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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Intervista allo scrittore Eraldo Affinati, autore insieme a Marco Gatto di un libro-dialogo sul razzismo

Ambiente e Benessere La situazione peggiora: il programma dell’ESA, secondo le più recenti ricerche, mette in evidenza che l’estensione dello scioglimento dei ghiacciai ai poli è allarmante

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIII 2 novembre 2020

Azione 45 Politica e Economia Facebook ha un piano d’emergenza per contrastare la diffusione di messaggi d’odio

Cultura e Spettacoli Continua il nostro viaggio alla scoperta dei più grandi autori di trattati del passato

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© Lee Miller Archives England 2020. Tutti i diritti riservati

Lee Miller, tra glamour e guerra

di Natascha Fioretti pagina 41

Applausi? Non è più tempo di Simona Sala All’inizio erano gli applausi. In primavera, quando ancora ci muovevamo nell’ottimistica bolla color arcobaleno dell’«Andrà tutto bene», si usciva sul balcone o davanti alla porta di casa e si dedicava un applauso sentito a infermiere e infermieri, a chi, in modo indefesso, stava conducendo una battaglia all’ultimo respiro nel vero senso della parola contro un nemico nuovo e pericoloso, per curare e salvare le nostre care e i nostri cari. Gli applausi, nel nulla ovattato che era diventato il nostro teatro del mondo, erano rivolti per una volta non ad attrici e attori, cantanti e artisti (tristemente costretti all’immobilità), ma a gente comune, come la vicina della porta accanto, infermiera di pronto soccorso, o un lontano cugino, specializzato in cure intense. Noi battevamo le mani perché, pur essendo in lockdown, almeno potevamo proteggerci in casa, mentre loro erano costretti a lavorare in corsia con l’ingombro della tuta da palombaro e l’affanno della mascherina. Agli applausi erano seguite collette e raccolte fondi, e di colpo l’opinione pubblica aveva cominciato a guardare alla professione

infermieristica con occhi nuovi, riconoscendone il potenziale, ma soprattutto l’indispensabilità, in un contesto afflitto cronicamente da carenza di personale. Sui muri delle case erano apparsi capolavori di street art che esaltavano la preziosità della professione, mentre sui tavoli della politica si era ritornati a parlare dell’iniziativa lanciata dall’Associazione svizzera delle infermiere e degli infermieri «Per cure infermieristiche forti», il cui controprogetto è stato recentemente oggetto di un rimpallo tra le Camere. Si erano addirittura lanciate ipotesi di adeguamento salariale. Tutto questo nientemeno che nell’Anno internazionale dell’infermiera, durante il quale si sarebbero dovuti celebrare i duecento anni dalla nascita di Florence Nightingale, la visionaria inglese considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna. Ora che siamo nel pieno della seconda ondata, con i nuovi contagi giornalieri che sono ormai nell’ordine di cifre a quattro zeri, non applaudiamo più. Eppure, infermiere e infermieri si ritrovano esattamente dove li avevamo lasciati in maggio. Sono spossati dai turni, dalla mole di lavoro, sono preoccupati per l’evoluzione della pandemia, per il numero di posti letto disponibili e forse, da

ultimo, anche per la propria salute e quella dei propri cari. Non li possiamo più applaudire, perché magari abbiamo provato una punta di vergogna per quell’aperitivo con gli amici in una casa privata o per la crociera sul Reno con intrattenimento musicale. Ci siamo resi conto che avremmo potuto essere più moderati nell’esprimere il nostro amore per la vita e la gioia del ritorno alla normalità. Ora infermiere e infermieri, che dicono di sentirsi abbandonati e delusi, si mobilitano con azioni di protesta e, paradossalmente, nello stesso momento, si levano voci che chiedono di avvalersi del personale curante anche qualora risultasse positivo al Covid, sottolineando così una volta di più la mancanza di risorse umane. Nei prossimi mesi il dibattito intorno ai vari temi sul tavolo delle discussioni di questa professione sarà soprattutto politico. A noi, che non possiamo più affidarci alla rassicurante e benefica sensazione di ringraziare con un applauso, resta da fare l’unica cosa per la quale il personale curante ci sarà grato, e cioè seguire pedissequamente le raccomandazioni delle autorità per limitare al minimo i contatti, nel segno di un rispetto e di una considerazione che saremo sicuramente capaci di sviluppare. Glielo dobbiamo.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Società e Territorio Il Ticino e il turismo Intervista a Angelo Trotta direttore di Ticino Turismo che analizza la situazione attuale e parla di strategie future pagina 5

Un ginnasta olimpionico L’eccezionale carriera di Georges Miez che tra gli anni ’20 e ’30 collezionò otto medaglie olimpiche e scelse di vivere in Ticino pagina 8

Gianni Rodari in musica A 100 anni dalla nascita del celebre scrittore per l’infanzia il musicista Paolo Capodacqua gli dedica una conferenza musicale pagina 10

Le proteste del movimento Black Lives Matter. (Keystone)

Come nasce l’odio

Intervista Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati parla del libro scritto con Marco Gatto sui meccanismi

che innescano il razzismo e l’intolleranza e riflette sul ruolo della pandemia Laura Di Corcia

Credevamo che la pandemia ci avesse resi più umani, ricordandoci che le nostre vite poggiano su un sostrato di fragilità che bisogna avere il coraggio di affrontare. E invece, oggi più che ieri, razzismo e xenofobia dilagano: il movimento di Black lives matter in America è la risposta a situazioni insostenibili, che non vorremmo vedere. Vale la pena, forse, al posto di (non senza ragioni) stigmatizzare il comportamento di chi non accetta il diverso, cercare di comprenderne le origini. Ottimo, come spunto di riflessione, il volume scritto a quattro mani dallo scrittore Eraldo Affinati e da Marco Gatto intitolato I meccanismi dell’odio (Mondadori). Una lunga intervista, o meglio: un dialogo. Ne abbiamo parlato con Affinati. Eraldo Affinati, perché odiamo così tanto? Da dove nasce la sensazione di sentirsi continuamente minacciati? E da cosa, in fin dei conti?

Tutto si lega alla nostra insicurezza che può produrre una reazione violenta, talvolta incontrollata. Gli adulti si dimostrano spesso fragili perché le scelte su cosa vogliamo essere o non

essere costano e non sempre premiano. I giovani riflettono l’indecisione dei genitori e restano vulnerabili di fronte a modelli di bellezza esteriore. Inoltre la dimensione digitale ci illude di poter lanciare il sasso e nascondere la mano. Così stando le cose, ogni incontro umano diventa rischioso, specie quelli che ci chiamano in causa come persone.

Quando, secondo lei, l’Occidente ha iniziato a mostrare i segni di questa malattia, che si traduce – mi pare – in un’incapacità di condividere la propria intimità con gli altri?

Dopo la sconfitta delle grandi rivoluzioni novecentesche il Vecchio Continente, reclinato su se stesso, ha dovuto fare i conti coi nuovi dannati della terra, rispetto ai quali mostra un atteggiamento giuridico del tutto inadeguato. I codici non bastano a regolare i flussi dell’immigrazione. C’è bisogno di un lavoro umano da svolgere. Questo libro è un progetto che ha iniziato a prendere piede prima che la pandemia arrivasse alle nostre latitudini. Crede che il Covid abbia cambiato in meglio o in peggio il nostro modo di guardare all’altro?

Il Covid ha esacerbato le disuguaglianze sociali: io e Marco Gatto ci abbiamo

ragionato nel primo capitolo. Allo stesso tempo la pandemia ha fatto capire a tutti noi di essere sulla medesima barca: non basta indossare la mascherina se l’altro non fa altrettanto. Gli educatori dovrebbero ripartire proprio da questo sentimento di coralità e anche dal senso di smarrimento provato dagli adolescenti di fronte al vuoto del lockdown. Nel libro si affronta anche la questione della scuola. Come e in che modo può la scuola agire affinché questo odio, questa ferita narcisistica che ci fa temere l’intimità e il confronto con l’altro e le sue fragilità diventi meno pressante e lasci spazio ad un incontro rigenerante?

La scuola dovrebbe predisporci all’incontro sociale incrementando la qualità della relazione umana. Inoltre sarebbe fondamentale ripristinare le gerarchie di valore nel grande mare del Web. Nella rete di scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, cinquanta postazioni da Messina a Milano con sperimentazioni significative in Ticino, in particolare nel liceo cantonale di Lugano, abbiamo favorito il dialogo fra pari mettendo in relazione adolescenti italofoni con

coetanei provenienti da ogni parte del mondo. Secondo noi è questa la strada da percorrere per combattere il razzismo. Può parlarci anche della sua personale esperienza nel mondo della scuola?

Molti dei libri che ho scritto negli ultimi anni sono il frutto della mia esperienza come docente di lettere, prima negli istituti professionali, poi alla Città dei Ragazzi, comunità educativa alle porte di Roma, dove per la prima volta ho incontrato i minorenni non accompagnati afghani, magrebini, slavi e africani. Alcuni di loro mi hanno guidato nelle terre da cui provenivano. Ho raccontato questi viaggi in La città dei ragazzi (Marocco) e Vita di vita (Gambia). Anche i testi che ho dedicato a Dietrich Bonhoeffer (Un teologo contro Hitler) e Don Lorenzo Milani (L’uomo del futuro e Il sogno di un’altra scuola), oltre all’Elogio del ripetente, vanno in tale direzione. Che ruolo giocano gli intellettuali in questo senso? E la letteratura, che viene spesso citata nel testo come ancora di salvezza, isola di umanità ma anche bussola per non perdersi?

Gli intellettuali in questo momento ci

sembrano essere sotto scacco: se partecipano al battage mediatico rischiano di trasformarsi in caricature di se stessi; se si astengono tornano nella vituperata turris eburnea da cui provengono. A noi sembra decisivo praticare un’esperienza concreta per dare legittimità alle parole che pronunciamo e scriviamo. La vera letteratura non può prescindere dalla vita, mantenendo a tutti i costi il rigore stilistico. Il dialogo fra lei e Marco Gatto affronta anche il tema degli umili, di coloro che passano silenziosi ma che forse determinano gli accadimenti storici più di chi si erge su un piedistallo. Cosa possono insegnare a questo Occidente malato di narcisismo?

Mi fa piacere che lei abbia colto questo aspetto del nostro dialogo a cui teniamo molto. In effetti le persone semplici che fanno bene il loro lavoro e magari restano al di fuori dal cono di luce dei riflettori rappresentano la parte migliore di un tessuto sociale che a volte sembra lacerato. Per diventare donne e uomini nuovi dobbiamo assumere la responsabilità dei contesti in cui operiamo. Anche imparando a spendere i nostri saperi, senza tenerli chiusi in cassaforte.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Virtù e difetti del turismo che oggi affronta la pandemia Ticino Ambiente, tecnologia, mobilità e cultura: sono questi i concetti promossi da Ticino Turismo.

Ne abbiamo parlato con il direttore Angelo Trotta in occasione di una conferenza organizzata da Forum elle

Nicola Mazzi Il «terremoto» Covid-19 si è abbattuto anche sul turismo ticinese, chi è attivo nel settore ha dovuto e deve lavorare con più pressione e tanta flessibilità, cambiando strategia e progetti praticamente in tempo reale. Ha descritto così la situazione attuale Angelo Trotta, direttore dell’Agenzia turistica ticinese, invitato dalla sezione ticinese di Forum elle (www.forum-elle.ch) al Suitenhotel Parco Paradiso per una conferenza, sul tema «Virtù e difetti del turismo ticinese». Il settore, è inevitabile, sta vivendo un momento problematico a causa della pandemia. Ma per la sua analisi Trotta è partito da alcune cifre importanti che hanno inquadrato il fenomeno. Anzitutto va detto che – stando a un recente studio nazionale – il 71% dei turisti che sceglie il Ticino proviene dalla Svizzera e solo il 29% dall’estero. Inoltre, meno della metà (il 45%) alloggia in albergo, la maggior parte preferisce altre sistemazioni (appartamenti di vacanza, campeggi, Airbnb, ecc). Altri due numeri fanno pensare: la media dei turisti è di 56 anni (più alta rispetto al resto del Paese) e il 62% arriva e si muove in auto. Quindi, in generale, il nostro cantone è una destinazione per confederati piuttosto «maturi», che si muovono con il proprio veicolo e che non necessariamente stanno in hotel. Una seconda tematica utile per comprendere il settore è legata alle ragioni per le quali i turisti scelgono il Ticino quale meta di vacanza. Le risposte sono variegate, ma girano attorno a quattro nuclei tematici: il clima, la natura, il relax e la montagna. Solamente il 2% viene per l’arte, un dato molto inferiore ad altre destinazioni turistiche. Così come è inferiore alla media chi considera buona la nostra ospitalità (il 28% dei turisti). E tra le varie criticità del nostro Cantone si cita il traffico e il fatto che sia un luogo caro. Fatte queste premesse numeriche veniamo ai punti forti e a quelli deboli illustrati da Angelo Trotta. Per quanto riguarda la governance del settore il direttore dell’Agenzia turistica ticinese (ATT) ha precisato che la collaborazione con i vari attori presenti sul territorio è buona. Anche il budget a disposizione (34 milioni) è sufficiente così come le infrastrutture sul territorio (in particolare il paralberghiero) sono ben presenti e distribuite. La strategia che punta su quattro assi (ambiente, tecnologia, mobilità e cultura) è considerata vincente e al passo con i tempi. Ma non mancano i problemi. Per esempio, ci sono troppi attori in campo e manca un vertice che dia la direzione. In secondo luogo, il budget, anche se sufficiente, dipende troppo dalla tassa turistica e

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

da quella di soggiorno; alcune infrastrutture non sono al passo con i tempi e la mobilità è difficoltosa. Senza dimenticare che il brand «Ticino» è poco conosciuto all’estero e in definitiva manca una vera cultura turistica. Detto ciò, Angelo Trotta si dice fiducioso che si possa sviluppare la destinazione ticinese in modo importante perché il potenziale resta ancora enorme. Il Covid-19 poi, ovviamente, merita un capitolo a parte. Un evento che ha sconvolto il turismo mondiale e quindi anche ticinese. «Un terremoto», come lo ha definito lo stesso Trotta, che ha fatto crollare le prenotazioni di aprile del 93%. In sostanza Ticino Turismo, ha dovuto cambiare strategia: congelare molti progetti in corso e riversare i fondi per le campagne di marketing, dai Paesi esteri nel mercato svizzero. In particolare, è stato deciso di puntare su sicurezza, igiene e qualità dell’offerta, abbinando questi concetti alle escursioni, alle biciclette, al benessere e all’enogastronomia. Una strategia che è stata vincente con un’estate da record e anche l’offerta dedicata ai residenti «Vivi il tuo Ticino», con 150mila buoni elargiti, è stata un successo. Meno bene è andata quella che proponeva sconti negli hotel (solo 4mila utilizzi). Con Angelo Trotta abbiamo voluto approfondire alcuni concetti emersi durante la serata. Lei è da un anno e mezzo alla testa di Ticino Turismo. Che bilancio fa di questo periodo a livello personale e lavorativo? Non si è mai pentito della decisione?

Pentito assolutamente no. Volevo tornare in Ticino dopo 30 anni all’estero. Il lavoro è entusiasmante perché c’è il desiderio di promuovere il proprio territorio e quindi il Cantone in cui sono nato ed è una grande sfida per me. Il lavoro è molto interessante e nuovo e il prodotto da pubblicizzare, cioè il nostro territorio, mi piace moltissimo ed è stimolante. Ovviamente questo periodo è stato condizionato dalla pandemia. Un evento che ci ha obbligati a lavorare con più pressione, a mettere da parte i piani fatti e a operare senza avere una progettualità perché è molto difficile elaborare delle strategie da mettere in atto, anche sul breve periodo, perché ogni settimana le condizioni e i limiti entro cui lavorare cambiano. Che cosa ha proposto in questo anno e mezzo? Quali i progetti sui quali volete puntare se fosse un anno normale?

È indubbio che malgrado la pandemia una strategia a lungo termine, una piattaforma con orizzonte 2030 deve essere comunque messa nero su bianco. Occorre capire su quali mercati lavorare, Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Angelo Trotta è direttore di Ticino Turismo dal luglio 2019.

in che modo agire sulla governance (chi fa cosa, quali competenze avere, quali attività centralizzare e quali decentralizzare) e soprattutto ponderare gli assi strategici: su quali elementi della nostra proposta bisogna puntare. Anche perché ci sono eventi molto importanti come l’apertura della galleria del Monte Ceneri, il concetto di Città-Ticino e la sostenibilità che dobbiamo tenere ben presente. Così come intendiamo sviluppare concetti «puliti» come l’acqua, la montagna, l’escursionismo e le biciclette.

Con l’arrivo del Covid che cosa è mutato per voi?

Abbiamo completamente congelato le attività pianificate sui mercati esteri e anche alcune previste sul mercato svizzero. Ci siamo concentrati su un target elvetico e abbiamo sviluppato delle nuove campagne che, per fortuna, sono riuscite a portare in Ticino molti turisti svizzeri. Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Quali sono le direttive di Ticino Turismo e in che modo vuole percorrerle?

Sono quattro: ambiente, tecnologia, mobilità e cultura. Per l’ambiente vogliamo incentivare il turismo sostenibile, l’uso di biciclette, e la promozione dell’escursionismo. E questo per fare in modo che sia sempre di più una destinazione sostenibile. Per la cultura si è investito già parecchio, ma è necessario far conoscere le proposte e capire ogni regione che cosa offre e quali sono i punti di forza. Mentre per la tecnologia abbiamo due grandi progetti. Tenere in vita e digitalizzare completamente il TicinoTicket. Avere quindi un App scaricabile dal turista appena arriva e dove vi siano tutti i contenuti e le offerte presenti sul territorio. In secondo luogo, abbiamo un progetto Interreg ambizioso chiamato Desi, che ha lo scopo di creare e immagazzinare i dati dei turisti in modo da proporre Tiratura 101’262 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

un marketing diretto e mirato. Alcune multinazionali già lo propongono, ma quasi nessuna destinazione turistica fa un lavoro del genere. Spesso si sente dire che tra i beni non essenziali c’è il turismo. Ma si dimentica che questo settore genera il 10% del PIL cantonale e il 12% degli impieghi. In che modo si può far passare il concetto?

Il turismo è essenziale e ha anche altre funzioni oltre a quelle citate. Serve a mantenere una destinazione sostenibile e a rendere interessante un luogo sotto diversi punti di vista. Se non ci fossero tanti turisti l’offerta culturale, gastronomica e naturale sarebbe più scarsa anche per i ticinesi. Oggi esistono bar, ristoranti, negozi, percorsi ciclabili, ecc. grazie alla spinta data dal turismo. Lo stesso discorso si può fare per diverse industrie nate nei decenni scorsi e che nel tempo sono cresciute. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Idee e acquisti per la settimana

Per buone forchette Attualità Concedetevi il tempo

per preparare un grande classico della tradizione: l’ossobuco di vitello Azione 20% Ossibuchi di vitello TerraSuisse Svizzera, per 100 g Fr 3.25 invece di 4.10 dal 3 al 9 novembre

La carne di vitello è rinomata per la sua tenerezza e intensità di gusto. Inoltre, rispetto ad altre carni, è più facile da digerire e contiene meno colesterolo. Uno dei tagli maggiormente apprezzati per la sua sapidità è senz’altro l’ossobuco. È ottenuto dal muscolo posteriore o anteriore dell’animale, idealmente dalla parte centrale, dove l’osso è più ricco di midollo e il rapporto tra carne e tessuto connettivo è ben proporzionato. L’ossobuco alla milanese, accompagnato con un risotto allo zafferano, è un piatto storico della cucina lombarda. Per 4 persone servono quattro bei ossibuchi di vitello da 300-400 g l’uno. In un tegame con un po’ d’olio

far soffriggere una cipolla tritata fino a quando è ben colorita. Infarinare gli ossibuchi, metterli nel tegame insieme alla cipolla, e rosolarli da entrambi i lati fino a quando si forma una bella crosticina in superficie. Bagnare con 1 dl di vino bianco secco e lasciarlo sfumare. Salare, pepare e aggiungere 1 dl di brodo. Abbassare il fuoco, coprire e proseguire la cottura per ca. 1 ora e ½, avendo premura di girare la carne di tanto in tanto. A fine cottura aggiungere sugli ossibuchi un’aromatica gremolata, condimento composto da un trito di aglio, prezzemolo e scorza di limone grattugiata finemente. Servire con un fumante risotto giallo.

La stagione del minestrone

Attualità Un piatto sano, nutriente e gustoso che riscalda stomaco

e cuore

Pesce fresco al banco

Attualità Gli amanti del pesce trovano la loro

pietanza preferita freschissima in sempre più supermercati Migros

Minestrone alla ticinese Svizzera, imballato al kg Fr. 7.80

Una sana alimentazione dovrebbe comprendere una grande quantità di ortaggi e legumi, in virtù del loro prezioso apporto di vitamine e sali minerali. Un buon minestrone di verdure è la soluzione ideale per fare il pieno di queste sostanze fondamentali per il funzionamento del nostro organismo. Un piacere semplice e sano in grado di saziare velocemente senza appesantire lo stomaco. Grazie al nostro minestro-

ne alla ticinese fresco potrete preparare un primo piatto genuino in modo facile e veloce. È composto da una miscela di verdure quali carote, verze, porri, sedano e fagioli, perlopiù di produzione ticinese. L’accurata lavorazione avviene subito dopo la raccolta degli ortaggi presso l’azienda Quarta Gamma Ticino SA di Riazzino. Ecco come preparare un ottimo minestrone: lavare sotto l’acqua corrente le verdure del minestrone

alla ticinese. Asciugarle e farle appassire nell’olio con l’aggiunta a piacere di un soffritto di cipolla e aglio. Bagnare con del brodo fino a coprire tutte le verdure e lasciare sobbollire per almeno un’ora. Se il minestrone risultasse troppo denso, aggiungere del brodo caldo. Servire ben caldo con una bella grattugiata di parmigiano. A piacimento, arricchire il minestrone con altre verdure, pasta o riso.

Che vogliate preparare una delicata orata al cartoccio, un saporito filetto di tonno alla griglia o un succoso trancio di salmone in padella, ai banchi del pesce Migros potete approfittare di una vasta scelta di specialità ittiche fresche per ogni gusto e occasione. Per chi non lo sapesse, oltre ai banconi del pesce presenti nelle cinque maggiori filiali del Cantone, anche alcuni supermercati Migros di media grandezza offrono una buona selezione di pesce fresco al banco, nella fattispecie Biasca, Crocifisso, Arbedo, Taverne, Pregassona, Mendrisio Sud e Riazzino. Anche qui i nostri addetti del reparto sono a vostra disposizione per rispondere in modo competente alle vostre richieste e desideri. Lasciatevi per esempio consigliare su

quale tipo pesce sia più adatto per stupire i vostri ospiti, qual è la giusta quantità e i tempi di cottura delle varie specie, i metodi e le tecniche di preparazione. Avete anche la possibilità di richiedere la sfilettatura dei pesci interi in modo che dobbiate solo cucinarli. Infine, ricordiamo che potete acquistare il nostro pesce con la coscienza tranquilla: tutto l’assortimento proviene infatti da fonti sostenibili certificate. Azione 15% di sconto su tutto il pesce fresco al banco nelle filiali Migros di Biasca, Crocifisso, Arbedo, Taverne, Pregassona, Mendrisio Sud e Riazzino (esclusi articoli già in azione) Dal 6 al 7 novembre


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Idee e acquisti per la settimana

Natale con Chocolat Frey Attualità Da oggi e fino a sabato presso

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Società e Territorio

A corpo libero nella storia

Personaggi Ripercorriamo l’eccezionale parabola del ginnasta Georges Miez, collezionista di medaglie olimpiche

«adottato» dalla città di Chiasso

Benedicta Froelich Nonostante le ridotte dimensioni, la cittadina di confine di Chiasso ha sempre giocato un ruolo importante nell’universo sportivo non solo ticinese, ma anche svizzero – soprattutto se si pensa alla celeberrima Società di Ginnastica, che ha da poco festeggiato i 153 anni di attività. Tuttavia, neppure tra le mura della SFG è facile imbattersi in un palmarès come quello di Georg «Georges» Miez, ginnasta elvetico che, tra gli anni ’20 e ’30, collezionò ben otto medaglie olimpiche, di cui quattro ori: un successo quasi irripetibile, per la Svizzera (a tutt’oggi eguagliato soltanto dal compagno di squadra Eugen Mack), e che fa di Miez uno dei più grandi olimpionici di sempre. Tuttavia, il fascino di questa figura oggi quasi dimenticata risiede anche nella sua vicenda personale di uomo e sportivo determinato, dotato non solo di una volontà di ferro, ma anche di un sano spirito ribelle, responsabile della forte impronta individualista mostrata durante tutta la sua carriera. Nato nel 1904 a Töss (sobborgo della città di Winterthur), Miez intraprese la carriera olimpica nel 1924, anno in cui un secondo posto alle qualificazioni per i campionati nazionali di ginnastica artistica gli permise l’ingresso alle Olimpiadi estive di Parigi; e già nel 1928, i tre ori e l’argento conquistati ai Giochi di Amsterdam (suddivisi tra il concorso generale individuale e

Georges Miez ai Giochi Olimpici di Los Angeles del 1932. (Keystone)

quello a squadre) gli valsero il titolo di «più grande ginnasta del mondo». Erano quelli gli anni in cui la Svizzera la faceva da padrone nel campo della ginnastica; e in quel periodo, l’instancabile

Miez si cimentò anche in varie altre imprese (oltreché allenatore in Olanda, fu infatti militare di carriera e innovativo designer di indumenti sportivi), dimostrandosi uomo quantomeno poliedri-

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co e anticonformista – nonché poco incline a compromessi, come la sua parabola atletica dimostra. Non ebbe, tuttavia, alcun problema a integrarsi a sud delle Alpi: alla fine degli anni ’20, prese infatti l’inaspettata decisione di trasferirsi a Chiasso, cittadina all’epoca popolata da gradevoli villette liberty e aiuole rigogliose, non ancora decimate dalla speculazione edilizia a venire; e fu proprio in quest’atmosfera vagamente mediterranea e, al contempo, di respiro internazionale, che Miez decise di immergersi, sposando una ragazza di Balerna ed esercitando la professione di istruttore di ginnastica.

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Ma il 1932, anno di svolta per l’atleta, era ormai dietro l’angolo. Nel pieno della crisi economica causata dalla Grande Depressione del ’29 non fu possibile, per la Confederazione, inviare atleti ai Giochi Olimpici, quell’anno in programma a Los Angeles; e fu questa l’occasione per Miez di mostrare al mondo la propria grinta, recandosi in America a competere a proprie spese (il viaggio gli avrebbe anche permesso di rimpatriare il corpo del fratello, deceduto qualche tempo prima proprio negli Stati Uniti). L’esperienza si sarebbe rivelata controversa: dato che, proprio quell’anno, la specialità di Georges – il corpo libero – veniva infine ammessa come disciplina olimpica, le fu dedicata una competizione a sé stante, alla quale soltanto i ginnasti delle delegazioni nazionali potevano prendere parte. Per esservi ammesso, Miez dovette così ottenere il voto favorevole delle altre nazioni partecipanti; ma una volta in lizza, fu contrariato dal comportamento dei giudici, i quali gli assegnarono soltanto la medaglia d’argento (l’oro andò, per uno scarto minimo, all’ungherese István Pelle). Disilluso, Miez si ritirò dai Giochi e trascorse il resto del soggiorno statunitense viaggiando e tenendo conferenze; tuttavia, l’argento da lui vinto a Los Angeles sarebbe stato

per la Svizzera l’unica, preziosa medaglia di quell’Olimpiade. Fortunatamente, la carriera di Georges Miez era tutt’altro che in declino, dato che, nel 1934, egli trovò il tempo di partecipare al suo primo (e unico) Campionato Mondiale, vincendo ben due ori e un argento: ma, nonostante avesse ormai superato la boa dei trent’anni, il vero momento di gloria del ginnasta elvetico sarebbe giunto solo due anni dopo, in occasione delle celeberrime Olimpiadi di Berlino del ’36 – proprio la famigerata edizione dei Giochi che ogni libro di storia cita come maggior trionfo propagandistico del regime nazista, enfatizzato dalle solenni riprese di Leni Riefenstahl e dall’esasperato patriottismo che contraddistinse l’immensa macchina organizzativa dell’evento. E proprio in un simile frangente, Miez, proveniente da una nazione che da lì a poco si sarebbe distinta per la sua neutralità, si guadagnò l’innegabile onore di essere uno dei pochi atleti (oltre, naturalmente, all’afroamericano Jesse Owens) a rifiutarsi di rivolgere il saluto nazista a Hitler durante le cerimonie dei Giochi – un gesto oggi ricordato da pochi, ma che, in un certo senso, vale perfino di più del tanto agognato oro individuale nel corpo libero infine conquistato da Georges come tassello finale del suo sogno olimpico. Anche dopo simili successi, e a seguito della devastazione portata dalla Seconda Guerra Mondiale (durante la quale lavorò per la Croce Rossa in Finlandia), il grande ginnasta sarebbe sempre rimasto fedele all’amato Ticino, decidendo di stabilirsi definitivamente a Lugano come allenatore; e seppure vissuti in modo piuttosto ritirato e lontano dai riflettori di gioventù, gli anni maturi di Miez in terra ticinese sarebbero stati brillanti quasi quanto la sua carriera di campione olimpico. Infatti, oltre a dedicarsi anche alla pratica e all’insegnamento del tennis, egli avrebbe pubblicato diversi manuali sportivi, e perfino testi di medicina dello sport. Fino all’ultimo dotato di incredibile agilità e flessibilità fisica, «Giorgio», come lo chiamavano in terra ticinese, si sarebbe spento a Savosa nel 1999 – e sebbene non molti compatrioti siano oggi consapevoli del segno indelebile da lui lasciato nella storia dello sport, il suo sarà sempre ricordato, anche e ben oltre i confini elvetici, come uno dei grandi trionfi dell’agonismo internazionale.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Società e Territorio

Le poesie di Gianni Rodari, errori e fantasia per grandi e piccini

Anniversari La musica di Paolo Capodacqua in Voce del verbo Rodari interpreta l’universo dello scrittore di Omegna

nell’anno in cui si celebrano i 100 anni dalla nascita

Valentina Grignoli È stato definito, in occasione dei molti interventi che ne hanno celebrato i 100 anni dalla nascita, «il rivoluzionario gentile che telefonava alla fantasia». Intellettuale dal valore indiscusso del secolo scorso, primo e unico scrittore italiano a vincere il Premio Hans Christian Andersen per la letteratura dell’infanzia nel 1970, Gianni Rodari deve il suo grande successo anche all’impegno politico che lo contraddistinguerà per tutta la vita, ma soprattutto alla sua capacità di stare – e fare – tra la gente. Nato a Omegna, sul lago d’Orta, nel 1920 è stato insegnante, prima che giornalista e scrittore, e le sue lezioni in ambito pedagogico a favore di creatività, fantasia e in difesa degli errori sono indimenticabili (consiglio a questo proposito la lettura della Grammatica della fantasia edita da Einaudi nel 1973).

«Rispetto alla tradizione precedente Rodari ha aperto un nuovo orizzonte della letteratura per l’infanzia riuscendo a coniugare la poesia con l’impegno civile» Quest’anno ne celebriamo come detto l’anniversario dalla nascita: molte le riedizioni lanciate sul mercato dei libri, la sua entrata nei Meridiani Mondadori ne sancisce il suo essere diventato un classico, riportando, a giusto titolo, l’attenzione sull’importanza e il valore della letteratura per l’infanzia. Anche nella Svizzera italiana ci sono state diverse occasioni per ricordare il grande scrittore per l’infanzia, la Supsi ha per esempio proposto un ciclo di conferenze per la Formazione continua del Dipartimento formazione e apprendimento, 100 volte Gianni Rodari, che terminerà l’11 novembre prossimo. Sempre il Dipartimento formazione e apprendimento della Supsi aveva inoltre previsto la conferenza musicale Voce del verbo Rodari a cura del mu-

sicista Paolo Capodacqua (anche lui insegnante), dedicata ad adulti e bambini (dai 6 anni). L’evento, coordinato dalla docente Lara Magrini e previsto per il 7 novembre, è stato rimandato a data da definire a causa delle restrizioni dovute alla pandemia ma ci ha dato l’occasione per incontrare Paolo Capodacqua che da 30 anni si occupa – tra le altre cose – dell’universo poetico di Gianni Rodari, mettendo in note le sue poesie, e posizionandosi così nel panorama musicale dopo i capolavori del Quartetto Cetra Filastrocche in cielo e in terra (1972), e Ci vuole un fiore di Sergio Endrigo del 1974. Del musicista ha scritto Marcello Argilli (amico e biografo di Rodari): «A Rodari era naturale il senso dello spettacolo musicale. Con felice intuizione Capodacqua ha colto questa poco nota disposizione e ha realizzato un lavoro di grande valore. Uno dei rarissimi casi in cui il fascino della parola cantata può far incuriosire alla parola scritta, e in questo caso, a leggere Rodari». Paolo Capodacqua ci accompagna alla scoperta del poeta in questa conferenza musicale che unisce i suoi spettacoli per bambini agli incontri per i docenti, ma i bambini non si annoieranno a seguire una conferenza? «In Voce del verbo Rodari racconto la storia di Gianni Rodari, di come io lo immagino da bambino, partendo dalla biografia di Marcello Argilli del 1996, e su questa storia canto i brani de La torta in cielo – risponde Capodacqua – Canto, ma strizzo anche l’occhio ai docenti, raccontando gli approcci pedagogici di Rodari, e parlando del suo modo di scrivere per l’infanzia, della tecnica della grammatica della fantasia. Concentrandomi anche sul rapporto tra bambini, genitori e libri. E metto l’accento su tutte le cose che possono stimolare gli adulti per affrontare meglio il rapporto coi propri figli attraverso la mediazione della lettura. Al contempo chiamo il pubblico a partecipare, chiedendo agli adulti di tornare bambini!». Insomma, diverse componenti che l’artista unisce per uno spettacolo a più livelli. Lo scopo è anche quello di avvicinare i bambini alla poesia attraverso la musica, anche se, in realtà, qui Capodacqua afferma: «La musica avvicina i bambini alla musica! In questo caso si

La torta in cielo con 100 candeline per Gianni Rodari è l’album omaggio uscito per Storiedinote.fr.

fa veicolo per avvicinare i bambini alla poesia di Rodari. La poesia può passare anche attraverso la pagina scritta o l’oralità, ma avere un veicolo ideale come quello della musica aiuta molto le parole ad arrivare al cuore dei bambini, alla loro intelligenza». Una poesia importante, quella di

Il musicista Paolo Capodacqua.

Il musicicta Rodari, perché, continua il cantautore, «rispetto alla tradizione precedente ha aperto un nuovo orizzonte della letteratura per l’infanzia riuscendo a coniugare la poesia con l’impegno civile. Rompe con la letteratura dell’infanzia ottocentesca, con tutta la retorica nazionalista. Rodari è al passo con i tempi, con la nascita di una nuova società civile. Nella sua letteratura ci mette tutta la modernità del suo modo di scrivere». Una maniera che rompe con la tradizione precedente perché «valorizza tutto quello che nella vecchia scuola era considerato errore o moralisticamente scorretto: racconta storie sbagliate! Insomma tutto ciò che può indurre il bambino (e l’adulto) al pensiero divergente: a pensare che la realtà possa essere tradotta, scritta e raccontata in molti modi diversi. Il passo da qui alla tolleranza è molto breve. La paura del diverso è solitamente in chi ha un pensiero unico, non in chi ce l’ha divergente. Il suo insomma è un mondo coloratissimo». Un mondo che ha attirato l’interesse di Paolo Capodacqua in realtà in maniera del tutto casuale: «Ho iniziato

musicando i suoi testi su richiesta di un regista teatrale ed è scattata la scintilla: me ne sono innamorato. Quello che conoscevo io fino a quel momento era il Rodari che stava sui giornalini. Quando ho scoperto davvero il suo lavoro, purtroppo, lui non c’era già più. Ho iniziato a lavorare sui suoi testi alla fine degli anni ’80. Ho pensato quindi di strutturare queste musiche in uno spettacolo tutto mio, Luna bambina. Ho creato una scaletta nella quale legare i brani tra loro con un filo conduttore. Così è nato l’incontro. La prima volta che ho fatto ascoltare le filastrocche ero al Centro Studi Rodari di Orvieto, davanti alla Signora Rodari e Mario Lodi. Sono rimasti felicissimi, Lodi apprezzò il mio lavoro e mi aiutò anche a livello burocratico con i diritti per realizzare le canzoni». Insomma, una bella storia, non «sbagliata» come quelle fantasiose di Rodari al telefono, ma che ha sicuramente permesso a molti di ballare sulle sue note. E in attesa di poter assistere alla conferenza musicale consiglio l’ascolto del bellissimo album La torta in cielo con 100 candeline per Gianni Rodari a cura di Paolo Capodacqua.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Patrizia Rinaldi, Hai la mia parola, Sinnos. Da 13 anni. Un romanzo intenso, tutt’altro che evanescente, capace di evocare tanto la meraviglia quanto la brutalità della vita, il dolore e l’amore che sperimenta chi è al mondo. Restando però accortamente sul filo del simbolico, come avviene nelle fiabe, e come l’autrice (che si conferma un’ottima scrittrice, per ragazzi e per adulti) riesce a fare benissimo. La vicenda è ambientata in un mondo remoto, che è la Sardegna del XVIII secolo, ma potrebbe anche svolgersi altrove (Rinaldi è di Napoli e

forse non è un caso che si risveglino nel lettore echi di Basile, sia nel vigore sanguigno del racconto, sia negli archetipi fiabeschi, sia nella passione stessa de «lo cunto», del raccontare cioè una storia che sia prima di tutto avventura, azione trascinante). Ci sono due sorelle: una bella, dolce, mite; l’altra sgraziata, brusca, zoppa. Mariagabriela e Nera. Ma la protagonista è Nera, è lei l’io narrante, è sua l’acuta prospettiva su questa vicenda. È lei che sa parlare, sa leggere, sa raccontare. È lei che «ha la parola»: il titolo allude sia alla promessa che Nera fa alla sorella, di salvarla dalle luride bramosie di un visconte che la tiene prigioniera, sia forse anche al fatto che le parole possono essere un dono salvifico, perché il linguaggio crea il mondo. Le parole, che Nera sa usare così bene, e che si compongono in storie meravigliose, che risuonano come musica, curano le sue ferite, sostituiscono le sue mancanze, offrono a lei e a chi le ascolta un immaginario che può essere un talismano di resilienza. È indicativa la citazione

(da La strada, di McCarthy) che apre il volume: «Evoca le forme. Quando non ti resta nient’altro, imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra». A Nera sembra non restare nulla: è in miseria, odiata da una matrigna che incarna il vilain fiabesco, deve lottare contro lo strapotere di un Visconte – il Male – e accettare l’indifferenza di un padre che gli vende la figlia bella, non riesce nemmeno a muoversi agilmente. Eppure parte. Intraprende il suo viaggio avventuroso di crescita. Degli aiutanti saranno al suo fianco: oltre a una Monaca coraggiosa e saggia (da cui Nera aveva imparato l’amore per le storie e che diventa per lei una madre elettiva), ci sarà un ragazzo con cui l’amore sboccerà a poco a poco, senza orpelli né romanticherie, ma con sobria verità; e ci saranno due animali, un gatto selvatico – libero e generoso nel procurare prede ai suoi compagni di viaggio – e un capretto salvato dagli artigli di un’aquila, che verrà chiamato Cicatrice. È proprio una compagnia di creature con cicatrici, questa che circonda Nera.

Ma per ognuna è possibile un orizzonte di riscatto. Per Nera in primis, che si trasformerà, letteralmente, lasciando fiorire tutta la sua bellezza. Non c’è magia in questa trasformazione, ma solo una nuova, profonda, consapevolezza di sé. Nera, che prima viveva solo come contraltare alla sorella (anche questo, dei «fratellini» simbiotici, è un topos fiabesco), potrà finalmente emanciparsi dal suo «doppio» e diventare una giovane donna rinata davvero. Scampata al male, come sua sorella. Brian Lies, Il giardino di Evan, HarperCollins. Da 4 anni Ci sono libri per bambini che affrontano il tema del lutto con grevità, come fosse un arduo compito da affidare a una storia costruita ad hoc, e ce ne sono altri che lo affrontano con una prospettiva più delicata e simbolica, ispirata allo sfiorire e al rifiorire della vita e dei moti dell’anima. Uno di questi è l’albo illustrato Il giardino di Evan, vincitore della prestigiosa Caldecott Honor Book. Proprio com’era nel grande

classico ispiratore, Il giardino segreto di F.H. Burnett, questo libro parla di un giardino ma anche del dolore della perdita e dell’elaborazione del lutto. Evan e il suo cane amavano lavorare nel giardino, che grazie alle loro cure fioriva rigoglioso. Ma quando Evan dovette dare l’addio al suo vecchio cane, nulla sembrò più avere senso e il giardino diventò un luogo di tristezza e nostalgia. Evan attraversò allora dapprima la rabbia, distruggendo il giardino, poi l’amarezza, lasciando crescere erbacce pungenti come il suo dolore, ma piano piano si lasciò guarire dallo slancio vitale della natura, e ricominciò a prendersi cura di una piantina (e della sua anima), riaprendo il suo cuore alla vita.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Nessun dorma: un’altropologia minima del lockdown Non per nulla si è imposto il termine «straniero» e per giunta in quella lingua flessibile ed appiccicosa come il pongo che è l’americano/inglese per denotare un fenomeno che, ad esclusione di alcuni isolati casi in tempi recenti, costituisce almeno per quanto riguarda la modernità e sulla scala nella quale si propone oggi, una new entry linguistica e cognitiva. Questo solo fatto lo qualifica come una sorta di nuovo ed inedito tabù linguistico, la formulazione del quale in una lingua straniera da tempo sdoganata nell’uso comune ne attutisce le connotazioni collaterali sinistre qualora formulate nel vernacolo. Nessuno infatti vuol sentire parlare di coprifuoco (il Primo Ministro cisalpino lo ribadisce ogni tre per quattro, ovvero ad ogni giro di vite che impone per arginare il contagio) perché evoca i tempi di guerra e i bombardamenti laddove il termine «quarantena» ha da tempo esaurita la sua carica di umorismo macabro e grottesco in quanto

evocativo di peste e di untori. Ai tempi della «seconda ondata» i giochi si sono fatti pesanti e la stessa terminologia appare sempre meno in grado di attutire l’impatto psicologico di provvedimenti che – ormai lo si manifesta da più parti ed in maniera sempre più esplicita ed aggressiva – da «restrittivi» della libertà individuale sono da più parti denunciati come di questa lesivi. Ovvero autoritari, illiberali, dittatoriali. Ed è un paradosso interessante, in questo senso, notare come in tutto il mondo, come in un gioco delle parti, siano proprio le Destre un tempo più arcigne ad invocare «ordine e disciplina» ad attaccare i governi in carica invocando quello che era un caposaldo dell’ideologia liberal – occasionalmente anche delle sue realpolitik – divenuto improvvisamente portabandiera del populismo sovranista, individualista e – quando occorre – negazionista. Una di quelle che Antigone chiamava, rinfacciandole al tiranno liberticida

Creonte, le «leggi non scritte» della nostra comune umanità è la distinzione fra il diritto alla «libertà di-» ed il diritto alla «libertà da-». In questa distinzione, codificata da Kant, è iscritto il dilemma della cultura morale della Modernità nella misura in cui le due forme della libertà si trovano spesso in conflitto. È più giusto («costa meno») garantire la libertà individuale (cioè oggi di massa) alla discoteca e alle code agli skilift o è più giusto («costa meno») cercare (per quanto di meglio si possa sapere di un beffardo organismo quasi vivente del quale pare più si sappia più resti da sapere) di contenere la diffusione del contagio confinando la gente a casa dopo il lavoro? La partita si gioca qui, una volta saltate le regole del gioco alle quali – nel bene o nel male – eravamo stati allevati. Uso il termine deliberatamente. La cultura morale dell’Occidente moderno, democratico e borghese, è una cultura basata sul principio «assolti gli

obblighi di legge, minimi e minimizzati, grazie sennò delinquo, vado dove mi pare e faccio come credo di giorno, di notte, in cielo, in terra e in ogni luogo. Nella società liquida di massa, per giunta (e contro l’Etica Protestante di Max Weber, ormai obsoleta) la mia libertà finisce dove finisce quella di tutti gli altri. Dunque tutti al mare e accidenti ai limiti di velocità e anche alle code». Nelle società preindustriali, in quelle «tradizionali» (chiamatele come vi pare) i lockdown, i coprifuoco, le quarantene e gli isolamenti erano parte integrante di una socialità tanto «illiberale» quanto – per altri versi – integrata e coesa. Durante il periodo di Carnevale a Moena, località fra le più gettonate del circo sciistico delle Dolomiti (il famoso Sellaronda) era proibito alle maschere di aggirarsi per il paese dopo l’Ave Maria del Fuoco nei Venerdì del Carnevale. Le campane suonavano tutto l’anno attorno alle sei del pomeriggio ed imponevano l’estinzione

dei fuochi domestici a prevenzione degli incendi – con le conseguenze che possiamo immaginare per discoteche e nightclub. Bene: chi osasse avventurarsi all’esterno dopo quell’ora nel Venerdì di Carnevale era soggetto ad attacchi e sonore bastonate. E guai a lamentarsi. Restrizioni della serie si possono moltiplicare all’infinito. Dalla serrata delle porte d’ingresso alle città dopo il tramonto al confinamento di malati (e peccatori!) fino alla restrizione delle libertà individuali di criminali e prostitute era tutto un proliferare di lockdown, ostracismi, bandi e confinamenti. Il tutto in nome di una «socialità» che – grazie a quanto ci è costata – siamo collettivamente stati in grado di superare per il meglio. Leggere oggi le norme necessarie (e speriamo in mancanza di garanzie assicurative efficaci) a confinare CV19 come retaggio di quelle stesse forme di illiberalità equivale a tornare alla caccia agli untori. Governi Ladri?

autoritaria che non dava giustificazioni né motivazioni: «Si è sempre fatto così. Punto e basta!». Un imperativo che provocava condotte passive e comportamenti obbedienti adatti a una società di massa e a lavori esecutivi come quelli richiesti dalle catene di montaggio delle grandi fabbriche. Ma in regimi di economia avanzata servono piuttosto mentalità non convenzionali, proposte creative, pensiero critico, capacità di trovare soluzioni nuove a problemi vecchi. Insomma persone in grado di autoregolarsi secondo i propri valori e i propri desideri. Una esigenza che, di fronte a una istituzione tradizionale come la Scuola, incapace di cogliere le trasformazioni della società, può trovare una forma di rappresentazione nell’abbigliamento trasgressivo. Con questo non credo che la scuola debba adeguarsi a tutti i cambiamenti, una certa inattualità è necessaria alla conservazione e alla trasmissione dei valori del passato. Come istituzione educativa le è però richiesto di comprendere che cosa, al di là delle apparenze e delle provocazioni, reclamano gli alunni.

La giustificazione della vicepreside del Liceo romano di proibire le minigonne perché si sa che «i prof guardano in basso» mi sembra, oltre che volgare, offensiva per la categoria dei docenti e per la dignità della Scuola. Ma anche l’iniziativa di imporre ai ribelli ginevrini felpe di taglia XXL, le «t-shirt della vergogna», mi sembra più punitiva che educativa. Sarebbe piuttosto l’occasione di aprire un dialogo e stimolare un confronto tra tutte le componenti della scuola. Esibendo quei pochi centimetri di corpo scoperto credo che i ragazzi esprimano un desiderio di libertà, di autonomia, di emancipazione e di ascolto. Certamente esagerano – l’adolescenza è l’età degli eccessi – ma discutendo tra di loro e con gli insegnanti potrebbero scoprire il senso del limite e della misura, ammettere che la libertà dell’uno finisce quando inizia la libertà dell’altro. Mi sembra che in questi frangenti l’idea migliore sia stata quella del Centro professionale tecnico di Mendrisio, soprattutto maschile, che ha organizzato un sondaggio su che cosa debba essere considerato consono alla Scuola coin-

volgendo docenti, studenti e personale amministrativo. Le risposte dei ragazzi, di 15-20, anni pare siano state equilibrate. Bisognerebbe ora fare altrettanto con le studentesse cercando poi per tutti, al di là dei dati statistici, di chiarire le motivazioni personali. Sarebbe anche una buona occasione per invitarli, come detentori del futuro, a immaginare quale società vorrebbero costruire. La riflessione collettiva dovrebbe poi coinvolgere anche le famiglie, spesso tentate di risolvere una questione così complessa con decisioni autoritarie, come la divisa scolastica auspicata da suo marito. Un’imposizione, non solo inutile ma, a mio avviso, controproducente in quanto alimenterebbe un conflitto tra generazioni a danno di tutta la comunità.

nia. Conferma il bisogno di sorridere e ridere anche nei momenti peggiori. Ed è, in definitiva, la funzione che spetta alle feste, occasioni di evasione, dimenticanza: una ricarica per tirare avanti. Adesso che sono vietate, ne riscopriamo l’utilità. Insomma, è l’effetto boomerang del proibizionismo. Con ciò, all’emergenza, e relative rinunce, c’è pure chi ci prende gusto. In primis, le autorità politiche con interventi che toccano o superano il limite del consentito. Come nel caso del contact tracing, strumento per rintracciare il cittadino possibile «positivo», e controllarlo persino a domicilio. Proprio qui, entra in scena un nuovo professionista: il «coronavirus detective». In parole povere, si tratta dell’inquilino che, sbirciando dalla finestra, denuncia la presenza di troppi ospiti presso il suo vicino. Fino a ieri, era un ficcanaso, o peggio un delatore, oggi

viene promosso a informatore coscienzioso. Del resto, dall’impegno morale al moralismo il passo è breve. E così la rinuncia ad acquisti, viaggi, svaghi diventa un mezzo di redenzione. «Saremo più buoni e bravi» è il ritornello dei patiti di un’obbedienza totale, che associa ideali politici e credo religiosi a forme d’igienismo maniacale. Tipo l’obbligo di togliersi le scarpe, imposto da padroni di casa, che accolgono gli ospiti con spray disinfettanti. Ovviamente, è il bello della democrazia, all’élite, chiamiamola così, degli zelanti si contrappone il popolo dei contestatori. Finora, da noi, il cittadino che protesta si sfoga sui giornali e sui social, evitando la piazza dove i buoni propositi rischiano di essere travolti dalla violenza. E, nella confusione, fra sassi, petardi, lacrimogeni diventa difficile stabilire chi ha torto o ragione. L’unica cosa certa è che, nel nostro

prossimo futuro, sono scomparse le feste. Sia pubbliche, sia private. Forse si salverà l’albero acceso dal sindaco in piazza Riforma, a Lugano. Ma non vedremo le bancarelle che trasformavano il centro in un mercato invasivo e ormai prevedibile. Non a torto, i cittadini ipercritici lo consideravano un’esibizione di kitsch pseudoetnico deturpante. Mentre, nell’ambito privato, ci si trovava alle prese con troppi inviti a cene, aperitivi e inaugurazioni varie, costretti a scelte delicate fra l’utile o il dilettevole: il pranzo signorile con il direttore o l’improvvisata fra amici? Simili imbarazzi ci sono risparmiati, alla vigilia di una stagione che dal troppo pieno ci sta precipitando nel troppo vuoto. In quest’insolito tragitto, tiene compagnia il ricordo, anzi il rimpianto, dei rumori, delle folle, degli acquisti che contrassegnavano una libertà perduta.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi La maglietta della vergogna, meglio il dialogo Gentile Signora Silvia, penso che lei abbia seguito il dibattito accaduto a Roma sulle minigonne delle studentesse delle Superiori, ragazze tra i 14 e i 18 anni. E, successivamente a Ginevra, dove il caso riguarda ragazzi che pretendono di frequentare la scuola con un abbigliamento inadeguato: pantaloni a vita bassa da cui emergono le mutande, jeans stracciati, magliette succinte o con scritte provocatorie. A molti può sembrare una questione superflua nel momento in cui il mondo sta affrontando una pandemia senza precedenti, una catastrofe che rischia di provocare, per milioni di persone, emarginazione e miseria. Benché consapevoli che i problemi sono altri, nella nostra famiglia il caso si pone ogni mattina quando Marta, la nostra unica figlia, esce di casa per recarsi a scuola con una minigonna, moderata da collant neri ma comunque un po’ succinta. Sottolineo che Marta è buona, gentile, ha ottimi voti e si dedica al nuoto con successo. L’insegnante più tradizionalista l’ha già ripresa mentre gli altri non si pronunciano. Mio marito ne fa invece una questione di principio e vorrebbe che le autorità

scolastiche obbligassero tutti gli alunni a indossare una divisa, come facevano i suoi genitori. Stanca di essere coinvolta in un litigio che logora l’armonia della nostra famiglia, vorrei conoscere il suo saggio parere. Grazie. / Norma Cara Norma, grazie della fiducia che accorda alla mia capacità di risolvere un conflitto generazionale ancor prima che scolastico e familiare. Un conflitto che un tempo restava latente e che, dopo il ’68, ha assunto invece, con pretesti diversi, nuova visibilità. Appartengo alla generazione dei nonni di Marta e, come vorrebbe suo marito, ho indossato il grembiule dall’asilo alla Laurea, conseguita all’Università Cattolica di Milano. Benché ai maschi la divisa fosse richiesta solo alle elementari, tutt’al più alle medie inferiori, non mi sarei mai sognata di protestare. La morale tradizionale imponeva una netta differenza tra maschi e femmine, tanto che molte scuole conservano ancora tracce di ingressi separati per bambine e bambini. Valeva comunque per tutti una morale

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Feste vietate, feste rivalutate Per il commercio, sempre in anticipo sul calendario reale, la stagione delle feste è già cominciata. Nei supermercati sono comparsi i primi babbi Natale di panforte, i panettoni, le confezioni di cioccolatini in scatole dorate e, nelle vetrine delle boutiques, abiti da sera e accessori destinati ai ricevimenti di fine anno. Sono segnali che, abitualmente, suscitano reazioni anche di fastidio nei confronti dell’invadenza consumistica e dell’eccesso di festeggiamenti, ormai dilatati sull’arco dei mesi, tanto da svuotarsi di significato. Dopo San Nicolao, Natale, San Silvestro, parte l’infilata dei carnevali à gogo. Tanto da giustificare, soprattutto negli ambienti benpensanti, una sorta di allergia alle feste, diciamo pure un po’ di snobismo. Dal quale, confesso, non ero immune. Mentre fuori si salutava l’anno nuovo rumorosamente, meglio rintanarsi in casa con i pochi

amici di sempre. Ma, ecco che questo 2020 butta all’aria una tradizione secolare con divieti camuffati: non punitivi, anzi benefici. In nome del buon senso o senso della responsabilità, non si può far altro che accettare provvedimenti ufficiali che limitano affollamenti pubblici e privati. Persino i brindisi, fra le pareti domestiche, dovranno rispettare la parola d’ordine: siate in pochi e niente abbracci. Al di là dell’aspetto poliziesco di un’ennesima violazione della privacy, la raccomandazione è persino superflua, coi tempi che corrono. In proposito, ha fatto centro, più di ogni discorso, la vignetta di Giannelli, sul «Corriere della Sera», in cui un cittadino, leggendo la notizia «Divieto di feste in casa» esclama: «Vorrei sapere che cosa ci sarebbe da festeggiare!». Il messaggio, improntato a un amaro realismo, apre tuttavia una scappatoia affidata all’iro-


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Ambiente e Benessere Quanto fa bene il limone? Le proprietà curative di questo agrume sono molteplici, se ne fa già uso nei rimedi di casa

L’auto del futuro? Forse Citroen Ami è il progetto più promettente: economico, utile, totalmente verde, agile

Bacco in Trentino Le forti escursioni termiche consentono alle uve del Sudtirolo di arricchirsi di profumi

pagina 19

Da specie a specie Ancora incerta la trasmissione del Covid da animale domestico a uomo; a rischio, le contaminazioni fra selvatici pagina 25

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pagina 22 Allestimento del campo di ghiaccio MOSAiC di fronte al RV Polarstern durante la tappa 1 della spedizione. (Stefan Hendricks)

Un allarme dal Polo Nord

Surriscaldamento globale Le calotte di ghiaccio polare reagiscono troppo rapidamente ai cambiamenti climatici

con conseguenze catastrofiche Loris Fedele Ce ne siamo accorti tutti, l’estate trascorsa è stata caldissima e sicuramente oltre la norma. A suffragare le nostre impressioni sul caldo torrido sono arrivati i dati scientifici, che destano qualche preoccupazione. Perché non è successo solo da noi, che magari abbiamo approfittato di giornate interamente soleggiate per goderci i laghi o le escursioni in montagna, ma l’ondata di caldo ha colpito pesantemente le zone polari, in particolare l’Artico. Secondo il «Servizio Copernicus sul cambiamento climatico» l’emisfero nord ha registrato il luglio più caldo sul pianeta da quando sono cominciate le misurazioni. Si è superata di mezzo grado la temperatura media del periodo 1981-2010. In giugno oltre il Circolo Polare Artico in una città russa si è raggiunta la sbalorditiva temperatura di 38°C. L’11 agosto, nell’Artico canadese, a Nunavut, alla latitudine di 80 gradi nord, una stazione di misurazione specializzata ha marcato 21,9°C, enorme, se si considera che si trovi quasi al polo nord. Questi dati sono stati riportati in un rapporto divulgato dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che gestisce i satelliti di osservazione terrestre del programma Copernicus. Sono i famosi Sentinel che, come dice il nome, fanno la guardia alla Terra e seguono i cam-

biamenti climatici in atto. Perché c’è di che preoccuparsi? È presto detto. Sebbene le ondate di caldo non siano rare nell’Artico, le temperature superiori alla media di quest’anno, con la loro durata prolungata, hanno creato problemi immediati e, in prospettiva, possono portare conseguenze devastanti per il resto del mondo. Il guaio immediato: una serie di incendi boschivi nel Circolo Polare Artico, in particolare nella regione più a nord-est della Russia, testimoniati e seguiti in giugno dal satellite Sentinel-3. I fumi hanno rilasciato una vasta gamma di inquinanti tra cui il monossido di carbonio e l’ossido di azoto. Si stima che nel solo mese di giugno quegli incendi abbiano emesso l’equivalente di 56 milioni di tonnellate di anidride carbonica. La loro influenza sull’irraggiamento e sulle nuvole, e quindi sul clima regionale e globale, è risultato evidente. Poi, oltre al danno immediato esiste, come detto, un danno in prospettiva futura: l’ondata di caldo artico ha contribuito e contribuisce allo scioglimento del permafrost. Il terreno permanentemente ghiacciato, appena sotto la superficie, copre circa un quarto del territorio dell’emisfero settentrionale. Il permafrost artico contiene grandi quantità di carbonio organico e di materiale frutto della decomposizione di piante morte. Quando si scioglie rilascia nell’atmosfera metano e anidride

carbonica, alimentando così l’effetto serra. Ciò provoca un ulteriore riscaldamento e un conseguente scioglimento del permafrost, in un preoccupante circolo vizioso. Dagli anni Ottanta uno Speciale Gruppo Intergovernativo sui cambiamenti climatici segue il fenomeno che quest’anno ha registrato livelli record. Poiché i satelliti non possono misurare direttamente il permafrost, il programma dell’ESA ha combinato i dati satellitari della temperatura con misurazioni effettuate al suolo in punti diversi. L’estensione dello scioglimento artico è giudicata allarmante. L’ondata di caldo ha anche fatto accelerare il ritiro del ghiaccio marino lungo la costa artica siberiana. La tempistica dello scioglimento appare cambiata rispetto agli anni passati. Questo anno, complice una primavera eccezionalmente calda, il ritiro dei ghiacci è cominciato un mese prima. L’estensione del ghiaccio marino è risultata uguale al minimo storico registrato nel 2012. Un allarme a questo proposito è stato lanciato dagli scienziati che hanno partecipato alla spedizione scientifica MOSAIC (acronimo inglese che tradotto suona come Osservatorio multimediale itinerante per lo studio del clima artico), promossa dall’Istituto tedesco Alfred Wegener. Il 12 ottobre scorso la loro nave rompighiaccio Polarstern ha fatto rientro nel porto di Bremerha-

ven salutata con gioia dalla folla. Aveva trascorso quasi 13 mesi sulla banchisa ghiacciata del polo Nord, al largo delle coste siberiane. Alla MOSAIC hanno partecipato 600 scienziati di 20 Paesi: tra loro anche ricercatori svizzeri. Il capo missione Markus Rex ha detto di aver assistito «all’agonia dell’Oceano», con grandi estensioni di mare senza ghiaccio oppure con lastroni sottili, fragili e molto sciolti. La spedizione ha fissato sulla calotta ghiacciata quattro stazioni di misurazione e poi la Polarstern, dopo essersi volontariamente incagliata, si è lasciata trasportare alla deriva dalle correnti marine, sempre eseguendo rilievi e misurazioni su parametri significativi per capire l’intero ecosistema polare. In un anno ha percorso «zigzagando» 3400 km. Le osservazioni erano assistite da immagini satellitari americane, i rifornimenti dal cielo e dal mare supportati da Russia, Cina e Germania. Gli scienziati ci dicono che ciò che succede nell’Artico è un indicatore che ci dà testimonianza e messaggi precisi sul cambiamento climatico e gli impatti globali. Tutto è interconnesso e persino quello che succede lontano da noi finisce per toccarci da vicino. «Se va avanti così e non si interviene in qualche modo a livello planetario», ha commentato l’esperto dell’ESA Mark R. Drinkwater, «gli impatti globali provenienti dall’Artico lasceranno segni

indelebili sul cambiamento climatico. Una Europa “verde” a basse emissioni di biossido di carbonio da sola non sarà sufficiente per combattere gli effetti del cambiamento climatico». Appare chiara la necessità di un’azione per il clima concertata in tutto il mondo. La scienza lo dice da tempo, come da tempo si occupa dello scioglimento di tutti i ghiacci terrestri. Infatti, solo per parlare delle osservazioni satellitari gestite dall’Europa, da 30 anni si tengono d’occhio i ghiacci e le mutazioni che subiscono. Non solo nell’Artico ma anche in Groenlandia e in Antartide, dove il monitoraggio sistematico ha mostrato una perdita di ghiaccio delle calotte pari a 6,4 trilioni di tonnellate nel periodo dal 1992 al 2017. I dati sono il frutto delle osservazioni dei satelliti ERS-1, ERS-2, Envisat e soprattutto Cryosat e Sentinel-1, che si sono serviti di altimetri radar sempre più performanti. Ma anche l’egregio lavoro svolto dai satelliti Sentinel di Copernicus oggi non basta più. Per questo l’Agenzia Spaziale Europea sta preparando tre nuove missioni candidate ad alta priorità. In sigla si chiamano CRISTAL, ROSE-L e CIMR. Agiranno insieme ai Sentinel di prossima generazione e forniranno agli scienziati dati importanti per tracciare scenari attendibili sull’evoluzione dei fenomeni collegati allo scioglimento dei ghiacci polari.


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Ambiente e Benessere

Contrasta i veleni, rafforza le unghie, purifica il sangue Fitoterapia Il limone è l’agrume che vanta il più vasto impiego terapeutico

Eliana Bernasconi «Kennst du das Land wo die Zitronen blühn?» (Conosci il paese dove fioriscono i limoni?) lo scriveva Johann Wolfgang von Goethe nel 1795: una caratteristica abbastanza unica di questa pianta è proprio quella di fiorire in continuazione durante l’anno e non una sola volta. I suoi fiori, bianchi internamente con sfumature rosate all’esterno convivono con i frutti. Il limone, Citrus limonum, è della famiglia delle Rutaceae ed è l’agrume che vanta il più vasto impiego terapeutico.

All’epoca di Nerone erano note le sue proprietà antivenefiche, e pare infatti che l’imperatore, terrorizzato di poter essere avvelenato, ne facesse grandissimo uso. Apprezzato da molti popoli in molte culture, il limone rappresentava un elemento magico rituale. Gli ebrei, ad esempio, erano soliti portare un limone nella mano sinistra come simbolo di una cosa dolce e profumata da donare a dio durante la festa dei tabernacoli. Le sue proprietà curative sono infinite: contiene olio essenziale, acido citrico, acido malico, vitamine C, A e B, oltre a diversi sali minerali. A volte si ricercano cure disintossicanti speciali dimenticando che abbiamo già tutto ciò che ci serve; molte cure sono a base di limone, e diffuso è il suo impiego per stare meglio come l’abitudine di bere un bicchiere di acqua tiepida e succo il mattino a digiuno, consuetudine che se viene mantenuta regolarmente ha azione depurativa su tutto l’organismo ma è anche consigliata per nausee, reumatismi, inappetenza, bronchiti, e digestioni difficili. Come nei casi di aglio e timo, il succo di limone risulta molto utile in periodi di epidemia per le sue proprietà

Pxhere.com

Pare che il profumo dell’essenza di limone favorisca anche la concentrazione e aumenti la produttività sul luogo di lavoro

antisettiche. Periodi di cura con succo di limone hanno una benefica azione purificatrice sul sangue, mentre durante le cure dimagranti agevolano la diuresi. Inoltre, risciacquare i capelli con acqua e succo di limone, li rende morbidi e lucenti. Il limone è anche un tonico naturale astringente per la pelle del viso, ammorbidisce la pelle delle mani al pari di una crema e rinforza le unghie fragili. Il consumo di agrumi, di limoni in particolar modo, nei secoli scorsi permise di stroncare lo Scorbuto, terribile malattia dovuta all’assenza di vitamina C nella dieta, incubo dei marinai che si imbarcavano per lunghi viaggi nei quali interi equipaggi rischiavano di essere decimati. Il succo è antiscorbutico, depurativo, vitaminizzante e antisettico, l’olio essenziale che si ottiene dalla spremitura della scorza dei frutti contribuisce a potenziare le

difese organiche, stimola la produzione di globuli bianchi ed è battericida. L’essenza agisce come prevenzione nella cura delle malattie infettive e virali, come influenza e raffreddore, mentre in presenza di disturbi digestivi e acidità gastrica dopo un pasto pesante rappresenta un pronto soccorso ideale un caffè con l’aggiunta di succo di limone: una saggezza che ha un posto d’onore fra i rimedi della nonna. In Cina, il limone era utilizzato per lavare e disinfettare la biancheria. Pare che il profumo dell’essenza favorisca anche la concentrazione: una ricerca fatta in Giappone sembra abbia documentato l’aumento della produttività sul luogo di lavoro dove veniva diffusa. Una raccomandazione è però d’obbligo per chi volesse utilizzare la scorza, cioè la buccia esterna: se non si è sicuri che la sua provenienza sia da colture biologi-

che siete invitati ad astenervi dal farlo; per prolungare i tempi di conservazione dell’agrume la scorza viene in genere trattata con sostanze tossiche. Tra leggenda e realtà, il nome deriverebbe da Citro, antica città della Giudea, «limon» sarebbe il vocabolo arabo o persiano usato per indicare limoni e cedri. Questo alberello sempreverde con corteccia liscia, dalle foglie appuntite di forma ellittica, arriva nel bacino del Mediterraneo dall’Oriente, pare dall’India, e la sua presenza in Italia è documentata in alcuni affreschi di Pompei. Nel medioevo si diceva che gli alchimisti riuscissero a fabbricare grosse e lucenti perle cuocendo nel forno succo di limone e madreperla dentro stampi d’argento, volendo ci si può provare anche oggi: «il possibile è più ricco del reale», dice un nostro amico. Per i Sumeri il succo di limone era

chiamato «succo della potenza». Una vecchia ricetta insegna come preparare con il limone e la menta un vino medicinale con effetti calmanti, digestivi e tonici che si può anche regalare agli amici stressati: mettere in un litro di vino bianco secco ad alta gradazione 20 grammi di foglie di menta e un po’ di scorza di limone (solo la parte gialla e solo se siete sicuri che non sia stata trattata), far macerare per qualche tempo, filtrare e conservare in bottiglia, consumarne un bicchierino dopo i pasti. Bibliografia

AaVv, Erbe buone per la salute. Il ricettario completo, edizioni Giunti Demetra, 2017, 384 pagg. Maria Fiorella Coccolo, La magia delle erbe, edizioni Utet Giuridica, 2002, pagg. 224.

Un quadriciclo travestito da auto

Motori Si chiama Citroen Ami ed è uno dei progetti più curiosi e affascinanti degli ultimi anni Mario Alberto Cucchi Sarà davvero così l’auto del futuro? Non lo sappiamo, ma oggi è realtà ed è possibile testarla su strada. Attenzione però, non in Svizzera, dove non è ancora commercializzata. È già ordinabile, ma solo in Paesi come Francia e Italia. In altre parole, non si tratta più di un prototipo, bensì di un veicolo di produzione vero e proprio. Stiamo parlando di Citroen Ami, uno dei progetti più curiosi e affascinanti degli ultimi anni. Un quadriciclo travestito da auto che in alcuni mercati è già guidabile anche dai ragazzini di quattordici anni. Presentata proprio in Svizzera al Salone di Ginevra 2019 come Concept, oggi arriva sulle strade europee. Si tratta di un mezzo elettrico, solamente elettrico. È lunga 2,41 metri, larga 1,39 e alta 1,52. Decisamente agile grazie al diametro di sterzata di 7,20 metri, quest’auto gira quasi su se stessa. Dotata di batterie agli ioni di litio da 5,5 kWh, viene spinta da un motore elet-

trico da 8 cavalli che le permette di raggiungere una velocità massima autolimitata di 45 chilometri orari. Come su tutte le vetture elettriche il cambio è automatico. L’autonomia? A zero emissioni è in grado di

percorrere settantacinque chilometri. Sicuramente più che sufficienti nell’utilizzo quotidiano. E la ricarica? Tutto sommato veloce: bastano tre ore attaccandosi a una qualsiasi presa elettrica domestica. 3,2,1 pronti e via.

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Salendo a bordo ci si accorge sin da subito che si ha a che fare con qualcosa di diverso. I finestrini richiamano quelli della mitica Due cavalli: non scendono rientrando, ma basculano verso l’alto. Le portiere si aprono una in avanti e una indietro. Quella del guidatore è controvento! Perché? Per risparmiare nei costi di produzione hanno deciso di farle uguali e intercambiabili: questo è il risultato. Anche i fanali anteriori e posteriori sono identici così come i paraurti. Non c’è l’aria condizionata, ma non manca il riscaldamento. Non ha neppure il cruscotto e in sua vece potete usare il vostro Smartphone che si connette all’auto per fornirvi le informazioni necessarie al suo utilizzo. E lo stereo? Ci pensa una cassa Bluetooth che poi potete portare con voi anche quando scendete per farvi un pic-nic con gli amici. Luminosa grazie al tetto in vetro, è sicuramente spartana, ma anche ampiamente personalizzabile nei colori. Alla moda! Tanta plastica fuori e

dentro, ma sopra una struttura tubolare a vista realizzata in solido acciaio. Perché se ci mette la firma una Casa come Citroen, la sicurezza non può passare in secondo piano. Anche se va detto che gli airbag non ci sono. Non è solo una questione di diminuzione dei costi, ma anche di contenimento del peso. Solo un’automobile leggera può garantire percorrenze adeguate utilizzando un piccolo motore e batterie non troppo grandi. Non si sa ancora quanto potrebbe costare in Svizzera, ma negli altri Paesi, grazie ai vari incentivi statali, il listino è particolarmente basso. Per portarsi a Casa Ami bastano meno di seimila franchi svizzeri. Questa l’innovativa idea di mobilità alla francese. Un oggetto di design, un po’ squadrato, sicuramente simpatico. Guardandola, provandola e trovandola comoda anche per un adulto capiamo che potrebbe essere l’auto del futuro. Magari non da comprare, ma da prendere in sharing, a noleggio, solo quando serve. D’altra parte, siamo nell’era della condivisione totale.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Il miele di Manuka è un miele neozelandese, prodotto dalle api a partire dal nettare della pianta di Manuka, conosciuto anche come mirto del mare del sud. I Maori, gli indigeni della Nuova Zelanda, hanno valorizzato la pianta per secoli trasformandone le foglie e la corteccia in un rimedio naturale. Ricercatori dell’università tecnica di Dresda hanno scoperto che il miele di Manuka contiene più metilgliossale del miele convenzionale. Più elevato è il valore indicato sulla confezione, più puro, raro e prezioso è il miele di Ma-

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nuka. Il buon sapore del miele viene messo in risalto nelle bevande calde, come per esempio nel tè. Gli esclusivi prodotti «Manuka Health» includono anche smoothie, müesli, macedonie o porridge. Le caramelle da succhiare nella varietà «zenzero & limone» e «ribes nero» sono naturalmente benefiche e arricchite di vitamina C. I quattro nuovi prodotti di Manuka Health li trovate nelle maggiori filiali Migros nel settore dei prodotti per la salute.


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Ambiente e Benessere

Il più bel giardino vitato d’Europa

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Bacco Giramondo Il Trentino vitivinicolo non spicca per quantità ma per qualità

Davide Comoli A giudicare dalle testimonianze giunte sino ai giorni nostri della cultura neolitica, dell’Età del bronzo e del ferro (soprattutto di quest’ultima) – durante la quale compaiono nell’odierno Trentino parecchi «castellieri» sulle cime delle colline – si può affermare con certezza che la vite già cresceva fiorente nella regione. Gli Etruschi arrivarono in questa terra creduta per secoli dominio di fate, elfi, giganti e orchi, perché costretti dalla spinta dei Celti a cercare nuovi spazi verso nord. Un antichissimo vaso destinato a contenere vino da offrire agli dei fu ritrovato sul Dos Caslir nel lontano 1825 e oggi esposto al museo del Castello del Buonconsiglio a Trento, attesta la nostra affermazione. Sulla «situla» bronzea di origine reto-etrusca, la cui datazione è compresa tra il V e VII secolo a.C., è incisa la più lunga iscrizione nord-etrusca che si conosca: «Velcanu Rupnu e Pitiave Kusenkus, dedicano (questo dono) a Lavisio, il giovane dio del vino». Il piccolo agglomerato cinto di mura che sorgeva sulla riva sinistra dell’Adige, già produceva vino chiamato genericamente «Retico» dai primi legionari di Roma (confuso molto spesso con quello prodotto in Valtellina e nel Veronese). Si narra che lo stesso imperatore Augusto (63 a.C.-14 d.C.) avesse

una predilezione per i vini di Tridentum, appena assurta al rango di «urbe romana». Durante le invasioni barbariche, la vite abbandonò le valli e i colli trentini per ritirarsi in luoghi montani più appartati, ma la sua coltivazione continuò grazie all’opera degli Ordini Cluniacensi e Benedettini. La produzione vinicola trentina ebbe momenti splendidi, grazie al cardinale Bernardo Clesio, all’epoca del «lungo» Concilio di Trento (1547-1563), e quando la raffinata corte Asburgica di Vienna si riforniva con abbondanza di «Vin dei siori» in Vallagarina. Il Trentino è una regione montuosa chiusa in due grandi zone dal fiume Adige. Alla destra del fiume si innalza il dolomitico del Brenta ai confini con la Lombardia e l’Alto Adige, i massicci dell’Ortels e dell’Adamello, dove si aprono le valli di Non e di Sole. Alla sua sinistra troviamo il monte Baldo, i Lessini e il massiccio del Pasubio, oltre al settore sud occidentale delle Dolomiti, dove il bacino dell’Avisio e del Fersina formano le valli di Fassa, Fiemme e Cembra, oltre l’alta valle del Brenta (Valsugana). La maggior parte del territorio si trova in un’area a metà tra il clima alpino e quello più temperato, come in Vallagarina e nella Valle dell’Adige, con terreni di natura calcarea dolomitica. Mentre nelle zone collinari del lago di Garda, troviamo un

Vigneti in Valdadige, Trentino. (Puntin1969)

clima simile al Mediterraneo, ai piedi dell’Adamello e dell’Ortels il clima è invece decisamente alpino. Le notevoli escursioni termiche, consentono alle uve di arricchirsi di profumi, mentre le precipitazioni sono ben distribuite nel corso dell’anno. La superficie vitata è di circa 10mila ettari, con netta prevalenza dei vitigni bianchi, con il 70% della vinificazione, dove primeggia la produzione di vino spumante «metodo classico» elaborato principalmente da Chardonnay, simbolo dell’enologia trentina. Non è certo la quantità la caratteristica della produzione vinicola trentina: il pregio è dato dalla qualità. Definito da molti «il più bel giardino vitato d’Europa», il Trentino è un modello di efficienza enologica e tecnologica, emblematici sono i suoi confini a forma di foglia di vite e il gioiello di questo giardino è l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, una delle più qualificate scuole enologiche a livello mondiale. La «pergola trentina» è il sistema tradizionale dell’allevamento della vite: pergola semplice sui declivi, pergola doppia nei fondovalle. Nuovi impianti, tuttavia, incominciano ad adottare la «spalliera verticale», più facile da lavorare. Le due denominazioni che coprono 72 comuni della regione sono Trento e Trentino; mentre la prima è interamente dedicata ai vini spumanti metodo Classico, la seconda offre una paletta di vini più ampia di ottimo livello, divisa in più sottozone o a specifiche aree di produzione, ma andiamo a scoprire i vini/vitigni e le zone di produzione. Indiscussi protagonisti della viticoltura trentina – in coppia rappresentano il 50 per cento e oltre della produzione – sono lo Chardonnay e il Pinot Grigio. Nel comprensorio di Trento, soprattutto nella Valdadige salendo il confine con la provincia di Verona, lo Chardonnay – con alcuni vitigni minori come il Pinot Bianco e il Pinot Mounier – ci regala eleganti vini spumanti metodo classico, vini che possono coprire tutta una cena, mentre lo Chardonnay in versione ferma di questa zona, trova il giusto abbinamento con le insalate di frutti di mare. Andando

verso Roveré della Luna, ci imbattiamo nell’altro grande bianco della regione, il Pinot Grigio, vinificato in bianco e qualche volta nella tradizionale versione «ramata», con i suoi profumi di pera, mela, fiori bianchi e gialli e fieno secco, ottimo con i risotti agli asparagi. Nella Valle dei Laghi, lungo il corso dell’Adige, troviamo l’elegante e suadente Moscato Giallo, bevendolo percepiamo nel nostro calice i richiami propri dell’uva: con la frutta in genere non si consigliano vini, ma provatelo con un’insalata di frutta fresca al naturale. Tra Mezzocorona e la frazione di Grumo di San Michele all’Adige, nella piana del fiume Noce, troviamo la culla del Teroldego, o Rotaliano, grande vino rosso da salmì di lepre o camoscio, oppure con formaggi come il Puzzone di Moena e il Trentingrana. In Val di Cembra, lungo il torrente Avisio, nel comune di Lavis, l’uomo ha aiutato la natura a creare splendidi paesaggi; qui le temperature decisamente fredde favoriscono la coltivazione del Müller-Thurgau, ottimo come aperitivo e in particolare con gli spaghetti alle vongole. Interessanti sono pure il Pinot Bianco da abbinare alla famosa «trota blu». Il clima temperato del lago di Garda, nella romantica Valle Sacra punteggiata di castelli, aggrappata alle pergole trentine, prospera la Nosiola che, dopo un lungo appassimento su graticci e almeno un paio di anni in botte, dà origine al Vin Santo Trentino, uno splendido vino da abbinare alla torta di nocciole o al più celebre Strudel, ma pure alla golosa «torta di castagne». Troviamo invece un po’ dappertutto il Merlot, il Cabernet Franc e il sempre più raro Rebo, dal colore impenetrabile. Nei terreni sabbiosi della cosiddetta Terra dei Forti, cresce l’Enantio, un rosso già citato da Plinio (I secolo a.C.), ma è sulle colline basaltiche di Isera nella Vallagarina che troviamo la massima espressione del Marzemino, già conosciuto nel 1769 dal giovane Mozart e vino di corte degli Asburgo, quindi: «che si versi un Marzemino» come nel finale del Don Giovanni, ma con la polenta e i funghi.

Barbaresco 2017 – Adriano

Tra i 250-300 m di altitudine, su terreni generalmente argillo-calcarei, tra i comuni di Neive, Treiso e Barbaresco, dal vitigno Nebbiolo si vinifica uno dei vini più eleganti tra quelli italiani: il «Barbaresco». Il «Basarin» Barbaresco, prodotto dai fratelli Marco e Vittorio Adriano, è l’espressione più pura del Nebbiolo, con profumi spesso più maturi all’olfatto che in fase gustativa, ma che dopo una buona ossigenazione svela le sue stratificazioni e la sua complessità. L’Azienda si contraddistingue anche per la produzione dei classici vini della tradizione piemontese. Questo «Basarin» è un Barbaresco dalla pura raffinatezza, elegante, che si concede con classe: nel bouquet di fiori e di erbe essiccate al sole, emergono i sentori di terra di Langa, si aprono le spezie e i profumi di cuoio, dai tannini vivi, sensazione ormai rara, che ben si sposa a una cucina succulenta e autunnale come una «guancetta di manzo stufata» o per i più forti un «gran fritto alla piemontese». / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 29.–. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Una ciotola in tavola

Ambiente e Benessere

Gastronomia L’ultima moda culinaria arriva di nuovo dall’Oriente, anche se ben si adatta a una cucina fusion,

Le mode esistono e fanno parte del mondo. Molti dicono: io ne sto lontano, ma non è vero, ci influenzano sempre, chi di più chi di meno. Un ricordo che non c’entra con la cucina ma che trovo veramente esemplificativo: fra i membri della Camera dei Lord inglesi del 1800, proprio quell’anno, tutti ritratti, solo il dieci per cento aveva la barba. Un secolo esatto dopo, tutti fotografati, solo il dieci per cento non l’aveva. Più moda di così! Perché accada, solo un grande antropologo può spiegarlo, a noi non resta che notare la cosa, anzi la moda.

Sono bowl i chirashi giapponesi, ma non solo, allo stesso modo lo sono anche i chao mie cinesi e i pokè hawaiani L’ultima moda in cucina veramente esplosa in tutto il mondo sono i bowl. Ma cosa sono? Le definizioni sono molte, in linea di massima sono ciotole (per l’appunto dall’inglese bowl) colme di cibi, sempre allegre e colorate. Contengono spesso pasta o riso (ma non sempre, succede che manchino) a cui vengono aggiunte le proteine (più pesce e legumi che carni, più crude che cotte) e verdure (tante). Sono serviti in prevalenza a temperatura ambiente piuttosto che caldi. Non sono mai cari, salvo eccezioni. Quindi sono bowl i chirashi giapponesi, i più bowl di tutti; ma anche i chao mie cinesi, i pokè hawaiani, che sono forse i più celebri oggi, e tanti altri. Per quanto tutte le cucine abbiano bowl, la più parte delle ricette proviene dall’est asiatico: è l’Oriente che avanza, come un rullo compressore – non solo nella cucina… All’estero oramai spopolano, a Milano brillano, l’Italia segue e seguirà, la Svizzera non si tira indietro, anche a Lugano alcuni bowl si trovano già su alcuni menù.

Io dei bowl, che chiamavo italianamente scodellone, sono un antesignano. Invitando amici a cena e avendo la sala da pranzo separata dalla cucina, soffrivo del fatto che stavo in cucina a spadellare mentre gli amici mangiavano a tavola – e a fine pasto tutti se ne andavano presto a dormire. Soluzione? Un antipasto freddo, già fatto prima, poi un bowl piatto unico, anche questo preparato prima o al massimo da scaldare dolcemente in forno e, per chiudere, un dolce freddo. Così potevo condividere la cena con gli amici, senza andirivieni da sala da pranzo a cucina. Il primo e per me «più perfetto» bowl lo incontrai, decenni or sono, nei primi ristoranti giapponesi di Milano, con il loro chirashi (pesce crudo su riso tiepido). Un piatto forte assoluto! Quante volte l’ho proposto agli amici, nelle più disparate versioni. Quindi non solo con il riso giapponese, arduo da preparare – anche se poi ho comprato una cuoci-riso cinese che fa tutto lei – ma variando ad esempio con il riso nero tipo Venere o rosso o altri risi aromatici, e pure con paste (soprattutto quella che si chiama mischiata) di formati diversi ma con lo stesso spessore, quindi con lo stesso tempo di cottura; nappati con pesce crudo o scottato ma anche carni all’italiana, tagliate a straccetti, (queste sempre cotte), oppure gli amati legumi, più verdure cotte o crude a go-go. L’unico grande problema, soprattutto per quelli a temperatura ambiente, riguardava il come napparli con un condimento. A lungo ho utilizzato, soprattutto per le ricette asiatiche, una mia versione della celebre ponzu giapponese, emulsionando 1 parte di salsa di soia leggera, 1 parte di succo di limone o di aceto balsamico e 1 parte di vermut dry o un vino bianco. E profumando con un po’ di gomasio, semi di sesamo tostati con un dieci percento di sale. Per le preparazioni più italiane ed europee, sebbene siano sempre un po’ fusion, salo, pepo o spolvero un po’ di peperoncino e spruzzo con spruzzini,, separatamente, aceto balsamico o di mele e olio evo.

CSF (come si fa)

Pixabay.com

Allan Bay

Sébastien Cevey

il suo nome è: bowl

Vediamo come si fanno due poké, che sono i bowl tipici hawaiani. Poké di tonno e avocado (gli ingredienti sono per 4 persone): 250 g di riso basmati, 400 g di tonno, 2 avocado, 200 g di pomodorini, 2 cipollotti, limoni, zenzero fresco, semi di sesamo, salsa di soia, olio di oliva, basilico fresco, sale, pepe o peperoncino. Sciacquate abbondantemente il riso sotto acqua corrente. Cuocetelo in ac-

qua bollente leggermente salata. Scolatelo, distribuitelo su un grande vassoio, spruzzatelo o bagnatelo con poco olio e fatelo intiepidire, mescolando spesso e livellando – ma non passatelo sotto acqua corrente, si infradicia e raffredda troppo. Grattugiate lo zenzero, quanto vi piace. Tagliate il tonno a fettine e fatelo marinare con 2 cucchiai di salsa di soia, altrettanto olio, 1 cucchiaio di semi di sesamo e lo zenzero. Tagliate i pomodori a cubetti da 1 cm. Tagliate gli avocado a cubetti e irrorateli con il succo di limone perché non anneriscano. Tritate al coltello il basilico. Affettate sottilmente i cipollotti. Mettete il riso nelle ciotole individuali, adagiate sopra il tonno, cospargete con i cipollotti, i pomodori e il basilico. Finite con gli avocado e irrorate con un filo

d’olio. Salate. Pepe o peperoncino a volontà. Poké di orzo e feta (per 4 persone): 300 g di orzo perlato, 200 g di pomodorini, 300 g di feta, 2 cipollotti, 2 peperoni, 2 zucchine, 2 carote, 4 ravanelli, prezzemolo, maggiorana, olio di oliva, sale, peperoncino. Mondate l’orzo e cuocetelo come indicato sulla confezione, intiepiditelo come indicato sopra. Mondate e tagliate a julienne zucchine e carote, sbollentatele per 1 minuto. Pelate a vivo i peperoni, mondateli, tagliateli a quadretti e sbollentateli per 1 minuto. Tagliate a fettine cipollotti e ravanelli. Tagliate i pomodorini e la feta a cubetti da 1 cm. Condite la feta con peperoncino e olio. Mettete l’orzo nelle ciotole individuali e distribuite sopra tutti gli ingredienti. Condite con sale e olio e servite.

Ballando coi gusti Oggi due semplicissime insalate più che adatte ad aprire qualsiasi pasto.

Insalata di fave e acciughe

Insalata di ananas e arance

Ingredienti per 4 persone: 400 g di fave lesse in scatola · 8 filetti di acciughe sott’olio

Ingredienti per 4 persone: 3 arance rosse · 1 ananas · 2 pomodori da insalata ·

Dissalate i capperi sotto acqua corrente, poi metteteli su carta da cucina ad asciugare. Scolate i filetti di acciuga e metteteli su carta da cucina per perdere olio, girandoli una volta. Tritate i capperi con le acciughe e il cipollotto. Mettete il trito in una ciotola e stemperatelo con olio e aceto. Mettete le fave in una zuppiera, conditele con la salsa e servite.

Mondate, lavate e spezzettate la lattuga, suddividete le foglie fra i piatti individuali. Lavate e tagliate a rondelle i pomodori e metteteli sulla lattuga. Sbucciate al vivo le arance, affettatele e mettetele nei piatti. Mondate l’ananas, tagliatelo a fette e suddividetele fra i piatti individuali irrorando con succo di limone. Emulsionate olio con sale e pepe e irrorate. Guarnite con erba cipollina tagliuzzata e servite.

· 1 piccolo cipollotto · capperi sotto sale · aglio · prezzemolo · aceto · olio di oliva · sale.

lattuga · limone · erba cipollina · olio di oliva · sale e pepe.


«Sta bene con i calzini spaiati, che aumentano a vista d’occhio.»

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Ambiente e Benessere

Chi contagia chi?

Mondoanimale Visoni infettati dal coronavirus riaprono il dilemma della trasmissione interspecifica di trasmissione: «Non si è nemmeno certi se siano stati i visoni a trasmettere il virus ai lavoratori o se il tutto si sia svolto in maniera contraria». Ad ogni modo, la preoccupazione degli scienziati per rapporto agli animali selvatici è reale e lanciano l’allarme: «Se il virus dovesse infiltrarsi nella fauna selvatica potrebbe passare inosservato e rivelarsi catastrofico per diversi animali in via d’estinzione come gorilla e scimpanzé». Per contro, anche a Hong Kong si giunge a conclusioni diverse per quanto accade ai nostri animali domestici ed è vero che, anche secondo le autorità cinesi, l’uomo può infettare il cane, con conseguente emanazione di un avvertimento alla prudenza e un invito a non baciare gli animali domestici. Ma è pure vero che sempre in Cina si è ripetutamente testato un cane di razza pomerana che è risultato solo «debolmente positivo». Allora, l’invito alla popolazione è stato quello di non lasciarsi prendere dal panico e non abbandonare gli animali domestici. Dal canto suo, l’Oms aveva pure indagato sul caso per determinare se il cane fosse effettivamente infetto o se si trattasse di un falso positivo determinato da un campione contaminato, rimanendo sempre del parere che «non esistono prove sufficienti per affermare che cani e gatti possano essere infettati da coronavirus». Allora, sebbene l’Oms sia rassicurante sul fatto che si possa considerare molto esiguo il rischio che gli animali domestici svolgano un ruolo importante nella trasmissione del coronavirus, è pur vero che c’è di che riflettere sulle ricadute tra gli animali selvatici.

Maria Grazia Buletti A inizio maggio di quest’anno le autorità dei Paesi Bassi hanno annunciato di poter ritenere che un visone avesse trasmesso il coronavirus a un dipendente del suo allevamento, prendendo posizione in un comunicato che sottolinea le evidenze, nelle analisi condotte, di forti analogie tra virus e il dipendente. Nello specifico: sulla base di questo confronto, e della posizione di quella forma del virus nell’albero genealogico, i ricercatori hanno concluso che è probabile che un membro dello staff di questa fattoria infetta sia stato contagiato dai visoni. Non è stato un caso isolato perché il ministro dell’Agricoltura nazionale Carola Schouten ha confermato un contagio analogo in un altro allevamento. Notizia puntualizzata pure dalla portavoce dello stesso ministero, Lisa Gaster: «Sono almeno tre le fattorie della parte meridionale del Paese nelle quali i visoni sono risultati positivi al coronavirus». Oggi si sa che l’operatore dell’allevamento che aveva contratto il virus è guarito, ma nel frattempo le autorità olandesi hanno messo in atto nuove misure in materia di salute e sicurezza: è di giugno la decisione dell’Olanda di abbattere circa diecimila visoni dopo aver respinto l’appello delle organizzazioni ambientaliste a tornare sui propri passi, proprio perché «sono stati individuati due possibili casi di trasmissione del virus Sars-CoV-2 dagli animali all’uomo». Il condizionale per rapporto alla linea di trasmissione è d’obbligo. A luglio in Spagna si è verificata una storia analoga: l’87 percento dei visoni testati in una fattoria di Saragozza

Un visone americano bianco in braccio a un uomo. (Felixd)

è pure risultato positivo al tampone di Covid-19. In questo caso, le autorità spagnole hanno così spiegato il contagio: «L’epidemia tra gli animali è stata scoperta dopo che la moglie di uno dei dipendenti dell’azienda agricola ha contratto il Covid-19 a fine maggio; in seguito ai test sono emersi altri sei casi di positività tra i lavoratori agricoli». Isolati, monitorati e testati i visoni, l’alto numero degli esemplari contagiati ha fatto propendere le autorità sanitarie per l’abbattimento di tutti gli animali presenti e per il risarcimento dell’azienda colpita. Tutto questo ha però fatto riaccendere il dibattito sull’eventuale trasmissibilità tra uomo e animale e viceversa, innescando l’annoso dubbio della dire-

zione della catena di trasmissione di un virus del quale l’unica certezza, ancora oggi, è quella di non conoscerlo abbastanza per poter giungere a conclusioni certe. A questo proposito, dobbiamo rifarci alle indicazioni dell’OMS che ad aprile affermava, per voce della responsabile dell’unità malattie emergenti e zoonosi Maria Van Kerkhove: «Al momento non crediamo che gli animali domestici abbiano un ruolo nella trasmissione del coronavirus, ma pensiamo che possano essere infettati dai loro proprietari». Maria Van Kerkhove ha comunque ricordato che «ci sono gruppi di ricercatori che stanno continuando a indagare sui contagi tra gli animali

domestici». Animali definiti «vittime come noi» dal capo del Programma di emergenza sanitaria dell’OMS Mike Ryan: «Per questo devono essere trattati con cura e gentilezza e non devono essere abbandonati». Aprendo una parentesi sugli animali domestici, è doveroso ricordare che non esistono dunque prove sufficienti per dire che cani e gatti possano essere infettati. Quando parliamo dei visoni olandesi e spagnoli ci riferiamo ad animali selvatici per i quali il Governo olandese ha dichiarato plausibile (ma non certo) il fatto che un visone avesse passato il virus a un lavoratore agricolo. A questo proposito, anche la BBC ha ribadito l’incertezza degli scienziati sulla linea

Giochi

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Scopri quali sono i primi tre Paesi europei con la maggiore superficie boschiva, completando il cruciverba e leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 6, 6, 9)

ORIZZONTALI 1. Rivelate 7. Ha almeno un nipote 9. È un raggio di luce 10. Il noto della Vigna 12. Anagramma di gaio 13. Membrana dell’occhio 15. Di Non nel Trentino 16. È come un’altra 17. Scuole francesi 18. Le iniziali dell’attore Frassica 19. Fiume cileno... anagramma di ola 20. In opposizione a loro 21. Si ripetono in colonna 22. Sigla di sindrome da immunodeficienza acquisita 23. Il filosofo e scrittore francese Diderot 24. Cadde al primo volo

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

VERTICALI 1. Lo sono i russi 2. Incerta, imprecisa 3. Sottile, fragile 4. Eroe greco figlio di Orfeo 5. L’autore di «Striscia la notizia» (iniziali) 6. Narrazione poetica di gesta eroiche 7. Donna in croato 8. Desinenza verbale 11. Un fiore 13. Parte dell’intestino 14. Attaccata, collocata 16. Coltivavano la terra per conto d’altri 18. Si percorrono in nave 20. Il nome del cantante D’Angelo 22. Atmosfera poetica 23. Il sì di Tolstoj Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

Sudoku Soluzione:

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Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Soluzione della settimana precedente

IL FIUME PIÙ CORTO – Aril il fiume più corto del mondo misura. Risultante: CENTOSETTANTACINQUE METRI.

C O T T A

E S A R C A

N T O N E A R E T N A R I E L O C D E D I N I C E Q U S C I O U N I C I T P O A R T O

C A T O S O E M E R I L

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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Politica e Economia Elezioni americane Questa settimana l’America voterà: per confermare il presidente in carica o eleggere lo sfidante Joe Biden

Blasfemia, islamofobia e jiadismo La Francia è di nuovo colpita dal terrorismo islamico mentre infuria la crisi diplomatica fra Macron e Erdogan sulla questione dei musulmani

Libia, nuovi scenari L’intesa per un cessate il fuoco permanente firmato a Ginevra il 23 ottobre fa ben sperare

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Pandemia e previsioni La Segreteria di Stato per l’economia prevede un impatto del Coronavirus più moderato del previsto, ma le incognite restano tante pagina 35

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3 novembre, Fb si prepara al peggio

Social La piattaforma di Zuckerberg ha un piano d’emergenza per contrastare la diffusione di messaggi d’odio,

disinformazione e organizzazione di azioni violente prima, durante e dopo il voto Christian Rocca Ogni volta che si avvicinano elezioni importanti si assiste alla stessa pantomima: in un primo momento, Facebook nega di svolgere un ruolo nella manipolazione del consenso pubblico che circola sulla sua piattaforma, ribadisce di non avere nessuna intenzione di censurare i contenuti generati dagli utenti, rifiuta il fact checking sui messaggi politici e non vieta la pubblicità elettorale a pagamento, in nome della libertà di espressione del pensiero, del diritto dei candidati meno noti a farsi conoscere e con l’idea che basti raccogliere in un’apposita library tutte le campagne pubblicitarie dei politici per garantire all’utente la conoscenza, la trasparenza e la correttezza del processo. Quando poi si ricorda dei disastri del 2016, in Gran Bretagna, in America e in Italia, ma anche altrove, in termini di violazione della privacy, di ingerenza straniera e di diffusione di fake news, il social network di Mark Zuckerberg è costretto inesorabilmente a fare marcia

indietro, prima oscurando gli account degli spacciatori di notizie false, poi raddoppiando il fact checking sui temi sensibili e infine smantellando i network di disinformazione russa e iraniana e rifiutando le campagne pubblicitarie dei candidati alle elezioni, come da tempo già deciso dai concorrenti Twitter e Google (e YouTube). Il problema, però, è che Facebook prova a porre rimedio sempre troppo tardi e con interventi poco incisivi, tanto che adesso, dopo mesi in cui ha lasciato diffondere sulla piattaforma bugie, falsità e teorie cospirative sui brogli commessi dai democratici per defenestrare Donald Trump, si preoccupa dei possibili disordini sociali che potrebbero crearsi in caso di vittoria elettorale di Joe Biden. Zuckerberg e i suoi hanno quindi cominciato a valutare in modo attento vari scenari, pare addirittura ottanta, preoccupati seriamente dalle ricorrenti dichiarazioni trumpiane sui brogli e, in particolare, dal rifiuto del presidente di rispondere alla domanda se accetterà o

meno un pacifico trasferimento dei poteri in caso di sconfitta il 3 novembre. Una frase pronunciata da Trump durante il primo dei due duelli televisivi con Biden ha fatto scattare l’allarme, per la verità non soltanto tra i dirigenti di Facebook, ma in tutto il Paese: «Fermatevi e aspettate», aveva detto Trump rivolto alle milizie di estrema destra, i Proud Boys, che in quei giorni avevano minacciato di usare la violenza per difendere il presidente in caso di sconfitta elettorale certamente dovuta alla frode degli avversari. Facebook si è così decisa a prendere provvedimenti, vedremo in seguito quanto efficaci, per evitare che i candidati, ma in realtà uno solo dei due, Trump, possano usare la piattaforma per manipolare il risultato elettorale e indirizzare in modo pericoloso per la democrazia americana gli eventi successivi. Dopo aver disattivato le pagine Facebook e gli account Instagram dei gruppi che aderiscono a QAnon, una setta di fuori di testa trumpiani con-

vinti che ci sia un complotto del deep state, della burocrazia statale, contro il presidente, Facebook ha promesso di agire con risolutezza davanti ai post dei gruppi che invitano a non votare per tenere lontani dalle urne i potenziali elettori democratici (tra marzo e settembre ne sono stati rimossi oltre centoventimila, ma pare siano solo una piccola parte di una precisa strategia di dissuasione al voto). Attenzione particolare, e blocco immediato, anche per chi mobilita i propri militanti ad organizzarsi per controllare lo spoglio dei voti, «se usano linguaggio bellico o lasciano intendere che l’obiettivo sia quello di intimidire elettori o scrutatori». Di nuovo, cose che il mondo trumpiano lascia circolare, via social network, da mesi. A urne chiuse, invece, Facebook vieterà di comprare post a pagamento, estendendo il divieto già fissato per la settimana precedente il 3 novembre. Sulle bacheche di tutti gli utenti Facebook e Instagram, poi, comparirà un avviso che spiegherà che – fino a quando

le testate giornalistiche serie, Reuters e Associated Press, non dichiareranno in modo ufficiale il vincitore delle elezioni – tutte le notizie su chi ha vinto non dovranno essere considerate credibili (un passo indietro, però, rispetto all’annuncio iniziale di reindirizzare i link sulla vittoria prematura di Trump ai siti della Reuters e di Associated Press). Non è detto che questi provvedimenti saranno sufficienti a evitare i temuti disastri elettorali e post elettorali, ma c’è comunque una bella differenza tra il riconoscimento del problema e del ruolo di Facebook e la completa rimozione dello stesso che nel 2016 portò Zuckerberg a dire che era semplicemente folle pensare che la sua creatura avesse avuto un ruolo nell’alterare il risultato elettorale. Sulla base di quella rimozione, Facebook ha continuato per anni a ignorare il problema fino a quando, di concerto con la comunità di intelligence, è stata costretta prima a fermare le interferenze straniere, e adesso a svegliarsi dal torpore. Speriamo bene.


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Politica e Economia

Il trumpismo messo alla prova Ultima ora Questa settimana l’America deciderà se confermare il presidente in carica o dare le proprie preferenze

allo sfidante democratico Joe Biden

Federico Rampini È stata una campagna elettorale unica nella storia, dopo un quadrienno già eccezionale. Donald Trump è stato percepito come il presidente di uno «strappo di civiltà». Una nazione già polarizzata all’estremo molto prima di lui, ha vissuto la corsa alla Casa Bianca del 2020 come una battaglia esistenziale, per l’anima dell’America. A sinistra molti hanno descritto una rielezione di Trump come l’anticamera di una svolta autoritaria. A destra molti hanno sostenuto – o tollerato – questo presidente come l’ultimo baluardo per difendere l’identità storica di un Paese a maggioranza (relativa) bianco, anglosassone, cristiano. Ma Trump ha saputo anche spostare alcuni terreni di battaglia, ridefinendo dove sta «il centro» del Paese: per esempio dopo di lui difficilmente l’America tornerà ad abbracciare il liberismo nei trattati commerciali, o una visione bonaria dell’ascesa della Cina. Il 2020 ha chiuso l’inaudito quadriennio di Trump con una campagna disseminata di sorprese, una più clamorosa o devastante dell’altra. L’anno si era aperto all’insegna dell’impeachment – solo il terzo nella storia americana – eppure quell’evento sembra già relegato in un passato remoto, al punto che nessuno gli attribuisce un impatto significativo sul voto. Poi c’è stato il Coronavirus o «China virus», come lo chiama il presidente. A seguire, per effetto dei lockdown, abbiamo avuto la più grave crisi economica a memoria dei viventi, forse seconda solo alla Grande Depressione degli anni Trenta. A maggio, l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente bianco a Minneapolis ha scatenato un’ondata di proteste contro il razzismo e contro le forze dell’ordine, che per almeno due mesi hanno conteso al Coronavirus l’attenzione nazionale; ivi compresi degli episodi di violenza, razzie, saccheggi, che hanno innescato una controreazione conservatrice in difesa dell’ordine pubblico.

La ripresa del Pil è fantastica (+33%) ma è in parte un’illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente e va inquadrata nella giusta prospettiva. Conterà quanti americani «sentono» questa ripresa come un fenomeno reale Poi ancora: a settembre, la morte della giudice femminista e progressista Ruth Bader Ginsburg ha reso vacante un seggio alla Corte suprema, consentendo a Trump la sua terza nomina per blindare una maggioranza conservatrice nel massimo tribunale degli Stati Uniti, con possibili conseguenze sull’agenda legislativa di chi gli succederà. Infine il Coronavirus ha contagiato il presidente stesso, in quella che poteva essere una sorta di nemesi, ed invece si è trasformata in una guarigione-convalescenza così veloce da rilanciare la sua narrazione: dal Covid ci si salva, dalla depressione economica no, guai a infierire con dei lockdown che creano miseria e sofferenza. Infine la pandemia ha stravolto lo stesso processo elettorale: una stragrande maggioranza di cittadini avevano già votato prima della data canonica del 3 novembre. Su questo Trump ha

Joe Biden e Donald Trump durante il dibattito finale. (AFP)

innestato un elemento destabilizzante: le sue accuse su presunti brogli nel voto per corrispondenza, hanno alimentato il timore che la corsa alla Casa Bianca non finisca affatto il 3 novembre, bensì che sia destinata a trascinarsi ben oltre in un’interminabile e pericolosa spirale di contestazioni, ricorsi. Magari con la Corte suprema come arbitro finale. L’attenzione degli ultimi giorni si è concentrata sui soliti sospetti: quegli elettori fluttuanti negli Stati contesi, che furono all’origine dello shock del 2016. Geograficamente sono soprattutto nel Midwest; socialmente sono per lo più operai; fanno parte di «un’America dei penultimi», che si è sentita tradita e abbandonata dalla sinistra politically correct interessata solo a raddrizzare i torti subiti dalle minoranze di colore o dalle minoranze sessuali, a difendere l’orso bianco ma non il siderurgico bianco. «Rust Belt», cintura della ruggine: dove c’era il cuore del capitalismo industriale americano e oggi c’è un paesaggio in declino, fabbriche chiuse, impoverimento, tossicodipendenze che colpiscono ex operai bianchi di mezza età. La sfida per la Casa Bianca si gioca almeno in parte lì, come nel 2016. Altri Stati-chiave, o terreni di battaglia contesi fra i due candidati, sono la Florida, l’Arizona, la North Carolina, con caratteri demografici e culturali diversi. Ma non c’è un percorso realistico verso la rielezione di Donald Trump, che non passi per quattro Stati della «Rust Belt»: la Pennsylvania che vale 20 voti nel collegio elettorale, l’Ohio con 18 voti, il Michigan (16) e il Wisconsin (10). Quattro anni fa Hillary Clinton veniva data favorita nei sondaggi, con margini di sicurezza: 12 punti in più nel Michigan, 7 in Pennsylvania e Wisconsin. Tutti e quattro gli Stati della «Rust Belt» finirono nella casella di Trump. Che cosa andò storto per i democratici? Hanno imparato la lezione? La Clinton fu accusata di aver dato per

scontato che il Midwest avrebbe votato democratico; fece pochissime apparizioni in campagna elettorale da quelle parti (neanche una nel Wisconsin). Tra gli elettori senza titolo di studio universitario – dove si concentra la classe operaia – il consenso era stato in favore di Barack Obama nel 2012 con 12 punti di margine, si spostò su Trump con 7 punti. Spostamenti enormi, poco frequenti nella storia elettorale. Spiegano perché quest’anno Biden ha preso delle posizioni moderate – scontentando l’ala radicale e giovanile della sinistra – sul fracking, tecnologia di estrazione di gas e petrolio: non vuole regalare di nuovo a Trump i voti di chi lavora nelle industrie energetiche o collegate, un business ancora importante nell’area di Pittsburgh. Lo stesso problema si pone in Ohio, nei monti Appalachi: lì vive una classe operaia bianca impoverita, quella che le élite chiamano col termine spregiativo di white trash (spazzatura bianca) o rednecks (colli rossi), e per la quale Hillary coniò un suo appellativo, «i deplorevoli». La Clinton quattro anni fa perse l’Ohio in una débacle memorabile, appena il 43% dei voti, il peggior risultato del partito democratico dai tempi del presidente repubblicano Ronald Reagan (il quale aveva una forte capacità di attrazione verso la classe operaia). Il Michigan, cuore dell’industria automobilistica americana, diede una vittoria risicata a Trump: appena diecimila voti su quasi cinque milioni. Nel mondo dell’industria automobilistica fece breccia l’attacco contro i trattati di libero scambio, la promessa di dazi contro le importazioni cinesi. Il presidente è tornato alla carica: si presenta come il vero difensore dei posti di lavoro minacciati dalla concorrenza sleale della Cina; accusa Biden di essere sempre stato favorevole alle liberalizzazioni commerciali. Il suo rivale però è meno vulnerabile di Hillary. Biden è riuscito

a costruirsi un’immagine da uomo della middle class, di origini popolari. Lontano dalla «Rust Belt», il più importante fra gli Stati contesi è la Florida. Vale 29 voti elettorali, quest’anno ha raggiunto al terzo posto per importanza lo Stato di New York (dietro California e Texas)… anche grazie ai newyorchesi «profughi fiscali» come Trump che a Mar-a-Lago ha stabilito la sua seconda Casa Bianca. Il peso di ogni Stato in voti del collegio elettorale viene aggiustato in base alla popolazione e quella della Florida continua a crescere. Aveva 15 milioni di abitanti nel 2000 quando decise un’altra elezione (Bush-Gore), oggi ne ha 22 milioni. Ad aumentare il numero di residenti hanno contribuito flussi di pensionati del Midwest in cerca di un clima mite, ricchi della East Coast in cerca di un paradiso fiscale (la Florida non ha addizionale Irpef), ispanici. Il continuo rimescolamento demografico rende la Florida volatile, imprevedibile. Il voto ispanico, per esempio, non è un blocco. I cubani e venezuelani sono i più a destra in odio alle dittature socialiste dei loro paesi d’origine; i portoricani votano a maggioranza democratico. Altre categorie come gli ex immigrati dal Messico o dal Centramerica possono seguire le stesse linee di demarcazione del voto bianco: più a sinistra i giovani; a destra quei redditi medio-alti che temono un aumento della pressione fiscale con Biden alla Casa Bianca. Nella dinamica delle ultime giornate di campagna ha fatto irruzione un dato positivo sull’economia: la ripresa del Pil è così fantastica (+33% su base annua), che non esistono precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Per Trump è stato il canto del cigno, l’ultima nota positiva prima che gli elettori lo mandino a casa? Oppure riuscirà a capitalizzare la buona notizia, con una spettacolare rimonta dell’ultima ora? La risposta dipende da quanti ameri-

cani «sentono» questa ripresa come un fenomeno reale: sul loro posto di lavoro, il loro reddito, le loro aspettative per il 2021. +7,4% il Pil del terzo trimestre (rispetto al secondo), che equivale a +33% se proiettato su base annua, è un rimbalzo vigoroso. In tempo utile per finire nei comizi finali del presidente: la conferma di quanto lui va dicendo da tempo e cioè che il peggio è passato. Trump aggiunge che è grazie alla sua capacità di governo, se l’impatto del Coronavirus è stato relativamente breve; accusa il suo rivale Joe Biden di voler prolungare la sofferenza con un accanimento sui lockdown a oltranza. Questo dato va inquadrato nella giusta prospettiva. L’enorme +33% annuo è in parte un’illusione ottica legata alla caduta del trimestre precedente. Va letto in sequenza con quello del secondo trimestre, in cui il Pil era sceso del 9% rispetto al primo e del 31,4% su base annua. Alla fine, il rimbalzo registrato dal primo luglio al 30 settembre lascia l’economia americana del 3,5% più povera rispetto alla fine del 2019. Questa rimane una pesante recessione. Un altro indicatore, relativo al mercato del lavoro, dice che sui 22 milioni di posti di lavoro eliminati dall’inizio di questa crisi, ne sono già stati recuperati la metà. È il classico bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: la ripresa c’è, ma per 11 milioni di disoccupati è un evento ancora del tutto virtuale. Il messaggio del presidente è chiaro: la mia politica economica aveva generato una crescita eccezionale, raggiungendo il pieno impiego; poi è arrivato dalla Cina un virus che ha sfasciato tutto; ma l’economia americana è così sana che stiamo risollevandoci a gran velocità; guai se eleggete un democratico che ucciderà la ripresa a colpi di nuove tasse. Tuttora questo è l’unico terreno sul quale lui gode di un leggero vantaggio nei sondaggi. Inoltre una maggioranza relativa considera di «stare meglio oggi rispetto a quattro anni fa.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Politica e Economia

È scontro fra Francia e Turchia

Crisi diplomatica Parigi, messa a dura prova con attentati di natura islamica, sferra un durissimo attacco all’Islam

radicale in Francia provocando la reazione di Erdogan e Imran Khan

Una donna decapitata e altri due feriti a Nizza, una guardia del consolato francese a Gedda accoltellata, un uomo armato di coltello che assale una pattuglia di poliziotti ad Avignone. Il tutto, nel giorno che marca, per il mondo islamico, il compleanno del Profeta. E immediatamente dopo che il presidente turco Erdogan aveva minacciato ritorsioni legali contro «Charlie Hebdo», accusando la Francia di islamofobia, e il premier pakistano Imran Khan pubblicava su Twitter una lettera inviata ai paesi di fede islamica per combattere contro l’islamofobia di cui sopra. A poco vale far notare all’ex playboy internazionale ed ex campione di cricket che in pochi posti al mondo i musulmani sono perseguitati come in Pakistan o come nella stessa Turchia. Il populismo di bassa lega e gli interessi politici non hanno confini. Così come l’arroganza di stampo fascista. «Che problema ha con i musulmani e l’Islam questo individuo chiamato Macron? Macron ha bisogno di una visita psichiatrica». Così, con la classe e il fair play che da sempre lo contraddistinguono, Erdogan, noto difensore di diritti umani, civili e religiosi, aveva aperto giorni fa le ostilità nei confronti di Macron scatenando il peggior incidente diplomatico degli ultimi anni. Per usare un eufemismo. Visto che Turchia e Francia hanno di fatto interrotto le relazioni diplomatiche e che l’Unione Europea, più o meno compatta, si è schierata a difesa della Francia. Materia del contendere, i provvedimenti annunciati, e subito messi in atto, per contrastare l’ondata di terrorismo, interno e di immigrazione, che ha colpito il Paese. I provvedimenti, in vigore da subito, includono lo stretto monitoraggio dei finanziamenti esteri alle moschee, lo stop all’importazione di imam da paesi esteri, il controllo di «scuole private» (madrasa) solo per musulmani, il monitoraggio di associazioni sportive e di ogni altro tipo «per impedire che diventino fabbriche di terroristi». Macron ha annunciato anche tutta una serie di provvedimenti volti ad integrare i giovani musulmani nella società francese impedendo così che in Francia si instauri una sorta di «doppia legislazione», in cui la legge islamica si sovrappone alla legge dello stato. I provvedimenti, in base ai quali è stata immediatamente chiusa una moschea a Pantin, sono stati presi dopo l’omicidio di Samuel Paty, un insegnante che aveva

AFP

Francesca Marino

mostrato in classe gli ormai famigerati cartoon di Maometto pubblicati dalla rivista satirica «Charlie Hebdo». E dopo che un ragazzo pakistano aveva accoltellato due giornalisti davanti alla sede dell’ex ufficio della rivista. «Charlie Hebdo», all’inizio di settembre, aveva ripubblicato i cartoon in occasione dell’inizio del processo agli attentatori del 2015, che avevano massacrato quasi tutta la redazione del giornale. E subito era cominciata, in Pakistan, una crociata contro la Francia a base di bandiere bruciate in piazza, minacce di morte ai francesi, richieste di interruzione delle relazioni diplomatiche con Parigi e di boicottaggio dei prodotti francesi. La protesta, guidata dal premier Imran Khan, dal ministro degli Esteri Qureshi e da Khadim Hussain Rizvi, capo dell’organizzazione semi-terroristica Tehrik-iLabbaik Pakistan (quella che fa piovere petali di rose su chi uccide i blasfemi, tanto per capirci), aveva portato all’accoltellamento dei due giornalisti di cui sopra ma non all’adozione, da parte del governo francese, di provvedimenti effettivi. La decapitazione di Paty ha cambiato le cose. Macron ha dichiarato che in Francia è in corso una sorta di separatismo interno di stampo islamista,

in cui le scuole islamiche vengono usate per indottrinare i bambini. In cui si insegna la legge islamica a danno delle leggi francesi. Una sorta di società alternativa, che si considera e che vive al di fuori dello Stato. Macron ha parlato di «pesanti influenze straniere nell’Islam francese» puntando il dito contro Arabia Saudita, Qatar e Turchia annunciando anche maggiori controlli sui finanziamenti esteri alle moschee. Ed Erdogan, che ha il dente avvelenato con la Francia per diverso motivi, seguito a ruota da Imran Khan, dai partiti islamici in Bangladesh (sempre manovrati dal Pakistan) e da altri paesi islamici, non ha perso l’occasione. Non ha perso l’occasione per distogliere l’attenzione internazionale dall’aggressione, a cui i suoi partecipano più che attivamente, degli armeni in NagornoKarabak (dove combattono al fianco dei turchi anche jihadi pakistani). Dalle sue relazioni più che pericolose con la Siria, con i russi e con vari pezzi di integralismo nel Mediterraneo. Dei massacri compiuti nei confronti dei curdi, dall’economia del Paese ormai allo sbando, dalle migliaia di morti di Covid tra l’indifferenza generale, dalla trasformazione ormai quasi completa dello Stato laico predicato da Ataturk in uno Stato islamico.

Perché la carta religiosa, per Erdogan e i suoi sodali, funziona sempre. Come recita l’unica frase di Marx sopravvissuta al vaglio della Storia, «la religione è l’oppio dei popoli». E lo è tanto più nel caso di paesi come la Turchia, il Pakistan o il Bangladesh. Paesi che hanno a che fare con un’economia a brandelli, una gestione dissennata e suicida della pandemia. Paesi in cui la privazione graduale delle libertà civili costringe sempre più lo spazio mentale e fisico dei cittadini, in cui la guerra, in ogni sua declinazione, colpisce la fantasia di molti. Alle dichiarazioni di Erdogan sono seguite quelle di Imran Khan: «Purtroppo il presidente Macron ha scelto di incoraggiare l’islamofobia attaccando l’Islam e non i terroristi che commettono atti di violenza, anche se sono musulmani... ha scelto di provocare deliberatamente i musulmani, inclusi i suoi cittadini, incoraggiando l’esposizione di vignette blasfeme che attaccano l’Islam e il nostro Profeta». E via di questo passo. Lo stesso Imran Khan ha scritto a Facebook chiedendo che siano eliminati dal network i contenuti blasfemi, mentre su YouTube e sullo stesso Facebook imperversava, senza che nessuno ne richiedesse la censura, un video di Khadim Hussain Rizvi che diceva te-

stualmente: «La Francia ci sta sfidando. C’è un motivo per cui il governo del Pakistan ha la bomba atomica. Che la usi, e dichiari la jihad... Il primo ministro e gli altri politici continuano a dire che l’Islam è una religione di pace, ma abbiamo il dovere di dire al mondo che l’Islam ammette la jihad contro coloro che si macchiano di blasfemia. Dichiaro la jihad contro gli infedeli». E non era l’unico. In Pakistan, in Bangladesh e anche in Turchia. Vale la pena di sottolineare che nessuno si è sognato di arrestare Rizvi per incitamento all’odio religioso. Del resto in Pakistan, nel solo mese di agosto, la polizia ha registrato quaranta denunce per blasfemia. La maggior parte delle denunce riguardava musulmani di confessione sciita, ma nessuno ha urlato all’islamofobia per questo. In settembre, a Lahore, è stato condannato a morte un cittadino di religione cristiana, sempre per blasfemia, mentre un altro, a Peshawar, è stato ammazzato all’interno del tribunale che lo stava giudicando. La verità è che Erdogan e Imran Khan sono in malafede e sanno benissimo di esserlo, e adoperano l’arma che gli è più congeniale per ottenere il loro scopi: il ricatto. Erdogan ricatta da anni l’occidente minacciando di inondarlo di immigrati illegali, Imran Khan e i suoi padroni dell’esercito ricattano l’occidente da ancora più anni con la minaccia di lasciare mano libera a jihadi vari. Noi vendiamo armi a entrambi, tanto per essere chiari. Macron non ha dichiarato guerra all’Islam, ma al terrorismo. A una legge contraria alle leggi che governano l’Europa, contraria alla democrazia, contraria all’uguaglianza davanti alla legge di ogni etnia, credo o orientamento sessuale. Il problema, il vero problema, non è affatto l’islamofobia o l’offesa ai sentimenti dei musulmani. Altrimenti Erdogan e Imran Khan, qatari e sauditi sarebbero scesi in piazza da molto tempo per protestare contro il trattamento che la Cina riserva agli uiguri e contro il vero e proprio genocidio, sia fisico che culturale, di cui sono vittima. Per inciso la CCTV, la China Central Television, ha appena mostrato in un serial un ritratto del Profeta: nessuno ha protestato, nessuno pensa di boicottare i loro prodotti. Perché Turchia e Pakistan, ciascuno in modo diverso, sono soltanto pedine di un gioco giocato da giocatori più grandi e potenti di loro: la Cina, la Russia. Pedine disgraziate che vengono adoperate come alfieri in un gioco di scacchi e per essere sacrificate al momento opportuno. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Libia, accordo di sabbia?

Missione Onu L’intesa per un cessate il fuoco permanente firmato a Ginevra il 23 ottobre

ha segnato un punto a favore della stabilizzazione tra i due contendenti permettendo la ripresa dell’export petrolifero. «Un risultato storico» non privo di incognite Francesca Mannocchi La scorsa settimana, dopo nove mesi, la NOC, National Oil Corporation libica, ha revocato lo stato di forza maggiore sui terminal petroliferi di Es Sider e Ras Lanuf. È la prima buona notizia dopo molto tempo. La seconda è la firma di un cessate il fuoco permanente che, però, presenta molte più insidie. Lo scorso gennaio, mentre a Berlino si tentava una faticosa negoziazione tra il governo di Fayez al Sarraj e il suo rivale Khalifa Haftar, le milizie legate a quest’ultimo imposero il blocco dei pozzi petroliferi, che da allora sono stati ostaggio delle forze militari del signore della Cirenaica provocando danni alle entrate dello Stato per 10 miliardi di dollari, «una perdita devastante soprattutto durante questo periodo di crisi nazionale» ha dichiarato la stessa NOC. In settembre una revoca parziale del blocco da parte delle milizie di Haftar ha consentito la ripresa della produzione in alcuni giacimenti, come quello di Sharara, il più grande del Paese, che ha ricominciato a produrre fino a 560 mila barili al giorno. Numeri certamente ancora lontani dal milione e duecentomila barili al giorno raggiunti lo scorso anno. Oggi, dopo la revoca della forza maggiore sui pozzi, la Libia – che ospita le maggiori riserve petrolifere del continente africano – deve fare i conti con i danni alle infrastrutture e la recrudescenza dell’epidemia di Covid-19 che ha indebolito la domanda globale di energia. La ripresa della produzione petrolifera in Libia preoccupa però l’OPEC, impegnata nei mesi della crisi pandemica, a monitorare i tagli all’offerta e frenare le forniture globali. La Libia è infatti esente dai tagli alla produzione del gruppo dei principali produttori, tagli iniziati la scorsa primavera, a seguito delle conseguenze della pandemia e della contrazione economica che ha fatto crollare i prezzi del petrolio. Il ritorno sul mercato del petrolio libico rappresenta dunque una sfida per l’OPEC perché sta pesando sulle quotazioni del petrolio e potrebbe minare gli sforzi dell’alleanza per sostenere i prezzi del petrolio. Controllare le risorse energetiche in Libia ha sempre coinciso con il ricatto sui tavoli dei negoziati e per questo l’industria petrolifera libica è stata tormentata da blocchi intermittenti. Le fazioni rivali hanno costantemente combattuto per il controllo delle aree più ricche di gas e petrolio del Paese, è stato così negli ultimi nove anni, dopo la rivoluzione che ha deposto il rais Muammar Gheddafi, e con più forza nell’ultimo anno, con la guerra a Tripoli. Il ministro delle Finanze Fraj Boutmati ha stimato che i frequenti blocchi ai terminal petroliferi siano costati negli ultimi anni quasi 130 miliardi di dollari di mancati introiti. In un Paese in cui l’economia è sussidiata e gli stipendi dei lavoratori pubblici, così come le centrali elettriche, le infrastrutture, i generatori di corrente, gli ospedali dipendono dai ricavi delle risorse energetiche. Quello che è certo è che il cessate il fuoco permanente firmato la settimana scorsa scongiura il rischio di una guerra che sembrava a un passo da essere combattuta nel Golfo di Sirte, zona cruciale della Mezza Luna libica, porta d’accesso ai principali terminal per esportare il petrolio dal Paese. Le due fazioni rivali hanno accettato un accordo dopo anni di combattimenti, un testo cruciale che impone alle forze militari straniere (si legga mercenari) di lasciare il Paese in tre mesi e getta le basi per i colloqui di pace che

L’inviato Onu per la Libia Stephanie Williams fra i due delegati delle fazioni rivali. (AFP)

dovrebbero tenersi in Tunisia a partire dal prossimo 8 novembre. L’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Turco Williams, ha salutato con grande ottimismo la firma dell’accordo, parlando di «traguardo storico». La Williams ha affermato che l’accordo «rappresenta un importante passo per la Libia e il popolo libico» e si è augurata che «le future generazioni di libici celebreranno l’accordo che rappresenta un passo decisivo e coraggioso verso una soluzione globale della crisi». Williams sa però anche che la strada è in salita e che troppo spesso negli ultimi anni la firma di accordi o l’organizzazione di incontri bilaterali non è stata sinonimo di una tregua destinata a durare, e ha compensato l’ottimismo con la cautela, riconoscendo che «c’è molto lavoro da fare per attuare gli impegni dell’accordo». L’accordo firmato a Ginevra prevede che le forze militari sul campo tornino nelle loro basi, che l’addestramento militare che si svolge sulla base di accordi con altri attori statali dovranno essere interrotte, che le forze straniere e le squadre di addestramento si ritirino entro tre mesi «da tutti i territori libici terrestri, aerei e marittimi» – processo che dovrebbe, almeno su carta, essere monitorato dalle Nazioni Unite – e che le forze di sicurezza vengano reintegrate sotto un’autorità centrale statale. Le due fazioni hanno anche concordato la formazione di una congiunta forza di polizia per tutelare le aree dopo il ritiro dei gruppi armati. Il riferimento ai gruppi armati stranieri è chiaramente rivolto alle migliaia di combattenti siriani schierati dai turchi e soprattutto al gruppo di mercenari Wagner che i russi hanno garantito a supporto delle milizie di Haftar. Nonostante l’embargo sulle armi, la Libia è stata terreno di ingerenze esterne sempre più forti: la Russia con l’invio dei mercenari e gli Emirati e la Turchia con l’invio di grandi quantità di armi, i primi a supporto di Haftar, la seconda inviando droni armati e truppe a supporto di Sarraj. Questa è proprio la parte più insidiosa dell’accordo, raggiunto a pochi mesi dalla fine della guerra su Tripoli, quando – dopo quattordici mesi di conflitto – le speranze di controllare la capitale da parte del generale Haftar sono crollate, grazie all’intervento decisivo dell’alleato turco in supporto alle truppe di Sarraj. È proprio l’influenza di attori esterni a minare l’ottimismo per il raggiungimento del cessate il fuoco. Due giorni dopo la firma dell’accordo, l’agenzia di stampa turca Ana-

dolu ha ribadito che il cessate il fuoco permanente «non influirà sugli accordi militari della Libia con la Turchia», posizione rafforzata dalle dichiarazioni del ministro della Difesa libico Salaheddin al-Namroush che ha detto: «La firma dell’accordo iniziale non include l’accordo di cooperazione militare con lo Stato della Turchia, un alleato del governo legittimo. Confermiamo la cooperazione con il nostro alleato turco e la continuazione dei programmi di formazione militare». L’alibi è che le milizie di Haftar non rispettino la tregua, e che – pertanto – gli sforzi di addestramento debbano essere più assidui di prima. Jalel Harchaoui ricercatore specializzato nelle questioni libiche del Clingendael institute de L’Aia, nota che il cessate il fuoco è stato raggiunto quando il fuoco era di fatto cessato da mesi, e che «i turchi hanno posto fine all’offensiva di Haftar su Tripoli. Questo è il motivo per cui da giugno c’è stata relativa calma e tranquillità. Il prossimo passo per la Turchia è quello economico e riguarda la possibilità per le sue aziende di guadagnare e essere pagate in Libia. Le aziende turche, penso alle società elettriche, sono molto ansiose di riprendere gli affari nel nord-ovest della Libia». Ma prima che arrivino lì, la domanda cruciale è: le Nazioni Unite possono davvero sbloccare la Banca Centrale in modo che possano concretizzarsi i pagamenti per le aziende? La sfiducia nell’efficacia delle Nazioni Unite era già stata espressa dall’ex inviato speciale Ghassam Salamè, che dopo le dimissioni dall’incarico – esasperato dallo stallo diplomatico – ha accusato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di ipocrisia, sostenendo che i suoi membri sostenessero di fatto l’offensiva del generale Haftar a Tripoli ostacolando gli sforzi per la negoziazione. In un’intervista rilasciata dopo le sue dimissioni al Forum di Oslo, Ghassam Salamé, ha detto di essersi sentito «pugnalato alle spalle» dagli stessi paesi che manifestavano l’intenzione di mediare per la pace in Libia, e ha ribadito che il conflitto libico è diventato un chiaro esempio del fallimento delle Nazioni Unite precisamente a causa delle politiche ipocrite dei principali membri che avevano e hanno interessi economici nel Paese e non hanno previsto sanzioni e misure punitive contro i trasgressori delle risoluzioni delle Nazioni Unite sulla Libia. «La mancanza di sanzioni incoraggia il disordine – ha detto Salamé – e la Libia ne è un perfetto esempio». Anche Jalel Harchaoui è cauto sull’effettiva incisività delle Nazioni

Unite. Pur ammettendo che «il cessate il fuoco permanente ha mostrato che l’Onu ha trovato un discreto slancio con i suoi interlocutori libici e stranieri» ritiene che l’eccessivo ottimismo di questi giorni da parte di diplomatici e mediatori possa far crollare, addirittura sgretolare, il castello di carte della pace. «Le Nazioni Unite sono molto ambiziose in questo frangente, ovviamente, - dice il ricercatore - in questo momento il rischio più immediato è che l’Onu non riesca a far accettare il nuovo Consiglio presidenziale da un numero sufficiente di partiti libici. Un passo cruciale e delicato sarà l’inaugurazione di un nuovissimo governo di unità nazionale, vale a dire, un governo che sia riconosciuto in tutta la Libia». Il prossimo 8 novembre a Tunisi si riunirà il Libyan Political Dialogue, un consesso di 75 rappresentanti libici, per decidere i nomi del nuovo Consiglio presidenziale che possa formare un governo unitario tra est e ovest e lanciare il percorso costituzionale che porti a nuove elezioni entro diciotto mesi. La battaglia, oggi, è sui nomi, la presidenza di tre membri (un presidente e due vice) che avranno sotto di loro il primo ministro e il governo. La tappa decisiva dei prossimi mesi è dunque la battaglia per la successione, dopo l’annuncio di Fayez al Sarraj che dovrebbe confermare le dimissioni entro la fine del mese, nonostante sia il presidente turco Erdogan sia l’ambasciatore statunitense Norland abbiano già detto con chiarezza che non vogliono che Sarraj lasci l’incarico. Anche il ministro dell’Interno, Fathi Bashaga, uno dei membri più influenti del GNA di Sarraj esprime preoccupazione per i prossimi mesi. In una recente intervista al «Financial Times» ha ribadito la soddisfazione per gli sforzi diplomatici ma ha allo stesso tempo espresso scetticismo: «Chi dirà davvero ai turchi e ai russi di andarsene?», ha detto, sottolineando che in Libia continuano ad arrivare voli militari giornalieri. Il GNA di Sarraj e le forze che supportano il generale Haftar dipendono dagli alleati esterni e dalle milizie interne e questi due fattori non possono che influire sull’esito della riunione dell’8 novembre a Tunisi. Resta dunque da capire quanto il desiderio di stabilità e di riavviare l’economia sia comune ai tavoli diplomatici e agli attori internazionali che sostengono le due fazioni. «Ma nessuno sa che tipo di accordo l’Onu sarà davvero in grado di raggiungere nei prossimi mesi», conclude Jalel Harchaoui. «Forse la parte pro-Turchia sarà delusa. Forse l’altra parte sarà indignata. Semplicemente non lo sappiamo. Nessuno lo sa».

Notizie dal mondo Sudan-Israele: rapporti normalizzati Dopo la politica dei «tre no», il Sudan ha detto sì. Nel 1967, finita la guerra dei Sei giorni, il Summit della Lega Araba proclamava a Khartoum che non ci sarebbe stata pace con Israele, che non ci sarebbero state negoziazioni e che lo Stato ebraico non sarebbe stato riconosciuto. Cinque decenni e vari regimi (militare, socialista, islamista) dopo, il nuovo Sudan cede alla pressione degli Stati Uniti e si unisce a Emirati Arabi Uniti e Bahrein: la normalizzazione dei rapporti con Israele s’ha da fare. Il premier israeliano Netanyahu ha ascritto il risultato come successo della sua politica estera, ma è chiaro che la svolta non sarebbe stata possibile senza la rimozione del Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo da parte degli Usa. Il termine svolta non è un’esagerazione: dopo il 1967, i rapporti tra Sudan e Israele si possono riassumere nelle armi fornite da Khartoum a Hamas, ricambiate con un bombardamento su una fabbrica di materiale bellico nel 2012. Avere un visto sudanese sul passaporto era motivo di esclusione da viaggi in Israele e, in assenza di ambasciatori, in Sudan le spie del Mossad opera(va)no da un villaggio turistico sul Mar Rosso. Dopo essere stato l’epicentro del jihadismo nel primo periodo del regime di Omar al-Bashir, segnato anche dallo stretto legame con l’Iran, il Paese ha iniziato a riposizionarsi nel 2016 con la rottura dei rapporti con Teheran e i fiumi di denaro saudita ed emiratino. La decisione del governo di transizione sudanese non sarà priva di tensioni interne: la componente arabista e i gruppi di sinistra dell’esecutivo promettono una ferma opposizione e denunciano che il primo ministro e il Consiglio sovrano civile-militare non avevano un mandato per la normalizzazione (Limes). Patto Usa-India I governi indiano e statunitense hanno siglato un importante accordo militare. Noto come Basic Exchange and Cooperation Agreement, permetterà fra le altre cose alle Forze armate di Delhi di accedere alle mappe americane per aumentare la precisione della navigazione, della missilistica e dei droni. Le informazioni geospaziali e le immagini in tempo reale saranno cruciali per aumentare la prontezza dei militari indiani negli scontri coi cinesi sull’Himalaya, oltre che per monitorare i movimenti navali di Pechino nell’Oceano Indiano. Lo slittamento dell’India verso il campo statunitense contro la Cina è una delle tendenze geopolitiche determinanti del decennio. I due paesi sono troppo autocentrati per siglare una formale e conclamata alleanza militare anticinese. Soprattutto Delhi non vuole ancora legarsi le mani né apparire un burattino degli americani. Tuttavia la pressione di Pechino dalle montagne, il suo accerchiare l’India con porti (basi?) in Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar e il sempre più frequente ingresso delle sue navi a ovest di Malacca hanno convinto gli indiani a passare il Rubicone. L’accordo odierno è il terzo di cooperazione militare firmato con gli Stati Uniti in due anni, dopo quello sulla condivisione delle informazioni cifrate e quello sulla possibilità di rifornirsi presso le basi della controparte. Si situa nel contesto del rafforzamento del Quad, il meccanismo con cui Usa, India, Giappone e Australia stanno imbastendo un contenimento – principalmente navale – della Cina.


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Politica e Economia

C’era una volta un «debito buono» ed uno «cattivo»… Analisi Fra gli effetti della pandemia vi sarà l’ulteriore aggravamento della situazione debitoria Edoardo Beretta Nell’epoca contemporanea, in cui il tasso di indebitamento privato come pubblico si contraddistingue per livelli elevati e la pandemia da SARS-CoV-2 spinge i Governi a misure economiche anticicliche (con aumento del deficit pubblico), sono molteplici quanto differenti i giudizi su tale trend. Se da un lato vi sono posizioni neoliberiste che sostengono che lo Stato debba quanto più astenersi da interventismo economico (se non strettamente necessario), dall’altro c’è chi sostiene l’importanza dell’indebitamento pubblico se a carattere produttivo (cioè d’investimento). Non può che avere suscitato grande rilievo mediatico la metafora del «debito buono» e «debito cattivo» utilizzata da Mario Draghi, ex Presidente BCE, nell’am-

bito del 41esimo Meeting di Rimini. Egli stesso, già a fine marzo 2020, aveva espresso una posizione simile in un editoriale del «Financial Times». A conferma della rilevanza attribuitavi anche internazionalmente, la stessa attuale Presidente BCE, Christine Lagarde ha ripreso la metafora poche settimane fa. Nonostante le illustri personalità coinvolte, sarebbe forse stato più opportuno – in epoche di già tendenziale incremento dei livelli debitori – sottolineare almeno due aspetti fondamentali. E cioè che non si può prescindere dallo stock di debito (pubblico) accumulato in precedenza (e, quindi, da rimborsare o rifinanziare e su cui corrispondere interessi passivi). In verità, infatti, l’indebitamento anche a scopo produttivo – stando a quanto sopra, «buono» – con un rapporto debito pub-

Debito pubblico lordo (in % del PIL)1)

Francia Germania Italia Regno Unito Spagna Stati Uniti d’America Svizzera

blico/PIL già elevato diviene inevitabilmente «cattivo». Sebbene la macro sia distinta dalla microeconomia ed il debito pubblico non soggiaccia alle stesse «regole» di quello privato, essendo una forma di detenzione alternativa dei risparmi collettivi, va da sé più in generale che un soggetto indebitato (privato o pubblico) possa ottenere risorse aggiuntive solo se il livello di debito pre-esistente non sia tale da impedirlo (o renderlo sconsigliabile). Dunque, un disclaimer legato ai volumi debitori già accumulati è imprescindibile. Inoltre, si pone una questione più sottile, cioè cosa si intenda per «investimenti produttivi». Ad esempio, in vista della riapertura degli istituti scolastici italiani a settembre 2020, il Governo ha dato il via all’acquisto di tre milioni di banchi monoposto a rotelle3 per garan-

Debito privato – tutti gli strumenti finanziari (in % del PIL)2)

2009

2019

2020 (previsione)

Variazione (2009-2020)

2009

2017

Variazione (2009-2017)

83,04 72,99 116,59 63,31 53,26 86,74 44,07

98,55 59,75 134,77 85,41 95,47 108,98 39,34

115,42 68,66 155,54 95,73 113,42 131,07 46,43

+32,38 –4,33 +38,95 +32,42 +60,16 +44,33 +2,36

217,78 167,72 179,32 240,63 272,98 224,53 210,22

254,79 151,99 168,05 225,33 201,96 215,56 246,23

+37,01 –15,73 –11,27 –15,30 –71,02 –8,97 +36,01

tire il distanziamento sociale nelle aule. Se per il decisore pubblico tale delibera rappresenta un investimento in infrastrutture e dotazione della scuola, per i detrattori costituirebbero una vera e propria spesa improduttiva in quanto le scuole abbisognerebbero di altre opere a carattere infrastrutturale. Riassumendo: la stessa voce di spesa è interpretata in modi antitetici. Lo stesso ragionamento si potrebbe condurre per i progetti d’investimento, che risultano sottoutilizzati dai cittadini. «Investimenti pubblici» o «spesa pubblica», dunque? Il confine è molto labile e – poiché il problema è articolato – non si possono utilizzare così facilmente slogan o label. Va da sé, però, che i Paesi dell’Unione economica e monetaria (UEM) non possano pensare di raggiungere livelli d’indebitamento paragonabili con quelli dello spesso citato Giappone, che ha un rapporto debito pubblico/PIL pari al 235% nel 20174 ed è a scarsa crescita economica oltre ad essere geograficamente a sé stante da non essere comparabile ad uno spazio monetario comune, in cui i fondamentali di ciascuna economia sono sistemicamente rilevanti per la stabilità del regime monetario stesso. Per contenere la «valanga» di debito pubblico che potrebbe «travolgere» l’economia globale (dove per esserne meno afflitta le banche centrali dovrebbero tollerare tassi d’inflazione più elevati con conseguen-

ze per la società) è imprescindibile procedere quanto prima su larga scala (cioè senza troppi schemi, che l’emergenza ha spesso reso obsoleti in poche settimane) con la produzione e distribuzione di un vaccino oltre che di cure «da banco» (cioè acquistabili su prescrizione in farmacia): le date, che nel primo caso sono perlopiù «riecheggiate» da fonti sanitarie istituzionali, cioè il 2021 e/o il 2022, sono improponibili per la salute pubblica e l’economia (e, quindi, il benessere) globale. Nel frattempo, deve essere obbligo morale proteggersi, ricordando che una pandemia – pan in greco significa «ogni», «tutto» – non riguarda l’una o l’altra fascia di popolazione, ma ciascuno di noi. Note

1. Elaborazione propria basata su: http://www.imf.org/external/ datamapper/G_XWDG_G01_ GDP_PT@FM/ADVEC/FM_EMG/ FM_LIDC. 2. Elaborazione propria basata su: http://www.imf.org/external/datamapper/Privatedebt_all@GDD/SWE. 3. http://www.corriere.it/scuola/ secondaria/20_luglio_15/a-settembre-tre-milioni-nuovi-banchi-superappalto-le-scuole-a211172e-c5f511ea-9728-f13f72535a3f.shtml. 4. https://fred.stlouisfed.org/series/ GGGDTAJPA188N. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Troppo ottimistiche le previsioni della Seco?

Previsioni 2020-2021 La Segreteria di Stato dell’economia prevede un calo del PIL del 3,8% quest’anno e una crescita

positiva nel 2021. Tuttavia l’epidemia crea problemi non solo all’interno, ma anche alle esportazioni

Ignazio Bonoli Gli economisti della Segreteria di Stato per l’economia (Seco) hanno riveduto le previsioni sull’evoluzione dell’economia svizzera per l’anno in corso. I dati pubblicati verso metà ottobre, non tengono però ancora conto della seconda ondata di pandemia da Coronavirus, che si è abbattuta con molta violenza in molti paesi, compresa la Svizzera. Ed è appunto la lotta contro questa pandemia che rischia di costare parecchio, non solo allo Stato, ma anche all’economia svizzera. Difficile perciò prevedere quali potrebbero essere i dati a fine anno. Tuttavia, fino a metà ottobre, gli economisti della Seco si sono mostrati più ottimisti, riducendo il probabile calo del prodotto interno lordo (PIL) svizzero al 3,8%, quindi a un livello molto meno drammatico di quanto previsto nel mese di giugno con il 6,2%. L’ottimismo è relativo, poiché si tratta pur sempre del più pesante calo del PIL dal 1975 ma, considerato quanto sta succedendo nei giorni seguenti la pubblicazione, probabilmente anche superiore a quello preventivato. Viene quindi confermata la crescente incertezza dei dati di previsione, data l’instabilità della situazione sia a livello interno, sia a livello internazionale. La Seco parte comunque dalla considerazione che l’economia

non sarà costretta a subire un secondo «lockdown», come quello della scorsa primavera, nonché dalla possibilità di controllare l’evolversi della pandemia tramite misure regionali sopportabili. Se però questo non fosse possibile, è evidente che le conseguenze per la congiuntura potrebbero essere molto gravi. Per il momento la Seco prevede che nel 2021 l’esportazione di beni industriali potrebbe crescere del 7 per cento. In questo modo l’economia svizzera, alla fine dell’anno prossimo, potrebbe riagguantare il livello di crescita di prima della crisi. Tuttavia, l’aumento delle esportazioni è fortemente condizionato dal mantenimento di frontiere aperte di tutti i paesi e dalla rinuncia nei paesi più avanzati a misure di chiusura di determinate attività economiche. L’economia svizzera dipende, infatti, molto dalle sue esportazioni, per cui potrebbe subire le conseguenze dirette di un eventuale lockdown in altri paesi. Ne deriverebbero chiusure di fabbriche o di interi reparti e un crescente tasso di disoccupazione anche in Svizzera. Ma, come già detto, le previsioni si basano su una distensione della situazione mondiale, che permette di contare su un’ulteriore espansione dei consumi privati interni, come già verificatosi nel secondo trimestre di quest’anno. In alcuni rami del commercio si è assistito all’aggiornamento

La ristorazione risente più di altri settori della pandemia. (Keystone)

di consumi rinviati all’inizio dell’anno. Soprattutto la gastronomia, l’organizzazione di eventi, il turismo e l’industria di beni di consumo sono stati pesantemente toccati dalla crisi. Non si sono però verificate importanti chiusure e licenziamenti e il clima congiunturale è migliorato anche grazie ai dati positivi nella lotta contro la pandemia. La situazione ha permesso di rivedere anche le previsioni nel mercato del

lavoro. In giugno era stato previsto un tasso di disoccupazione del 3,8% per tutto l’anno, mentre ora si pronostica un tasso di disoccupazione del 3,2%, il che potrebbe essere un preludio alla ripresa congiunturale. Non si possono però escludere licenziamenti in quei settori molto colpiti dalla crisi, per cui la Seco prevede un leggero aumento del tasso di disoccupazione al 3,4% nel 2021. Il lavoro ridotto ha permesso di

evitare licenziamenti. Ne ha approfittato un terzo delle imprese, ma in ottobre il numero si era già ridotto all’8%. Comunque, nel mese di settembre, si contavano in Svizzera ancora 50’000 disoccupati di più rispetto a un anno fa. Un PIL ancora negativo nella misura del 3,8% è molto per la Svizzera, ma è pur sempre la metà della media dei paesi europei, per non parlare di quello dei paesi come l’Italia, la Spagna e la Francia. Ma, probabilmente, pensare che a fine 2021 saremo tornati a livelli normali è forse troppo ottimistico. Ovviamente tutto dipende dall’esito degli sforzi messi in atto in questi mesi di fine anno, come tutti promettono, senza nuovi lockdown. Tuttavia, parecchi fattori lasciano pensare che la ripresa non sarà così veloce. Intanto l’epidemia sta colpendo anche tutti i principali mercati d’esportazione della Svizzera. Inoltre, anche le misure di contenimento del virus provocano cali di attività in parecchi settori e concorrono a ridurre i consumi, compresi quelli turistici e simili. Quindi anche il mercato del lavoro non migliorerà tanto velocemente e molte imprese saranno ancora in difficoltà. È vero che la Svizzera è meglio preparata di altri ad affrontare queste difficoltà, ma è anche vero che le odierne incertezze rallentano gli investimenti e gli ostacoli da superare sono ancora alti e numerosi. Annuncio pubblicitario


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi La relazione tra livello salariale e moralità di un lavoro Le differenze nelle remunerazioni dei lavoratori è un tema sempre di attualità nella nostra politica a livello nazionale. Qualche anno fa abbiamo votato sull’iniziativa che intendeva limitare la differenza tra il salario massimo e il salario minimo. Oggi si discute invece molto sulle misure collaterali che si renderebbero necessarie per evitare il fenomeno del dumping salariale nel caso di un futuro accordo globale con l’Unione Europea. Questi aspetti quantitativi sono certamente importanti anche perché incidono sulla distribuzione del reddito tra le classi più ricche e quelle meno fortunate della popolazione. Come dimostra una ricerca condotta di recente all’università di Zurigo le differenze salariali sembrano però avere un impatto significativo anche su

aspetti maggiormente qualitativi delle remunerazioni, per esempio sul giudizio che la gente esprime intorno alla maggiore o minore moralità di certe professioni. I risultati di questo studio mostrano che esiste una correlazione positiva tra il salario orario che viene pagato per una certa professione e il grado di immoralità della stessa come viene percepito dalle persone che hanno partecipato all’inchiesta. Ai partecipanti all’inchiesta si è chiesto di classificare una serie di rami di produzione della nostra economia secondo il livello di moralità: dai meno immorali ai più immorali. In un secondo tempo, i ricercatori hanno confrontato la classifica dell’immoralità con quella che si poteva ottenere considerando il salario orario lordo pagato in ognuno di questi rami,

constatando che tra le due grandezze, ossia grado di immoralità e salario orario, correva una correlazione positiva. Per spiegarci meglio: meno onesta viene ritenuta la professione e più il salario pagato è elevato. Un esempio basterà per spiegare in che senso corra questa relazione. Il salario orario lordo pagato nel ramo degli alberghi e ristoranti è tra i più bassi tra quelli dei rami ritenuti nell’inchiesta. Parallelamente anche il grado di immoralità delle attività svolte in questo ramo, così come è stato rilevato sempre nella medesima inchiesta, è pure tra i più bassi. All’altro estremo del ventaglio di rami ritenuti troviamo quello della fabbricazione di armi che paga un salario orario molto elevato e viene considerato come uno dei rami più immorali. I ricercatori

zurighesi hanno poi saputo confermare questa correlazione con i risultati di due esperimenti di laboratorio. Il primo ha confermato che il lavoro disonesto porta a remunerazioni più elevate. Questo perché normalmente le persone si rifiutano di agire in modo immorale. Per persuaderle ad andare in questa direzione le aziende devono quindi offrire loro un salario più elevato. In un’altra situazione di laboratorio i partecipanti sono stati suddivisi in persone con un comportamento tendenzialmente morale e persone con un comportamento tendenzialmente immorale. Questo esperimento ha dimostrato che le persone tendenzialmente immorali sono più di frequente pronte ad accettare impieghi in rami che vengono considerati come immorali. Per quanto interes-

santi possano parere questi risultati è giusto richiamare che la classifica dei rami di produzione secondo il grado di immoralità è stata stabilita non tanto in base a dati di fatto accertati e inconfutabili ma in base ai giudizi soggettivi delle persone che hanno partecipato agli esperimenti. Tuttavia dalla ricerca risulta chiaramente che la percezione dei singoli quanto alla moralità di un’attività economica è importante. Se il pubblico reputa l’attività poco onesta, è così probabile che la stessa attirerà maggiormente persone che sono disposte ad agire immoralmente. Gli autori di questa inchiesta raccomandano quindi che nei rami che possono creare grandi danni siano impiegate non il Gatto e la Volpe, ma persone alle quali la moralità stia particolarmente a cuore.

anche un rumor: forse la cancelliera si ricandida per un quinto mandato, alle elezioni dell’autunno del 2021. C’è chi è proprio convinto che questo sia il piano, o che almeno molti stiano lavorando in questa direzione: è Friedrich Merz, candidato alla successione della Merkel dal profilo più ostile alla cancelliera. Merz è furibondo per il secondo rinvio del congresso, dice che così questo processo di successione diventa infinito, sono due anni almeno che si parla di questo e invece ci si troverà a ridosso della campagna elettorale del prossimo anno con ancora tutto da fare: già sostituire la cancelliera non è facile, se poi non c’è il tempo per farsi conoscere, per costruire un’offerta politica convincente, diventa impossibile. Merz è a caccia di questo sogno da anni. Al congresso in cui fu designata come delfina della Merkel Annagret Kramp-Karrenbauer, oggi ministro della Difesa, Merz arrivò secondo, e i presenti all’incontro ancora parlano della sua faccia livida. A febbraio la Kramp-Karrenbauer si è dimessa dall’incarico come leader della Cdu

dopo il fattaccio della Turingia: nella nomina del governatore della regione, i cristianodemocratici si ritrovarono di fatto alleati con l’AfD (che in Turingia ha espresso la sua versione più estrema), cosa che la Merkel ha considerato inaccettabile. In poche ore, la linea di successione si è spezzata e il processo è ricominciato da capo. Merz non è l’unico candidato, anzi forse non è nemmeno il più forte. Armin Laschet, governatore della Renania Settentrionale-Vestfalia, il Land più popoloso, è molto quotato, anche perché lavora in tandem con il ministro della Salute, Jens Spahn, che non è mai stato merkeliano, che ha sempre voluto dare voce all’ala più conservatrice della Cdu, che è considerato ambiziosissimo ma che sta godendo di molta popolarità e rispetto ora che è ministro della Salute durante la pandemia. Ci sono altri due candidati, uno diretto e uno indiretto: Norbert Röttgen,il più merkeliano di tutti, e Markus Söder, governatore della Baviera che conta sugli avvicendamenti all’interno dell’Unione, l’alleanza tra cristianodemocratici e cristianosociali

bavaresi, che si presenta unita alle elezioni. Söder non corre per la leadership della Cdu ovviamente, ma sa che, per le regole non scritte dell’Unione, la guida oggi toccherebbe a un bavarese (e lui è anche molto popolare). E se tutte queste ambizioni e furie fossero inutili? Se la Merkel si ricandidasse? In fondo la cancelliera aveva detto anche nel 2017 che non si sarebbe candidata per il quarto mandato, e poi lo aveva fatto: erano tempi di emergenza, tra Brexit e l’elezione di Donald Trump. Oggi l’emergenza semmai è ancora più grande. E il processo di successione è molto complicato. Poi certo, l’espressione «ventennio merkeliano» suona già male oggi, e sono in tanti a pensare che la Merkel si stia costruendo la propria eredità politica con la gestione della pandemia: non ambirà a un altro mandato. Ma intanto, se anche non dovesse ricandidarsi la cancelliera potrebbe restare fino alla primavera del 2022. Con buona pace di chi scrive e ripete da anni che la stagione merkeliana è finita, ancora un anno e mezzo almeno di Merkel è una buona notizia.

cato giornali e tv, ma solo di zanzare e per questo ribattezzato con il poco decoroso appellativo di «zanzarologo». Lo so: da noi, anche se la gnàgnera non manca, queste cose non capitano. Anzi: più del presenzialismo, a disturbare è la ripetitività obbligata di pochi addetti o politici che ci informano trotterellando da un microfono all’altro a ripetere sempre i medesimi concetti. Il giorno dopo, un martedì, un altro potenziale argomento mi sorprende mentre saltabeccavo con il telecomando per sfuggire alla noia della tappa del Giro d’Italia. Ho infatti scoperto che la televisione svizzero-tedesca stava proponendo in diretta anche la conferenza stampa del Consiglio federale, al contrario delle consorelle che, fisse, diffondevano comode «palinsièste», pardon: i palinsesti prestabiliti. Peccato, perché il responsabile per le malattie infettive presso l’Ufficio federale della sanità pubblica, Stefan Kuster, in quei momenti era impegnato a spiegare che la virulenza dei contagi in Svizzera era doppia rispetto a quella

raggiunta in Italia. Kuster aveva reso intelligibile il suo resoconto tecnico ricorrendo all’indice Rt (si legge «erre con ti») che è un’emanazione del più famoso indice R0 («erre con zero») con cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’inverno scorso aveva iniziato a misurare l’indice di contagio della Covid-19 nella città di Wuhan (in Cina i valori erano compresi tra 2 e 2,5). Oltre a dire che serve a misurare la trasmissibilità potenziale dei virus – la cancelliera tedesca Angela Merkel lo aveva usato in un messaggio televisivo mirabilmente semplice e chiaro – vale forse la pena aggiungere che l’indice Rt,quando sarà disponibile un vaccino, consentirà anche di stimare la percentuale di popolazione che dovrebbe essere immunizzata attraverso la vaccinazione. Ultimo input: il giorno prima, un lunedì, avevo seguito su La1 della Rsi alcuni momenti della trasmissione «60 minuti», ricordando un annuncio postato dal conduttore Reto Ceschi su Twitter per presentare i suoi ospiti (parlavano

di Covid-19). Il mattino dopo, sempre su Twitter, scopro proprio sotto al lancio di Ceschi, una pubblicità di Swisscom con questo messaggio: «Il meglio dell’intrattenimento è tutto qui. Kitag, Teleclub, bluewin e Swisscom TV da ora insieme sotto il segno di blue». Più che un annuncio pubblicitario mi sembra un proclama della «Zersplitterung» attuata da Swisscom per potenziare la sua offerta televisiva: non solo sport (partite di calcio e hockey svizzeri, quelle della Champions a fr. 9,90 l’una), ma anche allacciamenti a canali esteri come Sky, Dazn e allettanti servizi in streaming da ricevere via internet (ognuno con il suo abbonamento) su televisori, iPad e smartphone. Mi chiedo: solo casuale, la vicinanza di quei due annunci? Sospetto legittimo, spiega chi ne sa più di me: Twitter ha sviluppato una funzionalità che consente ai suoi inserzionisti di posizionarsi prima o dopo determinati tweet e di raggiungere così utenti potenzialmente selezionati. À la guerre comme à la guerre, insomma.

Affari Esteri di Paola Peduzzi E se Angela si ricandidasse?

Wikipedia

Ancora una volta la scelta del successore di Angela Merkel (foto) è stata rinviata. Il congresso della Cdu, il partito cristianodemocratico tedesco della cancelliera, avrebbe dovuto tenersi a dicembre, ma a causa della pandemia è stato rimandato, proprio come era accaduto ad aprile. La Germania è entrata nella seconda ondata con numeri molto preoccupanti, i contagi sono

aumentati con una progressione che la stessa Merkel definisce «drammatica» e i governatori regionali assieme al governo centrale hanno deciso di introdurre quattro settimane di lockdown nazionale – tutto chiuso tranne le scuole, e sono state stanziate risorse per 10 miliardi di euro per garantire alle aziende con meno di 50 dipendenti il 75 per cento dei loro ricavi. Le «regole di sicurezza e igiene» messe in atto dalla Merkel finora con i suoi appelli alla responsabilità personale e collettiva non sono state sufficienti, così è stato deciso, con la collaborazione anche dei governatori inizialmente riluttanti perché alle prese con un contagio più contenuto, di fare come in primavera, con l’eccezione delle scuole. La pandemia ha fatto risaltare la leadership della cancelliera tedesca: molti commentatori internazionali, soprattutto americani e britannici, sospirano guardando la Germania e l’approccio scientifico, pratico, empatico della Merkel: perché non ce l’abbiamo anche noi un leader così? Assieme alla ritrovata popolarità è iniziato a circolare

Zig-Zag di Ovidio Biffi Virus, stress e news Leggo su un giornale americano che c’è preoccupazione perché il riacutizzarsi della pandemia sta riproponendo tra i fenomeni collaterali anche quello dell’infodemìa, cioè la inarrestabile prevalenza di un flusso informativo direttamente legato a quanto la Covid-19 sta causando in tutto il mondo. È un fenomeno sempre più avvertito anche dalle nostre parti (ne avevo già riferito in maggio) poiché inevitabilmente radio, tv, giornali o «smart qualcosa» non solo snocciolano in continuazione dati e proiezioni, previsioni e profezie sul Coronavirus, ma relegano tutto il resto in secondo piano o all’oblio, favorendo un sempre più diffuso «non se ne può più». Di conseguenza, volendo avvertire i lettori che anch’io mi addentrerò su cose pandemiche, segnalo che cercherò di riportare e commentare argomenti solo indirettamente legati alla pandemia, in maniera da non alimentare quello che un terapeuta americano ha definito «Breaking News Stress Disorder», cioè il disturbo riscontrato in alcuni suoi pazienti colpiti da attacchi

di ansia durante la campagna elettorale delle presidenziali Usa (quella del 2016 per la precisione). Il primo esercizio l’ho compiuto dopo aver visto sul «Corriere della Sera» una vignetta di Emilio Giannelli. L’umorista ha disegnato l’entrata di una sede della Rai e, su un lato, un folto gruppo di persone con mascherina; davanti ha posto una troupe televisiva con telecamera puntata su un intervistato che parla al microfono tenendo la mascherina in mano. In primo piano ci sono due carabinieri che chiedono «Che cos’è questo assembramento?» a un distinto signore che risponde «Sono virologi in attesa di intervista». Umorismo e satira di Giannelli mi hanno subito rammentato la triste parabola di un ricercatore magnificato qualche giorno prima da media e social per le sue trancianti dichiarazioni sulla situazione epidemiologica in Italia. Nemmeno il tempo di capire bene chi fosse e lo stesso personaggio si trova proiettato sul fronte opposto, crocifisso per essere sì un esperto, come l’avevano glorifi-


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Cultura e Spettacoli Un amore di fotografia Alla Galleria Doppia V di Besso il lavoro ME TE di Veronica Barbato e Marco D’Azzo

Quarant’anni per la scena A colloquio con Cristina Castrillo, che nel suo personalissimo percorso teatrale ha sempre fatto delle scelte forti e consapevoli

Negli occhi di chi guarda Una mostra al Palais de Rumine di Losanna ci fa vedere come il concetto di «esotismo» sia relativo pagina 47

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Una vita eccezionale

Fotografia Gli scatti coraggiosi di Lee Miller

Natascha Fioretti Se il nome Lee Miller vi dice qualcosa sono sicura che non vi lascerete sfuggire questa mostra a lei dedicata dal titolo Fotografin zwischen Krieg und Glamour visitabile al Museum für Gestaltung di Zurigo fino a gennaio 2021. Se, invece, sentite il nome per la prima volta dovete assolutamente avvicinarvi a questa donna che nel secolo scorso ha eccelso in tutti i campi nei quali si è cimentata e in particolare nella fotografia. Nata nel 1907 a Poughkeepsie New York da una famiglia borghese benestante, Elizabeth Miller è stata una modella di successo molto ambita da Condé Nast e da alcuni dei maggiori fotografi del tempo come Edward Steichen, George Hoyningen-Huene e Arnold Genthe, poi fotografa a sua volta. I primi passi li ha mossi guardando il padre Theodore ma la svolta è arrivata negli anni parigini, le frequentazioni con la scena surrealista e il suo legame professionale e personale con il fotografo e autore di film d’avanguardia Man Ray. Nel corso di una lunga carriera durata oltre tre decenni entrò in contatto con le maggiori personalità artistiche e letterarie del suo tempo. Assidua frequentatrice della Svizzera e di St. Moritz, da dove raccontava come l’alta società trascorreva l’inverno, durante la Seconda guerra mondiale Lee Miller divenne un’acclamata corrispondente di guerra per «Vogue» documentando la Battaglia di Normandia, la liberazione di Parigi e dei campi di concentramento tedeschi. Trattasi, come ci racconta la curatrice della mostra Karin Gimmi, di una donna eccezionale la cui vita è stata costellata di avventure, incontri e successi professionali. Fotografa tra guerra e incanto, quale delle tante Lee Miller ci racconta la mostra?

L’esposizione mira a mettere in evidenza lo stretto rapporto che lega l’evoluzione biografica di Lee Miller alla sua esperienza e competenza fotografica. In questo modo si percepisce come le diverse fasi della sua vita abbiano influito sulla sua tecnica e il suo sguardo fotografico cambiandoli e nutrendoli ogni volta di nuovi elementi e prospettive. È la prima volta che la sua opera completa viene mostrata con tale ampiezza. Come si sono sviluppate l’arte fotografica e la tecnica di Lee Miller nel tempo?

Theodore, il padre, era un fotografo che amava sperimentare tutte le ultime tecniche. È stato lui il primo mentore di

Lee Miller che però ha investito molto nella sua formazione frequentando corsi in scenotecnica, scenografia e illuminazione scenica. Anche nel ruolo di fotomodella non le sfuggivano gli aspetti tecnici della professione e ha lavorato con i più famosi fotografi del tempo al di qua e al di là dell’Atlantico, facendo confluire tutte le esperienze e gli scambi nel suo bagaglio personale.

Partendo dagli esordi, nella sua prima biografia pubblicata dal figlio Antony Penrose, si narra di un fortuito incontro avvenuto nel 1926 quando era una studentessa di scenografia alla Art Students League di New York. Si racconta che l’editore Condé Montrose Nast salvò Lee Miller da un incidente rimanendo colpito dalla sua bellezza ed eleganza. Si potrebbe dire che l’inizio è stata una fortuita coincidenza?

Si può vedere così, ma deve sapere che attorno a questa storia aleggia una buona dose di mito e fantasia. Il figlio è stato il primo a scrivere di lei (The Lives of Lee Miller) e questo fa pensare perché avrebbe per esempio potuto farlo suo marito Roland Penrose quando Lee Miller era ancora in vita. Nel frattempo, di pubblicazioni postume se ne sono aggiunte altre, alcune di carattere più scientifico alle quali personalmente do più credito. Dobbiamo ricordare che il padre era un fotografo esperto con molti contatti nell’alta società e nel mondo della fotografia newyorchese. Sicuramente già in passato c’erano stati dei contatti con l’editore di «Vogue» così come è molto probabile che questa bellezza bionda e androgina dal capello corto e una presenza da palcoscenico fosse già stata notata da tempo. Ci sono molti indizi a suffragio di questa tesi. Questa abitudine di raccontare la storia della sua vita come se la sua vita fosse stata una somma di casi fortuiti non la condivido affatto. Questa donna è stata l’artefice del suo destino. Certo, però ha avuto delle frequentazioni importanti, amicizie con grandi artisti del suo tempo come Pablo Picasso, Max Ernst, Fred Astaire e Marlene Dietrich.

Questo è un altro elemento che ne ha connotato la grandezza e ha giocato a suo favore: la capacità di muoversi con la stessa disinvoltura in ambito maschile e femminile. Ha curato e coltivato i suoi amori e le sue amicizie per tutta la vita. Ce lo dice ad esempio la sua relazione con Man Ray. È andata da lui a Parigi presentandosi come assistente (e lui di assistenti non ne voleva), è diventata la sua compagna e poi collega

Lee Miller, Fire masks, London, 1941. (© Lee Miller Archives England 2020. Tutti i diritti riservati. www.leemiller.co.uk)

per poi lasciarlo tre anni dopo perché voleva crescere ancora professionalmente. È stata lei che per tutta la vita ha scelto, ha preso le decisioni. Proveniva da un contesto privilegiato, di questo va tenuto conto, ma ha sempre preso in mano le redini della sua vita.

Quest’anno cade un anniversario importante, sono 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Lee Miller insieme ad altre fotografe del suo tempo ha avuto una marcia in più nel raccontarla. Quale?

Con la sua macchina fotografica è andata a vedere come le donne trascorrevano la loro vita mentre gli uomini erano al fronte. Nessuno lo aveva fatto prima. Poi si è spinta al fronte come reporter di guerra americana con la qualifica di ufficiale. Non si è curata delle norme che imponevano alle donne di limitarsi a fotografare i lazzaretti, a stare fuori dal campo di guerra. Si è spinta in prima linea. A Saint-Malo è stata l’unica giornalista di guerra a mischiarsi nei conflitti. Lo sguardo surrealista conquistato negli anni precedenti le fu vitale in quei momenti e poi di fronte alle atrocità dei campi di concentramento di Buchenwald e di Dachau il suo sguardo cambiò di nuovo. Realizzò un reportage per «Vo-

gue» che fece il giro del mondo in cui accanto a una foto che ritrae un cumulo di ossa e un piccolo gruppo di deportati tratti in salvo dice Believe it! Se si comparano le sue fotografie a quelle di altre reporter di guerra come Margaret Bourke-White, prima donna fotografa del settimanale «Life», si capisce come l’obiettivo di Lee Miller sia più vicino agli accadimenti e ai soggetti ritratti. È anche evidente che i suoi scatti non sono improvvisati, le persone sanno di essere ritratte in quel momento e guardano in camera consapevoli. Ripensando alla biografia postuma del figlio Antony, sorprende che non vi sia stata nessuna pubblicazione precedente che desse conto delle imprese, della vita eccezionale di Lee Miller. Come se lo spiega?

Lee Miller è stata una star della fotografia per 40 anni. Finita la guerra ha smesso l’uniforme che portava, ha messo da parte la macchina fotografica e ha chiuso tutto in soffitta. Ha chiuso un capitolo della sua vita e ha trascorso il successivo come Lady Penrose, moglie del pittore Roland Penrose, trasformandosi in una superba cuoca gourmet e intrattenitrice delle molte cene e feste che nel weekend animavano la casa in campagna della famiglia nell’East Sus-

sex. Lo testimoniano ad esempio le bizzarre foto della serie Working Guests in cui vediamo l’illustratore Saul Steinberg nel giardino dei Penrose alle prese con la canna dell’acqua o Alfred Barr, il primo direttore del Museum of Modern Art di New York, intento con giacca e cappello a dar da mangiare ai maiali. Solo una personalità come quella di Lee Miller avrebbe potuto convincerli a prestarsi al gioco. Perché, mi sono chiesta, nelle biografie degli anni sessanta di Man Ray, Lee Miller compare soltanto nelle note a margine come musa? Perché nei racconti di Roland Penrose, con il quale è stata sposata tanti anni, Lee Miller compare soltanto nel ruolo di moglie o di musa e mai come fotografa o magnifica cuoca? Non ho trovato ancora una risposta, un uomo al suo posto si sarebbe sicuramente preoccupato dell’immagine che avrebbe voluto lasciare in eredità ai posteri. Dove e quando

Lee Miller – Fotografin zwischen Krieg und Glamour, Zurigo, Museum für Gestaltung (Toni Areal). Orari: ma-do 10.00-17.00; me 10.00-20.00; lu chiuso. Fino al 3 gennaio 2021. museum-gestaltung.ch


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Cultura e Spettacoli

Con la leggerezza della danza

La seconda volta della prima moglie Netflix Il remake di Rebecca, capolavoro

Fotografia Alla Galleria Doppia V il lavoro di coppia

di Hitchcock, non soddisfa su tutta la linea

di Veronica Barbato e Marco d’Azzo

Nicola Mazzi

Ogni immagine il ricordo di un momento felice: opera del progetto ME TE.

Giovanni Medolago ME TE: questo il titolo sibillino scelto dalla coppia Veronica Barbato/Marco d’Azzo per la loro mostra alla Galleria Doppia V di Besso. Tu ed io, oppure quelle mete che è sempre meglio proporsi di raggiungere, sebbene appaiano talvolta autentiche chimere? Die Beide! si esclama in tedesco. Si parte dalla tavolozza nera che lei ottiene da un telo di velluto. «Il nero è il colore della danza – spiega – in particolare nelle performances di Pina Bausch». Veronica Barbato, origine campane e cresciuta a Reggio Emilia, si è dapprima appassionata alla danza contemporanea, cui si è dedicata per anni, prima di approdare alla fotografia. Non una cesura, precisa: «Direi piuttosto uno scambio tra poesia, pittura e fotografia». Sulla tavolozza nera irrompono figure dai colori vivaci; fiori soprattutto, che talvolta svolazzano eterei oppure si fissano come il clou d’un fuoco d’artificio. «Ogni fiore,

o quasi, rappresenta il ricordo di un momento felice vissuto con Marco, delle emozioni che abbiamo vissuto insieme». Ispiratore a monte e complice nel loro work in progress, d’Azzo interviene con tocco leggero, quasi impalpabile. «Bisogna essere discreti accostandosi a quanto c’è già. Direi addirittura che è un gesto di coraggio!» Architetto di professione e attivo in uno Studio di Lugano, d’Azzo definisce «ideale lo spazio della Galleria Doppia V. Raccolto, quasi intimo, dove abbiamo cercato di creare un equilibrio tra grandi D-Bond (il supporto su cui viene montata l’immagine definitiva, n.d.r.) e i lavori che li affiancano, diversi per dimensioni e forma». Il tocco forse più significativo dell’architetto lo vediamo nella grande immagine di una serie di spighe, che Veronica ha fissato con geometrica precisione sul suo prediletto black velvet, e che Marco sembra quasi divertirsi a piegare di qua e di là. «In realtà l’idea era di fare di questa im-

magine ripetuta – ordinatissime file di spighe che col loro giallo si stagliano discretamente sullo sfondo nero – una carta da parati» confessa Veronica. La quale ha voluto altresì una scelta particolare nell’allestimento, sistemando qualche quadretto sotto un’immagine più grande. Lo spettatore è così chiamato a un’attenzione particolare, scomoda se vogliamo dirla tutta. Tuttavia, entrando alla Doppia V la prima impressione – che di solito è quella giusta! – è un senso di leggerezza, un sottile invito a librarci nelle nostre emozioni, liberandoci – almeno per un attimo – delle zavorre che purtroppo dobbiamo portarci appresso in questi giorni difficili.

Ottant’anni dopo l’uscita di uno dei film più importanti di Alfred Hitchcock (Rebecca – La prima moglie, che tra l’altro fu il primo girato negli USA dal maestro del thriller), Netflix propone una nuova versione della storia tratta dall’omonimo libro di Daphne du Maurier. Questa volta dietro alla macchina da presa c’è Ben Wheatley, autore che si destreggia bene tra le grandi produzioni (Tomb Raider il sequel) e Cannes (Killer in viaggio). La struttura narrativa del nuovo film segue fedelmente quella del romanzo e dell’opera di Hitchcock e quindi il confronto è purtroppo (per il prodotto Netflix) inevitabile. Bisogna comunque dare atto alla piattaforma online di aver osato riproporre un classico e di aver cercato di renderlo fruibile agli spettatori del 2020. Un coraggio che sembra premiare a livello economico visto che Rebecca è nelle Top Ten dei film più visti. Ma, ovviamente, seppur importante, questo aspetto non basta a raggiungere i livelli dell’opera del 1940. Questa, in breve, la trama. Siamo a Montecarlo e una giovane dama di compagnia di una ricca signora conosce l’aristocratico e vedovo Maxim de Winter. Tra i due nasce una storia d’amore che li condurrà presto al matrimonio. Vanno a vivere nella residenza inglese di Manderley, di proprietà del-

la famiglia de Winter, dove la giovane sarà continuamente confrontata con il fantasma della prima moglie: Rebecca. Il confronto tra le due versioni non regge per diverse ragioni. In primis, malgrado dialoghi ben scritti e attori nella parte (soprattutto Kristin Scott Thomas che interpreta la perfida governante Mrs. Danvers), manca la tensione narrativa del film del 1940: il tutto procede senza particolari sussulti né emozioni. In secondo luogo, la regia di Wheatley è più attenta alla bella fotografia che a costruire la psicologia dei personaggi e a svilupparla nel corso del film. L’autore preferisce il lavoro sull’immagine (i colori caldi nelle scene in Costa Azzurra e quelli freddi a Manderley) alla ricerca-inchiesta sulla misteriosa figura di Rebecca. Infine, la versione 2020 – a cui va dato un altro merito e cioè quello di aver mantenuto il focus sul fantasma di Rebecca, presente in tutte le scene malgrado la sua morte – da un lato esplicita in modo troppo didascalico quello che in Hitchcock era solo suggerito, come ad esempio i rapporti extraconiugali di Rebecca col cugino. D’altro lato, accelera in modo grossolano la trasformazione che avviene nella seconda moglie: da giovane e insicura ragazza a donna forte e determinata. In altre parole, Rebecca è un film piacevole, ma che non regge il confronto con l’opera per la quale Joan Fontaine fu nominata all’Oscar.

Dove e quando

ME TE. Fotografie di Veronica Barbato e Marco d’Azzo, Galleria Doppia V. Via Moncucco 3, Lugano-Besso. Orari: ma-ve 9.00-12.00, 14.00-17.00. Fino al 20 novembre. galleriadoppiav.com

Armie Hammer e Lily James sono i protagonisti di Rebecca. (You Tube)

Scrittura liberatoria e salvifica

Poesia Crocetti ha da poco pubblicato Sulla terra e all’inferno, raccolta poetica di Thomas Bernhard del 1957

Luigi Forte Lo chiamavano il «Beckett delle Alpi». Fin dal suo primo romanzo, Gelo (1963), con al centro un anziano pittore confinato in un paesino di montagna e nei labirinti della sua mente allucinata, l’austriaco Thomas Bernhard amava personaggi ossessivi e maniacali per i quali la vita è un’eterna sconfitta e un balbettio inconcludente. E anche il suo esordio teatrale nel 1970 con Una festa per Boris presenta su una scena scarna, quasi metafisica, un interno dove non filtrano voci né presenze esterne e la vita non ha accesso. Da allora in poi romanzi e commedie faranno di Bernhard, nato nel 1931, uno dei più originali scrittori della seconda metà del Novecento. Sorprende quindi scoprire che la sua attività letteraria iniziò con alcune raccolte di poesia, di cui la prima, Sulla terra e all’inferno (1957), è uscita ora presso l’editore Crocetti nella bella traduzione di Stefano Apostolo e Samir Thabet con una postfazione di Franz Haas. In realtà la poesia fu per lo

scrittore non solo un terreno di sperimentazione, ma anche il libero spazio in cui dare forma alla propria percezione dell’esistenza altalenando fra città e campagna, fra le proprie radici e la curiosità verso il mondo, in cui si mescolano disagio e insofferenza e non di rado un opprimente senso di esclusione. Era affascinato dal grande conterraneo Georg Trakl e dal suo accorato espressionismo che rischiò di offuscare la propria immagine della realtà. «Se non avessi mai conosciuto Trakl, – ammise – sarei andato più lontano». Tuttavia fin da allora la sua impronta era assai personale: versi che ribaltano l’idillio della campagna in cui per alcuni anni aveva vissuto con i nonni materni, un tono incalzante e aggressivo che retoricamente si affida al gioco delle iterazioni; poi una sorta di risentimento quasi cosmico e l’ossessione della morte dietro cui si nasconde forse il destino di quel padre suicida mai conosciuto e la sua stessa malattia polmonare che lo obbligò a lunghe degenze in sanatorio. Da sempre Bernhard si percepiva al centro

di una lotta troppo impari – di fronte all’onnipotenza di società e destino – per essere adeguatamente condotta.

L’austriaco Bernhard (1931-1989) è stato narratore, poeta e drammaturgo.

Per questo più tardi muterà strategia: la sua scrittura ritmica e cadenzata ricca di contrappunti e di tonalità diverse, dal drammatico all’umoristico, riuscirà a rendere più leggere e coinvolgenti le vane farneticazioni dei suoi personaggi. Ma il giovane poeta non conosce distanza né riparo: viaggia nel regno oscuro del dolore e della morte, si esilia dalla natura («Io sono indegno di questi monti e campanili, / indegno di una singola notte stellata», si legge in Offerta di novembre), percorre città europee – da Vienna a Parigi a Venezia – con lo sguardo di chi rifugge la modernità e non trova quiete, se non, stranamente, nell’accesa spiritualità presente in non pochi componimenti della terza sezione del libro, La notte che mi trafigge il cuore. Qui si legge: «… la mia anima dorme, / e sopra si muove la mano di Dio»: un riposo che lo scrittore abbandona ben presto incalzato dalle sue invettive sul mondo che qui generano immagini stravaganti, una sorta di corpo a corpo con la realtà che s’inabissa nel buio e sotterra speranze.

Bertrand si muove tra la ribellione, anche linguistica, e la ricerca di un riparo affettivo sulla scia delle «profonde orme dei padri» che la sua anima mortale «ripercorre a ritroso». Ma ritrova ben poco al di là del suo furore, la vera energia per contrapporsi al mondo negli anni seguenti. E anche per la madre, una donna dal greve, triste destino, ha parole dolenti: «Tu vieni sempre quando io sono stanco. Ti ripago / della mia vita con la paura». Quest’inizio letterario consegnato alla poesia (tra il 1957 e il ’63 uscirono altre tre raccolte) sembra già l’epilogo di un’odissea senza futuro. Una vita apparentemente priva di ubi consistam, ma in realtà sempre più sorretta, nel tempo, dal gesto provocatorio e salvifico della scrittura in un incessante monologo sulla follia del mondo. Bibliografia

Thomas Bernhard, Sulla terra e all’inferno, traduzione di Stefano Apostolo e Samir Thabet, Crocetti editore, pagg. 235, € 17.–.


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Cultura e Spettacoli

Castrillo, un percorso di quarant’anni

Le tenebre catartiche di Macbeth

Incontri La coerenza e la componente etica del Teatro delle Radici di Cristina Castrillo

In scena Macbettu

al Teatro Sociale

Giorgio Thoeni La storia del teatro indipendente della nostra regione può vantare pochi esempi di coerenza, caparbietà, lucidità, cultura e concretezza. Uno di questi, se non proprio l’unico oramai, è rappresentato da Cristina Castrillo. Autrice, pedagoga, attrice e regista, l’artista argentina festeggia il quarantesimo del Teatro delle Radici che ha costruito sull’arco di oltre mezzo secolo complessivo di carriera. Per segnare l’avvenimento mette in scena recordari, uno spettacolo realizzato con 10 dei più fedeli e longevi attori della sua compagnia con debutto allo Studio Foce di Lugano il 4 novembre (repliche dal 5 al 10). E la sala potrà contenere il numero di spettatori concesso dalle nuove disposizioni.

Per festeggiare i 40 anni il Teatro delle Radici propone re-cordari e tre spettacoli di repertorio Il lavoro è stato provato fra mille difficoltà, senza dimenticare le dolorose battute d’arresto che hanno segnato e compromesso l’attività degli ultimi mesi. È stato allestito facendo l’impossibile per garantire le complesse norme igieniche con l’incubo di dover chiudere di colpo baracca e burattini (ci si conceda il brutale accostamento). re-cordari (passare ancora dal cuore) è un’elaborazione sul vissuto e sul percorso individuale di ogni attore attraverso sogni, viaggi, esperienze collettive, mettendo anche mano a testi, oggetti e costumi conservati nel vasto archivio del Teatro Radici. Ma dopo 40 anni prevale di più la nostalgia o la memoria?

Sono profondamente legate – ci risponde Cristina Castrillo – la memoria è nostalgia e viceversa. Io sono una nostalgica ma non l’ho mai vissuta

Una vita per la scena: Cristina Castrillo. (TiPress)

come un peso o una mancanza, ma come qualcosa di molto vivo, di molto presente, come una ricchezza. Però posso avere anche la nostalgia per un futuro o di un altrove che so che non sarà come vorrei, che non c’è o che è difficile da costruire. Perché il mondo non va in quella direzione. In questi anni c’è stato uno sviluppo passionale nel lavoro teatrale rispetto agli inizi?

Ho sempre seguito un filo. Mi dispiace usare la parola coerenza ma l’ho sempre seguita in relazione a una serie di princìpi che non si sposteranno mai dalla mia ottica. Posso percepire senz’altro alcuni aspetti evolutivi a livello metodologico a partire da Sul cuore della terra (spettacolo cult del 1988, NdR). Da allora c’è stato un processo di approfondimento e di azzardo sugli strumenti espressivi da utilizzare e sulle possibilità di linguaggio che sono sempre stati una costante.

È sempre stato importante stabilire una direzione, capire che cosa fare con il materiale umano, con l’attore. Che tipo di teatro vuole fare? Che cosa vuole dire? Che relazione vuole stabilire con le persone con cui lavora? Sono ambiti tra il filosofico e l’ideologico che mi arricchiscono e che ho curato nella ricerca di altri modi di essere rispetto a quelli imposti dalla società, dalla famiglia, dalla costruzione di una personalità. Una ricerca, insomma, fra l’aspetto metodologico e quello umano. Ed è quello che più mi interessa di tutta questa storia.

In occasione del Premio Svizzero del Teatro (2014), fra le motivazioni veniva sottolineato il contributo allo sviluppo di un linguaggio teatrale dall’orientamento etico. Il Teatro delle Radici ha lasciato una traccia in tal senso?

Non so se l’abbiamo lasciata. So che la parola «etica» esiste, con tutti gli errori

che abbiamo potuto fare, io compresa. Non è un pensiero da difendere, ma qualcosa che ognuno si porta appresso nel comportamento, un modo di essere che credo di aver difeso. Con il nostro lavoro accade qualcosa che difficilmente ho visto in un altro gruppo teatrale. Questo non vuole essere un giudizio di valore, eppure nel nostro modo di essere c’è sempre stato un diverso modo di ascoltare, di avvicinarsi e di prestare attenzione agli altri.

Oltre a re-cordari, per sottolineare i suoi 40 anni, il Teatro delle Radici ripropone tre spettacoli del suo repertorio: Petali (13.11) e Transumanze (14.11) al Teatro Foce mentre con Graffio su bianco (15.11) la compagnia torna nella sua storica sala.

È un tragitto creativo. Sono pezzi della nostra storia che volevamo rivedere e che, avendo un organico, è stato possibile rimettere in scena e mantenere in vita… ma che lavoro!

Siamo riusciti appena in tempo ad assistere a Macbettu al Teatro Sociale di Bellinzona intrufolandoci il giorno prima dell’applicazione delle disposizioni emanate dal Consiglio federale sulla limitazione di pubblico per i grandi eventi. Lo spettacolo, già rinviato alla prima chiusura per la pandemia, era molto atteso. Premio Ubu 2017 e Premio della Critica Teatrale, Macbettu, prodotto nel 2017 da Sardegna Teatro per la regia di Alessandro Serra, è un capolavoro sotto molti aspetti. Tratto dal Macbeth di William Shakespeare, la sua rilettura rispetta i contorni essenziali della tragedia in una sintesi esemplare fra testo e azione dove il movimento, le luci e la scenografia sono corollario per la parola dell’attore su un palcoscenico praticamente spoglio. La classica trama viene risucchiata in una dimensione totalizzante e in una metamorfosi straordinaria. E non importa se il testo è recitato in sardo (con sopratitoli). Il pubblico assiste rapito al confronto tra l’inquietante e beffarda presenza delle streghe con le loro profezie e la fragilità del sentire umano nella tragica e sanguinaria trama per la conquista del potere. Un confronto che piega la storia teatrale che conosciamo per lasciarla avvolgere dai bellissimi tableaux che Serra costruisce in un clima spettrale, cupo, come ispirato dalle tele di Goya o del Caravaggio. In un certo senso esageratamente forzati, i toni della recitazione portano a dimenticare Shakespeare tuffando lo spettatore in un rito catartico, quasi sovrannaturale. Reduce da un grande successo internazionale, anche la fortunata platea di Bellinzona ha accolto lo spettacolo con straordinaria attenzione applaudendo con entusiasmo i suoi meravigliosi interpreti, tutti da citare: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu e Felice Montervino. / GT

Linguaggio d’odio e scuse Pubblicazioni Il linguista Filippo Domaneschi torna sulla tematica dell’hate speech, il linguaggio dell’odio

che tanto interessa la linguistica italiana contemporanea Stefano Vassere «È importante chiarire fin da subito che, ogni volta in cui verrà tirato in ballo un vocabolo impudente o scurrile, il nostro atteggiamento sarà simile a quello del chirurgo: sarà nostra premura maneggiare queste espressioni con cautela, afferrandole con attrezzi sterili». Dopo il molto bello #Odio. Manuale di resistenza alla violenza delle parole di Federico Faloppa, ecco il quasi contemporaneo Insultare gli altri di Filippo Domaneschi. Oltre alla tematica, attuale e urgente, questo nuovo libro condivide con quell’altro una premessa; l’avvertenza inusuale che vede sia Faloppa che Domaneschi letteralmente scusarsi se, parlando di questa tematica, essi debbano ricorrere a citazioni di questo materiale così sgradevole. «Fate uscire i bambini, arrivano i linguisti», se si vuole. Faloppa lo fa in una Nota dell’autore alla prima pagina utile dopo una dedica e il lungo e commovente esergo

tratto da un libro di Alexander Langer, e dice quanto segue: «Dopo averci pensato a lungo, ho deciso di riportare – nel testo – insulti, ingiurie ed espressioni offensive nella loro interezza e grafia originale, senza censure». Domaneschi non tarda nemmeno lui, scusandosi nell’Avvertenza che apre il libro, dopo una decina di righe. Queste scuse potrebbero sembrare a prima vista strane. Se la linguistica ha l’ambizione di essere una disciplina di qualche dignità e che ambisca a ispirarsi alle scienze maggiori, dovrebbe comportarsi come la biologia quando abbia a che fare con virus e batteri. Che sono magari cattivi e fanno male e nessuno vuole avere a che fare con loro, ma sono e restano l’oggetto di studio dello scienziato, che mai si sognerebbe di chiedere scusa per doverli maneggiare. In verità, quello che sembra essere accaduto al linguaggio d’odio è un processo linguistico ben noto e studiato; il trasferimento del carattere violento del parlante e dei suoi intenti dal parlante stesso alle parole. Non sono più forse violenti

i parlanti, o non lo sono più, ma si è incattivito il sistema linguistico. Tanto che il solo pronunciare o scrivere insul-

ti o parolacce fa sentire in colpa anche gli specialisti più seri e all’avanguardia. Più che una lunghissima premessa, quanto detto è un fatto di sostanza, perché ci dice qualcosa di cruciale in questo campo: che il linguaggio sedimenta il materiale sgradevole ben più che le mentalità che ne sono all’origine. Prendiamo il sessismo, o il razzismo: ci sono culture che probabilmente hanno superato questi atteggiamenti ma che ne conservano la memoria nelle parole; e il solo pronunciarle le richiama all’attualità e le rinvigorisce. Detto questo, va aggiunto che il libro di Domaneschi apre certamente nuove prospettive nell’ambito di questa molto responsabile direzione di studi. Soprattutto quando promuove la tesi secondo la quale in un qualche modo non possiamo fare a meno degli insulti; o quando descrive la scena dell’insulto nelle tre figure fondamentali dell’insultante, dell’insultato e della non secondaria componente del pubblico, degli spettatori che assistono. L’insulto ha poi una sua variabilità

di genere, se è vero che la fucina degli improperi rivolti agli uomini pesca nel dominio della razionalità mentre quelli dedicati alle donne si alimentano nella ricca sfera della sessualità; per non parlare dell’ampio serbatoio legato ai tabù, quello alimentare e, di nuovo, quello sessuale. Infine, se si è abituati a considerare legittimamente il lessico, il settore delle parole, come la parte di sistema più interessata dagli insulti, Domaneschi esplora campi nuovi e produttivi: esiste di fatto anche una fonologia dell’insulto (le four letters words, «parolacce», dell’inglese), una morfologia (forme di parole, terminazioni, suffissi ecc.), una sintassi (dire «Quel tale è gay» non è la stessa cosa di dire «Quel tale è un gay», come ben percepiamo pronunciando le due frasi). Anche questo libro fa il suo dovere. Linguistico e civile. Bibliografia

Filippo Domaneschi, Insultare gli altri, Torino, Einaudi, 2020.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Cultura e Spettacoli

L’esotismo? È negli occhi di chi guarda

Ritrovarsi guardando oltre sé

Mostre Al Palais de Rumine di Losanna l’esotismo in Svizzera, ieri e oggi

graphic novel del duo Radice/Turconi

Marco Horat

Yari Bernasconi

Parlare di esotismo è dire di un concetto dai contorni indefiniti. «Tutte le culture rappresentano gli altri e ciascuna fa di questa diversità una forma di esotismo» dice Noémie Etienne, professore all’Università di Berna e commissario della mostra intitolata Exotic? Regarder l’ailleurs en Suisse au siècle des Lumières. Da noi si imitavano le cineserie perché di moda o si rappresentavano selvaggi mascherati che danzano intorno al fuoco, mentre in Cina si decorava un servizio da tavola su vetro con ritratti di donne svizzere in costumi tradizionali e si collezionavano orologi svizzeri. Desiderio incrociato di esotismo, insomma. Un tema squisitamente antropologico declinato in modo interdisciplinare con la partecipazione di trenta istituzioni, musei, archivi e biblioteche del nostro paese. Durante il XVIII secolo si sono affermati principi fondamentali per la cultura dell’Occidente (vedi l’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert pubblicata nella seconda metà del ’700); paradossalmente però sono anche maturati i frutti del colonialismo (che porteranno ricchezza a molti imprenditori di casa nostra) e delle teorie razziste che giustificavano lo sfruttamento e la schiavitù, derivate da un malinteso confronto tra realtà diverse e in nome di un ragionamento scientifico che voleva razionalizzare le differenze. Si stabiliscono gerarchie di valori, modelli di società e di sviluppo e si pensa a come migliorare chi è considerato più arretrato rispetto a questi valori-base. La Svizzera aveva stabilito stretti contatti commerciali in Asia, Africa, America con scambi di merci e persone; aveva elaborato immagini stereotipate di quei paesi e di quei popoli e imitato tratti culturali che avevano particolarmente colpito chi aveva viag-

Proviene da una citazione di Mario Rigoni Stern il titolo dell’ultimo romanzo a fumetti di Teresa Radice e Stefano Turconi pubblicato dalla Bao Publishing: La terra, il cielo, i corvi. Ma questo non stupirà i lettori della coppia di autori. Scrittrice e sceneggiatrice lei, disegnatore e illustratore lui, entrambi nati a metà degli anni ’70 ed entrambi formatisi all’Accademia Disney, Radice e Turconi hanno sempre accompagnato le loro opere – di cui ricordiamo almeno lo stupendo Il porto proibito (Bao Publishing, 2015) – con rimandi letterari, consigli musicali o cinematografici, e più in generale suggerimenti artistici di ogni tipo. Un valore aggiunto che non solo permette di esplorare nuovi territori, ma prolunga la loro stessa opera in altre opere, dimostrando una volta di più quanto sia vitale e necessario il dialogo fra le varie discipline artistiche. Non fa eccezione quest’ultimo, affascinante romanzo, ambientato nella Russia del 1943, che narra la rocambolesca fuga di tre improbabili personaggi da una base militare sulle isole Solovetskij, nel Mar Bianco: un italiano, un tedesco e un russo (loro prigioniero). La storia sembra «l’inizio di una barzelletta», come si legge nelle prime pagine, «peccato che non fa ridere per niente». Il libro propone del resto già in entrata un audace flashforward che potrebbe ricordare Gabriel García Márquez e Cent’anni di solitudine: «Mi chiamo Attilio Limonta, classe 1919. Vengo da un paese sui monti del Lago di Como. E questa è la storia di come sono morto».

François Aimé Louis Dumoulin, Combats et Jeux des Nègres, 1788, Musée historique de Vevey. (© Musée historique de Vevey – Ville de Vevey)

giato in quei paesi. Molti gli esempi in mostra: quadri, opere grafiche, oggetti decorativi e archeologici, flora e fauna esotiche, depositati dapprima nei Cabinets de curiosités o in collezioni private e poi finiti nei musei di etnografia e storia naturale di mezzo mondo. Discorso importante per la Svizzera che da questo punto di vista ha conosciuto due fronti. Dice a questo proposito Noémie Etienne: «Dal XVIII secolo le élites cittadine del nostro paese si dedicano allo studio e all’esotizzazione delle popolazioni rurali. Il pastore zurighese Scheuchzer, ad esempio, invia dei questionari nelle zone periferiche che immagina primitive e arretrate, allo stesso modo con il quale altri parlavano dei popoli d’oltre mare». Nasce il ritratto di un paese legato alle sue antiche tradizioni, a una vita semplice

in armonia con la natura. La Svizzera doveva darsi una coscienza nazionale (la Costituzione federale è del 1848) ed è così che prende piede il mito di un paese essenzialmente rurale e arcadico, idealizzando il paesaggio e i suoi abitanti; utile per la coesione interna ma anche per lo sviluppo del turismo internazionale sulle nostre montagne. «Penso ,afferma ancora Noémie Etienne, che la storia coloniale svizzera sia tutta da scoprire. È il lavoro minuzioso che sta svolgendo ad esempio l’Università di Neuchâtel e che serve a fare chiarezza sulle polemiche relative a statue e nomi di vie oggi contestate, come è stato il caso per de Pury». David de Pury era nato agli inizi del ’700 e aveva fatto fortuna con il traffico di diamanti e legnami pregiati importati dal Brasile, terminando la sua carriere come

banchiere della corona portoghese. Una mostra, frutto di una ricerca universitaria finanziata dal Fondo Nazionale della Ricerca e durata quattro anni, ci confronta quindi con temi importanti: il rapporto tra culture diverse e in particolare quello della Svizzera con gli altri paesi e all’interno della società è di grande attualità, dal momento che per capire la complessa realtà odierna bisognerebbe prima conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, positivi e meno edificanti.

Editoria La nuova

Dove e quando

Exotic? Regarder l’ailleurs en Suisse au siècle des Lumières. Losanna, Palais de Rumine. Orari: ma-do 10.00-17.00. Fino al 28 febbraio 2021. palaisderumine.ch

Lodovico Dolce il Veneziano

Trattati/8 Con il letterato e poligrafo Dolce termina la fase dell’umanesimo fiorentino Gianluigi Bellei Lodovico Dolce (1508-1568) nasce a Venezia da un’antica famiglia. Rimasto orfano viene affidato al doge Loredan e alla famiglia Corner. Studia a Padova e al ritorno a Venezia inizia a lavorare con la tipografia Giolito come curatore dei testi. Giovanna Romei, riportando brani di sue lettere, descrive la sua vita come infelice, passata fra carcere e malattie. Un’esistenza tutta dedicata alla revisione dei testi altrui ma anche a pubblicare, sempre presso i Giolito, parecchi suoi dialoghi e trattati. Fra i primi ricordiamo Di che qualità si dee tor moglie del 1539 e il Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere e conservare la memoria del 1562. Fra gli altri quello sulle gemme del 1565 e nei lavori teatrali troviamo il Ragazzo del 1541. Nel 1557 stampa il Dialogo della pittura intitolato l’Aretino. Sono gli anni nei quali a Venezia si scopre una nuova sensibilità pittorica legata al colore. Se a Firenze è il disegno con il suo ordine razionale a primeggiare, a Venezia è il colore con la sua casualità. Per Leon Battista Alberti il colorito è chiaroscuro, per Leonardo Vinci ombra, mentre per i veneziani è rilievo. Qui non ci sono però pittori che siano in grado di scrivere una teoria dell’arte ma solo letterati come Paolo Pino, Pietro Aretino o Lo-

dovico Dolce. L’Aretino è il personaggio maggiormente importante e temuto che si educa a Roma con Raffaello e Michelangelo. È proprio a lui che Dolce dedica il suo dialogo come per un complimento a quell’uomo «bizzarro», scrive Julius Schlosser Magnino, amico di Tiziano che «trovò in Venezia il suo ultimo e durevole asilo». Il dialogo si svolge fra Pietro Aretino e il grammatico toscano Giovan Francesco Fabbrini. L’Aretino inizia

Un ritratto dello scrittore veneziano. (Wikipedia)

subito vantando la sua amicizia con Raffaello e Michelangelo. Definisce la pittura come imitazione della natura e, di conseguenza, colui che maggiormente le si avvicina è il «più perfetto maestro». Divide la pittura in tre parti: invenzione, disegno e colorito. L’invenzione è la favola o la storia; il disegno la forma con il quale il pittore la rappresenta e il colorito le tinte con le quali la natura dipinge diversamente le cose animate e quelle inanimate. Ma il pittore non deve solo imitare la natura, bensì superarla: da qui la sua grandezza. Prende come esempio Zeusi che si accinge a dipingere Elena nel tempio dei Crotoniati. Volle vedere «ignude cinque fanciulle e, togliendo quelle parti di bello dall’una, che mancava all’altra, ridusse la sua Elena a tanta perfezione, che ancora ne resta viva la fama». Il fondamento del disegno è la proporzione e l’uomo può essere sia nudo che vestito. Nel primo caso sarà pieno di muscoli o delicato e questa delicatezza è chiamata dolcezza. Entrando nel dettaglio Aretino sostiene che Michelangelo eccelle solamente nel disegno e Raffaello anche nell’invenzione e in parte nel colorito. Ma la gloria del perfetto colorito spetta a Tiziano. Di più: nella chiesa dei Frati minori Tiziano giovanetto dipinge una Vergine che ascende al cielo fra gli

angioli, Dio Padre e sotto gli apostoli. Questa tavola, dice, «contiene la grandezza e terribilità di Michelangelo, la piacevolezza e venustà di Raffaello, et il colorito proprio della natura». Lentamente Dolce ci accompagna verso l’epilogo: è Tiziano il pittore divino e senza pari tanto che se fosse vivo Apelle non disdegnerebbe di onorarlo. Con il Dolce termina la fase dell’umanesimo fiorentino. La pittura, dai colori alle forme in movimento, diventa cosmica perché bisogna fuggire la troppa diligenza per prediligere la «sprezzatura» in modo che il colorito non sia né troppo vago, né troppo pulito. Il termine «sprezzatura», tipico di quegli anni, ha origini letterarie: è stato usato da Baldassarre Castiglione nel suo Libro del cortigiano del 1528 per definire l’attitudine a effettuare delle macchie difficili con un’apparente facilità come in Tiziano e nell’uomo di corte che deve essere disinvolto e sciolto anche nelle asperità. Bibliografia

Edizione di riferimento: Lodovico Dolce. Dialogo di pittura di M. Lodovico Dolce, intitolato l’Aretino in «Trattati d’arte del Cinquecento fra manierismo e controriforma», Torino, Giulio Einaudi, 1964.

La copertina della graphic novel edita da Bao Publishing.

La terra, il cielo, i corvi diventa così un’esplorazione continua: dalla morte, la sofferenza e la guerra, presente in tutta la sua assurdità, al silenzio della neve e dei boschi; dalla calorosa umanità di alcuni incontri, alla difficoltà di comunicare e capirsi. E se a trascinare il lettore sono in un primo momento le splendide tavole acquarellate di Turconi, per sua stessa ammissione ispirate dall’olandese Rien Poortvliet (illustratore fra l’altro dell’indimenticabile libro Gnomi, scritto da Wil Huygen), a immergerlo definitivamente nell’avventura dei tre personaggi è una scelta autoriale felice e coraggiosa al tempo stesso: quella di mantenere le lingue d’appartenenza. Nel testo, dunque, l’italiano di Attilio s’incrocia con il tedesco di Fuchs e il russo (traslitterato, così da suggerire un ulteriore universo di suoni) di Vanja. Certo, s’intuisce abbastanza presto che la distanza linguistica non è insormontabile, e che i protagonisti si capiscono più di quanto vogliano (far) credere, ma l’impasto linguistico continua come un mantra a colorare le pagine, ricordandoci che «la lezione di prossimità offerta dalle storie – così Teresa Radice e Stefano Turconi in un Messaggio ai lettori – ha valore salvifico, è esercizio di empatia: scoprirsi affini agli altri in quanto diversi, ritrovarsi guardando oltre sé».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 2 novembre 2020 • N. 45

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Il festival dei festival Dopo la sosta ha ripreso vigore la galassia dei festival in giro per l’Italia, quasi sempre nei piccoli centri. Chi li ha contati sostiene che sono 1200 circa. Molti preesistevano, si chiamavano sagre. Hanno continuato a essere feste popolari con fiera e mercato ma, diventando festival, hanno guadagnato una patina culturale che fa fine e non impegna. Ma sono ancora tanti in Italia i Comuni grandi e piccoli sprovvisti di un festival e desiderosi di colmare il vuoto. Noi che da più di vent’anni prendiamo parte a questo genere di eventi pensiamo di essere in grado, senza falsa modestia, di dare un contributo di idee all’impresa. Per i festival nascituri il primo nodo da sciogliere è il nome. Le caselle più prevedibili sono già state tutte occupate a iniziare da quella della Letteratura di Mantova che ha aperto le danze: Scienza, Filosofia, Economia, Religione, Silenzio, Rimorso, Simulazione, Informazione, Sospiro, Malocchio, Divulgazione, Racconto Lungo, Racconto Breve, Racconto

né Lungo né Breve, Interpretazione dei Decreti d’Urgenza della Presidenza del Consiglio, Cucina Vegana, Tua Sorella, Bollicine, Onda su Onda. Vorrei suggerire qualche tema ancora inedito. Per esempio il Festival dell’Escapismo, che è la tendenza a evadere da situazioni o problemi sgradevoli, rifugiandosi nel disimpegno. Mi immagino gli organizzatori che dopo aver tentato invano di fermare la folla di politici e amministratori che pretendono di prendere parte al festival se la danno a gambe. Sento che sta per arrivare il Festival delle Fake News, con le affollatissime lezioni dei «Leoni della tastiera». Chiudo gli occhi e vedo con la fantasia le tante sezioni nelle quali si articola: la congiura dei potenti per chiudere nella rete l’intera umanità manipolando la nostra mente con messaggi subliminali, le abitudini sessuali dei politici, i tanti misteri celati nelle indagini giudiziarie. Che ve ne pare di un Festival del Bugiardino? Sovvenzionato dalle case farmaceutiche e organizzato

in tante sezioni. Istruzioni per l’uso: «Per rendere liquido il medicinale mettere la compressa in un bicchiere d’acqua». Lasciati soli non ci saremmo mai arrivati. I diligenti compilatori di queste pleonastiche Istruzioni qualche attenuante ce l’hanno. Una massaia americana, dopo aver fatto il bagno al gatto l’ha messo ad asciugare nel forno a microonde. Il danno al sistema nervoso provocato alla signora dallo scoppio della sua amata bestiola è stato quantificato in un milione di dollari, versati dalla ditta produttrice perché aveva omesso di sconsigliare nel libretto di istruzioni l’asciugatura dei gatti. Altra sessione del festival: Possibili Effetti Collaterali : «Erezione prolungata che può durare diverse ore». (Avviso ai miei coetanei: non montatevi la testa, primo perché può colpire un paziente ogni 10mila e secondo perché neanche sotto tortura svelerò il nome del medicinale). Il Festival del Concorso Esterno in Associazione Culturale presenta il vantaggio di avere una struttura inedita:

gli interventi dei relatori non avrebbero la forma della lezione o dell’intervista ma di una passiva e connivente accettazione delle idee altrui evitando di manifestarla apertamente. Sarebbe anche una grande lezione di educazione civica. Altre proposte ne derivano: pensiamo al Festival dell’Avviso di Garanzia, premiando il sindaco che ne ha ricevuti in maggior numero. Gemello di questo è il Festival dell’Apertura di un Fascicolo contro Ignoti. Una novità assoluta: il Festival della Reliquia, finanziato con la vendita all’asta dei tanti rosari e crocifissi esibiti durante i comizi da un noto uomo politico. Forse esiste già anche se non è ancora presente nel Registro Ufficiale dei Festival: parlo del Festival del Cambiamenti Climatici, con le sue tante sessioni: scioglimento dei ghiacciai, desertificazione, innalzamento dei mari, tempeste tropicali, coccodrilli in Val Padana. Con il suo gemello, il Festival del Pianto. Il festival in cima ai miei desideri può avere due nomi diversi: delle

Paturnie o dell’Ipocondria. Sono sicuro che saremmo in tanti ad affollarlo: alla sessione Malati Immaginari gli spettatori potranno accedere solo se saranno accompagnati dal medico di fiducia. Se si vuole che l’evento riservato agli Anticipatori abbia inizio alle 15 dovrà essere programmato per le 18, stando sicuri che alle 15 saranno già tutti lì sul posto. La sessione della Claustrofobia si svolgerà all’interno di un sommergibile o di un ascensore bloccato fra il trentesimo e il trentunesimo piano di un grattacielo di uffici alla vigilia di un lungo ponte quando tutti gli impiegati sono andati via. Nella borsa di stoffa consegnata a ogni partecipante contenente il programma e il pass per accedere agli eventi sarà inserito un ragno di plastica per selezionare gli affetti da aracnofobia e riservare a loro un posto d’onore nella relativa sessione. Per me chiedo la conduzione della sessione degli «Orders»: noi siamo quelli che passano il tempo a mettere ordine.

di fiori senza fare i conti. Quanto li hai pagati? Quanto dureranno? Prima che il silenzio diventasse ostile, disse: «Ti va un piatto di gamberetti saltati in padella?» Tom le afferrò una spalla mentre sbucciava uno spicchio d’aglio. «Non ho chiesto soldi a Esther». Il tono era passivo aggressivo, il sottotesto stava diventando, col trascorrere del tempo, sempre più frequente: tu non sai quanto valgo, tu credi che il valore di un uomo si calcoli dal suo conto in banca, dai premi che ha vinto, dalle occasioni di esercitare il potere sugli altri. Tu come tutti. «E a chi, allora? A chi hai chiesto dei soldi, mentre io mi facevo regalare mezzo chilo di gamberetti da Mimì il marocchino?» Tom schiumava rabbia, se l’era immaginata diversa quella scena e lo scarto fra l’immaginazione e la realtà gli pareva una delle infinite colpe di Betta. Era col-

pa sua se non riuscivano a essere felici. «Li ho chiesti a una banca!», disse e uscì di casa, sbattendo la porta. Betta fu svelta a riaprirla e gli gridò dietro: «Non fare così! Non me lo merito!» Tom rimase fermo per qualche secondo, poi riprese a scendere le scale. Betta gli corse dietro, con le pantofole che sbattevano contro i gradini. Era disposta a tutto, pur di non ritrovarsi di nuovo sola in quella casetta odiosa, a rimuginare sulla povertà. «Tom! Fermati o mi ammazzo!». Una donna anziana si affacciò a una delle finestre del primo piano, con un’espressione divertita. Tom si fermò, tornò fino al portone, davanti al quale Betta tremava di freddo e di rabbia. «Puoi evitare le scenate per favore?», disse a bassa voce, poi la prese per un braccio e la trascinò fino dentro l’androne. Betta si divincolò, si sedette sul primo gradino, con le ginocchia unite, come una bambina beneducata e

scoppiò in lacrime. Tom pensò che stava diventando brutta e appena ebbe formulato quella valutazione spietata, si sentì in colpa. Sedette anche lui sul gradino e le disse con dolcezza: «Andiamo a piangere a casa, vuoi? Non sta bene piangere per le scale. E poi, eventualmente, si può anche non piangere. Sono tornato a casa per fare festa. In banca mi hanno concesso un piccolo finanziamento per il mio doc». «Ma siamo in rosso da secoli, ci hanno chiuso il conto, non credo che...» «Non quella banca lì, un’altra». «Una banca che non chiede garanzie?» Tom prese a salire le scale, quando furono tutti e due a casa disse: «Mentre ero da Esther ho conosciuto una tipa simpatica, che è vicedirettore della filiale romana di una banca tedesca un po’ meno infame delle nostre» «Un’ amica di tua madre?» «Sessantatré anni portati benissimo. Le sono piaciuto». (Continua)

– pur presenti – norme di decoro e per la realizzazione di ogni licenza fino alla volgarità, retaggio di antichi culti agrari. L’uomo è anche un animale astioso, lo sappiamo, e spesso ogni opinione che formula sui suoi simili è solo una forma di denigrazione. Nella collera ci si sente vivere; siccome purtroppo non dura a lungo, bisogna rassegnarsi ai suoi sottoprodotti, che vanno dalla maldicenza alla calunnia, dalla voluttà di screditare al votarsi al culto della mediocrità. Eppure, sull’insulto, Arthur Schopenhauer ha scritto un delizioso libretto, che si chiama L’arte di insultare, dove il filosofo spiega come il saper lanciare all’indirizzo altrui l’ingiuria, l’invettiva o l’improperio adatti, scientificamente studiati, implichi una vera e propria arte: «Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo alla sua persona. Questa regola è molto popolare, poiché chiunque è in grado

di metterla in pratica, e quindi viene impiegata spesso». Come ci hanno spesso ricordato Fruttero & Lucentini, nel Circolo Pickwick di Charles Dickens è custodito un prezioso espediente letterario. Finale del primo capitolo: c’è una scena memorabile, una grande lezione di arte dell’insulto. Mr. Pickwick e Mr. Blottom stanno furiosamente litigando nella sede del circolo e nella foga trascendono, si insultano. Alla richiesta di chiarimenti, Mr. Blottom «si sentiva tenuto a dichiarare che nutriva, personalmente, il rispetto e la stima più alti per l’onorevole signore; lo aveva considerato un ciarlatano da un punto di vista puramente pickwickiano». Anche Mr. Pickwick «si sentiva pienamente soddisfatto dalla spiegazione precisa, sincera ed esauriente del suo onorevole amico. E teneva a chiarire immediatamente che anche le sue osservazioni precedenti dovevano essere interpretate secondo una logica puramente pickwickiana (“he had used the word in its pickwickian sense”)». Presso Einaudi, è appena uscito un

interessante libro di Filippo Domaneschi, Insultare gli altri (v. pag. 45 ndr), che tratta questo lato oscuro del linguaggio «un’arte marziale che educa a contenere e a ritualizzare l’aggressività». Il dispositivo comunicativo dell’insulto è smontato e analizzato. La tesi di Domaneschi è che «se ad ogni occasione l’impulso al conflitto, la brama di ledere chi consideriamo ostile, si traducesse in violenza fisica e percosse, non vi è dubbio che avremmo ben poche possibilità di sopravvivere a lungo nel mondo là fuori. (...) Offese, improperi, denigrazioni e ingiurie sono armi proprie di ogni lingua, per mezzo delle quali gli esseri dotati di linguaggio si scontrano, ferendosi violentemente a vicenda senza però versare una sola goccia di sangue». L’insulto, dunque ci preserva dallo scontro fisico. Ma quanto avremmo oggi bisogno di un C.E. Gadda, l’unico genio in grado di narrare l’universo dell’insulto, di ritrarre i visi dei o delle turpiloquenti che spesso, nella smorfia dell’improperio, rischiano di rivalutare le vecchie teorie di Lombroso sulla fisiognomica.

Quaderno a quadretti di Lidia Ravera Le nuove povertà/12 Si guardarono, immobili, lì sulla soglia di quel loro appartamento troppo piccolo, per un tempo che a Tom sembrò infinito e a Betta brevissimo. Poi lei prese i fiori che lui le porgeva e lui la abbracciò, schiacciando i fiori. «Facciamo pace, vuoi?», le mormorò nel collo. Betta lo allontanò, non voleva cedere. Non voleva fare l’amore, ma non voleva nemmeno consegnarsi al disamore. Pensava: avrà chiesto un prestito a sua madre e invece di pagarci la bolletta che fra una settimana ci tagliano la luce, si è comprato una giacca nuova e ha tentato di comprare il mio perdono con dodici rose bianche. «Me l’ha regalata Esther, tre giorni di anticipo sul mio compleanno. Siamo andati per negozi insieme». Aveva il vezzo di chiamarli per nome, Esther e Candido, i suoi genitori. «Lo facevamo quando ero piccolo: il pome-priccio, il pomeriggio capriccio, andavamo in giro per negozi, e lei mi

comprava tutto quello che volevo». Betta pensò che gliel’aveva raccontata un centinaio di volte quella storia, ci teneva a ricordare a tutti e due quanto la sua famiglia fosse speciale. Due intellettuali dalla vita brillante, benestanti senza sfarzo, solidi, spiritosi. «Bella», disse, sfiorandogli la manica della giacca. Poi disse: «Quanto sei riuscito a scucirle, oltre il pome-priccio?». Si odiò per la pesantezza della domanda, provò a sorridere, aveva un modo di sorridere che piaceva agli uomini, abbassava le palpebre, chinava la testa e scoccava, come una freccia lenta, quel sorriso segreto. Tom ricevette il sorriso senza cambiare espressione. Betta mise i fiori nell’unico vaso della casa. In silenzio. Si sentiva addosso lo sguardo di Tom, stoico, virile, offeso. Il fatto che non le avesse risposto doveva farla sentire esattamente come si sentiva: una Santippe, una megera avida e calcolatrice, incapace di gradire un mazzo

A video spento di Aldo Grasso L’arte dell’insulto L’insulto, secondo la definizione fornita dal dizionario Treccani, è una «grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona (per esteso, anche a istituzioni, a cose astratte), arrecata con parole ingiuriose», è una forma di maleducazione, è un segno dei tempi. Tuttavia, dobbiamo fare un grande sforzo: sottrarre l’insulto agli insultatori di professione. L’insulto ci pare ancora più brutto e volgare perché ormai i talk show televisivi ne fanno un uso costante ma improprio, cioè sostituisco l’insulto al ragionamento. Come ricordava tempo fa Claudio Magris, «chi insulta l’avversario si delegittima; è come fosse politicamente interdetto e si includesse in quelle categorie di soggetti che secondo il vecchio codice cavalleresco non avevano i requisiti per poter essere sfidati a duello. Quegli improperi, pertanto, vanno considerati nulli, fuori gioco. È inutile e forse pure ingiusto prendersela con l’uno o con l’altra turpiloquente, perché ognuno fa quello che può, a seconda dei doni che ha o non ha avuto dal Dna, della famiglia

in cui ha avuto la fortuna o la sfortuna di crescere, delle possibilità che ha o non ha avuto di sviluppare liberamente e con signorilità la propria persona o della malasorte che lo ha dotato di un animo gretto e servile. Chi nello scontro politico dice un’oscenità probabilmente non sa dire altro». L’insulto ci pare così pericoloso perché su internet si è formata una schiera di specialisti del cyberbullismo, dei troll, dei persecutori, dei militanti della violenza verbale: «Ti insulto non per quello che scrivi, ma perché la tua apparente felicità mi offende. Mi fa sentire ancora più infelice di quello che sono». Tuttavia, fin dall’antichità, l’insulto può essere considerato anche come un vero e proprio genere letterario su quale si sono esercitati i più grandi autori, come Aristofane. La commedia aristofanea è segnatamente contraddistinta dall’insistita presenza della corporeità (del sesso e del ventre), elemento estraneo alla nostra cultura se non come villania gratuita. Il genere comico appare, infatti, come la sede privilegiata per l’abolizione delle


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Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

Azione 45 del 2 novembre 2020  

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