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263 dialoghi Locarno – Anno 52 – Ottobre 2020

di riflessione cristianaBIMESTRALE

Sabato 21 novembre 2020 Teatro Centro pastorale «La Trasfigurazione» – via Polar 35, Breganzona

Convegno di studio

Alle radici della comunità cristiana Per una pastorale che guardi al futuro Enti organizzatori: rivista «Dialoghi», Associazione Biblica della Svizzera italiana (ABSI), Facoltà di Teologia di Lugano (FTL), Coord. della formazione biblica nella Diocesi di Lugano, Ufficio istruzione religiosa scolastica (Servizio catechesi), Chiesa Evangelica Riformata nel Ticino (CERT), Comunità di Lavoro delle Chiese Cristiane nel Ct. Ticino (CLCCT). 9.30 Introduzione

René Roux, rettore della Facoltà teologica di Lugano

10.00

Presidenza: Ernesto Borghi, ABSI, «Dialoghi»

Prima sessione

L’annuncio della fede

Lidia Maggi, pastora e teologa battista Emanuele Di Marco, Facoltà di Teologia di Lugano

11.10 La celebrazione della fede

Andrea Grillo, Ateneo S. Anselmo, Roma Stefano D’Archino, pastore evangelico (CERT)

12.00 Dibattito 14.15

Seconda sessione

Presidenza: Gaia De Vecchi, ISSR di Milano, «Dialoghi»

La diaconia della fede

Markus Krienke, Facoltà di Teologia di Lugano Daria Lepori, Sacrificio Quaresimale

15.30

Presidenza: Alberto Bondolfi, Università di Ginevra

Tavola rotonda:

Quale futuro della pastorale?

Rolando Leo (UIRS/CLCCT) Giuseppe La Torre, pastore evangelico (CERT)

16.10 Dibattito 16.45

Linee di sintesi e prospettive future

Ernesto Borghi

A pagina 2 un’introduzione al Convegno e le norme di iscrizione


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i corsivi di dialoghi

No. 263

i corsivi di dialoghi Il popolo ha deciso Giornata ricca di sorprese, anche piacevoli, quella di domenica 27 settembre, con ben cinque oggetti sottoposte al giudizio popolare (più una serie di questioni a livello cantonale e comunale). La scelta di proporre ben cinque questioni, seppure di differente peso, al giudizio popolare era perlomeno discutibile, considerata la difficoltà di una informazione sufficiente anche per le limitazioni imposte dalla persistenza della pandemia del coronavirus. Ma l’abbondanza dei quesiti ha avuto almeno un effetto positivo, suscitando un eccezionale interesse negli aventi diritto, che hanno partecipato alla consultazione (in gran parte per corrispondenza) con una percentuale ben superiore a quella delle più recenti consultazioni, raggiungendo il 59,47% in Svizzere e persino un eccezionale 60,23% in Ticino! Venendo ai singoli oggetti in votazione, va considerato in primo luogo il risultato sui quesiti nettamente di maggiore spessore politico: l’iniziativa dell’UDC per la limitazione dell’immigrazione e il decreto per l’acquisto degli aerei militari. La proposta della destra «sovranista» è stata nettamente respinta da una maggioranza del 61,71% dei votanti a livello svizzero (ma accolta dal 53,14 dei votanti ticinesi) e va interpretata come una larga

approvazione della politica federale di solidarietà con l’Unione Europea, anche se resta tuttora aperta la discussione per la continuazione della «via degli accordi bilaterali» che l’Europa vorrebbe potenziare. Gli svizzeri (poco più di otto milioni, con oltre un milione di stranieri residenti) devono convivere con oltre 450 milioni di europei: non facciamoci illusioni e non pretendiamo… la luna. L’altro problema di peso concerneva gli aerei militari e ha visto un risultato favorevole con una maggioranza veramente «miracolosa»: 1.605.700 sì contro 1.597.030 no (50,14% contro 49,85%). La maggioranza dei Ticinesi ha per contro respinto la proposta con il 52,82% dei votanti, confermando ancora in questo modo il disagio da tempo esistente con la maggioranza della Svizzera, disagio che deve finalmente essere preso in seria considerazione, sia a Bellinzona, sia a Berna. Questo risultato risicato deve essere valutato attentamente anche a livello federale, sia dalla classe politica sia dagli ambienti militari. Certamente ha rappresentato un difetto «per abbondanza» la possibilità che è stata offerta al popolo di pronunciarsi su un argomento specificatamente tecnico militare e finanziario, ma il risultato uscito dalle urne impone alle autorità federali e militari una particolare attenzione alle esigenze e anche alle pretese infondate dell’opinione pub-

blica, compresa quella parte di votanti (almeno in questo caso) probabilmente costituita da male informati o prevenuti. Qualche considerazione positiva meritano almeno due altri risultati usciti dalle urne lo scorso 29 settembre: il netto voto a favore del congedo parentale (approvato col 60,34%), che suona a sostegno a una più ampia politica pro-famiglia in sede federale (nel Ticino un clamoroso 67,27 di Sì) e il rifiuto, col 63,24% di No, di una riduzione dell’imposta federale a beneficio dei contribuenti più ricchi (ma i Ticinesi, a rimorchio dell’UDC e della Lega, col 52,12% hanno votato a favore dei ricchi, ignorando quali sono i veri interessi dei meno fortunati dei «nostri»). Infine è stata respinta la nuova Legge federale sulla caccia, in una confusa alleanza tra cacciatori, contadini e verdi protezionisti. Per finire con qualcosa di dolce, esultiamo col popolo ginevrino che, con una maggioranza del 58,15% dei votanti (e la partecipazione del 54,2% degli aventi diritto), ha deciso per un salario minimo di 23 franchi all’ora, di cui beneficeranno oltre 30.000 lavoratori; in Ticino siamo sempre in attesa che quanto in materia ha deciso il «popolo sovrano» venga versato, seppure con un importo minore.  (a.l.)

ALLE RADICI DELLA COMUNITÀ CRISTIANA Breganzona, 21 novembre 2020 Che cosa è veramente essenziale nella vita della Chiesa di Gesù Cristo nelle regioni europee italofone? Le varie vicende e conseguenze legate alla pandemia Covid-19 hanno reso urgente tentare di rispondere a questo interrogativo, che molti già si erano posti, in diverse forme. Quanto stiamo vivendo in questi mesi chiama in causa, a diverso titolo, la responsabilità dei credenti, dai pastori a tutti coloro che frequentano parrocchie, gruppi e movimenti e sta incidendo seriamente nelle scelte formative e nei comportamenti religiosi. Come cercare di cogliere al meglio le sollecitazioni che sono venute e vengono da questa inedita condizione andando alle radici della vita ecclesiale? Tramite una serie di riflessioni su quelle che appaiono, a livello confessionale ed ecumenico, le autentiche priorità in vista di un’azione pastorale che faccia entrare, sempre più e sempre meglio, nella logica del Vangelo del Dio di Gesù Cristo.

IL PROGRAMMA (vedi in copertina) MODALITÀ DI ISCRIZIONE La partecipazione al convegno è gratuita, ma l’iscrizione è obbligatoria, anzitutto per rispettare le disposizioni vigenti anti Covid-19, secondo le quali i posti disponibili nella sede del convegno sono 60. Chiunque sia interessato a intervenire, invii la sua iscrizione (nome e cognome indirizzi, numeri telefonici), entro il 12 novembre 2020 a: info@absi.ch. In base al numero degli iscritti si deciderà se attivare o meno anche un collegamento streaming per consentire di seguire in diretta le fasi del convegno. Tutto sarà comunque registrato al fine di permettere anche a chi non potesse partecipare, di ascoltare quanto sarà detto nel corso della giornata.


No. 2633 opinioni

Il coronavirus ha questo… di buono: risveglia dentro di noi l’umano La pandemia da coronavirus costringe tutti a pensare: cosa conta veramente, i beni materiali o la vita? L’individualismo del ciascuno per sé, spalle agli altri, o la solidarietà reciproca? Possiamo continuare a sfruttare, senza altre considerazioni, beni e servizi naturali per vivere sempre meglio, oppure possiamo prenderci cura della natura, della vitalità di Madre Terra e del vivere bene, che è armonia tra tutti e con gli esseri della natura? È servito a qualcosa che i Paesi amanti della guerra accumulassero sempre più armi di distruzione di massa, e ora devono inginocchiarsi di fronte a un virus invisibile, dimostrando quanto sia inefficace tutto quell’apparato di uccisione? Possiamo continuare il nostro stile di vita consumistico, accumulando ricchezza illimitata in poche mani a spese di milioni di poveri e miserabili? Ha ancora senso che ogni Paese affermi la propria sovranità, opponendosi a quella degli altri, quando dovremmo avere una governance globale per risolvere un problema globale? Perché non abbiamo ancora scoperto l’unica Casa comune, Madre Terra, e il nostro dovere di prendercene cura in modo che possa contenerci tutti, compresa la natura? Sono domande che non possono essere evitate. Nessuno ha la risposta. Una cosa tuttavia attribuita ad Einstein è vera: «La visione del mondo che ha creato la crisi non può essere la stessa che ci porta fuori dalla crisi.» Dobbiamo cambiare. La cosa peggiore sarebbe che tutto tornasse com’era, con la stessa logica consumistica e speculativa, forse ancora più furiosa. A quel punto, se non impariamo nulla, la Terra potrebbe inviarci un altro virus che forse porrebbe fine al disastroso progetto umano. Ma possiamo guardare alla guerra che il coronavirus ci sta muovendo sul teatro di tutto il pianeta sotto un’ altra angolazione, questa positiva. Il virus ci fa scoprire qual è la nostra natura umana più profonda e autentica. Che è ambigua, buona e cattiva. Ma qui vedremo la buona dimensione. Prima di tutto, siamo esseri relazionali. Siamo, come ho ripetuto innumerevoli volte, un nodo di relazioni totali in tutte le direzioni. Pertanto,

nessuno è un’isola. Abbiamo ponti dappertutto. In secondo luogo e conseguentemente, dipendiamo tutti l’uno dall’altro. Il concetto africano dell’«Ubuntu» lo esprime bene: «lo sono io attraverso di te». Pertanto, ogni individualismo, l’anima della cultura del capitale, è falso e antiumano. Il coronavirus lo dimostra. La salute dell’uno dipende di Leonardo Boff

dalla salute dell’altro. Questa dipendenza reciproca consapevolmente assunta si chiama solidarietà. In un altro tempo la solidarietà ci ha fatto lasciare il mondo degli antropoidi e ci ha permesso di essere umani, convivendo e aiutandoci fra di noi. In queste settimane abbiamo assistito a gesti toccanti di vera solidarietà, non solo con il dono del di più, ma con la condivisione di quel che si ha. Terzo, siamo esseri essenzialmente di cura. Senza cura, dal nostro concepimento e per tutta la vita, nessuno potrebbe sopravvivere. Dobbiamo prenderci cura di tutto: di noi stessi, altrimenti possiamo ammalarci e morire; degli altri, che possono salvarmi o io salvare loro; della natura, altrimenti si rivolta contro di noi con virus nocivi, siccità disastrose, inondazioni devastanti, eventi meteorologici estremi; attenzione alla Madre Terra affinché continui a darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere e perché ci voglia ancora sul suo suolo, visto che, per secoli, l’abbiamo assalita senza pietà. Soprattutto ora, sotto l’attacco del coronavirus, dobbiamo tutti prenderci cura di noi stessi, prenderci cura dei più vulnerabili, stare reclusi in casa, mantenere la distanza sociale e prenderci cura delle infrastrutture sanitarie senza le quali assisteremmo a una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche. In quarto luogo, scopriamo che dobbiamo essere tutti corresponsabili, cioè consapevoli delle conseguenze benefiche o malefiche delle nostre azioni. La vita e la morte sono nelle nostre mani, le vite umane, la vita sociale, economica e culturale. La responsabilità dello Stato o di alcuni non è sufficiente, deve essere di tutti, perché siamo tutti colpiti e possiamo

tutti contagiare. Dobbiamo tutti accettare il confinamento. Infine, siamo esseri con spiritualità. Scopriamo la forza del mondo spirituale che costituisce il nostro Profondo, dove si elaborano i grandi sogni, si pongono domande ultime sul significato della nostra vita e dove sentiamo che deve esistere un’Energia amorevole e potente che permea tutto, sostiene il cielo stellato e la nostra stessa vita, sulla quale non abbiamo il pieno controllo. Possiamo aprirci a lei, accoglierla, come in una scommessa, confidare sul fatto che ci tiene nel palmo della sua mano e che, nonostante tutte le contraddizioni, garantisce un buon finale per l’intero universo, per la nostra storia sapiente e demente. E per ognuno di noi. Coltivando questo mondo spirituale ci sentiamo più forti, più capaci di cura, più amorevoli, insomma, più umani. Su questi valori ci è concesso di sognare e costruire un altro tipo di mondo, biocentrato, in cui l’economia, con un’altra razionalità, sostiene una società globalmente integrata, resa forte più da alleanze affettive che da patti giuridici. Sarà la società della cura, della gentilezza e della gioia di vivere.

Come andrà il PIL. Il PIL mondiale diminuirà del 4,5% nel 2020, prima di aumentare del nel 2021: è quanto emerge dalle prospettive economiche dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Secondo l’organismo, dopo uno «shock senza precedenti» è attualmente in corso una «graduale ripresa». «Le prospettive economiche rimangono eccezionalmente incerte, con la pandemia da Covid-19 che continua a gravare in modo pesante su economie e società». Il PIL dell’Eurozona diminuirà del 7,9% nel 2020 prima di tornare a crescere, al 5,1%, nel 2021. Sempre secondo le stime intermedie dell’organizzazione internazionale, la Germania segnerà un 5,4% nel 2020 e un +4,6% nel 2021. Quanto alla Francia si prevede un -9,5% nel 2020 e un +5,8% nel 2021. Il PIL dell’Italia diminuirà del 10,5% nel 2020 prima di tornare a crescere, del 5,4% nel 2021.


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No. 263

La pandemia in libreria: un’occasione di approfondimento e di riflessione Questo titolo va un po’ spiegato: vengono qui sommariamente presentati alcuni libri apparsi durante questi ultimi mesi e che trattano vari aspetti legati alla diffusione del virus coronacovid19 a tutte le latitudini di questo mondo trasandato. A dire il vero, il recensore non è andato in libreria e non ha potuto spulciare direttamente i libri cartacei. Così questo bollettino bibliografico intende proporre qualche riflessione sulle più recenti metamorfosi del mercato librario, sul futuro del libro e del nostro rapporto con questo indispensabile mezzo di comunicazione. Come ho potuto dunque accedere a una notevole quantità di pubblicazioni senza andare in libreria? Con l’aiuto di Internet e di varie banche dati disponibili in rete, ho potuto innanzitutto notare che una gran parte dei libri usciti recentemente e che trattano dei vari risvolti della pandemia sono fruibili in formato elettronico e sono dunque chiamati e-books. Leggerli sullo schermo non è evidentemente la stessa che cosa che goderseli tra le mani. L’esperienza comunque non è stata del tutto negativa e mi ha permesso di farmi un’idea abbastanza globale del modo con cui l’editoria ha reagito al doppio fenomeno: quello della lontananza dei propri clienti dalle librerie «fisiche» e quello del loro interesse a capire meglio i fenomeni legati alla pandemia. Infine, anche il portamonete è rimasto soddisfatto, perché i prezzi dei libri elettronici sono sensibilmente inferiori a quelli dei cartacei. Questa reazione del mondo editoriale mi è infine parsa maggiormente intensa nel contesto italiano che in quelli circostanti, anche se la sfera culturale di lingua francese ha reagito in maniera analoga. Quella tedesca è stata maggiormente «conservatrice», anche se non mancano pubblicazioni elettroniche di rilievo sull’argomento covid-19. STORIA DELLE PANDEMIE Inizio la rassegna con una ripresa in formato digitale di un’opera apparsa in versione cartacea già nel 2006 e concentrata sugli aspetti storici del fenomeno della pandemia. Quest’ultima viene definita come il sorgere e diffondersi di una malattia che tocca

una gran parte della popolazione in una zona geograficamente delimitata e caratterizzata da un forte tasso di contagio. La diffusione del coronavirus non è dunque fenomeno del tutto nuovo per l’umanità, anche se le modalità e i meccanismi di diffusione possono variare sia nello spazio che nel tempo. Relativamente specifica è la reazione delle popolazioni nei confronti delle pandemie, se messa in relazione con quelle che si manifestano nei confronti di altre minacce di morte: si pensi alle cause di decesso dovute a malattie degenerative come il cancro o a fenomeni sociali come il suicidio. Il libro di Gulisano ci ragguaglia utilmente sui fattori che hanno facilitato la diffusione di malattie altamente contagiose durante la storia umana: mancanza di igiene, condizioni di estrema povertà e, evidentemente, insufficienti conoscenze mediche sulle cause dei vari morbi. Analoghe anche le reazioni sociali nei confronti delle persone infette: paura, sospetto ed emarginazione caratterizzano contesti sociali diversi e spiegazioni «religiose» pure variegate. La sua lettura mi pare particolarmente raccomandabile, perché ci permette di volgere il nostro sguardo un po’ al di là dell’attualità coronavirus e così contribuire a una reazione caratterizzata da razionalità, prudenza ed empatia al contempo (cfr. Gulisano, P.: Pandemie. Dalla peste al coronavirus. Storia, letteratura, medicina, Ancora ed., Milano, 2020). TRA DIRITTO E POLITICA Il volume collettaneo a cura dell’associazione «Cammino» (Camera nazionale avvocati per la persona, le relazioni familiari ed i minorenni) intende analizzare vari aspetti del fenomeno pandemico che hanno rilevanza giuridica e politica. I contributi si concentrano sulla situazione italiana e mettono in evidenza alcune criticità tipiche di questo Paese e della sua organizzazione sanitaria. Alcuni di essi esaminano comunque aspetti della pandemia che valgono a qualsiasi latitudine. Così vengono analizzate le strategie della comunità scientifica nella sua attività di ricerca biologica e clinica, la diffusione delle conoscenze e i meccanismi ad essa

legati. Accanto ad essi si presentano subito vari interrogativi a carattere etico e politico legati a questa ricerca, e oggi percepita e organizzata sotto il segno della massima urgenza. Forte è la tentazione di sorpassare le regole già vigenti che regolano le varie fasi della sperimentazione di potenziali farmaci che potrebbero debellare le conseguenze del morbo in circolazione. Autorevoli firme sono qui ritrovabili e invitano a una lettura che migliora le nostre conoscenze specifiche, senza necessariamente pretendere una cultura medica approfondita (penso ai contributi di Laura Palazzani e di Lorenzo d’Avack). Non mancano neppure alcune riflessioni attorno al culto religioso alla prova della pandemia. Convivono qui, in armonia interreligiosa, contributi di autori di fede ebraica, islamica e cattolica. Il volume è particolarmente raccomandabile per il carattere equilibrato dei singoli interventi, lontani sia da una apologetica filogovernativa sia da irrazionali negazionismi (cfr. AAVV: Il caso e la necessità. Covid-19 pandemia del terzo millennio, Key ed., Milano, 2020). L’ODORE DEL VIRUS Mattia Losi, economista operante come giornalista presso il gruppo Il sole-24 ore, ci presenta una riflessione sul fenomeno della pandemia analizzata nella sua generalità sia nel passato che nel potenziale futuro, in cui il covid-19 rappresenta solo un episodio nemmeno fortemente specifico. L’A. mette in evidenza il carattere fortemente antropocentrico delle nostre reazioni collettive di fronte a ogni epidemia: l’essere umano reagisce alla diffusione del fattore patogeno cercando un responsabile personale o collettivo su cui scaricare la responsabilità morale per la diffusione del morbo. Stavolta tocca alla Cina e al suo governo, alla sua politica di informazione e alla sua presenza capillare sia in Asia, in Africa e anche in Europa. In realtà i virus non sono microorganismi cui prestare intenzioni malvage nei confronti dell’umanità, bensì forme elementari di vita (gli scienziati non sanno nemmeno se metterli tra i vegetali o tra forme di vita animale) che diventano patogeni per noi solo


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a condizioni precise e in presenza di nostri comportamenti non adeguati. A partire da esempi elementari, l’A. mette in evidenza il legame tra abitudini quotidiane degli esseri umani e diffusione di virus pericolosi per la nostra salute, dal lavarsi regolarmente le mani fino ad altri costumi igienici più o meno regolarmente ignorati. Il libro di Losi si lascia leggere con facilità e piacere, aiutandoci a fare maggior ordine nelle nostre abitudini inveterate e aprendo i nostri occhi su fenomeni storici e sociali che non avevano finora attirato una nostra attenzione specifica (cfr. Losi, M.: La prossima pandemia. Conoscere il passato, capire il presente, progettare il futuro. Il sole-24 ore, Milano, 2020). PRIMA L’ECONOMIA? Andrea Ranieri, senatore italiano del PD, ci presenta in una settantina di pagine uno sguardo d’insieme (come dice il sottotitolo) sulla pandemia in corso. Sguardo non asettico e neutro, bensì critico nei confronti delle ideologie attualmente dominanti. Secondo quest’ultime, dobbiamo, anche nella situazione straordinaria in cui ci tocca vivere, garantire il proseguire della crescita della produzione economica e dei consumi anche a costo di correre rischi quando si esercitano professioni che prevedono contatti fisicamente ravvicinati. Ideologie che sacrificano i destini professionali degli operatori in ambito culturale, privilegiando invece chi opera nella ricerca sperimentale in ambito biologico e farmacologico. Ranieri dipinge il quadro del capitalismo che reagisce alle restrizioni sanitarie rammentando a tutti, in primo luogo ai politici in carica, il primato dell’economico su altri parametri, come quello ambientale e climatico. Si potrà essere più o meno d’accordo con questo affresco, ma la lettura dell’agile libretto è sicuramente stimolante per noi tutti (Ranieri, A.: Il prezzo della pandemia. Uno sguardo d’insieme, Castelvecchi ed., Roma, 2020). LUTERO E IL VIRUS In chiusura, segnalo alcune pubblicazioni recentissime che toccano gli aspetti religiosi e teologici che prendono spunto diretto dalla diffusione del coronavirus. Inizio da un titolo che ha attirato la mia curiosità e al contempo provocato un certo qual disagio: AAVV: Lutero e l’epidemia. La fede ai tempi del coronavirus. (A cura di V. Bernardi, GBU Edizioni, Mila-

no, 2020). Mi sono subito chiesto cosa c’entrasse Lutero con la pandemia in corso. Dopo aver sfogliato alcune pagine del libro, mi sono ricreduto: innanzitutto va ricordato che almeno due Riformatori hanno fatto diretta esperienza di una pandemia: Lutero e Zwingli (che ha persino composto un Pestlied). Qui, nel libro in esame, il curatore V. Bernardi presenta una traduzione italiana del testo che Lutero inviò ai pastori della città di Breslau nel 1527. La Germania di allora già conosceva pratiche di quarantena e il Riformatore tedesco raccomanda esplicitamente di spostare i cimiteri fuori dagli abitati e dai terreni che circondavano le chiese medievali. Lutero, inoltre, esorta i suoi lettori a essere perseveranti nella fede e a continuare ad aiutare il prossimo in difficoltà. Di fronte al pericolo, è comunque moralmente legittimo fuggire in luoghi sicuri (cosa che Lutero e sua moglie fecero, pur restando in un primo tempo a Wittenberg). Chi però ha incarichi pubblici, politici o religiosi deve dapprima assolvere ai propri compiti istituzionali e non cercare subito la fuga. Il testo di Lutero contiene anche osservazioni critiche nei confronti di vari «entusiasti» che volevano tenere aperti anche i luoghi di culto quando il diffondersi della peste era particolarmente intenso e pericoloso per tutti. Il volume si completa con testi per il conforto religioso delle persone legate ai gruppi biblici, di orientamento piuttosto evangelicale, che hanno curato la pubblicazione. La messa a disposizione del testo di Lutero in traduzione italiana è opera utile sia a lettori teologicamente interessati sia agli storici della medicina. CRITICA DELL’INDIVIDUALISMO Maggiormente legato all’attualità è invece il libro del vescovo cattolico Vincenzo Paglia, attualmente presidente della Pontificia accademia per la vita e consigliere spirituale della Comunità di S. Egidio. L’A. ritiene che la pandemia in corso sia il contesto obbligato che deve provocare in ciascuno di noi una risposta che implichi solidarietà nei confronti di tutte e tutti. La tendenza alla selezione dei vantaggi per come estranei o stranieri è moralmente inaccettabile, anche da un punto di vista strettamente epidemiologico. Per Paglia «l’altro è il mio alleato: oppure la comunità evapora ed io stesso sono perso». Fatta questa premessa, l’autore di queste pagine muove una critica

radicale all’individualismo contemporaneo. Pur non negandone una certa pertinenza esso va superato vedendo lo stretto legame che intercorre tra protezione dei propri interessi e responsabilità nei confronti di tutti coloro che ci circondano. Il vescovo autore del libro ci propone infine un commento ad alcuni salmi di lamentazione che, pur a distanza di secoli dalla loro composizione, manifestano il dolore del credente che invoca il suo Dio, sentito ora come particolarmente lontano dal nostro dolore e dalla nostra solitudine (cfr. Paglia, V.: Pandemia e fraternità. La forza dei legami umani riapre il futuro, Piemme ed., Milano, 2020). Concludo questo veloce excursus bibliografico segnalando l’ultimo numero della rivista «Choisir», edita dai gesuiti di Ginevra, e tutta dedicata al nostro tema (cfr. Covid-19, autopsie d’une crise. Genève: «Choisir» Nr. 697, 2020). Vari Autori, provenienti da diverse discipline ma tutti ancorati alla nostra realtà elvetica e francese, analizzano le problematiche legate direttamente e indirettamente all’attuale pandemia. Segnalo, fra i numerosi contributi, quello di Philippe Lefèbvre, professore di Antico Testamento all’Università di Friburgo, sulle epidemie come «segno venuto da Dio?», quello di D. Douyère sulle interruzioni dei culti in Francia, e infine quello di F.-X. Amherdt, professore di teologia pratica presso l’Ateneo di Friburgo, sul sacerdozio universale dei cristiani e su nuove iniziative intraprese con l’ausilio di tecniche digitali, come pure su molte iniziative mancate. Mentre il coronavirus continua il suo corso, con i suoi alti e bassi, spero che si possa continuare a leggere e a discutere, anche se purtroppo troppe librerie vanno deserte e vengono rimpiazzate da grandi imprese internazionali di diffusione del sapere in linea. Cerchiamo, nella misura del possibile, di essere solidali con editori e librai anche in questi frangenti.  (a.b.)

Segnaliamo pure M. Bazzi e A. Leoni, Pandemia. Il virus che ha fermato il Ticino, Dadò editore, Locarno, 2020. F.M. Cataluccio, In occasione dell’epidemia, Casagrande, Bellinzona, 2020.


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No. 263

L’Africa che resiste al virus teme di più la recessione In maggio l’ufficio regionale africano dell’Organizzazione mondiale della salute (OMS) aveva pronosticato per il primo anno di pandemia sul continente 190.000 decessi e tra i 29 e i 44 milioni di infezioni. A inizio agosto l’Africa Centres for Disease Control and Prevention ha annunciato il milionesimo caso e alla fine dello stesso mese si contavano meno di 30.000 morti. Con il numero più basso di morti di tutti gli altri continenti, l’Africa sembra resistere bene al virus. Come mai? La spiegazione risiede nell’interazione di diversi fattori che da una parte rendono il Covid-19 invisibile e dall’altra lo indeboliscono. La maniera in cui il coronavirus è monitorato e combattuto dipende innanzitutto dal numero di test effettuati e sotto questo aspetto l’Africa è molto carente per la mancanza di test e di controlli. L’OMS consiglia un test ogni 100 abitanti, ma la media africana è solo della metà. Inoltre le capacità di effettuare i test variano molto da Paese a Paese: in Sudafrica si testa molto, in Nigeria molto meno. Quindi la carenza di test cela un numero molto maggiore di persone che si sono infettate con il virus. Analisi eseguite in Kenya hanno rivelato che un abitante su venti, tra i 15 e i 64 anni, per un totale di 1,6 milioni di persone, presenta anticorpi contro SARS CoV-2, il che significa che ne è stato infettato. Il Kenya ha però annunciato dal 13 marzo scorso solo 450.146 casi. In assenza di test di massa, la diffusione del virus si lascia anche stimare ricercando aumenti eccezionali del numero di decessi, la cosiddetta sovra-mortalità. In Sudafrica la mortalità tra aprile e luglio è stata quattro volte più alta della media, ma in altre parti del continente questo dato è difficile da appurare: la pandemia stessa con la diminuzione della mobilità è un ostacolo perché il personale dei sistemi sanitari pubblici addetti al monitoraggio non può più muoversi liberamente o è deviato ad altri compiti. Si può quindi dire che, in mancanza di sufficienti test e di controlli, l’Africa affronta la pandemia nell’oscurità.

Eppure le strutture sanitarie non sono state messe così sotto pressione come abbiamo visto succedere in Europa e negli USA all’apice della pandemia. Ci devono quindi essere altri fattori in gioco. di Eugene Ngumi, Nairobi*

In Africa, il 65% della popolazione ha meno di 35 anni e quasi la metà meno di 19. Per rendere l’idea, nell’Unione Europea l’età media è 42 anni, in Africa 19.7. Anche se i giovani non sono immuni alla malattia, hanno una possibilità minore di ammalarsi in modo grave e di morirne. A ciò si aggiunge che il virus è presente soprattutto in zone urbane, dove l’età media è la più bassa. Questo potrebbe spiegare come mai la maggioranza di malati presenta sintomi lievi o nessun sintomo. Enti sanitari kenioti parlano del 78% dei casi come asintomatici, in Ghana addirittura del 82%. Malgrado il fatto che i sistemi della salute siano carenti, il continente africano ha accumulato una grande esperienza nella gestione delle epidemie. Dopo la comparsa di ebola è stato istituito l’Africa CDC, per migliorare e coordinare al meglio la lotta alle malattie infettive. Molti Paesi hanno reagito in fretta applicando diverse misure di confinamento e altre restrizioni per tutelare le strutture sanitarie, affrontare il virus e rallentare la sua diffusione. Inoltre l’igiene delle mani e la mascherina sono diventati subito obbligatori e le persone hanno ampiamente adottato queste prassi. Pur non essendoci test a disposizione, in tutto il continente schiere di addetti alla salute comunali si sono occupati di informare capillarmente la popolazione sui comportamenti sicuri e di spiegare l’importanza di seguire le indicazioni correttamente. Ciò ha evidentemente rallentato il diffondersi del virus. Solo tra mesi o anni saremo in grado di capire quali fattori influenzano e in che modo il diffondersi del Covid-19. È tuttavia chiaro che le pandemie si inseriscono localmente e regionalmente in un quadro complesso che determina la gravità del decorso della malattia.

Pensando alla futura lotta a questo virus e per prepararci a possibili future recrudescenze, è necessario tener presente queste complesse relazioni. Da quanto accaduto in Africa è possibile trarre qualche insegnamento anche per altre zone del mondo. In primo luogo agire in fretta, al primo comparire della malattia, anche se le misure non sono ancora perfette. Secondo: l’impiego di personale ausiliario nella volgarizzazione delle regole d’igiene in larghe fasce della popolazione può avere un enorme effetto. Con gli ulteriori sviluppi della pandemia l’Africa continuerà sulla sua strada e ritornerà decisamente più in fretta alla normalità di altre regioni. Mentre quasi ovunque si teme una seconda ondata o come minimo una crescita della curva con l’avvento della stagione fredda, la maggior parte degli Stati africani punta sull’immunità di gregge, in mancanza di alternative. Per la mancanza di test non è possibile estendere a tutta la popolazione africana il tracciamento che permette di rallentare il diffondersi dell’infezione. Poiché in una popolazione così giovane così tanti casi sono asintomatici o hanno un decorso lieve, il virus non avrà conseguenze così tragiche come in altre regioni del mondo. La maggior parte dei governi africani punta sul rilancio dell’economia che ha sofferto pesantemente per la pandemia. In un continente in cui la maggior parte delle persone vive da un giorno all’altro, una recessione può essere altrettanto fatale del coronavirus. * Eugene Ngumi ha studiato alla School of Oriental and African Studies (SOAS) della University of London. Si occupa soprattutto di questioni economiche e di politica africana. Al momento lavora come consulente per il governo del Kenya.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in 

www.dialoghi.ch


No. 2637 opinioni

Il «De amicitia» di papa Francesco L’Enciclica Fratelli Tutti

La pubblicazione dell’enciclica di papa Francesco è coincisa con la fase finale della messa in forma di questo numero di «Dialoghi». Non ci è stato dunque possibile redigere un commento nel giro di pochi giorni. Il teologo Andrea Grillo, professore presso l’Ateneo S. Anselmo a Roma, ha pubblicato sul sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it un commento che riprendiamo con piacere. Ritorneremo sul tema sul prossimo numero, tenendo conto anche degli echi di questo documento sia in Svizzera sia in altri Paesi. Appena saputo il titolo della nuova enciclica «de amicitia et fraternitate» di papa Francesco, per emozionata assonanza ho risentito la musica delle prime parole dette da mio figlio Giovanni. Eravamo vicino a Oristano, a Torregrande, insieme ai teologi, per il Convegno ATI del 2007. Mio figlio parlava ancora pochissimo, anche se sapeva intrattenere lunghe «conversazioni», persino con sconosciuti, soltanto con gesti delle mani e toni della voce. Ma quella volta no: trovandosi intorno tanti teologi e teologhe in costume da bagno, sulla riva del mare, sotto il sole di fine agosto, esclamò, scandendo bene le parole e facendo un gesto con il braccio a indicare l’intera compagnia: «tutti nudi». Ecco, vorrei leggere il senso di questa nuova enciclica alla luce di queste parole elementari, cercando una sorta di «definizione» di «Fratelli tutti» nei termini di una «nudità universale», da riconoscere con fatica e da custodire con cura, insieme atto di fede e gesto di intelligenza, parola primordiale e sommo bene. La struttura del testo Se osserviamo la struttura del documento vediamo che, dopo una introduzione segnata dalla luce che proviene dal modello di San Francesco – che ha ispirato, oltre a questo testo, il testo di Laudato si’ e il nome stesso di papa Francesco –, il movimento del testo procede in modo simile a Amoris Laetitia. Legge la realtà con le sue ombre (cap. 1), si lascia ispirare da un testo biblico (cap. 2) e poi formula il cuore del suo de amicitia et de fraternitate nel cap. 3. Di qui discendono una serie di importanti conseguenze che occupano il resto del testo (capp. 4-8). Per utilità presento qui la struttura della Enciclica e poi svolgo solo alcune considerazioni relative soltanto ai due capitoli centrali (capp. 2-3). Sarà una lettura intenzionalmente e necessariamente parziale, rimandando

di Andrea Grillo

ad altri momenti ulteriori necessarie considerazioni. Ecco l’indice, già di per sé significativo: Introduzione (1-8) Capitolo Primo: Le ombre di un mondo chiuso (9-55) Capitolo Secondo: Un estraneo sulla strada (56-86) Capitolo Terzo: Pensare e generare un mondo aperto (87-127) Capitolo Quarto: Un cuore aperto al mondo intero (128-153) Capitolo Quinto: La migliore politica (154-197) Capitolo Sesto: Dialogo e amicizia sociale (198-224) Capitolo Settimo: Percorsi di un nuovo incontro (225-270) Capitolo Ottavo: Le religioni al servizio della fraternità nel mondo (271287) La radice della fraternità e dell’amicizia Come ho detto, al centro del documento sta una lettura biblica e una meditazione che è, allo stesso tempo, teologica, antropologica e filosofica. Pur avendo come intento una «parola condivisa» e quindi non segnata in grado eccessivo da una specificità confessionale, il movimento trae ispirazione da una parola ispirata (la parabola del Buon Samaritano), ne offre una esegesi meditata e aggiornata, e quindi non è affatto illuministico, anche se dialoga a fondo e in modo non consueto con l’universalismo del concetto e con le evidenze della esperienza. Va detto, in aggiunta, che la distinzione tra «parola autorevole» ed «evidenza della esperienza» non è così drasticamente identificabile nel capitolo 2 e nel capitolo 3. Anche nel secondo capitolo si riflette a fondo, mentre anche nel terzo capitolo ci si mette in ascolto.

Una lunga e originale esegesi della parabola La parabola, dopo essere stata citata integralmente, viene commentata in cinque passaggi di cui il primo è una lettura del cammino universalistico all’interno della tradizione biblica, giudaica e cristiana. All’inizio sta una crisi drammatica: l’esordio del racconto della fraternità è il disastro tra Caino e Abele. D’altra parte, anche nella storia civile abbiamo inizi tragici, come Romolo e Remo. I primi fratelli non conoscono fratellanza alcuna. Il sorgere della relazione fraterna come amore, come cura dell’altro, tende perciò ad uscire dai vincoli, a farsi vincolo senza dipendere dai legami, fino a farsi «regola aurea» di reciproca cura tra uomini: fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Dunque la povertà, la ferita, la nudità dell’altro si rivela il luogo della nostra dignità. Saper avere compassione dell’altro significa «sentire con il suo corpo», sentirsi con lui poveri, con lui feriti, con lui nudi. La sua dignità e la nostra dignità non sono inversamente, ma direttamente proporzionali. Addirittura dobbiamo scoprire che, della parabola, abbiamo in noi la traccia di ognuno dei personaggi: «tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano». (FT 69) E poi, applicando la parabola come metro di lettura del nostro tempo, si aggiunge con grande forza: «Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (FT 70) La «non-indifferenza» è la sola culla della fraternità sociale e universale. Nella parabola la «non-indifferenza» scaturisce in un «samaritano» (uomo discriminato e emarginato) rispetto ad un giudeo ferito e abbandonato. La universalità della fraternità è scritta in una prossimità che supera ogni «comunità ristretta» e che delinea perciò una «società aperta».


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Nelle ultime battute di questo capitolo secondo, l’universalismo della fraternità trova un ancoraggio teologico nella identificazione del Cristo con il povero, con l’assetato, con il malato e con il riconoscimento, per ogni cristiano, di poter trovare nell’altro «la sua stessa carne». Per questo se ne trae una conclusione singolarmente franca, nei termini di una «autocritica» della tradizione, assai simile ai passi paralleli di Amoris Laetitia (AL 35-37) e con ciò si conclude il capitolo 2: «A volte mi rattrista il fatto che, pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza. Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti». (FT 86) Pensiero e pratiche di fraternità Dopo questa ricca esegesi della parabola del vangelo di Luca, la «teoria» della fraternità si delinea nel cap. 3, il più ampio e articolato del testo, dal quale vorrei trarre solo gli spunti più decisivi: a) Le prime parole del capitolo ruotano intorno a tre termini: dono, amore e «uscita da sé». L’uomo non trova sé stesso se non si dona, se non ama e se non esce da sé. Le fonti sono il magistero della Chiesa (Vaticano II e papi), il personalismo (Marcel) e Tommaso. Anche Rahner è citato, curiosamente da un testo di meditazioni sull’Anno liturgico! b) Questa prima acquisizione entra in dialogo con la «autocoscienza moderna» della società liberale. In particolare con i tre principi della Rivoluzione francese: «liberté, égalité, fraternitè».

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Il mondo moderno ha saputo realizzare effettivamente grandi conquiste in fatto di libertà e di eguaglianza, ma sulla fraternità sembra quasi impotente. Un testo risulta qui decisivo: «La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. Benché queste siano condizioni di possibilità, non bastano perché essa ne derivi come risultato necessario». (FT 103) c) Libertà ed eguaglianza sono necessarie, ma non sono sufficienti. Questo è la virtù e il vizio del mondo moderno: di avere molto sviluppato la libertà e la uguaglianza, ma di faticare molto a cogliere le logiche della fratellanza, senza la quale non vi è né vera libertà, né vera uguaglianza. La prima di orienta all’individualismo, la seconda alla omologazione e alla consociazione. d) Pertanto si tratta di «dare radice» alla libertà e alla uguaglianza, che non stanno all’inizio, ma nelle conseguenze di una «amicizia sociale» e di una «fratellanza universale». Si potrebbe dire che Francesco non rinuncia affatto ad abitare il mondo moderno. Ma vuole innestare la libertà e l’uguaglianza nella fraternità, non viceversa. Ciò è evidente soprattutto se si pensa alla forza con cui si pretende di pensare la società partendo dalla «libertà economica». Questo ignorare la fratellanza dall’orizzonte originario altera inevitabilmente sia la libertà, sia l’uguaglianza, e le corrompe. La solidità del soggetto è nella solidarietà: il prendersi cura dell’altro e la garanzia del sé. Purché il sé possa scambiarsi con l’altro, mettersi nei panni, stare al posto, riconoscersi riconosciuto. Sulla base di questo atto di riconoscimento, tutti hanno dignità originaria e inalienabile: «Così come è inaccettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna e di sviluppo». (FT 121) Questa lettura, fondata sulla originaria dignità di ogni uomo e donna, non è una fantasia, ma una profezia e una sfida che spinge a nuovi sogni e a nuovi progetti: «se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità». (FT 129)

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L’uomo: lupo, padre, padrone, fratello Mi fermo qui. Il cuore del messaggio di «Fratelli Tutti» è racchiuso qui. Potremmo dire che prende forma in una antropologia, illuminata dalla autorità della fede (e delle fedi) e dalla esperienza dei segni dei tempi. Un’antropologia che tiene sul comodino la Bibbia e il giornale. E che fa sue le ansie di un mondo che è stato profondamente trasformato da nuovi modi di comprendere e di trattare gli uomini che si concentrano in quattro formule: – homo homini lupus: la estraneità di ogni singolo di fronte all’altro; – homo homini pater-mater/filius-filia: la predeterminazione e la genealogia della libertà – homo homini dominus-domina/ servus-serva: la produzione e la diseguaglianza di sistema – homo hominifrater-soror: la riconosciuta fragilità di una comunione ricevuta e da custodire Conosciamo il disordine della foresta selvaggia di un uomo animale senza rispetto (e, a differenza del lupo, senza natura); l’ordine di una paternità/ figliolanza che blinda identità e società; il potere del dominio dell’uomo sull’uomo, che sacrifica tutto alla produzione; la nudità riconosciuta del fratello e del cosmo, aperta alla (e dalla) dignità di tutti. Gli uomini sono anche animali, sono padri e madri, figli e figlie, sono padroni e sono servi, ma anzitutto sono e devono essere riconosciuti fratelli e sorelle. Il primato antropologico della fraternità, contro le riduzioni e le sfigurazioni delle altre letture, trova qui il suo canto. Qui viene delineato il profilo originario dell’uomo e indicata la autorità somma nella nudità, nella marginalità e nella periferia che noi tutti siamo. Una fraternità crocifissa e risorta, negata e sperata, da assumere e da costruire, da riconoscere e da insegnare. Papa Francesco – sotto il sole di Roma, di Lampedusa, di Abu Dhabi – davanti allo spettacolo difficile e duro di una fraternità negata e svuotata dai lupi, da padri-padroni e dai figli-servi, col gesto del braccio indica tutta intera la umanità, senza distinzione alcuna, e scandisce bene le parole per dire: «tutti nudi», «fratelli tutti». Parola primordiale e insieme città ideale. Pubblicato su  www.chiesadituttichiesadeipoveri.it


No. 2639 opinioni

Quattrocento anni fa il massacro di Valtellina Nel luglio del 1620 fu perpetrata in Valtellina, da parte di bande armate cattoliche, guidate da Giacomo Robustelli, una strage di protestanti che lo storico Cesare Cantù definì, intorno alla metà dell’Ottocento, il «sacro macello». L’azione, concepita come un’insurrezione – sostenuta militarmente e finanziariamente dagli spagnoli del Ducato di Milano – condotta per eliminare il dominio grigione sulle valli dell’Adda e della Mera, ebbe anche l’obiettivo, non secondario, di cancellare la presenza riformata nei baliaggi retici di Valtellina, Chiavenna e Bormio. Il «sacro macello» – un episodio che rimanda a molte altre stragi, dalla «notte di san Bartolomeo» del 1572, al massacro di Srebrenica di 25 anni fa – ha lasciato una traccia indelebile nella memoria collettiva valtellinese e grigionese, cementando l’immagine di uno scontro micidiale tra diverse confessioni cristiane. A quattrocento anni da quelle tragiche giornate di luglio, alcune iniziative di carattere storico e culturale cercano di gettare luce su vari aspetti, finora parzialmente trascurati, di quell’epoca e di quelle tensioni. Cronaca di una strage Il massacro ebbe inizio a Tirano, il 19 luglio, mentre nei giorni successivi furono investite Teglio, Sondrio, la val Malenco, Berbenno, Caspano, Traona e altre località. Anche la comunità riformata di Brusio, nella Val Poschiavo, fu coinvolta nella strage – i morti in quella località furono poco meno di una trentina. Complessivamente le vittime furono circa quattrocento – ma alcuni storici ipotizzano un numero maggiore – a cui occorre aggiungere anche una decina di cattolici, trucidati per avere aiutato dei riformati a nascondersi o a fuggire. Al massacro fece seguito l’invasione della Valtellina da parte degli spagnoli del ducato di Milano. L’arrivo degli spagnoli segnò, per i baliaggi meridionali delle Leghe retiche, l’inizio di un periodo turbolento, di vera e propria guerra civile. Le Leghe recuperarono la Valtellina, Chiavenna e Bormio soltanto nel 1639, quando venne firmato il Capitolato di Milano.

Presenza protestante La Valtellina e i Contadi di Chiavenna e di Bormio, ovvero l’attuale provincia di Sondrio, erano stati occupati dalle Tre Leghe nel 1512. Qualche anno più tardi, la Riforma protestante si affermò nei territori retici, dove circa due terzi della popolazione e dei comuni abbracciò la nuova fede. Quello che oggi è il Canton Grigioni introdusse allora una forma di biconfessionalismo – la possibilità cioè, per cattolici e riformati, di godere della libertà di religione – che venne esteso anche alle terre suddite di Valtellina, Chiavenna e Bormio. E ciò permise la nascita di comunità protestanti anche nella valli dell’Adda e della Mera. La presenza protestante nei baliaggi retici meridionali, durata quasi un secolo, fu sempre minoritaria, ma portò alla costituzione di parecchie comunità, alcune delle quali numericamente rilevanti. A Chiavenna, centro molto vivace dal punto di vista culturale e commerciale, sull’asse dello Spluga – dove non a caso non si verificò alcuna uccisione di riformati –, la presenza protestante giunse a comprendere un terzo, o forse addirittura la metà della popolazione. Le comunità protestanti nei baliaggi retici erano formate da valtellinesi – o chiavennaschi –, da grigioni trasferiti in quelle valli per ragioni spesso amministrative e da profughi religiosi italiani in fuga dai tribunali dell’Inquisizione, reintrodotta nella penisola italiana nel 1542, i quali trovavano una certa libertà in una terra di lingua italiana e alle porte d’Italia. Verso la catastrofe Avvisaglie di un contrasto violento emersero già nei decenni precedenti al 1620, quando le tensioni interconfessionali si fecero più aspre. Sul versante cattolico, la Controriforma contribuì a rafforzare le iniziative tese a contrastare l’avanzata delle idee protestani. Tra gli evangelici, la necessità di resistere alla reazione cattolica e la volontà di disciplinare i vari movimenti interni portò a un irrigidimento delle posizioni. Sul finire del Cinquecento il progetto delle autorità retiche di realizzare una scuola pubblica a Sondrio suscitò

tumulti tra i cattolici che videro nell’iniziativa il tentativo di creare un centro di formazione e di propaganda riformata. Nel 1568 venne rapito, condotto a Roma e mandato al rogo il pastore Francesco Cellario, di Morbegno. Nel 1572 ci fu un attentato contro il pastore di Mello, preso ad archibugiate mentre predicava durante il culto. All’inizio del Seicento, il territorio dell’odierna provincia di Sondrio assunse una particolare importanza strategica diventando crocevia di interessi internazionali. Veneziani, francesi e Asburgo si contendevano il controllo dei valichi alpini e delle principali vie di comunicazione attraverso la Valtellina. Il destino della valle dell’Adda fu segnato quando essa venne a costitui­ re il più breve corridoio tra i territori asburgici lombardi e austriaci e il potente casato ebbe urgente necessità di spostare truppe e rifornimenti verso le regioni dell’Europa centrale coinvolte nella prima fase di quella che sarebbe stata la Guerra dei Trent’Anni. A quel punto le tensioni accumulate e i nodi irrisolti, compreso quello della convivenza tra diverse confessioni, esplosero. Quattrocento anni dopo Lo scorso 12 settembre, a Tirano, un convegno storico ha riunito alcuni dei principali studiosi del periodo e ha permesso di fare il punto sulle ricerche più recenti. Sono emersi spunti inediti che hanno permesso di chiarire i motivi dello scontro e il profilo delle comunità protestanti in Valtellina e Chiavenna, di cui documenti e atti conservati negli archivi lombardi restituiscono un’immagine viva e finora pressoché sconosciuta. Un gruppo di dieci storiche e storici della Provincia di Sondrio e del Canton Grigioni ha inoltre contribuito alla pubblicazione di un libro, di recente apparizione, dal titolo «Guida alla storia e ai luoghi della Riforma». Curatori dell’opera sono gli storici JanAndrea Bernhard, Augusta Corbellini, Daniele Papacella e Guglielmo Scaramellini. E il programma televisivo RSI «Segni dei Tempi» ha diffuso una mini-serie in cinque episodi dedicata al «sacro macello».  Paolo Tognina


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Multinazionali responsabili: come no? Dal 29 novembre sia forza di legge Che cosa accomuna una bambina peruviana e un padre di famiglia indiano? A prima vista ben poco! Eppure sono entrambi sotto i riflettori in queste settimane che ci separano dal 29 novembre, ultima domenica di votazione del 2020. Sia l’una che l’altro hanno subito gravi conseguenze per l’agire irresponsabile di due imprese svizzere; le loro storie fanno da sfondo alla campagna a favore dell’Iniziativa per multinazionali responsabili che vuole evitare innanzitutto che casi simili si ripetano e in secondo luogo che chi ha subito danni sia ascoltato. La miniera a cielo aperto di Cerro de Pasco in Perù è sotto il controllo di Glencore, gigante mondiale sul mercato delle materie prime, anche se la multinazionale con sede a Zugo a prima vista non risulta esserne la proprietaria. Le sue attività si svolgono da decenni a ridosso di un centro abitato. Per la mancanza di misure efficaci di protezione ambientale, le acque di falda sono pesantemente inquinate da sostanze velenose risultanti dal processo di estrazione minerario. Analisi mediche effettuate sulla popolazione hanno evidenziato, soprattutto nei bambini, tassi elevatissimi di cadmio, piombo, cromo, ferro, rame, manganese e zinco. Per loro questo significa gravi problemi di salute e la diminuzione sostanziale della speranza di vita. Nella regione di Vidarbha, nell’Est dell’India, tra luglio e ottobre 2017 circa 800 operai agricoli si sono sentiti male dopo aver applicato sulle piantine di cotone un insetticida prodotto da Syngenta. Dopo atroci sofferenze più di cinquanta sono morti avvelenati; molti hanno sono ora debilitati da lesioni gravi alle vie respiratorie e al sistema nervoso. L’insetticida in questione è il Polo, fabbricato a Monthey in Vallese. Su di esso incombe da anni il divieto in tutta Europa, Svizzera inclusa. La multinazionale elvetica si barrica dietro una scusa quando afferma che sulle confezioni del prodotto è indicata la necessità di indossare indumenti di protezione al momento dell’applicazione. Essa si lava le mani del fatto che chi ne fa uso è o analfabeta o non sa l’inglese, che i rivenditori del prodotto in India non mettono a disposizione abbigliamento di protezione e che comunque questi sarebbero troppo cari. Sono casi come questi che hanno indotto nel 2012 una ventina di organizzazioni della società civile a lanciare la petizione «Diritti senza frontiere» per

far sì che situazioni del genere non si ripetessero. Fu dal successo registrato da quella raccolta di firme e dal sostegno da parte di alcuni politici che inoltrarono atti parlamentari sul tema che si decise di tentare la via dell’Iniziativa popolare. Siamo ora arrivati all’ultimo atto, dopo un iter parlamentare unico nella storia fatto di continui colpi di scena, di cui l’ultimo è stato la presentazione da parte di Karin Keller Suter di un controprogetto «alibi» che chiede alle imprese unicamente di rendere pubblico annualmente quanto esse fanno per rispettare l’ambiente e i diritti umani. Nel caso di un NO all’Iniziativa varrebbe quindi di nuovo una misura volontaria. Nell’UE questa misura è in vigore dal 2014, ma si è dimostrata inefficace. Così la Francia nel 2017 ha approvato una legge con regole stringenti e in Inghilterra, Canada e nei Paesi Bassi le vittime possono già chiedere risarcimenti davanti a un tribunale, in Germania il governo ha annunciato una legge stringente per l’inizio del 2021, come prevede l’Iniziativa multinazionali responsabili. E proprio l’esempio dell’Olanda, al quale il Consiglio federale si riferisce nel promuovere la sua soluzione, mostra quanto questo controprogetto alibi sia debole perché la legge sul lavoro minorile olandese va ben oltre, prevedendo sanzioni come multe pari al 10% della cifra d’affari e pene detentive. Inoltre l’Olanda sta già migliorando la legge affinché si estenda alla violazione di altri diritti. Il fronte degli oppositori all’iniziativa è corposo: Economiesuisse, SECO, Global Compact Network, l’agenzia di comunicazione Furrerhugi. E danaroso: agli otto milioni annunciati in passato se ne stanno evidentemente aggiungendo altri. Gli avversari affermano che un SÌ all’iniziativa spingerà le imprese svizzere a disinvestire dai Paesi in sviluppo togliendo oppor-

tunità di crescita e lasciando spazio ai cinesi (a loro avviso ancora meno responsabili). A parte il fatto che Glencore e simili non possono trasferirsi perché le risorse che sfruttano non sono reperibili altrove, anche qui il confronto con quanto sta accadendo negli altri Paesi ci fa capire quanto sia falso questo argomento. Dopo che Francia, Olanda, Inghilterra e Canada hanno introdotto leggi che in vario modo impegnano le imprese a rispondere dei danni che hanno causato, non si è assistito a un fuggi-fuggi dai Paesi in cui svolgono le loro attività. Accettando la modifica costituzionale proposta dall’«Iniziativa per imprese responsabili» si eliminerà anche lo svantaggio concorrenziale che imprese virtuose devono subire da parte di quelle che costruiscono il loro successo a scapito della salute delle persone e della salvaguardia dell’ambiente naturale. Per questo motivo anche centinaia di imprenditrici e imprenditori svizzeri sostengono l’iniziativa. Hanno creato un comitato di sostegno all’iniziativa e affermano che non vedono alcun problema nel rispettare gli standard minimi: rinuncia a ogni forma di lavoro minorile, rispetto dei livelli-soglia per l’emissione di sostanze velenose, divieto dell’uso della forza per sfrattare popolazioni indigene. Inoltre, sempre più investitori chiedono alle imprese di rispettare i diritti umani e di non nuocere all’ambiente: il trend vede premiato chi non guadagna soldi avvelenando bambini o sfrattando contadini dalle loro terre. A favore dell’Iniziativa ci sono tanti «Davide»: più di 140 organizzazioni non governative, perlopiù molto piccole, ma anche le grandi come Amnesty International, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Comundo eccetera. In questi ultimi mesi è andato allargandosi il fronte dei politici PPD, PLR, UDC, PBD, VL che non condividono la scelta di disimpegno dei loro partiti. Sin dall’inizio, le Chiese svizzere hanno appoggiato ufficialmente l’Iniziativa. Non sorprende però che, probabilmente su istigazione della potente lobby economica che contrasta l’iniziativa, un mese fa sia stato presentato


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al pubblico un «Ethik-Komitee gegen KVI». I suoi membri affermano, tra l’altro, che l’appoggio sin qui dato dalle Chiese cristiane all’iniziativa pregiudica la libertà di scelta delle persone che si riconoscono nei valori cristiani e che le Chiese dovrebbero chiamarsi fuori da questa discussione. È però necessario ricordare che in materia di giustizia il Vangelo non è mai «neutrale», bensì prende le parti della Giustizia con la G maiuscola e dei più deboli; annuncia la precedenza della dignità umana e della libertà rispetto al benessere e al profitto dei più forti economicamente. Questo comitato autoproclamatisi etico deve ancora dimostrare che è il NO all’iniziativa ciò che realizzerà quello per cui preghiamo nel Padre Nostro: «venga il tuo regno», «sia fatta la tua volontà», «dacci oggi il nostro pane quotidiano». Il 29 novembre andremo pertanto a votare su un’iniziativa che chiede un’ovvietà: chi causa danni ambientali o lede i diritti umani deve assumersi le sue responsabilità. È un principio che vale per ognuno di noi e deve valere anche per le imprese. Daria Lepori Per maggiori informazioni https:// iniziativa-multinazionali.ch/iniziativa-in-dettaglio

Sasso del Diavolo 2020. «Iniziativa da las alps» è l’associazione fondata per difendere le Alpi da un eccessivo carico del trasporto su strada. Ogni anno evidenzia, con il riconoscimento Sasso del Diavolo, atteggiamenti deleteri di imprese pubbliche o private. Il pubblico può scegliere, tra diverse candidature, la più assurda. Quest’anno si tratta di decidere tra: Migros che vende cetriolini sott’aceto provenienti dal Vietnam percorrendo 18.280 km via mare; Coop che trasporta dal Perù grani di melograno (già lavorati e imballati) sempre via nave per 17.590 km e Manor che trasporta da Terranova acqua proveniente dallo scioglimento di ghiaccio groenlandese. Pur percorrendo solo 9.602 km, quest’ultimo prodotto è quello a maggior impatto in quanto a emissioni di CO2: 740 g per una bottiglia di 0,75 cl. La stessa quantità d’acqua proveniente dal nostro rubinetto causa 0,04 g di gas a effetto serra e 0 km di trasporto. Si può votare su: www.iniziativa-dellealpi.ch/vota.

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Lettera dal Libano*. «Care amiche e amici, viviamo nella fattoria-scuola Buzuruna Juzuruna nel comune di Saadnayel. Siamo 19 adulti e 22 tra figlie e figli, di nazionalità siriana, libanese e francese. Sull’arco dell’anno accogliamo anche persone che ci vengono a trovare o a dare una mano. La vita è sempre in fermento qui. Decine di varietà di ortaggi, fiori e cereali esistono gli uni accanto agli altri; noi li selezioniamo e li moltiplichiamo per mantenere in vita l’importante collezione di sementi rurali. I locali che praticano l’agricoltura si approvvigionano da noi e noi distribuiamo sementi e piantine nei campi dei rifugiati. La nostra collezione conta oggi 300 varietà tra ortaggi, fiori, piante aromatiche e cereali. Organizziamo formazioni su vari temi legati all’agro-ecologia per le famiglie vulnerabili che abitano nei campi o nei comuni limitrofi, per studenti in agronomia, per giardinieri e anche per bambini dai 6 ai 14 anni. In questo periodo di crisi politica ed economica la situazione finanziaria della fattoria è difficile. Normalmente vendiamo i nostri prodotti in ceste bisettimanali a Beirut e Zahlé, sui mercati locali e direttamente in fattoria. Con l’inflazione situata tra il 35% e il 50% e con le strade di accesso ai mercati regionali bloccate, le vendite stagnano. Oggi abbiamo bisogno di aiuto per assicurare la riproduzione meticolosa delle specie che conserviamo, soprattutto quelle del Medio Oriente. E desideriamo continuare il nostro lavoro nei campi dei rifugiati o proseguire nel progetto della produzione di pane nel tannour, il forno tradizionale. Speriamo di trovare chi ci aiuti (per sapere come aiutare scrivere a info@longomai.ch). Grazie da tutte e tutti noi». *messaggio arrivato prima dell’esplosione a Beirut. Emancipazione grazie alle alghe. A Banje, sulla costa opposta alla rinomata Zanzibar, le donne hanno acquisito una grande indipendenza grazie alla coltivazione di due specie di alghe, ricche di un addensante (la carragenina) utilizzato globalmente dall’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica. Le coltivazioni iniziarono negli anni 80. In un primo tempo le donne accompagnavano i loro uomini per aiutarli nel lavoro meticoloso di attaccare le alghe a reticoli di fili posti

a galleggiare sulle onde dell’oceano, per poi raccogliere quando erano cresciute. Ben preso gli uomini tornarono a dedicarsi alla pesca, ben più redditizia, lasciando che questa attività divenisse appannaggio femminile. Oggi sull’isola 21.000 donne si procurano una parte importante di reddito che permette loro di disporre di risorse importanti, senza dover dipendere per le proprie spese (e quelle per i figli) dagli umori di un marito. E non è cosa da poco perché questo settore economico contribuisce al PNL di Zanzibar nella misura di un quarto. C’è mancato poco però che il mutamento climatico mettesse fine a questa libertà d’azione. Con l’innalzamento della temperatura dell’acqua le alghe hanno iniziato ad ammalarsi e a svilupparsi in modo anomalo. La soluzione, seppur semplice (piazzare i fili a sostegno delle colture più al largo, dove l’acqua più profonda è più fresca), ha richiesto che le donne vi si adattassero. Grazie a un’ONG seguono ora corsi di nuoto per esser capaci di tuffarsi nell’oceano dalle barche che le portano al largo e da lì manipolare le alghe. Farsi bagnare il naso dall’Africa. Buone notizie per la protezione della foresta vergine e per la ricchezza delle specie nell’Africa centrale: il cuore verde dell’Africa si sta riprendendo! Nel 2000 il Gabon aveva definito la sua politica economica secondo il motto «Gabon verde» e aveva istitui­ to 13 parchi nazionali in cui le specie viventi sono protette. Da allora le popolazioni di animali a rischio di estinzione si sono normalizzate. Il paese, che è poco conosciuto, ha un’importanza capitale per il clima terrestre perché formato per l’85% da una foresta tropicale intatta che è responsabile delle precipitazioni fino alla zona del Sahel, ai confini con il deserto. Qui vive la metà degli elefanti della foresta, grandi popolazioni di gorilla e scimpanzé. La protezione delle specie selvagge e una gestione sostenibile della foresta vergine sono due priorità del presidente Ali Bongo. Ormai il Gabon è diventato un punto di riferimento nella gestione della questione climatica e nella protezione delle specie ed è uno dei pochi esempi positivi cui tanti altri Stati, non solo della regione, dovrebbero orientarsi.


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«Don Oliviero»: novant’anni ben portati Al «padre spirituale» che suggeriva devotamente: «la veste, quando ve la togliete la sera, baciatela prima di deporla sulla sedia» domandò, suscitando uno scandalo: «Scusi, se non portiamo la veste, sarebbe da baciare prima la giacca o i pantaloni?». Questi era il chierico Oliviero Bernasconi, nato a Bellinzona (da famiglia originaria di Castel San Pietro) il 29 settembre 1930 – il quale pertanto felicemente ha compiuto novant’anni lo scorso mese. Scpirit da contradiziun: lo si poteva prevedere fin dal allora, detto nel bel dialetto del suo Mendrisiotto. Gli studi precedenti l’ordinazione sacerdotale (28 giugno 1953, a Balerna) il giovane «don» li aveva compiuti nel seminario diocesano di Lugano e li aveva completati con un diploma di «bachelor» alla Facoltà teologica di Milano. Nel luglio di quell’anno la votazione popolare prevista dalla Legge civile-ecclesiastica vigente in Ticino lo avrebbe eletto parroco di Genestrerio. Notare la data: luglio 1953, «don Oliviero» è in funzione tuttora: fanno 67 anni di ministero nella stessa parrocchia! Una parrocchia piccola, allora più o meno cinquecento abitanti, ora quasi mille. Nella Campagna Adorna, del Mendrisiotto che era agricolo ed è diventato industriale. Nel 1954 don Oliviero figurava tra i primi partecipanti ai convegni estivi di «Dialoghi», a Gazzada, insieme con altri giovani preti, sindacalisti, studenti universitari, politici. I suoi articoli sulla pagina ospitata dal «Popolo e Libertà» (cfr. Davide Vignati, Dialoghi del dissenso, tesi di laurea, Pavia, 2001) furono subito numerosi, come pure sull’edizione a stampa della rivista a partire dal 1968. I suoi interessi spaziavano soprattutto nel campo della morale cattolica, in piena evoluzione grazie agli autori del preConcilio e degli anni subito seguenti. Intanto, il giovane parroco insegna religione al Ginnasio di Mendrisio. Nel 1968, data del trasferimento del Seminario diocesano, inizia la sua frequentazione dell’ambiente di Friburgo, con lezioni e conferenze. La materia che

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insegna deve essere approfondita a livello accademico. Frequenta l’Università San Tommaso d’Aquino, dei domenicani, a Roma e consegue nel 1980 il dottorato con una tesi dal titolo «Etica cristiana e autonomia morale». La Diocesi onora questo suo titolo con la nomina (1986) a giudice del Tribunale ecclesiastico interdiocesano svizzero, funzione tuttora detenuta. E la parrocchia? Durante le ormai numerose assenze della casa parrocchiale, che il giovane Mario Botta aveva progettato e fatto costruire, don Oliviero era supplito dal generoso don Ottorino Fornari, cappellano del vicino Ospedale neuropsichiatrico. Quanto dire l’occasione per il parroco di calarsi nei gironi della cura delle malattie mentali ancora lontana dalle riforme ispirate da Franco Basaglia. A Friburgo lo attendeva la «consacrazione» accademica: da chargé de cours all’Università, nel 1990 il Consiglio di Stato lo promosse «professore titolare» – una funzione che avrebbe tenuto fino al pensionamento, nel 2000. In Ticino, don Olivero era stato attivo nel Sinodo 72 e in vari consigli diocesani. Una designazione importante lo attendeva alla morte del Vescovo Corecco (1. marzo 1995): la chiamata da parte del nuovo vescovo, Giuseppe Torti, il 9 ottobre 1995, alla funzione di vicario generale della Diocesi, che era destinato a tenere fino alla rinuncia del suo superiore, per ragioni di salute, nel 2003. Nel frattempo gli erano toccate, su proposte dello stesso Vescovo Torti, nel 1997 la nomina a «prelato d’onore di Sua Santità» – con «il trattamento – specifica il curriculo ufficiale – di Monsignore», e nel 2003 quella a «protonotario apostolico» concessa dal «pontefice regnante», Giovanni Paolo II. Mozzetta cremisi, berretta con il fiocco rosso: insegne mai portate dal Nostro (era necessario precisarlo?) Da allora inizia la beata quiescenza di «don Oliviero», parroco ognora e sempre di Genestrerio. Dove risiede e riceve tra pile di libri, dicendo a chi gli domanda se conta di tirare avanti e per quanto tempo: «Io sono qui. Se il Vescovo vuole, mi chiama, e io obbedisco. Ma non mi chiama. È segno che va bene così». Auguri, «don Oliviero»! Dialoghi

Per ricordare don Alessandro Pronzato Ci è offerta l’occasione di conoscere in una volta sola l’essenziale di don Alessandro Pronzato, prete della Diocesi di Alessandria, nato il 26 giugno 1932, morto il 25 settembre 2018 dopo aver risieduto per molti anni nella Svizzera italiana: prima a Cademario, poi a Savosa e ultimamente a Sonvico. Le due iniziative editoriali di cui qui si riferisce hanno una doppia ragione. Nel caso del volume: Il prete e la gioia si tratta di una collezione, a cura di Leo­nardo Sapienza, di un vasto materiale lasciato da Pronzato al momento della morte: «una grande quantità di scritti, di spunti, di semplici abbozzi» che il curatore ha «ordinato e completato, con la speranza di poter aggiungere questo libro agli oltre centotrenta da lui scritti nel corso della sua lunga vita». In cui, di conseguenza, chi conosceva già questo Autore ritrova altri spunti della sua inesausta ricerca di «una vita buona» alla luce del Vangelo. Il secondo volume è: Se mai arriverò, utile a chi – come immagino sia la maggioranza dei lettori di «Dialoghi» – di Pronzato conserva solo uno stereotipo: l’autore di libri da regalare a Natale a qualcuno che in fatto di religione non è andato oltre lo stretto necessario. Pubblicato la prima volta nel 1984, Se mai arriverò poteva essere scambiato per l’autobiografia di chi si sente arrivato, come prete e come scrittore. Letto oggi, risalta invece l’immagine di un ragazzo che gli studi strettamente canonici (solo il seminario, neppure l’università) arricchiva frequentando di nascosto gli scritti di tutti gli inquieti precursori del Concilio Vaticano II. Chi, come Pronzato, ha avuto trent’anni all’epoca dell’apertura del Concilio (1962), ha conosciuto le inquietudini, le attese, le correnti in cui era bello immergersi nonostante… l’ambiente di quei seminari in cui veniva concesso di togliersi la veste solo per giocare a calcio (ma i calzoni dovevano essere lunghi!) e in cui rettori sempre meno sicuri dell’antica disciplina chiudevano gli occhi purché si salvasse «la vocazione». Anni in cui, a un giornalista strabiliato, un vescovo inter-


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vistato confessava: «Meno male che il Concilio finisce: non si capisce più niente». Che scelte poteva fare, il prete nelle cui mani umide dell’olio santo il giorno dell’ordinazione la mamma aveva versato lacrime di commozione, se non la cieca sottomissione o… la scelta della libertà? O la terza via: il Vangelo sine glossa? Per fortuna, la schiena dura di Alessandro, figlio di contadini, rimase ritta e la scelta di vita (malgrado i primi incarichi balordi: l’insegnamento in una scuola media cattolica, la redazione del giornale diocesano…) non avrebbe tardato a imporsi, sia pure per caso: una malattia grave, la degenza in sanatorio, l’invito di una suora a secondare la capacità di scrivere con facilità… Da allora, centotrenta volumi! Il cardinale Ravasi, che scrive ogni domenica di libri (e che libri!) sul domenicale del «Sole24Ore», ricorda che Vangeli scomodi, il libro di Pronzato del 1965 che ha avuto trenta edizioni e ristampe, fu scelto da papa Francesco, nel 2014, come regalo da portare a Fidel Castro nel corso di una visita all’Avana. Ravasi sa che «la fede dei cristiani oscilla oggi tra il violetto gelido di una generica spiritualità e il rosso acceso di un’esercitazione artificiosa e furiosa contro un mondo ormai secolarizzato». E cita papa Bergoglio, che vede in Pronzato un «suscitatore di inquietudini», a causa di cui gli è dovuta «tanta riconoscenza». In tutta umiltà, egli ammetteva: «Prego anch’io, prima di parlare e di scrivere. Imploro umilmente: “Signore, fa che nessuno ascoltandomi o leggendomi muoia dal sonno. Soltanto questo”». E.M. Alessandro Pronzato, Se mai arriverò, Gribaudi, Milano, pp. 383. Prima edizione: 1984, seconda edizione: 2 settembre 2019. Alessandro Pronzato, Il prete e la gioia, a cura di don Leonardo Pazienza, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2019, pp. 303.

Numeri arretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» c/o Rita Ballabio via Girora 26 6982 Agno al prezzo di fr. 12.–

BIBLIOTECA Cattolici e fascismo Non si può essere del tutto soddisfatti del titolo dato a questo libro: «Il mito dell’Italia cattolica» di Renato Moro, professore dell’Università di Roma, ultimo arrivato a integrare una produzione storiografica che sul rapporto tra fascismo e cattolici ha mobilitato i migliori ingegni della storiografia italiana (da Renzo De Felice a Emilio Gentile…). Perché fa pensare che un’Italia cattolica non sia mai esistita. Non è questo, mi pare, l’intento dell’autore. Si tratta in realtà di una rassegna dei rapporti tra fascismo, clero, intellettuali, vescovi e Santa Sede contenuti in prese di posizione, discorsi, articoli di rivista pubblicati durante il Ventennio. L’autore fa pertanto giustizia dei giudizi in chiave critica o in chiave apologetica che nella pubblicistica del dopoguerra hanno preso di mira i protagonisti di quella stagione (da Don Sturzo a padre Gemelli, da La Pira a De Gasperi, ai gesuiti de «La civiltà cattolica»), citando con pazienza scritti anche poco diffusi, corrispondenza, diari, appunti – come il diario «segreto» di Alcide De Gasperi pubblicato solo in questi ultimi anni (recensito in «Dialoghi» n. 254, dicembre 2018, p. 12). Anche solo restringendo il campo a questi autori è apprezzabile la conclusione cui giunge Renato Moro: «Un elemento decisivo che spinse sia vertici ecclesiastici che i cattolici a ritenere la situazione italiana così diversa da quella tedesca (e il fascismo diverso dal nazismo) fu la convinzione che la natura cattolica stessa del Paese mettesse in Italia le cose sostanzialmente al sicuro». E quest’altra: «Se si esclude il caso di alcuni settori dell’antifascismo cattolico, animati da una sensibilità religiosa che li portò a cogliere con immediatezza la carica “idolatrica” del fascismo e del nazismo, e se si guarda ai cattolici nel loro complesso, non v’è dubbio che essi giunsero solo molto lentamente a percepire la novità rappresentata dal regime fascista italiano (e da quello nazista tedesco) proprio sul terreno dell’assolutizzazione della politica e dello sviluppo di una propria religiosità (…) Non vi è dubbio che alla fine essi giunsero a questa consapevolezza (…) Nonostante tutto però, sia i vertici ecclesiastici che i cattolici italiani mantennero, sin quasi alla fine, una lettura del fascismo che, per quanto

certamente assai preoccupata, rimase sempre fluida e aperta, e anzi, per certi versi, possibilista». Le opinioni e le prese di posizione consegnate a documenti, riviste, discorsi, corrispondenza sono il cuore del libro. Ma sappiamo che altri elementi influi­ rono a creare l’opinione pubblica di quegli anni. Pensiamo alle masse che non esprimevano opinioni (la stampa e la radio ammutolite o «allineate» al regime – in questo la situazione nostra, in Ticino, era molto migliore!). Oppure al patriottismo cresciuto e coltivato durante e dopo la Guerra 1915-18. Ma soprattutto dovettero contare la Conciliazione e i Patti lateranensi del 1929, che «restituivano l’Italia alla Chiesa e la Chiesa all’Italia» – come disse anche il Papa di allora, Pio XI. Convinzioni che a livello popolare rimasero vive per almeno tutta la prima metà degli Anni Trenta, guerra d’Abissinia compresa e che una parte importante dell’episcopato si ingegnava a sostenere. Si spiega forse così, ossia per la lentezza con cui evolvono i sentimenti delle masse – oltre che per l’antisemitismo secolare – l’inerzia dimostrata dal Paese reale di fronte alle leggi razziali del 1938, come poté essere accettata (salvo atti di solidarietà individuali) la persecuzione degli ebrei, la loro cacciata dalle scuole e dalle università, la loro deportazione, mentre oggi sappiamo che sia Papa Pio XI sia gli intellettuali cattolici più attenti prendevano sempre più nettamente le distanze dal regime. Il libro di Moro documenta che da quella persecuzione infame presero le distanze quasi tutti i maggiori intellettuali cattolici del tempo: ma non era un’opposizione di massa, e il regime passò oltre. Questo libro va dunque letto e apprezzato per quel che offre: la messa a fuoco delle posizioni di molti intellettuali cattolici, su cui altri autori hanno equivocato. Non si tratta di apologetica, l’autore non fa sconti a nessuno: né a Papini né a De Luca, né a Montini né a Fanfani. Lo sfondo però è quello di uno «tsunami» da cui tutti furono travolti, in cui l’obiezione di coscienza non fu ammessa se non gestita a livello individuale: l’Italia era con Mussolini. E.M. Renato Moro, Il mito dell’Italia cattolica. Nazione, religione e cattolicesimo negli anni del fascismo, Studium Edizioni, Roma 2020, pp. 565.


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Dolore e vergogna prima del riscatto Parla un orfano della propria identità «Sono nato il 2 ottobre del 1947 all’ospedale italiano di Lugano, cioè di Viganello, da una madre che non era sposata. E lì è cominciato tutto». Inizia così il racconto di Sergio Devecchi, quando lo incontro a casa sua, a Zurigo. «Mia nonna – una donna povera che andava a fare le pulizie dalla gente ricca a Lugano – aveva a casa quattro figli: mia mamma, i due figli e una figlia. Non aveva la possibilità di prendersi cura anche del piccolo Sergio. E così, con l’aiuto del pastore riformato di Lugano, Guido Rivoir, mi ha messo in istituto». Pedagogista in pensione – Devecchi ha presieduto la Società svizzera di pedagogia sociale, sempre celando il suo passato di «illegittimo» cresciuto in orfanotrofio tra Ticino e Grigioni –, oggi può guardare alla sua vicenda con un certo distacco. Ma gli ci sono voluti anni prima di trovare il coraggio di raccontare in pubblico ciò che ha vissuto. L’ha fatto il giorno in cui ha lasciato l’istituto per minori di cui è stato direttore. In quella occasione, con un discorso commosso e appassionato, davanti ad allievi e autorità, ha svelato il suo vissuto. E nel 2017 ha pubblicato un libro autobiografico, «Heimweh – vom Heimbub zum Heimleiter», poi tradotto in italiano col titolo «Infanzia rubata», edito nel 2019 da Casagrande. Ma perché ha aspettato così a lungo prima di raccontare la sua storia? «Se a un bambino non si dice la verità, se non si parla della sua situazione, se si tace, allora impara a tacere, a non raccontare perché pensa che si tratti di una cosa brutta, sporca, da tenere nascosta. E così mi sono comportato anch’io. Mi vergognavo di essere un figlio illegittimo, mi sentivo anche in colpa di essere stato in istituto. E dunque ho taciuto». Colpa e silenzio A Sergio Devecchi è capitato lo stesso destino di decine di migliaia di altre persone in Svizzera. Un’esperienza che ha lasciato in lui tracce profonde e che solleva, oggi, molti interrogativi sui metodi adottati nelle strutture educative – anche cristiane – e accet-

tati quasi senza critica dalle chiese e dall’opinione pubblica. «Sono rimasto, fino a oggi, molto diffidente nei confronti delle persone, della società», afferma con sguardo severo e un filo di tristezza nella voce. «Quando ho realizzato, da piccolo, che non avevo una famiglia, che mi trovavo in un istituto, e quando ho chiesto perché ero lì e chi fossero mio padre e mia madre, non ho ricevuto nessuna risposta. E così ho dovuto arrendermi e convincermi che nessuno mi voleva aiutare». A pochi mesi d’età, fu internato nell’Istituto evangelico per l’infanzia «Gott hilft» di Pura, nel Malcantone. Troppi bambini, personale non adeguatamente formato, e il frequente ricorso alle botte e alle punizioni come strumento per imporre la disciplina caratterizzarono la sua permanenza nella filiale ticinese di un istituto che nelle intenzioni dei fondatori avrebbe dovuto portare sulla buona strada i minori affidati. Ma nella storia del piccolo Sergio si iscrissero, a Pura, anche gli abusi commessi su di lui da uno dei figli del direttore. «Il primo è stato a Pura, avevo 9 anni», ricorda.»Li ho denunciati al direttore, ma mi sono preso una sberla». A 12 anni venne spostato all’Istituto Von Mentlen di Bellinzona. «Nessuno mi ha detto perché. Ero come un pacco». Scappò, venne fermato dalla polizia: «Gli agenti mi davano la cioccolata, sono i ricordi più belli del Ticino». Spostato all’istituto «Gott hilft» a Zizers, nei Grigioni – dove sarebbe rimasto fino al raggiungimento dell’età adulta – fu subito rinchiuso in una stanza: senza vestiti, per togliergli la voglia di scappare. Una storia da ricordare Per Sergio Devecchi, riuscire a raccontare la sua storia «non è stata una liberazione, ma una possibilità di iniziare a guardare indietro non più da solo, ma con amici, con altre persone che con me hanno cominciato a discutere di questo. Cioè uscire dalla solitudine con una storia e cercare di entrare in un gruppo di persone che

mi ha aiutato a riflettere su quello che è successo». E in questo recupero del passato si è inserito, lo scorso anno, il gesto compiuto dalla Chiesa riformata ticinese. «Sono stato sorpreso perché io dalla Chiesa riformata evangelica del Canton Ticino non ho mai più sentito niente. Quando mi è stato chiesto di parlare davanti al sinodo, ho pensato: “Ecco, anche loro cercano di capire quale sia stata la loro responsabilità”. E così ho detto di sì e sono andato davanti al sinodo per raccontare la mia storia». I delegati delle parrocchie evangeliche riformate nel Ticino hanno ascoltato la sua testimonianza e al termine dell’incontro hanno pubblicamente chiesto «scusa e perdono» alle vittime per gli affidi coatti perpetrati nel corso degli anni e avvenuti anche in Ticino. Qualche anno fa, Sergio Devecchi si era rivolto anche all’attuale direttore della Fondazione «Gott hilft» per chiedere di poter consultare, negli archivi, gli atti che lo riguardano, raccontare la sua storia e chiedere ai dirigenti di quella istituzione di confrontarsi con il passato. Una richiesta che ha portato la Fondazione ad ammettere i propri errori e a impegnarsi a rivedere costantemente i propri metodi pedagogici per evitare il ripetersi di soprusi e violazioni. Sergio Devecchi auspica ora che la sua vicenda e quella di migliaia di altre persone come lui entri a far parte dei libri di storia e venga raccontata nelle scuole. «Ho sempre detto che non vale niente se facciamo ricerche storiche che finiscono negli archivi, e che nessuno legge. Deve entrare nei libri scolastici». E ha un grande desiderio, pensando ai molti che hanno avuto una storia simile alla sua: «Ci sono tante vittime in età avanzata che soffrono di disturbi a causa di quello che hanno sofferto quando erano bambini. Queste vittime hanno bisogno di aiuto, e di terapie specifiche». Sergio Devecchi non ha dubbi: la politica deve mobilitarsi per offrire quelle cure. P.T. S. Devecchi, Infanzia rubata, Casagrande, Bellinzona, 2019.


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Armido Rizzi in memoriam Il 17 agosto scorso ci ha lasciato, all’età di 87 anni, a Mantova, Armido Rizzi, noto teologo italiano. Vari membri del gruppo di redazione di «Dialoghi» l’hanno conosciuto personalmente e il sottoscritto ha potuto coltivare con lui e la sua famiglia un’amicizia di lunga durata. Era venuto anche dalle nostre parti, intervenendo soprattutto presso la biblioteca Salita dei Frati di Lugano. Avevo fatto la sua conoscenza in seno alla redazione della «Rivista di teologia morale», edita dalla casa editrice Dehoniana di Bologna, agli inizi degli anni ’70. Con il tempo i contatti si erano intensificati, attraverso scambi familiari sempre più ravvicinati. Armido apprezzava i soggiorni friburghesi, poiché gli permettevano la frequentazione della biblioteca universitaria locale, ricca di quella letteratura teologica che faticava talvolta a trovare in Italia. Noi abbiamo avuto la gioia riconoscente di apprezzare la sua ospitalità e quella della moglie Alberta a Fiesole, presso il Centro San Apollinare, dove vita familiare e formazione teologica andavano di pari passo, in una cornice toscana di rara bellezza. Armido era entrato in gioventù nella Compagnia di Gesù e aveva ricevuto una solida formazione filosofica e teo­ logica, tipica di questo ordine religioso. I suoi superiori gli affidarono precocemente incarichi di insegnamento, che trovarono subito l’interesse e l’ammirazione di molti studenti. Dopo gli anni segnati dal cosiddetto ’68, decise di lasciare i gesuiti e si stabilì nella residenza di Fiesole, lascito di una signora ai Serviti, attraverso la mediazione di padre Turoldo. Mi rimane ancora impresso nella memoria ciò che mi disse per caratterizzare questa sua decisione: «Sono partito non per un disaccordo sui fini, ma solo per una differenza attorno ai mezzi». A Fiesole, Armido, con l’appoggio costante di Alberta, sviluppò un intenso programma di formazione teologica e di sensibilizzazione etico-sociale e politica, con una particolare attenzione alla teologia della liberazione latinoamericana. Ne fanno fede i «Quaderni di Sant’Apollinare», che riprendono i suoi interventi durante le settimane di formazione da lui animate. Accanto a

questa attività di formazione e insegnamento, Armido continuava la sua attività di ricerca personale, sfornando regolarmente libri e articoli propri e traducendo opere fondamentali della teologia del ventesimo secolo. La sua preferenza andava alla produzione protestante tedesca, anche se non dimenticava quella cattolica francese e spagnola, mettendo le sue conoscenza linguistiche a servizio di una migliore diffusione del pensiero teologico in Italia. La sua apertura ecumenica lo ha fatto stimare da molti teologi evangelici italiani, che hanno apprezzato il servizio che egli ha reso alla diffusione del pensiero teologico protestante nella cultura italiana. Si pensi soprattutto alle sue traduzioni di opere di Bultmann e di Ebeling ancora troppo poco note a quel tempo nell’ambiente culturale italiano. Armido ha passato gli ultimi anni della sua vita nella città e nella casa della moglie Alberta, a Mantova, riducendo ma non abbandonando la sua attività di diffusione teologica: tenendo letture bibliche e conversazioni su temi di attualità ecclesiale. Con Armido Rizzi ci lascia uno dei teologi italiani più brillanti di questi ultimi decenni. Il suo magistero stimola e arricchisce anche la nostra riflessione, mediante la lettura delle opere che ci ha lasciato. Tra la sua ricchissima bibliografia evoco qui solo tre titoli accessibili anche a non specialisti e che sono di piena attualità. Con Differenza e responsabilità. Saggi di antropologia teologica (Marietti ed. 1983), ritroviamo ricerche che spaziano dal concetto di religione a quello del sacro, del mito e dei sacramenti. In Esodo. Un paradigma teologico-politico (San Domenico di Fiesole 1990), Armido Rizzi esplora un tema caro sia alla tradizione ebraica sia a quella cristiana e che ha avuto anche un influsso decisivo sul pensiero politico moderno, al di là dei confini delle religioni istituite. Infine, con Oltre l’erba voglio. Dal narcisismo postmoderno al soggetto responsabile (Assisi: Cittadella ed. 2003), ci lascia una riflessione etica che nulla ha perso della sua attualità, nonostante il tempo che passa. Alberto Bondolfi

Teologo martire del nazismo Il 9 aprile 1945 moriva, all’età di 39 anni, il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer. Pastore luterano, professore universitario, dottore in teologia, pioniere del movimento ecumenico, scrittore e poeta, teologo tra i più amati e significativi del XX secolo, Bonhoeffer è anche uno dei simboli della resistenza cristiana ad Hitler. Nato a Breslavia il 4 febbraio 1906, si laureò in teologia a Berlino nel 1927; nel 1931 iniziò ad insegnare alla facoltà teologica di Berlino e fu ordinato pastore. In quel periodo promosse l’attività nel nascente movimento ecumenico, stabilendo contatti internazionali che in seguito avrebbero avuto grande importanza per il suo impegno nella Resistenza. Con l’ascesa di Hitler la Chiesa evangelica tedesca, cui Bonhoeffer apparteneva, entrò in una fase difficile e delicata. Molti protestanti tedeschi accolsero favorevolmente l’avvento del nazismo; in particolare il gruppo dei cosiddetti «cristiano-tedeschi» (Deutsche Christen), che si fece portavoce dell’ideologia nazista all’interno della Chiesa, giungendo perfino a chiedere l’eliminazione dell’Antico Testamento dalla Bibbia. Nell’estate 1933 costoro proposero un «paragrafo ariano» per la Chiesa, che impedisse ai «non-ariani» di diventare ministri di culto o insegnanti di religione. La disputa che ne seguì provocò una profonda divisione nella Chiesa: l’idea della «missione agli ebrei» era molto diffusa, ma adesso i cristiano-tedeschi sostenevano che erano una razza separata che non poteva diventare «ariana» neanche tramite il battesimo, negando così la validità del Vangelo. Bonhoeffer si oppose fermamente al paragrafo: se ai «non-ariani» fosse stato impedito l’accesso al ministero, allora i pastori avrebbero dovuto dimettersi in segno di solidarietà, anche al costo di fondare una nuova Chiesa, libera dall’influenza del regime. Nel saggio dell’aprile 1933 «La Chiesa davanti al problema degli ebrei», Bonhoeffer fu il primo ad affrontare il tema del rapporto tra la Chiesa e la dittatura nazista, sostenendo con forza il dovere di opporsi all’ingiustizia politica. Quando, nel settembre 1933, il paragrafo ariano fu approvato dal sinodo nazionale della Chiesa evangelica, Bonhoeffer si impegnò per sensibiliz-


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zare il movimento ecumenico internazionale sulla gravità della questione. Rifiutò inoltre un posto di pastore a Berlino, per solidarietà con coloro che venivano esclusi dal ministero per ragioni razziali, e decise di trasferirsi a Londra. Nel maggio 1934 nacque la cosiddetta «Chiesa confessante» che adottò la Dichiarazione di Barmen in opposizione al nazismo. Nell’aprile 1935 Bonhoeffer tornò in Germania per dirigere un seminario clandestino per la formazione dei pastori della Chiesa confessante, che stava subendo crescenti pressioni da parte della Gestapo, che nel settembre 1937 chiuse il seminario di Finkenwalde. Nei due anni seguenti

Addio al valdese Giorgio Bouchard Alla fine di luglio è scomparso, in Italia, il pastore evangelico valdese Giorgio Bouchard. Esponente di spicco del mondo protestante italiano, Bouchard ha ricoperto incarichi ecclesiastici di primo piano ed è stato protagonista di una intensa stagione di dialogo e confronto con la società italiana. Pastore in Piemonte, in Lombardia e a Napoli, dal 1966 al 1979 fu

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Bonhoeffer continuò l’attività di insegnante in clandestinità; nel gennaio 1938 la Gestapo lo bandì da Berlino e nel settembre 1940 gli vietò di parlare in pubblico. Nel 1939 Bonhoeffer si avvicinò a un gruppo di resistenza e cospirazione contro Hitler; la sua attività per aiutare un gruppo di ebrei a fuggire dalla Germania portò alla sua carcerazione nell’aprile 1943. Durante i due anni di prigionia, nelle lettere all’amico Eberhard Bethge, Bonhoeffer esplorò il significato della fede cristiana in un «mondo diventato adulto», chiedendosi: «Chi è Cristo per noi oggi?» Il cristianesimo è troppo spesso fuggito dal mondo,

cercando di trovare un ultimo rifugio per Dio in un angolo «religioso», al sicuro dalla scienza e dal pensiero critico. Ma è proprio l’umanità nella sua forza e maturità che Dio reclama e trasforma in Gesù Cristo, «la persona per gli altri». Dopo fallito attentato contro Hitler il 20 luglio 1944, avendo partecipato all’organizzazione, Bonhoeffer fu trasferito nel campo di concentramento di Buchenwald e infine in quello di Flossenbürg, dove fu impiccato insieme ad altri cospiratori. Fra le opere pubblicate postume, ricordiamo Resistenza e resa (1951), Etica (1949), Tentazione (1953), Il mondo maggiorenne (1955-66).

a Milano, dove diede vita, insieme ad altri, alla scuola serale «Jacopo Lombardini» a Cinisello Balsamo, aperta agli operai per il conseguimento della licenza di terza media. Fece inoltre parte di un gruppo di famiglie che decise di vivere nello stesso edificio della scuola serale, dando vita all’esperienza della Comune di Cinisello, un’esperienza che mise a confronto ideali evangelici e rivendicazioni del mondo operaio. Giorgio Bouchard ricoprì, dal 1979 al 1986, il ruolo di Moderatore della Tavola valdese, l’organo esecutivo della

Chiesa evangelica valdese in Italia. Durante la sua moderatura, nel 1984, venne firmata la prima Intesa della storia della Repubblica italiana tra lo Stato e la Chiesa evangelica valdese. Saggista, Bouchard è stato autore di numerose pubblicazioni, tra cui «I valdesi e l’Italia. Prospettive di una vocazione» (1988); «Chiese e movimenti evangelici del nostro tempo» (1992); «Chiese e Stato nell’Italia che cambia. Il ruolo del protestantesimo» (1998); «Evangelici nella tormenta. Testimonianze dal secolo breve» (2009). P.T.

La Senologia nell’arte sacra del Cantone Ticino

Prendere il mare per ritrovare il senso della vita

Il testo segue l’evoluzione delle numerose Madonne allattanti delle valli della Svizzera italiana, segnalando molteplici percorsi che invitano a scoprire il territorio. Nella seconda parte del volume la ricerca iconografica cede il passo a quella che riguarda la storia sociale, per integrare le ragioni devozionali della diffusione del culto della Virgo lactans con circostanze collettive che da sempre spettano alle donne.

Un importante assicuratore di Lugano, per un insieme di circostanze imprevedibili decide improvvisamente di partire abbandonando moglie e lavoro. A bordo di un camion arriva in Liguria dove senza documenti e senza soldi mette in gioco tutta la sua vita. Un vecchio mercantile, un capitano siriano e una audace detective norvegese saranno alcuni dei suoi nuovi compagni di viaggio. In mare si dice che «quando i gabbiani volano verso terra» è in arrivo una tempesta…

di Silvia Valle Parri, presentazione di Chiara Simoneschi-Cortesi, prefazione del dr. Edio Pusterla, 17 x 24 cm, 176 pp., Fr. 28.–

di Luca Jäggli Formato 12.5 x 21, 112 pagine, Fr. 20.–

Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Per rinnovare la Chiesa. La «Rivista della Diocesi» informa (luglio-agosto 2020) che la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha preso atto che la maggior parte delle attività a livello diocesano dell’iniziativa «In cammino insieme per rinnovare la Chiesa» sono riuscite a progredire solo lentamente a causa del confinamento legato alla pandemia. A livello svizzero, la CVS promuoverà, in una fase successiva, discussioni approfondite con importanti organizzazioni partner. Le prime discussioni sono previste durante l’assemblea ordinaria autunnale, con una delegazione della Lega svizzera delle donne cattoliche, con la partecipazione di una rappresentanza del Consiglio delle donne della CVS e, durante l’assemblea ordinaria invernale, con una delegazione della Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera. Non ci sono notizie di quanto fatto a livello diocesano luganese. Donne dai vescovi. La Conferenza dei Vescovi svizzeri ha dedicato la seconda giornata dell’assemblea di Délemont (15 settembre 2020) a un dialogo con una delegazione di cinque donne, nel quadro dell’iniziativa «Per rinnovare la Chiesa». Ne ha riferito il presidente mons. Gmür, in una conferenza stampa il 18 settembre a Berna. Della delegazione femminile ha fatto parte anche la signora Miriam Christen Zarri, di origine ticinese e membro del Comitato centrale della Lega svizzera delle donne cattoliche, che, in un’intervista rilasciata all’agenzia stampa cattolica, ha affermato che «I vescovi svizzeri non sono uniti», ciò che ostacola le decisioni. Rete Laudato si’. Dodici organizzazioni e associazioni ticinesi hanno costituito la «Rete Laudato Si’» A cinque anni dalla pubblicazione della enciclica Laudato Si’, gli aderenti alla Rete sono convinti che è necessario coordinare gli sforzi per realizzare i postulati dell’enciclica a favore di uno sviluppo sostenibile e integrale, di una nuova ecologia integrale, ancorandoli nella nostra realità quotidiana. «Dialoghi», plaudendo all’iniziativa, mette a disposizione le sue pagine per annunci e resoconti delle future attività. La Rete ha sostenuto il ciclo di conferenze «Economia e Ambiente» e

l’iniziativa «Per imprese responsabili a tutela dell’essere umano e dell’ambiente» e si propone di partecipare all’organizzazione nella Svizzera italiana del «Festival della dottrina sociale» (www.dottrinasociale.it). Per le vittime. Creata nel 2016 per un periodo di cinque anni, la Commissione specializzata per gli abusi sessuali commessi nella Chiesa cattolica in Svizzera ha presentato un rapporto. Finora sono state onorate 28 delle 36 richieste presentate, per un totale di indennizzi di 410.000 franchi. In media si tratta di 15.800 franchi per vittima. I dossier presentati riguardano 23 uomini e 13 donne di età tra i 37 e gli 82 anni. La maggior parte dei casi proviene dal Vallese (8), da Friburgo (7), da Vaud (6) e da Ginevra (4). Altri tre casi vengono da Ticino, Neuchâtel e Giura. Diverse vittime che hanno ricevuto assistenza dalla commissione hanno sottolineato che queste cifre rappresentano solo «la punta dell’iceberg». Molti non osano infatti ancora testimoniare. Indipendente e neutrale, la CECAR si rivolge alle vittime che erano minorenni al momento degli abusi e i cui fatti sono prescritti, in particolare nei cantoni latini. Ben tornato. Fra Mauro Jöhri è il nuovo responsabile dei frati cappuccini della Svizzera italiana, eletto a fine settembre dai confratelli riuniti al Bigorio. Dopo essere stato per dodici anni ministro generale dell’Ordine, era ultimamente attivo a Celle, presso Cortona. Ritorna ora al servizio della Chiesa ticinese e non possiamo non augurargli «Pace e bene»! A favore della pace. Votare a favore dell’iniziativa popolare «Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico» il prossimo 29 novembre significa contribuire a creare un mondo più pacifico e contrastare una delle cause che spingono milioni di persone a fuggire dal loro Paese. Ne è convinto il comitato formatosi a sostegno dell’iniziativa del Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE), sostenuta da 104.612 adesioni. La proposta di modifica costituzionale vuole vietare alla Banca nazionale svizzera (BNS), alle casse pensioni e alle fondazioni di investire nelle imprese

che realizzano oltre il 5% del loro giro d’affari annuo con la fabbricazione di materiale bellico. Per il Consiglio federale e il Parlamento la proposta del GssE va bocciata, perché limita eccessivamente la libertà di manovra della BNS, delle fondazioni e degli istituti previdenziali, danneggiando nel contempo il settore finanziario e l’industria elvetica. Pluralismo svizzero. Il Gran Consiglio del Cantone di Neuchâtel ha accettato, il 2 settembre scorso, una legge che permetterà ad altre comunità religiose, oltre le Chiese storiche cristiane riconosciute di utilità pubblica, di far raccogliere un contributo volontario presso i propri membri, organizzare un proprio insegnamento nelle scuole e prestare assistenza ai propri membri negli istituti statali. La commissione vallesana che sta elaborando una revisione costituzionale non ha modificato le disposizioni in materia di riconoscimento delle religioni: sole le Chiese cattolica e evangelica continueranno ad avere lo statuto di persone giuridiche di diritto pubblico, mentre l’Islam e l’ebraismo potranno solo chiedere di essere riconosciuti come d’interesse pubblico. A fondo senza fondi. La Commissione episcopale svizzera Giustizia e Pace, a detta del suo presidente ad interim (?) Thomas Wallimann, non ha espresso alcuna indicazione sugli oggetti in votazione lo scorso 27 settembre in sede federale, malgrado diversi oggetti (a partire dall’iniziativa centrista contro l’immigrazione) toccassero temi di fondamentale importanza sociale. E ciò… «per mancanza dei mezzi necessari per rispondere a un assieme di questioni così importanti» (dal comunicato di Cath.ch n. 267). Quindi, mancando i fondi, la Commissione va a fondo, e così viene a mancare la necessaria presa di posizione su temi sociali e politici che si attendono i cattolici svizzeri! Messa a Ginevra. L’annunciata Santa Messa cattolica nella cattedrale di San Pietro a Ginevra (edificio che dal 1536, con la Riforma, è divenuto tempio protestante) che doveva essere celebrata il 29 febbraio, e rinviata per il coronavirus, avrà luogo (…a Dio e agli uomini piacendo!) finalmente nel 2021. L’invito ai cattolici è venuto dalla parrocchia protestante di Saint Pierre-Fusterie; un analogo ritorno «giornaliero» è avvenuto a Losanna, lo scorso anno, nella cattedrale di


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Notre Dame, pure tolta ai cattolici in occasione della Riforma protestante. Le due chiese hanno mantenuto la denominazione di cattedrale, anche se non sono più sede vescovili; dal 1821 il titolo di Vescovo di Ginevra, e poi dal 1924 quello di Losanna, sono ora riuniti nell’attuale designazione di Vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo. Statistica delle religioni. In Svizzera i cattolici rappresentano il 35,8% della popolazione, seguiti da: senza appartenenza religiosa (26,3%), protestanti (23,8%), altre chiese cristiane (5,9%), musulmani 5,3%, ebrei, 0,2%. Le altre appartenenze religiose sono l’1,5%; l’1,4% della popolazione non dà indicazioni. Circa il 12% della popolazione svizzera dichiara di appartenere a una minoranza religiosa, per un totale di circa 2.800 comunità. Si contano circa 20.000 Testimoni di Geova, 5.300 antroposofi, 3.800 membri dell’Esercito della salvezza, 2.800 avventisti, 3.400 mormoni, 900 membri della Soka Gakkai e 400 o 500 membri di Scientology. Anche brutte notizie. Da tempo «Dialoghi» (raccogliendo un invito fatto alla stampa dai vescovi svizzeri) ha una rubrica che segnala le «Belle e Buone Notizie» relative alla Chiesa. Purtroppo ci sono anche le «Brutte Notizie», come quella della fine dell’Associazione delle Coppie Interconfessionali, associazione fondata nel 2003 in seguito al Secondo Raduno mondiale delle famiglie interconfessionali. Dopo 15 anni, l’associazione svizzera, che contava una trentina di coppie nei Cantoni romandi, si è sciolta per… l’età avanzata dei fondatori e mancanza di nuovi membri. Brutto segno: diminuiscono i matrimoni, diminuiscono i fedeli, aumentano solo gli atei conviventi? Teologi pastorali. La diocesi di Basilea ha cambiato, a partire dal 1. agosto 2020 e… dopo lungo dibattito (!) la denominazione ufficiale dei laici che svolgono attività pastorali a livello diocesano o nelle parrocchie: non più agenti / assistenti pastorali laici (ovviamente nei corrispettivi termini in tedesco o in francese, maschili e femminili), ma teologi pastorali / teologhe pastorali, specificando se a livello parrocchiale o in altro servizio. In mancanza di meglio (o di più) i laici al servizio della Chiesa basilese si accontentano (?) del riconoscimento della qualifica di «teologi»: ma come nella «Fattoria degli animali» anche

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a Basilea restano «teologi più teologi degli altri». Domande in calo. In agosto sono state registrate 975 domande d’asilo, in flessione dell’80% rispetto a luglio e del 18% in confronto allo stesso mese del 2019. Secondo i dati diffusi dalla SEM i principali Paesi di provenienza sono stati: Afghanistan (177 domande), Eritrea (162), Turchia (151), Siria (74) e Algeria (72). Le richieste liquidate in prima istanza sono state 147: 422 con la concessione dell’asilo, 336 con l’ammissione provvisoria e 220 con una decisione di non entrata nel merito. Il 31 agosto 56.728 persone si trovavano in procedura d’asilo, di cui 1.835 in Ticino. Resta intero il servizio civile. Il 19 giugno 2020 il Parlamento svizzero ha detto no all’ inasprimento della legge sul servizio civile con un voto a sorpresa di 103 contro 90 e 5 astenuti. In questo modo il servizio civile è almeno provvisoriamente salvo. Le due Camere temevano che il servizio civile potesse essere indebolito da nuove drastiche misure. Il Parlamento in modo inatteso ha rinunciato all’inasprimento della legge. L’anno scorso sono stati compiuti più di 1.6 milioni di giorni di servizio civile, di cui l’80% nell’ambito delle cure e dell’accompagnamento delle persone. Questi impieghi forniscono un supporto quotidiano alla società e sono state particolarmente importanti durante la crisi del coronavirus. Le statistiche 2019 indicano, rispetto al 2018, un calo delle ammissioni al servizio civile (1,9%) e del numero dei giorni di servizio prestati nonché degli istituti d’impiego riconosciuti. Inoltre, nel primo trimestre 2020, le ammissioni sono diminuite del 13,2% rispetto al primo trimestre 2019. La diminuzione trimestrale è spiegabile con la sospensione del reclutamento da parte dell’esercito, nonché delle giornate d’introduzione per il servizio civile in relazione con la pandemia di Covid-19. Primo passo. Il Parlamento svizzero (Consiglio nazionale dopo il Consiglio degli Stati) ha incaricato il Consiglio federale di monitorare regolarmente per cinque anni il fenomeno (meglio la piaga) della povertà in Svizzera, affinché si possa con maggiore competenza e tempestività provvedere a ridurla e se possibile abolirla. Caritas denuncia da tempo la tragedia della povera gente nella ricca Svizzera, stimata in più

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di 600.000 e messa clamorosamente in evidenza, durante la pandemia, nella lunga fila che aspettava a Ginevra di ricevere il necessario per il pasto quotidiano. Nel 2018 il Consiglio federale aveva rinunciato a tale indagine che era stata introdotta col Programma contro la povertà 2014-2018, forse … deluso che nel frattempo la povertà sia aumentata. Poche le donne. La quota di donne nelle direzioni delle grandi aziende e unità amministrative svizzere è in media del 10%, ma la metà del campione di 270 entità prese in considerazione da un’analisi della società di consulenza Doit-Smart non presenta nemmeno un manager femminile. L’85% delle imprese ha comunque almeno un membro «rosa» nel Consiglio di amministrazione. Per quanto riguarda i vari settori, la percentuale più elevata viene osservata nelle aziende parapubbliche (22%), nelle imprese farmaceutiche (18%)e fra gli assicuratori (13%). Nelle sette aziende parapubbliche ticinesi (Azienda Cantonale dei Rifiuti, Azienda elettrica ticinese. Banca dello Stato del Cantone Ticino, Ente ospedaliero cantonale, Istituto di Previdenza del Cantone Ticino, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana e Università della Svizzera italiana) la presenza femminile nei consigli di amministrazione è del 23%, con 14 donne su un totale di 61 membri. Il Consiglio di Stato è consapevole di una sottorappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle aziende pubbliche e parapubbliche» e intende incitare i servizi coinvolti a proporre delle candidature femminili al momento del rinnovo delle cariche. L’obiettivo è quello di raggiungere una rappresentanza di entrambi i sessi di almeno il 30%, così come previsto dal regolamento concernente le commissioni, i gruppi di lavoro e le rappresentanze presso enti di nomina del Consiglio di Stato. Sempre minoritarie. La parità di genere alla RSI resta ancora un obiettivo lontano. Secondo il monitoraggio sulla rappresentanza di genere nei programmi RSI, curato da Amalia Mirante della SUPSI, questo secondo monitoraggio (il primo si era tenuto nel 2017) ha preso in considerazione 120 programmi radio e TV, per un totale di 3.916 puntate tra ottobre e dicembre 2019. Secondo la CORSI, a fronte di qualche timido miglioramento nel numero di ospiti femmini-


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li nelle trasmissioni, si è assistito ad un calo delle conduttrici. In generale l’obiettivo 50-50 è lontano dall’essere raggiunto. Secondo i dati emersi dal monitoraggio, le conduzioni femminili sono state 1.710 (35-3%), quelle maschili 3.128 (64-7%). Percentuali simili si ritrovano anche nel rapporto tra ospiti femminili e maschili all’interno dei programmi: 36,6% contro 63-4%. In televisione, rispetto ai risultati del 2017, si registra una lieve diminuzione delle conduzioni femminili, al 40,3% (-3,7%). Aumenta per contro sensibilmente la presenza di ospiti femminili, dal 25-9% al 354% (+9-5%). In radio le conduzioni al femminile sono il 33,6%, in lieve flessione (0,8 punti) rispetto al 2017. Si segnala invece un leggero aumento della presenza di donne ospiti in trasmissione: dal 34,7% del 2017 al 37,1% del 2019 (+2,6%). Quanto alle singole reti, a fronte dell’aumento di presenze al femminile a Rete Due – sia in conduzione (33%, +5,6%) sia tra gli ospiti (40%, +5,9%) – si registra un peggioramento a Rete Tre, dove la rappresentanza femminile in conduzione si attesta al 28,4% (-9,4% rispetto al rilevamento precedente) e in ambito ospiti al 31,8% (-6,5%). Il Monitoraggio della SUPSI non è l’unico a rilevare la problematica della disparità di genere alla RSI. Dati poco confortanti sono risultati anche da uno studio pubblicate dall’Ufficio federale delle comunicazioni, nell’ambito del quale sono stati analizzati per due settimane durante il 2019 tutti i programmi televisivi della SSR. Secondo questa analisi le donne sulla RSI intervengono in maniera decisamente minore nei contributi giornalistici rispetto all’emittente svizzero tedesca SRF e a quella romanda RTS. Su LA 1 e LA 2 della RSI la quota dei contributi tematici giornalistici in cui sono persone di sesso femminile a prendere la parola è rispettivamente del 29 e del 33%. Alla SRF 1 si attesta invece al 45%, mentre su RTS Un e RTS Deux oscillano tra il 64 e il 56%. Nascite in calo. Secondo i dati sul movimento naturale della popolazione ticinese pubblicati dall’Ufficio di statistica (USTAT). Il cantone registra sempre più decessi che nascite e meno matrimoni e più divorzi. Circa le nascite e i decessi la tendenza messa in evidenza dai dati dell’USTAT non si discosta da quella già emersa negli scorsi anni. Le nascite registrate in Ticino nel 2019 sono state 2.494, in calo di 62 rispetto all’anno preceden-

te. I decessi furono invece 3.238, in aumento di 86 casi rispetto all’anno precedente. Le tendenze in atto da diversi anni trovano conferma in questi dati, e il saldo naturale tra nascite e decessi, nel 2019 ha toccato il valore più basso (-744) degli ultimi cento anni. I dati dell’USTAT evidenziano anche un netto e costante calo dei matrimoni. Quelli celebrati nel corso del 2019 sono stati 1.205, a fronte dei 1.308 dell’anno precedente e ai 1.349 del 2017. 27 coppie hanno scelto la via dell’unione domestica registrata. I divorzi, al di sopra della media nazionale, sono stati 723, 43 in più rispetto al 2018. Buona parte dei divorzi sono stati pronunciati dopo 10-14 anni di matrimonio oppure dopo 25 o più anni di unione coniugale In 5 casi, la coppia si è sciolta dopo neppure un anno, e in altri 10 il divorzio è avvenuto dopo poco più di 12 mesi. Anche a livello nazionale si è assistito a un aumento del numero di morti e di divorzi: lo scorso anno sono morte 67.800 persone, 700 in più rispetto all’anno prima (+1%). Quasi un figlio su quattro è nato da genitori non sposati, 22.813 nel 2019; i matrimoni, 39.000 nel 2019, sono calati in media del 4,3%. Dati sugli studenti ticinesi. È stata pubblicata un’analisi degli studenti ticinesi laureatesi in una delle scuole universitarie svizzere (UNI: università, politecnici; SUP: scuole universitarie professionali; ASP: alte scuole pedagogiche) e nelle due scuole universitarie in Ticino, l’Università della Svizzera italiana (USI) e Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), indipendentemente dalla loro provenienza. Si stima che, in media, annualmente, su 490 studenti provenienti dal Ticino diplomati oltre Gottardo in una qualsiasi scuola universitaria svizzera (UNI, SUP e ASP) e occupati a un anno dopo l’ottenimento del diploma, 260 lavoravano oltre Gottardo (200 laureati UNI, 60 laureati SUP/ASP), poco meno di una ventina lavoravano all’estero, 190 avevano trovato un’occupazione in Ticino, mentre per una ventina di essi non si ha alcuna indicazione circa il luogo di lavoro. Le cifre concernenti la media annuale di laureati in Ticino di origine ticinese occupati a un anno dal titolo (380 persone) indicano che, durante il periodo passato in rassegna, solo 35 (USI: 15, SUPSI: 20) sono partiti a lavorare fuori cantone. Inversamente, nelle annate considerate nello studio, sono in media 160 i neolaureati delle scuole universitarie

svizzere non di origine ticinese che dopo un anno lavorano in Ticino, di questi 70 si sono laureati all’USI, 60 alla SUPSI, mentre il resto (una trentina) si è diplomato altrove in Svizzera. II reddito annuo lordo mediano dei neolaureati UNI, calcolato sulla base di un equivalente a tempo pieno, ammonta all’incirca a 75.000 franchi; di questi meno della metà lavora in Ticino, indipendentemente dal luogo di conseguimento del titolo. Per i laureati USI il reddito è circa 63.000 franchi, ma questo dato è sensibilmente influenzato dal luogo di lavoro: oltre il 40% sono infatti occupati all’estero in mercati del lavoro con caratteristiche salariali molto differenti dalla Svizzera e molti di quelli che lavorano in Svizzera sono occupati principalmente in Ticino (37%). Lo stipendio dei laureati SUP/ ASP di provenienza ticinese ammonta a 73.000 franchi. Per i laureati SUPSI il reddito è pari a 75.000 franchi, il luogo di lavoro è prevalentemente la Svizzera, un terzo (27%) fuori dal Ticino (di questi il 23% ha anche studiato fuori dal Ticino, nelle sedi affiliate). A cinque anni dalla laurea vi è un incremento del reddito mediano per tutti i gruppi, che sale a 86.000 franchi per i laureati UNI, 80.000 franchi per i laureati USI occupati in Svizzera e 78.000 franchi per i laureati SUPSI. «Caso» Bosia Mirra. Il Tribunale federale si è pronunciato sul «caso Bosia Mirra», l’attivista ticinese condannata dalle corti ticinesi per aver fatto entrare illegalmente alcuni profughi in Svizzera («Dialoghi» n. 262, p. 6). Riconosciuto il reato di aiuto all’entrata illegale (la staffetta alla frontiera), negato invece quello di favoreggiamento al soggiorno illegale (i profughi ospitati a casa sua). La Corte cantonale di appello e di revisione penale dovrà ora adattare la sentenza. Tra i protestanti svizzeri. Le Chiese protestanti svizzere festeggiano la loro Federazione fondata il7 settembre 1920 e oggi trasformatasi in Chiesa evangelica riformata svizzera (CERS). Ma il clima è pesante per le dimissioni imposte lo scorso maggio al presidente pastore Gottfried Locher, accusato di comportamenti disdicevoli e oggetto tuttora di inchiesta. La nomina del nuovo presidente è prevista per un Sinodo all’inizio di novembre; potrà anche essere una pastora, essendo fin qui note solo due candidature femminili, una zurighese e una vodese.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Per i poveri. Papa Francesco ha benedetto il 30 maggio una autoambulanza che ha assegnato alla elemosineria apostolica per venire incontro ai più poveri e senza tetto che vivono per strada e cercano rifugio attorno al Vaticano, completando così i mezzi già a disposizione per i diversi servizi di assistenza già disponibili al cardinale Krajewski per la carità del Papa. Riconoscimento vaticano. Al personale medico (medici, infermieri, tecnici e sanitari che si sono impegnati durante la pandemia del Covid-19) il Governatorato della Città del Vaticano ha offerto l’entrata gratuita ai Musei vaticani e alla villa pontificia di Castel Gandolfo per il periodo dall’8 al 14 giugno, in segno di gratitudine per l’opera da loro generosamente prestata. Un ebreo ecumenico. Il 9 settembre, a 92 anni, si è spento Amos Luzzatto: medico, scrittore, esegeta ma soprattutto esponente di spicco dell’ebraismo italiano e, dal 1998 al 2006 presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei). In quegli anni collaborava anche alla rivista «Confronti», che si era ormai accreditata come la testata di riferimento del dialogo interreligioso in Italia e della battaglia politica e culturale per riconoscere e valorizzare il nuovo pluralismo religioso che si era consolidato anche nella Penisola. Di quella battaglia Luzzatto fu un alfiere di prima fila: ricordiamo la sua presenza, attiva e discreta, alle sessioni del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE). Con la sua storia personale e il peso della tradizione religiosa che si portava dietro, esprimeva quale fosse il «posto degli ebrei» nella società italiana. Il posto degli ebrei è infatti il titolo di un suo libro pubblicato da Einaudi nel 2003: meno di cento pagine per scolpire l’identità degli ebrei nella diaspora, che non sono «meno ebrei» di quanti hanno scelto di vivere in Israele. Sta a loro testimoniare la vocazione universalistica dell’ebraismo. (da un testo di Paolo Naso in «Riforma» 18.9.2020) Ascoltare il popolo di Dio. Il Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca (DBK), riunitosi in agosto, ha comunicato la volontà di aprire un dialogo con la Congregazione per il clero in merito alla

recente Istruzione sulla parrocchia, aspramente criticata da diversi vescovi per il suo «clericalismo». Il presidente della DBK proporrà alla Congregazione per il clero che agli incontri prenda parte come rappresentanza della Chiesa tedesca l’Ufficio di presidenza del Cammino sinodale, che comprende anche dei laici, «perché nel documento vaticano vengono chiamati in causa nella stessa misura vescovi, preti, diaconi e laici» ed è quindi doveroso che il confronto coinvolga tutti i soggetti ecclesiali interessati. Bisognerà vedere se a queste condizioni i responsabili della Congregazione per il clero accettano di aprire una discussione ufficiale con una rappresentanza della Chiesa cattolica tedesca che non si limita unicamente ai Vescovi, ma impegna altri membri della Chiesa tedesca che sta lavorando per una riconfigurazione sinodale delle forme di presenza della Chiesa locale nel paese e dei rapporti interni a essa. È chiaro che tutto questo oltrepassa i confini di una Chiesa locale, per essere motivo di valutazione e di indicazione per la Chiesa tutta, sia quanto ai temi in discussione e sia quanto ai rapporti tra le varie componenti ecclesiali. E i Vescovi svizzeri che ne pensano? Vaticano in rosso. La crisi sanitaria ha colpito anche le finanze del Vaticano con una perdita stimata in 25 milioni di euro. L’ammanco principale è costituito dalla chiusura dei Musei vaticani (stimato in 17 milioni di euro, circa il 60% delle entrate). Inoltre è mancata la tradizionale colletta mondiale dell’Obolo di San Pietro del 29 giugno, rinviata al 4 ottobre, che nel 2013 (ultimo dato noto) aveva fruttato 71 milioni. Da rilevare come la Santa Sede ha continuato a pagare i salari dei suoi 3.000 impiegati e ha ridotto fino a due terzi gli affitti per le attività commerciali dipendenti dal turismo in locali del Vaticano. Giocare al Papa. Una società polacca sta preparando un gioco di simulazione che permetterà ai partecipanti di dirigere come Papa la più numerosa istituzione religiosa mondiale, cioè la Chiesa cattolica. I giocatori del «Pope simulator» potranno conoscere i differenti compiti affidati alla diplomazia vaticana, dal Medio Oriente, all’Africa del Sud, ecc… con tre possibilità

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di scelta: ignorare il fatto, incaricare il nunzio, recarsi in loco. Il Papa non ha a disposizione un esercito (salvo il centinaio di guardie svizzere), né molti mezzi economici, ma può esercitare altre forme di intervento: fu il caso nella Polonia comunista degli anni 80 e questo può spiegare l’origine dell’idea «polacca» di proporre il nuovo giuoco. Assolto. Prima multato, poi condannato a una pena detentiva con sospensiva, e in seguito riprocessato, Cédric Herrou, figura di spicco nel panorama di coloro che in questi anni si sono spesi a fondo nell’aiuto ai migranti, viene «prosciolto da ogni azione giudiziaria» contro di lui, secondo quanto stabilito mercoledì 13 maggio dalla corte d’appello di Lione. «È il trionfo della legge e della ragione – ha accolto Sabrina Goldman, una fra suoi avvocati –. Del diritto perché il Consiglio costituzionale aveva già riconosciuto che non si può essere puniti quando si agisce con uno scopo umanitario, e della ragione perché la determinazione a perseguire qualcuno che non fa altro che aiutare gli altri era completamente irragionevole». I fatti in questione risalgono all’ottobre 2016. Cédric Herrou, agricoltore della valle della Roya (Alpi Marittime, la valle che collega il Piemonte a Ventimiglia in Liguria, con una appendice di una ventina di km in suolo francese) accoglie e protegge i migranti nel giardino della sua fattoria, e di fronte a numeri crescenti decide, con l’associazione Roya Citoyenne, di trovare per queste persone, una cinquantina, rifugio in un ex centro vacanze appartenente alle ferrovie francesi, in disuso da anni. Germania solidale. La Germania accoglierà 1.553 migranti da 5 isole greche dopo gli incendi che hanno devastato il campo di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, lasciando migliaia senza riparo e nella disperazione più totale. Si tratta di 408 famiglie con bambini che hanno già ottenuto lo status di rifugiato in Grecia. A questi si aggiungono 150 minori non accompagnati provenienti da Moria e la cui accoglienza era già stata annunciata dal Governo tedesco. Croci ricordo. Per decenni, Greg Zanis, un carpentiere in pensione di Aurora, Illinois, ha attraversato il paese per erigere i suoi monumenti vicino ai luoghi dei massacri. Le sue croci – molte con cuori rossi – si trovano alla Columbine High School, alla Sandy


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Hook Elementary School, alla Boston Marathon, all’hotel Mandalay Bay a Las Vegas, alla Marjory Stoneman Douglas High School, al Walmart di El Paso e in altre dozzine di siti i cui nomi abbiamo tragicamente imparato a conoscere per esser stati il teatro di tragedie enormi. Solo nella zona di Chicago, ha installato centinaia di croci, incluse sei nella sua città natale, Auroray, dopo che un dipendente aveva aperto il fuoco in un’azienda lo scorso anno. Zanis ha modellato la sua prima croce in omaggio a suo suocero, ucciso a colpi di arma da fuoco nel 1996. Alla fine Zanis ha iniziato a vedere il suo lavoro come un ministero e ha anche istituito una fondazione, Crosses for Losses. Arrivò a Pittsburgh il giorno dopo la sparatoria nella sinagoga «Tree of Life», dove 11 ebrei vennero uccisi nel 2018. Analogamente ha creato mezzelune per i morti di fede islamica incontrati nel suo incessante pellegrinaggio-testimonianza. Il suo ultimo viaggio è stato a novembre 2019, quando ha consegnato croci alla Saugus High School di Santa Clarita, una città a nord di Los Angeles, dove uno studente con una pistola ha sparato a cinque compagni di scuola, uccidendone due, prima di uccidersi. Greg Zanis ha stimato di aver realizzato più di 26.000 di questi memoriali, testimoni iconici delle sparatorie di massa negli Stati Uniti; è morto lunedì 4 maggio dopo una malattia che non gli ha lasciato scampo. Culto automobilistico. Può sembrare un’idea strana quella del drive-in, eppure al tempo del Covid-19 è sembrata una soluzione nuova ai membri di una chiesa avventista in Norvegia, per vivere il culto insieme pur rimanendo a distanza. Dopo sei sabati di incontri con Zoom, la chiesa di Lillehammer desiderava un’esperienza di culto più personale durante le restrizioni a causa della pandemia di Covid-19. Come tutte le altre chiese in Norvegia, infatti, l’edificio ecclesiale della cittadina è rimasto chiuso. La soluzione più semplice è sembrata la chiesa drive-in. Sabato 25 aprile, tra i 40 e i 50 membri si sono fermati nel parcheggio davanti all’edificio, con le loro automobili rivolte verso un pulpito provvisorio costruito all’esterno e installato sopra un rimorchio. Fiori, foglie verdi e tessuto bianco lo decoravano con gusto. Da lì, direttori e pianisti hanno guidato i momenti di canto, le parole erano state già inviate in anticipo ai membri che sono rimasti nelle loro macchine e hanno sintonizzato le loro autoradio

sulla frequenza indicata. Dopo settimane di culto isolati, è stato bello per la comunità norvegese vedere emergere una soluzione alternativa che ha incoraggiato i membri a non essere soli. Certo, richiede spazio e una posizione particolare dell’edificio ecclesiastico. Ebrei nell’esercito. Il parlamento tedesco ha deciso il 28 maggio che per la prima volta, dopo 100 anni, cappellani ebrei potranno essere incorporati nell’esercito, accanto ai cappellani cattolici e evangelici. Durante la Prima guerra mondiale, 100.000 ebrei avevano prestato servizio militare, ciò che ovviamente non è stato più possibile sotto il nazismo, quando gli ebrei subirono la persecuzione e l’Olocausto. Attualmente nell’esercito tedesco di 180.000 uomini, sono incorporati circa 300 ebrei che saranno assistiti da una dozzina di rabbini. La decisione è stata presa 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e della Shoah e vuole contribuire a far conoscere l’ebraismo e combattere l’antisemitismo. No al piano Trump. L’amministrazione Trump ha annunciato negli scorsi mesi un grande piano strategico per la soluzione del conflitto mediorientale che avalla la definitiva annessione di Territori palestinesi allo Stato d’Israele e, in cambio, impegna Israele a congelare per quattro anni la politica degli insediamenti. Se questa è pace, è la pace di Brenno, quella del più forte che impone i suoi interessi esclusivi ignorando le ragioni del suo nemico. Di fronte a questa mossa americana, la risposta internazionale è stata assai debole, forse nell’illusione che a breve il piano Trump sarà dimenticato come il suo autore. Ma resta il fatto che le idee, anche quelle cattive, fanno comunque la loro strada e qualcuno si potrebbe convincere che l’unica vera pace possibile in Medio Oriente è quella che rafforza e allarga Israele da una parte e sconfigge e umilia i palestinesi dall’altra. Tra le poche voci che si sono levate per criticare il piano Trump, vi è stata quella dei capi e dei patriarchi delle Chiese di Gerusalemme che hanno denunciato le catastrofiche conseguenze di quel progetto, giudicandolo tale per i destini della pace e per i diritti del popolo palestinese, compresa la piccola e sempre più marginale comunità cristiana. Sostegno a suora vescovo. «Noi donne dell’area cristiana dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze

contro le donne (Oivd) insieme alle donne della Federazione delle donne evangeliche in Italia (Fdei), convinte che la vocazione pastorale provenga innanzitutto da una chiamata divina che agisce senza fare alcuna distinzione di genere, come il Vangelo più volte ha testimoniato, sosteniamo con convinzione la candidatura di Anne Soupa alla carica di arcivescovo di Lione. Ancor di più ci sentiamo chiamate a questo compito come donne dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne poiché esso è stato tenuto a battesimo proprio dalla biblista francese il 14 marzo 2019, a Bologna presso la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII (Fscire), in occasione della formale apposizione delle firme. Anne Soupa venne appositamente da Parigi per presenziare a quell’appuntamento e non dimenticheremo mai le entusiastiche parole di augurio alla neonata nostra associazione». (Dal comunicato dell’Osservatorio contro la violenza sulle donne) Vergogna mondiale. Sono circa 80 milioni le persone; che hanno dovuto lasciare la loro casa per sottrarsi alla violenza o alla persecuzione. Il recente rapporto dell’Alto commissario per i rifugiati stima siano 79,5 milioni le persone rifugiati alla fine del 2019, come richiedenti d’asilo o persone sradicate dal loro paese e con sempre meno prospettive di tornare nelle loro regioni di origine. L’uno per cento della popolazione mondiale non può tornare a casa a causa di guerre o di persecuzione o altre forme di violenza. L’aumento prosegue dal 2012: dieci anni fa i rifugiati erano 40 milioni. Attualmente 45,7 milioni sono fuggiti verso altre regioni del loro paese, 26 milioni sono rifugiati fuori del paese d’origine, 4,2 milioni sono richiedenti d’asilo; i rifugiati venezuelani (3,6 milioni) sono calcolati a parte. Persecuzioni in India. Nel rapporto 2020 della Commissione statunitense sulla libertà religiosa nel mondo l’India è stata posta nella categoria dei «paesi particolarmente preoccupanti», assieme alla Corea del Nord e La Cina. Particolarmente lesiva della libertà è la legge che non riconosce ai musulmani la cittadinanza nazionale. Violenze in Brasile. La Commissione pastorale della terra, organismo della Conferenza dei vescovi del Brasile, ha pubblicato il rapporto 2019 sulle violenze in campo rurale, denuncian-


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do che gli assassini sono stati 32 e le minacce di morte ben 201, un numero massimo da un decennio. Anche i conflitti legati alla terra sono in aumento, da quando è arrivato al potere il presidente Bolsonaro, che gode dell’appoggio della Bancada Ruralista, organizzazione che promuove gli interessi degli agrari. Gioventù agnostica. La generazione post-cristiana inquieta e mobilita le Chiese. Secondo uno studio effettuato nell’autunno del 2018 dalla Chiesa evangelica tedesca (EKD), la Chiesa e la fede per i giovani sono in gran parte prive di significato. Anche se il 61% di essi appartiene a una delle grandi Chiese, solo il 19% si definisce religioso. A loro parere, le cose più importanti sono sé stessi, la famiglia, gli amici e i colleghi. Dio o la comunità ecclesiale hanno ancora un ruolo soltanto per circa il 5%. I risultati dello studio sono stati presentati al sinodo dell’EKD nel novembre 2019 a Würzburg. Gerhard Wegner, capo dell’istituto di ricerca che ha effettuato lo studio, ha così commentato i risultati: «Abbiamo l’impressione di avere a che fare con una generazione postcristiana che vive una vita indipendente e felice anche senza la Chiesa. È una generazione che ha rotto quasi tutti i ponti con la Chiesa e che non attribuisce ad essa alcun importante ruolo sociale: la Chiesa deve perciò rendersi conto che i giovani adulti non si aspettano più niente da lei». Di fronte a una situazione così impressionante, nel sinodo di Würzburg sono state avanzate alcune idee per

cronaca internazionale

cercare di modernizzare la Chiesa. In sintesi: la Chiesa deve rafforzare il suo messaggio nel campo digitale; ha bisogno di nuovi luoghi per la comunità e deve trasmettere il suo messaggio in un linguaggio comprensibile ai giovani; anche la musica deve adeguarsi al loro gusto; infine occorre che gli organismi direttivi della Chiesa offrano più spazio alla loro partecipazione attiva. (Vedi il seguito dell’articolo www.settimananews.it/ecumenismo-dialoao/ ekd-domenica-addio). Vescovo ecumenico. La Chiesa luterana di Norvegia ha consacrato lo scorso 10 maggio il pastore Olav Fykse Tveit, già segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) di Ginevra, vescovo della diocesi di Nidaros. Egli assume anche la carica di presidente della conferenza episcopale. Nato nel 1960, segretario della CEC dal 2010 al 2020, aveva ricevuto nel giugno 2018 papa Francesco in occasione della sua visita ecumenica a Ginevra. Auguri di lunga vita. L’Amico dei fanciulli, periodico trimestrale dei bambini delle Chiese battiste, metodiste e valdesi edito da Edizioni Protestanti, festeggia un secolo e mezzo di vita. La storia comincia a Firenze nel 1870, negli edifici che all’epoca ospitavano la Claudiana e la Scuola valdese di teologia: fu grazie all’interessamento delle personalità che ruotano intorno a queste due realtà che nacque il giornalino dedicato ai bambini, diffuso non solo delle scuo-

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le domenicali protestanti ma anche in scuole e parrocchie cattoliche. La sua storia, interrotta solo negli anni più bui della seconda guerra mondiale, ne fa oggi il giornalino per bambini più «antico» d’Italia. Cresce la spesa per l’armamento. La spesa militare mondiale nel 2018 ha rappresentato il 2,1% del prodotto interno lordo (Pil) globale, ovvero 214 euro a persona. In particolare, la spesa militare mondiale totale ha stabilito un nuovo record salendo a 1822 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2017. I cinque maggiori paesi, nel 2018, in questa poco positiva graduatoria, sono gli Stati Uniti (649 miliardi di dollari), la Cina (250), l’Arabia Saudita (67,6), l’India (66,5) e la Francia (63,8). Sette dei 15 paesi primi in graduatoria sono membri dell’Organizzazione della Nato: Canada, Francia, Germania, Italia, Turchia (+24% nell’ultimo anno), Regno Unito e Stati Uniti. Insieme, questi sette paesi hanno rappresentato il 48 per cento (880 miliardi di dollari) della spesa militare globale nel 2018. Lotta contro l’ebola. La DSC ha destinato un milione di franchi per sostenere le società nazionali della Croce Rossa nella lotta contro l’epidemia di ebola nella Repubblica democratica del Congo. L’importo donato alla Federazione internazionale delle società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa sarà utilizzato anche per sostenere misure preventive nei Paesi limitrofi.


No. 26323 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Giornaliste premiate. Tre giovani donne hanno ricevuto il Premio Madia 2020 dotato di fr. 1.000 cadauno; si tratta di Christine Costabella per un articolo sul ritorno alle devozioni popolari, pubblicato su «Echo Magazine»; di Anna Riva per un servizio su una infermiera zurighese che aiuta i rifugiati in Tessalonica, pubblicato sul «Corriere del Ticino»; e di Simona Ullmann per un articolo su un settimanale sciaffusano su come donne di altra religione giudicano il Natale cristiano. Il Premio cattolico dei media, attribuito dalla Conferenza dei Vescovi svizzeri, è stato vinto dalla giornalista protestante Gabriella Desarzens per un servizio radiofonico sulla tragica situazione dei rifugiati respinti alla frontiera croata. Primizia ginevrina. Le tre parrocchie dell’Unità pastorale di Salève (Ginevra) sono dal primo settembre 2019 dirette da Hisabelle Hirt, l’unica donna a dirigere un’Unità pastorale nella Svizzera Romanda. Nelle diocesi romande, un po’ più di un terzo degli agenti pastorali della Chiesa cattolica sono donne; tuttavia, anche se parecchie hanno posti di responsabilità a livello diocesano o vicariale, restano nel complesso fortemente in minoranza. Ecumenismo femminile. Il materiale per la Settimana dell’Unità dei cristiani di fine gennaio 2021 è stato preparato dalle diaconesse residenti nella Comunità di Grandcham (Svizzera), che hanno scelto come tema «Rimanete nel mio amore e darete molti frutti». La comunità è composta da cinquanta diaconesse di diverse Chiese e Paesi; i testi della Settimana sono dal 1968 elaborati congiuntamente dal Consiglio ecumenico delle Chiese (protestanti e ortodossi) e dal Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani. Altre candidature. Dopo la autocandidatura di Anna Soupe a vescovo di Lione, sette donne cattoliche hanno deciso di presentarsi per assumere nella Chiesa cattolica i ruoli (servizi!) di vescovo, nunzio, curato, diacono, predicatore. Esse fanno parte dell’associazione «Tutti apostoli» e hanno deciso di proporsi al Nunzio apostolico di Francia il 22 luglio 2020, festa di santa Maria Maddalena, che papa Francesco ha definito «apostolo degli apostoli».

Una donna in più. Papa Francesco, passo dopo passo, continua a far crescere il numero delle donne che occupano posti importanti nella Chiesa. Così ha nominato la suora domenicana Helen Alford, nata a Londra nel 1964 e vicerettore dell’università pontificia di San Tommaso, membro ordinario dell’Accademia pontificia delle scienze sociali, che già comprende altre tre donne. La suora è specialista in etica e autrice di numerose pubblicazioni sulla tecnologia, la dottrina sociale, la responsabilità nelle imprese e nelle tecniche d’impresa. Milioni contro la violenza. La Chiesa evangelica in Germania ha deliberato di investire 3,6 milioni di euro in studi contro la violenza e le molestie sessuali, per una ricerca indipendente che esaminerà cause e aspetti delle violenze nella Chiesa, e per «chiarire quali particolari fattori di rischio esistono nella Chiesa protestante e nella diaconia». Lo studio concernerà non solo i pastori, ma anche gli altri dipendenti e i volontari, affinché «future sofferenze e violenze siano evitate nel miglior modo possibile». Ecumenismo letterario. La Commissione per il dialogo protestante-cattolico della Svizzera ha pubblicato un libro di 120 pagine dedicate ai santi, una questione che divide ancora le due confessioni. Ogni membro della commissione ha redatto un testo su un santo liberamente scelto, constatando che i santi non dividono più le Chiese. La pubblicazione finora è solo in tedesco: che l’ecumenismo abbia difficoltà a superare il Röstigraben e il San Gottardo? Nave ospedale papa Francesco. Da parecchi mesi la nave ospedale «Papa Francesco» naviga sugli affluenti dell’Amazzonia in soccorso delle popolazioni locali, specialmente con materiale medico contro la pandemia, portando «salute e speranza» alle popolazioni lungo il Rio delle Amazzoni. Lunga 32 metri, con 30 membri d’equipaggio, può ospitare fino a 23 medici e presenta diverse infrastrutture specialistiche (sale operatorie, un laboratorio, una farmacia). Per un futuro migliore. Su invito di papa Francesco, il cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale, ha costituito cinque gruppi che, in collaborazione con gli altri dicasteri della Curia, rifletteranno sulle sfide socioeconomiche e culturali del momento attuale e proporranno linee direttive per il dopo dell’attuale crisi. Per il Papa, non si tratta di «prepararsi al futuro», ma di «preparare il futuro!».

Anche una pentecostale. Il Segretariato per le Attività Ecumeniche (SAE), fondato da Maria Vingiani, comprende fin dall’inizio nel 1965 anche un gruppo teologico che assiste il SAE nella sua attività, unica forse al mondo, e produce importanti documenti a carattere ecumenico. Fin qui comprendeva una dozzina di teologi ortodossi, cattolici, protestanti; nella seduta del 2 giugno scorso ha accolto come membro una cristiana pentecostale, Maria Paola Rimoldi, un «uccello raro» secondo Paolo Ricca, perché appartenente a una Chiesa non particolarmente ecumenica.

Abolita la pena di morte. Il governo sudanese ha annunciato lo scorso luglio di aver abolito la pena di morte per apostasia dall’Islam, pena che era stata introdotta dal dittatore Omar el-Béchir in applicazione alla charia, un’interpretazione tradizionale del diritto musulmano. Si tratta di un passo significativo per garantire la libertà di religione e la parità tra i cittadini.

Più donne, ma... Le donne pastore sono attualmente per la prima volta in maggioranza nella Chiesa luterana di Svezia, cioè 1.533 su 3.060 ministri di culto. Le donne rappresentano circa il 70% degli studenti in teologia, per cui la maggioranza femminile aumenterà. Le prime tre donne consacrate risalgono al 1960 e oggi alla guida della Chiesa c’è l’arcivescova Antje Jackelén. Ma il divario di genere resta nella retribuzione: i pastori maschi guadagnano in media 2.200 corone in più rispetto alle pastore, e i posti di comando rimangono per lo più ai maschi.

Per ricordare papa Luciani. È stata istituita una Fondazione vaticana, dedicata a Giovanni Paolo I, per fare conoscere il pensiero e l’insegnamento del pontefice passato alla storia come «il Papa del sorriso». Eletto il 26 agosto 1978, occupò la carica per soli 33 giorni; aveva partecipato come vescovo al Concilio vaticano II e si era impegnato subito ad applicarlo. La fondazione è presieduta dal cardinale Pietro Parolini, segretario di Stato, che ha indicato papa Luciani come «un pastore vicino al popolo, centrato sull’essenziale della fede e dotato di una straordinaria sensibilità sociale».


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i corsivi di dialoghi

i corsivi di dialoghi Una pandemia che tratta in modo diseguale donne e uomini Quando si è cercato di commentare positivamente il distanziamento sociale e il lavoro da casa facendo notare che William Shakespeare e Isaac Newton hanno scritto alcune delle loro migliori opere mentre l’Inghilterra era devastata dalla peste, si sarebbe dovuto rispondere che nessuno dei due aveva responsabilità nella cura dei figli. Per chi assume responsabilità di cura è improbabile che un’epidemia gli lasci il tempo di scrivere King Lear o di sviluppare la teoria dell’ottica. Una pandemia ingigantisce tutte le disuguaglianze esistenti. Lavorare da casa per chi esercita una professione d’ufficio è abbastanza semplice; i dipendenti con stipendi e benefit saranno meglio protetti; l’autoisolamento è meno difficile da sopportare in una casa spaziosa rispetto a un appartamento angusto. Ma uno degli effetti più eclatanti del coronavirus sarà quello di rimandare molte coppie agli anni Cinquanta. In tutto il mondo, l’indipendenza delle donne sarà una vittima silenziosa della pandemia. Come malattia il coronavirus sembra colpire le donne in modo meno grave. Ma non si tratta solo di danni alla salute, stiamo vivendo anche una crisi economica. Poiché gran parte della vita normale è stata sospesa per mesi, la perdita di posti di lavoro è inevitabile. Allo stesso tempo, la chiusura delle scuole e l’isolamento delle famiglie hanno spostato il lavoro di cura dei bambini dalle strutture professionali – asili nido, scuole, babysitter – alle famiglie che non vengono indennizzate per il servizio che forniscono. Il coronavirus ha fatto saltare il calcolo che molte coppie a doppio reddito fanno nel mondo industrializzato: possiamo lavorare entrambi, perché qualcun altro si prende cura dei nostri figli. Le coppie hanno dovuto invece decidere chi dei due dovesse assumere questo compito. Nella maggior parte dei casi è toccato alla donna. Questa pandemia riporta a esperienze passate: la crisi dell’ebola in tre Paesi africani nel 2014, la Zika nel

2015/16 e le recenti epidemie di SARS, influenza suina e influenza aviaria. È stato appurato che esse hanno avuto effetti profondi e duraturi sull’uguaglianza di genere. Il reddito di tutti è stato colpito dall’epidemia di ebola in Africa occidentale, ma quello degli uomini è tornato al livello che avevano prima più velocemente di quello delle donne. Gli effetti distorsivi di un’epidemia possono durare anni. Ai tempi dell’epidemia di ebola sono diminuiti i tassi di vaccinazione infantile. Più tardi, quando questi bambini hanno contratto malattie che sarebbero state prevenibili, le madri hanno dovuto assentarsi dal lavoro per occuparsi della loro salute. La chiusura delle scuole ha pregiudicato le possibilità delle ragazze perché molte di loro non ci sono più ritornate. Più donne sono morte durante il parto perché le risorse erano dirottate altrove. Il caso più eclatante è quello della Sierra Leone, uno dei Paesi più colpiti dall’ebola: dal 2013 al 2016, durante l’epidemia, sono morte più donne per complicazioni ostetriche che per la malattia stessa. La crisi del coronavirus sarà globale e duratura, economica e medica. Tuttavia, offre anche un’opportunità. Potrebbe essere la prima epidemia in cui le differenze di genere e di sesso vengono registrate e prese in considerazione dai ricercatori e dai responsabili politici. Per troppo tempo la politica e l’economia hanno contato sul fatto che le cure a bambini, malati e anziani sono assunte a costo zero dalle donne. Questa pandemia ci ricorda la vera portata di tale distorsione. (d.l.)

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In questo numero Alle radici della comunità cristiana Convegno di studi 21.11.2020

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I corsivi di Dialoghi G IL POPOLO HA DECISO (a.l.) 2 G UNA PANDEMIA DISEGUALE (d.l.) 24 Articoli G IL CORONAVIRUS RISVEGLIA DENTRO DI NOI L’UMANO (L. Boff) 3 G PANDEMIA IN LIBRERIA (a.b.) 4 G L’AFRICA TEME DI PIÙ  LA RECESSIONE 6 G IL «DE AMICITIA»  DI PAPA FRANCESCO (A. Grillo) 7 G IL MASSACRO DI VALTELLINA  (P. Tognina) 9 G MULTINAZIONALI RESPONSABILI  (D. Lepori) 10 G «DON OLIVIERO»: NOVANT’ANNI (Dialoghi) 12 G PER RICORDARE DON ALESSANDRO PRONZATO (E.M.) 12 G BIBLIOTECA: CATTOLICI  E FASCISMO (E.M.) 13 G ORFANO DELLA PROPRIA  IDENTITÀ (P.T.) 14 G ARMIDO RIZZI IN MEMORIAM  (A. Bondolfi) 15 G DIETRICH BONHOEFFER,  TEOLOGO E MARTIRE 15 G ADDIO A GIORGIO BOUCHARD 16 G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIE BELLE E BUONE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch

L’ambiente si colora di rosa. Dal 1° settembre 2020 alla testa dell’Ufficio federale per l’ambiente c’è una donna: Katrin Schneeberger. La bernese di 53 anni lascia la carica di vice direttrice dell’Ufficio federale per le strade per cui ha lavorato sin dal 2012 e affrontato progetti di grande complessità. Nella sua nuova funzione potrà far fruttare l’esperienza accumulata nel trovare buoni compromessi tra scienze naturali, politica ed economia.

Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.

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