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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Abitare insieme sostenendosi: tutti i vantaggi delle cooperative

Ambiente e Benessere In Svizzera attualmente sono già oltre quattro milioni le persone che vivono in una Città dell’energia

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 29 maggio 2017

Azione 22 Politica e Economia Viaggiare al seguito di Trump: è un lavoro come un altro ma qualche differenza c’è

Cultura e Spettacoli Alla Triennale di Milano il mondo dell’arte si interroga sulle migrazioni

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L’America cementa le vecchie alleanze

Pace linguistica intatta: Zurigo non cambia rotta

di Peter Schiesser

di Marzio Rigonalli

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Keystone

Non è mai facile capire il Medio Oriente, con i suoi regimi autocratici e le sue monarchie, i suoi fondamentalismi di diverse ispirazioni, quel chimerico califfato. Tantomeno, è facile comprendere come evolvono le società civili sotto la cappa di quei regimi. E da quando sono scoppiate le rivolte arabe sei anni fa, questo compito è ancora più difficile. La tentazione di affidarsi a vecchi cliché è quindi grande ma pericolosa, perché può portare ad alleanze poco lungimiranti. Prendiamo l’Iran, identificato fin dalla presa del potere da parte degli ayatollah 38 anni fa come uno Stato nemico, e l’Arabia Saudita, con cui gli Stati Uniti hanno un’alleanza forgiatasi sul petrolio. Nella sua prima visita all’estero da presidente, in Arabia Saudita e Israele, Donald Trump ha qualificato l’Iran di sponsor del terrorismo. E se l’accordo sul nucleare con il regime iraniano non è forse così in pericolo come la retorica trumpiana lascia credere, molte sanzioni economiche americane contro Teheran resteranno in vigore ancora a lungo, dimostrando che per Washington la Persia resta un Paese oscurantista e autoritario. Ma è proprio così? È vero che gli ayatollah mandano le proprie truppe in Siria a combattere a fianco di Assad (lo fa anche la Russia, ma Trump non dà del terrorista a Putin), che in Libano foraggiano gli hezbollah in funzione anti-israeliana, che in patria impongono da 38 anni il proprio potere anche quando vengono eletti presidenti riformisti come Mohammed Khatami (1997-2005) o perlomeno moderati come Hassan Rohani (dal 2013). Ma identificando la Persia unicamente con gli ayatollah si perde di vista l’evoluzione che la società civile sta compiendo da tempo, la sua crescente fame di modernità e di libertà, di apertura all’Occidente. È un cammino lento, all’interno di una struttura autoritaria tuttora dominata dagli ayatollah, ma che sta portando i suoi frutti. Il presidente Rohani è riuscito a stabilizzare l’economia, nel 2015 ha raggiunto un accordo sul nucleare che ha ridotto le sanzioni e permesso più commerci con l’estero. Ora che è riuscito a farsi rieleggere, una settimana fa, intende trasformarsi da moderato in riformista: ha omaggiato l’ex presidente Khatami nonostante sia vietato pronunciare in pubblico il suo nome, si è impegnato ad aprire il paese e la sua economia, a dare maggiori diritti e libertà alla popolazione. Per le decine di milioni di persone che hanno votato per lui, la retorica anti-iraniana di Trump significa un indiretto aiuto agli ayatollah, che possono continuare a compattare i propri sostenitori contro il Grande Satana, e un mancato riconoscimento delle spinte riformiste che stanno cambiando la società iraniana. Gli Stati Uniti perdono così l’occasione di farsi nuovi alleati. Al contrario, alla monarchia saudita il presidente americano ha portato in dono la promessa di carri armati, armi, elicotteri, navi e un sistema di difesa antimissili per 110 miliardi di dollari, incurante del fatto che una parte di quegli armamenti (in particolare le bombe di precisione, la cui vendita Obama aveva sospeso, pur accordando anch’egli commesse militari per 115 miliardi) verranno impiegati nella guerra che l’Arabia Saudita ha lanciato contro i ribelli Huthi nello Yemen, ma anche contro la popolazione civile, bombardando ospedali e scuole. Trump ha dunque ricompattato l’alleanza con l’Arabia Saudita, benché la sua religione di Stato, il wahabismo, abbia gettato i semi di gruppi terroristici come al Qaeda e lo Stato islamico, e senza preoccuparsi che la poco democratica monarchia saudita tratti con i piedi i diritti umani e la vita degli yemeniti, in contrasto con i valori che l’Occidente predica fin troppo facilmente.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Attualità Migros

Festa di compleanno ad Ascona Ventesimo anno d’attività Domenica 4 giugno dalle 10.00

alle 18.00 apertura straordinaria della filiale di Migros Ticino, con sconto generale dell’11%, fetta di torta per tutti, promozioni imperdibili e fantastiche animazione per bambini re dei decenni un punto di riferimento consolidato per tutta la regione. Di Rienzo ci spiega che il motivo principale di questo successo è l’ampiezza dell’assortimento: «Nonostante la nostra filiale non sia enorme, da noi i clienti trovano tutti i prodotti di uso

Orari di apertura Lu-ve: 8.00-12.30 / 14.00-18.30 (dal 12 giugno al 1° settembre orario continuato e chiusura alle 19.00) Sabato: 8.00-18.00. Tel. 091 821 77 00.

quotidiano. Riusciamo a soddisfare praticamente ogni richiesta. Da una parte proponiamo un’ampia gamma di prodotti alimentari freschi, dall’altra una vasta scelta non food». E due altri punti di forza sono rappresentati dal banco carne a servizio e dal moderno forno per la cottura del pane, che permettono alla clientela di acquistare prodotti freschissimi fino alla chiusura del negozio. Di Rienzo e il suo affiatato team sono felici di accogliere il pubblico la prossima domenica per festeggiare questi vent’anni di successo. Il programma delle attività previste, otto ore di allegria e convenienza per grandi e piccini, è pubblicato a pagina 41 di «Azione», in M-Shopping.

Vincenzo Cammarata

Esattamente due decadi fa, nel maggio del 1997, Migros Ticino apriva il suo supermercato di via Muraccio 2 ad Ascona. Un punto vendita fortemente voluto dalla cooperativa, che negli anni ha saputo adattarsi ai bisogni della propria clientela e integrarsi perfettamente nella realtà della regione. «Grazie alla sua posizione strategica e ai comodi posti auto proprio sotto al negozio, oggi la filiale di Ascona ricopre un ruolo molto importante per tutte le famiglie della zona, così come per i molti turisti che frequentano il nostro bel Borgo» racconta il gerente Giuseppe Di Rienzo. Il pratico supermercato, gestito con il contributo di dieci preziosi collaboratori, è diventato con il passa-

Migros news Costruisci una Migros tutta tua MigrosMania 2017 darà spazio alle nuove tecnologie. Introdurrà infatti l’esperienza di realtà virtuale. A partire dal 23 maggio (e durante sette settimane) in tutte le filiali di Migros Ticino sono a disposizione dei clienti oggetti da collezionare. Si tratta di mattoncini in plastica da costruzione, compatibili con gli elementi Lego®: permetteranno di costruire dei piccoli negozi Migros, completi di scaffalature e dei noti prodotti Migros in miniatura. Il set completo comprende 46 diversi elementi. Quasi la metà è rappresentata dai prodotti Migros più amati. Nelle filiali Migros Ticino al prezzo di fr. 9.80 uno starter kit con facciata d’accesso e base, su cui allesti-

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

re il negozio. Ma il gioco non si ferma qui, e la particolarità di questa promozione rende Migros il primo commerciante al dettaglio a puntare sulla realtà virtuale. Gli occhiali VR Migros, necessari per questa esperienza, saranno disponibili esclusivamente sabato 3 giugno 2017 per ogni acquisto a partire da fr. 60.– (al massimo tre occhiali per acquisto). L’esatto ruolo della realtà virtuale in questa promozione sarà rivelato il 1° giugno 2017. Le informazioni sulle offerte e i programmi riguardanti la nuova promozione sono consultabili su www.migrosmania.ch. AvaEva diventa associazione Si è tenuta il 16 maggio a Giubiasco l’assemblea costitutiva dell’AssociaSede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

zione Movimento AvaEva. AvaEva si rivolge alle donne della generazione delle nonne, siano esse nonne biologiche o no. Conformemente ai suoi statuti, l’associazione si prefigge di incrementare la riflessione e lo scambio tra donne della generazione delle nonne, stimolare l’interazione tra le generazioni, dare voce alle rivendicazioni sociali della generazione delle nonne e favorire lo sviluppo di contesti in cui le idee, le reti socio-politiche e i progetti a favore della generazione delle nonne possano consolidarsi. Per informazioni si legga la newsletter di AvaEva (iscrizioni presso la coordinatrice norma@avaeva.ch) o si consulti il sito www.avaeva.ch (attivo da fine giugno 2017). Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

La grande festa della corsa

StraLugano La dodicesima edizione

ha fatto registrare il record di partecipazione con ben 5352 concorrenti

La StraLugano 2017, andata in scena lo scorso 20 e 21 maggio, ha regalato tanti momenti indimenticabili di sport, divertimento e aggregazione ai tantissimi partecipanti. Una grande festa popolare che per due giorni ha inondato di entusiasmo e colori il centro cittadino e il lungolago. Ad iniziare dalla serata di sabato con una fantastica KidsRun; poco meno di 600 fra bambini e ragazzi hanno affrontato un percorso della lunghezza di 700 metri; bellissimo vedere i più piccolini di età inferiore ai 6 anni, amorevolmente guidati dalla mano della mamma o del papà a sancire una bellissima condivisione famigliare. A seguire la 5 km Run4Charity, oltre 400 partecipanti a testimoniare che correre o camminare in compagnia può aiutare gli altri oltre che essere salutare; la festa è poi continuata sulle note del simpatico gruppo musicale degli Sgaffy. All’alba della domenica, l’esercito dei volontari era già in azione per tutti i necessari preparativi. Con il passare delle ore i partecipanti alla 21 km hanno invaso il villaggio della StraLugano e le strade del centro chiuse al traffico che sono servite per le corsette di riscaldamento, interpretate da ognuno nella maniera più personale. La voce di Iris Moné intona le note del Salmo svizzero, un momento di emozione che sfocia nell’applauso generale. Lo sparo dell’On. Badaracco in rappresentanza della Città di Lugano ha dato il via alla gara. Dopo 1.01’00”, taglia il traguardo il vincitore, mentre trascorrono 2.46’ prima che tagli il traguardo l’ultimo

concorrente; fra loro due, altri 1455 amanti della corsa. Sulla linea del traguardo hanno vinto i sorrisi rispetto alle smorfie, questa la percezione che abbiamo avuto. Mentre si concludeva la mezza-maratona, gli oltre 2200 iscritti alla 10 km CityRun, scalpitavano per sfogare la loro voglia di correre. Il sole che ha baciato questa dodicesima edizione della StraLugano, proprio per la gara più frequentata ha fatto salire la temperatura al punto da mettere a dura prova la preparazione dei concorrenti e la capacità di idratarsi in maniera confacente. L’occhio di molti concorrenti nel transitare attraverso il magnifico Parco Ciani, è stato distratto da chi aveva «già dato» nella precedente competizione e si stava già godendo il «Pasta-party Migros» in una cornice favolosa; crediamo possa aver fatto sognare un «fra poco me la gusterò anch’io….» nel refrigerio di un’ombreggiatura e con lo sguardo rilassato verso il San Salvatore in veste cartolina. Diventata ormai un evento tradizionale per la città e per il cantone, la StraLugano si sta confermando un appuntamento molto amato tanto dagli atleti di spessore, quanto dai runner della domenica. L’appuntamento per la tredicesima edizione è fissato per il 26 e 27 maggio 2018 e coinciderà con il campionato svizzero di mezza-maratona; un’ulteriore conferma della straordinaria vitalità di questa manifestazione. / RF

StraLugano, 20 e 21 maggio, Lugano

RICHIAMO – VOTAZIONE GENERALE 2017 La votazione generale giunge al termine – Le schede di voto devono essere deposte nelle apposite urne delle filiali o spedite entro

SABATO 3 giugno 2017 Tiratura 101’614 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Società e Territorio Affrontare le paure dei bambini I genitori devono affiancare i figli perché possano superare le normali paure che fanno parte del mondo infantile. I consigli della psicoterapeuta Emanuela Iacchia pagina 5

Vent’anni di TicinOnline Il portale web ticinese è stato il pioniere dell’informazione in rete nella nostra regione: intervista con il suo direttore Gianni Giorgetti pagina 6

Abitare insieme

Cooperative d’abitazioneMolto diffuse

Oltregottardo sono praticamente sconosciute in Ticino, eppure offrono vantaggi per il singolo, la comunità e l’ambiente

Stefania Hubmann Come disporre in modo duraturo di alloggi a prezzi accessibili? Meglio essere inquilini o proprietari? Fra queste due forme di occupazione di spazi residenziali si situa il regime della cooperativa d’abitazione, per nulla diffusa nel nostro Cantone, ma che rappresenta un valido strumento per affrontare le sfide poste dal sempre più marcato invecchiamento della popolazione. Inserita in una prospettiva a lungo termine di solidarietà, la cooperativa offre numerosi vantaggi per il singolo, la comunità e l’ambiente. La sezione della Svizzera italiana delle Cooperative d’abitazione svizzera – Federazione dei committenti di immobili d’utilità pubblica, rimasta inattiva per molti anni, sta conoscendo un nuovo slancio grazie all’assemblea svoltasi lo scorso mese di marzo. La nuova presidente Monique Bosco-von Allmen intende in primo luogo promuovere la conoscenza di questa forma abitativa e coinvolgere le autorità. Finiti i tempi in cui si identificava la cooperativa d’abitazione come soluzione adatta agli svizzeri d’Oltralpe. Certo la cultura di lingua tedesca è pioniera in questo campo con risultati che oggi arricchiscono le principali città svizzere, dove le prime cooperative d’abitazione sono state costituite oltre un secolo fa, estendendo con il tempo il loro parco immobiliare. Nel complesso si tratta però di un panorama variegato, che spazia da poche unità abitative a diverse migliaia, con caratteristiche e condizioni assai diverse. Anche il target dei soci non è uniforme, poiché nelle cooperative possono abitare persone appartenenti a ceti diversi. A questi esempi concreti ci si può ispirare per promuovere nella nostra regione un nuovo modo di vivere che recuperi dimensioni perdute come il buon vicinato e l’aiuto reciproco, abbinando l’alloggio privato a spazi e servizi comuni. Innanzitutto è indispensabile chiarire il concetto di fondo. Spiega Monique Bosco-von Allmen: «Una cooperativa d’abitazione è l’unione di almeno sette persone (soci) per coprire in maniera duratura, secondo il principio del mutuo soccorso e della corresponsabilità, il fabbisogno di spazio abitativo a condizioni finanziarie accettabili. La cooperativa non ha scopo di lucro ed è caratterizzata da processi democratici (una persona = un voto). È inoltre una struttura aperta».

In pratica l’immobile che si costruisce o si ristruttura è di proprietà della cooperativa, mentre i soci occupano i diversi alloggi pagando una pigione commisurata ai costi. Questa caratteristica differenzia la cooperativa d’abitazione dalle operazioni di promozione immobiliare che effettuano un investimento ricercando un profitto. In genere i soci vivono nello stabile della cooperativa, anche se esistono casi anomali in cui gli spazi abitativi sono locati a terzi. È quanto avvenuto, ad esempio, per alcune delle poche cooperative presenti in Ticino che la nuova presidente sta ora contattando per cercare di unire le forze. Al momento l’unico membro della sezione della Svizzera Italiana delle Cooperative d’abitazione svizzera è la società di interesse pubblico Alloggi Ticino SA. Questa forma di gestione e promozione immobiliare condivide con la cooperativa il fine sociale dell’operazione, mettendo a disposizione alloggi che possono essere affittati a prezzi moderati. Il Cantone Ticino (38%) e l’Ufficio federale dell’alloggio (35,5%) detengono assieme il 73,5% del pacchetto azionario. «Oggi disponiamo di poco più di mille appartamenti suddivisi in una ventina di siti sul territorio cantonale», spiega il direttore Rolf Würth. «La maggior parte dell’attività riguarda la gestione di stabili costruiti all’inizio degli anni Novanta e in parte acquistati all’asta a seguito della crisi immobiliare dell’epoca. Proprio quest’anno abbiamo però inaugurato la nuova residenza Al Riale a Gordola, un progetto che offre 44 appartamenti privi di barriere architettoniche con luoghi d’incontro comuni e un pacchetto di servizi in una zona vicina a negozi e mezzi pubblici. Essi sono concepiti per favorire in particolare persone singole e coppie desiderose di vivere il più a lungo possibile al proprio domicilio». Abolizione delle barriere architettoniche, conversione a fonti energetiche rinnovabili e risparmio energetico sono principi che Alloggi Ticino promuove anche nel parco immobiliare più datato con regolari interventi di miglioria. Medesimo modo di operare per le cooperative di abitazione, di solito favorevoli alle sperimentazioni e quindi all’avanguardia in questi campi. I vantaggi della soluzione abitativa proposta dalla cooperativa sono d’altronde molteplici. «Dal punto di vista finanziario – precisa Monique Bosco-

Siedlung Bockler della cooperativa Wogeno nel vecchio centro del quartiere di Schwamendingen a Zurigo è uno degli esempi ai quali si guarda dal Ticino.

von Allmen – vivere in una cooperativa necessita di meno capitale proprio rispetto a un’abitazione di proprietà e a lungo termine è in genere meno costoso se paragonato alla locazione. È inoltre possibile far capo ad aiuti finanziari gestiti dalle due organizzazioni mantello nazionali per conto della Confederazione. Cooperative d’abitazione svizzera, come pure Wohnen Schweiz (Associazione delle cooperative di costruzione), assicura anche altre prestazioni fra cui la consulenza. Per ridurre i costi di costruzione, i soci possono inoltre impegnarsi a eseguire personalmente alcuni lavori». Punto forte della cooperativa è però anche la valenza sociale. Sicurezza, senso di appartenenza e sostegno reciproco ben rispondono ai nuovi bisogni della società. Per cooperative e società di interesse pubblico il problema maggiore è costituito dall’acquisizione del terreno o della proprietà adeguata, i cui costi sono diventati proibitivi. Per questo motivo in Ticino si intende sollecitare le autorità comunali e in parte anche i

privati a mettere a disposizione parcelle in diritto di superficie (per un massimo di 99 anni). In città si potrebbe così favorire il ritorno della vita nei centri, mentre nelle valli la collaborazione dei privati eviterebbe lo stato di abbandono di edifici storici non più utilizzati. Monique Bosco-von Allmen si spinge oltre, auspicando di poter approfondire con la Città di Lugano una collaborazione volta alla realizzazione di un progetto concreto. In questo modo la popolazione potrebbe rendersi conto de facto del valore aggiunto di una cooperativa per i soci e l’intera comunità. Nel resto della Svizzera è ben visibile come i progetti delle cooperative di abitazione creino spazi di attraversamento e aggregazione a beneficio di tutti assicurando nel contempo, grazie alla diffusa pratica del concorso di architettura, la qualità del costruito e dell’ambiente. Se la cooperativa Kalkbreite di Zurigo, sorta su un deposito dei tram, è ormai un modello a livello europeo con tanto di professionisti che la visitano regolarmente, altri

esempi più piccoli rappresentano soluzioni valide anche per la realtà della Svizzera italiana. Il nuovo comitato intende presentarne alcuni in occasione di una mostra e un incontro pubblico previsti in autunno. La cooperativa di abitazione non è l’unico strumento valido per affrontare le questioni finanziarie, sociali e ambientali legate al tema dell’alloggio, ma merita sicuramente l’approfondimento e la divulgazione promossi da chi conosce e crede nel suo potenziale quale risposta alle sfide dell’immediato futuro. Ad affrontare queste sfide saranno in primo luogo i giovani ed è proprio su di essi che gli intervistati ripongono le maggiori speranze riguardo a un cambiamento nel concepire il modo di abitare. Informazioni

www.wbg-schweiz.ch Sezione Svizzera italiana: moniquebva@gmail.com www.alloggiticino.ch


Camicetta

17.95

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Valida dal 29.05. al 11.06.2017 fino ad esaurimento scorte.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Società e Territorio

Le paure dei bambini

Genitori e figliAffrontare le paure è l’unico modo per superarle anche per i più piccoli,

ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Emanuela Iacchia

Alessandra Ostini Sutto Le paure fanno parte del mondo dei bambini, in quanto elementi della loro evoluzione e della loro personalità. E anche se comunemente siamo portati a vederle come una cosa da scansare, in realtà affrontarle è l’unico modo per superarle. Un percorso nel quale i genitori devono affiancare i figli. La paura è una delle emozioni primarie, che accomuna gli uomini a molte specie animali. È un meccanismo naturale che si attiva in risposta alla percezione di un pericolo, reale o supposto, con delle manifestazioni fisiologiche ben precise (dilatazione delle pupille, incremento della frequenza cardiaca, ecc.). Aumentando lo stato di vigilanza oppure spingendo ad agire con prudenza o rapidità, a seconda del caso, la paura è quindi funzionale alla sopravvivenza. Le paure portano anche i bambini ad affrontare con prudenza situazioni nuove e potenzialmente rischiose; sono, in altre parole, un modo per proteggere loro stessi. Oltre a ciò vi sono delle paure infantili che sono fisiologiche ed universali e, quindi, indipendenti da concrete esperienze di pericolo. In ogni caso la paura è uno strumento che permette al bambino di prendere coscienza delle proprie capacità e lo stimola a costruire le giuste strategie per superare lo stato emotivo che gli crea disagio. «Non bisogna quindi asfaltare la strada ai bambini, ma aiutarli ad imparare a superare i buchi», afferma Emanuela Iacchia, psicologa e psicoterapeuta con competenze specifiche nell’età evolutiva, che al tema ha dedicato una conferenza presso la sede luganese della Croce Rossa Svizzera. Le paure dei bambini possono essere determinate da un bisogno (per esempio di essere ascoltati) e dall’indole, che è la somma di tre fattori, ereditario, costituzionale ed ambientale. Al di là delle predisposizioni personali, vi sono paure che si manifestano in periodi prevedibili nel corso dell’infanzia. Prima fra tutte, per importanza, è quella del buio, che riguarda bambini tra i 3 e gli 11 anni. «Il buio fa paura perché non si sa chi arriva e chi va. Subentra quindi il timore dell’essere abbandonati e l’incertezza», commenta la psicologa, che è pure formatrice per la Croce Rossa Svizzera. In questi casi la lucina da notte è un semplice e utile aiuto, come pure uno dei tanti libri dedicati a questa grande paura dei piccoli, tra cui citiamo il bel Piccolo Buio di Cristina Petit. Altra paura comune ai più piccoli è quella del nuovo. «Vogliono sempre le stesse cose – cibo, vestiti, ecc. – perché ciò li rassicura; in questi casi non

L’ansia da separazione è normale nei bambini, ma, come tutte le paure, non va banalizzata o negata. (Keystone)

bisogna forzarli, ma avvicinarli alle novità piano piano», continua la psicologa, «anche l’ansia da separazione è normale nei bambini piccoli. Come primo aiuto, è bene tener presente che se noi adulti siamo tranquilli, i bimbi lo sentono, dal momento che percepiscono più chiaramente quello che gli trasmettiamo che non quello che gli diciamo». A volte però questo tipo di ansia riguarda più i genitori che non i figli. A chi non è mai successo di arrivare a casa tardi la sera ed avere voglia di tenere il proprio bimbo nel lettone? «Non capita poi di rado che i genitori trattino i propri figli come se fossero più piccoli di quanto non siano in realtà, comportamento riguardo al quale trovo molto significativo un antico proverbio del Québec, che dice: “I genitori possono donare ai figli soltanto due cose: le radici e le ali”», spiega la psicologa. Numerose paure dei bambini riguardano i propri genitori. Una di quelle che generano maggior sofferenza, è che essi litighino. «Da un lato si sentono come se i genitori chiedessero loro di schierarsi, dall’altro, per il loro fisiologico egocentrismo, pensano che il litigio dipenda da loro. Bisogna quindi sempre cercare di posticipare le discussioni ad un momento in cui i bambini non ci sono o non possono

sentire», commenta Emanuela Iacchia. Alla paura che i genitori litighino si collega a quella che essi si possano separare, che si manifesta in genere alle elementari, mettendo in moto una serie di domande del tipo «Cosa ne sarà di me? E se si separassero anche da me? Con chi starò?». Paure di questo tipo raggiungono il loro apice verso i 7-9 anni, che coincidono con il momento della consapevolezza. A questa età i bambini cominciano a preoccuparsi, come detto, della separazione, non solo tra i genitori, ma anche, per esempio, dovuta alla morte, oppure delle malattie o ancora avvertono la paura che qualcuno li possa portare via. La consapevolezza cresce parallelamente all’età, così che, nella fase successiva, i ragazzini sviluppano una paura relativa ai fatti di cronaca. «Piuttosto che tenerli all’oscuro, bisogna far passare il messaggio che c’è qualcuno che li protegge, per esempio le forze dell’ordine» afferma Emanuela Iacchia. Un’altra classica paura per la cui risoluzione vengono in aiuto le parole di mamma e papà è quella degli incubi, che si manifesta in genere dai tre anni via. Una soluzione efficace è infatti quella di completare l’incubo che il bambino ci racconta in modo positivo, dicendo, per esempio: «Tu ti

sei svegliato, ma se ti riaddormentavi nel tuo sogno arrivava il papà che scacciava il mostro». Può anche rivelarsi utile appendere nella cameretta un «acchiappasogni» o costruire assieme un oggetto cui attribuire il valore di scaccia-brutti-sogni. Ma i bambini sono anche attratti dalle loro paure, come quando vogliono che gli si legga, all’infinito, fiabe che contengono personaggi come il lupo o la strega. «È bene assecondarli in tali richieste, perché corrispondono ad un bisogno di elaborare una paura, per vincerla», commenta la psicoterapeuta, che continua: «tra le paure “nuove”, citerei la cosiddetta “fobia sociale”, e cioè la propensione ad evitare i contatti diretti con le persone, limitandoli il più possibile ad un livello virtuale. In questo delicato ambito è fondamentale fissare chiare regole e usare la tecnologia con misura, anche noi genitori, che siamo l’esempio dei nostri figli». A volte i genitori non sanno però come rispondere ad una paura del proprio bambino e, di istinto e in buona fede, tendono a negarla o quantomeno a banalizzarla. «All’espressione, per esempio, del timore di andare in settimana bianca con la scuola, la mamma è in genere portata a rispondere con commenti del tipo “Ma poi quando sei

Park con un lettore di cassette in tasca pensa ad un modo per portare in giro la cultura sfruttando la tecnologia e la trasmissione di file digitali su internet. Nel 1997 Audible lancia il primo lettore portatile digitale al mondo, nel 2005 sbarca in Inghilterra e in Germania, poi in Francia, Giappone e Australia e, infine, lo scorso anno in Italia. Ma, fatto più importante, nel 2008 Audible viene acquisito da Amazon. Come funziona? È molto simile a Netflix, con qualche differenza. Si può scaricare l’app su audible.it, se non si è già clienti di Amazon occorre creare un account e inserire i dati della carta di credito. A questo punto prima di sottoscrivere un abbonamento mensile di 9,99 euro con accesso illimitato a tutti i titoli (12’000) e ai contenuti disponibili, si ha un mese di prova gratuito. La

cosa bella è che gli audiolibri si possono scaricare, salvare nella libreria dell’app e ascoltarli in viaggio e in movimento senza connessione internet. Ma, oltre ai bestseller letti da attori e personaggi famosi, su Audible si trovano serie audio, quotidiani e riviste periodiche, programmi radio e molti contenuti originali. Grazie ad una partnership con il «Guardian» si può fruire e ascoltare il meglio dell’attualità, delle opinioni e delle recensioni culturali settimanali del quotidiano inglese. Tra i grandi editori l’ultimo a sottoscrivere un accordo è stata Mondadori ma le nuove frontiere del racconto sonoro sembrano piacere anche alla RSI che sulla piattaforma di Amazon ha lanciato Lovers Hotel, una nuova serie di radiodrammi prodotta da RSI – Rete Due e Fonderia Mercury, in collaborazione

lì ti diverti”», spiega Emanuela Iacchia, «il risultato è che il bambino, pensando di non avere il diritto di parlare di questo tema, non lo faccia più». Bisognerebbe invece convalidare il bisogno del bambino di esprimersi e rispondervi con le parole adeguate, tenendo a mente una semplice regola: «È sbagliato negare le paure, dicendo “No, no”, ma pure assecondarle troppo, atteggiamento che si traduce in “Sì, sì”; la strategia giusta è quella del “Sì, ma”, spiega la psicoterapeuta, il “sì” (per esempio, “Sì, è proprio vero…”) è il momento dell’accoglienza, cui deve seguire il “ma”, che è il momento educativo, la risoluzione (“ma tu che sei in gamba ce la puoi fare”)». In generale, aprire il dialogo è fondamentale, fin da piccoli: farsi raccontare le cose che vivono, ripercorrere assieme la giornata o chiedere la cosa più bella o più brutta che è successa. «I genitori devono essere la mente e il cuore che possa accogliere le paure dei figli, le quali, se tenute dentro, rischiano di diventare sempre più forti», afferma Emanuela Iacchia. Ma quali sono i segnali che permettono di capire se una paura da fisiologica è diventata patologica? Da un lato vi è un criterio cronologico, e cioè il persistere di una paura oltre la sua età fisiologica. «Posso apportare l’esempio dei “passaggi”, che incutono paura nel bambino. Quando inizia la scuola materna, è normale che il piccolo sviluppi delle paure; se questo però capita ad un adolescente che deve passare ad una scuola superiore, tanto da manifestarle con delle regressioni, non è più normale», esemplifica la psicologa, «dall’altro lato vi sono dei criteri di tipo comportamentale: una paura diventa cioè patologica se eccessiva nella frequenza, nell’intensità e nella durata con cui si manifesta». Facendo un passo indietro, le paure possono insorgere pure quando i genitori tendono a tenere i figli troppo vicini a sé: «I genitori iperprotettivi impediscono o quantomeno limitano l’esplorazione del piccolo, convalidando le sue insicurezze e connotando lui come fragile e la realtà esterna come pericolosa», spiega Emanuela Iacchia, «se i genitori sono invece costantemente insoddisfatti di sé, le paure possono trovare un terreno fertile per insinuarsi nei loro bambini. O ancora capita che i genitori attribuiscano il proprio malessere ai figli, per esempio dicendo: “se continui così mi fai venire mal di testa”; un comportamento che non fa altro che aumentare le loro paure». In casi come questo è meglio dare un castigo al bambino e ricordarsi che per fortificarlo sono importanti i rimproveri – che non devono mortificare e dovrebbero essere enunciati con una fermezza autorevole – e le regole.

La società connessa di Natascha Fioretti Audible, voce alle parole «Emilio è in un bel pasticcio. Sul treno per Berlino, un ladro lo ha derubato di tutto il suo denaro e si è dileguato!». Emilio e i detective di Erich Kästner, così come tutte le puntate di Agatha Christie, da bambina le ascoltavo su audiocassetta. In Germania sono sempre state molto popolari in particolare tra i giovanissimi ma non solo. Anche all’università mi capitava di ascoltare capolavori della letteratura come La brocca rotta di Kleist o I dolori del giovane Werther di Goethe. E, a dire la verità, oggi che viaggio moltissimo, quasi sempre in auto, ho imparato a rivalutare gli audiolibri: trasformano in tempo qualitativo le ore di viaggio, offrono un’alternativa se, tra pc e letture varie, ci accorgiamo che la vista si affatica, permettono di essere mobili e sbrigare altro senza perdere il filo perché

la voce ci segue. Quale piacere, allora, quando settimana scorsa, passeggiando tra le corsie del Salone del Libro di Torino, oltre al gatto di Mark Twain che mi diceva «Se fosse possibile incrociare un uomo con il gatto, la cosa migliorerebbe l’uomo, ma di certo peggiorerebbe il gatto», ho avvistato una grande scatola nera circondata di persone con la scritta «Audible». Avvicinandomi ho scoperto che si trattava di uno studio di registrazione mobile abitato da autori, narratori e voci celebri che leggevano e interpretavano testi. Gianrico Carofiglio leggeva dal suo ultimo romanzo L’estate fredda. Che cos’è allora Audible? È un produttore e distributore di audiolibri digitali e contenuti audio parlati. Nasce nel 1995 negli USA da un’idea di Donald Katz, giornalista e scrittore appassionato di jogging che dopo anni di corse a Central

con Audible. Gino La Monica, doppiatore italiano, voce storica di Richard Gere e Jeremy Irons, in una intervista su «La Stampa», ha lodato la piattaforma che in un momento di crisi della cultura e della scuola aiuta ad appassionare i ragazzi alla lettura: «leggere non è semplice. Sento che i giovani non sanno leggere: non sanno interpretare già nella loro mente quello che stanno leggendo». Al di là di questo, come ha raccontato il fondatore Donald Katz in una intervista a «WeltN24», penso anch’io che «avere qualcuno che legge per noi è un privilegio» e ci ricorda i momenti felici della nostra infanzia. Insomma, la prossima volta che sul bus o in metro vedete qualcuno assorto tra i suoi pensieri con le cuffiette, non stupitevi: potrebbe essere in ascolto di Toni Servillo che legge Il Gattopardo.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Società e Territorio

Tio, tecnologia mondiale in un contesto locale

Internet Il portale web ticinese, pioniere dell’informazione in rete, compie vent’anni e guarda al futuro:

intervista con il suo direttore, Gianni Giorgetti

Alessandro Zanoli Tio, acronimo internettistico di TicinOnline, quest’anno compie vent’anni. I suoi due decenni di presenza nel nostro cantone non sono passati inosservati ed anzi hanno accompagnato (se non promosso) un cambiamento sociologico rilevante. Quale principale interlocutore e fonte di informazione della popolazione sulla rete, Tio ha saputo cavalcare l’onda dell’innovazione tecnologica costringendo i suoi concorrenti (e persino i suoi partner) ad una costante rincorsa. Gianni Giorgetti è il responsabile di questa azienda che rappresenta una realtà ibrida e moderna: un portale informativo locale che allo stesso tempo funge da collettore pubblicitario, da erogatore di servizi informatici e che pubblica un quotidiano free-press di successo, «20 Minuti». La formula ha destato spesso perplessità tra i concorrenti di tutti e quattro i settori merceologici. Senza troppo curarsi dell’ortodossia Giorgetti ha invece tenuto fede a una sua «visione» iniziale che, a distanza di tempo, si è dimostrata azzeccata. «Non so se sono mai stato avanti o sono rimasto indietro: un dubbio ce l’hai sempre in questo settore. La tecnologia avanza a una velocità talmente brutale che è difficile a volte, riuscire a stare al passo. Proprio questa mattina sono stato a una presentazione centrata sull’ambito editoriale, cartaceo e online, in cui si discuteva dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nella creazione dei contenuti. Devo dire che da un certo momento in poi non capivo più perché ero lì». Informatico di formazione, imprenditore che ha mosso i primi passi nell’era della New Economy di fine 900, Giorgetti rimane ancora oggi di vedetta per scrutare l’orizzonte e cogliere i cambiamenti in arrivo. Nel momento attuale lo troviamo però un po’ perplesso: «Credo che la mia visione in questo momento sia un po’ diversa, leggermente distaccata. Robotizzare, affidare all’intelligenza artificiale, la generazione dei contenu-

ti, che già sono troppi, mi sembra generi il rischio di annullare l’approccio umano. La mancanza di emozione è un fattore con cui dovremo confrontarci nei prossimi anni. E proprio su quello noi stiamo facendo “due passi indietro”. In redazione, sia quella online sia sul giornale cartaceo, siamo decisi a puntare proprio sulla qualità del contenuto, anche a costo di perdere un po’ di lettori». Gli innovatori probabilmente devono pagare in termini di insicurezza la loro situazione di apripista. Giorgetti si sentiva un po’ pesce fuor d’acqua anche all’inizio della sua esperienza alla guida di Tio: «Sì, sono uno dei primi che ha creduto a questa possibilità di far combaciare informazione e pubblicità ma deve fare un passo ancora indietro: forse sono stato uno dei primi o forse l’unico in Ticino che nel 97 aveva seguito un corso parauniversitario alla Bocconi incentrato solo ed esclusivamente su questo concetto. La visione (poi riadattata 50 volte nel corso di questi 20 anni) di un mondo che si apriva, sostenibile visto che era gratuito, in cui si potevano far combaciare le esigenze dell’utente e dell’inserzionista». Ticinonline era nato da una joint venture tra i quotidiani ticinesi e Publicitas, e doveva marcare presenza nell’Internet degli albori, sfruttandone le risorse pubblicitarie: «Diciamo che probabilmente gli stessi ideatori di Ticinonline e tutti coloro che ci stavano attorno non sapevano bene in che direzione andare: per me è stato più semplice proprio per il fatto che nessuno ci credeva» (ride)... Occorre dire in effetti che la ricetta inaugurata da Tio era piuttosto paradossale: aperta sul mondo grazie alle risorse date dalla rete segnò il suo successo grazie alla sua insistente dimensione localistica. Nuovo, nel Cantone, era anche il taglio graffiante del suo stile d’informazione, vicino magari ai modelli di «denuncia pop» da Striscia la Notizia o Le Iene: «Direi che abbiamo importato molto da un concetto di informazione che era essenzialmente americano, quello del “realtime”. In-

Gianni Giorgetti: «il contenuto deve trasmettere emozioni». (Stefano Spinelli)

formavamo su aspetti regionali che un tempo persino ci rimproveravano, gli incidenti e la piccola attualità. Siamo nati geolocalizzati, in un contesto ben preciso, ma ultimamente ci siamo detti che dobbiamo, in rapporto agli anni passati, avere un’informazione che metta in rilievo la realtà svizzera, non solo quella ticinese. Su questo abbiamo lavorato moltissimo, sostenendo costi non indifferenti». Questo interesse coincide naturalmente con l’attuale fisionomia di Tio, unica a livello nazionale: una redazione web che dà forma anche a un quotidiano cartaceo, il «20 Minuti». «Penso che sia l’unico esempio di questo tipo» racconta Gianni Giorgetti. «Quando mi è capitata la patata bollente del progetto da mettere in piedi c’è stato un momento di perplessità. Sembrava proprio di dover iniziare a ragionare al contrario. Alla fine l’ho presa come

una sfida, quella di uscire dalla mentalità del classico editore di carta stampata, usando il nostro stile e adattandolo il più possibile al giornale». In questa rincorsa al futuro a cui costringe l’innovazione tecnologica Ticinonline dovrà sicuramente impegnarsi nei tre principali campi della sua attività: tecnologia, informazione e pubblicità. Cosa vede nel futuro Gianni Giorgetti? «Per ciò che riguarda la tecnologia, ovviamente Internet sarà sempre più su mobile. Siamo arrivati ormai al 70 per cento di traffico su telefono cellulare e il 30 per cento su computer. I dati che ci arrivano sulla Svizzera tedesca danno computer a 20 contro 80; nel nord Europa i numeri sono ancora maggiori. Noi stessi quando creiamo una nuova applicazione, un nuovo prodotto, lo concepiamo partendo dal mobile e poi lo adattiamo al display del computer. Oltre a ciò il

mobile offre la possibilità di fruire dei contenuti più diretta e sull’arco della giornata: un prossimo passaggio sarà tramutare tutti i contenuti in audio. Non mi aspetto che questa idea possa avere un successo particolare, ma è importante acquisire il know-how necessario per bisogni futuri. Continuiamo a considerarci un “lab” in cui si costruiscono e si imparano ad utilizzare mezzi che potranno servire in futuro». Per ciò che riguarda l’informazione abbiamo già parlato in precedenza di «rischio robotizzazione»: «E qui ribadisco che dovremmo fare due passi indietro, non avanti. Il contenuto per noi deve trasmettere emozioni. Non può darle una macchina, un algoritmo: le emozioni le può dare un giornalista che sa scrivere e le trasmette. Sotto questo aspetto faremo sempre meno contenuto e cercando di farlo sempre più di qualità. Poi se l’utente il contesto di qualità lo misurerà sul fatto che trova degli errori nei nostri testi, questo è un discorso abbastanza relativo per noi». Teniamo per ultime le previsioni sul campo pubblicitario, settore che, in fondo, fornisce da sempre l’ossigeno all’informazione: «La pubblicità online si sta spostando in un segmento in cui credo poco, su piattaforme dove è possibile targetizzare il profilo degli utenti, identificati su più livelli. Da lì un inserzionista (senza dover dipendere da agenzie, da consulenze) programma sul suo portale quello che gli serve. Qui c’è un discorso importante di privacy da considerare, e su quello siamo molto rigorosi e severi. Nel pacchetto di informazioni sugli utenti che forniamo ai nostri inserzionisti noi ci limitiamo a dati minimi: in che regione vivono, di che sesso sono, quali argomenti li interessano. In altri contesti c’è chi va oltre, perché la rilevazione di dati per generare profili degli utenti oggi è avanzatissima. Basta guardare Facebook, che tutti usano senza sapere che lì dentro stanno targetizzando ogni minuzia. Una situazione estremamente invasiva, che non so per quanto effettivamente potrà continuare».

Tutti in pista con Mario Kart 8 Deluxe

VideogiochiLa versione per la Switch del classico della Nintendo è la migliore della serie Davide Canavesi Di Nintendo Switch abbiamo già parlato in passato, lodandone il concetto di console ibrida ma evidenziando anche una certa scarsità di titoli disponibili. Nintendo ne è ben cosciente e questo mese ha pubblicato un gioco che osiamo inserire nella categoria delle «killer app», ovvero quei titoli talmente attesi da invogliare i giocatori a comprare una nuova console. Mario Kart 8 Deluxe, riedizione del titolo originale

uscito su Wii U, passato un po’ in sordina a causa delle scarse vendite della scorsa ammiraglia Nintendo. Dopo il travolgente successo di The Legend of Zelda: Breath of the Wild, il marchio giapponese continua dunque a spingere in modo molto aggressivo la neonata Switch, tentando di replicare il successo di Wii di una decina d’anni fa. Mario Kart è una serie che si è guadagnata il titolo di classico dei videogiochi. I giocatori con qualche annetto in più sulle spalle si ricorderanno delle

42 personaggi e ambientazioni «cartoonesche» animano la nuova divertente versione di Mario Kart. (2017 Nintendo)

infinite corse con gli amici nei pomeriggi piovosi e, mamme permettendo, pure in quelli assolati. Un gioco basato su un concetto semplice e divertente: esilaranti corse in go-kart guidati dai personaggi dell’universo di Super Mario. Sfide basate su astuzia e abilità senza però dimenticare una certa dose di fortuna. Da sempre infatti le piste di Mario Kart sono disseminate di casse bonus che forniscono ai corridori armi offensive e difensive come gusci di tartaruga, bucce di banana e funghetti turbo. In Mario Kart 8 Deluxe tutto questo non cambia. Anzi, a differenza della versione originale uscita su Wii U, aggiunge parecchi contenuti extra in grado di aumentare sensibilmente il potenziale di gioco. Nel menu troviamo 12 Gran Premi, prove a tempo, sfide e battaglie per un totale di 48 tracciati, diverse arene e 42 personaggi da scegliere come piloti. Le ambientazioni sono tutte molto colorate e «cartoonesche», tratte dai vari mondi di Super Mario e da altri titoli della Nintendo. Come tradizione, avremo a disposizione un mix di piste inedite e una selezione di alcune migliori

piste classiche della serie, reimmaginate in chiave moderna. La modalità battaglia, ingiustamente maltrattata su Wii U, ritorna più in forma che mai. Ora abbiamo a disposizione delle vere arene create apposta con questo tipo di corse. Che si tratti della caccia ai palloncini, di una sfida al raccogliere più monete possibili oppure della modalità Ruba il Sole Custode (una versione su ruote di ruba bandiera) non possiamo che lodare lo sforzo profuso nello svecchiare e migliorare una delle componenti più divertenti di questa serie. Nintendo ha compiuto sforzi anche per correggere alcuni problemi della scorsa edizione. Finalmente è di nuovo possibile tenere due armi allo stesso tempo, ripristinando quell’approccio tattico che gli amanti della serie ben conoscono e sanno sfruttare. Al contempo, ora ci sono anche delle facilitazioni sia per quanto riguarda le curve e il gas che permettono ai più giovani di giocare senza doversi preoccupare di troppi tasti allo stesso tempo. Un vero exploit per accontentare diverse tipologie di giocatori.

Mario Kart 8 Deluxe in solitaria è divertente ma lo è molto di più in compagnia. Grazie alle peculiarità di Nintendo Switch è possibile giocare in due con i controller forniti con la console, sia sullo schermo da 7 pollici del device sia sulla TV del salotto. Va detto che condividere i minuscoli Joycon (così si chiamano i controller di Switch) in due non è molto comodo. Si tratta di una scelta valida per qualche partita in viaggio, sul treno o in aeroplano, che però sconsigliamo per partite prolungate. Tuttavia è anche possibile condividere il gioco in 4 persone aggiungendo dei controller extra oppure collegando fino a 8 Switch in rete locale per tornei da 16 persone. Esiste anche la modalità online ma troviamo che il divertimento maggiore sia sfidare gli amici di persona. Mario Kart 8 Deluxe non ha molti difetti. È una riedizione, certo, ma in questo caso non è un dramma perché è forse il migliore della serie mai uscito e le aggiunte della versione Switch lo elevano ancor più dell’originale.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Le ombre del domani Sempre più spesso capita di avvertire segnali che annunciano trasformazioni sociali e culturali che vanno profilandosi all’orizzonte; linee di tendenza che segnano una via ancora incerta, ma che probabilmente è inevitabile percorrere. E, lungo il percorso di questa via, cala la sera e scende il buio. Un segnale che avverto sempre più nettamente è dato dal proliferare di libri che s’interrogano sull’imminente futuro: i cambiamenti in atto, che si succedono sempre più rapidi, travolgono convinzioni e modi di vivere che sono durati per secoli; nuove possibilità meravigliose si aprono come finestre sul sole; ma quella luce annuncia anche un tramonto. Il tramonto traspare nell’inquietudine delle domande che accompagnano l’affacciarsi di nuove conquiste: ci sarà ancora lavoro per gli uomini, ora che le macchine li vanno sostituendo? E che ne sarà dei troppi disoccupati? La me-

dicina e le biotecnologie promettono nuove sorprendenti terapie e favolosi prolungamenti della vita; ma come reggerà la società allo squilibrio tra le generazioni e alla gigantesca crescita dei problemi dell’assistenza sociale? Come sopravvivranno le botteghe e i supermercati nell’era dell’e-commerce? Quante aziende chiuderanno sotto la pressione della globalizzazione? Si potrà uscire dall’instabilità finanziaria? Saremo sempre connessi in rete, grazie agli occhiali digitali e ad altri impianti tecnologici; ma che ne sarà dei rapporti umani e delle amicizie reali che si dissolvono nelle relazioni virtuali? Fino a quando reggeranno le fonti energetiche, con un consumo di energia che cresce costantemente? Si riuscirà a porre fine al terrorismo che dilaga? E si potrà porre un freno al degrado dell’ambiente?... Le domande potrebbero continuare e continuare, ma è inutile farlo: non

ci sono risposte. O meglio, ce ne sono moltissime – quelle ottimistiche, quelle pessimistiche e quelle catastrofiche. Il che vale a dire: nessuna risposta. Tutto è possibile. E fin qui, nulla di nuovo: tutto è sempre stato possibile. Solo che, per quasi tutta la storia dell’umanità, ogni generazione vedeva ancora un mondo abbastanza ripetitivo; oggi il cambiamento incalza, e nessuno lo dirige: il «progresso» assomiglia a una macchina impazzita che procede con accelerazione crescente, senza direzione e senza meta. Servirebbe un governo mondiale per progettare un futuro consapevole; ma una simile soluzione – che Kant suggeriva nel 1795 come unica via per garantire una pace perpetua – è ben lontana dall’apparire realistica. Certo, non è il caso di abbandonarsi al pessimismo e allo sconforto. Ogni epoca – e quella contemporanea in particolare – è sempre stata contrassegnata da momenti di crisi dai quali

si è sempre usciti (per passare magari a quello successivo): quando, nell’Ottocento, la rivoluzione industriale sconvolse tutta l’economia agricola e commerciale, ci fu chi, come Marx ed Engels, credette che solo una rivoluzione mondiale avrebbe posto fine alle terribili condizioni della classe operaia e allo sfruttamento del proletariato; poi, da quelle stesse industrie che avevano esasperato la povertà, venne un benessere crescente che accompagnò e sostenne l’evoluzione verso l’equità e la solidarietà sociale. Dunque, non necessariamente ogni grande trasformazione storica presenta solo aspetti drammatici; ma sono proprio le fasi di transizione dal vecchio al nuovo le più difficili da affrontare. Ecco perché uno sguardo lungimirante, capace di intravedere il futuro, potrebbe aiutare ad accoglierlo senza troppi traumi. D’altra parte, il nostro tempo è anche poco incline a preoccuparsi del futuro;

anzi, l’antropologo Marc Augé, nel suo libro Che fine ha fatto il futuro?, sostiene che per la gente d’oggi il futuro è praticamente sparito: si vive immersi nel presente, in un consumo immediato di piaceri che toglie il bisogno di sperare in un domani migliore e la voglia di progettare e costruire un futuro diverso dal presente. Così oscilliamo tra un presente statico e un futuro che incalza con le sue incognite e addensa ombre – ombre nuove e altre già note: nel 1935 lo storico olandese Johan Huizinga pubblicò Nelle ombre del domani, il libro in cui s’interrogava sui cambiamenti profondi, in campo etico e morale, indotti dal prorompere dei nazionalismi. Sarà una pura coincidenza, ma i nazionalismi sembrano riemergere con forza crescente anche oggi, nell’era della globalizzazione. Le luci e le ombre si accompagnano sempre, non c’è una luce che non proietti anche un’ombra.

nato poi a sua volta da tutti i seguaci di Maharishi – il guru indiano dei Beatles nato pure lui nel 1911 – tranne uno, un certo Albert che medita ancora per anni, nove ore al giorno, in una delle duecento stanze dell’ex hotel di lusso. Nel tempo libero girava su una moto Guzzi 750 con targa tedesca. Alla morte di Maharishi nel 2008, Albert salta sulla moto e torna in India lasciando le stanze a caprioli e vagabondi. Dalla barriera sbircio le sobrie linee del ferro battuto della pensilina d’ingresso. M’incammino a naso sapendo che la fontana è vicina alla funicolare. Le varie attrazioni, tra le quali il faro voltiano, sono tutte indicate. La fontana del Campari a Brunate (751 m) no ed è felicemente da trovare. Rose rosse finte per un poeta bulgaro. Ben due lapidi marmoree commemorative ricordano la morte di Penčo Slavejkov qui all’hotel Bellavista il dieci giugno 1910. Una con effigie in bronzo a cura dell’unione degli scrittori bulgari e una più piccola a cura dei bulgari studenti a Padova. Incomincia a tuonare, meglio

non distrarsi. Proseguo e trovo due cartelli: ville liberty, panorami. Benché l’inatteso plurale di panorama mi attira allo stesso tempo del percorso liberty, torno indietro. Mi ricordo solo ora che le poche notizie sulla fontana del Campari dicevano «sotto la funicolare». Scendo le scale attorniate da notevoli rocailles tipo dolmen. Via Roma, odore forte dei fiori di sambuco accentuato dalla pioggia. La vista è qualcosa, il Lario è blu cobalto scuro, un gruppo di iris fa capolino da un giardino. Qualche passo e avvisto il travertino della fontana pubblicitaria. Campari campeggia cesellato in maiuscolo e in rilievo, due volte. Sotto un mascherone affiancato da due putti musicali. L’aperitivo sottolinea la prima scritta, mentre liquor la seconda che da vicino si nota che è sormontata da una quinta scritta: Cordial. È il Cordial Campari, creato da Davide Campari nel 1887 a base di distillato di lamponi e oggi fuori commercio. Due colonne scanalate accrescono la monumentalità dell’opera. Non per niente Gronchi,

autore tra l’altro degli animali sulla facciata della stazione centrale di Milano, è stato un esponente prolifico della monumentomania. Le colonne dicono siano state decapitate: c’erano le teste di Mussolini e Vittorio Emanuele II. Eppure, confrontando le altre due fontane rimaste intatte in Toscana, le teste non sono le loro. Schiaccio uno dei due pesciolini d’oro e schizza acqua, mica campari né seltz per il campari. Papaveri affrescati risaltano sulla facciata di Villa Giuliani, proprietà un tempo della famiglia dell’amaro medicinale Giuliani e oggi sede degli alpini. Qui nei dintorni ci sarebbe ancora il Villino Elisi (1912), benché rimaneggiata è l’unica casa realizzata in vita da Antonio Sant’Elia caduto a ventottanni sul Carso. Ma diluvia e mi metto al riparo per farmi un campari. E mi viene in mente l’inarrivabile slogan di Depero che accompagna il disegno di un uomo con l’ombrello al contrario e il manico come una cannuccia: «Se la pioggia fosse di Bitter Campari».

ideologico: i più capaci, che aspirano a cambiare il mondo, scelgono la strada per la Silicon Valley, dov’è ancora possibile creare e sognare. Mentre la politica, vera e propria, non è più una professione che implica una vocazione (in tedesco, precisa, Bierling «Beruf» definisce le due cose). Il fenomeno, del resto, in forme diverse, si registra anche nel microcosmo ticinese, dove, anzi, le piccole dimensioni lo rendono, più evidente. È sotto gli occhi di tutti: i talentuosi, i coraggiosi, i curiosi trovano terreni più favorevoli nell’imprenditoria, nell’architettura, nella ricerca medico-scientifica, nell’informatica, nei media, ma, la precisazione è d’obbligo, dietro le telecamere. Mentre, i politici sono costretti a trovarsele davanti. Ora, questo ruolo di protagonista, imposto dall’era dell’immagine, ha messo insidiosamente alla prova i nostri politici, magari non proprio favoriti dal vocabolario e dall’aspetto, fattori un tempo secondari, che adesso

rivestono un’importanza spropositata. E sono queste comparsate televisive a incidere sulle sorti di candidati, magari competenti, ma privi della capacità di bucare lo schermo. Di cui fu, invece, un impareggiabile maestro Giuliano Bignasca, presentandosi vestito da postino e sfoggiando un linguaggio diretto, in stile popolare-populista. In altre parole, il progresso tecnologico, che successivamente avrebbe comportato i social, ha inciso profondamente sulla figura del politico, in lizza o in carica, costringendolo ad affrontare una ribalta che i suoi predecessori non potevano neppure immaginare. Dei quali si sono, non di rado, sopravvalutate le capacità e lo spessore intellettuale. Alcuni meritano il rimpianto, ed è il caso di Claudio Generali, recentemente scomparso, che, del resto sul video se la cavava benissimo. Altri, invece, appartenenti a precedenti generazioni, continuano ad avere soltanto il merito di essere nati prima.

A due passi di Oliver Scharpf La fontana del Campari a Brunate È da una vita che ci voglio andare a Brunate: location mancata di un film di Fellini mai realizzato intitolato Una donna sconosciuta. Tutte le volte che passavo via in treno da Como mi rapivano quelle ville appollaiate lassù. Come pure ogni volta che scendevo alla stazione di Como, mi veniva voglia di salire a Brunate. Poi ho sempre rimandato, catalogando questo luogo tra quelli che si tengono in sospeso, come alcune cose, cullando il sogno. L’occasione per andarci è la scoperta, l’altro giorno, dell’esistenza di una curiosa fontana degli anni Trenta. È una delle tre rimaste di una serie di dodici commissionata dall’azienda fondata da Gaspare Campari (18281882), l’inventore del famoso aperitivo nel 1860 a Novara, sbarcato poi nel cuore di Milano. L’autore della fontana è invece lo scultore fiorentino Giuseppe Gronchi (1882-1944). Così, un pomeriggio di pioggia verso la fine di maggio, cammino spedito senza ombrello per le strade di Como. La funicolare per

Brunate dal 1894 si trova vicino al lago e la facciata stile chalet eclettico della sua stazione vale già la pena. Preludio pseudoalpino alle alture cittadine. Un venditore di ombrelli del Bangladesh mi propone un ombrello ma rifiuto, stupidamente. Nonostante il tempo ci sono diversi turisti. Alle quattro e mezza si parte per la passeggiata ascensionale. Cinque minuti neanche e acchiappo con l’occhio, dal finestrino, i primi ghirigori liberty di un cancello floreale in ferro battuto. Paese di barometrai nell’Ottocento, luogo di villeggiatura dei milanesi nel secolo scorso – un po’ come Lanzo d’Intelvi, Varese, Faido – Brunate è un covo unico per gli amanti del liberty e dell’eclettismo. Spettrale svetta il Grand Hotel Milano con le finestre sventrate e sullo sfondo il cielo minaccioso. Sorto nel 1911 su progetto dell’architetto Achille Manfredini di Catanzaro, cade in abbandono nel 1978. Dall’epoca bella alla rovina assoluta, conosce a metà anni Ottanta una parentesi come centro di meditazione trascendentale. Abbando-

Mode e modi di Luciana Caglio Tempi di nostalgia anche in politica «Ci vorrebbe un nuovo Churchill»: quante volte l’abbiamo letto e sentito, nei commenti di giornalisti, politologi, storici, impegnati a decifrare la situazione mondiale. Tanto ingarbugliata che, forse, soltanto il geniale intuito dello statista britannico sarebbe in grado di districare. Lui, infatti, c’era riuscito. Unico fra i governanti dell’epoca, gli anni 30, aveva presagito la minaccia hitleriana a cui si doveva reagire senza esitazioni. Scrivendo così una pagina di storia decisiva, che costituisce un’eredità morale e culturale sempre attuale, a cui attingere. È il privilegio raro che spetta a pochi, anche in politica, dove i grandi talenti non si sprecano: ieri come oggi. E qui si tocca il fattore-epoca che, nella nostra quotidianità, ha conquistato rilievo e popolarità innescando continui paragoni, per non dire scontri, sul piano dei valori, in definitiva fra bene e male. Da cui, il passato esce sempre più vincente. Sia chiaro: il risultato si basa, non tanto su dati scientificamen-

te accertati, quanto su umori che sono nell’aria, portati dal vento della nostalgia. Che spira soprattutto nei paesi più evoluti, più colti, e commercialmente più ricettivi, dove influisce su abitu-

Nostalgia di politici lungimiranti. (Keystone)

dini, consumi, opinioni, ideologie. Si assiste a un continuo rimpiangere: i cibi genuini della nonna, gli effetti curativi delle erbe, le stagioni che, una volta, erano quelle giuste, l’aria pulita, e via dicendo, fino a coinvolgere l’ambito politico. Proprio qui, la nostalgia la fa da padrone, favorita, del resto, dai governanti del momento. Fra Roosevelt e Trump, il confronto è persino improponibile. Per non parlare di Putin, Erdogan, Kim Jong Un: insomma, personaggi che giustificano la nostalgia e il pregiudizio che l’alimenta. Al di là di questi casi estremi, è un fatto che la politica, come mestiere e carriera, in grado di assicurare prestigio, successo, persino ricchezza, sta perdendo potere d’attrazione. Il caso americano rimane simbolico: la prima potenza mondiale non riesce a produrre personalità all’altezza di compiti sempre più esigenti, e in un certo senso rischiosi. Come osserva il politologo tedesco, Stephan Bierling, sta avvenendo una selezione di tipo etico e


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Ambiente e Benessere L’inferno di Modern Nature Jarman fa i conti con il proprio padre e con un mondo omofobo e spaventato dal dionisiaco

L’incontro con l’altro, in viaggio Anche i viaggiatori più desiderosi di un’esperienza autentica raramente riescono a evitare malintesi e stereotipi pagina 17

Un pane da brunch Ottimo da gustare a colazione, squisito come contorno di una ricca grigliata estiva pagina 18

Le proprietà del mirtillo In fitoterapia ha molta importanza ed è utilizzato sia per prevenzione sia per cura

pagina 19

pagina 15

«Città dell’energia», un marchio responsabile

Prevenire prima di cadere

GeriatriaPer i suoi cent’anni, Pro Senectute accende i riflettori sulla prevenzione delle cadute nella persona anziana

I membri del consultorio per la prevenzione di incidenti, composto da esponenti di Pro Senectute, Ufficio prevenzione infortuni, Promozione Salute Svizzera, Lega svizzera contro il reumatismo, Demoteam e Physioswiss. (Keystone)

SostenibilitàUn programma che incita

a un agire responsabile e rispettoso dell’ambiente con progetti a favore delle energie rinnovabili, di una mobilità ecologica e di un uso efficiente delle risorse

In Ticino sono una ventina, in Svizzera oltre 400. Parliamo delle «Città dell’energia», Comuni o città che hanno ricevuto questo marchio di qualità in virtù di progetti a favore delle energie rinnovabili, di una mobilità ecologica e di un uso efficiente delle risorse. Il label è in sostanza un riconoscimento per i Comuni che adottano una politica energetica sostenibile. Ad esempio, promuovendo interventi a livello di pianificazione, di edifici o d’impianti comunali, nell’approvvigionamento e smaltimento, nella mobilità ma anche nell’organizzazione, nella comunicazione e nella cooperazione. Come spiega la presentazione dell’iniziativa promossa da SvizzeraEnergia, «il programma Città dell’energia non è solo un marchio di qualità ma un procedimento continuo che porta il Comune al label e quindi alla concretizzazione di una politica energetica comunale sostenibile». Sostenibilità che concretamente significa applicare provvedimenti mirati per migliorare l’ambiente, il clima e, in sostanza, la qualità di vita della popolazione. Attualmente sono già oltre quattro milioni le persone che vivono in una «Città dell’energia» in Svizzera, un marchio garantito da una commissione nazionale e da un’ampia rete di esperti, i quali offrono pure un sostegno tramite programmi promozionali e strumenti di supporto alla realizzazione. Per ottenere il label, il comune deve aver già realizzato o deciso formalmente almeno il 50 per cento delle misure, mentre in seguito la Commissione verifica regolarmente, con scadenza quadriennale, l’attuazione dei provvedimenti, continuamente adattati alle conoscenze tecniche e di politica energetica. I vantaggi per i comuni? Oltre alle migliori condizioni di vita, a un’elevata qualità abitativa e a un ambiente attrattivo, i progetti consentono dinamismo, incitando la ricerca e la realizzazione di soluzioni innovative e

sostenibili, traducibile spesso anche in vantaggi economici. Gli strumenti a disposizione delle potenziali «Città dell’energia» sono veramente molti e alcuni esempi permettono di capire come ci siano infinite soluzioni per migliorare la qualità di vita, che rimane lo scopo principale di tutto il progetto. Si spazia da semplici indicazioni sulla politica energetica del Comune per informare e sensibilizzare la popolazione, alla promozione di servizi di trasporto Pedibus, stazioni per bici elettriche o anche una partecipazione all’iniziativa nazionale «bike to work» (al lavoro in bicicletta). Il Comune può inoltre sensibilizzare (con bollettini, pagina web, consigli o articoli) sui temi d’efficienza energetica, energie rinnovabili e mobilità sostenibile. Apprezzati sono anche i consigli pubblicati sul calendario dei rifiuti oppure l’organizzazione di eventi, come il mercatino dell’usato o il mercatino con giochi solari e in legno. La distribuzione di apparecchi a basso consumo (lampadine, prese) o la promozione di prodotti per il risparmio dell’acqua sono di certo mezzi efficaci che i candidati possono adottare. Non mancano strumenti a favore delle energie rinnovabili: programmi d’incentivazione, visita d’impianti o partecipazione attiva alla Giornata del sole, un evento nazionale dove conoscere le opportunità offerte da questa immensa fonte energetica. Un punto importante nella «lista di idee e prodotti per le attività» di SvizzeraEnergia concerne gli edifici, sia quelli comunali da gestire in modo sostenibile, sia quelli privati dove si possono pure incentivare risanamenti energetici o altre misure a favore dell’ambiente e della sostenibilità. La Confederazione sostiene fortemente le «Città dell’energia», commentando positivamente questo grande progetto: «Con la decisione del maggio del 2011 di abbandonare gradualmente il nucleare, il Consiglio federale e il Parlamento sono entrati in una nuova dimensione dove efficienza

Maria Grazia Buletti

In Svizzera le «Città dell’energia» sono 400, una ventina in Ticino. (Ufficio Federale dell’Energia)

energetica ed energie rinnovabili sono decisive per un futuro più efficiente, più sicuro e sempre meno fossile. Le “Città dell’energia” rappresentano il successo di questa politica». Secondo la consigliera federale Doris Leuthard, a capo del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (Datec), nonché presidente della Confederazione svizzera per l’anno 2017, «la svolta energetica sarà possibile soltanto se, per i trasporti e la produzione di calore, si ridurrà il consumo di energia fossile importata dall’estero, si incrementerà sostanzialmente l’utilizzazione efficiente dell’energia e se saranno ampliati i potenziali dei vettori energetici rinnovabili, abbattendo lo scetticismo nutrito nei confronti di singoli progetti». E sono proprio i Comu-

ni, grazie al loro contatto diretto con la popolazione, a giocare un ruolo centrale nell’attuazione della strategia energetica 2050, che lo scorso 21 maggio ha aggiunto un altro importante tassello, con l’approvazione da parte del popolo della legge sull’energia (LEne). Per il Consiglio federale, anche oltre i confini delle Città, in un contesto più ampio e in spazi funzionali, si possono ottenere dei successi di questo tipo, grazie a un coordinamento, nonché una politica interconnessa a livello di territorio, trasporti ed energia: «Soltanto con questo approccio sarà possibile condurre il Paese verso uno sviluppo sostenibile dove le Città dell’energia trovino le giuste sinergie per creare delle Regioni Energia». La situazione in Ticino (stato marzo 2017) vede tra le Città dell’energia (in ordine alfabe-

tico): Arbedo-Castione, Bellinzona, Bioggio, Canobbio, Chiasso, Coldrerio, Croglio, Giubiasco, CugnascoGerra, Gambarogno (la consegna della certificazione avrà luogo il prossimo 3 giugno), Gordola, Locarno, Lumino, Maroggia, Melano, Mendrisio, Minusio San Antonino e Stabio. Lumino è pure Città dell’energia GOLD, marchio assegnato ai Comuni che hanno attuato almeno il 75 per cento dei possibili provvedimenti. Indirizzi e informazioni

www.cittadellenergia.ch e cittadellenergia.info Direzione Svizzera italiana TI e GR, Claudio Caccia, 6670 Avegno, Tel. 091 796 36 03, svizzeraitaliana@cittadellenergia.ch

Pro Senectute Svizzera compie 100 anni. E in Ticino li festeggia martedì 6 giugno in Piazza San Carlo a Lugano, dalle 10.00 alle 17.00. «Questo evento ci permette di presentare alcuni esercizi della Campagna nazionale di sensibilizzazione sull’importanza del movimento, e si potranno chiedere maggiori informazioni circa l’offerta di Pro Senectute Ticino e Moesano», spiega la responsabile Creativ Center (SportFormazione-Vacanze) di Pro Senectute Sibilla Frigerio Zucchetti. Ginnastica e movimento sono di fatto la migliore via di prevenzione delle cadute cui l’anziano può facilmente incappare, con conseguenze talvolta molto pesanti. «L’epidemiologia dimostra che le cadute aumentano per incidenza nelle decadi più avanzate della vita», afferma dal canto suo il geriatra Graziano Ruggieri, membro di Comitato di Pipa (Prevenzione degli incidenti delle persone anziane), partner di Pro Senectute Ticino e Moesano. I dati statistici del 2012 raccolti da ISS (Inchiesta Svizzera sulla salute) parlano chiaro: il 26,1 percento della popolazione ticinese sopra i 65 anni è caduto negli ultimi 12 mesi. Sono considerate tutte le cadute, comprese quelle senza conseguenze. In termini assoluti, ciò significa che all’incirca 18’800 anziani sono caduti nel 2012, fra i 72’000 residenti in Ticino. «Questi episodi comportano altresì costi materiali diretti e indiretti come costi di cure, riabilitazione o entrata precoce in casa per anziani», spiega il geriatra dottor Fabiano Meroni, membro del Consiglio di fondazione di Pro Senectute Ticino e Moesano. Lo conferma la statistica: nel 2015 i costi diretti e indiretti inerenti questo tipo di incidenti nell’anziano a livello svizzero ammontavano a 1,6 miliardi

di franchi e, includendo anche i costi sociali, si arriva a 6,8 miliardi di franchi. Con l’avanzare dell’età, abbiamo una diminuzione della flessibilità e dell’equilibrio, ma il tema delle cadute nell’anziano è molto più ampio e include una serie di fattori di cui dobbiamo tenere conto, ci spiega il dottor Meroni: «Invecchiando le persone cambiano il modo di camminare; si tratta di modificazioni fisiologiche nelle quali osserviamo un passo la cui ampiezza si riduce. Viene meno la muscolatura e l’anziano si trova a fare passi più piccoli, con una cadenza più veloce che causa una maggiore instabilità». Oltre al problema muscolare e di stabilità, il nostro interlocutore spiega come anche il sistema nervoso centrale («preposto al controllo dell’equilibrio e della camminata») ci metta del suo nel rendere il cammino più stabile, faticando talvolta a elaborare e adattare al meglio le informazioni che giungono dai piedi e dalle gambe. «I problemi di equilibrio e di cammino aumentano progressivamente con l’età, e a questo invecchiamento fisiologico vanno ad aggiungersi una serie di fattori rischio legati a problemi cerebrali, alla muscolatura, allo stato delle ossa, insieme a problemi generati da malattie croniche come artrosi, e a come si è vissuto: chi sarà stato sedentario avrà più problemi a mobilizzarsi, o chi è in sovrappeso avrà meno stabilità ed elasticità e via dicendo». Le conseguenze di una caduta possono essere subdole: «Nell’anziano, la caduta può generare un circolo vizioso che può indurre un calo della qualità della vita: un semplice trauma, o una frattura derivante da una caduta, può portare a un periodo di scarsa mobilità che si ripercuoterà a livello fisico con una diminuzione ulteriore della muscolatura, con minore esercizio e movimento, rendendo l’anziano più fragile».

Il dottor Meroni ricorda anche l’aspetto psicologico che una caduta comporta: «Parliamo di Post Fall Syndrom (Sindrome del dopo caduta) che induce il soggetto ad avere paura di cadere nuovamente e lo spinge a uscire meno, a essere ancora più insicuro, con conseguenze psicologiche di non poco conto come depressione, perdita di fiducia in sé stessi e isolamento sociale». Conseguenze pesanti, talvolta presenti anche in persone che hanno paura di cadere senza essere mai cadute: «Questo è un fattore ulteriormente limitante, in quanto la Sindrome del dopo caduta è un ulteriore fattore di rischio, poiché l’anziano tende ad assumere posizioni di protezione alla caduta che sono poco naturali e che lo espongono maggiormente a rischio di caduta». È un tema sanitario e sociale, le cui conseguenze irradiano a 360 gradi. Un grande aiuto passa attraverso la prevenzione, medica e sociale. «Noi geriatri

spingiamo sempre i medici di famiglia a porre agli anziani domande inerenti i loro disturbi di cammino o di equilibrio, chiedendo loro se sono mai caduti nell’ultimo anno, perché parecchi non lo raccontano spontaneamente, soprattutto se la caduta non ha comportato conseguenze apprezzabili», spiega il dottor Meroni, affermando che ciò permette al medico di focalizzare una migliore valutazione sui rischi correlati: «Se il paziente racconta di essere caduto, indaghiamo sulle sue eventuali paure che l’evento si ripeta; chiediamo se esce accompagnato o da solo, con il bello o brutto tempo e così via. Cerchiamo di comprendere se siamo dinanzi a un anziano che necessita di essere seguito e, se del caso, affrontiamo aspetti come i problemi ambientali in casa (tappetini antisdrucciolo in bagno, scalini e quant’altro)…». Dal canto suo, Pro Senectute Svizzera, e la sua omologa Ticino e Moesa-

BUONO – Gambe forti per camminare sicuri In occasione delle celebrazioni per i suoi 100 anni, Pro Senectute mette a disposizione un espositore da tavolo, realizzato assieme alla Lega svizzera contro il reumatismo, Ufficio prevenzione infortuni, physioswiss e Promozione Salute Svizzera, contenente una serie di esercizi ginnici che permettono di conservare forza, stabilità ed equilibrio fino a un’età avanzata. L’espositore può essere ritirato gratuitamente, fino a esaurimento delle scorte, presentando questo tagliando allo stand di Pro Senectute organizzato in Piazza San Carlo a Lugano il 6 giugno in occasione della festa per il centenario. Per maggiori informazioni: www.camminaresicuri.ch

no focalizzano la prevenzione sull’importanza del movimento delle persone anziane come mezzo indiscutibilmente adeguato a evitare le cadute. «Proponiamo attività sportive “over 60”, gestite da monitori Pro Senectute, come Acqua Fitness, Danza popolare, Ginnastica in palestra, Ginnastica dolce…», spiega Sibilla Frigerio Zucchetti, sottolineando come nella ginnastica in palestra e «da seduti» siano inseriti ogni volta esercizi sull’equilibrio e sul rinforzo muscolare adatti proprio a prevenire le cadute. La responsabile Creativ Center di Pro Senectute sottolinea ancora l’importanza della Campagna di sensibilizzazione (il cui programma della giornata del 6 giugno è su www.prosenectute.org): «Vogliamo motivare le persone a praticare movimento nel quotidiano, attraverso esercizi adeguati; cerchiamo di favorire la partecipazione alle nostre proposte di movimento in gruppo, pure a vantaggio della socializzazione».

Elia Stampanoni


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Ambiente e Benessere L’inferno di Modern Nature Jarman fa i conti con il proprio padre e con un mondo omofobo e spaventato dal dionisiaco

L’incontro con l’altro, in viaggio Anche i viaggiatori più desiderosi di un’esperienza autentica raramente riescono a evitare malintesi e stereotipi pagina 17

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Le proprietà del mirtillo In fitoterapia ha molta importanza ed è utilizzato sia per prevenzione sia per cura

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«Città dell’energia», un marchio responsabile

Prevenire prima di cadere

GeriatriaPer i suoi cent’anni, Pro Senectute accende i riflettori sulla prevenzione delle cadute nella persona anziana

I membri del consultorio per la prevenzione di incidenti, composto da esponenti di Pro Senectute, Ufficio prevenzione infortuni, Promozione Salute Svizzera, Lega svizzera contro il reumatismo, Demoteam e Physioswiss. (Keystone)

SostenibilitàUn programma che incita

a un agire responsabile e rispettoso dell’ambiente con progetti a favore delle energie rinnovabili, di una mobilità ecologica e di un uso efficiente delle risorse

In Ticino sono una ventina, in Svizzera oltre 400. Parliamo delle «Città dell’energia», Comuni o città che hanno ricevuto questo marchio di qualità in virtù di progetti a favore delle energie rinnovabili, di una mobilità ecologica e di un uso efficiente delle risorse. Il label è in sostanza un riconoscimento per i Comuni che adottano una politica energetica sostenibile. Ad esempio, promuovendo interventi a livello di pianificazione, di edifici o d’impianti comunali, nell’approvvigionamento e smaltimento, nella mobilità ma anche nell’organizzazione, nella comunicazione e nella cooperazione. Come spiega la presentazione dell’iniziativa promossa da SvizzeraEnergia, «il programma Città dell’energia non è solo un marchio di qualità ma un procedimento continuo che porta il Comune al label e quindi alla concretizzazione di una politica energetica comunale sostenibile». Sostenibilità che concretamente significa applicare provvedimenti mirati per migliorare l’ambiente, il clima e, in sostanza, la qualità di vita della popolazione. Attualmente sono già oltre quattro milioni le persone che vivono in una «Città dell’energia» in Svizzera, un marchio garantito da una commissione nazionale e da un’ampia rete di esperti, i quali offrono pure un sostegno tramite programmi promozionali e strumenti di supporto alla realizzazione. Per ottenere il label, il comune deve aver già realizzato o deciso formalmente almeno il 50 per cento delle misure, mentre in seguito la Commissione verifica regolarmente, con scadenza quadriennale, l’attuazione dei provvedimenti, continuamente adattati alle conoscenze tecniche e di politica energetica. I vantaggi per i comuni? Oltre alle migliori condizioni di vita, a un’elevata qualità abitativa e a un ambiente attrattivo, i progetti consentono dinamismo, incitando la ricerca e la realizzazione di soluzioni innovative e

sostenibili, traducibile spesso anche in vantaggi economici. Gli strumenti a disposizione delle potenziali «Città dell’energia» sono veramente molti e alcuni esempi permettono di capire come ci siano infinite soluzioni per migliorare la qualità di vita, che rimane lo scopo principale di tutto il progetto. Si spazia da semplici indicazioni sulla politica energetica del Comune per informare e sensibilizzare la popolazione, alla promozione di servizi di trasporto Pedibus, stazioni per bici elettriche o anche una partecipazione all’iniziativa nazionale «bike to work» (al lavoro in bicicletta). Il Comune può inoltre sensibilizzare (con bollettini, pagina web, consigli o articoli) sui temi d’efficienza energetica, energie rinnovabili e mobilità sostenibile. Apprezzati sono anche i consigli pubblicati sul calendario dei rifiuti oppure l’organizzazione di eventi, come il mercatino dell’usato o il mercatino con giochi solari e in legno. La distribuzione di apparecchi a basso consumo (lampadine, prese) o la promozione di prodotti per il risparmio dell’acqua sono di certo mezzi efficaci che i candidati possono adottare. Non mancano strumenti a favore delle energie rinnovabili: programmi d’incentivazione, visita d’impianti o partecipazione attiva alla Giornata del sole, un evento nazionale dove conoscere le opportunità offerte da questa immensa fonte energetica. Un punto importante nella «lista di idee e prodotti per le attività» di SvizzeraEnergia concerne gli edifici, sia quelli comunali da gestire in modo sostenibile, sia quelli privati dove si possono pure incentivare risanamenti energetici o altre misure a favore dell’ambiente e della sostenibilità. La Confederazione sostiene fortemente le «Città dell’energia», commentando positivamente questo grande progetto: «Con la decisione del maggio del 2011 di abbandonare gradualmente il nucleare, il Consiglio federale e il Parlamento sono entrati in una nuova dimensione dove efficienza

Maria Grazia Buletti

In Svizzera le «Città dell’energia» sono 400, una ventina in Ticino. (Ufficio Federale dell’Energia)

energetica ed energie rinnovabili sono decisive per un futuro più efficiente, più sicuro e sempre meno fossile. Le “Città dell’energia” rappresentano il successo di questa politica». Secondo la consigliera federale Doris Leuthard, a capo del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (Datec), nonché presidente della Confederazione svizzera per l’anno 2017, «la svolta energetica sarà possibile soltanto se, per i trasporti e la produzione di calore, si ridurrà il consumo di energia fossile importata dall’estero, si incrementerà sostanzialmente l’utilizzazione efficiente dell’energia e se saranno ampliati i potenziali dei vettori energetici rinnovabili, abbattendo lo scetticismo nutrito nei confronti di singoli progetti». E sono proprio i Comu-

ni, grazie al loro contatto diretto con la popolazione, a giocare un ruolo centrale nell’attuazione della strategia energetica 2050, che lo scorso 21 maggio ha aggiunto un altro importante tassello, con l’approvazione da parte del popolo della legge sull’energia (LEne). Per il Consiglio federale, anche oltre i confini delle Città, in un contesto più ampio e in spazi funzionali, si possono ottenere dei successi di questo tipo, grazie a un coordinamento, nonché una politica interconnessa a livello di territorio, trasporti ed energia: «Soltanto con questo approccio sarà possibile condurre il Paese verso uno sviluppo sostenibile dove le Città dell’energia trovino le giuste sinergie per creare delle Regioni Energia». La situazione in Ticino (stato marzo 2017) vede tra le Città dell’energia (in ordine alfabe-

tico): Arbedo-Castione, Bellinzona, Bioggio, Canobbio, Chiasso, Coldrerio, Croglio, Giubiasco, CugnascoGerra, Gambarogno (la consegna della certificazione avrà luogo il prossimo 3 giugno), Gordola, Locarno, Lumino, Maroggia, Melano, Mendrisio, Minusio San Antonino e Stabio. Lumino è pure Città dell’energia GOLD, marchio assegnato ai Comuni che hanno attuato almeno il 75 per cento dei possibili provvedimenti. Indirizzi e informazioni

www.cittadellenergia.ch e cittadellenergia.info Direzione Svizzera italiana TI e GR, Claudio Caccia, 6670 Avegno, Tel. 091 796 36 03, svizzeraitaliana@cittadellenergia.ch

Pro Senectute Svizzera compie 100 anni. E in Ticino li festeggia martedì 6 giugno in Piazza San Carlo a Lugano, dalle 10.00 alle 17.00. «Questo evento ci permette di presentare alcuni esercizi della Campagna nazionale di sensibilizzazione sull’importanza del movimento, e si potranno chiedere maggiori informazioni circa l’offerta di Pro Senectute Ticino e Moesano», spiega la responsabile Creativ Center (SportFormazione-Vacanze) di Pro Senectute Sibilla Frigerio Zucchetti. Ginnastica e movimento sono di fatto la migliore via di prevenzione delle cadute cui l’anziano può facilmente incappare, con conseguenze talvolta molto pesanti. «L’epidemiologia dimostra che le cadute aumentano per incidenza nelle decadi più avanzate della vita», afferma dal canto suo il geriatra Graziano Ruggieri, membro di Comitato di Pipa (Prevenzione degli incidenti delle persone anziane), partner di Pro Senectute Ticino e Moesano. I dati statistici del 2012 raccolti da ISS (Inchiesta Svizzera sulla salute) parlano chiaro: il 26,1 percento della popolazione ticinese sopra i 65 anni è caduto negli ultimi 12 mesi. Sono considerate tutte le cadute, comprese quelle senza conseguenze. In termini assoluti, ciò significa che all’incirca 18’800 anziani sono caduti nel 2012, fra i 72’000 residenti in Ticino. «Questi episodi comportano altresì costi materiali diretti e indiretti come costi di cure, riabilitazione o entrata precoce in casa per anziani», spiega il geriatra dottor Fabiano Meroni, membro del Consiglio di fondazione di Pro Senectute Ticino e Moesano. Lo conferma la statistica: nel 2015 i costi diretti e indiretti inerenti questo tipo di incidenti nell’anziano a livello svizzero ammontavano a 1,6 miliardi

di franchi e, includendo anche i costi sociali, si arriva a 6,8 miliardi di franchi. Con l’avanzare dell’età, abbiamo una diminuzione della flessibilità e dell’equilibrio, ma il tema delle cadute nell’anziano è molto più ampio e include una serie di fattori di cui dobbiamo tenere conto, ci spiega il dottor Meroni: «Invecchiando le persone cambiano il modo di camminare; si tratta di modificazioni fisiologiche nelle quali osserviamo un passo la cui ampiezza si riduce. Viene meno la muscolatura e l’anziano si trova a fare passi più piccoli, con una cadenza più veloce che causa una maggiore instabilità». Oltre al problema muscolare e di stabilità, il nostro interlocutore spiega come anche il sistema nervoso centrale («preposto al controllo dell’equilibrio e della camminata») ci metta del suo nel rendere il cammino più stabile, faticando talvolta a elaborare e adattare al meglio le informazioni che giungono dai piedi e dalle gambe. «I problemi di equilibrio e di cammino aumentano progressivamente con l’età, e a questo invecchiamento fisiologico vanno ad aggiungersi una serie di fattori rischio legati a problemi cerebrali, alla muscolatura, allo stato delle ossa, insieme a problemi generati da malattie croniche come artrosi, e a come si è vissuto: chi sarà stato sedentario avrà più problemi a mobilizzarsi, o chi è in sovrappeso avrà meno stabilità ed elasticità e via dicendo». Le conseguenze di una caduta possono essere subdole: «Nell’anziano, la caduta può generare un circolo vizioso che può indurre un calo della qualità della vita: un semplice trauma, o una frattura derivante da una caduta, può portare a un periodo di scarsa mobilità che si ripercuoterà a livello fisico con una diminuzione ulteriore della muscolatura, con minore esercizio e movimento, rendendo l’anziano più fragile».

Il dottor Meroni ricorda anche l’aspetto psicologico che una caduta comporta: «Parliamo di Post Fall Syndrom (Sindrome del dopo caduta) che induce il soggetto ad avere paura di cadere nuovamente e lo spinge a uscire meno, a essere ancora più insicuro, con conseguenze psicologiche di non poco conto come depressione, perdita di fiducia in sé stessi e isolamento sociale». Conseguenze pesanti, talvolta presenti anche in persone che hanno paura di cadere senza essere mai cadute: «Questo è un fattore ulteriormente limitante, in quanto la Sindrome del dopo caduta è un ulteriore fattore di rischio, poiché l’anziano tende ad assumere posizioni di protezione alla caduta che sono poco naturali e che lo espongono maggiormente a rischio di caduta». È un tema sanitario e sociale, le cui conseguenze irradiano a 360 gradi. Un grande aiuto passa attraverso la prevenzione, medica e sociale. «Noi geriatri

spingiamo sempre i medici di famiglia a porre agli anziani domande inerenti i loro disturbi di cammino o di equilibrio, chiedendo loro se sono mai caduti nell’ultimo anno, perché parecchi non lo raccontano spontaneamente, soprattutto se la caduta non ha comportato conseguenze apprezzabili», spiega il dottor Meroni, affermando che ciò permette al medico di focalizzare una migliore valutazione sui rischi correlati: «Se il paziente racconta di essere caduto, indaghiamo sulle sue eventuali paure che l’evento si ripeta; chiediamo se esce accompagnato o da solo, con il bello o brutto tempo e così via. Cerchiamo di comprendere se siamo dinanzi a un anziano che necessita di essere seguito e, se del caso, affrontiamo aspetti come i problemi ambientali in casa (tappetini antisdrucciolo in bagno, scalini e quant’altro)…». Dal canto suo, Pro Senectute Svizzera, e la sua omologa Ticino e Moesa-

BUONO – Gambe forti per camminare sicuri In occasione delle celebrazioni per i suoi 100 anni, Pro Senectute mette a disposizione un espositore da tavolo, realizzato assieme alla Lega svizzera contro il reumatismo, Ufficio prevenzione infortuni, physioswiss e Promozione Salute Svizzera, contenente una serie di esercizi ginnici che permettono di conservare forza, stabilità ed equilibrio fino a un’età avanzata. L’espositore può essere ritirato gratuitamente, fino a esaurimento delle scorte, presentando questo tagliando allo stand di Pro Senectute organizzato in Piazza San Carlo a Lugano il 6 giugno in occasione della festa per il centenario. Per maggiori informazioni: www.camminaresicuri.ch

no focalizzano la prevenzione sull’importanza del movimento delle persone anziane come mezzo indiscutibilmente adeguato a evitare le cadute. «Proponiamo attività sportive “over 60”, gestite da monitori Pro Senectute, come Acqua Fitness, Danza popolare, Ginnastica in palestra, Ginnastica dolce…», spiega Sibilla Frigerio Zucchetti, sottolineando come nella ginnastica in palestra e «da seduti» siano inseriti ogni volta esercizi sull’equilibrio e sul rinforzo muscolare adatti proprio a prevenire le cadute. La responsabile Creativ Center di Pro Senectute sottolinea ancora l’importanza della Campagna di sensibilizzazione (il cui programma della giornata del 6 giugno è su www.prosenectute.org): «Vogliamo motivare le persone a praticare movimento nel quotidiano, attraverso esercizi adeguati; cerchiamo di favorire la partecipazione alle nostre proposte di movimento in gruppo, pure a vantaggio della socializzazione».

Elia Stampanoni


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Ambiente e Benessere

Più che un paradiso, il giardino di Prospect Cottage è un purgatorio

Il seme nel cassettoNella biografia di Derek Jarman, intitolata Modern Nature, l’autore esplora dal suo rifugio

il mondo iperscintillante, falso e narcisistico

e scardinarla in virtù di un erotismo pagano e libero, omosessuale, vissuto Perché chiamare una biografia Modern soprattutto nelle strade, nei parchi, in Nature? Questo mi chiedo, nell’accin- quelle zone laterali dove non si posa lo germi a recensire il libro più bello let- sguardo di Dio. «Ma prima di morire to per questa rubrica, l’annotazione – scrive – ho intenzione di celebrare il diaristica di due degli ultimi anni del nostro angolo di Paradiso, la parte del visionario e controcorrente regista De- giardino che il Signore dimenticò di rek Jarman, che, dopo la notizia di aver nominare». contratto l’Aids, lascia Londra e si ritira In queste pagine Jarman osserva la in un cottage nel Kent, a Dungenness, natura, la annota, registra il suo sforzo e inizia un lento confronto con se stes- tenace per resistere; più che un Paraso e con il giardino che gli sta di fronte, diso, il giardino di Prospect Cottage è giardino che gli offre le più struggenti un Purgatorio in cui ci si guadagna la delizie, dalla borragine che nonostante i pagnotta giorno dopo giorno, lottancolpi del vento si rialza («I, borrage, take do duramente, ma senza che la grazia courage») ai crochi, dai gerani alle rose. si scordi di illuminare la bellezza del La passione per il giardinaggio mondo. Forse per questo la natura è non è da mettere in discussione, e non moderna. «Stavo descrivendo il mio a caso a un certo punto Jarman am- giardino a Maggi Hambling durante mette che sarebbe diventato giardinie- la vernice di una galleria. E le dissi che re, se il destino non avesse voluto altro volevo scriverci sopra un libro. Mi disper lui; ma il nodo centrale, la materia se: “Finalmente hai scoperto la natura, palpitante del libro è lo struggente rac- Derek”. “Non penso si tratti proprio di conto del suo passato, dell’educazione questo”, le risposi. “Ah, capisco perfetrigida impartita loro prima dal padre, tamente. Hai scoperto la natura moufficiale militare neozelandese, poi derna”». dalla scuola, dove ai ragazzi era proiHo meditato molto su questa frabito severamente tutto ciò che avesse se, che dà il titolo al libro, chiedena che fare con il sesso, a partire dalla domi cosa si intendesse per «natura masturbazione; e il riannodarsi di que- moderna»; probabilmente, moderno è sti ricordi al presente, un presente che lo sguardo che l’uomo pone su di essa, sente ancora la necessità di ribellarsi uno sguardo che ha potuto accarezalla costruzione finta, «monoteista», zare il sogno di ribaltare le logiche di CH10426_DEMI PAGE MIGROS KW22sempre E12 HD.pdf incarnata dalla famiglia eterosessuale, unaCOLORISTA società inglese più rigida e3 Laura Di Corcia

Il giardino di Prospect Cottage. (alh1)

conservatrice, dominata in quegli anni da una destra, incarnata da Margaret Thatcher, di una sordità crassa rispetto ai bisogni degli ultimi. Sono quegli stessi che si trovano al parco, e che si vendono per pochi centesimi; mischiare il proprio corpo con il loro non perde il suo sapore di eccitante ribellione anche dopo che il regista ha deciso di ritirarsi in un cottage e passare le gior18.05.17 nate a lavorare10:05 duramente in giardino,

accompagnato dai fantasmi dei propri amanti morti e dai conti non ancora pareggiati con il proprio padre e con un mondo omofobo e spaventato dal dionisiaco. Il ritiro è un rifugio dal mondo iperscintillante, falso, narcisistico e consenso-dipendente del cinema, dalle sue mondanità squallide, è un tiepido sostare nelle cose e annotarle; invece Londra, dove il regista torna ancora di

tanto in tanto, rappresenta la trasgressione, quella parte di giardino che incita non al riposo, ma all’unione dei corpi, al piacere: è una città da vivere di notte, di nascosto, nelle zone dove ci si incontra e dove si fa l’amore per strada. C’è una voglia di vita che l’ombra lunga dell’Aids non ha ancora spento, una lussuria tesa che cozza con i momenti più riflessivi, capaci di raggiungere le vette liriche riservate solo a pochi. Questo libro, pubblicato in traduzione italiana da Ubulibri che ha chiuso i battenti, è un corpo a corpo fra prosa e poesia, fra maturità e adolescenza, fra le ragioni della città e quelle della campagna: un libro in cui ci si può perdere, un libro che continui a seguire anche quando le annotazioni sono secche, senza fronzoli, appiattite sul diarismo, una scrittura che si cala senza paura nel quotidiano e dove irrompe senza preavviso l’ascia che spacca il ghiaccio, rivelando con un tonfo stridulo il fondo delle cose. Credo che questo sia uno di quei testi da pubblicare subito, di nuovo, per tutti i lettori che abbiano voglia di verde, per chi ha visto i film di Jarman e per chi non lo ha ancora fatto. Bibliografia

Derek Jarman, Modern nature. Diario 1989-1990, Ubulibri (1992), 320 pp. Annuncio pubblicitario


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Ambiente e Benessere

Oltre lo specchio

Il viaggio africano

Viaggiatori d’Occidente Come evitare delusioni durante esplorazioni esotiche

BussoleInviti

a letture per viaggiare «Il mio soggiorno tunisino è finito e mentre il piroscafo aumenta sempre, lento ma inesorabile, la distanza che già mi separa dalla gaia, multiforme e strana città che da poco ho lasciato, penso, che non è vano il fermar sulla carta qualche fuggevole impressione, nella speranza che questa mia affrettata fatica abbia il potere di risvegliarmi, un giorno, un mucchio di graditi ricordi…»

Claudio Visentin Quando è stato il tempo migliore per viaggiare in Africa? Nella bussola di questa settimana per esempio torniamo agli anni tra le due guerre mondiali. Ma se avessimo una macchina del tempo, con un solo biglietto di andata e ritorno, cosa sceglieremmo? Viaggeremmo nel passato o nel futuro? O sarebbe meglio lasciarla spenta e vivere invece il nostro tempo? Il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss credeva che il bilancio sarebbe in ogni caso negativo. Viaggiando negli altri continenti spesso troviamo solo i peggiori aspetti dell’Occidente – inquinamento ambientale, sfruttamento del lavoro, manipolazione delle coscienze – senza tutti quei correttivi introdotti da due secoli di liberalismo e democrazia. La fuga verso altri mondi promessa dal viaggio ci mostrerebbe soltanto il lato più oscuro della nostra esistenza. E se i viaggiatori del passato avevano dinanzi ai loro occhi lo spettacolo meraviglioso di un mondo autentico e intatto – continua Lévi-Strauss – non possedevano tuttavia le categorie per comprenderlo e apprezzarlo; spesso anzi la diversità di culture e religioni destava in loro fastidio e repulsione.

Noi invece sentiamo di possedere tali strumenti intellettuali, ma abbiamo l’impressione che il progresso e la globalizzazione ci abbiano sottratto l’oggetto della nostra ammirazione. Ma è poi davvero così? Certo sappiamo bene che anche il cosiddetto «turismo culturale» offre quasi sempre delle superficiali presentazioni della cultura di una popolazione: per esempio i Pigmei della Repubblica democratica del Congo mettono in scena sempre lo stesso spettacolo per i visitatori, a orari fissati. Considerati i limiti di tempo e di conoscenze dei partecipanti è forse inevitabile che sia così e come prima introduzione alla diversità può anche avere un suo senso. Ma un altro antropologo, Marco Aime, ha mostrato come anche i viaggiatori responsabili, sostenibili, etici, desiderosi di un’esperienza autentica e disposti anche a fare sacrifici per questo, raramente riescono a evitare malintesi e stereotipi, ad andare al di là di un gioco di specchi nell’incontro con l’altro. Le ragioni di questo fallimento sono diverse. Per cominciare il viaggio è diventato molto, troppo veloce. I viaggiatori del passato avevano giorni e settimane di lento trasferimento per abituarsi alle novità. Oggi invece in poche ore siamo trasportati dall’al-

tra parte del globo e quando le porte dell’aeroporto di destinazione (così simile a quello dal quale siamo partiti!) si aprono davanti a noi, schiudendoci altri climi, altri cibi e altre culture, sperimentiamo un autentico shock, una sorta di jet lag culturale prima ancora che fisico.

Viaggiando negli altri continenti spesso troviamo solo i peggiori aspetti dell’Occidente senza gli utili correttivi C’è poi il peso delle aspettative. Spesso quel che già conosciamo ci acceca invece di aiutarci a conoscere altre realtà. Dopo tutto scegliamo di andare in un determinato posto perché crediamo di sapere com’è: lo abbiamo visto alla televisione, in rete, sulle riviste specializzate, nei cataloghi turistici o attraverso i racconti di chi c’è già stato. Ma per questa via il viaggio rischia di diventare una verifica piuttosto che una scoperta. Come spiega perfettamente un proverbio africano: «L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce». E saggiamente lo scrittore francese André

Le immagini di questa pagina sono tratte dal libro Per il periplo dell’Africa. (v. le «Bussole» a lato)

Gide rispondeva, a chi gli chiedeva cosa s’immaginava di trovare in Africa: «Aspetto di essere lì per saperlo». Spesso lo sguardo dell’occidentale è poi guidato dal rimpianto per quel che ha perduto nel cammino verso la modernità. Figlio di una società ricca quanto materialista e disincantata, cerca negli altri popoli la bellezza e la ricchezza della tradizione, un rapporto profondo con la natura, legami familiari stabili. Infine quando siamo alla ricerca di un’esperienza autentica, di un vero incontro, spesso rifiutiamo la natura inevitabilmente commerciale del turismo. Nel breve tempo del nostro soggiorno vorremmo stabilire rapporti disinteressati, amichevoli, sinceri. Un desiderio impossibile in Paesi dove la spesa quotidiana di un visitatore spesso supera lo stipendio mensile di un capofamiglia e dove pertanto ogni turista, agli occhi di un locale, è prima di tutto un portafogli ambulante ben fornito. La soluzione? Potrebbe essere trasformare il monologo in un dialogo, ascoltare invece di parlare, sforzarsi di comprendere il punto di vista altrui invece di imporre il proprio. Insomma ricordarsi che gli altri sono a casa loro e che, come scriveva il regista australiano Dennis O’Rourke, anche quando viaggiamo in terre lontane gli unici stranieri siamo noi: «Niente è così strano, in terra straniera, come lo straniero che viene a visitarla». In questa prospettiva Canon, Picfair (un sito di vendita immagini online) e la rivista «New African» hanno proposto il concorso #CelebrateAfrica, invitando gli africani stessi a inviare immagini della loro vita quotidiana per sfidare gli stereotipi correnti. In risposta gli organizzatori hanno ricevuto quasi tremila fotografie (le vedete qui: http://bit.ly/2rizVlw). Il vincitore è stato Brian Oteno, un giornalista freelance che ha raccontato la vita quotidiana a Kibera, la popolosa baraccoli alle porte della capitale del Kenia, Nairobi. Qui di turisti se ne vedono ben pochi eppure anche in luoghi come Kibera (ne parleremo presto in un reportage su queste pagine) potremmo scoprire la comune umanità, dietro alle maschere.

Sopra, la copertina del libro; sotto, una foto estratta dallo stesso.

Nel 1929 un giovane medico di ventiquattro anni, Orazio Ulrico Longo, accompagnato da due amici, intraprende il periplo dell’Africa. Tra luglio e novembre, utilizzando diverse navi, tocca Tunisi, attraversa il Canale di Suez, scende verso Nairobi e poi raggiunge il Sud Africa; doppiato il Capo di Buona Speranza, risale con poche soste l’Africa occidentale. Il racconto di quel viaggio è rimasto in alcune corrispondenze inviate alla «Provincia di Como» e in una bella raccolta di circa quattrocento fotografie, per la prima volta riprodotte in questo volume (e di cui ne riportiamo qualcuna nell’articolo qui di fianco). Testo e fotografie seguono logiche diverse e senza dubbio il racconto per immagini è spesso più efficace e toccante. Fu un viaggio mosso e variato: c’è il fascino delle lunghe ore di navigazione (con l’intermezzo di una caccia alla balena), il contatto con gli indigeni, la frequentazione della società coloniale. Nell’Africa inglese il forestiero non è più merce rara e momenti più avventurosi si alternano a esperienze turistiche. Dopo il ritorno, Longo diventerà un medico di successo e questa esperienza rimarrà un felice momento di apertura alla bellezza e alla complessità di un continente, colto in un momento di passaggio tra due epoche. Il viaggio africano di Ulrico Longo sarà presentato a Milano mercoledì 31 maggio, alle ore 18.30, presso il Teatrino di Palazzo Visconti, via Cino del Duca 8. Ingresso libero con prenotazione a g.casagrande@cfs-editore.com Bibliografia

Orazio Ulrico Longo, Per il periplo dell’Africa, Giampiero Casagrande editore, 2015, pp. 248, € 45.


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Ambiente e Benessere

Pane al mais

Migusto La ricetta della settimana

Pietanza da forno Ingredienti per 1 brasiera di 22-24 cm Ø con coperchio: 400 g di farina bianca · 200 g di farina di mais · 2 1⁄2 cucchiaini di sale · 30 g di lievito · ca. 5 dl d’acqua, tiepida · 2 cucchiai d’olio d’oliva · 30 g di farina bianca · 30 g di semolino di mais.

migusto.migros.ch/it/ricette Per diventare membro di Migusto non ci sono tasse d’iscrizione. Chiunque può farne parte, a condizione che un membro della sua famiglia possieda una Carta Cumulus.

1. Mescolate le due varietà di farina e aggiungete il sale. Sciogliete il lievito nell’acqua e incorporatelo alla miscela con l’olio. Mescolate con un mestolo di legno fino a ottenere una massa umida e leggermente appiccicosa. Copritela e lasciatela lievitare per 2-4 ore. 2. Infornate la brasiera con coperchio nella scanalatura più bassa del forno e scaldatelo a 250 °C. Fate scaldare la brasiera in forno per ca. 15 minuti. Nel frattempo, mescolate la farina bianca con il semolino di mais e distribuite la miscela sul piano di lavoro. Formate una pagnotta con la pasta. 3. Estraete la brasiera dal forno (attenzione a non scottarvi). Accomodate la pasta modellata nella brasiera, mettete il coperchio e cuocete in forno per ca. 30 minuti. Sfornate e lasciate intiepidire. Estraete il pane dalla brasiera e lasciatelo raffreddare su una griglia. Preparazione: circa 15 minuti + lievitazione circa 4 ore + cottura in forno circa

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Ambiente e Benessere

Rosso, nero o blu? Il mirtillo fa comunque bene Fitoterapia Protegge gli occhi e aiuta nei disturbi della circolazione, ma non solo

Eliana Bernasconi Questo piccolo arbusto perenne attende l’estate per farci assaporare i suoi frutti. Il suo habitat ideale si trova nelle zone collinari e montane poco oltre i 2000 metri del Continente europeo, dell’Asia e del Nord America. Occupa le superfici del sottobosco, presso felci, muschi, cespugli e brughiere. Quando i territori boschivi subiscono modifiche o gli alberi vengono tagliati, la sua capacità di estendersi soffre e si riduce. Per questo motivo la sopravvivenza delle sue preziose piccole piante e la raccolta dei suoi frutti sono in pericolo. Il mirtillo ha accompagnato da sempre la vita dei popoli antichi, basti pensare che è citato dal medico greco Dioscoride e dal poeta Virgilio. Lo splendido pigmento indelebile e violaceo del suo succo era usato dai Galli e dai Celti per colorare le stoffe. Era pure un frutto sacro simbolo di pace e base essenziale dell’alimentazione per le tribù degli indiani Delaware che vivevano nell’attuale New Jersey: loro lo usavano come tintura per i corpi e per i tappeti. Ancora oggi negli Usa la salsa di mirtillo accompagna il tacchino nel tradizionale menu del giorno del Ringraziamento. Per i popoli nordici, questo frutto possedeva proprietà magiche e proteggeva dalla sfortuna. Nella Scandinavia pagana il giorno 13 dicembre si impiegavano i suoi rami nella celebrazione dell’antica cerimonia del «Piccolo Yule», rito propiziatorio dedicato alle

Giochi

stelle del Solstizio d’inverno. In Scoro, potassio e calcio, contiene inoltre zia e in Irlanda esiste «la domenica del le «Antocianine», ovvero sostanze mirtillo», momento in cui si mettono capaci di inibire l’attività di enzimi in azione grandi raccolte dei piccoche distruggono il collagene e i tessuli frutti che saranno poi golosamente ti elastici dei capillari. Ha pure potere utilizzati per confezionare ogni tipo di antidiarroico e astringente, rafforza dolce. le pareti dei vasi sanguigni e influisce Il suo nome scientifico è Vaccisulla salute degli occhi (la medicina ponium Myrtillis (da «piccolo mirto») polare usava il decotto delle foglie, rafdella famiglia delle Ericacee, come freddato, per lavare gli occhi nel caso di sempre in Botanica un termine include affezioni congiuntivali). Preserva parnumerose sottospecie, in questo caso le ticolarmente la vista serale, quando vi specie sono 130. Il mirtillo coltivato è è poca luce: «Il suo effetto – ci spiega il ben diverso da quello che cresce spondottor Peroni – si esplica per una serie taneo in natura. Raggiunge oltre 50 cm di reazioni biochimiche tutt’altro che di altezza, richiede un particolare tersemplici da spiegare: basti ricordare reno acido, produce frutti più grossi ma che alcune molecole contenute nel suo ha proprietà curative molto inferiori di frutto sono precursori della rodopsiquello in natura. na, proteina implicata nel meccanismo Fra le specie spontanee e selvati- Un paio di mirtilli Vaccinium Myrtillis. (Abrget47j) della visione, in particolare notturna. 1 4 5 6 7 8 9 che: il mirtillo rosso 2è noto 3con il nome I piloti della RAF, durante la seconda anglosassone Cranberry, è ricco di fibre addirittura rallentare il processo di wan, scrive Gabriele Peroni (nel Tratta- guerra mondiale, ricevevano quotidia12 e un poco acidulo; il10 mirtillo nero, Bil- 11invecchiamento. Il mirtillo rosso, dal to di Fitoterapia, Driope), hanno isola- ne razioni di mirtillo nero per acuire la berry ha un gusto più dolce; il mirtillo vivace colore scarlatto, antico rimedio to nelle foglie di mirtillo un composto vista durante le spedizioni notturne». blu si distingue della16 nonna, è efficace chiamato «Proantocianidina A-1», Il consumo del succo di mirtillo nero 13 14 per il sapore, 15 la forma 17 contro la cistite e del frutto e le diverse regioni in cui cre- nella prevenzione di infezioni delle vie sostanza che ha mostrato la proprietà produrrebbe anche un miglioramento sce. Pur avendo in comune proprietà urinarie: una ricerca pubblicata sugli di inibire il processo infiammatorio dell’attività mnemonica, pare grazie 18 19 20 21 SUDOKU PER AZIONEall’antocianina, - MAGGIO 2017 benefiche, ogni varietà si differenzia «Archives of international Medicine» dell’Herpes tipo II. I risultati ottenuti potente antiossidante per le particolari applicazioni. Usato a Taiwan ha analizzato i risultati di tre- hanno evidenziato una significativa ri- che dona l’inconfondibile colore violaN. 13 FACILE 22 alimentazione nei secoli pas- 23dici diversi studi clinici sull’argomento: 24 solo come duzione degli effetti dell’infezione. Del ceo a questo frutto. Schema Soluzione sati, all’inizio del XX secolo il mirtillo su 1616 individui si è sperimentata l’ef- noto mirtillo nero, dai fiori penduli di Il mirtillo blu ha proprietà antiè stato oggetto di attenti studi dopo ficacia di prodotti a base di mirtillo in un9delicato rosa verdastro che sbocciainfiammatorie e antiossidanti, cura il 25 la 26 27 1 2 9 6 7 5 8 1 3 4 scoperta delle numerose proprietà me- forma di succo o come integratore, e la no a primavera e dalle piccole bacche gonfiore delle estremità, le vene vari7 3 7 6 idrica, 9 4 è prezioso 2 5 8in dicinali dei suoi principi attivi. sua azione si è dimostrata rotondeggianti nero-violacee8 coperte cose e1la ritenzione 28 29 particolar1 3azzurrognola, si utilizzaSecondo recenti ricerche negli Usa mente efficace nei bambini e nelle don- 4da una5patina questi4tipici disturbi prevalentemente 8 5 1 3 2 6 7 9 le bacche sarebbero dotate di un’enor- ne che soffrono di episodi ricorrenti di no2le foglie fresche essiccate, femminili. a base 7 8 9 1le bacche 6 2 I medicinali 4 3 7 5 8 di 9 mir1 31 me quantità di sostanze antiossidanti 30infezioni e cistiti (Da Salute e alimentamature e le radici. tillo vanno comunque usati con cautela 7 2 6 5 7 1 9 2nessuna 8 6 pianta 3 4medi5 in grado di prevenire patologie car- zione de «Il Sole 24ORE», 11.7.2012). Il mirtillo nero ha una forte con- e su indicazione, 3 2 32 5 3 9 4se usata 1 7 male. 2 6 diovascolari, proteggere dai tumori, Alcuni ricercatori, sempre di Tai- centrazione di vitamina A e C, di fer- cinale8è priva di rischi

Giochi per “Azione” - Giugno 2017 Stefania Sargentini

(N. 21 - Vento caldo e secco detto anche ze ro) V I E T A

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4 8 5 6 7 9 1 2 Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il3 cruciverba 8 1 6 3 5 7 2 8 1 9 4 6 3 e una delle 2 carte regalo dasempre) 50 franchi con il sudoku SUDOKU PER (N. 22 - La medusa immortale, ringiovanisce

N. 14 MEDIO

Cruciverba La tartaruga marina non è, come molti pensano, l’animale più longevo: ce n’è addirittura uno che torna indietro con gli anni! Scopri qual è e cosa fa risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 2, 6, 9, 13, 6)

O C C G E R N E E T T R A A Z R E E I R N 9O6 1I 4 D 2

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Sudoku L A

M Schema E D I9 7 1 6 U4 i 3S3 2A 9 8 S 2I 6M 47 356 344 19 Scoprire numeri corretti da inserire nelle R 3 M O A 1 6N M 1 3 5 8 2 caselle colorate. 7 6 3 2 9 8 7 E7 L 3I 4T E E5 2 7 4 8 2 1 3 4 9 5 A D5 L O 2N 8 T1 6 A2 1 6 N. 15RDIFFICILE I N O S E 5 7 8 5 1 8 9 4 5 3 8 4N 1D A I O V A 1 4 6 3 4 3 9 13 2 4 S2 C6 O 6R I E S E 4 7 8 6 4 1 5 9A 8S T O5 9 12A7 5 2 I M P

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ORIZZONTALI 1. Le iniziali dell’attore Argentero 3. Antico popolo iranico 7. Si «adopera»… in America 9. La card del cellulare 10. Addebito per un ritardo di pagamento 12. Iniziali di Machiavelli 13. La «crema» della società 15. Le iniziali del Duca della Vittoria 16. Persone difficilmente raggiungibili 22. Preposizione 24. Un film vietato 25. Le iniziali dell’attore Scarpati 26. Preposizione articolata 28. Centro della Cecoslovacchia 30. Congiunzione inglese 32. Residui di lavorazione industriale 35. Capitale asiatica

37. Per fare la pizza deve lievitare 38. Custodite dalle Vestali VERTICALI 1. Una sorgente di luce 1 2. Un «buco» sulla giacca 4. Le iniziali dell’attore Solfrizzi 7 5. Rintocco di campana 6. Estesa, sconfinata 9 8. Infecondi 11. Capatina in centro 14. Lo spagnolo… 11 17. Una coppia di anelli 18. Stimolatore utilizzato nella terapia del 13 14 15 16 dolore (Sigla) 19. Mangia in centro 18 fragile 20. Sottile, 21. Pieni fino all’orlo 23. Nome 21femminile e città della Sardegna 22

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros 24 25 del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno 28 fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

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N. 17 FACILE

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2 5 per “Azione” - Giugno 1 4 2017 27. Acronimo di Indipendent Chip Model 3Giochi Stefania Sargentini 29. La forza di Cicerone 6 7 3 1

(N. 23 - “Va bene, appena ti sposi chiamami”) 1

N. 18 MEDIO

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31. Signora dell’Olimpo Soluzione della settimana precedente 5 4 9CALDO 3 1 E SECCO 7 6 2 9 2 IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE – Il favonio è 8un: VENTO 233. Due 3 di coppe 4 5 6 (N. 21 - Vento caldo e secco detto anche ze ro) 34. Congiunzione francese DETTO ANCHE ZEFIRO N.16 GENI 9 4 8 36. La2 patria di Abramo 3 4 5 6 87 8 9 4 9 1 7 5 6 8 3 2 V E N T I6 8 B O C C A

V E N T U R A O B O3 E O N 5 6 8 2 1 7 98 4 I L I2 D1 O G46E R S I vincitori 10 E T7 C E C5 O IN ERC 4E 2 8 7 A3 9 L4 5T6 1 2 1 4 8 9 6 7 2 5 3 1 T E D9 Vincitori del12concorso Cruciverba E C C E3 T T O su «Azione 20», del 15.5.2017 3 9 I5 8 L2 64A1 7 L AOL 8 6 1P A3 N C5 A H 4 A R5 R. Filippi, C. Ravasi, G. Wydler 17 7 2 5 4 1 3 9 8 6 2 4 8 A6 Z E I I P E N N E F 8 6 5 5A 1 3 T 2 4 E8 6 71 9 1 2 4 9 E F R E E Vincitori del concorso Sudoku 19su «Azione 20», del 15.5.2017 20 8 7 2 6 3 9 1 4 5 8 S1 M I R N E 1 L. Leoni, T. Della Cà I4S E E P O S A I9 9 6 4 1 7 5 3 2 8 T I R O I D E 23 7 I R T E sempre) C O 3 H A L (N.Partecipazione 22 - La medusaonline: immortale, ringiovanisce inserire la luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in contanti 26 27 soluzione del cruciverba o del sudoku indirizzo, email del partecipante deve dei I vincitori saranno avvertiti 1Azione, 5 premi. H Ma E«Redazione I N per A Il3nome M 7deiPvincitori I sarà nell’apposito formulario pubblicato essere iscritto. LN Aspedita DMI sulla pagina del sito.29 Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». pubblicato su «Azione». Partecipazione U S A S I M 2Z I a lettori 5 che Partecipazione postale: la lettera o Non si intratterrà corrispondenza suiI riservata esclusivamente A E R O V A O M O R A N M la cartolina postale che riporti la so- concorsi. Le vie legali sono escluse. Non risiedono in Svizzera. 10

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Politica e Economia Una nuova Via della seta «One Belt, one Road»: Pechino vuole riaprire le tratte commerciali The “New Silk Road” del passato China is investing billions in setting up a modern version of the historical trade route Possibili vie

Moscow Rotterdam Venice

Via terra Urumqi

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Il prete che sfida i narcos Intervista a Alejandro Solalinde, il candidato al premio Nobel per la pace 2017 per il suo impegno in favore dei migranti latinoamericani che attraversano il confine messicano con gli Usa e finiscono spesso vittima di rapimenti da parte delle bande dei narcotrafficanti

Un sì alla pace linguistica Con oltre il 60 per cento dei voti, i cittadini del canton Zurigo mantengono l’insegnamento di due lingue straniere alle elementari

Più pressione fiscale Tariffe e tasse in aumento, in Svizzera, mentre calano le deduzioni sul reddito

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Kuala Lumpur

Via mare

2000 km 26620

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Fonte: The Economist

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Melania e Donald Trump salutano dalla scaletta dell’Air Force One. (AFP)

Nella carovana della Casa Bianca

TestimonianzaViaggiare al seguito del presidente americano: quali le differenze con Obama? In realtà non molte,

tranne che Donald Trump si circonda di familiari stretti e di consiglieri sull’orlo di una crisi di nervi

Federico Rampini Forse Donald Trump dovrebbe viaggiare più spesso all’estero. O magari rimanerci per sempre. Non la pensano così la maggior parte dei cittadini europei, immagino. Però sta di fatto che il suo primo viaggio all’estero è stato un discreto successo. Magari lo è stato perché le aspettative di partenza erano talmente basse, che ci voleva poco. Di certo la sua prima uscita ufficiale è stata meno disastrosa dei suoi primi quattro mesi di governo. Deve avere contribuito il fatto che fuori dalle frontiere degli Stati Uniti Trump è parso fidarsi meno della sua impulsività, della sua improvvisazione. Ha letto i discorsi che gli erano stati preparati, senza staccarsi quasi mai dalla traccia ufficiale. Ha smesso di twittare insulti e aggressioni mattutine ai suoi avversari. Già questo sembra un miracolo. E poi è riuscito a distrarre almeno un po’ l’attenzione dagli scandali che lo perseguitano in patria, soprattutto quel Russiagate che continua a far pesare ombre sulla legittimità della sua elezione. La tappa in Arabia Saudita è senz’altro criticabile per chi abbia a cuore i diritti umani, o sia contrario alle vendite di armi, o sia preoccupato per il ruolo di quel regime oscurantista nel finanziare moschee e madrasse fondamentaliste in giro per il mondo. Però

le armi all’Arabia Saudita, va ricordato, l’America le ha sempre vendute, anche quando aveva presidenti democratici. Il maxi-contratto di forniture militari da 110 miliardi, che Trump ha firmato a Ryiad, era stato in buona parte preparato durante l’Amministrazione Obama. La tappa in Israele è servita a dimostrare che Trump ha un rapporto ottimo, perfino idilliaco, con Benjamin Netanyahu: e questo va benissimo all’elettorato conservatore negli Stati Uniti. La photo-opportunity in Vaticano è servita a seppellire il ricordo delle dure polemiche fra papa Francesco e Trump in campagna elettorale. Alla Nato il presidente americano è tornato a dire che gli europei devono spendere di più per la propria difesa: anche questa non è una novità, Barack Obama diceva la stessa cosa. Trump lo dice in maniera più dura, più imperiosa, e anche questo va benissimo alla sua base. C’è stato un increscioso incidente tra l’intelligence americana e quella inglese dopo la strage di Manchester, per le fughe di notizie che gli americani hanno dato ai propri media: e questo ci riporta in parte a quella «guerra delle spie» che fa da sfondo al Russiagate. Ma il bilancio politico del viaggio all’estero forse incuriosisce meno degli aspetti di colore. Avendolo io seguito fin dalla partenza a Washington, in

molti mi chiedono «che effetto fa» viaggiare con lui. Per me il paragone era costante, con le mie esperienze precedenti. Otto anni della mia vita, infatti, li ho passati a inseguire l’Air Force One… È un lavoro come un altro. E sono stato in buona compagnia; anche se l’ultima volta ero l’unico italiano nella carovana. Per otto anni mi ero fatto i viaggi internazionali di Obama, questo è stato il primo al seguito di Trump. Alla partenza era impossibile trattenere la malinconia. Per il tempo che passa, in generale. Per la diversità dei due personaggi, va da sé. Mi ero talmente abituato a quell’altro, era «il mio presidente» e basta. Avevo pure preso la cittadinanza Usa durante il suo mandato. Sembra strano che questo viaggi sullo stesso aereo, stesso protocollo, stesse manifestazioni di ossequio da parte dei leader stranieri… Un brutto sogno è la nuova realtà permanente. Tanti dettagli sono identici. Come sempre, e contrariamente alle leggende, noi giornalisti non viaggiamo sull’Air Force One. La Casa Bianca noleggia un aereo per la stampa, anche se lo fa partire da una base militare vicina a Washington (Joint Base Andrews) e ci fa viaggiare sopra parecchi uomini del Secret Service che ci scortano/sorvegliano: così veniamo ispezionati nel modo più approfondito possibile alla

partenza, i cani anti-esplosivo frugano tra i nostri zainetti, poi siamo ingoiati nel convoglio di sicurezza presidenziale, semplificando i controlli successivi. Sempre uguali i disagi e la fatica: per precedere l’Air Force One, per essere già sul posto quando il Commanderin-Chief scende dalla scaletta, molte partenze sono alle tre del mattino. Tanti voli di ritorno coincidono col tempo di consegna degli articoli, per fortuna il charter ha un wi-fi che funziona in volo discretamente. Quattro notti in quattro alberghi diversi, due notti insonni in aereo, sei Stati diversi in sei giorni, è una tabella di marcia normale. Si viaggia schiacciati come sardine in economy, svegli tutta notte a digitare furiosamente sui laptop, anche se il conto finale che la Casa Bianca consegna ai nostri giornali è da prima classe. Si scrive in piedi in un palazzo presidenziale, sull’asfalto dell’aeroporto durante una tempesta di sabbia, o in una sala stampa dove urlano nei microfoni i colleghi delle tv e radio. Un po’ di zen mi aiuta. Gli americani hanno un’altra tattica, non proprio zen: la bulimia. La logistica prevede come un obbligo sacro che ci sia sempre a nostra disposizione tanto cibo, per lo più pessimo, ad ogni tappa del viaggio, charter incluso. Molti colleghi compensano stress e fatica ingozzandosi. In piena notte compa-

iono negli alberghi dei buffet di junkfood. Non è uno sport per tutti, infatti l’età media della carovana continua a scendere. Sono ormai circondato da trentenni, ogni tanto mi pare di essere in gita scolastica. Vantaggio dell’età e della relativa inesperienza: tutto gli sembra nuovo e li diverte, prendono i disagi più estremi col buonumore, e mi fa un gran bene, è comunicativo. Il compenso? Viaggiare dentro la carovana della Casa Bianca offre un privilegio: l’accesso. Avere contatti con l’entourage del presidente, coi suoi consiglieri più autorevoli, consente di «decifrare» quel che accade più in fretta e con più profondità. Grossa differenza da Obama a Trump. L’altro si era circondato di persone di fiducia, competenti e affidabili, che mi hanno aiutato nel mio lavoro. Valeva la pena saltare tante notti di sonno, per ricevere in cambio informazioni di prima mano. Al seguito di Trump? Tanti parenti stretti, e una serie di collaboratori sull’orlo di una crisi di nervi. Qualsiasi cosa dicano, il capo può smentirli un minuto dopo. Mentre viaggiavamo correvano voci sul licenziamento imminente del suo portavoce. Vero, falso, chissà. La nostra carovana era stremata e polverosa come sempre, con in più un’incognita nuova: il non sapere dove stessimo andando.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Politica e Economia

Una nuova Via della seta?

One Belt, One RoadSi è appena concluso a Pechino il forum a cui hanno partecipato i rappresentanti

dei Paesi del pianeta coinvolti nell’ambizioso, strategico, faraonico piano di cooperazione internazionale varato dal governo cinese

The “New Silk Road”

China is investing billions in setting up a modern version of the historical trade route Possibili vie

Moscow Rotterdam Venice

Via terra Istanbul

Urumqi

Bishkek

Beijing

Almaty

Athens

Xi‘an

CHINA

Tehran

Calcutta

Hambantota Nairobi

Zhanjiang Kuala Lumpur

Via mare

2000 km 26620 Francesca Marino Doveva essere un trionfo politico-diplomatico per la Cina, che asseriva così la sua aspirazione a sostituire gli Stati Uniti nella leadership globale, ma lo è stato solo a metà. Il forum che si è svolto a Pechino sul molto discusso progetto One Belt, One Road (Obor) che mira a rinnovare i fasti dell’antica Via della Seta e a connettere la Cina (e le imprese cinesi) al resto del mondo ma soprattutto all’Europa, si è difatti fatto notare più per le polemiche che lo hanno accompagnato che per i risultati ottenuti.

Pechino gioca una partita a carte coperte sostenendo che il mondo deve cestinare il protezionismo e abbracciare la globalizzazione. Sono in molti a vedere in questo il tentativo di dominazione di Pechino Nonostante difatti sia i cinesi che il premier pakistano Nawaz Sharif si siano affannati ad affermare che «la geo-economia deve sostituire la geopolitica» e che il progetto, una volta ultimato, porterà sviluppo, pace e bene (seguendo la roboante retorica cinese) a tutte le popolazioni coinvolte, i dubbi permangono e non sono pochi. Il One Belt – One Road è essenzialmente un progetto di connettività globale. Una volta terminato dovrebbe includere sessantotto paesi, il cinquantacinque per cento del Prodotto Interno Lordo globale e il settantacinque per cento delle riserve energetiche mondiali.

Fonte: The Economist Consiste di circa novecento progetti di sviluppo di infrastrutture, per un investimento stimato di 1,3 trilioni di dollari. La nuova Via della Seta immaginata da Pechino dovrebbe comprendere e sviluppare una rete di autostrade, ferrovie, oleodotti e gasdotti e altri centri di produzione di energia e comprende una rete connettiva terrestre e una marittima. Il punto di partenza via terra sarebbe, come nell’antica Via della Seta, la città cinese di Xian. Da lì dovrebbero partire due diverse Vie destinate a convergere a Mosca e da Mosca a raggiungere poi città e porti europei. La prima Via dovrebbe attraversare la Cina e il Khazakistan per poi giungere a Mosca, mentre la seconda raggiungerebbe la capitale russa passando per la Mongolia e il sud della Russia. Attraverso un corridoio secondario, attraverserebbe l’Iran e la Turchia per poi finire a Budapest. La Via marittima dovrebbe connettere idealmente i porti della Cina orientale con i maggiori porti dell’Est, del Sudest asiatico e dell’Africa orientale, dell’Asia occidentale e raggiungere quindi il Mediterraneo, passando per Istanbul, per la Grecia e per Venezia, per andare a finire nei porti di Rotterdam e di Amburgo. Sul progetto sono in corso, per motivi abbastanza ovvi, discussioni infinite sia in Cina che fuori. L’antica Via della Seta era stata uno strumento essenziale per la colonizzazione dell’Asia da parte dell’Occidente: e non sono pochi quelli che vedono nell’Obor uno strumento colonizzatore. Non sono pochi nemmeno coloro che temono le mire espansionistiche cinesi e un tentativo di «dominazione globale» da parte di Pechino. Così il resto del mondo, pur dimostrandosi interessato, è stato abbastanza cauto per ciò che riguarda la partecipazione al Forum. L’unico capo di Stato presente, per ciò

che riguarda i paesi del G7, era il premier italiano Gentiloni. Tutti gli altri paesi hanno inviato delegazioni di profilo più o meno alto, inclusi, ed è stata una decisione dell’ultimo minuto, gli Stati Uniti e il Giappone che hanno nei confronti del progetto pesanti riserve. La politica cinese, aggressivamente espansionistica nel mare del sud della Cina, ha accusato e causa non poche frizioni diplomatiche tra Pechino e i Paesi coinvolti: a cominciare, appunto, da Usa e Giappone. La decisione dell’amministrazione Trump, di inviare all’ultimo momento una delegazione dopo aver dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero partecipato al vertice, è stata letta come una conversione a U, l’ennesima, dell’ineffabile Donald nei confronti di Pechino. Dovuta probabilmente non a un ripensamento strategico ma semplicemente al fatto che, come molti dimenticano, la Cina praticamente ha in mano grossa parte del debito pubblico americano e che Washington non si può proprio permettere di snobbare apertamente i cinesi affiancando perdipiù clamorosamente l’India nel braccio di ferro a distanza tra le due superpotenze asiatiche. L’India è stata difatti il classico convitato di pietra del Forum: non ha partecipato al vertice con nessuna delegazione ufficiale. Una manciata di studiosi indiani si trovava là, ma in veste strettamente privata. Per il momento difatti, l’unica parte operativa del One Belt One Road è il cosiddetto CPEC, il China-Pakistan Economic Corridor che connette la regione cinese dello Xing-Jiang a Gwadar, in Balochistan. Il corridoio, realizzato senza consultazioni preliminari con New Delhi, attraversa regioni, come il Gilgit-Baltisan e il Kashmir pakistano, che l’India ritiene parte integrante del proprio territorio e che sono soggetti di infinite dispute

(e di una manciata di guerre) tra India e Pakistan. Così, l’India ha deciso di non partecipare al Forum mandando a dire a mezzo stampa che non intende avallare alcun progetto che violi la sovranità territoriale degli Stati coinvolti e avanzando accuse nemmeno tanto velate di neocolonialismo e non solo: «Crediamo fermamente che tutte le iniziative di connettività debbano essere basate su principi universalmente riconosciuti di buon governo, rispetto della legge, trasparenza, uguaglianza e apertura» ha dichiarato New Delhi. «E che ogni singolo progetto debba essere programmato in modo da rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dei singoli Stati». D’altra parte, gli indiani non sono i soli a invocare maggiore trasparenza e il rispetto delle regole: soprattutto delle regole internazionalmente accettate in materia di ambiente e sicurezza dei lavoratori. Altra nota dolente, sono gli investimenti richiesti ai singoli Stati e il livello di indebitamento (e di dipendenza dalla Cina, ovviamente) che ciò comporterebbe. Non solo: a «proteggere» i lavoratori cinesi che lavorano a Gwadar sono state inviate truppe di Pechino. E se il Pakistan fa buon viso a cattivo gioco, non sono molti gli Stati a vedere di buon occhio una presenza militare di Pechino sul loro territorio. L’Occidente è ovviamente interessato ma decisamente cauto: l’Unione Europea si è rifiutata di firmare documenti perché il progetto non include alcun impegno, nemmeno un riferimento teorico, alla trasparenza e al rispetto della sostenibilità ambientale e sociale. E sulla mentalità di Pechino dovrebbe dire qualcosa la sorpresa manifestata dai dignitari cinesi di fronte alla compatta unanimità dei paesi Ue. Il fatto è che Pechino gioca, come al solito, una partita a carte coperte: dichiarando di

voler avviare una nuova era di prosperità e connettività globale, sostenendo che il mondo ha bisogno di cestinare il protezionismo e abbracciare la globalizzazione, parlando di «aggiungere splendore alla civiltà umana». Tutto di fronte a due delle star del Forum, Vladimir Putin e Erdogan, noti campioni di civiltà, democrazia, trasparenza e rispetto dei diritti umani. Alle accuse, avanzate da più parti, di voler sfruttare selvaggiamente risorse sostenendo al tempo stesso regimi autoritari, Pechino risponde respingendo sdegnata le accuse di neocolonialismo, sostenendo che la Cina semmai del colonialismo è stata vittima e non protagonista e accusando i critici di voler continuare a giocare a vecchi giochi geopolitici e di potere. In sostanza, come sostengono molti analisti, i cinesi stanno vendendo fumo e cercando di passare per ingenui sognatori: la realtà è che, guarda caso, molti dei tratti dell’Obor passano per aree geopoliticamente strategiche e costituirebbero, se costruite, formidabili assetti politico-militari per Pechino. La realtà è che l’economia cinese ha disperato bisogno di nuovi sbocchi, che la Cina cerca di cogliere l’occasione, vista la crisi endemica dell’Occidente di affermarsi come nuova potenza globale e che i segni di questo nuovo corso politico sono già evidenti da un pezzo: l’aggressività (anche militare) nel China South Sea, lo stesso CPEC, il modo in cui cittadini e risorse sono stati sfruttati e gestiti a Gwadar e dintorni non costituiscono certo un buon precedente e questo lo capiscono tutti. Per il momento, una cosa soltanto è certa: che i giocatori sul tavolo sono moltissimi, la posta non è mai stata così alta e le variabili così disparate. Dalle rotte asiatiche dipenderà gran parte della geopolitica del futuro e del controllo delle strategie globali.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Politica e Economia

Il sacerdote che sfida i narcos MessicoAlejandro Solalinde è un prete messicano candidato al premio Nobel per la pace

2017 per il suo impegno in favore dei migranti latino-americani che attraversano il confine con gli Usa e finiscono spesso vittima di rapimenti da parte delle bande dei narcotrafficanti

Giorgio Bernardelli

Gli intrecci tra criminalità organizzata e corruzione della politica hanno fatto sì che nel 2016 il Messico sia diventato il Paese con più morti ammazzati al mondo (26’000) subito dopo la Siria Perché i narcos prendono di mira proprio i migranti? Per la più classica delle risposte economiche: la differenziazione degli affari. A spiegarcelo è lo stesso padre Alejandro, che incontriamo a Milano in una tappa di un lungo giro attraverso l’Italia in cui sta cercando di aiutare ad accendere i riflettori sulla realtà del suo Paese. «I migranti sono un bottino ambito, ci spiega –. Alle bande criminali che dominano il Messico rendono in media 50 milioni di dollari l’anno. Come? Li catturano a decine durante il tragitto. Poi, fanno una prima selezione: gli anziani inutili sono immediatamente assassinati. Chi invece ha un parente o un amico negli Stati Uniti viene costretto a chiamarlo. Lui sente al telefono le urla del congiunto mentre viene seviziato. E allora arriva la richiesta di riscatto: tra i 2 e i 7 mila dollari, prezzo relativamente basso, perché comunque non potrebbero dare di più. Chi sta dall’altra parte del filo paga, a costo di indebitarsi per il resto della vita». Poi ci sono gli intrecci con gli altri

Padre Alejandro Solalinde, camicia bianca e croce convessa al collo disegnatagli da un amico. (al Limite)

«mercati». «I migranti più giovani e robusti sono reclutati a forza dai narcos e impiegati come carne da macello negli scontri con le bande rivali per il controllo del mercato della droga – continua padre Alejandro –. Le donne vengono rivendute nel mercato della prostituzione, i bambini in quello della pedofilia o delle adozioni clandestine. Se il gruppo ha gli agganci giusti vengono persino utilizzati per il traffico d’organi: so per certo di sedicenti cliniche lungo il confine dove un rene o un fegato valgono tra i 100 e i 150 mila dollari». Tutto questo può avvenire – evidentemente – perché il mondo della politica, gli amministratori locali, le stesse forze di polizia chiudono molto più di un occhio. Ed è proprio questo tipo di denuncia a rendere pericoloso padre Solalinde, che parla di questi intrecci senza troppi peli sulla lingua. I migranti lui li va a cercare di persona lungo il percorso della «Bestia», come viene chiamato in gergo il treno merci che attraversa il Messico, a cui letteralmente quest’umanità si aggrappa per trovare una possibilità di futuro e sfuggire a quella che è una vera e propria caccia all’uomo. Padre Alejandro li raccoglie e li porta in una rete di case chiamate «Hermanos en el Camino», fratelli sul cammino. Li ospita per qualche notte prima che la «Bestia» torni a passare e i migranti tentino un nuovo tratto del loro lungo percorso. Gli chiediamo come è cominciato questo suo impegno. «È successo nel 2006 a Ixpetec, nel sud del Messico, dove poi avrei aperto la prima casa

di Hermanos en el Camino – risponde –. Prima i migranti li avevo visti tante volte, ma non li avevo mai guardati davvero. Una mattina, all’improvviso, l’ho fatto: c’erano davanti a me donne, uomini e bambini indifesi, impauriti, abbandonati. Non sono più riuscito a voltarmi dall’altra parte». Proprio quel primo incontro fu l’occasione per aprire gli occhi anche su quanto profonda fosse la rete criminale intorno a questo fenomeno. «Mi ricordo che accanto ai binari incontrai una coppia scappata a un tentativo di rapimento – continua padre Solalinde –. Non avevano soldi in tasca, non sapevano dove andare. Con me avevo solo una banconota da 200 pesos, insufficiente per un hotel. Mi si avvicinò un’altra coppia, messicana, avevano una casa proprio vicino ai binari. Dissero che 200 pesos andavano bene, li avrebbero ospitati loro. Glieli affidai dicendo che sarei tornato a prenderli la mattina dopo. Quando arrivai mi dissero con aria innocente che gli ospiti erano già ripartiti. Mi sembrò molto strano: non avevo sentito la «Bestia» passare. Solo allora capii che erano affiliati al gruppo dei Los Zetas (uno dei principali gruppi criminali messicani ndr). E che i migranti glieli avevo consegnati io». Da quel giorno l’impegno per la lotta contro la corruzione in Messico e quella in favore dei migranti hanno viaggiato di pari passo nella vita di padre Solalinde. E sono cominciate a piovere le minacce contro di lui. È cresciuta, però, anche la sua fama inter-

AFP

L’ultima quotazione è un milione di dollari. Tanto – secondo i giornali messicani – i narcos sarebbero disposti a pagare il sicario disposto a toglierlo di mezzo. Tutto per un prete messicano di 72 anni che, a prima vista, non sembrerebbe affatto un capo-popolo. Eppure è stato lo stesso «Los Angeles Times» a definire padre Alejandro Solalinde «uno dei più importanti avvocati per i migranti oggi nel mondo». Al punto da essere candidato al premio Nobel per la pace per il 2017. Con la sua camicia bianca e l’immancabile croce convessa al collo («me l’ha disegnata un amico, mostra un Cristo che abbraccia») padre Solalinde è diventato una voce implacabile nel denunciare il filo rosso che lega in maniera sanguinosa tra loro i narcos, i politici corrotti e le violenze sui migranti. Una denuncia che ha anche messo nero su bianco nel libro I narcos mi vogliono morto (appena uscito in Italia per le Edizioni Emi) in cui – a partire dalla sua storia personale – spiega perché il Messico oggi nelle statistiche internazionali sia il Paese più violento al mondo dopo la Siria. Snocciola numeri che assomigliano tremendamente a quelli di una guerra: 26 mila i morti ammazzati nel solo 2016, 250 mila negli ultimi dieci anni. Vittime non solo dei regolamenti di conti tra bande criminali, come solitamente si pensa. E neanche solo della violenza che in tutte le realtà mafiose mette a tacere chi tenta di opporsi ai traffici. Molti dei morti che finiscono nelle fosse comuni del Messico sono proprio migranti che dal Salvador, dal Guatemala, dall’Honduras e dal Nicaragua attraversano il Messico cercando di raggiungere gli Stati Uniti. Gli stessi migranti – cioè – che Donald Trump con l’idea del muro (peraltro in alcuni tratti già costruito dai suoi predecessori alla Casa Bianca) vorrebbe fermare.

nazionale, che oggi lo protegge molto più degli agenti di scorta che alla fine le autorità hanno dovuto assegnargli. Un risultato importante l’ha ottenuto: i sequestri di migranti nella zona di Ixpetec sono diminuiti; ma non si fa troppe illusioni («il Messico è grande, si sono semplicemente spostati più a nord»). Eppure padre Alejandro è convinto che la battaglia sia ancora all’inizio. E che lui la stia combattendo dalla parte giusta. «Iniziando a lavorare con i migranti, a ormai più di sessant’anni, pensavo che avrei cominciato una vita di nascondimento per finire il mio ministero – racconta –. Ma Dio aveva altri programmi. E non si può dirgli di no. Grazie ai migranti ho imparato a dare ancora più valore alle persone. E sapete che cosa ho scoperto? Che in tutto questo flusso ciascuno ha la sua storia, è un leader, può fare grandi cose. Quando ricevono un minimo di sostegno, tirano fuori il meglio di sé, si dimostrano persone che danno un grande contributo alla società». Gli chiediamo come guardi all’Europa, anch’essa attraversata dal dibattito sui migranti e dalla questione dei muri. «I migranti sono il segno più importante di questi tempi – ci risponde –. Con il loro passare ci dicono che molte cose stanno cambiando. E ci portano qualcosa che loro stessi non conoscono. Non è solo questione di spostarsi verso l’Europa o gli Stati Uniti: si spostano da un’epoca verso il futuro. Ci dicono che il tempo di un’economia neo-liberista che costruisce la sua ricchezza sulla vita delle persone che vivono in altre aree del mondo sta terminando. Non è una migrazione solo umana e culturale; è un Esodo forzato accompagnato da Dio». E Donald Trump? Che ne sarà di voi una volta che il muro al confine con il Messico sarà stato davvero completato? «Non credo che Trump durerà a lungo – replica padre Solalinde –. Le sue prese di posizione sono scomode per lo stesso establishment americano, che queste stesse politiche preferirebbe portarle avanti in maniera più sofisticata, dando meno nell’occhio. In ogni caso, muro o non muro, Trump e tutti gli altri perderanno la guerra con i migranti perché Dio cammina al loro fianco. Non ci sono riusciti i narcos, con le loro violenze. Non lo farà di certo una barriera, per quanto alta e inespugnabile Washington si sforzi di costruirla».

Fra i libri di Paolo A. Dossena DAVID CAY JOHNSTON, Donald Trump, Einaudi, 2017 Nel 1885 il signor Friedrich Trump ha dei problemi: è rimasto orfano del padre da piccolo, nella sua città tedesca, Kallstadt, non c’è lavoro, e sta per arrivare la cartolina precetto. Allora lascia un biglietto alla madre e, come milioni di europei, fugge in America. È una traversata drammatica su un piroscafo traboccante di gente, che tuttavia lo porta a New York, dove alloggia presso la famiglia della sorella, scappata dall’Europa in precedenza. Il suo primo lavoro? Apre un ristorante/bordello a Seattle. Poi inaugura una specie di hotel «di quelli che servono, diciamo, a soste brevi e dinamiche», continua il premio Pulitzer David Cay Johnston. E «edificando su terreno non suo» anticipa «il modo in cui il nipote Donald» condurrà uno dei suoi affari in Florida. Poi, l’americanizzato «Fred» si sposta nello Yukon e apre un bar tavola calda dove offre liquori forti e «ragazze sportive». Ormai molto ricco, Fred si mette a fare il barbiere a New York. Come mai? All’epoca questo lavoro serviva a coprire «attività criminali, i negozi erano perfetti per ospitare incontri d’affari, e scambi sottobanco». Fred produce un figlio, anche lui Fred, che a dodici anni apre un’impresa di costruzioni di garage residenziali. Più tardi viene arrestato per la partecipazione a una sommossa violenta di gente incappucciata di bianco: Ku-Klux Klan. Durante la Seconda guerra mondiale Fred «si accaparra le commesse governative per la costruzione di caserme e caseggiati» della marina, «imparando a destreggiarsi nelle gare d’appalto». Poi costruisce le case per i reduci. Poi migliaia di appartamenti, utilizzando «i materiali più scadenti», e diventando il bersaglio di investigatori che indagano «sulle speculazioni commesse servendosi del denaro pubblico destinato ai veterani». Seguirà la protesta dei commercianti perché Fred «grazie ai fondi governativi per la riqualifica dei bassifondi, aveva preso possesso del loro quartiere, alzando a dismisura gli affitti». Tra i misfatti di Fred c’è il progetto di distruggere una popolare attrazione del parco giochi di Steeplechase per costruire un grande complesso. Distrae l’attenzione dei giornali ingaggiando ragazze vestite solo con un bikini e un casco da manovale, che distribuiscono mattoni alla gente per tirarli contro l’insegna delle giostre. La tecnica delle donne svestite sarà ereditata dal figlio di Fred, Donald. E se Fred è in rapporti con il mafioso Tomasello (famiglie dei Genovese e dei Gambino), Donald farà affari con i capi delle stesse cosche. Donald è un bambino «che lanciava pietre ai bambini più piccoli nelle culle». Allora il padre lo spedisce in un’accademia militare per imparare la disciplina. Eppure Donald ottiene cinque esoneri per evitare la guerra del Vietnam. Quindi entra nel giro degli affari immobiliari e si rivela più spregiudicato del padre e del nonno. Per esempio assume come operai dei clandestini, facendoli lavorare «senza casco o mascherina, la cui protezione era fondamentale per non ritrovarsi i polmoni pieni di amianto. Toglievano i fili elettrici a mani nude». Poi assume operai mandati dal sindacato demolitori che «era sotto il controllo dei malavitosi. Così il sindacato asseconda un piano per reclutare operai senza rappresentanza. Non pagarli quanto concordato e non versare loro i contributi assistenziali e previdenziali». Alla fine gli operai devono rivolgersi a un avvocato per essere pagati. Quindi, conclude Johnston, Friedrich Trump getta «un’ombra lunga un secolo sulla sua famiglia», dato che Fred e Donald ne hanno seguito le orme.


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Politica e Economia

Affitto Airbnb: non senza i miei vicini La consulenza della Banca Migros Jeannette Schaller

Densità dell’offerta Airbnb nelle 20 città più popolate della Svizzera Offerte/per 1000 abitanti: 9 8 7 6 5 3 2 1

spettare i vicini quando ospitano clienti Airbnb. In caso contrario, i proprietari degli appartamenti possono esigere una limitazione degli affitti di breve durata. Si può discutere anche con la banca: gli introiti degli affitti Airbnb sono soggetti a notevoli fluttuazioni, di conseguenza la banca che concede il finanziamento ipotecario solitamente non considera

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il reddito conseguito con Airbnb ai fini della sopportabilità finanziaria dell’abitazione. Anche il fisco è poco propenso a ridurre il valore locativo in base ai locali affittati sulle piattaforme online. Nonostante le forti oscillazioni degli introiti conseguiti con Airbnb, chi mette a disposizione il proprio appartamento deve dichiararli sempre come reddito,

Fonte: Airbnb, Datahouse, Wüest & Partner

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Gin

La lunghezza della barra indica il numero di annunci Airbnb per ogni 1000 abitanti. La superficie della barra è proporzionale alla quota della città nel totale degli appartamenti messi a disposizione su Airbnb a livello svizzero.

Zur

Jeannette Schaller, responsabile della pianificazione finanziaria alla Banca Migros

Airbnb.ch, booking.com, myswitzerland.com o wimdu.ch – per i soggiorni privati nelle città svizzere e le località turistiche le piattaforme di prenotazione online sono ormai imprescindibili. L’offerta è particolarmente ampia a Basilea e Ginevra (v. grafico) Con quasi 8 e 10 annunci Airbnb per ogni 1000 abitanti, le due città superano addirittura altre metropoli europee, tra cui Berlino. Gli inquilini possono subaffittare l’appartamento con Airbnb & Co. quando vogliono, ma a quattro condizioni. Prima di tutto occorre ottenere il consenso del locatore, secondariamente devono essergli sottoposte le condizioni del subaffitto, idealmente sotto forma di un contratto di subaffitto. In terzo luogo il locatore non deve essere penalizzato (un esempio classico sono i rumori che disturbano gli altri inquilini). Quarto, il canone del subaffitto non deve essere indebitamente elevato. In altri termini il cliente Airbnb non deve pagare per il soggiorno molto di più dell’inquilino stesso. I giuristi ammettono un sovrapprezzo massimo del 3%, riferito all’uso dei locali, che può essere più elevato in caso di servizi supplementari, ad esempio la mobilia, la colazione o la pulizia finale. Il locatore può rivendicare i guadagni che vanno al di là dei suddetti parametri. Così come gli inquilini, anche i proprietari di un appartamento devono ri-

a prescindere che sia il proprietario stesso o soltanto l’inquilino. Inoltre, a seconda dei cantoni, deve essere versata la tassa di soggiorno. D’altro canto, le spese inerenti all’affitto sono deducibili dal reddito imponibile. Diversi cantoni concedono di dedurre un forfait del 20% dell’affitto lordo per i mobili e un altro 13% per la biancheria. Annuncio pubblicitario


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Politica e Economia

Zurigo salva la pace linguistica Votazione popolare I cittadini del cantone hanno respinto con oltre il 60 per cento dei voti un’iniziativa che

chiedeva di insegnare una sola lingua straniera alle elementari – Un segnale importante a livello nazionale Marzio Rigonalli Nelle scuole elementari del canton Zurigo si continueranno ad insegnare due lingue straniere, l’inglese a partire dalla terza classe e il francese dalla quinta. Gli elettori del cantone svizzero più popolato hanno respinto il 21 maggio, con oltre il 60% dei voti espressi, un’iniziativa popolare sulle lingue straniere che chiedeva di insegnare una sola lingua straniera nella scuola elementare e di rinviare l’insegnamento della seconda lingua straniera nella scuola secondaria. L’iniziativa era stata promossa dai sindacati degli insegnanti e veniva sostenuta da alcuni partiti politici, come l’UDC, l’UDF (Unione Democratica Federale) ed il PEV (Partito Evangelico Svizzero). La chiara vittoria dei contrari è stata agevolata anche dalla dichiarata intenzione del governo cantonale, in caso di vittoria dei favorevoli all’iniziativa, di spostare nella scuola secondaria l’insegnamento dell’inglese e non quello del francese, come auspicato dagli iniziativisti.

La battaglia non è vinta, la strategia linguistica intercantonale resta sotto tiro in quattro cantoni: Turgovia, Lucerna, Grigioni e Basilea Campagna Le reazioni al voto sono state numerose e nella maggior parte dei casi è prevalsa una grande soddisfazione. Innanzitutto nella Svizzera romanda, ma anche nella Svizzera tedesca, tra coloro che temono lo scatenarsi di una guerra delle lingue a livello nazionale e l’avvento di una giungla di scadenze e di programmi diversi nella scuola dell’obbligo a livello cantonale. Alcuni hanno parlato di un gesto in favore delle minoranze latine, in particolare in favore della Svizzera romanda. Altri vi hanno visto il riconoscimento del plurilinguismo, ossia di una caratteristica fondamentale senza la quale lo Stato elvetico non

potrebbe esistere. Altri ancora hanno interpretato il voto zurighese come un segnale molto positivo, emerso a vantaggio della coesione nazionale. La persona più soddisfatta sarà probabilmente stata la signora Silvia Steiner, consigliera di Stato zurighese, PPD, responsabile del Dipartimento della pubblica educazione dal 2015 e presidente della Conferenza dei direttori cantonali della pubblica educazione da quest’anno. Nella sua veste di presidente della CDPE avrebbe dovuto far fronte a non pochi problemi se l’iniziativa popolare sulle lingue straniere avesse ottenuto una maggioranza di consensi. Data l’importanza del canton Zurigo in seno alla Svizzera tedesca e a livello nazionale, il sì all’iniziativa avrebbe avuto ripercussioni in altri cantoni, che sarebbero stati tentati di imitare Zurigo. Avrebbe anche messo a repentaglio il tentativo di armonizzazione della scuola obbligatoria, fatto attraverso il concordato intercantonale HarmoS, in particolare in merito all’insegnamento delle lingue, alla durata ed agli obiettivi dei livelli di formazione. Inoltre, avrebbe creato tensioni tra la Svizzera tedesca e la Svizzera romanda, che come è noto segue attentamente la questione linguistica. Infine, avrebbe potuto provocare un intervento della Confederazione. L’articolo 62, alinea 4, della Costituzione federale prevede che la Confederazione intervenga con misure appropriate, quando i cantoni non riescono ad armonizzare i loro sistemi scolastici. Il consigliere federale Alain Berset, capo del Dipartimento dell’interno, ha già minacciato d’intervenire, quando in vari cantoni si era profilata la minaccia di rinviare l’insegnamento del francese nella scuola secondaria. Lo ha fatto mettendo in consultazione un progetto di revisione della legge sulle lingue, che contemplasse l’obbligo, per la scuola elementare, di insegnare una seconda lingua nazionale. I risultati della consultazione non sono però stati incoraggianti. Secondo quanto si può leggere nel comunicato del Consiglio federale del 16 dicembre scorso, molti cantoni hanno ritenuto che attualmente un intervento della Confederazione

Nelle scuole elementari zurighesi resta l’insegnamento dell’inglese a partire dalla terza e del francese dalla quinta. (Keystone)

sarebbe stato «precoce, eccessivo e politicamente inopportuno». Berset ha messo il dossier in un cassetto, ma ha dichiarato che interverrà se un cantone dovesse agire autonomamente e rinviare l’insegnamento di una seconda lingua nazionale alla scuola secondaria. La minaccia, dunque, è sempre presente, anche se la sua attuazione nasconde varie insidie, un po’ perché non tutti i consiglieri federali la pensano come Berset, un po’ perché la questione sfocerebbe sicuramente in una votazione popolare, con dei risvolti sulla pace linguistica non facilmente valutabili. In quest’inizio di secolo, il canton

Zurigo si era già pronunciato due volte sull’insegnamento delle lingue straniere nella scuola dell’obbligo. La prima volta nel 2006, quando respinse un’iniziativa popolare che chiedeva la soppressione dell’insegnamento del francese nella scuola elementare. Anche in quell’occasione il risultato fu chiaro, perché i contrari all’iniziativa raggiunsero il 58,5%. La seconda volta nel 2008, quando venne approvato il concordato HarmoS. Entrato in vigore il 1. agosto 2009, il concordato confermò la strategia linguistica per l’insegnamento delle lingue, adottata dai cantoni nel 2004, e che prevede l’insegnamento di due lin-

gue straniere nella scuola elementare, una seconda lingua nazionale e l’inglese, la prima a partire dalla terza classe, la seconda dalla quinta. La strategia lascia ai cantoni la libertà di scegliere quale delle due lingue straniere va insegnata per prima. Oggi, 22 cantoni su 26 hanno adottato questa strategia. La votazione avvenuta nel canton Zurigo costituisce un traguardo significativo, ma non pone fine alle incertezze sull’insegnamento delle lingue straniere, che regnano nella Svizzera tedesca. Il 14 giugno, il Gran Consiglio del canton Turgovia si pronuncerà definitivamente sullo spostamento dell’insegnamento del francese nella scuola secondaria. In prima lettura, la decisione è stata positiva. La maggioranza dei gran consiglieri ha fatto valere l’eccessivo carico di lavoro per gli scolari ed i pessimi risultati ottenuti. Adesso bisognerà vedere se a Frauenfeld si assisterà alla prima importante violazione della strategia linguistica intercantonale, o se il no di Zurigo avrà un certo impatto e riuscirà a modificare l’opinione dei parlamentari turgoviesi. In settembre, gli elettori del canton Lucerna saranno chiamati alle urne per pronunciarsi su un’iniziativa popolare simile a quella respinta dal canton Zurigo, denominata «Solo una lingua straniera nelle scuole elementari». Infine, in due altri cantoni, Basilea Campagna e Grigioni, l’insegnamento di due lingue straniere viene contestata. Nei Grigioni, un’iniziativa popolare chiede che venga insegnata una sola lingua straniera nelle elementari e prevede l’inglese per gli allievi di lingua tedesca ed il tedesco per gli allievi di lingua italiana e di lingua romancia. Italofoni e romanci hanno subito combattuto quest’iniziativa, perché la giudicano offensiva nei confronti delle minoranze cantonali e pericolosa per l’equilibrio linguistico del cantone. Il governo ed il parlamento retici hanno dichiarato nulla l’iniziativa, ma il Tribunale federale, dopo il tradizionale iter giudiziario, l’ha dichiarata valida per tre voti contro due. A favore hanno votato tre giudici svizzeri tedeschi, contrari sono stati due giudici latini. Toccherà ora agli elettori pronunciarsi in votazione popolare. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Poche le novità, ma si sente l’aumento della pressione fiscale ImposteLe persone fisiche percepiscono in modo sensibile l’aumento di alcune tariffe e tasse,

accanto alle diminuzioni delle possibili deduzioni sul reddito. Nuove regole per le coppie separate e per le pensioni Ignazio Bonoli In Svizzera, e in particolare in alcuni cantoni, la pressione fiscale sta aumentando, anche se non in forma ufficiale. Il costo della vita cresce e incide sui redditi più bassi, ma l’ influsso sull’indice è infimo, per cui il rincaro rimane vicino a zero e non dà luogo alla correzione della progressione a freddo. Ma anche il ceto medio e medio-superiore si accorge di aumenti della pressione fiscale, in particolare attraverso la soppressione o la riduzione della deducibilità di alcune spese legate al conseguimento del reddito. In alcuni cantoni è nata una certa polemica per la drastica diminuzione della deduzione delle spese di trasferimento dal luogo di domicilio al luogo di lavoro. Anche per questo trasferimento sono aumentate le tariffe per i mezzi pubblici, come pure le spese per i mezzi privati: dall’aumento delle tasse di circolazione, alle multe più salate e applicate con più facilità. I proprietari di stabili si sono visti ridurre la possibilità di dedurre le spese per la manutenzione (in Ticino dal 25 al 20%, in attesa di un aumento delle stime immobiliari), mentre in realtà i costi dell’edilizia sono aumentati. Infine, presso tutte le amministrazioni pubbliche, oltre all’aumento delle tariffe, si constata un’applicazione più rigida delle norme fiscali. Una novità di rilievo quest’anno è il cambiamento di sistema per quanto riguarda i divorzi e le separazioni, che di regola provocano un aumento delle imposte, dalla tariffa per coppia a quella del singolo contribuente. È un aspetto importante, non solo sul piano delle conseguenze fiscali, ma anche su quello sociale, dal momento che in Svizzera sono avvenute nel 2016 ben 16’777 separazioni, nella maggior parte dei casi dopo matrimoni durati almeno 15 anni. L’età media dello sposo era di 32 anni e quella della sposa di 30 anni. Fino al 1989 una separazione era considerata alla stregua di un delitto punibile, con tanto di colpevole. Oggi non più, ma la situazione non è cambiata di molto.

Quando le vite si separano, spesso ne consegue un aggravio fiscale importante. (Keystone)

Sul piano fiscale la coppia doveva inoltrare una sola dichiarazione e beneficiava della tariffa per coppie. Dopo la separazione, a partire dalla fine dell’anno in cui è avvenuta la separazione, ognuno deve compilare la propria dichiarazione. E qui le cose si complicano, in particolare per la tariffa da applicare, se vi sono figli minorenni o maggiorenni in formazione, a chi è affidata la cura dei figli, chi deve pagare gli alimenti, o magari se c’è ancora un’economia domestica comune. In presenza di figli minorenni oggi è possibile ottenere la cura comune. Il padre versa gli alimenti e la madre ha diritto alla tariffa fiscale di coppia. Il padre si vede così aumentare l’imposta, ma può dedurre gli alimenti. La madre

ha diritto a deduzioni per i figli e per i premi d’assicurazione. Ha diritto anche a deduzioni per la cura dei figli da parte di terzi (con massimi variabili da cantone a cantone). La madre deve dichiarare gli alimenti ricevuti. Se entrambi i genitori lavorano e condividono la cura dei figli, solo la madre ha diritto alla tariffa di coppia, dopo decisione del Tribunale federale (le donne di regola guadagnano spesso meno degli uomini) e ognuno ha diritto a metà delle deduzioni per figli e per oneri assicurativi, nonché a quanto pagato per cure da parte di terzi. Nel caso di figli maggiorenni agli studi, il padre ha diritto alla tariffa fiscale per coppie e la madre è tassata come persona sola. Il padre può anche

applicare le deduzioni per figli e oneri assicurativi. Non ha però il diritto di dedurre le spese di mantenimento dei figli, cosa che invece può fare la madre nella misura in cui vi contribuisce. Nel caso di coppie di fatto (non sposate) è la madre, se ha un reddito maggiore o contribuisce in misura maggiore al mantenimento dei figli eventuali, per esempio in formazione, che beneficia della tariffa di coppia e può operare le deduzioni previste. Nessuno dei due versa alimenti per i figli. Rimangono comunque differenze fra i cantoni, a causa del margine di manovra lasciato dalla legge federale sull’armonizzazione delle imposte dirette dei cantoni e dei comuni. Un aspetto importante anche per

il fisco è la nuova regolamentazione per gli averi di cassa pensione in caso di separazione. Di regola gli averi di vecchiaia (il capitale) vengono sommati e poi divisi per due. Una novità consiste nel valutare il capitale di vecchiaia da dividere all’inizio del processo di separazione. Nel caso in cui uno dei partner percepisce già una rendita, mentre l’altro non ha una cassa pensione, quest’ultimo può farsi garantire la rendita facendo versare la metà del capitale presso l’istituto collettore delle casse pensioni. Anche il coniuge separato è meglio protetto nel caso di decesso di chi pagava la rendita. Il superstite può chiedere al giudice di trasformare l’indennità ricevuta finora in una rendita a vita. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Politica e Economia

Economia dell’ambiente: custodi, non proprietari

AnalisiL’importanza di dare sostenibilità ambientale allo sviluppo economico è stata ormai riconosciuta.

L’approccio adottato potrebbe però generare scetticismo

Edoardo Beretta Se la salvaguardia ambientale era ‒ solo fino a qualche decennio fa ‒ ancora considerata residuale (se non, persino, retaggio di una cultura «sessantottina»), essa ha assunto ai giorni nostri carattere di rilevanza strategica oltre che di «mera» condizione di sopravvivenza del pianeta stesso. Oltre a tutte le considerazioni per gli individui correlabili ad un ambiente meno inquinato, la progressiva attenzione economica ha perlomeno avuto il merito di sensibilizzare anche quei settori produttivi fino ad allora più scettici (in quanto preoccupati delle possibili perdite di ricavi derivanti da eventuali irrigidimenti degli standard vigenti). Dopodiché, il termine «risparmio energetico» è entrato prepotentemente nelle vite quotidiane di tutti noi, persino «addossando» all’economia domestica l’onere (anche finanziario) di tanti aggiustamenti nella sua conduzione. Senza analizzarli voce per voce (omettendo di concedersi alla frequente pretesa delle scienze economiche di farvi ricadere ogni risposta) è frequente la sensazione che i sopra citati risparmi domestici ‒ banalmente: dal cambio della lampadina a favore di una a basso consumo a tanti altri accorgimenti per utilizzare minori risorse idri-

che, elettriche o energetiche ‒ siano ben poca cosa di fronte alla vera portata del problema, che si banalizza troppo spesso ricadendo in tali cliché. Se è senz’altro vero che «tanti poco fanno assai», lo è altrettanto che la scarsa sostenibilità delle odierne condizioni ecologico-ambientali in molti Paesi sia da imputarsi perlopiù all’industria stessa (certamente, sulla base di una domanda esercitata globalmente), determinando un accostamento impari fra «milioni» in termini di risparmi effettivi e «miliardi» di risparmi potenziali. Ancor più precisamente, una soluzione sostenibile per la tutela dell’ambiente non può permettere di cadere nella tentazione del «chi paga può inquinare». Ciò pare, invece, proprio il caso del cosiddetto «mercato delle emissioni» (emissions trading), con cui vengono quotate monetariamente, nei Paesi che vi aderiscono, le emissioni nocive di inquinanti quali gas serra per poi commerciarne il relativo «diritto» fra Nazioni. È evidente che tale approccio costituisca sì un «passetto» avanti nel tentativo di disincentivare finanziariamente l’eccessivo inquinamento ambientale, ma i tempi sono davvero troppo diluiti di fronte al concreto rischio che da deterrente divenga una semplice voce di costo da inserire nei bilanci aziendali/nazionali. Proprio

sulla scia di tale argomentazione si potrebbe anche discutere circa l’efficacia (o l’appropriatezza) del divieto d’accesso in molti centri cittadini alle auto che non pagano un ticket d’ingresso. Se l’intento è quello di salvaguardare l’ambiente, tale priorità non può essere riformulata in chiave «rimpinguacasse». Lo stesso discorso vale per le cosiddette «ecotasse», fra cui vi è anche la spesso menzionata carbon tax. Del resto, i dati parlano chiaro: nel 2011 all’Unione Europea ed agli Stati Uniti erano da iscriversi rispettivamente il 10% ed il 16% delle emissioni globali di gas serra, mentre Paesi quali Cina, Russia ed altri raggiun-

gevano «quote» pari a 28%, 6% e 30%1. Quale soluzione, dunque, perseguire dinanzi all’apparentemente insormontabile dilemma posto dalla necessità di continuare a crescere a vantaggio del PIL (misura principale di benessere economico), ma con più sostenibilità (se non altro, per evitare costi ecologici, sanitari ed infrastrutturali in futuro sempre più insostenibili)? I dati statistici illustrano come l’impatto sull’ambiente in termini di danno da diossido di carbonio (in percentuale rispetto al Reddito Nazionale Lordo) si sia sì attenuto, una «vera» soluzione, però, non può prescindere

Risparmi aggiustati: danno da diossido di carbonio (in % rispetto al reddito nazionale lordo)* 1970 1980 1990 2000 2010 2014 Variazione 0,49 0,44 0,44 0,56 0,32 0,30 –0,19 Australia Canada 0,53 0,49 0,38 0,51 0,29 0,31 –0,22 Cina 1,13 2,26 3,38 1,95 1,29 1,14 +0,01 0,39 0,21 0,14 0,18 0,12 0,12 –0,27 Francia Germania – – – 0,29 0,20 0,20 –0,09 0,35 0,24 0,18 0,27 0,18 0,19 –0,16 Italia Mondo 0,52 0,40 0,39 0,49 0,45 0,49 –0,03 USA 0,54 0,48 0,40 0,37 0,34 0,33 –0,21 0,21 0,10 0,08 0,09 0,06 0,06 –0,15 Svizzera * http://data.worldbank.org/indicator/NY.ADJ.DCO2.GN.ZS

da cambiamenti strutturali a variabili «chiavi» quali approccio a lavoro, economia e società nel loro complesso, che dovrebbe articolarsi fra migliore flessibilità lavorativa (cfr. telecommuting, desksharing etc.), fluente viabilità stradale, sgravi su possesso e/o acquisto di veicolo meno inquinanti oltre che mezzi pubblici sempre meno soggetti a rincari oltre che a miglior prezzo per tutti. Certamente, in una società postindustriale la crescita non potrà permettersi più di avere i connotati delle epoche del passato recente fatto di boom edilizio, elettronico ecc. Slow economy (in un’accezione più vasta di quella di degrowth, cioè di decrescita) non significherebbe certo minore efficienza, anzi. Lo stadio ultimo di tale processo di rivoluzione mentale consisterebbe nel comprendere – gli esempi sopra menzionati, però, ci segnalano che ne siamo ancora ben distanti – che gli individui possono sentirsi semmai «custodi», ma certo non «proprietari» dell’ambiente, cioè del bene comune per eccellenza da tramandare ai posteri. 1. https://www.epa.gov/ghgemissions/ global-greenhouse-gas-emissionsdata#Country Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Le parole giuste per capire l’economia I lettori di «Azione», che conoscono Daniele Besomi, hanno certamente apprezzato i suoi contributi sul linguaggio delle crisi che ora, rielaborati e completati con nuovi materiali, sono stati pubblicati in un agile volume della collana «virgola» dall’editore Donzelli di Roma. Come le altre scienze anche l’economia si serve della retorica e delle sue figure per facilitare la trasmissione delle idee. Nelle due parti del suo libro Besomi, valendosi di un’estesissima documentazione – che risale ai primordi della scienza economica per arrivare ai nostri giorni e comprende non solo citazioni da opere scientifiche ma anche da riviste e giornali di più o meno larga tiratura – si occupa in particolare di due aspetti relativi all’uso della retorica nella descrizione e nell’interpretazione delle situazioni in cui il sistema economico non è in equilibrio. Dapprima, dei diversi termini con i quali sono state definite e poi delle metafore usate per descriverle. L’enumerazione dei termini viene fatta nella prima parte. Si inizia da termini come la bolla e l’inganno finanziario, passando poi

per la stagnazione e il panico, per arrivare alla crisi. Sempre in questa parte vengono presentati i termini ciclo, recessione e fluttuazioni che fanno parte del vocabolario economico che continuiamo ad usare anche ai nostri giorni. A me sembra che in questa enumerazione il termine crisi occupi un posto centrale tra l’altro perché, nel corso del tempo, ha cambiato di significato. Mentre all’inizio dell’Ottocento la crisi indicava un momento critico dell’evoluzione economica, alla fine del medesimo secolo, con l’apparire delle teorie del ciclo, la crisi diventa semplicemente una fase dello stesso. La prima parte del libro si chiude con un’analisi della relazione che passa tra scelte lessicali e interpretazioni delle crisi. L’autore si occupa in particolare della questione se l’economia di mercato sia, o meno, in grado di autoregolarsi, ossia di uscire da sola, senza l’intervento dello Stato, da fasi di recessione e di crisi. Egli ritiene infatti che questa questione rappresenti la principale linea di divisione, tanto terminologica quanto interpretativa, tra i diversi approcci al problema delle

crisi. Del libro di Besomi è probabile che gli addetti ai lavori, voglio dire gli economisti, apprezzino di più questa prima parte. È altrettanto probabile, però, che chi non si intende in modo particolare di economia leggerà con maggiore interesse la seconda parte. Qui vengono presentate le numerose metafore che gli economisti e i commentatori dei fatti economici hanno utilizzato, nel corso degli ultimi due secoli e mezzo, per descrivere le crisi. Abbiamo metafore riprese dalla descrizione di fenomeni naturali come tempeste, uragani, terremoti, valanghe, vortici, onde e maree. Oppure termini della medicina come malattie con tanto di febbri e di possibilità di contagio. Ci sono poi metafore legate all’edilizia come fondamenta traballanti e castelli di carte. La fisica e l’astronomia hanno pure dato il loro contributo. Le comete servivano per descrivere il modo inatteso, o, quando il loro ritorno era periodico, il modo atteso con il quale si presentava la crisi. La fantasia dei commentatori e teorici sembra non avere avuto limiti nella ricerca di metafore che possano

servire per spiegare le fluttuazioni. Si è così fatto ricorso al moto del pendolo, come pure alle stufe a carbone, alle esplosioni, alle macchine a vapore, al dondolìo dei cavalli a dondolo, e, addirittura, anche la rotazione della terra. Infine, relativamente alla capacità delle crisi di eliminare le aziende più deboli si è parlato anche di estirparzione delle malerbe. L’autore fa notare come la scelta delle metafore viene fatta in funzione dell’interpretazione che chi le usa intende dare al fenomeno analizzato. Alcune metafore sono equivalenti, ma, in genere, ognuna di esse serve per descrivere solo questa o quella particolarità delle fluttuazioni. Per esempio, come si presentano nel tempo, all’improvviso o in modo regolare; oppure quali sono le loro conseguenze, rovina generale come nel caso di valanghe e terremoti, oppure distruzione selettiva limitata alle unità più deboli con conseguente miglioramento delle opportunità di sviluppo come nel caso dell’estirpazione delle male erbe, o delle tempeste che, per finire, purificano l’atmosfera. Osservo ancora che il libro di Besomi

contiene un’utilissima appendice nella quale l’autore riporta la cronologia delle crisi finanziarie e economiche a partire dalla famosa bolla dei bulbi di tulipano, scoppiata in Olanda tra il 1634 e il 1637, per arrivare alla crisi dei subprime del 2007-2008. Nelle conclusioni alla seconda parte Besomi ci avverte che l’uso di metafore può sempre essere una potenziale fonte di errori. In particolare perché praticamente ogni metafora, da lui presentata, può avere un senso diverso, a seconda del modo nel quale viene usata. Già Donald N. Mc Closkey nel suo fondamentale lavoro sulla retorica della scienza economica, avvertiva che «le figure del discorso non sono solo fronzoli. Esse pensano per noi». È quindi un bene che esistano istruzioni per l’uso come questo libro di Daniele Besomi.

misti. Che colpiscono sempre dove meno ce lo aspettiamo. Anche nel Regno Unito si vota, l’8 giugno, pochi giorni prima delle legislative francesi, il cui esito è molto aperto: Emmanuel Macron avrà la maggioranza relativa, difficilmente quella assoluta. Ma quelle inglesi sono elezioni scontate, la vittoria dei conservatori non è in discussione, l’unica incognita è la dimensione del crollo laburista: nessun attacco del terrore potrà cambiarne il verdetto, come fece in Spagna nel 2004 la strage di Madrid, che aprì la strada del governo a Zapatero. Stavolta, a differenza dello scorso 22 marzo, il bersaglio degli assassini non era il Parlamento di Westminster. Erano i fan di una cantante che quasi nessuno di noi adulti aveva mai sentito nominare, ma è molto amata dai teenager. E l’obiettivo era accreditare uno dei

paradigmi del terrore: il parallelismo della sofferenza tra i morti di Manchester e quelli in Siria, in Iraq, in Libia, in Yemen. Uno schema cui una parte dell’opinione pubblica europea, anche non islamica, è sensibile; ma che invece va respinto nel modo più assoluto. Le guerre civili in Medio Oriente e in Africa, accese dalla rivalità religiosa e dalla rivolta contro i vecchi autocrati, continuano anche perché le potenze regionali e quelle mondiali hanno l’ambizione di giocare un ruolo. Ma quale responsabilità possono portare i ragazzi che vanno a un concerto, i genitori che attendono all’ingresso, i familiari che aspettano da casa telefonate che non verranno? Alzare muri è impossibile e in ogni caso inutile. Il Regno Unito non ha mai aderito agli accordi di Schengen, non ha mai sospeso i controlli alle frontiere, un anno fa ha votato per

uscire dall’Europa. Ma non per questo è al riparo. Manchester poi è da tempo un centro di reclutamento per gli estremisti islamici. Questo però non può essere un alibi per rinunciare al governo dell’immigrazione, al presidio delle frontiere meridionali d’Europa, al controllo della propaganda jihadista su Internet e nelle periferie delle nostre città. Ovviamente la sicurezza è una condizione perduta per sempre. I motivi di allarme possono essere infiniti. Sabato 3 giugno a Cardiff c’è la finale di Champions. Il primo luglio a Modena Vasco Rossi terrà il più grande concerto della storia italiana. Si tratta ovviamente di non perdere la testa. Non fare come se nulla fosse; il che sarebbe difficile e anche un po’ sciocco. Ma essere consapevoli che questa non è una guerra; è un tempo. Il tempo che ci è dato in sorte.

rotabile. La compagnia che assicurava i collegamenti – la «Gotthardbahn» – era allora privata, sigla GB, in bocca dei bellinzonesi semplicemente «Gotarbann», società che aveva la sua sede a Lucerna. Con i convogli arrivavano forestieri e mercanzie, ma anche fastidi ed incomprensioni. Molti dipendenti della compagnia erano svizzero-tedeschi, parlavano dialetto ed erano poco propensi ad integrarsi nel tessuto socioculturale della città. Ma veder nascere chiese evangeliche, scuole tedesche, club riservati agli impiegati della GB come la «Kegelbahn» indispettì gli autoctoni, spaventati dal progressivo intedeschimento della parlata – soprattutto nelle comunicazioni ferroviarie – e delle insegne. Questa tendenza a costituire ghetti scolastici e religiosi fu motivo di lunghe controversie che giunsero anche sui banchi del Gran consiglio e di qui alle Camere

federali. Il più agguerrito alfiere di questa campagna per la salvaguardia dell’italianità del capoluogo fu il glottologo Carlo Salvioni, agli occhi del quale la GB appariva come un cavallo di Troia introdotto furtivamente nel cuore della latinità per sovvertire gli equilibri. Ora siamo arrivati alla terza tappa. Alcune ripercussioni di quest’ultima, energica accelerazione dei trasporti sono già evidenti sui commerci della città (in particolare nei giorni di mercato) e sull’attività edilizia. A lungo Bellinzona è riuscita a conservare il suo impianto tardomedievale, benché non siano mancati abbattimenti sconsiderati di molti segmenti della murata. Ora però le pressioni degli impresari costruttori si sono fatte pressanti ed insistenti; molte ville storiche sono esposte alle brame della speculazione e all’orizzonte si profila lo spettro dell’agglomerato informe e assediato

dal traffico, dai rumori, dall’inquinamento, dalla congestione permanente. Sarà compito della neo-eletta rappresentanza politica fare in modo che il volto lombardo plasmato dalla biscia viscontea non vada perduto, sacrificato sull’altare del mattone, del cemento e dell’asfalto. Recentemente (12 maggio scorso) la Scuola cantonale di commercio, istituto fondato nel 1894, ha organizzato per gli alunni della terza classe un’intensa giornata di studio sotto il titolo «Oltre i binari»: momento di riflessione sui traguardi raggiunti dalla tecnologia e dal genio civile, ma anche tentativo di prefigurare scenari urbanistici e occasioni lavorative. Coniugare sviluppo economico, ambiente, qualità di vita e retaggio storico cisalpino: sarà questo il cimento che occuperà la mente dei futuri cittadini della nuova-grande Bellinzona. Andare «oltre» senza dimenticare la strada (ferrata) fin qui percorsa.

Bibliografia

Daniele Besomi: Il linguaggio delle crisi. L’economia tra esplosioni, tempeste e malattie; Donzelli editore, collana virgola, Roma 2017, 265 pp.

In&outlet di Aldo Cazzullo La sicurezza persa per sempre È ormai evidente che non c’è modo di difendersi in via assoluta dal terrorismo islamista. Non c’è difesa che possa garantire la sicurezza e la vita. Ma questo non significa che l’Occidente non si debba difendere. Soprattutto, non deve perdere l’anima, rinunciare a se stesso e alle proprie libertà. La guardia era alta soprattutto in Francia, dove il processo democratico che si concluderà con le legislative (11 e 18 giugno) finora è proseguito senza condizionamenti esterni, nonostante l’attacco degli ChampsElysées. Invece nel mirino è tornata l’Inghilterra. Quel che più colpisce, nel guardare le fotografie della strage degli innocenti a Manchester, è il contrasto tra le immagini infantili – i palloncini, le collanine colorate, le orecchie da topolino – e la macabra crudeltà del terrorismo islamista. Che attacca

senza strategia e anche senza tattica, animato dall’odio per la vita, con il solo obiettivo di uccidere più bambini che può. Un lungo percorso di sangue, cominciato nel terribile attacco alla scuola di Beslan (oltre 300 morti, tra cui 186 bambini). È un contrasto, questo tra l’innocenza e la crudeltà, che in altri casi è stato additato come la prova della debolezza di un Occidente imbelle di fronte alla spietatezza dei suoi nemici. Invece l’innocenza dei bambini, degli adolescenti, delle mamme di Manchester va rivendicata. Non è un segno di impotenza ma di forza, di amore per la vita non meno irriducibile della ferocia con cui i nostri nemici ci combattono. E l’innocenza la dobbiamo difendere, in tutti i modi in cui può essere difesa: dalla paura, dal ripiegamento su noi stessi; ma in primo luogo dall’attacco degli isla-

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Bellinzona «tudesca» «AlpTransit Kunden: Willkommen!» La capitale dà il benvenuto agli utenti della galleria di base, in vertiginosa crescita mese dopo mese. In migliaia scendono dalle carrozze provenienti dalle principali stazioni d’oltralpe, con i loro zaini, le loro giacche sportive, i loro calzettoni. Non sono eleganti e un po’ leziosi come gli italiani; i nordici badano alla praticità, utilizzano i mezzi pubblici, camminano come i loro antenati picchieri, salgono ai castelli per ammirare dall’alto la «grande Bellinzona», sempre meno città raccolta e sempre più conglomerazione. Gli edicolanti ora espongono nelle rastrelliere copie della «Luzerner Zeitung»; nei vicoli echeggiano conversazioni in dialetto svizzero-tedesco. La «porta del Ticino» si sta intedeschendo? È probabile, ma non è la prima volta nella storia. È solo l’ultima tappa di un viaggio iniziato al principio del Cinquecento, allorché le lotte

intestine e la disgregazione del Ducato di Milano permisero agli svizzeri di annettersi la chiave delle Alpi, snodo vitale sull’asse dei traffici verso i mercati italiani. A poco servirono le fortezze fatte costruire dai signori lombardi per fermare la calata dei confederati. Non per questo la cittadina turrita mutò lingua, costumi, appartenenza religiosa; il simbolo della città non è cambiato nel tempo, è sempre il biscione visconteo, a conferma di un legame con la metropoli ambrosiana rimasto vivo nel tempo. La seconda tappa prese avvio con Bellinzona già capitale stabile del canton Ticino. Fattore trainante della trasformazione fu l’apertura della galleria del San Gottardo con il relativo esercizio. La linea ferroviaria ridisegnò la trama urbanistica della città, sorsero quartieri nuovi come quello di San Giovanni e la grande Officina adibita alla manutenzione del materiale


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Cultura e Spettacoli L’oggetto secondo Rolla L’oggetto è al centro della nuova mostra fotografica alla Fondazione Rolla di Bruzella

Resurrezione di Laura Palmer Grande attesa per la nuova serie tv di David Liynch che rispolvera, a distanza di 20 anni, uno dei misteri tra i più intriganti di sempre

(Dis)abilità in scena In scena prossimamente I Miserabili e le affascinanti produzioni di «Orme»

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Il re dei Festival Ancora una volta Cannes si conferma polo di attrazione cinematografica (e non solo) mondiale

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El Anatsui, New World Map, 2009 Tela di rame e alluminio. (El Anatsui and Jack Shainman Gallery, New York)

Le grandi fortezze MostreLe migrazioni alla Triennale di Milano Gianluigi Bellei «Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa – grida essa con le silenti labbra –. Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». Sono le parole della poetessa statunitense Emma Lazarus poste alla base della Statua della Libertà a Ellis Island. Tra il 1870 e il 1914 circa 70 milioni di persone attraversano l’Atlantico per emigrare in America. In maggioranza provengono dall’Irlanda, dall’Italia e non da ultimo dalle terre ex asburgiche: questi ultimi tutti contadini ebrei analfabeti e poverissimi, come gli altri. Un’immigrazione che cambia il volto del paese e che è solo l’inizio di quella che nel dopoguerra diventerà senza frontiere, coinvolgendo la Russia, l’India, la Cina, le Filippine. Ultimamente le immigrazioni sono diventate migrazioni secondo la distinzione di Umberto Eco il quale a suo tempo scrisse che si ha immigrazione quando i flussi sono controllati e le persone ammesse decidono di accettare il sistema cultu-

rale e istituzionale del paese ospitante e, al contrario, migrazione quando i flussi avvengono senza controllo e senza che si possano arrestare. La questione dei migranti è un problema complesso e non a caso è al centro del dibattito politico odierno in Europa e in America. Un argomento divisivo, come si dice oggi, che accende gli animi e abbrutisce noi, rinchiusi nelle nostre fortezze, e gli altri. Questo a prescindere dal dibattito culturale in atto che vede attualmente perdere di forza il concetto di integrazione e quello inadeguato di multiculturalismo a favore del superamento di entrambi attraverso il «meticciato», ovvero di modelli culturali condivisi e contaminanti. Una mostra in corso alla Triennale di Milano racconta questa storia dei migranti dal punto di vista dell’artista. Curata da Massimiliano Gioni, e promossa dalla Fondazione Trussardi e dalla Fondazione Triennale di Milano, l’esposizione La Terra inquieta vuole essere «una riflessione sul ruolo dell’artista come testimone di eventi storici e drammatici e sulla capacità dell’arte di raccontare cambiamenti sociali e politici», come scrive lo stesso Gioni in catalogo. Sì, perché per Giorgio Agamben il rifugiato è la figura centrale della

nostra storia politica contemporanea capace di scardinare la «vecchia trinità Stato-nazione-territorio». In questo senso centrale diventa la rappresentazione dell’immagine del migrante a volte stereotipata in fotografie divise fra il pietismo dolente e il disagio. L’artista cerca, al contrario, di andare oltre la rappresentazione fotografica del giornalismo per creare immagini di verità come «processo di condivisione e negoziazione». Di più: alcuni artisti rifiutano la tradizionale «relazione gerarchica fra autore e spettatore» anche perché alcuni di loro sono migranti. L’arte, infatti, si è globalizzata e ultimamente è diventato sempre meno importante specificare il luogo di nascita e la nazione di un artista che per la maggior parte delle volte non lavora più nella sua terra di origine. Questo ha creato uno sfasamento fra territorialità e tempo e l’artista segue codici etici ed estetici «altri» rispetto al localismo geografico. Il suo ruolo, precisa Gioni, è cambiato dagli anni Cinquanta quando era il profeta di una nuova società; ora è diventato il testimone «costretto a contare i cadaveri sulle spiagge». Adel Abdessemed – chi non ricorda il suo tragico Cristo crocifisso realizza-

to con del filo spinato – ci propone una grande barca inclinata piena di gonfi sacchi neri della spazzatura perché tutti i migranti sono pattume. El Anatsui espone la sua celebre nuova mappa del mondo fatta di rame e alluminio che ridisegna i contorni delle terre. Bouchra Khalili dispiega quattro film con altrettanti grandi mappe luminose attraversate da una mano che traccia la rotta da seguire per arrivare in Europa. Dall’altra parte il Comitato 3 ottobre, fondato a Lampedusa nel 2014, espone in una lunga teca gli oggetti personali di 52 morti: fotografie in formato tessera, schede telefoniche, documenti… mentre Banu Cennetouğlu e Nihan Somay delle lunghissime liste che documentano i decessi di migranti sulle coste europee. Il titolo della mostra è preso a prestito dal libro La terra inquieta di Édouard Glissant il quale scrive che le coste dei mari sono diventate «un ossario di amori» e il Mediterraneo per gli artisti, scrive sempre Gioni, «non è più la culla della civiltà e un intreccio di culture, ma un luogo di barbarie, un inferno liquido». Questo ci porta alla precarietà delle opere di Thomas Hirschhorn e al paradosso della globalizzazione che permette alle merci di viaggiare sen-

za confini a differenza degli uomini. Una mostra ondivaga, come altre realizzate da Gioni – che ha curato fra l’altro la Biennale di Venezia del 2013 con lo stesso approccio enciclopedico – che include tutto il possibile e inimmaginabile con criteri molto soggettivi e sempre simili. D’altronde molte delle opere esposte sono già state viste, anche se a dire il vero mai in un contesto così unitario come questo. Il che fa dell’esposizione un unicum da vedere nella sua globalità. Durante il percorso potrete condividere l’azione della dissidente cubana Tania Bruguera e firmare il suo appello al Papa che recita: «Oggi che il modello dello stato-nazione non offre più alcun senso di appartenenza, chiediamo a uno Stato sorto come una nazione concettuale priva di confini, di accogliere coloro che sono in cerca di una casa» richiedendo che la cittadinanza della Città del Vaticano sia garantita agli immigrati. Dove e quando

La Terra Inquieta, La Triennale, Milano. A cura di Massimiliano Gioni. Fino al 20 agosto 2017. Orari: ma-do 10.30-20.30. Catalogo Electa. www. latriennale.org - www.fondazionenicolatrussardi.com


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Cultura e Spettacoli L’autrice è stata violinista. (Valentina Sommariva )

L’oggetto messo in scena FotografiaAlla Fondazione Rolla di Bruzella

affascinanti spunti di riflessione intorno al concetto di verità Gian Franco Ragno

Un romanzo rende giustizia alla musica EditoriaClassica e web meravigliosamente assieme

ne L’orizzonte della scomparsa di Giuliana Altamura

Zeno Gabaglio I modi in cui la narrativa si avvicina al fenomeno musicale sono sostanzialmente due. Il primo è quello per cui chi scrive lo fa da una posizione già prossima a questioni di musica e quindi spesso (anziché di un «normale» romanziere) si tratta piuttosto di un musicofilo, che attraverso il genere narrativo vuole riportare – in una forma meno specialistica ed erudita, auspicabilmente meno noiosa – determinati contenuti tanto cari al connaisseur. Con risultati a volte discreti, ma quasi sempre lontani dai minimi requisiti di tecnica e poetica necessari per ambire alla qualifica e agli esiti di uno scrittore tout court.

Non è facile costruire un racconto musicale senza cadere nello specialismo o nella banalità Il secondo prototipo del romanziere musicale è invece il non-specialista appassionato – lo si potrebbe anche definire scrittore melomane – che nella scelta di situazioni o ambientazioni musicali ricerca il generico fascino delle sensazioni attorno alla musica: stereotipi dal retrogusto romanticoottocentesco, che anzi appaiono ancor più edulcorati rispetto agli origina-

li, depauperati di ogni verità umana e idealizzati fino a un appiccicaticcio inverosimile. Se poi si aggiunge che ogni tentativo di avvicinare parametri tecnici porta quasi sempre a un aperto affronto verso il lettore-conoscitore, il risultato complessivo è forse ancora più desolante che non quello della prima tipologia. Non esistono perciò vie di mezzo? Non è quindi possibile mettere la musica in un romanzo, senza sembrare naïf sprovveduti o criptici nerd? L’eterna speranza di una risposta affermativa a questi interrogativi ci è stata recentemente regalata – e che regalo! – dal romanzo L’orizzonte della scomparsa di Giuliana Altamura, pubblicato da Marsilio. Autentica epifania di un «racconto umano con musica». Il soggetto è costituito dall’incrocio più virtuale che reale – ma è ormai chiaro a tutti come nel contemporaneo la virtualità sia altrettanto solida che la realtà – dell’esistenza di due giovani: Lana e Christian. La prima è una disincantata figura che da un supermercato della provincia americana si trova proiettata sulla ribalta di un seguitissimo reality show televisivo, il secondo un affermato talento del pianoforte classico che divide la propria esistenza tra prestigiose masterclass o concorsi internazionali e la presenza – costante, totalizzante – sul web dei social network e delle chat anonime. Svelato il soggetto nulla è però ancora detto del modo con cui esso venga

reso, e di come la musica riesca a trovarvi un suo posto organico. Il contesto è dunque quello della grande interpretazione classico-pianistica, un universo che inevitabilmente rimanderebbe agli stereotipi citati sopra, a immagini di geni sbadati e disadatti, con giacche di velluto a toppe e lunghe sciarpe colorate. E invece no, perché Christian è un autentico ragazzo del nuovo millennio, e nel nuovo millennio si muove con assoluta plausibilità. Perché il nodo più profondo non è tanto tecnico e poetico – come si fa a metter la musica in un romanzo? – ma antropologico e culturale: è possibile vivere oggi nell’esclusivo contatto con opere ed estetiche create quando ci si muoveva ancora a dorso d’asino? E il miracolo operato dall’autrice è proprio quello di restituirci un’esistenza in cui lo sfiancante lavoro su Bach, Chopin o Rachmaninov – con tutti i tic e le contraddizioni proprie del mondo classico-accademico – non sia solo una cartolina dal passato ma una verità da un presente di carne e sentimenti. Elemento centrale e centrato in una storia che, fortunatamente, parla d’altro. Ma come c’è riuscita? La risposta ce la dà probabilmente la stessa biografia di Giuliana Altamura, che prima ancora di affermarsi come scrittrice – e venir riconosciuta all’esordio con il Premio Rapallo nel 2014 – è stata violinista, e in prima persona ha quindi esperito l’ineffabile concretezza di una vita in musica.

Non più paesaggi e nemmeno ritratti. L’esposizione corrente alla Fondazione Rolla prende in esame l’oggetto in sé (in inglese, «it») in un percorso che procede per produzioni fotografiche partendo dall’epoca classica per arrivare al contemporaneo. Il punto di partenza di questo originale approccio è rappresentato da alcune considerazioni dello storico della fotografia John Szarkowski, riportate nell’abituale e snello catalogo a disposizione dei visitatori. Successore del grande Edward Steichen alla guida della sezione fotografia del Moma (Museum of Modern Art di New York), carica che mantenne dagli anni Sessanta ai primi anni Novanta, Szarkowski diede un impulso fondamentale nella considerazione della fotografia in ambito museale, legittimandone quindi a sua volta il collezionismo e il mercato nascente. Profondo conoscitore di Eugène Atget, nel 1972 Szarkowski, tra le molte esposizioni, curò anche un’importante collettiva intitolata New Documents, che fece conoscere Diane Arbus. Ad oggi le sue produzioni vengono lette mettendo in luce le sue contraddizioni: la sua visione poneva al centro gli autori americani (che di fatto costituivano la base della collezione fotografica) eppure restava troppo riduttiva rispetto alle conflittualità sociali.

Accanto ai grandi nomi della fotografia, per favorire il dialogo la Fondazione Rolla espone anche opere di autori anonimi A Bruzella l’esposizione conta alcune tendenze artistiche ben rappresentate dalla collezione: dai grandi classici americani (Edward Weston) alla poco successiva «Nuova oggettività tedesca» (Albert Renger-Patzsch, Hans Finsler e Ruth Hallensleben, quest’ultima vera riscoperta della Fondazione, che le dedicò la sua seconda esposizione) che gettò le basi fondamentali dell’approccio contemporaneo al mezzo fotografico. Costituiscono un caso a sé stante alcuni grandissimi nomi della storia di questa disciplina, come quello di Irving Penn: il colto e lucidissimo esteta americano, sposato con la meravigliosa modella Lisa Fonssagrives, capace di ele-

vare a modello qualsiasi oggetto, anche il più banale, allorché finito nei rifiuti. Alcuni mozziconi di sigaretta, una carta da gioco lasciata per terra, raggiungono lo statuto di natura morta contemporanea attraverso raffinatissime stampe virate al platino. Oppure ancora Aaron Siskind: passato dal fotogiornalismo sociale della Photo League alla composizione astratta, qui con alcune immagini di oggetti ritrovati sulla spiaggia – soggetti che tradiscono un interesse per la poetica del Surrealismo così come, soprattutto nei risultati, per l’Espressionismo Astratto del dopoguerra. Sono presenti anche opere più recenti, di chiara impronta concettuale, in cui il soggetto-oggetto – spesso banale, di recupero oppure prodotto da altri e poi riutilizzato – passa in secondo piano rispetto alla progettualità dell’artista che ne determina l’uso e il valore estetico: da Franco Vimercati – qui con la serie delle bottiglie e una celebre «zuppiera» che è stato il suo unico soggetto per circa un decennio – a un lavoro tra i più recenti di Luciano Rigolini. Ma accanto ad artisti contemporanei, come contrappunto e come d’altronde è l’abitudine nelle esposizioni della Fondazione Rolla di Bruzella, non mancano alcune fotografie di autori anonimi ma sempre di grande qualità artistica, capaci di dialogare e punteggiare il fil rouge della collettiva. Si può dire che la fotografia, sin dai suoi esordi – che corrispondono a quelli della ferrovia – abbia sempre amato mettere in risalto le qualità dell’oggetto in sé, tanto più quando si tratta di un manufatto inedito, che esprime e incarna lo spirito dei tempi nuovi e lucenti. La fotografia ha celebrato e incarnato anche un certo feticismo per la merce, creando di fatto le basi della pubblicità e fornendo mattoni al castello delle vanità e dei desideri. Tuttavia è in tempi più recenti – in un’epoca dominata dal digitale, in anni di dematerializzazione del lavoro e di narrazione della realtà fornita dai media su schermi – che essa trova più difficoltà, come avrebbe detto Szarkowski, a «forzare la realtà per raccontare la verità». Una verità complessa, che ha bisogno forse di più di un’immagine per essere capita ed afferrata. Dove e quando

It. Fondazione Rolla, Bruzella. Fino al 13 agosto 2017. Orari: ogni seconda domenica del mese dalle 14.00 alle 18.00 e su appuntamento www.rolla.info

Smum in concerto a Lugano JazzLa scuola musicale si presenta in piazza Riforma

mercoledì 31 maggio con le sue classi preprofessionali Gli studenti della Scuola di Musica Moderna, in collaborazione con POESTATE, scendono in piazza con il loro ampio ventaglio di strumenti, in un concerto che celebra la fine dell’anno scolastico della sezione pre-professionale e che presenta i tre workshop del corso pre-bachelor. I gruppi si esibiranno a partire dalle 20.00 in brani di famosi artisti, arrangiati dal chitarrista e codirettore della SMUM Giorgio Meuwly, ripercorrendo quelle che sono le tre principali epoche del jazz. Il viaggio musicale nel tempo attraverserà le sonorità incalzanti del be-bop degli anni ’50, se-

guirà la scia delle aperture formali della modernità del jazz anni 70 fino ad approdare ai giorni nostri con le più attuali tendenze del rock-jazz. Sin dalla sua introduzione nel 2001, il corso pre-professionale, è il fiore all’occhiello della Scuola di Musica Moderna. Il corso pre-bachelor è unico in Ticino. Il suo ciclo di studi consente l’accesso alle scuole universitarie del dipartimento Jazz ed ha il sostegno di dell’Ufficio formazione professionale, della Confederazione e della Città di Lugano. La formazione offre ai giovani alunni che frequentano le scuole secondarie, un percorso di studi musicali ap-

profondito che permette loro di essere preparati per proseguire nell’ambito della musica moderna a livello universitario. Il programma accurato, concilia gli impegni scolastici e la necessità di migliorare e aumentare, rispetto alle normali scuole di musica, l’impegno sia a livello strumentale sia a livello teorico circa la musica moderna. Un’occasione come questa serata live è molto importante perché permette agli interessati di valutare dal vivo il grado di preparazione raggiunto dagli allievi ed eventualmente decidere di intraprendere questa formazione musicale.

Franco Vimercati, Untitled (Zuppiera), 1990. (Fond. Rolla)


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Cultura e Spettacoli

Alla fine chi ha ucciso Laura Palmer? Serie TVA Cannes viene presentata in anteprima la nuova edizione del capolavoro di David Lynch Mariarosa Mancuso Davvero vogliamo sapere chi ha ucciso Laura Palmer, la reginetta del liceo di Twin Peaks ritrovata nel sacco di plastica in riva al lago? Non è detto, per vari motivi che ora proviamo a elencare. Primo: le due stagioni precedenti della serie ideata da David Lynch e Mark Frost nel 1990 avevano tempo a sufficienza per svelare il mistero, e invece facevano di tutto per infittirlo, aggiungendo personaggi, misteri, possessioni diaboliche, richiami telepatici. Puntata dopo puntata, l’agente dell’FBI Dale Cooper beve caffè nero e mangia crostata di ciliegie, scoprendo che nella tranquilla cittadina ai confini con il Canada il male ha fatto radici. Non è detto che la terza stagione abbia intenzione di scioglierli, i nodi. Un cast di oltre duecento attori – con partecipazioni speciali di Naomi Watts, Michael Cera, Laura Dern, Jim Belushi, Monica Bellucci, era previsto anche David Bowie che nel frattempo è morto – sembra poco adatto a costruirci su una trama solida. Lo stesso vale per il copione, che nella prima versione era lungo 500 pagine. Secondo: venticinque anni non sono passati invano, da quando per la prima volta i rintocchi della sigla firmata da Angelo Badalamenti risuonarono sinistri nei nostri salotti con l’apparecchio a tubo catodico (o forse sinistri diventarono dopo, quando il sacco di plastica e i brillantini sulla fronte di Laura Palmer diventarono icone riconoscibili e parodiabili). Per la televisione, innanzitutto. David Lynch

Dove tutto iniziò: Dale Cooper (Kyle MacLachlan) e Laura Palmer (Sheryl Lee) in Twin Peaks, 1992. (Keystone)

fece da battistrada, a quei tempi lavorare per il piccolo schermo (non solo per i registi, anche per gli attori) era come dichiarare al mondo che non avevi offerte migliori. Oggi succede il contrario: dopo il successo di serie come Mad Men di Matthew Weiner e I Soprano di David Chase, i registi di cinema – a cominciare da Martin Scorsese, che nel 2010 ha diretto la prima puntata di Boardwalk Empire – fanno la fila per lavorare in televisione. Tempi più rapidi, e maggior coraggio nel dare il via a progetti

adulti e di nicchia, mentre Hollywood sembra interessata solo ai supereroi o ai sequel: la lista delle uscite estive americane non promette che giocattoloni rumorosi. Intanto Martin Scorsese è passato dalla tv via cavo alle piattaforme streaming. Netflix – quest’anno a Cannes nel ruolo della multinazionale cattiva – produrrà il prossimo film del regista, The Irishman, rifiutato dalle principali case di produzione. Ha sborsato 100 milioni, per un cast con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey

Keitel. Non si capisce perché non possa destinarlo ai suoi abbonati saltando l’uscita in sala – se le leggi locali non permettono la contemporaneità tra i due canali distributivi. E non c’è motivo perché un futuro Festival di Cannes lo rifiuti in concorso, accettando il ricatto dei distributori come è accaduto quest’anno. Intanto nella Selezione Ufficiale – parole che il direttore Thierry Fremaux pronuncia sempre con solennità – le produzioni televisive che nel 2010 avevano dato scandalo con la miniserie

Carlos di Olivier Assayas nel 2017 sono state accolte con tutti gli onori. C’è Top of the Lake: China Girl di Jane Campion, unica donna ad aver vinto la Palma d’oro con Lezioni di Piano. E c’è appunto la terza stagione di Twin Peaks. In anteprima, speravamo. Niente affatto, i festivalieri l’hanno vista quattro giorni dopo gli spettatori americani. Per non parlare dei fortunati che hanno sfruttato il Twin-Leak: per un paio d’ore, sul servizio on demand di Sky, Twin Peaks era disponibile prima del fatidico 21 maggio. Terzo. Non stiamo svegli la notte a interrogarci su chi ha ucciso Laura Palmer perché 25 anni sono passati anche per David Lynch. Il regista che per primo forzò le convenzioni della tv, lavorando dall’interno, è diventato un cultore della libertà estrema, e chi se ne frega dello spettatore: chi ha visto un delirio intitolato Inland Empire – L’impero della mente può capire. Dopo Mulholland Drive e Una storia vera, il crollo è stato precipitoso, mentre il regista si dedicava alla meditazione e alla pittura. Non vogliamo sapere chi ha ucciso Laura Palmer, vogliamo solo riprovare il brivido di quella televisione. Nostalgia canaglia (le canzonette hanno sempre la formula felice per descrivere i nostri sentimenti più elevati). La stessa nostalgia esibita qualche giorno fa sul sito del Post, da Luca Sofri che ha riscoperto il vinile, il giradischi, il disco tolto dalla busta frusciante, e ne parla con toni liricheggianti. Se poi, come Mark Frost promette, All will be revealed, sarà tutto di guadagnato. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Una presenza d’altrove

Una vita tra arte e scienza

pittore e scultore, ma dimostrò il proprio talento anche attraverso la poesia

del Torchio di Balerna le opere di Alcide Rech

Declinando il pensieroMichelangelo Buonarroti non fu solamente un sommo architetto,

O notte, o dolce tempo, benchè nero, con pace ogn’opra sempre’al fin assalta; ben vede e ben intende chi t’esalta e chi t’onor ha l’intelletto intero. Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero; chè l’umid’ombra ogni quiet’appalta, e dall’infima parte alla più alta in sogno spesso porti, ov’ire spero. O ombra del morir, per cui si ferma ogni miseria, a l’alma, al cor nemica, ultimo delli afflitti e buon rimedio; Tu rendi sana nostra carn’inferma rasciughi i pianti e posi ogni fatica, e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio. Michelangelo Buonarroti Scrive il Vasari a proposito delle sculture di Michelangelo che sono sul sarcofago di Giuliano de’ Medici in San Lorenzo a Firenze: «E che potrò io dire della Notte, statua unica o rara? Chi è quello che abbia per alcun secolo in tale arte veduto mai statue antiche o moderne così fatte? Conoscendosi non solo la quiete di chi dorme, ma il dolore la malinconia di chi perde cosa onorata e grande». E ancora riferisce che tanti uomini illustri scrissero «versi latini e rime volgari in lode sua». Uno di questi fu Giovan Battista di Lorenzo Strozzi che invia questa quartina al maestro: La Notte che tu vedi in sì dolci atti dormir fu da un angelo scolpita in questo sasso; e perché dorme ha vita: destala se no l credi, e parleratti. Michelangelo risponde con un’altra quartina: Caro mi è il sonno e più l’esser di sasso mentre che il danno e la vergogna dura, non veder, non sentir mi è gran ventura: però non mi destar, deh parla basso. Nel silenzio della notte, nel silenzio della pietra un mondo di voci e di altre figure si apre, uno spazio riempito dalle parole non dette, che lì trovano il luogo dove risiedere e raggiungere il senso più profondo e nascosto nel loro suono. In quelle voci e parole, in quelle visioni che si hanno nei sogni e quando ci si smarrisce negli angolini bui della mente, lì, soccorsi dalla distanza incolmabile tra l’opera compiuta e il pensiero che l’ha giustificata, per poi consegnarla a una sempre impalpabile ma costante distanza, si anima un’ altra versione della realtà.

Elio Marinoni

Fra i numerosi capolavori di Michelangelo vi è anche La creazione di Adamo, Cappella Sistina, Roma (1511-1512 ca.). (Keystone )

Le cose del vivere ci sembrano come allungate in una specie di morte che si può contemplare e assecondare in tutto quello che racconta la sua voce silenziosa. Gli amori di tutta una vita diventano un unico incolmabile amore, che muta in assenza di sé per trovare il suo aldilà, la sua vera essenza, che si nasconde nelle ombre del pensiero allungate e incombenti sul territorio avvilente della nostra arroganza. E le cose mutano aspetto, seguendo il nostro volere, e si agitano in un tremolante mondo fondato sull’assenza di luoghi e di momenti andatisi a smarrire in un altrove in sé e da sé nutrito. Dentro l’intimità della notte aleggiano i tormenti dell’anima, ma sono come trasfigurati, quasi privi di identità, sospesi tra un rumore giù in strada e il tacere che fanno le stelle, già scomparse per diventare altro, fagocitate da un ricordo. Le ombre di ogni nostra paura è come se ci proteggessero da una più grande paura, dall’ineffabile destino: scorrono lungo muri e ricordi disegnando la storia di tutte le volte che ci siamo perduti nel cercare un pensiero che avevamo smarrito.

E nel pensiero ci perdiamo, trascorrendo verso il sonno, verso la distanza da tutto, dentro l’oblio di ogni cosa e colore, nel silenzio e nell’oscurità protettiva e accogliente. Ci sorprende una notte ulteriore, che ci fa valicare ogni ostacolo, evitare ogni trappola, dimenticare di esserci ancora nel mondo brutto. E siamo lontani da ogni pretesa, dalla boria e dagli insulti della natura. Tutto s’acquieta e, tra le pieghe del sentire, si scorge, più nitida e sicura nel brillìo della oscurità, una presenza d’altrove, un vuoto che si stempera nel vuoto acquisendo sembianza divina o di cosa che non si riesce a nominare. Le ombre si ritirano dentro una più oscura oscurità che rassicura, distendendosi sull’invadenza delle parole, sulla città di tutte le cose e degli eventi che si rincorrono e si schiudono a tutta la loro precarietà. La notte si alimenta del suo proprio stare, fecondando silenzi inudibili, parvenze di vero, coniugando esistere con oltrepassare. / Franco Facchini Biografia

Michelangelo Buonarroti nasce a Caprese, nel Casentino, il 6 marzo

1475. Trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza a Firenze, dove entra nella Bottega del Ghirlandaio. Nel 1494 si reca a Bologna, dove rimane fino al 1495, protetto dal nobile Giovan Francesco Aldovrandini. In questo periodo scolpisce un San Procolo e un Angelo reggicandelabro per l’Arca di Niccolò dell’Arca nella chiesa di San Domenico. Rientra a Firenze e vi rimane fino al 1496. Il 24 giugno di quello stesso anno arriva a Roma, dove rimane per tutta la vita, se si eccettuano rari viaggi a Siena e soggiorni a Firenze, dove compirà importanti lavori per i papi medicei: la facciata di San Lorenzo, la Sagrestia Nuova, la Biblioteca Medicea Laurenziana. Ma è nella Città eterna che porta a termine i suoi più importanti lavori: La Pietà, la Tomba di Giulio II, la Cupola di San Pietro, Palazzo Farnese, gli affreschi della Cappella Paolina e della Cappella Sistina. Michelangelo è pure straordinario poeta, anche se non sembrava dare molto valore a questa sua pratica. Le sue poesie vennero alla luce solo nel 1623 grazie al suo pronipote Michelangelo Buonarroti il Giovane. Muore a Roma il 18 febbraio 1564.

Coraggio del teatro, teatro del coraggio In ScenaI Miserabili, spettacolo per riabilitare e «Orme», festival dell’integrazione Giorgio Thoeni Due anni di lavoro, oltre 100 prove, 130 costumi, 140 cambi scena per 35 disabili sul palco accompagnati da attori, educatori, tecnici, musicisti, costumisti e scenografi. Sono i numeri di uno spettacolo che il prossimo 2 giugno animerà il Palazzo dei Congressi con la rappresentazione teatrale de I Miserabili, un evento promosso dall’associazione Autismo della Svizzera Italiana (ASI) e voluto per sensibilizzare il pubblico sulla condizione della disabilità attraverso uno spettacolo ispirato al kolossal cinematografico del 2012 in versione musical che ripropone i personaggi e la vicenda narrati nel romanzo di Victor Hugo. Dopo essere andato in scena in vari teatri lombardi, lo spettacolo arriva nella nostra regione grazie anche al sostegno di un gruppo consistente di enti come l’associazione Mammeaiuto.ch, Atgabbes, Avventuno e Pro Infirmis, tutti riuniti per condividere e trasmettere un importante messaggio sociale. L’opera è realizzata dalla coo-

Mostre Alla Sala

La locandina de I Miserabili, in scena il 2 giugno a Lugano.

perativa sociale L’Anaconda (Varese), in collaborazione con «Cura e Riabilitazione» di Milano e «Solidarietà e Servizi» di Busto Arsizio. Lo spettacolo è parte di un percorso riabilitativo ed educativo creato con l’intento di mettere in risalto le capacità creative e espressive dei ragazzi. Luisa Oneto, regista dello spettacolo, ha così sottolineato gli scopi dell’operazione: «ho inteso mettere nel loro cuore e animo un’idea, uno stimolo per

valorizzare la loro bellezza grandissima che resta nascosta dalla difficoltà fisica e dalla sofferenza. Victor Hugo, attraverso la consapevolezza dell’amore divino, ha voluto riscattare nei Miserabili tutti gli sconfitti». L’idea di proporre in scena disabili di ogni età con educatori e professionisti del teatro è nata quindici anni fa. Il classico francese ottocentesco è un testo sicuramente molto impegnativo per lunghezza e articolazione e non è stato

facile condensarlo in sole due ore ma, ha aggiunto la regista, «importante è la soddisfazione dei nostri ragazzi quando colgono la bellezza del loro lavoro, la sorpresa di essere visti oltre la disabilità». La Oneto non è nuova a questo genere di imprese. Fra i suoi precedenti lavori ci sono stati Gian Burrasca e La Divina Commedia, tutti spettacoli che, come I Miserabili, vanno visti con gli occhi di chi riconosce nei limiti la forza per il loro superamento. Negli stessi giorni a Lugano sarà interessante seguire la nuova edizione di «Orme», il Festival di arti integrate che dal 1. al 4 giugno animerà il Teatro Foce. Inserito nella rete nazionale IntegrArt e progetto del Percento culturale Migros, «Orme» riunisce proposte che vanno dalla danza al teatro con una manifestazione che vuole riflettere sul tema dell’incontro, valorizzando la professionalità degli artisti con disabilità. Ma anche per dar loro maggiore dignità in un contesto di integrazione che non deve far più paura a nessuno e per il quale occorre ancora battersi.

Sabato 20 maggio ha avuto luogo alla «Sala del Torchio» di Balerna l’inaugurazione della mostra Alcide Rech con vecchi e recenti aeroplanini di carta e tela (fino al 5 giugno 2017). Il titolo riprende, con l’aggiunta dell’aggettivo «recenti» che allude all’ultima produzione pittorica dell’autore (fino al 2016), quello di un singolare volumetto pubblicato dal Rech nel 2014 per i tipi della Stucchi (Vecchi aeroplanini di carta e tela. Quattro righe in controluce, Mendrisio 2014). Singolare per la sua struttura, che alterna scrittura e immagini (i metaforici aeroplanini, appunto), per l’alternanza di prosa e versi (che può ricordare la satira menippea greca e latina e, per l’autobiografismo, – si parva licet… – la dantesca Vita Nova), per il tono tra serio e faceto (lo spoudaiogéloion dei Greci) e per l’originale impasto linguistico arcaizzante (quasi un grammelot alla Fo) che connota lo psicodramma Le matitine colorate collocato a chiusura del libro. La mostra raccoglie 57 opere, in gran parte oli su tela, un carboncino su carta, risalente al 1963, e pochi quadri a tecnica mista su carta. Tra gli oli, numerosi sono quelli composti negli ultimissimi anni (dal 2014 al 2016), a testimonianza di una rinnovata e forse addirittura incrementata creatività. Esaminando nel complesso l’opera del Rech, testimoniata ormai da un cinquantennio di esposizioni, prevalentemente in Ticino, ma anche in località del Veneto, due appaiono le tematiche ricorrenti: i paesaggi notturni, spesso rischiarati dalla luna, e le nature morte, che l’autore preferisce chiamare Stillleben («vite silenti»), perché, da buon scienziato, egli ci avverte che in natura nulla nasce e nulla muore, ma tutto si trasforma, in quel sempiterno fluire magistralmente sintetizzato dal pânta reî del filosofo greco Eraclito, posto in epigrafe al quadro Il nastro di Moebius. Rarissimo è invece il ritratto, o comunque la presenza della figura umana. La personalità di Rech è contrassegnata dalla complessità e dalla compresenza di aspetti antinomici: la vita stessa dell’autore si svolge a cavallo della frontiera, tra Mendrisio e il «natio borgo» di Seren del Grappa (Belluno), imprescindibile ed inesauribile fonte di ispirazione; il carattere schivo e modesto nell’apprezzamento della propria opera convive con un potente impulso narcisistico, che costituisce uno dei motori della sua creatività; è il caso del quadro intitolato Il nastro di Moebius (no. 40) – nel quale «l’insetto che percorre la superficie… può credere in ogni momento che sia una faccia che non ha ancora esplorato, quella che è il rovescio della faccia che sta percorrendo» (Jacques Lacan) o del Notturno con mandibola animale (no. 20).

Alcide Rech, Paesaggio fantastico. (www.balerna.ch)


Condizioni di partecipazione: possono partecipare tutte le persone fisiche che risiedono in Svizzera. I premi non verranno corrisposti in contanti. Nessuna corrispondenza in merito al concorso. Le vie legali sono escluse. Le vincitrici e i vincitori vengono avvisati per posta. I collaboratori di Emmentaler Switzerland, delle aziende partner nonché i loro parenti non possono partecipare al concorso. Nessun obbligo d’acquisto. È possibile richiedere gratuitamente un solo e unico codice di partecipazione scrivendo a info@emmentaler.ch. Maggiori informazioni: emmentaler.ch/lottaperilformaggio. Ultimo termine d’invio: 30.06.2017

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Cultura e Spettacoli

Il festival del cinema di Cannes a due giorni dalla Palma d’oro

Filmselezione M  eglio evitare il tranello delle previsioni, quando ancora mancano Coppola e Ozon, Loznitsa

e Doillon, Kawase, Ramsey o Hong Sangsoo. Meglio affrontare l’annosa relatività di qualche giudizio… Fabio Fumagalli *** The Square, di Ruben Ostlund (Svezia) Premio della Giuria tre anni fa a Cannes per Turist (Forza maggiore) l’autore svedese non era passato inosservato. Non fosse che per la provocazione di quel racconto: una famiglia svedese in vacanza nelle Alpi, la valanga che si arresta sulla soglia del ristorante, il capofamiglia che se la dà a gambe, incurante del resto della famiglia. L’altruismo rimane anche il tema in sottofondo di questo The Square, a prima vista una satira (a tratti irresistibile) sull’universo dell’arte contemporanea; oltre che di certe strategie museali talvolta cervellotiche. Ostlund tira tutto un po’ alla lunga, situazioni e conclusioni: ma la sua satira non cade mai nella facilità della caricatura. Il conservatore del museo di Stoccolma al centro dell’azione rimane lucido, ma pure empatico nei confronti della società (talvolta della fauna) che lo circonda. Molte sequenze risultano così, oltre che di una sottile, sfrenata comicità, di un’intelligenza solitamente bypassata in questo genere di operazioni. E lo sfondo, irrinunciabile viatico per la scoperta di ogni film, è perfetto: lo spazio nordico, così razionale, spesso raffinato e sempre pulito, contrasta mirabilmente con l’allegra dissacrazione dell’amara constatazione. * La lune de Jupiter, di Kornel Mundruczo (Ungheria) Dai tempi del Pardo d’Oro di Locarno nel 2002 per Pleasant Days Kornel Mundruzco sembrava aver conquistato un posto tutto suo fra gli autori più convincenti dell’Est europeo. Nel 2014, White God vinceva al Certain Regard, grazie all’allegoria più che originale di un cane abbandonato sulla strada da un genitore insofferente. Ricercato in ogni angolo di Budapest dalla figliola, il cane assumeva un’aggressività che gli

era sconosciuta; sempre più assecondato da una muta selvaggia, la società circostante. La stessa ricerca del curioso, della responsabilità collettiva nell’indifferenza dilagante, il regista ungherese l’insegue in questa vicenda, di stretta attualità. Essa illustra il tragitto di un rifugiato siriano che tenta di entrare in Europa, ma viene ferito alla frontiera ungherese dal capo della polizia locale. Crivellato di colpi non solo sopravvive; ma inizia a levitare, come un angelo, al disopra dell’apocalisse sottostante. Buon per lui, meno per il film. Che inciampa da un impressionante realismo iniziale sulla condizione dei migranti, a una disinvolta denuncia politica e alla banalità del thriller. Peggio: verso le scappatoie mistico-religiose di un finale cristico. **(*) 120 battements par minute, di Robin Campillo (Francia) Il montatore di Laurent Cantet ci riporta agli Anni Novanta; alla sensibilizzazione sulla lotta all’AIDS incentrata, quasi come in un documentario d’epoca, sull’azione sostenuta a Parigi dall’Act Up. È la storia di un confronto duro, dopo le prima impressione goliardica: l’indifferenza generale, addirittura la colpevolizzazione da parte della società, la medicina ancora impotente. Tutto già visto, pensando agli allora scioccanti Les nuits fauves e N’oublie pas que tu vas mourir? Non esattamente: nel film di Campillo, lui stesso attivo in quel movimento, c’è inizialmente la resa quasi documentaristica della vivacità dei dibattiti. Ma progressivamente, il film si addentra in una intimità con i personaggi che, accostata alla freschezza dei giovani attori, finisce per conquistare l’emozione dello spettatore. Dal collettivo al privato; all’intimità dell’individuo, solo con la sua paura, la prospettiva della fine ineluttabile, l’illusoria consolazione di una sfrenata attività sessuale.

** Wonderstruck, di Todd Haynes Due anni or sono, il lirismo sublime di Carol si aggiudicava la «Palma d’amore» di chi scrive. Oggi, con Wonderstruck (Il museo delle meraviglie) Todd Haynes sorprende, differenziandosi. Adatta un romanzo per l’infanzia di Brian Selznick: una doppia fuga in direzione di New York, ma a mezzo secolo di distanza. Quella di Rose, la ragazzina sorda che nel New Jersey del 1927 sogna d’incontrare finalmente una diva del muto. Esattamente 50 anni dopo, l’itinerario identico di Ben, egualmente sordo in seguito a un incidente stradale; egualmente alla ricerca di un padre sconosciuto da sempre. I due itinerari si incroceranno nel Museo di storia naturale: lei, nel bianco e nero di una iconografia storica, lui nella modernità in technicolor degli Anni Settanta. Due visioni destinate a fondersi aldilà della loro scissione temporale: acuito dal silenzio intimo dei due protagonisti, è forzatamente nello sguardo verso l’esterno, nelle sensazioni dettate dalla visione, che il film deve alimentarsi. In modo sapiente, come ci si poteva attendere dall’immenso illustratore di Lontano dal paradiso: ma anche inaspettatamente impotente nel significarsi in una costruzione drammaturgica fin troppo pensata e calcolata. Come in quella «magia» del museo, che il cinema ha sfruttato da tempo. ** Happy End, di Michael Haneke (Austria) I due grandi maestri presenti a Cannes 2017, Todd Haynes e Michael Haneke, hanno probabilmente compiuto un passo indietro rispetto alle opere, in pratica sempre gloriose, del loro passato. Conoscendo l’autore di Funny Games, Il nastro bianco o Amour era logico diffidare dell’apparente ottimismo del titolo: la crudele ma razionalmente umana lucidità dello sguardo, il profumo ambiguo del suo umorismo nero

Dominic West e Terry Notary in una scena di The Square. (playlist.net)

devono mantenersi inalterati nel cinema moderno. Non è che la storia e le intenzioni di Happy End contraddicano quest’esigenza. Isabelle Huppert è alla testa di un’industria del nord della Francia che sta cedendo parte del capitale a causa dell’inadeguatezza del figlio. Suo fratello divorziato (Mathieu Kassovitz) sta riottenendo la custodia della figlia avuta nel matrimonio precedente: Eva, la biondina dallo sguardo trasparente, che si esercita sul suo criceto per verificare le possibilità letali degli antidepressivi usati dalla madre. Così che, quando quest’ultima è ricoverata in gravi condizioni all’ospedale, qualche idea lo spettatore inizia a farsela… Sot-

to gli occhi del patriarca immobilizzato in carrozzella (Jean-Louis Trintignant, di gran lunga il personaggio più convincente) ecco costruirsi allora il microcosmo di una emblematica, ricca e decadente famiglia borghese: del tutto ignara, nella propria dissoluzione, del dramma autentico dei migranti, ammassati attorno al contiguo porto di Calais. Tutto chiarissimo: se non fosse che la progressione drammatica dettata dal settantacinquenne maestro austriaco si architetta con qualche fatica. Ci sono, ovviamente, lampi d’ingegno, e un finale mirabile: ma una sceneggiatura da affinare, un montaggio che andrebbe forse rivisto, qualche sequenza eccessivamente protratta.

Il dialetto degli altri

Pubblicazioni Una piccola comunità di montagna e le sue due varietà dialettali; una strana variabilità

linguistico-religiosa non certo frequente nell’italofonia svizzera e italiana Stefano Vassere «A Poschiavo e Brusio c’erano due classi sociali ben distinte: i cattolici contadini, generalmente – ma non sempre – poveri e i riformati, generalmente – ma non sempre – ricchi e colti». Per percorrere il borgo di Poschiavo da cima a fondo ci vorranno,

La chiesa cattolica di Poschiavo. (Keystone)

abbondando, cinque-dieci minuti al massimo. Si ha tempo di ammirare l’insediamento tradizionale che associa, secondo stridere piuttosto diffuso nell’arco alpino italofono, stalle e casupole dignitose ma misere nei materiali e nella costruzione da una parte e palazzi di discreta ma indiscutibile eleganza dall’altra. Se si prende la via

più borghese, si ha poi l’agio di incontrare sul lato sinistro prima la chiesa riformata e poi, giunti in piazza, quella cattolica. Una manciata di minuti, appunto per arrivare in fondo: il villaggio pare, per servizi e attrezzature sociali, realtà autosufficiente e di discreto respiro, ma i soli 3500 abitanti e la limitatezza dell’insediamento lo classificano nella categoria delle piccole realtà. Ora, chi si intenda un po’ di linguistica e chi si interessi di una sua sorellina, la minore dialettologia, avrà certo sentito parlare almeno una volta di una stranezza sociolinguistica che si dice caratterizzi il Borgo e che forse, più per una lacuna di indagine che per sue caratteristiche, ai più veniva la tentazione di classificare tra le leggende bislacche, si direbbe metropolitane, trasmesse di bocca in bocca e di generazione in generazione. Si dice infatti che una linea di variazione sociolinguistica separi da secoli la comunità religiosa riformata da quella cattolica e che questa variabilità abbia finito per configurare due dialetti diversi. Nell’ultimo numero della bella rivista «Quaderni grigionitaliani» torna sulla questione un ben-

venuto articolo di Simone Pellicioli, che porta i risultati di una analisi finalmente sistematica sul fenomeno, che, andrà detto subito, c’è ma probabilmente c’è, al giorno d’oggi, già un po’ meno, e sta per scomparire. Le differenze, ci dice Pellicioli, si possono trovare nel repertorio lessicale (qualche parola) o in quello foneticofonologico (qualche suono). Che questo materiale possa permetterci di parlare di due dialetti diversi non sappiamo; sta di fatto che per dire «prato» i cattolici direbbero pru e i riformati pra, per «fiato» rispettivamente flu e fla, per «tovagliolo» serviéta e mantín, per «zia» zía e ámia. Il participio passato fa -ú di qua e -á di là: mangiú e mangiá, cantú e cantá, rivú e rivá. La spiegazione di tutto ciò, visto che tutto ciò non è certo casuale, va cercata ovviamente nelle condizioni sociali: quindi, l’emigrazione e l’interferenza con le lingue di approdo, le scuole separate (fin dalla scuola dell’infanzia) per i due gruppi confessionali, costumi linguistici e volontà di distinguersi delle classi privilegiate, diversi gradi di acculturazione e di vicinanza alla lingua italiana, mag-

giore respiro e apertura della comunità riformata, il ruolo dei pastori e dei loro dialetti importati nel Borgo. Al giorno d’oggi queste differenze sopravvivono, sembra, solo nella memoria di qualche anziano o nella sensibilità di chi si interessi di fenomeni e curiosità linguistiche; le comunità sono ormai sempre meno separate, sale l’influsso da una Lombardia socioculturalmente piuttosto promiscua e così al saputo che, interrogando persona attribuita all’una o all’altra delle due comunità, indichi questa o quella forma può capitare di uscire deluso e vedere vanificata la sua previsione tutta teorica. La storia dei due dialetti poschiavini ci dice però molto su come le fratture di una anche piccola comunità possano essere state antiche e nette. Tanto da far parlare ai propri componenti due lingue letteralmente diverse. Bibliografia

Simone Pellicioli, Differenze tra il dialetto poschiavino cattolico e quello evangelico riformato a Poschiavo, «Quaderni Grigionitaliani, 86, 2017.


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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Un’estate al mare Nelle prime estati del dopoguerra gli adulti che abitavano in città per andare in vacanza non si allontanavano da casa, al massimo si trasferivano per qualche giorno dai parenti in campagna dando una mano nei campi per ripagare l’ospitalità. Per i ragazzi c’erano le colonie, riservate ai figli degli operai delle grandi fabbriche. Invidiavo un compagno di giochi che, grazie a un padre impiegato nella fabbrica metalmeccanica Way Assauto di Asti (ora scomparsa, dopo essere stata venduta ai cinesi), ogni estate andava in colonia al mare in Liguria, tornandone ricco di racconti favolosi. I miei genitori erano entrambi artigiani: mio padre in una minuscola tipografia e mia madre aveva un negozio da pettinatrice; sfinita dalle mie insistenze, tramite la raccomandazione di una cliente, riuscì a trovarmi un posto nella colonia marina di Arma di Taggia gestita dall’Unione Industriali della provincia di Asti. Era l’agosto nel 1949, era morto da poco il Grande Torino e io avevo 12 anni. Siamo andati e ritornati in treno, su vagoni riservati, portandoci

un corredo di ricambi con un numero cucito sopra per poterli riconoscere. Solo maschi, le bambine ci avevano preceduti nel mese di luglio. L’elemento femminile era rappresentato dalle signorine che ci governavano; studiavano per diventare maestre e in quel modo si guadagnavano la vacanza al mare. Ci ospitava una ex caserma; gironzolando nei cortili, in attesa della lunga camminata che ci avrebbe condotti in fila per due alla spiaggia libera, raccoglievamo da terra dei grossi bossoli (anni dopo, da allievo ufficiale, li avrei riconosciuti come munizioni delle mitragliatrici antiaeree). Qua e là crescevano dei cespugli di ricino; sarebbe stato vietato raccogliere le bacche rosse, le signorine ci spaventavano, dicendo che le capsule erano velenose, ma da sempre per i ragazzi i divieti sono un invito all’azione. Non ricordo che qualcuno dei miei compagni sia stato male per aver ingerito quelle bacche, in compenso nessuno di noi ha mai dovuto ricorrere ai purganti. Si dormiva in letti singoli, in lunghe camerate; sul fondo era collocato il letto della signorina responsabile della

nostra squadra, circondato da un paravento bianco, come quello che mettono attorno ai pazienti morti nelle corsie degli ospedali. La regola per i bagni in mare era semplice e ferrea: tutti insieme in acqua e tutti insieme fuori, al suono del fischietto. Il primo giorno cinque minuti e man mano sempre di più. Se qualcuno tardava a uscire dall’acqua era punito, saltava il bagno del giorno dopo. Si andava al mare solo la mattina; il pomeriggio, dopo il sonnellino e la merenda, lo trascorrevamo bighellonando nei cortili. Si poteva scrivere a casa, le lettere dovevano essere consegnate ancora aperte alle signorine per una censura preventiva da parte del direttore. A casa non dovevano sapere che la fame ci abbandonava solo per pochi minuti. L’obesità infantile era una piaga di là da venire. Qualcuno più intraprendente degli altri, mentre si camminava in fila per due nelle vie del paese, riusciva a consegnare furtivamente a un passante una lettera indirizzata a casa, nella speranza che costui la imbucasse dopo averla affrancata a sue spese. È probabile

che i residenti fossero abituati a quelle manovre perché le missive partivano. Il clima di congiura che avvolgeva l’operazione spingeva a calcare la mano nella descrizione delle nostre condizioni, quasi fossimo stati ospiti di un gulag. Incominciarono ad arrivare da casa pacchi di viveri: formaggini, cotognata solida, frutta secca. Un tesoro da consumare di notte e da nascondere sotto il cuscino prima di andare in spiaggia. Poi qualcuno di quelli che non ricevevano pacchi si dette malato e, rimasto solo nella camerata, iniziò a frugare sotto i cuscini e a saccheggiare le riserve dei compagni più fortunati. Il gruppo dei possidenti decise di delegare a turno uno dei soci per darsi malato e fare la guardia al patrimonio. Facevo così il mio ingresso, dalla parte giusta, nella lotta di classe. A Ferragosto arrivò in visita il presidente dell’Unione Industriale, il commendatore Ercole, titolare delle omonime fonderie. Quel giorno, stranamente, abbiamo mangiato benissimo, c’era persino una fetta di panettone. Ho brigato in modo che incaricassero me per scrivere e poi

leggere al commendatore l’indirizzo di saluto e di ringraziamento. Volevo che mi notasse fra il centinaio di ragazzi e soprattutto che si ricordasse di me quando un giorno sarei andato a chiedergli la mano di sua figlia Milena, mia coetanea. La ragazza mi piaceva perché sorrideva sempre. Anche il fatto che fosse figlia unica giocava a favore della sua avvenenza. Da quel Ferragosto ogni sera, prima di addormentarmi, davo libero corso alle mie fantasie. Immaginavo il commendatore che, ritornato a casa nella sua villa, durante la cena, rievocava i fatti salienti della giornata: «A un certo punto è arrivato un ragazzo fantastico, mi ha indirizzato un saluto bellissimo, sembrava scritto da un grande giornalista. Sono sicuro che farà molta strada nella vita». E Milena: «Perché non lo invitiamo a fare merenda? Potrebbe aiutarmi a fare i compiti». La realtà è stata un filino diversa. Meglio così, dopo qualche anno l’azienda del commendatore ha dovuto chiudere e non è facile per un direttore generale trovare un altro impiego.

e Isabella di Castiglia chiesero al Papa un nuovo tribunale dipendente da loro e non da Roma. Lo scopo era soprattutto quello di verificare l’avvenuta e reale conversione da parte degli ebrei, costretti all’espatrio o a diventare «marrani» o conversos, ebrei convertiti al cristianesimo. I «re cattolici» (che speriamo di non vedere mai beatificati) affidarono questa attività ai Domenicani, e i primi decenni videro il terrore nella popolazione, anche perché bastava un sospetto per essere arrestati. Dalla Spagna l’Inquisizione fu estesa, naturalmente, anche ai domini spagnoli: parte del Centro America, la Sicilia, la Sardegna. A Napoli il tentativo non riuscì, per ribellione popolare e per i contrasti tra la nobiltà locale e il Viceré. Nel 1547, addirittura, esplose una rivolta che costò duemila morti alla città, dove si ottenne però di non vedere istituito il temibile tribunale. Questo non significa che Napoli diventasse libera e illuminata, Pietro di Toledo continuò a governarla

tra eccessi di severità e uso della forza contro gli oppositori, ma almeno non furono coinvolti frati e anime. A differenza infatti di quanto era accaduto nei primi mille anni di cristianesimo, dal Duecento in poi la religione era sempre più diventata arma di dominio da parte dei governanti, assumendo questo ruolo in maniera assoluta durante Riforma e Controriforma, quando l’appartenenza a una chiesa diventava l’unico forte legame tra i sudditi dei sovrani che usavano la scusa della religione per combattersi e cercare di conquistare terre e potere. Nel Seicento poi tutto diventò più blando e l’Inquisizione smise di «esercitare» fino a essere soppressa dai governi più illuminati dei secoli successivi. In tutto questo le streghe erano un diversivo: da un lato l’attenzione a loro prestata indicava l’alto grado di superstizione di vescovi e re. Dall’altro si trattava di persone perlopiù già isolate dal contesto sociale, che millantavano doni soprannaturali e di

questo vivevano, o di donne che esercitavano la medicina pur senza essere medici (la prima donna laureata in medicina fu anche la prima donna laureata al mondo, la veneziana Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, nel 1678). Oppure, come si diceva, erano persone purtroppo destinate a fare da capro espiatorio. Le streghe erano dunque le prime vittime di una sorta di bullismo governativo. Per questo se qualche Hexe, qualche «strega» (dal latino strix, uccello notturno), ritorna sull’Alpe di Siusi, bisogna lasciarla in pace: forse vuole sedersi sulle panchine delle streghe (Hexenbänke) della Bullaccia, o volare in cima allo Sciliar, sul Petz, dove sembra apparecchiato apposta un grande altare. La tradizione chiederebbe di suonare le campane di tutto l’altopiano per scongiurare temporali e disastri: ma ormai sarà notte, le Dolomiti avranno regalato al mondo il loro ultimo splendore e l’improvviso buio permetterà alle Hexen di visitare i luoghi a loro cari.

estetici (che se poi favorisce anche il mio lifting, meglio). Il gioco d’azzardo piace? Più slot nelle scuole per l’infanzia. La democrazia del borborigmo intestinale si alimenta di mediocrità culturale e alimenta la mediocrità dello spirito, a sua volta favorita dall’impero dei social. Nel 1978 Umberto Eco aveva scritto un saggio intitolato Il superuomo di massa dedicato agli eroi da romanzo popolare (fumetto compreso): oggi dovrebbe aggiungere forse un capitolo sul suo opposto, Mediouomo di massa. La mediocrazia è il titolo di un saggio del filosofo canadese Alain Deneault (appena pubblicato in Italia da Neri Pozza). Sottotitolo: «Come e perché i mediocri hanno preso il potere» (voto 5–, a volte si perde un po’). Uno dei più potenti generatori di mediocrità è la necessità di «stare al gioco», cioè a un insieme di pseudo regole non scritte e di rituali diffusi che si basano su un gigantesco rapporto di forze tra individui: se stai al gioco sei dei nostri. Deneault si sofferma

sul mondo dell’università, ma anche sul lavoro, sulla politica e sulla cultura: «La principale competenza di un mediocre? Riconoscere un altro mediocre. Insieme organizzeranno scambi di favori per rendere potente un clan destinato a crescere, perché i mediocri fanno presto ad attirare i loro simili. L’importante non è tanto evitare la stupidità, quando agghindarla con i simboli e i simulacri del potere». La mediocrazia premia il dilettante, l’incompetente, il cialtrone e cerca di neutralizzare l’esperto liquidandolo come noioso ed elitario, poco democratico e troppo inutilmente complicato. La mediocrazia è il governo dei media e i media, oggi, sono i social. Persino l’inventore di Twitter, Evan Williams, se n’è accorto: «Internet non funziona più», ha detto in un’intervista al «New York Times». «Un tempo pensavo che, se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automatica-

mente un posto migliore. Mi sbagliavo». Più che un genio (come è stato sempre definito), un ingenuo. Internet è diventato un posto che rende possibile (grazie a Twitter) l’elezione del presidente degli Stati Uniti: un posto che permette a un mediocre megalomane di essere pericoloso per il mondo intero. Dunque? Williams (5+ al pentimento) si è scusato per avere indirettamente favorito Trump e ha fondato Medium. Che cos’è Medium? È un social network basato non sulla pubblicità, e dunque gratuito, ma su una forma di abbonamento. Risultato? Catastrofico. La qualità non fa per internet, tanto meno se a pagamento. Il peso della qualità e la noia della competenza non raccolgono voti né clic. L’animalismo sì. E dopo il capretto baciato prima di Pasqua, a Natale vedremo il Berlusca parlare alla renna. Il mediouomo di massa non ha niente a che fare con Francesco d’Assisi e non parla coi lupi. E se cinguetta come gli uccelli lo fa su Twitter.

Postille filosofiche di Maria Bettetini Lasciamo in pace le streghe Alpenglühen: le montagne arrossiscono all’improvviso, e subito dopo si lasciano inghiottire dal buio. È il termine con cui Karen Blixen descrive il rossore di vergogna e punizione del cattivo nel racconto dedicato alla vergine guerriera Ehrengard. Un veloce splendore (glühen è il verbo dell’incandescenza, del caldo rossore, più prosaicamente ricordato nel Glühwein, vino caldo o brulé): poi il nero della notte. Nelle Dolomiti, un rossore che sa di mare, dei coralli abbandonati dal riluttante ritrarsi delle acque salate. Che sa di fuoco, che rapidamente trascorre dal rossore del tramonto alle fiamme degli inferi, dal buio della notte alle tenebre del male. Le Dolomiti sono anche il regno delle streghe. Di questi tempi, di simpatiche vecchiette in legno o meno nobili materiali, in testa un fazzoletto a quadretti, una scopa per destriero, insomma la versione politicamente adeguata della Befana che riempie le feste turistiche dei sabato sera estivi

e i negozi di souvenir, fino a diventare il simbolo della zona dello Sciliar e dell’Alpe di Siusi. Fino a tre secoli fa, un argomento un po’ più serio e tristo: tra la fine del XV sec. e il 1787, quando Giuseppe II d’Austria vietò la tortura e dichiarò abolito il delitto di stregoneria, queste zone raggiunsero tristi primati nella caccia e l’esecuzione di cosiddette streghe. Ovvero di solito donne che praticavano arti mediche naturali, o che per qualche motivo potevano essere ritenute il capro espiatorio di catastrofi naturali e dolori che la vita del contadino ha sempre conosciuto e ha sempre cercato di attribuire a qualcuno. Tempi bui, per le cosiddette streghe. E pensare che non si era neanche nel Medioevo: l’Inquisizione medievale infatti, istituita alla fine del XII secolo, non aveva a che fare con le streghe, il suo tribunale era sorto contro le eresie di catari e valdesi. Operò quindi nel nord dell’Italia e nel sud della Francia. Fu nel 1478 che i sovrani Federico II d’Aragona

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Il mediouomo di massa La svolta animalista del Berlusca è l’ennesima carnevalata che l’ex Cavaliere propina ai suoi inveterati ammiratori. E fa sulle prime una certa tristezza, come assistere agli spettacoli di un clown sul viale del tramonto, che non riesce più a far sorridere neanche i bambini. Vederlo baciare la capretta, rotolarsi sul prato con un gatto siamese, accarezzare il chow-chow, sentirgli invocare il carcere per chi maltratta gli animali e raccontare la sua familiarità con le mucche sarebbe uno spettacolo patafisico se non si legasse alla (sfacciata) dichiarazione elettorale: «Un sondaggio effettuato su un campione di duemila persone – ha detto – indica che se alle prossime elezioni si presentasse un movimento per la difesa dei diritti degli animali e dell’ambiente avrebbe il 20%». Il legittimo sospetto – ben più che un sospetto – è che se il 22% si dicesse favorevole a chi lascia i cani e i gatti sul ciglio dell’autostrada prima di partire per le vacanze, Berlusconi preparerebbe

un programma politico dalla parte dei vessatori anonimi, con una difesa delle percosse e degli abbandoni estivi. Se invece il 23% si esprimesse per il ritorno dei telefoni a gettone nei luoghi pubblici, lo vedremmo certamente con la cornetta in mano dentro una vecchia cabina e gli sentiremmo dire che ad Arcore non ha mai usato il cellulare, ma solo apparecchi fissi a parete. Tutto ciò che garantisce un voto in più va accolto e fatto proprio con ridente adesione infantile. Del resto si sa da tempo che alle ideologie novecentesche fatte di massicci princìpi elaborati attraverso pesanti filosofie socio-politiche si è sostituita una sola ideologia: la «democrazia» del borborigmo, di cui il Berlusca (1– all’ostinazione) è stato tra i primissimi portabandiera e Donald Trump è uno dei suoi massimi continuatori. Volete le banane? Detasseremo le banane. Non vi piacciono gli africani? Meno africani per le strade. La maggioranza ama i nasi finti? Via alla campagna a sostegno dei chirurghi


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Buon anniversario Migros Ascona

Anniversari Domenica 4 giugno il supermercato del borgo locarnese festeggia il 20esimo con diverse promozioni

rivolte alla clientela

Il team di Migros Ascona non vede l’ora di accogliervi domenica 4 giugno (a sinistra il gerente Giuseppe Di Rienzo). Sotto, il banco carne a servizio con la collaboratirce Samantha Teti. (Vincenzo Cammarata)

GRANDE CONCORSO

ASCONA In palio 10 fantastiche «carte regalo Migros» del valore di CHF 100.– l’una! Nome

Cognome

Via/n°

In occasione del suoi primi quattro lustri di attività, il negozio Migros di Ascona ha previsto per domenica prossima una giornata di festa con apertura straordinaria alla quale siete tutti invitati. Giuseppe Di Rienzo e il suo affiatato team composto da una decina di collaboratori vi attendono con una selezione di offerte e animazioni speciali, dalle ore 10.00 alle 18.00. Situata in via Muraccio 2, questa filiale di quartiere è diventata con il tempo un punto di riferimento importante per tutta la regione e per coloro che

frequentano per svago quella che è considerata una delle mete turistiche più famose della Svizzera. A rendere speciale questo negozio, oltre all’assortimento ampio e completo di food e non food nonostante la dimensioni contenute, è la sua macelleria con bancone che offre carni di qualità e un servizio personalizzato grazie alla competenza e alla cortesia dei collaboratori qualificati. Ma ecco quali sono le sorprese in serbo per voi, domenica 4 giugno, durante la giornata di apertura straordinaria per il 20esimo anniversario:

• 11% di riduzione su tutto l’assortimento del negozio; • Momenti in allegria con la partecipazione di un gruppo di musica folcloristica; • Divertimento per bambini assicurato grazie alla presenza di un clown; • Fetta di torta di compleanno in omaggio per tutti (dalle ore 15.00); • Grande concorso con in palio 10 «carte regalo Migros» del valore di Fr. 100.– ciascuna (tagliando a lato da ritagliare e imbucare in loco). Impossibile mancare a questo appuntamento con il divertimento e la convenienza. Vi aspettiamo!

NPA/località

Telefono

Imbuca questo tagliando nell’apposita urna presso il supermercato Migros di Ascona domenica 4 giugno 2017 dalle ore 10.00 alle 18.00. Condizioni di partecipazione: nessun obbligo d’acquisto, la partecipazione è riservata a maggiorenni, sono esclusi ricorsi a vie legali, non è prevista alcuna corrispondenza. I vincitori saranno avvisati per iscritto entro il 26.6.2017. I collaboratori di Migros Ticino sono esclusi dalla partecipazione. Il premio non può essere corrisposto in contanti.


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Idee e acquisti per la settimana

Il latte di capra della Valle del Sole Novità Sugli scaffali di Migros Ticino è arrivato il «Lâcc da Chióura».

È prodotto dall’Azienda Agricola Adula di Acquarossa-Marolta. Incontro con Francesca Poletti, titolare insieme al marito Brenno dell’azienda bleniese

Latte di capra nostrano 250 ml Fr. 2.50

Pamela Beltrametti, Dietista ASDD.

Il parere dell’esperta

Il latte di capra

Il latte di capra permette di variare la propria alimentazione quotidiana. (Däwis Pulga) Signora Poletti, come è nata la sua passione per l’allevamento di capre?

Sono sempre stata una persona molto legata alla natura e al mondo che la circonda. Tutto è cominciato nel 2001 grazie alla mia grande passione per gli animali. Se all’inizio accudivo alcune capre solo per hobby, nel giro di pochi anni l’attività si è trasformata in un lavoro vero e proprio che tuttora mi dà grandi soddisfazioni. Inoltre è un piacere impagabile produrre qualcosa che venga apprezzato dai consumatori. Attualmente la nostra Azienda Agricola conta 120 capre, di cui 90 da latte, che producon giornalmente ca. 120 litri di latte. Tra Marolta e Lottigna possediamo inoltre diverse stalle, prati da sfalcio e pascoli. A quali specie appartengono le vostre capre?

Abbiamo sempre avuto capre cosiddette «nostrane», ossia incroci di diverse razze. Da alcuni anni stiamo risanando il nostro gregge e l’obiettivo è quello di allevare capre con le corna di razze differenti, come camosciata e saanen, animali che si caratterizzano per la buona produzione di latte. Cosa caratterizza il vostro allevamento?

Le capre vengono allevate nel rispet-

to della specie, allo stato libero, in un grande recinto all’aperto dove possono mettersi al riparo in caso di cattivo tempo. Durante i mesi estivi sono portate a pascolare sugli alpi. La loro alimentazione è basata su foraggio greggio secco, erba prelevata dai pascoli e cubetti di mais quale fonte di energia. Non viene dato loro alcun alimento insilato. Durante i mesi invernali gli animali sono custoditi in stalla ma hanno la possibilità di uscire all’esterno quotidianamente. Quali sono le fasi di produzione del latte?

La mungitura delle capre ha luogo al mattino e alla sera. Il latte appena munto viene trasferito nella caldaia di raffreddamento e mantenuto ad una temperatura di 4 gradi fino al mattino successivo, quando subisce il processo di pastorizzazione. Le fasi successive prevedono nuovamente il raffreddamento del prodotto a 4 gradi, il confezionamento nelle bottigliette da mezzo litro e l’etichettatura. A questo punto il latte è pronto per essere fornito a Migros Ticino. Vi sono altri prodotti in cantiere oltre al latte caprino?

Abbiamo in progetto di produrre delle ricotte di latte intero e formaggini tipo robiole.

Francesca Poletti con le sue amate capre «nostrane».

Il latte di capra è un alimento che riveste una grande importanza a livello mondiale. La «mucca del povero» contribuisce all’alimentazione umana, sia nei paesi definiti in via di sviluppo ma anche da noi. Si tratta di un latte apprezzato dai consumatori per il suo gusto speciale, che apporta ancor più varietà all’alimentazione. Il suo contenuto in lattosio è di 4,4 grammi per dl, mentre nel latte di mucca ne troviamo 4,8 grammi. Il tipo di proteine del latte di capra è diverso da quello di mucca: contiene infatti meno caseine e più proteine del siero vaccino. Per questo motivo alcune persone trovano il latte e i derivati caprini più digeribili rispetto ai prodotti di mucca. I grassi del latte di capra sono in maniera dominante di tipo saturo. Questi grassi saturi sono particolari poiché sono per una grande proporzione a catena corta e media: vengono quindi assorbiti più facilmente e per questo risultano più facilmente assimilabili. Essi non esercitano azioni negative sul tasso di colesterolo, quindi non rappresentano un fattore di rischio nel caso di problemi cardiovascolari. Il contenuto in calcio del latte di capra è in media di 130 mg, leggermente superiore a quello del latte vaccino (120 mg). Il contenuto in Vitamina D è invece molto superiore: 0,25 mg per decilitro rispetto ai 0.09 mg del latte vaccino. Proprio perché si tratta di un alimento molto ricco in nutrienti e micronutrienti si consiglia un consumo 2 dl al giorno.


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Idee e acquisti per la settimana

Per piatti alternativi

Attualità Con Art on Salad la cucina di tutti i giorni si arricchisce

di nuovi sapori

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Le Art on Salad sono delle colorate miscele di semi, noci, frutta e verdure secche che promettono creazioni culinarie innovative e appetitose. Sono ottime non solo aggiunte alle insalate, ma anche per arricchire piatti a base di riso, carne, verdure, pesce, pasta, pane, ecc.

3

La linea di prodotti Art on Salad include quattro varietà, una più invitante dell’altra: Vitality con semi di zucca tostati, mirtilli rossi e noci; Mediterraneo con semi di zucca e girasole tostati e anelli di olive; Classic con grano saraceno tostato, semi di zucca e girasole tostati e Deliziosa alle noci di pecan, grano saraceno tostato e pezzetti di pomodori secchi.

Azione 30% Su tutte le Art on Salad da 60 g Fr. 1.95 invece di 2.90 dal 30.05 al 05.06

2

Le miscele sono prodotte in Svizzera dall’azienda del Gruppo Migros Delica, impresa che, oltre alla lunghissima esperienza nella lavorazione di frutta secca e noci, si occupa anche di caffè, funghi e spezie. Le materie prime di qualità sono accuratamente selezionate da personale qualificato per creare un prodotto assolutamente sano, genuino e gustoso.

4

La linea Art on Salad è in vendita presso il reparto frutta e verdura di tutti i supermercati di Migros Ticino. Qui troverete anche un ricettario con diverse idee culinarie all’insegna del buongusto e della creatività. Avete realizzato delle originali ricette con i prodotti Art on Salad o desiderate saperne di più su queste miscele? In questo caso potete inviare i vostri spunti a info@delica.ch.

Veggie Bag 4 pezzi Fr. 6.90

Veggie Bag: la soluzione ecosostenibile

Attualità I pratici sacchetti riutilizzabili

più volte per frutta e verdura sono in vendita in tutte le filiali di Migros Ticino. Utilizzandoli si contribuisce a ridurre in modo determinante il consumo di sacchetti di plastica «usa e getta» tradizionali

Si chiamano Veggie Bag e rappresentano un prezioso contributo per l’ambiente nell’ottica della riduzione del volume di rifiuti e del risparmio delle risorse. Grazie al materiale particolarmente resistente con cui sono realizzati – poliestere privo di sostanze nocive – i sacchetti possono essere utilizzati più volte per confezionare frutta e verdura in vendita sciolta. Una volta riempito, il sacchetto si può chiudere comodamente con un cordoncino, se ne pesa il contenuto e si appone l’etichetta con il codice a barre sull’apposita linguetta di tessuto presente sul

lato di ogni Veggie Bag. Altro vantaggio dei sacchetti e che sono lavabili in lavatrice a 30°C senza alcuna difficoltà in caso dovessero sporcarsi. Leggerissimi e pieghevoli, trovano facilmente spazio in qualsiasi borsa o tasca. I Veggie Bag sono stati introdotti lo scorso mese di aprile e hanno riscontrato un grande successo tra la clientela Migros, tanto che sinora, a livello nazionale, ne sono stati venduti quasi 100’000 pezzi. A questi si aggiungono poi le 200’000 unità smerciate durante la fase test, che ra stata affidata alla Cooperativa Migros di Zurigo.


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Sun Queen

Energia da sgranocchiare

Noci, frutta secca e barrette di frutta sono l’ideale prima e dopo lo sport, al lavoro o anche come semplice spuntino da portarsi appresso. Contengono preziose sostanze e contribuiscono ad una dieta equilibrata Testo Leissing Sonja; Foto Pia Grimmbühler

Gli escursionisti adorano la frutta secca di Sun Queen. Sia per il sacchetto richiudibile, davvero molto pratico quando si è in giro, sia perché con la loro dolcezza i frutti forniscono un concentrato d’energia.

Una manciata al giorno di noci e uva passa fornisce energia, fibre alimentari, sali minerali e preziosi grassi vegetali. Lo spuntino perfetto non solo per gli studenti. Sun Queen Miscela di frutta secca 200 g Fr. 2.15* invece di 2.70

Mandorle bianche, anacardi e pinoli, oltre a nocciole, noci e noci pecan, rappresentano uno snack delizioso tra un pasto e l’altro e mettono a tacere i languorini.

Gli anacardi hanno un gusto dolce e un lieve aroma di mandorle. Poiché contengono fibre e proteine sono molto in voga tra gli sportivi.

Le nuove porzioni di frutta e noci Super Mix sono ricche di fibre alimentari. Nel loro pratico imballaggio, s’infilano in ogni tasca.

Le barrette di frutta con albicocche e mele secche non contengono zuccheri aggiunti e sono vegane.

Novità Sun Queen Super Mix Aronia/Cocco

Sun Queen Fruit-Bars Albicocca-mela 5 barrette da 32 g Fr. 3.40 Nelle maggiori filiali

Sun Queen Super Mix Banana/Mirtilli rossi confezioni da 50 g Fr.1.30* invece di 1.65

* Azione 20% di sconto su tutta la frutta secca, le noci e le miscele (salvo i prodotti Alnatura e Sélection) dal 30.05 al 05.06 Sun Queen Albicocche 200 g Fr. 3.10* invece di 3.90

Sun Queen Soft Fruit Prugne 200 g Fr. 2.80* invece di 3.50

Sun Queen Noci di anacardo 200 g Fr. 3.15* invece di 3.95

Sun Queen Noci miste 200 g Fr. 3.15* invece di 3.95

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui quelli di Sun-Queen.


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Sun Queen

Energia da sgranocchiare

Noci, frutta secca e barrette di frutta sono l’ideale prima e dopo lo sport, al lavoro o anche come semplice spuntino da portarsi appresso. Contengono preziose sostanze e contribuiscono ad una dieta equilibrata Testo Leissing Sonja; Foto Pia Grimmbühler

Gli escursionisti adorano la frutta secca di Sun Queen. Sia per il sacchetto richiudibile, davvero molto pratico quando si è in giro, sia perché con la loro dolcezza i frutti forniscono un concentrato d’energia.

Una manciata al giorno di noci e uva passa fornisce energia, fibre alimentari, sali minerali e preziosi grassi vegetali. Lo spuntino perfetto non solo per gli studenti. Sun Queen Miscela di frutta secca 200 g Fr. 2.15* invece di 2.70

Mandorle bianche, anacardi e pinoli, oltre a nocciole, noci e noci pecan, rappresentano uno snack delizioso tra un pasto e l’altro e mettono a tacere i languorini.

Gli anacardi hanno un gusto dolce e un lieve aroma di mandorle. Poiché contengono fibre e proteine sono molto in voga tra gli sportivi.

Le nuove porzioni di frutta e noci Super Mix sono ricche di fibre alimentari. Nel loro pratico imballaggio, s’infilano in ogni tasca.

Le barrette di frutta con albicocche e mele secche non contengono zuccheri aggiunti e sono vegane.

Novità Sun Queen Super Mix Aronia/Cocco

Sun Queen Fruit-Bars Albicocca-mela 5 barrette da 32 g Fr. 3.40 Nelle maggiori filiali

Sun Queen Super Mix Banana/Mirtilli rossi confezioni da 50 g Fr.1.30* invece di 1.65

* Azione 20% di sconto su tutta la frutta secca, le noci e le miscele (salvo i prodotti Alnatura e Sélection) dal 30.05 al 05.06 Sun Queen Albicocche 200 g Fr. 3.10* invece di 3.90

Sun Queen Soft Fruit Prugne 200 g Fr. 2.80* invece di 3.50

Sun Queen Noci di anacardo 200 g Fr. 3.15* invece di 3.95

Sun Queen Noci miste 200 g Fr. 3.15* invece di 3.95

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui quelli di Sun-Queen.


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Idee e acquisti per la settimana

Intervista Midor

«Un bisogno di milioni di persone» Signora Amato, perché avete deciso di produrre un gelato vegano e senza lattosio? Secondo aha! Centro Allergie Svizzera, quasi il 20 percento della popolazione elvetica è intollerante al lattosio. Si tratta quindi di circa 1,5 milioni di persone, che ovviamente hanno anche voglia di mangiare un gelato. Coco Ice-Land può soddisfare sia questa particolare esigenza sia, in generale, la crescente domanda della clientela di prodotti gastronomici vegani.

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

Gelati vegani alla prova del nove

Anna Esch (79 anni), Hitzkirch (LU)

È vegano, non contiene lattosio e ha un intenso sapore di noce di cocco. Da un anno il Coco Ice-Land «Pure Coco» della Midor è tra i prodotti preferiti del banco surgelati. La Star della settimana è stata sottoposta al nostro test del gusto Testo Andreas Bättig, Estelle Dorsaz; Foto Roger Hofstetter

«La consistenza è perfetta. È bello cremoso. Però il gusto di noce di cocco potrebbe essere anche un po’ più forte. Penso che sia un bene che la Migros produca in proprio i gelati. In genere sono di ottima qualità. D’estate compro spesso il rotolo gelato. Ma sento la mancanza di un buon caféglacé. Non ne ho ancora trovato uno che mi piaccia. Per cui me lo faccio da solo a casa».

Vanessa Errante (20), Svitto (SZ)

Quali sono le peculiarità di un gelato prodotto con latte di cocco? Per quanto riguarda i gelati vegani, la grande sfida è quella di ottenere la stessa cremosità di un gelato alla panna senza che si verifichi una perdita di sapore. Rispetto al latte vaccino, il latte di cocco non contiene alcuna proteina del latte. Nei gelati, tuttavia, queste ultime ricoprono una funzione importante per la cremosità.

«Il gelato con le palme sulla confezione è perfetto per l’estate. È davvero rinfrescante e non ha un gusto troppo dolce. Non mi sono neppure accorta che è vegano. Ma mi pare una gran cosa, così anche i vegani possono gustarsi un buon dessert. Quando fa caldo, mangio un gelato quasi ogni giorno. I miei preferiti sono il sorbetto alla fragola o i ghiaccioli della Migros».

Star della settimana

L’esotico

Arnaud Dorsaz (20 anni), Fully (VS)

«La prima cosa che risalta di questo gelato è l’intenso sapore di noce di cocco. E non sembra artificiale. Mi piace che il gelato sia rinfrescante e al contempo dissetante, Coco IceLand possiede entrambe le qualità. Forse è merito del latte di cocco. Ad ogni modo, potrei mangiarmi tutto il barattolo in una volta».

Come viene compensata questa mancanza di proteine del latte? Nei gelati di latte di cocco, la funzione della proteina del latte dev’essere sostituita tramite fonti alternative, piante leguminose come la soia e altri vegetali. Leggete l’intervista completa su www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch

Un anno fa il gelato Coco Ice-Land faceva la sua apparizione nelle filiali Migros. Da allora questo dessert vegano e senza lattosio è diventato un ospite fisso del banco surgelati. E non solo durante la stagione calda. Il suo segno distintivo è il sapore di noce di cocco, mentre la produzione con latte di cocco è il motivo per cui si tratta di un prodotto vegano e senza lattosio. È disponibile in coppa o in formato bastoncino nei gusti Pure Coco, Coco & Passion Fruit, Coco & Caramelized Almonds, Chocolate Chips. L’indovinello della star

Che latte si usa per produrre i gelati Coco Ice-Land? Rispondete a questa domanda su www.noifirmiamonoigarantiamo.ch/star-dellasettimana e vincete una carta regalo Migros. In palio ci sono carte regalo per un valore totale di 150 franchi.

Lea Amato, vice-responsabile Sviluppo e surgelati di Midor. Dariusz Leniart (31 anni), Rzeszów, turista polacco

Otilia Nica (42 anni), St-Légier VD

«Il gusto del cocco risalta molto bene. Il gelato ha un sapore naturale. La porzione è un po’ troppo grossa, potrebbe saziare un’intera famiglia. Mangio i gelati sporadicamente, perché di solito evito i dolci. Questo, per fortuna, non è troppo dolce. Per me non è fondamentale che sia senza lattosio, ma i miei amici vegani ne sarebbero sicuramente felici».

«È davvero un gelato rinfrescante. Ed anche il nome è azzeccato. Mi ricorda il mare e le isole e trasmette un tocco di esotismo. Siccome sono intollerante al lattosio, è un prodotto perfetto per me. In famiglia siamo grandi appassionati di gelato e lo mangiamo anche d’inverno. Non c’è dubbio: Coco Ice-Land dev’essere nel nostro freezer!». M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i gelati della Midor.


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Idee e acquisti per la settimana

Intervista Midor

«Un bisogno di milioni di persone» Signora Amato, perché avete deciso di produrre un gelato vegano e senza lattosio? Secondo aha! Centro Allergie Svizzera, quasi il 20 percento della popolazione elvetica è intollerante al lattosio. Si tratta quindi di circa 1,5 milioni di persone, che ovviamente hanno anche voglia di mangiare un gelato. Coco Ice-Land può soddisfare sia questa particolare esigenza sia, in generale, la crescente domanda della clientela di prodotti gastronomici vegani.

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

Gelati vegani alla prova del nove

Anna Esch (79 anni), Hitzkirch (LU)

È vegano, non contiene lattosio e ha un intenso sapore di noce di cocco. Da un anno il Coco Ice-Land «Pure Coco» della Midor è tra i prodotti preferiti del banco surgelati. La Star della settimana è stata sottoposta al nostro test del gusto Testo Andreas Bättig, Estelle Dorsaz; Foto Roger Hofstetter

«La consistenza è perfetta. È bello cremoso. Però il gusto di noce di cocco potrebbe essere anche un po’ più forte. Penso che sia un bene che la Migros produca in proprio i gelati. In genere sono di ottima qualità. D’estate compro spesso il rotolo gelato. Ma sento la mancanza di un buon caféglacé. Non ne ho ancora trovato uno che mi piaccia. Per cui me lo faccio da solo a casa».

Vanessa Errante (20), Svitto (SZ)

Quali sono le peculiarità di un gelato prodotto con latte di cocco? Per quanto riguarda i gelati vegani, la grande sfida è quella di ottenere la stessa cremosità di un gelato alla panna senza che si verifichi una perdita di sapore. Rispetto al latte vaccino, il latte di cocco non contiene alcuna proteina del latte. Nei gelati, tuttavia, queste ultime ricoprono una funzione importante per la cremosità.

«Il gelato con le palme sulla confezione è perfetto per l’estate. È davvero rinfrescante e non ha un gusto troppo dolce. Non mi sono neppure accorta che è vegano. Ma mi pare una gran cosa, così anche i vegani possono gustarsi un buon dessert. Quando fa caldo, mangio un gelato quasi ogni giorno. I miei preferiti sono il sorbetto alla fragola o i ghiaccioli della Migros».

Star della settimana

L’esotico

Arnaud Dorsaz (20 anni), Fully (VS)

«La prima cosa che risalta di questo gelato è l’intenso sapore di noce di cocco. E non sembra artificiale. Mi piace che il gelato sia rinfrescante e al contempo dissetante, Coco IceLand possiede entrambe le qualità. Forse è merito del latte di cocco. Ad ogni modo, potrei mangiarmi tutto il barattolo in una volta».

Come viene compensata questa mancanza di proteine del latte? Nei gelati di latte di cocco, la funzione della proteina del latte dev’essere sostituita tramite fonti alternative, piante leguminose come la soia e altri vegetali. Leggete l’intervista completa su www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch

Un anno fa il gelato Coco Ice-Land faceva la sua apparizione nelle filiali Migros. Da allora questo dessert vegano e senza lattosio è diventato un ospite fisso del banco surgelati. E non solo durante la stagione calda. Il suo segno distintivo è il sapore di noce di cocco, mentre la produzione con latte di cocco è il motivo per cui si tratta di un prodotto vegano e senza lattosio. È disponibile in coppa o in formato bastoncino nei gusti Pure Coco, Coco & Passion Fruit, Coco & Caramelized Almonds, Chocolate Chips. L’indovinello della star

Che latte si usa per produrre i gelati Coco Ice-Land? Rispondete a questa domanda su www.noifirmiamonoigarantiamo.ch/star-dellasettimana e vincete una carta regalo Migros. In palio ci sono carte regalo per un valore totale di 150 franchi.

Lea Amato, vice-responsabile Sviluppo e surgelati di Midor. Dariusz Leniart (31 anni), Rzeszów, turista polacco

Otilia Nica (42 anni), St-Légier VD

«Il gusto del cocco risalta molto bene. Il gelato ha un sapore naturale. La porzione è un po’ troppo grossa, potrebbe saziare un’intera famiglia. Mangio i gelati sporadicamente, perché di solito evito i dolci. Questo, per fortuna, non è troppo dolce. Per me non è fondamentale che sia senza lattosio, ma i miei amici vegani ne sarebbero sicuramente felici».

«È davvero un gelato rinfrescante. Ed anche il nome è azzeccato. Mi ricorda il mare e le isole e trasmette un tocco di esotismo. Siccome sono intollerante al lattosio, è un prodotto perfetto per me. In famiglia siamo grandi appassionati di gelato e lo mangiamo anche d’inverno. Non c’è dubbio: Coco Ice-Land dev’essere nel nostro freezer!». M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i gelati della Midor.


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Idee e acquisti per la settimana

Bischofszell

Il pieno aroma di frutta Le composte e la mousse di mele della Bischofszell, prodotte con frutta svizzera maturata al sole, deliziano il palato grazie alla loro naturalezza. Siccome vengono cotte delicatamente sottovuoto, mantengono inalterato il sapore intenso della frutta. Le composte sono ottime servite come contorno a pan perduto, semolino, riso al latte, porridge e frittate dolci. In combinazione con ricotta, panna montata, yogurt o mascarpone si possono preparare in un baleno gustosissimi dessert. Le composte e la mousse sono rinfrescanti anche come spuntino tra un pasto e l’altro.

Bischofszell Mousse alle mele Braeburn 300 g* Fr. 2.50

Bischofszell composta di prugne 300 g* Fr. 2.80

Bischofszell composta di albicocche 300 g* Fr. 2.90

Bischofszell composta di rabarbaro 300 g* Fr. 2.80

*Nelle maggiori filiali

Il delicato aroma acidulo della composta di rabarbaro si sposa bene con il pan perduto.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche le composte della marca Bischofszell.


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Idee e acquisti per la settimana

Sciroppo

Rinfresco esotico Il nuovo sciroppo al mango e al frutto della passione in edizione limitata è perfetto per la stagione più calda. È prodotto con il 30 percento di succo di frutta e aromi naturali. Per ottenere una gustosa bevanda, fruttata al punto giusto, l’ideale è miscelare una parte di sciroppo con sei parti d’acqua. Chi preferisce le bollicine, può utilizzare dell’acqua frizzante invece di quella naturale o del rubinetto. L’assortimento di sciroppi della Migros offre una scelta tra ben 17 varietà differenti. Tra questi sono pure disponibili due prodotti Léger con un tenore di calorie ridotto.

Sciroppo Mango-Frutto della passione Limited Edition 0,75 l Fr. 3.50 Nelle maggiori filiali

Azione Tutti gli sciroppi da 0,75 l e 1 l all’acquisto di 2 pezzi Fr. –.50 di riduzione (escl. M-Budget) fino al 6 giugno

Regala refrigerio nei giorni più caldi: lo sciroppo al mango e frutto della passione con cubetti di ghiaccio.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche gli sciroppi.


Novità

Novità

3.30

Dentifricio Candida White Black Pearls 75 ml

20x PUNTI

Novità

3.30

Spazzolino Candida Charcoal, medio il pezzo

In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 12.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK


Azione 15%

30%

2.80 invece di 3.30

Tutti i salami Rapelli Classico e Rustico, affettati e al pezzo per es. Classico affettato, Svizzera, 155 g, 4.90 invece di 7.05

Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g

40%

30%

2.30 invece di 3.90

2.40 invece di 3.50

Pomodorini ciliegia a grappolo Svizzera, vaschetta da 500 g

Cicche del nonno prodotte in Ticino, conf. da 500 g

40%

2.35 invece di 3.95 Meloni Charentais Spagna, il pezzo

20%

1.25 invece di 1.60 Appenzeller dolce per 100 g

Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli giĂ ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 5.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

30%

1.– invece di 1.45 Galletto speziato Optigal Svizzera, in conf. da 2 pezzi, per 100 g

33% Tutte le chips Zweifel da 170 g, 280 g e 300 g per es. alla paprica, 280 g, 3.80 invece di 5.70


. a z z e h c s e fr ta lu o s s a Acquista l’ conf. da 3

50%

8.25 invece di 16.50

Consiglio

Bratwurst di vitello TerraSuisse in conf. da 3 3 x 2 pezzi, 840 g

30%

3.80 invece di 5.45 Lombatina d’agnello M-Classic Nuova Zelanda / Australia / Irlanda / Gran Bretagna, per 100 g

50%

9.50 invece di 19.– Carne macinata di manzo Svizzera/Germania, conf. da 2 x 500 g, 1 kg

SOTTO LA CORAZZA TANTA BONTÀ Un mini formaggio molto più grande di quel che sembra. I mini Babybel sono l’accompagnamento ideale da gustare con i panini alla pancetta, al rosmarino e alle olive fatti in casa. La ricetta dei panini la trovi su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla tua Migros.

20%

6.60 invece di 8.25 Mini Babybel retina, 18 x 22 g

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2.65 invece di 3.85 Salametti di cervo prodotti in Ticino, conf. da 2 x ca. 90 g, per 100 g

20%

30%

1.60 invece di 2.–

Spiedini di pesce da grigliare* per es. spiedini di gamberetti marinati con pepe e limone, d’allevamento, Vietnam/Ecuador, per 100 g, 3.85 invece di 5.50

Costine di maiale Svizzera, al banco a servizio, per 100 g

conf. da 2

– .5 0

di riduzione Tutti i tipi di pane alle noci (panini esclusi), per es. Happy Bread con noci TerraSuisse, 350 g, 2.40 invece di 2.90

30%

2.30 invece di 3.30 Prosciutto cotto in conf. da 2 TerraSuisse per 100 g

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 5.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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4.80 invece di 6.95 Roastbeef cotto Svizzera/Germania, affettato in vaschetta, per 100 g

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5.30 invece di 6.70 Prosciutto crudo nostrano Ticino, affettato in vaschetta, per 100 g

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2.95 invece di 3.80 Arrosto spalla di vitello TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

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2.– invece di 2.90 Filetto di passera MSC Atlantico nord-orientale, per 100 g, offerta valida fino al 3.6


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Mirtilli Spagna, vaschetta, 500 g

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1.90 invece di 2.90 Kiwi gold Nuova Zelanda, vaschetta, 3 pezzi

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18.70 invece di 25.– Furmagèla (formaggella della Leventina) prodotta in Ticino, a libero servizio, al kg

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Albicocche bio Spagna, conf. da 500 g

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4.40 invece di 5.90 Ciliegie Italia, conf. da 500 g

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3.90 invece di 4.90 Spinaci Svizzera, imballati, 500 g

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1.75 invece di 2.95 Peperoni misti Spagna, 500 g

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1.90 invece di 2.40 Insalata mista Anna’s Best 260 g

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3.90 invece di 4.90 Carote bio Italia, imballate, 1 kg

conf. da 2

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16.80 invece di 24.– Caseificio Blenio prodotto in Ticino, a libero servizio, al kg

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4.– invece di 5.– Mozzarelline Alfredo in conf. da 2 2 x 160 g

30% Tutto l’assortimento Dimmidisì per es. minestrone di verdure, 620 g, 3.40 invece di 4.90


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20% Tutti gli yogurt Excellence per es. alle fragoline di bosco, 150 g, –.75 invece di –.95

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4.15 invece di 5.20 Creme Dessert Tradition in conf. da 4 4 x 175 g, per es. alla vaniglia

conf. da 3

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4.05 invece di 5.85 Rösti Original in conf. da 3 3 x 500 g

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6.95 invece di 8.70

a partire da 2 pezzi

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Pain Sarment TerraSuisse in conf. da 3 6 pezzi, 3 x 300 g

a partire da 2 pezzi

Tutto l’assortimento Thai Kitchen a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

Latte M-Drink Valflora UHT in conf. da 12 12 x 1 l

– .5 0

di riduzione l’uno Tutti gli sciroppi in bottiglie di PET da 75 cl o da 1,5 l a partire da 2 pezzi, –.50 di riduzione l’uno, per es. ai lamponi, 75 cl, 1.70 invece di 2.20

conf. da 2 conf. da 3

30% Tortelloni M-Classic in conf. da 3 per es. con ripieno di carne di manzo, 3 x 250 g, 8.10 invece di 11.70

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4.35 invece di 6.50 Bastoncini alle nocciole in conf. da 2 2 x 220 g

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3.90

Berliner 6 pezzi, 6 x 70 g

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20% Olio di girasole M-Classic 1 l e 50 cl, per es. 1 l, 3.10 invece di 3.90

Tutto l’assortimento Alnatura e Alnavit (latte di tipo 1 escluso), per es. fagottini con spinaci e noci d’acagiù Alnatura, 195 g, 4.30, offerta valida fino al 12.6.2017

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1.95

Spaghetti, pennette o tortiglioni Agnesi 500 g + 250 g gratis, 750 g, per es. tortiglioni


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Branches Frey in conf. da 50, UTZ Classic, Eimalzin e Noir, per es. Classic, 50 x 27 g, 12.30 invece di 24.75

30%

7.55 invece di 10.80 Ghiaccioli Ice Party in conf. speciale 980 ml

20% Tutti i biscotti in sacchetto Midor (Tradition esclusi), per es. bastoncini alle nocciole, 270 g, 2.10 invece di 2.65

40%

8.60 invece di 14.40 Rivella in conf. da 6, 6 x 1,5 l rossa, blu e tè verde, per es. rossa

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a partire da 2 pezzi

30%

Tutti i caffè istantanei in bustina a partire da 2 pezzi, 30% di riduzione

20% Tutto l’assortimento di confetture Favorit per es. albicocche del Vallese, 350 g, 3.15 invece di 3.95

Rivella in conf. da 6, 6 x 50 cl rossa, blu e tè verde, per es. rossa

Tutto l’assortimento Handymatic Supreme (sale rigeneratore escluso), a partire da 2 pezzi, 50% di riduzione

Tutto l’assortimento di padelle Greenpan in acciaio inox, indicate anche per i fornelli a induzione, per es. padella a bordo basso Miami Marathon, Ø 28 cm, il pezzo, 29.50 invece di 59.–, offerta valida fino al 12.6.2017

Tutte le bevande Passaia in conf. da 6 per es. regular, 6 x 50 cl, 4.80 invece di 7.20

6.20 invece di 7.80

50%

50%

33%

20%

a partire da 2 pezzi

20% Tutto l’assortimento di frutta secca e noci (prodotti Alnatura e sfusi esclusi), per es. pinoli bio, 100 g, 5.20 invece di 6.50

50% Duromatic Ergo Powersteamer Kuhn Rikon da 3,5 l e 5 l per es. da 5 l, il pezzo, 72.50 invece di 145.–, offerta valida fino al 12.6.2017

a partire da 2 confezioni

50%

Tutto l’assortimento di bicchieri Cucina & Tavola a partire da 2 confezioni, 50% di riduzione, offerta valida fino al 12.6.2017

conf. da 3

20% Salviettine cosmetiche Kleenex in conf. da 3 per es. Collection, 3 x 48 pezzi, 4.55 invece di 5.70, offerta valida fino al 12.6.2017


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Altre offerte. Pesce, carne e pollame

Millefoglie alla crema (escluso Léger), per es. sfogliate alla crema M-Classic, 220 g, 2.30 invece di 2.90 20%

Altri alimenti

Novità

20x PUNTI

Fiori e piante Gamberetti ASC crudi, d’allevamento, Vietnam, per 100 g, 3.95 invece di 5.70 30%

conf. da 10

40% Tutto l’assortimento di biancheria da uomo da giorno e da notte per es. boxer aderenti Basic John Adams, neri, tg. M, il pezzo, 5.85 invece di 9.80

Hit

Luganighetta cotta al grill, Svizzera, per 100 g, 2.10 invece di 2.95 25% Azione solo per filiali con grill

Pane e latticini

Burro bio in porzioni, 6 pezzi, 6 x 20 g, 3.95 Novità **

Tutti i gelati Giuntoli, per es. limonice, 510 g, 3.35 invece di 4.20 20%

Biscotti Galactina Plasmon, 180 g, 4.30 Novità **

Near-/Non-Food

Peonie, mazzo da 5, disponibili in vari colori, per es. rosa, il mazzo, 11.80 invece di 13.90 15% Panino alle nocciole Migros bio, 85 g, 1.– invece di 1.30 20%

Anelli antipressione Pedic, 18 pezzi, 3.90 Novità ** Tutti i prodotti Pedic Protection, per es. cerotti grandi per vesciche, 6 pezzi, 7.90 Novità **

Bromelie in vaso, disponibili in diversi colori, per es. arancione, il vaso, 19.90 Hit

29.90

Boxer aderenti o slip da uomo in conf. da 10 oppure pigiami John Adams disponibili in diversi colori e misure, per es. boxer aderenti, neri, tg. M, offerta valida fino al 12.6.2017

Rose Fairtrade, mazzo da 10, lunghezza dello stelo 40 cm, in diversi colori, per es. gialle, il mazzo, 5.85 invece di 6.90 15%

Nutella in barattolo di vetro da 1 kg, 6.20 invece di 7.10 Hit

Natural Glide Cosano, 75 ml, 5.50 Novità ** Tutte le pantofole comode (escl. SportXX), per es. ciabatte con plantare anatomico, nere, n. 36, 17.85 invece di 29.80 40% **

Gel doccia Axe Energised, 250 ml, 3.50 Novità ** Gel doccia Axe Clean Fresh 6 in 1, 250 ml, 3.50 Novità **

**Offerta valida fino al 12.6 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 5.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Da giovedì 1.6 fino a sabato 3.6.2017

a partire da 2 pezzi

20%

Tutti i detergenti e detersivi Migros Plus a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

conf. da 3

30% Tutto l’assortimento Sun Look (confezioni multiple escluse), per es. Sun Milk protect, IP 30, 200 ml, 7.– invece di 10.–, offerta valida fino al 12.6.2017

20% Dischetti di ovatta e bastoncini ovattati Primella in conf. da 3 per es. dischetti di ovatta, 3 x 80 pezzi, 4.55 invece di 5.70, offerta valida fino al 12.6.2017

50%

1.55 invece di 3.10 Spiedini Svizzera, per 100 g, offerta valida dall’1.6 al 3.6.2017

Tempo libero: voglia di stare all’aperto.

2 0. –

di riduzione

69.90 invece di 89.90 Fujifilm Instax Mini 8 disponibile in diversi colori, per es. fucsia, il pezzo, offerta valida fino al 12.6.2017

a partire da 2 confezioni

25%

Tutto l’assortimento di prodotti igienici Molfina (sacchetti igienici esclusi), a partire da 2 confezioni, 25% di riduzione, offerta valida fino al 12.6.2017

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 5.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

175.–

103.–

Poltrona d’angolo Cardiff

Tavolino lounge/poggiapiedi Cardiff

finora 129.–

finora 219.–

30% Carta igienica Soft in conf. speciale per es. Deluxe, 24 rotoli, FSC, 13.– invece di 18.60, offerta valida fino al 12.6.2017

Cardiff, intreccio sintetico, 1 per es. poltrona d’angolo, 7531.677, ora fr. 175.–, finora 219.–, 2 per es. tavolino lounge/poggiapiedi, 7531.678, ora fr. 103.–, finora 129.–

doitgarden.ch

1

Azione valide fino al 5. 6. 2017, fino a esaurimento dello stock.

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Altre offerte. Pesce, carne e pollame

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Fiori e piante Gamberetti ASC crudi, d’allevamento, Vietnam, per 100 g, 3.95 invece di 5.70 30%

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Cardiff, intreccio sintetico, 1 per es. poltrona d’angolo, 7531.677, ora fr. 175.–, finora 219.–, 2 per es. tavolino lounge/poggiapiedi, 7531.678, ora fr. 103.–, finora 129.–

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Piccole porzioni in qualità bio.

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1.80 Cottage Cheese Piment d’Espelette M-Classic Special Edition, 200 g

Favoriscono la deacidificazione dell’organismo.

9.90 Sali da bagno basici Sanactiv 700 g

Per dare sfogo alla creatività.

5.90 Lettere adesive da stirare Kleiber 44 lettere, 9 numeri e 8 caratteri speciali

Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 30.5 AL 12.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Aroma intenso di torrefazione e gusto corposo.

5.30 Edizione Italiana Delizio, UTZ Espresso, Lungo e Ristretto, 12 capsule

Trattamento benefico.

2.90 Sali da bagno del Mar Morto Sanactiv 500 g

Rigenerazione immediata per piedi con calli. Pomata per talloni screpolati e crema anti-callosità Pedic per es. crema anti-callosità, 75 ml, 6.50


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Idee e acquisti per la settimana

Délice

aha! Délice extra light senza lattosio e senza latte 250 g Fr. 2.35 Nelle maggiori filiali

Leggera e digeribile I prodotti da spalmare leggeri come la margarina semigrassa Délice contribuiscono ad alimentarsi in modo consapevole senza rinunciare al buon gusto. Anche in caso di intolleranza al lattosio non è più necessario rinunciare a questo piacere, perché Dèlice extra light senza lattosio certificata aha! non contiene derivati del latte e possiede un tenore di grassi appena del 25 percento. Tutti i prodotti Délice sono realizzati in Svizzera con olio di palma certificato RSPO.

Délice porzioni 6 x 20 g Fr. 2.50

Délice Margarina semigrassa 400 g Fr. 2.50

Délice è sinonimo di piacere leggero.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche Délice.


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Idee e acquisti per la settimana

Trasparenza dalla A alla Z

Migros Bio Cotton

Dalla coltivazione del cotone al confezionamento degli articoli finiti, ogni fase della produzione dei tessuti della Migros senza sostanze nocive viene documentata. Per il benessere delle persone e della natura

Il mondo delle fiabe a colori

Pinocchio, il re ranocchio, i sette nani e il gatto con gli stivali: sono i protagonisti della nuova collezione speciale in cotone biologico della Migros denominata «Fiabe»

Migros Bio Cotton Baby Overall in 4 motivi taglie 50/56-98* Fr. 9.90

I piccoli filamenti di cotone biologico vengono filati sino a diventare un unico finissimo filo, avvolto su rocchetti e pronto per la tessitura.

Per fabbricare i capi di tessuto del marchio Migros Bio Cotton viene impiegato unicamente cotone coltivato secondo le severe prescrizioni della coltivazione biologica. Quest’ultima esclude l’uso di pesticidi o fertilizzanti chimici. Per garantire il rispetto delle direttive, i produttori sono controllati periodicamente da enti indipendenti. Tutti i tessuti che recano l’etichetta Migros Bio Cotton sono prodotti secondo le norme Eco

Migros Bio Cotton Baby Body in 4 motivi taglie 50/56-98* Fr. 6.90

Standard. Queste garantiscono una produzione rispettosa dell’ambiente e condizioni di lavoro socialmente sostenibili nelle fabbriche. Dalla filatura alla tessitura, dalla tintura alla stampa fino al confezionamento, tutti i prodotti chimici utilizzati vengono prelevati e analizzati per verificare la loro innocuità. Questa documentazione senza lacune assicura che l’intero processo di produzione possa essere tracciato dalla A alla Z.

Migros Bio Cotton Shorty per bambino in 4 motivi taglie 98/104 - 122/128* Fr. 16.90

Il collaboratore controlla che i fili siano ben inseriti negli aghi della macchina tessitrice.

Parte di

Come lavare i tessuti stampati Migros Bio Cotton Shorty per bambino in 4 motivi taglie 98/104 - 122/128* Fr. 16.90

*Nelle maggiori filiali

Rivoltate i capi al contrario e lavateli a 40° con la centrifuga a velocità ridotta. Per asciugare, impostate l’asciugatrice a bassa temperatura.

Il programma Eco della Migros garantisce che gli articoli tessili siano prodotti in modo assolutamente ecologico, socialmente sostenibile e tracciabile.

I tessuti Migros Bio Cotton sono prodotti con cotone di produzione biologica certificata e sono lavorati secondo le direttive Eco.


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Trasparenza dalla A alla Z

Migros Bio Cotton

Dalla coltivazione del cotone al confezionamento degli articoli finiti, ogni fase della produzione dei tessuti della Migros senza sostanze nocive viene documentata. Per il benessere delle persone e della natura

Il mondo delle fiabe a colori

Pinocchio, il re ranocchio, i sette nani e il gatto con gli stivali: sono i protagonisti della nuova collezione speciale in cotone biologico della Migros denominata «Fiabe»

Migros Bio Cotton Baby Overall in 4 motivi taglie 50/56-98* Fr. 9.90

I piccoli filamenti di cotone biologico vengono filati sino a diventare un unico finissimo filo, avvolto su rocchetti e pronto per la tessitura.

Per fabbricare i capi di tessuto del marchio Migros Bio Cotton viene impiegato unicamente cotone coltivato secondo le severe prescrizioni della coltivazione biologica. Quest’ultima esclude l’uso di pesticidi o fertilizzanti chimici. Per garantire il rispetto delle direttive, i produttori sono controllati periodicamente da enti indipendenti. Tutti i tessuti che recano l’etichetta Migros Bio Cotton sono prodotti secondo le norme Eco

Migros Bio Cotton Baby Body in 4 motivi taglie 50/56-98* Fr. 6.90

Standard. Queste garantiscono una produzione rispettosa dell’ambiente e condizioni di lavoro socialmente sostenibili nelle fabbriche. Dalla filatura alla tessitura, dalla tintura alla stampa fino al confezionamento, tutti i prodotti chimici utilizzati vengono prelevati e analizzati per verificare la loro innocuità. Questa documentazione senza lacune assicura che l’intero processo di produzione possa essere tracciato dalla A alla Z.

Migros Bio Cotton Shorty per bambino in 4 motivi taglie 98/104 - 122/128* Fr. 16.90

Il collaboratore controlla che i fili siano ben inseriti negli aghi della macchina tessitrice.

Parte di

Come lavare i tessuti stampati Migros Bio Cotton Shorty per bambino in 4 motivi taglie 98/104 - 122/128* Fr. 16.90

*Nelle maggiori filiali

Rivoltate i capi al contrario e lavateli a 40° con la centrifuga a velocità ridotta. Per asciugare, impostate l’asciugatrice a bassa temperatura.

Il programma Eco della Migros garantisce che gli articoli tessili siano prodotti in modo assolutamente ecologico, socialmente sostenibile e tracciabile.

I tessuti Migros Bio Cotton sono prodotti con cotone di produzione biologica certificata e sono lavorati secondo le direttive Eco.


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Idee e acquisti per la settimana

Migros Mania

Una nuova dimensione

Grazie agli occhiali per la realtà virtuale della Migros, la collezione Migros Mania si addentra in una nuova dimensione. Grazie alla realtà virtuale offre l’opportunità di dare un’occhiata dietro le quinte della Migros, un avvincente videogame ed eventi virtuali Testo Ralph Hofbauer; Foto Roger Hofstetter; Styling Mirjam Käser

Virtual Reality (VR)

La lunga storia della VR 1932: filtro polarizzante

Il fisico statunitense Edwin Land concepì nel 1932 il primo filtro polarizzante, che permetteva migliori rappresentazioni spaziali e che è stato fino a oggi alle base dei film in 3D.

Negli anni ‘50 lo schermo del Cinerama incantò il pubblico: con una curvatura di 146 gradi e proporzioni di 2,685 a 1, le riproduzioni dei filmati con questo formato estremo necessitavano di 3 proiettori.

Occhiali VR Migros 1962: Sensorama

E‘ Morton L. Heilig a sviluppare la prima macchina VR. Con il Sensorama era per esempio possibile sperimentare un viaggio virtuale in moto attraverso New York. Il dispositivo stimolava tutti i sensi, grazie a immagini 3D, audio stereofonico, oltre a vibrazioni e odori.

1968: spada di Damocle Il primo visore VR era così pesante che risultava necessario ancorarlo al soffitto. Da qui il nome, spada di Damocle. Il primo oggetto visto nella VR fu un cubo di rete metallica sospeso.

1985: NASA VIEW

La NASA sperimentò molto presto le tecnologie VR e nel 1985 sviluppò la Virtual Interface Environment Workstation (VIEW). Il suo modo di funzionare era simile a quello degli odierni occhiali VR, con il display che risponde ai movimenti della testa.

Basta scansionare le carte della collezione e il gioco è fatto Le carte della collezione Migros Mania possono essere scansionate con l’app Migros Play. Le carte che riproducono prodotti della campagna «Noi firmiamo. Noi garantiamo.» danno l’opportunità di richiamare per ogni rispettivo prodotto storie in immagini, con visione a 360 gradi, ambientate in una filiale Migros virtuale. Con le carte dei personaggi Pixtoys è invece possibile aggiudicarsi dei bonus per raggiungere un punteggio più elevato nel videogame Migros Mania.

1995: Nintendo Virtual Boy

A metà degli anni ’90 il produttore di giochi presentò la prima console VR. Nintendo portò sul mercato il Virtual Boy e Sega le cuffie audio VR. Il successo commerciale fu molto scarso, anche perché la tecnologia non era ancora sufficientemente matura.

2016: Oculus Rift

Annunciati nel 2012, gli occhiali VR Oculus Rift rappresentavano una grande promessa, finalmente onorata nel 2016. Nello stesso anno sono apparsi sul mercato numerosi altri occhiali VR, come per esempio quelli della Playstation Sony.

Maggiori informazioni sul tema della realtà virtuale sul prossimo numero di Azione e all’indirizzo internet www.migrosmania.ch

1. Negozio Migros virtuale

Lena, 6 anni, inforca gli occhiali arancioni e si immerge nella realtà virtuale. E’ a casa, ma la sua mente si muove attraverso un supermercato Migros virtuale. Si guarda in giro per il negozio, prende una confezione dell’apprezzatissimo Ice Tea e attiva il prodotto con il cursore VR. Prende così avvio una storia in immagini, con visione a 360 gradi, che propone un’avvincente presentazione della produzione dell’Ice Tea presso la Bischofszell prodotti alimentari SA.

2. Videogame della Migros Mania

Malik, 7 anni, è completamente assorbito dal videogame Migros Mania. Con un carrello della spesa sfreccia a tutta velocità attraverso il negozio virtuale e cerca i prodotti elencati sulla lista della spesa. Fa arrivare gli alimenti nel suo carrello grazie a sguardi decisi attraverso gli occhiali VR che indossa. Finito! Malik ha raggruppato tutti i prodotti. Alla cassa riceve lo scontrino con i punti raccolti, che sono sufficienti per passare al livello successivo.

Alla fine del 19esimo secolo il Kaiserpanorama entusiasmò le masse con attrazioni insolite, il cui apice è da ricondurre all’effetto 3D generato dalle immagini stereoscopiche.

1952: Cinerama

Il 3° jolly in evidenza

Gli occhiali virtual reality della Migros sono disponibili il 3.06. La Migros Mania è all’insegna della virtual reality (VR). Chi vuole immergersi nel mondo virtuale necessita di due cose: l’app Migros Play (che può essere scaricata gratuitamente da App Store Apple o da Google Play Store) e gli occhiali VR Migros. Questi ultimi vengono distribuiti sabato 3 giugno (per ogni 60 franchi di spesa, massimo 3 pezzi).

1880: Kaiserpanorama

2017: occhiali VR Migros

Gli occhiali VR della Migros prendono spunto dal modello Google Cardboard, le cui modalità di utilizzo sono molto semplici: assemblare, inserire lo Smartphone e gli occhiali VR sono pronti.

3. Eventi della realtà virtuale

Dopo essersi divertiti con il videogame e con la filiale VR, Lena e Malik fanno una scorribanda virtuale al centro commerciale Glatt. Grazie agli occhiali VR, nelle prossime settimane potranno entrambi seguire le fasi del processo attraverso il quale nel centro commerciale verrà costruita una grande M con i mattoncini della Migros Mania. Possono inoltre partecipare agli spettacoli dal vivo in programma al Glatt, ma come eventi VR, direttamente da casa e con una visione a 360 gradi.

Una grande costruzione per un grande evento al centro Glatt Dal 31 maggio all‘8 luglio al centro commerciale Glatt verrà costruita una grande M del logo Migros, alta 4,5 metri, con i mattoncini della Migros Mania, compatibili con i Lego. Tramite l’app Migros Play è possibile vivere in prima persona le diverse tappe della realizzazione e i numerosi spettacoli dal vivo previsti.

L’app Migros Play può da subito essere scaricata gratuitamente da App Store Apple o da Google Play Store.

Esclusivi spettacoli dal vivo La costruzione della grande M al centro commerciale Glatt sarà accompagnata da spettacoli dal vivo indirizzati alle famiglie. Saranno tra gli altri presenti il duo di maghi Zauberduolino (mercoledì 31.05) e la band Schtärneföifi (mercoledì 07.06). Il programma completo è disponibile su www.migrosmania.ch

Il 31.05 bustine doppie Il 31.05 tutti i clienti Migros ricevono un numero doppio di bustine. In questa data per ogni 20 franchi di acquisto si ricevono due elementi della collezione anziché uno e fino al massimo di 30 bustine.

Vantaggi per i membri Famigros

Roadshows con borsa di scambio

Dal 23 maggio al 5 giugno presentando la carta Famigros o Cumulus i membri Famigros (www.famigros.ch) ricevono lo starter kit con il 30% di sconto e una bustina supplementare della collezione.

Dal 29 maggio all’8 luglio in 21 filiali Migros si svolgono i roadshow della Migros Mania (5-8.7 a S. Antonino). La borsa di scambio permette il baratto delle ambite componenti della collezione. Informazioni dettagliate su www.migrosmania.ch


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Migros Mania

Una nuova dimensione

Grazie agli occhiali per la realtà virtuale della Migros, la collezione Migros Mania si addentra in una nuova dimensione. Grazie alla realtà virtuale offre l’opportunità di dare un’occhiata dietro le quinte della Migros, un avvincente videogame ed eventi virtuali Testo Ralph Hofbauer; Foto Roger Hofstetter; Styling Mirjam Käser

Virtual Reality (VR)

La lunga storia della VR 1932: filtro polarizzante

Il fisico statunitense Edwin Land concepì nel 1932 il primo filtro polarizzante, che permetteva migliori rappresentazioni spaziali e che è stato fino a oggi alle base dei film in 3D.

Negli anni ‘50 lo schermo del Cinerama incantò il pubblico: con una curvatura di 146 gradi e proporzioni di 2,685 a 1, le riproduzioni dei filmati con questo formato estremo necessitavano di 3 proiettori.

Occhiali VR Migros 1962: Sensorama

E‘ Morton L. Heilig a sviluppare la prima macchina VR. Con il Sensorama era per esempio possibile sperimentare un viaggio virtuale in moto attraverso New York. Il dispositivo stimolava tutti i sensi, grazie a immagini 3D, audio stereofonico, oltre a vibrazioni e odori.

1968: spada di Damocle Il primo visore VR era così pesante che risultava necessario ancorarlo al soffitto. Da qui il nome, spada di Damocle. Il primo oggetto visto nella VR fu un cubo di rete metallica sospeso.

1985: NASA VIEW

La NASA sperimentò molto presto le tecnologie VR e nel 1985 sviluppò la Virtual Interface Environment Workstation (VIEW). Il suo modo di funzionare era simile a quello degli odierni occhiali VR, con il display che risponde ai movimenti della testa.

Basta scansionare le carte della collezione e il gioco è fatto Le carte della collezione Migros Mania possono essere scansionate con l’app Migros Play. Le carte che riproducono prodotti della campagna «Noi firmiamo. Noi garantiamo.» danno l’opportunità di richiamare per ogni rispettivo prodotto storie in immagini, con visione a 360 gradi, ambientate in una filiale Migros virtuale. Con le carte dei personaggi Pixtoys è invece possibile aggiudicarsi dei bonus per raggiungere un punteggio più elevato nel videogame Migros Mania.

1995: Nintendo Virtual Boy

A metà degli anni ’90 il produttore di giochi presentò la prima console VR. Nintendo portò sul mercato il Virtual Boy e Sega le cuffie audio VR. Il successo commerciale fu molto scarso, anche perché la tecnologia non era ancora sufficientemente matura.

2016: Oculus Rift

Annunciati nel 2012, gli occhiali VR Oculus Rift rappresentavano una grande promessa, finalmente onorata nel 2016. Nello stesso anno sono apparsi sul mercato numerosi altri occhiali VR, come per esempio quelli della Playstation Sony.

Maggiori informazioni sul tema della realtà virtuale sul prossimo numero di Azione e all’indirizzo internet www.migrosmania.ch

1. Negozio Migros virtuale

Lena, 6 anni, inforca gli occhiali arancioni e si immerge nella realtà virtuale. E’ a casa, ma la sua mente si muove attraverso un supermercato Migros virtuale. Si guarda in giro per il negozio, prende una confezione dell’apprezzatissimo Ice Tea e attiva il prodotto con il cursore VR. Prende così avvio una storia in immagini, con visione a 360 gradi, che propone un’avvincente presentazione della produzione dell’Ice Tea presso la Bischofszell prodotti alimentari SA.

2. Videogame della Migros Mania

Malik, 7 anni, è completamente assorbito dal videogame Migros Mania. Con un carrello della spesa sfreccia a tutta velocità attraverso il negozio virtuale e cerca i prodotti elencati sulla lista della spesa. Fa arrivare gli alimenti nel suo carrello grazie a sguardi decisi attraverso gli occhiali VR che indossa. Finito! Malik ha raggruppato tutti i prodotti. Alla cassa riceve lo scontrino con i punti raccolti, che sono sufficienti per passare al livello successivo.

Alla fine del 19esimo secolo il Kaiserpanorama entusiasmò le masse con attrazioni insolite, il cui apice è da ricondurre all’effetto 3D generato dalle immagini stereoscopiche.

1952: Cinerama

Il 3° jolly in evidenza

Gli occhiali virtual reality della Migros sono disponibili il 3.06. La Migros Mania è all’insegna della virtual reality (VR). Chi vuole immergersi nel mondo virtuale necessita di due cose: l’app Migros Play (che può essere scaricata gratuitamente da App Store Apple o da Google Play Store) e gli occhiali VR Migros. Questi ultimi vengono distribuiti sabato 3 giugno (per ogni 60 franchi di spesa, massimo 3 pezzi).

1880: Kaiserpanorama

2017: occhiali VR Migros

Gli occhiali VR della Migros prendono spunto dal modello Google Cardboard, le cui modalità di utilizzo sono molto semplici: assemblare, inserire lo Smartphone e gli occhiali VR sono pronti.

3. Eventi della realtà virtuale

Dopo essersi divertiti con il videogame e con la filiale VR, Lena e Malik fanno una scorribanda virtuale al centro commerciale Glatt. Grazie agli occhiali VR, nelle prossime settimane potranno entrambi seguire le fasi del processo attraverso il quale nel centro commerciale verrà costruita una grande M con i mattoncini della Migros Mania. Possono inoltre partecipare agli spettacoli dal vivo in programma al Glatt, ma come eventi VR, direttamente da casa e con una visione a 360 gradi.

Una grande costruzione per un grande evento al centro Glatt Dal 31 maggio all‘8 luglio al centro commerciale Glatt verrà costruita una grande M del logo Migros, alta 4,5 metri, con i mattoncini della Migros Mania, compatibili con i Lego. Tramite l’app Migros Play è possibile vivere in prima persona le diverse tappe della realizzazione e i numerosi spettacoli dal vivo previsti.

L’app Migros Play può da subito essere scaricata gratuitamente da App Store Apple o da Google Play Store.

Esclusivi spettacoli dal vivo La costruzione della grande M al centro commerciale Glatt sarà accompagnata da spettacoli dal vivo indirizzati alle famiglie. Saranno tra gli altri presenti il duo di maghi Zauberduolino (mercoledì 31.05) e la band Schtärneföifi (mercoledì 07.06). Il programma completo è disponibile su www.migrosmania.ch

Il 31.05 bustine doppie Il 31.05 tutti i clienti Migros ricevono un numero doppio di bustine. In questa data per ogni 20 franchi di acquisto si ricevono due elementi della collezione anziché uno e fino al massimo di 30 bustine.

Vantaggi per i membri Famigros

Roadshows con borsa di scambio

Dal 23 maggio al 5 giugno presentando la carta Famigros o Cumulus i membri Famigros (www.famigros.ch) ricevono lo starter kit con il 30% di sconto e una bustina supplementare della collezione.

Dal 29 maggio all’8 luglio in 21 filiali Migros si svolgono i roadshow della Migros Mania (5-8.7 a S. Antonino). La borsa di scambio permette il baratto delle ambite componenti della collezione. Informazioni dettagliate su www.migrosmania.ch


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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69

Idee e acquisti per la settimana

John Adams und Ellen Amber

Yes, We Care

Biancheria intima e collant della linea «We Care» sono realizzati con cotone biologico e con filati sintetici tratti da materiale riciclato. E non sono soltanto prodotti in modo ecologico: sono anche molto confortevoli da indossare

Azione 40% sulla biancheria intima e da notte da uomo

Stoffe e resti di materiale, che sono scartati dalla produzione, sono reintrodotti nel processo di lavorazione. Tra questi ci sono anche materie prime riciclate come fili e fibre.

Ellen Amber We Care Collant Organic taglie S-XL* Fr. 8.90

dal 30.05 al 05.06

Testo Jacqueline Vinzelberg; Illustrazioni Mira Gisler

Nel processo di produzione di tessuti ecologici sono usate diverse materie prime. Tra queste il cotone bio, le bottiglie di PET riciclate, oli minerali e biopolimeri tratti dai semi delle piante di ricino.

Materie prime e materiali riciclati sono lavorati per produrre biancheria intima e calze con un processo produttivo ad alta tecnologia che conferisce ai filati il massimo confort d’uso. La produzione è certificata con il marchio Global-RecycledStandard (GRS).

Scarti di stoffa e di altri materiali

John Adams We Care Short Recycled taglie S-XL* Fr. 17.80

Un telaio nello stabilimento di produzione

John Adams We Care Slip Recycled taglie S-XL* Fr. 14.80

Cotone Bio e granulato da bottiglie di PET riciclate Vecchi vestiti e scarti di produzione rientrano nel processo di produzione. John Adams We Care maglietta con collo a V Recycled taglie S-XL* Fr. 19.80

Con la sua linea «We Care» di John Adams e Ellen Amber Migros arricchisce il suo assortimento con biancheria da uomo e con raffinati collant da donna prodotti in modo ecologico. I capi sono belli da vedere e soprattutto da indossare. La biancheria intima è realizzata con il PET tratto dalle bottiglie riciclate. Le fibre di poliestere e di poliammide si distinguono per le qualità specifiche del loro materiale: i capi mantengono la loro forma, l’elasticità e la durata nel tempo. Oltre a questo sono morbidi, elastici e traspiranti. Questo perché le fibre di poliestere e poliammide sono usate spesso insieme a quelle di cotone.

Vecchi vestiti e scarti di produzione

A differenza dei prodotti usuali dell’assortimento Migros, gli articoli «We Care», «Recycled» e «Organic» contengono fili artificiali di poliestere e poliammide che è tratto da materiali riciclati o da materia prima vegetale. Si tratta di un procedimento innovativo: con la linea «We Care», a complemento del suo impegno per l’uso del cotone Bio, Migros utilizza anche fibre sintetiche da produzione sostenibile.

Assortimento Migros della linea «We Care»

John Adams We Care Canottiera Bio Cotton taglie S-XL* Fr. 17.80 *Nelle maggiori filiali


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

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Idee e acquisti per la settimana

John Adams und Ellen Amber

Yes, We Care

Biancheria intima e collant della linea «We Care» sono realizzati con cotone biologico e con filati sintetici tratti da materiale riciclato. E non sono soltanto prodotti in modo ecologico: sono anche molto confortevoli da indossare

Azione 40% sulla biancheria intima e da notte da uomo

Stoffe e resti di materiale, che sono scartati dalla produzione, sono reintrodotti nel processo di lavorazione. Tra questi ci sono anche materie prime riciclate come fili e fibre.

Ellen Amber We Care Collant Organic taglie S-XL* Fr. 8.90

dal 30.05 al 05.06

Testo Jacqueline Vinzelberg; Illustrazioni Mira Gisler

Nel processo di produzione di tessuti ecologici sono usate diverse materie prime. Tra queste il cotone bio, le bottiglie di PET riciclate, oli minerali e biopolimeri tratti dai semi delle piante di ricino.

Materie prime e materiali riciclati sono lavorati per produrre biancheria intima e calze con un processo produttivo ad alta tecnologia che conferisce ai filati il massimo confort d’uso. La produzione è certificata con il marchio Global-RecycledStandard (GRS).

Scarti di stoffa e di altri materiali

John Adams We Care Short Recycled taglie S-XL* Fr. 17.80

Un telaio nello stabilimento di produzione

John Adams We Care Slip Recycled taglie S-XL* Fr. 14.80

Cotone Bio e granulato da bottiglie di PET riciclate Vecchi vestiti e scarti di produzione rientrano nel processo di produzione. John Adams We Care maglietta con collo a V Recycled taglie S-XL* Fr. 19.80

Con la sua linea «We Care» di John Adams e Ellen Amber Migros arricchisce il suo assortimento con biancheria da uomo e con raffinati collant da donna prodotti in modo ecologico. I capi sono belli da vedere e soprattutto da indossare. La biancheria intima è realizzata con il PET tratto dalle bottiglie riciclate. Le fibre di poliestere e di poliammide si distinguono per le qualità specifiche del loro materiale: i capi mantengono la loro forma, l’elasticità e la durata nel tempo. Oltre a questo sono morbidi, elastici e traspiranti. Questo perché le fibre di poliestere e poliammide sono usate spesso insieme a quelle di cotone.

Vecchi vestiti e scarti di produzione

A differenza dei prodotti usuali dell’assortimento Migros, gli articoli «We Care», «Recycled» e «Organic» contengono fili artificiali di poliestere e poliammide che è tratto da materiali riciclati o da materia prima vegetale. Si tratta di un procedimento innovativo: con la linea «We Care», a complemento del suo impegno per l’uso del cotone Bio, Migros utilizza anche fibre sintetiche da produzione sostenibile.

Assortimento Migros della linea «We Care»

John Adams We Care Canottiera Bio Cotton taglie S-XL* Fr. 17.80 *Nelle maggiori filiali


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Idee e acquisti per la settimana

M-Classic

Un dissetante efficiente

Novità M-Classic Isodrink Orange 630 g Fr. 8.50 Nelle maggiori filiali

Per gli amanti del jogging Isodrink è prezioso perché spegne la sete e al contempo riequilibra la perdita di liquidi e sali minerali.

Isodrink di M-Classic è un dissetante in polvere appositamente studiato per persone particolarmente attive come sportivi o escursionisti. La polvere è da sciogliere nell’acqua, in modo che la concentrazione di sostanze sia la stessa di quelle disciolte nei liquidi corporei. Isodrink, essendo una bevanda isotonica, viene assorbita con facilità dal corpo, riequilibrando la perdita di liquidi e sali minerali dovuti alla traspirazione. Questa miscela fornisce energia sotto forma di zuccheri e assicura l’apporto vitaminico necessario all’attività fisica.

M-Classic Isodrink Lemon 630 g Fr. 8.50


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 29 maggio 2017 • N. 22

71

Idee e acquisti per la settimana

I am

Cure naturali Tutte e quattro le novità sono da subito disponibili nelle maggiori filiali.

Per le labbra sensibili

Il balsamo per le labbra con oli naturali, aloe vera ed estratti di cotone si prende cura delle labbra sensibili e le rende morbide. I am Natural Cosmetics balsamo per le labbra 4,8 g Fr. 3.20

Per un alito fresco

Il dentifricio con estratti di salvia e fluoruro pulisce e cura i denti e le gengive. Protegge inoltre dalla carie e agisce delicatamente contro il tartaro. I am Natural Cosmetics dentifricio 75 ml Fr. 3.20

I prodotti di cura con estratti naturali sono molto richiesti e la loro domanda è in crescita. Nella preparazione dei prodotti della linea «I am Natural Cosmetics» si rinuncia all’utilizzo di ingredienti di origine minerale. Gli oli e gli estratti vegetali impiegati provengono prevalentemente da colture biologiche e sono lavorati senza coloranti e profumi di sintesi.

Per 24 ore di freschezza

Il deodorante roll-on non contiene alcol e nemmeno sali di alluminio. Risulta così particolarmente delicato nel prendersi cura della pelle. I am Natural Cosmetics deo roll-on Pure Sensitive 50 ml Fr. 3.90

Per la pelle secca

La maschera per il viso fornisce alla pelle idratazione e vitamina E. L’olio di chia, gli estratti di bacche di goji e l’olio di semi di melograno si prendono cura e tonificano la pelle. I am Natural Cosmetics super fruit booster mask 2 x 75 ml Fr. 2.80

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche la linea trattante Natural Cosmetics di I am.


20% su tutto l’assortimento I am Natural Cosmetics.

20%

Tutti i prodotti I am Natural Cosmetics (confezioni da viaggio e confezioni multiple escluse), per es. crema per le mani Pure Sensitive, 75 ml, 3.40 invece di 4.30

In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da questa offerta sono esclusi gli articoli giĂ ridotti. OFFERTA VALIDA SOLO DAL 30.5 AL 12.6.2017, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Azione 22 del 29 maggio 2017  
Azione 22 del 29 maggio 2017