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266 dialoghi Locarno – Anno 53 – Giugno 2021

di riflessione cristiana TRIMESTRALE

Migrazioni: questione di diritti e di etica

La Chiesa cattolica a un bivio? Pur sparsi un po’ in varie parti del Cantone e fuori di esso, i membri del comitato di redazione di «Dialoghi», sempre un po’ isolati a causa della pandemia, hanno seguito le vicende recenti interne alla Chiesa cattolica con attenzione, partecipazione e mal celata preoccupazione. Tra le varie vicende degne di una reazione e di un commento da parte nostra ne spulciamo solo alcune che proponiamo a chi legge la nostra rivista, affinché ne possa nascere un ulteriore scambio e dialogo. Il momento è particolarmente grave e non si tratta di una semplice coincidenza di episodi tra loro slegati e privi di una logica interna. La crisi istituzionale dura evidentemente da diverso tempo e alcuni momenti forti cui la maggior parte di noi ancora si riferisce, come il Concilio Vaticano II e in Svizzera il Sinodo 72, sembrano

allontanarsi nel tempo e risultare sfocati nelle nostre menti che faticano a ricordare in maniera viva e partecipe. Le recenti dimissioni del cardinal Marx, già presidente dei vescovi tedeschi, e arcivescovo di Monaco, ci hanno colpito soprattutto per i motivi che egli ha voluto rendere pubblici a questo suo gesto forte. Ancora più ci ha colpito la rapida risposta del Papa, che pure egli ha voluto rendere di pubblico dominio. Motivo più che sufficiente per noi di manifestare a chi ci legge alcune nostre considerazioni suscitate dalla lettura di questi due testi (che mettiamo volentieri a disposizione in questo numero, visto che i media nostrani non li hanno ripresi). La comunicazione tra i due vescovi, quello di Monaco e quello di Roma, è connotata da chiarezza per tutti coloro che la osservano attraverso i testi mes-

si subito a disposizione di tutti. Quella legata agli abusi di membri del clero nei confronti di minori non è che la punta di un iceberg molto più ampio e che riguarda molti aspetti della vita ecclesiale. Da qualche anno le istituzioni della Chiesa cattolica hanno fatto uno sforzo per ascoltare intensamente le vittime degli abusi, per collaborare con la giustizia penale dei vari paesi là dove singoli episodi di abuso non erano ancora entrati in prescrizione, ma molto lavoro rimane ancora da fare. Soprattutto si può vedere come sia difficile far capire a un’opinione pubblica che non conosce i meccanismi specifici delle istituzioni della Chiesa cattolica il significato di alcuni cambiamenti assunti in questi ultimi anni. Un esempio concreto e recente illustra ciò che intendiamo affermare.


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La Chiesa cattolica è, tra le varie Chiese cristiane, quella che conosce un sistema giuridico al suo interno estremamente sviluppato e dettagliato. La maggior parte delle norme vigenti è contenuta nel codice di diritto canonico. Questo codice risaliva, fino al tempo del Concilio Vaticano II, al 1917. Una revisione che voleva tener conto della visione di Chiesa risalente a questo concilio fu pubblicata solo nel 1983, sotto l’impulso di papa Giovanni Paolo II. Ora papa Francesco ha voluto che la parte di questo codice che prevede sanzioni per vari comportamenti, come, ad esempio, quelli legati ai rapporti sessuali di chierici nei confronti di minori, fosse riformulata. Poco tempo fa è stata resa di pubblico dominio una versione che prevede sanzioni più severe per simili delitti. Al contempo però i canonisti che hanno formulato queste nuove normative si sono sbizzarriti a proporne altre per altri tipi di «crimini». Ha fatto impressione (si fa per dire…) la minaccia di scomunica per chi osasse ordinare donne al ministero del diaconato o al presbiterato. In altre parole: il Papa è coraggioso e vuole rendere le norme interne alla Chiesa cattolica credibili, mentre alcuni canonisti «sembrano» non accorgersi che è in corso un dibattito interno a tutta la Chiesa cattolica attorno al ruolo delle donne e al loro accesso ai ministeri e pensano di poterlo «moderare» mediante minacce di scomuniche… Una mano non sa cosa fa l’altra e questa impressione lentamente si fa strada non solo tra gli addetti ai lavori teologici, ma anche alla base. Si ha l’impressione che papa Francesco non soffra troppo per la cacofonia diffusa. Egli non manca comunque ogni occasione opportuna per raccomandare a chi lo ascolta un forte impegno nel senso di una sempre maggiore sinodalità partecipando alla vita della Chiesa. Il cardinal Marx l’ha capito subito e bene affermando: «con preoccupazione vedo che negli ultimi mesi si nota una tendenza a escludere le cause e i rischi sistemici o, diciamolo pure, le questioni teologiche fondamentali e a ridurre la rielaborazione a un semplice miglioramento dell’amministrazione». Se avviciniamo il nostro sguardo alla realtà cattolica svizzera, possiamo notare alcuni parallelismi. Fortunatamente il conflitto interno alla diocesi di Coira ha trovato una soluzione molto onorevole ed è stata commentata positivamente sia all’interno del mondo cattolico sia al di fuori di esso. Se si pensa comunque che la nomina di

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Josef Bonnemain è avvenuta bloccando la decisione dei canonici a debolissima maggioranza di non fare una scelta a partire dalla terna proposta dal Papa, sarà necessario per il nuovo vescovo, per esempio rinnovare profondamente la composizione del capitolo dei canonici della cattedrale retica. La conferenza dei vescovi svizzeri ha visto, durante questi ultimi mesi, il pensionamento di vari suoi membri. Dato che ogni membro della conferenza assume di regola l’animazione di un settore di attività, bisognerà aspettare la nomina di alcuni vescovi ausiliari a Coira e Basilea, per poter rimettere in attività questi settori attualmente sguarniti. In altre parole, anche a livello svizzero si manifesta la necessità di mettere in opera un movimento di maggiore sinodalità che non può essere assunto solo dalla conferenza dei vescovi, ma deve implicare tutte le componenti della Chiesa cattolica nel nosto Paese. Durante l’ultimo incontro ad Einsiedeln, i vescovi svizzeri hanno iniziato un dialogo con i rappresentanti degli organismi delle Chiese cantonali. Osiamo sperare che il movimento sinodale venga assunto da tutte le componenti del cattolicesimo svizzero e non sia solo diretto dall’alto. La diocesi ticinese è particolarmente fragile in questo frangente e per varie ragioni. Le barriere linguistiche rendono difficile la comunicazione all’interno di strutture e organismi che operano per la maggior parte in tedesco. I mezzi finanziari della RKZ sono più abbondanti là dove la Chiesa cattolica può affidare l’amministrazione dei beni, che risalgono alle imposte parrocchiali, a organismi cantonali e alla conferenza intercantonale detta RKZ. Nel Ticino, e «Dialoghi» lo ha ricordato costantemente per anni, manca un simile organismo, perché la legge cantonale in materia non lo ha previsto esplicitamente. Molto lavoro ci attende e «Dialoghi» non intende tirarsi indietro, anche se siamo coscienti della necessità di energie nuove, non solo nella nostra rivista, ma in tante organizzazioni, cattoliche e non, nel nostro Cantone. Torneremo in argomento, coscienti che un rinnovamento teologico, istituzionale e spirituale sia urgente e non procrastinabile. Ricordiamo comunque ciò che dice il salmo dei pellegrini: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella». (127,1) Dialoghi

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Ricordo di Hans Küng Ci ha lasciati il 6 aprile scorso e all’età di 93 anni il teologo svizzero Hans Küng. Con quella di Karl Barth la sua opera costituisce il contributo più rilevante della teologia cristiana nel nostro paese durante il ventesimo secolo. La sua vita attraversa le tappe decisive del cattolicesimo durante la seconda metà del secolo scorso, dal Concilio vaticano secondo fino alla lunga e controversa fase postconciliare. Tra le sue numerose opere vorremmo qui ricordare la prima, rielaborazione della sua tesi dottorale conseguita all’Institut catholique di Parigi e dedicata alla dottrina della giustificazione in Karl Barth. Perché ricordarla ora a 50 anni di distanza e meno nota delle sue opere dedicate alla dottrina dell’infallibilità pontificia o all’ethos mondiale? L’opera giovanile attorno alla dottrina della giustificazione nell’interpretazione di Karl Barth mette le basi per un dialogo fecondo e convergente con la teologia protestante e darà i suoi frutti alcuni decenni dopo, mediante la pubblicazione del documento Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione che risale al 1999 e fu firmato dalla Chiesa cattolica e dalla Federazione Luterana mondiale (cfr. www.vaticannews.va/it/ vaticano/news/2021-01/ecumenismo-dottrina-giustificazionecattolici-luterani-chiesa.html). Gli dobbiamo essere tutti grati per aver iniziato la costruzione di questo ponte indispensabile alla comprensione reciproca tra cristiani di diverse Chiese. Il miglior omaggio che possiamo rendere al Nostro consiste nel recepire e trasmettere il messaggio contenuto nel documento che abbiamo appena citato, ancora così poco noto alle nostre latitudini. Dialoghi ricorda con riconoscenza il teologo di Tubinga, sperando che la sua opera venga pienamente riconosciuta e apprezzata, al di là degli steccati di ogni genere. (a.b.)


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Flussi migratori in tutto il mondo Come leggere, legittimare e gestire questa nuova libertà di movimento? Da sempre gli esseri umani si sono mossi nello spazio che li attornia, sia attraverso spostamenti temporanei che definitivi. Una riflessione sul significato di tale fenomeno e sulla sua valutazione in termini morali e giuridici è maggiormente recente anche se è esplicitamente riscontrabile a partire dal tardo medioevo e dalla prima età moderna1. Grandi porzioni di popolazioni si spostano in maniera più o meno forzata, a causa di fenomeni bellici a loro molto vicini e minacciosi, come pure per una serie di altre cause, come la desertificazione di vasti territori, la discriminazione per motivi politici e/o religiosi, o semplicemente a causa dell’impossibilità di poter sopravvivere. Siamo di fronte davvero a un problema nuovo? Un primo interrogativo che spontaneamente si annuncia quando ci si voglia chinare sui fenomeni che possiamo osservare quotidianamente attraverso i media che consumiamo è quello legato ad un preteso carattere di novità del fenomeno stesso. Ci sembra talvolta di vedere per la prima volta navi piene di persone che cercano un porto sicuro dove attraccare ed anche le stazioni televisive ci mostrano scene risalenti alla seconda guerra mondiale ed agli spostamenti massicci ad essa legati, ma non riusciamo a farci un’immagine precisa di quanto sia avvenuto durante i secoli più lontani e non abbiamo un’idea precisa di quanto sia già stato riflettuto sulla legittimità morale e giuridica della mobilità di massa a quei tempi. Alcuni dibattiti avvenuti durante il sedicesimo secolo in Europa manifestano alcune analogie con la situazione che possiamo osservare sotto i nostri occhi oggi. La storiografia più recente, ispirata in gran parte a quanto già esplorato dalla scuola degli Annales, ha superato le interpretazioni che la ricerca prece1. Riprendo qui, abbreviandolo e rivedendolo, un testo apparso nel volume collettaneo Saggezza e altre questioni di filosofia, curato da Marcello Ostinelli ed edito da Carocci nel 2019 (pp. 119-129).

dente dava per certe. Fino agli anni ’60 del secolo scorso si tendeva, almeno tra storici di varia estrazione confessionale, a vedere nelle posizioni dei teologi aderenti alla Riforma protestante una tendenza «progressista», poiché tali posizioni avrebbero sottolineato la competenza delle città-stato nella gestione della mobilità delle classi di Alberto Bondolfi

più povere, mentre i rappresentanti della Chiesa medievale avrebbero continuato a difendere il monopolio degli ordini religiosi nell’aiuto a tutte le popolazioni marginali. I dibattiti attorno al miglior modo di gestire il destino delle popolazioni più povere annoveravano tra i loro temi principali anche quello legato alla mobilità di queste popolazioni e peroravano la causa di una loro collocazione con fissa dimora nelle città della loro prima provenienza. Si potrebbe parlare, con evidente misconoscimento delle diversità di contesto, di un tentativo di formulare una specie di «accordo di Dublino» ante litteram. Autori come Vivés o Thomas More, tra gli umanisti, o Juan de Robles tra i teologi, propongono una «linea dura» nei confronti dei vagabondi poveri e chiedono alle amministrazioni delle varie città di far rientrare queste persone al loro domicilio di origine evitando così ogni forma di mobilità legata alla necessità di poter ricevere elemosine nei vari luoghi in cui esse si spostano. Si possono rilevare elementi di analogia con situazioni contemporanee a vari livelli di lettura dei fenomeni. Sul piano dei fenomeni sociali sono vistose le somiglianze tra processi di marginalizzazione nella prima modernità e oggi. Fenomeni come, per esempio, la disoccupazione o il vagabondaggio sono, malgrado molteplici differenze, comuni a entrambi i secoli. Lo stesso vale anche per le misure sociopolitiche che vengono prese in considerazione per superare questi fenomeni. Qui i paralleli sono sorprendenti. Si pensi per esempio all’esigenza che i poveri rientrino nei loro rispettivi Paesi d’origine, o all’accentuazione della necessità di istituzioni

chiuse a determinati raggruppamenti. Meno vistosi sono eventuali parallelismi nei discorsi teorici. La differenziazione tra categorie e l’obsolescenza di quelle sull’elemosina permettono a stento di trovare somiglianze. Malgrado ciò, è comune la tendenza a voler legittimare controlli e repressioni nei confronti degli emarginati. Ci si può chiedere quale ruolo abbia espresso la riflessione filosofica e teologica rispetto a questi fenomeni e rispetto a queste pratiche nei confronti delle popolazioni fragili e marginali. A dire il vero il solo elemento che si può riscontrare nella letteratura filosofica del Cinquecento è un constante richiamo all’autorità di Aristotele per vedere confermata una tesi dell’inferiorità strutturale delle popolazioni «scoperte» attraverso i viaggi oltre Oceano. Alcuni filosofi tenderanno a vedere nelle popolazioni indigene solo dei «servi ex natura», mentre alcuni giuristi ed i teologi della cosiddetta scuola di Salamanca le considereranno come «veri domini», cioè veri cittadini da trattare su piede di uguaglianza. Verso una classificazione di varie sfide Se nello scenario del Cinquecento, qui sommariamente solo schizzato, si sussumeva sotto la categoria di «povero» una serie di persone dalle caratteristiche tra loro alquanto diverse, al momento presente si può osservare un intento classificatorio molto spiccato. L’intento classificatorio nasconde infatti una volontà di distinzione tra persone che possono rivendicare un diritto all’accoglienza nei territori di arrivo e persone che invece andranno rimandate in quelle regioni da cui hanno iniziato la loro fuga. La classificazione sembra dunque essere al servizio di una prassi di reazione al fenomeno della fuga di massa. Il diritto internazionale, a partire dall’esperienza traumatica degli spostamenti di popolazioni intere durante e dopo la seconda guerra mondiale, ha assunto parzialmente la necessità di classificazione, ma formulando perlomeno un principio normativo ritenuto non ulteriormente negoziabile e cioè il principio di «non refoulement».


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Se questo principio non è più stato messo in discussione nei dibattiti e nelle decisioni ufficiali di diritto internazionale, esso è comunque disatteso nelle pratiche quotidiane degli ultimi anni. Chi comunque, in base alla convenzione di Ginevra, ottiene lo statuto di profugo, facendo valere il fatto di essere stato oggetto di persecuzione per motivi religiosi, politici, o ideologici, vede garantito tale statuto vita natural durante. Di fronte a fenomeni complessi come quelli legati alle fughe collettive di popolazioni da territori afflitti da catastrofi di vario tipo o da guerre, pure di vario tipo, il diritto tenta ora di proporre classificazioni e tipologizzazioni tali da poter dirimere tra i vari candidati allo statuto di profugo. In alcuni Paesi, tra cui anche la Svizzera, si cerca di proporre uno statuto intermediario ad alcune persone «ammesse provvisoriamente», evitando così che lo Stato di accoglienza debba essere responsabile verso queste persone durante tutta la loro vita. Quali scelte etiche per il cittadino? Il singolo cittadino residente nel Paese di accoglienza si pone comunque, di fronte alla complessità dei fenomeni cui inevitabilmente si trova ad assistere e a partecipare, una serie di interrogativi a carattere squisitamente morale. Anche quando l’incontro con le persone in fuga non è diretto, ciascuno di noi si chiede cosa possa o debba fare a corta scadenza. In maniera dapprima alquanto generica e poi più precisa ci domandiamo se ci siano doveri irrinunciabili nei confronti di queste persone e come essi si configurino. Al contempo, penso che pure ciascuno di noi sia attanagliato da reazioni psicologiche alquanto ambivalenti: da una parte è presente in noi una profonda convinzione che ogni persona in difficoltà vada aiutata, in modo che la sua esistenza possa essere considerata come ugualmente meritevole di tutela come la nostra. Subito dopo questa nostra reazione empatica di fronte alla miseria altrui si annuncia comunque anche un’altra attitudine che percepiamo al contempo come urgenza morale. Ci chiediamo quali conseguenze potrebbe comportare ogni nostro gesto di accoglienza e di aiuto. Ci rendiamo conto che non siamo in grado di moltiplicare tali gesti all’infinito e che, se anche fosse il caso, dovremmo mobilitare una grande quantità di energie di ogni tipo,

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coinvolgendo così non soltanto le persone a noi più vicine, come i membri della nostra famiglia, bensì tutta una serie di persone con le quali non intratteniamo rapporti di stretta vicinanza. In altre parole si presenta davanti alla nostra mente e alle nostre emozioni una duplice argomentazione che in etica vien chiamata morale della convinzione e rispettivamente morale della responsabilità (secondo la terminologia proposta da Max Weber) e più recentemente come argomentazione deontologica o teleologica delle norme morali. L’interrogativo morale viene qui comunque messo a tema non tanto per ciascuno di noi come soggetto morale, bensì esaminato come problema per il cittadino. In altre parole, anche quando ci chiediamo cosa possiamo o cosa dobbiamo fare, ce lo chiediamo come membri di una società democraticamente organizzata, seguendo norme comuni accettate e decise all’interno di una procedura democraticamente condivisa. Quando l’interrogativo morale si pone in questo contesto, entra in scena un ulteriore strumento di regolamentazione a cui ciascuno di noi è chiamato a orientarsi. Si tratta dello strumento del diritto e qui, prima ancora di chiederci se dobbiamo o meno adeguarci ai suoi imperativi, diventa evidente la scelta di una prospettiva che si orienta alla considerazione delle conseguenze delle nostre scelte. Questa scelta di campo a favore di argomenti che tengono in debito conto le conseguenze del rispetto di singole norme di diritto non mette fuori gioco il permanere, nelle singole persone che compongono il tessuto sociale, di forti convinzioni morali a carattere deontologico. Guardando comunque a quanto avviene sotto i nostri occhi in Europa, mi chiedo se tali convinzioni siano davvero ancora fortemente condivise oppure se esse siano state rimpiazzate da forme di paura collettiva e da pregiudizi generici nei confronti delle popolazioni che arrivano nei nostri territori. Cerco di evitare tali diagnosi e ancora più di cadere in considerazioni che avvallino la presenza di una «decadenza morale», avvalorando piuttosto una lettura degli sviluppi recenti visti come espressione di una crisi di teoria politica adeguata ai fenomeni che si manifestano sotto i nostri occhi. In altre parole, penso che siamo di fronte a una incapacità diffusa di pensare lo Stato e il convivere politico a livello planetario e mondiale in modo tale da poter assumere fenomeni come quello

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delle migrazioni globali come una sfida a lungo termine produttiva nel voler pensare in modo nuovo la sovranità. Lo spostamento forzato di intere popolazioni ci spinge a dover pensare in modo nuovo la realtà delle frontiere e la sovranità degli Stati nazionali. Quali filosofie politiche all’altezza dei fenomeni migratori di massa? Si può attaccare il problema a partire da una teoria politica che dà il primato della sovranità agli Stati nazionali e riduce i doveri che quest’ultimi hanno nei confronti di popolazioni esterne allo Stato nazionale stesso al solo rispetto di contratti bilaterali ottenuti con essi mediante accordi diplomatici. Una simile visione della collaborazione è evidentemente una caricatura polemica nei confronti di alcuni Stati europei che rifiutano in linea di principio di accettare popolazioni in fuga dal Medio Oriente o dall’Africa. In realtà questi stessi Stati riconoscono, in quanto membri del Consiglio d’Europa e dell’ONU, non solo contratti bilaterali con altri Stati, bensì riconoscono la presenza di diritti fondamentali che valgono per tutte le persone costrette a lasciare il loro territorio di residenza abituale per cause previste in documenti di diritto internazionale, come le convenzioni, e che dunque fanno parte del diritto interno a questi stessi Stati. Questa intersecazione costante tra le norme di diritto nazionale e internazionale non è stata ancora sufficientemente interiorizzata dalle popolazioni europee che tendono a dare il primato al diritto nazionale di fronte alle esigenze espresse da convenzioni internazionali ratificate. Nel nostro Paese questa problematica si rende particolarmente acuta, poiché viviamo in una forma di democrazia diretta entro cui anche il problema del rapporto tra diritto interno e diritto internazionale può essere messo in discussione attraverso decisioni prese mediante il voto popolare dei cittadini residenti. Non è dunque dovuto al caso se un partito come l’UDC chiede a gran voce che, in caso di conflitto tra due normative, il primato venga dato, per principio, alla legislazione interna rispetto agli accordi internazionali già ratificati dal nostro governo. Questo primato vien fatto valere non solo per disposizioni di «basso livello» (come regolamenti od ordinanze) bensì anche per testi fondamentali, come ad esempio la dichiarazione dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa.


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Al di là di queste difficoltà specifiche al contesto elvetico, caratterizzato da una forma particolare di democrazia diretta, rimangono aperti e controversi i fronti di un dibattito costantemente confuso tra sovranisti che enfatizzano il primato del diritto nazionale su quello internazionale e che, attraverso una distinzione sostanziale tra migranti e rifugiati, cercano di minimizzare il numero di quest’ultimi e di criminalizzare quello dei cosiddetti «migranti economici». Quest’ultimi non potrebbero, sempre in questa prospettiva, esigere alcun diritto di residenza, poiché la motivazione della loro fuga sarebbe solo quella di migliorare le condizioni economiche della loro vita. Infine, quando gli argomenti non sembrassero più convincere in maniera sufficiente un’opinione pubblica già alquanto disorientata, si ricorre all’argomento della criminalizzazione indiretta delle persone in fuga affermando (riprendo un’affermazione del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini) che «ci mandano galeotti». Come combattere le contraddizioni più evidenti e come gestire il dubbio morale? Di fronte alla confusione degli argomenti portati in campo e al persistere di dubbi morali in tutti coloro che non sono disposti ad accettare fenomeni come quello dei costanti naufragi in mare di persone in fuga, ci si deve chiedere quale sia la risposta in termini morali se non perfetta, perlomeno minimamente accettabile. Personalmente penso che sia perlomeno giudizioso concentrarsi dapprima sul tentativo di eliminare almeno alcune patenti contraddizioni che caratterizzano le politiche che ci attorniano. Se molte persone che sono arrivate da noi non soddisfano i criteri legati allo statuto di rifugiato, non perdono comunque per questo stesso motivo altri diritti che comunque vanno onorati poiché essi riguardano ogni persona umana in seria difficoltà. Inoltre chi è fuggito dalle proprie terre per trovare una situazione migliore altrove non ha commesso, con la propria fuga, un delitto perseguibile. Vari Stati europei cercano di rendere reale l’espulsione di coloro che non possono ricevere lo statuto di rifugiato e quindi limitano la loro libertà di movimento mediante misure di «detenzione amministrativa». Questa misura si rivela come una vera e propria misconoscenza dei fondamenti di ogni diritto penale moderno e

democratico. Si può legittimare eticamente e politicamente una limitazione della libertà personale in assenza di comprovata colpa a seguito di un processo equo e in cui sono garantite le possibilità di una adeguata difesa? Se il principio del nulla pœna sine lege appare qui ancora minimamente onorato, quello del nulla pœna sina culpa sembra completamente ignorato. In questo contesto già moralmente del tutto inaccettabile diventa persino possibile (la logica del diritto amministrativo non conosce qui le garanzie di quello penale) tenere in detenzione i familiari, minori compresi, fino a una ipotetica espulsione verso il Paese di provenienza di una famiglia intera. Su questo terreno eticamente e politicamente minato la Svizzera ha conosciuto durante questi ultimi anni varie revisioni, segno evidente del disagio che ha toccato anche il legislatore. I dubbi morali legati all’attuale politica nei confronti delle popolazioni in fuga non si fermano comunque a questo solo contesto delle misure amministrative-penali, ma toccano tutta l’attività di esame delle domande dei candidati all’asilo in genere. Quei Pae­si che, attraverso la loro attività di polizia o dei funzionari addetti, non hanno sempre onorato il principio del diritto a un esame individualizzato di ogni domanda, si trovano poi di fronte a nuovi dilemmi cui devono poter dare una risposta accettabile. Anche la Svizzera potrebbe trovarsi di fronte a simili dilemmi quando i suoi funzionari dovessero o volessero solo orientarsi al criterio di un obbligo di espellere persone verso Paesi considerati come «diventati sicuri». Così si potrebbero riscontrare casi in cui quando, a seguito di un esame rimasto troppo generico, si rimanda al Paese di partenza una persona che avrebbe avuto il diritto a veder riconosciuto il diritto di asilo. Al contrario, un esame non sufficientemente diligente potrebbe portare anche a decisioni caratterizzate da approvazioni frettolose di candidati che non avrebbero diritto allo statuto di rifugiato. Queste situazioni danno luogo a ulteriori interrogativi che caratterizzano la letteratura giuridica che esamina la casistica maggiormente complessa. Gli specialisti di questo ambito del diritto si chiedono ad esempio se possa valere per analogia il principio «in dubio pro candidato» o se tale principio debba valere solo in ambito penale. Un altro interrogativo preoccupa gli stessi specialisti: come si dovrebbe gestire l’alternativa tra esattezza e velocità

delle procedure? Al momento, almeno in Svizzera, si è cercato di dare il primato alla velocità delle procedure, ma l’interrogativo rimane comunque ancora aperto. Postilla teologica Concludendo queste sommarie considerazioni attorno ai quesiti morali che i grandi spostamenti di popolazioni provocano nelle nostre menti e nelle nostre coscienze, mi permetto di evocare anche alcune grandi metafore che occupano il nostro immaginario. Scavando nelle nostre memorie personali e familiari, entrambi in gran parte rimosse, si potrà costatare che molti di noi hanno, dietro le proprie storie familiari, esperienze di esilio, di migrazione più o meno forzata o persino di potenziali persecuzioni mancate. Qualora lasciassimo risorgere coscientemente tali memorie, potremmo imparare a identificarci, almeno parzialmente, con il destino di molte popolazioni di oggi che sono in fuga dal loro Paese di origine. In altre parole, uno scavo anche superficiale nelle nostre memorie non ci condanna a una forma di rassegnazione o di indifferenza di fronte a ciò che ci circonda quotidianamente, ma ci sprona piuttosto a un impegno fattivo. Le fughe collettive del passato sono diventate metafore fondamentali dell’esperienza religiosa lungo i secoli che ci hanno preceduto. Quella dell’esodo del popolo di Israele dall’Egitto è forse quella che ha marcato maggiormente l’occidente giudaico-cristiano. Essa dovrebbe essere presente anche alla nostra memoria, sia che noi ci definiamo come credenti o meno. Questa metafora è diventata infatti un punto di riferimento per tutta la storia politica premoderna e moderna. La nostra generazione comunque ha la memoria corta e, anche quando da noi talvolta puntiamo il dito su popoli e nazioni a noi vicini per criticare la loro politica migratoria, non ci rendiamo conto di essere noi stessi i discendenti di antenati che sono arrivati da noi in fuga da situazioni ritenute insopportabili. I perseguitati di ieri, con il tempo che passa, possono trasformarsi se non in persecutori, perlomeno talvolta in indifferenti o in cinici. Quella dell’indifferenza è la tentazione più insidiosa che attanaglia tutti noi. Cerchiamo di uscirne al più presto con uno sforzo sia teorico che pratico, affinché l’affermazione della dignità e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani non rimanga una formula vuota.


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Attorno a un quaderno di Coscienza svizzera su Città Ticino1

Un nuovo mantra cantonticinese o un’idea che ha bisogno di cultura? La Città Ticino: un nuovo mantra cantonticinese, ripetuto nelle belle occasioni, o l’espressione-valigia, con tutto e niente, che accompagna l’incantatore nelle fiere politiche? In chi, per mestiere o per anagrafe, è abituato alle tante parole mantriche o alle tante valigie vuote che hanno accompagnato la storia politica-economica del Ticino, lo scetticismo affiora. Economia a rimorchio (l’espressione forse più veritiera), programmazione economica (sepolta sotto quattrocento pagine) pianificazione del territorio e urbanizzazione (un infinito torcicollo), Silicon Valley della Svizzera (la migliore iperbole), cluster industriali (fioritura di imprese interconnesse; oggi si sostiene che «la diminuzione dei tempi di percorrenza tra un luogo e l’altro non solo darà vita alla “Città Ticino”, ma anche a un “cluster Ticino”, basta uno»); Ticino-ponte tra Zurigo e Milano; comunità-competitiva con autostrade del rilancio competitivo (Libro Bianco che nel 1997 raffigurava il Ticino 2015, arrivatovi come prima), balivi bernesi (anche quelli, che tolgono, rovinano, flirtano con la nefasta Europa, un rosario delle proprie carenze), «governance» (importata con la nuova managerialità e subito divenuta prospettiva di «un’autorità di governo, effettivamente in grado di gestire la direzione politica e amministrativa dello stato»), valore aggiunto (tutti a giurare che occorre incrementare il valore dei beni e servizi prodotti, con più tecnologia per meno frontalieri). Una valigia strapiena Città Ticino, quindi. Sarà diverso? Che cosa si intende con quest’altra espressione, com’è nata, su che cosa si fonda o si costruisce, che cosa prospetta? Cerca di rispondervi un denso Quaderno di Coscienza svizzera: «Pensare e costruire la Città Ticino» (a cura di Claudio Ferrata e Orazio Martinetti). Nel sottotitolo («Riflessioni su un territorio in trasformazione») appare il vero protagonista o l’imputato: il territorio ticinese, «prodotto di una coevoluzione di lunga durata tra un ambiente e una comunità, di un lungo percorso legato allo sviluppo politi-

co ed economico della regione e alla sua infrastrutturazione (bonifica del Piano di Magadino, strade cantonali, ferrovia del Gottardo, impianti idroeletttrici, autostrada, AlpTransit ecc.), ma anche a processi aggregativi che hanno coinvolto alcuni tra i maggiori centri, a idee e progetti architettonici e a un mercato immobiliare particolarmente attivo». di Silvano Toppi

Due attestazioni, tra passato e futuro, appaiono subito nella introduzione e bisogna tenerne conto. La prima dice che siamo in crisi. Si ricorre allora alla medicina ippocratica per rassicurarci (o, più oltre, all’ormai immancabile Noah Harari, diventato il manitù di alcuni politici ticinesi che leggono i bestseller). Crisi è un termine ambivalente: comporta rischi (la malattia), ma anche nuove soluzioni e nuove visioni. Purché le risposte non siano regressive, ma virtuose. Saranno virtuose quelle della Città Ticino che «deve permetterci di pensare il futuro?». La seconda è una retrospettiva sulle rovine. Si enumera quindi: occorre sanare gli errori compiuti negli anni del boom economico, rivedere i piani regolatori sovradimensionati, poco attenti alla dimensione paesaggistica ed ecologica, prestare attenzione alle qualità dell’ambiente costruito, riportare sulla scena ciò che si è dimenticato o marginalizzato (politica regionale e delle regioni di montagna). Una valigia strapiena, dunque. Forse valeva la pena di riprendere ancora Ippocrate e la sua «vis medicatrix naturae» (o forza curatrice naturale) per rammentarci che il suo metodo, a quanto pare, non servirà per risolvere la crisi perché occorrerà amputare molto e andare controcultura per riuscire a sanare. Quanto a dire subito – non lo si dice, lo si intuisce – che non siamo di fronte a un problema «fisico» o di sottostrutture. Siamo di fronte a un immenso problema «culturale» (in senso antropologico del termine). Protagonisti veri sono il tempo e la cultura.

Da Piazza del Duomo sino al San Gottardo Non è quindi casuale, ma logico o inevitabile, che prima ancora di avere una definizione, la Città Ticino diventi «laboratorio» (Claudio Ferrata). Scartiamo innanzitutto l’idea nostra di città. Da tempo la città è uscita dai propri confini tradizionali e «si è trasformata in una nebulosa dalla forma indistinta». Ci sono altri modi di vederla: città-territorio, città infinita, città diffusa, sino ai più complicati «metàpoli» o «terzo stato del territorio». Tutto questo bailamme di neologismi parla, in sostanza, dello sconquasso dell’urbanistica (cioè l’assetto dell’urbe, della città), delle mutate condizioni che hanno portato verso un «graduale sfarinamento dei luoghi», verso una «interruzione di quel rapporto sinergico che esisteva tra paesaggio, luogo e collettività». Siamo quindi ancora alla diagnosi, alla ricerca delle medicine. Al laboratorio, insomma. Che si fa subito «territorio-problema», che esige un impegno politico, civile, conoscenza, controllo, costruzione in rapporto alle esigenze della società. Ed è proprio l’osservazione e quindi la conoscenza del territorio, con il suo sviluppo, in particolar modo nel suburbano e nel periurbano – con le varie infrastrutture create (ferrovia, autostrade, Alptransit), con il fondovalle dove vive il 90 per cento della popolazione e c’è il 95 per cento dei posti di lavoro, con la tipologia predominante della villetta monofamiliare, con i ticinesi che ogni giorno percorrono in media 29 chilometri, perlopiù in automobile, con un Ticino periferico e montano con dinamiche demografiche ed economiche negative – che ha fatto prender corpo all’idea di Città Ticino. Chi ha divulgato quell’idea, l’architetto Aurelio Galfetti, va ben oltre i limiti che ci si poteva immaginare: «Mi piace chiamare la città Ticino, città alpina. Una città che inizia a piazza del 1. AA.VV., Pensare e costruire la Città Ticino. Riflessioni su un territorio in trasformazione, a cura di Claudio Ferrata e Orazio Martinetti, Quaderni di Coscienza svizzera, n. 39, marzo 2021.


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E qui potremmo già fermarci: o ci credi o non ci credi. Se voli alto, con le foto spaziali che danno un’occupazione lineare di territorio (care agli architetti) ti sembra quasi vero. Se rimetti i piedi in terra, a Porza o sul Monte Ceneri, ti assale piuttosto l’angoscia di un territorio divorato e non capisci perché si debba chiamarlo città. Il termine assumerebbe comunque tre significati: forma e organizzazione assunta dal territorio (il cosiddetto «ambiente costruito»), rappresentazione (quella presente nel corpo sociale e nei modelli di pianificazione territoriale), diffusione di una «cultura urbana» (che sarebbe presente – ma dove e come? – nelle pratiche quotidiane dei suoi abitanti). Sembra comunque assai difficile credere e capire, come si sostiene, allo stato reale delle cose (anche in termini di organizzazione territoriale) che si sia ormai imposto un paradigma che affermi la superiorità del principio territoriale su quello funzionale. Che mi sembra dovrebbe significare, in termini concreti: considerare il territorio un bene comune, con i suoi vincoli storici, culturali e anche identitari, prima che un bene privato, oggetto di libero mercato, volgare valore di scambio. Il laboratorio-città non può essere allora solo un problema di «fisicità» da risistemare, di pedine da muovere. È appunto soprattutto un problema di cultura, in senso antropologico e poi istituzionale; è di sostanza e non formale e tanto meno di colmatura economica. Riguarda dunque l’uomo, il suo modo di essere nel territorio, non di possederlo o di escogitarne il miglior metodo redditizio per valorizzarlo e usarlo. Il laboratorio non può essere solo qualcosa di propedeutico, nutrito da architetti e da espertismo, non è qualcosa una volta tanto, è sempre, è la società intera e continua, è partecipazione e maturazione. Gli errori del passato (v. legge urbanistica) dovrebbe averlo insegnato.

progetti per «costruirla». Un capitolo è dedicato al malessere demografico (Ivano Dandrea). Fondamentale. Se a una Città Ticino mancheranno le persone che la animano o perché ne nascono poche e ne muoiono di più o perché quelle che ci sono soprattutto anziane si crea uno squilibrio che mette a repentaglio non solo l’economia (popolazione attiva che cala, sistemi assicurativi e pensionistici in difficoltà crescente, posti di lavoro, minor reddito e benessere), ma la vita sociale stessa. La situazione demografica del Ticino è a dir poco disastrosa e minacciosa. Non addentriamoci nelle cifre. Bastano due dati del 2019 per avere un’estrema significativa sintesi della situazione: il saldo naturale, più morti che nascite (-744); il saldo migratorio, più partenze che entrate (-733, tra internazionale e intercantonale). Alla denatalità, che è fenomeno di lunga data e non recente (come si tende a sostenere) abbiamo rimediato con l’immigrazione, il frontalierato (il cosiddetto «dividendo demografico»). Anche qui si è capovolto tutto: da Cantone di immigrazione il Ticino è diventato cantone di emigrazione, verso l’estero (inversione anche con l’Italia), verso la Svizzera interna (in particolar modo dei giovani). Le previsioni sono ancora più inquietanti. Domanda ovvia: su quali basi demografiche poggia o può costruirsi o rimodellarsi la Città Ticino? Dall’analisi demografica (qui riassunta al massimo) si enucleano due aspetti, rivestiti di paradossalità cantonticinese. L’uno politico, dato dalla visione cortoterminista della politica, che non ha avvertito il problema (l’ha anzi accresciuto, potremmo aggiungere, se si pensa a immigrazione, frontalieri, politica fiscale e insediamenti industriali, politica salariale). L’altro di completa irrazionalità economica e urbanistica con lo squilibrio creatosi tra l’evoluzione demografica e mercato immobiliare, con tassi di sfitto incredibili, perdita economica assurda, spreco di capitale, dequalificazione degli investimenti; con la devastazione del territorio, che è dilapidazione di ricchezza comune e svitalizzazione della «città umana».

Cercansi abitanti con due paradossi

La «poltiglia insediativa» E «ci vuole ben altro»

Il quaderno, a sua volta laboratorio, si occupa di Città Ticino, toccandone aspetti fondamentali che, in parte, mettono in evidenza fragilità esistenti o indicano strategie, modelli, scenari,

Dato per certo che questa Città Ticino esiste, più descritta che definita; dato che come è supposta deve essere raggiustata o reimpostata o ristrutturata, quali strategie, modelli, progetti si

Duomo di Milano e finisce al valico del San Gottardo». Un laboratorio per chi vola alto e basso

avanzano? Due capitoli (Fabio Giacomazzi e Remigio Ratti ma in parte già nel capitolo sulla demografia di Ivano Dandrea) avanzano risposte. Dandrea ritiene che per il Ticino la sfida si gioca (ancora) sul campo dell’immigrazione. In termini di crescita economica, soprattutto (i tre quarti della crescita fino a pochi anni fa erano determinati dagli afflussi dall’estero di nuovi residenti) Occorre quindi rafforzare questo affusso con un «equilibrio qualitativo» tra popolazione e territorio. Insomma, l’immigrazione dev’essere di qualità e non di «basso profilo». Ritornello non tanto originale, cantato in tonalità diverse: come necessità e arricchimento per una parte; come sottile discriminante, che sa di scelta di classe, per un’altra. Tecnico e articolato è il ragionamento di Fabio Giacomazzi. Il quale sostiene però anche, in modo preciso e critico, che «la pianificazione del territorio è chiamata a proporre misure significative e consistenti per governare lo sviluppo territoriale nell’ottica di un progetto forte, che il piano direttore, con il modello della Città Ticino per intanto si limita ad indicare in modo ancora un po’generico». Quanto a dire che siamo ancora ai piedi della scala. E lo dice categoricamente, con una descrizione che val la pena riportare perché fa rimettere i piedi in terra: «non basta fare un buco (galleria del Ceneri) e metterci dentro una rotaia perché si formi una città». «Ci vuol ben altro! Al momento quello che vediamo nelle aree periferiche degli agglomerati – o meglio sarebbe dire dell’agglomerato– della Città Ticino è un coacervo di vecchi nuclei rurali urbanizzati e spesso banalizzati, attorniati da distese di casette monofamiliari con palazzine sparse, capannoni artigianali e industriali, depositi, impianti di trasformazione elettrica, centri scolastici esiliati nella terra di nessuno, fabbriche, centri commerciali, stazioni di servizio, esposizioni d’auto d’occasione, centri di giardinaggio, campi di calcio del football club locale e quant’altro. È un’accozzaglia per la quale in tedesco si usa spesso il termine Siedlungsbrei, ossia “poltiglia insediativa”». Tre critiche forti per un guazzabuglio Giacomazzi sviluppa tre critiche forti, che sono (a noi sembra) il vero punto di partenza, il più concreto e fors’anche il più ippocraticamente doloroso. La prima è al tipo di pianificazione del territorio di comuni (piani regola-


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tori) e cantone (piano direttore, con le sue dichiarazioni di intenti) che manca di concretezza e incisività: se ci si accontenta di questo non avremo mai una vera città. La seconda è di insufficiente scienza e conoscenza: c’è un mutamento radicale del paradigma o della nozione di città (differenziata, eterogenea, discontinua) e della sua stessa rappresentazione (combinazione di sovrapposizioni e di reti strutturanti: mobilità, pendolarismo, energia, telecomunicazioni, approvvigionamento, smaltimento, relazioni economiche e istituzionali). Il saper distinguere, quindi, ciò che è connaturato alle dinamiche della città contemporanea, città-rete, da ciò che è «il bislacco risultato di un’assenza di visione, di progetti, di controllo». La terza è di ignorare, in pratica, il tema dell’identità, un aspetto assente nei «non luoghi» prodotti dall’espansione anarchica di una disordinata e provinciale urbanizzazione degli spazi rurali. Ed ecco quindi proposta una strategia di pianificazione della città-rete, concreta ed incisiva che va dal ripensare i limiti tra le aree insediative e gli spazi liberi, naturali o agricoli; al contenere l’espansione a macchia d’olio delle aree residenziali monofamilari estensive; preservare i villaggi inurbati, con gli spazi di contorno; al ricupero delle aree industriali-artigianali dismesse con strutture urbane qualificate; alla trasformazione delle strade cantonali da stradoni di periferia in nuovi viali urbani, la valorizzazione delle aeree verdi perirubane come boschi, rive laghi ecc. e altri vari interventi di questo genere che potremmo definire «umanizzanti». Va da sé, a mo’ di conclusione che: «bisogna andare a interloquire con i diversi attori pubblici e privati coinvolti, spingerli ad operare e investire nel senso indicato da un progetto e saper anche offrire qualcosa. Deve essere chiaro a tutti che, se si vuole oggi trasformare in città il guazzabuglio insediativo prodottosi negli ultimi decenni, occorre anche metterci molti mezzi finanziari, oltre che capacità politica e risorse operative». Ratti è più che convinto che a mediolungo termine molto si giocherà attorno al concetto di Città Ticino, in particolare per il triangolo Bellinzona, Locarno e Lugano dove risiede ormai metà della popolazione e offre i due terzi dei posti di lavoro. Ha però anche un occhio sulla città polientrica transfrontaliera (triangolo ComoMendrisio (Lugano)-Varese) aggiungendo un tassello in più. Parte anche

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lui da una critica: «peccato che molte delle aspettative di sviluppo territoriale, urbano e ambientale, siano ancora disattese, ostacolate o rinviate per le difficoltà di governanza a più livelli e l’incapacità non solo politica di avere una visione a lungo termine». Ed è anche per questo che la somma delle cinque città ticinesi non fa ancora uno spazio territoriale coerente e coeso, capace di salire di grado nella gerarchia competitiva nazionale e transfrontaliera oppure che l’inserimento del cuneo svizzero e ticinese nell’area di frontiera lombarda rimane tuttora un campo scoperto. Cultura, incubo anticultura e lapide Dall’esposizione di Ratti si potrebbe trarre un’impressione da Araba Fenice: che la Città Ticino ci sia lo si sostiene o lo si pretende, ma che cosa effettivamente sia e dove veramente stia o non risulta o si brancola in ipotesi. Ma è forse anche per questo che quell’esposizione ha tre meriti. Dapprima perché dice come stanno veramente le cose: prevale lo scenario di un Ticino teso a chiudersi in difesa, in un illusorio regionalismo che diventa regressivo se non aperto alle sfide, interne ed esterne, che non possiamo evitare e la cui natura è molteplice e complessa. In secondo luogo perché siamo comunque di fronte a «un banco di prova della politica, prima ancora delle forze della società civile». Qui, in verità, qualche dubbio sorge: con una politica che negli ultimi quarant’anni più che guidare si è fatta guidare dalle pulsioni meno aperte e innovative e spesso retrograde della «società civile», sempre agganciata comunque al carro neoliberista con il quale il mercato e l’affarismo sono divinità che non permettono alternative, è difficile se non proprio improbabile attendersi persino… un banco di prova. È tanto vero che, in terzo luogo, lo stesso Ratti arriva perlomeno ad ammettere una condizione «sine qua non», essenziale, e assai carente nelle analisi stesso del quaderno ed anche altrove (come ho già rilevato): per la necessaria trasformazione (ma non è forse addirittura una rivoluzione?) «serve un cambiamento politico e culturale». Certamente ancora al di là di quello che indica Ratti («che incoraggi l’imprenditorialità e sviluppi, grazie anche a USI e SUPSI, un’economia del sapere, quale nuovo supporto strategico di un Ticino urbano che si potrebbe

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definire come Campus Ticino: un sistema culturale e innovativo, aperto, integrativo, sostenibile e capace di creare quegli spazi di vita che tutti i sindaci sognano per i propri cittadini; spazi pensati e vissuti per incrementare attrattività e capitale territoriale e sociale»). Da questo punto di vista sono importanti e utili le osservazioni e costatazioni che propone il geografo Gian Paolo Torricelli (già al secondo capitolo), pur partendo da due «attualità» (il tunnel di base del Ceneri e le conseguenze del covid-19) con il capitalismo di stato o il capitalismo di piattaforma, con le forme e i motivi di insediamento avvenuti nel Ticino oppure lo spadroneggiare (l’incubo, dice) dei «grandi attori del cemento, dell’immobiliare e del marketing urbano…». L’«anticultura» si è annidata anche lì dentro ed estirpala è opera titanica, soprattutto se la Città Ticino è interpretata in senso prevalentemente territoriale o economico. La malattia del mattone, poi, è malattia cronica ticinese e assieme caposaldo dell’economia. E non è un’altra storia, è la storia. Non è un caso se il sempre attento storico Orazio Martinetti concluda la sua postfazione con questa parole, quasi scritte su lapide: «Eppure sono loro – assieme all’amministrazione statale – i principali attori presenti sul territorio, coloro che ne determinano le sorti nel bene (qualità dell’abitare) e nel male (deturpamento dell’ambiente). Conoscerne gli indirizzi, l’“ideologia”, gli intrecci con i committenti e i finanziatori, sarebbe utile per accrescere nell’opinione pubblica la consapevolezza dei rischi che la “Città Ticino” potrebbe correre in assenza di adeguati correttivi e contropoteri». Che ne pensa il ticinese? O siamo tutti marxiani? Poniamo lì alcuni semplici esempi per arrivare ad una conclusione generale. Il problema demografico ticinese è fondamentalmente culturale. C’è un rapporto netto, quasi legge universale, che dice come un aumento del prodotto interno lordo pro capite corre parallelamente alla diminuzione del tasso di natalità. Non è legge fisica, non é tanto problema politico, è problema «culturale»: il maggior benessere (la ricchezza?) tende a contenere o opporsi ad ogni azione o fatto che può ridurlo, come sarebbe un altro figlio. Puoi sostenere «tecnicamente» che l’immigrazione è un dividendo demografico; prevale però cultural-


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mente e quindi politicamente che l’immigrazione (il frontaliere) è solo «un altro» che disturba e ti guasta la festa o annienta la tua supposta identità urbana o rurale. Oppure domina anche il principio, studiato dai sociologi americani, del «last place aversion», dell’avversione a chi, arrivato dopo, prende il posto che tu avevi lasciato prima (perché un ex-immigrato vota sempre contro gli immigrati o contro l’Europa?). Si può criticare o inveire contro il consumo irrazionale o la deturpazione inarrestabile del territorio, lo si fa ormai da mezzo secolo, dopo essere passati attraverso una legge urbanistica bocciata dal popolo o l’annullamento popolare di

due esemplari parchi naturali, ma se non rivedi la «cultura» della proprietà privata, del bene pubblico, o non sani la malattia del mattone, tra altri cinquant’anni si parlerà della Favela Ticino, da Milano via, e non più della Città Ticino. Se c’è una critica da fare sia a questo nuovo mantra della Città Ticino, sia anche al comunque lodevole sforzo di Coscienza svizzera di farci capire, a mo’ di laboratorio, contenuti, difficoltà, debolezze, progetti, condizioni, è quella di non azzardare, con altrettante analisi e inchieste, un faccia a faccia tra quella idea o «realtà territoriale» e la società civile in cui ci troviamo, la sua «cultura». Scoprire cioè se esiste una

credenza, una correlazione, una sorta di maturazione, una predisposizione culturale-politica all’accettazione, al mutamento, alle amputazioni necessarie, a un minimo di regole comuni costrittive e fors’anche discriminanti per il bene comune e una vita umanamente vissuta. E da lì che bisognerebbe partire per eventualmente costruire. Una volta le trovavano per la vicinanza, la boggia, il patriziato. A meno che ora, marxianamente, siano le sottostrutture (le linee di comunicazione, le reti, le costruzioni) a creare le sovrastrutture (le tradizioni, la cultura, la politica). Con la Città Ticino sembra infatti di essere tornati tutti marxisti. Un altro bel paradosso.

Un percorso di coraggio e determinazione lungo un secolo, che prosegue ancora oggi Cento anni dell’Unione femminile cattolica ticinese (1920-2020) I primi cento anni dell’Unione femminile cattolica ticinese raccontati attraverso i verbali, i giornali, i racconti delle protagoniste di un’associazione finora ignorata dalla storiografia, che ha saputo però coinvolgere decine di migliaia di giovani e di donne influenzando rapporti, comportamenti, costume, educazione, impegno sociale ed ecclesiale nel corso di tutto il Novecento. di Luigi Maffezzoli, prefazione di Corinne Zaugg, con la partecipazione di Daria Pezzoli-Olgiati Collana «L’Officina», formato 17 x 24 cm, 264 pagine con illustrazioni a colori e in bianco e nero, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Aggregazione del Bellinzonese

Nuovi rapporti tra parrocchie e il nuovo Comune La fusione tra i comuni, in atto nel Cantone Ticino, chiede di regolare anche i rapporti tra le parrocchie relative, o con l’assunzione da parte del nuovo comune degli oneri verso le parrocchie (soluzione fin qui praticata) o con una convenzione nuova tra il comune unificato e le diverse parrocchie interessate. Quest’ultima soluzione è stata praticata nella fusione riguardante le parrocchie comprese nella Nuova Bellinzona, giungendo ad una soluzione concordata. Ringraziamo Carlo Donadini che vi ha direttamente contribuito, per aver accettato di informarne i lettori di «Dialoghi». Da parte nostra torneremo in argomento per discutere della necessaria revisione del numero delle parrocchie in Ticino e sul ruolo di un organismo a livello cantonale che permetta una loro necessaria coordinazione. (Red.) Nella fase preparatoria dell’aggregazione sono state considerate anche le realtà parrocchiali, corporazione di diritto pubblico (Art. 8 Legge cantonale sulla Chiesa cattolica) che assolvono anche attività culturali, sociali, educative. Nel corso della procedura di preparazione della nuova città e prima della votazione consultiva, avvenuta nell’ottobre 2015, la commissione di studio aveva ripetutamente dichiarato l’impegno di rispettare gli obblighi convenzionali o consuetudinari assunti e fatti propri dai precedenti Comuni. Il sostegno materiale non sarebbe stato né aumentato, ma nemmeno diminuito. Il 18 ottobre 2015 la popolazione di 13 Comuni ha aderito alla proposta aggregativa e il 2 aprile 2017 sono stati eletti il Municipio e il Consiglio comunale del nuovo Comune e, da quel momento, le Parrocchie si sono trovare confrontate con un nuovo interlocutore istituzionale. Costituita la nuova realtà politica, le 16 Parrocchie del territorio della nuova Città si sono attivate per affinare, formalmente e con spirito rinnovato, le premesse per individuare nuove forme di collaborazione fra le due entità di diritto pubblico. I rispettivi Consigli parrocchiali si sono confrontati a più riprese, con-

sapevoli della delicatezza del tema in questione nel nuovo contesto cittadino. Il compito di condurre le trattative con il Municipio è stato affidato ad un Gruppo di lavoro di tre persone che ha avuto come interlocutore il Sindaco, Mario Branda. di Carlo Donadini*

Le basi di partenza su cui si sono fondate le negoziazioni sono state immediatamente chiarite: il sostegno finanziario sarebbe stato complessivamente immutato rispetto alla situazione precedente assommando le devoluzioni complessive dei precedenti Comuni (CHF 253.000.–), escludendo l’utilizzazione per scopi o attività di culto (congrue parroci, celebrazioni, riti religiosi, ecc…), in considerazione delle legittime sensibilità politiche presenti nelle istanze politiche della città. Stabilito pure il riconoscimento di un’indennità per l’insegnamento della religione nelle scuole elementari come esplicitamente previsto e disciplinato dall’articolo 23 della legge sulla scuola, nonché dalla convenzione del 20 aprile 2017 sull’organizzazione dell’insegnamento religioso e sullo statuto dell’insegnante di religione, stipulata tra il Consiglio di Stato e il Vescovo. È pure stata assicurata la manutenzione ordinaria dei sedimi nelle immediate vicinanze di ogni edificio di culto e sottoscritta la disponibilità a partecipare per opere di restauro e per manutenzione straordinaria degli edifici religiosi. La Convenzione ha una durata di otto anni e può essere disdetta per la scadenza mediante un preavviso di un anno. Il modello distributivo adottato dalle Parrocchie prevede, oltre al riconoscimento ad ogni singola Parrocchia di CHF 1000 per unità didattica, una quota fissa per ogni Parrocchia e una formula matematica ponderata per abitanti per sovvenzionare le attività sociali, culturali, educative e aggregative. Il Municipio, il 22 maggio 2019, ha trasmesso il Messaggio municipale al Consiglio comunale che, il 21 ottobre 2019, ha approvato la Convenzione tra

la Città di Bellinzona con le Parrocchie e la Comunità regionale della Chiesa evangelica riformata operanti sul territorio della città di Bellinzona. Contro la decisione del Consiglio comunale il signor Roberto Griggi ha interposto ricorso al Consiglio di Stato il 21 novembre. Il testo del ricorso era caratterizzato da toni fra l’acido e lo sfottente, cosa assai singolare per lo scritto di un pio cattolico che contesta quindici Consigli parrocchiali! Sostanzialmente si esprimeva contrarietà per l’esclusione delle attività parrocchiali prettamente legate al culto dal contributo cittadino. Non solo, si contestava pure il contributo di CHF 1.000.– per unità didattica ai docenti di educazione religiosa definendolo «un criterio senza senso», «non pertinente», «non rappresentativo» poiché andrebbe a sostegno di un’attività – l’insegnamento confessionale nelle scuole elementari – «marginale» «irrilevante», «di pochissimo peso nell’attività delle Parrocchie». Attività che, a mente del ricorrente, è invece fondata su una diversa gerarchia di importanza, segnatamente sull’esercizio del culto, sulla gestione amministrativa, sulle attività sociali in genere, però connesso all’esercizio di culto. In sintesi il ricorrente, o chi per esso, ha sollevato quattro censure a sostegno delle domande ricorsuali: – sarebbe arbitrario collegare il contributo finanziario alle unità didattiche; – le Parrocchie e il Comune, sottoscrivendo la Convenzione avrebbero travalicato le proprie rispettive competenze per rapporto alla Convenzione 2017 e relativo statuto in ordine all’insegnamento; – ciò con l’esito di esautorare l’autorità ecclesiastica, testualmente «tagliare fuori completamente l’Ordinario e istituendo un modello che si discosta manifestamente dal sistema concordatario», ciò che, appunto, «lederebbe le prerogative dell’Ordinario diocesano»; – il divieto di fare uso del contributo finanziario per le attività propriamente di culto violerebbe l’articolo 15 della Costituzione federale.


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Il Gruppo di lavoro, con il consenso di 15 Parrocchie, ha affidato all’avvocato Stefano Manetti il compito di tutelare le Parrocchie. ln un interessantissimo documento di risposta, egli ha contestato puntualmente le affermazioni del ricorrente. Il 17 marzo, Roberto Griggi firma una replica tramite la quale rinuncia a confrontarsi con le argomentazioni della risposta che si limita a definire «certamente interessanti, ma non attinenti alla fattispecie». Ignorando volutamente che nella risposta sono ampiamente contestate e documentate l’inattendibilità delle censure avanzate in sede di ricorso: di arbitrio nel collegamento del contributo finanziario cittadino alle unità didattiche, l’asserita incompetenza delle Parrocchie di sottoscrivere la Convenzione per aver travalicato prerogative dell’Ordinario, l’asserita illegittimità dell’onere convenzionale di non destinare il contributo alle attività di culto. Il ricorrente si limita a chiedere, in replica, di esperire la testimonianza diretta dell’Ordinario diocesano. Come motivazione indica il suo ruolo di Autorità di vigilanza sulle Parrocchie e la

circostanza che sia stata menzionata più volte nello scambio delle memorie scritte. Nella duplica, l’avvocato Stefano Manetti indica che le Parrocchie ticinesi non soggiacciono alla tutela della Curia diocesana ma hanno una propria autonomia che, per la legge dello Stato, la Parrocchia è e rimane l’elemento primario dell’organizzazione ecclesiastica del nostro Cantone e questo sia per la sua preesistenza rispetto all’attuale Diocesi, sia perché il Comune parrocchiale è modellato, dal profilo organizzativo, sull’esempio di quello politico. Sempre nella risposta, e con uno spirito di condivisione e di apertura, le Parrocchie non si sono opposte all’audizione di Monsignor Vescovo, annotando tuttavia che compete alla controparte soppesare le conseguenze giuridiche, non irrilevanti, di una chiamata in causa della Curia vescovile. Il 15 settembre 2020 si avvera la ritirata. Il signor Griggi cambia il domicilio per trasferirsi nel comune di Dalpe e il 4 novembre 2020 ritira il ricorso. 12 gennaio 2021 la Sezione degli Enti locali, considerato che il contenuto della Convenzione non contrasta con le vi-

genti leggi, ha risolto di approvarla. La Curia vescovile, il 24 febbraio 2021, con la firma di Monsignor Nicola Zanini e di Andrea Cavallini, approva la Convenzione tra le Parrocchie e il Comune di Bellinzona. Il 30 marzo 2021 si è proceduto alla firma della Convenzione. Quali conclusioni si possono trarre da questa contorta vicenda? Prendersela con il signor Griggi per il trambusto, la perdita di tempo e i costi che ha provocato alla Città e alle Parrocchie sarebbe un atteggiamento miope, perché non tiene conto del ruolo che ha avuto la Curia Vescovile in tutta la vicenda, ruolo caratterizzato da una chiara insofferenza per le competenze e l’autonomia delle Parrocchie definita dall’ordinamento giuridico, fin dai tempi della Legge civile-ecclesiastica di Martino Pedrazzini (1886). Per i Consigli parrocchiali, confrontati con tanti problemi e modeste soddisfazioni, questa situazione di certo non aiuta a motivare nuovi membri per assicurare il ricambio di generazioni nell’istituzione.

Un convento per la cultura. Sette anni dopo la partenza dei frati cappuccini, il convento storico di Lugano è stato acquistato da una fondazione creata per farne un centro di cultura e di incontro. Continuerà a ospitare la biblioteca «Salita dei Frati», fondata nel 1976, mettendo a disposizione del pubblico il fondo librario, che è l’unico sopravvissuto all’incameramento cantonale dei conventi, attuato dal governo radicale negli anni 1848-1855. La biblioteca potrà continuare le sue attività come in passato, arricchendo il fondo librario, organizzando conferenze e incontri culturali, pubblicando il periodico «Fogli» e ospitando il «Centro di competenza per il libro antico». Il convento è stato costruito nel 1653, quando i frati si sono trasferiti a Lugano dalla collina di Sorengo; la sala e il deposito della biblioteca sono stati progettati dall’architetto Mario Botta.

Sede sono però pubblicati ancora in italiano e non in latino, ma non è da escludere che un giorno, seguendo la moda anglofona, non si possano leggere in inglese. Meno decifrabili, almeno per il comune fedele e offerente diocesano, sono le tre pagine (cifre e rapporto di revisione) relative al «Resoconto finanziario della Diocesi per il 2019», anche se può suscitare qualche preoccupazione la pagina dedicata al Bilancio che chiude registrando un capitale proprio di circa 9,2 milioni e rotti a fronte di un «Totale passivi» di 58.210.958,61, preciso al centesimo! Né molti aiuti vengono al fedele e offerente dal Rapporto di revisione che, oltretutto non tranquillizza completamente con la frase: «Le nostre verifiche non si sono per contro estese al rilevamento di elementi risultanti da comportamenti fraudolenti» (oibò!): c’è da mettere in allarme qualche solerte magistrato penale, per un altro clamoroso intervento (a vuoto) oltre il Borghetto. Nel numero di maggio, dodici pagine (!) sono dedicate al Risultato delle 12 collette ordinate nel 2020, chiesa per chiesa; risultati molto variati, non solo riflettendo il numero dei partecipanti alle liturgie, ma anche le simpatie dei par-

roci o dei sagrestani. Sarebbe interessante un confronto o una spiegazione in «assenze clamorose» di gruppi di parrocchie da particolari collette. Una bella indagine per conoscere il Ticino «variegato».

Plurilinguismo diocesano. I redattori (ignoti) della Rivista della diocesi di Lugano hanno molta fiducia nel plurilinguismo dei Ticinesi e così offrono pagine non solo in italiano, ma anche in tedesco e in francese (nr. 3/2021, pag. 66-67). I documenti della Santa

* Membro del Gruppo di lavoro

Partecipazione ticinese. I Vescovi svizzeri discutono con la Lega svizzera delle donne cattoliche attorno al tema: «Insieme in cammino per rinnovare la Chiesa». La Rivista della Diocesi di Lugano (gennaio-febbraio 2021) riferisce sul cammino fin qui percorso; pubblica persino una foto di un tavolo di discussione e informa che è stato deciso di «inspessire» (étoffer) il gruppo di lavoro includendo una donna del Ticino e due altre donne della Svizzera romanda. Ma chissà per quale motivo (o disguido), la notizia è pubblicata dalla Rivista in lingua francese, così come le altre notizie (pagine 25-29) provenienti dalla Conferenza dei Vescovi svizzeri. Forse perché in Borghetto si vuol ricordare che il primo vescovo delle terre ticinesi è stato un giurassiano???? Nel frattempo, cath.inf aggiorna sui colloqui vescovi-donne, cui partecipa, finalmente, la presidente dell’Unione femminile ticinese Corinne Zaugg-Maffezzoli.


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Una crisi che esige una riforma Le dimissioni del cardinal Marx e la risposta di Francesco Il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, uno dei collaboratori più stretti di Francesco, aveva scritto al Papa il 21 maggio, offrendogli le proprie dimissioni come «gesto di corresponsabilità della catastrofe dell’abuso sessuale sui minori perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni», fino ad affermare che la Chiesa cattolica «è giunta a un punto morto» e parlare di un «fallimento istituzionale e sistemico». Francesco ha respinto le dimissioni, inviando, a sua volta, una lettera a Marx, ringraziandolo per il «coraggio cristiano che non teme la croce, che non teme di essere umiliato davanti alla tremenda realtà del peccato. […] Tutta la Chiesa è in crisi a causa della vicenda degli abusi». Di conseguenza, «oggi non può fare un passo avanti senza assumere questa crisi». Il cardinale Marx, con un’altra lettera diffusa sul sito dell’arcidiocesi tedesca, «in spirito di obbedienza», ha accettato la decisione del Papa, colpito «dal tono fraterno» e dalla percezione di essere stato compreso nelle sue ragioni, e, quindi, rimarrà al suo posto. Anche Dialoghi crede che le crisi siano salutari e che il tempo del silenzio sia scaduto da un pezzo. Riprendiamo qui le parole del card. Marx e la risposta di Francesco. In data 21.5.2021 ho pregato il Santo Padre di accettare le mie dimissioni da arcivescovo di Monaco e Frisinga e ho lasciato alla sua discrezione la decisione su un mio futuro impiego. Il Papa mi ha ora comunicato che questa lettera potrà essere pubblicata e che potrò continuare a svolgere il mio servizio in qualità di arcivescovo finché egli non avrà preso una decisione in merito. Nel corso degli ultimi mesi ho continuato a riflettere ad eventuali dimis-

sioni, mi sono interrogato e ho cercato di trovare nella preghiera e nel dialogo spirituale, attraverso «il discernimento degli spiriti», la giusta decisione da prendere. In questo gli eventi e le discussioni delle ultime settimane hanno avuto solo un ruolo secondario. Negli ultimi anni mi sono state ripetutamente poste delle domande che mi hanno da allora accompagnato e tormentato. Un giornalista americano durante una conversazione riguardan-

Assumere la realtà e fare un passo avanti Santa Marta, 10 giugno 2021 Caro fratello, prima di tutto grazie per il tuo coraggio. È un coraggio cristiano che non teme la croce, non teme di umiliarsi di fronte alla tremenda realtà del peccato. Così ha fatto il Signore (Fil 2, 5-8). È una grazia che il Signore ti ha dato e vedo che tu la vuoi accettare e custodire perché dia frutto. Grazie. Mi dici che stai attraversando un momento di crisi, e non solo tu, ma anche la Chiesa in Germania lo sta vivendo. Tutta la Chiesa sta in crisi a causa della questione degli abusi; ancora di più, la Chiesa oggi non può compiere un passo avanti senza accettare questa crisi. La politica dello struzzo non porta a niente, e la crisi deve essere accettata a partire dalla nostra fede pasquale. I sociologismi, gli psicologismi, non servono. Accettare la crisi, personale e comunitaria, è l’unico cammino fecondo perché da una crisi non si esce da soli ma in comunità, e inoltre dobbiamo tener conto che da una crisi

si esce o migliori o peggiori, ma mai uguali1. Mi dici che dallo scorso anno stai riflettendo: ti sei messo in cammino, ricercando la volontà di Dio con la decisione di accettarla qualunque essa sia. Sono d’accordo con te nel definire catastrofe la triste storia degli abusi sessuali e il modo di affrontarla che ha adottato la Chiesa fino a poco tempo fa. Rendersi conto di questa ipocrisia nel modo di vivere la fede è una grazia, è un primo passo che dobbiamo compiere. Dobbiamo farci carico della storia, sia personalmente sia comunitariamente. Non si può rimanere 1. C’è il pericolo di non accettare la crisi e di rifugiarsi nei conflitti, atteggiamento che finisce col soffocare e impedire ogni possibile trasformazione. Poiché la crisi possiede un germe di speranza, il conflitto – al contrario – di disperazione; la crisi coinvolge… il conflitto – invece – ci imprigiona e provoca l’atteggiamento asettico di Pilato: «Io sono innocente di questo sangue; pensateci voi» (Mt 27, 24)… che tanto male ci ha fatto e ci fa.

te la crisi degli abusi sessuali all’interno della Chiesa mi chiese: «Eminence, did this change your faith?» (Eminenza, questo ha cambiato la sua fede?). E io risposi: «Yes!». In seguito mi divenne più chiaro ciò che avevo detto. La crisi non riguarda unicamente l’ambito di un necessario miglioramento dell’amministrazione – indubbiamente anche questo – ma ancor più si tratta di una forma rinnovata di Chiesa e di un modo nuovo di vivere e proclamare la fede. Ed io mi sono posto la domanda: cosa significa questo per te personalmente? L’altra domanda mi venne posta, tra l’altro, durante la conferenza stampa della Conferenza Episcopale Tedesca dopo la presentazione dello studio MHG nel settembre 2018: se, alla luce della presentazione dello studio qualche vescovo si fosse assunto delle responsabilità e avesse annunciato le proprie dimissioni. A questa domanda ho risposto con un «no». Anche in questo caso ho avvertito sempre più, in seguito, che questa domanda non può essere semplicemente messa da parte. I processi di rielaborazione richiesti e indifferenti dinanzi a questo crimine. Accettarlo presuppone entrare in crisi. Non tutti vogliono accettare questa realtà, ma è l’unico cammino, perché fare «propositi» di cambiamento di vita senza «mettere la carne sulla brace» non porta a nulla. Le realtà personali, sociali e storiche sono concrete e non devono accettarsi con idee; perché le idee si discutono (ed è bene che sia così), ma la realtà deve essere sempre accettata ed esaminata. È vero che le situazioni storiche devono essere interpretate con l’ermeneutica dell’epoca in cui sono avvenute, ma questo non ci esime dal farcene carico e dall’accettarle come storia del «peccato che ci assedia». Pertanto, a mio giudizio, ogni Vescovo della Chiesa deve accettarlo e domandarsi: che devo fare di fronte a questa catastrofe? Il «mea culpa» davanti a tanti errori storici del passato lo abbiamo fatto più di una volta dinanzi a molte situazioni anche se non abbiamo partecipato di persona a quella congiuntura storica. E questo stesso atteggiamento ci viene chiesto oggi. Ci viene chiesta una riforma, che – in questo caso – non con-


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avviati nelle diverse diocesi a seguito dello studio MHG e successivamente in base ai protocolli d’intesa tra la Conferenza Episcopale Tedesca e l’incaricato indipendente in materia di abusi sessuali sui minori (UBSKM) sono attualmente in corso in diverse diocesi. L’esame dei fascicoli e le indagini in merito a possibili errori ed omissioni avvenuti in passato, così come l’individuazione dei singoli responsabili sono elementi irrinunciabili per la rielaborazione, ma non comprendono l’intero ambito di un rinnovamento globale. Le indagini e le perizie finora disponibili hanno costantemente evidenziato che si tratta anche di ragioni «sistemiche» e di rischi strutturali che devono essere affrontati. Entrambi gli aspetti vanno considerati insieme. Per tale ragione mi sono molto impegnato nel progetto del Percorso Sinodale che riprende e approfondisce teologicamente i punti evidenziati dallo studio MHG ed altri punti identificati. Questo percorso deve continuare! Tuttavia, le domande sopra menzionate restano. Sono prete da 42 anni e vescovo da quasi 25 anni, in quasi 20 dei quali sono stato Ordinario di una grande diocesi ed è ovvio per me che affronterò miei eventuali errori ed omissioni in casi individuali da verificare concretamente durante il mio

mandato, casi che poi dovranno essere esaminati e valutati secondo criteri oggettivi. Tuttavia – così penso – non può bastare l’assunzione di responsabilità limitata soltanto agli errori e alle omissioni, in particolare quelli di natura ecclesiastica e amministrativa, che emergono dalla verifica dei fascicoli. In quanto vescovo ho anche una «responsabilità istituzionale» per le azioni della Chiesa nel suo complesso, anche per i suoi problemi istituzionali e per il suo fallimento nel passato. E non ho io stesso contribuito, attraverso il mio comportamento, a promuovere forme negative di clericalismo e la falsa preoccupazione per la reputazione dell’istituzione Chiesa? Ma soprattutto: lo sguardo sulle vittime di abuso sessuale è sempre stato davvero il leitmotiv centrale? È soltanto dal 2002 e in maniera più coerente dal 2010 che abbiamo davvero adottato questo orientamento. Siamo sulla buona strada, ma siamo ancora ben lontani dalla meta. In questo contesto deve essere vista la creazione della fondazione «Spes et Salus» che dovrà contribuire a mettere al centro le preoccupazioni e i bisogni delle vittime. Con preoccupazione vedo che negli ultimi mesi si nota una tendenza ad escludere le cause e i rischi sistemici o, diciamolo pure, le questioni teologiche fondamentali e a ridurre la rielabo-

razione ad un semplice miglioramento dell’amministrazione. La richiesta di accettare le dimissioni è una mia decisione personale. Con tale richiesta vorrei sottolineare che sono pronto ad assumermi anche personalmente la responsabilità, non soltanto per i miei errori personali, ma anche per l’istituzione Chiesa che da decenni ho contribuito a formare e plasmare. Recentemente è stato affermato: «la rielaborazione deve far male». Questo passo non è facile per me. Mi piace essere prete e vescovo e spero di poter continuare a lavorare anche in futuro per la Chiesa. Il mio servizio per questa Chiesa e per le persone non termina qui. Tuttavia, per il bene di un nuovo e necessario inizio voglio assumermi la corresponsabilità per il passato. Credo che il «punto morto» in cui ci troviamo attualmente possa diventare un «punto di svolta». È questa la mia speranza pasquale e questo è ciò per cui pregherò e lavorerò.

siste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza. E ogni riforma comincia da sé stessi. La riforma nella Chiesa l’hanno fatta uomini e donne che non hanno avuto paura di entrare in crisi e lasciarsi riformare dal Signore. È l’unico cammino, altrimenti non saremo altro che «ideologi di riforme» che non mettono in gioco la propria carne. Il Signore non ha mai accettato di fare «la riforma» (mi si permetta l’espressione) né con il progetto fariseo, né con quello sadduceo o zelota o esseno. Ma l’ha fatta con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne sulla croce. E questo è il cammino, quello che tu, caro fratello, accetti nel presentare la rinuncia. Dici bene nella tua lettera che seppellire il passato non ci porta a nulla. I silenzi, le omissioni, il dare troppo peso al prestigio delle istituzioni conducono solo al fallimento personale e storico, e ci portano a vivere con il peso di «avere scheletri nell’armadio», come recita il detto. È urgente «esaminare» questa realtà

degli abusi e di come ha proceduto la Chiesa, e lasciare che lo Spirito ci conduca al deserto della desolazione, alla croce e alla risurrezione. È il cammino dello Spirito quello che dobbiamo seguire, e il punto di partenza è la confessione umile: ci siamo sbagliati, abbiamo peccato. Non ci salveranno le inchieste né il potere delle istituzioni. Non ci salverà il prestigio della nostra Chiesa che tende a dissimulare i suoi peccati; non ci salverà né il potere del denaro né l’opinione dei media (tante volte siamo troppo dipendenti da questi). Ci salverà la porta dell’Unico che può farlo e confessare la nostra nudità: «Ho peccato», «abbiamo peccato»… e piangere e balbettare come possiamo quell’«allontanati da me che sono un peccatore», eredità che il primo Papa ha lasciato ai Papi e ai Vescovi della Chiesa. E allora sentiremo quella vergogna guaritrice che apre le porte alla compassione e alla tenerezza del Signore che ci è sempre vicino. Come Chiesa dobbiamo chiedere la grazia della vergogna, e che il Signore ci salvi dall’essere la prostituta spudorata di Ezechiele 16.

Mi piace come concludi la lettera: «Continuerò con piacere ad essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò ad impegnarmi a livello pastorale sempre e comunque lo riterrà sensato ed opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come Lei instancabilmente ammonisce». E questa è la mia risposta, caro fratello. Continua quanto ti proponi, ma come Arcivescovo di Monaco e Frisinga. E se ti viene la tentazione di pensare che, nel confermare la tua missione e nel non accettare la tua rinuncia, questo Vescovo di Roma (fratello tuo che ti vuole bene) non ti capisce, pensa a quello che sentì Pietro davanti al Signore quando, a modo suo, gli presentò la rinuncia: «allontanati da me che sono un peccatore», e ascolta la risposta: «Pasci le mie pecorelle». Con affetto fraterno, Francesco

Card. Reinhard Marx Arcivescovo di Monaco e Frisinga Dichiarazione personale relativa alla lettera del 21.5.2021. in «www.erzbistum-muenchen.de» del 4 giugno 2021 (traduzione rivista da: www.finesettimana.org)

da L’Osservatore Romano, Anno CLXI n. 129, giovedì 10 giugno 2021.


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La vicenda di Bose Incapacità di gestire la crisi Qualche eco hanno avuto anche in Ticino i fatti e le polemiche sul gruppo religioso di Bose che ha diversi amici ed estimatori anche tra di noi. Troppo difficile, e anche un po’ penoso, seguire le tappe vertiginosamente accumulatesi della crisi che ha colpito la comunità ecumenica di Bose in Piemonte. All’ingiunzione di lasciare la comunità, contenuta in un documento che aveva l’approvazione di Papa Francesco, il fondatore e priore, Enzo Bianchi, ha opposto dapprima un rifiuto, da ultimo pare aver accettato di trasferirsi. Dove? Le ultime notizie lo danno a Torino, dove potrebbe continuare a vivere insieme con alcuni fratelli che pure hanno deciso di lasciare comunità. Il tempo farà giustizia. Ma è certo penoso constatare come un’impresa meritoria e per tanti versi esemplare, come la Comunità di Bose, abbia dimostrato la sua incapacità di gestire una crisi, dopotutto, prevedibile: nessuno è eterno, neanche i fondatori quando si avvicina il limite d’età. Bianchi era anche uno scrittore riconosciuto, il giornale di Torino «La Stampa» ha pubblicato e pubblica articoli suoi, tutti molto personali ma certamente orientati a un’uscita della Chiesa italiana dalle strettoie in cui si dibatte in attesa di un «sinodo» che metterà a confronto antichi vizi e nuove virtù. Segnaliamo e condividiamo le considerazioni di Giannino Piana. (Red.) Perché un trattamento così disumano? Ho a lungo esitato a scrivere questa lettera sul «caso Bose», perché avrei preferito sottoscrivere un testo collegiale, che coinvolgesse un numero consistente di persone che hanno a lungo frequentato quella significativa (e originale) comunità monastica. Ho fatto qualche tentativo in questa direzione, ma con scarso successo. Mi sono così deciso a intervenire, nel giorno del 78esimo compleanno di Enzo, non per riattizzare la polemica, ma per recare la mia testimonianza. Sono uno dei primi (e più anziani) frequentatori di Bose, che ho seguito fin dall’inizio e da vicino gli sviluppi di un’esperienza ecclesiale che ritengo una delle più esemplari dell’epoca postconciliare. La presenza di donne e uomini, la dimensione ecumenica, l’apertura come ospiti a credenti e non credenti sono altrettanti fattori che hanno fatto di tale esperienza un unicum nell’ambito della vita monastica, non solo italiana. Ho stretto con Enzo un rapporto di amicizia che è venuto consolidandosi nel tempo, anche perché, oltre alla mia presenza diretta a Bose, l’ho frequentato per diversi anni, partecipando alle riunioni bimensili del comitato di redazione della rivista Servitium. Per tutte queste ragioni sono rimasto sconcertato e profondamente addolorato per quanto è avvenuto e sento, di conseguenza, il bisogno di avanzare alcune riserve e di sollevare alcuni interrogativi tanto a proposito degli

interventi vaticani quanto del comportamento della comunità. Mi è parso, anzitutto, incomprensibile che, per risolvere un conflitto interno tra Enzo e l’attuale priore Luciano Manicardi, si sia sentito il bisogno di fare ricorso a Roma, anziché ricercare una composizione, magari con l’aiuto di qualche esterno che facesse da arbitro (sono tanti gli amici autorevoli, monaci e laici, che avrebbero potuto fornire la propria mediazione). Ma ancora più incomprensibile mi è parso il modo con cui la Segreteria di Stato è intervenuta con un decreto inappellabile, che suona come un diktat il quale ci riporta a tempi bui del passato che ritenevo dopo il Concilio, definitivamente superati. E grandi (e gravi) perplessità ha suscitato in me la mancata reazione della comunità nei confronti di tale provvedimento, dando anzi l’impressione di accoglierlo senza alcuna esitazione, con un comportamento che non esito a definire lesivo di quella parresia, che ha sempre costituito un carattere distintivo dell’esperienza di Bose. Molto ci sarebbe poi da dire a proposito dei vari comunicati, che non hanno mai chiarito i motivi del contendere soprattutto nell’ultima fase: alludo a quelli in cui si fa propria la decisione di padre Cencini (difficile dire quale sia stato il suo ruolo, ma da quanto si evince dai provvedimenti adottati non sembra sia stato un ruolo pacificatore) di affidare a Enzo in comodato d’uso la residenza di Cellole. Il tono di quel comunicato (e anche del successivo che rimprovera ad

Enzo di non avere accettato l’offerta capestro) è, a mio avviso, sconcertante. Sembra quasi si sia trattato di una benevola concessione, fatta con sacrificio, quando è risaputo quanto determinante è stato il ruolo di Enzo nella acquisizione e nella trasformazione di quella struttura (come del resto di tutte le altre). Ma, venendo alla situazione odierna di Enzo, considero il trattamento che gli è stato riservato disumano (peraltro in aperto contrasto con le Carte dei diritti umani, non ultima la Convenzione europea, che fa del diritto alla difesa un cardine fondamentale). L’ingiunzione contenuta nel decreto vaticano di lasciare nel giro di pochi giorni Bose, di cui Enzo è stato il fondatore e alla cui crescita ha fornito un contributo assolutamente determinante non può che lasciare stupefatti. Come è possibile chiedere a Enzo (e con lui ad altri due fratelli e a una sorella) dall’oggi al domani l’abbandono della sua creatura, dopo oltre cinquant’anni di permanenza e per di più in una condizione precaria di salute? Meraviglia inoltre l’assenza di reazione alla richiesta vaticana da parte della comunità; anzi – come risulta dalla lettura dei comunicati – con il suo aperto consenso al provvedimento. Il che contraddice lo spirito che ha caratterizzato fin dall’inizio uno dei tratti qualificanti di Bose, cioè l’apertura incondizionata a tutti. Che questo comportamento non sia stato assunto nei confronti del proprio fondatore appare paradossale! Conoscendo Enzo e la sua forte personalità non mi sorprende che possa aver reagito con durezza, anche con qualche intemperanza, ai cambiamenti che con il nuovo priorato andavano sviluppandosi all’interno della comunità, ma questo non può giustificare un atto tanto drastico (e torno a dire disumano) come l’espulsione. Non è forse il perdono e la riconciliazione la via che va percorsa da chi si dichiara cristiano e per di più monaco? Giannino Piana, presbitero novarese già presidente dei moralisti italiani Lettera inviata alla rivista «Rocca» di Assisi e pubblicata da «Il Gallo», Genova, maggio 2021.


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Passaggio virtuale in libreria Rimane molto intensa l’attività delle case editrici, sia nostrane che lontane da noi, malgrado il fatto che le librerie siano rimaste ancora a lungo chiuse durante i mesi più difficili della pandemia. Immaginando quelli che potrebbero essere gli interessi maggiormente rilevanti di coloro che leggono Dialoghi ho operato qui una scelta di titoli recenti, limitandomi a segnalare più che a recensire, i contributi che mi sono sembrati più significativi. In altre parole un invito alla lettura per chi ha avuto, durante le ultime settimane, qualche difficoltà ad andare in libreria. Ora comunque, almeno su questo fronte, sembra di ritornare allo «status quo ante». Sempre abbondante la letteratura che ci invita a riflettere sulla pandemia in corso e soprattutto sulle possibilità ed i limiti del sapere medico che intende contrastarne le conseguenze. Il libro di Daniele Coen, ricercatore presso l’Istituto Negri, propone una luonga meditazione sulle possibilità e i limiti del sapere medico. La recente pandemia mette in evidenza, secondo il nostro Autore, quanto poco sappiamo sulle caratteristiche specifiche di singoli virus, sui meccanismi del loro arrivo negli organismi umani e sulle condizioni che rendono possibile un loro influsso diretto sul comportamento dei nostri organi. Partendo dal racconto di un banale mal di schiena, Coen passa in rivista la quantità di consigli e terapie che i suoi colleghi di ospedale gli hanno suggerito, mette in evidenza i criteri di conoscenza e di verifica che stanno dietro tutti quei suggerimenti e comincia a porsi gli interrogativi che vengono poi esposti nei vari capitoli del libro. L’A. critica radicalmente soprattutto la visione, diffusa sia all’interno che fuori del campo professionale medico, secondo cui la medicina sarebbe una forma di scienza «esatta». Coen con il suo bisturi intellettuale scava ancor più in profondità: non c’è da fidarsi infatti anche della versione soft della tesi precedente ed affermare quindi che l’esperienza ed il cosiddetto «occhio clinico» possano supplire ai limiti della scienza. Si potrebbe pensare che il Nostro perori la causa di un sapere medico del tutto anarchico, privo di referenze e di regole. Al contrario egli scandaglia le varie dimensioni dell’insicurezza presente

nelle diverse funzioni della medicina, dalla analisi dei sintomi risentiti dai pazienti, attraverso il momento della diagnosi ed infine in seno alle proposte terapeutiche ed alle prognosi evocate. Il libro di Coen alterna riflessioni teoriche ad esempi tratti dalla sua pratica quotidiana ed è dunque facilmente leggibile e godibile. Lo consiglio senz’altro a tutti coloro che si pongono molte domande durante questa stagione pandemica. Coen D., L’arte della probabilità. Certezze e incertezze della medicina, Milano, Cortina ed. 2021. *** Passando a temi sociali più generali, segnalo un libro di Michael Sandel, noto filosofo politico degli Stati Uniti, annoverato nella corrente detta «comunitarista», che si oppone al liberalismo rappresentato soprattutto da John Rawls. Sandel si è occupato innanzitutto di teorie della giustizia, proponendo una visione alternativa a quella di Rawls in una sua opera apparsa in italiano già alcuni anni fa. Ora Feltrinelli pubblica in italiano una sua ultima ricerca attorno al criterio del merito nella convivenza sociale. La versione originale del 2020 è così accessibile a noi di lingua italiana in tempi brevi e ciò ci permette di gustarne l’attualità anche alle nostre latitudini e di vederne la pertinenza nei nostri contesti specifici. Sandel prende pure lui lo spunto dalla pandemia in atto (formula le sue considerazioni durante l’ultima fase della presidenza Trump) per affermare che una lotta efficace alla diffusione del virus avrebbe richiesto nella popolazione un senso fortemente interiorizzato di solidarietà tra la cura di sé e la cura degli altri, mediante gesti che esteriormente indicavano apparentemente una direzione contraria e cioè gesti di distanziamento fisico che operano comunque solidarietà verso tutti. Parlare di merito in questo contesto è evidentemente del tutto fuori luogo, ma le mentalità collettive di molte popolazioni erano state inondate dai messaggi che sottolineavano l’importanza del merito per far funzionare le società maggiormente sviluppate. Sandel prende lo spunto dai meccanismi usati per essere am-

messi nelle migliori università americane per mettere in evidenza che anche il criterio del merito è stato completamente stravolto da tentativi di falsare i risultati di ammissione mediante aiuti finanziari dati dai parenti dei candidati alle università stesse. Al di là di queste condotte scandalose però fa capolino anche una debolezza intrinseca al concetto di merito. «Per i giovani è un fardello pesante da portare ed è inoltre corrosivo della sensibilità civica. Perché più pensiamo di esserci fatti da soli e di essere autosufficienti, più diventa difficile imparare la gratitudine e l’umiltà. E senza questi sentimenti, è difficile prendersi cura del bene comune» (p. 34). Non tutte le operazioni di ricostruzione del merito hanno trovato il mio assenso leggendo questo libro. Gli stimoli sono comunque prevalenti e quest’ultima fatica di Sandel «merita» tutta la nostra attenzione. Sandel M.J., La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Milano, Feltrinelli ed. 2021. *** Gli scandali causati dai comportamenti di alcuni prelati operanti nella Curia vaticana hanno attirato l’attenzione anche di vari autori italiani che hanno proposto specifiche analisi, scandagliandone le radici storiche e proponendo inchieste legate al momento presente. L’attenzione si è concentrata sia sugli abusi sessuali su minori che su pratiche economiche legate a varie forme di corruzione. I libri che mi sono venuti tra le mani hanno innanzitutto esplorato il retroterra dei recenti scandali per cercare di interpretare la lunga ritrosia degli organi vaticani nel far piena luce su queste vicende e di sondarne le cause. Lo storico Francesco Benigno ha redatto la prima parte del volume che intende fare il punto sulle attitudini assunte storicamente dalla Chiesa cattolica quando ha intenso giudicare la condotta sessuale di membri del clero nei confronti di minori, soprattutto di sesso maschile. Questa condotta veniva, a partire dall’analisi dei testi canonistici del medioevo, qualificata come «simonia». Il termine metteva in evidenza la gravità morale del comportamento partendo da testi dell’antico Testamento e prevedeva sanzioni di vario tipo, tutte comunque interne al sistema canonico e senza riferimento alla giustizia penale ordinaria del foro secolare e statale. Benigno mette


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in evidenza alcune elementi comuni alla pratica del sacramento della penitenza e alle regole dei tribunali canonici: in entrambi i fori, ben distinti tra loro, vige una regola del segreto estremamente stretta e la minaccia di gravi sanzioni qualora questo segreto fosse rotto da testimonianze esterne. Con il passare dei secoli le regole subirono varie trasformazioni arrivando così fino al periodo di Benedetto XVI e a quello dell’attuale Papa. Soprattutto papa Francesco ha percepito la distinzione tra peccato e delitto e ha aperto la via a sanzioni sia interne all’ordinamento canonico che a quello dei tribunali statali. Questo cambiamento di paradigma è ancora relativamente giovane e Benigno non azzarda ipotesi di sviluppi interni alla Chiesa cattolica, soprattutto a riguardo delle modalità del sacramento della penitenza. Il secondo Autore del libro a due mani, Vincenzo Lavenia, si concentra maggiormente sui tentativi attuali per uscire dalla strettoia in cui si trova attualmente la gouvernance della Chiesa cattolica. Singole conferenze episcopali hanno fatto un grande sforzo in vista di una chiarezza nella gestazione di questo problema, ma alcune mancano parzialmente o persino totalmente all’appello di papa Francesco. Il volume anche se redatto da persone lontane dalla vita interna della Chiesa hanno formulato una ricostruzione storica seria e un’inchiesta sull’attualità dura ma veritiera. Benigno F., Lavenia V., Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Bari, Laterza ed. 2021. *** Il libro di Torchiani si occupa del medesimo problema analizzato da Benigno e Lavenia, ma concentra la propria attenzione sul Novecento e sui decenni che ci hanno preceduto. Le difficoltà che i funzionari ecclesiastici sia vaticani che nelle sedi di varie conferenze episcopali (per la maggior parte canonisti) nel comprendere la gravità del fenomeno dell’abuso su minori da parte di preti in servizio pastorale presso la gioventù è analizzata attraverso l’esame di molti documenti ufficiali e «interni» all’amministrazione ecclesiastica. La capacità a saper distinguere tra la pulsione a voler avere un’attività sessuale con persone del medesimo sesso, in un quadro di reciproco consenso, e la pressione esercitata su persone minorenni e dipendenti psicologicamente dall’auto-

rità del prete non viene percepita dalla gran parte dei documenti analizzati in questo volume. La categoria di «peccato particolarmente detestato da Dio» si impone quasi sempre e non viene adeguatamente distinta da quella di «delitto» sanzionato praticamente da tutti i sistemi penali moderni. Il deficit criticamente presentato a Torchiani è innanzitutto di tipo culturale e mostra come siano culturalmente isolate le persone operanti nel sistema clericale. Durante gli ultimi anni comunque qualcosa si è mosso, mediante una prima reazione da parte di Benedetto XVI e con maggiore vigore da parte di papa Francesco. L’Autore analizza con precisione il cambiamento di paradigma in atto, ne vede al contempo le resistenze, interne ed esterne all’apparato, e tiene d’occhio pure la reazione dei media e dell’opinione pubblica interna ed esterna alla Chiesa cattolica. La lettura di questo volume non è per nulla noiosa, anche se l’A. non cade nel genere della cronaca «scandalosa», ma si attiene ai testi analizzati e sempre ampiamente accessibili. La percezione del fenomeno dell’omosessualità e la sua valutazione morale è evidentemente sempre ancora in corso, ma questo libro ci aiuta a capire in maniera precisa ciò che si muove attorno a noi. Torchiani F., Il vizio innominabile. Chiesa e omosessualità nel Novecento, Torino, Bollati Boringhieri ed. 2021. *** Il volume, pure a due mani, sulle modalità con cui vengono gestiti fondi di vari organismi vaticani, mi è sembrato meno preciso dei due libri presentati precedentemente, anche perché basato su documenti in gran parte non pubblici. L’ho comunque scelto affinché non si pensi che il solo punto dolente nella gestione dei compiti della Curia vaticana sia quello legato alla sfera sessuale. Le condotte a carattere economico e la gestione dei fondi che arrivano in Vaticano costituiscono infatti il secondo settore fortemente in crisi ed oggetto di vari sforzi di revisione interna ed esterna. Il volume di Gerevini cerca di fare chiarezza sulle difficoltà presenti nei vari organismi che amministrano i beni che provengono dai doni fatti alla Santa Sede da parte delle varie chiese locali cattoliche, operanti nel mondo. Gli Autori non intendono fare accuse precise a organismi altrettanto precisi, ma non possono documenta-

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re le loro ipotesi mediante la citazione di documenti che per loro natura sono «riservati». Essi non sono pure animati da una volontà di mettere sistematicamente alla gogna l’insieme della Curia romana, ma ciononostante la lettura dell’agile volumetto non riesce a risolvere tutti gli interrogativi che colui che legge si pone. Permane comunque il disgusto nel vedere l’autoreferenzialità che anima molte persone che operano in questo ambiente e aumenta la volontà di perorare l’intervento deciso di una persona che sia in grado di «scacciare i mercanti dal tempio». L’attuale vescovo di Roma è da tempo al lavoro e noi non possiamo che sostenerlo pienamente. Gerevini M., Massaro F., I mercanti nel tempio. Inchiesta sull’obolo di san Pietro e i fondi riservati del Vaticano, Milano, Solferino ed. 2021. (A.B.)

C’è un futuro per la Chiesa? Tra i molti libri che si occupano della «crisi della Chiesa», quello firmato da Andrea Riccardi si segnala anzitutto per scrupolo di documentazione: dati, cifre, statistiche, come si deve. Il secondo merito è l’interpretazione dei dati, che denota uno scrupolo particolare a cercare fuori dagli schemi, per esempio accettando di interrogare anche i gesti innovatori del caro a tutti noi Concilio Vaticano II. Perché la questione del punto di vista è importante. Forse occorre che esca di scena tutta la generazione che quel Concilio ha vissuto, condiviso, oppure rigettato. Gli attuali «progressisti» e «conservatori» potrebbero essere solo lo specchio di una Chiesa ancora segnata dal suo passato clericale. La stessa riforma della liturgia – per fare un esempio cui non è estranea la mia personale esperienza di recensore – è cresciuta su radici storiche che oggi non germinano più. Ma l’emozione che il mondo provò guardando le immagini di Notre-Dame investita dalle fiamme induce a pensare che nuove ragioni e nuovi fattori debbano essere trovati per immaginare l’avvenire del cristianesimo: a monte, a valle, in profondità, «dove» non è possibile per ora dirlo con certezza anche se non mancano segni forse promettenti. Il Vangelo continua a intrigare. Se non fosse così, le evidenze numeriche della crisi del clero, delle parrocchie, delle scuole cattoliche, dei conventi dovreb-


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bero solo indurre alla disperazione. In definitiva, nelle riflessioni del maturo leader si riconosce l’esperienza dei primi anni di Sant’Egidio: la cura degli «ultimi» che a Roma ogni sera si usciva a soccorrere e a confortare con coperte, bevande, parole. «Tu va, e fa lo stesso»: il futuro dei cristiani, come insegna papa Francesco, potrebbe ricominciare da qui, dalla pagina evangelica del Buon Samaritano. Riccardi A., La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo, Roma-Bari, Laterza 2021. *** Si occupa del presente e del futuro della Chiesa anche l’ultimo libro di Luigi Sandri… Sento qualcuno che mi interrompe: stai sbagliando libro! No, non sto sbagliando libro, perché «Anno 2289. L’ultimo conclave» di Luigi Sandri, riguarda pure – eccome! – il presente e il futuro della Chiesa. Solo che lo fa… non trovo la parola giusta, come Tommaso Moro, o Tommaso Campanella che situavano in un luogo immaginario un evento, uno svolgimento, un disegno di società e di Chiesa, un’evoluzione immaginata, sognata, sperata. L’utopia di Sandri è una realtà futura immaginata dentro le coordinate storiche del presente. Con la precisione del vaticanista consumato, cui non sfugge nessun particolare degli usi e costumi di quell’ambiente, Sandri disegna un futuro immaginato nel 2289, anno in cui s’ha da dare un successore all’ultimo papa defunto. Si è in attesa della fumata bianca, i cardinali sono chiusi a chiave nella Cappella Sistina. Ma la fumata non arriva, né adesso, né stasera, né il giorno dopo, né… Allora si forzano le serrature, si va a vedere: sono tutti morti! Tutti morti, i cardinali elettori, asfissiati… come sarà stato? Ma soprattutto: che fare? Al «che fare», Sandri dedica le successive duecento e più pagine del suo libro, per cui corro alla fine: la diocesi di Roma, che è pur quella del papa, donne e uomini (ormai non si fanno più distinzioni) riunita in San Giovanni in Laterano, elegge… una donna. Una donna? Sì, Maddalena II, papa per poche ore perché uno sciagurato le spara mentre passa tra la folla. Ci sarà ancora una donna? Il finale rimane in sospeso. Fecit indignatio paginam? O la disperazione? Ognuno interpreti come vuole il proposito di Sandri. La lettura (anche se intervallata, è stato il caso mio, di omeriche risate…) ondeggia in

realtà tra la speranza e la non-speranza e il libro si dimostra un teste sicuro della stagione che pure il presidente di Sant’Egidio con un altro approccio descrive e interpreta. Sandri L., Anno 2289. L’ultimo conclave, Napoli, Guida Editori 2021.

Libertà religiosa: imparare dagli Stati Uniti Gli ultimi giorni del Concilio Vaticano II furono abbastanza tumultuosi. Solo la vigilia del giorno conclusivo – il 7 dicembre 1965 – furono votati ben quattro documenti: in ordine d’importanza, la costituzione su Chiesa e mondo (Gaudium et spes), la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae) e i decreti sul ministero e la vita dei presbiteri (Presbyterorum Ordinis), e sulle missioni (Ad gentes). Sono stato testimone dello sconcerto vissuto allora da molti «padri», compreso il vescovo Angelo Jelmini, di Lugano («Non si capisce più niente» mi disse in un’intervista). Questo non impedì che tutti i documenti venissero approvati con maggioranze che oggi si definirebbero «bulgare», rafforzando la mia convinzione che la maggioranza si lasciò convincere dall’assicurazione ricevuta che il Papa era d’accordo. Quella era del resto la mentalità che la stragrande maggioranza dei vescovi (tutti ordinati in età matura) aveva assorbito dalla Chiesa preconciliare: il papa era infallibile e le sue decisioni non si discutevano. Eppure si trattava, come per la dichiarazione sulla libertà religiosa, di un «obiettivo cambio di paradigma» rispetto alla posizione verso gli Stati assunta dal mondo cattolico dopo la Rivoluzione francese. Che cosa stava succedendo? Stefano Ceccanti, l’autore della prefazione al libro qui recensito, la definisce «l’irruzione nella Chiesa cattolica del diritto costituzionale americano». Nessuna meraviglia che alcuni al Concilio potessero irrigidirsi: e anzi probabile che, ben più della riforma liturgica, fu la Dichiarazione Dignitatis humanae la premessa immediata dello scisma dell’arcivescovo Lefebvre. Su quel punto preciso il Papa, Paolo VI Montini, era dunque d’accordo. Fino alla svolta del Concilio, la dottrina cattolica era rimasta aderente al principio che solo la verità avesse dei diritti, non l’errore. Nel Sillabo di Pio IX (1864) condannati erano parimenti

la separazione tra Chiesa e Stato, il libero esercizio dei culti, l’indifferentismo e i compromessi con il liberalismo. Alla granitica convinzione del cardinale Ottaviani, che ancora nel 1953 in una prolusione teneva per certe tutte le chiusure, si era peraltro alternato nei decenni un atteggiamento più possibilista, soprattutto dalla fine della seconda guerra mondiale. Montini ne era consapevole e le sue amicizie (Sturzo, Maritain, i democratici cristiani) spingevano in quel senso. A sciogliere il nodo ci provò un gesuita: John Courtney Murray, che dalla propria esperienza di cittadino americano aveva maturato la convinzione della percorribilità di una via nuova: non più solo tolleranza ma adesione al modello americano, dedotto non dal confronto con il laicismo di impronta europea ma dalla convivenza tra fedi diverse all’interno dell’unica realtà nazionale americana. Il momento propizio per uscire allo scoperto fu l’elezione di un cattolico, John Fitzgerald Kennedy, nel 1960, alla presidenza degli Stati Uniti. Il volume di Murray: «Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio americano”» fu pubblicato in inglese proprio quell’anno. Al Concilio, padre Murray fu convocato dalla terza sessione in poi, in vista precisamente della Dichiarazione Dignitatis humanae, che papa Montini considerava una premessa necessaria al suo viaggio all’ONU, il 4 ottobre 1965. Dieci anni dopo, la nuova dottrina avrebbe sostenuto l’adesione vaticana alla Dichiarazione di Helsinki. Da allora e malgrado la resistenza di eminenti personalità cattoliche, cardinali compresi, ma sostenuta con autorevolezza anche da papa Benedetto XVI, quella voce del Concilio non è mai stata smentita. Giunge perciò benvenuta, da parte dell’Editrice Morcelliana, la riproposta del testo del 1960. Una posizione equilibrata (padre Murray si rendeva conto di difendere una posizione opposta alla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica e argomentava da buon gesuita), che si legge con gusto anche per i riferimenti alla storia degli Stati Uniti di cui in Europa si ha tendenza a sottovalutare l’importanza. I profeti non nascono solo nel «vecchio mondo»! Courtney Murray J., Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul «principio americano», a cura di Stefano Ceccanti, Brescia, Morcelliana 2021. (E.M.)


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cronaca svizzera

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Donne ricordate. Cinque strade e piazze di Mendrisio saranno dedicate a una donna meritevole di essere ricordata. A Maria Bernasconi (1869-1953, benefattrice) sarà dedicato il largo Bernasconi nel borgo; a Erminia Macerati (1871-1957, maestra e ispettrice di economia domestica) sarà dedicata via Campagnola a Genestrerio; a Linda Brenni (1914-1994, prima municipale di Mendrisio) il piazzale del palazzo comunale; a Maria Schweizer (1924-2010, politico, militante per il suffragio femminile) via Laveggio; a Sara Radaelli (1835-1919, maestra e direttrice della prima società femminile di mutuo soccorso) via Noseda; a Flora Ruchat-Roncati (1937-2012, architetto, prima donna professore ordinario al Politecnico federale di Zurigo) via Catenazzi; a Ersilia Fossati (1921-1999, maestra, politico e militante per il suffragio femminile) via al Caraa a Meride. Anche Losanna vuol ricordare le donne del passato, e la delegata all’eguaglianza ha pubblicato una ricerca su 100 degne di menzione (e gli ostacoli che hanno incontrato perché donne). Il ministero delle finanze tedesco ha invece emesso il primo ottobre 2020 un francobollo speciale dedicato alle Donne della Riforma, dal valore di 3,70 euro, per ricordare che la riforma protestante ha dimostrato che anche le donne sanno interpretare la Bibbia. Riconoscere l’Islam? Il Consiglio federale sta valutando l’opportunità dell’introduzione di un registro pubblico e di una procedura di riconoscimento per gli imam. Permetterebbero di meglio controllare le persone e i loro discorsi e prediche, per impedire la diffusione di idee e proposte terroristiche. Pure all’esame è l’introduzione di un divieto al finanziamento estero delle moschee; nel 2018 era stata respinta una mozione presentata al Consiglio nazionale che domandava di proibire il finanziamento estero dei luoghi di culto dei musulmani. Tali misure appaiono in contrasto con la libertà di religione garantita dalla Costituzione federale; una via più democratica sarebbe quella di stipulare accordi, a livello cantonale, di riconoscimento pubblico delle associazioni musulmane esistenti in Svizzera, soluzione all’esame già in alcuni Cantoni.

Accoglienza. La Svizzera ammetterà nel prossimo biennio fino a 1.600 rifugiati che si trovano in una situazione precaria nei Paesi di prima accoglienza. Lo ha annunciato il Consiglio federale, che ha approvato il programma di reinsediamento 2022-2023. A ciò si aggiunge anche un contingente massimo di 300 rifugiati che è stato impossibile ammettere nel quadro del programma 2020-2021 a causa dei ritardi legati alla pandemia. Almeno il 90% dei rifugiati da reinsediare dovranno essere persone in fuga da conflitti gravi e da persecuzioni personali in Medio Oriente e lungo la rotta migratoria del Medi terraneo centrale verso l’Europa. Tolleranza svizzera. Il 52% degli svizzeri sarebbe favorevole alla partecipazione politica degli stranieri, mentre un terzo della popolazione si sente disturbato dalla presenza di persone percepite come diverse. Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST) la popolazione che vive in Svizzera si dimostra generalmente aperta. Il 64% degli svizzeri intervistati ritiene che l’integrazione dei migranti sia buona, mentre quasi il 70% è a favore del ricongiungimento familiare. Complessivamente il 59% degli intervistati è a favore della naturalizzazione automatica per la seconda generazione. L’UST nota tuttavia una cristallizzazione delle tensioni sociali intorno alle appartenenze musulmane e ad altre «minoranze visibili», come la popolazione di colore o migrante, ma anche verso gli ebrei. Nel 2020 circa un terzo della popolazione ha dichiarato di aver subito discriminazioni o violenze; tra il 2016 e il 2020 la quota è passata dal 27 al 32%.Per quanto riguarda i motivi delle discriminazioni, la maggioranza delle persone indica la nazionalità (56%). Per ricordare. Varie organizzazioni chiedono un monumento svizzero in memoria delle vittime del nazionalsocialismo. Il monumento dovrà ricordare tutte le persone perseguitate, private dei diritti e uccise dal nazionalsocialismo e dall’Olocausto: ebree ed ebrei, minoranze perseguitate, oppositori politici, svizzere e svizzeri, ma anche i profughi respinti al confine, e tutti coloro che hanno preso le parti dei perseguitati e han-

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no prestato aiuto. In Svizzera ci sono già una cinquantina di monumenti in memoria delle vittime del nazismo, sorti per iniziative private. Per i promotori del progetto, la realizzazione di un monumento svizzero finanziato dal governo onorerebbe l’impegno assunto nel 2004 dalla Svizzera con l’adesione alla International Holocaust Remembrance Alliance. Il progetto è sostenuto da un centinaio di persone e organizzazioni. Tra queste figurano anche la Chiesa evangelica riformata in Svizzera, la Federazione svizzera delle comunità israelite, l’Amicizia Ebraico-Cristiana in Svizzera, l’Organizzazione degli svizzeri all’estero, l’Archivio di storia contemporanea e il Centro di studi ebraici dell’Università di Basilea. I promotori intendono consegnare il progetto al Consiglio federale entro l’estate 2021 e auspicano che accanto al sito commemorativo si crei anche un’offerta formativa che sensibilizzi sui temi dell’antisemitismo, del razzismo e dell’istigazione all’odio. Antisemitismo romando. La Coordinazione intercomunitaria contro l’antisemitismo e la diffamazione ha constatato 147 atti antisemiti in Svizzera romanda nel 2020, con un 41% di aumento in rapporto al 2019. Il 36% di essi concernono le teorie del complotto ebraico in relazione alla pandemia del Covid-19. La maggioranza dei casi (85%) ha luogo su Internet e sulle reti sociali. Ciò è accaduto soprattutto nel mese di aprile, in occasione della prima ondata della pandemia, e ancora di più tra settembre e novembre, in relazione con i movimenti cospirazionisti e i gruppi di estrema destra, cioè il partito PNS e l’associazione francese Egalité et Réconciliation. Pandemia e povertà. Il numero delle persone in difficoltà che si rivolgono ai consultori sociali di Caritas resta costantemente elevato. È quanto ha denunciato Caritas Svizzera facendo il «punto» della situazione-povertà, a un anno dalla crisi sanitaria. Famiglie e stranieri sono maggiormente le persone che si rivolgono alla Caritas; dall’inizio della crisi sono 17.000 le persone che ha sostenuto con contributi diretti, per un totale di oltre 6 milioni di franchi. Caritas chiede alla politica di prorogare l’indennità per lavoro ridotto del 100% per i redditi più bassi fino al termine della pandemia. Il numero di richieste di aiuto e le domande pervenute nei consultori sociali di Caritas lo scorso anno si


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situava ben al di sopra della media degli anni normali ed è aumentato ulteriormente con la seconda ondata pandemica. Lavoro e pandemia. Il coronavirus ha avuto un forte impatto sul mondo del lavoro; a farne maggiormente le spese, secondo dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica (UST), sono state le giovani donne fra i 15 e i 24 anni. Per questa categoria, fra il 2019 e il 2020 il tasso di disoccupazione è passato dal 7,2% all’8%, una tendenza che si è riscontrata in maniera molto meno significativa fra le donne delle altre fasce d’età: fra i 55 e i 64 anni il tasso di disoccupazione è addirittura leggermente diminuito. Fra gli uomini l’aumento maggiore si è riscontrato nella fascia d’età fra i 25 e i 39 anni, con un incremento dal 3,7% al 4,4%, ma in tutte le categorie di anzianità si è riscontrato un mercato del lavoro più difficile. Globalmente, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), nel 2020 la disoccupazione fra gli uomini è salita maggiormente (+0,6 punti al 4,7%) rispetto alle donne (+0,3 al 5%). La distribuzione fra lavori a tempo pieno e a tempo parziale è rimasta grosso modo invariata nel 2020: il 62,6% delle persone attive lavorava con una percentuale sopra al 90%, il 37,4% con una percentuale minore. C’è stato tuttavia un cambiamento fra i sessi: se fra le donne gli impieghi a tempo pieno sono aumentati di 0,7 punti percentuali (al 40,9%), fra gli uomini c’è stato un calo di 0,6 punti. Famiglie e affitti. Nel 2019, in Svizzera, oltre un terzo dei 3,8 milioni di economie domestiche private (36%) era composto da una sola persona. Il 27,2% era invece costituito da una coppia senza figli. Le economie domestiche familiari con figli di meno di 25 anni erano 1,1 milioni (29,3%). Tra quelle familiari, i tre quarti erano coppie sposate, il 16,2% erano economie domestiche monoparentali, di cui l’83,2% costituito da madri con figli, e il 9,4% era composto da coppie conviventi di sesso di verso e l’0,1% da coppie dello stesso sesso che vivono con almeno un figlio di meno di 25 anni. 1,4 milioni delle economie domestiche (38%) erano proprietari (in un caso su due di una casa unifamiliare), mentre 2,3 milioni erano in affitto. La pigione media ammontava a 1.362 franchi mensili. L’importo è in continuo aumento dal 2015, in

media dell’1% all’anno. A Zurigo il prezzo medio è di 1.835 franchi, a Ginevra di 1.629 e a Berna di 1.417. In Ticino e nei Grigioni i valori medi sono rispettivamente 1.429 e 1.437 franchi. La famiglia svizzera. Secondo l’Ufficio federale di statistica in Svizzera quasi un terzo delle economie domestiche comprende figli con meno di 25 anni, i quali nella stragrande maggioranza vivono con entrambi i genitori. Il 13% dei figli vive invece in economie domestiche monoparentali e il 6% in famiglie ricomposte. Il 78% delle madri con figli «under 25» ha un impiego a tempo parziale, Circa un terzo dei bambini sotto i tre anni è affidato a strutture di custodia, ossia ad asili nido o a famiglie diurne inserite in una rete organizzata. Il 40% dei bambini sotto i tre anni sono invece accuditi esclusivamente dai nonni, da altri privati o da famiglie diurne indipendenti. Il 23% dei nuclei monoparentali è confrontato con difficoltà finanziarie anche grandi, contro il 13% delle economie domestiche composte da coppie con prole e il 7% di quelle costituite da coppie sotto i 65 anni senza figli. Il 21% dei nuclei monoparentali e delle persone deve ricorrere agli aiuti sociali. Disparità salariale. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica, la forbice tra salari di uomini e donne si allarga, e quasi la metà delle disuguaglianze sono ormai considerate inspiegabili. Le donne nel 2018 rappresentavano il 60,9% delle persone che guadagnavano meno di 4.000 franchi al mese, mentre l’81,2% di coloro che hanno una busta paga superiore ai 16.000 franchi erano uomini. Inoltre, aumenta il divario: nel 2018 le donne guadagnavano mediamente il 19% in meno rispetto ai loro colleghi uomini: era del 18,3 nel 2016 e del 18,1% nel 2014. Donne in affari. Un’azienda su quattro in Svizzera viene fondata da donne. Nel 2020 67.753 persone hanno costituito un’impresa: di queste, il 74,5% erano uomini e il 25,6% donne. Il maggior numero di nuove entità costituite da dirigenti femminili è stato registrato nel campo dei servizi personali (1.196), che comprende saloni di parrucchiere, centri estetici e saloni per manicure. Seguono i settori dell’assistenza sociale (199), della confezione di articoli di abbigliamento (138) e dei

servizi veterinari (46). Nel commercio al dettaglio, in cui la manodopera femminile è predominante, la percentuale delle aziende costituite da donne sale al 34%. La quota scende al 32% nella ristorazione, al 27% nella consulenza gestionale e al 24% nell’immobiliare. Seguono i servizi finanziari (17%) e, fanalino di cod, la costruzione (13%). Povertà svizzera. Il graduale aumento della povertà in Svizzera è proseguito anche nel 2019. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica (UST), nell’anno in questione l’8,7% della popolazione (circa 735.000 persone) era colpito da tale problematica. Le persone che hanno dichiarato di fare fatica ad arrivare a fine mese equivalgono al 12,2% della popolazione e il 20,7% non è in grado di far fronte, nello spazio di un mese, a una spesa imprevista di 2.500 franchi e il 15,1% aveva almeno un arretrato di pagamento (compresi i ritardi nel pagamento di imposte o premi della cassa malati). Le persone più frequentemente colpite da povertà e da difficoltà finanziarie sono gli stranieri, quelli che vivevano in economie domestiche composte da un solo genitore con figli, quelli senza una formazione postobbligatoria e quelli che vivevano in economie domestiche non attive sul mercato del lavoro. Per mettere a confronto la povertà in Svizzera con quella in altri Paesi viene impiegato il tasso di rischio di povertà in uso a livello internazionale. Nel 2019, con il 16%, il tasso svizzero è rimasto al di sotto della media dell’Unione europea pari al 16,8%. I Paesi limitrofi alla Svizzera presentavano un tasso di rischio di povertà del 20,1% (Italia), del 14,8% (Germania), del 13,6% (Francia) e del 13,3% (Austria). La soglia di rischio di povertà dipende dal tenore di vita del rispettivo Paese e per la Svizzera nel 2019 ammontava a circa 2.500 franchi al mese per una persona che viveva sola. Suicidi. L’associazione Exit ha praticato il suicidio assistito a 913 persone durante il 2020 nella Svizzera tedesca e in Ticino, con 51 casi in più rispetto al 2019. ln Romandia gli «accompagnamenti alla morte» sono stati 369, 17 in più. Il numero più alto di suicidi assistiti è stato praticato nel canton Zurigo (312), seguito da Berna (133), Argovia (86) e San Gallo (53). L’età media dei suicidi era di 78,7 anni, rispetto ai 78,2 anni dell’anno precedente.


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cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Un sinodo di tutta la Chiesa (cattolica). Papa Francesco vuole un Sinodo di tutta la Chiesa, dal titolo: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione». Infatti l’assemblea sinodale che normalmente coinvolgeva solo i vescovi per decidere sulle grandi questioni questa volta partirà dal basso con la partecipazione di tutti i cattolici. Il prossimo Sinodo non sarà solo un evento, ma un processo che coinvolgerà il Popolo di Dio, il Collegio episcopale e il Vescovo di Roma, ciascuno secondo la propria funzione. Il percorso per la celebrazione del Sinodo si articolerà in tre fasi, tra ottobre 2021 e ottobre del 2023, con una fase diocesana, una continentale, fino a quella conclusiva a livello di Chiesa universale. L’apertura del Sinodo si terrà il prossimo ottobre in Vaticano e in ciascuna diocesi. Sarà inaugurato dal Papa in Vaticano il 9-10 ottobre. Domenica 17 ottobre si aprirà nelle diocesi sotto la presidenza del rispettivo vescovo. La fase diocesana si svolgerà da ottobre 2021 ad aprile 2022. «L’obiettivo – spiega il Vaticano – è la consultazione del Popolo di Dio affinché il processo sinodale si realizzi nell’ascolto di tutti i battezzati». La Segreteria generale del Sinodo invierà un documento preparatorio, accompagnato da un questionario e da un vademecum con proposte per realizzare la consultazione in ciascuna diocesi, ma anche ai Dicasteri della Curia, alle congregazioni religiose, ai movimenti dei laici e alle università. Ogni vescovo nominerà un responsabile diocesano della consultazione sinodale: ogni Conferenza episcopale nominerà a sua volta un responsabile che possa fungere da referente. Dopo la chiusura della fase diocesana, ogni diocesi invierà i suoi contributi alla Conferenza episcopale. La sintesi sarà inviata alla Segreteria generale del Sinodo per la redazione del primo Instrumentum Laboris. Da settembre 2022 a marzo 2023 ci sarà la fase continentale del Sinodo.

Più trasparenza vaticana. Con un Motu proprio del 29 aprile scorso, papa Francesco ha voluto aumentare la «trasparenza nella gestione della finanza pubblica» del Vaticano, elencando una serie di condizioni per il personale dirigente della Santa Sede e della Città del Vaticano. Tra esse

«non aver riportato condanne per delitti dolosi, non aver processi penali pendenti, non avere partecipazioni in società di Paesi a rischio di riciclaggio, non possedere beni di provenienza illecita o partecipazioni in società operanti contro la Dottrina sociale della Chiesa», e via di questo passo, fino al divieto «di accertare o sollecitare, per sé o soggetti diversi, doni regali o altre utilità di un valore superiore a quaranta euro». Con un altro Motu proprio (come è mobile questo Papa!) del giorno dopo, fondandosi sul principio della «eguaglianza fra tutti i membri della Chiesa e la loro pari dignità e posizione», ha deciso che anche i Cardinali sono sottoposti all’ordinamento giudiziario ordinario, per cui in prima istanza di regola al tribunale della Città del Vaticano, che comprende anche giudici laici, e non più inizialmente alla Corte di cassazione composta di soli Cardinali. «Questo decido e stabilisco, nonostante qualsiasi disposizione in contrario, […] in forma di Motu proprio venga promulgato mediante la pubblicazione sull’“Osservatore Romano” ed entri in vigore il giorno successivo». Così papa Francesco ha deciso. Risparmi in Vaticano. La pandemia ha messo in crisi anche le finanze vaticane, già da tempo in difficoltà. Con un Motu proprio il Papa è intervenuto a incidere sul capitolo di spesa più gravoso nei bilanci vaticani, quello del personale, riducendo stipendi e bloccando aumenti e adeguamenti salariali, anche allo scopo di evitare licenziamenti (obiettivo esplicitamente rivendicato da papa Francesco e dal suo prefetto della Segreteria per l’economia, p. Juan Antonio Guerrero Alves). Ai cardinali di Curia è stato tagliato lo stipendio del 10% (in media i porporati godono di un assegno fra i 5 e i 6mila euro mensili, escluse naturalmente donazioni e beni personali), ai «Superiori», cioè ai funzionari di medio e alto rango, compresi alcuni capi dicastero e i segretari degli stessi organismi, le entrate sono state ridotte dell’8%, mentre per «chierici e membri di Istituti di vita consacrata o di Società di vita apostolica», inquadrati nei diversi livelli contributivi, il taglio è del 3%. Tali riduzioni si applicano anche al Vicariato di Roma, ai Capitoli delle Basiliche Papali Vaticana, Late-

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ranense e Liberiana, alla Fabbrica di San Pietro e alla Basilica di San Paolo fuori le mura». Insomma, qualcosa di più del Vaticano. Benedizione contestata. Il Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede al quesito (Dubium), che nega la possibilità di benedire le coppie omosessuali (vedi numero di aprile della «Rivista diocesana»), ha provocato nel mondo cattolico reazioni molto accese, che vanno dagli interventi sul filo della riflessione teologica a vere dichiarazioni di guerra al Vaticano da parte di quella base che, soprattutto nei Paesi germanofoni, celebra già da tempo in chiesa l’amore gay. L’indignazione è stata espressa anche da figure di spicco della gerarchia, da personalità del mondo teologico e accademico, da persone che vivono sulla propria pelle il dolore dell’esclusione per sé o per i propri cari toccati dal divieto. E mentre si moltiplicano le dichiarazioni di sdegno per la cecità e l’ottusità del documento della Santa Sede, si cerca di comprendere se l’approvazione di papa Francesco – della quale si fa esplicita menzione nello stesso Responsum – sia più formale che fattuale, dal momento che, nell’Angelus di domenica 21 marzo, il Papa è sembrato prendere le distanze dalla sostanza del documento. «Adista» ha pubblicato un numero monografico (3 aprile 2021) con documenti per dare conto del dibattito ecclesiale e della pluralità di argomentazioni relative. 80 milioni. Secondo padre Ripamonti, direttore del Centro Astalli di Roma, lo scorso anno circa 80 milioni di persone hanno cercato rifugio fuggendo dal loro domicilio abituale: circa 45 milioni si sono rifugiati nel loro stesso Paese; la pandemia ha aggravato la situazione dei migranti (90 Paesi hanno chiuso le frontiere); 1.400 persone sono morte attraversando il Mediterraneo. Il presidente del Parlamento europeo, l’italiano David Sassoli, ha invitato l’Unione Europea a una azione coraggiosa e coordinata per rispondere al fenomeno migratorio; i Paesi più toccati dal fenomeno sono Siria, Venezuela, Afghanistan, Sudan del Sud e Myanmar. La carta ecumenica. Vent’anni fa, il 22 aprile 2001, veniva firmata a Strasburgo la Charta Oecumenica, un breve testo contenente le «Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa». Appena dodici


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paragrafi, che contengono 26 impegni concreti per far avanzare la collaborazione ecumenica delle Chiese. «Ci impegniamo» è infatti il ritornello della Charta Oecumenica, un’espressione che forse, ricalcando il testo originale tedesco (wir verpflichten uns), andrebbe tradotta con «ci autoobblighiamo, ce ne facciamo un dovere». Il dovere è quello di far uscire l’ecumenismo dai cassetti chiusi dei dialoghi tra teologi e dal ghetto dorato della Settimana di preghiera per l’unità che celebriamo ogni anno a gennaio, per far sì che diventi elemento essenziale e imprescindibile della vita quotidiana delle Chiese. La Charta non è dunque un documento teorico, scritto da e rivolto agli specialisti, ma un testo eminentemente pratico, alla cui redazione, promossa dalla Conferenza delle Chiese europee (Kek) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), hanno preso parte centocinquanta tra Chiese protestanti e ortodosse, Conferenze episcopali cattoliche e numerosi gruppi ecumenici di base. La Charta Oecumenica è stata un vero e proprio best-seller ecumenico, visto che è stata tradotta in oltre trenta lingue e pubblicata in decine di edizioni. Gli impegni della Charta riguardano tutti gli ambiti della testimonianza cristiana: dal versante strettamente ecclesiastico del dialogo teologico fino alla comune responsabilità per plasmare l’Europa, alla salvaguardia dell’ambiente, al dialogo con le religioni e con le altre visioni del mondo. Naturalmente tra i 26 «ci impegniamo» della Charta sono molti quelli che sono stati disattesi. Negli ultimi vent’anni il movimento ecumenico ha subito forti battute d’arresto, e una lenta ripresa la possiamo notare solo negli ultimi anni, specialmente a partire dalle celebrazioni per i cinquecento anni della Riforma protestante, con la partecipazione del Papa all’incontro di Lund, in Svezia, alla fine del 2016. Ora l’anniversario della Charta è stato ricordato dai presidenti della Conferenza delle Chiese europee e del Consiglio delle conferenze episcopali europee. È auspicabile che questo testo, ancora di grande attualità, possa aiutare a riprendere con forza al cammino ecumenico, contribuendo – come si legge nel terzo paragrafo – a «superare l’autosufficienza e a mettere da parte i pregiudizi, a ricercare l’incontro reciproco e ad essere gli uni per gli altri» (da un testo di Luca Maria Negro, presidente delle Chiese evangeliche italiane, in «Riforma», Torino, 23 aprile 2021).

Lutero a Worms. 500 anni fa, il 16 aprile 1521, Martin Lutero arriva a Worms, dove da gennaio è in corso la Dieta, cioè l’assemblea dei principi del Sacro Romano Impero. L’assise ha come punto centrale dei temi di dibattito la Causa Lutheri, la discussione sulle tesi del monaco agostiniano, convocato per la ritrattazione di quanto reso pubblico oramai più di tre anni prima, il 31 ottobre 1517. Il rifiuto di Lutero di abiurare porterà alla sua condanna da parte della Chiesa cattolica e alla nascita della Riforma, le cui idee già stavano incontrando grande attenzione fra le popolazioni tedesche. In Germania si sono svolte commemorazioni, culti, spettacoli per ricordare l’evento. Venerdì 16 aprile, in una celebrazione trasmessa dal canale televisivo Swr, ha partecipato anche il presidente della Repubblica federale Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Chiesa evangelica in Germania, vescovo Heinrich Bedford-Strohm, e il vescovo cattolico di Magonza Peter Kohlgraf. Abbandoni in Polonia. Si chiama «contatore di apostasia», un tabulato continuo che registra chi in Polonia sceglie di recidere pubblicamente il proprio legame con la Chiesa cattolica. Il «censimento» è stato lanciato su Internet all’inizio di dicembre e già a Natale si registravano più di un migliaio di abbandoni. Secondo i dati dell’istituto Cbos, infatti, in soli nove mesi, la percentuale di polacchi favorevoli alla Chiesa è scesa dal 57% al 41%. Oltre agli innumerevoli scandali di pedofilia, a determinare quella che a tutti gli effetti può essere definita una rivolta politica di un ampio settore della società contro la Chiesa polacca sono stati i suoi stretti rapporti con il partito ultraconservatore Diritto e giustizia, ininterrottamente al governo dal 2015, e promotore della contestata legge sull’aborto di novembre 2020, entrata in vigore a gennaio di quest’anno. Sinodo italiano. La Conferenza episcopale italiana ha finalmente dato una prima flebile risposta all’ordine di papa Francesco di svolgere, dopo cinque anni di tentennamenti, un Sinodo nazionale; infatti il primo invito del pontefice arrivò durante il convegno ecclesiale di Firenze nel 2015 e Francesco, lo scorso 30 gennaio, ha ripetuto: «la Chiesa italiana deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi». Il 27 febbraio

il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, il segretario generale e i tre vescovi vicepresidenti, sono andati in Vaticano e hanno presentato al Papa una bozza per avviare il percorso sinodale. Dopo l’auspicio del 10 novembre 2015 di Francesco, l’anno scorso il Sinodo era stato riproposto, da varie parti, in particolare da «La Civiltà Cattolica», come iniziativa assai «desiderabile». Infine, l’ha rilanciato ora il Papa stesso, quando il 30 gennaio 2021, di fronte ai rappresentanti dell’Ufficio catechistico nazionale, ha citato il suo intervento al Convegno di Firenze. Dopo i tedeschi e gli irlandesi, ora anche i vescovi italiani affrontano il cammino sinodale, cioè (come vuole il Papa) il confronto con tutto il «popolo cristiano». E i Vescovi svizzeri si limiteranno (vedi «Dialoghi» 264) a discutere con qualche commissione? Ma ora, dopo la decisione del Papa (vedi sopra), occorre partire. Chiesto perdono. La Chiesa protestante olandese ha ammesso la propria colpevolezza per non essere riuscita a fare di più per aiutare gli ebrei durante e dopo la Seconda Guerra mondiale, e per il ruolo della Chiesa nel preparare «il terreno su cui i semi dell’antisemitismo hanno potuto crescere». La dichiarazione storica è stata pronunciata in una solenne cerimonia per ricordare l’anniversario del pogrom antiebraico nazista della «Notte dei Cristalli». Il 9 novembre 1938 gli ebrei furono sconvolti dalle violenze in Germania e in Austria. Almeno 91 persone vennero uccise, centinaia di sinagoghe bruciate, circa 7.500 imprese ebraiche vandalizzate e fino a 30.000 uomini ebrei arrestati, molti dei quali portati nei campi di concentramento. Sottolineando l’importanza di educare le generazioni future a riconoscere e condannare l’odio razzista, la Chiesa ha dichiarato: «Ci impegniamo a fare tutto il possibile per sviluppare ulteriormente le relazioni ebraicocristiane in una profonda amicizia fra due partner uguali, uniti gli uni agli altri nella lotta contro l’antisemitismo contemporaneo». Attacchi alle moschee. Germania è uno dei paesi con il maggior numero di attacchi alle moschee. Solo nel 2020, i servizi di sicurezza hanno registrato 122 assalti a luoghi di culto musulmani. Lo scorso ottobre, la polizia ha documentato 188 crimini d’odio contro i musulmani in tutta la Germania in tre mesi.


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Patate e mele invece di sigarette. Costretto al lavoro ridotto durante il primo confinamento del 2020, Niklaus Fäh ha preso in affitto un chiosco di giornali presso una fermata del tram a Basilea. Era chiuso da due anni e vi ha installato un negozietto di quartiere. La sua idea: dare la possibilità a chiunque di acquistare generi di prima necessità anche durante il lockdown; un chiosco infatti non ha spazi chiusi accessibili alla clientela e funziona in modalità take-away. Inoltre, il 56enne ha puntato sulla qualità con prodotti regionali, verdura e frutta coltivati in aziende agricole della regione, se possibile biologici. Con l’aiuto di amici e conoscenti, il negozietto è rimasto aperto ogni settimana il venerdì e il sabato ed è ormai diventato indispensabile per gli abitanti del quartiere, ma non solo. Il fatto di trovarsi proprio alla fermata del tram è particolarmente vantaggioso per le persone anziane o chi ha poco tempo. E, come accadeva una volta, le bambine e i bambini che accompagnano i genitori a fare la spesa ricevono una mela o un biscotto in dono. Evitare meglio che riciclare. L’ambizione di Swissrecycling è poter riciclare tutta la plastica degli imballaggi che le consumatrici e i consumatori lasceranno nei negozi o porterrano nei centri di raccolta. Per il momento solo il 10% delle 800.000 tonnellate di rifiuti plastici prodotti annualmente (di cui 112.000 dalle economie domestiche) sono riciclati, perché in Svizzera non esiste una filiera. L’associazione che si occupa del tema dei rifiuti ha potuto convincere tutta la catena di valore a partecipare all’elaborazione del progetto, dal produttore d’imballaggi, passando dalle multinazionali, fino ai grandi distributori, ma anche ai comuni. Il finanziamento avverrà tramite un contributo anticipato di riciclaggio, come quello che avviene per il PET. Greenpeace si è detta critica rispetto a questa strategia: è necessaria una transizione verso un sistema d’imballaggi riutilizzabili, bisogna ridurre all’origine l’utilizzo delle risorse e non limitarsi a ottimizzare la gestione dei rifiuti. Sarebbe necessario generalizzare l’uso di contenitori riutilizzabili per gli acquisti sfusi e per i pasti pronti. E c’è già chi sta pensando a un maggior intervento dello Stato: il Consiglio

di Stato di Ginevra ha recentemente annunciato la sua intenzione di proibire l’utilizzo di contenitori monouso nell’offerta dei take-away. Santa acqua. In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, che si celebra il 22 marzo, una delle poche voci che si sono levato in sua difesa è stata quella di papa Francesco. Egli ha ricordato che per i credenti l’acqua è un dono e non una merce. Essendo fonte di vita e di salute quando è potabile, è sotto questa forma che essa deve essere accessibile a tutte e tutti. Il grido per l’acqua è un appello che ogni persona ha il dovere di ascoltare, ha detto il Pontefice, ricordando che più di 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a fonti di acqua sicura e che il doppio non dispone di istallazioni sanitarie efficaci. Inoltre, mentre il consumo di acqua è stato moltiplicato per 6 nel corso dell’ultimo secolo e aumenta al ritmo di circa 1% ogni anno, il mutamento climatico con la frequenza crescente di avvenimenti meteorologici estremi non farà che peggiorare la situazione nei paesi che soffrono già oggi di stress idrico. Per l’occasione, il Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale ha organizzato dal 22 al 26 marzo cinque webinar volti a promuovere la collaborazione interdisciplinare. Esperte ed esperti in rappresentanza delle congregazioni religiose, delle diverse strutture della Chiesa, di organizzazioni internazionali hanno portato testimonianze e riflessioni sul tema. All’ombra del pero. La città Ginevra si è superata mettendo a dimora, nella stagione 2020-2021, 533 nuovi alberi invece dei soli 500 previsti. Tanto più che l’obiettivo era tre volte superiore a quello degli anni precedenti. Alfonso Gomez, responsabile degli spazi verdi della città, ha anticipato che in un prossimo futuro alcune piazze asfaltate saranno rinaturate. Gli alberi e gli spazi verdi sono infatti alleati indispensabili nella lotta al mutamento climatico: riducono le isole di calore, assorbono CO2 ossigenando l’aria, aumentano il benessere degli abitanti e favoriscono la biodiversità. Le specie piantate sono 120, scelte tra quelle che meglio si adattano alla realtà densamente urbanizzata della citta di Calvino, ma anche per evitare il proliferare

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di parassiti e malattie. E non si tratta solo alberi «decorativi», ma anche di nove frutteti con specie antiche come il cotogno di Costantinopoli, il melo Regina delle renette e il pero Duchesse. Gli orti dell’emancipazione. Siamo a El Alto, a oltre 4.000 m/sm, la seconda città della Bolivia per numero di abitanti. Il progetto dell’ong boliviana FOCAPACI, dove è attivo il cooperante di Comundo Jerôme Gyger, è iniziato nel 2003 con l’idea di rinforzare il legame tra la società civile e le autorità locali. Fa leva sull’agricoltura urbana, uno strumento capace di rafforzare la sicurezza alimentare della popolazione in un contesto in cui la mancanza di varietà nell’alimentazione è preoccupante. Nel corso degli anni quello che doveva portare a soddisfare unicamente i bisogni famigliari si è dimostrato essere un approccio vincente per l’emancipazione femminile. Gli orti domestici infatti, allestiti in piccoli appezzamenti tra un’abitazione e l’altra – e a volte anche in assenza totale di terreno, in bidoni, vasi, cassoni, giardini pensili –, sono sin dall’inizio stati presi in mano dalle donne. Grazie alla produzione di ortaggi le donne hanno presto raggiunto una buona indipendenza da mariti o partner che, in una cultura ancora fortemente machista, tendono a relegarle in ruoli subordinati. Il fatto di non dover dipendere dal «capofamiglia» per gli acquisti alimentari per il proprio fabbisogno ha sollevato le donne da un pesante fardello psicologico. Molte donne inoltre, grazie alla consulenza tecnica dell’ong, hanno raggiunto una tale esperienza e perizia da produrre più del necessario. La vendita delle eccedenze sui mercati di quartiere ha permesso loro di migliorare ulteriormente la propria posizione nella famiglia. Ma il successo del progetto non si limita a questo, perché ha un impatto positivo ben più ampio, come si è visto nel corso del confinamento per la pandemia di covid19, quando l’approvvigionamento di alimenti ha funzionato al rallentatore. Così le agricoltrici urbane hanno saputo dare una risposta nei loro quartieri alle sollecitazioni di persone che non trovavano più alimenti. Infine, va sottolineato che questi orti urbani producono ortaggi di ottima qualità perché coltivati senza prodotti chimici. Giustizia climatica. Molte voci si sono levate durante la Quaresima 2021 per protestare contro l’appello di Sacrificio Quaresimale e di Pane


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per tutti a consumare meno (carne, viaggi, oggetti) emettendo così meno CO2, per rendere giustizia a chi oggi soffre duramente le conseguenze del mutamento climatico, per non avendovi contribuito. L’immagine faro della Campagna ecumenica era quella di una coppia giovane, intenta a preparare in allegria una grigliata. La loro ombra, proiettata su uno stucchevole sfondo rosa, rivelava l’effetto nefasto del loro comportamento sulla foresta tropicale ridotta in fumo e cenere. Questa descrizione del legame tra la distruzione di foreste per far spazio alle coltivazioni di soia destinate alla produzione di carne in grandi quantità non è andata giù. «La Chiesa deve restare un luogo di culto e non di propaganda. Io mangio carne e non voglio sentirmi fare la predica su questo»; così si è espresso il Consigliere nazionale Jacques Bourgeois (PLR/FR), ex direttore dell’Unione svizzera dei contadini. Jean Juillard, vice presidente del Partito del centro e Consigliere agli Stati del Canton Giura, ha dichiarato: «Ho la coscienza tranquilla. Se la legge sul CO2 è passata in parlamento è grazie ai voti del nostro partito. Ma qui il tono è di chi vuole impartire una lezione. Le persone che venti anni fa si sono impegnate per una causa giusta sono diventate degli ayatollahs del clima». La Consigliera agli Stati Adèle Thorens (Verdi/VD), di confessione riformata, tuttavia considera che sia legittimo per le Chiese interessarsi del tema. «Si può concepire l’essere umano come un giardiniere che rispetta e si prende cura della creazione che gli è stata donata. Interessandosi di ecologia, le Chiese s’interessano anche all’avvenire dell’umanità, alla nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future. Hanno una voce morale importante da far sentire. Mi rallegro delle transizioni in atto nelle Chiese in questo senso». Commercio deplorevole. Le aziende svizzere nel 2020 hanno esportato il 24% in più di materiale bellico. Con l’autorizzazione della Confederazione, i prodotti sono stati venduti in 61 Paesi per un valore totale di 901,2 milioni di franchi, contro i 728 milioni del 2019. L’incremento di 173,2 milioni è da attribuire in particolare a grossi ordini da Danimarca, Indonesia, Botswana e Romania ed equivalgono allo 0,30% dell’export totale delle industrie elvetiche. Fra i maggiori importatori ci sono stati Danimarca (con 160,5 milioni di franchi), Germania (111,8 milioni), Indonesia (111,6

milioni), Botswana (84,9 milioni) e Romania (59,2 milioni). Il 62% delle armi è stato inviato in Europa, mentre in Asia è stato spedito il 18,8%. Seguono Africa, America (8,5%) e Australia (1,1%). L’elenco delle merci vede in testa i veicoli blindati (37,5%), seguiti da munizioni e componenti di munizioni (22,5%). Secondo il Gruppo per una Svizzera senza Esercito è problematico il fatto che fra i Paesi in cui vengono esporta le armi ci siano anche Stati in guerra in Medio Oriente, o l’Indonesia o il Brasile, con problemi di diritti umani. In un comunicato, l’organizzazione definisce scandaloso il fatto che in un anno di pandemia si siano raggiunti addirittura risultati record nel settore bellico. Così la Svizzera si rende complice di gravi violazioni dei diritti umani, senza contare che favorisce sanguinosi conflitti. Questa situazione rende ancora più importante l’iniziativa Contro l’esportazione di armi in Paesi teatro di guerre civili. Il Consiglio federale ha invitato le Camere a respingere la proposta di modifica costituzionale, tuttavia proponendo un controprogetto, che prevede un inasprimento dei criteri di autorizzazione. Chi inquina. Ogni anno emettiamo nell’atmosfera globalmente circa 51 miliardi di tonnellate di gas serra. Le emissioni di economie avanzate, come quelle degli Stati Uniti e dell’Europa, sono rimaste abbastanza costanti negli ultimi 30 anni o sono persino calate, ma quelle di molti Paesi emergenti stanno crescendo. Questo dipende in parte anche dal fatto che i Paesi più ricchi hanno spesso esternalizzato la produzione ad alte emissioni, portandola nei Paesi più poveri. Alcune attività umane che creano emissioni di gas serra ricevono molte attenzioni, come la produzione di energia elettrica e le automobili. Altre, come la produzione di acciaio e di cemento, sono meno visibili ma non meno importanti. Per azzerare le emissioni è necessario eliminarle in tutti i settori. Sulle strade del mondo circola attualmente più o meno un miliardo di automobili. Quasi la metà di quel 16% di emissioni prodotte dalla mobilità e dai trasporti proviene da veicoli per passeggeri. Due terzi di tutta l’energia elettrica generata nel mondo viene ricavata da combustibili fossili. Anche se oggi già abbiamo una serie di soluzioni a basse emissioni e competitive riguardo ai costi, non disponiamo ancora di tutte le tecnologie necessarie ad azzerare le emissioni a livello globale.

Spreco inaccettabile. Una ricerca delle Nazioni Unite, rileva che nel 2019 è stato sprecato il 17% del cibo disponibile al consumo. In pratica 931 milioni di tonnellate di alimentari sono finite nei bidoni dei rifiuti di famiglie, rivenditori, ristoranti e altri servizi alimentari nel mondo, per un peso equivalente a quello di 23 milioni di camion da 40 tonnellate a pieno carico. A buttare cibo per la maggior parte sono le famiglie, che scartano l’11% di alimenti, mentre servizi e punti vendita al dettaglio ne sprecano rispettivamente il 5% e il 2%. A livello globale vengono gettati 121 chilogrammi di cibo a testa l’anno, con 74 chilogrammi a livello familiare. Lo spreco ha sostanziali impatti ambientali, sociali e economici. Ridurlo, secondo l’Onu, porterebbe a un taglio delle emissioni di gas serra, a rallentare la distruzione della natura attraverso la conversione dei terreni, all’aumento della disponibilità di cibo e quindi a diminuire la fame nel mondo. Catastrofe plastica. Più di 150 milioni di tonnellate: è la quantità della plastica presente attualmente nei mari, secondo quanto riportato dal WWF. Uccelli, pesci, balene, tartarughe: un milione e mezzo di animali, ogni anno, sono vittime di rifiuti di plastica scaricati negli oceani. Un problema che è destinato a peggiorare. Attualmente sono prodotte 396 milioni di tonnellate di plastica in dodici mesi, 53 kg per ogni abitante del pianeta. Solo poco più del 20% viene riciclato o incenerito. Il resto, in gran parte, termina la propria vita tra le onde. Si tratta, tuttavia, di un materiale concepito e realizzato proprio a «lunga conservazione»: significa che non scompare mai, ma si frammenta solo in pezzi più piccoli. Se non si smetterà di versare in mare i rifiuti di plastica, entro il 2050 negli oceani ci saranno più materiali di questo genere che fauna marina. Lenze, reti da pesca, buste, bottiglie, flaconi, e molto molto altro: i grandi pezzi di plastica feriscono, strangolano e causano spesso la morte di animali come tartarughe marine e uccelli marini.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in

www.dialoghi.ch


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Sussidio a Qumran. Il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica ha approvato il progetto di ricerca sulle grotte di Qumran (Terra Santa), diretto dal professore Marcello Fidanzio della Facoltà di teologia di Lugano. Si tratta di studiare l’assieme dei materiali ritrovati, a partire dal 1947, in Cisgiordania (circa frammenti di 960 manoscritti) risalenti all’origine del cristianesimo dal giudaismo. Giornata delle predicatrici. Lo scorso 17 maggio è stata celebrata in Germania la Giornata delle predicatrici. Ulrike Gôken Huismann, teologa di 59 anni, ha predicato durante l’eucarestia nella chiesa di Düsseldorf. Con la presidente della Comunità delle donne cattoliche tedesche, altre 12 donne hanno tenuto le omelie, pratica da tempo tollerata in Germania. Questa iniziativa non ha sollevato forti opposizioni da parte dei Vescovi. Enciclica in russo. «Una gioiosa sorpresa»: così il 17 febbraio papa Francesco ha definito la notizia, giuntagli da Mosca, che la Direzione spirituale dei musulmani della Federazione russa, presieduta dal mufti Ravil Gainutdin, ha organizzato la traduzione in russo della enciclica «Fratelli tutti». «Penso – ha scritto il papa – che la riflessione e il dialogo su questa enciclica possano essere di aiuto non solo per la Federazione Russa, dove il dialogo tra cristiani e musulmani è chiamato a crescere, ma per la famiglia umana nel suo insieme». La stessa enciclica è stata presentata lo scorso 15 aprile a Ginevra ai rappresentati delle grandi istituzioni internazionali e alcuni qualificati esponenti religiosi. Papamobile ecologica. Il Vaticano vuole acquistare una papamobile interamente elettrica, fabbricata a Graz (Austria) e che avrà dei pannelli solari sul tetto, mentre per l’interno saranno utilizzati materiali riciclati. Il PDG della società costrutrice Henrik Fisker è stato invitato a presentare il modello, mentre la consegna è prevista per l’anno prossimo. Donne a Berna. Al Segretariato di Stato per l’emigrazione è stata nominata Christine Schraner Burgener, giurista di formazione e fin qui inviata speciale dell’ONU per la Birmania. Con questa nomina, sono cinque i posti di Segretario di Stato occupato da donne a Palazzo federale, aggiungendosi a Maria Gabrielle Ineichen Fleisch all’economia, Martina Hirayama alla formazione e alla ricerca, Daniela Stoffel alle questioni finanziarie internazionali e Livia Leu agli affari stranieri. Tutte hanno preso un posto precedentemente occupato da un maschio: chapeau! Vaticano al femminile. Continuano le designazioni femminili nella Curia vaticana da parte di papa Francesco: la suora Maria Ines Vieira Ribeiro, presidente delle religiose brasiliane, è stata nominata consulente alla Congregazione per gli Istituti della vita consacrata; la giurista Catia Summaria, diplomata di Bari, è stata nominata Promotore di giustizia alla Corte d’Appello della Cità del Vaticano; la francese suor Nathalie Becquart, nata nel 1969, è stata nominata sottosegretaria al Sinodo dei vescovi e sarà la prima donna ad avervi diritto di voto; ancora una suora, Margarita Bofarull Bunuel è stata nominata nell’Accademia pontificia per la vita, assieme a tre altri membri, tra cui

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Maria Chiara Carrozza, già ministro dell’educazione nel governo italiano del 2013; infine la religiosa Alesssandra Smerilli, nata nel 1974, titolare di numerosi riconoscimenti accademici, e già consigliere di Stato per la Città del Vaticano, è stata nominata sottosegretario al Dicastero per lo sviluppo umano integrale. Ma non sono queste le prime donne importanti in Vaticano; la giornalista Bénédicte Lutaud ha pubblicato «Femmes de papes» (Cerf, 2021) su quanto hanno contato cinque donne presso i Papi: per Pio XII (Pascalina Lehnert), per Giovanni Paolo II (Wanda Poltawska e madre Tekla) e più recentemente Hermine Speier, archeologa ai Musei vaticani e Lucetta Scaraffia all’Osservatore Romano. Donne al comando. Ngozi Okonjo-lweala è la nuova direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) ed ha assunto l’incarico il 10 marzo, diventando la prima africana e la prima donna a capo dell’ente per il commercio globale. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato presso la Banca mondiale e quello di presidente dell’Alleanza globale per i vaccini e immunizzazione (Gavi). In Germania la teologa Beate Gilles, da dieci anni responsabile per il dipartimento dei giovani della diocesi di Limbourg, è stata nominata segretario generale della Conferenza episcopale tedesca; è la prima donna ad occupare questo incarico, in precedenza svolto da una padre gesuita; mentre restano tutti maschi i 68 Vescovi tedeschi. Fino ma quando? Presidenza importante. Dal 10 febbraio il Movimento dei Focolari, una realtà ecumenica nata all’interno del cattolicesimo ma a cui aderiscono molti membri di altre Chiese cristiane e persino di altre religioni, ha una nuova presidente: si tratta di Margaret Karram, 58 anni, cittadina israeliana di origine palestinese, laureata in Studi ebraici all’Università ebraica di Los Angeles e specialista del dialogo interreligioso. Il movimento fondato nel 1943 da Chiara Lubich, è ormai diffuso in 180 paesi e conta oltre 140.000 membri. Secondo lo statuto, la presidente deve essere una donna, ma l’importanza della nomina sta nel riconoscimento per la minoranza cristiana araba in Medio Oriente, che è minacciata dall’emigrazione causata dai conflitti nella regione. L’elezione di Margaret Karram è importante anche per la sua esperienza in campo ecumenico e in quello interreligioso e del dialogo tra i popoli e nel dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi. Pericolo scampato. I preti del Canada avevano temuto di restare senza vino, adatto per poter celebrale la santa eucarestia: infatti il vino, secondo le prescrizioni vaticane, deve essere naturale, fatto con uva e non contenere alcun prodotto estraneo. La Società degli alcolici del Québec (SAQ) che ha il monopolio del commercio degli alcoolici, ha recentemente trasmesso un elenco di sette diversi vini, ufficialmente analizzati, e che la diocesi di Montréal ha trovati conformi. La SAQ concede un ribasso del 17% sul prezzo del catalogo alle parrocchie o altre organizzazioni che acquistano vino per l’uso liturgico. Onore discutibile. Per ricordare Dorothy Stang, religiosa americana assassinata nel 2005, e cara a molti brasiliani, i biologi hanno dato il nome della suora a una nuova specie di civetta, recentemente scoperta nella foresta amazzonica, il cui nome scientifico sarà «Megascops stangiae». L’intenzione è certamente lodevole, ma una scelta simile, almeno in Europa, apparirebbe ironica, se non irriverente.


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La Svizzera e la tratta degli schiavi È il tempo di parlarne Dal 18° secolo a oggi domina l’idea che la Svizzera, ai tempi del colonialismo e della tratta degli schiavi transatlantica durata dal 16 secolo fino agli inizi del 1800, fosse un piccolo paese emergente, popolato da pacifici alpigiani, grandi lavoratrici e lavoratori che con il resto del mondo non avevano niente a che fare. Ma non fu affatto così. La Svizzera di allora era già globalizzata e singoli individui, imprese famigliari e banche parteciparono a progetti coloniali e furono coinvolti in ogni aspetto legato allo schiavismo. Non solo possedevano piantagioni e schiavi, ma commerciarono merci di rilevanza per la tratta degli schiavi, finanziarono spedizioni, assicurarono vascelli negrieri, singoli soldati e intere guarnigioni si recarono oltreoceano per assicurare tranquillità e ordine in possedimenti europei, soprattutto francesi e olandesi. Nel dicembre 2019 lo storico sangallese Hans Fassler ha fondato Scores, Comitato svizzero per la Riparazione alle vittime della schiavitù. Una riparazione in senso stretto è praticamente impossibile: le schiave egli schiavi vissero, furono sfruttati senza un briciolo di umanità e morirono in cattività e a questo non c’è rimedio. Per Fassler il senso della riparazione sta nel dare via a un processo, il cui primo passo deve essere quello di cambiare la nostra visione su quei secoli per poi procedere a un’accurata ricostruzione del nostro passato, un po’ come avvenne con la Commissione Bergier. Innanzitutto si tratterà di elaborare quanto è già stato scritto e poi di continuare a ricercare. Poi il Consiglio federale dovrebbe esprimersi ufficialmente e riconoscere il ruolo della Svizzera. Il passo ulteriore sarebbe procedere al risarcimento materiale. In linea di principio le eredi e gli eredi di chi ai tempi si arricchì e fece affari è tenuto a risarcire le eredi e gli eredi delle persone schiavizzate. Naturalmente è una questione complessa con aspetti delicati da affrontare, come il ruolo attivo di élite africane al commercio di schiavi. Un fatto è innegabile però: il Ghana o il Congo non sono diventati ricchi grazie alla tratta negriera, bensì i paesi dell’emisfero nord. Ai paesi di provenienza delle persone mercanteggiate questo commercio portò solo guerre, discri-

minazioni sociali e miseria. In passato sono già stati versati a più riprese dei risarcimenti per la questione della schiavitù, ma in senso inverso. Paesi come la Gran Bretagna, l’Olanda o la Francia non hanno risarcito le persone costrette in schiavitù, bensì i proprietari di schiavi per essere stati privati delle loro proprietà. Il caso più eclatante è quello di Haiti che, dopo la sua indipendenza, fu costretta a pagare alla Francia un debito altissimo. Scores collabora con l’iniziativa di riparazione della Comunità degli Stati caraibici. Questa prevede di instaurare un dialogo con ex imperi coloniali al fine di discutere di riparazione e di risarcimenti. È già stata costituita una commissione di storici che sottoporrà alla Spagna, al Portogallo, alla GB, la Danimarca e l’Olanda le premesse per la richiesta di risarcimenti. È chiaro che anche il nostro Paese deve confrontarsi con le medesime premesse. E la Svizzera ufficiale, come dimostra la reazione di altri stati con passato coloniale, non accetterà facilmente di aprire un dialogo su questo tema. È prevedibile che il dibattito pubblico metterà subito in primo piano l’argomento della corruzione e il fatto che i risarcimenti finirebbero comunque nelle tasche di chi oggi detiene il potere. È perciò importante che i risarcimenti siano messi in atto in modo che adempiano pienamente al loro scopo simbolico. Ma la probabilità che ci sia un dibattito sulla loro legittimità e si dovrà affrontare la difficoltà di metterli in atto, non ci esime dal fare qualche cosa. I risarcimenti possono anche essere criticati se, con il pagamento di una certa somma di denaro, si pretende di aver eliminato ogni colpa e che sul passato non si debba più tornare. Così facendo si perde d’occhio il fatto che il colonialismo e il regime di schiavitù hanno creato rapporti di forza di cui ancora oggi il Nord globale approfitta. Inoltre durante il colonialismo si definirono relazioni economiche e commerciali che continuano a essere fonte di grande ingiustizia. Tra gli storici della schiavitù regna un ampio consenso sul fatto che, sino alla fine del XIX secolo, il capitalismo ha significato lo sfruttamento del corpo di persone portate via a forza contro la loro volontà dalla loro patria. L’indu-

strializzazione europea non sarebbe potuta avvenire senza schiavitù. Nemmeno quella della Svizzera con la sua industria tessile che aveva bisogno di cotone e questa materia prima non era semplicemente disponibile facendo astrazione dalla schiavitù. Oppure l’industria del cioccolato. Eppure la Lindt und Sprüngli, proprio quella della «scioglievolezza» nel suo museo nuovo fiammante sulla storia del cioccolato a Kilchberg non fa nessun riferimento alla maniera in cui si coltivava e si raccoglieva l’indispensabile materia prima. Resta la questione su chi si debba assumere l’onere del risarcimento. In linea di principio non sarebbe sbagliato se lo facessero gli eredi di chi ai tempi approfittò economicamente della schiavitù. Secondo Fässler, per una questione di fattibilità però, lo Stato è l’unica istanza in grado di calcolare in maniera quantomeno corretta l’ammontare dei risarcimenti. E per garantire un’equa ripartizione dei costi di riparazione, si dovrebbe anche discutere di un corretto, progressivo sistema di imposte, in modo che famiglie ricche (in qualità di maggiori beneficiari), paghino di più. Per quanto riguarda l’importo del risarcimento, lo storico ipotizza una somma di 5 miliardi di franchi partendo da alcune stime che indicano come la Svizzera abbia partecipato nella misura del 2-3% al volume totale del commercio transatlantico degli schiavi. Si tratta di molti soldi, ma il nostro paese è nella posizione per affrontare questo impegno. Lo ha fatto in passato quando ha salvato l’UBS, lo sta facendo adesso per minimizzare l’impatto negativo della pandemia da coronavirus nella società. La logica di sfruttamento del moderno capitalismo è rimasta la medesima e anche su questo deve avvenire una presa di coscienza. Come per la recente votazione sull’Iniziativa per multinazionali responsabili, nel 1860 il Consiglio federale giustificava la schiavitù. E motivando che i confederati che al tempo possedevano piantagioni in Brasile, senza la schiavitù sarebbe andati in rovina. Daria Lepori (sintesi di un’intervista di R. Albisser a Hans Fässler apparsa su «Wochenzeitung», 10.9.2020)


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Corso di formazione culturale (2021-2023)

Fonti, storia e attualità della Bibbia dall’antichità al mondo contemporaneo Finalità

absi

L’epoca attuale, attraversata da sfide culturali e formative eterogenee, esige occasioni formative che allarghino il cuore e la mente verso un dialogo interculturale ed interreligioso serio ed approfondito. Il corso qui presentato intende fornire a chi vi parteciperà una competenza complessiva sui testi e valori biblici, sui metodi fondamentali di analisi ed interpretazione delle Scritture bibliche ebraiche e cristiane nei loro contesti redazionali, a livello letterario e storico, sulla loro incidenza nella storia del pensiero religioso e della cultura euro-mediterranea. L’intero iter formativo, di sviluppo biennale, si fonda scientificamente sull’apporto formativo di diverse discipline (esegesi e teologia bibliche, letteratura rabbinica, letteratura cristiana antica, storia del cristianesimo e delle Chiese, teologie cristiane, storia della filosofia, pedagogia religiosa, teologia e cultura musulmane, scienze umane) e sull’interazione tra loro. Tali attenzioni e sinergie sono pensate nella prospettiva di contribuire a costruire una convivenza sociale radicalmente umana tramite logiche formative culturalmente costruttivi e utili negli ambienti delle società civili nel loro complesso.

Obiettivi

Destinatari

Le/i partecipanti al termine del corso:

Questo corso è stato pensato per chiunque sia interessato ad un approccio scientificamente serio e culturalmente stimolante ai contenuti proposti: docenti di ogni ordine e grado scolastico; catechiste/catechisti; operatrici/ operatori culturali e sociali; persone senza ruoli professionali formativi e/o educativi specifici, di qualunque ispirazione religiosa e culturale. L’organizzazione del corso sta verificando la possibilità di un suo riconoscimento da parte di istituzioni accademiche e culturali per chi tra i partecipanti fosse interessato a tale attestazione per l’intero corso o per alcuni suoi moduli. In questo caso saranno predisposte le forme di valutazione richieste dalle istituzioni che daranno tale riconoscimento.

– saranno in grado di orientarsi in modo metodologicamente e contenutisticamente significativo nel campo delle fonti bibliche ed extra-bibliche in traduzione italiana;

Associazione Biblica della Svizzera Italiana L’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch – canale youtube «Associazione Biblica della Svizzera Italiana» – info@ absi.ch) è un’istituzione culturale ecumenica fondata a Lugano il 13 gennaio 2003. Il suo scopo costituzionale è favorire la conoscenza culturale ed esistenziale dei testi e valori etici ed estetici della Bibbia sia nell’ambito delle chiese e delle comunità religiose sia in quelli del sistema formativo scolastico e universitario e della società civile nel suo complesso, nella Svizzera Italiana e nei territori a maggioranza italofona al di fuori della Svizzera. Attualmente i membri di ABSI sono 388, di cui 285 in Svizzera e 103 in Italia. Una delle iniziative fondamentali dei prossimi due anni di attività sarà il corso qui presentato, in collaborazione con la Federazione Biblica Cattolica Mondiale.

– avranno potuto comprendere le istanze teologiche, storiche ed antropologiche emergenti dai testi biblici e dai loro contesti originari; – saranno state/i introdotte/i alle grandi tematiche della letteratura cristiana antica, delle teologie cristiane, del rapporto tra Bibbia e Corano, degli influssi di testi e valori biblici sulle tradizioni artistiche figurative e musicali dell’Occidente e sui rapporti con aspetti alcune scienze umane e dimensioni sociali dell’esistenza.

Contenuti Il percorso formativo, articolato in corsi interattivi, offre alcuni contenuti fondamentali per consentire ai partecipanti di rendersi conto direttamente della rilevanza culturale delle fonti, della storia e dell’attualità delle Scritture bibliche dall’antichità alla contemporaneità multiculturale e multireligiosa odierna. Coordinatore del corso Ernesto Borghi Nato a Milano nel 1964, sposato e padre di due figli, è laureato in lettere classiche (Università degli Studi di Milano), licenziato in scienze religiose (Università di Fribourg), dottore in teologia (Università di Fribourg), baccelliere in Sacra Scrittura (Pontificia Commissione Biblica). È biblista professionista dal 1992. Dal 2018 insegna introduzione alla Sacra Scrittura presso l’ISSR «Romano Guardini» di Trento e dal 2019 Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica di Napoli (sezione San Tommaso d’Aquino). Dal 2003 presiede l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana (www.absi.ch) e coordina la formazione biblica nella Diocesi di Lugano e, per la Federazione Biblica Cattolica, l’area Europa del Sud e dell’Ovest. Tra i suoi libri più recenti: Di’ soltanto una parola. Per leggere la Bibbia nella cultura di tutti, Effatà, Cantalupa (TO) 2018; (a cura di), MATTEO. Nuova traduzione ecumenica commentata, Edizioni Terra Santa, Milano 2019; La giustizia dell’amore. Matteo 5-7 e Luca 6.11 tra esegesi ed ermeneutica, Effatà, Cantalupa (TO) 2021; (a cura di), GIOVANNI. Nuova traduzione ecumenica commentata, Edizioni Terra Santa, Milano 2021. Struttura Il corso di alta formazione, proposto in modalità online, è strutturato in due anni secondo moduli disciplinari di carattere interattivo. I anno (2021-2022): quattro moduli (64h; 60h; 12h; 28h) = 164 h


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II anno (2022-2023): quattro moduli (64h; 60h; 12h; 28h) = 164 h 1 h = 45’ 1 h = 45’ È possibile iscriversi all’intero corso oppure anche soltanto ad uno o più moduli di esso. Contributo di partecipazione 2021-2022

Tutti coloro che parteciperanno, in forma completa o in forma ridotta, a questo primo anno 2021-2022, saranno iscritti ad ABSI sino al 31 dicembre 2022. Questa condizione permetterà loro di ricevere quattro numeri della rivista «Parola&parole», periodico ufficiale di ABSI, e ogni altra informazione e pubblicazione che l’associazione stessa proporrà.

Per partecipare a questo corso sarà necessario diventare socio sostenitore ABSI secondo le seguenti modalità:

Articolazione del programma

per partecipare all’intero primo anno del corso persone singole: CHF 330 / euro 300 istituzioni: CHF 440 / euro 400

I modulo: Per analizzare ed interpretare i testi biblici: Scritture ebraiche nei loro contesti Cenni generali. Torah/Pentateuco (16 ore) Profeti anteriori/libri storici (8 ore) Profeti posteriori (8 ore) Scritti/libri sapienziali (8 ore) Letteratura apocrifa giudaica (8 ore) Esegesi e teologia primo-testamentarie: letture di testi (16 ore) 64 ore

Chi non fosse interessato a partecipare all’intero percorso annuale, ma soltanto ad uno o due moduli, potrà versare la quota associativa ABSI nei termini seguenti: • persone singole: – CHF 140 / euro 120 per il modulo I/ III o II/III (76 o 72 ore di lezione); – CHF 75 / euro 65 per il modulo IV (28 ore di lezione) • istituzioni religiose o civili: – CHF 220 / euro 200 per il modulo I/ III o II/III (76 o 72 ore di lezione); – CHF 110 / euro 100 per il modulo IV (28 ore di lezione) Testi-guida per il corso ABSI, Di’ soltanto una parola. Per leggere la Bibbia nella cultura di oggi, Effatà, Cantalupa 2018 (contributo: euro 10 / CHF 12); E. Borghi - R. Petraglio (a cura di), La Scrittura che libera. Introduzione alla lettura dell’Antico Testamento, Borla, Roma 2008 (contributo: euro 20 / CHF 24); E. Borghi - R. Petraglio (a cura di), La fede attraverso l’amore. Introduzione alla lettura del Nuovo Testamento, Borla, Roma 2006 (contributo: euro 20 / CHF 24).

I ANNO (2021-2022)

II modulo: Per analizzare ed interpretare i testi biblici: Scritture cristiane nei loro contesti Cenni generali. Vangeli e Atti degli Apostoli (16 ore) Lettere (16 ore) Apocalisse (4 ore) Letteratura apocrifa cristiana (8 ore) Esegesi e teologia neo-testamentarie: letture di testi (16 ore) 60 ore III modulo: Leggere le Scritture bibliche dall’Antico al Nuovo Testamento Itinerario geografico-storico-culturale (8 ore) Sintesi testuali (4 ore) 12 ore IV modulo: Bibbia e cultura Bibbia e arti figurative (8 ore) Bibbia e musica (8 ore) Bibbia e cinema (8 ore) Linee conclusive del I anno (4 ore) 28 ore II ANNO (2022-2023) I modulo: Bibbia, letteratura e storia Bibbia e letteratura cristiana antica: riflessioni globali e letture di testi (16 ore) Bibbia e storia del cristianesimo antico (8 ore) Bibbia e storia del cristianesimo medioevale (8 ore) Bibbia e storia del cristianesimo moderno (16 ore) Bibbia e storia del cristianesimo contemporaneo (16 ore) 64 ore

II modulo: Bibbia filosofia e teologia Bibbia e teologia (30 ore) Bibbia e filosofia (12 ore) Bibbia e antropologia (18 ore) 60 ore III modulo: Bibbia e formazione ecclesiale 12 ore IV modulo: Bibbia, religioni, culture e società Bibbia e ritualità ebraica e cristiana (8 ore) Bibbia e Corano (8 ore) Bibbia, economia e giustizia (12 ore) 28 ore Istituzioni patrocinanti Federazione Biblica Cattolica (https://c-b-f.org) - Istituto Superiore di Scienze Religiose «Romano Guardini» di Trento - Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia Istituto Superiore di Scienze Religiose di Palermo Docenti Ester Abbattista (ISSR «Guardini» di Trento / ISSR-PTH di Bolzano); Elena Lea Bartolini De Angeli (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale/ ISSR di Milano); Gabriele Boccaccini (Università del Michigan/Ann Arbor); Ernesto Borghi; Carlo Broccardo (Facoltà Teologica del Triveneto di Padova); Emanuela Buccioni; Giuseppe Casarin (ISSR «Guardini» di Trento / ISSR-PTH di Bolzano); Gaetano Castello (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli [Sez. Tommaso d’Aquino]); Giuseppe De Virgilio (Università della Santa Croce di Roma); Stefania De Vito (Università Gregoriana di Roma); Gaetano Di Palma (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli [Sez. Tommaso d’Aquino]); Alberto Fassone / Giacomo Fornari (Conservatorio «Monteverdi» di Bolzano); Martina Yehudit Loreggian (stud. Leo Baeck College di Londra); Mariarita Marenco (Università Salesiana di Torino / Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Torino); Carmine Matarazzo (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli [Sez. Tommaso d’Aquino]); Luca Mazzinghi (Università Gregoriana di Roma); Eric Noffke (Facoltà Valdese di Teologia di Roma); Angelo Passaro (Facoltà Teologica di Sicilia); Daria Pezzoli Olgiati (Università di Monaco di Baviera); Romano Penna (em. Università Lateranense di Roma); Renzo Petraglio; Rosario Pistone (Facoltà Teologica di


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Sicilia); Muriel Pusterla (dottoranda Facoltà di Teologia di Lugano); Angelo Reginato (Chiesa Battista di Lugano); Patrizio Rota Scalabrini (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano); Rosanna Virgili (Studio Teologico Marchigiano di Ancona); Luciano Zappella (Centro Culturale Protestante di Bergamo); Stefano Zeni (ISSR «Guardini» di Trento); Stefano Zuffi («Amici di Brera» di Milano). Calendario delle lezioni del primo anno Giornate di lezione Martedì: ore 18.00-19.45 / 20.4522.30 - Sabato: ore 15.00-16.45 / 17.30-19.15 Iscrizioni al corso Entro il 30 luglio 2021, scrivendo a: info@absi.ch Per informazioni info@absi.ch 0039 348 0318169 0041 79 533 61 94

Tutte le lezioni saranno registrate e le registrazioni saranno a disposizione degli iscritti in modo che possano seguire tutto anche in differita. Per ogni lezione e gruppo di lezioni vi saranno materiali di approfondimento e indicazioni bibliografiche di vario livello. I periodo: Per analizzare ed interpretare i testi biblici: Scritture ebraiche nei loro contesti (settembre-ottobre 2021) sab 4-11-25 settembre / 2-9-16-23-30 ottobre 2021 mar 7-14-21-28 settembre / 5-12-1926 ottobre 2021 II periodo: Per analizzare ed interpretare i testi biblici: Scritture cristiane nei loro contesti (gennaiofebbraio 2022) mar 4-11-18-25 gennaio / 1-8-15-22 febbraio / 1 marzo 2022 sab 8-15-22-29 gennaio / 5-12-19-26 febbraio / 5 marzo 2022 III periodo: Bibbia e cultura (maggio-giugno 2022) mar 24-31 maggio / 7-14 giugno 2022 sab 28 maggio / 4-11 giugno 2022

Contro la violenza sulle donne La pandemia ha reso ancora più evidente il problema della violenza sulle donne e le difficoltà per le vittime di trovare ascolto, aiuto e protezione. Un fenomeno che assume diverse dimensioni (violenza domestica, sessuale, fisica, psicologica) e nei confronti del quale è necessario aprire un dialogo che coinvolga tutte la società al fine di elaborare soluzioni e rivendicazioni condivise. È con questo spirito che il collettivo iolotto ha elaborato un «piano d’azione per l’eliminazione dalla violenza di genere». Un documento nel quale si chiede di potenziare i servizi di ascolto e di aiuto alle vittime (consultori e posti protetti) di istituire un «numero verde», gestito da professioniste, che possa funge-

re da antenna per orientare le donne verso i servizi più adeguati alla loro situazione. Si sottolinea inoltre l’importanza di introdurre un reddito di emergenza per le donne che decidono di uscire da una relazione violenta in modo da spezzare la «catena» della dipendenza economica che spesso impedisce la ricerca dell’autonomia. Infine si propone il potenziamento di campagne di prevenzione e sensibilizzazione in tutti gli ambiti pubblici e privati. Il testo vuole soprattutto essere da stimolo per continuare la riflessione e per promuovere una cultura del rispetto e della non-violenza. Chi fosse interessato al testo può ordinarlo sul sito www.iolotto.ch

No. 266

In questo numero Editoriale G LA CHIESA CATTOLICA A UN BIVIO?

1

Dossier G FLUSSI MIGRATORI IN TUTTO IL MONDO (A. Bondolfi)

3

Articoli G UN NUOVO MANTRA CANTONTICINESE O UN’IDEA CHE HA BISOGNO DI CULTURA? (S. Toppi)

6

G NUOVI RAPPORTI TRA PARROCCHIE E IL NUOVO COMUNE (C. Donadini)

10

G UNA CRISI CHE ESIGE UNA RIFORMA

12

G LA VICENDA DI BOSE

14

G LA SVIZZERA E LA TRATTA DEGLI SCHIAVI

25

G FONTI, STORIA E ATTUALITÀ DELLA BIBBIA DALL’ANTICHITÀ AL MONDO CONTEMPORANEO 26 G BIBLIOTECA

15

G CRONACA SVIZZERA

18

G CRONACA INTERNAZIONALE

20

G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

22

G NOTIZIE BELLE E BUONE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Gaia De Vecchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini, Paolo Tognina Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana.

OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» una mano, lettori più anziani, a trovare propone un abbonamento a prezzo sconlettori giovani alla rivista? Raccoglie le tato. Per 30 franchi, invece di 60! I trenta vostre segnalazioni la Redazione-Ammifranchi che mancano li versa il comitato nistrazione di «Dialoghi», c/o Rita Balladi «Dialoghi» al momento di saldare la bio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballafattura della stampa. Perché non ci date bio@bluewin.ch.

I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (quattro numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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