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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio La prima impressione è quella giusta? Intervista a Alexander Todorov autore di Face Value

Ambiente e Benessere In Ticino si potrà testare il sistema RideMyRoute, un nuovo modo di spostarsi che prevede l’uso dei trasporti pubblici e anche del carpooling grazie a un’App per smartphone

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 23 ottobre 2017

Azione 43 Politica e Economia Una nuova direttrice per l’Unesco dopo la defezione di Usa e Israele

Cultura e Spettacoli La scrittrice Margaret Atwood ha vinto uno dei più importanti premi letterari europei

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di Marcella Emiliani pagina 29

AFP

Il crepuscolo del Califfato

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All’orizzonte, il sogno cinese di Peter Schiesser Più che una rielezione è un’incoronazione, questa di Xi Jinping quale presidente cinese al 19esimo Congresso del partito comunista, iniziatosi mercoledì scorso. In carica da cinque anni, e almeno per i prossimi cinque, Jinping è oggi il leader indiscusso della Cina, in patria e all’estero gli si riconosce una statura che solo Mao Ze Dong e Deng Xiaoping avevano mostrato prima di lui, il PCC lo sta canonizzando, elevando il suo pensiero a dottrina del partito. In Cina si dice che Mao ha salvato la Cina, Deng l’ha resa ricca, Xi la sta rendendo forte – la premessa migliore per poter annunciare alla Cina e al mondo il «sogno cinese». Ossia, l’ambizione di diventare un paese ricco ma con meno diseguaglianze e più stato di diritto, all’avanguardia nell’innovazione tecnologica, campione dell’economia di mercato e nella protezione del clima, capace di imporre i propri interessi, con un esercito sempre più sofisticato. In altre parole, di diventare la massima potenza al mondo a metà di questo secolo. E sia chiaro: il «sogno cinese» sarà guidato dal partito comunista. In questi cinque anni, Xi Jinping è riuscito a riprendere le redini di

un partito che si stava consumando nella corruzione e nel «lassismo ideologico». La sua arma più potente è stata Wang Qishan, l’inesorabile cacciatore di corrotti che ha avviato un repulisti senza precedenti, servito a Jinping anche per eliminare i concorrenti più pericolosi. Parallelamente, Xi ha rafforzato la disciplina interna al partito, consapevole del fatto che senza l’impegno dei suoi funzionari il sogno cinese resterebbe incompiuto. Ma una Cina che in questo decennio cruciale dipende così tanto da una singola persona, saprà generare una prossima generazione in grado di occupare il posto nella Storia cui il presidente ambisce? Xi Jinping saprà forgiare i prossimi governanti e creare una nuova «dinastia ideologica»? E sarà facile anche in futuro armonizzare il capitalismo con un potere politico assoluto? Da pochi mesi il potere statale fa sentire in modo più accentuato il suo peso anche nelle grandi aziende private cinesi, e questo è un tipo di influsso che può andare contro i principi economici. Da un osservatorio occidentale non è possibile penetrare a fondo la realtà cinese, ma possiamo vedere quanto la sua forza si riverbera all’estero. A suon di decine di miliardi di dollari vengono comprate aziende internazionali, immobili, acquisito know how; con

il progetto della nuova Via della seta, che coinvolgerà 65 paesi, vi saranno investimenti per centinaia di miliardi per creare una rete capillare per i commerci del futuro; ma già oggi la Cina è presente con suoi progetti infrastrutturali in tutti i continenti, la sua sete di materie prime la spinge a farsi largo ovunque. E quindi: la Cina sarà un gigante gentile, come promette Xi Jinping, o una minaccia, per noi occidentali? È molto probabile che nel 2050 la Cina divenga la potenza dominante. Anche perché gli unici che potrebbero impedirlo, gli Stati Uniti, non hanno oggi un presidente in grado di contenere strategicamente il colosso asiatico, e mostrano inquietanti segni di decadimento sociale: l’America profonda oggi sta vivendo una tragica ed epidemica dipendenza da oppiacei – proprio come avvenne nella fase finale della dinastia Ming, la cui decadenza venne suggellata dalle due guerre dell’oppio perse contro la Gran Bretagna (1839-1842, 1856-1860). In nome della libertà di commercio, Londra impose di poter continuare a vendere oppio (che produceva in India) in una Cina in cui tanti abitanti già non potevano più fare a meno di questa droga. Ma oggi da quel sonno dell’oppio la Cina risorge con un sogno di potenza.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Attualità Migros

M Una dispensa di riso in terra ticinese La Riseria Da oltre 60 anni Migros vende riso di produzione propria: la pregiata materia prima

arriva da tutto il mondo alla Riseria di Taverne, dove viene raffinata per ottenere la massima qualità

Marc Bodmer* I chicchi di riso si riversano a cascata sulla mano di Daniel Feldmann (50 anni), direttore della Riseria di Taverne. Sulle sue dita non resta attaccato assolutamente nulla, né polvere, né farina né altre impurità. «Se il riso è fresco, la mano resta pulita», spiega lo specialista, che da sette anni si occupa per conto di Migros di uno dei generi alimentari più importanti del mondo. «Grazie alla cosiddetta produzione just-in-time, Migros ha probabilmente il riso più fresco della Svizzera». Nei suoi giganteschi silos, che proprio quest’anno festeggiano il 60° anniversario, è stipato riso greggio proveniente dall’Asia, dall’America latina e soprattutto dall’Italia. «Un silo contiene tra le 120 e le 150 tonnellate, a seconda della grandezza dei chicchi. 5000 tonnellate sono una scorta d’emergenza, obbligo prescritto dalla Confederazione», spiega Feldmann. «Ecco perché ci chiamano anche la dispensa di riso della Svizzera». Negli 80 silos sono stivate in condizioni ottimali circa 10’000

tonnellate di riso greggio. La Riseria di Taverne è perciò il più grande deposito di riso della Svizzera. Tra la raccolta sul campo e la consegna in Ticino c’è solo una fase intermedia: la trebbiatura, che consiste nella separazione della buccia esterna che avvolge il chicco. «Se l’umidità del chicco supera il 14% il riso può ammuffire, mentre se è inferiore al 12% diventa fragile. C’è pochissimo margine di manovra». Nel 1957 il fondatore di Migros Gottlieb Duttweiler comprò la riseria ticinese, fondata nel 1905 dalla famiglia Curti di Varese. Così facendo Migros si garantiva l’approvvigionamento di riso per i suoi clienti. «Il cereale bianco faceva parte dei primi sei articoli venduti da Duttweiler sin dal 1925», ricorda Feldmann. Gli svizzeri ne mangiano in media sei chilogrammi a testa all’anno. Quasi niente rispetto alla media asiatica di 100 chili a testa. «In Asia il riso è un alimento di base come da noi il pane. Verdure, carne e pesce sono solo contorni», sottolinea Feldmann, che di formazione è cuoco. Nel mondo vengono coltivati cir-

La storia aziendale 1905 – La famiglia Curti di Gemonio, in provincia di Varese, rileva un mulino a Taverne e lo trasforma nel primo impianto per la lavorazione del riso in Ticino. 1949 – Posa dei primi binari di raccordo e allacciamento alla rete ferroviaria delle FFS. 1957 – Gottlieb Duttweiler rileva l’azienda dalla famiglia Curti e fonda la Riseria Taverne SA. 1980 – Costruzione del deposi-

to di silos per il riso semigreggio. 1996 – Installazione di una macina per la produzione di farina di riso. 2000 – La Riseria ottiene la certificazione BIO. 2011 – Revisione completa dell’impianto. 2017 – La riseria di Taverne festeggia 60 anni. È tuttora la più grande della Svizzera con due linee di produzione per i risi delle gamme M-Classic e Mister Rice di Migros.

Le eleganti macchine sbiancatrici della Olmia. (Paolo Dutto)

ca 700 milioni di tonnellate di riso, il 90% delle quali sono consumate in Asia e Oceania. L’istituto internazionale di ricerca sul riso (IRRI) che ha sede a Manila, nelle Filippine, ha censito circa 120’000 varietà di riso. «In tutto il mondo ne sono coltivate circa 20’000, per lo più per il consumo interno», indica Feldmann. 180 varietà vengono piantate nella sola Italia, da dove proviene circa la metà del riso consumato in Svizzera. Il trasporto è breve e i metodi di coltivazione moderni. «Il suolo, l’acqua e ovviamente le sementi sono i fattori che determinano la qualità del riso», precisa Feldmann, «di conseguenza facciamo attenzione all’interna catena di produzione». Per questo motivo adesso Migros è impegnata anche in Italia in diversi progetti di coltivazione sostenibile. All’acquisizione del riso greggio

della migliore qualità fa seguito una lavorazione accurata. Dai silos i chicchi di riso finiscono in un labirinto di tubi e affluiscono su un setaccio basculante, dove vengono separati da sassolini, polvere e altri corpi estranei. Dopo di che si lavora sulla dimensione: i grani sono selezionati per spessore e lunghezza, mentre un altro setaccio separa i chicchi verdi non ancora maturi. In seguito il riso approda in una macchina smerigliatrice rotante, la cosiddetta sbiancatrice, che lo spazzola per renderlo lucido. Infine, dei sensori ottici controllano ogni singolo grano prima che finisca nell’imballaggio. Una raffinazione accurata come quella che si svolge da 60 anni alla Riseria è un unicum in Svizzera. E con la costruzione del nuovo impianto la riseria ticinese guarda al futuro con ottimismo. In Europa la lavorazione del

riso è in declino, perché si punta di più sull’importazione del prodotto finito. Tuttavia, il riso raffinato importato è meno fresco ed anche i relativi controlli di qualità sono più difficili. Daniel Feldmann ha perciò ragione ad essere orgoglioso degli alti standard che la sua azienda si è posta: «Dal 2010 Migros gestisce in proprio alcune risaie in India e Thailandia, dove non si usano pesticidi e le risorse vengono usate con parsimonia. In questi progetti sostenibili sono impiegati 700 contadini che coltivano riso Basmati e Jasmine secondo i dettami dell’agricoltura biologica. Sin dall’inizio l’obiettivo è stato l’aumento della qualità. Personalmente trovo straordinario che Migros si sia impegnata in questa attività». * Redattore di Migros Magazin

La passione corre sulle onde

Migros TicinoIncontro con un collaboratore dell’azienda che da anni, nel tempo libero, è radioamatore Luca Corti Questa settimana incontriamo con piacere il radioamatore Francesco Citriniti, collaboratore del servizio Gestione superfici presso la sede centrale di S. Antonino: abbiamo pensato di approfondire con lui un tema spesso frainteso, soprattutto per tutti coloro che pensano erroneamente al radioamatore come a un collezionista di radio antiche oppure a un latin lover che ama con un soffuso e piacevole sottofondo musicale. Francesco Citriniti, chi sono i radioamatori?

Forse serve una piccola premessa… I radioamatori sono ancora troppo spesso confusi con gli utilizzatori dei cosiddetti CB, apparati radio molto diffusi per uso privato e amatoriale. I radioamatori sono persone che, dopo aver sostenuto un esame di cultura radiotecnica, sono dotate di patente e licenza rilasciate dall’Ufficio comunicazione della propria nazione d’appartenenza e sono autorizzate a gestire una stazione radio, svolgendo comunicazioni su bande di frequenza loro assegnate, a scopo di sperimentazione o pubblica utilità, senza scopo di lucro.

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Perché si diviene radioamatori?

Non lo si diventa solo per «parlare» con il resto del mondo, ma per conoscere in maniera più approfondita tutto ciò che riguarda l’universo delle telecomunicazioni, dall’elettronica necessaria per far funzionare le apparecchiature, fino alla propagazione delle onde radio. Parliamo di un’occupazione di livello professionale, un hobby che se praticato seriamente permette l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze spendibili con successo anche nel mondo dello studio e del lavoro. Basti pensare che si è calcolato che il 40 per cento dei radioamatori autorizzati negli Stati

Uniti d’America lavora nel campo delle telecomunicazioni e dell’elettronica e che l’85 per cento di essi fu indotto a iniziare la carriera in tal senso proprio per un interesse mostrato nel campo del radiantismo.

Cosa fanno nel concreto i radioamatori?

Alla sperimentazione di questi appassionati tecnici radio possono essere imputate quasi tutte le innovazioni tecnologiche che hanno segnato il cammino della radio in questi ultimi anni. Possiamo anche dire che, molto probabilmente, il futuro di tutti i più sofisticati sistemi di comunicazione

Al centro, tra le due colleghe, Francesco Citriniti durante la premiazione degli ultimi Campionati del mondo di HST in terra ungherese. (MAD) Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

è strettamente collegato all’avvenire della radio. Nel concreto, poi, i radioamatori sono spesso parte attiva delle varie Protezioni civili e forniscono un grande supporto alle comunicazioni di Stato: sono i primi a intervenire in caso di mancanza di trasmissioni d’informazioni durante gli stati d’emergenza e gli ultimi a lasciare il campo una volta ristabilite le comunicazioni telefoniche.

Quanti radioamatori ci sono nel mondo?

Oggi vi sono oltre tre milioni di radioamatori autorizzati nel mondo. La maggioranza sono in Giappone e in America. In Europa il gruppo più numeroso si trova in Germania, con oltre 70’000 unità, seguito dal Regno Unito. In Svizzera le stazioni con licenza superano le 4000.

addirittura i campionati mondiali di alta velocità in telegrafia (HST – High Speed Telegraphy) in cui ci si cimenta in alcune prove di codifica e decodifica dell’alfabeto Morse. Alcuni fenomeni riescono a raggiungere anche i 300 caratteri al minuto!

Lei è mai entrato «in azione»?

Quest’anno al campionato mondiale in Ungheria c’era anche un manipolo di radioamatori svizzeri, tra i quali figuravano due ticinesi … uno ero io! L’HST National Team Switzerland si è piazzato complessivamente al 6 posto alle spalle di veri e propri mostri sacri dei paesi dell’Est. Anche nelle passate edizioni le soddisfazioni non erano certo mancate: la nostra squadra si è sempre ben comportata. C’è ancora qualcosa che vorrebbe dire ai lettori di «Azione»?

Si usa ancora l’alfabeto Morse?

Vorrei fare un invito a tutti gli appassionati oppure a qualche curioso: è difficile reperire giovani o radioamatori più esperti pronti a cimentarsi in queste prove, anche se nel nostro Paese c’è molta gente preparata e valida. Sarebbe bello poter portare qualcuno di nuovo l’anno prossimo in Kazakistan! Invito a contattarmi all’indirizzo hb9edg@ ticino.com

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La telegrafia è solo una branca delle radiocomunicazioni e, anche se non è più richiesta negli esami per diventare radioamatori, migliaia di persone di questa comunità internazionale ne fanno giornalmente uso. Esistono delle vere e proprie gare di velocità e degli appositi programmi per potersi allenare. Ogni anno, da ben 22, si organizzano

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Società e Territorio Lo spazio stradale Il Dipartimento del territorio ha pubblicato le Linee guida per una nuova concezione dello spazio stradale nelle località

Contadini di città Dopo le aggregazioni Lugano ha ereditato un grande patrimonio boschivo e agricolo: un’opportunità per interrogarsi su una politica agricola urbana

Edilizia pubblica Molti edifici scolastici in Ticino devono essere adattati alle norme di risparmio energetico e ai nuovi indirizzi didattici pagina 9

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La prima impressione PsicologiaQuando ci troviamo di fronte

un estraneo ci bastano trenta millesimi di secondo per farci un’idea di chi sia, ma sarà quella giusta? Intervista a Alexander Todorov, autore di Face Value

Stefania Prandi Ogni volta che ci sono elezioni importanti da qualche parte nel mondo, i giornalisti arrivano nell’ufficio di Alexander Todorov per mostrargli i volti dei candidati, domandandogli quale sarà il vincitore. Todorov è professore di psicologia all’università di Princeston, negli Stati Uniti, ed è un esperto di studi sul viso e sulla «prima impressione». Si occupa del processo con il quale valutiamo gli estranei. Più di dieci anni fa il suo laboratorio ha condotto una serie di ricerche per stabilire se i giudizi basati sull’aspetto del viso dei candidati potessero predire il vincitore delle elezioni americane. I risultati hanno dimostrato che vincono le elezioni non i politici più competenti e validi, ma quelli che dall’aspetto vengono considerati più affidabili. Lo stesso processo ci porta a valutare le persone che non conosciamo: formiamo un giudizio sulla base di elementi estetici e impressioni legate alla nostra esperienza. E quasi sempre si rivela fuorviante. È impossibile, infatti, valutare il carattere e la personalità di un estraneo soltanto dalla prima impressione. Eppure, quando il giudizio è stato formulato, che sia negativo o positivo, non è facilmente modificabile. Todorov ha raccolto i risultati dei suoi studi in un libro – per ora solo in inglese – intitolato Face Value, The Irresistibile Influence of First Impression (L’importanza del viso, l’irresistibile influenza della prima impressione). Lo abbiamo intervistato. Professor Todorov, la prima impressione si rivela decisiva per i giudizi sugli sconosciuti, al punto da influenzare l’andamento delle elezioni politiche. Perché tutti noi diamo così importanza alle facce degli altri?

Ci focalizziamo sui volti delle persone perché in questo modo raccogliamo informazioni sul loro stato mentale ed emozionale. È un processo che comincia nell’infanzia. Secondo alcun studi, i bambini imparano a interpretare i volti attraverso la relazione con chi si prende cura di loro. Già nei primi mesi di vita riescono a decifrare le emozioni di chi hanno di fronte anche senza una mimica esplicita, come un sorriso o un pianto.

In trenta millesimi di secondo riusciamo a raccogliere informazioni sufficienti per farci un’idea della persona che ci troviamo di fronte. Come funziona la prima impressione? Valutiamo meglio certi tipi di persone?

Nel mio laboratorio abbiamo dimostrato che rispetto allo stesso viso possiamo avere impressioni differenti. Mostrando più foto degli stessi volti, i partecipanti agli studi hanno dato giudizi diversi. Molto dipende dal contesto, dall’umore, dal proprio background. Pensiamo ad esempio al contesto: quando si fa un colloquio di lavoro, chi giudica si basa non soltanto sull’aspetto, ma anche sul curriculum, sulle referenze, sul modo in cui si risponde alle domande. Quando si va a una festa, invece, i parametri cambiano: si viene giudicati per quanto si sembra simpatici o divertenti. Dalle nostre analisi emergono tre elementi fondamentali che influenzano in positivo la prima impressione: la bellezza, il senso di affidabilità, la presenza fisica correlata alla mascolinità. Ovviamente queste considerazioni sulla prima impressione valgono per gli estranei, non per le persone che già si conoscono.

Nel libro viene spiegato che la prima impressione non corrisponde al valore reale della persona che ci troviamo di fronte, ma è legata ai nostri pregiudizi e preconcetti. Ci sono dei volti in particolare che giudichiamo negativamente?

In genere i volti atipici per una certa cultura sono considerati negativamente. Nei paesi occidentali, ad esempio, una faccia «straniera» viene considerata strana e più facilmente legata a un giudizio negativo. Anche le persone con lineamenti particolari, diversi dalla norma, tendono ad essere oggetto di pregiudizi e stereotipi. La prima impressione è sempre sbagliata?

Nel mio libro sostengo che dalla prima impressione possiamo farci un’idea dello stato della persona che ci troviamo di fronte, ma non possiamo indovinare il suo carattere, chi è davvero. Possiamo capire, ad esempio, se una persona ha dormito poco e aspettarci, quindi, che non possa dare il meglio di sé in quel momento, che possa essere nervosa o

Osservando i volti delle persone raccogliamo informazioni sul loro stato mentale ed emozionale. (Marka)

stanca. Non possiamo certo capire se una persona è intelligente o stupida.

Dato che la prima impressione è così importante, ci sono dei trucchi che possiamo apprendere per non farci giudicare negativamente in occasioni importanti, come a un colloquio di lavoro?

In realtà durante un colloquio di lavoro ci sono fattori più importanti della nostra faccia. Magari la prima impressione può interferire, ma poi lascia il posto ad altro, al modo in cui ci esprimiamo, alle nostre competenze, non è un elemento determinante. La prima impressione ha un peso quando incontriamo un estraneo e non abbiamo la

possibilità di farci conoscere, di fornire elementi della nostra persona. Allora il suo giudizio sarà basato sul nostro viso. Esiste un’origine evolutiva dietro alla prima impressione? Nel libro lei scrive che forse i nostri volti si sono evoluti anche per facilitare la comunicazione e la convivenza con gli altri?

Se esiste un’origine evolutiva della prima impressione, è legata alla capacità di comprendere gli stati mentali e emozionali degli altri. Come esseri umani siamo molto sensibili alle espressioni facciali, anche a quelle meno pronunciate. Pensiamo allo sguardo, ad esempio, all’importanza

che ha nelle relazioni e a come sappiamo interpretarlo. Può essere che i nostri occhi si siano evoluti con un’ampia parte bianca per facilitare, a distanza e in brevissimo tempo, l’interpretazione del nostro viso. Un’altra possibile evoluzione è il modo in cui vediamo i colori, l’ampio spettro a nostra disposizione, diverso da quello degli altri esseri viventi. Forse la capacità umana di individuare le sfumature è anche dovuta all’importanza di riconoscere i segni nelle facce degli altri: lievi variazioni di tono ci indicano se chi abbiamo di fronte arrossisce, impallidisce, ha un incarnato che può indicare che ha problemi di salute.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Società e Territorio

La strada è di tutti

Città e cittadini Il Cantone presenta la nuova «Concezione dello spazio stradale all’interno delle località»

con particolare attenzione alla moderazione del traffico. Ne abbiamo parlato con l’architetto Federica Corso Talento Fabio Dozio A cosa serve una strada? La domanda può sembrare banale o retorica, ma a dipendenza di come si risponde si possono aprire scenari molto diversi e anche conflittuali. Se diciamo che la strada è di tutti mettiamo in conto: gli autocarri, dai TIR ai furgoni, i bus, gli autopostali, a volte qualche treno che ancora attraversa le carreggiate, le automobili private, moto, scooter, biciclette, e anche qualche skateboard, triciclo o monopattino. Infine il pedone, ma forse lui dovrebbe essere messo in cima alla lista, almeno per accordargli quel diritto che spetta, o dovrebbe spettare, ai più deboli. Per cercare di coordinare le esigenze dei vari attori che transitano sulle strade e in particolare nell’ambito urbano il Dipartimento del territorio ha pubblicato recentemente le «Linee Guida cantonali, Concezione dello spazio stradale all’interno delle località». Un centinaio di pagine indirizzate soprattutto gli addetti ai lavori e in particolare ai rappresentanti politici comunali, che sono chiamati a decidere e a pianificare in materia. «Le strade all’interno delle località sono luoghi di vita. Sono aumentate le esigenze e la sensibilità della popolazione in merito alla tutela del paesaggio e alla qualità della vita nelle città, nei borghi e nei villaggi»: parole di Claudio Zali, direttore del Dipartimento del territorio. L’attenzione nei confronti della popolazione è di buon auspicio e d’altra parte l’interesse del pedone ha un rilievo costituzionale, in Svizzera, in quanto all’art. 88 della Carta si legge: «La Confederazione emana principi sulle reti di sentieri e percorsi pedonali».

La nuova visione del traffico fa riferimento al concetto di shared space, cioè di condivisione dello spazio Una volta, in passato, le strade e le piazze dei villaggi e dei paesi erano frequentate da tutta la popolazione, da ogni mezzo di trasporto, da bambini che giocavano, da vecchi che arrancavano, da artigiani che lavoravano, da mezzi di trasporto, cavalli e muli con carri e carrozze. Oggi è tutto più complicato. Per cercare di fare il punto sullo stato dello spazio urbano, l’architetto

Pensare le strade oggi vuol dire tenere conto di esigenze diverse rispetto al passato. (CdT - Crinari)

Federica Corso Talento, capo ufficio della pianificazione e tecnica del traffico del DT, è intervenuta a una serata organizzata dall’Istituto di architettura i2a di Lugano, nell’ambito dei dialoghi sulla mutazione del territorio. Il Cantone intende intervenire per migliorare la qualità della città e degli spazi urbani, che devono essere fatti per chi li abita, e devono tornare a essere le città dei cittadini: vive, con negozi, servizi, spazi pubblici. «Le linee guida, – afferma Corso Talento – sono una piccola rivoluzione copernicana in Ticino. Per la prima volta, si parla di spazi urbani e non di spazi stradali». Da questo punto di vista, come possiamo valutare la situazione da noi? «Non è semplice giudicare lo spazio stradale oggi, – ci dice Federica Corso Talento – volessimo guardare il bicchiere mezzo vuoto, come a tanti piace fare, potremmo puntare il dito su alcuni interventi che appaiono poco coerenti (strisce pedonali intermittenti, dossi, zone 30 km/h a macchia di leopardo), tipologie di moderazione del traffico che disorientano l’utente, più che orientarlo alla condivisione dello spazio urbano. È una progettazione stradale ormai datata, che ha contraddistinto un’epoca di transizione caratterizzata, come tutte le epoche di transizione, da un ventaglio di esperimenti e tentativi, passi in avan-

ti e anche all’indietro: un imparaticcio. L’errore sarebbe stato non chiedersi per tempo se tutte le scelte fatte fossero giuste; non tenere in conto il cambiamento delle condizioni quadro; dimenticare che la popolazione invecchia, ad esempio; che si muove di più e troppo spesso in modo poco sostenibile; che ha esigenze differenti rispetto al passato». Negli anni Settanta si è pensato che separare le varie funzioni stradali fosse positivo, quindi sono nate ciclopiste, spazi pedonali, corsie preferenziali. Ognuno con il suo spazio circoscritto. Negli ultimi anni si è pensato al futuro con un recupero dei valori del passato. «E poi c’è il bicchiere mezzo pieno, – continua l’architetto – addirittura anche qualcosa in più: c’è un Ticino bellissimo, che è quello del passato, che elegantemente e senza sbraitare ci ricorda quali sono i materiali da costruzione locali, quali gli elementi tipologici del nostro spazio pubblico (carraie, cippi stradali, muretti a secco, fontane) e come possono essere ripresi oggi dalle mani sapienti di chi non si arrende all’equazione: funzionale uguale a brutto per forza. È il caso della piazza Tarchini a Balerna, inaugurata pochi settimane fa, o di alcuni nuclei (Cugnasco-Gerra, Croglio, Giubiasco, Malvaglia) sapientemente ristrutturati e integrati nel paesaggio circostante».

La nuova visione del traffico fa riferimento al concetto di shared space, concetto nato in Olanda, ma ormai diffuso in Europa. Invece di separare utenti e funzioni si cerca di far convivere tutti assieme, condividendo lo spazio. La misura più importante è la limitazione della velocità, lo spazio 30, o anche 20 km orari, e l’abolizione quasi totale della segnaletica. In Svizzera sono numerosi gli esempi, da Köniz, nel canton Berna, a Bienne. La piazza di Bienne è stata trasformata in un luogo d’incontro fin dal 2002. La maggior parte del traffico, da 10 a 12mila veicoli al giorno, l’attraversa a meno di 30 km all’ora. Nei giorni feriali passano da 25 a 30mila persone. Tutti condividono lo stesso spazio accordando però la priorità ai pedoni. È evidente che questo tipo di moderazione del traffico richiede una maturità da parte di tutti gli attori, ed è anche una questione di cultura. In Ticino ci si sta muovendo in questo senso. Come sono nate le «Linee guida»? «La vita di un paese dipende, oggi come in passato, dalla strada che l’attraversa, dal fatto che vi porti ricchezza, attività, scambi, bellezza. Interi paesi sono sorti, o viceversa sono stati abbandonati, per il semplice fatto che una strada vi portava gente o, improvvisamente, deviava il suo corso e non ve la portava più. – spiega Corso Talento

– La strada dunque è un motore fondamentale per la vita e l’economia di un paese. Pensare di privarla del ruolo per cui è nata, quello di collegamento, sarebbe un errore: ma è necessario, oggi, provare a ripensarla, per consentire anche quella molteplicità di funzioni che da sempre l’ha caratterizzata». Nella gestione del territorio si devono fare i conti con diverse autorità. La Confederazione, da anni, sensibilizza sulle misure e le procedure per moderare il traffico nelle località. L’USTRA (Ufficio federale delle strade) nel 2003 ha pubblicato una guida dedicata alla moderazione in cui si sottolinea che: «Lo spazio stradale, in particolare all’interno dei quartieri, è parte integrante della vita quotidiana e delle condizioni abitative e non deve essere riservato soltanto al traffico motorizzato». Quale sarà il ruolo del Cantone e quale quello dei Comuni per migliorare la qualità delle nostre città? «Le Linee Guida sono pensate per le strade cantonali, – ci dice Federica Corso Talento – ma fungono da valido riferimento anche per i Comuni. E chi le applica, il Gruppo per la moderazione e la riqualificazione stradale (GRMS) del Dipartimento del territorio, è un gruppo interdisciplinare che può accompagnare i Comuni nei passi verso un progetto non solo di moderazione, ma di riqualificazione urbana e paesaggistica. Significa pianificare bene il territorio di oggi, prima di progettarlo. Volare un po’ più in alto e chiedersi: sto guardando il dito, o la luna? Imparare a collaborare: Cantone, Comuni e Operatori, dove per operatori non si intendono solo gli ingegneri del traffico: significa creare un’équipe in grado di dare risposte di qualità a domande complesse. Significa, ad esempio, applicare il modello UPI 50/30 come abbiamo iniziato a fare nei Programmi di agglomerato di terza generazione, dove mobilità, insediamenti e paesaggio vengono finalmente coordinati fra loro, imparano a parlarsi. Significa, come direbbe Renzo Piano, imparare a “rammendare” il nostro tessuto urbano, a partire dalle periferie e dalle zone industriali e artigianali e non semplicisticamente “ricucire”, come in un patchwork fuori dal tempo». La città giusta, sostiene la portavoce del Dipartimento del territorio, è quella in cui si lavora, si dorme, si studia, ci si diverte, si fa la spesa, non quella in cui dobbiamo correre per chilometri intasando le strade. L’obiettivo è chiaro, limpido e condivisibile, ma c’è molta strada da fare per raggiungerlo.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Diana Wynne Jones, Earwig e la strega, Salani. Da 8 anni Di una grande, e troppo poco ricordata, scrittrice di storie di streghe, la britannica Diana Wynne Jones (1934-2011), che ai ragazzi ha dedicato il ciclo Chrestomanci, e che ha scritto Il castello errante di Howl, da cui è tratto il celebre film di Miyazaki, viene ora pubblicato, sempre da Salani, un piccolo romanzo per lettori un po’ più piccoli, il suo ultimo, che ci presenta come protagonista una di quelle bambine indomite e coraggiose che rifulgono nella letteratura per l’infanzia: la piccola Earwig. Earwig ha sangue di strega nelle vene, ma non lo sa, perché la sua mamma l’ha abbandonata in orfanotrofio con un biglietto, che già da solo rende il piglio dello stile dell’autrice («Ho le altre dodici streghe alle calcagna. Tornerò a riprenderla quando le avrò seminate. Potrebbero volerci anni»). In orfanotrofio la bimba si adatta benissimo, riuscendo

a prendere in mano la situazione e a far fare agli altri «quello che voleva lei». Un giorno però viene chiesta in adozione da una strana coppia di personaggi, manco a dirlo una strega e uno stregone, Bella Yaga e Mandragora. Bella Yaga la tratta come una sguattera, Mandragora è prepotente e irascibile, ma non hanno fatto i conti con la determinazione della ragazzina, che riesce a volgere la situazione a suo vantaggio, sfruttando l’occasione per imparare la magia e farsi rispettare. Potrà contare su un alleato, il gatto Thomas, ma sarà principalmente

grazie alla sua intraprendenza che Earwig farà fare anche ai due stregoni «esattamente quello che voleva lei». Ironico, avventuroso, surreale, il romanzo scorrerà fluido sotto gli occhi dei piccoli lettori, che tiferanno per Earwig, amabile, coraggiosa e volitiva eroina, la quale ci insegna a rialzarci sempre, a non arrenderci mai. C. Bianchi, A. Bugini, C. Gallus, T. Porcella, I. Fulghesu, Scienza Rap, Editoriale Scienza. Da 8 anni «La casa è un posto unico per fare esperimenti / ogni spazio è utilizzabile, dai soffitti ai pavimenti»: apri questo libro, rigorosamente scientifico, e ti viene voglia di muoverti sulla sedia, a ritmo di rap. Del resto non è un libro che i bambini leggeranno seduti, ma esplorando la casa, la strada, la scuola, il parco e i luoghi di viaggio. Cinque ambienti, cinque sezioni del libro, cinque tonalità cromatiche delle pagine, per un totale

di quaranta esperimenti interessanti, divertenti e spiegati in modo chiaro. L’organizzazione grafica è impeccabile e contribuisce alla chiarezza: ogni esperimento occupa due pagine, quella di sinistra è la pagina artistica, che introduce scherzosamente il tema con un testo in rima (cantabile come un rap, e volendo ci sono pure le basi da scaricare grazie ai codici QR, o direttamente dal sito) e con quattro vignette a fumetti; quella di destra è la pagina scientifica, che spiega passo passo l’esperimento e che si conclude con una spiegazione (mirabile nella sua sinteti-

ca esaustività) sui principi scientifici in gioco. Gli esperimenti si susseguono a coppie, declinando un tema ne «il facile di...» e «il difficile di...»; ad esempio «il facile di mettere un dito nella maizena» (dove viene spiegato il fatto che l’amido di mais mescolato con l’acqua è fatto di polimeri e che se ci metti il dito dentro «stai gentilmente spostando le catene di polimeri») e «il difficile di prendere a martellate la maizena», perché «si adatta come un liquido fino a quando non si scoccia / ma se le dai una botta, lei diventa una roccia» (e qui viene spiegata la caratteristica particolare dei fluidi non newtoniani). Purtroppo spiegare questo libro in una recensione non rende pienamente l’idea e rischia di diventare macchinoso, mentre in realtà il suo pregio è proprio l’estrema immediatezza, grazie ai testi, briosi e limpidi, alle illustrazioni e a tutta l’impostazione grafica che riesce ad essere leggera e pulita, pur con così tanta ricchezza di contenuti.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Società e Territorio

L’agricoltura diventa urbana

Contadini di città – 1La grande Lugano e le nuove opportunità di valorizzazione del patrimonio territoriale

Matilde Fontana La città è un organismo che vive, si trasforma, cresce, ingrassa, dimagrisce, invecchia e si rifà il lifting di tanto in tanto. Il tempo la plasma, strato sopra strato, lasciando qualche reperto di un passato superato qua e là, città più città meno, a seconda della sensibilità alla memoria urbana. Oggi l’umore metropolitano tende universalmente al naturalistico, alla ricerca di polmoni verdi per lo svago e l’esercizio fisico, ma anche di interstizi da recuperare alla coltivazione. Nell’era di slow food e chilometro zero, i piccoli contadini di città si manifestano e si organizzano: ad un sondaggio lanciato a Lugano sono stati 400 ad aver risposto che desiderano un orto! A Milano, nostra metropoli di riferimento geografico, sull’onda dell’Expo dedicata al cibo, sono cresciute iniziative legate alla rivisitazione del cosiddetto settore primario, oggi agroalimentare: la Fiera Orticola ai Giardini di Porta Venezia, l’orto del FAI di Villa Necchi Campiglio, dietro la centralissima Piazza San Babila, Cascina Cuccagna, poco fuori Porta Romana, dove all’ombra dei palazzi si coltivano pomodori e zucche e la gente del quartiere si ritrova per mangiare e bere, fare mercato, riparare la bici o lavorare in falegnameria. Del resto Milano, oltre a capitale della moda e del design, ormai si fa un gran vanto di essere la seconda città agricola d’Italia. Così come la grande Lugano, fatte le debite proporzioni, è divenuta

improvvisamente il secondo comune svizzero per estensione del suo territorio, con oltre 75 km quadrati, di cui 45 di bosco e 13 agricoli. Un notevole patrimonio che la nuova città si trova per le mani, quasi a compensare l’estinzione di terre coltivate nella città «primitiva», quella pre-aggregazioni, dove la memoria agricola si conserva ormai solo nella toponomastica: piazza Molino Nuovo, via ai Ronchi, via alla Campagna, via delle Aie... Nonché in alcuni significativi reperti di archeologia contadina, fortunosamente scampati alla furia edilizia dell’ultimo mezzo secolo: il Macello, dove fino agli anni Settanta dello scorso secolo confluivano le bestie che scendevano a valle lungo il Cassarate e la masseria di Cornaredo, che ancora conserva pressoché intatta la tipologia architettonica della cascina lombarda, oggi stretta stretta all’incrocio di due arterie supertrafficate, tra il vecchio stadio di Cornaredo e il nuovo Centro di calcolo. Una «politica agricola urbana» suona strana, quasi una contraddizione: eppure, per una Lugano che si ritrova il dono geografico-climatico di una straordinaria estensione dal lago alla montagna, la conservazione della sua memoria agricola, combinata con la valorizzazione dell’ingente patrimonio verde ereditato dalle aggregazioni, potrebbe rivelarsi un allettante investimento, tanto per il benessere dei cittadini che per l’attrattiva dei nuovi turisti. Ma chi si occupa di agricoltura in città, nella grande città di Lugano? Fra tutti, il municipale più coinvolto per

Lugano vista da Canobbio in una cartolina dei fratelli Büchi di Locarno (1900 ca.). (Archivio storico della Città di Lugano)

affinità di dicastero non può essere che Michele Bertini, cui è affidato il cosiddetto verde pubblico. «La Lugano piazza finanziaria possiede effettivamente altri “tesori” – commenta Bertini sollecitato sull’eccentrico tema della politica agricola cittadina – nella variegata composizione del territorio della Lugano aggregata troviamo prestigiosi marchi vinicoli e nuove realtà orientate alla coltivazione biologica e alla promozione dei prodotti a chilometro zero. Alla Città compete di creare le condizioni quadro affinché queste attività possano convivere, prosperare economicamente, contribuire alla qualità di vita del cittadino, alla conservazione

del paesaggio e dell’ambiente, allo sviluppo il più possibile armonioso e sostenibile. Dobbiamo far convivere sul nostro territorio il terziario avanzato, il polo medico-sanitario e biotecnologico… e pure gli orti dei cittadini, per cui si stanno identificando e censendo altri spazi. Indubbiamente all’amministrazione si pongono nuove sfide! Vogliamo promuovere i prodotti del primario? Cominciamo a salvaguardare la tradizione del mercato e i piccoli negozi di quartiere». Intanto vanno moltiplicandosi le cosiddette iniziative micro-agricole dal basso e in città la terra si muove: l’auspicata rete degli orti urbani, le attività didattiche delle scuole comunali, persino

le zucche coltivate al Liceo di Viale Cattaneo. E poi, ormai da quasi un anno, nel prato accanto alla masseria di Cornaredo, cresce un giovane frutteto curato dai giardinieri della Città: meli, peri, peschi, noccioli, pruni, ciliegi, cornioli, in gran parte di antiche varietà autoctone. Che il neonato piccolo frutteto urbano (che pare il pronipote di quello ritratto nella foto di inizio 900) sia il preludio di una rivitalizzazione agricola dell’attigua masseria, inserita nel futuro quartiere urbano di Cornaredo? «La masseria – spiega Bertini – è disabitata dal 1989 e la Città ha effettuato interventi puntuali per arginare la situazione di abbandono e il conseguente degrado. Un intervento doveroso, perché la masseria è protetta quale bene culturale locale e nella sua area è presente un torchio di interesse cantonale. Il recupero e la valorizzazione della masseria è un auspicio largamente condiviso, avallato dal Consiglio comunale nel 2015. In merito, ci sono disparate proposte ma ad oggi non è stato scelto un indirizzo concreto. Lo sviluppo urbanistico previsto per il quartiere di Cornaredo non la metterà comunque in pericolo! Anzi, si potrà prevedere un inserimento valorizzante nel nuovo assetto urbano di questa testimonianza di un passato rurale, un tempo posizionato ben oltre i margini della città. Personalmente, potrei immaginare un recupero simile a quello avvenuto per il Canvetto Luganese, un accostamento fra passato e presente con contenuti occupazionali e di socializzazione». Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio

Architettura e scuole: alleanza possibile

Reinventarsi nell’anzianità 26 ottobre U  n

Edilizia pubblicaMolti degli edifici scolastici in Ticino devono essere adattati

alle attuali norme di risparmio energetico e ai nuovi indirizzi didattici

Luciana Caglio Alleanza possibile, anzi necessaria. Gli effetti si vedono proprio in Ticino dove, e non da oggi, gli edifici scolastici fanno notizia ottenendo la curiosità, l’ammirazione o le critiche che spettano a un’opera di prestigio. È il caso, quest’autunno, della sede delle Elementari, a Massagno, che propone un buon esempio di ristrutturazione. Si trattava di adeguare un edificio del 1969, progettato da Alberto Finzi, alle tecnologie attuali, alle norme di risparmio energetico, ai nuovi indirizzi didattici, e, in pari tempo, salvaguardare le parti valide della costruzione originale. Una soluzione, imposta dalla stessa realtà territoriale, in un paese esiguo fittamente edificato. Ma quest’obiettivo, d’ordine ambientale e persino morale, non deve, però, significare un ostacolo per la creatività innovativa, anzi si traduce in uno stimolo. Lo dimostra, appunto, l’intervento degli architetti luganesi, Pia Durisch, Aldo Nolli, Sandra Giraudi, Felix Wettstein, che, in quest’operazione hanno lasciato un loro segno evidente, sia all’interno sia verso l’esterno, creando uno spazio aperto all’intera collettività.

Anche nel documento «La scuola che verrà» si sottolinea l’importanza del rapporto fra contenuto e contenitore Non demolire, non mangiare terreno, ricostruire è diventato, insomma, il comune denominatore per un’architettura sensibile ai mandati dell’edilizia pubblica, in particolare nell’am-

bito scolastico, luogo, per definizione, educativo, chiamato a impartire una lezione, destinata a tutti. Ne è convinto Pietro Boschetti che, lo scorso anno, ha affrontato la sfida di rinnovare conservando, con la ristrutturazione delle Elementari di Camorino, da lui progettate con il fratello Alfonso, nel 1978. Racconta: «Bisognava rimettersi in relazione con il passato, dando vita al nuovo, sperimentando un linguaggio che accomuna pedagogia e architettura e creando spazi funzionali e accoglienti». Per ampliare la superficie fruibile, destinata a un numero crescente di allievi, Boschetti ha scelto la sovraelevazione dell’edificio: «Mi sembrava uno sviluppo naturale, come un albero che cresce». In tal modo, si è evitato di sottrarre terreno all’esterno, valorizzando il giardino che ha potuto precisare la funzione di area ricreativa per gli allievi e punto d’incontro per il tempo libero, in una zona accogliente, circondata dagli alberi, con un bel pavimento di porfido, panchine, abbellita dalla scultura di Aldo Ferrario, figura simbolica di un giocoliere. A indicare che anche l’estetica deve avere la sua parte nel processo educativo. E con l’estetica, è evidente, in quest’operazione di restyling, la preoccupazione ecologica, confermata dall’uso esclusivamente di materiali naturali, legno, pietra, metalli, in particolare la luce zenitale, diffusa dal lucernario, centro e marchio dell’edificio. Con ciò, Camorino si è attribuita la qualifica di «Città dell’energia», pulita ovviamente. Si tratta, del resto, di un impegno ormai condiviso da una generazione di architetti consapevoli delle loro responsabilità nei confronti del luogo dove operano, e tanto più quando si progettano edifici scolastici. Dichiara-

va recentemente Renzo Piano: «Ogni scuola, dev’essere un presidio di sostenibilità, si deve costruire con leggerezza, e creare il bello, qualcosa che s’impara attraverso esempi concreti». Che, sia detto con giustificato orgoglio, in Ticino non mancano. Il nostro Paese ha, infatti, alle spalle una lunga tradizione, tanto da poter parlare di una sorta di vocazione innata, che ha lasciato tracce ben visibili nell’edilizia scolastica, diventata da oltre mezzo secolo un terreno di sperimentazioni d’avanguardia. Già, nel 1958, in via Lavizzari a Bellinzona, sorse la sede dell’allora ginnasio, poi scuola media, progettato da Alberto Camenzind, considerato con Augusto Jäggli e Rino Tami, fra i «padri» della grande stagione architettonica ticinese. A partire dagli anni 60/70, gli esempi si sprecano: Dolf Schnebli, nel ’63, con il centro scolastico di via Varesi, a Locarno, nel ’70 GalfettiRuchat-Trümpy, con l’asilo infantile di Viganello, nel ’74 Ivano Gianola con la scuola materna di Balerna e Tita Carloni con il centro scolastico a Stabio, nel ’77 Mario Botta con le Medie, a Morbio Inferiore, nel ’78, Luigi Snozzi con il centro scolastico di San Nazzaro, nel ’79 Livio Vacchini con la palestra ai Saleggi. E via enumerando l’ormai storico periodo delle «scuole firmate», che, se coincise con gli anni del boom economico, molto deve anche alla sensibilità di alcuni politici. Fra cui Franco Zorzi che affidò la consulenza estetica per le autostrade a Rino Tami. Tempi lontani e irripetibili? Non proprio. Nel documento «La scuola che verrà», oggetto per altro di risapute controversie, si sottolinea l’importanza del rapporto fra contenuto e contenitore: e quindi la necessità di «adattare

gli edifici e l’arredamento degli spazi educativi alle evoluzioni didattiche e strutturali». In altre parole, costruire luoghi in grado di favorire forme d’insegnamento e d’apprendimento alternative rispetto al passato: aule dove la rigida separazione fra docenti e allievi, il maestro in cattedra e i ragazzi dietro i banchi, è sostituita dalla disposizione a cerchio, in cui nasce un’atmosfera di scambi diretti e spontanei. Inoltre, s’impone la necessità di allestire aule laboratorio, in gergo FabLab, destinate ad attività di gruppo, per promuovere l’utilizzo di strumenti digitali, non fini a se stesse, evitando derive maniacali, oggi diffuse. E, quindi, con l’obiettivo di stimolare il recupero della manualità artigianale, in forme attuali, e, più in generale, sollecitare curiosità culturali. Da questo punto di vista, la scuola è chiamata svolgere un ruolo d’apripista. Le buone e belle scuole non sono, sia chiaro, una nostra esclusiva regionale. Gli edifici, dove «bambini e adolescenti stanno bene», come si leggeva in un recente numero della rivista del Touring, appartengono al paesaggio scolastico nazionale, nelle grandi città come nelle località minori. Un privilegio che, in un’epoca di contagiosi malumori, dovrebbe indurre all’ottimismo. E che ha alle spalle un’esperienza di lunga data e porta il nome di un precursore, spesso dimenticato. Fu Alfred Roth, che, negli anni 50, stabilì i principi di cui doveva tener conto l’architetto che progettava una scuola: «Evitare edifici monumentali, costruire un edificio che deve contribuire alla formazione del bambino in senso allargato, non una casa ma un complesso, dotato di piscine, campi sportivi, a contatto con la natura». Allora, lo considerarono un visionario e uno sprecone.

convegno a Lugano promosso dal Movimento AvaEva

«L’invecchiamento è solo un processo di accettazione? Oppure una sfida a rinnovare il contatto con noi stesse, reimpostando il nostro percorso strada facendo, mantenendo una buona qualità di vita, rimanendo aperte e partecipi di quanto il mondo attorno a noi ci propone? Non è forse anche uno stimolo alla creatività intesa come capacità di trovare una risposta adeguata a una nuova situazione oppure una nuova risposta attuale ad una vecchia situazione?». Da queste domande muoverà il prossimo convegno organizzato dal Movimento AvaEva, associazione sostenuta dal Percento culturale Migros che promuove reti di contatto per le donne della generazione delle nonne, dà voce ai temi che le concernono e sostiene progetti diversificati autogestiti, elabora idee su come mantenere e migliorare la qualità di vita in età avanzata. Il convegno, previsto giovedì 26 ottobre all’albergo Pestalozzi di Lugano (dalle 9.00 alle 17.00) vuol dare spazio alla condivisione fra le partecipanti, evidenziando in particolare le capacità innovative che ogni donna ha acquisito nel corso della vita e che ora le consentono di affrontare il proprio invecchiamento e gli adeguamenti che esso richiede. Inoltre non si mancherà di accennare anche a temi di interesse collettivo legati all’invecchiamento. Durante la giornata interverranno Caterina Wolf, psicoterapeuta junghiana che parlerà del tema «Reinventarsi nell’anzianità», e Patrizia Cattaneo Moresi, storica dell’arte con un contributo su «Artiste: la maturità coincide con la creatività?». Per AvaEva il convegno autunnale è un momento volto a coinvolgere un pubblico più largo, informare in merito alle attività, rafforzare reti di donne già esistenti, dare spazio a nuove idee e affrontare temi specifici. È destinato a tutte le donne della terza e quarta età ed è aperto anche ad altre persone interessate. Programma completo del convegno e iscrizione: norma@avaeva. ch oppure chiamare lo 079 352 98 89 (Norma Bargetzi). Il costo della partecipazione è di 50 franchi per le membre dell’Associazione e 60 per le esterne (pranzo compreso). In collaborazione con

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi L’arco lungo Chi abbia camminato nelle solitudini della campagna inglese – diciamo dal Kent al Norfolk e le Midlands (la celebre Terra di mezzo di Tolkien, per intenderci) avrà portato con sé il ricordo di uno dei paesaggi più romantici di questa parte del globo. Piccoli villaggi che fanno dell’Inghilterra rurale una sorta di capsula del tempo, distese di pascoli sempre verdi qua e là frequentati da pecore e cavalli: poche, pochissime persone. Ai confini del villaggio la chiesa parrocchiale in quello stile fra l’anglosassone e il gotico ripetuto centinaia di volte e mai noioso. Attorno alla chiesa l’antico cimitero dove l’unica traccia di presenza umana è data dall’erba sempre rasata di fresco. Poi, lungo il viale che porta alle sepolture, le scure piante di tasso secolari fanno come da firma all’idillio rurale – tipiche come sono, se non proprio esclusive, di quella parte del mondo. Ma sono in pochi a sapere che la romanticissima pianta cela in sé, in realtà, uno degli strumenti di morte più micidiali della storia. Non mi riferisco qui ai velenosissimi noccioli delle bacche

di Taxus baccata, ma al cuore della pianta dal quale veniva un tempo ricavato il micidiale longbow, l’«arco lungo» originario della Scozia e del Galles, l’arma che ha segnato alcune delle vittorie militari più clamorose dei sovrani isolani. Siamo nel 1415. Enrico V d’Inghilterra decide di rompere i negoziati coi francesi riguardo alla sovranità su vaste parti della Francia settentrionale – ivi inclusa l’Aquitania. Ricevuto l’assenso del Gran Consiglio, Enrico sbarca in Francia il 15 agosto e mette sotto assedio il porto di Harfleur con un’armata forte di 12’000 (alcune fonti dicono 20’000) cavalli trasportati – si dice ma forse si esagera un po’ – da 1500 imbarcazioni. Fattostà che la Harfleur è dura a morire e capitola solo il 22 settembre. L’esercito di Enrico ha subito pesanti perdite a causa di febbri e dissenteria. Sfiduciati e sofferenti, l’8 di ottobre 9000 soldati guidati dal re si portano verso Calais, al tempo roccaforte inglese in continente, con l’intenzione di tornarsene a casa: la stagione delle campagne militari sta per lasciare spazio all’inverno e giungono

notizie che i Francesi stiano ammassando un’armata formidabile. Per due settimane gli eserciti inglese e francese giocano al gatto col topo su e giù lungo le rive del fiume Somme: i francesi cercano di tagliare la strada verso Nord al nemico, sperando così di spezzare ulteriormente il morale degli inglesi costretti a marciare per 420 chilometri in due settimane. Enrico si rende conto che tergiversare ulteriormente non farebbe altro che aggravare la condizione del suo esercito. Tentare il guado della Somme coi francesi schierati sulla sponda Nord sarebbe folle. Non resta che accettare battaglia in campo aperto. La battaglia ebbe luogo in una striscia di campo aperto presso il villaggio di Azincourt. Dopo una notte passata in totale silenzio e la tradizionale confessione generale delle truppe, Enrico schiera i suoi 1500 cavalieri in tre battaglioni dei quali lui stesso comanda quello centrale, situato al centro fra l’avanguardia del Duca di York e la retroguardia di Lord Camoys. Ma l’arma segreta di Enrico sono i settemila arcieri armati di longbow.

Lasciatone un gruppo al centro dello schieramento, il grosso dell’esercito inglese si dispone sulle due ali ben davanti ai cavalieri. Come di consueto, gli arcieri piantano a terra pali di legno acuminati in posizione inclinata, barriera insormontabile per i cavalli nemici. I francesi osservano tutti questi preparativi con una certa sufficienza. Le fonti francesi sostengono che vi fossero dieci cavalieri nobili francesi contro ogni cavaliere inglese. Nessuna menzione degli arcieri – truppe appiedate di contadini incapaci di combattere di spada e dunque forza trascurabile. Tanto sicuri sono della vittoria, che i nobili francesi litigano fra di loro per essere in prima linea ed assicurarsi così i prigionieri inglesi. Di un’armata stimata a 50’000 uomini in totale, i Francesi vanno alla carica coi soli 10’000 cavalieri della prima linea. Il sito della battaglia è così angusto che schierare anche i balestrieri rischierebbe di colpire la parte amica. A questo primo, fondamentale errore se ne aggiunge un altro: il campo di battaglia è stato appena arato e le piogge lo hanno trasfor-

mato in un mare di fango. Non appena la cavalleria pesante ci si avventura al galoppo, si trova impantanata, coi cavalieri delle seconde e terze linee che vanno ad impaccarsi sui primi. È prima il caos poi il terrore: nugoli di frecce cominciano a piovere sui francesi. La forza propulsiva del longbow è tale che le frecce penetrano le armature ad un ritmo di 10-12 colpi al minuto per arciere di contro agli 1-2 verrettoni delle balestre francesi. È una strage: il fior fiore della nobiltà francese viene abbattuta. Al termine della battaglia gli inglesi conteranno 600 morti. I francesi fra i 7 e i 10’000 – oltre a 1500 prigionieri fra le fila dei nobili che verranno giustiziati. La battaglia di Azincourt è stata descritta come «la prima battaglia democratica della storia»: un’esercito di contadini liberi al soldo del sovrano, armati con quella che è stata definita «la prima mitragliatrice della storia», ebbe la meglio su cavalieri arroganti che manco li avevano contati fra i combattenti. Wilhelm Tell docet? Chissà: avendolo saputo avrebbe magari barattato la sua balestra…

mettersi in causa, attiva allora un meccanismo proiettivo che riversa sull’altro l’aggressività inconscia, irrazionale, non controllabile, che ha dentro di sé. Di riflesso, la persona odiata diventa un persecutore da cui è legittimo difendersi in ogni modo. Spesso, cercando di riequilibrare la situazione, chi rompe con uno dei suoi referenti affettivi si riavvicina a un altro. In questo caso la figlia che non sopporta più la madre riallaccia, dopo molti anni, i contatti col padre che, nel frattempo, ha costruito una nuova famiglia. Come vedete, le vicende familiari hanno radici lunghe che, inviando alle generazioni precedenti, ci invitano a ricostruire, per quanto possibile, la storia che abbiamo alle spalle ma che ancora ci coinvolge. Credo che Anna si sia rassegnata alla rottura con la figlia proprio rivivendo la sua rottura con la madre. Sentiamo infatti quanto consiglia a chi si trovi nelle sue condizioni: 1) la preghiera che Dio (qualunque sia) protegga il mio nipotino da una mamma immatura.

2) adottare un atteggiamento fatalista: cambiare le cose quando possibile, accettarle quando non lo è. 3) ascoltare l’astrologia quando ci dice che siamo tutti diversi ma per certi aspetti uguali. 4) ammettere la dipendenza: ciascuno ha bisogno degli altri. 5) Infine buon senso, umorismo e gratitudine per quanto ci è dato (figlia difficile compresa). Con un sorriso, Anna si accomiata salutandoci. E noi, da parte nostra, ricambiamo il saluto cercando di fare buon uso dei suoi consigli, tanto più validi in quanto provengono dall’esperienza e, come sono solita ricordare: la vita s’impara solo vivendo. Grazie Anna, alla prossima.

tung», affrontando il tema del «Revival delle fortezze difensive». Che sembrano un recupero nostalgico, nell’era delle comunicazioni satellitari. Nella capitale inglese, come a Parigi, Berlino, Nizza, la quotidianità, con i suoi ritmi e persino la sua spensieratezza, ha riconquistato il sopravvento, sia pure all’ombra di un saggio fatalismo. Si fa di necessità virtù. A Londra, già si parla di una nuova forma di Street Art, inventata dall’australiano David Gray, e destinata a trasformare gli orrendi dispositivi di sicurezza in elementi decorativi. E si aprono concorsi per gli specialisti di un’arte urbana, imposta dalle contingenze. A questo punto una giustificazione è d’obbligo. La mia personale visione di una Londra vivacissima, la gente fuori dai pub e nei parchi a godersi il sole d’ottobre, le gallerie d’arte affollate, e

tanti bambini dappertutto (per contro pochi cani) rispecchiava, certo, una realtà. Ma non soltanto. Trovava, da parte mia, il supporto di una disponibilità, di un pregiudizio favorevole. In altre parole, con questa città mi sento in sintonia. Per carità, è un rapporto diffuso alla base di particolari predilezioni urbane e paesaggistiche. Ma è diventato anche un ambito esplorato in termini scientifici: si chiama «Psiche nel paesaggio» o «Mindscapes». Ne è specialista, in Italia, Vittorio Lingiardi, autore di un saggio dall’omonimo titolo, e collaboratore del «Sole 24 ore», in cui, ha spiegato il fenomeno di questa curiosa affinità con determinati luoghi: «È perché si vedono con la mente. I panorami che amiamo sono allo stesso tempo una conferma e un’invenzione. Li possiamo trovare perché sono già in noi».

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Fuggire dalla famiglia Care lettrici e cari lettori, ricevo una lettera così lunga che è impossibile pubblicarla per intero, ma talmente vivace e vera che è impossibile ignorarla. Non so chi l’invia perché non è firmata ma si capisce che si tratta di una nonna che cerca di comprendere e di accettare il fatto che la figlia ha deciso a un certo punto di rompere i contatti con lei e, di conseguenza, con l’unico nipote. La chiameremo Anna, un nome che, nella sua brevità, ci comprende tutte. Anna racconta che tanti anni fa anche lei aveva abbandonato la mamma quando, diciannovenne, era uscita di casa senza sapere dove sarebbe andata, con un’unica determinazione: «ora faccio quello che voglio». Si considerava una bambina maltrattata e si sfogava scrivendo sul diario: «se lei mi picchia ancora una volta le metto il veleno nel caffè: la ooodiooo questa strega!» e prosegue: «devo dire però che le cose belle non le scrivevo perché erano piuttosto noiose… La lettura dell’Inferno di Dante è più interessante di quella del Paradiso!». Con questi ricordi Anna si rivela per

quello che è tuttora: una persona intelligente e spiritosa, capace di mettersi in gioco. Dopo il primo matrimonio e la nascita dei figli Anna, diventata più matura, si riaccosterà alla madre, che morirà ultracentenaria. «Ora che sono arrivata a un’età avanzata, osserva Anna, mi chiedo perché oggi tanti fuggono la famiglia, rompono col passato, tagliano le radici per scegliere altro, proprio oggi quando da bambini hanno avuto delle infanzie piene di attenzione, cura, stimoli e giocattoli e, inoltre, non sono più educati con cinghiate, botte e sberle come una volta». Evidentemente la domanda non è astratta ma sgorga da una ferita aperta: la rottura con una figlia che è sempre stata ribelle se, a vent’anni, non voleva andare a trovare gli zii dicendo: «la mia famiglia sono i miei amici» e si rifiutava di chiamare «mamma» la mamma. Ciò nonostante, quando la figlia si sposa e mette al mondo un figlio, Anna si occupa per tre anni del nipotino che le viene affidato una o due volte la settimana. A questo punto la lettera procede

con la descrizione di una scena, un vero e proprio copione teatrale, che rivela, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto siano futili i motivi che provocano le più gravi rotture. L’offesa si concentra su un’esclamazione («Oh, hé, lazy cat! Avresti anche potuto aiutarmi!»), che Anna pronuncia nei confronti dell’atteggiamento sprezzante assunto dalla figlia mentre lei, china sull’asfalto, si affanna a raccogliere i cocci di un vasetto di marmellata inavvertitamente infranto. Invano, la sera stessa, Anna le chiederà scusa per quell’esclamazione; la risposta della figlia sarà: «mi ha fatto riflettere ciò che è avvenuto alla stazione, non voglio più contatto». Da quel momento sarà rottura completa è più nessun rapporto col nipotino. Come ho già avuto modo di osservare, quando le relazioni s’interrompono in modo del tutto casuale significa che chi prende l’iniziativa del distacco non ne conosce le ragioni, non sa perché agisce in quel modo, né riesce a interrogarsi sulle sue responsabilità. Piuttosto di

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Luoghi, fra pericoli reali e immaginari Bisogna arrendersi all’evidenza. Quel mondo, che sembrava, tutto, a portata di mano, accogliente e sicuro, non c’è più. Con effetti inevitabili sulle nostre abitudini di viaggiatori e turisti, costretti a tener conto di una nuova topografia che ha cancellato paesi e località diventati familiari: vacanze sul Mar Rosso, puntate archeologiche in Siria, in Iraq, e via enumerando itinerari, ormai off limits. Ma, adesso, se non di divieti assoluti, comunque di prudenza e di timore , si deve parlare anche nei confronti dell’Europa, con le sue grandi città, esposte all’assurda insidia degli attentati. E, quindi, impegnate in una sedicente riconversione dagli esiti incerti. Proprio queste località, frequentatissime mete obbligate e godute dei nostri più normali spostamenti, considerate al riparo da grandi pericoli, insomma luoghi da gita scolastica,

aziendale e da viaggio di nozze, devono adeguarsi, cambiando fisionomia e obiettivi. Si tratta di rinunciare ai principi dell’accoglienza, della convivenza, della piacevolezza per privilegiare la sicurezza, attraverso misure di controllo e protezione in grado di blindare una metropoli. Così, almeno, negli intenti dei responsabili, ai vertici della politica, dei servizi di polizia e sorveglianza e della famosa intelligence. In pratica, con quali risultati? La risposta me l’ha data, attendibilmente, Londra che, in proposito, rappresenta un caso persino simbolico. È, infatti, la capitale più frequentata del mondo, la metropoli per antonomasia dei contrasti assimilati, un laboratorio di sperimentazione sul piano etnico (con un sindaco musulmano) e morale, e, non da ultimo, un centro di vitalità creativa. In simili condizioni, proprio

la sua reazione all’emergenza terrorismo era quanto mai rivelatrice. E va detto che agli imperativi dell’autodifesa non è venuta meno. Basta guardarsi attorno. Ecco, sui ponti del Tamigi, qua e là, cubi di cemento, ecco le barriere di metallo, le griglie, i paracarri, collocati davanti alle stazioni o ai cancelli dei parchi, risaputi punti sensibili. Mentre, agli ingressi dei musei, il visitatore deve sottostare, ma si fa per dire, al controllo di sorveglianti piuttosto distratti. Tutto ciò per dire che Londra, una volta ancora, si comporta a modo suo. Obbedisce, ma senza troppa convinzione, relativizzando. Del resto sull’effettivo potere difensivo, o per lo meno dissuasivo di simili dispositivi si giustificano i dubbi. «Il problema è che questi ostacoli spostano semplicemente il rischio», si leggeva recentemente sulla «Neue Zürcher Zei-


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Ambiente e Benessere Maramures¸ e Transilvania Reportage dall’est europeo più poetico e tradizionale, al di là delle storie di Conti e Vampiri

Tokyo Motor Show Torna il grande evento nipponico dedicato alle auto, dal 28 ottobre al 5 novembre

pagina 15

Non solo gianduiotti La cucina piemontese annovera piatti tradizionali ricchi, di compagnia e molto apprezzati pagina 18

pagina 23

SocialCar

pagina 17

Tutti vogliono cani tascabili La razza maggiormente rappresentata è quella del minuscolo Chihuahua

Muoversi meglio rispettando l’ambiente TecnologiaRideMyRoute, del progetto SocialCar, è la nuova App sviluppata alla Supsi

e inserita in un programma europeo

Loris Fedele Tutto era cominciato con GoEco, un’applicazione per smartphone a favore dell’ambiente e della mobilità che, attraverso l’aiuto dato a chi l’avesse voluto, permetteva di modificare i propri spostamenti facendo scelte giudicate più sostenibili. Il progetto coinvolgeva la nostra Supsi e il Politecnico di Zurigo ed era stato premiato in un concorso di Svizzera Energia. Adesso la Supsi ci riprova proponendo un prototipo di applicazione per smartphone – il cui sistema operativo è per iPhone e Android – che di nuovo tocca la mobilità delle persone. La nuova App si chiama RideMyRoute. Nasce dal progetto «SocialCar» promosso dall’Unione Europea nell’ambito di un programma di ricerca e innovazione di Horizon 2020. La sperimentazione si svolgerà contemporaneamente il prossimo mese di novembre a Bruxelles, Edimburgo, Lubiana e in Ticino. Il sistema che si intende sperimentare si rivolge soprattutto a chi usa la propria automobile da solo e a chi, giocoforza, deve spostarsi con più mezzi pubblici e quindi ha cambi di tratta, coincidenze e spostamenti vari, che comportano tempi anche molto lunghi. Francesca Cellina, ricercatore senior dell’Istituto sostenibilità applicata all’ambiente costruito (Isaac) della

Supsi ci ha spiegato il funzionamento di RideMyRoute. Quando apriamo il telefonino su questa applicazione il sistema subito localizza dove siamo e segna il punto in cui ci troviamo. Va dunque inserito un indirizzo di destinazione. Appare sulla cartina un percorso per cui l’App trova e propone delle soluzioni. Riceviamo l’indicazione del tempo che dovremmo metterci per arrivare alla meta e vediamo le proposte per il nostro spostamento divise a pezzettini: un pezzo a piedi, un pezzo in autobus, un pezzo con un eventuale compagno di viaggio in carpooling – cioè condividendo un passaggio in automobile – e così via. Nella sua pianificazione il sistema ha incluso opzioni di viaggio attingendo a tutta la gamma di servizi di mobilità esistenti, compresi quelli di mobilità alternativi al classico trasporto pubblico in treno e bus. L’inclusione di questi servizi, in particolare del carpooling, vuole rendere il viaggiatore più consapevole dell’esistenza di questi mezzi e invogliarlo a provare soluzioni di spostamento che finora non aveva considerato. La speranza è quella che si possa aumentare la domanda di tali servizi, interessando un segmento di mercato ancora poco sfruttato. In uno spostamento col solo trasporto pubblico tradizionale è chiaro che non si prenota nulla, perché dobbiamo stare agli orari fissi già integrati

nel sistema con i dati forniti dalle FFS. Ma se nelle nostre tratte è previsto un carpooling, dobbiamo prenotare il viaggio con un compagno. Questo compagno di viaggio chi sarebbe? È una persona che si è già messa a disposizione per determinati tragitti ed è registrata nel sistema. In pratica: RideMyRoute ci presenta un nome, per esempio «autista 5». Cliccandoci sopra possiamo raggiungerlo con un SMS o una Email preimpostata. Se troviamo l’accordo con lui confermiamo la tratta richiesta e il viaggio entra subito in una sezione di my trips. Si vede l’elenco degli spostamenti che abbiamo prenotato oppure offerto, se noi stessi siamo fra quelli che fanno una tratta con la propria auto e un altro ha scelto di condividerla. Sull’applicazione le scritte relative alle tratte sono in colori diversi: in colore grigio se l’accordo è già concluso, giallo se la richiesta è partita ma attende la conferma dell’autista, rosso se quello che abbiamo scelto è stato rifiutato per mancanza di disponibilità sulla tratta desiderata. In seguito, arriva sul telefonino un messaggio di notifica automatica della App che avverte: «Attenzione! Lo spostamento sta per avvenire. Trovati al posto tal dei tali». Chi usa il sistema deve essere attento e disciplinato, perché la App non può fare di più: non riesce a seguire come un GPS la posizione dell’utente in tempo reale. Se useremo questa

App per uno spostamento sistematico, quello che facciamo ogni giorno, la useremo una volta sola: troviamo un buon compagno di viaggio per il pezzetto che ci interessa e siamo a posto. Ma questa applicazione è pensata soprattutto per chi si deve spostare per un motivo occasionale, quindi sempre diverso. Il trasporto pubblico è la colonna portante del sistema, ma lo si vuole integrare con offerte alternative, soprattutto laddove si rivela carente. Il sistema offre una possibilità supplementare: quando abbiamo prefigurato l’itinerario e dato l’orario desiderato per la frazione di carpooling, se quello che vogliamo non c’è potrebbe capitare che l’App ci indichi che, per esempio, 15 minuti prima o dopo dell’orario richiesto ci sia il passaggio che desideriamo. Se ci va ancora bene possiamo fare la modifica e la prenotazione. Proprio nel carpooling vi è una criticità. Affinché l’intero esperimento Supsi abbia successo è indispensabile che ci sia una comunità di utenti volontari flessibile di fronte alle nuove situazioni e disponibile all’interazione con gli altri. Il carpooling è già abbastanza problematico e poco usato tra gente che si conosce, mentre questo sistema chiede di condividere il passaggio in auto con degli sconosciuti. La pratica del vecchio autostop, con il pollice alzato a chiedere un passaggio occasionale, è drasticamente calata negli anni a causa

della possibile diffidenza tra il guidatore e il passeggero. Per cercare di superare questo ostacolo la App fa valutare le persone. Noi, passeggeri e utenti, assegniamo un voto con una scala di 5 stellette alla persona che ha viaggiato con noi. Il nostro voto resta visibile per gli altri utenti della comunità in riferimento a quello specifico passaggio. Questo sistema di valutazione un poco rozzo non sembra ottimale. Si teme che, insieme alle altre limitazioni del sistema che ci obbligano a cambiare abitudini, possa essere un fattore che fa decidere di non provare. Anche la questione della tecnologia può esser un fattore limitante, e quindi ci si rivolge soprattutto ai giovani, che sono pure più disponibili ai cambiamenti. Altro problema per il Ticino è che siamo in pochi su un territorio molto ampio. Per questo i ricercatori della Supsi hanno pensato di prendere come territorio di riferimento del progetto solo il Luganese e l’asse del Vedeggio. Per il mese di sperimentazione sperano che si annuncino come volontari tanti residenti o frontalieri che percorrano questi assi stradali e abbiano facilità nell’uso di smartphone. Non sarà facile. Informazioni

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Ambiente e Benessere

Chi ha visto il Conte Dracula? Viaggiatori d’Occidente La Romania

tra immagini e realtà, castelli e piazze

Le chiese in legno di Barsana.

Paolo Ciampi, testo e foto Ma Dracula dov’è? Davanti al castello di Bran le turiste americane sembrano perplesse: più che un antico maniero si aspettavano una Disneyland versione horror. Anche diversi ragazzini non nascondono la loro delusione di fronte all’attrattiva che forse li ha motivati al viaggio in Romania. E non basta certo un’improbabile Casa dei fantasmi, con tanto di personale travestito da lupo mannaro o da vampiro, incastrata tra le bancarelle dei souvenir prima della biglietteria. Il castello di Bran, per tutti «il castello di Dracula», sembra fatto apposta per smentire i luoghi comuni. In ogni caso ci dice più del nostro immaginario che del principe Vlad, il personaggio storico che lo scrittore irlandese Bram Stoker, l’autore di Dracula (1897), prese a modello nel creare il principe delle tenebre. Il principe Vlad, invece, il sangue lo versava in battaglia. Lo chiamavano l’impalatore perché questo era il suo supplizio prediletto: una volta uccise così migliaia di prigionieri turchi, una foresta di pali e di poveri corpi trafitti. Inoltre a Bran, in questo castello dall’aria nient’affatto tenebrosa, pare abbia trascorso solo pochi giorni. Ecco, con la Romania funziona così. Bisogna liberarsi da diversi luoghi comuni per poter sperimentare uno dei Paesi europei più sorprendenti. Meglio allora lasciarsi sedurre da un altro immaginario, con radici ben piantate nella storia. Lo stesso castello di Bran, per esempio, sorge proprio sul confine tra le pianure della Valacchia e le alture della Transilvania, la «terra oltre la selva». Ma tutta la Romania, nel corso dei secoli, è stata confine tra mondi diversi, ha visto succedersi invasioni e migrazioni: romani, sassoni, ungheresi, tartari, turchi… Questi popoli a volte sono stati onde che si sono infrante e poi ritirate, altre volte alberi che hanno messo radici. Il grigio era il colore associato alla

Romania all’epoca del dittatore Ceausescu. In realtà è verde, verdissima, grazie ai suoi boschi. E colori sempre diversi li trovi negli abiti tradizionali, nei piatti tipici, nei luoghi di culto, nei fazzoletti delle donne che falciano l’erba e negli intonaci delle case. La storia romena racconta di differenze, mescolanze, convivenze, per quanto problematiche; un vero e proprio caleidoscopio di culture. Meglio lasciarsi alle spalle Bran – e per la verità anche il castello di Peleș preso d’assalto dai turisti – e puntare sulla Transilvania: Sighișoara, ClujNapoca e Brașov. Città con nomi diversi, perché sono anche i luoghi dei magiari e dei sassoni, che qui hanno lasciato segni duraturi della loro presenza; città con centri storici ben ristrutturati e tanti eventi nelle piazze, ma che non hanno tradito la loro anima. Sibiu è stata capitale della cultura nel 2007 e nel 2019 lo sarà della gastronomia. Merita di essere scoperta con la dovuta lentezza: passeggiare sotto i bastioni delle tre linee di mura, curiosare in una delle sue librerie, seguire con lo sguardo il lavoro degli artigiani eredi delle corporazioni che la fecero ricca. Tutto è quieto e accogliente. Quando pensiamo alla Romania spesso emergono gli stereotipi legati ai suoi emigranti; invece in questo viaggio trovo tracce di italiani che vennero a cercare fortuna in questo paese come in America. Non erano imprenditori, confidavano solo nelle proprie braccia: costruirono ferrovie, lavorarono come minatori o taglialegna. Oggi hanno lo status di minoranza linguistica con il diritto a un parlamentare. Ancora più sorprendenti sono le campagne. Questa isola di lingua latina nel grande mare slavo è anche l’inizio di un mondo rurale disteso verso est per un’infinità di chilometri; un mondo antico, simile a quello raccontato nelle pagine dei grandi romanzieri russi. Questa non è la Romania dei grandi

A passeggio per le città sassoni della Transilvania.

Il castello di Bran.

casermoni costruiti al tempo del socialismo, o dei centri commerciali venuti dopo. È la Romania dei covoni di fieno, dei grandi portoni intagliati come opere d’arte, dei carri carichi di erba, dei cavalli e delle mucche che ancora bloccano la circolazione sulle poche strade asfaltate. Nelle pieghe di questo mondo tra-

Casa del Maramures¸.

Monache ortodosse in un monastero della Moldova.

dizionale si conservano capolavori straordinari. In Bucovina ammiro le facciate dipinte dei monasteri e nei fiabeschi paesaggi del Maramureș le secolari chiese di legno costruite senza utilizzare nemmeno un chiodo di ferro. La tradizione continua: ne hanno appena consacrata una nuova, il più alto edificio di culto in legno dell’intero pianeta.

Ieri e oggi: in Romania a ogni passo si trovano spunti di meditazione su questo tema, cullandosi nell’illusione di un altrove che forse potrà durare ancora. Solo che anche questo è luogo comune. Aveva ragione William Blacker, l’inglese che pochi giorni dopo la fine di Ceausescu si precipitò nel Maramureș, per scoprire una terra che finalmente poteva mostrarsi in tutta la sua bellezza ma che proprio per questo rischiava grosso. Era solo questione di tempo – scriveva Blacker in quel capolavoro che è Lungo la via incantata – prima che la modernità varcasse le montagne a passo di marcia. Era già quasi un’elegia e il tempo ha confermato queste tristi previsioni. Oggi quel mondo è davvero quasi scomparso: tanti non sono più contadini e pastori, tanti se ne sono andati all’estero e tanti sono anche tornati, ma per costruire case più moderne, diverse da quelle di una volta. È sempre bellissimo, il Maramureș, ma non è più un mondo a parte. E forse anche noi abbiamo la nostra parte di responsabilità se troppo spesso – come ha scritto un altro grande viaggiatore, Patrick Leigh Fermor – il turismo distrugge l’oggetto del suo amore.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Ambiente e Benessere

Tra prototipi e inediti nipponici Motori Il Tokyo Motor Show riapre i battenti dal 28 ottobre al 5 novembre Mario Alberto Cucchi Si tiene ogni due anni tra ottobre e novembre al Makuhari Messe di Chiba. È tra i cinque saloni dell’automobile più importanti al mondo insieme a quelli di Detroit, Ginevra, Francoforte e Parigi. Il Tokyo Motor Show quest’anno apre le sue porte agli appassionati di tutto il mondo dal 28 ottobre al 5 novembre. Giunto alla 45esima edizione è da sempre un palcoscenico privilegiato proprio per i costruttori

Alimentazione elettrica e linee futuristiche per la maggior parte delle novità che saranno presentate a Tokyo giapponesi. Massiccia la presenza di Suzuki che sta anticipando i festeggiamenti per il centenario del marchio che cade nel 2020. Il suo stand ospita la e-Survivor, prototipo di Suv compatto elettrico, a cui si affianca il crossover wagon compatto Xbee e l’openair minitruck Carry, oltre alle ultime versioni di Vitara, Swift Sport, Ignis e Baleno. Molte novità nello stand Subaru dove i riflettori sono puntati su tre prototipi: Viziv Performance Concept (anticipazione di una futura berlina sportiva), XV Fun Adventure (con gomme da off-road) e Impreza Future Sport (con fendinebbia a Led e paraurti ridi-

segnati). Tra le novità Subaru anche la Outback Limited Smart Edition, allestimento pensato per il mercato giapponese. Grande entusiasmo per le serie speciali del reparto STI: la S208 si basa sulla WRX STI ed è prodotta in soli 450 esemplari. Il Costruttore Mazda espone due inedite concept. Una rivela i prodotti della nuova generazione e l’altra incarna il futuro linguaggio stilistico.

La Casa di Hiroshima presenta inoltre in anteprima il motore a benzina SkyActiv-X, ovvero il primo propulsore a benzina disponibile sul mercato che utilizza il sistema di accensione per compressione con consumi ridotti sino al 30%. In mostra anche il nuovo SUV a sette posti CX-8 con aggiornamenti sul diesel SkyActiv-D 2.2 e la versione speciale MX-5 Red Top. Dal canto suo Nissan dovrebbe

svelare proprio in questi giorni di Salone un nuovo Suv con alimentazione totalmente elettrica. Un’anteprima mondiale che si baserà sulla seconda generazione della Leaf, appena presentata presso il quartier generale di Yokohama. Secondo quanto anticipato ad Autocar dal responsabile design, Alfonso Albaisa, si tratta di un Suv decisamente più grande di Qashqai. Le sue batterie gli consentono un’autonomia

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Notizie scientifiche Medicina e dintorni Marialuigia Bagni Una birra per curarsi L’Università di Singapore ha ideato una birra arricchita di Lactobacillus cadei L26, batterio noto per facilitare l’eliminazione delle tossine e dei microbi nonché per rinforzare il sistema immunitario e la digestione. Il processo di fabbricazione è stato modificato affinché il luppolo non blocchi lo sviluppo dei probiotici. Anche la gradazione alcolica non supera il 3,5%. Occhio alla polvere che ingrassa La polvere di casa fa ingrassare? Pare di sì. Nella polvere di alcune case sono state trovate sostanze «obesogene», capaci cioè di favorire l’accumulo di grasso nelle cellule. I più esposti sarebbero i bambini che assorbono 50 milligrammi di polvere domestica al giorno. Lo studio è stato pubblicato su «Environmental Science & Technology».

Di formiconi e cavalieri erranti Reportage online Su www.azione.ch, Romano Venziani ci porta sui monti fra il Ticino e i Grigioni, fino alla capanna di Brogoldo-

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I significati del sorriso Amore, simpatia, senso di dominazione: sono i tre messaggi che trasmette il sorriso, secondo uno studio dell’Università di Cardiff, in Galles. È la contrazione dei muscoli del viso che determina il significato del sorriso quando parliamo o incontriamo qualcuno. Per amore e simpatia la contrazione degli zigomi è sempre simmetrica, mentre non è così per il sorriso «dominatore». La vitamina D fa bene al cuore Lo affermano ricercatori brasiliani che hanno condotto uno studio sulla correlazione tra insufficienza cardiaca e vitamina D su 140 pazienti anziani. In questi, il rischio è risultato di dodici volte superiore tra quanti ne avevano carenza. Dopo i sessant’anni, dunque, la vitamina D va tenuta sotto controllo medico e, se necessario, va assunta per arrivare al dosaggio necessario.

ne, sulle tracce della leggenda di un cavaliere errante e nei boschi dove si ergono formicai giganti.

simile a quella della nuova Leaf. Come quest’ultima, anche il nuovo Suv beneficerà più avanti di una nuova e più potente batteria per incrementare l’autonomia. A Tokyo in mostra anche le versioni Nismo, ovvero le più sportive, di Leaf e Serena. Non va dimenticata Toyota che porta al debutto la HV Sports Concept. Un prototipo di auto sportiva a due posti in configurazione targa con il motore posizionato sull’asse anteriore. Le caratteristiche del propulsore ibrido non sono ancora note ma dovrebbe derivare da quello installato sulla TS050 Hybrid LMP1, vettura da corsa che attualmente partecipa al Mondiale Endurance della FIA WEC. Importanti novità anche per Mitsubishi che mostra il suo nuovo prototipo: e-Evolution Concept. Si tratta di un Suv-Coupé con alimentazione completamente elettrica. Telecamere laterali al posto degli specchietti e portiere prive di maniglie tradizionali. Prestazioni elevate garantite da tre motori elettrici: uno dedicato all’asse anteriore, mentre gli altri due agiscono sull’asse posteriore. Non manca un sistema di trazione integrale che beneficia del controllo elettronico della coppia. Come per la maggior parte delle novità di Tokyo ecco l’alimentazione elettrica e linee futuristiche anche per Sports EV, prototipo di coupé sportiva e compatta di Casa Honda. Questo e molto altro si può vedere sul sito internet del Salone: www.tokyo-motorshow.com

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Ambiente e Benessere

Dalla bagna caöda ai gianduja Parliamo oggi della cucina del Piemonte, la terra dei miei avi, fiamminghi arrivati nel Settecento ad Alessandria e mai più mossi da lì: io sono il primo nato a Milano. Sobria e sontuosa, aristocratica e contadina, la gastronomia piemontese è tra le più ricche ed eterogenee della penisola. La varietà degli ingredienti è garantita dalla morfologia del territorio, in prevalenza montuoso, ma con un’ampia porzione collinare (Langhe, Roero, Canavese, Monferrato), patria di grandi vini, e come anche la pianura padana, ricoperta da fertili risaie.

Per tacer dei bolliti misti: vitello, manzo, cotenne, testina e zampetti di maiale, cappone, salsicce e tacchino Ecco allora ottime carni bovine (con l’autoctona razza Fassona), latte, panna e formaggi: tra i più famosi il castelmagno, il bra, le tome e le robiole. Tra i cereali, il riso è protagonista: celebri i risotti con il tartufo, con le rane, con asparagi, con peperoni, con il Barolo. La carne stracotta costituisce anche il ripieno dei celebri agnolotti, ottimi ravioli un tempo consumati soprattutto in brodo ma oggi preferiti asciutti. Nel novero dei primi piatti rientrano anche i tajarin delle Langhe, tagliolini freschi all’uovo. La polenta viene preparata in vari modi: può essere pasticciata, cotta con le foglie delle rape, arricchita con la fonduta o con la ratatuja: avanzi di carne cotti con patate, funghi, cipolla e pomodoro. Nella voce carni, sontuosa è la finanziera, a base di filetto di vitello, rognoni, fegatini, creste e bargigli di pollo, animelle e funghi cucinati con il burro e insaporiti da poco Marsala.

Mitico è il carrello dei bolliti misti, comprendente vitello, manzo, cotenne, testina e zampetti di maiale, gallina o cappone, salsicce e tacchino; accompagnamento d’obbligo sono i bagnèt verd (una salsa a base di aglio e prezzemolo) e ross (pomodori). Altro piatto della tradizione è il fritto misto, composto da un notevole assortimento di ingredienti, tra cui carne, semolino, mele e amaretti. Numerosi i salumi, tra cui ricordiamo i salamini d’la duja, morbidi perché conservati nello strutto e i salami freschi. Le acciughe sono molto apprezzate, sia per condire i peperoni al forno, sia nella preparazione della bagna caöda, lo squisito intingolo di olio, aglio e, appunto, acciughe, che accompagna verdure crude di tutti i tipi, tra le quali non possono mancare peperoni rossi, cardi e topinambur. I peperoni sono apprezzati anche con il coniglio, mentre in inverno si preferisce la verza, indispensabile per accompagnare l’oca e per preparare la variante locale della casœûla. Nell’area delle risaie sono consumate rane e carpe, mentre un po’ dappertutto si mangiano le trote, che vengono anche cotte con il Barolo. Le terre piemontesi producono poi fagioli pregiati, come quelli di Saluggia (una varietà di borlotti), usati per realizzare piatti tipici come la tofeja (fagioli, cotenne, costine di maiale, aglio, prezzemolo e basilico). Ampio e ghiotto il capitolo dei dolci che hanno per protagonisti mele, nocciole e cioccolato, per il quale il Piemonte vanta una lunga tradizione. Ecco allora i baci di dama, farciti con il cioccolato, il bonèt (una specie di budino, sempre al cioccolato), le delicate lingue di gatto, la torta gianduja, i krumiri, i savoiardi, il torrone di Alba, il castagnaccio di mele, la panna cotta. La tradizione dei prodotti da forno si apre però anche al salato: giustamente famosi sono, per esempio, i grissini di Torino, stirati a mano o rubatà.

CSF (come si fa)

Blynneda

Allan Bay

Marka

GastronomiaTutte le prelibatezze tradizionali della cucina piemontese

Uno dei capisaldi della cucina italiana sono le scaloppine. Sono fettine magre e sottili di carne cotte rapidamente in padella e insaporite. La scaloppina può essere di vitello o maiale, ricavata dalla fesa o dalla noce, ma anche di tacchino, ricavata, in questo caso, dal petto. Spessa non più di cinque millimetri, ha forma ovale che le viene data schiacciandola allegramente con il

batticarne. La scaloppina può essere infarinata e cotta in burro o altro condimento, e aromatizzata a fine cottura con Marsala o limone: è questa la preparazione più comune. Può anche essere passata nell’uovo sbattuto, fritta, ricoperta con prosciutto e formaggio e infornata rapidamente, è detta allora «alla bolognese». Vediamo come si fanno. Scaloppine al limone. Per 4 persone. Tagliate 800 g di fesa di vitello a fettine sottili, battetele e passatele in poca farina. Scaldate un filo d’olio o una noce di burro od olio e burro insieme, la versione più canonica, in una padella antiaderente e rosolate le fettine 1’ per lato, poi toglietele e tenetele in caldo. Deglassate il fondo di cottura con il succo di 1 limone e 1 bicchiere di vino bianco secco sobbollito per 3’, e fatelo

ridurre. Infine rimettete le fettine nella padella, fatele insaporire mezzo minuto per lato, aromatizzando con una manciata di prezzemolo tritato. Regolate di sale e di pepe e servite subito spolverizzando le scaloppine. Scaloppine al marsala. La procedura è la stessa; si deglassa senza aggiungere limone con 1 bicchiere di Marsala secco sempre sobbollito per 3’. Scaloppine coi piselli. La procedura è la stessa; si deglassa con 1 bicchiere di vino bianco secco sempre sobbollito per 3’, e alla fine si uniscono 30 o 40 g a testa di piselli sbollentati e saltati in padella con poco olio e aglio. Scaloppine al pomodoro. Come quelle al Marsala ma deglassando con vino bianco sobbollito 2’ e unendo a fine cottura otto cucchiaiate di salsa di pomodoro.

Ballando coi gusti Oggi due piatti di carne semplici accomunati dal fatto che vengono cotti su una griglia di ghisa: quella casalinga che si mette sulla fonte di calore.

Bistecche all’anice

Hamburger alle erbe

Ingredienti per 4 persone: 4 bistecche di manzo da 150 g spesse 3 cm · 4 dl di vino bianco secco · 2 dl di aceto di mele · 2 cipolle · 1 grosso cucchiaio di semi di anice · burro, sale e pepe.

Ingredienti per 4 persone: 600 g di carne di manzo mista grasso tritata · 2 scalogni · dragoncello · mentuccia · prezzemolo · peperoncino · olio di oliva · sale.

Mondate le cipolle e spezzettatele grossolanamente. Mettetele in un pentolino, unite il vino, l’aceto, 80 g di burro e i semi di anice e fate cuocere a fuoco basso la salsa mescolando finché non si addensa. Grigliate le bistecche a calore elevato, pochissimi minuti per parte, girandole con una paletta senza pungerle. Levatele, mettetele nei piatti individuali, spolveratele di sale e di pepe e servitele accompagnando con la salsa bollente.

Mescolate la carne con il dragoncello, la mentuccia, il prezzemolo e gli scalogni tritati finissimi, unendo anche il peperoncino spezzettato e un pizzico di sale. Ricavatene 4 hamburger e chiudeteli in altrettanti fogli di alluminio per alimenti spennellati leggermente di olio, sigillandoli bene. Adagiateli sulla griglia e cuoceteli a calore sostenuto 8’, o meno o più secondo i gusti, girando il cartoccio a metà cottura. Aprite i cartocci, disponete gli hamburger sui piatti, irrorateli con un filo di olio e serviteli.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Ambiente e Benessere

Innovazioni per il futuro del vino

Il vino nella storia Le condizioni politiche, storiche, tecniche e commerciali che si verificarono in Europa

Davide Comoli Il 1600, oltre a essere un secolo di innovazioni, ha il pregio di essere il secolo fondamentale per la produzione del vino europeo. Fu quello in cui s’incominciò a usare il turacciolo di sughero per la chiusura ermetica e si cominciarono quindi a conservare i vini in bottiglia di vetro con tappatura stagna. Nella bottiglia chiusa da un tappo il vino, infatti, non ha più contatto con l’aria che è il suo mortale nemico. Il vino contiene più di 600 diversi ingredienti naturali: oltre agli zuccheri, acidi, tannini, pigmenti, altri centinaia di composti organici continuano a combinarsi e scambiarsi formando nuovi composti. Nel chiuso di una bottiglia, tutti i processi vitali degli organismi, che poi determineranno profumi e aromi, sono rallentati in quanto il vino si trova in uno stato di «ridotto». Questo periodo viene chiamato «affinamento» e ogni vino dovrebbe avere il suo per poter essere meglio apprezzato. Questa innovazione è legata soprattutto all’evoluzione del vetro da bottiglia e alle vetrerie inglesi. Tutto ebbe inizio, infatti, quando, nell’Inghilterra del 1615, venne emesso un editto reale che proibiva l’uso del legno per l’alimentazione dei forni. A quel punto il legno fu sostituito dal carbone. Questo portò alla produzione di bottiglie dal vetro spesso, meno eleganti forse, ma certamente più robuste. Si pensa che l’inventore dell’odierna bottiglia sia stato un certo sir Kenelm

Digby (1603-1665). Era costui il classico gentiluomo inglese del Seicento, colto, raffinato, elegante, versatile, molto irrequieto. Viaggiò in lungo e in largo, dicono le malelingue inseguendo varie amanti (sembra che abbia persino ricevuto proposte dall’allora regina di Francia, Maria de’ Medici). Partecipò anche a diverse azioni piratesche dimostrando così di essere un temerario; insomma fece una vita spericolata come quella cantata da Vasco Rossi, sempre in bilico tra guai e fama. Fu vicino alla miniera di carbone di Dean, nel Glouchestershire, che sir Digby, poco dopo il 1630, impiantò una vetreria per fabbricare bottiglie. Molto più pesanti, meno care e più scure, senza saperlo, queste bottiglie avrebbero protetto il vino dalle fonti luminose. Avevano una forma tondeggiante di bolla e il collo molto lungo terminava con un colletto che serviva per tenere la cordicella che fermava il tappo. Queste bottiglie dal collo molto resistente contribuirono a una svolta fondamentale nella tecnica enologica: portarono infatti alla possibilità di invecchiamento in vetro dei vini rossi. Le prime bottiglie per lo Champagne erano proprio quelle tipiche bottiglie panciute, scure, a forma di mela o di pera, conosciute come champenoises, perché venivano utilizzate in quella zona della Francia, ma erano inizialmente, di fattura inglese. Solo gli inglesi difatti conoscevano la formula di quel tipo di vetro resistente. La tecnica inglese venne adattata

dagli olandesi vero il 1670, i quali (gente molto pratica) avevano pensato di produrre bottiglie quadrate (antenate delle moderne bottiglie di Gin) per meglio imballarle nelle casse e non occupare troppo spazio a bordo delle loro imbarcazioni; i francesi cominciarono a usare la tecnica inglese per produrre bottiglie solo (si fa per dire) nel 1710. La bottiglia tappata ermeticamente non ebbe solo influenza sui vini spumanti, ma segnò la fine anche dei vini chiaretti giovani e condusse alla possibilità di produrre grandi rossi importanti da invecchiamento. Il matrimonio fra bottiglia e tappo, avvenne tuttavia per gradi; lo stesso Digby, sperimentatore incallito, non ne fu del tutto convinto. La storia secondo cui furono i pellegrini provenienti da Santiago di Compostela a diffondere i tappi di sughero, ha solo il sapore di leggenda. Nel suo Treatise of Cider, l’inglese Worlidge (1676) scrive che molto vino viene rovinato dal sughero al quale vanno preferiti tappi di vetro, ma questo tappo il più delle volte creava molti inconvenienti e alle volte si dovevano rompere le bottiglie. Qualche anno dopo, lo stesso scrittore indica il modo che crea la premessa per il moderno imbottigliamento: «Avendo scelto dei buoni tappi di sughero, metterli nell’acqua bollente in modo che meglio s’adattino alla bocca della bottiglia; inoltre l’umidità del tappo permette di trattenere meglio lo spirito. Perciò s’ha da consigliare di coricare la bottiglia sul suo fianco, non

Pixbay

tra il 1600 e 1700 influirono sull’enologia, ma di certo lo fecero anche l’invenzione delle bottiglie e dei tappi

solo per conservare umido il tappo, ma acciocché l’aria rimasta nella bottiglia può espirare (fuggire) né può nuova aria entrare». Sembra che alla fine del 600 la conservazione del vino in bottiglie tappate fosse noto a tutti, ma il tappo rimaneva un grosso problema, infatti restava sempre un po’ fuori dal collo perché ancora non era stato inventato il cavatappi. Con esattezza non si sa chi abbia inventato questo prezioso strumento. La prima versione ufficiale risale comunque al 1681. Un certo Nehemiah Grew descrive qualcosa di simile all’antenato del noto utensile usato con destrezza dai sommeliers. Erano delle viti d’acciaio, usate per estrarre le pallottole e gli stoppini dalle armi da fuoco che avevano fatto cilecca, operazione tra l’altro mol-

to rischiosa. Pare certo comunque che anche il cavatappi sia un’invenzione inglese, infatti su un volume stampato a Londra nel 1700 che parla degli usi e costumi dell’epoca, c’è una descrizione di un cavatappi, ma di certo il mistero del nome del suo inventore rimane aperto. Tra il XVII e il XVIII sec. la nuova realtà economica e commerciale aprì nuovi mercati, creò nuove regioni e nuove esigenze di conservazione per il vino commercializzato. Le condizioni politiche, storiche, tecniche e commerciali che si verificarono in Europa tra il 1600 e 1700, influirono anche sull’enologia. Furono così gettate le basi per la produzione di nuovi vini che diventarono universalmente celebri come: Tokay, Sherry, Porto, Madeira, Marsala e Champagne. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Ambiente e Benessere

(N. 41 - ... un parco con alberi e ori)

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P U N G E 7 8 Mondoanimale In Svizzera i cani di «piccola taglia» hanno superato quelli medio-grandi A V I P 9 10 R A C O sti suoi cagnolini portandoli a passegMaria Grazia Buletti 11 gio nelle borsette e agghindandoli in O C O P «Non importa se non avete denaro o ogni modo, possibilmente a tono con i poderi, il solo fatto di possedere un suoi outfit 12 e i colori dei suoi abiti». 13 14 15 16 cane vi rende ricchi», ha detto lo scritLa nostra interlocutrice ammette C U N E tore di inizio Novecento Louis Sabin. che a causa della poco consona pub18 Con circa 500mila esemplari annun- 17 blicità della razza Chihuahua, questo F E R I E ciati in tutta la Svizzera alla banca dati cagnolino non è molto amato in pubAmicus possiamo affermare che secon- 19 blico: «Come lo si è visto accompagnare 20 do questo paradigma la popolazione queste persone Vip, è considerato un E T T O elvetica è ricchissima. Con circa 29mila cane di difficile gestione, un accessorio, 23 esemplari censiti, i ticinesi non sono da 21 brutto perché ritenuto dai più22simile a T O I F meno. un topo e talvolta molto rompiscatole. Non possiamo passare oltre al Un’immagine 24 divenuta luogo comune, dato interessante già emerso nell’arti- purtroppo molto diversa dalla natura O S T R colo Educare cani e padroni («Azione» della razza che riserva invece ampie e no. 41/2017): la razza maggiormente rappresentata è quella del minuscolo Chihuahua. Questo cagnolino, tanto superficialmente sottovalutato quanto sconosciuto nella sua vera indole, è presente in Svizzera con 25mila esemplari annunciati e detronizza il Labrador (24’900). A seguire, a conferma della predilezione per le piccole taglie, lo Yorkshire Terrier (19’400) e il Jack Russel Terrier con i suoi 17’600 esemplari annunciati. Per analizzare le ragioni di quest’impennata di «taglie tascabili», e nello specifico del Chihuahua, abbiamo interpellato la presidente della neonata Associazione Chihui Dog Club Lugano (www.chihuahualugano.ch e su FB), la signora Ingrid Urbani che si dice assolutamente stupita di quest’impennata della razza perché si sarebbe attesa una battuta d’arresto: «C’è stato un periodo in cui in tutto il mondo, e in Europa soprattutto, ci si è lasciati influenzare dalla moda americana del Chihuahua. Mi riferisco all’emulazione di Paris Hilton che ha mostrato que-

interessanti sorprese positive». Lei stessa dice di aver sempre avuto cani di una certa taglia («pastori tedeschi soprattutto») e, pur avendo oggi due simpaticissimi Chihuahua che conosceremo più avanti, racconta 1 2di non aver pensato subito a questa razza quando voleva adottare un cagnolino: «Come la maggior parte delle7 persone, ho preso in rassegna ogni genere di piccoli cani come il Maltese, il Jack 8 Russel, i Bassotti: tutti, diciamocelo, più amati dei Chihuahua, anche se poi cono11 scendo davvero i Chihui, si impara ad apprezzarli come non mai e ci si rende conto di sbagliati i pregiu13 14quanto 15siano16 dizi che si sono creati attorno a questa meravigliosa razza messicana antica e 18 19 sconosciuta». La nostra interlocutrice non pensa che l’aumento esponenziale 21 di queste 20 taglie in miniatura sia dovuto all’inasprimento della legge sulla tenuta dei 24 cani varata in 23 molti Cantoni, compreso il Ticino: «Chi vuole evitare di adottare un cane 26presente sulla lista (soggetto a restrizioni) ha a disposizione una marea

padrone; le sue minuscole dimensioni lo rendono delicato e non è molto adatto ai bambini, a meno che il bambino sia sempre accompagnato da un In Svizzera si adulto in una gestione equilibrata. Vive contano 25mila a stretto contatto con l’essere umano, Chihuahua. dunque non è adatto ad essere lasciato (Sabrina Falduto) solo a casa troppo a lungo. E ha bisogno della compagnia dei suoi consimili coi accessorio, ma in modo particolare e ri- quali è necessario socializzi». spettoso delle sue caratteristiche». Viste le sue dimensioni e conosciuLa presidentessa del Club dedicato ta la proverbiale inclinazione a sociainteramente ai Chihuahua raccoman- lizzare con i suoi conspecifici («Anche da di prendere questa razza con la giu- perché noi proprietari siamo un po’ sta dose di ironia: «Ad esempio, con il apprensivi per questi nostri piccolissifreddo hanno bisogno di essere vestiti mi amici e ci agitiamo nel vederli gioAZIONE - SETTEMBRE 2017 perché sonoFACILE piccoli e nonSUDOKU posseggonoPERcare con cani grandi che potrebbero N. 33 grasso sottocutaneo. Se poi li copriamo involontariamente far loro del male»), Schema Soluzione adeguatamente ma ci mettiamo anche Ingrid e alcune amiche hanno fondato 9 di ironia 4 non muore nes- il Chihui 7 1Dog5 Club 9 Lugano: 3 4 6«Ci8tro2 qualche5strass 3 basta1rispettarne specie 7 e razza: viamo6 periodicamente suno, 3 8 1 2 in5 un4 campo 7 9 sono e rimangono cani veri, con la loro cinofilo ad Agno, per aperitivi in città e 2 7 8 5 1 4 2 9 7 6 8 5 3 1 dignità e non sono soprammobili, por- altre attività che coinvolgono proprie2tachiavi6o accessori, 5 7 9mi ripeto». 4 8 6 5 ai 7nostri 9 Chihui 3 1 di 4 tari e 2permettono Di fatto, Ingrid conferma e socializzare felici. Tutti 7 2 quanto scorrazzare 5 9 4 3 1 6 7 2 8i Louis Sabin affermò già a suo tempo: Chihuahua sono i benvenuti, natural3 7 1 2 3 7 1 8 4 2 9 5 6 «Anche il più piccolo cagnolino è un mente!». 5 6 4 3 9 5 7 6 8 1 2 4 3 6 3 1 6 2 4 5 3 8 9 7

(N. 42 - ... morì per le ferite riportate in battaglia)

Giochi Cruciverba La pianta raffigurata nel cruciverba, nasce nell’isola di Sumatra. Come si chiama e quale particolarità ha il suo fiore? Trova le risposte leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 9, 1, 2, 3, 6, 2, 5)

R E A N D cuorEdi leone, pronto a fare qualsiasi per difendere la casa, il padrone I cosa e laA padrona». In effetti lei afferma: «Il Chihuahua soffre della sindrome di O Napoleone: Asi senteLpiccoloBma vorrebA be essere grande. Inoltre, ha spiccate doti da guardia perché ha i sensi ancor Rdel A Eche più F raffinati PastoreT tedesco però, data la mole, incute più timore». P Informarsi I Nbene prima I di scegliere R un cane è d’obbligo, informarsi meglio è imperatiI nell’adottare L divertente, I un Chihuahua Ema vo: «È attentoS e ironico, non è un cane per tutti a causa della sua U ipersensibilità M E e delNsuo attaccamento T I estremamente devoto e protettivo al

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di alternative al Chihuahua». E allora ci facciamo spiegare 9 perché 10 lei stessa ha adottato due Chihuahua, Red Hot Chili Pepper di sei anni e Don Gino (all’ana12 of Persia) di cinque anni: grafe Prince un modo di comprendere anche le peculiarità per nulla scontate della razza. 17 «Il Chihuahua è stato una vera scoperta anche per me. A dispetto delle sue dimensioni ridotte ha le stesse esigenze di un qualsiasi cane di ogni taglia, ma ha peculiarità proprie che non 22 si trovano nelle altre razze: a causa della sua ipersensibilità è empatico più di altri verso il suo padrone e25 questo ci porta a dovergli accortezze particolari. Ciò significa27 che va trattato come un cane e non come un gioco o, peggio, come un

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SUDOKU Vinci una delle 3 carte regalo da 501franchi con il8 cruciverba (nume 3 2 9 6 5 4 3 2 9 7 1 6 5

unagrande delle 2 al carte regaloN. 50 franchi con il sudoku (N. 43 - Ra esia, è il epiù mondo ) da 34 MEDIO 1

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(N. 41 - ... un parco con alberi e ori)

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VERTICALI 1. Asta con gancio per afferrare oggetti 2. Altrimenti detto 3. Rallegra le serate in spiaggia 4. Il Galdino... de’ I Promessi Sposi 15. In piedi 2 dopo 3 la prima 4 6. Brani eseguiti singolarmente 9. Sofia Ricci 911. Parte dell’occhio 10 11 13. Ente geometrico fondamentale 14. Diverso... nelle parole 13 14 composte 15. Una casa freddissima 16. Protetti da Igea 16Stewart 17. Il cantautore 18. Gitani 19. Congiunzione inglese 18

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

21 22 del valore di 50 franchi, saranno sor-

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ORIZZONTALI 1. Forte e improvviso colpo di vento 7. Arredo del camino 8. Si regola prendendo un numero 9. Le iniziali dell’attore Solfrizzi 10. Combatte la fame nel mondo 11. Infossatura del polmone 12. Dulcis in fundo 13. Veloci con il bancomat 16. Animali col grugno 17. Vela aurica quadrilatera 18. Antica moneta spagnola 20. Supera i seicento metri di altezza 21. Raggiunge temperature elevate 22. Se si nutre divide 23. Confortevole

N. 37 FACILE 4 8 3 9 Schema 1 6 2 4 8

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teggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta 24 25 entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco. 28

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20. Le separa la «n» 5 9POPOLARI 1– Molti credono che, se nelle8 statue 2 equestri 5 9 il7cavallo 3 ha 1 una4 zam6 21. Noto Dario recentemente scomCREDENZE parso pa anteriore alzata, il cavaliere: … MORÍ PER LE FERITE RIPORTATE IN BATTAGLIA (N. 42 - ... morì per le ferite riportate in battaglia) N. 36 GENI

(N. 44 - “Balle, io lo porto da mesi e non perdo un etto!”) 2

I premi, cinque carte regalo Migros

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R9 A F F9 I C A7 9 5 8 6 1 4 3 2 Soluzione: 6 3 7 9 2 14 5 78 14 6 Scoprire i3 7 4 5 8 8 6 2 A L A R E S8 4 1 3 9 6 2 5 7 numeri corretti 4 1 da inserire nelle 2 6 6I 3 4 caselle F colorate. L8 A E` S5 2 6 7 1 8 3 9 4 2 7 4 9 2 5 7 1 53 4 26 8 9 Giochi F1 per8A“Azione” O- Ottobre 2017 I3 L O6 1 8 5 2 9 7 4 3 Stefania Sargentini 5 1 8 9 3 8 1 2 9 63 4 6 8 7 1 2 5 IN. 35SDIFFICILE P R E L 8 I E3 V I 4 7 9 ` I N I 1 7 2 3T 4 8 9 G OP U N3 GSE RU 9E 6 5 2 6 4 6 A8 V I 7 2 P A N 4 6 8 9 7 2 5 3 1 4 R A4R CA O6 DN A 8 3 95R4 1E 9 A 2 7 6 52 L 8 7 2E D O C O P I A 9 7 9 8 7 1 M COU N1NE OT AEL 7B A F75 94O83 52R 416 N O 4 6 2 3 F E R I E F R A T E 2 8 3 7 4 5 9 1 I N4 I CR O2 1M62 O OE3 T6DT O83I 1 PO D O6 5 2 4 3 7 6 8 1 5 9 2 T O I F I L I S E 8 O S T R U M E N T I Soluzione della settimana precedente

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B A T 8LR 7E L A 12 5 6T E Vincitori del concorso Cruciverba O L P su «Azione 41», del 9.10.2017 1 A2 D I 7 T O I M M. Orsoni, F. Garbani 15Nerini, P O 3 I E R I G. Gervasoni V T M O T E 8O Vincitori del concorso Sudoku 2D I N 17 9.10.2017 su «Azione 41», A S T E 7N 9T E S I L R. Pilloni-Tanner, C. Soncini R A G L 5I 7 6 19 20 F O O L7 Partecipazione inserireal mondo la luzione, corredata da nome, cognome, (N. 43 -23Ra esia, èonline: il più grande ) soluzione del cruciverba o del sudoku indirizzo, email del partecipante deve PFO MC AP Azione, O nell’apposito formulario pubblicato essere R Aspedita F a I«Redazione sulla pagina del sito. Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». 26 27 A siA L intratterrà A R R E corrispondenza SI Partecipazione postale: la lettera o Non sui M 1 ` escluse. Non la cartolina postale che ` riporti la so- concorsi. Le vie legali sono 9

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia La visione dei socialisti Intervista a Esther Niubò che spiega le dinamiche dei socialisti catalani, da sempre forze costituzionaliste, all’interno del Psoe

L’Austria svolta a destra Alle elezioni legislative trionfano i popolari dell’ÖVP che tornano ad essere il primo partito grazie al loro leader Sebastian Kurz

La Raqqa liberata Svanisce il sogno di al-Baghdadi di dar vita a un Califfato del Terzo Millennio in Siria

Nucleare iraniano Donald Trump decertifica l’accordo con Teheran siglato da Obama nel 2015

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Audrey Azoulay, direttrice generale dell’Unesco. (AFP)

L’ardua scommessa di Audry Azoulay UnescoLa nuova direttrice generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la scienza e la cultura

dovrà affrontare le recenti tensioni in seguito al ritiro di Stati Uniti e Israele a causa dell’ingresso della Palestina

Alfredo Venturi Audrey Azoulay è franco-marocchina di religione ebraica: un biglietto da visita ideale per la nuova direttrice generale dell’Unesco. Nel succedere alla bulgara Irina Bokova la neo-eletta, che fu ministra della cultura con François Hollande, ha indicato il suo obiettivo: fare dell’istruzione uno strumento di uguaglianza e di sviluppo sostenibile. Come dice lo statuto dell’agenzia fondata sulle macerie della Seconda guerra mondiale, si tratta di «innalzare le difese della pace» attraverso la cultura. Forse l’arma vincente della nuova direttrice è proprio quel triplice connotato nazionale, etnico e religioso. Cittadina europea, le radici in un paese arabo, la fede israelitica: sembra fatta apposta per mettere tutti d’accordo, soprattutto in quel tormentato Medio Oriente in cui i tre elementi fanno da sempre cortocircuito. La successione al vertice dell’Unesco, che sarà ratificata il 10 novembre dalla conferenza generale, coincide con l’ennesima crisi, ancora una volta con epicentro nella polveriera mediorientale. Stati Uniti e Israele hanno annunciato il ritiro dall’organizzazione dopo che questa ha adottato due risoluzioni che negano implicitamente il retaggio ebraico di Gerusalemme e di Hebron, le città che con il Tempio di Salomone e la

Tomba dei patriarchi sono al centro della sacralità israelitica. Il fatto che Gerusalemme sia sacra anche per cristiani e musulmani non ne cancella il carattere ebraico, quanto alla Tomba dei patriarchi è vero che si trova in Cisgiordania ma appare ugualmente inappropriato etichettarla come sito palestinese. Non è la prima volta che scoccano scintille fra l’Unesco da una parte, Israele e Stati Uniti dall’altra. Ne è causa l’atteggiamento sul contenzioso arabo-israeliano, considerato pregiudizialmente ostile a Israele. Nel 1974 il Congresso di Washington sospese i contributi all’agenzia colpevole di avere riconosciuto l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Poi la misura venne revocata ma dieci anni più tardi, con Ronald Reagan, gli Stati Uniti uscirono dall’organizzazione, giudicata politicamente irresponsabile. Durante il mandato di Margaret Thatcher anche Londra scelse di andarsene, per rientrare dodici anni dopo con Tony Blair. Nel 2003 George W. Bush riportò dentro gli Stati Uniti ma nel 2011, con Barack Obama, nuovo blocco dei contributi per protesta contro l’ingresso della Palestina. L’Unesco nacque a Londra nel 1945 ma ha sede a Parigi, nel palazzo costruito da Nervi e Breuer, decorato da Picasso e Miró, circondato dalle sculture di Moore e Calder. Rispetto agli

obiettivi dell’agenzia, la mancanza dei contributi americani è paralizzante. Si confida che prima o poi Washington riprenderà a pagare, saldando un arretrato di oltre mezzo miliardo di dollari. Difficilmente la svolta potrà avvenire durante la presidenza di Donald Trump: a parte le ragioni legate alla questione mediorientale, la sua visione del mondo lo porta a considerare con fastidio ogni sorta di multilateralismo. America first, dice Trump: dietro questa formula c’è poco spazio per impegni come l’accordo di Parigi sul controllo del clima, o per enti regionali tipo Nafta o infine per l’Onu e le sue agenzie, accusate di antiamericanismo. Attende dunque la nuova direttrice una missione assai ardua. Per realizzare i suoi programmi l’Unesco deve superare le difficoltà finanziarie aperte sei anni fa dal rifiuto americano e confermate dalla decisione di Trump. Il bilancio annuale supera i trecento milioni di euro, oltre un quarto era coperto fino al 2011 da Stati Uniti e Israele. Le attività coprono un arco vastissimo, dalla salvaguardia dei beni storico-artistici o naturali definiti patrimonio dell’umanità, che hanno superato il migliaio, alle iniziative in difesa dei diritti umani, per esempio a favore delle donne vittime di violenze, fino ai piani per diffondere l’alfabetizzazione nei paesi poveri. L’U-

nesco si propone anche di contribuire alla lotta contro il terrorismo, garantendo le attività scolastiche nelle zone minacciate dal proselitismo e nelle aree di crisi, in particolare contrastando lo scandalo dei bambini reclutati nelle formazioni armate. L’Unesco s’impegna per il restauro dei beni culturali devastati dall’iconoclastia terroristica. È in corso il recupero delle sculture dei Buddha nella valle di Bamiyan in Afghanistan, fatte saltare nel 2001 dai talebani. Si conta d’intervenire nel sito archeologico siriano di Palmira, semidistrutto nel 2015 dai jihadisti dell’Isis che hanno fatto a pezzi alcuni templi mettendone in vendita i frammenti sul mercato nero. In questo modo rovesciando il senso della missione Unesco: non cultura contro violenza, ma violenza contro cultura. Un altro sito minacciato dalla guerra civile che si vuol mettere in sicurezza è la città romana di Leptis Magna in Libia. Altre iniziative riguardano la salvaguardia dei tanti beni naturalistici minacciati dallo sfruttamento dissennato delle risorse. Erano una ventina gli Stati che nel 1945 decisero di affidare a questa agenzia il compito di consolidare, con gli strumenti della cultura, la pace appena raggiunta dopo il conflitto più sanguinoso della storia. Oggi sono 195, l’Une-

sco rappresenta dunque l’intero pianeta e ne rispecchia tensioni e conflitti. Negli anni della Guerra fredda vide contrapporsi l’Occidente al blocco sovietico e ai paesi in via di sviluppo, e fu accusata di avere una connotazione filocomunista e terzomondista. L’apice della crisi fu raggiunto il 31 ottobre 2011, quando i delegati di centosette paesi votarono l’adesione della Palestina provocando la sospensione dei contributi americani. Fino alla crisi di questi giorni, suggellata da una nota del Dipartimento di Stato in cui si parla di «persistenti pregiudizi contro Israele». La nuova direttrice dell’Unesco troverà sul tavolo questo dossier finanziario, ma soprattutto il contenzioso che l’ha determinato, e che corrisponde a una delle crisi più aspre del nostro tempo. Con le sue credenziali etnico-religiose super partes, cercherà di far incontrare israeliani e palestinesi sul terreno che hanno in comune. La Tomba dei patriarchi di Hebron, non è forse anche per gli arabi il santuario di Abramo? E il Muro del pianto, non sorregge forse la Spianata delle moschee? Di fronte a queste semplici realtà sta il nodo della storica incomprensione fra le parti. Riuscire a scioglierlo, o almeno ad allentarlo, con le ragioni della storia e della cultura è l’ardua scommessa di Audrey Azoulay.


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PUNTI


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia

«Catalogna al voto»

Psoe I ntervista a Esther Niubò, portavoce dei socialisti catalani,

che difende «la normalità costituzionale in Catalogna». E spiega la rissa interna al suo partito

Il segretario socialista Pedro Sanchez (a sinistra) e il premier Mariano Rajoy discutono su come applicare l’accordo 155. (AFP)

Angela Nocioni «Se il governatore Puigdemont rimane in questa irresponsabile ambiguità, se continua a chiedere dialogo a parole ma poi lo nega nei fatti perché vuole un confronto solo a patto che si accetti a priori una illegale secessione, noi socialisti daremo tutto il nostro appoggio al ritorno della normalità costituzionale in Catalogna. Siamo l’unico posto al mondo in cui i cittadini non sanno quale è la legalità vigente, in cui non hanno il diritto di sapere se vivono in un governo che ha dichiarato la secessione dallo Stato oppure no. Vi pare normale?». Lo dice ad «Azione» Esther Niubò, portavoce dei socialisti catalani, membro politico fondamentale del Psc al parlamento di Barcellona. Signora Niubò, quindi voi appoggerete l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione compreso l’invio della Guardia civil in strada e la convocazione di elezioni indette da Madrid? E lascerete carta bianca al premier Rajoy?

Occhio, questo non significa che non prendiamo parte alle decisioni. Non diamo luce verde a scatola chiusa a qualsiasi mossa. Siamo una forza responsabile e costituzionalista. Abbiamo il dovere di impedire a Puigdemont di lasciare la Spagna, di portarci fuori dall’Europa, di decidere il destino dei catalani con un metodo anti democratico e follemente opportunista.

Quindi state con Rajoy se decide di avocare al governo centrale il potere di indire elezioni a Barcellona, cosa che non è mai avvenuta nella storia di Spagna e che può portare rivolte e una maggiore radicalizzazione del conflitto?

È nelle mani di Puigdemont evitarlo. È lui che vuole l’applicazione del 155 se non chiarisce. Noi non cadiamo nella trappola che ci tende di far finta che lui è costretto dalla rigidità di Madrid a staccare la Catalogna dalla Spagna. L’ha deciso lui, lo vuole lui. Sapete cosa penso davvero io di Rajoy? Es lo que hay, è quello che c’è. Bisogna tenercelo fino alle elezioni. Reggere il suo peso. E poi sconfiggerlo nelle urne. È irresponsabile dichiarare l’indipendenza. Non è legale tra l’altro, non vale nulla. Maggiore autonomia si chiede e si ottiene in uno spazio politico legittimo e costituzionale. Siamo d’accordo con Rajoy per una riforma costituzionale concordata, da discutere tutti insieme in Parlamento, che è l’unica maniera per parlare di rapporto con lo Stato centrale senza fare demagogia irresponsabile. Sul concedere quello spazio Rajoy ha già ceduto, la Commissione per la riforma costituzionale c’è. È lì il luogo

della battaglia. Combattere altrove è da irresponsabili.

E come vi comportate con gli arresti dei leader indipendentisti? Li appoggiate? Così non vi pare di costruire dei martiri politici, di alimentare l’indipendentismo più duro, di regalare a Puigdemont la possibilità di vantare dei detenuti politici dalla sua parte?

Arrestare i leader dell’Associazione nazionale catalana e di Omnium è stata una mossa pessima. Non aiuta certo il confronto. Ma, soprattutto è da idioti perché le questioni politiche si risolvono con la politica non con i provvedimenti giudiziari. Io sono totalmente contraria.

Deteminata a non farsi politicamente schiacciare nella morsa in cui i socialisti sono finiti, la deputata catalana Esther Niubò spiega che l’offensiva del partito socialista catalano contro i nazionalisti indipendentisti affinché nel parlamento di Barcellona non ci fosse la dichiarazione unilaterale di indipendenza annunciata dal presidente catalano Carles Puigdemont, ha disinnescato la bomba che avrebbe fatto esplodere il conflitto con il governo centrale portandolo verso un punto di non ritorno. Ma non promette di durare per sempre. I socialisti catalani continuano a opporsi all’appiattimento sul governo di Madrid (in mano al Partito popolare e che il Psoe, il partito socialista di Pedro Sanchez, sostiene dall’esterno) della leader socialista andalusa anti-Sanchez Susana Diaz, presidente dell’Andalusia e segretaria regionale del partito socialista. Stanno con il quarantacinquenne segretario generale del Psoe, che nel 2016 si illuse di saper formare un governo ma poi fallì malamente l’incarico. La rissa interna al Psoe non è una qualsiasi bega interna di partito. Il Psoe è il pezzo fondamentale di qualsiasi alleanza di governo alternativa a quella al potere oggi in Spagna. E siccome il tentativo ambizioso del partito di sinistra Podemos e delle sue costole che popolano di bandiere stellate le strade di Barcellona di stringere un patto trasversale con indipendentisti vari, compresi i baschi, per disarcionare l’inossidabile Mariano Rajoy non può fare a meno dei socialisti, e poiché anche l’attuale governo centrale non può fare a meno dei socialisti perché è governo di minoranza, l’esito della guerra tra la Diaz e Sanchez interessa non solo il Psoe, ma il futuro della Spagna e la Ue. Rajoy è già ai ferri corti con i suoi alleati che sostengono il governo a destra, la ex società civile prestata alla politica di Ciudadanos, quelli che tentarono riuscendoci non benissimo di far man

bassa di voti alle elezioni politiche presentandosi come i Podemos di destra. Già Rajoy ha dovuto ribadire all’inizio della crisi catalana al loro leader Alberto Ramos, venuto a esigere l’applicazione immediata dell’articolo 155 della Costituzione che consente di intervenire in Catalogna indicendo d’imperio nuove elezioni nella speranza di procurarsi così una nuova dirigenza regionale con cui trattare, che Madrid non farà scattare il 155 perché non c’erano allora i presupposti per farlo legalmente. Non ha certo voglia Rajoy di litigare di nuovo anche con i socialisti, indispensabili per tenere in piedi il suo governo. Ma i socialisti si stanno scannando tra loro, fingendo di litigare internamente su quale tipo di sostegno dare a Rajoy. Pedro Sanchez lo esorta a muoversi, a trattare con gli indipendentisti. Mentre la Guardia civil interveniva il 1.ottobre, il giorno del voto, utilizzando i manganelli nei seggi, Sanchez ha taciuto a lungo per poi prendere timidamente posizione e chiedere la censura della vicepremier Saen de Santamaria, considerata la stratega dell’azione della polizia. La Diaz invece, la figlia dell’idraulico sivigliano che non ha perso la speranza di fare le scarpe al fotogenico economista madrileño che ha soffiato la segreteria a lei, governatrice di una regione in cui risiede un quarto degli iscritti al partito socialista, difende le cariche, non ne invoca apertamente di nuove e più dure ma lascia intendere che le approverebbe e vuole blindare la posizione di intransigenza della vicepremier verso gli indipendentisti. Sono d’accordo con lei i grandi vecchi del partito che hanno diffuso una carta aperta in difesa di un unionismo meno ambiguo titolandola pericolosamente «Querido Pedro…». Signora Esther Niubò, che cosa ne pensano i suoi di tutto questo?

I firmatari della lettera sono la vecchia guardia socialista ormai tramontata, pensionati che fanno la voce grossa. È gente che non ha più responsabilità politiche, non ricopre più incarichi importanti, di fatto non rappresentano nessuno, ma approfittano dell’influenza che hanno sull’opinione pubblica per mettere in difficoltà Pedro Sanchez. Non va bene perché quella che è in corso è una grave crisi di Stato.

Giro di valzer per la destra AustriaAlle legislative trionfano i popolari

dell’ÖVP guidati da Sebastian Kurz, il ministro degli Esteri che impose la chiusura della rotta dei Balcani per i migranti Marzio Rigonalli Dopo la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, l’Austria è stato quest’anno l’ultimo paese a svolgere le elezioni legislative. Elezioni che, come è noto, hanno registrato una svolta a destra, con la vittoria dell’ÖVP (popolari), guidata dal trentunenne ministro degli esteri Sebastian Kurz, davanti all’SPÖ (socialisti) dell’ex cancelliere Christian Kern, e all’FPÖ (liberal-nazionali) di HeinzChristian Strache. Kurz sarà probabilmente il futuro cancelliere austriaco e diventerà così il più giovane capo di un governo europeo. Il risultato potrebbe avere almeno due importanti conseguenze sul piano europeo ed invita a riflettere sul divenire di uno dei principali quattro Stati confinanti con la Svizzera. La prima conseguenza a livello europeo potrebbe tradursi nell’avvicinamento dell’Austria ai paesi del Gruppo Visegrad, per quanto riguarda la questione dei migranti. Polonia, Ungheria Slovacchia e Repubblica ceca, rifiutano l’accordo europeo sulla ricollocazione dei rifugiati, dimostrando ben poca solidarietà con i paesi dell’Unione europea che accettano l’accordo per sgravare gli Stati frontiera dell’Unione europea, dove sbarcano i migranti. Questa loro posizione li pone in rotta di collisione con le autorità comunitarie, in primo luogo con la Commissione europea che ha minacciato di adottare sanzioni. Negli ultimi anni, l’Austria ha reso più difficile l’accesso al diritto d’asilo, ha rafforzato il controllo delle sue frontiere e, lo scorso 1. ottobre ha introdotto il divieto d’indossare il burqa nei luoghi pubblici. Sebastian Kurz è stato all’origine della chiusura della rotta dei Balcani e, durante la campagna elettorale, ha manifestato più volte l’intenzione di ridurre i sussidi sociali versati agli stranieri. Dal canto suo, Heinz-Christian Strache, il leader dei liberal-nazionali, probabile partner di Kurz nel futuro governo austriaco, difende posizioni ancora più estreme nei confronti dei migranti e dell’islam. L’avvicinamento dell’Austria al Gruppo di Visegrad renderebbe ancora più difficile in Europa la ricerca di soluzioni alla questione dei rifugiati. La seconda conseguenza deriva dall’avanzata dei liberal-nazionali dell’FPÖ, che ha ottenuto più del 5% dei voti rispetto alle elezioni del 2013. Il risultato si avvicina alle percentuali che questo partito otteneva venti anni or sono, quando era diretto dal capo storico Jörg Haider, e rappresenta un successo, che ha fatto dimenticare la sconfitta subita dall’FPÖ alle elezioni presidenziali dello scorso mese di dicembre, quando il suo candidato Norbert Hofer venne battuto dall’attuale presidente Alexander Van Der Bellen. È un traguardo che consente ai vari

Lei ha affermato che nei confronti di Sanchez i socialisti hanno una relazione autonoma. Potreste quindi non difendere l’uso della forza anche se legittima se Madrid decide di intervenire?

Non ha senso scaricare Rajoy prima del tempo, bisogna caricarcelo fino alle elezioni per poi sapere se c’è una nuova maggioranza per fare un altro governo.

Con Sebastian Kurz l’ÖVP torna ad essere il partito più votato. (Keystone)

movimenti populisti europei di sentirsi confortati nelle loro battaglie e di trovare nell’Austria un modello che può ispirare ed influenzare analoghe esperienze in altri paesi. Data la vicinanza dell’Austria, possiamo chiederci se il suo voto può ripercuotersi in qualche modo sulla scena politica svizzera? Premettiamo che l’Austria è un paese che conosciamo poco e che solo in determinati casi, perlopiù politici o sportivi, attira la nostra attenzione. Eppure l’Austria è molto simile alla Confederazione. È un paese alpino come la Svizzera ed ha una popolazione di poco più di 8 milioni, pari a quella che risiede entro le frontiere elvetiche. È un paese tra i più ricchi in Europa, con un’economia sana, con poca disoccupazione e con un forte potere d’acquisto per i suoi abitanti. Il suo statuto internazionale si fonda sulla neutralità, dichiarata nel 1955, dopo la partenza delle forze alleate che occupavano il paese. Le sue radici storiche non sono dunque così profonde come quelle della neutralità svizzera, ma hanno anch’esse come base il riconoscimento delle maggiori potenze internazionali dell’epoca. Il suo ordinamento istituzionale, infine, non è molto diverso da quello elvetico, con nove Länder invece di 26 cantoni e con due camere legislative. Certo, le differenze tra i due paesi non mancano, cominciando dalla storia. Durante più secoli, i confederati hanno dovuto lottare contro il dominio degli Asburgo che avevano esteso il loro potere alle terre elvetiche e, durante il nazismo, l’Austria accolse con simpatia l’arrivo delle camicie brune e si lasciò annettere alla Germania nazista, mentre la Svizzera difese la sua indipendenza. Oggi, tanto per menzionare alcune differenze, possiamo citare il diverso funzionamento dei due governi federali, il plurilinguismo, base del sistema elvetico, ma non di quello austriaco, ed i rapporti con l’Unione europea: l’Austria vi ha aderito mentre la Svizzera ha scelto un’altra strada. Dalla fine della seconda guerra mondiale, Svizzera e Austria hanno sempre intrattenuto relazioni molto strette. Gli scambi commerciali sono importanti. Il volume complessivo supera i 15 miliardi di franchi l’anno. L’Austria figura tra i dieci principali partner commerciali della Svizzera e la Confederazione è tra i cinque primi partner dell’Austria. Ben 16’000 cittadini svizzeri risiedono in Austria e rappresentano la seconda colonia elvetica all’estero dopo quella che vive in Francia. Anche sul piano politico si osserva una forte collaborazione, in particolare in seno all’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), o nei rapporti stabiliti con i paesi dell’area germanofona. Le analogie tra i due paesi e le loro strette relazioni potrebbero indurre a pensare che esistono reciproche influenze tra le due scene politiche. L’ipotesi è però azzardata. Un’elezione generale è condizionata dal passato e dai problemi del presente. Nel caso austriaco, la questione degli immigrati è stata al centro della campagna elettorale e chi ha vinto ha saputo proporre risposte più confacenti alle paure ed al bisogno di sicurezza e d’identità della gente. La Svizzera non è alle prese con un fenomeno analogo. Le sirene che hanno esaltato la svolta a destra e che si sono sentite a Vienna negli ultimi giorni, dunque, non risuoneranno nelle principali città elvetiche. Possono tutt’al più costituire uno stimolo per chi vorrebbe andare nella stessa direzione.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia

Fine del Califfato a Raqqa

SiriaLe Forze democratiche siriane, a guida curda, hanno preso il controllo di tutta la «capitale» siriana di Daesh,

lo Stato islamico. Con la prossima caduta di altre roccaforti dell’Isis si consolida Assad e l’interlocutore Putin Marcella Emiliani Il terrorismo islamico che voleva farsi «Stato» ha perso Raqqa, la sua capitale in Siria, dopo aver perso la sua capitale irachena, Mosul, liberata dalle Forze armate di Baghdad il 9 luglio. Lo hanno annunciato il 17 ottobre scorso le Forze democratiche siriane (Fds), un’alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Stati Uniti, che hanno finalmente ammainato la bandiera nera dell’Isis dalle sue ultime roccaforti in città: l’ospedale, la piazza al-Naim, dove avvenivano le esecuzioni pubbliche, crocifissioni comprese, ribattezzata dalla popolazione «la rotonda dell’inferno», e lo stadio. «Le operazioni militari vere e proprie sono finite» – ha reso noto il portavoce delle Fds Talal Sello. Stiamo ancora rastrellando alcuni quartieri per eliminare eventuali cellule dormienti del Daesh (l’Isis) e sminare il centro città». È finita così l’Operazione «Collera dell’Eufrate» iniziata nel novembre 2016 e rilanciata in grande stile il 6 giugno 2017 proprio per liberare Raqqa, con un bilancio negli ultimi quattro mesi di 3200 morti, tra i quali oltre 1100 civili.

Dove finiranno adesso i jihadisti e centinaia di foreign fighters che hanno combattuto per un dare vita a uno Stato sunnita e anti-sciita tra l’Iraq e la Siria? La liberazione di Raqqa ha definitivamente consegnato ad un’utopia dell’orrore il sogno di Abu Bakr al-Baghdadi di dar vita a un Califfato del Terzo Millennio. Per inseguire quel sogno erano arrivati prima in Siria poi in Iraq migliaia di foreign fighters da tutto il mondo che a Raqqa hanno imparato a combattere e a pianificare i peggiori attentati poi realizzati in Occidente, come quelli a Parigi e Bruxelles del novembre 2015 e del marzo 2016. Sempre a Raqqa molti di quei foreign fighters negli ultimi mesi ci sono rimasti intrappolati perché non sapevano più come fuggire e dove andare. Hanno preferito morire piuttosto che consegnarsi alle Fds mentre i loro «colleghi» siriani o comunque arabi, grazie alla mediazione dei capi tribali locali, sarebbero stati evacuati verso Deir Ez-Zor, dove l’Isis controlla ancora un 10% del territorio, incalzato dalle Forze armate di Bashar al-Assad e dall’aviazione russa. Omar Alloush, un funzionario del Raqqa Civil Council, ha affermato all’agenzia France Press che tra i 500 jihadisti evacuati ci sarebbero stati anche stranieri, ma la notizia non è stata confermata da altre fonti. Al momento della conquista della città da parte delle Forze democratiche siriane, i militanti dell’Isis rimasti sarebbero stati 300-400, 100 dei quali si sarebbero arresi. Un problema a parte è ancora rappresentato dai famigliari dei jihadisti, specie se mogli o figli di foreign fighters. Nelle ultime settimane erano ammassati nell’ospedale centrale, ma non si sa ancora quale destino li aspetti e chi se ne farà carico. Come non si sa ancora chi verrà incaricato della ricostruzione della città, distrutta per il 90%, e del ritorno a casa dei 270’000 sfollati, fuggiti verso campi profughi nella stessa Siria e in Turchia. Le uniche autorità civili presenti a Raqqa sono due consigli municipali creati uno nell’aprile scorso dalle Forze democratiche siriane, il Raqqa Civilian Council, l’altro nato per volere della Syrian National Coalition (Snc),

Un soldato delle Forze democratiche siriane osserva le macerie della città di Raqqa, roccaforte dell’Isis. (AFP)

la più grossa coalizione di opposizione al regime di Bashar al-Assad, basata in Turchia dal 2011, che ha dato vita al Raqqa Provincial Council. L’esistenza di questi consigli civici, comunque, non rassicura nessuno. Innanzitutto sono espressione di alleanze (le Fds e la Snc) mal assortite e in balìa del loro membro più forte, che in genere è quello meglio armato. Non per essere pessimisti ad oltranza, ma è presto per affermare che la stagione delle armi in Siria è finita. E comunque non finirà prima che l’Isis venga definitivamente sconfitto e sloggiato anche da Dar Ez-Zor, sua ultima roccaforte. Ma anche allora, la lotta non potrà dirsi terminata. Nel Siraq (Siria e Iraq) l’Isis controlla ancora buona parte della valle dell’Eufrate, ma soprattutto era e rimane un’organizzazione terroristica che ha imparato fin troppo bene a pianificare e realizzare attentati in Medio Oriente, in Occidente, in Asia e Africa. Il fatto che il Califfato abbia perso gran parte del territorio che aveva conquistato nel 2013-2014 non vuol dire che la sua ideologia e il suo modus operandi siano stati debellati. Quindi, se è comprensibile la gioia di chi ha salutato la liberazione di Raqqa dalle grinfie del Daesh, bisogna ricordare che è una gioia piena di ombre per il futuro. In quest’ottica è risultata decisamente poco diplomatica la sicumera con cui il 18 ottobre il presidente Trump si è attribuito il merito dell’Operazione Collera dell’Eufrate. «L’Isis – ha affermato ad uso e consumo dei suoi concittadini – non è stato sconfitto prima perché non avevate Trump come vostro presidente. Io ho cambiato le regole di ingaggio. Io ho cambiato i

nostri militari, io ho cambiato completamente l’atteggiamento dei soldati e loro hanno fatto un lavoro fantastico e l’Isis ora sta cedendo, stanno cedendo, stanno sollevando le mani in aria, stanno andando via. Nessuno ha visto nulla di simile prima di me». Anche se è innegabile che la copertura aerea e gli aiuti americani siano stati decisivi per il successo della «Collera dell’Eufrate», resta che sul terreno a vincere sono state in primo luogo le Forze democratiche siriane che raggruppano oltre a curdi e arabi, circassi, turkmeni, assiri, e armeni. E infatti a gioire nelle strade devastate di Raqqa, tra cumuli di macerie e palazzi sventrati, sono state soprattutto loro e i curdi delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) nonché della sua sezione femminile (Ypj) guidata da una guerrigliera ormai mitica, Rojda Felat. Proprio lei è diventata l’icona della liberazione della città, mentre sventola felice la bandiera giallo oro delle Fds. I curdi in particolare hanno considerato la liberazione di Raqqa come il prodotto dell’unità politica raggiunta con la creazione del Rojava, il Kurdistan siriano ormai autonomo. E sempre la liberazione di Raqqa per loro diventerà una carta importante da giocare per mantenere proprio quella autonomia nei confronti di Damasco, dei suoi alleati russi e sciiti, e soprattutto della Turchia che da anni fa di tutto pur di impedire che il Rojava siriano si renda indipendente e riesca ad unire i suoi tre «cantoni» che oggi non hanno contiguità territoriale: Afrin, Jazira e Kobani (o Kobane). Il tutto per dire che se militarmente Raqqa è stata conquistata, cominciano ora i guai politici per chi e per

come la gestirà e in quale contesto nazionale e regionale (sempre che si voglia credere che la Siria rimarrà unita sotto Bashar al-Assad).

La liberazione di Raqqa per i curdi è una carta importante da giocare per mantenere l’autonomia nei confronti di Damasco, dei suoi alleati russi e sciiti e della Turchia Le Unità di protezione del popolo curdo (sia maschili, Ypg, sia femminili, Ypj), infatti, altro non sono che il braccio armato del Pyd, il Partito democratico curdo, nato come «costola» siriana del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi turco, considerato un’organizzazione terroristica tanto dalla Turchia quanto dagli Stati Uniti. Ma se gli Stati Uniti, dopo la creazione nel 2015 di quel fronte arcobaleno che sono le Forze democratiche siriane, hanno «dimenticato» la matrice terroristica del Partito democratico curdo, e hanno appoggiato con la loro aviazione e i loro aiuti militari i curdi del Rojava contro il Califfato, non così la Turchia di Erdoğan, oggi più imbestialita che mai con gli Usa e il Pyd proprio per la liberazione di Raqqa. E in previsione della sconfitta del Califfato nella sua capitale siriana, il presidente turco il 12 ottobre scorso ha ben pensato di spedire i propri carri armati in Siria, nel governatorato di

Idlib, attestando le truppe nell’area di Samaan e sui monti di Sheikh Barakat, a pochi chilometri dalle postazioni delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) del Rojava che difendono il cantone di Afrin, il vero obiettivo di tutta l’operazione. E come è già successo in passato, quando per colpire i curdi la Turchia supportava l’Isis, oggi pur di impedire l’unità territoriale del Rojava, Ankara non esita a collaborare con Hay’et Tahrir al-Sham (Hts) che altri non è che l’ex Fronte al-Nusra di matrice qaedista, ma anche col Libero esercito siriano, che controllano Idlib, entrambi oppositori della prima ora del regime di Bashar al-Assad di cui Erdoğan in teoria si proclama alleato in funzione anti-Isis. Quanto all’ex Fronte al-Nusra e al Libero esercito siriano non meraviglia che collaborino con Ankara in funzione anti-curda poiché dal 2011 rimproverano ai curdi siriani di non aver partecipato alla primavera contro Bashar al-Assad e di aver in seguito «approfittato» della guerra civile e della lotta al terrorismo dell’Isis per estendere il proprio controllo al Nord in aree a maggioranza araba o miste. Proprio per questo diventa importante chi amministrerà Raqqa liberata. In altre parole i curdi siriani non devono cadere nell’errore commesso dai loro fratelli iracheni che col referendum sull’indipendenza del 25 settembre hanno preteso di annettersi Kirkuk e Sinjar dopo averle liberate dalla morsa del Califfato. Ebbene proprio il 17 ottobre scorso le truppe irachene hanno cacciato i curdi da Kirkuk e dai suoi campi petroliferi. Una «lezione» fin troppo recente per essere scordata.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia

Picconata di Trump al nucleare iraniano

Fra i libri

Usa-IranL’annuncio-shock della decertificazione dell’accordo negoziato da Obama nel 2015

FEDERICO RAMPINI, Linee rosse. Uomini, confini, imperi: le carte geografiche che raccontano il mondo in cui viviamo, Mondadori, 2017

si inserisce in uno schema classico in cui il presidente Usa volta le spalle al multilateralismo

Donald Trump sull’Iran è isolato non solo all’estero ma anche in casa propria. (AFP)

Federico Rampini Sull’Iran il presidente americano è davvero solo contro tutti. Non solo all’estero, anche in casa propria. Tanto che bisogna chiedersi se davvero l’accordo nucleare sia defunto, oppure se ci troviamo ancora una volta di fronte ad un annuncio-shock che non corrisponde ad una svolta reale. Del resto lo stesso Donald Trump spesso si vanta di usare nell’azione di governo la tattica negoziale sperimentata nel mondo degli affari: sparare alto, pretendere il massimo, per strappare un accordo vantaggioso. Un’ipotesi che lui stesso estende allo scenario iraniano: se i termini dell’accordo con Teheran dovessero subire dei miglioramenti, lui potrebbe anche accettarlo. È il venerdì 13 ottobre che Trump sferra la prima picconata ufficiale all’accordo con l’Iran sul nucleare. Lo «de-certifica», cioè manda a dire al Congresso di Washington che Teheran tradisce quell’accordo. Primo passo, forse, verso la denuncia finale del patto. Oltre a Cina e Russia, neppure gli alleati europei lo seguono su questa strada. Ma anche a Washington il presidente viene contraddetto, corretto, attenuato dalle «interpretazioni» dei suoi stessi collaboratori. I suoi consiglieri più autorevoli, i generali MacMaster (capo del National Security Council) e Mattis (segretario alla Difesa) fino all’ultimo avevano cercato di dissuaderlo, insieme col segretario di Stato Rex Tillerson che appare ormai come una specie di «opposizione interna» al suo presidente. Tillerson arriva al punto di affermare, nei giorni successivi alla «de-certificazione», che il vero obiettivo del presidente è di salvare il patto con l’Iran. Non è che al Pentagono siano entusiasti delle clausole negoziate da Barack Obama fino alla firma del 2015, però anche i falchi nell’ambiente militare americano pensano che l’assenza di un accordo crei uno scenario peggiore. Dopo la Corea del Nord, ora anche il regime degli ayatollah potrebbe riprendere la costruzione della bomba atomica. Per la stessa ragione, la picconata di Trump può ricevere un’accoglienza fredda al Congresso. L’ultima parola spetta al Senato, per stracciare definitivamente l’accordo e ripristinare sanzioni antinucleare (da non confondersi con le altre sanzioni mirate al programma missili-

stico, al sostegno degli Hezbollah ecc., già inasprite dalla Casa Bianca). Diversi senatori repubblicani da Bob Corker a John McCain sono allarmati dalla politica estera di questo presidente. Se non raggiunge la maggioranza qualificata di 60 senatori su 100, la «de-certificazione» di Trump resta lettera morta e non succede nulla: l’America rimane dentro l’accordo nucleare. Nel frattempo comunque questo gesto ha le sue ripercussioni internazionali. Conferma, se ce ne fosse bisogno, che l’America First di Trump procede lungo l’ispirazione sovranista, voltando le spalle alla comunità internazionale, al multilateralismo, ai grandi patti collettivi. In Medio Oriente fa felici i due unici alleati a cui Trump tiene davvero: Israele e Arabia saudita, ostili fin dall’inizio al disgelo con Teheran. Gli va dato atto quantomeno di una virtù, la coerenza, visto che Trump sta mantenendo una promessa urlata più volte nei comizi elettorali. Per non cadere nell’amnesìa va ricordato che alcune critiche all’Iran sono sacrosante e peraltro venivano condivise dall’Amministrazione Obama. Gli ayatollah oltre a mantenere una teocrazia autoritaria a casa propria, hanno fatto varie altre nefandezze in giro per il mondo: per citare la più recente basta ricordare che sono insieme alla Russia il vero pilastro del regime di Assad in Siria, ne hanno consentito tutte le atrocità. Obama lo sapeva e lo denunciava. La sua era una scommessa proiettata sul lungo termine: pensava che l’accordo sul nucleare, oltre a guadagnare un decennio congelando la costruzione dell’atomica, poteva rafforzare i moderati come Rohani in Iran, quindi favorire il dialogo e la cooperazione. Al termine, nello scenario più ottimista di Obama, ci sarebbe stato il ritorno dell’Iran in mezzo a noi come una nazione «normale», interessata a espandere i suoi rapporti con l’Occidente, con comportamenti meno ostili e destabilizzanti. Era un po’ la scommessa parallela a quella fatta dallo stesso Obama a Cuba: prendiamo atto che l’embargo non ha funzionato, proviamo a migliorare i nostri rapporti, sperando che alla fine di questo percorso arrivi anche un progresso nei diritti umani. Trump semmai ha in mente lo schema reaganiano della Guerra fredda: vince chi ha più muscoli, e porta

l’avversario fino al collasso. Bisogna alzare la posta, pretendere concessioni estreme, sfiancare l’interlocutore con una pressione insostenibile (vedi le nuove sanzioni economiche su tutta la componente dell’economia iraniana controllata dalle Guardie rivoluzionarie). Ma è dubbio che lo schema reaganiano sia ripetibile in confronti asimmetrici con potenze regionali, ben diversi dalla sfida Usa-Urss di allora. Dal 5 al 10 novembre Trump visiterà per la prima volta Tokyo Seul e Pechino. Tema numero uno, la Corea del Nord. Non è affatto chiaro che la scelta fatta sull’Iran possa indurre Kim Jongun a un ripensamento. A rigor di logica, vale il contrario: è la prova che con questa America non si fanno accordi perché poi li straccia a suo piacimento.

Dopo la Corea del Nord, anche Teheran potrebbe reagire riprendendo la costruzione della bomba atomica. E questo non piace nemmeno ai falchi dell’ambiente militare americano Tre conclusioni provvisorie. Primo, molte richieste di Trump all’Iran sono più che legittime: sacrosante. La cessazione del sostegno a milizie violente che seminano terrore in varie zone del Medio Oriente. L’arresto del programma di sviluppo dei missili balistici di lunga gittata, minaccia oggettiva rivolta soprattutto contro Israele e Arabia saudita. Bisogna però che l’Iran sia motivato a fare queste concessioni, dalla prospettiva di una vera normalizzazione nei rapporti con l’America. Sicurezza contro sicurezza: per smettere di minacciare gli alleati dell’America (Israele e Arabia), Teheran deve sentirsi tutelata, non accerchiata. Nelle cose che va dicendo Trump non c’è l’ombra di un discorso positivo che possa invogliare gli iraniani. Come accade in tanti altri settori, questo presidente s’illude di governare per slogan, come fosse ancora in campagna elettorale. Alcuni dei suoi slogan possono perfino essere condivisibili, ma l’attuazione è inesistente.

Secondo punto. Il gesto a effetto della «de-certificazione», s’inserisce in uno schema ormai classico in cui Trump volta le spalle al multilateralismo. Sull’Iran è una fuga in avanti che ignora gli altri firmatari: Russia, Cina, Germania, Inghilterra e Francia. Come non esistessero. C’è un filo comune che unisce questo annuncio con altri: la rinuncia al trattato di libero scambio con l’Asia-Pacifico (Tpp), l’uscita dagli accordi di Parigi sul cambiamento climatico, l’abbandono dell’Unesco, il taglio dei contributi all’Onu. Qualcosa di simile potrebbe accadere con il Nafta, il mercato unico nordamericano: Trump sta rinegoziando le clausole di quell’accordo che risale all’inizio degli anni Novanta, ma se non ottiene quel che vuole è pronto ad abbandonarlo. Conferma una spiccata ostilità verso ogni organizzazione sovranazionale e verso i principi del multilateralismo. La sua campagna elettorale di un anno fa con lo slogan «America First» esprimeva la profonda diffidenza del popolo di destra verso ogni cessione di sovranità, l’aspirazione a tornare pienamente padroni del proprio destino, una rivalutazione del nazionalismo. In questo senso la coerenza è dalla sua parte, e lo zoccolo duro della sua base elettorale di questo è riconoscente. Terzo punto. A prescindere dal giudizio che diamo sui singoli atti di Trump, siamo di fronte ad una discontinuità totale nella politica estera americana, che semina incertezza nel resto del mondo. Alleati e avversari sono costretti a rivedere di continuo gli scenari geopolitici mondiali. In realtà questo non è un tratto distinitivo del solo Trump. Se risaliamo indietro possiamo osservare che ormai l’alternanza politica americana, per esempio il passaggio da George Bush a Barack Obama, spesso provoca sterzate a 180 gradi nelle grandi scelte internazionali: basti pensare al cambiamento climatico sul quale Bush era negazionista quanto Trump. Il mondo si sta abituando al fatto che l’America può rinnegare se stessa ogni quattro o ogni otto anni. È un suo diritto, naturalmente. Però questo crea, oltre all’incertezza, anche un evidente vuoto di leadership. Un paese che oscilla in modo così brutale da un’Amministrazione all’altra, non può fare programmi di lungo termine. Altri sì: per esempio la Cina. Il vuoto di leadership qualcuno finisce per riempirlo.

Il libro di Federico Rampini, in uscita in 24 ottobre, è dedicato a chi insegna la geografia e la storia, a chi le studia, a chi le ama, a chi vuole riscoprirle. Ne anticipiamo alcuni passaggi. «Viaggiamo di più. Capiamo di meno. Mentre lo attraversiamo in velocità, il mondo ci disorienta. I leader brancolano nel buio. Fissano delle “linee rosse” che non capiscono. Forse perché non leggono. Quel che il mondo vuole dirci è spiegato nelle carte geografiche, e nella loro storia. Ma quelle studiate a scuola non bastano. Bisogna penetrare il loro significato nascosto, incrociare il paesaggio terrestre con le storie delle civiltà, dei popoli e degli imperi». «Ogni crisi – dai profughi alla Corea del Nord, dal terrorismo al cambiamento climatico, dagli autoritarismi ai nuovi protezionismi, dalle “missioni impossibili” di papa Francesco all’inquietante utopia dei social media – ci sfida a capire». «Una traversata coast-to-coast rivela che la supremazia degli Stati Uniti affonda le radici nella peculiarità del suo territorio. Le due Americhe sono separate da linee di frattura geografiche e razziali, religiose e sociali. Le stesse che spaccano l’Europa tra globalisti e sovranisti. La geografia storica dei populismi riconduce all’Italia dei tempi di Mussolini». «I confini dell’Europa unita hanno un’impronta germanica fin dal Sacro Romano Impero. La Cina costruisce una Nuova Via della Seta, sulla quale inseguo le tracce di un esploratore italiano nel deserto di Gobi. L’espansionismo giapponese aiuta a decifrare la trappola della Corea del Nord. In Russia esploro la continuità tra gli zar e Putin. In India visito l’epicentro di uno scontro di civiltà. Un soggiorno nel Medioevo birmano, in Vietnam e in Laos dimostra che sta vincendo il “duro” benessere senza le libertà». «Un missionario tra i musulmani ripropone la domanda di Stalin su “quante divisioni ha il papa”. Il peso della Chiesa aiuta a capire il dibattito italiano sui profughi. I tracciati delle migrazioni/invasioni ci riportano alla caduta dell’Impero romano». «Il potere delle mappe decide la sorte degli imperi: da Cristoforo Colombo a GoogleMap. Il cambiamento climatico ridisegna gli atlanti a una velocità angosciante, la geografia dell’Artico e delle rotte navali cambia sotto i nostri occhi. E infine l’Italia vista da “tutti gli altri” aiuta a capire chi siamo davvero». «Nella ricognizione delle linee di forza che stanno ridefinendo gli assetti geopolitici e geoeconomici globali, dobbiamo imparare a leggere la nuova cartografia del mondo, per “guardare dietro le apparenze” della realtà di oggi. Noi, viaggiatori del Terzo millennio possiamo renderci più consapevoli di quelle che saranno domani le possibili mete». «Per ogni confine poroso attraversato da profughi, per ogni popolo in rivolta, per ogni regime aggressivo, per ogni tecnologia che conquista territori, c’è una linea rossa che qualcuno traccia e altri contestano».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia

Riforma delle pensioni alle calende greche? Assicurazioni socialiDopo il voto contrario a «Previdenza 2020» si privilegia una soluzione dapprima

per la sola AVS. Le casse pensioni sono preoccupate perché dovranno continuare ad applicare un tasso di conversione del 6,8% che, per certi aspetti, non è più sopportabile

Ignazio Bonoli Se il risanamento dell’AVS è prioritario per un prossimo tentativo di riformare il sistema pensionistico svizzero, che cosa succederà con le casse pensioni? Se lo chiedono in molti tra coloro che sono attivi nella previdenza professionale, per la quale non mancano le preoccupazioni. I responsabili di parecchie casse pensioni contavano, infatti, su una riduzione del tasso di conversione al 6%, anche se al momento è ritenuto insufficiente. Tecnicamente, ma anche da un punto di vista politico, se il grado di copertura di una cassa pensione scende sotto il 100%, gli assicurati attivi (coloro che pagano i contributi con i datori di lavoro) devono coprire la parte mancante. In questi casi la cassa pensione non funziona più in base al principio della capitalizzazione (ogni assicurato forma il proprio capitale di vecchia), ma si adegua al principio di distribuzione (come l’AVS in gran parte). Secondo uno studio della PCmetrics, i rapporti di bilancio di 280 casse pensioni per il 2016 dicono che il tasso tecnico (cioè il tasso di interesse che la cassa può versare sul capitale degli assicurati) sarebbe sceso, in media, dal 2,52 al 2,27%. Lo studio concerne 2,6 milioni di assicurati, con un capitale globale di 552 miliardi di franchi, oltre cioè la metà del totale del secondo pilastro. Se a questi tassi si aggiunge che le rendite in corso non possono essere modificate, e che quindi le nuove rendite devono finanziarle in parte, si può calcolare che questo tasso tecnico in realtà dovrebbe ulteriormente scende-

Albert Rösti, Gerhard Pfister, Petra Gössi: UDC, PPD e PLR stanno negoziando una nuova riforma dell’AVS, ma non della previdenza professionale. (Keystone)

re a 1,64%, invece dell’1,9% per cento dell’anno precedente. Tra le casse consultate ce ne sono però alcune che non possono nemmeno pagare questo tasso, ma – tecnicamente – dovrebbero applicare un tasso negativo dello 0,75%. Esse possono pagare un tasso positivo solo grazie alle riserve accumulate. Con gli investimenti sicuri (per esempio obbligazioni della Confederazione), il rendimento è zero. Il tasso di conversione che possono applicare potrebbe essere solo il 3,9%. Nessuna cassa è comunque riuscita ad applicare il tasso ufficiale del 6,8%. Un massimo è stato raggiunto con il 5,97%, ma il tasso medio è stato

del 4,56%, quindi ben lontano dal 6% voluto con «Previdenza 2020». Queste poche cifre la dicono lunga sul problema che i gestori del secondo pilastro dovranno affrontare in questi prossimi anni. Saranno in particolare le casse con assicurati dallo stipendio basso che incontreranno le difficoltà maggiori. Queste casse dovranno applicare il tasso di conversione del 6,8% su praticamente tutto il capitale assicurato. Il salario assicurato obbligatoriamente è di 84’600 franchi. Le casse pensioni con assicurati sopra questo salario possono applicare tassi inferiori per la parte che supera l’obbligatorio. Per questo le medie citate prima sono

inferiori al tasso legale. Ma le casse con contributi sui salari inferiori a 84’600 devono costituire riserve con i capitali degli assicurati attivi, visto che il rendimento degli investimenti non è sufficiente. In altri termini si tratta di un trasferimento di soldi dalle giovani generazioni verso quelle pensionate. Questo è il problema economico, ma anche politico che le casse pensioni devono affrontare. I gestori delle casse pensioni avrebbero preferito un tasso di conversione medio del 5%. Come visto prima, questo tasso sarebbe ancora sopportabile per le casse che hanno parecchi assicurati nel «sovra-obbligatorio». Ma quelle con assicurati sotto o appe-

na sopra questa cifra, il problema non può essere risolto. Secondo l’autorità di sorveglianza un assicurato su 8 si troverebbe in questa situazione. Alcune di queste casse potrebbero attendere che il loro grado di copertura scenda sotto il 100% e a quel momento adottare misure di risanamento, anche aumentando i contributi degli attivi, senza aumento delle rendite. Cosa che a determinate condizioni possono fare anche subito, attribuendo il capitale raccolto alla parte «sovra-obbligatoria». Rimane un problema da risolvere per le compagnie di assicurazione che gestiscono circa un quinto del capitale di vecchiaia globale. Per le piccole e medie aziende che non possono gestire una propria cassa pensioni, il passaggio da un’assicurazione è la via normale. Ma le compagnie d’assicurazione stanno restringendo le offerte di assicurazionirendite. Si teme perciò che per le PMI diventerà più difficile affidare la cassa pensioni a una compagnia d’assicurazioni. Gli assicuratori dicono però che il tasso di conversione non è determinante, grazie al «sovra-obbligatorio». Ma in questo caso si tende a generalizzare il principio della distribuzione anche per il secondo pilastro. Per ovviare all’eventuale blocco della riforma delle casse pensioni, cominciano a circolare alcune idee che propongono eccezioni per le piccole casse. Ma per risolvere sul piano politico un problema anche tecnico si rischia di trovare compromessi su compromessi, con il risultato di incrementare la burocrazia e quindi i costi che già oggi vengono rimproverati alle casse pensioni.

Lavorare meno ore a parità di efficienza

Mondo del lavoroChe peso attribuire nella società odierna all’attività extra-lavorativa? E quali i vantaggi

di un cambio di mentalità secondo cui conta il lavoro svolto e non le ore trascorse sul posto di lavoro? Edoardo Beretta È sensazione comune a molti rendersi un «bel» giorno conto di quanto rapidamente il tempo sia trascorso (e continui a farlo). Se si osserva tale variabile da un punto di vista economico, essa da sempre riveste un ruolo di primaria importanza − basti pensare al concetto di «ore-lavoro», che scandisce le vite professionali dei più. L’attribuzione di simile importanza all’attività lavorativa all’interno delle giornate di ciascuno è, da sempre ed unanimemente, giustificata con il mantenimento del benessere economico-sociale-individuale. Se si analizzano i dati statistici americani (2015) sulla composizione della gior-

nata di un lavoratore (fra i 25 e 54 anni con figli), a lavoro ed attività inerenti sono quotidianamente deputate 8,8 ore (circa 37%), al riposo 7,8 ore (circa 33%), a tempo libero e sport 2,6 ore (circa 11%) e ad altre attività 1,5 ore (circa 6%). Da aggiungersi rimangono la cura degli altri (1,2 ore per circa 5%), nutrizione (1,0 ore per circa 4%) ed attività domestiche (1,1 ore per circa 5%)1. In sintesi, il 70% della giornata è (tuttora) assorbito da lavoro oltre che dal bisogno fisiologico di riposo, mentre solo il rimanente 30% è a disposizione individuale o altrui − ben poca cosa, evidentemente. Analogamente, si potrebbe dire per le energie individuali riservate all’extra-lavoro.

Percentuale di persone che lavorano più di 50 ore/settimana5

Ma se nei Paesi OCSE il PIL pro ora lavorata corrispondeva nel 2015 a 44,67 dollari statunitensi2, come si potrebbero compensare i ricavi macroeconomici «persi» a vantaggio delle ore giornaliere extra-lavorative? In altri termini, sembrerebbe esservi un trade off fra tenore economico (meramente ascritto al lavoro) ed il resto, cioè l’alternativa sarebbe fra lavorare tanto o ridurre il proprio standard di vita. Se è vero che la crescita economica esponenziale negli ultimi due secoli di storia sia imputabile a produzione più efficiente, pare discutibile il peso ponderale ancora oggi attribuito alla quota lavorativa della giornata. Le considerazioni su quanto sottragga in certi casi la «pervasività» lavorativa devono essere proiettate anche sull’innalzamento (già avvenuto o in discussione) dell’età di pensionamento in molte economie post-industriali, che non tengono conto del fatto che un’economia efficiente e consonamente funzionante rispetto ai propri tempi dovrebbe lavorare meno (e non di più) a (perlomeno) parità (se non maggiore) di performance economica. Guardando alla Germania (riconosciuta «locomotiva» d’Europa), i tempi lavorativi settimanali hanno da sempre − tranne che in epoca di guerra − registrato una flessione: se nel 1825 erano ancora pari a 82 ore, nel 1913 erano già 57 ore, nel 1941 50 ore, mentre nel 1956 si passò alla settimana di 5 giorni lavorativi e nel 1995 nell’industriale «pesante» a 35

ore3. Nel frattempo, in alcuni settori il trend si è invertito e l’economia tedesca registrava nel 2016 una media di 41,3 ore (rispetto alle 43,0 della Svizzera)4. I «profeti dell’insostenibilità» di un simile approccio si focalizzano su un solo lato della «contabilità a partita doppia» che ne deriva, cioè sui soli introiti eventualmente persi (in termini di PIL). In altre parole, essi ragionano come se non vi potessero essere (più) incrementi (significativi) di produttività negli anni futuri, che compensino tali «perdite». Sarebbe una migliore work-life balance, cioè conciliabilità di lavoro e vita individuale, a trarne beneficio e, a sua volta, a ripercuotersi sull’efficacia lavorativa stessa. È dimostrato che un lavoratore appagato dell’espletabilità della propria occupazione senza eccessiva invasività nella vita quotidiana sia più performante, quindi all’origine di migliori ricavi. Se a ciò si aggiungono le tante inefficienze quotidiane − dal meeting inutile a fronte di possibili teleconferenze alla sovrabbondanza di posta elettronica da un ufficio all’altro fino all’utilizzo (spesso aggiuntivo al e non sostitutivo del lavoro tradizionale) del mezzo elettronico − non è utopistico affermare che la quota lavorativa giornaliera potrebbe essere spesso condensata in 4 o 5 ore senza alcuna perdita di benessere economico. È storia che Henry Ford ridusse il tasso di turnover nella sua azienda dal 370% (1913) al 16% (1915), aumentando il salario (da 2,30 a

5 dollari statunitensi) e riducendo le ore lavorative (da 9 a 8). Più recentemente, è stato il CEO di Alibaba, colosso cinese dell’e-commerce, a dichiarare all’emittente televisiva CNBC che in una trentina d’anni si potrà lavorare 4 ore «al dì» per al massimo 4 giorni. Sarebbe la produttività a provvedere a che lo standard di vita sia mantenuto nonostante il minore lavoro. Se ciò appartiene ad un (ancora lontano) futuro, è bene sin d’ora menzionare che le condizioni a tal fine sarebbero mansioni chiare, obiettivi verificabili (e verificati), abbattimento di tempi morti o pause «forzate» e l’immancabile cambio di mentalità, cioè che sia il risultato a contare (e non il suo corollario). Se l’abbassamento della giornata lavorativa − così da avere comunque impiego, laddove necessario − non fosse fonte di strumentalizzazioni politico-consensuali, sarebbe tutt’altro che un sogno. Note

1. https://www.bls.gov/tus/charts/ chart1.txt 2. https://data.oecd.org/lprdty/gdpper-hour-worked.htm 3. http://www.dreigliederun g.de/essays/1994-12-001 4. http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/ table.do?tab=table&init=1&language =en&pcode=tps00071&plugin=1 5. (elaborazione propria sulla base di: 10.1787/how_life-2015-en)


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Di zeri neri e zeri rossi Da quanto è stato reso noto sin qui, il preventivo per il Cantone del 2018 si chiuderà con una lieve eccedenza di entrate. Si tratterebbe di circa 7,5 milioni di franchi su un totale di uscite pari a 3163 milioni. Siccome l’eccedenza positiva non rappresenta nemmeno l’1% delle uscite si tratta di quello che gli addetti ai lavori chiamano uno «zero nero». Il «Corriere del Ticino» ha messo però la notizia in prima pagina, sottolineando che era da diversi decenni che i preventivi del Cantone chiudevano in rosso. Per la verità, in un ente pubblico, un’eccedenza positiva nel preventivo deve essere considerata piuttosto come un’eccezione. Obbligati dalle leggi finanziarie a rispettare la parità nel conto economico, i ministri delle finanze tendono infatti sempre ad essere prudenti e preferiscono anticipare uno «zero rosso», ossia un

lieve deficit, che uno «zero nero» nei loro conti preventivi. Anche perché in parlamento e davanti all’opinione pubblica si fa sempre miglior figura portando un consuntivo con un’eccedenza positiva, quando il preventivo anticipava una perdita, che viceversa. E poi, prevedendo una leggera perdita, si impedisce ai parlamentari di aguzzare troppo il proprio appetito che potrebbe portarli a richiedere, in un anno come il 2018 che, per di più, è pre-elettorale, nuovi aumenti di spesa. Quest’anno diversi Cantoni svizzeri sembrano orientarsi verso preventivi al pareggio con «zero neri» o «zeri rossi».San Gallo, per esempio, prevede uno «zero rosso» con un’eccedenza negativa di 1 milione. Zurigo, invece, pensa di realizzare uno «zero nero» con un’eccedenza di 76 milioni di franchi. C’è poi Zugo che pareggia i conti, ossia non

dovrebbe avere eccedenze, e quindi si contenta di anticipare uno zero vero. Il preventivo del Canton Ticino per il 2018 si trova quindi in buona compagnia. Il totale delle spese aumenterà, l’anno prossimo, dell’1,8%, mentre il totale dei ricavi crescerà del 2,9%. Sono quindi di nuovo i ricavi che aiutano gli amministratori del Cantone a pareggiare il conto economico. L’aumento delle spese totali del Cantone Ticino è leggermente inferiore a quello previsto a San Gallo e a Zurigo e dovrebbe essere in riga con il tasso di crescita dell’economia, il che significa che, nel 2018, la quota del Cantone nell’economia, per una volta, non dovrebbe aumentare. Realizzare uno «zero nero» è certamente un risultato positivo. Tanto più che, se l’anno prossimo si dovessero ripetere le esperienze degli ultimi anni, l’eccedenza positiva nel

consuntivo potrebbe essere anche maggiore. Hanno tuttavia ragione quelli che raccomandano di restare prudenti perché, di fatto, uno «zero nero» potrebbe rapidamente diventare uno «zero rosso». Lo dimostrano, purtroppo, le previsioni del piano finanziario per il periodo 2019-2021. Prudenza nella gestione delle finanze del Cantone dovrebbe però anche significare, in questo periodo in cui sembra che si sia finalmente potuto raggiungere il pareggio tra spese e entrate, continuare gli sforzi per contenere l’espansione della spesa al di sotto del tasso di crescita del Pil e non imbarcarsi in nuovi avventurosi progetti di riduzione delle imposte. In relazione a quest’ultimo punto ricordiamo che il Cantone ha già pronta una riforma fiscale. Ricordiamo anche che il piano finanziario prevede, a partire dal 2019,

una drastica riduzione del tasso di crescita dei ricavi totali. È possibile che le due cose siano legate e che, a partire dal 2019, a frenare l’ascesa dei ricavi, intervengano proprio le riduzioni nella tassazione fiscale previste dalla nuova riforma (fossero pure limitate alle sole persone giuridiche). Quando il progetto di revisione fiscale, presentato qualche settimana fa dal Dipartimento delle Finanze, approderà in parlamento, i consiglieri faranno quindi bene a chiedere al ministro delle finanze una previsione oculata sulle ripercussioni che potranno avere le riduzioni previste sull’evoluzione del totale dei ricavi e sul risultato del conto economico del Cantone nei prossimi anni. A meno che non si voglia anticipare questa discussione al momento in cui si discuteranno il preventivo per il 2018 e il piano finanziario.

finanziatori del populismo conservatore, la famiglia Mercer, schiva e potente, che ha contribuito non soltanto alla creazione di Breitbart, ma a molti altri progetti e iniziative che hanno reso il trumpismo presidenziabile. Ora Bannon ha un progetto politico chiaro: portare candidati trumpiani alle elezioni di mid-term, nell’autunno del 2018. È pronto a tutto, anche a costringere a primarie difficili anche i cosiddetti «incumbent», i senatori e deputati che corrono per il secondo mandato e che per consuetudine fanno primarie che possono soltanto vincere (o, in assenza di oppositori, non le fanno). La strategia di Bannon codifica pubblicamente e senza inutili fronzoli la battaglia cardine del popolo trumpiano: quella contro l’establishment, i meccanismi di rielezione senza intoppi, la facilità del potere. È la battaglia contro il Partito repubblicano, lotta fratricida suprema, che Trump voleva fare ma non ha fatto a sufficienza, secondo Bannon: l’ex stratega non si pone mai in conflitto diretto con il presidente. In tutte le occasioni pubbliche, in tutti i commenti ai media,

Bannon ripete di avere stima e fiducia in Trump, secondo alcune indiscrezioni i due non hanno affatto interrotto i rapporti e il presidente continua a rivolgersi al suo ex guru per avere consigli. Ma il problema politico e ideologico è evidente: laddove Trump cerca, pur con metodi non efficaci e nemmeno troppo affidabili, di mantenere il dialogo con il suo partito di riferimento, Bannon ha brutalmente dichiarato guerra all’establishment repubblicano. In Alabama, dove il candidato bannoniano ha battuto il candidato dell’establishment sostenuto anche da Trump, la divergenza è apparsa in tutta la sua chiarezza, e pericolosità. Bannon ha detto, minimizzando, che il presidente deve essere stato «mal consigliato» in Alabama: per l’ex stratega è chiaro che, se Trump avesse capito cosa c’era in gioco, non ci sarebbe stato lo scontro, il presidente si sarebbe allineato sul candidato populista. Ma Trump ha il problema di dover comunque interagire con il Partito repubblicano, altrimenti la sua agenda politica non può avanzare – ha già dovuto ingoiare un triplo fallimento

sulla revoca dell’Obamacare, ora ha la riforma fiscale e tutti i dossier di politica estera, da solo non va avanti. Bannon è libero, e sa come approfittare della libertà. Breitbart potrebbe allargarsi e aprire un canale televisivo: ci sono due progetti alternativi allo studio, uno più «light», che prevede uno streaming interno al sito (è flessibile e poco costoso), e uno industrialmente più rilevante, con un canale dedicato. Inserirsi nella programmazione nazionale sarebbe al contempo un colpaccio e un’impresa, ma anche qui Bannon ha intenzione di inserirsi nella polemica eterna di Trump contro i media: c’è bisogno di un’alternativa, eccola. I fondi non mancherebbero, anche se il più cauto al momento sembra proprio Bannon. Vuole procedere con passo determinato ma senza sbavature: i candidati per costruire un Congresso davvero trumpiano vanno trovati, aiutati, sostenuti. E resta da capire come si gestirà il rapporto con Trump, il quale ammira Bannon ma in generale detesta chi gli si mette in mezzo, figurarsi chi fa Trump più di lui.

rappresentazioni aperte al pubblico nel suo maneggio, con tanto di clown per accompagnare e presentare le sue esibizioni a cavallo. Era l’alba del circo moderno, con spettacoli poco diversi da quelli proposti sino all’inizio del nuovo millennio. Negli ultimi anni, nella sua forma più tradizionale, il circo ha però incontrato serie difficoltà un po’ ovunque, in particolare in Occidente. Le cause sono molteplici e hanno anche differenti matrici. La più recente e dinamica è legata all’attivismo degli animalisti che non accettano che nei circhi si dia spazio a spettacoli in cui interagiscono animali feroci o esotici (dalle tigri agli elefanti, insomma): a loro parere sono schiavizzati e maltrattati visto che sono costretti a vivere in gabbia, a subire allenamenti e sottoposti a continui e, per loro inutili, spostamenti. Ma c’è anche un’altra crisi, più longeva, iniziata a partire dalla seconda metà del secolo scorso e paradossalmente mascherata da rinascimento e da successo: l’ado-

zione da parte delle catene televisive e l’inserimento in modo sempre più diffuso nei loro palinsesti di spettacoli dei circhi molti famosi con sedi fisse in America e in Asia, ma anche tanti itineranti. Mezzo secolo dopo, per una legge non scritta, ma che fa riferimento ai numeri dell’audience, il circo è oggi considerato televisivamente scaduto: il crepuscolo sui piccoli schermi penalizza l’arte circense e giunge ad accelerare declino e scomparsa. Ad accelerare il tramonto, negli ultimi decenni, è giunta un’altra negativa componente: l’uso perfido e terrorizzante delle maschere dei clown in letteratura, cinema e cronaca nera, sulla scia di quanto avviene in It, il capolavoro horror di Stephen King per una mini serie televisiva, da cui è ora stato tratto un film «horror». Lo si deduce dalle battaglie legali avviate di recente in Russia (forse negli Usa costano troppo...). I clown della compagnia Komik-Trest hanno chiesto di bandire Pennywise, l’inquietante personaggio

di It che commette atrocità su bambini innocenti. Analoga denuncia dalle filiali russe di Burger King: la somiglianza di Pennywise con Roland McDonald, il clown che è storica mascotte della rivale McDonald’s, le ha spinte a chiedere il ritiro dalla circolazione del film. Meno prosaico l’intervento del presidente della WCA, l’associazione mondiale dei clown: in un comunicato – emesso dopo che decine di imitatori notturni sono comparsi, per ora senza compiere atti particolarmente criminosi, nelle grandi città, terrorizzando i passanti – ha accusato Stephen King di aver creato «un personaggio di finzione fantascientifica che non ha nulla a che vedere con noi». La critica è però servita a poco. Anzi: ha spinto King a liquidare la disputa con queste parole: «Mi dispiace; molti sono fantastici, ma i bambini sono sempre stati spaventati dai clown; non uccidete il messaggero per il messaggio!». Come dire: in letteratura e al cinema il clown può fare anche paura.

Affari Esteri di Paola Peduzzi Bannon, più Trump di Trump Steve Bannon (foto) insegna che fuori dalla Casa Bianca si può essere più influenti che dentro. Certo, stiamo parlando di una versione della Casa Bianca – questa trumpiana – che non ha precedenti storici in termini di improvvisazione, goffaggini e tasso di litigiosità: dentro è difficile resistere a lungo, e ora che il presidente Donald Trump è

più nervoso, furioso, irascibile del solito – una «pentola a pressione» – stare lontano diventa sempre più un vantaggio. Anche se, pure qui, ci sono vari tipi di lontananza: c’è quella siderale del capo del dipartimento di Stato, Rex Tillerson, ancora al suo posto ma avulso da ogni meccanismo di governo, e sì che tra la sempre imminente guerra nucleare con la Corea del nord e le distanze dall’accordo internazionale sull’Iran, il capo della diplomazia americana dovrebbe come minimo dormire sul divano delle studio ovale e non lasciare mai solo il presidente. Poi c’è la lontananza di Steve Bannon, capo della campagna elettorale trumpiana, poi superconsigliere alla Casa Bianca, poi dimesso ad agosto (era stato assunto nell’agosto del 2016, è durato un anno), che ora è tornato a occuparsi del suo primo amore – i media, in particolare Breitbart – e da lì dirige l’ala oltranzista dei trumpiani. Più Trump di Trump, Bannon lo è sempre stato: non è ondivago, non improvvisa, studia, dà forma alla propria ideologia. È credibile insomma. E ha alle spalle i più grandi

Zig-Zag di Ovidio Biffi Aspettando il circo e i clown Forse è troppo affermare che noi ticinesi abbiamo il circo nel sangue. Al massimo si può arrivare a dire che il circo è una forma di spettacolo che sopravvive bene nella tradizione della nostra gente. Anche perché non è mai mancato qualche artista che nel suo piccolo (magari uscendo dall’accademia Dimitri di Verscio) o nel suo grande (lo stesso Dimitri prima e ora Daniele Finzi Pasca con i suoi circhi «solari») contribuisce a tenere in vita lo spirito che anima l’arte circense. Questo però non è una certezza che tutti abbiano un’idea chiara sull’evoluzione del circo nella storia, siano cioè in grado di capire quanto esso ancora pesi nel bagaglio culturale della nostra gente, in particolare in quello delle nuove generazioni. Il circo in effetti non ha una storia ben documentata, nonostante riferimenti risalenti a oltre 3000 anni fa, con acrobati egiziani intenti a esibirsi davanti al pubblico, immagini poi trovate anche su successivi reperti archeologici greci. Questo perché, fin

dall’antichità, è sempre stato difficile distinguere il ludico, cioè il gioco o la competizione, dallo spettacolo. Una difficoltà presente anche nei circhi romani: atleti e artisti vennero man mano sostituiti da lottatori, schiavi, soldati, animali per favorire spettacoli sempre più feroci e cruenti, o monumentali, come le corse di cavalli con le bighe e persino le battaglie navali (con l’acqua del Tevere che veniva deviata nel circo Massimo per consentire combattimenti fra equipaggi di imbarcazioni). Poi sino al Medio Evo sul circo è calato il buio, interrotto solo da frammentarie notizie di spettacoli itineranti portati dall’Asia o collegabili con carovane di zingari. A far ripartire la storia del circo ci pensò Philip Astley, cavallerizzo che nel XVIII secolo fece una singolare scoperta: riusciva a cavalcare stando in piedi sulla schiena di un cavallo facendolo galoppare in un cerchio e sfruttando le forze centrifughe e centripete. Astley decise di tradurre questa scoperta in


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Cultura e Spettacoli Il lascito di Leon Russell È uscito On a Distant Shore, un meritevole disco postumo che mette d’accordo fan e critica

I segreti di Como Durante recenti scavi sono emersi interessanti reperti archeologici pagina 41

Mejerchol’d, il declino Chiamato dal regime per celebrare degnamente l’anniversario della Rivoluzione, il grande russo diventò una tragica vittima del sistema

Quando Knuchel era Cloclo È uscito nelle sale il terzo lavoro cinematografico dell’eclettico Stefano Knuchel

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La fortuna di potere narrare Discorsi – 1. parteIl prestigioso premio

della pace Friedenspreis des Deutschen Buchhandels quest’anno è stato attribuito alla scrittrice canadese Margaret Atwood

Margaret Atwood Sono consapevole di aggiungermi a un lungo elenco di scrittori internazionali estremamente talentuosi, di successo e coraggiosi. Questo è un onore speciale perché i librai, per loro natura, sono lettori estremamente attenti, e proprio per questo sono fra i Cari Lettori cui ogni scrittore si rivolge. Per una scrittrice proveniente da una nazione con un passato coloniale come il Canada – una nazione in cui la scrittura e le arti in generale non sono state prese sul serio fino a qualche decennio fa – è quasi incredibile ricevere questo premio. Quando questo premio fu istituito nel 1950 – certamente come gesto di speranza in un mondo sconquassato dalla Guerra più letale della storia – io avevo solamente dieci anni e non sapevo nulla del commercio dei libri, e non molto della scrittura, sebbene per qualche tempo l’avessi praticata. Avevo rinunciato alle mie ambizioni letterarie dopo avere abbandonato a metà il mio secondo romanzo a sette anni: l’eroina era una formica e si trovava su una zattera diretta verso un’avventura che non avrebbe mai avuto luogo. È una cosa che capita spesso agli autori dei romanzi: un inizio molto promettente seguito da una parte centrale frustrante, magari perfino noiosa. Tanto più se l’eroe è un insetto, anche se questo è un problema che Kafka è riuscito a superare. All’età di dieci anni volevo diventare una pittrice, o meglio ancora, una stilista. Mi piaceva disegnare donne sofisticate con guanti lunghi fino ai gomiti e sigarette con bocchino. Non avevo mai visto quel genere di persone, ma avevo visto le loro fotografie. È questa l’incantevole influenza dell’arte. Dopo qualche incontro poco soddisfacente con la tavolozza e qualche complicata avventura con una macchina da cucire – in altre parole, quando la realtà sostituì la fantasia – all’età di sedici anni optai per un percorso scientifico – come mio fratello maggiore, il Dr. Harold Atwood, neurofisiologo, oggi presente tra il pubblico. Anche se può sembrare strano, volevo diventare una botanica. Le piante erano silenziose e facili da osservare e, a differenza delle rane, non sanguinavano quando le tagliavi, per cui mi sentivo a posto anche con la coscienza. Poi improvvisamente mi trasformai in una scrittrice, comin-

ciando a scrivere furiosamente. Non so perché successe, ma successe, e nella mia vita la fantasia ritornò di nuovo al primo posto. Essendo canadese, non posso assumermi meriti personali per il fatto di apparire nel vostro eccellente elenco. I canadesi rifuggono i meriti personali. Non posso nemmeno assumermi meriti per essere un’attivista, etichetta che mi affibbiano spesso. Io non sono una vera attivista – una vera attivista considererebbe la propria scrittura un veicolo per il proprio attivismo, qualunque sia la causa in gioco – ma non è il mio caso. È vero che è impossibile scrivere romanzi senza osservare il mondo, e che quando si osserva il mondo ci si chiede cosa stia succedendo, per poi cercare di descriverlo; credo che gran parte della scrittura sia il tentativo di capire perché la gente faccia quello che fa. Il comportamento umano, sia esso virtuoso o vizioso, per me rappresenta una costante fonte di stupore. Si scrive del comportamento umano però, si risveglia un’idea di attivismo, poiché sia il linguaggio sia le storie possiedono una dimensione morale intrinseca. Il lettore darà dei giudizi morali, anche laddove lo scrittore sostiene di essere solamente un testimone. Quello che potrebbe venire preso per attivismo, nel mio caso di solito è una specie di stupore impacciato. Perché l’imperatore non indossa i vestiti, e perché rivelarlo spesso è considerato maleducazione? Così, dopo avervi ringraziato per tutte le cose belle che avete detto di me, ascriverò questo momento felice alla fortuna e alle stelle e alla collisione del mio strano – lo ammetto – lavoro (in particolare il lavoro distopico) con lo strano momento storico che stiamo attraversando. Cos’è questo strano momento storico? È uno di quei momenti in cui il suolo – che fino a poco fa sembrava stabile, con il tempo della semenza a seguire quello del raccolto, eccetera – sotto i nostri piedi traballa, soffiano venti potenti, e non sappiamo più con certezza dove siamo. Non sappiamo nemmeno più chi siamo. A chi appartiene il volto nello specchio? Perché ci stanno crescendo delle zanne? Fino a ieri eravamo pieni di buona volontà e di speranza. Ma ora? Gli Stati Uniti stanno vivendo uno di quei momenti. Dopo le elezioni del

Il 15 ottobre 2017 la scrittrice canadese Margaret Atwood ha ricevuto il prestigioso Friedenspreis des Deutschen Buchhandels nella Paulskirche di Francoforte. (Keystone)

2016, alcuni giovani statunitensi mi hanno detto, «Questa è la peggior cosa mai successa;» al che io ho risposto sia «No, ci sono stati momenti peggiori», sia «No, non è la peggior cosa, non ancora». Anche la Gran Bretagna sta attraversando un momento difficile, con molte lacrime e a denti stretti. E, seppur in misura meno drastica, anche la Germania. Pensavamo che quella cripta fosse sigillata, ma qualcuno ne possedeva la chiave e ha aperto la stanza segreta, ora quale mostro ne uscirà? Ogni Paese, così come ogni essere umano, ha un io nobile – l’io che vorrebbe credere di avere –, un «io» di tutti i giorni, l’«io» educato con cui riesce a superare la quotidianità, quando tutto procede come da programma, e infine un «io» nascosto, molto meno virtuoso, che potrebbe esplodere nei momenti di minaccia e rabbia, compiendo azioni indicibili.

Ma da cosa è causata quest’epoca di minaccia e di rabbia? A questo proposito avrete già sentito molte teorie, e di sicuro ne sentirete altre. Qualcuno dirà che sono i cambiamenti climatici: alluvioni, siccità, incendi e uragani si ripercuotono sulla crescita; vi sono poi la carenza di cibo, cui seguono i disordini sociali, le guerre, e i rifugiati, poi c’è la paura dei rifugiati: avremo abbastanza per potere condividere? È uno squilibrio finanziario, dirà qualcuno: pochi ricchi controllano una parte troppo grande del benessere mondiale, causando disparità economica e risentimento, e questo porterà ai disordini sociali, alle guerre, o alle rivoluzioni. Qualcun altro dice che invece è il mondo moderno: la colpa è dell’automazione e dei robot, della tecnologia, di internet, della manipolazione delle notizie e delle opinioni a opera di pochi opportunisti. Ma perché

ci stupiamo? Internet è uno strumento dell’uomo come tutti gli altri: asce, armi, treni, biciclette, automobili, telefoni, radio, film, e come qualsiasi strumento umano ha un lato buono, un lato cattivo e un lato stupido che produce effetti inizialmente non prospettati. Fra tutti questi strumenti probabilmente si trova anche il primo strumento prettamente umano: la nostra capacità di raccontare attraverso una grammatica complessa. Quali vantaggi devono averci portato un tempo le storie: la possibilità di tramandare le conoscenze essenziali, risparmiandoci di dovere scoprire le cose da soli. I lupi comunicano, ma non raccontano la storia di Cappuccetto Rosso. Il testo (qui riportato in versione ridotta) è stato tradotto dall’inglese da Simona Sala).


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Cultura e Spettacoli

Autenticamente dolce

Rabbit Rabbit esperimenti musicali

un artista come sempre entusiasta ed eclettico, ancora dotato della grazia degli anni d’oro

RETE DUEAl Teatro

MusicaIl disco postumo del compianto Leon Russell, On a Distant Shore, ci mostra

Benedicta Froelich Benché il suo nome non sia mai assurto all’olimpo delle star musicali universalmente riconosciute dal grande pubblico, non v’è dubbio che l’improvvisa dipartita di Leon Russell, scomparso nel novembre scorso all’età di 74 anni, abbia costituito un sincero dolore per tutti i veri appassionati di country e blues rock. Il fatto che la notizia della sua morte sia stata infine eclissata dai decessi di personaggi più famosi e celebrati quali Leonard Cohen e George Michael – passati a miglior vita nello stesso periodo, in chiusura dell’annus horribilis che il 2016 ha rappresentato per gli amanti della musica popolare – si deve principalmente alle scelte di vita del buon Leon: un artista che, pur appartenendo alla medesima generazione di icone del blues e rock quali gli amici di una vita Eric Clapton e George Harrison, ha preferito cesellare la propria arte in privato e lontano dai riflettori. Grandissimo sessionman, arrangiatore e pianista di prim’ordine, nell’arco di oltre mezzo secolo di carriera Russell ha inanellato collaborazioni con ogni grande nome della scena rock, scegliendo tuttavia di rimanere all’ombra di colleghi più caratterialmente adatti al mondo dello stardom; e poiché i veri guru sono solitamente oscurati dai loro fortunati discepoli, ecco che la maggior parte degli ascoltatori rammenta Russell quasi esclusivamente per la sua umorale e indimenticabile partecipazione al celeberrimo Concert for Bangladesh organizzato nel 1971 dal già citato Harrison. Di certo la voce ruvida e poco melliflua di Leon, unita al suo carattere solitario e per nulla «glamorous», lo ha reso un performer difficilmente apprezzabile dalla massa degli ascoltatori casuali; ma la sua influenza artistica resta più che evidente su artisti dai background più disparati, dagli ex Beatles ai Rolling Stones, fino ad arrivare al Tom Waits dei dischi giovanili (e non solo), e, soprattutto, al devoto Elton John.

Questo nuovo On a Distant Shore, purtroppo destinato a essere infine pubblicato come album postumo, non segue l’abituale tendenza dei tanti dischi presentati dopo la morte dei loro celebri autori: infatti, lungi dal trovarci confrontati con la solita compilation di scarti e outtakes messa insieme frettolosamente da vedove affamate di royalties, abbiamo invece la possibilità di ascoltare il lavoro che Russell stava completando prima della morte. E se il CD dimostra, una volta di più, l’estrema professionalità del musicista, testimonia anche come la fine della sua vita l’abbia trovato ancora in forma più che smagliante dal punto di vista artistico. On a Distant Shore costituisce infatti un esperimento stilistico piuttosto curioso, che vede alternarsi nuove versioni in salsa «vintage» di classici del repertorio di Leon a brani composti per l’occasione – facendo dell’album un tentativo, da parte dell’autore, di convertire il proprio repertorio alle regole tipiche degli standard del Great American Songbook anni 40; lo dimostrano brani dal respiro soft e melodico, conditi da inserti orchestrali dal sapore retrò, quali Easy To Love e, soprattutto, A Song for You, da sempre uno dei classici più amati del Russell anni 70. Il disco si dipana così tra esempi magistrali di rock blues dai toni uptempo e pezzi più lenti e romantici, passando da brani inediti a capisaldi del songbook di Leon, tutti arrangiati in chiave più che mai orecchiabile (si vedano Love This Way e lo storico This Masquerade, qui perfetto modello della fusione tra il blues puro e le gradevoli contaminazioni soul di sapore radiofonico). In effetti, quest’album sembra mostrare un Leon Russell molto più melodico e delicato del solito, disposto a tingere la propria musica di sfumature più soft e accattivanti di quanto abbia mai fatto prima: la dolce e suadente «title track» On a Distant Shore e la sempre spettacolare Hummingbird risultano qui intrise di un romanti-

Leon Russell, un uomo lontano dalle convenzioni. (Keystone)

cismo inaspettato, mentre pezzi quasi struggenti come The One I Love is Wrong e Where Do We Go From Here beneficiano addirittura di un’intera sezione di archi (e perfino qualche fiato) ad accompagnare il pianoforte solista di Leon nell’intessere atmosfere quasi jazzate. L’unico vero difetto di quest’approccio sta nel sapore un po’ zuccherino che alcuni degli arrangiamenti di stampo più «radiofonico» non riescono a evitare di infondere nei brani – con la fortunata eccezione delle tracce migliori: su tutte, una gemma come Just

Leaves and Grass (collocabile al medesimo livello di qualsiasi standard americano degli anni d’oro), il blues ben poco lezioso di Black and Blue e la vibrante tensione emotiva di On the Waterfront. Fattori che garantiscono a On a Distant Shore un posto sicuro nel cuore di chiunque ami il soul-blues dal sapore vintage, nell’accezione più autentica, rendendo la scomparsa di un «lupo solitario» come Leon ancor più difficile da digerire, ma, allo stesso tempo, riconfermandolo come esponente memorabile di una scena musicale genuina quanto tuttora preziosa.

Dalla danza ballata senza musica a quella spiegata ai «dummies» DanzaLe ticinesi Manuela Bernasconi e Alessia Della Casa hanno presentato

due spettacoli coraggiosi e originali, che mostrano la vitalità di questa disciplina Giorgio Thoeni Le scorse settimane sono state dense di appuntamenti con la danza contemporanea. Una concentrazione di eventi tra festival, premiazioni e debutti stagionali che non hanno lasciato a bocca asciutta chi si attendeva qualità e innovazione. E due spettacoli in agenda nel giro di pochi giorni hanno occupato con successo il Teatro Foce di Lugano. Il primo è Solo Bêtes d’Amour di Manuela Bernasconi. «Una serenata, una promessa, una dichiarazione d’amore»: sono in sintesi le coordinate di un assolo coreografico nato da due universi creativi sviluppati in precedenza con Lazaro! e CARNAL!, una ricerca personale svolta sull’arco di alcuni anni e che prima di approdare nella sala luganese ha avuto la sua première a Friburgo. Un progetto coraggioso che necessita di bravura e precisione tecnica accanto a una forte spinta emozionale. È quanto regala lo spettacolo della Bernasconi che danza senza musica, accompagnata unicamente da movimenti del corpo in un perimetro buio, quasi una scatola o l’ingresso dell’oltretomba, una «prigione» delimitata da luci

L’avvincente spettacolo di Alessia Della Casa approderà al LAC in marzo.

fioche che la guidano con misteriosa e lugubre discrezione. Le evoluzioni, ora circolari ora lineari, sono cadenzate da un testo recitato in francese impregnato di domande e riflessioni sulla ricerca d’amore e dell’altro, sul desiderio, sulla femminilità, sulla carnalità, sulla solitudine, fino alla morte, dove il corpo è al centro di tutto. C’è molta sostanza in questo lavoro della danzatrice e co-

reografa che per realizzare questo spettacolo si è avvalsa delle collaborazioni di Felix B.Q, Nuria Prazak, Francesca Sproccati e Andrea Cavarra. Un risultato di qualità, convincente e suggestivo. Un’altra bella sorpresa è stato con Percorsodanza di e con Alessia Della Casa (con la supervisione di Nunzia Tirelli), accompagnata da musiche composte ed eseguite in scena da Gioacchino

Balistreri. Si tratta di un progetto di mediazione culturale vincitore del concorso cantonale 2017 con il fine di avvicinare il pubblico di ogni età alla danza contemporanea in modo professionale. Il senso dell’operazione lo si avverte già all’ingresso del teatro con un percorso a tappe disegnato su pannelli da Liam Walsh che suggerisce al pubblico alcuni movimenti. «Immedesimarsi per comprendere» è il motto che sostiene il progetto: una sorta di grammatica elementare della danza inizia così il suo percorso verso il palco, ai lati del quale vengono fatti sedere alcuni spettatori. È il luogo in cui prendono forma i movimenti studiati da Alessia per offrire, con un crescendo di segni, da semplici a più complessi, un lessico ideale «for dummies» per avvicinarsi alla danza contemporanea in una trasformazione coinvolgente, gioiosa e contagiosa, come il rilancio di palline colorate fatte piovere sul palco per poi rimbalzare in platea in un’interminabile scia di colori. Un gioco intelligente con cui Alessia Della Casa trasmette serenità, divertimento, professionalità. Da diffondere in attesa che il 2 e 3 marzo lo spettacolo venga replicato al LAC.

Sociale di Bellinzona, 26 ottobre ore 20.45

Un duo che propone una ricerca musicale molto personale e ad ampio spettro. Nel loro impegno non esistono infatti frontiere di genere o di stile e, addirittura, nella loro collaborazione (che è una vera e propria attività famigliare) non esistono nemmeno distinzioni tra le arti. Video, pittura, performance sono tutte discipline coordinate e complementari del progetto artistico complessivo. Il tutto è presentato e promosso con un senso dello humour molto arguto e delicato, che i coniugi usano per coinvolgere il pubblico nell’attività creativa. Kihlsted e Bossi ci tengono infatti a intrattenere attraverso il web un rapporto molto stretto con i loro seguaci, integrandoli nello scambio artistico attraverso varie forme di partecipazione. In cambio del sostegno economico, ad esempio, hanno fornito per tre anni una canzone mensile ai loro fan. Recuperando un’antica tradizione anglosassone che vuole che la fortuna sia propizia a chiunque pronunci la frase «Rabbit Rabbit» durante il primo giorno del mese, la loro attività creativa ha in questo modo persino battezzato il proprio gruppo. Chiusa dopo tre anni (e dopo tre album antologici) la fase «conigliesca», oggi i due musicisti stanno conducendo un nuovo progetto ambizioso, legato al tema della sopravvivenza degli oceani. La loro residenza nel Massachusetts è molto vicina alla sede di un centro di ricerca oceanografica tra i più importanti negli Stati Uniti. Partendo dall’ispirazione trovata in un saggio della ricercatrice e biologa marina Rachel Carson, The Edge of the Sea, i due musicisti si sono messi a trasporre nel contesto musicale i concetti da lei espressi. In particolare sono rimasti colpiti dall’esistenza delle «black inscriptions», forme di vita vegetale che nascono all’incontro tra l’habitat marino e quello terrestre. Queste tracce biologiche di contatto tra mondi apparentemente opposti sono diventate in qualche modo la trasposizione del loro concetto creativo in ambito musicale, là dove l’esperienza estetica si costruisce attraverso l’incontro di artisti diversi ma anche di media diversi in luoghi diversi. In questo senso sarà particolarmente interessante osservare la forma scenica che prenderà la loro performance all’interno del Teatro Sociale di Bellinzona, luogo in cui l’architettura stessa della sala favorisce un ascolto attento e raffinato. Ad accompagnare Carla Kihlsted (alla voce, pianoforte e violino) e Matthias Bossi (alla voce, batteria e pianoforte) ci sarà il chitarrista e bassista Jeremy «Jay» Flower. Il concerto si terrà giovedì 26 ottobre alle 20.45 e sarà trasmesso in diretta da Rete Due. /AZ In collaborazione con

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Cultura e Spettacoli

Prima di Como

ArcheologicaUna mostra nella città sul Lario dedicata alla preistoria della nostra regione

Marco Horat A fine mese si tiene a Milano il Convegno nazionale di preistoria che porterà i partecipanti a Como per la visita di una piccola quanto intrigante esposizione archeologica, attualmente aperta nella chiesa di San Pietro in atrio (gemella della più illustre chiesa di San Fedele), nel centro della città. Sotto le volte affrescate del bell’edificio, oggi sconsacrato, vengono presentati al pubblico i reperti emersi durante gli scavi per la realizzazione della Pedemontana e nella regione ad ovest della Spina verde, soprattutto nella zona dove è sorto il nuovo ospedale di Sant’Anna, durante quindi gli ultimi dieci anni di indagini condotte dalla Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio. Pezzi spesso eccezionali che sono stati restaurati e inquadrati in un percorso didattico con testi, immagini d’archivio e filmati che illustrano il territorio comasco durante l’Età del Ferro (I millennio a.C.) e la relativa cultura di Golasecca fiorita nelle regioni a ridosso delle Alpi. Marina Uboldi è la curatrice della mostra e la conservatrice dei Musei civici di Como: «Quella che presentiamo non è la Como romana dei ritrovamenti dentro le mura odierne in riva al lago – ci dice – ma la Como protostorica che si era sviluppata sulle colline della Spina verde e guardava non verso il lago e la palude, ma verso la pianura, zona Grandate, San Fermo, Breccia e via dicendo». È nella zona dello svincolo autostradale infatti che sono venute alla luce alcune tombe interessanti con

Veduta generale del cantiere di scavo in occasione della costruzione del Nuovo Ospedale Sant’Anna di Como (2007). (© MIBACT)

urne cinerarie in ceramica, coppecoperchio, vasetti per offerte votive e fibule di bronzo. Ma soprattutto due sono le sepolture di personaggi importanti, particolarmente ricche: «Abbiamo trovato una grande situla in bronzo che conteneva le ceneri del defunto, con relativo coperchio, di solito provenienti dalla zona di Este dove erano stanziati i Veneti. Proprio questo coperchio sbalzato è eccezionale poiché su di esso vi è rappresentata una scena mitologica inedita, con due sfingi, una delle quali sta mettendo un grosso pesce nella bocca dell’altra. Accanto vi era un grande

pendaglio in bronzo – il che potrebbe far pensare a una tomba femminile – ma anche una spada, un pezzo di elmo accartocciato, una punta di lancia e un corredo da toilette con spatoline in ferro, una pinzetta, anelli in bronzo, tutti oggetti tipicamente maschili». Vi era anche un doppiere di grandi dimensioni, cioè due o tre vasi appaiati sorretti da braccia che si uniscono in una base comune, restaurato dopo essere stato ritrovato in minuscoli frantumi; come le preziose ceramiche zoomorfe e il vasellame decorato con lamelle di stagno. Ma ci sono al-

tre sorprese: nella zona dove si stava costruendo l’Ospedale di Sant’Anna è apparso un enorme e misterioso circolo del diametro di 80 metri disegnato sul terreno pianeggiante, circondato da due file di pietre ben allineate. «È un mistero che aspetta di essere risolto – dice ancora Marina Uboldi – perché non si tratta di un tumulo funerario. Nella zona sono anche venute alla luce menhir dell’Età del Rame, quindi questo posto doveva avere una valenza spirituale o sociale fin dai tempi più antichi poiché situato in un punto di incontro tra due corsi d’acqua. I gola-

secchiani avevano fatto un foro al centro di questo spiazzo per infilarvi un palo e, mediante corde, tracciare poi una circonferenza perfetta. Al centro avevano posato una piattaforma dalla quale si dipartivano dei raggi visibili sul terreno oggi protetto. Dai sondaggi sono anche emerse tracce di arature rituali e intorno diverse tombe». Dalle pareti della mostra si affaccia anche l’immagine che illustra il famoso Carro della Ca’ Morta, del V secolo a.C., il must del Museo civico che è lì a due passi e che può essere considerato il prolungamento naturale della mostra temporanea: «Un carro importante che è stato oggetto recentemente di nuovi studi interpretativi da parte di un ricercatore francese – ci dice Fulvia Butti anche lei archeologa e vicepresidente della Società archeologica comense. Scoperto un centinaio di anni or sono e ricostruito con i criteri cognitivi di allora, si è scoperto ora che il nostro carro ha molte similitudini con analoghi carri trovati a Vix in Borgogna, sempre in sepolture femminili. Segno che vi erano stati scambi intensi tra le due nostre regioni e forse anche un fenomeno pianificato di esogamia, cioè un passaggio di donne da marito da una cultura all’altra». Dove e quando

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Cultura e Spettacoli

La tragedia del Dottor Dappertutto AnniversariOmaggio funebre a Vsevolod Mejerchol’d (1874-1940) nel centenario della Rivoluzione russa

Daniele Bernardi Il 1937 incombe. Despota dagli «occhiacci da blatta», dai vertici del Cremlino Stalin intima agli artisti di apprestarsi ai festeggiamenti per il ventennale della Rivoluzione di ottobre. Da un anno è stato istituito il «Comitato per gli affari delle arti», capeggiato da Platon Keržencev; compito dell’organo è tenere a bada la produzione artistica del paese e ricacciare ogni «formalismo» (ossia qualsivoglia deviazione avanguardistica o naturalistica) in nome del realismo socialista.

Mejerchol’d, anche chiamato «Dottor Dappertutto», fu vittima dello stesso sistema che l’aveva osannato

Concorso

Anche Vsevolod Mejerchol’d, il demone dei palcoscenici russi, il «Dottor Dappertutto», come era chiamato all’epoca dei fantasmagorici cabaret della «Casa degli Intermezzi», a suo modo si prepara alla ricorrenza. Certo, preferirebbe non rimandare l’allestimento del Boris Godunov di Puškin, ma, dall’alto, sopraggiungono minacce come lampi: «mancano testi sovietici nel repertorio del teatro», gracida il compagno Keržencev, «basta con i classici». Mejerchol’d, quindi, corre ai ripari. Interrotte le prove del Boris, rimpiazza la pièce con una lettura scenica del Convitato di pietra. Poi, si industria nella produzione di due nuove drammaturgie: Nataša, di Lidija Sejfullina, e, in vista dell’anniversario, Una vita, riduzione teatrale del romanzo Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij. Presto però la commedia della Sejfullina viene giudicata densa di «umori controrivoluzionari» e il Comitato ne vieta la rappresentazione. Con tutta la sua infuocata inventiva, allora, Mejerchol’d si dedica a Una vita. «Chi assiste alle prove», scrive Fausto Malcovati in L’ultimo atto. Interven-

La terra in subbuglio, di Sergej Tret’Jakov al Teatro Mejerchol’d di Mosca (1923), fotografia di A. Temerin. (Keystone)

ti, processo e fucilazione (La casa Usher, 2011), «parla di alcuni momenti impressionanti, come la scena della danza nel dormitorio: il protagonista Pavel Korčagin, malato e stravolto dalla stanchezza, è disteso nella branda. È l’alba. Si alza nel silenzio: accenna a qualche passo di danza al centro della camerata tra gli sguardi divertiti dei compagni (...). Qualche altro si unisce alla danza: prima uno, poi due, tre. Il battito delle mani si fa sempre più forte, diventa un rombo, mentre al centro ci sono dieci, venti persone. Al battito si aggiunge il suono dei tamburi dell’orchestra, i riflettori che illuminano debolmente la scena cominciano a oscillare a tempo, creando una travolgente fantasmagoria luminosa». Ma a Mejerchol’d, al geniale didat-

Tra jazz e nuove musiche Rassegna di RETE DUE Teatro Sociale, Bellinzona Giovedì 26 ottobre, ore 20.45 Rabbit Rabbit Carla Kihlsted: voce, piano, violino Matthias Bossi: voce, batteria, piano Jeremy Flower: voce, chitarra, elettronica www.rsi.ch/jazz Raclette Rassegna musicale Studio Foce, Lugano Sabato 28 ottobre, ore 21.30 Micah P. Hinson (Modern Folk opera) Opening: The Lonesome Southern Comfort Company (Folk) raclette.foce.ch

www.azione.ch/concorsi Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate. Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Per aggiudicarsi i biglietti seguire le istruzioni contenute sulla pagina «Concorsi» del sito di «Azione», all’indirizzo internet www.azione.ch/ concorsi, menzionando il nome dell’evento a cui si intende partecipare.

Buona fortuna!

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

ta che, con la biomeccanica, ha saputo portare l’attenzione della nascente pedagogia teatrale sulle potenzialità del corpo, all’inventore di sogni capace di infondere malefiche malinconie nell’animo degli astanti, al bolscevico riottoso, che si aggirava per Mosca con la rivoltella in tasca, allo spericolato sperimentatore che, nel 1931, gelava intere platee scaricando – a salve – raffiche di mitra rivolte agli spettatori, più non giova la ridda dei suoi talenti. Quando convoca il Comitato alle prove, è ancora fiducioso. Presto si dovrà ricredere: tacciato di pessimismo, «formalismo» e falsificazione ideologica, lo spettacolo viene bocciato dalla cosca dei burocrati. «L’ultima parte della vita è come

una marcia forzata», si legge nelle pagine de Il trucco e l’anima. I maestri della regia del teatro russo del Novecento di Angelo Maria Ripellino (Einaudi, 1965); e così sarà per Mejerchol’d: infatti, con le accuse al suo lavoro su Ostrovskij ha inizio lo scontro col potere che lo condurrà alla morte. Ad alcune settimane dall’evento appare sulla «Pravda» l’articolo Un teatro estraneo, firmato dallo stesso compagno Keržencev. L’alto funzionario muove accuse che suonano come chiare incriminazioni: il regista non si sarebbe impegnato a celebrare l’anniversario di ottobre; la sua carriera, prima e dopo la Rivoluzione, risulta inquinata da misticismo, simbolismo, corruzione, «palesi deviazioni formalistiche» e

da una «inaccettabile manipolazione ideologica dei testi»; il suo atteggiamento rivela odiose simpatie trockiste, comprovate da una dedica al «traditore menscevico» in occasione dello spettacolo La terra in subbuglio; in vent’anni di attività postrivoluzionaria, Mejerchol’d non si è sufficientemente speso nell’affermazione della drammaturgia sovietica. È il principio di una campagna diffamatoria, che vede aderire anonimi, esponenti del mondo della cultura e della scienza. Seguono tre giorni di dibattito tra l’accusato e il collettivo teatrale. Qui, nonostante ripetuti tentativi di autocritica, Mejerchol’d assapora l’odio dei propri collaboratori; fra questi, solo un falegname, Kanyškin, lo difende parlando della sua natura di «inventore». Ma alla fine il giudizio è unanime: «lo spettatore sovietico non ha bisogno di un teatro simile». Nel gennaio del 1938 vanno in scena le ultime repliche de La signora delle camelie e de Il revisore. Pochi giorni dopo, sarà ufficialmente decretata la chiusura del teatro. Passati i mesi, la mattina del 20 giugno Vsevolod Mejerchol’d è sequestrato dagli sgherri del regime – l’ultimo a vederlo, la sera prima, sul pianerottolo delle scale, è l’amico Dmitrij Šostakovič. A una ventina di giorni dall’arresto, degli sconosciuti penetrano nel suo appartamento e accoltellano sua moglie, l’attrice Zinaida Rajch. Intanto il calvario è cominciato: sconvolto da atroci torture, costretto ad ammettere il falso pur di alleviare le pene, Mejerchol’d cede agli aguzzini inventando crimini non commessi, facendo nomi di complici inesistenti. A nulla varranno le successive ritrattazioni, le missive inviate a Berija, a Molotov e a Vjačeslav: il Collegio Militare della Corte suprema dell’URSS lo dichiara colpevole di attività antisovietica trockista. L’esecuzione si svolge il 2 febbraio del 1940. A sessantasei anni, in un qualsiasi punto del nulla, il regista che aveva accolto con esultanza la Rivoluzione dei bolscevichi viene fucilato e gettato non si sa dove.

Dorata moderazione

Massimario classico«Evita ogni eccesso», secondo antiche saggezze Elio Marinoni Questo solenne ammonimento era iscritto sull’architrave della porta d’entrata del tempio di Apollo a Delfi. Il senso vigile della misura, come norma etica oltre che estetica, riceve dunque un’autorevolissima sanzione religiosa agli albori stessi della classicità. Connaturato al sentire dell’uomo classico, esso trovò presto espressione anche a livello del pensiero «laico»: a Cleobulo, uno dei Sette Saggi, risale la massima métron áriston, «la giusta misura è la cosa migliore», accostabile, nella sua sinteticità, all’aurea mediocritas («la via di mezzo preziosa come l’oro») oraziana. Particolarmente importante fu l’elaborazione, da parte della scuola peripatetica, del concetto di mesótes («medietà»), intesa non soltanto come equilibrio psichico di fronte alle alterne vicende della sorte, ma più in generale come punto di bilanciamento tra due comportamenti antitetici, entrambi eccessivi e perciò viziosi: una concezione sintetizzata nell’adagio in medio stat virtus («la virtù sta nel mezzo») e destinata a influire largamente sulla cultura medievale, giungendo, attraverso la sintesi di aristotelismo e dottrina cristiana operata da San Tommaso, fino a

Dante: si pensi all’ordinamento morale della Divina commedia e in particolare dell’Inferno, con le sue coppie contrapposte di peccatori. A un esponente dell’Accademia platonica, Crantore, si deve la formulazione del concetto di metriótes («giusta misura, moderazione»), poi ripreso dallo stoicismo di mezzo (Panezio) e affiancato a quello di metriopátheia («moderazione nelle passioni»). Un ideale, quest’ultimo, certamente più facile da raggiungere dell’utopistica apátheia (da cui l’it. apatia) o impassibilità assoluta propugnata dai fondatori dello stoicismo e della

La temperanza è rappresentata anche sui tarocchi.

non meno utopistica ataraxía («imperturbabilità»), nella quale Epicuro faceva consistere il piacere supremo. Impassibilità stoica e imperturbabilità epicurea erano accomunate, al di là dei differenti presupposti teorici, da una simile aspirazione alla moderazione e all’equilibrio interiore. Oggi il senso della misura non è più di moda. I mass media ci persuadono, più o meno occultamente, a incrementare all’infinito i nostri bisogni e a rifuggire dalla normalità, perseguendo la dismisura. Attraverso le canzoni si predica da decenni una vita esagerata e spericolata. La taraché («agitazione») e il tumultus, quanto meno nella manifestazione sonora di frastuono, non costituiscono più dei disvalori: anzi, è stato osservato che i giovani sono a loro agio nel baccano. Il silenzio, insomma, non è più d’oro. Da ultimo, poi, un duro colpo all’ideale della tranquillitas animi è stato inferto dalla scienza: la ricerca medico-biologica ha infatti dimostrato che una certa dose di tensione è salutare, in quanto assicura all’organismo le necessarie scariche di adrenalina. Secoli di riflessione filosofica rischiano così di venire sacrificati sull’altare di questo piccolo, ma essenziale, amminoalcol: altro che unità del sapere!


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Cultura e Spettacoli

Ars, quo vadis?

ArteLe grandi fiere d’arte internazionali spesso si trasformano

in importanti occasioni di discussione e riflessione sulle nuove tendenze

Il sistema dell’arte ingloba migliaia di operatori, dal pubblico degli appassionati agli artisti e ai critici, dalle gallerie ai mercanti d’arte, dai curatori ai direttori di museo, dai collezionisti all’editoria specializzata. Questo mondo, in Svizzera, Italia, Europa e America ha i suoi momenti culminanti e in date precise celebra i suoi riti, che sono la Biennale di Venezia, poi ArtBasel, la Fiera che apre ogni anno, a giugno in Svizzera e a dicembre a Miami Beach e Hong Kong, il cui valore dal punto di vista del mercato e della ricerca artistica è indiscutibile; vi è poi l’antica Fiera di Colonia, punto di riferimento dei collezionisti di tutto il mondo, e sempre in Germania la quinquennale Documenta che ha avuto luogo quest’anno nella città di Kassel; a Londra a Regent’s Park dal 5 all’8 ottobre apre la spettacolare Frieze Art Fair e a Parigi al Gran Palais la 44esima edizione di FIAC, con oltre 190 gallerie di 26 nazioni, e tornando in Italia come non nominare la Fiera di Bologna di gennaio e la futuristica Artissima di Torino, nata nel 94, centrata sull’Arte Povera, dove le gallerie provengono da 31 paesi di tutto il mondo. Le Fiere, molte delle quali sono ad autunno, rappresentano, ovviamente non tutte, un’irrinunciabile testimonianza di quanto si muove nel sistema dell’arte. Lo si è visto dal 13 al 16 ottobre ad ArtVerona, che, sia pur in di-

mensioni ridotte, da prodotto di mercato ha saputo evolversi in prodotto di cultura, con una nuova direzione artistica, in partnership con l’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea e il MAXXI, Museo nazionale del XXI secolo a Roma. In 2 padiglioni e 5 sezioni espositive, con 140 gallerie, quelle di lungo corso e le recenti dai nuovi avveniristici linguaggi, la Fiera ha declinato il tema base del Viaggio in Italia, (ispirato a Goethe) che si prestava a molteplici interpretazioni; come ad esempio quella di capire la posizione dell’Italia nel panorama artistico europeo, di scoprire dove le gallerie aprono all’estero o poi ritornano in patria, o di riconoscere la formazione dell’artista, che sfugge ai canoni di un tempo. I giovani – cui ArtVerona ha dato visibilità in otto spazi indipendenti, non promossi da gallerie – infatti sempre più spesso sentono l’esigenza di essere soggetti attivi: se da un lato nel mondo dell’arte abbiamo un mercato fermo, fra depressione e tristezza, dall’altro una incredibile energia propositiva e una progettualità in fermento serpeggia in molti di loro che si uniscono in gruppi e fra contaminazioni di linguaggi giocano con suoni e oggetti della tecnologia, fondono competenze diverse, cercano spazi indipendenti no profit per uscire dalla catena commerciale, scoprono luoghi archeologici dimenticati.

Fotografia Al Canvetto Luganese

l’esperienza brasiliana di Sabrina Maniscalco

Vedere, ma anche essere visti. (artverona.it)

Eliana Bernasconi

Storie di vita quotidiana

Ad ArtVerona si poteva visitare La Rotonda, area degli ex magazzini generali di archeologia industriale veronese abbandonata, ora in riqualificazione su progetto di Botta, documentata dalla proiezione di fotografie di Basilico. Attualissimo il tema del collezionismo che la Fiera ha trattato, citando come massimo esempio Panza di Biumo, da patrimonio di generazioni di grandi famiglie nobiliari di un tempo, al mondo di oggi dove i collezionisti privati sentono l’esigenza di riunirsi in associazioni. La chiave di successo, è stato detto, è per loro storicizzarsi, capire e amare l’artista, mai inseguire la quotazione, poiché l’approccio peggiore in arte è fare speculazioni. Poi ancora si è tornati alla funzione del vero gallerista: chiaramente, come nella vita, esisterà sempre l’antinomia fra valore artistico e denaro, un cordone ombelicale impossibile da tagliare. A tal proposito abbiamo pensato a quanto succede a Lugano, dove in recenti anni, tranne eccezioni come la Buchmann Galerie, la De Primi Fine Art, la Dabbeni o poche altre, si è assistito all’apertura di innumerevoli gallerie slegate dal territorio. È invece importante il lavoro culturale delle gallerie storiche, che negli anni ha permesso di valorizzare e lanciare gli artisti, e proprio per questo fa tanto più male la decisione della Galleria La Colomba, da cui sono passati i migliori artisti ticinesi, di chiudere.

Giovanni Medolago Appena trentenne, Sabrina Maniscalco da Solduno può già vantare un’invidiabile bagaglio di esperienze, maturate in ambiti e zone del mondo diverse. Dopo il Master in Cinematografia conseguito all’Uni di Losanna, comincia a lavorare su diversi set. Sbarca una prima volta in Brasile, a Belo Horizonte, per collaborare alla realizzazione di un documentario su una locale squadra di calcio. Si innamora, felicemente ricambiata, del regista del documentario, il quale la porta con sé alla ricerca di location interessanti per il suo nuovo lavoro. È così che insieme scoprono la città di Unaì e lo Stato di Minas Geris, nel nord ovest brasiliano. Entrambi sono affascinati da persone e paesaggio e decidono di stabilirsi in quella località, sperduta sì ma ambiente ideale dove accudire i loro sette cani, una vera mandria di mucche, cavalli, oche, conigli e altre bestiole. La curiosità e la voglia di viaggiare per scoprire e conoscere, spingono Sabrina in Senegal, dove realizza un progetto fotografico su scuole e biblioteche che nel 2016 sfocerà in una «personale» a Ginevra e nella pubblicazione di un libro: Dans tes yeux, con il sostegno della prestigiosa Fondazione Sandoz. Nella primavera di quest’anno, infine, Sabrina è per qualche mese a Madrid, dove si perfeziona in fotografia documentaristica. Ai confini di Minas è il titolo che ha voluto dare alla mostra attualmente aperta al Canvetto Luganese. «Mi interessa la quotidianità delle perso-

ne – confessa la fotografa – descrivere le cose semplici della loro vita. Prima però ascolto le loro storie, cerco di entrare in empatia con i miei soggetti prima di riprenderli». La maggior parte della gente, in questo importante centro di produzione agraria, si dedica all’agricoltura e all’allevamento di bestiame. Persone semplici, umili, molto religiose (numerosi i Crocifissi e gli altarini nei suoi scatti) e tuttora legate ai valori tradizionali del sertão brasileiro, appassionati di tauromachia. «Vivo ai confini del mondo (una fattoria a 250 km dalla capitale Brasilia e a 40 da Unaì, n.d.r.) dove però ritrovo tutto il mondo! Il mio è un viaggio in un Brasile sperduto, poco conosciuto e senza tempo, apparentemente impassibile al contesto globale che lo circonda, come la grave crisi politica e sociale che affligge attualmente questo grande e meraviglioso Paese». Ha scritto Katja Snozzi: «Col suo modo di lavorare, Sabrina ci mostra da una parte la documentaristica, dall’altra una grande empatia e quindi una fotografia sentimentale. Ha un occhio eccellente per i piccoli dettagli e gli spazi intimi. Lavora e illumina contesti in cui luci, ombre e oscurità rendono tecnicamente interessanti e coraggiosi i suoi scatti. È la sua semplicità che colpisce». Dove e quando

Ai confini di Minas. Sabrina Maniscalco. Lugano, Canvetto Luganese. Fino al 5 nov. 2017. canvetto@f-diamante.ch

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Cultura e Spettacoli

Un film che non si accontenta delle apparenze

Cinema Con Quando ero Cloclo a Stefano Knuchel è riuscito un convincente e divertente lungometraggio

sulla vita anticonformista della sua famiglia

Fabio Fumagalli ***(*) Quando ero Cloclo, di Stefano Knuchel, con S.K., Nives Knuchel Vacchini, Peter Knuchel, Stefano Knuchel, Antonella Knuchel, Francesco Knuchel, Fabio Knuchel, Roberto Knuchel, Fausto Vacchini (Svizzera 2017)

«La vita consiste nel risolvere un ricordo». Non è facile, nemmeno in cinema; ma ci riesce Stefano Knuchel, al suo terzo lungometraggio, dopo Nocaut (2004) e Hugo en Afrique, presentato alla Mostra di Venezia nel 2009. Dopo, soprattutto, mezzo secolo di una vita per niente banale. A partire da Locarno durante i creativi e turbolenti Anni Sessanta, una crescita nomade per l’Europa con un’intera famiglia in continua migrazione. Al seguito di un padre fantasioso imprenditore, costretto a fughe notturne non appena sulle sue iniziative girasse il vento, fino alle conseguenze più estreme. Senza mai frequentare le scuole dell’obbligo, ma studiando musica, recitazione e ballo; e diplomandosi infine, nel 1987 al Conservatorio di Friburgo, con uno dei grandi del jazz europeo, l’arrangiatore Francy Boland. Seguirà allora, dal 1988, la sua presenza quale autore e conduttore di programmi sperimentali presso la Televisione Svizzera; il che non gli impedirà di continuare a com-

porre musica per il teatro, sigle televisive e brani pop e jazz. Ora, il titolo del film, Quando ero Cloco, richiama la devozione del protagonista e di sua madre per Claude François. Un’identificazione che lo spinse da sempre a imitarlo, addirittura a reincarnarlo in esibizioni pubbliche. Fino a inserire ora nella pellicola, all’interno della dirompente colonna sonora di composizioni firmate Knuchel, un brano che lo spettatore distratto considererà composto e interpretato dallo scomparso cantante francese. Ma il film, lo avrete compreso dalle premesse, è lungi dall’accontentarsi di questo genere di omaggio simpatico. A somiglianza dell’esistenza del proprio autore, accumula piuttosto una profusione di esperienze ed emozioni: per ricavarne un’impressione di estrema libertà espressiva che non abbandona mai lo spettatore. Certo, ad imitazione della vicenda narrata, il rischio è quello del troppo pieno, della ripetitività e dell’amplificazione: ma la felicità e la fluidità dell’abbandono creativo finiscono sempre per avere la meglio. L’artista è sensibile e fragile, mentre gli accadimenti esistenziali narrati sono costantemente ai confini di una fiaba gargantuesca? Poco importa. «Ci si costruisce molto di più sulla fragilità che con la forza»: e Knuchel non lo dice soltanto a parole. Tra la scomparsa

La locandina del film di Knuchel.

del padre e la sua tardiva ricomparsa si concede totalmente, invitando a perdersi nel suo film: «era essenziale per me mettermi a nudo, essere me stesso fino in fondo, strutturare il film così com’è strutturato il mio carattere, da truffatore della realtà». Quando ero Cloclo è un film libero e ardito. A esatta somiglianza delle vicissitudini narrate, dei contrasti affrontati a viso aperto con le loro tragicomiche contraddizioni, rappresenta una sfida ammirevole all’interno di un cinema come quello della Svizzera Italiana. Talvolta valido, ma spesso come timoroso di esporsi oltre il lecito rassicurante. Avere intuito l’energia dirompente e l’originalità poetica che si nascondono dietro quelle che Knuchel definisce fughe dalla realtà è anche merito di chi, come la produttrice Silvana Bezzola, ha creduto in un progetto dalla non evidente unicità. Un progetto che, come dice l’autore: «voleva essere soprattutto un gesto verso il pubblico. Un gesto artistico non è per forza una cosa fantastica o geniale. La sua natura sta innanzi tutto nella capacità di sacrificarsi per gli altri. Mi sembra che oggi la gente si metta sempre di più «a nudo» sui social, esponendo la propria vita. Però non osa analizzarla, non osa metterne in evidenza i punti deboli e critici anzi, fa di tutto per nasconderli». Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

shopping Un allevamento rispettoso

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Giovanni Lazzari, addetto all’allevamento, foraggia di castagne secche i maiali nostrani. (Giovanni Barberis)

Sono animali felici. Grufolano, riposano e scodinzolano approfittando dell’ampio spazio a loro disposizione. All’ora dei pasti, tre volte al giorno, i maiali dell’allevamento della Fattoria del Faggio si vivacizzano trovando il loro posto alla mangiatoia. La calma, di nuovo, s’impossessa della stalla di Giubiasco che ospita circa 700 animali su una superficie complessiva di 2000 metri quadrati, suddivisi in 48 settori. La lettiera è composta da uno spesso strato di truciolato che regolarmente viene lavorato per evitare la formazione di sostanze maleodoranti e, infatti,

l’aria che si respira nel porcile è decisamente naturale, anche grazie alle grandi finestre e al cupolone che garantiscono una perfetta aerazione. In 6-8 mesi la lettiera si trasforma in prezioso composto che può essere utilizzato come fertilizzante organico, mentre nel porcile arriva materiale nuovo da una segheria ticinese per garantire freschezza alla stabulazione. «Questo sistema è l’unico del suo genere in Svizzera e permette ai suini di trovare delle condizioni di vita che vogliono essere quanto più possibile simili a quelle naturali», racconta Enrico Rezzonico,

titolare dell’azienda assieme al figlio Christophe. «I maialetti impiegano circa 18 settimane per raggiungere il peso di 115-120 Kg. L’alimentazione è rigorosamente di origine vegetale, chiaramente senza OGM (organismi geneticamente modificati), e composta esclusivamente da foraggi coltivati in Ticino e sottoprodotti della lavorazione alimentare, come crusca, riso o pane». Il mangime viene miscelato con acqua e poi distribuito ai maiali secondo le loro esigenze, mentre nell’ultimo mese d’ingrasso ricevono anche un piccolo dessert, le castagne secche. È infatti da circa

un anno che questo tipico frutto autunnale viene inserito con regolarità nella dieta dei suini nostrani, come conferma Giovanni, operaio che si occupa della cura del bestiame: «Esatto, ogni giorno distribuiamo manualmente circa 200250 grammi di castagne secche per animale». Sono ghiotti di castagne i maiali di Giubiasco che, in seguito, prenderanno la via del macello di Cresciano e della Salumeria del Pin a complemento di una produzione regionale che i consumatori potranno trovare sugli scaffali di Migros nella linea Nostrani del Ticino. / Elia Stampanoni

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Idee e acquisti per la settimana

Cavoletti di Bruxelles: sostegno agli agricoltori svizzeri I cavoletti di Bruxelles non sono apprezzati solo dai buongustai per il loro sapore intenso, ma anche per le loro proprietà benefiche, infatti sono ricchi di sali minerali, vitamine e antiossidanti protettori. L’ortaggio tuttavia attrae anche le mosche bianche, che quest’anno hanno intaccato in maniera considerevole le coltivazioni svizzere, lasciando sulle foglie esterne una melata zuccherina che ha causato delle piccole macchie nere sui cavoletti. In normali condizioni, questi cavoletti non finirebbero sugli scaffali dei negozi. Ciononostante, siccome il fenomeno si è presentato in modo marcato in tutta la Svizzera, Migros ha deciso di sostenere gli agricoltori svizzeri nello smaltire la produzione mettendo in vendita dei cavoletti di Bruxelles macchiati. La qualità del prodotto resta invariata e la gran parte dei piccoli punti neri sparisce semplicemente lavando la verdura. Al bisogno, è anche possibile eliminare le foglioline esterne.

Un’irresistibile ricetta autunnale

Se siete a corto di idee, ecco un piatto unico da leccarsi i baffi: Gratin di cavoletti di Bruxelles e castagne. Per 4 persone servono 600 g di cavoletti di Bruxelles, 250 g di castagne con la buccia, 4 uova, 4 dl di latte, 100 g di formaggio, ad esempio Emmentaler, sale e pepe. Mondate i cavoletti e cuoceteli al dente in abbondante acqua salata per ca. 10 minuti. Scolateli, passateli sotto l’acqua fredda e fateli sgocciolare bene. Con un coltello affilato, praticate un’incisione a croce sulla buccia delle castagne. Immergetele in acqua bollente e lasciatele cuocere per 5 minuti. Scolatele e immergetele in acqua fredda. Pelatele e distribuitele in una pirofila con i cavoletti. Scaldate il forno a 200°C. Sbattete le uova con il latte e condite con sale e pepe. Versate la miscela sui cavoletti e le castagne. Grattugiatevi il formaggio e gratinate al centro del forno per ca. 20 minuti. Servite il gratin con un’insalata di carote o un’insalata a foglie.

Bimbi in pasticceria Evento Il 2 e 3 novembre, al Centro

S. Antonino, i bambini dai 6 ai 14 anni potranno preparare i biscotti di Natale

Un Natale senza biscotti? Impensabile per tutti i golosi. E allora perché non immergersi subito nei profumi, nei sapori e nell’inconfondibile atmosfera della festa più attesa dell’anno? Lo potranno fare i bambini dai 6 ai 14 anni, da giovedì 2 a venerdì 3 novembre, al Centro S. Antonino. Per l’occasione verrà allestito un vero e proprio laboratorio di pasticceria, dove personale

qualificato seguirà i pasticceri in erba nella preparazione di deliziosi biscottini realizzati con le ottime paste pronte della Jowa. L’evento è aperto a tutti e per partecipare basta presentarsi e annunciarsi direttamente allo stand presente nella Mall del centro commerciale, tra le 9.30 e 11.30 e tra le 14.00 e le 18.00. Vi aspettiamo numerosi!


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Idee e acquisti per la settimana

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2° PREMIO: ELICOTTERO DA CARICO (mod. 42052 – Valore CHF 130.–)

3° PREMIO: VOLVO EW (mod. 42053 – Valore CHF 100.–) Nome/Cognome Via/n° NPA/Località

email

Imbuca questo tagliando nell’apposita urna presso la Mall del Centro S. Antonino entro il 12.11.2017. Condizioni di partecipazione: nessun obbligo d’acquisto, la partecipazione è riservata a maggiorenni, sono esclusi ricorsi a vie legali, non è prevista alcuna corrispondenza. Il vincitore sarà avvisato per iscritto entro il 16.11.2017. I collaboratori di Migros Ticino sono esclusi dalla partecipazione. Il premio non può essere corrisposto in contanti.

LEGO in mostra

Attualità Dal 28 ottobre all’11 novembre al Centro S. Antonino potrete ammirare un modello di grosse dimensioni

realizzato interamente con i mitici mattoncini nonché partecipare ad un grande concorso!

Fondata nel 1932 in Danimarca, l’azienda LEGO è una delle principali fabbricanti di giocattoli al mondo. Il nome deriva dall’abbreviazione di due parole danesi «leg godt», che insieme significano «giocare bene». I mattoncini LEGO, come li conosciamo ancora oggi, sono

stati lanciati nel 1958 con lo scopo di favorire lo sviluppo del bambino attraverso un apprendimento ludico e un’esperienza di gioco creativa. Anche se nel corso degli anni essi hanno subito uno sviluppo enorme, il principio che sta alla base del gioco è rimasto quello tradizio-

nale. Il suo sistema unico permette delle possibilità di costruzione praticamente infinite dando libero sfogo alla fantasia e all’immaginazione. Un esempio delle incredibili combinazioni offerte dal mondo LEGO è quello che potrete ammirare al Centro S. Antonino, da sa-

Novità: la formaggella cremosa bio ticinese

bato 28 ottobre a sabato 11 novembre. Nella Mall del centro commerciale verrà infatti esposta una grandiosa gru di 4,6 x 3,8 x 2,5 metri realizzata interamente con i mattoncini LEGO. Ma non finisce qui: in concomitanza si potrà partecipare al grande concorso con in palio ambi-

tissimi premi firmati LEGO TECHNIC. Per partecipare è sufficiente rispondere alla domanda posta sul tagliando a lato, completarlo con i propri dati e imbucarlo nell’apposita urna presente al Centro S. Antonino a partire da sabato 28 ottobre. Buona fortuna!

Cucina naturale per la salute

Formaggella ticinese bio 100 g Fr. 2.90 In vendita nelle filiali Migros con banco del formaggio

Cremosa, morbida e dal sapore delicato, la formaggella bio è prodotta con latte vaccino proveniente da allevamento biologico. Gli animali sono curati nel rispetto della specie, possono uscire e pascolare liberamente all’aperto. Il foraggio è composto da fieno, erba e mais coltivati senza l’uso di pesticidi

e concimi minerali. Il latte fresco viene trasformato nel tradizionale formaggio con attenzione e competenza dalla LATI di S. Antonino. Prima di essere commercializzata, la formaggella viene lasciata a maturare per almeno tre settimane in apposite celle a temperatura e umidità costanti.

La nota scrittrice ticinese Chiara Pelossi (nella foto), autrice di quattro romanzi di successo, è anche una seguitissima food blogger. Sul suo blog www.cavoliamerenda.ch propone infatti gustosissime e convenienti ricette realizzate con prodotti dell’assortimento Migros. In modo particolare il blog si occupa di alimentazione per chi ha problemi di salute o soffre di allergie o intolleranze alimentari. Le ricette, di facile e veloce realizzazione, sono ideali per tutta la famiglia senza dover rinunciare al

gusto, spaziando dai sughi per la pasta fino alla pasticceria, dai classici rivisitati fino alle tendenze culinarie del momento. Chiara Pelossi ogni settimana realizza tre ricette differenti postandole sul sito, per poi essere successivamente condivise anche su Facebook. «Essendo io stessa allergica a molti cibi e disordinata, col passare del tempo il blog è diventato il mio libro di cucina online. Così non perdo più foglietti in giro per la cucina…», afferma la simpatica blogger.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Idee e acquisti per la settimana

Farmer

Farmer Soft Mela 9 pezzi Fr. 4.50

Lo snack autunnale

Azione 20X Punti Cumulus di sconto sui Farmer Soft Choc Castagne fino al 30 ottobre

Farmer Soft Choc Limited Edition Castagne 6 pezzi Fr. 4.60

Farmer Junior Fragola-Mela 6 pezzi Fr. 3.80

Migros amplia il suo assortimento di barrette ai cereali con un’edizione limitata, specialmente indicata per la stagione in corso, della barretta Farmer. Un piacere nocciolato e cioccolatoso ricco di castagne. Ecco alcune notizie su questo frutto dell’autunno

Le castagne sono il frutto mangereccio del castagno. Sono racchiuse in un riccio ricoperto di aculei. Il castagno non è da confondere con l’ippocastano, che cresce anche da noi, i cui frutti, le cosiddette castagne d’India, tuttavia non sono commestibili.

Tipico delle castagne è il loro delicato sapore nocciolato. Questi frutti senza glutine sono sazianti e forniscono carboidrati, vitamine, proteine e sali minerali. Ciononostante contengono solamente 170 calorie per 100 grammi.

Farmer Soft Latte 6 pezzi Fr. 3.60

Farmer Crunchy Miele 12 pezzi Fr. 4.40

Farmer Soft More & Mela 9 pezzi Fr. 4.40

Aha! Farmer Crunchy Corn Flakes 6 pezzi Fr. 3.60

L’edizione limitata Soft Choc Castagne e il già affermato Farmer Soft Mela sono gli snack ideali per l’autunno.

In Ticino e Grigioni fino alla metà del 20esimo secolo le castagne erano considerate un alimento essenziale. Un tempo erano conosciute anche come pane dei poveri. In inverno molte famiglie dipendevano da questi frutti e per conservarli meglio venivano trasformati in farina.

Sono ideali per preparare sia piatti dolci come torte, dessert e confetture, sia salati, per esempio come contorno nei piatti di selvaggina insieme a cavolo rosso. Le castagne si possono cuocere al forno oppure bollite nell’acqua. Si possono sbucciare più facilmente se prima della cottura viene praticato un taglio sulla buccia. Farmer Plus Cranberry-Protein 6 pezzi Fr. 4.90


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Idee e acquisti per la settimana

Farmer

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Le castagne sono il frutto mangereccio del castagno. Sono racchiuse in un riccio ricoperto di aculei. Il castagno non è da confondere con l’ippocastano, che cresce anche da noi, i cui frutti, le cosiddette castagne d’India, tuttavia non sono commestibili.

Tipico delle castagne è il loro delicato sapore nocciolato. Questi frutti senza glutine sono sazianti e forniscono carboidrati, vitamine, proteine e sali minerali. Ciononostante contengono solamente 170 calorie per 100 grammi.

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Sono ideali per preparare sia piatti dolci come torte, dessert e confetture, sia salati, per esempio come contorno nei piatti di selvaggina insieme a cavolo rosso. Le castagne si possono cuocere al forno oppure bollite nell’acqua. Si possono sbucciare più facilmente se prima della cottura viene praticato un taglio sulla buccia. Farmer Plus Cranberry-Protein 6 pezzi Fr. 4.90


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Idee e acquisti per la settimana

Raffreddore

«Salute!»

Gola infiammata? Mucose irritate? Come profilassi o come trattamento dei malanni da raffreddamento, le pastiglie, gli oli e gli spray di Sanactiv possono essere un buon rimedio

Tosse e gola che gratta? Le pastiglie da succhiare al muschio islandese sono ideali per la cura quotidiana di tosse e raucedine. Sanactiv pastiglie contro la tosse al muschio islandese 40 pezzi Fr. 5.90

Ma di gola e raucedine? Lo spray con menta e salvia lenisce le mucose di gola e faringe. Sanactiv spray per la bocca e la gola 30 ml Fr. 7.90

«iMpuls» consiglio

Raffreddati in ufficio?

Mucose nasali secche? Provate lo spray naturale trattante con olio di sesamo. Calma in modo efficace il prurito causato da secchezza e l’irritazione delle mucose nasali. Sanactiv olio spray trattante per il naso 10 ml Fr. 6.90

Naso chiuso? Basta uno spruzzo per sciacquare e liberare il naso. Questo lavaggio contiene acqua di mare, che inumidisce le mucose nasali. Il beccuccio blu chiaro è adatto anche per i bambini.

Malgrado un raffreddore o un’influenza molti vanno comunque in ufficio. Quando i sintomi sono leggeri non ci sono particolari problemi, quando tuttavia è bene restare a casa? Lo spiega un esperto su: www.migros-impuls.ch

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iMpuls è la nuova iniziativa della Migros in favore della salute.


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Tutti i coltelli da cucina e le forbici Cucina & Tavola e Victorinox a partire da 2 pezzi, 50% di riduzione, offerta valida fino al 6.11.2017

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Consiglio

Salmone dell’Atlantico affumicato ASC in conf. speciale d’allevamento, Norvegia, 300 g

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9.40 invece di 18.80

Filetto di maiale al naturale TerraSuisse per 100 g

Prosciutto crudo di Parma Ferrarini Italia, in conf. da 2 x 90 g / 180 g

VIAGGIO CULINARIO IN ASIA Per noi che viviamo nell’entroterra, i gamberetti hanno sempre un che di speciale. Allora non perdiamo l’occasione di fare un viaggio culinario in Asia con un’insalata di pasta di riso ai gamberetti. Trovate la ricetta su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla vostra Migros.

40%

3.40 invece di 5.70 Gamberetti tail-on ASC cotti d’allevamento, Vietnam, per 100 g

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30%

6.90 invece di 9.90 Minipic in conf. da 3 Svizzera, 3 x 90 g

25%

9.40 invece di 12.60 Nuggets di tacchino prodotti in Svizzera con carne di tacchino dal Brasile, in conf. da 2 x 250 g / 500 g

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2.50 invece di 3.35 Arrosto di spalla di manzo TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 24.10 AL 30.10.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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3.40 invece di 5.– Filetto dorsale di salmone Norvegia, per 100 g, offerta valida fino al 28.10 nei principali supermercati

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2.70 invece di 3.90 Prosciutto speziato M-Classic in conf. speciale Svizzera, per 100 g

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5.20 invece di 7.50 Fettine di fesa di vitello TerraSuisse Svizzera, imballate, per 100 g

40%

3.35 invece di 5.60 Filetti d’agnello Nuova Zelanda, imballati, per 100 g

15%

2.80 invece di 3.30 Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g

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1.45 invece di 2.45 Affettato di vitello M-Classic Svizzera, affettato in vaschetta, per 100 g


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13.10 invece di 19.–

1.95 invece di 3.90

Provolone Valpadana DOP in self-service, al kg

conf. da 2

20% Snack Anna’s Best Asia in conf. da 2 per es. spring rolls vegetariani, 2 x 210 g, 6.80 invece di 8.60

50%

2.70 invece di 5.40 Quadrucci alla carne Mamma Gaia in conf. da 500 g

Ananas Costa Rica, il pezzo

40%

1.95 invece di 3.40 Uva mista senza semi Italia, in conf. da 500 g

conf. da 2

25%

1.80 invece di 2.40 Formaggella Blenio «Ra Crénga dra Vâll da Brégn» prodotta in Ticino, in self-service, per 100 g

conf. da 2

25% Pizza Anna’s Best in conf. da 2 per es. Margherita, 2 x 410 g, 9.40 invece di 12.60

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 24.10 AL 30.10.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20%

3.90 invece di 4.90 Emmentaler e Le Gruyère grattugiati in conf. da 2 2 x 120 g

20% Tutti gli yogurt bio (yogurt di latte di pecora esclusi), per es. alla fragola, 180 g, –.60 invece di –.75

30%

4.80 invece di 6.90 Clementine Spagna, rete da 2 kg

–.90

di riduzione

4.50 invece di 5.40 Uova svizzere, da allevamento all’aperto 9 x 53 g+

40%

5.20 invece di 9.40 Finocchi bio Svizzera/Italia, imballati, al kg

25%

5.10 invece di 6.80 Zucca a cubetti Francia, imballata, al kg

Hit

2.90

Pomodoro datterino Italia, in conf. da 250 g

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1.10 invece di 2.– Carote Svizzera, busta da 1 kg


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I nostri superprezzi. conf. da 12

Consiglio

20% Tutti i panettoni e i pandori San Antonio per es. pandoro, 800 g, 9.20 invece di 11.50

SAPORI IN ARMONIA I leckerli sono una sinfonia di sapori, con note di noci, miele e scorza d’arancia e di limone candita. Aromi che si sposano perfettamente con l’arancia sanguigna, ad esempio in una crema d’arance sanguigne con croccantino di leckerli. Trovate la ricetta su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla vostra Migros.

Hit

12.30

Leckerli finissimi 1,5 kg

20% Tutti i prodotti di pasticceria ai vermicelles per es. tortine, 2 pezzi, 2 x 120 g, 4.30 invece di 5.40

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Cervelas TerraSuisse in conf. da 5 5 x 2 pezzi, 1 kg

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Raccard Tradition in blocco maxi per 100 g

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di riduzione Tutto l’assortimento Pain Création per es. pane rustico, 400 g, 3.30 invece di 3.80

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MegaStar in conf. speciale mandorla, vaniglia e cappuccino, per es. mandorla, 12 x 120 ml, 9.– invece di 18.–

a partire da 3 pezzi

20%

20%

Tutte le tavolette di cioccolato di marca Frey da 100 g, UTZ (M-Classic, Suprême, Eimalzin e confezioni multiple escluse), a partire da 3 pezzi, 20% di riduzione

55% Tutto l’assortimento Mifloc per es. purea di patate, 4 x 95 g, 2.– invece di 4.55

a partire da 2 pezzi

55%

Tutta la pasta M-Classic a partire da 2 pezzi, 55% di riduzione

Tutti i gelati in coppette monoporzioni e in bustine morbide per es. Ice Coffee, 165 ml, 1.40 invece di 1.80

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Tutte le bibite non refrigerate Biotta, bio, 50 cl per es. succo di mirtilli rossi, 4.80

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Tutti i tipi di frutta secca, noci e zucchero grezzo Fairtrade, per es. zucchero di canna grezzo, grosso, 1 kg, 1.65 invece di 2.10 20%

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Contrex in conf. da 6, 6 x 1,5 l, a partire da 2 pezzi 40% Tutti i tipi di tè Tetley, per es. English Breakfast, 25 bustine, 2.05 invece di 2.95 30%

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Tutto l’assortimento Wasa, per es. al sesamo, 200 g, 1.35 invece di 1.70 20% *

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Vanish Oxi Action Pink o Gold, in polvere, in conf. speciale, 1,5 kg, per es. pink, 14.20 invece di 21.30 33% **

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Tutto l’assortimento pH balance (confezioni multiple escluse), a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

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Pannocchiette Condy Fairtrade, 190 g e 130 g, per es. 190 g, 2.05 invece di 2.60 20%

Pane e latticini

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Idee e acquisti per la settimana

pH Balance

Ci vuole un po’ di acidità I prodotti del marchio pH Balance assicurano una cura delicata della pelle. Il motivo per cui la cute ha bisogno di un mantello protettivo e quale valore di pH è ottimale ce lo spiega Sigrid Schneider, sviluppatrice dei prodotti alla Mibelle AG Testo Heidi Bacchilega; Foto Paolo Dutto

pH Balance Olio trattante per pelli molto secche 200 ml* Fr. 6.50

pH Balance Gel doccia 250 ml Fr. 3.20

pH Balance Crema per il viso 75 ml* Fr. 5.90

Sigrid Schneider è sviluppatrice di prodotti alla Mibelle, l’azienda della Migros che produce anche prodotti per la cura del corpo e del viso.

Signora Schneider, a cosa devono fare attenzione le persone con una pelle delicata?

Dovrebbero usare possibilmente prodotti per pulire e idratare la pelle con principi attivi leggeri e tollerabili. I prodotti con un valore di pH troppo alto compromettono la neutralità naturale della pelle. Cosa significa?

I prodotti con un pH neutro ottimale, compreso tra 4,1 e 5,8, contengono un valore di pH leggermente acido e così stabilizzano il mantello acido protettivo della cute. Perché la nostra pelle ha bisogno di un mantello acido?

La pelle è esposta a influssi esterni, quali l’inquinamento e le oscillazioni di temperatura. I prodotti con un pH della pelle neutro contribuiscono

a difenderci dagli influssi ambientali e dai microorganismi nocivi. In questo modo la cute viene protetta da infezioni, irritazioni, allergie e disidratazione. Ci si può misurare da soli il valore di pH?

Sì. In farmacia sono disponibili delle strisce per testare il valore di pH. Come fa il pH a influenzare la nostra pelle?

Lavaggi troppo frequenti possono fare aumentare il pH e mutare la sua basicità. Se la pelle è sana, il valore scende di nuovo ai livelli normali in poco tempo. Può aiutare un trattamento accurato con prodotti di qualità. Come si può accertare la tollerabilità dei prodotti?

Facciamo analizzare i nostri prodotti all’Inselspital di Berna. I dermatologi

testano la loro tollerabilità su persone che sono sotto trattamento per problemi cutanei di diverso tipo. Qual è la differenza tra le linee rossa e blu dei prodotti pH Balance?

La linea blu si rivolge a persone con una pelle secca e delicata. I prodotti con il coperchio rosso, invece, sono per le pelli molto secche. Questi ultimi contengono l’urea, una sostanza attiva che riequilibra l’eccessiva perdita di umidità.

pH Balance Crema per le mani per pelli molto secche 100 ml* Fr. 5.80

*Nelle maggiori filiali

Qual è il Suo consiglio per la cura della pelle?

Durante l’estate curo la mia pelle secca con la leggera lozione per il corpo pH Balance, mentre d’inverno con il ricco olio trattante. In generale vale questa regola: evitare di lavarsi o fare il bagno con acqua troppo calda! Ciò comporta la perdita dei fattori d’idratazione naturali e asciuga la pelle.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i prodotti per la cura della pelle di pH Balance.


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Idee e acquisti per la settimana

Da sapere

Bianco o bruno?

Zucchero greggio o zucchero di canna? Lo zucchero greggio (o grezzo) non è altro che un sinonimo per designare lo zucchero di canna. La canna da zucchero è una pianta dal sapore dolce che può raggiungere i sette metri d’altezza. È di origine polinesiana. I primi cristalli di zucchero furono prodotti oltre 2000 anni fa in India.

Zucchero di canna

Per una migliore esistenza Il commercio equo garantisce un futuro ai coltivatori di canna da zucchero sull’isola Mauritius. La Migros è partner di questo progetto Testo Michael West

Preferire lo zucchero bianco o quello bruno è una questione di gusti. A livello di sostanze nutritive le due varianti sono praticamente identiche. Gli amanti dello zucchero bruno ne apprezzano il delicato sapore di malto. Lo zucchero bianco, invece, si conserva ancora più a lungo.

Zucchero di canna zollette Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 2.15* invece di 2.70

La canna da zucchero è di gran lunga la prima materia prima da cui si estrae lo zucchero. Copre infatti il 75% del fabbisogno mondiale. Le piantagioni più estese si trovano in Brasile, India, Cina e Stati Uniti. Gli europei consumano soprattutto zucchero estratto dalle locali barbabietole da zucchero.

2

La trasformazione della canna da zucchero si svolge negli zuccherifici, dove rulli e lamine triturano la canna e ne spremono il succo dalle fibre. Durante la raffinazione finale la melassa viene decolorata. Ciò avviene tramite ripetute diluizioni, filtraggi, cristallizzazioni e centrifugazioni. In linea di massima, più sono le fasi di raffinazione, più lo zucchero si schiarisce.

Zucchero di canna semolato Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 1.75* invece di 2.20

3

Per secoli in Europa lo zucchero fu un bene di lusso. Chi non se lo poteva permettere dolcificava con miele o succhi di frutta bollita. Alla fine del 18° secolo lo scienziato tedesco Franz Carl Achard (1753–1821) scoprì come ottenere zucchero dalle barbabietole e nel 1802 aprì la prima fabbrica di zucchero di barbabietola al mondo in Bassa Slesia, nell’odierna Polonia. Da allora lo zucchero è diventato accessibile a tutti.

Zucchero di canna grosso Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 1.65* invece di 2.10

4

1 Dall’anno scorso tutto lo zucchero di canna proveniente da Mauritius e Paraguay venduto alla Migros è contrassegnato dal marchio Fairtrade Max Havelaar. Il commercio equo recita un ruolo fondamentale specialmente per la piccola isola a Est del Madagascar: nel 2009 la UE siglava gli accordi commerciali bilaterali con il Gruppo degli stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) del quale Mauritius fa parte; subito dopo i prezzi dello zucchero dell’isola crollarono e migliaia di piccoli coltivatori rischiarono il fallimento. Fairtrade offrì una via d’uscita dalla crisi con un nuovo modello economico: furono certificate le prime cooperative mauriziane. Oggi sull’isola ci sono 36 cooperative Fairtrade e i piccoli con-

tadini non sono più indifesi davanti ai diktat dei mercati internazionali. Per il loro zucchero ricevono, oltre al prezzo d’acquisto, un premio che viene impiegato per progetti sociali sul posto, ma anche per comprare macchine per la raccolta e organizzare corsi di formazione. Questi ultimi insegnano metodi di coltivazione rispettosi dell’ambiente, che prevedono la rinuncia a determinati pesticidi ed evitano l’erosione del suolo. Grazie a Fairtrade i piccoli coltivatori sono anche più uniti. Per esempio, negoziano assieme con i fornitori di sementi, ottenendo così condizioni migliori. Di questo modello vincente di commercio equo ci parla Devesh Dukhira, capo dell’organizzazione mantello dei produttori di zucchero mauriziani.

Signor Dukhira, cosa significa per la Sua organizzazione la collaborazione con Migros?

In quanto acquirente di zucchero di canna la Migros fornisce un contributo importante alla trasformazione radicale della coltivazione di zucchero mauriziana. Su un totale di 14 000 piccoli piantatori, 5000 sono già organizzati in cooperative e integrati nel sistema del commercio equo. Quali progetti sociali ha già reso possibile Fairtrade finora?

Per esempio sono state costruite scuole per i bambini disabili. Un tipo di struttura che prima mancava. Grazie a Fairtrade, inoltre, le donne dei villaggi hanno potuto comprare delle macchine da cucire e adesso producono vestiti,

1 I campi di canna da zucchero sono molto estesi sull’Isola di Mauritius. Le piantagioni sono un settore economico molto importante. 2 Gli steli alti fino a due metri vengono tagliati radenti al suolo. 3 Molti lavori vengono ancora svolti a mano. 4 Con i premi Fairtrade si comprano anche le macchine agricole.

biancheria da letto e tende, garantendosi delle entrate supplementari. Come si svilupperà la produzione di zucchero a Mauritius?

Ci saranno ancora più cooperative Fairtrade. Lo Stato dà il suo contributo assumendosi i costi della certificazione. Anche le piantagioni convenzionali si stanno orientando verso il modello dei coltivatori Fairtrade e lavorano perfino con metodi ecologici.

*Azione 20% di sconto su determinati prodotti con il marchio Fairtrade Max Havelaar dal 24 al 30 ottobre

Si sentono ancora le conseguenze della crisi dello zucchero del 2009?

Rimangono profondamente incise nella memoria, ma rappresentano anche un nuovo e riuscito inizio per l’industria dello zucchero mauriziana, che ha una storia di 400 anni.

Devesh Dukhira è il CEO del sindacato dello zucchero di Mauritius.

Fairtrade Max Havelaar contrassegna prodotti provenienti da coltivazione sostenibile e commercio equo. Parte di


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Da sapere

Bianco o bruno?

Zucchero greggio o zucchero di canna? Lo zucchero greggio (o grezzo) non è altro che un sinonimo per designare lo zucchero di canna. La canna da zucchero è una pianta dal sapore dolce che può raggiungere i sette metri d’altezza. È di origine polinesiana. I primi cristalli di zucchero furono prodotti oltre 2000 anni fa in India.

Zucchero di canna

Per una migliore esistenza Il commercio equo garantisce un futuro ai coltivatori di canna da zucchero sull’isola Mauritius. La Migros è partner di questo progetto Testo Michael West

Preferire lo zucchero bianco o quello bruno è una questione di gusti. A livello di sostanze nutritive le due varianti sono praticamente identiche. Gli amanti dello zucchero bruno ne apprezzano il delicato sapore di malto. Lo zucchero bianco, invece, si conserva ancora più a lungo.

Zucchero di canna zollette Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 2.15* invece di 2.70

La canna da zucchero è di gran lunga la prima materia prima da cui si estrae lo zucchero. Copre infatti il 75% del fabbisogno mondiale. Le piantagioni più estese si trovano in Brasile, India, Cina e Stati Uniti. Gli europei consumano soprattutto zucchero estratto dalle locali barbabietole da zucchero.

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La trasformazione della canna da zucchero si svolge negli zuccherifici, dove rulli e lamine triturano la canna e ne spremono il succo dalle fibre. Durante la raffinazione finale la melassa viene decolorata. Ciò avviene tramite ripetute diluizioni, filtraggi, cristallizzazioni e centrifugazioni. In linea di massima, più sono le fasi di raffinazione, più lo zucchero si schiarisce.

Zucchero di canna semolato Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 1.75* invece di 2.20

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Per secoli in Europa lo zucchero fu un bene di lusso. Chi non se lo poteva permettere dolcificava con miele o succhi di frutta bollita. Alla fine del 18° secolo lo scienziato tedesco Franz Carl Achard (1753–1821) scoprì come ottenere zucchero dalle barbabietole e nel 1802 aprì la prima fabbrica di zucchero di barbabietola al mondo in Bassa Slesia, nell’odierna Polonia. Da allora lo zucchero è diventato accessibile a tutti.

Zucchero di canna grosso Fairtrade Max Havelaar 1 kg Fr. 1.65* invece di 2.10

4

1 Dall’anno scorso tutto lo zucchero di canna proveniente da Mauritius e Paraguay venduto alla Migros è contrassegnato dal marchio Fairtrade Max Havelaar. Il commercio equo recita un ruolo fondamentale specialmente per la piccola isola a Est del Madagascar: nel 2009 la UE siglava gli accordi commerciali bilaterali con il Gruppo degli stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) del quale Mauritius fa parte; subito dopo i prezzi dello zucchero dell’isola crollarono e migliaia di piccoli coltivatori rischiarono il fallimento. Fairtrade offrì una via d’uscita dalla crisi con un nuovo modello economico: furono certificate le prime cooperative mauriziane. Oggi sull’isola ci sono 36 cooperative Fairtrade e i piccoli con-

tadini non sono più indifesi davanti ai diktat dei mercati internazionali. Per il loro zucchero ricevono, oltre al prezzo d’acquisto, un premio che viene impiegato per progetti sociali sul posto, ma anche per comprare macchine per la raccolta e organizzare corsi di formazione. Questi ultimi insegnano metodi di coltivazione rispettosi dell’ambiente, che prevedono la rinuncia a determinati pesticidi ed evitano l’erosione del suolo. Grazie a Fairtrade i piccoli coltivatori sono anche più uniti. Per esempio, negoziano assieme con i fornitori di sementi, ottenendo così condizioni migliori. Di questo modello vincente di commercio equo ci parla Devesh Dukhira, capo dell’organizzazione mantello dei produttori di zucchero mauriziani.

Signor Dukhira, cosa significa per la Sua organizzazione la collaborazione con Migros?

In quanto acquirente di zucchero di canna la Migros fornisce un contributo importante alla trasformazione radicale della coltivazione di zucchero mauriziana. Su un totale di 14 000 piccoli piantatori, 5000 sono già organizzati in cooperative e integrati nel sistema del commercio equo. Quali progetti sociali ha già reso possibile Fairtrade finora?

Per esempio sono state costruite scuole per i bambini disabili. Un tipo di struttura che prima mancava. Grazie a Fairtrade, inoltre, le donne dei villaggi hanno potuto comprare delle macchine da cucire e adesso producono vestiti,

1 I campi di canna da zucchero sono molto estesi sull’Isola di Mauritius. Le piantagioni sono un settore economico molto importante. 2 Gli steli alti fino a due metri vengono tagliati radenti al suolo. 3 Molti lavori vengono ancora svolti a mano. 4 Con i premi Fairtrade si comprano anche le macchine agricole.

biancheria da letto e tende, garantendosi delle entrate supplementari. Come si svilupperà la produzione di zucchero a Mauritius?

Ci saranno ancora più cooperative Fairtrade. Lo Stato dà il suo contributo assumendosi i costi della certificazione. Anche le piantagioni convenzionali si stanno orientando verso il modello dei coltivatori Fairtrade e lavorano perfino con metodi ecologici.

*Azione 20% di sconto su determinati prodotti con il marchio Fairtrade Max Havelaar dal 24 al 30 ottobre

Si sentono ancora le conseguenze della crisi dello zucchero del 2009?

Rimangono profondamente incise nella memoria, ma rappresentano anche un nuovo e riuscito inizio per l’industria dello zucchero mauriziana, che ha una storia di 400 anni.

Devesh Dukhira è il CEO del sindacato dello zucchero di Mauritius.

Fairtrade Max Havelaar contrassegna prodotti provenienti da coltivazione sostenibile e commercio equo. Parte di


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 ottobre 2017 • N. 43

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Idee e acquisti per la settimana

Alnatura

Sapori colorati da spalmare Con le creme da spalmare vegetariane di Alnatura i foodblogger Limonrimon e Foodwerk hanno creato due diversi tipi di stuzzichini da aperitivo, semplici e veloci da preparare: assaggiateli anche voi Testo Heidi Bacchilega; Foto Christine Benz

Fate anche voi come i foodblogger. Iscrivetevi su www.alnatura. ch/scopritori (alnatura.ch/ entdecker) e con un po’ di fortuna potrete ricevere uno dei 1000 pacchetti di prova. Usatelo per inventare un pranzo e postate le foto su Instagram (#alnaturaentdecker). I particolari e altre ricette dai blog li trovate all’indirizzo www.alnatura.ch

www.limonrimon.ch Naomi Meran (46 anni) di Zurigo è foodblogger, fotografa e mamma.

Vegetariana

www.foodwerk.ch Caro e Tobi Thaler (38 anni) di Lucerna collaborano nella redazione di un blog gastronomico.

Vegetariana

Pane speziato a forma di corona di rose Ingredienti 290 ml latte 20g di lievito fresco 60g margarina Alnatura 500g farina di spelta, chiara 1 1/2 cucchiaino di sale 180g crema da spalmare Alnatura Paprika-Cashew e alle erbe aromatiche Gartenkräuter 1 mazzetto di erbe aromatiche del giardino 1 spicchio d’aglio tritato 1 cucchiaio di olio di oliva

Stuzzichini esotici al forno Ingredienti 1 pasta sfoglia spianata 2 cucchiai da cucina di crema da spalmare Alnatura al Curry Mango, Toscana e Aubergine Un po’ di formaggio da pizza 1/2 Halloumi (formaggio di Cipro di mucca, capra e pecora) 1 cucchiaio da cucina di sesamo e di anacardi

Preparazione 1. Scaldare il latte, scioglierci dentro margarina e lievito. Aggiungere farina e sale. Stendere su una teglia e lasciare lievitare per circa 30 minuti.

Preparazione 1. Stendere la pasta sfoglia su una lastra da forno e ritagliarne dei cerchietti con una forma.

2. Dimensionare la pasta in un quadrato di circa 35 cm di lato. Dividerlo a metà. Coprirne una parte spalmandoci sopra la crema Paprika e Noci. Per l’altra parte usare la crema Gartenkräuter. Spolverarci sopra le erbe aromatiche fresche. Arrotolare la pasta nel senso della lunghezza e tagliare poi pezzi da 3-4 cm. Disporle alternativamente fino a creare un cerchio su una teglia rotonda ricoperta di carta da forno. Lasciare riposare ancora per 20 minuti. Preriscaldare il forno a 180° e cuocere pane a forma di corona di rose per 22-25 minuti con la ventilazione.

2. Spalmare un terzo dei cerchietti con la crema Curry Mango e appoggiarci sopra un pezzetto di Halloumi. 3. Spalmare un altro terzo dei cerchietti con la crema Toscana e decorare con un po’ di formaggio da pizza. 4. Sul terzo rimanente dei cerchietti di pasta spargere prima un po’ di sesamo, poi la crema alle melanzane Aubergine. Decorare con le noci di cashew. Subito dopo la preparazione. mettere in forno e cuocere finché la pasta diventa dorata.

3. Mescolare lo spicchio d’aglio tritato con l’olio. Aggiungere 2 cucchiai di erbe aromatiche fresche, mescolare e spennellare con questo composto il pane ancora caldo.

al nat ura.ch

Alnatura è il marchio bio per uno stile di vita responsabile al passo con i tempi. Sono utilizzati solo ingredienti di alta qualità e davvero indispensabili. Parte di

Alnatura Crema da spalmare Toscana 180 g Fr. 2.30

Alnatura Crema da spalmare Aubergine 180 g Fr. 2.30

Alnatura Crema da spalmare Paprika Cashew 180 g* Fr. 2.20

Alnatura Margarina 250 g* Fr. 2.90 *Nelle maggiori filiali

L’impegno Migros a favore della sostenibilità è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Preparazione 1. Scaldare il latte, scioglierci dentro margarina e lievito. Aggiungere farina e sale. Stendere su una teglia e lasciare lievitare per circa 30 minuti.

Preparazione 1. Stendere la pasta sfoglia su una lastra da forno e ritagliarne dei cerchietti con una forma.

2. Dimensionare la pasta in un quadrato di circa 35 cm di lato. Dividerlo a metà. Coprirne una parte spalmandoci sopra la crema Paprika e Noci. Per l’altra parte usare la crema Gartenkräuter. Spolverarci sopra le erbe aromatiche fresche. Arrotolare la pasta nel senso della lunghezza e tagliare poi pezzi da 3-4 cm. Disporle alternativamente fino a creare un cerchio su una teglia rotonda ricoperta di carta da forno. Lasciare riposare ancora per 20 minuti. Preriscaldare il forno a 180° e cuocere pane a forma di corona di rose per 22-25 minuti con la ventilazione.

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Azione 43 del 23 ottobre 2017  

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