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212 dialoghi Locarno – Anno 42 – Giugno 2010

di riflessione cristiana

Cattolici avari con le loro Parrocchie Dossier da pag. 2 a pag. 8

BIMESTRALE


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Il quadro giuridico La struttura giuridica delle Parrocchie cattoliche è quella della corporazione (gruppo di persone), analoga dunque a quella del comune politico (bisognerebbe chiamarle «comuni ecclesiastici», come più propriamente vengono indicate in tedesco: Kirchgemeinde). BENI PARROCCHIALI E CONTRIBUTI VOLONTARI

Le fonti di finanziamento sono sostanzialmente tre (art. 20 della Legge sulla Chiesa cattolica del 16 dicembre 2002, LCC): ● reddito da beni parrocchiali (quasi esauriti quelli dipendenti da fondi agricoli; in alcune parrocchie consistenti nell’affitto pagato da inquilini di stabili di proprietà parrocchiale); ● prestazione da parte dei comuni (interessi di capitali, oppure indennità per beni parrocchiali incamerati nell’Ottocento: il deprezzamento della moneta li ha ridotti a poche migliaia di franchi e non sono stati in genere rivalutati); ● imposte o tasse parrocchiali, applicate in una cinquantina di parrocchie, di fatto contributi volontari, per la possibilità di facilmente sottrarsi dall’obbligo legale con una semplice dichiarazione (Decreto legislativo del 10 novembre 1992; in precedenza era una vera imposta, obbligatoria anche per le persone giuridiche). A questo provento si aggiungono le offerte libere, raccolte in particolare durante il culto. Secondo l’art. 19 LCC, sono beni parrocchiali «i beni mobili e immobili attualmente intestati al beneficio o alla prebenda parrocchiale o di appartenenza alla chiesa parrocchiale, nonché i proventi di donazioni, lasciti e liberalità pubbliche o private a favore della Parrocchia e delle sue attività». La legge prevede l’unificazione in un solo patrimonio (quindi tutti amministrati dalla corporazione parrocchiale) dei beni sopra elencati, entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge, avvenuta il 1. gennaio 2005.

La diminuzione della frequenza regolare al culto, il venir meno del senso di appartenenza alla Chiesa cattolica, la crisi economica generalizzata, hanno eroso sempre più i finanziamenti volontari alle parrocchie. Anche dove esiste la cosiddetta «imposta parrocchiale», si rinuncia generalmente a misure coercitive nei confronti degli insolventi. Nel contempo le spese crescono per il generale aumento del livello sociale : i preti vanno equamente retribuiti (con i relativi oneri sociali), le chiese pulite e riscaldate. Una indagine relativa a 227 chiese svizzere ha dimostrato che un posto riscaldato costa in media fr. 25, in una cattedrale fr. 150!

SPESE DI CULTO E DI MANUTENZIONE Le uscite ordinarie di un bilancio parrocchiale possono essere raggruppate in due categorie: spese per la pastorale (stipendio e oneri sociali del clero, del sacrestano, dell’organista, dei catechisti) e spese per gli edifici: la chiesa parrocchiale ed eventuali oratorii (pulizia, illuminazione, riscaldamento, assicurazioni, manutenzione ordinaria).

Le spese per la pastorale devono essere coperte con i mezzi parrocchiali e, in particolare, con le offerte raccolte tra i cattolici: se i mezzi propri non sono sufficienti, occorre sollecitare la generosità e la responsabilità dei «fedeli».

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Già il Sinodo 72 si era pronunciato per il sistema di un «contributo volontario», che consiste nell’indicare ai parrocchiani quale dovrebbe essere il loro personale apporto a queste spese in una percentuale dell’imposta cantonale o con una apposita tabella (per permettere anche agli «esentati» di partecipare). Viene così rispettata la libertà di coscienza: nessuno viene costretto a partecipare a spese di carattere religioso, pur restando l’obbligo morale per i cattolici (secondo l’antico precetto: «Partecipare alle spese di culto secondo le usanze», ora secondo il canone 222, «obbligo di sovvenire alle necessità della Chiesa»).

Per le altre spese, considerato che gli edifici ecclesiastici sono aperti a un pubblico indifferenziato e spesso costituiscono il patrimonio culturale e artistico dell’intera comunità, una partecipazione finanziaria dell’ente pubblico (generalmente il Comune; il Cantone per alcune chiese di sua proprietà) è giustificata e auspicabile, calcolata in una percentuale della spesa complessiva annuale. Le modalità dovrebbero essere stabilite in una particolare convenzione pluriennale, da fare approvare, nei Comuni, dal legislativo. Da regolamentare a livello comunale vi è anche l’onere che la parrocchia (o il parroco) si assume per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole comunali. La varietà delle situazioni (scuole comunali o consortili, parroci o insegnanti laici) non permette di indicare una soluzione generalizzata. Tuttavia, a livello locale, deve essere trovata una soluzione equa, che retribuisca (analogamente a quanto avviene per le scuole cantonali da parte del Cantone – Legge sulla scuola del 1. febbraio 1990, art. 23,5) un’attività prevista dalla legge. Secondo la «Rivista della Diocesi di Lugano» (gennaio-febbraio 2010), «rientra tra i doveri del parroco, riconosciuti nella congrua, garantire l’istruzione religiosa nelle scuole primarie». La Curia vescovile propone per i collaboratori laici «un contributo annuo minimo di mille franchi per ora-lezione»(non si dice a carico di chi…). PRESTAZIONI PER LA COMUNITÀ E RESTAURI

Di recente, in alcuni cantoni svizzeri (Basilea, Vaud, Zurigo) ci si è orientati verso il sistema del «mandato», riconoscendo alle diverse Chiese (specie a livello cantonale) un importo quale partecipazione alle spese sostenute per attività per la comunità locale, non limitate cioè agli appartenenti alla propria confessione. Il sistema è difficilmente applicabile a livello comunale, salvo eccezioni. Non è tuttavia da escludere il versamento di contributi comunali per specifiche attività, come quelle prestate da associazioni caritative (Conferenze di San Vincenzo) o educative/ricreative, o la messa disposizione di spazi sociali. Esiste infine il grosso impegno che grava sulle parrocchie quali proprietarie della maggior parte degli edifici ecclesiastici (chiese parrocchiali, oratori, cappelle ecc.) quando dovessero intraprendere opere di restauro, in particolare per opere pittoriche e per arredi sacri, preziose testimonianze del passato. Per questi interventi eccezionali non sono mancati nel passato sussidi cantonali e federali, ed è abbastanza frequente anche la partecipazione dei Comuni. Purtroppo le malandate finanze parrocchiali (e in qualche luogo la mancanza di iniziativa) fanno sì che edifici meritevoli di conservazione subiscano danni irreparabili. a.l.


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Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro

Debolezza strutturale delle finanze parrocchiali Un puzzle di difficile gestione e interpretazione

Sul finire del 2009 e all’inizio del nuovo anno, i mass media ticinesi si sono fatti eco del pubblico lamento dei responsabili della gestione finanziaria di alcune delle parrocchie più popolose del Ticino (Chiasso, Lugano, Bellinzona…): parrocchie dipendenti per una parte più o meno consistente del loro bilancio dal contributo delle cosiddette «persone giuridiche» (aziende, banche, società), il cui apporto, a causa delle note difficoltà economiche, si è in qualche caso «drammaticamente» ristretto. Il Vescovo Pier Giacomo Grampa se ne è fatto portavoce nell’omelia di fine d’anno: «Aggiungo preoccupato la mia voce a quella del Consiglio parrocchiale [di Lugano] per ricordare che è dovere grave sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le proprie possibilità».

Allarme giustificato? «Dialoghi» ha sentito alcuni responsabili locali e dato un’occhiata ai conti consuntivi e preventivi, constatando tali e tante diversità da escludere un’interpretazione univoca. Le parrocchie senza problemi (dove cioè le entrate dipendono da fonti di reddito solide e permettono di far fronte ad ogni necessità) sono poche. In altre la situazione può essere definita strutturalmente disastrata. Un certo numero, infine, tira innanzi col minimo delle risorse, ma anche con il minimo di servizi offerti. Il dossier di «Dialoghi» non ha la pretesa di descrivere compiutamente la situazione. Ci siamo limitati (e non poteva essere diversamente: le parrocchie sono più di duecento) a descrivere alcune situazioni-tipo, e a delineare alla fine alcune constatazioni generali. Conclusioni più precise esigerebbero un’indagine fatta da specialisti. Era forse sperabile che la Diocesi disponesse di dati riassuntivi soddisfacenti. Ma non è il caso: la Curia, che si trova in difficoltà economiche persino nell’organizzare le sue attività ordinarie, non ha i mezzi per finanziare uno studio socio-economico esaustivo. Ci chiediamo allora se, con tutti gli istituti di ricerca di cui il Ticino dispone, non ne esista uno che potrebbe farsene carico – sponsorizzato o no dalla Diocesi. Il compito non sarebbe di rilevanza solo religiosa ma anche civile. A meno di ritenere che il cattolicesimo visibile in Ticino (che pure ha costellato il territorio di tracce non effimere) possa essere lasciato andare a rotoli senza rimpianti.

BALERNA: saggezza degli antichi Canonici

La storia magistra vitae? Chissà! Nell’Ottocento, la Parrocchia di Chiasso accettò, in cambio dell’incameramento dei beni di sua proprietà da parte del Comune (i terreni sui quali si sarebbe costruita la stazione internazionale!), il versamento di 1300 franchi all’anno. A quanto potrebbero corrispondere, oggi, quei 1300 franchi, aggiornati al tasso di inflazione? Possiamo solo immaginarlo. Ma il Comune di Chiasso continua a versare 1300 franchi all’anno alla Parrocchia. Non sappiamo se anche al Capitolo dell’insigne Collegiata di San Vittore Balerna sia stato allora proposto un simile «scambio». Di fatto, non successe niente di simile e il Capitolo dei Ca-

nonici (ridotto da un massimo di otto, quanti sono gli stalli nel coro, al solo arciprete…) amministra tuttora un bel po’ di terreni e di case, che gli rendono quanto basta per esonerare i cattolici di Balerna da ogni imposta o contributo volontario, eccettuate le questue ordinarie. Balerna sarà l’ultima parrocchia del Ticino retta da un Capitolo di canonici a introdurre il Consiglio parrocchiale e dunque ad attribuire a un organismo governato da laici il reddito dei beni di cui dispone. Quali beni? Terreni a Castel San Pietro, Vacallo, Riva San Vitale, Chiasso, Pedrinate, Novazzano, per un valore di stima pa-

Balerna

ri a una decina di milioni, poi una decina di case con sessanta appartamenti dati in affitto, negozi, posteggi – poche le alienazioni negli ultimi anni, dunque un patrimonio sostanzialmente integro. Da quando l’arciprete non potrà più disporre personalmente di quelle sostanze («È incredibile – dice don Giampietro Ministrini – io, oggi come oggi, potrei vendere e comprare, e non rendere conto a nessuno!») si prevedono due istituzioni: una Fondazione cui attribuire le proprietà (eccettuati la chiesa, l’oratorio e la casa parrocchiale), incaricata di gestire i citati beni e i relativi redditi. La fondazione verserà un contributo annuale alla Parrocchia vera e propria, per l’amministrazione ordinaria della quale si provvederà secondo la legge (Assemblea e Consiglio parrocchiale). Lo statuto è stato studiato d’intesa con la Diocesi, che avrà dunque «voce in capitolo». Al Fondo attività diocesane Balerna contribuisce complessivamente con 15 mila franchi all’anno. Scomparirà dunque il Capitolo dei Canonici che furono tanto previdenti da tenere per sé i beni che possedeva nei decenni passati? Sì e no. Attualmente la parrocchia di Balerna ha a suo carico un Parroco-Arciprete e un vicario. Ma molti preti dell’antica Pieve hanno preso l’abitudine di venire ogni giorno a pranzo nelle belle e antiche sale della casa dei canonici: sono pastori di parrocchie che a poco a poco conquistarono la loro indipendenza dalla matrice, e che ora ricreano, in un certo senso, una «zona pastorale» almeno di fatto…

Al dossier hanno collaborato Serse Forni, Alberto Lepori, Enrico Morresi


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Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro Dove c’è l’imposta chi non paga non viene escluso

La legislazione vigente prevede che una persona possa chiedere l’esonero dal pagamento della cosiddetta imposta parrocchiale, facendo domanda di stralcio dal catalogo tributario parrocchiale. «Da noi, chi chiede lo stralcio dal catalogo tributario parrocchiale per non pagare l’imposta – scrive il Vescovo Grampa nella sua Lettera pastorale “…e pose la sua tenda in mezzo a noi” – continua comunque a beneficiare di quei servizi prettamente spirituali e pastorali ai quali ricorre, a livello personale o famigliare, lungo le varie tappe della vita (…) L’atteggiamento di non rifiuto, adottato dalla nostra Diocesi, si colloca in una linea di fedeltà al passo del Vangelo, che amo ricordare: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Matteo 10,8)». Il non pagare l’imposta non toglie dal libro dei battesimi e non può privare del diritto ai sacramenti. «In questa mia risposta – aggiunge il Vescovo Grampa – sono sostenuto da una sentenza (novembre 2007) del Tribunale federale, relativamente a un caso scoppiato nel Canton Lucerna (…). Il Tribunale federale ha sentenziato che è possibile lasciare l’organizzazione civile della parrocchia senza rinnegare la fede (…). Ha quindi distinto due “uscite”: dalla Chiesa in quanto organizzazione civile e dalla Chiesa in quanto organizzazione religiosa canonica (corpo mistico di Cristo), introducendo il principio – che costituisce una novità e che farà giurisprudenza – di una ”uscita parziale” dalla Chiesa cattolica, nel senso di un’uscita dalla struttura civile pubblica assunta dalla parrocchia». «Fatte queste precisazioni – conclude il Vescovo di Lugano – occorre ribadire il dovere morale grave di ogni battezzato di contribuire al sostentamento della sua comunità. I fedeli hanno l’obbligo di sovvenire alle necessità materiali della Chiesa, ciascuno in base alle proprie possibilità».

CHIASSO: cattivi affari con il Comune

A Chiasso, con quei 1300 franchi annui che il Comune continua a versare ogni anno, come si sarebbe potuta pagare la costruzione della nuova chiesa sorta negli anni Trenta del Novecento, costruita di fianco al Municipio? Per questa ragione, la Parrocchia di San Vitale Martire fu tra le prime nel Ticino a introdurre un’imposta parrocchiale, che attualmente è pari al 3% dell’imposta cantonale. Il provento di questa imposta domina il conto economico del 2009: fr. 290.928,70 su un totale di entrate di fr. 639.484,98. La gestione dei beni (tra cui nove appartamenti dati in affitto, valore di stima sui 3 milioni) rende infatti poco più di centomila franchi.

2008, prevedeva un pareggio d’esercizio con un incasso di imposte parrocchiali per fr. 379.000, mentre all’atto pratico ne sono state incassate per soli fr. 280 mila, potete rendervi conto delle difficoltà cui siamo confrontati». Ha fatto notizia sui giornali la rinuncia del parroco e del vicario alla «tredicesima». Altro che «tredicesima»! Sul personale – non dunque solo sui sacerdoti – sono stati «risparmiati» cinquantamila franchi. Qualche entrata straordinaria e altre «misure di risparmio generalizzato» hanno permesso di chiudere il 2009 in modo non del tutto negativo (perdita d’esercizio di fr. 1398,75). E per il 2010? Si spera in bene!

Considerata la forte incidenza delle imposte sulle entrate, l’allarme è stato fatto suonare durante la seconda Assemblea parrocchiale ordinaria del 24 novembre 2009. Il segnale è sul rosso anche sei mesi dopo: mancano centomila franchi, pagati soprattutto dalle persone giuridiche, la crisi delle banche si è fatta sentire. Nel suo commento al Consuntivo 2009 il Consiglio parrocchiale è esplicito: «Se consideriamo che il preventivo 2009, accettato nell’assemblea del novembre

La Parrocchia stipendia un ParrocoArciprete, un Vicario, un collaboratore pastorale laico, un sagrestano a metà tempo e un segretario amministrativo. Offre non pochi servizi di valore sociale all’intera comunità chiassese: un salone (l’«Excelsior»), l’oratorio, e molte attività per la gioventù (chi non ricorda le colonie estive di don Willy Albisetti?), in cambio dei quali non può il Comune certo andare molto fiero dei 1300 franchi che versa...

Mezzo secolo fa la parrocchia di Ascona non stava né meglio né peggio delle altre parrocchie del Locarnese. Aveva qualche proprietà, soprattutto terreni; prati e campi che non valevano granché. Oggi, invece, è fra le parrocchie più «ricche» del Ticino. Un «miracolo» che ha delle spiegazioni molto… terrene. Quello di Ascona è diventato uno dei territori più pregiati del Ticino. «Il valore dei terreni nel corso dei decenni è cresciuto – spiega l’amministratore parrocchiale, Paolo Duca. Inoltre l’arciprete dell’epoca, don Alfonso Pura, ha dimostrato un piglio manageriale davvero sorprendente. Su alcuni sedimi sono state costruite due case d’appartamenti e l’incasso degli affitti permette tuttora di pagare le spese parrocchiali». Fino a qualche anno fa i beni della Parrocchia erano divisi da quelli dell’arciprete (i cosiddetti «benefici arcipretali»). Questi – lasciti, terreni, proprietà immobiliari – venivano ammini-

strati direttamente dal titolare della Parrocchia. Ora tutto è confluito in un unico bilancio.

ASCONA: i risultati di una gestione oculata

Un esempio. Ad Ascona era stata costituita una «Fondazione Berno» (dal nome del martire Pietro Berno, nativo della località). Scopo: realizzare un albergo e costruire una casa per gli anziani. Gli incassi del primo hanno coperto per anni le spese della seconda. E poiché la Fondazione Berno aveva ricevuto anticipi dai benefici arcipretali, ora la Parrocchia incassa gli interessi su questi prestiti. «Gli utili dell’hôtel vanno a sostegno di giovani e anziani». I conti del 2009 evidenziano che la Parrocchia incassa gli affitti di alcune decine di appartamenti (a pigione moderata) e i diritti di superficie di diversi terreni, per un totale di 1,52 milioni di franchi. Vi si aggiungono 58 mila franchi di entrate straordinarie e 345 mi-


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Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro LOCARNO: un disavanzo strutturale

Ascona

la di interessi su prestiti. Ai costi, la manutenzione degli immobili e altre spese gravano sul bilancio per 717 mila franchi. L’utile nel 2009 è stato di 165 mila franchi (alcuni lavori previsti sugli stabili sono slittati). Il preventivo per il 2010 prevede un quasi «pareggio»: 4 mila 500 franchi di utile. La Parrocchia di Ascona mantiene cinque chiese: la parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, la Madonna della Fontana (con l’ostello), San Michele, la chiesa della Ruga e San Sebastiano (ora museo parrocchiale). È proprietà della Diocesi, invece, la chiesa di Santa Maria della Misericordia, annessa al Collegio Papio. Otre ai costi per gli stabili, la Parrocchia spende 250 mila franchi come contributo al Collegio Papio, centomila per il Centro parrocchiale San Michele (di proprietà dell’Associazione per la gioventù e beneficenze parrocchiali, che possiede pure la colonia di Rodi, attualmente inagibile); 20 mila sono versati al Fondo di compensazione interparrocchiale; 10 mila al Fondo attività diocesane; 10 mila alle associazioni asconesi; 15 mila al Benin; 10 mila all’Uganda; 10 mila in aiuto ai bambini; 15 mila in altre beneficenze. Poi ci sono gli stipendi di un Parroco e di un sacrestano (a tempo parziale). Con gli anni il ventaglio delle uscite si è allargato, ma la Parrocchia vuole mantenerlo così. Ai parrocchiani non è richiesta nessuna imposta di culto; si contano solo gli oboli e le monetine per le candele, e tutto va in beneficenza. Dal bilancio patrimoniale risulta che il valore di stima dei beni immobili della Parrocchia di Ascona ammonta a 31,2 milioni di franchi. I debiti si situano attorno ai 15 milioni.

«Fino alla fine degli anni Ottanta, quella di Locarno era una Parrocchia a regime capitolare: ad amministrarla ci pensavano i canonici – spiega Gianfranco Perazzi, presidente del Consiglio parrocchiale. Non esisteva un Consiglio parrocchiale; il primo è stato eletto nel 1993. Per questa ragione prima di quella data non era possibile riscuotere un’imposta parrocchiale. Introdurla oggi sarebbe estremamente complesso». Perché? «In teoria la tassa dovrebbe essere estesa a tutto il territorio cittadino. Ma molti cattolici fanno capo ad altre parrocchie. Ad esempio quelli di Solduno (che hanno la loro chiesa di San Giovanni e pure un loro Consiglio parrocchiale), oppure chi abita nei quartieri sul Piano di Magadino (Gerra Piano-Cugnasco, Quartino, Magadino, Gordola e Lavertezzo)». Niente imposta parrocchiale. Su quale entrate, allora, può contare la Parrocchia di Locarno (succeduta al Capitolo)? Le cifre sono queste: 588 mila franchi nel 2008, quasi mezzo milione nel 2009. Le entrate più importanti (nel 2008): contributi da enti (per prestazioni diverse) 212 mila, offerte 174 mila, fondazioni di cui la Parrocchia è «comproprietaria» quasi 100 mila franchi; dal Centro Sacra Famiglia 36 mila franchi; dal Centro Sant’Antonio 20 mila; da un beneficio vicino alla Parrocchia 16 mila. Tra le uscite, le più cospicue (dati del 2008) sono quelle per i salari dei sacerdoti e dei collaboratori (380 mila franchi), la gestione della casa parrocchiale e le spese per la Collegiata (49 mila) il Centro Sacra Famiglia (71 mila), il Centro Sant’Antonio (31 mila) e le attività parrocchiali (30 mila). La Parrocchia di Locarno stipendia quattro sacerdoti (l’arciprete, due vicari e un cappellano); il salario è di 3.300 franchi mensili più l’alloggio. Collaboratori e collaboratrici a tempo parziale lavorano gratis; solo una collaboratrice è pagata a tempo pieno; vi sono poi otto suore che percepiscono, ciascuna, mille franchi al mese, più oneri sociali. La Parrocchia è proprietaria del Centro Sacra Famiglia, nel Quartiere dei Saleggi. Il terreno è stato messo a di-

sposizione dalla Fondazione Sacra Famiglia, mentre per la costruzione a suo tempo sono stati spesi 11 milioni di franchi. Attualmente resta un debito di circa 300 mila franchi. «Due anni fa, con azioni diverse, abbiamo raccolto dei fondi e abbiamo potuto abbassare il debito di 100 mila franchi – spiega Gianfranco Perazzi. Con la realizzazione di questo Centro, che oltre alla chiesa dispone di diversi spazi e di alloggi, abbiamo voluto colmare una lacuna in quello che da tutti era definito un quartiere-dormitorio. La Parrocchia ha creato una piazza, un luogo di incontro, d’aggregazione e di socializzazione che raccoglie consensi». La collegiata di Sant’Antonio, invece, è proprietà della Città di Locarno, chiamata a coprire le spese di manutenzione. Il Comune versa pure 500 franchi all’arciprete per l’amministrazione della chiesa e paga il salario del sacrestano, impiegato a tempo parziale. Tra i beni della Parrocchia vi è anche un terreno in Via Varesi e la partecipazione ad alcune fondazioni che gestiscono stabili d’appartamenti a pigione modica in Via San Jorio e anche una casa con uffici e negozi in Via Ramogna. Queste fondazioni garantiscono parte delle entrate. «Prossimamente, però, dovranno essere eseguiti importanti lavori di manutenzione ad alcuni di questi stabili: i costi si ripercuoteranno sulle entrate per la Parrocchia. Abbiamo previsto che per un paio d’anni ci verranno a mancare circa 70 mila franchi». Situazione precaria, insomma. La Parrocchia di Locarno ha chiuso il 2008 con un deficit di quasi 33 mila franchi e il 2009 con 90 mila franchi. Per quest’ultimo esercizio era previsto un disavanzo di 136 mila franchi, che si è però ridotto per la partenza di un sacerdote. Perazzi: «Una cifra che ancora non sappiamo bene come copriremo». I conti del 2010 sono in preparazione, ma tutto lascia supporre che saranno simili a quelli dell’ultimo biennio. «Possiamo pensare di arrivare alla chiusura in pareggio solo se interviene la Divina Provvidenza».


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Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro BELLINZONA: il contributo volontario regge

Anche per Bellinzona i media avevano segnalato difficoltà in arrivo. Il 2009 si è chiuso con un disavanzo d’esercizio di soli 21.170 franchi. E per il 2010 è ipotizzato un deficit di 15.200 franchi. Nel commento ai conti del 2009, il Consiglio parrocchiale, presieduto da Fausto Riva, ricorda che la maggior uscita è minore di quasi 2 mila franchi rispetto al preventivo. I costi più importanti sono quelli sostenuti per il personale, che si aggirano attorno ai 210 mila franchi annui. Alle entrate, la più cospicua è il contributo volontario versato dai parrocchiani (persone fisiche e giuridiche). La somma, durante gli ultimi anni, non è cresciuta. Anzi, tende decisamente a scendere: da 291 mila franchi nel 2007 (per un totale di 2224 versamenti, media fr. 130) e 247 mila franchi nel 2008 (2093 versamenti, media fr. 118) e a 243 mi-

la nel 2009 (2079 versamenti, media fr. 116). Più avari? «C’è stata una consistente riduzione degli apporti da parte delle persone giuridiche (ditte e soprattutto istituti bancari) – commenta il Consiglio parrocchiale. I parrocchiani, invece, hanno risposto con generosità e almeno in parte supplito ai mancati introiti delle persone giuridiche. Un segno positivo e incoraggiante». Per il 2010 la Parrocchia prevede di incassare 250 mila franchi: «Pensiamo sia una stima prudenziale – segnala il presidente Fausto Riva –, poiché si potrebbe ipotizzare un rientro di versamenti soprattutto da parte delle persone giuridiche». L’intenzione è comunque quella di presentare un messaggio all’assemblea per adeguare il regolamento e adattare il tasso di riferimento dall’attuale 3,5 per cento al 4 per cento dell’imposta cantonale.

LUGANO E DINTORNI: il piatto piange

Anche a Lugano, in passato, il Capitolo della Cattedrale era proprietario di beni importanti. A poco a poco, tuttavia, questi beni sono stati venduti (in parte al Comune) e quanto resta è attualmente nelle mani della Diocesi. La sostanza immobiliare della Parrocchia è di scarso rilievo. L’essenziale va dunque attinto all’imposta parrocchiale, introdotta nel 1989 fissando un tasso del 2% rispetto all’imposta cantonale (ora è del 2,5%). La parte versata dalle persone giuridiche e quella versata dalle persone fisiche si equivalgono: 2007: da persone fisiche: fr. 506.850.20 da persone giuridiche: fr. 441.295.50 2008: da persone fisiche fr. 547.114.55 da persone giuridiche fr. 406.762.00 2009: da persone fisiche fr. 507.343.75 da persone giuridiche: fr. 620.076.00 L’ultima assemblea parrocchiale (quella del 27 aprile 2010) ha approvato un Consuntivo 2009 in cui complessivamente l’imposta aveva reso fr. 1.255.163,22 (più che nel 2008: fr.

1.082.279,45) Era dunque eccessivo l’allarme fatto suonare dal Consiglio parrocchiale all’assemblea del 27 novembre scorso? Il preventivo 2010 approvato durante quell’assemblea calcolava il calo di un terzo buono delle entrate, e perciò un deficit complessi-

E noi spegniamo il riscaldamento!

A mali estremi, estremi rimedi. Così deve aver pensato quel parrocchiano del Molino Nuovo, quartiere della «grande Lugano» terza piazza finanziaria della Svizzera, che all’assemblea del 27 novembre 2009 ha proposto «che si ometta per esempio di riscaldare la chiesa, affinché i fedeli percepiscano nei fatti e non solo nelle parole il disagio della Parrocchia» (dal Verbale). Che non sia un’idea peregrina possono averlo pensato anche i parrocchiani di Faido, i quali lo scorso inverno si sono lamentati del freddo che si pativa in Parrocchiale: «Non è acceso il riscaldamento?» «Lo teniamo basso» – si dice che sia stata la risposta.

Miglieglia

vo di fr. 319.950. Timori esagerati? «No – risponde il presidente del Consiglio parrocchiale, Enzo Bernasconi – sulle finanze parrocchiali l’andamento delle imposte cantonali di riferimento si riflette sempre con anni di ritardo. Abbiamo avuto segnalazioni, per esempio da alcune banche, che i loro contributi saranno ridotti. Per questo mettiamo le mani avanti…». Occorrerà ridurre le spese, per esempio agendo di più sul volontariato, valutare l’aumento dell’aliquota (attualmente del 2,5%) e trovare altre forme di introiti. Le spese, d’altra parte, sono comprimibili solo fino a un certo punto. L’impianto di riscaldamento della chiesa del Sacro Cuore dev’essere sostituito: costerà 230 mila franchi (vedi riquadro: E noi spegniamo il riscaldamento).. E lo stipendio è versato a 9 sacerdoti occupati in cura d’anime (più, in parte, il Capitolo dei Canonici della Cattedrale), 5 sagrestani, un contabile e alcuni organisti a tempo parziale. Altri lavori urgenti richiedono di essere finanziati. Una stortura evidente si registra nei rapporti con il Comune. Benché le ore di religione siano comprese obbligatoriamente nel programma delle scuole elementari, gli/le insegnanti ricevono soltanto, dalla Parrocchia, fr. 700 annui per ora settimanale di lezione. Il Comune si vanta di aver sussidiato con un milione il restauro della facciata della Cattedrale. Sì alle pietre, no alle persone? Strano comportamento. Va notato che la Parrocchia di Lugano comprende solo una parte del territorio oggi incluso nella «Nuova Lugano», cioè la Parrocchia della Cattedrale e le quattro vicarie che dal Capitolo dei canonici dipendevano: S.M. degli Angeli, Sacro Cuore, San Nicolao, Cristo Risorto. Le altre parrocchie


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Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro comprese nel territorio dei comuni «aggregati» (Breganzona, Viganello, Pregassona, eccetera) rimangono fuori dall’attuale Parrocchia di Lugano e si finanziano autonomamente, come prima della fusione tra i comuni. Queste parrocchie ricevevano dai rispettivi comuni un contributo annuo complessivo di circa 200 mila franchi: contributi che sono rimasti in vigore e il Comune di Lugano li versa tuttora: la legge prevede infatti che il nuovo co-

mune «eredita» gli impegni sottoscritti dai comuni aggregati.

Massagno è un Comune prospero (imposta comunale al 72,5% di quella cantonale). Quella di Massagno è una parrocchia giovane (scorporata da Lugano nel 1927), perciò non ha mai avuto beni al sole. Dispone di una chiesa parrocchiale di recente costruzione (negli anni Trenta del Novecento) e di due chiesette minori, nonché di una casa parrocchiale con un appartamento dato in affitto. I conti del 2009 si sono chiusi quasi in pareggio, con un’eccedenza di spese di fr. 1711.67 su un totale di fr. 283.685.56. Il «contributo volontario» ha reso fr. 146.791. Lo hanno versato 652 persone: meno di un settimo dei parrocchiani! La media dei versamenti è stata di 163 franchi per contribuente. Le collette in chiesa hanno reso nel 2009 fr. 63.847.60. Negli anni si constata un aumento negli importi sia del contributo volontario sia delle collette, ma non nel numero dei contribuenti (643 nel 1991, 653 nel 2009). La Parrocchia versa ogni anno fr. 15 mila al Fondo attività diocesane.

2009 fr. 75.637.75 alla Parrocchia, tra cui fr. 28.191.60 per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari. La Parrocchia ha quindi potuto offrire ai catechisti (la maggior parte laici) un compenso paragonabile a quello che il Cantone riconosce agli insegnanti di materie speciali.

Ci si potrebbe chiedere ancora se il frazionamento «fiscale» tra le parrocchie rifletta la comprovata mobilità dei fedeli cattolici per quanto riguarda la chiesa di riferimento (quanti, cioè, vanno a messa in una chiesa che non è la propria parrocchiale): ma il calcolo non si è mai fatto, e probabilmente non si farà mai.

MASSAGNO: una parrocchia «che se la cava»

Tutto sommato, si dice a Massagno, ce la caviamo. Ma ci si può permettere un solo prete a tempo pieno (più due aiuti a tempo parziale per le messe) e sul bilancio non gravano le spese per il cassiere-contabile, il quale si presta gratis e del quale sono noti gli sfoghi verbali durante le assemblee: «C’è chi vuota nel cestino delle offerte tutti i 5 centesimi che trova nel portamonete!». Il Vescovo ipotizza la designazione di un vicario, eventualmente con compiti inter-parrocchiali. Ma chi lo paga? E chi prospetta l’avvento dei viri probati sa che un sacerdote vir e poi probatus è probabilmente qualcuno che ha a carico una famiglia? Avari i parrocchiani, dunque: non il Comune, però. Che ha versato nel

E LE VALLI?

Le grandi cifre sono delle parrocchie di città, evidentemente. Ma neppure nelle piccole parrocchie di valle si vive d’aria. Impossibile dar conto qui di un’estrema diversità nella struttura dei conti. Poiché tuttavia gli importi sono piccoli, basta in molti casi il contributo dei Comuni, in generale nelle Valli molto più generosi dei centri con le rispettive Parrocchie. Ci sono meno sacerdoti da pagare di una volta, è vero: ma il patrimonio architettonico (chiese e cappelle, disseminate in ogni piega del paesaggio ticinese) è ingente e giustifica l’intervento delle comunità civili. Vi sono però alcune situazioni così precarie da non poter essere sostenute con i contributi ordinari. In Alta Valle Maggia, per esempio, per mantenere sei sacerdoti che «coprono» dieci comuni (cinquantamila franchi a te-

Chironico (Gribbio)

Brusino Arsizio

sta), i Comuni garantiscono solo la metà della spesa. Il resto, tramite la Diocesi, viene dal Fondo di solidarietà tra i sacerdoti diocesani (invitati a versare al Fondo l’1% del proprio stipendio), nonché dalle «Missioni interne», cioè dalle collette che si fanno in tutte le parrocchie cattoliche della Svizzera per venire in soccorso delle «diocesi povere». A Faido, l’investimento per il restauro della chiesa parrocchiale ha creato un «buco» nelle finanze della Parrocchia. Anche qui, probabilmente, complicati meccanismi di solidarietà dovranno essere chiamati a soccorso. Le foto di chiese del Ticino pubblicate in questo numero sono tratte dal libro «E pose la sua tenda in mezzo a noi» di mons. Pier Giacomo Grampa.

Per saperne di più

Sul tema «Le finanze delle Chiese» Alberto Lepori ha pubblicato alcuni articoli nella raccolta Libera Chiesa in Stato Laico («Popolo e Libertà», Bellinzona 1996), tra cui uno studio su «Finanze nella diocesi di Lugano», riprendendo un testo da «Dialoghi», n. 116, aprile 1991. In «Dialoghi» 152, giugno 1998, ha proposto un testo di legge per «Il finanziamento delle Chiese cantonali» ora in parte superato perché precedente la nuova Legge sulla Chiesa cattolica del 16 dicembre 2002. Sul finanziamento delle parrocchie cattoliche, si vedano diversi contributi in «Dialoghi», n. 116, aprile 1991. «Dialoghi» è ritornato nel n. 59, dicembre 1979, su «Chiese e imposte nel Ticino», illustrando i diversi modi di finanziamento delle parrocchie ticinesi. Sull’insieme del problema, con una nuova proposta di legge, Alberto Lepori è ritornato sul tema in «Dialoghi» n. 205 (febbraio 2009).


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dossier

No. 212

Tanti conti quante località, e una gran fatica a confrontarli tra loro

I PROBLEMI APERTI Dagli elementi informativi contenuti in questo «dossier» di «Dialoghi» deduciamo alcune provvisorie conclusioni, che fotografano altrettanti problemi aperti: L’allarme diffuso sui media dopo alcune assemblee parrocchiali di fine 2009 (Chiasso, Lugano, Bellinzona) in qualche luogo parrebbe rientrato dopo la chiusura dei conti e le assemblee di questa primavera. Ma l’impressione potrebbe essere falsa. Il risultato positivo è dovuto soprattutto al ritardo con cui in molte parrocchie i conti risentono dell’evoluzione dei dati fiscali (sono ancora presenti le sopravvenienze attive degli «anni buoni») o di risparmi forzosi, magari su lavori da fare e semplicemente rinviati. La nostra conclusione è che situazione è strutturalmente problematica. ●

● Le forme ordinarie di finanziamento (imposta, contributi volontari, versamenti dai Comuni) non sono riducibili a un denominatore comune. Difficilmente dunque si potrebbe immaginare una «legge tributaria» valida per tutte le corporazioni parrocchiali. Il quadro complessivo potrebbe essere definito di disordine diffuso se il termine non implicasse un sospetto di negligenza, che evidentemente non ci sentiamo di esprimere. Ma il lettore di «Dialoghi» deve sapere che abbiamo lavorato su dati parziali – quelli che i responsabili locali ci hanno mostrato –, variabili nella forma e impossibili da confrontare addirittura tra un anno e l’altro: una situazione da fare impazzire anche un perito contabile!

● Questa situazione ha pesanti ripercussioni sul lavoro pastorale. Nel 1950, a fronte di una popolazione di 160 mila cattolici, si contavano 271

Coglio

preti; nel 2000 a fronte di 233 mila cattolici registrati dal censimento, i preti si erano ridotti a meno di 200. La media d’età è molto alta. La crisi di reclutamento potrebbe aprire ai laici occasioni di impiego più conformi alle necessità, come nella Svizzera di lingua tedesca e francese. Per ora, tuttavia, i laici assunti a tempo pieno o parziale sono una minima percentuale. L’assunzione di «agenti pastorali» con famiglia a carico è un onere finanziario che quasi nessuno può permettersi. Il tema dei viri probati – riconosciuto in teoria (il Vescovo è a favore) – non potrebbe avere traduzione nella pratica perché mancano i mezzi per finanziare personale con famiglia a carico. I preti in funzione – ridotti di numero, come si vede, malgrado l’aumento della popolazione – devono concentrarsi su compiti puramente religiosi e sacramentali, proprio quando si richiederebbe un impegno maggiore della Chiesa sul fronte, per esempio, della cultura (catechesi, media) e della gioventù. La creazione di «zone pastorali» e la designazione di «vicari interparrocchiali» – che rifletterebbero meglio la mobilità della popolazione, soprattutto nelle zone urbane – sono destinati a rimanere pura teoria se la situazione delle finanze è quella che è: un unicum in Svizzera, di cui non possiamo certo vantarci. ● Non è possibile dare un giudizio univoco sulla relazione tra comuni e parrocchie. Alcuni comuni (pochi) sono generosi, altri sono scandalosamente avari. Se l’insegnamento della religione fa parte del programma delle scuole elementari, non vediamo perché alcuni comuni (tra cui Lugano!) insistano a non pagare gli/le insegnanti. Oggi questo compito, soprattutto nelle classi primarie, non è più assunto soltanto da preti: i laici che vi si impegnano hanno seguito una formazione e mettono a disposizione

Caslano

molto tempo per la preparazione e lo svolgimento delle lezioni. Anche le attività di tipo sociale svolte dalle Parrocchie (oratori, colonie) meriterebbero un riconoscimento maggiore. ● La conservazione e la manutenzione degli edifici di culto – con le responsabilità che comportano in termini di sicurezza – non possono più gravare esclusivamente sulle parrocchie, considerato il valore che rappresentano per la cultura e il turismo. Molti monumenti sono esposti senza difesa all’azione dei malviventi (Riva San Vitale). Si deve lodare la sensibilità di cui danno prova gli enti pubblici (Cantone, Comuni), nonché molti privati, quando si affronta il problema del restauro di un monumento. Ma è la conservazione e la manutenzione che fanno problema. Le spese inerenti dovrebbero essere coperte da un mandato di prestazione, da negoziare tra gli enti pubblici e le parrocchie.

● Il contributo dei fedeli cattolici alle spese è insufficiente. In quelle dove si preleva la cosiddetta imposta parrocchiale il tasso è ridicolmente basso (molti tuttavia si fanno dispensare, o semplicemente non pagano…). Anche i contributi «volontari» dimostrano una… volontà tutt’altro che ferma. I conti delle parrocchie, oggi, sono pubblici e nessuno può nascondersi dietro il dito del pregiudizio: «la Chiesa è ricca». Le spese sono quelle di una normale comunità di persone che svolge un ruolo e presta dei servizi. Oggi i sacramenti non «si pagano» più, le prestazioni del clero o degli addetti sono ovunque gratuiti, neppure a chi si è fatto togliere dal catalogo dei contribuenti viene negato l’accompagnamento al cimitero. La popolazione è generosa per un’infinità di buone cause, dovrebbe essere educata a guardare i bisogni più vicini.

Bissone


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opinioni

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Un’altra parrocchia (o zona pastorale) Come? Il punto di partenza per attuare una «zona pastorale» dovrebbe essere una indagine sulla situazione. Qui si indicano solo alcuni elementi, ma l’indagine dovrebbe essere affidata a un sociologo delle religioni e dovrebbe contenere: dati sulla popolazione, composizione religiosa e sociale (stratificazione per età), preti disponibili (per età e competenze), praticanti delle singole chiese (per stratificazione di età), gruppi esistenti, numero dei collaboratori (catechisti, lettori, volontari), associazioni civili e culturali, scuole (comprese informazioni sui docenti, frequenza ai corsi di religione), istituti (case per anziani), disponibilità finanziaria delle parrocchie, altri enti ecclesiali, eccetera. Il vescovo. Pier Giacomo Grampa, nel «Giornale del Popolo» del 27 marzo, indica come esempio il «resoconto» «presentato dall’équipe pastorale, formata dai preti, dalle suore e dai catechisti laici» della Missione diocesana in Ciad, pubblicato sullo stesso quotidiano a pagina 8 di «Catholica». E scrive: «Potrebbe essere un bell’esempio di come organizzare da noi una zona pastorale, (…) non solo nell’offrire dati statistici, ma pure nell’indicare linee di verifica e proposte operative». Luigi Maffezzoli, in «Spighe» (marzo 2010), conclude così un articolo dedicato al futuro della parrocchia: «Quando oggi si parla di parrocchia, alla Chiesa sono necessarie un paio di cose. La prima, un serio esame di coscienza sul perché esiste, su chi siano i suoi destinatari, su quali obiettivi si intende raggiungere. La seconda, un’approfondita riflessione su come raggiungere questi scopi. Detto in termini di mercato (sic), serve una sistematica analisi di marketing, con tanto di strategie, obiettivi, destinatari, risorse, target». Fatta l’analisi, constatati problemi e verificati i mezzi disponibili, si possono elencare le priorità, eventualmente fissare gli obiettivi a breve e media scadenza (3-5 anni). Ritengo che dal bilancio risulterà evidente la scarsità di mezzi e la vastità di un impegno di «nuova evangelizzazione», e quindi va analizzata la strategia da scegliere: occupazione del territorio della parrocchia (secondo il modello di una «società cristiana» da tutelare, difendere, riconquistare), oppure proposta di una «parrocchia-comunità», secondo le intuizioni del Concilio (il capitolo sul «popolo di

Dio» della Lumen gentium), l’esperienza dei «movimenti», ma senza alcuna esclusione dei «parrocchiani» (cioè dei battezzati che vivono sul territorio).Ovvio che ogni cristiano sceglie liberamente la «comunità» in cui «vivere», mentre va curato il buon vicinato e la collaborazione accogliente tra le diverse comunità. Maffezzoli, nell’articolo sopra citato, propone «la parrocchia come una famiglia». Sul numero del 18 marzo di «Echo- magazine» (Ginevra), il direttore Patrice Favre presenta un libro sulla vita delle parrocchie, scritto in comune da Marie-Agnès de Matteo, attiva a metà tempo nella pastorale a Nyon, e dal professor Amherdt dell’università di Friburgo (S’ouvrir à la fécondité de l’Esprit, St. Augustin). Richiesta di definire la «nuova pastorale», la De Matteo risponde: «L’importante è offrire luoghi a dimensione umana dove si possa vivere un approfondimento spirituale in comune con altre persone. Ci sono molti modi per farlo». Don Sandro Vitalini (in: «Rivista della Diocesi di Lugano», marzo 2010), in una «futuristica» riflessione sul prete (ma proponendo la Chiesa descritta da Paolo), osserva come «la struttura della Chiesa [sia] semplice: né monarchica, né democratica, ma familiare. I cristiani si sentono famiglia, servita dal paterfamilias che è l’apostolo e colui che l’apostolo lascia al suo posto (lettera a Tito, 1,5) per edificare la Chiesa di Dio». Nel finale, don Vitalini si chiede «quali sono le prospettive per la vita dei preti di domani, in un contesto che ha tante affinità con quello della Chiesa primitiva», essendo finita «l’età costantiniana». Ed elenca le sue «visioni»: «il numero dei preti sia dovunque proporzionato ai bisogni; ogni comunità anche piccola deve poter vivere la fraternità e celebrare l’Eucarestia almeno ogni domenica (…); tenendo conto del fatto che le comunità cristiane attive sono ridotte, si dovrebbe prevedere per il presbitero di domani una professione che gli permetta di sostenersi in modo autonomo, testimoniando anche nel mondo del lavoro la Parola di Dio. (…); è un fatto che il tessuto ecclesiale, per essere nutrito, ha bisogno di molti presbiteri al servizio dei fedeli, che conoscono personalmente (…); il successo delle sette nel mondo viene dal fatto che ogni individuo è contattato e apprezzato perso-

nalmente»; non più «il prete come l’uomo del sacro», «ma anzi inserito nella comunità; questa è con lui e per mezzo di lui attiva, irradiante, apostolica (...). «Quando si conoscerà un’inversione di tendenza? Quando avremo l’umiltà di metterci alla scuola di Gesù e degli apostoli e di ridiventare una Chiesa povera al servizio dei poveri, profetica, coraggiosa, martire?». Torniamo coi piedi per terra, non certo però per restare fermi, ma per muoversi verso la Chiesa del domani cominciando col cambiare quella di oggi. Se viene scelto il progetto «parrocchia comunità», due sono le priorità da esaminare e valorizzare: la liturgia (con il superamento della clericalizzazione e della sacramentalizzazione) e la diaconia (quali servizi si possono offrire, a complemento di quanto fa la comunità civile). La parrocchia-comunità deve offrire occasioni per «trovarsi bene assieme a lodare il Signore» e crescere nella sua relazione. Ovvio che di ciò fa parte anche una attenzione alla conoscenza religiosa (Bibbia, documenti del Concilio, ecc.); dalla parrocchia-comunità devono nascere-partire le forme di diaconia per l’interno e l’esterno; nella diaconia entrano in considerazione tutte le categorie di membri della comunità (dai bambini agli adulti, agli anziani, ecc.), compresi i gruppi significativi eventualmente presenti (studenti, vedove, malati, ecc.). Queste attività non devono essere né parallele né in concorrenza con interventi già attuati dall’ente pubblico (comune, cantone) o da organismi della società civile (associazioni), ma i cattolici devono essere stimolati a inserirsi nelle attività assistenziali e sociali già esistenti nel territorio, e invece supplire alle mancanze o carenze ancora presenti. Anche qui, stabilite priorità e obiettivi, occorre fissare programmi a breve e media scadenza, prevedendo verifiche a scadenze prefissate. Nell’assegnazione dei compiti, occorre valorizzare le disponibilità laicali, incoraggiando l’assunzione di responsabilità; per evitare «personalizzazioni», escludere impegni individuali e proporre sempre gruppi operativi (tre o più persone). La sfida delle «zone pastorali» deve essere una occasione per progettare ed attuare una «Chiesa altra», che vuole essere una famiglia in cui tutti si sentono responsabili. scriba


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No. 212

I laici tacciano (soprattutto) nella liturgia Un infelice richiamo del nuovo vescovo di Coira Il vescovo di Coira ha ribadito il divieto ai laici di tenere l’omelia durante le celebrazioni liturgiche. Il suo intervento ha avuto una certa eco, peraltro breve e circoscritta: ha suscitato pochi commenti al di fuori e poca opposizione tra i suoi diocesani, anche a Zurigo. Non si tratta in verità di una cosa nuova. Il divieto (o quasi-divieto) c’era già, anche se in talune circostanze poteva venire ignorato. Nei Principi e norme per l’uso del Messale Romano del 1969 troviamo solo: «l’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante» (n. 42), in cui il «di solito» lascia qualche prudente spiraglio a una prassi diversa. Il Codice di diritto canonico del 1983 è già più drastico: «(l’omelia) è parte della liturgia stessa, ed è riservata al sacerdote o al diacono» (can.767,&1). I pronunciamenti degli ultimi anni tendono a ribadire la norma, lasciando ai laici solo la possibilità di brevi monizioni o testimonianze in occasioni particolari. Certo non basta, anzi da solo non serve, ignorare o abolire i divieti: anche se ribadirli risulta tristissimo, anticomunitario e, nell’ordine dello spirito, sempre perdente. Non basta soffrire delle esitazioni e delle ambiguità della gerarchia, lamentarsi dei pastori «chiusi», sperare in quelli «aperti», essere tentati di disperare scoprendo che la maggioranza tra loro è formata da persone in vario modo semiaperte, che in privato mostrano buona volontà e ottime intenzioni, rifuggendo però dall’assumere pubblicamente qualsiasi posizione decisa e profetica. Il problema è un altro. Occorre che i laici assumano una coscienza forte, anche se illuminata e comunitaria, delle loro responsabilità (parola importante, che associa in sé diritti e doveri). Devono resistere con fermezza a ogni tentativo di «silenziarli» anche liturgicarmente, ma nello stesso tempo devono sentire l’obbligo di crescere nelle conoscenze biblico-teologiche e nella competenza, che è indispensabile premessa all’autorevolezza. Nella prima Chiesa il diritto-dovere di intervenire durante le celebrazioni per istruire ed esortare l’assemblea era di ogni cristiano, donne comprese, come ci ricorda 1 Cor 11. Non esplode all’improvviso l’interdizione ai laici di

predicare: possiamo dire che prende forma parallelamente alla progressiva clericalizzazione della comunità cristiana. Viene irrigidita e assolutizzata nel Medio Evo, all’indomani del movimento di Valdo di Lione. Quello dei Valdesi era infatti un movimento paritario in cui ogni fedele – uomo o donna – aveva il diritto/dovere di predicare il Vangelo e la riforma della Chiesa. Il divieto di predicare fatto ai laici nella Chiesa di Roma assume perciò una speciale valenza difensiva, antiereticale. Di poco posteriore a Valdo è Francesco d’Assisi, che del resto presenta alcuni punti di contatto con lui nonostante la sua ferma intenzione di obbedire comunque alla Chiesa. Pur professando grande rispetto per i preti, Francesco rifiutò sempre di ricevere l’Ordine sacro, perché nella società e nella Chiesa del suo tempo essere prete significava comunque essere «uno che conta» rispetto alla gente qualunque, alla massa indifferenziata dei laici («Duo sunt genera christianorum» afferma lapidariamente il Decretum Gratiani, che ha esercitato una grande influenza sul diritto canonico e sull’ecclesiologia fino a tempi recenti), mentre egli aveva scelto di essere povero, cioè di stare dalla parte di coloro che, oltre a «non avere», non sanno, non contano, non possono. Ma voleva predicare il Vangelo. Dovunque, ma anche in chiesa, anzi in Chiesa soprattutto. E per essere autorizzato a predicare in chiesa dovette a un certo punto rinunciare al suo proposito di restare semplice laico e accettare di essere ordinato diacono. Un po’ meno che prete ma pur sempre nell’Ordine... Allora già da tempo si parlava solo di «predica», non più di «omelia». Il termine è antico e importante: in greco omilèin significa parlare in modo semplice, comunicativo (contrapposto quindi allo stile costruito della retorica ufficiale). Il termine è tornato in uso dopo il Concilio Vaticano II, il quale tra l’altro ha prescritto che si tenesse sempre l’omelia di domenica e nelle solennità, raccomandandola anche nei giorni feriali, e sottolineando che l’omelia deve riferirsi alle letture bibliche della Messa – ovviamente attualizzate e riferite al tempo liturgico

e al vissuto di quella particolare comunità. Oggi è relativamente frequente, non certo nelle normali messe festive, ma in occasioni speciali, celebrazioni di gruppo ecc., l’omelia dialogata. È un fatto positivo, perché comunque sviluppa nei laici l’abitudine a prendere la parola nel contesto liturgico, ma suscita anche perplessità. Anche se non sappiamo quali ne saranno le conseguenze effettive, l’intervento del vescovo di Coira colpisce dolorosamente, soprattutto perché è rivolto non tanto alle innocue e circoscritte omelie dialogate di cui possiamo avere l’esperienza in Italia, bensì a realtà del Nord Europa assai più evolute, in particolare al ministero degli «assistenti pastorali». Il termine per noi non è del tutto simpatico: assistente suona pressappoco come «collaboratore», e sappiamo che cosa intenda di solito il clero quando parla della collaborazione dei laici: un lavoro, sia pure talvolta straordinario per qualità, generosità ed efficienza, che comunque si accompagna a un ruolo ecclesiale esecutivo e subordinato. Ma le persone a cui si riferisce il termine, per esempio nelle diocesi della Svizzera d’Oltre San Gottardo, sono validissime, le loro competenze e attitudini non di rado superiori a quelle dei ministri ordinati. Il loro ministero, che presentava soprattutto agli inizi un certo carattere di «supplenza», per ovviare alla scarsità del clero, in realtà ha un significato che va ben oltre l’utilità pratica: le comunità cristiane si abituano a vedere laici uomini e donne che svolgono un ruolo di rilievo nella celebrazione eucaristica, che spiegano la Parola e si inseriscono autorevolmente nel cosiddetto spazio sacro. Il loro ministero, soprattutto quando è esercitato in modo continuativo, edifica la comunità, in un senso pregnante: sottolinea il diritto-dovere dei laici ad acquisire una vera competenza biblica e liturgica, fa evolvere l’approccio alla Scrittura con stimoli nuovi e diversa mentalità, influendo quindi positivamente anche sul clero e sui pastori, anticipa profeticamente un nuovo modo di essere Chiesa, meno gerarchico-clericale e più fraterno. Lilia Sebastiani, teologa morale, Terni


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opinioni

SPIGOLI & SPIGOLATURE

La religione non è questione privata Si ripetono in questi ultimi tempi notizie e avvenimenti che smentiscono la pretesa dei laicisti di ogni tempo (fatta propria spesso anche da cattolici) che «la religione è affare privato» e che ogni manifestazione pubblica della religione (di qualsiasi religione) metterebbe in pericolo la laicità dello Stato. Prima i minareti e oggi il burka: attentati alla laicità dello Stato (o segni dell’invasione musulmana) oppure invece espressione della libertà religiosa, e quindi di una «laicità positiva», che rispetta e persino promuove ogni fede religiosa e ogni opinione, nella tutela della coscienza di ogni persona nei limiti dei diritti degli altri e cioè dell’ordine pubblico?

Come per i minareti, anche per il burka c’è chi sostiene che non si tratta di un elemento religioso e che non è imposto ai musulmani dal Corano, per cui proibirlo non viola la libertà religiosa. È una argomentazione sviante dal vero quesito: noi non dobbiamo interpretare il Corano ma rispettare la coscienza di chi (a torto o a ragione) ritiene minareti o burka espressione della propria fede ed elemento necessario alla pratica religiosa. E come se si proibisse ai cristiani… di avere chiese, perché nel Vangelo Gesù non ha ordinato di costruirle, anzi ha insegnato alla Samaritana che Dio va adorato in spirito e verità (Giov 4,22). Dibattiti più seri e impegnativi sono pure in corso: in sede federale, sollecitato da una deputata democristiana di Basilea, il Consiglio federale ha riconosciuto che «la concezione del XIX secolo, secondo cui la Confederazione si tiene del tutto fuori dalle questioni che riguardano le relazioni tra comunità religiose, Stato e società, non è più al passo con i tempi» (dalla stampa, 29 maggio). È noto che la Federazione delle Chiese evangeliche svizzere da anni (!) propone che sia studiato un nuovo articolo costituzionale e da tempo l’argomento è in discussione (senza troppo impegno) con la Conferenza dei vescovi svizzeri. In questi mesi è vivace il dibattito a Ginevra, dove è in preparazione la riforma della Costituzione cantonale: in un Cantone che dal 1907 ha deciso di essere laico, ma con una certa tolleranza: infatti le Chiese storiche sono aiutate a incassare una «imposta di culto» e viene finanziata la facoltà di teologia protestante, oltre ad altre facilitazioni. Secondo una recente proposta, la nuova costituzione ginevrina preciserà «che lo Stato, i comuni e le istituzioni pubbliche sono laiche. Essi osserveranno una neutralità religiosa», disposizione che però non va interpretata in senso antireligioso, per cui saranno previste diverse eccezioni («Le Courrier» del 13 aprile e del 21 maggio 2010).

Non è questo il luogo per maggiormente diffondersi sull’argomento (che «Dialoghi» ha ripetutamente affrontato in passato): qui ripeto le tesi, per cui lo Stato, cioè tutti i poteri pubblici, sono laici (non devono fare differenze tra le persone secondo la loro diversa convinzione religiosa o filosofica, art. 8,2 della Costituzione federale), mentre deve valere per tutti la libertà di professare la propria religione o le proprie convinzioni (art. 15), seppure entro i limiti fissati dalla legge (art. 36). Siccome attualmente la libertà religiosa nella sua manifestazione positiva (cioè quale libertà sociale) è regolata unicamente dai Cantoni, specialmente nel quadro dei rapporti con le Chiese riconosciute, nella nuova situazione creata dal diffuso pluralismo religioso mi sembra necessaria una legge federale in materia, basata su un nuovo articolo costituzionale, a garanzia della libertà sociale sia dei singoli sia dei gruppi o comunità religiose (di tutte le religioni) . Le Chiese ufficiali maggioritarie se ne dovrebbero fare promotrici, perché la libertà religiosa è da misurare sulla libertà garantita alle minoranze. a.l.

Problematiche e soluzioni sono state già illustrate da «Dialoghi» nei numeri 172, giugno 2002 («Libertà religiosa e comunità minoritarie»), 188, ottobre 2005 («I protestanti svizzeri propongono un nuovo articolo sulle religioni»), 193, ottobre 2006 («La società plurireligiosa richiede più libertà»).

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BIBLIOTECA L’impegno di Hans Küng

Il secondo volume delle memorie di Hans Küng è doppiamente appassionante, perché copre anni altamente critici per la Chiesa cattolica, quelli del concilio Vaticano II e del postconcilio, ma anche perché, in relazione con le discussioni tra Küng e la gerarchia cattolica, permette di meglio cogliere i nodi delle turbolenze che, oggi ancora, agitano la Chiesa cattolica. Una buona parte del libro è occupata dalle controversie attorno a due opere dell’autore: «Infallibile? Una domanda», e «Essere cristiano». Preoccupato dalle questioni che si pongono molti contemporanei, Küng affronta due punti nevralgici, l’ecclesiologia e la cristologia. Le sue conclusioni, contestate da Roma, dividono i suoi colleghi professori di teologia: alcuni suoi amici e collaboratori lo abbandonano o si trovano contro di lui, i vescovi tedeschi e il Vaticano cercano di farlo tacere con un processo vergognoso, degno dell’Inquisizione. Ma Küng resiste con vigore, mosso dalla sua passione per la verità, il senso della libertà e la sua sensibilità democratica. Profondamente radicato nella Chiesa, non si lascia prendere dalla tentazione di abbandonare l’istituzione, come hanno fatto diversi suoi colleghi e amici. «Affermarsi e non andarsene», questa la sua lotta. Tra Erasmo che non si impegna e Lutero che divide, la sua strada è tracciata: segue la via mediana, quella di Paolo che affronta Pietro, ricordandogli la verità e la libertà del Vangelo. Malgrado l’impressione di autosufficienza e di ingenuità che provocano certe espressioni, l’impegno di Küng, come appare in queste memorie, mi sembra esemplare per tutti coloro che si dedicano al lavoro teologico. L’abbondanza della documentazione, la precisione degli interventi, l’onestà a non sottrarsi di fronte alle domande più scabrose, il rifiuto del linguaggio criptato, la preoccupazione pastorale, l’indipendenza accademica, sono tutte virtù che si vorrebbe fossero più spesso praticate dai teologi cattolici. Pierre Emonet, provinciale dei gesuiti svizzeri (da CHOISIR, n. 604, aprile 2010, n. t.)

H. Küng, Mémoires II 1968-1980.Une vérité contestée, Novalis/Cerf, Montréal/Paris 2010, p. 732.


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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO Chiese ortodosse in Italia

Nel corso degli ultimi vent’anni ha assunto una rilevanza particolare l’immigrazione nell’Europa occidentale di fedeli appartenenti a Chiese orientali, provenienti da Paesi dell’Est europeo e dal Medio Oriente. Anche l’Italia è interessata dal fenomeno migratorio. Secondo i dati del 2009, i cittadini stranieri regolarmente presenti in Italia ammonterebbero a circa quattro milioni e mezzo. A essi devono aggiungersi quelli che si trovavano nel Paese senza regolare permesso di soggiorno. L’incremento della popolazione immigrata, tenendo conto dei nuovi ingressi e delle nascite, è stimato in circa 300-350.000 persone l’anno. Circa la metà degli immigrati sono cristiani: fra di loro i fedeli ortodossi erano stimati nel 2008 in circa 1.130.000. Il numero dei cristiani orientali non cattolici, e in particolare ortodossi di tradizione bizantina, è in rapido incremento. Si può prevedere che se i flussi migratori manterranno le caratteristiche attuali, nei prossimi anni l’insieme di tali fedeli diventerà la seconda comunità religiosa italiana. La presenza rilevante di cristiani di confessione ortodossa ha favorito l’erezione di parrocchie ortodosse e di diocesi in Italia o aventi giurisdizione sulle comunità ortodosse in Italia. Inoltre, i cristiani ortodossi costituiscono una presenza significativa in molte diocesi cattoliche, apportandovi la ricchezza di tradizioni diverse e un notevole fervore spirituale. Le Chiese orientali sono state tradizionalmente raggruppate in due grandi denominazioni: le Chiese dette «precalcedonesi», in quanto non riconoscono il concilio di Calcedonia, e le Chiese calcedonesi, che invece lo riconoscono. Per l’opposizione alle formulazioni cristologiche di Efeso o di Calcedonia, le Chiese pre-calcedonesi erano definite nestoriane o monofisite. Oggi, grazie al dialogo teologico interconfessionale, si è potuto chiarire che le diverse formulazioni non negano la fede comune nel mistero di Cristo vero Dio e vero uomo. Per questa ragione, ora, sono comunemente denominate «antiche Chiese d’Oriente», o «Chiese ortodosse orientali». Le altre Chiese orientali non in comunione con la Chiesa cattolica sono dette «Chiese ortodosse di rito bizantino».

Dialogo nelle scuole tra cristiani e musulmani

«Sviluppare un piano strategico sull’istruzione interreligiosa negli Stati Uniti» è lo slogan dell’incontro tra cattolici e musulmani riuniti a Washington nel Mid-Atlantic Muslim Catholic Dialogue. L’incontro è stato organizzato dal circolo islamico del Nord America e da alcuni membri del comitato per gli affari ecumenici e interreligiosi della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Obiettivo del convegno era di esplorare i principi fondamentali dell’educazione interreligiosa partendo da un documento del 1990 preparato dalla Coalizione per l’apprendimento interreligioso di Chicago come parte di uno scambio pedagogico musulmano-cattolico fra il Consiglio delle società islamiche e l’arcidiocesi. Il prof. Wilhelmus Valkenberg (della Loyola University di Baltimora) ha messo a confronto esperienze europee e statunitensi in tema di istruzione religiosa nei sistema scolastico e ha delineato tre modelli operativi: (1) il modello mo-

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no-religioso, in cui una tradizione religiosa centrale rappresenta il punto di riferimento per la descrizione di altre religioni e il cui scopo è di ampliare la consapevolezza, senza indebolire l’adesione alla propria fede da parte degli studenti; (2) il modello multi-religioso, in cui l’insegnante presenta le religioni su un piano di parità, come se si trattasse di un corso universitario di studi religiosi; (3) il modello interreligioso, che considera il pluralismo religioso come occasione di arricchimento reciproco, sia in termini di contenuti sia in termini di socializzazione. L’imam Ahmed Nezar Kobeisy ha offerto spunti di materia sociologica sull’attuale profilo delle scuole musulmane negli Usa, ha sottolineato la sensibilità dei genitori circa il mantenimento di un’identità musulmana nelle scuole e ha notato che quando gli educatori trovano metodi efficaci, come per esempio programmi di scambio, il loro lavoro viene apprezzato dalle famiglie musulmane. Kobeisy ha affermato che l’insegnamento delle altre religioni si svolge meglio se si è consapevoli della presenza di persone di altre fedi. Il vescovo ausiliare di Baltimora, Denis Madden, partendo dal presupposto che occorre lavorare molto per superare le incomprensioni dei metodi di insegnamento, ha spiegato come sia necessario ridurre l’impatto violento delle altre religioni sulle nostre immagini quotidiane.

Un libro di testo per i musulmani tedeschi

In Germania è stato pubblicato un libro di testo per insegnare l’Islam agli alunni musulmani. Si intitola Mein Islambuch ed è il primo testo scolastico dedicato all’insegnamento della religione islamica ai bambini musulmani tedeschi. Il volume, edito da Oldenburg, si rivolge ai piccoli della prima e seconda classe della scuola primaria. In Germania ci sono circa un milione di bambini musulmani in età scolare, sebbene solo una parte frequentino le lezioni di religione islamica proposte in diversi Stati federali. Due gli scopi del testo: rafforzare l’identità musulmana dei piccoli allievi e fornire gli elementi che permettono di spiegare, in tedesco, le basi della religione. Inoltre, si cerca di far crescere in loro valori che spingano alla convivenza pacifica fra musulmani e non-musulmani in una società democratica. Per questo è offerta una comparazione tra l’Islam e le altre religioni, specialmente ebraismo e cristianesimo, per stabilire similitudini e differenze. Per esempio, Mein Islambuch contiene un capitolo sul Natale, nel quale si spiega che i cristiani credono che Gesù sia stato inviato da Dio fra tutti gli uomini, che nel mondo islamico Gesù si chiama Isa, e che i musulmani lo considerano un grande profeta. Il libro comincia fissando i principi della religione islamica, ovvero i sei articoli di fede fondamentali e soprattutto le «cinque colonne»: la dichiarazione che non c’è altro Dio che Allah; la preghiera; il digiuno; l’obbligo di soccorrere i poveri; il pellegrinaggio alla Mecca. Spazio è dato anche all’informazione sulle diverse correnti dell’Islam. Buona parte del volume è dedicata, più che a temi dottrinali, all’applicazione della religione alle situazioni della vita pratica e al tentativo di far crescere sentimenti dì tolleranza verso le altre religioni e altri modi di vedere il mondo. A partire dalla fine degli anni Novanta si è cominciato a dare grande impulso all’idea di impartire le lezioni di religione islamica in tedesco, con la supervisione dei ministeri dell’Educazione degli Stati federali. L’obiettivo era di migliorare l’integrazione dei musulmani nella società tedesca e di evitare che la formazione religiosa dei piccoli islamici finisse nelle mani di imam radicali. Persiste tuttavia il pro-


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osservatorio ecumenico

blema della mancanza di un interlocutore chiaro da parte musulmana per la definizione dei contenuti delle lezioni e per la formazione dei docenti.

Nuovo patriarca per i Serbi

La Chiesa ortodossa serba ha eletto il 22 gennaio a nuovo patriarca il vescovo Irinej di Nis, 80 anni, esponente moderato e favorevole al dialogo interreligioso, nel quale molti vedono la figura ideale a gestire il processo di modernizzazione della Chiesa, in parallelo al cammino della nuova Serbia democratica verso l’integrazione nell’Unione europea. Largamente positivi sono stati i commenti e le reazioni all’elezione di Irinej alla guida della Chiesa serba. «Il nuovo patriarca è un uomo del dialogo che si distingue per spirito di tolleranza e senso della misura nell’uso delle parole», ha detto Mirko Djordjevic, noto esperto di cose religiose. Pochi giorni prima della sua elezione, Irinej, esprimendo il desiderio di incontrare il pontefice romano, aveva detto che una sua possibile visita in Serbia potrebbe avvenire nel 2013 in occasione delle celebrazioni per i 1.700 anni dall’Editto di Milano (313) con il quale l’imperatore Costantino accolse il cristianesimo. Tali festeggiamenti sono in programma a Nis, città del sud della Serbia, dove nacque Costantino e della quale Irinej è stato vescovo fino alla sua elezione a patriarca (dal Bollettino parrocchiale della Comunità ortodossa della Svizzera italiana, Pasqua 2010).

La comunità luterana di Roma

Domenica 14 marzo, papa Benedetto XVI ha partecipato al culto celebrato nella chiesa luterana di Roma, la Christuskirche di via Sicilia. Si trattava della seconda visita di un papa ai luterani romani, la prima essendosi svolta l’11 settembre 1983, in occasione del quinto centenario della nascita del riformatore Martin Lutero. A Roma i luterani sono presenti sin dall’inizio del XIX secolo, all’epoca ancora capitale dello Stato pontificio. Fu il segretario della Legazione di Prussia presso la Santa Sede a ottenere il via libera per celebrare i culti, che tuttavia si dovevano svolgere in un quadro privato. Il primo culto evangelico si tenne il 9 novembre 1817, in occasione del terzo centenario della Riforma, nell’abitazione del segretario di Legazione Christian von Bunsen, in piazza dell’Aracoeli alle pendici del Campidoglio. Poco dopo, l’imperatore Federico Guglielmo III, re di Prussia, su richiesta della stessa comunità, fece inviare un pastore all’ambasciata romana, Heinrich Schneider: il primo ministro di culto evangelico a Roma, che prese servizio dal giugno 1819. Fu questa la base per

Un ragazzo sedicenne viene respinto al confine svizzero e mandato nell’inferno nazista. Incredibilmente riesce a fuggire. Oggi ha ottantatre anni.

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il graduale espandersi della piccola comunità internazionale di lingua tedesca. Nel 1823, nella sede della Legazione prussiana al pianterreno di palazzo Caffarelli sul Campidoglio, fu aperta una cappella dove per un centinaio d’anni furono celebrati i culti della comunità luterana. Con la fine del dominio pontificio e con la piena libertà di religione e di culto garantita dopo l’unità d’Italia, la comunità evangelica romana si sviluppò ulteriormente potendo finalmente uscire dalla sua condizione di semiclandestinità. Tant’è che il pastore presso l’ambasciata promosse la prima Conferenza annuale dei pastori di lingua tedesca in Italia, che si riunì a Roma nel 1880. Raccolte di denaro per la costruzione di una chiesa evangelica tedesca a Roma furono organizzate in Germania già a partire dal 1890. A questo scopo nel 1894 fu fondato il «Comitato evangelico tedesco per Roma», che nel 1899 permise di acquistare un terreno all’angolo di Via Toscana con Via Sicilia, dove sarebbe sorta la chiesa. Nell’agosto 1909 un regio decreto di Vittorio Emanuele III concesse l’autorizzazione a edificare e il 2 giugno 1911 fu posta la prima pietra. Tuttavia, lo scoppio della prima guerra mondiale rinviò l’ultimazione dei lavori, giunti già a buon punto, e non permise l’inaugurazione della chiesa programmata per il 1917, in occasione delle celebrazioni del quattro centenario della Riforma. L’inaugurazione della Christuskirche ebbe luogo il 5 novembre 1922. La chiesa, in stile neobizantino, costruita secondo la concezione architettonica guglielmina propria dell’epoca, è opera dell’architetto Franz Schwechten (1841-1924), autore anche della KaiserWillhelm-Gedachtnis-Kirche di Berlino. Dalla Germania arrivarono gli arredi: il fonte battesimale e il pulpito sono di Magdeburgo, l’altare proviene da Erfurt. Fiore all’occhiello della chiesa sono però le campane di bronzo fatte sul modello di quelle della Schlosskirche di Wittenberg, dove nel 1517 il riformatore Martin Lutero affisse le sue 95 tesi. Durante la Grande Guerra, nel 1917, furono fuse a scopo di armamento, ma per l’inaugurazione del 1922 furono rifatte tali e quali. Oggi la chiesa di via Sicilia è guidata dal pastore Jens-Martin Kruse ed è composta da circa 350 membri. Comprende non solo oriundi tedeschi, ma anche austriaci, svizzeri, danesi, lettoni, finlandesi e persino indonesiani. Il 60% è costituito di residenti stabili, gli altri sono lavoratori e studenti che dopo qualche anno rientrano in patria. La comunità luterana svolge anche una diaconia, con visite ad anziani a domicilio, doni di medicine ed abiti, e due mercoledì ogni mese organizza un pasto per i poveri, circa 120 persone, soprattutto emarginati italiani e giovani dell’Est europeo. (www.ev-luth-gemeinde-rom.org).

STEFAN KELLER

DALLA SVIZZERA AD AUSCHWITZ a cura di Anna Ruchat

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opinioni

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Perché la Chiesa dev’essere governata come nel Seicento?

Democrazia e sussidiarietà per la riforma del Vaticano

(a.l.) Durante i secoli, a partire dalla nascita del cristianesimo, il Vaticano (o meglio l’organismo che si è assunto il compito di dirigere la Chiesa cattolica da Roma) ha imitato le istituzioni politiche, dal sistema feudale alle monarchie centralizzate a derive dittatoriali. La Curia romana non è mai stata monocratica come in questi ultimi secoli: dalla proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia alla nomina papale dei vescovi e persino dei cardinali (che poi nomineranno il nuovo papa: si potrebbe definire un sistema incestuoso!). Il gesuita Thomas J. Reese, professore al Woodstock Theological Center della Georgetown University a Washington, ha pubblicato un articolo sulla rivista «Commenweal» (vl. 135, New York, 25 aprile 2008), ripreso dal mensile «Choisir» dei gesuiti di Carouge-Ginevra (n. 593, maggio 2009). Dopo una introduzione di natura storica, l’articolo conclude con alcune «riforme possibili», che qui sotto riproduciamo in una nostra traduzione dal francese. Quali metodi della società civile potrebbero aiutare la Chiesa d’oggi? Nel corso dei due ultimi secoli, la società civile ha imparato che un buon governo domanda l’eliminazione dei poteri della nobiltà, l’adesione al principio di sussidiarietà e la creazione di un sistema di separazione dei poteri. Ecco, secondo me, sei riforme possibili, analoghe a pratiche riuscite della società civile:

● fare del Vaticano un’Amministrazione e non una Corte, come è attualmente, con cardinali che si ritengono principi della Chiesa e vescovi che si comportano come nobili. Io raccomanderei che nessun burocrate del Vaticano sia vescovo o cardinale, perché, essendo a vita cardinali e vescovi, è difficile licenziarli, anche se sono incompetenti, e se si vuole modificare l’amministrazione. Una tale riforma dimostrerebbe inoltre alla burocrazia vaticana che essa è al servizio del papa e del collegio dei vescovi, e che essa non fa parte del magistero.

● rinforzare i corpi legislativi nella Chiesa. Nessuna filosofia politica moderna consiglierebbe di far dipendere la politica unicamente dalla saggezza di un esecutivo. Si riconosce unanimemente che il Sinodo dei vescovi, creato da Paolo VI, non ha raggiunto lo scopo previsto. Io raccomanderei dunque che un membro della burocrazia vaticana partecipi al Sinodo come esperto, ma senza diritto di voto. Tutti i membri del Sinodo dovrebbero essere eletti dalle conferenze episcopali (nessuno dovrebbe essere nominato dal papa, o membro di diritto perché facente parte della Curia vaticana). Il Sinodo dovrebbe riunirsi regolarmente – diciamo una volta ogni

cinque anni. Inoltre ci dovrebbe esserci almeno un Concilio ecumenico ogni generazione.

● trasformare le congregazioni in comitati sinodali eletti. Le congregazioni e i consigli pontifici della Santa Sede sono comitati di cardinali e di vescovi nominati dal papa. Ognuno è responsabile di un settore speciale della Chiesa, come la liturgia, l’ecumenismo, l’evangelizzazione e il diritto canonico. I cardinali che abitano in Vaticano e a Roma sono i membri più influenti di questi comitati. Il presidente di ogni comitato (chiamato prefetto per le congregazioni e presidente per un consiglio) è anche il capo dell’ufficio con lo stesso nome. Questi uffici consigliano il papa e attuano praticamente la politica della Chiesa. Ora, una delle funzioni importanti di ogni corpo legislativo è quello di sorvegliare la burocrazia. I membri dei dicasteri dovrebbero perciò essere eletti dai sinodi o dalle conferenze episcopali; così sinodi e conferenze episcopali potrebbero influenzare la politica ecclesiale e sorvegliare la burocrazia vaticana. Queste burocrazie non dovrebbero essere membri delle congregazioni, ma potrebbero tuttavia partecipare alle riunioni come esperti.

● creare un potere giudiziario indipendente. Uno degli elementi essenziali in un governo che agisce secondo le leggi è l’esistenza di un potere giudiziario indipendente. Il trattamento dei teologi accusati di dissidenza da parte della Congregazione per la dottrina della fede è uno degli scandali della Chiesa. Continuerà fin quando la CDF continuerà ad agire come poliziotto, procuratore, giudice

e corte. Una corte indipendente, composta per esempio di vescovi emeriti, potrebbe rimediare a questa anomalia.

● elezione dei vescovi. La nomina dei vescovi da parte del papa è una novità moderna, che deriva dal modello corporativo altamente centralizzato, dove il papa agisce come PDG e i vescovi come esecutori. Ma i modelli politici efficienti ci insegnano che i leaders locali hanno bisogno di essere scelti dai cittadini della base. Non sarebbe possibile e consigliato di ritornare al sistema di papa Leone I? Che ogni vescovo possa essere eletto dal clero locale, accettato dal popolo della diocesi e consacrato dai vescovi della sua provincia?

● rinforzare le conferenze episcopali, trasformandole in concili. La dottrina sociale cattolica insegna l’importanza della sussidiarietà nelle strutture e nell’attività politica: ciò che può essere fatto localmente, lo dovrebbe essere. In tempi passati, i concili locali e regionali di vescovi svolsero una parte importante nell’elaborazione della dottrina e della disciplina della Chiesa. Le conferenze episcopali devono ridiventare concili episcopali e ritrovare il loro ruolo indipendente nel determinare l’attività della Chiesa. È inutile che ogni decisione o documento sia rivisto e approvato dalla Santa Sede. Si deve fare fiducia ai vescovi che sanno ciò che è il meglio per la loro Chiesa locale.

Lucidità e speranza Queste sei riforme non realizzeranno il Regno di Dio: nessuna struttura di governo è perfetta e ogni riforma ha effetti collaterali negativi. Ma esse potrebbero aiutare la Chiesa a realizzare i principi di collegialità e sussidiarietà. Vale la pena di osservare che la maggior parte di queste riforme rappresenta un ritorno a pratiche e strutture antiche della Chiesa. Quante sono le probabilità che siano attuate? In quanto sociologo, direi molto vicino a zero! La Chiesa è attualmente diretta da un gruppo di uomini che si riproduce da sé, e che capisce che quelle riforme diminuiranno il suo potere. Ma, come cattolico, posso sempre sperare. Thomas J. Reese s.j.


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Novità al «Gallo». Il numero di maggio della rivista genovese (numero 702 del 34. anno!) annuncia il cambiamento del direttore: Ugo Basso, milanese, già docente di lettere, prende il posto di Carlo Carrozzo, laureato in filosofia e docente di scuola elementare (sic!), che aveva nel 1975 preso il posto del fondatore Nando Fabro, ingegnere delle Ferrovie e resistente antifascista. A Carlo, amico da oltre cinquant’anni del gruppo di «Dialoghi» (i primi incontri risalgono all’inizio degli anni sessanta), un «grazie» maiuscolo anche dal Ticino, con tanti auguri di «buona salute» per l’ultimo quarto di secolo (!); a Ugo Basso l’augurio sincero che sappia condurre la piccola «noce» del «Gallo» con altrettanta passione, dedizione e fortuna di quella dei suoi esemplari predecessori. Ai nostri lettori l’invito di cooperare, sottoscrivendo l’abbonamento al mensile (estero € 36; Casella postale 1242, 16121 Genova). È inutile lamentarsi della mancanza di una stampa libera, se poi si acquistano solo i giornali asserviti alla pubblicità!

Appuntamento dopo Napoli. In Italia è in corso un largo confronto tra cattolici, diversamente presenti nelle realtà ecclesiali. Un primo incontro si è svolto a Firenze nel maggio 2009, sul tema «Il Vangelo che abbiamo ricevuto», cui è seguito un secondo incontro nello scorso febbraio e un terzo è già in programma a Napoli per il 17-19 settembre, indetto su una frase di Bonhoeffer (il pastore protestante imprigionato e impiccato dai nazisti nel 1945): «Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini». Nel frattempo, un gruppo di più giovani partecipanti, che non hanno vissuto il Concilio Vaticano II e autodefinitisi «la prima generazione incredula» si sono incontrati a Camaldoli, per riflettere su: «Cristiani in ricerca. Interrogarsi sulla fede e sulla Chiesa». Due tendenze sono emerse e non si sono ancora riconciliate: chi critica la Chiesa attuale, italiana e romana, e si definisce «cattolici del disagio», e chi pure in atteggiamento critico rifiuta di costituire un preciso punto di riferimento. Napoli dovrà per forza costituire una svolta: o si va avanti uniti e con precisi traguardi, oppure si torna a disperdersi in una Chiesa che non sa (o

non vuole) rinnovarsi. La crisi dei preti pedofili non ha insegnato che la Chiesa del potere (o il potere nella Chiesa) è ormai tramontata? Informazioni e recapiti: www.statusecclesiae.net oppure licinia.magrini@gmail.com

Costruire il dialogo. La 47.ma Settimana di formazione ecumenica di Chianciano, organizzata dal Segretariato attività ecumeniche (SAE, Piazza S. Eufemia 2, 20122 Milano, fax 02.89014254), avrà come tema «Sognare la comunione. Costruire il dialogo. Cento anni di speranza ecumenica». La sessione (con inizio domenica sera 25 luglio) tratterà il tema dell’ecumenismo, percorrendone il progresso, dall’Assemblea missionaria di Edimburgo nel 1910 agli interrogativi, speranze, resistenze e prospettive di oggi, grazie ai contributi di un qualificato gruppo di cristiani delle diverse confessioni (cattolici, valdesi, ortodossi, battisti, metodisti) e l’apporto di ebrei e musulmani. Tra i relatori: Mario Gnocchi, Gioachino Pistone, Paolo Ricca, George Vasilescu, Serena Noceti, Letizia Tomassone, Luca Negro, Carlo Molari, Piero Stefani, Giorgio Bouchard, Vladimir Zelinski, Traian Valdman, Paolo Naso, Amos Luzzato, Fulvio Ferrario, Brunetto Salvarani, Simone Morandini. (Quota di iscrizione € 85; soggiorno da 220 a 380 €).

Donna prete in Italia. A fine maggio, a Roma, è stata ordinata la prima donna prete «vecchio-cattolica»: si tratta di Maria Vittoria Longhitano, di 35 anni, sposata e madre di due bambini. L’ordinazione, celebrata nella chiesa anglicana di Roma, è stata presieduta dal vescovo Fritz-René Müller dell’Unione di Utrecht (Paesi Bassi), della quale fa parte la Chiesa «vecchiocattolica» italiana, con un migliaio di aderenti. Un bell’esempio di ecumenismo, all’insegna della «unità nella diversità accettata e riconosciuta». Intanto, la Chiesa evangelica luterana di Svezia, la più numerosa della Federazione luterana mondiale, ha già celebrato il 50.mo anniversario dell’introduzione del pastorato femminile. Le prime tre donne furono ordinate in occasione della domenica delle Palme del 1959.

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Tolleranza sì e no. Il Sinodo della Chiesa evangelica luterana in Italia, riunitosi all’inizio di maggio, ha approvato una mozione per le «unioni di vita», in cui si afferma che «le coppie dello stesso sesso che vivono in un legame vincolante di convivenza sono accompagnate come qualsiasi altro membro di Chiesa» e che per esse «può esservi un culto di benedizione», pur diverso dal matrimonio nella forma liturgica. Davanti al Centro Carraro, dove si svolgeva il Sinodo, un gruppetto di tradizionalisti cattolici ha contestato quella che hanno definito «la benedizione di unioni sodomite». Si tratta in gran parte dei componenti del «Comitato perché la chiesa di S. Pietro Martire resti cattolica», che criticano il vescovo Flavio Roberto Carraro per avere concesso il luogo di culto alla Chiesa luterana veronese perché vi svolgesse le sue attività. Lo stesso gruppo, in concomitanza con la visita di Benedetto XVI alla Chiesa luterana di Roma svoltasi il 14 marzo scorso, ha organizzato… un pubblico rosario riparatore! A Milano la comunità dei Vecchio-cattolici da una decina di anni è autorizzata a celebrare la messa in una parrocchia cattolica; lo scorso 23 maggio è stato tuttavia impedito, alla neo-ordinata Maria Vittoria Longhitano, di celebrare in chiesa e la liturgia ha avuto luogo nel giardino antistante. All’insegna del motto: tolleranza per tutti, ma non per la donna-prete!

Battezzati responsabili. In Francia, per iniziativa di due donne, Christine Pedotti e Anna Soupa, si è costituita la Conferenza cattolica dei battezzati di Francia (CCBF), che riunisce persone che vogliono partecipare responsabilmente alla vita della Chiesa cattolica. Il loro motto è «Né partire, né tacere. Noi siamo nel cuore della nostra Chiesa, non ai margini o sul sagrato». L’associazione si è data un sito internet: (www.conferencedes baptisesdefrance.fr). In precedenza, le due promotrici avevano fondato il «Comité de la jupe», per reagire a una infelice dichiarazione di un vescovo francese. Hanno tutta la nostra ortodossa solidarietà, visto che, nella Chiesa cattolica (e specialmente a Roma) è tornata di moda la veste anche per preti e vescovi!

All’armi siam cattolici! Con un territorio di mezzo chilometro quadrato, la Città del Vaticano è al mondo lo Stato con la più alta concentrazione di armati. Accanto alle 110 «guardie sviz-


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zere» (friburghesi, vallesani, san gallesi, qualche ticinese), addetti alla sicurezza del papa e dei palazzi, ci sono da 130 a 140 gendarmi vaticani, aiutati da circa cento «sanpietrini» che curano l’ordine nella basilica (la loro Associazione, di San Pietro e Paolo, conta 600 membri, che prestano ogni settimana qualche ora di sorveglianza), aiutati da qualche studente retribuito. Infine c’è la polizia italiana, che controlla le entrate della piazza davanti alla basilica, con un effettivo proporzionato alla situazione (e quindi sempre abbondante…). Il Fondatore aveva rinunciato a difendersi («Il mio regno non è di questo mondo»), ma la malizia dei tempi e degli uomini ha disposto altrimenti.

Fraternità difficile. Mentre continuano i colloqui con la Fraternità San Pio X per appianare anche le divergenze di tipo dottrinale con i seguaci di mons. Marcel Lefebvre, secondo dati interni della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, pubblicati dall’«Osservatore Romano» il 10 maggio, la revoca della scomunica ai quattro vescovi ordinati da Lefebrve avrebbe già conseguito buoni risultati. Sarebbero infatti già rientrati nella Chiesa cattolica circa 370 sacerdoti, 200 religiose e un centinaio di religiosi non sacerdoti, circa 300 seminaristi e alcune centinaia di migliaia di fedeli. Ma la «fraternità» ritrovata può diventare difficile, come dimostra la vicenda dell’Istituto del Buon Pastore, reintegrato d’ufficio nella diocesi di Bordeaux e ora al centro di una accesa polemica dentro e fuori la Chiesa francese, dopo che una trasmissione televisiva ha rilevato i legami di questi tradizionalisti con ambienti politici di destra e antisemiti (ampio servizio su «Adista» n. 43 del 22 maggio).

Dentro e fuori. Nell’arcidiocesi di Québec aumentano i battesimi e le cresime di adulti: 35 battesimi e 200 cresime nei primi cinque mesi del 2010. Ma ci sono anche quelli che si fanno «sbattezzare»: nel 2009 furono in totale 212, nei primi cinque mesi del 2010 sono stati 116. Tanto le nuove adesioni quanto le partenze confermano una tendenza in atto da anni, ma restano fenomeni marginali: l’arcidiocesi canadese conta infatti 917.000 cattolici. In Germania si conferma la tendenza ad abbandonare la Chiesa cattolica: le partenze nel 2009 furono in totale 123.585 (duemila in più del 2008), ma la Conferenza dei vescovi si aspettava di peggio dopo la deci-

cronaca

sione vaticana di togliere la scomunica ai vescovi lefebvriani. Anche i battesimi sono in calo. 178.000 nel 2009 contro i 185.600 del 2008. Ci sono state però anche 4000 nuove adesioni di adulti e 8500 rientri.

Meno chiese meno candele. Il Vaticano ha respinto il ricorso di un gruppo di parrocchiani che volevano impedire la soppressione di dieci parrocchie dell’arcidiocesi di Boston (USA). Da qualche anno l’arcivescovo e cardinale O’Maley ha deciso di sopprimere circa il 20% delle parrocchie a causa della diminuita frequenza da parte dei fedeli alla messa e dei cambiamenti intervenuti nella composizione della popolazione. La chiusura di chiese in esercizio preoccupava anche… i commercianti di candele degli Stati Uniti. L’azienda Emkay Candele, fondata nel 1925, prevede di licenziare 38 dei suoi 46 impiegati. Ma a ridurre le vendite sono anche le pressioni delle compagnie d’assicurazione, che vogliono limitare gli incendi e la concorrenza asiatica!

Vedovi e padri. Un centro di ricerca dell’università di Georgetown (USA) ha condotto un’inchiesta tra i 440 statunitensi ordinati preti del 2010. Tra essi ci sono alcuni vedovi e padri di famiglia; un futuro prete di Baltimora è vedovo e padre di 4 figli, di cui uno è già prete. Tra chi ha risposto all’inchiesta (il 77%) l’età media è di 37 anni; il 31% è nato fuori degli USA (Messico, Filippine, Colombia, Polonia, Vietnam); il 60% aveva terminato l’università prima di scegliere il presbiterato; il 37% ha un parente prete. È noto che tra i pastori protestanti e i preti ortodossi, spesso, i figli scelgono di seguire nel ministero l’esempio paterno. È una soluzione per la mancanza di preti?

Credenti nel mondo. Secondo l’Ufficio centrale di statistica della Chiesa cattolica, nel 2008 i cattolici complessivamente erano 1,166 miliardi, con un aumento dell’11,54% dal 2000: il 63% erano in America, solo il 3% in Asia. Nello stesso periodo il numero dei preti (diocesani e religiosi) è cresciuto da 405.178 a 409.166, diminuendo tuttavia in Europa e pure in proporzione al numero dei cattolici. Aumentati anche i seminaristi (salvo in Europa), aumentati di molto i diaconi permanenti (da 28.000 a 37.000, specie in Europa e in America), diminuite le religiose (ancora tuttavia 739.000 nel 2008), aumentati del 10% i vescovi (5002 nel

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2008). Secondo uno studio di un centro di ricerca americano, l’Islam nel 2008 era la religione più numerosa nel mondo, con 1,57 miliardi di aderenti. L’Indonesia è il Paese con il numero maggiore di musulmani (203 milioni, 88% della popolazione), seguita dal Pakistan (174 milioni, 96% della popolazione) e dall’India (161 milioni, ma solo il 13,4% della popolazione). La grande maggioranza dei musulmani (dall’87 al 90%) sono sunniti, mentre gli sciiti sono tra il 10 e il 13% (meno di 200 milioni, di cui 70 vivono in Iran). In Europa vivono 38 milioni di musulmani (16 in Russia, 4 in Germania, 3,5 in Francia, 400.000 in Svizzera); 4,6 milioni vivono nelle Americhe, di cui circa 2,5 milioni negli Stati Uniti.

Contro la pena di morte. Il 10 ottobre si svolgerà la prossima campagna contro la pena di morte, coordinata dalla Coalizione mondiale, e avrà come tema gli Stati Uniti d’America, la più grande democrazia che esegue sentenze capitali. Il 30 novembre avrà invece luogo, promossa da ACAT, l’Azione «Città per la vita – città contro la pena di morte». Il 10 dicembre ricorre la tradizionale Giornata internazionale per i diritti umani (anniversario della Dichiarazione universale del 1948), quest’anno orientata sull’importanza dei diritti economici e sociali, nel quadro della lotta contro la povertà e l’esclusione. La Svizzera non ha ancora firmato la Carta sociale europea: il Consiglio degli Stati ha invitato il Consiglio federale, lo scorso 8 marzo, a presentare un rapporto sulla compatibilità della Carta con il diritto svizzero e sull’opportunità di ratificarla rapidamente (è entrata in vigore nel 1965!). (Informazioni: ACAT, Casella postale 5011, 3001 Berna; www.acat.ch).

Giustizia europea. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, presieduto quest’anno dalla Svizzera, ha deciso di dare priorità alla riorganizzazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, che tutela in ultima istanza, contro le decisioni dei 47 Stati membri, i diritti di 800 milioni di persone. Purtroppo sono attualmente pendenti più di 100.000 casi. Il 1. giugno è entrato in vigore un «protocollo addizionale» che dovrebbe semplificare le procedure, permettendo quindi una giustizia più efficace. Da rilevare tuttavia che il 90% delle istanze vengono respinte, per mancanza dei requisiti necessari per appellarsi alla Corte.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Educare alla tolleranza. Il Dipartimento cantonale ticinese dell’educazione, della cultura e dello sport ha presentato a metà maggio l’esperimento della nuova materia «storia delle religioni» che sarà introdotta il prossimo autunno nella scuola media, a partire dal terzo anno, in modo esclusivo in tre sedi, in alternativa all’insegnamento affidato alle Chiese cattolica e protestante in tre altre. La novità (che finalmente cerca di ovviare alla carenza di cultura religiosa nella maggior parte degli allievi ticinesi) è stata sostanzialmente giudicata positiva dalla stampa (piuttosto problematico il commento sul quotidiano cattolico), ma non sono mancate opposizioni e critiche espresse da alcune «lettere ai giornali». Sull’esperimento, cui collaborano rappresentanti della Chiesa cattolica e di quella evangelica (e non poteva essere altrimenti, avendo le due Chiese per legge l’esclusiva di tale materia), non sono state sin qui (per quanto si sa) associate le comunità ortodosse e musulmane, cui già oggi appartengono diversi allievi ed è presumibile in futuro un loro aumento. Esclusi anche i cosiddetti «liberi pensatori» (che hanno protestato), e che sarebbe opportuno pure coinvolgere, se non altro per dimostrare come si vuol fornire un insegnamento culturale laico e non un mascherato tentativo di propaganda religiosa. Resta l’ignoranza religiosa della gran parte degli allievi, cui si dovrebbe ovviare con un aggiornamento al pluralismo religioso di tutti i docenti di materie sensibili (storia, lingue, filosofia, diritto, scienze ecc.). Anche per tutti gli allievi esclusi dall’esperimento si dovrebbe provvedere almeno ad una seria informazione sulla tolleranza e sulla libertà religiosa (con pomeriggi informativi o altre modalità), considerato che su tali temi, come dimostrano le discussioni sui minareti, sul burqa e altro, l’informazione media dei ticinesi è piuttosto carente, per non dire peggio. Le San Vincenzo informano. Con un speciale bollettino annuale, la presidenza cantonale delle Conferenze di San Vincenzo (che raggruppa le 12 conferenze, o sezioni, nel Ticino) vuole meglio informare sull’attività svolta. Nel 2008, in «alimenti e affitti» le conferenze hanno elargito oltre 269

mila franchi, hanno pagato quote di casse malati per 93 mila franchi e sostenuto spese personali per 66 mila franchi, per un totale complessivo di fr. 464 mila, coperti con le quote dei soci, le offerte e contributi vari.

Maggiore comunicazione. Dal 1. aprile 2010 la Chiesa svizzera avrà al servizio della comunicazione due nuovi giornalisti: uno come segretario esecutivo della Commissione dei media, e una collaboratrice aggiunta al responsabile dell’informazione. I vescovi hanno così deciso di dare attuazione alle proposte per migliorare il servizio d’informazione della Conferenza episcopale.

Celebrare la creazione. Le Chiese europee hanno deciso, nel corso dell’assemblea ecumenica di Sibiu, di dedicare ogni anno «un tempo alla Creazione». Per le Chiese svizzere è stato scelto il periodo dal 1.settembre (per le Chiese ortodosse è questa la giornata della Creazione) al 4 di ottobre (festa di San Francesco d’Assisi), tempo che comprende anche la Festa federale di ringraziamento (o Digiuno federale). La Comunità «Chiesa e Ambiente» (in tedesco OEKU), organizzazione ecumenica cui aderiscono più di 600 parrocchie e molti singoli cristiani, propone quest’anno come tema «La diversità, dono di Dio», riferendosi a Genesi 1,12: «La terra produsse erba verde, ogni specie di piante con il proprio seme e ogni specie di alberi da frutta con il proprio seme. E Dio vide che era bello». Il 2010 è stato proclamato «Anno internazionale della biodiversità»: purtroppo minacciata, specialmente per opera dell’uomo. Per informazioni e sussidi didattici: Oeku, casella postale 7449, 3001 Berna; info@oeku.ch; www.oeku.ch.

Ritorno al giornalismo. Il gesuita Albert Longchamp, dopo aver rivestito la carica di provinciale svizzero fino all’inizio del 2009, il 1. maggio ha ripreso la direzione del mensile romando «Choisir», lasciata dal suo confratello Pierre Emonet, a sua volta eletto provinciale. Padre Longchamp è giornalista: già collaboratore della rivista francese «Témoignage chrétien», diresse in passato «Choisir» e poi il settimanale «Echo-Magazine». «Dialoghi» fa i migliori auguri all’amico

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Longchamp e a «Choisir» che festeggia quest’anno i 50 anni di pubblicazione, diffondendo poco meno di duemila copie. Cresima agli adulti. La vigilia di Pentecoste, nella chiesa di San Pietro a Friburgo, si è svolta una cerimonia eccezionale, con la cresima impartita a 56 adulti provenienti dai cantoni di Ginevra, Vaud, Friburgo e Neuchâtel, cioè i cantoni della diocesi romanda. Si tratta in genere di cattolici che durante l’adolescenza avevano abbandonato il tradizionale percorso di formazione religiosa. A Friburgo, per gli adulti che chiedono di aderire alla Chiesa cattolica, è previsto un corso di catechesi di due anni per il battesimo e di un anno per la cresima; per chi è già battezzato, un corso che va da settembre a giugno. In Ticino, il Vescovo impartisce la cresima agli adulti in forma privata, cioè generalmente nella cappella dell’episcopio. La tendenza a posticipare l’età della cresima a quando diventa una vera scelta di vita va diffondendosi in varie diocesi, come a San Gallo dove il vescovo ha disposto che di regola il sacramento sia conferito solo dopo i 17 anni.

Riprendere il dialogo. Dopo aver assistito alla discussione pubblica, tenutasi all’università di Friburgo, sul tema degli abusi sessuali, Gabriella Loser Friedli, presidente dell’associazione ZöFra, (che conta un centinaio di membri, in gran parte donne sposate con preti cattolici) si propone, grazie all’apertura dimostrata dall’abate di Einsiedeln Martin Werlen, di riprendere il dialogo con i vescovi svizzeri, in particolare con la commissione episcopale «Vescovi-preti», interrotto da tre anni. L’associazione, che in questi ultimi anni ha accompagnato circa 450 donne in difficoltà a causa della loro relazione con un prete cattolico, intende festeggiare il 6 novembre prossimo a Lucerna, con una manifestazione pubblica, il decennio di fondazione e prevede di organizzare una giornata di studio sul tema del celibato obbligatorio dei preti che (a detta della presidente) «comporta un potenziale distruttore su numerosi uomini», anche se non esiste un legame diretto con la pedofilia. (Sull’argomento, l’articolo di Aldo Lafranchi, in «Dialoghi» 211).

Domanda di perdono. Il vescovo di Basilea, Kurt Koch, ha inviato ai diocesani un messaggio, diffuso il 5 maggio, in cui domanda perdono per gli


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abusi sessuali commessi da preti e religiosi, afferma che il suo primo pensiero e preoccupazione va alle vittime, mentre esprime riconoscenza per coloro che confermano la loro appartenenza alla Chiesa cattolica. Alla Facoltà di teologia di Friburgo è stata organizzata una serata per dibattere sugli abusi sessuali verso i minori commessi nella Chiesa e nella società. Tra i partecipanti, l’abate Martin Werlen di Einsiedeln, che ha auspicato una Chiesa che abbia il coraggio di parlare il linguaggio del Vangelo e di ascoltare maggiormente i giovani, mentre lo psicologo tedesco Wunibald Müller si è chiesto se una riforma dell’obbligo del celibato e l’ordinazione di donne non potrebbe favorire un cambiamento della Chiesa rispetto alla sessualità (l’APIC ha pubblicato il 4 maggio un ampio servizio sulla serata, ignorato dalla stampa ticinese). Bernesi attivi. La Chiesa nazionale cattolica di Berna, in occasione della riunione annuale del suo parlamento, ha dato notizia di un’inchiesta promossa tra 26 collettività ecclesiastiche

cantonali e altri 36 gruppi cattolici a livello svizzero, che ha raccolto circa il 70% di risposte sui temi del celibato dei preti, dell’ordinazione delle donne, dei viri probati (uomini sposati da ammettere al sacerdozio) e della riammissione nella pastorale dei preti dispensati. Le conclusioni saranno inviate alla Conferenza dei vescovi svizzeri, ad altre autorità ecclesiali, nonché largamente diffuse. L’iniziativa si propone di «garantire la credibilità della Chiesa e la continuazione della pratica sacramentale nelle diverse parrocchie, confrontate con una crisi sempre più acuta di vocazioni». Le finanze stanno ancora… discretamente: anche per il 2009, con entrate di 4,7 milioni di franchi, si è registrato un attivo di fr. 264.000, con un miglioramento di oltre fr.45.000 sul preventivo.

Chiesa in Turgovia. La Chiesa cattolica del cantone Turgovia discute di una revisione della sua legge costitutiva. Tra le riforme previste, la concessione del diritto di voto agli stranieri (sono cattolici, cioè «universali», anche loro…) e la modalità della

Il sistema duale? Una buona cosa! Nel «sistema duale», unico nel mondo cattolico, due strutture indipendenti, l’una di diritto canonico (parrocchia e diocesi), l’altra di diritto civile (Kirchgemeinde e Körperschaft) esistono e operano l’una accanto all’altra sullo stesso territorio. Tutt’e due perseguono largamente la stessa finalità, il bene delle anime, ma lo fanno l’una con strumenti spirituali – i sacramenti e la dottrina – l’altra con strumenti materiali – i mezzi finanziari. Sono dunque complementari tra loro, e nel loro operare dovrebbero sempre trovare un accordo di consenso (einvernehmlich). Infatti, non esiste un organo comune che in caso di divergenze potrebbe decidere tra loro; la loro unanimità si basa dunque unicamente sulla buona volontà delle stesse persone, le quali essendo simultaneamente cattolici e cittadini appartengono tanto all’una quanto all’altra delle due strutture. Questo sistema, pur labile che sia, comporta il vantaggio che quasi tutti i compiti finanziari e amministrativi sono affidati a laici volontari, eletti dalla comunità. Questi mettono la loro competenza professionale al servizio della Chiesa, esonerando i pastori da compiti non direttamente pastorali. Il sistema garantisce così ai laici una vera corresponsabilità nella Chiesa. In molti cantoni, secondo una tradizione che risale al Medioevo, la legge ecclesiastica civile conferisce alle comunità cattoliche anche il diritto di eleggere il proprio parroco tra i candidati proposti dal vescovo. Questo garantisce all’eletto il consenso di una grande parte dei suoi futuri parrocchiani. Lo svantaggio del sistema consiste, oltre ai possibili conflitti tra le due strutture, in una preponderanza del livello parrocchiale, soprattutto, ma non soltanto, riguardo alle finanze. Ciò può rendere il parroco, e fino ad un certo punto anche il vescovo, dipendente dalla buona volontà dei fedeli, almeno per il finanziamento dei pastori e delle attività pastorali. I vescovi non possono dunque governare la loro diocesi esercitando una pressione finanziaria, il che, dal punto di vista della fede, potrebbe essere anche un vantaggio. Da una intervista a mons. Henrici, già vescovo ausiliare di Coira, pubblicata in «Il Dialogo», mensile ACLI, maggio 2010.

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nomina dei parroci. Fin qui i curati erano tacitamente riconfermati ogni quattro anni, se un quinto dei parrocchiani non domandava di procedere ad una nuova votazione: si osserva che raccogliere un quinto delle firme è difficile nelle parrocchie numerose, mentre una votazione così potrebbe significare una (almeno parziale) sconfessione: meglio prevedere come regola una votazione ogni quattro anni (come fanno i protestanti). Sembra che il vescovo di Basilea non sia favorevole a tale innovazione.

Solidarietà. In Svizzera è in progresso la dimostrazione di solidarietà tramite il cosiddetto «commercio equo»: il fatturato nel 2009 del marchio Max Havelaar è stato di 271,9 milioni, con un aumento del 2,6% rispetto all’anno precedente. Gli svizzeri sono i maggiori acquirenti nel mondo di prodotti del commercio equo, con fr.35 per abitante; gli acquisti riguardano tessili, banane, ananas, caffè, fiori, ecc. Ma si può fare meglio, considerando che certamente i «ricchi» svizzeri spendono molto di più ogni anno per comprare questi prodotti.

Calcio e religione..Un professore di etica delle università di Losanna e di Ginevra, Denis Müller, si è occupato delle manifestazioni religiose (segni di croce, preghiere, ecc.) dei giocatori di calcio, tentando un paragone tra la religione e lo sport «pedestre», rilevando aspetti positivi e negativi. Già Maradona (un vero «idolo» per molti tifosi), aveva denominato «la mano di Dio» quella che gli aveva permesso di ingannare l’arbitro e sconfiggere gli inglesi. Invece il Cielo non è stato favorevole al FC Religion (composto di preti, pastori, rabbini e imam) sconfitto sonoramente (8 a 1!) dalla squadra della FIFA (niente paura, si tratta della Federazione internazionale del football), in una partita svoltasi a Zurigo la sera del 26 aprile. Lo scorso anno la formazione dei religiosi, emanazione del Consiglio svizzero delle religioni, aveva vinto col punteggio di 6-1 contro il Consiglio nazionale, dimostrando coi piedi che la religione è superiore alla politica, ma resta inferiore allo sport: lo confermano persino le indagini sociologiche.

Nu m e r i a r re t r a t i ?

I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Orto in contravvenzione. Il 17 aprile si è celebrata la Giornata internazionale della Lotta contadina in ricordo del massacro di centinaia di siem terra brasiliani avvenuto 14 anni fa. Nel giorno della ricorrenza, quest’anno, a Zurigo, un cospicuo gruppo di uomini, donne e bambini si sono visti negata la possibilità di allestire un orto e di piantarvi patate, insalate, pomodori. I poliziotti intervenuti non hanno dovuto però infliggere contravvenzioni perché gli… aspiranti ortolani hanno rinunciato al loro intento. Il loro era, in effetti, un evento volto a sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema che presumibilmente sarà presto messo ai voti. Il terreno in questione è quello dei due ex campi d’allenamento del Grasshoppers. La città vuole venderlo a due immobiliari che progettano di costruirvi un grattacielo di appartamenti di standing superiore e un hotel di lusso. I Verdi e Alternative Liste hanno lanciato il referendum. Per ora, le superfici erbose sono costellate di colorati fiori di campo che offrono nettare alle api e altri insetti. Il terreno non è ottimale per la coltura di ortaggi, ma sarebbe almeno pensabile trasformarlo in giardino pubblico, per un quartiere che in pochi anni si è trasformato da campagna in città densamente popolata.

Compleanno bio. Nel 2010 l’agricoltura biologica organizzata e strutturata in associazione in Ticino compie 30 anni. Già prima però il bio era praticato da pionieri professionisti e da idealisti nei propri orti casalinghi. Un trentennio di crescita continua, di incremento di popolarità per un’agricoltura che punta sulla qualità prima che sulla quantità e la cui importanza per la salute degli esseri umani e della natura è diventata vieppiù di attualità su un pianeta che si sta degradando. Secondo dati recenti (2009) le aziende agricole bio in Ticino sono 141; la superficie utile biologica è di 1940 ettari, e rispetto al 2006 il bestiame allevato nelle aziende bio è aumentato di oltre il 20%, in maggioranza ovini e caprini... Energia blu. Anche se ancora poco utilizzata c’è una fonte di energia rinnovabile che potrebbe in un prossimo futuro far parlare molto di sé. È l’energia del mare. Gli oceani sono riserve

di energia praticamente inesauribile: onde, correnti, maree, fenomeni di pressione osmotica, energia termica e biomassa marina. La Gran Bretagna è all’avanguardia nella ricerca in campo tecnologico e nella realizzazione di centrali per lo sfruttamento di quest’energia. La prima centrale commerciale SeaGen è attiva dal 2008 nell’ansa di Strangford Lough in Irlanda del Nord. Con una potenza di 1,2 MW arriverà a coprire il fabbisogno di 1500 economie domestiche. Ancorata sul fondale marino a circa 400 m dalle coste, è costituita di un pilone delle dimensioni di un piccolo faro è dotata di due eliche di circa 15 metri l’una che, quando sono immerse, girano lentamente grazie alle correnti marine. La velocità di rotazione è controllabile e rimane sufficientemente lenta da permettere ai pesci e ai mammiferi marini di evitare le pale. La società Aquamarine Power ha messo in esercizio il prototipo Oyster (ostrica) in acque scozzesi. Si tratta di una struttura formata di due parti, come una conchiglia. La prima è fissata sul fondo, la seconda, grazie a una cerniera, è agitata dalle correnti. Il movimento aziona un pistone che convoglia dell’acqua in un canale verso una centrale idroelettrica situata sulla riva. Il progetto Limpet di WaweGen (filiale del gruppo Siemens) invece è installato sulle coste rocciose di Islay Island e sfrutta la forza delle mareggiate. Le onde, che vanno a sbattere su un cassone, comprimono una camera d’aria che fa girare un turbo generatore. Quando l’acqua si ritira, il vuoto d’aria imprime un secondo movimento alla turbina. La centrale fornisce energia in rete dal 2000.

Meglio la carta riciclata. Gli Orang Ringa sono una popolazione originaria dell’isola di Sumatra. La foresta pluviale era la loro patria e la loro fonte di sostentamento. Ora sono testimoni della sua distruzione. Con la foresta spariscono animali e vegetali, loro fonte di sostentamento. Alcuni hanno già dovuto cominciare a coltivare appezzamenti di terreno, entrando in conflitto con altre popolazioni locali. E conflitti nascono anche tra esseri umani e animali. Alla ricerca di cibo, tigri ed elefanti si spingono sempre più vicini agli insediamenti; i casi di aggressioni da parte dei grossi fe-

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lini e delle scorribande devastatrici dei pachidermi si moltiplicano; per proteggere i propri campi gli abitanti di un villaggio sono addirittura arrivati ad avvelenare cinque elefanti. A monte di questa situazione è lo sfruttamento delle superfici boschive per la produzione di agrocarburanti e di carta. In questa regione dell’isola asiatica, la provincia dello Jambi, è attivo uno dei maggiori produttori di carta mondiali la Asia Pulp & Paper. Una pista privata lunga 75 chilometri si snoda attraverso quella che era la foresta pluviale. Su oltre 700 mila ettari (la metà della superficie della regione) si estendono monoculture di eucalipto e acacia, ideali per la produzione di cellulosa perché crescono molto in fretta. Il governo regionale e quello nazionale sono di manica larga nell’accordare i permessi di sfruttamento. Eppure alternative più sostenibili e anche interessanti dal punto di vista economico ci sarebbero, soprattutto nell’ambito dell’eco turismo. Gli importanti investimenti potrebbero essere finanziati con i fondi che le nazioni del Nord, in «debito di emissioni di CO2» nei confronti dei Paesi in sviluppo, si sono impegnate a versare per permettere adattamento e riduzione ai/dei mutamenti climatici. La foresta pluviale è uno dei pochi sistemi in grado di neutralizzare massicciamente il CO2; la sua distruzione potrebbe rivelarsi catastrofica per tutto il pianeta.

Come le talpe. Ogni anno, in Svizzera, con il materiale estratto da buchi e gallerie scavate nel territorio (non si tratta solo dei tunnel, ma anche di parcheggi interrati, fondamenta di case e palazzi) si potrebbero costruire l’equivalente di15 piramidi di Chéope. Sono 40 milioni di metri cubi! Gli ingegneri civili hanno suonato l’allarme: non ci sono più luoghi in cui stoccare tutti questi inerti! Vecchie cave, anse, anfratti, depressioni naturali, tutto è stato riempito, non resta che formare colline artificiali. Ma, attenzione! L’Ordinanza federale sul trattamento dei rifiuti impone che gli inerti risultati da scavi possono essere stoccati definitivamente solo se non è possibile «valorizzarli». Per esempio, nel caso del traforo ferroviario del Lötschberg, sono state create due colline in prossimità di Kandersteg. Quella formata da materiale inutilizzabile rimarrà, l’altra scomparirà entro i prossimi vent’anni trasformata in muri, rivestimenti di strade, vialetti, beton.


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opinioni

SPIGOLI & SPIGOLATURE

Oltre la solitudine dei preti Si è appena concluso l’anno sacerdotale voluto da papa Ratzinger e ho l’impressione che le questioni fondamentali del vivere presbiterale odierno non siano state particolarmente affrontate. Se, per esempio, si volesse fare un’inchiesta tra tutti i preti del mondo e si chiedesse loro che cosa li faccia star peggio oggi, penso che una notevole maggioranza direbbe: la solitudine. Non mi riferisco anzitutto alla solitudine inerente al celibato obbligatorio. Intendo parlare di una solitudine assai più ampia e complessiva. Chi come me lavora da molti anni a stretto contatto con moltissimi presbiteri, in ambito pastorale come accademico, sa bene – e con gratitudine – che non pochi di loro riescono a costruirsi, nelle comunità parrocchiali o in altre istituzioni, delle relazioni umane cordiali e intense che consentono loro di guardare serenamente agli altri e di essere dei testimoni effettivamente credibili dell’amore evangelico. Ciò nondimeno troppi sono, invece, i loro confratelli che risultano carenti o carentissimi in proposito. Essi non sono stati educati né appaiono interessati a intessere rapporti che consentano a tutti, senza autoritarismi e complessi di inferiorità o superiorità, di arrivare alle persone che compongono i contesti sociali in cui essi sono chiamati ad agire. Indubbiamente, il retroterra esistenziale di ciascuno prima dell’inizio della formazione al presbiterato conta molto. Parecchio si può fare, però, durante gli anni seminaristici e i superiori/rettori dei seminari, se sono in grado, possono agire assai utilmente in questa fase decisiva. E, comunque, nessuno deve diventare prete: ci sono casi in cui ci si chiede, esperienza pastorale alla mano, in particolare, negli ultimi dieci-quindici anni, come certi individui possano essere stati ordinati presbiteri, visto che certe lacune caratteriali di ordine relazionale e derive culturali fondamentaliste erano già evidenti ben prima della stessa ordinazione diaconale… Forse, in questi casi, è un po’ illusorio e arbitrario sperare che lo Spirito Santo faccia miracoli dopo l’ordinazione presbiterale! I vescovi potrebbero fare molto per aiutare i loro preti a superare o, almeno, a ridurre questa condizione che arriva talora a livelli di inaridimento interiore e chiusura spirituale drammatici. Se pensiamo a persone come mons. Tonino Bello vediamo come anche tra i successori degli apostoli ci sono molte figure che non solo a parole ma nei fatti si possono definire «padri» dei loro preti, anche se non arrivano alle altezze spirituali di don Tonino. Tutto questo, ovviamente, si verifica se gli stessi episcopi non hanno, a loro volta, difficoltà relazionali e se sono arrivati alla consacrazione episcopale, come non di rado avviene, per ragioni che con il Vangelo di Gesù hanno qualche rapporto… Ernesto Borghi

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone: – Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. – Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. – Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. – Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. – Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. – Libreria Elia Colombi SA, via Dogana 3, 6500 Bellinzona. – Melisa Messaggerie SA, via Vegezzi 4, 6900 Lugano. – Libreria del Mosaico, via Bossi 32, 6830 Chiasso. Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 12 (Euro 8). Rimane sempre ancora la possibilità di rivolgersi all’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, e-mail: leporipietro@bluemail.ch per abbonamenti (annuale fr. 60, Euro 40) o per ricevere copie singole, anche arretrate (prezzo per copia: fr. 12, Euro 8).

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In questo numero

Dossier: Cattolici avari con le loro Parrocchie a cura di Serse Forni, Alberto Lepori, Enrico Morresi ✧ «IL QUADRO GIURIDICO (a.l.)

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✧ DEBOLEZZA STRUTTURALE DELLE FINANZE PARROCCHIALI 3-7 ✧ DOVE C’È L’IMPOSTA CHI NON PAGA NON VIENE ESCLUSO

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Articoli ✧ UN’ALTRA PARROCCHIA (O ZONA PASTORALE) COME? (scriba) ✧ I LAICI TACCIANO (SOPRATTUTTO) NELLA LITURGIA (Lilia Sebastiani) ✧ Spigoli e spigolature: LA RELIGIONE NON È QUESTIONE PRIVATA (a.l.) ✧ DEMOCRAZIA E SUSSIDIARIETÀ PER LA RIFORMA DEL VATICANO (Thomas J. Reese) ✧ Spigoli e spigolature: OLTRE LA SOLITUDINE DEI PRETI (Ernesto Borghi) ✧ I PROBLEMI APERTI

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✧ BIBLIOTECA H. Küng, Mémories II, (Novalis/Cerf) 11 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 12, 13 ✧ CRONACA INTERNAZIONALE 15-16 ✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.

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Dialoghi n.ro 212

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