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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 27 febbraio 2017

Azione 09 -67 ping M shop ne 37-46 / 60 i alle pag

Società e Territorio Essere sempre connessi ci rende meno efficienti, meglio praticare un po’ di digiuno digitale

Ambiente e Benessere Tutta la famiglia sugli sci a Bosco Gurin: il prossimo 12 marzo torna il Famigros Day, giornata di divertimento sulla neve

Politica e Economia Si fa molto concreto il progetto di rilancio di un esercito tedesco

Cultura e Spettacoli Esce ora anche in italiano per i tipi di Keller l’ultimo libro dell’autore elvetico Urs Widmer

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di Marco Horat pagina 31

Christoph Gerigk © Franck Goddio / Hilti Foundation

Osiride nella città sommersa



La scissione, vecchio riflesso di Peter Schiesser Era venuto per rottamare la vecchia dirigenza del Partito Democratico, sarà forse ricordato come il leader sotto la cui dirigenza si è sgretolato il partito, quell’esperienza di soggetto politico di centrosinistra nata nell’ottobre del 2007 con ambizioni di riformare l’Italia. Era un esperimento politico, già un po’ tardivo, sorto sulla scia di quella «terza via» tracciata da Bill Clinton, Gerhard Schröder, Tony Blair, che tentarono di far convivere liberalismo economico e visione progressista della società. In realtà, il Pd, nato dalla fusione dell’Ulivo con la Margherita, di un centro-sinistra con un centro, non ha sposato fino in fondo questa «terza via» e l’Italia è rimasta un paese refrattario alle riforme. Matteo Renzi ne ha fatto le spese, e non hanno certo aiutato il suo stile di conduzione autoritario, la sua spregiudicatezza, i suoi errori politici (in particolare, l’aver legato la sua permanenza alla presidenza del governo al risultato del referendum sulla riforma del Senato). Ora che Bersani, D’Alema ed altri hanno annunciato di voler lasciare il partito per formarne un altro, muore di fatto il progetto di un fronte che abbracci le forze che si consi-

derano progressiste e il più moderato ceto medio, con il rischio di consegnare l’Italia a populisti incompetenti, come se ne trovano alla corte di Grillo e attorno all’icona della nuova destra Matteo Salvini. Questa ineluttabile amputazione del Pd sconcerta. Molti commentatori e politici italiani leggono nella fuoriuscita dell’ala sinistra del partito un calcolo elettorale: con il ritorno ad un sistema di elezione proporzionale, i vari Bersani e D’Alema potranno contare su una loro personale, per quanto piccola base di potere, dunque meglio qualche poltrona per sé che un progetto per il paese. Ma è anche l’antico riflesso della sinistra, quel meglio pochi e puri che tanti e con idee diverse. Con le conseguenze di sempre: un paese che lentamente si consegna alle forze conservatrici, o peggio a forze disgregatrici. È una responsabilità che i secessionisti del Pd, ma anche Matteo Renzi, devono assumersi, è una decisione che peserà sul futuro dell’Italia. Le nubi nere che si addensano sull’orizzonte politico non sono ciò di cui ha davvero bisogno l’Italia, tuttora incapace di uscire dalle difficoltà economiche inaspritesi con la crisi mondiale del 2008. La Commissione europea ha di nuovo ammonito l’Italia per il superamento dei limiti posti all’indebitamento pubblico, Unione europea e

Fondo monetario internazionale sono preoccupati per l’Italia quanto per la Grecia, i debiti accumulati dal sistema bancario italiano sono un’ipoteca preoccupante, si fanno sentire l’assenza di riforme liberalizzatrici di un sistema economico ancora molto corporativo e i crescenti squilibri nel mondo del lavoro, con i giovani che restano nel limbo del precariato: un insieme di problemi strutturali (cui potremmo aggiungere il peso e l’iniquità del sistema fiscale e altro ancora) che mettono l’Italia in uno stato precario. Anzi, lo rendono ancora più drammatico, come indicano le statistiche sui redditi e sul patrimonio degli italiani. Dal 1989 al 2015 il reddito medio netto degli impiegati è sceso da 20 a 17mila euro. Due terzi dei giovani sotto i 34 anni vivono ancora con i genitori, per necessità. Sempre più spesso, genitori e nonni devono aiutare finanziariamente figli e nipoti, ai quali il salario, anche quando c’è, non basta. Di conseguenza, dalla metà degli anni Duemila i patrimoni e i capitali risparmiati sono in calo in tutte le categorie di età (un interessante reportage in proposito sulla NZZ , 11.2.2017). L’Italia non ha bisogno di derive politiche, eppure succede di nuovo. Come ha detto Prodi, fra le patologie umane c’è anche il suicidio.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Società e Territorio Ticino 2020 La riforma che dovrà rivedere i rapporti tra Cantone e Comuni è un progetto ambizioso e non privo di rischi

La prima infanzia in Svizzera Un’adeguata accoglienza e formazione dei bambini di età prescolare è fondamentale: intervista a Dieter Schürch, membro della Commissione svizzera per l’Unesco

Archeologia industriale La storia dell’ex cava Antonini di Cresciano, una ditta che fornì il granito per la costruzione di Palazzo federale pagina 5

La grande riforma

Amministrazione cantonaleEntra nel vivo il cantiere della riforma «Ticino 2020, per un Cantone

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al passo con i tempi». Un progetto ambizioso per rivedere i rapporti tra Cantone e Comuni

Fabio Dozio Guardando alla storia del Ticino bisogna prendere atto che questo non è un paese di riforme. L’organizzazione istituzionale non è stata modificata nel corso dell’ultimo secolo. A parte qualche piccola correzione nella definizione dei dipartimenti che stanno al vertice dell’Amministrazione cantonale e poco o niente a livello comunale. Unico evento recente, la riduzione del numero dei Comuni. «La riforma del comune ticinese, per quanto riguarda l’ampiezza delle giurisdizioni, è impresa di grande lena: essa richiede uno studio profondo delle varie situazioni e potrà essere attuata solo attraverso una profonda opera di persuasione e in seguito a decisioni, prese d’autorità, dai poteri cantonali». Lo scriveva, nel 1937 (sic!) Antonio Galli, studioso acuto e versatile e, fra l’altro, consigliere di Stato dal 1926 al 1935. Nel 1803, alla nascita del Cantone, i Comuni erano 268. Nel 2000, duecento anni dopo, pochi di meno, 245. Con la nascita della nuova Bellinzona, ad aprile saranno 118. La riduzione del numero dei Comuni, già d’attualità nel 1937, è stata affrontata in questi ultimissimi anni. Tempi lunghi, non c’è che dire. E non è ancora finita. Il Piano cantonale delle aggregazioni, proposto dal Governo, prevede che il numero dei Comuni ticinesi si riduca a 23. Ma si sono già innalzate voci critiche e decisamente contrarie. «Si oppongono, alla fusione dei comuni, lo spirito particolarista ancora molto diffuso tra le nostre popolazioni, le piccole rivalità tra villaggio e villaggio, un falso amor proprio locale, e, in alcuni casi, anche, divergenze di opinioni politiche, preoccupazioni personali o di famiglia e contrasti di interessi». Lucidissima osservazione: recente? No, è ancora Antonio Galli, nelle sue Notizie sul Canton Ticino, testo che risale a ottanta anni fa. Diminuire il numero dei Comuni è un obiettivo, ma la vera riforma con

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Digiuno digitale Tempi moderniIn media guardiamo

lo smartphone 150 volte al giorno, ma il multitasking ci rende meno efficienti e porta a un esaurimento delle funzioni cerebrali Stefania Prandi Nell’epoca dell’iperconnessione continua è utile provare a dedicare qualche ora al giorno – se non un’intera giornata, magari nel weekend – al digiuno digitale: staccare completamente da qualsiasi dispositivo, per migliorare la concentrazione e la memoria. Gli avvisi dei messaggi, dei like, delle foto, che compaiono in continuazione sul cellulare, il fatto che non siamo mai certi di quando arriverà la prossima notifica, «premio» attivatore della dopamina, creano una vera e propria dipendenza, spiega Tristan Harris, filosofo, ex consulente di Google. Dopo avere lavorato per anni nella Silicon Valley, culla dei social network, Harris ha espresso critiche pesanti sul modo in cui ci facciamo influenzare dai nostri smartphone ed è diventato leader del movimento Time Well Spent (Il tempo speso bene) che mette in guardia dal tecnostress e dalla dipendenza inconsapevole chiedendo ai designer che lavorano per le app e i social network di non pensare soltanto al profitto, ma anche al bene delle persone. Per dare l’idea dell’impatto in termini di tempo sulla nostra vita, basta pensare che interrompendo un’attività per una notifica di Facebook ci vogliono 25 minuti circa per riuscire a concentrarci di nuovo. Per riuscire a ridurre il tempo «sprecato» ci sono vari trucchi, indicati da Harris sul sito www.timewellspent.io: lasciare il cellulare fuori dalla stanza da letto la sera oppure lontano dalla vista mentre si cena o si è impegnati in altre attività; usare applicazioni che riducano le notifiche e velocizzino la scrittura; preferire i messaggi audio a quelli da digitare. Un libro appena pubblicato in inglese, intitolato La mente distratta (The distracted mind), racconta che il multitasking elettronico ci rende meno efficienti e porta a un esaurimento delle funzioni cerebrali perché i nostri cervelli non sono pronti per queste continue sollecitazioni. I due autori, Adam

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Gazzaley, professore al dipartimento di Neurologia, Fisiologia e Psichiatria all’Università della California (San Francisco) e Larry D. Rosen, professore emerito di Psicologia alla California State University Dominguez Hills, dimostrano, attraverso ricerche ed esempi, che il continuo passaggio da un’attività all’altra compromette la nostra capacità di concentrazione. Alla stessa conclusione sono arrivati Earl Miller, ricercatore al Mit di Boston, esperto in studi sul decision-making e sull’attenzione e il neuroscienziato Daniel J. Levitin, professore alla McGill University. I neuroscienziati sembrano avere particolarmente a cuore il «risparmio» di tempo. Così è stato possibile parlare con il professor Gazzaley soltanto dopo vari scambi di email con la segretaria che ha dato disponibilità inderogabile per l’intervista con «Azione» per un solo giorno nell’arco di due settimane, all’una di notte svizzera (quattro del pomeriggio californiane). Il professore è arrivato al telefono trafelato, con un quarto d’ora di ritardo, e dopo essersi versato del tè ha risposto alle domande in sette minuti. Ha spiegato che per riuscire a dare il meglio è necessario imparare a controllare le continue sollecitazioni dei vari dispositivi high tech. «Il primo passo per avere un giusto atteggiamento è diventare consapevoli della forza e dei limiti del nostro cervello. Spesso siamo molto bravi a crearci degli obiettivi importanti, ma non siamo sempre altrettanto capaci di portarli a termine perché ci facciamo distrarre in continuazione, con conseguenze negative sul risultato finale. Questo avviene anche con azioni apparentemente semplici, come rispondere a un messaggio mentre guidiamo, oppure controllare Facebook mentre lavoriamo». Il secondo passo è ridurre al minimo, nel nostro ambiente di lavoro o di studio, tutto quello che ci impedisce di concentrarci. «Poi dobbiamo decidere quando vogliamo essere multitasking e quando no, dicendo espressamente alle persoSede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Se la nostra mente è continuamente distratta da messaggi e avvisi le conseguenze saranno solo negative (Marka)

ne che ci cercano con le email oppure su WhatsApp o Messenger che in quel momento non possiamo rispondere. Possiamo trovare un metodo, magari avvisandole in anticipo. Da ricordare che non è un male in sé fare più cose contemporaneamente, il problema è soltanto che così non riusciamo davvero a dare il massimo». Infatti, a livello evolutivo il nostro cervello non è in grado di dedicarsi a più cose insieme nello stesso momento, ma passa molto velocemente da un’attività all’altra, causando una perdita di livello in tutta l’esecuzione, dal piano cognitivo a quello emozionale, alla nostra capacità di prendere decisioni, al processo di apprendimento. Anche la memoria risente del multitasking:

ricordiamo nozioni e avvenimenti perché filtriamo, anche a livello inconscio, le informazioni irrilevanti da dimenticare. Se invece ci mettiamo a esaminare tutte le informazioni irrilevanti, veniamo continuamente distratti, creando delle interferenze, con esiti negativi: le rappresentazioni nel cervello si degradano e non riusciamo ad ottenere una performance di alto livello. La situazione si complica per i nativi digitali (i nati dopo il 1996) e i mobile-born, cioè i bambini di oggi, che prima di imparare a camminare sanno già muovere le dita su tablet e smartphone, esposti dall’infanzia a continue sollecitazioni e senza memoria di come si viveva e pensava nel mondo analogico di pochi decenni fa. Secondo Gazzalye,

«come società dobbiamo sforzarci di pensare che in famiglia e a scuola bisogna riuscire a trovare nuovi strumenti e metodi per fornire ai bambini e ai ragazzi la possibilità di proteggersi da quest’esposizione senza precedenti alle informazioni, mettendoli in guardia dal rapido ciclo della ricompensa dei social network. Un modo può essere insegnare a sentirsi a proprio agio nello svolgere una sola azione per un certo arco di tempo, mettendo tutta l’attenzione e l’impegno possibile, osservando che i risultati sono diversi da quando invece ci si concentra soltanto per pochi istanti e si passa subito a qualcos’altro. I ragazzi esercitano già questa capacità quando giocano con i videogiochi, ad esempio».

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cui si sta confrontando Bellinzona è un’altra: si tratta di «Ticino 2020, per un Cantone al passo con i tempi» una ridefinizione dei rapporti tra Cantone e Comuni. La necessità di una correzione parte da lontano: dalla constatazione che il mondo è cambiato e che, in qualche modo, le istituzioni vanno adattate. La Confederazione, per esempio, ha adottato «la più grande riforma istituzionale della sua storia», come annota il Consiglio di Stato, ovvero, la Nuova perequazione finanziaria e dei compiti tra Confederazione e Cantoni (NPC) entrata in vigore nel 2008. Quindi il nostro Cantone non può essere da meno e deve darsi una mossa. La strada delle riforme per migliorare le relazioni fra Cantone e Comuni è però irta di ostacoli e di insuccessi. Un primo atto risale al 1998, con gruppi di lavoro che analizzano l’offerta pubblica, valutando 149 compiti, ma «il tentativo di passare a una fase operativa non porta a risultati apprezzabili». Poi c’è «Amministrazione 2000», che non raggiunge tutti gli obiettivi prefissati. Un terzo tentativo, nel 2004: il Dipartimento delle finanze presenta un documento interno dal titolo «Offerta pubblica, proposte di correzione del come e del cosa», ma il Governo non l’approva. Nel 2005 si sottoscrive una dichiarazione d’intenti per l’avvio del progetto: «Cantone e Comuni: flussi e competenze», con l’obiettivo di verificare se «fra le cause di un forte aumento della spesa netta di Cantone e Comuni c’era anche la mancanza di un rapporto diretto tra chi decide e chi assume la spesa». Si mettono a fuoco alcuni temi sensibili: scuole comunali, case anziani, servizi di assistenza e cure a domicilio e l’organizzazione di sportelli sociali regionali. Il progetto, che prometteva bene, si schianta contro il Preventivo 2007, con le misure che incidono negativamente sui Comuni, e quindi non viene approvato. Passano ancora alcuni anni finché nel 2010 c’è l’ennesimo tentativo: una «Piattaforma di dialogo Cantone Comuni», guidata dal professor Angelo

Il costo complessivo della riforma «Ticino 2020» è stimato a più di 12 milioni. (CdT - Fiorenzo Maffi)

Rossi, che permette di varare due messaggi governativi con proposte pratiche in materia scolastica, nell’ambito del settore degli anziani e dell’assistenza e cura a domicilio: in questo ambito spunta il concetto «chi paga decide». Eccoci quindi a un paio di anni fa quando il Governo definisce gli obiettivi per avviare un nuovo progetto di riforma che prevede di intervenire su cinque assi: le aggregazioni comunali, la riforma dei compiti, la revisione dei flussi finanziari, la riforma del sistema di perequazione, la riorganizzazione dell’Amministrazione cantonale e dell’assetto comunale. Sarà la volta buona? «Alla base di tutto c’è il federalismo, – ci dice Elio Genazzi, responsabile della riforma e capo della Sezione enti locali – è un sistema eccezionale, ma occorre rinfrescarlo e mantenerlo vivo, adattandolo alla società. Al centro della riforma ci

deve essere il cittadino. Tutti devono essere sensibilizzati su questo punto cruciale. È il cittadino e non il Cantone o il Comune che deve poter contare su un sistema istituzionale performante». Il progetto è ambizioso e per raggiungere gli obiettivi il Dipartimento delle Istituzioni mette in piedi un dispositivo eccezionale. Un comitato strategico, composto da due consiglieri di Stato e due rappresentanti dei Comuni, un comitato guida con dieci persone, un gruppo operativo composto da 9 membri, poi sette gruppi di lavoro per complessive 28 persone e infine 7 tecnici di supporto. 58 persone, una task force che dovrà smontare il crogiuolo di connessioni che legano il Cantone ai Comuni per ridisegnare razionalmente una nuova mappa delle relazioni e delle competenze. Il costo complessivo dell’operazione è stimato in 12,8 milioni di franchi, di cui 9,6

Meno Comuni è meglio: intervista a Elio Genazzi La prossima primavera ci sarà la seconda consultazione sul «Piano delle aggregazioni comunali» che dovrebbe poi portare il Gran Consiglio ad approvare il progetto. Elio Genazzi, capo della Sezione enti locali e del progetto «Ticino 2020», in che misura il numero dei Comuni condizionerà la Riforma 2020?

Il numero dei comuni che uscirà dal PCA costituirà certo un elemento di riferimento importante per il progetto Ticino 2020. Dalla dimensione dei comuni si potrà misurare la capacità per l’ente locale di gestire i compiti che gli verranno attribuiti. Ridurre il numero degli enti locali significa poter disporre di comuni territorialmente più ampi e demograficamente più popolosi, ma soprattutto maggiormente in grado di svolgere efficacemente determinati compiti, tenuto conto delle mutate esigenze della società. Se fino agli anni 70-80 il comune piccolo poteva essere sinonimo di autonomia ed indipendenza, oggi non lo è più. Mobilità e abitudini dei cittadini sono mutate al

punto di impedire ai comuni troppo piccoli di poter idealmente far fronte, come avveniva in passato, ai vari compiti di prossimità. La frammentazione eccessiva dei comuni ha peraltro determinato nel tempo un processo di centralizzazione dei compiti verso il Cantone, che ha di fatto privato gli enti locali della possibilità di occuparsi in prima fila dei compiti locali. In tal senso il PCA costituisce un importante elemento di riferimento del progetto Ticino 2020.

Mi può fare un esempio pratico di un aspetto del rapporto fra Cantone e Comuni che deve essere corretto?

Quale primo esempio le posso portare quello degli anziani, la cui politica complessiva comporta per Cantone e Comuni una spesa pubblica dell’ordine dei 170 milioni di franchi all’anno. Si tratta di un ambito la cui attuale legislazione attribuisce al Cantone buona parte delle competenze decisionali, per poi chiamare i Comuni al finanziamento dell’80% degli oneri

(ca.136 milioni di franchi). Si tratta di un esempio che stride fortemente con il principio del «chi comanda paga». La mancata responsabilizzazione dei Comuni impedisce loro di influenzare la spesa, causando un diffuso malessere. Un secondo esempio è quello dell’Assistenza sociale, le cui competenze decisionali sono interamente nelle mani del Cantone, pur caricando il 25% dell’onere sui Comuni. Gli stessi Comuni sono inoltre tenuti per legge a coadiuvare il Cantone nella raccolta dei dati dei richiedenti, ma senza in realtà poter incidere sulle relative decisioni.

È sicuro che minor centralizzazione e più autonomia comunale migliori la gestione della cosa pubblica?

Il concetto di centralizzazione è antitetico a quello di autonomia, sinonimo di decentralizzazione. Si tratta di nozioni di fondamentale importanza nell’interpretazione del nostro sistema federalista, che traggono lo spunto dall’articolo 5a della Costituzione federale, secondo cui «nell’assegna-

zione e nell’adempimento dei compiti statali va osservato il principio della sussidiarietà». Di principio si allude al fatto che l’esecuzione dei compiti deve, per quanto possibile, concretizzarsi vicino ai cittadini affinché essi possano meglio influenzare il processo politico. In altre parole significa che un compito deve preferibilmente essere svolto nel contesto locale e che siano trasferiti al livello cantonale unicamente quei compiti che eccedono le capacità dei Comuni e a livello federale quelli che eccedono le capacità dei Cantoni. Quando il decentramento si giustifica comporta d’altronde dei vantaggi importanti poiché permette di adattare ed ottimizzare meglio l’offerta dei servizi alle esigenze locali e alla loro efficacia produttiva. Le ragioni che hanno spinto ad avviare «Ticino 2020» sono state dettate dalla necessità di ridare autonomia al Comune ticinese in quei settori in cui essa è stata disattesa, con la dichiarata volontà di migliorare l’attuale gestione della cosa pubblica.

assunti dal Cantone (3,2 milioni sotto forma di credito quadro ed altri 6,4 milioni già compresi nei costi ordinari del personale) e 3,2 milioni sostenuti dai Comuni. Uno degli obiettivi della riforma è risparmiare. Un dato evidente, considerata la situazione finanziaria del Cantone. Il concetto guida deve essere «chi decide paga», o, se si preferisce, «chi paga decide». Nel dibattito parlamentare che ha dato via libera al progetto è emersa più volte l’esigenza di restituire ai Comuni margini di autonomia rendendo concreto il principio di sussidiarietà. Bisogna capire chi fa che cosa ed evitare che ci siano inutili doppioni. Si metteranno sotto la lente sei settori: l’educazione, i trasporti pubblici, la previdenza sociale, l’aiuto agli anziani, la promozione e la protezione delle famiglie e la salute pubblica. La ridefinizione dei compiti dovrebbe ridare ai Comuni maggiore autonomia, perché negli ultimi decenni il Cantone ha centralizzato. «Esigenze sociali sempre più complesse – si legge nel documento 2020 – e il moltiplicarsi delle leggi hanno aggrovigliato i rapporti fra i due livelli istituzionali, determinando una perdita di efficacia e di efficienza delle politiche pubbliche». La riforma 2020 non è priva di rischi. Come abbiamo visto, nel corso degli ultimi venti anni ci sono stati diversi tentativi falliti. L’intento dei riformatori è di recuperare tutto il buono dei progetti precedenti, ma bisognerà avere la migliore disponibilità da parte di tutti gli attori per ottenere risultati positivi. Sarà necessario poter contare su un clima politico disteso tra Cantone e Comuni, ci dovrà essere condivisione e partecipazione da parte di tutti. Ma uno dei punti cruciali è dato dal numero dei Comuni con cui bisognerà fare i conti. Se sono più di cento, come oggi, ci saranno cento interlocutori da convincere e motivare, se saranno 23 (utopia?) le relazioni si semplificano. «Ticino 2020» è quindi indissolubilmente legato al Piano delle aggregazioni comunali: meno Comuni ci saranno, più facile sarà compiere la Grande Riforma.


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Società e Territorio Ticino 2020 La riforma che dovrà rivedere i rapporti tra Cantone e Comuni è un progetto ambizioso e non privo di rischi

La prima infanzia in Svizzera Un’adeguata accoglienza e formazione dei bambini di età prescolare è fondamentale: intervista a Dieter Schürch, membro della Commissione svizzera per l’Unesco

Archeologia industriale La storia dell’ex cava Antonini di Cresciano, una ditta che fornì il granito per la costruzione di Palazzo federale pagina 5

La grande riforma

Amministrazione cantonaleEntra nel vivo il cantiere della riforma «Ticino 2020, per un Cantone

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al passo con i tempi». Un progetto ambizioso per rivedere i rapporti tra Cantone e Comuni

Fabio Dozio Guardando alla storia del Ticino bisogna prendere atto che questo non è un paese di riforme. L’organizzazione istituzionale non è stata modificata nel corso dell’ultimo secolo. A parte qualche piccola correzione nella definizione dei dipartimenti che stanno al vertice dell’Amministrazione cantonale e poco o niente a livello comunale. Unico evento recente, la riduzione del numero dei Comuni. «La riforma del comune ticinese, per quanto riguarda l’ampiezza delle giurisdizioni, è impresa di grande lena: essa richiede uno studio profondo delle varie situazioni e potrà essere attuata solo attraverso una profonda opera di persuasione e in seguito a decisioni, prese d’autorità, dai poteri cantonali». Lo scriveva, nel 1937 (sic!) Antonio Galli, studioso acuto e versatile e, fra l’altro, consigliere di Stato dal 1926 al 1935. Nel 1803, alla nascita del Cantone, i Comuni erano 268. Nel 2000, duecento anni dopo, pochi di meno, 245. Con la nascita della nuova Bellinzona, ad aprile saranno 118. La riduzione del numero dei Comuni, già d’attualità nel 1937, è stata affrontata in questi ultimissimi anni. Tempi lunghi, non c’è che dire. E non è ancora finita. Il Piano cantonale delle aggregazioni, proposto dal Governo, prevede che il numero dei Comuni ticinesi si riduca a 23. Ma si sono già innalzate voci critiche e decisamente contrarie. «Si oppongono, alla fusione dei comuni, lo spirito particolarista ancora molto diffuso tra le nostre popolazioni, le piccole rivalità tra villaggio e villaggio, un falso amor proprio locale, e, in alcuni casi, anche, divergenze di opinioni politiche, preoccupazioni personali o di famiglia e contrasti di interessi». Lucidissima osservazione: recente? No, è ancora Antonio Galli, nelle sue Notizie sul Canton Ticino, testo che risale a ottanta anni fa. Diminuire il numero dei Comuni è un obiettivo, ma la vera riforma con

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lo smartphone 150 volte al giorno, ma il multitasking ci rende meno efficienti e porta a un esaurimento delle funzioni cerebrali Stefania Prandi Nell’epoca dell’iperconnessione continua è utile provare a dedicare qualche ora al giorno – se non un’intera giornata, magari nel weekend – al digiuno digitale: staccare completamente da qualsiasi dispositivo, per migliorare la concentrazione e la memoria. Gli avvisi dei messaggi, dei like, delle foto, che compaiono in continuazione sul cellulare, il fatto che non siamo mai certi di quando arriverà la prossima notifica, «premio» attivatore della dopamina, creano una vera e propria dipendenza, spiega Tristan Harris, filosofo, ex consulente di Google. Dopo avere lavorato per anni nella Silicon Valley, culla dei social network, Harris ha espresso critiche pesanti sul modo in cui ci facciamo influenzare dai nostri smartphone ed è diventato leader del movimento Time Well Spent (Il tempo speso bene) che mette in guardia dal tecnostress e dalla dipendenza inconsapevole chiedendo ai designer che lavorano per le app e i social network di non pensare soltanto al profitto, ma anche al bene delle persone. Per dare l’idea dell’impatto in termini di tempo sulla nostra vita, basta pensare che interrompendo un’attività per una notifica di Facebook ci vogliono 25 minuti circa per riuscire a concentrarci di nuovo. Per riuscire a ridurre il tempo «sprecato» ci sono vari trucchi, indicati da Harris sul sito www.timewellspent.io: lasciare il cellulare fuori dalla stanza da letto la sera oppure lontano dalla vista mentre si cena o si è impegnati in altre attività; usare applicazioni che riducano le notifiche e velocizzino la scrittura; preferire i messaggi audio a quelli da digitare. Un libro appena pubblicato in inglese, intitolato La mente distratta (The distracted mind), racconta che il multitasking elettronico ci rende meno efficienti e porta a un esaurimento delle funzioni cerebrali perché i nostri cervelli non sono pronti per queste continue sollecitazioni. I due autori, Adam

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Gazzaley, professore al dipartimento di Neurologia, Fisiologia e Psichiatria all’Università della California (San Francisco) e Larry D. Rosen, professore emerito di Psicologia alla California State University Dominguez Hills, dimostrano, attraverso ricerche ed esempi, che il continuo passaggio da un’attività all’altra compromette la nostra capacità di concentrazione. Alla stessa conclusione sono arrivati Earl Miller, ricercatore al Mit di Boston, esperto in studi sul decision-making e sull’attenzione e il neuroscienziato Daniel J. Levitin, professore alla McGill University. I neuroscienziati sembrano avere particolarmente a cuore il «risparmio» di tempo. Così è stato possibile parlare con il professor Gazzaley soltanto dopo vari scambi di email con la segretaria che ha dato disponibilità inderogabile per l’intervista con «Azione» per un solo giorno nell’arco di due settimane, all’una di notte svizzera (quattro del pomeriggio californiane). Il professore è arrivato al telefono trafelato, con un quarto d’ora di ritardo, e dopo essersi versato del tè ha risposto alle domande in sette minuti. Ha spiegato che per riuscire a dare il meglio è necessario imparare a controllare le continue sollecitazioni dei vari dispositivi high tech. «Il primo passo per avere un giusto atteggiamento è diventare consapevoli della forza e dei limiti del nostro cervello. Spesso siamo molto bravi a crearci degli obiettivi importanti, ma non siamo sempre altrettanto capaci di portarli a termine perché ci facciamo distrarre in continuazione, con conseguenze negative sul risultato finale. Questo avviene anche con azioni apparentemente semplici, come rispondere a un messaggio mentre guidiamo, oppure controllare Facebook mentre lavoriamo». Il secondo passo è ridurre al minimo, nel nostro ambiente di lavoro o di studio, tutto quello che ci impedisce di concentrarci. «Poi dobbiamo decidere quando vogliamo essere multitasking e quando no, dicendo espressamente alle persoSede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Se la nostra mente è continuamente distratta da messaggi e avvisi le conseguenze saranno solo negative (Marka)

ne che ci cercano con le email oppure su WhatsApp o Messenger che in quel momento non possiamo rispondere. Possiamo trovare un metodo, magari avvisandole in anticipo. Da ricordare che non è un male in sé fare più cose contemporaneamente, il problema è soltanto che così non riusciamo davvero a dare il massimo». Infatti, a livello evolutivo il nostro cervello non è in grado di dedicarsi a più cose insieme nello stesso momento, ma passa molto velocemente da un’attività all’altra, causando una perdita di livello in tutta l’esecuzione, dal piano cognitivo a quello emozionale, alla nostra capacità di prendere decisioni, al processo di apprendimento. Anche la memoria risente del multitasking:

ricordiamo nozioni e avvenimenti perché filtriamo, anche a livello inconscio, le informazioni irrilevanti da dimenticare. Se invece ci mettiamo a esaminare tutte le informazioni irrilevanti, veniamo continuamente distratti, creando delle interferenze, con esiti negativi: le rappresentazioni nel cervello si degradano e non riusciamo ad ottenere una performance di alto livello. La situazione si complica per i nativi digitali (i nati dopo il 1996) e i mobile-born, cioè i bambini di oggi, che prima di imparare a camminare sanno già muovere le dita su tablet e smartphone, esposti dall’infanzia a continue sollecitazioni e senza memoria di come si viveva e pensava nel mondo analogico di pochi decenni fa. Secondo Gazzalye,

«come società dobbiamo sforzarci di pensare che in famiglia e a scuola bisogna riuscire a trovare nuovi strumenti e metodi per fornire ai bambini e ai ragazzi la possibilità di proteggersi da quest’esposizione senza precedenti alle informazioni, mettendoli in guardia dal rapido ciclo della ricompensa dei social network. Un modo può essere insegnare a sentirsi a proprio agio nello svolgere una sola azione per un certo arco di tempo, mettendo tutta l’attenzione e l’impegno possibile, osservando che i risultati sono diversi da quando invece ci si concentra soltanto per pochi istanti e si passa subito a qualcos’altro. I ragazzi esercitano già questa capacità quando giocano con i videogiochi, ad esempio».

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cui si sta confrontando Bellinzona è un’altra: si tratta di «Ticino 2020, per un Cantone al passo con i tempi» una ridefinizione dei rapporti tra Cantone e Comuni. La necessità di una correzione parte da lontano: dalla constatazione che il mondo è cambiato e che, in qualche modo, le istituzioni vanno adattate. La Confederazione, per esempio, ha adottato «la più grande riforma istituzionale della sua storia», come annota il Consiglio di Stato, ovvero, la Nuova perequazione finanziaria e dei compiti tra Confederazione e Cantoni (NPC) entrata in vigore nel 2008. Quindi il nostro Cantone non può essere da meno e deve darsi una mossa. La strada delle riforme per migliorare le relazioni fra Cantone e Comuni è però irta di ostacoli e di insuccessi. Un primo atto risale al 1998, con gruppi di lavoro che analizzano l’offerta pubblica, valutando 149 compiti, ma «il tentativo di passare a una fase operativa non porta a risultati apprezzabili». Poi c’è «Amministrazione 2000», che non raggiunge tutti gli obiettivi prefissati. Un terzo tentativo, nel 2004: il Dipartimento delle finanze presenta un documento interno dal titolo «Offerta pubblica, proposte di correzione del come e del cosa», ma il Governo non l’approva. Nel 2005 si sottoscrive una dichiarazione d’intenti per l’avvio del progetto: «Cantone e Comuni: flussi e competenze», con l’obiettivo di verificare se «fra le cause di un forte aumento della spesa netta di Cantone e Comuni c’era anche la mancanza di un rapporto diretto tra chi decide e chi assume la spesa». Si mettono a fuoco alcuni temi sensibili: scuole comunali, case anziani, servizi di assistenza e cure a domicilio e l’organizzazione di sportelli sociali regionali. Il progetto, che prometteva bene, si schianta contro il Preventivo 2007, con le misure che incidono negativamente sui Comuni, e quindi non viene approvato. Passano ancora alcuni anni finché nel 2010 c’è l’ennesimo tentativo: una «Piattaforma di dialogo Cantone Comuni», guidata dal professor Angelo

Il costo complessivo della riforma «Ticino 2020» è stimato a più di 12 milioni. (CdT - Fiorenzo Maffi)

Rossi, che permette di varare due messaggi governativi con proposte pratiche in materia scolastica, nell’ambito del settore degli anziani e dell’assistenza e cura a domicilio: in questo ambito spunta il concetto «chi paga decide». Eccoci quindi a un paio di anni fa quando il Governo definisce gli obiettivi per avviare un nuovo progetto di riforma che prevede di intervenire su cinque assi: le aggregazioni comunali, la riforma dei compiti, la revisione dei flussi finanziari, la riforma del sistema di perequazione, la riorganizzazione dell’Amministrazione cantonale e dell’assetto comunale. Sarà la volta buona? «Alla base di tutto c’è il federalismo, – ci dice Elio Genazzi, responsabile della riforma e capo della Sezione enti locali – è un sistema eccezionale, ma occorre rinfrescarlo e mantenerlo vivo, adattandolo alla società. Al centro della riforma ci

deve essere il cittadino. Tutti devono essere sensibilizzati su questo punto cruciale. È il cittadino e non il Cantone o il Comune che deve poter contare su un sistema istituzionale performante». Il progetto è ambizioso e per raggiungere gli obiettivi il Dipartimento delle Istituzioni mette in piedi un dispositivo eccezionale. Un comitato strategico, composto da due consiglieri di Stato e due rappresentanti dei Comuni, un comitato guida con dieci persone, un gruppo operativo composto da 9 membri, poi sette gruppi di lavoro per complessive 28 persone e infine 7 tecnici di supporto. 58 persone, una task force che dovrà smontare il crogiuolo di connessioni che legano il Cantone ai Comuni per ridisegnare razionalmente una nuova mappa delle relazioni e delle competenze. Il costo complessivo dell’operazione è stimato in 12,8 milioni di franchi, di cui 9,6

Meno Comuni è meglio: intervista a Elio Genazzi La prossima primavera ci sarà la seconda consultazione sul «Piano delle aggregazioni comunali» che dovrebbe poi portare il Gran Consiglio ad approvare il progetto. Elio Genazzi, capo della Sezione enti locali e del progetto «Ticino 2020», in che misura il numero dei Comuni condizionerà la Riforma 2020?

Il numero dei comuni che uscirà dal PCA costituirà certo un elemento di riferimento importante per il progetto Ticino 2020. Dalla dimensione dei comuni si potrà misurare la capacità per l’ente locale di gestire i compiti che gli verranno attribuiti. Ridurre il numero degli enti locali significa poter disporre di comuni territorialmente più ampi e demograficamente più popolosi, ma soprattutto maggiormente in grado di svolgere efficacemente determinati compiti, tenuto conto delle mutate esigenze della società. Se fino agli anni 70-80 il comune piccolo poteva essere sinonimo di autonomia ed indipendenza, oggi non lo è più. Mobilità e abitudini dei cittadini sono mutate al

punto di impedire ai comuni troppo piccoli di poter idealmente far fronte, come avveniva in passato, ai vari compiti di prossimità. La frammentazione eccessiva dei comuni ha peraltro determinato nel tempo un processo di centralizzazione dei compiti verso il Cantone, che ha di fatto privato gli enti locali della possibilità di occuparsi in prima fila dei compiti locali. In tal senso il PCA costituisce un importante elemento di riferimento del progetto Ticino 2020.

Mi può fare un esempio pratico di un aspetto del rapporto fra Cantone e Comuni che deve essere corretto?

Quale primo esempio le posso portare quello degli anziani, la cui politica complessiva comporta per Cantone e Comuni una spesa pubblica dell’ordine dei 170 milioni di franchi all’anno. Si tratta di un ambito la cui attuale legislazione attribuisce al Cantone buona parte delle competenze decisionali, per poi chiamare i Comuni al finanziamento dell’80% degli oneri

(ca.136 milioni di franchi). Si tratta di un esempio che stride fortemente con il principio del «chi comanda paga». La mancata responsabilizzazione dei Comuni impedisce loro di influenzare la spesa, causando un diffuso malessere. Un secondo esempio è quello dell’Assistenza sociale, le cui competenze decisionali sono interamente nelle mani del Cantone, pur caricando il 25% dell’onere sui Comuni. Gli stessi Comuni sono inoltre tenuti per legge a coadiuvare il Cantone nella raccolta dei dati dei richiedenti, ma senza in realtà poter incidere sulle relative decisioni.

È sicuro che minor centralizzazione e più autonomia comunale migliori la gestione della cosa pubblica?

Il concetto di centralizzazione è antitetico a quello di autonomia, sinonimo di decentralizzazione. Si tratta di nozioni di fondamentale importanza nell’interpretazione del nostro sistema federalista, che traggono lo spunto dall’articolo 5a della Costituzione federale, secondo cui «nell’assegna-

zione e nell’adempimento dei compiti statali va osservato il principio della sussidiarietà». Di principio si allude al fatto che l’esecuzione dei compiti deve, per quanto possibile, concretizzarsi vicino ai cittadini affinché essi possano meglio influenzare il processo politico. In altre parole significa che un compito deve preferibilmente essere svolto nel contesto locale e che siano trasferiti al livello cantonale unicamente quei compiti che eccedono le capacità dei Comuni e a livello federale quelli che eccedono le capacità dei Cantoni. Quando il decentramento si giustifica comporta d’altronde dei vantaggi importanti poiché permette di adattare ed ottimizzare meglio l’offerta dei servizi alle esigenze locali e alla loro efficacia produttiva. Le ragioni che hanno spinto ad avviare «Ticino 2020» sono state dettate dalla necessità di ridare autonomia al Comune ticinese in quei settori in cui essa è stata disattesa, con la dichiarata volontà di migliorare l’attuale gestione della cosa pubblica.

assunti dal Cantone (3,2 milioni sotto forma di credito quadro ed altri 6,4 milioni già compresi nei costi ordinari del personale) e 3,2 milioni sostenuti dai Comuni. Uno degli obiettivi della riforma è risparmiare. Un dato evidente, considerata la situazione finanziaria del Cantone. Il concetto guida deve essere «chi decide paga», o, se si preferisce, «chi paga decide». Nel dibattito parlamentare che ha dato via libera al progetto è emersa più volte l’esigenza di restituire ai Comuni margini di autonomia rendendo concreto il principio di sussidiarietà. Bisogna capire chi fa che cosa ed evitare che ci siano inutili doppioni. Si metteranno sotto la lente sei settori: l’educazione, i trasporti pubblici, la previdenza sociale, l’aiuto agli anziani, la promozione e la protezione delle famiglie e la salute pubblica. La ridefinizione dei compiti dovrebbe ridare ai Comuni maggiore autonomia, perché negli ultimi decenni il Cantone ha centralizzato. «Esigenze sociali sempre più complesse – si legge nel documento 2020 – e il moltiplicarsi delle leggi hanno aggrovigliato i rapporti fra i due livelli istituzionali, determinando una perdita di efficacia e di efficienza delle politiche pubbliche». La riforma 2020 non è priva di rischi. Come abbiamo visto, nel corso degli ultimi venti anni ci sono stati diversi tentativi falliti. L’intento dei riformatori è di recuperare tutto il buono dei progetti precedenti, ma bisognerà avere la migliore disponibilità da parte di tutti gli attori per ottenere risultati positivi. Sarà necessario poter contare su un clima politico disteso tra Cantone e Comuni, ci dovrà essere condivisione e partecipazione da parte di tutti. Ma uno dei punti cruciali è dato dal numero dei Comuni con cui bisognerà fare i conti. Se sono più di cento, come oggi, ci saranno cento interlocutori da convincere e motivare, se saranno 23 (utopia?) le relazioni si semplificano. «Ticino 2020» è quindi indissolubilmente legato al Piano delle aggregazioni comunali: meno Comuni ci saranno, più facile sarà compiere la Grande Riforma.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Società e Territorio

La prima infanzia, una fase cruciale

Intervista In Svizzera la formazione, l’educazione e l’accoglienza dei bambini di età prescolare sono state a lungo

sottovalutate. Dieter Schürch, membro della Commissione svizzera per l’Unesco, ci spiega cosa è cambiato dopo la pubblicazione del Quadro d’orientamento

dove si pensa di organizzare una manifestazione conclusiva che si rivolga e integri la politica.

Barbara Manzoni «La prima infanzia è un periodo estremamente fecondo per l’apprendimento, in questa fase si gettano le basi dell’apprendimento sull’intero arco della vita e si acquisiscono competenze di vitale importanza». Scrivono così i redattori del Quadro d’orientamento per la formazione, l’educazione e l’accoglienza della prima infanzia in Svizzera, intendendo per prima infanzia gli anni che vanno dalla nascita ai quattro anni. Il documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2012 ed è ora giunto alla sua terza edizione. Il Quadro d’orientamento è considerato il primo passo in un percorso nel quale il nostro Paese ha accumulato un certo ritardo continuando a considerare la cura del neonato e del bambino piccolo un fatto strettamente famigliare, alimentando un atteggiamento «custodiale» nei confronti dei bambini. Scardinare una mentalità tradizionale è un’operazione lenta, un lavoro che richiede consapevolezza e coinvolgimento. Ne abbiamo parlato con Dieter Schürch, membro della Commissione svizzera per l’Unesco e docente all’università Sigmund Freud di Milano. Dott. Schürch, che cos’è il Quadro d’orientamento e quali sono le ragioni che stanno alla base della sua stesura?

Il punto di partenza è stato uno studio che la Commissione svizzera per l’Unesco ha commissionato all’università di Friborgo per valutare la situazione e lo stato delle cose per quanto riguarda la prima infanzia in Svizzera. Dallo studio è emerso in modo palese che, in confronto ad altri Stati europei, la Svizzera era in ritardo: non esistevano dei criteri che definissero la qualità pedagogica o semplicemente che cosa ha da essere l’accoglienza, la cura e l’educazione del bambino in età prescolare. Inoltre si constatava una certa confusione nelle qualifiche del personale impiegato negli asili nido e una carenza a livello di ricerca universitaria. Da qui il primo passo è stato quello di dare mandato al Meierhofer Institut per il bambino di Zurigo di redigere un documento che definisse quali fossero i punti fondamentali per creare un ambiente in grado di rispondere a determinati criteri di qualità nell’accoglienza della prima infazia. È nato così il Quadro d’orientamento: per noi una specie di sasso lanciato nello stagno svizzero.

Quali sono gli ostacoli a uno sviluppo di una sensibilizzazione a livello della popolazione?

Il bambino impara agendo, osservando e attraverso lo scambio con gli altri. (Marka) Quali sono stati i passi successivi?

Si è passati a una fase di sperimentazione per vedere fino a che punto il suo contenuto potesse essere condiviso e al limite modificato. Sull’arco di due anni il Quadro d’orientamento è circolato in Svizzera e si è chiesto alle strutture di accoglienza di valutare se potesse corrispondere alle loro esigenze. Nelle tre regioni linguistiche si sono annunciati degli asili nido che hanno preso parte a questa fase, il Ticino è stato il cantone con il maggior numero di istituti coinvolti. Dopo due anni a Lucerna si è svolto un incontro per «tirare le somme» di questa fase sperimentale, l’esito è stato molto positivo e si è finalmente salutata l’adozione di un documento a livello nazionale che trattasse la tematica dell’approccio pedagogico alla prima infanzia. Oggi esiste, dunque, un primo mattone su cui costruire ciò che dovrebbe essere un cambiamento di mentalità in un settore che è di fondamentale importanza per quanto riguarda lo sviluppo del bambino e dell’uomo. Inoltre sulla base di questo hanno preso forma altri documenti che trattano aspetti particolari quali l’integrazione, lo spazio sociale, la salute, l’ambiente. L’ultimo è del 2016 e tratta in modo specifico la prevenzione della povertà nella prima infanzia.

Quali sono le idee alla base del Quadro d’orientamento?

Le conoscenze scientifiche che derivano dalle ricerche sul bambino piccolo soprattutto in ambito delle neuroscienze e della psicologia mostrano che molta parte delle potenzialità dell’uo-

mo si sviluppano e prendono forma nei primi 3-4 anni di vita, vale a dire prima dell’entrata nella scuola. Oggi, dunque, sappiamo che nel momento dell’entrata nella scuola determinate condizioni sono già ad un punto tale per cui bambini che non hanno avuto la possibilità di crescere in un ambiente favorevole non riescono più a recuperare il ritardo accumulato. Possiamo affermare che gli sforzi che la scuola da sempre fa per rimediare alla disparità tra chi ha goduto di un ambiente favorevole che ne promuovesse le potenzialità (potenzialità che peraltro esistono in tutti i bambini) e chi invece purtroppo non lo ha avuto portano sostanzialmente a scarsi risultati.

In questo ambito come si profila il Canton Ticino?

Il Ticino è considerato un modello in Svizzera. Nel 2013, alla presentazione del Quadro d’orientamento, è subito nata una proficua discussione dalla quale è emerso un punto di debolezza, e cioè lo spezzettamento che esisteva sul territorio nel campo della prima infanzia, le molte organizzazioni esistenti si ignoravano a vicenda sia nel settore della cura del bambino sia nell’ambito della genitorialità. Si è così dato vita a due tavole rotonde che hanno avuto la caratteristica di mettere in contatto tutti gli attori che si muovono in questo ambito e che hanno poi identificato una tematica comune, quella delle transizioni, cioè il passaggio del bambino piccolo dalla famiglia all’asilo nido, dall’asilo nido alla scuola, dai genitori ai nonni. Si è deciso di attribuire

alla Supsi il ruolo di coordinatore e di stendere un progetto denominato TIPI, cioè Ticino Progetto Infanzia. Oggi esiste da circa un anno, creando un movimento straordinario, di ricerca, di sviluppo e di formazione. Ora anche nel resto della Svizzera si sta seguendo il modello ticinese.

A suo avviso dove rimangono delle lacune?

Sul piano della sensibilizzazione per quel che riguarda il rapporto con il bambino si stanno compiendo passi significativi, dove però la commissione constata una lacuna è in ambito sociale e politico. La politica guarda, osserva, ma si ha l’impressione che non ci sia ancora una vera presa di coscienza di ciò che è la posta in gioco. Così affinché Comuni, Cantoni e Confederazione prendano ancora più sul serio tutto ciò che in questo settore c’è ancora da fare abbiamo riassunto sotto forma di Appello i punti che meritano ancora di essere discussi per portare a un cambiamento sostanziale in questo settore. Non ci siamo però accontentati, serviva un veicolo più accessibile, è nata così l’idea di allestire una mostra itinerante che coinvolgesse tutta la società e rendesse visibile e presente a tutti ciò che è il mondo del bambino piccolo. La mostra intitolata «La scoperta del mondo» è stata pensata dall’associazione Voce per la qualità e prenderà il via da Bellinzona, sarà partecipativa e interattiva, rivolta ai bambini, alle famiglie e a tutta la popolazione. Circolerà in tutta la Svizzera e terminerà nel 2019 a Berna,

Gli ostacoli sono di varia natura, soprattutto persiste una certa visione di bambino, di cosa sa fare alla nascita, di come si sviluppa, di come deve essere preparato per entrare nella scuola, ed è una visione che è molto difficile cambiare. Parlare di bambino in un modo differente da quello che è una concezione tradizionale è ancora molto difficile. Inoltre, se guardiamo le statistiche, in Ticino solo il 13% delle famiglie porta un bambino all’asilo nido, la mentalità è ancora quella che considera la mamma o la famiglia come l’unico luogo che riesce a prendersi cura in maniera adeguata del bambino piccolo. Come se diventare genitore facesse automaticamente acquisire le competenze necessarie. Il 40% delle famiglie non porta i bambini in nessuna struttura di accoglienza, il 20% si appoggia sui nonni, che comunque hanno una visione tradizionale sia della famiglia sia dell’accoglienza del bambino. Il processo che ha preso avvio con il Quadro di orientamento, che svela un’immagine di bambino molto diversa da quella che la società ha, è un mutamento di mentalità difficile da provocare perché richiede tempo e cambiamenti di ruoli all’interno della famiglia. In questo siamo arretrati rispetto ad altri Paesi. Inoltre dovrebbe coinvolgere la società intera in un discorso interdisciplinare e proporre nuove riflessioni e nuove strategie in diversi ambiti che tengano conto del punto di vista del bambino piccolo. Ad esempio nell’ambiente costruito, dagli appartamenti alle strutture dei quartieri, dal parco giochi ai marciapiedi, dai percorsi previsti negli spazi urbani ai rumori, insomma la qualità ambientale in senso più vasto. Informazioni

La mostra «La scoperta del mondo» è un progetto sulla qualità della formazione, dell’educazione e dell’accoglienza della prima infanzia. L’esposizione esperienziale che gode del sostegno di diverse fondazioni e del Percento culturale Migros, sarà allestita nella Sala dell’Arsenale del Castelgrande di Bellinzona dal 25 marzo al 25 giugno 2017. www.rete-custodia-bambini.ch, www.stimmeq.ch

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Matteo Farinella, Benvenuti a Cervellopoli, Editoriale Scienza. Da 8 anni Il giovane Ramon deve decidere cosa fare da grande. Ma chi è Ramon? Un ragazzo? No, non è un ragazzo. Non sforzatevi, tanto non lo indovinerete mai. Ramon è neuroncino. Una giovane cellula della famiglia dei neuroni. E per decidere cosa fare da grande va ad esplorare i vari quartieri di Cervellopoli. Comincia con il prendere l’ascensore del midollo spinale per salire fino al talamo, il centralino del cervello. Ma che trambusto in questa zona! Bisogna smistare un sacco di messaggi! Ramon si sposta nella corteccia sensoriale dove altri neuroni sono al lavoro, trasmettendo istruzioni ai loro vicini della corteccia motoria. Quartieri affollati e indaffarati, ma mai quanto il quartiere del cervelletto, davvero frequentatissimo. Ramon fatica a trovare un quartiere in cui decidere di

fermarsi a lavorare. Nessun problema, le aree di Cervellopoli da visitare sono ancora tante, e alla fine il nostro eroe troverà il lavoro che fa per lui. Originale e interessante questo nuovo albo illustrato di Editoriale Scienza, rivolto ai ragazzini e anche agli adulti che, leggendolo con loro, certamente approfondiranno le loro conoscenze in materia di neuroscienze. L’autore è infatti un giovane neuroscienziato, Matteo Farinella, che dopo aver conseguito il dottorato all’University College di Londra, ha deciso di cimen-

tarsi con la divulgazione, anche grazie alle sue non comuni abilità artistiche e grafiche. Attualmente vive a New York, dove ha vinto una borsa di studio alla Columbia University per approfondire l’analisi del legame tra arti visive e divulgazione. In questo caso il risultato è un libro di grande formato, un albo illustrato appunto, in cui su ogni doppia pagina prende vita una scena a fumetti, dinamica e divertente, ambientata nel cervello. La precisione delle informazioni è abbinata a una notevole vivacità espressiva, che conferisce humour e immediatezza alla storia, a cominciare dalla raffigurazione dei neuroni come dei divertenti personaggi con una sorta di proboscide (l’assone) e dei capelli fatti a rametti (i dendriti). Ramon poi è simpaticissimo, col suo zainetto in spalla, che saluta mamma neurona (in scarpe col tacco e rossetto), papà neurone e fratellini, e parte alla scoperta

delle aree di Cervellopoli, per conoscere – e farci conoscere – il ruolo di ogni area del nostro cervello. Mark Janssen-Suzanne Diederen, Dove stai andando Orsetto?, Clavis. Da 18 mesi Guido van Genechten, Mamme e cuccioli, Clavis. Da 2 anni Due delicate storie sulla nascita per la primissima infanzia, di Clavis edizioni. Entrambe ambientate nel mondo degli animali, ci rendono tutta la gioia e lo stupore di una nuova vita. In Dove stai andando Orsetto?, seguiamo Orsetto e tutti gli altri animali (Scoiattolo, Volpino, Coniglietto...) che si accoderanno, mettendosi in cammino uno dietro l’altro e attraversando il bosco, per andare a conoscere un nuovo nato. In Mamme e cuccioli c’è anche il tema dell’attesa, del «pancione» della mamma, del prima e del dopo, grazie a

un particolare accorgimento nella costruzione delle pagine: prima vediamo la mamma con il pancione, giriamo la pagina, e quella stessa mamma è circondata dai suoi cuccioli. Inoltre c’è il tema del numero, perché ad esempio Mamma Gatta avrà cinque gattini, mamma Pecora tre agnellini, ogni mamma un numero diverso di piccoli, tutti raccontati con brevi frasi in rima. Tanti spunti, insomma nell’estrema semplicità di questi libri, che raccontano una cosa profondissima: l’affacciarsi alla vita, e il prendersene cura.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Società e Territorio

L’ex Cava Antonini di Cresciano

Azione

Archeologia industriale S  toria di una ditta

che fornì il granito per Palazzo federale Laura Patocchi Zweifel Il capostipite Michele Antonini, nato nel 1843 ad Arcisate in provincia di Varese, impara sin da giovanissimo il mestiere di scalpellino nelle cave della zona e, appena quattordicenne segue un gruppo di parenti per prestare la propria opera in paesi lontani. In seguito a non poche vicissitudini e forte dell’esperienza professionale acquisita, trova un’opportunità lavorativa presso un cugino a Bremgarten nel canton Argovia. Nel 1865, rilevata la ditta del cugino, avvia la propria impresa per la lavorazione del granito e trasferisce l’attività dapprima ad Arth e poi a Wassen (attualmente museo all’aperto Cava Antonini), dove sono in pieno fermento i cantieri per la linea ferroviaria del San Gottardo. Con spirito d’iniziativa imprenditoriale e precorrendo i tempi dei futuri sviluppi del collegamento ferroviario fra il Ticino e la Svizzera tedesca, Antonini si assicura posti di estrazione nel canton Ticino a Cresciano, a ridosso della ferrovia. Nel 1897 vi si trasferisce il figlio Michele junior che assume la direzione della cava. È un periodo fiorente per l’impresa che fra il canton Uri e Cresciano occupa in piena stagione fino a 400 dipendenti. Il giovane Michele nel 1905 si sposa e prende domicilio a Bellinzona. Nascono sette figli, tra cui Luigi e Roberto che entrano in ditta coadiuvati dalla sorella Lucia che collabora per la contabilità. Fra i lavori più significativi di quel periodo troviamo forniture per il Palazzo federale di Berna, per la sede del Tribunale federale a Losanna, per le principali stazioni delle Ferrovie federali, per palazzi amministrativi cantonali e comunali. Inoltre sono da segnalare le complesse forniture delle opere di granito per numerosi ponti stradali e ferroviari, in particolare per la «Dreirosenbrücke» a Basilea. Nel 1904 viene costituita la Società Granitwerke con lo scopo di acquistare aziende di granito impiegando tutti i vecchi proprietari fra cui gli Antonini di Cresciano. I fratelli Michele e Giovanni restano al servizio della Granitwerke fino al suo fallimento nel 1912 e l’anno successivo si assicurano all’asta le cave già di loro proprietà di Cresciano, Wassen e Göschenen a cui si aggiungono quelle di Castione, dove si estrae un materiale particolare, presente in nessun altra cava: il granito nero di Castione, già conosciuto per il rivestimento della Banca Commerciale a Milano, e il Castione bianco, allora ancora poco noto, tranne che nelle immediate vicinanze di Bellinzona in particolare per la costruzione della Chiesa Collegiata. Nel 1928 entra in ditta Luigi, il secondogenito di Michele che ri-

organizza l’apparato amministrativo e contabile. Il fratello Roberto, dopo un lungo soggiorno a Zurigo, decide di ritornare in Ticino. Dal 1. gennaio 1947 collabora con Luigi nella nuova Società collettiva «Antonini Michele e figli». Il lavoro non manca e innovazioni in tutto il settore sono necessarie, per mantenere il posto di prestigio raggiunto. Mentre il più anziano si occupa della parte tecnica, delle offerte, dei prezzi, della distribuzioni e controllo dei lavori, il nuovo arrivato gestisce la parte amministrativa e contabile, e visita i clienti oltre Gottardo. Nel dopoguerra l’attività industriale ed economica riprende a un ritmo sempre più frenetico. Per far fronte alle crescenti richieste e incrementare la produzione è necessario procedere a un’adeguata ristrutturazione e l’introduzione di nuovi macchinari. Nel 1982 entra in ditta il figlio di Roberto, Francesco, inaugurando così la presenza effettiva della quarta generazione. Francesco, appena diplomato in architettura si occupa specialmente della parte tecnica e produttiva introducendo la computerizzazione in azienda, con notevoli vantaggi sia per la parte amministrativa che per i controlli della lavorazione, della produzione e dei depositi e magazzini. Nel laboratorio di Cresciano il lavoro va sempre diminuendo in seguito al calo delle ordinazioni e il margine di guadagno si riduce a poca cosa. A partire dagli anni 90 l’attività si limita all’estrazione con 3 o 4 tagliatori. Lo sparo di mine scompare e si lavora con taglia blocchi di cava e con il filo elicocoidale. Questo procedimento, facilitato anche da potenti scavatrici e sollevatori, cambia la fisionomia della cava. All’inizio del 2005 Roberto e Francesco immettono capitali destinati alla Nuova Antonini SA. La Nuova Antonini SA continua praticamente il lavoro di produzione, la compra-vendita di materiale greggio e lavorato. Ma le difficoltà riscontrate negli ultimi anni costringono la ditta a chiudere definitivamente la sua attività a Cresciano nel 2015. Sul luogo della cava sopra la ferrovia è prevista una zona industriale e la profonda buca di estrazione verrà colmata.

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Fonti

Giulio Barni e Guglielmo Canevascini, L’industria del granito e lo sviluppo economico del Canton Ticino, riedizione a cura di Marco Marcacci e Gabriele Rossi, Fondazione Canevascini, Bellinzona, 2009. Per i 150 anni della ditta Roberto Antonini ha scritto un resoconto sulla storia della famiglia: www.graniti.ch/ storia.

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A Cresciano l’attività è stata interrotta nel 2015. (L. Patocchi Zweifel)

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Tre per uno, uno per tre Di quella giornata l’Altropologo ha ancora un ricordo vivissimo. Ero appena arrivato in un villaggio dell’interno nel nord del Ghana dopo un massacrante percorso fuoripista nella savana che mi aveva lasciato con le ossa rotte e polvere dappertutto. Era il giugno del 1987, la stagione delle piogge tardava a partire ed un sole accecante disseccava le ultime piante verdi e le ultime pozze dei fiumi. Dopo la visita d’obbligo al capo del villaggio al quale avevo spiegato che la mia missione era di prendere parte ad un funerale importante che si sarebbe svolto il giorno dopo, mi era stata assegnata una capanna ai margini del villaggio. Stavo sistemando le mie cose pregustando il momento nel quale mi sarei tolto gli stivali e sdraiato sulla stuoia a riposare quando entra il ragazzino che mi era stato assegnato come assistente factotum. «Boroni Baal (Uomo Bianco)» mi fa «c’è una persona che vuole parlarti». «Proprio adesso!», mi dico, un po’ seccato. «Addio riposino pomeridiano». Esco di nuovo nella luce accecante del pomeriggio e seguo la mia guida fino all’altra estremità del villaggio.

Mi piego per entrare nella capanna dell’appuntamento e, dopo aver riaggiustato lo sguardo alla penombra interiore, vedo una persona vestita con un ampio camicione bianco seduta a gambe incrociate su una stuoia. «Guai in vista», mi dico «questo è un mallam». I mallam sono membri del clero islamico di grado più basso. Nel nord del Ghana, quando non sono di servizio nelle moschee si recano di villaggio in villaggio mendicando ospitalità presso i capi ai quali offrono i loro servizi. Sono spesso esperti di piante medicinali, con le quali preparano decotti ed unguenti rinforzati con versetti del Corano o con formule della tradizione cabalistica. Ma la loro offerta terapeutica non si ferma qui. La loro specialità è infatti la confezione dei ta’wizz che vengono venduti a caro prezzo a seconda dello scopo e della potenza della quale sono investiti. Si tratta di amuleti nella forma di piccole tasche in pelle che racchiudono versetti del Corano o formule magiche. I capi, pur non essendo spesso musulmani essi stessi, ne fanno largo uso esibendoli sui copricapi e bene in vista sulle vesti: servono a

combattere malocchio e le stregonerie al quale i leader sono soggetti da parte di persone malintenzionate o gelose del loro potere. Nella mia esperienza tendono ad essere persone con le quali uno non andrebbe mai in vacanza: disprezzano i «pagani» per i quali peraltro lavorano (spesso approfittando della loro buona fede) e si ritengono altamente superiori ai naazari («nazareni», cristiani) che considerano solo leggermente più «civili» dei pagani perché, magari, possiedono biciclette e, a volte, automobili. Insomma «guai in vista». E difatti, scambiati i convenevoli di rito, il mallam viene al sodo e, attraverso il ragazzino costretto – come capirete – ad una non facile opera di traduzione – spara a zero: «Ti ho convocato perché voglio interrogarti su questa questione della Trinità». Dovetti far tradurre tre volte – e ancora non capivo. Il traduttore capiva poco lui stesso della faccenda in questione: per fortuna che andando a scuola alla missione cattolica aveva sentito Padre Hegan parlare di Padre, Figlio e Spirito Santo «come una sola cosa», capendoci peraltro quello che poteva.

E l’Altropologo? L’Altropologo stesso si era accorto che – di quella questione lì – lui stesso non è che ne capisse molto. «La Trinità? Lei vuole sapere della Trinità? Beh… in un certo senso è molto semplice…». Poi ricordo che mi inchiodai lì. Ne seguì una conversazione surreale, col mio interlocutore felice di menarmi in giro per l’aia reiterando ad ogni mio tentativo di sgattaiolare con un qualche escamotage che se Dio è Uno non può essere Tre, e se sono in Tre come può essere Uno – e poi cosa c’entra la colomba (aveva trionfalmente esibito a proposito un vecchio santino sgualcito) che è un uccello – e chi più ne ha più ne metta... Insomma, una débâcle teologica senza appello, che mi lasciò per almeno tre giorni ad interrogarmi su quanto fossero, dopo tutto, strani i naazari con le loro strane storie… L’episodio è tornato alla mente per una ragione precisa: il 28 febbraio del 380, esattamente 1637 anni orsono, l’Imperatore Teodosio proclama l’Editto di Tessalonica, che sarà poi sottoscritto anche dai co-imperatori Graziano e Valentiniano. Secondo l’Editto, tutti i cittadini romani

dovevano convertirsi, pena sanzioni, al Cristianesimo Trinitario così come sottoscritto da Papa Damaso al seguito di San Pietro e dal Patriarca di Alessandria. Faceva testo per tutti il Credo di Nicea (325), nel quale la Santissima Trinità figurava in forma prominente. Teodosio intendeva così far piazza pulita anzitutto dell’Arianesimo, dottrina allora in gran voga, che negava la parità («consustanzialità» in termini teologici) fra il Padre e il Figlio a favore di un Monoteismo assoluto con il quale il mallam della nostra storia sarebbe forse stato d’accordo. Mezzo secolo dopo l’Editto di Costantino (313) circolavano le idee più bislacche sulla natura profonda di Cristo e di Dio Padre – per non parlare dello Spirito Santo. Era ora di fare un po’ d’ordine. Certo, a dire di alcuni, non si scelse la via più semplice. Provate ad immaginarvi la scena: un gendarme di Teodosio ferma una persona qualsiasi al mercato di Salonicco (l’antica Tessalonica) e gli fa, a bruciapelo: «Ehi, lei! Mi dica: che ne pensa di questa questione della Trinità?». Ieri come oggi rispondere non è roba da poco. Parola di Altropologo.

l’incapacità di accettare l’ambivalenza: il fatto che siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi e che, per metterci in coppia, dobbiamo trovare la giusta distanza in modo da non sentirci invasi e, nel contempo, non sentirci soli. Ma il signor Bruno non contesta la mia interpretazione (sempre ipotetica), bensì il fatto che io non abbia analizzato l’uomo che accetta una situazione così umiliante. Non l’ho preso in considerazione perché nessuno me l’ha chiesto. Il quesito riguardava esclusivamente la scrivente. Ma, in realtà, l’osservazione è giusta e opportuna. Nei rapporti di coppia nessuno procede da solo: il gioco delle parti è sempre inconsciamente condiviso. Se l’ospite accetta una situazione così vessatoria vuol dire che, in fondo, va bene anche a lui, che le remore della padrona di casa esprimono anche le sue resistenze. La possibilità di affittare insieme un appartamento più idoneo è stata scartata immediatamente in quanto spaventava

anche lui. Significava infatti assumersi un impegno economico, organizzativo e affettivo che, per ora, risulta prematuro. In fondo i due innamorati si conoscono solo da tre mesi e una certa prudenza è comprensibile e forse auspicabile. Ciò che manca tra di loro è piuttosto il dialogo: la volontà di interrogarsi, di confidarsi e di ascoltare le motivazioni dell’altro. Con una differenza però, che Adriana si è posta il problema e ha preso atto che, da sola, non riusciva a fare chiarezza, a comprendere le motivazioni profonde dei suoi altalenanti comportamenti. Il suo compagno invece sembra vivere alla giornata, in attesa che le contraddizioni si risolvano da sole, nel solvente dell’abitudine. Ma, in questi casi, il problema non affrontato, si sposta semplicemente. Viene rinviato a più tardi o proiettato su un altro pretesto, col risultato di occultare sempre di più i motivi del contendere. Molti casi di separazione coniugale improvvisi e apparentemente immotivati

rappresentano proprio il riemergere di mine vaganti depositate sul fondo limaccioso della quotidianità, per quieto vivere, per non mettere a rischio la relazione. Ma, come dice Freud, i conflitti buttati fuori dalla porta rientrano dalla finestra. La difficoltà di ammettere che qualcosa non va e che occorre affrontarlo insieme credo vada attribuita più agli uomini che alle donne. Negli ultimi decenni infatti le donne, anche grazie al femminismo, si sono interrogate, analizzate, confrontate. I loro compagni invece non hanno ancora compreso, almeno molti di loro, che per cambiare la realtà occorre cambiare innanzitutto sé stessi.

figure pittoresche, quasi macchiette, insediate nel folclore locale. Dalla loro storia personale emerge anche la storia della nostra evoluzione economica, politica e, soprattutto sociale. Nel fallimento di Spillo e compagni si riflette una società, in particolare una socialità, pubblica e privata, alle prese con un guaio spesso sfuggente. Che non è di oggi. Questi tossici, nullafacenti, che chiedono un franchetto negli autosili e all’ingresso dei supermercati, hanno degli antenati. E qui la memoria degli anziani aiuta. Se Parigi aveva i suoi pittoreschi clochards sotto i ponti della Senna, il centro di Lugano aveva i suoi abbonati al sussidio pubblico, spesso barcollanti, per abuso alcolico. Qualcuno veniva recuperato e adibito alla vendita delle cartelle della tombola di Carnevale o, d’estate,

alla vendita di cappelli pseudomessicani, apprezzati dai turisti svizzerotedeschi. Ma oltre non si andava. Forse il completo recupero e il conseguente reinserimento nella normale quotidianità rimane un obiettivo irraggiungibile. L’avvento delle nuove tecnologie ha accentuato il disagio dei più deboli e la difficoltà a stare al passo coi tempi. Gli sconfitti, insomma, esistono sempre sul terreno di battaglia, sotto l’urto delle aggressive esigenze contemporanee. Ed è naturale cercare di capirli e aiutarli, avvicinandosi alla loro realtà, senza però cadere nella trappola delle esaltazioni a posteriori, suggerite dal politically correct. C’è da chiedersi fino a che punto la sconfitta sia subita o voluta. E se il non farcela fosse una scelta? Citando il ’68, punto di riferimento obbligato,

i contestatori si facevano avanti con proposte, sia pure discutibili, che avevano però un peso e un contenuto ideologico. Nulla di paragonabile, invece, la categoria degli emarginati con cui ci troviamo alle prese ora, dai tratti persino folcloristi. Attenti, insomma, alla retorica che circonda gli «anti». Nei giorni scorsi, su alcuni nostri media, c’è chi ha ceduto alla tentazione dell’agiografia. Deformando la fisionomia e i contenuti del personaggio, attribuendogli meriti e valori che non gli appartenevano ma che neppure l’opinione popolare gli richiedeva: mentre la gente lo accettava così com’era, stupisce veder promuovere Spillo ad eroe del controcorrente, addirittura portatore di cultura e creatività. «Ma mi faccia il piacere», direbbe Totò.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi I problemi non affrontati sono solo rinviati Gentil signora dei buoni consigli, ho letto la sua risposta alla signora Adriana, se ben ricordo, non ho più il giornale, lei fa un esame psicologico della donna ma non cita l’uomo. Che dire, sarà perché è innamorato ma, la dignità non vive con lui. Lascia un appartamento per andare a vivere dove non può nemmeno esporre le foto dei suoi cari. Non ha dove sistemare gli indumenti, i libri ed il resto. Forse gli sarà permesso mettere il suo spazzolino da denti in bagno. Non è che uno che accetta simili situazioni faccia troppo onore alla mia categoria, d’altro canto anche la scrivente è nebulosa e non sa cosa sia la dignità. La saluto con deferenza e simpatia augurandomi che la scrivente abbia voluto descrivere una situazione che, probabilmente, è migliore. Cordiali saluti. / Bruno Caro signor Bruno (ometto, come sempre, il cognome per proteggere la privacy di chi scrive), innanzitutto grazie per essere entrato nella «stanza del dialogo»

che, come dice il nome, si avvale proprio dei vostri interventi. Lei si riferisce alla lettera precedente, quella scritta dalla signora Adriana, che riassumo brevemente per chi non l’avesse letta. Adriana ha quarant’anni ed è soddisfatta della sua vita da single. Ma, all’improvviso, si innamora ricambiata di un coetaneo col quale è disposta a convivere. Tuttavia, per non abbandonare il «guscio» che la protegge, preferisce ospitarlo a casa sua. Seppure razionalmente entusiasta dell’idea, frappone all’ospite mille ostacoli: gli preclude l’uso dell’armadio, della libreria, della scarpiera, del ripiano su cui allineare le foto della sua famiglia…Poiché non riesce a comprendere perché si comporta così, chiede aiuto alla «stanza del dialogo». E naturalmente lo ottiene. Nella mia risposta cerco di spiegarle che la sua disponibilità è ostacolata da uno sviluppo affettivo ancora incompiuto. Che il doppio messaggio che invia all’oggetto d’amore (vieni, ma non del tutto, vai ma non definitivamente) rivela

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Quelli che non ce la fanno Questa volta, a Lugano, una voce ricorrente, da leggenda metropolitana, ha trovato conferma. Spillo – per l’anagrafe Mauro Lazzaroni, 50 anni – era morto davvero. E ha fatto notizia, in modo insolito ed inatteso. Allo scomparso è spettato, infatti, uno spontaneo cordoglio popolare che rappresentava una sorta di riscatto postumo. Quest’allampanato vagabondo, capelli lunghi e colorati e abiti stravaganti, a suo modo ricercati, apparteneva, addirittura simbolicamente, alla categoria dei marginali. Termine multiuso che definisce fisionomie e comportamenti diversi: ribelle, balordo, scansafatiche, comunque al di fuori della regolarità. Anche Mauro, che ciondolava nelle nostre strade, si muoveva su questo filo fragile, in bilico fra legalità e illegalità. Proprio nella

sua Lugano doveva, con il passar del tempo, diventare un testimone storico, figlio della generazione che, negli anni 70, aveva animato la scena della droga locale. Un fenomeno assolutamente nuovo alle nostre latitudini, che ci coglieva impreparati anche sul piano dei rapporti umani. Erano quelli di via al Forte, nei cui confronti l’opinione pubblica, oltre alla riprovazione, sviluppò una forma di tolleranza, forza dell’abitudine. E persino quasi simpatia. Il gruppetto dello slargo dinnanzi al Maghetti era di fatto entrato nel paesaggio umano cittadino. Tanto più che sia Spillo, che Pietro il Rosso, non erano degli spaesati bensì erano dei nostri, figli di famiglie del posto, dove avevano frequentato le scuole e avviato tirocini professionali. Ragazzi sballati, ma non violenti, cresciuti a


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Ambiente e Benessere Ottantasette anni di Salon A Ginevra tutto è pronto per la nuova edizione della kermesse dedicata ai motori

La formula magica per il risotto Sembra una ricetta semplice e conosciuta ma alcuni accorgimenti possono renderla ancora migliore pagina 15

Grand Prix Migros Sulle nevi d’Airolo la più importante manifestazione dedicata allo sci giovanile pagina 16

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Tempo di lupi Un’esposizione al Museo di Friborgo ci introduce in un tema di grande attualità

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L’edificio con i vetri fotovoltaici nello stabile sperimentale SmartFlex, in Lituania. (© Glassbel)

Facciate solari, nuove opportunità TecnologiaIl fotovoltaico integrato stimola l’architettura spingendola a sviluppare nuove soluzioni Loris Fedele Si sta procedendo apparentemente a piccoli passi nell’utilizzazione di sistemi fotovoltaici integrati negli edifici, ma si avanza. I riscontri a livello federale attraverso alcuni progetti pilota lo dimostrano: i professionisti della costruzione sono sempre più sensibilizzati su questa tematica. Lo afferma Pierluigi Bonomo, ricercatore presso l’Istituto sostenibilità applicata all’ambiente costruito della Supsi (ISAAC) e responsabile del team di ricerca sull’involucro edilizio innovativo e sul fotovoltaico integrato in architettura. Con alcuni colleghi promuove sistemi fotovoltaici visti come materiale dell’edificio nella sua forma architettonica. Il gruppo è stato attivamente coinvolto nel progetto di ricerca europeo SmartFlex, iniziato nel 2013 e in fase di conclusione, finanziato dall’Unione europea con 2,9 milioni di euro. In una conferenza internazionale, lo scorso ottobre a Berna, sono state presentate le «nuove possibilità tecnologiche per un design per facciate solari colorate e personalizzate, persino redditizie», scaturite appunto dal progetto SmartFlex. Il programma di ricerca, sia scientifico sia progettuale, mira a creare un anello di congiunzione tra il settore energetico fotovoltaico e quello archi-

tettonico edilizio. L’Istituto ISAAC è attivo da oltre 12 anni sulle tematiche del fotovoltaico integrato (BIPV) ed è sede di un Centro di competenza nel settore. Oggi sono in molti a desiderare una abitazione nella quale il riscaldamento possa essere efficiente e anche rispettoso dell’ambiente. Con questa visione, in una regione come la nostra, gli impianti solari integrati negli edifici potrebbero dare una risposta convincente. Tuttavia basta uno sguardo in giro per vedere che da noi non vi sia ancora una piena diffusione di approcci di questo tipo: ci sono pochi pannelli solari e possibilmente ben nascosti. I programmi come SmartFlex e ConstructPV, anch’esso seguito dalla Supsi, vogliono suggerire ai progettisti di pensare fin dall’inizio alla possibilità di introdurre elementi fotovoltaici come parti della costruzione. A livello industriale di questi sistemi da integrare ce ne sono: ovviamente si parla di linee di produzione particolari, con moduli personalizzati. Sono state trovate soluzioni tecniche, sono in corso test di validazione, e si è verificata la buona efficienza energetica di applicazioni già installate a prezzi sostenibili. L’edificio presentato come esemplare del progetto SmartFlex si trova in Lituania: è un edificio per uffici che al momento del risanamento venne offer-

to per sperimentare la ricerca. Volendo ristrutturarlo con una doppia pelle in vetro, anziché mettere i classici vetri trasparenti, vennero incluse delle celle solari, con pareti che svolgessero le stesse funzioni e in più dessero un aiuto alla produzione energetica. L’esperimento riuscì, dimostrando che il fotovoltaico integrato può rendere attiva la facciata di un edificio anche operando in luoghi non proprio favoriti dall’irraggiamento. Alla citata conferenza di Berna erano presenti anche produttori di moduli solari espressamente pensati per l’integrazione nell’edificio, da sagomare con dimensioni e forma su richiesta. Per ora la gran parte del mercato si ferma all’installazione di coperture, in particolare di quelle inclinate, dove il fotovoltaico integrato è ottimale in termini energetici. Ma le pareti esterne stanno entrando a tutti gli effetti a far parte di questo involucro solare attivo, anche sulle 4 facciate. Di questi esempi ne abbiamo uno a Chiasso: il Palazzo Positivo. L’edificio è un palazzo residenziale di 8 piani e con 19 appartamenti, costruito nel 1965 e rinnovato nel 201213 con l’obiettivo di fargli produrre più energia di quanta ne consumi. Il fotovoltaico è diventato il nuovo materiale di rivestimento del tetto, delle facciate e dei balconi. Grazie a un’eccellente

isolazione termica e combinando diversi sistemi si è raggiunta l’autonomia energetica, addirittura con un surplus. Il Palazzo Positivo ha ricevuto nel 2014 il prestigioso «Premio Solare Svizzero». Oggi il rendimento di un modulo solare si attesta intorno al 20%, con garanzia di 20-25 anni di funzionamento. Però uno dei più qualificati centri di ricerca svizzeri, il CSEM di Neuchâtel, è riuscito a ottenere un tipo di cellula col rendimento energetico del 29%. In realtà uno dei suoi fiori all’occhiello, un modulo per l’architettura in bianco, facile da impiantare su palazzi come copertura di facciate di vetro, permette un rendimento solo del 10%. In effetti è poco, ma può non costituire un problema se si considera il pannello come un elemento di costruzione integrato e non solamente come un produttore d’energia. Quanto ai costi, non è corretto paragonare il fotovoltaico integrato al costo dei sistemi fotovoltaici convenzionali. Il suo ruolo è diverso. Il costo va piuttosto confrontato con quello di un elemento di involucro delle costruzioni. Rendere attiva una facciata col fotovoltaico comporta un costo extra da valutare, ma è anche giusto mettere in conto che la facciata solare potrà restituire nel tempo, con l’energia prodotta, una parte dei soldi spesi. Un centro di

ricerca olandese, col quale la Supsi collabora, presto pubblicherà un rapporto di mercato voluto proprio per monitorare i costi di questi sistemi integrati su scala europea. Per facciate trasparenti, utilizzate in un edificio per uffici come quello realizzato in Lituania, abbiamo sentito proporre la cifra di 700-1000 CHF/mq. Per il tetto costa molto meno, intorno ai 300-400 CHF/mq. Dallo scorso anno sappiamo pure che in Svizzera, oltre alle classiche nere e blu, sono state realizzate coperture opache di color ocra, tipo terracotta, che possono inserirsi meglio in ristrutturazioni di vecchi edifici o palazzi storici. I pannelli sono opera della ricerca del CSEM e hanno già trovato applicazioni nel canton Neuchâtel. Confidando nel miglioramento tecnico l’opportunità progettuale del fotovoltaico integrato è lì da cogliere, non solo per le nuove costruzioni ma anche come recupero dell’esistente. Ogni anno in Europa si tiene una Conferenza sull’energia fotovoltaica (EU PVSEC) dove gli specialisti e i ricercatori del settore possono confrontarsi e conoscere a che punto sia l’innovazione. Nel prossimo settembre si terrà in Olanda la 33esima edizione della conferenza. Gli esperti di casa nostra ci saranno e si attendono sviluppi interessanti.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Ambiente e Benessere

Ginevra, la primavera ha quattro ruote Motori Il Salone della città sul Lemano è giunto alla sua 87ma edizione all’OEM ovvero Original Equipment Manufacturers. Nella quinta area si potrà assistere a workshop dedicati alla riparazione e manutenzione delle automobili. Prodotti e servizi legati al mondo dei motori si troveranno nella sesta area. Infine spettacoli ed intrattenimento aspettano gli appassionati nella settima area. Anche a Ginevra i riflettori sono puntati sulle nuove tecnologie di guida autonoma e sulla mobilità verde, ovvero ecosostenibile. Auto che inquinano poco o anche meno, propulsori ibridi, elettrici e a idrogeno. Tra le più ammirate ci sarà senz’altro la BMW i8 che a Ginevra presenta una esclusiva edizione speciale prodotta in numero limitato: la BMW i8 Protonic Frozen Black Edition. Le linee d’avanguardia dell’ecologica sportiva tedesca vengono esaltate dalla vernice BMW Individual nella variante Frozen Black e dall’allestimento esclusivo degli interni. Sotto il cofano un conosciuto ma sempre sofisticato sistema ibrido costituito da un motore tre cilindri alimentato a benzina da 231 cavalli che vengono scaricati sulle ruote posteriori, affiancato da uno elettrico da 131 cavalli per l’asse anteriore quando il pilota richiede maggior potenza. Il totale fa 362 cavalli con consumi da berlina diesel. Insomma, va ricordato che la i8 non è una novità assoluta ma siamo convinti che con questo allestimento – in anteprima mondiale proprio a Ginevra – saprà certamente ancora guadagnarsi la curiosità degli appas-

Mario Alberto Cucchi È iniziato il conto alla rovescia per gli appassionati di auto. Sulle sponde del lago Lemano si stanno scaldando i motori, tutto è pronto. Il Salone dell’Auto di Ginevra, che quest’anno giunge alla sua 87° edizione, aprirà le porte al pubblico dal 9 al 19 marzo. 180 gli espositori presenti per un totale di 900 modelli. Nei 106’000 metri quadri di superficie espositiva ci saranno oltre ai principali costruttori automobilistici numerosi designer e molti centri stile oltre ai principali marchi di accessori. All’interno i visitatori potranno vedere e toccare con mano decine di nuovi modelli e versioni dei costruttori automobilistici disseminati in cinque padiglioni (1,2,4,5 e 6).

La mostra sarà divisa in sette aree tematiche e la mobilità verde sarà ancora uno degli argomenti importanti Oltre a tutto questo troveranno sette grandi aree tematiche. La prima dedicata alle vetture a tre, quattro o più ruote, alle auto elettriche e ad energia alternativa. La seconda è stata invece pensata per le auto più particolari equipaggiate con una carrozzeria speciale e per alcune concept car. La terza area è per il mondo del tuning: le elaborazioni. La quarta è riservata

La BMW propone un allestimento nuovo per la sua ibrida i8: Frozen Black Edition.

sionati. D’altronde la i8 fa sognare ad occhi aperti più della nuova BMW Serie 5 Touring con cui dividerà la parte più importante dello stand tedesco. E ora ecco tutto quello che c’è da sapere per entrare al Salone dell’Auto di Ginevra. I biglietti d’ingresso si

possono anche acquistare online sul sito www.gims.swiss. 16 franchi per gli adulti e 9 franchi per i bambini e i pensionati. Per i gruppi di almeno 20 persone per entrare tra i padiglioni basteranno 11 franchi a testa. Interessante l’opportunità di avere uno scon-

to del 50 per cento sul costo del biglietto entrando al Palexpo dopo le quattro del pomeriggio. Va considerato che negli undici giorni di apertura della rassegna gli orari di accesso saranno dalle 10 alle 19 di ogni giorno e dalle 9 alle 19 nei fine settimana. Annuncio pubblicitario

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Azione


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Ambiente e Benessere

Il ciliegio che fiorisce nel freddo Mondoverde Due varietà di Prunus rallegrano i giardini invernali con i loro fiori

Anita Negretti Chi segue questa rubrica sa che il giardino offre fioriture anche durante i mesi dell’inverno, con delicati e sorprendenti colori. Una di queste fioriture è senz’altro quella di Prunus x subhirtella «Autumnalis», un ciliegio dai fiori bianco rosati che si schiudono da novembre fino a marzo, regalando una nota di colore. Piantato in un angolo ben soleggiato in piena terra, si riempie di fiori che anticipano la primavera e per valorizzarlo al meglio basta davvero poco: un tappeto di narcisi, viole e muscari blu saranno in grado di creare un ottimo contrasto con i suoi fiori rosa pa-

stello, mentre dell’Erica carnea rosa posta ai piedi del ciliegio creerà un buon accostamento. Apprezzato fin dal 1500 nel lontano Giappone, veniva coltivato per via del suo portamento selvaggio e per i fiori i cui boccioli chiusi sono rosa porpora, mentre una volta dischiusi si presentano bianchi, semidoppi e dal delicato profumo di mandorla. Alto non più di 5 metri presenta una chioma espansa formata da lunghi rami marrone grigiastro, dall’aspetto poco ordinato ma allegro, con foglie seghettate di colore verde brillante che in autunno, prima di cadere si tingono di arancio-rosso,lasciando posto ai fiori che si apriranno dopo poche settimane sui rami nudi.

Piante dalle fioriture invernali Chimonanthus praecox: calicanto d’inverno, con fiori bianco giallognoli molto profumanti. Hamamelis x intermedia: amamelide, dai fiori nastriformi giallo intenso, leggermente profumati e con la suggestiva varietà «Diane» rosso cupo. Camellia sasanqua: camelia d’inverno, a fiori rosa o bianchi molto appariscenti durante i freddi giorni dicembrini. Sarcococca confusa: piccolo arbusto dai profumatissimi fiori bianchi.

Ellebori: chiamati anche rose di Natale, variano dall’immacolato bianco ai rosa, verdi, mattone, rossi portando tanta allegria in vasi o aiuole. Erica carnea e Calluna vulgaris: le eriche rosa o bianche che amano terreni acidi, in grado di colorare per tutto l’inverno le aiuole di azalee e rododendri ancora spogli. Viole, cavoli ornamentali e bulbose invernali: dai colori sgargianti e con una spesa minima si possono riempire vasche, vasi, aiuole, bordure aspettando i primi tepori primaverili.

Ai fiori seguono delle drupe sferiche, molto simili a delle grosse ciliegie, dal colore prima rosso poi nero. Appartenenti alla famiglia delle Rosacee, vengono utilizzati sia per adornare spazi verdi ed interessanti in aiuole di città, sia per angoli informali di giardini o al limitare di zone boschive. Poco esigente e molto rustica, si può lasciar crescere questa bella pianta liberamente, senza intervenire con potature drastiche, ma solo con leggeri tagli di pulizia di rami rovinati o cresciuti male. Questa pianta è frutto di un incrocio, molto probabilmente avvenuto in natura, tra Prunus incisa e Prunus pendula e predilige terreno ben drenato, leggermente alcalino, leggero e moderatamente concimato, senza bisogno di protezione durante i mesi invernali visto che resiste egregiamente fino a temperature minime di –20°C. Dalle dimensioni leggermente più ridotte, visto che si aggira sui 3 metri sia in altezza sia per quel che riguarda l’espansione della chioma, vi è un’altra varietà altrettanto interessante di Prunus x subhirtella e si tratta di Pendula Rosea . Dalla chioma ricadente con rami rigidi ma dal portamento cascante, si riempie di fiori rosa carico, semidoppi che compaiono da novembre fino ad aprile, prima della comparsa delle foglie. Questa varietà viene venduta come innesto (solitamente su Prunus avium),

I suoi fiori hanno un delicato profumo di mandorla. (susigarden.com)

alto 200-220 cm, per lasciare la possibilità di un ampio ed arioso sviluppo della chioma che nel corso degli anni riuscirà comunque a raggiungere il suolo con i suoi lunghi rami arcuati, creando una suggestiva capanna verde in giardino.

Se volete ospitare questa festosa varietà in giardino ma volete sincerarvi dell’aspetto della pianta, vi consiglio una gita presso il giardino botanico di Villa Carlotta a Tremezzo sul lago di Como, dove si può ammirare un esemplare di pianta ormai adulta. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

I Papi che adoravano il vino

Il vino nella storiaAlcune qualità dei vini di Francia derivano direttamente dal periodo della «cattività avignonese»

Davide Comoli Già nel XI secolo il vino consumato nelle cerimonie religiose rappresentava solo una piccola percentuale di quello prodotto in Europa. Comunque la richiesta di vino da parte dei religiosi, in particolare da vescovi e prelati, rimase alta, fatto ben esemplificato dalla produzione vinicola nella Francia orientale e meridionale durante il trasferimento della sede papale ad Avignone. Qui, dove sarebbe rimasta per gran parte del XIV sec., unita alla prodigalità della corte papale, fornì al mercato del vino nuove domande e un’accresciuta popolarità. Il vino nel meridione della Francia continuava naturalmente ad essere prodotto in grande quantità e rappresentava la bevanda più comune per il contadino francese. Il papato di Avignone indusse un revival della viticoltura di qualità lungo le rive del Rodano, specialmente in località come Châteauneuf du Pape. Ancora più significativa della domanda di vino da parte dei prelati, fu, durante il Medioevo, la consuetudine di donare in eredità i vigneti agli ordini monastici. L’abbazia Benedettina di Cluny, nel 1275 possedeva tutti i vigneti intorno a Gevrey (Borgogna), sempre dello stesso ordine l’abbazia di Saint-Vivant a Vosne ricevette in dono i vigneti di Romanée-Conti, la Romanée, la Tâche, Richebourg e la Romanée-St-Vivant nel 1223, e fra il 1100 e il 1336 l’abbazia Cistercense di Citeaux, acquisì gradualmente i vigneti di Vogeot, grazie a donazioni, dopodiché li circondò di mura

e nacque il mitico vigneto borgognone di Clos de Vougeot. Fu alla morte di Benedetto XI (1304) che il Conclave si radunò a Perugia su istigazione di Filippo il Bello re di Francia, e dopo un tiramolla durato un anno fra elettori italiani e francesi, fu eletto Papa l’Arcivescovo di Bordeaux Betrand de Goth, che assunse il nome di Clemente V. Il primo atto di questo pontefice fu di trasferire la sede papale in Francia. L’incoronazione che avvenne a Lione (4.11.1305) non fu tra le più felici, infatti un muro crollò addosso al corteo papale, causando morti e feriti. Dopo Lione la sede si spostò a Cluny, Bordeaux, Poitiers e poi ad Avignone in Provenza (è un fatto che i sette Papi di Avignone, furono tutti francesi legatissimi alla loro terra d’origine). L’amore non solo eucaristico che il nuovo pontefice ha per il vino, lo si nota subito quando ordina di coltivare a vigneto la sua proprietà a Pessac (il futuro Château Pape Clement) e da contratti dell’epoca apprendiamo che nel 1308 partirono più di 30 navi cariche di vino del Papa dal porto della Rochelle verso l’Inghilterra e che prima della sua morte avvenuta nel 1314 fa impiantare il primo vigneto papale ai piedi del Mont Ventoux. Alla morte di Clemente V, il collegio dei cardinali si riunì a Carpentras dove il Papa aveva da tempo spostato la sua corte, dove fu eletto il guascone Jacques Arnaud d’Euse che prese il nome di Giovanni XXII. In fatto di teologia questo Papa non era un granché, lo si ricorda perché istituì la Sacra Rota. Dante lo definì: «guastatore della

Il castello di Chateauneuf. (chateauneuf.com)

vigna di Cristo»: la domenica a dorso di mulo saliva alla sua vigna situata a Châteauneuf in Vaucluse, qui il Pontefice circondato dalla sua corte di prelati a bere quell’ottimo vino prodotto che prese il nome di Châteauneuf du Pape. Gli succedette Benedetto XII (Jacques Fournier, 1334-1342), scevro di un potere personale, votato all’esclusivo ripristino dell’autorità della Chiesa, fu l’unico dei Papi di questo periodo ad interessarsi più premurosamente della sede di Roma. Il suo successore Clemente VI (Pierre de Beaufort, 13421352) acquistò Avignone dalla Regina Giovanna di Napoli, pagandola 1000 litri di Muscat de Lunel e 24 botti del vino di Beaune e di Saint-Pourçain, i due vini rossi più esclusivi dell’epoca. Avignone diventa il centro commerciale più vivo d’Europa, le sue viuz-

ze erano il regno dei mercanti, delle prostitute e degli alchimisti; il rosso vino dei Papi scorreva a fiumi. La Chiesa si trovò coinvolta in traffici più o meno leciti, tanto da meritare la definizione da parte del Petrarca (1304-1374), che vi era da poco giunto e quasi subito fuggito, di «novella Babilonia». Dobbiamo al suo successore Innocenzo VI (Étienne Aubert, 1352-1362) d’aver fatto produrre per la prima volta nel 1360 il vino bianco di Châteauneuf du Pape. Guillaume Grimoard sale al Soglio Pontificio nel 1362 e assume il nome di Urbano V, subito si capisce il suo desiderio di ritornare a Roma, ma era osteggiato dai suoi cardinali che temevano di non poter più bere i prediletti vini inviati loro dall’abate di Citeaux, Jean de Bussières, dalle vigne di Clos Vougeot. A questo proposito

interviene ancora il Petrarca il quale scrive: «Nessuno vuole che ne priviate, se proprio non volete adattarvi ai vini italiani, ricordate che il Tevere è sempre navigabile e che quindi potrete fare arrivare tutte le botti di vino che volete». Il 16 ottobre 1367 Urbano V rientra a Roma, ma il vino italiano non piace ai cardinali e prelati francesi, quindi il Papa ordina e fa arrivare dalla Francia: «60 buttas vini de Belena (Beaune) e de Grurejo, et todirem vini de Meumaso vel de Lunello, pro uso hospitii nostri». Nauseato dalla situazione che si era creata a Roma da vari intrighi troppo lunghi da descrivere, il 5 settembre 1370 il Papa ripartì alla volta di Avignone dove spirò il 19.12.1370. Pierre Roger de Beaufort (Gregorio XI), nipote di Clemente VI (1370-1378), di cui porta lo stesso nome, si fa mandare dall’abate di Citeaux, per festeggiare la sua elezione, 2000 litri di Clos Vougeot, una vera benedizione per la corte papale. Nel 1378 il Grande scisma d’Occidente divide il pontificato tra gli schieramenti pro Roma e pro Avignone. Clemente VII e Benedetto XIII, gli antipapi di Avignone, si fanno inviare litri di Moscato di Rivesaltes. L’epopea papale e vinosa francese finisce nel 1414 allorché «les muscadières» (parcelle vitate di Moscato) di Beaumes de Venise che appartenevano al papato, vengono vendute con profitto dal Vescovo d’Avignone. Ma i pontefici continuano a marcare il vigneto francese. All’interno del Clos Vougeot, diviso in tre «climats» dai monaci Cistercensi, c’è ancora una parte di vigna selezionata per la cuvée del Papa. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Formula magica per un buon risotto Allan Bay Sono passati ben dodici anni da quando vi avevo proposto un articolo sul risotto perfetto: non posso negare che stravedo per questa ricetta. Però da allora il mondo è andato avanti, e oggi vi presento un decalogo aggiornato su come cucinare nel migliore dei modi questo piatto storico.

L’ingrediente più importante in assoluto è il brodo, mentre l’aggiunta del vino non è necessaria 1. Usate un buon riso Carnaroli: ce ne sono di altri adatti al risotto, ma nessuno è meglio del Carnaroli. 2. Il risotto si prepara in una casseruola di un materiale buon conduttore di calore. Quindi, in ordine, rame, poi acciaio e alluminio. Non ghisa, non terrecotte: trattengono troppo il calore, a fine cottura rischiano di stracuocere il riso. Sì al teflon invece: dato che tutti oramai cuciniamo con pochi grassi, il rischio che attacchi si annulla. 3. Un risotto si chiama così se il riso, a inizio cottura, è stato tostato. Quindi messo in una casseruola col fuoco al massimo senza null’altro aggiungere e cotto fino a quando toccandolo non brucia, mescolando. Se questo non si fa, quel piatto è un riso e non un risotto – magari altrettanto buono, sia chiaro, ma non un risotto. Quindi non tostatelo quando c’è la cipolla nella casseruola: questa brucerebbe, dando al risotto uno sgradevole retrogusto di bruciato. La cipolla cuocetela a parte, con poca acqua, senza grassi, e poi unitela dopo il primo mestolo di brodo. 4. Se però si usa un riso stagionato un anno, oggi così di moda, non bisogna tostarlo a inizio cottura: l’invecchiamento sostituisce la tostatura. Quindi si inizia a cuocerlo fin da subito con un po’ di brodo. Però quel piatto si

chiamerà risotto e non riso: lo so, di primo acchito sembra un po’ ridicolo, ma non bisogna dimenticare che tutti questi pasticci semantici sono il sale di quel cangiante mondo che è la cucina… 5. In un risotto, l’ingrediente più importante in assoluto è il brodo. Che deve essere, in linea di massima, fatto con gli scarti degli ingredienti utilizzati nel risotto – salvo le solite eccezioni, che però sono pochissime. E deve essere ben concentrato. E utilizzato bollente. 6. L’aggiunta di vino è tradizionale: l’acido del vino serviva a smorzare il sapido dei grassi suini utilizzati. Oggi questi grassi non si usano più, perché allora mettere vino? Io non lo metto mai. 7. Si cuoce a fuoco medio basso, scoperto: il brodo che si aggiunge deve essere bollente. Il brodo si aggiunge mestolo dopo mestolo, ma unendo quello successivo solo dopo che quello precedente sarà stato assorbito del tutto dal riso. È più importante di quanto sembri. Mescolate non ininterrottamente, diciamo una girata ogni minuto. 8. Gli ingredienti vanno aggiunti al risotto in base al tempo residuo di cottura. Il mio consiglio è: cuoceteli tutti prima, separatamente a puntino e poi aggiungeteli all’ultimo momento, così si sbaglia meno. Soprattutto mettete all’ultimo momento le spezie, che sono tutte termolabili, cioè il calore le danneggia e ancor più soprattutto il sale, ché se ne mette sempre troppo. 9. Non usate grassi cotti: aggiungete i grassi a crudo solo alla fine, a fuoco spento. I grassi canonici sono il burro, l’olio di noce e di nocciole. Non il nostro amatissimo olio extravergine di oliva. In questo caso è (quasi) sempre intrusivo: ammazza gli altri sapori. 10. A fine cottura, dopo aver mantecato con un grasso, coprite con un coperchio e fate riposare il risotto nella pentola di cottura per 2 minuti. Le ragioni biochimiche di questo non le conosco, ma in questo modo i sapori si legano veramente nel modo migliore.

Marka

Gastronomia Molti lo cucinano bene ma con alcuni «accorgimenti d’autore» possiamo renderlo ancora più gustoso

CSF (come si fa)

Mi sono reso conto di aver tantissime volte parlato del brodo vegetale, la più onnipresente delle basi, ma di non aver mai fatto una sintesi del brodo vegetale perfetto, o meglio quello che considero tale. Vediamo coma si fa. Brodo vegetale. Per 2 litri di brodo. Mondate e spezzettate 2 cipolle, 2 porri, 2 carote, 2 coste di sedano verde e 2 zucchine. Mettetele in una pentola,

unite 2,5 litri di acqua oligominerale, aggiungete 1 pomodoro diviso a metà, 2 spicchi d’aglio, 1 mazzetto guarnito (gambi di prezzemolo, alloro, dragoncello e altro), 3 bacche di ginepro, 3 chiodi di garofano e 1 manciatina di pepe bianco in grani. Portate al bollore e fate sobbollire per 50 minuti, schiumando. Alla fine spegnete, lasciate intiepidire e filtrate con un colino coperto con una mussola bianca. In frigorifero il brodo si conserva per qualche giorno. In freezer, in bottiglie di plastica di varie misure che poi si buttano, riempite per 3 quarti e congelate senza il tappo, che aggiungerete il giorno dopo, per 3 mesi. Ecco gli ingredienti, comunque freschi, che, mondati e spezzettati, si possono aggiungere a un brodo base, sempre a seconda delle stagioni, dei

sapori e del piatto che si sta preparando: patate e bucce lavate di patate, topinambur, guaine di finocchi, verza sbollentata per 5 minuti, zucca, bucce e semi di zucca, torsoli di pannocchia, sedano rapa e bucce di sedano rapa, le foglie esterne della lattuga, baccelli di piselli, gambi di asparago, erbette, fagiolini, melanzane, peperoni, coste, rape, pastinaca, erbe aromatiche (timo, maggiorana, origano, salvia, rosmarino), funghi freschi e funghi secchi con la loro acqua di ammollo, erbe selvatiche (ortica, borragine) e altre. Bisogna solo evitare verdure come carciofi, cavolfiore, broccoli, cavolo nero e poche altre che rendono amaro il brodo e prevaricano gli altri sapori. Si possono poi aggiungere spezie come cumino, coriandolo, zafferano, zenzero e cannella.

Ballando coi gusti Oggi ovviamente due risotti: il primo è aromatizzato con gli asparagi, il secondo con un ingrediente inusuale, i datteri.

Risotto con asparagi e porcini

Risotto con pecorino e datteri

Ingredienti per 4 persone: riso da risotti g 360 · punte di asparagi g 100 · funghi

Ingredienti per 4 persone: riso da risotti g 360 · 8 datteri · 1 porro · brodo vegetale

porcini secchi g 50 · 1 cipolla · ½ carota · 1 gambo di sedano · brodo vegetale · vino bianco secco · olio di noci o nocciola · sale e pepe. Ammollate i funghi in acqua tiepida per 20’, poi scolateli e filtrate l’acqua di ammollo. In una casseruola fate stufare per 30’ con l’acqua di ammollo i funghi, la cipolla, la carota e il gambo di sedano, spezzettati, poi frullate. Fate cuocere le punte di asparagi al vapore poi spezzettatele o tenetele intere a piacer vostro. Tostate il riso in una casseruola per 2’ a fuoco allegro, poi unite 2 mestoli di buon brodo vegetale bollente e le verdure stufate e portate a cottura il riso, unendo il brodo sempre bollente necessario. 1’ prima che sia pronto aggiungete le punte. A fine cottura mantecate con poco olio e regolate di sale e di pepe, coprite, fate riposare per 2’ e servite.

· prezzemolo · pecorino g 60 · burro g 60 · sale e pepe.

Denocciolate i datteri e spezzettateli a piacere. In una casseruola fate stufare per 20’ con poca acqua il porro mondato e spezzettato, poi frullate. Tostate il riso in una casseruola per 2’ a fuoco allegro, poi unite 2 mestoli di buon brodo vegetale bollente e il porro e portate a cottura il riso, unendo il brodo sempre bollente necessario. 1’ prima che sia pronto aggiungete i datteri. A fine cottura mantecate con pecorino e burro e regolate di sale e di pepe. Coprite, fate riposare per 2’ e servite spolverizzando di prezzemolo.


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Ambiente e Benessere

M Una festa dello sci baciata dal sole Grand Prix Migros 2017 Domenica 19 febbraio sulle nevi di Airolo Pesciüm oltre 530 giovanissimi sciatori

sono stati protagonisti di una giornata indimenticabile

Momenti di gioco e momenti di gara. (alfaphoto. com)

Renato Facchetti Mentre a St. Moritz andava in scena l’atto finale dei Campionati del mondo, con lo slalom maschile vinto dal protagonista no. 1, l’austriaco Marcel Hirscher, sulle nevi leventinesi di Airolo oltre 530 giovani sciatori provenien-

ti da tutta la Svizzera hanno animato l’evento sciistico popolare più importante alle nostre latitudini. Sono scesi così sulle orme di Lara Gut: è davvero il caso di dirlo perché l’attuale detentrice della Coppa del Mondo, insieme ad altri nomi di spicco dell’attuale nazionale rossocrociata, proprio grazie al Prix

Migros hanno vissuto le loro prime esperienze di gara. Questa competizione è a tutt’oggi la gara di sci per la gioventù più importante del panorama europeo. E offre, con la «Minirace», anche a bambini di 6 e 7 anni che non hanno mai indossato un «pettorale» la possibilità di assa-

porare le emozioni di una grande gara, nel momento in cui si presentano con il batticuore all’emozionante uscita dal cancelletto di partenza. L’essenza di questo progetto di Swiss-Ski, che va in scena ogni inverno dal lontano 1972, è infatti promuovere lo sci alpino da competizione in un contesto di festa dello sport, offrendo una possibilità di partecipare anche a bambini non necessariamente affiliati a uno sci club. La vittoria di giornata sulla pista principale, il mitico «canalone», è andata per le ragazze a Sue Fuchs (anno 2001) di Meiringen/BE e per i ragazzi a Federico Toscano (anno 2001) di San Bernardino/GR. Sulla pista piccola i più veloci sono stati tra le ragazze Marah Vand der Valk (anno 2007) di Samedan/GR e tra i ragazzi Riccardo De Monaco (anno 2007) di Sorengo. I rappresentanti ticinesi, si sono aggiudicati complessivamente undici podi; soltanto i Grigioni hanno fatto meglio con dodici podi. I primi tre classificati di ogni categoria si sono qualificati alle finali nazionali, in programma l’1 e 2 dicembre prossimi. La classifica completa della gara è

Famigros Ski Day a Bosco Gurin: iscrizioni aperte per il 12.3 È ancora possibile iscriversi all’unica tappa ticinese della manifestazione per le famiglie in programma domenica 12 marzo a Bosco Gurin. In occasione dei «Famigros Ski Day», i membri di un nucleo famigliare possono cimentarsi ad una simpatica gara su un percorso adatto a tutti i livelli di sciatori e snowboarder. Il cronometro si fermerà quando l’ultimo concorrente di ogni famiglia avrà tagliato il traguardo. Ogni bambino riceve immediatamente all’arrivo una medaglia ricordo. Al villaggio degli sponsor non mancheranno i momenti di diver-

timento presso gli stand Famigros, Swiss-Ski, Rivella e SportXX Migros. Sarà giornata all’insegna dello svago sulla neve da condividere con l’intera famiglia che potrebbe benissimo rappresentare una simpatica «sfida» fra vicini di casa, amici o parenti. Per una giornata indimenticabile sulla neve, il costo dell’iscrizione è di soli 110 franchi per un pacchetto famiglia comprendente : 2 carte giornaliere per adulti e max. 3 per bambini, 5 buoni pasto caldo + 1 bottiglia di Rivella e regalo sorpresa. I membri del programma Cumulus Famigros e di Swiss-Ski,

beneficeranno di una riduzione di 25 franchi e quindi per loro l’iscrizione costerà solo 85 franchi. Un’occasione da non perdere. Inoltre, a differenza del Grand Prix Migros, ai «Famigros Ski Day» ci si può iscrivere a più tappe e scoprire così la bellezza di stazioni invernali in fantastiche località di altre regioni del nostro paese. Dopo il Famigros Ski Day di Bosco Gurin, sono in calendario le ultime due tappe: il 18 marzo a MeiringenHasliberg e il giorno successivo a Col des Mosses. Iscrizioni online su: www.famigros-ski-day.ch.

consultabile su: www.gp-migros.ch. Per un gran numero di partecipanti, comunque, il maggior divertimento è stato il dopo gara: correndo da uno stand all’altro del villaggio sponsor hanno potuto aggiudicarsi i simpatici premi messi in palio da Swiss-Ski, dallo sponsor principale Migros, dai co-sponsor Thomy e Stöckli e dai fornitori Toko e Leki. Tutta la giornata comunque si è svolta nell’atmosfera delle grandi occasioni. Da un lato l’aspetto agonistico, con gli annunci dei risultati puntualmente scanditi dallo speaker al passaggio sotto lo striscione del traguardo di ogni concorrente; dall’altro il piacere della festa di famiglia, con il profumo della griglia e il fantastico cielo sereno. Da sottolineare l’ottimo lavoro organizzativo e logistico della Valbianca SA e degli oltre 100 volontari dello Sci Club Airolo. Prima delle finali di Adelboden, le prossime tappe del Grand-Prix Migros saranno a Wildhaus (5.3.), Les Crosets (11.3.), Lenk (12.3.), Arosa 19.3. e Nendaz il 25.3.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

17

Ambiente e Benessere

Quando parliamo del lupo…

MondoanimaleUna mostra temporanea al Museo di storia naturale di Friborgo ci accompagna

alla scoperta del lupo sul nostro territorio

Maria Grazia Buletti «Il lupo è su tutte le bocche: nei giornali, nei racconti, nei film… Ma chi l’ha già incontrato in carne e ossa? D’altronde, sapete che sta ritornando sul nostro territorio? Chi dice “ritorno” dice dapprima “partenza”: e quella del lupo, nel 19mo secolo, fu assai rocambolesca…»: queste le premesse del Museo di storia naturale di Friborgo che fino a giugno ospita la mostra temporanea e itinerante «Il lupo, nuovamente fra noi», nell’ambito della quale ci sarà la possibilità di partecipare a percorsi informativi, atelier, animazioni ed escursioni sempre alla scoperta di questo grande predatore. I responsabili dell’esposizione si fanno portavoce di parecchie domande che tutti ci poniamo: «Oggi da dove arrivano questi lupi? E dove sono? Come sono riusciti a tornare e come hanno trovato nuovamente spazio vitale in un territorio così densamente popolato come quello svizzero? Quali sono le attitudini che permettono loro di adattarsi a questa nuova geografia del territorio?». Nel bene e nel male, è innegabile che il lupo dimori nell’immaginario di ciascuno di noi e, come affermano al Museo di Friborgo: «Le emozioni spesso guidano le nostre opinioni, quando ci chiediamo, oggi, che spazio siamo disposti a lasciare a questo “nuovo vicino”, per permettergli di restare?». Sempre che questo sia l’intento! Abbiamo dunque riassunto intenti e contenuti della Mostra, evidenziando le domande che quasi tutti ci poniamo a proposito del ritorno del lupo in Svizzera e nel nostro cantone. Presenze e

avvistamenti oramai certi, anche a causa di inevitabili (e non sempre graditi) segnali del suo passaggio, anche da noi. «Grosso modo, tutto il canton Ticino può essere interessato da passaggi sporadici o dalla presenza occasionale del lupo: siamo un territorio di confine e talvolta alcuni lupi entrano, escono o passano anche inosservati, tranne che quando arrecano danni e allora se ne sente subito parlare», esordisce il collaboratore scientifico dell’Ufficio della caccia e della pesca Danilo Foresti, da noi interpellato. Ci spiega che degli avvistamenti si tiene conto attraverso lo stretto monitoraggio dei guardiacaccia preposti: «È pure vero che una persona non avvezza a vedere il lupo, difficilmente riuscirà ad entrare nel dettaglio dell’avvistamento, anche perché incontrare davvero un lupo tocca profondamente le nostre emozioni e l’emozione, si sa, è molto soggettiva». Talvolta si tratta semplicemente di un cane ed è probabile che chi non è del mestiere non riesca a distinguere un lupo adulto da lupi giovani: «Non è facile distinguere i lupi per età, tant’è che a 10 mesi i lupetti possono già intraprendere la ricerca di un nuovo territorio e percorrere notevoli distanze». Foresti spiega che per comprendere se ci si trova ad avvistare un soggetto adulto o meno, bisogna osservarne il comportamento: «Per intenderci, se stanno giocherellando in gruppo si tratta di cuccioli, mentre se è un singolo soggetto, fermo e in osservazione, potrebbe essere adulto». Il passaggio sporadico di lupi anche nel nostro cantone è cosa appurata, anche se un censimento è relativo alla loro

Giochi

SUDOKU PER A

N. 41 FACILE Schema

Anche in Ticino fa parlare di sé. (Keystone)

grande mobilità: «Un branco dispone di questo grande predatore da parte Giochi per “Azione” - Gennaio bis 2017 di un territorio di almeno 200 chilome- delle autorità preposte: «La situazione Stefania Sargentini il Cantone e tri quadrati, dimensioni che dipendono è di grande interesse per 2 8 dalla disponibilità di cibo: meno ne tro- vede sul campo l’Ufficio caccia e pesca (N. 5 -eCirca metri di altezza) vano più si sette spostano». in collaborazione con la6Sezione dell’aNon possiamo parlare propria- gricoltura; i guardiacaccia di zona 1 2 3 4 5 6 7 8 mente di lupi dimoranti: «Quelli stan- sono C I spesso R AsuiNluoghi O di avvistamento C A S E 7 9 9 10 11 12 ziali entrano ed escono dai confini, per raccogliere informazioni I T E R T E A suiT loro M 13 mentre quelli 14 di passaggio 15 percorrono spostamenti, sulle loro azioni signifiE E G T R I D I 1 O anche166017chilometri al 18giorno, alla ri- cative, sul fatto che svernino o meno C noi, sul I EloroRpassaggio…». I T I Questo, L T cerca di nuovi territori». Un lupo, dun- da 19 20 A L Foresti, A T A C E RconE«giri O que, può attraversare il nostro cantone spiega si concretizza 3 senza nemmeno21 farsi notare, e senza di controllo alla ricerca delle tracce, Z O N E R 22 23 fermarsi: «Questo rende difficoltosa la delle orme sulla neve, degli escremenT A N A Z A quantificazione numerica». ti, di eventuali prede e nel rilevamento 24 25 26 Grande è O R C R I C comunque l’impegno di monitoraggio delle registrazioni delle fototrappole 27 8 M A T E R I E

Giochi per “Azione” - Febbraio 2017 1 4 Stefania Sargentini

9

9 2 con il cruciverba Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi (N. - Cina nord orientale) e6della una delle 2 carte regalo da 50 franchi con (N. 9 - Il portatore accola olimpica) 3 4 il sudoku 7 6 1

Cruciverba Forse non tutti sanno chi o cosa è il tedoforo. Scoprilo a soluzione ultimata leggendo le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 2, 9, 5, 8, 8)

che ci dicono oggettivamente se un lupo è passato di lì». Tutto il monitoraggio effettuato da esperti guardiacaccia per conto del Cantone ha obiettivi salienti: «Desideriamo avere la situazione sotto controllo, per avere migliore comprensione del territorio che il lupo colonizza o dove passa, perché in primis comprendere tutto ciò ci permette di essere d’aiuto alla Sezione dell’agricoltura e agli agricoltori quando la situazione diviene critica, se si tratta di prendere decisioni o eventuali contromisure». Anche gli ungulati non escono indenni dal passaggio del lupo che, ci viene spiegato, facilmente influisce sulle loro abitudini e sui loro spostamenti nel territorio. Parlando di avvistamenti e di territorio, non resistiamo a chiedere qualche numero e soprattutto dove ne è stata verificata la presenza: «In Valle Morobbia abbiamo osservato dei cuccioli nel 2015 e 2016, presenza estesa anche al versante italiano, perché si spostano, dormono in un posto, cacciano in un altro e non conoscono frontiere». Scopriamo che la Morobbia conta oggi 6 soggetti: 1«2 adulti e 1 cucciolo 5 del 2015 (gli altri 2 non si sa se sono partiti o7periti), 8 3 cuccioli del 2016. Dunque: Valle Morobbia, Camoghé e Grigioni, mentre: «La presenza sporadica in val 3 e in 6 1 risale già al di Blenio Gambarogno 2015 e potrebbe essere traslata al 2016, 2 mostra 9 bene gli3 spostamenti di ma questo animale. Ciò fa desumere che la presenza stabile 5 è a ridosso9della frontiera, in Valle Morobbia». Alzi la mano chi non ha seguito, 4 nell’immaginario, 1 lo spostamento di questi lupi mentre noi… davamo i numeri!

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Sudoku

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C E S T I N A R A N O M O N R E Soluzione: I S T O M Scoprire L Oi 3Anumeri S I corretti da inseL E N T E rire nelle caselle E S C A L colorate. R O I V O I A R I S

8

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(N. 7 - Le cause le vince chi non le fa)

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ORIZZONTALI 1. Nome maschile 7. Un’opera di Mascagni 8. Le iniziali del ballerino Todaro 9. Ambito Territoriale Ottimale 10. Serial a Londra 11. Articolo 12. Lo sono alcune barbe 13. Preposizione articolata 17. Si fa aspettando 18. La tavoletta del regista 19. Simbolo di bellezza 21. Pari nel dollaro 22. Prodotti per la testa ... 24. Una sezione delle Alpi 26. Mezzo... inglese 27. Eccezionalmente grande

28. L’Ultima... opera di Leonardo da 24 17. Gras nella cucina francese Vinci 19. Le tracce più labili VERTICALI 20. Opera di Giuseppe Verdi (N.22. 8 Prima il tre e ora il trentasei) 1. Per usarla le si spezza il collo Missileavevo terra-aria 2. Ispide, fitte 23. Un codice bancario 1 2 3 4 5 6 7 8 3. Prefisso di parole composte che 25. Iniziali del 40° presidente USA 2 9 10 11 12 significa «sciogliere» 1 2 3 4 5 6 7 8 6 13 14 15 4. Dulcis in fundo 16 17 5. Rincorsa dal segugio 9 10 11 6. Sacca per liquidi 18 19 20 Vincitori del concorso Cruciverba 10. Un Vincenzo attore 21 22 23 14 07», del 13.2.2017 su «Azione 12.12 Massiccio della13Bulgaria sud 24 25 26 27 occidentale L. Paltenghi, M. Sanna, F. Caravatti 28 29 Vincitori del concorso Sudoku 30 13. Punteggio, risultato 15 16 31 32 14. Unione Italiana del Lavoro su «Azione 07», del 13.2.201733 15. Ampio, esteso C. Del Ponte, C. Catti 34 35 3 18 16.17 Le iniziali di Jovanotti

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo 19 Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno 21 fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblica23 zione del gioco.

(N. 10 - Tredici mesi, più di sessanta) I vincitori

Partecipazione online: inserire la 20

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato 22 sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o 24 che riporti la sola cartolina postale

L A V A T R I C E

E S I L E

S CCI O L SOO A RG N O E I D

I N D I

N. 42FMEDIO I L

R I M C A C I A T O L A N T A A P

2

U TI A A LN

L AM B 8E RD O C E C I G I O C O N N I N AO E

4I R 3 2I

E O L I E

A T O 3 L E 5 3 1 L6 A F CS E S O U N9 I N S C I O N 4 H I R A I E N D O R M E 2

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I P P S R 9S E R A D I L A 9 7 L E 4 3 A M P 7 6 M I 3 C E N

O T R E 8

A I D 1 A

R I L E F T SUDOKU S O T I C A PER AZIONE - NOVEMBRE 2016

Soluzione della settimana precedente AL TELEFONO – «Sai che mi è successo alla posta? Una bellissima ragazza mi guardava e mi ha il numero!...»: PRIMA AVEVO IL TRE E ORA IL TRENTASEI. Schema N. chiesto 41 FACILE Soluzione

P R8 I M O 1 R A P7 8 T E U S M A R 7 9 3 6 T P A R E 1 2 9 F O R D 3 5 Z I G Z A G E R G O A U 4N P8 M I 1 P9 A2 R I C O 4 S O7 L I

A D I 1 O 3 S

L 5 B A I O A N P E P A L 9 E L L 4T R 1I O 9 I C O C I T 6 O N E

V I S T A

V O L T O

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1

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8 2 9 4 3 R E 64D17 59E 75 N T I 3 6 1 2 8 I M 58E64 31 24 91I 57 R23 89 A76 6 8O 4 5 T1 V E I 9 2 7S 3 P 7 8 6 1 2 4 5 3 9 A G 1S9 2 5 3 N 8 7O 4 AL U6 O A 3 5 4 8 7 9 6 1 2 R I A L I T O N. 42 MEDIO luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in contanti indirizzo, dei premi. 4 3email 2 del partecipante deve A S N 3 2Isaranno 9 I 8I vincitori 4 6 1 avvertiti 5 E7 essere spedita a «Redazione Azione, per iscritto. Il nome dei vincitori sarà 9 6 7 5 4 8 1 9 3 2 Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». pubblicato su «Azione». Partecipazione S I 2T3esclusivamente I T6 8 Sche 2 Non 3 si intratterrà 5 1 5 9 7a lettori 4 corrispondenza sui riservata concorsi. risiedono in Svizzera. 6 3 Le vie 1 legali sono escluse. Non 1 8 2 4 9 M A 5T6 3 7 N O S

T R A A I C L E S I P I L A N D E


Cucina americana: gli USA in tavola.

Hot dog Per 4 porzioni

Ingredienti: 1 cipolla media, 2 cucchiai di farina, 1 cucchiaio di burro, 8 salsiccette, per es. knackerli o wienerli, 8 panini per hot dog, ketchup a piacere Coleslaw: 250 g di cavolo bianco, 200 g di carote, 2 dl d’acqua, 80 g di maionese, 4 cucchiai d’aceto di mele, sale, pepe Preparazione Per l’insalata di cavolo bianco, riducete a striscioline il cavolo bianco e le carote. Portate l’acqua a ebollizione. Sbollentate il cavolo, scolatelo e fatelo sgocciolare bene. Mescolate le verdure con la maionese e l’aceto in una scodella. Condite con sale e pepe. Tritate grossolanamente la cipolla. Mettete la cipolla e la farina in un sacchetto salvafreschezza e scuotete bene. Scaldate il burro in un tegame. Rosolatevi la cipolla a fuoco medio per ca. 5 minuti, finché diventa scura e croccante. Scaldate il forno a 200 °C. Lessate i wienerli nell’acqua che bolle quasi per ca. 5 minuti. Tagliate i panini a metà e scaldateli in forno per ca. 3 minuti. Farcite i panini con l’insalata di cavolo (coleslaw) e le salsicce. Irrorate di ketchup. Cospargete di cipolla rosolata e servite. Tempo di preparazione 30 minuti

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia Papa-Trump a confronto Giorno dopo giorno appare sempre più chiara la contrapposizione fra queste due grandi icone globali

Usa-Israele: il rapporto si complica Per il presidente americano la soluzione del conflitto israelo-palestinese può essere sia quella di uno Stato sia quella di due Stati. Di certo non è stata musica per le orecchie del premier israeliano che ha sempre negato l’opzione dei due Stati

Emergenza Africa Siccità e carestia stanno mettendo in ginocchio mezzo Continente

Più impiegati statali Oggi, tra Confederazione, Cantoni e Comuni, si contano 850mila dipendenti pubblici, in crescita da anni; ridurne il numero non è semplice pagina 24

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Parata militare davanti al Reichstag. (AFP)

Perché rilanciare la Bundeswehr

DifesaMentre Donald Trump vuole il disimpegno dalla Nato Berlino non è disposta ad attendere la creazione

di un coordinamento militare permanente tra le forze armate dei ventotto Paesi membri Ue Lucio Caracciolo L’Unione Europea in disintegrazione, la Nato senza missione, gli Stati Uniti sempre meno interessati al Vecchio Continente, la Russia di nuovo militarmente importante, la Cina che si affaccia sul Mediterraneo. Basta questo breve elenco per capire come mai in ambito europeo si ritorni a parlare di difesa comune, un progetto affossato dalla Francia più di sessant’anni fa. Diplomatici e militari accennano a nuovi scenari di integrazione fra le Forze armate dei paesi membri dell’Unione Europea, ma per ora si resta sul vago. Anche perché non si vede come un esercito europeo possa fare a meno di uno Stato europeo, ovvero di un potere politico responsabile, ai cui ordini sottomettersi. È dunque probabile che anche questo esercizio strategico resti sulla carta, pegno di ottime intenzioni che si scoprono irrealistiche. Molto più concreto ed effettivo il progetto di rilancio della Bundeswehr, le Forze armate della Repubblica Federale Germania. Il Paese più rilevante d’Europa non sembra disposto ad attendere che tutti i partner Ue trovino

un’improbabile intesa sulla messa in comune delle risorse e delle forze. E comincia a muoversi da solo, offrendosi come polo di riferimento per i paesi europei della Nato, in particolare per quelli militarmente più deboli. Fino a pochi anni fa l’esercito era un tabù in Germania. Le truppe tedesche erano schierate in patria, anzi dovevano restare quasi sempre in caserma, anche in occasione delle cerimonie rituali, illuminate dalle tradizionali fiaccolate. Semplicemente, l’opinione pubblica interna – ma anche internazionale – non era pronta ad accettare l’idea di una Germania potenza militare. Il passato nazista e militarista non era ancora passato. Forse non lo è nemmeno oggi, ma a Berlino la pensano diversamente. Dopo le prime missioni internazionali, in particolare la partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia (1999), le Forze armate tedesche sono state gradualmente sdoganate. E se prima l’argomento frenante era «mai più guerra dal suolo germanico», il controargomento, avanzato per la prima volta dal ministro degli Esteri Joschka Fischer per legittimare l’intervento in Kosovo, è «mai più Auschwitz». Nel

senso che proprio per il loro passato i tedeschi non possono stare a guardare quando si compie un genocidio, o presunto tale. Di recente il concetto si è molto allargato, permettendo ai soldati germanici di avventurarsi lungo percorsi e missioni un tempo impensabili, dall’Afghanistan all’Africa. Ma lo strumento militare resta ancora sottosviluppato rispetto alla potenza economica e sempre più anche geopolitica della Germania. Quella che ha fatto esclamare ripetutamente a Donald Trump come l’Europa non sia che l’altro nome della Germania. Un ufficiale britannico aveva bollato recentemente la Bundeswehr quale «aggressiva organizzazione di campeggiatori». Fra pochi anni, quello tedesco sarà probabilmente il più importante esercito della Nato in Europa, superando i cugini francesi. L’idea è di elevare le Forze armate germaniche ad Ankerarmee, esercito àncora per gli altri partner euroatlantici. Già oggi i due terzi delle truppe olandesi sono integrate in strutture di comando tedesche. Ben presto seguiranno anche reparti romeni e cechi. Mentre l’integrazione con i francesi resta piuttosto limitata,

malgrado l’impulso dato a suo tempo da Mitterrand e Kohl. Ma che cosa intende farci Berlino con una Bundeswehr davvero potente? Il Libro bianco prodotto dal Ministero della difesa tedesco disegna un ruolo più ambizioso per un esercito molto più moderno, ma non entra nel merito delle priorità geostrategiche. Il direttore politico del Ministero, Géza Andreas von Geyr, ha specificato che «il focus della politica di sicurezza tedesca è globale». La strategia non è da tempo il forte della classe dirigente tedesca, abituata per decenni, dopo la «rieducazione» alleata, a espungere la categoria di potenza, specie se militare, dalla propria pianificazione. Ma qualcosa comincia a cambiare. Uno dei focus che la Germania considera più rilevanti è il Mediterraneo. Regione fino a ieri quasi ignorata da Berlino. Eppure le crisi e le guerre in corso fra Nord Africa e Levante, e soprattutto il massiccio afflusso di migranti in terra tedesca, impongono ad Angela Merkel di attrezzarsi a future missioni militari nello spazio euromediterraneo, per garantire la sicurezza del suo Paese.

Inoltre, la guerra in Ucraina ha messo in allarme tutto il fronte Est dell’Ue e della Nato, ovvero l’«estero vicino» della Bundesrepublik. Qui naturalmente i rischi e le minacce sono di altro tipo e dimensione. E non possono essere gestiti che con il supporto decisivo degli Stati Uniti e degli altri partner Nato. In questo contesto, ecco cadere l’ultimo tabù: la bomba atomica. Negli ambienti politici, diplomatici e militari di Berlino si torna a discettare di arsenale nucleare perché non ci si fida più troppo dell’ombrello atomico americano. Il responsabile Esteri dei cristiano democratici, l’ex colonnello Roderich Kiesewetter, afferma: «L’Europa ha ancora bisogno di protezione nucleare a scopo di deterrenza». E il condirettore della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», Berthold Kohler, scrive che è tempo per la Germania di «pensare l’assolutamente impensabile», ovvero «una capacità propria di deterrenza nucleare». Sarebbe utile che questo dibattito uscisse dai corridoi e dalle stanze segrete del potere. Prima che qualcuno decida di mettere gli altri di fronte a fatti compiuti.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia

Destinati a scontrarsi?

Papa-TrumpLa presenza in Italia di The Donald in maggio per il G7 di Taormina sarà forse

l’occasione per un incontro con Bergoglio. Che ha definito non cristiano chi costruisce muri

Il 15 febbraio in Vaticano Francesco ha invitato i popoli indigeni a lottare contro la tecnologia «che distrugge la terra». (AFP)

Giorgio Bernardelli Quando nel febbraio 2016, durante il suo viaggio in Messico, papa Francesco sostò a Ciudád Juarez – dall’altra parte del muro con gli Stati Uniti – Donald Trump era ancora l’outsider nella corsa alla Casa Bianca. Non c’era voluto molto, allora, a contrapporre le parole forti del Pontefice sui sogni e i diritti calpestati dei migranti con quelle del magnate che proprio sul rafforzamento della barriera stava facendo il suo cavallo di battaglia nel vicino Texas. Così – all’immancabile domanda – papa Francesco aveva risposto con un giudizio lapidario: «Chi vuole solo muri non è cristiano». E the Donald non l’aveva presa benissimo: per qualche giorno lo scontro tra le due grandi icone globali sul tema delle migrazioni era diventato il tormentone del momento. Proprio a un anno di distanza da quel braccio di ferro Trump ha vissuto il suo primo intensissimo mese alla Casa Bianca. Settimane che hanno visto proprio la questione dell’immigrazione balzare in testa alle priorità della nuova amministrazione americana. Non solo per l’annuncio dell’intenzione di cominciare al più presto i lavori per il completamento del muro al confine con il Messico; ma anche per le retate con le espulsioni di migliaia di immigrati senza documenti in regola (nella stragrande maggioranza cattolicissimi latinos). Senza contare, poi, le polemiche roventi intorno al «Muslim Ban» con cui l’amministrazione Trump intende chiudere – almeno temporaneamente – le porte degli Stati Uniti a chi proviene da sette Paesi a maggioranza islamica, indicati come possibile luogo di provenienza di aspiranti terroristi. Anche su altri fronti, però, le scelte politiche di Donald Trump hanno già preso direzioni opposte rispetto al magistero di Bergoglio. Caso emblematico è il tema della salvaguardia dell’ambiente, questione alla quale il Pontefice ha dedicato la sua enciclica Laudato Sì. Uno dei primi atti compiuti dal nuovo presidente alla Casa Bianca è stato sbloccare il progetto della Dakota Access Pipeline, il grande oleodotto che attraverserà i territori sacri di alcune tribù di nativi americani e che Barack Obama aveva stoppato in nome di un maggiore impegno per le energie rinnovabili. In-

vece il nuovo corso di Washington oggi considera questi temi una vuota ideologia ambientalista. Non bisogna, però, dimenticare che in queste stesse settimane Trump ha anche strizzato l’occhio al popolo pro-life. Del resto i sondaggi dicono che proprio facendo leva sulle questioni legate ad aborto, contraccezione e matrimoni gay in campagna elettorale il candidato repubblicano ha raccolto più consensi di Hillary Clinton tra i cattolici Usa. Così – una volta alla Casa Bianca – ha continuato a cavalcare questo trend con la scelta del conservatore Neil Gorsuch come candidato per il seggio vacante alla Corte Suprema, accompagnata poi da una serie di altri provvedimenti di chiara impronta anti-abortista.

Bergoglio sa bene che il suo vero oppositore non è il miliardario newyorkese, ma quella «teologia della prosperità» tanto in voga ora a Washington Di fronte a tutto questo papa Bergoglio ha tenuto un atteggiamento molto prudente. L’unico suo riferimento esplicito a Donald Trump è arrivato in una risposta a una domanda postagli all’indomani della cerimonia dell’insediamento a Washington. In un’intervista al quotidiano spagnolo «El Pais», pur citando espressamente i pericoli del populismo («nei momenti di crisi si cerca un salvatore») papa Francesco ha invitato a un atteggiamento pragmatico: «Bisogna essere concreti, vedremo che cosa farà». Si sta, dunque, piegando anche lui alle esigenze della Realpolitik vaticana? Difficile pensare che possa essere questa l’intenzione di un personaggio come papa Francesco. L’impressione è piuttosto quella di trovarci di fronte a una strategia più sottile: quella appena iniziata ha tutta l’aria di essere una partita a scacchi tra Roma e Washington. Molto probabilmente i due si incontreranno a fine maggio, quando il presidente americano sarà in Italia per il vertice del G7 in programma a Taormi-

na. Ma sarà un normale faccia a faccia, come tutti quelli che avvengono con i capi di Stato in visita in Vaticano. Con buona pace di chi vorrebbe il Pontefice argentino in trincea a lanciare anatemi contro il presidente anomalo – supplendo così all’evidente vuoto di figure carismatiche nel panorama della sinistra mondiale – difficilmente questo avverrà. Perché Bergoglio ha sì presente la distanza esistente tra tutto ciò che la presidenza Trump incarna e i valori di solidarietà che vuole rimettere al centro del pensiero e dell’azione della Chiesa cattolica. Però capisce bene che il suo vero oppositore non è il miliardario newyorkese in sé, ma un avversario attivo sul suo stesso terreno: quella «teologia della prosperità», molto in voga oggi a Washington, secondo cui la ricchezza è un segno della benedizione divina. Con il corollario sociale che ai poveri ci può pensare solo la mano compassionevole dell’uomo di successo. Una religiosità che si riduce sostanzialmente a etica individuale, senza ambizioni di incidere nei rapporti sociali. E non è un mistero la vicinanza ideologica tra Steve Bannon, il più ascoltato consigliere di Trump, e il cardinale del Winsconsin Leo Burke, divenuto il punto di riferimento per la fronda interna ai Sacri Palazzi che – a partire dalle aperture nei confronti dei divorziati risposati – sta mettendo in discussione l’idea stessa di Chiesa di Bergoglio. Papa Francesco ha sempre stigmatizzato con parole molto dure la teologia della prosperità. «L’idea che prima o poi i benefici della ricchezza prodotta arriveranno anche ai poveri è una menzogna», ha detto più volte. E questo spiega anche la centralità assegnata alla questione migranti: non passa giorno senza che il Pontefice ne parli. Lo considera un grande segno dei tempi, una presenza che mette a nudo l’ingiustizia di un mondo che alza barriere per difendere privilegi ottenuti il più delle volte imponendo la legge del più forte (in fondo «Make America great again» non vuol dire proprio questo?). Più che i politici, però, per il Papa sono la Chiesa e la società civile degli Stati Uniti a dover prendere coscienza di questa realtà. Ed è interessante – ad esempio – che in questi giorni abbia inviato un messaggio ai movimenti

popolari riunitisi per la prima volta in California. Organizzazioni che mettono insieme i poveri per difendere diritti elementari come quelli alla terra, alla casa e al lavoro ai quali ha scritto parole fortissime. «Prima o poi la cecità morale dell’indifferenza nei confronti della povertà verrà alla luce, come quando scompare un miraggio – ha scritto –. Le ferite esistono, sono una realtà. La disoccupazione è reale, la violenza è reale, la corruzione è reale, la crisi d’identità è reale, la democrazia sventrata è reale. La cancrena del sistema non può essere nascosta per sempre; e quando questo stato di cose non può più essere negato le stesse forze che lo hanno generato cominciano a manipolare la paura, l’insicurezza, i litigi e anche l’indignazione giustificata delle persone, in modo da trasferire la responsabilità di tutte queste cose verso un “non prossimo”». Lo straniero, appunto. Papa Francesco si è affrettato a precisare che non stava parlando «di nessuno in particolare», ma di una tendenza che attraversa tutto il mondo di oggi. Anche in questo sguardo «generale», però, l’America del primo mese di Trump si specchia alla perfezione. E il problema vero di Bergoglio è che si tratta di un’America che ha anche un volto cattolico; non tanto per un personaggio come Bannon, ma per le migliaia di fedeli che nelle parrocchie dell’America profonda ragionano con le categorie di Breitbart News. Per questo la vera sfida a Trump per papa Francesco passa attraverso i vescovi degli Stati Uniti, da un ventennio ormai schiacciati su posizioni conservatrici. Sarebbe del tutto inutile, infatti, tuonare da Roma contro i muri se in Pennsylvania o in Minnesota c’è una Chiesa cattolica il cui unico obiettivo è contrastare Planned Parenthood. Un segnale chiaro Bergoglio l’ha dato con il concistoro del novembre scorso, quando ha nominato cardinali l’arcivescovo di Chicago Blaise Chupich e quello di Indianapolis Joseph Tobin, le due voci più attente alle questioni sociali all’interno della Conferenza episcopale Usa. Non ha fretta con Trump papa Francesco; guarda alla battaglia culturale più che alla parabola del politico. Ma è un modo per rilanciare la sfida, non per tirarsi indietro.

Fra i libri di Paolo A. Dossena Joby Warrick, Bandiere nere. La nascita dell’Isis, La Nave di Teseo, novembre 2016 Le tecniche dell’Isis (video decapitazioni, attentati gratuiti, che mietono vittime tra donne e bambini sciiti, eccetera) ha scioccato, sconvolto e orripilato la sua casa madre, la rete terroristica di al-Qaeda. Il punto di non ritorno, la rottura fra tutto il mondo islamico (incluse le sue fazioni più radicali come i wahabiti) e l’Isis, avviene il 3 gennaio 2015. Quel giorno un sunnita praticante, un pilota giordano, viene chiuso in una gabbia di ferro e bruciato vivo. Mentre si consuma il falò, una ruspa schiaccia gabbia e pilota sotto una montagna di terra. Il video dell’esecuzione, che dovrebbe essere un’arma propagandistica dell’Isis, diventa virale, ma da tutto il mondo islamico si alzano urla di orrore e di condanna: un tabù è stato infranto, «solo Dio punisce col fuoco.» Bandiere nere, il libro di Joby Warrick, ha fatto vincere al suo autore un secondo premio Pulitzer, mentre il famoso attore e produttore statunitense Bradley Cooper ne sta facendo una serie tv per il colosso HBO. Secondo questo network televisivo, la serie, sarà (come il libro di Warrick) la cronaca del sorgere dell’Isis «dalle sue origini in una remota prigione della Giordania al suo sbalorditivo successo in Siria». In realtà, la storia raccontata da Joby Warrick si sviluppa su due livelli: gli errori americani e le vicende interne delle organizzazioni terroristiche. Tutto comincia nel 2003, con la decisione statunitense di invadere l’Iraq. Così, l’Iraq «laicissimo», scrive Warrick, del dittatore Saddam Hussein cade e ciò apre «il vaso di Pandora», cedendo il posto alla violenza settaria in un Paese che da almeno cento anni non vedeva episodi legati alla militanza religiosa. Massimo protagonista della quale è Abu Omar alBaghdadi, un ex accademico che diventa comandante in capo dell’Isis e trasformatore «di ventenni in uomini bomba». Baghdadi è il successore di Abu Musab al-Zarqawi (rete di alQaeda in Iraq, AQI), uscito nel 1999 da un carcere di massima sicurezza sepolto nel deserto e ucciso nel 2006. Baghdadi, il califfo, è un grande studioso. Per un certo periodo è detenuto nella prigione americana di Camp Bucca. Radunare in quel campo i capi islamisti insieme a detenuti comuni significa fondare una specie di «università jihadista», della quale Baghdadi è un astro, guidando le preghiere quotidiane e insegnando l’arabo classico. I detenuti che si ribellano all’insegnamento jihadista sono condannati al pestaggio o alla perdita di un occhio. Le guardie non difendono i moderati: per loro i musulmani sono tutti uguali. Nel 2004 al-Baghdadi è rilasciato: la sua missione ora è distruggere l’America. Nell’aprile 2013 i successori di Zarqawi, sotto la guida del califfo al-Baghdadi, danno vita all’Isis, lo Stato islamico, tra Siria e Iraq. L’Isis riprende le esibizioni scioccanti (una novità introdotta di Zarqawi) come le video decapitazioni e gli attentati gratuiti, che offendono i musulmani comuni. Il Fronte al-Nusra rifiuta di farsi assorbire dall’Isis e i due gruppi entrano in scontro aperto. Questa spaccatura tra due ramificazioni di al-Qaeda rieccheggia la disputa tra Zarqawi e Bin Laden. Al-Qaeda non aveva approvato le tattiche scioccanti di Zarqawi, così come ora non approvava quelle di al-Baghdadi, che stabilisce record di violenza (un’automomba uccide tredici bambini in una scuola di Mosul). Bandiere nere racconta quindi qualcosa che finora non era stata sufficientemente sottolineata: l’Isis suscita orrore perfino tra gli islamisti terroristi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia

Uno Stato, due Stati?

ISI e terroristi: facce della stessa medaglia

Israele-PalestinaTrump non ha preferenze sulle modalità con cui

garantire la pace (questione al centro della diplomazia da decenni)

PakistanNel Paese si è aperta una nuova

Marcella Emiliani

stagione di attentati Francesca Marino

cora confinato nel limbo di quello Stato virtuale che è l’Autorità nazionale in Cisgiordania che peraltro vive di elemosine internazionali e deve vedersela con l’altra anima del suo popolo, ovvero Hamas che fa il bello e cattivo tempo nella Striscia di Gaza. Anche ammettendo che per un qualche miracolo israeliani e palestinesi si convincano a sedere al tavolo dei negoziati quali soluzioni potrebbero vagliare? Con la sua affermazione «uno o due Stati per me pari sono», Trump non ha minimamente riflettuto sulle conseguenze a cui può portare l’aver cancellato con una battuta 24 anni di sforzi diplomatici americani e internazionali che erano arrivati a individuare l’unica soluzione decente al conflitto israelopalestinese, ovvero la soluzione dei due Stati da far convivere nella Palestina storica, cioè uno Stato israeliano e uno palestinese. Certo una soluzione difficile da realizzare, tant’è che gli Accordi di Oslo del 1993, di cui costituiva il presupposto, sono falliti. Ma le alternative possibili preludono a scenari molto foschi o molto più ardui. Lo Stato unico, che includa cioè sia ebrei che palestinesi, dovrebbe avere come presupposto che Israele conceda la propria cittadinanza e il diritto di voto anche ai palestinesi di Cisgiordania e Gaza per potersi ancora dire uno Stato democratico. Ammesso e non concesso che un governo così ostile ai palestinesi come l’attuale sia disposto a concedere loro la cittadinanza, Israele potrà ancora dirsi «lo Stato degli ebrei»? Dal 1967, cioè dalla guerra dei Sei giorni con la quale Israele conquistò la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza (sottratte all’Egitto), le Alture del Golan (sottratte alla Siria) e la Cisgiordania (sottratta alla Giordania), l’incubo dei governi israeliani di destra o di sinistra è sempre stato il possibile sorpasso demografico dei palestinesi rispetto agli ebrei israeliani. Una delle ragioni per cui Israele non ha provveduto ad annettere tutti i territori occupati – a parte il divieto internazionale – è stata proprio la paura del tasso di natalità palestinese, molto superiore a quello ebraico. E vanno in questa direzione anche le restituzioni mirate, non tanto della penisola del Sinai semidesertica (prezzo dell’Accordo di pace di Camp David con l’Egitto del 1979), quanto della Striscia di Gaza sovra-popolata e semi-ingovernabile, restituita unilateralmente ai palestinesi nel 2005 dall’allora primo ministro Ariel Sharon. Parte delle Alture del Golan, invece – proibizione internazionale o meno – è stata annessa nel 1981 per ragioni strategiche sia militari che idriche. Se dovessero allora prevalere le ragioni dello Stato «ebraico» che fine farebbero i palestinesi? Sarebbero discriminati o cittadini di serie B? In tutti i casi all’indomani della conferenza stampa congiunta di Netanyahu e

Trump la maggioranza degli israeliani (il 51%) si è detta contraria alla soluzione dello Stato unico, mentre sui giornali locali si è scatenato un dibattito molto animato su quali potrebbero essere le alternative alla soluzione dei due Stati. In pratica ne sono state individuate due, una di vecchia data, l’altra un po’ più originale. Nella prima ipotesi si propone di rispolverare l’idea di una federazione o confederazione tra la Cisgiordania e la Giordania, basata sul fatto che fin dal 1948 la maggioranza della popolazione giordana è palestinese. L’ipotesi è stata sostenuta in diverse occasioni dallo stesso Netanyahu, senza fare però i conti con l’oste e cioè col re di Giordania Abdallah II che da tempo fatica a tenere in equilibrio la popolazione originaria del Paese, i transgiordani, e la componente palestinese-giordana al punto di aver fatto baluginare più volte la possibilità di ritirare la cittadinanza a parte della popolazione palestinese di casa sua a fronte delle proteste degli autoctoni. Poi gli stessi palestinesi-giordani, che nel regno hashemita hanno raggiunto in maggioranza benessere e status sociale, forse non gradirebbero l’arrivo dei fratelli male in arnese della Cisgiordania. Resterebbe infine l’incognita di Gaza, regno di Hamas, molto poco gradita ad Amman che negli ultimi anni ha seri problemi con gli islamisti locali e le infiltrazioni dell’Isis. In alternativa alla federazione, si è presa in considerazione l’idea di scambi di territori tra Israele, Egitto, Autorità palestinese (ovvero quel po’ che resta della Cisgiordania) e fors’anche la Giordania. Nell’uno e nell’altro caso, il tutto dovrebbe essere negoziato nell’ambito di un processo regionale di pace, che andrebbe a sostituire le trattative bilaterali tra Israele e i palestinesi ipotizzate da Trump. Ma qualcuno ha ragionato seriamente su cosa significhi una conferenza di pace regionale oggi in Medio Oriente? Le priorità a quelle latitudini si chiamano Siria, Iraq, Yemen, Libia, Isis, guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran, lo stesso nucleare iraniano. Spiace dirlo ma del vecchio conflitto israelopalestinese pochi si preoccupano, si è come «irlandizzato». E i più preoccupati sono i palestinesi. Il presidente dell’Autorità nazionale, Abu Mazen, ha fatto fuoco e fiamme contro il «killeraggio» della soluzione dei due Stati operato a Washington, appoggiato dalla Lega araba e dall’Onu. In mano, infatti, gli rimane un’unica carta da giocare contro Israele: deferirlo alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja per il processo di colonizzazione ebraica di Gerusalemme Est e dell’intera Cisgiordania. Un’arma eclatante, ma in parte spuntata. Ben diversa la reazione di Hamas a Gaza che ha eletto come proprio leader nella Striscia Yahya Sinwar, un uomo spietato, per Israele un terrorista, che proviene dal braccio armato del partito, le Brigate Ezzadin al-Kassam.

Tra il 13 e il 23 febbraio ci sono stati in Pakistan sei attentati terroristici. Sette, forse, perché l’ultimo scoppio avvenuto a Lahore in un centro commerciale della sorvegliatissima zona di Defense, secondo il governo del Punjab è dovuto allo scoppio di una bombola di gas. Non ci crede nessuno, ma la versione ufficiale per il momento è questa. Intanto, altre cinque vittime vanno ad aggiungersi alla vera e propria insensata strage dei giorni scorsi: dieci morti a Lahore tra i manifestanti che protestavano davanti a un palazzo di uffici governativi; due poliziotti morti a Quetta nel tentativo di disinnescare una bomba; un attentato suicida contro un pulmino del governo a Peshawar e, nello stesso giorno, due attentatori suicidi contro un edificio del governo a Charsadda; un attacco con una bomba «sporca» contro un convoglio militare e, infine, l’attentato contro il santuario Sufi di Sehwan (foto), che ha provocato più di cento vittime. Il governo e l’esercito avevano annunciato trionfalmente, solo un giorno prima dell’ultimo botto a Lahore, il lancio dell’operazione «Radd-ul-Fasaad», come dire «sopprimere il male», destinata a contrastare e sconfiggere il terrorismo su tutto il territorio nazionale. Ovviamente, a parole. Perché nei fatti il Pakistan, nonostante abbia pagato e continui a pagare un prezzo di sangue altissimo per le sue scelte strategiche, non ha alcuna intenzione di abbando-

re a Kabul una lista di capi talebani da estradare in Pakistan. Alla risposta di Kabul, che ha inoltrato una lista lunga il doppio di criminali internazionali che felicemente risiedono in Pakistan, Islamabad si è affrettata a fare marcia indietro. L’esercito non ha difatti alcuna intenzione di consegnare a chicchessia gli Haqqani e la Shura di Quetta, visto che sono le uniche pedine a disposizione di Islamabad per cercare di contare ancora qualcosa nella spartizione del potere a Kabul e dintorni in un futuro non troppo lontano. Ai generali è sfuggito evidentemente un punto fondamentale: se è vero che gli attentati sono diretti e preparati in Afghanistan, se è vero che a dirigere il TTP e tutte le sue fazioni satellite sono i servizi indiani, significa che la tanto strombazzata ISI e l’esercito tutto sono incapaci di gestire la situazione. Come dire, sono inutili e farebbero meglio a ritirarsi a vita privata. Soprattutto perché, secondo la percezione comune degli ordinari pakistani, se la prendono invece con la gente comune: attivisti dei diritti umani, bloggers, giornalisti, professori universitari, giudici, anche qualche politico fuori dal coro. Prima sparivano soltanto i cittadini del Balochistan, diciottomila in pochi anni, adesso sparisce chiunque. In gennaio, cinque attivisti si sono volatilizzati nel nulla: tre sono tornati e si rifiutano di dire una parola su ciò che è successo, di due si è persa ogni traccia. Islamabad accusa l’India e l’Afghanistan di combattere una vera e propria «guerra sporAFP

AFP

Doveva essere una «passeggiata di salute» e invece la visita ufficiale a Washington del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto), il 15 febbraio scorso, si è rivelata una ingarbugliata matassa di incognite. O – come hanno sottolineato i principali quotidiani statunitensi dal «New York Times» al «Washington Post» – una congerie di affermazioni confuse e avventate che hanno dimostrato solo la plateale ignoranza di Trump in merito al conflitto israelo-palestinese. Trump ha certamente riaffermato con grande enfasi il «vincolo inscindibile» che lega Stati Uniti e Israele, soprattutto di fronte alle «ambizioni nucleari dell’Iran», il che ha certamente rassicurato il premier israeliano, ma – al di là delle apparenze – ha finito per spiazzarlo quando ha affermato che non ha preferenze sulla strada che porterà alla pace con i palestinesi. Per lui «la soluzione uno o due Stati» non ha importanza, scelgano quella che vogliono, con negoziati diretti tra le parti cioè tra israeliani e palestinesi. A chiosa del tutto, se ne è uscito con una paterna raccomandazione ad Israele perché si dia una regolata sulla questione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Forse aveva la testa altrove il presidente americano. D’altronde era impegnato nel braccio di ferro con parte della magistratura sulla costituzionalità o meno del suo Muslim Ban e le proteste che ha suscitato in tutto il mondo arabo e musulmano; un po’ frastornato dalle dimissioni del consigliere per la Sicurezza nazionale appena nominato Michael Flynn; alle prese infine con manifestazioni di piazza in grandi città americane in cui migliaia di persone non lo riconoscevano come proprio presidente, per non parlare della sua crociata contro la stampa bugiarda. In questo contesto quando ha affermato che per lui la soluzione per la pace tra israeliani e palestinesi poteva essere indifferentemente quella a uno o due Stati si è avuta soprattutto l’impressione che della cosa non gliene importasse molto e proprio quell’affermazione costituisse il primo atto del disengagement internazionale dei «suoi» Stati Uniti concentrati solo su sé stessi. In tutti i casi è stato molto chiaro quando ha specificato che la pace andrà negoziata direttamente tra Israele e i palestinesi, il che significa che gli Usa non fungeranno più da honest broker (onesto mediatore) tra le parti come è avvenuto per i defunti Accordi di Oslo del 1993. E questa per Netanyahu, al di là dei sorrisi trionfali della conferenza stampa, non è stata una buona notizia. Se infatti ha sempre negato e disprezzato la soluzione dei due Stati, ha anche rifiutato in diverse occasioni i negoziati diretti con i palestinesi. Ma in qualità di primo ministro – se gli Usa non scenderanno più in campo con un sant’uomo alla John Kerry (l’ex segretario di Stato di Obama) disposto a fare la spola tra Gerusalemme e Ramallah – toccherà proprio a lui la diplomazia del dialogo coi palestinesi. E questo fatalmente lo esporrà agli attacchi dei suoi stessi ministri più intransigenti come Avigdor Lieberman degli Esteri o Naftali Bennet dell’Istruzione che non solo rappresentano l’ala più oltranzista verso i suddetti palestinesi, ma non aspettano altro che soppiantarlo alla testa del governo. Sempre che i palestinesi, poi, si convincano a sedersi ad un eventuale tavolo dei negoziati senza un mediatore credibile che riequilibri la bilancia delle trattative sui piatti della quale da una parte c’è uno Stato forte (Israele) e dall’altra un movimento di liberazione sempre più sfibrato (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) an-

nare il doppio standard che da sempre caratterizza l’atteggiamento verso le organizzazioni terroristiche: ci sono i bravi ragazzi, i terroristi utili alla causa dell’esercito e dell’intelligence, e i terroristi cattivi. Quelli che, per capirci, colpiscono l’esercito e l’intelligence di cui sopra. Il ministro della Difesa, per aver dichiarato che Mohammed Hafiz Saeed è «una minaccia per la società», è stato chiamato «portavoce dell’India» dai media, dai mullah e anche – e questo è più preoccupante – da pezzi del suo stesso governo. La posizione ufficiale di Islamabad non cambia difatti di un millimetro. A ogni attentato, si batte la grancassa delle «mani straniere» dietro ai militanti pakistani: in particolare, secondo il governo e soprattutto secondo l’esercito, a finanziare il TTP (nato, cresciuto e amorosamente allevato, fino a che il mostro si è ribellato al suo creatore, in Pakistan) sarebbero i servizi segreti indiani e l’Afghanistan. Tanto che, con evidente sprezzo del ridicolo, Islamabad si è affrettata a sigillare il confine con l’Afghanistan (per quanto è possibile), a sparare un paio di cannonate oltre il suddetto confine e a chiede-

ca» contro il Pakistan, senza rendersi conto che a essere in guerra contro i propri cittadini è il governo stesso. Nessun nemico riesce a far danno quanto le istituzioni del Pakistan e i loro tirapiedi non ufficiali. La paura è il sentimento dominante: paura dell’ISI, paura dei terroristi. Due facce di una stessa medaglia, che contano sul sangue dei cittadini per portare avanti la loro agenda e i loro giochi di potere accusando chiunque levi una voce contraria, chiunque parli di trattative con l’India o di risolvere la situazione con l’Afghanistan, di essere una spia nemica. Accusando di blasfemia chiunque si rifiuti di aderire al credo dei mullah stipendiati dall’ISI e gettando invece petali di rosa agli assassini confessi. Si è aperta una nuova stagione di attentati, e non si chiuderà tanto presto a meno che il Pakistan non riesca, una volta per tutte, a distruggere il suo Frankenstein. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia

Mezza Africa in ginocchio

Allarme carestiaCambiamento climatico e intervento umano stanno causando una gigantesca emergenza

alimentare. A questo si aggiunge la crescente indifferenza internazionale, ispirata dalla nuova presidenza americana

Pietro Veronese Come le luci di un sistema di sicurezza andato improvvisamente in tilt, segnali d’allarme hanno preso a levarsi tutti insieme da una moltitudine di Paesi africani a sud dell’Equatore. La causa è ovunque la stessa: una siccità feroce che sta trascendendo in carestia. Dal Kenya al Malawi, dal Camerun allo Zimbabwe, da Ruanda al Sud Sudan, dal Ciad alla Somalia, fino ad ampie regioni del Sud Africa, rimbalzano notizie di livelli delle acque pericolosamente abbassati, raccolti insufficienti, morie di bestiame assetato e senza più pascolo, gruppi umani a rischio minacciati di morte: in particolar modo i bambini e i rifugiati ammassati nei campi profughi. La vastità dell’emergenza che si va disegnando giorno dopo giorno è davvero impressionante, coinvolge potenziali vittime che assommano a decine di milioni di individui e spazia su un territorio così vasto da apparire ingestibile. Nelle caselle email dei giornalisti piovono comunicati delle maggiori agenzie Onu, dal World Food Programme, incaricato di garantire il fabbisogno alimentare, all’Unicef, che si occupa dei bambini, nel tentativo di risvegliare un’opinione pubblica apatica e al dunque indifferente. Lo stesso fanno le grandi ong internazionali ma al momento la risposta appare assente o comunque inadeguata al bisogno.

I governi dei Paesi coinvolti sono restii a dare pubblicità alle piaghe che colpiscono le loro popolazioni. Vogliono scrollarsi l’immagine di un’Africa dipendente dall’aiuto internazionale Potrebbe apparire sorprendente che un fenomeno di questa portata venga segnalato quando è già in atto e sembra non esserci più tempo. L’evoluzione climatica, la produzione agricola, il rifornimento alimentare sono sorvegliati da organismi molto efficienti e tecnologicamente agguerriti: la catastrofe che oggi si va disegnando avrebbe dovuto essere avvistata molto tempo prima. Così è infatti, ma soltanto in parte. C’è stato un momento, circa un anno fa, in cui alcune voci si sono levate: conferenze stampa di dirigenti delle Nazioni Unite e delle maggiori associazioni umanitarie. Ma l’eco si è subito spenta. I motivi sono sostanzialmente due, entrambi paradossali.

Il primo è la modalità con cui funziona l’opinione pubblica. Essa si mobilita a partire da forti emozioni, solitamente attivate da immagini diffuse attraverso il pianeta da televisioni, siti e social network. Una siccità non desta particolare attenzione; una carestia sì, con il suo spettacolo di sofferenza umana e di morte. Per questo gli allarmi tempestivi finiscono per essere inascoltati, e solo quelli tardivi hanno un qualche effetto. È solo quando il pubblico occidentale può essere messo davanti all’evidenza della catastrofe che le coscienze si risvegliano, si attiva la generosità e le raccolte fondi indispensabili per agire danno qualche frutto. Ma a quel punto la catastrofe è già in atto, prevenirla non è più possibile. Per come funzionano le cose, insomma, non è possibile lanciare allarmi se non quando è troppo tardi. Il secondo paradosso riguarda i governi dei Paesi coinvolti. Per motivi di orgoglio nel migliore dei casi, di semplice auto-difesa del proprio potere nel peggiore, questi regimi sono restii a dare pubblicità alle piaghe che colpiscono le loro popolazioni. Vogliono scrollarsi di dosso l’immagine di un’Africa bisognosa, dipendente dall’aiuto internazionale, ancora una volta vittima impotente. La memoria della carestia degli anni Ottanta del secolo scorso ancora brucia alle autorità etiopiche, per esempio: all’epoca il regime era un altro, poi sconfitto militarmente dalle forze che ancor oggi governano ad Addis Abeba e che non vogliono essere in alcun modo assimilate alla precedente dittatura. Per queste ragioni esse non tollerano la diffusione di immagini che possano anche lontanamente richiamare alla mente la catastrofe di allora, i bambini con il ventre gonfio e gli occhi accecati dalle mosche, gli scheletri viventi che schiantano al suolo e si lasciano morire senza più forze. Insistono nell’affermare che il Paese è cambiato, la logistica migliorata, le riserve alimentari assicurate, la macchina statale infinitamente più efficiente. Meriti che hanno tutto il diritto di rivendicare, ma che assopiscono la sensibilità dei Paesi donatori generando la falsa impressione che l’emergenza non sia poi in effetti tale e tutto sia sotto controllo. Il risultato è che la macchina degli aiuti, sorretta dal contributo finanziario dei governi e dei cittadini dei Paesi d’Occidente, sa troppo poco, e si muove troppo tardi. In queste settimane si sta mettendo finalmente in moto, ma le richieste di fondi arrivano improvvisamente tutte insieme. Agenzie Onu e ong come Save The Children chiedono risorse per centinaia di milioni di dollari ed è lecito dubitare che la risposta possa essere sufficiente.

Una donna nigeriana prepara il cibo. (AFP)

All’origine dell’emergenza in corso c’è il cambiamento climatico. Gli scienziati e ancora una volta gli organismi competenti delle Nazioni Unite lo vanno ripetendo da tempo. L’alterazione delle temperatura del pianeta colpisce in maniera irrimediabile le latitudini più a rischio, l’irregolare distribuzione delle piogge fa il resto. Sono almeno due anni che i raccolti dell’Africa a sud del Sahara sono ampiamente inferiori alle attese. I maggiori bacini lacustri si

La guerra civile nel Sud Sudan ha dislocato intere popolazioni e impedito le attività agricole. (AFP)

vanno restringendo, privando le popolazioni della pesca tradizionale e dell’acqua per l’irrigazione. È questo il caso di almeno due fra i più grandi serbatoi del continente, il lago Ciad e il lago Turkana, nel nord del Kenya.

I maggiori bacini lacustri si vanno restringendo. È questo il caso di almeno due fra i più grandi serbatoi del Continente: i laghi Ciad e Turkana Ma pur ammettendo che il cambiamento climatico sia un fenomeno naturale e non una piaga causata dall’uomo, ad esso si assommano cause più direttamente umane, dando luogo alla «catastrofe perfetta» a cui stiamo assistendo. Le emergenze più acute, infatti, sono dovute all’effetto combinato del clima e dei conflitti in corso. Il Sud Sudan, Paese ultimo nato al mondo (è indipendente dal 2011), spaventosamente povero pur avendo grandiose riserve petrolifere, è sprofondato in una guerra civile che ha dislocato intere popolazioni e impedito in vaste sue regioni qualunque attività agricola. Questo stato di cose sta ora varcando il limite della sopravvivenza. Gli organismi inter-

nazionali si sgolano: cinque milioni di persone – la metà degli abitanti – sono alla fame. FAO, UNICEF, World Food Programme dicono che non c’è più tempo. La carestia è stata proclamata ufficialmente, un milione di bambini non hanno da mangiare in un Paese praticamente senza strade e preda di bande armate. Anche la crisi che si addensa da tempo intorno al lago Ciad come un ciclone intorno al proprio occhio ha cause umane. Qui, al confine semidesertico tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun, il fattore scatenante è stato Boko Haram, la guerriglia islamista che ha messo a ferro e fuoco una delle regioni più misere della Terra, imponendo alla sua povera gente sofferenze inaudite. Il conflitto che ne è scaturito ha costretto anche qui all’esodo milioni di persone, agricoltori trasformati in sfollati incapaci di sostentarsi. Queste masse bibliche si sono addensate intorno alle sponde del lago Ciad, un tempo fonte di vita, oggi in gran parte svuotato della sua acqua dall’effetto combinato del clima e del suo carico umano. Anche in Paesi che sono in pace, dove la governance è buona e citata ad esempio dai donatori occidentali, come ad esempio il Ruanda o il Malawi, i raccolti sono ampiamente insufficienti. L’effetto combinato di tanti fattori critici sta mettendo in ginocchio mezza Africa, il più fragile e vasto ecosistema umano del nostro pianeta.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia

«Beneficio» e «guadagno», una sottile differenza

DibattitoSe trarre vantaggio economico dalle proprie azioni è indispensabile al benessere di ciascuno,

l’eccesso non porta giovamento alla società Edoardo Beretta Per quest’articolo si è tratta ispirazione dagli spunti di riflessione di un Professore universitario ticinese (lettore assiduo di «Azione»), che mi ha tempo addietro ispirato a riflessioni sullo stesso filone degli articoli «“Costo” e “prezzo”, gemelli diversi» («Azione 03» del 2016, pp. 22-22) e «Reddito e rendita, simili eppur diversi» («Azione 15» del 2016, pp. 27-27). La tematica è da sempre nelle società capitalistiche (ormai, piuttosto a carattere finanziario rispetto a quello industriale, se si pensa esemplificativamente che nel 2009 in Germania il patrimonio bancario equivaleva a 4,6 volte il PIL1) oggetto di accesa discussione. Se nel gergo comune con «guadagno» alias «profitto» si suole indicare il margine di utile su ogni unità di prodotto, con «beneficio» sarebbe però limitativo fare altrettanto. Intendiamoci: il guadagno è e rimane il margine derivante da un’attività economica. La crisi globale «affacciatasi» per la prima volta nel 2007 ha, però, evidenziato un netto scollamento fra variabili puramente economiche ed altre pertinenti ad una sfera sociale più ampia – a titolo esemplificativo, ma non esaustivo: la percezione di giustezza ed adeguatezza del lucro o dei compensi milionari. «Beneficio» nelle sue accezioni bidirezionali di «fare bene» – quindi, «trarne beneficio» – sembra particolarmente adatto ad estendersi non solo alla sfera economica, ma si presta anche ad essere sinonimo di «soddisfazione», concetto di difficile traduzione numerica. Senza scomodare l’«economia della felicità», che ha saputo dimostrare che ad aumenti della ricchezza individuale

Tassi di volontariato (%), 2008-2014 50% 45%

Francia

40%

Germania

35%

http://www.oecd. org/gender/ data/genderequality-2015volunteering.xlsx

30%

Giappone

25%

Gran Bretagna

20%

Italia

15%

Paesi OCSE

10%

Stati Uniti d'America

5%

Svizzera

0% 2008

e/o sociale non debbano fare necessariamente seguito incrementi del livello di soddisfazione (ad esempio, Costa Rica e Puerto Rico, che il FMI stima nel suo World Economic Outlook Database collocarsi nel 2016 rispettivamente al 75esimo e 60esimo posto per PIL, si trovano alla 14esima e 15esima posizione per «felicità»2), è evidente che attività a carattere volontario o i cosiddetti «doni» (gift) consistenti nel migliore espletamento delle proprie mansioni in ambienti aziendali di soddisfazione o ogni altra buona predisposizione verso il prossimo poco si concilino con certi postulati economici. Infatti, la teoria più tradizionale vorrebbe gli individui come soggetti perfettamente razionali nelle loro decisioni (homines oeconomici) in grado di quantificare la rinun-

2014

cia reddituale susseguente ad essersi dedicati ad altre attività. Quest’ultimo concetto definito «costo opportunità» sembrerebbe, però, non prevedere che decisioni consapevoli e foriere di vantaggio economico: per così dire, tutto ciò che non comporti un netto guadagno sarebbe da evitarsi. L’inadeguatezza di simili conclusioni (almeno se prese tout court) è ampiamente dimostrata dai tassi di volontariato, cioè dalla percentuale media di popolazione che nei 12 mesi antecedenti la rilevazione statistica stessa abbia dedicato una qualche parte del proprio tempo alla «buona causa». Se si è voluto da un lato calcare la mano su certi concetti, che la stessa teoria economica ha saputo – evidenza empirica alla mano – nel tempo smus-

sare, dall’altro il problema continua comunque ad esistere. «Guadagno» pare essere un sottoinsieme di «beneficio», cioè è volontà crescente della popolazione mondiale che la dimensione economica non sia a discapito di quella sociale (quindi, che tenga in conto di tanti elementi finora trascurati). A livello aziendale, ad esempio, sono molti gli aspetti che tale distinzione potrebbe toccare: dall’opportunità (o meno) di delocalizzare ampi processi produttivi fino alla discrepanza spesso abissale fra «costi di produzione» e «prezzi di vendita». La crisi economico-finanziaria globale – se proprio vi si voglia rinvenire un qualche aspetto positivo – ha da un lato «smascherato» la fragilità degli assunti teorici economici, dimostrando che i soggetti perlopiù non

agiscono in modo calcolato (e, quindi, facilmente prevedibile): dall’altro, ha evidenziato un crescente ripudio sociale della «smania di guadagno» attribuita alle lobby economico-finanziarie più disparate. La nuova «arma», di cui dispone il consumatore oggi, gli è stata fornita nientemeno che dalle stesse corporazioni multinazionali ed è proprio la concorrenza globale, cioè la diffusa possibilità di rivolgersi ad altri canali o persino mercati extra-nazionali nel fare fronte alle proprie esigenze d’acquisto. Sarà compito del marketing aziendale intercettare dove (e per quali beni/servizi) l’utente sia disposto a co-finanziare guadagni suscettibili di essere considerati eccessivi e dove invece no: nel contempo, ai policymaker toccherà sapere cogliere tale malumore sociale, incentivando con le proprie scelte il cambiamento in atto. Insomma: se l’economia non teorizza una vera e propria frattura fra «beneficio» e «guadagno», la quotidianità ha saputo insegnarcene l’esistenza, dimostrando ancora una volta di sapere arrivare prima. Nell’era della riduzione forzata dei costi (principalmente, imputabile alla competizione globale) e dell’incremento disomogeneo dei profitti, il tema non può essere che attuale – anche a livello industriale e politico. Note

1. http://de.statista.com/statistik/ daten/studie/172641/umfrage/vermoegen-von-banken-im-verhaeltniszum-bip-ausgewaehlte-laender/ 2. http://worldhappiness.report/wpcontent/uploads/sites/2/2016/03/HRV1Ch2_web.pdf

L’inarrestabile crescita dei dipendenti pubblici

Amministrazione pubblicaIl totale di posti di lavoro negli enti pubblici svizzeri è di oltre 850’000 a tempo pieno.

Il totale rispetto a tutti i posti di lavoro in Svizzera è salito dal 15 al 22% in 25 anni. Un’analisi di dettaglio indica che è molto difficile ridurre i posti di lavoro, visti i crescenti compiti che il settore pubblico deve svolgere Ignazio Bonoli Anche l’ultima campagna in occasione della votazione sulla riforma della tassazione delle imprese ha messo in evidenza un’evoluzione inarrestabile. Le spese dello Stato crescono e per finanziarle si aumenta la pressione

fiscale. L’aumento colpisce in generale i redditi del ceto medio, mentre lo Stato si vede costretto a operare tagli nelle sue spese. Questi sono due aspetti della problematica, che trova la sua origine principale nel fatto che lo Stato espande in continuazione la sua sfera di attività.

Le Camere federali cercano di porre un freno alla crescita del personale della Confederazione, ma spesso gli oneri vengono semplicemente trasferiti ai cantoni e ai comuni. (Keystone)

Per valutare questa crescita, in rapporto all’economia, basti considerare che il numero di impieghi nel settore pubblico, negli ultimi 25 anni, è aumentato del 65%, mentre il numero di posti di lavoro nell’insieme del paese (senza l’agricoltura) è cresciuto del 12%. Parallelamente, la crescita degli impieghi nel settore dei servizi è stata del 28%, mentre nel settore industriale si costata una diminuzione del 19%. Con oltre 850’000 posti a tempo pieno, la quota di impieghi nel settore pubblico è salita dal 15% di 25 anni fa al 22% di oggi. L’aumento maggiore di personale si è verificato nel campo della sanità e socialità, con 480’000 posti a tempo pieno e un aumento dell’85%. Tuttavia, anche il personale presso le sole amministrazioni federale, cantonali e comunali è stato del 33%. Un aumento quindi nettamente superiore a quello globale dell’economia. Da notare inoltre che la metà degli immigrati degli ultimi due decenni lavora nel settore pubblico. Non solo, ma la produttività del settore pubblico è di regola molto minore di quella del privato. Gerhard Schwarz, ex-direttore di Avenir Suisse, valuta la diminuzione di produttività del settore pubblico, tra il 1997 e il 2013, ad un 11%. Nel settore privato, per lo stesso periodo, la produttività è invece aumentata del 23%. Se da un lato è molto difficile valutare la produttività del settore pubblico con i parametri usati nel privato, dall’altro si può pensare

che, in una società che invecchia, sia logico che le spese nei settori della sanità e socialità e anche dell’educazione, siano in aumento. Riflessioni sulla situazione e la sua probabile evoluzione hanno indotto la «Neue Zürcher Zeitung» a dedicarle una serie di articoli. Prendendo dapprima in esame la situazione della Confederazione, si constata che negli ultimi dieci anni il personale è aumentato del 9%. Per questo il Parlamento si preoccupa di trovare un freno all’evoluzione, proponendo programmi di risparmio e di limitazione delle assunzioni, tuttavia senza affrontare il delicato tema della revisione dei compiti della Confederazione. Talvolta questi tentativi di ridurre il personale o le spese in generale si riflettono in un trasferimento di oneri verso cantoni e comuni. L’Ufficio del personale conferma comunque che la ricerca di una migliore efficienza è una preoccupazione costante dei Dipartimenti, la cui applicazione concreta è però difficile. Da un lato si giustificano i posti di lavoro in crescita, dall’altro non si segnalano settori in cui una riduzione potrebbe essere possibile. In realtà l’unico risparmio sensibile realizzato è quello del settore della Difesa, con il personale che è sceso da 9956 a 9554 dipendenti. Il Dipartimento ha però dovuto integrare il Servizio dell’informazione civile, nonché altri compiti nella lotta contro il terrorismo, la polizia aerea e gli attacchi informatici.

È un sintomo di come, a bilancio, non si riesca a ridurre il personale globalmente e nemmeno per dipartimenti: nel settore ambiente, traffico ed energia vi è stato un aumento – tra il 2007 e il 2015 – del 32,2%, in quello degli esteri del 25,5%, in quello della giustizia e della polizia di 615 posti in soli tre uffici, in quello degli interni di 150 posti, nel Dipartimento dell’economia un aumento di 95 posti per il Segretariato di Stato, ma si prevede una riduzione nell’Ufficio della ricerca in agricoltura. Nel Dipartimento delle finanze, l’aumento di 84 posti delle guardie di frontiera è forse al limite, ma c’è un aumento di 80 posti al Segretariato per le questioni finanziarie internazionali e di 250 posti all’Ufficio per l’informatica, di 205 alla Centrale di compensazione, in parte con l’assunzione di collaboratori esterni. Buona parte degli aumenti è dovuta a modifiche strutturali: per esempio la soppressione di consolati ha provocato un aumento di personale di oltre 400 posti presso le ambasciate. Sono anche questi motivi per cui una riduzione del personale appare impossibile. In teoria, al blocco voluto dal Parlamento nel 2015 di 35’000 dipendenti, si supplisce con eccezioni giustificate, con l’internalizzazione di compiti esterni e perfino di nomine che non sono di competenza del Consiglio federale. Nel 2017, i posti totali saliranno a 37’365, mentre quelli che rispettano l’imposizione del Parlamento sono solo 33’473.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi La polemica sul valore aggiunto dell’agricoltura Non sto dicendo una cosa nuova quando affermo che l’agricoltura svizzera è uno dei settori più protetti della nostra economia. Né penso che sia molto originale quello che sto per aggiungere e cioè che nel parlamento svizzero l’agricoltura possiede una lobby (ai miei tempi si sarebbe parlato di gruppo di pressione) che, per importanza, va molto al di là di quello che l’agricoltura può rappresentare per l’economia del nostro paese. Fatte queste constatazioni si capisce perché gli agricoltori riescono ad assicurarsi, dalla Confederazione, la protezione di cui godono. Una strategia di lungo termine, avviata nel primo decennio di questo secolo, con la quale si cercava di riportare il settore agricolo entro le leggi del libero mercato, non ha fatto molti passi in avanti. Come sembrerebbe provare il caso della produzione lattiera è invece probabile che, con la svolta protezionistica attualmente in auge, sia successo il contrario. Con queste osservazioni preliminari volevo

semplicemente mettere in evidenza che la battaglia tra sostenitori di una liberalizzazione della produzione agricola e sostenitori del protezionismo è tutt’ora in pieno svolgimento. Non deve quindi sorprendere che associazioni di categoria, gruppi di studio e gruppi di sostegno di vario orientamento, siano al lavoro per produrre documentazione in favore delle tesi dell’uno o dell’altro dei partiti che si fronteggiano e continueranno a fronteggiarsi sulla politica agricola nazionale. A questa categoria di documenti appartiene, secondo me, anche lo studio, pubblicato di recente, da «Vision Landwirtschaft», un think tank che si schiera per la liberalizzazione della produzione, nel quale si mettono in dubbio i dati concernenti il valore aggiunto del settore agricolo svizzero. Varrà la pena di ricordare intanto che il valore aggiunto misura il contributo che una determinata attività di produzione dà all’economia del paese. Può essere definito, in modo semplice, come

la differenza tra il valore della produzione considerata e il valore dei fattori che sono stati utilizzati nella stessa. O, definito in parole ancora più semplici, il valore aggiunto misura l’importanza economica di una determinata attività di produzione. Per i fautori del protezionismo agricolo, l’intervento dello Stato a favore dell’agricoltura ha un senso anche perché il valore aggiunto annuale di questo settore è pari a 2.2 miliardi di franchi. Il valore aggiunto è quindi un argomento di peso nell’elenco dei motivi a favore del protezionismo agricolo. Per «Vision Landwirtschaft» questa stima è falsa perché non tiene conto della protezione doganale assicurata ai prodotti della nostra agricoltura. Il think tank liberista stima che questa protezione sia dell’ordine di almeno 3.2 miliardi. Se togliamo ai 2.2 miliardi di valore aggiunto i 3.2 miliardi che costa la protezione doganale dell’agricoltura otteniamo un valore negativo pari a 1 miliardo di franchi. In altre parole, il

consumatore svizzero paga 3.2 miliardi di franchi alla nostra agricoltura per il privilegio di consumare la sua produzione che, in termini di valore aggiunto è solamente di 2.2 miliardi. È probabile che la pubblicazione di questi dati avvii ora una polemica sulla bontà dell’una o dell’altra stima. Per chi scrive è abbastanza evidente che ambedue le stime sono fondate. Sebbene il settore agricolo non sia molto importante, non si può negare che le 50’000 aziende che ancora esistono producano qualcosa. Altrimenti andrebbero a farsi benedire tutte le strategie dei grandi distributori di beni alimentari del tipo «dalla regione per la regione», o del tipo «fornitura di prodotti agricoli a chilometro zero». Di primo acchito mi pare addirittura che la stima di 2.2 miliardi potrebbe sottovalutare il contributo effettivo dell’agricoltura al prodotto nazionale lordo. Ugualmente vera è la considerazione che fanno i ricercatori di «Vision Landwirtschaft», ossia che la protezio-

ne doganale della nostra agricoltura costa al consumatore svizzero diversi miliardi che potrebbero essere risparmiati se si liberalizzassero le importazioni di prodotti agricoli. La soluzione del dilemma non consiste però nel togliere completamente la protezione doganale perché altrimenti buona parte dell’agricoltura svizzera andrebbe a catafascio provocando una serie di effetti collaterali negativi, specie nelle zone agricole più periferiche (dall’aumento della superficie del bosco, all’erosione e allo spopolamento). Come sempre è il caso, in un regime democratico, la soluzione può essere solo un compromesso, che sarà necessario cercare, attivando trattative tra coloro che vogliono liberalizzare ulteriormente l’attività agricola e coloro che invece intendono proteggerla anche se, economicamente parlando (ossia non tenendo conto dei benefici sociali generati dalla stessa), il suo contributo è sicuramente di poco peso.

rosi di quel che accadrà in Olanda che in Francia, forse più per una questione di tempi che di reale peso specifico – la Francia, si sa, è too big to fail – ma i media internazionali sono pieni di racconti su quel che sta accadendo in questo piccolo pezzo d’Europa e sul possibile contagio. I sondaggi registrano un costante avanzamento del Partito delle libertà di Geert Wilders, uno dei cantori del trumpismo europeo, deciso a portare l’Olanda fuori dall’Ue (la chiamano Nexit) e chiuso a ogni dialogo: ha appena deciso di non partecipare a un dibattito televisivo previsto per questa settimana, al quale parteciperanno tutti i leader di partito tranne lui. Il distacco con l’attuale premier liberale Mark Rutte si è in realtà ridotto negli ultimi giorni anche in seguito all’ultima controversia in cui è finito Wilders, dopo aver definito «feccia» i «marocchini che infestano le nostre strade»: sui 150 seggi parlamen-

tari in palio, 24-28 sono accreditati a Wilders, 23-27 a Rutte, una quasi parità. Ma il leader del Partito delle libertà è da tanti anni l’ago della bilancia della politica olandese, ha anche garantito per un breve lasso di tempo l’appoggio esterno all’esecutivo, pur pentendosene presto: come tutti i movimenti populisti, la prova del governo non è quasi mai di successo. Anche se dovesse confermarsi primo partito, Wilders dovrebbe trovare alleati per formare un governo, e questo comporterà molti traumi e molto tempo, ma intanto ha già conquistato una grande influenza sul dibattito elettorale: anche Rutte è stato costretto a rilasciare dichiarazioni dure nei confronti dell’immigrazione, e molti l’hanno accusato di voler inseguire Wilders in una retorica di chiusura – xenofoba – che non appartiene al linguaggio e all’elettorato tradizionale del suo partito liberalconservatore.

Nei negoziati di governo potrebbe non comparire la sinistra olandese, che secondo alcune rilevazioni arriverebbe al settimo posto, dietro a tutti, nonostante oggi sia il secondo partito in Parlamento. Come in Francia – dove il candidato dei socialisti Benoît Hamon è sotto al 20 per cento nei sondaggi, e al momento è escluso dal ballottaggio – e come in Inghilterra – dove Jeremy Corbyn è distaccato di 18 punti percentuali dai conservatori e non trova una strategia utile per far sentire il proprio peso – anche in Olanda il Partito laburista non riesce a fare presa sul suo elettorato tradizionale, dirottato da altri partiti, anche da quello di Geert Wilders. Più di un quarto degli elettori del Partito laburista del 2012 oggi dice di non essere più sicuro di votare nello stesso modo: la questione immigrazione e l’austerità hanno alienato il voto della working class, che ora cerca un’altra casa.

mato al governo. Magnifico dribbling iniziale: il suo «non penso che pregiudizi e riflessioni banalmente generiche permettano un giudizio corretto» fa da prologo alla sincera ammissione che «qualche figlio di buona donna» possa esserci anche tra i miliardari, aggiungendo che questo non basta a legittimare le critiche stupide udite sul conto di questi «paperoni». Poi spiega come e quanto le esperienze e le conoscenze di queste personalità potrebbero essere utili contro le ipocrisie dei partiti e i fallimenti di politiche che un po’ ovunque nel mondo, anche negli Usa, stanno deteriorando i rapporti fra governi e cittadini. Il professore, Henry Kissinger, mi era apparso invece in una doppia pagina del quotidiano italiano «il Foglio». È da antologia la sua intervista, lunghissima giacché l’autore – Jeffrey Goldberg del periodico americano «Atlantic» – mentre si procedeva alla traduzione in italiano del testo da pubblicare sul quadrimestrale di geopolitica «Il nodo di Gordio» ha rimediato un aggior-

namento, interrogando il professore anche sugli ultimi sviluppi della nuova politica estera americana. Forse i più giovani non conoscono Kissinger, altri di sicuro lo contestano riesumando gli scheletri nel suo armadio di segretario di Stato americano (bombardamenti in Vietnam e in Cambogia, «golpe» in Cile e Argentina…). Lui, forte anche di un Nobel per la pace, Kissinger, da oltre mezzo secolo figura fra i massimi esperti di strategia politica internazionale, e le considerazioni esposte nell’intervista citata sono una nuova conferma della sua straordinaria lucidità. Dimenticando la politica, e pensando invece a come questi due personaggi riescono a vivere da anziani impegnati a conservare una loro freschezza interiore e da cittadini interessati al futuro della società, trovo giusto chiudere l’immaginario incontro fra Henry Kissinger e Tito Tettamanti con queste parole di André Maurois: «Invecchiare è una cattiva abitudine che l’uomo attivo ed entusiasta non ha il tempo di prendere».

Affari Esteri di Paola Peduzzi Primo test europeo post Brexit Il primo test europeo ci sarà in Olanda, il 15 marzo, in occasione delle elezioni: che cosa ha deciso di fare l’Europa, di muoversi di scossone in scossone finché non viene giù tutto, o di provare a rimettere ordine al suo nuovo eppure eterno disordine? In questo 2017 così cruciale per le tenuta dell’Ue, ad aprire le danze sono gli olandesi, e non potrebbe essere che così: negli anni, l’Olanda ha conquistato uno strano primato – è il Paese in cui tutto accade prima. La terza via nacque qui prima che nel Regno Unito blairiano e nella Germania schröderiana; il populismo anche nacque qui, con Pim Fortuyn, assassinato nel 2002 a nove giorni dalle elezioni in cui la sua lista ottenne un grande, seppur temporaneo, successo. Anche il primo, grande dispiacere europeo del millennio è arrivato in Olanda, quando nel 2005 fu bocciato il referendum sul Trattatto costituzionale europeo. L’anno scorso

c’è stato infine in Olanda un assaggio dell’insofferenza che stava montando in Europa, prima del referendum sulla Brexit, prima dell’elezione di Trump: ad aprile del 2016, gli olandesi votarono contro l’accordo di partnership con l’Ucraina. Il quorum, che è al 30 per cento, fu raggiunto per un soffio, vinse a valanga il rifiuto all’apertura all’Ucraina, ma pure se molti giornali titolarono «è l’antipasto della Brexit», pochi ci fecero davvero caso. E invece allora c’era già tutto: c’era l’astio nei confronti di Bruxelles e del governo liberale; c’era soprattutto lo zampino russo: oggi sappiamo che nella regia di quel voto pressoché ignorato operarono molti politici legati alla Russia, e contrari al nuovo corso filoeuropeo dell’Ucraina. Ora che si tengono le elezioni generali, gli europei sono molto più vigili, anche se piuttosto impotenti. Molti nei palazzi bruxellesi dicono di essere più timo-

Zig-Zag di Ovidio Biffi La difficile arte di diventare vecchi Venerdì 3 febbraio. Inizio di giornata dedicato al panettone di San Biagio che attende da Natale. Pur essendo io più protestante che cattolico per quel che riguarda i santi, il 3 febbraio non riesco a trascurare o interrompere il rito del panettone di «San Biàs che benediss la gola e ul nas». Qualcuno riderà, altri si chiederanno che razza di benedizione possa mai essere il mangiare una fetta di panettone. Fatto sta che quest’anno San Biagio mi ha procurato anche un inatteso incontro fra due distinti signori, pure loro in giro di buon mattino. Il più giovane (si fa per dire: assieme raggiungono ormai i 180 anni) è avvocato; l’altro invece è professore, di scienze politiche. Entrambi non hanno voluto seguire gli iter normali suggeriti dalle rispettive lauree. L’avvocato, dapprima orientato verso la politica, si è dedicato con successo alla gestione imprenditoriale arrivando sino a quella industriale, diventando infine quello che è ancora oggi: finanziere. Il professore invece ha sempre insegnato solo con impieghi tempora-

nei per favorire una parallela carriera nell’amministrazione pubblica, dove ha saputo porsi al servizio prima di governi e poi di presidenti (ben sei!) nonostante la spregiudicatezza delle sue azioni politiche e diplomatiche. I due argomentano di politica. Questo il dialogo dell’avvocato: in Occidente «il contrasto che è venuto a crearsi non è più tra ideologie (spesso confuse ed edulcorate), tra destra e sinistra, ma tra un potere politico con coalizioni di governo formate da partiti antitetici e con maggioranze sempre più risicate, giustificate unicamente dalla volontà di non rinunciare ai vantaggi del comando che si è alleato con il potere tecnoburocratico, rappresentato da istituzioni internazionali, nell’intento di regolare e governare il mondo da un lato e dall’altro da una vasta fascia di cittadini che non si sente più rappresentata ed è frustrata nelle proprie aspirazioni dal cartello del potere». Il professore orienta il discorso sulla sua materia, strategia politica, ed espone questi argomenti: «Penso sia essenziale

per l’America recuperare una visione strategica globale… Gli Americani pensano che la condizione normale del mondo corrisponda a stabilità e progresso: se c’è un problema può essere rimosso investendo in impegno e risorse, e una volta risolto, l’America può tornare al suo isolamento. Invece i cinesi pensano che nessun problema possa mai essere definitivamente rimosso. Perciò quando parlate con gli strateghi cinesi, questi parlano del processo piuttosto che di problemi specifici. Quando parlate con gli strateghi statunitensi , questi in genere cercano le soluzioni». Accennato ai contenuti del loro colloquio, si impone un chiarimento sul loro incontro: in realtà i due non si sono forse mai visti, li ho messi io uno a fianco dell’altro dopo che mi erano apparsi sull’iPad. Avevo trovato l’avvocato, Tito Tettamanti, sulla prima pagina del «Corriere del Ticino» impegnato a chiarire il potenziale ruolo dei ministri miliardari che il presidente americano Trump ha chia-


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

30

Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

31

Cultura e Spettacoli Trainspotting 2.0 A distanza di vent’anni tornano nelle sale le vicende dei borderline scozzesi: a colloquio con il regista Danny Boyle

Le libertà di Anna A Ligornetto Casa Pessina espone fino al 5 marzo le immagini della fotografa ticinese Anna Meschiari

pagina 33

Ma Mozart di cosa morì? Un recente studio dimostrerebbe che il grande compositore non fu ucciso dal rivale Antonio Salieri

Tutti i misteri di Osiride

Mostre Al Museo Rietberg di Zurigo un affascinante viaggio sottomarino nella cultura dell’antico Egitto

pagina 35

pagina 34

Marco Horat

L’amato scrittore svizzero Urs Widmer è morto nel 2014. (Keystone)

Talvolta è grazie a un’esposizione se una storia dimenticata ci torna alla memoria. Leggendo dell’Antico Egitto tutti si saranno imbattuti nelle straordinarie figure di Osiride e di Iside, divinità importanti nel Pantheon egizio, intimamente legate ai miti di fondazione del regno e delle relative dinastie regnanti.

Capo della spedizione è Franck Goddio, fondatore dell’Istituto Europeo di archeologia sottomarina La storia, così come la riporta Plutarco e come viene raccontata in molti documenti tramandati, è in sintesi questa: Osiride, re dell’Egitto, come era consuetudine allora, sposa la sorella di nome Iside. Il trono è però ambito dal fratello Seth che uccide Osiride chiudendolo dentro un sarcofago d’oro che getta poi nel Nilo. La moglie riesce a recuperare il corpo del marito, ma Seth non demorde e questa volta, per essere sicuro di non avere rivali al trono, recupera la salma, la taglia in 14 parti

che getta ancora una volta nel fiume. Ma anche Iside non è una che si dà facilmente per vinta; parte infatti alla ricerca del corpo del marito che riesce a recuperare in diverse località lungo il corso del Nilo. Grazie alla magia Iside si trasforma in un rapace che schiudendo le ali sopra le parti ricomposte di Osiride, riporta in vita lo sposo per un momento; con lui concepisce un figlio che chiamerà Horus e che alleverà affinché vendichi il padre. Dopo una lunga lotta Horus riesce a sconfiggere Seth, diventa lui sovrano d’Egitto e da allora ogni faraone si considererà la personificazione del dio falco Horus, al quale verranno eretti templi in tutto il Paese; mentre Osiride diventerà il signore del regno dei morti e a lui sarà dedicato un culto particolare. Il tema è quello della morte del corpo e successiva resurrezione, ben presente del resto in tutte le religioni del mondo, a significare l’anelito alla vita nell’aldilà, come pure il ritorno della natura fiorente in primavera e le cicliche piene del Nilo, toccasana per l’agricoltura. Da questa leggenda inquietante e dai suoi risvolti nasce l’esposizione presentata ora al Museo Rietberg di Zurigo che arriva da noi dopo aver fatto tappa a Parigi e Londra. Trecento oggetti, dei quali una quarantina provenienti

Un momento degli scavi archeologici sottomarini. (Christoph Gerick / © Franck Goddio / HILTI Found)

il capolavoro dello scrittore elvetico Urs Widmer

Urs Widmer trovò in famiglia non pochi spunti per la propria vocazione letteraria fino a diventare il più significativo scrittore svizzero erede di Frisch e Dürrenmatt. Complice involontario il genitore, Walter, insegnante, critico letterario e traduttore; l’homme des lettres sul quale egli scrisse nel 2004 un romanzo ironico e fantasioso, Il libro di mio padre, che l’editore Keller propone ora nell’ottima traduzione di Roberta Gado. Del resto Urs amava aggirarsi in anni lontani come in un’eterna favola, per quanto talvolta offuscata da tragici spunti autobiografici, come nel libro precedente, L’amante della madre. Per non parlare della fiaba per adulti Il sifone blu del 1992 (Keller, 2015), dove l’autore, ormai uomo maturo, si ritrova di colpo nel passato, nella sua vecchia casa di Basilea, mentre oltre confine infuria la guerra. Una sconcertante proiezione che permette di rivisitare angoli dell’amata Svizzera, ridisegnare volti e ravvivare sensazioni. Nelle sue pagine

una bisaccia di pelle con le provviste da viaggio. Non lo spaventano né i boschi né un violento temporale e nemmeno, giunto al villaggio, le bare accanto alle case, perché là gli abitanti ricevono fin da bambini il feretro in cui riposeranno nella vita eterna. Ma Karl ha ben altro a cui pensare: è orgoglioso dei vestiti sgargianti che gli hanno messo addosso, guarda con curiosità le giovinette intorno a sé e brinda con tutta la sala che lo sta festeggiando. È l’inizio di un percorso in cui non mancano sorprese come la sua fuga d’amore a Parigi negli anni Venti, l’incontro con la futura moglie Clara e gli amplessi furiosi seppelliti da libri e scartoffie da cui i giovani sposi riemergono ridendo di gusto. Perché Karl è sopraffatto da decine di libri e di autori che lui stesso traduce. A cominciare da Rabelais e Voltaire, e poi su fino a Stendhal, Rimbaud e Gide e tanti altri, che danno un senso profondo al suo mondo di eterno sognatore. Eppure ha ormai una bella casa in mezzo al verde, e la sua amatissima Clara e tanti amici, pittori e architetti che s’entusiasmano a tal

dediche, sarcofagi, statue di faraoni e divinità di grandi dimensioni come pure oggetti di uso quotidiano legati alle cerimonie religiose, che culminavano con una processione, celebrate regolarmente nel corso dell’anno nella località sul Mediterraneo. Tra le testimonianze archeologiche più significative una serie di piccole barche votive in piombo e di oggetti di culto usati nel corso proprio delle processioni dei sacerdoti e dei fedeli in onore del Dio della terra dei morti. Il tutto presentato in una scenografia suggestiva che, come è stato fatto anche per la mostra all’Antikenmuseum di Basilea sui preziosi reperti emersi dal mare al largo dell’isoletta di Anticitera, vuole ricreare per il visitatore l’atmo-

sfera un poco magica e intrigante che vivono gli archeologi subacquei, con scene accattivanti come quella che mostra il busto marmoreo di un faraone appoggiato sul fondale marino circondato da pesciolini che lo sfiorano incuranti e ignari della sua passata potenza, che contrasta con il ben diverso atteggiamento di meraviglia e rispetto degli archeologi che si avvicinano circospetti al prezioso reperto da riportare in superficie. Dove e quando

Osiris, versunkene Geheimnis Aegyptens. Zurigo, Museum Rietberg. Fino al 16 luglio 2017. www.osiris-zuerich.ch

In memoriamÈ morto a Roma a 80 anni il grande esponente dell’Arte Povera

EditoriaGrazie all’editore Keller anche gli italofoni hanno finalmente modo di leggere quello che è considerato

i luoghi amati, racchiusi in uno spazio ristretto, nel tepore di una piccola comunità, si animano sotto il tocco magico della scrittura fino a dilatarsi in un imprevedibile gioco di richiami. Non fa eccezione nemmeno il lungo racconto del padre che qui compare con il nome di Karl. Doveva essere, come gli disse uno zio in una curiosa iniziazione nella chiesa del paese dei genitori, un «libro bianco» su cui annotare quotidianamente i fatti della vita. Ma dopo la sua morte quel diario finì nella spazzatura, e tocca ora al figlio ricostruirne il percorso in un misto di eccentricità e umorismo, trasformando così la figura paterna in una sorta d’imprevedibile picaro. Non importa se verità e finzione si scambiano i ruoli perché nel racconto è comunque la vita che pulsa e quasi scorre via come in sogno. Eccolo lì il giovane Karl che nel 1915, dodicenne, per la prima volta – com’era costume in quelle contrade – si reca da casa sua in città al paese d’origine dei genitori. Una giornata di cammino, in testa un cappello da garzone e a tracolla

dai musei del Cairo e di Alessandria, che sono il frutto di scoperte archeologiche recenti e che escono per la prima volta dall’Egitto per l’occasione. Si tratta di reperti sottratti alle acque del golfo di Abukir vicino ad Alessandria, dove un tempo sorgevano i centri religiosi di Heracleion e Canopus, in dieci anni di ricerche da parte della Missione franco-egiziana guidata da Franck Goddio – creatore dell’Istituto europeo di archeologia sottomarina – grazie all’impiego di mezzi tecnici di ricerca e recupero dei materiali estremamente sofisticati. Esplorazioni subacquee che hanno riportato alla luce oggetti del VII-IV secolo a.C. e di epoca greco-romana a testimonianza della persistenza del culto dedicato a Osiride: stele con

Jannis Kounellis, addio

Storia di un padre Luigi Forte

Ricostruzione della città egizia Thonis-Heracleion realizzata sulla base dei dati raccolti durante le ricerche. (Grafica: Yann Bernard / © Franck Goddio / HILTI Foundation)

punto per il comunismo da fondare con lui il «Partito del lavoro». Come dargli torto quando fuori dai confini tuona la voce bestiale di Hitler e l’Europa va a fuoco. Le previsioni sono ormai apocalittiche e perfino lui si ritrova nei servizi ausiliari dell’esercito svizzero, da dove una volta scantona per far l’amore con sua moglie. La vita gli scorre accanto e lui se ne va in bici al carnevale di Basilea vestito da pagliaccio o festeggia intere notti con gli amici pittori bevendo Corton Clos du Roi e brindando alla caduta di Stalingrado. Certo non tutto va per il verso giusto: Clara per un certo periodo dà fuori di testa, i soldi scarseggiano, la salute vacilla. Ma il suo amore per la letteratura sembra difenderlo da ogni insidia: nel dopoguerra arrivano editori con proposte interessanti e nuovi amici, scrittori di rango come Böll, Grass, Hildesheimer e il giovane Enzensberger. Sotto il noce di casa sua egli ritrova un dialogo che l’esistenza sembrava aver per un attimo dissolto. Ma è nei dettagli, nel carosello di immagini, situazioni e figure che Karl

sfugge al suo interessante, ma pur prevedibile destino di intellettuale, per diventare un personaggio. Accanto a lui silhouette quasi inafferrabili come Monsieur Lefèbre, commesso in una libreria antiquaria di Parigi, che ha «l’aria di un coniglio obbligato a portare il colletto rigido e la cravatta» o l’agricoltore Züst che la sera, dopo aver finito di spargere letame, gestisce una casa editrice. Widmer ha il tocco leggero del disegnatore e lo sguardo arguto e affettuoso dell’umorista negli angoli felici di una provincia senza tempo. Ma l’immagine del padre gli svela soprattutto l’immensa libertà di una vita costruita attraverso i libri, in cui immergersi respirando un po’ d’infinito. Forse, vien da dire con le parole di Flaubert che Karl tanto amava: è stata la cosa più bella che ci è successa. Bibliografia

Urs Widmer, Il libro di mio padre, traduzione di Roberta Gado, Keller editore, p. 222, Є 15,50.

Gianluigi Bellei Giovedì 16 febbraio è morto a Roma Jannis Kounellis. Probabilmente il maggior esponente dell’Arte povera. Nato in Grecia il 23 marzo 1936, giovanissimo, nel 1956, assieme alla sua prima moglie Efi si trasferisce a Roma dove frequenta l’Accademia di Belle arti. Roma diventa così la sua città d’elezione. Qualche critico maligno sostiene che a Kounellis non piace l’idea di essere originario di una provincia ottomana ma vuole diventare cittadino d’Europa. In ogni caso in quegli anni dominano Lucio Fontana e Alberto Burri che cercano con le loro opere di aprire lo spazio dell’arte. Nel 1966 si incomincia a parlare di morte della pittura. Giovani critici seguono l’onda rivoluzionaria e nel 1967 Germano Celant in un articolo su «Flash Art» coniuga il termine Arte povera associandolo alla guerriglia. Scrive: «Dopo essere stato sfruttato, l’artista diventa un guerrigliero: vuole scegliere il luogo di combattimento e potersi spostare per sorprendere e colpire». Il mondo sta cambiando. Da una parte troviamo la Pop art che cerca di dare uno sbocco popolare e com-

merciale al consumismo di massa e dall’altra movimenti che si affiancano alla protesta del Sessantotto. Land art, Happening e in Italia appunto l’Arte povera. Kounellis esordisce nel 1969 con la sua opera più trasgressiva: Senza titolo. Dodici cavalli legati, accuditi e nutriti per molti giorni nella galleria L’Attico di Fabio Sargentini a Roma. Si passa così dal regno della

rappresentazione bidimensionale a quello della vita reale. In quell’occasione l’artista dichiara che vuole «esprimere una critica dell’oggetto finito. Per me nessun oggetto è mai finito». In un’intervista del 1977 ad Achille Bonito Oliva, Kounellis parla poi di esperienza comunitaria e non individuale e di tentativo di rende-

La famosa performance di Kounellis all’Attico di Fabio Sargentini. (sargentini.it)

re sociale l’arte. «L’anarchia è la capacità di comprendere e non di dare giudizi, perciò è un’apertura, perché il giudizio è una limitazione che fa interessi precisi. Naturalmente il giudizio è rivoluzionario, molte volte». Quasi contemporaneamente Aldo Mondino organizza un Ittiodromo allo Studio d’arte Arco d’Alibert «riempiendo le stanze di pesci morti e spruzzi di sangue». Richard Serra appende grappoli di ritagli di cuoio, Gino De Dominicis propone il suo Zodiaco, opera composta da un toro, un leone e una giovane vergine, tutti vivi; sino al controverso mongoloide esposto alla Biennale di Venezia del 1972, sempre di De Dominicis. L’arte si fa vita; vita essa stessa, azione, strumento di rivolta. Non a tutti piace. Lea Vergine sull’Almanacco letterario Bompiani del 1970 scrive di «decadentismo, di post-romanticismo, in una mistica della vitalità perduta». Insomma, manca un programma e l’esperienza fra artista e spettatore è una finzione o un gioco delle parti nelle quali sguazzano i galleristi camaleontici. Cogli anni Kounellis crea un proprio linguaggio, da una parte legato alle sue origini greche, con frammen-

ti di calchi di gesso di statue classiche, e dall’altra, associato alla cultura marxista della famiglia di origine, con materiali quali il legno, il carbone e l’acciaio. Poi il suo vocabolario estetico si compenetra nella dicotomia organico/inorganico, duro/soffice, vivo/non vivo, soggetto/oggetto. Negli anni Ottanta il suo lavoro diventa più solido, nel vero senso della parola, e utilizzando pietra, legno e fuoco, comincia a essere considerato universale. Nel 2006 la Cheim & Read gallery di New York pubblica la lista dei «materiali» da lui usati fino a quel momento: iuta, acciaio, cotone, pappagalli, cactus, pietra, legno, caffè, fuoco, capelli, uova, corda, ratti, scarafaggi, corvi, fagioli, chicchi di riso o grano, fumo, materassi, macchine da cucire, cavalli, pesci… Thomas McEvilley scrive di toni esistenziali con «tracce evanescenti dell’esistenza umana». Il tutto con un forte significato simbolico, pieno di sostanza e di energia. Perché questa aiuta a capovolgere il mondo. Partecipa a diverse Biennali di Venezia, a due Documenta di Kassel, per approdare alla Tate Modern di Londra nel 2009.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Cultura e Spettacoli Trainspotting 2.0 A distanza di vent’anni tornano nelle sale le vicende dei borderline scozzesi: a colloquio con il regista Danny Boyle

Le libertà di Anna A Ligornetto Casa Pessina espone fino al 5 marzo le immagini della fotografa ticinese Anna Meschiari

pagina 33

Ma Mozart di cosa morì? Un recente studio dimostrerebbe che il grande compositore non fu ucciso dal rivale Antonio Salieri

Tutti i misteri di Osiride

Mostre Al Museo Rietberg di Zurigo un affascinante viaggio sottomarino nella cultura dell’antico Egitto

pagina 35

pagina 34

Marco Horat

L’amato scrittore svizzero Urs Widmer è morto nel 2014. (Keystone)

Talvolta è grazie a un’esposizione se una storia dimenticata ci torna alla memoria. Leggendo dell’Antico Egitto tutti si saranno imbattuti nelle straordinarie figure di Osiride e di Iside, divinità importanti nel Pantheon egizio, intimamente legate ai miti di fondazione del regno e delle relative dinastie regnanti.

Capo della spedizione è Franck Goddio, fondatore dell’Istituto Europeo di archeologia sottomarina La storia, così come la riporta Plutarco e come viene raccontata in molti documenti tramandati, è in sintesi questa: Osiride, re dell’Egitto, come era consuetudine allora, sposa la sorella di nome Iside. Il trono è però ambito dal fratello Seth che uccide Osiride chiudendolo dentro un sarcofago d’oro che getta poi nel Nilo. La moglie riesce a recuperare il corpo del marito, ma Seth non demorde e questa volta, per essere sicuro di non avere rivali al trono, recupera la salma, la taglia in 14 parti

che getta ancora una volta nel fiume. Ma anche Iside non è una che si dà facilmente per vinta; parte infatti alla ricerca del corpo del marito che riesce a recuperare in diverse località lungo il corso del Nilo. Grazie alla magia Iside si trasforma in un rapace che schiudendo le ali sopra le parti ricomposte di Osiride, riporta in vita lo sposo per un momento; con lui concepisce un figlio che chiamerà Horus e che alleverà affinché vendichi il padre. Dopo una lunga lotta Horus riesce a sconfiggere Seth, diventa lui sovrano d’Egitto e da allora ogni faraone si considererà la personificazione del dio falco Horus, al quale verranno eretti templi in tutto il Paese; mentre Osiride diventerà il signore del regno dei morti e a lui sarà dedicato un culto particolare. Il tema è quello della morte del corpo e successiva resurrezione, ben presente del resto in tutte le religioni del mondo, a significare l’anelito alla vita nell’aldilà, come pure il ritorno della natura fiorente in primavera e le cicliche piene del Nilo, toccasana per l’agricoltura. Da questa leggenda inquietante e dai suoi risvolti nasce l’esposizione presentata ora al Museo Rietberg di Zurigo che arriva da noi dopo aver fatto tappa a Parigi e Londra. Trecento oggetti, dei quali una quarantina provenienti

Un momento degli scavi archeologici sottomarini. (Christoph Gerick / © Franck Goddio / HILTI Found)

il capolavoro dello scrittore elvetico Urs Widmer

Urs Widmer trovò in famiglia non pochi spunti per la propria vocazione letteraria fino a diventare il più significativo scrittore svizzero erede di Frisch e Dürrenmatt. Complice involontario il genitore, Walter, insegnante, critico letterario e traduttore; l’homme des lettres sul quale egli scrisse nel 2004 un romanzo ironico e fantasioso, Il libro di mio padre, che l’editore Keller propone ora nell’ottima traduzione di Roberta Gado. Del resto Urs amava aggirarsi in anni lontani come in un’eterna favola, per quanto talvolta offuscata da tragici spunti autobiografici, come nel libro precedente, L’amante della madre. Per non parlare della fiaba per adulti Il sifone blu del 1992 (Keller, 2015), dove l’autore, ormai uomo maturo, si ritrova di colpo nel passato, nella sua vecchia casa di Basilea, mentre oltre confine infuria la guerra. Una sconcertante proiezione che permette di rivisitare angoli dell’amata Svizzera, ridisegnare volti e ravvivare sensazioni. Nelle sue pagine

una bisaccia di pelle con le provviste da viaggio. Non lo spaventano né i boschi né un violento temporale e nemmeno, giunto al villaggio, le bare accanto alle case, perché là gli abitanti ricevono fin da bambini il feretro in cui riposeranno nella vita eterna. Ma Karl ha ben altro a cui pensare: è orgoglioso dei vestiti sgargianti che gli hanno messo addosso, guarda con curiosità le giovinette intorno a sé e brinda con tutta la sala che lo sta festeggiando. È l’inizio di un percorso in cui non mancano sorprese come la sua fuga d’amore a Parigi negli anni Venti, l’incontro con la futura moglie Clara e gli amplessi furiosi seppelliti da libri e scartoffie da cui i giovani sposi riemergono ridendo di gusto. Perché Karl è sopraffatto da decine di libri e di autori che lui stesso traduce. A cominciare da Rabelais e Voltaire, e poi su fino a Stendhal, Rimbaud e Gide e tanti altri, che danno un senso profondo al suo mondo di eterno sognatore. Eppure ha ormai una bella casa in mezzo al verde, e la sua amatissima Clara e tanti amici, pittori e architetti che s’entusiasmano a tal

dediche, sarcofagi, statue di faraoni e divinità di grandi dimensioni come pure oggetti di uso quotidiano legati alle cerimonie religiose, che culminavano con una processione, celebrate regolarmente nel corso dell’anno nella località sul Mediterraneo. Tra le testimonianze archeologiche più significative una serie di piccole barche votive in piombo e di oggetti di culto usati nel corso proprio delle processioni dei sacerdoti e dei fedeli in onore del Dio della terra dei morti. Il tutto presentato in una scenografia suggestiva che, come è stato fatto anche per la mostra all’Antikenmuseum di Basilea sui preziosi reperti emersi dal mare al largo dell’isoletta di Anticitera, vuole ricreare per il visitatore l’atmo-

sfera un poco magica e intrigante che vivono gli archeologi subacquei, con scene accattivanti come quella che mostra il busto marmoreo di un faraone appoggiato sul fondale marino circondato da pesciolini che lo sfiorano incuranti e ignari della sua passata potenza, che contrasta con il ben diverso atteggiamento di meraviglia e rispetto degli archeologi che si avvicinano circospetti al prezioso reperto da riportare in superficie. Dove e quando

Osiris, versunkene Geheimnis Aegyptens. Zurigo, Museum Rietberg. Fino al 16 luglio 2017. www.osiris-zuerich.ch

In memoriamÈ morto a Roma a 80 anni il grande esponente dell’Arte Povera

EditoriaGrazie all’editore Keller anche gli italofoni hanno finalmente modo di leggere quello che è considerato

i luoghi amati, racchiusi in uno spazio ristretto, nel tepore di una piccola comunità, si animano sotto il tocco magico della scrittura fino a dilatarsi in un imprevedibile gioco di richiami. Non fa eccezione nemmeno il lungo racconto del padre che qui compare con il nome di Karl. Doveva essere, come gli disse uno zio in una curiosa iniziazione nella chiesa del paese dei genitori, un «libro bianco» su cui annotare quotidianamente i fatti della vita. Ma dopo la sua morte quel diario finì nella spazzatura, e tocca ora al figlio ricostruirne il percorso in un misto di eccentricità e umorismo, trasformando così la figura paterna in una sorta d’imprevedibile picaro. Non importa se verità e finzione si scambiano i ruoli perché nel racconto è comunque la vita che pulsa e quasi scorre via come in sogno. Eccolo lì il giovane Karl che nel 1915, dodicenne, per la prima volta – com’era costume in quelle contrade – si reca da casa sua in città al paese d’origine dei genitori. Una giornata di cammino, in testa un cappello da garzone e a tracolla

dai musei del Cairo e di Alessandria, che sono il frutto di scoperte archeologiche recenti e che escono per la prima volta dall’Egitto per l’occasione. Si tratta di reperti sottratti alle acque del golfo di Abukir vicino ad Alessandria, dove un tempo sorgevano i centri religiosi di Heracleion e Canopus, in dieci anni di ricerche da parte della Missione franco-egiziana guidata da Franck Goddio – creatore dell’Istituto europeo di archeologia sottomarina – grazie all’impiego di mezzi tecnici di ricerca e recupero dei materiali estremamente sofisticati. Esplorazioni subacquee che hanno riportato alla luce oggetti del VII-IV secolo a.C. e di epoca greco-romana a testimonianza della persistenza del culto dedicato a Osiride: stele con

Jannis Kounellis, addio

Storia di un padre Luigi Forte

Ricostruzione della città egizia Thonis-Heracleion realizzata sulla base dei dati raccolti durante le ricerche. (Grafica: Yann Bernard / © Franck Goddio / HILTI Foundation)

punto per il comunismo da fondare con lui il «Partito del lavoro». Come dargli torto quando fuori dai confini tuona la voce bestiale di Hitler e l’Europa va a fuoco. Le previsioni sono ormai apocalittiche e perfino lui si ritrova nei servizi ausiliari dell’esercito svizzero, da dove una volta scantona per far l’amore con sua moglie. La vita gli scorre accanto e lui se ne va in bici al carnevale di Basilea vestito da pagliaccio o festeggia intere notti con gli amici pittori bevendo Corton Clos du Roi e brindando alla caduta di Stalingrado. Certo non tutto va per il verso giusto: Clara per un certo periodo dà fuori di testa, i soldi scarseggiano, la salute vacilla. Ma il suo amore per la letteratura sembra difenderlo da ogni insidia: nel dopoguerra arrivano editori con proposte interessanti e nuovi amici, scrittori di rango come Böll, Grass, Hildesheimer e il giovane Enzensberger. Sotto il noce di casa sua egli ritrova un dialogo che l’esistenza sembrava aver per un attimo dissolto. Ma è nei dettagli, nel carosello di immagini, situazioni e figure che Karl

sfugge al suo interessante, ma pur prevedibile destino di intellettuale, per diventare un personaggio. Accanto a lui silhouette quasi inafferrabili come Monsieur Lefèbre, commesso in una libreria antiquaria di Parigi, che ha «l’aria di un coniglio obbligato a portare il colletto rigido e la cravatta» o l’agricoltore Züst che la sera, dopo aver finito di spargere letame, gestisce una casa editrice. Widmer ha il tocco leggero del disegnatore e lo sguardo arguto e affettuoso dell’umorista negli angoli felici di una provincia senza tempo. Ma l’immagine del padre gli svela soprattutto l’immensa libertà di una vita costruita attraverso i libri, in cui immergersi respirando un po’ d’infinito. Forse, vien da dire con le parole di Flaubert che Karl tanto amava: è stata la cosa più bella che ci è successa. Bibliografia

Urs Widmer, Il libro di mio padre, traduzione di Roberta Gado, Keller editore, p. 222, Є 15,50.

Gianluigi Bellei Giovedì 16 febbraio è morto a Roma Jannis Kounellis. Probabilmente il maggior esponente dell’Arte povera. Nato in Grecia il 23 marzo 1936, giovanissimo, nel 1956, assieme alla sua prima moglie Efi si trasferisce a Roma dove frequenta l’Accademia di Belle arti. Roma diventa così la sua città d’elezione. Qualche critico maligno sostiene che a Kounellis non piace l’idea di essere originario di una provincia ottomana ma vuole diventare cittadino d’Europa. In ogni caso in quegli anni dominano Lucio Fontana e Alberto Burri che cercano con le loro opere di aprire lo spazio dell’arte. Nel 1966 si incomincia a parlare di morte della pittura. Giovani critici seguono l’onda rivoluzionaria e nel 1967 Germano Celant in un articolo su «Flash Art» coniuga il termine Arte povera associandolo alla guerriglia. Scrive: «Dopo essere stato sfruttato, l’artista diventa un guerrigliero: vuole scegliere il luogo di combattimento e potersi spostare per sorprendere e colpire». Il mondo sta cambiando. Da una parte troviamo la Pop art che cerca di dare uno sbocco popolare e com-

merciale al consumismo di massa e dall’altra movimenti che si affiancano alla protesta del Sessantotto. Land art, Happening e in Italia appunto l’Arte povera. Kounellis esordisce nel 1969 con la sua opera più trasgressiva: Senza titolo. Dodici cavalli legati, accuditi e nutriti per molti giorni nella galleria L’Attico di Fabio Sargentini a Roma. Si passa così dal regno della

rappresentazione bidimensionale a quello della vita reale. In quell’occasione l’artista dichiara che vuole «esprimere una critica dell’oggetto finito. Per me nessun oggetto è mai finito». In un’intervista del 1977 ad Achille Bonito Oliva, Kounellis parla poi di esperienza comunitaria e non individuale e di tentativo di rende-

La famosa performance di Kounellis all’Attico di Fabio Sargentini. (sargentini.it)

re sociale l’arte. «L’anarchia è la capacità di comprendere e non di dare giudizi, perciò è un’apertura, perché il giudizio è una limitazione che fa interessi precisi. Naturalmente il giudizio è rivoluzionario, molte volte». Quasi contemporaneamente Aldo Mondino organizza un Ittiodromo allo Studio d’arte Arco d’Alibert «riempiendo le stanze di pesci morti e spruzzi di sangue». Richard Serra appende grappoli di ritagli di cuoio, Gino De Dominicis propone il suo Zodiaco, opera composta da un toro, un leone e una giovane vergine, tutti vivi; sino al controverso mongoloide esposto alla Biennale di Venezia del 1972, sempre di De Dominicis. L’arte si fa vita; vita essa stessa, azione, strumento di rivolta. Non a tutti piace. Lea Vergine sull’Almanacco letterario Bompiani del 1970 scrive di «decadentismo, di post-romanticismo, in una mistica della vitalità perduta». Insomma, manca un programma e l’esperienza fra artista e spettatore è una finzione o un gioco delle parti nelle quali sguazzano i galleristi camaleontici. Cogli anni Kounellis crea un proprio linguaggio, da una parte legato alle sue origini greche, con frammen-

ti di calchi di gesso di statue classiche, e dall’altra, associato alla cultura marxista della famiglia di origine, con materiali quali il legno, il carbone e l’acciaio. Poi il suo vocabolario estetico si compenetra nella dicotomia organico/inorganico, duro/soffice, vivo/non vivo, soggetto/oggetto. Negli anni Ottanta il suo lavoro diventa più solido, nel vero senso della parola, e utilizzando pietra, legno e fuoco, comincia a essere considerato universale. Nel 2006 la Cheim & Read gallery di New York pubblica la lista dei «materiali» da lui usati fino a quel momento: iuta, acciaio, cotone, pappagalli, cactus, pietra, legno, caffè, fuoco, capelli, uova, corda, ratti, scarafaggi, corvi, fagioli, chicchi di riso o grano, fumo, materassi, macchine da cucire, cavalli, pesci… Thomas McEvilley scrive di toni esistenziali con «tracce evanescenti dell’esistenza umana». Il tutto con un forte significato simbolico, pieno di sostanza e di energia. Perché questa aiuta a capovolgere il mondo. Partecipa a diverse Biennali di Venezia, a due Documenta di Kassel, per approdare alla Tate Modern di Londra nel 2009.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Cultura e Spettacoli

Trainspotting, poco è cambiato

IncontriA colloquio con il regista inglese Danny Boyle che, a distanza di vent’anni è ritornato a raccontare

la vita spesso squallida dei suoi ragazzi scozzesi

Entusiasta, allegro, eccitato come un bambino al luna park, Danny Boyle, che abbiamo incontrato a Roma dove ha presentato Trainspotting 2 prima di volare al Festival di Berlino, non è cambiato, malgrado gli anni, gli Oscar (ne ha ricevuti otto per The Millionaire, nel 2008), e qualche delusione. Il primo Trainspotting, tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, che catapultò Edimburgo e la sua periferia, e quei quattro disgraziati tossici e sbandati, e lui stesso, sulla scena cinematografica internazionale, era un film duro, graffiante, povero, ma la sceneggiatura era disseminata di ironia e di un ingenuo candore che finiva sempre col riconciliarti con le follie di quei balordi senza speranza: Mark Renton (Ewan McGregor), Sick Boy (Jonny Lee Miller), Spud (Ewen Bremner) e Begbie (Robert Carlyle). Se con Piccoli omicidi tra amici, la sua prima regia cinematografica, si era fatto conoscere, con Trainspotting Danny Boyle diventò un regista di «culto» e il film ebbe un successo insperato. Adesso, vent’anni dopo, come fece Dumas con i suoi quattro Moschettieri, Boyle con Trainspotting 2 (lanciato anche come TS2) torna a Edimburgo sulle tracce di Renton, quello che aveva colto al volo l’unica opportunità per un futuro diverso e tradendo gli altri, era scappato con il «malloppo» dell’unico colpo andato a segno. «Una opportunità è l’inizio di un tradimento» sentenzia oggi

più volte, Spud, commentando la concatenazione di eventi, quasi una reazione a catena, di espedienti, bugie, animosità, affetto e violenza che s’innesca dal nuovo incontro dei vecchi amici. «È una frase quasi filosofica, che ben descrive la realtà che lega il primo film al secondo, e accomuna i quattro amici, ancora una volta, pronti a tradirsi l’un l’altro. Irvine Welsh l’aveva scritta in Porno, il romanzo che è il seguito di Trainspotting, e al quale ci siamo ispirati, ma io ho voluto enfatizzarla nel film» – ci ha raccontato Danny Boyle ridendo – «perché ben si adattava anche a noi, che, di nuovo insieme dopo vent’anni per fare questo film, abbiamo dovuto venire a patti, proprio come i protagonisti, con le occasioni e i tradimenti, che nel frattempo ci avevano diviso, e con le “sanguinose offese” e i terribili anatemi che ci eravamo lanciati». Emblematico fu il caso di The Beach, primo film americano di Danny Boyle, «l’occasione», per il quale aveva dato a Ewan McGregor il ruolo di protagonista, salvo poi fare marcia indietro, all’ultimo momento, quando lo Studio Hollywoodiano gli assegnò Di Caprio, già all’epoca una star. Ma adesso tutto questo è passato, resta forse un po’ di nostalgia come in Trainspotting 2, dove i ricordi però diventano il riscatto di Spud. «La nostalgia nel film c’è, ed è un sentimento difficile da tenere a bada in certi momenti. Lo spettatore che ha visto il primo film, non può non pensare anche a se stesso e a ciò che ha fatto in questi vent’anni

Tremendamente controvento

JazzDue interessanti produzioni recenti

di musicisti ticinesi anche su CD Non ci siamo ancora ripresi dallo choc causato dalle recenti dichiarazioni di Warner Music. Alla fine del 2016 la major musicale americana ha annunciato di aver guadagnato di più vendendo musica in formato digitale (mp3 e streaming) di quanto non abbia incassato con i CD. L’epoca della diffusione «liquida» dei brani, così connaturata all’effimera esistenza del pop, sarà funesta alla diffusione di una musica seria e di più ampio respiro come il jazz? La domanda sorge spontanea considerando anche il gusto un po’ feticistico degli appassionati, per i quali il «disco» è sempre un punto fermo, un segno di riferimento, un mattone significativo nel grande work in progress che è la musica jazz. Ma la riflessione allarmistica si placa un po’ ogni volta che capita di avere tra le mani dei buoni, nuovi album. Perché la musica che vale probabilmente si propaga da sola in noi, fa scattare il meccanismo dell’acquisto: un bel CD sarà sempre qualcosa che ci farà piacere possedere. E nella categoria «bel CD» inseriamo veramente volentieri i lavori di due formazioni in cui operano ottimi jazzisti di casa nostra. Controvento Live (Hush-Sound, 2016) è l’album di un quartetto molto interessante, composto da artisti provenienti da varie regioni svizzere. Reto Suhner al sassofono, Luca Pagano alla chitarra, Brook Giger al contrabbasso e Dominic Egli alla batteria hanno scelto di far confluire le loro visioni musicali in un progetto diremmo «elvetico»: un esperimento cioè in cui la condivisione, il rispetto e l’ascolto reciproco diventano la chiave di volta del lavoro. Le registrazioni, effettuate dal vivo in due occasioni, a

guardando quel che è successo ai protagonisti», ci spiega Boyle divertito, «Tuttavia più che sul tempo che passa e sulla nostalgia, il mio film vuole essere una riflessione sul maschio, sul suo modo di diventare uomo, che spesso, nel passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta, al contrario della donna, fa fatica a crescere e si perde. Forse perché è tipico dei maschi restare testardamente abbarbicati al mito di una gioventù felice, spavalda, “gloriosa” e irresponsabile, proprio come i miei protagonisti, sopravvissuti alle tante esperienze dell’adolescenza, che non sono mai diventati veramente adulti. Così a Mark Renton non resta che inventarsi i figli che non ha avuto, mentre gli altri tre, incapaci di fare i padri hanno lasciato alle donne tutto il lavoro. Come al solito, perché le donne sono più brave degli uomini ad adeguarsi alle diverse “stagioni” della vita». Irrequieti, in cerca di rivalsa, incalzati dal ricordo di ciò che non hanno fatto, ma anche dalle proprie necessità, i protagonisti di TS2 si muovono in una realtà che non esiste veramente, in una Edimburgo a tratti bella come una cartolina, a tratti periferica e squallida, con case circondate da strade dissestate e calcinacci. «Trainspotting era un film realistico, anche se il mio non è mai stato un “realismo sociale” alla Ken Loach», puntualizza Boyle, «invece in questo film i miei personaggi vivono in un mondo tutto loro, una sorta di “bolla” governata dalle loro pulsioni e dalle loro personalità. Il primo film era più

Ancora loro... Ewan McGregor e Johnny Lee Miller in TS2. (Keystone)

“politico”, basta ricordare il monologo “scegli la vita” di Renton, dove con l’arroganza della gioventù si faceva beffe del “sistema”: quando lo recita di nuovo in TS2 è un uomo di mezza età ed è lui stesso il bersaglio delle proprie ironie, e il tono è pieno di amarezza e di rabbia, perché l’angoscia non lo fa dormire la notte. Questo è un film più intimo, che parla di noi tutti». In TS2 non mancano i giovani, quei figli ignorati dai padri, o quelle amanti troppo giovani, magari dell’est in cerca di un destino migliore e Danny Boyle, che ha tre figli più che ventenni, conclude confessandoci, serissimo, di aver pensato e lavorato a questo film per quasi dieci anni, eppure il soggetto era un gruppo di cinquantenni, una realtà, per lui, sicuramente più facile di un discorso

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PER OGNI PASTO IN OGNI FAMIGLIA.

Il chitarrista ticinese-ginevrino Luca Pagano. (Juan-Carlos Hernandez)

Ginevra e a Lugano, ci presentano una band matura e rilassata, alle prese con un repertorio piacevole e raffinato, suonato magistralmente. Molto più giovani, i tre della band Tremeandy (Manuel Pramotton al sax tenore, Simon Quinn al contrabbasso e Giacomo Reggiani alla batteria) hanno pubblicato il loro primo disco Just Like Mary Did Before You (QFTF, 2016) e si distinguono da altre formazioni jazzistiche per la mancanza di strumento di accompagnamento. Succede in molti gruppi moderni, e i tre accettano la sfida solistica con grande coraggio e serietà, mettendo in mostra uno spessore e un pensiero musicale davvero brillanti. I ragazzi non hanno paura delle nuove tecnologie e il disco si può scaricare da iTunes. Avere il CD, comunque, è un’altra cosa… /AZ

sui giovani di oggi. «Quello che è capitato alla classe operaia intorno al 1980, in cui con la robotizzazione dell’industria si cominciarono a perdere posti di lavoro, adesso sta succedendo alla classe media. I posti di lavoro svaniscono e noi non sappiamo come aiutare i nostri giovani. Loro, in compenso, hanno mezzi magnifici e scelte “alternative”, come dice anche Renton nel suo monologo: “Cerchi qualcosa? Vai su Facebook. Ti senti solo? Vai su Facebook. Ti senti ancora solo? Non sei solo, sei su Facebook!” Sono scelte facili, e false, che a lungo andare temo, tolgono ai giovani ogni volontà, perché gli danno veramente poco. Ma, insomma, dobbiamo fidarci dei nostri figli e attendere che trovino il modo, di farsi largo nella vita, da soli, artefici come noi, del proprio destino».

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Blanche Greco


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Cultura e Spettacoli

Anna Meschiari, la libertà prima di tutto

Scrooge e Puntila TeatroLa favola di Dickens

e il classico di Brecht sulle scene ticinesi

Fotografia A Casa Pessina fino al 5 marzo un’esposizione

che vuole rappresentare il personale arcipelago della giovane artista Giovanni Medolago In un’immagine proposta alla Casa Pessina, l’apparecchiatura fotografica – con tanto di tripode simile a quello di una mitragliatrice – è bell’e sistemata. Sembra davvero un’arma pronta a sparare, anche perché la spia rossa dell’autoscatto è accesa, è stata tolta la sicura. L’arma è puntata verso lo spettatore, non è rivolta verso ipotetici assalitori che dal basso potrebbero portar minaccia (sulla destra si vede la scaletta d’accesso) a questo luogo tranquillo e protetto, quasi ameno, in una bella giornata autunnale in cui però il sole già fatica a disegnare ombre davvero degne di questo nome. È un sagrato campagnolo? Chissà… Le domande che ci sorgono di fronte a questa immagine, magari irriverenti, ma spero interessanti, sono altre. È un originale autoritratto di Anna Meschiari in absentia :«Fotografo, dunque sono»? È l’espressione dell’irrealizzabile desiderio di comprendere ciascuno spettatore in un gigantesco camera look, con quell’obiettivo quasi minacciosamente puntato verso chi lo guarda? È un’audace mise en abîme, una «storia nella storia» in cui ciò che ci appare a un primo grado di lettura (l’apparecchio fotografico) tenta di riassumere/comprendere alcuni aspetti della «storia» che la incornicia, che in questo caso sarebbe addirittura l’opera omnia di Anna? E infine, domanda fondamentale, che cosa fotografa la giovane Meschiari? Vecchio vezzo del critico – in generale – quello di porre domande. Vecchio vizio mio personale, temo ormai inguaribile, quello d’interrogare/ rsi e di suscitare dubbi senza aver poi la presunzione di poter avanzare una risposta esaustiva e univoca. È indubbio tuttavia che Anna si prende la libertà di immortalare tutto ciò che riesce ad accendere il suo interesse, libera altresì di scegliersi la tecnica che più le sembra adatta (il suo curriculum non parla solo di fotografia tra analogico e

Un’immagine appartenente all’arcipelago di Anna Meschiari. (Anna Meschiari)

digitale, ma anche di collages, installazioni video, ecc). Risulta difficile anche cogliere, nel suo mare magnum, qualsiasi influenza di questo o quel grande maestro – altro vezzo del vecchio critico! Sarebbe in effetti un azzardo, più che un suggerimento, ricordare il lavoro di Josef Sudek di fronte al lussureggiante intrico di grandi foglie, sebbene il fotografo boemo preferisca affidarsi al bianco&nero; o quello del magiaro Laszlo Moholy-Nagy osservando i bicchieri volanti e la loro eterea scia. Se ci sono illustri colleghi che più di altri hanno colpito Anna Meschiari (e ce ne saranno senz’altro), non lo dà a vedere. La giovane artista ha saputo mantenere nel suo sguardo un’invidiabile purezza, apparentemente scevra da ogni influenza e che talvolta scivola persino nell’ingenuità. Sempre in assoluta libertà, Anna ha scelto il titolo della mostra, A come Arcipelago. Perché – a rigore e con la Treccani à la main – il concetto vorrebbe veder uniti non solo e non tanto

isole, ma anche gruppi o entità staccati sì gli uni dagli altri e però ancora in qualche modo legati attraverso affinità o contingenze: pensiamo al celebre Arcipelago Gulag. Vi sfido tuttavia a trovare un legame, un fil rouge di qualsiasi tipo tra le immagini presentate. Missione impossibile, perché l’esposizione è in realtà il suo personalissimo arcipelago. Una mostra/viaggio attraverso i suoi archivi (ci sono foto che ha realizzato ben prima di diplomarsi in Fotografia alle Scuole di Arti Applicate di Vevey e di Berlino), concepita seguendo il procedimento che la giovane fotografa ha recentemente abbracciato, vicino alla fotografia concettuale: assemblare immagini ritrovate qua e là per creare qualcosa di nuovo, che non esisteva prima.

Giorgio Thoeni La coscienza professionale di giovani interpreti che studiano soluzioni moderne senza rinnegare la tradizione è facile da notare se si fa attenzione ai modelli a cui si ispirano. Talvolta sono piccoli ma significativi dettagli, altre volte a farsi notare è la matrice originaria. È una riflessione scaturita dopo aver assistito al Teatro Paravento a Scrooge – non è mai troppo tardi, uno spettacolo che aveva debuttato alla fine del 2015 al Teatro Dimitri di Verscio e che è stato rimaneggiato e ripresentato recentemente dalla compagnia PerpetuoMobileTeatro. Realizzato con maschere e musiche originali, Scrooge si ispira a Il canto di Natale, popolare racconto di Charles Dickens, metafora di una ritrovata umanità come riscatto dopo una vita priva di sentimenti: una parabola pensata dal grande scrittore sociale inglese e capace di risvegliare i buoni sentimenti. L’imprinting di questo classico riletto teatralmente è caratterizzato dall’uso di maschere espressive, quelle che escono dal laboratorio dell’Accademia di Verscio, per intenderci (e un pensiero va al suo co-fondatore Richard Weber, recentemente scomparso), al loro uso sulla scena come viene studiato e insegnato in quelle aule. Nel nostro caso si aggiunge uno sporadico utilizzo della parola accompagnata da formule didascaliche innovative e ironiche. Una freschezza che rende piacevole lo spettacolo, una creazione collettiva con Marco Cuppellari, Britta Kleindienst e David Labanca in scena per giostrare fra racconto in voce e movimento di maschere

Dove e quando

Anna Meschiari, A come Arcipelago. Ligornetto, Casa Pessina. Fino al 5 marzo 2017. Orari: sa-do 14.00-18.00.

Un Canto di Natale in maschera. (PerpetuoMobileTeatro)

belle e efficaci (Brita Kleindienst e Sara Bocchini) accanto a tagli musicali originali (Dario Miranda). Un linguaggio immediato ed evocativo, ideale per raccontare una storia con personaggi che rievocano l’umanità della metafora con la semplicità del gesto e la genuinità dei sentimenti. Lo spettacolo è complessivamente godibile con qualche indulgenza. Meriterebbe infatti un’ulteriore ripassata specialmente su alcune lentezze iniziali, mentre sarebbe opportuno snellire il ritmo puntando sui tempi comici. Ad aprile Scrooge sarà ospite a Thun della Borsa Svizzera degli Spettacoli. La dialettica di Brecht è ancora di attualità

Nel 1940, uno degli ultimi anni del suo esilio europeo, Bertolt Brecht scrisse Il Signor Puntila e il suo servo Matti definendolo «Volkstück», commedia popolare, traendo spunto da alcuni racconti della scrittrice finlandese Hella Woulijoki. Un’apologia umoristica in cui il drammaturgo descrive l’immagine del capitalista che diventa umano e generoso quando si ubriaca mentre si comporta da prepotente, avaro e crudele sfruttatore quando è sobrio. Un teatro didattico popolaresco, una sorta di Dr Jekyll e Mr Hyde sulla falsariga dell’invenzione di Chaplin per Luci della città dove i princìpi della lotta di classe cari a Brecht si caricano di significati dialettici di sconcertante attualità. Il Teatro dell’Elfo l’ha messo in scena per il suo Mr Pùntila, musiche originali di Paul Dessau, con la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia che hanno caricato la commedia di gustose citazioni: dalla figura iniziale di Madre Coraggio alle processioni dei derelitti, dai finti accattoni di Peachum dell’Opera da tre soldi alla macelleria scenografica dell’opulento Mauler (Santa Giovanna) fino all’effetto sonoro in stile «Frau Blücher» del Frankenstein Jr di Mel Brooks. Una rilettura grottesca e divertente per la platea del LAC che ha applaudito uno strepitoso Ferdinando Bruni spalleggiato da Luciano Scarpa con Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Francesca Turrini, Carolina Cametti, Luca Toracca, Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo De Mojana e Francesco Baldi.

Il potere devastante del sospetto

FilmselezioneNel nuovo film Il cliente – premiato al Festival di Cannes – il regista iraniano Asghar Farhadi

è ritornato all’urgenza dei problemi del suo Paese Fabio Fumagalli *** Il cliente, di Asghar Farhadi, con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi (Iran 2016)

Premio per la migliore sceneggiatura e per l’interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes, Il cliente conferma quanto l’iraniano Asghar Farhadi faccia parte della ristretta cerchia dei cineasti capaci di alleare una magistrale padronanza espressiva all’acume dell’analisi sociale, politica e quindi psicologica del nostro tempo. Reduce dalla sua prima esperienza all’estero (Le Passé, 2013) il regista è ritornato all’urgenza dei problemi di casa sua; alle angustie dell’intimo, dell’ambiguità nei rapporti privati all’interno dei claustrofobici spazi domestici come riflesso della disgregazione pubblica esterna. Un procedimento prediletto, sublimato alla perfezione in Una separazione, il capolavoro che al suo quinto lungometraggio lo rese celebre nel 2011.

Con Il cliente il cineasta sembra voler prolungare e approfondire la dimensione delle sue favole morali: in una sceneggiatura dalla caratura impressionante che, dopo le prime scaramucce aneddotiche, si impone allo spettatore, accumula nuove deviazioni drammatiche, sollecita le tensioni del thriller, suggerisce metafore politiche, sorprende destabilizzando le psicologie.

Un particolare della locandina del film di Farhadi.

Emad e Rana, compagni nella vita e colleghi sul palcoscenico, sono costretti a traslocare da uno stabile disastrato del centro di Teheran: si ritrovano in un nuovo appartamento, dal quale il precedente affittuario rifiuta però di sgomberare del tutto. Una faccenda imbarazzante, soprattutto quando si verrà a sapere che si trattava di «una donna dai numerosi accompagnatori», per usare la formula cara alla

censura locale. Ma una situazione che si farà drammatica ed equivoca quando Rana verrà aggredita da uno sconosciuto e trovata dal marito insanguinata nella doccia. Un incidente, che la giovane vorrebbe dimenticare e il marito, almeno inizialmente, denunciare. E questo prima di iniziare una propria indagine, destinata a trasformarsi in una caccia all’uomo. Prima, soprattutto, di identificarsi progressivamente con gli umori della pièce teatrale che la coppia sta per mettere in scena, Morte di un commesso viaggiatore. Poderoso architetto di storie, formidabile direttore d’attori, regista dall’esperienza teatrale prima ancora che cinematografica, Asghar Farhadi costruisce su questo parallelismo con l’universo di Arthur Miller la chiave di volta del film. Emad è inizialmente un individuo calmo e riflessivo, ma l’ambiguità della situazione, l’intervento fuorviante dei vicini, il clima della società circostante finiscono per mutare la sua collera comprensibile in una vio-

lenza premeditata inaccettabile. Peggio, in uno sguardo progressivamente alterato sulla sua compagna di vita. I suoi giovani allievi gli avevano ben posto il quesito all’inizio: «Ma come può un uomo trasformarsi in bestia?». Allora, la sua risposta era stata: «Progressivamente...». Film del sospetto che subdolamente s’installa, restringe i confini fra il giusto e l’ingiusto, volge l’onestà in doppiezza, e infine la trasparenza dell’amore nella palude della diffidenza, Il cliente s’impone per il peso morale e politico di una costruzione ambiziosissima, capace di significarsi in tante direzioni. Non sempre la metafora delle sequenze teatrali risulta chiarissima; mentre l’inarrestabile progressione dei dialoghi colti da una camera inquisitrice dall’indubbia maestria affronta qualche rischio d’indulgere nella dimostrazione. Ma è proprio grazie a quel suo modo di non rassegnarsi alla facilità del luogo comune che le qualità e il coraggio del film s’impongono allo spettatore.


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Cultura e Spettacoli

Mozart avvelenato da Salieri? Un falso storico PubblicazioniRicostruiti gli ultimi istanti di vita del grande compositore

Timoteo Morresi Miti o leggende riguardanti personaggi universalmente noti impiegano molto tempo prima di morire. Sono ad esempio ancora tanti i luoghi comuni e le fantasticherie che aleggiano intorno agli ultimi anni, alla morte e alla sepoltura di Mozart, scomparso nel 1791 a 35 anni. Geneviève Geffray, sovrintendente della Bibliotheca Mozartiana della Fondazione internazionale Mozarteum a Salisburgo dal 1973 al 2011 e curatrice dell’edizione integrale in francese della Corrispondenza della famiglia Mozart, in un lungo articolo*) apparso in gennaio sulla rivista «Diapason» fa chiarezza, riassumendo il risultato di ricerche svolte negli ultimi anni sugli episodi più romanzati della vita dell’artista. Cominciamo dalla tesi secondo cui Antonio Salieri – compositore e didatta italiano vissuto a Vienna al tempo di Mozart – lo avrebbe avvelenato: avanzata nell’Ottocento da Puškin, sostenuta da Peter Shaffer nel dramma teatrale e fatta propria nel celebre film Amadeus

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(1984) di Miloš Forman, si è confermata priva di fondamento. Senza dubbio tra i due compositori c’era rivalità: Salieri rivestiva un posto ufficiale di compositore alla corte asburgica, Mozart era un musicista indipendente e certamente era più popolare. Ma la superiorità di Mozart non sconvolse Salieri più di quanto la posizione di Salieri non preoccupasse Mozart. Le cause della morte del compositore del Flauto magico sono altrove. Un documento, pubblicato nel 1991 dallo storico viennese Walther Brauneis, scoperto negli Archivi della Corte absburgica, proietta nuova luce sulle difficoltà finanziarie di Mozart nei suoi ultimi tre anni di esistenza. Dal giugno 1788 si conoscono una ventina di richieste di denaro scritte dal musicista al suo amico massone Johann Michael Puchberg, per più di 4000 fiorini. Puchberg gli fece prestiti per un totale di 1415 fiorini, circa due volte il salario annuale del compositore. Il tenore di vita di Mozart non spiegherebbe da solo i suoi problemi materiali, sembra plausibile l’ipotesi che avesse contratto dei debiti di gioco ma al riguardo non si hanno prove certe. Nel documento si dice che Mozart sarebbe stato condannato a rimborsare 1435 fiorini al principe Karl Lichnovsky (che l’aveva accompagnato alla corte di Prussia), altrimenti i suoi beni sarebbero stati confiscati e i suoi compensi per la metà trattenuti; in più, 24 fiorini di spese giudiziarie. Un mese prima di morire, Mozart si trovava praticamente sul lastrico. L’assenza di prospettive per venirne a capo

Mozart (Tom Hulce) e Salieri (F. Murray Abraham) in una scena di Amadeus, film di Forman del 1984. (Keystone)

potrebbe essere all’origine della «malinconia» e delle «idee oscure» che, secondo sua moglie Costanza, lo assalivano di continuo. Il 20 novembre 1791 Mozart fu costretto a letto e curato dal Dr. Thomas Franz Closset e dal Dr. Matthias von Sallaba. Depressione? Oppure uno stato depressivo che aggravava un’altra debolezza fisiologica? Nel resoconto sulle ultime fasi di vita di Mozart, annotate nel 1825, la cognata Sophie Haibel scrive di «difficoltà a muoversi a causa di tumefazioni», segni indubbiamente di edemi, dovuti forse a una poliartrite, che indussero una morte rapida: lo sostenne il Dr. Alfred Briellmann nel 1992 in un articolo sulle malattie del compositore. Mozart spirò la notte del 5 dicembre 1791. Il certificato di morte fece stato di

una «febbre miliare», un’espressione generica usata per descrivere un’infezione letale. Costanza fu travolta dal dolore al punto che furono gli amici ad occuparsi delle esequie. Il 6 dicembre, alle 15, la salma di Mozart venne deposta nella cappella del Crocifisso, al lato sud dell’esterno della Cattedrale di Santo Stefano. Venne ordinato un funerale di terza classe, usuale per i membri della media borghesia a cui Mozart apparteneva. Dopo la cerimonia, al calare della notte o nelle prime ore del mattino, un carro funebre trainato da due cavalli passò a ritirare le spoglie e le condusse al cimitero di Saint-Marx perché fossero sepolte in una «tomba comunitaria semplice» (non in una fossa comune, come dice la leggenda!) in modo conforme alle di-

sposizioni in vigore all’epoca a Vienna. Non si usava che gli amici e la famiglia accompagnassero il feretro al cimitero, che si trovava a circa quattro chilometri dalle porte della capitale, e il tragitto si doveva fare di notte per paura di epidemie. Anche l’episodio della tempesta di neve che avrebbe accompagnato il viaggio al cimitero fa parte della leggenda. Il conte Karl von Zinzendorf (1739-1813), importante uomo di Stato della corte asburgica, scrisse quel giorno nel suo diario: «Tempo mite. Avuta nebbia frequente». Il 10 dicembre si celebrò una messa da requiem nella chiesa di San Michele vicino alla Hofburg; è possibile che fossero stati eseguiti in quell’occasione degli estratti del Requiem. Il giorno dopo Costanza si rivolse all’imperatore Leopoldo II per chiedergli di aiutarla finanziariamente. Ottenne una pensione annuale di 266 fiorini, gliela accordò Francesco II, successore di Leopoldo II, deceduto il 1. marzo 1792. Si sa che il beneficio non fu sufficiente a garantirle un avvenire, per non dire di quello dei suoi due figli rimasti. Con grande dispiacere oggi dei musicologi, il 28 dicembre Costanza iniziò le trattative con gli editori al fine di trarre guadagno dalla vendita delle composizioni del defunto marito. Accordi che, firmati, ebbero purtroppo come conseguenza la dispersione del suo lascito. Nota

* Geffray Geneviève, 1791: la dernière année de Mozart, Diapason n. 653, gennaio 2017, pp. 20-29.

Una voce ancora contro il sistema

CDIl sempre più prolifico Neil Young torna alla ribalta con un disco che conferma

una volta di più le sue visioni politiche e l’impegno civile Benedicta Froelich Prima di cominciare questa recensione, chi scrive deve ammettere di aver avuto un attimo di smarrimento nel rendersi conto della recente pubblicazione di un nuovo, ennesimo album dell’iperprolifico Neil Young – un artista che, negli ultimi anni, si sta dimostrando come forse il più produttivo tra i leggendari nomi del rock tuttora in attività; talmente produttivo, in effetti, che questo ultimo Peace Trail giunge nei negozi a meno di sei mesi di distanza dal precedente album dal vivo Earth. E bisogna sottolineare come ciò che più colpisce al primo ascolto di quest’opera sia la struggente semplicità, a tratti perfino eccessiva, con cui Young ne ha concepito arrangiamenti e incisione, allo scopo di farne un vero e proprio album folk dei tempi andati, che deve qualcosa anche ai primi dischi di Bob Dylan e alla generazione dei «menestrelli di ritorno» dei primi anni ’60. Ciò non significa, tuttavia, che il peculiare «marchio di fabbrica» dell’artista non brilli lungo l’intero disco: ecco quin-

di che la title track Peace Trail è in tutto e per tutto un brano nel più puro stile «à la Young», contraddistinto da vocals suggestivi e ritmo lento e meditativo, nonché dagli immancabili e inconfondibili assoli di chitarra elettrica, eseguiti dal cantautore con gusto da vero countryman: il risultato è un singolo di lancio dal sapore autentico, tinto di gusto bluegrass ma condito dall’inconfondibile maestria e dal consumato brio del maestro canadese. In effetti, l’intera tracklist suona come un sentito tributo a quella musica tradizionale americana che tanto ha influenzato Neil nei suoi anni formativi, e che qui rivive anche nei rabbiosi incisi di armonica: così, Can’t Stop Workin’ è un blues acido e sporco, degno del miglior «southern style», mentre il più pacato e rifinito Indian Givers è dedicato alle recenti lotte dei nativi americani contro la costruzione della famigerata pipeline che dovrebbe attraversare (e inquinare per sempre) le loro terre sacre e riserve d’acqua in South Dakota. La cosa inizia a farsi forse un po’ noiosa con Texas Rangers, che, pur se-

guendo la medesima direzione dei pezzi sopraccitati, non riesce a coinvolgere l’ascoltatore allo stesso modo; e qualcosa di simile si può dire anche di John Oaks, una sorta di ballata che richiama i talking blues di antica memoria, nell’accezione tipica del folk revival made in USA, sbocciato a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60. E qui sta il problema, perché sia John Oaks – un brano di critica sociale che celebra le imprese di un contadino ribelle – che il similarmente «impegnato» My Pledge suonano probabilmente un po’ troppo pedanti per l’ascoltatore medio, in quanto talmente radicati nella tradizione roots angloamericana da apparire quasi didattici. Risulta forse più efficace una traccia caustica e splendidamente cinica quale Terrorist Suicide Hang Gliders, nel quale Young si fa beffe della paranoia americana nei confronti dei cittadini di fede islamica. Eppure, l’artista appare perfettamente a suo agio anche con un lento classico e seducente come Show Me, che fa brillare ancora una volta la sua vena romantica e intimista; qualcosa che,

in chiave più visionaria e graffiante, risplende pure nell’irresistibile Glass Accident, in cui l’apparentemente banale inconveniente di un vetro in frantumi sul pavimento diventa arguta metafora per un disagio ben più grave e profondo. Sulla stessa linea, un esperimento singolare quale l’ironico e scanzonato My New Robot conferma come la vena caustica e surreale del cantautore sia ben lungi dall’esaurirsi. Simili sfumature stilistiche dimostrano una volta di più come Peace Trail sembri costituire, per Neil Young, una sorta di «ritorno alle origini»: seppur di matrice meno dichiaratamente politica rispetto a The Monsanto Years (2015), quest’album si colloca a pieno titolo nella tradizione secolare della canzone di protesta angloamericana – nello specifico, sulla scia delle ballate senza tempo del grande maestro Woody Guthrie, alle quali Neil si rifà palesemente per gran parte del disco. In tal senso, è interessante notare che, forse proprio per questo, in Peace Trail Young abbandona la sua ultima band, i Promise of the

Semplicità dentro e fuori: Peace Trail, il nuovo lavoro di Neil Young.

Real, per affidarsi completamente ad appena due musicisti – il sempre eccellente Jim Keltner (batteria) e il bassista Paul Bushnell. Certo, tutto ciò significa anche che questo non è un album per tutti: gli ascoltatori che non hanno familiarità con i cicli della «topical song» troveranno difficile appassionarsi a simili brani, destinati a un ascolto particolarmente attento alle liriche, e non certo all’impiego come semplice musica di sottofondo. Eppure, coloro con una soglia d’attenzione più alta e una maggiore capacità di analisi della forma canzone non potranno non apprezzare la dedizione mostrata da Neil Young nel concepire e rifinire questo disco, che suona come un concept album di tempi più felici. Annuncio pubblicitario

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Imbottitura: 100 % poliestere, fiocchi di fibre AIR-FILL, fodera: 100 % cotone, per es. 65 x 100 cm


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Un bellissimo fiore tutto da gustare

Freschezza Bollito, al vapore, fritto, gratinato, in insalata, crudo… il cavolfiore in cucina si può preparare in tanti

modi differenti ed è apprezzato per il suo aroma delicato. La dietista Pamela Beltrametti ci spiega le sue altre virtù Buono a sapersi Il cavolfiore cuoce in una quindicina di minuti al vapore o in acqua leggermente salata. Il suo colore bianco si preserva aggiungendo un goccio di latte, limone o aceto all’acqua di cottura. Nella pentola a pressione i tempi di cottura si riducono a cinque minuti. Aggiungendo un pezzetto di pane o una foglia di alloro si evita che l’ortaggio rilasci cattivi odori durante la cottura.

Azione 35% sul cavolfiore dall’Italia Fr. 2.30 invece di 3.80 dal 28.02 al 06.03

Pamela Beltrametti, dietista ASDD.

Il cavolfiore fa parte della famiglia botanica delle crucifere, così chiamate perché i loro fiori hanno quattro petali , disposti a croce. I cavoli e le altre crucifere sono state a torto considerate verdure povere, ma i cavolfiori sono anche noti per le loro virtù. Al consumo di cavoli va attribuita una parte delle proprietà benefiche della famiglia «ver-

dura e frutta». I glucosinolati sarebbero responsabili degli effetti benefici delle crucifere. Queste molecole durante il processo di masticazione si mescolano ad altre sostanze, tra le quali un enzima, che induce la produzione di sulforafano, con proprietà protettive (riduzione dei «radicali liberi»). Il sulforafano contiene al suo interno una molecola di zolfo, responsabile del caratteristico odore di cavolo. A livello nutrizionale il cavolfiore si distingue per il suo apporto in potassio e in vitamina C. Durante la cottura, aggiungendo poco succo di limone, esso mantiene il suo colore chiaro. È anche una delle rare verdure delle quali si può mangiare il fiore. Ne esistono varietà gialle e violette. Il cavolfiore si può mangiare crudo, in insalata o cotto. Questa verdura ha quindi un posto di primo piano sulla tavola di chi ama diversificare la propria alimentazione.

Penne al cavolfiore Ingredienti per 4 persone: 700 g di cavolfiore • 5 cucchiai d’olio di oliva • sale • pepe • 65 g di capperi • 1 mazzetto di prezzemolo • 400 g di penne • 50 g di parmigiano grattugiato. Preparazione Scaldate il forno a 220 °C. Dividete il cavolfiore in rosette e accomodatele in una teglia foderata con carta da forno. Irrorate il cavolfiore con la metà dell’olio e condite con sale e pepe. Cuocetele nella parte superiore del forno per ca. 20 minuti, finché si dorano. Nel frattempo, scolate i capperi e sciacquateli con acqua fredda. Tritateli grossolanamente con il prezzemolo. Mescolate il trito con l’olio rimasto e condite con il pepe. Lessate le penne al dente in abbondante acqua salata. Scolatele e fatele sgocciolare. Condite la pasta con il cavolfiore al forno, il trito di prezzemolo e capperi e cospargete di parmigiano. Tempo di preparazione ca. 20 min + cottura in forno ca. 20 min.


Più varietà per la prima colazione: treccia alla spelta bio.

di a n i r fa Con spelta.

5.50 Treccia alla spelta bio 500 g

LA MIGROS AMPLIA L’ASSORTIMENTO DI TRECCE CON LA TRECCIA ALLA SPELTA BIO. La nuova creazione offre una gradita variazione per il brunch domenicale. La spelta, riscoperta un po’ dappertutto, assicura con il suo sapore caratteristico uno straordinario momento di piacere all’insegna del gusto. Ora alla tua Migros. OFFERTA VALIDA SOLO DAL 21.2 AL 6.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Idee e acquisti per la settimana

Voglia di primavera

Attualità Da Micasa sono arrivate tante fresche idee d’arredo all’insegna dell’imminente nuova stagione. Vieni a

scoprirle e a lasciarti ispirare nel negozio di S. Antonino oppure ordina gratuitamente il nuovo catalogo su micasa.ch

La collezione «Primavera-Estate 2017» di Micasa propone freschi colori pastello e, in particolare, intonati alle sfumature di verde, il colore trendy della prossima stagione. La camera da letto di adulti e bambini si trasforma in un oasi di relax grazie a letti comodissimi e accessori particolarmente originali. La biancheria regala un tocco di freschezza con i suoi colori vivaci in sentore di primavera. A tale riguardo segnaliamo i tessili sostenibili firmati Migros Bio Cotton ed Eco con stampe naturali: oltre ad essere graziosi, sono fabbricati nel rispetto dell’uomo e dell’ambiente e non contengono sostanze nocive. Anche negli altri locali della casa, dal soggiorno all’ufficio fino alla sala da

pranzo, dominano le idee creative e gli accessori dal look brioso dove il verde rappresenta tutta la forza della rinascita della natura. Ovviamente non mancano molti altri oggetti decorativi che cattureranno gli sguardi di ogni ospite. Degno di nota è il settore dedicato all’illuminazione, dove lampade dal look moderno creano la giusta atmosfera in ogni ambiente abitativo. Infine, non possiamo dimenticare i mobili da giardino: nel nuovo catalogo si potranno scoprire in anteprima attraenti gruppi di mobili lounge, tavoli e sedie in legno sostenibile FSC e singolari accessori ornamentali per trasformare giardini e balconi in un luogo di assoluto benessere.

Il lunedì è il giorno della pasta

I Ristoranti Migros sono noti per la ricchezza di proposte gastronomiche, tutte preparate con cura da esperti chef che scelgono ingredienti di elevata qualità. Che si tratti di pietanze combinate a piacimento direttamente dal buffet servisol, di croccanti e salutari insalate di stagione, di irresistibili piatti del giorno oppure di dolci tentazioni di finissima pasticceria, nei punti di ristoro Migros del cantone ogni avventore trova sempre di che soddisfare i propri gusti ed esigenze. Ma ecco ora un’ulteriore buona notizia per tutti gli amanti della pasta: ogni lunedì sarà possibile gustare un piatto di

pasta a scelta con contorno di insalata di stagione a soli Fr. 9.80. La selezione è ampia e può essere combinata a piacimento. Qualche esempio? Penne con crevettes e zucchine, pasta ai frutti di mare, sedanini prosciutto e piselli, penne con panna e salmone affumicato, pasta alla norma, lasagne alla bolognese, pizzoccheri, ravioli nostrani e molto altro. Sarebbe un peccato non approfittarne! Piatto di pasta a scelta dal buffet + insalata di contorno Fr. 9.80 L’offerta è valida tutti i lunedì nei Ristoranti Migros di S. Antonino, Agno, Grancia e Serfontana.


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Idee e acquisti per la settimana

Assortimento di pesce

La cesta dei tesori di Nettuno

Banco del pesce Tra i pesci proposti al banco a servizio i preferiti sono il salmone, il tonno, l’orata e il merluzzo. Un vantaggio del pesce al banco è la consulenza specialistica su origine, su sostenibilità e sulle più appropriate modalità di preparazione.

È uguale se in scatola, congelato, al banco del pesce o al libero servizio: tutto il pesce e i frutti di mare della Migros provengono da fonti sostenibili*, pesca selvatica o piscicoltura sostenibili Testo Sonja Leissing; Immagini Ruth Küng

Pesce congelato La scelta di pesce congelato è ampia. Tutti i pesci e i frutti di mare vengono pescati o allevati secondo criteri sostenibili, in modo da non mettere in pericolo gli stock ittici. Un vantaggio dei prodotti congelati consiste nell’avere sempre prelibatezze a portata di mano.

ASC è sinonimo di una piscicoltura responsabile e certificata, conforme alle politiche ambientali e sociali.

MSC è sinonimo di pesca sostenibile e certificata. Pesci e frutti di mare provengono sempre da pesca selvatica.

Il pesce munito di questo marchio proviene da pesca selvatica o piscicoltura svizzere. WWF Svizzera classifica i pesci provenienti da pesca selvatica come «raccomandati».

Frutti di mare Ostriche fresche, cozze, calamari o gamberetti: l’offerta e la varietà di frutti di mare è notevole. Un vantaggio dei frutti di mare consiste nella velocità e nella facilità con cui permettono di diversificare il menu proposto a tavola. * Consigliato o accettabile secondo valutazione del WWF

Pesci e frutti di mare con il logo Migros Bio provengono da piscicoltura sostenibile e rispettosa della natura e vengono nutriti con mangimi biologici.

Parte di

L’impegno Migros a favore della sostenibilità è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Idee e acquisti per la settimana

Assortimento di pesce

La cesta dei tesori di Nettuno

Banco del pesce Tra i pesci proposti al banco a servizio i preferiti sono il salmone, il tonno, l’orata e il merluzzo. Un vantaggio del pesce al banco è la consulenza specialistica su origine, su sostenibilità e sulle più appropriate modalità di preparazione.

È uguale se in scatola, congelato, al banco del pesce o al libero servizio: tutto il pesce e i frutti di mare della Migros provengono da fonti sostenibili*, pesca selvatica o piscicoltura sostenibili Testo Sonja Leissing; Immagini Ruth Küng

Pesce congelato La scelta di pesce congelato è ampia. Tutti i pesci e i frutti di mare vengono pescati o allevati secondo criteri sostenibili, in modo da non mettere in pericolo gli stock ittici. Un vantaggio dei prodotti congelati consiste nell’avere sempre prelibatezze a portata di mano.

ASC è sinonimo di una piscicoltura responsabile e certificata, conforme alle politiche ambientali e sociali.

MSC è sinonimo di pesca sostenibile e certificata. Pesci e frutti di mare provengono sempre da pesca selvatica.

Il pesce munito di questo marchio proviene da pesca selvatica o piscicoltura svizzere. WWF Svizzera classifica i pesci provenienti da pesca selvatica come «raccomandati».

Frutti di mare Ostriche fresche, cozze, calamari o gamberetti: l’offerta e la varietà di frutti di mare è notevole. Un vantaggio dei frutti di mare consiste nella velocità e nella facilità con cui permettono di diversificare il menu proposto a tavola. * Consigliato o accettabile secondo valutazione del WWF

Pesci e frutti di mare con il logo Migros Bio provengono da piscicoltura sostenibile e rispettosa della natura e vengono nutriti con mangimi biologici.

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L’impegno Migros a favore della sostenibilità è da generazioni in anticipo sui tempi.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Idee e acquisti per la settimana

Damian Oettli è responsabile del settore consumo & economia presso WWF Svizzera e lavora a stretto contatto con Migros.

Conserve Anche in scatola è disponibile una vasta gamma di prodotti, sia sott’olio che in salamoia o come insalate pronte per il consumo. Un vantaggio dei prodotti in scatola è dato dal fatto che possono essere conservati a lungo.

MSC Pelican bastoncini di nasello azzurro congelato, 15 pezzi, 450 g Fr. 4.40

MSC M-Classic Tonno rosa sott’olio 80 g Fr. 1.25

MSC Salmone selvatico Sockeye 100 g Fr. 6.80

Damian Oettli

«L’ecosistema deve rimanere intatto» Dal 2008 Migros è membro del WWF Seafood Group. L’esperto del WWF Damian Oettli ci spiega nell’intervista come funziona la collaborazione e cosa si intende con pesca sostenibile Testo Sonja Leissing; Immagini René Ruis

Damian Oettli, in cosa consiste la collaborazione tra Migros e WWF?

Libero servizio Salmone selvatico, salmone d’allevamento o gamberi? L’offerta al libero servizio è ampia, variegata e al 100 per cento sostenibile. Un vantaggio del libero servizio consiste nella possibilità per il cliente di scegliere la porzione che più gli aggrada.

ASC Crevettes crude per 100 g Fr. 5.70 Nelle maggiori filiali

L’obiettivo del partenariato consiste nella salvaguardia dei mari e nel recupero degli stock ittici tramite misure concrete. Migros si è impegnata nei confronti del WWF con degli obiettivi ambiziosi: non vengono più proposte le specie ittiche a rischio di estinzione, mentre per tutte le specie sovrasfruttate o allevate in modo non sostenibile si ricercano delle alternative oppure vengono tolte dall’assortimento. Migros aumenta costantemente la quota di pesce certificato proveniente da pesca selvatica o da allevamento. E quale è il compito concreto del WWF?

Trota Nostrana Bio per 100 g Fr. 3.40

Consigliamo e sosteniamo Migros nell’implementare catene del valore aggiunto sostenibili. Attraverso questo

partenariato possono essere raggiunti risultati a livello di protezione della natura che non sarebbero altrimenti possibili. Sono la prova che un’economia sostenibile è fattibile.

Quali sono i criteri per una pesca sostenibile?

Nel valutare se una pesca è sostenibile i criteri decisivi sono tre. Il primo è la dimensione e lo sviluppo del banco di pesci. Il secondo è l’impatto che la pesca ha sull’ecosistema e il terzo la gestione complessiva delle attività di pesca. Sostenibilità significa pescare unicamente la quantità di pesci che riesce a riprodursi in modo naturale. Ciò significa pesca e pescicoltura responsabili, affinché l’ecosistema rimanga intatto. Cosa significa esattamente quando i prodotti ittici vengono classificati

dal WWF come raccomandati o accettabili?

Sono considerati raccomandati tutti i prodotti che sottostanno a uno dei label da noi consigliati, che sono MSC, ASC e i marchi bio, come Migros Bio, Bio Suisse e Narurland. Diamo indicazioni anche per i prodotti per i quali ancora non c’è una certificazione sul mercato. Queste si basano su una metodologia sviluppata scientificamente dal WWF e da organizzazioni di protezione dei mari. I prodotti che ottengono un risultato positivo per tutti i criteri di un sistema a punti definito scientificamente, vengono da noi classificati come raccomandati. Prodotti che soddisfano solo una parte di questi criteri o che in altri ambiti evidenziano un potenziale di miglioramento, li classifichiamo come accettabili.

Quali sono i controlli previsti per tutti questi marchi?

Un label serio prevede il controllo da parte di un’istanza indipendente. MSC, per esempio, richiede all’ente di certificazione indipendente una documentazione dettagliata di tutti i risultati dei controlli. Nel caso di valutazione di un tipo di pesca, un’ulteriore verifica dei risultati viene effettuata da minimo altri due specialisti indipendenti. Tutti i risultati e i commenti possono essere consultati online. Cosa intraprende il WWF per proteggere i mari?

Con il suo programma di protezione dei mari il WWF si impegna in favore di una pesca sostenibile e di una rete globale di aree marine protette. Per incoraggiare metodi di pesca rispettosi e una pesca sostenibile il WWF lavora con pescatori e industria.

Come possono orientarsi i clienti che vogliono acquistare pesce sostenibile?

Possono orientarsi sulla base dei marchi consigliati, oppure tramite la nostra guida online o l’apposita App del WWF. Il WWF raccomanda di consumare il pesce con consapevolezza. Tuttavia il suo consumo aumenta in tutto il modo. Perché?

Principalmente perché in molti paesi – soprattutto in Asia – una classe media in crescita può permettersi il consumo di pesce. Nella nostra società, che ha consapevolezza della salute, pesci e frutti di mare hanno un grande valore per il loro contenuto di acidi grassi omega-3. Sono considerati una salutare alternativa ai prodotti a base di carne e sono di conseguenza molto apprezzati.


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Idee e acquisti per la settimana

Damian Oettli è responsabile del settore consumo & economia presso WWF Svizzera e lavora a stretto contatto con Migros.

Conserve Anche in scatola è disponibile una vasta gamma di prodotti, sia sott’olio che in salamoia o come insalate pronte per il consumo. Un vantaggio dei prodotti in scatola è dato dal fatto che possono essere conservati a lungo.

MSC Pelican bastoncini di nasello azzurro congelato, 15 pezzi, 450 g Fr. 4.40

MSC M-Classic Tonno rosa sott’olio 80 g Fr. 1.25

MSC Salmone selvatico Sockeye 100 g Fr. 6.80

Damian Oettli

«L’ecosistema deve rimanere intatto» Dal 2008 Migros è membro del WWF Seafood Group. L’esperto del WWF Damian Oettli ci spiega nell’intervista come funziona la collaborazione e cosa si intende con pesca sostenibile Testo Sonja Leissing; Immagini René Ruis

Damian Oettli, in cosa consiste la collaborazione tra Migros e WWF?

Libero servizio Salmone selvatico, salmone d’allevamento o gamberi? L’offerta al libero servizio è ampia, variegata e al 100 per cento sostenibile. Un vantaggio del libero servizio consiste nella possibilità per il cliente di scegliere la porzione che più gli aggrada.

ASC Crevettes crude per 100 g Fr. 5.70 Nelle maggiori filiali

L’obiettivo del partenariato consiste nella salvaguardia dei mari e nel recupero degli stock ittici tramite misure concrete. Migros si è impegnata nei confronti del WWF con degli obiettivi ambiziosi: non vengono più proposte le specie ittiche a rischio di estinzione, mentre per tutte le specie sovrasfruttate o allevate in modo non sostenibile si ricercano delle alternative oppure vengono tolte dall’assortimento. Migros aumenta costantemente la quota di pesce certificato proveniente da pesca selvatica o da allevamento. E quale è il compito concreto del WWF?

Trota Nostrana Bio per 100 g Fr. 3.40

Consigliamo e sosteniamo Migros nell’implementare catene del valore aggiunto sostenibili. Attraverso questo

partenariato possono essere raggiunti risultati a livello di protezione della natura che non sarebbero altrimenti possibili. Sono la prova che un’economia sostenibile è fattibile.

Quali sono i criteri per una pesca sostenibile?

Nel valutare se una pesca è sostenibile i criteri decisivi sono tre. Il primo è la dimensione e lo sviluppo del banco di pesci. Il secondo è l’impatto che la pesca ha sull’ecosistema e il terzo la gestione complessiva delle attività di pesca. Sostenibilità significa pescare unicamente la quantità di pesci che riesce a riprodursi in modo naturale. Ciò significa pesca e pescicoltura responsabili, affinché l’ecosistema rimanga intatto. Cosa significa esattamente quando i prodotti ittici vengono classificati

dal WWF come raccomandati o accettabili?

Sono considerati raccomandati tutti i prodotti che sottostanno a uno dei label da noi consigliati, che sono MSC, ASC e i marchi bio, come Migros Bio, Bio Suisse e Narurland. Diamo indicazioni anche per i prodotti per i quali ancora non c’è una certificazione sul mercato. Queste si basano su una metodologia sviluppata scientificamente dal WWF e da organizzazioni di protezione dei mari. I prodotti che ottengono un risultato positivo per tutti i criteri di un sistema a punti definito scientificamente, vengono da noi classificati come raccomandati. Prodotti che soddisfano solo una parte di questi criteri o che in altri ambiti evidenziano un potenziale di miglioramento, li classifichiamo come accettabili.

Quali sono i controlli previsti per tutti questi marchi?

Un label serio prevede il controllo da parte di un’istanza indipendente. MSC, per esempio, richiede all’ente di certificazione indipendente una documentazione dettagliata di tutti i risultati dei controlli. Nel caso di valutazione di un tipo di pesca, un’ulteriore verifica dei risultati viene effettuata da minimo altri due specialisti indipendenti. Tutti i risultati e i commenti possono essere consultati online. Cosa intraprende il WWF per proteggere i mari?

Con il suo programma di protezione dei mari il WWF si impegna in favore di una pesca sostenibile e di una rete globale di aree marine protette. Per incoraggiare metodi di pesca rispettosi e una pesca sostenibile il WWF lavora con pescatori e industria.

Come possono orientarsi i clienti che vogliono acquistare pesce sostenibile?

Possono orientarsi sulla base dei marchi consigliati, oppure tramite la nostra guida online o l’apposita App del WWF. Il WWF raccomanda di consumare il pesce con consapevolezza. Tuttavia il suo consumo aumenta in tutto il modo. Perché?

Principalmente perché in molti paesi – soprattutto in Asia – una classe media in crescita può permettersi il consumo di pesce. Nella nostra società, che ha consapevolezza della salute, pesci e frutti di mare hanno un grande valore per il loro contenuto di acidi grassi omega-3. Sono considerati una salutare alternativa ai prodotti a base di carne e sono di conseguenza molto apprezzati.


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Idee e acquisti per la settimana

Migros-Bio

Intrecciata a mano

La nuova treccia alla spelta bio non piace solo a chi ama questo pane dolce, bensì anche agli appassionati delle antiche varietà di cereali. La treccia alla spelta è ora nell’assortimento del pane Migros, perfetta quando è il momento del brunch Testo Heidi Bacchilega; Immagini Claudia Linsi

Buono a sapersi

Si prepara così

La spelta è imparentata con il grano tenero e deriva dalle varietà antiche farro e piccolo farro. A differenza del frumento, la spelta è meno impegnativa da coltivare, è robusta e più resistente alle intemperie. Oltre 3000 anni fa la spelta è approdata in Spagna e nell’Europa centrale dall’Asia. Dunque la spelta appartiene alle specie di cereali più antichi. A differenza di altri cereali il chicco della spelta cresce protetto in un involucro ermetico e duro che lo ripara dalle influenze ambientali nocive. I semi vengono separati dall’involucro al mulino, durante una speciale fase di lavorazione, la cosiddetta sbramatura.

La treccia alla spelta bio contiene una grande parte di farina integrale. Per la sua preparazione il chicco di spelta viene interamente macinato. La farina integrale di spelta conferisce alla treccia un sapore aromatico e un colore più scuro rispetto a quelli cui siamo abituati. Le squisite trecce alla spelta vengono preparate secondo metodi tradizionali. Ciò significa una lunga fermentazione, un’impastatura delicata e l’intreccio manuale. Grazie allo speciale processo di fermentazione, la treccia rimane morbida più a lungo, ha un sapore eccezionale e una consistenza soffice.

La spelta non ha particolari esigenze legate al terreno ed è quindi coltivata principalmente come cereale invernale. In Svizzera questa apprezzata alternativa al frumento è coltivata in particolare nei cantoni di Berna, Lucerna e Argovia, in parte anche Basilea Campagna, Turgovia e Giura.

Dopo la macinazione il chicco viene setacciato e ulteriormente lavorato.

Treccia alla spelta Migros Bio 500 g Fr. 5.50 Nelle maggiori filiali

Suggerimento: con la treccia secca è possibile preparare pangrattato. Tagliare la treccia a pezzetti e lasciar seccare per bene, poi macinare finemente con un robot da cucina. Affinché non irrancidisca, conservare il pangrattato fatto in casa in congelatore negli appositi sacchetti.

Si mangia così

Il classico brunch domenicale include la treccia. Con un po’ di burro e marmellata fatta in casa o con una fetta di prosciutto, la treccia alla spelta dal leggero gusto di nocciola è una benvenuta alternativa sulla tavola della colazione. Se dovessero esserci delle rimanenze è peccato non approfittarne. Possono infatti essere facilmente utilizzate per la preparazione di veloci pietanze dolci o salate. Per preparare dei crostoni, mischiare in una ciotola uova, latte e sale. Immergere le fette di treccia nella miscela e cuocerle nel burro da entrambi i lati. Per concludere, rigirare le fette in una miscela di zucchero e cannella. I crostoni possono essere serviti con una composta di mele. I tranci di pizza con mozzarella sono facili da preparare. Tagliare la treccia a fette e posarle su un piatto. Cospargere le fette con salsa di pomodoro e prosciutto tagliato fine. Aggiungere infine fettine sottili di mozzarella e informare a ca. 200 gradi finché il formaggio fonde.

Migros Bio è sinonimo di agricoltura in armonia con la natura. L’assortimento Bio comprende oltre 1300 prodotti.

Parte di


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Migros-Bio

Intrecciata a mano

La nuova treccia alla spelta bio non piace solo a chi ama questo pane dolce, bensì anche agli appassionati delle antiche varietà di cereali. La treccia alla spelta è ora nell’assortimento del pane Migros, perfetta quando è il momento del brunch Testo Heidi Bacchilega; Immagini Claudia Linsi

Buono a sapersi

Si prepara così

La spelta è imparentata con il grano tenero e deriva dalle varietà antiche farro e piccolo farro. A differenza del frumento, la spelta è meno impegnativa da coltivare, è robusta e più resistente alle intemperie. Oltre 3000 anni fa la spelta è approdata in Spagna e nell’Europa centrale dall’Asia. Dunque la spelta appartiene alle specie di cereali più antichi. A differenza di altri cereali il chicco della spelta cresce protetto in un involucro ermetico e duro che lo ripara dalle influenze ambientali nocive. I semi vengono separati dall’involucro al mulino, durante una speciale fase di lavorazione, la cosiddetta sbramatura.

La treccia alla spelta bio contiene una grande parte di farina integrale. Per la sua preparazione il chicco di spelta viene interamente macinato. La farina integrale di spelta conferisce alla treccia un sapore aromatico e un colore più scuro rispetto a quelli cui siamo abituati. Le squisite trecce alla spelta vengono preparate secondo metodi tradizionali. Ciò significa una lunga fermentazione, un’impastatura delicata e l’intreccio manuale. Grazie allo speciale processo di fermentazione, la treccia rimane morbida più a lungo, ha un sapore eccezionale e una consistenza soffice.

La spelta non ha particolari esigenze legate al terreno ed è quindi coltivata principalmente come cereale invernale. In Svizzera questa apprezzata alternativa al frumento è coltivata in particolare nei cantoni di Berna, Lucerna e Argovia, in parte anche Basilea Campagna, Turgovia e Giura.

Dopo la macinazione il chicco viene setacciato e ulteriormente lavorato.

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Suggerimento: con la treccia secca è possibile preparare pangrattato. Tagliare la treccia a pezzetti e lasciar seccare per bene, poi macinare finemente con un robot da cucina. Affinché non irrancidisca, conservare il pangrattato fatto in casa in congelatore negli appositi sacchetti.

Si mangia così

Il classico brunch domenicale include la treccia. Con un po’ di burro e marmellata fatta in casa o con una fetta di prosciutto, la treccia alla spelta dal leggero gusto di nocciola è una benvenuta alternativa sulla tavola della colazione. Se dovessero esserci delle rimanenze è peccato non approfittarne. Possono infatti essere facilmente utilizzate per la preparazione di veloci pietanze dolci o salate. Per preparare dei crostoni, mischiare in una ciotola uova, latte e sale. Immergere le fette di treccia nella miscela e cuocerle nel burro da entrambi i lati. Per concludere, rigirare le fette in una miscela di zucchero e cannella. I crostoni possono essere serviti con una composta di mele. I tranci di pizza con mozzarella sono facili da preparare. Tagliare la treccia a fette e posarle su un piatto. Cospargere le fette con salsa di pomodoro e prosciutto tagliato fine. Aggiungere infine fettine sottili di mozzarella e informare a ca. 200 gradi finché il formaggio fonde.

Migros Bio è sinonimo di agricoltura in armonia con la natura. L’assortimento Bio comprende oltre 1300 prodotti.

Parte di


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

46

Idee e acquisti per la settimana

Farm Chips

«Pregustando la primavera»

Gli appassionati le aspettano con impazienza: le Farm Chips all’aglio orsino. Questa varietà stagionale è disponibile solo fino a metà maggio. Il perché ce lo spiega Claudia Walt, Product Manager alla Bischofszell Alimentari SA Testo Claudia Schmidt; Foto Daniel Winkler

Aglio orsino

Aroma di primavera La sua ora scocca ancor prima che sugli alberi spuntino le foglie: l’aglio orsino usa il sole di primavera per coprire il suolo del rado bosco di latifoglie. Quando più tardi il fogliame degli alberi lascia passare solo pochi raggi, l’aglio orsino appassisce e si ritira fino alla primavera dell’anno successivo. Il suo aroma agliaceo è dovuto all’allicina e ad altre sostanze sulfuree.

Claudia Walt (35 anni) ispeziona la qualità delle Farm Chips.

Signora Walt, le Farm Chips al gusto di aglio orsino hanno molti appassionati. Perché allora non ci sono tutto l’anno? Il fascino dell’aglio orsino sta proprio nella sua stagionalità. Molti suoi appassionati lo collegano all’arrivo della primavera dopo i cupi mesi invernali. Perciò abbiamo deciso di proporre queste patatine solo per un certo periodo. Da dove proviene l’aglio orsino? Il nostro fornitore di erbe aromatiche raccoglie questa pianta in diverse località del Canton Berna. Non rivela, però, i posti esatti. In alta stagione ci sono una ventina di persone occupate nella raccolta.

Allora le Farm Chips sono un prodotto squisitamente svizzero? Sì, le Farm Chips sono prodotte sempre con patate svizzere. E anche gli aromi per i differenti gusti sono d’origine elvetica. L’aglio orsino è una pianta selvatica. Come fanno i raccoglitori ad evitare di prendere anche le erbe indesiderate? Gli addetti alla raccolta vengono istruiti con fotografie e schede contenenti informazioni sui luoghi, la densità delle piante, la forma delle foglie e l’odore. Dopo essere stato tagliato e non ancora asciugato, tutto il materiale vegetale viene posato a mano sul

nastro trasportatore e poi sottoposto a un controllo molto accurato. Com’è possibile che l’aglio orsino resti attaccato alle patatine? Le Farm Chips fuoriescono dalla friggitrice fresche e ancora calde. Una volta essiccato, l’aglio orsino viene tritato finemente, di modo che resti ben aderente alle patatine. Inoltre, viene prima integrato in una miscela di spezie, che contribuisce ad esaltarne il sapore. Tutti si accorgono subito se si è mangiato dell’aglio orsino. Anche le chips lasciano un fiato pesante? È proprio il gusto agliaceo a rendere speciali queste patatine. Abbiamo

eseguito un piccolo test interno e non siamo riusciti a stabilire alcun particolare effetto collaterale. Se a qualcuno dà fastidio il retrogusto, consigliamo di bere un po’ di latte o di masticare un pizzico di prezzemolo. Le Farm Chips non sorprendono solo per la loro raffinata combinazione di aromi, ma si distinguono completamente dalle comuni patatine. Cosa hanno di speciale? Le Farm Chips sono più spesse delle normali patatine, come ad esempio quelle della linea M-Classic. Inoltre le patate usate per le Farm Chips non vengono sbucciate. Così sono completamente rustiche.

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Cioccolatini Selection Frey, assortiti, in busta da 1 kg, UTZ, 15.– invece di 30.10 50% Salse Bon Chef in conf. da 3, disponibili in diverse varietà, per es. al curry, 3 x 30 g, 2.80 invece di 4.20 33% Miscela per brownies e white brownies in conf. da 2, per es. brownies, 2 x 490 g, 8.50 invece di 12.20 30%

Tutto l’assortimento Nescafé, per es. Gold De Luxe, in busta da 180 g, 8.45 invece di 10.60 20%

Tutti gli accessori per animali Best Friend, per es. sacchetti per escrementi di cane, 50 pezzi, 1.90 invece di 2.40 20% Shampoo e balsami Elseve in conf. da 2, per es. shampoo Color-Vive, 2 x 250 ml, 5.65 invece di 7.10 20% **

20x PUNTI

Novità

Benecol alla frutta mista, 6 x 65 ml, 5.40 Novità ** Gel lubrificanti Natural Touch e Silk Sensation e preservativi Easy Glide Ceylor, per es. gel lubrificante Natural Touch, 100 ml, 9.80 Novità **

Biscotti rotondi Chocky in conf. da 3, al cioccolato e al latte, per es. al cioccolato, 3 x 250 g, 6.95 invece di 8.70 20%

Docciacrema Dolcezza totale, cristalli da bagno nutrienti, lozione per il corpo express Kneipp, per es. lozione per il corpo express, 200 ml, 10.80 Novità **

Ketchup Heinz in conf. da 2, original e hot, per es. original, 2 x 700 g, 4.40 invece di 5.50 20%

Mini grissini al rosmarino e al sale marino Alnavit, bio, 100 g, 3.40 Novità **

Tutti i prodotti Nutella, per es. in barattolo, 200 g, 2.– invece di 2.40 15%

Chips alla paprica dolce Zweifel, Snacketti Creamy Zweifel e Wave Chips Smokey alla paprica Zweifel, per es. Wave Chips Smokey alla paprica, 120 g, 2.85 Novità **

Near Food/Non Food

Filetti di salmone dell’Atlantico Pelican in conf. da 3, surgelati, 3 x 250 g, 16.55 invece di 23.70 30%

Emmentaler e Le Gruyère in conf. da 2, grattugiati, 2 x 120 g, 3.90 invece di 4.90 20%

Tutto l’assortimento Exelcat, per es. Snackies al pollo, 60 g, 1.85 invece di 2.35 20%

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 13.3 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 28.2 AL 6.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

100.– e

di riduzion

99.– invece di 199.– Macchina da caffè Delizio Viva Black & Chrome offerta valida fino al 20.3.2017

Pausa lunga o corta?

conf. da 2

30%

10.60 invece di 15.20 Total Color Protect in conf. da 2 2 x 30 pezzi

Menù del ristorante a soli

conf. da 2

13.80

20%

6.80

ENTRAMBE

Detersivi per capi delicati Yvette in conf. da 2 per es. Care, 2 x 2 l, 17.80 invece di 22.40 Offerte valide dal 27.2 al 4.3.2017

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 28.2 AL 13.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Combo De Gustibus a soli

Per una buona sensazione di pancia.


Altre offerte. Biscotti Walkers in conf. da 3, Shortbread Highlanders, Chocolate Chip Shortbread e Belgian Chocolate Chunk, per es. Shortbread Highlanders, 3 x 200 g, 10.95 invece di 14.70 25%

Fiori e piante

Pesce, carne e pollame

Tutti i tipi di Orangina in conf. da 6, 6 x 50 cl, per es. regular, 4.95 invece di 6.60 25% Rose spray Fairtrade, mazzo da 10, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo 50 cm, per es. rosse, 10.95 invece di 12.90 15%

Cosce di pollo Optigal, Svizzera, in conf. da 4 pezzi, per 100 g, –.90 invece di 1.30 30% Filetto di merluzzo salato MSC, Norvegia/Atlantico nordorientale, per 100 g, 1.95 invece di 2.60 25% fino al 4.3

a partire da 2 confezioni

Altri alimenti

Olio vegetale universale M-Classic, 3 l, 11.– invece di 13.80 20%

20%

Tutti i gelati M-Classic da 2000 ml, per es. alla vaniglia, 4.70 invece di 5.90 20%

Tutti i prodotti di ovatta Primella (confezioni da viaggio e confezioni multiple escluse), a partire da 2 confezioni, 20% di riduzione

San Benedetto thé al limone, verde e pesca, 6 x 1,5 l, per es. al limone, 6.20 invece di 7.80 20%

Leckerli finissimi, 1,5 kg, 12.70 Hit Pane Wellness bio, 310 g, 2.40 invece di 3.– 20% Coniglio di Pasqua con goccie di cioccolato, 100 g, 1.50 invece di 1.90 20% Pane ticinese TerraSuisse, 300 g, 1.20 invece di 1.50 20% Pizza M-Classic in conf. da 4, del padrone e Margherita, per es. del padrone, 4 x 370 g, 11.50 invece di 19.20 40%

20%

Tutto l’assortimento L’Oréal (confezioni da viaggio e confezioni multiple escluse), a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

conf. da 3

33% Candida Fresh Gel in conf. da 3 3 x 125 ml, 5.50 invece di 8.25

Tortilla Chips e Corn Strips M-Classic in conf. da 2, per es. Tortilla Chips Barbecue, 2 x 200 g, 3.50 invece di 4.40 20%

Pane e latticini

a partire da 2 pezzi

33% Carta per uso domestico Twist in confezioni speciali per es. Recycling, 16 rotoli, 9.60 invece di 14.40

Tutte le lasagne Buon Gusto e tutti i bastoncini di verdure Yummie, surgelati, per es. lasagne alla bolognese Buon Gusto, 360 g, 2.70 invece di 3.40 20%

Snack Anna’s Best Vegi Asia in conf. da 2, spring rolls e dim sum con gamberetti, per es. spring rolls, 2 x 210 g, 6.80 invece di 8.60 20%

Cioccolatini Selection Frey, assortiti, in busta da 1 kg, UTZ, 15.– invece di 30.10 50% Salse Bon Chef in conf. da 3, disponibili in diverse varietà, per es. al curry, 3 x 30 g, 2.80 invece di 4.20 33% Miscela per brownies e white brownies in conf. da 2, per es. brownies, 2 x 490 g, 8.50 invece di 12.20 30%

Tutto l’assortimento Nescafé, per es. Gold De Luxe, in busta da 180 g, 8.45 invece di 10.60 20%

Tutti gli accessori per animali Best Friend, per es. sacchetti per escrementi di cane, 50 pezzi, 1.90 invece di 2.40 20% Shampoo e balsami Elseve in conf. da 2, per es. shampoo Color-Vive, 2 x 250 ml, 5.65 invece di 7.10 20% **

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Novità

Benecol alla frutta mista, 6 x 65 ml, 5.40 Novità ** Gel lubrificanti Natural Touch e Silk Sensation e preservativi Easy Glide Ceylor, per es. gel lubrificante Natural Touch, 100 ml, 9.80 Novità **

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Filetti di salmone dell’Atlantico Pelican in conf. da 3, surgelati, 3 x 250 g, 16.55 invece di 23.70 30%

Emmentaler e Le Gruyère in conf. da 2, grattugiati, 2 x 120 g, 3.90 invece di 4.90 20%

Tutto l’assortimento Exelcat, per es. Snackies al pollo, 60 g, 1.85 invece di 2.35 20%

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 13.3 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 28.2 AL 6.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

100.– e

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Pausa lunga o corta?

conf. da 2

30%

10.60 invece di 15.20 Total Color Protect in conf. da 2 2 x 30 pezzi

Menù del ristorante a soli

conf. da 2

13.80

20%

6.80

ENTRAMBE

Detersivi per capi delicati Yvette in conf. da 2 per es. Care, 2 x 2 l, 17.80 invece di 22.40 Offerte valide dal 27.2 al 4.3.2017

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 28.2 AL 13.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Combo De Gustibus a soli

Per una buona sensazione di pancia.


. s o r ig M a tu a ll a à it Nov 20x PUNTI

Gusto sostenibile.

8.90 Gamberetti al piri piri ASC in vaschetta per la cottura in forno d’allevamento, Ecuador/Vietnam, 200 g

In pratiche porzioni. Mini cracker Party salati e cracker alla pizzaiola Party in bustina monoporzione per es. cracker alla pizzaiola, 38 g, 1.30

Semplice e veloce da preparare.

9.80 Salmone selvatico alla provenzale salmone selvatico dell’Oceano Pacifico, 240 g

Pratiche porzioni da portare con sé. Noci di acagiù Sun Queen e noci miste Party in bustina monoporzione per es. noci di acagiù Sun Queen, 4 x 40 g, 4.80

Ora anche in qualità bio.

5.30 Involtini primavera con verdura bio* surgelati, 240 g

Hit di primavera.

3.20 Farm Chips all’aglio orsino Limited Edition, 150 g

Per un calore uniforme in profondità. Sottilissimi anelli di brezel.

3.20 MyPrezz Pretzel Chips Zweifel con sale 180 g

Docciaschiuma, bagnoschiuma e shampoo in uno.

3.20 Kids Shower, Bath & Shampoo 3 in 1 Sensitive 250 ml

* In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 28.2 AL 13.3.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

6.50 Cerotti termici Sanactiv 2 pezzi


CH10114_ANNONCE MIGROS MARKENFESTIVAL KW9 E17 HD.pdf

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18:35


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Idee e acquisti per la settimana

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

Antoine Chaves

Croccante giubileo

Momenti Migros

Vincere un manifesto personalizzato

Una moto e un Risoletto Antoine Chaves sorveglia innumerevoli impianti di produzione della Chocolat Frey. «Questa gran varietà di macchinari rende vivace il mio lavoro», afferma. Tra i suoi compiti principali c’è quello di far sì che tutto fili liscio nella produzione dei dolciumi, senza guasti tecnici. Di origine francese, Chaves lavora da tre anni presso il produttore di cioccolato della Migros e nel frattempo, naturalmente, ha avuto modo di conoscere il Risoletto. «Quando vado in giro in moto con i miei amici, ci portiamo sempre dietro due o tre Risoletto. Spesso ci ridiamo sopra, quando ognuno di noi mette un Risoletto dentro la borsa frigo del nostro pesante equipaggiamento. Come bambini che vanno in vacanza».

Cinquant’anni fa Chocolat Frey lanciava il Risoletto. Ancora oggi è un piacere sgranocchiare la croccante barretta di cioccolata. Come testimoniano anche quattro collaboratori che lavorano alla produzione del Risoletto

Ti ricordi, Papà? Cari saluti Michèle

Testo Thomas Tobler; Foto Paolo Dutto

Fino ad oggi i clienti Migros 17.02.17 hanno potuto condividere i loro ricordi personali in «Momenti Migros» fissati su cartoline postali gratuite.

041-90417001_Anz_Baerentatzen-Zvieri_70x100mm_i_TZ.indd 1

11:27

Remo Lehmann

Da oggi questi ricordi legati a Momenti Migros o a prodotti di Migros possono essere condivisi anche in grande formato. Persino su manifesti personalizzati appesi in uno dei 500 luoghi di affissione di tutta la Svizzera.

Un Risoletto come ricompensa Remo Lehmann è il capo della produzione della Chocolat Frey e dirige 64 collaboratori. Tra le principali responsabilità c’è il confezionamento dei cosiddetti prodotti semilavorati, come può essere, ad esempio, il Risoletto quando non è ancora stato inserito nell’imballaggio. «Durante un turno di lavoro ci arrivano un migliaio di Risoletto all’ora per il confezionamento finale e la posa sui bancali da trasporto». Remo Lehmann pianifica i turni dei suoi collaboratori, stila il bilancio oppure dispone la revisione degli impianti. Lavora in questa industria della Migros da 15 anni e per lui non c’è niente di meglio che assaggiare il cioccolato fresco direttamente dalla linea di produzione. Tra i suoi preferiti ci sono i praliné, ma di tanto in tanto afferra anche un Risoletto. «Quando avevo cinque anni,la Migros mi fotografò per una pubblicità dei bastoncini alle nocciole e come ricompensa mi regalarono proprio un Risoletto. È successo 45 anni fa e ancora oggi le barrette di cioccolato hanno esattamente lo stesso sapore».

Il principio di funzionamento è lo stesso di quello delle cartoline. Basta scegliere il soggetto sul sito web, elaborare il messaggio di saluto, definire il luogo in cui il manifesto dovrà essere appeso, inserire i destinatari e spedire. Tra tutti i Momenti Migros inviati, Migros sceglierà i più belli, quelli più divertenti o toccanti, stamperà i manifesti e li farà appendere nei luoghi prescelti. Così il Momento Migros condiviso rimarrà ancora più memorabile. Spedisci subito il tuo messaggio su www.momenti-migros.ch

La star della settimana

Ce n’è per tutti Ogni anno escono dagli stabilimenti Chocolat Frey 2,8 milioni di Risoletto di tutti i tipi. C’è qualcosa per ogni goloso. La barretta di cioccolato fa bene all’animo ed è sempre presente durante escursioni, gite scolastiche, passeggiate o settimane bianche.

Zeljko Jularic

Passione per i dettagli

Maneerat Bäni

Difficile resistere ai Risoletto Maneerat Bäni mangia cioccolata ogni giorno. Per motivi di lavoro. Ogni mattina la responsabile della produzione degusta una piccola porzione di cioccolato, per testarne il sapore e la consistenza. «Perciò, prima di bere il solito caffè devo aspettare fino ad aver ultimato i controlli di qualità». Un forte aroma di caffè in bocca altererebbe, infatti, il gusto del cioccolato. Durante il tempo libero, invece, Maneerat Bäni sgranocchia un po’ meno cioccolato. «Ne assaggio già abbastanza al lavoro. Ma difficilmente riesco a rinunciare ai Mini Risoletto. È un vero piacere addentarli e sono così friabili…».

Zeljko Jularic percorre molti chilometri durante la sua giornata di lavoro. Le macchine di produzione che deve controllare sono, infatti, ripartite su diversi stabili della Chocolat Frey. Da dieci anni Zeljko Jularic sorveglia la lavorazione del cacao, con cui è prodotto anche il Risoletto. Gli impianti vengono riforniti ogni giorno con 32 tonnellate di chicchi di cacao. «L’importante è che i chicchi siano tostati alla temperatura giusta e non presentino difetti di gusto». Alcuni campioni vengono portati nel laboratorio interno per esaminarne la qualità. «Quando ci si ritrova tutti i giorni a contatto con una quantità enorme di cioccolato, si sviluppa una sensibilità per i dettagli. Il Risoletto mi piace molto perché la sua combinazione di ingredienti è perfetta. È croccante, ma anche leggermente cremoso grazie al ripieno di caramello, che comunque non lo rende troppo dolce».

Da ormai 50 anni Risoletto è una delle specialità di cioccolato preferite dagli Svizzeri e in ognuno di noi risveglia un ricordo speciale. Potrai scoprire un sacco di cose in più sul Risoletto nella scheda personale e nell’intervista alla barretta di cioccolato pubblicata su www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch L’indovinello Su www.noifirmiamonoigarantiamo.ch rispondete alla domanda riguardante la «Star della settimana» e vincete delle carte regalo della Migros per un valore complessivo di 150 franchi. La domanda del concorso Risoletto: Quanti Risoletto all’anno produce Chocolat Frey?


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Idee e acquisti per la settimana

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

Antoine Chaves

Croccante giubileo

Momenti Migros

Vincere un manifesto personalizzato

Una moto e un Risoletto Antoine Chaves sorveglia innumerevoli impianti di produzione della Chocolat Frey. «Questa gran varietà di macchinari rende vivace il mio lavoro», afferma. Tra i suoi compiti principali c’è quello di far sì che tutto fili liscio nella produzione dei dolciumi, senza guasti tecnici. Di origine francese, Chaves lavora da tre anni presso il produttore di cioccolato della Migros e nel frattempo, naturalmente, ha avuto modo di conoscere il Risoletto. «Quando vado in giro in moto con i miei amici, ci portiamo sempre dietro due o tre Risoletto. Spesso ci ridiamo sopra, quando ognuno di noi mette un Risoletto dentro la borsa frigo del nostro pesante equipaggiamento. Come bambini che vanno in vacanza».

Cinquant’anni fa Chocolat Frey lanciava il Risoletto. Ancora oggi è un piacere sgranocchiare la croccante barretta di cioccolata. Come testimoniano anche quattro collaboratori che lavorano alla produzione del Risoletto

Ti ricordi, Papà? Cari saluti Michèle

Testo Thomas Tobler; Foto Paolo Dutto

Fino ad oggi i clienti Migros 17.02.17 hanno potuto condividere i loro ricordi personali in «Momenti Migros» fissati su cartoline postali gratuite.

041-90417001_Anz_Baerentatzen-Zvieri_70x100mm_i_TZ.indd 1

11:27

Remo Lehmann

Da oggi questi ricordi legati a Momenti Migros o a prodotti di Migros possono essere condivisi anche in grande formato. Persino su manifesti personalizzati appesi in uno dei 500 luoghi di affissione di tutta la Svizzera.

Un Risoletto come ricompensa Remo Lehmann è il capo della produzione della Chocolat Frey e dirige 64 collaboratori. Tra le principali responsabilità c’è il confezionamento dei cosiddetti prodotti semilavorati, come può essere, ad esempio, il Risoletto quando non è ancora stato inserito nell’imballaggio. «Durante un turno di lavoro ci arrivano un migliaio di Risoletto all’ora per il confezionamento finale e la posa sui bancali da trasporto». Remo Lehmann pianifica i turni dei suoi collaboratori, stila il bilancio oppure dispone la revisione degli impianti. Lavora in questa industria della Migros da 15 anni e per lui non c’è niente di meglio che assaggiare il cioccolato fresco direttamente dalla linea di produzione. Tra i suoi preferiti ci sono i praliné, ma di tanto in tanto afferra anche un Risoletto. «Quando avevo cinque anni,la Migros mi fotografò per una pubblicità dei bastoncini alle nocciole e come ricompensa mi regalarono proprio un Risoletto. È successo 45 anni fa e ancora oggi le barrette di cioccolato hanno esattamente lo stesso sapore».

Il principio di funzionamento è lo stesso di quello delle cartoline. Basta scegliere il soggetto sul sito web, elaborare il messaggio di saluto, definire il luogo in cui il manifesto dovrà essere appeso, inserire i destinatari e spedire. Tra tutti i Momenti Migros inviati, Migros sceglierà i più belli, quelli più divertenti o toccanti, stamperà i manifesti e li farà appendere nei luoghi prescelti. Così il Momento Migros condiviso rimarrà ancora più memorabile. Spedisci subito il tuo messaggio su www.momenti-migros.ch

La star della settimana

Ce n’è per tutti Ogni anno escono dagli stabilimenti Chocolat Frey 2,8 milioni di Risoletto di tutti i tipi. C’è qualcosa per ogni goloso. La barretta di cioccolato fa bene all’animo ed è sempre presente durante escursioni, gite scolastiche, passeggiate o settimane bianche.

Zeljko Jularic

Passione per i dettagli

Maneerat Bäni

Difficile resistere ai Risoletto Maneerat Bäni mangia cioccolata ogni giorno. Per motivi di lavoro. Ogni mattina la responsabile della produzione degusta una piccola porzione di cioccolato, per testarne il sapore e la consistenza. «Perciò, prima di bere il solito caffè devo aspettare fino ad aver ultimato i controlli di qualità». Un forte aroma di caffè in bocca altererebbe, infatti, il gusto del cioccolato. Durante il tempo libero, invece, Maneerat Bäni sgranocchia un po’ meno cioccolato. «Ne assaggio già abbastanza al lavoro. Ma difficilmente riesco a rinunciare ai Mini Risoletto. È un vero piacere addentarli e sono così friabili…».

Zeljko Jularic percorre molti chilometri durante la sua giornata di lavoro. Le macchine di produzione che deve controllare sono, infatti, ripartite su diversi stabili della Chocolat Frey. Da dieci anni Zeljko Jularic sorveglia la lavorazione del cacao, con cui è prodotto anche il Risoletto. Gli impianti vengono riforniti ogni giorno con 32 tonnellate di chicchi di cacao. «L’importante è che i chicchi siano tostati alla temperatura giusta e non presentino difetti di gusto». Alcuni campioni vengono portati nel laboratorio interno per esaminarne la qualità. «Quando ci si ritrova tutti i giorni a contatto con una quantità enorme di cioccolato, si sviluppa una sensibilità per i dettagli. Il Risoletto mi piace molto perché la sua combinazione di ingredienti è perfetta. È croccante, ma anche leggermente cremoso grazie al ripieno di caramello, che comunque non lo rende troppo dolce».

Da ormai 50 anni Risoletto è una delle specialità di cioccolato preferite dagli Svizzeri e in ognuno di noi risveglia un ricordo speciale. Potrai scoprire un sacco di cose in più sul Risoletto nella scheda personale e nell’intervista alla barretta di cioccolato pubblicata su www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch L’indovinello Su www.noifirmiamonoigarantiamo.ch rispondete alla domanda riguardante la «Star della settimana» e vincete delle carte regalo della Migros per un valore complessivo di 150 franchi. La domanda del concorso Risoletto: Quanti Risoletto all’anno produce Chocolat Frey?


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Idee e acquisti per la settimana

Concorso Farmer Farmer

Raccogliere codici di vincita su prodotti Farmer selezionati e inserirli su www.migros.ch/farmer oppure via Migros-App. In palio tra gli altri premi anche un viaggio da sogno in Canada come pure premi giornalieri immediati.

Power per le piste Un’idea per un buon inizio di giornata oppure come spuntino tra un pasto e l’altro: l’assortimento Farmer propone una vasta scelta di bontà. I prodotti Farmer forniscono fibre alimentari e sono ottimi dispensatori di energia per

la vostra giornata sportiva sugli sci. Nei flakes, nello yogurt e nelle normali barrette i cereali costituiscono la parte principale. La nuova linea Farmer-Plus contiene i cosiddetti superfood quinoa, amaranto o semi di chia.

Farmer Plus Crunchy Mix 600 g Fr. 4.55* invece di 5.70 Farmer Flakes Nature 500 g Fr. 3.65* invece di 4.60

Farmer Crunchy Miele 12 pezzi Fr. 3.60* invece di 4.40

*Azione 20% su tutto l’assortimento Farmer dal 21.02 al 06.03 Farmer Dis Müesli Mela e cannella 85 g Fr. 1.50* invece di 1.90

Farmer Soft Choc Mela 9 pezzi Fr. 3.60* invece di 4.50

Farmer Yogurt Crunchy Choco o bacche 225 g Fr. 1.60* invece di 2.–

Farmer Croc Bacche 500 g Fr. 3.80* invece di 4.80

Farmer Plus Quinoa-Mirtillo 6 pezzi Fr. 3.90* invece di 4.90

L’assortimento Farmer sorprende con un ricco assortimento di diversi prodotti. M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche Farmer.


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Idee e acquisti per la settimana

Concorso Farmer Farmer

Raccogliere codici di vincita su prodotti Farmer selezionati e inserirli su www.migros.ch/farmer oppure via Migros-App. In palio tra gli altri premi anche un viaggio da sogno in Canada come pure premi giornalieri immediati.

Power per le piste Un’idea per un buon inizio di giornata oppure come spuntino tra un pasto e l’altro: l’assortimento Farmer propone una vasta scelta di bontà. I prodotti Farmer forniscono fibre alimentari e sono ottimi dispensatori di energia per

la vostra giornata sportiva sugli sci. Nei flakes, nello yogurt e nelle normali barrette i cereali costituiscono la parte principale. La nuova linea Farmer-Plus contiene i cosiddetti superfood quinoa, amaranto o semi di chia.

Farmer Plus Crunchy Mix 600 g Fr. 4.55* invece di 5.70 Farmer Flakes Nature 500 g Fr. 3.65* invece di 4.60

Farmer Crunchy Miele 12 pezzi Fr. 3.60* invece di 4.40

*Azione 20% su tutto l’assortimento Farmer dal 21.02 al 06.03 Farmer Dis Müesli Mela e cannella 85 g Fr. 1.50* invece di 1.90

Farmer Soft Choc Mela 9 pezzi Fr. 3.60* invece di 4.50

Farmer Yogurt Crunchy Choco o bacche 225 g Fr. 1.60* invece di 2.–

Farmer Croc Bacche 500 g Fr. 3.80* invece di 4.80

Farmer Plus Quinoa-Mirtillo 6 pezzi Fr. 3.90* invece di 4.90

L’assortimento Farmer sorprende con un ricco assortimento di diversi prodotti. M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche Farmer.


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Idee e acquisti per la settimana

Win Win

Un bel colpo di fortuna!

Partecipi anche lei a Win Win!

Altri vincitori e informazioni

Win Win mette in palio oltre un milione di premi immediati e acquisti gratuiti per un valore totale di oltre 500’000 franchi.

come pure set di adesivi gratuiti su www.migros.ch/winwin

Il gioco a premi Win Win sta procedendo a pieno ritmo, creando sempre nuovi vincitori. Nessuno sticker è superfluo e occorre cercare bene in fondo ai sacchetti della spesa: ecco cosa impariamo dai racconti di chi ce l’ha fatta Marina Biemmi Ramos (45)

Educatrice specializzata in un asilo nido di Oberfelden, Zurigo

Vincita: buono di acquisto del valore di 25’000.– franchi

25000.– G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

C A RTA R E G A LO

«Mi è capitata una cosa abbastanza divertente: avevo dimenticato un set di autoadesivi in una borsa della spesa. L’ho scoperto solo qualche giorno più tardi: l’ho aperto e improvvisamente mi sono trovata in mano l’immagine che mi mancava. Riesco a malapena a credere di aver vinto il buono d’acquisto di 25’000.– franchi. E, se devo essere sincera, quando mi hanno confermato telefonicamente la vincita ero un po’ scettica. Mio marito, mio figlio ed io amiamo molto viaggiare e sicuramente ci godremo un bel viaggio, probabilmente attraverso l’Europa».

1000.– G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

1000.– •

C A RTA R E G A LO

G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

C A RTA R E G A LO

*Al massimo 15 set di autoadesivi per acquisto. I set sono disponibili fino ad esaurimento delle scorte.

Premi immediati Migros produce con le sue industrie in Svizzera circa 10’000 articoli di qualità. Se nel set di autoadesivi trova un buono premio immediato, il prodotto corrispondente è suo.

Ursula von Rickenbach (59)

Erich Stieger (58)

Casalinga, mamma diurna e nonna di Lütigsburg, San Gallo

Impiegato postale di Zurigo

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

«Sono corsa subito alla Posta, per spedire la tessera che avevo completato. Con il buono ho comprato verdura fresca e frutta. I 1000.– franchi sono un buon inizio. Continuerò diligentemente a raccogliere gli autoadesivi: forse riuscirò a vincere anche i 25’000.– franchi».

«Di solito non partecipo mai ai giochi a premio. Stavolta io e mia cognata avevamo messo insieme qualche sticker Win Win: abbiamo provato ed è funzionato. Chiaramente adesso ci divideremo la vincita».

Casalinga di Regensdorf-Watt, Zurigo

«Quando ho aperto il set di autocollanti ho pensato di non aver vinto niente, e l’ho messo da parte. Solo dopo aver dato una seconda occhiata mia figlia ha chiamato la Hotline. Quando mi hanno confermato che avevo vinto i 10 minuti di spesa gratuita stentavo proprio a crederci. Nel momento della corsa tra gli scaffali non abbiamo usato nessuna strategia particolare. Siccome mia figlia è più veloce di me, comunque, è stata lei a correre tra le corsie e ha riempito il carrello con prodotti per un valore complessivo di 3308.25. Sono tutti articoli a lunga conservazione di cui potrà godere tutta la famiglia».

1000.– G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

1000.– •

C A RTA R E G A LO

Foto Kaspar Isler

Marlies Kälin (29)

Premi principali • 3 spese del valore di 25’000.– franchi; • 30 spese del valore di Fr. 5000.- franchi; • 300 spese del valore di Fr. 1000.- franchi. Questi premi sono assegnati sotto forma di buoni di acquisto Migros

Un carrello da riempire gratuitamente: ha dieci minuti di tempo per girare tra gli scaffali di una filiale Migros e mettere nel carrello tutti i prodotti che riesce a farci stare.

Maria Luisa Meier (53)

Vincita: dieci minuti di tempo per riempire un carrello della spesa gratuitamente

Ecco come funziona Fino al 6.3.2017 per ogni acquisto di 20.– franchi* riceverà alla cassa un set di autoadesivi. Ogni set potrà contenere o due autoadesivi, o un premio immediato, o un premio speciale. I membri di Famigros riceveranno un set di adesivi supplementare per ogni acquisto a partire da 20.– franchi.

G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

C A RTA R E G A LO

Vreni Schawalder (54)

Pittrice di Einsiedeln, Svitto

Impiegata di Widnau, San Gallo

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

«Fino ad oggi ai giochi a premi avevo avuto raramente qualche vincita. Per questo il buono mi rende ancora più contenta. Non comprerò niente di costoso o di speciale: lo userò per pagare le mie normali spese settimanali».

«Mio marito e io facciamo la spesa ogni settimana alla Migros. Sicuramente ci compreremo qualche taglio pregiato di carne da fare al grill. Gli autoadesivi Win Win li avevamo raccolti noi, e altri li abbiamo ricevuti dai nostri parenti. La cosa mi fa piacere, soprattutto perché è la prima volta che vinco, in assoluto!».

Incolla e vinci Incolli gli adesivi al posto giusto nelle cartelle: quelle completate possono essere consegnate fino al 20 marzo 2017.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Idee e acquisti per la settimana

Win Win

Un bel colpo di fortuna!

Partecipi anche lei a Win Win!

Altri vincitori e informazioni

Win Win mette in palio oltre un milione di premi immediati e acquisti gratuiti per un valore totale di oltre 500’000 franchi.

come pure set di adesivi gratuiti su www.migros.ch/winwin

Il gioco a premi Win Win sta procedendo a pieno ritmo, creando sempre nuovi vincitori. Nessuno sticker è superfluo e occorre cercare bene in fondo ai sacchetti della spesa: ecco cosa impariamo dai racconti di chi ce l’ha fatta Marina Biemmi Ramos (45)

Educatrice specializzata in un asilo nido di Oberfelden, Zurigo

Vincita: buono di acquisto del valore di 25’000.– franchi

25000.– G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

C A RTA R E G A LO

«Mi è capitata una cosa abbastanza divertente: avevo dimenticato un set di autoadesivi in una borsa della spesa. L’ho scoperto solo qualche giorno più tardi: l’ho aperto e improvvisamente mi sono trovata in mano l’immagine che mi mancava. Riesco a malapena a credere di aver vinto il buono d’acquisto di 25’000.– franchi. E, se devo essere sincera, quando mi hanno confermato telefonicamente la vincita ero un po’ scettica. Mio marito, mio figlio ed io amiamo molto viaggiare e sicuramente ci godremo un bel viaggio, probabilmente attraverso l’Europa».

1000.– G E S C H E N K K A RT E

C A RT E C A D E A U

1000.– •

C A RTA R E G A LO

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C A RT E C A D E A U

C A RTA R E G A LO

*Al massimo 15 set di autoadesivi per acquisto. I set sono disponibili fino ad esaurimento delle scorte.

Premi immediati Migros produce con le sue industrie in Svizzera circa 10’000 articoli di qualità. Se nel set di autoadesivi trova un buono premio immediato, il prodotto corrispondente è suo.

Ursula von Rickenbach (59)

Erich Stieger (58)

Casalinga, mamma diurna e nonna di Lütigsburg, San Gallo

Impiegato postale di Zurigo

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

Vincita: buono d’acquisto del valore di 1000.– franchi

«Sono corsa subito alla Posta, per spedire la tessera che avevo completato. Con il buono ho comprato verdura fresca e frutta. I 1000.– franchi sono un buon inizio. Continuerò diligentemente a raccogliere gli autoadesivi: forse riuscirò a vincere anche i 25’000.– franchi».

«Di solito non partecipo mai ai giochi a premio. Stavolta io e mia cognata avevamo messo insieme qualche sticker Win Win: abbiamo provato ed è funzionato. Chiaramente adesso ci divideremo la vincita».

Casalinga di Regensdorf-Watt, Zurigo

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1000.– G E S C H E N K K A RT E

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1000.– •

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Foto Kaspar Isler

Marlies Kälin (29)

Premi principali • 3 spese del valore di 25’000.– franchi; • 30 spese del valore di Fr. 5000.- franchi; • 300 spese del valore di Fr. 1000.- franchi. Questi premi sono assegnati sotto forma di buoni di acquisto Migros

Un carrello da riempire gratuitamente: ha dieci minuti di tempo per girare tra gli scaffali di una filiale Migros e mettere nel carrello tutti i prodotti che riesce a farci stare.

Maria Luisa Meier (53)

Vincita: dieci minuti di tempo per riempire un carrello della spesa gratuitamente

Ecco come funziona Fino al 6.3.2017 per ogni acquisto di 20.– franchi* riceverà alla cassa un set di autoadesivi. Ogni set potrà contenere o due autoadesivi, o un premio immediato, o un premio speciale. I membri di Famigros riceveranno un set di adesivi supplementare per ogni acquisto a partire da 20.– franchi.

G E S C H E N K K A RT E

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 27 febbraio 2017 • N. 09

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Idee e acquisti per la settimana

Total

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Total Color 2,475 kg Fr. 7.95* invece di 15.90

Total Polvere 2,475 kg Fr. 7.95* invece di 15.90

Total Color 2 l Fr. 7.95* invece di 15.90

Total Sensitive 2 l Fr. 7.95* invece di 15.90

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i detersivi Total.


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Azione 09 del 27 febbraio 2017  

Azione 09 del 27 febbraio 2017  

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