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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Anche gli uomini, quando diventano papà, vanno incontro a trasformazioni ormonali e neurochimiche

Ambiente e Benessere La palma «ticinese» nella lista nera delle invasive: si diffonde nei nostri boschi, minacciando la biodiversità e la funzione protettiva della foresta

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXII 23 settembre 2019

Azione 39 Politica e Economia Difficili sfide future attendono la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

Cultura e Spettacoli Il Lucerne Festival di quest’anno era dedicato alla musica di Mozart e al tema del Potere

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© R. Pellegrini

Taeuber-Arp, creatività femminile

di Ada Cattaneo pagina 45

Il virtuale senza virtù di Alessandro Zanoli Certe notizie capitano sotto gli occhi e smuovono un fondo d’anima, spingono come un sospiro di sollievo. «E meno male!» si trova a sbottare Luigi dopo aver letto che in un locale di Torino si stanno sperimentando serate in cui è vietato agli utenti portare con sé nella sala da concerto il proprio smartphone. Lasciando da parte la curiosità su come i responsabili del posto riescano a gestire la custodia e la riconsegna delle centinaia di apparecchi, certo questo ritorno al passato provoca un moto di soddisfazione. Negli ultimi tempi a Luigi è capitato più volte di osservare quanto quegli schermini accesi, sollevati sopra le teste, fungano da sorgenti di distrazione, suscitino inutili e non previste curiosità che lo distolgono dallo spettacolo in corso. A tutti capita, è comprensibile, di aver voglia di immortalare un momento dell’esibizione se c’è un artista importante sul palco. Anche a Luigi è successo. Vedere a pochi metri davanti a sé il sassofonista napoletano James Senese, l’anno scorso a Festate, era stata un’occasione in più per rimpiangere la propria adolescenza. Ma il breve video in cui l’ha immor-

talato quante volte poi è stato rivisto? Dove è finito? Di certo non è sopravvissuto a un inevitabile cambio di cellulare intercorso nei mesi seguenti. Valeva dunque la pena di filmare quei pochi secondi del concerto, o non era forse meglio limitarsi a «godere l’attimo», magari semplicemente cantando a squarciagola con gli amici? Tutte quelle mani sollevate, quei tentativi un po’ patetici di fissare l’inafferrabile, visti alla luce dell’oblio a cui tutte quelle registrazioni sono condannate, alla fine sembrano davvero un po’ ridicoli, se non inutili. E del resto pare che gli stessi artisti se ne stiano rendendo conto. Forse anche perché preoccupati dalla gestione della loro immagine, spesso invitano a loro volta gli spettatori ad evitare riprese video durante i concerti. Qualche settimana fa, a Milano, la cantante inglese Florence Welch l’ha fatto con un tono poetico davvero toccante: «Mettete via i telefonini, chiedete anche al vostro vicino di metterlo in tasca, viviamo tutti insieme questo momento ora, e poi saltiamo verso il cielo, con le mani in alto, per lasciare andare ciò che ci fa male o per mandare amore a chi vogliamo». La realtà delle cose è che la pandemia da dipendenza smartfonica

sta assumendo dimensioni che non avremmo mai immaginato. Luigi se ne accorge dal numero delle volte in cui avrebbe voglia di apostrofare i propri famigliari, i propri amici, quando durante una serata passata insieme si estraniano, spariscono dalla relazione senza muoversi dal tavolo. Ma non osa. Tutto è diventato ormai così normale... Un altro sospiro, stavolta molto meno liberatorio, Luigi l’ha tirato invece alla notizia che (come recita un servizio della RSI) «l’indisciplina dei deputati ha portato l’ufficio del Consiglio nazionale a proibire l’uso dei cellulari in aula, per ridurre il rumore e facilitare lo svolgimento dei lavori parlamentari». A questo punto siamo arrivati? Anche ai livelli più importanti della società si è persa la percezione degli effetti del proprio comportamento? Sembra che d’improvviso la potenza magica di questi dispositivi faccia pensare a chi li usa di essere diventati invisibili. Come dall’interno di una bolla, molte persone si sentono libere di parlare, discutere, persino litigare con il prossimo, senza preoccuparsi di quanto ciò invada e disturbi la privacy di chi sta loro attorno. Luigi si stupisce di come certe cose entrino nel nostro modo di essere e modifichino il concetto di normalità, spostandolo verso la disattenzione.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Società e Territorio Escursioni Nel cuore della Gola del Piottino, dove lo storico passaggio è stato rinnovato pagina 6

Le donne e la montagna Nel suo ultimo libro la scrittrice Daniela Schwegler ci regala dodici ritratti di donne che hanno scelto di fare la guida alpina in Svizzera pagina 7

Prevenzione degli infortuni In alcune filiali di Migros Ticino la SUVA ha proposto un’originale campagna di sensibilizzazione

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Torna TEDxLugano L’edizione 2019 è dedicata al tailor-made, perché anche l’innovazione è fatta su misura. Intervista a Fabrizio Gramuglio, esperto di empatia artificiale

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Il ruolo dei padri è un mix di storia, cultura e biologia. (Marka)

I nuovi padri

Famiglia Studi recenti dimostrano che anche gli uomini, quando diventano genitori, vanno incontro

a trasformazioni ormonali e neurochimiche

Stefania Prandi Di paternità si parla ancora poco e spesso in maniera imprecisa, eppure i padri sono fondamentali per la buona crescita di bambine e bambini. Ha cercato di colmare questa carenza Anna Machin, antropologa evolutiva inglese che da oltre dieci anni si occupa di studiare i nuovi padri. Ricercatrice all’Università di Oxford, nel Regno Unito, ha pubblicato interviste e una sintesi dei suoi lavori accademici e di altri studiosi in The Life of Dad, da poco tradotto in francese (Devenir papa, Editions Larousse). «I papà che ho incontrato vengono da esperienze e percorsi diversi: sono omossessuali ed eterosessuali, professionisti e lavoratori manuali, senza titolo di studio oppure con una laurea, di varie provenienze geografiche. Mi hanno permesso di entrare nelle loro vite in momenti personali e privati, nell’attimo in cui sono diventati padri per la prima volta» spiega Machin. Il ruolo dei padri è un mix di storia, cultura e biologia. Quest’ultima ha un valore fondamentale, molto più di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Gli uomini hanno geni, anatomia e cervello plasmati dall’evoluzione per renderli genitori competenti. «L’istinto e l’abilità sono connaturati, bisogna solo mettersi

in ascolto». I papà, pur non passando attraverso i cambiamenti fisici associati alla gravidanza, al parto e (nei casi in cui si scelga e sia possibile) all’allattamento al seno, sono preparati biologicamente e psicologicamente per la cura dei figli appena nati. Vanno incontro a trasformazioni ormonali e neurochimiche. La neuroscienziata Pilyoung Kim dell’Università di Denver, in Colorado (Stati Uniti), ha scoperto che le aree del cervello degli uomini coinvolte nell’attaccamento al neonato, espressione di comportamenti di cura e reazione ai comportamenti infantili, presentano modifiche significative. Si pensi a un ormone come l’ossitocina, con la funzione di inibire i circuiti della paura e promuovere le relazioni, per anni considerato «femminile» (viene associato, in genere, alla nascita e all’allattamento al seno). Ora si sa che è fondamentale anche per gli uomini. Ruth Feldman, psicologa dello Sviluppo dell’Università di Bar-Ilan di Israele, ha realizzato uno studio sulla neurochimica della paternità, secondo il quale i genitori che vivono insieme durante la gravidanza mostrano nel sangue un aumento simile dei livelli di ossitocina. Inoltre, negli uomini in attesa di un bebè, i livelli di testosterone diminuiscono, per non tor-

nare mai più ai valori precedenti. Il calo dell’ormone simbolo della virilità favorisce l’attenzione alle necessità domestiche e rende maggiormente empatici. I cambiamenti a livello fisico hanno come conseguenza l’adattamento della personalità alle nuove esigenze; le priorità vengono ridefinite. Racconta Nigel, padre di Poppy (bimba di sei mesi), in The Life of Dad: «Non ho più voglia di uscire il venerdì sera con gli amici. Non è che non li voglia frequentare, soltanto sto maturando, ho una figlia e mi sento responsabile per lei. Non mi va che Liz stia a casa a badare a Poppy mentre io sono in giro per pub. Voglio stare con la mia famiglia perché a bere ci posso andare quando voglio, mentre Poppy cambia ogni giorno». Le trasformazioni si accentuano negli uomini che scelgono di essere partecipi della gestione quotidiana e pratica della famiglia. Più facile a dirsi che a farsi: riuscire a essere considerato un genitore di pari importanza della madre è difficile, soprattutto nei posti di lavoro. Non è semplice scardinare gli assunti alla base della separazione tra dimensione privata e funzioni riproduttive, ancora quasi esclusivamente appannaggio delle donne, e ruolo pubblico e lavoro produttivo, concepiti socialmente come «natural-

mente» maschili. Basti pensare al faticoso iter che ha dovuto affrontare il congedo paternità approvato pochi giorni fa dal Consiglio nazionale, accolto peraltro nella forma del controprogetto, che prevede 2 settimane di congedo, rispetto alle 4 chieste dall’iniziativa popolare. L’attaccamento dei padri è fondamentale per i figli. Machin insiste molto su questo punto nelle sue pubblicazioni e nelle conferenze divulgative che si trovano online. La cura paterna (richiede tempo e attenzione al pari della materna), infatti, favorisce la salute mentale, incoraggia l’indipendenza e supporta lo sviluppo comportamentale e linguistico. Al contrario, quando la relazione è carente, le conseguenze sono negative non solo per il bambino e la famiglia, ma per la società in generale. I bambini con un attaccamento insicuro rischiano di comportarsi in maniera antisociale, di sviluppare dipendenze e di avere un cattivo stato mentale. Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, se l’attaccamento paterno non viene meno, i benefici si consolidano: l’equilibrio psicofisico si rafforza e le competenze sociali migliorano. I risultati durano fino all’età adulta e rappresentano la vera eredità che ogni papà può lasciare. Lo psicologo John Condon dell’Uni-

versità di Flinders, in Australia, è giunto alla conclusione che il modo in cui un padre si relaziona con il neonato è l’indicatore decisivo di come sarà il rapporto nel corso del tempo. La gestazione (l’interazione avviene con la pancia della madre – si parla, si cantano canzoni, si fanno carezze lievi – e le ecografie aiutano a prendere coscienza del nascituro), ma soprattutto le prime settimane sono decisive per la cementificazione del legame: in questa fase si instaura la routine abituale che continuerà successivamente. E allora perché nella maggior parte del mondo, durante la gravidanza, il parto e le prime settimane del bambino, non ci sono forme di supporto né di orientamento per i padri? Se ne è resa conto di persona la stessa Machin, in seguito alle sue due maternità difficili, con problemi iniziali anche per i neonati. «A me è stata giustamente offerta la possibilità di usufruire di un servizio di counseling e sostegno per superare il trauma, mentre mio marito, testimone di tutto, sempre con noi mentre la situazione diventava esasperata, è stato del tutto ignorato». Perciò l’antropologa evolutiva ha deciso di scrivere The Life of Dad: per abbattere i pregiudizi e gli ostacoli che impediscono ai nuovi padri di essere presi sul serio come vorrebbero.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Immaginare il futuro regionale

Locarnese e Vallemaggia In Ticino sono attivi quattro Enti regionali di sviluppo con le rispettive Agenzie.

Con una serie di articoli scopriremo come operano e le particolarità di ogni regione. Iniziamo dal Locarnese con un’intervista a Igor Franchini Nicola Mazzi Iniziamo con questo articolo dedicato all’Ente Regionale per lo Sviluppo del Locarnese e Vallemaggia (ERS-LVM) un viaggio tra i quattro Enti regionali di Sviluppo attivi sul territorio cantonale. Istituti nati una decina di anni or sono e che operano nel solco della Nuova Politica regionale della Confederazione e in quello della Politica Economica Regionale cantonale. Enti che hanno sostituito gli strumenti utilizzati in precedenza (LIM, Regio Plus, decreto federale in favore di zone con rinnovamento economico, ecc). L’ERS –LVM è un’associazione privata partecipata da enti pubblici, con sede a Locarno. I soci sono i Comuni e l’Organizzazione Turistica Lago Maggiore e Valli (OTLMV). Il suo scopo è quello di favorire la collaborazione tra i membri per il raggiungimento di progetti comuni d’interesse generale e regionale; promuovere tutte le attività atte a favorire lo sviluppo della regione; diventare ambito regionale strategico di confronto e coordinamento e ricerca di consenso per la realizzazione di progetti e servizi. Da parte sua l’Agenzia regionale gestisce operativamente le strategie e le decisioni stabilite dal Consiglio direttivo, offre consulenza sul territorio e svolge una funzione di collegamento con l’Ufficio cantonale per lo sviluppo economico al fine di attuare progetti di sviluppo di valenza regionale e cantonale. Con uno dei responsabili dell’Agenzia, Igor Franchini, cerchiamo di meglio capire il loro lavoro e le particolarità della regione. Signor Franchini, ci può spiegare, in pratica, in che cosa consiste il vostro operato?

La nostra missione è quella di mettere in relazione le persone, i progetti e le istituzioni per far sì che vi sia un effetto catalizzatore a favore dello sviluppo. Noi siamo la prima porta d’accesso, per la consulenza e la ricerca di finanziamenti per iniziative di interesse regionale. Da un lato possiamo essere noi gli interlocutori diretti ma d’altro lato possiamo aiutare l’interlocutore a trovare la strada giusta. Oggi è fondamentale sapersi muovere sul territorio. In particolare, per i progetti di piccola o media dimensione, disponiamo del Fondo di promovimento regionale che ha una dotazione di ca. 500mila franchi l’anno – finanziato dal Cantone e dai Comuni – con il quale aiutiamo

Una regione a vocazione turistica che punta su natura, benessere e arti ma guarda anche all’industria 4.0.

direttamente i progetti. Ce ne sono di diverse tipologie e li valutiamo caso per caso. Posso dire che, in generale, aiutiamo circa una ventina di progetti l’anno con un massimo di 25mila franchi. Quali sono le particolarità del Locarnese?

Sicuramente siamo una regione a vocazione turistica. Il nostro, inoltre, è un territorio piuttosto vasto. Sono oltre 1000 km quadrati che rappresentano il 40% del territorio ticinese e il 20% della popolazione residente. Perciò riceviamo diversi progetti legati al paesaggio e alla valorizzazione del territorio, naturale e costruito. In particolare ci basiamo su tre assi: natura, arti (cinema e musica soprattutto) e benessere. Ma non dimentico che siamo una delle regioni con un accesso al lago e anche questo aspetto ha una sua rilevanza.

Mi può riassumere i progetti più significativi realizzati in questi 10 anni?

Il Palazzo del cinema di Locarno e il Centro internazionale di scultura di Peccia sono due progetti centrali che si sono realizzati a livello regionale. Ma ne ricordo anche altri importanti come l’unificazione, in un’unica organizzazione turistica regionale, dei quattro

enti turistici della regione e il cambio di gestione, dopo 60 anni, della navigazione di linea per la parte svizzera del lago. Altri progetti che posso elencare sono i masterplan realizzati per l’AltaVallemaggia, le Centovalli, la Verzasca e la Valle Onsernone. E non posso scordare un progetto che non è andato a buon fine ma che è stato importante come il Parco Nazionale del Locarnese.

bellezze della regione. È uno sguardo sull’ambiente che ci circonda e sui progetti che si stanno sviluppando nel Locarnese. Un modo diretto per arrivare al pubblico e che sta riscontrando un ottimo successo. Annuncio pubblicitario

Quali sono i bisogni per le zone periferiche?

Nelle regioni periferiche occorre un maggiore sostegno iniziale e un contatto diretto e costante con chi porta avanti il progetto. Anche per questo motivo abbiamo le nostre antenne sul territorio: in Vallemaggia, Verzasca, Gambarogno e Centovalli che ci aiutano nel lavoro e sono un punto di riferimento importante per i progettisti. La popolazione come ha reagito alla vostra presenza? Ha imparato a conoscervi?

Siamo conosciuti soprattutto dagli addetti ai lavori, enti e istituzioni, ma non mancano i contatti diretti con la popolazione e soprattutto con tutti coloro che hanno iniziative e progetti da proporre. La collaborazione con i privati funziona?

La tipologia delle richieste e dei nostri interventi è variegata. In ambito imprenditoriale cerchiamo di indirizzare i neo imprenditori verso enti o società che possano aiutarli a sviluppare un buon business plan. Facciamo un altro tipo di discorso con le grandi imprese. Ora, per esempio, stiamo lavorando al Locarno Tech, un centro che vuole sviluppare progetti legati alla meccatronica, alla robotica e all’industria 4.0. Un luogo in cui le aziende possono incontrarsi con gli istituti accademici e sviluppare sinergie. Altri progetti da voi sostenuti?

Il lago e il paesaggio sono tra le risorse più importanti.

tiamo.ch. Oggi è un riferimento per la raccolta fondi online in Ticino. Finora sono stati raccolti oltre 400mila franchi e sono stati sostenuti un centinaio di progetti. Infine desidero segnalare che stiamo sviluppando alcuni video sulle

La divulgazione nel Locarnese del bikesharing e il programma di agglomerato della regione. Ma ci sono altre idee che abbiamo sviluppato direttamente come la piattaforma di crowdfunding Proget-

Per il Dipartimento Finanze, presso gli Uffici amministrativi della Centrale di S. Antonino, cerchiamo una collaboratrice o un collaboratore

Responsabile acquisti indiretti Data d’inizio e tasso occupazionale – Da convenire

Requisiti – Formazione superiore con specializzazione nel settore degli acquisti e della negoziazione – Conoscenza indispensabile delle lingue italiano, tedesco, francese (parlate e scritte) – Esperienza nell’ambito acquisti e approvvigionamento – Conoscenza della contrattualistica commerciale – Esperienza nella gestione di progetti e nell’analisi del rischio – Spiccate capacità relazionali, di problem solving, collaborazione e comunicazione – Capacità di negoziazione con orientamento al raggiungimento dei risultati Mansioni – Gestire le acquisizioni di beni e servizi (esclusi prodotti merceologici) in collaborazione con i partner interni coinvolti nel processo – Garantire la negoziazione a condizioni di redditività e con il minor rischio per l’azienda – Mantenere i rapporti con i fornitori per garantire l’approvvigionamento a lungo termine e coordinarne le modalità – Valutare i bisogni d’acquisto definiti dai committenti – Effettuare analisi di mercato ed esaminare spese e capitolati – Ricercare e selezionare fornitori Saranno prese in considerazione unicamente le candidature con i requisiti corrispondenti al profilo indicato. Le persone interessate sono invitate a compilare la loro candidatura in forma elettronica, collegandosi al sito www.migrosticino.ch, sezione «Lavora con noi» – «Posti disponibili», includendo la scansione dei certificati d’uso.


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Idee e acquisti per la settimana

A caccia di prelibatezze

Attualità Migros propone un’ampia scelta di specialità di selvaggina per un autunno a tutto gusto Due gustose ricette

Cervo in salmì Preparazione Per 4 persone servono ca. 1.2 kg di spalla di cervo tagliata a dadini (fatevela preparare dal vostro macellaio Migros di fiducia). Coprire la carne con una bottiglia di buon vino rosso e aggiungere alcune verdure tagliuzzate (2 carote, 1 cipolla, 1 gambo di sedano), 2 chiodi garofano, 3 bacche di ginepro, 3 foglie di alloro, un ciuffo di basilico, un cucchiaio di sale e una presa di pepe. Lasciare riposare il tutto almeno per una notte intera in frigorifero. Al momento di cucinare sciogliere un po’ di burro o olio in una pentola e passarvi a fuoco vivo per qualche minuto in pezzi di carne sgocciolati. Coprire con la marinata di vino, verdure e aromi, abbassare la fiamma e cuocere a fuoco medio per ca. 3 ore. A fine cottura, frullare la salsa per ottenere un sugo molto denso. A piacere, aggiungere una manciata di gallinacci freschi saltati poco prima di togliere la pentola dal fuoco. Servire con polenta, spätzli o tagliatelle, come pure gli altri classici contorni quali cavolo rosso, cavoletti di Bruxelles e castagne caramellate.

Fettine di capriolo ai funghi L’autunno è da sempre sinonimo di selvaggina. Per la gioia dei buongustai che apprezzano il delicato aroma di questa carne sono diverse le proposte gastronomiche che si possono trovare attualmente nei supermercati di Migros Ticino. Oltre alla carne fresca di cervo e capriolo disponibile sia ai banchi macelleria sia a libero servizio, della gamma fanno anche parte diversi salmì pronti da riscaldare e da portare in tavola in pochi minuti, come pure i contorni della grande tradizione che non devono mancare mai sui piatti di cacciagione, nella fattispecie spätzli, castagne glassate, pere cotte, cavolo rosso, funghi e cavoletti di Bruxelles.

L’offerta di carne di cervo include spalla, fettine, racks, entrecôte, filetto, medaglioni, salmì crudo, luganighetta, salametti, carne secca e paté; mentre per quanto riguarda il capriolo vi consigliamo di assaggiare le fettine, la sella, il salmì crudo da cuocere e i salametti. I più golosi troveranno anche alcune specialità di cinghiale. Le carni di cervo e il capriolo si cucinano alla medesima maniera e si caratterizzano per la loro tenerezza, vivacità di sapore e profumo gradevole. Oltre ad essere deliziosa, la selvaggina è anche particolarmente sana. Contiene infatti meno grassi rispetto ad altre carni, ma in compenso è ricca di sali minerali e proteine.

Preparazione Per 4 persone tritare una cipolla e affettare 200 g di funghi misti. Condire 12 fettine di capriolo da ca. 50 g l’una con sale e pepe. Scaldare poco olio in una padella ampia e rosolare le fettine di carne, ca. 2 minuti per lato. Trasferire la carne in un piatto, coprirla con un foglio di carta alu e teneterla in caldo. Scaldare l’olio rimasto nella stessa padella. Rosolare la cipolla e i funghi per ca. 2 minuti. Sfumare con 1 dl di vino rosso e aggiungere 1,5 dl di salsa d’arrosto e fare sobbollire a fuoco basso per ca. 5 minuti. Condire con sale e pepe. Servire la carne con i funghi e la gelatina di ribes. Accompagnare con spätzli.

Dalle fettine di capriolo al salmì di cervo fino alla carne secca di cervo ce n’è per tutti i gusti.

Dolce energia per la nuova stagione Attualità Sono una decina le delizose

varietà di uva disponibili nei supermercati di Migros Ticino

Azione 33% sull’uva bianca Pizzutella Italia, sciolta, al kg Fr. 3.95 invece di 5.90 dal 24 al 30.09

Pizzutella, Americana, Italia, Red Globe, Lavallee, Moscato, senza dimenticare alcune varietà provenienti da produzione biologica… alla Migros la scelta di uva tavola, sia bianca che rossa, con o senza semi, soddisfa veramente tutti i gusti. Le varietà da tavola posseggono acini più grandi e sono più dolci rispetto alle tipologie utilizzate per essere trasformate in vino. Solo il 10% di tutta l’uva coltivata viene destinata al consumo fresco. L’uva fa parte della frutta non climaterica, vale a dire che non matura più una volta staccata dalla pianta. Per questo è molto importante che venga raccolta quando abbia raggiunto la giusta maturazione, altrimenti risulterebbe sgradevolmente acidula. L’uva è considerata un alimento altamente nutritivo dal momento che rap-

presenta un’eccellente fonte di energia, grazie al suo alto contenuto di zuccheri, soprattutto sotto forma di zucchero d’uva, detto anche glucosio. Quest’ultimo passa direttamente nella circolazione sanguigna e rappresenta pertanto una preziosa e rapida fonte energetica per tutte le attività fisiche e mentali quotidiane. Una cura a base di uva può essere utile per una depurazione generale, in caso di convalescenza, anemia e affezioni digestive. In cucina, oltre al consumo fresco, l’uva si presta molto bene per la preparazione di dessert, torte, marmellate, salse per carni oppure quali accompagnamento a formaggi, insalate e selvaggina. L’uva deve essere lavata accuratamente sotto l’acqua corrente solo poco prima del consumo, altrimenti si deteriora velocemente.


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Idee e acquisti per la settimana

Quando Brasile e Svizzera si incontrano

Novità Pão de Queijo è una specialità brasiliana preparata in Svizzera con formaggio Gruyère

L’azienda familiare Boule d’Or di Nyon, gestita dai coniugi di origini brasiliane Jussara e Alex Gusmão, produce una specialità della cucina del loro paese, ma con un tocco tutto svizzero. I Pão de Queijo sono dei panini al formaggio a base di farina di manioca che possono essere serviti da soli, in qualsiasi occasione, come accompagnamento di insalate, antipasti, piatti principali… oppure anche per arricchire antipasti e cocktail farciti come meglio si desidera. I panini sono originari della regione Minas Gerais, dove sono conosciuti fin dal 18° secolo. Un tempo la specialità era diffusa soprattutto presso i contadini, i quali, in assenza di farina di frumento, al suo posto usavano farina di manioca che farcivano successivamente con formaggio prodotto da loro stessi. Sebbene l’azienda Boule d’Or sia stata fondata solamente nel 2016, la titolare Jussura produce i Pão de Queijo da più di dieci nella sua cucina casalinga. La cuoca provetta modificò la ricetta di famiglia originale utilizzando degli ingredienti svizzeri, tra cui latte, uova, patate e del buon formaggio Gruyère. La farina di manioca, dal canto suo, viene importata dal Brasile. Visto il successo riscosso presso amici e parenti, a Jussura e al marito venne l’idea di fondare

un’azienda per produrre la specialità in modo professionale, e la chiamarono «Boule d’Or», «Pallina d’oro». I Pão de Queijo sono prodotti senza l’utilizzo di conservanti, coloranti né additivi e sono naturalmente privi di glutine. Appena preparati, vengono subito congelati affinché possano mantenere tutte le loro qualità. Sono facili da preparare: possono essere cotti qualche minuto al forno oppure sul grill. In Brasile si consumano in ogni momento, dalla colazione all’aperitivo fino ai pasti principali. Infine, segnaliamo che la specialità può essere degustata prossimamente in alcune filiali Migros, vale a dire a Massagno-Radio dal 27 al 28 settembre e a Serfontana dal 4 al 5 ottobre.

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Società e Territorio

Nella Gola del Piottino

Escursioni Lo storico passaggio è stato rinnovato: una via che permette di superare di nuovo l’ostacolo naturale

così come lo si faceva nel XVI secolo

Elia Stampanoni Siamo tra Faido e Rodi, nel cuore della Gola del Piottino. La storica arteria è di nuovo praticabile dopo i lavori promossi dalla Pro Media Leventina e inaugurati ufficialmente lo scorso 26 maggio. Il tratto restaurato è inserito nel «circuito del Piottino», un tragitto circolare della durata di circa un’ora e trenta che per un breve tratto si sovrappone al percorso didattico del Monte Piottino (presentato su «Azione 27» del 1° luglio 2019) e ad altre vie storiche. Un punto di partenza possibile, ma non l’unico, si trova presso il Dazio Grande da dove il sentiero sale in direzione del Dazio Vecchio, un edificio costruito nel 1360 a seguito della modifica di tracciato della mulattiera medievale che da Rodi saliva a Dalpe, transitando poi per Pianaselva e scendere a Faido. Dal Dazio Vecchio la gita scende invece in direzione del fondo valle, lungo il percorso risalente al XIII secolo, il quale evitava però ancora le insidie della gola permettendo comunque di superare l’ostacolo naturale del Monte Piottino in modo meno dispendioso. Un ostacolo, con i suoi 240 metri di dislivello, che fu affrontato definitivamente solo nel 1560 con la mulattiera costruita dagli urani, sulla quale il circuito s’immette in prossimità del Ponte di Mezzo. La via urana permise di superare la difficoltà del Piottino in modo diretto, aggrappandosi alle pareti rocciose strapiombanti della gola tramite muri ed archi in

pietrame posato a secco e attraversando il fiume Ticino tramite due ponti di legno. «I resti di questa antica via sono stati riscoperti presso la cappella votiva durante i primi lavori di restauro nel 2000 (dove sono ancora oggi visibili) e quando il crollo strutturale del 2013 riportò alla luce un tratto di selciato e di muro di sostegno nella zona del Ponte Asciutto», precisa l’ingegner Nicola Cappelletti, presidente della Pro Media Leventina. Dopo questo cedimento il percorso ha dovuto essere chiuso al transito per garantirne il ripristino: un progetto promosso dall’Associazione Pro Media Leventina congiuntamente alla Degagna di Osco, proprietaria della strada: «Il crollo del 2013 ha portato alla scoperta del vecchio muro di sostegno della Strada Urana e dell’antico selciato del 1560, che si trovavano sotto la ripiena fatta dal Cantone nel 1820 per adattare la via esistente e renderla percorribile anche dai carri», spiega Cappelletti. La strada cantonale riprese di fatto, sopraelevandola di qualche metro, la Strada Urana nella Gola del Piottino, tracciato che venne abbandonato nel 1934 con la costruzione della galleria. Dopo gli interventi di ricostruzione e di consolidamento strutturale, il percorso si presenta oggi con un rinnovato splendore e permette dal Ponte di Mezzo di tornare al Dazio Grande di Rodi inserendosi nella gola lungo un cammino comodo e facilmente percorribile con un adeguato abbigliamento.

Il tragitto è ora arricchito da alcuni pannelli didattici. (E. Stampanoni)

I primi restauri di questa mulattiera risalgono però già al 1994 quando grazie al «Fondo Rodolfo Steiner per la valorizzazione del territorio della Media Leventina» venne promosso e realizzato il salvataggio dell’antica strada nella Gola del Piottino. Nel maggio del 2013, come detto, un forte nubifragio e la piena del fiume Ticino fecero crollare un importante tratto del muro di sostegno della strada, rendendo necessario intervenire: «I primi lavori di messa in sicurezza, durante i quali si scoprì l’antica mulattiera degli urani, sono stati eseguiti nel luglio 2014, mentre la parte più considerevole si è svolta tra il 2017 e il 2019, dopo la fase di progettazione», puntualizza Nicola Cappelletti.

Il tragitto è oggi completato da alcuni pannelli didattici che permettono di capire l’evoluzione delle vie di comunicazione in questo importante passaggio tra nord e sud, ma pure di toccare altri temi legati alle gole e al territorio. Si approfondisce per esempio il contesto dei restauri, con anche alcune fotografie d’epoca dove si nota come la via degli urani, terminata nel 1561, poteva essere percorsa unicamente a piedi o a cavallo. Lungo la gola del Piottino, ascoltando il fiume che borbotta e camminando in parte sulle stesse pietre che i viandanti calpestavano cinque secoli fa, vengono poi proposte altre informazioni, con brevi testi e immagini. Sono per esempio presentati il Merlo acquaiolo,

un uccello anfibio che si immerge per decine di secondi alla ricerca di cibo o il Picchio muraiolo che nidifica sulle pareti rocciose, dove nei mesi caldi è possibile vederlo «arrampicarsi» sbattendo le sue larghe ali dal caratteristico piumaggio rosso. La Gola del Piottino, composta da gneiss, è una roccia molto resistente e di questo s’accenna lungo il tragitto, rimarcando come anche negli ambienti più difficili esistono dei vegetali in grado di sopravvivere, come i licheni o la Sassifraga dei graniti, che cresce nelle crepe delle rocce. Il sentiero consente pure di osservare le altre vie di transito che negli anni si sono affermate nella regione per superare in modo diverso l’ostacolo naturale del Piottino: dalla ferrovia del Gottardo con le sue geniali gallerie elicoidali, all’autostrada con i suoi imponenti viadotti. Prima di completare il circuito, nei pressi del Dazio Grande l’ultima postazione è dedicata alla forza dell’acqua. Anche in quest’occasione si cerca di stimolare lo spirito d’osservazione e partecipativo, invitando i visitatori a sperimentare. Con un semplice gioco si può infatti simulare l’erosione e verificare la forza idrica che, dopo il ritiro dei ghiacciai 12’000 anni fa, ha trasportato materiali, scavando e modellando la gola come appare oggi ai nostri occhi. Informazioni

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Società e Territorio

Donne in montagna

Pubblicazioni La scrittrice Daniela Schwegler ci regala dodici ritratti

di donne che hanno scelto di fare la guida alpina in Svizzera

Natascha Fioretti Quest’anno, a ragione, c’è un tema che cerca attenzione. È quello delle guide alpine donna che in tutta la Svizzera, su un numero complessivo di quasi 1300 unità risultano essere una trentina o poco più. Ne ha parlato Caroline Fink nel suo film documentario uscito quest’anno Frauen am Berg nel quale ci racconta la storia di una guida alpina donna e di due in formazione. Ricordando che la pioniera, la prima alpinista svizzera è stata la ginevrina Yvette Vaucher che salì in vetta al Matterhorn nel 1965, vi diamo allora una bella notizia: è appena uscito in tedesco per il Rotpunkt Verlag un’altra pubblicazione sul tema, questa volta della scrittrice e appassionata di montagna Daniela Schwegler. Himmelwärts (Verso il cielo) ci propone dodici ritratti molto personali di guide alpine donna di tutta la Svizzera. Ognuno di questi è pronto a svelarci i segreti di quella che fino a poco tempo fa è stata una professione tutta al maschile. Il primo ritratto, non poteva essere diversamente, è quello di Nicole Niquille, la prima guida alpina donna svizzera. Di Charmey, Canton Friburgo, oggi 63 anni, la sua è una storia davvero particolare. Ha conseguito il diploma nel 1986 e ha scalato le più alte vette del mondo dalle alpi fino ai giganti dell’Himalaya come l’Everest e il K2. Poi un brutto incidente la costringe in sedia a rotelle ma non basta a fermarla.

Nicole Niquille apre un ristorante sul Lac de Taney nel Vallese che conduce per quindici anni e poi nel 2005, con i soldi della pensione d’invalidità, costruisce un ospedale in Nepal, nella regione dell’Himalaya. E se la sua storia è nota grazie alle pagine dei giornali che negli anni 80 si occuparono delle sue imprese, vale la pena fare luce su qualcuna delle altre. Ad esempio quella della bernese Käthi Flühmann, guida alpina dal 1988 e lontana nipote della leggenda alpina Melchior Anderegg (1828-1914), famoso per essere stato il primo a scalare diverse vette alpine importanti. Insieme al marito Daniel Flühmann, anche lui guida alpina, ha fondato Hasliguides un’agenzia che organizza e offre trekking e escursioni in montagna. «È stato mio marito a convincermi a fare il corso, lo devo a lui se ho trasformato la passione della mia vita in una professione. È stata la migliore scelta che potessi fare!». Fa un certo effetto quando nel suo racconto si sofferma sugli sguardi straniti dei colleghi che la vedono portare in giro i suoi clienti «sono gli stessi sguardi e gli stessi bisbigli che anni fa giravano quando mi presentavo in capanna in mezzo a tanti uomini». Non è stato molto diverso quando in Austria, di recente, è salita sul Grossglockner, la montagna più alta «arrivata in capanna l’oste sorpreso esclama: “una guida alpina donna, una cosa del genere non si era mai vista!”». Si è convinto quando ha visto il suo tesserino «prima ha

sgranato gli occhi, poi mi ha offerto una grappa». Il messaggio è chiaro «come donna devi avere una grande sicurezza in te stessa, altrimenti non ce la farai mai. E non è una questione di genere, il fiuto, la passione per la montagna o ce l’hai o non ce l’hai». Sfogliando i dodici ritratti ci accorgiamo ben presto che manca una donna ticinese. Non si tratta di una dimenticanza dell’autrice, semplicemente mancano guide alpine nel nostro cantone. Abbiamo cercato di capire perché parlandone con Massimo Bognuda, guida alpina ticinese con diploma federale (guidealpineticino.ch). Innanzitutto ci dice che la formazione modulare per diventare guida alpina è molto pesante e difficile, sia dal punto di vista economico, dello sforzo fisico e del tempo da investire (per informazioni può essere utile consultare il sito dell’Associazione svizzera delle guide alpine https://sbv-asgm.ch/). Il corso dura tre anni e ha un costo che si aggira intorno ai 30’000 franchi. «Fisicamente la formazione mette a dura prova e non ci sono differenze tra uomini e donne, viene richiesta uguale forza e impegno fisico. Però negli ultimi anni nella formazione si è registrato un aumento delle donne. Attualmente sono tre le donne aspiranti guida alpina che faranno l’esame finale nel 2020». Si può vivere di sole guide? «Si può, tutto dipende dal proprio stile di vita e dalla regione nella quale ci si trova. In Ticino è molto difficile perché

La copertina del libro edito da Rotpunkt Verlag.

non c’è la cultura della guida alpina, un’altra cosa è a St. Moritz, Zermatt o Grindelwald dove il mestiere è più radicato e in molti fanno richiesta per risalire le cime. Alla lunga comunque è un mestiere molto impegnativo che richiede diversi sacrifici». Cosa cerca il cliente in una guida alpina? «La conoscenza del territorio, dei sentieri e della montagna, la sicurezza, la capacità di intrattenere e di raccontare storie». Fare la guida alpina non è una passeggiata, si portano i clienti a fare sci alpino, salite con pelli di foca o ciaspole e in estate si salgono i classici 4000 metri. Ci sono anche l’arrampicata

sportiva, il free climbing e trekking impegnativi come la Via Alta della Val Verzasca. È chiaro che non si tratta di una semplice professione, una di quelle che la sera chiudi la porta dell’ufficio e fino al mattino dopo dimentichi tutto. Lavorare in montagna a questi livelli significa avere un’ottima condizione fisica, una grande tempra, lucidità nei momenti critici, un’abilità tecnica e tanta energia. Per questo forse le guide alpine sono in calo. Come dice Massimo Bognuda in chiusura «fare la guida alpina è più di un lavoro, è uno stile di vita alla ricerca della natura e della libertà». Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio

Quegli strani clienti fasciati

Prevenzione degli infortuni La SUVA, in collaborazione con Migros Ticino, ha proposto nelle scorse settimane

all’interno delle sue filiali di Agno, Locarno e Sant’Antonino delle originali campagne di sensibilizzazione

Un gruppo di persone con evidenti bendaggi e fasciature di vario tipo, segni di un recente infortunio, si aggira tra gli scaffali di una filiale Migros. Alcuni avanzano faticosamente con le stampelle, altri hanno difficoltà a maneggiare i prodotti, a causa di vistose ingessature. Trascinano il loro carrello o i cestini per la spesa con evidenti sforzi. I clienti guardano questi strani personaggi con occhio sorpreso, pensando forse di essere finiti in un film catastrofico stile «il ritorno degli zombi». La situazione in effetti è abbastanza straniante, inusuale. Sul pavimento del supermercato, proprio all’entrata, delle sagome disegnate di corpi, nel puro stile dei gialli televisivi, simulano punti in cui questi sono caduti. Ma cosa sta succedendo ?

Ogni anno si registrano 192mila casi di infortuni dovuti a cadute o a scivolate in piano Si tratta in effetti di una originale messa in scena proposta dalla SUVA, l’assicurazione svizzera contro gli infortuni che, con un intervento nello spirito del «teatro di strada», cerca di sensibilizzare il pubblico sui rischi connessi con le più semplici attività quotidiane, rischi a cui tutti noi ci esponiamo senza rendercene conto.

In accordo con Migros Ticino, SUVA ha ingaggiato un cast di attori debitamente truccati da infortunati di vario genere: il luogo della rappresentazione sono state proprio alcune filiali della Cooperativa ticinese (Agno; Locarno e S.Antonino). Chi ha visitato questi negozi nelle scorse settimane ha probabilmente potuto vivere l’esperienza raccontata qui sopra e, immaginiamo, con molta sorpresa. I personaggi «falsi infortunati» stavano, infatti, offrendo al pubblico una possibilità di riflettere sui rischi connessi con le attività quotidiane. E del resto, per capire meglio bastava aggirarli: alle loro spalle era appeso un cartello in cui si indicava l’incidente occorso loro idealmente, ma ispirato a avvenimenti reali. Il messaggio che SUVA ha voluto veicolare è molto chiaro: anche le nostre azioni quotidiane più semplici e apparentemente innocue possono essere relativamente pericolose, se non prestiamo debitamente attenzione al nostro comportamento. Le statistiche della SUVA, da questo punto di vista fotografano una realtà poco conosciuta. Le cadute dovute a una scivolata o a un inciampo sono tra le cause più frequenti di infortunio in Svizzera, con un totale di circa 192’000 casi all’anno. Addirittura, a detta della SUVA, quattro rendite di invalidità su dieci sono concesse proprio per incidenti di questo tipo. Tra le situazioni più a rischio sono le cadute sulle scale, che rappresentano

Alcuni figuranti travestiti da infortunati attirano l’attenzione di clientela e personale sui rischi quotidiani. (SUVA)

il 25% del totale. I 51’000 infortuni che ne derivano provocano costi annui per 300 milioni di franchi. I gerenti delle filiali Migros Ticino in cui l’attività è stata svolta valutano in modo soddisfacente la reazione del pubblico. In varie situazioni si sono verificati concreti momenti di scambio in cui le comparse, rispondendo

alle domande poste dai clienti, hanno potuto spiegare il senso del loro travestimento. In questo modo si spera di aver portato una fascia ampia della popolazione e, non da ultimo, anche dello stesso personale delle filiali, a riflettere sull’importanza della prevenzione e di un atteggiamento attento e responsabile nelle proprie attività quotidiane. Per

la Cooperativa Migros Ticino, insignita nel 2015 del sigillo «Friendly Work Space», un riconoscimento che la accredita e la distingue nella gestione del rapporto con i propri collaboratori, la prevenzione e promozione della salute in azienda, nonché la sicurezza di collaboratori e clienti sono elementi centrali e prioritari. / Red. Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio

L’innovazione fatta su misura

Intervista Fabrizio Gramuglio, uno dei relatori di TEDxLugano 2019 in programma sabato prossimo e dedicato

al tailor-made, spiega come evolve e si personalizza il nostro accesso alla conoscenza

L’evoluzione uomo-macchina, come sottintende il termine stesso, è una parte fondamentale della nostra evoluzione e come tale non è reversibile. A suo sfavore gioca il fatto che non ha ritmi darwiniani, né tantomeno lineari, bensì progredisce e muta a ritmi esponenziali attraverso ondate di innovazione pervasiva, come ad esempio nel caso del riconoscimento vocale. Al momento stiamo rendendo l’accesso all’informazione e alla sua elaborazione più veloce, naturale, con una curva di apprendimento che si riduce sempre di più verso lo zero. Uno dei limiti maggiori in termini di comunicazione uomo-macchina è il contrasto tra la lentezza con cui produciamo interazione (voce e gesti) rispetto alla rapidità dei nostri pensieri. Questo limite potrebbe essere risolto attraverso l’utilizzo di una nuova gamma di dispositivi noti con il temine BCI (Brain-Computer Interface) che ci permettono di interfacciarci in modo diretto con il nostro PC ed altri dispositivi semplicemente con il pensiero.

Stefania Hubmann Sì all’innovazione che in ogni ambito oggi passa dal progresso tecnologico, ma raccogliendo anche la sfida dell’unicità. Il ritorno di servizi e prodotti personalizzati si sta infatti facendo strada con vigore. A questo concetto trasversale di tailor-made («fatto su misura») è dedicata la quinta edizione di TEDxLugano, che si svolgerà sabato 28 settembre al Palazzo dei Congressi dalle 13 alle 19. In linea con la missione di TED (Technology, Entertainment, Design) volta a divulgare idee di valore attraverso brevi presentazioni di una ventina di minuti, la manifestazione, promossa in Ticino dal curatore Sergali Adilbekov e dal suo team di volontari, intende esplorare i risvolti del tailormade in ambiti molto diversi fra loro: dalla produzione alla medicina, dall’intrattenimento all’educazione. In quest’ultimo ambito rientra la presenza di Fabrizio Gramuglio, esperto nel campo dell’interazione uomo-macchina ed empatia artificiale, uno dei nove relatori che, unitamente ad alcuni artisti, contribuiranno ad animare il pomeriggio di TEDxLugano, al quale è ancora possibile iscriversi. CEO dell’azienda Forever Identity e advisor in diverse realtà innovative tra cui Connecting Talents ed ISCM, Gramuglio si dedica allo sviluppo delle modalità di accesso alla conoscenza attraverso l’intelligenza artificiale e l’empatia artificiale. Fabrizio Gramuglio, perché ha deciso di partecipare a TEDxLugano e con quale spirito si appresta a raggiungere il Ticino?

Devo confessare che sono un fan di TEDx e del livello dei Talks nelle diverse edizioni e location. È sempre stato uno dei miei sogni ed obiettivi potervi partecipare in veste di speaker. Uno dei TED Talks migliori a cui ho assistito è quello dello scrittore ed illustratore Tim Urban intitolato Inside the mind of a master procrastinator (Nella mente di un maestro della procrastinazione) durante il quale dice “ho sempre voluto fare un TED… nel passato” sottolineando la pressione emotiva e la quantità di lavoro necessaria per preparare un evento di tale portata. Sono pertanto onorato di salire sul palco di TEDxLugano e di poter raccontare l’esperienza mia e del mio team in questi anni, con la speranza che possa essere di ispirazione al pubblico per avviare una radicale tra-

Per l’edizione 2019 di TEDxLugano il designer Mattia Cantoni ha ideato un’iride sovrapposta a un’impronta digitale: elemento di unicità di un occhio aperto all’innovazione.

sformazione nel modo in cui trasferiamo la nostra conoscenza agli altri.

Lei però conosce già la nostra regione. Il progetto che presenterà nel suo Talk riguarda infatti anche la scuola ticinese. Può spiegarci di che cosa si tratta?

Da diversi anni mi occupo di sviluppare tecnologie atte a migliorare l’interazione uomo-macchina, interazione che oggi è più efficace, perché in grado di comprendere l’esigenza dell’utente (nel nostro caso dello studente) e pertanto di fornirgli un’educazione personalizzata, concepita sulla base dei suoi bisogni. Il progetto pilota avviato due anni fa a Milano e Lugano ha quale obiettivo di realizzare un tutor tridimensionale sotto forma di ologramma che sia in grado di relazionarsi con lo studente. Abbiamo effettuato un primo test nelle scuole elementari con circa 150 allievi di 7-9 anni. A Lugano abbiamo lavorato con 30 bambini dell’Istituto Sant’Anna e il supporto di Monica Landoni, docente e ricercatrice alla Facoltà di Scienze Informatiche dell’USI. Il tutor è rappresentato da un alieno che chiede agli allievi di essere integrato alla vita terrena, insegnandogli a diventare un essere umano e ad imparare le nozioni che loro stanno acquisendo a scuola. Con il sostegno degli insegnanti i

bambini interagiscono con l’alieno di cui possono seguire le trasformazioni a quattro livelli: fisico, linguistico, emozionale e cognitivo. Abbiamo potuto constatare come i bambini fossero stimolati a studiare per poter trasmettere maggiori conoscenze al nuovo amico virtuale. È pure emerso che la relazione più importante era quella emozionale. Si tratta quindi di sfruttare il potenziale offerto dalla tecnologia a scopo didattico con trasparenza e nel rispetto dell’utente. Durante questo anno scolastico desideriamo ampliare la portata della fase sperimentale coinvolgendo complessivamente circa 800 allievi. Quali sono gli obiettivi generali perseguiti dal progetto?

L’obiettivo principale era identificare la metodologia più efficiente per inserire questa tecnologia nelle scuole. Ciò implicava raccogliere due sfide. La prima consisteva nello sfatare un luogo comune che vede l’uso continuo di queste tecnologie come una barriera allo sviluppo intellettivo degli studenti, la seconda nel coniugare la tecnologia con il ruolo del docente, poiché lo scopo non è sostituire gli insegnanti con avatar intelligenti. Il primo obiettivo è stato pienamente raggiunto grazie all’intervento stesso dei docenti che hanno utilizzato il tutor per promuo-

vere sia l’auto-organizzazione, sia il pensiero critico degli allievi. Riscontro positivo anche nel secondo caso, poiché il ruolo del docente è stato focalizzato sulle capacità pedagogiche e sull’organizzazione del lavoro con gli allievi, favorendo l’interazione reciproca. Da parte nostra abbiamo imparato moltissimo da questi giovani studenti che hanno dimostrato entusiasmo e grande impegno. In quali altri contesti spazia la sua attività professionale?

Ricopro diversi ruoli, servendo aziende in mercati diversificati, come Gran Bretagna e Stati Uniti, per condividere con loro il piacere di evolvere insieme. Sin dagli esordi della carriera ho conosciuto professionisti straordinari che mi hanno insegnato il valore della conoscenza e la sua finalità che è appunto la condivisione. Da questa primavera rappresento inoltre Singularity University (istituto di formazione privato statunitense) nella città di Francoforte sul Meno e sono advisor di Exponential Organizations, due realtà che hanno lo scopo di educare e ispirare le persone sull’uso delle tecnologie esponenziali per il raggiungimento di obiettivi sostenibili. L’interazione uomo-macchina è un tema controverso. Come valuta dal suo osservatorio questo rapporto?

Il prossimo TEDxLugano è dedicato al ruolo della personalizzazione, che sta diventando cruciale anche nello sviluppo delle tecnologie più innovative. Cosa dobbiamo attenderci al riguardo nel prossimo futuro?

L’evoluzione attuale a tutti i livelli ci permette di accedere a quantità di dati inimmaginabili, su qualsiasi dispositivo, in modo naturale, veloce ed efficiente. Le nuove interfacce stanno accelerando l’adozione di un modello fatto su misura dell’utente, abbandonando le vecchie logiche di complessità e tempi di apprendimento di mesi. Grazie a Intelligenza e Empatia Artificiale le nuove interfacce saranno in grado di ascoltare le necessità dell’utente e di prevederne le richieste attraverso lo studio delle abitudini e strumenti quali l’analisi predittiva. La tecnologia offre opportunità e rischi a dipendenza del suo utilizzo. L’esperienza nelle scuole elementari, ma anche quella promossa qualche anno fa al Salone del Libro di Torino – un incontro virtuale con Dante attraverso un ologramma a grandezza naturale – ci dimostrano che il pubblico è ricettivo e approfitta con piacere di queste nuove possibilità di accedere alla conoscenza. Informazioni:

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Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Bruno Tognolini, Rime Rimedio, Salani. Da 5 anni «Posso dire che eguagliano il Rodari migliore?». Questa domanda retorica di Tullio De Mauro domina la fascetta che l’editore Salani appone sul recente volume di poesie di Bruno Tognolini, Rime Rimedio. Ora, premettendo che De Mauro aveva l’autorevolezza per dire quello che gli pareva, occorre forse notare che a Tognolini non necessita cotanto sdoganamento, perché brilla di luce propria. Rodari è Rodari, Tognolini è Tognolini. Dopo innumerevoli libri di poesie, e innumerevoli filastrocche in programmi come L’albero azzurro e La melevisione, dopo aver esplorato le valenze giocose e taumaturgiche delle rime in memorabili raccolte come Rima Rimani, Rime di rabbia, Rime raminghe, per non parlare di quel più antico Mal di pancia calabrone (libro dal titolo senza allitterazione in erre ma altrettanto incantevole nel suo proporre cinquanta brevissime «formule magiche» in rima

per mandare via le cose brutte e fare accadere quelle belle), Tognolini si è ormai ampiamente affermato come uno dei più importanti poeti per l’infanzia (o dall’infanzia in su). Lo conferma questo Rime rimedio, ancora cinquanta poesie di varia lunghezza e prevalentemente d’occasione, oppure sollecitate direttamente dall’autore con un post su Facebook (Tognolini è forse il poeta che più utilizza questa modalità nuova ma anche antichissima di creare su «richiesta»), come vediamo nelle didascalie a fine volume. Versi creati per qualcuno

in particolare ma in grado di parlare a tutti, come è proprio della migliore poesia. Versi che curano, e che in certi casi magari anche guariscono. O, se non guariscono, come ad esempio nel caso della toccante «nonna in altalena», la cui mente vola «fra il presente ed il passato» (se ti svegli di mattina/e mi vedi sorellina/poi sei mamma a mezzogiorno/con i tuoi bambini intorno/poi sei nonna nella sera/e io nipotina vera...), confortano, e aiutano a vivere. Come la migliore poesia. Jean Baptiste Del Amo, illustrazioni di Pauline Martin, Sei come me!, Edizioni Sonda. Da 3 anni Un albo originale e intelligente, che senza essere didattico, ma in modo immediato e poetico, parla del rispetto che dobbiamo al mondo animale. Un testo profondamente etico, che efficacemente contrasta il pregiudizio specista della «superiorità» degli animali umani sugli animali non umani, quella suprema-

zia che autorizza lo sfruttamento e il dominio. Supremazia che, se per gli adulti diventa ad esempio sinonimo di allevamenti intensivi e di violenza, per i più piccini non è esente dal manifestarsi, a volte, in forme di piccole-grandi crudeltà (come sanno bene le lucertole, gli insetti, e tutti i minuscoli esseri che popolano la terra). Ecco allora che, senza colpevolizzare nessuno, ma facendo leva su tutto ciò che in quanto esseri viventi condividiamo con gli animali, l’autore usa con intelligenza l’espediente del «sei come me», che il cucciolo di

animale non umano dice al cucciolo di animale umano. «Come te, mi piacciono le coccole e le carezze, sapere che qualcuno mi protegge», «come te mi piace sentirmi bene, al calduccio nel mio nido», «come te, a volte ho paura...», eccetera, in un susseguirsi di doppie pagine in cui la situazione è presentata specularmente, ad esempio a sinistra la scimmietta con la sua mamma nel nido tra le foglie al riparo dalla pioggia e a destra la bambina in casa tra le braccia della mamma che le legge una storia, mentre dalla finestra si vedono le gocce che scendono. Le illustrazioni ben supportano il testo di Jean-Baptiste Del Amo, giovane autore francese che si è già fatto notare dal pubblico adulto per il suo romanzo Regno Animale, pubblicato in italiano da Neri Pozza. In Sei come me! si farà altrettanto apprezzare dai bambini, e dai loro genitori, soprattutto per come coglie la fragilità che accomuna ogni creatura, animale o umana che sia, in questo miracolo da rispettare che è la vita.


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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Superguns «Quest’inverno i suddetti marinai del Re di Francia fecero grandi saccheggi e specialmente catturarono la grande nave chiamata Cristophe carica delle mercanzie e della lana che gli inglesi intendevano spedire nelle Fiandre, la quale nave era molto costata al Re d’Inghilterra: ma il suo equipaggio fu catturato e messo a morte dai Normanni». Questo quanto l’anonimo autore di una cronaca coeva scriveva della battaglia navale di Arnemuiden che si svolse il 23 settembre 1338. Era questo il porto dell’isola di Walcheren, oggi olandese ma allora avamposto marino delle Fiandre. Qui Edward III intendeva vendere un ricco cargo nel quale predominava la lana prodotta nei pascoli dell’East Anglia. Le cinque cocche della flotta inglese furono intercettate da uno squadrone di 48 galee francesi al comando degli ammiragli Hugues Quiéret e Nicolas Béhuchet. Il primo obiettivo dei francesi era la cattura della maggiore delle caracche inglesi. Il Cristophe combattè l’intera giornata al comando di John Kingston. Colpito a morte il comandan-

te, il Cristophe si arrese alle preponderanti forze francesi. Edward intendeva vendere la lana ai fiamminghi per pagare le spese di quella guerra – la Guerra dei Cent’anni – che avrebbe visto cinque generazioni di regnanti in Francia e Inghilterra combattersi per il diritto a sedere sul trono di Francia. Arnemuiden è oggi ricordata come la prima battaglia navale di quel secolo di guerre, ma anche e soprattutto per essere stata la prima battaglia navale dove fu usata l’artiglieria. Il Cristophe era infatti armato con tre cannoni e una pistola. Arnemuiden segnò un punto di non ritorno nell’escalation verso la costruzione di pezzi d’artiglieria sempre più grandi e potenti. Non si trattò, peraltro, di una semplice questione tecnologica. Si trattò, come ben emerge dallo studio di Carlo Cipolla Vele e Cannoni di una sorta di rivoluzione culturale che spostava l’enfasi della superiorità militare dal «fattore umano» (si fa per dire…) al fattore tecnologico. Da allora in poi il controllo dei mezzi di distruzione si sarebbe concentrato

sulla costruzione di pezzi d’artiglieria sempre più grandi e potenti. Una sorta di deriva culturale per la quale «più grande vuol dire più potente» – sindrome tanto infantile quanto duratura nelle teste dei potenti di tutto il mondo (e mica è finita) accompagna la storia dell’Occidente da quei giorni fino ai Supereroi topgun della mitologia attuale. Ma andiamo con ordine. Orban, o Urban, era un artigiano ungherese passato alla storia come costruttore di cannoni giganteschi per gli Ottomani. Era nato a Brassò (oggi Brasov), in Transilvania, allora parte del Regno di Ungheria. Nel 1452 aveva offerto i suoi servigi ai Bizantini che si apprestavano ad affrontare l’ultimo, decisivo confronto con gli Ottomani. Ma l’imperatore Costantino XI non poteva permettersi né il salario chiesto dal misterioso Orban né possedeva i materiali necessari alla costruzione dei mostruosi cannoni. Orban allora si presentò al Sultano Maometto II e decantò la potenza dei suoi pezzi «che avrebbero potuto distruggere

le stesse mura di Babilonia». Il Sultano ordinò di fornire ad Orban mezzi e maestranze per fondere l’artiglieria che intendeva usare per l’assedio di Costantinopoli. Nella fonderia di Adrianopoli Orban impiegò tre mesi per fondere e assemblare un gigantesco cannone che fu poi trascinato fino a Costantinopoli da sessanta buoi. Si trattava di un bestione buono più per fare molto rumore, molto fumo, molta paura e relativamente poco danno. Difficili se non impossibili da trasportare e mettere in punteria, imprecisi ed imprevedibili, richiedevano giorni e giorni per raffreddarsi dopo ogni tiro. Così succedeva in tutta Europa ai supercannoni costruiti da ingegneri tedeschi fra il 1400 ed il 1450 ed oltre. Ciascuna di queste creature aveva un suo nome, oscuro e minaccioso: la Faule Mette, la Dulle Griet, il Mons Meg e il Pumhart von Steyr ancora esistono nei musei europei. Un buon numero sono esplosi con grave nocumento di chi li sparava. Lo stesso Orban fu ucciso quando il mostro da lui creato esplose durante l’assedio di Co-

stantinopoli. Era il 1453, ma questo non bastò a convertire i regnanti Ottomani a più miti consigli. Deciso a farla finita con la resistenza dei Cavalieri di Malta all’assedio del 1565, il comandante delle forze Ottomane Dragut Rais ordinò che l’immenso cannone venisse trascinato in cima ad un’altura dalla quale avrebbe potuto sparare direttamente dentro la cittadella. Al primo colpo il cannone collassò sui supporti mal sistemati e sparò direttamente nel campo ottomano, uccidendo Dragut ed un buon numero dei suoi. L’ultimo a crederci, in tempi moderni, fu Saddam Hussein: i supercannoni del Project Babylon – titolo di orbaniana memoria – opera dell’ingegnere canadese Gerard Bull (altro nomen omen: Bull significa «toro») avrebbero avuto una lunghezza di 154 metri, un calibro di un metro ed un peso di 2’100 tonnellate. Il progetto non andò a buon fine (!) in parte per l’uccisione del suo ideatore, probabilmente da parte del Mossad israeliano nel marzo del 1990. Il resto è storia.

esse permangono nell’immaginario inconscio e di lì inviano messaggi che ancora ci attraggono. Non a caso le favole, benché risultino quanto di più lontano dalla nostra mentalità, coinvolgono i bambini come nessun altro messaggio. Solo crescendo, e mai completamente, abbandoniamo quella scenografia, che continua a essere rappresentata nel teatro classico, nel folclore, nel sogno. Come nonna di una nipotina e di una adolescente noto un passaggio generazionale dallo scintillio degli abiti infantili, adorni di colori, nastri e brillantini, alla severità che subentra con la pubertà, caratterizzata da un abbigliamento sobrio e uniforme sino alla noia. È come se l’allegra mascherata dei primi anni fosse abbandonato sui banchi della scuola elementare. D’ora in poi: capelli lunghi e sciolti, jeans blu, magliette, felpe e scarpe da ginnastica. Le adolescenti sono così omologate che, quando procedono in gruppo, si fa fatica e distinguere l’una dall’altra. Certo le motivazioni sono tante: la difficoltà di accettare le metamorfosi della sessualità, il desiderio di appartenenza al gruppo delle coetanee, il bisogno di segnare

una linea di separazione tra la bambina che non c’è più e la giovane donna che verrà. Ma anche il passaggio successivo non sarà facile se è vero, come sostengono molti sociologi del costume, che la moda è finita. Ora tutto è possibile: non si formulano condanne neppure degli accostamenti più improbabili e stridenti. Anzi, sono considerati trasgressivi, originali e irriverenti. Ma che cosa contestano quando tutto è permesso? In fondo la moda, come tante altre forme di controllo sociale, costituiva anche una modalità di orientamento, un ideale in su cui ritagliare, in conformità o in contraddizione, la propria personalità. Ora è difficile trovare un modo unico e irripetibile di dire, attraverso l’acconciatura e l’abbigliamento: io sono questo. Man mano che acquisiamo margini di autonomia, ci accorgiamo di quanto sia arduo gestire la libertà, di come fosse più facile disegnare il proprio profilo identitario contro qualche imposizione piuttosto che nella totale permissività. Mai, come in questi anni, essere se stessi richiede senso dell’invenzione e della composizione, capacità creative e artistiche che solo una cultura del bello può

attivare. Il mio consiglio è di educare sua figlia ad apprezzare e coltivare la bellezza che è sempre anche educazione morale. La possibilità di ideare in modo autonomo il proprio ritratto è una sfida affascinante ma, come tutte le sfide, anche rischiosa. Forse per questo le ragazzine indugiano nel limbo della neutralità e del conformismo rinunciando a realizzare la principessa di un tempo. Una principessa che, se non si risveglia da sola, sarà destinata a dormire per cento anni in attesa del bacio di un principe. Ma ora le ragazze possiedono, se trovano l’audacia di esprimerle, le risorse materiali e spirituali per porre se stesse, compreso l’aspetto estetico, tra le mete da realizzare in modo da divenire, coniugando uguaglianza e differenza, uniche e irripetibili come un’opera d’arte.

34enne, sposato e due figli, che ha scelto di prepensionarsi a 40, per diventare imprenditore autonomo. Un obiettivo che comporterà l’investimento di circa un paio di milioni. Finora, questa famiglia è riuscita risparmiare quasi 400’000 franchi imponendosi, ovviamente, un tenore di vita spartano. Da «frugalisti», per usare il neologismo che spetta a una categoria, esposta a ironie e critiche. Secondo gli esperti di finanza, il progetto FIRE non tiene conto di possibili imprevisti, nell’ambito dell’economia in generale e neppure del fattore longevità: in altre parole, i prepensionati, nel corso dei decenni, finiscono per produrre un onere insopportabile sul piano assicurativo. Al di là degli aspetti strettamente finanziari, il pensionamento anticipato fa emergere un mutato rapporto con il

lavoro: che sta perdendo la centralità, quella sorta persino di sacralità, che gli spettavano in epoche, lontane non tanto nel tempo quanto nel costume. Quando, insomma, erano scarse, o riservate a pochi, le alternative: viaggi, spettacoli, sport. E quindi il lavoro, per così dire, teneva compagnia, creava legami, amicizie, rivalità, dava un senso alle giornate. E, tanto più, nella nostra Svizzera, dove sgobbare apparteneva alle virtù nazionali. Il verbo al passato è d’obbligo: oggi le statistiche ci dicono che il 58% della popolazione attiva, cioè 6 persone su 10, smette prima dell’età ufficiale, e soltanto il 32% arriva ai 64/65. In media, si lascia l’ufficio, la fabbrica, il negozio, l’aula un anno e mezzo prima del termine. Ed è, del resto, una tendenza che si accentua e trova il consenso popolare. Sui social, il prepensionamento è considerato un

diritto. Giustificato da problemi di salute: prevale l’opinione che il lavoro mette sotto pressione, provoca «sfinimento» e vere proprie malattie specifiche. Va segnalata, tuttavia, una risicata minoranza di lavoratori che osano rimanere attivi, oltre i termini ufficiali. Sfuggono alle statistiche, cercano di mimetizzarsi, consapevoli di passare per abusivi, che occupano uno spazio destinato, giustamente, ai giovani. Come si spiega, allora, questa tenace fedeltà a una forma di lavoro, socialmente malvista? Forza dell’abitudine, passione per il mestiere, piacere per la fatica che giustifica il riposo, ambizione perfezionista? Continuo a domandarmelo. Forse aveva ragione Luigi Barzini, con la storica battuta: «Fare il giornalista? Sempre meglio che lavorare». Il guaio è che molti ci credono.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Educare alla bellezza Gentile Professoressa, grazie per la risposta ai Genitori in ansia apparsa su Azione del 12.8.2019, che conservo per i tempi a venire. Sono infatti mamma di una bella bambina di 5 anni, alla quale vorrei trasmettere i valori che ritengo importanti, che vanno dall’altruismo, al rispetto per la natura e dell’altro... cercando di non soffermarmi oltre modo sull’aspetto esteriore. Per quanto io mi curi nell’estetica, credo proprio di non eccedere. Tuttavia la mia bimba da un annetto a questa parte è molto concentrata sul suo apparire: vuole sempre indossare le gonnelline e i vestitini. Difficilmente indossa anche in casa una semplice tuta. Finora riesco a raggiungere spesso (ma non senza scontri) dei compromessi, e provo a smorzare quell’eccesso di vanità, cercando di non demolire la sua autostima. Il mio timore riguarda però la pubertà e l’adolescenza che arriveranno, quando il suo corpo si modificherà. È possibile che la realtà non corrisponderà alle sue aspettative, che qualche brufolo o chiletto di troppo manderanno in crisi l’immagine di «principessina» che ora tanto insegue. Nelle mie intenzioni vorrei darle già oggi

le basi per costruirsi quell’equilibrio e quella serenità che le permetteranno di accettarsi per quello che sarà, indipendentemente da qualche diffettuccio estetico, sapendosi valorizzare e nutrendo la sua autostima con le altre importanti qualità che sono certa manifesterà. Mi sento però molto incerta sul percorso da seguire e sulle parole da dire, ha qualche consiglio da darmi? / Serena Cara Serena, non possiamo negare di vivere nella «società dello spettacolo» dove l’apparire viene spesso valorizzato più dell’essere, dove l’abito sembra fare il monaco. In realtà non è così perché i valori veri non tardano, prima o poi, a farsi riconoscere. E l’esempio dei familiari è, in questo senso, fondamentale. Ma dobbiamo declinare il problema dell’estetica lungo l’evoluzione psichica. A cinque anni le bambine vivono ancora nel mondo delle favole e il loro pensiero è dominato dalla fantasia. Sognare di essere la principessa riflette gli archetipi della nostra cultura più che l’attualità. La modernità sembra aver superato forme di vita di lunga durata, come il mondo aristocratico, ma

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Pensionamento à la carte Non ancora quarantenne e già in pensione, per propria scelta: è una condizione che giustamente sconcerta e può far pensare a un abuso. Invece è legittima e fattibile. Niente da spartire con una scappatoia per fannulloni o furbastri profittatori dell’assistenza sociale. E se, per ora, quest’insolita decisione concerne una minoranza esigua di giovani adulti, sembra però far tendenza fra i millennials, anche in Svizzera. Si tratta di pensionati, del tutto particolari, che non aspirano a un’anticipata quiescenza, da dedicare allo svago e al riposo. Al contrario, vogliono rimettersi in gioco affrontando le incognite e le fatiche di un’attività alternativa, rispetto alla precedente: da impiegato a indipendente, da subalterno a protagonista. Ecco, finalmente, lo spazio agognato in cui dimostrare capacità, fiuto, inventiva. E anche senno.

Perché non si sta parlando di un’avventura campata in aria, bensì della proposta di un movimento ad hoc. Si chiama FIRE, acronimo di Financial Independence Retire Early. Nato nel 1992, in USA sull’onda dei bestseller Your Money and Your Life e Early Retirement Extreme, raggiunse un’allargata notorietà, nel 2011, attraverso il blog Mister Money Mustache. Da questa tribuna mediatica, il baffuto canadese Pete Adeney diffondeva le regole di un modello comportamentale ispirato alla frugalità: in realtà non virtuosa, anzi dagli effetti preoccupanti. In pratica, per mettersi in proprio, i giovani pensionati si vedono costretti a forme di risparmio «aggressivo». Rivelatrice, in proposito, la recente testimonianza, rilasciata a un quotidiano zurighese da un informatico


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Ambiente e Benessere Pasqua sul Reno Per i lettori di «Azione», Hotelplan organizza una crociera romantica pagina 19

L’orgoglio siberiano Reportage lungo una direttrice estrema: la Via siberiana, un tracciato misto di sentieri e fiumi, noto per essere stato l’antica Via del tè

Il futuro nel proprio stemma Al centro del logo di Opel sfreccia un fulmine, a indicare oggi il suo impegno elettrico

Salvando gli impollinatori Molti i progetti in corso per la salvaguardia di questi preziosi insetti

pagina 20

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La palma «ti-cinese»

Botanica L’Ufficio federale dell’ambiente,

nell’ambito della seconda fase dei progetti sull’adattamento ai mutamenti climatici ha approvato anche il progetto dedicato alla Palma di Fortune ormai sulla lista nera delle piante invasive

Marco Martucci Fra le cartoline delle nostre località turistiche è impossibile non trovarne almeno una con una pianta molto speciale. È la palma, la «nostra» palma che, in tedesco, qualcuno ha chiamato Tessiner Palme ma che di ticinese non ha proprio nulla, al pari di camelie, magnolie e azalee. È, però, molto più popolare di queste ultime ed è divenuta una sorta di icona nel paesaggio idealizzato del nostro territorio. La si incontra sul lungolago, nei parchi delle nostre città, nei giardini di molte case. Ai nordici che, nel loro «Drang nach Süden», lasciano, sbucando da qualche traforo alpino, le grigie piovose nebbie, questa palma deve davvero evocare sensazioni forti, solari, esotiche, tropicali. Goethe, durante il suo Grand Tour, racconta di limoni e mirti che, loro sì, vogliono estati calde e inverni miti. Non necessariamente la nostra palma che sopporta rigori invernali notevoli e, magari con qualche accorgimento, si lascia tenere tranquillamente all’aperto fino in Germania, in Belgio, in Olanda e in Inghilterra. Fra i miei ricordi di studente in viaggio fra Lugano e Zurigo, c’è una palma, un notevole esemplare, in un giardino di Erstfeld, ben visibile dal treno: una palma urana. Fuori posto? Forse, ma non tanto più delle nostre palme, decisamente estranee al paesaggio naturale, più ancora delle pur esotiche camelie e magnolie. Sulla palma, gli animi si dividono: per alcuni decisamente una nota stonata da eliminare, per altri, un decoro ormai ben integrato della nostra cultura paesaggistica. Da dove provenga e da quanto tempo sia fra noi, non è facile, come spesso capita con le piante, stabilire con esattezza. Di certo, le sue origini non sono mediterranee, come per alloro e ulivo, esotici pure loro ma inseriti in modo più armonioso nel nostro ambiente. C’è d’altronde per davvero una palma europea, la più settentrionale di tutte, diffusa nell’area mediterranea: è la palma nana, Chamaerops humilis, non molto alta e dal portamento cespu-

glioso, diffusa da noi come ornamentale. Ma la nostra palma viene da molto più lontano, ha origini asiatiche, Cina, Giappone, Myanmar, forse anche India. Nelle sue terre d’origine è conosciuta come Palma della canapa perché, come da questa, si ottengono dalle foglie fibre tessili molto resistenti per farne corde, sacchi, stuoie, cappelli e scope. Sulla sua apparizione in Europa s’è perfino scomodata la figura di San Carlo Borromeo ma è molto più sicuro che la palma arrivò verso la metà dell’Ottocento, ad opera di botanici e viaggiatori in Oriente. Fra questi, lo scozzese Robert Fortune, giardiniere, botanico appassionato e «cacciatore di piante» per la Royal Horticultural Society e per la British East India Company che lo aveva ingaggiato per trafugare piante di tè verso l’India, dalla Cina. E qui trovò la «palma cinese» che portò nel 1849 a Kew Gardens, il celebre giardino botanico di Londra, da cui rapidamente si diffuse come pianta ornamentale nel resto d’Europa ed è nota anche come Palma di Fortune, Trachycarpus fortunei. Come ogni palma, oltre 2800 specie in tutto il mondo, appartiene alla famiglia Arecaceae, piante con portamento arboreo ma, in pratica, delle «erbe»: il loro «tronco» non è ramificato, è detto «stipite», al taglio non rivela i familiari «anelli» d’accrescimento, crescono in altezza ma pochissimo in spessore e perciò non le si possono chiamare «alberi». Trachycarpus fortunei è una palma di tutto rispetto che s’allunga fino a trenta centimetri l’anno, superando facilmente i dieci metri d’altezza. Le foglie, a forma di ventaglio larghe quasi un metro e con un lungo picciolo, lasciano sul fusto, una volta secche, dei tipici resti sfilacciati. A maggio-giugno, sulla sommità compaiono le vistose infiorescenze gialle, maschili e femminili solitamente su piante diverse. Da quelle femminili si sviluppano piccoli frutti, drupe raccolte a grappoli, quasi nere a maturazione. È fra le palme che meglio sopportano le basse temperature, con minime fino a –15° C, in certi casi per-

Dai giardini, le palme invadono il bosco. (Marco Martucci)

fino a meno venti. Pianta robusta e che si contenta di poco, riesce a riprodursi senza essere seminata dall’uomo. È dunque una cosiddetta «neofíta», insieme a non poche altre piante introdotte dall’uomo dopo il 1492. La sua vitalità è ben visibile a tutti: sotto le palme, dai semi caduti per terra, spuntano ogni anno tantissime piantine. Da qualche anno, Trachycarpus è uscita dai giardini: i semi, trasportati dagli uccelli, sono riusciti a penetrare nei nostri boschi di bassa quota, come al Monte Caslano, al Sentiero di Gandria, alla Foce della Maggia, e questa crescente diffusione, favorita anche dall’aumento di temperatura, l’ha resa una vera e propria pianta invasiva, iscritta nella Lista nera. I problemi che può causare ai nostri boschi non sono pochi e vanno

dalla concorrenza con le specie locali, allo squilibrio dell’ecologia forestale, alla stabilità dei pendii. Per analizzare in modo scientifico l’impatto di Trachycarpus sul nostro ambiente naturale è stato lanciato un progetto pilota. L’Ufficio federale dell’ambiente (Ufam), nell’ambito della seconda fase dei progetti sull’adattamento ai mutamenti climatici ha scelto e approvato cinquanta nuovi progetti, fra cui uno dedicato alla Palma di Fortune. Il progetto, condotto dal Campus di ricerca di Cadenazzo del WSL, Istituto federale di ricerca sulla foresta, la neve e il paesaggio, congiuntamente con la Sezione forestale e l’Ufficio natura e paesaggio, è già in corso e durerà fino alla fine del 2021. Fra gli obiettivi, il rilievo dello stato attuale della distribuzione della palma e la valutazione degli sviluppi

futuri, lo studio delle conseguenze ecologiche, particolarmente nei boschi con elevato interesse naturalistico, l’analisi del sistema radicale anche in funzione del rischio di pericoli naturali e l’ottimizzazione delle tecniche di lotta e di eradicazione. Nell’attesa dei risultati di questo innovativo e interessante progetto, basi indispensabili per lo sviluppo di interventi mirati nel contenimento dell’espansione della Palma di Fortune, si può registrare un primo piccolo successo. La sua vendita non è ancora vietata per legge ma almeno nel cartellino informativo non dovremmo più vedere «Palma ticinese». Informazioni

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Ambiente e Benessere

Una Pasqua di tulipani

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Desidero iscrivermi alla crociera dal 22 aprile al 30 aprile 2020 Nome

Viaggio Per i lettori di «Azione», Hotelplan

Cognome

organizza dal 22 aprile al 30 aprile 2020 una crociera lungo il romantico Reno Il Reno, alla fine del suo percorso, entra in Olanda, dove sfocia nel Mare del Nord nei pressi di Nimega, dopo aver passato Svizzera, Francia e Germania. Quattro nazioni, dunque, le stesse che tocca la crociera su uno dei fiumi più lunghi dell’Europa centrale.

In nave si gode nel migliore dei modi i paesaggi renani, che hanno ispirato nei secoli numerosi poeti, scrittori e pittori: fu il viaggio sul Reno di Goethe, nel 1774, che diede inizio all’epoca del Romanticismo. Da allora il Reno è una meta imprescindibile per i turisti

Via NAP

di tutta Europa; e ancora oggi il paesaggio – con i suoi castelli, le case a graticcio, i boschi e i vigneti – non manca di esercitare il suo fascino. Per i lettori di «Azione», Hotelplan organizza dal 22 al 30 aprile 2020 una crociera a bordo del MS Thurgau Prestige*****, una

Il programma di viaggio 1. giorno – Ticino-Basilea Trasferimento in bus al porto di Basilea e imbarco: alle 17.00 si salpa. 2. giorno – Strasburgo Arrivo a Strasburgo e visita panoramica della città. 3. giorno – Colonia Passaggio della famosa Loreley. Arrivo a Colonia . 4. giorno – Dordrecht – Rotterdam Visita dei mulini a vento di Kinderdijk (Patrimonio UNESCO). Arrivo a Rotterdam; giro panoramico della città. 5. giorno – Amsterdam Visita del parco

botanico Keukenhof a Lisse, nell’Olanda Meridionale: il più grande parco di fiori a bulbo del mondo. In serata, giro in barca sui canali di Amsterdam al tramonto. 6. giorno – Duisburg - Düsseldorlf Arrivo nel pomeriggio e visita del complesso industriale con le miniere di carbone «Zeche Zollverein» a Essen, attive fino il 1986 (Patrimonio UNESCO). Tour facoltativo a Düsseldorf. 7. giorno – Coblenza Giro panoramico con visita dell’imponente Fortezza

di Ehrenbreitstein. Proseguimento della rotta attraverso il «Romantico Reno» scorgendo sulle rive le rovine di Stolzenfels, Marksburg, Maus e il castello di Rheinstein. 8. giorno – Baden-Baden Dalla cittadina di Plittersdorf escursione in bus verso Baden-Baden. Rientro sulla nave da Gambsheim. Fortezza di Ehrenbreitstein. 9. giorno – Basilea-Ticino Arrivo al porto di Basilea, sbarco e torpedone per rientrare in Ticino. Arrivo in serata.

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Ambiente e Benessere

L’orso addormentato Viaggiatori d’Occidente Una visita sentimentale in Siberia

Paolo Brovelli, testo e foto Fin da bambino ho pensato alla Siberia come a un orso: un orso bruno, enorme, col pelo lungo, acciambellato in letargo e bianco di neve. A parte quell’immagine da fiaba, c’erano le bufere gelate, il vento nei boschi fitti, le rocce arancioni di licheni, le renne. E poi – ma questo solo quando scoprii che esisteva al mondo anche un paesaggio politico – le file di deportati coperti di stracci e di catene spediti al confino per morire di freddo e fatica.

«Piove sulle tigri e i leoni di gesso. Piove sugli stupa. Piove sulle tonache color mattone e piove sulle risate dei monaci che scherzano nel vialetto fradicio». Da anni volevo svegliare quell’orso. Cominciai a suon di libri; poi però partii, che sul posto è un’altra cosa. Mi ci calai direttamente con un volo a Novosibirsk, la sua maggiore città. E subito, parlando con la gente – da Ivan, un barista del porto di Krasnoyarsk, al mio vicino nella sala d’attesa d’un treno, al capitano del traghetto sul lago Bajkal – m’accorsi di come la Siberia sia un concetto, una regione del mito, che t’entra dentro e non te ne liberi più. Il siberiano è orgoglioso d’esser siberiano proprio come l’amazzonico o il sahariano. Sarà che vivono tutti in luoghi estremi: sanno d’essere speciali. La Siberia, quella sulla mappa, va dai monti Urali fino al Pacifico. È grande come tutta l’Europa più una decina di Italie, divisa in repubbliche autonome e province. Per millenni terra d’allevatori di renne e cavalli, la sua eco, spesso foriera di disgrazie, pervenne a noi attraverso le scorrerie degli sciti e dei sarmati, e poi di unni, tatari, mongoli. Qui mescolò il suo sangue con quello che trovava, e per mille anni fu quello slavo, baluardo della cristianità europea. Nell’aeroporto di Novosibirsk, la scultura d’un uomo a cavallo che si lancia contro un lupo rabbioso mette subito le cose in chiaro sull’esito finale del confronto. Quell’uomo, mi spiegano, ha nome Ermak Timofeevič, il cosacco del Don conquistatore della Siberia. Il lupo è siberiano, turco, mongolo, colui che verrà travolto dalla furia moscovita. Accadde nel Cinquecento, il secolo in cui l’Europa straripò. Quella occidentale, iberici & C., sugli oceani. Quella orientale, i russi, per le steppe del Levante. Nell’Est i conquistadores si chiamavano cosacchi. Ci furono pionieri, soldati, banditi, massacri. E una corsa all’oro siberiano: lo zibellino dalla pregiata pelliccia, per secoli tesoro, tributo, riscatto.

La Casa di pizzo a Irkutsk, edificio ligneo del tardo XIX sec. Su www.azione.ch si trovano altre immagini.

Come nella conquista del West, anche qui le città nacquero da fortini di legno (gli ostrog) e palizzate conficcate nel fango che poi diventarono Tyumen, Tomsk, Krasnoyarsk, Irkutsk… Gli eroi, i cosacchi, erano pirati, uomini pronti a tutto che avanzavano su canoe, lungo fiumi grandi come mari: l’Ob’, lo Enisei, la Lena. Conquistavano terre e popoli: i mongoli, i tatari, gli uralici, i mansi, i tungusi, gli ostiachi, i ciukci… fino a che, nel 1639, non giunsero al Pacifico. La Russia, da lembo d’Europa, s’era fatta Eurasia. E impero. Novosibirsk è più recente. Fu fondata alla fine dell’Ottocento intorno a un ponte sul fiume Ob’ – ora in disuso – della ferrovia Transiberiana. È da sempre in espansione: una città moderna, con locali di tendenza, qualche grattacielo nuovo, un vecchio Lenin, il teatro sovietico e fabbriche. Terza città di Russia, è piena di immigrati e di speranze: russi, tatari, ucraini, yakuti… un’ottantina di etnie diverse. Prima, fin dall’età zarista, deportati qui con scuse qualsiasi per popolar le nuove terre e in seguito qui convenuti per scelta dall’entroterra, da tutta la Russia e oltre. D’estate, quando c’è il sole, son tutti sbracciati, come se non esistesse un inverno. Eppure qui a maggio c’è ancora la neve… La mia direttrice è la Via siberiana, un tracciato già misto di sentieri e fiumi. Era l’antica Via del tè, che veniva

Donne dei Buriati in costume in occasione di una festa popolare.

in carovane di cammelli insieme alla seta e altri prodotti pregiati dal Regno di mezzo. Da fine Ottocento diventerà anche la ferrovia Transiberiana, oggi di gran moda e la scelta abituale per chi viaggia in queste terre. Ma io preferisco restare ben attaccato al suolo, lungo cattive strade di terra battuta. Così, di fiume in fiume, tutti diretti al Mar Glaciale Artico, incontro Krasnoyarsk e poi Irkutsk, grasse delle acque dello Enisej e del suo affluente Angara. Sono due città tra le più antiche, seicentesche, anche se d’antico non sono rimasti che palazzi di fine Ottocento nelle vie principali e poche case di legno, tipiche isbe di città, sprofondate tra i marciapiedi zuppi, nel terreno fangoso delle zone vecchie. Intorno, come sempre, i casermoni popolari, sovietici e nuovi. Larissa, professoressa di spagnolo all’università di Irkutsk, dopo una lunga permanenza nella Cuba di Castro, è orgogliosa della sua città. «Ci sono voluta ritornare io, a casa!» precisa quando ammicco al bel clima caraibico. Nei primi del Novecento Irkutsk era persino detta la Parigi siberiana, mi spiega, per i teatri e le tracce del bel mondo. Irkutsk mi apre le porte del lago Bajkal e della Repubblica dei buriati, una delle ventidue, etniche, della Federazione russa, che chiuderà il mio assaggio siberiano. E piove.

Ulan Ude, uno stupa del complesso monastico Rinpoche Bagsha.

Piove sulle tigri e i leoni di gesso. Piove sugli stupa. Piove sulle tonache color mattone e piove sulle risate dei monaci che scherzano nel vialetto fradicio. Piove da due giorni su questo tratto di Siberia, perché qui quando non gela piove. A Ulan Ude, capitale della Repubblica dei buriati, sul Lysaya Gora, il Monte Calvo, da che la religione non è più considerata l’oppio dei popoli, è tornato il Buddha. È un Buddha

La tigre siberiana che azzanna lo zibellino, il simbolo di Irkutsk.

tutto d’oro, che troneggia in un datsan sobrio e dai colori caldi. Un tempio nuovo, consacrato dal Dalai Lama pochi anni fa. In mezzo ai visi mongoli e agli incarniti scuri, nel gruppo che parlotta, spicca Dimitri, chiaramente slavo. In una chiacchiera, più tardi, mi confesserà d’aver abbracciato il buddismo fin da piccolo, quando viveva fianco a fianco coi buriati, i suoi migliori amici di sempre. Non importa la nascita, dice. Adesso la visione egalitaria sovietica s’è fusa con la nuova libertà di scelta. «Le chiese son risorte, a Kazan han costruito la moschea, e noi, qui, i nostri datsan» afferma. È contento, Dimitri. Dopo gli anni bui di fine millennio la Siberia è risorta. Allora tutto sembrava perduto, la gente moriva, si lasciava andare. Il paese languiva abbandonato, dice, sembrava sul punto di frantumarsi. «Ma bisogna crederci. Che noi, qui, tutti noi, a qualsiasi razza apparteniamo, siamo figli di gente che ha combattuto e che spesso è morta per il proprio paese. Ma ora il mondo sta cambiando e noi, qui, siamo vicini a Pechino. La storia passerà di qua». Dimitri ne è sicuro. L’orso siberiano s’è svegliato.


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Cammina attraverso il cosmo

Il simpatico monello di Guarda

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Chi non conosce Schellen-Ursli, il coraggioso bambino di Guarda? Cammina sopra St. Moritz sulle tracce di Schellen-Ursli e rivivi questa famosa storia con i tuoi bambini. La passeggiata di circa 1 ora è arricchita da diverse immagini e sculture in legno.

EVENTO Giornata dei castelli svizzeri Il castello di Bellinzona e altri luoghi Dom. 6.10.2019

EVENTO Fiera autunnale Basilea Sab. 26.10.2019 – mar. 12.11.2019

Alla Giornata dei castelli svizzeri che si terrà in ottobre potrai vedere da vicino in castelli e fortezze della Svizzera come si viveva, danzava e combatteva nel Medioevo. Fai fare ai tuoi bambini un viaggio nel mondo delle dame e dei cavalieri.

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NUOVO


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Idee e acquisti per la settimana

Raclette all’insegna della varietà I fan della raclette amano la varietà visto che il bello di questa pietanza è il fatto che ognuno può riempire il proprio pentolino secondo i propri gusti. Tutto è permesso, perché il piacere sta proprio nel cambiare ogni volta. Come novità quest’anno arriva il formaggio di montagna stagionato, che stupirà chi cerca sapori particolarmente intensi e pronunciati. In aggiunta l’assortimento propone la «Special Edition» di formaggio Raccard aromatizzato con una miscela di spezie Gyros: peperoncino, origano, cipolla, aglio, cumino e pepe, per un’esperienza gustativa davvero speciale. Le nuove varietà M-Classic Nature, Assortite e Aglio completano la gamma.

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M-Classic Raclette aglio 2 x 7 fette, ca. 400 g, per 100 g Fr. 2.15

Consiglio Il meglio dai resti I resti di formaggio da raclette Raccard possono essere congelati e utilizzati successivamente per preparare sandwich, omelette o gratin. Il formaggio non va scongelato prima, ma può essere utilizzato direttamente nel forno, nel tostapane e in padella.

M-Classic Raclette assortiti 16 fette, ca. 450 g, per 100 g Fr. 2.15


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Ambiente e Benessere

Il lampo di Opel indica la via elettrica Motori Al Salone internazionale dell’Auto di Francoforte, la casa tedesca ha presentato le sue ultime novità

facendo dell’elettrico la propria bandiera

Mario Alberto Cucchi Fulmine, saetta, folgore. Tre termini che indicano lo stesso fenomeno atmosferico legato all’elettricità. Il fulmine si trova proprio all’interno del logo della casa automobilistica Opel che all’ultimo Salone Internazionale dell’Auto di Francoforte 2019 – www.iaa.de/en/cars – ha fatto dell’elettrico una bandiera. Ecco allora che sullo stand, dove è arrivata anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, sono stati presentati in anteprima mondiale la nuova Opel Corsa-e e il nuovo Grandland X Hybrid4.

«In centoventi anni di produzione automobilistica, Opel ha sempre unito l’ingegneria tedesca e la passione per il design». Opel ha permesso ai visitatori di gettare uno sguardo virtuale sotto la carrozzeria di questi modelli grazie a un sistema di Realtà Aumentata. Servendosi di tablet appositamente configurati, i visitatori della «OPELHAUS 120» hanno osservato ai raggi X le novità tecniche di Corsa-e e Grandland X Hybrid4, solitamente nascoste. In questo modo il costruttore ha reso più facile la comprensione della mobilità elettrica, una tecnologia puli-

ta, efficace e potente. Basti pensare che Grandland X Hybrid4 a trazione integrale è in grado di erogare una potenza sistema di 300 cavalli. Decisamente ecologici anche i propulsori della nuova Opel Astra: cinque motori che registrano emissioni di CO2 inferiori a 100 g/km e vantano un coefficiente di resistenza aerodinamica eccezionalmente basso, pari a 0,26. «In centoventi anni di produzione automobilistica, Opel ha sempre unito l’ingegneria tedesca e la passione per il design, permettendo a tutti di accedere a innovazioni e tecnologie pionieristiche. Oggi questo atteggiamento vale più che mai per la mobilità elettrica», ha dichiarato il CEO del costruttore tedesco, Michael Lohscheller, parlando dell’offensiva Opel sulla mobilità elettrica. Al debutto quindi la sesta generazione di Opel Corsa, che verrà ricordata per essere la prima a portare in dote una versione completamente elettrica. Una Corsa che ha poco a vedere con il passato, si tratta di un’auto molto più comoda. Cresciuta in dimensioni, ora è lunga 4,06 metri, con maggiore spazio riservato agli occupanti. A bordo tanta tecnologia, a partire proprio dal gruppo propulsivo della versione elettrica che promette una validissima autonomia grazie alla batteria da 50kWh. Gli ingegneri tedeschi dichiarano infatti 330 chilometri come percorrenza effettiva. A bordo anche una telecamera anteriore in grado di riconoscere vetture e pedoni per even-

tualmente attivare la frenata automatica d’emergenza. La stessa telecamera è in grado di riconoscere i segnali stradali, riportando nel quadro strumenti i limiti di velocità in vigore nel tratto di strada che si sta percorrendo. Non manca il Cruise Control, che comprende il limitatore di velocità e il sistema di

mantenimento della corsia che fa il suo debutto proprio su Corsa. L’evoluzione di questo sistema è il Lane centering assist che mantiene Corsa centrata nella corsia con l’intervento sullo sterzo. Insomma, davvero tanta tecnologia. Sullo stand Opel non c’erano solo auto per tutti i giorni, ma anche versio-

ni da motorsport. A Francoforte ha debuttato infatti Corsa-e Rally. Opel è il primo costruttore a presentare un’auto da rally elettrica a batteria per le competizioni amatoriali, in programma dal prossimo anno con la ADAC Opel e-Rally Cup. Sarà probabilmente veloce come un fulmine. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Sulle rotte dei Fenici

Scelto per voi

Il vino nella storia Lungo le vie che da Oriente arrivavano sulle sponde del Mediterraneo

occidentale – 3. parte

Davide Comoli Esistono a grandi linee tre rotte che partono da Oriente e arrivano sulle sponde del Mediterraneo occidentale. La prima costeggia le coste del nord e arriva fino all’altezza di Corfù (l’antica Corcira). Da lì con vento favorevole in poco meno di due giornate si potevano raggiungere le coste della Sicilia. La seconda rotta, quella meridionale, segue le coste africane dell’Egitto fino all’attuale Africa settentrionale, arrivando dopo una lunga navigazione di cabotaggio alle Colonne d’Ercole. Lungo tutto il percorso, i navigatori Fenici avevano disposto degli scali oppure dei piccoli luoghi d’approdo (fondachi), il più importante (forse) fu Cartagine, definita dallo storico greco Appiano, una «nave alla fonda». La terza rotta attraversava il mare, facendo appoggio su una catena di isole, Cipro, Creta, Malta, Sicilia, Sardegna, Baleari. Questo tragitto costringeva gli equipaggi ad abbandonare il cabotaggio ed era una vera navigazione d’altura. Furono in grado gli scafi Fenici di seguire questa rotta? La risposta è sì, la presenza dei Fenici e di Cartagine in seguito, è ben presente su

molte isole che s’incontrano su queste rotte. Questo accenno che abbiamo dato sulle vie mediterranee, ci fa comprendere il lungo viaggio del vino alla conquista dei consumatori di città e campagne. Saranno prima i Greci e in seguito i Romani, mercanti di vino, a solcare le rotte tracciate dai Fenici. In tutta la regione dove dominava Atene, il vino è il protagonista delle bevute quotidiane o di quelle straordinarie del «Simposio». Il consumo del vino, dopo l’avvia di queste rotte, non verrà più considerato un privilegio dei pochi, riservato alle classi elitarie, che facevano incetta dei vini migliori lasciando alla massa i vini più scadenti. In Grecia e nelle zone ad essa legate nel bacino Mediterraneo, il commercio del vino diventa indispensabile strumento di promozione verso quei popoli e quelle regioni che sono sprovviste di vigne o il vino prodotto non è sufficiente a soddisfare le richieste. Il vino infatti diventa, come già accennato, la «star» del momento, non solo per il largo uso quotidiano, ma soprattutto nei tradizionali riti dei banchetti come unica bevanda nelle cerimonie sia civili sia religiose.

Saranno i Greci, i primi a codificare i requisiti che devono avere i vini. Non sempre è facile tradurre i termini in modo corretto, ma proviamo: Mèlas (rosso/nero), Leukòs (bianco/giallo), Austeròi (aspro), Xeròi (secco), Malakòi (amabile), Glykèis (dolce), Òzontes (ricco bouquet), Leptòi (leggero), Pachèis (corposo), Thermòs (caldo), Asthenèsteros (poco vigoroso), i più apprezzati erano quelli: neri, forti, odorosi e invecchiati. Sotto la «spinta» culturale ellenica e con la diffusione della viticoltura – causa anche dell’aumento demografico, quindi la necessità di produrre e distribuire i frutti della terra, e tra questi il vino, vera forza trainante del mercato – ci sarà uno sviluppo repentino del traffico mercantile soprattutto via mare. Tutto ciò implicherà indispensabili severi controlli nei porti. I controlli non sempre vengono fatti per motivi etici o a difesa dei consumatori, ma per evitare che navi di certe zone, come ad esempio quelle di Taso, importante centro di produzioni vinicole dell’Egeo settentrionale, trasportino vino proveniente da zone non codificate per legge. Se le coste del Mediterraneo occidentale sono per i Greci motivo di

grande interesse commerciale, questo popolo non disdegna di esportare il vino anche verso le popolazioni rivierasche dell’Egitto e soprattutto quelle che si trovavano verso nord, sulle sponde del Mar Nero. Non possiamo poi dimenticare il dominio greco delle coste italiche meridionali: della Puglia, della Calabria, della Sicilia e l’isola di Ischia, che oltre al vino, introducono, in queste regioni, vitigni di cui ancora oggi godiamo il frutto. Anche se la civiltà enoica e mercantile della Grecia e il suo predominio nel Mediterraneo non sono da mettere in discussione, si affacciarono tuttavia sulla scena, dominata dagli Elleni, nuovi protagonisti. Rodi, piccola isola dell’Egeo, si prepara a conquistare, proteggere e consolidare le rotte mercantili. Grazie alla sua posizione, Rodi diventa (almeno in età micenea) un’importante intermediaria tra Grecia e Oriente. Intuita la possibilità di commerciare i vini della Grecia o di Cipro e altre realtà mediterranee, Rodi volge la sua attenzione verso Oriente. Molti storici, sia antichi sia moderni, concordarono nel far risalire il suo sviluppo commerciale, diventando una potenza (per l’epoca), in virtù delle sue navi mercantili, adattandole in modo da garantire il trasporto di centinaia di anfore atte a contenere il vino. Il notevole aumento di prestigio si accompagnò in Rodi a un corrispondente aumento di ricchezza, testimoniato dai ritrovamenti di monete di quest’isola, che dominò il mercato dell’Egeo e altri mercati fuori da esso. L’esportazione del vino e la sua diffusione è testimoniato dai «bolli rodii» impressi sulle migliaia di anfore ritrovate; bolli che dimostrano i lunghi viaggi dei mercanti dell’isola, i quali imposero anche i loro vini «mediocri» ai clienti con i quali Rodi fu in rapporto costante. La maggior parte delle anfore vinarie furono prodotte tra il 240 e il 120 a.C. e sono state trovate in Egitto, Siria, Palestina, Asia Minore, Persia e a occidente: Sicilia, sud Italia e Cartagine.

Marschallgut - Pinot Noir Reserve

Nella «Bündner Herrschaft» sino al 1635 si coltivavano solo vitigni a bacca bianca. Fu durante la guerra dei Trent’anni che il duca di Rohan, Enrico II, capo dell’armata francese, introdusse il Pinot Nero. Grazie al foehn i vini prodotti nella regione della Bündner Rheintal arrivano ad avere qualità eccezionali. Il vitigno principe di questa regione è il Pinot Nero, sovente elevato nelle barriques, dona dei nettari complessi e longevi, i quali non temono di sfidare i più quotati Pinot Neri di Borgogna. Fondata nel 1868, la cantina Cottinelli possiede circa ventidue ettari vitati nei comuni di Malans, Jenins, Zizers, Coira. Il Pinot Nero che vi proponiamo proviene invece dalla tenuta di Marschallgut, nel comune di Maienfeld. Di un rosso intenso, al naso offre subito richiami diversi, frutta rossa concentrata e croccante, note di leggera speziatura e incredibilmente lungo nella fase retrogustativa. È un vino caldo e avvolgente che consigliamo con un carpaccio di cervo ai mirtilli, o in abbinamento a un risotto con funghi, noi lo abbiamo provato con il fegato alla veneziana… ottimo. / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 29.– Annuncio pubblicitario

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Il bianco potere del latte

Ambiente e Benessere

Parliamo del latte: un immenso aiuto in cucina. È il liquido bianco e opaco secreto dalle ghiandole mammarie delle femmine dei mammiferi. Si ottiene tramite mungitura regolare. Il più usato a scopo alimentare umano è il latte vaccino (definito per la legislazione «latte» tout-court), impiegato per la produzione di formaggio, burro, yogurt e panna. Di uso comune anche il latte di capra (formaggio, burro e yogurt), di pecora (formaggio) e di bufala (formaggio e burro). Più circoscritto e locale il consumo di varietà provenienti da altri mammiferi.

Il latte contiene proteine di elevato valore biologico, grassi saturi, sali minerali e le seguenti vitamine: A, D, E, e soprattutto quelle del gruppo B Pur avendo caratteristiche diverse quanto a contenuto di grassi e digeribilità, tutte queste varietà sono accomunate da un alto potere nutritivo. Il latte contiene proteine di elevato valore biologico, grassi saturi, sali minerali e vitamine (A, D, E e soprattutto del gruppo B). Quasi sterile al momento della secrezione, può però venire a contatto con agenti contaminanti provenienti dall’ambiente esterno. Esistono quindi diverse categorie di latte distinte in base ai trattamenti termici di pulizia e conservazione adottati, solitamente preceduti dall’omogeneizzazione (un processo meccanico che riduce la dimensione dei globuli di grasso). Una prima differenziazione è tra latte fresco e latte a lunga conservazione. Inoltre, il primo può essere: pastorizzato (scaldato a 72° per 15 secondi, poi raffreddato a 4°, si conserva in frigorifero per 6 giorni); microfiltrato

(passato attraverso una membrana forata e poi pastorizzato a 85°, si conserva in frigorifero per 10 giorni); di alta qualità (sia pastorizzato sia microfiltrato, ma contraddistinto da alti standard produttivi). Rispetto al latte fresco, quello a lunga conservazione subisce un processo di sterilizzazione a temperature molto più elevate (135-140°, per pochissimi secondi) ed è per questo definito uht: Ultra High Temperature. Il latte uht si conserva molto più a lungo, e a temperatura ambiente. Lo si ottiene con due trattamenti diversi: indiretto (il latte è scaldato attraverso piastre o tubi) o diretto (tramite iniezione di vapore). Quest’ultimo metodo, detto anche uperizzazione, garantisce tempi di conservazione più lunghi (6 mesi a temperatura ambiente, contro 3 mesi) e una miglior conservazione delle proprietà organolettiche originarie. Alle operazioni di pulizia e conservazione si possono affiancare altri trattamenti preliminari, impiegati per modificare le proprietà nutritive del latte. Tra questi la scrematura, procedimento che serve a ridurre la componente lipidica originaria: si centrifuga il latte così da separare le particelle di grasso (panna) che finiscono per galleggiare in superficie; queste possono poi essere rimiscelate al liquido rimasto sul fondo nella quantità necessaria a ottenere la percentuale di grasso desiderata. Il latte, sia fresco sia a lunga conservazione, può quindi essere intero (contenuto di grasso non inferiore al 3,5%), parzialmente scremato (contenuto compreso tra 1,5-1,8%) e scremato (non più dello 0,5% di grasso). Accanto a queste tipologie di latte il mercato ha di recente reintrodotto anche il latte crudo, ossia non pastorizzato né omogeneizzato; gli allevamenti che possono dare latte crudo sono rigidamente selezionati e stalle e mandrie vengono sottoposti a particolari controlli igienico-sanitari; il latte crudo deve essere venduto in giornata e consumato entro le 48 ore.

CSF (come si fa)

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Allan Bay

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Gastronomia Importante da un punto di vista nutrizionale, ma anche molto utile in cucina

Quanto la pasticceria e la cucina europea debbano a Turchia e Medio Oriente limitrofo è molto più di quel che sembra. Curiosamente, l’influsso arabo marocchino derivato dall’Andalusia, la Spagna islamica, è ben conosciuto, mentre quello turco molto meno. Mia interpretazione? Ci sono stati più storici che sapevano l’arabo, anche a causa dei domini colonia-

li, di quanti sapessero il turco, con la Turchia sempre indipendente e molto chiusa. Quindi oggi vi parlo dei lokum, dolcetti tipici turchi, ma diffusi in tutto il Medio Oriente. Raramente viene fatto in casa: è il tipico dolce che dà il meglio di sé se fatto a livello artigianale e a volte le versioni industriali sono più che accettabili. Però se qualcuno vuole farlo, ecco come si fa. (Ingredienti per 4/6 persone). In una casseruola portate a ebollizione 4 dl di acqua con 800 g di zucchero a velo e 1 cucchiaio di succo filtrato di limone. Abbassate il fuoco e proseguite la cottura fino a quando una goccia di sciroppo versata su un piatto è lavorabile con le dita, cioè non è più ustionante, circa 8’. Nel frattempo, mettete in una pentola 150 g di amido di riso o di mais, 1 cucchiaino di cremor tar-

taro, 6 dl di acqua fredda e cuocete a fuoco basso mescolando, finché non diventa cremoso. Togliete dal fuoco, unite lo sciroppo e amalgamate con una frusta. Rimettete sul gas e cuocete per 90’, mescolando. Verso la fine aggiungete 2 cucchiai di acqua di rose, 2 cucchiai di alchermes e una ventina di mandorle pulite e tritate finemente. Versate il composto in una teglia quadrata e ben unta con olio (meglio se di mandorle), livellandolo con un cucchiaio di legno fino ad avere uno spessore di 2 cm. Lasciate raffreddare per 12 ore. Rovesciate il composto su un tagliere cosparso di zucchero a velo, lasciate asciugare per 24 ore, poi tagliate a quadratini di 2,5 cm di lato. Copriteli di zucchero, scuoteteli per far cadere lo zucchero in eccesso, disponeteli in un piatto e servite.

Ballando coi gusti Oggi due curiosi antipasti, che sono però anche degli snack e altro ancora

Castagne al lardo Ingredienti per 4 persone: 16-20 castagne · 200 g di lardo · alloro · salsa agrodolce ·

Cipolle fritte Ingredienti per 4 persone: 2 o 3 cipolle · 200 g di farina · birra tipo lager · olio

sale

per friggere · paprika · sale

Lavate le castagne, incidetele con un taglio, cuocetele in una pentola colma d’acqua sobbollente con 1 pizzico di sale e alcune foglie d’alloro per circa 40’, poi scolatele. A seguire sbucciatele: è più facile sbucciare le castagne quando sono ancora calde, pertanto prelevatene poche alla volta, privatele con un coltellino sia del guscio esterno sia della pellicina rossiccia che riveste la polpa. Tagliate il lardo in 16-20 fettine. Scottate le fette di lardo in una padella antiaderente: fatele rosolare poche per volta su entrambi i lati. Tenete in caldo. Avvolgete ogni castagna in una fettina di lardo e servite profumando con qualche goccia di salsa agrodolce.

Mondate le cipolle e tagliatele ad anelli o a rondelle, abbastanza spesse. Setacciate la farina con abbondante paprika e poi, mescolando con una frusta, stemperate 1 bottiglietta di birra fredda di frigorifero, aggiunta gradualmente. La pastella dovrà essere abbastanza densa. Passate gli anelli di cipolla nella pastella, sgocciolateli e friggeteli, pochi per volta, in abbondante olio ben caldo. Scolateli, lasciateli asciugare su carta assorbente da cucina e spolverizzate con sale. Serviteli caldissimi, accompagnandoli, se volete, con ketchup.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Ambiente e Benessere

In missione per conto di Madre Natura Progetti del futuro Salvaguardia degli impollinatori: agricoltura produttiva e biodiversità possono e devono

convivere grazie a progetti e interventi mirati al sostegno di questi piccoli, ma indispensabili animali

Amanda Ronzoni La cronaca ormai quotidiana ce lo dice sempre più spesso: gli animali impollinatori sono in pericolo. Ci accorgiamo sempre tardi, noi Sapiens Sapiens, che niente a questo mondo è per caso. Schiaccia questo perché è brutto, scaccia quello perché è fastidioso, caccia quell’altro ancora perché secondo la tradizione porta male. Di questo passo ci stiamo facendo terra bruciata intorno. Di più: ci stiamo scavando la fossa. Animali impollinatori, dicevamo. Ebbene, hanno un ruolo fondamentale, una «missione» per conto di Madre Natura che garantisce la vita. A tutti. Anche a noi. Che invece, senza pensieri, tagliamo, diserbiamo, estirpiamo, cementifichiamo, incuranti delle ripercussioni che questo può avere sugli altri inquilini del pianeta (e alla lunga anche su noi stessi). Per fortuna da più parti qualcuno ha cominciato a preoccuparsi e a pensare come fermare il declino di queste specie, che hanno una loro precisa funzione, belli o brutti che siano, che ci piacciano o no. E non si tratta di funzione da poco. Il loro lavoro, che consiste nel trasferire i pollini tra le parti maschili e femminili dell’apparato riproduttivo delle piante, è vitale per la fertilizzazione e la riproduzione delle stesse. Giusto per dare un ordine di grandezza, l’80 per cento dei campi in Europa dipende dagli insetti per l’impollinazione. Le cause principali del declino di questi animali sono l’utilizzo di pesticidi, l’inquinamento ambientale,

Sul sito www. azione.ch si trovano i link che rimandano ai diversi progetti citati nell’articolo. (pxhere.com)

l’impoverimento della biodiversità dei terreni destinati all’agricoltura intensiva, la cementificazione, il cambio di destinazione d’uso dei terreni e l’urbanizzazione. I cambiamenti climatici hanno il loro peso, così come l’arrivo di specie esotiche invasive; gli agenti patogeni, a questo punto, hanno facile gioco e fanno stragi. Tra gli impollinatori più colpiti ci sono le api, sia quelle selvatiche sia le domestiche, e con loro soffre il comparto dell’apicoltura. Anche la Svizzera è stata interessata da importanti perdite che hanno

cominciato a decimare le colonie di api da miele a partire dall’inizio del nuovo secolo. Per far fronte a questa emergenza, dal 2013, accanto allo storico Centro di ricerche apicole (CRA) di Liebefeld, fondato nel 1907, sono attivi anche i ricercatori del Servizio sanitario apicolo (SSA) e dell’istituto sulla salute delle api («Institute of Bee Health», IBH) dell’Università di Berna. Il CRA, allo scopo di migliorare il benessere delle api, in particolare della Apis mellifera, a livello globale, ha dato vita a Coloss, un network internazionale per prevenire

perdite nelle colonie di api da miele, il quale riunisce oltre 1261 ricercatori di 95 Paesi. E se c’è chi, correndo ai ripari, ha persino fiutato il business nello sviluppo di api robot (droni miniaturizzati), i ricercatori stanno invece cercando di salvaguardare la specie, in particolare, ma anche tutti gli impollinatori in generale, studiando piani per la creazione di corridoi ecologici ad alta biodiversità, il mantenimento di fasce di rispetto vegetate a protezione dei corsi d’acqua, e il recupero di aree marginali tra zone

coltivate e perimetri urbani o industriali. Il ripristino di aree non coltivate o trattate, ma invece ricche di varietà diverse di piante e fiori graditi a questi animali, è una chiave. Ci ha scommesso anche Sygenta, multinazionale svizzera, con sede a Basilea, attiva nel ramo dei prodotti fitosanitari e delle sementi, che da quasi vent’anni sta portando avanti un progetto, denominato Operation Pollinator, che dopo la fase di ricerca partita nel 2001 in UK, ha coinvolto più di sedici Paesi europei, ma anche USA, Canada, Cile, Brasile, Corea del Sud, per un totale di cinque milioni di ettari di terre recuperate, oggi fonte di pollini, nettare e cibo fondamentali per il mantenimento delle diverse specie di animali impollinatori. A livello internazionale, numerosi studi (come quello di Nature - Ecology & Evolution) hanno svelato che anche i giardini urbani sono più importanti di quel che si possa credere per la salvaguardia di questi animali. E se il 94 per cento dei rispondenti a una pubblica consultazione dell’UE pensa che il declino degli impollinatori sia allarmante, si stanno moltiplicando sia le iniziative dei legislatori, sia quelle di associazioni e organizzazioni, pubbliche e private, come ad esempio ImpollinaMI per la città di Milano, o Polli:Nation per le scuole in UK, ancora i progetti per la difesa delle api della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus, mentre a Berna, dal 23 al 25 ottobre 2019 si svolgerà il 14esimo Simposio Internazionale su «Pericoli dai pesticidi per le api».

Giochi

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Tra amici: «Ho sentito la meteo, arriverà un’ondata di venti freddi dalla Siberia!» – «Uffa, mai che arrivasse un’ondata di…». Termina la frase leggendo, a soluzione ultimata, le lettere evidenziate. (Frase: 5, 5, 7, 5)

ORIZZONTALI 1. Contengono polvere da sparo 7. Golfo arabo 8. Rendono gentile la gente... 9. Diminutivo di Theodore 10. Una battuta vincente 11. Un terzo di trenta 12. Mare del Mediterraneo 13. Un ripiego... marginale 14. Si usa per evitare ripetizioni 18. Su questi non si discute 20. Persone riconoscenti 21. L’attrice Virna 22. Riposano in pace 23. Qui in Francia 24. Velivolo senza motore 26. Entrambe… a Madrid 27. Nome maschile

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

VERTICALI 1. Scontro di forte entità 2. Il fiume di Breslavia 3. Ma in latino 4. Son senza cuore 5. Prepara all’università 6. Parte dell’intestino tenue 10. Treccia di... preposizione 12. Ripidi, scoscesi 1 2 3 4 5 6 13. Introduce un chiarimento 714. Nome femminile 8 ruminanti 915. Mammiferi 10 11 16. Congiunzione francese 12 17. Dà informazioni atmosferiche 13 15 16 17 18 (abbr.) 14 19.21Sigla dell’Università 20 22 23 24 dell’Illinois a Chicago 25 26 27 28 20. Grigio a Parigi 29 30 31 32 33 22. Letta al contrario non cambia 24. Le iniziali dell’attore Banderas 34 35 25. Le separa la «u»

Sudoku Soluzione:

Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Giochi per “Azione” - Ottobre 2019

Soluzione della settimana precedente Stefania Sargentini

FAUNA E DINTORNI – Nome della farfalla: VANESSA ATALANTA, nota anche come: VULCANO.

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Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

C A V A O N E I S S A A T O A E R N A T I G U A C A N E R O S

L L I E E G A N L L O I T A O N A D I N A L

A L I A V I L I E L U L I T B A N O

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


Assicurati il mega poster con gli animali.

Solo mercoledì 25.9.2019.

OCEANO ARTICO

ASIA AMERICA DEL NORD

«Qu « Quaalili anim ali vivo no su più cont inenti?» ti?

EUROPA

««Ri Ries escici a trov are tutt i gli anim ali sulla cart ina? »

OCEANO ATLANTICO

AFRICA

AMERICA DEL SUD OCEANO INDIANO

OCEANO PACIFICO

OCEANO PACIFICO

AUSTRALIA

OCEANO ANTARTICO

ANTARTIDE

America del Nord

BUE MUSCHIATO

ORSO NERO AMERICANO

CAPRA DELLE NEVI

LEMMING

ORSO POLARE

ORSO BRUNO

VOLPE ARTICA

COYOTE

IGUANA

PUMA

GHIOTTONE

PERNICE BIANCA NORDICA

America del Sud

ALBATRO

BISONTE AMERICANO

LUPO

ORSETTO LAVATORE

PELLICANO

ANTILOCAPRA

LEPRE

GUFO DELLE NEVI

MOFFETTA

CONDOR DELLE ANDE

LAMA

ALPACA

ARMADILLO

SCIMMIA URLATRICE

ARA SCARLATTA

GIAGUARO

FORMICHIERE

ANACONDA

ARA GIALLOBLÙ

Antartide e oceani

OPOSSUM

FENICOTTERO

IBIS ROSSO

PECARI

CAPIBARA

COLIBRÌ

DELFINO DELL’AMAZZONIA

BRADIPO

NUTRIA

NANDÙ

PIRANHA

VISCACCIA

TUCANO

TAMBAQUI

PETRELLO ANTARTICO

PETRELLO DELLE NEVI

PINGUINO IMPERATORE

PINGUINO DI ADELIA

BALENOTTERA AZZURRA

CARCHARHINUS ISIDON

PESCE DI BARRIERA CORALLINA

MEDUSA

Africa

PINGUINO PAPUA

MEGATTERA

BALENA FRANCA AUSTRALE

CALAMARO

PESCE VOLANTE

PESCE SPADA

FOCA DI ROSS

STERNA ARTICA

NARVALO

SQUALO BIANCO

FOCA DI WEDDELL

PINGUINO DAL CIUFFO DORATO

STERCORARIO

BALENA DELLA GROENLANDIA

SQUALO GATTO

FOCA LEOPARDO

TARTARUGA MARINA

SQUALO MARTELLO

SQUALO BALENA

FOCA MANGIAGRANCHI

NOTOTHENIA ROSSII

ELEFANTE MARINO DEL SUD

DELFINO

BALENOTTERA COMUNE

LAGENORINCO DALLA CROCE

MORO OCEANICO

FOCA COMUNE

CAPODOGLIO

BARRACUDA

TRICHECO

MERLUZZO

OTARIA ORSINA

ORCA

CAMMELLO

BALENOTTERA BOREALE

DIAVOLO DI MARE

LEONE MARINO

POLPO

FOCA DALLA SELLA

IPPOPOTAMO

GNU

GORILLA

Europa

GIRAFFA

LEONE

GAZZELLA

ZEBÙ

ZEBRA

ELEFANTE AFRICANO

FENNEC

IENA

COCCODRILLO

MARABÙ AFRICANO

RINOCERONTE

LEMURE

STRUZZO

CINGHIALE

ANTILOPE ALCINA

BABBUINO

BUCEROTIDE

Asia

SCIMPANZÉ

SERPENTARIO

CAPRIOLO

BISONTE EUROPEO

CERVO ROSSO

ALCE

CAMOSCIO

VOLPE

LEPRE

ARVICOLA ROSSASTRA

GALLO CEDRONE

FALCO PESCATORE

CICOGNA BIANCA

SCOIATTOLO

STARNA

RENNA

ELEFANTE ASIATICO

LINCE

BUFALO D’ACQUA

MARMOTTA

ORANGO

GABBIANO

BOA

Australia

TAPIRO

TIGRE

GIBBONE

COBRA

GAZZELLA GOZZUTA

LEOPARDO

ARGALI

PAVONE

CAMMELLO

LEOPARDO DELLE NEVI

ZIBELLINO

CACATUA

CANGURO

DIAVOLO DELLA TASMANIA

CASUARIO

KIWI

DINGO

ECHIDNA

EMU

CHEA

KOALA

CACAPO

CACATUA

BUFALO D’ACQUA

TUATARA

UCCELLO DEL PARADISO

UCCELLO LIRA

ORNITORINCO

VOLPE VOLANTE

FREGATA

PARROCCHETTO ONDULATO

© 2019 & TM DCL

Le rappresentazioni di continenti, habitat e animali è stata semplificata per motivi illustrativi e non ha la pretesa di essere identica alla realtà e alla cartografia. Anche l'attribuzione dei singoli animali agli habitat e alle regioni è fortemente semplificata.

Rendi completa l’Animal Planet Mania con questo irrinunciabile pezzo da collezione: il bellissimo mega poster con gli animali. Lo ricevi solo questo mercoledì alla cassa di qualsiasi supermercato Migros o su LeShop con un acquisto a partire da fr. 50.–. L’offerta è valida solo il 25.9.2019 e fino ad esaurimento dello stock; sono esclusi buoni e carte regalo. Ti aspettiamo! Maggiori informazioni su animalplanetmania.ch


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Politica e Economia Droni contro il petrolio Gli attentati ai pozzi sauditi creano nuova tensione nel Golfo Persico tra USA e Iran

Juan Guaidò e il fattore tempo Avrebbe dovuto scalzare dal potere il presidente Maduro ma la sua ribellione non trova veri sbocchi in Venezuela pagina 33

Quanto vale il bel tempo Una riflessione per scoprire l’impatto dei fenomeni meteorologici sull’economia pagina 37

pagina 39

Keystone

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Garanzie per le pensioni Il Consiglio federale presenta i suoi pacchetti di proposte utili a finanziare in futuro l’AVS

Grandi sfide per Ursula von der Leyen

Europa La nuova Presidente della Commissione europea ha di fronte a sé un cammino difficile, dato in particolare

dalla complessa situazione politica ed economica della Germania, colonna portante dell’Unione Lucio Caracciolo

Nel prossimo novembre la signora Ursula von der Leyen, già ministro tedesco della Difesa e a lungo considerata possibile delfino della cancelliera Angela Merkel, insedierà la sua nuova Commissione europea. Unica certezza: conterà poco. Le grandi linee strategiche dell’Ue – o la loro impossibilità, e quindi i relativi contenziosi intracomunitari – sono da tempo affare dei Consigli europei. Ovvero le maratone notturne – dall’aperitivo al cappuccino dell’alba – che riuniscono i capi di Stato e di governo europei. Per i quali i commissari hanno, al meglio, funzioni esecutive di scelte stabilite in Consiglio. Lo stato particolarmente deplorevole in cui si trovano oggi le istituzioni europee, e il loro decrescente grado di legittimazione, contribuiranno a rendere abbastanza vane le intenzioni di von der Leyen e associati. L’ex ministro, uno dei meno brillanti nella storia del-

la Bundesrepublik – ragione in più per mandare la signora, dotata di impeccabili credenziali europeiste, a Bruxelles – ci ha aggiunto del suo con improbabili dichiarazioni ideologiche. Tra queste, la promessa di difendere lo «stile di vita europeo». Che cosa sia, nessun lo sa. Oppure pensiamo che un cipriota e un finlandese, un portoghese e un estone, un italiano e un tedesco siano accomunati da una way of life? I maligni ne traggono due conclusioni: aria fritta, o un tentativo goffo di vellicare l’elettorato (ultra)conservatore tedesco e di altri paesi europei, spaventato dalla «invasione» dei migranti, spesso radunato in battaglie di civiltà come la prevalenza dei campanili sui minareti. Se vogliamo capire le attuali derive europee dobbiamo guardare meno a Bruxelles, al Parlamento e alla Commissione, molto più ai suoi maggiori paesi. In particolare quello da cui von der Leyen origina, che poi è la maggiore economia continentale: la Repubblica Federale Germania. Perché dal suo

futuro dipende molto della nostra sicurezza, prosperità e benessere. Tre segnali negativi nei tre principali scenari – politica, economia, cultura – provengono in questi mesi dalla Germania. Primo. La Merkeldämmerung assume colori più tristi di giorno in giorno, sia per le palesi difficoltà fisiche della cancelliera, costretta a stare quasi sempre seduta, sia soprattutto per la fibrillazione del suo governo con la più che declinante SPD e la crisi dell’intero sistema partitico tedesco. Per la prima volta da Weimar la Germania ha un importante partito nazionalista, con frequenti sbavature xenofobe, l’AfD (Alternative für Deutschland), presente in tutti i Länder e particolarmente radicato a Est, dove ottiene un quarto dei voti alle elezioni regionali. Insieme alla Linke, erede dei comunisti della DDR, compone potenzialmente quasi la metà dell’elettorato nella ex Germania comunista, un quinto nella BRD. Formare una coalizione fra gli altri partiti sarà

sempre più duro, visto che la SPD forse sceglierà l’opposizione. Non resterebbe che una debole intesa CDU-CSU-Verdi, più forse liberali. Oppure l’ammissione di uno dei due partiti estremi, oggi impensabile, nel governo di Berlino. Secondo. La Germania è sull’orlo della recessione. Che non si profila solo congiunturale. Sono le basi del modello economico tedesco, a partire dall’austerità fino alla depressione dei consumi interni a favore dell’export, a non reggere più nel contesto delle guerre commerciali e del Brexit. Un paese di risparmiatori vede vacillare alcune delle sue banche, a cominciare dal colosso Deutsche Bank, a un passo dal finire come Lehman Brothers. Si parla della necessità di ridurre le tasse e aumentare gli investimenti infrastrutturali, ma finora nulla di concreto. Terzo. L’identità culturale tedesca, e di altri paesi europei, è sfidata dall’incertezza geopolitica e dalla percezione, in parte corrispondente alla realtà, di una crescente presenza straniera, non

assimilabile alla propria Leitkultur. Questa è la sfida più importante. Troppe volte nel passato non lontanissimo i primordiali e spesso feroci sentimenti di origine razziale sul rapporto con gli stranieri provenienti da mondi ritenuti «altri» ha dato origine a conflitti sociali, se non a guerre in Europa. Una politica comune di approccio al fenomeno migratorio non è possibile, stanti le differenze fra paesi quasi monoetnici e paesi multietnici. Non resta che azzardare intese bilaterali o comunque limitate, ad hoc, per gestire almeno le emergenze. Ritoccare i trattati è impresa che nel clima attuale appare impossibile, richiedendo l’unanimità dei membri. Facciamo i migliori auguri alla Commissione von der Leyen. Ma attrezziamoci ad affrontare le sfide monumentali che quel selezionato gruppo di tecnocrati o politici sarebbe formalmente incaricato di gestire. In attesa di vedere, un giorno che temiamo lontano, una Ue meno incoerente all’idea di sé che propaganda.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Politica e Economia

Un attacco partito da lontano

Arabia Saudita-Iran Il bombardamento ai giacimenti petroliferi sauditi è l’ultimo episodio di un conflitto religioso

ed economico che risale a molto indietro nel tempo e che si incrocia con gli interessi americani nella regione

Federico Rampini È una crudele ironia della sorte: proprio nella settimana in cui le Nazioni Unite richiamano l’attenzione sul cambiamento climatico, e gli appelli in difesa dell’ambiente saturano lo spazio dei nostri media, la centralità dell’energia fossile torna in primo piano. Il petrolio incrocia ancora una volta rivalità geopolitiche, ambizioni di potenza, rivalità religiose. L’Iran colpito dalle sanzioni americane si vendica con un attacco al cuore del suo grande rivale, l’Arabia saudita. Nei mesi scorsi i blitz iraniani contro navi petroliere di diverse nazionalità erano stati spettacolari ed avevano aumentato l’insicurezza in una zona vitale per le riserve energetiche del pianeta; ma l’ultima incursione di droni sabato 14 settembre ha generato danni molto superiori, dimezzando in poche ore la produzione di greggio saudita. Poi Riad è riuscita a riparare almeno parzialmente i danni, senza però rassicurare nessuno: com’è possibile che sia stato così facile colpire al cuore delle infrastrutture vitali, in un paese straricco, per di più uno dei più massimi acquirenti mondiali di armi ad alta tecnologia? L’escalation della tensione può danneggiare tutti i paesi importatori di petrolio, dall’Europa alla Cina. Teheran nega di essere dietro l’attacco del 14 settembre, ufficialmente attribuito ai guerriglieri Huti, sciiti dello Yemen in guerra contro gli arabi. Gli Huti però agiscono con l’appoggio iraniano, le tecnologie e la copertura del potente alleato sciita. E il governo saudita dopo una sorta di inchiestalampo ha preso posizione in modo netto, chiamando in causa la responsabilità diretta di Teheran per l’attacco dei droni. Peraltro prima ancora di quel pronunciamento di Riad, l’intelligence degli Stati Uniti aveva fornito in tempi rapidi lo stesso verdetto, puntando il dito sul mandante iraniano dell’attacco. Il segretario di Stato Mike Pompeo, che è volato a Jeddah per portare la sua solidarietà all’alleato saudita, ha usato parole ancora più dure, poiché ha definito i bombardamenti dal cielo come «un atto di guerra». Pompeo ha anche detto di voler costruire una coalizione coinvolgendo gli europei. Con diversi paesi dell’Unione europea, in particolare Germania e Francia, si è aperta però una divaricazione per la denuncia unilaterale che Trump ha fatto dell’accordo sul nucleare iraniano. Ci si chiede ora se la spirale di rappresaglie possa sfuggire di mano e sfociare in una «quarta guerra del Golfo»: la prima fu il conflitto Iran-Iraq negli anni Ottanta; la seconda fu la spedizione punitiva di Bush padre nel 1991 dopo l’invasione del Kuwait; la terza avvenne con l’occupazione americana dell’Iraq iniziata nel 2003. Sono tanti capitoli cruenti di un’unica storia, il cui antefatto decisivo è l’annus horribilis dell’Islam, il 1979. Esattamente 40 anni fa, due shock stravolgevano gli equilibri geopolitici di quell’area. La rivolta contro lo Scià di Persia, la sua cacciata in esilio, il ritorno dell’ayatollah Khomeini a Teheran, la presa di ostaggi nell’ambasciata americana: in quell’anno l’Iran da alleato di ferro dell’America si trasforma in avversario

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Frammenti di missili e di droni sono stati presentati in una conferenza stampa a Riad, per dimostrare la colpevolezza iraniana. (Keystone)

implacabile. La sua teocrazia diventa una centrale di diffusione di un credo fondamentalista (sciita), modello e ispirazione per una svolta oscurantista nell’Islam che scuoterà ogni angolo del mondo. Nello stesso anno avviene alla Mecca l’occupazione della moschea più sacra da parte di estremisti sunniti. La monarchia dei Saud teme di fare la fine dello Scià. Per sopravvivere si allea con la parte più retriva del clero wahabita, fa fare un balzo all’indietro per tutti i diritti (in particolare quelli delle donne), dà pieni poteri alla polizia religiosa, e comincia esportare un’ideologia di odio anti-occidentale nelle madrasse di tutto il mondo. La concorrenza tra fondamentalismo sunnita e sciita naviga su fiumi di petrodollari, perché il 1979 porta anche un secondo shock petrolifero. I due «imperalismi regionali», l’arabo e il persiano, riscoprono rivalità millenarie. L’Arabia stringe più che mai l’asse con Washington, l’Iran trova sponde in Russia e in Cina. È in questa sfida di lungo periodo che si innestano gli ultimi sviluppi. Donald Trump ha solo aggiunto benzina su un conflitto aperto da anni. Barack Obama nel 2015 pensò che l’Iran poteva essere attirato in un percorso di disgelo e normalizzazione. Accettò un accordo nucleare con molti limiti: Teheran con quel patto si legava le mani solo per un decennio e solo per la bomba atomica, nulla concedeva sui missili o sull’appoggio a milizie terroriste come gli hezbollah. Obama puntava sul fatto che un Iran riammesso nell’economia globale avrebbe rinunciato al ruolo di esportatore di violenza. Al tempo stesso Obama premeva per concessioni sui diritti umani nel regno dei Saud. Trump, allineandosi con Benjamin Netanyahu e la monar-

chia saudita, ha fatto la scelta opposta: addio all’accordo nucleare, giro di vite sulle sanzioni economiche. La sua scommessa è di strangolare l’economia iraniana e costringere gli ayatollah a ridimensionare le proprie ambizioni geopolitiche. Finora ha ottenuto l’effetto contrario. L’isolamento dell’Iran gli riesce solo in parte: la Cina, per esempio, da mesi continua a importare greggio da Teheran in barba alle sanzioni di Washington. E i falchi iraniani aumentano l’aggressività su tutti i fronti: dagli attacchi contro la navigazione del Golfo al Libano alla Siria. I sauditi con le violenze in Yemen o l’assassinio del giornalista Khashoggi hanno spento le speranze su un’evoluzione liberale del regime. Trump ha contribuito alle ultime convulsioni di crisi, ma eredita un bilancio pessimo da tutti i suoi predecessori: le indecisioni di Jimmy Carter sullo Scià anticiparono quelle di Obama sulle Primavere islamiche; l’invasione dell’Iraq voluta da Bush Junior fu la «levatrice» dell’Isis. E l’America non è sola. In quell’area tornano ad affiorare le mappe di imperi defunti ma pronti a rialzare la testa: oltre al persiano e all’arabo ci sono il russo, l’ottomano e il cinese. Troppi appetiti voraci, e nessuna cornice multilaterale dove cercare un nuovo equilibrio. Nell’immediato, nei primi giorni dopo l’attacco dei droni l’America ha dovuto supplire all’Arabia pompando petrolio dalle sue riserve strategiche per scongiurare penurie e shock inflazionistici. Fino a qualche tempo fa Trump aveva alimentato le speranze che l’assemblea generale dell’Onu a New York fosse l’occasione per un incontro a sorpresa con il suo omologo iraniano Rohani: la Casa Bianca continua a

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non escluderlo, i colpi di scena sono il suo forte; ma da Teheran finora c’è un rifiuto netto di questo dialogo finché durano le sanzioni. Anzi, poiché Washington ha ulteriormente inasprito il suo embargo come castigo per l’attacco dei droni, c’è perfino la possibilità che la delegazione iraniana diserti del tutto il summit Onu.

Bisognerà vedere ora quali misure militari verranno messe in campo per rispondere all’attentato L’ultima incognita è la risposta militare all’attacco devastante del 14 settembre. Per cominciare l’Arabia saudita ha deciso di prendere parte alla coalizione navale-aerea che pattuglia le acque del Golfo Persico, un’allenza guidata dagli americani. Si limiterà a questo, o vorrà fare di più? C’è un aspetto simbolico di quell’incursione di droni, partiti dallo Yemen e capaci di attraversare molte centinaia di chilometri di spazio aereo saudita senza essere intercettati, per poi piombare su installazioni petrolifere di importanza strategica. I mezzi dispiegati in quell’attacco sono impressionanti: 18 droni più quattro missili di crociera hanno centrato i bersagli. L’umiliazione subita da Riad è tale che sembra «chiamare» una risposta militare di massima potenza. Trump però ha nuovamente smorzato le aspettative di un intervento militare americano. Parlando a Los Angeles quattro giorni dopo il blitz dei droni, Trump ha detto che per reagire e puTiratura 102’022 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel. 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

nire l’Iran ci sono diverse modalità e gradazioni, l’uso diretto della forza armata contro Teheran è solo una di quelle. Trump si è liberato da poco del suo precedente consigliere di sicurezza nazionale John Bolton proprio perché non ne condivideva il «grilletto facile». Il presidente ha preso le distanze dalle guerre dei suoi predecessori perché è refrattario a svolgere il ruolo di gendarme mondiale. Ma al posto di Bolton, Trump ha nominato un diplomatico che ne era stato uno stretto collaboratore, Robert O’Brien. Stando ai suoi precedenti O’Brien non sembra essere meno falco. Va aggiunto che una parte del Pentagono, in particolare lo United States Central Command che dirige le operazioni in Medio Oriente e ha come capo il generale Kenneth McKenzie, preme per avere più truppe americane in quell’area. Un’altra novità rende precari gli equilibri in quell’area, e indebolisce la cornice delle alleanze di Trump: è il voto israeliano. Benjamin Netanyahu è arrivato secondo dietro il centrista Benny Ganz, un ex militare che però è un moderato rispetto al premier uscente. Anche se la politica israeliana è sempre ricca di sorprese, cresce la possibilità che la parabola politica di Netanyahu sia vicina alla fine. In tal caso uscirebbe di scena uno degli uomini che avevano esercitato maggiore influenza sulla politica mediorientale di questa Amministrazione americana. Per chiudere sul tema iniziale, tornando cioè alla questione delle energie fossili, una singolare coincidenza ha fatto sì che proprio nel bel mezzo di un mini-allarme petrolifero Trump abbia preso d’assalto la California per le sue leggi ambientaliste che puntano a ridurre le emissioni di CO2. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Politica e Economia

La morsa si stringe su Guaidò

Venezuela Colui che si era autonominato presidente ad interim, vede sempre più lontana la possibilità di affermarsi,

nonostante il precoce riconoscimento della sua leadership espresso da buona parte della comunità internazionale

Angela Nocioni

Il tempo gioca a favore di Maduro, che non è stato abbandonato né dalle lobby economiche né dai militari Per farlo ha scelto di scatenare tutta la propaganda chavista e la Fiscalia venezuelana, cioè la pubblica accusa dello Stato (interamente in mano al regime) contro una foto, scattata nel febbraio scorso al confine con la Colombia, che ritrae Juan Guaidó vicino a due uomini definiti «paramilitari di estrema destra e narcotrafficanti». Un banale selfie. Ma apparentemente con due membri della banda narcos «Los Rastrojos». Essendo il Venezuela in rotta totale con la Colombia, con relazioni diplomatiche ridotte al lumicino e costanti accuse reciproche di tentativi di ingerenza, lo scatto è sufficiente per nuove accuse di «tradimento della patria» che piovono su Guaidó da mesi. Nel frattempo è stata anche rivista, con aggravio della pena, la norma che sanziona il reato di tradimento. Guaidó dice che non ha idea di chi fossero quei due, che quando è in giro chiunque gli passi accanto gli chiede un selfie e lui non può controllare prima i precedenti penali di ciascuno. Ma l’occasione è succulenta per il regime e la macchina della propaganda chavista non se la è fatta scappare. Tarek William Saab, il capo della Fiscalia venezuelana, ha già detto che intende processarlo per «presunti legami con narcotrafficanti e paramilitari». Il suo discorso aveva un tono di sfida evidente: «Questa storia non se la beve nessuno» ha detto Tarek William Saab. «Los Rastrojos sono una banda formata da fuoriusciti del gruppo paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia,

Il suo tentativo di sbloccare l’impasse venezuelana era iniziato il 23 gennaio scorso. (Keystone)

smobilitata nel 2006. Sapeva il governo del presidente colombiano Iván Duque?». Nel frattempo il regime ha fatto dare grande risalto all’arresto a Valencia di un membro dei Rastrojos, tale Wilfrido Torres Gómez. La propaganda chavista assicura che la localizzazione di Torres Gómez è stata possibile grazie alla delazione di Roberto Marrero, segretario di Guaidó, arrestato arbitrariamente dalla polizia politica il 21 marzo scorso. Altri collaboratori di Guaidó sono già stati arrestati (il vicepresidente Edgar Zambrano, da maggio in una prigione militare, è stato scarcerato e mandato ai domiciliari). Guaidó non è mai stato fermato, ma il regime si è premurato di togliergli l’immunità parlamentare e da mesi è indicato come il responsabile dei black out che hanno lasciato più volte al buio il Venezuela nei mesi scorsi. Il rischio di un arresto, che sarebbe un atto clamoroso da parte di Maduro rispetto alla comunità internazionale» esiste ed è alto. Soprattutto perché è molto facile associare Guaidó all’estrema destra colombiana, che ha avuto un ruolo essenziale nel lancio della operazione di autoproclamazione del presidente del parlamento, come leader di riferimento contro Maduro il 23 gennaio scorso. L’opposizione al chavismo, mostratasi dal 2002 in poi sempre litigiosissima e poco capace di capitalizzare politicamente l’infinita serie di disastri causati dal regime, ha lavorato fino a riuscire a resuscitare intorno alla persona di Guaidó. Il lavoro per la costruzione della leadership del giovane politico con una vaga somiglianza a Barack Obama è iniziato dopo che è saltata la trattativa tra regime e opposizione tentata nella Repubblica domenicana un anno fa. La regia dell’operazione è stata dei due storici capi dell’opposizione venezuelana: Leopoldo López, di cui Guaidó era il numero due, e Julio Borges. López, 48 anni, del partito Voluntad popular, è il più radicale degli antichavisti di lungo corso, ex sindaco di Chacao (quartiere borghese di Caracas est) incarcerato dal regime, è ora ai domiciliari a Caracas. Sarebbe stato lui a imporre ai settori dell’opposizione più moderati, inizialmente contrari ad abbandonare l’idea di un tavolo di negoziato col regime, il piano di un’autoproclamazione di Guaidó alla presidenza ad interim. López non ha mai nascosto d’avere ambizioni presidenziali. Viene attribuita a López una registrazione audio, spuntata i primi giorni

dello scorso gennaio, in cui si tracciano i passi da far compiere a Guaidó per segnare la fine di Maduro. Come ad avvisare: va in piazza lui, ma il candidato alla presidenza resto comunque io. Borges, 49 anni, è invece il leader di Primero Justicia, altra sigla storica dell’antichavismo fondata nel 2000 in-

sieme a López che poi ne uscì. Borges è esiliato a Bogotá. Da lì ha tessuto i rapporti internazionali per garantire una copertura a Guaidó, incluso quelli con l’Amministrazione Trump e con il mondo che ruota attorno all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe.

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Il cappio della magistratura di regime chavista è pronto per stringersi al collo di Juan Guaidó, il presidente del parlamento venezuelano autoproclamatosi il 23 gennaio scorso presidente ad interim con il proposito di traghettare il Venezuela alle elezioni. Guaidó, riconosciuto subito come presidente legittimo dall’Amministrazione Trump, dal governo colombiano e da gran parte della comunità internazionale, naviga da tempo in pessime acque. L’operazione messa a punto per rovesciare il presidente Nicolás Maduro aveva una condizione necessaria per riuscire: la rapidità. Avrebbe dovuto essere molto veloce. Il tempo gioca a favore del regime che, a differenza di Guaidó, controlla i militari e la macchina statale. Il disarcionamento immediato invece non è riuscito. Maduro è con l’acqua alla gola, ma non affonda. E ciò accade a tutto discapito di Guaidó che si ritrova ad avere di fronte ai venezuelani l’immagine ormai di un leader consunto senza essere stato davvero presidente nemmeno per mezz’ora. Tutta virtuale la sua leadership. Il tempo che passa senza che lui possa realmente decidere alcunché sulla sorte del paese lo sta politicamente logorando. È un momento propizio quindi per il regime per provare a tagliarlo fuori. Finora Maduro non l’ha mai fatto arrestare nel timore della reazione internazionale. Si è limitato a bloccargli i conti e a imporgli il divieto di espatrio. Ma ormai sono passati otto mesi dalla autoproclamazione. Il regime sa che, se è forse ancora un rischio politico eccessivo farlo incarcerare, è di certo il momento buono per tentare di sgonfiare definitivamente la sua leadership.

Momento di svolta, nella messa a punto sul da farsi, è stata una conversazione avvenuta a Bogotá nell’agosto del 2018 in occasione della cerimonia di insediamento del presidente colombiano Iván Duque. López è intervenuto telefonicamente in una sorta di riunione tra l’ex sindaco metropolitano di Caracas, Antonio Ledezma, anche lui scappato all’estero, Borges e il segretario generale di Primero Justicia, Tomás Guanipa. Della discussione sarebbero stati al corrente sia l’ex presidente spagnolo Felipe González sia l’ex presidente cileno Ricardo Lagos. Con questa mossa a sorpresa Leopoldo López, da vent’anni unico vero capo dell’anti-chavismo radicale, ha spiazzato la concorrenza interna per la leadership e s’è portato dietro chi in Venezuela è disposto a scendere in strada a manifestare contro il regime. E l’ha fatto con innegabili aiuti colombiani, elemento utile soprattutto ora per la propaganda chavista contro Guaidó. Questa fazione dell’opposizione, che è quella più a destra, ha saputo approfittare del cambiamento di clima politico in America latina e dell’esistenza dell’amministrazione Trump. Ha messo a frutto i rapporti che ha sempre avuto con i repubblicani della Florida e con il mondo politico che ruota attorno all’ex presidente colombiano Uribe. E ha vinto. La transizione fino alle elezioni presidenziali sarà a guida sua. Non è detto, però, che a capo ci sia Guaidó.


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Politica e Economia

Il valore del bel tempo

Meteorologia e finanza Analisi di alcuni fra i motivi per cui un clima mite è anche una risorsa economica

da apprezzare e far fruttare Edoardo Beretta Sono due, principalmente, le ragioni che mi inducono a scrivere il presente articolo: da un lato, mi ritengo un sostenitore dell’importanza (per vari aspetti) di un clima mite e privo di particolari scossoni, mentre dall’altro è fuori discussione − come si illustrerà a breve − che un clima moderato sia potenzialmente portatore di valore economico. Per quanto attiene il primo dei due motivi sia detto quanto segue: in tempi di cambiamenti climatici non è difficile constatare quanto siano censurate di frequente quelle abitudini considerate nocive per l’ambiente, quali ad esempio l’eccessivo riscaldamento degli spazi interni. In Italia, per un confronto, i limiti di legge prevedono fra i 18 e 20 °C (+2 °C di tolleranza) a seconda del tipo di edificio1, mentre in Svizzera si consigliano 23 °C nel bagno, 20 °C nel soggiorno/salotto e 17 °C nelle camere da letto e nel corridoio2 −, mentre esiste una silenziosa legittimazione della più estrema climatizzazione di certi ambienti nel periodo estivo. Tutto secondo la logica: è meglio sopportare un po’ più di freddo che un po’ più di caldo, senza considerare, nel caso dei climatizzatori, non soltanto il dispendio energetico quanto l’effetto negativo che si viene a creare, poiché al raffrescamento interno corrisponde un riscaldamento esterno, causato dallo scarico dell’impianto stesso. Im-

pensabile che un simile approccio fosse proponibile nei secoli addietro, quando fra le principali cause di morte figurava proprio il non-riscaldamento degli spazi abitativi. Detto ancora diversamente: il riscaldamento è spesso necessario (è, quindi, un necessity good, cioè un «bene primario»), la climatizzazione altrettanto spesso non lo è. Considerando poi il secondo motivo all’origine del presente articolo, le rilevazioni statistiche di ambiti come il mercato del lavoro ci insegnano che inverni particolarmente miti sono quasi sempre collegati a riduzione (o contenimento) dei tassi di disoccupazione stagionali, mentre estati gradevoli sono foriere di una crescita in termini di occupazione periodica. Il concetto di «bel tempo» è altresì di grande rilievo allorquando si pensi anche ai costi derivanti da fenomeni atmosferici violenti, come la tabella riportata qui a lato riassume. Si tratta di una comparazione di costi fra il 1980 ed il 2018 nei soli Stati Uniti d’America, costi che sono legati ad un fabbisogno maggiore di manutenzione infrastrutturale (alle opere pubbliche) e di aiuto all’attività rurale. Per confronto, l’Unione Europea (EU-28) contribuiva nel 2014 alle sue aree geografiche per 12.446,04 mld. Euro di valore aggiunto lordo (VAL)3. A tutto ciò si deve anche aggiungere l’esistenza di un forte nesso di causalità fra «brutto tempo», e disturbi di salute, quali insonnia, disturbi dell’umore e depressioni4 .

I costi dei fenomeni atmosferici disastrosi negli Stati Uniti nel 1980 e 2018 (mld. $) 1980

Variazione (1980-2018)

2018

Danno economico (agg. a IPC), mld. $

Costo medio pro evento, mld. $

Danno economico (agg. a IPC), mld. $

Costo medio pro evento, mld. $

Danno economico (agg. a IPC), mld. $

Siccità

32,5

32,5

3,0

3,0

–29,5

Inondazioni

2,3

2,3

-

-

–2,3

Gelo

-

-

-

-

-

Forti tempeste

-

-

11,7

1,5

+11,7

Ciclone tropicale

Note

1,9

1,9

49,0

24,5

+47,1

Incendi

-

-

24,0

24,0

+24,0

Tempeste invernali

-

-

3,3

1,7

+3,3

36,7

12,2

91,0

6,5

+54,3

TOTALE

Il World Economic Forum (WEO) fa notare, del resto, che estati favorevoli comportano incrementi di spesa per beni/servizi stagionali. Ad esempio, un importante produttore inglese di gelati dichiarerebbe che il 68% del fatturato viene guadagnato nel secondo e terzo quadrimestre dell’anno, mentre un aumento di temperatura di un centigrado in agosto comporta un aumento del 6% delle vendite. Tutto vero, ma forse la principale fonte di utilità è proprio il feelgood factor, cioè lo «star bene»6 .

Insomma: il bel tempo pare a tutti gli effetti essere una risorsa economica importante e ad ogni arrivo dell’estate, si spera possa essere apprezzata nella sua interezza. Si tratterebbe, infatti, di errore imperdonabile associare il «bel tempo» prolungato ad un mero effetto dei cambiamenti climatici, specialmente, laddove essi si manifestino in modo violento e distruttivo. Una situazione che si colloca agli antipodi rispetto alla condizione poc’anzi descritta. E, poiché fra le prime cause

dei mutamenti climatici vi è l’emissione di CO2 (e fra i principali imputati del fenomeno è la produzione di energia elettrica, soprattutto da fonti non «pulite») un primo passo coerente con la tutela dell’ambiente potrebbe essere semplicemente costituito dalla rinuncia a qualche grado di raffrescamento in luoghi pubblici, mezzi di trasporto o altro. Si farà da un lato cosa utile e dall’altro si testimonierà concretamente di apprezzare la risorsa economica «bel tempo».

1. Elaborazione propria di: http:// efficienzaenergetica.acs.enea.it/doc/ dpr412-93.pdf. 2. Elaborazione propria di: https:// www.svizzeraenergia.ch/page/it-ch/ riscaldare. 3. «agg.» = «aggiustato» / «IPC» = «Indice dei prezzi al consumo». Elaborazione propria di: https:// ec.europa.eu/agriculture/sites/agriculture/files/statistics/factsheets/pdf/ eu_en.pdf. 4. Elaborazione propria di: https:// www.mentalhealthamerica.net/conditions/sad#Source%202. 5. Elaborazione propria di: https:// www.ncdc.noaa.gov/billions/summary-stats. 6. Elaborazione propria di: https:// www.weforum.org/agenda/2015/07/ how-does-the-weather-affect-theeconomy/. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Al Parlamento il messaggio per la riforma AVS 21

Fisco/AVS Il Consiglio federale completa il pacchetto di proposte con due interventi principali:

aumento dell’età di pensionamento delle donne e aumento dell’IVA Ignazio Bonoli Il messaggio che il Consiglio federale ha presentato a fine agosto riprende in pratica quanto il consigliere federale Alain Berset aveva proposto, a complemento del messaggio Fisco/AVS, già approvato dal popolo lo scorso maggio per la parte concernente la fiscalità delle imprese e il contributo all’AVS (vedi «Azione» dell’ 8.7.19). Dal canto suo, comunque, l’AVS necessita di una revisione in profondità, viste le previsioni di peggioramento a causa soprattutto dell’evoluzione demografica. Questo ulteriore tentativo di revisione dell’istituzione di base della previdenza per la vecchiaia si basa su due aspetti: un aumento dello 0,7% dell’IVA e l’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne. Quest’ultimo punto è da sempre contestato dalla sinistra e da alcune organizzazioni femminili, perciò il Consiglio federale vuole rendere meno amara la pillola, proponendo un passaggio graduale al pensionamento delle donne a 65 anni (invece degli attuali 64), accompagnato da incentivi. Anche il pensionamento flessibile per gli uomini verrà agevolato. Ma è proprio qui che si sollevano le maggiori opposizioni. Le organizzazioni dei datori di lavoro rimproverano al governo di non andare abbastanza a fondo con la revisione e di renderla in alcuni punti perfino controproducente. In

primo luogo vengono criticate le nuove regole per il pensionamento anticipato. Oggi, chi volesse anticipare il pensionamento di due anni, deve subire una riduzione permanente del 13,6% della propria rendita. In futuro, la rendita verrebbe invece ridotta solo del 7,7%. Di conseguenza, il numero di pensionamenti anticipati potrebbe aumentare, mentre i datori di lavoro stanno creando occasioni per prolungare l’attività lavorativa. Tra l’altro propongono anche di liberare dal pagamento dei contributi AVS i primi 2’000 franchi mensili (invece degli attuali 1’400) di chi lavora dopo il pensionamento. D’altro canto, anche il «risparmio» dovuto all’aumento dell’età di pensionamento delle donne viene ridotto di un terzo, o perfino della metà dagli incentivi previsti. Lo scopo principale del governo per la riforma AVS rimane quello del risanamento finanziario, che però viene attuato in misura del 92% tramite l’aumento delle entrate e solo per 400 milioni, dei previsti 5 miliardi di miglioramento, dalla diminuzione delle uscite, nel 2030. In sostanza, la riforma accentua la discriminazione per le giovani generazioni, a favore di quelle anziane. Questo diventerà sempre più un tema di fondo, soprattutto se il risanamento avverrà attraverso un aumento delle entrate. Il problema si ripete anche quando l’AVS viene finanziata con sussidi statali,

Il messaggio dell’esecutivo riprende le proposte di Alain Berset. (Keystone)

a loro volta finanziati con le imposte. Un recente studio del Centro di ricerche per i contratti intergenerazionali, al quale ha partecipato anche UBS, ha constatato, nel caso in cui l’AVS venisse risanata solo tramite maggiori entrate, che il maggior aggravio per le persone assicurate da 20 a 40 anni sarebbe tra i 25’000 e i 30’000 franchi, per i 50enni circa 15’000 franchi e per gli oltre 55 anni un po’ meno di 10’000 franchi. In effetti, la quota di rendite AVS finanziata mediante sussidi aumenta

anche con la prevista riforma. Nel 2018, l’AVS ha incassato circa 43 miliardi di franchi. Circa un quarto di queste entrate era dovuto a sussidi diretti della Confederazione. Va anche considerato che i contributi all’AVS per salari oltre i 100’000 franchi (che non provocano aumenti di rendite) sono praticamente imposte e possono raggiungere dai 5 ai 6 miliardi di franchi. Con i 2 miliardi previsti dal pacchetto Fisco/AVS e quelli della riforma proposta, il totale annuo di sussidi sale di 3-4 miliardi di franchi.

Il totale dei sussidi giunge così a costituire grossomodo il 43% delle entrate dell’AVS. Se si toglie il 15% circa dei contributi degli assicurati oltre i 100’000 franchi di salario, si può dire che circa la metà delle rendite della maggior parte dei pensionati AVS (redditi medi e bassi) viene finanziata mediante sussidi. Se si considera che la metà inferiore di tutti i redditi paga per l’imposta federale diretta solo il 2% del totale, si può vedere l’importanza crescente della parte sussidiata rispetto al totale delle entrate e all’influsso fiscale. Un problema che può essere risolto solo contenendo le uscite: aumento dell’età di pensionamento, blocco delle rendite reali. Intervento difficile da far accettare, tanto più che circa il 60% dei cittadini votanti ha oltre 50 anni, mentre i più giovani non pensano ancora ai problemi della previdenza vecchiaia. Resta aperto anche un altro tema. Il previsto aumento dell’IVA deve entrare in un pacchetto? Il Consiglio federale non lo prevede, per cui l’aumento dell’IVA potrebbe entrare in vigore anche in caso di bocciatura della riforma AVS, e viceversa. Gli ambienti padronali chiedono per questo il collegamento fra i due temi. D’altro canto, il progetto sull’IVA è soggetto a votazione popolare, mentre per l’AVS il voto popolare dipende dalla riuscita di un eventuale referendum. Cosa probabile viste le opposizioni. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Quesiti demografici Ha destato poco interesse, un paio di settimane fa, la notizia che la popolazione del Cantone Ticino, alla fine del 2018, è di nuovo diminuita rispetto all’anno prima. Questa mancanza di interesse è in netta contraddizione con il posto che prendono, all’inizio di ogni anno, le notizie che riguardano la crescita o la diminuzione della popolazione di un dato comune. Potremmo discutere a lungo sul perché di questa contraddizione. Quasi certamente è dovuta al fatto che, mentre le variazioni della popolazione nei comuni sono conosciute quasi immediatamente e possono dare la stura a commenti sui risultati ottenuti dagli stessi nel corso dell’anno precedente, il dato complessivo per il Cantone si viene a sapere solo in agosto, a un’epoca insomma dove l’interesse per quel che è successo l’anno prima è decisamente calato. Si tratta

di un atteggiamento sbagliato perché l’evoluzione demografica complessiva è almeno altrettanto interessante di quella dei singoli comuni. I dati per l’anno scorso confermano la tendenza alla diminuzione che ha fatto la sua apparizione nel 2017. Così alla fine del 2018, il Canton Ticino contava 353’348 abitanti contro i 354’375 abitanti del 2016. In termini percentuali si tratta di una diminuzione irrilevante, dell’ordine del 2 per mille. In termini assoluti si tratta di circa 500 persone in meno all’anno. Dovesse ripetersi nei prossimi dieci anni, nel 2028 il Ticino conterebbe 248’000 abitanti, una cifra che rientra nell’ordine delle previsioni demografiche di lungo termine stabilite dai nostri uffici di statistica. Più che di riduzione della popolazione dovremmo quindi parlare di stagnazione. E tuttavia dobbiamo preoccuparci. An-

che se le perdite, come si è già osservato, sono, per il momento minime, vi sono infatti tre aspetti che danno da pensare. Il primo è che la perdita si ripete per il secondo anno e non vi sono segni di ripresa demografica per il momento. Il secondo è che dei Cantoni svizzeri solo Neuchâtel e il Ticino conoscono diminuzioni di popolazione, il che indica che nel nostro Cantone si stanno manifestando condizioni demografiche eccezionali, almeno per quel che riguarda la Svizzera. Il terzo aspetto, poi, è forse il più preoccupante. Quando si considera l’evoluzione per classi di età della popolazione ci si accorge che in Ticino, dal 2016, i giovani con meno di 15 anni sono diminuiti dell’1.6%, le persone in età lavorativa, ossia dai 15 ai 64 anni, sono diminuite dello 0.9%, mentre le persone con 65 anni e più sono aumentate del 2.5%. Il lettore dirà

che si tratta di dati relativi a un periodo di due anni e dai quali sarebbe arrischiato trarre conclusioni troppo negative. Il fatto è che questi dati, come è già stato ricordato, confermano gli scenari di lungo termine meno positivi. Per effetto dell’evoluzione in corso è possibile che il Ticino diventi il primo Cantone a demografia non sostenibile e questo, ironicamente, proprio per effetto della diminuzione della popolazione, un fatto che, da chi persegue obiettivi di sostenibilità ecologica, viene sempre considerato come positivo. Il problema è che mentre si riducono gli effettivi dei giovani e delle persone in età lavorativa quelli degli anziani continuano ad aumentare. Mentre nel 2009, in Ticino, si contavano 1.46 anziani per 1 giovane, nel 2018 questo rapporto era già salito a 1.71. Se dovesse crescere anche in futuro a questo ritmo, tra dieci anni,

il rapporto anziani/giovani sarà pari a 2. Tutta l’Europa invecchia e anche la Svizzera segue questa tendenza. Il fatto di essere però in testa alla classifica per l’invecchiamento non ci aiuterà per niente a superare le difficoltà e i problemi creati da questo fenomeno. Con questo scenario, per migliorare le prospettive demografiche del Ticino, se vogliamo, in parallelo, continuare ad opporci all’immigrazione di lavoratori, dovremo cominciare a promuovere l’emigrazione degli anziani. Attenzione però: con questa misura miglioreremmo la struttura per classi di età della nostra popolazione ma non il bilancio dei costi della vecchiaia per l’economia del Cantone. I vecchi ticinesi, infatti, costerebbero alla nostra economia sempre la stessa somma in pensioni e rendite, indipendentemente da dove potrebbero andare ad abitare.

l’estremismo leghista e il governo giallorosso. Il suo modello è Emmanuel Macron: non a caso gli europarlamentari di Renzi sono destinati a lasciare il gruppo socialista e democratico per confluire in quello guidato dal presidente francese. Renzi non vuole affatto fondare un altro partitino di sinistra. Anche per questo ha lasciato alcuni suoi uomini nel Pd e, nell’annunciare la formazione di nuovi gruppi alla Camera e al Senato, parla di «numero chiuso»: non vuole troppi parlamentari in arrivo da sinistra, perché punta a raccoglierne altrettanti a destra. È un’operazione legittima e anche interessante. Nei prossimi mesi Renzi avrà in pugno le chiavi del governo, e potrà farlo cadere quando vorrà. Con due incognite però. La prima è il sistema elettorale: un simile schema ha bisogno del proporzionale; in caso contrario il nuovo partito dovrà cercare alleanze, con il Pd o persino con una Lega post-salviniana. La seconda è il peso elettorale. Renzi a sinistra è sempre stato considerato un intruso. Ma a destra ha soprattutto un consenso non votante. Per anni molti

elettori di sinistra hanno sostenuto che Fini era meno peggio di Berlusconi; ma poi mica votavano Fini. Oggi per un elettore di destra Renzi è meno peggio di D’Alema; ma non per questo voterà Renzi. Quanto al Pd, la «ditta» si libera dell’uomo di Rignano e dell’anomalia che rappresentava; ma rischia di chiudersi nella trincea del 25% (il risultato di Bersani del 2013), forse neanche quello. Del resto, la biografia di Renzi è una sequela di sorprese. Al liceo lo chiamavano il Bomba, perché le sparava grosse. Così almeno raccontò un suo ex compagno in una perfida telefonata a un’emittente fiorentina, Lady Radio. Avevano sorriso anche i professori, leggendo il suo articolo su «Il divino», mensile del liceo ginnasio Dante di Firenze: «Forlani ha commesso molti errori, anche nella formazione delle liste, e dovrà passare la mano, com’è giusto che sia per un segretario che perde il 5%. La Dc deve veramente cambiare, in modo netto e deciso, mandando a casa i Forlani, i Gava, i Prandini e chi si oppone al rinnovamento…». Era il 1992. Matteo Renzi aveva 17 anni.

È laureato in giurisprudenza (con 109; mancò il 110 perché discutendo la tesi litigò con il relatore), ma non ha un curriculum di eccellenza. Parlotta l’inglese con l’accento toscano, ma non ha fatto master all’estero. Matteo Renzi non è frutto delle élites. È un politico puro. Con i suoi limiti, e con due punti di forza: il fiuto e l’energia. Il fiuto gli ha suggerito a suo tempo che l’unico modo per emergere a sinistra era andare contro la vecchia guardia, cavalcando l’insofferenza della base per leader che non vincevano mai. Poi ha usato contro l’intera classe politica lo stesso linguaggio e gli stessi argomenti della gente comune. Infine ha alzato il tiro contro l’establishment, dalle banche ai sindacati. Si è insomma costruito contro il Palazzo. Ma il Palazzo gliel’ha fatta pagare. E alla fine anche la gente. Renzi conta ancora molto dentro i meccanismi della politica. Ma nel Paese non è popolare. La sua frase-chiave è: «La vecchia sinistra ha sempre voluto cambiare gli italiani. Ma a me gli italiani piacciono così come sono. Io voglio cambiare l’Italia». Il problema è che a molti italiani non piace più lui.

del saldo demografico della nostra popolazione c’è la notizia dell’aumento del numero dei frontalieri che negli ultimi mesi da 64 mila si sono portati oltre le 66 mila unità. Sarò anche scettico, ma dal parallelo fra meno nascite e più lavoratori importati ricavo l’immagine di un Ticino impegnato più a scrutare i retrovisori che a guardare le difficoltà del cammino futuro. Lucerna dunque, per poche ore, oltretutto con pioggia. Tra le tante fortune del Kkl (il Lac lucernese) c’è anche la sua «location»: dal treno si arriva all’ingresso del centro culturale percorrendo il piano sub della stazione. Impossibile non notare quel che si muove lungo questo tragitto, cioè una marea di gente solo in parte interessata ai treni, molto di più a negozi, ristoranti e servizi che la struttura ospita. Lasciamo perdere i paragoni con le nostre due nuove stazioni, difficile però impedire un accostamento con la notizia dell’ennesima puntata della telenovela ticinese riguardante

la legge sugli orari dei negozi. Unia ha deciso di prolungare ulteriormente l’effetto delle due (ultra ventennali!) vittorie contro le decisioni del legislativo cantonale. Cronaca del «Corriere del Ticino»: «La strada per l’entrata in vigore della nuova legge sugli orari dei negozi si fa sempre più impervia e tra Commissione paritetica e sindacato UNIA negli scorsi mesi è andata in scena una guerra delle lettere. Tanto che la norma approvata dal popolo nel 2016 con il 59,2% di sì rischia di rimanere ancora a lungo ferma al palo». Bene. Sommessamente lancio un’idea: la prossima riunione della paritetica venga indetta una domenica mattina alle 10.30 alla stazione Ffs di Lucerna. Così, tanto per avere prove e certezza che anche in questo campo occorre smettere di guardare nei retrovisori e cercare piuttosto soluzioni concrete e durature. Accennavo in avvio alla probabile matrice della sensazione di disagio avvertita già nei giorni precedenti la trasferta

domenicale a Lucerna. Il mio «malaise» è iniziato dalla fattura che Swisscom mi ha inviato su carta, dato che non ho abbonamenti mobile. Difatti trovo il costo per questo servizio: 1,90 fr. al mese. In fondo al conteggio trovo però anche tre righe in più, un avviso che a partire dal 1. ottobre Swisscom mi addebiterà 2,90 fr. e pare voglia aggiungere altri 3 fr. per pagamenti agli sportelli. Ora, non è certo risparmiando 60 o 70 franchi all’anno che la mia situazione economica migliorerà. Inoltre c’è il rischio che Swisscom possa dirmi che l’addebito è necessario perché la Posta ha aumentato le tariffe per i suoi servizi... Avrei diverse domande su quello che considero un ennesimo raggiro per frugare nelle tasche dei clienti, in particolare degli anziani. Solo una da esprimere pubblicamente: la nuova gabella servirà per mantenere il posto di chi lavora agli sportelli o chi l’ha studiata guardava nei retrovisori e progettava chiusure di uffici e servizi postali?

In&outlet di Aldo Cazzullo Matteo contro Matteo Matteo Renzi continua a stupire. La sua decisione di uscire dal partito democratico è all’apparenza incomprensibile. L’ex premier aveva annunciato che se ne sarebbe andato se il Pd avesse fatto l’accordo con i 5 Stelle; ma è stato proprio lui a propiziare la svolta. La

spiegazione al suo addio può essere una sola: Renzi vuole diventare il capo del centrodestra italiano, in competizione con l’altro Matteo, Salvini. Più precisamente, il suo obiettivo è rappresentare il punto di riferimento dei moderati, dei cattolici, dei liberali stretti tra

Una personalità forte, con molte ambizioni. (matteorenzi.it)

Zig-Zag di Ovidio Biffi Guardiamo troppo nei retrovisori Sarà la vecchiaia, o magari solo una recrudescenza dello scetticismo che da sempre mi accompagna (lui davanti e io dietro, ovviamente). Fatto sta che da inizio mese mi trovo alle prese con una sensazione difficile da spiegare, un po’ simile a quella che si percepisce quando in auto si guida per troppo tempo a marcia indietro, o guardando nei retrovisori, e ci si ritrova con la mente scombussolata, si sente la necessità di fermarsi, di guardare avanti, di ritrovare una marcia normale. Proverò a spiegarla meglio rifacendomi ad alcune notizie che ritengo abbiano contribuito a procurarmi e a influenzare la condizione descritta. La brutta sensazione ha preso corpo nei giorni che hanno preceduto un viaggio a Lucerna per assistere finalmente a un recital del pianista Maurizio Pollini (in primavera a Lugano aveva dovuto disdire l’appuntamento, tornerà a novembre). Ma si è decisamente manifestata la domenica mattina sul

treno davanti a due pagine dedicate da «Il Caffè» alla notizia che il nostro Cantone, in Svizzera porta la maglia nera del tasso demografico! L’allarme, a dire il vero, avrebbe potuto già scattare lo scorso anno, quando i dati dell’Ufficio federale di statistica (conservo i dati della NZZ del 18 giugno) dicevano che in Ticino e nei Grigioni, quindi in tutta la Svizzera italiana, il detto «meno bambini, più anziani» aveva ricevuto una triste conferma: nel 2016 il tasso di fertilità per ogni donna in Ticino era di 1,37 figli, rispettivamente 1,48 per i Grigioni. Più che sull’invecchiamento ormai costante (un tempo lo si archiviava con l’elevato numero dei «senior» che scelgono la Sonnenstube per i loro ultimi inverni...) ora occorre chinarsi su questo primato non solo triste, ma anche pericoloso, soprattutto se politicamente si continuerà a gestirlo con i soliti incentivi economici rivolti alle nuove coppie. A confermare fin dove stanno già arrivando le conseguenze


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Cultura e Spettacoli Lucerna mozartiana Si è concluso con grande successo il Lucerne Festival 2019 dedicato al tema del potere

Poesia in immagini Il fotografo Giovanni Luisoni raccoglie in un libro e in una mostra i suoi scatti più recenti, dedicati al Mendrisiotto pagina 47

Chrissie si dà al jazz La celebre e trasgressiva cantante dei Pretenders sorprende tutti con un album dedicato al Song Book USA

Due romanzi russi dell’800 Quodlibet pubblica Michail Saltykov-Ščedrin, grande narratore poco conosciuto

pagina 51

pagina 46

pagina 53

Sophie TaeuberArp, Senza titolo, 1918-1924 (?), lana tessuta. (Fondazione Marguerite Arp, Locarno)

L’Avanguardia di Sophie Taeuber-Arp Mostre Alla Fondazione Marguerite Arp di Locarno fino al 27 ottobre lo straordinario percorso di un’artista

rivoluzionaria che si dedicò a pittura, tessitura e architettura Ada Cattaneo Fra il 2020 e il 2021 le opere dell’artista svizzera Sophie Taeuber-Arp, nata a Davos nel 1889, saranno protagoniste di una mostra personale che verrà ospitata al MOMA di New York, al Kunstmuseum di Basilea e alla Tate di Londra. È anche per questo motivo che la Fondazione Arp di Locarno, con la sua curatrice Simona Martinoli, ha deciso di dedicarle l’annuale mostra temporanea valorizzando alcuni pezzi della collezione permanente. Un luogo incantevole la Fondazione Arp. Come molte delle dimore scelte dai grandi artisti, ha un’atmosfera sospesa nel tempo. In località «Ronco dei Fiori», Hans Arp e la sua seconda moglie Marguerite Hagenbach risiedettero a partire dal 1960 e qui, ancora oggi, è possibile vistare abitazione, giardino ed atelier, con arredi e oggetti originali. Nel 2014 sono stati aggiunti anche uno spazio espositivo ed un deposito, realizzati dallo studio Gigon e Guyer, specializzato in architettura museale. Sono loro infatti gli autori del progetto di rinnovo anche

del Löwenbrau Areal di Zurigo, di alcune sezioni del Museo dei Trasporti di Lucerna, del Kirchner Museum di Davos e del Kunstmuseum Appenzell. A Ronco dei Fiori, in realtà, Sophie Taeuber non abitò mai: morì nel 1943 per un incidente a casa di Max Bill. Eppure Hans e Marguerite Arp fecero molto per preservarne la memoria e valorizzarne l’opera. Il Ticino, peraltro, aveva rappresentato una tappa importante nella vita dei due artisti: nel 1922 Hans e Sophie si erano sposati a Pura, in Malcantone, e regolarmente trascorrevano le loro estati al Monte Verità, dove Sophie seguiva i corsi di Rudolph von Laban e Mary Wigman, figure seminali della danza. Per qualcuno Sophie Taeuber potrebbe essere solo il volto raffigurato sulla banconota da cinquanta franchi, ma in realtà fu artista di grande importanza nello sviluppo delle avanguardie storiche. Forse per necessità economiche, dedicò la prima parte della sua carriera anche all’insegnamento: fu docente di Disegno tessile e diresse la sezione dedicata ai tessuti presso la

Kunstgewerbeschule di Zurigo fino al 1929, contribuendo ad emancipare questo settore dalla tradizione dei «lavori femminili». La novità del suo contributo appare chiara se si considera che proprio in questi stessi anni Sophie frequenta il gruppo Dada e il Cabaret Voltaire. La mostra di Locarno, accostando le gouaches ai lavori su stoffa, prende il via proprio da questa stagione: le opere aderiscono sempre più alla rivoluzione astratta con una griglia ortogonale onnipresente, entro la quale l’artista inserisce elementi animali e vegetali stilizzati, che sembrano emergere solo ad un secondo sguardo. Inizialmente era lei stessa a realizzare sia i disegni preparatori, che il lavoro a telaio e il ricamo, dimostrando una grandissima capacità tecnica. In un secondo tempo, invece, è la sorella Erika ad occuparsi della tessitura, quando i suoi lavori cominciano a riscuotere un certo successo e quindi ebbe bisogno di aiuti. La netta cesura avvenne con l’incarico per il Café Aubette di Strasburgo: Sophie ricevette personalmente la commissione per realizzarne decori ed

arredi. Data la mole di lavoro, decise poi di coinvolgere il marito e Theo van Doesburg, fondatore del movimento De Stijl. È significativo dal punto di vista storiografico che questa realizzazione, presente in tutti i manuali di storia dell’architettura per la sua carica di innovazione, sia ricordata come un lavoro di van Doesburg, mentre Sophie è per lo più menzionata come sua collaboratrice. In ogni modo questo incarico permette a Sophie di abbandonare l’insegnamento e, con esso, si conclude anche il periodo dei suoi lavori tessili e della danza. Da quando i due coniugi si trasferiscono in Francia, sul finire degli anni Venti, Sophie si dedica prevalentemente a pittura ed architettura: è lei a progettare interamente la dimora di Clamart, poco fuori Parigi, dove i due risiederanno fino al 1940, quando il conflitto mondiale li costringe ad allontanarsi dalla capitale. Negli anni Trenta l’artista consegue finalmente una notorietà internazionale ed è in questo momento che comincia a dedicarsi alla pittura ad olio, in cui convoglia il rigore tecnico che già caratterizzava la sua produzione precedente. In

particolare si concentra sull’equilibrio fra cerchio e quadrato, accentuando ancor più il sodalizio artistico con il marito. Anche questo passaggio è presentato nella mostra di Locarno, che si conclude con alcune opere di Sophie che Hans Arp fece realizzare in grande formato dopo la morte di lei. Egli perseguì un continuo e tenace lavoro di diffusione dell’opera della moglie: basti ricordare che sempre volle esporre alcuni suoi lavori in occasione delle proprie mostre monografiche. Risulta perciò pienamente coerente che nella sua dimora ticinese sia ospitata questa mostra che, nell’arco brevissimo di trenta opere, riesce a compendiare tutta la vicenda di Sophie Taeuber, grazie a un lavoro curatoriale attento, che si snoda attraverso sottili rimandi tra opere e documenti. Dove e quando

Sophie Taeuber-Arp 1889-1943, Locarno-Solduno, Fondazione Marguerite Arp. Orari: domenica 14.0018.00. Fino al 27 ottobre 2019. www.fondazionearp.ch


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Cultura e Spettacoli

Gran Finale per Teodor e Cecilia Lucerne Festival Tutta mozartiana

la conclusione della rassegna dedicata al tema del potere e posta sotto il segno della Bartoli

Cerchiamo tester

Francesco Hoch Con le quattro serate progettate e dirette da Teodor Currentzis, dedicate all’esecuzione di tre opere mozartiane, di Arie e brani strumentali pure di Wolfgang Amadeus Mozart, si è concluso il Festival estivo di Lucerna, ormai da anni denominato Lucerne Festival, dedicato quest’anno all’avvincente tematica del Potere. L’articolazione attorno a un tema permette alla programmazione di trovare legami e riferimenti inaspettati e culturalmente importanti, come è in uso maggiormente nelle esposizioni d’arte visiva. La ricerca da parte del Festival di Lucerna viene condotta inoltre da persone altamente competenti che sanno anche coinvolgere e convincere un numero importante di istituzioni o sponsor i quali aiutano finanziariamente, così da poter trovare il meglio dei musicisti che operano nel campo prescelto. Il grande finale mozartiano di quest’anno ne è un chiaro esempio. L’incontro inedito di due tra i maggiori protagonisti della scena musicale di oggi, l’incomparabile direttore d’orchestra greco-russo, Teodor Currentzis, con lo strepitoso mezzosoprano, Cecilia Bartoli – i superlativi sono d’obbligo –, ha portato al mondo musicale un’eccellenza tale che non si può che augurare sia di lunga durata. La scelta del compositore di Salisburgo non è stata certo casuale per poter sviluppare il tema del Potere, anzi, da questo punto di vista, Mozart è molto ricco di relazioni tra la sua vita, la sua musica e il Potere. Era un compositore molto irrequieto, sia nei confronti dei committenti della nobiltà che della Chiesa, avvicinandosi così già all’epoca beethoveniana, in cui si reclamerà maggiore indipendenza e libertà per l’attività creativa. Il concerto che abbiamo potuto ascoltare, con Arie e brani strumentali, si articolava attorno alle varie forme di potere. Il potere terreno, politico è stato rappresentato con l’estratto dall’opera seria La clemenza di Tito,mentre, sempre per l’ambito terreno, il potere dell’amore, sono state eseguite parti delle opere , come il Don Giovanni e Così fan tutte. Mozart si espresse qui ai massimi livelli sfruttando tutta la sua irrequietezza sperimentata nella vita amorosa. Con il Kyrie in re minore e i tre brani dalla cantata Il Davide penitente si è

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voluto presentare anche il potere del divino e della Chiesa in modo particolare, mentre si è scelto di eseguire la Musica funebre massonica KV 477 per ricordare il potere assoluto della morte che il compositore aveva saputo magistralmente mettere in musica nel famoso drammatico Requiem. L’attesa per l’inedito incontro tra Teodor Currentzis e Cecilia Bartoli era veramente grande per tutti, in quanto le due personalità si erano dimostrate sempre molto spiccate. Dobbiamo subito dire che l’intesa in questo concerto è stata eccellente per la reciproca valorizzazione che ha portato a raffinatezze, morbidità, duttilità e forza musicali straordinarie. Il direttore ha lasciato il canto della Bartoli esprimersi in tutto il suo potenziale come non era mai avvenuto e la cantante ha saputo seguire tutte le idee non scontate di Currentzis. Il tutto è stato integrato nella bellezza di un’orchestra, musicAeterna della città di Perm (con strumenti d’epoca), orchestra vivace, precisa, dai colori amalgamati e dal suo omonimo Coro , sempre più che raffinato. Sappiamo che Currentzis aveva creato polemiche che a noi sono sempre apparse come giornalistiche, pensando in particolare a titoli come «il diabolico russo» o altro ancora. L’anticonformismo della sua presenza scenica, ora anche più conforme alle convenzioni, non aveva mai intaccato la sua serietà e forza interpretativa. Le stesse qualità sono apparse anche nell’altro concerto che abbiamo potuto ascoltare, sempre al KKL, dove la tematica del potere dell’amore si è estesa interamente in tutta un’opera , il Così fan tutte. L’intreccio di dichiarazioni d’amore, di giochi, di tradimenti e intrighi erano provocate dal personaggio di Despina: non poteva che essere interpretato da una Cecilia Bartoli dal grande talento teatrale che non faceva per nulla rimpiangere una versione completamente scenica. Molto bravi tutti i cantanti , Paola Murrihy in Dorabella, Konstantin Suchkov in Gugliemo, Konstatntin Wolff in Don Alfonso e soprattutto il tenore Mingjie Lei in Ferrando e l’eccellente soprano Nadezhda Pavlova in Fiordiligi. Grande successo, molti applausi, fiori in tutti i concerti e, in particolare, la novità degli abbracci tra Cecilia Bartoli e Teodor Currentzis.

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Cecilia Bartoli e Teodor Currentzis sul palco di Lucerna. (P. Fischli/Lucerne festival)


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Cultura e Spettacoli

Un omaggio poetico

Una Fuga sul fiume

del dimenticato, Giovanni Luisoni racconta per immagini luoghi e persone del suo Mendrisiotto

un’esplorazione paesaggistica della Breggia e l’ascolto dell’opera tra le più celebri di Bach

Fotografia In una mostra a Ligornetto e in un libro, Il risveglio

Giovanni Medolago È un molteplice omaggio quello che Giovanni Luisoni racchiude nella sua ultima, recentissima pubblicazione, Il risveglio del dimenticato (Salvioni Edizioni). Innanzitutto al «suo» Mendrisiotto – per anni cercato, scovato, ritratto e definito nel sottotitolo Microcosmo in bianco e nero; alla sua gente, illustre o modesta che sia: si va da Alberto Nessi al grafico Max Huber, al gallerista Gino Macconi, passando dal compianto e oggi forse un po’ ingiustamente dimenticato Miro Carcano, assorto nel suo atelier di Riva San Vitale; dallo scultore Rolf Brem a Morbio Superiore (un’istantanea che ci ha ricordato quella celebre scattata da Henry Cartier Bresson a Saint Paul de Vence nel 1944 a Matisse) per arrivare allo spazzacamino Stocker (severamente austero e di nero vestito come nella più classica iconografia Ottocentesca), ai carneadi Daniele il cantoniere, Alfonso il falegname, Remo il postino o la sciura Mariuccia sui monti di Cabbio. Luisoni si accosta a tutte queste figure con sensibile discrezione, quasi che il suo obiettivo volesse dir loro «Sono uno di voi, né più né meno, concedetemi semplicemente di condividere un istante che la mia professione mi permette di rendere immortale». Un altro omaggio riguarda colui che Luisoni considera il suo Maestro, Gino Pedroli: ognuno dei nove capito-

Un’immagine tratta dal libro: Lo spazzacamino Stocker, Stabio, 1990.

li in cui è suddiviso il libro si apre con un’immagine del pioniere momò della fotografia, immediatamente seguita da ciò che Luisoni ha fermato sulla pellicola («Sono troppo vecchio per entusiasmarmi del digitale») tenendo ben presente la lezione di Pedroli. Ecco dunque una natura spesso oltraggiata, i momenti di convivialità (i giochi al palio e le storiche processioni pasquali di Mendrisio), gli eventi eccezionali e/o estemporanei (l’uscita del lago a Riva S. Vitale, l’adunata dei pompieri, tutti sull’«attenti fiss!»).

Giovanni Luisoni il modesto si dice «semplice testimone del mio tempo e della mia Terra». Ma a chi sfoglierà il suo libro (o visiterà la mostra attualmente in corso alla Casa Pessina di Ligornetto fino al 29.9) non sfuggiranno le assonanze con alcuni grandi nomi della storia dell’arte: Dialogo e Increspature alla Valle della Crotta rimandano ai giochi grafici di M.C. Esher, così come l’Istituto Agrario di Mezzana o l’acquedotto in Campagnadorna potrebbero ben figurare nel portfolio di Gabriele Basilico.

Via Lattea L’edizione 2019 propone

La Via Lattea, giunta alla sedicesima edizione, ha sempre avuto tra i suoi intenti primari lo sviluppo di un dialogo tra la musica, la natura, e ovviamente il pellegrino che decide di partire alla scoperta di una nuova lettura del paesaggio. Negli anni si sono così avvicendate passeggiate nei boschi, nei vigneti, in montagna, sotto il sole o sotto cieli stellati, all’insegna della scoperta dello sfaccettato territorio in cui viviamo. Anche quest’edizione (iniziata il 21 e in scena fino al 29 settembre) sarà contraddistinta dalla creazione di un rapporto tra ascoltatore, musica e paesaggio. Al centro dell’attenzione quest’anno ci saranno due fiumi; il primo, reale, è quello della Breggia, che scorre tra il territorio più a sud della Svizzera e l’Italia. Il secondo, invece, è un fiume immaginario e invisibile, ma perfettamente udibile, ed è rappresen-

tato da Bach, che in tedesco significa «ruscello». Durante le giornate del suo secondo finesettimana la Via Lattea seguirà, in 16 stazioni, il corso del fiume Breggia, dalla sorgente sul Monte Generoso fino alla foce, nel lago di Como, dove, a Villa Olmo, si concluderà l’esecuzione integrale del massimo capolavoro di J. S. Bach, L’arte della fuga. Dove e quando

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Cultura e Spettacoli La copertina del disco.

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Il fascino vintage di Chrissie Hynde

CD Il «maschiaccio» del rock al femminile,

si mette alla prova con un album di cover quantomeno fuori dal comune

Il caso di Chrissie Hynde, leader della storica rock band angloamericana dei The Pretenders, costituisce il perfetto esempio di come una donna dallo spirito fortemente indipendente e risoluto possa rappresentare, in ambito artistico, una vera e propria «spina nel fianco» per una scena musicale troppo spesso dominata dagli uomini, e in cui accade ancora che le performer femminili siano costrette a rivestire lo scomodo ruolo di pin-up sexy (a volte trasgressive fino alla vera e propria volgarità). In effetti, nonostante il gruppo dei Pretenders abbia indubbiamente rappresentato una delle realtà più interessanti del paesaggio poprock anglosassone anni 80, l’energica Chrissie si è sempre distinta come un elemento difficilmente classificabile sia per i critici che per il pubblico, cosa che ha forse condizionato la sua decisione di limitare i propri sforzi solisti al solo Stockholm (2014) – almeno fino ad oggi. Adesso, alla soglia dei settant’anni, la Hynde tenta infatti un esperimento per lei inedito e si avventura nell’insidioso territorio delle contaminazioni stilistiche, esplorando il mondo degli standard del Great American Songbook (e non solo) con l’aiuto di una formazione di stampo prettamente jazz e orchestrale quale The Valve Bone Woe Ensemble – dando così vita a un nostalgico tributo dal sound davvero vintage e demodé, e, naturalmente, fortemente di classe. Certo, bisogna dire che la natura del progetto – un CD dal poco fantasioso titolo di Valve Bone Woe – non può definirsi propriamente originale, dal momento che, negli ultimi anni, parecchie rockstar si sono cimentate con il catalogo più «datato» (ad esempio, Bryan Ferry e Bob Dylan, per citarne solo due); tuttavia, Valve Bone Woe rappresenta un caso particolare sotto molti punti di vista, dato che la Hynde e la sua band si spingono fino al punto di tentare diverse, ardite incursioni non solo nella musica simil-elettronica, ma addirittura nella bossa nova e nel folk. Basta infatti un piccolo capolavoro quale Caroline, No (originariamente a firma Beach Boys) per ritrovarsi immersi in suggestioni rarefatte quanto coinvolgenti, in cui la voce intensa di Chrissie si fonde alla perfezione con atmosfere costantemente in bilico tra le suadenti sonorità da night club americano, l’acid jazz più sperimentale e i campionamenti da dj – come accade anche, in maniera perfino più azzardata, con l’efficace ballata Absent Minded Me, la cui coda strumentale

finisce per ricordare vagamente alcuni esperimenti dei Kraftwerk. Altrove, tuttavia, la fedeltà di Chrissie e del suo ensemble alla tradizione americana di un tempo è assoluta, secondo una rispettosa forma di omaggio che diviene, a tratti, vera e propria sensazione di dejà-vu: ad esempio con l’irresistibile How Glad I Am, gemma soul portata al successo da Nancy Wilson negli anni 60, o con i celeberrimi standard Once I Loved e I’m a Fool To Want You – i quali si presentano in tutto e per tutto come le ballate romantiche in puro stile «anni ruggenti» che siamo abituati a collegare alle versioni originali. Del resto, stupisce non poco che la voce abitualmente rock della Hynde si adatti in modo tanto magistrale a capisaldi del genere quali You Don’t Know What Love Is e Que Reste-t-il de Nos Amours?, o anche a un particolarmente sognante Wild is the Wind (peraltro già interpretato con successo da David Bowie). Non solo: inaspettatamente, il CD offre perfino due tracce strumentali – Naima, composta dal grande John Coltrane, e Meditation on a Pair of Wire Cutters, tratta dal repertorio dell’altrettanto leggendario Charles Mingus. E accanto a scelte tanto particolari, abbiamo la sorpresa di trovare anche cover di brani folk-rock provenienti da tempi più recenti, tra cui una rilettura quasi trip hop del languido River Man (opera del compianto Nick Drake) e un freschissimo No Return, cavallo di battaglia di Ray Davies dei Kinks, ex marito della Hynde. Così, la scelta di mescolare tra loro generi ed epoche tanto diverse diviene uno degli elementi cardine in grado di distinguere questo disco dai molti tributi «old-fashioned» già apparsi sul mercato nel recente passato (come, ad esempio, i molteplici album di standard jazz firmati da Rod Stewart); l’altro, forse ancor più cruciale, è costituito, naturalmente, dal timbro magnetico della Hynde, a tutt’oggi raro esempio di voce carismatica la cui interpretazione sappia coniugare misurata potenza (e grande personalità) con la semplicità di un’esecuzione priva di fronzoli, e per questo ancor più efficace. E fa piacere notare come questo Valve Bone Woe ne costituisca ulteriore esempio, al punto da rappresentare forse uno dei migliori exploit mai firmati dall’artista – il tutto a dispetto della struttura di un lavoro che, per sua stessa natura, risulta inevitabilmente definibile come un esercizio di stile improntato sulla semplice interpretazione, e non sulla composizione vera e propria; ma che, nonostante ciò, mostra una profondità espressiva più unica che rara.

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Cultura e Spettacoli

Vecchi romanzi russi che spiegano il presente

Editoria Quodlibet pubblica due libri di Michail E. Saltykov-Ščedrin, autore oggi poco

conosciuto ma un tempo molto apprezzato dagli stessi scrittori suoi connazionali

Alessandro Zanoli Ce li aveva consigliati Ermanno Cavazzoni, a Chiasso, nel corso dell’ultima edizione di Chiassoletteraria. Non per caso: proprio lui ha scelto di ripubblicarli nella sua collana «Compagnia extra» presso l’editore maceratese Quodlibet. «Sono due romanzi russi, proprio come quelli di una volta» ci aveva detto. L’allusione era chiarissima, con riferimento alle opere di alcuni tra i maggiori scrittori della storia dell’umanità: Tolstoj, Dostojevski, Lermontov, Gončarov, il Gogol delle Anime Morte, e magari anche Bulgàkov e Pasternak. Libri che sono delle colonne portanti della letteratura, senza dubbio, e rappresentano per ogni lettore una pietra di paragone assoluta (anzi, a volte capita di pensare che forse solo dopo averli letti ci si può sentire a posto con la coscienza di lettori...). In ogni modo, la proposta dello scrittore emiliano coglie perfettamente nel segno. Pur se volumi di una certa «mole», come il modello russo in qualche misura prescrive, I signori Golovlëv (370 pagine) e Fatti d’altri tempi nel distretto di Pošechon’ je (604 pagine) funzionano perfettamente da calamite per l’attenzione. Come i migliori romanzi russi, appunto, risucchiano chi li abbordi fuori dal tempo e dallo spazio, e lo trasportano nella Russia della seconda metà dell’800: più precisamente, il loro obiettivo è di farci osservare dall’interno un cambiamento storico di portata fondamentale per la civiltà e la cultura russa. Nel 1861, infatti, con un decreto dello Zar Alessandro II, venne abolita la servitù della gleba. In questo modo venne a cadere un sistema secolare di gestione della terra e dei rapporti sociali tra nobiltà terriera e popolazione contadina. Occultandola sotto una finzione narrativa solo leggermente ritoccata, Saltykov-Ščedrin ci racconta in en-

trambi i libri sostanzialmente la storia della sua famiglia. E se in I signori Golovlëv (pubblicato originariamente nel 1880) protagonista del racconto è la figura di sua madre, trasposta in quella della volitiva e ambiziosa Arina Petrovna Golovlëva, in Fatti d’altri tempi (uscito nel 1890) il racconto si fa molto più ampio e dettagliato per renderci l’esperienza esistenziale di Nikanòr Zatrapeznyi, un possidente che decide di descrivere nei dettagli minimi la vita della sua infanzia nella tenuta di campagna della propria famiglia. Da entrambi i libri, in sintesi, si ricava un ritratto vivo e coinvolgente di quella che poteva essere la vecchia società russa, la stessa, per intenderci, che come lettori occidentali siamo abituati a trovare nei maggiori autori di quella regione. La differenza, forse, è che qui non esiste una vera e propria trama romanzesca. La forza del racconto sta piuttosto nel suo essere una saga familiare, in cui il disegno dei destini dei vari personaggi ci attira e ci incuriosisce, spingendoci a seguirli senza esitazione lungo centinaia di pagine. L’occhio di Saltykov-Ščedrin è particolarmente arguto e la sua descrizione mantiene un tono sottilmente ironico che rende la lettura piacevolissima. Non che manchino le situazioni drammatiche, in questo contesto in fondo così complesso e controverso. Non che manchino i racconti di ingiustizie, dolori, violenze. Ma tutto ciò che fa parte di questo mondo arretrato e eticamente discutibile viene raccontato da Saltykov-Ščedrin per mostrarne i lati oscuri, manchevoli: lo scrittore era di fatto un osservatore illuminato, un convinto innovatore, che con i suoi libri voleva promuovere un mutamento di mentalità. In quest’atteggiamento tutto sommato puskiniano, SaltykovŠčedrin si dimostra un narratore veramente moderno. Non stupisce ad esempio scoprire che Bulgàkov si ritenesse

Un ritratto dello scrittore eseguito da Nikolay Yaroshenko.

un suo seguace (si veda la sua lettera all’autorità politica russa per ottenere da Stalin il permesso di espatriare). I volumi proposti da Quodlibet sono affascinanti perché permettono di osservare da vicino il complesso atteggiamento reciproco tra proprietari terrieri e contadini. Un atteggiamento che ci sembra di intravvedere ancora oggi nel modo in cui il popolo russo si mette in relazione con l’autorità centrale che regola lo Stato. Come se certe radici storiche nel modo di considerare il «potere» fossero ancora presenti e vive. «In Russia, “Governo” si traduce vlast’, che significa anche “potere” e “autorità”. Questi termini sono sempre stati sinonimi in Russia, e la vlast’ si è sempre sviluppata dall’alto al basso, dal governo onnipresente attraverso gli stuoli di cortigiani, burocrati o commissari, fin al narod, il popolo. Alla base, tuttavia, la vlast’ è sempre una e indivisibile, e per i russi qualsiasi tentativo di dividerla e diluirla equivale a creare debolezza e caos». Lo dice il giornalista americano Serge Schmemann nel suo libro Echi

della Storia (Garzanti, 1999). Un’analisi che, riportata ai romanzi di SaltykovŠčedrin, riesce a spiegarci tanto la remissività con cui i contadini accettano le angherie di Arina Petrovna, quanto l’atteggiamento servile con cui i nobili si adattavano alle regole di corte degli Zar. La legge del 1861, cercando di indirizzare la società verso un modello democratico ispirato al liberalismo europeo, decretò in realtà una frattura sociale e, in prospettiva, forse addirittura la fine dello zarismo. Per Schmemann, la stessa Rivoluzione d’Ottobre non fu altro che un tentativo di ricostituire quella vlast’ a cui i russi aspirano per abitudine secolare. Forse la stessa dirigenza russa di oggi sembra ispirarsi a quel principio dominante, quando decreta la fine del liberalismo e gli preferisce una volontà di potere forte e determinato. Ecco quindi che Saltykov-Ščedrin, uscendo dal contesto romanzesco, può condurci a riflettere sull’oggi. «La storia è sempre storia contemporanea» diceva, più o meno, Benedetto Croce. Forse anche per la letteratura è lo stesso.

Pubblicazioni Razzismo e lingue, il primato della sintassi e la storia delle concezioni

linguistiche nell’ultimo libro di Andrea Moro

«Chi sostiene che ci siano lingue migliori di altre è ovviamente liberissimo di continuare a crederlo e di battersi per provarlo ma deve rendersi conto che con questa posizione si assume la responsabilità di aprire uno spazio fertile a chi intende discriminare le persone secondo ciò che è più prezioso, e deve affrontarne le conseguenze». La linguistica può affrontare la questione del razzismo da almeno due prospettive. Una è la strada che viene dalla sociolinguistica e anche un po’ dalla storia della lingua e delle parole, e si occupa di riordinare, analizzare e spiegare il razzismo quando questo assuma la forma delle espressioni linguistiche. Le parole del razzismo, le testualità discriminanti, le morfologie che perpetuano e diffondono le differenze sociali in modo almeno dannoso se non insopportabile per una comunità linguistica. In questo ambito, in Italia, sono certamente molto acute e intelligenti le risultanze del lavoro di Federico Faloppa e due suoi libri: Parole contro. La rappresentazione del diverso nella lingua italiana e nei dialetti del 2004 e Razzisti a parole (per tacer dei fatti) del 2011. Si tratta come detto di rassegne di fenomeni linguistici cer-

to superficiali ma sicuramente non privi di danni; ci sono studi di psicologia sociale che dimostrano come questo verbalizzare provocherebbe effetti di vario e non benvenuto tipo, sulla società ma anche sui singoli parlanti destinatari. Ma per parlare dei rapporti tra razza e lingua è possibile partire anche da un secondo punto di vista, che, invece di fermarsi a strati più esterni della competenza linguistica (il lessico e la

Danza La ticinese

è artist in residence al Lac Giorgio Thoeni

Le lingue migliori Stefano Vassere

Il linguaggio spaziale di Lorena Dozio

morfologia lessicale), decide di partire dall’essenza della lingua naturale, la sintassi. È da quell’ambiente, dall’ambiente dei sintatticisti più à la page, che giunge Andrea Moro, che pubblica ora un molto responsabile libro dal titolo La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo. Libro civile, che mette in guardia piuttosto dalle tentazioni improprie e deleterie di stabilire gerarchie tra lingue (e quindi tra costruzioni mentali diverse e tra intelligenze diverse), tentazioni che hanno per secoli rovinato le culture dominanti. L’idea che talune lingue siano migliori di altre è come una specie di fiume carsico e percorre, con riemersioni e tratti di magra, gran parte della storia delle culture. A partire dal fatto che almeno fino al Rinascimento «la dignità di una vera e propria grammatica era riconosciuta solamente al greco e insieme a esso al latino», per tappe successive per necessità qui molto ampie. Fino all’Ottocento linguistico tedesco, che giunse a stabilire differenze tra lingue, mentalità e quindi, inevitabilmente, nazioni. E così via lungo gli assi della semplicità, della complessità, della musicalità, della possibilità di dare origine o meno a tradizioni letterarie e filosofiche, di ragionare in astratto, di sviluppare il genio di una popolazione.

L’analisi sintattica più avanzata parte dalle strutture mentali che governano il linguaggio e, prospettando la descrizione di una grammatica universale, ci dimostra che non esistono lingue migliori né più attrezzate delle altre, in senso cognitivo, e che le singole lingue non sarebbero che varianti previste di una comune attrezzatura. Certo ci sono lingue nelle quali sono state scritte opere migliori delle altre, o lingue con le quali si sono scritte innumerevolmente più opere; oppure ci sono lingue che ricevono o hanno ricevuto descrizioni più sistematiche, ricche e approfondite di altre (il latino e il greco vengono studiati da molti più secoli rispetto, per esempio, all’italiano, e studiare latino ci sembra quindi più illuminante sui sistemi linguistici) e che funzionano quindi da chiavi di accesso più raffinate alla generale facoltà del linguaggio. Diverse cose hanno rilievo, in questo libro; e non ultima colpisce la dedica che l’autore riserva «alla mia mamma, e alla dolcezza che in ogni lingua susciterebbe lo stesso nome». Bibliografia

Andrea Moro, La razza e la lingua. Sei lezioni sul razzismo, Milano, La nave di Teseo, 2019.

Avere l’opportunità di lavorare nell’ambito di una residenza artistica è una preziosa opportunità. È una pratica ricorrente fra le strutture più accreditate, in particolare i teatri, che possono così sostenere, seguire gli sviluppi di un progetto e avere una sorta di ius primae noctis sulla produzione. Come nel caso di LuganoInScena e del LAC nei confronti di Lorena Dozio e della sua compagnia CRILE con una residenza (2017-2019) che si inserisce nel quadro del progetto YAA! Young Artist Associated promosso da Pro Helvetia e che mira a potenziare le possibilità di circolazione di un’opera oltre a un ampliamento della rete professionale con il resto della Svizzera, con l’Italia e con altri paesi. Durante il periodo di durata del progetto, sono previsti momenti di condivisione del lavoro coreografico aprendo le porte del teatro per mostrare lo stato dei lavori. Ricordiamo che Lorena Dozio durante la residenza ha già realizzato un primo spettacolo Otolithes, che ha vinto la coproduzione del Fondo dei Programmatori di RESO Rete Danza Svizzera, e il solo Dazzle. Recentemente artisti del territorio e operatori del settore sono stati ospitati nell’atelier di Lorena Dozio allestito sul palco del LAC per assistere a una parte della sua prossima produzione: Rame, una coreografia che l’artista sta preparando e che vedrà il suo debutto il prossimo

Un momento dello spettacolo Otolithes. (www.lorenadozio.com)

anno. Un work in progress che però già esibisce tutte le sue credenziali. Come si evince dal titolo, è un lavoro che si sviluppa attorno all’oggetto scenografico, un découpage di cartone (Meryem Bayrem), gigantesco origami dalla lingua di rame, una danza che evidenzia la cifra stilistica della coreografa e danzatrice ticinese, ispirazioni intellettuali, spunti di studio e approfondimenti teorici che coincidono con i fondamenti di una ricerca che sfocia nei movimenti di natura astratta e minimalisti che in Rame realizza sulla scena con Daphne Koutsafti e Daniela Zaghini, unite nella costruzione di forme nello spazio, nella creazione del visibile e dell’invisibile, apparendo e sparendo fra le luci (Séverine Rième) e gli incastri con movimenti continui, lenti e cadenzati, spostamenti ritmati da una misurata andatura corale. Una scrittura mossa anche da un progetto di scomposizione della musica barocca e sonorità elettroniche (Carlo Ciceri), trama di un filo invisibile dal quale far nascere volumi sulla superficie dichiarata, quella del palcoscenico dal quale, nel frattempo, sorgono forme e contrasti come proposte di un linguaggio originale, un’architettura interessante ma dagli sviluppi non ancora del tutto definiti. È bene alzarsi da tavola con ancora un po’ di appetito. In questo caso rimane viva la curiosità di assistere al prodotto finale.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 23 settembre 2019 • N. 39

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Il medium e la tibia sinistra I cortesi lettori e le lettrici ricorderanno forse che la volta scorsa, per tentare di descrivere la cosiddetta «Torino magica», abbiamo rievocato la singolare avventura di un anziano professore della locale università che teneva sul ripiano della scrivania del suo studio privato un sinistro cimelio, la tibia sinistra dello scheletro di un caduto della Grande Guerra, da lui rinvenuta nel 1920 in un camminamento dalle parti di Asiago, dopo averla alloggiata su un supporto d’oro e d’argento. La notte del 19 maggio 1946 il professore ha un incubo e sogna che uno scheletro penetri nello studio, afferri la tibia, la risistemi al suo posto nella gamba sinistra e s’impossessi del prezioso supporto. Al risveglio il professore va nello studio e scopre che tibia e supporto sono spariti e al loro posto c’è la benda che sostituiva l’osso mancante. Nella casa non ci sono segni di effrazione. Pochi giorni dopo il professore riceve un pacco privo dell’indicazione del mittente che contiene

il supporto senza la tibia. La vicenda, giunta a questo punto, sembra conclusa, non ci sono reati da perseguire. Invece c’è una coda, segnalata dall’amica che ci aveva fatto conoscere il caso. Il professore accetta l’invito a prendere parte a una seduta spiritica organizzata dal cronista della «Stampa», che ne dà conto in un servizio dell’8 giugno 1946, sei giorni dopo il referendum istituzionale che ha deciso che l’Italia diventasse una repubblica. L’ambiente è quello prevedibile in questo tipo di rituali: una sala con pareti spoglie, sedie scompagnate attorno a un grande tavolo, uno scaffale di legno grezzo gonfio di libri dedicati alle scienze occulte, un pianoforte polveroso, un’unica fonte di luce da una lampada da tavolo. Anche il medium corrisponde al modello convenzionale, un giovanotto pallido dall’aspetto febbrile, i capelli biondi e lunghi, gli occhi allucinati. Gli invitati si sistemano attorno al tavolo, nel buio una lampada rossa manda un riverbero

sul tavolo. Il medium fatica a entrare nella parte, ansima e suda. Il padrone di casa e un altro medium collocati ai suoi fianchi lo accarezzano. Il protagonista si agita, suda e con voce diventata roca, inizia a parlare, dichiarandosi disposto a rispondere alle domande dei presenti dopo averli esortati ad avere fede nelle forze occulte degli spiriti. (Pretesa superflua, non avessero avuto fede non si sarebbero trovati lì). La prima domanda è prevedibile: «Conosci la vicenda della tibia scomparsa?». Da notare la finezza: scomparsa al posto di trafugata. Anche la risposta del medium è scontata: «Nulla ignorano i trapassati». Bene, si compiacciono i presenti e insistono: «Allora spiegaci il mistero». Lo spirito evocato dal medium risponde come un amministratore di condominio chiamato a spiegare l’aumento dei costi: «Quello che è successo è ordinaria amministrazione, non c’è nulla di trascendentale, ma se rivelassi i dettagli scoppierebbe uno scandalo».

Dopo una pausa sapiente aggiunge: «Non senza motivo il sogno è stato presago del vero, ma agli uomini non è dato di conoscerlo». (Possiamo fidarci di uno che usa il termine «presago»?). I presenti, visto che da quel lato non si cava un ragno dal buco, spostano il baricentro e domandano: «Lo spirito a cui appartenne la tibia è in pace nel regno dei defunti?». La risposta è tranquillizzante: «Sì. Nel passato ha sofferto per la dispersione delle sue membra ma ormai, lontano dalla materia, dopo tanti anni di vita ultraterrena, la sua veste mortale non gli interessa più». Da notare quel consolatorio «vita ultraterrena», come se i trapassati continuassero a vivere. I presenti sono come i lettori di libri gialli, sentono il bisogno che tutti i pezzi del puzzle vadano a posto e la scena del crimine torni in ordine. Domandano: «Visto che al trapassato la sua veste mortale dopo tanti anni non gli interessa più, escludi l’ipotesi che lo scheletro sia ritornato a riprendersi il

pezzo d’osso che gli apparteneva?». «La risposta ve l’ho già data, ma l’intera verità verrà un giorno alla luce». (Da quel lontano 1946 sono trascorsi 73 anni ma la verità non è ancora arrivata). Scrive il cronista della «Stampa»: ci sembrò che lo spirito evocato non tollerasse oltre la nostra presenza ed osammo un’ultima domanda: «Credi che la tibia sarà ritrovata?». «Sì», e con questa affermazione il nostro misterioso interlocutore ci fece capire che la conversazione era finita. C’era ancora una curiosità da soddisfare, i convenuti non si sarebbero alzati dalle loro sedie se non fosse stata soddisfatta. «Tu chi sei?». La risposta è demenziale: «Gioacchino Rossini». Che cosa c’entra il grande pesarese in questa storia torinese di tibie rubate e ritrovate? Invece di mandare a stendere quel medium della mutua, i presenti ammutoliscono e il cronista annota: «Ci sentimmo a disagio davanti allo spirito del grande maestro». Al medium io avrei chiesto indietro i soldi.

dell’altro, non parliamo delle nostre cose agli estranei, se non interviene (per carità) un basso senso del gossip, ci sentiamo come parenti. E, sia detto con chiarezza, col tempo si stemperano confronti e gelosie, ognuno fa quel che può nel suo campo, evviva. Ma appena l’evento – e già usare questo termine è una fatica – si colora di mondanità, eccole arrivare, le donne inutili. Fresche di coiffeur, fasciate in abiti che neanche sotto tortura un umano potrebbe indossare, truccate come la signora Barbara D’Urso si trucca per lavoro, e complimenti alla sua professionalità. Se sono ciccione portano costosi kaftani, sennò si strizzano in abitini soffocanti. Salutano tutti, riconosciute da nessuno. Ma perché, perché nel 2020 esistono ancora questi personaggi? Sì, saranno o saranno state mogli, amanti, fidanzate più o meno ufficiali. Ma in nome di quale pensiero si propongono come presenze senza altro senso

dell’esserci? E guai a chiederlo, perché già il concetto di «esserci» comporta una sfumatura di Heidegger che non è proprio immediata. Descrivo solo due personaggi dell’altra sera. Una bionda era bella e di gentile aspetto. Abitino a righe, cintura strizzata, tacchi degni di altro palcoscenico. Ogni passo una mossa provocante, almeno come tale intesa dalle signore presenti. L’altra, esilarante, una sorta di botolo coperta da un abito africaneggiante. La sicurezza ostentata di chi pensa tu non sai chi sono io. Chi sei, tu che non sei la silenziosa luna del pastore errante dell’Asia. Eppure eccovi qui, donne inutili. Non scrivete, non studiate, nemmeno parlate. Credete che l’esser femmina vi preservi da ogni altro lavoro, da ogni fatica. Ragazze, lasciatemelo dire, così non andiamo da nessuna parte. Ognuno certo vive la vita che si sceglie, almeno dai vent’anni in poi. Ma non è bello fare la femmina e basta. Se si po-

tesse dialogare con i custodi degli alberi, con la muscolosa scorta di Roberto Saviano, presente appunto l’altra sera, bisognerebbe chiedere loro di lasciar perdere ladri e assassini, che più di tanto non vogliono rischiare. Bisognerebbe chiedere di liberarci dalle inutili donne, che si travestono da intellettuali per esibire abiti e capelli. Niente in contrario con la cura della persona e con l’igiene. Ma ogni tanto bisogna anche studiare, e faticare. Finchè questo simpatico concetto non entra nelle vostre menti, signore mie, non riusciremo più di tanto a presentarci al mondo come umani che pensano, decidono, e non hanno bisogno di imitare la freddezza maschile. Siamo migliori, lo sappiamo, ma diamo un poco di segnali sulla capacità di non perdere la ragione per il sentimento e viceversa. Di non accontentarci di parrucchiere e sarto per sentirci a posto, di stare ciascuna al suo posto.

sono più problematici dei figli prima che i figli diventino padri, a loro volta problematici. Inutile stare a ricordare Leopardi e Kafka. O Rousseau, che abbandonò i suoi cinque figli nella ruota dei trovatelli. I padri di oggi evitano come la peste il rischio di apparire problematici come i loro padri. E per questo sforzo innaturale diventano diversamente problematici. È stato un bel botta e risposta quello apparso recentemente sul «Foglio». Annalena Benini vs. Sandro Veronesi. Tutti e due (voto 5) avevano ragione e torto. Benini è una bravissima giornalista e scrittrice, sensibile ai nuovi riti familiari: nella cronaca di una giornata al mare, sorride dei «padri moderni e perfetti» di oggi, quei padri confusi e pieni di tatuaggi che chiamano amore la loro bambina, quei padri che ballano e cantano per la figlioletta e che in spiaggia le tolgono la sabbia dal naso: quei padri che vanno a comperare il succo di frutta per il ragazzino di nove anni, i padri che si preoccupano che il bimbo non prenda troppo sole e

lo coprono di crema solare. E le madri? Le madri intanto sono comodamente sdraiate a chattare. È una cronaca caricaturale ma neanche troppo. Sandro Veronesi è il grande narratore che tutti conosciamo (Caos calmo è il suo romanzo più famoso, 5+). È vero, scrive, esistono davvero quei «padri tatuati e moderni»: «Ovviamente, sono anche ridicoli, a volte addirittura patetici. Molti, quelli più giovani, innestano questa loro esibizione su una incongrua, a quel punto, estetica hipster, fatta di barba curata, fisico asciutto, occhiali da sole, orecchini e, per l’appunto, tatuaggi aggressivi: e così carrozzati li vedi gonfiare canotti, cambiare pannolini, trascinare grappoli di bambini eccitati». Pensando al suo padre novecentesco che ha molto amato, Veronesi si dice: «che enorme passo avanti per l’umanità» questi padri che si prendono cura dei loro figlioletti mentre la madre sta sdraiata a smanettare sul suo telefonino. Suo padre, «uomo giusto, solido e pieno di passioni», non si è mai dedi-

cato al benessere spicciolo del piccolo, ai suoi bisogni stupidi, ai suoi capricci: «Per quello c’era solo mia madre». La conclusione di Veronesi è: «tatuati, moderni, perfetti, ridicoli, sì – ma anche benedetti». Benedetti? Benedetti e maledetti. Se il padre truce e tatuato vuole a tutti i costi sostituire la madre (spesso anche lei moderna e tatuata), chi sostituisce il padre perduto? Meglio i padri avulsi e autoritari di una volta o quelli svenevoli e patetici di adesso? Ne è passato di tempo da quando Simone de Beauvoir scriveva: «Capita a volte che il padre si occupi della prole – un fenomeno abbastanza frequente tra i pesci». Ma ne è passato di tempo anche da quando Gabriel García Márquez osservava che un uomo sa quando sta diventando vecchio perché comincia ad assomigliare a suo padre. Pensava all’autorità. Oggi si potrebbe dire che un uomo sente di diventare vecchio quando comincia a essere ridicolo come suo padre… (Leggere Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri su questi argomenti è sempre utile, 6).

Postille filosofiche di Maria Bettetini Donne travestite da intellettuali Polizia e guardie del corpo, una folla. Poi c’eravamo anche noi invitati, pochi tapini molto onorati. Era la festa per un anniversario di una importante casa editrice. Alcune guardie avevano la maglietta mostra-muscoli, altri facevano finta di essere lì per caso. A un signore in giacca blu e camicia bianca, ma certo non col volto da intellettuale, ho chiesto candida (non riesco a fingere di essere una furbacchiona): ma lei che cosa fa qui? Mi ha risposto: controllo che gli alberi e i cespugli crescano bene. Mi è sembrata un’espressione geniale. Come dire, ho altro a cui pensare, mi faccia il favore di non interferire, potrei dirle che sono un cameriere, un parente, ma cerchi di capire che non le posso far sapere chi sono e che cosa faccio qui. Controllo, appunto, che gli alberi crescano, a ciascuno il suo mestiere. Insomma, erano più le guardie dei ladri. Ladri: scrittori non sempre eccelsi che si propongono invece come tali. Per

esempio c’era un signore non brutto e non anziano che però era troppo abbronzato. Non nel senso berlusconiano del termine, era un bianco che aveva trascorso troppi giorni al mare o nel lettino abbronzante, uno schiaffo alla miseria, anche se oramai una mezz’ora di lampada costa meno di un aperitivo. Molti maschi avevano i capelli rasati, per assomigliare più a Montalbano che all’Ale di Ale&Franz. Sciocchini: alle donne piace il tipo, non il taglio di capelli, poi bisognerebbe avere il fisico «del ruolo», non tutte le teste hanno un’armonia tale da essere esibite, non tutti i crani possono essere esposti. Ma, divagando, mi sto perdendo l’argomento fondamentale: le donne inutili. Da dove vengono? Da decenni frequento, sempre con maggior insofferenza, convegni e congressi. Se si tratta di incontri davvero scientifici, siamo i soliti, come fossimo compagni di scuola materna, sappiamo tutto dell’uno e

Voti d’aria di Paolo Di Stefano I padri tatuati e moderni Poveri padri, sempre sotto i riflettori. I romanzi sui padri si moltiplicano: tra i più belli degli ultimi anni, In tutto c’è stata bellezza (Guanda 5½) dello scrittore e poeta spagnolo Manuel Vilas e Un’Odissea di Daniel Mendelsohn (Einaudi 5½). Un poco prima, erano usciti quello di Michele Mari, Leggenda privata (Einaudi 5+) e quello di Richard Ford, Tra loro (Feltrinelli 5+). Vi si narrano storie variamente dedicate all’incapacità, o almeno alla difficoltà, di essere padri. Sono padri violenti, cialtroni, svitati, banali, fissati, bizzarri, incomprensibili, a volte sorprendenti. «Mia madre era infinita», scrive Vilas: era passata dall’adorare suo marito all’adorare i figli, dall’adorare i figli all’adorare i nipoti. Suo padre, invece, non aveva mai adorato nessuno, non aveva mai raccontato nulla a suo figlio, mai nulla che durasse più di un minuto, non gli ha mai detto «ti voglio bene». Scrive Mari: «Se la madre non lo difendeva, si formava talvolta nella mente del figlio la delirante intenzione di difenderla lui, come si evince da una

fotografia scattata dal padre: autentico scudo umano, il figlio si frappone con uno sguardo che dice: “Dovrai passare sul mio cadavere”». Nel suo romanzo autobiografico, giocoso e tragico, c’è un padre il cui carattere «si colloca all’intersezione di Mosè con John Huston, e una madre costretta a darti il bacino della buonanotte di nascosto». Ford racconta di un padre che è morto di infarto tra le sue braccia quando lui aveva 16 anni: «Ma non passa un’ora, ogni giorno, senza che io non pensi a mio padre, a qualcosa che lo riguarda… Ci sono uomini che hanno con sé i propri padri per tutta la vita, crescono e diventano uomini nell’orbita dei loro padri, sotto il loro sguardo. Mio padre non ha avuto l’occasione di vivere quest’esperienza. Posso immaginare una vita di quel tipo, ma solo immaginarla. Il romanziere Michael Ondaatje ha scritto, su suo padre, che “… sono stato privato della possibilità di parlargli da adulto”». I padri sono problematici quando ci sono e anche quando sono assenti: spesso i padri


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