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216 dialoghi Locarno – Anno 43 – Aprile 2011

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

Le tristezze e le angosce di oggi

Il mondo ha fame. Il problema degli ogm

Il problema degli ogm (gli organismi geneticamente modificati) divide la pubblica opinione, specialmente in Europa e in Svizzera, dove si è, giustamente, molto sensibili alla tutela dell’ambiente naturale. Gli ogm vengono però già incontro a molte necessità, per esempio in medicina. Nel mondo sono coltivati su vasta scala, da noi sono ostracizzati. Potrebbero aiutare a risolvere il problema della fame nel mondo, dove l’agricoltura va incontro a un nuovo ciclo di crisi? Dossier di «Dialoghi» – da pag. 3 a pag. 7 – con contributi di Daria Lepori, Marco Martucci, e un’intervista a Pietro Veglio.

Il ritmo bimestrale di «Dialogh», i tempi di redazione e le nostre limitate competenze e possibilità non ci permettono di partecipare adeguatamente (come vorrebbe il Concilio e, prima ancora, il Vangelo), a «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi». Rimediamo con un corsivo, per esprimere la nostra partecipata sofferenza al popolo giapponese, colpito prima da un distruttivo terremoto e da un micidiale tsunami, e poi dalla distruzione di alcune centrali atomiche, con migliaia di morti, decine di migliaia di sinistrati e rifugiati, inquinamento del territorio e del mare, con conseguente avvelenamento di terra e acqua e cibo presumibilmente per decenni. Una serie di catastrofi di fronte alle quali, scontata l’immediata partecipazione ai soccorsi di emergenza e auspicando un adeguato aiuto materiale alle possibili ricostruzioni, gli europei e gli svizzeri sembrano solo preoccupati di tutelare la loro salute, diffidando di centrali atomiche presenti e future ma non altrettanto disposti a limitare lo sperpero di energia elettrica. E diciamo la partecipazione anche «alle speranze e alle angosce» dei nostri fratelli del Nord Africa, dei quali abbiamo ammirato la rivolta specialmente giovanile contro i dittatori, il sacrificio per valori come libertà e giustizia che sappiamo profondamente cristiani (nonché islamici, certo!). E comprendiamo le richieste di aiuto che rivolgono al mondo cristiano ed europeo. Il Governo italiano, largo di promesse alla gerarchia cattolica sui «valori non negoziabili», dopo aver paventato emigrazioni bibliche, chiede la solidarietà dell’Europa per soccorrere e sistemare poco più di ventimila persone. E la Svizzera? Potrebbe dimostrare all’Italia del «miglior nemico» Tremonti che non è solo preoccupata di appalti e di agevolazioni fiscali. Ma non ci ricordiamo più degli ungheresi e dei vietnamiti, che scappavano dai comunisti, e persino (Continua a pag. 2)


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opinioni

i corsivi di dialoghi (Continuazione da pag. 1)

dei cileni,«obtorto collo» ospitati grazie alla disponibilità del volontariato, anche cristiano (Caritas, il pastore Rivoir e parrocchie in prima fila). E oggi? Solo la richiesta, prontamente accolta dall’autorità federale, di inviare a Chiasso un rinforzo di 15 guardie doganali, per mantenere il «muro di carta», in attesa di quello di cemento proposto dalla Lega. Ai giapponesi non possiamo imputare la crescita politica dei «partiti verdi», perché le polveri radioattive non conoscono frontiere. E ai tunisini? Benché non siano affatto arrivati in massa, certo a titolo preventivo, un terzo degli elettori ticinesi ha scelto di mandare al Governo due rappresentanti di un partito xenofobo. Le tristezze non si sono fermate alla frontiera sud.

Segni religiosi in pubblico

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La «Rivista della Diocesi di Lugano» (n. 12, anno CXIV, dicembre 2010) pubblica un comunicato relativo alla 290a Assemblea ordinaria della Conferenza dei Vescovi svizzeri, svoltasi a Visp, dal 29 novembre al 1. dicembre, e firmato dal portavoce Walter Müller (pagg. 495-497). Riferendo dei lavori della Conferenza, il comunicato così, tra l’altro, si esprime (pag. 496): «Una forte ostilità si è manifestata recentemente contro i segni religiosi nello spazio pubblico. Una tendenza che auspica di confinare la fede della gente dentro la sfera privata. È con soddisfazione che la CVS ha preso nota che la maggioranza della popolazione è favorevole alla presenza pubblica dei segni cristiani, come la croce ed il crocifisso. Questa maggioranza riconosce che non si tratta di difendere antichi privilegi; per mezzo della scomparsa di questi segni si corre il rischio di compromettere il fondamento cristiano della nostra società e del nostro modo di vivere insieme nella libertà. La libertà di fede e di coscienza è un bene prezioso che deve essere rispettato da ogni comunità religiosa e da ogni Stato. Permette agli uomini di vivere, individualmente o nella comunità di loro scelta, in modo conforme alla loro fede e coscienza – in priva-

to come in pubblico. Ne consegue il diritto di testimoniare e di vivere pubblicamente la propria fede attraverso segni visibili. La libertà di fede e di coscienza è garantita unicamente se le dichiarazione ed i segni delle differenti credenze sono tollerate in modo reciproco. Una proibizione della croce nei luoghi pubblici non sarebbe un’espressione di tolleranza, bensì di intolleranza, in quanto impedirebbe l’espressione pubblica della fede cristiana». Il comunicato presenta parecchie formulazioni perlomeno equivoche. Nella prima frase si parla di «segni religiosi», nella terza diventano «segni cristiani». Esemplificati «come la croce ed il crocefisso»: dimentica che tra i più recenti e clamorosi atti di ostilità vi è stata la decisione della maggioranza dei votanti svizzeri contro l’erezione di minareti: l’ostilità non è quindi solo per i segni religiosi cristiani e il divieto dei minareti (del resto a suo tempo avversato dai vescovi svizzeri) meritava di essere esplicitamente menzionato. Tralasciando di esaminare se l’ostilità ai segni religiosi (quali?) veramente compromette «il fondamento cristiano della nostra società», e se non si possa trattare di «privilegi» (che il Concilio invita ad abbandonare), nella seconda parte del comunicato si parla genericamente (e giustamente) del diritto «di testimoniare e di vivere pubblicamente la propria fede attraverso segni visibili» (vale per tutte le «differenti credenze»); infine si afferma che «una proibizione della croce nei luoghi pubblici (…) impedirebbe l’espressione pubblica della fede cristiana». Qui l’espressione «luoghi pubblici» si presta a equivoci. Al Convegno di Bellinzona (4 febbraio 2011) su «Libertà religiosa e società multiculturale», il prof. Silvio Ferrari ha proposto la distinzione tra «spazio pubblico istituzionale» e «spazio pubblico informale» o «della società civile». Infatti ci sono edifici statali che rappresentano o ospitano attività dello Stato dirette a tutti, senza esclusioni di qualsiasi tipo (che dovrebbero quindi rispettare la laicità, cioè non indicare preferenza per nessuna religione); ci sono altri «luoghi pubblici» (dalle strade ai parchi, alla cima delle montagne) dove dovrebbe valere la libertà di presenza di tutte le manifestazioni della cosiddetta «società civile» (rispettate le norme ge-

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nerali di una convivenza civile, come per le costruzioni, per le insegne, i rumori ecc.). In una scuola o in un tribunale una persona qualsiasi può recare un segno religioso (purché non «vistoso», come dice la legge francese), non lo può esporre un insegnante o il giudice di un tribunale o il giornalista che appare in una televisione pubblica, mentre svolgono funzioni istituzionali che devono essere laiche anche nelle apparenze. In una scuola non può essere obbligatorio un corso dedicato ad una sola religione, mentre è possibile un corso di «cultura della/delle religioni», come viene proposto in parecchi Cantoni svizzeri, e sperimentato attualmente in Ticino. Per la scuola elementare di Cadro, frequentata da allievi non cattolici, il Tribunale federale ha ritenuto lesivo della laicità dell’insegnamento la presenza del crocefisso nelle aule e il Gran Consiglio vallesano ha respinto una proposta di esporre in ogni scuola un crocefisso. La Corte di Strasburgo ritiene ora che la presenza di un crocefisso in una scuola statale italiana non viola il diritto alle educazione di un genitore non cattolico, perché si tratta di un elemento passivo che non ha effetti sull’insegnamento impartito, e agli Stati è riconosciuta una certa libertà nel regolamentare i rapporti con le comunità religiose. Se i vescovi svizzeri ritengono di pronunciarsi sull’argomento dei «segni religiosi», non possono limitarsi ad un «equivoco» comunicato stampa, lo devono fare «ecumenicamente» nell’ambito dei diversi consessi in cui si svolge, in Svizzera, il dialogo tra le religioni. Esaminando singolarmente le diverse situazioni che si possono presentare (come ha fatto già qualche anno fa il Partito popolare democratico svizzero, e di recente il Dipartimento dell’educazione del Canton Friburgo), senza lanciare appelli generici che non fanno che confermare i pregiudizi, tanto quelli cattolici quanto quelli laicisti. a.l.

N u m e r i a r re t r a t i ?

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Chi ha paura degli ogm ? Non piacciono, sono tabù. Ma perché sono anche utili?

Gli ogm non piacciono. Non convincono; anzi, fanno paura. Il rifiuto da parte del consumatore è deciso e il commercio si adegua, mettendo in vendita prodotti dichiaratamente senza ogm. Questo atteggiamento si riscontra soprattutto in Europa e particolarmente in Svizzera, dove abbiamo una delle legislazioni più restrittive nei confronti degli ogm. Nel resto del mondo, la diffidenza verso gli OGM non è distribuita in modo uniforme. Negli Stati Uniti, molti ogm vengono consumati abitualmente e la coltivazione di alimenti ogm è pratica consueta. Ma cosa sono questi ogm? Come si producono, chi li produce, da quando? Da dove nasce questa resistenza nei confronti degli ogm? È giustificata? Sono pericolosi per la nostra salute? Per l’ambiente? La questione è parecchio complessa.

Gli ogm sono gli Organismi Geneticamente Modificati. Sarebbe più corretto, secondo me, usare il termine tedesco Gentechnisch Veränderte Organismen, GVO, cioè «organismi modificati attraverso tecniche genetiche», intendendo la cosiddetta «ingegneria genetica». Infatti, organismi modificati geneticamente possono essere considerati anche, in senso lato, tutti gli animali e tutte le piante che hanno dei geni diversi da quelli dei loro simili. Tutto, allora, sarebbe «geneticamente modificato», perfino noi stessi. In modo significativo, sarebbero geneticamente modificati gli animali domestici e le piante coltivate. Infatti, tutte le varietà, le cosiddette «razze» di animali e di piante d’allevamento e di coltivazione, dai cani ai pomodori, sono state ottenute durante secoli e secoli di selezioni e incroci eseguiti dapprima in modo empirico, in seguito con criteri più scientifici e mirati, a partire dalle specie «selvatiche».

La selezione naturale Gli scaffali del reparto frutta e verdura d’un supermercato sarebbero squallidamente vuoti se volessimo riempirli di prodotti selvatici. Senza l’intervento dell’uomo, iniziato più o meno dieci millenni or sono, agli albori dell’agricoltura, tutta la frutta, tutta la verdura e tutta la carne (a parte la selvaggina, gran parte dei pesci, i funghi

e qualche bacca selvatica) non esisterebbero. L’uomo coltivatore ha eseguito dunque una selezione genetica. Non ha modificato i geni, questo no. di Marco Martucci*

Ha preso ciò che la «Natura», con le innumerevoli mutazioni genetiche casuali che sempre si presentano, offriva e ancor oggi offre. Ed ecco le migliaia di varietà di rose, di tulipani, di pomodori, di mele, di uva. Più tardi, l’uomo imparò, attraverso radiazioni o particolari sostanze mutagene, ad aumentare la frequenza delle mutazioni, ottenendo fragole con numero di cromosomi doppio, quadruplo, che davano frutti più grandi. Ma ancora non erano ogm in senso stretto. Perché i «veri» ogm non si ottengono da mutazioni naturali o indotte, ma «lavorando» direttamente sul materiale genetico, sul patrimonio ereditario di una creatura. È questa la grande novità. Mentre le consuete tecniche di breeding lavorano sull’animale o sulla pianta «intera», la tecnica genetica, l’ingegneria genetica, lavora sulle cellule, sui cromosomi, che sono costituiti dall’Acido desossiribonucleico, il DNA, il «programma» che contiene tutte le istruzioni necessarie per lo sviluppo di qualsiasi organismo. E questa è storia molto recente, che val la pena seguire, almeno per sommi capi, al fine di comprendere come si sia giunti agli attuali ogm e alle tecniche per produrli. Nasce l’ingegneria genetica La genetica nasce come scienza attraverso i fondamentali lavori di Gregor Mendel, pubblicati nel 1866. Nel 1869, il chimico svizzero Miescher scopre, nei nuclei delle cellule, la nucleina, il moderno DNA. Nel 1944, Avery dimostra che i geni sono formati da DNA e che il DNA è la sostanza che contiene tutta l’informazione ereditaria. Nel 1953 Watson e * Laureato in chimica, docente nelle scuole medie cantonali. Divulgatore scientifico, da anni collabora con la RSI. Ha pubblicato, fra gli altri, due volumi: «Curioso!» 1 e 2 presso le Edizioni Salvioni di Bellinzona.

Crick chiariscono la struttura tridimensionale della molecola di DNA, la «doppia elica». Frederick Sanger, sempre nel 1953, determina per la prima volta la struttura molecolare di una proteina, l’insulina: nasce la biologia molecolare. E ancora Sanger, doppio Premio Nobel (quanti Nobel girano intorno alla biologia molecolare e alla genetica!) compie l’opera di sequenziamento delle quattro basi del DNA, che sfocerà nel ciclopico Progetto Genoma, concluso nel 2000. Nel 1956, Ochoa sintetizza l’RNA, l’acido ribonucleico, che, all’interno della cellula, trasporta l’informazione del DNA dal nucleo ai ribosomi per la sintesi delle proteine. Kornberg, nello stesso anno, sintetizza il DNA e scopre la DNA-polimerasi, l’enzima che catalizza la duplicazione del DNA. Nirenberg, nel 1961, svela il codice genetico, il «linguaggio» nel quale sono «scritte», nel DNA, tutte le istruzioni per la sintesi delle proteine e dunque di ogni essere vivente. Nel 1970, lo svizzero Werner Arber scopre gli enzimi di restrizione, che riescono a scindere il DNA in determinati punti: sono le «forbici» per «tagliare» il DNA. Nel 1971, Paul Berg ottiene il primo DNA-ricombinante, saldando il DNA di due specie diverse, un virus e un batterio. È la prima molecola di DNA ricombinante, cioè DNA ottenuto prendendo un pezzo da un organismo e un pezzo da un altro. L’unione dei due pezzi viene attuata usando gli enzimi di restrizione scoperti da Arber (le «forbici») e un altro enzima, il DNA-ligasi (la «colla»). Renato Dulbecco commenta: «È nata la bio-ingegneria». Nel 1973 Stanley Cohen e Herbert Boyer realizzano il primo batterio con patrimonio genetico ricombinante, un comune Escherichia coli, in cui viene introdotto un gene in grado di conferire resistenza a un antibiotico. Con il DNA ricombinante, con la nuova tecnica, l’ingegneria genetica, si è raggiunto qualcosa che, in natura, non succede mai: si è superata la barriera interspecifica. In natura, specie diverse non s’incrociano. Ora, attraverso il DNA ricombinante, si possono «mescolare» caratteristiche di specie, perfino di regni diversi: inserire un gene umano in un batterio,


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un gene di un animale nel DNA di una pianta e così via. Lo scopo non è, evidentemente, produrre «mostri» o curiosità da baraccone, ma ottenere organismi che, con le nuove caratteristiche, siano in grado di risolvere problemi, come la cura di malattie, la resistenza di piante alla siccità, ai parassiti. Ma la nuova tecnica non è esente da rischi. Nel 1975, per la prima volta ricercatori di tutto il mondo si riuniscono alla conferenza di Asilomar, in California, per discutere dei rischi dell’ingegneria genetica. Vengono fissate le prime direttive per la sicurezza dei laboratori. Il caso dell’insulina

Nel 1982 viene omologato negli Stati Uniti il primo farmaco prodotto con l’ingegneria genetica, l’insulina umana per il trattamento del diabete mellito. Prima d’allora, l’insulina, estratta da cadaveri o da animali, non era sopportata da tutti i pazienti. L’insulina «transgenica», identica a quella umana, non presenta questi problemi. La produzione di insulina è un ottimo esempio per illustrare la procedura del DNA ricombinante. Dal nucleo di cellule umane si preleva, mediante gli enzimi di restrizione (le forbici), il gene che codifica la sintesi d’insulina da parte del pancreas. Il gene, segmento di cromosoma fatto di DNA, viene inserito in un plasmide (una sorta di «anello» di DNA) di un batterio e fissato con l’enzima DNA-ligasi (la colla). I batteri così modificati sono separati dagli altri e messi in coltura dove, in poco tempo, diventeranno miliardi e produrranno insulina umana. Da allora, molti farmaci sono prodotti con l’ingegneria genetica. Nel 2000, in Svizzera, erano già stati omologati 46 farmaci con diverse applicazioni, dall’anemia alla leucemia, dalla sclerosi multipla all’epatite. Farmaci e altri prodotti ottenuti mediante l’ingegneria genetica vengono generalmente accettati dal pubblico, perché se ne vede chiaramente l’utilità. Non si può dire la stessa cosa per le applicazioni delle nuove tecniche genetiche nell’agricoltura e, di conseguenza, per l’impatto che queste potrebbero avere sulle derrate alimentari. In Svizzera è sempre in vigore la moratoria sulla coltivazione in campo aperto di piante geneticamente modificate, come deciso dal popolo nel 2005. A eccezione di limitati esperimenti, che necessitano comunque di per-

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messi speciali, la coltivazione in campo aperto di piante ogm è proibita. Ogni alimento ogm deve inoltre essere esplicitamente dichiarato. La prima pianta ogm fu un pomodoro, realizzato negli Stati Uniti nel 1994 e messo sul mercato con il nome «Flavr Savr». Era un pomodoro che si poteva raccogliere maturo e che non rammolliva. Oggi, di ogni importante pianta coltivata, esiste almeno una varietà geneticamente modificata. La ricerca ha prodotto piante resistenti a parassiti, malattie ed erbicidi, con l’obiettivo di ridurre l’impiego di fitofarmaci, pesticidi, fungicidi, insetticidi. Milioni di ettari sono coltivati con piante ogm, dal mais alla soia, dal cotone alla colza. Rischi temuti per l’agricoltura

A detta dei produttori e dei favorevoli, le piante ogm dovrebbero poter risolvere le emergenze planetarie, dalla malnutrizione alla desertificazione, dai mutamenti climatici all’inquinamento e produrre alimenti più nutrienti, sani, gustosi, fatti su misura per il nostro benessere. Gli scettici e i contrari vedono nelle piante ogm un pericolo ambientale non indifferente, come la formazione di parassiti più resistenti, l’incrocio di varietà ogm con quelle già coltivate e altre gravi conseguenze ancora non prevedibili dovute all’immissione in natura di piante ogm. Il consumatore, inoltre, teme che gli alimenti prodotti con piante o animali geneticamente modificati co-

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stituiscano un rischio per la salute. Sono timori e dubbi di cui occorre tener conto e la ricerca dovrà verificare la loro fondatezza. L’«agribusiness» è comunque un grosso affare. Gli organismi ogm si possono brevettare e il loro utilizzo si presta ad essere monopolizzato nelle mani di pochi produttori. Gli agricoltori non avrebbero scelta, tanto più che i semi di piante ogm sono trattati in modo da non poter germinare. L’«agribusiness» è dominato da grandi produttori, come la svizzera Syngenta, che opera in 90 Paesi con oltre 24.000 dipendenti e ha venduto nel solo 2008, fra semi e pesticidi, per oltre 11 miliardi di dollari. Leader mondiale del settore è l’americana Monsanto Company, massima produttrice mondiale dell’erbicida glifosfato, venduto come «Roundup» e in testa nella ricerca e produzione di sementi ogm. In attesa di chiarire i pro e i contro degli ogm nell’agricoltura e nell'alimentazione, la Svizzera, cautamente, ha optato per una politica improntata alla prudenza. Dal 1992, la protezione dell’essere umano e dell’ambiente dagli abusi dell’ingegneria genetica è ancorata nella Costituzione federale, che impone anche di tener conto, in questo ambito, della dignità della creatura, della sicurezza dell’essere umano, dell’ambiente e della biodiversità.

Per maggiori informazioni: www.gensuisse.ch È un sito «partisan» ma è ben fatto, tutto sommato onesto (m.m.)

La diffusione degli ogm nel mondo

La superficie delle terre occupate da colture geneticamente modificate (ogm) ha raggiunto nel 2010 i 148 milioni di ettari, con un aumento del 10 per cento rispetto al 2009. Queste cifre sono pubblicate dall’International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications (ISAAA), un’organizzazione in favore degli ogm e unica fonte dei dati disponibili sull’estensione di questo tipo di colture. Gli Stati Uniti capeggiano la graduatoria con 66 milioni di ettari. Dei 29 Paesi coltivatori, 19 appartengono al Terzo Mondo. Il 48% delle sementi ogm è stata piantata in questi Paesi nel corso del 2010 – spiega il direttore di questo istituto. Entro il 2015, i prodotti ogm coltivati nel Terzo Mondo dovrebbero superare la produzione censita nei Paesi più sviluppati, soprattutto in America latina e in Asia. Mais, soia, cotone e colza sono le colture preferite, gli ogm sono usati per la lotta agli erbicidi e ai parassiti. Le colture ogm sono invece in diminuzione in Europa. Questo punto, negletto dal rapporto dell’ISAA, è messo in rilievo dall’associazione Les Amis de la Terre, che riferisce di un calo del 23% tra il 2008 e il 2009 (dati di fonte governativa). In Spagna, dove gli ogm sono molto diffusi, il calo è stato del 15%, gli ettari coltivati sono ora 67.000. («Le Monde» del 24 febbraio 2011).


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La Svizzera finora ha detto «no» La legge, la sperimentazione, le obiezioni Gli organismi geneticamente modificati (ogm) sono soltanto quegli organismi viventi – vegetali o animali – il cui patrimonio genetico (genoma) è stato volutamente sottoposto a una modifica grazie a tecniche d’ingegneria genetica. Non sono considerati ogm gli organismi il cui genoma è mutato in seguito ai processi spontanei che sono alla base della diversità della vita sulla terra. Le tecniche di miglioramento genetico sono vecchie quasi come la civiltà umana e risalgono a oltre diecimila anni fa: sono iniziate con l’addomesticare animali, come il cane, o vegetali, come la segale. Si trattava di modifiche addirittura inconsapevoli, effettuate selezionando gli esemplari più «utili» allo scopo: un tipo di cane bravo per la caccia o per fare la guardia, un cereale più redditizio o meno attaccato dai parassiti. I metodi utilizzati tradizionalmente per modificare il patrimonio genetico degli esseri viventi sono essenzialmente due: la mutagenesi e l’incrocio. La prima si basa sul fatto che in ogni essere vivente avvengono errori di replicazione del genoma durante i processi di divisione cellulare, dando origine a nuove caratteristiche. Queste mutazioni sono sottoposte a selezione dall’ambiente o dall’essere umano e, se sono vantaggiose, vengono mantenute e riescono a riprodursi. Il metodo dell’incrocio non richiede grosse spiegazioni. Grazie ad esso si uniscono le caratteristiche di due individui diversi, anche non appartenenti alla medesima specie, grazie al rimescolamento dei genomi e utilizzando la riproduzione sessuale. A differenza delle due tecniche di miglioramento genetico, l’ingegneria genetica è una modifica dei geni progettata, realizzata e catalogata. La manipolazione avviene in laboratorio, intervenendo direttamente sulle cellule e non in maniera naturale.

Il primo ogm fu ottenuto nel 1973 da due scienziati negli USA che riuscirono a clonare un gene di rana all’interno di un batterio dimostrando che era possibile trasferire parti del genoma da un organismo a un altro, superando le barriere tra le specie. La sorpresa fu tale da indurre la comunità scientifica a decretare una moratoria internazionale sull’uso di questa tec-

nica fino al 1974, anno in cui si definirono severe linee guida sull’uso della tecnica del DNA ricombinato, linee che continuamente aggiornate sono tuttora in vigore. Una delle prime applicazioni farmacologiche (1978) e quindi industriali (1981) dell’ingegneria genetica è stata l’insulina, prodotta a partire da un batterio. Nel 2000 il Protocollo di Cartagena è stato voluto come strumento internazionale di regolamentazione e di protezione della biodiversità dai possibili rischi della diffusione degli ogm. Nel 2003 a Taiwan sono stati messi in vendita i primi animali domestici ogm: pesci d’acquario resi fluorescenti grazie all’introduzione nel loro genoma di materiale genetico delle meduse, la cui importazione in Europa è vietata. Il fatto che le imprese brevettino gli ogm da loro sviluppati per avere il tempo di recuperare le risorse investite nella loro progettazione ha dato l’avvio a un dibattito sulla proprietà intellettuale delle risorse genetiche degli organismi viventi sulla terra e sui limiti etici di queste tecniche. La legge e la sperimentazione L’entrata in vigore della legge federale in materia – con l’obiettivo generale di proteggere l’ambiente e gli esseri umani dagli abusi in materia di modificazione genetica – risale al 1. gennaio 2004. La legge riprendeva gli obiettivi della regolamentazione in atto, contenuta nella Legge sulla protezione dell’ambiente e nella Costituzione federale, ma fissava esigenze più precise e rafforzava la protezione. L’esito non fu ritenuto sufficiente dalla società civile. Il 27 novembre 2005 il popolo svizzero accolse a larga maggioranza l’iniziativa popolare lanciata da una trentina di organizzazioni ambientaliste, dei consumatori e di cooperazione allo sviluppo intitolata «Per alimenti prodotti senza manipolazioni genetiche». Questa chiedeva una moratoria di cinque anni sull’impiego in agricoltura e in silvicoltura di piante, animali e sementi geneticamente modificate e autorizzava la coltura di ogm in campi aperti a scopo scientifico a condizioni molto severe. La votazione rivelò che alla popolazione svizzera interessava consumare

alimenti prodotti da un’agricoltura esente da ogm per non esporsi a rischi risentititi ancora come vaghi. Nel 2009 il Consiglio federale ha poi sottoposto al Parlamento – che lo ha accolto – una proposta di modifica della legge intesa a prolungare la moratoria di altri tre anni, fino al 27 novembre 2013. Così facendo, il Consiglio federale intende assicurarsi che il Programma nazionale di Ricerca 59 (PNR 59) sia portato a termine. Intitolato «Utilità e rischi della semina sperimentale di organismi vegetali geneticamente modificati», è stato lanciato nel dicembre 2005. A Reckenholz (ZH), dal 2008 per tre anni consecutivi, sono stati seminati a cielo aperto alcuni campi di grano modificato geneticamente. A Pully l’esperimento è iniziato con un anno di ritardo a causa di un ricorso a carattere sospensivo. Entrambi i progetti sono stati oggetto di severe critiche da parte di associazioni di contadini e ambientaliste. Il rapporto finale è atteso per l’estate 2012. Da qui al 2013, il tempo dovrebbe bastare anche per trasporre i risultati delle ricerche nella Legge e per rispondere ai quesiti ancora aperti. La deroga è stata considerata come ammissibile dal momento che in materia non vi è urgenza, né da parte del settore alimentare, né per l’agricoltura, né per consumatrici e consumatori. Si dovranno definire le condizioni generali per regolamentare la produzione agricola con ogm per rispettare i bisogni degli agricoltori, le preoccupazioni dei consumatori e la protezione della biodiversità. Gli aspetti che la legge dovrà tutelare o regolamentare sono: evitare che ogm si mescolino a alimenti coltivati secondo la filiera convenzionale o biologica; garantire la libera scelta a chi acquista tramite la dichiarazione sistematica; proteggere la flora dei biotopi particolarmente sensibili e degni di essere protetti contro eventuali incroci con ogm. Gli aspetti controversi In breve, ora, una sintesi degli argomenti di controversia sollevati dalle associazioni ambientaliste: Allergenicità e tossicità – L’aggiunta


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o l’eliminazione di uno o più geni (il pomodoro che sopravvive mesi e mesi in frigorifero è privo del gene responsabile della decomposizione) può portare l’organismo a produrre proteine in grado di provocare reazioni allergiche o risultare tossiche in caso di assunzione.

Resistenza agli antibiotici – In alcuni ogm viene introdotto un gene che conferisce resistenza agli antibiotici. Questi potrebbero passare all’essere umano e contribuire al diffondersi di ulteriori forme di resistenza agli antibiotici. Biodiversità – Gli ogm hanno potenzialmente la possibilità di sopraffare altri organismi in quanto, si dice, nella naturale lotta di selezione partono con «i motori truccati».

Inquinamento – Una grande famiglia di ogm è formata da vegetali «costruiti» in modo tale da resistere a un potente diserbante della ditta Monsanto, il Roundup (si chiamano roundup-ready). A un certo punto della

crescita, le colture sono irrorate di diserbante al quale solo gli ogm sopravvivono. Le cosiddette erbacce, con il tempo e la selezione naturale, sviluppano un’accresciuta resistenza al diserbante, in modo che il dosaggio deve essere continuamente aumentato. Il risultato è il deterioramento del suolo.

Indebitamento – Le sementi ogm sono più care perché frutto di costose ricerche e perché promettono maggior rendimento. Il loro utilizzo implica l’acquisto di diserbanti e fertilizzanti combinati, dal momento che i prodotti (della stessa ditta) sono complementari. In agricoltura non esiste però garanzia di raccolto: i parametri ambientali (precipitazioni, temperature) non sono governabili e sono sempre meno prevedibili.

Resistenza ai parassiti – Per rendere specie vegetali più refrattarie nei confronti di parassiti si introduce il gene di un batterio – il Bacillus Thuringiensis – che produce una proteina tossica per alcuni insetti, ma non per gli

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umani. Con il passare del tempo si osserva che gli insetti, innescando una dinamica evolutiva selettiva, diventano resistenti alla tossina prodotta rendendo inefficace la tecnologia.

Dipendenza dalle multinazionali – Alcuni ogm sono «disegnati» con un gene (chiamato sarcasticamente Terminator) che impedisce al frutto generato dal seme di dare frutto a sua volta. Il che significa che gli agricoltori devono acquistare le sementi anno dopo anno. In altri casi l’acquisto di ogm implica (sulla base di veri e propri contratti) l’obbligo di riacquisto negli anni successivi.

Emergenze sanitarie e alimentari – Nel «Golden Rice» è stata introdotta la vitamina A quale profilassi contro la perdita della vista. Pensata per quei Paesi in cui l’alimentazione è insufficiente dal lato qualitativo e quantitativo, non rappresenta però una soluzione duratura, visto che il problema a monte di malattie e malnutrizione è semplicemente la povertà. Daria Lepori

Gli ogm e la crisi alimentare mondiale La politica è di fronte a scelte difficili

Il più frequente parallelo tra ogm e sanità viene tracciato a partire da una situazione incresciosa: in intere regioni, addirittura in intere nazioni, si soffre ancora la fame. Si pone perciò il quesito se la diffusione delle colture geneticamente modificate non sia addirittura moralmente indicata per sconfiggere il flagello della sotto-alimentazione. Il problema è acuito, attualmente, da una crisi generale che ha fatto lievitare il prezzo delle materie prime, compresi gli alimenti di base. Non poteva mancare, perciò, nel dossier di «Dialoghi», il parere di uno svizzero italiano professionalemente impegnato fin dai suoi giovani anni sul fronte dell’aiuto ai Paesi poveri. Affrontiamo il tema nella forma di un’intervista a Pietro Veglio, originario di Bellinzona, dapprima responsabile della Divisione America Latina e Caraibi dell’Ufficio federale della Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC), in seguito direttore per le politiche di aiuto allo sviluppo presso l’OCSE a Parigi, infine direttore esecutivo per la Svizzera presso la Banca Mondiale a Washin-

gton, dal 2007 insegnante alle università di Lugano e di San Gallo e più di recente presidente della FOSIT (la federazione delle ong – organizzazioni non governative – della Svizzera italiana). Intervista a Pietro Veglio

– È forse necessario cominciare da una notizia: si parla di nuovo di crisi alimentare e di prezzi alle stelle… – È così. I prezzi di parecchi generi alimentari (frumento, mais, zucchero, oleaginosi e riso) si sono impennati raggiungendo i livelli del 2007-2008. Allora provocarono rivolte popolari e crisi politiche in parecchi Paesi poveri. Questa situazione è indicativa dei problemi seri che affliggono la catena alimentare planetaria. Vi saranno ripercussioni sulla vulnerabilità dei Paesi in sviluppo ad alto grado di dipendenza dalle importazioni di alimenti e con risorse fiscali limitate per correggere gli impatti più negativi. La Banca Mondiale stima che dal giugno 2010 il numero di persone in situa-

zione di povertà estrema sia aumentato di 44 milioni.

– Le cause, quali sono? – Secondo l’«Economist», fattori sistemici come l’aumento del consumo alimentare in Cina e in India, il cambiamento della dieta alimentare nei Paesi emergenti (con l’espansione del consumo di carne e verdura a scapito dei cereali), i sussidi alla coltivazione di mais per produrre etanolo e la caduta del dollaro hanno contribuito alla fine di un ciclo – iniziato quarant’anni fa – e caratterizzato dalla diminuzione in termini reali dei prezzi di alimenti come il riso, il frumento ed il mais.

– Ricordo che a quell’epoca si temeva di non poter sfamare la popolazione mondiale in aumento. Poi si era detto che il problema non era la scarsità di cibo ma la cattiva distribuzione dei prodotti. È cambiata ancora, la prospettiva? – Sì e no. Sempre per l’«Economist», la sfida epocale rimane ardua ma non impossibile. Va considerato innanzi-


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tutto il rallentamento della crescita dei rendimenti agricoli. L’uso di fertilizzanti, pesticidi e di altri prodotti chimici ha raggiunto livelli di saturazione in parecchie regioni del globo. Esiste poi la difficoltà di assicurare l’accesso a nuove aree coltivabili, per ragioni ambientali e per l’erosione dei suoli, in particolare in Africa. Si prospetta infine (ed è l’aspetto più preoccupante) una crescente penuria di acqua, a varie latitudini. L’agricoltura consuma il 70% delle risorse idriche attualmente disponibili. La scarsità di acqua si accentuerà con gli effetti cumulati del cambiamento climatico e del cambiamento delle diete alimentari. Oggi, anche nei Paesi poveri, la gente ha cominciato a nutrirsi meglio – per esempio di carne – e gli allevamenti hanno bisogno di molta acqua.

– E allora? – Bisogna rafforzare la ricerca agricola e fare ricorso alla biotecnologia, con la modificazione genetica delle piante e semenze. Anche, ovviamente, riducendo le perdite post-raccolto e gli sprechi tuttora enormi nella commercializzazione degli alimenti. La qualità nutritiva dei prodotti agricoli può essere migliorata. Ma son tutte cose che si tradurrano in un aumento dei prezzi dei principali alimenti. La cooperazione internazionale dovrebbe innanzitutto favorire la capacità di autosostentamento dei Paesi poveri, tramite investimenti mirati nell’agricoltura, puntando all’autosufficienza delle comunità locali. Inoltre, le riserve alimentari dovrebbero essere accumulate non solo come scorte a protezione delle aree soggette a cataclismi, ma pure utilizzate per sostenere proventi stabili per i piccoli produttori e garantire la disponibilità di alimenti anche ai poveri. Infine, bisogna proteggere l’accessibilità della terra, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, in quanto l’occupazione sfrenata di terreno da parte di investitori oppure di governi stranieri rappresenta in alcuni Paesi una minaccia al futuro della sicurezza alimentare delle popolazioni locali. – La politica agricola delle nazioni europee è oggetto di molte critiche… – Negli ultimi vent’anni, la produzione agricola è aumentata soprattutto in Brasile, Russia, India e Cina. L’agricoltura europea conosce invece un declino relativo. La produzione in molti Paesi è stata frenata per sostenere artificialmente i prezzi agricoli. La decisione dell’Unione Europea di vieta-

dossier

La Santa Sede non ha (ancora) una dottrina sugli ogm

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«Punti di vista di singoli ecclesiastici» sono state definite dall’«Osservatore romano» le affermazioni del cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze in tema di organismi geneticamente modificati da utilizzare in agricoltura per alleviare la fame nel mondo. La mezza smentita si riferiva a un discorso tenuto dal vescovo Marcelo Sanchez Sorondo al XII «Incontro internazionale degli economisti sulla globalizzazione e i problemi dello sviluppo», svoltosi a Cuba con la partecipazione di mille delegati di 40 Paesi e i rappresentanti di 39 organismi internazionali.

Una bocciatura per gli ogm, sia pure con qualche distinguo, era arrivata dal Sinodo per l’Africa svoltosi lo scorso ottobre in Vaticano. Le Chiese del continente si erano pronunciate criticamente contro l’invasività degli ogm nelle agricolture locali: perché cancellano le colture tradizionali e sfruttano per interessi economici le terre dei Paesi più poveri e soprattutto gli agricoltori, rendendoli dipendenti dalle grandi multinazionali. Un concetto, quest’ultimo, ribadito da papa Benedetto XVI nel discorso tenuto al vertice della FAO sull’alimentazione, svoltosi a Roma in novembre. Il Sinodo per l’Africa, fra l’altro, chiedeva ulteriori approfondimenti dal punto di vista scientifico circa l’impatto che tali sementi possono avere sull’ecosistema. Se queste preoccupazioni in parte sono condivise anche in Vaticano, la posizione espressa da mons. Sanchez Sorondo è certo molto netta ed è in linea con quella fatta propria a suo tempo dal card. Renato Martino, presidente di «Giustizia e Pace», e dal suo ex vice, mons. Giampaolo Crepaldi, oggi vescovo di Trieste. Il dicastero di «Iustitia et Pax» è ora sotto la guida di un africano, il cardinale Peter Turkson. Bisognerà vedere come lo stesso Pontefice recepirà il problema nell’esortazione post-sinodale che deve ancora essere pubblicata. l.s.

re la produzione di alimenti geneticamente modificati potrebbe avere un effetto negativo a lunga scadenza. Ma è un tema, questo, su cui da parte della politica e delle opinion pubbliche si continua a ragionare emotivamente.

– Lo scorso marzo, il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, il vescovo Marcelo Sanchez Sorondo, ha difeso la trasformazione transgenica in agricoltura perché contribuirebbe ad alleviare la fame nel mondo. Lo sviluppo delle sementi transgeniche è stato da lui definito «un fatto positivo» che può aumentare «la giustizia tra i beni e le persone». Tu che ne pensi? – Esiste un certo consenso nella comunità scientifica internazionale che molti ogm non sono dannosi per la salute. Dalla metà del secolo scorso sono ormai 2500 le colture geneticamente modificate in agricoltura: soia, mais, cotone e colza – capaci di tollerare diversi erbicidi o di produrre tossine che uccidono parassiti. Queste colture sono state adottate in parecchi Paesi, compresa – a certe condizioni – l’Europa. La sfida per i politici, quando devono decidere, implica la capacità di comprendere i risultati della ricerca scientifica. In un mondo di colture con pesticidi e maiali alla diossina, la sicurezza alimentare non è purtroppo un dato acquisito, occorre

essere vigilanti. È vero che non bisogna fidarsi ciecamente delle multinazionali, ma non bisogna farlo coi paraocchi o per convenienze elettorali. In questo senso la posizione del vescovo Marcelo Sanchez Sarondo della Pontificia Accademia delle Scienze rappresenta un segno coraggioso di apertura alla scienza. – Che importanza ha il monopolio dei brevetti sugli ogm? Voglio dire: quanto pesa sulla scelta dei governi il pericolo di finire condizionati da una multinazionale come Monsanto? Capisco che non sia molto responsabile affidare il proprio futuro ai rimedi che un potere sovranazionale troverà o non troverà ai danni collaterali che gli oppositori denunciano e che tu stesso ammetti: per esempio, le conseguenze sulla biodiversità o sull’autonomia delle classi agricole. – Il monopolio dei brevetti sugli ogm rappresenta un rischio importante. D’altra parte si può ragionevolmente ritenere che i costi degli ogm diminuiranno negli anni a venire. È anche immaginabile pensare che nel caso dei Paesi più poveri si possano trovare delle soluzioni – come nel caso di certi farmaci – per garantire l’accesso ad alcuni ogm a prezzi ragionevoli. Più problematiche appaiono invece le conseguenze sulla biodiversità.

Intervista raccolta da Enrico Morresi


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opinioni

Tesori della Terra e diritti umani Il saccheggio delle materie prime Nonostante tutti i problemi che la Repubblica Democratica del Congo (RDC) si trova a dover affrontare, padre Ferdinand Muhigirwa Rusembuka rimane ottimista. «Prima o poi giustizia e pace torneranno a regnare nel mio Paese e anche la fame e la miseria saranno debellate per sempre», dice in occasione del nostro incontro. È una domenica mattina di Quaresima e il gesuita, ospite della Campagna ecumenica di «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti», ha appena finito di celebrare la messa nella collegiata di Bellinzona. Nel pomeriggio lo aspettano un altro rito e un incontro col pubblico, durante il quale parlerà della difficile situazione in cui versa il suo Paese, prima di tornare al Nord delle Alpi e da lì raggiungere Parigi e poi di nuovo casa, a Kinshasa. Nonostante il tour de force, padre Ferdinand si anima quando parla della RDC: «La Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più ricchi di materie prime al mondo. Dispone di un terzo delle riserve mondiali di cobalto, del 10% di quelle di rame e dell’80% delle riserve di coltan. Eppure la maggior parte della popolazione vive nell’estrema povertà e non ha cibo a sufficienza. È uno scandalo!». Il gesuita sa di che cosa parla. È uno dei più noti esperti delle problematiche legate all’industria estrattiva e, come direttore del Centre d’Etudes pour l’Action Sociale (CEPAS), ha partecipato alla rinegoziazione di diversi contratti di concessione mineraria in collaborazione con lo Stato congolese, la Banca mondiale, ONG locali e internazionali e le imprese transnazionali coinvolte. La Campagna 2011 del Sacrificio Quaresimale «La mia gioia, il tuo dolore: tesori della terra e diritti umani» è finita, la Pasqua è passata, ma la problematica dell’estrazione mineraria resta. L’indice dello sviluppo umano (PNUD, 2009) pone la RDC al 175.mo posto su 177: solo lo Zimbabwe di Mugabe riesce a fare peggio. Un bambino su tre soffre di denutrizione e, per chi sopravvive, la speranza di vita è di 46 anni. La maggior parte della popolazione deve riuscire a vivere con meno di un dollaro al giorno. Cifre che stridono di fronte alle ricchezze che ogni giorno

sono estratte dal sottosuolo congolese e che fruttano milioni di franchi sul mercato internazionale. Metalli come il coltan o il rame sono sempre più ricercati per la produzione di cellulari, computer e altri apparecchi elettronici. «L’estrazione del coltan però nasconde una tragedia umana – prosegue padre Ferdinand –, perché avviene in una zona segnata da conflitti e violenze. Vari rapporti redatti dall’ONU hanno provato l’esistenza di legami fra lo sfruttamento illegale di queste materie prime e i conflitti in atto. Lottano per accaparrarsi questi tesori della terra gruppi armati, Paesi vicini, i congolesi stessi. A pagare il maggior tributo sono le donne e i bambini, vittime di abusi sessuali e violenze. Una ONG americana ha stimato che la corsa alle ricchezze del sottosuolo nella RDC finora ha causato 5,4 milioni di vittime: l’evento più grave in termini di vite umane dalla Seconda Guerra mondiale ad oggi». Una tragedia che p. Muhigirwa conosce bene, avendola avuta sotto gli occhi fin dalla sua nascita a Bukavu, una regione nell’Ovest del Paese, martoriata da anni di conflitti, e che – unitamente all’educazione ricevuta dalla famiglia e alla sua formazione in filosofia e sociologia – lo ha spinto ad impegnarsi per gli altri e per una maggiore giustizia. Di fronte a governi deboli, soffocati da conflitti e corruzione, le imprese dettano le regole del gioco per ottenere concessioni minerarie ed estrarre materie prime dal sottosuolo. Opporsi a una simile situazione diventa ancor più difficile per la società civile locale, quando la trasparenza in questo settore è carente. Non esistono controlli e cifre ufficiali sulle quantità di minerali realmente estratti e la loro esportazione. Per poter regolamentare e controllare in modo efficace le attività delle transnazionali attive nell’estrazione mineraria servono strumenti adeguati. Ed è proprio per questo che da anni si batte la società civile congolese. «Dopo le prime elezioni democratiche tenutesi nel 2006 – spiega padre Ferdinand –, il governo ha deciso di mettere ordine nel settore estrattivo, nominando una commissione di 30 esperti, di cui fanno parte anche esponenti della società civile. Sono stati analizzati 62 contratti di concessioni minerarie stipulati

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negli anni di instabilità politica. Di questi, 40 andavano rinegoziati perché contrari agli interessi della popolazione. L’obiettivo del governo era di aumentare le proprie quote parte nelle imprese locali, inferiori al 25%. Cifre ufficiali al termine delle negoziazioni per ora non ve ne sono, ma il governo ha promesso che le renderà pubbliche». Già nel 2009, al termine del Sinodo per l’Africa, era giunto alla comunità internazionale un appello a incoraggiare formule di legislazione nazionale e internazionale per una giusta distribuzione del reddito prodotto dalle risorse naturali a beneficio delle popolazioni locali e assicurare una gestione legale a vantaggio delle nazioni proprietarie di tali risorse, impedendo allo stesso tempo lo sfruttamento illegale. Alcuni passi compiuti nel frattempo a livello internazionale lasciano ben sperare. Lo scorso luglio, gli Stati Uniti hanno varato la «Dodd-Frank Wall Street Reform», che chiede alle imprese americane di non importare minerali provenienti da zone di conflitto e di dichiarare i guadagni di questo sfruttamento. Anche a livello europeo qualcosa si sta muovendo, grazie all’esempio americano: «Obbligando le imprese a rendere pubblici i flussi finanziari di ogni Paese in cui operano con il country by country report, si può stabilire quante tasse le imprese pagano in ogni singolo Paese, e di conseguenza sarebbe molto più facile per la società civile intervenire, denunciando casi di corruzione o di evasione fiscale. Purtroppo, per ora, tali principi si fondano ancora su base volontaria», ammette il direttore del CEPAS. Il cammino appare dunque ancora lungo, ma secondo padre Ferdinand siamo sulla buona strada: «È importante continuare a fare ricerche sul settore estrattivo, a renderle pubbliche e a formare le persone. Troppi ancora non sono debitamente informati sugli obblighi sociali, ambientali ed economici delle imprese e quindi non sono in grado di difendere i propri diritti. Molto resta da fare affinché tutti possano beneficiare delle ricchezze del Paese. Se però gli sforzi proseguiranno a livello locale, regionale e internazionale: fra tre anni le cose saranno decisamente migliorate! Sono troppo ottimista? No, ho fiducia negli esseri umani». Federica Mauri Luzzi

(Sacrificio Quaresimale)


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Ricordo di un teologo. È morto presso Bahia, domenica 27 marzo, il teologo belga Joseph Comblin, uno dei maggiori interpreti della Teologia della liberazione. Aveva 88 anni e viveva dal 1958 in America latina. Espulso dalla dittatura brasiliana nel 1972, era ritornato in Brasile impegnandosi, oltre che nell’insegnamento, nell’azione sociale, specialmente preparando generazioni di missionari laici dell’ambiente rurale, con la sua «teologia della vanga». Amico di mons. Helder Camara, aveva insegnato a Recife (Pernambuco), oltre che a Quito e Lovanio. Tra i molti suoi libri, «La risurrezione di Gesù Cristo», «Teologia della pace» e «Teologia della città», in cui tra l’altro egli critica l’immobilismo della Chiesa cattolica e la mancanza di vicinanza ai poveri. Chiese a Roma. Per iniziativa della Caritas Romana è stata stampata la quinta edizione della Guida ai luoghi di culto per gli immigrati, che censisce 256 luoghi di incontro e di preghiera per gli ospiti della Provincia di Roma, 208 nella Capitale. Per il direttore di Caritas, mons. Enrico Feroci, la guida mostra la vocazione della città di Roma, centro del Cattolicesimo e nello stesso tempo luogo in cui la libertà religiosa trova massima espressione.

Progressista. Non è la prima volta che un vescovo cattolico divenuto emerito (ossia pensionato) appare alla ribalta con proposte interessanti, che prima non aveva potuto manifestare o attuare. Così mons. Fritz Lobinger, vescovo in Sudafrica dal novembre 1987 all’aprile 2004, ha pubblicato due libri dai titoli intriganti: «Equipe di ministri ordinati», e «L’altare vuoto» (alle edizioni Herder). Vi constata come équipes di laici hanno svolto con successo vari ministeri in molte diocesi e comunità ecclesiali, e come i sacerdoti si siano avvantaggiati della loro collaborazione. Il vescovo ricorda anche che «l’ordinazione dei leader locali volontari è stata la norma nella Chiesa per alcuni secoli», citando gli Atti degli Apostoli (cap. 14), ove san Paolo e compagni «in ognuna di queste comunità ordinarono anziani», così che «in ogni piccola comunità cristiana c’era non uno, ma più leader ordinati». Nessuno di essi era «stipendia-

to dalla Chiesa, perché tutti continuavano il loro lavoro. È evidente che per alcuni secoli ci sono stati sacerdoti che non venivano inviati alle comunità ma nascevano all’interno di esse (…). Non chiediamo «sacerdoti sposati», contrapponendoli a quanti possono vivere il celibato come ideale di dedizione totale, dice il vescovo. Chiediamo l’ordinazione di leader locali che, certo, devono essere persone mature, anche sposate, perché il nostro obiettivo è che siano persone della comunità. Non si tratterebbe di una rivoluzione, ma della ripresa di un’antica tradizione. Ammette che non tutti i sacerdoti accetterebbero facilmente questa presenza complementare del ministero presbiterale, soprattutto quelli che «abituati a far tutto da soli». Alcuni «si opporranno a questa proposta perché pensano, erroneamente, che il sacerdozio non sia mai cambiato né possa cambiare. La verità è che nella storia esso è cambiato molte volte e può cambiare ancora» (da «Adista» del 5 marzo).

Donne sì, donne no. Papa Benedetto XVI ha incaricato una donna, Maria Rita Piccione, monaca agostiniana di un monastero romano, di preparare i testi delle meditazioni per le stazioni della «Via Crucis» da lui presieduta in occasione del Venerdì Santo 2011. Una piccola e significativa apertura per dare voce alle donne nella Chiesa cattolica. Purtroppo il Vaticano, in controtendenza, si oppone al reincarico di Lesley-Anne Knight, cittadina inglese di 51 anni, a segretario generale di Caritas Internazionale, funzione che svolge dal 2007 con grande competenza, grazie all’esperienza di oltre 25 anni nell’aiuto allo sviluppo. Anche Caritas svizzera ha protestato, con una lettera del 3 marzo, per la decisione immotivata, che appare poco rispettosa della democrazia e dei diritti umani e denota il tentativo del segretario di Stato Bertone di mettere sotto tutela Caritas Internazionale.

Proposta gesuitica. La rivista «America» dei gesuiti statunitensi ha formulato una proposta singolare per avviare la riforma della Chiesa cattolica che da tempo (non è semper reformanda?) molti auspicano: invece di abolire il celibato dei preti o di permettere l’accesso al presbiterato del-

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le donne, cambiamo il codice canonico per permettere ai laici di diventare cardinali. Non si toccano i fondamenti della fede (?) e si potrebbe così ringiovanire la struttura ecclesiastica e de-clericalizzare il vertice della Chiesa romana. In attesa, «America» propone da subito che la metà dei consiglieri di ogni vescovo siano laici e la creazione di un Consiglio internazionale dei laici da affiancare al collegio cardinalizio. Hanno fantasia questi gesuiti, oppure sono degli impenitenti umoristi? Affermano di avere dalla loro parte san Benedetto (che consigliava all’abate di sempre ascoltare anche il monaco più giovane perché «grazie all’ispirazione del Signore, è spesso chi è più giovane a sapere cosa è meglio»), san Paolino da Nola («Vediamo di ascoltare ciò che dicono tutti i fedeli, perché in ciascuno di essi soffia lo Spirito Santo»), e anche Giovanni Paolo II che avrebbe citato il sopraccitato Paolino nella lettera apostolica «Novo millennio ineunte». La rivista invita i lettori a suggerire altre riforme, ricordando che «la Chiesa è sopravvissuta per duemila anni perché nei momenti cruciali ha scelto la strada del rinnovamento. Forse il momento è giunto un’altra volta». (da «America» del 21 febbraio)

Bravo il cardinale. La redazione di «Famiglia Cristiana» ha eletto l’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi (che lascerà quest’anno la direzione della diocesi) «Italiano del 2010», perché «è il volto della Chiesa che ci piace. Anzi, piace alla gente. Credenti e non credenti». Una «Chiesa col grembiule» e «maestra di umanità», che si fa carico delle sofferenze e speranze degli uomini d’oggi. Vicina a chi ha il «cuore ferito», ma anche scomoda, nel nome del Vangelo, presenza «profetica» in una società indifferente. L’arcivescovo di Milano lo scorso anno si è trovato più volte al centro di polemiche per le sue prese di posizione non sempre gradite alle autorità cittadine (esponenti della Lega Nord in testa). Ma è proprio questa volontà di testimonianza del Vangelo, «premurosa verso gli ultimi della società», che il settimanale dei paolini ha voluto riconoscere e premiare, come quando ha rivendicato il diritto alla preghiera per i musulmani, ciò che gli ha attirato gli insulti leghisti di «cattocomunista» e di «imam di Kabul», per altro sopportati in silenzio e in solitudine, con evangelica pazienza. In silenzio il cardinale ha sopportato anche gli attacchi rivoltigli per


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l’attiva solidarietà dimostrata nei confronti dei rom, recandosi nei giorni di Natale in visita al campo di via Triboniano, e spiegando: «Ho pregato in quel campo, affinché si possa giungere a condizioni di vita più umane per quei bambini e per tutti i bimbi nella nostra città. L’integrazione è possibile grazie all’impegno di tutti, nel rispetto della legge, nella tutela dei diritti di cui ogni persona è nativamente portatrice. Ricordo in quel campo rom l’incontro con la piccola Tsara, tetraplegica dalla nascita, accudita in una baracca, che non può avere cure adeguate perché non ha accesso alla cittadinanza. Che colpa ne ha lei? La questione dei rom, come le altre questioni spinose che colpiscono le nostre città, sono da affrontare insieme, responsabilmente, con tutte le parti, per iniziare a risolverle, non per agitarle strumentalmente per catturare consensi». Il cardinale Tettamanzi non ha fatto mancare la sua testimonianza anche rispetto alla gravi vicende che hanno recentemente coinvolto il presidente del Consiglio italiano. Intervistato dal «Corriere della Sera» (13 febbraio), Tettamanzi ha così risposto al giornalista che gli chiedeva se era d’accordo con le parole pronunciate dal card. Bagnasco a proposito degli «esempi negativi» provenienti da «figure che dovrebbero avere un’alta responsabilità morale»: «Come faccio a non condividerle? Il dovere della esemplarità non riguarda solo i politici, bensì tutte le persone che hanno incarichi pubblici, che sono chiamati a guidare il Paese, a essere un riferimento per le persone, che rappresentano la nazione, all’interno e all’esterno. Gli uomini che governano le istituzioni sono il volto delle istituzioni. Per questo la sobrietà deve essere una nota di stile caratteristica e visibile. Deve emergere dal tipo di linguaggio che si usa, nell’esibizione di sé, nell’esercizio del potere, nello stile di vita. I cittadini hanno il diritto di attendersi da chi li rappresenta correttezza di comportamento, esemplarità nel pubblico e nel privato. Condotta morale e vita pubblica, nel caso di chi abbia responsabilità istituzionali, non possono essere scisse». (da un servizio di «Adista», 26 febbraio 2011)

Chi aiuta chi. È noto che le rimesse degli africani che lavorano in Europa per molti Paesi d’origine superano gli aiuti allo sviluppo promessi e persino versati dai ricchi Stati europei, e spesso (come per la Svizzera) gli aiuti sono largamente «compensati» con

cronaca

l’evasione fiscale delle imprese europee e dei ricchi africani. Ma c’è di peggio: in missioni extra-europee sono attive oltre 11 mila suore italiane, ma in Italia sono «a servizio» 14 mila suore extra-comunitarie. La Chiesa italiana manda nei Paesi del Sud 550 preti fidei donum, ma a servizio delle parrocchie italiane operano oltre 1500 preti extracomunitari (da «Adista» del marzo). La Conferenza missionaria della Svizzera italiana (Azione Natale 2010) elenca 15 missionari (di cui 5 suore e 3 volontari laici) ma anche la Diocesi di Lugano è debitrice di preti e suore venute da fuori, come una «terra di missione»…

Chiese in Europa. Il17 gennaio si è svolto a Budapest il tradizionale incontro tra le Chiese europee e la presidenza semestrale dell’Unione europea (UE), tenuta attualmente dall’Ungheria. Il primo ministro ungherese Victor Orbàn ha incontrato una folta delegazione di rappresentanti religiosi cristiani, cattolici, riformati, luterani, battisti, metodisti e ortodossi, nonché della comunità ebraica. Per le Chiese europee erano presenti il pastore Rüdiger Noli, direttore della Commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (KEK), e Piotr Mazurkiewicz, segretario generale della Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (COMECE). Tra i temi principali di discussione, le politiche della famiglia; la situazione delle comunità rom in Europa; la libertà religiosa; la «Strategia Danubio» della UE, ma anche la dimensione sociale delle politiche europee.

Testamento biologico cristiano. È stato presentato il nuovo formulario, elaborato congiuntamente dalla Chiesa evangelica (EKD) e dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK) per consentire ai tedeschi che lo desiderano di lasciare il proprio «testamento biologico». Il nuovo testo, adattato al mutato quadro legislativo (dal 1.. settembre 2009 è entrata in vigore in Germania una nuova legge sul fine vita), è stato elaborato con la Comunità delle Chiese cristiane in Germania (ACK) e mette in primo piano la figura del fiduciario e i suoi poteri, inoltre affina ulteriormente le disposizioni sui trattamenti sanitari. La preoccupazione è quella di non lasciare alcuno spazio ad interpretazioni rispetto alla scelta espressa dal paziente, ponendo al centro la sua responsabilità. La nuova versione della Christliche

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Patientenvorsorge è stata presentata dall’arcivescovo Robert Zollitsch, presidente della DBK, e dal vescovo luterano Jochen Bohl, vicepresidente della EKD. Il vescovo Zollitsch ha sottolineato come quella di potersi preoccupare del proprio fine vita, stando «ancora in buona salute», sia una vera opportunità, mentre Friedrich Weber, presidente dell’ACK, si è rallegrato per la riuscita «collaborazione tra le Chiese cristiane anche su questo importante tema». Le disposizioni testamentarie da scegliere sono otto (con a fianco altrettante caselle da barrare in caso affermativo) e riguardano: la richiesta di alleviare dolori e disturbi, anche con farmaci il cui uso può comportare il rischio di abbreviare la vita; la rinuncia alla nutrizione artificiale; la richiesta di ridurre l’idratazione artificiale secondo le indicazioni del medico; il rifiuto di pratiche di rianimazione; la rinuncia alla respirazione assistita; la rinuncia alla dialisi; la rinuncia alla somministrazione di antibiotici e il rifiuto di trasfusioni di sangue o di suoi componenti. Il testo precisa che, dal punto di vista giuridico, per la letteratura scientifica e nella prassi quotidiana, la nutrizione artificiale e l’idratazione sono trattamenti terapeutici che richiedono il consenso del paziente: non fanno quindi parte delle «cure di base» che prevedono solo «l’appagamento, per via naturale, di fame e sete se manifestate come sensazione soggettiva». È infine lasciata al testatore la possibilità di dare «disposizioni integrative», per esempio in caso di stato vegetativo persistente. La nuova versione propone un’alternativa: la prima, caldeggiata dalla Chiesa cattolica tedesca, prevede che il paziente possa chiedere la cessazione di tutti i trattamenti salvavita elencati nel documento, nutrizione artificiale compresa, al di là delle situazioni già precisate, solo se, in seguito a gravi danni cerebrali, la sua «capacità di intendere e di volere, a giudizio di due medici competenti, risultasse con ogni probabilità irrecuperabilmente perduta e sopraggiungesse una malattia intercorrente acuta, potenzialmente letale». La seconda opzione prevede invece che il paziente possa disporre la cessazione di tutti i trattamenti salvavita in questione, anche nel caso di sola perdita irrecuperabile della capacità di intendere e di volere, se questa perdurasse da un lasso di tempo stabilito dal paziente stesso. (testo adattato da NEV e «Adista», marzo 2011)


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opinioni

Confermata a Dakar la vitalità del Forum sociale mondiale Dal 6 all’11 febbraio 2011, a Dakar, in Senegal, si è svolta una nuova edizione del Forum Sociale Mondiale. La Svizzera vi partecipava per la settima volta con una delegazione ufficiale, dovuta all’iniziativa di Alliancesud e E-Changer. Il gruppo era composto di sindacalisti, rappresentanti dei media e di organizzazioni di cooperazione allo sviluppo, nonché dei parlamentari federali Luc Récordon (Verdi, VD), Maya Graf (Verdi/BL), Margret Kiener Nellen (PS/BE), Jean-Claude Rennwald (PS/JU), Ueli Leuenberger (Verdi/GE) e Christian van Singer (Verdi/VD); in tutto cinquantaquattro persone. Fondato nel 2001 a Porto Alegre, e dopo tre edizioni nella città brasiliana, il FSM fu organizzato nel 2004 in India, a Mumbai, per dar modo ai movimenti sociali dell’Asia di parteciparvi. Tornato a Porto Alegre nel 2005, nel 2007 il FSM si è svolto per la prima volta in Africa, a Nairobi. In seguito, negli anni pari, il Forum è stato indetto non su scala mondiale ma continentale. Nel 2009 il movimento altermondialista era tornato in Brasile, a Belem. A dieci anni dalla nascita, il FSM si conferma lo spazio d’incontro più importante della società civile del pianeta, un incontro periodico dedicato allo scambio, alla riflessione, al dibattito, alla ricerca di soluzioni e di alternative. A differenza del Forum Economico di Davos, il FSM non ha una struttura gerarchica e si caratterizza per gli atelier ed altre attività autogestite, la cui responsabilità ricade sui partecipanti. È un metodo di lavoro che deriva dalla pedagogia dell’educazione popolare molto presente nella vita quotidiana della maggior parte dei movimenti sociali brasiliani e delle comunità ecclesiali di base. Secondo uno dei princìpi del metodo, educatore ed educando imparano l’uno dall’altro, partendo dalle conoscenze individuali che ciascuno porta con sé nel processo di apprendimento. Mentre a Belem le discussioni si erano per lo più concentrate sulla crisi di civiltà e sulle alternative radicali alla globalizzazione del capitalismo, a Dakar sono state le rivoluzioni pacifiche

in Egitto e in Tunisia, come pure il contesto africano con le sue specificità, a dominare. A detta di chi ha partecipato ai Forum del passato, a cominciare dall’impressionante manifestazione d’apertura (settantamila partecipanti), si è capito che questo di Dakar non sarebbe stato il Forum delle grandi rivendicazioni generiche. Il comitato d’organizzazione è riuscito infatti a mobilitare in gran numero i movimenti sociali e le organizzazioni di base dell’Africa occidentale e il progetto si è tradotto anzitutto nella provenienza dei partecipanti: dal Benin, dal Togo, dal Burkina Faso, dal Mali, carovane di autobus che avevano anche il compito di sensibilizzare le popolazioni lungo il percorso. I partecipanti africani sono arrivati senza bandiere ideologiche, rosse o verdi che fossero, ma invece presentando esigenze e problemi precisi: il landgrabbing (l’accaparramento delle terre da parte di stati industrializzati o emergenti) e la crescente pressione sulle risorse alimentari che si stanno facendo sempre più rare; la difesa delle sementi locali tradizionali nei confronti dei giganti dell’agroindustria; le sovvenzioni agricole nel Nord del mondo, che mettono in pericolo l’agricoltura del continente africano; le concessioni di diritti di pesca ai pescherecci del Nord Europa. Queste preoccupazioni sono state messe in risalto in modo particolare dai movimenti femminili, che chiedono, tra le altre cose, il coinvolgimento delle donne nei processi di risoluzione dei conflitti. A posteriori si può affermare che il timore di un diffuso mal funzionamento si è rivelato infondato. Si temeva l’influenza dei poteri pubblici e addirittura di fondazioni private, il rischio di un’organizzazione dispendiosa, dall’enorme budget; infine, una burocratizzazione dell’evento. Gli errori commessi a Nairobi, l’edizione peggio riuscita nella storia decennale del Forum, non si sono ripetuti: per esempio, la concessione a una multinazionale dell’esclusiva delle comunicazioni all’interno del Forum o una quota d’iscrizione troppo elevata. La massiccia presenza dei movimenti sociali africani è stata pertanto una conferma che il Forum continua a tenersi molto vicino alla base.

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Malgrado queste precauzioni, il fallimento è stato sfiorato. L’evento altermondialista era stato programmato sul campus dell’Università Cheick Anta Diop di Dakar, a una settimana di distanza dalla conclusione del Forum Economico di Davos, a cui sin dalla 2001 il FSM fa da contraltare. Il nuovo rettore dell’università, insediato dal Presidente Wade appena prima di Natale, aveva però deciso di posticipare gli esami al 28 febbraio. Se il primo effetto collaterale, quello di impedire agli studenti di prendere parte al Forum, era già una mezza tragedia, il secondo ha messo a dura prova tutta l’organizzazione: le aule in cui dovevano tenersi le migliaia di incontri, assemblee e atelier erano occupate da studenti e insegnanti. Il primo giorno, solo una minima parte dei gruppi di lavoro previsti ha potuto aver luogo: così anche quello organizzato dai sindacalisti dell’UNIA, membri della Delegazione svizzera, sui diritti dei migranti in Europa, che ha riunito una trentina di interessati sulla scalinata antistante l’auditorio in cui era programmato. A partire dal secondo giorno sono stati allestiti tende e tendoni nei giardini del campus per consentire ai partecipanti di raggrupparsi al riparo dal sole, ma il programma stampato era ormai di poco aiuto. I telefonini, con i messaggini scambiati tra i membri delle varie delegazioni, a cominciare da quella svizzera, si sono trasformati in un passaparola (ma in Africa dovremmo parlare di tam tam…) con cui passarsi le informazioni logistiche sui vari atelier. Dopo due giorni di eventi auto-organizzati dalle organizzazioni e dai movimenti sociali di tutto il mondo, il Forum si è concluso con una giornata e mezza di assemblee plenarie tematiche, trentotto in tutto. In esse, oltre a definire strutture minime di rete (mailing list, conferenze telefoniche, segretariati virtuali), si sono poste le basi per le azioni in vista dei grandi appuntamenti della politica mondiale: il G8 e il G20 in Francia, la Conferenza mondiale sulla Terra Rio+20 in Brasile e la Conferenza sul clima di Durban (Sudafrica). Il Forum, vissuto come luogo d’incontro e di scambio, anche a Dakar ha permesso alle migliaia di organizzazioni di conoscersi, confrontarsi, organizzarsi e coordinarsi: da lì emergeranno azioni concrete, locali e globali, meglio coordinate, su base più ampia e quindi più efficaci. Daria Lepori


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El Caminante è giunto alla meta Ricordo del vescovo degli Indios Samuel Ruiz Garcia, padre degli Indios, vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico. Era definito «il penultimo profeta», con esplicito riferimento a dom Pedro Casaldaliga e ai pochi altri che ancora rimangono a testimoniare una stagione straordinaria per la Chiesa e la società messicane. Padre della Chiesa latino-americana

Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sud Est messicano, nel 1959, chiamato a rivestire la funzione di vescovo della diocesi di San Cristobal. Era il più giovane vescovo del suo Paese, vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, a lui completamente sconosciuta, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui a essere evangelizzato: gli indios gli rivelarono «un mondo nuovo, una terra nuova, una visione del mondo totalmente diversa da quella della civiltà occidentale-giudaico-cristiana». Egli li ricambiò realizzando un’opera titanica: introdurre la Chiesa gerarchica e leggere il Vangelo nelle culture indigene. Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della Liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i profeti, molto amore e molto odio. Un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da mons. Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999. Sullo sfondo, le grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione preferenziale per

i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. Ma che era stata, al contrario, energicamente raccolta dalla Conferenza di Medellin, vero atto di nascita della Chiesa della liberazione dell’America Latina, in cui Ruiz era stato presente insieme a molti altri «Padri della Chiesa» latinoamericani, come li ha definiti la rivista Concilium (5/09), accostandoli ai «padri della Chiesa» orientali e occidentali del IV e V secolo. Censure politiche e vaticane Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo fu accusato di essere il responsabile della rivolta e minacciato dal governo di arresto per sedizione, secondo il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno. Ma don Samuel non si lasciò intimidire e dal 1994 al 1998 esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione nazionale di intermediazione (Conai), partecipando alla firma, il 16 febbraio 1995, degli «Acuerdos de San Andrés», poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza» e il card. Juan Sandoval Iniguez individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo». Pertanto, mons. Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per rimuovere il vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristobal, accusandolo di gravi errori dottrinali, pastorali e di governo, e per frenare la sua azione nella diocesi viene inviato nel 1995 a San Cristobal il domenicano mons. Raul Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione. Ma, a contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi dal titolare, don Raul divenne il più fede-

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le alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. Mons. Vera Lopez fu trasferito all’altro capo del Paese, e a succedere a don Samuel viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto da mons. Ruiz, per esempio tentando, invano, di ottenere da Roma il permesso di riprendere l’ordinazione di diaconi indigeni, la cui sospensione, disposta nel 2002, doveva essere funzionale all’opera di smantellamento del processo di Chiesa autoctona promosso da don Samuel. Che cosa rimane Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo «L’eredità di Samuel Ruiz», elenca alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz che non devono andare perduti per le loro radici evangeliche, come la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce, la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie, il diaconato permanente. A rendere al vescovo il migliore omaggio sono stati però quelli che più contavano per don Samuel: gli indigeni del Chiapas (tra i quali il suo corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare davanti al feretro, nella cattedrale di San Cristobal. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldaliga in un suo messaggio, «el Caminante (come si identificava mons. Ruiz, che aveva visitato 2042 comunità, percorrendo tutta la diocesi a piedi o a cavallo) è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà a essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. Con San Bartolomé de las Casas, con Leonidas Proaño e con Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno» Claudia Fanti

(Adista, 5 febbraio 2011), testo adattato


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Dopo la tempesta, la quiete dei cimiteri? Il memorandum di 143 teologi tedeschi

Rispondendo all’invito dell’arcivescovo di Friburgo in Brisgovia e presidente della Conferenza espiscopale tedesca (che sollecitava «un processo di dialogo comunitario e mirato»), centoquarantatré teologi tedeschi hanno pubblicato sulla «Süddeutsche Zeitung» del 3 febbraio un memorandum che parte dal riconoscimento della crisi senza precedenti in cui la Chiesa tedesca è caduta dopo la rivelazione dello scandalo della pedofilia per chiedere l’avvio di profonde riforme. Il documento – che diamo nella traduzione di Francesco Ghia – reca la firma di teologi molto noti, come Ottmar Fuchs e Peter Hünermann di Tübingen, Norbert Mette di Dortmund, Dietmar Mieth di Erfurt, Otto Hermann Pesch di Amburgo, Leo Karrer di Friburgo in Svizzera, Antonio Autiero di Münster. Altri firmatari si sono aggiunti in seguito, portando il totale a oltre 220: un terzo circa dell’intero corpo accademico delle facoltà teologiche. L’accoglienza ufficale è stata positiva: «È un buon segnale che anche i firmatari di questo memorandum vogliano partecipare al dialogo», ha detto il segretario della Conferenza episcopale. In previsione della visita del Papa, fissata per l’autunno, si succedono in Germania le prese di posizione, non ultima la lettera di alcuni deputati della CDU, il partito democristiano tedesco, intesa a sollecitare l’ordinazione sacerdotale di viri probati. (Cf. «Il Regno» Attualità, 15 febbraio 2011, p. 82; Adista n. 12/2011). Più di un anno fa venivano resi pubblici casi di abusi sessuali su bambini e adolescenti perpetrati da preti e religiosi nel Collegio Canisio di Berlino. Ne è seguito un periodo in cui la Chiesa cattolica tedesca è sprofondata in una crisi senza precedenti. Il quadro che oggi si presenta è controverso: molto si è cominciato a fare per rendere giustizia alle vittime, per porre rimedio all’illegalità e per far emergere dall’interno le cause di abusi. omertà e doppia morale. Dopo l’iniziale raccapriccio, è cresciuta, in molte donne e uomini cristiani responsabili, con o senza incarichi pastorali, la convinzione che siano necessarie riforme profonde e radicali. L’appello per un dialogo aperto sulle strutture di potere e di comunicazione, sulla configurazione del ministero ecclesiale, sulla partecipazione dei credenti alla responsabilità decisionale, sulla morale e sulla sessualità ha destato attese, ma anche timori: forse l’ultima chance per una uscita dalla paralisi e dalla rassegnazione verrà perduta a motivo dei distinguo e delle minimizzazioni della crisi? L’allarme per un dialogo pubblico e senza tabù non è del tutto ingiustificato, specie nell’imminenza del viaggio del Papa in Germania. Ma l’alternativa non può certo essere quella di una quiete tombale che faccia seguito all’annientamento delle ultime speranze. La crisi profonda della nostra Chiesa esige che si parli anche di problemi che a prima vista non abbiano imme-

diatamente qualche cosa a che fare con lo scandalo degli abusi sessuali e del loro decennale occultamento. In quanto donne e uomini docenti di teologia, non possiamo più tacere. Avvertiamo la responsabilità di contribuire a un autentico nuovo inizio: il 2011 deve diventare per la Chiesa un anno in cui mettersi in cammino. Mai come nell’anno passato tanti cristiani hanno abbandonato la Chiesa cattolica, hanno dichiarato alle gerarchie ecclesiastiche di non riconoscersi più nella loro guida o hanno «privatizzato» la loro vita di fede per prendere le distanze dall’istituzione. La Chiesa ha il dovere di comprendere questi segnali e di spogliarsi delle sue strutture fossilizzate per guadagnare nuova linfa vitale e nuova credibilità. Il rinnovamento delle strutture ecclesiali non potrà mai avvenire con le barricate erette per paura della società, ma solo con il coraggio dell’autocritica e con l’accoglimento di impulsi critici – anche provenienti dall’esterno. È quanto insegnano le lezioni dell’ultimo anno: non ci sarebbe mai stata una rielaborazione tanto decisa della crisi per gli abusi sessuali senza l’accompagnamento critico dell’opinione pubblica. Soltanto con una comunicazione aperta la Chiesa può riacquistare fiducia. La Chiesa sarà credibile solo quando l’immagine che essa ha di se stessa e l’immagine che di essa si ha all’esterno non divergeranno. Pertanto, ci rivolgiamo a tutti coloro non abbiano ancora rinunciato

a sperare in un nuovo inizio della Chiesa e a impegnarsi per esso. Facciamo nostri in tal senso i segnali di dialogo e cammino lanciati in questi ultimi mesi da alcuni vescovi con discorsi, omelie e interviste. La Chiesa non è fine a se stessa. Ha il compito di annunciare a tutti gli uomini il Dio di Gesù Cristo, che ama e libera. E può annunciarlo solo se essa stessa è un luogo e una testimonianza credibile del messaggio di libertà del Vangelo. I suoi discorsi e le sue azioni, le sue regole e le sue strutture – insomma, il complesso del suo rapportarsi con le donne e con gli uomini all’interno e all’esterno della Chiesa stessa – soggiacciono all’istanza di riconoscere e promuovere la libertà delle donne e degli uomini come creature di Dio. Il rispetto incondizionato dovuto a ogni persona, l’attenzione per la libertà di coscienza, l’impegno per la legalità e la giustizia, la solidarietà con i poveri e con gli oppressi sono tutti criteri teologicamente fondamentali che derivano dal vincolo di osservanza che la Chiesa ha nei confronti del Vangelo. È tramite essi che si fa concreto l’amore verso Dio e verso il prossimo. L’orientamento al messaggio biblico di libertà implica un rapporto differenziato con la società moderna: per un verso, quando ne vada del riconoscimento della libertà, dell’autonomia e della responsabilità dei singoli, essa precede la Chiesa, la quale, come già ha sottolineato il Concilio Vaticano II, ha su questi temi molto da imparare. Per altro verso, tuttavia, è ineludibìle, nello spirito del Vangelo, una critica a questa società, quando per esempio gli uomini vengano valutati solo in base alla loro prestazione, quando venga calpestata la solidarietà vicendevole o quando venga disconosciuta la dignità umana. In ogni caso, resta il fatto che il messaggio di libertà del Vangelo costituisca il criterio di una Chiesa credibile, del suo agire e della sua configurazione sociale. Le sfide concrete che la Chiesa deve affrontare non sono affatto nuove. Ciò nonostante, non si vedono all’orizzonte riforme gravide di futuro. Va dunque condotto un dialo-


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go aperto nei seguenti campi d’azione:

1) Le strutture di partecipazione In tutti i settori della vita ecclesiale la partecipazione dei credenti è un campo di prova della credibilità del messaggio di libertà del Vangelo. In base al vecchio adagio giuridico per cui «ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti» occorrono, a tutti i livelli della Chiesa, più strutture sinodali. I credenti devono poter partecipare alla nomina di importanti incarichi ministeriali (vescovi, parroci). Ciò che può essere deciso in sede locale, lì sia deciso. Le decisioni siano trasparenti.

2) Le comunità parrocchiali Le comunità cristiane devono essere luoghi in cui gli uomini mettono l’un l’altro in comune beni materiali e spirituali. Ma oggi la vita comunitaria è soggetta a un processo di erosione. Sotto la spinta della carenza di sacerdoti, vengono costruite unità pastorali sempre più estese, sorta di «parrocchie extra large» nelle quali risulta vieppiù difficile esperire prossimità e appartenenza. Si perdono così identità storiche e le reti sociali cresciute attorno a esse. I sacerdoti entrano in burn-out. I credenti si allontano quando non si dà loro fiducia perché si assumano responsabilità e partecipino, entro strutture democratiche, alla conduzione delle loro comunità. Il ministero ecclesiale sia al servizio della vita delle comunità, e non viceversa. La Chiesa necessita per il ministero anche di preti sposati e di donne.

3) Una cultura del diritto Il riconoscimento della dignità e della libertà di ogni uomo si rende evidente proprio là dove i conflitti vengano gestiti con imparzialità e con vicendevole rispetto. Il diritto canonico onora il proprio nome solo quando i credenti siano effettivamente messi in condizione di far valere i propri diritti. La tutela del diritto e la cultura giuridica devono essere, nella Chiesa, urgentemente migliorate; un primo passo in questa direzione sarebbe l’istituzione di una magistratura ecclesiastica.

4) La libertà di coscienza Il rispetto della coscienza individuale implica che venga riposta fiducia nella capacità umana di decisione e di responsabilità. Promuovere questa capacità è compito anche della Chiesa; non può però trasformarsi in una sor-

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Zone pastorali o chiese domestiche? Nel documento dei 230 teologi tedeschi per una riforma della Chiesa, un punto si riferisce alla crisi della parrocchia e denuncia un pericolo rappresentato dalle cosiddette «zone pastorali», che è una delle modalità attualmente praticate in diverse diocesi europee (tra cui in Ticino e in Romandia) per ovviare alla scarsità di preti e all’abbandono delle chiese da parte dei fedeli (vedi a lato). Fulvio De Giorgi, professore universitario e attento partecipe alla vita della Chiesa ambrosiana, ha di recente osservato (Verbania, 19 febbraio 2011): «Assemblare più parrocchie in comunità pastorali può avere dei rischi, può aumentare la distanza tra i pastori e i fedeli, può favorire il sorgere di un nuovo clericalismo di tipo manageriale. Senza corresponsabilità laicale, senza una forte crescita del laicato, le comunità pastorali possono incorrere in rischi di involuzione». Le osservazioni sull’effetto negativo delle «zone pastorali» indicano un possibile rimedio: affidare responsabilità, nelle parrocchie, a uomini sposati e a donne (ovviamente anche maritate) per svolgere compiti ministeriali. Era la soluzione, rifiutata da Roma, realizzata dal vescovo Samuel Ruiz in Chiapas, il quale aveva costituito a centinaia «diaconi» per le comunità indiane disperse sul territorio. È pure, senza diaconato, il sistema utilizzato dai missionari che affidano le comunità cristiane ai cosiddetti catechisti (uomini e donne). Nell’archidiocesi di Vienna, i diaconi permanenti sono circa 700, dei quali l’85% sono volontari e il 15% svolgono una attività pastorale retribuita. Nella diocesi di Losanna, il preventivo 2011 della Federazione ecclesiastica cattolica prevede di occupare 91 preti e 145 laici nell’attività pastorale. Sembra sia infine uno dei «segreti» della preoccupante diffusione delle comunità evangeliche (o evangelicali) nel Sud America, che si sviluppano in piccoli gruppi familiari o di vicinato (descritti in un recente articolo nella rivista «Choisir» dei gesuiti di Ginevra, n. 613, gennaio 2011). Un missionario attivo a Manaus (Brasile), presenta una «pittoresca» analisi delle comunità evangeliche della città, certamente utile per capire gran parte del loro pur discutibile successo, in una società non certo paragonabile alla europea ma che tuttavia costituisce una realtà ecclesiale vitale e in crescita, tale che dovrebbe invitare le nostre Chiese (come riconosce il missionario) a un «esame di coscienza» (vedi n. 1-2011 della «Rivista lassaliana», di Roma, diretta da Flavio Pajer). Questa soluzione sembra essere preconizzata anche da mons. Sandro Vitalini (Rivista della Diocesi di Lugano, marzo 2010) quando scrive: «Il numero dei preti sia dovunque proporzionato ai bisogni; ogni comunità anche piccola deve poter vivere la fraternità e celebrare l’eucarestia almeno ogni domenica». Ma se è realistico ritenere che non vedremo presto né preti sposati (se non qualche transfuga dall’anglicanesimo) e ancor meno le donne prete (horribile dictu!), una larga pratica nel conferimento del «diaconato permanente» a uomini sposati o vedovi, e anche a donne, dovrebbe poter subito essere praticata, da vescovi coraggiosi che vogliono evitare gli effetti negativi (in termine di appartenenza) dell’applicazione obbligata delle «zone pastorali» per mancanza di clero. Invece di lasciar esaurire quanto resta delle comunità parrocchiali, occorre rinforzarle, creandone di nuove e affidandole ai laici: donne e uomini, ordinati o meno, ma almeno chiamati e riconosciuti adulti e responsabili. Altrimenti il risultato sarà una ulteriore centralizzazione attorno a un prete, oberato di compiti sacramentali e amministrativi e sempre più lontano ed estraneo dalla vita reale dei fedeli. Dai molti esempi, ecco alcune proposte pratiche per la Diocesi di Lugano: (1) affidare la responsabilità di ogni parrocchia o comunità ecclesiale senza presbitero residente ad alcuni laici (due o tre), designati «operatori pastorali» tra i cristiani locali, in casi eccezionali anche delle vicinanze; (2) organizzare in ogni zona pastorale un corso en emploi di formazione per operatori pastorali (almeno cinque pomeriggi formativi); (3) mettere a disposizione, tramite la Diocesi, per ogni zona pastorale un formatore degli agenti pastorali, che farà da segretario al presbitero responsabile della zona (è probabile che questo formatore, prete o laico, dovrà essere adeguatamente rimunerato per un impegno a tempo parziale o a tempo pieno); (4) istituire a livello diocesano un segretariato (almeno un uomo e una donna, adeguatamente retribuiti) che coordini la designazione e la formazione degli operatori pastorali di zona e l’attività dei formatori-segretari e il coordinamento con i consigli e le associazioni e movimenti presenti in diocesi. Non ci sono i soldi? Si trovino! I preti non sono d’accordo? Si lascino soli… Scriba


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ta di tutela. È soprattutto nell’ambito delle decisioni personali e delle forme individuali concernenti la propria vita che questo rispetto va preso sul serio. La valorizzazione ecclesiale del matrimonio e del celibato è fuori discussione. Ma essa non prescrive di escludere quelle persone che vivano responsabilmente l’amore, la fedeltà e la cura vicendevole con un partner dello stesso sesso o come divorziati risposati. 5) La riconciliazione La solidarietà con i «peccatori» ha per presupposto che venga preso sul serio il peccato tra le proprie fila. Un tronfio rigorismo morale non si addice alla Chiesa. La Chiesa non può predicare la riconciliazione con Dio senza creare con le proprie azioni il presupposto per la riconciliazione con coloro verso i quali si sia macchiata di una colpa: mediante la violenza, la privazione del diritto, il sovvertimento del messaggio biblico di libertà in una morale rigorosa priva di misericordia.

6) Il culto La liturgia vive della partecipazione attiva di tutti i credenti. In essa devono trovare spazio anche le esperienze e le forme espressive del presente. La celebrazione non può irrigidirsi nel tradizionalismo. Una pluralità culturale arricchisce la vita liturgica e non si accorda con le tendenze a una uniformità centralistica. Il messaggio cristiano raggiungerà gli uomini solo quando la celebrazione della fede si farà carico delle situazioni concrete della vita.

Il processo di dialogo iniziato nella Chiesa può portare alla liberazione e a una nuova partenza solo se tutti i partecipanti sono disposti ad affrontare le questioni urgenti. Si tratta, in un libero e leale scambio di argomentazioni, di cercare soluzioni che sottraggano la Chiesa alla sua paralizzante autoreferenzialità. Alla tempesta dell’ultimo anno non può seguire una quiete! Questa, infatti, nella situazione odierna, non potrebbe che essere una quiete cimiteriale. In tempi di crisi la paura non è mai stata una buona consigliera. Le cristiane e i cristiani sono chiamati dal Vangelo a guardare con coraggio al futuro e – accogliendo le parole di Gesù – a camminare come Pietro sulle acque: «Perché avete paura? È così poca la vostra fede?» (febbraio 2011)

cronaca

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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Vacanze intollerabili. La diocesi di Losanna Ginevra e Friburgo è ancora senza il vescovo titolare, dopo la morte di mons. Genoud il 21 settembre 2010. Sembra che la scelta del successore sia particolarmente difficile, per cui il Nunzio (che ha compiuto i 75 anni lo scorso 23 marzo ed è in partenza) ha presentato su tre successive liste la bellezza di undici candidati! La Chiesa cattolica è una istituzione secolare, ma una diocesi moderna non può aspettare mesi per avere un responsabile, specie quando da tempo si sapeva che mons. Genoud era limitato nel suo ministero. Le lungaggini vaticane a nominare i vescovi non sono più tollerabili, in un mondo (e in una Chiesa) con problemi sempre più urgenti. Vedremo come sarà considerata la diocesi di Lugano, il cui vescovo raggiungerà il limite canonico il prossimo 29 ottobre. Gli sarà prolungato l’incarico (come spesso decide Benedetto XVI, lui stesso ormai abbondantemente «fuori quota»)? Ma allora lo si decida subito, perché non si resti in situazioni provvisorie per mesi; oppure siano avviate per tempo le necessarie procedure, con una larga consultazione di clero e popolo, in modo da ridurre il più possibile la «sede vacante».

Appello ai laici. Il quotidiano della Diocesi (4 dicembre 2011) titola: «I preti sono consapevoli che da soli non sono Chiesa» e presenta lo studio del Consiglio presbiterale che postula più comunione e solidarietà tra i preti e un laicato che sia non solo collaboratore ma corresponsabile. Il 12 marzo scorso, sempre il GdP informa che «parte l’ottava edizione del corso di formazione per animatori di gruppi giovanili», sotto il titolo «Cercansi animatori parrocchiali». Il presidente dell’Azione cattolica, De Lorenzi, su «Spighe» di febbraio riferisce di un incontro a livello svizzero con il Comitato svizzero per l’apostolato dei laici e osserva: «In molte parrocchie della Svizzera tedesca non ci sono preti e allora sono attivi i laici, molti come operatori pastorali stipendiati, da noi invece i preti hanno saldamente in mano le parrocchie e i laici collaborano a titolo di volontariato». Quindi, cerchiamo laici e …convertiamo i preti.

Vescovo padrone. La diocesi di Coira sta attraversando momenti di tensione per i modi autoritari con cui governa il vescovo Vitus Huonder. Prima imponendo senza alcuna consultazione mons. Eleganti, un abate benedettino tradizionalista, come vescovo ausiliare residente a Zurigo, in seguito tentando di promuovere a vescovo il vicario generale Martin Grichting, noto per la sua polemica contro il sistema «duale» vigente nelle diocesi svizzere (…ma ha dovuto rinunciare alla promozione), poi spostando mons. Eleganti a direttore del seminario di Coira, a sostituire il rettore Ernst Fuchs che ha lasciato l’incarico per divergenze col vescovo, così come il vicario generale Andreas Rellstab, un altro stimato sacerdote diocesano. Le preferenze di mons. Huonder per la messa tridentina (da insegnare ai seminaristi) e di mons. Grichting (per il quale nella Chiesa ci deve essere un solo capo, il vescovo, a decidere anche delle finanze…) hanno suscitato reazioni nei rappresentanti delle Chiese cantonali della diocesi, riuniti nella Conferenza di Biberbrugg. La Conferenza dei vescovi svizzeri è detta disponibile a esaminare proposte nel senso di adottare il modello italiano di finanziamento delle Chiese (preferito dai canonisti vaticani), mentre la Chiesa evangelica riformata grigione sostiene il sistema attuale delle imposte ecclesiastiche. Intanto mons. Grichting, rifiutato in parecchie parrocchie dove avrebbe dovuto impartire la cresima, polemizza col vescovo di San Gallo che si è dimostrato «comprensivo» nei confronti del parroco di Gossau, novello padre, dicendosi possibilista sul presbiterato di uomini sposati. Quanto ai vescovi svizzeri, riuniti in Conferenza, incaricano mons. Huonder dei dicasteri: «formazione ecclesiale» e «ministeri e servizi» e invitano al dialogo e a rinunciare a prendere posizione sui media. Ma con un vescovo autoritario, dov’è che si dialoga?

Aborti in Ticino. Stabile il numero degli aborti legali praticati nel Ticino: 625 nel 2010, 626 nel 2009, 682 nel 2008. In diminuzione gli interventi su donne residenti all’estero: 195 nel 2010, 215 nel 2009, 227 nel 2008; 601 interventi furono praticati in ambulatorio, 413 con metodo farmacologico.


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Crocefisso conteso. Il docente vallesano licenziato per aver rifiutato di riappendere in un’aula il crocefisso, ha rinunciato a ricorrere al Tribunale federale anche se ritiene il licenziamento abusivo. Nel frattempo il Gran Consiglio vallesano ha respinto con 86 voti contro 18 e 14 astensioni una proposta provocatoria dell’Unione democratica di centro che voleva imporre un crocefisso in tutte le aule scolastiche del Cantone. Il Consiglio generale (cittadino) di Friburgo ha deciso invece con 31 voti contro 18 e 12 astensioni, di mantenere nella sala i simboli religiosi e politici: per il rappresentante radicale, la croce resta un simbolo importante e occorre rispettare il credo della maggioranza della popolazione; per i democristiani togliere i segni religiosi è contro la libertà d’espressione. Oltre al crocefisso, sulla parete della sala campeggia la scritta: «Sii buono, Dio ti vede».

Convivere con l’Islam. Un gruppo di lavoro diretto dal rettore basilese Antonio Loprieno, comprendente imam, professori e rappresentanti della Confederazione, si sta occupando della possibilità di formare imam in Svizzera. Una proposta potrebbe essere formulata entro l’estate; la Confederazione, tramite il Segretariato di Stato all’educazione e alla ricerca, spera che imam formati in Svizzera possano contribuire all’integrazione dei musulmani meglio di quelli formati nei paesi d’origine. Per un miglioramento dei loro rapporti con lo Stato, due organizzazioni-mantello dei musulmani, la Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (FOIS) e il Coordinamento delle organizzazioni islamiche della Svizzera (KIOS), hanno annunciato di voler eleggere un «parlamento religioso» in rappresentanza dei circa 400.000 musulmani viventi in Svizzera, per superare l’attuale divisione determinata dalle diverse provenienze etniche. Per favorire l’integrazione, il governo sangallese ha proposto di permettere la realizzazione, nei cimiteri, di settori speciali per le tombe destinate ai musulmani, come già succede anche a Lugano. E mentre le comunità cattolica e evangelica si dicono d’accordo, l’Unione democratica di centro è contraria. Così come è contrario il Consiglio federale, rappresentato dall’Ufficio federale di giustizia e polizia, a che la Grande Camera della Corte europea dei diritti umani si oc-

cronaca

cupi dei ricorsi contro l’articolo costituzionale che vieta la costruzione dei minareti. Eppure sarebbe interessante sapere perché sono vietati i minareti e non i crocefissi… È vero che molti sono i crocefissi e pochi i minareti (nessuno li chiede), ma non pare un buon argomento.

Chiese a Ginevra. Nel Canton Ginevra (dove vige la separazione tra Chiese e Stato) è in elaborazione una nuova Costituzione: il progetto in discussione, mentre conferma la scelta laica (nessuna Chiesa è esplicitamente riconosciuta), offre lo spazio per una collaborazione tra Cantone e comunità religiose grazie al nuovo articolo 193: «Lo Stato riconosce il ruolo delle associazioni e del volontariato nella vita collettiva. Può allacciare rapporti di partenariato per attività di interesse generale». Questo articolo sarebbe applicabile anche alle Chiese; resta la possibilità di fare incassare dal Cantone i contributi volontari alle Chiese, come finora. Le Chiese hanno giudicato favorevolmente il fatto che la nuova Costituzione preveda il rispetto delle persone e la solidarietà, valori che trovano fondamento anche nel cristianesimo. A Ginevra evidentemente si apprezzano i frutti piuttosto che le radici.

Prudenza svizzera. Con 103 voti contro 86 (erano contrari UDC e PLR), finalmente il Consiglio nazionale ha aderito al precedente voto del Consiglio degli Stati, di raggiungere entro il 2015 lo 0,5% del prodotto nazionale lordo da destinare all’aiuto allo sviluppo, con un aumento di 640 milioni nei prossimi due anni. Una proposta di aumentare l’aiuto allo 0,7 del PNL (percentuale auspicata a livello mondiale) è stata bocciata. Generosi quindi, ma senza strafare; siamo svizzeri e lasciano alle grandi banche di scialacquare nelle retribuzioni ai loro dirigenti.

Progressi giuridici. Col 1. gennaio 2011 sono entrate in vigore le modifiche del Codice penale svizzero che recepiscono i reati di competenza dello Statuto di Roma del 1998, di competenza della Corte penale internazionale. Così potranno essere perseguiti in Svizzera gli autori dei crimini di guerra contro l’umanità, anche se commessi all’estero, qualora gli autori risiedano in Svizzera e non possano essere giudicati da un tribunale penale internazionale. Il Consiglio federale ha pure finalmente fir-

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mato, il 10 dicembre 2010, la Convenzione contro le sparizioni forzate, entrata in vigore alla fine del 2010 dopo quattro anni dalla sua adozione da parte delle Nazioni Unite. La convenzione deve ancora essere ratificata dalle Camere federali: solo allora gli autori di tale crimine potranno essere perseguiti qualora si trovino in Svizzera. Trentesimo di ACAT. La sezione svizzera dell’Associazione contro la tortura e la pena di morte (ACAT) celebra quest’anno il trentesimo di attività. Fondata in Francia nel 1974, è attiva dal 1981 anche con una sezione svizzera di circa duemila membri e si dedica specialmente a sensibilizzare gruppi e parrocchie cattoliche a favore di persone torturate in tutto il mondo, proponendo la sottoscrizione di lettere di denuncia e di petizioni rivolte a responsabili politici e a giudici, proponendo anche azioni di sostegno spirituali, come liturgie particolari a favore dei torturati in occasione del Venerdì Santo. Il trentesimo sarà festeggiato a Berna il 21 maggio, in occasione dell’assemblea generale, nella chiesa della comunità riformata di lingua francese, Predigergasse 3. L’associazione è poco conosciuta nel Ticino. Vi si può aderire (e ricevere la relativa documentazione), rivolgendosi ad:ACAT-Suisse, Speichergasse 29, casella postale 5011, 3001 Berna (www.acat.ch).

Il «Courrier» continua a correre. Grazie ai contributi di 1660 generosi che hanno versato nel 2010 in totale 303.182 franchi, il quotidiano ginevrino «Le Courrier» potrà continuare a svolgere la sua funzione di «stampa alternativa» d’ispirazione sociale, ecologica e fondamentalmente cristiana. Il contributo dei donatori rappresenta il 10% circa delle entrate; è diventato indispensabile alla sopravvivenza del foglio da quando «Le Courrier» ha perso il sussidio della Chiesa cattolica ginevrina (era nato nell’Ottocento come giornale cattolico). I giornalisti non avevano accettato di cambiare direttore, come chiedevano alcuni ricchi contribuenti, non abbastanza «cattolici» per essere universali e persino liberali nelle opinioni. Attualmente, «Le Courrier» impiega 34 persone, nessuna a tempo pieno. Gli abbonamenti (circa 10.000, specialmente in Romandia) rappresentano il 77% delle entrate, la pubblicità il 13%.


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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO AGLI INIZI DEL DIALOGO EBREO-CATTOLICO

Cinquant’anni fa iniziava la nuova stagione del dialogo tra cattolici ed ebrei, con l’incontro tra un vecchio di 84 anni, malato di cancro: Jules Isaac, e Papa Giovanni XXIII. Isaac avrebbe voluto mettersi in viaggio per Roma per parlare con il Papa delle ingiustizie commesse contro gli Ebrei; gli aveva inviato un dossier dove elencava tutte le falsità che nei secoli avevano additato al ludibrio e alla persecuzione il popolo ebraico. Ma non aveva ricevuto risposta, forse perché il dossier si era perso nei corridoi del Vaticano. In patria Jules Isaac era un intellettuale stimato: suoi libri venivano utilizzati come testi in diversi gradi di scuola, era stato ministro della cultura, molti suoi parenti erano stati arrestati e sterminati ad Auschwitz. Storico rigoroso, conquistato da una vera passione per la verità, aveva dedicato le sue ricerche a chiedersi la ragione vera di tante persecuzioni, elencando le fonti storiche delle menzogne che avevano additato al disprezzo il popolo ebraico nei Paesi dove la diaspora lo aveva disperso, e l’emarginazione, i pogrom, le stragi che nei secoli questo disprezzo aveva provocato. Nonostante gli interventi dell’ambasciatore francese, l’udienza continuava a non venirgli accordata. Si ricordò allora di una giovane donna, già assessore alle Belle Arti e conosciuta a Venezia: Maria Vingiani, che aveva seguito a Roma il patriarca Roncalli, divenuto Papa, per continuare la sua «vocazione», tramite l’associazione «Segretariato Attività Ecumeniche» (SAE), da lei fondata. Grazie a Maria Vingiani, e con la «complicità» di mons. CapoviIla, segretario del Papa già a Venezia, lo storico francese riuscì a realizzare l’incontro tanto desiderato, dal quale avrebbe preso avvio il dialogo cattolico-ebraico. Il primo passo fu l’abolizione, nella preghiera del Venerdì Santo, della dizione: «perfidi ebrei», poi una più giusta considerazione e stima di coloro che sarebbero diventati «fratelli maggiori». Giunse infine il Concilio Vaticano II, che approvò il documento «Nostra Aetate», in cui si afferma «il grande patrimonio spirituale comune ai cristiani e agli ebrei» e si raccomanda «la mutua conoscenza e stima che si ottengono soprattutto dagli studi biblici e teologici e da un fraterno dialogo». Maria Vingiani ha recentemente festeggiato a Roma i novant’anni e ha potuto ricordare i cinquant’anni dello storico incontro, che fu all’inizio del dialogo di amicizia con i fratelli ebrei, dialogo tuttora vivo nella Chiesa cattolica e che rappresenta uno dei principali impegni del SAE.

LUTERO A ROMA

Nel 1510 il futuro riformatore tedesco Martin Lutero fece un soggiorno a Roma, perché doveva sistemare alcune questioni interne all’Ordine monastico degli Eremiti agostiniani, al quale apparteneva. Si trattava di un ordine particolarmente severo. Lutero fu inviato per risolvere questioni sia amministrative sia teologiche, ma quella fu per lui anche l’occasione di visitare e conoscere il luogo più importante della cristianità. L‘impressione che ne ebbe fu, nel complesso, negativa. Lutero non la giudicò dal profilo delle bellezze artistiche, ma della spiritualità che esprimeva. Ebbe l’impressione di una città che viveva una religiosità mondana, superficiale, persino un po’ blasfema. Il modo sbrigativo in cui venivano celebrate le messe, le modalità con

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cui i pellegrini venivano accolti nelle varie tappe del loro pellegrinaggio e seguiti nelle loro devozioni, diedero a Lutero l’impressione di una città che, invece di essere fonte di luce per tutta la Chiesa, era percorsa da non poche ombre e ambiguità. Certamente, la visita a Roma non fu per Lutero l’elemento scatenante per determinare la Riforma. La Riforma nacque non tanto dallo scandalo per l’ambigua e scadente religiosità riscontrata a Roma, bensì dallo studio della Bibbia e dalla scoperta della giustizia di Dio, che non condanna ma giustifica gratuitamente e incondizionatamente il peccatore che si pente e si affida a lui. L’illuminazione di Lutero avvenne infatti circa cinque anni dopo la visita a Roma, quando nel 1515 iniziò a commentare il Libro dei Salmi. Più probabile, invece, che nel 1517/18, a distanza di anni, il ricordo del viaggio a Roma abbia contribuito a rafforzare l’affermazione teologica che il Papato, in quanto istituzione, fosse una manifestazione dell’Anticristo. (da una intervista al prof. Paolo Ricca, da NEV, Notizie evangeliche, Roma, 2010)

CATTOLICI CRISTIANI

In Svizzera è la terza Chiesa nazionale: di essa si parla come della confessione dei «cattolici cristiani», oppure dei «vecchi-cattolici». Sono 14.000, attualmente, nel nostro Paese, in Europa ottantamila, raccolti in diocesi collegate sotto la denominazione: «Unione di Utrecht». Questa Chiesa nacque nel 1870, da uno scisma seguito al Concilio Vaticano I, a causa dell’introduzione del dogma dell’infallibilità del Papa e della sua giurisdizione universale. In Svizzera si era in pieno Kulturkampf, questi «dissidenti» ricevettero perciò un forte sostegno politico e la Chiesa cattolica cristiana fu presto riconosciuta come Chiesa nazionale. Le furono inoltre assegnate anche alcune chiese appartenenti ai cattolici. Nella Chiesa svizzera la struttura organizzativa è quella parlamentare: il Sinodo è composto per due terzi di laici e per un terzo di ecclesiastici. È stata mantenuta la quasi totalità della liturgia cattolica, con ministri ordinati e la successione apostolica per i vescovi. La nomina dei parroci avviene da parte dell’assemblea parrocchiale. Le note fondanti di questa Chiesa furono all’origine l’obbligo di leggere la messa nella lingua del Paese, l’abolizione del celibato obbligatorio per i preti e della confessione obbligatoria.

CONVOCAZIONE PER LA PACE A KINGSTON

I cristiani di tutto il mondo sono chiamati a confrontarsi con le sfide attuali poste dal tema della pace. Dopo la conclusione del «Decennio per superare la violenza», istituito dal Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), lo stesso organismo ecumenico ha deciso di indire una Convocazione ecumenica internazionale per la pace. L’assemblea si svolgerà a maggio a Kingston (Giamaica). All’ottava Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (Harare, Zimbabwe, 1998) si decise che gli anni 2001-2010 sarebbero stati dedicati ad un «Decennio per superare la violenza»; e la nona Assemblea generale (Porto Alegre, Brasile, 2007) volle che il «Decennio» si concludesse nel 2011 con una Convocazione ecumenica internazionale della pace. Nel 2007 il Comitato centrale del CEE ha scelto Kingston, capitale della Giamaica, come sede della Convocazione. A Ginevra è stato preparato, nella primavera del 2009, il Documento introduttivo al tema della Convocazione che si terrà dal 17 al 24 maggio prossimi (altre informazioni sul sito della Convocazione: www.overcomingviolence.org).


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE

Lettere al presidente. Il presidente dell’Unione cristiana evangelica battista in Italia (UCEBI) ha inviato una lettera aperta al presidente Berlusconi in cui ricorda che il re Davide,«uomo di governo non seppe sempre gestire bene il delicato rapporto tra il potere e la responsabilità», e rivolse a Dio il Salmo 101, dove dice:«Canterò la bontà e la giustizia; avrò cura di camminare nell’integrità; camminerò con cuore integro dentro la mia casa; non mi proporrò nessuna cosa malvagia; allontanerò da me il cuore perverso; avrò gli occhi sui fedeli del paese per tenerli vicini a me; chi cammina per una via irreprensibile sarà mio servitore; chi agisce con inganno non abiterà nella mia casa». L’Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno (UICCA) ha inviato un comunicato al presidente Napolitano, con copia al presidente Berlusconi, ove scrive che chi occupa posizioni di responsabilità nella vita pubblica dovrebbe «tenere comportamenti morali chiari, consoni al ruolo ricoperto, rispettosi dei principi fondamentali di moralità pubblica». Per le Chiese avventiste, «i cittadini italiani, soprattutto i più giovani, hanno bisogno di vedere rispecchiate nei loro rappresentanti le istanze migliori e vanno indirizzati a considerare come ideali da perseguire non il modello di una vita facile, amorale, da trascorre-

re nel puro godimento del presente, ma quello di una esistenza spesa nell’impegno, con serietà, nel rispetto del proprio corpo e nella solidarietà». («Adista», 22 gennaio)

Quarantesimo. Gli amici torinesi (tra cui Enrico Peyretti e Aldo Bodrato) festeggiano i quarant’anni del loro «Foglio», «mensile di alcuni cristiani», iniziato nel 1971 nel clima post-conciliare che vide la nascita di molti piccoli e grandi fogli nella periferia (come «Dialoghi», nato tre anni prima). Alcuni hanno resistito, con alti e bassi, perché «essere nella Chiesa prevale sul malessere». Il «Foglio» conta 500-600 lettori, vive di volontariato e senza aiuti finanziari, continua il suo «cammino nel deserto» (quarant’anni come Israele!). Con loro, «Ci teniamo svegli».

Multiculturalità. In un convegno svoltosi lo scorso dicembre alla facoltà teologica pentecostale di Aversa, è stata illustrata la funzione delle Chiese sorte specialmente dalla immigrazione nel favorire la crescita di una società multiculturale e integrativa. In una ricerca sulle realtà delle Chiese evangeliche a Castel Volturno è stato dimostrato come le Chiese possono essere luoghi di integrazione e spazi di incontro, svolgendo un’importante funzione di promozione so-

Annegare è il nostro destino di Friedrich Glauser Edizione italiana a cura di Gabriella de' Grandi Formato 12.5 x 21, 240 pp. con illustrazioni Fr. 20.– Glauser è un nome affermato e con lui è nato in Svizzera il genere poliziesco. Il personaggio, morto a quarantadue anni ha avuto una vita travagliata e difficilissima. – Collana I CRISTALLI –

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ciale. Nel territorio del comune casertano sono attive una quarantina di comunità evangeliche che costituiscono una presenza spirituale e sociale di grande vitalità. Secondo alcune stime, riferite dal prof. Paolo Naso dell’Università «La Sapienza», quattrocentomila persone immigrate in Italia appartengono alle diverse Chiese protestanti del Sud del mondo. La sfida è valorizzare questi apporti per il cristianesimo e la società italiana.

I musulmani aumentano. Secondo il rapporto «Il futuro della popolazione musulmana globale» pubblicato a Washington, tra vent’anni, nel 2030, «i musulmani nel mondo aumenteranno dagli attuali 1,6 a 2,2 miliardi: pertanto nel 2030 un abitante del mondo su quattro sarà di fede musulmana». In Europa, il rapporto prevede che la popolazione musulmana crescerà di un terzo nei prossimi due decenni, passando dagli attuali 44,1 milioni (6%) a 58,2 milioni (8%). In Svizzera, lo studio ritiene che i musulmani passeranno dall’attuale 5,7% all’8,1%. La popolazione musulmana oggi è il 23,4% della popolazione mondiale, tra vent’anni arriverà al 26,4%, crescendo a un tasso dell’1,5%, doppio rispetto a quelle di altri fedi religiose. Nel 2030 più di sei musulmani su dieci vivranno nella regione Asia – Pacifico, il Pakistan sarà la nazione musulmana più popolosa, scavalcando l’Indonesia, in Africa la Nigeria sorpasserà l’Egitto.

Arnoldo l’alpigiano. Un mito, una leggenda di Giovanna Silvani-Weidmann Formato 12.5 x 21, 135 pp., Fr. 20.– Arnoldo Dadò fu l'ultimo alpigiano di Val Bavona. Il libro narra l'incontro tra l'uomo della montagna e una donna di città, bisognosa di ritrovare se stessa. Ne scaturisce un'amicizia ricca e indissolubile, con due vite praticamente opposte.

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biblioteca

Luigi Sturzo in Ticino

BIBLIOTECA

Don Luigi Sturzo (1871-1959), fondatore nel 1919 del Partito Popolare Italiano, costretto dal fascismo all’esilio, continuò, fino al suo rientro in Italia nel 1946, a battersi per la libertà con le poche armi che gli rimanevano: i contatti internazionali, le conferenze pubbliche, i libri e gli articoli sui giornali di tutta Europa e poi negli Stati Uniti, le relazioni associative e personali. Questa sua attività ammirevole, malgrado l’età avanzante e l a salute cagionevole, negli anni Trenta toccò anche la Svizzera ed ebbe un particolare sviluppo nel Ticino. Il giovane ticinese Lorenzo Planzi – presentando un lavoro di master in storia all’università di Friburgo sotto la direzione dei professori François Python e Fabrizio Panzera – ha ricostruito l’origine e lo sviluppo di questa presenza in modo esauriente per quanto concerne il Ticino, mentre a Friburgo continuano le ricerche per le altre presenze sturziane in Svizzera. Secondo lo studio di Planzi, furono principalmente tre i canali della presenza di Sturzo nel Ticino: un prete ticinese, don Giuseppe Daldini, fin dal 1932 «corriere» tra gli ex popolari milanesi e l’esule londinese; il quotidiano conservatore-democratico di Bellinzona «Popolo e Libertà», diretto da don Francesco Alberti, che riprese a metà degli anni Trenta alcuni articoli apparsi sul giornale cattolico friburghese «La Liberté», al quale Sturzo collaborava grazie ai contatti allacciati nel 1933 durante un viaggio in Svizzera; e don Luigi Del Pietro, segretario sindacale, il quale invitò nel 1938 l’esule londinese a collaborare al settimanale «Il Lavoro» dell’Organizzazione cristiano-sociale ticinese. Avvertito da don Daldini dell’interesse del quotidiano ticinese per i suoi articoli, Luigi Sturzo si offrì di diventarne collaboratore stabile, in un momento, il 1935, nel quale si faceva sempre più difficile la sua azione antifascista tra i totalitarismi al potere in Europa (Italia, Germania, Spagna). L’offerta fu prontamente accolta da don Alberti, da tempo impegnato a denunciare la natura anti-democratica del fascismo italiano e a combattere gli ammiratori del fascismo e i cattolici «tolleranti» in Ticino, tra cui il quoti-

diano della Curia – il «Giornale del Popolo» – allineato sulle scelte diplomatiche del Vaticano. Nel periodo 1935-1940, la collaborazione di Sturzo al giornale bellinzonese fu intensissima, con oltre cento articoli pubblicati in prima pagina con particolare rilievo. Lo scoppio della guerra e il trasferimento di Sturzo in America troncarono le pubblicazioni, invise alle autorità fasciste (che intervennero inutilmente a Berna per via diplomatica e tramite il Nunzio) e che trovarono limiti anche nella censura introdotta a seguito della guerra scoppiata in Europa. Gli articoli di Sturzo diedero un importante contributo alla difesa dei principi democratici nell’opinione pubblica ticinese e non mancarono di avere eco in Italia, anche se il fascismo aveva vietato l’importazione del «Popolo e Libertà». Il volume curato da Planzi reca in appendice tutti gli articoli di Sturzo pubblicati dal quotidiano bellinzonese, come pure quelli ospitati dal «Lavoro», prevalentemente di argomento sindacale, e quindi permette di giudicarne l’importanza per quei momenti perigliosi e di apprezzarne l’insegnamento democratico, tuttora valido. La ricostruzione storica della presenza giornalistica di Sturzo nel Ticino toglie dall’oblio e mette in evidenza la rete di solidarietà e di amicizie che si costituì in quegli anni tra l’esule popolare e un gruppo di ticinesi, in particolare coi preti Daldini, Alberti e Del Pietro: scambio di informazioni, di valutazioni e speranze, e persino ripetuti inviti a soggiornare in Ticino, purtroppo non accolti. Don Alberti ebbe il piacere (forse in compagnia dell’amico don Gatti, un fuoriuscito valtellinese insegnante a Bellinzona) di incontrare nel 1937 don Sturzo a Parigi; non ebbe invece la soddisfazione di festeggiare la vittoria delle democrazie sui fascismi di allora, essendo venuto a mancare il 15 settembre 1939. a.l.

L. Planzi, Luigi Sturzo e il Cantone Ticino. La terra che gli diede voce sfidando il fascismo (1929-1947), Edizioni L’Incontro, Mendrisio, Armando Dadò, Locarno, 2011, pag. 417, fr. 30.

Quando il Papa non doveva parlare

Questo ottimo libro è frutto del lavoro di Lucia Ceci, docente di storia contemporanea all’università di Roma Tor

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Vergata, e che da anni viene apprezzata per i suoi studi sulla presenza della Chiesa in America latina e in Africa, soprattutto per ciò che concerne ruoli e attività dei missionari. Riprendendo suoi studi precedenti, l’autrice propone una ricostruzione organica dei giudizi e del comportamento della Chiesa italiana, dai suoi vertici alla base parrocchiale e missionaria. Si tratta di un lavoro ampiamente convincente e ben documentato, grazie anche all’uso sistematico delle carte finalmente consultabili dell’Archivio Segreto Vaticano. Il titolo si riferisce a quel complesso di pressioni e di manipolazioni di cui fu oggetto papa Pio XI, intimamente convinto dell’ingiustizia della guerra d’aggressione all’Etiopia. Era già noto, infatti, che le durissime frasi da lui pronunciate il 27 agosto 1935, ricevendo circa duemila infermiere cattoliche, furono all’origine di un incidente diplomatico con l’Italia e, cosa per certi versi sorprendente, furono pubblicate sullo stesso «Osservatore Romano» con molte manipolazioni – operate da mons. Tardini e da un redattore del giornale – per attenuarne l’impatto pubblico. Da allora e fino al termine del conflitto Pio XI tacque e, anzi, i suoi possibili interventi furono in qualche modo concordati con Mussolini, rassicurando in anticipo il Duce su quel che il Papa avrebbe detto. Pio XI rinunciò di fatto a parlare di queste cose, pur conservando dentro di sé una forte impronta critica. Lucia Ceci documenta bene tutti i passi compiuti in Vaticano dalla fine del 1935 al 1941, anno della disfatta italiana in Africa Orientale. Nulla fu compiuto che potesse disturbare il buon rapporto con il regime, accettando decisioni quanto meno problematiche come il decreto Lessona, del 1937, sul divieto delle relazioni coniugali tra italiani e donne indigene (anticipazione delle leggi razziali dell’anno successivo) oppure tacendo sui massacri ordinati da Graziani nella repressione della resistenza etiope, oltre che sulla questione dell’impiego delle armi chimiche da parte italiana. Anche per quanto riguardava la piena italianizzazione delle missioni cattoliche presenti in Etiopia, tutto fu fatto per accontentare le richieste del regime. Del resto taluni missionari erano già stati ampiamente utilizzati per svolgere compiti prettamente militari al tempo della preparazione e poi dello svolgimento dell’attacco italiano. In sostanza, Ceci rafforza con il suo lavoro le tesi già proposte, su altri temi, da Emma Fattori-


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ni (Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, Einaudi, Torino, 2007), e cioè l’immagine di un Papa sempre più critico verso i totalitarismi, ma al tempo stesso incapace – o impossibilitato, anche per le resistenze interne in Vaticano – a formulare apertamente il proprio pensiero. Il libro di Lucia Ceci conferma anche quanto già si sapeva sull’atteggiamento conformistico, pieno di entusiasmi e di ridondanze retoriche, manifestato dall’episcopato e dal clero italiano, soprattutto dopo il varo delle sanzioni da parte della Società delle Nazioni e al momento della «giornata della fede» del 18 dicembre 1935. Colpisce semmai al riguardo quanto l’autrice riporta sui giudizi che erano presenti in Vaticano nei confronti di questi atteggiamenti: sempre per mons. Domenico Tardini, il clero italiano era «tumultuoso, esaltato, guerrafondaio» (p. 140) e i vescovi i «più verbosi, più eccitati, più... squilibrati di tutti» (p. 9). Ma Pio XI si limitò a far raccomandare – in segreto – maggiore moderazione e prudenza, contribuendo così a far diffondere nel mondo l’immagine di una Santa Sede pienamente consenziente alla politica di Mussolini. Giorgio Vecchio (da «Impegno», rassegna di religione, attualità e cultura, Bozzolo, anno XXI, n. 2, novembre 2010). Lucia Ceci, Il Papa non deve parlare. Chiesa, fascismo e guerra d’Etiopia, Prefazione di Angelo Del Boca, Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 266.

Italia e cattolici dall’Unità a oggi

A oltre dieci anni dall’uscita del volume, Guido Formigoni ripropone una nuova edizione de L’Italia dei cattolici, aggiornata e arricchita di un capitolo finale, che si distende, con gli attrezzi del «mestiere di storico», fino alle soglie della stretta attualità. La fatica editoriale esce opportunamente nel clima delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, offrendo rinnovati spunti per ripensare il tortuoso rapporto tra i cattolici e l’idea di nazione dall’incubazione risorgimentale a oggi. L’autore, nella pregevole sintesi offerta, muove dalla convinzione – lucidamente argomentata – che il mito del-

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la «nazione cattolica» abbia pervasivamente alimentato la cultura delle diverse componenti della Chiesa italiana, imponendosi anche sulla contrapposizione frontale con lo Stato nazionale dopo l’unificazione. Si è trattato, infatti, di uno schema che, nelle differenti declinazioni conosciute, ha funzionato ora come collante ideologico, ora come risorsa mobilitativa, ora ancora come fattore di legittimazione, che ha permesso di avvicinare il mondo cattolico, in forme non prive di aspetti problematici, nell’orizzonte della nazione italiana. L’assunzione di questo modello ha indirettamente offuscato la capacità di cogliere i processi di laicizzazione delle istituzioni e di secolarizzazione della società che hanno contraddistinto la «via italiana» alla modernizzazione, non impedendo, tuttavia, al mondo cattolico di ricorrere, seppure attraverso filtri selettivi, agli strumenti della modernità. Dal crogiolo della seconda guerra mondiale e poi della Resistenza, il mondo cattolico italiano è uscito legittimato a svolgere un ruolo mediatore tra individualità nazionale e orizzonte mondiale. Il partito della Democrazia Cristiana si è così posto al centro della politica del Paese, conciliando la patria ideale con quella statuale, nel nuovo quadro di rapporti tra fede religiosa e democrazia. Per questa strada, il mondo cattolico ha paradossalmente offerto un contributo significativo al consolidamento dello Stato, che le generazioni che lo avevano visto nascere avevano osteggiato. Se con il Concilio i residui «guelfi» si sono scoloriti, negli anni Sessanta il mondo cattolico italiano ha dovuto fare seriamente i conti con il progressivo smottamento delle basi su cui si fondava l’idea stessa della Italia «naturalmente cattolica». Anche rispetto alle problematiche emergenti, le risposte non sono state univoche. Nella fuoriuscita dal mito, è emersa una progettualità capace di avviare una «organica prospettiva di evangelizzazione», ancorata a letture realistiche sull’incidenza dei processi di secolarizzazione. Paolo Trionfini

Guido Formigoni, L’Italia dei cattolici. Dal Risorgimento ad oggi, Il Mulino, Bologna, 2010, pp. 217. (da «Impegno». cit.

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In questo numero

I corsivi di «Dialoghi» ✧ LE TRISTEZZE E LE ANGOSCE DI OGGI (Editoriale) ✧ SEGNI RELIGIOSI IN PUBBLICO (a. l.)

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Dossier ogm ✧ CHI HA PAURA DEGLI OGM? (Marco Martucci) 3 ✧ LA SVIZZERA FINORA HA DETTO «NO» (Daria Lepori) 5 ✧ GLI OGM E LA CRISI ALIMENTARE MONDIALE (Intervista a Pietro Veglio) 6 2

Articoli

✧ TESORI DELLA TERRA E DIRITTI UMANI (Federica Mauri Luzzi) ✧ CONFERMATA A DAKAR LA VITALITÀ DEL FORUM SOCIALE MONDIALE (Daria Lepori) ✧ EL CAMINANTE È GIUNTO ALLA META (Claudia Fonti) ✧ DOPO LA TEMPESTA, LA QUIETE DEI CIMITERI? Il memorandum di 143 teologi tedeschi ✧ ZONE PASTORALI O CHIESE DOMESTICHE? (Scriba) ✧ BIBLIOTECA L. Planzi, Luigi Sturzo e il Cantone Ticino (A. Dadò) L. Ceci, Il Papa non deve parlare (Laterza) G. Formigoni, L’Italia dei cattolici (Il Mulino)

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✧ CRONACA INTERNAZIONALE 9, 10,18 ✧ CRONACA SVIZZERA 15, 16 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 17

dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.

dialoghi 216  

Dialoghi n.ro 216

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