Azione 19 dell'8 maggio 2017

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Ecco l’estate. Scopri oltre 350 consigli per il grill e ispirazioni estive.


Ecco come rendere strepitosa la tua estate. ecco-lestate.ch

Lasciati ispirare da nuovi consigli per il grill, idee per il tempo libero e tanto altro. Adesso su ecco-lestate.ch Anche quest’estate riserva avventure sotto il sole e momenti di piacere culinario. Su ecco-lestate.ch trovi ricette sia facili sia sfiziose, consigli imperdibili per escursioni estive e giochi adatti a tutte le età. Visita ora il sito ecco-lestate.ch e vivi un'estate indimenticabile!

Ecco come aromatizzare al meglio le grigliate. 1. Il rosmarino: una delicata aromaterapia Questa essenza mediterranea valorizza verdura, pesce, pollo e tutti i tipi di carne. I rametti interi sono perfetti per l’affumicatura.

Ecco come trasformare alcuni alimenti in prodotti di bellezza. Possiamo presentarti qualcuno? Ecco Perry, la guancia.

L’olio di cocco è un rimedio prodigioso dalle molteplici proprietà beauty. In caso di capelli sfibrati, distribuisci l’olio di cocco sui capelli massaggiando, lascia in posa tutta la notte dopo aver avvolto la chioma in un turbante (per non sporcare il cuscino) e risciacqua il mattino seguente. L’effetto è sorprendente.

«La guancia» è il soprannome di Perry che gli deriva da una sua incredibile caratteristica: la sua guancia ha esattamente la stessa consistenza della carne alla griglia cotta a puntino. Adesso è un personaggio molto richiesto: tutti vogliono sfruttare la sua dote, ovvero la sua guancia. Ecco perché Perry e il suo manager Sean sono partiti dall’Invizghilterra alla volta della Sv zera, dove sono pieni di ali nella n appuntamenti. g a p m Acco rnée! u o t a t i laud u loro app aggio s m 8 2 l Da tate.ch s e l o c ec

2. Prezzemolo a foglia liscia: il jolly delle spezie Il prezzemolo non ama il calore e non va quindi messo direttamente sulla griglia, ma può essere utilizzato per aromatizzare marinate, salse e ripieni di pesce e pollo.

Ecco come farsi un bagno di latte. Versare due litri di latte, a cui precedentemente sono stati aggiunti tre cucchiai da tavola di miele e una manciata di sale, nella vasca piena d’acqua calda. Immergersi per un quarto d’ora e godere il piacere di lasciarsi andare. Non sciacquare la pelle con la doccia, ma asciugarla delicatamente con l’asciugamano.


Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Alison Gopnik nel suo ultimo libro spiega perché essere genitori non è un mestiere

Ambiente e Benessere Studi americani hanno indagato gli effetti dell’inquinamento da polveri sottili sul cervello

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXX 8 maggio 2017

Azione 19 Politica e Economia In Germania torna a galla l’idea di Europa a due velocità immaginata due decenni fa

Cultura e Spettacoli Le spettacolari opere dell’artista britannico Craigie Horsfield al MASI di Lugano

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-77 ping M shop ne 46-56 / 73 i alle pag pagina 5

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di Massimo Morello pagina 15

Keystone

Hue, tra spiriti e spiritualità

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Svolta a destra mancata di Peter Schiesser Ricordate il tenore dei commenti all’indomani delle elezioni federali dell’ottobre 2015? Svolta a destra in parlamento! Sembrava di essere alla vigilia di una «restaurazione». In effetti, liberali radicali e UDC occupano ora 98 dei 200 seggi al Consiglio nazionale, con i due seggi della Lega dei Ticinesi e quello del Mouvement Citoyens Genevois raggiungono una risicata maggioranza. Inoltre, la nuova legislatura ha coinciso con l’elezione di tre nuovi presidenti, del PLR, dell’UDC e del PDC. Petra Gössi, Albert Rösti e Gerhard Pfister avevano l’aria di intendersi bene, fra di loro non c’erano le frizioni che hanno opposto il presidente PDC Darbellay al suo omologo democentrista Toni Brunner (che non gli ha mai perdonato di aver aiutato i socialisti a estromettere dal Consiglio federale il leader dell’UDC Christoph Blocher), ma anche liberali radicali e democentristi su chi sia più «borghese» dell’altro. L’incombente riforma «previdenza 2020», la svolta energetica, i rapporti con l’Unione europea dopo l’accettazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, la riforma dell’imposizione fiscale

delle aziende, avrebbero portato il marchio della nuova maggioranza borghese al Nazionale, magari allargata ad un Partito democratico cristiano ormai retto da un presidente che proviene dalla sua ala destra? Un anno e mezzo dopo è possibile dare risposte concrete. E queste sono negative: la riforma dell’imposizione fiscale delle aziende è stata caricata troppo di privilegi e il Popolo l’ha bocciata; la riforma dell’AVS è stata approvata dal parlamento (al Nazionale grazie ai due voti della Lega) nel senso voluto dal Consiglio degli Stati, in cui c’è una maggioranza di centro-sinistra fra PS e PDC, ora ha buone chance di superare la votazione popolare; la riforma energetica è stata approvata come l’ha voluta Doris Leuthard, con il progressivo abbandono del nucleare e il sostegno alle energie rinnovabili, anche su questa voteremo (il 21 maggio); la legge di applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa votata in dicembre dal parlamento non va certo nella direzione anti-europeista voluta dall’UDC. La presunta maggioranza borghese è quindi tale solo sulla carta. I motivi sono noti da tempo: i diritti popolari (referendum e iniziative), la presenza in parlamento di maggioranze opposte (PLR-UDC al Nazionale, PS-PDC agli Stati) e il tradizionale gioco di «alleanze

tematiche» obbligano al compromesso. Non importa quanto polarizzata sia diventata la politica federale, alla fine per ogni legge va trovata una maggioranza in parlamento che possa essere confermata in votazione popolare. E anche oggi, alle Camere, le linee di demarcazione delle alleanze continuano ad essere le stesse: PS-PLRPDC sull’Europa, PLR-PDC-UDC su temi economici e finanziari, PS-PDC-PLR su temi sociali e di società. Va però aggiunto che in questa legislatura la sinistra ha fin qui saputo ben approfittare delle divisioni fra i tre partiti borghesi. Eppure, un certo «movimento» nel paese lo si constata. Nei 12 cantoni in cui vi sono state elezioni dopo le federali del 2015, i Verdi hanno guadagnato 14 seggi parlamentari, i socialisti 5, i Verdi liberali 2, il PLR 18, l’UDC ne ha persi 4 (ma soprattutto emerge il tonfo in Romandia), il PDC 22, il BDP 4 e gli Evangelici 2. Il centro si sta indebolendo fortemente, sia quello tradizionale (PDC), sia quello «nuovo» (PBD), la sinistra recupera (soprattutto i Verdi), e il PLR si conferma sull’onda lunga del successo. Per gli equilibri di lungo termine lo svuotamento del centro rappresenta la minaccia maggiore, poiché verrebbe a mancare un collante fra i poli, sempre più distanti.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Attualità Migros

M Oggi leggi, domani cucini

Migusto Nelle filiali di Migros Ticino è disponibile la prima edizione della rivista gastronomica Migusto.

Una pubblicazione raffinata, che accompagna il club online omonimo lanciato lo scorso febbraio

Mangiare è un’esperienza piacevole e la rivista Migusto, con il suo contenuto, vuole contribuire a rafforzare questa consapevolezza. Chi tiene in mano la nuova pubblicazione di Migros, in particolare, apprezzerà la sua estetica gradevole e la naturalezza delle ricette presentate. Cereali croccanti, saporite salse per insalata e consigli per la cottura al grill, così come la praticano i Gauchi della Pampa argentina: con questa varietà di argomenti Migusto apre anche ai principianti le porte della cucina di qualità. Ma le sue pagine saranno apprez-

I punti di forza A molte persone manca tempo e ispirazione per cucinare

Offriamo quindi ricette per ogni necessità e per tutti i livelli di difficoltà. La buona riuscita la garantiscono i nostri otto cuochi con la loro esperienza. La rivista è adatta a dilettanti e professionisti

A genitori che cucinano per i loro bambini e che hanno poco tempo; a giovani adulti che vogliono organizzare una festa con i loro amici e non hanno idee. Gli ingredienti sono facilmente reperibili alla Migros

Ma chi ha il suo orto, naturalmente, può usare le proprie verdure… Infine, da non sottovalutare

Sfogliare e leggere una bella rivista è un bel modo per passare il tempo.

zate anche dai professionisti in cerca di ispirazione: «Non precludiamo a nessuno la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo, perché con Migusto tutti possono cucinare qualcosa» dice Susanna Heim, responsabile del progetto Migusto. La struttura stessa del suo indice chiarisce l’obiettivo della pubblicazione: Migusto è una rivista da tenere con sé durante tutta la giornata. I suoi contenuti infatti si dividono in mattina, mezzogiorno e sera, e comprendono anche un lungo finesettimana. La redazione sceglie un programma di ricette e le traduce in immagini di tavole imbandite in modo accattivante. A queste pagine seguono poi reportage di intrattenimento e informazioni puntuali sul tema cibo e gastronomia. Oltre a ciò, il magazine Migusto offre suggerimenti per trascorrere il tempo libero, ad esempio con consigli di viaggio per città famose: nel numero appena pubblicato si parla di Barcellona. Completano l’offerta dei contenuti alcune informazioni su prodotti e produttori particolari.

La redazione di Migusto, un team alla ricerca di novità. (MM)

La rivista esce dieci volte all’anno, con due edizioni ampliate per estate e inverno. È disponibile su espositori speciali nei reparti frutta e verdura del-

le filiali Migros. La sua pubblicazione accompagna la creazione del club di cucina omonimo, lanciato da Migros lo scorso febbraio. Offerte speciali e in-

Diventare membri del club: tre passi per entrare in Migusto 1. I membri del club di cucina Migusto ricevono gratuitamente la rivista

Per gli altri il costo è di tre franchi per copia. Requisito per l’iscrizione è far parte del programma Cumulus. Per iscriversi a Cumulus basta utilizzare il formulario disponibile in ogni filiale oppure utilizzare il modulo online su www.migusto.ch.

2. Chi può contare già su un conto Cumulus, può entrare nel sito www.migusto.ch con il proprio identificativo personale e iscriversi lì

In questo modo la sua iscrizione sarà direttamente registrata. I membri del Club riceveranno un buono digitale che conferma la possibilità di ottenere gratuitamente la rivista.

3. Rimangono ancora due passaggi: il buono va attivato in una filale Migros

La rivista è disponibile in espositori collocati nel settore frutta e verdura. Il buono sarà valido dopo aver esibito la propria Carta Cumulus. Per un aiuto nella procedura di registrazione: Cumulus-Infoline 0848 85 0848 (8 Cts./min)

formazioni sul tema della cucina sono indirizzate ai soci di Migusto e li accompagnano dalla scelta dei menu fino alla preparazione dei piatti. Sul profilo personale di ogni socio è possibile creare una lista delle ricette preferite, con la relativa lista della spesa. Sono pubblicati persino video di istruzione che mostrano, ad esempio, come si taglia correttamente un avocado. La redazione di Migusto vi augura dunque buon divertimento e si impegnerà per aiutarvi a ottenere ottimi successi in cucina. Altre info su www.migusto.ch

La tua scuola per l’estate

Scuola Club Migros Ticino È con lo slogan «Tutti in forma e in formazione!» che la Scuola Club

rilancia la sua Summer School 2017 Accanto all’abituale programmazione corsi dei mesi estivi, la Scuola Club offre anche quest’anno la possibilità di frequentare percorsi mirati per qualificare in tempi brevi le proprie competenze. L’idea è semplice: perché non mettere a frutto il tempo dell’estate per migliorarsi? Da qui una scuola per l’estate, snella ed efficace, con corsi intensivi che consentono di raggiungere rapida-

mente buoni risultati. Sono tre i settori privilegiati, non a caso ambiti chiave nel mercato delle professioni: le lingue, l’IT e il marketing. Il programma include percorsi di potenziamento linguistico in tedesco e italiano; corsi Microsoft Office nel settore informatico; corsi di perfezionamento nel campo della vendita. All’attenzione per la crescita professionale delle persone si aggiunge

quella per il benessere personale che proprio in estate trova le condizioni ideali per essere coltivato. Ecco allora una serie di proposte, sia indoor che open air, organizzate nelle quattro sedi della scuola che mirano al recupero di ritmi più rilassati e armonici per un miglior equilibrio del corpo e della mente. Ampio spazio viene dedicato al fitness – con il Tai-Chi e lo Yoga Flex, ad esempio

– e all’espressione di sé e alla creatività – con corsi di disegno e tecniche pittoriche all’aperto e la fotografia outdoor. Anche quest’anno uno spazio speciale viene dedicato agli studenti delle scuole medie e superiori che necessitano di un accompagnamento mirato per il recupero e il potenziamento dei programmi scolastici. In calendario sono previsti corsi di tedesco, inglese

Alcune proposte dalla Summer School Lingue

Tedesco/Inglese/Italiano intensivo: dal 3 al 28.7 o dal 31.7 al 29.8. Tedesco conversazione: dal 5.7 al 30.8. Tedesco/Italiano TOP: dal 3 al 27.7 o dal 31.7 al 29.8. Inglese. Have a chat: il 13.7 e 24.8. Travel. L’inglese per chi viaggia: dal 4 al 27.7. Francese pour parler: il 13.7 e 24.8.

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Speciale ragazzi

Lingue corsi di recupero/potenziamento Tedesco/Inglese/Francese: dal 19 al 23.6 o dal 17 al 21.7. o dal 21 al 25.8. Test per la formazione dei gruppi: 10.06, dalle 09.00 alle 13.00. English for Kids/Deutsch für Kinder: dal 21 al 25.8. Altre materie Chimica/Fisica/Matematica: dal 21 al 25.8.

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Speciale estate

Sede di Bellinzona Tai-Chi al Castello: dal 26.6 al 17.7. Ginnastica/giochi per bambini: dal 5 al 26.7 o dal 2 al 16.8. Workshop di Informatica Word: 5.7 o 9.8. Excel: 12.7 o 16.8. FB & Social Network: 19.7 o 23.8. Sicurezza informatica: 26.7 o 30.8. Sede di Mendrisio Yoga Flex: dal 7.7 al 4.8. Mini Musical: dal 10 al 14.7. Piloxing: dal 26.6 al 10.7.

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Sede di Locarno Disegno e tecniche pittoriche all’aperto: dal 19 al 26.7 o dal 9 al 16.8. Tai Chi all’aperto: dal 3 al 17.7. Sede di Lugano Inglese S.O.S. Easy English: dal 26.6 al 26.7. Fotografia Outdoor: dal 3 al 10.7. Twin Fitness: dal 7 al 28.6 o dal 5 al 26.7. Summer Yoga Flex: dal 3 al 24.7. E molto altro ancora! Per informazioni e iscrizioni rivolgersi alle sedi della Scuola Club. www.scuola-club.ch Tiratura 101’614 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

e francese sul fronte delle lingue, matematica, chimica e fisica nel settore scientifico. Non mancano neppure le opportunità per i più piccoli che desiderano muovere i primi passi nella conoscenza di una lingua straniera, con corsi mirati di inglese e tedesco. Particolarmente interessante è la possibilità offerta ai ragazzi di verificare il proprio livello di conoscenza della materia scelta attraverso un test gratuito che servirà anche come base per la formazione dei gruppi di attività. Il test si svolgerà sabato 10 giugno 2017 nelle quattro sedi della Scuola Club di Migros Ticino. Per tutti coloro che desiderano un corso su misura compatibile con specifiche esigenze di orario è comunque possibile organizzare percorsi ad hoc a livello individuale o in piccoli gruppi. In un tempo accelerato e costretto da mille impegni come è abitualmente il nostro, i mesi estivi rappresentano una opportunità particolarmente preziosa per ritagliarsi un spazio tutto per sé da dedicare alla propria forma e formazione. Investire nella qualificazione delle proprie competenze e nel proprio benessere diventa oggi un obiettivo realistico e a portata di mano, grazie a una scuola che non cessa di favorire la crescita di tutti. Anche d’estate. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Società e Territorio Arriva TAVOLATA Mangiare bene e stare in compagnia: il progetto del Percento cultuale Migros sarà presentato nella Svizzera italiana

Il Cantone in numeri È stata da poco pubblicata la 78esima edizione dell’Annuario statistico ticinese, ne abbiamo parlato con Pau Origoni, capoufficio dell’Ustat

Muoversi a piedi in sicurezza Intervista a Jordi Riegg rappresentante in Ticino dell’organizzazione Mobilità pedonale Svizzera pagina 10

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Secondo Alison Gopnik i genitori dovrebbero lasciar sviluppare autonomamente i figli in un ambiente ricco di amore e spontaneità. (Keystone)

Il genitore è un giardiniere

Famiglia Nell’epoca del business dei libri che insegnano a essere padri e madri «perfetti» e degli esperti dispensatori

di ricette per crescere bambini di successo, Alison Gopnik spiega che è ora di cambiare prospettiva

Stefania Prandi Essere genitori non è un mestiere non è soltanto il titolo (italiano) del manuale scritto da Alison Gopnik, docente di Psicologia e di Filosofia all’Università della California a Berkeley, ma è anche un’avvertenza. Nell’epoca del business dei libri che insegnano a essere padri e madri «perfetti» e degli esperti dispensatori di ricette per crescere bambini di successo, è ora di cambiare prospettiva e tornare ad avere un atteggiamento più spontaneo e leggero. Basandosi su studi evolutivi e su ricerche sull’attitudine dei bambini ad apprendere, la studiosa, autorità internazionale nell’ambito dello sviluppo infantile, madre di tre figli e nonna di due bimbe, difende l’importanza del ruolo dei genitori, ricordando però che non si può parlare di «mestiere». Il modello che prevede «fare il lavoro dei genitori» (dall’inglese, parenting) si è diffuso nel mondo occidentale negli ultimi decenni e presenta diversi limiti. «Per la maggior parte della storia umana, le persone sono cresciute in famiglie allargate con molti figli. Quasi tutti i futuri genitori avevano già una notevole esperienza diretta nella cura dei bambini ben prima di averne di propri. Avevano molte opportunità di osserva-

re gli altri, non solamente i propri genitori, ma nonni, zii e cugini maggiori. Queste fonti tradizionali di capacità e conoscenze ‒ che non hanno niente in comune con le competenze tecniche ‒ sono perlopiù scomparse. I manuali e i siti Internet sul come fare i genitori si sono molto diffusi proprio perché sembrano riempire quel vuoto». Blog, forum e libri sono pieni di genitori ed esperti che si preoccupano se i figli non sono abbastanza bravi a scuola, che cercano soluzioni per renderli migliori, paragonandogli agli altri, illudendosi di agire solo in base al proprio istinto e alla «naturalità» del ruolo. «Se si accetta l’idea che essere genitori sia un tipo di lavoro, allora si pensa di dover scegliere fra quel tipo di lavoro e altri tipi di lavoro. Le madri, in particolare, tendono a essere sempre sulla difensiva, e tormentate rispetto alla possibilità o meno di avere successo sia come genitore sia in ambito professionale, e si sentono costrette a scegliere fra sminuire l’importanza della maternità e sacrificare la propria carriera. Ma lo stesso dilemma affligge i padri, anche più intensamente perché il loro ruolo genitoriale è meno riconosciuto». Inoltre pensare che essere genitore sia un lavoro fa emergere tutta la frustra-

zione del caso: «orari lunghissimi, senza remunerazione né altri vantaggi. E per vent’anni non si ha la minima idea se lo si sia fatto bene, cosa che di per sé rende il compito esasperante nonché fonte di continui sensi di colpa». In molti si comportano, sostiene Gopnik, come se fossero dei falegnami, il cui obiettivo è produrre, attraverso tecniche precise, un particolare tipo di oggetto. Invece, sempre per usare un’altra metafora, sarebbe utile comportarsi come dei giardinieri. «Quando curiamo un giardino creiamo uno spazio protetto e ricco di nutrimento in grado di fare crescere le piante rigogliose. Occorre molto impegno e fatica, tempo passato a scavare nella terra e a sporcarsi le mani di letame. E, come tutti gli appassionati di giardinaggio sanno bene, i nostri progetti vanno sempre di traverso. Il papavero viene fuori arancio acceso anziché rosa pallido, la rosa che doveva essere rampicante si ostina a restare a mezzo metro da terra, afidi e macchie nere sulle foglie richiedono una lotta che non ha mai fine. Eppure la soddisfazione deriva dal fatto che capita di ottenere dei risultati spettacolari anche quando il giardino sfugge al nostro controllo, quando la rosa bianca va inaspettatamente ad arrampicarsi sul tronco

scuro del tasso, quando una giunchiglia dimenticata corre sottoterra fino alla parte opposta del giardino e crea un’esplosione di giallo in mezzo ai nontiscordardimé, quando la vite che doveva crescere disciplinata sulla pergola lancia i suoi rami rossi sulle piante tutt’intorno. Simili incidenti, a ben vedere, sono indice di buon giardinaggio». Il che significa: curare i figli con amore, lasciandoli liberi di misurarsi con la realtà. Tutto il contrario di come la vedono i cosiddetti «genitori elicottero», sempre presenti, pronti a provvedere ai bisogni dei figli, indipendentemente dalle loro effettive richieste di vedersi risolti i problemi, spesso prima ancora che si presentino. I risultati negativi di questo tipo di attitudine sono stati messi in evidenza da Angela Duckworth, docente di Psicologia all’Università della Pennsylvania, vincitrice della prestigiosa borsa di studio MacArthur, che spiega che quando sono troppo controllati e protetti, i figli diventano degli smidollati. Bisogna lasciare, invece, che imparino a farcela da soli. Soltanto così si può sviluppare la grinta. In un Ted talk che ha avuto 10 milioni di visualizzazioni, Duckworth ha spiegato che i fattori decisivi per farcela nella vita non sono il quoziente intel-

lettivo, la bellezza né la ricchezza, ma la grinta, la determinazione e la perseveranza. Tutte caratteristiche che non possono essere acquisite in un ambiente iperprotettivo e ansioso come quello che l’Occidente sta creando. I bambini vanno seguiti con amore e dedizione, ma vanno anche lasciati liberi di esplorare in modo che capiscano quali sono le loro attitudini. È necessario che imparino a risolvere le situazioni difficili da soli, attraverso l’osservazione e il gioco. Per questo in paesi come la Gran Bretagna si stanno diffondendo i «parchi giochi avventura», spazi di terra con ruscelli, capanne abbandonate, copertoni di auto, arbusti, dove i più piccoli possono correre, giocare col fuoco, saltare, costruire, tagliare, sporcarsi. A supervisionarli un’équipe di educatori che resta in disparte senza mai intervenire, eccetto in casi di emergenza. Come ricorda Gopnik, «da genitori dovremmo ricordarci che la finalità dell’amore non è plasmare il destino delle persone che amiamo, ma aiutarle a plasmare il proprio destino. Non è indicare loro la via, ma aiutarle a trovare una propria strada, anche se ne intraprendono una che non avremmo mai scelto né voluto per loro».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Società e Territorio

Mangiar bene e in compagnia

Tavolata Un progetto del Percento culturale Migros per restare in salute e combattere la solitudine

Lanciato nel 2010 dal Percento culturale Migros, il progetto TAVOLATA, si è rapidamente diffuso. TAVOLATA significa: ritrovarsi regolarmente attorno a un tavolo per gustare in compagnia un pasto sano e appetitoso cucinato con il contributo di tutti, ma anche per chiacchierare, discutere, fare nuove conoscenze. Un’idea semplice, che ha immediatamente incontrato il favore del pubblico degli over 60. In poco meno di sei anni è nata una rete di 300 gruppi, di cui fanno parte oltre 1000 persone. Nei prossimi giorni il progetto verrà presentato anche nella Svizzera italiana. Ne abbiamo parlato con la coordinatrice regionale, Yvonne Pesenti Salazar. Signora Pesenti Salzar, come è nata l’idea di TAVOLATA?

Il progetto – coordinato da Robert Sempach (Direzione affari culturali e sociali della FCM) – è stato lanciato dal Percento culturale Migros in collaborazione con diversi partner: la SUP di Zurigo, Pro Senectute, nonché alcune istituzioni attive nella promozione della salute. Sviluppato con il supporto di professionisti ed esperti di alimentazione, salute e terza età, sociologi e psicologi, nella fase di concretizzazione il progetto ha coinvolto anche un gruppo di persone anziane. Questo ha permesso di dargli una forma che corrispondesse realmente alle esigenze di questa fascia di popolazione. E il successo di TAVOLATA mostra quanto queste esigenze siano sentite.

Con quali obiettivi si è sviluppato questo progetto?

Gli scopi sono molteplici: da un lato promuovere la salute delle persone anziane, incoraggiandole ad adottare un’alimentazione più sana ed equilibrata, dall’altro stimolarle ad avvicinarsi agli altri e a partecipare più attivamente alla vita sociale. Cucinare assieme agli altri e gustare il cibo in compagnia migliora le abitudini alimentari, favorisce gli scambi a livello interpersonale, permette di allacciare nuovi contatti e di creare nuove amicizie. Questo aspetto incide positivamente sul benessere psicofisico e, più in generale, sulla qualità di vita delle persone anziane. Il rapporto di valuta-

Tavolata nella Svizzera italiana Incontri informativi LOCARNO: Lunedì 15 maggio 2017, ore 14.00-16.00. Scuola Club Migros, Via ai Saleggi 16. LUGANO: Mercoledì 17 maggio 2017, ore 14.00-16.00. Scuola Club Migros, Via Pretorio 15. BELLINZONA: Lunedì 22 maggio 2017, ore 14.00-16.00. Scuola Club Migros, Piazza Rinaldo Simen. La partecipazione è gratuita e aperta a tutti gli interessati. Iscrizioni a: yvonne.pesenti@tavolata.ch, tel. 079 251 57 50.

zione del progetto, commissionato nel 2015 a un istituto specializzato (Rütter Soceco Rüschlikon, ndr.), ha evidenziato la centralità di questo elemento. Per la maggior parte dei partecipanti gli incontri di TAVOLATA hanno infatti assunto un valore importante e sono divenuti parte integrante della vita sociale e della quotidianità.

Come si crea in concreto una TAVOLATA a livello locale?

L’idea alla base è molto semplice: alcune persone si incontrano regolarmente per cucinare e mangiare in compagnia. Un gruppo comprende da 4 a 8 partecipanti, ma per iniziare bastano una o due persone che contattano conoscenti e interessati. Il gruppo si organizza in modo autonomo, stabilendo dove incontrarsi, con che frequenza, cosa cucinare, ecc. Occorre qualcuno che prenda l’iniziativa, cercando di trovare un denominatore comune. Per riuscire a dare continuità all’iniziativa sono necessarie la buona organizzazione e la regolarità degli incontri. Per facilitare la coesione deve anche esserci una certa simpatia reciproca, se possibile anche alcuni interessi comuni. Chi sono i partecipanti?

TAVOLATA è aperta a tutti gli interessati. In sei anni hanno aderito più di 150 gruppi, in tutto oltre 1000 partecipanti,la maggioranza dei quali ha tra i 60 e i 74 anni. Si tratta di persone ancora attive socialmente e perfettamente autonome. Ci si ritrova in media un paio di volte al mese. Attraverso questi momenti conviviali ognuno ha la possibilità di fare nuove conoscenze

e intrattenere relazioni sociali interessanti. Non di rado ciò consente anche di scoprire nuovi interessi o coltivare passioni e hobby comuni.

Ogni gruppo locale ha quindi sue caratteristiche peculiari?

Ogni gruppo è effettivamente unico nel suo genere: ci si organizza autonomamente, decidendo tempi e luoghi, programmi e menu, oltre ad eventuali altre attività (gite, letture e così via). Due regole sono però imprescindibili: insieme si cucinano buoni cibi, anche dal profilo nutrizionale e della salute, e mangiare deve restare un atto conviviale e un piacere. Tra i componenti del gruppo deve inoltre esserci un rapporto di reciprocità, un chiaro equilibrio tra il dare e il ricevere. Per migliorare

organizzazione e funzionamento, soprattutto agli inizi, ogni gruppo può avvalersi del sostegno dei coordinatori regionali.

Quali sono i vantaggi effettivi?

Mangiare meglio e stare (bene) in compagnia migliora salute e benessere. La rete di TAVOLATA permette contatti e scambi sia tra le persone, che tra i gruppi di tutta la Svizzera. Sul sito www.tavolata.ch si trovano suggerimenti, consigli e ricette. Gli incontri nazionali (due all’anno), danno la possibilità di approfondire le proprie conoscenze su temi quali l’alimentazione, la salute e il benessere. A tutto vantaggio di una vita attiva, in buona salute e ricca di rapporti sociali gratificanti anche nella terza età. / Red. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

Società e Territorio

Un pilastro della democrazia

Incontri È appena uscita la 78esima edizione dell’Annuario statistico ticinese, un volume che fotografa a 360 gradi

la società, l’economia e il territorio. Pau Origoni spiega l’importanza e il ruolo della statistica pubblica oggi largo uso di veicoli motorizzati. Le auto in circolazione sono 222’243, ovvero Una finestra sul Ticino. Un punto di 634 ogni mille abitanti. I dati sul comosservazione da cui si vede e descrive mercio estero rivelano che il nostro il Cantone con tutti i suoi numeri. Con partner più importante rimane l’Italia, le cifre che offrono le principali infor- dove si esporta il 19,1% delle merci e da mazioni sullo stato e sull’evoluzione cui si importa per il 52,8%. Insomma potremmo riempire della popolazione, dell’economia, della società, dello spazio e dell’ambiente. E, questo giornale con le informazioni inoltre, una rassegna con i dati più im- che si possono pescare nell’Annuario. portanti e utili a descrivere i Comuni. Le rilevazioni della statistica pubblica Stiamo parlando dell’Annuario stati- svizzera sono determinanti per conostico ticinese, pubblicato recentemente scere il Paese, per evitare pregiudizi e per non incorrere in notizie sbagliate o dall’Ufficio di statistica del Cantone. false: post-verità e fake news sono particolarmente d’attualità, anche se le menzogne, le frottole e le falsità esistono da sempre! La legge sulla statistica cantonale afferma che «le informazioni statistiche sono un bene a destinazione pubblica» e prevede che l’Ufficio abbia «completa indipendenza scientifica»: è così? «L’accento messo su principî come la pertinenza e l’imparzialità è fondamentale, – ci spiega il direttore dell’Ustat Pau Origoni – ed è strettamente Quanti parlano ancora dialetto in Tici- legato agli scopi principali che hanno no? Ul trenta parcent, in val da Blégn ul le informazioni statistiche. Esse servosessantanöv parcent, a Lügan duma ul no a rispondere ai bisogni di interesse vintitrii. In quanti usano regolarmen- generale di una vasta cerchia di utenti; Pau Origoni, direttore dell’Ufficio di statistica del Cantone. (Ti-Press) te Internet? Circa il 75% nella Svizzera preparare, realizzare e valutare i comitaliana, mentre nelle altre due aree lin- piti del Cantone; contribuire alla cono- democratico, il ruolo della statistica è nella legge quale principio di fondo, guistiche si raggiunge l’85%. In com- scenza e all’analisi dei fenomeni e delle quello di fornire dati e informazioni il proprio per mettere la statistica al ripenso, il 32% degli uomini e il 18% delle loro evoluzioni e realizzare progetti di più possibile oggettivi, intorno ai quali paro da qualsiasi pressione di stampo 1-4SP 3 si25/4/17 KW19 MIGROS_ANNONCE MENPotremmo EXPERT_LOREAL.pdf 16:36politico nella produzione e la lettura dei donne nel 2016HD_ES7608 non ha letto nessun li- ricerca di interesse generale. il dibattito pubblico sviluppi. Da qui bro. Forse non si legge molto, ma si fa sintetizzare dicendo che in un sistema l’indipendenza professionale inserita dati e dei risultati statistici». Un’opera cartacea di quasi 650 paAnnuncio pubblicitario gine potrebbe sembrare obsoleta, anche perché l’Ufficio di statistica produce una montagna di materiali, che sono aggiornati continuamente sulla pagina web o sul periodico DATI, oppure diffusi tramite la newsletter dell’Ufficio. «Per quanto riguarda la carta stampata, – precisa il direttore – è chiaro che questa assumerà un peso sempre meno rilevante. Detto ciò, a mio parere la carta ha ancora parecchio da dire, visto che rimane uno dei supporti più affidabili a medio lungo termine (leggiamo testi di svariati secoli fa mentre non siamo più in grado di leggere supporti informatici diffusi solo dieci anni fa). Un abbandono del supporto cartaceo non è dunque all’ordine del giorno per i prossimi anni, anche perché la statistica pubblica ha il dovere di garantire la perennità dell’informazione statistica per le future generazioni». Si stampano circa 800 esemplari dell’Annuario. Forse troppo pochi, in fondo potrebbe essere, per esempio, un ottimo strumento nelle mani dei docenti delle scuole. Una specie di sussidiario per aiutare maestri e alunni a conoscere il Paese. «Noi ci rivolgiamo alla collettività nel suo insieme – ci dice Origoni – e alcuni pubblici ci seguono con maggiore assiduità: penso al mondo della politica, ai giornalisti, ai ricercatori, ecc. La politica è uno dei principali interlocutori della statistica e ogni suggerimento o bisogno formulato è, nella misura del possibile, tenuto in considerazione per migliorare la portata informativa della statistica. Secondariamente, la programmazione statistica è inserita nel Programma quadriennale, che viene presentato e discusso con la Commissione scientifica, rappresentativa dei diversi portatori di interesse come l’amministrazione cantonale, i comuni, il mondo della statistica e della ricerca, le associazioni economiche, i sindacati e i media». Merita di accennare che il politico ticinese ricordato come il padre della nostra scuola pubblica (una volta il suo ritratto campeggiava in ogni aula), Stefano Franscini, è anche il promotore della statistica svizzera. Nel 1827 aveva dato alle stampe la sua «Statistica della Fabio Dozio

«Il ruolo della statistica è quello di fornire dati e informazioni il più possibile oggettivi, intorno ai quali il dibattito pubblico si sviluppi»

Svizzera» e nella sua veste di Consigliere federale si prodigò per la creazione dell’Ufficio federale di statistica, che venne realizzato nel 1860, poco dopo la morte, improvvisa, di Franscini. Carlo Malaguerra, ticinese che ha diretto per anni l’Ufficio federale di statistica, sostiene che «la statistica pubblica è l’unico strumento che permette la conoscenza dello Stato e dell’evoluzione della società nei suoi molteplici settori. Ignorando questa importantissima missione dello Stato, si cadrebbe nell’arbitrario, nella gestione “a vista” dei problemi, nella confusione totale. La statistica pubblica è uno dei pilastri essenziali di una democrazia». Ultimamente le statistiche, assieme ai relativi uffici o a istituti economici di ricerca, non mancano di essere criticate. Nel 2015, per esempio, l’UDC nazionale ha chiesto al Consiglio federale di dimezzare le spese dell’Ufficio federale di statistica, perché «le numerose rilevazioni statistiche non sono utili né all’economia né alla popolazione». È un fenomeno generale, ben descritto recentemente dal sociologo inglese William Davies. «In un mondo segnato dall’incertezza – scrive Davies – i valori statistici dividono sempre di più l’opinione pubblica. Legare la politica ai dati statistici è considerata un’operazione elitaria, antidemocratica, che non tiene conto del coinvolgimento emotivo delle persone verso la comunità e il paese». La statistica è uno strumento della democrazia, che affonda le radici nell’illuminismo, ma bisogna considerare che i numeri possono anche ingannare. I dati del PIL, tanto per fare un esempio, non possono essere un criterio universale per valutare lo sviluppo economico. Lo diceva già il poeta Trilussa, che metteva in guardia su statistica e percentuali: se in gioco ci sono due persone e un pollo, non è detto che il pollastro venga diviso a metà, potrebbe essere che «c’è un antro che ne magna due». «Sicuramente – afferma William Davies – bisogna trovare dei sistemi per raccogliere i dati in un modo che rispecchi meglio l’esperienza vissuta. Ma sul lungo periodo la battaglia che va combattuta non è tra la politica dei fatti guidati dalle élite e la politica delle emozioni guidata dal populismo. È tra chi ancora crede nella conoscenza e nel dibattito pubblico e tra chi trae profitto dalla loro disintegrazione».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Società e Territorio

A piedi e in sicurezza

Rete pedonale Nel 2016 in Svizzera sono avvenuti 2344 incidenti che hanno coinvolto dei pedoni.

Intervista a Jordi Riegg, rappresentante in Ticino dell’organizzazione Mobilità pedonale Svizzera

Stefania Hubmann Ridare al pedone un ruolo centrale nella mobilità sfruttando il trasporto pubblico per gli spostamenti più lunghi non è una scelta agevole. È una scelta politica che implica un approccio globale ed un cambiamento di paradigma. La ricerca del consenso è lunga, il conseguimento di risultati pure. A che punto siamo in Ticino? E nel resto della Svizzera? Le buone pratiche non mancano, anche se alle nostre latitudini le iniziative sembrano piuttosto frammentarie. Inoltre, si tende a potenziare i mezzi pubblici senza però accordare la priorità al pedone e ai percorsi che lo conducono alle fermate. Per capire e chiarire queste contraddizioni ci siamo rivolti a Jordi Riegg, pianificatore del traffico attivo principalmente a Zurigo, rappresentante in Ticino dell’organizzazione Mobilità pedonale Svizzera. L’associazione di pedoni, attiva soprattutto a livello nazionale e alla quale aderiscono oggi circa 1500 membri, negli anni Settanta ha giocato un ruolo determinante nell’iniziativa che ha portato all’inserimento nella Costituzione federale dell’attuale articolo 88 sui sentieri e i percorsi pedonali. I primi hanno conosciuto un ottimo sviluppo, i secondi sono ancora oggi al centro del dibattito politico.

Per le famiglie, gli anziani e i disabili sono indispensabili marciapiedi più larghi rispetto al limite minimo dei due metri imposto dalla legge «La carenza di percorsi pedonali nelle zone abitate, in particolare al di fuori dei grandi centri, è riscontrabile un po’ in tutto il Paese», spiega Jordi Riegg. Lo strumento principale per realizzarli è il Piano Regolatore, di competenza comunale. È quindi chiaro che la situazione a livello nazionale sia tutto fuorché omogenea. Anche i Cantoni giocano un ruolo rilevante, essendo con la Confederazione i principali attori in materia di traffico stradale. Per quanto riguarda i Cantoni di montagna – Ticino, Grigioni e Vallese – non notiamo grandi differenze. Le difficoltà sono sostanzialmente le stesse. La distinzione registrata fra città e campagna sul piano nazionale,

dove la prima dispone di una rete pedonale più sviluppata, il Ticino la ripropone a livello di agglomerati e valli». In molte situazioni i pedoni sono quindi ancora relegati ai margini delle strade ed esposti, oltre al rumore e all’inquinamento, al rischio di incidenti. I dati purtroppo parlano chiaro. Nel 2016 in Svizzera sono avvenuti 2344 incidenti riguardanti i pedoni, di cui 622 gravi e 50 con esito letale (fonte Ufficio federale delle strade USTRA). Rispetto all’anno precedente i decessi sono diminuiti con una tendenza generale al ribasso. «Gli incidenti leggeri sono però ancora numerosi – precisa al riguardo il nostro interlocutore – e 9 su 10 avvengono nell’abitato. Le vittime sono in prevalenza gli utenti più vulnerabili, ossia i bambini e gli anziani. Quest’ultima categoria riveste un’importanza crescente in relazione all’invecchiamento della popolazione, fenomeno che pone nuove sfide anche alla mobilità pedonale. Bisogna riuscire a prevedere le esigenze di mobilità degli anziani del futuro, maggiori rispetto a quelle del medesimo gruppo che si sposta oggi. Considerati i lunghi tempi pianificatori, è urgente agire a livello decisionale». Sul fronte dei bambini Riegg sottolinea una delle note positive riguardanti la nostra realtà. Il Ticino è infatti uno dei Cantoni all’avanguardia grazie all’elaborazione dei piani di mobilità scolastica. Rimane il fatto che un miglioramento complessivo della rete pedonale permetterebbe di soddisfare le necessità di tutte le fasce di utenti. Lo sviluppo di tale rete è strettamente legato a quello del trasporto pubblico. Rispetto al resto della Svizzera questo servizio in Ticino è meno diffuso. Jordi Riegg: «Benché negli ultimi anni si sia lavorato parecchio in questa direzione, ad esempio con l’introduzione del TILO, nel complesso l’uso del mezzo pubblico resta limitato rispetto ad altri Cantoni. Per avere successo, la strategia deve essere globale. Questo è uno dei punti dolenti in Ticino, assieme alla larghezza dei marciapiedi. Per le famiglie con passeggini e bambini piccoli che camminano assieme ai genitori, per gli anziani con sostegni vari, per i disabili e in generale per un maggior numero di pedoni, sono indispensabili marciapiedi più larghi. Purtroppo spesso ci si limita al minimo imposto dalla legge (2 metri) o, come è avvenuto ancora pochi anni fa a Bellinzona proprio davanti a un edificio del Dipartimento del territorio, si rimane addirittura sotto questa soglia».

La pedonalizzazione del nucleo e l’introduzione della zona 30 sono valse una menzione al comune di Manno. (Mobilità pedonale Svizzera)

Per un’azione veramente incisiva ed innovativa occorre, come sottolineato dal rappresentante di Mobilità pedonale Svizzera, una strategia globale derivante da una precisa volontà politica. «Il cambiamento alla direzione del Dipartimento del territorio sembra indicare quel cambiamento di rotta indispensabile per attuare una nuova politica del traffico», afferma Riegg. «Chiare decisioni in materia devono essere accompagnate da costanza e coerenza in quelle successive. I casi esemplari di mobilità pedonale lo dimostrano». Quali esempi citare al proposito? Per quanto riguarda i piccoli Comuni, l’intervistato evidenzia quello ticinese di Manno. Negli ultimi quindici anni la pedonalizzazione del nucleo, la sua trasformazione in zona d’incontro e l’introduzione della zona 30, hanno favorito la rinascita degli spazi pubblici e migliorato la qualità di vita. I grandi centri del Ticino e in particolare Lugano dovrebbero però guardare a quanto avviene Oltralpe. «La Città di Zurigo ha deciso già a metà degli anni Ottanta di spostare la precedenza dal traffico motorizzato a quello pubblico e ai pedoni. Solo grazie a questa volontà politica e a tutte le relative decisioni prese nel cor-

so degli anni seguenti è stato possibile raggiungere il risultato attuale. Oggi a Zurigo il trasporto pubblico è efficiente, i pedoni dispongono di spazio e tempi adeguati, mentre il traffico veicolare da e per il centro è stato scoraggiato. A Lugano, ad esempio, si è invece ancora in una fase ibrida. Pur potenziando il trasporto pubblico, i pedoni restano penalizzati (lunghe attese per attraversare le strade), perché la priorità è accordata alla fluidità del traffico». Affinché anche in Ticino il pedone sia re – come evocato dal titolo di un incontro promosso lo scorso febbraio dall’istituto internazionale di architettura i2a di Lugano al quale ha partecipato anche Jordi Riegg – sono quindi necessari nuovi incentivi e comunque tempi relativamente lunghi. Fra i primi Riegg cita a livello politico l’occasione offerta dalle aggregazioni con relativo adeguamento del Piano Regolatore, le attese modifiche del Piano Direttore cantonale e la realizzazione dei programmi d’agglomerato. Mobilità pedonale Svizzera lavora a stretto contatto con l’Ufficio federale delle strade USTRA, partecipando a diversi progetti e monitorando la situazione in tutti i Cantoni. L’anno scorso ha realizzato all’indirizzo dei Comu-

quei brani provengono (il cui nutrito elenco è rintracciabile nei risguardi). Ma questa è, appunto, un’altra storia. Che richiede ben altra fatica. Per restare in questa storia, che La bambina dei libri ci racconta, apprezziamo senz’altro i vari ambienti del «regno della fantasia» in cui lei ci invita ad entrare, sulle orme del bimbo titubante che prende per mano: sono ambienti in cui c’è armonia tra ciò che il testo raffigura e ciò che esso racconta, ad esempio «la foresta di fiabe» è fatta di alberi le cui fronde sono frasi di fiabe, la barba dell’orco-mostro è fatta invece con frasi di libri di paura, proprio come nei calligrammi di cui la storia della poesia è ricca da tempo immemorabile. Non solo i celebri calligrammi di Apollinaire, ma già quelli degli antichi greci (Teocrito aveva dedicato ad uno strumento musicale fatto di canne decrescenti un poemetto i cui versi decrescevano man mano, a formare appunto il disegno dello strumento). E

naturalmente quelli di Lewis Carroll, puntualmente citato anche dai nostri autori.

ni il manuale di pianificazione «Rete pedonale», edito dall’Ufficio federale delle strade USTRA. Ha inoltre contribuito al progetto delle FFS «Anziani in gamba» volto a facilitare l’uso dei mezzi pubblici e il comportamento da assumere sui marciapiedi. Quest’anno verrà inoltre assegnato per la sesta volta il Premio «Flâneur d’Or» destinato ogni tre anni ai progetti che promuovono e rendono attrattivi gli spostamenti a piedi. Dal 2001 ad oggi diversi progetti ticinesi hanno ricevuto una distinzione o una menzione, come appunto il Comune di Manno nel 2008. I vincitori dell’edizione 2017 saranno premiati il prossimo mese di novembre. Attraverso un prezioso lavoro svolto in gran parte lontano dai riflettori, Mobilità pedonale Svizzera contribuisce a riportare il pedone e la qualità degli spazi pubblici al centro della politica e della pianificazione del traffico. Gli spostamenti a piedi, oltre ad offrire qualità di vita, sono la base della mobilità. Non va infatti dimenticato che gli utenti della strada più numerosi sono proprio i pedoni. Informazioni

www.mobilitapedonale.ch

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Oliver Jeffers, Sam Winston, La bambina dei libri, Lapis. Da 5 anni È il libro vincitore del prestigioso Bologna Ragazzi Award 2017, sezione Fiction. Le motivazioni della giuria si aprono con questa frase: «Un libro sapientemente congegnato che unisce tipografia e disegno a mano libera per esplorare e celebrare la ricchissima storia dei libri per bambini e il potere delle storie». Effettivamente i disegni di Oliver Jeffers e i paesaggi tipografici di Sam Winston (sentieri, onde, nuvole, montagne, boschi, fatti con porzioni di testi dei più grandi classici per l’infanzia) onorano il potere delle storie, ma altre motivazioni ci paiono più sfuggenti. «Una traversata dei grandi classici del passato a conferma della loro linfa vitale nella letteratura contemporanea per ragazzi». Capiamo bene che le fatiche della giuria culminino nella ricerca di frasi ad effetto per quel preciso genere letterario delle «moti-

vazioni», ma che i classici del passato siano tuttora linfa vitale nella letteratura contemporanea per ragazzi non è un (bellissimo, s’intende) libro d’arte per bambini a stabilirlo. E ancora: è questo un libro per bambini? Le innumerevoli citazioni contenute sembrano più che altro un omaggio ai libri amati dai due autori, e probabilmente alla memoria d’infanzia dei lettori adulti a cui questo albo è veramente diretto. Per questo se «la storia qui narrata e la storia dei libri che la ispirano infonderà in tutti i bambini l’amore per la letteratura» dipenderà da quanto questi adulti sapranno condividere, mediare, esplicitare, i brani citati. E soprattutto i libri da cui

Angela Ragusa, Lo scoiattolo che amava il cioccolato, Feltrinelli Kids. Da 6 anni Lo scoiattolo Toni è imprudente: la sua vanità lo spinge a pavoneggiarsi un po’ troppo davanti ai turisti, accettando i bocconcini dei loro pic-nic, soprattutto se sono al cioccolato. E sarà proprio per via di un pacchetto di biscotti al cioccolato a cui proprio non riesce a resistere, che Toni si infilerà nella macchina di una famigliola in rientro da una gita in montagna. Gli umani se ne accorgeranno solo una volta arrivati in città e per Toni inizieranno le disavventure. Alla libertà di saltare sui rami delle sue foreste profumate di pino si contrappone ora la tristezza di una gabbia, l’ingenua malagrazia dei suoi padroncini, l’indifferenza e poi l’ostilità degli adulti. E pensare che la sua amica cornacchia

Marlene l’aveva messo in guardia! Toni riuscirà a fuggire da quella casa, ma i suoi guai non saranno finiti, perché ancora alcune prove lo aspettano. Questa storia è un’avventura breve e semplice ma ben ritmata da piccoli colpi di scena, ed è anche una favola «morale», ma condotta con leggerezza, senza le grevità punitive delle favole tradizionali. Al testo di Angela Ragusa, che conduce con spigliatezza al lieto fine la sua storia partita da una buona idea, si collegano con altrettanta spigliatezza le energiche illustrazioni di Anna Laura Cantone, rendendo il libro un’adeguata proposta per le prime letture.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Matrimoni à la carte Padre Hans H., parroco della missione cattolico-romana di T., nel Ghana Nordoccidentale, passeggiava nervoso su e giù per la veranda della missione. Non si dava pace: per l’ennesima volta aveva saputo che Dismas, il suo fidatissimo catechista, lo stesso che lui aveva battezzato vent’anni orsono col nome del Buon Ladrone, quando i cristiani nella regione erano scarsi come le biciclette, era stato visto banchettare con entusiasmo con le carni di una vacca sacrificata a non si sapeva quale delle cento e più Divinità mobilitate a difendere il villaggio dalle cento e più divinità contrarie intente invece a farlo fuori ad ogni costo. «Ich kann nicht verstehen!» ripeteva, intercalando con imprecazioni in dialetto bavarese anche di grosso calibro che – a suo dire e in risposta ad un’obiezione dell’Altropologo sul decoro di un prete – non contavano come tali perché quando non si capisce quel che uno dica è come non l’avesse detto. «Non riesco a capire: l’ho battezzato con le mie mani, gliel’ho ripetuto cento volte che così non si fa,

gli ho fatto imparare la parabola del servo di due padroni a memoria eppure non conta niente: appena può va a riempirsi la pancia con la carne sacrificata ai suoi feticci e poi, il giorno dopo, bello come il sole si presenta a Messa e riceve la Santa Comunione! Vorrà dire – aveva concluso una volta che era particolarmente furioso – che la prossima volta che viene a confessarsi, invece dei soliti tre Pater, Ave e Gloria gli do per penitenza di restituirmi la Bicicletta del Catechista!». Ingiungere a Dismas di restituire la Bicicletta del Catechista, nota in tutta la parrocchia grande come mezzo Canton Ticino per la sua velocità (per altro dovuta ad un certo amuleto consacrato al Dio del Fulmine nascosto nel coperchio del campanello, come mi aveva confessato lo stesso Dismas preso dal rimorso una volta che avevamo esagerato con la birra) era come condannare Vettel a spostarsi in monopattino per il resto della vita: in sostanza un’inutile crudeltà. Insomma: Padre Hans H. non aveva capito niente del cosiddetto «paganesimo», e a poco era valso che

l’Altropologo avesse provato a spiegarglielo in più di un’occasione. Quelle che chiamiamo le «Religioni del Libro», ovvero religioni rivelate, si basano sul principio che tutto ciò che non rientra nel canone da queste previsto è da considerarsi falso e menzognero. Come sta scritto nel testo fondamentale delle tre religioni abramiche, da quasi sempre ai ferri corti le une con le altre proprio in virtù delle loro affinità elettive di base – e parlo di Giudaismo, Cristianesimo ed Islam – «Jahvè è un Dio geloso». Non così i «pagani»: l’esercito romano aveva un’unità dei servizi segreti che aveva come compito di scoprire i nomi degli dèi dei nemici, onde offrire loro sacrifici per corromperli e portarli dalla parte dei Quiriti. Né gelosi né incorruttibili: gli dei pagani vanno a servizio di chi meglio li riconosce e li festeggia, come bene sa Dismas che passa dal Dio delle Biciclette a quello del Fulmine a seconda delle circostanze. «Dove andrete a sposarvi?» – domandava l’Altropologo a Y.&Y., una simpatica coppia di giovanissimi fidanzati

giapponesi in una pausa dell’ormai storica visita del medesimo a Kobe, Giappone. Si schermivano ridendo nervosi e imbarazzati senza guardarsi e senza guardare l’interlocutore. Cosa ci fosse mai da ridere… Naturalmente mi aspettavo mi dicessero il luogo dove si sarebbero sposati: sapevo che i matrimoni giapponesi sono happening costosissimi, eventi da stadio, susseguente bancarotta e strascichi di recriminazioni senza fine – insomma, roba da altropologia. Dai e dai, tira e molla: era venuto fuori che i Nostri non sapevano ancora se sposarsi secondo il rito Shinto tradizionale, quello offerto dai Bahai, quello proposto dai Luterani, dagli Avventisti, dagli Evangelici, dai Cattolici Romani – con un pensiero anche agli Anglicani che – a loro dire – si erano messi sul mercato dei matrimoni da poco con un pacchetto in offerta molto attraente. Insomma: era venuto fuori che in Giappone le varie Chiese offrono di condurre la liturgia matrimoniale in cambio di una confessione di fede anche solo nominale

– ed un generoso contributo in offerta «per le spese e la pompa magna». Sono – pare – specialmente le piccole chiese protestanti di origine statunitense in difetto di pubblicità (ed anche di fondi) ad offrire le cerimonie più stravaganti. Così una coppia come Y.&Y. può presentarsi ad una delle tante Case del Matrimonio che offrono «servizio completo» e scegliere, oltre al menù del pranzo ed una Luna di Miele a Venezia «caffè e ammazzacaffè compreso», anche quale servizio religioso suggellerà la loro unione. Y.&Y. – giovani con già un certo reddito a disposizione – erano orientati per il rito Shinto «per i nonni e gli Antenati» in prima battuta seguito da una liturgia cristiana in secondo luogo «perché il nostro secondo nome è un nome cristiano». «Romeo e Giulietta, forse?». Ridevano imbarazzati. La sera avrebbero guardato i video delle cerimonie matrimoniali fornito dalla Casa dei Matrimoni per decidere quale dio propiziarsi. E pensare che i Romani avevano i servizi segreti… meraviglie dell’Alta Tecnologia.

tolato Troppo sale (Feltrinelli) alterna, come già il precedente, Zucchero a velo, Baldini & Castoldi/La Tartaruga 2003, ricette e memorie autobiografiche. Vediamo l’autrice, nel risvolto di copertina mentre, accanto a libri e computer, sfoglia le cime di rapa. L’alternanza è chiara: leggere, scrivere e cucinare. La narrazione si apre con un lutto devastante, con un vuoto impossibile da colmare eppure evocato come presenza nell’assenza. Più si procede nella lettura, più emerge la forza che può derivare dal soffrire senza fretta di concludere, senza passare ad altro, dal darsi tempo. Vita e morte non sono contrapposte ma procedono insieme: «L’evento è luttuoso, ma non è la morte che non dà tregua, è la vita». E Stefania, che impara a vivere vivendo, cerca di raccontarci come «È la potenza dell’esistere che mi meravigliò e mi si attaccò addosso... Sono le semplici scoperte e le prepotenze della vita che andrebbero raccontate, che vorrei raccontare». E Stefania ci riesce.

Anche grazie alla calma indotta da ricette di famiglia, che rinviano alla tradizione napoletana aggiornata. Ricette raccontate in prima persona, nel modo semplice e diretto con cui si trasmette, parlando tra donne, un saper fare intriso di sapienza e di saggezza. Ascoltando i suoi suggerimenti ritroviamo i gesti, gli odori, i sapori sprigionati dalle piccole cose, quelle che non tradiscono mai. Infine, l’amore perduto diventa amore per il mondo, amore per tutti. E il libro si conclude con parole che risuonano anche per lei, cara Fausta: «Voglio vivere ancora un po’ / È ancora il momento di piangere / Non è il momento per morire».

Tutto ciò al di là di scontate ironie e del pericolo di passare per un bastian contrario snob, per dire che, sul piano gastronomico, gli spuntini dei podisti e ciclisti della domenica non hanno nulla da invidiare, in quanto a sapori e spessori, ai pranzi domenicali di vecchia memoria. E se, allora, erano imposti dalla disciplina familiare, adesso dipendono da influssi di tipo sociale e commerciale, che sono nell’aria. Cioè dai condizionamenti della moda che guida sempre le scelte limitando lo spazio della nostra libertà. Ma la contraddizione più macroscopica, in questo discorso, concerne la famosa, giustamente difesa, genuinità dei cibi, in particolare di quelli esibiti dalle bancarelle che, ormai, invadono regolarmente le strade delle città. A Lugano, si sono appena concluse le giornate dello «Street Food», mentre a Milano è in arrivo la settimana «Food

City». Occasioni promosse anche con intenti educativi: imparare a nutrirsi meglio, attribuendo, possibilmente, un significato anche morale e politico ai cibi, dando la preferenza ai prodotti locali, che evitano gli effetti negativi dei lunghi trasporti, ma, in pari tempo, sostenendo l’agricoltura dei paesi in via di sviluppo: qui, sta la trappola di un inganno. Serve, insomma, una netta distinzione. La bancarella non è sinonimo di cibo di casa nostra. Comunque, qui ci si addentra in un argomento di grande, anzi eccessiva attualità. Mai, come oggi, si era tanto parlato di cucina, gastronomia, enologia, affidandosi a figure addirittura carismatiche, i grandi chef, che hanno soppiantato gli stilisti. Intanto, continuano ad affacciarsi nuove tendenze: dopo vegetariani e vegani, è la volta dei cuochi che puntano sulla cucina a base d’insetti. Per il momento, i consumatori ticinesi esitano.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Il dolore non è classificabile Gentile Silvia, due mesi fa è morta Luna, la mia golden retriever di 14 anni, ammalata da tempo. Tanto che a un certo punto, d’accordo col veterinario che l’aveva seguita sin dalla nascita, avevamo deciso di por fine alle sue sofferenze. Ma non dimenticherò mai lo sguardo dolcissimo con cui si è accomiatata da me. Sembrava dirmi: «so che ti dispiace ma non ti rammaricare. È giusto così». Sono uscita dall’ambulatorio rasserenata, quasi sollevata, ma appena a casa mi ha assalito una fitta lancinante, come una coltellata sferrata senza motivo, senza perché. Poi, col passare dei giorni, quella sensazione si è sciolta in una sofferenza mesta, in un lutto doloroso che non mi consente di piangere perché le lacrime si fermano negli occhi velandomi lo sguardo. Ancora oggi, quando rincaso, mi aspetto di sentire che lei mi aspetta: i suoi abbai di benvenuto, la coda che dondola, il fiato che ansima per la gioia di ritrovarmi, mi mancheranno sempre.

Potrei scrivere per lei un necrologio come quelli che si pronunciano in chiesa durante i funerali, ma… era soltanto un cane. E la cosa che mi fa più male è proprio questa: che i parenti, le colleghe, i conoscenti, considerino il mio un lutto di serie B. Lo dica lei, professoressa, che quando scompare chi amiamo, sia esso un familiare o un canarino, ci lascia sempre un vuoto incolmabile, un’attesa infinita, una disperazione indicibile! / Fausta Hai ragione, Fausta, il dolore non è classificabile, è dolore e basta. Ognuno lo modula secondo uno spartito interiore che è solo suo, ma quando viene meno un essere amato, è una parte di noi che se ne va. In un certo senso la cultura nasce proprio per alleviare una sofferenza che, se non trovasse immagini, suoni, parole e gesti per dirsi, ci precipiterebbe nel baratro della disperazione. Non a caso le più antiche produzioni simboliche sono le tombe, i primi tentativi di

conservare la memoria del passato sono le lapidi. I residui di un’antica cultura contadina, costretta dal bisogno ad essere pratica e spiccia, inducono molti a sottovalutare il lutto per un animale domestico. Ma da quando ci siamo sottratti alla morsa della necessità, abbiamo capito che solo il nostro cuore può valutare quanto fosse importante per noi ciò che ci manca. In questi casi, senza ascoltare chi vuole indurla a chiudere la questione al più presto perché «i problemi sono altri», si permetta di sostare nel lutto, di «leccarsi le ferite», come sanno fare i cani e i gatti. Proprio in questi giorni ho appena finito di leggere un libro «da comodino», uno di quei libri che, letti e riletti, diventano parte di noi. Lo consiglio a chi sta contrastando l’invasione del dolore, cercando di incanalare il fluttuare della sofferenza senza nome. È stato scritto da Stefania Giannotti, una femminista della Libreria delle donne di Milano molto conosciuta e amata. Il libro, inti-

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Domenica: tutti a tavola, comunque A prima vista sembra destinato a scomparire un altro classico del repertorio abitudini familiari. Stiamo parlando, appunto, del pranzo dei giorni festivi, fino a un paio di decenni fa, un rito intoccabile, in cui piacere e dovere avevano, ognuno, la propria parte. Quella tavola, imbandita con cibi di lunga cottura e lunga digestione, era stata, già allora, un motivo di scontro generazionale. Insomma, delizia o croce, a seconda dell’età: un lento godimento apprezzato dagli anziani e, per i giovani, indifferenti ai valori gastronomici, un tempo sprecato, sottratto a ben altri svaghi e occupazioni. Che però, attraverso le innumerevoli seduzioni di un nuovo consumismo, hanno avuto la meglio, accelerando una sostituzione di gusti e usi, di cui il pranzo domenicale rappresenta la prima vittima, addirittura il simbolo di un cambiamento forse irreversibile. Ancora da decifrare

in tutti i suoi effetti, visibili o nascosti, reali o illusori. Certo la nuova immagine di giornate festive dove, dalla tavola e dal divano di casa, ci si è trasferiti nelle palestre, nelle piscine, sulle piste ciclabili, sui sentieri di montagna, sembra confermare il pieno successo di una buona causa. Alla pigrizia, alla golosità, all’isolamento, si sono, via via, preferiti l’attività fisica, l’alimentazione ipocalorica, il contatto con la natura, il bisogno di condividere con gli altri un’esperienza cosiddetta d’aggregazione. Di fronte a questo quadro esemplare, sul piano dei comportamenti materiali e dei principi etici, può sembrare inopportuno, persino offensivo, affacciare, sia pure scherzosamente, qualche dubbio. Tuttavia, le cronache di quelli che, oggi, ambiziosamente si chiamano eventi, e cioè gite di associazioni varie, gare di marcia e di corse a piedi, per adulti e bambini,

ascese e discese su percorsi d’ogni grado di difficoltà, stanno rivelando le contraddizioni, forse i rischi, inevitabili quando una proposta ideale si traduce in realtà quotidiana. Qui, però, si tocca un tema delicato, ma concreto. In pratica tutte queste manifestazioni, che fanno capo a motivazioni salutistiche, a un’autodisciplina alimentare, all’utilità della fatica, alla necessità di mettersi in gioco, prevedono, ovviamente, una sosta di ristoro. Durante la quale, stando appunto alle immagini televisive e alle stesse dichiarazioni dei partecipanti, le buone intenzioni vengono apertamente smentite. Si tratta, piuttosto, di vere e proprie abbuffate con cibi che, saranno genuini, ma in quanto a calorie non scherzano: salumi, formaggi dell’alpe, risotti e persino un pezzo forte della tradizione d’antan: la «pulenta cunscia», esaltata da un podista, sotto l’ombrello.


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Ambiente e Benessere La Laguna di Hue L’antica città del Vietnam si trova sulla «Via Mandarina» che unisce nord e sud del paese

Sulle orme di Rabelais Un viaggio enologico nella regione di Chinon, ricercando le tracce di uno dei più giocosi (e buongustai) autori della letteratura francese pagina 16

Sua Maestà la lepre La Royale di lepre è difficile da preparare ma non impossibile, e chi proprio non se la sente può anche solo godere della lettura della classica ricetta di Pellaprat

Una festa alla biodiversità In tutta la Svizzera, dal 18 al 21 maggio, laboratori e visite guidate per conoscere la natura

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Nelle scorse settimane i livelli misurati in Ticino sono stati spesso al di sopra della soglia di sicurezza. (Ti-Press)

Polveri sottili, insidia per il cervello Salute Prime ricerche scientifiche comprovano gli effetti nefasti dell’esposizione ai PM10 e PM2.5 Sergio Sciancalepore Quest’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, in Ticino ha tirato davvero una brutta aria. Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima. L’inquinamento atmosferico da polveri sottili (il cosiddetto PM10) ha fatto registrare valori ben al di sopra di quelli fissati dalla normativa federale in materia, con picchi giornalieri di 90-100 microgrammi per metro cubo d’aria a Chiasso e a Mendrisio, condizione favorita dallo scarso rimescolamento dell’aria e dalla prolungata assenza di precipitazioni. (Ndr: se n’è parlato sul numero di «Azione» del 27 marzo 2017). Sono numerose le ricerche condotte in tutto il mondo – per la Svizzera, lo studio Sapaldia – che hanno descritto gli effetti sull’apparato respiratorio e cardiovascolare da esposizione prolungata alle polveri sottili: si è potuto dimostrare che il PM10 è un importante fattore di rischio per l’asma, la bronchite cronica, i tumori polmonari, le malattie cardiovascolari come l’infarto e l’ictus. Il PM10, inoltre, «nasconde» in sé un ulteriore fattore di rischio per la salute, il PM2.5, composto da particelle più piccole e insidiose: si stima che il PM10 sia costituito per il 65-85 per cento da particelle di PM2.5. Per avere un’idea delle dimensioni di queste pol-

veri, se una particella di PM (dall’inglese Particulate Matter) 10 è dieci volte più sottile di un capello, una di PM2.5 lo è trenta volte e le dimensioni fanno la differenza: il PM10 arriva (con l’aria che respiriamo) fino ai bronchi, il PM2.5 penetra fino agli alveoli polmonari, quelle minuscole sacche dove avviene lo scambio di ossigeno e anidride carbonica tra aria e sangue. Gli esperti hanno cominciato a chiedersi se i danni da PM – già di per sé preoccupanti – per la salute di cuore e polmoni si estendano anche ad altre parti dell’organismo, per esempio al sistema nervoso: le ricerche in tal senso sono ancora poche, ma negli ultimi anni hanno subito un’accelerazione e i primi, sia pur parziali risultati, sono molto significativi. Una di queste ricerche è stata pubblicata all’inizio dell’anno (il testo, in inglese, è disponibile liberamente tramite il link doi:10.1038/tp.2016.280) ed è stata condotta da una decina di università degli Stati Uniti: lo scopo, sapere se la esposizione prolungata al PM2.5 aumenta il rischio di sviluppare varie forme di decadimento cognitivo come le demenze, in particolare la malattia di Alzheimer. Sono state osservate 3600 donne tra i 65 e i 75 anni d’età, residenti in zone urbane con livelli diversi di PM2.5 per il periodo 1999-2010, al

termine del quale le donne sono state sottoposte a test di valutazione delle capacità mentali. Per le donne esposte ai valori più elevati di PM2.5 (tra 14 e 22 microgrammi per metro cubo d’aria) è stato riscontrato un notevole aumento (+81 per cento) del rischio di sviluppare un declino cognitivo generale e un aumento ancor maggiore (+91 per cento) di quello di sviluppare la malattia di Alzheimer, rispetto alle donne residenti in aree con concentrazioni minori di PM2.5. I ricercatori hanno però cercato prove ulteriori per validare tali risultati e si sono chiesti: cosa succede nel cervello di topi che respirano la stessa aria? Sono state riprodotte le stesse variabili composizioni dell’aria respirata dalle donne e le hanno somministrate per 15 settimane ai topi, in laboratorio. I risultati sono sovrapponibili a quelli dell’esperimento umano, infatti i cervelli dei topi presentano le tipiche caratteristiche dei cervelli di malati di Alzheimer, cioè l’accumulo di una sostanza anomala (la beta-amiloide) che si ritiene essere la causa – o una delle cause – della degenerazione del cervello. Naturalmente, i cervelli più danneggiati risultano essere quelli dei topi esposti alle concentrazioni più elevate di PM2.5. Una conferma del potenziale

neurotossico del PM2.5, viene da uno studio condotto dall’università della California del Sud (il testo, in inglese, è disponibile liberamente tramite il link http://onlinelibrary.wiley.com/ doi/10.1002/ana.24460/abstract). In questo caso si è studiato l’effetto del PM2.5 sulla quantità di sostanza bianca contenuta nel cervello: la sostanza bianca è formata, in gran parte, dall’insieme delle fibre nervose che collegano le varie parti dell’organo. 1400 donne di età superiore ai 65 anni, esposte nel periodo dal 1999 al 2006 all’aria delle rispettive zone di residenza, sono state sottoposte al controllo della struttura del cervello tramite la risonanza magnetica: usando precise tecniche di analisi, i ricercatori hanno misurato il volume della sostanza bianca cerebrale. Nelle donne esposte alle concentrazioni più elevate di PM2.5 (da 14 a 22 microgrammi per metro cubo d’aria) la perdita di sostanza bianca è stata in media pari a circa 21 grammi rispetto alle donne con esposizione più bassa (PM2.5 da 6 a 10): si stima che una perdita di questa entità corrisponda a un ulteriore invecchiamento cerebrale (oltre a quello naturale) provocato dal PM2.5 dell’ordine di alcuni anni. Stranamente, la materia grigia del cervello – costituita dalle cellule nervose – non ha subito danni.

Come si è detto, gli effetti neurotossici del PM2.5 richiedono ulteriori studi anche per capire esattamente il meccanismo (più probabilmente, i meccanismi) di tale azione lesiva. In ogni caso, i dati provenienti da questi e altri studi indicano che i valori di esposizione al PM e in particolare al PM2.5 vanno tenuti il più possibile bassi, molto bassi, soprattutto quelli ai quali siamo esposti più a lungo, quelli medi annuali. L’Agenzia USA per la protezione dell’ambiente (EPA) indica un limite massimo medio annuale di 12 microgrammi per metro cubo, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda un valore più basso, cioè 10. In Svizzera, l’Ordinanza federale contro l’inquinamento (OIAt) fissa un limite di 20: secondo i dati dell’Osservatorio Ambientale della Svizzera italiana (www.oasi.ti.ch) nel 2015 la media annua in Ticino è stata di 23, in crescita rispetto ai valori dei tre anni precedenti. È vero che l’inquinamento da PM è in calo da parecchi anni, tuttavia si deve puntare su valori più bassi, come suggerito dalla Commissione federale per l’igiene dell’aria, specie per il PM2.5: infatti, come dimostrano i due studi citati, i danni sono già evidenti con concentrazioni tra 10 e 12 microgrammi per metro cubo.


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Ambiente e Benessere

Ritorno in Vietnam

Viaggiatori d’Occidente Nella poetica Laguna di Hue le case dei vivi e dei morti stanno fianco a fianco

Massimo Morello, testo e foto «Distesa là dove il dragone si raccoglie e la tigre si accuccia, in una bella posizione voluta dal cielo, merita d’essere la dimora dei re». Così il geomante Le Quy Don descrisse Hue diversi anni prima che divenisse la capitale del Vietnam, nel 1805. Da allora la città è stata uno dei maggiori centri artistici e culturali del Paese. Siamo al centro della «Route mandarine», la via coloniale che collega il Vietnam da nord a sud. Hue sorge a una dozzina di chilometri dal mare, quasi adagiata ai piedi della Catena Annamitica. Le scorre accanto il Fiume dei profumi, il più amato dai poeti vietnamiti, così chiamato perché un tempo vi passavano barche cariche d’incensi. L’antica città di Hue è un paesaggio spirituale, in primo luogo naturalmente per il complesso monumentale della cittadella e le tombe imperiali, patrimonio dell’umanità Unesco. Ma ovunque, anche al di fuori dei luoghi più famosi, si coglie un equilibrio tra uomo e natura che è espressione dell’ideale estetico asiatico, ma anche dei principi di accordo cosmico che hanno sovrinteso all’impianto urbano. Non a caso l’etimologia di Hue significa sia «pace» sia «armonia». È con questo spirito che da Hue si parte alla ricerca di nuovi paesaggi. Seguendo il Fiume dei profumi si raggiunge la laguna alla sua foce. Qui il Vietnam riappare com’era sino a pochi anni fa, prima dell’avvento del Doi Moi, il rinnovamento economico e sociale che ha trasformato questo Paese in una delle «tigri asiatiche». La laguna in realtà è più simile a un canale parallelo al mare, si allarga per circa settanta chilometri tra due sistemi di dune e si moltiplica in una serie di bacini. Tutt’attorno si apre un paesaggio di risaie, villaggi di pescatori, grandi spiagge deserte, piccole pagode nel verde, sentieri. I ristoranti sulla spiaggia propongono tutti lo stesso piatto: gamberi in muoi tieu chanh, salsa profumata di sale, pepe e lime. Sono il luogo perfetto per meditare su un ritrovato ordine tra uomo e ambiente. Sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, la pesca stava uccidendo la laguna: una diffusione indiscriminata dell’acquacoltura aveva provocato una diminuzione del pescato e della biodiversità, con conseguente degrado ambientale e sociale. Poi, con l’aiuto della FAO, è stato realizzato un piano di gestione integrata della laguna che ha ottimizzato i sistemi di pesca, ridotto l’impatto ambientale e aumentato al tempo stesso la produzione. «La vita è migliorata» commenta Luong Vinh, vicesindaco di un villaggio di pescatori. «All’inizio eravamo un po’ diffidenti: è difficile abbandonare le tradizioni. Adesso abbiamo capito che ne stiamo creando altre, per i nostri figli». Nella Laguna di Hue il mondo dei

Case a palafitta nella laguna. Un tempo usate per la lavorazione del pesce, oggi sono state trasformate in ristoranti.

Barche da pesca sulla costa.

Le culle altalena abituano i bambini alla vita in mare.

morti contende gli spazi a quello dei vivi. Necropoli, cimiteri, vere e proprie «città dei fantasmi» appaiono come miraggi tra le dune in uno scintillio policromo. Piccoli sepolcri e altari dedicati al culto degli antenati si alternano a imponenti mausolei di famiglia, gli Ho, che al profano ricordano antiche ville nobiliari. In realtà sono tutte costruzioni moderne che rielaborano l’antico stile delle tombe imperiali della dinastia Nguyen, a loro volta ispirate all’archi-

tettura cinese della dinastia Ming, in una versione quasi pop, disneyana, ma anche con influssi che vanno dall’art déco al palladiano. Ugualmente eclettica la consacrazione, nella maggior parte dei casi buddista o taoista, con ogni possibile variante che queste religioni-filosofie consentono. Ma c’è spazio anche per il confucianesimo e il culto degli antenati o il cristianesimo, per quanto alla croce si aggiungano simboli dell’iconografia

Un gruppo di tombe di una delle Città dei fantasmi sulla Laguna di Hue.

sino-vietnamita come gli Shi, i leoni guardiani. Le fusioni mistiche e stilistiche non sono casuali: tombe e mausolei sono stati realizzati negli ultimi venti o trent’anni, da quando il Vietnam si è riaperto al mondo, utilizzando le rimesse dei rifugiati all’estero. Sono quei boat people che negli anni Ottanta fuggirono proprio da questa costa per raggiungere l’America (e l’Europa), dopo una lunga odissea. Queste tombe sono

Tradizionali decorazioni in stile imperiale di una tomba.

un modo per riconciliarsi con la terra d’origine e rendere onore agli antenati secondo una tradizione che è la più profonda espressione della religiosità vietnamita. Ma servono anche a dimostrare a chi è rimasto la fortuna raggiunta all’estero, un segno di successo che è testimonianza della benevolenza di quegli spiriti che popolano la dimensione soprannaturale delle popolazioni locali, in maggioranza pescatori e contadini. Gli emigrati mostrano una mentalità al tempo stesso arcaica e consumistica. «Vivono in America, quindi per loro il Vietnam è il passato, non il presente» commenta Mai Khac Ung, anziano storico locale. «Ma non è una cosa buona. Se tutti facessero così, non ci sarebbe più spazio per vivere». La storia del signor Kanh, del villaggio di An Banh, è esemplare. Dapprima ha combattuto nell’esercito del Vietnam del sud. Dopo la vittoria dei comunisti ha deciso di fuggire. C’è riuscito nel ’79 con l’esodo dei boat people. Dopo mille peripezie ha raggiunto le Hawaii, dove ha lavorato come pescatore per trentotto anni. I soldi messi da parte li ha impiegati per costruirsi una casa nel villaggio d’origine (costata duecentomila dollari) e, a pochi passi da casa, la tomba di famiglia (settantamila dollari). «Ho speso tutto. Così i miei figli non dovranno litigare per l’eredità». Mostra orgoglioso la casa, con un grande altare per il culto degli antenati e una grandissima cucina. Poi la tomba. È costruita secondo antiche regole: a destra, guardando l’ingresso, lo spazio destinato alle donne, a sinistra quello per gli uomini. I suoi genitori sono già là e gli altri posti sono riservati a lui, sua moglie, suo fratello minore e la sua consorte. «Per ora continuo a vivere in America. Vengo in Vietnam in vacanza, se posso in coincidenza del primo giorno del mese lunare, per rendere omaggio ai defunti. Non so se abiterò mai davvero nella casa che ho costruito. Di sicuro riposerò in questa tomba» racconta serenamente il signor Kanh, che già pensa alla prossima vita: «Mi piacerebbe reincarnarmi in un passero».


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Ambiente e Benessere

Belle pagine e buoni bicchieri

Il vino nella storia Un viaggio enologico in Francia, sulle tracce di François Rabelais e dei suoi personaggi

Davide Comoli A Chinon (siamo nella Touraine-Loira), ci piace tutto. Le vecchie pietre di tufo, le viuzze, le torrette che spuntano qua e là, senza dimenticare la fortezza medievale che sovrasta la città addormentata lungo le sponde della Vienne e naturalmente... i suoi vini. Chinon è una città popolata di fantasmi. Quello di Enrico II il Plantageneto, dei suoi figli Giovanni senza terra e Riccardo Cuor di Leone, di Aliénor d’Aquitania e della bella Agnes Sorel. Nella sala principale della Torre dell’Orologio, da dove Marie-Javelle la campanella da secoli mattina e sera scandisce le ore, ci sembra di rivivere quel lontano 25 febbraio 1429 nel corso del quale Giovanna d’Arco fece irruzione e si prosternò ai piedi di Carlo VII, riconoscendolo come re di Francia, andar per vini ci procura incredibili emozioni! Personaggio di spicco di questa città, cantore di vino e di vigne e non solo fu Rabelais (1494-1553): figlio di un avvocato, si fece benedettino, coltivò gli studi letterari, conosceva il latino, il greco, l’ebraico, in margine alla dotta attività di medico, fu editore di testi di medicina antica e umanista; il ciclo Gargantua e Pantagruel iniziato nel 1532, attirò su Rabelais, spirito libero e spregiudicato, la condanna dei teologi della Sorbona. Nella sua opera comico-fantastica, Rabelais diede espressione a una satira vivace della pedanteria scolastica, dell’ipocrisia del clero e, insieme l’esaltazione delle gioie materiali, intellettuali e della libertà dello spirito.

Chiediamo scusa, ma stiamo parlando di viticoltura o di letteratura? Alle volte capita qui a Chinon di non distinguere tra le due cose, sarà forse colpa di questo cielo azzurro come le porcellane cinesi, poi letteratura e vino vanno molto bene insieme. Il vino di Chinon è un’enciclopedia liquida, per l’amante dell’enologia, della storia, della geografia, dei paesaggi e della poesia. A chi piace il buon bere, il vino di Chinon può raccontare delle belle storie. Dai tempi di Rabelais, sin a metà del XIX secolo, il vino prodotto in questa zona era essenzialmente di colore bianco, prodotto con il vitigno Chenin blanc, per lungo tempo chiamato Pineau de Loire, semplice da vinificare e da bere, come fanno i personaggi di Grandgousier e Gargamella nel capitolo V di Gargantua «... Del Bianco! O Lacryma Christi! È vino della Devinière, è pineau (mosto fortificato con alcol)! Ah, il dolce vino bianco! Ve lo giuro sulla mia anima, è come un taffetà!». L’opera di Rabelais è uno scritto prezioso per la storia della vite e del vino. Essa ci permette di conoscere la leggenda concernente l’introduzione sulle rive della Vienne del Cabernet-franc, il vitigno rosso che ha soppiantato nel XIX secolo il Chenin blanc ed è diventato l’emblema dei vini di Chinon. Questo vitigno viene anche chiamato Breton, nessuno sa quando il Cabernet-franc è arrivato a Chinon, a Saumur e Bourgueil, né da dove arriva il suo nome. Qualcuno dice che fu grazie all’abate Breton, intendente di Richelieu all’inizio del XVII secolo, un’ipotesi che ci

Scena di banchetto da un’antica edizione di Gargantua. (Wikimedia)

potrebbe stare, se Rabelais nel mezzo del XVI secolo non avesse scritto: «il buon vino bretone, che non cresce punto in Bretagna, ma nel buon paese di Véron». Siamo tornati tempo fa emozionati alla Devinière, è un luogo incantato, che si è sottratto al tempo. Ai bordi del piccolo comune di Seuilly, la casa natale dello scrittore, ha attraversato i secoli tra fragorose risate degli amici della «Dive bouteille», il suo nome evoca le streghe che avevano abitato un tempo le grotte di tufo accanto alla casa, prima che divenisse proprietà dei Rabelais. Sui muri ci sono le citazioni dello scrittore, il ritratto di Pantagruel e di suo padre Gargantua, il cui personaggio a quanto pare fu ispirato dal coetaneo re Francesco I (1494-1547). Francesco I ha affascinato artisti e uomini di lettere del suo tempo,

grazie alla vittoria nel 1515 a Marignano sui mercenari svizzeri al soldo del duca di Milano, ancorò definitivamente il regno di Francia al Rinascimento italiano. Alto quasi due metri, Francesco I viene considerato un gigante per la sua epoca, l’impronta italiana si ritrovava sulla sua tavola dove luccicava del vasellame opera dell’orafo fiorentino Benvenuto Cellini, amava le confetture e si deliziava con yogurt a base di latte di pecora (per calmare i suo mal di stomaco). Si distinse anche in campo vitivinicolo, fece infatti impiantare il Côt (Malbec) da Cahors a Fontainebleau e fece arrivare per i suoi possedimenti nella Loira 80’000 piedi Romorantin, un vitigno che dà vini bianchi freschi d’acidità. Quando viaggiava da un castello all’altro circondato da centinaia di cortigiani, lasciava dietro

ad ogni passaggio penuria di pane, di formaggio e di bevande. Il cibo e il vino scorrevano a fiumi (facile paragonarlo al gigante Gargantua), il re amava soprattutto i vini bianchi, ma beveva ogni giorno 3 litri di hypocras, un vino rosso ravvivato da spezie che consumava come aperitivo o come digestivo. Le feste di corte presiedute da Francesco I, finivano tutte con abbondanti libagioni, fra tutte spiccavano i ricevimenti dati dal re nel suo castello di Clos Lucé ad Amboise, dove operava come «maestro di cerimonia» un tal Leonardo da Vinci. La bottiglia del celebre Clos de l’Echo, vino prodotto nel piccolo vigneto situato sotto la torre di guardia del castello di Chinon che fu di Rabelais, è vuota. È un vino che si vorrebbe sempre all’altezza della sua reputazione, ma sappiamo che le annate nella vigna non sono sempre uguali. Poco importa. L’essere sotto la fortezza di Chinon ci mette di buon umore. I rintocchi della campanella della Torre dell’Orologio, scandiscono le 24.00 e c’invitano al riposo, alziamo gli occhi e… ci par di scorgere lassù in alto, dentro al torrione, ombre furtive. Suggestione, immaginazione o forse un bicchiere di troppo? E se invece fossero le ombre dei cavalieri Templari tenuti prigionieri e torturati nella fortezza di Chinon per ordine di Filippo IV con la benedizione del Papa Clemente V: era l’agosto del 1308. Una soluzione per scacciare i fantasmi ci sarebbe, gli amici sono d’accordo: stappiamo un’altra di queste «Dive bouteille», onoriamola brindando a Rabelais e a tutti gli spiriti allegri. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Il capolavoro in cucina Allan Bay I piatti mitici, che amo preparare quando ho tanto tempo a disposizione – e che amo mangiare se li trovo in carta nei ristoranti – sono molti. Tra tutti, il «più mitico» in assoluto è la Royale di lepre detta anche la lepre alla royale. È un piatto che amo perdutamente, sia quando è fatto con la straclassica ricetta del Pellaprat, il sommo libro di cucina, (esattamente è a pag 559), sia con versioni di altri grandi cuochi che la preparano. La versione che vi presento qui è di Mauro Uliassi di Senigallia, uno dei grandi cuochi d’Italia. Sembra difficile da preparare: lo è, ma non impossibile. Provate anche voi! Ma mettete in conto di avere tanto tempo e di trovare una lepre freschissima, mi raccomando. E col suo sangue, è fondamentale. Se non la volete fare, la ricetta è ottima comunque per lustrarsi gli occhi…

La versione storica è registrata sul ricettario di Pellaprat; questa è la ricetta proposta da uno dei maggiori cuochi d’Italia, Mauro Uliassi di Senigallia Per 6-8 persone: 1 lepre. Per il ripieno: 750 g di polpa di cosce di lepre, 200 g di guancia di maiale cotta a 70° al Roner (o in forno a 70° chiusa in alluminio), 175 g di porcini saltati con cipolla, 75 g di tartufo nero, 30 g di Armagnac, 100 g di pane fresco, 200 g di fegato grasso, 150 g di sangue di lepre, 200 g di fegati e cuori di lepre, 100 g di albume, 30 g di sale, 7 g di pepe, granella di cacao. Per la salsa: le ossa di 1 lepre, 1 carota, 1 costa di sedano, 1/2 porro, 1 cipolla da 80 g, 2 rametti di rosmarino, 5 rametti di timo, 1 cucchiaino di pepe rosso in grani, 1 cucchiaino di pepe nero in grani, 1,5 l

di buon vino rosso, 10 g di cioccolato fondente, burro. Per la guarnizione: 200 g di lamponi. Tritate tutti gli ingredienti del ripieno (tranne il fegato grasso) al coltello. Mescolate bene per ottenere una farcia. Disossate (o meglio fatevi disossare dal macellaio…) la lepre lasciando i lombi. Stendete la farcia all’interno della lepre e al centro disponete una fila di cubetti di fegato grasso. Arrotolate tutto in pellicola per alimenti fino a ottenere un salsiccione; fatelo indurire nell’abbattitore per alcuni minuti. Togliete la pellicola, avvolgete il rotolo nella carta da forno e legatelo come un salame. Arrostite velocemente la lepre con la carta da forno in una padella antiaderente su tutti i lati per 3-4 minuti. Mettete sottovuoto con la carta da forno e cuocete per un’ora e mezza nel Roner a 65°. Per la salsa: marinate le ossa della lepre per 12 ore con il vino, le verdure e gli odori). Scolatele e serbate un quarto della marinata, eliminando tutti gli elementi aromatici. Prendete altrettante verdure e rosolatele a parte. Rosolate le ossa e unitele alle verdure. Mettete il tutto in una pentola capiente con il quarto della marinata (non troppa, per evitare che il risultato sia eccessivamente acido) e coprite di acqua. Portate al bollore e fate sobbollire per 45’. Filtrate e riducete fino a ottenere un brodo ristretto e saporito, poi unite il fondo di cottura recuperato dalla busta dove avete cotto la lepre. Montate al momento con un po’ di burro freddo e con il cioccolato. Per la guarnizione di lamponi, ghiacciate metà dei lamponi e sbriciolateli; con l’altra metà preparare un coulis. Tagliate una fetta di un centimetro di spessore di royale. Intingete un pennello nel coulis e fate una striscia larga sul piatto. Disponete al centro la royale, ai lati un po’ di lamponi ghiacciati e nappate bene la royale con la salsa. Aggiungete qualche chicco di granella di cacao sulla royale e servite.

Marka

Gastronomia La Royale di lepre è una delle preparazioni più complesse ma è alla portata anche dei cuochi dilettanti

CSF (come si fa)

Visto che qui accanto vi ho presentato un grande piatto francese, oggi nelle rubrica vi mostro come si fa un piatto francese altrettanto mitico, la blanquette de veau (in italiano suona bianchetto di vitello ma è meno coinvolgente). A differenza della lepre alla royale, che è da grande ristorante, è un piatto che più casalingo e facile da fare non si può. Vediamolo.

Ingredienti per 4 persone: spalla e petto di vitello kg 1, carote, cipolle, porri, sedano, 1 mazzetto guarnito (gambi di prezzemolo, alloro, dragoncello), prezzemolo, funghi champignon g 250, cipolle meglio se di tipo Grelot g 100, roux g 60, panna doppia dl 2, 2 uova, 1 limone, zucchero, burro, sale, chiodi di garofano, pepe in grani. Il roux si fa stemperando a fuoco dolce 30 g di burro con altrettanta farina setacciata, sempre mescolando. Tagliate la carne a pezzi, gettateli in una pentola in acqua fredda, portate al bollore, schiumate e aggiungete le verdure, 2 chiodi di garofano e il mazzetto, poi cuocete a fuoco dolce per 1 ora e 20’. Scolate la carne e tenetela in caldo. A parte filtrate il brodo e fatelo ridurre a 1 bicchiere scarso di brodo concentrato, diventa quasi un fondo.

Legate con il roux sul fuoco finché la salsa si sarà addensata, aggiungete la panna, i tuorli d’uovo e limone all’ultimo momento, regolate di sale e di pepe. Aggiungete gli champignon saltati al burro con poco brodo e le cipolle glassate con burro e un pizzico di zucchero. Servite il vitello nappato con la salsa, accompagnate con riso pilaff o con un purè di patate o con patate come piacciono a voi. Nota bene. I funghi sono canonici, ma se usate porcini o spugnole secchi, fatti rinvenire in acqua, scolati, strizzati e rosolati in padella, è meglio. Io a volte aggiungo nell’acqua di cottura 1 bicchiere di vino rosato fatto sobbollire per 3’ per eliminare la parte alcolica, che in cottura darebbe un tocco di amaro: non è canonico ma a me piace.

Ballando coi gusti Visto che oggi siamo in tema di carne, ecco due semplicissime e facilissime ricette a base di spalla di vitello.

Vitello al pomodoro

Vitello con le olive

Ingredienti per 4 persone: spalla di vitello g 700 · polpapronta di pomodoro g 300 · 1 cipolla · prezzemolo · 2 spicchi di aglio · basilico · 1 peperoncino piccante fresco · 1 bicchiere di vino rosso · 4 fette di pane toscano · olio di oliva · sale.

Ingredienti per 4 persone: spalla di vitello g 700 · 2 spicchi di aglio · 1 rametto di rosmarino · 1 peperoncino piccante essiccato · 1 bicchiere di vino bianco secco · olive verdi denocciolate g 200 · olio di oliva · sale.

Tritate finemente la cipolla con il prezzemolo, uno spicchio d’aglio, qualche foglia di basilico e il peperoncino. Raccogliete il trito in un tegame, preferibilmente di coccio, e fatelo rosolare con l’olio. Scaldate in una casseruola poco olio, unite la carne tagliata a pezzi e fatela rosolare per 5’, mescolando. Sfumate col vino, aggiungete il pomodoro e portate la carna a cottura, ci vorranno circa 1 ora e 20’, unendo poca acqua bollente quando asciuga troppo. Regolate di sale e di pepe. Tostate le fette di pane, strofinatele con lo spicchio di aglio restante, disponetele nelle scodelle, unite la carne e servite.

Mondate e tagliate a pezzi il vitello. Fatelo rosolare in una casseruola con l’olio, l’aglio tritato, il rametto di rosmarino e il peperoncino sbriciolato. Sfumate con il vino, coprite e lasciate cuocere per circa 1 ora, mescolando unendo poca acqua bollente se e quando necessario. Unite le olive e cuocete ancora per 20’. Regolate di sale e di pepe. Servite lo spezzatino ben caldo.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Ambiente e Benessere

Non solo neofite e neozoa, ma anche neomiceti

Biodiversità Tra le neobiote, forme di vita introdotte dall’intervento umano fuori dal loro ambiente naturale,

si rilevano sempre più spesso alcuni funghi esotici

Marco Martucci Piante e animali invasivi: se ne parla da tempo e con sempre maggior insistenza. Da una ristretta cerchia di professionisti e di semplici appassionati, il tema ha conquistato un pubblico sempre più vasto, finendo per diventare una questione pubblica, tanto che sta per concludersi il progetto pilota di Lotta contro le neofite invasive 20152017 promosso dal Cantone (www4. ti.ch/generale/organismi/specie-invasive-neobiota/specie-invasive-neobiota). Ed è giusto che sia così. Perché fra queste piante e questi animali ve ne sono di davvero minacciosi, per l’ambiente, le specie autoctone e anche per il nostro benessere e la nostra salute. Pensiamo solo all’ambrosia, con il suo polline fortemente allergenico o alla ben nota zanzara tigre. È un problema da non sottovalutare, pur senza creare eccessivi allarmismi o una sorta di caccia alle streghe. Non tutte le piante o gli animali esotici sono però minacciosi o invasivi: alcuni anzi possono arricchire il nostro ambiente e la biodiversità e apportare benefici anche a noi. Occorre conoscere e distinguere caso per caso. Il termine specialistico di Neobiota (dal greco bíos, vita e néos, nuovo) indica un organismo di una specie introdotta volontariamente o accidentalmente attraverso attività umane dentro un territorio nel quale prima non esisteva: neophyta o neofite per le piante, neozoa per gli animali. Si parla anche di specie alloctone o esotiche per distinguerle da quelle autoctone o indigene, presenti da «sempre» o, comunque, da tempi remoti, precedenti il 1492, data della «scoperta» dell’America, limite fissato arbitrariamente. Ma non basta: per essere un neobiota, la pianta o l’animale esotico deve essere in grado di cavarsela da solo, di occupare un nuovo territorio e di riprodursi senza l’aiuto dell’uomo. Mais, patata, pomodori o tacchini, per fare solo alcuni esempi, sono stati introdotti in Europa e non solo, dall’America con e dopo Cristoforo Colombo. Tuttavia non sono considerati dei neobiota perché, finora almeno, sono rimasti dentro le coltivazioni e gli allevamenti. I neobiota, per contro, se ne vanno per conto loro, si spostano nel territorio e vi si riproducono autonomamente.

Anche nei nostri giardini e perfino dentro serre o appartamenti possono comparire strani funghi, neomiceti Alcuni vivono la loro vita tranquillamente, altri invece si riproducono velocemente, conquistano territorio, entrano in concorrenza con le specie autoctone, non conoscono malattie né predatori, minacciano la biodiversità e l’ambiente naturale e possono costituire un pericolo anche per l’uomo: sono le specie invasive. È un problema che non riguarda soltanto l’Europa ma tocca il mondo intero. E non si limita alle piante e agli animali. Ci sono pure i funghi invasivi. Ma, mentre su piante e animali invasivi si fa parecchia ricerca, si sono accumulate notevoli conoscenze e si agisce per controllarne l’espansione, sui funghi esotici invece si sa ancora poco. Una recente pubblicazione, un

Exobasidium rhododendri, su Rosa delle Alpi. (Marco Martucci)

Fungo-polpo, ovvero Clathrus archeri. (Beatrice Senn-Irlet, WSL)

rapporto del WSL, l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio, dal titolo originale tedesco Neomyceten in der Schweiz, c’introduce in un mondo affascinante, poco conosciuto e per certi versi anche inquietante, i «neofunghi», i neomiceti della Svizzera. Il rapporto, frutto di ricerche storiche, studi di erbari, escursioni in natura, analisi morfologiche e molecolari, presenta lo stato attuale delle conoscenze e la valutazione del potenziale di minaccia dei neomiceti associati alle piante e per scelta non comprende i funghi legati agli animali, come la peste del nostro gambero di fiume, oggetto di altri studi, né le conseguenze economiche nell’agricoltura e nella pratica forestale. Le indagini sul territorio, svolte nel 2015, hanno compreso anche zone del nostro cantone: Locarno e Isole di Brissago, Biasca e Malvaglia e Lugano. Finora sono stati identificati in Svizzera 283 neomiceti associati alle piante, tutti elencati nel rapporto. Il primo di cui si ha notizia è Ustilago maydis, un parassita causa del «carbone» del mais, citato per la prima volta nel 1844 e ben conosciuto in agricoltura. Come del resto anche Phytopthora infestans, temibile parassita della patata, noto dal 1845 e che fu all’origine di terribili

carestie, o Plasmopara viticola, agente della peronospora della vite, segnalato fin dal 1879. Tutti e tre provenienti dal continente americano, gli ultimi due non sono più classificati come veri funghi ma tradizionalmente vengono inseriti in quel regno. Anche nei nostri giardini e perfino dentro serre o appartamenti possono comparire strani funghi, giunti da lontano nel terriccio o con il trasporto di piante ornamentali. Su alcune azalee del mio giardino sono presenti da alcuni anni delle curiose escrescenze, delle sorte di galle. Si tratta di Exobasidium japonicum, proveniente dall’Asia e individuato in Svizzera nel 1924. È un parassita che attacca le foglie di azalea che reagiscono formando dei tipici rigonfiamenti coperti di spore biancastre con le quali il fungo si propaga. È un parente del nostrano Exobasidium rhododendri, che s’insedia sulle rose delle Alpi, Rhododendron ferrugineum e R. hirsutum, e che non è un neomicete. Lo è invece Erysiphe azaleae, dal ciclo riproduttivo molto complicato e che ricopre di una brutta polvere bianca (è un oidio) le foglie dei rododendri coltivati. I funghi esotici sono giunti in Europa e poi anche in Svizzera soprattutto attraverso il commercio di

Pycnoporellus fulgens. (Kurt Bisang)

piante. Indagando sulle loro origini, si è appurato che, per circa un quarto delle specie, non si conosce la provenienza. La maggior parte delle specie, il 32,5 %, è arrivata dal Nordamerica, quasi il 20 % è giunto dall’Asia, il 14,5 % ha origini mediterranee e il resto si suddivide fra Sudamerica, America centrale, Europa del Nord. Otto specie hanno origine australiana, e Nuova Zelanda e Sudafrica hanno portato una specie ciascuna. Non tutti i neomiceti sono parassiti di piante. Come si sa, i funghi sono organismi eterotrofi: al contrario delle piante, che sono autotrofe, i funghi devono procurarsi il nutrimento prodotto da altri esseri viventi, nel nostro caso da piante. Oltre ai funghi parassiti, che sfruttano piante vive, i cosiddetti ospiti, danneggiandole, ci sono i funghi simbionti, che vivono insieme a una pianta con reciproco vantaggio, i saprotrofi, che si nutrono di materiale organico morto (sono decompositori), e i funghi endofitici, che passano la loro vita dentro una pianta, senza apparenti conseguenze. Non mancano inoltre le forme intermedie, come i funghi decompositori che si trasformano in parassiti. La stragrande maggioranza, ben 219 specie ossia il 77,4 %, dei nostri neomiceti sono parassiti di piante. 54 specie sono saprotrofi e solo dieci sono simbionti. Una curiosità fra i neomiceti saprotrofi è il «fungo-polpo», Clathrus archeri, di colore rosso fiammante e dallo sgradevole odore di carogna, che vive nei prati concimati,

L’acqua e la pietra Reportage online Su www.azione.ch, Romano Venziani ci accompagna in un itinerario alla scoperta dell’ingegnoso impianto idrico di Revöira e Ca’ di Dentro, in Val Verzasca. Si tratta di un sistema comprendente sei pozzi profondi fino a 5 metri, con una capienza dai 6 ai 12 mila litri, cui per secoli, a partire dal 1650, gli abitanti del luogo attingevano l’acqua per riempire le 35 vasche, scavate in massi del peso fino a trequattro tonnellate, che servivano alle esigenze dei pascoli e della cinquantina di stalle e cascine.

proviene dall’Australia ed è stato segnalato in Svizzera nel 1942. Fra i numerosi neomiceti parassiti, non pochi danneggiano gli alberi, come il castagno, il cui cancro corticale è causato dal fungo Cryphonectria parasitica, di origine asiatica e arrivato in Svizzera nel 1948. Insieme ad altre sette specie, su 283 neomiceti, questo fungo è considerato una vera e propria specie invasiva pericolosa. Mentre non pochi neomiceti sono a loro volta parassiti di piante esotiche invasive, queste otto specie particolarmente virulente rappresentano una grave minaccia per alcune essenze forestali autoctone fra le quali, oltre al castagno, troviamo l’olmo, l’ontano, il pino silvestre, la quercia, il frassino. Particolarmente minaccioso per quest’ultima specie di grande importanza forestale è il parassita di origine asiatica Hymenoscyphus fraxineus, segnalato anche in Ticino dal 2014. Una forma di lotta diretta contro questi neomiceti invasivi mediante l’uso in natura di prodotti fungicidi è impensabile. Fra le possibili vie praticabili c’è l’uso di virus naturali. Importante è anche impedire un passaggio dei neomiceti dalle piante esotiche a quelle autoctone e controllare sistematicamente l’importazione di piante, terriccio e legna, così come proseguire con la ricerca scientifica. Informazioni

www.wsl.ch


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Ambiente e Benessere Amico albero. (Yann André)

Un rally dal Sussex alla Mongolia Motori La gara di beneficenza ha un tracciato

di 16mila km, percorso con auto e moto di piccola cilindrata: quest’anno ci sarà anche un veicolo elettrico Mario Alberto Cucchi

Quattro giorni di festa per la biodiversità Eventi Dal 18 al 21 maggio un ricco programma di escursioni

e visite guidate per promuovere, capire e apprezzare la biodiversità Elia Stampanoni «Vivere la natura e scoprire la biodiversità; da Appenzello a Ginevra, da Basilea a Mendrisio. Un ricco programma, caleidoscopico come la natura svizzera…», questo il messaggio per lanciare la quattro giorni dedicata alla biodiversità che tra il 18 e il 21 maggio vedrà lo svolgimento, anche in Ticino, di eventi, escursioni, mostre, stand informativi e passeggiate, organizzati da associazioni e specialisti che si occupano di natura, fauna, flora, ma anche di turismo e di paesaggio.

In Svizzera sono previste oltre 500 attività, mentre in Ticino ne sono previste una trentina, dal San Giorgio alla Maggia Il cartellone è veramente esaustivo ed adatto ad ogni esigenza. Quasi una trentina le proposte ticinesi a scelta dei partecipanti (oltre 500 invece in Svizzera), per le quali ci si deve iscrivere online oppure contattando i singoli organizzatori. Una gita alla scoperta di avifauna, insetti e animali notturni lungo il fiume Maggia, oppure un’uscita alla scoperta dei prati secchi del Monte San Giorgio? Conoscere le piante selvatiche commestibili, il meraviglioso mondo delle api o ancora una visita ai due piccoli corsi d’acqua Rubiana e Restabbio, da poco ripristinati e unico collegamento ecologico tra il Laghetto di Muzzano e il bosco di Collina d’Oro? Sono solo alcuni esempi, ma da venerdì sera a domenica pomeriggio le possibilità di avvicinarsi alla natura e alla biodiversità sono veramente infinite e distribuite su tutto il territorio. Non mancano le opportunità per conoscere i sempre affascinanti pipistrelli, le erbe neofite invasive o altri animali dei nostri boschi o del nostro ecosistema, come il fagiano di monte o le varie specie di uccelli. Per l’occasione anche il Centro di cura e riabilitazione per uccelli selvatici aprirà le porte a Intragna.

Nella campagna di Lodrino, invece, pochi sapranno della recente rivitalizzazione del riale Balma che collega ecologicamente il versante pedemontano con la golena del fiume Ticino. L’escursione proposta sarà il pretesto per osservare la fauna acquatica in compagnia di Alberto Conelli, biologo e progettista. Muoversi, esplorare o vivere la natura sono quindi le parole chiave del festival, durante il quale ci si può però anche «sporcare le mani», per esempio partecipando all’attività di giovedì presso Lortobio di Gudo. Qui, sono previste esperienze pratiche legate alla preparazione del terreno, dalla semina alla cura delle varie culture e all’uso del compostaggio, ma anche l’osservazione di insetti, larve, farfalle, uccelli. Il festival non si ferma però alle giornate all’aperto, anche il Museo cantonale di storia naturale di Lugano è nel programma, proponendo dalle 20.30 alle 23.30 piccoli laboratori, animazioni, giochi e attività alla scoperta della natura della nostra regione, con accento particolare sulle specie protette e particolari. La nascita della manifestazione risale al 2001 quando, nel contesto tematico del decennio delle Nazioni Unite per la biodiversità e in adesione alla Strategia Biodiversità Svizzera adottata dalla Confederazione, venne istituito in Romandia il Festival della natura con l’obiettivo di avvicinare la popolazione al tema della natura e della biodiversità. A livello nazionale è invece il secondo anno del festival della Natura il cui scopo è anche di permettere alla popolazione di vivere delle esperienze, in avvicinamento alla Giornata internazionale della biodiversità che si terrà il 22 maggio prossimo. Il festival riunisce a livello nazionale organizzazioni e attori che nelle tre regioni linguistiche operano nel campo della protezione della natura, del turismo e dell’amministrazione. L’evento è promosso dall’Associazione Festival della natura (con un contributo di base dell’ente pubblico) e si tiene ogni anno nel mese di maggio con una partecipazione in continua crescita, come ci conferma Fabio Guarneri dell’Alleanza Territorio e Biodi-

versità, ente coordinatore del festival per la Svizzera italiana: «Per il Ticino lo scorso anno abbiamo svolto 18 attività, gestite da 16 organizzazioni. Non abbiamo raccolto dati, ma si stima una partecipazione attorno alle 500 persone. In Svizzera, invece, nel 2016 sono state migliaia le persone che hanno partecipato al Festival della natura che, giunta alla sesta edizione in Romandia, è stata organizzata per la prima volta anche nel resto della nazione, con oltre 500 escursioni e attività». Un’importante novità per l’edizione 2017, e che ha permesso un ulteriore sviluppo, è di certo la collaborazione con Migros che, insieme a IP-Suisse e all’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), è il partner ufficiale del Festival della natura. IP-Suisse promuove attivamente la biodiversità con i suoi 20’000 agricoltori e con le aziende certificate che attuano misure di ogni genere per proteggere le risorse naturali. Migros, da parte sua è presente al Festival con il marchio TerraSuisse. I prodotti TerraSuisse provengono da un’agricoltura svizzera sostenibile. Le materie prime vengono prodotte dai contadini IP-SUISSE, che s’impegnano a favore di un’agricoltura vicina agli animali e alla natura creando presso le loro aziende spazi per piante e animali rari. I visitatori avranno la possibilità di ricevere informazioni sulle misure adottate per promuovere la biodiversità nell’agricoltura, scoprendo le tappe di una produzione alimentare svizzera in armonia con la natura, dai campi alla tavola. Tra i sostenitori anche il Dipartimento del territorio che contribuisce nell’organizzazione di diverse attività inserite nel programma per la Svizzera italiana.

Non competitivo e a scopo benefico. Questo è il Mongol Rally. Partenza nel Regno Unito e traguardo nella capitale della Mongolia: Ulan Bator. Una gara recente. La prima edizione si è tenuta nel 2004 quando alla partenza erano schierati sei equipaggi. Quattro arrivarono sino a Ulan Bator. Il Mongol Rally è nato quasi per gioco. Per partecipare, originariamente era necessario iscrivere automobili con una cilindrata inferiore ai 1000 cc. Si trattava di vecchie auto che poi i partecipanti delle prime edizioni regalavano una volta raggiunto il traguardo. Alla seconda edizione, nel 2005, le squadre schierate sulla linea di partenza erano già 43. Nel 2006 al Via si sono trovate ben 167 auto che sono diventate 200 nel 2007. Insomma di anno in anno il numero dei partecipanti è continuato a crescere.

Gli oltre 200 partecipanti non potranno utilizzare navigatori GPS e non potranno percorrere itinerari prestabiliti Aumentata anche la cilindrata permessa ai veicoli partecipanti; il limite è stato portato a 1200 cc. per le automobili e 125 cc per le motociclette. Lo spirito del Mongol Rally è votato all’avventura quindi niente gps e niente strade prestabilite. Di certo c’è che una volta arrivati a Ulan Bator tutte le vetture iscritte vengono messe all’asta. In più ogni equipaggio ha il compito di raccogliere almeno mille sterline da destinare a opere di beneficienza. Il Mongol Rally che partirà questa estate, domenica 16 luglio, porta con sé una grande novità. Quest’anno infatti per la prima volta ad

affrontare i 16’000 chilometri che separano il circuito inglese di Goodwood da Ulan Bator ci sarà anche una vettura elettrica. Si tratta della Nissan Leaf AT-EV. Le ultime quattro lettere stanno per All Terrain Electric Vehicle, ovvero veicolo elettrico per tutti i terreni. Infatti questa Leaf è stata modificata rispetto a quella che è in vendita nelle concessionarie. I cerchi in lega Speedline SL2 Marmore sono stati gommati con pneumatici Maxsport RB3 adatti alle strade più difficili come quelle sterrate. L’auto è inoltre dotata di specifiche protezioni per le sospensioni e il sottoscocca che eviteranno spiacevoli sorprese durante la guida in fuoristrada. Sul tetto ha trovato posto uno speciale portapacchi provvisto di una barra luminosa Lazer Triple-R con 16 led in grado di generare 16’400 lumen supplementari a bassa tensione. Ma la base è una vettura di serie come quelle che si trovano nelle concessionarie, ovvero una Leaf Acenta da 30 kWh che offre un’autonomia fino a 250 chilometri con una ricarica. L’autonomia sembra essere il problema più grande spostandosi verso oriente. Ma non la pensa così Chris Ramsey, fondatore di Plug In Adventure e membro del team Leaf per il Mongol Rally. «Abbiamo scelto Leaf» spiega «perché dispone della più capillare rete di ricarica rapida in Europa e perché è compatibile con le spine Commando da 240 volt che si trovano anche nelle zone più isolate. Non vedo l’ora di raccontare i vantaggi dei mezzi elettrici a tutti coloro che incroceranno la mia strada nei vari Paesi che attraverserò» conclude Ramsey. Indubbiamente un viaggio-avventura di 16’000 chilometri è una bella prova per qualsiasi veicolo, ma lo è ancor di più per un’automobile elettrica che fa dell’affidabilità una bandiera.

Programma e informazioni

Alleanza Territorio e Biodiversità, 6501 Bellinzona, http://festivaldellanatura.ch, coordinazione@festivaldellanatura.ch

Festival della natura, dal 18 al 21 maggio, Varie località in Svizzera

La Nissan Leaf AT-EV (derivata dall’Acenta) è pronta all’avventura.


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Giochi per “Azione” - Maggio 2017 23 Stefania Sargentini Ambiente e Benessere

Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

Ritorno al passato

(N. 17 - Impacchi con acqua fredda e aceto)

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I M B A N D I T A

M I E L E

P A C H I T R E E R M E A S S R C A

T T O R I C I C racconta il nostro interlocutore che ci O spiega Scome, per proteggere il cavallo, vennero studiate apposite armature lo riparassero dagli attacchi di lanAche QdellaUfanteria. E GliO ce e C dalle armi equini «attori» presenteranno un nutrito A Rprogramma: I O«Sabato mostreremo F Runa Giostra con l’ausilio di sei cavalli. Poi, il «Saraceno», un allenaD Emostreremo Nmedievale D conOuna C mento fatto palla attaccata a un pupazzo rotante. Il cavaA liere deve T colpirla E e TschivareRil pupazzo I (Saraceno) che ruota di conseguenza al Rcolpo». E S T un paio I diOanQueste sono solo

Mondoanimale I cavalli sempre presenti nella diciannovesima edizione di una rievocazione storica al Castelgrande, 7 8

dai Romani al Medioevo Maria Grazia Buletti Nel Medioevo il cavallo era di uso comune e i suoi molteplici impieghi spaziavano dalla battaglia, ai trasporti, all’agricoltura. Esso era segno distintivo di una classe sociale della quale era l’elemento fondamentale. Con la fine dell’Impero Romano, perdutosi il costume di combattere in «ordine chiuso», l’elemento decisivo delle battaglie divenne il combattente a cavallo pesantemente armato. Di pari passo, nell’agricoltura si abbandonò l’uso dei buoi per trainare l’aratro, mettendo al loro posto il cavallo che si rivelò molto più prestante e leggero. Con questa breve «galoppata» nella storia, manco a dirlo, scritta pure a grandi paragrafi dagli zoccoli del cavallo, siamo entrati pari pari nell’epoca storica del principe azzurro. Ma che principe? Imperatore! E grazie alla presenza e prestanza dei cavalli, Bellinzona si prepara a vivere la consueta rievocazione primaverile della vita medievale. La Spada nella Rocca avrà luogo il fine settimana del 20 e 21 maggio, al Castelgrande di Bellinzona, e presenterà come di consueto uno scenario medievale in cui immergersi totalmente, con un ulteriore ritorno al passato nella messa in scena di domenica del passaggio di una settantina di legionari Romani. Con la collaudata manifestazione, Castelgrande tornerà a vivere i fasti della fine del XII secolo, quando Federico I (il Barbarossa) scendeva ripetutamente in Italia nel tentativo di sedare le rivolte delle città italiane. La storia narra che durante queste «calate», le forti-

Giochi Cruciverba Il Fornaio Rosso è un uccellino che impastando fango e saliva, costruisce un nido… Trova il resto della frase, a cruciverba risolto, leggendo le lettere evidenziate. (Frasi: 4, 4, 2, 7, 3, 3, 6)

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12 di Bellinzona e 13 14 ficazioni le loro mura svolgevano un ruolo cruciale nella strategia di conquista, fungendo da testa di 15 16 17 18 19 ponte sicura e insuperabile per le truppe imperiali. 21 la 22 Quanta vita 20 ha attraversato «strettoia» dei Castelli: sovrani, messaggeri, mandriani, pel23 commercianti, 24 25 26 legrini, guerrieri, profughi, mendicanti… e l’Imperatore. Il primo castello fu 27 dai Romani 28 molti secoli dopo 29 30 costruito il periodo neolitico che vide il primo insediamento collinare sotto il coman- 32 31 do dell’Imperatore Augusto, nel 15 a. C. Ma anche quanti cavalli, dal passaggio dei Romani al Medioevo del Barbarossa! Dalle cronache possiamo individuarne differenti tipologie: il destriero era il cavallo da battaglia, di mole considerevole, addestrato con grande cura; il corsiero era impiegato nei tornei dove velocità e mole creava1 2 L’appuntamento 3 4 5 no una massa d’urto considerevole, è per il 20 e adatta a disarcionare gli avversari. E 21 maggio al 6 viag7 8 Castelgrande poi c’era il palafreniero, cavallo da gio, il ronzino: animale da soma forte di Bellinzona. e resistente. Il Cortaldo era deputato a (Cecco della 9 10 trasportare le armi e l’equipaggiamen- Chiossa) to del cavaliere, mentre la chinea era 11 12 utilizzato dalle dame, perché di piccola medievale, che nasce come gioco guertaglia e molto docile. resco con l’obiettivo di trarre esercizio 13 15 di maggio 16 Il terzo14 weekend al Ca- della17guerra. stelgrande di Bellinzona coi figuranti I cavalli che saranno «figuranti della18 Spada nella Rocca ci saranno dav- 19 con la criniera» sono quelli di Cecco vero i cavalli, a riportare il pubblico a della Chiossa (vicepresidente della Spaquel tempo, con insediamento di tende, da nella Rocca) e di Alessandro Bonis20 fuoco e la gente del passato 21 (o 22 nel qualche si, reduci da Fiera Cavalli a Verona vestiti come a quei tempi), la cena me- 2015, dove hanno portato il nome dei dievale cavalieri della di Bellinzona 23 e i tornei a cavallo. 24Questi ulti25 Spada e 26 mi sono conosciuti anche come giostre nella vicina Penisola. I grandi prota(dal latino juxtare, avvicinarsi) e sono gonisti equini ci mostreranno come 27 28 una forma di festa d’armi di origine vivevano i loro antenati dell’epoca. Li

(N. 18 - Il sole, il debito, la neve)

N. 13 I FACILE L L E S O L E OSchema N R I 9A

G si potrà ammirare come ogni bambino R 7A sogna, racconta Cecco della Chiossa: «Si potranno vedere in tutto 4 T R nelleI manifestazioni N il villagE e5 gio medievale, dimostrazioni, nella sfilata del centro 2 cittadino diU sabatoL mattina, giorno di D A A mercato». E saranno di nuovo i7 cavalli ad esO delAcombattimento Z in I sere B protagonisti sella. «È un combattimento che richie-3 de una si può N U grande T abilità cheSnon A improvvisare, dunque a quel 6 tempo si preparavano sin dalla giovane età», A V A R I

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27. Domanda per gioco... 28. Ripetuta ad intervalli regolari VERTICALI 1. Una sigla sui vini 2 ordinò 3 di ucciderlo 2. Il1re Davide 3. Ha lo stesso nome 4. Articolo 10 11 5. Ha un letto ridotto 6. Verdi anche se mature 14 7. Le13 iniziali dell’attore Amendola 8. È un’arrampicatrice... 10. Vantaggio 16 17 12. Amò Leandro 13. Con, per i tedeschi 19 15. Sta in mezzo 17. L’osteria meno seria 21 22 18. Occhiello d’acciaio

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Sudoku D U

O L O R O Soluzione: 10 Scoprire O i 3 numeri R M E P I L corretti da inse13 rire nelle caselle C I O E 1 R6 O I colorate. 16 17 Giochi per “Azione” A - Maggio N 4T20175R O1 V Stefania Sargentini 20 I R O4 N3 E2 (N. 17 - Impacchi con acqua fredda e aceto) C 23 I R M PO A TMT OA P I M I C R I C 2 7 B U E´ H S I O C T A Z A L I T O S 7 3 U E OI Z N N E RO E A CQQ U 8 D E R A R I O F R LE D TE NE DR O N A I A M C 5

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

SUDOKU PER

3 4 5 7 9 1 Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba 8 1 6 e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

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ORIZZONTALI 1. Dolore 5. Dure, inamovibili 9. Le tracce del passato 10. Serie di oggetti sovrapposti 11. Pronome dimostrativo 12. Nella mitologia erano dei semidei 13. Pronome personale 14. Grotta, caverna 16. Vedere a Parigi 19. Il confidente dei Proci 20. Chiara come una sensazione 21. Era detta «caput mundi» 23. Greco in geometria 24. Abituato, solito 25. Fiume della Siberia 26. Una risposta

ticipazioni di quanto i cavalli di oggi ci mostreranno entrando nei panni dei loro parenti medievali. E di quelli romani, domenica, nell’evocazione del passaggio legionario a Bellinzona messo in scena dal gruppo di Simone Triscari (la Legio VII Augusta) che brevemente riassume l’evocazione: «I legionari combattevano a piedi, perché la tipica peculiarità era quella della fanteria pesante. Essi non avevano la cavalleria, normalmente formata dalle 1 e divenute aspopolazioni conquistate sociate come i Galli, i Germani, i Celtiberi. Questi fornivano a Roma dei8 tributi sotto forma di cibo, cavalieri e per l’appunto 1 3cavalli. A Castelgrande si avrà dunque modo di godere di questa immersione 7 8 9 1 nella storia, anche grazie a cavalli di oggi ben accuditi e ben preparati come 2 di quel tempo: 6 una bella occasio5 attori ne anche per i nostri bambini che sogneranno a occhi aperti e saranno 2 protagonisti di un’atmosfera medievale in cui4ogni 2 cavallo3pare 5 Pegaso, nella sua superba bardatura cavalleresca.

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20. Città francese32sulla Costa Azzurra 22. Uno strato del nucleo terrestre 23. Pane francese (N.25. 18Tassa - Il sole, il debito, la neve) Ufficiale di Riferimento 4 6 7 8 9 27.5Due in questione 31

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T A S S A T E T R I SUDOKU A R C A R E PER S AZIONE T I O - MAGGIO 2017

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Soluzione della settimana precedente (N. 20 - Mangio ogni ben di Dio e poi spero in unRisposte: miracolo) N. 15 DIFFICILE N.INDOVINELLI!. 13 FACILE

1) IL SOLESchema – 2) I PRETI – 3) IL DEBITO – 4) LA NAVE.Soluzione

97 5R 48 G M AI 1L NL EO8S O G 2 I9 6O 1 3 I4 7 8 2 5 8 12 L E O N I I vincitori 4P RN 3 O D G I 14 L38 75 61 93B42 E N 4 5 1 3 A G I 6 7 9 I L 2 Vincitori del concorso15 Cruciverba 2E L 6 D 62 4 I 3 7 5 8L 9 E1 D 7 REI A8 9P C15I BAI ONO su «Azione 17», del 24.4.2017 7 T R 2I N 6 7 1 9 2 8 6 3 4 5 O A. Sartore, A. Pedrazzini, T. Schnyder 18 3 2 75 2 S 6 A U A L A P DO O NLN EI 4 D 8 E15 3 9 4C1 A 6 4 2 3 5 9 6 1 4 2 3 5 8 7 B O A Z I T T O L Vincitori del concorso Sudoku 20 su «Azione 17», del 24 .4.2017 5 2 3 U 4 T 5 S E 7 N 9D 1 AEL TR I A 3 4 8P5 6 9 1 2 A O7 T M.L. Pistoia, P. Michitti 8 1 6 3 5 7 2 8 1 9 4 6 3 A V A R I E A L A 23 24 7 F S O S E P9 I L1 A N. 14 MEDIO I premi, cinque carte regalo Migros27(N.Partecipazione online: inserire lapiù stanze) luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in contanti 25 26 19 - ... duro come il cemento con28 4 del valore di 50 franchi, saranno sor- soluzione del cruciverba o del sudoku indirizzo,EemailB del partecipante R3 O1 deve dei Cpremi. OI vincitori L3 9saranno L 4Iavvertiti E 6 8 Il2 nome 1 sarà 7 teggiati tra i partecipanti che avranno nell’apposito formulario pubblicato essere dei 5vincitori D U spedita O L aO«Redazione R O Azione, C C E per iscritto. 29 30 31 1 6 C.P. 6315, 6901 Lugano». 9 7 su1«Azione». 6 23Partecipazione 4 3 8 1 5 fatto pervenire la soluzione corretta sulla pagina del sito. Concorsi, 7D pubblicato O R M E E POI L 6A C N U N E O R entro il venerdì seguente la pubblica- Partecipazione postale: la lettera o 4 Non si intratterrà corrispondenza sui riservata esclusivamente a lettori che 5 1 9 4 5 3 1 8 7 9 6 2 C I O E Rsono Oescluse. I M E risiedono 32del gioco. 33 34 la cartolina postale che 35riporti la sozione concorsi. Le vie legali Non in Svizzera. 9 28 4 N3 A 2 8 6 4O9 3 2 A 1 5M A N T R OS VOO I R B 7 G 1

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Politica e Economia Brexit, inizio «hard» Londra accusa Bruxelles di voler condizionare l’esito del voto dell’8 giugno

Campagna contro città È il leitmotiv che attraversa la storia non soltanto europea, ora riproposto dall’attualità. Dal voto francese a quello degli Stati Uniti, da quello inglese a quello turco

Tangentopoli spagnola Una serie di scandali di alto profilo nel Pp ha provocato un terremoto politico di dimensioni inimmaginabili

Cannabis depenalizzata? Diverse città svizzere studiano progetti pilota per una vendita controllata della canapa, mentre «Legalize it» lancia un’iniziativa popolare pagina 32

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Angela Merkel con il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, l’ideologo della «Kerneuropa». (AFP)

Il piano B di Angela

Kerneuropa In Germania torna a galla l’idea alternativa di una Europa a due velocità (Euronucleo a traino

franco-tedesco più periferia) immaginata due decenni fa. Sancirebbe la fine, di fatto già avviata, dell’Unione europea

Lucio Caracciolo Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della Kerneuropa. Il primo a evocare l’idea dell’Euronucleo fu, nel 1994, l’attuale ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, assieme al collega cristiano-democratico Karl Lamers. Allora sarebbe dovuto servire ad evitare il temuto – da parte germanica – annacquamento dell’euro da parte dei paesi a valuta debole, quali Portogallo, Italia, Spagna e Grecia, simpaticamente battezzati Pigs. Sicché la nuova valuta avrebbe dovuto comprendere solo il triangolo Germania-Francia-Benelux, in sostanza l’area ristretta del marco. Non se ne fece nulla, perché alla fine Kohl cedette alla necessità, per ragioni geopolitiche ed economiche (concorrenza della lira svalutata), di ammettere nell’Eurozona anche gli inaffidabili mediterranei. Nella speranza, ricordò poi un negoziatore germanico, di «nordificare» (nordisieren) italiani e associati. Oggi la Kerneuropa ha assunto dimensioni più concretamente geopolitiche. È infatti il «Piano B» di Angela Merkel in caso di crisi finale dell’euro

e di disintegrazione della casa comunitaria. Quando la cancelliera parla di «Europa a due velocità» intende Euronucleo più periferia. Una costruzione tutta da definire nei suoi termini territoriali, istituzionali ed economici, ma tendente a legare con la Germania in vincoli sempre più stretti paesi (o parti di paesi) che essa sente più vicini. Per storia, geografia, cultura e interessi. E soprattutto per l’appartenenza alla catena tedesca del valore. Un catalogo molto approssimativo potrebbe disegnare attorno a Berlino una costellazione formata da: Austria, Slovenia, Danimarca, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Olanda, Finlandia Belgio, Lussemburgo, probabilmente allargata alla Francia, se questa non vorrà smarcarsi dalla Germania in nome della sua propensione ad abbracciarla perché non si muova da potenza solitaria. In forse invece lo status di Spagna e Italia. Nella Kerneuropa potrebbe eventualmente estendersi all’Italia del Nord, ossia a quella parte dello Stivale, tra Brennero e Linea Gotica, più o meno inserita nel sistema industriale tedesco. Le ragioni che spingono verso

questa direzione sono diverse. Anzitutto, l’allargamento dell’Atlantico e della Manica, di cui l’avvento di Trump e il voto per il Brexit sono i due signali più vistosi. La Bundesrepublik nacque come creatura americana, incardinata nell’Europa occidentale destinata a fronteggiare insieme la minaccia sovietica e l’infiltrazione comunista. Di fatto, un satellite americano. Quella Germania non esiste più dal 3 ottobre 1990, quando la Bundesrepublik annetté d’un colpo la Repubblica Democratica Tedesca, ovvero il satellite germanico inscritto nell’orbita di Mosca. Da allora la Germania ha riacquistato quella centralità in Europa cui ha sempre aspirato, almeno da Bismarck in avanti. Quello che ancora latita a Berlino è una vera capacità strategica. Quanto meno, non appare alla luce del sole. Ma le tendenze di fondo verso l’integrazione di un nucleo germanico nello spazio Ue sono profonde e potrebbero sfociare nella Kerneuropa senza necessariamente seguire un Generalplan. Ad accelerare queste pulsioni contribuisce la secessione in corso di Londra dalla famiglia europea. Il Re-

gno Unito non è solo il terzo partner commerciale della Germania, è anche un riferimento geopolitico in quanto stretto alleato degli Stati Uniti, come pure in quanto utile schermo per Berlino: quando il governo tedesco non poteva pronunciare dei «no» perché sarebbe stato tacciato di antieuropeismo in sede comunitaria, amava nascondersi dietro il «no» britannico. Inoltre, con Londra Berlino raccordava una geopolitica nordica imperniata sui paesi scandinavi. Insomma, la nostalgia del Regno Unito è già percepibile fra le élite tedesche. La nascita della Kerneuropa sancirebbe la fine, di fatto già avviata, dell’Unione Europea. Oltre la metà degli Stati membri non sarebbe infatti ricompresa nemmeno nella versione più estesa di questo progetto. Ad esempio, la Polonia, la Svezia e i Paesi baltici, che potrebbero avvicinarsi sul versante nord-est. Oppure Romania, Bulgaria e Grecia, che con i balcanici potrebbero costruire un polo di integrazione minore. Con la grande incognita dell’Italia, intera o dimezzata per l’assunzione del suo Nord nella sfera d’influenza germanica.

Di sicuro questo tipo di concentrazione di potenza attorno alla Germania non piacerebbe agli Stati Uniti. Gli americani hanno combattuto e vinto due guerre mondiali e una guerra fredda per impedire l’egemonia della Germania – da sola o insieme alla Russia – sul continente europeo. Non bisogna mai dimenticare che la ragione sociale della Nato suona, secondo il celebre detto di Lord Ismay, il suo primo segretario generale, esplicitamente antigermanico: «To keep Americans in, Russians out and Germans down». I recenti scontri verbali fra i dirigenti americani e tedeschi, culminati nel rifiuto di Trump di stringere la mano a Merkel, esplicitano questa dimensione della geopolitica americana – un basso continuo che nessuna amministrazione ha mai smesso di suonare. Il sospetto non troppo recondito di Washington è infatti che una Germania capace di dotarsi di una sua sfera d’influenza europea finirebbe inevitabilmente per slittare verso Mosca. Magari anche verso Pechino. Nessun presidente degli Stati Uniti potrebbe accettare tale prospettiva. E farebbe di tutto per sabotarla.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Politica e Economia

Alta tensione

Brexit Inizio di negoziato incandescente fra Londra e l’Ue in cui entrambe le parti hanno interesse ad alzare i toni.

Londra accusa l’Ue di aver rivolto minacce con l’intento di condizionare il voto dell’8 giugno

Cristina Marconi Districare quarant’anni e passa di storia comune è un compito che manderebbe nel panico anche il più scaltro degli avvocati divorzisti, soprattutto quando, come nel caso della Brexit, i toni si fanno accesi e le richieste esorbitanti fin dalle prime battute. Tra Londra e Bruxelles iniziare peggio era quasi impossibile. A poco più di un mese dall’invio della lettera con cui la premier Theresa May ha chiesto di avviare i due anni di negoziato di uscita, sia lei che le sue controparti europee hanno infranto molte delle regole della diplomazia per accendersi subito di dichiarazioni forti, perfette per riempire i titoli dei giornali in questo periodo di campagna elettorale. Tutto è iniziato con una cena a Downing Street con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, andata talmente male secondo quest’ultimo che la mattina dopo alle 7,30 era già al telefono con la cancelliera tedesca Angela Merkel per raccontarle quanto distaccata dalla realtà gli fosse apparsa la premier britannica nelle sue richieste sulla Brexit. I dettagli della serata sono stati poi raccontati con dovizia di particolari alla stampa tedesca, mentre la May cercava di ridimensionare le voci di un incontro totalmente fallimentare. Le giornate successive sono state un crescendo di dichiarazioni roventi che hanno raggiunto il culmine quando

La premier britannica Theresa May e il presidente della Commissione europea Juncker. (AFP)

la May ha definito quelle di Bruxelles «minacce» volte a «incidere in maniera deliberata sul risultato delle elezioni generali dell’8 giugno». Fra le richieste della May a Bruxelles, sono due quelle che hanno suscitato più stupore, ossia la volontà di negoziare un accordo commerciale nei due anni scarsi in cui si definirà l’uscita

di Londra dalla Ue e la riluttanza a discutere del conto da saldare per uscire dal club europeo: un minimo di 60 miliardi di euro per programmi già sottoscritti, tra cui i pagamenti alla Turchia e all’Ucraina, le pensioni di funzionari britannici e i versamenti alla Banca centrale europea e alla Banca europea degli investimenti, e un massimo di 100

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miliardi di euro se si considerano anche i pagamenti agli agricoltori, come chiesto da Francia e Polonia, e si esclude, come suggerito dalla Germania, una restituzione di alcuni asset europei come la collezione d’arte, il portafoglio immobiliare da 8,7 miliardi di euro e, a sorpresa, una cantina di vini da 42mila bottiglie. Una pretesa ambiziosa, che ha subito suscitato le ire di Londra. «Non pagheremo 100 miliardi di sterline», ha detto il ministro per la Brexit David Davis, un falco euroscettico che Bruxelles reputa inadeguato per le trattative. Sul primo punto, la risposta europea è stata semplice: alla May sono state consegnate le duemila pagine che contengono gli accordi commerciali raggiunti con il Canada in un negoziato durato dieci anni. «La posizione negoziale del Regno Unito è stata raccontata in maniera deformata nella stampa continentale», ha spiegato la May, accusando «alcuni a Bruxelles» di volere un fallimento delle trattative. «Continuiamo a pensare che sia meglio non avere nessun accordo che averne uno cattivo», ha aggiunto, tornando a ventilare l’ipotesi di dover ricorrere ai termini del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, negli scambi futuri con l’Unione europea qualora non si raggiungesse alcuna intesa con i partner. Una soluzione estremamente penalizzante a cui la May è tornata a far riferimento nella speranza di apparire meno bisognosa di raggiungere un accordo a tutti i costi. «Ma vogliamo un accordo. Vogliamo una relazione profonda e speciale con l’Unione europea», ha assicurato. Tornando al tema degli interlocutori, è proprio su quello che è emersa un’altra delle perfidie che la Ue ha deciso di riservare alla May: niente comunelle nei corridoi di Bruxelles con capi di Stato e di governo, la Brexit verrà discussa solo ed esclusivamente con il francese Michel Barnier, negoziatore capo europeo ed ex commissario per il Mercato interno inviso a Londra. «Alcuni hanno creato l’illusione che la Brexit non avrà nessun impatto materiale sulle nostre vite e che i negoziati possano essere condotti rapidamente e in maniera indolore», ha subito messo in chiaro Barnier nel corso di una conferenza stampa, ricordando come occorra trovare soluzioni legali precise ad ogni problema e come, soprattutto, l’accordo economico sia un prerequisito di ogni trattativa da qui al marzo 2019, quando Londra uscirà dalla Ue, e che una soluzione si potrebbe trovare già nell’ottobre o novembre prossimo. L’ordine di scuderia è preciso: dare del-

la May l’immagine di quella che vive su un altro pianeta se pensa di poter uscire indenne da questo processo. Oltre al suo aver creato illusioni presso un’opinione pubblica che, in mancanza di alternative, è pronta a rieleggerla, la May, nei circoli europei, sarebbe accusata di «non fare la cosa britannica» quando si allontana dal pragmatismo tipico dei governi londinesi. Di essere una «donna tremendamente difficile» se lo è detta da sola, e dal presidente Juncker ha ottenuto solo una risposta diplomatica e impeccabile: «Non uso questa retorica, perché in traduzione il senso può cambiare. Rispetto profondamente la premier britannica e mi piace come persona. Ho notato che è una donna tosta». Il tentativo della May di personalizzare lo scontro tra Londra e Bruxelles, dando all’elettorato quella sensazione di essere perseguitati da un’eurocrazia profondamente antibritannica a cui solo lei sa tenere testa, finora si è scontrato contro un muro di puntiglio e inflessibilità perfetto per raggiungere i suoi scopi, almeno per ora. E i giornali britannici le sono andati dietro: «Giù le mani dalle nostre elezioni», titolava il «Daily Mail», mentre il tabloid «The Sun», sempre efficace, urlava «Nuclear Juncker». Al di là delle scintille, entrambe le parti hanno interesse ad alzare i toni della discussione in questa fase incandescente, tra elezioni francesi e voto del Regno Unito. La May conosce bene i benefici elettorali legati all’evocazione di una donna britannica con un carattere difficile che tiene testa a Bruxelles – uno dei ricordi più vividi di Margaret Thatcher è il suo «no, no, no» ad un aumento dei poteri centrali europei – e sa che più teatrale è lo scontro, più efficace la sua interpretazione agli occhi di un elettorato che ha bisogno di essere rassicurato in quello che resta, in qualunque modo la si pensi, un gigantesco salto nel buio. Per Bruxelles i vantaggi di uno scontro acceso sono ancora più numerosi. Il primo è quello di mostrare i muscoli a livello mondiale ma anche, e soprattutto, a livello europeo, per raggiungere l’evidente scopo di non incoraggiare altre Brexit. Il secondo è di propiziare una vittoria della May, che comunque resta l’interlocutore più credibile nell’attuale panorama politico britannico, oltre ad essere una delle poche politiche ad avere attrattive sia agli occhi delle élites che a quelli del cosiddetto «Paese reale». Se uscirà rafforzata da questo voto, avrà il potere per tenere testa agli eurofobi oltranzisti del suo partito, quelli che, per dirla con Juncker, vivono davvero in un’altra galassia. Solo così potrà avere le mani abbastanza libere da essere pragmatica e raggiungere risultati ragionevoli senza pressioni e accuse di illegittimità. In questo inizio di negoziato, Bruxelles ha raggiunto un altro risultato da non sottovalutare, anche se andrà consolidato nel tempo. Ha esibito agli occhi del mondo un modo di procedere compatto che non si vedeva da tempo e di cui aveva disperato bisogno. Inoltre i toni accesi della discussione gli hanno permesso di uscire dal girone infernale delle dichiarazioni tecniche e di farsi largo nel dibattito pubblico con ben altra efficacia. Come ha notato il potentissimo capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, «la Brexit non sarà mai un successo, è un evento triste e spiacevole» che ha come unico vantaggio «quello di poter essere gestito in maniera professionale e pragmatica». Una mezza verità che nasconde a malapena il fatto che la Ue, in questo processo, si sta dimostrando più politica e coesa che mai. In fondo, niente unisce i popoli come un buon nemico comune.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Politica e Economia

Metropoli contro periferie

Trend universale Le elezioni in Usa e Francia e i referendum in Gran Bretagna e Turchia hanno rivelato un tratto

comune: il contrasto fra il voto «illuminato» delle aree metropolitane e quello conservatore della provincia

Majorité rurale, honte de la France! È il 13 febbraio 1871, a lanciare il grido è il rivoluzionario marsigliese Gaston Crémieux. Siamo a Bordeaux, nella sede provvisoria dell’assemblea nazionale che non può riunirsi a Parigi dove in seguito alla sconfitta contro la Prussia e alla caduta del Secondo Impero serpeggia la rivolta. Spiccano nell’aula il poncho e la camicia rossa di Giuseppe Garibaldi: venuto a combattere per la Francia, alcuni dipartimenti lo hanno eletto deputato. È qui solamente per rassegnare il mandato ma c’è una «maggioranza rurale», frustrata per la disfatta, che non accetta la presenza dello straniero, una maggioranza realista e clericale che vede personificati nell’uomo in camicia rossa i suoi incubi ideologici. È proprio contro lo strepito dei ruraux, i deputati reazionari, che dalle tribune del pubblico Crémieux inveisce parlando di «vergogna della Francia». Forse pensa alla Vandea, alla contro-rivoluzione che ottanta anni prima incendiò le province occidentali, sfidando il potere giacobino in un sanguinoso confronto con Parigi empia e regicida.

Se Parigi volta le spalle al lepenismo, New York, Los Angeles, Chicago dicono no a Trump. Londra dice no a Brexit e Istanbul respinge la proposta di legittimare i superpoteri a Erdogan La campagna contro la città. È un Leitmotiv che attraversa la storia non soltanto europea, ora riproposto dall’attualità. Quella francese per esempio, dove da alcuni anni si registra l’impennata dei consensi per l’estrema destra sovranista, anti-europea e anti-immigrazione del Front National di Marine Le Pen. L’analisi del voto presidenziale al primo turno offre l’immagine di un contrasto di fondo fra le aree metropolitane, tendenzialmente sorde ai richiami dell’ultradestra nazionalista così come un tempo lo furono a quelli del legittimismo monarchico, e una provincia sedotta dagli slogan della pasionaria nera. Parigi, la scettica capitale del progressismo illuminista, contro Clochemerle, il mitico borgo scaturito dalla penna di Gabriel Chevallier, il luogo del patois e delle bocce, del buon cibo e del buon vino, il rustico tempio dell’identità profonda che cerca di resistere alle insidie della modernità. Fatto sta che Parigi non ha concesso a Marine, del resto largamente premiata da Clochemerle, che il cinque per cento dei voti, Lione meno del nove. Sul tema dell’integrazione e delle correnti migratorie è interessante notare come il fenomeno incida meno proprio dove è più massiccio. In provincia, invece, l’oscuro timore dell’«invasione» si aggiunge alla crisi dei posti di lavoro legata alla delocalizzazione industriale. Bisogna considerare un importante elemento demografico. Se nella Francia ottocentesca di Crémieux la popolazione rurale era in netta prevalenza numerica su quella urbana, oggi la situazione si è rovesciata, l’urbanesimo conseguente all’industrializzazione ha spostato masse di cittadini nei centri metropolitani. Dunque il voto delle campagne non è più majorité, e proposte politiche come quella del Front devono fare i conti con un uditorio potenziale relativamente più esiguo. Se Parigi volta le spalle al lepeni-

smo, New York, Los Angeles, Chicago dicono no a Donald Trump. Nelle grandi città la sfidante Hillary Clinton ha raccolto quella messe di suffragi che le ha permesso di conquistare la maggioranza del voto popolare. Un successo vanificato dal meccanismo elettorale fondato sull’articolazione federale dell’Unione, che ha determinato la vittoria di Trump. Anche negli Stati Uniti il rito elettorale rivela il profondo contrasto fra metropoli e provincia. Poiché la distribuzione demografica in America, come in tutti i paesi sviluppati, registra una netta prevalenza della popolazione urbana rispetto a quella delle campagne, le previsioni puntavano sulla candidata democratica, forte proprio nelle aree più popolose. Ma contro di lei era in agguato la confluenza dell’America profonda tendenzialmente isolazionista, ammaliata dalle bordate di Trump contro gli immigrati e i trattati, con il furioso malcontento operaio negli storici distretti industriali, investiti dalle ripercussioni occupazionali legate alla globalizzazione. Esattamente come in Francia, i cittadini delle aree metropolitane da sempre multietniche, i luoghi del melting pot a cominciare da New York, considerano essenziali gli apporti dell’immigrazione: i newyorkesi sanno quanto il ruolo mondiale della loro metropoli debba al lavoro e all’impegno della componente non autoctona e quindi trovano antistorica e innaturale la visione trumpista dell’America fortezza assediata, che vagheggia una grande muraglia a sbarrare il confine col Messico. Questa stessa visione seduce l’America profonda, quella della Bible belt dove ancora sventolano le bandiere confederate, l’America che si stringe attorno ai suoi miti e alle sue tradizioni e non vuole che li si metta in discussione, l’America che coltiva la sua passione per le armi da fuoco e non vuol saperne di immigrati, siano o non siano islamici. Anche perché certe antiche certezze sono spesso andate in frantumi, per esempio la fabbrica che non c’è più, i ragazzi che devono cercar lavoro altrove. In definitiva, che cosa pretendono questi stranieri? È la stessa domanda che si pongono i sudditi di sua maestà britannica residenti a distanza di sicurezza dalle grandi città. Anche qui il contrasto fra provincia e metropoli ricalca lo schema classico. Lo si è visto in occasione del referendum sulla Brexit: non è stata certamente Londra, città multietnica per eccellenza con oltre un terzo della popolazione immigrata o discendente d’immigrati, che non a caso ha scelto come sindaco un uomo di nome Sadiq Aman Khan, di origini pakistane, a caldeggiare l’abbandono dell’Unione Europea e l’adozione di visti d’ingresso per chiunque bussi alle porte del Regno Unito. Di fatto quasi due londinesi su tre hanno votato remain, certo preoccupati anche dalla prospettiva, implicita nell’uscita dall’Unione, di perdere quella condizione di centro finanziario mondiale che ha reso sfavillante la metropoli britannica. Assieme alla Scozia, all’Irlanda del Nord e in misura minore al Galles, aree in vario modo condizionate da tradizionali aspirazioni autonomistiche rispetto al Regno Unito a trazione inglese, la maggioranza degli elettori di città ha detto no ai sovranisti. La decisione di negoziare l’uscita dall’Unione è passata di stretta misura grazie al voto massiccio di chi abita le «cinture verdi» attorno ai grandi centri urbani. Anche nel caso britannico il pronostico di un’affermazione del no legato alla prevalenza numerica della popolazione urbana è stato contraddetto dal fatto che ampie frange del tradizionale voto

Poster dei candidati presidenziali francesi nel comune rurale di Plounévez. (AFP)

operaio, deluso da chi non ha saputo ostacolare la fuga di tante attività industriali, ha deciso di assecondare chi indicava nell’Europa la fonte di tutti i guai. Nell’Europa, fra l’altro, dominata dalla Germania, elemento che introduce nella questione una diffidenza ancestrale, radicata nella storia accidentata dei rapporti anglo-tedeschi. Infine, la Turchia. Anche qui il voto referendario, voluto dal presidente Recep Tayyp Erdogan per garantirsi la gestione del potere esecutivo e il controllo del giudiziario, ha rivelato la stes-

sa articolazione fra città e campagna che fin dai tempi di Crémieux sembra diventata una costante universale. La megalopoli Istanbul con i suoi quindici milioni di abitanti, e altre grandi aree urbane come Smirne, Ankara, Adana, hanno respinto la proposta di riforma costituzionale che di fatto rende legittimi i superpoteri esercitati da Erdogan dopo il tentato colpo di Stato di nove mesi or sono. Ma non è bastato, perché a parte il sospetto d’irregolarità segnalato dall’OCSE la sterminata provincia anatolica, profondamente religiosa,

nostalgica dell’antica potenza ottomana e ostile sia all’Europa, sia allo Stato laico di Kemal Atatürk, trova naturale che il presidente, capo di un partito islamico, sia il padrone assoluto del Paese. Fanno eccezione le aree a forte presenza curda, dove si resiste alla pressione governativa, e le zone costiere che vivono di turismo, e dunque guardano con disagio alla prospettiva di una Turchia chiusa in sé stessa. Richiede un’attenzione particolare la comunità turca espatriata in Europa, soprattutto in Germania, Francia, Olanda. Sembra ovvio che il contatto con la cultura occidentale possa farvi emergere valori «metropolitani», in effetti questo è accaduto per molti turchi-europei. Ma la tendenza è corretta da due altri fattori. Il primo: alla presenza turca in Europa contribuì la fuga di cittadini di profonda fede religiosa, dunque in disaccordo con le politiche laiciste del passato e oggi favorevoli al ritorno di fiamma islamico. Secondo elemento: il rifiuto di alcuni Paesi europei, a cominciare dalla Germania e dall’Olanda, di consentire manifestazioni di propaganda elettorale per il referendum di Erdogan. Quest’ultimo ne ha spregiudicatamente approfittato per calcare la mano, arrivando all’accusa di risorgente nazismo, sui temi dell’orgoglio e della dignità nazionale. E così a Kreuzberg, cuore turco di Berlino, c’è chi la pensa come nel più sperduto villaggio anatolico. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Politica e Economia

Tangentopoli spagnola

Corruzione Il primo ministro Rajoy dovrà comparire davanti ai giudici proprio mentre la corruttela

Gabriele Lurati «Ladro, ladro». Con queste parole è stato accolto Mariano Rajoy (nella foto) durante una visita ufficiale avvenuta dieci giorni fa in Uruguay. L’eco degli ultimi casi di corruzione che hanno colpito il Partito popolare (Pp) è arrivato fino in Sud America. Il premier sarà presto convocato dalla magistratura a dichiarare in qualità di testimone nella maxi-inchiesta sul finanziamento illecito del Pp che si protrae da parecchi anni e che vede coinvolti esponenti di spicco del suo partito, molti di questi già finiti in carcere. E proprio mentre Rajoy si stava preparando per affrontare lo scoglio più importante della legislatura quale è l’approvazione della legge di bilancio, un nuovo scandalo rischia di creare ora seri grattacapi al premier.

In Spagna la corruzione è considerata socialmente un male minore e soprattutto non molto penalizzata dal profilo elettorale Ignacio González, un importante dirigente del Pp ed ex presidente del governo regionale di Madrid, è finito in carcere per un caso di malversazioni e riciclaggio di denaro, accusato di avere un conto multimilionario in Svizzera. Ciò ha portato anche alle dimissioni di una storica figura del partito conservatore come Esperanza Aguirre, ex ministra dell’Istruzione ed ex presidente del Senato. Questa vicenda è però solo l’ultima di una sterminata lista di casi di corruzione che vede coinvolti i popolari e i cui strascichi giudiziari si trascinano da nove anni, più precisamente da quando Luis Bárcenas, ex senatore e tesoriere del partito, fu arrestato e diede inizio ad una serie di indagini e

arresti eccellenti nell’ambito del cosiddetto caso «Gürtel» (il nome dato dagli inquirenti proviene dalla traduzione al tedesco del cognome del controverso imprenditore Francisco Correa, conosciuto anche come «Don Vito», e condannato a 13 anni di carcere in quanto fulcro di questa vasta trama di corruzione estesa a tutto il Partito popolare). Bárcenas, responsabile della contabilità del partito, avrebbe elargito mazzette e pagato in nero per anni diversi dirigenti popolari, tra cui anche lo stesso Rajoy, secondo le pubblicazioni di vari giornali. Tra le più importanti vittime di questo scandalo vi è Rodrigo Rato, già numero due del partito ed ex direttore del Fondo monetario internazionale, ora accusato dai giudici di frode e appropriazione indebita, così come vari ex ministri del Pp, anch’essi finiti in carcere. Non c’è regione di Spagna nella quale abbiano governato i popolari negli ultimi quindici anni, dove non vi siano stati grandi casi di corruzione e politici di spicco del Pp non siano finiti in manette: dalla regione di Valencia alle Baleari (caso che ha portato alla sbarra persino la sorella del re, la Infanta Cristina poi assolta, ed il marito Iñaki Urdangarín, condannato in primo grado a sei anni di carcere), dalla regione di Murcia (dove il mese scorso si è dimesso per corruzione il presidente del governo del Pp) alla Galizia, fino all’ultimo grande caso di Madrid. Il ripetersi di questi innumerevoli casi di malversazione avvenuti quando Rajoy era segretario e massimo responsabile del partito rendono ormai evidente che la corruzione all’interno del Pp era sistemica e non un caso isolato (alcuni magistrati hanno parlato anche di vere e proprie «trame criminali e mafiose»). Per questo motivo ora un tribunale ha deciso di chiamare a dichiarare anche il premier, in quanto persona informata sui fatti. Ma se Madrid piange, anche Barcellona non sta molto meglio. L’ultimo

grande caso di corruzione ha coinvolto la famiglia di Jordi Pujol, per oltre un ventennio presidente del governo catalano nonché padre storico del nazionalismo catalano moderato, ora indagato per evasione fiscale. Il «clan Pujol» avrebbe nascosto nelle banche del vicino paradiso fiscale di Andorra esorbitanti somme di denaro (centinaia di milioni di euro, secondo la stampa spagnola). Il «patriarca» Jordi Pujol, sua moglie e due dei loro figli sono stati chiamati più volte a testimoniare da una commissione di inchiesta voluta dal Parlamento catalano. Il bottino messo da parte dai Puyol era tale che il figlio maggiore, Jordi Pujol Junior, non ha potuto nascondere la propria opulenza. Durante un’audizione parlamentare Puyol Jr. ha ammesso che tra i suoi hobby vi è quello delle macchine di lusso, indicando senza pudore che nel suo garage vi sono Ferrari, Jaguar, Lotus e altre otto macchine d’epoca, per un valore stimato dai giornali in quasi due milioni di euro. La sfrontatezza di Jordi Puyol Jr. è però giunta al capolinea, dato che è stato arrestato a fine aprile con le accuse di riciclaggio ed evasione fiscale. Il clima politico-giudiziario che si sta vivendo in questi tempi in Spagna è molto pesante e ricorda in effetti quello della Tangentopoli dei primi anni 90 in Italia. Per tutto il mese scorso i giornali hanno informato quotidianamente di svariati casi di corruzione: ogni giorno finiva in manette un politico quando non era il turno di un imprenditore a finire dietro le sbarre. Ad aggravare la situazione vi è stato poi il tentativo da parte dell’esecutivo di interferire nei processi giudiziari in corso. Secondo le ricostruzioni dei media, sarebbero state fatte pressioni da parte del governo di Rajoy affinché venissero sostituiti i magistrati che si stanno occupando proprio dei processi giudiziari contro il Pp. Il ministro della Giustizia e il viceministro dell’Interno si sarebbero addirittura sentiti telefonicamente o incontrati

AFP

all’interno del suo partito raggiunge livelli record

personalmente con alcuni colleghi di partito indagati in questi casi di corruzione al fine di rassicurarli o informarli circa la loro posizione giudiziaria. Vista la gravità della situazione, il partito della sinistra radicale di Podemos ha comunicato che proporrà al Parlamento una mozione di sfiducia contro il premier. Il movimento guidato da Pablo Iglesias ha giustificato questa mossa politica estrema perché a loro parere «si starebbe vivendo un momento di assoluto deficit democratico e sarebbero in corso manovre fatte per evitare che si indaghino i corrotti». È molto difficile che questa mozione vada in porto, dato che gli altri due partiti che hanno favorito la nascita del governo di minoranza di Rajoy (Ciudadanos e Partito socialista) si sono limitati a chiedere solo l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta contro il premier

e le dimissioni del ministro di Giustizia. Rajoy dovrà quindi rendere conto di questi fatti sia in Parlamento che davanti ai giudici. La sua posizione è traballante ma lui tira dritto per la sua strada e punta tutto sui buoni numeri dell’economia. In un Paese «normale» un primo ministro con casi di corruzione del genere si sarebbe già dimesso nove anni fa quando scoppiò il caso Gürtel e fu evidente che Bárcenas, amico intimo di Rajoy, aveva messo in piedi un sistema di contabilità parallela che permetteva pagamenti in nero ai dirigenti del partito. In Spagna però la corruzione è socialmente considerata un male minore e, soprattutto, non penalizza molto dal punto di vista elettorale. È probabile perciò che Rajoy ne uscirà indenne anche questa volta, come sempre è avvenuto nel corso di tutta la sua carriera politica.

A Madrid non sfonda il populismo di destra Panorama europeo La Spagna rappresenta un’eccezione anche riguardo all’antieuropeismo Angela Nocioni Il sostantivo «populismo» è stato scelto come la parola dell’anno in Spagna, nello scorso dicembre, dalla Fundéu Bbva (Fundación del Español Urgente), un’istituzione creata dall’agenzia di stampa spagnola Efe e dalla banca Bbva con il compito di sondare la qualità della lingua spagnola nei mezzi di comunicazione di massa. La scelta è stata così motivata dal coordinatore di Fundéu, Javier Lascuráin: «Nell’anno della Brexit, della vittoria elettorale di Donald Trump negli Stati Uniti e di diversi fenomeni plebiscitari in America e in Europa, questa parola ha cambiato il suo connotato neutro ed è diventata un’arma da utilizzare nella battaglia politica». La parola impazza infatti nel dibattito politico spagnolo tanto quanto in quello del resto d’Europa. Ma con una interessante particolarità: in Spagna, a differenza che altrove, non esiste l’affermazione elettorale di un partito politico populista di destra, tantomeno di estrema destra, come avviene per esempio in Francia con il Front national. In Spagna il fenomeno politico di successo più recente ad affermarsi con tratti populisti è stato Podemos, partito che ha la caratteristica di radicalizzarsi su posizioni della sinistra massimalista classica ritinteggiata con toni anticasta ed antiestablishment. A differenza del populismo dei movimenti antiestablishment del resto

d’Europa, il populismo di Podemos risulta premiato nell’urna dai giovani mediamente istruiti dei centri urbani e non dagli abitanti meno istruiti delle aree rurali, che di solito sostengono altrove i partiti di destra radicale. I suoi elettori si dicono favorevoli all’immigrazione e alla permanenza della Spagna nell’Unione Europea. Dal 2015 Podemos ha governato le città di Madrid e di Barcellona e alle ultime politiche, nel giugno del 2016, ha ottenuto il 21 per cento. Meno di quanto si aspettava dopo l’alleanza con Izquierda unida, la sinistra classica, ma si è comunque imposto ormai come il terzo partito di Spagna. Esiste un suo clone di destra, è Ciudadanos. Ma il suo successo è stato risicato al confronto, limitato anche dall’offensiva molto efficace lanciatagli contro dal partito di centrodestra tradizionale spagnolo, il Partido popular (Pp), che compete per lo stesso bacino di elettori.

Esiste una seconda creatura politica populista e di destra. Si chiama Vox. L’ha fondato Santiago Abascal, un ex del Partito Popolare. Abascal ha fatto la voce grossa imitando Donald Trump e Marine Le Pen: chiusura delle frontiere, guerra al multiculturalismo, intolleranza e aggressività come modalità con cui combattere il politicamente corretto. Abascal ha anche preso in prestito lo slogan di Trump per la corsa alla Casa Bianca, «Make America great again» e l’ha fatto diventare: «Hacer España grande otra vez» («Far tornare grande la Spagna»). Ma gli è andata meno bene che a Trump. Alle ultime politiche, quelle del giugno del 2016, s’è inchiodato allo 0,2%. Un fulgido esempio di leader populista molto poco popolare. Anche rispetto all’europeismo la Spagna costituisce un’eccezione. Nonostante molte misure di austerity siano state accompagnate, come in Italia e

Pablo Iglesias, leader di Podemos. (AFP)

come in Grecia, dalla motivazione «ce lo chiede l’Europa, sono i burocrati della Ue ad imporceli», tutti i sondaggi mostrano che gli spagnoli rimangono tra i più europeisti in Europa. Perché in Spagna il populismo di destra e l’antieuropeismo non sfondano? Eppure lì gli ingredienti economici e sociali considerati il terreno di coltura di fenomeni politici di destra populista esistono come esistono altrove in Europa. C’è stata una crisi economica molto pesante. La situazione non è più quella drammatica del 2008. Anzi, l’economia sta ripartendo. Ma molte persone sono rimaste per strada. La disoccupazione non è certo bassa, 19 per cento, una delle più alte di Europa. L’immigrazione ha numeri molto alti e non accenna a calare. Eppure, a guardare i risultati elettorali, sembra che il disagio creato in alcuni settori sociali dalla combinazione di questi fattori sia stato in Spagna capitalizzato politicamente a sinistra, più che a destra. Ne hanno tratto giovamento Podemos, che per un soffio non ha sorpassato il Partito socialista, e il centrodestra tradizionale, ossia il Partido popular, non i fenomeni politici sorti a destra della destra classica. Il disagio economico e sociale è stato affrontato dai partiti (populisti e non) con la proposizione di soluzioni di sinistra (populiste e non), non di destra. E la scelta ha premiato elettoralmente chi l’ha fatta. C’è da dire che in Spagna lanciare strali contro l’Europa appellandosi

alla retorica nazionalista non funziona per una caratteristica inestirpabile: il regionalismo è fortissimo. Baschi e catalani, più di un terzo della popolazione, rifiutano qualsiasi retorica nazionalista, la considerano un giogo, molti di loro sognano semmai l’indipendenza da Madrid. Ed anche nelle regioni in cui i movimenti indipendentisti non sono così forti come sono nei territori baschi, l’identità politica è legata al regionalismo, non al nazionalismo. Questo ha permesso al Partido popular, in questo momento al governo, di riuscire a rimanere il partito di riferimento della destra conservatrice classica grazie anche a un messaggio molto forte di difesa dell’unità della Spagna, elemento caratterizzante dell’elettorato di destra spagnolo, compreso quello di simpatie franchiste. La dittatura è finita nel 1975 con la morte di Francisco Franco, ma la transizione alla democrazia è stata completata soltanto alla fine degli anni Settanta. Il ricordo ancora vivo della dittatura ha reso difficile per la destra radicale ricorrere ai suoi cavalli di battaglia più efficaci: il nazionalismo e l’identità nazionale. Suona terribilmente impopolare in Spagna dire: la Spagna agli spagnoli. Rivolta le viscere dei settori progressisti che identificano la retorica nazionalista con il simbolo della dittatura. Ed equivale a dichiarare guerra all’identità politica di baschi, catalani e persino andalusi. Un pessimo affare in termini elettorali.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Politica e Economia

Una fumata bianca per lo spinello? Depenalizzazione della cannabis La città di Berna intende lanciare un progetto pilota per valutare

gli effetti della vendita controllata sul consumo e sul mercato nero. Nel frattempo l’associazione «Legalize it» ha inoltrato il testo di un’iniziativa per legalizzare i prodotti derivati della cannabis

Luca Beti Entrare in farmacia, acquistare cinque grammi di marijuana, uscirne bellamente e rientrare a casa per fumarsi uno spinello prima di mettersi a tavola dopo il lavoro. È probabilmente il sogno di molti consumatori abituali di canapa; forse anche quello di Rocca Schiavone, il vicequestore della serie di gialli di Antonio Manzini, che inizia la giornata fumandosi una canna in ufficio. È un sogno che probabilmente si trasformerà in realtà per mezzo migliaio di fumatori di lunga data, maggiorenni e residenti nella capitale elvetica. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di medicina sociale e preventiva dell’Università di Berna intende scoprire quali effetti può avere la vendita controllata dei prodotti della cannabis sul consumo e sul comportamento di un campione di consumatori e quali vantaggi o svantaggi avrebbe un approccio più tollerante nei confronti della droga leggera. Il progetto pilota, approvato dalla commissione di etica del Cantone e sostenuto con un importo di 720mila franchi dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica, dovrebbe avere inizio nel gennaio 2018. Nei prossimi mesi, i professori inoltreranno una richiesta di autorizzazione all’Ufficio federale della sanità pubblica. Il nullaosta dovrebbe essere solo una formalità, poiché anche il ministro della salute Alain Berset vede di buon occhio simili iniziative volte a sondare nuovi modelli e strategie in materia di politica delle droghe in Svizzera. Poi, per tre anni, circa 500 consumatori cronici, di età superiore ai 18 anni e che vivono nella città di Berna, potranno acquistare, a prezzo di mercato, 15 grammi di cannabis al mese in alcune farmacie della capitale. Quali i vantaggi per i partecipanti

al progetto pilota? Prima di tutto potranno farsi una canna con un prodotto controllato dallo Stato, privo di pesticidi e muffe e con un contenuto di THC (il principio psicoattivo presente nella canapa) di circa il 12 per cento. Infatti la ricerca prevede la coltivazione delle piante della canapa in un’azienda agricola o in una ditta di floricoltura della città di Berna. Inoltre riceveranno un documento che certifica la loro partecipazione allo studio scientifico che li mette al riparo da multe o confische da parte della polizia. Permessa è una quantità inferiore ai 10 grammi e il consumo solo entro le quattro mura di casa. La cannabis è di gran lunga la sostanza illegale più consumata in Svizzera. Dalle 200mila alle 300mila persone la fumano regolarmente. A Berna si calcola siano circa 4000 i consumatori abituali. «Nonostante i divieti e la repressione. E a nessuno importa. Non può essere. Dobbiamo trovare altre soluzioni all’attuale divieto», così si è espressa la municipale ecologista di Berna Franziska Teuscher durante una conferenza stampa di presentazione del progetto. Berna non è l’unica città in Svizzera che intende lanciare un progetto pilota volto a capire come regolare e prevenire meglio il consumo della sostanza stupefacente. Da alcuni anni, le città di Biel, Thun, Winterthur, Zurigo e i cantoni di Ginevra e Basilea-Città fanno parte di un gruppo di lavoro che ha il compito di sviluppare delle idee e degli studi scientifici nell’ambito della regolamentazione e della depenalizzazione del consumo dei derivati della canapa. Di recente sono stati presentati i risultati di un sondaggio online che ha coinvolto gli abitanti delle città di Berna e Zurigo e dei cantoni di Ginevra e Basilea-Città. L’obiettivo era di capire se la distribuzione controllata della cannabis

La municipale di Berna Franziska Teuscher e il professor Matthias Egger il 14 marzo durante la conferenza stampa di presentazione del progetto. (Keystone)

suscitasse l’interesse dei consumatori cronici. Dopo la valutazione dei risultati, Basilea-Città ha deciso di concretizzare il suo progetto pilota. Le cliniche psichiatriche universitarie di Basilea hanno il compito di elaborare le basi per una ricerca scientifica, della durata di tre anni, relativa alla vendita in farmacia di prodotti della canapa a un campione di 150 maggiorenni. Gli abitanti della città sul Reno dovranno però ancora armarsi di pazienza; devono attendere l’approvazione della commissione di etica della Svizzera centrale e nordoccidentale, il nullaosta delle autorità cantonali e dell’Ufficio federale della sanità pubblica, che deve accordare una deroga alla legge federale sugli stupefacenti. A non avere più pazienza è l’associazione «Legalize it». Mercoledì 19 aprile ha inoltrato alla Cancelleria federale per l’esame preliminare il testo di un’iniziativa che chiede la libe-

ralizzazione del consumo di hashish e marijuana. «Il consumo di sostanze e preparati a base di cannabis, derivati e sostanze con effetto simile alla cannabis, e la preparazione per il proprio consumo non sono punibili. La coltivazione per uso proprio non è punibile», così recita la prima parte della proposta di modifica dell’articolo 105a della Costituzione federale. L’associazione «Legalize it», che riunisce circa mezzo migliaio di membri e che propone consulenze legali, corsi e informazioni ai consumatori di canapa, intende lanciarsi nell’ennesima battaglia per legalizzare la canapa in Svizzera. L’ultima iniziativa popolare risale al novembre 2008 ed è stata bocciata con il 63 per cento di no. Questa volta i promotori presentano nuovi argomenti che dovrebbero convincere anche i più recalcitranti alla depenalizzazione della droga leggera. Da una parte vogliono continuare a vietarne

la vendita e il consumo ai minori di 18 anni. Dall’altra, il nuovo articolo costituzionale darebbe alla Confederazione le competenze di riscuotere una tassa speciale sul consumo dei derivati della canapa se non sono prescritti per motivi terapeutici. Un’imposta che andrebbe a beneficio delle casse statali, lasciando le organizzazioni criminali con un pugno di mosche. A titolo d’esempio, il fondo per la prevenzione del tabagismo è finanziato mediante una tassa di 2,6 centesimi, applicata per ogni pacchetto di sigarette. Ogni anno, il fondo viene alimentato da circa 13,5 milioni di franchi, impiegati per promuovere misure di prevenzione. Inoltre, sostiene ancora l’associazione «Legalize it», la coltivazione, la produzione e il commercio di preparati della canapa darebbero scacco matto al mercato nero. Il progetto pilota nella città di Berna e il lancio dell’iniziativa per depenalizzare il consumo di hashish e marijuana si inseriscono in una tendenza più permissiva a livello internazionale. Il dibattito in materia di politica della droga leggera si è riacceso dal 1° gennaio 2014, da quando in Colorado, negli Stati Uniti, i prodotti della cannabis sono legalmente in commercio. Nello stesso anno, in novembre, i cittadini di Alaska, Oregon e Washinton DC hanno approvato le iniziative popolari per legalizzare e regolamentare il consumo della sostanza stupefacente. In Uruguay dal luglio prossimo marijuana e hashish saranno in vendita nelle farmacie. In Spagna sono sorti negli ultimi anni, soprattutto in Catalogna e nei Paesi baschi, dai 500 ai 600 Cannabis Social Club, specie di circoli privati. In Olanda, alla fine del marzo 2015 si contavano quasi 600 Coffeeshop, 200 dei quali nella sola Amsterdam, sorti dopo la legalizzazione de facto della canapa nel 1979.

Eurozona e Paesi membri: àncora di salvezza o zavorra?

Dibattito La moneta unica è percepita dagli uni quale «irreversibile», dagli altri quale minaccia

per le sorti europee. Chi ha (più) ragione? Edoardo Beretta È ormai fuori discussione che, con l’avvento della crisi del debito europeo a partire dalla fine del 2009, l’Area Euro con i suoi 19 paesi membri sia stata terreno di conflittualità su quale approccio economico adottare per contrastarla. Paradossalmente, le divergenze di approccio fra Nazioni si sono manifestate non tanto con la temuta Grexit (finora, perlomeno) o la fuoriuscita di un qualche altro

membro «traballante», bensì all’interno dell’elemento superiore costituito dall’Unione Europea stessa con l’ormai nota Brexit del Regno Unito. In un anno elettorale così «caldo» con appuntamenti di voto nei Paesi Bassi, in Francia e Germania (dove una riconferma dell’attuale assetto partitico non è scontato) la moneta unica è ritornata alla ribalta, ascrivendole una qualche responsabilità per le difficoltà di ripresa perduranti in molte regioni d’Europa. Unicità monetaria da un

Variazioni di alcune variabili economiche, in % Indice armonizzato Debito Tasso dei prezzi al consumo pubblico2 di (2015=100)1 disoccupazione3 2002 2016 2002 2015 2002 2016 Francia +1,9 +0,3 60,0 96,2 7,9 10,0 59,4 71,2 8,6 4,1 Germania +1,4 +0,4 Grecia +3,9 +0,0 104,9 177,4 10,3 23,5 Italia +2,6 –0,1 101,9 132,3 8,5 11,9(2015) Portogallo +3,7 +0,6 56,2 129,0 6,2 11,2 Spagna +3,6 –0,3 51,3 99,8 11,5 19,6 1. http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&plugin=1&language=en&pcod e=tec00118 2. http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&init=1&plugin=1&pcode=teina2 25&language=en 3. http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&init=1&plugin=1&pcode=tipsun 20&language=en

lato, ma, dall’altro, ancora divisioni infra-europee. Se io stesso non sono certo mai stato timido nel sottolinearne l’insostenibilità (perlomeno, con l’attuale approccio economico-politico one size fits all per Paesi così differenti fra loro), difficilmente si può plausibilmente sostenere che senza la moneta unica certi Paesi europei sarebbero ora stati meglio. Intendiamoci: rimane vero che l’Euro abbia fatto perdere competitività a molti Paesi (perlopiù, mediterranei) a causa della perdita di autonomia monetaria e dei margini di flessibilità: tassi di cambio comuni per lo più elevati non hanno agevolato quei Paesi, le cui monete nazionali «volavano» da sempre più basse che alte. Se a ciò si aggiunge la rigidità europea nell’affrontare le prime crisi dalla propria nascita (con scelte economico-politiche paradossali rivelatesi pro – anziché anticicliche, cioè più frenanti a fronte di trend già al ribasso), la diagnosi è chiara. È la cura che è ancora «allo studio». Non si può dimenticare che ciò che ha permesso a tali Paesi europei di godere ancora di una certa stabilità nonostante stagnazione produttiva cronica, ostacoli burocratici creati ad hoc e livelli di indebitamento pubblico difficilmente sostenibili, è stata proprio la moneta unica. Che cosa sarebbe suc-

cesso, se le stesse forze speculative (che hanno conquistato il «merito» di avere fatto impennare nella fase acuta della crisi il differenziale di rendimento sui titoli di Stato ormai conosciuto come spread) avessero fatto leva su certe (ancora tanto evocate) monete nazionali, la cui storia monetaria presentava nella sua evoluzione molte incertezze? I picchi dei tassi d’interesse sui bond pubblici a lungo termine richiesti a Grecia (29,24%, febb. 2012), Irlanda (11,43%, giu. 2011), Italia (7,06%, nov. 2011), Portogallo (13,85%, genn. 2012) o Spagna (6,79%, lug. 2012)* sono sì stati frutto di speculazione, ma hanno anche rispecchiato (come un corso d’acqua, che si scava il suo nuovo letto dopo che quello dei tassi di cambio era stato artificialmente bloccato) la profonda diversità economica fra gli Stati. Il Marco tedesco avrebbe forse sì goduto di ancor maggiore stabilità rispetto all’Euro, ma quindi ‒ se si prende per buona tale affermazione ‒ deve valere anche l’opposto, cioè che i Paesi europei colpiti dalla crisi lo sarebbero stati potenzialmente ancor più se detentori delle loro valute nazionali. In presenza di un attacco speculativo, infatti, queste ultime avrebbero subìto un deprezzamento massiccio del loro corso valutario, che ‒ se da un lato avrebbe sì avvantaggiato il settore dell’export (da cui molti di

tali Stati dipendono) ‒ dall’altro avrebbe creato per i loro residenti le premesse per potersi sempre meno interfacciare con le rimanenti Nazioni europee, i cui tassi di cambio fossero stati maggiori. Banalizzando: adieu (o, almeno in parte) viaggi a basso costo, marchi internazionali in molti negozi, importazioni di beni, servizi o macchinari produttivi a prezzi pressoché similari ed altro ancora. No, la «culla» dei problemi non è certo l’Euro, che semmai è stata la proverbiale «goccia, che ha fatto traboccare il vaso». I difetti sono strutturali e devono essere risolti ‒ su questo si deve concordare con l’attuale Presidente BCE ‒ all’interno delle economie nazionali, che devono procedere a flessibilizzare il loro apparato burocratico, prevedere sgravi fiscali per ogni tipo di innovazione (dall’impianto produttivo di ultima generazione alla ristrutturazione domestica, fino alla tutela dell’ambiente) e sapere cogliere le opportunità date dal mercato comune europeo. Indubbio è che, se l’Eurozona vuole godere di futuro certo e solido, l’approccio finora tenuto deve cambiare. E rapidamente. * http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/ table.do?tab=table&init=1&plugin=1 &pcode=teimf050&language=en


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Politica e Economia

Ueli Maurer, approccio innovativo alla fiscalità delle imprese svizzere

Imposizione delle imprese Il Ministro delle finanze accoglie a sorpresa la richiesta della sinistra di compensare

gli sgravi previsti per le aziende aumentando l’importo degli assegni famigliari per i lavoratori dipendenti Ignazio Bonoli Il capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer, in un incontro a Berna con il Commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici, ha confermato l’intenzione del Consiglio federale di varare una nuova riforma della fiscalità delle imprese, dopo quella respinta in votazione popolare lo scorso mese di febbraio. Il governo vuole rispettare il termine del 2019, concedendo un anno in più ai cantoni per adeguarsi alla nuova legge. Moscovici ha mostrato molta comprensione da parte dell’Unione Europea e ha posto l’accento sull’importanza delle misure svizzere nella lotta contro l’evasione fiscale, confermando che in quest’ambito la Svizzera è sulla buona strada. Con questi provvedimenti – ha aggiunto – la Svizzera non figurerà più sulle liste nere dei paesi non collaboratori in base agli standard fissati nell’ambito dell’OCSE. Sul piano interno elvetico però le cose appaiono un po’ più complicate di quanto a Bruxelles si possa immaginare. Intanto non è così sicuro che il nuovo progetto possa incontrare l’approvazione dei maggiori interessati, e cioè dei cantoni. Questi ultimi avevano già aderito con fatica al progetto dell’allora ministra delle finanze WidmerSchlumpf e dietro la promessa di con-

Al centro Ueli Maurer in visita presso la Swiss-Tube LN Industrie SA. (Keystone)

cedere ai cantoni – globalmente – un indennizzo di circa un miliardo di franchi da parte della Confederazione. È questo uno dei motivi al quale si sono riferiti i promotori del referendum, che ha poi ottenuto una ristretta maggioranza in sede di votazione popolare. Il partito socialista, a distanza di pochi giorni dal verdetto, aveva già pronto un progetto alternativo, che ora pone in discussione. Il PS si oppone alla deduzione degli interessi calcolatori sul capitale proprio, alla deducibi-

lità delle spese di ricerca in misura del 100% o perfino del 150%, ai privilegi per la proprietà intellettuale, in pratica i brevetti. Anche i dividendi da partecipazioni importanti andrebbero tassati almeno all’80% e la compensazione ai cantoni per le possibili perdite fiscali non dovrebbe raggiungere il miliardo di franchi. Intanto anche una dozzina di direttori cantonali delle finanze si sono chinati sulla problematica, in unione con rappresentanti delle città e dei co-

muni. Da questi colloqui sono scaturiti undici punti, nei quali è stato trovato un accordo di massima. Anche in questo caso vi sono prese di posizione ovvie o poco concrete, ma perlomeno si è deciso che il nuovo progetto dovrà essere orientato agli strumenti di politica fiscale già noti e sperimentati. In altri termini non si vogliono novità di rilievo e non è necessario cambiare completamente il precedente progetto. Sennonché il PS ha posto altre condizioni tra le quali spiccano un aumento dell’imposta sui dividendi e la soppressione dell’esenzione fiscale già in vigore per la restituzione di capitali agli azionisti. Il partito socialista chiede inoltre, quali misure accompagnatorie, un aumento degli assegni familiari e un aumento dei sussidi federali per la riduzione dei premi di cassa malati. Chiede inoltre di versare una compensazione soltanto a quei cantoni che superano un determinato limite nella tassazione cantonale dei dividendi. Ueli Maurer ha sorpreso il pubblico presente a una conferenza a Zurigo, dicendo che la nuova riforma della fiscalità delle imprese potrebbe essere accompagnata da un aumento delle indennità per figli. Affermazione che ha subito suscitato irritazione negli ambienti politici non di sinistra, che hanno sempre voluto separare i due temi. Tanto più quando si tenta di trovare un

accordo distribuendo soldi a innaffiatoio. Il minimo previsto dalla Confederazione per questi assegni è oggi di 200 franchi per figli e 250 franchi per figli in formazione. Già la metà dei cantoni supera però questi minimi. I cantoni di Ginevra e BasileaCittà avevano ventilato questa possibilità nella legge d’applicazione della riforma caduta, mentre Vaud l’ha utilizzata con successo per un progetto fiscale cantonale. Non è però detto che in Parlamento questa strategia possa trovare una maggioranza. Finora i rappresentanti dei cantoni e delle città si sono espressi su alcune proposte che potrebbero essere accettate. In particolare la deduzione di interessi calcolatori sul capitale proprio; i privilegi fiscali per i brevetti, la deduzione di spese per ricerca e sviluppo per un massimo del 120% (invece del 150%); un massimo dell’80% di tutte le deduzioni previste; un massimo del 30% di deduzione sulle partecipazioni importanti (oggi 30% per la Confederazione, 50% per i cantoni). Per i partiti di centro-destra e le organizzazioni economiche questo pacchetto potrebbe creare qualche scontento, ma globalmente potrebbe essere accettato. Per la sinistra però la sola compensazione mediante gli assegni per i figli non sarebbe sufficiente. Come dire che l’auspicato consenso è ancora lontano. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Strategia energetica 2050, una scelta necessaria?

Votazione federale 21 maggio Nelle intenzioni dei fautori, permetterà alla Svizzera di ridurre i consumi,

aumentare l’efficienza e promuovere le energie rinnovabili, secondo gli oppositori non raggiungerà gli obiettivi e per contro peserà eccessivamente sui contribuenti Alessandro Carli Nessuno è in grado di prevedere se la nuova strategia energetica 2050, che sancisce l’abbandono del nucleare, darà veramente i frutti sperati, o almeno una parte di essi. Le buone intenzioni licenziate lo scorso settembre dal Parlamento e sostenute a spada tratta dalla presidente della Confederazione e ministra dell’energia Doris Leuthard permetteranno veramente alla Svizzera di ridurre i consumi, aumentare l’efficienza energetica e promuovere le energie rinnovabili? Ovviamente, la revisione totale della legge sull’energia, in votazione federale il 21 maggio prossimo, non può fornire certezze. È combattuta per via referendaria da un comitato apartitico, guidato dall’UDC con il sostegno di una parte dell’economia. I fautori del referendum parlano di legge disastrosa e fanno leva sul fardello finanziario che incomberebbe sulle famiglie e sull’economia. Stando ai sondaggi, la legge dovrebbe superare lo scoglio delle urne, con il 56% di favorevoli, il 42% di contrari e il 2% di indecisi. I fautori contestano questi spauracchi e sottolineano gli investimenti e la crescita dei posti di lavoro legati all’incremento delle energie rinnovabili, a vantaggio della popolazione e dell’economia. La Strategia energetica 2050, che si prefigge di imprimere un cambiamento verso una Svizzera senza atomo, sarà attuata progressivamente. A questo scopo il Parlamento ha approvato un primo pacchetto di misure inteso appunto a ridurre il consumo di energia, aumentare l’efficienza energetica e aumentare la quota delle energie rinnovabili indigene, come quelle idrica, solare, eolica, geotermica e da biomassa. Entro il 2035, ogni Svizzero sarà chiamato a ridurre il proprio consumo di energia annuale, per raggiungere una diminuzione del 43% rispetto al 2000. Il consumo medio annuo procapite di elettricità dovrà calare del 3% entro il 2020 e del 13% entro il 2035.

Per ottenere un risparmio energetico del 43%, il consumo medio annuo pro-capite di elettricità dovrà calare del 3% entro il 2020 e del 13% entro il 2035 Le automobili e gli edifici dovranno consumare ancora meno energia. Le prescrizioni relative alle emissioni di CO2 delle automobili nuove saranno inasprite ed estese. Dal 2021, le emissioni medie calcolate sull’insieme del parco automobili nuove non potranno superare i 95 g di CO2/km per veicolo, valore inferiore di circa ¼ rispetto a quello attuale (130 g di CO2/km). A proposito di CO2, va ricordato che, entro la fine dell’anno, il Consiglio federale dovrebbe trasmettere alle Camere una revisione della legge, che rientra nella strategia energetica, per aumentare la tassa CO2 da 120 a 240 franchi. Obiettivo: dimezzare entro il 2039, rispetto al livello del 1990, le emissioni di gas a effetto serra. In procedura di consultazione, il progetto è però stato travolto da una marea di critiche: la destra teme per l’economia; la sinistra e i verdi liberali sono convinti che il progetto non consente di raggiungere gli obiettivi.

La diga del Grimsel, nel canton Berna: l’energia idrica resterà anche in futuro la più importante fra le energie rinnovabili. (Keytone)

Attraverso prescrizioni tecniche, anche il consumo di energia degli apparecchi elettrici, segnatamente degli elettrodomestici, dev’essere ulteriormente ridotto. Il «Programma Edifici», avviato nel 2010 e la cui conclusione è prevista nel 2019, sarà prolungato. Chi prevede risanamenti energetici nel proprio edificio, può continuare a chiedere un sostegno finanziario. L’importo destinato al risanamento energetico degli edifici salirà da 300 a 450 milioni di franchi. Grazie alla legge sull’energia verranno inoltre ampliate le possibilità di deduzione fiscale. Per la verità, gli sforzi di risparmio chiesti alla popolazione non sono nuovi. Stando all’Ufficio federale dell’energia (UFEN), dal 2000 il consumo individuale di energia è già diminuito del 14,5%. Il che non è poco. Occorre quindi chiedersi se sia opportuno introdurre nuovi sacrifici e con quali vantaggi concreti, quando a livello ambientale si assiste sovente a un inquinamento incontrollato e in gran parte importato. Questo per quanto riguarda il risparmio. La dettagliata e voluminosa strategia energetica in votazione, invita i cittadini a rafforzare le energie rinnovabili. Per la produzione di elettricità generata a partire da queste energie, esclusa la forza idrica, la strategia prevede un incremento che consenta di raggiungere una produzione indigena media di almeno 4400 GWh nel 2020 e di almeno 11’400 GWh nel 2035, contro i 3000 GWh attuali. Per la produzione di elettricità partendo dalla forza idrica si vorrebbe raggiungere una produzione indigena media di almeno 37’400 GWh nel 2035. Annualmente, vengono utilizzati in Svizzera circa 60’000 GWh, di cui 25’000 sono prodotti dal nucleare e la parte restante quasi tutta dalla forza idrica. Il finanziamento delle energie rinnovabili avviene tramite il supplemento rete, portato dagli attuali 1,5 a 2,3 centesimi per chilowattora. Questa mi-

sura genera entrate supplementari pari a circa 480 milioni di franchi all’anno, per complessivi 1,38 miliardi. Un quarto degli introiti supplementari, ossia 120 milioni, è destinato alle grandi centrali idroelettriche esistenti. L’aiuto all’immissione di corrente verde nella rete sarà sostituito da un sistema di tariffe di rimunerazione che prevede la loro riduzione periodica per allineare le energie rinnovabili al mercato. I gestori di impianti a partire da una certa grandezza dovranno commercializzare essi stessi la loro energia elettrica, il che li incentiverà a immettere elettricità quando la domanda sarà elevata. Le grandi centrali idroelettriche beneficeranno di un sostegno temporaneo perché, a causa dei bassi prezzi di mercato, la loro produzione di energia non riesce più a coprire i costi. La consigliera federale Doris Leuthard sottolinea la necessità di favorire la produzione di energia indigena, ma senza la costruzione di nuove centrali nucleari. Con la strategia proposta – sostiene – sarà possibile ridurre la dipendenza dall’estero e incoraggiare la creazione di posti di lavoro in Svizzera. La Confederazione importa energia per 13 miliardi di franchi all’anno. Secondo l’Amministrazione federale, con l’aumento del supplemento rete, un’economia domestica composta di quattro persone, rispetto a oggi, pagherà circa 40 franchi in più all’anno. Un importo «sopportabile», secondo Doris Leuthard; una «fregatura» per l’UDC e una forte minoranza del PLR. Secondo gli oppositori, l’attuazione della Strategia energetica 2050 comporta costi eccessivi, aumenta la burocrazia e i divieti, mette a repentaglio l’approvvigionamento energetico e deturpa il paesaggio. Essi non esitano a parlare di una fattura finale di 3200 franchi annui per una famiglia di quattro persone. Insomma, oltre a pagare di più, ognuno di noi dovrebbe nel contempo dimezzare o quasi il consumo energetico. Per i fautori del referendum, ener-

gia 2050 equivale a un «salto nel buio». I risparmi colpiranno la popolazione ogni giorno sotto forma di sempre nuovi divieti e restrizioni statali. Le nuove prescrizioni costringeranno il cittadino e l’imprenditore ad acquistare nuovi costosi apparecchi, installazioni e impianti. Secondo le intenzioni del Governo, i riscaldamenti a nafta dovrebbero essere vietati dal 2029. Viaggiare in auto costerà molto di più. Diversamente dai fautori, gli oppositori sostengono che i posti di lavoro non cresceranno, ma saranno minacciati dalla minore disponibilità finanziaria delle famiglie. La strategia energetica 2050 è la conseguenza dell’incidente al reattore nucleare di Fukushima, provocato dallo tsunami che, il 3 marzo 2011, travolse le coste giapponesi, provocando 18’000 morti e 160’000 sfollati. Qualche tempo dopo, la Svizzera decise di abbandonare il nucleare: le centrali esistenti potranno restare in esercizio fintanto che soddisfano le norme di sicurezza. Una volta spente, non potranno più essere sostituite. Occorrono dunque alternative. Ma come ovviare all’elettricità che verrà a mancare, soprattutto se si considera che la digitalizzazione, l’automatizzazione e la mobilità elettrica esigono ulteriore elettricità e che l’industria non può marciare necessariamente con l’energia eolica o con quella solare? Gli oppositori sottolineano che la strategia messa a punto da governo e parlamento, dopo 5 anni di discussioni, non ha saputo rispondere a questa domanda. In realtà – a loro modo di vedere – il progetto è di fatto una strategia per l’importazione. Non ha però senso, non solo dal profilo ecologico, spegnere le nostre centrali, per poi importare elettricità di origine nucleare o fossile. Sebbene la Svizzera già importi energia nel periodo invernale, tra 10 anni la situazione potrebbe cambiare, dato che Francia e Germania potrebbero trovarsi a loro volta in una situazione di carenza. Gli oppositori osservano che l’apporto delle fonti rinnovabili, anche

se agevolato, non colmerebbe questa lacuna, in quanto l’elettricità ottenuta in questo modo non può essere conservata e immagazzinata per l’inverno. I giovani di varie formazioni politiche si chiedono provocatoriamente: andare avanti con un sistema energetico arcaico, oppure avanzare verso un paesaggio energetico progressista? Per il Consiglio federale, al di là di quanto è avvenuto sei anni fa in Giappone, il ripensamento delle soluzioni energetiche per il nostro Paese è anche una risposta ai cambiamenti dettati dalla caduta dei prezzi dell’elettricità. In questo ordine di idee, l’azienda fornitrice di elettricità BKW di Berna ha annunciato la chiusura della centrale nucleare di Mühleberg per il 2019, appunto per motivi di rendimento. Il progetto divide il mondo economico: l’organizzazione mantello, economiesuisse, non ha voluto dare una raccomandazione di voto. Swissmem (industria metalmeccanica ed elettrica), swissmechanic, scienceindustrie e Gastrosuisse ritengono che la strategia non dica chiaramente come si possa giungere alla riduzione del consumo di elettricità, il cui approvvigionamento sarebbe minacciato nel 2030. Gli oppositori criticano anche l’«inutile e costoso meccanismo di sovvenzioni, che provoca un innalzamento dei prezzi legati all’elettricità per imprese e cittadini privati». Per loro, un minor consumo energetico pro capite del 43% entro il 2035, rispetto al livello del 2000, è irrealistico. Secondo la consigliera federale Doris Leuthard, la nuova legge sull’energia rafforza invece la Svizzera perché, grazie agli incentivi, ai minori consumi e alle minori quote d’importazione di combustibili fossili, sarà possibile ridurre la dipendenza del nostro paese dall’estero (per gli oppositori, invece, aumenta) e proteggere il clima. Sicuramente un lodevole obiettivo, sempre che la strategia proposta dia frutti e che il popolo sia disposto a compiere nuovi sacrifici.


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi BSI, una stampella per EFG-International di 1,3 miliardi di franchi), si sosteneva che l’acquisto fosse stato fatto, da un lato, perché la BSI era in vendita e, dall’altro, perché riunendo le due

Keystone

È passato un anno da quando la piazza bancaria ticinese ricevette la notizia-shock stando alla quale la BSI doveva entro un anno scomparire dal mercato per le operazioni illegali compiute dalla sua filiale di Singapore. Se ricerchiamo oggi, in internet, sotto la voce BSI troviamo l’invito a connetterci con EFG, la banca che l’ha rilevata, e, se no, una notizia giornalistica del mese di marzo che annunciava i primi licenziamenti per il mese di maggio. Se non dal mercato – i suoi prodotti continuano infatti ad essere contrattati in borsa – la BSI sembra stia scomparendo dall’attualità economica. I riflettori sono ora invece puntati sulla EFG-International, la banca che l’ha comprata. Quello che i commentatori stanno discutendo è la ragione per la quale la EFG-International ha effettuato questa operazione. Alla fine del 2016, al momento in cui si conclusero le prime trattative (allora, ricordiamo, il prezzo di acquisto era

banche si raddoppiava praticamente la dimensione dell’istituto creando una banca che avrebbe occupato il quinto posto tra le banche private del nostro paese. L’aumentata dimensione andava considerata come un fattore positivo per il futuro del nuovo istituto, in un settore dove la legge della concentrazione è imperante. Dopo di che giunse la decisione della FINMA che fece apparire l’acquisto della BSI da parte della EFG-International come una vera e propria ancora di salvezza per l’istituto ticinese. Tanto difficile era diventata la situazione che la EFG-International ebbe partita facile nel chiedere una diminuzione del prezzo di acquisto portandolo da 1,3 a 1 miliardo. Nel marzo di quest’anno la banca zurighese domandò addirittura di ridurre il prezzo a 800 milioni. Vada come vada, si saranno detti i proprietari della BSI, cerchiamo di salvare il salvabile. Dall’altra parte, l’operazione di acquisto continuava

ad essere giustificata con l’argomento della dimensione da aumentare, in un mercato sempre più concorrenziale. Ora però che l’operazione è praticamente compiuta – anche se le conseguenze in termini di riduzione dell’impiego ancora non si vedono – sta emergendo una nuova interpretazione. In un articolo che il «Tages Anzeiger» ha pubblicato il giorno prima della recente assemblea generale di EFG-International si sosteneva che la banca zurighese avesse acquistato la BSI non tanto per migliorare la sua posizione competitiva quanto per assestare il suo bilancio. Stando a questo articolo, prima dell’acquisto della banca ticinese, i due terzi del capitale proprio di EFGInternational erano rappresentati da polizze di assicurazione americane dal valore discutibile. Dopo l’integrazione di BSI queste polizze a rischio non rappresentano più che il 40 del capitale proprio dell’istituto. Sembre-

rebbe quindi che l’acquisto di BSI sia stato fatto non tanto per migliorare le prospettive di sviluppo nel lungo termine degli affari della nuova banca, quanto e soprattutto per aiutare la EFG-International a ridurre il rischio che pesava sul suo bilancio. Insomma la stampella per sostenere il nuovo istituto non è stata messa a disposizione da EFG-International, ma dalla BSI. Stando a un comunicato della banca zurighese, gli azionisti presenti all’assemblea generale hanno approvato i conti per il 2016 e la relazione annuale. Lo avranno fatto anche con maggiore convincimento sapendo che gli attivi che serviranno alla loro banca per ridurre i rischi legati alla valutazione delle polizze di assicurazione americane che ancora figurano nel suo portafoglio sono, per finire, costati molto meno di quanto inizialmente si pensava si dovesse sborsare per ottenerli. A fare il sacrificio sono stati gli azionisti di BSI.

mesi all’inizio degli anni Novanta, dei tre fratelli soltanto lei rimase in contatto e vicino al padre. I giornalisti la assediavano, la madre trascorreva il tempo dall’analista, e Ivanka trovava il tempo per passare a salutare il padre, per andare via con lui, per coltivare il loro rapporto, e provare intanto a ritagliarsi un ruolo tutto suo, anche se con quel cognome non le è mai stato del tutto possibile. Modella e imprenditrice, sempre nel nome di Trump, Ivanka ha iniziato la sua attività pro donne andando al lavoro a un mese dal parto, e pretendendo che quella fosse la regola per tutti: non so cosa sia il congedo maternità, disse a una dipendente che naturalmente non ha perso occasione per ricordarlo anche di recente. Poi la vita newyorkese, la famiglia, i molti contatti bipartisan, anzi liberalissimi, hanno modificato priorità e ambizioni, hanno fatto diventare le battaglie femminili il cuore del trumpismo

formato «first daughter», così oggi quella ragazza che ha faticato molto per restare in piedi di fianco a un padre così dirompente si è ritrovata con il compito più importante, e difficile: tenere in piedi papà. Lei e il suo potente marito Jared Kushner, che si è buttato sulla politica estera vedendo lacune enormi nello staff del suocero, vengono chiamati, non senza disprezzo, i «newyorchesi» dall’ala più destrorsa e populista della Casa Bianca. Sono loro che introducono elementi di politicamente corretto nel caos scorrettissimo del trumpismo; sono loro che tracciano linee rosse che Trump rispetta – quella contro Assad e l’utilizzo delle armi chimiche contro il popolo siriano per esempio: Ivanka ha visto le foto dei bambini con la schiuma alla bocca, ha telefonato all’ambasciatrice all’Onu Haley, ha chiesto «che cosa si può fare?» e poi è andata dal padre; sono loro che cercano di rendere presidenziabile un uomo

tutto istinto e reazioni improvvise. La linea di frattura passa di fianco a Ivanka, che fa finta di ignorarla perché non ne può più dei racconti sulla litigiosità di questa Casa Bianca, vorrebbe che si dicesse tutto il contrario, che c’è ragionevolezza e riflessione, che c’è molto di Ivanka dentro a Donald insomma. Ma la storia della figlia e del padre, fatta di grande amore e di grande rispetto, è ancora ferma agli aneddoti. Ivanka che diventa rossa di rabbia quando, durante la campagna elettorale, sente l’audio dei «commenti da spogliatoio» del padre, ed è l’unica volta in cui ha quasi pianto davanti a tutti – e ha ottenuto che il padre si scusasse, pubblicamente. E poi ancora Ivanka che non ha più tempo di farsi i massaggi perché è sempre di corsa, e tutta la rete ride e s’indigna per questa donna dai mille privilegi che sembra Maria Antonietta. Nell’era del trumpismo l’equilibrio ancora non si intravede.

rabbia, emozione che da secoli cattura le collere di cittadini che, a torto o a ragione, si ritengono socialmente e politicamente discriminati o esclusi. Il suo saggio Ira e tempo, quando apparve, venne essenzialmente letto come una critica alla globalizzazione. In realtà il filosofo tedesco stava scrutando – dalla parte delle radici, cioè dall’humus che avrebbe consentito al fenomeno di prendere corpo e di alimentarsi – anche i primi passi del populismo moderno, lo stesso che a fatica si cerca di analizzare e catalogare sperando di capire almeno da cosa viene causato e da dove arrivi. Secondo Sloterdijk nel corso degli eventi l’accumulo di rabbia è sempre stato catalizzato (e in qualche modo elaborato) da quelle che lui definisce le grandi banche del rancore e del risentimento: in passato la Chiesa e nel secolo scorso il comunismo. Dato che negli ultimi tempi entrambi questi grandi catalizzatori hanno però dovuto scendere a patti con la modernità

(la prima) e le regole di mercato (il secondo), le falangi della rabbia – dopo aver zigzagato fra no-global, primavere arabe e rivolte dei ghetti metropolitani – hanno indirizzato la protesta di chi si sente escluso socialmente e discriminato politicamente contro i privilegi delle varie caste burocratiche nelle società occidentali. Il populismo è così diventato un fenomeno «in fieri» un po’ ovunque in un Occidente dove tutti, dagli stessi populisti ai veteromarxisti, sollecitano o promettono antidoti da utilizzare per salvare la democrazia. Ma sono appelli e proclami sempre più logori e anche un po’ illogici, visto che quasi sempre sono rivolti solo ad attenuare i sintomi della crisi, e quindi difficilmente aiuteranno chi è arrabbiato, chi si sente escluso e non più rappresentato. I veri malati, le cause da curare, sono i partiti storici e i parlamenti irretiti dal «laissez faire» e sempre più reticenti a tornare ad assumere l’onere delle decisioni di fronte agli elettori.

Affari Esteri di Paola Peduzzi L’ala newyorkese del trumpismo Ivanka Trump sta leggendo una biografia di Eleonor Roosevelt: è questa mitica first lady il modello di donna alla Casa Bianca cui vorrebbe rifarsi, lei che non è moglie ma è figlia, lei che ha cercato tutta la vita di costruirsi una carriera a sé, Trump sì, ma soprattutto Ivanka, e che ora ha deciso di gettarsi nell’impresa più difficile che c’è: tenere a bada il papà, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Sto imparando, sto imparando», ripete Ivanka con quel suo sorriso dietro cui nasconde timori e aspettative, mentre la scorsa settimana è uscito il suo ultimo libro, Women at work, ed è già polemica su questa donna ricca e bella che chissà cosa saprà mai delle donne che lavorano. Il ruolo delle donne, il congedo di maternità, la parità dei salari sono il mantra con cui Ivanka è entrata alla Casa Bianca ed è già conosciuta al Congresso – ironia della sorte: assomiglia tanto a Hillary, quando parla – ma ora il suo mandato è sempre

più ampio, ha un ufficio tutto suo di fianco al padre, interviene, organizza incontri con cadenza precisa assieme ai ministri dell’Amministrazione, e quando vuole parlare con il padre dice: «Lasciateci soli dieci minuti». È in quelle piccole conversazioni famigliari che succedono molte cose, si racconta, è lì che Ivanka si lascia andare anche alle emozioni, leva la maschera dell’imperturbabilità, ed è solo una figlia che dà un consiglio a un padre. Se non fosse che questi primi cento giorni trumpiani sono stati una montagna russa permanente, su e giù per le strade del protezionismo, dell’interventismo, del disfattismo, del populismo, avanti e indietro, con clamorose fratture e altrettanto clamorose batoste, la storia del padre e della figlia sarebbe bella da decifrare, e raccontare. I due sono legatissimi da sempre: quando Donald divorziò dalla mamma Ivana, nel divorzio bling bling che tenne banco sui tabloid per

Zig-Zag di Ovidio Biffi Il populismo dalla parte delle radici Una delle migliori definizioni di «populismo è quella che lo storico Marco Revelli ha voluto in copertina del suo saggio intitolato Populismo 2.0 e pubblicato di recente da Einaudi: «Il populismo si manifesta quando un popolo non si sente rappresentato. È “malattia infantile” della democrazia quando i tempi della politica non sono ancora maturi. È “malattia senile” della democrazia quando i tempi della democrazia sembrano essere finiti. Come ora, qui, non solo in Italia». Normale che il vocabolo risulti adatto come coperchio per una pentola in cui è possibile trovare «dalle suffragette inglesi dell’età vittoriana agli elettori machisti di Donald Trump nell’epoca del declino americano, dai costruttori di muri ungheresi al comando di Viktor Orbán ai ricercatori di nuove vie per l’Europa», come ricorda Revelli nel saggio citato. E forse è proprio questo «mishmash» a mantenere sempre un po’ confuse origini, cause e sintomi, consentendo al populismo di

attecchire non solo a destra ma anche a sinistra, tanto che c’è già chi sostiene che «solo il populismo di sinistra potrà salvare la democrazia»... Rivendicazione non del tutto campata in aria, visto che il populismo si manifestò dapprima in Russia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo come una sorta di socialismo rurale, per poi iniziare a mutare pelle diventando una sorta di araba fenice della politica. Comunque a distanza di tanti anni qualche continuità la conserva: mentre agli albori si contrapponeva al burocratismo zarista, oggi il populismo, oltre alla burocrazia, ha come nemico i partiti e i governi che accentrando il potere dimenticano le periferie e la gente; parimenti, così come cento anni fa combatteva l’industrialismo occidentale, oggi, pur tenendo sempre sotto tiro il capitalismo, vuole porre fine anche alla globalizzazione, considerata dai populisti la madre di tutti gli accentramenti. Cercando di capire meglio cause ed

effetti di questo fenomeno il quotidiano «Il Foglio» di recente è arrivato a sostenere che il populismo del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo sia stato originato da una serie di articoli, pubblicati da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo sul «Corriere della Sera» e poi diventati un libro: La casta. A distanza di dieci anni ad alimentare la trasversalità del M5s di Grillo ci pensano «la “casta bianca” degli scandali della malasanità e la “casta rossa” delle malefatte della sinistra, la casta delle regioni e quella delle province, la “casta della monnezza” e la “casta del vino”. La “santa casta” della Chiesa e la laica casta dei radical chic». Quest’ultimo accostamento (Chiesa – radical chic) riconduce a un altro testo che esamina in modo ancor più rigoroso quella che può essere considerata la fonte primaria dei populismi. L’ha individuata una decina di anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk (già ospite al simposio del Monte Verità) tracciando la storia politica della


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Cultura e Spettacoli Morboso fascino Il rapporto di Jheronimus Bosch e la città di Venezia ora in mostra a Palazzo Ducale

Quella lettera a Gigliola Il documentarista ticinese Olmo Cerri ricostruisce un pezzo di storia dell’emigrazione partendo da alcune lettere inviate alla cantante italiana Gigliola Cinquetti

Il talento di Lamar Damn., il nuovo lavoro del rapper Kendrick Lamar piace a pubblico e critica

Un ticinese nella Riserva Fulvio Bernasconi ci racconta come è nato il suo ultimo film Miséricorde pagina 45

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Craigie Horsfield, Above the Bay of Naples from Via Partenope, Napoli, settembre 2008. Arazzo: lana, cotone, seta, filato sintetico, cm 500×950.

Se il presente è per sempre Mostre Al MASI di Lugano un’esposizione dedicata all’artista inglese Craigie Horsfield Alessia Brughera Cumuli di frammenti di acciaio e agglomerati di calcinacci ovunque, sullo sfondo la martoriata facciata delle torri del World Trade Center, sulla destra il profilo appena leggibile di una gru avvolta dal fumo e in mezzo una trave sbilenca da cui pende una minuscola bandiera americana: è lo scenario di caos e devastazione di Ground Zero, luogo simbolo del terrore generato dall’uomo, così come ci appare sull’enorme arazzo che ci accoglie all’inizio del percorso della mostra di Craigie Horsfield, allestita nelle sale del Museo d’arte della Svizzera italiana a Lugano. L’opera, intitolata Broadway, 14th, 18 minutes after Dusk. New York, September 2001, del 2012, sembra assorbirci, quasi intrappolarci, in questo spazio disastrato, oscuro e caliginoso, immortalato dall’artista inglese poco dopo il tragico attacco che ha segnato in maniera indelebile le nostre esistenze. È un lavoro, questo, che ci racconta molto delle peculiarità dello stile di Horsfield, prima fra tutte la sua capacità di creare un’estetica dell’espressione che trasmetta il senso vero delle cose e che sappia suscitare empatia, favorendo un

coinvolgimento fisico e mentale nel soggetto rappresentato. Il maestoso arazzo ci rivela anche l’attitudine dell’artista a indagare la realtà attraverso un approccio interdisciplinare che attenua i confini fra le diverse pratiche artistiche e che utilizza l’immagine fotografica come punto di partenza per la realizzazione di opere con le tecniche più disparate. Sebbene non sia facile ordinare la produzione di Horsfield sul piano cronologico, possiamo individuare un filo rosso che la attraversa fin dagli esordi negli anni Settanta, ovvero la ricerca sulla natura stessa del medium fotografico quale strumento privilegiato per innescare riflessioni sull’uomo e sulla società. Non per niente uno dei concetti fondamentali attorno a cui l’artista ha strutturato la sua indagine è quello di relazione, ora puntando sulla dimensione umana dei suoi temi, così da creare un legame tra gli individui, ora rafforzando il nesso che intercorre tra l’opera e il suo spettatore, un rapporto ogni volta unico e irripetibile che vive in uno spazio narrativo fatto di raccoglimento e di introspezione. E poi c’è il tempo. Un tempo che sembra espandersi fino a racchiudere

insieme passato, presente e futuro. «Un presente profondo», lo definisce lo stesso Horsfield, che conferisce all’immagine un valore di «lunga durata», un ritmo lento e ineffabile che pare trattenuto e che trova nelle attente inquadrature, nel rigore compositivo e nell’impianto spesso imponente la via per allontanarsi dal contingente e assumere un valore di universalità. Un’opera che testimonia bene questo concetto è un altro grande arazzo esposto in mostra, raffigurante una veduta notturna del Golfo di Napoli: sotto un cielo solcato da fitti nuvoloni compaiono alcune imbarcazioni e un piccolo ma vivido fuoco al centro della scena, a creare una visione enigmatica e spiazzante che catapulta quel brano di vita in un tempo sospeso. I lavori di Horsfield vanno oltre il racconto della storia, oltre l’avvenimento o il luogo in sé. L’intenzione dell’artista è spesso volta, soprattutto a partire dagli anni Novanta, a stabilire una vicinanza con l’ambiente e le persone al fine di esplorare a fondo le loro specificità. Interessanti in questo senso sono le opere dedicate a El Hierro, una piccola isola vulcanica appartenente all’arcipelago delle

Canarie che si trova sperduta nell’Atlantico. Affascinato dal suo paesaggio desolato e ostile, Horsfield ha vissuto in questo territorio per qualche anno entrando in contatto con l’esigua popolazione che lo abita. Oltre a un film dal titolo El Hierro Conversation, presentato alla rassegna internazionale documenta 11 di Kassel nel 2002, da questa esperienza sono nate stampe di una struggente bellezza eseguite con la tecnica dry print, che sanno restituire l’aspetto selvaggio del posto e insieme evocarne la natura primordiale e inquietante. Il bisogno di scavare le intenzioni e i comportamenti umani per capire cosa ne pungola le azioni è anche alla base del grande affresco che raffigura l’affollata processione di Nola, in provincia di Napoli: qui appaiono in primo piano i volti contriti dal dolore degli uomini che hanno caricato sulla propria schiena pesantissime torri di legno per portarle in giro per tutta la città. È un’opera che avvince, che coinvolge fisicamente, dandoci l’impressione di essere trascinati in mezzo a quella gente fiera e al contempo disperata. Sfilano poi in mostra le bellissime nature morte in cui fiori, pesci, visce-

re animali, ortaggi e frutti fotografati dall’artista vengono riprodotti su tavole lignee preparate con cera e gesso. Un procedimento, questo, che conferisce ai lavori un aspetto antico, avvicinandoli per composizione e trattamento della luce alla pittura del Seicento, testimonianza di quanto per Horsfield sia importante il confronto con l’arte del passato. E ancora i numerosi ritratti, una serie di inediti realizzati dall’artista per l’esposizione luganese, in cui ritornano i concetti di creazione condivisa tra soggetto e spettatore, di opera che diviene relazione e narrazione, di tempo infinito che si fa storia. E di quell’andare oltre l’immagine per capire «quant’è sottile a volte l’epidermide del presente, tesa e quasi trasparente» e per scoprire «sotto di essa l’oscurità turbolenta. Correnti sotterranee che si muovono a un altro ritmo». Dove e quando

Craigie Horsfield. Of the Deep Present. Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. Fino al 2 luglio 2017. Orari: ma-do 10.00 - 18.00; giovedì aperto fino alle 22.00; lunedì chiuso. www.masilugano.ch


Preparazione 1. Lavare i peperoni, tagliarli a metà e rimuovere i semi. Metterli su una griglia calda (in alternativa usare una padella o il forno riscaldato a temperatura da griglia) dal lato della pelle, coprire con la pellicola d’alluminio e cuocere a fuoco lento per circa 5 minuti. Girarli econtinuare a cuocere a fuoco lento fino a che i peperoni sono leggermente arrostiti. Lasciarli raffreddare e poi tagliarli a strisce. 2. Nel frattempo spennellare le fette di pane con l’olio di oliva e poi tostarle su entrambi i lati. 3. Spalmare il pane tostato con Philadelphia e ricoprire con i peperoni grigliati. Cospargere con il pepe in polvere e il timo. Buon appetito! Per porzione: ca. 880 kJ/210 kcal, E 7 g, F 9 g, KH 26 g

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Porzioni: 4 I Tempo di preparazione: 25 minuti I Tempo di cottura: 20 minuti 3 peperoni piccoli (rosso, giallo e arancione) 4 fette di pane 2 cucchiai di olio oliva 120 g di Philadelphia ai peperoni grigliati

75 g di insalata verde (mista) alcune foglie di timo pepe nero pellicola d’alluminio

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Cultura e Spettacoli

Le passioni del cardinal Grimani Mostre È a questo personaggio del ’500 e alla sua intelligente curiosità che Venezia

deve la sua importante collezione di opere del celebre artista olandese Jheronimus Bosch

Ada Cattaneo Sebbene Jheronimus Bosch (14531516) sia un artista che ha avuto grande ascendente sulle generazioni di pittori che gli fecero seguito e i suoi dipinti, intessuti di suggestioni oniriche, abbiano saputo impressionare il pubblico in ogni epoca, le sue opere riconosciute all’unanimità come autografe sono soltanto venticinque. Esse ebbero grande circolazione attraverso l’Europa, sin dalla fine del XV secolo. Per chi desidera ammirare la produzione del pittore olandese, otto di esse si trovano in Spagna – qui egli era noto come «El Bosco» – dove, prima, Filippo il Bello e, in seguito, Filippo II ne furono entusiasti collezionisti. Mentre il secondo nucleo maggiore è nei musei di Venezia, dove un’ulteriore occasione di scoperta è offerta in questi giorni e fino al 4 giugno dalla mostra Jheronimus Bosch e Venezia. Qui sono tre le opere – due trittici e una serie di quattro dipinti su tavola – che danno lo spunto per una mostra «narrativa», cioè improntata a ricostruire le vicende che determinarono l’arrivo e la fortuna di questi capolavori nella città lagunare. A Bernard Aikema, storico dell’arte e curatore dell’esposizione, abbiamo chiesto chi fu il personaggio che volle a Venezia le opere di Bosch: «Sappiamo da Marcantonio Michiel, forse il primo critico d’arte italiano, che nel 1521 il cardinale veneziano Domenico Grimani aveva nella sua collezione tre opere di Jheronimus Bosch, raffiguranti “sogni, incendi e mostriciattoli”. Figura poliedrica, Grimani era un raffinato collezionista e un umanista, con un dottorato ottenuto all’Università di Padova. Aveva un interesse diffuso che spaziava dal classicismo monumentale di Tiziano e Raffaello, fino all’esatto contrario, cioè all’anticlassicismo di Bosch. Alla sua morte nel 1523 egli lasciò tutte le sue raccolte alla Serenissima Repubblica Veneziana, compresi i dipinti di Bosch

Jheronimus Bosch, Trittico dei santi Eremiti, 1493 ca. (© Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia)

che rimasero dimenticati e nascosti in casse nei depositi di Palazzo Ducale fino alla metà del Seicento. Egli era anche appassionato di cultura ebraica: possedeva, per esempio, la biblioteca già appartenuta a Pico della Mirandola, una delle più importanti raccolte costituite nel secondo Quattrocento per quanto riguarda la scienza talmudica e la Cabala». Qui compare il secondo personaggio chiave della vicenda: «Sì, il fiammingo Daniel van Bomberghen: egli fu fra i primissimi – se non il primo – editore di libri ebraici a Venezia ed era anche un mercante a livello internazionale di dipinti. I documenti che abbiamo reperito ci dicono che fu lui a mandare un suo associé nella bottega di Bosch, dopo la sua morte. Qui furono trovate alcune opere invendute che il socio di Bomberghen si premurò di “aggiustare” secondo il gusto del collezionista veneziano: furono occultati elementi troppo fiamminghi, aggiungendo invece figure caricaturali “alla Bosch”. Le

opere venivano così adattate al gusto del cardinal Grimani, che avrebbe acquisito queste tre opere, destinate così ad arrivare a Venezia. Bosch operava come un pittore religioso. La sua cultura e quella dei suoi committenti era in gran parte basata sulle aspettative spirituali dell’epoca, determinate fortemente dalla dialettica fra bene e male così come era stata delineata da Sant’Agostino. Ma ciò che interessava Grimani non erano tanto questi concetti, che pure egli senza dubbio conosceva, quanto piuttosto le modalità inedite trovate da Bosch per esprimerli». Le opere veneziane di Bosch vengono oggi presentate al pubblico nella loro versione originale, così come l’artista olandese le concepì, a seguito del restauro avvenuto nell’ambito del Bosch Research and Conservation Project, un programma che a partire dal 2010 ha riunito studiosi e restauratori internazionali (portando anche alla compilazione del nuovo catalogo ragionato dell’autore) ed è ripercorso dal documentario

Jheronimus Bosch – Unto dal diavolo del 2015. Sempre Aikema spiega quale fu la fortuna di Bosch a Venezia: «Qui le opere di Bosch per cento anni non ebbero alcuna diffusione, essendo rimaste nei depositi di Palazzo Ducale. Esse non esercitarono quindi nessuna influenza sull’andamento dell’arte veneta e nord italiana. Fu invece un interesse per la figura di Bosch in quanto creatore di visioni oniriche e di scene infernali a farsi strada a metà Cinquecento grazie alla diffusione di stampe che presentavano motivi “alla Bosch”. Presentate in mostra, queste furono realizzate dai grandi autori del Cinquecento fiammingo, come Pieter Bruegel il Vecchio, che importarono queste stampe in Italia in grandissime quantità. Si tratta di un fatto poco noto, ma molto significativo. La figura di un artista non è infatti sempre da identificare con quello che ha realmente prodotto, ma spesso anche con quello che ne ricavano le generazioni successive». Bosch fu poi oggetto di un ulteriore revival veneziano, con cui la mostra si conclude: «Fra 1660 e 1670, per quanto possa apparire strano, nel secolo cioè del Barocco più teatrale e monumentale, lontano dal mondo convulso di Bosch, un pittore tedesco è autore di una nuova stagione fortunata dell’opera di Bosch a Venezia, basata proprio sulla riscoperta della collezione Grimani. Questo pittore, di nome Joseph Heintz, si rifà a questi esempi che ormai non rispondono più al gusto raffinato umanistico del Cinquecento, ma invece incontrano l’interesse seicentesco per lo spettacolo della meraviglia e dello stupore».

Il peggio dell’Umanità, con allegria In Scena Il Teatro

d’emergenza propone Cattiverie Giorgio Thoeni Luca Spadaro ha mano felice per la drammaturgia. Era però dal 2011, anno di Ulisse nascita di un eroe, che ci lasciava a bocca asciutta. Da poco ha fortunatamente aggiunto Cattiverie al repertorio del suo «Teatro d’emergenza». Con casuale similitudine al recente exploît di Marthaler che accarezza l’idea della morte del teatro. Se il regista di King Size lo lascia dedurre, la «cattiveria» di Spadaro non lascia dubbi sulla tesi, come in uno dei sornioni ammonimenti snocciolati in apertura e destinati al pubblico: «il teatro è morto ma questo non dà diritto al rimborso del biglietto». Cattiverie ha debuttato al Teatro Foce di Lugano e al Paravento di Locarno ma meriterebbe vita più lunga. Sia per l’originale struttura drammaturgica sia per la regia di una squadra di ottimi attori. Si tratta, citiamo, di «tre pezzi brevi per capire chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e per risolvere una volta per tutte i sempiterni problemi che attanagliano l’umanità: la povertà, la violenza dell’uomo e lo smaltimento delle vittime». In sostanza sono tre monologhi liberamente riscritti e tratti da Una modesta proposta di Jonathan Swift (1729), da L’assassinio come una delle belle arti di Thomas de Quincey (1827) e da Yossl Rakover si rivolge a Dio di Zvi Kolitz (1946). Come in un «varietà», fra siparietti e canzoni, ecco tre

Dove e quando

Jheronimus Bosch e Venezia, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, Venezia, Fino al 4 giugno 2017. Orari: 8.30-19.00. www.palazzoducale.visitmuve.it

Storie di orologi svizzeri e antichità cinesi Collezionismo Alla Fondazione Baur una mostra racconta di commercianti

e collezionisti d’arte

Marco Horat Tutto potrebbe iniziare da una dedica scritta a penna sulla prima pagina di un libro appartenuto ad Alfred Baur intitolato La montre chinoise: «Al signor A. Baur con i rispettosi omaggi da parte di un collaboratore. G. Loup. Ginevra, dicembre 1919». Un rapporto di affari e di stima reciproca poi divenuto un’amicizia tra il grande collezionista di arte orientale, essenzialmente cinese e giapponese, e colui che dal cuore dell’Impero di mezzo gli procurerà tanti piccoli tesori che oggi fanno parte delle prestigiose Collezioni Baur. Tra i due, che si erano incontrati a Pechino nell’unico viaggio in Asia compiuto da Baur e signora, si instaura una fitta corrispondenza che spazia su molti campi della vita quotidiana e sui fatti che li concernono in quanto uomini del loro tempo, che il collezionista svizzero classifica con meticolosità. Dall’altra parte c’è Gustave Loup, un commerciante altrettanto preciso che cataloga tutto quanto riguarda i suoi interessi e le sue attività, arricchendo i suoi dossier con notizie e commenti, ritagli di giornali e foto d’epoca; morirà nel 1961, dieci anni dopo lo stesso Alfred Baur; testimonianze venute alla luce recentemente presso un antiquario della città sul Lemano.

Messi uno accanto all’altro, i due straordinari documenti aiutano i ricercatori odierni a tracciare le vicende storiche di tanti preziosi oggetti giunti in Svizzera a cavallo tra il XIX e il XX secolo, che oggi possiamo ammirare in una mostra allestita nelle sale del museo ginevrino: ceramiche, porcellane, contenitori per il tabacco, cloisonnés, giade e pietre dure, tessuti e abiti di

Sposa mandarina, interno, pittura a guazzo su carta di riso, Dinastia Qing (1644-1911), 1851. (Marian Gérard, © Fondation Baur, Genève).

corte in seta pregiata, acquistati e selezionati da Baur secondo un gusto che si affina sempre più nel tempo. L’interesse a raccontare questa storia da parte dei responsabili delle Collezioni Baur sta in due considerazioni di fondo: la prima è che la vicenda Baur-Loup è simile a quella di altri imprenditori svizzeri partiti in cerca di fortuna in giro per il mondo battendo nuove strade: Alfred Baur, ad esempio, aveva avuto successo a Ceylon con il commercio del tè, mentre Gustave Loup, nato in Cina, era il discendente di una famiglia di orologiai emigrati dalla Val-de-Travers nel Canton Neuchâtel, che avevano sfruttato fin dalla metà dell’800 la passione dei nobili cinesi per i meccanismi sofisticati che venivano dall’Occidente e dalla Svizzera in particolare: orologi da tasca, a cucù, pendole, boîtes à musique, automi meccanici che un padre gesuita aveva fatto conoscere tempo prima all’Imperatore. Installatasi in Cina, la famiglia Loup aveva impiantato un’attività di importexport che toccava diversi settori del commercio internazionale. Erano tempi nei quali molti nostri compatrioti dovevano emigrare: chi per creare nuove attività industriali, professionali o commerciali, chi, più prosaicamente, alla ricerca di un lavoro che gli permettesse di sfuggire alla povertà casalinga.

In secondo luogo c’è il desiderio di dare spessore ai tesori della collezione, inserendoli in un contesto che permetta di considerarli non solo dal punto di vista estetico; in altre parole presentandoli come testimonianze di una vicenda storica che ha messo a confronto il nostro paese con l’allora lontano Impero di mezzo, dal punto di vista degli scambi umani, commerciali e culturali. Tempi non sempre facili quelli vissuti da questi pionieri, tra guerre coloniali (guerre dell’oppio a metà 800), sommosse (la Rivolta dei Boxer nel 1899), cambiamenti politici drastici come con la proclamazione della Repubblica popolare cinese nel 1949 e come sempre un’acerrima concorrenza tra nazioni occidentali e loro agenti per accaparrarsi fette più ampie di mercato. Merci, uomini e idee che comunque hanno viaggiato nei due sensi, dando vita, nel bene e nel male, a uno scambio tra Oriente e Occidente arricchente per entrambe le parti. Dove e quando

L’aventure chinoise, une famille suisse à la conquête du Céleste Empire. Ginevra, Fondation Baur, Musée des arts de l’Extrème-Orient. Fino al 2 luglio 2017. www.fondation-baur.ch

Massimiliano Zampetti, uno degli interpreti. (teatrodemergenza.com)

«sketches» cuciti con modalità differenti. La feroce provocazione satirica dell’autore di Gulliver per combattere la fame in Irlanda: macellare e mangiare i bambini. L’ironica apologia sulla perfezione dell’omicidio. L’apice dell’orrore disumano da una (finta) lettera ritrovata fra le rovine del ghetto di Varsavia: una preghiera blasfema rivolta a Dio dall’ultimo ebreo superstite prima di sacrificarsi in un disperato atto di resistenza. Oltre alla regia di Luca Spadaro, autore di uno spettacolo intelligentemente «politico», un deciso plauso va agli attori: Matteo Ippolito (alter-ego di Lenny Bruce inseguito da risate artificiali come in uno «stand-up» televisivo), Sebastiano Bòttari (minuzioso conferenziere «noir» in stile cechoviano), Massimiliano Zampetti (dispensatore di consigli e struggente controfigura sul finale) e Silvia Pietta (intensa e perfetta nel ruolo dell’attrice che studia la parte fino a trasfigurarsi nella tragedia). Bella presenza per il canto straniante di Valentina Londino. Chi se l’è perso vada al Teatro Libero di Milano il 17 e 18 giugno prossimi.


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Cultura e Spettacoli

Quella lettera, 50 anni dopo

Documentari Attraverso le numerose lettere di ammiratori scritte a Gigliola Cinquetti, in Non ho l’età

il regista ticinese Olmo Cerri racconta quattro storie di migrazione

Daniela Delmenico Carmela, don Gregorio, Lorella, Maria e Gabriella. Questi sono i nomi dei protagonisti del documentario di Olmo Cerri intitolato Non ho l’età, presentato in prima mondiale lo scorso 22 aprile al festival Visions du Réel di Nyon. Il documentario, prodotto da Amka Film, e coprodotto da RSI, REC e Tempesta, ripercorre le storie di emigrazione di queste persone, facendone rivivere le difficoltà, ma anche i successi. Il titolo del documentario rimanda però a un’altra protagonista, presente come sottofondo di tutto il film, la cantante veronese Gigliola Cinquetti che, nel 1964 divenne famosa vincendo il festival di Sanremo appunto con la canzone Non ho l’età. Abbiamo incontrato il regista, Olmo Cerri, che ci ha guidati in questo intreccio e ci ha raccontato le vicende che hanno portato alla realizzazione del documentario. «Gigliola Cinquetti», spiega il regista, «è stata il punto di partenza, la molla narrativa che ci ha permesso di raccontare queste storie. Il tutto infatti è nato da un dossier pubblicato sul sito dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia che parlava di un fondo di lettere, inviate alla Cinquetti dai fan negli anni 60 e 70, tra le quali ve n’erano molte scritte da persone che erano emigrate in Svizzera per lavorare. È partito tutto da lì».

Gigliola Cinquetti, sebbene dia lo slancio a tutto il film, è in fondo solo un pretesto per raccontare storie di emigrazione che vedono coinvolto il nostro Paese Lettere di migranti inviate a una cantante, una tipologia di documenti che ha da subito attirato la curiosità di Olmo Cerri e di Simona Casonato, cosceneggiatrice: «quattro anni or sono ci siamo recati per la prima volta a Trento, all’Archivio della scrittura popolare dove queste lettere sono conservate, e abbiamo cominciato le nostre ricerche. Tra le migliaia di scritti abbiamo selezionato quelli il cui materiale narrativo ci sembrava maggior-

Il documentario è stato presentato in prima mondiale a Visions du réel di Nyon. (youtube)

mente interessante in relazione alle vicende di emigrazione». Da quel momento in poi è partita una ricerca complessa, per tentare di rintracciare i mittenti: «siamo partiti dai pochi indizi presenti sulle lettere o sulle buste, come gli indirizzi dell’epoca o il luogo di lavoro, e abbiamo fatto centinaia di telefonate: ovviamente moltissime persone si erano trasferite, le donne spesso si erano sposate e avevano cambiato cognome, e ancora siamo incappati in casi di omonimia. Alla fine siamo riusciti a rintracciare cinque o sei persone, e tra queste abbiamo selezionato quattro storie, che sono quelle raccontate nel film». Quattro storie che hanno in comune l’immigrazione in Svizzera, ma che sono anche molto diverse tra di loro, e che permettono quindi di mostrare tutte le sfaccettature di questo fenomeno. Carmela, all’epoca in cui scrisse alla Cinquetti, era una ragazzina che aveva seguito, clandestinamente, i genitori in Svizzera. Ora, nonostante torni volentieri in Calabria, vive a Bienne, che considera ormai la sua casa: è il luogo in cui ha per molti anni

gestito la sua attività, dove sono nati, cresciuti e dove hanno studiato i suoi figli. Don Gregorio, che all’epoca della lettera studiava teologia a Coira, è invece tornato in Calabria. Ricorda però con affetto gli anni passati in Svizzera, anche se non è mancata qualche difficoltà, legata in particolare all’essere un prete straniero. L’integrazione, con un po’ di pazienza, è però arrivata, e ora, quando don Gregorio torna in Svizzera, i suoi ex parrocchiani lo accolgono con grande calore. Lorella racconta la storia dei suoi genitori, che, senza permesso, avevano dovuto lasciare Locarno, dove lavoravano, e andare a vivere a Piaggio Valmara, facendo, quotidianamente e per molti anni, i frontalieri. Infine il film ripercorre, attraverso la figlia Gabriella, la storia di Maria che all’epoca in cui scrisse a Gigliola Cinquetti si trovava a Glattbrugg ma desiderava tornare al paese, in provincia di Pavia e chiedeva alla Cinquetti un aiuto per aprire un’attività, ma che, una volta tornata in Italia con la famiglia, si era resa conto che il suo paese era ormai la Svizzera e così aveva deciso di ritornare.

Il documentario è quindi un viaggio, nel tempo ma anche nello spazio, e ripercorre i luoghi che hanno segnato le storie dei quattro protagonisti, e che permettono di risvegliare la memoria e di ritrovare parti del proprio passato. «La gioia di queste persone nel prendere tra le mani una lettera scritta oltre mezzo secolo fa, di cui si ricordavano perfettamente, mostra come questi scritti, e il loro destinatario, fossero emotivamente importanti per queste persone», spiega Olmo Cerri. Oltre alla gioia nel ricordare qualcosa del proprio passato però, ritrovarsi tra le mani queste lettere ha voluto dire anche dover rielaborare momenti difficili della propria vita, fare i conti con un passato di povertà e di difficoltà. «Questo lavoro di rielaborazione è stato però utile anche per i protagonisti del documentario: si sono resi conto in maniera oggettiva di non essere stati gli unici in questa situazione e, in alcuni casi, anche che la loro è stata una storia di successo». Il regista si è spesso chiesto a cosa potesse servire, oggi, raccontare queste storie che appartengono al passato. A questo proposito, ricorda alcuni

momenti in cui, durante le riprese, è arrivata, inaspettata, la risposta: «per esempio quando eravamo in Calabria a girare, e c’è stato uno sbarco di migranti, o ancora quando durante un viaggio in treno, a Chiasso, abbiamo visto un gruppo di migranti che cercava di proseguire il viaggio verso nord, o ancora con don Gregorio, che dà una mano presso un centro di accoglienza. Abbiamo così capito che lo scopo del documentario doveva anche essere quello di mostrare che l’integrazione può essere lunga e molto difficile, ma che è possibile, e che, alla fine, è un vantaggio per tutti». Insomma, un passato che non è poi così passato quello raccontato attraverso le voci di Carmela, don Gregorio, Lorella, Maria e Gabriella. Storie che ci aiutano in un compito difficile, quello di mettersi, almeno per la durata di un film, nei panni degli altri e, in questo modo, a capire le difficoltà, ma soprattutto il valore dell’integrazione. Informazioni

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Cultura e Spettacoli

Mitragliare, anzi cantare

CD1 Il nuovo lavoro di Kendrick Lamar (classe 1987), grazie a testi intelligenti e a un indiscusso genio musicale,

ha tutte le carte in regola per diventare una pietra miliare della musica contemporanea Simona Sala È vero che viviamo nell’era dei numeri e dei clic, che probabilmente non vogliono dire tutto, ma quando il sovraffollato mondo musicale si rende conto nello stesso momento della nascita di un fenomeno, allora anche i record finiscono per avere un senso. Humble, l’enigmatico inno all’umiltà e alla bellezza naturale delle donne di Kendrick Lamar, in cui chiede il ritorno perfino delle smagliature, è apparso su youtube un mese fa con un video pieno di rimandi religiosi (un’ultima cena dimezzata con tanto di rapper-apostoli) che è già stato visualizzato oltre 140 milioni di volte. Eppure il rapporto con la fede di colui che è stato eletto portavoce musicale del movimento attivista internazionale #Black Lives Matter è perlomeno controverso: se da un lato in Fear sostiene che «Whatever Happens on Earth Stays on Earth» (sulla scia del più celebre «Quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas»), dall’altro in Humble e Feel si lamenta che nessuno preghi per lui, ora che le nonne sono morte. Già il precedente To Pimp a Butterfly del 2015 aveva mandato in visibilio pubblico e critica, arrivando a scomodare nientemeno che Barack Obama, forse per quella foto di copertina scattata proprio davanti alla Casa Bianca, ma questa volta siamo in odore di consacrazione. Soprattutto se si considera che il nome del giovane rapper di Compton devoto agli ideali e alle tematiche care al compianto 2pac Shakur, rimbalza da una testata all’altra del pianeta, tirando in ballo giornalisti, critici e ammiratori. Mettendoli di nuovo miracolosamente d’accordo. Hip hop per intellettuali? Dopo il rap chirurgico e ormai forse troppo commerciale dei vari ego di Marshall Mathers-Eminem, che sembrava averci detto tutto del disagio psico-sociale delle minoranze statunitensi, indipen-

dentemente dal colore della loro pelle, i giochi di metrica e assonanza parevano esauriti. Attualmente sul mercato i brani anche potenti di mostri sacri come Jay Z e Lil Wayne (soci in affari con Tidal) o Kanye West (che ha abbandonato temporaneamente l’ambizione di diventare presidente degli USA dopo il ricovero in clinica psichiatrica) non riescono ad avere un impatto globale e simultaneo paragonabile a quello del minuto musicista statunitense di Kendrick Lamar, che ispirò perfino David Bowie durante la realizzazione di Blackstar. Perfino Drake (cui la città natale di Toronto non si stanca di dedicare strade e locali), pur avendo trovato un flow passe-partout, immediatamente riconoscibile, ultimamente risulta sempre un po’ uguale a se stesso. Sono quattordici i brani di Damn («Maledizione»), e portano tutti titoli di una sola parola dal sapore quasi perentorio: Love, Damn, Fear, Good, Blood. Sono zeppi di riferimenti biblici, ma parlano, sebbene ricorrendo alle metafore e al non detto, anche dell’interminabile guerriglia quotidiana delle strade, di un vago senso di colpa e di un’attenzione costante verso gli accadimenti del mondo – distinguendosi in questo dalla stragrande maggioranza dei brani hip hop, che ruotano intorno a bitches e soldi. Proprio in questi giorni, il rapper A Boogie Wid Da Hoodie nel malinconico Drowning si lamenta della difficoltà di portare al collo catene d’oro tanto pesanti. Nemmeno le donne sembrano volersi sottrarre a questi trend, prestandosi sempre più spesso all’interpretazione di brani che si spingono poco oltre il perpetuo ammiccamento sessuale, quando possibile sottolineando gli intenti verbali con quelli fisici, come dimostra la pur brava Nicki Minaj. Kendrick non necessita di sotterfugi, pur non rinunciando al linguaggio di genere con il suo rosario di parole in-

Poco pretenzioso sin dalla cover, Damn è il quarto album del musicista statunitense.

traducibili e rivolgendosi esclusivamente ai suoi, ai nigga. Egli è già il migliore, consapevolezza che appare in Element (se già devi fare sentire la tua superiorità, almeno fallo in modo sexy), mentre l’iniziale Blood racconta di un uomo desideroso di aiutare una donna cieca intenta a cercare qualcosa – finirà ammazzato a colpi di pistola. Lust invece è forse la prima testimonianza, nel duro mondo del rap, di un uomo che chiede a una donna di potere entrare in casa, ma solo «se è okay» (e lei rispose «è okay»!).

I riferimenti a politica, diseguaglianze e malessere sono spesso velati, accennati, inghiottiti da un flow ipnotico costellato di piccoli effetti sorpresa, specie laddove i generi musicali si mescolano, lasciando spazio a gospel, jazz, funk, con bassi che sembrano mitragliate. Non mancano le ospitate, con l’inconfondibile voce dell’immensa Rihanna e un understated Bono degli U2 e Zacari. Ma la sorpresa più dolce – l’aggettivo è quello giusto – è in brani come Pride, dove il falsetto che ricorda Prince

(a un anno dalla morte sono in tanti a calcarne le orme, basta farsi un giro dalle parti di Bruno Mars e Jason Derulo) trema e indugia in una piccola melodia raccontata, nel segno dell’aspetto autenticamente poetico che tutti riconoscono all’artista. Un’attenzione che, forse involontariamente, si esprime perfino attraverso la pronuncia, grazie alle «s» strascicate che si stemperano in «sch», fondendosi con il flusso di quella che si rivelerà una vera e propria esperienza di ascolto.

Non c’è due senza tre

CD2 Il nuovo lavoro di Bob Dylan è il capitolo conclusivo della sua trilogia sugli standard

del songbook americano Benedicta Froelich Al di là delle infinite polemiche che hanno accompagnato la controversa assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura 2016 a Bob Dylan, è innegabile che le considerazioni artistiche, in questo caso, abbiano un peso ben maggiore degli inconcludenti dibattiti sulla legittimità o meno del conferimento di un riconoscimento letterario a un musicista (problematica peraltro già presentatasi nel 1997 con il premio all’attore e commediografo Dario Fo). Dopotutto, l’influenza di Dylan come paroliere e compositore è tale da trascendere il semplice ambito musicale per estendersi anche alla poesia – cosa che, nonostante la facilità con cui oggigiorno si paragonano canzone e componimento poetico, si è verificata ben poche volte nella storia della musica leggera; e forse proprio per questo, le recenti pubblicazioni del vecchio Bob hanno lasciato piuttosto perplessi molti ascoltatori. Infatti, oltre a proseguire come sempre la sua infinita tournée mondiale (ormai non a caso definita come «Neverending Tour»), tra il 2015 e il 2017 Dylan ha trovato il tempo di incidere anche due album inediti – Shadows in the Night e Fallen Angels – i quali non sono, tuttavia, costituiti da pezzi di sua composizione, bensì da vecchi standard tratti dal cosiddetto GAS (il «Great American Songbook») della prima

metà del 900. I fan di vecchia data del Maestro hanno quindi dedotto che questo suo omaggio alla grande musica statunitense dell’epoca d’oro rappresentasse un tributo intimo e dovuto a un’altra pagina della storia popolare che lo aveva fortemente influenzato, come già era accaduto negli anni 90 con i suoi omaggi alla tradizione folk delle radici; ma tale sensazione ha lasciato posto a un discreto sconcerto nel momento in cui, alla fine dello scorso gen-

naio, Dylan ha annunciato che anche il suo nuovo album sarebbe stato interamente composto da cover di classici americani e «oldies», e che anzi, stavolta, come suggerito dall’eloquente titolo di Triplicate, si sarebbe addirittura trattato di un triplo album – novità assoluta per l’artista, che finora non si era mai spinto oltre il disco doppio. Una scelta che potrebbe essere vista come un azzardo, poiché a quest’ora perfino i seguaci più accaniti del

Bob Dylan in un’immagine del 2012 – la cerimonia di consegna del Nobel è avvenuta a porte chiuse. (Keystone)

grande Bob avrebbero ogni ragione di dichiararsi stanchi di assistere all’ennesimo revival del passato (anche se bisogna dire che l’ultimo album di inediti a firma Dylan, l’ottimo Tempest, risale ad appena cinque anni fa). Tuttavia, non si può negare che il disco sia, ancora una volta, piacevolissimo, poiché da ogni singola traccia traspaiono chiaramente non solo l’innegabile abilità e maestria di Dylan, ma anche l’amore e il trasporto di cui è in grado di infondere questa nuova incursione nella storia della musica. Nel caso specifico, poi, il lavoro è davvero capillare: i tre CD sono infatti divisi per temi, e ciò fa sì che, nonostante l’apparente monotonia dovuta alle convenzioni stilistiche di alcuni degli standard e alla relativa, inevitabile staticità del materiale in questione, la tracklist di Triplicate non vada mai incontro a momenti di noia. Anche perché, come sottolineato da Tom Piazza, autore del saggio contenuto nel booklet dell’album, pure stavolta Bob alterna classici di grande fama (su tutti, These Foolish Things, As Time Goes By e You Go to My Head), a gemme pressoché misconosciute (Why Was I Born, There’s a Flaw in My Flue), che perfino i maggiori «aficionados» del genere avranno qualche difficoltà a riconoscere; il che sottolinea una volta di più come quella intrapresa da Dylan già due anni fa sia una vera e propria operazione di recupero di matrice fortemente

filologica. E non solo: questo nuovo capitolo non fa che confermare come, in questa fase della sua carriera, l’artista sia più che mai interessato alle finezze e intricatezze della tecnica interpretativa – proprio come accade nel suo Neverending Tour, nell’ambito del quale Bob reinventa e riarrangia in maniera inedita i capisaldi del proprio repertorio. Anche in Triplicate lo troviamo interamente dedito all’elaborazione di differenti e raffinate soluzioni compositive volte a infondere nuova vita a brani ormai datati, sia dal punto di vista degli arrangiamenti che da quello della vocalità. Così, sebbene sia chiaro che un nome del calibro di Bob Dylan potrà sempre e comunque permettersi di avventurarsi in terreni commercialmente assai insidiosi – mentre, con ogni probabilità, a nessun altro performer sarebbe mai concesso di incidere ben tre dischi di fila incentrati sul medesimo argomento – bisogna tuttavia ammettere che, come d’abitudine, la grande professionalità del musicista è sufficiente a fugare ogni iniziale scetticismo; e se è impossibile non augurarsi che il prossimo exploit dell’inossidabile menestrello ci regali finalmente delle nuove composizioni originali, c’è da scommettere che Triplicate sia comunque (e giustamente) destinato a rimanere un album di riferimento per qualsiasi vero appassionato di «old-time music» o traditional pop.




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Cultura e Spettacoli

Una nuova libertà per i percorsi d’ascolto

Musica Tre proposte discografiche – recentissime, ma non solo – attraverso approcci inconsueti

Zeno Gabaglio Ritornello vade retro. Ecco un possibile slogan per quelle musiche di oggi che non si riconoscono nelle comuni e semplici architetture formali. Un disagio che inevitabilmente apre a temi basilari della creazione musicale: in che modo ordino le mie idee? Per quali vie le espongo a chi mi dovrebbe ascoltare? Fino a che punto devo accettare i vincoli di una comunicazione efficace? E il problema, al di là del creatore, si pone anche per l’ascoltatore: cosa devo ascoltare? Che riferimenti devo cercare in una canzone o in una sinfonia? La questione è tanto scivolosa quanto fondamentale, e il totem costituito dal ritornello è un’utile via di fuga. Si usano i ritornelli – in qualsiasi genere musicale – per trovare appoggi formali inequivocabili, per dare all’ascoltatore la possibilità di un riparo. Ogni quaranta secondi – succeda quel che succeda – ti riporto nella comoda casa che ti ho costruito. Ci sono però espressioni musicali che non possono essere ridotte a questo continuo comeback, alla sempiterna strizzatina d’occhio in favore di pubblico, e sempre ci sono state: dal durchkomponieren wagneriano al rock psichedelico, dall’avanguardia classica a tutto il jazz piuttosto free. Ma nel recente rimescolamento di

field-recordings (registrazioni ambientali realizzate in giro per il mondo), improvvisazione ed elettronica. Anche qui il percorso tracciato è di tipo narrativo – «e la vostra ombra è la vostra notte», recita il sottotitolo dell’album – anche se meno sorprendente che in passato è il risultato. A risultare stucchevoli più che altrove sono soprattutto le parti di batteria in puro stile postrock anni ’00: batterie rallentate che impongono ritmica terrigna, autentico inciampo per il definitivo salto verso l’infinito.

carte post-millennio, post-ideologia, post-commercio, post-tutto, sembra essere maturato un sentimento di maggiore libertà in chi crea musica e che si spinge in percorsi ben oltre le maglie del musicalmente dovuto. Zu – Jhator

Affermatosi su scala planetaria come una delle realtà più vivide e pure in ambito jazzcore – la terra di nessuno dove il metal incontra il jazz e nessuno dei due sopravvive – il gruppo romano Zu ha prodotto quattordici dischi in vent’anni, spesso accanto a prim’attori della scena internazionale come Mike Patton, Damo Suzuki o Roy Paci. E sottolineata la radicalità essenza ritmico-noise del trio, il recente disco Jhator non può che spiazzare l’ascoltatore. Tanto per cominciare perché contiene solo due tracce di più di venti minuti l’una – gli ampi archi temporali sono peraltro una delle più affascinanti facoltà di chi non usa ritornelli – e in secondo luogo perché non sono ritmo e distorsioni a farla da padrone. Si potrebbe addirittura parlare di echi ambient, se non fosse che tale genere propugna la stasi (e l’estasi) per se stessa. Jhator è invece narrazione sonora – affascinante e immaginifica – dell’omonima antica pratica funebre tibetana, quell’«elemosina agli uccelli» in cui il corpo del defunto viene donato agli avvoltoi.

Giusto Pio – Motore immobile

Un album che il gruppo romano Zu dedica all’«elemosina degli uccelli» tibetana. Oiseaux-Tempête – AL-’AN!

Dopo la riverenza agli avvoltoi, quasi per caso (ma esiste davvero, il caso?) ecco altri uccelli: uccelli-tempestosi che ormai da più di un lustro si sono

riuniti in Francia per creare vortici di musica indefinibile. Portentosi e destabilizzanti i tre dischi finora pubblicati, ai quali si aggiunge il recente AL-’AN a ribadire l’innovativa commistione di

L’ultima suggestione discografica non è una novità, ma un omaggio alla recente scomparsa di Giusto Pio, morto alla veneranda età di novantun anni. Se le ideologie culturali del secondo Novecento non si fossero costrette in pregiudizi ottusi e improduttive lotte di quartiere, questo riservato violinista veneto dovrebbe oggi essere onorato e studiato da chiunque volesse abbracciare i più ampi sensi del far musica. Meravigliosi i suoi contributi all’opera di Battiato – sia quello sperimentale, sia quello pop – e straordinari alcuni dei suoi lasciti creativi: Motore immobile, album del 1979 (!), è puro concetto ma anche pura sensorialità, musica al tempo stesso monolitica e leggera, pochi ingredienti disposti secondo rara perfezione.

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Cultura e Spettacoli

Per vendicare un piccolo indiano

Incontri A colloquio con il regista ticinese Fulvio Bernasconi, autore di Miséricorde, in cartellone al Cinema Lux

di Massagno e al Rialto di Locarno Nicola Falcinella Un incidente, un inseguimento, una ricerca della verità, una richiesta di perdono, un superamento del senso di colpa. Sono alcuni elementi di Miséricorde del ticinese Fulvio Bernasconi, ora nelle sale del cantone, al Lux di Lugano e al Rialto di Locarno, dopo essere uscito in gennaio in Romandia, mentre si dovrà attendere l’autunno per la Svizzera tedesca. Una storia ambientata nei vasti paesaggi del nord del Canada, protagonista un taciturno poliziotto svizzero che sta ripartendo dopo avervi trascorso alcuni mesi di vacanza. Anziché prendere l’aereo, egli parte da solo per rintracciare il conducente del tir pirata che ha travolto un tredicenne indiano in bicicletta. Per il regista di Fuori dalle corde e Operazione Lombardia, un thriller on the road a contatto con la cultura dei nativi, con Jonathan Zaccai, Evelyn Brochu (era Sarah in Tom à la ferme di Xavier Dolan) e la partecipazione di Marthe Keller. Fulvio Bernasconi, qual è stato il punto di partenza del film?

C’era uno scritto di Pierre Pascal Rossi, giornalista già sceneggiatore di Tout un hiver sans feu. Il produttore me ne ha proposto la regia, poi Pascal si è ammalato e l’ho sviluppato con Antoine Jaccoud. Il progetto è cambiato un po’, ma il Canada, l’idea del viaggio, dell’inseguimento e dei nativi sono rimasti.

Lei all’estero aveva già girato Fuori dalle corde, ma com’è stato lavorare in Canada?

L’audiovisivo là è un altro mondo, molto più professionale. In Svizzera ogni film è un prototipo, si produce poco e tutto è instabile. In Quebec si realizzano molte produzioni nazionali e americane: l’anno scorso il cinema ha smosso 800 milioni di dollari, generando un sistema virtuoso. Anche gli attori sono stranieri...

Tutti gli attori sono canadesi, tranne Zaccai, che è belga, e Marthe Keller. Lei è una grande fan di Fuori dalle corde e, per lavorare insieme, l’ho fatta venire in un luogo sperduto nell’estremo nord. Evelyne Brochu in Canada è una star. Il paesaggio è un coprotagonista di Miséricorde: quali sono state le sfide di girare in Canada?

Il paesaggio è centrale, una sorta di antagonista nella ricerca personale e nell’inchiesta. Doveva esprimere il dramma dei personaggi, perciò ho cercato un paesaggio che non fosse da cartolina, in una zona di miniere, soprattutto d’oro, in villaggi nati negli anni 60. Le distanze sono immense, ci sono state difficoltà, ma è stato anche un piacere: il paesaggio è grandioso, quasi da western, esaltante per uno come me, cresciuto con questo genere. Il mio è quasi un western psicologico. Lasciando spazio anche per la cultura dei nativi.

Si tratta di un argomento molto sensibile. Sugli indigeni ho fatto molte

ricerche, già da qui, poi ho visitato tre o quattro riserve, per scegliere dove girare. Infine ho fatto leggere la sceneggiatura per spiegare cosa intendessi fare. Nella comunità dove sono stato hanno avuto luogo due omicidi, c’è molta povertà e la situazione è tesa.

L’incendio del camion all’interno del film in qualche modo ha l’aria di una ribellione alle minacce che vengono dal di fuori.

La scena del camion è un’idea della comunità. Il senso è che la vendetta non si fa sulle persone, ma sulle cose, è l’oggetto che espia. C’è poi l’aspetto simbolico del fuoco purificatore. In generale la frattura sociale è grande, la comunità indigena isolata e il rapporto con i bianchi conflittuale. Quasi tutti i personaggi cercano un perdono.

Sì, hanno bisogno di farsi perdonare. Volevamo fare un film laico sul tema del perdono, sulla difficoltà e la necessità del perdono. I miei personaggi hanno fatto un errore o del male e fanno fatica a vivere. L’idea di perdono è declinato anche in chiave sociale tra la comunità di indigeni e i bianchi. La poliziotta incinta rimanda a quella di Fargo dei fratelli Coen.

Certo, ma non c’era il gusto della citazione, quanto più l’idea di maternità e paternità, e che perfino questo personaggio la incarnasse. Accettare che il colpevole sia colpevole è più difficile che trovarlo.

Sì, c’è un colpo di scena. Il mio non è un classico film d’inchiesta dove trovare il

Miséricorde di Fulvio Bernasconi è stato girato in Canada.

colpevole, ho preferito infatti mettere il protagonista davanti a un dilemma morale. Non è facile accusare, anche il colpevole è un essere umano.

La ricerca della verità e del colpevole di un incidente ricorda il recente Moka di Frédéric Mermoud. È una tematica «svizzera» o piuttosto una questione generazionale?

Ho frequentato la scuola di cinema con Mermoud e abbiamo vissuto insieme. I progetti sono nati in parallelo, non ne abbiamo parlato. L’analogia tematica è

più frutto del caso che di uno Zeitgeist, ci accomuna più il modo di lavorare che i temi.

Ha pensato a un film in Ticino?

Mi piacerebbe perché in Ticino ho girato poco, a parte La diga. C’è un libro che mi piacerebbe adattare. Cocteau diceva che il poeta deve cantare sul proprio albero genealogico. Mi piacerebbe realizzare qualcosa che parlasse del Ticino di oggi, una regione così diversa dal resto della Svizzera con una società per certi versi in crisi. Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Vanessa Glässel è manager di progetto del Club Famigros e madre di tre figli.

Vanessa Glässel

Alcune scene tratte dal nuovo video di Famigros, in cui i genitori ascoltano cosa pensano di loro i figli.

«I figli adulti possono regalare del tempo»

Guardati come ti vedono loro

Cosa le regalano i suoi bambini per la Festa della mamma? I miei figli mi procurano spesso una grande gioia e a scuola o all’asilo realizzano con le loro mani delle piccole sorprese da regalarmi. Per la Festa della mamma cercano di aiutarmi nei lavori domestici, preparano i pasti assieme al papà oppure si sforzano di non urlare e di regalarmi continuamente attenzioni. Fiori e cioccolatini sono regali collaudati, che consigli dà Famigros? Sul suo sito Internet, Famigros ha approntato una lista di alternative ai fiori e ai cioccolatini, che i bambini di ogni età possono realizzare da soli o con un piccolo aiuto da parte degli adulti. I figli grandi, invece, possono regalare del tempo.

No, non è troppo severa

Sono fiera di mia mamma Festa della mamma

Cosa regalo alla mia mamma?

Il 14 maggio in tutta la Svizzera si festeggia la Festa della mamma. Oltre ai tradizionali fiori e cioccolatini, nel club per le famiglie Famigros si trova ogni tipo di ispirazione per altre idee regalo Testo Kian Ramezani

Davvero non ci vuole molto per ringraziare la mamma delle sue amorevoli cure. Il regalo più adatto si riesce a trovare ponendosi qualche semplice domandina: cosa le farebbe particolarmente piacere? Cosa le potrebbe servire? Cosa desidera da tanto tempo? Se si organizza tutto in anticipo, la sorpresa creativa per la Festa della mamma è assicurata. Un esempio appropriato ai figli adulti: regalarle del tempo per se stessa, sotto forma di un’escursione o di un corso. Oltre alle piccole attenzioni ci vuole anche qualche bella parola

di apprezzamento. Un’idea che Famigros riprende nella sua ultima campagna nazionale. Il club delle famiglie della Migros ha messo a confronto i figli con le insicurezze delle loro mamme. Sono troppo severa? Sono troppo poco presente? Le risposte dei bambini sono tranquillizzanti e a volte hanno commosso le madri fino alle lacrime. «Guardati come ti vedono loro», è il titolo di questa toccante campagna. Idee regalo:

www.famigros.ch/festa-della-mamma

L’attuale campagna Famigros tematizza le insicurezze delle madri. È un fenomeno diffuso? La società offre un vasto repertorio di opinioni diverse sull’educazione, su come essere genitori e sulla famiglia in genere. Sui social media si trovano molti contributi che si appellano alla coscienza materna e possono instillare insicurezza in una madre. Capita quindi che le mamme abbiano poca fiducia nel proprio istinto materno e si lascino destabilizzare dalla moltitudine di opinioni.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Idee e acquisti per la settimana

Soft

Un nome che mantiene le promesse Soft unisce il gusto delicato del burro alla morbidezza dell’olio di colza svizzero. Grazie alla sua consistenza, questo speciale prodotto può essere spalmato direttamente sul pane subito dopo essere stato tolto dal frigorifero. Questa proprietà è dovuta all’olio di colza, che contiene anche preziosi acidi grassi insaturi. Soft può essere usato anche per cucinare e cuocere al forno oppure per insaporire paste e verdure. Proprio come il burro convenzionale.

Soft prodotto da spalmare 200 g Fr. 2.75

Soft si può spalmare subito sul pane non appena tirato fuori dal frigorifero.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Idee e acquisti per la settimana

shopping Le rosse più belle del Ticino Novità L’orticoltrice Manuela Krauss coltiva a S. Antonino 13’000 metri quadri

di fragole in campo aperto e da qualche giorno rifornisce quotidianamente i maggiori supermercati di Migros Ticino

La paglia che circonda le piantine serve a proteggere e a tenere pulite le fragole. (Giovanni Barberis)

La voglia di mettermi in gioco, di affrontare una nuova sfida e di provare a fare qualcosa di inusuale per la nostra regione. La coltivazione di fragole mi permette di diversificare la produzione della mia azienda agricola, che produce già ortaggi più tradizionali quali pomodori, melanzane, zucchine, insalate, finocchi e spinaci.

anno e lasciate riposare durante tutto l’autunno e l’inverno. Nel mese di febbraio abbiamo eliminato a mano le foglie secche e le propaggini che indeboliscono la pianta. L’unico trattamento effettuato è stato quello contro il marciume. Grazie anche al tempo meteorologico particolarmente favorevole da qualche giorno siamo in piena produzione e possiamo contare su un’ottima qualità del prodotto.

Rispetto ad altre tipologie di coltivazioni, le nostre fragole crescono in piena terra e in campo aperto. La superficie dedicata alla coltura è di ca. 13’000 metri quadri. Le piantine sono state messe a dimora l’estate dello scorso

Principalmente quelle della varietà Joly, un cultivar che si distingue per le eccellenti qualità organolettiche grazie ad un calibro grosso ed omogeneo nonché all’aroma marcatamente dolce. Una minima parte della coltiva-

Signora Krauss, cosa l’ha portata a coltivare fragole in «grande stile»?

Che caratteristiche possiede questa coltura?

Quali sono le varietà di fragola coltivate?

Le fragole nostrane sono in vendita a Migros Ticino nella vaschetta da 250 grammi

zione è destinata a fragole delle varietà Alba e Clery. Quanto tempo passa dal raccolto alla consegna a Migros Ticino?

Pochissime ore. I miei collaboratori raccolgono le fragole delicatamente a mano entro il primo pomeriggio e in serata vengono consegnate direttamente alla centrale di distribuzione Migros di S. Antonino. E questo avviene sei giorni su sette. Il giorno dopo sono già sugli scaffali dei negozi. Come ama gustare le sue fragole?

Sono talmente saporite che le mangio così come sono, appena raccolte dalla pianta. Ottime sono anche tagliate a fettine e aggiunte a una croccante insalata verde: un contrasto davvero sorprendente.

Manuela Krauss è particolarmente soddisfatta del primo raccolto di fragole nostrane. La raccolta è fatta rigorosamente a mano per non rovinare il prodotto.


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Idee e acquisti per la settimana

Le settimane del gusto

Attualità Fino a questa domenica la carne svizzera della Migros sarà protagonista

in alcuni ristoranti ticinesi. Fra questi, anche lo storico Canvetto Luganese

Durante la rassegna potete gustare della deliziosa tartare di vitello. (Flavia Leuenberger)

I Ristoranti della rassegna Ristorante Stazione, Bodio Canvetto Luganese, Lugano Osteria Andina, Madonna del Piano Hotel Ristorante Cereda, Sementina Grotto Pergola, Giornico Buffet della Stazione, Lugano Ristorante Montalbano, S. Pietro di Stabio Ristorante della Torre, Morcote Ristorante La Perla, S. Antonino Ristorante Casa Berno, Ascona Ristorante Giardino, Bombinasco Ristorante da Gina, Ascona Grotto Madonnone, Purasca Antica Osteria Manetti, Bironico Grottino Orselina, Orselina Ristorante San Grato, Carona Gli spazi interni ed esterni del Canvetto Luganese.

Ubicato nel quartiere di Molino Nuovo, dopo diversi anni di chiusura nel 2000 il Canvetto Luganese è stato riaperto alla popolazione grazie all’intervento della Fondazione Diamante che l’ha ristrutturato cercando di mantenere il più possibile il carattere storico e accogliente di questo luogo di ritrovo. Oltre ad essere diventato un ristorante rinomato per la sua cucina di qualità, il Canvetto funge anche da laboratorio in cui – sotto la su-

pervisione di operatori qualificati – persone disabili sono attive negli ambiti più disparati, dalla produzione artigianale di pasta a quella di pane fino alle focacce, agli gnocchi e alla pasticceria. Ai fornelli del ristorante troviamo lo chef Paolo Serra, il quale, grazie anche alle sue origini sarde, propone agli avventori una cucina che comprende specialità mediterranee a base di pesce e di terra, senza però mai perdere di vi-

sta i piatti strettamente legati al nostro territorio e particolarmente apprezzati dalla clientela della regione. Settimanalmente cambia il menu del giorno: per pranzo si può scegliere tra due antipasti, due piatti principali, un piatto vegetariano e un dessert, mentre la carta serale sorprende con i suoi piatti classici e fantasiosi. Aderendo con entusiasmo alla rassegna gastronomica dedicata all’ottima carne della Migros – in

programma ancora fino a domenica 14 maggio 2017 in alcuni noti ritrovi del cantone (vedi box) – lo chef del Canvetto Luganese ha elaborato tre irresistibili piatti a base di carne svizzera: la Tartare di vitello con salsa tonnata e pane soffiato, i Ravioli al brasato di maiale al vino rosso, mentre come piatto forte il Codone di manzo con ratatouille e salsa affumicata. www.carnemigros.ch

Lo chef Paolo Serra.


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Idee e acquisti per la settimana

Per una festa speciale Attualità Domenica 14 maggio è la Festa

della Mamma

in vendita solo sabato 13 maggio nei supermercati con banco della pasticceria fresca, ed eccezionalmente per l’occasione, anche nei punti vendita Migros di Mendrisio Sud, Lugano Radio e Tenero. Infine, oltre alla pasticceria fresca, per la Festa della Mamma nelle maggiori filiali di Migros Ticino trovate ancora alcune idee regalo sempre molto apprezzate: le finissime praline assortite della Chocolat Frey, anch’esse disponibili nelle speciali scatole a forma di cuore, oppure, per le mamme amanti delle piante fiorite, le magnifiche orchidee, fiori che sono per eccellenza simbolo di affetto e amore, come pure classiche rose e composizioni floreali appositamente create.

Cristina d’Avena sabato 13 maggio al Serfontana

Sabato di questa settimana lo Shopping Center Serfontana ha il grande piacere di ospitare una performance speciale della celebre artista italiana Cristina D’Avena. Cantante, conduttrice, attrice e, soprattutto, interprete di molte sigle di cartoni animati – tra cui le famose «Kiss me Licia» e «Canzone dei Puffi» – la D’Avena terrà uno show nella hall del centro, dove, a partire dalle ore 15.00, allieterà adulti e piccini con i grandi successi che le hanno permesso di entrare nel cuore di migliaia di fans. Al termine dell’evento è previsto un incontro con il pubblico, dove la cantante sarà disponibile per fotografie ed autografi. Un appuntamento imperdibile!

Flavia Leuenberger

Per la Festa della Mamma il laboratorio artigianale di pasticceria di Migros Ticino ci sorprende come di consueto con alcune irresistibili creazioni di grande effetto è ci dà modo di offrire gustosi auguri alla nostra cara mamma. Queste delizie a forma di cuore sono disponibili in differenti tipi per accontentare ogni palato ed esigenza. La scelta spazia dal cuore al kirsch al cuore di pan di spagna alle fragole o alla frutta mista, dal cuore di sfoglia alle fragole a quello farcito con frutta di stagione fino alle sempre apprezzate varianti Foresta nera o St. Honoré. Per le piccole golosità, la gamma contempla ancora i cuoricini di sfoglia ripieni di irresistibile crema pasticcera. Tutte queste specialità sono

Concorso slowUp Ticino 2017

Domenica 23 aprile, sotto una giornata primaverile baciata dal sole, si è svolta sulle strade del Sopraceneri la settima edizione di slowUp Ticino. Sono stati ben 35’000 gli appassionati della mobilità lenta che si sono lanciati sui 50 km di strade chiuse al traffico motorizzato in bicicletta, con i pattini a rotelle, a corsa o a piedi. Come consuetudine, per questo importante evento lo SportXX ha indetto un concorso che metteva in palio un ambito premio

unico: una bicicletta elettrica Crosswave del valore di Fr. 2299.–. A estrazione avvenuta la sorte ha favorito Daisy Tedeschi di Lumino, la quale negli scorsi giorni ha potuto ritirare la propria vincita presso il negozio specializzato di S. Antonino alla presenza di Igor Biolzi, responsabile del punto vendita (a sinistra nella foto) e Stefano Scricciolo, merchandiser SportXX per Migros Ticino. Ci congratuliamo con la giovane vincitrice.


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Idee e acquisti per la settimana

Frey

Per te, cara mamma! Le praline sono sicuramente tra i regali più gettonati in occasione della Festa della Mamma. Particolarmente interessante è la Limited Edition Rêves d’or Création d’été della Frey, la quale, con le sue raffinate creazioni cioccolatose e l’elegante confezione è perfetta anche per altre occasioni: le fruttate praline che contiene ispirano infatti voglia di estate. Questi cioccolatini a strati a base di cioccolato al latte bianco o scuro sono ripiene di crema di mango, fragola, limone o cocco. Alle mamme che preferiscono la creazioni di cioccolato tradizionali, la Frey offre una vasta scelta di classiche praline. Come regalo sono sempre un’ottima idea i Giandor Cuore, i Prestige Cuore di metallo oppure le Pralinés Prestige assortite. Tanti auguri cara mamma!

*Azione 20% Su tutte le Pralinés Frey in scatola e Adoro fino al 15 maggio

Il regalo ideale per la Festa della Mamma: le scatole dall’attraente grafica offrono 16 variopinti cioccolatini con quattro differenti note fruttate.

Frey Pralinés Rêves d’Or Création d’été Limited Edition 113 g Fr. 7.80* invece di 9.80 Nelle maggiori filiali

Frey Prestige Cuore di metallo 99 g Fr. 7.80* invece di 9.80

Frey Giandor Cuore 265 g Fr. 9.40* invece di 11.80

Frey Prestige Praline 250 g Fr. 12.60* invece di 15.80

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche le Pralinés della Frey.


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Idee e acquisti per la settimana

Una raccoglitrice di caffè nel pieno della raccolta in Guatemala. Sotto: il coltivatore di caffè e rappresentante di cooperativa Leonel Villatoro.

Fairtrade Max Havelaar

L’unione fa la forza

La Fondazione Max Havelaar festeggia il 25° anniversario, che coincide con un quarto di secolo di collaborazione con la Migros. Una collaborazione di cui approfitta anche la cooperativa Fedecocagua in Guatemala Testo Claudia Schmidt

Lo sapevate che?

Villatoro ha imparato tutto sul caffè già da piccolo. E lo coltiva sin dalla fondazione del marchio per il commercio equo e solidale. Essendo una comunità forte, la cooperativa gli permette di

approfittare delle conquiste ottenute con il commercio Fairtrade. Infatti, le cooperative entrano unite sul mercato, rafforzando la posizione dei piccoli agricoltori. Così, negli ultimi 25 anni, è stato possibile migliorare sia le condizioni di produzione sia l’infrastruttura della località dove abita Villatoros. In questo modo sono cresciuti anche i suoi redditi e ha potuto addirittura far studiare suo figlio. A pagina 54 L’intera catena di produzione del caffè

Foto zVg, NN

Leonel Villatoro vive a La Democracia, nella parte occidentale del Guatemala. Non è un semplice coltivatore di caffè, ma anche un rappresentante della cooperativa «Nuestro Futuro», che a sua volta fa parte della lega di cooperative Fedecocagua. Il suo caffè è disponibile anche in diverse miscele della Migros.

Il caffè è stato il primo prodotto commercializzato in Svizzera con il marchio Fairtrade Max Havelaar. Fu la conseguenza del fallimento degli accordi internazionali su un prezzo minimo per il caffè grezzo sul mercato mondiale. I prezzi crollarono, provocando un drastico peggioramento dei redditi e delle condizioni di vita dei contadini. Questi ultimi, grazie alla certificazione Fairtrade, ricevono un prezzo minimo e un premio supplementare.


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Idee e acquisti per la settimana

Fairtrade Max Havelaar

Per le persone e per un buon caffè I coltivatori della cooperativa Fedecocagua decidono autonomamente e democraticamente come impiegare i premi Fairtrade. Ciò va a vantaggio anche dello stesso caffè, lungo l’intera catena di produzione, dalla piantina alla tazzina. Il caffè della cooperativa è contenuto anche nelle miscele della Migros

3

Lavorazione a umido

Le drupe di caffè della Fedecocagua sono fatte fermentare nell’acqua. In questo modo la polpa di dissolve e rimangono i semi avvolti nel pergamino.

Max Havelaar Espresso Chicchi 500 g* Fr. 6.60 invece di 8.30

1

4

La coltivazione

Il 25 percento dei premi Fairtrade sono vincolati a uno scopo e devono essere investiti nell’aumento della produttività o della qualità. Così i contadini possono migliorare i metodi di coltivazione o combattere con più efficacia le malattie della pianta, come ad esempio la «ruggine del caffè».

Essiccatura all’aperto I semi sono lasciati ad asciugare a cielo aperto. Vengono mossi regolarmente affinché non marciscano nella parte inferiore. Dopo l’essiccatura, i chicchi sono ripuliti a mano da eventuali corpi estranei.

Azione 20% di sconto su alcuni prodotti selezionati del marchio Fairtrade Max Havelaar dal 9 al 15 maggio

Migros Bio Max Havelaar Caffè macinato 500 g Fr. 6.60 invece di 8.30

Espresso Classico Bio Migros Max Havelaar macinato 500 g* Fr. 6.85 invece di 8.60

5 2

La raccolta

Si raccolgono solo i frutti, chiamati drupe e molti simili a ciliegie, di colore rosso intenso. Infatti, gli esemplari verdi e acerbi sviluppano meno aroma. Al contrario, le drupe troppo mature possono rovinare il gusto del caffè. È un aspetto che le raccoglitrici devono conoscere, perciò la loro istruzione è molto importante.

*Nelle maggiori filiali

Conservazione, esportazione, tostatura

I sacchi di caffè restano in un capannone della cooperativa fino al momento del trasporto. Un singolo coltivatore non potrebbe permettersi di conservare il suo raccolto in un capannone esterno. Unendosi, i produttori diventano più forti e si presentano sul mercato con più fiducia in se stessi. Dopo il viaggio verso l’Europa, il caffè grezzo destinato alla Migros giunge negli stabilimenti della Delica a Birsfelden (BL), dove i grani vengono finalmente tostati e macinati.

Fairtrade Max Havelaar contrassegna prodotti provenienti da coltivazione sostenibile e commercio equo.

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

Fairtrade Max Havelaar

Per le persone e per un buon caffè I coltivatori della cooperativa Fedecocagua decidono autonomamente e democraticamente come impiegare i premi Fairtrade. Ciò va a vantaggio anche dello stesso caffè, lungo l’intera catena di produzione, dalla piantina alla tazzina. Il caffè della cooperativa è contenuto anche nelle miscele della Migros

3

Lavorazione a umido

Le drupe di caffè della Fedecocagua sono fatte fermentare nell’acqua. In questo modo la polpa di dissolve e rimangono i semi avvolti nel pergamino.

Max Havelaar Espresso Chicchi 500 g* Fr. 6.60 invece di 8.30

1

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La coltivazione

Il 25 percento dei premi Fairtrade sono vincolati a uno scopo e devono essere investiti nell’aumento della produttività o della qualità. Così i contadini possono migliorare i metodi di coltivazione o combattere con più efficacia le malattie della pianta, come ad esempio la «ruggine del caffè».

Essiccatura all’aperto I semi sono lasciati ad asciugare a cielo aperto. Vengono mossi regolarmente affinché non marciscano nella parte inferiore. Dopo l’essiccatura, i chicchi sono ripuliti a mano da eventuali corpi estranei.

Azione 20% di sconto su alcuni prodotti selezionati del marchio Fairtrade Max Havelaar dal 9 al 15 maggio

Migros Bio Max Havelaar Caffè macinato 500 g Fr. 6.60 invece di 8.30

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La raccolta

Si raccolgono solo i frutti, chiamati drupe e molti simili a ciliegie, di colore rosso intenso. Infatti, gli esemplari verdi e acerbi sviluppano meno aroma. Al contrario, le drupe troppo mature possono rovinare il gusto del caffè. È un aspetto che le raccoglitrici devono conoscere, perciò la loro istruzione è molto importante.

*Nelle maggiori filiali

Conservazione, esportazione, tostatura

I sacchi di caffè restano in un capannone della cooperativa fino al momento del trasporto. Un singolo coltivatore non potrebbe permettersi di conservare il suo raccolto in un capannone esterno. Unendosi, i produttori diventano più forti e si presentano sul mercato con più fiducia in se stessi. Dopo il viaggio verso l’Europa, il caffè grezzo destinato alla Migros giunge negli stabilimenti della Delica a Birsfelden (BL), dove i grani vengono finalmente tostati e macinati.

Fairtrade Max Havelaar contrassegna prodotti provenienti da coltivazione sostenibile e commercio equo.

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Doppiamente buoni Sotto la nuova linea Doppio Gusto, Anna’s Best propone quattro specialità di pasta ripiena in sacchetto. In ogni confezione vi sono due differenti varietà di Mezzelune. Questi ravioli a forma appunto di mezzaluna sono cotti in pochissimi minuti. Se si va di fretta, dopo averli scolati si buttano subito nel burro e salvia o in olio di oliva caldo all’aglio tostato e peperoncino. Aggiungere qualche scaglia di parmigiano e servire.

Anna’s Best Mezzelune Doppio Gusto Pesto & Grana Padano 250 g* Fr. 4.50

Anna’s Best Mezzelune Doppio Gusto Prosciutto & Formaggio 250 g* Fr. 4.50

Anna’s Best Mezzelune Doppio Gusto Funghi & Spinaci 250 g* Fr. 4.50

Le Mezzelune verdi con pesto e quelle bianche con ripieno di Grana Padano si armonizzano bene tra di loro. Come le altre varietà non contengono né aromi artificiali né additivi.

Chi fa il miglior pesto genovese del mondo? Lo deciderà una giuria il 17 marzo 2018. I campionati del mondo di pesto vedranno la partecipazione di 100 cuochi professionisti o appassionati di cucina. I geni del pesto dovranno dapprima qualificarsi per la manifestazione. Secondo il regolamento la competizione è aperta a 50 partecipanti di Genova e Liguria e a 25 dal resto dell’Italia.

Anna’s Best Mezzelune Doppio Gusto Pomodoro & Formaggio 250 g* Fr. 4.50

*Nelle maggiori filiali


Azione Hit

15%

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Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g

a partire da 2 pezzi

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Pomodori ciliegia a grappolo Svizzera/Spagna/Italia, vaschetta da 500 g, 4.65 invece di 7.80, a partire da 2 pezzi, 40% di riduzione

Roastbeef cotto Svizzera/Germania, affettato in vaschetta, per 100 g

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Consiglio

Prosciutto crudo dei Grigioni surchoix Svizzera, 190 g

50%

50%

1.35 invece di 2.70

1.15 invece di 2.30

Coniglio tagliato Svizzera, imballato, per 100 g

Orata reale 300–600 g Grecia, per 100 g, fino al 13.5

DITELO COI FIORI Questi fiori di pasta finissima ripieni di asparagi sono un omaggio culinario alla stagione. Da abbinare a una croccante insalata di carote e mele grattugiate con nocciole tritate. Trovate la ricetta su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla vostra Migros.

conf. da 2

20%

7.80 invece di 9.80 Fiori Anna’s Best in conf. da 2 per es. agli asparagi, 2 x 250 g

50%

4.25 invece di 8.50 Bresaola Alta salumeria Italia, in vaschetta, per 100 g

40%

2.85 invece di 4.80 Fettine di manzo à la minute TerraSuisse per 100 g

40%

11.40 invece di 19.– Salmone con asparagi ASC d’allevamento, Norvegia, 280 g

30%

4.10 invece di 5.90 Filetti di tonno pesca, Oceano Pacifico e Oceano Indiano, per 100 g

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3.30

Salametti a pasta fine prodotti in Ticino, in conf. da 2 pezzi, per 100 g

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8.25

Luganighetta Svizzera, in conf. da 2 x 250 g, 500 g

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Hit

3.40

Arrosto spalla di vitello TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

Hit

1.70

Costine di maiale Svizzera, imballate, per 100 g

30%

1.60 invece di 2.30 Pancetta da grigliare affettata TerraSuisse per 100 g

30%

4.90 invece di 7.– Petto di tacchino affettato finemente M-Classic in conf. da 2 Francia/Brasile, 2 x 144 g


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DITELO COI FIORI Questi fiori di pasta finissima ripieni di asparagi sono un omaggio culinario alla stagione. Da abbinare a una croccante insalata di carote e mele grattugiate con nocciole tritate. Trovate la ricetta su migusto.ch e tutti gli ingredienti freschi alla vostra Migros.

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Altre offerte. Pesce, carne e pollame

Torta di pane Nostrana, 520 g, 9.25 invece di 11.60 20%

Gel lubrificanti Ceylor, Easy Glide, Natural Touch e Silk Sensation, per es. Natural Touch, 100 ml, 9.80 Novità **

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Biscotti frolla, frolla al limone, Farina Bona e Crefli al miele, 100 g e 150 g, per es. Crefli al miele, 150 g, 4.70 invece di 5.90 20% Spiedini di pollo con peperoni Optigal, Svizzera, al banco a servizio, per 100 g, 3.15 Hit

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Pollo Optigal speziato cotto al grill, Svizzera, al pezzo, 7.50 invece di 10.80 30% Azione solo per filiali con grill

Sugo al basilico Agnesi in conf. da 3, 3 x 400 g, 6.95 invece di 8.70 20%

Philadelphia ai peperoni grigliati, 175 g, 2.30 Novità **

Aceto balsamico giovane, 200 ml, 8.80 invece di 11.– 20%

Mix croccante con bacche di goji oppure con gherigli di noci Alnavit, bio, per es. mix croccante con gherigli di noci, 50 g, 2.60 Novità *,**

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Biscotti frolla, frolla al limone, Farina Bona e Crefli al miele, 100 g e 150 g, per es. Crefli al miele, 150 g, 4.70 invece di 5.90 20% Spiedini di pollo con peperoni Optigal, Svizzera, al banco a servizio, per 100 g, 3.15 Hit

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Ai frutti esotici.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 8 maggio 2017 • N. 19

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Idee e acquisti per la settimana

Cucina & Tavola

Al via la stagione delle grigliate Stoviglie di plastica riutilizzabili, cannucce e bicchieroni dal design originale garantiscono l’ambiente giusto per le grigliate. I piatti da barbecue hanno uno scomparto speciale per gli spiedini e sono impilabili, inoltre ogni ospite può scegliere il proprio colore preferito. La stessa cosa vale per i bicchieri, che sono dotati di tappi a vite di vari colori. Molto pratico è anche l’invitante dispenser per succhi di frutta, con otto litri di capacità. E che ne dite di un tocco d’aria fresca come una limonata fatta in casa con l’aggiunta di menta e pezzi di fragole?

Il colore dà allegria: con gli accessori giusti una bella grigliata è assicurata.

Cucina & Tavola Dispenser per succhi in vetro con inserto per infusi Fr. 39.80

Cucina & Tavola Spiedi per grigliata in acciaio confezione da 6 Fr. 3.90

Cucina & Tavola Piatto per spiedini in diversi colori al pezzo Fr. 4.50

Cucina & Tavola Grembiule da grigliata Fr. 14.80


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Idee e acquisti per la settimana

Corpo

Prodigi quotidiani

Concorso Premia il tuo corpo con una medaglia! Vinci un beauty day: migros.ch/beauty

Ogni giorno il nostro corpo fa molto per noi, senza che ce ne accorgiamo. Alcune caratteristiche sorprendenti della pelle, del viso, delle mani e dei capelli

Foto Istockphoto

Testo Ralph Hofbauer

Pelle

Viso

Mani

Capelli

Multifunzionalità

Versatilità

Percettività

Efficienza

La pelle è l’organo più ampio e versatile dell’essere umano. Su ogni centimetro quadrato ci sono in media 150’000 cellule pigmentate, 5000 cellule sensoriali, 100 ghiandole sudoripare e 15 ghiandole sebacee.

Su un totale di 26 muscoli facciali, sono essenzialmente otto quelli responsabili della mimica. Ci permetto di produrre un numero quasi infinito di espressioni facciali.

Gli oltre 17 000 recettori che abbiamo sui palmi ci aiutano a sentire gli stimoli quali la pressione, il movimento e le vibrazioni. Ciò ci permette di percepire differenze di peso di meno di un grammo.

A seconda del colore, la densità dei capelli varia tra gli 80’000 (rossi) e i 150’000 (biondi). Un capello cresce di circa 0,3 millimetri al giorno, ciò che rappresenta una media di 30 metri su tutta la vita.

Capacità rigenerativa

Sensibilità

Agilità

Resistenza

Le pelle umana si rinnova continuamente. Ogni giorno il nostro corpo produce 300 milioni di cellule della pelle. Il suo strato più esterno, la cosiddetta epidermide, si rinnova completamente nel giro di un mese.

Traspirazione

La pelle ci protegge dalle influenze ambientali ed è nel contempo molto permeabile. Attraverso la pelle assorbiamo ossigeno e rilasciamo quotidianamente fino a 0,5 litri di acqua, anche quando la nostra traspirazione non è particolarmente intensa.

Dotate di nervi e recettori in numero superiore alla media, le labbra costituiscono una delle parti più sensibili del corpo. Annoverano fino a 20 recettori del freddo per centimetro quadrato e sono pertanto estremamente sensibili alle temperature.

Infaticabilità

Per evitare che gli occhi secchino, le palpebre si aprono e si chiudono circa 10 000 volte al giorno. Un movimento che, assieme ai 600 peli delle sopracciglia e ai 420 delle ciglia, protegge gli occhi da sporcizia, polvere e umidità.

Sulla tastiera le nostre mani arrivano a digitare fino a 750 caratteri al minuto. In un solo giorno di lavoro potremmo dunque scrivere un testo di oltre 200 pagine A4, un intero romanzo.

Anche se lo spessore di un singolo capello varia da soli 0,05 a 0,08 millimetri, può comunque sopportare oltre 100 grammi di forza di trazione. Legati in una treccia i nostri capelli possono sopportare un peso di oltre 10 tonnellate.

Forza

Flessibilità

Anche se nelle dita non ci sono muscoli, le mani sono comunque in grado di esercitare una grande forza. Una mano possente può avere una forza di compressione di 500 newton, ciò che corrisponde a un peso di 50 chilogrammi.

Prima di rompersi un capello sano può essere allungato fino al 50 per cento. Se un capello viene solo leggermente allungato rimane integro e ritorna poi come un elastico alla sua lunghezza originale.


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Corpo

Prodigi quotidiani

Concorso Premia il tuo corpo con una medaglia! Vinci un beauty day: migros.ch/beauty

Ogni giorno il nostro corpo fa molto per noi, senza che ce ne accorgiamo. Alcune caratteristiche sorprendenti della pelle, del viso, delle mani e dei capelli

Foto Istockphoto

Testo Ralph Hofbauer

Pelle

Viso

Mani

Capelli

Multifunzionalità

Versatilità

Percettività

Efficienza

La pelle è l’organo più ampio e versatile dell’essere umano. Su ogni centimetro quadrato ci sono in media 150’000 cellule pigmentate, 5000 cellule sensoriali, 100 ghiandole sudoripare e 15 ghiandole sebacee.

Su un totale di 26 muscoli facciali, sono essenzialmente otto quelli responsabili della mimica. Ci permetto di produrre un numero quasi infinito di espressioni facciali.

Gli oltre 17 000 recettori che abbiamo sui palmi ci aiutano a sentire gli stimoli quali la pressione, il movimento e le vibrazioni. Ciò ci permette di percepire differenze di peso di meno di un grammo.

A seconda del colore, la densità dei capelli varia tra gli 80’000 (rossi) e i 150’000 (biondi). Un capello cresce di circa 0,3 millimetri al giorno, ciò che rappresenta una media di 30 metri su tutta la vita.

Capacità rigenerativa

Sensibilità

Agilità

Resistenza

Le pelle umana si rinnova continuamente. Ogni giorno il nostro corpo produce 300 milioni di cellule della pelle. Il suo strato più esterno, la cosiddetta epidermide, si rinnova completamente nel giro di un mese.

Traspirazione

La pelle ci protegge dalle influenze ambientali ed è nel contempo molto permeabile. Attraverso la pelle assorbiamo ossigeno e rilasciamo quotidianamente fino a 0,5 litri di acqua, anche quando la nostra traspirazione non è particolarmente intensa.

Dotate di nervi e recettori in numero superiore alla media, le labbra costituiscono una delle parti più sensibili del corpo. Annoverano fino a 20 recettori del freddo per centimetro quadrato e sono pertanto estremamente sensibili alle temperature.

Infaticabilità

Per evitare che gli occhi secchino, le palpebre si aprono e si chiudono circa 10 000 volte al giorno. Un movimento che, assieme ai 600 peli delle sopracciglia e ai 420 delle ciglia, protegge gli occhi da sporcizia, polvere e umidità.

Sulla tastiera le nostre mani arrivano a digitare fino a 750 caratteri al minuto. In un solo giorno di lavoro potremmo dunque scrivere un testo di oltre 200 pagine A4, un intero romanzo.

Anche se lo spessore di un singolo capello varia da soli 0,05 a 0,08 millimetri, può comunque sopportare oltre 100 grammi di forza di trazione. Legati in una treccia i nostri capelli possono sopportare un peso di oltre 10 tonnellate.

Forza

Flessibilità

Anche se nelle dita non ci sono muscoli, le mani sono comunque in grado di esercitare una grande forza. Una mano possente può avere una forza di compressione di 500 newton, ciò che corrisponde a un peso di 50 chilogrammi.

Prima di rompersi un capello sano può essere allungato fino al 50 per cento. Se un capello viene solo leggermente allungato rimane integro e ritorna poi come un elastico alla sua lunghezza originale.


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Idee e acquisti per la settimana

L’assortimento bellezza

I marchi propri più apprezzati

Arnaud Kindbeiter

«Alla pari con i più grandi»

Con un fatturato di 475 milioni di franchi, Mibelle Group figura tra i più importanti produttori di private label in Europa. Per Migros produce tra gli altri le seguenti marche proprie:

Mibelle Group è leader nella ricerca e nello sviluppo di prodotti di bellezza. In occasione dei numerosi confronti i suoi marchi risultano regolarmente tra i migliori. Arnaud Kindbeiter, Responsabile ricerca, ci parla delle tendenze e delle sfide

I am I am è una linea completa di prodotti di cura per ogni esigenza. L’offerta comprende prodotti per la cura di viso e corpo, per la cura e lo styling dei capelli, fino ai deodoranti e alle creme per le mani. La linea I am Natural Cosmetics offre numerosi prodotti di cura a base di materie prime naturali.

Testo Ralph Hofbauer; Foto Andrea Monica Hug

Azione 25% da 2 pezzi sull’intero assortimento per la cura del viso*

Le private label di Mibelle Group possono tener testa ai grandi marchi?

I test comparativi di «K-Tipp» o di «Saldo» dimostrano che i nostri marchi possono competere con i leader del mercato. I nostri prodotti vengono regolarmente riconosciuti come ottimi da giurie specialistiche internazionali. Tutto ciò sottolinea la nostra competenza nello sviluppo dei prodotti e dimostra quanto sia innovativa la nostra ricerca.

Zoé Zoé offre cosmetici per persone esigenti: lozioni per la pulizia, tonici per il visto, idratanti, prodotti di bellezza ad azione veloce, anti-aging e prodotti speciali per coccolare la pelle.

dal 9 al 22 maggio

Candida La gamma completa di prodotti per l’igiene orale Candida soddisfa i più attuali requisiti scientifici.

Quanto investite nello sviluppo prodotti?

Dal tre al cinque per cento del nostro fatturato è destinato alla ricerca e allo sviluppo. Ci troviamo così alla pari con le grandi marche del settore. Quali le innovazioni portate negli ultimi anni da Mibelle Group nel settore cosmetico?

Tra le varie innovazioni, nel 2011 abbiamo realizzato una crema che ha suscitato scalpore. Il suo principio attivo si basava sulle cellule staminali di una varietà di mela del canton Turgovia. L’allora First Lady americana Michelle Obama utilizzava un prodotto contenente questo principio attivo e di ciò abbiamo fatto grandi titoli. Negli scorsi anni siamo stati particolarmente attivi nella promozione di innovazioni nel settore della cosmesi naturale. Un ambito nel quale, sulla base delle tendenze nel settore della cosmesi convenzionale, proponiamo alternative, tra le quali gli oli per viso e corpo, attualmente molto richiesti. Quali sono le maggiori sfide nello sviluppo dei cosmetici naturali?

A causa delle rigorose modalità di certificazione, le materie prime che possono essere utilizzate nella cosmesi naturale sono molto limitate. E’ inoltre una grande sfida riuscire a ottenere delle composizioni ottimali con le sole sostanze naturali. Nei laboratori armeggiamo a lungo per riuscire a definire di quali oli abbiamo bisogno e in quali proporzioni mescolarli. Anche nella cura dei capelli il minor utilizzo della chimica è un tema?

Nella cura dei capelli ricorriamo ancora all’uso di sostanze sintetiche. Si comincia a utilizzare anche le sostanze naturali, che però devono essere modificate se si vogliono ottenere prodotti efficaci. A quali innovazioni state lavorando?

Stiamo elaborando nuove strutture di prodotti il cui utilizzo comporta un effetto sorprendente. Al momento siamo occupati nella realizzazione di una crema molto leggera, che sulla pelle si trasforma in un denso prodotto di cura, senza però apparire così pesante e appiccicoso come lo sono i prodotti analoghi.

esthetic Grazie alle sue fragranze esclusive, questa linea di prodotti di alta qualità per il corpo promette emozioni nella cura della pelle.

Arnaud Kindbeiter, Responsabile ricerca e sviluppo Personal Care, Mibelle Quanti test di laboratorio sono necessari per realizzare un nuovo prodotto?

Sun Look Sun Look offre prodotti per la protezione solare così come creme che leniscono la pelle dopo l’esposizione al sole o ancora che supportano l’abbronzatura.

In media da 20 a 30 tentativi. Con i prodotti più innovativi può però anche succedere che siano necessari oltre 100 esperimenti. Quali principi attivi sono attualmente tra i più richiesti?

Una tendenza è quella dei principi attivi per la flora cutanea. Alcuni prodotti cosmetici intaccano i microorganismi della guaina protettiva della pelle. Speciali principi attivi possono invece proteggere la flora cutanea esistente, analogamente a quanto fanno i prodotti alimentari con probiotici per la flora intestinale. Nella cosmetica quali possibilità si aprono grazie alle nuove tecnologie?

La digitalizzazione riguarda anche cosmesi. Gli specchi interattivi così come le app per i cosmetici permettono una personalizzazione che permette di tener conto individualmente del tipo di pelle del cliente. Altrettanto interessanti per la nostra industria sono le stampanti 3D. Magari presto potremo stampare i nostri cosmetici direttamente a casa. Possiamo aspettarci una nuova cura miracolosa nel campo dell’anti-aging?

Il processo di invecchiamento non può essere arrestato ma si possono combattere le cause. La ricerca dimostra che in particolare gli influssi ambientali possono invecchiare la nostra pelle. Oggi sono di attualità le creme antinquinamento che ci proteggono dalle particelle nocive sospese nell’aria. Anche il tema della luce blu sta diventando sempre più comune, dal momento che i dispalay di computer e telefoni cellulari possono danneggiare non solo gli occhi ma anche la pelle. In tale ambito la ricerca si orienta verso prodotti che proteggono la pelle con filtri a banda larga, che vanno oltre la protezione solare.

* fino a esaurimento stock; esclusi M-Budget, Bellena, confezioni da viaggio e confezioni multiple.


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Idee e acquisti per la settimana

L’assortimento bellezza

I marchi propri più apprezzati

Arnaud Kindbeiter

«Alla pari con i più grandi»

Con un fatturato di 475 milioni di franchi, Mibelle Group figura tra i più importanti produttori di private label in Europa. Per Migros produce tra gli altri le seguenti marche proprie:

Mibelle Group è leader nella ricerca e nello sviluppo di prodotti di bellezza. In occasione dei numerosi confronti i suoi marchi risultano regolarmente tra i migliori. Arnaud Kindbeiter, Responsabile ricerca, ci parla delle tendenze e delle sfide

I am I am è una linea completa di prodotti di cura per ogni esigenza. L’offerta comprende prodotti per la cura di viso e corpo, per la cura e lo styling dei capelli, fino ai deodoranti e alle creme per le mani. La linea I am Natural Cosmetics offre numerosi prodotti di cura a base di materie prime naturali.

Testo Ralph Hofbauer; Foto Andrea Monica Hug

Azione 25% da 2 pezzi sull’intero assortimento per la cura del viso*

Le private label di Mibelle Group possono tener testa ai grandi marchi?

I test comparativi di «K-Tipp» o di «Saldo» dimostrano che i nostri marchi possono competere con i leader del mercato. I nostri prodotti vengono regolarmente riconosciuti come ottimi da giurie specialistiche internazionali. Tutto ciò sottolinea la nostra competenza nello sviluppo dei prodotti e dimostra quanto sia innovativa la nostra ricerca.

Zoé Zoé offre cosmetici per persone esigenti: lozioni per la pulizia, tonici per il visto, idratanti, prodotti di bellezza ad azione veloce, anti-aging e prodotti speciali per coccolare la pelle.

dal 9 al 22 maggio

Candida La gamma completa di prodotti per l’igiene orale Candida soddisfa i più attuali requisiti scientifici.

Quanto investite nello sviluppo prodotti?

Dal tre al cinque per cento del nostro fatturato è destinato alla ricerca e allo sviluppo. Ci troviamo così alla pari con le grandi marche del settore. Quali le innovazioni portate negli ultimi anni da Mibelle Group nel settore cosmetico?

Tra le varie innovazioni, nel 2011 abbiamo realizzato una crema che ha suscitato scalpore. Il suo principio attivo si basava sulle cellule staminali di una varietà di mela del canton Turgovia. L’allora First Lady americana Michelle Obama utilizzava un prodotto contenente questo principio attivo e di ciò abbiamo fatto grandi titoli. Negli scorsi anni siamo stati particolarmente attivi nella promozione di innovazioni nel settore della cosmesi naturale. Un ambito nel quale, sulla base delle tendenze nel settore della cosmesi convenzionale, proponiamo alternative, tra le quali gli oli per viso e corpo, attualmente molto richiesti. Quali sono le maggiori sfide nello sviluppo dei cosmetici naturali?

A causa delle rigorose modalità di certificazione, le materie prime che possono essere utilizzate nella cosmesi naturale sono molto limitate. E’ inoltre una grande sfida riuscire a ottenere delle composizioni ottimali con le sole sostanze naturali. Nei laboratori armeggiamo a lungo per riuscire a definire di quali oli abbiamo bisogno e in quali proporzioni mescolarli. Anche nella cura dei capelli il minor utilizzo della chimica è un tema?

Nella cura dei capelli ricorriamo ancora all’uso di sostanze sintetiche. Si comincia a utilizzare anche le sostanze naturali, che però devono essere modificate se si vogliono ottenere prodotti efficaci. A quali innovazioni state lavorando?

Stiamo elaborando nuove strutture di prodotti il cui utilizzo comporta un effetto sorprendente. Al momento siamo occupati nella realizzazione di una crema molto leggera, che sulla pelle si trasforma in un denso prodotto di cura, senza però apparire così pesante e appiccicoso come lo sono i prodotti analoghi.

esthetic Grazie alle sue fragranze esclusive, questa linea di prodotti di alta qualità per il corpo promette emozioni nella cura della pelle.

Arnaud Kindbeiter, Responsabile ricerca e sviluppo Personal Care, Mibelle Quanti test di laboratorio sono necessari per realizzare un nuovo prodotto?

Sun Look Sun Look offre prodotti per la protezione solare così come creme che leniscono la pelle dopo l’esposizione al sole o ancora che supportano l’abbronzatura.

In media da 20 a 30 tentativi. Con i prodotti più innovativi può però anche succedere che siano necessari oltre 100 esperimenti. Quali principi attivi sono attualmente tra i più richiesti?

Una tendenza è quella dei principi attivi per la flora cutanea. Alcuni prodotti cosmetici intaccano i microorganismi della guaina protettiva della pelle. Speciali principi attivi possono invece proteggere la flora cutanea esistente, analogamente a quanto fanno i prodotti alimentari con probiotici per la flora intestinale. Nella cosmetica quali possibilità si aprono grazie alle nuove tecnologie?

La digitalizzazione riguarda anche cosmesi. Gli specchi interattivi così come le app per i cosmetici permettono una personalizzazione che permette di tener conto individualmente del tipo di pelle del cliente. Altrettanto interessanti per la nostra industria sono le stampanti 3D. Magari presto potremo stampare i nostri cosmetici direttamente a casa. Possiamo aspettarci una nuova cura miracolosa nel campo dell’anti-aging?

Il processo di invecchiamento non può essere arrestato ma si possono combattere le cause. La ricerca dimostra che in particolare gli influssi ambientali possono invecchiare la nostra pelle. Oggi sono di attualità le creme antinquinamento che ci proteggono dalle particelle nocive sospese nell’aria. Anche il tema della luce blu sta diventando sempre più comune, dal momento che i dispalay di computer e telefoni cellulari possono danneggiare non solo gli occhi ma anche la pelle. In tale ambito la ricerca si orienta verso prodotti che proteggono la pelle con filtri a banda larga, che vanno oltre la protezione solare.

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SABATO 13 MAGGIO

Gira la ruota e vinci la tua spesa! Vincita massima CHF 300.–

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Presso i supermercati Migros di Agno, Locarno, Lugano Centro, S. Antonino e Serfontana.

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Presenta lo scontrino dei tuoi acquisti fai girare la ruota ...e buona fortuna!

PREMIO DI CONS OLAZION PEC E CA TO

Orari di gioco dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00


Ecco come vivere un’estate decisamente migliore ! Con un gioco a premi, deliziose degustazioni e ancor più consigli.

Ecco come lasciarsi ispirare per una grigliata. All’ingresso di filiali Migros selezionate proponiamo una ricca degustazione di carne alla griglia all’insegna di nuove creazioni. Trovi tutte le date su ecco-lestate.ch

Ecco come preparare spiedini con salsa teriyaki e cipollotti. Ingredienti: 8 30 g 2 cucchiai 8 cucchiai 2 mazzetti 4 cucchiai 20 g

fettine di maiale di nodino di ca. 60 g di zenzero di salsa di soia di salsa teriyaki di cipollotti d’olio di sesamo di semi di sesamo Sale Pepe

Puoi trovare altre idee per le tue grigliate su: migusto.ch/grigliare

Ecco come fare il pieno di energia per qualsiasi avventura vacanziera. Tempo di preparazione: circa 10 minuti 3 kiwi maturi 1 banana 4 dl di acqua fredda o succo di mele Tagliare a pezzetti i kiwi e la banana. Ridurre il tutto in purea fine con il frullatore a immersione. Aggiungere l’acqua. Servire lo smoothie freddo.

ome c o c c E un e r e c n vi a viaggio

. a r d n Lo

Ecco come trascorrere fantastiche giornate estive con i nipotini. Slalom tra i bicchieri: Riempi d’acqua dieci bicchieri di plastica e mettili in fila a intervalli di un metro. 1. I bambini corrono per primi facendo lo slalom tra i bicchieri. 2. Al secondo giro la corsa va fatta con gli occhi bendati. 3. Al terzo giro si fa lo slalom con un bicchiere pieno d’acqua appoggiato sulla testa.

Chi indovina sarà premiato. Partecipa al concorso! Oltre ai premi settimanali in palio, puoi vincere un viaggio a Londra del valore di fr. 2000.–. Adesso su ecco-lestate.ch


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Bratwurst da grigliare Svizzera, 5 x 148 g, offerta valida dall’11.5 al 13.5.2017

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