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214 dialoghi Locarno – Anno 42 – Dicembre 2010

di riflessione cristiana

È tutta colpa dell’Illuminismo?

BIMESTRALE

«Manca uno spirito di comunione, l’impianto anche di strutture che favoriscono il dialogo, il confronto, il lavoro insieme e meglio distribuito; la conoscenza, l’adesione più curata alla Parola di Dio, celebrazioni liturgiche gioiose e ben partecipate, la capacità di lettura dei segni dei tempi, che favorisce la comunicazione, uno stile di povertà e di sobrietà che impegna a favore della giustizia, della solidarietà, della libertà». Così, rispondendo a una domanda del «Giornale del Popolo» (23 settembre 2010), il vescovo di Lugano, Pier Giacomo Grampa, riassume le grandi linee della sua ultima «lettera pastorale»: Come il Padre ha mandato me… io mando voi, pubblicata in settembre. Si farebbe violenza al modo più argomentato della Lettera riducendola a questo sfogo. Ma sarebbe improprio anche ridurre a un tratto caratteriale il senso di angoscia che monsignorGrampa esprime di fronte alla situazione della (continua a pag. 2)

Dossier Economia

RIPENSARE CONFINI E CRESCITA

Confini cicatrici della storia, ma in futuro… di Remigio Ratti pag. 3 Contro il mito della crescita continua e illimitata di Silvano Toppi pag. 7

La pecora nera siamo noi! Il 28 novembre, l’elettorato svizzero ha approvato, con il 52,9% dei suffragi, l’iniziativa dell’Unione democratica di centro per l’espulsione automatica degli stranieri condannati per reati penali o che hanno frodato le assicurazioni sociali, contro il parere del Consiglio federale e del Parlamento. Il nostro nuovo ministro della giustizia ha già dato garanzie a Bruxelles che la legge d’applicazione terrà conto dei trattati internazionali sottoscritti dalla Svizzera – non fosse che per rispetto della non esigua minoranza che ha respinto l’iniziativa (o il banco va tut-

to al vincitore?). Difficoltà di applicazione a parte, ci siamo di nuovo illustrati nel mondo come un Paese intollerante e xenofobo. «Dialoghi» ha dunque scelto di adottare la copertina del quotidiano ginevrino «Le Courrier» del 29 novembre, non senza ricordare ai lettori che quel giornale si appoggia in modo determinante al libero contributo dei sostenitori. Il «sottoscrittometro» di quest’anno dà un totale di entrate di fr. 220.017; per chiudere i conti in pareggio mancano 80 mila franchi. Gli abbonamenti costano fr. 373.00 annui (normale), fr. 299.00 (promozionale, per il primo anno). L’indirizzo è: «Le Courrier» - Service des abonnements - Rue de la Truite 3 / CP 238, 1211 Genève; abo@lecourrier.ch.


2 (continuazione da pag. 1)

porzione di Chiesa a lui affidata. È un sentimento che emerge da sempre più numerose e ripetute denunce del Vescovo ormai vicino alla data delle obbligatorie dimissioni (autunno 2011): un tratto di realismo che gli fa onore ma che dev’essere verificato e approfondito. Il punto di vista di monsignor Grampa, certo fondato sulle impressioni raccolte durante la Visita pastorale che ha toccato tutte le parrocchie del Ticino e ora tocca le «zone pastorali», andrebbe verificato («Dialoghi» lo sostiene da molto tempo) attraverso uno studio sociologico completo, per il quale si dice che mancano sempre i mezzi. La realtà è che non è ritenuto una priorità, visto che per altre spese non mancano né la volontà né la capacità di raccogliere il necessario. Sono due i punti sui quali monsignor Grampa ha più volte, anche pubblicamente, insistito: (1) l’azione pastorale dev’essere centralizzata, far leva su strutture diocesane dotate di personale e di mezzi secondo le nuove esigenze (formazione, comunicazione, sacramenti), alle quali si deve obbligatoriamente riferirsi; (2) la trasmissione della fede è ormai compito essenziaie dei laici e in particolare delle famiglie. Queste linee programmatiche trovano ostacolo in due elementi tradizionali del cattolicesimo com’è vissuto nel Ticino: (ad 1) l’autonomia della parrocchia, prodotto di circostanze storiche e di un enfatizzato spirito di campanile, ancora oggi in molti casi affermati polemicamente rispetto a questo o quel vescovo diocesano; (ad 2) la tradizionale riservatezza del popolo cristiano ticinese nelle cose di fede e di religione, la secolare delega delle responsabilità di trasmettere la fede al clero – un tempo numeroso, oggi assente dalla maggior parte delle situazioni di vita. Questo stato di cose – monsignor Grampa ha ragione! – deve cambiare in profondità se si vuole che il Cristo – detto con un pizzico di scusabile esagerazione – trovi ancora fede sulla terra quando ritornerà. Ma l’accento posto sulla Diocesi (ottime le premesse ecclesiologiche descritte nella Lettera pastorale, al seguito del Concilio Vaticano II) richiederebbe che la Chiesa locale fosse governata in modo più partecipato, meno personale da parte del Pastore (… anche se si può capire l’impazienza davanti a molte resistenze, che induce a fughe in avanti). È tutto vero: per i consigli diocesani, si ha «la sensazione che, di elezione in elezione, sia sempre più difficile trovare

opinioni

nuovi candidati e candidate perché la partecipazione e collaborazione alla vita della Chiesa gode ormai di ben poca stima a livello pubblico». Ma è una situazione denunciata da tempo, per correggere la quale i vescovi (e chi dovrebbe?) non hanno mai fatto nulla. Pure il problema del finanziamento delle strutture diocesane – che impedisce l’assunzione di personale laico qualificato – si pone da almeno vent’anni: doveva essere affrontato e risolto da gran tempo, perché la messa in opera di nuove capacità e responsabilità non può essere paralizzata in eterno dalla indisponibilità dei mezzi necessari! E, infine, sono stati sciupati cinquant’anni, dal Concilio in poi, tralasciando di conferire alle famiglie (in sostanza: ai laici) responsabilità nell’educazione alla fede, perché la maggior parte dei preti non ha voluto, o solo a malincuore è stata disposta, a rinunciare al monopolio del sacro deposito. Purtroppo, facilmente questo tipo di di-

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scorso sfocia in propositi di «rievangelizzazione» che non condividiamo nella misura in cui interpretano la condizione secolarizzata del mondo moderno come un momento di decadenza da recuperare ripristinando le buone pratiche dei tempi antichi. Il fatto è che un’età dell’oro del cristianesimo, da cui illuminismo e secolarizzazione ci avrebbero staccati, non è mai esistita. «L’errore di analisi non si concentra nel modo di tratteggiare l’età presente – scrive Piero Stefani, docente universitario di esegesi biblica e redattore della rivista “Il Regno” di Bologna – ma è frutto della maniera in cui si erano dipinte le società precedenti (…) Nessuna società apparsa su questa terra è stata conforme al Vangelo. Sono esistite solo società in cui il sacro costituiva una forma di collante collettivo nel senso della religio, ma ciò è esattamente quanto la predicazione evangelica ha cercato di mandare in frantumi al fine di attestare un modo diverso di vivere la fede». E. M.

Povertà e diritti umani

Le tre Chiese nazionali svizzere, in occasione della «Giornata internazionale dei diritti umani» del 10 dicembre, hanno pubblicato una dichiarazione nel quadro dell’Anno europeo per la lotta contro la povertà. Esse attirano l’attenzione sul legame tra povertà e diritti umani. Nella dichiarazione, diffusa il 2 novembre, la Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera, la Chiesa cattolico-cristiana di Svizzera e la Conferenza dei vescovi svizzeri sottolineano l’esistenza della povertà, in Svizzera come nel mondo, che oltre a persistere registra un aumento della ineguaglianza tra ricchi e poveri. La dichiarazione invita le Chiese e le comunità a essere maggiormente luoghi ove i poveri sono accolti ed ascoltati, dove trovano ospitalità, dove sono incoraggiati a rimettersi in piedi. Le Chiese mettono in relazione povertà e diritti umani, due concetti che creano una duplice conseguenza: da un lato, la povertà impedisce la realizzazione dei diritti umani (limitando l’accesso alla salute, alla formazione, favorendo il lavoro minorile, ecc.), dall’altro, la negazione dei diritti crea la povertà (diseguaglianze tra uomo e donna, discriminazione delle minoranze, esclusione sociale, ecc.) La dichiarazione indica tre prospettive principali per la lotta contro la povertà: la lotta deve essere multisettoriale, perché la povertà non è solo materiale e va combattuta in ogni aspetto, da quello economico a quello sociale, politico, culturale. La lotta deve realizzare una maggiore equità, in quanto si tratta di garantire a tutti le stesse possibilità di accesso al benessere (le Chiese indicano specialmente le condizioni disagiate di donne e migranti). Infine, la lotta alla povertà deve permettere alle persone di essere protagoniste: non si tratta solo di ridistribuzione della ricchezza, ma di una politica di riconoscimento e di rispetto. L’argomentazione in favore dei diritti umani va rafforzata con una riflessione biblica e teologica. Ispirandosi al racconto dell’ evangelista Matteo sul giorno del giudizio (25, 31-46), le Chiese propongono un accostamento al povero in tre momenti: la pietà, l’impegno personale, l’azione sociale. Infine, le Chiese chiedono di sostenere due petizioni, elaborate da ACAT (l’Azione cristiana per l’abolizione della tortura): una solleva il problema del diritto alla salute degli oltre centomila (!) clandestini in Svizzera, il 90% dei quali con una limitata protezione in caso di malattia; la secondo ricorda la sorte delle minoranze curde in Turchia, che in conseguenza della guerra tra i separatisti e l’esercito sono spinte a rifugiarsi nei centri urbani, cadendo nella povertà.


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Confini cicatrici della storia, ma in futuro... Per una nuova lettura dei rapporti di frontiera con l’Italia «Frontiere, cicatrici della storia»: così il filosofo ginevrino Denis de Rougemont le aveva definite sessant’anni fa all’uscita della seconda guerra mondiale e nella visione di un’Europa delle Regioni. Un pensiero forte, una chiave di lettura adatta a un discorso destinato a dispiegarsi sull’arco non di anni ma di decenni. Infatti, De Rougement ha anticipato sia il processo d’integrazione europea sia i suoi limiti attuali. La Svizzera meridionale e il Ticino, per il rapporto che hanno con il loro spazio naturale (culturale, sociale, economico) sono un laboratorio in cui le cicatrici della storia sono ancora più che mai presenti: nella percezione della gente e dei politici; nei movimenti di fondo, tettonici, di un campo di forze che inesorabilmente cambia la nostra territorialità, definita come capacità e modalità di affrontare il cambiamento. Gli esempi li abbiamo tutti davanti agli occhi: dalle sistematiche votazioni popolari contrarie al processo di costruzione europea alla «scoperta» che la caduta, il 15 ottobre, del diaframma della galleria ferroviaria più lunga del mondo è parte di un sistema in cui i confini non dovrebbero più esistere; allo scudo fiscale del Ministro Tremonti e alla messa in crisi, invero molto pretestuosa, della Regio Insubrica. Poiché di questi temi mi occupo da ormai diversi decenni, tento un rapido inquadramento del contesto e della situazione attuale, puntando a un suggerimento originale per dare maggiore concretezza alla collaborazione transfrontaliera e offrire una via d’uscita alla crisi insubrica. La natura dell’effetto frontiera

La frontiera è un concetto complesso: ha la funzione di separare ma anche quella di mettere in contatto realtà socio-economiche, culturali e istituzionali diverse. Inoltre, noi siamo abituati a concepire la frontiera come una linea fissa. Ma questa è solo una delle accezioni del termine. Per un americano, la frontiera può significare al contrario qualcosa di mobile: il grande storico Frederick Turner descrive la frontiera americana come un continuo processo di spostamento dalle coste atlantiche al Pacifico, mentre il ter-

di di Remigio Ratti

mine inglese di «border» definisce la frontiera non come una linea ma come uno spazio che, pur separando realtà diverse, è anche zona di contatto. La frontiera può essere, secondo le contingenze storiche o la percezione sociale, linea, zona, fissa o mobile. Ne deriva una combinazione tipologica interessante, capace di spiegare molte situazioni; noi la applichiamo alle relazioni Svizzera-Italia, TicinoLombardia.

La frontiera come linea fissa È quella introdotta dopo la Costituzione federale del 1848 e la nascita, nel 1861, del Regno d’Italia. In questo scenario prevalgono i punti di vista e le forze nazionali – di Berna e di Roma – e le relazioni di vicinato diventano relazioni internazionali. Così, la storia ticinese ricorda la nascita di una frontiera linea fissa (il primo posto di frontiera e magazzino doganale svizzero a Chiasso è del 1850) come la fine della relazione naturale con lo spazio lombardo e piemontese, ora destinata a tramutarsi in una forte emigrazione oltre mare. Per un lungo periodo, la minoranza di lingua italiana dovrà convertire lo sguardo verso nord, riuscendoci così a fatica da tradursi formalmente, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, nelle «Rivendicazioni» ticinesi. Tale capitolo rivendicativo è ancora presente o latente nella politica ticinese del secondo dopoguerra e nella linea di alcuni movimenti.

La frontiera linea di separazione mobile Il secondo scenario tipologico è determinato dalla combinazione di due logiche di frontiera: quella della frontiera-linea e quella della frontieramobile. Siamo qui nel campo della geopolitica e dei fenomeni di conquista di spazi di influenza e di allargamento della territorialità, che possono avere scopi economici, politicomilitari o ideologici. Anche qui non c’è bisogno di andare lontano per ritrovare esempi locali: l’idea fascista di una frontiera mobile, quindi al San Gottardo e le conseguenti manifesta-

zioni irredentiste. Ne segui una reazione in appoggio alle attività degli antifascisti italiani e lo sviluppo di sentimenti nazionalistici che spinsero perfino a costruire e vantare con Guido Calgari le virtù dell’ «uomo del Gottardo». Concezioni forse inconsciamente riprese dalle forme di regionalismo regressivo odierne, quando si è potuto evocare lo spostamento della dogana ad Airolo e/o il modello di un Ticino «zona franca».

La realtà della frontiera «filtro» Un terzo scenario – corrispondente alla realtà di frontiera degli ultimi cinquant’anni – è il frutto della combinazione tra la frontiera concepita come linea di demarcazione tra due o più realtà istituzionali e la frontiera concepita come zona di contatto funzionale tra collettività diverse. È in questa tipologia che possiamo situare i processi d’integrazione-cooperazione europea, nonché quelli della cooperazione transfrontaliera. La percezione dell’Italia da parte degli svizzeri italiani non sembra essere ancora uscita da un doppio e ambiguo atteggiamento: da una parte si vuole essere diversi, dall’altra emerge un bisogno vitale di scambio. Da qui il concetto – originale e di relativo successo – che avevamo definito negli anni ottanta: quello di frontiera filtro, per definire l’atteggiamento di chi vuole essere aperto, ma lasciando passare solo quello che a lui piace, o che è determinato dai rapporti di forza e d’interesse. Un modello indubbiamente realistico ma difficile da governare, perché frutto di livelli istituzionali diversi, quindi non sempre adeguati alle realtà transfrontaliere. Infatti, le situazioni di frontiera-filtro sono spesso caratterizzate da effetti asimmetrici (positivi per gli uni, negativi per gli altri) o catalizzano processi indesiderati, o speculativi. Il Ticino è un laboratorio ideale per dimostrare il funzionamento della frontiera-filtro. È sulla base di rendite di posizione – dovute alle differenze istituzionali, di contesto e di percezione – che la banca e la finanza localizzate in Ticino hanno potuto sviluppare e raggiungere un posto al sole quale terza piazza finanziaria svizzera. È sulla base di rendite differenziali – dovute alle differenza salariali, di prezzo dei


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beni o del mercato del lavoro – che il Ticino ha sviluppato un settore industriale: dapprima nei settori a forte intensità di lavoro poi in settori sempre più diversificati ed interessanti. Il fenomeno del frontalierato è emerso a partire dal 1966 quando la legislazione svizzera ha liberato i frontalieri dal blocco delle assunzioni di manodopera estera e si è sviluppato sotto il regime del filtro: un lavoratore frontaliero poteva essere assunto quando si poteva dimostrare che non vi fosse un residente interessato a quel posto (ma in generale creato su misura per il frontaliere, poiché legato alla logica delle rendite differenziali). Con i trattati bilaterali – basati sulla regola europea della libertà di movimento delle persone – è caduto il filtro e sono apparse differenze strutturali e distorsioni da effetto frontiera non risolvibili solo localmente e in tempo breve.

La frontiera in un campo di forze aperto Un ultimo quadro teorico combina la frontiera percepita come mobile con quella vissuta come zona di contatto. In quest’ottica situiamo le frontiere socio-culturali nel senso di un’apertura al pluralismo e a dinamiche di identità sempre in movimento. In questo senso, la percezione della matrice culturale italiana non può fermarsi alle frontiere di Stato – anche se esse possono influenzarla, condizionarla e, sovente, distorcerla. Persino il fascismo è stato, per reazione, un’occasione per gli svizzeri per rafforzare a loro modo la propria conoscenza e i contatti con la cultura italiana. Il principio della difesa spirituale del Paese aveva portato alla fine degli anni Trenta alla costituzione nei nostri atenei di cattedre, presto diventate prestigiose, di lingua e cultura italiana (facendosi in parte perdonare lo scopo vero, che era di offrire un’alternativa agli studi in Italia). Oggi il principio non può più essere quello della difesa spirituale e deve appoggiarsi su una vera politica culturale per l’insieme della Svizzera. Anche su questo punto ci troviamo in una fase di transizione, non sempre ben percepita, comunque laboriosa. Come interpretare la chiusura di alcune di queste cattedre? Quanto può significare la nascita a Lugano dell’ISI – un istituto di studi italiani – che innova facendo riferimento alla civiltà italiana? Quale il significato e l’apporto, anche dal punto di vista del servizio al Paese, di una Svizzera italiana divenuta a pieno titolo sede universitaria? Basta-

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no le nuove istituzioni per dimostrare il superamento delle frontiere e lo sviluppo di nuove prossimità? Quest’ultime le definiamo volentieri – in un’epoca di globalizzazione – come prossimità non più solo territoriali ma relazionali, basate su condivisioni di valori, obiettivi e di spazi e reti funzionali. Prossimità costruite, come nel caso della lingua, in spazi «italici» aperti, cioè rispettosi delle identità multiple di un’«italicità» che costituisce la nuova frontiera del sentire italiano nel mondo (e anche del nostro essere svizzeri di lingua italiana). Collaborazione transfrontaliera: un castello di sabbia?

La nostra analisi tipologica dell’effetto frontiera permette di capire come mai si sia dovuto attendere fino al 19 gennaio 1994 per costituire la Regio Insubrica: non una nuova istituzione, come si tende a credere, ma semplicemente un’associazione per la promozione della collaborazione transfrontaliera. Eppure, la Regio Basiliensis risale al 1965 ed è del 1980 la Convenzione-quadro di Madrid, voluta dal Consiglio d’Europa per un più sistematico approccio alla cooperazione tra enti regionali e locali di frontiera. Del 1990 è il lancio, che la Commissione europea sostiene in nome della politica di coesione e finanzia con i suoi «fondi strutturali», dei programmi di cooperazione Interreg, proposti agli stati membri dell’Unione Europea e ai Paesi terzi limitrofi, Svizzera compresa. L’adesione della Svizzera a questo schema fu tiepida. Ben sedici sono i cantoni di frontiera interessati, ma con situazioni molto diverse secondo il Paese di riferimento – Austria, Germania, Francia e Italia – e con rapporti funzionali e strutturali differenti (Ginevra e Basilea sono città-polo con entroterra transfrontaliero; per il Ticino, il polo o la forza demografica sono piuttosto dall’altra parte della frontiera; ancora diversa è la situazione del Giura e ai confini del Bodanico, o per i «parchi» delle vallate del Locarnese). La Confederazione, rispettando il federalismo, dà proporzionalmente ai Cantoni la possibilità di attingere al relativo finanziamento, ma sottovaluta in particolare la situazione con l’Italia, per cui i ticinesi, grigionesi e vallesani coinvolti nei progetti del quarto programma Interreg (con scadenza nel 2013) vedono il partner italiano beneficiare del 90% dei fondi garantiti dall’UE e dalle istanze regionali ita-

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liane contro il 10% racimolato dalla Confederazione e dai rispettivi Cantoni. Inoltre la Regio Insubrica, in quanto associazione, non può essere partner direttamente attivo in questi progetti, che spaziano dal culturale, al sociale, alle infrastrutture e alla promozione di specifiche reti economiche a supporto di attività produttive, turistiche e di servizio. Eppure la realtà della nostra regione transfrontaliera – l’Insubria comprende, oltre il Ticino, le province di Como, Varese, Cusio-Ossola, alle quali si sono poi aggiunte Novara e Lecco – copre un comprensorio di quasi due milioni di abitanti entro un raggio di venti chilometri dal confine. Questa dimensione transfrontaliera rappresenta anche per il Piano federale di sviluppo territoriale 2030 l’elemento strategico di una politica di coesione e di sviluppo che fa i conti con le nuove dimensioni metropolitane e interregionali europee. Senza voler fare in questa sede un bilancio di quindici anni di collaborazione transfrontaliera, le polemiche di questa primavera e la minaccia del Cantone Ticino di uscire dall’Associazione (non mi pare molto riflettuta l’uscita dell’USI, mentre è decisamente anacronistica quella del comune di Stabio) devono indurre a riprendere in considerazione le dinamiche di fondo. Del tutto congiunturali, e anche poco pertinenti, sembrano le ritorsioni locali a problematiche come lo scudo fiscale. Tensioni politiche si registrano pure per un uso opportunistico della Regio. Politici, funzionari e mass media dimostrano poca perseveranza nel credere agli obiettivi di lungo termine. Sono tutti indicatori della percezione della varietà degli effetti della frontiera citati all’inizio e tuttora operanti in tutte le loro varianti. Le sfide di una realtà «glocal» e la nuova Insubria

Stiamo assistendo, senza che sia minimamente oggetto di discussione, a una lombardizzazione strisciante della nostra economia (invero mal percepita dalla gente, anche se corrispondente all’indicazione strategica della stessa Berna federale) e a una de-elvetizzazione dell’economia ticinese che, di fatto, è entrata in una fase di sviluppo «glocal», dove il «locale» deve affrontare senza troppe mediazioni statali o filtri il «globale». In questo scenario il tema della frontiera è il catalizzatore, ma non la causa, di im-


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portanti fenomeni in atto ma di cui non conosciamo bene i processi. La Convenzione quadro di Madrid ha conosciuto un’evoluzione, da ultimo con un nuovo protocollo (N° 3) in favore della creazione di organismi di cooperazione transfrontaliera o interterritoriale nella forma di «raggruppamenti euro regionali di cooperazione - REC». Questa forma giuridica del REC verrà a breve impiegata per il progetto di agglomerazione francovaldo-ginevrina (www.projet-agglo. org). Anche i programmi UE/ Interreg di nuova generazione (2014-2020) prendono in considerazione una dimensione interregionale più ampia. Si delinea quindi il rischio effettivo di esserne tagliati fuori, se la nostra visione si posiziona sull’onda del localismo e di un regionalismo regressivo. Si va ormai oltre la cooperazione: cioè verso una vera e propria piattaforma territoriale transfrontaliera, orientata dai progetti più trainanti e coinvolgente tutti gli attori in gioco. Alptransit è il progetto che dovrebbe aprirci gli occhi. Solo formalmente è un progetto svizzero (i venti miliardi di franchi li paghiamo noi, ma così abbiamo voluto!). Conseguirà il suo scopo solo se serve alle Regioni d’Europa. Non «salterà» il Ticino-zona grigia se il Cantone ne considera le opportunità, ben oltre quella della mobilità. Lo stesso vale per le province limitrofe toccate dal grande progetto – che include la bretella Mendrisio-Stabio-Varese-Gallarate (Sempione)-Malpensa – in quanto dovrà integrarsi e servire l’intero sistema della mobilità commerciale e dei viaggiatori dell’area metropolitana nord-italiana. Nel medesimo tempo, tutta una serie di progetti apparentemente minori assumeranno una valenza transfrontaliera, perché i problemi ambientali, di sviluppo e di riassetto del territorio sono comuni. Trasformare la Regio Insubrica in un think tank?

Nel quadro e nelle dinamiche accennate non appare irriverente denunciare la debolezza politica della Regio quando il Presidente di turno cambia ogni anno e le strutture d’appoggio non sono all’altezza della sfida. È la politica che deve indicare la direzione e precisare i grandi obiettivi, lasciando a una nuova struttura professionale, a un gruppo creativo di persone che riflettono (think tank) e a commissioni d’esperti la definizione della piattaforma entro la quale pro-

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muovere progetti operativi. La politica interverrà poi ancora in seguito sanzionando i protocolli d’intesa e assicurando le risorse. Nel frattempo matureranno soluzioni giuridiche più vincolanti, come previsto dal citato protocollo N° 3 della Convenzione di Madrid. Non si tratta allora tanto di allargare il territorio della Regio Insubrica – questo può essere fatto anche con intese a geometria variabile, senza escludere che una nuova struttura della Regio possa fare riferimento anche a Milano – quanto di assicurarne l’operatività. Lo statuto di semplice

Spiritualità della politica

associazione di promozione – lasciata in balia delle personalità ma anche delle debolezze e delle contingenze politiche – deve poter essere superato. Una fondazione, forte dell’appoggio politico più allargato possibile, a me pare più ideonea a conseguire una visione di lungo termine, progettualità ed operatività. Occorre più professionalità, senza per questo scivolare nel tecnocratico e mettere da parte il politico. Sarà questione di suddivisione di ruoli, nel tempo e nelle procedure, verso l’obiettivo di una piattaforma territoriale transfrontaliera.

BIBLIOTECA

È questo il titolo adeguato (appare come sottotitolo esplicativo) dell’ultima fatica di Giorgio Campanini, studioso di etica politica e di storia del movimento cattolico, autore di numerosi studi e insegnante alle università di Parma, Lugano e Lateranense di Roma. Vivace ottantenne (auguri!), Campanini cerca di indicare le strade della spiritualità (cioè le vie per andare in Paradiso) che dovrebbe percorrere un politico cristiano. Nell’agile volume (solo 172 pagine), l’autore comincia a spiegare l’originalità dell’argomento. I cristiani dei primi tempi erano perseguitati (la via della santità era il martirio!), poi venne il tempo degli imperatori e dei monarchi cristiani, e la Chiesa indicò loro come costruire «lo Stato cristiano»; in seguito, contro il laicismo e la secolarizzazione, i cattolici furono sulla difensiva per tutelare diritti e privilegi della Chiesa, non già per governare lo Stato moderno. Così – riassumendo grossolanamente – il tema della «spiritualità» del politico riscosse poco interesse nella riflessione e nella letteratura cristiana, salvo significative eccezioni; interessava e preoccupava di più il contenuto della politica, «la moralità della politica» più che non «la morale del politico». La generalità dei cristiani si affaticava nelle faccende quotidiane, se non aveva abbracciato lo stato clericale di prete, di monaco o di suora, a loro si proponevano le virtù che valevano per i monaci, fino alla «rinuncia al mondo». Ma la dottrina cattolica è mutata, per almeno due fondamentali avvenimenti: il prima linea il Concilio

Vaticano II, accogliendo quanto i teologi ormai avevano rivalutato da decenni, riconobbe la bontà, per aspirare alla santità, delle cosiddette «realtà terrestri» (la famiglia, la cultura, l’economia, ma anche la politica) che venivano inoltre indicate come valori e compiti fondamentali per i laici (cioè i non-ecclesiastici); poi, altrettanto fondamentale, il diffondersi del sistema democratico, che faceva della politica una vera e propria professione (cristianamente, una «vocazione») per un numero di cristiani maggiore che non nelle monarchie. Inoltre, con il diritto di voto e di elezione, l’impegno politico veniva esteso a tutto il popolo cristiano, persino alle donne, se non ai minori. Onde l’opportunità, anzi la necessità, di indicare come deve comportarsi un cristiano che fa della politica la sua «professione», e come deve comportarsi ogni cristiano che ha la possibilità, e quindi il dovere, di partecipare alla politica, intesa come servizio al bene comune. Per Benedetto XVI, la politica è riconosciuta come «la via istituzionale» della carità (Caritas in veritate, n. 7). Secondo Campanini, «a partire dalla fondamentale categoria della laicità, è stato successivamente possibile gettare le fondamenta di quell’edificio, ancora in parte da completare, che è appunto la visione cristiana della spiritualità della politica». In un capitolo l’autore si premura di indicare sette «virtù del politico cristiano»; un utile promemoria per i candidati in questo periodo elettorale. a. l.

G. Campanini, Testimoni nel mondo. Per una spiritualità della politica, Edizioni Studium, Roma, 2010, pp. 176, € 13.


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Parrocchie verdi. È questo il titolo della guida ecologica all’attenzione delle Chiese che è stata pubblicata da oeku presso l’editore ginevrino Labor et Fides. La comunità di lavoro per le Chiese e l’Ambiente vuole con questo manuale sensibilizzare tutte le persone che in una maniera o in un’altra agiscono all’interno di una parrocchia a una maggiore attenzione nei confronti dell’ambiente. Molti aspetti riguardano coloro che devono amministrare immobili di proprietà parrocchiale, ma anche chi si occupa della chiesaedificio e dei suoi dintorni. I capitoli trattano del consumo d’acqua e d’energia, delle pulizie e degli addobbi floreali, delle candele e degli spazi verdi. Uno è intitolato: «L’ecodiaconia: un gesto di fede e di discernimento». Un altro infine affronta il tema della mobilità. Non si arriva a suggerire l’uso della bicicletta elettrica ai preti delle valli…

Un record. Il 19 settembre è stata inaugurata la più grande centrale fotovoltaica svizzera installata sul tetto di un edificio religioso. Si tratta della chiesa ecumenica di Halden a San Gallo-città. La comunità è, sin dagli anni ‘90, attenta alla questione ecologica. La parrocchia è dell’opinione che le Chiese abbiano una grande responsabilità per ciò che concerne la salvaguardia del Creato, che si debbano impegnare a non sprecare risorse e che debbano promuovere fonti alternative di energia. Un impianto di questo genere sul tetto di una chiesa è espressione di una spiritualità che vede l’essere umano come parte di un tutto, la Creazione appunto. Il nostro stile di vita deve essere tale da permettere alle generazioni future di vivere su un pianeta intatto. L’impianto realizza quanto enunciato nelle «linee guida» di questa parrocchia sangallese: «concreta, premurosa, coraggiosa, visionaria». Per chi è interessato agli aspetti tecnici: in momenti di punta produttiva l’impianto produce 43 kW e permette di fornire elettricità a dodici economie domestiche.

Tutto bene, ma… Il consumo di acqua in Svizzera è diminuito sensibilmente negli ultimi trent’anni, passando da 200 a 160 litri per persona al giorno. Nel calcolo del consumo tota-

le, che comprende anche il consumo industriale, siamo passati da 500 a 400 litri pro capite. A prima vista è una tendenza rallegrante, visto che l’acqua è una risorsa preziosa e va protetta (sta scritto addirittura nella Costituzione svizzera). Ma come è stato possibile, ci si domanda, visto che siamo una società in crescita? È il cambiamento di abitudini, si risponde: si fa la doccia e non il bagno, i nuovi elettrodomestici (lavatrici e lavastoviglie) utilizzano sempre meno acqua, la delocalizzazione di industrie all’estero. Ahi! L’acqua per produrre molti dei nostri beni di consumo è dunque sfruttata altrove, magari addirittura dove non è a disposizione in abbondanza. Soddisfazione con riserva, dunque

Indigesti per natura. È utile ricordare che alla natura occorrono sei mesi per il processo di decomposizione di un fazzoletto di carta, cinque anni per una gomma da masticare, cento per una lattina o una bottiglia di plastica e mille per una di vetro.

Landgrabbing. Jesse Mugambi, teologo, professore di filosofia ed ecologista keniota, membro del gruppo di lavoro del Consiglio ecumenico delle Chiese sui cambiamenti climatici, rileva con amarezza che l’Africa è il solo continente che produce ciò che non consuma e consuma ciò che non produce. L’Africa sarebbe perfettamente in grado di nutrire la sua popolazione, da sempre tuttavia non è stata messa in condizioni farlo. All’inizio del XX secolo, distese immense di terra fertile sono state destinate alla coltura di caffè, tè, cotone, arachidi e di sisal da esportare, contribuendo alle gravi penurie alimentari in molti paesi. Negli anni ’70 del Novecento, le terre su cui le famiglie contadine coltivavano il mais hanno cominciato a venir convertite alla canna da zucchero per la produzione di etanolo. Oggi si stima che cinque milioni di ettari di terra – la superficie della Danimarca – sono in via di acquisizione da parte di imprese estere che desiderano coltivarvi biomasse da destinare alla produzione di agrocarburanti. Sono soprattutto le imprese europee e cinesi che dominano questa pratica, per il momento localizzate in undici Paesi. Le acquisizioni hanno provocato proteste in Ghana, Madagascar e Tanzania. Quel-

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lo che dagli specialisti viene definito landgrabbing comprende l’acquisizione di terre (a tempo determinato o indeterminato) per la produzione di generi alimentari non destinati all’Africa. È dunque venuto il tempo di azionare la sirena d’allarme, perché in questo modo la sicurezza alimentare è gravemente minacciata. Sta ai governi dei paesi industrializzati intervenire sul piano politico. Ma è anche una questione di coerenza: non si può dare, da una parte, stanziando fondi per l’aiuto allo sviluppo, e togliere dall’altra lasciando totale libertà alle imprese di sottrarre le basi vitali alle popolazioni africane.

Sta bene lì. La notizia era già apparsa in questa sede, ma conviene riprenderla perché è un’iniziativa che dovrebbe fare scuola e perché ora il progetto ha fatto un passo in avanti. In Ecuador, alla frontiera con il Perù, in piena foresta amazzonica, esiste il parco nazionale Yasuni, la cui biodiversità è tra le più alte del pianeta. Sul suo territorio (10.000 km2, un quarto della Svizzera) sono stati localizzati in tre siti (Ishpingo, Tambococha e Tiputini) importanti giacimenti di petrolio: 840 milioni di barili, equivalenti al 20% delle riserve accertate nel Paese, la cui vendita procurerebbe 7,2 miliardi di dollari di entrate per l’Ecuador. L’Ecuador ha però proposto di rinunciare definitivamente allo sfruttamento dei giacimenti se la comunità internazionale gli verserà il 50% della perdita stimata. E perché mai la comunità internazionale dovrebbe essere interessata a non estrarre questo petrolio? Perché si eviterebbe di immettere nell’atmosfera 410 miliardi di tonnellate di CO2 il famigerato gas a effetto serra, corresponsabile dei mutamenti climatici. Il progetto Yasuni-ITT si presenta pertanto come un enorme ambito di compensazioni delle emissioni. Il Paese latino-americano da parte sua potrebbe salvaguardare in tal modo l’esistenza di tre popoli autoctoni che vivono nel parco nazionale in isolamento volontario: i Tagaeri, i Taromenane e gli Onamenane. Ora l’Ecuador ha firmato un accordo storico con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo per la creazione di un fondo che sarà gestito dall’ONU. Ciò rassicura i contribuenti potenziali senza intaccare l’autonomia del Paese. Vogliamo sperare che sia l’Ecuador sia il resto del mondo siano all’altezza di un progetto di tale portata.


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Contro il mito della crescita continua e illimitata Il «pil» misura della ricchezza? Superato e negativo! La storia delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre mi ha sempre impressionato. Se da bambino mi creava attese, da economista mi lascia ancora stupefatto. Dapprima perché ritengo Giuseppe, lo schiavo divenuto per quella storia viceré d’Egitto, il primo economista a definire la teoria dei cicli economici. Poi perché, tremila anni dopo, illustri economisti scoprono che quel «sette» è una costante del ciclo economico breve: sette anni di espansione eguiti da sette di relativa depressione. Tutti scientificamente calcolati sull’andamento del famoso pil, il prodotto interno lordo che sintetizza con una percentuale l’aumento o meno della ricchezza aggiunta nel Paese in un anno. Oggi si accompagna il movimento del ciclo con numerose altre varabili economiche, come l’occupazione, i consumi, gli investimenti, le scorte, la produttività, la quantità di moneta, i tassi di interesse, i prezzi, i profitti, i salari. Chi rilegge quella storia di Giuseppe (Genesi, 41ss) dovrebbe scoprire anche tre «logiche» di fondo: la crescita non è infinita, ha dei limiti, che finiscono per imporsi. Nel tempo delle vacche grasse è saggio creare le riserve per il tempo delle vacche magre; nel periodo delle vacche magre è doveroso ridistribuire nell’interesse di tutti quanto si è accumulato prima («allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano», anche «per chi veniva da altri paesi»). Queste tre «logiche» (o verità), che sembrano iscritte sin dalle origini nella natura dell’uomo, sono state dimenticate dalla scienza economica attualmente imperante, dalla pratica e dalla politica economiche che ne derivano, dallo stesso buon senso. Infatti, la crescita dev’essere ritenuta infinita, senza limiti, altrimenti non hanno senso né l’economia e nemmeno la vita. Ciò che conta è il profitto immediato, il guadagno istantaneo, nel breve termine (il cortoterminismo). Gli strumenti studiati e messi in atto oggigiorno da economia e finanza e dalle varie organizzazioni internazionali di pronto intervento rendono pressoché superata la nozione di ciclo. È poi solo l’accumulo di ricchezza, privatizzato, con sempre minori «spoliazioni» collettive (statalizzate, fiscali) che può eventualmente permettere una

di Silvano Toppi

ridistribuzione della ricchezza. (Osserviamo subito che la realtà attuale, per chi ha occhi per vedere e ragione per intendere, sembra stia dimostrando tutto il contrario, dando ragione a Giuseppe). L’economia imperante prende origine da un paradosso e da un’utopia Il paradosso è che sin dall’avvio, quando la crescita diventa obbligo, ci si accorge che si è imboccata una strada pericolosa, irrazionale. A metà degli anni Settanta, il famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology) pubblicò un rapporto che scosse il mondo. Era intitolato senza mezzi termini: Limits to Growth (1972), limiti alla crescita (titolo tradotto impropriamente: sia in italiano – Limiti dello sviluppo, Mondadori 1972 – sia in francese – Halte à la croissance?, Fayard 1973). Prediceva, con ampia dimostrazione, che la crescita economica non poteva continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. Il mondo, anestetizzato da una crescita che era già durata trent’anni (i «trent’anni gloriosi» del dopoguerra), non volle crederci, nonostante la crisi petrolifera. L’economia, che rifiuta sempre le utopie, rese invece coessenziale, per la sua stessa ragion d’essere, una delle utopie più innaturali e irrazionali, proprio quella demolita dal MIT: la crescita economica è, dev’essere, infinita, non può avere limiti (nonostante terra e uomo siano per natura e definizione «finiti»). Da tre decenni la crescita economica continua a esserci presentata come l’unica soluzione dei problemi del mondo e di ognuno di noi. È diventata credenza, culto, balsamo miracoloso per porre rimedio a tutto senza doverci pensare troppo. Diamo un’occhiata ai nostri giornali. La disoccupazione, il precariato, il lavoro ai giovani? Scompariranno se ritroveremo la crescita. Le pensioni nel 2030? Il ritorno all’equilibro sta nell’au-

mento regolare della crescita. Il cataclisma dei debiti pubblici? Qui il discorso si fa un po’ più complicato per un dilemma da cui non si esce: bisogna diminuirli per ricuperare in credibilità finanziaria, non caricare le generazioni future, ripartire con una crescita costante; non si possono diminuire senza creare disoccupazione, tensioni sociali, depressione, nuova crisi. La povertà, le crescenti ineguaglianze, la fame nel nondo? Se tutti cresceranno, con la globalizzazione, saranno ridotte. Ma come far fronte alla carenza di risorse, ai problemi ambientali, agli inquinamenti, alla crisi ecologica che non si può più negare? Si è inventata un’altra crescita, si chiama «crescita verde» o un altro sviluppo, si chiama «sviluppo sostenibile». Una crescita o uno sviluppo che tentano di continuare con un’economia di crescita (ritenuta irrinunciabile) salvaguardando perlomeno alcuni valori (natura, risorse, uomo, qualità di vita). È però spesso nutrita di altra utopia o di molta ipocrisia. La mitizzazione del «pil» e i sei assiomi

Rimangono sempre inespressi altri interrogativi, qualora si volesse perlomeno ragionare un poco sulla crescita. Ad esempio: sempre più di che cosa, per chi, con quali conseguenze? La crescita non è diventata, a ragion veduta, un fattore di crisi, un ostacolo al progresso umano, una minaccia permanente? Perché è proibito pensare altre ipotesi, quasi fossero, quelle sì, un’utopia? Dietro l’idea di crescita economica senza fine stanno l’abbondanza materiale e l’espansione quantitativa della produzione nella sfera monetaria (delle imprese come della finanza). Per passare dall’idea alla misura si fa capo all’ormai mitico pil (prodotto interno lordo), che ci viene sfornato ogni mese, anche in prospettiva, generando ottimismo o pessimismo. Il pil rappresenta la somma di tutti i valori (in termini tecnici: i valori aggiunti) prodotti in un paese, in un continente, nel mondo, durante il periodo di un anno. È la misura più usata della «ricchezza economica prodotta». Non è il caso di entrare nei dettagli di questo indicatore, oggi spesso contestato per le


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sue carenze. Ci interessa piuttosto una sequela di assiomi, di verità incontrovertibili (o di dogmi: è incredibile come l’economia abbia preso in prestito immagini, termini e culti dalla religione. Un sociologo americano, Richard Sennet, ne ha parlato assai!) che sono i pilastri dell’economia tutta impostata sulla crescita quantitativa. Sintetizziamo al massimo. L’assioma monetario: tutto va misurato con il denaro. L’assioma del mercato: il mercato è l’unico vero giudice, si fonda sul rapporto vendita-acquisto; al mercato sono collegati i due motori della società: il consumo e la produzione. L’assioma della redditività: affinché un’azione sia giustificata deve procurare un aumento di ricchezza, monetizzabile. L’assioma della concorrenza o della competitività: non puoi esistere sul mercato se non sei competitivo (mitizzazione del prezzo sempre più basso, del low cost). A quest’ultimo assioma è legato a doppia mandata il lavoro: primo, poiché rappresenta un costo deve essere ridotto o contenuto al massimo, aumentando la produttività (più lavoro per unità di produzione), altrimenti ne va di mezzo la concorrenza; secondo, un’ attività, anche utile, ma che non figura in nessuna contabilità, non è un «lavoro». Infine, l’assioma che muove tutto, l’espansione continua (o la crescita infinita). Questi assiomi formano ovviamente un tutto. Cogliamo subito alcune contraddizioni insite nel sistema, che di fatto hanno portato alla crisi di sistema in cui ci troviamo immersi. La compressione e la disumanizzazione del lavoro (mutamento o assenza dei diritti del lavoro) con lo scopo di contenerne i costi, facilitata anche dal fatto che la massa lavoratrice nel mondo si è raddoppiata (ricorso a manodopera a buon mercato, delocalizzazioni, ecc.) ha tendenzialmente diminuito la massa salariale e quindi il potere d’acquisto, anche in Svizzera. Si sono verificate, parallelamente, forti disparità di reddito, una elevata concentrazione di ricchezza, un aumento dell’emarginazione sociale e della povertà. Quindi, un risultato contradditorio rispetto a un’economia d’espansione e di crescita che deve indurre tutti a un sempre maggior consumo e richederebbe una continua maggior disponibilità di reddito da spendere. Contraddizione in parte attenuata dall’accresciuta concorrenza e dalla diminuzione dei prezzi. Esasperata, però, dall’evoluzione finanziaria che, con metodi assai sofisticati, ha accumulato ricchezze sba-

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lorditive, in parte fittizie, usando i profitti per moltiplicare i profitti (la finanziarizzazione dell’economia, o il «divenire rendita del profitto», che è il massimo dell’assurdità). Il consumo fondato sui debiti

Per mantenere l’economia in espansione si è quindi dovuto ricorrere al consumo a mezzo di redditi non salariali, al consumo indebitato dei salariati. Il settore finanziario ha gonfiato l’indebitamento, succhiando dovunque poteva. Ed è per quel gonfiamento oltre ogni limite che la crisi doveva scoppiare (si veda l’ottimo testo di Christian Marazzi, Finanza bruciata, Casagrande, 2009). Oggi si commenta, da parte di alcuni governanti: abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi. E si chiede austerità. Per tentare di salvare il sistema, continuando a ruotare attorno al pil come unico indicatore di salvezza o condanna, giustificandosi sempre, molto ipocritamente, con la necessità di salvare l’occupazione, si è dovuto ricorrere all’indebitamento degli Stati o agli Stati che stampano moneta (come gli Stati Uniti ultimamente). Se osserviamo le tre grandi agglomerazioni economiche che sono vissute e vivono sempre sul principio della crescita infinita (Stati Uniti-Unione europea-Giappone), l’indebitamento complessivo che hanno dovuto assumersi, sostituendosi ai fallimenti privati, ammonta ormai a 24.000 miliardi di dollari, il cento per cento del loro famoso pil. C’è chi ha fatto i conti ed è giunto alla conclusione, molto concreta, che i lavoratori europei, americani e giapponesi dovrebbero lavorare gratis per un anno, o rinunciare ai loro redditi per un intero anno, per poter coprire quei debiti. In buona parte è ciò che stanno facendo. Basterebbe pensare alla Grecia, al Portogallo o all’Irlanda, il Paese che era preso a modello proprio per aver adottato il metodo della crescita first and foremost, con la fiscalità ridotta quasi a zero per attirare nuovi investitori, con successivi pil stratosferici e che ora si ritrova sulla graticola dell’antica miseria. Di fronte a quei debiti i patrimoni privati sono però cresciuti e ammontano a 80 mila miliardi di dollari; il 10 per cento degli abitanti del pianeta detiene l’85 per cento della ricchezza (basterebbe quindi il trasferimento di un terzo di quella ricchezza per pareggiare i conti). Insomma, stando alla sola finitezza dell’economia, senza addentrarci nel-

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l’altro tema vitale della finitezza del pianeta e delle sue risorse, si può già concludere che l’economia dalla crescita illimitata è tra le peggiori e più disastrose utopie, assurta purtroppo a unica ideologia dominante. C’è un’alternativa?

A questo punto arriva immancabile l’obiezione: d’accordo, la realtà è questa, ma qual è l’alternativa? La decrescita? Ma chi, nonostante tutto, accetterà una decrescita, che è solo una scelta di rinuncia? Non sarebbe un ritorno al Medio Evo? La risposta non è facile, dopo decenni in cui si sono inculcati una sola ideologia e un solo modo di essere, imponendo l’equazione crescita=lavoro=reddito=consumo=benessere=pensioni assicurate. Non è facile perché non può essere solo economica, tanto meno di correzione tecnico-economica come si pretende, ma è innanzitutto culturale. Già molti anni fa una sorta di profeta (forse non dimenticato dai lettori di «Dialoghi»: Ivan Illich), parlava della necessità di «désaccoutumance à la croissance». Una sorta di svezzamento, di liberazione dalla crescita, che deve partire dal cervello. Negli ultimi tempi gli «obiettori di crescita» sono aumentati di numero. Per tre ragioni, che dovrebbero essere perlomeno punti di riflessione e di partenza. La prima è che sul piano sociale, quello del benessere individuale e collettivo, non c’è più nessuna relazione tra il livello d’abbondanza misurato con il pil per abitante e le grandi variabili sociali e umane. La crescita degli ultimi vent’anni ha piuttosto operato contro la sicurezza sociale, contro il lavoro come fattore sociale e non solo produttivo, contro la solidarietà, contro l’interesse comune, privilegiando sempre l’interesse privato. Là dove c’è povertà si è importata la stessa nozione di crescita: per farvi fronte bisogna accrescere il prodotto interno lordo, cioè la produzione e la vendita di merci; ma per accrescere la produzione occorre accrescere anche la capacità di consumo. Il cerchio diventa infernale poiché di fatto si moltiplica la povertà, anche perché la soglia di povertà relativa, misurata in termini di reddito monetario, si sposta sempre più in alto. Insomma, il mito della crescita economica non aggiunge felicità umana. La seconda ragione trova le sue radici nelle convinzioni etiche personali, circa l’importanza relativa dell’essere e


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dell’avere. La critica coinvolge allora il modo con cui siamo intrappolati, nell’ingiunzione di avere e di consumare sempre di più («per salvare economia e lavoro»), del consumo ostentatario («per dimostrare di esserci»), dell’accumulazione e quindi della spasmodica e irrazionale ricerca di nuove fonti di profitto, anche fittizie. La terza ragione sta nell’impossibilità, ormai, di ignorare l’ampiezza della crisi ecologica e delle sue conseguenze (anche se, prescindendo dalla crisi ecologica, ci sono sufficienti ragioni per rifiutare la prospettiva di una crescita infinita, di risorse senza limiti).

Tener presente queste ragioni significherebbe, economicamente, mettere in questione: il meccanismo aberrante che non risponde ai bisogni ma ne crea e alimenta di nuovi: il consumismo; il produttivismo che, per ottenere la massima produzione al minor costo e al maggior profitto, riduce il lavoro a merce qualsiasi, demolendo sistematicamente, in nome della produttività e della competitività, il diritto del lavoro, i diritti del lavoratore; il concetto di maggior valore (o di creazione di ricchezza), che non può essere solo quantitativo e monetizzabile. Esemplifico circa quest’ultimo importante aspetto: un’agricoltura bio-

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logica mi darà una quantità di prodotti minore rispetto a un’agricoltura idustriale-intensiva e mi richiederà maggior lavoro e maggiori costi, ma mi dà un altro valore in più e diverso. Lo stesso ragionamento si può fare con le energie rinnovabili, oppure con i servizi alla persona (ospedali, case per anziani, ecc.); la cultura, l’educazione, la ricerca non sono spese, sono investimenti non immediatamente monetizzabili in redditività, sono il vero plusvalore di una società. Spesso, purtroppo, sono i terremoti, le catastrofi, le crisi (benché risultino ripetitive e insuperabili con i vecchi metodi), a indurre i cambiamenti.

Il significato della terra per i rurali colombiani «Il nostro ecosistema appartiene all’umanità»

«Se il complesso problema dell’accesso alla terra non viene risolto è difficile sperare che una soluzione politica del conflitto armato e sociale possa dare i suoi frutti in Colombia». Questa è l’ipotesi centrale di Rafael Figueroa Rincón, avvocato colombiano e membro del Programma Svizzero per la Promozione della Pace in Colombia (SUIPPCOL). Questa piattaforma raggruppa undici ONG svizzere attive in quel Paese sudamericano e ha l’appoggio del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). «Le comunità hanno deciso, tra l’altro, di esercitare il loro diritto alla partecipazione diretta nelle discussioni sulle politiche pubbliche su vasta scala, su temi che li toccheranno in futuro, come lo sfruttamento degli idrocarburi, le concessioni minerarie o la costruzione di grandi opere infrastrutturali», sottolinea Figueroa in questa intervista.

– Perché la terra è così importante nell’odierna Colombia? – Il controllo delle risorse naturali che si trovano nei territori delle comunità, il loro accesso, come pure l’appropriazione di terre delle comunità, sono il bottino della guerra in Colombia. Vengono accumulate dalle élite e dai poteri regionali, che controllano veri e propri eserciti privati, come pure il potere politico ed economico a livello locale. A questo contesto di conflitto armato e di deprivazione delle comunità si sovrappongono i grandi investimenti privati, in molti casi gli interessi delle multinazionali, aggravando il problema. Le 31 comunità ed organizzazioni che fanno parte della Rete delle Iniziative e delle Comunità per la Pace non solo sono state vittime della violenza e del conflitto armato, ma soprattutto della privazione delle loro terre e delle risorse di questi territori. Anche rappresentanti del nuovo governo hanno riconosciuto che questi due temi sono la pietra angolare del conflitto armato.

– Mi faccia un esempio concreto. – Il furto delle terre delle comunità contadine de «El Garzal», nel sud del dipartimento di Bolivar. Queste comunità, che vivono da oltre cinquant’anni su queste terre, dedicandosi esclusivamente alla produzione di generi alimentari, nell’ultimo decennio sono state oggetto di pressioni illegali, di minacce e di sparizioni forzate, nonché dell’abuso della giustizia e delle autorità locali, che appoggiano lo spostamento di oltre trecento famiglie contadine per togliere loro definitivamente la terra. L’obiettivo è quello di consegnare queste parcelle a un anziano comandante paramilitare del Bloc Central Bolivar, che ha dominato pubblicamente e apertamente la regione del Medio Magdalena per oltre sette anni. Costui non ha mai smobilitato né si è consegnato alla giustizia, è rimasto sul luogo e ha fondato una società per la coltivazione dell’olio di palma. È l’azienda che promuove tutte le azioni illegali contro le comunità.

– In altri Paesi dell’America latina, i movimenti sociali pongono l’accento sulla terra e sulla riforma agraria quale principale stendardo di rivendicazione e di strategia. Ma si riferiscono molto meno al concetto di territorio. Che cosa significa, nella vostra percezione, tale nozione? – In generale, il territorio è inteso come il luogo, il corpo, in cui le comunità contadine, le minoranze etniche e le donne tessono la vita collettiva, culturale, economica, sociale e politica. Il territorio è un orizzonte molto più vasto del concetto di terra, che, in maniera quasi esclusiva, si riferisce ad uno spazio fisico delimitato, situato in una zona rurale e che può essere sfruttato economicamente per la produzione o lo sfruttamento delle risorse che vi si trovano. Certamente, il territorio include la terra, ma va oltre, incorporando il patrimonio immateriale generato dalle comunità che l’hanno abitato e conservato, che si canta nelle canzoni, si rappresenta nelle storie, fa parte dei loro usi e costumi, delle loro lingue e dei proverbi popolari. Questo tipo di rivendicazioni in Colombia si riferisce sempre più non solo alla riforma agraria, all’accesso ed alla democratizzazione della terra, ma si estende al riconoscimento di uno statuto speciale del territorio – politico e giuridico – e dei diritti che ne scaturiscono. È uno statuto previsto anche da strumenti internazionali, come nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro o nella Dichiarazione dei Popoli Indigeni delle Nazioni Unite.


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– Quali nuove prospettive si aprono al nuovo governo di Manuel Santos, in rapporto con la terra e il territorio? – Il Governo attuale ha operato un cambiamento rispetto al precedente per quanto concerne la politica agraria. Noi usciamo da otto anni di negazione assoluta, da parte dell’insieme dello Stato, su temi come il furto o l’estrema concentrazione della terra. La Colombia è quindicesima al mondo in una classifica della giustizia/ingiustizia relativa alla proprietà agraria. Più grave ancora, l’assenza di indennizzi e di restituzione delle terre confiscate a quasi quattro milioni di profughi. Il nuovo governo ha annunciato che considera uno dei problemi fondamentali da risolvere la privazione e la restituzione delle terre, attraverso il lancio di un progetto di legge di restituzione delle proprietà. Ma le buone intenzioni non implicano necessariamente un cambiamento così radicale della politica agraria globale e delle vedute economiche di fondo. Le comunità temono anzi che si cerchi di rendere più efficaci i modelli economici agro-industriali ed estrattivi sviluppatisi negli ultimi otto anni, che generano iniquità, concentrazione della proprietà e abbandono dell’economia contadina. Per il Governo nazionale, come pure per le organizzazioni e le comunità colombiane, la sfida consiste non solo nel tenere vivo il dibattito sugli aspetti fondamentali della restituzione e della formalizzazione dell’accesso alla terra, ma anche nell’aprire una concertazione sul modello economico, che deve assicurare la permanenza delle comunità contadine, indigene ed afro-discendenti, come pure la sovranità alimentare del paese.

– SUIPPCOL ha organizzato durante la seconda metà di ottobre, in Svizzera, una campagna di sensibilizzazione su questi temi. Come vede il ruolo che può svolgere lla comunità internazionale? – La solidarietà internazionale ha un’importanza fondamentale per la promozione delle rivendicazioni legali e legittime delle comunità colombiane. La campagna ha cercato di promuovere un avvicinamento tra la società civile elvetica e le comunità ed organizzazioni che resistono alla privazione e allo sfruttamento irrazionale delle risorse. La solidarietà internazionale è importante come riconoscimento che esiste un interesse internazionale a preservare questi territori ed ecosistemi, in quanto, per il

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Chi è

Rafael Figueroa Rincón, 30 anni, è avvocato e coordinatore della Strategia di incidenza politica sulla Terra e sul Territorio del programma SUIPPCOL da oltre un anno. Da sette anni compie ricerche ed è attivo nel campo dei diritti delle minoranze etniche e del diritto alla terra e al territorio. Ha accompagnato numerose comunità ed organizzazioni afro–colombiane, indigene e contadine del Paese, in particolare nelle regioni di Chocó, Guajira, Bolivar, Córdoba, Cauca, Magdalena Medio, Caquetá e Nariño. Attualmente è impegnato nell’assicurare appoggio internazionale alla Rete d’Iniziativa e Comunità di Pace dalla Base. Le due principali azioni di questa strategia sono l’incidenza politica e l’azione legale. Il territorio, perché

Il territorio è stato definito in molti modi dai diversi settori della Rete di Iniziativa e Comunità di Pace dalla Base che accompagna SUIPPCOL. Per le comunità indigene, è lo spazio di vita, di sopravvivenza sociale e culturale, è la Pacha Mama, la Madre Terra. È il mondo dal quale gli esseri umani entrano in contatto con gli spiriti delle piante, degli animali e di tutto ciò che si muove in questo ambiente. Per le comunità nere del Pacifico colombiano, il territorio prende il suo significato nell’ambito di una relazione particolare tra la comunità, gli esseri umani e la natura, relazione nella quale essa non è solo ciò che circonda l’essere umano: gli individui e la comunità fanno parte della natura. Per le comunità contadine, il territorio è uno spazio e una scena di coesione, di mobilitazione e di trasformazione sociale, dove sono state generate esperienze autonome ed endogene di sviluppo, che integrano elementi strategici di difesa dello spazio e delle risorse naturali, come pure nuove forme di organizzazione sociale che hanno lo scopo di mantenere il controllo delle regioni. Per le donne, il corpo come primo territorio è attraversato da forme di violenza e dalla guerra. Da qui la necessità di riconoscere e identificare le diverse forme di violenza contro il corpo al fine di poterlo recuperare in quanto territorio riconosciuto, autonomo e come spazio di vita quotidiana comunitaria. loro valore ambientale e alimentare, appartenenti a tutta l’umanità. La campagna tende a convertire questi territori in luoghi protetti dalla società civile svizzera e da altre organizzazioni, popoli e persone nel mondo, interessati alla costruzione della pace a partire dal territorio. Lo considero un passo fondamentale per la preservazione della terra e del territorio in Colombia e, in fin dei conti, per la costruzione di una pace sostenibile e durevole. I problemi che affrontiamo nel nostro Paese potranno essere risolti solo riaffidando un ruolo da protagonista alla società civile colombiana – e in particolare alle comunità ed organizzazioni che affrontano questa realtà ogni giorno. Ma anche con la fraternità attiva di altri popoli, organizzazioni e persone di buona volontà nel resto nel mondo. Intervista realizzata da Sergio Ferrari E-changer per Alliance Sud Traduzione di Lara Argenta

Tosaerba lanosi. Per ora il problema non è dei più assillanti: si tratta della manutenzione del tappeto erboso dei nostri giardini. Ma potrebbe essere utile cominciare a pensare a soluzioni meno rumorose e inquinanti dei soliti tosaerba elettrici e delle falciatrici a benzina. La scorsa estate, per esempio, a Lione ha riscosso un notevole successo l’iniziativa di Christophe Darpheuil e dell’associazione «Naturama» di affidare a un gruppetto di cinque o sei pecore la noiosa incombenza. Sono state soprattutto le amministrazioni comunali a far capo al servizio offerto – le pecore sono date in affitto per alcuni giorni – per la cura dei prati di giardini e parchi. Ma anche privati si sono interessati del servizio, così che in poco tempo le bestiole si sono viste sommerse da impegni, tanto da costringere il loro proprietario a rifiutare nuovi ingaggi, fino alla prossima stagione.


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I nodi irrisolti del dialogo Roma-Canterbury Nessun progresso dalla visita del Papa in Inghilterra Tra le molte sfaccettature che ha avuto il viaggio di Benedetto XVI nel Regno Unito, qui riflettiamo su quelle ecumeniche. In questo senso, il clou è stato l’incontro del Papa con l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, avvenuto il 17 settembre a Lambeth palace, la sede londinese del primate anglicano. Dopo averlo ringraziato per le diverse visite fattegli a Roma, il pontefice ha ricordato a Williams lo «storico incontro» avvenuto nel 1982 nella Cattedrale di Canterbury «fra due dei nostri predecessori: il papa Giovanni Paolo II e l’arcivescovo Robert Runcie», che pregarono per l’unità della Chiesa. «Anche oggi continuiamo a pregare per quel dono, sapendo che l’unità voluta da Cristo per i suoi discepoli giungerà solo come risposta alla preghiera, mediante l’azione dello Spirito Santo, che senza sosta rinnova la Chiesa e la guida alla pienezza della verità». Poi Ratzinger affermava: «Non è mia intenzione parlare oggi delle difficoltà che il cammino ecumenico ha incontrato e continua ad incontrare. Tali difficoltà sono ben note a ciascuno qui presente. Vorrei piuttosto unirmi a Lei nel rendere grazie per la profonda amicizia che è cresciuta fra noi e per il ragguardevole progresso fatto in moltissime aree del dialogo in questi quarant’anni che sono trascorsi da quando la Commissione internazionale anglo-cattolica ha cominciato i propri lavori». Da parte sua, dando il benvenuto all’ospite, Williams notava: «Incontrandoci, come noi facciamo, quali vescovi di comunità di Chiese separate, dobbiamo sentire che ciascuno dei nostri ministeri è composto meno dal fatto delle nostre divisioni, e più da una reale seppure imperfetta comunione. Forse non tanto presto supereremo i rimanenti ostacoli per ristabilire una piena comunione; ma nessun ostacolo fermerà la nostra ricerca per arrivare, in obbedienza al Signore, a celebrare insieme [l’Eucaristia]». Né il papa né il primate della Comunione anglicana hanno dato un nome agli «ostacoli» che, oggi come oggi, maggiormente impediscono la riconciliazione tra Roma e Canterbury. Questa scelta si può anche capire, perché sarebbe stato imbarazzante turbare l’atmosfera gioiosa dell’incontro. Ma, da un altro punto di vista, essa la-

scia perplessi, perché fa intravedere un ecumenismo che si muove in una bolla di sapone invece di misurarsi con le sfide grandiose che pongono problemi capitali e indifferibili alle due Parti. La ricordata Commissione anglicanocattolica si era infatti arenata sulla questione del papato. L’eterna questione, che divide Roma dall’Ortodossia, divide anche Roma da Canterbury. Nel dialogo, gli anglicani erano giunti ad accettare il ministero di unità del vescovo di Roma, inserito però in una struttura sinodale e collegiale. Essi, tuttavia, non accettavano i dogmi del primato pontificio e dell’infallibilità papale del vescovo di Roma, almeno così come formulati dal Concilio Vaticano I nel 1870. In particolare, non accettavano l’infallibilità del papa «ex sese non ex consensu Ecclesiae» (di per se stesso e non per il consenso della Chiesa). Ma, pur inserendolo nel suo contesto storico – la volontà di stroncare ogni velleità gallicana di indipendenza da Roma – rimaneva difficile alla parte cattolica ridurre al nulla quell’inciso; e dunque rimase impossibile agli anglicani (come del resto lo è per gli ortodossi) accettarlo. Proprio perché conscio dei problemi biblici, teologici e storici che solleva l‘«ex sese», anche al Concilio Vaticano II qualche raro vescovo aveva proposto una modifica della definizione del 1870, al fine di porre con chiarezza il carisma del successore di Pietro all’interno della Chiesa e non dare l’impressione che fosse «sopra» di essa. Tale ipotesi fu respinta. D’altronde, è vero che nell’enciclica Ut unum sint (1995) Giovanni Paolo II si dirà poi disposto a trovare modi diversi di esercitare l’autorità papale, pur salvandone la sostanza; ma questi modi non si sono visti, e anche questo ha pesato sull’insuccesso, su questo punto, del dialogo con gli anglicani. Tuttavia, in settembre, su Lambeth palace non incombeva tanto l’antica e irrisolta questione del papato, ma pesavano altri due problemi, sorti da pochi anni: l’ammissione di omosessuali, uomini e donne, che pubblicamente convivono con un partner, al pastorato e all’episcopato; e l’ammissione di donne all’episcopato. Due scelte radicalmente respinte da Roma ma, an-

che, da una parte dei fedeli anglicani, che le ritengono inammissibili alla luce della Bibbia e della prassi ecclesiastica. La maggior parte dei vescovi anglicani del Sud del mondo, con in testa l’Africa, sono tenacemente opposti ai due «sì» dati, in proposito, da Chiese anglicane del Nord del mondo. I tentativi di Williams di mediare sono sempre più difficili, uno scisma sembra inarrestabile. Sullo sfondo, la questione dell’interpretazione delle Scritture (che non possono essere strumentalizzate per risolvere problemi che non si sono posti), e il rapporto con la modernità. A complicare la situazione vi è il fatto che papa Ratzinger, con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus, un anno fa ha istituito ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica. Perché mai questi anglicani lasciano Canterbury per Roma? Appunto per la loro radicale avversione ai «sì» sui due problemi dati da molte delle loro Chiese, e per il fatto che anche la Chiesa d’Inghilterra ha avviato delle procedure che quasi certamente porteranno, forse già nel 2014, alla consacrazione di donne-vescovo. Williams ha fatto buon viso a cattivo gioco alla decisione di papa Benedetto, ma è evidente la situazione imbarazzante in cui è venuto a trovarsi: dialogare con il romano pontefice che, intanto, apre le porte a chi abbandona la Chiesa-madre anglicana. Se si evitano i problemi cruciali è facile fare incontri ecumenici festosi; ma, per questa via, è arduo costruire il futuro e immaginare la pacificazione di Chiese come «diversità riconciliate». Luigi Sandri OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE!

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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO Tra i protestanti svizzeri

È in libreria il libro curato dal sociologo della religione Jörg Stolz e dalla sua assistente Edmée Ballif sul futuro del protestantesimo in Svizzera. Gli autori constatano che il mondo sta cambiando e che le Chiese riformate in Svizzera diventano «più piccole e povere», e i loro membri sono in media sempre più anziani. In causa non sono le scelte sbagliate dei pastori o delle autorità ecclesiastiche, ma il fatto che i riformati hanno in media meno figli, i matrimoni misti confessionali sono più numerosi, gli immigrati sono in maggioranza appartenenti a religioni non cristiane. Non è vero, invece, che i membri della Chiesa riformata fuggono verso le Chiese evangeliche libere: neppure queste sono cresciute in modo significativo, il (limitato) incremento non dipende dalla loro attività missionaria, ma dal fatto che gli evangelicali hanno in media più figli e li educano con maggiore autorità. È interessante anche la constatazione che chi lascia la Chiesa – spesso, giovani istruiti di sesso maschile e in contesti urbani – di regola non dichiarano di essere insoddisfatti dell’offerta ecclesiastica locale. Tra le tendenze sociali diffuse, l’indagine ha messo in evidenza l’abbandono della pratica religiosa, il calo della tradizione nella socializzazione religiosa, la riduzione del numero dei volontari, difficoltà con le nuove leve di teologi e le finanze ridotte. Il futuro delle facoltà di teologia protestante è pure attualmente argomento di discussione nella Svizzera romanda: il pluralismo e la secolarizzazione della vita pubblica impongono agli studi di teologia di riorientarsi. Due prospettive si oppongono: il professor Shafique Keshavjee, già insegnante a Ginevra di teologia ecumenica e delle religioni, ha denunciato una marginalizzazione del messaggio biblico nell’ambito del cursus formativo e afferma la necessità di un insegnamento confessionale «in questi tempi di crisi», mentre i decani delle Facoltà di Ginevra e Losanna, Andreas Dettwiler e Pierre Gisel, ritengono sia necessario continuare a integrare nell’offerta formativa argomenti e metodi di portata universale, senza per altro rinnegare la storia dei rispettivi atenei, nati proprio come Alte scuole per diffondere la Riforma e formare i pastori. (Notizie rielaborate da «Voce evangelica», novembre 2010)

Ortodossi contrari al primato papale

Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, sulla sessione della commissione mista cattolico-ortodossa tenutasi a Vienna dal 20 al 27 settembre, ha pubblicato un commento che smentisce l’ottimismo sul superamento della divisione – che dura da mille anni – tra cattolicesimo ed ortodossia, a proposito del ruolo del vescovo di Roma. Nella capitale austriaca si era svolto il XII round della commissione paritetica (istituita nel 1980) per il dialogo teologico tra le due parti, che doveva approfondire la funzione del vescovo di Roma nella Chiesa del primo millennio. Presenti, per parte cattolica, 23 delegati, guidati dal vescovo (ora cardinale) Kurt Koch, fresco presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani. Per la parte ortodossa, a guidare una formazione composta di due delegati per ognuna delle tredici Chiese (mancava solo quella bulgara), era il metropolita di Pergamo, Ioannis Ziziou-

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las, del patriarcato di Costantinopoli. Anche se su alcuni aspetti si sono riscontrati avvicinamenti fra punti di vista finora contrapposti, sul nodo centrale – nel primo millennio, il papa aveva giurisdizione su tutta la Chiesa? – le distanze sono apparse enormi. Perciò, su proposta dei delegati ortodossi, è stato deciso di non conferire uno statuto ufficiale al documento preparato precedentemente, cioè quello emerso dalla precedente riunione tenuta a Cipro, ma di affidare ad una sottocommissione lo studio approfondito sui rapporti tra primato papale e sinodalità nel primo millennio, lavoro che sarà poi sottoposto al Comitato congiunto di coordinamento, e poi alla prossima seduta plenaria della commissione paritetica.

Che cosa ci insegnano gli ortodossi

«Mi permetto di invitare noi occidentali a pensare che non siamo soltanto chiamati a dare, ma anche a ricevere. Dalla Chiesa orientale (che si è cercato in modo errato, per la parte unita a Roma, di occidentalizzare a forza) abbiamo molto da imparare: così, ad esempio, il rispetto delle singole Chiese con le loro diverse, policrome tradizioni, la tenerissima devozione per Maria e i Santi, l’austera pratica del digiuno quaresimale, la possibilità di celebrare le seconde nozze in una liturgia modesta quando il primo matrimonio è dichiarato «morto», la capillarità della presenza dei preti con le loro famiglie anche nei villaggi più remoti, l’abbondanza di vocazioni al ministero presbiterale, la forza di queste Chiese di resistere prima alla persecuzione islamica e poi a quella comunista, il legame di comunione che sussisteva con la chiesa di Roma nel primo Millennio. Se si proclamasse chiaro e tondo che la divisione è venuta non tanto per motivi dottrinali quanto per stupide questioni di prestigio, e se si ammettesse che ciò che le Chiese hanno deciso per se stesse dopo il Mille riguarda solo loro e non verrà imposto alle altre, noi avremmo posto le basi per ritrovare la piena comunione sacramentale, pur nel rispetto di tradizioni molto diverse. L’unità ritrovata sarebbe un impulso eccezionale per l’evangelizzazione e per la pace del mondo». (da «Il teologo risponde» di mons. Sandro Vitalini, pro-vicario diocesano, in «Spighe», ottobre 2010).

Crescono in Svizzera gli evangelicali

In Svizzera ci sono circa duecentomila evangelicali, cioè protestanti che vivono una fede evangelica dagli accenti diversi rispetto a quelli delle Chiese storiche che si riferiscono alla Riforma del ‘500. Secondo Olivier Favre, sociologo delle religioni e pastore a Neuchâtel di una Chiesa protestante libera carismatica, la sociologia delle religioni distingue tre categorie di «evangelicali»: i fondamentalisti, che interpretano letteralmente la Bibbia e non cercano rapporti con gli altri cristiani; i carismatici, che nei loro culti cantano, lodano Dio, pregano per i malati; e i moderati, che cercano il dialogo con altre correnti e accettano al proprio interno un certo pluralismo. Un evangelicale afferma pubblicamente la propria fede, dice che Gesù è al centro della sua vita; nella maggior parte dei casi all’origine della sua fede c’è un’esperienza di conversione, una decisione consapevole di appartenere a Dio. Inoltre, un evangelicale si sente parte del popolo di Dio in primo luogo e non membro di una specifica denominazione; frequenta cioè una chiesa che soddisfi le sue esigenze. Ci sono evangelicali che fanno parte delle Chiese cantonali riformate, ma non tutti i membri delle Chiese libere sono evangelicali: non lo sono i metodisti e i membri dell’Esercito della Salvezza.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Nell’episcopato svizzero. La diocesi di Friburgo (che comprende gran parte dei cattolici romandi dei cantoni di Friburgo, Vaud, Ginevra e Neuchâtel) da mesi è senza il vescovo diocesano. Secondo mons. Farine, attualmente amministratore diocesano, il successore di mons. Genoud, deceduto il 21 settembre, dovrebbe essere designato da Roma entro la prossima Pasqua: una vacanza troppo lunga. La diocesi di Basilea (che comprende dieci cantoni) a fine novembre ha saputo chi sostituirà mons. Kurt Koch, a Roma dal luglio scorso e neo-cardinale: il Papa ha dato il suo gradimento a mons. Felix Gmür, già eletto dai canonici riuniti a Soletta, e che sarà ordinato il 16 gennaio. Mons. Gmür, 44 anni, prete dal 1999 dopo studi a Monaco, Parigi, Friburgo e Roma, dal 2006 è segretario della Conferenza dei vescovi svizzeri. Poliglotta (parla correntemente l’italiano) ha uno spirito gioviale, come i lucernesi intelligenti. Pare proprio che stavolta lo Spirito Santo – felicemente ispirando i canonici di Soletta – abbia fatto una scelta… felice. «Dialoghi» augura a mons. Gmür e ai diocesani di Basilea un episcopato generoso e dialogante.

Religione a scuola. Uno studio sulle collettività religiose in Svizzera, promosso dal Fondo nazionale della ricerca scientifica, ha constatato che l’insegnamento della religione nelle scuole, fin qui affidato alle comunità religiose, è sempre più`sostituito da un insegnamento di scienze religiose e di etica gestito dallo Stato. Così in Argovia, Neuchâtel, Vaud e Zurigo. I giovani socialisti (secondo la loro vicepresidente), in nome della separazione netta tra Chiese e Stato, vorrebbe solo un insegnamento obbligatorio di etica. L’Associazione svizzera dei liberi pensatori chiede che siano organizzati corsi di ateismo e di agnosticismo. Secondo la consigliera Isabelle Chassot, il crocefisso non ha sin qui creato problemi nelle scuole del Canton Friburgo, tuttavia ritiene che le Chiese dovrebbero esprimersi sull’argomento e le autorità locali devono dar prova di tolleranza, se un genitore chiede che non ci siano simboli religiosi sui muri scolastici, e ciò per rispettare il principio della neutralità confessionale della scuola pubblica.

«Conoscenza delle religioni». Il parlamento vodese ha approvato il 28 settembre una mozione che domanda al governo di trasformare l’insegnamento della «storia biblica» in «conoscenza delle religioni», materia che sarà obbligatoria per tutti gli allievi. Altri Cantoni (Berna, Zurigo, Giura, Grigioni, ecc.) hanno introdotto un insegnamento simile, il Ticino sta sperimentandolo da quest’anno in un numero limitato di sei sedi di scuola media. Ma c’è già chi propone di chiudere baracca. Quando si è «progressisti ad oltranza» si arrischia spesso di …avanzare come i gamberi.

Sempre messo in croce. Un insegnante vallesano, del ciclo d’orientazione e presidente cantonale dei Liberi pensatori, ha preteso di togliere il crocefisso dall’aula dove insegna, invocando la sentenza del Tribunale federale del 1990 relativa alla scuola di Cadro (che tuttavia riguardava la tutela della libertà di coscienza degli allievi). È stato licenziato per… avere perso la fiducia delle autorità. Un altro libero pensatore, a Triengen (Lucerna), ha chiesto che il crocefisso fosse tolto dall’aula scolastica frequentata dai suoi figli: le autorità cantonali hanno raccomandato (come nel Ticino) di togliere il crocefisso quando il genitore di qualche allievo lo richiede, ma il direttore scolastico si è opposto, l’autorità comunale ha proposto di mantenere in aula solo la nuda croce, il genitore ha minacciato di ricorrere al Tribunale federale, dopo di che avrebbe ricevuto minacce di morte, per cui ha deciso di cambiare domicilio! («Corriere del Ticino» del 23 ottobre). Dopo duemila anni, il Cristo (o qualcun altro) continua a essere crocefisso.

Per la libertà dei preti. L’Associazione ZöFra (Zölibat-Frauen), fondata nel 2000 per sostenere le donne che hanno una relazione amorosa, più o meno difficile, con un prete cattolico, ha ricordato il suo primo decennio di attività con un convegno a Lucerna, presenti circa duecento persone, in gran parte coppie con un prete. Associazioni simili esistono in Germania e in Austria e prestano sostegno (finanziario e/o professionale) a preti che hanno dovuto lasciare il ministero, oppure a donne e figli abbandonati dai

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padri che hanno scelto di restare fedeli all’impegno clericale. La ZöFra sostiene che la Chiesa cattolica non deve mantenere l’obbligo del celibato per i preti e trovare soluzioni umane per le coppie «illegittime».

Sion in rosso. I conti 2009 della diocesi di Sion chiudono in rosso, con uno scoperto di oltre fr. 300.000, ciò che ha imposto di far capo alle riserve per pagare la trentina di collaboratori. Il budget annuale della diocesi vallesana è di circa 2,3 milioni di franchi, provenienti per la maggior parte dalle collette e da donazioni. Di fronte ad una diminuzione del 20% nel 2009, il vescovo e il Consiglio episcopale hanno lanciato un nuovo appello alla generosità.

Campane autorizzate. Il Tribunale amministrativo di Zurigo ha deciso, basandosi su una precedente decisione del Tribunale federale, che se il suono delle campane non supera i 60 decibel, possono suonare anche prima delle 7 del mattino, perché le campane hanno un suono che non disturba una persona addormentata. Questa decisione, presa su un ricorso diretto contro le campane di Affoltern am Albis (Zurigo), intralcia la lotta che l’associazione «IG Stiller» da tempo promuove per vietare il suono delle campane tra le 22 e le 7.

Lasciano la Chiesa. Nel Cantone dei Grigioni il numero di coloro che lasciano la Chiesa cattolica è fortemente aumentato, si ritiene a seguito dello scandalo dei preti pedofili e forse anche dei recenti contrasti sulla nomina di un ennesimo conservatore a vescovo ausiliare.Mentre nel 2009 gli abbandoni furono in totale 363, nei primi nove mesi del 2010 sarebbero già 517. La somma tiene conto di 74 parrocchie, mancano i dati delle altre 55. Secondo alcuni dirigenti diocesani, molti degli abbandoni riguardano persone che già si erano allontanate dalla vita della Chiesa. Contenti loro…

Religione e suicidi. Uno studio dell’Università di Berna ha constatato che lo svizzero cattolico, sposato e residente in Ticino ha meno tendenza a togliersi la vita. Lo studio ha incrociato i dati del censimento 2000, relativi a oltre tre milioni di persone di età compresa fra i 35 e i 94 anni, con le statistiche della mortalità fino al 2005. Il risultato principale è che la religione riveste un ruolo importante: su centomila abitanti il tasso di suicidi è di


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39 tra chi non appartiene a una confessione, 29 tra i protestanti e 20 tra i cattolici. L’effetto, che si constata in tutti i gruppi di età, sembra essere più forte per le donne. Secondo la ricerca condotta da Matthias Egger, la religione è un’importante forza sociale. L’effetto è particolarmente ravvisabile presso chi sceglie di mettere fine alla sua esistenza ricorrendo a un’organizzazione di aiuto: si lasciano accompagnare alla morte cinque volte più uomini «senza confessione» che cattolici. Lo studio mostra anche come il tasso di suicidi degli sposati sia la metà di quello tra i single, vedovi oppure divorziati. Le persone residenti in Svizzera tedesca e romanda presentano un rischio doppio di quelle che vivono in Ticino. Non sono invece state rilevate differenze significative riguardo al livello di formazione.

Nomadi in Svizzera. La comunità nomade in Svizzera conta approssimativamente trentamila persone. A partire dagli anni 1930 e fino alla prima metà degli anni 1970, la Pro Juventute, con il programma «assistenza ai bambini di strada», sottrasse oltre seicento bambini ai loro genitori nomadi, costringendoli alla sedentarizzazione. Di fatto, la maggioranza dei nomadi vive oggi un’esistenza sedentaria. Il nomadismo, strettamente legato all’esercizio di vari mestieri tradizionali, è rimasto malgrado tutto un elemento fondamentale dell’identità culturale nomade. Il numero di nomadi o seminomadi varia attualmente tra i tremila e i cinquemila individui. In base al rilevamento dell’utilizzo degli spazi di sosta e di transito, le persone che praticano attivamente il nomadismo in Svizzera sarebbero circa 2’500. I nomadi svizzeri sono riuniti in diverse associazioni. Accanto alla Radgenossenschaft, fondata per difendere gli interessi dei nomadi alla fine del progetto di sedentarizzazione condotto dalla Pro Juventute, esistono il Fahrende Zigeuner-Kulturzentrum, l’Association Yenisch Suisse, cui aderiscono nomadi della Svizzera romanda e italiana, la Missione evangelica zigana Leben und Licht presieduta dal pastore sinto May Bittel, la Fondazione Naschet Jenische, pure impegnata a favore delle vittime della Pro Juventute, e l’associazione Schinagel für Fahrende. (da «Voce Evangelica», ottobre 2010) Cure palliative. La Società svizzera per la medicina palliativa ha lanciato un nuovo portale Internet di informa-

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zione. All’indirizzo si trovano informazioni dettagliate circa la situazione nei vari cantoni svizzeri. Il sito è in francese e tedesco ma dal 2011 sarà anche in italiano. Già ora tuttavia sono offerte indicazioni sui centri di cure palliative in Ticino e nei Grigioni. In molti cantoni la rete di sostegno e cura a favore dei malati terminali e dei morenti è ancora insufficiente e gli indirizzi ai quali è possibile rivolgersi sono poco conosciuti. Confederazione e Cantoni hanno perciò lanciato la campagna Nationale Strategie Palliative Care 2010-2012. Le cure palliative intendono garantire ai malati terminali la miglior qualità possibile di vita nell’ultimo tratto della loro esistenza. Le cure palliative comprendono anche il sostegno psicologico, sociale e spirituale. Tra gli scopi delle cure palliative vi è quello di permettere alle persone di rimanere a casa propria il più a lungo possibile, senza ricorrere a ricoveri in strutture ospedaliere.

Razzismo 2009. Lo scorso anno sono stati registrati 112 casi di razzismo: i più numerosi (52) di «razzismo verbale», 17 con danni materiali e scritte offensive; dieci i casi di minaccia; inoltre, 19 manifestazioni di gruppi di estrema destra, concentrate specialmente nelle zone rurali del Canton Berna e in Argovia. Descrizione e cronologia delle manifestazioni razziste possono essere consultate nel sito www.gra.ch, sotto “Chronologie”.

Diritto alla pace. Il Consiglio dei diritti dell’uomo, con sede a Ginevra, ha incaricato il comitato consultivo di preparare un progetto di Dichiarazione del diritto dei popoli alla pace. La Svizzera (con altri dodici Stati democratici) ha votato contro la proposta, certamente per «buoni motivi giuridici» ma dimostrando ancora una volta il ritardo della politica ufficiale rispetto alla coscienza universale. Una coalizione mondiale «per il diritto umano alla pace» organizza infatti questo dicembre un congresso internazionale a San Giacomo di Compostella, per discutere ed approvare una «Dichiarazione universale della società civile sul diritto alla pace», mentre nel maggio 2011 si terrà a Kingston (Giamaica) una «Convocazione ecumenica internazionale per la pace» promossa dal Consiglio ecumenico delle Chiese (cfr. «Dialoghi», n. 211), cui parteciperanno anche delegati cattolici. Commercio equo. Nell’esercizio 2009/2010 la Claro Fair Trade, leader

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nel settore del commercio equo di generi alimentari e artigianato, ha registrato un volume d’affari di 20,1 milioni di franchi, in diminuzione rispetto all’anno precedente. Grazie tuttavia a un’oculata gestione dei costi, l’azienda ha chiuso i conti con un utile di circa 20 mila franchi. Il giro d’affari in Svizzera è calato del 4,3%, per toccare i 10,4 milioni di franchi. Per quanto riguarda l’export, l’azienda ha registrato un giro d’affari di 9,7 milioni di franchi, il 12% in meno dell’anno prima. La Claro Fair Trade è confrontata con la concorrenza crescente della grande distribuzione che ha aumentato il proprio assortimento di prodotti del commercio equo. Ma la concorrenza viene anche dalle molte nuove imprese attive nel settore. Anche all’estero la concorrenza è in aumento, visto il sempre maggior interesse da parte di distributori «convenzionali». In Svizzera i prodotti Claro Fair Trade sono in vendita in 130 negozi specializzati ed esercizi pubblici. L’azienda dà lavoro a 34 dipendenti.

Per l’integrazione dei musulmani. La decana della Facoltà di teologia dell’università di Lucerna, Monioka Jakobs, propone che le università svizzere forniscano corsi sull’Islam. La facoltà di Lucerna studia l’istituzione di una cattedra interdisciplinare per «le culture dell’Islam in Europa e la ricerca sulle relazioni tra Islam e cristianesimo», inserita nelle facoltà di teologia e di scienze sociali e culturali. I giovani musulmani avrebbero così la possibilità di ricevere una conoscenza «scientifica» della loro religione, che permetterebbe più facilmente il dialogo e l’integrazione culturale.

Lauree ad honorem. L’Università di Friburgo, in occasione del dies academicus del 15 novembre, ha conferito il titolo di dottore honoris causa all’arcivescovo di Praga Dominik Duka (ex prete clandestino, imprigionato nella Cecoslovacchia comunista), a Roger de Weck (il giornalista nuovo direttore della Radiotelevisione svizzera), a Charles H. Gustafson (professore di diritto internazionale a Chicago) e a Dominique de Werra (decano di affari internazionali al Politecnico di Losanna). La Facoltà di teologia dell’Università di Debrecen (in Ungheria) ha conferito i dottorati onorari a tre protestanti svizzeri: Andreas Hess, Thomas Wipf e Walter Wolf, per la solidarietà dimostrata verso la Chiesa riformata ungherese durante il regime comunista.


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opinioni

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Luci e ombre dei nuovi documenti sulle violenze sessuali del clero Il 15 luglio sono state rese note le nuove norme vaticane, varate – con l’approvazione, il 21 maggio, di Benedetto XVI – dalla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), guidata dal cardinale statunitense William J. Levada, che riordinano in particolare le procedure canoniche per arginare il fenomeno delle violenze sessuali del clero nei confronti di minori. L’intervento della Santa Sede non è nato a tavolino, ma si è reso «necessario» dall’eco mediatica che hanno provocato le rivelazioni sulla pedofilia del clero, dagli Stati Uniti d’America alla Germania, dall’Irlanda al Canada. Quando si parla di violenze sessuali del clero cattolico, non si vuol dire che la maggioranza di esso sia vittima di questo maledetto virus! Si calcola, infatti che, in media – vi sono differenze tra Paese e Paese – i preti che commettono violenze su minori siano sul 4% del totale (nel mondo vi sono cinquecentomila sacerdoti cattolici); ma il fatto che a compiere azioni nefande siano persone alle quali i genitori affidano con piena fiducia i loro ragazzi rende questi «delitti» (così li chiama il Codice di diritto canonico, il CJC) oltremodo odiosi. E il venire a sapere che, di solito, la prassi dei vescovi era quella di spostare i preti pedofili da una parrocchia all’altra, e di tacitare i loro misfatti, ha fatto esplodere una rabbia incontenibile.

Conferme, variazioni e silenzi Le nuove norme De delictis gravioribus, sui delitti più gravi – che ribadiscono, integrano o modificano quelle in vigore dal 2001, che a loro volta si rifacevano e quelle varate nel 1962 da papa Giovanni XXIIII – prevedono, sulle violenze sessuali del clero: la competenza finale ed esclusiva della CDF; procedure più rapide per affrontare con efficacia le situazioni più urgenti; il possibile inserimento di laici nel personale dei tribunali, finora in mano solo ad ecclesiastici; la prescrizione da dieci a venti anni; l’equiparazione dell’abuso su persone con limitato uso di ragione a quello sui minori; il delitto di pedopornografia. Concentrare nella CDF l’esame di questi «delitti» facilita, da una parte, una prassi uniforme; ma, dall’altra, ri-

schia di favorire quella «centralizzazione» romana che si diceva di voler stroncare. Ma sono soprattutto due questioni che sollevano perplessità. Le nuove norme tacciono sul dovere dei vescovi di deferire ai tribunali civili i preti rei di violenza sessuale. Per giustificare tale silenzio, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita p. Federico Lombardi, ha sostenuto che «l’adempimento di quanto previsto dalle leggi civili fa parte delle indicazioni impartite dalla CDF fin dalle fasi preliminari della trattazione dei casi di abuso, come risulta dalle Linee guida già pubblicate in merito». Una spiegazione per molti poco convincente. Infatti, le citate Linee guida sono state improvvisamente rese note nel maggio scorso, ma senza che se ne sappia il protocollo e, anche, la data precisa. Qualche giornale ha ipotizzato che tale testo non risalga affatto al 2003, come in Vaticano si è detto, ma che sia «apocrifo», scritto ora in fretta, e retrodatato, per rispondere a un interrogativo inquietante: come mai, infatti, le norme del 2001 (quando prefetto della CDF era il cardinale Joseph Ratzinger) non imponevano con chiarezza, ai vescovi, di rinviare i preti pedofili ai tribunali civili, in quanto rei di delitti comuni? Sullo sfondo di questa poco chiara vicenda sta un problema di estrema delicatezza: quei vescovi che di fatto hanno «tollerato» i preti violenti hanno agito di testa loro, con irresponsabilità, o forse erano convinti di attuare la mens che sembrava guidare i documenti vaticani stessi? E qui si inserisce un’altra distonia. Le nuove normative romane elencano in dettaglio i graviora delicta: la profanazione delle specie consacrate; la concelebrazione del sacrificio eucaristico insieme a ministri di comunità ecclesiali che non hanno la successione apostolica né riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento; il delitto contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età; l’eresia, l’apostasia e lo scisma; l’attentata ordinazione sacra di una donna.

Un amalgama poco convincente Può darsi che, dal punto di vista meramente canonico, fosse opportuno mettere in fila delicta di svariatissimo genere; ma, visto che il tema-chiave che si voleva affrontare era quello della violenza sessuale commessa da membri del clero, porre nello stesso sacco la pedofilia, la profanazione delle ostie e l’ordinazione sacerdotale di una donna è risultato sconcertante. Questa «equiparazione» è fondata sulla premessa che la Chiesa romana ha una sua legislazione interna, sulla quale nessuno dovrebbe, dall’esterno, interferire. Ma sorge una domanda. Per i tribunali civili violentare un bambino o un adolescente è comunque un reato, severamente punito nei vari Paesi; ma quale tribunale potrebbe punire con identica severità un cittadino che calpestasse un’ostia? Un cristiano può dar la vita per difendere un’ostia dal dileggio; ma per i tribunali civili essa è un pezzo di pane, e difficilmente si potrebbero infliggere otto anni di galera ad una persona che calpesta il pane. E che dire del mettere nel registro aperto dai preti pedofili la donna che attenta all’ordinazione sacerdotale? Quello che anche le nuove norme vaticane faticano ad accogliere – aprendo così vistose contraddizioni – è che anche il CJC dovrebbe una buona volta considerare delicta quelli che tali, indubitabilmente, sono anche per il mondo civile; dopo di che – al prete violento, punito secondo la legge degli Stati – il Codice canonico potrebbe aggiungere per conto suo tutte le pene che vuole (scomunica compresa); ma tali pene ecclesiali sarebbero sempre aggiuntive, interne alla Chiesa, valide solo per la coscienza del credente, e mai sostitutive della pena inflitta dai tribunali civili. L. S. Zoologia teologica. L’università di Münster in Germania ha aperto un istituto di «zoologia teologica» che avrà come scopo di studiare la dignità degli animali su base scientifica, lo sviluppo di una zoologia teologica e di una spiritualità della creazione, producendo materiale per l’insegnamento scolastico e la catechesi. Per frequentare i corsi non è necessario essere vegetariani.


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opinioni

«IL PATTO DELLE CATACOMBE»

Sempre più si levano voci nella Chiesa cattolica occidentale (la situazione è diversa in altre parti del mondo) per denunciare la perdita di presenza nella gioventù: don Armando Matteo, nel suo saggio «La prima generazione incredula» (recensione a pagina 16) indica tra i possibili cambiamenti una «dieta» che permetta alla Chiesa cattolica di essere più adeguata alla cultura di oggi, finito il tempo della «cristianità». Una «ricetta» più articolata (anche se a molti indigesta) era già venuta pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, quando, il 16 novembre del 1965, una quarantina di Padri conciliari, dopo aver celebrato l’Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, firmarono il «Patto delle catacombe», diretto ai fratelli nell’Episcopato, con l’invito a portare avanti una vita di povertà, per una Chiesa serva e povera, come aveva suggerito papa Giovanni XXllI. Tra i proponenti del testo il vescovo dom Helder Camara, e tra i firmatari molti brasiliani e latino-americani che si impegnavano a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale, un anticipo della «Teologia della liberazione», che sarebbe nata negli anni seguenti. Ma la Curia romana preferì tenersi il barocco e cominciò a sostituire sistematicamente i vescovi sudamericani con prelati anti-conciliari (che oggi si trovano drammaticamente confrontati con gli abbandoni a favore delle Chiese «evangelicali»). Il «Patto delle catacombe» può ancora essere utile alla stanca Chiesa occidentale, e quindi lo riproponiamo per una salutare dieta alla nostra Chiesa. NOI, VESCOVI RIUNITI NEL CONCILIO VATICANO II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione, in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue: 1) Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende (Mt 5,3; 6,33s; 8,20). 2) Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici) (Mc 6,9; Mt 1O,9s; At 3,6.: né oro né argento). 3) Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative (Mt 6,19-21; Lc 12,33s). 4) Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli (Mt 10,8; At. 6,1-7). 5) Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Ec-

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cellenza, Monsignore...). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre (Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15). 6) Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (banchetti offerti o accettati, classi nei servizi religiosi) (Lc 13,12-14; lCor 9,14-19). 7) Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale (Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4). 8) Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai, condividendo la vita operaia e il lavoro (Lc 4, 18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; lCor 4,12 e 9,1-27). 9) Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di beneficenza in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. (Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s. 10) Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio (At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; lTim 5, 16). 11) Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: – a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti a favore degli episcopati di nazioni povere; – a richiedere, insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’ONU, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria. 12) Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; pertanto, – ci sforzeremo di «rivedere la nostra vita» con loro; – formeremo collaboratori che siano più animatori, secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; – cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti; – saremo aperti a tutti, quale che sia la loro religione (Mc 8,34s; At 6,1-7; lTim 3,8-10). 13) Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Aiutaci Dio a essere fedeli. Testo ripreso da ADISTA, Segni Nuovi, n.21, 21 febbraio 2009


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Attuare il Concilio. Concilio e Costituzione sono stati i temi intorno ai quali sono ruotati i lavori del recente convegno organizzato a Napoli dal gruppo «Il Vangelo che abbiamo ricevuto». Una frase di Dietrich Bonhoeffer – «Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini» – indicava chiaramente la necessità per i cristiani, proprio in quanto credenti, di un impegno diretto nella sfera sociale e politica per la trasformazione dello stato di cose presenti. Il giornalista e già senatore Raniero La Valle ha denunciato i tanti tradimenti del Concilio, perpetrati in questi decenni da parte di chi, nella Chiesa, lo ha sempre combattuto: sui temi della liturgia, del dialogo ecumenico e interreligioso, del ruolo dei laici e di quello delle donne. Tra le novità ancora non adeguatamente apprezzate, La Valle ha sottolineato il fatto che il Concilio ha tolto definitivamente alla Chiesa la pretesa «di possedere e amministrare la verità» (ampi stralci della relazione in «Adista», Roma, n. 80, 23 ottobre).

Tutte le feste. Per il secondo anno consecutivo, il mensile «Jesus» ha proposto, allegandolo al numero uscito il 10 ottobre, il calendario «I giorni del dialogo», realizzato in collaborazione con il Monastero di Bose. Il progetto è volto alla promozione del dialogo tra le religioni e alla comprensione della complessità di culture che scandiscono le dinamiche nel mondo contemporaneo. Il calendario annota infatti, di mese in mese, le principali festività e i tempi liturgici di cristiani, ebrei e musulmani, documentandoli con immagini fotografiche e didascalie che guidano alla lettura. Il calendario, presentato sul numero di settembre di «Jesus» con un’intervista al priore di Bose, Enzo Bianchi, è in vendita aggiungendo due euro al prezzo della rivista. Si può anche prenotare, chiamando lo 02/48027575 o inviando una mail a vpe@stpauls.it

Anti-ecumenismo a Verona. Ha fatto discutere la decisione del vescovo di Verona di togliere ai luterani la possibilità di utilizzare per le proprie necessità liturgiche, come facevano da qualche anno, la chiesa di San Pietro Martire, anche se è avvenuto d’accordo con la comunità riformata, per la quale è stata messa a disposizione, da

parte del Comune, la chiesa «sconsacrata» di San Domenico. Il cambiamento è stata la conseguenza di una campagna antiecumenica «contro il relativismo religioso» di un gruppo di integralisti condotti da un prete lefebvriano e vicini agli ambienti leghisti.

Missionari di ritorno. I Vescovi della Conferenza episcopale dell’Africa e del Madagascar (SECAM), che comprende 37 Conferenze nazionali e 8 Conferenze regionali, in un recente documento hanno risposto appello di papa Benedetto XVI per la «nuova evangelizzazione», osservando che la Chiesa è per sua natura missionaria, e quella africana, nata dall’opera dei missionari europei, è pronta a contraccambiare, inviando missionari in Europa. Don Milani aveva auspicato l’arrivo di missionari cinesi per la vecchia Chiesa europea; per ora potrebbero bastare gli africani, che con la loro festosa gioia di vivere ci insegnassero da capo la Buona Novella. Vescovi migranti. Cinque vescovi anglicani hanno annunciato che abbandoneranno alla fine del 2010 la Chiesa d’Inghilterra per aderire alla Chiesa cattolica romana, usufruendo delle facilitazioni offerte da papa Benedetto XVI a coloro (vescovi, preti o semplici cristiani) delusi per alcune recenti decisioni della loro Chiesa. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, e giustificherebbe l’abbandono della Chiesa madre, è veramente...una gocciolina, se si considera il principio fondamentale (riconosciuto anche sul piano ecumenico, da anglicani e cattolici) della «gerarchia delle verità». Questi cinque vescovi abbandonano la Chiesa d’Inghilterra perché essa ha democraticamente (e regolarmente) deciso di avviare una procedura di consultazione, al termine della quale, all’incirca nel 2014 se tutto va bene, potrebbero essere consacrate le prime donne-vescovo. Donne-ministro esistono da tempo nella Chiesa anglicana d’Inghilterra, come in altre Chiese in comunione con essa, e la distinzione tra vescovi e ministri consacrati è di origine storica (non è stata certo istituita da Gesù Cristo). Le motivazioni dei cinque vescovi anglicani appaiono modeste (se non meschine), anche se ogni scelta di coscienza (specie se

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dolorosa) va rispettata. Domanda: le molte pecorelle cattoliche le quali ritengono che niente si opponga nel Vangelo alla scelta di donne per fare il prete – e quindi anche il vescovo – dove dovrebbero andare secondo le Loro Eccellenze anglicane? A noi pare che non essendovi un ovile adeguato offerto nella Chiesa cattolica (forse un papa, tra qualche secolo, provvederà), e non volendosi trasferirsi nella Chiesa d’Inghilterra o in altre Chiese consimili, dovranno semplicemente giudicare, in buona scienza e coscienza, che non conviene cambiare serraglio, finché nella Chiesa vale ancora l’insegnamento che non tutte le «verità» stanno sullo stesso piano.

Legislazione infame. Il fanatismo religioso dilaga nel mondo, a Oriente come a Occidente. Ha fatto notizia che Asia Bibi, una donna pakistana di 45 anni, madre di sei figli, dopo aver subito varie aggressioni, è stata condannata a morte per impiccagione da un tribunale nel Punjab pachistano, accusata senza fondamento di aver bestemmiato il profeta Maometto. La legge contro la bestemmia, promulgata dalla dittatura militare nel 1986, secondo la Commissione Giustizia e Pace pakistana avrebbe già provocato la condanna di almeno 974 persone, tra cui 119 cristiani. Essa persegue «coloro che, con parole o scritti, con gesti o rappresentazioni visibili, con insinuazioni dirette o indirette, insultano il nome sacro del Profeta». Per mons. Fisichella occorrerebbe esaminare almeno le circostanze, per cui una bestemmia del cavaliere Berlusconi potrebbe anche non essere un insulto a Dio: in Pakistan Maometto è meglio tutelato. Spagna cattolica. Il Papa ha visitato all’inizio di novembre Barcellona, confrontandosi con la secolarizzazione incoraggiata dal governo socialista, mentre le cifre confermano la realtà di una nazione ancora largamente «cattolica». Su 46 milioni di abitanti, 42 milioni si dichiarano cattolici (92,5%); ma i praticanti sono solamente il 13,5%. Al 31 dicembre 2009 c’erano in Spagna 124 vescovi e 24.849 preti, cioè uno ogni 1709 cattolici (la media mondiale è di 2849). Vanno aggiunti 3946 religiosi non preti, 50.653 religiose, 2786 laici appartenenti a istituti secolari, 3900 seminaristi e 101.261 catechisti. Le scuole cattoliche (materne o primarie) hanno in totale 265.348 allievi, i 3694


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cronaca

collegi o licei cattolici hanno oltre un milione di alunni e le 153 università o istituti superiori accolgono 104.644 studenti. Numerose anche le opere caritative e sociali: 93 ospedali, 72 dispensari, 788 case di cura o di riposo, 435 orfanatrofi, 301 centri familiari per la difesa della vita, 3036 centri di rieducazione e oltre quattrocento 400 istituti attivi nel settore. Intanto l’Alta corte di giustiza dell’Estremadura ha dato ragione a una famiglia che ha richiesto di togliere dalla scuola frequentata dal figlio ogni simbolo religioso (come il crocefisso e le statue della Madonna). Il Papa, durante la recente visita, ha condannato «la secolarizzazione aggressiva», chiedendo rispetto per il simbolo della croce. Il presidente del governo Zapatero sta elaborando una legge sulla libertà religiosa, con disposizioni sulla presenta dei simboli religiosi nelle scuole e negli spazi pubblici.

Solidarietà effettiva. I cristiani in Iraq sono oggetto di criminali aggressioni, sia collettive (assalto alla cattedrale) sia a singole famiglie. Gli attacchi vengono da frange di mussulmani fanatici e il governo non è in grado di offrire un’adeguata protezione. Insomma, i cristiani erano meglio protetti quando governava il dittatore Sadam, prima di venir «liberati» da «cristiani occidentali». L’università di Friburgo dimostra la sua solidarietà sviluppando una collaborazione scientifica con il Babel College di ArbilAnkawa, del nord dell’Iraq, appartenente alla Chiesa cattolica caldea, unica istituzione di formazione teologica a livello accademico per i cristiani del Paese. Studenti iracheni sono stati invitati a compiere soggiorni di studio a

Friburgo; nel maggio 2011 si terrà un convegno sul cristianesimo in Mesopotania, intitolato «Iraq, dalle origini ai nostri giorni» (un ampio servizio in APIC del 3 novembre).

Bibbia a scuola. Il Ministero italiano per l’istruzione ha sottoscritto un accordo con l’Associazione Biblia per una maggiore conoscenza della cultura ebraico-cristiana negli insegnamenti curricolari. Mai troppo tardi.

Donne all’altare. Il Papa ha pubblicato una «esortazione apostolica» dal titolo magniloquente Verbum Domini («Parola di Dio») in cui non accoglie la proposta n.17 presentata dal Sinodo dei vescovi sulla Sacra Scrittura, svoltosi a fine 2008, che chiedeva che fosse possibile conferire anche alle donne il «lettorato», cioè l’incarico riconosciuto di leggere i testi biblici durante le liturgie. Il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi, ha tuttavia assicurato che «il Santo Padre sta studiando attualmente la questione». Buon lavoro.

Trattative infinite. Per l’ennesima volta (si è perso ormai il calcolo) si è riunita una commissione ad hoc tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele per regolare il contenzioso fiscale sui beni della Chiesa cattolica in Terrasanta, in attuazione dell’Accordo fondamentale del 10 marzo 1994 e in applicazione del quale il 10 novembre 1997 erano stati riconosciuti gli effetti civili della personalità giuridica agli enti ecclesiastici. Si tratta del pagamento di imposte su edifici e attività commerciali, quindi di soldi. Secondo un comunicato vaticano, l’atmo-

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sfera era «cordiale» e per Israele non c’è fretta. Anche per la Santa Sede i problemi importanti da discutere sono (dovrebbero?) essere altri. Prossima riunione il 9 dicembre, senza alcuna speranza di chiudere la partita.

Ci ha lasciato un’amica

È morta lo scorso 18 novembre Adriana Zarri, nata presso Bologna nel 1919, figlia di un mugnaio, saggista e teologa anticonformista. Ci teneva a essere ricordata come il «primo teologo-donna» in Italia. Da anni abitava come eremita in vecchie case coloniche non lontano da Ivrea, da quando vi si era trasferita per godere della protezione e dell’amicizia del vescovo conciliare Bettazzi. Ha collaborato a decine di giornali e riviste, da «l’Osservatore romano» (ma in tempi lontani…) al «Manifesto» fino alla morte, dando voce al dissenso cattolico e al cristianesimo di base. Aveva esordito con «La Chiesa, nostra figlia», anticipatrice del Vaticano II (per merito di Rienzo Colla della Locusta, Vicenza 1962); nell’ultimo «romanzo» si era divertita, alle spalle della Curia romana, con «Vita e morte senza miracoli di Celestino VI», un futuro Papa che lascia il Vaticano per tornare semplice prete, con un gatto chiamato Lutero. Contava ammiratori ed amici nel Ticino; aveva partecipato al «Sinodo dei laici» organizzato a Lugano da «Dialoghi» (cf. «Dialoghi» 103, settembre-ottobre 1988). Tra le sue opere: Nostro Signore del deserto; Erba della mia erba; È più facile che un cammello; Il pozzo di Giacobbe.

Collana «I Cristalli» 3 bei libri da leggere per le Feste di Natale Vita di un poveruomo

L’Europa, una patria?

Storia di due vite

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Iso Camartin Formato 12.5x21, 272 pp., Fr. 22.–

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Un libro meraviglioso, perchè è nato dalla vita del popolo. Così fu definita l’autobiografia di questo piccolo agricoltore, scritta in larga parte di notte e nei pochi momenti liberi concessigli da una vita grama, avara di soddisfazioni e sempre sul margine della miseria più nera.

Fino a che punto l'abitante di una piccola patria come la Svizzera può essere, sentirsi e definirsi europeo? Quali fatti, quali circostanze, quali esperienze fanno di me un europeo? Dal punto di vista politico, la risposta non può essere che no. Ma se si guarda ad una dimensione più ampia? Umana e culturale

Wladimir Rosenbaum e Aline Valangin: due personaggi che hanno segnato la storia culturale e artistica del Cantone, quando ad Ascona e Comologno ospitavano esuli del conflitto mondiale e uomini di cultura, quali Ignazio Silone, James Joyce, Thomas Mann ed Elias Canetti.

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biblioteca

BIBLIOTECA

La generazione incredula

«Perché i giovani non vanno più a messa», se lo chiede Armando Matteo, assistente nazionale della FUCI, associazione benemerita per aver formato per la Chiesa e l’Italia una lunga serie di personalità. In meno di novanta pagine, ma assistito da una impressionante «nota bibliografica», vengono elencate le ragioni, con argomentazioni facilmente condivisibili per chi ha gli occhi aperti; mentre la «pars construens» è piuttosto deludente: ma l’autore sa bene la difficoltà a indicare rimedi e proposte operative. Il testo porta il titolo esplicito: La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede. La generazione cui si riferisce l’autore è quella nata dopo il 1990, per la quale le inchieste sociologiche per l’Italia evidenziano un quasi totale abbandono della pratica religiosa, almeno quale adesione o frequenza alla Chiesa cattolica. Le spiegazioni offerte riguardano particolarmente due ambiti: fondamentalmente è cambiato il clima culturale (siamo nel postmoderno, che ha completamente secolarizzato la precedente «cristianità» del «non possiamo non dirci cristiani»); la famiglia, che in precedenza fungeva da «apprendistato» alla religione, non è più in grado o non vuole più (con genitori post-sessantottini), trasmettere una «cultura» che anticipava l’evangelizzazione dispensata poi dalla struttura ecclesiale. Oltretutto i giovani sono in competizione con i genitori «giovanilisti», che non fanno loro posto e quindi non sono accettati come modelli. Qui si riflette specialmente una situazione italiana, mentre il cambiamento culturale e le difficoltà di genitori e Chiesa (coi relativi negativi esiti) sono largamente applicabili anche alla realtà ticinese (basta partecipare ad una messa la domenica mattina). Le ultime venti pagine sono dedicate a «come superare tale impasse» (pag. 60), chiedendosi «c’è ancora spazio per una profezia possibile?». Viene proposta e delineata «una fede giovane», una nuova «grammatica della fede», per cui «aver fede significa vivere la propria libertà all’insegna del primato dell’amore di Dio e dell’amore al prossimo»; mentre per la Chiesa viene proposto di «mettersi a dieta»

(p. 73), cioè «una razionalizzazione e una gerarchizzazione degli interessi»: «la fede non è detta mai una volta per tutte: la santità cristiana ha grandi ali di fantasia». L’autore non nasconde le difficoltà e sottolinea la necessità di rinunce, specie per coloro (clero e laici) che oggi propongono di tornare indietro, invece di affrontare il nuovo (come del resto aveva cercato di fare il Concilio Vaticano II, ancora commemorato ma spesso abbandonato). «Bisogna sentire meglio. Sentire il grido che i giovani stanno lanciando al mondo degli adulti» (p. 80). a.l.

A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Roma, 2010, Soveria Mannelli (CZ), pp.102, € 10.

Quando Montini proteggeva «la Corsia»

Daniela Saresella, docente di storia contemporanea all’Università degli studi di Milano, sta da anni seguendo un proprio personale percorso di conoscenza delle esperienze più critiche del cattolicesimo italiano del Novecento: da Romolo Murri e dal modernismo di inizio secolo alle riviste del post-Concilio, senza trascurare il don Mazzolari de «La pieve sull’argine». Il nuovo libro costituisce un altro tratto di strada. Si tratta della storia della presenza di una straordinaria coppia di frati serviti, Turoldo e De Piaz, nella Milano della seconda guerra mondiale, dell’immediato dopoguerra e degli anni Cinquanta fino all’apertura del Concilio. Saresella ricostruisce con pazienza gli sforzi dei due religiosi per aggiornare i modi di vivere la fede cristiana e per porla in rapporto con i fermenti più vivaci della cultura di quel tempo. Si potrebbe dire che sono prove di dialogo e di confronto in tempi nei quali si era abituati piuttosto allo scontro e alla sicurezza delle proprie idee. Da qui una storia – ben documentata dall’autrice – di tensioni e di asprezze, anzitutto all’interno dei Servi di Maria. Ma anche una storia che riserva alcune sorprese, come la radicata stima di un uomo come mons. Giovanni Battista Montini – tanto prudente e misurato – verso un ciclone umano quale era David Maria Turoldo. Nel 1957 fu proprio l’arcivescovo di Milano a bloccare un tentativo di chiudere la Corsia dei Servi,

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segnalando sia a Roma sia al superiore generale dei Serviti l’inopportunità di porre fine a una esperienza che conteneva tanti lati positivi (pp. 152160). Ciò non toglie che il futuro Paolo VI fosse piuttosto critico verso diversi atteggiamenti del duo TuroldoDe Piaz. Saresella documenta – sfruttando in modo intelligente tanti diversi archivi – le sofferenze di Turoldo, costretto a un continuo vagabondare dopo lo stretto rapporto intessuto con don Zeno e con Nomadelfia (aspetto, questo, ben ricostruito nel libro). Qua e là spunta anche – e non poteva essere diversamente – il nome di don Primo Mazzolari. In altra occasione sarebbe anzi interessante riprendere e valutare i severi giudizi che proprio il «Bollettino della Corsia dei Servi» formulò sia rispetto a «Tu non uccidere» sia nei confronti dell’opera del parroco di Bozzolo (pp. 208-209). Giorgio Vecchio (da «Impegno», Bozzolo, novembre 2008)

D. Saresella, David Maria Turoldo – Camillo De Piaz e la Corsia dei Servi di Milano (19431963); Morcelliana, Brescia, 2008, pp. 227.

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone: Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. Libreria Elia Colombi SA, via Dogana 3, 6500 Bellinzona. Melisa Messaggerie SA, via Vegezzi 4, 6900 Lugano. Libreria del Mosaico, via Bossi 32, 6830 Chiasso. Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 10 (Euro 7). Rimane sempre ancora la possibilità di rivolgersi all’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, e-mail: leporipietro@bluemail.ch per abbonamenti (annuale fr. 60, Euro 40) o per ricevere copie singole, anche arretrate (prezzo per copia: fr. 12, Euro 8).


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opinioni

i corsivi di dialoghi

Diritti ai cristiani (e a tutti gli altri)

I Vescovi cattolici del Medio Oriente, convocati da papa Benedetto XVI a Roma per un Sinodo regionale, hanno richiamato l’attenzione dei mass media sulla difficile situazione dei cristiani nella regione che vide la nascita delle loro prime comunità. Due i motivi principali delle difficoltà di questi gruppi minoritari, divisi tra una decina di denominazioni diverse (solo in Egitto i copti rappresentano un gruppo minoritario consistente, di circa 8 milioni): le ristrettezze economiche, che spingono all’emigrazione, facilitata dai confratelli sistemati in Europa occidentale e in America, e l’aumento della pressione islamica, intollerante e talvolta persino omicida (come di recente a Baghdad, l’assalto domenicale alla cattedrale cattolica, con oltre 50 morti), fiaccamente combattuta da governi che non tutelano i diritti umani (in primis quello della libertà religiosa) che magari figurano nelle loro costituzioni. Fa piacere che i vescovi cattolici e il Papa si facciano promotori dei diritti umani, codificati nell’Occidente spesso stigmatizzato come secolarizzato e relativista, ma anche un poco di umiltà non guasterebbe: meno di centocinquanta anni fa, il predecessore di Benedetto XVI, Pio IX, condannava nel Sillabo degli errori moderni, la libertà di culto (8 dicembre 1864). Per evitare interpretazioni parziali che potrebbero prestarsi a ironia (come affermare che l’enciclica Quanta cura premessa al Sillabo partecipa alla «continuità» dell’insegnamento cattolico, anticipando la dichiarazione conciliare – del 1965! – Dignitatis humanae), i cattolici e i loro portavoce più o meno ufficiali e autorizzati dovrebbero dire chiaramente che la difesa dei diritti umani (comprese le libertà di coscienza e di religione) viene richiesta per tutti gli uomini e per tutte le religioni e tali diritti valgono in Medio Oriente per altri gruppi minoritari come valgono in Svizzera anche per i seguaci di mons. Lefebvre. Per completezza è tuttavia da ricordare che, nel Sinodo dedicato al Medio Oriente, i vescovi cattolici hanno deplorato la persecuzione che lo Stato di Israele da decenni conduce nei confronti dei palestinesi: prima di tutto con

l’occupazione illegale del territorio (malgrado le ripetute condanne delle Nazioni Unite), e poi con decisioni illiberali e indisponenti, dalla costruzione del muro antiterroristi alla ventilata pretesa di un «giuramento di fedeltà» da richiedere agli arabi, pur tuttavia cittadini israeliani a pieno diritto. Purtroppo questi gesti illiberali sono la conseguenza della democrazia parlamentare, il governo dell’unica democrazia del Medio Oriente essendo ricattato da un gruppuscolo di parlamentari ebrei fondamentalisti. Tutto il mondo è paese. In Italia, da anni parlamentari cattolici hanno ripetutamente bloccato leggi di libertà con un atteggiamento intollerante, violando per suggerimento vaticano la stessa laicità dello Stato (principio derivante dal Concordato del 1984). All’inizio del Novecento, il deputato al Gran Consiglio Giuseppe Motta denunciava l’ipocrisia del governo anticlericale ticinese, che, in urto al principio della laicità, pretendeva dai contribuenti un giuramento (cioè che invocassero il nome di Dio), per attestare la verità della loro dichiarazione fiscale! a. l.

Il Papa e il preservativo

«Ratzinger apre al preservativo», titola la stampa di domenica 21 novembre. Rovesciata la tesi portante della Humanae vitae di Paolo VI? No. La «concessione» è fatta per preservare dal contagio dell’Aids, in particolare, chi si prostituisce. È una buona ragione. Ma si dimentica che altre «buone ragioni» sono già ora tenute in considerazione dai confessori e dai direttori spirituali nei confronti, per esempio, delle coppie di cristiani che domandano consiglio. È l’etica della responsabilità che mitiga l’etica della convinzione. Non sarà una «buona ragione», allora, che nei rapporti ormai disinibiti tra giovani le gravidanze indesiderate vadano in quel modo prevenute? Pare evidente. Il punto è che, di «buona ragione» in «buona ragione», il divieto del preservativo per ragioni «naturali»… va a farsi benedire. Rimangono l’autodisciplina (una volta si diceva: la castità) e il senso di responsabilità: ma per questo non sono indispensabili le encicliche, il Vangelo basta e avanza. E. M.

A tutti i no stri lettori auguri di Buone Feste

No. 214

In questo numero

I corsivi di «Dialoghi» ✧ È TUTTA COLPA 1 DELL’ILLUMINISMO? (E.M.) ✧ DIRITTI AI CRISTIANI (E A TUTTI 20 GLI ALTRI (a.l.) ✧ IL PAPA E IL PRESERVATIVO (E.M.) 20 Dossier Economia ✧ CONFINI CICATRICI DELLA STORIA, MA IN FUTURO... (Remigio Ratti) 3 ✧ CONTRO IL MITO DELLA CRESCITA CONTINUA E ILLIMITATA (Silvano Toppi)) 7 ✧ IL SIGNIFICATO DELLA TERRA PER I RURALI COLOMBIANI (Sergio Ferrari) 9

Articoli ✧ POVERTÀ E DIRITTI UMANI. UNA DICHIARAZIONE DELLE CHIESE 2 ✧ I NODI IRRISOLTI DEL DIALOGO ROMA-CANTERBURY (Luigi Sandri) 11 ✧ LUCI E OMBRE DEI NUOVI DOCUMENTI SULLE VIOLENZE 15 SESSUALI DEL CLERO (L.S.) ✧ «IL PATTO DELLE CATACOMBE» 16 ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE 6 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 12 ✧ CRONACA SVIZZERA 13 ✧ CRONACA INTERNAZIONALE 17 ✧ BIBLIOTECA - G. Campanini, Testimoni nel mondo. Per una spiritualità della politica (Studium) 5 A. Matteo, La prima generazione incredula (Rubbettino) 19 - D. Saresella, D.M. Turoldo - C. De Piaz e la Corsia dei Servi di Milano (Morcelliana) 19

dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.

dialoghi 214  

Dialoghi n.ro 214

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