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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio L’Associazione Triangolo, da 30 anni un sostegno ai pazienti oncologici, promuove l’esperienza della Biblioteca Vivente

Ambiente e Benessere Il patrimonio arboreo urbano ormai vetusto andrà sostituito: non semplicemente abbattere, ma rinnovare considerando anche i cambiamenti climatici

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXI 12 marzo 2018

Azione 11 Politica e Economia L’Italia ha perso l’occasione d’oro per diventare terza per importanza in Europa

Cultura e Spettacoli A Palazzo Reale di Milano una mostra celebra Albrecht Dürer e i suoi contemporanei

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di Anna Zafesova pagina 27

AFP

Putin si prepara al quarto mandato



Le votazioni viste da Facebook di Alessandro Zanoli Dalla frequentazione di Facebook si sarebbe potuto prevedere il risultato dell’intenso weekend di votazioni del 4 marzo scorso? Per chi lavora nei media è ormai evidente che bisogna abituarsi a considerare questo «bar virtuale» come un luogo significativo per tastare il polso alle attitudini politiche dell’elettorato. Da tempo ormai il fulcro delle comunicazioni istituzionali, delle campagne elettorali avviene qui. Magari all’insaputa degli stessi utenti, che raccolgono e divulgano opinioni senza sapere di essere utilizzatori finali di strategie comunicative partite da molto lontano. La premessa inevitabile a una riflessione di questo tipo è che Facebook si rivela un luogo di propaganda obliqua e un po’ subdola. Anche chi non volesse essere oggetto di messaggi espliciti legati a una campagna elettorale non potrebbe fare a meno di riceverne. Da un lato le inserzioni a pagamento ci bersagliano indipendentemente dalla nostra volontà. Oltre a questo, il social espone il nostro profilo personale a discussioni di «amici degli amici» che non avremmo mai potuto (e magari voluto) conoscere.

Ma torniamo alla domanda che ci siamo posti lunedì mattina della scorsa settimana. Col senno di poi è facile rispondere «Certo che sì». Se pensiamo all’esito della No Billag, la massiccia presenza di messaggi contrari all’iniziativa non si è potuta ignorare. Come se avessero perfettamente capito l’importanza del fuoco di sbarramento, in molti i sostenitori del «No» hanno rilanciato il messaggio in difesa dell’emittenza pubblica quasi quotidianamente. Del resto Facebook crea un ecosistema in cui amici e amici degli amici finiscono per condividere le stesse idee e la replicazione del consenso è insita in questi gruppi «semi-chiusi». Ma sicuramente si è notata una minore presenza di voci a sostegno dell’iniziativa. Lo stesso «Certo che sì» vale anche per i risultati delle elezioni politiche italiane. Anche calcolando il relativo distacco con cui le abbiamo osservate da qui, su profili di amici che sono in gran parte utenti ticinesi, l’impressione che, in un mercato dell’opinione politica tutto rivolto alla «voglia di cambiare» (elezione di Trump docet), il Partito Democratico sia stato percepito come un vero sodalizio «conservatore», responsabile di ogni arretratezza e disfunzione sociale. Forse il problema di fondo è il concetto stesso di

partito di sinistra: da un lato, l’idea stessa che possa esistere qualcosa «di sinistra» è totalmente fuori dagli schemi mentali odierni. Dall’altro, si nota in modo evidente come una fascia di persone rimproveri, al contrario, al PD il fatto non essere abbastanza di sinistra (e sembra un po’ di risentire le critiche alla socialdemocrazia in voga negli anni ’70). Anche qui, il fuoco di sbarramento è stato alto. E gli interessati non sono stati in gradi di proporre una replica efficace. Dopo aver liquidato il quotidiano storico, «L’Unità», che pure godeva di un certo seguito, il PD ha affidato a un sito web e a una newsletter il proprio destino. Peccato la ricevessero soltanto i propri iscritti, quelli che erano già d’accordo con la strategia ufficiale. Tutto sarebbe andato diversamente se dieci anni fa il PD avesse dato un’opportunità a Grillo. Forse non tutti ricordano che nel 2009 il comico italiano aveva chiesto provocatoriamente di poter prendere parte alle Primarie del Partito democratico, scontrandosi con le inevitabili resistenze dell’allora classe dirigente. E se invece fosse stato accettato? Come sarebbero cambiate le cose in Italia, oggi? Un’ipotesi da Ritorno al futuro...


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Attualità Migros

M Un premio alla qualità dell’allevamento Riconoscimenti Migros è leader mondiale nel settore del benessere degli animali

I marchi propri TerraSuisse e Migros Bio fissano degli standard rigorosi. (Alnatura.ch )

Concorso

Nel campo della produzione animale responsabile Migros rientra tra i migliori dettaglianti al mondo. Grazie alle sue prestazioni esemplari è riuscita a difendere la sua posizione leader nel Business Benchmark on Farm Animal Welfare (BBFWA). Il celebre riconoscimento viene conferito ogni anno da organizzazioni internazionali impegnate nella protezione degli animali e prende in esame circa 40 dettaglianti e 60 imprese alimentari a livello globale. Grazie al suo grande impegno nel settore del benessere degli animali, Migros ha superato le prestazioni degli

altri dettaglianti, conseguendo risultati di prim’ordine secondo tutti i criteri definiti. Complessivamente, sono solo cinque le imprese internazionali a far parte, insieme a Migros, del gruppo leader del BBFAW. Migros impone infatti da anni ai propri fornitori standard superiori alla media, prestando attenzione, laddove possibile, ad assicurare l’origine svizzera di carne, latticini e uova. Marchi propri come TerraSuisse e Migros Bio dimostrano la rigorosità degli standard Migros. Anche per i prodotti importati dall’estero, Migros si è prefissata l’obiettivo di implementare gli standard

Concerti delle Camelie Rassegna di musica da camera Sala della Sopracenerina, Locarno Venerdì 23 marzo ore 20.30 «Il flauto dolce e la suave melodia» M. Steger, flauto dolce; F. de Donatis, violino; H. Perl, viola da gamba; S. Wienand, clavicembalo Venerdì 6 aprile ore 20.30 «Il mandolino tra cantabilità e virtuosismo». D. Galfetti, mandolino, L. Pianca, tiorba e chitarra Venerdì 13 aprile ore 20.30 «La storia del violino nel ’700» Ensemble Europa Galante Venerdì 20 aprile ore 20.30 «Vicino un chiaro e cristallino fonte» Ensemble Voces Suaves www.concertidellecamelie.ch

www.azione.ch/concorsi Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate. Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Per aggiudicarsi i biglietti basta seguire le istruzioni contenute nella pagina web www.azione.ch/concorsi. Buona fortuna!

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

svizzeri sulla salute degli animali entro la fine del 2020. L’attuazione è già avvenuta con successo per tutta la carne fresca di coniglio, tacchino e pollo. La giuria del BBFAW elogia gli sforzi citati. «Migros si impegna a fondo affinché tutti i suoi fornitori a livello mondiale, lungo l’intera catena del valore aggiunto, si attengano a standard rispettosi degli animali, in modo analogo a quanto avviene in Svizzera», dichiara Nicky Amos, direttrice del BBFAW. Il BBFAW è condotto dalle organizzazioni internazionali di protezione degli animali «Compassion

Il benessere si conquista correndo PodismoSta per

iniziare la stagione delle corse popolari Da tempo Migros ha annunciato il proprio impegno a sostenere lo sport popolare, quale forma concreta di contributo al mantenimento della salute dei suoi clienti. Sia all’interno della sua campagna Generazione M, sia nell’ambito del programma iMpuls, Migros e SportXX danno il loro contributo in occasione dei principali appuntamenti podistici nazionali. Il calendario delle competizioni è attualmente consultabile sul sito web www.migros.ch/it/ sponsoring/corse-popolari.html. All’indirizzo www.migros-impuls. ch/corse-popolari è possibile invece ottenere una serie di suggerimenti e consigli utili per la preparazione fisica alle competizioni. Nella nostra regione la gara più importante per gli appassionati è sicuramente la Stralugano, in programma il 26 e 27 maggio. In uno dei prossimi numeri del nostro settimanale saranno messe in palio delle iscrizioni gratuite. Nell’attesa, i lettori potranno documentarsi sul fascicolo Extra Corsa che sarà allegato al prossimo numero di «Azione». Conterrà consigli specifici di professionisti ed esperti che vogliono aiutare i runner a esprimere la propria passione per la corsa.

in World Farming» e «The World Society for the Protection of Animals (WSPA)». Il benchmark analizza 99 imprese leader del settore alimentare sulla base di criteri quali impegno del management, leadership, innovazione, impatto e informazioni rese pubbliche. Informazioni

Il rapporto complessivo (in inglese) è scaricabile a questo indirizzo web: https://www.bbfaw.com/media/1506/ bbfaw-report-interactive-amended21st.pdf

Pronti? Al via la stagione per runner di tutte le età. (migros-impuls.ch)

Quattro concerti per le «Camelie» musicali EventiLa rassegna locarnese compie dieci anni e presenta

un programma incentrato sul repertorio antico Un festival internazionale di musica antica dalle dimensioni relativamente ridotte, ma non per questo di trascurabile importanza: i gruppi che nel corso degli anni sono stati invitati ad esibirsi disegnano, con l’originalità della loro proposta, un cartellone unico nel suo genere nel nostro cantone. Anche per questa decima edizione dei Concerti delle Camelie basta una breve scorsa al programma per trovare motivi di interesse e curiosità, sia per ciò che riguarda la strumentazione scelta per le varie serate, sia per il repertorio che ognuna delle formazioni ha in serbo. Si inizia venerdì 23 marzo 2018 con il flauto dolce di Maurice Steger. Se esiste uno strumento che incuriosice nel repertorio barocco, è questo piccolo fiato in legno. Il suo timbro inconfondibile lo rende unico, ma quello che è interessante è notare come, nella sua apparente semplicità esso sia in grado di ricoprire ruoli da protagonista. L’esperto Maurice Steger sarà accompagnato da Fiorenza de Donatis al violino, Sebastian Wienand al cembalo e Hille Perl alla viola da gamba. Eseguiranno

Duilio Galfetti e Luca Pianca. (concertidellecamelie.com)

musiche di D. Castello, A. Vivaldi, A. Falconiero, T. Merula, A. Caldara, G.H. Hasse, D. Scarlatti. Il 6 aprile, invece, la serata sarà dedicata a un’esplorazione nel mondo degli strumenti a corda. Duilio Galfetti, al mandolino e Luca Pianca, alla tiorba e alla chitarra, proporranno un’escursione attraverso melodie e temi del Settecento italiano, con musiche di Scarlatti, Piccone, Sammartini e Arrigoni. Spetterà invece al violinista Fabio Biondi, formidabile esecutore e direttore d’orchestra, condurre venerdì 13

aprile il pubblico in una esplorazione del repertorio barocco per violino. Sotto il titolo di Storia del violino in Italia, Biondi e il suo ensemble Europa galante eseguiranno una scelta di brani di A. Corelli, A. Vivaldi, F. Geminiani, G. Tartini, F.M. Veracini, P.A. Locatelli. Concluderà il festival, venerdì 20 aprile, l’ensemble vocale Voces Suaves, fondato da Tobias Wicky nel 2012 e di cui fanno parte otto soliste. In programma alcuni dei più bei madrigali di Claudio Monteverdi. Come negli scorsi anni i concerti saranno introdotti dai musicologi Giada Marsadri, e Giuseppe Clericetti, i quali aiuteranno il pubblico a calarsi nell’epoca e a comprendere il carattere delle composizioni eseguite. Informazioni e dettagli su

www.concertidellecamelie.com In collaborazione con


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Società e Territorio Passo del Lucomagno Abbiamo trascorso un «ordinario» giorno di chiusura della strada del Passo insieme a Filippo Genucchi responsabile della sicurezza del versante Sud pagina 5

Il centro di Lugano e l’arrivo del tram-treno La scelta relativa al tracciato dei binari e soprattutto dell’uscita della galleria in località Sant’Anna provocherà conseguenze importanti per l’assetto degli spazi pubblici pagina 6

Libri umani da sfogliare

Associazione TriangoloPer sottolineare

i 30 anni di sostegno ai pazienti oncologici l’associazione porta per la prima volta in Ticino l’esperienza della Biblioteca Vivente

Stefania Hubmann Il cancro raccontato in prima persona da pazienti, famigliari, curanti e volontari che per l’occasione diventano libri viventi, a disposizione per una ventina di minuti di chi li sceglie. Grazie all’associazione Triangolo, che festeggia nel 2018 i trent’anni di attività a sostegno dei pazienti oncologici, il metodo Human Library, tradotto in italiano con Biblioteca Vivente, giunge per la prima volta in Ticino. L’appuntamento è per il 14 aprile a Lugano (dalle 10 alle 13 al LAC) e il 19 a Locarno (dalle 10 alle 13 alla Sopracenerina), dove si potranno incontrare venti persone pronte a raccontare la loro esperienza di vita e a rispondere alle domande dei presenti. L’obiettivo di questo approccio, presentato nel 2000 da un’associazione danese (Stop The Violence) creata sette anni prima da un gruppo di giovani quale risposta all’aggressione a sfondo razzista di un loro compagno, è di mettere le persone di fronte ai loro pregiudizi, offrendo uno spazio di dialogo. Human Library favorisce la comprensione, considerata dai promotori la pre-condizione della tolleranza e dell’integrazione. Nel 2003 il metodo è stato riconosciuto quale buona prassi dal Consiglio d’Europa e da allora diffuso in tutto il mondo con grande successo. Dalla violenza le proposte sono state estese ad altri temi sensibili come ad esempio la disabilità, la detenzione e le malattie mentali. Anche il cancro, malgrado i grandi cambiamenti degli ultimi decenni, resta una patologia vittima di molti stereotipi che possono essere abbattuti proprio grazie all’esperienza della Biblioteca Vivente. Lo conferma l’oncologo Marco Varini, tra i fondatori dell’associazione Triangolo, oggi presidente della Sezione del Sottoceneri e responsabile cantonale del Servizio Cure Domiciliari e Palliative (SCDP). Precisa il dottor Varini: «Le malattie oncologiche sono serie ed importanti, ma occorre tenere in considerazione la loro diversità, per forma e presentazione, come pure la possibilità di affrontarle con ottimi risultati. Reazioni di chiusura, impotenza e compassione non sono però completamente scomparse, per cui riteniamo necessario offrire la possibilità di confrontarsi direttamente con le persone coinvolte». A proporre l’organizzazione di una Biblioteca Vivente in Ticino sono state le coordinatrici dei due gruppi di

volontari attivi nel Sottoceneri e nel Sopraceneri a favore di oltre 400 pazienti. Il loro contatto con la Fondazione Empatia Milano (FEM), con la quale hanno sperimentato il metodo, ha dato vita alla collaborazione fra i due enti per le giornate del prossimo aprile. Il mondo delle malattie oncologiche è pieno di vita e tutti potranno scoprirlo durante le due Biblioteche Viventi. I «libri» si stanno preparando per questo evento; ci sono come già riferito pazienti, famigliari, professionisti delle cure e volontari. «Il ruolo di questi ultimi riveste una grande importanza – spiega al riguardo il nostro interlocutore – perché fungono da trait d’union tra la realtà quotidiana del paziente e il team sanitario che lo segue. Quando abbiamo iniziato l’attività erano una dozzina, oggi sono circa sessanta. Siamo sempre alla ricerca di nuove leve per poter essere vicino ai pazienti e alle loro famiglie. Un volontario non deve avere qualifiche particolari, ma uno spiccato senso civico di solidarietà e rispetto. Nel corso del 2018 è prevista una nuova formazione aperta a tutti gli interessati». Il numero di volontari è solo uno degli elementi che illustrano il grande sviluppo dell’attività dell’associazione Triangolo dal 1988 ad oggi. Partita da Lugano con un ruolo pionieristico, quando il volontariato oncologico era inesistente, ha sempre concentrato l’attenzione sui bisogni e la qualità di vita dei pazienti durante l’intero percorso di malattia, estendendo l’accompagnamento, la solidarietà e la condivisione ai famigliari. I tre vertici del Triangolo corrispondono infatti al paziente, alle persone curanti e all’ambiente familiare. L’obiettivo è di garantire un buon equilibrio fra questi tre poli relazionali. Dal 1993 l’associazione è presente anche a Locarno e dal 2001 nel Bellinzonese. Il 2001 è anche l’anno in cui è stata riconosciuta dal Dipartimento della sanità e della socialità quale servizio d’appoggio per l’assistenza e le cure a domicilio. Con il passare del tempo sono state introdotte diverse prestazioni – Servizio sociale, Servizio di consulenza psico-oncologica, Servizio cure domiciliari e palliative – fino a garantire una presa a carico globale dei bisogni del paziente. Attualmente assicura un intervento su tutto il territorio cantonale grazie ad un team interdisciplinare che comprende volontari, operatori sociali, infermieri specializzati, psico-

Pazienti, famigliari, curanti e volontari diventeranno libri viventi pronti a raccontare la propria esperienza di malattia.

oncologi, oncologi e medici specialisti in cure palliative. Una decina i professionisti impiegati a tempo parziale. «Il forte coinvolgimento dei medici e la vicinanza fra professionisti e volontari – aggiunge il dottor Varini – sono due caratteristiche dell’associazione per la quale il rapporto di fiducia nella relazione di cura è fondamentale. Lo ribadiamo anche in occasione del seminario organizzato in collaborazione con la Fondazione di Ricerca Psiconcologica di Lugano che si svolgerà giovedì 15 marzo al Palazzo dei congressi a Lugano intitolato proprio «Di chi ti fidi ancora?». L’appuntamento si iscrive nel calendario degli eventi proposti al pubblico. Inoltre, durante tutto l’anno offriamo ai pazienti incontri, attività e corsi a cadenza regolare sia nel Sottoceneri, sia presso il Centro Triangolo di Locarno». Quest’ultimo aspetto funge da fil rouge fra le diverse attività di Triangolo.

Marco Varini: «Il paziente, soprattutto nel caso della medicina oncologica, manifesta la necessità di una presa a carico globale. Sfera fisica, psicologica, sociale e spirituale sono sovente tutte coinvolte sin dalla diagnosi. Dobbiamo quindi sempre pensare a mobilitare le risorse migliori per ottimizzare la qualità di vita del paziente sia che la situazione peggiori, sia che migliori. Non bisogna infatti dimenticare che anche chi sta meglio è fragile, poiché tende a sentirsi solo e in alcuni casi pure in colpa per essere sulla via della guarigione. Le problematiche dipendono da un insieme di fattori e i curanti devono capire quali sono quelli che richiedono maggiore attenzione». Il cancro non rappresenta più un tabù, ma non è nemmeno sempre accettato per ciò che è. Sono i familiari, secondo la trentennale esperienza dell’associazione Triangolo, a soffrire maggiormente di alcuni stereo-

tipi, mentre chi è malato all’inizio tende a concentrarsi sulle terapie. Eppure secondo le statistiche circa il 40% della popolazione passa durante la sua vita attraverso una diagnosi oncologica. Inoltre la percentuale dei sopravvissuti è in costante aumento; in Ticino essi superano le 10mila unità, in Svizzera sono oltre 250mila. Questo significa che facilmente si conoscono persone colpite da questa malattia, senza però riuscire a confrontarsi con loro nella quotidianità. Da qui l’importanza degli appuntamenti con la Biblioteca Vivente, i cui protagonisti invitano a non giudicare un libro dalla copertina ma a sceglierlo con l’aiuto di speciali bibliotecari per condividere esperienze ed emozioni. Informazioni

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Società e Territorio

Oltre la barriera

Passo del Lucomagno Un «ordinario» giorno di chiusura della strada nel regno della neve e dei suoi pericoli

Mara Zanetti-Maestrani In barba ai «giorni della merla», questa bella mattina del 30 gennaio preannuncia una giornata soleggiata e non poi così fredda. Mi trovo davanti alla barriera che chiude il Passo del Lucomagno, in zona Campra. Diversamente allo scorso inverno che ha ben abituato gli automobilisti permettendo loro di transitare pressoché tutti i giorni (solo un decina i giorni di chiusura), quest’anno l’inverno ha portato sul Passo che collega il Ticino ai Grigioni molta neve. E quindi parecchio lavoro per gli addetti alla sicurezza del valico. Da sempre, la barriera chiusa fa sorgere in me diversi pensieri. Cosa c’è oltre? L’incognita della Natura vera in tutte le sue forme; il fascino della sua potente e misteriosa forza. Il pericolo di valanghe. E proprio il fatto che l’accesso al valico è proibito, fa sì che tutta la già di per sé magnifica regione del Lucomagno sia investita di un ulteriore, irresistibile fascino. Tuttavia il rispetto è d’obbligo: oltre la barriera si entra in una zona di pericolo nella quale la vita potrebbe esser messa a rischio. Ma qual è la differenza tra pericolo e rischio? Filippo Genucchi, la persona che – per la Pro Lucomagno – da una decina di anni si occupa dell’apertura (o chiusura) del versante Sud del passo e della sua sicurezza, mi aspetta nel suo veicolo a Campra, davanti alla barriera. Nel suo lavoro è in costante contatto con il collega grigionese Otti Flepp che, sul versante Nord, ha lo stesso compito. Filippo mi porta diversi chilometri più avanti, nel punto dove un escavatore e una fresa stanno liberando la strada da una valanga. Nella notte il canalone ha nuovamente scaricato a valle una massa di neve compatta. Si tratta di una valanga definita «da reptazione» (Gleitschneelawine in tedesco) che si forma, su versanti ripidi, a seguito della perdita di attrito tra il manto nevoso e il terreno liscio sottostante. La pioggia, filtrata attraverso il manto nevoso, si accumula e forma una specie di cuscinetto tra il terreno e la neve, cuscinetto sul quale la neve scivola via spontaneamente. Una situazione, quella della pioggia e delle temperature alte per la stagione, venutasi a creare diverse volte quest’inverno. Siamo ai piedi del corso valangario (ossia nel «canalone») poco prima di Acquacalda, definito in gergo tecnico S13, che sta per il tredicesimo corso a Sud del passo partendo dal culmine. In totale i corsi valangari inventariati

A destra, Filippo Genucchi esegue un profilo stratigrafico che sarà poi inviato all’Istituto SLF di Davos; in basso, Genucchi mentre, dall’elicottero, lancia l’esplosivo. (Mara Maestrani/ Filippo Genucchi)

dall’inizio dell’apertura invernale del Lucomagno sono ben 84, di cui 35 sul versante bleniese. Ogni «canalone» rappresenta un potenziale pericolo. A Sud, quelli più problematici sono gli S13 e S14. Qui le valanghe, quando scendono, raggiungono pressoché sempre la strada. La situazione a monte di S13 è instabile. La linea di stacco delle masse cadute a valle appena il giorno prima e nella notte è ben visibile. Su di una piccola chiazza di terreno brullo lasciata libera al sole dall’impressionante massa di neve compatta scivolata via, cinque cervi brucano tranquilli qualche vecchio filo d’erba. «Bisogna fare quel che si può per cercare di garantire la sicurezza», dice Filippo. Anche loro, i due autisti dei mezzi spazzaneve, lavorano in situazione di rischio. Per questo motivo i due veicoli non devono essere vicini: se la massa lassù si stacca e colpisce un mezzo, l’altro deve poter intervenire.

In totale i corsi valangari inventariati dall’inizio dell’apertura invernale sono 84, di cui 35 sul versante bleniese Il pericolo rappresenta una situazione oggettiva nei confronti della quale l’uomo non può intervenire. In quasi tutto il mondo, il pericolo di valanghe è de-

finito in 5 gradi da debole a molto forte in base alla condizione della neve e del terreno. Il rischio, invece, dipende dal comportamento delle persone. Se, in presenza di pericolo di valanghe, entro nel raggio di azione di questo pericolo, ciò significa che in quel momento mi assumo un rischio. Possiamo fare un paragone con l’automobile: sappiamo tutti che circolare di notte coi fari spenti è pericoloso. Oltre che proibito. Se, pur sapendolo, circoliamo coi fari spenti, ci assumiamo una bella dose di rischio. Inoltre, lo sci-escursionista si assume coscientemente il rischio di essere travolto da una valanga e deve quindi adottare quei comportamenti (appresi in appositi corsi di formazione) che lo aiutano a ridurre il massimo possibile questo rischio o ad aggirarlo. Chi, invece, chiuso nella sua auto, si trova a dover transitare su una strada pubblica esposta a pericolo di valanghe – come il Lucomagno – deve poterlo fare in sicurezza. E, diversamente dallo sciescursionista, lungo la strada l’automobilista non ha possibilità di scelta, non può «aggirare» il pericolo. All’autorità comunale o statale o agli enti preposti, spetta quindi il dovere di garantire la sicurezza, nella misura del possibile. La sicurezza dell’utenza della strada diventa l’assoluta priorità. «Nello studio e nel lavoro con la neve c’è e ci sarà sempre una zona grigia», continua Filippo. Quest’anno poi il lavoro, anche di osservazione e di studio, non manca proprio: a fine gennaio

a quota 2000 metri c’erano da 1,80 fino a 2 metri di neve; tanta quanta non si misurava più dal 1999 a quella quota. «Se devo allontanarmi per un giorno o due dal Passo – racconta – è come se mi mancasse una pagina di un libro: devo sapere cosa è successo durante la mia assenza, come è cambiata la neve, come è evoluta la situazione. È un’attività, la mia, che definisco “totalizzante”, mi prende interamente». In caso di assenza dal lavoro sul Passo – per motivi di formazione, istruzione o altro – è Elio Solari il competente sostituto di Filippo. Elio ha infatti svolto per parecchi anni prima di lui questo lavoro. Intanto siamo arrivati a Casaccia,

riuscita è la caratterizzazione di ognuno di loro (dolce e materna la blatta, sarcastica la cimice, non troppo acuto il moscone, spaventato il moscerino, e delizioso il millepiedi muto, menomato anche per il fatto di non saper volare), la quale, oltre ad essere apprezzabile in sé, dà un senso al fatto di creare animali dai tratti umanizzati, com’è tipico di questo genere di storie per l’infanzia. Del resto questi insetti sono sì umanizzati, quanto a sentimenti e ironia, ma il loro sguardo rimane uno sguardo «altro» e straniato sul mondo degli umani, uno sguardo che ne mette in evidenza le assurdità e le brutture delle loro città di cemento. E va notato che l’autore, biologo di formazione, ha creato per i suoi insetti un mondo attendibile anche dal punto di vista scientifico. Un altro valore del libro è la delicata solidarietà che intercorre tra i personaggi, nelle loro diversità. L’autore che si nasconde sotto lo pseudonimo di Tim Bruno ci aveva abituato a romanzi di successo, come la saga Ossidea, Codarotta, o Il ritorno

del gatto Codabianca, ma questo è forse il suo romanzo più riuscito.

punto dove è giunta la fresa. Filippo riceve una telefonata e allora io ne approfitto per scattare qualche foto, col telefonino. Già, il telefono. Ecco! Il fatto che sul Lucomagno persistono le zone d’ombra di ricezione telefonica dovrebbe davvero e finalmente trovare una soluzione. In fondo siamo nel 2018, e avere... «campo» fa parte della sicurezza, anzi ne è un fattore che può essere determinante. Mentre parliamo si alza un po’ di vento freddo. Se non sono le valanghe a ostacolare l’apertura del passo, può farlo il vento. Quando soffia forte, specie nella tratta finale prima del culmine, è in grado di spostare importanti quantitativi di neve sulla carreggiata. Una vera trappola per gli automobilisti. Per quanto riguarda il versante grigionese, vi rimandiamo all’interessante volume di Ciprian Giger, pubblicato nel 2016, dal titolo Uomini, valanghe e storie sul Passo del Lucomagno dal 1955 al 2015 (volume tradotto in italiano da Lino Vescovi di Olivone e dalla figlia Simona). Sul versante grigionese il maggior problema è rappresentato dal corso valangario 34, situato all’imbocco nord della galleria di Santa Maria che ora, proprio per eliminare questo pericolo, verrà prolungata di 350 metri. Il corso N34 è stato finora responsabile nel 50% circa dei casi di chiusura del valico. Nello stesso volume, Clau Venzin (responsabile dal 1975 al 2000 della sicurezza sulla strada del passo) scrive: «Normalmente si pensa che le valanghe scendano a valle col brutto tempo o dopo forte vento. Si rimane poi delusi quando le valanghe si staccano col bel tempo». Proprio come successo ieri, in due stupende e soleggiate giornate di fine gennaio.

Interventi di premunizione Oltre all’autorizzazione di eseguire, in via sperimentale, stacchi artificiali con l’esplosivo, sul versante Sud il Cantone ha promosso un progetto che – proprio a monte dei corsi valangari più critici – prevede la posa di ripari in legno e la creazione di piantagioni nonché la cura selvicolturale dei boschi di protezione esistenti. Nel corso di quest’anno gli uffici competenti ultimeranno il progetto di dettaglio che verrà poi presentato formalmente all’Associazione Pro Lucomagno durante la sua prossima assemblea ordinaria.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Tim Bruno, Alla ricerca di Bi, illustrazioni di Claudio Prati, Nord-Sud. Da 8 anni Un’avventura dal punto di vista degli insetti. Non è la prima, nella letteratura per ragazzi. Erano molto belli ad esempio Cento piedi avvelenati, di Lynne Reid Banks (Salani), o La città delle api di Thomas Keneally (Feltrinelli Kids). Così come non è nuovo il tema della coppia di animali – uno ribelle, l’altro più ligio – in fuga dalle leggi del loro gruppo di appartenenza, sentite come oppressive, o dalla prigionia dello sfruttamento da parte degli umani (ad esempio Cervelli di gallina, di John Yeoman, Mondadori, che come La città delle api è purtroppo fuori catalogo). Questo recente romanzo di Tim Bruno, tuttavia, ha una sua originalità e piacerà ai lettori. Piacerà perché è scritto bene, ha ritmo ed è ricco di colpi di scena. Siamo in un alveare, le api Eli e Bi nascono da celle contigue, sono sorelle inseparabili, anche se a Eli basta il suo mondo, di ape operaia bottinatrice, dentro

e fuori dall’alveare, rispettosa delle regole comunitarie, mentre a Bi tutto questo va stretto e ben presto vuole andare oltre, volare più lontano, scoprire il mondo. La fuggitiva non fa rientro e non potrà più essere accettata dall’alveare: allora Eli, con coraggio e generosità, decide di non lasciarla sola ad affrontare i pericoli e si mette alla sua ricerca. Sarà un’avventura piena di rischi e di incontri non sempre favorevoli. Tra gli incontri favorevoli ci sarà quello, determinante, con la «compagnia della discarica», uno sgangherato gruppetto di insetti meno nobili delle api (una blatta, una cimice, un millepiedi, un moscone, un moscerino) che la aiuteranno nella ricerca. Molto ben

Olivia Crosio, Un amore incosciente, Feltrinelli UP. Da 13 anni Ambra è in auto con mamma, papà e fratellino, ha dovuto lasciare la vacanza al mare dove era ospite dall’amica del cuore per trascorrere la «vacanza di famiglia» in montagna a cui i genitori tengono tanto; eccola lì dunque, sul sedile posteriore accanto al fratellino, immusonita e sarcastica come solo un’adolescente sa essere. Il romanzo inizia così, ma subito, alle prime pagine, un incidente fa andare fuori strada la macchina e occorre chiamare un carro attrezzi. Il conducente del mezzo si offre di accompagnare la famiglia in un albergo lì vicino, dove potranno pernottare in attesa di riorganizzare il viaggio. Ma l’albergo è strano, ha qualcosa di inquietante, e gli ospiti sono quasi tutti soli. È solo anche un ragazzo, bello e introverso, per il quale Ambra si prende una cotta che le rende

il soggiorno forzato molto più gradevole. Un amore incosciente è il titolo di questo romanzo, ed è un titolo che non allude solo all’impulsività dell’innamoramento di Ambra, ma anche ad altro, che non possiamo rivelare per non rovinare le sorprese della trama. Possiamo solo aggiungere che questa è una storia romantica, ma è anche un po’ thriller (dove sono scomparsi la mamma e il fratellino?) ed è anche un po’ sul confine di altri generi che appunto non possiamo anticipare. Una storia leggera, scorrevole, con alcuni brani incisivi – in prima persona, dalla prospettiva di Ambra – sull’adolescenza e i suoi sentimenti ambivalenti nei confronti degli affetti familiari.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Società e Territorio

Aspettando il tram

Lugano La scelta relativa alla posizione dei binari del futuro tram potrà provocare conseguenze importanti

per l’assetto degli spazi pubblici del centro

Alberto Caruso Nel 1889 Camillo Sitte, uno dei padri dell’urbanistica moderna, scriveva che «nel nostro secolo matematico, la costruzione e la crescita delle città sono diventate delle questioni puramente tecniche. Perciò mi sembra essenziale ricordare che così si risolve solo una parte del problema, mentre l’altra, quella dell’arte, rimane trascurata, come se avesse minore importanza». A quel tempo, si parlava di Städtebaukunst, di arte di costruire le città, e le discipline tecniche come l’igiene ambientale, e soprattutto i saperi relativi ai trasporti e al traffico, cominciavano a svilupparsi, mentre gli effetti spaziali indotti dalle scelte tecniche iniziavano ad essere sottovalutati. La forma della città, delle strade e delle piazze – che sono la scena della vita sociale – è fortemente determinata dalle scelte relative alla mobilità. Si pensi, per esempio, come alla fine del XIX secolo la costruzione delle stazioni ferroviarie abbia condizionato il disegno di intere parti delle città moderne.

La situazione attuale offre l’occasione per ripensare l’uscita della galleria tram-treno in località Sant’Anna tra i due edifici ex BSI Oggi a Lugano è attuale proprio un problema di questo genere: la scelta relativa alla posizione dei binari di un innovativo mezzo di trasporto collettivo potrà provocare conseguenze importanti per l’assetto degli spazi pubblici centrali della città. Conseguenze che vanno valutate con la consapevolezza che si tratta di scelte non correggibili, lasciate in eredità alle successive generazioni. Ci riferiamo alla posizione dell’uscita in località Sant’Anna della galleria del tram-treno che collegherà il Piano del Vedeggio al centro della città. Nel

progetto originario, studiato nel 2005 – e concluso con l’adozione di una scheda del Piano Direttore – era previsto che la galleria uscisse dalla montagna in corrispondenza della corte compresa tra i due edifici ex BSI, e prevedeva una fermata in quella posizione. Sarebbe stato davvero difficile trovare un sito più adatto di quello, che sembrava pensato appositamente per ospitare i binari del tram e la fermata. I due stabili, progettati anni prima da Claudio Pellegrini sulla base di un planivolumetrico di Giancarlo Durisch – che aveva vinto il concorso bandito da BSI – sono quasi in asse con corso Pestalozzi. Una vera e propria «porta» della città verso il piano del Vedeggio e verso l’aeroporto. Nella tappa successiva, il proseguo dei binari su corso Pestalozzi verso piazza ex Scuole sarebbe stato lineare. Una situazione già compiuta, con una geometria quasi perfetta, da città classica. Nel progetto originario era anche previsto che la descritta fermata del tram fosse collegata alla stazione FFS con una funicolare. Molti centri di città europee sono dotati di sistemi di collegamento con le stazioni ferroviarie – spesso realizzati con interventi architettonici di grande valore – anche se la situazione di Lugano è singolarmente invertita rispetto alla conformazione più storicamente consueta, che vede le città antiche in alto e le stazioni ferroviarie nelle piane sottostanti. Poi è successo che la BSI ha opposto resistenza al tracciato del tram nella corte compresa tra i suoi edifici. Anziché mettere in atto gli strumenti necessari per realizzare le proposte, le diverse istituzioni competenti le hanno successivamente modificate. L’attuale stato del progetto, risultato di un percorso sofferto, rivela la perdita della chiarezza originaria e prefigura un assetto spaziale irrazionale e privo di motivazioni. L’uscita della galleria sarebbe spostato a nord, a lato degli edifici ex BSI, impedirebbe la formazione di una fermata e costringerebbe il tracciato dei

Un’immagine render di come apparirà corso Pestalozzi con il tram. (www.ti.ch)

binari ad una curva e controcurva per imboccare corso Pestalozzi. Un brutto disegno, una soluzione di ripiego che non soddisfa l’interesse generale che la progettazione urbanistica dovrebbe perseguire. Certo, dal punto di vista della tecnica trasportistica c’è poca differenza tra due tracciati distanti qualche decina di metri. Ma siamo nel centro di Lugano, in luoghi e spazi di grande significato per l’idea di città che i residenti condividono e che costituisce ragione profonda del loro sentire cittadino. La bellezza degli spazi urbani – nelle città non fondate su un impianto disegnato e unitario – è spesso formata da relazioni e proporzioni, il cui equilibrio può essere facilmente compromesso da scelte sbagliate. Non si può non essere consapevoli che il tracciato proposto e il suo esito spaziale hanno perso ogni qualità, sono privi di precedenti nella storia delle città. E che l’impegno tecnico ed

economico della costruzione della galleria conferisce a quest’opera una durata storica. Oggi, dopo la chiusura della BSI, i due fabbricati tra i quali era originariamente prevista la fermata del tram sono vuoti. La situazione offre, quindi, l’occasione per un immediato ripensamento ed il recupero della soluzione iniziale, che incontrerebbero un consenso generale. È indispensabile una ripresa di autorevolezza politica e culturale da parte delle autorità cittadine, che possono ricostruire le condizioni spaziali che erano state da tutti riconosciute come ottimali. Anche altre parti della proposta originaria sono state modificate – come per esempio la sostituzione della funicolare con una fermata sotterranea collegata con scala mobile alla stazione FFS. Ma la questione dell’uscita della galleria a Sant’Anna è certamente la scelta che può condizionare di più l’ar-

chitettura della città, e che è necessario correggere con urgenza e decisione. Per coerenza, è necessario confermare la fermata Sant’Anna tra i due fabbricati ex BSI, che disterebbe solo poche decine di metri dal terminal dei bus, in attesa che il tracciato di una seconda tappa verso Cornaredo sia definitivamente deciso. Senza contare che è proprio del mezzo tranviario urbano servire l’utenza con fermate frequenti e vicine. Infine, è importante abbandonare quelle ipotesi, in passato ventilate, di una variante di PR per realizzare un’alta torre su terreni privati adiacenti alla fermata Sant’Anna, rimandando ad un confronto pubblico su un progetto urbanistico più generale, utilizzando – come avviene nelle altre città svizzere – lo strumento del concorso. Oggi si presenta un’occasione speciale perché la città eserciti la sua capacità di guidare le trasformazioni con modalità che perseguano la qualità delle soluzioni spaziali.

Giovani con il sogno di una cosa

lanostraStoria.chSul portale di storia partecipativa si trova un ricco dossier dedicato al Sessantotto,

alle sue origini e ai suoi sviluppi Lorenzo De Carli Il 9 marzo di cinquant’anni fa, gli studenti della Magistrale di Locarno occuparono l’Aula 20, dando inizio ad una protesta che durò quattro giorni ma che produsse effetti che ebbero lunga e vasta eco. Intitolato «Il sogno di una cosa», sta prendendo forma nelle pagine del portale di storia partecipativa lanostraStoria.ch un dossier che raccoglie una generosa selezione di documenti con-

servati nelle Teche RSI. Pur mettendo al centro dell’interesse quanto accadde durante l’intero arco di quell’anno che davvero segnò un’epoca, la scelta dei documenti abbraccia un periodo storico assai più vasto, che va dal 1963, estendendosi per quasi due decenni. Ragione di questa scelta editoriale è il fatto che il Sessantotto – posto pressoché alla fine di quella che lo storico Eric J. Hobsbawm definì l’«Età dell’oro» (1946-1973) del Secolo breve – non fu un movimento sociale che nacque dal

Scuole Magistrali di Locarno, dove gli allievi nel ’68 occuparono l’Aula 20. (www. lanostrastoria.ch)

nulla, e neppure si esaurì in quell’anno stesso. Aveva radici che si prolungavano almeno fino all’inizio di quel decennio, e la molteplicità dei soggetti sociali coinvolti, la varietà degli ambiti che ne vennero toccati, nonché l’estensione geografica del movimento diedero luogo a processi di trasformazione che si svilupparono per almeno due decenni sotto il segno di un’esplicita rivendicazione giovanile, prima di diventare esperienza esistenziale condivisa a tutti e a tal segno intrinseca al comune sentire, da non più poter essere identificata come causata da quelle contestazioni di piazza. Mentre nelle Teche della RSI spiccano i volti degli studenti Sergio Cavadini e Dino Balestra – l’uno perché portavoce di coloro che decisero di occupare l’Aula 20, l’altro perché critico nei confronti dell’azione di protesta –, colpisce osservare l’anticipazione delle contestazioni ticinesi rispetto al resto della Svizzera, che il dossier su lanostraStoria.ch documenta con una ormai dimenticata marcia per la pace avvenuta a Bellinzona nell’aprile del 1967. Se è vero, come suggerisce il titolo (Voce e specchio) della storia della RSI curata dal Theo Mäusli, che la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana è stata uno specchio della nostra regio-

ne, allora è utile studiarne i documenti pubblicati su lanostraStoria.ch per comprendere quale immagine i cittadini della Svizzera italiana avevano del Sessantotto. Interessante, quindi, osservare che, ancor prima della bellinzonese marcia per la pace, la RSI aveva prestato attenzione alla cultura alternativa americana, mandando in onda servizi dedicati al Greenwich Village, intercettando l’emergere di una cultura insofferente agli schemi, e dedicando servizi agli scrittori della beat generation e ai loro epigoni europei. L’aula 20 della Magistrale non era ancora stata occupata, al maggio parigino mancavano ancora tre mesi, e «Prisma», la sera del 7 febbraio 1968, mandava in onda un’inchiesta di Marco Nessi tra i giovani ticinesi per conoscere il loro grado di soddisfazione e i loro desideri di cambiamento. Il titolo recitava: La parola ai giovani; apprendisti e studenti di tutto il paese parlarono del loro vissuto e delle loro aspettative, ponendo in tal modo in primo piano la «questione giovanile». Successivamente, lo «specchio TSI» estese lo sguardo da Berlino Est a Cuba, dalla Spagna al Belgio – talvolta mettendo a fuoco i rapidi cambiamenti nei costumi, altre volte documentando rivendi-

cazione di carattere più strettamente politico. Il dossier su lanostraStoria.ch dimostra che nella nostra regione si ebbe ben chiaro che stava accadendo qualcosa che non avrebbe più lasciato il mondo come prima, investendo ogni aspetto della vita quotidiana con un incalzare di eventi che acquisirono un’eco planetaria nel mese di ottobre, quando alle Olimpiadi del Messico i due atleti di colore americani Tommie Smith e John Carlos, guardando in basso mentre suonava l’inno americano, levarono al cielo il pugno guantato di nero, simbolo del Black Power, espressione radicale del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Da questo punto in poi, il dossier «Il sogno di una cosa», con una cinquantina di video, segue le tracce del post Sessantotto, nella politica, nella scuola, nella musica, nel costume, arrivando a mostrare anche documentari di recente realizzazione – come Mio padre era un hippy di Michelangelo Gandolfi – che vanno in senso contrario, che risalgono cioè il corso della memoria per esplorare ciò che nello specchio della TSI non si poté vedere perché troppo intimo: il desiderio di un mondo nuovo dei giovani ticinesi oggi settantenni.


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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi De profundis Canale di Sicilia Notte fra il 4 ed il 5 marzo 1998. Il peschereccio «Capitan Ciccio» della flotta di Mazara del Vallo, Sicilia Meridionale, effettua una «calata» delle reti di profondità a circa 500 metri in pieno Canale di Sicilia. Per il comandante Francesco Adragna ed il suo equipaggio sembrerebbe una notte come tante altre. O forse no. Sono in molti, infatti, a ricordare come nel luglio del 1997, all’incirca sullo stesso fondale compreso fra Pantelleria e Capo Bon, in Tunisia, le stesse reti avevano riportato in superficie la gamba

di una grande statua in bronzo. L’evento aveva fatto scalpore. Datato dagli esperti fra il III ed il II secolo A.C., il reperto aveva fatto supporre che la gamba fosse solo un frammento di una statua più grande custodita nelle profondità del canale da più di duemila anni. Voci, sogni, e speranze contrastanti – come vedremo – avevano accompagnato le notti in altura della flotta mazarese: «Dov’è la Statua? Esiste veramente là sotto? Chi la pescherà? Porterà fortuna o sfortuna? A chi?!». Quando l’argano deposita la rete

Il Satiro danzante di Mazara del Vallo.

gonfia di pesce sul ponte emerge fra le scaglie argentate del pesce azzurro La Statua: il torso avvitato nell’estasi della danza, il volto buttato all’indietro di quello che diverrà famoso nel mondo come «Il Satiro Danzante di Mazara del Vallo, Sicilia, Italia». Primo pomeriggio di venerdì 2 marzo 2018. L’Altropologo sbuca dai vicoli della kasbah mazarese, città ad impianto arabo dove Mazara sta per marsah – il porto, l’approdo, ed entra nella Piazza della Cattedrale. Spira uno scirocco teso, caldo, fastidioso. Quello che, si dice, faccia impazzire gli armenti – dall’arabo sciouq, «vento orientale». La piazza è inondata di una luce vivida, abbacinante: Piazza d’Italia di De Chirico. Due figure immobili nel vento vicino alla fontana. «Mi scusi – potrebbe indicarmi la direzione del Museo del Satiro? Sa, temo di essermi perso…». Senza neanche voltarsi la figura fa un cenno con la testa: «Da quella parte…». Mi avvio. Non faccio neanche venti metri quando: «Siggnó’, siggnó’!…». Mi sento chiamare, mi giro. Dice di chiamarsi «Tore» – «Salvatore, ma più corto»

specifica con un sorriso senza denti. Fu pescatore tanti anni fa – ora ne avrà… mah… qualunque età oltre i settanta. Alto unoecinquanta, segaligno, scuro di pelle, barba di una settimana fra le rughe. Occhi affondati nelle orbite scure accesi come fanali di via. Evidentemente povero. Camminiamo di conserva, come paranze alla pesca. Mi consegna il suo racconto. In fretta – parla e cammina in fretta. Passi corti e veloci, misto di dialetto siciliano e qualche parola in italiano. Ha capito che cerco il Satiro. Ricostruisco con parole mie la conversazione surreale (siamo veramente in una Piazza di De Chirico). «Quando il “Capitan Ciccio” pescò la Gamba allora si cominciò a dire che dove ci fosse la Gamba ci fosse pure la Statua. I picciotti volevano a tutti i costi continuare a battere il fondale perché credevano di diventare ricchi. Ma noi vecchi – noi che ci avevano imparato i vecchi – noi si diceva che portava male. Perché porta male pescare un cristiano in mare. Pescare un cristiano in mare porta altri morti, tanti, tantissimi morti… Uno muore in mare!? Là bisogna

lasciarlo. Uno affonda!? Laggiù deve stare. Che?! Voi mi dite che la Statua non è di cristiano?! Ma se la fecero in forma di cristiano un motivo ci sarà pur stato… Mi dice che era la statua di un… che?! Di un pagano?! Mah… io nun saccio niente pecchè non fui studiato comu vui. Però tutte le creature sono cristiane. Soprattutto i morti. Hanno voluto portare a riva la Statua. Mali ficiro. Fecero male: due soli sono rimasti di quelli là. Gli altri tutti morti furono. E poi, e poi avete visto anche voi del Nord sul Telegiornale: tutti… quanti cristiani pescano oggi nel Canale a Pantelleria?! Ma credete voi che li portino a riva comu ficiro con la Statua che poi dovittiro smettere di pescare?! No, no. Là li lasciano. Perché laggiù devono restare. Come dicevano i vecchi. Capito mi avete!?». Tore si era fermato. Ora mi tratteneva per la manica della giacca, una presa leggera e decisa: «Bacio le mani, Siggnó. Vorrei comprare le sigarette ma non ho soldi». Sorriso senza denti, occhi nere scintille in agguato. Tieni, Tore, per il tuo desiderio di sigarette. E per la tua storia: de profundis animae meae.

passare del tutto inosservato. Complimenti all’insegnante che, non limitandosi al rapporto verticale cattedrabanchi, ha monitorato anche quello che avviene tra i banchi, le relazioni che gli alunni intrattengono tra di loro. Durante l’adolescenza ragazzi e ragazze sono particolarmente coinvolti nelle loro vicende e l’attenzione prestata alla lezione è spesso più formale che reale. Il compito che più li avvince è la definizione della loro identità che non può più corrispondere passivamente a quella attribuita dalla famiglia. La domanda socratica «chi sono io?» comporta anche un giudizio di valore su di sé che solo gli altri possono convalidare. Il timore di essere inadeguati è esasperato nella società dell’apparenza, dove l’aspetto fisico è diventato predominante rispetto ad altre caratteristiche come l’intelligenza, il carattere, la solidarietà, l’empatia. Frequentando le adolescenti, non solo per interesse professionale ma anche come nonna,

le vedo condizionate dall’ansia di corrispondere al tipo ideale proposto o imposto dai mass-media: alta, magra, spalle larghe, capelli lunghi, lisci e sciolti, jeans, maglietta, sneakers e zainetto. Sono così simili che si fa fatica a distinguerle. Nessuna cerca, come un tempo, di trovare il proprio stile, di esprimere la sua personalità. Le suggestioni che ricevono sono così forti da inibire la creatività individuale. Ma, poiché l’ideale è per definizione irraggiungibile, altrimenti non sarebbe tale, anche Eleonora benché quasi perfetta si sente inadeguata. Di fatto tutte le sue coetanee si sentono così e, per difendersi dal senso d’inferiorità, proiettano su chi non sta nella norma, per difetto o per eccesso, la loro angoscia. Perseguitando le eccezioni affermano e confermano la regola. Il tacito consenso della classe è poi altrettanto preoccupante e dipende sia dal timore di diventare le prossime vittime sia dalla soddisfazione di

sentirsi al sicuro: «per fortuna tocca a lei e non a me!». Si costituisce così un circolo vizioso dove la vittima può trasformarsi in carnefice. Per spezzarlo occorre coinvolgere la scuola, la classe, le famiglie. Non è un problema soltanto vostro, il bullismo, come una mala pianta, nasce e cresce dove trova un clima favorevole e, oltre a sradicarla, occorre bonificare l’ambiente riconoscendo le responsabilità individuali e collettive. Non sottovalutiamo i lividi dell’anima prodotti dal bullismo femminile perché, non soltanto fanno più male di quelli fisici ma, se non si corre ai ripari, possono diventare indelebili.

elvetica, sembra, però, incapace di riconoscersi nelle sue reali dimensioni, in quanto territorio e popolazione. Certo, da questa visione irrealistica possono derivare stimoli positivi, la voglia di crescere e di affermarsi alla grande, ma anche la voglia di strafare e di coltivare ambizioni confuse e, non da ultimo, grazie a una definizioneslogan che ne esprima inconfondibilmente l’identità. In verità, a Lugano erano già spettate etichette diverse. Risalendo alla belle époque, sul biglietto la visita, la città si presentava come centro di turismo elitario. E, ovviamente, dato che allora esisteva solo quello. In seguito, fu la volta, di «Sonnenstube», titolo condiviso con l’intero cantone, quando accoglieva vacanzieri svizzerotedeschi e orologiai romandi, prima dell’era voli low cost, che li avrebbero dirottati verso il Mar Rosso e affini. Subentrò,

nell’ultimo dopoguerra, la qualifica di centro finanziario, in rapida ascesa, poi bloccata dalle leggi antiriciclaggio. Come si vede, fattori imprevedibili contribuiscono ai destini e alle relative denominazioni delle città, oggi, impegnate nel conquistare, pure loro quel quarto d’ora di celebrità, facile da raggiungere come da perdere. Lugano, insomma, non è la sola a mettersi in lizza, puntando proprio sulla vocazione turistica. Da rinnovare. Ma come? Secondo commercianti ed esercenti, prolungando gli orari d’apertura, serali e festivi. E «con mercatini di Natale più vicini alle tradizioni». Un argomento che qualche perplessità giustifica. D’altronde, inventare una qualifica in grado di lanciare una località o una regione sull’affollato mercato delle offerte turistiche è un’operazione rischiosa, esposta non di rado a flop

irrimediabili. Succede, in particolare, nell’ambito del titolo di «capitale europea dell’anno per la cultura», attribuito da un’apposita commissione dell’UE, a città, poco note e forse poco attraenti. E che, non di rado, rimangono tali, anche dopo il premio. Anzi, in certi casi, com’è successo a Maribor, Slovenia, nel 2012: il titolo di capitale della cultura fu contestato, perché imponeva alla città un ruolo superiore alle sue forze, sul piano delle strutture d’accoglienza e anche dei contenuti culturali. Nel 2018, il titolo spetta a La Valletta, Malta, e nel 2019 a Matera. La città della Lucania spera di ricavarne una nuova immagine, per sostituire quella prodotta da Carlo Levi nel dopoguerra, autore di un libro-denuncia: Cristo si è fermato a Eboli. Vi descriveva le miserie di un Mezzogiorno arretrato. Pagine di ieri, realtà di oggi.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Bullismo al femminile Cara professoressa Vegetti Finzi, mia figlia Eleonora, seconda liceo, è una ragazza molto bella e molto brava. Riesce bene in tutto quello che fa, sport compreso, senza sforzo e senza vanto. Perché allora, mi chiedo, è perseguitata da atti di bullismo da parte di compagne di classe che dovrebbero esserle grate perché le ha sempre aiutate? È disponibile quando le chiedono appunti, un libro in prestito, un suggerimento nei compiti in classe e così via. E invece cosa riceve in cambio? Calunnie su facebook, esclusione dal gruppo delle ex amiche che, ridacchiando, le voltano le spalle appena la vedono... Gli scorsi anni si era posto lo stesso problema per un’alunna peruviana che, piccola, scura e sovrappeso, era evidentemente diversa dalle altre. Ma, da quando ha cambiato scuola, le ritorsioni si sono spostate su Eleonora. E non capisco perché entrambe, così differenti, abbiano suscitato le stesse reazioni. Specifico che nostra figlia non ci ha mai

detto niente. Avevamo notato che il suo carattere era cambiato, da solare era diventata triste e silenziosa e, senza diminuire il profitto, andava malvolentieri a scuola. Se non fosse stato per una insegnante più sensibile delle altre, avremmo pensato che era una questione di età e avremmo aspettato che le cose cambiassero da sole. E avremmo sbagliato. Che cosa possiamo fare per aiutarla? / Genitori in pena Cari genitori, il più è stato fatto. Avete messo a fuoco il problema e siete determinati a intervenire. Troppo a lungo si è ritenuto che il bullismo fosse un comportamento maschile e che le femmine, meno aggressive, ne fossero immuni. L’equivoco è stato favorito anche dal fatto che il bullismo dei ragazzi si vede. Essendo più fisico, concreto, lascia segni evidenti: un occhio nero, una tuta strappata, uno zaino sparito... Quello femminile invece, più psicologico e indiretto, può

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Non tutti i loghi sono affidabili Anzi. Quanto è avvenuto, di recente a Lugano, lo conferma inesorabilmente. Non solo il marchio, commissionato dall’ente turistico regionale, era brutto ma doveva rivelarsi forse un plagio, innescando così una polemica, del resto prevedibile. Dall’ambito artistico si scivolava su quello morale e giudiziario. E c’è dell’altro. L’incidente, infatti, ha riaperto gli interrogativi sulla reale efficacia dei marchi. Destinati a rendere riconoscibili prodotti, servizi, organizzazioni, partiti politici, raggiungono, in pratica, i loro obiettivi? Qui si tocca un aspetto cruciale della modernità: l’eccesso. Anche il logo ne ha subito le conseguenze. Citando, una volta di più, l’impareggiabile Gillo Dorfles, si è assistito all’horror vacui, la paura del vuoto, e quindi all’impegno per colmarlo: tanto che il nostro ambiente quotidiano è diventato «un immenso panorama visuale a rischio di satura-

zione, di usura e di perdita d’efficacia». Un allarme d’altro genere, improntato al tipico moralismo americano, doveva poi arrivare con Naomi Klein, autrice, nel 2000 del saggio No Logo. Vi denunciava la deriva del fenomeno branding, passato dalla promozione di singoli prodotti all’imposizione di un intero stile di vita, all’insegna del consumismo. Insomma, un messaggio chiaramente ideologico. D’altronde, il logo, e non da oggi, appartiene anche all’apparato propagandistico, preponderante nelle dittature. Svastica e falce e martello ne sono gli esempi più famosi e più infausti. Ma per tornare al contestato logo luganese, l’episodio non è isolato. Rientra, piuttosto, in quel dibattito infinito che concerne la sorte, la vocazione, la definizione di una città che stenta ad accettarsi. Favorita dal paesaggio, dal clima, dall’appartenenza alla Confederazione


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Ambiente e Benessere Di parole e di colori Una giornata africana, nella capitale del Mali, a catturare immagini in modo diverso

Viandanti e cani Antologia di disegni tratti dai carnet di viaggio di Stefano Faravelli; dal Rajasthan alla Grotta dei Sette dormienti, ai piedi del Monte Pion, poco lontano da Efeso

Tra Europa e Sudamerica La storia del Madera, uno dei vini più pregiati al mondo, prodotto sull’isola omonima pagina 16

Animali emotivi e sociali Provano emozioni e sembrano adottare comportamenti morali condivisi nel gruppo

pagina 13

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Pxhere.com

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Rimetti un albero in città

ArchitetturaSpazi verdi urbani: non più solo un’esigenza estetica o paesaggistica, ma sempre più un valore

ambientale, sociale e salutare Elia Stampanoni La foresta urbana, ossia gli alberi e le superfici naturali nelle città, la loro importanza, le nuove tendenze: un tema attuale e in costante evoluzione che è stato di recente al centro di una mattinata di studio al Palazzo dei congressi di Lugano. Dai vari interventi è subito emersa l’utilità che il verde può garantire in un contesto cittadino, apportando non solo elementi di decoro, ma anche e soprattutto dei validi alleati nell’attutire l’inquinamento ambientale, gli effetti negativi dei cambiamenti climatici e quindi, infine, migliorare la qualità di vita. Come l’albero in città non sia solo una questione estetica, l’ha mostrato Alessio Fini, professore presso la facoltà d’agraria dell’università degli studi di Milano: «Le piante sono in grado di assimilare e stoccare grandi quantità di CO2; ne consegue che nelle città, grazie alla presenza di alberi e di strutture vegetali, è possibile migliorare sensibilmente il microclima e la qualità dell’aria, fornendo nel contempo ombra, proteggendo dal vento e attutendo i picchi di calore in estate o di gelo in inverno».

Non è però sufficiente piantare alberi per avere dei benefici, è necessaria dapprima un’accurata pianificazione e, in seguito, una corretta gestione. «Già in fase di progettazione – ha proseguito Fini – sia essa una ristrutturazione, una costruzione o una riqualifica, chi si occuperà degli spazi verdi dev’essere parte delle discussioni». Diversi fattori vanno, infatti, considerati nella giusta scelta del luogo e delle specie da piantare, che si devono poter adattare alle condizioni esistenti: clima, pavimentazioni esistenti o previste, tubature, muri, sottostrutture, fili e presenza di edifici solo per citare alcuni esempi. Un albero in città, ha infatti spiegato Francesco Ferrini professore all’Università degli studi di Firenze, ha una durata di vita inferiore rispetto a uno nel bosco e per questo necessità di più cure. Oltre agli influssi ambientali ci sono le strutture, gli edifici e le pavimentazioni che impediscono al verde cittadino di svilupparsi al meglio, costringendo a essere ancor più prudenti nella scelta delle specie. «Presto o tardi il patrimonio arboreo, che in diverse città è ormai vetusto, andrà sostituito e

quindi, eccetto gli alberi monumentali, il rinnovo dei viali è da programmare. Non semplicemente abbattere, ma rinnovare considerando anche i cambiamenti climatici», ha precisato Ferrini. Ogni pianta avrà poi anche le sue caratteristiche di crescita che devono essere valutate sin da subito per non ritrovarsi dopo pochi anni a dover gestire delle situazioni di contrasto. «Scegliendo la specie e gli spazi giusti, accompagnati da una corretta gestione, si evita che la pianta diventi presto un costo al posto di un beneficio», ha sottolineato Alessio Fini. Sbagliare in fase di progettazione significa invece creare facilmente danni alle strutture o conflitti con altri elementi che in seguito richiederanno ulteriori interventi diretti sulle piante, costosi per la città e dannosi per l’albero (come potature, abbattimenti, sostituzioni o rimozioni). Fini ha infine presentato Qualiviva, un programma che promuove la realizzazione di aree verdi di qualità anche tramite le schede varietali di oltre cento specie arboree d’interesse ornamentale. Uno strumento in cui il progettista trova indicazioni in funzione delle ca-

ratteristiche botaniche e delle esigenze ecologiche delle specie, della capacità delle stesse di interagire con l’ambiente urbano, ma anche in base ad altri fattori quali l’acidità o la struttura del terreno, la salinità, la resistenza allo stress idrico, la solidità, la tolleranza all’irraggiamento solare, ai parassiti e ai patogeni (www.vivaistiitaliani.it/qualiviva). Laura Gatti, paesaggista e agronoma ospite della mattinata organizzata dal Dicastero sicurezza e spazi urbani di Lugano ci ha spiegato che cosa significa creare spazi verdi in città: «Gli spazi verdi e in particolare gli alberi sono elementi vitali negli interventi di riqualifica nelle città che permettono di migliorare la qualità di vita di interi quartieri o agglomerati. In passato queste superfici erano pensate in modo estremamente antropocentrico, pensiamo ad alcuni parchi o giardini, ma oggi bisogna pensare queste aree in modo diverso, potenziando il ruolo della natura». Ma non è l’unico intervento utile ad aumentare il valore del verde urbano che va invece reso «fruibile alla popolazione, permettendo alle persone di approfittare di questi spazi come luogo

di vita e di svago, quindi avvicinando e integrando il verde con il costruito. Si possono piantare grandi alberi, vegetalizzare le superfici esistenti e conservare nel limite del possibile il suolo agricolo ancora presente, favorendo la biodiversità». E con vegetalizzare le superfici si intende qualcosa di preciso, che Gatti ci spiega: «Nelle città gli spazi diventano sempre più stretti e quindi bisogna instaurare il verde non solo nelle aiuole o in piccoli fazzoletti di terra sopravvissuti alla cementificazione. I tetti, le pareti verdi, i giardini sospesi e gli alberi singoli sono elementi essenziali che devono però anche poter interagire tra di loro per creare un nuovo reticolo di natura in città. La tendenza è d’integrare vieppiù il verde nel costruito e gli esempi sono molti: dai giardini pensili di Singapore alla parete verde di un lussuoso albergo di Milano. Importante è anche garantire un verde diverso, ossia formato da specie diverse e magari anche nuove, considerando le sfide del futuro con i cambiamenti climatici in corso. Nuovi sistemi che devono però essere accettati dalla popolazione».


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Ambiente e Benessere

Immagini d’Africa

ReportageUn confronto tra fotografo e giornalista che, per una volta, non camminano insieme,

ma vanno ciascuno alla ricerca delle proprie emozioni Fredy Franzoni, foto di Alfonso Zirpoli «Les etoile brillent de leur boté» sta scritto in un francese approssimativo su un muro di Bamako, capitale del Mali. Sono da poco passate le 13, di un sabato come un altro. Ha piovuto tutta la notte. Acqua attesa durante una stagione delle piogge fino ad ora avara. Un quartiere poco fuori dal centro, tagliato in mezzo, da una delle strade di maggiore traffico della città. Per un lungo tratto corrono paralleli anche i binari della ferrovia che da Bamako porta a Dakar. Convogli, in gran parte merci, costretti in questo tratto ad avanzare a passo d’uomo e fischiando in continuazione. Lungo i binari, tra un treno e l’altro, scorre la vita di tutti i giorni: mercati di animali, falegnami che costruiscono tavoli e sedie, bambini che giocano, pedoni che vogliono evitare la strada principale troppo trafficata. E tanti passaggi a livello, tutti incustoditi. Per fuggire dal rimbombo del traffico basta inoltrarsi in una via laterale.

«Lasciare la rue du pavé è come uscire da una sala cinematografica a metà film» Non più l’asfalto, ma lastre di sasso cementate tra di loro. La «Rue pavé», così sta scritto su un cartello che ostenta i nomi delle organizzazioni che hanno pavimentato quel tratto di strada. Chissà perché questo bisogno di ricordare sempre che si è dei benefattori…? È un continuo incrociarsi perpendicolare di strade tutte uguali. Larghe una decina di metri. Lungo i lati, a ridosso delle case, quasi tutte a un solo piano, tanti alberi. Fronde fitte che superano di poco i tetti di lamiera. Dei grandi ombrelloni. C’è quasi imbarazzo nel proseguire il cammino perché pare di entrare in casa altrui senza essere stati invitati. È come ritrovarsi all’interno di un film ed esserne nel contempo spettatori e attori. È un mondo che ti ammanta, ma nel contempo ti fa sentire indiscreto. Camminando lungo le stradine si srotola la vita di tutta una comunità. Un gruppo di donne sedute davanti ai piccoli fornelli su cui bollono pentole e tegami. L’odore del carbone si mescola con quello del pesce fritto. Un gruppo di ragazzini ti supera di corsa giocando a pallone, fin quando la palla non finisce nel canale che costeggia tutte le stradine. Un acquitrino maleodorante, pieno di plastiche, rottami e immondizia. Lo recuperano in fretta. Una strisciata con il palmo delle mani sulla maglietta e si ricomincia a tirare calci al pallone sfilacciato che una volta poteva essere di cuoio. Sono tutti a piedi nudi, salvo uno che calza degli infradito di due grandezze e colori diversi. Un invalido seduto nella sua carrozzella sta mangiando da un piatto di plastica. Come tutti senza posate, con la mano destra. Avrà una trentina d’anni, veste una tuta sportiva blu, sulla schiena la scritta di un’arma dell’esercito. Chissà? Non risponde al saluto, intento com’è a mangiare e forse anche ad ascoltare la musica attraverso gli auricolari. Da una radiolina messa davanti all’officina di un meccanico di motociclette si sente il notiziario di Radio France. Ancora morti oggi in Cisgiordania. Il meccanico, un uomo di mezza età dalla pelle scurissima, continua a lavare un pezzo di motore all’interno di una latta, forse di olio, ta-

gliata a metà. Le mani sono inzuppate di benzina e di grasso. Tutto intorno chiazze d’olio sulla strada, gli attrezzi di lavoro disseminati ovunque. Più in là altre piccole officine meccaniche. Tutte uguali, tutte in fila, una a fianco l’altra. Continuo a camminare. Mi accorgo che sto sempre in mezzo alla strada, quasi non volessi invadere troppo l’una o l’altra parte di questo mondo. Un gruppo di capre improvvisamente svolta dietro a un portone. S’intravvede un cortile. Bambini, donne; i grandi catini in cui fare il bucato. Un filo di fumo che si disperde nel cielo al momento diventato un poco più sereno. Grande la voglia di entrare per vedere, per capire com’è la vita anche al di là degli usci di casa e dei muri di cinta. Ma sarebbe troppo. Non ora. Meglio continuare a camminare, rimanendo sempre nel mezzo della strada. Incrocio una ragazza, il capo coperto da un velo. Veste una lunga tunica nera. Difficile darle un’età. È alta, longilinea, come molte donne maliane. Il suo sguardo è fisso sul telefonino mentre cammina lesta. Forse sta andando alla moschea. È l’ora

della preghiera. Lo ricorda la voce del muezzin. Un richiamo discreto, come soffice è tutta la vita religiosa qui. Un islam della tolleranza. Due giovani con magliette firmate si stanno lavando per prepararsi alla preghiera. Lavarsi le mani, i piedi, il viso, le narici, le orecchie, la bocca. Un rituale che si ripete cinque volte al giorno. Un anziano è già immerso nella sua preghiera, inginocchiato sul tappeto verde e marrone. Veste di bianco, segno che è stato recentemente alla Mecca. Altri uomini stanno invece seduti in cerchio, su sedie costruite con il legno di bambù. Il loro discutere si ferma al mio passaggio. Sguardi tra il divertito e lo stupito. «Bonjour, ça va…?». Ancora un’occasione per fermarsi a fare due chiacchiere. Qui non si è mai soli. Inizia a piovigginare. La donna avvolta nel suo vestito giallo con rombi di un blu intenso che le copre tutto il corpo lasciando scoperte solo le spalle, non deve smontare il suo banchetto con banane e spagnolette. La proteggono le fitte fronde di un albero. Segue con lo sguardo divertita i suoi quattro bambini che giocano a rincorrersi sotto la pioggia. Sono in scala perfet-

ta. La più piccola avrà sì e no due anni. È nuda. Solo un filo con delle perline attorno al ventre. In testa dei piccoli codini trattenuti da elastici dai colori sgargianti. Un uomo di mezza età nel frattempo continua a muovere un piccolo ventaglio di paglia davanti al minuscolo fornello. Appoggiata sulla brace una altrettanto minuscola teiera di

smalto verde. In bocca sento il sapore di quel tè servito facendolo precipitare dall’alto in bicchieri pure loro minuscoli. Un rituale che può durare anche ore. In fondo, importante è l’essenza delle cose, non la quantità. Un pensiero che mi attraversa la mente. Un gruppo di donne sta distendendo dei grandi teli colorati su fili fissati da un albero all’altro. Colori vivi: giallo, verde, blu, azzurro si rincorrono nelle forme astratte del batik. Poco oltre, davanti a un rubinetto pubblico, tanti mastelli riempiti con bagni di diversi colori in cui galleggiano stoffe annodate. Lasciare la rue du pavé è come uscire da una sala cinematografica a metà film. La voglia di continuare a riempirsi di immagini, suoni, odori è molta. La sera mi accorgo di non avere scattato neppure una sola fotografia. Meglio così: là dove le stelle brillano della loro bellezza fissare delle immagini con l’apparecchio fotografico è come rubare una porzione di quel mondo, imprimerle nella memoria è chiederle in prestito. Il fotografo, quello vero, oggi invece era altrove, a leggere un’altra realtà.


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Ambiente e Benessere

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Tagliando di prenotazione Desidero iscrivermi alla crociera nel Mediterraneo, dal 24 giugno al 1. luglio

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organizza dal 24 giugno al 1. luglio 2018 un interessante itinerario nel Mediterraneo Non solo relax e bagni di sole ma anche splendidi panorami e visite in centri storici. È questa la promettente crociera che Hotelplan propone ai lettori di «Azione» per questa estate. L’interessante itinerario permetterà ai partecipanti di concedersi una vera e propria vacanza, di quelle riposanti, piene dell’energia del sole estivo lungo le coste del Mediterraneo, ma anche di visitare mete affermate di grande interesse culturale, storico e artistico.

L’ottima combinazione per un viaggio che per molti deve coniugare appunto il relax con la scoperta di nuove culture. Questa crociera è l’ideale dunque per recuperare le forze e la spensieratezza dopo un inverno freddo come quello che stiamo vivendo senza rinunciare alle bellezze del passato: tra le tappe più interessanti si annoverano Barcellona, città del sole, sede di grandi artisti storici e ricca di cultura; Palma de Mallorca, nota per

Il programma di viaggio Domenica, 24 giugno 2018 Savona imbarco, ore 17.30 Lunedì, 25 giugno 2018 Napoli, 13.30 – 20.00 Martedì, 26 giugno 2018 Palermo, 09.00 – 18.00 Giovedì, 27 giugno 2018 Navigazione

Venerdì, 28 giugno 2018 Ibiza, 09.00 – 24.00 Sabato, 29 giugno 2018 Palma de Mallorca, 09.00 – 19.00 Domenica, 30 giugno 2018 Barcellona, 08.00 – 14.00 Lunedì, 1. luglio 2018 Savona sbarco ore 08.30

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le sue bellissime spiagge e infine Napoli, con i suoi sapori e colori unici. Il tutto su una nave da 5 stelle come è la «Costa Fascinosa» che conta 1508 cabine totali, di cui 91 all’interno dell’area benessere, 524 con balcone privato, 58 suite tutte con balcone privato, 12 suite all’interno dell’area benessere, 5 ristoranti di cui 2; Il Ristorante Club e il Ristorante Samsara, a pagamento su prenotazione. Inoltre: 13 bar, di cui un Cognac&Cigar Bar e un Coffee&Chocolate Bar. Per non parlare delle diverse attività per garantire divertimento a tutti, come: gli spettacoli serali presso il teatro a tre piani e musica nelle varie sale. Oppure il Casinò, la discoteca e il cinema 4D. Ma il divertimentò non è solo notturno: di giorno sono infatti previste variegate attività per adulti e bambini, tra le quali diverse

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Ambiente e Benessere

Cani e viandanti

Viaggiatori d’Occidente Un’esplorazione pittorica tra dei, uomini e animali

Stefano Faravelli, testo e immagini L’ultimo arcano maggiore dei tarocchi è il matto: nel mazzo di Marsiglia è rappresentato come un viandante in cammino, col suo berretto da giullare, il bastone e il fagotto in spalla. Nel cinquecentesco tarocco detto «di Mantegna», persi gli attributi giullareschi, il viandante è un girovago lacero e canuto, il misero; mentre nel più recente mazzo Rider-Waite è un giovane vagabondo, vestito con abiti sfarzosi e prossimo all’orlo di un baratro. Ogni uomo è un viandante e il matto è emblema della condizione umana nel pericoloso cammino della vita. Queste immagini di epoche e stili diversi sono unite da un denominatore comune: il viandante è sempre tallonato da un cane, che ora ha tutta l’aria di mordergli il posteriore o strappargli la calza, ora sembra accompagnarlo come una guida fedele. Anche per quel massimo pittore di viandanti che fu l’olandese Hieronymus Bosch il cane è un botolo ostile, minaccioso, quasi demoniaco. Queste immagini codificano con la forza di un simbolo universale una scena che doveva essere familiare in tempi premoderni e che ben conosce chiunque abbia camminato, inerme e appiedato, per vie risparmiate al dominio quasi planetario della macchina. I cani, si sa, non amano i viandanti. Il randagismo umano minaccia il territorialismo canino e viceversa. Da bambino fui morso al polpaccio da un cane; aveva peraltro tutte le ragioni di farlo, visto che avevo violato la proprietà di cui era il custode. Ho imparato allora che non bisogna mai dare le spalle alla bestia ringhiante né tantomeno darsi alla fuga. È invece preferibile indietreggiare lentamente, coscienti di aver invaso un territorio, allontanandosi per così dire di sbieco e usando il bastone – se si ha la fortuna di averne uno tra le mani – per distanziare l’animale, senza mai sfidarlo. A questo sarà servito anche il grosso e lungo bastone con manico ricurvo (bordone) che identifica d’abitudine pellegrini e viandanti da che mondo è mondo. Nel 1987 a Bharatpur, nel Rajasthan, così scampai una notte a una banda di randagi ululanti. Il cane più aggressivo addentò il bastone che avevo posto tra noi, lasciando poi che mi sganciassi: ebbi

Il cane conduttore delle anime sulla collina di Malabar Hill.

allora quasi la sensazione di aver trovato un accordo non disonorevole con il capobranco che doveva pur dimostrare la sua autorità agli altri cani. Evitai forse quella notte il pericolo serio di essere morso e infettato, se solo pensiamo che l’India vanta ancora oggi il record mondiale di decessi per rabbia canina (ventimila l’anno). Le bande di cani inselvatichiti, dimentichi dell’antico patto con gli umani (il cane fu il primo animale addomesticato, pare quindicimila anni fa), sono probabilmente ancora oggi responsabili del maggior numero di incidenti tra uomini appiedati e animali. Ne ho incontrati, aggressivi e mordaci, nei luoghi più diversi. Incontri pericolosi, d’altra parte, sono frequenti anche nei dintorni delle nostre metropoli, in quella terra di nessuno tra città e campagna dove randagi umani e canini

Una bastardina dorme sul Dattatreya Ghat a Varanasi. Nel disegnarla mi colpì la coincidenza che nell’iconografia Indù la divinità Dattatreya è sempre associata a un cane, simbolo del Veda.

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

trovano precario rifugio, creando talvolta singolari alleanze tra emarginati. Ma viandante e cane possono essere associati in immagini di segno del tutto opposto: questa diversa genealogia iconografica ci conduce allora a San Rocco pellegrino o a San Raffaele con Tobiolo, scortati e guidati da cani fedeli; o più misteriosamente ancora a San Cristoforo raffigurato nelle icone ortodosse e in quelle copte con testa di cane. Dietro questa stravaganza iconografica ritorna, cristianizzato, l’Anubi egizio, guida delle anime dei defunti, o Dharma, il cane che nel «Mahabharata» indiano è guida e compagno nel periglioso viaggio nell’oltretomba, oppure guardiano di quell’ultima soglia. Ho incontrato (e ritratto) una vivente vestigia di tali cani mitologici sulla collina di Malabar Hill, l’enclave parsi di Mumbai (Bombay), dove mi

Lago Bita, distretto tibetano del Yunnan. I mastini tibetani, i famosi dokyi, neri ed enormi, sono posti a guardia delle mandrie di yak per proteggerle dai lupi, ancora frequenti in queste regioni selvagge. Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

La bastardina di Efeso.

ero recato a disegnare le Torri del silenzio. Ed eccolo il cane conduttore delle anime: una bestiola nera, di razza indefinibile, che stazionava, circondata dal rispetto universale, nei pressi delle dimore degli addetti al complesso rito funebre dei zoroastriani. La procedura prescrive che il cadavere, dapprima lavato con il gometz, l’urina di bue, poi rivestito con una veste bianca e cinto con il kusti, la cintura di lana grezza, venga finalmente esposto allo «sguardo del cane», il sagdid. Il cane deve ripetutamente guardare il morto al fine di mettere in fuga il demone della putrefazione. Solo in seguito a questa esposizione il cadavere può infine essere abbandonato agli uccelli, corvi e avvoltoi, nelle Torri del silenzio. Questo ruolo positivo del cane nella religione zoroastriana è testimoniata con forza anche nei libri sacri dell’«Avesta», che ammoniscono: chi colpisce un cane in questo mondo, dopo la morte non sarà aiutato dai cani sacri ad attraversare quel ponte dove la sua anima sarà giudicata. Se il cane di Malabar Hill era, per Tiratura 101’766 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Un cane semiselvatico a Mopti in Mali. La taglia, le orecchie da pipistrello e il mantello fulvo ricordano le caratteristiche del cane basenji ma diversamente da quest’ultimo, che è muto, il cane di Mopti abbaiava, eccome.

così dire, a libro paga dei becchini zoroastriani, la bastardina sciacallesca di Efeso si merita un posto tra i ranghi dei simpatici opportunisti. Qualche anno fa, nei pressi della Grotta dei Sette dormienti, ai piedi del Monte Pion, poco lontano da Efeso, incontrai una cagnetta che aveva trovato il modo di sbarcare il lunario stabilendo il suo rifugio tra i loculi dell’antico cimitero. La pietà musulmana non le faceva mancare il necessario, quasi fosse un avatara del cane Kitmir, che nella diciottesima sura del Corano veglia sul miracoloso sonno divino dei Sette dormienti, salvati così dalle persecuzioni. Mansueta e affettuosa, la cagnetta efesina si avvicinava ai visitatori del sito, pellegrini desiderosi di annodare i loro ex voto sulla grata davanti alla grotta o semplici turisti, e da molti riceveva cibarie e carezze. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Ambiente e Benessere

Una quattroruote in condivisione MotoriL’evoluzione del «car sharing», nella nuova tecnologia di Mercedes

Mario Alberto Cucchi «To share», ovvero condividere. Un verbo sempre più utilizzato. Si condivide un appartamento quando si è studenti, un tavolo al ristorante durante il pranzo, una connessione internet, a volte una scrivania in ufficio. Alcune società si sono specializzate nella gestione della condivisione di auto: il car sharing. Il mezzo è di proprietà di queste aziende e la condivisione avviene tra persone sconosciute. Un successo! Che è esploso con piattaforme come «bla bla car» (operante in 22 paesi) oppure come Sharoo (www.sharoo.com) un’iniziativa svizzera indipendente che è sostenuta, tra altre aziende, da Migros . Ma anche alcune Case automobilistiche hanno studiato come evolvere il concetto. Mercedes, ad esempio, ha sviluppato questo modo: la condivisione della propria quattroruote in autogestione. Ovvero un ulteriore car sharing tra privati. L’utilizzo di una sola auto in più persone. Come funziona? Attraverso una funzionalità specifica integrata nell’applicazione «Mercedes Me», parenti o amici potranno prenotare l’auto in base alle proprie esigenze. Lo smartphone funge da chiave elettronica comunicando con l’elettronica del mezzo e provvedendo a sbloccare le portiere in modo da permettere all’utente autorizzato di salire a bordo. Un po’ come con il car sharing del Car2Go. Una volta seduti al posto di guida l’utilizzatore potrà prendere la chiave di accensione che si trova a bordo e mettere in moto. In alternati-

va, si potrà anche utilizzare una chiave digitale che funzionerà sfruttando lo smartphone e la tecnologia NFC, acronimo di near-field communication, che fornisce una connettività bidirezionale a corto raggio. E se il telefonino si dovesse scari-

care, cosa succede? Nessun problema. Il modulo NFC può essere integrato in un adesivo da apporre ovunque, anche sul proprio smartphone pur se privo di NFC. Basta avvicinare l’adesivo al vano portaoggetti della consolle centrale ed ecco che si può mettere in moto la Mer-

cedes con la semplice pressione di un pulsante, senza utilizzare la chiave. Dieter Zetsche, presidente del Boardof Managment di Daimler AG e responsabile di Mercedes Cars spiega il perché si dovrebbe voler condividere la propria auto: «In media una vettura

è ferma per 23 ore al giorno. Perché non guadagnare qualcosa in questo periodo di tempo? Il car sharing sarà un elemento chiave per il traffico urbano di domani». Secondo la Casa della stella a tre punte, la proprietà dell’auto è quindi di un solo individuo che può decidere di «prestarla» per un periodo di tempo predeterminato. Una volta restituito il mezzo, l’amico beneficiario del noleggio chiude la vettura con l’app e la stessa non potrà più essere riaperta se non con un nuovo permesso del proprietario. Un’evoluzione, un’ottimizzazione di un qualcosa che si faceva già nelle famiglie con lo scambio delle chiavi. I ragazzi neopatentati spesso usavano l’auto dei genitori per uscire la sera. La stessa che il sabato la madre usava per andare a fare la spesa. Quella che poi il padre utilizzava tutti i giorni per andare in ufficio. Negli anni il numero dei veicoli a disposizione delle famiglie è cresciuto sino a diventare due o tre, a volte di più per nucleo familiare. Con i problemi di traffico, parcheggio, costi e inquinamento che ben conosciamo. Oggi la tendenza si potrebbe invertire. Ed ecco allora che, grazie alla tecnologia, Mercedes ha ottimizzato una dinamica conosciuta nelle famiglie che ora si potrà allargare anche ai vicini di casa o agli amici. Insomma a chiunque ha la necessità di utilizzare l’auto in un orario diverso dal nostro. Una tecnologia che è stata presentata al Mobile World Congress di Barcellona e che sarà inizialmente disponibile sulla nuova Mercedes Classe A. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Ambiente e Benessere

Madera, i vini dell’Atlantico

Vino nella storiaGrazie alle esplorazioni partite da Portogallo e Spagna nel XV e XVI secolo, arrivò

in America latina la vitis vinifera: passando dalla celebre isola fu usata per dare origine a un vino molto pregiato

Davide Comoli Le spedizioni di esplorazione che lasciavano le coste del Portogallo e della Spagna nel XV e XVI sec. fornirono il mezzo di trasporto alla vitis vinifera che così poté essere impiantata nell’emisfero sud al di là dell’Atlantico. Tra le ragioni che condussero alle scoperte di nuove terre nel XV sec., oltre a quelle politiche, furono di fondamentale importanza il desiderio di avere libero accesso al commercio con le Indie e con l’Oriente, il poter avere il controllo della produzione dell’oro in Africa occidentale, e più tardi lo sfruttamento d’argento dell’America latina. Dopo la scoperta dell’America, l’isola di Madeira – parola portoghese, mentre in italiano è Madera – al largo delle coste africane, divenne un’importante base per le navi che dall’Europa erano dirette nell’America latina. A spingere alcuni mercanti europei a stabilirsi in queste isole fu anche la possibilità d’impiantare colture di prodotti di lusso come zucchero, tabacco, banane e uva, sfruttando la manodopera degli schiavi e pagando a poco prezzo le terre. Lo sviluppo della produzione vinicola a Madeira fu strettamente collegato alle alterne vicende politiche fra le due potenze della penisola iberica e l’Inghilterra. Madeira poté beneficiare di stretti legami politici fra Portogallo e

Inghilterra nel corso del XVII e XVIII sec. Tuttavia, malgrado in quel periodo la viticoltura si fosse molto sviluppata sull’isola, il crollo dell’industria dello zucchero causò un notevole declino della ricchezza dell’isola. Molti dei suoi abitanti lasciarono quindi Madeira per trasferirsi verso il Brasile. Il risultato fu che molti mercanti proprietari di piantagioni di zucchero trasformarono queste in vigneti e iniziarono a produrne un vino da esportare verso l’Europa, ma soprattutto verso le Americhe. Era questo un vino bianco prodotto con la Malvasia, portata dai primi navigatori nel XV sec. Grazie alle varie alleanze con l’Inghilterra, in virtù delle quali veniva confermato il privilegio dei mercanti inglesi residenti soprattutto a Lisbona e a Viana de Castelo in Portogallo, Madeira poté beneficiare del commercio inglese d’oltremare. L’importanza dell’isola portoghese in quei tempi consisteva soprattutto nella sua posizione geografica. Madeira era infatti la principale base di rifornimento per il vino bevuto nelle colonie del Nord America e nelle Indie occidentali. Tutto questo perché un capitolo della Navigation Act (1660) – trattato sulle leggi commerciali marittime inglesi – permetteva ai vini prodotti a Madeira di essere trasportati nelle colonie senza passare le dogane inglesi. Fu verso la fine del XVII sec. che si ebbe l’apice della produzione della vi-

Dipinto di John Glover intitolato The Island of Madeira (1831-1839).

ticoltura a Madeira. L’inglese William Bolton incominciò nel 1704 a selezionare nuovi vitigni: insieme alla Malvasia furono prodotti il Bual, il Sercial e il Verdelho. A partire dal 1750, parte del vino prodotto veniva utilizzato per la distillazione e una piccola quantità di brandy veniva messa nei vini perché non si deteriorassero durante le lunghe trasferte in mare. Per ogni viaggio si dice che venissero aggiunti due secchi di brandy per ogni botte (pipes = 600 l). Per i vini dolci prodotti interamente con la Malvasia oltre al brandy veniva aggiunto del mosto non fermentato:

questa mistura veniva chiamata vinho de surdo. Si scoprì che il caldo delle stive e il rullio delle onde non facevano altro che migliorare il vino. Ciò portò in seguito a caricare botti di vino di Madeira come zavorra sulle navi che attraversavano l’equatore e scaricarle al ritorno per essere messe sul mercato. Questa pratica sarà in seguito sostituita con il riscaldamento artificiale dei vini nelle estufas. La popolarità del vino di Madeira crebbe quando il famoso capitano J. Cook (1728-1778) organizzò la sua

spedizione in Australia a bordo della nave «Endeavour». La nave aveva un equipaggio composto da 94 persone fra scienziati e marinai, nel 1768 gettò l’ancora nella baia di Funchal (capitale di Madeira): con le provviste furono caricati 13’500 litri di vino di Madeira che durarono 2 anni e mezzo. A proposito di Cook, bisogna ricordare i suoi sforzi per rendere più umana la vita di bordo dell’epoca. Prima di essere ucciso dagli indigeni a Tahiti, scrisse nel suo diario: «Nessuna innovazione ha mai portato tanto vantaggio nella lotta contro lo scorbuto come l’introduzione dei crauti nell’alimentazione del mio equipaggio; dapprima disdegnato dai miei uomini, fu poi apprezzato per le sue virtù terapeutiche». È curioso sapere che a quel tempo sull’isola non esistevano né moli né banchine a cui le navi potessero attraccare: le botti colme di vino venivano fatte rotolare in mare, dove abili nuotatori le spingevano fin sotto le fiancate delle navi ancorate nella rada. Durante la guerra d’Indipendenza americana, il vino di Madeira fu molto apprezzato dalle truppe inglesi, ma invano cercarono al loro ritorno – dopo la sconfitta – di diffondere in patria il gusto particolare di questo vino. In compenso il vino di Madeira, bottino di guerra, fu il vino con il quale i vincitori brindarono alla stesura della Dichiarazione di Indipendenza (1776). Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Ambiente e Benessere

Un fondo bruno espresso

Gastronomia La versione tradizionale potrebbe richiedere fino a tre giorni di cottura, ma c’è un modo

Sono trascorsi più di dieci anni da quando vi diedi la ricetta vera e canonica del fondo bruno (base con cui si prepara un’ottima salsa). Il mio amore per questa preparazione è «leggendario»: per me è «la» sacra base per antonomasia, la perfetta epitome di come io concepisco la buona cucina.

Per ridurre di molto i tempi di preparazione basta utilizzare una classica pentola a pressione Lo so, richiede tanto tempo per essere preparato: almeno dodici ore, ma anche di più, anche due o tre giorni, perché più cuoce, meglio è. Quindi molti di noi, io compreso (anche se ho il privilegio di lavorare a casa, quindi per me il tempo di cottura è «ininfluente», mi basta dare uno sguardo ogni mezz’ora per accertarmi che tutto proceda bene…), facciamo fatica a farcelo. Qualche soluzione? Sì, almeno una che qui di seguito vi propongo. Si tratta di un interessante metodo per ottenere qualcosa di molto simile nell’aspetto e nel sapore al fondo bruno classico, ma in tempi più contenuti. Si prepara con l’ausilio della pentola a pressione, attrezzo tanto, troppo bistrattato in cucina (più in Italia che in Svizzera e nel mondo germanico, a onor del vero, e non ho mai capito il perché...), ma assai utile. Le caratteristiche fisiche di questa pentola in genere permettono di ridurre di un terzo i normali tempi di cottura, in questo caso però si riducono molto di più: bastano solo poco più di 30 minuti per avere una salsa densa e color caramello da usare proprio come un fondo. Be’ quasi, quello fatto in quattro giorni è un’altra cosa... Ecco come ricavare circa 4 dl di fondo. Private un ciuffo di prezzemolo

delle foglie e tenetele da parte per altre preparazioni, legate assieme i gambi con 1 rametto di timo e 1 foglia di alloro in modo da ottenere un mazzetto guarnito. Mondate e tritate grossolanamente 2 carote e 1 gambo di sedano. Pelate 1 spicchio d’aglio. Mettete nella pentola 250 g di polpa di manzo e 250 g di garretto di vitello, trinciati grossolanamente. Aggiungete 100 g di cotenne ben raschiate, sbollentate e tagliate a listarelle e 80 g di ossa di bue con midollo tagliati a rondelle (questo meglio farselo fare dal macellaio). Rosolate il tutto con lardo, burro o strutto per 10’. Unite le carote, il sedano e 1 cipolla picchiettata con 2 chiodi di garofano e proseguite a rosolare per alcuni minuti. Sfumate con 1 bicchiere di vino (bianco o rosso a piacere), levate il tutto e deglassate le crosticine che si sono formate sul fondo aiutandovi con una spatola: questo è molto importante, la crosticina è molto saporita. Rimettete il tutto nella pentola, unite il mazzetto aromatico, 1 pizzico di sale e qualche grano di pepe. Bagnate con 7,5 dl di buon brodo di carne bollente e chiudete con il coperchio. Al sibilo riducete la fiamma al minimo, cuocete per 20’ poi spegnete. Sollevate la valvola per far uscire il vapore e in breve la pressione si sarà scaricata per cui non uscirà più alcun getto di vapore. Aprite la pentola e filtrate: alla fine avrete circa 4 dl di fondo. Potete usarlo così, come un brodo super ricco, oppure farlo ridurre a fuoco dolce fino alla consistenza desiderata, unendo canonicamente un bicchiere di vino dolce. Questo fondo lo potete usare subito, oppure farlo intiepidire, stenderlo su un vassoio e tenerlo in frigorifero. Il risultato sarà una comoda gelatina da diluire secondo la bisogna. La carne e le verdure? Non sono molto saporite, ma gettarle è insensato, in cucina non si butta nulla di buono. Quindi consiglio di eliminare le ossa, tenendo però il midollo, tritare il tutto e farne polpette, cotte in umido con un sugo saporito.

CSF (come si fa)

Pxhere.com

Allan Bay

Pexels

per ottenere un risultato simile in soli trenta minuti

Il pastrami oggi è un piatto, anzi un modo di lavorare la carne, di gran moda. Nato in Romania, anche se preparazioni simili ci sono in tutti i Balcani e in Medio Oriente, deve la sua popolarità al fatto che negli Stati Uniti, ma soprattutto a New York, è diventato un successone. Boom dato dall’essere un perfetto break per il pranzo ma anche adatto a una cena: cambia solo la quantità. Si mangia caldo o tiepido.

È a base di manzo, ma anche maiale e montone. Il taglio di manzo più utilizzato è la punta di petto: un taglio di cosiddetta seconda categoria, grasso e coriaceo, che in genere si utilizza nel bollito. Si prende la carne cruda e la si mette sotto salamoia, si procede poi a essiccarla, condirla con spezie, affumicarla o cuocerla a vapore. È il classico prodotto che viene meglio a livello di produzione artigianale o da ristorante. Però si può anche fare a casa, con un minimo di cura e attenzione. Vediamo come si fa: vi passo le due ricette che mi sono state date in questi anni, leggermente diverse. Pastrami 1. Marinate la punta di petto per 24 ore con sale, erbe, senape e paprika, a seguire affumicate la carne per almeno 2 ore. Poi impostate la temperatura del forno a 140 gradi,

mettete una sonda al cuore e cuocete la punta di petto fino a raggiungere gli 80 gradi: il tempo varia ovviamente in funzione della grandezza del taglio della carne, comunque da 4 ore in su. Servite il pastrami tagliato sottile e riscaldato nel fondo di cottura, su crostone di pane con cipolla stufata, senape e cetriolo. Pastrami 2. Marinate la punta di petto a secco con sale, odori, senape e 2 cucchiai di miele (non zucchero) per 2 settimane, in cantina a 13-15 gradi, girando qualche volta. Poi affumicate: fate il fuoco in un affumicatore, aggiungete rametti secchi (rosmarino, origano ecc) o buoni legnetti, mettete la carne, chiudete e lasciate riposare per tutta una notte. Alla fine cuocete in forno a 140 gradi ma brevemente, non più di 1 ora e mezza.

Ballando coi gusti Oggi, semplici frittelle sempre insaporite con formaggio: le prime a base di riso e le seconde a base di patate.

Frittelle di riso e formaggio

Frittelle di patate e formaggio

Ingredienti per 4 persone: 500 g di riso · 300 g di formaggio molle a piacere · farina · brodo vegetale · olio per friggere · sale e pepe.

Ingredienti per 4 persone: 500 g di patate · 300 g di formaggio molle a piacere ·

Cuocete il riso in brodo vegetale leggermente salato per 30’, fino ad assorbimento. Lasciatelo raffreddare, poi fatelo riposare per qualche ora in frigorifero. Togliete il riso dal frigorifero. Tagliate il formaggio a dadini e mescolatelo bene al riso, regolate di sale e di pepe. Prelevatelo a cucchiaiate, impastatele con un po’ di farina e formate delle sfere piccole – o altro formato a piacer vostro. Scaldate abbondante olio in un tegame, poi fatevi friggere le frittelle, poche per volta, girandole per dorarle uniformemente. Scolatele, passatele su carta assorbente da cucina a perdere l’unto in eccesso, disponetele su un piatto da portata e servite.

Cuocete le patate al vapore per 40’, scolatele, fatele intiepidire, pelatele e passatele al passapatate. Mettetele in una ciotola. Tagliate il formaggio a dadini e mescolatelo bene alle patate, unendo anche poca farina, regolate di sale e di pepe e formate delle frittelle, della dimensione che più vi aggrada. Scaldate un po’ di burro in un tegame e fate cuocere ogni frittella su un lato. Giratele e fatele dorare anche sull’altro lato, quindi servitele su un piatto da portata.

burro · sale e pepe.


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08/03/2018

14:40

Il mammo, una meraviglia dei mari

SensibilitĂ femminile

Solo le mamme sanno cosa significa partorire. Fatta eccezione per i maschi di cavalluccio marino. Le femmine depongono infatti le uova in un apposito marsupio dei maschi che provvedono a fecondarle, nutrirle e covarle. Dopo circa dodici giorni, sono loro che danno alla luce i piccoli, passando attraverso le doglie del parto. Per altre meraviglie: mari.wwf.ch

Proteggiamo le meraviglie della natura.

SPINAS CIVIL VOICES

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A I N 19 TAmbiente E Ne Benessere A G L I O R O

MondoanimalePer provare veri sentimenti bisogna avere la consapevolezza di sé,

(N. 6 - Gatto orsino - A quello del pop corn) che forse anche gli animali posseggono 1

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Maria Grazia Buletti Washoe perse il suo piccolo di due mesi, Sequoya, a causa di una polmonite. Come tutte le madri, fu enormemente abbattuta da quel lutto che non le dava pace. Washoe era un esemplare femmina di scimpanzé che visse gran parte della sua vita nell’Università del Nevada e divenne celebre in tutto il mondo per essere stata al centro di una serie di esperimenti di linguaggio animale: aveva appreso l’uso di alcune espressioni del linguaggio dei segni e con questi comunicava con gli esseri umani. Quando perse il suo cucciolo era inconsolabile e allora i suoi studiosi decisero di annunciarle, sempre con il linguaggio dei segni, che le avrebbero portato un piccolo da adottare. Washoe ne fu enormemente felice e con i segni disse: «Il mio cucciolo». Un paio di giorni dopo arrivò finalmente il neonato che però Washoe si rifiutò di prendere in braccio e tornò a stare in pena: agli scienziati era evidente che aveva sperato di riavere il «suo» piccolo e ci volle un po’ di tempo prima che la scimpanzé accettasse la piccola Loulis di cui poi si prese cura amorevolmente, trasmettendole anche la conoscenza di alcuni dei gesti che aveva imparato in vita. L’esempio di questo episodio legato alla sfera emotiva animale ci permette di chiederci se essi provino dunque emozioni e sentimenti complessi come la compassione e la speranza. «Gli animali provano emozioni, proprio come noi. Ma i sentimenti veri e propri nascono dalla consapevolezza del-

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le emozioni provate e questo secondo 9 passo è ancora lontano negli animali, perché richiede l’uso dei simboli. Non abbiamo però dubbi sul fatto che alcune specie si avvicinano molto in alcuni 12 13 a quello 14 15 comportamenti che noi comunemente chiamiamo sentimento», è il pensiero16dell’etologo e docente17 di Biologia applicata all’Università di Parma che nelle19sue lezioni non perde occasio20 ne per confutare l’idea che la capacità di provare emozioni23sia un’esclusiva ad appannaggio dell’uomo, come si riteneva fino 25a pochi decenni fa. Egli sottolinea come altruismo, affetto per un compagno o per la prole, fino alla consapevolezza della morte, siano emozioni più accentuate nei mammiferi e negli uccelli: «Questo è osservabile soprattutto nelle specie sociali, che in natura vivono in branchi o stormi». Una teoria avallata da parecchi etologi secondo 1 2 3 i quali questi ani4 mali hanno sviluppato tre strategie essenziali9 per la vita in comunità:10 la cura del più debole (individui più deboli o feriti), sentimenti di equità 12 13 e reciprocità (per potersi fidare gli uni degli altri) e rispetto16dell’autorità17e delle leggi. A conferma di questa linea si sono osservati i cuccioli di coyote che veni20 21 vano addirittura castigati per non aver giocato fra di loro in modo equo. Altro 22 23 esempio è dato dall’osservazione dei macachi rhesus che vengono puniti se 24 26 non emettono grida dopo25 aver scoperto un luogo dove si possa trovare del buon 28 recibo. Sull’autorità e27il rispetto delle gole si è scomodato pure il re per anto29 infatti i maschi adulti di leone nomasia: che non si sottomettono all’autorità del

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G A T T O N I SUDOKU PER AZIO O R O S Neurobiologia I C della morale, aglibro giungendo che: «Persino gli animali L N.A5 FACILE N piùAsolitari N possono O diventare più socievoli quando l’abbondanza di risorse Schema A M A riduce N laO N A dimostraziocompetizione. ne di ciò, di video che5 mo9disponiamo U I Z L 4 E O strano N un orsoE polare, allo stato naturale, che gioca amichevolmente con un 3 8 N D B A 5 R M caneAhusky». N Provano emozioni, sanno distin5L del vivere sociale 6 e basi morali O L A 7 N 8C I guere le3O sono in grado di adeguarvisi, interpretano C O R2 D 7 E Lle emozioni I 3Ae le5intenzioni 6 dell’al4 tro. «Questione di chimica del cervello evoluta P O P E A 6 C cheOsi è R 8Nnello7 stesso modo in

molti animali sociali e che “premia” con sensazioni di benessere i compor5 tamenti di cura6ed empatia», conclude 2 la Churchland. È un dato di fatto che per provare Si crede che i pachidermi manifestino un’autoconsapevolezza. (Pxhere.com) 8 veri9sentimenti 4 bisogna essere consapevoli di sé e dai risultati delcapo vengono allontanati dalle fem- ceve una scossa. Non è dato 4 di sapere 3 se le2differenti osservazioni degli 8 studiosi mine. Queste6 caratteristiche descritte ciò avviene per altruismo o perché ve- possiamo desumere con certezza che 5 7 8 negli animali presi ad esempio, rispec- dere un altro ratto che riceve la scossa è alcune specie animali quasi lo sono. 1 6 Quel4«quasi» è spiegato 2 5da Parmi3 chiano perfettamente quelle presen- sgradevole, ma i ricercatori sono giunti 11 ti nella società degli esseri umani, gli alla conclusione che in fondo tra le due giani: «Quando guardo negli occhi il Homo Sapiens. ipotesi non vi è differenza. mio cane mi rifiuto di pensare che in lui 14 15 Pare che gli animali siano in graLa scimpanzé Washoe, con l’even- non ci sia un qualche grado di autocondo to che abbiamo riportato, 7spiega come1 sapevolezza. Da scienziato, però, 5 so che 18di osservare 19 e imparare gli uni dalle esperienze degli altri. A questo propo- gli animali sociali siano in grado di il riconoscimento del sé, la coscienza sito, l’etologa Joyce Poole ne descrive affezionarsi fra loro. L’uomo, natural- di esistere, al momento può essere at6 5 4 un esempio nel suo libro Coming of Age mente, beneficia di questa tendenza tribuita solo a poche specie di scimmie with Elephants: «Ho visto un elefante istintiva, ad esempio, quando vivono antropomorfe, ai delfini e forse agli 3 elefanti». Anche a questi 6 ultimi è di fattrasalire vedendo un proprio simile al- con un cane, non a caso definito2 come il lungare la proboscide verso la recinzio- nostro «migliore amico» per le sue doti to riconosciuta una certa intelligenza ne elettrica». Anche sui ratti sono stati di devozione e affetto totali nei nostri emotiva, della quale in 9generale ancora fatti studi che portano a conclusioni confronti. Non solo provano emozio- poco si sa per quanto attiene al monsimili: vi sono esperimenti che hanno ni, ma gli animali sociali sono 9 persino do animale. osserva: «Del 1 Parmigiani 2 dimostrato che i ratti smettono di pre- in grado di leggerle e anticipare le in- resto, l’intelligenza emotiva è meno mere una leva per ricevere cibo se, ogni tenzioni altrui, come spiega la filosofa studiata di quella razionale». Anche 1 nel suo nell’essere 4 6 7 2 volta che la premono, un altro ratto ri- canadese Patricia Churchland umano. Giochi per “Azione” - Febbraio 2018

(N. 7 - ... un pugno a testa... si è scatenata la rissa)

N A P U G I L E O T A M T E S N. 6 MEDIO ’ B A S I C E’ I C C O L A T L L E R I N A T E A L E A S A T N S C O T T I T M I E Stefania Sargentini 3 5 4 una sulle delle 3 incarte regalo da 50 franchi con il cruciverba (N.Vinci 5 - ... cavalieri staffe battaglia) 6 7 una delleche 2 carte con il sudoku C A da V50 A franchi M P (N. 8 - ... è il doverecambiare non regalo ci piace) A L I P E R 9 2 I A T O S U 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Cruciverba Sudoku U D O V I C O O SR AE L IE R N.L7 DIFFICILE Tutti siamo a favore del 12 13 14 Soluzione: I L E S I T A R E E R I CI 4 A M E L I A progresso... Troverai Scoprire i3 T F O F E T 1A N 15 16 17 numeri corretti il resto della frase a R B Onelle A A T TI O T E NI daB inserire 9 T E O 5 soluzione ultimata 18 19 20 21 caselle colorate. A L A C R E A G L I S T O6 A leggendo nelle caselle C BU NI E L A T I O C OOR O 1 23 24 25 22 evidenziate. E C O C R A I E L B (Frase: 1, 2, 5, 8, 3, 3, 2, 5) 5 7 27 28 26 (N. 6 - Gatto orsino - A quello del pop corn) 2018 N O SUDOKU C PER H AZIONE E L - FEBBRAIO E N E O G A T T O N I 3 1 4 29 30 31 N. 5 FACILE ORIZZONTALI E NO ROO I S I A E A L C P P Schema Soluzione 1. Un quinto di trenta 32 33 34 N 5A N O 6 6 74 3 8 9 2 8 4 9L A 1 7 5 4. Scrisse l’Orlando Furioso (nome) C I P P E R E D I 12. Ripidi, scoscesi A 5 3M A 8N O N 9 5 1 7 6 4 3 2 8 35 36 37 38 8 4 6 14. Pianta ornamentale dai bei fiori I ZD O 6N I E 7QS 8U U 3 5LI E C 7O8 D 2 1 E3 5R 9 4 6 A 15. Rombo cupo 39 40 B 3A 5R 6M 4A 2U 7N D 8 9 1 3 5 6 24 17. Il Teocoli della tv 8I N C O 2 67 S A S I A T R E O 6O L A 8N 7C I O L 18. Posizione di equilibrio precario 3 6 4 5 2 8 7 9 1 20. Si dice a «Sette e mezzo» T A 4 1 9 59 4 7 6 58 3 2 5C O R 6D E 2L I 2 22. La ninfa che amò Narciso 3. Nome dell’autore de Il Cavaliere 29. Ripari per implumi

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23. Gesso francese 25. Le iniziali di Banfi 26. Non sa dirlo l’indulgente 27. Organi di presa di molti antropodi 28. È una vera macchietta... 29. Pronome personale 30. Attrazione, fascino 32. Voce del poker 34. Succedono per legge 35. Sporca 38. Il fiume di Breslavia 39. Abita l’estremo Oriente 40. Sancta Romana Ecclesia VERTICALI 1. Benché, quantunque 2. Gesto di eccezionale coraggio

Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

inesistente 5. Dentro l’astuccio... 6. Un’ esortazione 7. Sillaba sacra ai buddisti 8. Le sommità 9. Osso del bacino 10. Pronome dimostrativo 11. Due vocali 13. Fu dato in pasto a Tereo 16. Il ragno ne ha otto 19. Le figlie di Zeus e Temi 20. Una divisione botanica... 21. Annullare, abrogare 24. Letta al contrario non cambia 25. È una guida 27. Una come un’altra 28. Esigenze degli inglesi

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E P O P 8E 9A 4 C O R N 5 2 6 3 8 9 4 1 7 31. A favore 4 3 2 8 4 3 7 2 5 1 6 8 9 32. Ripetuto in un noto piatto arabo Soluzione della settimana precedente 33. Dediti alla fede «Ieri1 siamo andati 6 4 tutti a2cena5 da3Carlo, preparavamo8il risotto 1 9e nella 6 ricetta 4 7 c’e2ra scrit5 3 e nella sacca si è scatenata to...» la Resto della frase: «...UN PUGNO A TESTA... SI È SCATENATA LA RISSA». (N. 35. 7 - Nella ... unsporta pugno a testa... rissa) 2 6 8 N. 6 MEDIO 36. Le iniziali dell’attrice Theron 1 2 3 4 5 6 7 8 37. Le separa la «b» 7D U 1 N A 7 4 1 9 6 3 2 5 8 P U 5G I L E 9 6 3 9 10 11 9 8 6 2 5 1 3 4 7 5 T A M4 E N 6O T E S 12 13 14 15 ’ U 2T 3 B A S6 I C E ’7I 1 5 32 3 8 7 4 6 9 91 16 17 18 19 6 7 2 3 8 5 9 1 4 9L A T S U C C O L 20 21 Vincitori del concorso Cruciverba 7 3 5 9 4 7 19 2 1 8 6 4 5 9O L E 1 2 R I N A T E su «Azione 22 23 09», del 26.02.2018 1 5 8 4 9 6 7 3 2 1U S A 4 2 L 6E 7A S. Ghirlanda, M. Perotti, S. Allevi 24 25 26 8 3 7 5 4 9 1 2 6 3 5 4 R I S A T N Vincitori del concorso Sudoku 28 su27«Azione 09», del 26.02.2018 4 22 1 5 6 3 8 4 7 9 N S 6C O T T 7

N. 8 GENI

I vincitori

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F. Abete, M. Tiano

A R9 I

T 2M I

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4

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1

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5

4

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3

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Politica e Economia Analisi del voto italiano Le urne hanno consegnato un Paese in difficoltà, dal futuro politico molto incerto pagina 24

Trump il protezionista Il presidente USA introduce dazi all’importazione di acciaio e alluminio: obiettivo l’indipendenza dall’estero e il rilancio del settore

Gli svizzeri e la SSR Il rifiuto dell’iniziativa No Billag mostra l’apprezzamento degli elettori per il servizio pubblico

Il Diesel nel mirino In Germania fa discutere la sentenza che permette di metterlo al bando

pagina 25

pagina 29

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Il presidente Mattarella si ritrova ora ad affrontare un compito molto difficile. (AFP)

Un’Italia debole alla mensa europea Il dopo 4 marzoAncora una volta il Belpaese sarà più oggetto che soggetto ai tavoli comunitari,

utile soprattutto alle manipolazioni francesi e tedesche

Lucio Caracciolo La vittoria nelle elezioni italiane del Movimento 5 stelle e della Lega, nel contesto di una coalizione di centrodestra di cui Matteo Salvini è oggi il primattore, avrebbe dovuto provocare in Europa un allarme generale, forse anche uno sconvolgimento nei mercati con riflessi sul rating stabilito dalle maggiori agenzie internazionali. Così finora non è stato. Perché? Ed è ragionevole aspettarsi che il temutissimo «caso Italia» sia da relegare nel vasto catalogo delle profezie di sciagura destinate a restare tali, a non compiersi mai? Vediamo. In attesa di stabilire se il prossimo governo italiano sarà formato dai 5 stelle in accordo con il Pd (o sue parti) o con la Lega, oppure se il centro-destra compatto riuscirà ad aggregare in parlamento, previa campagna acquisti, qualche decina di «responsabili» che gli permettano di produrre una maggioranza, occorre considerare la mutazione che sia i grillini quanto i leghisti hanno compiuto negli ultimi mesi. Luigi Di Maio ha di fatto rilevato da Beppe Grillo la leadership del movi-

mento, così scolorandolo e ammorbidendone di molto le punte polemiche. Oggi i 5 stelle sono anideologici e quasi apolemici. Assomigliano semmai a una aggregazione di correnti e di stili, in massima parte alieni alla politica, adattabili a qualsiasi strategia e prassi purché garantisca la conquista e il mantenimento del potere. Qualcosa – absit iniuria – di simile, in versione intellettualmente assai ridotta, alla Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica. Una «balena gialla», assimilabile alla «balena bianca». Con l’aiuto discreto del Quirinale e dei «poteri forti» in ambito finanziario, Di Maio e la sua squadra hanno assicurato le cancellerie europee e le piazze borsistiche che le bordate contro l’euro e l’Europa, peraltro quasi espunte dal vocabolario, erano solo propaganda. I 5 stelle non vogliono far saltare l’euro né uscire dall’Ue. Come sia compatibile il rigore fiscale con il reddito di cittadinanza e altre promesse di elargizioni alle classi meno abbienti, specie al Sud, resta da dimostrare. Ecco perché possiamo aspettarci che in caso di governo a guida post-grillina, presieduto da Di Maio, la contraddizione sia risolta o

rinnegando le promesse elettorali – a rischio di perdere il consenso interno – o finendo per scontrarsi con Berlino (e Bruxelles) pur di non mettere a repentaglio il vasto patrimonio di voti accumulato il 4 marzo. Resta poi da capire come il Nord Italia possa accettare di essere governato da una Lega Sud, quale di fatto è il Movimento ex grillino. Sul fronte opposto (o apparentemente tale) si staglia la nuova Lega «nazionale» di Matteo Salvini. Anche qui, assistiamo al rovesciamento dei princìpi fondatori di quel movimento, che agli albori bossiani, sotto la sapiente guida intellettuale di Gianfranco Miglio, si configurava come formazione secessionista. Padania, non Italia – identificata con «Roma ladrona» – questa era la prospettiva originaria. Salvini non è riuscito ancora a sfondare a sud dell’Appennino tosco-emiliano, ma è riuscito a dare un’impronta italiana al suo partito. Oggi la Lega è l’unica formazione politica con una struttura di partito radicata nel territorio. La vocazione nazionale non trova ancora pieno conforto nel consenso dei centro-meridionali, ma potrebbe essere questione di poco tempo perché ciò accada. Infat-

ti oggi Salvini interpreta a suo modo un sovranismo moderno, quello che piace a chi teme gli immigrati e non è disposto a pagare le tasse a uno Stato che sente lontano. Più Italia, meno Europa. Sotto questo profilo, la parte d’Italia più organicamente legata alla catena del valore tedesca rischia di collidere con le regole imposte dalla Europa germanica o presunta tale. A Berlino si teme perciò molto più Salvini che Di Maio. Alla fine, a decidere del futuro governo sarà quel che resta del Pd, sotto la regìa del Quirinale. Il partito già renziano è la quantità marginale, capace di far pendere l’ago della bilancia verso Di Maio – alleandosi con i 5 Stelle – oppure Salvini – non prestandosi a questa operazione. Non si può escludere, anche se improbabile, l’ipotesi che alla fine di qualche mese di trattative salti tutto e si debba tornare a votare. Da tale scenario emerge che l’Italia sta gettando alle ortiche l’occasione storica che le si è presentata con la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea: diventare il terzo «grande» dell’Europa comunitaria, sia pure a distanza da Germania e Francia. Quale che sia la combinazione o non combi-

nazione che scaturirà dalle trattative del dopo-voto, il governo che (non) ne scaturirà sarà debole e inesperto. Ancora una volta, e più di prima, l’Italia sarà più oggetto che soggetto ai tavoli comunitari. Utile alle manipolazioni francesi – Macron ha proposto a Gentiloni nientemeno che un «Trattato del Quirinale», un’intesa franco-italiana simile nella forma a quella stipulata da de Gaulle e Adenauer con il Trattato dell’Eliseo – o tedesche. Infine, bisognerà vedere come l’Italia sopporterà, anche sotto il profilo politico-istituzionale, la crescente partizione fra Nord e Sud. Non solo economica e culturale, ormai anche politica. Con Roma risucchiata nel Sud, e una maggioranza parlamentare che, qualsiasi sia la sua configurazione, escluderà metà del Paese. A meno di non immaginare che alla fine, in qualche modo, Di Maio e Salvini si mettano d’accordo. Il primo respingendo i democratici, il secondo liberandosi di Berlusconi. Ma nessuno dei due pare disposto a fare il secondo dell’altro. Il palcoscenico politico italiano si appresta a ospitare l’ennesima tragicommedia. Forse più tragica, meno divertente di quelle passate.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Politica e Economia

Che cosa farà Mattarella?

4 marzoL’esito del voto rende il compito non facile al capo dello stato perché nessuna coalizione ha raggiunto

la soglia di governabilità, il Movimento Cinquestelle è il più votato e il centrodestra ha ottenuto più consensi di tutti

adempimenti che lo attendono. Vuole evitare che ceda alla tentazione di negoziare con i Cinquestelle, gli «estremisti» come lui li chiama, qualche accordo per farli uscire dall’impasse. Se questo atteggiamento fa infuriare i critici interni al partito, che si apprestano a chiedergli formalmente le dimissioni effettive, regala un respiro di sollievo a Berlusconi, che un’alleanza Pd-Cinquestelle taglierebbe fuori e nella mossa di Renzi forse intravvede, per quanto remota, un’altra possibilità di superare lo stallo: il famoso «inciucio» centrodestra-centrosinistra. Ma Salvini è nettamente contrario, e poiché ormai è lui a distribuire le carte nel centrodestra... Come si vede ha ragione lo «Spiegel», è davvero schwierig il compito di Mattarella. Ora si parla di soluzioni temporanee, che il gergo politico romano battezza come governo del presidente o governo di scopo. In quest’ultimo caso si tratta di un esecutivo a termine appoggiato da una vasta maggioranza eterogenea, con un programma prefissato e limitato ad alcuni punti concordati, per esempio una nuova legge elettora-

le che superi i limiti dell’attuale e sia in grado di regalare alla gestione del paese un minimo di stabilità. Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico nel governo Gentiloni, sostiene che il paese è giunto a un determinante punto di svolta e dunque propone l’elezione di una nuova assemblea costituente. Il problema è che il risultato del 4 marzo, che ha in pratica superato le vecchie categorie di destra e sinistra, non favorisce certo la serenità di giudizio e di azione. Renzi che si dimette e non si dimette dividendo nuovamente il partito, Berlusconi deluso e amareggiato dal sorpasso dell’alleato Salvini, Di Maio che sembra contraddire il Dna grillino cercando appoggi, sia pure per realizzare il «suo» programma. Conta proprio sulla fronda anti-Renzi del Pd, ma se il partito si spacca il frammento favorevole ai Cinquestelle basterà a raggiungere la maggioranza? Ci sono poi sul tappeto certi enigmatici nodi, come quello della gestione migratoria (Salvini ha promesso di cacciare seicentomila clandestini...) e soprattutto il rapporto con l’Unione europea. Questo punto è al centro di molti commenti internazionali. Citando Marc Lazar, «Le Monde» ricorda che l’Italia era uno dei paesi più eurofili, e ora... «El País» sottolinea che per la prima volta in un paese dell’Unione le forze euro-scettiche raggiungono complessivamente la maggioranza. Nei commenti italiani dominati dal trionfo grillino e dalla batosta renziana questo punto appare in secondo piano, anche se inevitabilmente dominerà la scena quando si tratterà di adeguare la politica finanziaria a certe fantasiose promesse elettorali... Riassume efficacemente la situazione il «Times», notando che incombe su Roma lo «spettro della paralisi politica», mentre il «New York Times» sottolinea come l’Europa sia ormai divisa fra il «nucleo liberaldemocratico franco-tedesco» e i «rabbiosi movimenti illiberali» che emergono in paesi come l’Ungheria, la Polonia, e ora l’Italia.

singolare definizione di Berlinguer, tra il governo e la lotta. Con il sottinteso, beninteso, che fosse egli a stabilire quando era il momento del primo e quando della seconda. Riforme, aperture, dialogo, unità se era lui ad avere posizioni di responsabilità; conservazione, nostalgia, intransigenza, frazionismo se toccava a un altro. E lo scontro senza quartiere con Renzi è nato per l’esser stato messo fuori dai giochi con in più la presa in giro: volendoselo accattivare nella fase iniziale del suo regno il mitico «bomba» gli aveva promesso che l’avrebbe fatto nominare ministro degli Esteri dell’Europa. Tranne poi designare una Mogherini qualsiasi. Ma pare che non sia difficile abbindolare il furbissimo D’Alema. Nel ’98 ci riuscì proprio Berlusconi con la Bicamerale nata per riformare la Costituzione in senso semipresidenziale ed elezione diretta del capo dello Stato. D’Alema – che in quel periodo piaceva alla Confindustria, incuriosiva l’America di Clin-

ton, veniva considerato il male minore dai moderati, era giudicato un possibile Blair casalingo e godeva di buona stampa nonostante la dichiarata antipatia per i giornalisti – s’immaginava già come primo presidente votato dal popolo. Per riuscirci accettò di andare sottobraccio da Vespa con Berlusconi, all’epoca indagato per corruzione, finanziamento illecito, falso in bilancio, mafia, riciclaggio e, addirittura, concorso in stragi: tutte imputazioni dalle quali è stato prosciolto. A far saltare l’accordo, su una futura amnistia, provvide Berlusconi dopo aver ottenuto che non fosse toccato il suo macroscopico conflitto d’interessi, che l’antitrust non l’obbligasse a cedere una rete televisiva, come sentenziato dalla Corte Costituzionale, che fosse varata una serie di leggi anti-giustizia. D’Alema e Berlusconi non lasciano molti rimpianti, in compenso lasciano tanti figli: i 350 deputati e senatori del M5S eletti sulla scia del malcontento seminato da entrambi.

Alfredo Venturi Schwierige Regierungsbildung, sintetizza lo «Spiegel», e stavolta non si riferisce alla laboriosa gestazione del nuovo governo tedesco. Il governo difficile da mettere insieme non è a Berlino ma a Roma, dopo un esito elettorale che ha visto il trionfo delle forze anti-sistema a cominciare dal Movimento Cinquestelle, il crollo del Partito democratico, l’egemonia del vecchio centrodestra trasferita da Silvio Berlusconi a Matteo Salvini. Quest’ultimo, galvanizzato dal successo della sua Lega, proclama di avere «il diritto e il dovere» di andare a Palazzo Chigi. Ovviamente anche Luigi Di Maio, forte dell’investitura ricevuta da Beppe Grillo e del clamoroso risultato, richiede la stessa cosa: le Cinquestelle non sono forse state consacrate dal voto come primo partito d’Italia? Qui si profila un arduo dilemma per Sergio Mattarella, il presidente della repubblica cui tocca il compito di sbrogliare la matassa. È vero infatti che i Cinquestelle con il 32 per cento dei voti sono il primo partito, ma è anche vero che il centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia) di voti ne ha conquistati il 37 per cento, classificandosi dunque come prima coalizione. E allora che si fa? Il mandato per cercare la soluzione governativa spetta al primo partito o alla prima coalizione? Sarebbe tutto molto più semplice se uno dei due scenari fosse autosufficiente. Ma così non è. Per quanto trionfale, il successo dei Cinquestelle non regala a Di Maio la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Né gli scranni conquistati dal centrodestra raggiungono il cinquanta per cento nelle due camere. Mattarella attende che i partiti si muovano alla ricerca di qualche accordo che superando le contrapposizioni configuri una maggioranza. Il compassato Di Maio, che per convincere gli elettori e tanto più dopo la vittoria ha molto attenuato i toni polemici e urlati del grillismo prima maniera, si dice disponibile a

Il successo dei Cinquestelle non regala a DiMaio la maggioranza assoluta in Parlamento. (AFP)

dialogare con tutti, accogliendo proposte di collaborazione sulle cose concrete da realizzare, a cominciare dall’elezione dei presidenti di camera e senato. Ma subito vede levarsi due sbarramenti: da una parte Salvini dichiara che non vuole tradire la coalizione di centrodestra e in proposito va personalmente a rassicurare l’alleato minoritario Berlusconi. La mossa di Salvini calma molte apprensioni internazionali: si temeva infatti la possibilità che le due forze euro-critiche, Cinquestelle e Lega, che insieme rappresentano il cinquanta per cento dei votanti, potessero dar vita a un governo decisamente ostile all’Unione europea. Non a caso Giorgia Meloni, leader dei post-fascisti Fratelli d’Italia, proclama che Roma guiderà a Bruxelles e Strasburgo il fronte sovranista. Un altro ostacolo alle ambizioni di Di Maio viene da Matteo Renzi, il quale dichiara che non farà mai accordi con «gli estremisti». Renzi è il grande sconfitto di questa giornata elettorale. Appena quattro anni or sono il suo Pd raggiunse il quaranta per cento dei voti alle elezioni parlamentari europee: ora ne ha

perduti più della metà, fermandosi sotto il venti per cento. È la seconda sconfitta in poco più di un anno: nel dicembre 2016 gli elettori avevano bocciato, in un referendum che si risolse in pratica in un plebiscito sulla sua persona, la sua proposta di riforma costituzionale. Aveva detto che in caso d’insuccesso si sarebbe dimesso e mantenne la promessa solo a metà, lasciando il governo ma conservando la segreteria del partito. Stavolta si è comportato in modo simile, annunciando le dimissioni ma congelandole: Renzi non molla, se ne andrà solo a nuovo governo insediato. «Orgoglio e precipizio», titola beffardo «il manifesto». La mossa di Renzi lacera ulteriormente un partito sconfitto e frustrato. Le dimissioni sono una cosa seria, o si danno o non si danno, lo accusa l’autorevole Luigi Zanda, capo dei senatori Pd. Per aggirare la polemica il segretario precisa che non guiderà la delegazione incaricata delle consultazioni per la formazione del nuovo governo. Ma se volesse davvero cedere il timone si sarebbe dimesso con effetto immediato: intende invece gestire il partito negli

Due ex pesi massimi Grandi sconfittiSilvio Berlusconi e Massimo D’Alema

ormai al termine della loro parabola Alfio Caruso Dirsi addio senza neanche potersi incontrare un’ultima volta. Non è l’epilogo di una struggente storia d’amore, bensì di una contrapposizione politica lunga venticinque anni. Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema (foto), sonoramente bocciati il 4 marzo e ormai al termine della loro parabola, sono stati i simboli della presunta Seconda Repubblica, che non ha mantenuto alcuna delle promesse formulate all’esordio. Anzi, l’amoralità del primo e il cinismo del secondo, essendo loro i rappresentanti dei due blocchi, hanno abbassato gli steccati della vita pubblica lasciando praterie a una genia di profittatori e voltagabbana, in più di un caso collusi con malaffare e malavita. Condannato per frode fiscale, imputato in altri processi, al centro di vicende boccaccesche al limite del codice penale (rapporti con minorenni), sputtanato nelle sue erotiche ossessioni da una lettera aperta della moglie, senza mai aver mantenuto una promessa in dodici anni di governo, Berlusconi ha preteso di essere il nonno affettuoso e disinteressato della Patria. Non gli hanno creduto ricordando le sue recite, in questo quarto di secolo, da figlio premuroso, da irresistibile ganimede,

da imprenditore senza confronti al mondo, da trascinatore del Milan pluristellato, da uomo della Provvidenza, da inventore della tv, da statista impareggiabile – si è persino paragonato a De Gasperi – da imbonitore senza confronti, il suo ruolo più vero. Persino troppo per quest’Italia dalla bocca buona, sempre fedele al vecchio motto rinascimentale: Franza o Spagna purché se magna. In tale sarabanda di ruoli, D’Alema non gli è stato da meno. Ha sempre avuto l’ansia di essere il Migliore, antica definizione del suo maestro Togliatti, alla fine si è dovuto accontentare di fare onore al proprio nome, Massimo, soltanto come perdente. E dire che le ha provate tutte: falco e pacifista, unitario e divisivo, riformista e conservatore, uomo di partito e movimentista, di destra e di sinistra, maggioritario e proporzionale, riformatore della Costituzione e difensore della vecchia, garantista e giustizialista, occidentale e mediorientale, dialogante con gli avversari e pasdaran intransigente, cattolico e ateo, papista e antipapista, voglioso di trasparenza con i conti altrui, un po’ meno con la lista dei finanziatori della sua fondazione, ovviamente per motivi di privacy. Sceso in campo nel ’94 per salvare le proprie aziende, Cuccia gli aveva consigliato di portare i libri in tribunale,

Berlusconi ha campato di rendita sull’inesistente pericolo comunista. Grazie a esso ha potuto quotare Mediaset in borsa e diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta. Magnifico gestore dei propri bilanci, lo è stato un po’ meno con quelli del Paese. Più che il clamoroso tracollo del 2011, dal quale lui e il ministro del Tesoro Tremonti furono colti completamente di sorpresa, l’ha dimostrato nel 2008 la mancata vendita di Alitalia ad Air France, disposta addirittura a pagare 2miliardi e mezzo. Per motivi elettorali Berlusconi mise in piedi un’improbabile cordata d’imprenditori, che nel nome di una pseudo italianità rilevarono la compagnia e fino alla messa in liquidazione ci sono costati 7 miliardi. D’Alema non ha fatto disastri sulle finanze nazionali concentrandosi, viceversa, sul destino del suo partito, di cui ha seguito le infinite metamorfosi, Pci, Pds, Ds, Pd, con la pretesa di tracciare la rotta, governare il timone, buttare a mare gl’insoddisfatti. Esaurita una breve stagione da leader del Pds e una brevissima da presidente del consiglio, D’Alema si è dovuto acconciare a un ruolo di grande elettore, che gli è sempre andato stretto, malgrado la veste assunta negli anni di straordinario esperto internazionale. Nella prassi quotidiana si è dibattuto, secondo la


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Politica e Economia

Prima il metallo americano Protezionismo USA Trump introduce dazi gravosi all’importazione di acciaio e alluminio,

una tutela per l’industria nazionale ma con un occhio di riguardo alla Cina Federico Rampini Donald Trump ha varcato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono l’acciaio e l’alluminio, il presidente infligge sulle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l’articolo di legge 232 che si riferisce appunto alla sicurezza nazionale. La giustificazione: quei due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti (aerei militari, navi da guerra, carriarmati e missili), l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza, Trump non vuole trovarsi in una situazione in cui la produzione di materiale bellico verrebbe a dipendere da importazioni straniere. Canada e Messico saranno inizialmente esentati da questi dazi pur essendo ambedue grossi esportatori di acciaio negli Usa. La motivazione: quei paesi sono «amici e alleati», ma soprattutto è in corso con loro il negoziato per la revisione del trattato Nafta che regola il mercato unico nordamericano. Dunque Trump vuole usare la minaccia dei dazi come strumento di pressione a quel tavolo negoziale. Almeno per adesso, i produttori canadesi e messicani di acciaio e alluminio sono esentati dalla tassa doganale. Per quanto riguarda l’Europa, anche qui c’è un’offerta di flessibilità da parte della Casa Bianca, ma più vaga e problematica. Di nuovo entra in ballo la sicurezza nazionale. Quei paesi con cui ci sono alleanze (è il caso della Nato) vengono invitati a offrire a Washington delle opzioni alternative ai dazi, fermo restando che va tutelata la produzione nazionale, l’occupazione, l’autosufficienza a fini di difesa. Non è chiaro se la Casa Bianca voglia invitare ogni singolo governo europeo ad aprire un tavolo di negoziato bilaterale. Sarebbe impossibile visto che per gli Stati membri dell’Unione europea i negoziati commerciali sono di competenza di Bruxelles. Sul protezionismo c’era stata una profonda spaccatura in seno al partito del presidente. Tra i segnali, la rivolta interna di 100 parlamentari repubblicani, e la dimissione del capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, l’ex presidente di Goldman Sachs Gary Cohn. La Cina paradossalmente non è tra i paesi più colpiti dalle ultime misure perché gran parte del suo export di metalli va verso altre destinazioni,

asiatiche ed europee. Era stata comunque il primo bersaglio, quando a gennaio Trump varò dazi sui pannelli solari made in China. Trump ha detto che dalla Cina vuole un piano di riduzione del deficit bilaterale che elimini 100 miliardi all’anno. È dunque l’Europa in prima linea nel subire l’offensiva protezionista di Donald Trump. Per imporre i dazi lui fa ricorso a una legge che risale alla guerra fredda (1962) e cita un presidente di fine Ottocento (McKinley): dando l’impressione di una visione datata dell’economia. Questi dazi nell’immediato colpiscono poco la Cina che è il vero rivale economico planetario. Proteggono industrie molto «mature», non all’avanguardia. Perfino per quanto riguarda la sicurezza nazionale, la sfida cinese è più inquietante in settori come informatica, elettronica, intelligenza artificiale. La sua offensiva colpisce in pieno gli alleati europei, i più danneggiati da subito. Agli europei Trump manda a dire: «Valuteremo chi di loro paga il conto per le spese della difesa, e chi no». L’allusione rinvia a un’altra diatriba, sull’insufficiente contributo di molti paesi europei al bilancio della Nato. Trump sembra mettere tutto insieme sul tavolo del negoziato, fa balenare la possibilità di concedere «flessibilità» a chi fa maggiori sforzi economici in sede Nato. «Non volete pagare questi dazi? Venite a produrre acciaio e alluminio qui negli Stati Uniti». Donald Trump rende esplicito uno degli effetti che attende da questa offensiva: cambiare i calcoli di convenienza per le multinazionali, invertire la direzione di marcia delle delocalizzazioni. È coerente con altre misure economiche della sua Amministrazione: deregulation sulle imprese, taglio della tassa sui profitti, condono per il rimpatrio dei capitali. L’economia ha risposto bene finora. Riuscirà la scommessa anche stavolta? A differenza dei consensi che le sue riforme precedenti avevano suscitato nel mondo imprenditoriale, ora nel coro di reazioni prevalgono quelle contrarie. Il presidente ha scelto di difendere dalla concorrenza estera due settori – acciaio e alluminio – che sfornano prodotti intermedi o semi-lavorati, usati da altre industrie come l’automobile, gli elettrodomestici, perfino l’alimentare (le lattine di bevande). Questi ultimi sostengono che pagheranno più caro

La misura scontenta le multinazionali ma va a favore dell’occupazione. (Keystone)

l’acciaio domestico e dovranno rivalersi sui consumatori alzando i prezzi. Poi c’è il timore delle ritorsioni, che sono una certezza per quanto riguarda l’Unione europea. I conti si faranno solo alla fine, quando sarà chiaro il bilancio tra dazi americani e contro-dazi applicati dagli altri sui prodotti made in Usa, però il top management delle multinazionali americani è convinto che rischia di perderci. Un segnale di quel che può accadere se l’America si «ritira» dalla globalizzazione, è avvenuto nell’area dell’Asia-Pacifico dove 11 paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti stanno procedendo da soli a ratificare il trattato Tpp che era stato promosso da Obama ma che Trump rifiuta. Nelle reazioni all’offensiva dei dazi si nota una reticenza della sinistra politica e accademica. Per decenni è da sinistra che furono denunciati i danni della globalizzazione, da premi Nobel come Joseph Stiglitz a politici radicali come Bernie Sanders. Ormai è Trump ad avere impugnato la bandiera degli interessi della classe operaia. Le polemiche dimissioni del capo dei consiglieri economici hanno ripercussioni serie. Non solo sulla tenuta dell’Amministrazione Usa ma anche sulla politica interna dei paesi europei. Compreso il futuro governo italiano quando si formerà. Stiamo assistendo a

un cortocircuito tra populismi e protezionismi, che mette a dura prova i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Anche il dialogo tra forze ideologicamente affini diventa problematico. In campo economico infatti ci sono evidenti prossimità fra Trump e i due partiti vincitori delle elezioni italiane, M5S e Lega. Eppure le decisioni della Casa Bianca rischiano di mettere Stati Uniti e Italia in rotta di collisione, perché tra dazi e ritorsioni un pezzo di industria esportatrice italiana soffrirà. Una premessa è d’obbligo. Non bisogna farsi trascinare nel catastrofismo. Sono esagerati i paragoni che circolano tra questa mini-guerra commerciale (almeno per ora) e la spirale dei protezionismi nella Grande Depressione degli anni Trenta. Inoltre non tutti i protezionismi sono dannosi e non tutte le ritorsioni di Trump sono infondate. La Cina pratica il suo protezionismo da molti anni, con estrema disinvoltura favorisce sistematicamente i suoi «campioni nazionali» a scapito dei nostri interessi. In parte lo fa calpestando le regole anche se proclama di rispettarle. In parte sono le regole stesse ad essere anacronistiche e asimmetriche perché furono stabilite vent’anni fa quando la Cina era poverissima e bisognava concederle condizioni favorevoli per partecipare al commercio interna-

zionale. Quelle regole vanno riviste. Per costringere Xi Jinping ad accettare un nuovo paradigma della globalizzazione, bisogna esercitare delle pressioni. I dazi a questo possono servire. Qui però interviene un limite grave di tutti i populismi, di cui Trump è portatore al massimo livello: l’incompetenza. Lo si vede con gli ultimi dazi americani che colpiscono alla cieca, a 360 gradi, ma danneggiano poco la Cina. Perciò quest’ultima mossa del presidente americano ha il potenziale di sfasciare sia le alleanze internazionali, sia le coalizioni populiste. Il secondo aspetto è quello più attuale dopo le dimissioni di Gary Cohn da capo dei consiglieri economici di Trump. Cohn, ex presidente della Goldman Sachs, se n’è andato dopo aver perso la sua battaglia contro i dazi. Si era fatto portavoce di un fronte molto ampio: la maggior parte delle multinazionali americane e Wall Street su questo terreno si dissociano dal nazionalpopulismo di Trump. Il protezionismo inserisce un cuneo dentro quella convergenza d’interessi – già precaria – che aveva unito la classe operaia e un pezzo di establishment capitalistico pro-Trump. Qualcosa di simile si nota in Europa, per esempio con l’appello di Marchionne perché la UE eviti rappresaglie pesanti: anche le multinazionali europee (euro-americane nel caso Fca) non hanno interesse a destabilizzare l’architettura della globalizzazione. Potenzialmente l’Italia ha lo stesso dilemma: dei governi nazionalpopulisti possono essere tentati dalla linea Trump, che però li porterebbe a scontrarsi sia con il mondo delle imprese sia con gli Stati Uniti. Lo stesso effetto divisivo e centrifugo avviene sulle alleanze tra nazioni. Trump anziché tentare di isolare il «nemico principale» (la Cina) e colpire quello, danneggia alleati storici come Europa e Canada. Si rivela incapace di assumere la leadership dei nuovi populismi, perché la sua politica ha un orizzonte tutto nazionale, è incapace di articolare una strategia delle alleanze. È possibile che la scelta di trattare coi guanti di velluto Xi Jinping sia legata ad un altro colpo di scena di questi giorni: l’annuncio a sorpresa che nel mese di maggio Trump incontrerà il leader nordcoreano Kim Jong-un. Il presidente americano ha spesso elogiato la Cina per il suo ruolo di mediazione su quel fronte. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Politica e Economia

Putin senza rivali

Fra i libri di Paolo A. Dossena

RussiaNel suo ultimo discorso del terzo mandato il presidente ha fatto sfoggio di missili

MICHAEL AXWORTHY, Iran rivoluzionario, LEG Edizioni, 2017

Keystone

chiarendo che la sua strategia nei prossimi sei anni è basata su guerra e sfida all’Occidente

Anna Zafesova Una dichiarazione di guerra: il discorso annuale sullo stato della nazione di Vladimir Putin, che è stato contemporaneamente il suo più importante discorso della campagna elettorale, a qualche giorno dalle presidenziali del 18 marzo, è stato uno sfoggio minaccioso di potenza militare. Davanti a un pubblico di mille persone – deputati, governatori, ministri e leader religiosi – che esplodeva in continui applausi, il presidente russo ha illustrato con l’ausilio di due maxi schermi su cui venivano proiettate infografiche e animazioni di missili, droni sottomarini, testate multiple e aerei ipersonici il nuovo arsenale russo. Tutte «armi che non ha nessuno», «rivoluzioni tecnologiche», «non intercettabili da nessun sistema antimissile esistente», addirittura «con raggio di azione praticamente illimitato» grazie a un propulsore atomico incorporato, con un’animazione che intanto mostrava la testata del missile strategico che si divideva in più parti che andavano a piovere sulla Florida, nei pressi della residenza di Donald Trump a Mar-a-Lago, come hanno notato subito molti osservatori.

L’immagine di grande potenza alla vigilia di queste elezioni è appannata, oltre che dalla crisi economica, anche da una serie di scandali Un discorso che ha spinto molti giornali occidentali a titolare sulla nuova Guerra fredda, e a suscitare paragoni allo storico discorso di Nikita Krusciov all’Onu, quando la rabbia per i nemici capitalisti gli fece sbattere la scarpa sulla tribuna. Molti esperti hanno però visto più paralleli con gli sfoggi militaristi di Kim Jong-un: il filmato con l’attacco sull’America è risultato dopo un rapido fact checking dei

giornalisti russi prelevato da una trasmissione della tv russa di ben 11 anni fa, e il dipartimento di Stato Usa ha laconicamente commentato di «essere al corrente» delle nuove armi russe, e di essere anche scettico sulla loro reale esistenza, visto che «gli ultimi test non sono stati un grande successo». Considerato che i trattati esistenti vincolano russi e americani a informarsi a vicenda sui rispettivi lanci di missili per i test, o i russi sono riusciti a collaudare armi nuove in violazione dei patti internazionali, oppure si è trattato di un’operazione diretta più a un pubblico interno che all’estero. E molti esperti, anche russi, sostengono che si tratta di armi che non esistono ancora nemmeno come prototipo, anche se Putin ammonisce che «non è un bluff» e invita i russi a inventare i nomi per i nuovi missili (e i twitter del ministero della Difesa si riempiono di proposte che vanno dai bucolici «Margherita» e «Aurora» ai caustici «Saluti dalla Russia», mentre la direttrice della tv internazionale del Cremlino, RT, propone semplicemente «Volodia», diminutivo di Vladimir). Il presidente non nasconde contro chi sono puntati questi missili: «L’Occidente non è riuscito a fermare la Russia. Non ci avete dato ascolto, fatelo ora». E racconta la sua narrativa preferita: dopo il collasso del comunismo la Russia era un Paese debole, che aveva perso il territorio delle repubbliche ex sovietiche, ed era stato piegato dagli ex avversari. Un discorso nostalgico-aggressivo che negli ormai quasi 19 anni al potere di Putin ha sempre pagato: i picchi nei consensi il presidente russo li ha avuti quando ha lanciato guerre, contro la Cecenia, contro la Georgia, contro l’Ucraina, e la data delle elezioni non a caso è stata spostata al 18 marzo, quarto anniversario dell’annessione della Crimea, che ha regalato al capo del Cremlino la popolarità record dell’86%. Un numero che per il suo quarto mandato appare difficilmente ripetibile, e non a caso la parte tradizionale del discorso annuale del capo dello Stato, dedicata all’economia, al welfare, all’impresa e alle riforme, è

stata molto sintetica e priva di grandi promesse: la recessione appare finita, ma i tagli alla spesa pubblica, il congelamento dei contributi privati alle pensioni, la chiusura degli ospedali, l’aumento della povertà – 20 milioni di russi hanno un reddito sotto la soglia minima – e la riduzione del reddito di tutti gli altri non permettono di dipingere prospettive troppo rosee, mentre appaiono inevitabili riforme come l’aumento della pressione fiscale dalla flat tax del 13% e dell’età pensionabile. Più che votare per un altro candidato, sembra che molti russi vogliano disertare le urne, anche perché il risultato è scontato, e le segnalazioni su studenti, dipendenti pubblici, medici e privati cittadini che ricevono dalle autorità pressioni per partecipare al voto e aumentare così l’affluenza sono sempre più numerose. E metà del discorso del presidente viene dedicata a magnificare la potenza militare di una Russia circondata da nemici, una retorica che finora ha sempre pagato. L’immagine di grande potenza, presentata a pochi giorni dalle elezioni, viene però appannata non solo dalla crisi economica, ma anche da una serie di scandali, come l’arresto a Pattaya di Nastia Rybka. La escort «Nastia Pesciolino», Anastasia Vashukevich, bielorussa 25enne, occhi da gatto e labbra a canotto, è stata arrestata dalla polizia thailandese per aver condotto seminari illegali sulla seduzione a una ventina di turisti russi. Ora dal carcere di Bangkok Nastia, in attesa di estradizione in Russia, ha chiesto asilo negli Usa, promettendo in cambio di raccontare tutto sul Russiagate, con 16 ore di registrazioni del suo amante, l’oligarca Oleg Deripaska, che discute con altre persone coinvolte l’interferenza russa nelle elezioni americane. La disinibita Rybka è una vittima della campagna del leader dell’opposizione Alexey Navalny che, escluso dalle elezioni, ha pubblicato in Rete l’inchiesta sul vicepremier russo Serghey Prikhodko (responsabile delle relazioni internazionali con Eltsin e poi con Putin) che va con le escort sullo yacht di Deripaska, con tanto di

filmato girato dalla ragazza – e messo da lei su Instagram – in cui i due uomini discutono del conflitto tra Russia e Usa in termini piuttosto volgari. Per ricattare l’oligarca, Nastia ha scritto anche un libro che permette di rintracciare il percorso dello yacht Elden di Deripaska nei fiordi della Norvegia, nell’agosto 2016, con a bordo svariate ragazze. Deripaska è stato per anni in affari con il capo della campagna elettorale di Trump Paul Manafort, che gli aveva offerto «briefing privati» su The Donald, da far arrivare a Putin. Un personaggio chiave, dunque, e il «New York Times» ha rivelato che Deripaska avrebbe offerto agli americani di vuotare il sacco sul Russiagate, in cambio dell’immunità. La reazione delle autorità russe allo scandalo è stata quella di oscurare, per la prima volta, un post di Navalny come «informazione vietata in territorio russo». Prikhodko non ha sporto querela, Deripaska è corso in tribunale, ma con una denuncia per violazione della privacy e non per calunnia. E Nastia «Pesciolino» sostiene che il suo arresto sarebbe stato ordinato da Mosca: il giorno dopo a Bangkok è atterrato l’Iliushin di Stato numero RA96023, con a bordo Nikolay Patrushev, capo del Consiglio di sicurezza russo, ex capo dell’Fsb e uno dei collaboratori più stretti e più «falchi» di Putin. Una pura coincidenza, sostiene il Cremlino: Patrushev era lì per un negoziato con i colleghi thai. Lo stesso aereo però è al centro di un altro scandalo, dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires, dove era arrivato nel dicembre 2017 per trasportare a Mosca 400 chili di cocaina trovati nella scuola dell’ambasciata russa. A Mosca sono stati arrestati tre ex tecnici dell’ambasciata, mentre il capo della banda, Andrey Kovalchuk, è latitante, ma secondo il suo avvocato in realtà è una spia russa incastrata da americani e argentini. Ma la parte più misteriosa è il trasporto della droga a Mosca, con un aereo di Stato, con posta diplomatica, forse già usata dalla gang in precedenza, e la quantità di droga fa pensare a una rete molto più estesa e collaudata.

«In Occidente crediamo di conoscere l’Iran, ma quello che crediamo di sapere è spesso sbagliato o addirittura falso». Questa la convinzione centrale del libro di Michael Axworthy, un accademico dell’Università di Exeter e giornalista del «Guardian», che dell’Iran ha una conoscenza diretta fin dall’adolescenza. Primo: crediamo che gli iraniani siano arabi, mentre sono degli indoeuropei, la cui lingua, il persiano, è geneticamente imparentata con gli idiomi dell’Europa (infatti, a differenza di molti altri territori conquistati dall’Islam nel VII secolo a.C., la lingua araba non sostituì il precedente idioma parlato in Iran). Secondo: gli iraniani si sono tradizionalmente opposti all’identità arabo-musulmano-sunnita e al resto della regione mediorientale sotto molti altri punti di vista. Gli arabi tendono ad essere musulmani sunniti, gli iraniani sono musulmani dello scisma sciita, che gode di un clero pragmatico e moderato. Il quale è spesso privo di qualsiasi simpatia per l’Islam politico e per il regime rivoluzionario islamico (in carica dalla rivoluzione del 1979), che rappresenta solo gli interessi di una ristretta cricca isolata dalla popolazione. Questo è stato rivelato dalle elezioni del giugno 2009, e, sempre in quell’anno (ricorrenza del trentesimo anniversario della rivoluzione islamica), dalle centinaia di migliaia di iraniani che riempivano nuovamente le piazze di Teheran, domandando un governo democratico. Terzo: l’Iran è sempre stato centrale, nella sua riflessione umanistica del pensiero musulmano, un elemento importante del quale è il principio quietista, che raccomanda decenza, onestà e pazienza nel sopportare le avversità. Quarto: nonostante il suo atteggiamento autocratico, perfino il regime di Teheran include innovazioni radicalmente moderne, al punto di essere inviso a molti sunniti e al punto da non poter essere definito tecnicamente come «fondamentalista». Quinto: da quanto detto, non stupisce che il terrorismo islamico sia un fenomeno arabo-sunnita e non iraniano-sciita. Ed ecco il paradosso: gli Usa finanziarono la rete terroristica di alQaeda in Afghanistan e la guerra di Saddam Hussein del 1980-1988 per contenere l’Iran. Il risultato? Washington dovette poi intervenire in quei paesi, per combattere i mostri che aveva generato. Eppure, a causa di una stampa aggressiva e superficiale, siamo incoraggiati a pensare agli iraniani come a dei musulmani fanatici, campioni mondiali del fondamentalismo islamico. Anche se troppo spesso rappresentato come una potenza aggressiva, l’Iran non ha condotto un’autentica guerra d’aggressione dalla metà del XVIII secolo, e le sue spese militari odierne sono molto basse per un Paese di quelle dimensioni. Questo atteggiamento corrisponde al carattere di un Paese che si considera da sempre una civiltà, un continente, o un impero dalle molte etnie, piuttosto che un compatto stato-nazione. Durante la sua attività al Ministero degli affari esteri della Gran Bretagna e in quanto uno dei maggiori esperti mondiali sull’Iran, Axworthy è diventato una fonte di prima qualità. Semplice ed accessibile a tutti, il saggio di Michael Axworthy è imprescindibile per coloro che cercano di capire il Medio Oriente.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Politica e Economia

Un no alla «No Billag» Votazioni Effetti di un risultato: sono in vista misure concrete di modifica del sistema e ulteriori discussioni politiche Marzio Rigonalli Chi voleva l’abolizione del canone radiotelevisivo è uscito con le ossa rotte. Il popolo ha respinto con oltre il 71% l’iniziativa popolare «No Billag». Il rifiuto è stato forte in tutti i cantoni, senza alcune eccezione, ed ha messo in rilievo tre fatti importanti: gli svizzeri sostengono il monopolio radiotelevisivo, approvano la sua applicazione in tutte le regioni e le parti del paese, e la maggioranza si è dimostrata solidale nei confronti delle minoranze, consentendo a tutti di continuare ad usufruire, più o meno, della stessa offerta radiotelevisiva. In altre parole, hanno voluto preservare quella che vien considerata ormai un’istituzione nazionale. Il massiccio «no» offre pochi spunti per un’analisi dettagliata del risultato. Si può comunque osservare che il rifiuto più forte è venuto dai cantoni romandi e che nella classifica dei contrari all’iniziativa, il canton Grigioni, unico cantone trilingue, occupa il quarto posto, con il 77,2%, dietro a Neuchâtel, Giura e Friburgo, e che il Ticino si situa al penultimo posto, con il 65,5%, davanti a Svitto, buon ultimo con il 62,4%. Contrariamente a quanto avviene di solito in simili situazioni, la chiarezza del risultato non pone fine né alla discussione sull’opportunità di mantenere il canone radiotelevisivo, né ai tentativi di ridurne l’importo da parte di chi vuol ridimensionare il monopolio. Tre sono gli ambiti in cui assisteremo probabilmente a nuove

decisioni, anche se saranno meno radicali di quella che chiedeva l’iniziativa popolare.

L’iniziativa ha sollevato una questione reale che la SSR intende affrontare mettendosi in gioco Le prime misure verranno adottate all’interno della SSR. Il giorno della votazione, il direttore generale Gilles Marchand ha annunciato alcune misure concrete. Ha parlato di un piano di risparmi per 100 milioni di franchi, di una maggiore collaborazione con le radio e le televisioni private, nonché di un primo intervento sulla pubblicità che porterà a togliere gli annunci pubblicitari durante la diffusione dei film. Ha anche accennato a una profonda riflessione che l’azienda intende fare ancora quest’anno, prima di intervenire sui contenuti che offre, sulle sue strutture, su un suo eventuale ridimensionamento e sull’adeguamento alle nuove modalità di fruizione dei prodotti mediatici. Il secondo ambito è quella della politica. Il Consiglio federale ha già ridotto il canone a 365.– franchi a partire dal 1. gennaio 2019 ed ha lasciato la porta aperta ad ulteriori riduzioni negli anni successivi. In Parlamento sono pendenti almeno tre proposte che tendono a diminuire i mezzi a disposizione del-

Una voce di spesa importante di cui è già stato deciso un ridimensionamento. (Ti-Press)

la SSR. Due proposte provengono da altrettanti consiglieri nazionali UDC e chiedono la riduzione del canone a 300.– franchi annui, nonché l’esenzione dal pagamento del canone per le aziende. La terza proposta proviene da un senatore PPD e chiede di aumentare dal 6% al 10% la parte del canone che vien versato alle radio locali ed alle televisioni regionali, nonché di usare una parte del canone per aiutare la stampa scritta. Infine, è già emersa l’idea di un’altra azione a livello popolare con una nuova iniziativa costituzionale. Questa volta l’iniziativa potrebbe venir lanciata

dall’UDC e avrebbe come fine la riduzione del canone a 200.– franchi annui. Il suo presidente, Albert Rösti, ha già dichiarato che agirà in questo senso se le richieste formulate dal suo partito a livello parlamentare non verranno soddisfatte. Le intenzioni dichiarate ed i progetti in sospeso sono dunque numerosi, e singole risposte rischiano di essere soddisfacenti soltanto per pochi. Per giungere a soluzioni condivise ci vuole una riflessione globale, seguita da un’azione che tenti di risolvere i principali problemi del settore dei media. Si tratta

di ridefinire il servizio pubblico mediatico, di stabilire la portata del finanziamento pubblico alla SSR ed alle radio e televisioni private, nonché di prescrivere eventuali aiuti ai media online ed alla stampa scritta. Occorre anche determinare le modalità d’accesso ad internet ed alle risorse che offre la pubblicità online. L’occasione può essere colta presto, quando verrà discussa la legge sui media elettronici che sostituirà l’attuale legge sulla radio e la televisione. Il Consiglio federale sta preparando un progetto di legge che dovrebbe essere pronto a metà anno. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Nelle città tedesche saranno vietati i motori diesel?

Mobilità Una sentenza del Tribunale autorizza la città di Lipsia a bloccare la circolazione di auto diesel in alcune

strade. Si riapre la polemica su una tecnologia che lo Stato ha dapprima incentivato e ora vorrebbe fermare. Potrebbero nascere richieste di risarcimento

Ignazio Bonoli Il divieto di circolazione che alcune città tedesche vogliono introdurre per i motori diesel sta sollevando molte discussioni sia negli ambienti automobilistici, sia nelle cerchie degli ambientalisti. Per il momento si è confrontati con una decisione del Tribunale amministrativo federale di Lipsia che autorizza l’introduzione di divieti di circolazione quando la proporzione di diossido d’azoto supera i 40 milligrammi per metro cubo di aria. La decisione del Tribunale è un segnale importante per tutte le città tedesche, che devono ora rivedere i loro piani di protezione dell’aria. I relativi provvedimenti si applicano in particolare ai motori diesel. In Germania, la proporzione di motori diesel sul totale di automezzi è costantemente aumentata, favorita anche dal governo, proprio per lottare contro l’inquinamento dell’aria. Questa percentuale aveva così raggiunto punte del 49,2% nel 2012, per poi scendere – in particolare dopo lo scandalo delle emissioni truccate per alcuni motori prodotti in Germania. In sostanza, il motore diesel presenta alcuni vantaggi rispetto a quello a benzina. Intanto – a parità di prestazione – il consumo di carburante è mi-

nore, il che fa diminuire la produzione di CO2. Inoltre, per quanto concerne l’emissione di polveri fini, le prescrizioni sono quasi ovunque rispettate e anche le emissioni di ossido di azoto sono in diminuzione dal 1990. Per questo anche il Tribunale invita ad applicare la sentenza con prudenza e tenendo conto del principio di proporzionalità. Alcune città intendono limitare il divieto ad alcune zone particolarmente toccate dall’inquinamento dell’aria e anche il divieto limitato ai motori diesel solleva qualche perplessità giuridica, poiché potrebbe trattarsi in pratica di una specie di espropriazione di alcuni possessori di auto (prima perfino incitati ad acquistare) che darebbe diritto a risarcimenti. Perché in città? Intanto perché nella circolazione urbana i consumi, e quindi le emissioni, sono maggiori. Inoltre l’emissione di CO2 è principalmente un problema d’ambiente, mentre per il diossido di azoto e per le polvere fini si tratta di un problema di salute, particolarmente nelle concentrazioni urbane. Oggi, gli ultimi modelli di auto diesel sono dotati di filtri molto efficaci, ma in città la concentrazione nei filtri è molto rapida e per le vetture che circolano solo e sempre in città il problema si accentua. Come si può prevedere, il giudizio di Lipsia avrà potenzialmente un im-

Le vendite di questo tipo di veicoli sono comunque in calo. (Marka)

patto enorme non solo sui fornitori di motori diesel, ma anche sui produttori e rivenditori, e quindi anche un’importante eco politica. Anche un’applicazione parziale del provvedimento, cioè l’autorizzazione solo per motori della norma Euro 6, quindi l’aggiornamento dei motori precedenti, provocherebbe costi enormi per l’industria (per esempio per la VW, 5,4 milioni di auto). Il problema va però risolvendosi da solo con la messa fuori uso dei motori più anziani. In ogni caso, anche in Germa-

nia la vendita di motori diesel sta calando: nel 2017 era scesa al 41% e nel gennaio 2018 al 33%. Il che significa però anche un aumento del 15% di CO2 se i motori diesel vengono sostituiti da motori a benzina. In Svizzera, in termini molto minori, la situazione è paragonabile a quella tedesca, con la grande differenza che la Svizzera non ha un’industria automobilistica. Inoltre, la proporzione di motori diesel sul totale di nuovi mezzi messi in circolazione è scesa di 4 punti tra il 1996

e il 2016, attestandosi al 39,2%. Anche da noi la vendita viene sostenuta da incentivi fiscali, dalla riduzione dei prezzi e dalla minore produzione di CO2, nonostante le tasse sul carburante diesel rimangano superiori a quelle sulla benzina. A questi vantaggi si contrappone una maggiore produzione di diossido di azoto e di polveri fini. Queste considerazioni, come in altri paesi, avevano indotto alcuni politici ad incrementare l’uso del diesel, diminuendone la tassazione. Cosa che però non è mai avvenuta, considerato che una mossa simile avrebbe contrastato la politica tendente a trasferire il traffico dalla strada alla ferrovia, soprattutto attraverso le Alpi. Sul piano politico è pendente una mozione socialista che chiede di autorizzare da subito la vendita di motori diesel soltanto se rispettano le norme sulle emissioni misurate nel traffico reale. La mozione fa riferimento al fatto che si sono riscontrate differenze fra le misurazioni in fabbrica e quelle nel traffico. Il Consiglio federale ha risposto che la Svizzera è legata da un accordo con l’Unione Europea che prevede un termine di due anni d’attesa per l’applicazione del provvedimento. Inoltre – nota il Consiglio federale – una decisione autonoma del governo in questo contesto non avrebbe senso. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Lavoreremo tutti per la sanità e il sociale? Ci sono cifre della statistica che non possono essere messe in dubbio. Per esempio quelle che illustrano l’evoluzione dell’occupazione per rami nel Cantone e le relative trasformazioni nella struttura dell’occupazione per rami. Come i lettori sanno, quella del Ticino è un’economia del terziario, nel senso che la quota dell’occupazione di questo settore supera ormai il 70% del totale. Anche in termini di creazione di posti di lavoro, il terziario è il settore dominante. Dal 1998 al 2014, si sono creati nel terziario ticinese circa 25’000 posti di lavoro, il che rappresenta l’83% dell’aumento, conosciuto dall’occupazione, in questo periodo. Naturalmente non tutti i rami del terziario hanno visto il loro numero di posti di lavoro aumentare nel medesimo modo. Prendiamo per esempio i due principali. Da un lato abbiamo il commercio e le riparazioni di autoveicoli e motocicli. In questo ramo si contavano, nel 2014, 27’358 posti di lavoro equivalenti a tempo pieno. Dall’altro lato abbiamo invece la sanità e i servizi sociali

che, sempre nel 2014, avevano 18’800 posti di lavoro. La dinamica dell’occupazione nei due rami, nel corso degli ultimi anni, è stata però completamente diversa. Mentre il ramo del commercio e delle riparazioni, dal 1998 al 2014, ha conosciuto un tasso di aumento annuale dell’occupazione pari allo 0,2%, la sanità e i servizi sociali hanno visto i loro posti di lavoro aumentare annualmente a un tasso pari all’1,5%, superiore anche a quello con il quale è aumentata l’occupazione totale nei settori secondario e terziario. Questo significa che quando si parla di creazione di posti di lavoro in Ticino, oggi, bisogna considerare il contributo delle aziende della sanità e dei servizi sociali come uno dei più importanti. Per dare un’idea della loro importanza ricordo che se la loro occupazione dovesse continuare a crescere come negli ultimi anni, tra cinque anni gli occupati di questi rami supereranno quelli dell’edilizia e, tra un quarto di secolo, potremmo avere più occupati in questi rami che nell’industria. Perché la

sanità e i servizi sociali crescono, e non solo in termini di occupazione, non è difficile da spiegare. La loro crescita è, in primo luogo, da attribuire all’aumento della popolazione e, in particolare al suo invecchiamento. Siccome le aziende di questi rami lavorano, quasi esclusivamente, per la popolazione residente è normale che la loro occupazione cresca con il crescere della popolazione. E siccome più una popolazione è anziana e più ha bisogno di cure e di assistenza è chiaro che anche l’invecchiamento fa aumentare la domanda di servizi sanitari e sociali. Vengono poi, in secondo luogo, i progressi e i miglioramenti che vengono fatti costantemente nell’offerta di servizi medici, igienici e sociali. Si pensi, per non fare che un esempio, alla rapida diffusione dell’offerta di servizi di fisioterapia nel corso degli ultimi trenta anni. In terzo luogo questi rami crescono perché, per il momento almeno, la produzione di servizi sanitari e sociali dipende in misura estrema dal fattore lavoro. Si parla, è vero, della possibilità

di estendere la digitalizzazione anche a questi servizi o, addirittura, di far intervenire i robot nella somministrazione delle cure. Ma è difficile pensare che, nei prossimi dieci anni, nel ramo della sanità e dei servizi sociali possano avvenire i cambiamenti drastici in fatto di ricorso al fattore lavoro che si sono invece già manifestati, e continuano a manifestarsi, nel ramo del commercio. Anche perché le aziende che operano in questo ramo sono aziende pubbliche o parastatali e quindi maggiormente esposte all’influenza della politica che le aziende private del ramo del commercio e delle riparazioni. Questo significa che eventuali ristrutturazioni saranno sempre ostacolate da forte opposizione dell’opinione pubblica. Basta pensare che cosa succede in materia di mobilitazione della stessa ogni qualvolta l’EOC decide di chiudere un ospedale o anche solo qualche reparto specializzato. Questi rami, nei quali l’occupazione è in forte espansione, sono rami con quote di occupazione femminile elevate e che

fanno largo ricorso all’occupazione a tempo parziale. Dovessero continuare a crescere in termini di posti di lavoro è auspicabile che facciano, in futuro, maggior ricorso a lavoratrici residenti nel Cantone di quanto non possono fare attualmente. Sarebbe anche opportuno che potessero far ricorso a più uomini di quanto non ne occupino attualmente. L’attuazione di questi obiettivi pone però il problema della formazione e quello di un maggior aiuto dello Stato alle famiglie con bambini piccoli per consentire alla madre di continuare – almeno a tempo parziale – la sua attività lavorativa. Tuttavia la difficoltà più importante per i rami della sanità e dei servizi sociali resterà in futuro quella del finanziamento, in particolare di quella quota di spesa che deve essere finanziata dagli enti pubblici. Tenendo presente soprattutto questo aspetto non penso che l’occupazione in questo settore si dilaterà ancora di molto. Alla domanda posta nel titolo di questo articolo si deve quindi rispondere per la negativa.

annunciato: «Su Facebook ho superato Macron. Ora in Europa sono secondo dopo la Merkel». La pagina Facebook del leader leghista in effetti è pensata in modo artigianale e sapiente. Ci sono una serie di video, in genere tratti da trasmissioni Mediaset: sedicenti antifascisti che picchiano poliziotti; un rumeno che rapina una vecchietta; una disabile italiana sfrattata; un africano che getta via il pane perché sostiene che non è buono (da solo l’africano sarà costato al Pd 500 mila voti). Salvini commenta i video con hashtag tipo «orabasta» e «stavoltavotoLega». Invita i fan a mettere per un giorno la sua faccia come foto del proprio profilo. Pubblica le sue immagini da bambino. Dà insomma l’illusione a chi lo segue di essere davvero suo amico. Non a caso il primo messaggio dopo il voto è stato su Facebook: «Siete stati fantastici, se abbiamo vinto una enorme parte del merito è vostra, splendida Comunità della rete, non dimenticatelo. Vi voglio bene». Al confronto, Berlusconi che confonde lire

ed euro e cerca con affanno la parola giusta in tv agitando i soliti fogli bianchi fa tenerezza. Anche Salvini va in tv, oltre che sul territorio. Ma usa i programmi tv e il territorio come fondale della sua vita on line. Questo vale a maggior ragione per i Cinquestelle, partito che on line è nato, e con Grillo superò il 25% senza mai affacciarsi in un talk show. Il racconto del M5S è perfetto per la logica della rete: di là «loro», i poteri forti, le caste, i media, i notabili; di qua il popolo, che aspira a mille euro al mese possibilmente senza fare nulla. Com’è evidente, in Italia i poteri forti latitano da tempo. Non sono scomparsi invece il mondo globale, l’Europa, i mercati, il debito pubblico: tutte cose antipatiche, con cui purtroppo bisogna fare i conti. L’Italia profonda della rete è maggioritaria: speriamo che sappia tradurre la rivolta morale in capacità di governo. Ma c’è da dubitarne. Di sicuro l’establishment dei partiti ha fatto di tutto per screditarsi: incredibile che in questi cinque anni non sia passato un

provvedimento banale ma necessario come il dimezzamento delle indennità e l’abolizione dei vitalizi. Quanto alla sinistra, ha pensato pure a rifare il partito comunista: Errani a Bologna, Zanonato a Padova, Cofferati a Genova, Bassolino a Napoli, D’Alema in Puglia, Bersani ovunque, più Boldrini e Grasso, Fratoianni e Pippo Civati; tutto per prendere pochi voti in più di Potere al popolo, lista semiclandestina già idolo del web. Ora fare un governo sarà difficilissimo. A Salvini, divenuto capo del centrodestra, non conviene certo andare a fare il vice di Di Maio. Per quanto Berlusconi abbia un certo know-how nel procacciarsi parlamentari, ne servono troppi; e poi perché dovrebbe lavorare per Salvini? Restano due formule possibili: un accordo tra Pd e Cinquestelle, magari per eleggere i presidenti di Camera e Senato e poi fare una legge elettorale maggioritaria a doppio turno; o un governo con tutti dentro, per fare la legge di bilancio e appunto la riforma elettorale (che la destra vorrebbe a turno unico).

bocce ferme, dopo aver contributo nel corso del dibattito a consolidare la consapevolezza che la Ssr (vale a dire tutto il suo corpaccione, compresa quindi anche la nostra Rsi) dovrà mutare pelle, quella prefigurazione rimane fine a se stessa, nel senso che ora sarà difficile dargli un seguito ed evitare che diventi una scomoda eredità. Eppure qualche segnale di cambiamento «in fieri» c’era già stato, anche se mai del tutto privo di sospetti e dubbi sulle reali finalità. Come l’annuncio della riduzione del canone per inizio 2019 (la retroattività non si addice ai... canoni della Confederazione), risultata un’abile mossa per indebolire la testa d’ariete degli antagonisti. Oppure, ultimo esempio in ordine di tempo, l’annuncio che in futuro «la Ssr dovrà collaborare con tutti i media». Peccato che anche questo rimedio abbia una nuvola nera sulla testa: è giunto dopo il «placet» federale all’intesa della Ssr con l’editore Ringier e il service provider

Swisscom per un futuro polo mediatico pubblicitario. Proprio alla vigilia del voto ci ha messo una pezza il Nazionale ammettendo che la sopravvivenza della stampa scritta (dall’agenzia di stampa nazionale in sciopero ai piccoli editori e ai giornali regionali che boccheggiano) merita di rientrare tra le finalità del servizio pubblico. Ma sarà difficile che l’esito del voto del 4 marzo basti a spianare la via a un impegno (ufficialmente mai dichiarato) per una riforma che dia forza anche a quanto stabilisce l’articolo costituzionale al paragrafo 4: «Devono essere considerati la situazione e i compiti di altri mezzi di comunicazione sociale, soprattutto della stampa». Personalmente considero questo paragrafo uno dei punti fermi attorno ai quali autorità politiche ed esperti dovranno muoversi se vorranno approdare a moderni aggiustamenti e riforme del servizio pubblico, magari chiedendo subito che la Ssr abbandoni la strategia del «If you

can’t beat them, join them», soprattutto se si pensa al potere che i tre partner della citata joint venture Ssr, Swisscom e Ringier avranno rispetto alla concorrenza nei tre pilastri dei futuri mezzi di comunicazione. Mi fermo a questi «effetti collaterali», per aggiungere che la parola più appropriata da affiggere come «post it» sull’esito questa votazione, mi sembra quella richiamata dal presidente della Corsi Luigi Pedrazzini a vittoria accertata ai microfoni della Rsi: «Responsabilità». È un viatico sicuro, perché a doppia valenza: può funzionare da cartina di tornasole come il 4 marzo per valutare e non lasciar cadere gli aggiustamenti dell’ente e del servizio pubblico; e dovrà risultare dominante nell’attività di dirigenti e operatori per riuscire a onorare le aspettative (soprattutto nella Svizzera italiana) di chi ha sostenuto il servizio pubblico radiotelevisivo, prima ancora del carrozzone della Rsi.

In&outlet di Aldo Cazzullo Tutti infelici e in rete Sono state elezioni crudeli. Renzi è stato punito al di là dei suoi demeriti. Resta il fatto che ormai nel suo stesso partito non lo vogliono più. Nella conferenza stampa in cui ha annunciato le dimissioni è parso un ex fuoriclasse, alla ricerca del tocco magico perduto. Si è abbandonato a recriminazioni improbabili. Difficilmente l’onda antisistema che ha travolto il Pd (e un po’ anche il partner mancato Berlusconi) sarebbe stata meno lunga, se l’Italia avesse votato insieme con l’Olanda o la Francia o la Germania; perché al Sud l’economia è messa decisamente peggio che in Olanda o in Francia o in Germania. E il risultato incerto di domenica scorsa non dipende dal No al referendum costituzionale, semmai dalla bocciatura dell’Italicum («ma con una sola Camera sarebbe stato inevitabile il ballottaggio, e la sera delle elezioni avremmo conosciuto il nome del vincitore» ha ribadito Renzi nelle conversazioni private). La sua parabola era già finita il 4 dicembre 2016. Quello di adesso non è neppure il

punto finale; è un altro gradino verso gli inferi delle risse di partito e dell’agonia di una leadership. Non è stata soltanto la prima campagna elettorale giocata in rete, senza comizi né manifesti né confronti tv. Sono state le prime elezioni decise in rete. Intendiamoci: la grande rivolta contro l’establishment, il sistema, la casta, non è causata dalla rete, ma dalla crisi economica e dal crollo dei partiti e delle élite. Il disagio è reale, nasce dalla distruzione del lavoro, dai privilegi intatti, dalla corruzione crescente (cose vere, altro che fake news, il cui impatto è sopravvalutato). Ma la rete collega gli scontenti, li alimenta, li rinfocola. E chiunque abbia un curriculum, una storia, una competenza, diventa di per sé sospetto. Altro che «viva la scienza», come recita uno slogan Pd tra i più infelici di tutti i tempi, che non evoca Rita Levi Montalcini ma la professoressa accigliata che a scuola ci dava cinque meno meno. Lega e Cinque Stelle, poco rappresentati in Rai, sono i partiti della rete. Salvini ha

Zig-Zag di Ovidio Biffi La forma della Ssr Lo so, arrivo con l’ultimo treno, dopo tante e sante dette o scritte sulla votazione No Billag. Certo, e non solo per nostalgia, mi sarebbe piaciuto fare cronaca, dire come i risultati mi sono giunti, subito dopo il caffè del pranzo, già belli chiari, senza nemmeno una di quelle quotidiane ragnatele (dai sondaggi in giù) che hanno annebbiato il dibattito della votazione sin dall’autunno. Mi sarebbe anche piaciuto scherzare sul fatto che per mettere in scena il pomeriggio del 4 marzo qualche genio della programmazione abbia deciso di condecorare lo «Speciale votazioni» con i telefilm di Colombo (alla faccia di chi si lamenta per le repliche e le domeniche soporifere). O magari spendere qualche riga sull’esitazione (c’era? Effetto subliminale?) del collega Ceschi al momento di indicare le tabelle per i risultati della votazione: invece di nominare il rosso, con un fulmineo «politically correct» ha optato per il «colore usato dalla nostra grafica».

Ma queste cose sono ormai scadute, scivolate nel passato remoto politico e televisivo se non nel tritaquotidianità mediatico. Perciò rinuncio alla mia criticabilissima e anche scontata (che volete farci: il legno storto...) vena censoria e mi limito a parlare di «effetti collaterali» del voto del 4 marzo ripescando qualche tema tra quelli rimasti a torto sempre un po’ in sospeso, senza approfondimenti, durante la lunghissima campagna per la votazione. Inizio da una affermazione udita e letta spesso nelle ultime settimane: «Anche se l’iniziativa sarà respinta, la Ssr non sarà più la stessa». Era uno degli appigli più gettonati nelle dichiarazioni di chi voleva respingere l’iniziativa No Billag, una sorta di moderno accenno a votare No alla Billag «turandosi il naso», ben lontano dalla intelligente interpretazione data da Indro Montanelli, comunque utile per sbiadire l’impegno dichiarato, e in qualche caso anche per premunirsi da sorprese o smentite. A


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Cultura e Spettacoli Il fascino di Frankenstein Mary Shelley aveva appena vent’anni quando scrisse il suo capolavoro horror

L’era di Sfera Ebbasta La nuova e irriverente star della trap italiana si è esibita in uno showcase a Lugano: lo abbiamo incontrato pagina 35

pagina 34

Le tante vite di Dorfles Un ricordo del grande giornalista e scrittore, lucido osservatore del mondo, recentemente scomparso a 107 anni

Adriana Beretta e le stanze In mostra a Villa Pia le ricercate opere dell’artista ticinese pagina 39

pagina 37

Alla ricerca della bellezza perduta MostreAlbrecht Dürer a Palazzo Reale

di Milano Gianluigi Bellei

La Riforma protestante del XVI secolo non ha avuto soltanto riflessi sulla vita ecclesiastica e religiosa, ma anche su quella artistica. Il dibattito sull’utilizzazione delle immagini è infatti uno dei campi di battaglia fra cattolici e protestanti. Tutto è cominciato nel 1522 a Wittenberg con Andreas Bodenstein von Karlstadt (Andrea Carlostadio) il quale sosteneva che le immagini sacre fossero una forma di idolatria e servissero al controllo delle masse. È iniziata così la distruzione delle icone e dei dipinti religiosi che da Wittenberg si è diffusa, anche grazie a Ludwig Hätzer, a Zurigo, Norimberga, Strasburgo. Questo perché le immagini potevano portare alla tentazione; soprattutto quelle del Cristo nudo. Ciò ha spinto i contadini alla cosiddetta «Bildersturm», all’iconoclastia, che ha portato alla distruzione degli altari e dei tabernacoli. Molti gli artisti che hanno preso parte alla sollevazione con esiti infausti, come riportano Rudolf e Margot Wittkower. Tilman Riemenschneider è stato messo in prigione e torturato; Jerg Ratgeb è stato imprigionato e squartato in piazza; Georg Pencz e i fratelli Barthel e Sebald Beham sono stati imprigionati; Hans Herbst è stato imprigionato e rilasciato solo dopo una pubblica ritrattazione; Matthias Grünewald è stato costretto all’esilio. Nella disputa dell’ottobre 1525 Huldrych Zwingli ha rifiutato l’utilizzazione delle immagini sia in ambito pubblico sia privato. Alcuni esponenti moderati della Riforma, come Erasmo da Rotterdam e Martin Butzer, invece distinguevano fra un loro uso buono o cattivo. Questo ha portato a una diminuzione delle ordinazioni dei dipinti. Ma non solo. Già nel 1452 Giovanni da Capestrano nei suoi sermoni invitava a bruciare ogni tipo di vanità, dalle slitte ai dadi, dalle tavole da gioco agli abiti di moda. Insomma, un periodo di crisi; solo due corporazioni se ne sono avvantaggiate: quella dei pittori di vetrate e quella degli orefici. Massima espressione pittorica di questo secolo inquieto, fra luci e ombre, come scrive Marcel Brion ne La pittura tedesca, è Albrecht Dürer con la sua opera «multiforme e composita». Colui che meglio incarna l’anima della Riforma e, contemporaneamente, quella dell’artista come intellettuale. Dürer nel 1518 partecipa alla Dieta di Augusta per discutere assieme all’imperatore

Massimiliano I, Martin Lutero, il canonico Johann Tetzel e Federico di Sassonia sulle novità insite nella Riforma per cercare una conciliazione fra le due anime della cristianità. La sua è una costante ricerca della bellezza, anche se alla fine della carriera scrive: «Was aber die Schönheit sei, das weiss ich nicht» (ma cosa sia la bellezza, io non so). Filippo Melantone, amico di Lutero e di Dürer, scrive nel 1546: «Da vecchio ha iniziato a guardare la natura cercando di tenere conto del suo aspetto inalterato. Allora ha compreso che proprio questa semplicità è il sommo decoro dell’arte. Non potendola realizzare appieno egli, come disse, non ammirava più come un tempo le sue opere, bensì spesso sospirava quando osservava i suoi dipinti, pensando alle loro imperfezioni». Nel 1500 si ritrae come Cristo benedicente; un dipinto forse blasfemo ma che, nella rappresentazione di un forte ego, riflette lo status sociale dell’artista. La sua bottega è la principale di Norimberga con collaboratori di prim’ordine. Amato, stimato e ricco. Nel 1519 per 200 incisioni del ritratto del cardinale Alberto di Brandeburgo riceve 200 fiorini d’oro. Niccolò Macchiavelli a titolo di paragone, anche se la moneta toscana ha un valore più elevato, è pagato come segretario della Repubblica fiorentina con 128 fiorini d’oro all’anno. I suoi lavori subiscono l’influenza del Rinascimento italiano che scopre durante due viaggi: nel 1494 e nel 1505-1506. Qui studia Giovanni Bellini, Jacopo de’ Barbari e soprattutto Leonardo da Vinci con i suoi disegni e le sue riflessioni teoriche. A seguito del secondo viaggio in Italia inizia a scrivere una serie di trattati sulle proporzioni e la prospettiva. Nel 1525 pubblica Underweysung der Messung mit dem Zirkel und Richtscheyt (Istruzioni sulle misurazioni con riga e compasso). Postumo l’opera sulle proporzioni umane (Proportionslehre, 1528); mentre rimane incompiuta e frammentaria la sua opera maggiore Speis der Malerknaben pubblicata a cura di Konrad von Lange e Franz Louis Fuhse nel 1893. A Palazzo Reale di Milano è in corso un’esposizione incentrata sui rapporti fra il Nord e il Sud delle Alpi seguendo i viaggi e lo sviluppo artistico di Dürer. Tema sicuramente più stimolante per il pubblico italiano che il dibattito, pur fondamentale, riguardo l’uso delle immagini fra Riforma e

Albrecht Dürer, Ritratto a mezzo busto di una giovane veneziana (1505). (© KHMMuseums-verband)

Cattolicesimo e sul ruolo dell’artista in questo contesto. Non si tratta della solita mostra monografica tradizionale, ma tematica nella quale Dürer è il «protagonista di un cambio di passo paradigmatico», come sostiene il curatore Bernard Aikema. Una mostra geografica, forse, nella quale il Rinascimento non viene letto come un ritorno al naturalismo classico bensì come periodo di circolazione delle idee e delle forme artistiche in un’Europa interregionale che pone le radici di quella moderna e attuale. Insomma, una storia della diffusione, dell’intreccio e del rapporto con l’altro per misurarsi e confrontarsi. Un Rinascimento che non si presenta «come un movimento centrifugo, che parte dalla norma classica di origine italiana, ma come un fenomeno composito, che nasce da dialoghi e da momenti di trasmissione particolarmente intensi e fecondi», come scrive il curatore in catalogo. Viaggi di formazione, ma non solo. Senza negare il fatto evidente che questi siano avvenuti prevalentemente da Nord verso Sud e soprattutto che erano rischiosi, complicati e costosi. Centrale il dibattito sul primo viaggio di Dürer in Italia nel 1494. Già nel 1913 si discuteva se questo fosse realmente avvenuto, come testimoniano

Moritz Thausing e Wilhelm von Bode, e messo in discussione ancor oggi. Questo fantomatico primo viaggio appare nella letteratura artistica solo nel 1865 all’interno di una tipica lettura di imitatio e superatio. Una lettura idealistica che vede il primo viaggio come esplorativo e il seguente come formativo. Ma, come si diceva, sono anni di grande circolazione di oggetti e non di viaggi. Da Augusta o da Norimberga ogni settimana partivano, e tornavano, convogli di mercanzie e oggetti d’arte per Venezia ove si trovava il centro commerciale del Fondaco dei Tedeschi. In ogni caso è proprio a Venezia che Dürer realizza alcune opere come La festa del rosario, il Cristo fra i dottori e il Ritratto di giovane veneziana che dialogano con le opere di Giovanni Bellini, Vittore Carpaccio e Alvise Vivarini. In mostra troviamo 130 opere: 12 dipinti di Dürer, 3 acquarelli e 60 disegni, incisioni, libri in edizione originale e manoscritti, oltre a opere di suoi contemporanei come Lucas Cranach, Hans Baldung Grien, Martin Schongauer e Tiziano, Giorgione, Andrea Mantegna, Leonardo da Vinci e Andrea Bellini. Parte centrale dell’esposizione sono le incisioni. Tecnica imparata

durante il suo apprendistato presso Michel Wolgemut. Ed è proprio nell’incisione, su legno o su metallo, che Dürer raggiungerà quella perfezione e quella sintesi che lo renderanno così importante e imitato. In mostra i cicli dell’Apocalisse e della Grande Passione. Quest’ultimo, composto da 11 xilografie realizzate fra il 1498 e il 1510, è il risultato di un’attività giovanile che offre una monumentalità unita a un effetto luministico preziosissimo. Da più parti si sono letti questi legni come critica nei confronti del potere pontificio e germe della Riforma. Ma è già con Adamo ed Eva del 1505 che i suoi studi sulle proporzioni umane tratti dai testi di Luca Pacioli e Jacopo de’ Barbari trovano una sintesi prima di arrivare a capolavori come San Girolamo nello studio del 1514 vera e propria «pietra miliare dell’incisione» e massimo esempio di organizzazione prospettica e fusione dello spazio con l’elemento luministico. Dove e quando

Albrecht Dürer e il Rinascimento fra la Germania e l’Italia. A cura di Bernard Aikema. Palazzo Reale, Milano. Fino al 24 giugno. Catalogo con l’indice dei nomi 39 euro. www.mostradurer.it


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Cultura e Spettacoli

Complimenti, Lady Shelley

L’amore come palpito dell’universo

il tempo nel 1816, il Frankenstein di Mary Shelley fa parte dell’immaginario di tutti noi

Massimario classico A  mor vincit

Fenomeni letterariApparso per la prima volta in un racconto inventato per ammazzare

omnia – L’amore vince tutto

Mariarosa Mancuso Edgar Allan Poe teorizza nella Lettera rubata che il modo migliore per nascondere qualcosa è lasciarla sotto gli occhi di tutti. Verissimo. Siamo così impegnati a riscoprire scrittrici e artiste minori, relegate nell’ombra dal predominio maschile, che quando una donna – giovanissima e geniale – plasma il nostro immaginario, tendiamo a dimenticarla. Mary Shelley non aveva compiuto 20 anni quando scrisse Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato due secoli fa (l’antico Prometeo aveva rubato il fuoco agli dei per regalarlo agli umani). Le celebrazioni danno più spazio alla creatura senza nome (Frankenstein è lo scienziato che vuole imitare Dio dando la vita) che a lei. Si parla della scrittrice più che altro per via del padre, il filosofo britannico William Godwin. E della madre, la suffragetta Mary Wollstonecraft, che rivendicava i diritti delle donne in un saggio del 1792. E del marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, annegato al largo di La Spezia (ribattezzato Golfo dei Poeti). E infine dell’amante Lord Byron – anche lui poeta, da molti considerato il modello per la creatura: è difficile che una fanciulla abbia fabbricato l’incubo più spaventoso e affascinante della modernità. Nell’intricata genealogia entra Ada Byron Lovelace, che quando i computer ancora non esistevano aveva le idee piuttosto chiare sulla futura diavoleria. Era figlia di Lord Byron, perché si tenesse lontana dalla poesia considerata la rovina della famiglia, le fecero studiare la matematica. La sua storia è in una bellissima graphic novel di Sydney Padua intitolata The Thrilling Adventures of Lovelace and Babbage: The (Mostly) True Story of the First Computer (Pantheon Graphic Novels, mai tradotta in italiano). È in libreria invece (edizioni Castoro) Mary e il mostro, scritto in versi e disegnato da Lita Judge. La tesi: la scrittrice palpitava per la creatura, non per le disgrazie del cre-

Elio Marinoni

Il manifesto di Frankenstein, nella versione di James Whale, interpretata da Boris Karloff. (Keystone)

atore (come si potrebbe pensare di chi scrivendo dà vita ai suoi personaggi; sicuramente con meno danni, ma con ugual delirio di onnipotenza). Mary Shelley ha inventato uno dei personaggi centrali della modernità. Non solo dell’orrore: le rivisitazioni e le varianti sono innumerevoli, per non parlare delle interpretazioni. Jill Lepore sul «New Yorker» ricorda che la creatura somiglia a uno schiavo. Come il vero schiavo – poi politico abolizionista – Frederich Douglass racconterà nelle sue memorie, comincia la propria educazione di straforo. L’uno ascoltando il vicino di casa cieco, l’altro le lezioni impartite ai ragazzini bianchi. Lo ha fatto sfornando un figlio dopo l’altro, qualcuno morto pochi giorni dopo la nascita e quindi ancora senza nome – sul diario li chiamava «baby». La stessa accusa che la creatura rivolgerà al suo creatore: «Non mi hai neppure dato un nome». Privandolo

di un riconoscimento e avviandolo a un destino di infelicità. In un’altra disputa, chiede a Victor Frankenstein «rendimi felice». Le altre scrittrici dell’ottocento erano piuttosto del genere solitario, basta pensare alle sorelle Bronte o a Jane Austen. La tradizione continua fino a Emily Dickinson, sempre chiusa nella sua stanzetta di Amherst con addosso abiti candidi. Verrà interrotta da Virginia Woolf – nata Stephen, Woolf era il marito Leonard. Da allora le rivendicazioni femminili avranno per tema «una stanza tutta per sé». Sulla prima edizione del romanzo non c’era il nome di Mary Shelley (temeva le avrebbero tolto la custodia dei figli). La gestazione durò diciotto mesi. Era cominciata nel 1816, a villa Diodati sul lago di Ginevra. Il tempo era brutto, la compagnia decise un singolare gioco di società: scrivere un racconto dell’orrore. Quella notte nacque anche

«Il vampiro», nel racconto di John Polidori, medico di Lord Byron (Ken Russell l’ha ricostruita nel suo film Gothic). Se vi chiedete perché a metà giugno il tempo era orribile, sappiate che il 1816 è «l’anno senza estate». Le ceneri eruttate dal vulcano Tambora, in Indonesia, velarono i sole portando oltre ai temporali la carestia. Il cinema ha fatto la sua parte. Dal Frankenstein che James Whale girò nel 1931, la creatura ha il volto (sotto il trucco squadrato) e i morsetti al collo di Boris Karloff. Ha perso la sua favella, la sua cultura, i suoi interrogativi filosofici. Ha guadagnato innumerevoli parodie, segno che davvero ha toccato il nostro immaginario. Dal mitico Frankenstein Junior di Mel Brooks al meno conosciuto Frankenweenie di Tim Burton: il cane di casa Sparky, finito sotto una macchina, viene risuscitato con un fulmine. Davvero un bel colpo, signora Shelley.

L’inizio e la fine PubblicazioniQuaranta interviste ad altrettanti scrittori, sulla loro vita e la loro opera,

curate dal giornalista e scrittore Enrico Franceschini Stefano Vassere «Siamo stati tutti innamorati. Quasi tutti, una volta o l’altra, siamo stati lasciati. E i più fortunati tra noi, a quel punto, dopo un’attesa breve o lunga hanno ritrovato l’amore. È una storia classica, universale, che non ci stanchiamo di ascoltare». Precarietà e forza dei sentimenti sono, asciugato tutto il resto, i motori nucleari delle storie narrate nei libri. In questo senso, l’intervista alla scrittrice irlandese Catherine Dunne è esemplare della quarantina di medaglionichiacchierata dedicati ad altrettanti narratori, in questo Vivere per scrivere. 40 romanzieri si raccontano di Enrico Franceschini. Che sia spesso l’amore a mandare avanti una vicenda narrativa non è certo un mistero; lo sono per contro l’amore stesso e talune sue declinazioni: le età per volersi bene, il modo che hanno le donne di usare il linguaggio quando parlano con gli uomini, certa docile propensione all’eroismo che hanno le stesse donne quando amano. Temi e parabole elementari da cui esplode, per l’incanto delle letterature, tutta la narrazione di ogni tempo e di ogni luogo e che, in un modo o nell’altro, anima il discorso di questi profili.

Che hanno la forza della serie e della sua vertigine: quadretti che sono belli anche perché sono brevi e sono in successione nello stesso libro: finito un autore, l’energia passa a un altro, poi a quello successivo, fino alla fine. Certa critica à la page prescrisse qualche decennio fa la necessità, per capire un’opera, di stare lontani dall’autore, che se era bravo poteva e doveva spostarsi sullo sfondo, silente e discre-

to, non interpellato sul senso della sua produzione letteraria. È vero che può capitare, molto più semplicemente, di incontrare un autore che parli di sé, di constatare un certo scarto rispetto ai libri che scrive e infine di esserne suo malgrado delusi. Per esempio, ma il gusto, sia concesso, è del tutto personale, la storia di J.K. Rowling può deludere, appiattita com’è su due fatti fondamentali: uno, che l’autrice si è arricchita con Harry Potter più della regina d’Inghilterra; due, che la sua sfida più grande sarebbe stata quella di scrivere un romanzo dopo aver concluso la saga del maghetto. Fin qui... più in là... Poi uno sceglierà tra gli altri ritratti sue strade e sue vie. Il capitolo dedicato a Nick Hornby è interessante perché, lo sappiamo, l’illusione del lettore è spesso alimentata da una certa confusione tra l’autore e i suoi personaggi: Hornby potrebbe essere un suo personaggio anche quando parla di letteratura («i romanzi stendono al tappeto perfino il calcio») o quando ragiona sul rapporto tra libri tradizionali e libri elettronici o della lettura in generale. Qui conviene forse fermarsi un attimo perché le parole sono originali e rivelatrici in quest’epoca dove chi resiste non sa bene perché ma sa che deve resistere; dice Hornby che la voglia di leggere fun-

ziona circa come l’appetito e che nella selezione di generi e autori si fa più o meno come quando si ha voglia di pasta all’amatriciana piuttosto che polpettone della nonna o branzino al sale; che «leggere grossi libri è più difficile quando uno lavora»; che non è vero che la letteratura ci aiuta a vivere meglio; che non è peccato abbandonare la lettura di un libro che non ci piace anche dopo poche pagine; che «non c’è niente come la carta». In questa rassegna si è fortunatissimi con alcuni autori e solo fortunati con altri. Si sa però che il libro che parla di libri è formula quasi sempre avvincente e così si arriva tutti interi a pagina 225, più o meno contenti, senza sbadigli e senza troppi disagi. Come nella buona letteratura. «Mi pare che il libro di carta abbia numerosi vantaggi, hai una visione più netta dell’inizio e della fine, è maneggevole, non rischi di romperlo o scaricarne le batterie, puoi farci sopra tutti gli appunti e gli scarabocchi che vuoi, e poi per me è un bellissimo oggetto». Bibliografia

Enrico Franceschini, Vivere per scrivere. 40 romanzieri si raccontano, Bari-Roma, Editori Laterza, 2018.

Già presente nell’epica omerica (si pensi ad es. agli amori di Paride ed Elena nel III libro dell’Iliade o agli amori divini di Ares e Afrodite nell’ottavo dell’Odissea), l’amore assurge al ruolo di protagonista solo con la poesia lirica, di cui Mimnermo di Colofone (VII sec. a.C.) era considerato il fondatore. Non a caso, più di seicento anni più tardi il poeta latino Properzio, i cui versi d’amore furono definiti ignes («fiamme, vampe») per la loro passionalità dal contemporaneo Ovidio (Tristia, IV, 10, 45), contrapponendo la poesia erotica, da lui praticata, alla poesia epica proclama: «In amore il verso di Mimnermo vale più di Omero: / poesie soavi esige Amore mansueto» (Elegie, I, 9, 10-11). Un’analoga contrapposizione tra amore da un lato e guerra dall’altro sarà proclamata, negli anni Sessanta del XX secolo, dagli hippies e in generale dai movimenti pacifisti: si pensi al motto «fate l’amore, non la guerra». Erano gli anni in cui i Beatles cantavano All you need is love e – si parva licet componere magnis – in Italia i Giganti esortavano: «mettete dei fiori nei vostri cannoni» (Proposta, 1967). A partire dai lirici greci d’età arcaica si sviluppa una duplice caratterizzazione dell’amore: da un lato esso appare come dolce e attraente, come un irrinunciabile ingrediente della vita: «Che vita è mai, che gioia senza l’aurea Afrodite?» si chiede Mimnermo (fr. 1 Diehl, 1); dall’altro la costatazione della sua ineluttabile potenza e delle pene che esso suscita (la locuzione «pene d’amore», che a noi ricorda un’opera di Shakespeare, è anche il titolo – Erotikà pathémata – di una silloge di amori sventurati, raccontati in prosa da Partenio di Nicea) ha fatto sì che esso venisse descritto come crudele e ingiusto. Questa antinomia ha trovato una mirabile sintesi nell’aggettivo composto «dolceamaro» che la poetessa Saffo (fr. 130 Page, 2) attribuisce all’amore. Una metafora «gustativa» di grande vitalità, che sopravvive anche nella canzone d’autore napoletana, dove un innamorato così si rivolge alla donna amata: «cu’ ’ste mosse, ohi Briggida, / tazza ’e cafè parite: / sotto tenete ’o zucchero, / ’n coppa amara site» («Con queste mosse, Brigida, sembrate una tazza di caffè: sotto serbate lo zucchero, sulla superficie siete amara»). Sulla stessa lunghezza d’onda, nella cavatina della Traviata Violetta definisce l’amore «croce e delizia al cor» (F. M. Piave, La Traviata, atto I, scena V). Hanno maggiormente insistito sui patimenti provocati dall’amore quegli autori che, per formazione filosofica, erano portati a scorgervi una fonte di turbamento, in grado di compromettere l’equilibrio psichico e perciò spesso causa di rovina: questa concezione ha trovato espressione paradigmatica nel IV libro dell’Eneide (Didone sedotta e abbandonata da Enea) ad opera di un poeta profondamente imbevuto di epicureismo come Virgilio. Per converso, è curioso constatare come a un autore programmaticamente epicureo come Lucrezio si debba, nel proemio del suo poema Sulla natura, l’esaltazione dell’amore come forza generatrice e rinnovatrice del cosmo, come «palpito dell’universo» (per tornare alla cavatina di Violetta). Non incombevano ancora, a quei tempi, le minacce di una catastrofe ecologica e/o nucleare.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Cultura e Spettacoli

Tanto impegno... Ebbasta!

Incontri Il trapper Sfera Ebbasta è stato recentemente ospite di uno showcase alla RSI – il suo album Rockstar,

uscito il 19 gennaio, ha già conquistato il doppio disco di platino

Pronte davanti all’entrata degli studi della RSI di Besso, lunedì 5 marzo già alle 18.30, quattro giovani ragazze emozionate e trepidanti, aspettavano di poter assistere allo showcase delle 21.00 di Sfera Ebbasta. L’artista della trap, in vetta alle classifiche web per visualizzazioni, nonostante l’apparenza rilassata, ha ben chiari valori e obiettivi: tatuatissimo, con la scritta «famiglia» sulla mano sinistra, quella del cuore, e «soldi» sulla mano con cui firma i contratti, precisa che per poter fare la musica che si vuol fare, bisogna lavorare molto e impegnarsi con costanza. Sfera è come una rockstar, super presente nel panorama musicale attuale, ha tirato fuori dalla nicchia la trap. Tran Tran, ultima traccia del disco Rockstar conta 43 milioni di visualizzazioni su YouTube e 4 dischi di platino. Il ghiaccio iniziale dell’intervista si rompe con le presentazioni e alle parole «Azione, Migros Ticino» il trapper si mette a ridere. Perché ti fa ridere?

Perché ho visto i cartelloni e mi ricorda Migos (un gruppo trap, NdR). Mi potresti spiegare cos’è la trap per te?

È un genere a cui mi sono appassionato da ragazzino sentendo tutti i vari rapper americani che già facevano anche trap. A chi ti sei ispirato di più? Chi ascoltavi?

Chif Keef, Rick Ross, Gucci Mane, ne ascoltavo davvero tanti. In America il sound, le tematiche e tutto il contesto sono diversi. Ne ho preso spunto e ispirazione e ho trasportato il suono nel contesto italiano. Per me, la trap vera e propria è quella che fa Gucci Mane, però non la saprei definire. Posso dire che è la nuova wave (onda) su cui vengono pensate le nuove canzoni hip pop: è una wave trap, la musica che esce oggi, più o meno, è ispirata a questo tipo di sound. Poi una roba può essere più pop, una roba più scura, magari più aggressiva, oppure più latineggiante tipo Tran Tran. Perché questo genere piace tanto?

È molto più musicale rispetto al rap di una volta. Per dire, tutte le mie canzoni, sono composte di frasi corte, semplici, che capisce chiunque. ll sound è cantilenato, di conseguenza rimane in mente come se fosse un continuo jingle, penso sia proprio una questione di sound. È vero che va verso il pop?

Una cosa è pop quando il «popolo» inizia ad ascoltare prevalentemente quella, ma non va verso il «pop» inteso come genere... si vuole sempre etichettare la musica. Pop, trap,... ogni cosa deve avere un nome, ma è solo musica. I trapper fanno musica per ragazzini? Cosa ne pensi?

I ragazzini ascoltano anche i cantanti dei talent. All’inizio avevo un seguito di ragazzi della mia età. Ora, il trap sta diventando nazionalpopolare, attira tutti i tipi di fan. Ho un pubblico prevalentemente di giovani, perché è un «genere» nato di recente, ed è diretto a loro. Inoltre apprezzano maggiormente il contorno: Instagram, video, tatuaggi, capelli colorati, soldi... Nello specchio dei social network si vedono solo i ragazzini, perché gli adulti non postano tanto, però ci sono anche loro. Non mi da fastidio, i ragazzini di oggi cresceranno e influenzeranno il pubblico di domani. A proposito dei tuoi «colleghi», c’è qualche artista della scena trap che secondo te è molto valido, ma attualmente magari sottovalutato?

appassionati, ma anche a blog e testate giornalistiche.

Un ragazzo valido che ancora non è al 100 per cento di quello che arriverà ad avere è sicuramente DrefGold.(Rapper Bolognese, ospite speciale durante lo showcase, NdR)

Il rap a Marsiglia è sempre stato piuttosto avanti...

In Francia in generale sono stati sempre un passo avanti a noi, fino a... Sfera Ebbasta! Ci sono comunque tanti trapper e rapper forti, ma il sound è rimasto un po’ bloccato tra Booba e il flow alla Kaaris. Forse solo in Inghilterra hanno ancora la chiave giusta, hanno una lingua bellissima. In Italia si sente che il genere è nuovo, e non ci sono solo io, siamo tanti con tante varietà, con diversi mood,è figo!

Ghali, Rkomi, ma anche Gue Pequeno sono di Milano e dintorni, dove sono gli altri centri nevralgici della scena trap in Italia?

Capo Plaza è di Salerno e attualmente è uno dei più forti. DrefGold è di Bologna. Senza raccontarci favole, a Milano si concentrano la maggior parte di uffici, contatti, manager e case discografiche, c’è tutto. Se si vuole lavorare veramente, allora ci si trasferisce, altrove forse è più difficile.

Con chi vorresti collaborare?

Come sei arrivato al successo? Raccontaci il tuo percorso...

Quando avevo 11 anni ho iniziato ad ascoltare il rap. A 13 anni ho cominciato a scrivere le prime cazzatine e fare i primi freestyle. A 16 anni già cercavo di capire come fare a registrare. Dai 18 in poi ho fatto le mie esperienze: caricavo pezzi su Youtube, che non si filava nessuno e ho visto le porte chiuse. Non sono arrivato fresco, non mi è bastato fare una sola canzone per arrivare a essere Sfera Ebbasta. Il mio lavoro vero e proprio è iniziato con Charlie (Sfera si riferisce al suo produttore Charlie Charles, incontrato un po’ per caso, NdR). Ci siamo messi all’opera e abbiamo deciso di fare la musica come la volevamo noi. Piano piano, con il primo video pubblicato in rete abbiamo raggiunto 10’000 visualizzazioni in un mese. Ne abbiamo prodotti 11 in 10 mesi, e ad ogni video le visualizzazioni crescevano, raddoppiavano. Il giorno dopo la pubblicazione di Panette sono stato contattato da varie etichette, stava succedendo qualcosa. È stata una strada lunga.

Showcase di successo, Sfera Ebbasta. (Matteo Aroldi Photography) in Francia, vi aspettavate anche questo?

Il featuring con SCH in Francia è disco d’oro, come pure il remix di Ice Cream.

Di Cavoli e Verdure

Come funziona il processo di produzione?

Io spesso scrivo senza base, mentre sono in giro. Ormai nella mia testa so come combinare le parole in modo che possano essere adattate a qualsiasi base modificandone il flow. Altre volte Charlie mi propone un beat e lavoro su quello, oppure ho io la melodia e Charlie estrae il beat. Ma vi aspettavate questo boom?

Io e Charlie abbiamo idee molto chiare che difficilmente si allontanano dalla realtà. Avevamo scritto su un foglio quando ci aspettavamo il primo oro, quando il primo platino e quando il doppio platino. Sapevamo senza saperlo che sarebbe stato una bomba! Però pensavo avremmo spaccato nella norma, che ci avremmo impiegato 5-6 mesi, invece abbiamo esagerato! Un fenomeno in Italia, ma anche

Per ora vogliamo portare questo disco il più lontano possibile, è appena uscito, ogni giorno si presentano nuove possibilità.

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LA NUOVA CURA DIMAGRANTE ULTRARAPIDA 5 GIORNI! Una soluzione dimagrante golosa ed efficace!

Sentivo che tra il rap italiano e quello estero c’era un enorme dislivello e mi chiedevo come fosse possibile che nessuno lo colmasse. Io ho sempre cercato di fare pezzi per colmare quel vuoto con beat, sporche e ritornelli. Meno male. In America sono molto più avanti, ci sono donne e fanno bene trap, perché non hanno problemi nell’esprimersi senza pudore. Cardi B o Nicki Minaj sul beat dicono cose molto esplicite. In Italia, e capisco perché le ragazze non lo vogliano fare, l’opinione pubblica le mangerebbe. Finirebbero col doversi continuamente difendere per i loro atteggiamenti, spiegare perché hanno cantato certe cose o girato un video troppo spinto. Se invece una cantante si mostra mezza nuda, ma fa le canzoni «come si deve», allora tutto a posto... c’è ancora ipocrisia, di conseguenza finché non ci sarà coerenza, la vedo difficile.

Vivi solo nel presente o hai già in programma qualcosa per il futuro?

La Vera Zuppa

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Sei stato tenace, cosa ti ha motivato?

Sono poche le donne sia nel rap e nella musica trap...

Avevamo già fatto un tour europeo, eravamo sconosciuti, ma con quei due o tre puntini che il pubblico più attento aveva notato... e mi riferisco agli

Mi piacerebbe collaborare con tanti artisti stranieri. In Italia, ho collaborato con tutti quelli con cui volevo farlo, manca solo Rkomi, lui è davvero bravo.

C

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Cultura e Spettacoli

Via le maschere e basta improvvisare!

Al Cortile un’audace sfida teatrale In scenaEmanuele

TeatroUna dichiarazione di poetica firmata Carlo Goldoni

Santoro propone Thomas Bernhard

Giovanni Fattorini

Giorgio Thoeni

Il teatro comico è una commedia che Goldoni concepì come «prefazione» (la definizione è sua) a quelle che si era impegnato a scrivere – e che di fatto scrisse, in numero di sedici – per la compagnia veneziana di Girolamo Medebach, nella stagione 1750-51. Si tratta di una vera e propria commedia-manifesto, in cui un capocomico e i suoi attori – che stanno provando il terzo atto di una farsa intitolata Il padre rivale del figlio – discutono fra loro delle novità introdotte dalla «riforma» goldoniana, cioè del passaggio dalla commedia «a soggetto» alla commedia «premeditata», ovvero dalla Commedia dell’Arte alla commedia «di carattere». Nella discussione intervengono anche un poeta dilettante, Lelio (il quale propone una commedia a soggetto che il capocomico rifiuta) e una «virtuosa di musica», Eleonora, rimasta senza lavoro in seguito al fallimento del suo impresario. Sia Lelio che Eleonora saranno accolti come attori nella compagnia di Orazio (così si chiama il capocomico) per completare l’organico necessario alla rappresentazione delle commedie di carattere. Fra gli aspetti in discussione della commedia «riformata», i più rilevanti sono: a) la sostituzione dei canovacci della commedia «all’impronta» con copioni interamente scritti da mandare a memoria; b) la necessità di un intreccio ben costruito che non pecchi di inverosimiglianza; c) l’abolizione delle maschere e dei ruoli fissi per lasciare il campo a personaggi realisticamente individuati; d) una recitazione naturale (priva cioè di intonazioni e gesti artificiosi) e concertata con rigore. Questa breve elencazione può destare il sospetto che Il teatro comico sia un noiosissimo saggio di metateatro didascalico. E invece si tratta di un’opera vivace, che oltre ad essere una dichiarazione di poetica ci ragguaglia con umanissima ironia, e anche con schietta comicità, su vizi, vezzi, consuetudini e difficoltà dei teatranti dell’epoca. Poiché lo spazio per le prove e il debutto dello spettacolo era la sede

Coraggioso e temerario, come è nella sua natura, Emanuele Santoro si è cimentato con Il riformatore del mondo, fra i testi più emblematici di Thomas Bernhard. Il gigante austriaco della letteratura europea del Novecento scrisse questo testo nel 1979 per Bernhard Minetti, prestigioso interprete tedesco del secondo dopoguerra e suo attore feticcio. Il riformatore è un testo creato per il teatro, ma soprattutto per un’attorialità destinata a innumerevoli giochi espressivi. Per entrare nei panni del protagonista del «quasi» monologo, oltre al physique du rôle, è infatti indispensabile impadronirsi di uno spiccato tratto bipolare per poter passare in un nanosecondo dall’euforia alla rabbia, dalla tenerezza al cinismo, dal piacere alla sofferenza. Perché il carattere misantropo e schizofrenico del protagonista non concede spazio all’umanità ignorante che rimane a bocca aperta per qualunque citazione. Immobile sulla sua poltroncina, come un malato immaginario o come un Hamm beckettiano, il riformatore attende di ricevere una laurea honoris causa per un suo saggio filosofico, che nessuno evidentemente ha letto, che prevede la fine del genere umano come unico rimedio alla sua scelleratezza. In balìa dei suoi deliri, lo studioso costruisce il suo finale di partita accanto a una silenziosa compagna-schiava, una sorta di succube Clov, inerme preda delle sue maniacalità dove il tratto ossessivo della cifra stilistica di Bernhard appare continuamente nelle parole del personaggio: dai ricordi di una fallimentare conferenza, ai fantasmi filosofici di Pascal, Montaigne, Voltaire e Schopenhauer, alla sua costante lotta contro il mondo. Emanuele Santoro, regista scenografo e interprete, affiancato da Valentina Barri, affronta l’adattamento con ammirevole tenuta ma in un’impari sfida dai toni innaturali: ombre stranianti e grottesche sull’interpretazione della vecchiaia inferma e schizofrenica del personaggio. Lavagne appese sono il fondale per citazioni in gesso per una scena nuda in preda a egocentrico delirio.

Una scena della pièce in cartellone al Piccolo Teatro Grassi di Milano. (Masiar Pasquali)

storica del Piccolo Teatro (produttore dell’allestimento), al regista Roberto Latini è parso inevitabile pensare a un pubblico che avesse visto non solo il celebre Arlecchino servitore di due padroni, ma anche altri spettacoli inscenati da Giorgio Strehler. Dal sipario ancora chiuso, ecco quindi sbucare un Orazio-Arlecchino (Roberto Latini) che fronteggiando gli spettatori rielabora il lazzo della mosca (un pezzo di bravura che fu prima di Marcello Moretti e poi di Ferruccio Soleri). Andando avanti, ecco le silhouette degli attori campite su un fondo luminoso come nel Così fan tutte; le voci registrate di Tino Carraro e Giulia Lazzarini nella scena shakespeariana in cui Ariele riferisce a Prospero di come ha scatenato una tempesta; il richiamo all’arsenale delle apparizioni e ai fantocci dei pirandelliani Giganti della montagna. Intervistato, Roberto Latini ha detto: «Il livello meta-teatrale che vorrei aggiungere al Teatro comico contiene il meta-teatro venuto dopo, che non possiamo dimenticare e far finta che non sia esistito». Citare Strehler era dunque

necessario ma non sufficiente. Ecco allora la pedana in bilico (disegnata da Marco Rossi), che è un’allegoria dell’incertezza legata al passaggio dalla Commedia dell’Arte alla commedia di carattere; ecco la statua eretta e poi abbattuta di Arlecchino (un colossale manichino da crash test), le cui membra disgiunte, nella seconda parte dello spettacolo, vengono portate in processione dagli attori alla ricerca di una recitazione meno stereotipata e artificiosa; ecco Orazio-Arlecchino colpito da uno sparo e Orazio-Arlecchino che si racconta al microfono; ecco la rigida Rosaura mascherata di Elena Bucci e l’altezzosa Eleonora interpretata en travesti da Marco Grosso (che è anche Tonino e Pantalone); ecco l’inopinata comparsa in terra veneta della maschera di Pulcinella, assunta da Lelio (Marco Marchisi), che a un certo punto scambia ingiurie scurrili in dialetto napoletano con la virtuosa di musica (una scena, a mio parere, ispirata a La gatta Cenerentola di Roberto De Simone); ecco i costumi a rovescio di Gianluca Sbicca, e il trascolorare delle luci calde

e fredde di Max Mugnai, e la colonna sonora di Gianluca Misiti, col leit motiv da lui composto, e due brani di Zbigniew Preisner, e un tappeto di suoni e rumori. L’enumerazione potrebbe continuare a lungo. Il regista ha dichiarato: «Quello che m’interessa non è rappresentare un testo di Goldoni, ma fare uno spettacolo attraverso Goldoni». Purtroppo, Roberto Latini non è Leo De Berardinis (geniale contaminatore di linguaggi di cui si coglie in più punti l’influenza). Attraverso un’intellettualistica operazione di accumulo, che fa continuamente l’occhiolino agli addetti ai lavori, la limpida, vitale dichiarazione di poetica di Goldoni è diventata uno sterile, uggioso pasticcio. (La sera della prima per la stampa, durante l’intervallo, il giudizio di un gruppo di studenti delle superiori presenti nel foyer era concorde: «Non si capisce niente»). Dove e quando

Milano, Piccolo Teatro Grassi, fino al 25 marzo.

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Cultura e Spettacoli

L’importanza di essere Gillo Dorfles In memoriam I l grande critico, giornalista e artista italiano scomparso recentemente a 107 anni,

ci aveva dato la chiave di lettura di molti aspetti della nostra epoca Luciana Caglio Gli siamo tutti, consapevolmente o inconsapevolmente, debitori. Come spetta a quei maestri che lasciano un segno permanente nell’esperienza, mai conclusa, della conoscenza. E, questa volta, in una materia nuova, qual è la comprensione di una contemporaneità, sempre più complessa e mutevole. Di cui, proprio lui, ci ha procurato la chiave d’accesso, decifrando e valutando le tracce lasciate, nel nostro ambiente di vita, da un cambiamento frastornante. In altre parole, Gillo Dorfles ci ha aiutato a capire la nostra epoca, lo «Zeitgeist», usando una definizione a lui familiare.

Gillo Dorfles non considerò mai il fenomeno della moda come qualcosa di futile o frivolo Nato e cresciuto a Trieste, città di confine, aveva assimilato i fermenti prettamente mitteleuropei che alimentarono il suo plurilinguismo e, soprattutto, la sua straordinaria curiosità. Di questa dote congenita fece uno strumento, a uso pedagogico, professionale e umano. Come, del resto, teneva a ribadire, prendendo le distanze dal docente che monta in cattedra e dall’intellettuale depositario di una cultura esclusiva: «Sono sempre stato, innanzi tutto, curioso, delle persone, delle cose... il prossimo mi interessa più di me. Per mia fortuna». Contemporaneo a pieno titolo, ha saputo sfruttare nel miglior modo le opportunità del momento, favorite, nel suo caso, da una situazione di privilegiata libertà. E, quindi, dopo la laurea in psichiatria, punto di partenza per l’esplorazione dei comportamenti umani, si dirige verso lo studio dell’estetica, sganciata dalla tradizione passatista e, rivolta invece al presente e all’intuizione del futuro. Si precisa, così, quella che diventerà, più che una specializzazione, una prerogativa, tutta sua. Un geniale unicum.

Giovane dentro fino all’ultimo respiro: Gillo Dorfles in un’immagine del 2018. (AFP)

Attraverso viaggi in Europa, in America, in Giappone, visitando musei, frequentando università, entrando a contatto con le diversità di un mondo ravvicinato ma non ancora globale, perfeziona il suo sguardo di osservatore proprio dei segni di nuove forme d’espressione: oltre alla pittura e alla scultura, ci si trova ad affrontare la grafica, il design industriale, la pubblicità, che sviluppano linguaggi particolari. Insomma, opere di penna e matita, colori, parole e oggetti che appartengono a un genere creativo, tutto da verificare. Gillo Dorfles, per sua natura eclettico, infatti disegna, dipinge, scrive, assume, quasi per forza di cose, un ruolo di guida, favorito dalle circostanze. Negli anni 50, abita a Milano, che sta vivendo

un’irripetibile stagione d’avanguardia. Con Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monet aveva fondato il MAC, Movimento d’arte concreta. E grazie ai suoi scritti, chiari e arguti, e alla sua stessa personalità originale, conquista un pubblico allargato. La consacrazione di quest’insolita popolarità arriva, nel 1968, con la pubblicazione dell’Antologia del kitsch, testo fondamentale per comprendere gli effetti della massificazione. Un fenomeno che tocca tutti gli aspetti di una modernità spesso malintesa, che abbraccia gli aspetti più disparati della contemporaneità: compresa la moda. Di cui, Dorfles si dichiara un fedele cultore. Sin dall’infanzia, quando portava una casacca alla marinara, di buona fattura, si rese

conto «dell’importanza d’indossare un determinato indumento e non un altro. E non ho mai considerato questo fenomeno come qualcosa di futile o di frivolo»: come racconta nel saggio La moda della moda. Altro che l’abito non fa il monaco: l’abbigliamento rivela il senso del gusto e influisce sui comportamenti. Tenuta al riparo dall’esibizionismo, l’eleganza coincide con il rispetto delle regole, necessarie alla convivenza e, non da ultimo, esprime fantasia. Gillo ne è stato un esempio impareggiabile. La sua ultima fotografia, apparsa poche settimane prima della morte, lo ritrae in un’attualissima tenuta sportiva, pantaloni kaki, camicia grigia e, ai piedi, «All Star» rosse. Sembra l’emblema di uno spirito giovane,

ma non giovanilista, capace, sull’arco di 107 anni, di rimanere in sintonia con i tempi, coltivando una certa vena edonista, fra cui la montagna e lo sci. Un’altra storica foto lo mostra sulle nevi del San Bernardino, dov’era assiduo. La Svizzera, del resto, figurava fra i suoi itinerari preferiti. Ne seguiva le vicende artistiche, tanto da scoprire, negli anni 30, una «Konkrete Kunst» svizzero-tedesca, da noi ignorata. A Lugano la galleria Dabbeni aveva, più volte accolto i suoi quadri, testimonianze di una vena inesauribile. E, gli piaceva ricordare un piccolo episodio «tipicamente svizzero»: la giornalaia grigionese che l’aveva rincorso per consegnargli «10 Rappen» di resto, rimasti sul ripiano dello sportello. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Cultura e Spettacoli

Il fascino della colonna sonora

MusicaAl di là dell’eccitazione che ha circondato l’uscita del film, la colonna sonora di Chiamami con il tuo nome

offre una combinazione di stili e generi arguta quanto vincente Benedicta Froelich Si sa, una delle cose più difficili, quando si progetta la colonna sonora di un’opera cinematografica, è riuscire a mettere insieme una gamma di brani che non servano semplicemente a fungere da «commento sonoro» per la narrazione filmica, ma riescano anche a offrire una varietà stilistica e tematica tale da non annoiare l’ascoltatore, permettendo così all’album e alla soundtrack in generale di esistere anche come opera a sé stante, indipendentemente dal progetto originale di cui fanno parte. Tale scommessa sembra, per una volta tanto, vinta da un album singolare e audace come l’OST («original soundtrack») della pellicola di produzione italiana Chiamami con il tuo nome («Call Me By Your Name»), firmata dal regista siciliano Luca Guadagnino e candidata a ben quattro premi Oscar; anche se la sensazione di molti è che l’entusiasmo suscitato da quest’opera – non solo nella commissione degli Academy Awards, ma anche nel pubblico internazionale – sia stato dovuto in gran parte alle tematiche insite nella trama, mutuata direttamente dall’omonimo romanzo di André Aciman: il racconto dettagliato della passione tra un uomo adulto e un timido adolescente sembra infatti tuttora conservare in sé la possibilità di suscitare scandalo – come dimostra la reazione di un noto gruppo internazionale di attivisti che, devoto all’immagine tradizionale e di stampo cristiano della

famiglia, ha definito il film «un incitamento alla pedofilia». Ad ogni modo, nonostante gli innegabili (e piuttosto avvilenti) cliché narrativi che, ahimè, popolano la pellicola, la colonna sonora prescelta da Guadagnino risulta particolarmente intrigante, poiché, secondo un gusto di stampo oramai piuttosto «fuori moda», mostra l’ardire di coniugare brani dal consueto sapore pop-rock a pezzi musicalmente più ricercati, definibili come a cavallo tra la musica classica e la sperimentazione di sapore jazz, ambient e synth. In più, trattandosi di un film italiano, il CD offre anche qualche nome nostrano, su tutti quello dell’inossidabile Loredana Bertè, il cui timbro vocale caratteristico e ruggente grazia J’adore Venise; anche se meno efficace risulta l’inserimento nella tracklist di follie «vintage» targate anni 80 come il brano di Marco Armani È la vita (proveniente dall’edizione 1983 di Sanremo), che sembra ricalcare i peggiori exploit dei più celebri Pooh, o l’ultra-commerciale Paris Latino, surreale pezzo dance degli ormai dimenticati Bandolero. Sulla stessa falsariga di sapore retrò, non sfigurano invece l’iconico Giorgio Moroder con la pur improbabile Lady Lady Lady, interpretata da Joe Esposito, e il glam rock postmoderno degli Psychedelic Furs (Love My Way). Ma la vera intuizione della colonna sonora sta nei suggestivi brani strumentali: accanto a capisaldi quali il Capriccio BWV 992 e la cantata Zion hört

Un’immagine del film di Guadagnino.

die Wächter singen di Bach – o anche la versione di André Laplante di Une barque sur l’océan a firma Ravel e la Sonatine bureaucratique di Satie, qui eseguita dal pianista Frank Glazer – troviamo infatti interessanti esempi di musica classica contemporanea: si vedano il vagamente ossessivo primo movimento di Hallelujah Junction, del compositore statunitense John Adams (presente

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Quando la natura è la protagonista

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ConcorsoGli Eventi letterari al Monte Verità

di Ascona, dal 22 al 25 marzo In fondo, il ritorno alla natura che gli (ormai) antichi fondatori della comunità antroposofica avevano cercato insediandosi sulla collina che sovrasta Ascona era già, in qualche modo frutto, di una fascinazione letteraria, oltre che filosofica. La scelta del tema dell’edizione 2018 degli Eventi Letterari si pone quindi in una chiara continuità concettuale con quella visione. A parlare dell’Utopia della natura sono stati invitati un gruppo di scrittori, filosofi, ma anche architetti, esploratori, alpinisti: ognuno di loro ha dedicato al rapporto con il mondo naturale una parte importante della propria opera letteraria.

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Gli ospiti degli Eventi letterari di Monte verità provengono da varie regioni del mondo e quindi il loro punto di vista offrirà un giro d’orizzonte di grande interesse in cui sicuramente il pubblico potrà trovare nuovi stimoli e spunti di discussione attorno a un tema di eccezionale importanza. Informazioni

www.eventiletterari.swiss

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Utopia della natura 22-25.3.2018, Monte Verità 22.03.2018 – 19.00 Vedo alberi che camminano Con: Erri De Luca 23.03.2018 – 17.00 Fabio Pusterla presenta i protagonisti del Cenacolo 23.03.2018 – 18.30 La montagna come cura e come luogo di libertà Con: Paolo Cognetti 23.03.2018 – 21.00 Che cos’è il silenzio e dove si trova? Con: Erling Kagge 24.03.2018 – 11.00 Premio Enrico Filippini a: Jorge Herralde 24.03.2018 – 14.30 Fuori e dentro la storia Con: Remo Bodei

In vendita nelle maggiori filiali Migros: Genossenschaft Basel: Dreispitz, Oberwil, Claramarkt, Paradies, Porrentruy L‘Esp. Genossenschaft Genève: Balexert, Vibert Genossenschaft Luzern: Mall of Switzerland Ebikon Genossenschaft Ticino: Lugano, San Antonino Genossenschaft Vaud: Yverdon, Crissier, Romanel, Chablais Centre Genossenschaft Valais: Monthey, Sion, Glis Simplon Center SM Genossenschaft Zürich: Zürich City, Uster, Glatt OFFERTA ESCLUSIVA SU PRODOTTI DELLA MARCA #MYCLOSET. OFFERTA VALIDA DAL 13.03.2018 AL 26.03.2018 FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK.

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nel film anche con il lungo Phrygian Gates), e, naturalmente, l’immancabile Ryuichi Sakamoto (da anni alfiere della musica «di spessore» a cavallo tra elettronica, ambient e fusion), di cui vengono proposti gli ipnotici M.A.Y. in the Backyard e Germination. In tutto ciò, rimane però particolarmente toccante il contributo di un autore di musica «leggera», ovvero l’a-

mericano Sufjan Stevens, presente con ben tre brani, graziati dal suo inconfondibile sguardo intimista – sguardo evidente soprattutto in Mystery of Love, vibrante ballata composta appositamente per questo film come sorta di «affresco in musica» della tempesta emotiva rappresentata da qualsiasi impeto passionale. Stevens riesce a rendere con maestria il senso di liberazione, e allo stesso tempo dipendenza, tipico delle storie d’amore più intense e disperate, pur senza mai scadere nel facile sensazionalismo: la delicatezza di Visions of Gideon si accompagna così alla struggente malinconia della versione remixata di Futile Devices, pezzo già presente nell’album The Age of Adz (2010). È quindi chiaro come, indipendentemente dal dibattito sul valore artistico dell’opera cinematografica a cui si riferisce, la colonna sonora di Chiamami con il tuo nome presenti una dote innegabile quanto rara: nella sua capacità di commistione tra la musica definibile come «alta» e il pop più orecchiabile ed easy listening, dimostra una libertà artistica che, dopo i fasti degli anni 70, era sembrata dileguarsi dalla scena musicale internazionale, anche e soprattutto per quanto riguarda le colonne sonore e la musica erroneamente considerata come semplice «accompagnamento» narrativo. Una scelta che altri registi farebbero bene a perseguire e imitare, per il bene non soltanto del cinema, ma anche del mercato discografico in generale.

19.01.18 11:24

24.03.2018 – 16.00 Possiamo fermare il riscaldamento globale? Con: Hans Joachim Schellnhuber 24.03.2018 – 18.00 Letteratura e ecologia: utopie narrative ed effetti di natura Con: Niccolò Scaffai 24.03.2018 – 21.00 Rousseau, Humboldt, Thoreau, Jeffers: torniamo alla natura! Con: Bruno Ganz, Valentina Lodovini. Migros Ticino offre ai lettori di «Azione» alcuni abbonamenti generali gratuiti per gli incontri in programma ad Ascona. Per partecipare all’estrazione dei biglietti in palio, leggere le istruzioni contenute nella pagina del sito web www.azione.ch/ concorsi. Buona fortuna!


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Cultura e Spettacoli

La precisa immaginazione di Adriana Beretta

Mostre/1I lavori più recenti dell’artista ticinese esposti al Museo di Villa Pia a Porza

Emanuela Burgazzoli Non sempre accade di percorrere una mostra d’arte avendo l’impressione di leggere una storia che si dipana da una stanza all’altra del museo con la compattezza e la coerenza («consistency») alla quale Calvino intendeva dedicare la sua sesta lezione americana. E proprio Stanze e distanze è il titolo scelto per questa intensa esposizione che propone i lavori più recenti di Adriana Beretta, alcuni pensati e realizzati per gli spazi di Villa Pia. Un processo che ha richiesto una lunga preparazione in stretta collaborazione con l’artista, ci conferma la curatrice Tiziana Lotti Tramezzani. «Stanza» è un termine semanticamente ricco dai molteplici significati; indica lo stare, la sosta, l’alloggio, ma anche la camera e l’ambiente di un’abitazione (come lo era il Museo di Villa Pia), ma in origine era anche forma metrica, la strofa della «canzone» (secondo Dante la più alta forma della poesia volgare) che era solito essere accompagnata dalla musica. Il titolo proietta dunque immediatamente nella dimensione del ritmo poetico e musicale, della distanza spaziale e temporale; non è un caso forse che ad accogliere i visitatori «in limine» alla mostra sia un dipinto a olio che rappresenta alcune partiture vuote. Una pagina insomma ancora da comporre e che forse si comporrà durante quel viaggio verso le altre dimensioni del visibile, che Adriana Beretta ci invita a compiere. Un viaggio fatto di paesaggi reali come uno scorcio fotografico di Lisbona (Lisboa, 2016), città che viene spezzata e ricomposta con esattezza geometrica, in una serie di «finestre» che racchiudono molteplici prospettive sovrapposte che riproducono la simultaneità delle percezione. Lo sguardo è pensiero e ciò che appare lineare – ci dicono le opere dell’artista nata a Bris-

sago e residente a Bellinzona – si rivela più complesso e frammentato di quanto potremmo immaginare (come in 4 punti di vista N/E/S/O, 2009). Il viaggio non è soltanto una cifra stilistica per Beretta, ma anche una dimensione esistenziale; dopo una formazione artistica a Monaco e a Bologna, si succedono i soggiorni in varie città europee e i viaggi, dapprima nei paesi arabi come Marocco, Iraq e Iran, poi in Thailandia e in Niger, dove vive e lavora a contatto gli abitanti e la cultura Tuareg. Le opere di Beretta si nutrono di riferimenti letterari, oscillano con apparente semplicità dall’astrazione geometrica al registro concettuale e minimalista, dalla pittura alla fotografia, dall’installazione al video. La linea che si spezza, che si fa segno ed elemento grafico o «minuscola» architettura, ma anche parola (Inverosimilmente, 2014) disegna gli spazi di Villa Pia dandoci una mappa entro la quale muoverci, ma costruisce anche l’orizzonte del nostro sguardo. Come quel profilo di onde – o striature di nebbia marina (Senza titolo, 2016) che sembrano suggerire una serie di strisce bianche di tipp-ex steso su tavolette di cartone e accostate a un frammento di fotografia: un’immagine in cui si cela un volto riflesso a fotografare il mare da una nave in viaggio. E di un racconto di viaggio si tratta, ma anche di un’interrogazione sulla natura del visibile, o della visione: il sottotitolo rimanda a una citazione di Pessoa. E immediatamente risuona la verità delle parole dello scrittore e poeta portoghese quando afferma: «La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo». La dimensione esistenziale della visione dunque, filtrata attraverso l’esperienza e la memoria ; ed ecco pronta un’altra possibile risposta, grazie a quel Mi ricordo, opera omaggio al famoso

Una delle suggestive opere in mostra.

tentativo dello scrittore francese Georges Perec di esaurire un luogo parigino. Beretta propone il suo personale tentativo di descrivere l’esistente, quello spicchio di realtà inesauribile che è la Place Saint-Sulpice. Esaurire non è possibile, resta sempre una lacuna, una mancanza. Lo sguardo è frammentato, gli spazi sono fragili come un foglio di carta o come il gesso che l’artista utilizza per alcuni lavori. Ma «Forse la mia immaginazione è più precisa della mia realtà» recita il verso del poeta palestinese Mahmoud Dawish al quale si

ispira Poème (2017). In altri lavori (Senza titolo, 2017) la precisione di quelle linee di matite colorate, che tracciano traiettorie di geometrica sicurezza, è spezzata da un movimento di rotazione che dispone quei dischi-pianeti secondo ritmi silenziosi. Alle linee geometriche si alternano poi le linee più fluide, immaginate, quelle che si nascondono dietro altre linee, come nella parola «inverosimilmente», sinomino di incredibilmente, inconcepibilmente. Non verosimile, insomma, come quella foglia che sembra sospesa sul nulla e

invece si tiene a un filo invisibile, scossa dal fremito del vento nel video che chiude il percorso espositivo, come la metafora esistenziale in un verso montaliano. Dove e quando

Adriana Beretta, Stanze e distanze, Porza, Villa Pia. Orari: ma 10.0018.00; do 14.00-18.00. Per visite fuori orario: info@fondazionelindenberg. org Fino all’15 aprile 2018. www.fondazionelindenberg.org

Tra le geometrie del nero Mostre/2Alla Primae Noctis Art Gallery di Lugano l’opera più recente dell’artista africano Joël Andrianomearisoa Alessia Brughera Artista malgascio poco più che quarantenne, Joël Andrianomearisoa racchiude già nel nome le suggestioni esotiche della sua isola di origine. Sebbene dal Madagascar sia presto approdato in Francia, a Parigi, dove ha studiato all’École Spéciale d’Architecture e dove tuttora vive e lavora, sono sempre molto frequenti i suoi ritorni ad Antananarivo per non allentare il profondo rapporto che ha con la sua terra, fonte inesauribile di stimoli e di sensazioni da riversare poi nell’arte. Ciò che più rappresenta il processo creativo di Andrianomearisoa è il suo approccio libero, scevro da qualsivo-

Joël Andrianomearisoa, Geometry (100 by 100), 2018, tessuto.

glia vincolo con una meta predefinita. È l’artista stesso a condensare in poche parole questo concetto: «L’opera nasce da varie manipolazioni che mi portano al risultato finale. Quando penso a una installazione, non immagino la sua finalità. Conosco gli elementi che la compongono, ma mentre li assemblo scopro qualcosa di diverso. Ed è in questo momento che l’opera incomincia ad avere un senso». I suoi lavori non seguono una direzione precisa, non pretendono di acquisire un significato prima ancora di essere conclusi, si muovono piuttosto assecondando la disposizione d’animo del loro autore, che ne svela lentamente la natura e il carattere. Andrianomearisoa utilizza elementi di vario tipo, dal tessuto alla carta alla plastica, e ama confrontarsi con diversi linguaggi, dalla performance al video, dalla fotografia alla scultura, dal disegno all’installazione, con la capacità, complice la sua formazione da architetto, di conferire a ogni lavoro una potente corporeità, privilegiando così la funzione espressiva della materia. Spesso la fragilità e il valore effimero delle componenti scelte dall’artista si contrappongono proprio alla solida energia vitale sprigionata dall’opera: le creazioni di Andrianomearisoa sono campi di forze contrastanti, spazi percorsi da tensioni dinamiche che generano

conflitti ma anche inedite connessioni. Nelle sale della Primae Noctis Art Gallery di Lugano è allestita in questi giorni una mostra dedicata all’artista africano che raccoglie una quindicina di suoi recentissimi lavori. Si tratta di opere realizzate con il tessuto che mettono in evidenza l’interesse di Andrianomearisoa per la geometria, un aspetto da sempre presente nella sua poetica e da lui rielaborato di continuo. In queste composizioni la dimensione psicologica e sentimentale si mescola a un’indagine dei problemi formali legati alla percezione, attenta soprattutto alla relazione tra spazio, colore e luce. È un orientamento, questo, che l’artista mutua dalle ricerche del costruttivismo storico, movimento che nei primi decenni del Novecento si è occupato tanto dell’incidenza visiva della forma nello spazio. Da qui non è poi difficile scovare nelle opere di Andrianomearisoa richiami al più ampio panorama delle correnti analitiche e razionaliste, in particolare agli esiti artistici, per i tempi rivoluzionari, del russo Kazimir Malevič, il cui quadrato nero, uniforme e bituminoso dipinto nel 1915 su uno sfondo bianco è divenuto una sorta di icona nichilista dell’arte tradizionale, una tela dal minimalismo precoce capace di sradicare dalla pittura qualunque traccia di oggettività.

Nei pezzi presentati a Lugano Andrianomearisoa si affida proprio al formato quadrato, figura statica per eccellenza entro la quale molte altre possono essere inscritte, e al nero, tinta che assorbe ogni frequenza come se le contenesse tutte. I lavori sono stati assemblati dall’artista con brandelli di stoffa accostati e sovrapposti, una tecnica peculiare della sua cifra stilistica che riesce ad attribuire all’opera una volumetria quasi architettonica: le sete e i cotoni provenienti dall’Africa, in taluni casi tinti con i pigmenti della terra, sono tagliati, piegati, intrecciati e addossati a creare uno spazio dalla struttura ben definita ma al contempo dinamico e variegato negli effetti di luce e movimento. Il tessuto, materiale leggero e flessibile, caratterizza fin dagli esordi la pratica di Andrianomearisoa, un elemento che lo lega al suo paese perché porta con sé l’eco dei tipici panni del Madagascar, come il lamba, la stola dall’alto valore simbolico che gli abitanti sono soliti avvolgere attorno al proprio corpo. Sebbene al primo impatto le opere dell’artista possono evocare atmosfere cupe, a uno sguardo più attento si coglie come il nero totale delle stoffe si apra a un’infinità di sfumature. Il nero di Andrianomearisoa, difatti, non è

mai monocromatico, statico e austero, è invece diventato nel tempo una specie di sfida, reinterpretato e rinnovato costantemente dall’artista che lo declina ogni volta nelle sue tante possibilità espressive per regalare energia ed esuberanza alle creazioni. Di particolare interesse nella rassegna luganese è il lavoro che dà il titolo alla mostra, The geometry of the angle as point of no return to dress the present, costituito da piccoli pezzi di cartone utilizzati come rocchetti su cui è stato avvolto del filo di seta nero e bianco a formare una croce, proprio come le matassine che ancora oggi vengono vendute nei mercati malgasci. Tra fuggevolezza e fisicità, tra spazio e tempo, tra geometria e sentimento, tra tradizione e rinnovamento, l’arte di Andrianomearisoa rivela quanto il sapiente gioco tra materia, forma e colore possa sollevare una moltitudine di significati ed emozioni. Dove e quando

Joël Andrianomearisoa. The geometry of the angle as point of no return to dress the present. Primae Noctis Art Gallery, Lugano. Fino al 21 marzo 2018. Orari: da lunedì a venerdì 10.00-18.00, sabato su appuntamento. www.primaenoctis.com


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A Pasqua tanta dolcezza

Attualità Sono diverse le tradizionali specialità pasquali provenienti dalla vicina penisola

in vendita da Migros Ticino. Tra queste anche alcune particolari creazioni

Morbidissima

Per i più piccoli

La Gran Pandorella conquista i palati più esigenti grazie alla sua morbidissima pasta tipo pandoro senza canditi, e per la croccante glassa di nocciole e mandorle in superficie. Lievitata naturalmente per oltre due giorni, rende la Pasqua ancora più golosa.

Perfetta per la merenda dei più piccoli, questa colomba a lievitazione naturale è arricchita con irresistibili gocce di cioccolato. È preparata senza aggiunta di canditi e non è ricoperta di glassa. All'interno della confezione si trova un magnifico giocattolo a sorpresa, per un divertimento assicurato. Mini Colomba Balocco 100 g Fr. 3.–

La Gran Pandorella Maina 750 g Fr. 9.50

Per celiaci

Dedicata a chi deve seguire un regime alimentare senza glutine, ma non vuole certo rinunciare al gusto: la delicata colomba «Il Pane di Anna» è realizzata in un piccolo laboratorio di pasticceria con ingredienti sottoposti a rigorosi controlli di qualità che ne assicurano la totale sicurezza. Colomba senza glutine e senza latte Il Pane di Anna 350 g Fr. 9.–

La colomba cotta sul momento

L’integrale

Frutta che piacere

Colomba Integrale Dal Colle 750 g Fr. 8.40

Colomba Tutti Frutti Maina 1 kg Fr. 14.50

Lo storico marchio veronese Dal Colle propone la colomba classica nella variante preparata esclusivamente con farina di grano integrale. Con golosissima uva sultanina al posto dei canditi, possiede una glassatura di farina di riso e mandorle intere naturali.

Un sapore avvolgente e originale distingue la bontà pasquale firmata Maina. Soffice e lievitata naturalmente, la colomba Tutti Frutti contiene appetitosi pezzetti di frutta esotica non candita ed è spolverata con zucchero a velo per un piacere garantito.

Gli amanti del dolce pasquale per eccellenza hanno la possibilità di acquistare la propria colomba appena sfornata presso la panetteria della casa di S. Antonino, nei giorni 15, 22 e 29 marzo. Il dolce è preparato artigianalmente dai panettieri e a partire dalle ore 15.00 può essere acquistato direttamente di fronte al laboratorio. Non perdetevi questo appuntamento con la genuinità!


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Idee e acquisti per la settimana

Papà in festa Amér du Malcantón il 19 marzo Novità Il miele del Malcantone di castagno

e tiglio: un dolce piacere quotidiano, sano e nutriente

Miele del Malcantone di castagno e tiglio 500 g Fr. 14.90 In vendita nelle maggiori filiali Migros

Le fresche creazioni del laboratorio artigianale di Migros Ticino, che troverete ai banchi pasticceria dei nostri supermercati, stupiranno tutti i papà. A cominciare dalle bellissime e golosissime torte di pan di spagna, disponibili nei gusti kirsch o al cioccolato, entrambe con decorazioni a tema.

Immancabili in questa importante occasione sono pure i tradizionali tortelli di S. Giuseppe, che vengono farciti con una delicata crema pasticcera al marsala. Questi ultimi sono disponibili nel vostro negozio Migros di fiducia per tutta la settimana, mentre le due torte solo sabato 17 marzo.

Per mani belle e curate Il miele, si sa, non è solamente buono, ma contiene pure preziose sostanze particolarmente benefiche per il nostro organismo. Oltre a importanti vitamine e sali minerali, è altamente energetico e, solo per citarne alcune, gli sono riconosciute importanti proprietà antibatteriche, antisettiche e antinfiammatorie. Ottimi motivi per concedersene qualche cucchiaio ogni giorno. Il giovane apicoltore malcantonese Sandro Paratore, con l’aiuto della moglie Barbara e del suocero Olivo, alleva alcune colonie di api nel pieno rispetto della specie, producendo un miele dall’aroma intenso: «L’attuale e principale produzione è quella del miele di castagno e tiglio. Negli ultimi anni purtroppo le nostre api non sono riuscite a fare un buon raccolto di nettare di acacia a causa delle cattive condizioni climatiche durante la fioritura: siamo tuttavia speranzosi che quest’anno la situazione possa essere migliore». Sandro possiede un centinaio di arnie sparse su diversi terreni

del Malcantone. L’interesse per questa attività gli è stata trasmessa dal nonno. Giardiniere paesaggista di formazione, Sandro spera un giorno di poter vivere principalmente di apicoltura: «La produzione di miele è certamente molto impegnativa: richiede tempo, pazienza e lavoro continuo. Tuttavia, grazie alla passione per questi meravigliosi insetti che con i loro instancabili voli raccolgono il nettare dai fiori trasformandolo in pregiato miele, alla fine ne traiamo una grandissima soddisfazione». Con il suo gusto intenso e delicato, il miele di castagno e tiglio è molto apprezzato da solo, ma anche abbinato ai formaggi stagionati del nostro territorio, spalmato su pane scuro per una colazione ricca e nutriente, oppure anche come aromatico e sano dolcificante per bevande tiepide o fredde. Infine, è importante conservare il prodotto al riparo dalla luce e a temperatura ambiente affinché possa preservare le sue preziose proprietà.

Mani incredibilmente vellutate e unghie ben curate in pochissimi secondi? Presto fatto con la crema mani e unghie «Express» della Kneipp ad assorbimento rapido. La speciale formula vegetale con estratto di albicocca e marula si prende cura delle mani in modo intenso e duraturo in un sol gesto. Indicata anche per le pelli più sensibili, lascia le mani delicatamente profumate.

Sandro Paratore, apicoltore a Banco.

Crema mani e unghie «Express» Kneipp 75 ml Fr. 5.90 In vendita nelle maggiori filiali Migros


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Idee e acquisti per la settimana

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Attualità Igor Biolzi, responsabile dello SportXX di S. Antonino, ci parla dell’imminente stagione

delle bici che si apre presso i negozi specializzati della Migros

Signor Biolzi, quali sono le novità più interessanti 2018 in ambito biciclette da SportXX?

Sicuramente l’ottima scelta di E-Bike Diamant, Ghost e Crosswave con motorizzazioni Bosch e Shimano, sia MTB, sia Trekking che City. Anche per i bambini proponiamo una vasta gamma di biciclette, dalla misura 12” fino alla 24”, con l’inserimento quest’anno della misura 18”. Inoltre per i più piccoli quest’anno l’assortimento è stato arricchito con il marchio tedesco PUKY, costruttore leader di biciclette da bambino che presta particolare attenzione alla sicurezza, alla praticità e all’utilizzo di materiali di elevata qualità. L’assortimento MTB delle marche Ghost e Crosswave non è mai stato così ricco, come pure quello delle amatissime City Bike firmate Diamant che propone pure un modello incredibilmente leggero con trasmissione a cinghia. Infine, non abbiamo dimenticato gli amanti dello stile retrò.

PEDALA PEDALA PEDALA CON NO CON NOI! CON NO PEDALA PEDALA CON NOI! Non mancano nemmeno accessori e abbigliamento ad hoc?

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SportXX Migros S. Antonino


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Idee e acquisti per la settimana

I suggerimenti delle influencer

Una Pasqua sgargiante

A Pasqua la tavola deve essere colorata. Chi per una volta vuole sperimentare qualcosa di nuovo può trarre ispirazione delle nostre due influencer, che fanno da guida nella realizzazione di cake-pop multicolore e di decorazioni dal look sfavillante Fotografie e styling Tina Sturzenegger; Ricetta influencer Morena Diaz

I blogger e gli influencer Migros illustrano come preparano la loro festa. Le ricette, le idee per le decorazioni e le istruzioni per realizzarle in casa con diversi stili si trovano su Instagram (#Pasquaètenerezza) – e su migros.ch/pasqua-etenerezza

Nives Arrigoni (27) offre consigli di lifestyle su www.nivesarrigoni.ch, su YouTube e come nives_arrigoni su Instagram.

Decorazioni e confezioni con la gomma espansa glitterata

Morena Diaz (24) su Instagram è m0reniita e ha da poco pubblicato il suo primo libro: «Love your body und schliesse Frieden mit dir selbst!».

Materiale Uova (già colorate) Sacchetti di carta Uova in polistirolo Gomma espansa glitterata Adesivi 3D Forbici Glitter Colla da bricolage Gomma espansa glitterata Per le teste dei conigli, tagliare le forme delle orecchie e dei baffi nella gomma espansa. Rimuovere la pellicola protettiva dalla superficie adesiva e incollare i pezzi ritagliati sull’uovo nei punti appropriati. Che si tratti di uova, di cestini di Pasqua, di sacchetti di carta o di orecchie di coniglio scintillanti da utilizzare come copricapo, tutti gli addobbi pasquali possono essere decorati facilmente e rapidamente.

Cake-pop al cioccolato Ingredienti (per 12-15 pezzi) 1 cake della nonna al limone 100-120 g di formaggio fresco 1 pacco di ovetti Freylini Raspberry Cheesecake o Blueberry di Frey 200 g di cioccolato da cucina M-Classic 1 confezione di bastoncini di legno Lamponi e scaglie di cocco per decorare Preparazione 1. Sbriciolare il cake, amalgamare con il formaggio fresco e ripartire il composto in porzioni grandi quanto il palmo di una mano. 2. Premere ogni porzione, una alla volta, sul palmo della mano, appoggiarvi sopra mezzo ovetto e formare una pallina (cake pop). 3. Fondere una parte del cioccolato da cucina. 4. Con un bastoncino, praticare un foro in ogni pallina. 5. Immergere i bastoncini nel cioccolato e infilarli nei cake pop. 6. Lasciar raffreddare i cake pop per 2 ore. 7. Immergere i cake pop nel cioccolato riscaldato, lasciar raffreddare e decorare.

Gli adesivi 3D con soggetto pasquale possono essere facilmente applicati su differenti superfici. Qui sono stati incollati sulle uova di Pasqua già colorate e si ottiene così un fantastico effetto 3D. Uova di Pasqua ispirate alla sfera da discoteca Dipingere un uovo in polistirolo o un uovo vero nel colore preferito. Con la colla per bricolage attaccare numerosi glitter. Lasciar asciugare.

*Azione 20% di sconto su tutti gli ovetti di cioccolato Frey nei sacchetti da 500 grammi dal 13 al 19 marzo Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già a prezzo ridotto.

Freylini Frey Ovetti di cioccolato ai mirtilli 500 g Fr. 8.60* invece di 10.80

Freylini Frey Ovetti cheescake ai lamponi Limited Edition 500 g Fr. 8.60* invece di 10.80

Cake della nonna al limone 350 g Fr. 3.90

Adesivi in gomma espansa 83 pezzi Fr. 3.90

Gomma espansa glitterata 5 fogli, 5 colori Fr. 7.90

Sacchetti in carta diversi colori, 10 pezzi Fr. 6.90


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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I suggerimenti delle influencer

Una Pasqua sgargiante

A Pasqua la tavola deve essere colorata. Chi per una volta vuole sperimentare qualcosa di nuovo può trarre ispirazione delle nostre due influencer, che fanno da guida nella realizzazione di cake-pop multicolore e di decorazioni dal look sfavillante Fotografie e styling Tina Sturzenegger; Ricetta influencer Morena Diaz

I blogger e gli influencer Migros illustrano come preparano la loro festa. Le ricette, le idee per le decorazioni e le istruzioni per realizzarle in casa con diversi stili si trovano su Instagram (#Pasquaètenerezza) – e su migros.ch/pasqua-etenerezza

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Decorazioni e confezioni con la gomma espansa glitterata

Morena Diaz (24) su Instagram è m0reniita e ha da poco pubblicato il suo primo libro: «Love your body und schliesse Frieden mit dir selbst!».

Materiale Uova (già colorate) Sacchetti di carta Uova in polistirolo Gomma espansa glitterata Adesivi 3D Forbici Glitter Colla da bricolage Gomma espansa glitterata Per le teste dei conigli, tagliare le forme delle orecchie e dei baffi nella gomma espansa. Rimuovere la pellicola protettiva dalla superficie adesiva e incollare i pezzi ritagliati sull’uovo nei punti appropriati. Che si tratti di uova, di cestini di Pasqua, di sacchetti di carta o di orecchie di coniglio scintillanti da utilizzare come copricapo, tutti gli addobbi pasquali possono essere decorati facilmente e rapidamente.

Cake-pop al cioccolato Ingredienti (per 12-15 pezzi) 1 cake della nonna al limone 100-120 g di formaggio fresco 1 pacco di ovetti Freylini Raspberry Cheesecake o Blueberry di Frey 200 g di cioccolato da cucina M-Classic 1 confezione di bastoncini di legno Lamponi e scaglie di cocco per decorare Preparazione 1. Sbriciolare il cake, amalgamare con il formaggio fresco e ripartire il composto in porzioni grandi quanto il palmo di una mano. 2. Premere ogni porzione, una alla volta, sul palmo della mano, appoggiarvi sopra mezzo ovetto e formare una pallina (cake pop). 3. Fondere una parte del cioccolato da cucina. 4. Con un bastoncino, praticare un foro in ogni pallina. 5. Immergere i bastoncini nel cioccolato e infilarli nei cake pop. 6. Lasciar raffreddare i cake pop per 2 ore. 7. Immergere i cake pop nel cioccolato riscaldato, lasciar raffreddare e decorare.

Gli adesivi 3D con soggetto pasquale possono essere facilmente applicati su differenti superfici. Qui sono stati incollati sulle uova di Pasqua già colorate e si ottiene così un fantastico effetto 3D. Uova di Pasqua ispirate alla sfera da discoteca Dipingere un uovo in polistirolo o un uovo vero nel colore preferito. Con la colla per bricolage attaccare numerosi glitter. Lasciar asciugare.

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Idee e acquisti per la settimana

Frey

Tanti coniglietti colorati Pronti via! Chi vuole uno degli ambiti Bunny limited edition, deve muoversi. I coniglietti di cioccolato al latte dalla fantasia allegra e giocosa sono da subito disponibili in edizione limitata. Ma anche i coniglietti senza decorazioni floreali della famiglia Bunny sono una presenza pasquale apprezzata. Sunny (rosa), Funny (blu) e Lucky (verde) sono di cioccolato al latte, Shiny (giallo) di cioccolato bianco e Happy (violetto) di cioccolato scuro. Frey Bunny al latte Sunny, Funny o Lucky Limited Edition 170 g Fr. 7.20

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20% Pesce fresco e frutti di mare in vaschetta per la cottura in forno per es. filetto di salmone al limone e coriandolo, d’allevamento, Norvegia, 400 g, 12.60 invece di 15.80

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4.20 invece di 6.– Filetti di agnello Australia / Nuova Zelanda, imballati, per 100 g

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1.65 invece di 2.10 Fettine di tacchino M-Classic Ungheria, carne prodotta in base all’Ordinanza svizzera sulla protezione degli animali, per 100 g

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5.10 invece di 7.30 Roastbeef cotto Svizzera/Germania, affettato in vaschetta, per 100 g

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1.90 invece di 2.90 Spezzatino di manzo TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

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3.30 invece di 4.75 Piatto misto ticinese prodotto in Ticino, affettato in vaschetta, per 100 g


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Bistecche di manzo à la minute TerraSuisse in conf. speciale, per 100 g, 3.05 invece di 5.15 40%

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30% Tutto l’assortimento di borse e valigie e di accessori da viaggio Travel Shop per es. valigia Titan, Shadow, antracite, 78 cm, il pezzo, 83.30 invece di 119.–, offerta valida fino al 26.3.2018

conf. da 2

Truffes Caipirinha Frey, UTZ, Limited Edition, 170 g, 10.80 Novità ** Contenitori trasparenti Rotho in confezioni multiple, per es. conf. da 3, 3 x 18 l, 14.25 invece di 28.50 50% **

Emmentaler dolce, per 100 g, 1.20 invece di 1.55 20%

Mini acqua micellare Garnier, 100 ml, 2.50 Novità ** Polpette di pollo con quinoa e sminuzzato di pollo con asparagi Optigal, per es. polpette di pollo con quinoa, Svizzera, per 100 g, 2.60 Novità *,** Dessert al cioccolato vegano aha! in conf. da 4, 4 x 45 g, 3.30 Novità ** Cornetto al burro, bio, 45 g, –.95 Novità **

Pane e latticini

Mezza panna per salse, mezza panna acidula e prodotti M-Dessert Valflora, per es. mezza panna acidula, 180 ml, 1.– invece di 1.30 20%

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Bottiglie per gasare SodaStream in conf. da 3, 19.60 Hit ** Scarpe per il tempo libero per bambini, disponibili in grigio o viola, numeri 28–35, per es. viola, n. 32, il paio, 24.90 Hit **

Tutte le millefoglie, per es. M-Classic, 2 pezzi, 2 x 110 g, 2.30 invece di 2.90 20%

Camicia da notte da donna Ellen Amber, Bio Cotton, disponibile in blu o blu marino, taglie S–XL, per es. blu, tg. M, il pezzo, 14.90 Hit **

Pasta sfoglia e pasta per crostate M-Classic, in conf. da 2, 540 g, 2.15 Hit

Tutto l’assortimento Stewi, per es. Libelle, blu, il pezzo, 90.30 invece di 129.– 30% **

Pane campagnolo integrale TerraSuisse, 400 g, 2.30 invece di 2.90 20%

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Flacone di ricarica Silky Blossom per diffusore di profumo Migros Fresh, 25 ml, il pezzo, 4.90 Novità ** Flacone di ricarica Vanilla Delight per diffusore di profumo Migros Fresh, 25 ml, 4.90 Novità ** Set di bastoncini profumati di rattan Migros Fresh, disponibile in 7 nuove fragranze, il pezzo, per es. Vanilla Blossom, 5.90 Novità ** Sfera profumata Blue Freshness Migros Fresh, 100 ml, 3.90 Novità ** Biancheria intima da donna #mycloset, per es. reggiseno con coppe, 75B, rosa chiaro, il pezzo, 39.90 Novità **

Pomodori secchi morbidi Alnatura, 100 g, 2.90 Novità ** Petit Beurre Chocolat au lait, 50 g, 1.30 Novità ** Tavoletta di cioccolato fondente e al latte con miele Frey Unlimited, UTZ, 90 g, 4.30 Novità ** Tavoletta di cioccolato Suprême Rêve de Coco Frey, UTZ, Limited Edition, 100 g, 2.90 Novità ** Tavoletta di cioccolato al latte e alle mandorle Frey, UTZ, 100 g, 2.20 Novità ** Tavolette di cioccolato Frey Duett, UTZ, Noisettes, Café e Japonais, 100 g, per es. Noisettes, 2.20 Novità ** M&M’s & Friends, 179 g, 3.95 Novità **

Gel doccia Collision Axe, 250 ml, 3.50 Novità **

Palline di cioccolato Frey, UTZ, assortite, 250 g, 6.20 Novità **

Acqua micellare All-in-1 per pelli e occhi sensibili Garnier, 400 ml, 7.20 Novità **

Crunchy Clouds al mix di bacche Frey, UTZ, 150 g, 4.90 Novità **

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Cestelli e detergenti Hygo WC in conf. da 2 per es. Mint Clean, 2 x 750 ml, 5.60 invece di 7.–, offerta valida fino al 26.3.2018 *In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 26.3 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 13.3 AL 19.3.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Idee e acquisti per la settimana

Optigal

Esotiche polpettine di pollo Le nuove meatball di pollo della Optigal sono preparate con pollame svizzero e hanno una croccante copertura di semi di quinoa rossa e bianca. I semi di quinoa contengono molte proteine e altri importanti nutrienti, come carboidrati e vitamine. Le polpettine si cuociono rapidamente e sono ideali come snack per l’aperitivo. Sono però altrettanto buone anche in una «Buddha bowl» preparata in modo appetitoso. «Buddha bowl» è il modo in cui viene chiamata una ciotola ricolma di ingredienti gustosi e energizzanti. Come carboidrato di base si adattano riso, quinoa o cous cous. Per una porzione extra di proteine e vitamine aggiungere ceci, carote, cavolo riccio e semi di melograno.

Suggerimento

Con la Buddha bowl sono adatte le salse un po’ più dense, come per esempio quelle preparate con la tahina o con lo yogurt nature. La barbabietola conferisce una particolare colorazione.

Azione 20X Punti Cumulus sulle meatballs di pollo con quinoa Optigal

Optigal Meatballs di pollo con quinoa 24 pezzi, per 100 gr Fr. 2.60 Nelle maggiori filiali

Foto Ruth Küng, Foodstyling Sonja Leissing

dal 13 al 26 marzo


Novità Frey. 20x PUNTI

Truffes al gusto di Caipirinha.

10.80 Truffes Caipirinha Frey, UTZ Limited Edition, 170 g

Cioccolato con . miele e croccante

4.30 Tavoletta di cioccolato fondente e al latte con miele Frey Unlimited, UTZ 90 g

Con biscotto Japonais.

2.20 Tavoletta di cioccolato Frey Duett Lait & Blond Japonais, UTZ 100 g

Le varietà preferite in un sacchetto.

6.20 Palline di cioccolato Frey, UTZ assortite, 250 g

Con scaglie di cocco esotico.

2.90 Tavoletta di cioccolato Suprême Rêve de Coco Frey, UTZ Limited Edition, 100 g

Con aroma intenso e croccante al caffè.

2.20 Tavoletta di cioccolato Frey Duett Noir & Lait Café, UTZ 100 g

In vendita nelle maggiori filiali Migros. Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 13.3 AL 26.3.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Con bacche fruttate.

4.90 Crunchy Clouds al mix di bacche Frey, UTZ 150 g

Con mandorle intere.

2.20 Tavoletta di cioccolato al latte e alle mandorle Frey, UTZ 100 g

Con scagliette di nocciola.

2.20 Tavoletta di cioccolato Frey Duett Lait & Noir Noisettes, UTZ 100 g


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Idee e acquisti per la settimana

I am Natural Cosmetics

Azione 20X Punti Cumulus

Curarsi naturalmente

sui quattro prodotti delle linee Hydra Care e Pure Sensitive fino al 19 marzo

Per una cura del viso completamente naturale, I am Natural Cosmetics ha sviluppato due nuove linee trattanti. Le creme, i peeling e le maschere della linea Hydra Care contengono alghe marine, minerali e olio di cocco e sono ideali per prendersi cura delle pelli normali e miste. Il peeling migliora l’aspetto della pelle, la maschera fornisce una dose idratante supplementare. Per la pelle secca e sensibile c’è la linea Pure Sensitive, con una delicata crema per il viso e una maschera trattante. La formula a base di aloe vera biologica e olio di jojoba rafforza la naturale barriera protettiva della pelle e previene gli arrossamenti.

I am Natural Cosmetics Pure Sensitive Maschera trattante 2 x 7,5 ml Fr. 2.90

I am Natural Cosmetics Pure Sensitive Crema delicata per il viso 50 ml Fr. 10.80

I am Natural Cosmetics Hydra Care Crema idratante 50 ml Fr. 10.80 I prodotti delle linee di cosmetici naturali certificati non contengono fragranze e coloranti di sintesi, così come sostanze a base di oli minerali.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche I am Natural Cosmetics.

Foto Yves Roth, Styling Miriam Vieli-Goll

I am Natural Cosmetics Hydra Care Peeling & Maschera 2 x 7,5 ml Fr. 2.90


Le pile usate devono essere riconsegnate al punto di vendita!

Azione QUALITÀ PREMIUM NEL PACCO CONVENIENZA PER TUTTI GLI APPARECCHI IN USO QUOTIDIANAMENTE

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*Panel Consumatori GFK (“Gesellschaft für Konsumforschung”/“Società per la ricerca sul consumo”) UE9, celle speciali, luglio 2016-giugno 2017

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 12 marzo 2018 • N. 11

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Idee e acquisti per la settimana

Raffreddore da fieno

Per una primavera spensierata Ahinoi, purtroppo non possiamo far piovere per portare sollievo a chi soffre di allergie. Tuttavia spray, gocce, lavaggi e creme di Sanactiv aiutano a superare indenni la stagione dei pollini

Pulire e inumidire Per rimuovere croste e pollini si consiglia di sciacquare regolarmente il naso. Con l’erogatore blu chiaro si ottiene una nebulizzazione delicata, adatta anche per i bambini. L’erogatore blu scuro permette un lavaggio più intensivo ed è idoneo soprattutto per gli adulti.

Per vederci chiaro I pollini possono causare lacrimazione, arrossamento e prurito agli occhi. Le gocce antiallergiche contengono il principio attivo naturale ectoina, che aiuta a calmare gli occhi e a vedere con maggiore chiarezza. Sanactiv gocce antiallergiche per gli occhi 10 x 0,5 ml Fr. 5.90

Sanactiv lavaggio nasale 125 ml Fr. 12.90 Nelle maggiori filiali

Calmare e rigenerare Il naso è irritato e dolorante? In questo caso l’olio di sesamo e la lanolina sono di aiuto nella guarigione, mentre la glicerina e il sale marino provvedono a inumidire delicatamente le mucose. Sanactiv crema per il naso 10 ml Fr. 5.40

Un respiro di sollievo Quando i pollini sono nell‘aria, i nasi sensibili sono sollecitati con starnuti continui, così come fastidiose ostruzioni e secrezioni. Il principio attivo naturale ectoina allevia velocemente tutti i sintomi.

Foto Yves Roth, Styling Miriam Vieli-Goll

Sanactiv spray nasale antiallergico 20 ml Fr. 7.20

iMpuls-Consiglio di lettura

L’aiuto in caso di raffreddore da fieno Per scoprire come si possono alleviare i peggiori sintomi delle allergie primaverili ai pollini: www.migros-impuls.ch/polline

iMpuls è la nuova iniziativa della Migros in favore della salute.


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Da questa offerta sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTA VALIDA SOLO DAL 13.3 AL 19.3.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Azione 11 del 12 marzo 2018  
Azione 11 del 12 marzo 2018