicava che chi perseguiva l’arricchimento personale non aveva

capito che cosa significhi «vita buona», cioè una vita legata alla comunità in cui si è inseriti e avrebbe finito per distruggere se stesso. Ora vediamo che il modello economico dominante si basa sulla massimizzazione della propria ricchezza, anche a scapito di quella altrui, e non è orientato al bene comune. Da dove ci viene, allora, questa percezione di normalità? La risposta sta in una celebre pagina di Adam Smith, considerato il fondatore dell’economia classica. «L’uomo ha quasi sempre bisogno dell’aiuto dei suoi simili e lo aspetterebbe invano dalla sola benevolenza: avrà molta più probabilità di ottenerlo volgendo a suo favore l’egoismo altrui e dimostrando il vantaggio che gli altri otterrebbero facendo ciò che egli chiede […]. Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del loro interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi […]. Ogni individuo si sforza continuamente di trovare l’impiego più vantaggioso possibile per qualsiasi capitale di cui possa disporre. In effetti è al suo proprio vantaggio che egli mira, non a quello della società. Ma la considerazione del suo vantaggio lo porta naturalmente, o meglio necessariamente, a preferire l’impiego più vantaggioso per la società»6. Per Smith, interesse comune e privato non sono in contrasto: è il cosiddetto utilitarismo, secondo cui la morale stessa è fondata sull’interesse individuale. Su questa base diventava possibile calcolare razionalmente costi e benefici: da qui è derivata l’importanza assegnata alle attività economiche nello spazio del mercato, in cui il comportamento degli attori era guidato da quel calcolo. Se la nozione di bene, e di bene comune, si risolve in quella di utile individuale, è evidente che l’unico limite che si pone al suo perseguimento sarà la concorrenza degli altri soggetti tesi al medesimo scopo: la competitività è il rovescio della medaglia dell’utilitarismo. Attraverso la concretezza dell’agire in un sistema economico ispirato a questi principi abbiamo fi-


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nito con l’assimilarli, ricavandone la percezione di normalità. Anche per parlare del capitale possiamo citare A. Smith: «Quando i fondi che un uomo possiede sono appena sufficienti per mantenerlo […] raramente egli pensa di trarne un reddito. Questa è la condizione della maggior parte dei poveri che lavorano in tutti i paesi. […]. Ma quando possiede fondi sufficienti a mantenerlo per mesi o anni, è naturale che egli cerchi di trarre un reddito dalla maggior parte di essi, riservando per il suo consumo immediato soltanto quanto basta a mantenerlo finché questo reddito non cominci ad entrare. […] La parte di fondo da cui si attende di trarre questo reddito si chiama propriamente il suo capitale»7. Ponendo M = merce e D = denaro, si può dire schematizzando che dal modello M à D à M, in cui il fine è il valore d’uso di ciò che si scambia, lo scambio è il mezzo e il denaro ha la funzione di agevolarlo, si passa al modello D à M à, dove il fine è l’aumento del denaro e il valore d’uso resta assorbito in quello di scambio, che resta un mezzo; quest’ultimo può addirittura sparire, come nelle transazioni finanziarie, il cui il modello diventa D à D. L’evidente inversione tra mezzi e fini è quella che Aristotele prevedeva e condannava come innaturale e ha tra le sue conseguenze che ogni processo di accumulazione è tendenzialmente infinito, perché essendo fine a se stesso ha natura circolare. Quando ciò che è bene per se stessi abolisce ogni altro possibile significato di bene è come se l’individuo fosse incapace di porre freno all’espansione del proprio ego e, anzi, non comprendesse per quale ragione lo dovrebbe fare. È l’idea stessa di libertà di noi occidentali che appare intimamente connessa con questo egocentrismo illimitato. Essa assume come scontato che la soglia di libertà di cui possiamo usufruire come individui possa e debba essere spostata sempre più in là, in una sostanziale equivalenza tra più e meglio8. Radici del consumismo: libertà e limite Il fattore antropologico di stimolo alla propensione illimitata al consumo è il desiderio di libertà. Una libertà tendenzialmente illimitata ci rimanda all’idea e all’esperienza che abbiamo del limite. Esso segna la nostra esistenza fin dal principio: non siamo a noi a decidere di venire al

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mondo, anzi prima di allora non siamo. E ci accompagna per tutta la vita, rendendosi presente in ogni sofferenza, in ogni scelta – che è sempre un de-limitare un percorso tra possibili alternative. Alla fine ci viene incontro nelle sembianze della morte, il limite estremo. Durante la vita ci accompagna anche l’esperienza fortissima del desiderio di superare il limite, che sentiamo come afflizione. Abita in noi un moto interiore che si potrebbe chiamare desiderio di infinito e che, nella nostra cultura, si esprime in desiderio di libertà. L’orizzonte segna il confine di ciò che possiamo vedere, ma attira la nostra curiosità per ciò che potrebbe trovarsi al di là e ci spinge a muoverci per saperlo. Dopo averlo fatto, è semplicemente un nuovo orizzonte. Così il movimento riprende e poi ancora e ancora. In questo andare ciascuno agisce per sé perché ciascuno genera con lo sguardo il proprio orizzonte. La metafora suggerisce che la libertà dal limite che cerchiamo è dunque la nostra propria e individuale libertà e che il tentativo, per questa via, è destinato a fallire. Il desiderio di infinito, con cui bisogna fare i conti, non può essere soddisfatto dalla negazione del limite. Si spiega allora come mai «il consumismo può essere descritto come quello specifico stile di consumo che appare caratterizzato da un’incontenibile propensione per il nuovo: soddisfatto un desiderio, l’individuo subito ne sente nascere molti altri, così da trovarsi coinvolto in un processo praticamente senza fine, nel quale soddisfazione e insoddisfazione sembrano alternarsi senza sosta»9. Se il proprio utile è il solo nostro movente, la logica di funzionamento dell’economia capitalista di mercato, che su di esso si basa, diventa la nostra unica logica ed è all’interno di essa che si afferma la negazione del limite. La crescita continua del capitale e l’espansione continua dei consumi sono legate tra loro non solo da una funzione circolare, ma anche dall’unica finalità utilitarista che le governa. Il mercato, il luogo dello scambio per denaro, ha esteso oggi i propri confini al mondo intero in un processo chiamato globalizzazione e ha finito per diventare il modello su cui organizzare la stessa società, di cui prima era solo un particolare settore. Non esistono più ambiti sottratti alla sua logica, per cui è possibile fare mercato, cioè trarre profitto, di qualsiasi cosa, anche la vita stessa. L’idea di bene

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comune si è scolorita fino a perdere il significato concreto, è stata bandita dal vocabolario etico d’uso comune. Chi l’utilizza è bollato come buonista, con un significato che oscilla tra utopista ingenuo e in malafede. Il mal-essere e il ben-essere sono inseriti nello stesso quadro e la sottrazione ai danni della natura e dei poveri sono la premessa dell’economia di mercato. L’Utile è l’unico vero dio. Il prospettarsi all’orizzonte di varie crisi: quella climatica, il prossimo raggiungimento dell’oil peak10, il peak dei fosfati (necessari all’agricoltura industriale), la più massiccia scomparsa di specie viventi dall’estinzione dei dinosauri a questa parte – segnali evidenti del limite congenito al fatto di stare su un pianeta «finito» – non sembrano bastare a mettere in crisi il modello. Invece la soluzione a partire dagli anni 70, con la presa di coscienza che le risorse sono disponibili in quantità limitate11, avrebbe potuto essere quella di rivedere completamente il modello secondo criteri di sostenibilità ed equità. Invece si è semplicemente preso atto della situazione rimodulando il modello per adattarlo a un’epoca di crescita lenta. Ciò ha significato sul versante produttivo ridurre la quantità di materie prime ed energia per unità di prodotto (non complessivamente), ma più ancora avere «esuberi» di mano d’opera ed esigenze di «flessibilizzare» il rapporto di lavoro, in modo da farlo corrispondere, come le scorte di magazzino, alla variabilità delle vendite sul mercato. Inoltre ha incrementato la tendenza a sostituire il lavoro con macchine intelligenti, oppure a trasferire la produzione in luoghi dove il costo del lavoro e le garanzie per chi lavora sono i più bassi possibili. Sul versante del consumo ciò ha significato parallelamante un accentuarsi della pressione consumistica sulla parte di popolazione mondiale dotata di reddito sufficiente e l’esclusione degli altri dal circuito economico, senza prospettiva di rientro. Se a questo punto ritorniamo a riflettere sulla nostra esperienza di consumatrici e consumatori, scopriamo che ognuno è messo brutalmente di fronte al fatto che esiste uno scarto incolmabile, e crescente, tra le possibilità da cogliere e le risorse a disposizione per farlo. La soddisfazione cercata attraverso il consumo crea frustrazione. Rifacciamoci all’immagine delle automobili, veicolata dalla pubblicità: non è un caso che


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le strade in cui si muovono siano immancabilmente vuote. L’utile che ci può derivare dal loro utilizzo è tanto maggiore quanto meno ce ne sono in circolazione, come è facile osservare quando, alla guida di un mezzo magari capace di alta velocità, ci troviamo a andare in coda a passo d’uomo. Il rovescio della medaglia dell’utilitarismo: la competizione, è presente anche nel consumo. In questo caso essa ci spinge a nuovi e maggiori acquisti per ristabilire ogni volta la distanza tra noi e gli altri, ma il vantaggio conseguito viene inevitabilmente annullato dall’analogo comportamento altrui. Il divario tra l’impegno per procurarsi le risorse monetarie da destinare all’acquisto e la soddisfazione che se ne ricava aumenta ogni volta. Quella che a noi pare una libertà di scelta, resa possibile dalla varietà di ciò che ci offre il mercato, si rivela essere solo una sovranità limitata. Infatti, nello scambio mercantile vige la ferrea logica dell’interesse, che si esprime in un contratto fra le parti del tipo: se io voglio qualche cosa sono obbligato a pagarti un prezzo, se io pago un prezzo tu sei obbligato a darmi qualcosa. L’unica libertà che si ha in questo caso sarebbe quella di non volere qualcosa, ma ciò comportereb-

be l’uscita dallo spazio del mercato, in cui si entra proprio perché qualcosa si vuole. Se, come ci si vuol far credere (e siamo disposti ad accettare) il mercato può soddisfare ogni desiderio, non ne vorremmo certamente uscire e ne rimarremo prigionieri. Ci costituiremo come soggetti di bisogno, cioè come incapaci-di-fare-ameno-di, nella stessa misura in cui, mediante l’acquisto ci sembrerà di liberarci dal bisogno, cioè dal limite espresso negativamente come mancanza-di12. L’indicazione che da questo ragionamento può derivare è che per affermare una libertà autentica è necessario allontanare i fumi dell’alcol consumistico e ritornare a una condizione di sobrietà, che in primo luogo vuol dire capacità di disporre del bisogno, che incatena al mercato e nel mercato. Capacità di accettare, prima ancora che riconoscere i limiti della biosfera, il limite che riguarda ciascuno di noi. NOTE 1. F. Piazza, A che punto è il nostro benessere, in AA.VV, Invito alla sobrietà felice, EMI edizioni, Bologna 2000, pp. 30 ss. Fausto Piazza è promotore della campagna «Bilanci di giustizia»; ha promosso a Brescia la Consulta comunale per la pace e i diritti dei popoli.

No. 224 2. J. Rifkin, La fine del lavoro, Baldini & Castoldi, Milano 1997, p. 48. 3. Ibidem, p. 49. 4. L’aumento della produzione totale di merci dal 1960 al 2010 è stato del 428,6%. 5. Un’altra forma di economia è, per esempio, l’economia solidale, che si basa sul ben essere di tutte le persone e l’armonia con la natura. 6. A. Smith, La ricchezza delle nazioni, Roma 1975. 7. Ibidem. 8. Il numero di milionari negli USA è passato da cinquemila nel 1932 a quattro milioni nel 2010. 9. A. Castegnaro (a cura), Il prezzo del consumo, EDB, Bologna 1994, p. 24. 10. Oil-peak: teoria scientifica riguardante l’evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi risorsa minerale esauribile o limitata. Si propone di prevedere, a partire dai dati relativi alla «storia estrattiva» di un giacimento minerario, la data di produzione massima della risorsa estratta nel giacimento, così come per un insieme di giacimenti o una intera regione. Il punto di produzione massima, oltre il quale la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert. Fonte: Wikipedia. 11. Nel 1972 il Club di Roma pubblicava lo studio: D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Render, W. Behrens III, The Limits to Growth, New York 1972. Trad. italiana: I limiti dello sviluppo, Milano 1972. 12. Cfr. I. Illic, Bisogni, in W. Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, Edizioni gruppo Abele, Torino 1998.

Compromesso svizzero

L’uomo che vive sui treni

di Giovanni Rossetti

Racconti ferroviari di Andrea Gianinazzi Prefazione di William Spaggiari

Un bambino clandestino salvato da una valanga. Uno strano cucciolo che i cacciatori vogliono abbattere a ogni costo. Una vecchia donna che vive solitaria su un monte ticinese. Il loro desiderio di vivere in pace, liberi e selvaggi, viene ostacolato dalle autorità svizzere. Braccati da ogni parte, devono combattere su tutti i fronti per difendere le loro vite dalle insidie della burocrazia elvetica. Un ritratto originale e indimenticabile della Svizzera attuale, in cui prosa delicata e fine umorismo si fondono in un flusso di grandi emozioni. Formato 12,5 x 21 cm, 188 pp., Fr. 20.–

Collana «La Betulla»

Otto racconti come otto capitoli di un’unica storia, quella di un vagabondo che vive sui treni e che incontra le storie di altre persone e ne è spettatore. Solo il primo racconto e l’ultimo appartengono alla sua storia: quella di un treno di deportati che finisce su un binario morto perché la guerra è finita e quella della sua tragica fine su un treno sul quale era salito per sbaglio e sul quale prende coscienza del senso della propria esistenza. Tra questi due estremi le storie ordinarie di altre persone.

Collana «La Betulla»

Formato 12,5 x 21 cm, 144 pp., Fr. 20.–

Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch


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Prosperità senza crescita: è possibile? Una prospettiva convincente che ci impegna L’economia deve crescere. Questo si sente sempre immancabilmente rispondere chi sostiene che il pianeta terra da molti decenni ormai non è più in grado di sopportare i ritmi di produzione, di consumo delle risorse e di inquinamento a cui è sottoposto. Si puo dire che l’inevitabilità della crescita sia un dogma accettato universalmente, con la sola eccezione di pochi eretici, ecologisti ed economisti alternativi, seguiti da piccoli gruppi e movimenti di cittadini sparsi per il mondo. Se l’ecologia lentamente si sta facendo strada almeno nell’ambito dei comportamenti individuali e in varie normative anti-inquinamento, l’idea di una «decrescita», o almeno di un arresto della crescita, «acrescita» o «crescita zero», appare ai più una proposta impraticabile. Si acquistano prodotti biologici, a «km zero», del commercio equo; si lascia a casa l’automobile sostituita dalla bicicletta, ci si affida per le vacanze ad agenzie del «turismo sostenibile». Il mercato e la politica tollerano questi comportamenti individuali come varianti irrilevanti, di nicchia, all’interno di un sistema ancora solidamente consumista. Anzi, non ci si fa scrupolo di trasformare velocemente in nuovo settore di mercato il biologico, sostenibile, equo... Ci pensa la pubblicità a piazzare vicino allo spot del fuoristrada inquinante quello dell’ultimo modello di frigorifero di classe energetica A+++ con cui sosituire al più presto quello di classe energetica A++. Per questo ai critici più severi del modello della crescita la green economy e anche il concetto di «sviluppo sostenibile» sembrano insufficienti ad affrontare la crisi ecologica di cui soffre il nostro pianeta. Ricchezza, diritti umani, felicità Un’obiezione frequente a chi mette in forse la validità di un modello globale di crescente produzione di beni è di voler escludere interi popoli dal benessere raggiunto nel Nord del mondo: perche gli indiani, i cinesi, gli africani non dovrebbero avere tutte le nostre comodità? Interessanti studi e indagini statisti-

che stanno mettendo in dubbio l’idea propagata dalla pubblicità e assecondata da troppi leader politici, che la felicità corrisponda tout court al benessere e alla ricchezza. Un’indagine del 2008 condotta dal Worldwatch Institute1 presenta dati sorprendenti sulla relazione tra pil procapite e «soddisfazione» circa le proprie condizioni di vita in oltre cinquanta Paesi dei diversi continenti: il Brasile ad esempio, con 4000 dollari, presenta un livello di soddisfazione superiore al Portogallo e alla Spagna con rispettivamente 13’000 e 15’000 dollari. di Marina Sartorio

Amartya Sen, nel suo studio fondamentale sul tenore di vita2, per definire la prosperità distingue tra i concetti di opulenza, utilità, capacità di essere felici. Opulenza nel senso di quantità di ricchezze materiali, che però, arrivati a un certo livello, ci fa sentire saturi: ed è allora che ci si chiede quale sia l’utilità di tanta ricchezza, se continuare a desiderare di più non diventi una trappola che ci imprigiona in una spirale di eterna insoddisfazione. È quello che vediamo oggi, con il mercato che continua a presentarci nuovi prodotti che dobbiamo comprare per non essere da meno degli altri. Si rende necessario allora avere la forza di affermare che la felicità non dipende dal possesso dell’ultimo i.pod o del modello di Adidas più alla moda. Può sembrare arduo interrogarsi su che cosa sia la felicità. Eppure, sfrondando proprio tutto cio che è opulenza, le parole di Amartya Sen non sono banali: «Sono ben nutrito? Sono libero da ogni malattia evitabile? Vivo abbastanza a lungo? Posso partecipare alla vita della comunità? Posso presentarmi in pubblico senza vergogna? Posso trovare un lavoro per cui valga la pena lavorare? Posso mettere in pratica quello che ho imparato a scuola? Posso andare a trovare parenti e amici, se lo voglio?». Non è scontato, anche nella nostra opulenta Svizzera, poter rispondere affermativamente a tutte queste domande. Né sarebbe giusto pensare che un economista del Sud del mondo, come Amartya Sen, sia condizionato dalla

povertà del suo Paese, l’India, nella sua visione della felicità umana. La filosofa Martha Nussbaum nella sua «lista di capacità umane centrali» menziona: vivere una vita umana di normale durata; salute fisica; integrità fisica (essere al riparo da attacchi violenti, possibilità di godere del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo); ragion pratica (essere in grado di formarsi un proprio concetto di vita buona); appartenenza (poter vivere con gli altri e per gli altri); gioco; controllo del proprio ambiente3. È pensabile, quindi, una soglia al di sotto della quale universalmente non si danno condizioni per essere felici e al di sopra della quale, però, la felicità non aumenta quanto più ci si spinge verso l’alto. È per questo che i filosofi e gli economisti della decrescita – dai precursori Ivan Illich e Nicholas Georgescu-Roegen ai piu recenti Georges Latouche e Maurizio Pallante – parlano di decrescita felice, decrescita serena. Senza negare che nei Paesi poveri sia necessario raggiungere un tenore di vita più alto, possono fondatamente proporre ai Paesi opulenti la sobrietà, la frugalità non come sacrificio bensì come mezzo per raggiungere una maggiore soddisfazione nei confronti della propria vita, come sostituzione di valori egoistici e materiali con valori di relazione e culturali o, possiamo anche dire, spirituali. Per una macroeconomia sostenibile Una volta «decolonizzato l’immaginario»4 circa che cosa dà o non dà una felicità più profonda e durevole di quella suggerita dalla pubblicità, rimane pur sempre la domanda su come riconvertire l’economia in modo da renderla confacente a stili di vita sobri, a un’equa distribuzione delle ricchezze, alla sopravvivenza del pianeta. Lasciando da parte il problema che affligge l’economia mondiale ormai da decenni, cioè la finanziarizzazione, di cui ci siamo già occupati su «Dialoghi», per quanto riguarda l’economia reale (produzione e servizi) bisogna distinguere tra recessione e decrescita. O, per usare un’espressione meno provocatoria e più rassicurante, «prosperità senza crescita», dal titolo dell’esauriente


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studio dell’economista inglese Tim Jackson5. Se la recessione la conosciamo bene, una decrescita, o una a-crescita, è ancora tutta da realizzare. Alcuni governi sudamericani, soprattutto Bolivia e Ecuador, partendo da rivendicazioni di identità culturale stanno realizzando politiche sociali ed economiche ispirate al buen vivir, lo stile di vita delle comunità ancestrali, rispettoso della natura e basato più sulla condivisione che sulla proprietà privata. Evidentemente questi Paesi, tra i più poveri del continente, in molti settori devono crescere; ma è interessante il loro rifiuto del modello di sviluppo dei vari G8, G20, FMI, OMC, e la costruzione di scenari alternativi a cui potremmo rifarci anche noi dei Paesi più ricchi. Il concetto di buen vivir è già diventato parte integrante del pensiero di teorici europei del calibro di un Serge Latouche. Peccato che, invece, nella discussione più strettamente politica, alle nostre latitudini sia ancora e sempre la crescita a predominare. Un’interessante eccezione tra i Paesi del Nord del mondo la dobbiamo all’ultimo governo laburista del Regno Unito, che tra il 2003 e il 2009 ha finanziato una serie di progetti di ricerca con lo scopo di «ripensare sin dalle fondamenta il ruolo della crescita come forza dominante dell’economia politica moderna, e di essere ben più rigoroso nella distinzione tra il tipo di crescita economica che è compatibile con la transizione verso una società davvero sostenibile e quello che non lo è affatto»6. Il problema del lavoro Siamo così abituati a pensare che a minore consumo corrisponda automaticamente maggiore disoccupazione, che non ci rendiamo conto di come, in realtà, quelli che consumiamo sono spesso prodotti di scarsa qualità che arrivano dai Paesi cosiddetti emergenti, oppure prodotti di marca che arrivano però anch’essi da fabbriche «delocalizzate» nei Paesi dove le condizioni e quindi il costo del lavoro sono molto più bassi che da noi. È di pochi mesi fa lo scandalo che ha rivelato le condizioni di schiavitù in cui vivono gli operai della Foxconn, la fabbrica cinese che produce anche per la mitica Apple di Steve Jobs; di questi giorni la protesta operaia a Kragujevac, in Serbia, dove si produce la nuova «cinquecento» della FIAT con turni di lavoro di 10

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e anche 12 ore, per un salario di 300 euro al mese. Ri-localizzare l’economia è uno dei principi fondamentali della decrescita. Un altro aspetto è la riduzione dell’orario di lavoro. Lo slogan: lavorare meno per lavorare tutti, che aveva portato in Francia alla legge sulle 35 ore, non risuona più nelle manifestazioni e anzi vediamo i lavoratori disposti –meglio: costretti – a fare turni più lunghi, più straordinari, a lavorare anche di sabato e domenica pur di mantenere l’impiego, sempre con la spada di Damocle della chiusura e delocalizzazione dell’azienda. Solo interventi governativi potrebbero invertire questa tendenza. Certamente l’elaborazione teorica degli economisti sarebbe di aiuto. Uno studio pionieristico in questo senso è stato fatto in Canada, dove l’economista ecologico Peter Victor ha costruito un modello di economia a crescita zero, con una riduzione progressiva delle ore di lavoro del 14% nell’arco di 30 anni7. Più ricerche di questo genere e soprattutto la loro divulgazione tra un vasto pubblico di cittadini sensibili tanto alle tematiche economiche quanto a quelle ambientali potrebbero portare a un cambiamento anche a livello delle decisioni politiche. Investimenti ecologici Che cosa produrre, e come, in un’ottica di sostenibilità ambientale rientra fra i grandi temi della decrescita. Come spostare il lavoro dalla produzione per il consumo alla produzione di tecnologie che ci permettano di diminuire considerevolmente l’impatto ambientale del nostro stile di vita, pur senza rinunciare al comfort a cui siamo abituati? Vediamo che in questo campo il mercato non si autoregola affatto. Siamo inondati da merci inquinanti, inutili, fatte volutamente in modo da rompersi in breve tempo8. L’investimento per la sostenibilità dovrebbe, almeno per ora e fino a consolidare un vero cambio di mentalità, di cultura, di abitudini, essere pilotato dalla politica dei governi. L’obiezione costante dei governi è che mancano i fondi per tali politiche. Ma che cosa, a lungo termine, sarà più redditizio? Il sostegno al consumo con sovvenzioni alla produzione anche inquinante e piani sociali assistenzialisti, mentre perdura il degrado dell’ambiente lasciato in balia di rimedi di scarsa efficacia e durata, oppure un piano di investimenti per

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l’efficienza energetica, il riciclaggio, le tecnologie pulite, la salubrità dell’ambiente? È di tre docenti universitari italiani uno studio economico che, usando un modello di simulazione sperimentale, prospetta una strategia di passaggio da un’economia basata sui combustibili fossili a una basata sull’energia da fonti rinnovabili modificando il rapporto tra consumi e investimenti9. Questi non dovranno piu essere mirati ad aumentare la produttività, ma la sostenibilità. La stabilità economica non dovrà dipendere dalla crescita sempre maggiore dei consumi, ma essere assicurata attraverso investimenti strategici in posti di lavoro, infrastrutture sociali, tecnologie sostenibili e salvaguardia degli ecosistemi. La sordità dei governi nazionali e delle istituzioni internazionali è scoraggiante. Fortunatamente c’è tutta una dimensione intermedia tra i governi e il singolo cittadino dove è possibile agire. Lo spazio di questo articolo non permette un approfondimento, ma mi piace ricordare almeno esperienze come il movimento di «Transition Towns», nato in Inghilterra ma che si sta espandendo a città piccole, medie e anche alcune di dimensioni più grandi di vari Paesi, per realizzare progetti di sostenibilità con l’impegno dei cittadini in collaborazione con le amministrazioni locali. Oppure le esperienze di moneta locale: fra le più interessanti la svizzera «Wir», che dispone perfino di una propria banca. O i «bilanci di giustizia»: movimento italiano di famiglie che studiano insieme, scambiandosi esperienze e informazioni, come amministrare il proprio reddito con criteri di giustizia e di sostenibilità ambientale. Internet è sicuramente uno strumento formidabile per procurarsi informazioni e per trovare anche nelle proprie vicinanze organizzazioni e gruppi spontanei insieme ai quali auto-formarsi e agire. Solo un movimento di base sempre più ampio, credo, potrà smuovere finalmente i partiti politici, i mass media e i governi a cambiare strategie e programmi. Infine, ma questo può essere solo un accenno brevissimo, mi piacerebbe che, come comunità ecclesiali che si rifanno alla Bibbia, ricuperassimo il valore del sabato (della domenica), dell’anno sabbatico, del giubileo non solo come tempi di riposo ma come visione dell’economia che deve sapersi fermare e deve obbedire alla natura, non viceversa.


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dossier

NOTE 1. Worldwatch Institute, State of the World 2008. 2. A. Sen, The living standard, Oxford 1984; cfr. Pure: Id., Lo sviluppo è libertà, Milano 2000. 3. M. Nussbaum, Le nuove frontiere della giustizia. Disabilità, nazionalità, appartenenza di specie, Bologna 2007. 4. S. Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, Torino 2011. 5. T. Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Milano 2011. 6. Il progetto, coordinato da Tim Jackson (cfr. Nota 5), è consultabile sul sito www.sd-commission.org-uk. 7. P. Victor, Managing without growth, Londra 2008. 8. In rete si può vedere sull’argomento il bel documentario di Cosima Dannoritzer Obsolescenza programmata. 9. S. D’Alessandro, T. Luzzati, M. Morroni, Feasible transition paths towards a renewable energy economy: Investment composition, consumption and growth, Londra 2008.

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Lo shopping compulsivo, febbre da acquisto (Continua da pagina 1)

marketing classica, e che opera quasi esclusivamente sul corpo femminile. La pubblicità accentua l’idea che le donne saranno sempre disponibili sessualmente: così si rafforzano modelli di giovinezza, bellezza e magrezza irraggiungibili. Soprattutto, le donne sono ridotte a un elemento parziale di ciò che sono: il loro corpo. Da soggetti pensanti divengono oggetti. Infine le donne sono rinviate alla sfera domestica e privata, alla coppia e alla famiglia, al buon andamento della casa, all’apparenza e al corpo. Sotto la pressione della pubblicità si è sviluppata perfino una patologia: lo shopping compulsivo, l’acquisto guidato da un impulso urgente e irresistibile, che, seppure riconosciuto

eccessivo da chi lo mette in atto, è ripetuto fino a causare effetti dannosi per l’individuo e per le persone a lui legate. Il comportamento si mantiene nonostante gravi conseguenze e tentativi falliti di controllarlo e porvi fine. Le problematiche che seguono al comportamento di shopping compulsivo sono sentimenti di colpa, vergogna, umiliazione, problemi di salute, familiari, lavorativi, legali e finanziari. Chi ne è colpito può non vedere il proprio comportamento come un problema ma come un sollievo immediato da ansia e stress emotivo e come fonte di gratificazione personale. È un rimedio contro il senso di vuoto e la depressione, un tentativo della persona-consumatore di regolare i propri affetti nel mondo-mercato in cui vive.

Il senso del dono per un Natale di gratuità Assaliti dall’ansia del regalo, nel mese di dicembre sembriamo ormai smarrire il legame con l’Avvento e, con esso, anche l’autentica dimensione umana e cristiana del dono. Sommersi dai doni da fare o da ricevere, abbiamo perso il senso della gratuità, non riusciamo più a vederla come ricchezza nelle nostre vite e nelle nostre relazioni, convinti di essere noi gli unici protagonisti di ogni cosa, coloro che determinano l’evolversi delle vicende e delle società. Eppure il Natale cui ci prepariamo dovrebbe ricordarci sia il dono per eccellenza che è ogni vita nuova che nasce, sia il dono inaudito che Dio ha fatto all’umanità e alla creazione intera con la venuta nella carne di Gesù, vero Dio e vero uomo. Come la vita, infatti, il dono è qualcosa che ci precede, che esula dai diritti-doveri, che non può mai essere pienamente ricambiato, che nasce da energie liberate e origina a sua volta capacità inattese. La gratuità non è tale solo perché non comporta un prezzo, ma più ancora perché suscita gratitudine e, più in profondità ancora, perché sgorga da un cuore a sua volta grato per quanto già ha ricevuto. Nel dono autentico non si riesce mai a tracciare un confine certo e invalicabile tra chi dà e chi riceve: non perché vi sia il cal-

colo di chi pesa il contraccambio, ma perché, come dice Gesù, «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35). Chi dona, infatti, gode a sua volta della gioia che suscita in chi riceve. D’altronde, il fondamento dell’amore è la rinuncia alla reciprocità e alla sicurezza che ne deriva: occorre indirizzare l’amore verso l’altro senza essere sicuri che l’altro ricambierà. E non dovremmo pensare al dono solo come a una possibile forma di scambio tra le persone: riscoprire la gratuità come istanza anche sociale costituisce un’esperienza liberante e arricchente per ogni tipo di convivenza. Lo ricorda con parole forti Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate: «La gratuità è presente nella vita dell’uomo in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza... Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità». Forse il tempo del Natale e la maggiore sensibilità alla dimensione del dono che questa festa suscita potrebbe aiutarci proprio in due percorsi di approfondimento del senso delle nostre vite. A livello personale e relazionale, possiamo riscoprire

la libertà profonda che il donare richiede e la gioia che suscita sia in colui che dona che in colui che riceve. A livello sociale, ci è dato di prendere coscienza di come, anche nell’ottica mercantile ormai dominante, si possano concretamente immettere istanze di gratuita fraternità: la solidarietà umana, uno stile di vita più sobrio ed essenziale, una ritrovata dimensione di fratellanza universale non sono alternative alle ferree leggi economiche o all’esercizio della giustizia, ma sono anzi correttivi preziosi per una più equa distribuzione di quei doni naturali che sono intrinsecamente destinati a tutti. Come cristiani testimonieremo così l’unicità del Signore di cui celebriamo la venuta nella carne e attendiamo il ritorno nella gloria: un dono sceso dall’alto che non ha cercato né atteso il nostro contraccambio per portare a tutti le ricchezze della sua grazia, il volto divino della gratuità. Senza il concetto di dono e di dono gratuito non sarebbe possibile un parlare cristiano perché, non lo si dimentichi, nel cristianesimo persino l’alleanza, che di per sé è bilaterale, è diventata alleanza unilaterale di Dio offerta all’uomo nella gratuità. Enzo Bianchi da «Avvenire», 13 dicembre 2009


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opinioni

Un Sinodo così non serve Troppi propositi inconcludenti E se quello appena celebrato in Vaticano dal 7 al 28 ottobre fosse l’ultimo Sinodo dei vescovi? Ultimo non perché non se ne possano prevedere altri, ma perché sembra arrivata al capolinea la stagione post-conciliare di assemblee generaliste, che trattano insomma di problemi vastissimi senza arrivare a puntualizzare alcunché, e che comunque non potrebbero nulla decidere, essendo consultive. Al Vaticano II si levarono voci per chiedere un’attuazione della collegialità episcopale affermata dalla costituzione sulla Chiesa Lumen gentium: le ipotesi più ardite prevedevano che il papa governasse abitualmente la Chiesa cattolica con un Sinodo ristretto, da lui presieduto. Ma, prima che il Concilio potesse deliberare in merito, nel decreto Christus Dominus sui vescovi che sarebbe arrivato in porto nella quarta sessione, il 15 settembre 1965 Paolo VI, con il motu proprio Apostolica sollicitudo, istituì il Sinodo dei vescovi. Il documento istitutivo del nuovo organismo non cita mai la Lumen gentium. Dunque, in senso stretto, il Sinodo non era (non è) espressione del collegio episcopale dichiarato, sempre unito al vescovo di Roma, «soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa», come affermava il testo conciliare, ma era (è) una creatura papale per «consigliare» il romano pontefice. E, per quanto, in teoria, il Sinodo potesse essere deliberativo se il papa lo avesse permesso, di fatto sono state consultive tutte le assemblee susseguitesi dal 1967 fino all’ottobre scorso (quando si è riflettuto su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana»). I padri discutono e, infine, formulano delle propositiones che offrono al pontefice, il quale rimane libero di accoglierle nella esortazione apostolica post-sinodale che egli redige un anno o due dopo la conclusione della singola assemblea. Questa situazione, teologicamente anomala rispetto all’input della Lumen gentium, e nella prassi rivelatasi sempre più debole considerando le venticinque assemblee (generali, straordinarie, speciali) fin qui celebrate, ci porta a ipotizzare che questa tipologia di Sinodi non sia ulteriormente proponibile. Essa continuerà, certo, fin che dura il pontificato di

Benedetto XVI; ma poi si dovrebbe cambiare. Così, almeno, ci è sembrato di poter interpretare i desiderata di un certo numero di vescovi partecipanti al recente Sinodo. Nessuno di essi ha osato dire papale papale che è necessario un Sinodo deliberativo, e dedicato a temi circoscritti; ma, a ben guardare, in quella direzione ci è sembrato andare il senso del loro dire. Proprio per la vastità senza confini del tema proposto in ottobre – la «nuova» evangelizzazione: dunque, con un pensiero ai Paesi di antica cristianità che avrebbero smarrito la fede – i padri intervenuti hanno affrontato centinaia di argomenti: la secolarizzazione dell’Occidente, la scarsità di vocazioni, la conversione della Chiesa, le tragedie di Haiti, dell’Africa o del Medio Oriente, la povertà, la preghiera, le missioni, la confessione, la formazione dei presbiteri, la giustizia, le donne, i divorziati risposati… Ognuno ha parlato del tema, generale o particolare, che gli stava a cuore: tanti flash che sarebbe impossibile ridurre ad un discorso coerente e complessivo. Questa panoramica può essere stata utile ai singoli vescovi che, presi dai problemi della loro diocesi, faticano ad avere uno sguardo più ampio e globale sul mondo; ma, non avendo uno sbocco preciso, rimane astratta ed arida. Che, se poi si fosse andati al «dunque» su un tema specifico, la «impossibilità» di una vera collegialità ha mostrato all’evidenza le forche caudine insuperabili di questo tipo di Sinodo. Come è stato il caso di un problema pastorale sollevato con particolare energia da un vescovo svizzero. Incontrando i giornalisti italiani impegnati con il Sinodo, mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea, ha detto: «La Chiesa deve trovare delle soluzioni; i divorziati risposati non possono essere ridotti solo ad una realtà peccatrice […]. Conosco una coppia sposata da cinquant’anni, ed entrambi i coniugi hanno alle spalle brevi esperienze matrimoniali. Questi cinquant’anni non contano nulla? [...] Non ho ricette per come la Chiesa possa rispondere all’alto numero di situazioni irregolari che si riscontrano a livello matrimoniale, ma certo non si può ignorare il problema». E concludeva: «Il Papa non ha ancora indicato una via su questo terreno,

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ma forse sta preparando qualcosa sul tema». Altri padri, seppur in modo meno incisivo, hanno toccato il tema, in aula sinodale. E che ha deciso, infine, l’Assemblea? La propositio n. 48 suggerisce «risposte appropriate» e fatte con «approccio pastorale» al problema dei divorziati risposati. Che significano tali parole? Significano, in concreto, rimettersi alla risposta data più volte, sul tema, da papa Ratzinger, e da lui ripetuta in giugno a Milano all’Incontro mondiale delle famiglie: la Chiesa segue con pastorale sollecitudine i divorziati risposati, ma ribadisce la loro esclusione dalla comunione eucaristica. Dunque, neppure come «consiglio» l’Assemblea ha suggerito al Papa il ripensamento del «no» ufficiale. Analoga la questione femminile: qualche voce in Sinodo si è levata per denunciare l’emarginazione delle donne; e che ha deciso l’Assemblea? Con la propositio n. 46 proclama la «eguale dignità» dell’uomo e della donna… ma, sapendo che il Papa non lo desiderava, evita di affrontare il tema dei ministeri femminili e della presenza delle donne nelle strutture ecclesiali e nei luoghi decisionali. Questi esempi dimostrano l’inconcludenza genetica di un Sinodo consultivo, e di un’Assemblea che parla di tutto per non concludere nulla, continuando a lasciare nelle mani del Papa ogni decisione. Anche il prossimo pontefice potrebbe mantenere lo status quo e proseguire stancamente, sostenuto dalla Curia, in questa strada di non-collegialità. Ma la storia insegna che i problemi irrisolti avvelenano la Chiesa; perciò, proprio per il bene della Chiesa romana, speriamo in un colpo d’ala del futuro conclave. Luigi Sandri

In quale banca? Lo IOR (Istituto per le opere di religione) si è presentato alla stampa il 28 giugno scorso. Gestisce 6 miliardi di euro del Vaticano e di istituti religiosi, ha aperti 33.000 conti di circa 25.000 clienti, conta 13 sportelli e 112 impiegati. Una commissione (ovviamente composta da cardinali…) vigila sulla banca, unica a rispettare (secondo il direttore Cipriani) tanto il diritto canonico quanto le regole internazionali. Il Papa non ha alcun conto presso lo IOR. Se i risparmi non li ha affidati al maggiordomo (si spera di no), che sia presso una banca tedesca?


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cronaca

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Nuova presidenza SAE. In occasione della tradizionale Settimana ecumenica del SAE (Segretariato attività ecumeniche), svoltasi ai piedi del Monte Grappa (Treviso) e dedicata all’etica sociale («Praticate il diritto e la giustizia», Ger. 22, 3), è stato comunicato il risultato dell’elezione democratica del presidente: Marianita Montresor di Verona, che ha raccolto 160 voti su 276 schede scrutinate. Per la terza volta sarà ancora una donna, dopo gli otto anni di Memo Gnocchi di Cremona, a dirigere l’associazione fondata da Maria Vingiani, a Venezia, quando era patriarca Giuseppe Roncalli, poi papa Giovanni XXIII. L’associazione si definisce «interconfessionale di laici per l’ecumenismo e il dialogo, a partire dal dialogo ebraico-cristiano» e vede presenti anche qualche musulmano, mentre non accoglie come soci (per garantire la libertà laicale) preti e pastori, che vi hanno tuttavia libertà di presenza e di parola e sono riveriti e apprezzati amichevolmente. Pure democraticamente è stata scelta l’evangelizzazione quale tema della prossima sessione, la Cinquantesima, probabilmente ancora a Paderno del Grappa, a fine luglio 2013. Un libro utile. In occasione del 15. Seminario mondiale dei cappellani dell’aviazione civile, tenutosi a Roma all’inizio di giugno, i partecipanti hanno formulato diverse proposte concrete per una «nuova evangelizzazione del settore aereo», tra cui la pubblicazione di un «libro di preghiere per i viaggiatori» da distribuire da parte dei cappellani negli aeroporti. Sarebbe ancora più gradito se contenesse anche un paracadute tascabile. Per il principio: aiutati che il Ciel ti aiuta, e viceversa. Fuori gli spilorci. Una sentenza statale ha stabilito, riconoscendo alla Chiesa il diritto di stabilire le sue regole, che in Germania non è possibile rifiutare di pagare l’imposta ecclesiastica e far parte della Chiesa cattolica. Perciò un decreto ecclesiastico del 24 settembre 2012 stabilisce che una persona che ha ufficialmente chiesto di essere liberata dall’imposta ecclesiastica non potrà più beneficiare dei «servizi» della Chiesa. Le conseguenze possono essere disastrose

(altro che ri-evangelizzazione!), perché gli abbandoni da parte dei cattolici tedeschi sono aumentati in questi ultimi anni, raggiungendo il numero di 190.000 nel 2010, a seguito dello scandalo della pedofilia (APIC del 27 settembre). Ateismo nel mondo. Il sondaggio è stato realizzato da Win-Gallup International su un campione di 50.000 persone, in 57 Paesi del mondo. Il numero di statunitensi che affermano di essere atei è progredito: dal 2005 sarebbero passati dall’l% al 5%, mentre coloro che si dicono «religiosi» sono regrediti dal 73% nel 2005 al 60%. Non è però che più gente sia diventata atea, sono semplicemente di più quelli disposti a dichiararsi tali. Secondo un ricercatore, «per molto tempo la religiosità è stata una caratteristica essenziale dell’identità degli USA; questo sondaggio lascia intendere che la gente si sente meno obbligata a considerarsi religiosa per corrispondere all’immagine di una brava persona». Il sondaggio conferma una religiosità in declino anche in altri paesi; così l’Irlanda, in fatto di religiosità, è passata dal 69% al 47%. La Cina conta la maggiore proporzione di «atei convinti», con il 47%, seguita dal Giappone col 31%, dalla Repubblica ceca col 30% e dalla Francia col 29%. I Paesi più religiosi si trovano in Africa (Ghana, Nigeria, Kenia), in America del Sud (Brasile, Perù) e in Europa orientale (Macedonia, Romania, Armenia). Contro la diffamazione anti-religiosa. L’Organizzazione islamica internazionale per l’educazione, la cultura e le scienze (ISESCO) ha rivolto un appello alla Federazione internazionale dei giornalisti (FIJ) perché sia meglio rispettata la risoluzione delle Nazioni Unite per la lotta alla diffamazione delle religioni. Una produzione cinematografica, prodotta negli Stati Uniti, contro il profeta Maometto e la pubblicazione di vignette anti-islamiche in un giornale francese hanno provocato giustificate manifestazioni di protesta, purtroppo degenerate in (ingiustificate) violenze. Vale il proverbio «Chi ha testa, la usi»; e le autorità di ogni Paese civile devono garantire il rispetto della dignità di tutti, perché la libertà di

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espressione deve trovare un limite nel rispetto del sentimento religioso di tutti, cristiani, ebrei o musulmani. Se necessario, anche adeguando leggi e giurisprudenza a nuove situazioni: altro che proibire il velo musulmano o il burka! Arrosto senza profumo. Una frase del ministro italiano dell’istruzione Francesco Profumo («Probabilmente quell’ora di lezione andrebbe adattata, potrebbe diventare un corso di storia delle religioni o di etica», con qualche variante in seguito) ha arrischiato di mandare in arrosto (cioè al rogo) il ministro stesso, richiamato all’ordine nientemeno che dal cardinale Ravasi, pontefice massimo della cultura vaticana, che si è affrettato a precisare che «il messaggio evangelico (sic) va sempre insegnato, ma c’è spazio anche per un aggancio con il mutare della società e lo sviluppo dei tempi e della cultura». Mons. Gianni Ambrosio, presidente della Commissione episcopale per l’educazione, ha a sua volta precisato che l’insegnamento (dato nella scuola pubblica, in forza del Concordato) «non è di certo una lezione di catechismo bensì una introduzione a quei valori fondanti della nostra realtà culturale che trovano la loro radice proprio nel cristianesimo (…). Già si impartisce – sostiene il prelato – una lezione culturalmente aperta proprio perché vi sia la possibilità di una conoscenza e di un dialogo, anche con le diverse forme culturali e dunque anche con le diverse espressioni religiose». «Aggancio» e «possibilità di conoscenza»: certamente ciò non può essere sufficiente né per i non cattolici né per ogni cattolico rispettoso della laicità della scuola di tutti. Per i bambini. All’inizio di ottobre, Eurodiaconia, la Federazione delle organizzazioni diaconali delle Chiese protestanti, anglicane e ortodosse d’Europa, ha reso nota una dichiarazione intitolata «Documento sulla povertà infantile e sull’esclusione sociale». Il documento mette in risalto gli aspetti multidimensionali della povertà infantile e la conseguente necessità di un approccio politico integrato, non solo come mezzo per proteggere i più vulnerabili oggi, ma anche come investimento per l’Europa di domani. Eurodiaconia spiega che la bozza proposta per una raccomandazione dell’Unione Europea da adottare nel primo trimestre 2013, deve essere rafforzata, dando un aiuto


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finanziario alle famiglie ma anche attraverso precoci servizi di intervento e di prevenzione. Occorre puntare sui gruppi particolarmente vulnerabili e promuovere l’«inclusione attiva» come garanzia di un approccio integrato per affrontare la povertà dei bambini e delle famiglie. In secondo luogo si chiedono servizi accessibili e di qualità: i tagli ai servizi sociali sono criticati perché i servizi sociali sono un elemento essenziale di una società funzionante. In terzo luogo viene la partecipazione e il benessere dei bambini, che va al di là dei bisogni materiali ma comprende bisogni sociali, emotivi, fisici, intellettuali e spirituali. Per questa ragione, servizi quali dei doposcuola di qualità, dei club di giovani e il lavoro comunitario devono essere sostenuti e necessitano di investimenti. Vescovi in assembla. A San Gallo, dal 27 al 30 settembre, si sono riuniti i presidenti delle 33 Conferenze episcopali europee, sotto la presidenza del cardinale Peter Erdö, primate d’Ungheria. Hanno dibattuto il tema generale «Sfide del nostro tempo, aspetti sociali e spirituali», occupandosi anche delle discriminazioni che subiscono i cristiani, in Europa e nel mondo, presenti anche cardinali e prelati dell’America latina e dell’Africa. Tra i relatori anche il ticinese Roberto Simona, coordinatore di «Aiuto alla Chiesa che soffre»; un suo rapporto è stato pubblicato sul «Giornale del Popolo». Una nuova economia. Teologi, militanti impegnati nella lotta contro la povertà ed economisti, riuniti in Brasile per elaborare i principi in vista della creazione di un nuovo sistema economico mondiale, hanno pubblicato una dichiarazione che addita il super consumo e l’avidità come fattori-chiave che bisogna combattere se si vuole promuovere una distribuzione più equa delle risorse del mondo. La dichiarazione è stata pubblicata il 5 ottobre al termine della «Conferenza ecumenica mondiale per una nuova architettura economica e finanziaria» svoltasi a Guarulhos, alla periferia di Sao Paulo. Fra i criteri per una nuova architettura economica e finanziaria, i partecipanti individuano l’inclusione sociale, la giustizia nei rapporti tra uomini e donne, la salvaguardia dell’ambiente e misure concrete per limitare l’attrattiva del lucro. I governi e le istituzioni internazionali non dovrebbero indicare la crescita ba-

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dando solo al Pil, ma utilizzarne altri indicatori: per esempio, la crescita del lavoro decente, oppure i progressi della salute e dell’educazione, o la sostenibilità ambientale. Libertà vo’ cercando. Secondo una ricerca statunitense, il 75% della popolazione mondiale non può praticare liberamente la religione. Tra i paesi più intolleranti: l’Egitto, l’Indonesia, la Russia, la Birmania, l’Iran, il Vietnam, il Pakistan, l’India, il Bangladesh e la Nigeria. Non mancano violazioni anche in paesi civili, come gli Stati Uniti (restrizioni inflitte a detenuti, oppure nella costruzione di edifici religiosi), mentre la Svizzera è rimproverata per la proibizione costituzionale di costruire minareti. I cristiani incontrano ostilità da parte dei governi o della popolazione in 111 paesi, i musulmani in 90, gli ebrei in 68, gli indù in 16, i buddisti in 15. Il rapporto sostiene che la libertà religiosa è diminuita in molti Paesi. Religioni in Africa. Durante una conferenza svoltasi all’università d’El Jadida in Marocco è stato comunicato che il 46,53% degli africani sono cristiani, il 40,64% sono musulmani, l’11,8% segue le religioni tradizionali. Tra i 59 Stati africani, 31 hanno una popolazione in maggioranza cristiana, 21 a maggioranza islamica, sei a maggioranza «tradizionale». L’Africa ospita attualmente il 20% della popolazione mondiale (500 milioni), mentre nel 1900 era abitata dal 2% (10 milioni). Nei prossimi dieci anni, gli africani battezzati saranno il gruppo continentale più importante, superando l’Europa e le due Americhe. Aumentano gli evangelicali. In Brasile (195 milioni di abitanti), secondo il censimento del 2010, i cattolici in dieci anni sono diminuiti dal 70,2 al 64,6% (sono in totale 123 milioni), pur restando il gruppo religioso più numeroso; mentre gli evangelici – ma si dovrebbe parlare più propriamente di «evangelicali», cioè aderenti alle numerose chiese libere cristiane – sono aumentati dal 15,4% al 22,2% (42,3 milioni), e i «senza religione» sono risultati l’8% (15 milioni). Il numero dei cattolici è diminuito specialmente nelle grandi città (a favore dei «senza religione») e nelle regioni più povere (a favore degli evangelicali): si calcola che in dieci anni la Chiesa cattolica abbia perso più di 15 milioni di aderenti. La questione è stata

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recentemente presa in considerazione da parte del Consiglio episcopale pastorale, per discutere dei mezzi adatti a frenare l’emorragia, indicati nel miglioramento della catechesi per formare «veri cristiani» e nel sostegno alle comunità di base. Nella stampa francese. Il settimanale «Témoignage chrétien», fondato oltre 70 anni fa dalla resistenza cattolica contro l’occupante tedesco, sarà trasformato in mensile a partire dal 2013, essendo diminuito notevolmente il numero degli abbonati (da 15.000 agli attuali 6900, in dieci anni). Conosciuto per le sue battaglie a favore dei preti operai, contro la tortura durante la guerra d’Algeria e per la libertà e la democrazia nella Chiesa, chiuderà la serie un numero dedicato al cinquantesimo del Concilio, un altro tema per il quale si è sempre impegnato. Educare alla cittadinanza. Nella Francia repubblicana (dove le leggi sulla laicità e sulla separazione fra Chiese e Stato hanno più di cento anni), il ministro dell’educazione Vincent Peillon ha annunciato di voler istituire dal 2013 un insegnamento di «morale laica» obbligatorio per tutti gli studenti, dalle elementari alle superiori. Ha detto: «La morale laica si propone di comprendere ciò che è giusto, distinguere il bene dal male, conoscere i propri diritti e i doveri (...), possedere valori fondati sulla ragione, sulla giustizia, sulla solidarietà, sulla dedizione e non sull’egoismo, la competizione, il denaro... A scuola si deve imparare a ragionare, criticare, dubitare (...). C’è bisogno in Francia di una ripresa non solo materiale ma anche intellettuale e morale» Va ricordato che la scuola laica e pubblica in Francia, fin dalla sua istituzione, prevedeva che il maestro o la maestra dedicassero ogni mattina un quarto d’ora all’«istruzione morale e civica», per far comprendere agli alunni il senso dello Stato e di una cittadinanza responsabile. Tale norma è rimasta in vigore fino al 1968! Tuttavia, un insegnamento morale da parte dello Stato evoca l’indottrinamento ideologico, lo Stato etico, la dittatura, in cui lo Stato (o il partito) impone ai cittadini di pensare in un certo modo… La laicità alla francese arrischia così di diventare una religione civile! La laicità non deve essere un contenuto ma un metodo: insegnare a rispettare ogni coscienza, a favorire ogni idea (ideologia o religione) che realizzi i diritti umani.


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Religiosità popolare e condizione della donna Don Martino Signorelli, una vita per la cultura Il tema della serata1 è La valle, gli eventi, i protagonisti: la versione di Martino Signorelli. Io accennerò a un solo protagonista, don Martino. Non presenterò la sua Storia della Valmaggia: «Mission impossible», direbbe il regista americano Brad Bird. Svilupperò alcuni temi riguardanti la religiosità popolare in Lavizzara agganciandomi a una missione dei gesuiti, risultata invece possibile nel 1627. L’intento è di evidenziare alcune componenti essenziali dell’esistenza quali il rapporto fra i vivi e i morti, l’alfabetizzazione, il matrimonio tardivo e la condizione femminile, ma soprattutto cercare di capire quando e perché sono cambiate. Ogni scelta è sempre soggettiva: un privilegio criticabile, quindi. È però l’esercizio di un potere che, responsabilmente, mi assumo per riflettere sulla lenta e contrastata affermazione della libertà e dell’uguaglianza, valori per i quali occorre battersi sempre, anche nelle nostre democrazie in gran parte ostaggio della finanza speculativa internazionale, del fondamentalismo non solo religioso e di un consumismo che eccede le capacità di produzione energetica e di materie prime della biosfera. Nella volgarizzazione della storia bisogna osare inerpicarsi su qualche disertato sentiero, alternativo alle intasate autostrade del conformismo imperante, affinché il sapere possa trasformarsi in consapevolezza politica e contribuire a un cambiamento di rotta attraverso una metamorfosi personale e collettiva. Così facendo voglio onorare la memoria di un umile sacerdote, nato a Prato Sornico e che chiamerò affettuosamente «don Martino», evitando di proposito i titoli curiali di canonico e monsignore. Il suo nome rimanda al patrono del villaggio, san Martino, il vescovo di Tours che dimezzò il mantello per riscaldare il povero. Don Martino ha dato tutto il suo mantello agli altri: un’intera vita dedicata alla cultura e all’insegnamento. Appartiene alla schiera di quei preti intelligenti, aperti e coraggiosi che si sono scontrati con una gerarchia autoritaria, insofferente alla critica e avversa a qualsiasi aggiornamento, incapace cioè di cogliere i segni dei tempi2. Due nomi: Atanasio Donetti e Luigi Simona.

Don Donetti fu contrario al dogma dell’Immacolata concezione (1854) e al Sillabo3 (1864) – con il quale i vertici della Chiesa cattolica avevano condannato, senza appello, tutte le libertà moderne (di opinione, di stampa, di religione, ecc.) – ponendosi fuori dalla storia. Fu scomunicato e la sua tomba profanata a Olivone4. di Giorgio Cheda

Don Simona all’inizio del Novecento aveva fondato in Ticino una rivista religiosa dal titolo emblematico, Cultura moderna, che idealmente si ispirava al cattolicesimo liberale e sociale di Lamennais, Lacordaire e Montalambert5. Attraverso il Circolo di studi politico-sociali si proponeva pure di promuovere un movimento per la difesa del mondo operaio come auspicato dalla Rerum Novarum (1891) di Leone XIII6. Il modernismo, animato da personalità quali George Tyrrel, Alfred Loisy, Ernesto Buonaiuti, Romolo Murri, Giovanni Semeria e tanti altri, contestava una lettura fondamentalista dei testi sacri e dei dogmi e ne proponeva una che tenesse maggiormente conto della psicologia e dell’ermeneutica, l’arte appunto di interpretare i testi antichi: un impegnativo programma, inteso a gettare un ponte fra la cultura religiosa e quella laica. Non va dimenticato che tutte le grandi scoperte scientifiche moderne sono state condannate dal Vaticano (basta il nome di Galileo, il cui accusatore, san Roberto Bellarmino, sarà proclamato dottore della Chiesa nel 1931) così come le più recenti elaborazioni giuridiche e filosofiche, nonché molti intellettuali d’avanguardia fra cui il paleontologo gesuita Teilhard de Chardin. Ma l’8 settembre 1907 questo rinnovamento venne condannato da Pio X con l’enciclica Pascendi Dominici gregis (i cattolici erano ancora considerati un gregge di pecore!). Don Simona fu costretto a cessare la pubblicazione della rivista e a interrompere i rapporti con insigni studiosi, non solo italiani: un impoverimento per chierici e laici, obbligati i primi, fino al 1967, al giuramento antimodernista. Autorevoli membri della Società di san Girolamo avevano tradotto i vangeli direttamente dal greco in un

italiano popolare per diffonderli anche presso le comunità di emigranti nelle Americhe. L’iniziativa, ben accolta dalle Chiese protestanti, venne bloccata dal Sant’Uffizio7. La mia stima per don Martino risale a mezzo secolo fa. A quel tempo era assistente di Lepontia – la società degli studenti cattolici ticinesi – ed era venuto a Friburgo a tenere una conferenza sul ruolo degli intellettuali nell’apostolato. Dopo l’introduzione da parte del presidente della sezione, con spirito goliardico ci eravamo messi a cantare: «l’apostolato dei laici è una gran bella cosa, ma prima la morosa...». Don Martino ci aveva dato subito ragione citando il filosofo umanista Erasmo da Rotterdam che sosteneva il primato della vita coniugale rispetto a quella sacerdotale difeso da Roma. In quell’occasione gli avevo mostrato un testo che stavo preparando per l’Almanacco Valmaggese sul cugino di sua madre, Ernesto Gagliardi, quasi sconosciuto in Ticino perché figlio di lavizzaresi emigrati a Zurigo e autore di importanti studi di storia svizzera. Per qualificare la sua opera, don Martino mi aveva suggerito l’espressione «rappresentante di una cultura europea». Ripresa nel mio articolo, essa aveva suscitato una critica feroce da parte di un intellettuale ticinese, difensore della lingua italiana: «Non si venga a blaterare di cultura europea, di storia ‘à l’échelle des continents’» (...)8. Per me, quella, è stata una lezione per la vita. Pur apprezzando la cultura italiana in tutte le sue grandi realizzazioni, ho sempre diffidato di quella rimasta – con Benedetto Croce – dissociata dal pensiero scientifico; e specialmente di quella, spacciata per autentica ma intrisa ancora di Sillabo, vassalla del fascismo, comunismo, berlusconismo o leghismo, che ha sempre contaminato la provincia ticinese. I rapporti con don Martino si sono un po’ raffreddati dopo la pubblicazione di una mia panoramica su La Valle Maggia al tempo del Concilio9 che, evidentemente, non poteva condividere. Quando però, nell’autunno del 1971, dopo aver furtivamente adocchiato le bozze della sua Storia in preparazione presso la Tipografia Stazione, gli ho segnalato una lunga serie di refusi, errori e im-


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precisioni, mi ha ringraziato con una lettera che conservo con cura. Due parole sui Signorelli, i cui discendenti ho avuto la fortuna di incontrare in California. Il nonno paterno di don Martino, Bortolo, era un boscaiolo bergamasco arrivato in Valle nell’Ottocento per sostituire i numerosi giovani emigrati oltremare. Vita grama la sua, soprattutto dopo il freno ai disboscamenti scriteriati imposto da Berna in seguito ai disastri provocati dall’alluvione del 1868; preferì trasferirsi in Algeria dove morì presto, lasciando la vedova con sette figli in tenera età. Uno di questi, Celestino, si sposò con Giulia Gagliardi, ebbe due figli, Martino e Camillo; poi si lasciò sedurre dal Golden State seguendo, con altri tre fratelli, la moda del tempo. I Signorelli diventarono affittuari prima, poi proprietari tra Guadalupe e Santa Maria, dove li raggiunse pure la loro madre con gli altri figli. Dopo la prematura scomparsa di Giulia, schiacciata da un albero che stava tagliando sui monti di Prato, Celestino si risposò con Delfina Taminelli, figlia di un emigrato attinente di Giubiasco, da cui ebbe cinque figli; una bimba, Alma, venne travolta dal treno nei pressi del ranch. Tutti sanno che la storia non è una disciplina scientifica, precisa come la matematica o la fisica: i metodi d’indagine devono essere rigorosi ma i risultati rimangono provvisori. Va quindi sempre riscritta per beneficiare della nuova documentazione e di un’interpretazione più approfondita e convincente. Scrivere la storia anche di una piccola regione, ma che pretende spaziare sull’arco di millenni, dal Neolitico fino al Novecento, rappresenta una missione impossibile per un solo autore. La sfida è ancora più rischiosa se intrapresa dopo una vita passata a insegnare teologia, filosofia e lettere. Non starò a elencare gli errori di metodo, le lacune o le interpretazioni anacronistiche della puntigliosa ricerca di don Martino; non è questa la sede. Mi limito semplicemente a citarlo: «La nostra opera non è tanto un punto d’arrivo, quanto una base di partenza (...). Troveranno, i critici, che ci siamo permessi di lavorare di fantasia (...), si troverà disuguale lo sviluppo delle parti, trascurata la lingua, lo stile. Tutto vero, certamente». Però, afferma con forza, sempre nella presentazione: «Noi abbiamo raccontato, come abbiam potuto, il passato, precisamente per i giovani». La nuova generazione, insoddisfatta di una storiografia tradizionale per

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lo più eventografica e politica, pungolata dalle più aperte e impegnative frontiere delle scienze sociali e da un’inedita documentazione popolare, non ha tradito questa consegna. Le missioni dei gesuiti nel 1627 e il culto dei morti Le tredici fitte pagine del Ragguaglio dei PP. Gesuiti che hanno tenuto le missioni in Valmaggia nel 1627 illustrano, in modo eloquente, l’opera della Controriforma confrontata con un paesaggio religioso in parte ancora incastonato nelle superstizioni precristiane e in una tradizione non conforme con le direttive del Concilio di Trento10. Si sa che san Carlo e Federico Borromeo, così come i vescovi di Como, hanno trovato nelle rispettive diocesi un clero per nulla formato; quello di Lavizzara, povero di benefici, faticava persino a campare11. Con metodi anche poco evangelici, i vescovi hanno fatto applicare le nuove disposizioni, tra cui la confessione auricolare, il culto dei morti, il celibato obbligatorio del clero. Negli atti della visita pastorale del vescovo Ninguarda (1591) vengono segnalati sette preti concubinari: ad Aurigeno, Cevio, Campo, Maggia, Sornico, Menzonio e Someo12. A questo proposito don Martino si limita a scrivere: «Donne per casa ne troveranno anche da noi i vescovi di Como» (p. 333), ma nella relazione dei missionari non se ne fa cenno. Si può forse dedurre che nel giro di una generazione si è generalizzato il celibato, prima spesso disatteso? La stregoneria vi trova invece più di un puntuale riflesso. A Campo, i gesuiti devono intervenire a sedare tumulti provocati dalla condanna di sei «streghe», torturate e poi dichiarate innocenti. A Cevio sono chiamati a confessarne un’altra prima di essere suppliziata perché la «strega» offendeva Dio e lo Stato. In una società in cui il potere religioso e quello politico erano saldamente intrecciati, spettava alla Chiesa identificarla e alla giustizia eseguire la pena. In caso contrario, il potere politico veniva delegittimato. Una logica conseguenza per chi ha sempre difeso il primato della verità dogmatica rispetto a quella scientifica e sostituito l’amore evangelico con le prescrizioni canoniche e i divieti moralistici: una logica per nulla archiviata nel dimenticatoio dei «se­coli bui». Incredibilmente, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, è ancora la posizione difesa

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da Giuseppe Esposito sul Giornale del Popolo del 28 aprile 2007. Essa rimanda a una recensione del ponderoso tomo Iota Unum [Milano-Roma 1985, 656 pp.] del «grande filosofo ticinese» Romano Amerio, apparsa il 17 marzo 2007 sulla Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti, cioè di coloro che dovrebbero stare dalla parte di Gesù. Vi si legge: «È qui il nucleo del pensiero ameriano: il primato della verità sull’amore». Di fronte a una simile manipolazione del messaggio evangelico ci si può solo rallegrare di condividere totalmente la seconda parte dell’aureo tascabile Allegro ma non troppo [Bologna 1988, pp. 4181] dove lo storico Carlo M. Cipolla analizza il biblico aforisma «stultorum infinitus est numerus». Aveva ragione sant’Ignazio di Antiochia: «È meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo»; e non aveva tutti i torti il biblista appena ricordato, Alfred Loisy – scomunicato e i suoi libri messi all’Indice – quando affermava: «Cristo predicò il Vangelo, poi venne la Chiesa». Imitando un sommo sacerdote [Mt 26, 65 e Mc 14, 63] qualcuno potrà stracciarsi le vesti, ma anche un appassionato di storia deve pur contribuire all’emancipazione degli oppressi da quelle derive che pretendono possedere il monopolio del sacro. Durante la lunga permanenza in valle, i missionari si impegnarono specialmente su due fronti ritenuti prioritari: la pratica della confessione13 e il culto dei morti, cioè la consapevolezza di una responsabilità personale nei confronti di Dio e della società, e la possibilità di operare per la salvezza dei peccatori. Dal Ragguaglio estraggo un brano concernente il rituale dei defunti, praticato a Broglio e in altre terre, ritenuto deviante perché impregnato di credenze arcaiche che potevano ammorbare il sistema delle certezze dogmatiche14. La devozione tridentina esige un lutto raccolto e silenzioso, più riflessivo e meno teatrale. Si sono animati alla dottrina, mostrando gran fervore. E perché vi sono nella terra abusi o superstizioni, si sono levati. Fra gli altri questi sono i primi. Quando portano il morto fuori di casa, accendono un poco di paglia, e gridano per le strade «dove va il corpo, vada anche lo spirito». Fanno un certo trentesimo, per l’anima de defonti, e vanno al luogo del defonto, gionti pigliano la testa in mano, e cominciano a piangere dirottamente, con tanti gridi che è cosa da ridere. Tengono tutti i morti esposti in


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cataste, e le teste in certe cassette, e ben spesso vanno le donne, le pigliano, le lavano, e poi si mettono a gridare che paiono pazze. Per levare gli abusi si congregò la detta consulta. Se gli espose quanto fossero grandi questi abusi, e quanto poco conformi all’usanza della Chiesa. Conobbero la verità, e per il rimedio mandarono subito a levar le dette teste e ossa de morti, e ci pregarono che parlassimo anche alle donne, nelle quali pareva essere maggior difficoltà. Le parlassimo, e tanta è la stima che fanno di noi, che sentendo dir da noi, che questi abusi dovevansi levare, e che cosa dovevano fare per suffragare le anime de’ loro parenti, (la sottolineatura è mia) si guardavano l’un l’altra per meraviglia, et alla fine promisero l’emendazione, dicendo che come gente ignorante di montagna avevano fallato. Partimmo da questa terra per ritornare a Sornigo, accompagnati dal nostro signor curato, il quale continuando nella sua carità, sebbene diluviava, volle venire a pigliarci (P. 417). Occorre anzitutto ricordare che il culto dei morti rappresenta, con la ripartizione e l’uso della terra che li ha nutriti da vivi, una pietra miliare dell’identità di una comunità, molto più ancorata ai campanili e agli ossari antichi che ai partiti e agli obelischi moderni... Il rapporto fra i vivi e i morti si è comunque alquanto modificato a partire dal XII secolo, quando la Chiesa ha dato una nuova definizione teologica al destino di ogni anima. Tra il Paradiso degli eletti e l’Inferno dei dannati prende allora forma, poi viene istituzionalizzato, un luogo intermedio – il Purgatorio appunto – dove vengono espiati i peccati commessi durante l’esistenza. Una più concreta speranza di salvezza, che conosce un rapido successo documentato anche dalla seconda cantica della Divina Commedia. Il libro di Jacques Le Goff, La nascita del Purgatorio [Torino 1982], è fondamentale per capire l’evoluzione della mentalità che rese possibile una più articolata rappresentazione dell’aldilà rispetto al rigoroso dualismo precedente. Le ragioni furono diverse, riconducibili all’aumento delle rese agricole e della popolazione, alle crociate, come pure al rinnovamento monastico e teologico. In particolare, il rapido sviluppo delle città fece emergere la nuova classe dei mercanti che assunse un ruolo indispensabile anche per la Chiesa; la necessità quindi di legittimare il ruolo del denaro e di salvare dal fuoco eter-

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no anche i banchieri e gli usurai, apprezzati mecenati dell’arte religiosa. Persino Giotto ha edulcorato la figura di san Francesco, nemico del denaro, per far piacere ai suoi committenti, potenti uomini d’affari15. La confessione auricolare obbligatoria e la teologia del Purgatorio si erano affermate – assieme all’Inquisizione – già con il IV Concilio Lateranense del 1215. Dopo la contestazione operata dalla Riforma furono riproposte nella pastorale per meglio coagulare nello stampo ortodosso, alterato dagli abusi, il nuovo modo di suffragare le anime. La Chiesa riuscì così ad affermare il controllo sul destino di ogni persona estendendo il suo potere sulla morte. È quello che lo storico cattolico Jean Delumeau, autore di approfondite ricerche sulle problematiche religiose, ha chiamato «il Cristianesimo della paura». Un cambiamento iniziato già con lo scisma del 1054 fra la Chiesa d’Oriente, che poneva l’accento più sulla gioia della Risurrezione, e quella d’Occidente maggiormente segnata dal dolore della Passione (con la relativa persecuzione degli ebrei «deicidi») e dal De contemptu mundi, il disprezzo di tutto quanto offre la vita16. Secondo la concezione precedente l’invenzione del Purgatorio, il destino dell’uomo dipendeva solo dai suoi meriti e dalla misericordia di Dio. In seguito, con la confessione, la Chiesa ha potuto esercitare il potere di lasciar entrare le anime nel Purgatorio e di liberarle grazie alle messe e alle indulgenze. Si spiegano così le critiche, opposizioni e contestazioni dei riformatori: Lutero si scagliava contro gli abusi originati dalla vendita delle indulgenze che avevano arricchito la Roma dei papi rinascimentali. Il re di Francia Enrico IV, famoso per il detto che Parigi valeva bene una messa, diceva: il Purgatorio è il pane per i preti. Ancora più caustico Emmanuel Le Roy Ladurie, quando afferma che le messe in suffragio dei defunti rappresentavano per il clero parigino un affare pari a quello delle costruzioni e dell’industria tessile per l’economia civile17. Uno studio di don Martino riguardante la settecentesca Bibliotheca ad usum Cleri dell’arciprete Giulio Berna18, ora restaurata nell’originale Sacellum di Prato, ci aiuta a capire il ritardo della cultura religiosa rispetto a quella laica. Il numero dei trattati di teologia, filosofia, morale, storia della Chiesa è impressionante, e si sa dall’elenco dei prestiti che quei tomi

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erano letti dai parroci viciniori. Era certo un enorme progresso rispetto al vuoto culturale riscontrato in occasione delle prime visite pastorali. Ma l’istruzione nei seminari (il catalogo della biblioteca lo conferma) era limitata all’interno degli orizzonti definiti dalla Riforma tridentina: non contemplava la conoscenza di quelle opere che hanno ispirato e plasmato il sapere filosofico-giuridico-scientifico moderno. Nell’Ottocento, venendo meno il potere del clero, il divario fra la cultura cattolica e quella laica non fece che aumentare. L’analisi della pubblicistica religiosa attesta un insegnamento staccato dalla Scrittura e dalla Patristica in cui le devozioni mariane e al Sacro Cuore avevano sostituito la centralità del Vangelo. Le scuole della «Dottrina Christiana» e le reliquie Di fronte alla generale ignoranza religiosa, i missionari reagirono promovendo l’insegnamento della dottrina cristiana che, col tempo, si sarebbe trasformata in palestra per l’alfabetizzazione. Un discorso, qui solo evocato, fondamentale per apprezzare la precoce istruzione popolare sulla frontiera alpina a contatto con il mondo protestante, per il quale la lettura della Bibbia fu un obiettivo irrinunciabile. In appena tre secoli, l’Europa occidentale più avanzata ha generalizzato per l’intero corpo sociale un privilegio riservato a pochi. Eloquente è l’elenco delle scuole cappellaniche valmaggesi desunto dagli atti delle visite pastorali. Broglio ha una scuola a partire dal 1669. A Prato Sornico la prima scuola è attestata nel 1683; per merito del sacerdote Carlo Antonio Guidini diviene gratuita nel 1762. Giacomo La Marca, di Cavergno, nel 1732 fa pervenire dall’Ungheria al comune la somma di 600 fiorini: due terzi devono essere utilizzati per dotare il villaggio di una scuola per «i figli maschi». A Maggia nel 1736 i Benefattori Romani creano e finanziano la cappellania scolastica. A Campo, a metà Settecento, la famiglia Pedrazzini fornisce un apprendimento gratuito a tutti i ragazzi. Martino Pontoni, con un testamento rogato a Parma nel 1759, elargisce la stessa generosità a Cimalmotto19. All’inizio dell’Ottocento nessun villaggio del distretto è privo di scuola. Una conquista culturale all’origine di quel prezioso patrimonio epistolare che ha reso possibile un’analisi qualitativa delle correnti migratorie, per-


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mettendo persino di conoscere, in filigrana, qualche aspetto delle mentalità collettive, del lento cambiamento dei rapporti di potere e della condizione della donna20. Sono per lo più semplici i messaggi che sapeva compitare chi aveva frequentato unicamente la Dottrina Christiana, finanziata, in molti casi, dagli stessi emigranti per rendere meno amara la lontananza. Ma, oltre ai «buoni costumi», il cappellano insegnava «la grammatica e le lettere humane». A saperli leggere anche con il cuore, tentando di interpretarli con il supporto della critica più qualificata, questi segreti dell’animo popolare sono importanti quanto i rapporti dei sindacatori circa l’operato dei landfogti o le corrispondenze fra le pievi e le curie di Como e di Milano. Visti con gli occhi degli umili, gli eventi politici, e i notabili che li hanno magari provocati, contano poco. Più rilevanti sono le costrizioni strutturali che condizionano la quotidianità: il bello e il brutto tempo, cioè i buoni o cattivi raccolti, le malattie dei cristiani e degli animali... Gli epistolari popolari permettono di conoscere una società dall’interno attraverso credenze e rappresentazioni, permanenze e trasformazioni dell’universo contadino e artigiano. Essi costituiscono una fonte sorgiva della civiltà alpina, alternativa a quelle tradizionali, indispensabile per rinnovare la nostra coscienza del passato e del presente, tanto da formulare domande come la seguente: l’attuale xenofobia delle destre è veramente l’espressione di un reale patriottismo o, più colpevolmente, ignoranza storica? Questi carteggi – al pari degli archivi delle antiche comunità – sono scrigni, a più chiavi, da cui si possono ricavare molti stimoli per spiare e dipanare non solo la storia delle classi subalterne di ieri, ma anche per meglio interpretare la cronaca di quelle contemporanee. Un polifonico controcanto per recuperare il flusso e riflusso delle tensioni, dei pregiudizi, dei calcoli che hanno condizionato e accompagnato la vita quotidiana di coloro che, alle fatiche della montagna, hanno anteposto le avventure nel vasto mondo. Ed è appunto da quel mondo che gli scheletri dei santi Giuliano, Teodoro, Faustino, Teofilo, Gaudenzio, Vittorio e Bonifacio21, acquistati per lo più sulle rive del Tevere dalle corporazioni di stallieri e artigiani, sono entrati trionfalmente a incoronare i misteri cristiani con la predicazione dei mis-

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sionari. Il bisogno di rassicurare dalle angosce personali e dalle inesplicabili collettive avversità dell’esistenza (a peste, fame et bello...) aveva contribuito a cristianizzare gli antichi riti taumaturgici, attribuendo facoltà miracolose ai corpi dei santi, o presunti tali. All’epoca dell’informatica e della rivoluzione tecnologica, quelle ossa andrebbero magari (apriti cielo!) passate al vaglio disinteressato del C14 per verificarne l’autenticità, come si è fatto per molte altre testimonianze, religiose e no. Senza tuttavia dimenticare che «le reliquie sono state i fermenti della costruzione europea nel Medioevo»; lo ha dimostrato l’agnostico Le Goff con il parigino caleidoscopio della Sainte-Chapelle: il reliquiario più bello della civiltà cristiana. C’è un altro importante capitolo della religiosità popolare, legato a doppio filo all’emigrazione, che merita tutta la nostra attenzione e riconoscenza. Basta entrare in una qualsiasi sagrestia, aprire un armadio in noce massiccio per veder luccicare, assieme ai turiboli cesellati a mano, ai reliquiari intagliati e dorati, a qualche cartagloria decorata con fogli d’argento sbalzato, anche pianete damascate e piviali trapuntati con fili d’oro provenienti dalle più famose botteghe italiane. Artistici manufatti portati da Roma, Firenze, Venezia, Viterbo, e chissà dove ancora, anche dalla Germania, certo: perché al momento del rimpatrio ci si ricordava dei bisogni della comunità. In quei polverosi depositi, dimenticati dalla memoria collettiva, sta incisa la sollecitudine delle confraternite nell’abbellire chiese e cappelle, rinnovare paramenti e arredi devozionali anche nei più sperduti villaggi di montagna. Documenti che cantano all’unisono l’eterna presenza del sacro nel profondo dell’animo umano. Uno scrupoloso inventario di questa pregevole espressione della religiosità, materiale e spirituale insieme, comprendente ben 6’545 schede, è stato allestito dall’Associazione per la protezione del patrimonio artistico e architettonico della Valle proprio per dimostrare che spetta ad ogni generazione interrogare il passato, interpretarlo in modo nuovo utilizzando i metodi d’indagine scientifica che si sono approntati grazie alla tecnologia più avanzata e collaborando con i cultori delle scienze umane. Se ne potrebbe ricavare una conoscenza più persuasiva delle attitudini di fronte ai cataclismi naturali, che non dipendevano solo dalle costrizioni ecologiche e biologiche, bensì anche dal senso di

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responsabilità macerato attraverso la pratica dell’esame di coscienza e la promessa di una vita ultraterrena. La confessione obbligatoria e il culto dei morti hanno perfezionato la spiritualità e contribuito alla maturazione della responsabilità individuale e della solidarietà fra i vivi e i defunti. Qualche rapido appunto sulla condizione femminile Le lettere degli emigranti sono testimonianze affidabili perché gli autori non si prefiggevano di scrivere la storia ma neppure di manipolarla come invece si continua a fare con molti documenti ufficiali. Esse fungono da sismografo per misurare i cambiamenti di mentalità provocati dal contatto con l’esterno e con i diversi. Ci aiutano quindi a capire meglio alcuni problemi emergenti nella storiografia riguardanti il rapporto tra la cultura delle élites e quella popolare. Per restare fedeli al nostro tema, bisogna ricordare che quel lungo processo di acculturazione, sostenuto dal clero locale pungolato dai gesuiti e dai vescovi della Controriforma, si realizzò con il pieno consenso della base proprio perché lo stesso desiderio d’integrazione culturale e religiosa era sentito dalle classi subalterne come una promozione sociale. Per sfuggire alla cappa di controllo qual era diventata la Controriforma nelle sue pratiche più conformistiche, molti uomini hanno però preferito emigrare piuttosto che piegarsi alle devozioni pietistiche. Che ruolo hanno avuto nel far conoscere, attraverso le lettere e i racconti diretti al momento del rimpatrio, tutte quelle novità che hanno contribuito a trasformare, seppur lentamente, la mentalità contadina di per sé conservatrice e avversa a qualsiasi innovazione? È una delle numerose domande che ci si pone quando si è confrontati con gli scritti di montanari diventati servitori o artigiani in terre lontane. Quelli scambiati fra Pietro Vedova di Peccia, alle dipendenze di un cardinale romano, e suo cugino Francesco Spagnoli, parzialmente pubblicati da don Martino, (p. 423 ss.) ci permettono di riflettere su alcuni problemi essenziali per la storia moderna, quali il matrimonio tardivo e la condizione femminile. Anni fa ho avuto l’occasione di consultare gli originali di questo carteggio e mi sono accorto che alcune parti – per me le più importanti – erano state omesse. Una «censura» che fa


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sorridere, rappresentativa comunque di una lunga tradizione sessuofobica delle gerarchie ecclesiastiche. Nella lettera del 13 febbraio 1795, a proposito di due amici che litigavano per una giovane, il Vedova scrive: «Io li insegno il rimedio che facciano una notte per uno a stare in compagnia della sposa». Una battuta, certo, ma spia di una libertà non solo espressiva che si trova raramente negli scritti popolari. Per il maschio emigrato era più facile sottrarsi al controllo sociale come confessa, poco sotto, con un armonico contrappunto: «Io sono come un uccello che or va sopra una rama ora sopra ad un altra»22. Orfano dell’apostrofo femminile e rinchiuso nella gabbia censoria, questo libertino volo d’uccello richiama nondimeno un’altra confidenza che si può leggere nella corrispondenza di Andrea Sebastiano Oldelli, inviata quasi un secolo prima ai parenti rimasti sulle colline del Mendrisiotto, sempre da Roma, «dove gli schiochi [sciocchi] si raffinano, in soma qua è dove s’apre il spirito». È servita a Raul Merzario, con altri indizi e il supporto delle statistiche demografiche, a dimostrare che la pratica del coitus interruptus per il controllo delle nascite si è divulgata nel territorio alpino grazie agli emigranti. Una storia amorosa e dolorosa insieme; specialmente per la vedova Anastasia di Meride che, processata dai giudici di Uri e Basilea, ha perso l’onore, mentre i suoi amanti l’hanno ritrovato23. Alcune donne di Lavizzara, stando almeno agli Statuti del 1630, assieme all’onore, hanno arrischiato di perdere la dote e persino la vita. La loro condizione subordinata e discriminata può essere documentata nei seguenti articoli di legge: «Item hanno statuito, ed ordinato, che se una donna non maritata peccasse di fornicazione nel suo corpo non possa succeder, né haver successione alcuna, maritata però peccando nel suo corpo ut supra perda la dote, & più oltre non possa hereditar come sopra, qual dote sia applicata à figliuoli legitimi se né haverà, & se non né haverà sia applicata al suo marito cioè detta dote (...). Item hanno ordinato, che se uno trovasse ascender sua moglie carnalmente in adulterio, che possa amazzar la moglie, e l’adultero senza pena alcuna»24. Queste sanzioni, contrassegnate col crisma istituzionale, sono state applicate per davvero o costituivano unicamente delle misure deterrenti, comunque discriminatorie, retaggio di

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epoche lontane? Da modesto storico della domenica non so rispondere, ma da povero cristiano à la carte posso solo ricordare Luca e Giovanni. Con una consumata inventiva catechetica, il primo (7, 37-39) è l’unico evangelista a menzionare l’incontro tra il Cristo e la prostituta: «una donna nota nella città come peccatrice, saputo che Gesù era a tavola presso il fariseo, venne portando un vaso di profumo in alabastro e, ponendosi alle sue spalle, presso i suoi piedi, incominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava coi suoi capelli e li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato pensava tra sé: costui, se fosse un profeta, saprebbe chi e che razza di donna è quella che lo tocca: una peccatrice». Nel vangelo di Giovanni (8, 3-10, l’episodio è stato omesso da tutti gli altri testimoni!) quando i farisei, in nome della legge, pretendono che l’adultera venga lapidata, il Maestro si limita a scrivere col dito segni misteriosi sulla sabbia prima di sentenziare: «Chi è senza peccato lanci la prima pietra». Sono trascorsi più di milleseicento anni da quando quegli scribi e farisei, «a cominciare dai più vecchi», se la svignarono, ma negli Statuti di Lavizzara si è rimasti alquanto fallocratici, cioè farisei. Purtroppo, quei segni misteriosi sulla sabbia sono stati presto cancellati dal vento per lasciare a lungo risuonare il misogino ritornello di Clemente Alessandrino, uno dei padri della Chiesa: «ogni donna dovrebbe morire di vergogna al pensiero di essere donna». E, tanto per attualizzare un’ingiustizia universale, comune a tutte le civiltà, culture e religioni, basterebbe ricordare quella donna nigeriana di nome Amina, condannata alla lapidazione per aver dato alla luce una bambina 18 mesi dopo il divorzio. O quelle ragazze condannate a morte per aver partecipato a una protesta contro la dittatura iraniana, stuprate prima del supplizio dai pasdaran della rivoluzione islamica perché il Corano non permette l’impiccagione delle vergini25. Ancora due parole per almeno evocare uno dei problemi più importanti della civiltà occidentale, che va collegato alla discriminazione sessuale: il matrimonio tardivo. Negli Statuti appena citati si afferma che «la donzella minor d’anni 20 non si deve maritare senza licenza de suoi parenti». Nell’edizione precedente, l’età per la donna era fissata a 18 anni. Semplificando si può dire che fin verso la fine del Medioevo prevaleva il matrimonio

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puberale: l’inizio dell’attività sessuale, sanzionata dalla legittima unione, avveniva cioè all’uscita dalla pubertà. Le inchieste di una fitta schiera di specialisti della demografia storica hanno dimostrato in modo inequivocabile che nelle regioni economicamente più sviluppate dell’Europa centro-occidentale, il matrimonio tardivo divenne una realtà tra il XIV e il XVII secolo. Pertanto, il maschio si sposa a 27-28 anni, la femmina a 24-25. Il fenomeno dilaga poi nelle campagne e nei luoghi montani più sperduti. Anshelm Zurfluh26, compulsando sistematicamente gli Status animarum delle parrocchie del canton Uri, ha ritrovato la stessa tendenza fra i contadini, sollecitati dal servizio mercenario e dai traffici lungo il San Gottardo, a ritardare gli impegni famigliari, come tanti altri emigranti stagionali. Per il Ticino esistono solo alcuni dati molto frammentari. Nei paralleli registri di Airolo, due miei ex allievi hanno individuato il progressivo ritardo dell’età matrimoniale a partire dalla fine del 1500. Nessun’altra civiltà ha perfezionato a tal punto questo vero e proprio tour de force che implica, tra l’altro, un marcato controllo culturale dei rapporti intimi. Non sarà stato facile andare contro la naturale tendenza ad avere relazioni amorose a cominciare dalla maturità biologica. Si spiegano così tutti quei divieti e impedimenti imposti alle coppie, la colpevolizzazione degli stessi rapporti sessuali e la separazione fra spirito e corpo che, di pari passo, accompagnano la lotta per l’imposizione del celibato obbligatorio al clero. Al di là di una visione negativa della sessualità, che ha pesato essenzialmente sulle donne, il matrimonio tardivo ha significato una salutare diminuzione del potenziale riproduttivo, che è molto più elevato negli anni giovanili. La maturazione della coppia ha avuto soprattutto effetti positivi sull’educazione dei figli e sulla capacità degli sposi di sottrarsi alle pur necessarie strategie matrimoniali, pensate per risolvere in modo razionale la successione ereditaria ma non per favorire un’unione sentimentale. In un’epoca in cui la speranza di vita superava raramente il mezzo secolo, molti genitori erano già morti al momento della libera scelta dei figli. Una dura ascesi, dunque, che ha assecondato l’investimento nell’istruzione popolare, cioè in quel lento processo di democratizzazione che costituisce una prerogativa dell’Europa centrale, culla della modernizzazione.


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È quindi anche grazie al Cristianesimo che, nell’età moderna, la civiltà occidentale ha conosciuto quello slancio innovatore che la distingue dalle altre. Una ragione in più per apprezzare – e promuovere in una più vincolante comunità politica orgogliosa delle sue complementari diversità – altri valori forgiati nello stesso laboratorio europeo: la razionalità (con i suoi limiti, ma pur sempre, per Platone, espressione del divino sulla terra!), la libertà-responsabilità (laica erede del peccato semita e della confessione cristiana), la democrazia rappresentativa, lo stato di diritto, la laicità, l’uguaglianza, la solidarietà e l’autocritica. Un’Europa della cultura auspicata dallo zurighese-lavizzarese Ernst Gagliardi. Un’Europa dei popoli, già sognata da Erasmo, prete figlio di un prete, molto critico nei confronti di Lutero e del Vaticano. In barba alla condanna romana della sua erudita e generosa opera intellettuale, don Martino Signorelli ebbe il merito, mezzo secolo fa, di proporne una gustosa briciola alla riflessione dei giovani scanzonati di Lepontia. Una missione possibile, quella europea; quindi auspicabile, pur nella consapevolezza di un’amara attualità che ci sprona a lottare, con audacia, per restare liberi. NOTE 1. Pubblichiamo il testo della relazione tenuta da Giorgio Cheda ai Ronchini il 16 marzo 2012. Personalmente – precisa l’autore – non ho condiviso la decisione di ripubblicare, in edizione anastatica, il volume di don Martino Signorelli, Storia della Valmaggia, sul quale Ottavio Lurati, a suo tempo, aveva formulato alcune giustificate riserve. (Cfr. Scuola ticinese, Bellinzona, novembre 1972, p. 8). Dialoghi ringrazia Giorgio Cheda per la messa a disposizione di questo testo. 2. Cfr. A. Lanini, Un dissenziente fedele. Frammenti e contrappunti, Locarno 1979, pp. 175. 3. «Del quale io mi vergogno», ha scritto il teologo Sandro Vitalini sul Corriere del Ticino dell’11 aprile 2009. 4. Cfr. C. Orelli, Don Atanasio Donetti, un sacerdote ticinese in odore di giansenismo, in AA.VV., Carte che vivono. Studi in onore di don Giuseppe Gallizia, Locarno 1997, pp. 255-265. 5. Nel 1832, Gregorio XVI nell’enciclica Mirari vos definiva la libertà di coscienza «un delirio», nonostante il tentativo del domenicano Lacordaire, e di altri, di far riconoscere dalla Chiesa i diritti fondamentali scaturiti dalla Rivoluzione francese. Nello stesso anno aveva ordinato ai cattolici polacchi di sottomettersi allo zar di Russia Nicola I che aveva soffocato nel sangue i patrioti indipendentisti. Nel 1846, alla morte del papa, vennero liberati dalle prigioni vaticane più di 400 condannati per «delitti d’opinione»; altri 600 erano stati proscritti.

opinioni 6. Cfr. G. Cheda, Le origini del movimento cristiano-sociale nel Ticino: 1890-1919, in Archivio Storico Ticinese 35, Bellinzona, settembre 1968, pp. 161-240. 7. Della fitta bibliografia mi limito a segnalare due testi di uno studioso con il quale, nel 1963, ho fatto un viaggio in Italia aiutandolo nella raccolta di documenti privati e interviste presso gli ultimi protagonisti di quella fervida stagione; F. Turvasi, Padre Genocchi, il Sant’Uffizio e la Bibbia, Bologna 1971, 246 pp. e Giovanni Genocchi e la controversia modernista, Roma 1974, 502 pp. 8. Cfr. Cooperazione, 13 gennaio 1962. L’apertura alla cultura occidentale è un passaggio obbligato verso la consapevolezza dell’universale. 9. Pro Valle Maggia 1966, Locarno 1966, pp. 93-103. 10. Il documento è stato analizzato da P. Vismara Chiappa, ‘Lasciamo santificata questa valle’. Una missione dei gesuiti in Valmaggia (1627), in AA.VV., Carte che vivono, op. cit., pp. 431-446. 11. Lo dimostra D. Baratti, Poveri preti del Settecento. Il clero secolare in Lavizzara e in alcune parrocchie del Mendrisiotto, in AA.VV., Tra Lombardia e Ticino. Studi in memoria di Bruno Caizzi, Bellinzona 1995, pp. 61-87. 12. Cfr. S. Bianconi e B. Schwarz, Il vescovo, il clero, il popolo. Atti della visita personale di Feliciano Ninguarda alle pievi comasche sotto gli Svizzeri nel 1591, Locarno 1991, pp. 276-288. 13. Sul tema della confessione ha scritto capitoli molto densi e documentati A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino 1996, pp. 213-548. Per la diocesi milanese ha ripreso la complessa problematica l’olandese Wietse De Boer, The Conquest of the Soul. Confession, Discipline and Public Order in CounterReformation Milan, Leiden 2001. Lo studioso ha ricostruito il progetto di san Carlo di trasformare la confessione in un vero e proprio tribunale inquisitorio. 14. Alla vigilia della Rivoluzione francese, ad esempio, in Val Blenio venivano ancora celebrate feste a Bacco frammiste al rituale cattolico. Cfr. B. Bertoni, Delle condizioni agrarie nel Cantone Ticino e specialmente nei distretti superiori, Lugano 1851, p. 28. 15. C. Frugoni, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Torino 2010. 16. Del disprezzo del mondo: un testo di Innocenzo III (1160-1216) che ha marcato, per secoli, la spiritualità cristiana, senza tuttavia ostacolare un continuo progresso materiale; per la Lombardia basterebbe ricordare l’opera degli Umiliati. Cfr. J. Delumeau, Le péché et la peur. La culpabilisation en Occident (XIIIXVIII siècles), Paris 1983, p. 21 ss. 17. E. Le Roy Ladurie, Parmi les historiens, Paris 1983, p. 44. 18. M. Signorelli, Un centro culturale in Lavizzara, in Almanacco Valmaggese 1960, Locarno 1959, pp. 38-48. 19. La ricerca sulle scuole cappellaniche è stata ripresa e approfondita da I. Cappelli e C. Manzoni, Dalla canonica all’aula. Scuole e alfabetizzazione da San Carlo a Franscini, Pavia 1997, 445 pp. Il caso più commovente è sicuramente quello degli spazzacamini verza-

No. 224 schesi che, nel Seicento, emigrano in Sicilia e costituiscono una corporazione per finanziare il viaggio e provvedere all’alfabetizzazione dei ragazzi. L’archivio di Lavertezzo conserva la documentazione della «Scuola di Palermo». Cfr. A. Poncini e L. Poncini Vosti, Leggere, scrivere e far di conto. Trecento anni di scuola in Val Verzasca, Sonogno 1994. 20. Lo studio di F. Chiesi Ermotti, Percorsi femminili nel casato dei mercanti Pedrazzini di Campo Vallemaggia (XVIII sec.), in AA.VV., Donne e lavoro. Prospettive per una storia delle montagne europee XVIII-XX secc., Milano 2010, pp. 50-67, documenta la condizione privilegiata della donna appartenente a una famiglia diventata benestante con l’emigrazione. Per contrasto, completa quella che emerge dalla lettura degli epistolari contadini. 21. Rispettivamente a Cevio, Bosco Gurin, Cavergno, Prato, Bignasco, Campo e Cerentino. Sette resti di corpi di santi, su un totale di 26 per l’intero Ticino, estratti per lo più dalle catacombe romane, vennero traslati in Valle Maggia; cfr. S. Borrani, Il Ticino sacro, Lugano 1896, pp. 162-192 e G. Buetti, Note storiche religiose delle Chiese e Parrocchie della Valle Verzasca, Gambarogno, Valle Maggia e Ascona, II vol., Locarno 1906, pp. 91, 108, 130 e 153. Su san Faustino si leggano le considerazioni di P. Martini, Meteorologia barocca, in Delle streghe ed altro, Locarno 1979, pp. 109-117, e in Corona dei Cristiani, Locarno 1993, pp. 43-53. Il culto dei santi durante la Controriforma ha contribuito a rendere inutile il ricorso popolare alla magia; cfr. J. M. Sallmann, Naples et ses saints à l’âge baroque (1540-1750), Paris 1994, 440 pp. 22. Non bisogna dimenticare che per l’ortodossia cattolica l’atto sessuale, persino quello compiuto all’interno del matrimonio, era considerato peccato perché fonte di piacere. Così si spiega, ad esempio, l’obbligo per la mamma di ricevere una benedizione speciale prima di accedere alla chiesa dopo il parto; una consuetudine in vigore nelle campagne ancora durante la Seconda guerra mondiale. 23. R. Merzario, Anastasia, ovvero la malizia degli uomini. Relazioni sociali e controllo delle nascite in un villaggio ticinese, 16501750, Bari 1992, 139 pp., G. Martinola, Le maestranze d’arte del Mendrisiotto in Italia nei secoli XVI-XVIII, Bellinzona 1964, p. 118. Una sentenza della Sacra Penitenzieria vaticana del 1842, che spiega la dicotomia sessuale e religiosa originata dal coitus interruptus, affermava: «C’è peccato per l’uomo quando si ritira, non per la donna che lo subisce passivamente». Cfr. E. Le Roy Ladurie, Le territoire de l’historien, Paris 1973, pp. 314-315. 24. Copia delli Statuti della Valle Lavizara – in Milano, Nelle Stampe dell’Agnelli, del 1630, copia anastatica, Lugano, Unione di Banche Svizzere 1989, Libro III, capo LXLI, p. 86 e Libro V, capo LV, p. 134. 25. Cfr. la stampa internazionale del 22 luglio 2009. 26. Une population alpine dans la Confédération. Uri aux XVII-XIX siècles, Paris 1988, pp. 346-352. Sul significato globale dell’indagine si vedano le considerazioni dello stesso Zurfluh, Les racines d’un déraciné. Ego-histoire et auto-présentation d’une étude sur Uri, in Archivio Storico Ticinese, 112, dicembre 1992, pp. 249-276.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Fate regali utili. L’Aiuto protestante svizzero (EPER) propone di offrire per Natale regali utili: una capra, una gallina, un maialino ecc., con 41 proposte diverse. Per ogni dono (ovviamente destinato a famiglie povere del Terzo Mondo), viene rilasciato un certificato che può essere inviato a parenti ed amici in occasione del Natale. (www. offrir-son-aide.ch, oppure 021.613.44.56). Premio Caritas. Il Premio Caritas 2012 per l’umanità è stato conferito al contadino guatemalteco José Maria Romerio, 46 anni, padre di sette figli, presidente di una organizzazione che lotta per il diritto alla terra. Grazie all’organizzazione «Instancia Tierra Norte», oltre duemila famiglie indigene hanno avuto accesso a un terreno da coltivare, con la sicurezza di un contratto. Due premiati. Il «Premio Farel», del Festival internazionale del film di argomento religioso, svoltosi a Neuchâtel dal 5 al 7 ottobre, è stato attribuito al lungometraggio di Ruben Russello della RSI che racconta l’impegno di padre Mauro Jöhri, «generale» dei cappuccini, il quale incoraggia i suoi frati a vivere la fede al servizio dei poveri, ai quattro angoli del mondo. Premiati quindi l’operatore e il protagonista. Presidenze ecumeniche. L’assemblea della comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera ha eletto alla presidenza, per il periodo 2013-2014, la pastora Rita Famos, membro del Consiglio della Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera e pastora nella Chiesa di Zurigo. La comunità di lavoro comprende, oltre le tre Chiese storiche, anche nove altre comunità, compresa la Chiesa libera avventista quale osservatore. Paolo Sala è il nuovo presidente della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Ticino, costituita nel 2000 e comprendente rappresentanti anglicani, cattolici cristiani, cattolici romani, copti ortodossi, battisti, evangelici riformati, ortodossi e siro ortodossi. Nobel europeo. Il Premio Nobel per la pace 2012 è stato assegnato all’Unione Europea per aver contribuito a procurare all’Europa oltre 60 anni di pace. Il giornale cattolico «La Croix» plaude alla «bonne nouvelle» (eh sì), perché si tratta «di mettere d’accordo solidarietà e responsabilità» e il premio «è un appello a continuare l’opera intrapresa». Approvazione anche da parte del cardinale Reinhard Marx di Monaco, presidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (COMECE, composta di 26 vescovi). Scelta di civiltà. L’afro-americano Barack Obama è stato riconfermato presidente degli Stati Unici contro il bianco miliardario Mitt Romney. Una riconferma di lungo periodo, che non dovrebbe essere ignorata da ogni cristiano (vescovi e giornalisti compresi), in un clima di dilagante razzismo. Alla cassa. Dal 2013 (finalmente!) anche la Chiesa cattolica in Italia pagherà le imposte sugli immobili che svolgono attività commerciale, anche se servono parzialmente a scopi religiosi. Si calcola che il patrimonio ecclesiastico comprenda centomila edifici (scuole, università, cliniche, ristoranti, alberghi, centri sportivi, ecc.) per un valore sti-

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mato a nove miliardi di euro. La decisione è stata sollecitata dall’Unione Europea (Premio Nobel, sì!) per porre fine alla situazione di concorrenza sleale che costituiva l’esenzione fiscale degli edifici ecclesiastici. «Le droit est du Ciel» (Lacordaire)! Risate liberatrici. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si erano limitati a scambiarsi un sorrisetto, mentre il Dalai Lama, interrogato su Berlusconi, ha reagito con una salva di clamorose risate. Cittadini onorari. La Città di Domodossola ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria a tutti i bambini nati da stranieri residenti nel Comune, e ciò in base allo jus soli. Una decisione che ridicolizza le nostrane pretese di «naturalizzazione»: siamo uomini o caporali? Tre milioni al convento. Il Cantone di Argovia ha deciso di contribuire con tre milioni di franchi al restauro del convento dei benedettini di Fahr. Il costo totale dei lavori, che dureranno trent’anni (oibò!), è calcolato in circa venti milioni. Il sussidio cantonale servirà a migliorare gli impianti di riscaldamento e di illuminazione e a risparmiare energia. Nuovi beati. Don Pino Pugliese verrà proclamato «beato» il prossimo 25 maggio. Ad annunciare la data della beatificazione del prete di Brancaccio, ucciso dalla mafia, è stato il cardinale di Palermo Paolo Romeo, al termine della celebrazione eucaristica svoltasi il 15 settembre, in occasione del XIX anniversario della morte di don Pino. La celebrazione si terrà a Palermo, probabilmente all’aperto, per consentire la partecipazione di migliaia di fedeli che vorranno essere presenti. Intanto sembra imminente l’inizio del procedimento a favore della beatificazione di Aldo Moro, nato in Puglia nel 1916 e assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978. La richiesta è stata presentata, all’inizio di settembre, al tribunale diocesano di Roma, competente perché Roma è il luogo della morte di Moro. Traguardo raggiunto. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Brasile avrebbe raggiunto uno degli obiettivi fissati dal Millenium, riducendo al 73% la mortalità infantile rispetto al 1990, con un anticipo di quattro anni rispetto al termine, previsto del 2015. Un contributo significativo è stato dato dalla «Pastorale dell’infanzia», organismo della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani, che dal 1983 opera per fornire consigli di igiene a migliaia di bambini e di madri meno favoriti. Guerra alla povertà. L’Associazione Monastero del bene comune di Verona, con una rete di altre realtà: associazioni, riviste, singole personalità, ha lanciato una campagna contro la povertà, all’insegna del motto Banning Poverty 2018, con l’obiettivo a lungo termine di fare approvare dall’Assemblea delle Nazioni Unite una risoluzione, a 70 anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, che dichiari illegali le pratiche sociali e culturali e le leggi che generano impoverimento. Il sesto dei «Dodici principi dell’illegalità della povertà» recita: «Il pianeta degli impoveriti è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni, perpetrata a partire dagli anni 70». Il primo principio afferma: «Nessuno nasce povero né sceglie di essere o diventare povero». L’associazione promotrice ha sede presso la comunità dei religiosi stimmatini di Sezano.


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profonde divisioni che possono scaturire da diverse visioni di ordine morale, con lo scopo di prevenire eventuali spaccature tra di esse.

Minoranze riconosciute a Milano

Problemi finanziari al CEC

Il Comune di Milano ha istituito un «Albo delle organizzazioni e delle associazioni religiose» e una «Conferenza permanente delle confessioni religiose», tra l’Amministrazione comunale e i rappresentanti dei culti religiosi che non sono titolari di un’intesa con lo Stato. Le realtà cittadine che si iscriveranno all’Albo potranno richiedere, dopo aver seguito apposite procedure, la messa a norma dei luoghi che attualmente usano per l’esercizio del culto, oppure beneficiare della destinazione di strutture o spazi, sia pubblici sia privati, per lo svolgimento delle attività di preghiera. Al momento dell’iscrizione all’Albo, i vari soggetti sottoscriveranno un Protocollo di intesa con l’Amministrazione comunale, nel quale saranno esplicitati i diritti e i doveri delle parti. Le associazioni e le organizzazioni iscritte all’Albo faranno parte della «Conferenza», che permetterà di monitorare e risolvere eventuali criticità e attivare iniziative di incontro rivolte alla popolazione cittadina. Per realizzare tutto questo percorso, l’Amministrazione si avvarrà di una Commissione di studiosi ed esperti di diritto delle religioni. Si tratta di un passo importante per la promozione del dialogo interreligioso e per il sostegno del diritto alla libertà di culto. Varie comunità religiose che non godono del riconoscimento statale (concordati o intese) chiedono di essere riconosciute e di poter professare la propria fede in modo dignitoso e rispettoso delle norme. La notizia è stata salutata con favore da Giuseppe Platone, pastore della Chiesa valdese di Milano nonché segretario del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano (Cccm) e membro del Forum delle religioni del capoluogo lombardo, perché si va a colmare in parte il vuoto legislativo dovuto all’assenza di una legge organica sulla libertà religiosa in Italia. I musulmani attendono da anni l’autorizzazione a creare una moschea: l’amministrazione di centrodestra non l’ha mai autorizzata. Il 18 luglio è arrivata intanto la notizia dell’approvazione definitiva al Senato delle Intese con la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, la Chiesa Apostolica in Italia e la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni.

Il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) tira un sospiro di sollievo: un versamento straordinario di 24 milioni di franchi, reso possibile da un prestito della Banca Coop, ha ripianato il deficit della sua cassa pensioni, ripresa da un’istituzione previdenziale collettiva. L’organismo ecumenico internazionale intende ora valorizzare i beni immobili che possiede a Ginevra. Il pericolo di una crisi istituzionale del CEC è dunque per il momento scongiurato. Il deficit della cassa pensioni era il risultato di un grave squilibrio tra il numero dei contribuenti e quello dei beneficiari, i pensionati essendo il 70% del totale degli affiliati. Le loro condizioni pensionistiche, ha fatto sapere il CEC – che impiega 150 persone nella sua sede centrale di Ginevra – non peggioreranno. La cassa pensioni è «in corso di trasferimento» verso l’istituto di previdenza Profond, un gruppo che cura gli interessi di oltre 1700 clienti svizzeri e gestisce capitali per un valore di oltre tre miliardi di franchi svizzeri. Sistemata la questione della cassa pensioni, il CEC ha avviato, con l’immobiliare Implenia Developement, uno studio per la valorizzazione dei propri beni immobili.

Verso una «visione comune» tra le Chiese In un incontro, svoltosi sull’isola di Penang in Malesia, la Commissione «Fede e Costituzione» dei Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) ha approvato un nuovo accordo teologico, chiamato Documento di Penang, dal titolo: «La Chiesa: verso una visione comune». Si tratta del secondo documento detto di «convergenza» nella storia ultracentenaria di «Fede e Costituzione», organismo composto non solo di rappresentanti delle Chiese aderenti al CEC ma anche di altre confessioni, tra cui la Chiesa cattolica romana. Il direttore, l’anglicano John Gibaut, ha dichiarato: «Questo ‘testo di convergenza’ mostra quanto i membri della Commissione siano in grado di avvicinarsi sul significato dell’essere un’unica Chiesa di Gesù Cristo. Ora l’accordo raggiunto dalla Commissione passerà al vaglio delle singole Chiese membro». La Commissione «Fede e Costituzione» ha esaminato anche la bozza di un documento intitolato «Discernimento morale nelle Chiese», un testo teso ad assisterle nella gestione delle

La Bibbia in Cina Lo scorso mese di luglio, la Amity Printing Company ha stampato la centomilionesima copia della Bibbia. Fondata nel 1988 con la missione e lo scopo prioritario di servire la Chiesa cristiana in Cina, oltre a produrre per la Cina, la Amity Printing Company produce bibbie per comunità cristiane in oltre 70 nazioni. Il risultato è stato conseguito grazie al costante sostegno dato dalle Società bibliche, dell’Alleanza Biblica Universale e dai donatori in 25 anni di vita. Dal 1987 quasi 60 milioni di copie di Bibbie sono state stampate per la diffusione nel territorio cinese. Nelle campagne, dove la Chiesa è particolarmente forte, molte persone non sono in grado di leggere la Bibbia per proprio conto, per cui la gente apprezza molto luoghi, culti o messe in cui la sua fede viene rafforzata.

Lutero a Ginevra Un documento raro del riformatore tedesco, scritto due anni prima della morte, in cui Lutero ribadisce la propria concezione della Santa Cena, è entrato a far parte della collezione del Museo internazionale della Riforma. «Lettera a un buon amico»: è questo il titolo del manoscritto inedito, firmato da Lutero, acquistato a Parigi da un collezionista durante una vendita all’asta e donato al Museo. «Fino a oggi conoscevamo soltanto la versione stampata di questo documento», informa Isabelle Graesslé, direttrice del museo. L’acquisizione potrebbe stimolare ulteriormente la frequentazione del museo ginevrino, che accoglie quasi ventimila visitatori all’anno. In realtà il «buon amico» a cui si rivolgeva il riformatore non era una persona reale. La formula retorica mirava a raggiungere il maggior numero di lettori. Proveniente da un’antica collezione francese, il documento presenta delle differenze con il testo stampato. «Si distingue per una certa urgenza: è evidente che Lutero sente avvicinarsi la fine», suggerisce la direttrice. Il riformatore stesso ammise: «È più veemente di quanto fosse necessario».


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cronache del giubileo del Concilio

cronache del giubileo del concilio I vescovi svizzeri: tre anni sul Concilio L’11 settembre, a Berna, i vescovi svizzeri (assente solo Felix Gmür, di Basilea, delegato della Conferenza al Sinodo dei vescovi di Roma) hanno convocato i delegati delle diocesi e associazioni per invitare le Chiese locali a ricordarsi del giubileo del Concilio Vaticano II, nella forma di una riflessione triennale sui grandi documenti dell’assise romana. Durante la celebrazione eucaristica (in quattro lingue) è stato consegnato alle diocesi un Appello in cui si rilevano le acquisizioni più importanti del Vaticano II, si invita a riconfrontarsi con il Concilio e si indicano i tre percorsi – uno per ogni anno, fino al 2015: (1) «la fede che celebriamo» (la riforma liturgica), (2) «la fede che ci unisce» (la Bibbia e la concezione della Chiesa), (3) «la fede che ci impegna» (i cristiani nel mondo). Nel pomeriggio c’è stato un tentativo di far memoria dello spirito del Concilio, per la verità partito in tutte le direzioni senza molto costrutto. Mons. Pier Giacomo Grampa, intervenuto a conclusione della discussione del pomeriggio, ha osservato che i tre anni di riflessione devono aiutarci a ricaricare le nostre «batterie quasi scariche». Da dove viene l’energia, è abbastanza chiaro («Io sono la vite…»), ma è necessario che qualcuno innesti la spina. E ciò spetta ai vescovi e più ampiamente al clero e ai laici «postconciliari». La democrazia non sorge spontaneamente dal basso ma va sollecitata dall’alto, e un’«inchiesta-partecipazione» può stimolare il Popolo di Dio a ricaricarsi (cfr. «Dialoghi» n. 223: «E adesso, un nuovo Sinodo svizzero»).

L’Appello dell’11 ottobre I testi dell’Appello dei vescovi e un calendario delle iniziative per il Giubileo del Concilio in Svizzera sono su Internet (www.vaticano2.ch). Vanno qui ricordati – sia pure in modo incompleto – alcuni punti importanti e sempre attuali dell’Appello: – la liturgia deve essere rinnovata, perché la Parola di Dio sia annunciata meglio e più abbondantemente. Le celebrazioni devono essere semplificate e devono par­lare la lingua della gente, con la partecipazione attiva di tutti i fedeli. – la Chiesa va percepita meglio come il Popolo di Dio, nel quale Cristo Redentore incontra gli uomini e li vuole riconciliati con Dio e tra di loro. Tutti sono chiamati alla santità: in virtù di tale comune vocazio­ne chi ha ricevuto un ordine sacro non deve dominare bensì servire il Popolo di Dio, nel quale deve attivarsi una comunità viva e fraterna. – Dio si rivela non solo nella creazione e con la sua Pa­ rola, ma soprattutto nella persona di Cristo Gesù. La testimonianza di chi lo ha conosciuto si è riversata nelle Sacre Scritture e nella tradizione della Chiesa. – la Chiesa si apre al mondo moderno, senza adeguarvi­ si ma rendendovi presente il messaggio salvifico di Gesù Cristo. – la Chiesa apprezza ogni bontà e grandezza presente nelle religioni non cristiane. Essa deve annunciare loro Gesù Cristo, che in quanto vero uomo e vero Dio ama e salva tutti gli uomini. Ma ciò avviene nel rispetto della libertà di ognuno: a nessuno è lecito imporre una religione.

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– Noi cristiani dobbiamo sentirci particolarmente vicini agli Ebrei, che sono i nostri fratelli maggiori e ci han­no donato la speranza nel Messia redentore. – Il Decreto sull’ecumenismo afferma che la ricerca dell’unità di tutti i cristiani nell’unica Chiesa visibile è compito di ogni cristiano. Ne sono parte costitutiva la conversione, il dialogo e la preghiera, perché in ultima analisi non possiamo crearla da noi stessi ma la riceviamo come dono di Dio. – Il Battesimo fonda il sacerdozio comune di tuti i cristiani. Tra le persone ordinate (vescovi, presbiteri, diaconi) e i laici la differenza non è di grado ma ontologica. Alle persone ordinate spetta in modo proprio l’avvicinare ogni persona al Cristo Redentore.

Per non dimenticare (Roma, 15 settembre 2012) «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri»: a questa insegna si è svolto a Roma il 15 settembre il primo convegno di gruppi ecclesiali liberi per attualizzare il messaggio del Concilio Vaticano II. Il titolo richiama un’espressione contenuta nel messaggio radiofonico con cui, nel 1962, papa Giovanni XXIII annunciava l’imminente apertura del Concilio. Il numero dei partecipanti – quasi settecento – ha sorpreso un po’ tutti. Il boicottaggio organizzato prima e dopo il convegno (non ne hanno parlato né Radio Vaticana, né la Rai, né il giornale dei vescovi «Avvenire») non ha ostacolato la convocazione né tanto meno la qualità dell’incontro, svoltosi nell’auditorium dell’Istituto Massimo dei Gesuiti a Roma. Il tema del cinquantesimo dal Concilio Vaticano II è stato trattato da una prospettiva biblica, teologica e storica. Non è stato votato alcun documento finale. Entrambi impediti dall’età avanzata, hanno mandato messaggi il cardinale Loris Capovilla, segretario di Papa Roncalli, e mons. Luigi Bettazzi, tra i pochi vescovi partecipanti al Concilio ancora in vita. Di particolare rilievo una sottolineatura del teologo Carlo Molari sulla diatriba ermeneutica, tra rottura e continuità («la continuità del cammino della Chiesa non è data dalle idee dei suoi soggetti ma dalla fedeltà al Vangelo del soggetto Chiesa»). Emozionante il ricordo del gesuita p. Felice Scalia sulle divisioni nella Compagnia di Gesù seguite al Concilio (in pochi anni uscirono più di diecimila persone), severo il suo giudizio sul contrasto tra papa Giovanni Paolo II e il «generale» della Compagnia p. Arrupe. Hanno partecipato al convegno anche alcuni membri del Comitato di «Dialoghi». (adista n. 34, 29 settembre 2012; i testi delle relazioni sono reperibili al sito www.viandanti.org).

Riproposti i messaggi Alla fine della messa celebrata in piazza San Pietro per l’apertura dell’Anno della fede, papa Benedetto XVI ha consegnato ai rappresentanti di coloro cui furono rivolti, i sette messaggi finali del Concilio Vaticano II. Un gesto (allora) di rottura nel solco della presente continuità.

Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori


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cronaca

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Le «ultime» sul GdP. All’inizio di ottobre è stato annunciato un accordo nuovo in seno a «Timedia», il gruppo editoriale che comprende il «Corriere del Ticino», il «Giornale del Popolo», l’emittente televisiva Teleticino e la Radio 3iii, più le relative edizioni in rete. Secondo notizie riservate, inizialmente l’accordo era molto severo per il GdP, in quanto prevedeva un azzeramento di quasi tutta la parte tecnica, grafica, di segretariato e di marketing, oltre a una riduzione delle capacità giornalistiche. Vescovo e direzione del GdP hanno puntato i piedi e ottenuto che il GdP «mantiene la propria indipendenza editoriale, operando però un’ulteriore e importante riduzione dei propri costi, grazie alle sinergie elaborate all’interno del gruppo [cioè] un’accresciuta cooperazione tecnica, amministrativa ed editoriale con il ‘Corriere del Ticino’» (GdP del 4 ottobre). L’accordo, dovuto al calo delle risorse pubblicitarie del «Giornale del Popolo» (ma anche del «Corriere») è stato venduto come un buon affare per entrambi, visto che insieme potranno proporre agli inserzionisti una pubblicità spalmata su un numero maggiore di copie vendute. I fatti diranno se le riduzioni di capacità al «Giornale del Popolo» non saranno tali da ridurre il proprium del GdP agli editoriali e alle omelie del Vescovo. Parole felici. Il vescovo di Basilea, Felix Gmür, delegato dei vescovi svizzeri al recente Sinodo dei vescovi, ha preso due volte la parola, per chiedere la conversione anche delle istituzioni e rendere la Chiesa cattolica «più credibile». Ha fatto poi due proposte: conferire maggiori responsabilità ai laici, specie nelle comunità dove mancano i preti, e trovare una soluzione pastorale per i divorziati risposati, che spesso dimostrano di essere buoni cristiani. Auspici. «Il tema di quest’anno verteva attorno alla differenza tra collaborazione e corresponsabilità nella Chiesa. Si tratta di un dibattito molto attuale, in quanto qui troviamo la chiave di lettura del rapporto costruttivo tra la gerarchia ecclesiastica e i laici: il passaggio dalla collaborazione dei laici a un certo tipo di corresponsabilità con il clero permette una

maggior condivisione delle misure, delle strategie e dei progetti da attuare, nelle diocesi, sul territorio, per una più efficace testimonianza del Popolo di Dio nel mondo. Ciò che si è riscontrato nei dibattiti è che la Chiesa è ancora troppo verticistica, in quanto non sono ancora stati attuati completamente alcuni documenti del magistero sulle responsabilità affidate ai laici, come la costituzione dogmatica Lumen Gentium o come un’enciclica del Beato Giovanni Paolo II Christifideles laici. Coinvolgere maggiormente i laici significherebbe maggiore efficacia e maggior ricchezza nella Chiesa». Dal Forum internazionale dell’Azione Cattolica, Iasi (Romania), 22-26 agosto 2012, cronaca su «Spighe», ottobre 2012). Come lo vorremmo. Mons. Grampa, nella sua «colonnina» settimanale sul «Giornale del Popolo» del 14 aprile, cita il card. Martini che chiedeva un vescovo che fosse «un uomo umile, che vince le durezze con la propria dolcezza, che sa essere discreto, che sa ridere di sé e delle proprie fragilità, che sa rimettersi in discussione, che sa riconoscere i propri errori, senza troppe autogiustificazioni». E conclude: «Dunque anzitutto un uomo vero: ci auguriamo che così possa essere il prossimo vescovo del Ticino». Rivista diocesana. Nel fascicolo luglio-agosto 2012, il resoconto finanziario della Diocesi di Lugano. Il conto economico si chiude con un disavanzo di fr. 182.253,45, coperto interamente dalla partecipazione delle parrocchie. Tra le voci passive principali, oltre 950.000 franchi per le «strutture diocesane» (Facoltà di teologia fr. 550.000; Collegio Pio XII fr. 168.000, «Giornale del Popolo» fr. 164.000), e fr. 750.000 per la «pastorale diocesana» (Azione cattolica, Pastorale giovanile, Pastorale familiare, ecc., compresi gli «aiuti a parrocchie povere» con oltre fr. 194.000 per «sovvenzione sacerdoti»). Pubblicato anche il risultato delle collette nelle singole parrocchie nel 2011, tuttavia senza l’indicazione del totale diocesano (che sarebbe un interessante indicatore delle sensibilità dei «praticanti»). A pagina 258 è pubblicato l’Appello delle Chiese per la giornata dei rifugiati, con un richiamo finale

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che afferma «il rispetto e la dignità di ogni persona», ma con un inizio sciagurato: «L’ospite potrebbe addirittura rilevarsi un nemico». Per fortuna dei rifugiati (e delle Chiese che lo firmano), l’appello è stato ignorato dai media. Chi è stavolta il maggiordomo? Giornata mondiale di preghiera. La Giornata mondiale di preghiera (iniziata nel 1887 e sostenuta oggi da un movimento mondiale ecumenico che coinvolge donne di 170 paesi) avrà luogo venerdì 1. marzo 2013, sul tema «Ero straniero e mi avete accolto». Le preghiere sono state preparate da donne francesi, che destineranno la colletta a progetti di sostegno a donne immigrate. La colletta del 2012 per la Malaysia ha raccolto in Svizzera fr. 465.000. Successo dell’iniziativa. La cosiddetta «Iniziativa delle parrocchie», promossa il 10 settembre per chiedere di discutere alcuni temi che fanno problema nella Chiesa svizzera, aveva raccolto a metà ottobre oltre 340 firme di agenti pastorali (preti e laici) e 180 firme di simpatizzanti. Criticata dai vescovi della Svizzera tedesca, perché non si tratterebbe di questioni significative per l’attività pastorale, sembra tuttavia che un dialogo sia iniziato tra rappresentanti dell’iniziativa e alcuni vescovi. Terra per il pane. La campagna ecumenica per la Quaresima del 2013 tratterà il diritto alla terra, con lo slogan «Senza terra, niente pane». Le multinazionali dei Paesi ricchi (compresa la Cina…) stanno acquistando territori immensi in Africa (67 milioni di ettari, 17 volte la Svizzera!), a scapito delle popolazioni locali che tradizionalmente (e spesso senza titoli di proprietà) le utilizzano. Ammoniva Papa Gregorio Magno (590604): «Le persone che si appropriano del suolo, dono di Dio, privando i poveri del loro sostentamento, uccidono coloro che muoiono di fame». Statistica svizzera. Il dato più rilevante è l’aumento in Svizzera di chi si dichiara senza religione (o non vuole indicarne alcuna). Nel 1970 erano l’1% della popolazione, nel 2000 il 20%, con punte del 42% a Basilea Città, del 37% a Neuchâtel, del 35% a Ginevra, del 26% a Vaud. Mentre i cattolici a Vaud restano attorno al 31% nel 2010, in netto regresso appare la quota parte dei protestanti, passati dal 63% del 1970 al 32% nel


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2010. È evidente l’influsso dell’immigrazione (italiana, spagnola, portoghese, ecc.) che favorisce i cattolici, meglio ripartiti anche per classi d’età, mentre i protestanti sono sempre più anziani e… svizzeri! Ministeri femminili. In occasione dell’inizio dell’Anno pastorale a Friburgo, celebrato il 15 settembre nella chiesa di Bulle, sono stati conferiti diversi «mandati pastorali», tra cui per la prima volta sei incarichi quali «aiuti pei funerali» ad altrettante donne (tra cui una suora), col compito di accompagnare persone in lutto e officiare cerimonie funebri con letture liturgiche. Un nuovo (piccolo) passo a favore dei «ministeri laicali» femminili? Non pare ancora il caso di sonare le trombe… Sacrificio quaresimale. Nel 2012 il Sacrificio Quaresimale ha ricordato il 50esimo di vita e ha elaborato una nuova Strategia 2016 «Rafforzarsi reciprocamente», occasione per un’analisi, sia all’interno della organizzazione sia al suo esterno, circa le nuove sfide da affrontare nella lotta alla povertà. La campagna d’informazione e di sensibilizzazione e i festeggiamenti per il 50esimo hanno fatto conoscere meglio l’impegno del SQ in particolare in favore del diritto al cibo. Dal punto di vista della raccolta fondi si è registrata un’evoluzione positiva delle offerte di privati, pari a fr. 16.306.509 (+ fr. 336.411 rispetto al 2010). A causa degli importi minori dei lasciti e dei contributi pubblici (-1.104.949), il totale delle entrate da offerte e contributi è stato di fr. 20.107.432, leggermente inferiore rispetto all’anno precedente (-730.488). Gli altri prodotti (frutto di operazioni di negoziazione e di prestazioni, compresi quelli della DSC) sono aumentati di circa fr. 100.000. Tale risultato soddisfacente non ha però potuto compensare la riduzione dei lasciti e dei contributi da enti pubblici, così che il totale dei ricavi di fr. 20.964.906 è in­feriore di fr. 632.616 rispetto al 2010. Per realizzare i progetti in corso sia nel Sud del mondo sia in Svizzera sono stati investiti fr. 20.213.981 (-1.009.185 rispetto al 2010). La cifra corrisponde al 90,1% del totale dei ricavi. I costi amministrativi ammontano in totale a fr. 2.209.373 (5,6%). Diocesi di Sion. La diocesi vallesana conta circa 225.000 cattolici, ripartiti in 156 parrocchie. Solo sei di esse

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hanno introdotto un’imposta ecclesiastica, mentre in genere per le altre provvede il comune politico. La diocesi, per coprire il fabbisogno di circa 2,15 milioni di franchi, riceve un sussidio cantonale di fr. 420.000, mentre fr. 830.000 provengono da rendite accumulate, per cui circa 900.000 franchi devono pervenire da una colletta organizzata ogni anno per la festa di Tutti i Santi. A carico della diocesi sono anche gli stipendi di 21 persone attive nella pastorale e sette impiegati amministrativi, per un totale di 15 impieghi a tempo pieno. I preti in attività sono 140 (44 i pensionati), cui si aggiungono 16 diaconi permanenti, cinque seminaristi, un centinaio di agenti pastorali laici e numerosi volontari. Ogni anno vengono celebrati circa duemila battesimi, 2400 prime comunioni, 2200 cresime e 500 matrimoni. Scuse diocesane. Due rapporti (uno del Governo, l’altro ordinato dalla Chiesa cattolica), relativi agli istituti per minorenni del Canton Lucerna, hanno accertato situazioni spaventose: punizioni quasi da tortura e abusi sessuali, per il periodo 1930-1970, confermati dalle deposizioni di 54 già ospiti. I reati sono prescritti e le vittime non possono chiedere indennizzi. Il vicario episcopale ha domandato perdono alle vittime, a nome della diocesi di Basilea. Religioni a Friburgo. Il governo friburghese ha fatto allestire un rapporto sulle comunità religiose esistenti nel Cantone, sulla loro probabile evoluzione e sui rapporti tra di esse. Ne risulta un quadro variegato e senza grossi problemi: i musulmani (lo «spettro» dell’UDC) sono diecimila, in gran parte d’origine balcanica e turca, dispongono di sette luoghi di culto e la maggioranza non è praticante regolare; si prevede che nel 2050 saranno il 10% della popolazione ma incontreranno le stesse difficoltà delle altre confessioni a trasmettere la religione ai più giovani. La statistica per il 2011 indica 184.851 cattolici romani, 39.949 riformati, 53 ebrei e 56.637 «altri», dei quali si stimano 38.000 senza appartenenza religiosa, i diecimila citati musulmani, tremila ortodossi, duemila evangelicali, 1500 aleviti, mille testimoni di Geova e qualche centinaio di buddisti, neoapostolici, induisti. Pochi coloro che rifiutano di pagare le imposte ecclesiastiche delle Chiese cattoliche e riformate; circa

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seicento coloro che abbandonano annualmente la Chiesa cattolica e circa trecento quella riformata. Il cattolicesimo è ancora, per la maggioranza dei friburghesi, oltre che una religione, una cultura. Moutier cattolica. La parrocchia di Moutier ha festeggiato i 150 anni dalla sua fondazione. Nel comune, divenuto protestante e conglobato nel Canton Berna, solo nel 1862 venne permesso il culto cattolico e una chiesa venne consacrata nel 1871; ma nel 1873, a causa del Kulturkampf, i preti furono sospesi ed esiliati. Solo nel 1879 la chiesa fu restituita ai cattolici, che nel 1967 ne costruirono una più ampia e più bella, dedicata alla Madonna: i 460 cattolici del 1860 erano diventati 3200 nel 1960, sono 4600 nel 2012. Pluralismo religioso. In diversi cantoni svizzeri le autorità propongono di riconoscere l’importanza sociale di nuove comunità religiose, oltre le storiche (protestanti, cattoliche, ebraiche). A Basilea il Gran Consiglio ha conferito personalità giuridica alla comunità degli aleviti, un gruppo musulmano specialmente presente in Turchia. A Vaud, dove una legge del 2007 prevede il riconoscimento delle nuove comunità, sono già pendenti dal 2007 una richiesta della Federazione evangelica vodese (cinquemila aderenti), quella della Chiesa anglicana e quella della Chiesa cattolica-cristiana (Vecchi Cattolici). Ora una richiesta è stata presentata dall’Unione vodese delle associazioni musulmane (UVAM), che riunisce una quindicina di gruppi e l’80% dei luoghi di culto. Le condizioni poste sono il riconoscimento dell’ordine giuridico svizzero e internazionale (compresa la libertà di coscienza) e il rifiuto di ogni discriminazione. Il riconoscimento non prevede l’automatismo di sussidi, ma la possibilità di partecipazioni per scopi pubblici e di esenzioni fiscali. Berna paga pastori e preti. Il 5 settembre, il Gran Consiglio bernese ha respinto (128 no contro 15 sì, e 5 astenuti) una proposta che voleva annullare una convenzione risalente al 1804, per cui il Cantone retribuisce i pastori protestanti, i preti cattolici e gli agenti pastorali, a compensazione dell’incameramento dei beni delle rispettive Chiese. Nel 2012 l’esborso è stato di 72 milioni di franchi. La decisione soddisfa le Chiese ma è criticata dai


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non membri delle Chiese riconosciute: recentemente il Tribunale amministrativo bernese ha tuttavia respinto la richiesta di un contribuente che, dichiarandosi senza religione, chiedeva una riduzione dello 0,813% di quanto paga per l’imposta cantonale. Vangelo attuato. Per l’insieme della Svizzera, le entrate fiscali delle Chiese raggiungono circa un miliardo di franchi all’anno. Per l’85% il denaro resta alle parrocchie e alle comunità parrocchiali; solo il 13% è a disposizione delle Chiese cantonali o delle diocesi, e solamente l’1% è a disposizione a livello nazionale per attività pastorali svizzere come la RKZ (la Commissione cattolico-romana, coordinatrice dei finanziamenti a livello federale). Il sistema rappresenta una garanzia di democrazia dal basso che può dispiacere a qualche canonista, ma sembra più corrispondente all’insegnamento evangelico, per il quale «i primi saranno gli ultimi». Laici in Vaticano. René Brülhart, un avvocato friburghese esperto di finanza, è stato assunto dallo scorso settembre dalla Santa Sede, per contribuire nella lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e contro il terrorismo. Si vogliono così completare le misure prese per farsi accogliere nella lista… degli Stati virtuosi. Un altro esperto, l’americano Greg Burke, laico consacrato dell’Opus Dei, è stato assunto per migliorare la comunicazione alla Segreteria di Stato. Ci si accorge, insomma, che nei settori «mondani», non basta essere cardinali per essere competenti. Povertà svizzera. Secondo Caritas (che ha pubblicato un «Almanacco sociale») versano in stato di povertà 260.000 ragazzi, il 16% delle famiglie con bambini e il 32% delle famiglie monoparentali. La Confederazione prevede di pubblicare un rapporto nazionale sulla povertà, mentre già quattro cantoni (il primo: Berna) lo hanno già fatto, e altri otto vi stanno provvedendo. Le persone indebitate o in ritardo nei pagamenti sono in Svizzera 670.000, mentre aumentano coloro che ricorrono ai 24 negozi Caritas che in un anno hanno distribuito viveri per 9 milioni di franchi. Ma gli svizzeri sono anche generosi: la Catena della solidarietà ha raccolto 18,8 milioni di franchi per interventi umanitari e per la ricostruzione dopo lo tsunami e il terremoto in Giappone.

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Aiuto allo sviluppo. Secondo dati federali, nel 2011 l’aiuto pubblico allo sviluppo della Svizzera è stato di 2.736 milioni di franchi (2.398 nel 2010), corrispondenti allo 0,46% del prodotto nazionale lordo (PIL) e all’1,60% della spesa pubblica della Confederazione. Le donazioni alle ONG furono 431,6 milioni (dati del 2010), pari allo 0,07% del PIL. Il Parlamento federale ha stabilito, lo scorso settembre, che l’aiuto federale allo sviluppo disporrà di 11,35 miliardi di franchi per il periodo 2013-2016, il che permetterà di raggiungere lo 0,5% del prodotto nazionale lordo: «un franco al giorno per abitante!» ha sottolineato il consigliere federale Burkhalter. Il 62% degli svizzeri interpellati si sarebbero detti favorevoli ad un aumento dell’aiuto allo sviluppo, il 68% sono per una maggiore partecipazione svizzera alle attività delle Nazioni Unite. La richiesta è per il raggiungimento dello 0,8% del PIL. Nel confronto internazionale 2011, cinque paesi (Svezia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Paesi Bassi) superano l’obiettivo fissato dalle Nazioni Unite dello 0,7% del PIL, e quattro (Regno Unito, Belgio, Finlandia, Irlanda) si collocano al disopra della media dei paesi dell’OCSE (0,46%). La Svizzera raggiunge la media e si colloca all’undicesimo posto migliorando di una posizione rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti stanno allo 0,20%, l’Italia allo 0,19%. Nonostante i progressi nella lotta alla povertà, le disparità tra ricchi e poveri continuano a costituire una sfida, sia all’interno sia tra i diversi Paesi. L’uno per cento più ricco della popolazione mondiale detiene il 14 per cento del reddito mondiale, il 20 per cento più povero ne spartisce circa l’uno per cento. Due terzi delle persone che vivono con meno di due dollari al giorno risiedono nei Paesi emergenti. Uniformi scandalose. La «Dichiarazione di Berna» denuncia l’incoerenza di molti svizzeri «uniformati» e i loro datori di lavoro (comprese autorità pubbliche), che acquistano all’estero (in particolare in Macedonia, dove il salario orario di un’operaia è di meno di 70 centesimi!) gli abiti e le uniformi prodotte sfruttando in modo criminale la mano d’opera. Non saranno le stesse persone, le medesime autorità, che denunciano il trasferimento all’estero delle attività produttive a scapito dell’occupazione in Svizzera?

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In questo numero Dossier (a cura di Daria Lepori e Marina Sartorio) G il natale dev’essere proprio solo così? (Editoriale)

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G lo shopping compulsivo, febbre da acquisto

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G disintossicarsi dall’alcol consumistico (Daria Lepori)

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G prosperità senza crescita: è possibile? (Marina Sartorio)

5

G il senso del dono per un natale di gratuità (Enzo Bianchi)

7

Articoli G un sinodo così non serve (Luigi Sandri)

8

G religiosità popolare e condizione della donna (Giorgio Cheda)

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G cronaca internazionale

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G notizie belle e buone

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G osservatorio ecumenico

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G cronache del giubileo del concilio

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G cronaca svizzera

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aiutiamo il nunzio a trovare il nuovo vescovo di lugano 23-24

dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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aiutiamo il Nunzio a trovare il Vescovo

do l’Annuario della Diocesi di Lugano 2012, i preti diocesani attivi nel ministero sono 123, più 30 residenti fuori diocesi (elenco a pagina 113). Come per altre precedenti successioni, «Dialoghi» si fa promotore di una votazione consultiva, alla quale possono partecipare i lettori e qualunque

altra persona interessata. Dall’elenco delle Parrocchie (pagg. 62 ss.), per la scheda qui a fianco abbiamo dedotto i possibili candidati secondo l’anno di nascita (escludendo coloro che hanno più di 70 anni e quelli nati dopo il 1978), nonché coloro che non appartengono al clero diocesano.

Democrazia andata e ritorno L’elezione dei vescovi ha una lunga storia nella Chiesa cattolica. Eugenio Corecco, nel volume Ius et Communio. Scritti di diritto canonico (Piemme, Milano 1997) vi dedica un denso capitolo (pp. 366-386), a cominciare dalla storia, per giungere a formulare proposte concrete di una nuova procedura, più rispondente alla Chiesa comunionale definita dal Concilio Vaticano II. Il vescovo canonista ricorda come «nella Chiesa antica il vescovo era eletto in singoli sinodi [assemblee, ndr.] ai quali partecipavano il popolo, il presbiterio della Chiesa locale [i preti della diocesi], e con funzione determinante anche i vescovi delle diocesi vicine (…). Mentre in Oriente il diritto di elezione passò e rimase nelle mani dei vescovi (Nicea 787, can. 3), in Occidente, dopo essere stato usurpato nel periodo carolingio dal potere secolare, fu riconquistato dalla Chiesa con la “lotta delle investiture”. Alla fine dell’XI secolo è ancora diritto comune che il vescovo sia eletto da “populus et clerus”. Ma quasi un secolo più tardi i laici sono totalmente estromessi dalle elezioni (Alessandro III) e il diritto del clero passa nelle mani del Capitolo della Cattedrale, che ormai aveva sostituito il presbiterio in tutte le funzioni più importanti». In seguito, la Chiesa fu costretta, di fronte alle monarchie nazionali, a concedere il diritto di nomina ai principi secolari; infine, con la scomparsa delle case regnanti cattoliche la Santa Sede approfittò, già prima del Codice (can. 329, §2) per avocare a sé il diritto di libera nomina dei vescovi. Attualmente, il diritto di partecipare alla scelta, proponendo candidati o addirittura con la scelta definitiva, è ormai riconosciuto (e sempre più contestato dai giuristi vaticani) solo ad alcune diocesi, tra cui quelle svizzere di Basilea, San Gallo e Coira. Mons. Corecco nel suo studio, dopo aver criticato la procedura attuale che

riconosce al Papa la scelta finale, afferma (pag. 370): «La scelta del vescovo è un fatto ecclesiale che tocca tutti i cristiani, per cui dovrebbe valere, sia pure tenendo conto del suo valore analogico, il principio di origine giustiniana, ma recepito con profonde sfumature a tutti i livelli dalla Chiesa medioevale, secondo il quale, “quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet” [cioè: ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere discusso e approvato]. Questa massima giuridica, che è entrata nelle Regulae iuris (n. 29), è stata invocata nella tradizione più autentica della Chiesa anche a proposito dell’elezione dei vescovi. Papa Celestino I (422-432) in una lettera ai vescovi della provincia di Vienne scrive: “Nullus invitis detur episcopus” [non si imponga un vescovo non voluto]; che Leone l (440-461) formula nel senso: “Qui praefecturus est ab omnibus eligatur” [chi presiede sia eletto da tutti]; nella stessa direzione si muove papa Lucio III (1181-1185)». Attualmente, secondo il diritto canonico del 1983 «il Sommo Pontefice nomina liberamente i vescovi» (can. 377) e «per proporre la cosiddetta terna alla Santa Sede Apostolica, spetta al Legato Pontificio ricercare singolarmente e comunicare alla stessa Santa Sede Apostolica», chiedendo il parere dei vescovi della regione: «e se lo ritiene opportuno, richieda anche singolarmente e in segreto il parere di altri, del clero diocesano e religioso, come pure di laici distinti per saggezza». Osserva ancora mons. Corecco: «È un fatto che la nomina di un vescovo ha per sua natura carattere eminentemente pubblicistico. È necessario perciò su questo punto siano tratte tutte le dovute conseguenze giuridiche. (...) Il risultato di questa situazione giuridica è che troppo spesso la nomina di un vescovo, malgrado il suo interesse vitale per tutta una comunità, può avvenire anche solo

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L’Annuario non dà indicazioni circa la nazionalità. È possibile che l’elenco comprenda qualche presbitero non eleggibile, o che per errore sia stato escluso qualche possibile candidato. Ce ne scusiamo in anticipo e la lista offre tre righe in bianco per eventuali integrazioni.

in base a un gioco di rapporti, conoscenze, influenze personali e interessi di carattere privati. Può avvenire cioè al di fuori delle liste ufficiali, su indicazioni di persone che non portano nessuna responsabilità istituzionale e, in ultima analisi, nessuna responsabilità giuridicamente determinabile di fronte alla comunità cristiana». Mons. Corecco concludeva il suo studio con una proposta precisa: comporre a livello diocesano un organismo («un sinodo elettorale») comprendente preti e laici, che d’intesa coi vescovi svizzeri (nessun accenno al nunzio, attualmente «postino» delle proposte), sottoponga alla Santa Sede per preavviso una lista di candidati, per poi scegliere il nuovo vescovo, con un atto di responsabilità che costituisce prova e impegno di comunione. Ma all’inizio dello studio aveva osservato (pag. 367): «La Commissione di revisione del Codice non ha ancora chiuso la discussione in merito al problema della nomina dei vescovi», auspicando che venga fatta «una svolta verso la tradizione». Non siamo ancora a questa «svolta» (sarebbe bello accogliere la proposta di Eugenio Corecco a cinquant’anni dal Concilio!), e la scelta del nuovo vescovo di Lugano resta ancora il risultato di procedure segrete, di interventi illeciti e di pressioni personali o di parte, per cui a «Dialoghi» tocca di nuovo rivendicare, come fece già nel 1968 e fece in tutte le successive «sedi vacanti», il dovere – che è anche un diritto – dei laici e preti luganesi di esprimere un giudizio nella scelta del loro vescovo. È quanto del resto insegna il canone 212 del Codice di diritto canonico, per il quale i laici «hanno il diritto, anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderlo noto agli altri fedeli». Per questo abbiamo promosso questa libera consultazione, che è una dimostrazione di assunzione di responsabilità per il bene della Diocesi. Dialoghi


224 dialoghi Aiutiamo il Nunzio a trovare il Vescovo A oltre un anno dalle dimissioni da vescovo di Lugano di mons. Pier Giacomo Grampa (75 anni compiuti nel 2011), sembra sia stata avviata la procedura, da parte del Nunzio apostolico in Svizzera, che si concluderà con la presentazione al Papa della cosiddetta «terna» di possibili candidati a presiedere la Diocesi ticinese. Secondo il diritto canonico (can. 378) «Per l’idoneità di un candidato all’episcopato si richiede quanto segue: (1) [che] sia eminente per fede salda, buoni costumi, pietà, zelo, per le anime, saggezza, prudenza e virtù umane, e inoltre dotato si tutte le altre qualità che lo rendono adatto a compiere l’ufficio in questione; (2) [che] goda di buona reputazione; (3) [che] abbia almeno trentacinque anni di età e sia presbitero almeno da cinque anni; (4) [che] abbia conseguito la laurea dottorale o almeno la licenza in Sacra scrittura, teologia o diritto canonico, in un istituto di studi superiori approvato dalla Sede apostolica, oppure sia almeno veramente esperto in tali discipline. Il giudizio definitivo sull’idoneità del candidato spetta alla Sede Apostolica». Per il Vescovo di Lugano sono previsti due altri requisiti: la Convenzione tra il Consiglio federale e la Santa Sede del 4 luglio 1968, che trasformava la precedente Amministrazione Apostolica in Diocesi, al capoverso 3 dell’art. 1, prescrive che «II Vescovo di Lugano sarà nominato dalla Santa Sede [cioè liberamente dal Papa, per il can. 337] e scelto tra i sacerdoti cittadini ticinesi»; così la traduzione che figura nella Raccolta ufficiale, mentre il testo originale in francese recita «prêtres ressortissants tessinois». Inoltre, la Bolla Ad Universum di papa Leone XIII del 7 settembre 1888 che stabilisce la Giurisdizione ecclesiastica nella Repubblica del Cantone Ticino, prevedeva che «L’Amministratore Apostolico di Lugano dovrà poi essere eletto dalla Santa Sede fra i sacerdoti soggetti

di riflessione cristiana BIMESTRALE

alla giurisdizione luganese» (cfr. La Diocesi di Lugano, Guida del Clero, Lugano 1903). La bolla Paroecialis et Collegialis dell’8 marzo 1971 che erige canonicamente la Diocesi di Lugano (cfr. Monitore ecclesiastico, a. 1971, pp. 298-301), trasferendo mons. Martinoli alla Chiesa di Lugano, non fa alcun cenno alle condizioni richieste. Ma, secondo il detto romano, «un Papa fa e un altro disfà»,

per cui la condizione (e promessa) di Leone XIII può essere «dimenticata» dall’attuale Pontefice, mentre resta la condizione della cittadinanza ticinese. Se ci limiamo ai requisiti minimi oggettivi, il candidato all’episcopato deve dunque avere almeno trentacinque anni (ed essere prete da almeno cinque), dev’essere cittadino ticinese e membro del clero diocesano. Secon-

Eligo in Episcopum… Lista di candidati all’episcopato luganese (presbiteri del clero luganese, che presumiamo di cittadinanza ticinese, di età fra i 35 a 70 anni – salvi errori e/o omissioni). Segnare le preferenze con al massimo tre crocette. Per eventualmente completare la lista, utilizzare le tre righe libere in fondo all’elenco. Albisetti Giuseppe, 1956 Aliverti Aldo, 1969 Andreatta Carmelo, 1956 Barlassina Ernesto, 1958 Bentivoglio Giuseppe, 1944 Bernasconi Simone, 1973 Braguglia Massimo, 1966 Brianza Donato, 1968 Bronz Lorenzo, 1961 Camilotto Elio Pio, 1948 Castelli Marco, 1959 Cattaneo Carlo, 1959 Crivelli Angelo, 1953 Dania Marco, 1956 Di Todaro Nicola, 1954 Diener Gabriele, 1962 Essik Koffi Frank, 1964 Falco Felice, 1972 Feliciani Gianfranco, 1952 Flisi Claudio, 1944 Foletti Patrizio, 1953 Fornara Michel, 1974 Gaggetta Osvaldo, 1957 Gaia Massimo, 1961 Gerosa Libero, 1949 Guidicelli Fabiano, 1970 Laim Claudio, 1944

Lazzeri Valerio, 1963 Leo Rolando, 1969 Martinoli Adelio, 1952 Ministrini Gian Pietro, 1949 Molteni Andrea, 1978 Morresi Alberto, 1951 Mottini Claudio, 1953 Pagnamenta Guido, 1961 Paximadi Giorgio, 1962 Pessina Luigi, 1963 Pontinelli Matteo, 1959 Pozzi Pietro, 1969 Radziszowski Andrea, 1951 Ratti Ernesto, 1951 Regazzi Pierangelo, 1945 Roffi Roberto, 1969 Romagnoli Rinaldo, 1958 Scorti Carlo, 1950 Silini Maurizio, 1960 Solari Paolo, 1959 Straziuso Michel, 1976 Studhalter Fabio, 1965 Viscio Giuseppe, 1952 Volonté Ernesto, 1944 Zanini Nicola, 1970 ………………………………… …………………………………

Ritagliare (o fotocopiare) e inviare a: «Dialoghi», Fermo posta, 6900 Massagno

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Locarno – Anno 44 – Dicembre 2012


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