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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Quando la difesa nazionale entra fin dentro le case: la storia dei bunker anticatastrofe

Ambiente e benessere A che punto è la ricerca sul Parkinson? Ce ne parla Giorgia Melli, neurologa e ricercatrice del Neurocentro dell’EOC

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIII 6 luglio 2020

Azione 28 Politica e Economia L’ipotesi di uno scenario di scontro fra Usa e Cina nei mari cinesi è quasi realtà

Cultura e Spettacoli Giovanni Battista Molteni, oltre al Polo Nord, si dedicò con passione alla pittura e al Ticino

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Con la mascherina e consapevolezza

I segni della lunga ricerca di Alberto Giacometti

di Peter Schiesser

di Alessia Brughera

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Adriano Crivelli

È l’inizio della seconda ondata della pandemia? Oppure le misure annunciate dal Consiglio federale la settimana scorsa sono il tentativo di evitarla e di appiattire la curva il prima possibile? In Svizzera i casi di nuovi contagi stanno superando il centinaio al giorno, ma con grosse differenze regionali – la crescita più forte si registra nei cantoni Zurigo, Argovia, San Gallo, in Ticino siamo (ancora, mentre scrivo) sotto i dieci casi al giorno. Il fattore di riproduzione (ossia quante persone un contagiato infetta a sua volta) è attorno all’1,6, indice di una crescita che rischia di diventare nuovamente esponenziale. Diventano quindi decisive le misure per risalire alle persone entrate in contatto con chi è stato contagiato affinché si mettano in quarantena. Finché la tracciabilità e l’identificazione delle persone contagiate è possibile non siamo ancora in emergenza, ma il limite può essere superato rapidamente. La mascherina diventerà quindi un elemento ancora più presente nella quotidianità, ci ricorderà quello che in queste settimane di semi-libertà si cominciava a dimenticare: che la pandemia non è passata, che la prudenza, il distanziamento fisico, l’igiene delle mani sono regole che non possiamo dimenticare. Perlomeno, dopo avere a lungo negato o minimizzato l’importanza delle mascherine il Consiglio federale ha decretato l’obbligo di indossarle sui mezzi pubblici, su insistenza di numerosi Cantoni. E non è escluso che in Ticino diventino obbligatorie anche in altri luoghi pubblici e nei negozi, secondo quanto dichiarato dal presidente del governo Norman Gobbi. È stato bello credere di aver riconquistato la normalità perduta, di gustarsi la vita in società, ora l’obbligo della mascherina ci ricorda che la normalità ritrovata va difesa. Se vogliamo evitare nuove serrate, anche solo parziali, è richiesto un nuovo sforzo di responsabilità individuale e collettiva. Andiamo incontro ad un nuovo lockdown generalizzato? Da una parte, l’economia e le casse dello Stato non reggerebbero ad una nuova serrata totale, dall’altra, non trovandoci più in «situazione straordinaria» e viste le forti differenze regionali, il Consiglio federale preferisce lasciare più competenze e autonomia ai Cantoni, ma da quanto si è saputo non tutti sono pronti per affrontare la seconda ondata. Certo, per quanto vi sia ancora molto da scoprire sul Covid-19 oggi ne sappiamo di più che a febbraio, sappiamo quali sono le situazioni più rischiose (luoghi chiusi e affollati, come discoteche, club, manifestazioni pubbliche dove non è possibile mantenere le distanze). Lascia quindi un po’ perplessi che il Consiglio federale abbia autorizzato eventi con fino a 300 persone (soprattutto in luoghi chiusi come club e discoteche), visto quanto successo al Flamingo a Zurigo e i pareri contrari degli epidemiologi. Ma possiamo sperare che d’ora in avanti ci sia un controllo migliore anche dell’identità degli avventori (un terzo di chi risultava annunciato al Flamingo ha dato generalità false, rendendo impossibile risalire a tutti). Con la libertà di movimento e un’accresciuta possibilità di viaggiare i contagi aumentano per forza. Motivo per cui diventa sensato imporre una quarantena a chi giunge o rientra in patria da paesi in cui l’epidemia non è sotto controllo, come ha deciso ora il Consiglio federale. Tuttavia, non illudiamoci: la pandemia sta flagellando il mondo intero e in paesi popolosi e importanti come Stati Uniti, Brasile, India, Russia è tuttora fuori controllo, ma anche la situazione attuale della pandemia nei Balcani è tutt’altro che chiara e tranquillizzante. In un modo o nell’altro «importeremo» sempre qualche nuovo caso (come sta avvenendo con la Serbia). La pandemia ci ricorda quindi una volta di più che non viviamo isolati, che siamo parte di questo mondo come se fosse un solo corpo. Non possiamo accontentarci del fatto che tutto sommato la Svizzera ha fin qui reagito egregiamente alla pandemia e alle sue conseguenze sanitarie ed economiche, poiché rischiamo comunque di pagare per gli errori che vengono compiuti altrove. Vista la facilità con cui il virus si ripresenta anche dove era stato debellato (a Pechino sono in quarantena di nuovo centinaia di migliaia di persone) e l’incapacità di numerosi governi di gestire al meglio la pandemia, dovremo fare i conti con il Covid-19 ancora a lungo (i vaccini, se arriveranno, saranno disponibili al più presto fra un anno). All’emergenza sanitaria si aggiunge anche il crescente rischio di un’instabilità politica in numerosi paesi. In particolare, preoccupa l’incapacità degli Stati Uniti di affrontare con coerenza ed efficacia la pandemia (attualmente si registrano 50mila nuovi contagi al giorno, tendenza in crescita). Frustrazione, difficoltà economiche, emergenza sanitaria sono sotto gli occhi di tutti: che cosa significherà per la stabilità interna della prima potenza al mondo? Di certo è il momento peggiore per avere un presidente erratico come Trump.

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Società e Territorio la bambola empatica È usata come nuova modalità terapeutica per persone affette da declino cognitivo

Un tema che ci riguarda A colloquio con Alma Wiecken, presidente della Commissione federale contro il razzismo pagina 8

Archipelago elvetico Il nostro Oliver Scharpf ci guida alla scoperta di una nuova isoletta sconosciuta nel cuore della Svizzera pagina 9

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Una stagione anomala

Estate al lido Lidi e bagni pubblici riaprono,

con limitazioni e misure igieniche, nella speranza di poter ridurre le perdite

Nicola Mazzi Dopo mesi incerti e vacanze all’estero in dubbio ci siamo chiesti se i lidi e i bagni pubblici del Ticino saranno presi d’assalto questa estate. I primi segnali sono piuttosto positivi, ma come sempre i bilanci si faranno alla fine. Anche perché se molte strutture hanno aperto, alcuni hanno preferito rimanere chiusi, come Tesserete e Bignasco, e altri hanno trovato soluzioni alternative allargando gli accessi al lago come Brusino e Riva San Vitale. Abbiamo voluto capire in che modo alcune strutture del cantone hanno riaperto, quale è l’offerta che presentano e le condizioni per accedervi. Iniziamo con il Lido di Locarno che è già attivo da diverse settimane. Ce lo conferma il direttore Christophe Pellandini. «Appena ci è stata data la possibilità e cioè il 6 giugno, abbiamo aperto le piscine esterne, ma lo abbiamo fatto in tutta sicurezza. Inoltre dal 27 giugno sono aperte anche le piscine interne, che nelle scorse settimane sono state oggetto di manutenzione». La sicurezza evidenziata da Pellandini riguarda le norme igieniche e le distanze. «La nostra struttura è grande (27mila metri quadrati) e non abbiamo mai avuto 2.700 persone nello stesso momento (che equivale a una persona ogni 10 metri quadrati il limite dato dalle direttive nazionale), quindi non credo ci saranno problemi da questo punto di vista». Anche per quanto riguarda le norme igieniche è stato messo a punto un protocollo rigoroso che riguarda l’accoglienza (file con le distanze giuste, disinfettanti, plexiglas alla reception, disattivazione di un tornello su tre, igienizzazione costante)». Inoltre ogni zona ha delle norme igieniche precise: per esempio nella piscina olimpionica dove ogni corsia può ospitare al massimo 10 nuotatori, nella vasca termale al massimo 40 e in quella per i bambini un massimo di 60. «Inoltre il personale ha seguito una formazione specifica che viene aggiornata costantemente sulle misure da seguire». Lo stesso Pellandini sottolinea come i corsi sportivi, quelli di nuoto e la ginnastica in acqua, vengono organizzati regolarmente come negli anni scorsi. Tutto ciò per mitigare una perdita che sarà importante a fine anno. «Difficile dire quanto,

tireremo le somme a fine stagione, ma sicuramente saranno cifre importanti, basti pensare che da inizio gennaio abbiamo minori incassi pari a 800mila franchi. E il brutto tempo di maggio e della prima parte di giugno non ci ha aiutato, i dati ci dicono che in quelle settimane abbiamo avuto il 25% in meno di entrate rispetto agli anni scorsi». Da segnalare infine che per attirare residenti e turisti il lido di Locarno propone abbonamenti quadrimestrali vantaggiosi. Un segnale importante «anche per ridare fiducia a chi vuole passare insieme una bella estate». Da parte sua Andrea Laffranchini (direttore dell’Ente Sport) sottolinea che il Bagno pubblico di Bellinzona ha aperto solo il 27 giugno. Quale la ragione per aver ritardato rispetto ad altre località? Il Bagno pubblico è una costruzione di importante interesse architettonico ancora tutt’oggi visitato da molte università europee. Negli anni vengono pianificati diversi lavori di ristrutturazione. Il 26 giugno è stato portato a termine il rinnovo della passerella, lavori interrotti dall’emergenza sanitaria. «In realtà eravamo già pronti da diverse settimane e avevamo sviluppato un piano di protezione puntuale che abbiamo poi modificato con il cambiare delle direttive federali. Ma non è la sola ragione che ha causato il rinvio dell’apertura. La pausa forzata dovuta al Covid-19 ha pure ritardato la riverniciatura della piscina olimpionica, la sostituzione dell’impianto cloro e lo scavo che porta il teleriscaldamento al Centro sportivo. Le limitazioni, dopo gli ultimi allentamenti federali, sono ridotte allo stretto necessario. «Per le società sportive vige la regola della tracciabilità in quanto gli allenamenti si fanno a contatto per più tempo, mentre per tutti gli altri resta solo il distanziamento sociale di due metri. Ma noi abbiamo la fortuna di avere 35’000 metri quadrati di spazio che ci permette di accogliere fino a 3500 persone nello stesso momento. Una frequenza che non si è mai verificata, ma siamo pronti a mettere in atto delle contromisure qualora fosse necessario». Altre regole riguardano la distanza di due metri sia in vasca che sui prati e nelle zone riposo, come pure la doccia obbligatoria prima di entrare in acqua. «Abbiamo deciso di mantenere i due

In molte piscine gli accessi saranno limitati, in compenso c’è chi riduce i prezzi degli abbonamenti. (Ti-Press)

metri rispetto al metro e mezzo imposto dal Consiglio federale per sensibilizzare maggiormente i nostri utenti». Annullati i corsi che la Città organizza in collaborazione con la Turrita nuoto che si tengono alla fine della scuola, si svolgono invece regolarmente quelli di luglio e agosto per i bambini nati dal 2010 al 2014 con un massimo di 28 partecipanti. Anche per il bagno pubblico di Bellinzona la città ha pensato bene di proporre dei prezzi ridotti e vantaggiosi sugli abbonamenti per tutti gli utenti. Scendendo nel Sottoceneri arriviamo a Chiasso dove è stato deciso di aprire i battenti e lo si è fatto il 20 giugno. Lo indica Loris Codoni, caposervizio responsabile sport del Comune di frontiera. «Per ora è permesso l’ingresso unicamente ai residenti di Chiasso e dei Comuni convenzionati in possesso di una Chiasso Card valevole. Non verranno venduti biglietti singoli ma

unicamente abbonamenti stagionali e abbonamenti da 10 entrate e limitiamo l’ingresso a 500 persone nello stesso momento». Misure igieniche accurate anche alle piscine di Chiasso con prodotti disinfettanti all’ingresso, sanitari igienizzati più volte al giorno e non saranno disponibili gli armadietti per l’intera stagione. Inoltre, negli spazi comuni, saranno rispettate le distanze». E Lugano? Beh, la città sul Ceresio ha agito in modo diverso. Infatti le strutture della città (Lido, Carona, San Domenico e Riva Caccia) hanno aperto anch’esse il 20 giugno e fra le misure di prevenzione legate al periodo pandemico, è stato introdotto il contingentamento delle entrate, che viene gestito tramite riservazione sul sito prenota.lugano.ch, dove sono indicate le norme di sicurezza da rispettare con un App per smartphone. Mentre la piscina coperta è chiusa e riaprirà il 21 settembre. Un

modo per rispettare il numero massimo (1800 persone al Lido e 1600 a Carona e una sessantina di posti ciascuno per gli altri due). Cifre che potrebbero aumentare con i nuovi allentamenti del Consiglio federale. Infine Marco Spiller, direttore del Bagno pubblico Tenero, sottolinea: «La situazione non è semplice, difficile sapere come andrà quest’estate, ma abbiamo la speranza che molti turisti resteranno in Svizzera e quindi arriveranno anche da noi. Noi abbiamo tutto l’equipaggiamento per i diversi sport acquatici e ci rivolgiamo sì ai turisti ma soprattutto (per l’80%) ai residenti. Resto comunque fiducioso e noi ci daremo da fare. E visti gli allentamenti sulla distanza sociale si cercherà di organizzare eventi, concerti e feste. In altre parole siamo pronti, con personale specializzato e preparato e le necessarie misure igieniche».


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bunker multiuso

Prevenzione emergenze In Ticino ci sono oltre 13 mila strutture di protezione private e circa 120 pubbliche,

due delle quali ad alto valore aggiunto: è una novità in Svizzera – Le prime si possono usare come deposito ma devono essere pronte in 5 giorni

A sinistra, il dormitorio del rifugio ad alto valore aggiunto di Riviera; a destra un rifugio privato. (Didier Ruef)

Romina Borla Chi mai pensava alla possibilità di vivere una pandemia? Eppure ci ha travolti. Obbligandoci, nel momento più critico, a tapparci in casa. Potrebbe anche scoppiare un conflitto armato, magari con un uso di armi nucleari, chimiche o biologiche. Guastarsi una centrale nucleare (Fukushima insegna). Laghi e fiumi potrebbero esondare, mettendo in pericolo la popolazione. Bisogna tenersi pronti. Nel dispositivo d’emergenza è dunque necessario disporre anche di rifugi efficienti con posti protetti disponibili per tutti. Lo pensa Ryan Pedevilla, capo Sezione del militare e della protezione della popolazione. Ma al concetto di rifugio privato – spesso angusto e di solito stipato di conserve, zucchero e cianfrusaglie – preferisce quello di rifugio pubblico, gestito dalla Protezione civile, meglio se «ad alto valore aggiunto». Di cosa stiamo parlando? Di strutture utili sia in caso di emergenza, sia in tempo di pace, poiché offrono spazi che istituti scolastici e associazioni locali possono sfruttare quotidianamente: aule, atelier, servizi igienici, spogliatoi, ecc. «In questo senso il Ticino è un precursore», spiega l’intervistato. «Mentre nel resto della Svizzera si prevede di implementare la nuova strategia sui rifugi pubblici dal 2024, diversi Comuni ticinesi hanno già accolto l’invito del Cantone e hanno inserito rifugi ad alto valore aggiunto nei loro progetti. Mi riferisco alle strutture di Bellinzona-quartiere di Pianezzo (402 posti in tempo di guerra) e Riviera-quartieri di Cresciano-Lodrino (561), inaugurate nel 2019». Senza dimenticare i cantieri di Torricella-Taverne, dove il rifugio è inserito nel progetto della nuova scuola dell’infanzia, e quello di Quinto (Ambrì-Piotta): sotto le tribune del nuovo stadio multifunzionale sono infatti previsti diversi rifugi pubblici collettivi capaci di ospitare fino ad un massimo di 858 persone.

«Una struttura che non viene mai utilizzata perde di valore in quanto spesso il proprietario si limita al mantenimento delle infrastrutture strettamente necessarie», afferma Pedevilla. «Se invece vi è un uso regolare, il rifugio si anima, diventando parte integrante del territorio e della società». Alcuni osservano però come seguire una lezione o realizzare lavoretti sottoterra non sia così stimolante… «In ogni caso si tratta di spazi più confortevoli rispetto a quelli dei talvolta disagevoli rifugi costruiti in precedenza. Senza contare che a volte il sussidiamento concesso dal Cantone per la costruzione della struttura può risultare determinante per le scelte degli enti locali, favorendo la realizzazione di progetti che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce». Attualmente in Ticino si contano circa 120 rifugi pubblici che, sommati a quelli privati che sono oltre 13’000, garantiscono un posto protetto in caso di

emergenza al 98% della popolazione residente. Fino al 2012 – anno dell’entrata in vigore delle revisioni della Legge federale sulla protezione della popolazione e sulla protezione civile e dell’Ordinanza sulla protezione civile – era obbligatorio costruire un rifugio negli edifici con 8 o più locali. Adesso è necessario farlo solo a partire da 38 locali abitabili, se nella regione non vi sono posti protetti a sufficienza (i Comuni in questo senso esonerati sono 38, da Lugano a Bodio, da Locarno a Stabio). I proprietari che non sono tenuti ad edificare il rifugio devono comunque versare un contributo sostitutivo che, in Svizzera, varia da un minimo di 400 a un massimo di 800 franchi per ogni posto protetto non realizzato (nel nostro Cantone vale l’importo massimo). Queste risorse vengono in seguito impiegate soprattutto nella costruzione di strutture protette pubbliche. Al giorno d’oggi è rarissimo che si

costruiscano rifugi privati, ci fa sapere il Servizio costruzioni della Sezione del militare e della protezione della popolazione. La maggior parte delle strutture private che rispecchiano le normative vigenti sono state costruite negli anni Settanta/Novanta del Novecento (quelle edificate prima delle istruzioni tecniche del 1966 non sono più a norma). Non tutte sono in condizioni ottimali e spesso vengono usate dai proprietari come cantine. «Il rifugio privato può essere utilizzato come deposito», rassicura Pedevilla. «L’importante è adottare una corretta e regolare manutenzione nel caso in cui si verificasse un’emergenza. Questo significa che entro 5 giorni la struttura deve essere agibile e funzionante. Il proprietario deve abitualmente procedere ad una verifica delle sue componenti: ventilazione, filtri, valvole, guarnizioni di porte e coperchi blindati, letti, WC ecc.». In ogni caso ogni 10 anni le Regioni di

Dalla protezione antiaerea a Fukushima Durante la Prima guerra mondiale, in caso d’allarme bombardieri, si cercava riparo in rifugi sotterranei di fortuna. Gli effetti della Seconda guerra mondiale e del lancio della prima bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 indussero la Svizzera ad adottare misure durature per proteggere la popolazione. In particolare il decreto federale del 21 dicembre 1950, concernente le costruzioni di protezione antiaerea, rese necessaria la realizzazione di rifugi nei nuovi edifici dei Comuni più grandi e delle Città. Nel 1964 fu sancito l’obbligo di edificare un rifugio in tutte le nuove costruzioni. La realizzazione sistematica di rifugi antiatomici in Svizzera iniziò nella seconda metà degli anni 60, in un contesto caratterizzato dalla corsa agli armamenti della Guerra fredda, raggiungendo il

culmine nella metà degli anni 70. La «Concezione 71» introdusse il principio di «un posto protetto per ogni abitante (nelle vicinanze del domicilio)», che vale ancora. Nel 1978 l’obbligo di creare un’organizzazione di protezione civile fu esteso a tutti i Comuni e la costruzione di rifugi pubblici diventò obbligatoria anche per quelli piccoli. Fino al 1980 la realizzazione di rifugi privati era sussidiata dallo Stato; negli anni 80 vennero adottate le prime misure di risparmio. La fine della Guerra fredda determinò un cambiamento delle priorità. Con i concetti direttivi del 26 febbraio 1992 e del 17 ottobre 2001 il Consiglio federale orientò maggiormente la protezione civile alla gestione di catastrofi e situazioni d’emergenza. Nel 2005 l’allora consigliere nazionale Pierre Kohler presentò un’i-

niziativa parlamentare che chiedeva l’abolizione dell’obbligo di costruire rifugi nelle abitazioni private, sottolineandone l’inutilità e i costi elevati. Dopo l’analisi della situazione, il Governo giunse però alla conclusione che essi rimangono validi, non solo in caso di conflitto armato ma anche di fronte ad eventuali attacchi terroristici con armi nucleari, incidenti chimici o catastrofi naturali. Nel 2011 le Camere federali si espressero a favore della salvaguardia del valore dei rifugi e del mantenimento dell’obbligo di costruirli, non da ultimo sullo sfondo della recente catastrofe nucleare di Fukushima. Informazioni tratte da: Protezione della popolazione e la protezione civile nel corso degli anni: 1963-2013. 50 anni di storia dell’Ufficio federale della protezione della popolazione.

protezione civile procedono all’ispezione dei rifugi per verificarne le condizioni. «La durata di vita approssimativa delle costruzioni di protezione – indica l’Ufficio federale della protezione della popolazione – è di 100 anni, mentre quella dei singoli componenti è limitata a 40-50 anni. Si prevede che a partire dal 2020 alcuni degli apparecchi di ventilazione e altre componenti dei rifugi privati non saranno più a norma». Notate bene: non si può decidere autonomamente di mettere fuori uso il proprio rifugio (anche se negli anni sono state riscontrate diverse infrazioni). Spetta unicamente al Cantone rilasciare un’autorizzazione di soppressione, ad esempio nel quadro di una procedura di domanda di costruzione, e solo se la struttura ostacola o impedisce la ristrutturazione di edifici esistenti. In caso di soppressione autorizzata, il proprietario deve versare il contributo sostitutivo. In caso di intenzionalità nella manomissione del rifugio oppure di manutenzione non accurata si rischia una multa sino a 5000 franchi (recidivo fino a 20’000 franchi) oltre al pagamento del contributo sostitutivo. Per qualsiasi informazione si può contattare il citato Servizio costruzioni allo +41 91 814 33 41. Ad inizio 2021 dovrebbe entrare in vigore la nuova Legge federale sulla protezione della popolazione e sulla protezione civile. «Per quanto riguarda i rifugi privati non sono previste grosse novità», confida Pedevilla. «Potrebbe cambiare qualcosa per gli impianti di protezione civile (posti di comando, impianti d’apprestamento o per i beni culturali, centri sanitari protetti e ospedali protetti). Nella nuova strategia si vorrebbero ridurre gli impianti di condotta e di apprestamento sul territorio, prevedendone circa uno ogni 30’000 abitanti. Le strutture protette in esubero potrebbero quindi essere trasformate in rifugi pubblici ad alto valore aggiunto. Ma questa è, come detto, musica del futuro».


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Idee e acquisti per la settimana

È tempo di mirtilli svizzeri Attualità Le piccole bacche blu alla conquista dei nostri palati

L’estate è sinonimo di frutti di bosco da produzione svizzera. Se la stagione inizia a fine maggio con le fragole, tra giugno e agosto è la volta dei mirtilli e dei ribes, per poi terminare a settembre con i lamponi e le more. I diversi tipi di bacche posseggono tuttavia molti punti in comune per quanto concerne coltura, cure, preparazione e valore nutrizionale. In questo periodo sono particolarmente ricercati i mirtilli. Conosciuti fin dall’antichità, si pensa addirittura a 25 secoli prima di Cristo, questi piccoli frutti dall’aroma leggermente acidulo per la presenza di tannini, crescono allo stato spontaneo anche nelle nostre regioni montuose. Quelli coltivati appartengono alla varietà «gi-

gante», di color blu, e sono di origine americana. I mirtilli vengono generalmente consumati freschi, con l’aggiunta di un po’ di zucchero, ma si addicono perfettamente per preparare biscotti, crostate, muffin, succhi, confetture e sorbetti. Inoltre, soprattutto nei paesi nordeuropei, si usa consumarli come contorno a selvaggina e altri piatti a base di carne. I mirtilli sono frutti delicati che deperiscono velocemente e andrebbero pertanto consumati quanto prima una volta acquistati. Si conservano in frigorifero 2-3 giorni al massimo. Possono essere anche surgelati e utilizzati fuori stagione per preparare deliziose salse e sciroppi.

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Panna cotta con mirtilli e limetta Procedimento 1. Fate ammorbidire la gelatina in acqua fredda. Grattugiate finemente la scorza di limetta e portatela a ebollizione con la panna. Allontanate la pentola dal fuoco. Strizzate la gelatina e fatela sciogliere nella panna calda. Unite 50 g di miele. Versate la panna in 4 formine filtrandola. Mettete in frigo per ca. 3 ore. 2. Spremete 1/2 limetta. Spezzettate le foglie di menta. Mescolatele con il succo di limetta, i mirtilli e il miele rimasto e distribuite sulla panna cotta. Ingredienti 4 persone 2 fogli di gelatina 150 g di mirtilli 1 limetta 3 dl di panna 60 g di miele d’acacia 3 rametti di menta

Tradizione e territorio

Il sushi del mese

nella regione di origine

grazie al sushi Fuzuki

Specialità La bresaola Beretta viene prodotta con grande cura

Attualità Freschezza e delicatezza assicurate

Il sushi è un piatto secolare della cucina giapponese che combina del riso con un’ampia varietà di pesce e verdure. La parola «sushi» significa «riso all’aceto»: «Su» in giapponese sta per aceto, mentre «shi» è un’abbreviazione della parola «Meshi», nome colloquiale per riso cotto. Gli amanti di queste specialità belle da vedere e buone da

mangiare non possono certo lasciarsi sfuggire la freschezza e delicatezza del sushi Fuzuki, una delizia che potrete trovare alla Migros fino alla fine del mese di luglio. È composto da nigiri alla tilapia e gamberetti, hoso-maki ai cetrioli, chu-maki di tonno e chu-maki al pollo e peperoncino grigliato. Provatelo!

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Servita come carpaccio con rucola e grana per un piatto estivo veloce e leggero, come farcitura per un panino nutriente e goloso oppure per arricchire un vassoio di salumi e formaggi assortiti, la bresaola non manca mai nelle nostre case. L’importante è sceglierne una di comprovata qualità, come la Bresaola Beretta IGP. Le carni utilizzate provengono da razze bovine

selezionate, nella fattispecie Charolaise, Limousine, Blonde d’Aquitaine e Angus. Per la produzione si utilizzano i tagli più pregiati del quarto posteriore del manzo, da dove si ricava la Punta d’Anca, che corrisponde alla fesa privata del muscolo adduttore. Altrettanto importante è la perizia degli addetti nella fase di lavorazione, che prevede la rimozione del grasso, la sagomatura e

la salagione dei pezzi. A fare la differenza e a rendere unica la Bresaola Beretta IGP è infine la combinazione unica di clima, territorio e saper fare. Il clima secco e ventilato della Valchiavenna e delle Valtellina offre infatti le condizioni ideali per la stagionatura delle carni, permettendo di ottenere un prodotto naturale e genuino, la cui ricetta si è preservata intatta nel corso dei secoli.

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Idee e acquisti per la settimana

Un grande classico di panetteria Attualità La michetta soffiata della

Migros per gustosi panini sempre diversi. Approfittate questa settimana dell’offerta speciale sulla variante sciolta Impossibile resistere alla tentazione di gustarsi una michettina soffiata riccamente imbottita con gli ingredienti più disparati. L’aromatica specialità della Migros, conosciuta anche come rosetta, è un autentico prodotto di culto del reparto pane, basti pensare che fa parte dell’assortimento fin dal 1972, anno di apertura del panificio Jowa in Ticino. Grazie al suo piccolo formato, è perfetta da portare con sé come spuntino in tutte le occasioni: in ufficio, a scuola, nello sport, al lago, al fiume… così come ingrediente essenziale di un picnic durante la gita fuori porta. Crosta croccante, leggerezza e ottima digeribilità sono i suoi punti forti. La michetta è panificata partendo da una biga (preimpasto) dalle caratteristiche poco omogenee e piuttosto dura. Dopo un tempo di riposo di 8 ore alla temperatura di 18-20 gradi, si esegue la successiva lavorazione, dove nell’impastatrice planetaria vengono aggiunte farina, acqua e sale fino ad ottenere un

impasto uniforme, elastico e ben «incordato». Quest’ultimo viene poi lavorato a forma di palla molto energicamente, conferendogli un seguito di pieghe che permetterà di sviluppare, durante la prima fase di cottura, la caratteristica cavità all’interno della michetta. Per realizzare correttamente la tipica forma a stella con cerchio centrale, è necessario un apposito stampo. Le michette soffiate sono in vendita sia nel sacchetto da 5 pezzi, sia sciolte.

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Società e Territorio

Scienza e cuore per gli anziani

Cura della persona Pubblicato di recente il manuale teorico e pratico con i risultati dello studio sulla terapia

della bambola empatica destinata alle persone affette da declino cognitivo

Stefania Hubmann Dopo le criticità vissute nelle case per anziani durante l’emergenza pandemica, tornano d’attualità iniziative innovative sviluppate negli ultimi anni soprattutto a favore dei residenti colpiti da un declino o disturbo cognitivo. Progetti che permettono di concentrarsi sempre più sulla persona in quanto tale – sulla sua essenza, il suo vissuto, i suoi bisogni relazionali – per favorire un accompagnamento individualizzato e creativo. Un simile approccio terapeutico necessita comunque nella pratica di linee guida avvalorate da riferimenti teorici. Grazie ad uno studio sulla terapia della bambola empatica condotto da Rita Pezzati, professoressa dell’invecchiamento alla SUPSI, è ora disponibile un manuale che, oltre a presentare i risultati della ricerca, fornisce elementi essenziali per comprendere il comportamento delle persone affette da demenza, il potenziale di questa ed altre terapie non farmacologiche come pure i principi degli studi internazionali che le sostengono. Un manuale destinato a tutti gli interessati, professionisti della cura e familiari in primis. Sono stati proprio i caregiver professionali e familiari coinvolti in questa esperienza, estesa nel complesso a 26 case per anziani del Ticino sull’arco di tre anni, a chiedere alle autrici – con Rita Pezzati si firmano Valentina Molteni, Roberta Ballabio, Laura Ceppi e Roberta Vaccaro – di scrivere l’articolato volume in modo da disporre di una base che garantisca continuità e coerenza alle loro azioni. Azioni volte ad accompagnare le persone affette da demenza nella ricerca quotidiana di benessere e qualità di vita, riducendo in primo luogo gli stati ansiosi legati alla perdita delle capacità cognitive. Il Manuale di metodologia per le terapie non farmacologiche con le persone affette da demenza. L’esempio concreto della terapia della bambola empatica (Editore Maggioli) è una delle prime pubblicazioni nel suo genere, come rileva anche la dottoressa Anna De Benedetti, presidente della Commissione cantonale per l’implementazione della

strategia sulle demenze, che ne firma la prefazione. La dottoressa De Benedetti, dopo aver seguito lo studio sin dalle prime fasi nel 2016, ribadisce ad «Azione» l’importanza di questo volume nell’ambito della Strategia cantonale sulle demenze approvata dal Consiglio di Stato proprio quattro anni or sono. «Il Cantone persegue una strategia diversificata che punta ad accrescere le competenze scientifiche per la messa in atto di metodi e approcci incentrati sul miglioramento della qualità di vita. Uno degli obiettivi di questa ricerca è stato proprio quello di misurare la qualità di vita, concetto difficilmente proponibile fin verso la fine del secolo scorso». «Dal nostro punto di vista – prosegue la rappresentante del Dipartimento della sanità e della socialità – è importante che dagli interventi empirici legati alle pratiche quotidiane si possano estrapolare procedure standardizzate riproducibili nel tempo, sia nel contesto familiare, sia da parte degli operatori sociosanitari». Fra le diverse e positive esperienze presenti sul territorio in questo ambito (Gentlecare, Montessori e altre) quella legata alla bambola empatica è assurta per prima a progetto di ricerca. Nata per iniziativa di una psicoterapeuta svedese che negli anni Novanta tentò con questo mezzo di stimolare il figlio autistico ad esprimere le proprie emozioni, la bambola ha precise caratteristiche: occhi grandi, sguardo laterale per non far sentire sotto giudizio l’osservatore, bocca chiusa con sorriso accennato, materiale morbido, peso diverso a seconda delle parti. Lo studio è stato condotto su basi scientifiche. Criteri di ammissione validati, procedure di applicazione, valutazione dell’efficacia dell’intervento sono alcuni degli elementi che l’hanno caratterizzato. L’obiettivo di questa terapia non farmacologica è di portare benessere non solo alla persona affetta da demenza, ma pure alla sua cerchia familiare e a quella dei curanti professionisti, creando un circolo virtuoso. La responsabile del progetto evidenzia come in questa ed altre terapie non farmacologiche il focus non sia più

Grazie alla bambola empatica, caratterizzata da precisi attributi, molte persone affette da demenza possono ritrovarsi in gesti che rispecchiano il loro vissuto beneficiando di una maggiore serenità.

la malattia, bensì la persona. Precisa Rita Pezzati: «Attraverso queste terapie si cercano nuove modalità per creare una relazione fra la persona affetta da un declino cognitivo e chi la cura. L’esperienza di vita della prima è drammaticamente trasformata dalla malattia, più precisamente la persona non è più in grado di mobilizzare la parte cognitiva del cervello per dare significato agli eventi. Resta però attiva la parte emozionale sulla quale si fa leva (ad esempio tramite la bambola empatica) per accompagnarla rendendola il più serena possibile. In questo senso si sposta l’asse dal concetto di autonomia a quello del senso della vita. La persona diventa sempre più se stessa nell’essenzialità; la sua identità è come una filigrana che si coglie nelle attività relazionali». Nello specifico la bambola – appropriata sia per il genere femminile che per quello maschile ma non necessariamente per tutte le persone affette da demenza – attraverso la stimolazione sensoriale induce gesti nei quali la persona si ritrova. «Non bisogna pensare che tutti la coccolino», aggiunge la nostra interlocutrice. «Le reazioni alla bambola sono molto diverse e rifletto-

no il vissuto personale. C’è chi la veste, chi la sgrida, chi semplicemente la posa in fondo al letto e la tiene d’occhio. In quest’ultimo caso i curanti pensavano che ciò denotasse una totale mancanza di interesse nei suoi confronti, mentre grazie al ricordo dei figli si è capito che la donna da giovane, essendo sempre occupata nelle attività agricole, lasciava molta indipendenza ai suoi bambini senza però perderli di vista. Questo esempio dimostra come non ci debbano essere aspettative da parte dei curanti e sia indispensabile superare i concetti di giusto e sbagliato. La bambola permette di ritrovare il senso profondo di se stessi, ribaltando anche i ruoli di curante e curato». Nei casi in cui la terapia con la bambola empatica funziona, quest’ultima viene consegnata una mezz’ora prima dell’insorgere del comportamento disturbante, attitudine che tende a ripetersi e dunque prevedibile. Lo scopo di queste terapie, già evidenziato da entrambe le intervistate, è infatti quello di ridurre le paure delle persone colpite da un deterioramento cognitivo per migliorare il loro benessere. Diminuire frequenza e portata degli stati ansiosi significa di

conseguenza poter ridurre le terapie farmacologiche utilizzate per contenere tali disagi. Le precedenti considerazioni riportano in primo piano la questione metodologica, la cui acquisizione è legata alla cultura scientifica a monte delle terapie non farmacologiche. Questa definizione in negativo non deve infatti indurre a identificarle con la mancanza di carattere scientifico. Una cultura scientifica e un metodo condivisi hanno, fra gli altri, il vantaggio di costituire un linguaggio comune tra operatori diversi per formazione ma implicati nella cura della medesima persona. In quest’ottica tutti sono stimolati a capire che applicando un metodo si possono ottenere risultati migliori. Il manuale di metodologia per le terapie non farmacologiche, frutto di una collaborazione transfrontaliera fra più istituti, è una preziosa guida in questa direzione. Anna De Benedetti sottolinea come in questo settore gli aspetti metodologici costituiscano piuttosto una sorta di fil rouge, perché acquisirli e soprattutto mantenerli nel tempo non è un’evidenza. «Non si può dare nulla per scontato e bisogna puntare – attraverso però puntuali fasi di conoscenza, valutazione e monitoraggio – a individuare il metodo che in quel preciso momento offre il meglio a quella determinata persona. Dunque, flessibilità e personalizzazione sono le caratteristiche di una presa a carico più rispettosa dell’essere profondo di chi è affetto da declino cognitivo, ma dovrebbero sempre essere accompagnate dal rigore e dallo standard propri delle teorie scientifiche. Un rigore che infonde sicurezza ai caregiver e alla fine genera benessere. Questa prima ampia ricerca riveste infine un ruolo precursore per gli studi su altre forme di terapia non farmacologica, alcuni dei quali peraltro già in corso. Il coinvolgimento degli operatori sociosanitari nei quali si è cercato di suscitare curiosità e confronto – rilevano in conclusione le nostre interlocutrici – rappresenta una solida base sulla quale costruire una visione della presa a carico delle persone affette da demenza che oltrepassi il concetto di assistenza. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Società e Territorio In Svizzera il razzismo nei confronti di persone di colore rimane la causa di discriminazione più frequente. (Keystone)

la violenza? Altamente malsana

Videogiochi The Last of Us – Parte II ci mette

a confronto con gli abissi dell’umanità Davide Canavesi

Razzismo: non siamo immuni

Intervista Secondo la presidente della Commissione federale contro

il razzismo è importante monitorare e accrescere la consapevolezza

Laura Di Corcia Il razzismo, come l’invidia, riguarda sempre e solo gli altri? Se è vero che la situazione americana è un caso a sé, perché le tensioni etniche evidenziano delle fratture nella società che alle nostre latitudini per fortuna non esistono (o esistono in forma minore o in minima parte), è anche vero che una riflessione in casi come questo è d’obbligo ovunque. Ed è infatti stata affrontata anche in Svizzera, con ragionamenti sul linguaggio che, seppur inconsapevolmente, può raccontare una storia di razzismo da cui come società civile dovremmo volerci allontanare. Non dobbiamo nemmeno dimenticare che ad aprile i media hanno diffuso i dati di un rapporto piuttosto preoccupante, che rileva, per quanto riguarda il 2019, un aumento dei casi di razzismo rispetto agli anni precedenti. Ne abbiamo parlato con Alma Wiecken della Commissione federale contro il razzismo, che ha pubblicato il rapporto in questione in collaborazione con l’associazione humanrights.ch. Signora Wiecken, un aumento dei casi di razzismo desta sempre delle preoccupazioni. Che risposte vi siete dati?

Siamo sempre molto prudenti nel fornire spiegazioni esaustive o indicative di una tendenza dimostrabile e il motivo è presto detto: possiamo basarci unicamente sui dati che raccogliamo. Quindi non possiamo dire con certezza che il razzismo in Svizzera sia cresciuto nel 2019 rispetto al 2018. Forse è interessante focalizzarsi non tanto sui numeri, ma operare una riflessione sulla tipologia. Ebbene, nell’anno passato le forme di discriminazione più frequenti sono state la disparità di trattamento e le ingiurie. Il dato relativo al 2019 e alla crescita dei casi segnalati rispetto al 2018 può anche essere letto in termini positivi: più persone, venute a conoscenza dell’attività dei nostri centri di consulenza, si sono rivolte agli sportelli per segnalare gli abusi subiti. Anche se, è bene sottolinearlo, ogni caso di razzismo è già di troppo, è positivo che le persone facciano un passo avanti nella consapevolezza. ho letto che molti casi di razzismo,

che prima si svolgevano nel privato, sono arrivati nell’arena pubblica: vuol dire qualcosa?

Credo che, pur con la solita attenzione nel maneggiare dati, che, per forza di cosa, sono parziali, occorra mantenere alta la vigilanza e cercare di capire perché le persone potrebbero sentirsi meno frenate nell’esternare pubblicamente sentimenti e azioni xenofobe e a sfondo razzista. Il discorso pubblico, in questo, gioca un ruolo importante: se la gente percepisce che proferire una frase razzista in fondo vada bene, che non sia un comportamento da sanzionare, può essere stimolata a dire cose che prima avrebbe tenuto per sé. Per concludere, credo che sia troppo presto per parlare di un trend, ciò non toglie che abbiamo il dovere di monitorare molto bene la situazione.

Quali sono i gruppi etnici maggiormente colpiti da episodi di razzismo?

Con 132 segnalazioni il razzismo nei confronti di neri rimane la causa di discriminazione più frequente. Un ruolo importante in questa statistica lo gioca anche l’ostilità antimusulmana, che registra 55 segnalazioni. C’è anche un altro dato interessante e da non sottovalutare: molte vittime sono svizzere. Questo dimostra che avere il passaporto rossocrociato non protegge e che le origini percepite sono più importanti in un contesto di xenofobia. Parliamo della situazione negli USA. Volevo sapere se tutto questo ha un impatto anche in Svizzera.

Certamente, basti pensare alle varie manifestazioni che si sono susseguite in tutta la Svizzera, da Basilea a Losanna, da Bienne a Bellinzona. Quello che è successo a George Floyd, per quanto assolutamente inaccettabile, sta portando ad una riflessione sul tema. Le persone si stanno interrogando e stanno scoprendo che anche in Svizzera esiste il razzismo, ovviamente non estremizzato come negli States, dove il fenomeno è acuito dalle profonde disuguaglianze sociali ed economiche che caratterizzano la società, non aiutata certamente da un presidente come Trump. In buona sostanza mi sembra positivo che alle nostre latitudini ci si interroghi sul fenomeno razziale e sulla discriminazione, che sono cose di casa anche qui.

Ammettere che il razzismo esiste, anche in Svizzera. Quindi uno dei problemi è proprio quello di non portare alla luce questa realtà, di nasconderla in qualche modo?

In effetti credo che ci sia molto razzismo inconsapevole. Anche le persone ben disposte, aperte all’altro e al diverso, sono attraversate da pregiudizi. Io stessa, ovviamente, ho alcuni pregiudizi con cui devo combattere. Ci sono degli automatismi da stanare e da affrontare apertamente. Le radici del razzismo contro le persone di colore, d’altra parte, affondano molto profondamente nella nostra società e nella nostra storia e vanno fatte risalire al colonialismo. E tutto questo riguarda anche la Svizzera, per quanto non sia mai stato un Paese apertamente colonialista. Quindi prima di mettere le mani avanti e dichiarare «Io non sono razzista», ragioniamo su quanto questa mentalità sia antica e difficile da sradicare. Solo così possiamo essere consapevoli di quale sia il nemico da combattere.

Cosa possiamo fare rendere la nostra società sempre meno razzista?

La prima cosa da dire è questa. Ogni singola persona conta. Ci vuole coraggio civile. Se vedete per strada o in qualsiasi posto, denunciate. Non ignorate. Esprimete il vostro dissenso. Dite che non accettate atti razzisti. È importante anche lavorare a livello delle istituzioni: per esempio, il lavoro sulla polizia è molto importante. Non sto certamente dicendo che tutti gli ufficiali di polizia siano in generale razzisti, questo no. Ma ci sono meccanismi quasi naturali che portano a esercitare un maggiore controllo sulle persone straniere che sui cittadini svizzeri, per esempio. Questa è discriminazione. Dobbiamo discuterne e trovare soluzioni in questo senso. Come non parlare, infine, della politica? Essa gioca un ruolo che è veramente determinante in questo contesto. Se il discorso politico è orientato contro le minoranze etniche, abbiamo un problema. Basta, appunto, guardare la situazione in America per capirlo. In Svizzera non siamo a quei livelli, ma ci sono partiti che purtroppo vanno in quella direzione. E se imbocchiamo quella strada, non ne uscirà nulla di buono.

Correva l’anno 2013 quando lo studio californiano Naughty Dog rilasciò The Last of Us su PlayStation 3. Un gioco ambientato in un mondo post apocalittico in cui l’umanità è stata decimata da un fungo parassita chiamato cordyceps che trasforma le persone in famelici zombie senza senno. Nei panni di Joel, un contrabbandiere con una tragica storia sulle spalle, il nostro compito era consegnare una ragazzina quattordicenne ad un gruppo paramilitare appena fuori Boston, evitando le forze di sicurezza che pattugliano la zona di quarantena attorno alla città. Ellie, la ragazza, era un carico estremamente prezioso perché immune al contagio. All’epoca si trattava di una premessa piuttosto intrigante, perché i cordyceps esistono veramente in oltre 250 specie e attaccano insetti e ragni trasformandoli realmente in zombie senza cervello il cui scopo è solamente quello di raggiungere zone elevate per garantire alle spore una zona di copertura più ampia. L’arco narrativo di The Last of Us si concludeva in modo assai soddisfacente dopo un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti e la crescita personale dei due personaggi principali. The Last of Us – Parte II è un sequel diretto che si interroga sulle conseguenze delle decisioni prese durante il primo gioco. Questa volta impersoneremo Ellie, la ragazzina immune oramai divenuta una giovane donna indipendente che si è sistemata, assieme a Joel, in una cittadina fortificata assieme ad altri sopravvissuti al contagio. La sua esistenza scorre tutto sommato pacifica finché un evento traumatico la costringerà ad abbandonare la relativa sicurezza dell’insediamento fortificato per dare la caccia ad un gruppo di spietati assassini. Questo secondo gioco, di nuovo, ci vedrà viaggiare verso luoghi in rovina e zeppi di pericoli. La differenza sostanziale è che se il primo gioco era una sorta di viaggio della speranza, giocato nei panni di Joel ma sostanzialmente vissuto attraverso quelli di Ellie col suo innocente entusiasmo, ora non c’è spazio per alcun sentimento positivo. Il cambio di tono tra il primo e il secondo gioco non potrebbe essere più netto. La Ellie adulta è spietata, non si fa scrupoli ad usare la violenza più barbara per ottenere la sua vendetta e non vede più il mondo come una fonte di meraviglia ma solo come una bestia che cerca di divorarla. Per The Last of Us – Parte II lo studio di sviluppo ha fatto una scelta cosciente nel proporre la violenza come qualcosa di assolutamente malsano. Spesso i videogiochi tendono a glorificare atti violenti, uccisioni, sparatorie ed esplosioni. In questo gioco ogni scontro è fatto per sottolineare che quello che stiamo facendo è sbagliato. I nemici hanno un comportamen-

Un gioco interessante e coraggioso.

to molto umano, combattono perché istigati dall’odio o dalla paura ma allo stesso tempo temono la morte. Si chiamano l’un l’altro, se trovano una nostra vittima la chiameranno per nome, magari disperandosi o arrabbiandosi ancora di più con noi. I colpi di pistola e fucile suonano secchi, potenti, definitivi. Insomma, per ogni vita che prenderemo perderemo un pezzo di quanto rende Ellie umana, facendola sprofondare sempre di più in un’oscurità dal quale potrebbe non esserci salvezza. Al contempo Naughty Dog ci istiga a prendere le parti di Ellie, a sentire la sua stessa rabbia. E lo fa in modo molto scaltro mettendoci nei panni non solo della protagonista ma anche della sua antagonista. Ci fa sentire in colpa per aver contribuito a salvare la vita di una persona che ci sarà nemica e che compirà azioni terribili. In modo nemmeno troppo sottile, ci sembra quasi che gli sceneggiatori vogliano dirci che magari non reagiremmo in modo tanto diverso da Ellie, nella stessa situazione. Al contempo The Last of Us – Parte II è un gioco spettacolare. Tecnicamente è quanto di meglio possiamo vedere su una PlayStation 4 e la perizia sia tecnica che artistica del team di Santa Monica è impareggiabile in ambito console. Il mondo attorno a noi è vivo, vitale, realistico, curato in ogni suo minimo dettaglio. La decadenza di Seattle, abbandonata e martoriata dagli elementi per quasi un ventennio, è ricostruita in modo scientificamente accurato. Ci ritroveremo ad esplorare sobborghi, il centro cittadino, edifici abbandonati, strade che si sono trasformate in fiumi in piena a causa delle piogge torrenziali. Ogni parte di questa produzione è curata in maniera certosina: doppiaggio, animazioni, design, colonna sonora e via dicendo. In particolare, per quanto riguarda il gameplay The Last of Us – Parte II rifinisce le meccaniche del primo gioco espandendole ulteriormente. Avremo a disposizione un discreto arsenale di fucili, archi e pistole ma potremo anche creare trappole o sfruttare bottiglie e mattoni per attirare l’attenzione nemica. Il gioco va affrontato di soppiatto, cercando di eliminare furtivamente i nemici in modo da non essere sopraffatti. Un compito decisamente più facile da portarsi a termine contro gli infetti, visto che sono spesso ciechi e non sono in grado di effettuare attacchi coordinati. I veri mostri sono i nemici umani, accompagnati anche da cani da caccia, che si dimostreranno assai creativi nei loro propositi di farci fuori. The Last of Us – Parte II è un gioco interessante e coraggioso. Per prima cosa la sua violenza malsana e realistica che ci porterà inevitabilmente ad interrogarci sul concetto stesso di violenza. Fino a che punto, pure in un mondo fittizio come quello di Ellie, essa può essere giustificata? Dove smettiamo di essere persone per diventare mostri? Da un altro lato, la scelta di rendere Ellie omosessuale ha scatenato una marea di inutili e sterili proteste da parte di una parte del pubblico. Sì, la protagonista, colei che interpreteremo per gran parte del gioco, ha una ragazza. La cosa sembra aver disturbato moltissimi e non solo coloro delle generazioni più tradizionaliste ma anche tra i membri delle generazioni millennial e generazione Z. Beninteso, ognuno ha diritto ad avere le proprie idee ma sembrerebbe che l’indignazione sia stata rivolta in una direzione completamente sbagliata: invece di scandalizzarsi per la crudeltà potenziale dell’animo umano si è scelto di scagliarsi contro l’amore. Forse il mondo di The Last of Us – Parte II non è così irrealistico?


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Società e Territorio Rubriche

Approdi e derive di Lina Bertola bellezza, amore e trasformazione «La bellezza non è nelle cose ma nei nostri cuori». Con queste straordinarie parole, accompagnate da un largo sorriso, una bimba di quinta elementare ha concluso un ciclo di incontri svolti l’anno scorso nelle scuole comunali di Lugano. Accompagnando un gruppo di maestri in un progetto di filosofia con i bambini, ho condiviso con loro momenti di bellezza, perché la bellezza, fin dalle origini, è nutrimento del pensiero filosofico. Nel Fedro Platone ne offre uno splendido affresco attorno a cui si apre tutta la riflessione sul senso dell’esistenza. La bellezza di un corpo, scrive il filosofo, suscita amore. E amore, Eros, che è brutto ma cerca la bellezza, fa spuntare le ali alle anime nel ricordo di una bellezza più grande, altrove conosciuta. Nella visione platonica è l’unica realtà ideale che si mostra nel mondo sensibile e, attraverso amore, si rivela fonte di una trasformazione. Questo significato della bellezza come promessa di trasformazione ha attra-

versato tutta la civiltà occidentale. Kalòs kai agathòs, bello e buono, era per i Greci il titolo concesso alle persone di valore. Fin dalle origini il bello appare intrecciato al bene, a orientare l’esperienza etica, che è sempre un invito ad andare oltre, a trascendere i limiti dell’esistenza. Kalòs, bello, è riconducibile anche al significato di chiamare a sé: la bellezza ci chiama, verso un orizzonte ideale sempre possibile. Proprio come capita alla bellezza delle opere d’arte che non affiora tanto in ciò che mostrano quanto piuttosto in ciò cui alludono, rendendo visibile l’invisibile. Anche nel pensiero di Aristotele è un tema centrale: c’è una bellezza intrinseca alla natura che si offre a noi nell’esperienza grandiosa della contemplazione. Non bisogna provare disprezzo per piccoli esseri disgustosi, sostiene Aristotele, perché in ogni essere vivente c’è qualcosa di meraviglioso. Quelle semplici parole pronunciate dalla bambina si rivelano dense di

filosofia perché della bellezza sanno cogliere tutta l’essenza. È proprio vero che la filosofia è negli occhi dei bambini, nelle loro domande e nella profondità delle loro percezioni non ancora troppo offuscate dalla visibilità accecante di tante risposte tranquillizzanti, sempre pronte a spegnere lo sguardo. La nostra piccola filosofa ha colto una grande quanto difficile verità. Quella bellezza che ha sentito nel cuore l’ha accompagnata fino alla sorgente delle sue emozioni e dei suoi sentimenti. A partire da cose belle ha incontrato sé stessa. Alla piccola è accaduto proprio quello che ritroviamo nelle parole di Kant: la bellezza è in noi, perché in noi tutti abita il sentimento del bello, un sentimento estetico disinteressato, un sentimento di gratuità che sa riconoscere in modo immediato armonia e libertà in ciò che appare bello, come in un gioco di intima adesione tra il nostro mondo interiore e ciò che ci circonda.

Questo sentimento va però coltivato. Troppo spesso infatti questa bellezza, che nutre il senso della vita e il suo valore, sembra nascondersi, e a volte perdersi, nelle mille cose belle esposte nelle vetrine del nostro vivere. Ed esibite sui nostri volti e sui nostri corpi: una bellezza senza profondità, senza alcuna possibilità di accogliere l’invito di Eros a incontrare l’anima. Questo sentimento va coltivato anche perché troppo spesso appare minacciato dal sospetto che non sia bello ciò che è bello ma che sia bello ciò che piace. È il relativismo del disincanto che ci tiene alla superficie del nostro vivere, senza permetterci di capire che il sentimento del bello non parla di cose piacevoli o di gusti personali, ma di una disposizione dell’animo che ci accomuna tutti, al di là di ogni piacere individuale. Anche se è difficile darle parole, quando la sperimentiamo nel nostro mondo interiore, come è accaduto alla bambina

ascoltando il suo cuore, sentiamo che è qualcosa che ci accomuna, pur nelle scelte sempre soggettive; qualcosa che parla della nostra umanità nell’incontrare il mondo e nel cercare di viverlo bene. Ma questa esperienza bisogna educarla, farla sbocciare e andare a cercarla dentro di noi, senza restare imprigionati nelle mille seduzioni di un bello esteriore sempre più mercificato. Educarsi alla bellezza è davvero il progetto etico di un incontro intimo e personale con l’armonia e la libertà, per imparare a desiderare e a scegliere pensieri, parole e gesti belli. La filosofa Simone Weil ci ha consegnato riflessioni acutissime sul significato etico del sentimento del bello: una disposizione provvidenziale grazie alla quale la verità e la giustizia, non ancora riconosciute, richiamano la nostra attenzione. Il che significa che non è possibile concepire il bene se non passando per il bello.

dei quali è imponente con le fronde che scendono sulla superficie del lago. Sul gigantesco obelisco, inaugurato il ventisei settembre 1844 in onore di de La Harpe, alla presenza, oltre che delle autorità politiche vodesi, anche del maggiore argoviese Frey-Herosé e del colonnello ticinese Ludini, leggo: «Je dois tout ce que je suis à un Suisse». Queste parole altisonanti scolpite – così, fuori contesto, suonano un po’ troppo patriottiche per i miei gusti, perdipiù provo orrore per gli onori – sono, pare, dello zar Alexander I di Russia. Allievo di de La Harpe, suo precettore. Sui quattro lati, medaglioni in rilievo di James Pradier, scultore ginevrino neoclassico che ha avuto un certo successo a Parigi, amato da Flaubert e odiato da Baudelaire. Scopro due pietre tombali, su una si legge ancora a fatica: Emma de La Harpe (1852-1931). La moglie del cugino di de La Harpe, Amédée, generale morto in battaglia a Codogno. L’altra è indecifrabile. Vedo solo ora la scalinata lacustre principale che conduce prima all’isola, proprio di fronte al lungolago. Tredici scalini accanto all’albero

con la corda dove aggrappato, penzolo a mezz’aria. Mi lascio andare, tuffandomi infine felice. Gabriel sostiene che sono tre le tombe. Confessata la mia islomania, condividiamo l’amore per Lanzarote e mi consiglia le Azzorre. Mi offre uno sciroppo alla menta e poi mi dice che «nel golfo di Morbihan ci sono duecentoquaranta isole». Un filo da pesca con tanto di galleggiante, per tenere gli occhiali al collo, dice tutto sul personaggio. «La sera, illuminata, bisogna vederla, è magnifica» dichiara a proposito dell’isola lì di fronte dove un gruppo di sei ragazzi raggianti si sta dirigendo a nuoto. Torno la sera tardi, verso le undici. Senza andare, prima, come previsto, al Café du Port per i persici: certi ricordi, a volte, vanno preservati. È magnifica sul serio così illuminata, la notte diventa molto misteriosa. L’obelisco, a quest’ora, perde la pesantezza e la noia solenne del solito monumento a vanvera e ritorna alla sacralità originaria di Eliopoli, passando per l’erranza estatica delle notti romane. Neanche i lampi nel cielo riescono ora a rubare la scena all’isola dell’obelisco tra i platani.

ragione Mantellini quando nell’incipit ci dice che «Gli oggetti collegano tempi differenti. Disegnano la traiettoria della bellezza. Ogni tanto muoiono». Dicevo di non volerveli svelare tutti, abbiamo parlato del telefono ora scelgo il fazzoletto, non uno qualsiasi, il fazzoletto di Herta Müller. Il saggio rievoca il discorso che la scrittrice tedesca di origini rumene fece in occasione della consegna del premio Nobel per la letteratura nel 2009 all’Accademia di Svezia. Racconta la scrittrice di come la madre tutte le mattine usava metterle in tasca il fazzoletto. Il fazzoletto simbolo dell’amore familiare che da quel momento ha sempre rappresentato per Herta Müller un saldo punto di riferimento, un piccolo universo di simboli affettivi e identitari. Per questo ha sempre il fazzoletto con sé e quando i servizi segreti la costrinsero a

licenziarsi dal suo lavoro di traduttrice e misero nel suo ufficio un ingegnere, lei prese dalla tasca il suo fazzoletto, lo spianò per bene e ci si sedette sopra con i suoi dizionari accanto ai gradini delle scale della fabbrica dov’era stata licenziata. Oggi i dizionari sono digitali e lavorare ovunque tranne che in ufficio va di moda. Io non ho mai avuto l’abitudine di portare con me un fazzoletto mentre ai miei nonni non mancava mai. Se chiudo gli occhi riesco ancora a sentirne la morbidezza sulla pelle e quel profumo di fresco che solo il bucato di mia nonna aveva: «Esiste un legame indissolubile tra gli oggetti e le persone che li hanno posseduti, una relazione che si sostanzia in piccoli segni fisici». Continueremo il discorso nella prossima puntata, nel frattempo, se avete voglia, pensate ai vostri oggetti morti e leggete il libro.

Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf l’isola de la harpe Da una vita associo Rolle a Godard, filetti di persico, vino bianco dei vigneti vicini. Oggi Rolle, in riva al Lemano a metà strada circa tra Losanna e Ginevra, m’interessa soprattutto per la sua isola nata nel 1837. Protettiva in origine, nei confronti del porto, per via della bise, l’anno dopo, alla morte di Fréderic-César de La Harpe (1754-1838), diventa al contempo commemorativa. «Fondatore della libertà vodese» leggo ora sulla targhetta sopra la porta al numero cinque della Grand-Rue dov’è nato l’eponimo dell’isola artificiale raggiungibile a nuoto. A quattrocento metri da qui, in una via parallela, all’undici di Rue des Petites-Buttes, abita Jean-Luc Godard. Mentre se continuate tutto dritto per cinquecentocinquanta metri e poi svoltate a sinistra, arrivate al nove di Rue du Port. Dove il Café du Port, da più di mezzo secolo, è famoso per i filetti di persico del Lemano: dorati nel burro, con accanto le frites fatte in casa, vanno a nozze con un Mont-surRolle ben freddo. Giro però in un vicolo buio che sbuca in fondo sul lungolago. Presto, incontro con lo sguardo,

l’isola battezzata con il cognome di un uomo politico che qualcuno potrebbe confondere con lo strumento musicale. Non me la ricordavo così bella. Proprio lì in faccia, un signore con maglietta a righe alla marinara e la cuffietta rossa alla Jacques Cousteau, in piedi su una scala, sta sistemando le decorazioni per un curioso bar con quattro o cinque tavoli che sembra un giardino privato. Il signore si chiama Gabriel Pellan: sbarcato a Rolle quindici anni fa dalla Bretagna, gestisce con sua moglie una crêperie al centoquattro della Grand-Rue. Questo inatteso e bizzarro bar estivo diventa il mio campo base, bevo un caffè vista isola, lascio lo zaino e sul praticello davanti mi cambio al volo per la nuotata verso l’isola. Dove adesso, da una corda appesa a un albero, due ragazzi si tuffano in acqua. A rana, in breve tempo, avvisto degli scalini scolpiti nella pietra scendere di lato nel lago. E così, salendo sette di quegli undici scalini, arrivo sull’isola de La Harpe (373 m) un bel pomeriggio d’inizio estate. Domina maestosa l’ombra dei platani secolari ma anche l’obelisco

si fa notare subito, innalzandosi per tredici metri. L’autore è Henri Fraisse (1804-1841), architetto di Losanna con soggiorno di un anno a Roma che progetta anche l’isola, costruita sopra i resti di un villaggio palafitticolo con blocchi di pietra portati qui dalla cava di Meillerie, sulla riva opposta, in Alta Savoia. In quella direzione, all’estremità dell’isola di duemilatrecentosessantotto metri quadrati a forma di apostrofo o lacrima, tre ragazzi prendono il sole. L’isola è viva, visto che è considerata come un’evasione possibile a portata di non troppe bracciate o di una barchetta. Dal 1846, ogni anno in maggio, gli adepti della Belles-Lettres, una società studentesca fondata a Losanna nel 1806, fanno qui una grande festa goliardica. Oltre ai bellettriani, anche i roseani ritualizzano l’isola de La Harpe con una nuotata primaverile. L’Institut Rosey di Rolle, prestigioso collegio fondato nel 1880 il cui campus comprende anche il trecentesco Château du Rosey, considera questa nuotata come una delle sue più antiche sfide. Esplorando l’isola a piedi nudi, conto tredici platani. Uno

la società connessa di Natascha Fioretti Il fazzoletto di herta Müller e altri oggetti morti È notizia di questi giorni. Dopo 84 anni di attività lo storico marchio giapponese Olympus non farà più fotocamere. Tra le motivazioni, la concorrenza delle sempre più prestanti fotocamere integrate nei nostri smartphone. Per fortuna ci sono altri brand che continueranno a produrle ma questa notizia una volta di più ci fa prendere coscienza di come la tecnologia cambi le nostre vite, sposti i nostri punti di riferimento e solleciti la nostra attenzione. Ci ricorda anche come alcuni oggetti abbiano accompagnato le nostre vite per anni e un bel giorno hanno smesso di esistere. Pensiamo soltanto al telefono, al vecchio nero telefono a muro in bachelite, oggetto sconosciuto ai giovani della generazione Z. Gli oggetti nascono e muoiono, come ci racconta Massimo Mantellini nel suo breve e brillante saggio Dieci splendidi oggetti morti uscito

per Einaudi. Non voglio svelarli tutti, farò riferimento solo ad alcuni perché parte del gioco consiste nel provare a pensare quali sono, secondo l’esperienza di ciascuno, gli oggetti scomparsi negli anni portandosi via l’universo di significati, sentimenti e relazioni che rappresentavano. A proposito di telefoni e telefonia fissa l’autore racconta una scena del film di Luigi Comencini Lo scopone scientifico nel quale il telefono a muro del bar di un povero quartiere romano, subito sotto la villa di una miliardaria americana, è il luogo principe delle relazioni. Chi ha la cornetta in mano racconta alle persone presenti in quel momento come sta andando la partita a carte fra la ricca Bette Davis e lo spiantato Alberto Sordi. Altri tempi, altri mondi e se anche ricordo con una certa nostalgia il dito infilato nei fori per spingere il disco combina-

tore e comporre i numeri, il primo tra gli oggetti morti che mi sono venuti in mente è il walkman blu argentato della Sony con le cuffie di spugna arancioni che mio padre mi regalò di ritorno da un viaggio di lavoro a New York. Quel walkman è stato un compagno di musica e di avventure per tanti anni, in realtà lo è stato per molti, il musicassette portatile fu un’icona giovanile degli anni Ottanta. Chi non ricorda la scena epica del film Il tempo delle mele in cui il bel Mathieu mette le cuffie alla romantica Vic tutta frangetta, chi per un attimo non ha sognato di fare quel ballo e di avere una nonna brillante e sveglia come Poupette. Io l’avevo per fortuna, mia nonna Inge, è stata lei in gran segreto a portarmi al cinema in una sera d’estate, guai se fossero venuti a saperlo i miei! Pensare che non parlava neanche una parola di italiano. Ha


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Ambiente e benessere la ciliegina nella torta Un Gugelhopf al cioccolato bianco dall’impasto ricco di ciliegie squisite e fresche

In tenda per il mondo La nuova tendenza non è solo fare viaggi interni al Paese, ma farli campeggiando pagina 15

l’ecosistema boreo-alpino Il surriscaldamento ha avviato un’ineluttabile estinzione della cosiddetta tundra alpina pagina 17

pagina 14

Il falso gelsomino Non solo di moda, ma molto facile da curare e profumatissimo

pagina 19

Parkinson, le nuove frontiere della ricerca

Medicina Eccellenza clinica e scientifica

in sintonia sono la chiave per il successo della cura delle malattie neurodegenerative

Maria Grazia Buletti Nel mondo circa dieci milioni di persone soffrono della malattia di Parkinson. Di queste, oltre quindicimila in Svizzera. L’invecchiamento progressivo della popolazione e la sua diagnosi, per lo più in chi è oltre i 60 anni, ne fa una delle patologie neurovegetative più frequenti, la cui incidenza è minore nelle donne. Oggi non vi sono terapie efficaci in grado di curare la malattia di Parkinson, ma solo farmaci per attenuarne i sintomi. Quando la malattia si manifesta il danno cerebrale è ormai irreversibile, «per questo la ricerca punta a individuare i segnali precoci della malattia», afferma la dottoressa Giorgia Melli, neurologa e ricercatrice del Neurocentro della Svizzera italiana dell’EOC. La incontriamo nel laboratorio di base LBN-EOC che, insieme a biologi e ricercatori, raggruppa medici clinici e specializzati di centri ospedalieri universitari dediti alla ricerca: «Una vicinanza fertile che permette discussione e confronto di idee verso passi molto proficui nella giusta direzione, perché unisce le domande del medico clinico (che si occupa direttamente dei pazienti) a quelle di biologi e ricercatori di base che dispongono di tecnologie avanzate e una visione microscopica della malattia in questione». Parliamo di ricerca ai massimi livelli sul Parkinson, una malattia con un decorso inesorabilmente progressivo e che sappiamo venire oggi alla luce quando il danno al paziente è già molto grave. «Non esistono, ad oggi, marcatori diagnostici ricavabili con metodi tradizionali come l’analisi del sangue o delle urine, ad esempio, per evidenziare ai primi stadi le patologie neurodegenerative non legate a modificazioni genetiche conosciute; una diagnosi precoce permetterebbe di tamponare il processo di danno cerebrale nella sua fase iniziale, quando esso è ancora controllabile». La dottoressa sottolinea la gravità delle malattie neurodegenerative che non dispongono ancora di terapie efficaci e rappresentano la vera sfida del nuovo secolo: «Oggi la malattia di

Parkinson è diagnosticata tardivamente, mentre l’identificazione precoce di questi malati permetterebbe di intervenire pure tempestivamente, con una conseguente maggiore possibilità di cura». Il Parkinson è una patologia neurodegenerativa che provoca la morte progressiva di neuroni deputati alla produzione del neurotrasmettitore dopamina: «Ne conseguono vari disturbi della motricità come tremore, rigidità e difficoltà a iniziare i movimenti: sintomi caratteristici della malattia di Parkinson. Negli stadi iniziali si verifica la morte di neuroni anche in altre aree cerebrali e nervose non deputate al movimento. Ciò sta all’origine di una serie di sintomi come turbe vegetative, dolori, disturbi del sonno e via dicendo che con l’avanzare del tempo diventano sempre più gravosi». La ricerca sta facendo passi da gigante proprio in questi laboratori ticinesi, mentre la precedente permanenza negli USA ha permesso alla dottoressa di studiare le neuropatie periferiche e di trovare nel contempo ispirazione per questo studio: «In America ho appreso la tecnica di quantificazione delle fibre nervose cutanee tramite biopsia di cute usata per le neuropatie periferiche. Attraverso questi studi dei nervi cutanei si è dimostrato come i nervi periferici contengano le proteine patologiche che si riscontrano proprio nei malati di Parkinson: quelle che si aggregano nel cervello sviluppando la malattia». Straordinarie le deduzioni scientifiche: «Nella ricerca precoce di queste proteine, è impensabile avvalersi di una biopsia del cervello, ma abbiamo compreso che per individuarle basta prelevare un pezzetto di pelle di tre millimetri di diametro. La semplice identificazione cutanea di queste nuove proteine coinvolte nel Parkinson permette una diagnosi precoce, e poi di seguire la malattia con dei marcatori specifici». Si tratta dunque di un test semplicissimo e non invasivo per il paziente («nella sede della biopsia non bisogna nemmeno mettere dei punti»), poco costoso e ripetibile nel tempo: «Ad oggi, per questo studio seguiamo nel tempo i pazienti che ritornano periodicamente per farsi prelevare la cute

La dottoressa Giorgia Melli, neurologa e ricercatrice del Neurocentro della Svizzera italiana dell’EOC. (Stefano Spinelli)

permettendoci di monitorare la malattia seguendone l’evoluzione». Spesso abbiamo sottolineato l’importanza della ricerca affiancata alla medicina clinica e la nostra interlocutrice non fa che confermare il concetto relativo alla vicinanza di eccellenze che il Neurocentro ha concentrato: «Abbiamo un gruppo che da tempo si occupa di malattie extrapiramidali, io provengo dagli studi neuromuscolari e ho sviluppato la tecnica di cui abbiamo parlato: l’unione sinergica di queste risorse ci ha permesso di avviare questa ricerca volta a studiare, diagnosticare precocemente e monitorare la malattia di Parkinson». Tutto è sfociato nella creazione di un database clinico e biologico, una banca biologica con sangue, cute e liquor dei pazienti che raccoglie dati dal 2015: «In cinque anni abbiamo già pubblicato evidenze

scientifiche che mostrano come nella pelle ci sia una specie di fotografia di ciò che succede nel cervello e si vedono le proteine patologiche. Quindi, abbiamo dimostrato che il marcatore utilizzato è sensibile alla malattia e specifico per essa». La dottoressa Melli spiega che il livello di ricerca è ancora sperimentale e la biopsia di pelle non è ancora applicabile nell’uso pratico clinico: «Ma ci siamo molto vicini e pure altri gruppi scientifici hanno concordato sull’accuratezza diagnostica di questa metodica nella quale bisogna ricordare che i pazienti non subiscono uno studio invasivo, bensì osservazionale: sono persone monitorate nel tempo, che hanno consapevolmente aderito per partecipare allo studio autorizzato dal Comitato etico cantonale». La prima parte della ricerca, che

si è avvalsa di pazienti con diagnosi di malattia di Parkinson definita dalla certezza clinica, è terminata mentre «nei prossimi anni dovremo individuare quelli in uno stadio della malattia il più possibile iniziale per trovare il marcatore che indichi il Parkinson il più precocemente possibile». Si tratta di una linea di ricerca unica in Ticino e in Svizzera, con l’ambizione di diventare un polo di riferimento «multi-centro» per tutta la Confederazione. «L’importanza di ricerche come questa è rafforzata dal fatto che la prevenzione del Parkinson non è ancora possibile, anche se in futuro potrà essere curabile, perché negli ultimi 3040 anni abbiamo fatto passi da gigante rispetto al secolo scorso, grazie alla potenza tecnologica inimmaginabile prima d’oggi». Una sfida che potremo vincere!


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Ambiente e benessere

Gugelhopf al cioccolato bianco e alle ciliegie

Migusto La ricetta della settimana

Dessert Ingredienti per 12 persone (cioè per uno stampo da Gugelhopf di circa 2 l per 25 cm di diametro): burro e farina per lo stampo · 250 g di burro, morbido · 60 g

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di cioccolato bianco in polvere, nei negozi di specialità · 150 g di zucchero · 2 prese di sale · 4 uova · 200 g di crème fraîche · 280 g di farina · 3 cc di lievito in polvere · 400 g di ciliegie, ad esempio ciliegie gialle o amarene · 100 g di cioccolato bianco.

1. Imburrate e infarinate lo stampo. Scaldate il forno a 165 °C. Per l’impasto lavorate a spuma il burro con il cioccolato in polvere, lo zucchero e il sale. Incorporate le uova, una dopo l’altra, poi la crème fraîche e continuate a lavorare l’impasto, finché diventa chiaro e cremoso. Unite la farina e il lievito in polvere e mescolate fino a ottenere una massa cremosa e densa. 2. Mettete da parte qualche ciliegia per guarnire, snocciolate le restanti e incorporatele alla massa. 3. Versate l’impasto nello stampo e cuocete al centro del forno per circa 60 minuti. Sfornate il Gugelhopf e lasciatelo intiepidire, poi sformatelo su una griglia e lasciatelo raffreddare. 4. Tritate il cioccolato bianco e fatelo sciogliere in una scodella a bagnomaria. Ricoprite il Gugelhopf di cioccolato bianco. Decoratelo con le ciliegie messe da parte e servite. Preparazione: circa 30 minuti. Cottura in forno: 60 minuti. Per persona: circa 6 g di proteine, 29 g di grassi, 44 g di carboidrati, 470 kcal/

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Laura Botticelli Spero di non andare fuori tema: desidero chiederle l’esatta procedura da seguire per un ottenere un buon aceto, avendo ricevuto l’anno scorso un’ottima madre. Da parte mia mi limito a pulire i bordi interni della piccola damigiana di vetro prima di colmare con del buon vino l’aceto mancante. Il livello è sempre mantenuto oltre la metà dell’altezza. / Giovanna DV Gentile Giovanna, non si preoccupi, non esiste un vero tema nella mia rubrica, tutto quello che ruota attorno al cibo lo è. Ammetto di aver seguito un corso di tecnologia alimentare durante la mia laurea specialistica dove ho imparato i processi produttivi dei maggiori prodotti alimentari ma, ahimè, non è stato trattato il tema «aceto». Sono curiosa, però, e quindi mi sono documentata in merito e ho chiesto pure aiuto «al pubblico» – se mi passa il gergo televisivo. Più precisamente mi sono rivolta a dei cari conoscenti che di lavoro fanno i contadini in Toscana e, tra le loro tante meraviglie culinarie, producono anche aceto home made. Il verdetto? Sta facendo tutto giusto. Il loro consiglio è quello di aggiungere sempre, se possibile, del vino «del contadino», cioè il più naturale possibile, non molto alcolico, vale a dire non superiore ai 12° e neppure vecchio. Il vino comprato, per quanto buono, difficilmente prende aceto. Se qualcuno è incuriosito dal tema e desidera darsi alla produzione di aceto casalingo ma deve partire da zero per creare la madre ecco il proce-

dimento: mettete la quantità che desiderate di vino nel recipiente che poi conterrà l’aceto, meglio una damigiana piccola, perché ha un’apertura ridotta che evita il contatto del vino con la polvere, ma che abbia comunque un volume tale da lasciare una sufficiente area dello stesso a contatto con l’ossigeno. Coprite l’apertura con un tappo di sughero o meglio con una garza o retina per non far passare le impurità e i moscerini. Conservate la damigiana a temperatura ambiente oltre un mese, così da permettere ai batteri acetici di moltiplicarsi e formare un fondo dalla consistenza spugnosa che fungerà da base di batteri acetici. A questo punto avrete una madre e vi basterà aggiungere il vino al posto dell’aceto che preleverete. La madre è «viva» e va «governata», cioè si deve aggiungere vino ogni volta per un paio di anni. Dopo sarebbe meglio travasare e filtrare l’aceto, pulire la damigiana e rimettere l’aceto, in poco tempo si riforma una nuova madre. Questo viene fatto perché altrimenti la madre più vecchia, quella cioè creata all’inizio, si «esaurisce» e rischia di rovinare il sapore dell’aceto. Spero di essere stata utile, approfitto per ringraziare Serena e la sua splendida famiglia. Informazioni

Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a lanutrizionista@azione.ch Le precedenti puntate si trovano sul sito: www.azione.ch


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Ambiente e benessere

la riscoperta del campeggio Viaggiatori d’occidente L’epidemia ha dato un nuovo impulso ai viaggi con la tenda

Un antico camminar

bussole Inviti a

letture per viaggiare

Claudio Visentin Sarà possibile viaggiare tranquillamente nel 2022? Vista l’importanza economica del turismo, per alcuni Stati semplicemente insostituibile, si cercano soluzioni affidabili. La BBC per esempio ha raccontato un futuro dominato dalle tecnologie sanitarie: termometri agli infrarossi sempre meno invasivi gestiti da robot, disinfezione degli aerei con i raggi ultravioletti, test rapidi ed efficaci, simili a quelli per l’alcool, per individuare il virus nel respiro (il prototipo realizzato dall’Università israeliana Ben-Gurion è già arrivato a oltre 90 per cento di affidabilità). In questo scenario, viaggiare nel 2022 sarà più complicato ma anche pulito e sicuro come mai prima. Questa non è certo la prima crisi e, in attesa della tecnologia (e del vaccino), il turismo reagisce come ha sempre fatto, trasformandosi e adattandosi. Curioso: sino allo scorso marzo la parola d’ordine era vivere come un locale, mescolarsi agli altri, contaminarsi (culturalmente) in ogni modo. Poi abbiamo scoperto che il virus ha i nostri stessi gusti, ama le città globali, la folla, le feste e i carnevali, così di colpo abbiamo invertito le priorità: distanziamento, isolamento, disconnessione sono le nuove parole d’ordine. Per questo si sono moltiplicate le richieste per camper, van, roulotte e altre forme di case su ruote. Per esempio, tutti gli archetipi del viaggio americano on the road si sono risvegliati: «See the USA in Your Chevrolet» cantava Dinah Shore nel 1953, quando le famiglie scoprirono i lunghi viaggi in auto attraverso il Paese e nei suoi parchi nazionali. E così nelle ultime settimane negli Stati Uniti le prenotazioni di RV (Recreational Vehicles) sono cresciute parecchio (grazie anche al basso prezzo del carburante), insieme alla vendita di biciclette e alla richiesta di licenze di pesca (Fonte: Outdoor Industry Association). Anche la più democratica ed economica tenda conosce una nuova fortuna, come racconta Jonathan Knight, il fondatore di coolcamping.com: «Se c’è una vacanza adatta a questi tempi è il campeggio: piantare una tenda in un campo, a chilometri di distanza da contagi urbani e mezzi pubblici affollati, lasciarsi delicatamente accarezzare dalle folate di aria di campagna che disperde i virus, assorbire grazie al sole estivo la vitamina D… E tutto questo si aggiunge a un’esperienza sana, sicura, isolata. In assenza di un vaccino, il campeggio è la miglior forma d’immunità». La tenda richiama subito tem-

«La Via Francisca del Lucomagno fa il suo ingresso in Italia dalle sponde del Lago di Lugano. Il primo tratto si sviluppa in una zona collinare fino all’ingresso del Parco del Campo dei fiori per poi salire al borgo di Santa Maria del Monte, che con i suoi 844 m di quota costituisce il punto più alto del cammino in Italia. Superata la città di Varese e i paesi limitrofi, si entra in valle Olona. Da lì tutto il cammino è in pianura lungo diversi corsi d’acqua».

Anche campeggiare in una struttura può essere rischioso; in molti chiedono il campeggio libero. (Pexels.com)

pi eroici. In L’arte di viaggiare (1855), il manuale degli esploratori inglesi dell’Ottocento scritto da Francis Galton e promosso dalla Royal Geographical Society, molte pagine erano dedicate proprio alla costruzione di una tenda perfetta, per quanto si affermasse poi rudemente che «un uomo senza troppa attrezzatura, senza cambio di vestiti e senza un letto farà meglio a dormire all’aria aperta, davanti a un buon fuoco da campo». Gli scout e il turismo di massa del secolo scorso hanno poi contribuito a rendere la tenda popolare. Quest’anno porta con sé una sfida per i campeggi. I primi segni di risveglio erano tangibili anche prima del virus. Per esempio, già nel 2019 la Gran Bretagna ha registrato quaranta milioni di pernottamenti in queste strutture (Fonte: Visit Britain). Tuttavia in questo frangente i campeggi devono riuscire a rassicurare i possibili clienti sulla pulizia dei bagni e di altri spazi comuni. Inoltre, devono considerare le reazioni della comunità locale («Tourists go home!»), timorosa che un assembramento di campeggiatori possa tradursi in un focolaio d’infezione. D’altronde solo con grandi numeri il campeggio può essere davvero redditizio... O forse, paradossalmente, i grandi camping non sono i luoghi più adatti al campeggio in tempo di epidemia.

Dopo tutto si può piantare una tenda dappertutto, o quasi. «Stare all’aperto è essenziale per la salute e la felicità umana e in questo momento di stress e ansia le attività all’aperto sono più importanti che mai» sostiene Alyssa Ravasio, amministratore delegato di Hipcamp (www.hipcamp.com), una app per mettere in contatto i campeggiatori con proprietari di ranch, fattorie e vigneti (trecentomila spazi in tutti gli Stati Uniti, giro d’affari triplicato in maggio 2020 rispetto allo stesso mese dell’anno prima). In alcuni casi vi affittano solo i servizi essenziali, ma altri operatori (per esempio Tentrr www. tentrr.com) propone Glamping (Glamourous Camping) con grandi tende di lusso, yurte, case sugli alberi, sino al personale di servizio, ovviamente a costi più elevati. In Gran Bretagna è poi di moda il Champing (Church + Camping, champing.co.uk), ovvero l’ospitalità in chiese abbandonate. Per esempio nel villaggio di Fordwich, a pochi chilometri da Canterbury, potete dormire nella Chiesa della Vergine Maria, costruita dai Normanni nel XIII secolo. Si passa la nottata tra le panche in legno della navata principale, portandosi sacco a pelo, provviste e acqua. Considerato il momento particolare, Greg Dickinson («The Telegraph») ha lanciato una campagna per

legalizzare il campeggio libero in Gran Bretagna, o quanto meno per allentare molti vincoli. Al momento il campeggio libero è possibile solo in Scozia (dal 2003); in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord è invece vietato, al massimo in qualche caso tollerato (una situazione simile alla nostra). Naturalmente questa decisione implica delle sfide, a cominciare dall’educazione delle nuove generazioni al rispetto dell’ambiente. Tuttavia, rappresenta soprattutto un’opportunità. «Legalizzare il campeggio libero mostrerebbe che non vediamo più la natura come un limite o un pericolo, quanto piuttosto uno spazio fisico e mentale che possiamo esplorare, rispettare e apprezzare nel mondo post-pandemia» ha spiegato Greg Dickinson. Già durante il lockdown qualcuno ha fatto le prove generali nel giardino di casa, piantando una tenda dove far dormire i bambini e offrire loro l’esperienza della vita all’aperto senza interminabili ore di coda in autostrada. L’esperimento sembra sia andato bene tanto che per molti le vacanze 2020 saranno sotto il segno della Staycation (Stay at Home + Vacation). I primi segni sono già visibili: le ricerche in rete per piccole piscine da giardino sono cresciute del quattrocento per cento (Fonte: «The Guardian»)…

La tenda è perfetta anche per i viaggi a piedi, un’altra forma di turismo molto popolare quest’anno. E di particolare interesse dal nostro punto di vista è la Via Francisca del Lucomagno, che congiunge la Valle del Reno alla Pianura padana. Il cammino inizia dal lago di Costanza per poi attraversare il Liechtenstein e i cantoni di Turgovia, San Gallo, Appenzello. Al confine tra i Grigioni e il nostro cantone scavalca le Alpi attraverso l’antico passo del Lucomagno; a Lavena Ponte Tresa sconfina in Lombardia e la percorre sino a Pavia, dove confluisce nella Via Francigena. Questa nuova guida descrive soprattutto il tratto italiano, ma potrebbe essere interessante coprire l’intero percorso di quasi cinquecento chilometri, posto sotto la protezione spirituale e materiale dell’antica abbazia benedettina di Disentis (o Mustér in romancio). Oppure, una volta giunti a Pavia, si può proseguire a piacere lungo la Via Francigena verso Roma, come un pellegrino del Medioevo. Molto apprezzata nel Medioevo la Via Francisca del Lucomagno fu poi quasi dimenticata quando il Traforo del Gottardo spostò il transito di persone e merci verso Como. Il tratto descritto nella guida è alla portata di tutti, con pochi dislivelli, sicuro, lungo percorsi pedonali, piste ciclabili e le alzaie dei navigli; in bicicletta si percorre anche in un solo giorno, a piedi senza fretta in una settimana. / CV bibliografia

Alberto Conte, Marco Giovannelli, La Via Francisca del Lucomagno, Terre di Mezzo, 2020, pp.96, € 15.–.

Freddure enigmatiche

Giochi di parole Quando l’effetto raggelante prima di fare sorridere fa riflettere 1. Che cosa fa un abitante di Saronno, quando rimane deluso? 2. Che differenza c’è tra il diavolo e Manon? 3. Che differenza c’è tra il violino e il piano? 4. Che differenza c’è tra l’aquila e lo spago? 5. Che differenza c’è tra una lavatrice e un pugile? 6. Che differenza c’è tra una mucca e un vitello? 7. Come è possibile attraversare la giungla senza correre rischi? 8. Con che cosa sono fatte le pellicce ecologiche? 9. Perché i bambini degli Urali si divertono molto? 10. Perché il tempo fugge? 11. Perché l’aquila è l’animale più richiesto?

12. Qual è il colmo per il proprietario d’una galleria d’arte moderna? 13. Qual è il colmo per un bugiardo? 14. Qual è il colmo per un editore? 15. Qual è il colmo per un fantasma? 16. Qual è il colmo per uno studente di Legge?

17. Qual è il colmo per un paracadutista? 18. Qual è il colmo per un professore di matematica? 19. Qual è il massimo dello spreco per un fotografo? 20. Su che cosa studiano i pesci scolari?

Soluzione

Un modo piuttosto diffuso per sfruttare l’effetto comico legato a un doppio senso linguistico consiste nel porre una domanda stravagante a un interlocutore, rivelando subito la relativa risposta, senza dare modo all’altro di trovarla da solo. Amenità di questo genere vengono comunemente denominate freddure, per l’effetto raggelante che producono. Alcuni significativi esempi al riguardo possono essere i seguenti. «Perché i pinguini non possono entrare nei locali pubblici?… Perché c’è scritto: No Smoking!» «Qual è il colmo per un professore di geografia?… Vedere un fiume seguire il suo corso!» «Qual è l’animale più veloce?…

Il pidocchio, perché è sempre in testa!» Ovviamente, se il propositore di una freddura concedesse al proprio interlocutore il tempo di trovare una risposta adeguata, invece di una spiritosaggine, in pratica, finirebbe per sottoporgli un indovinello. Per la loro estrema sinteticità è, in genere, piuttosto difficile riuscire a rispondere esattamente a quesiti così congeniati. Ma l’attività di ricerca di una possibile soluzione è, comunque, un ottimo esercizio linguistico. Provate, quindi, a completare in maniera spiritosa le seguenti venti mezze–freddure. Forse non ci riuscirete in maniera… rigorosa; ma potete sempre divertirvi andando a leggere le risposte ufficiali.

1. Resta con l’amaretto in bocca! – 2. Il diavolo fa le pentole, Ma non… i coperchi – 3. Il violino lo si può suonare piano, mentre il piano non lo si può suonare… violino – 4. L’aquila si annida sui picchi, lo spago si annoda sui pacchi! – 5. La lavatrice lava, mentre il pugile stende! – 6. La mucca fa «muuu», mentre il vitello non fa: «viii» – 7. Camminando sulle zebre – 8. Con le marmotte catalitiche! – 9. Perché stanno sempre sulle montagne russe – 10. Perché i musicisti lo vogliono battere – 11. Perché viene sempre chiamata: là… qui… là… – 12. Avere quadri che non contano e conti che non quadrano – 13. Non sapere più che cosa inventaisi, per ingannare il tempo – 14. Regalare alla moglie delle collane economiche – 15. Farsi vivo ogni tanto – 16. Stare seduto e studiare… diritto – 17. Cadere dalle nuvole – 18. Abitare in una frazione di Potenza – 19. Fotografare una zebra con una pellicola a colori – 20. Sui banchi di sabbia.

Ennio Peres


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Ambiente e benessere

la tundra alpina

biodiversità boreo-alpina A Nord, grandi spazi. A Sud, nelle Alpi, localizzate superfici molto significative

Alessandro Focarile In epoca attuale, la tundra è una formazione vegetale ampiamente sviluppata lungo decine di migliaia di chilometri quadrati a Nord del circolo polare artico nell’Eurasia e nel Nord America. È caratterizzata per la mancanza di alberi, le temperature estremamente basse, la notevole escursione termica (60°C / 70°C) tra estate e inverno, le estati brevi e fresche (60-70 giorni) e per la presenza di permafrost (terreno costantemente gelato in profondità, ma soggetto a scioglimento negli strati superficiali durante l’estate). Oggigiorno, la tundra è sviluppata a Nord tra la taiga – composta soprattutto di conifere (abeti, pini, larici) che ha popolato progressivamente l’Europa dopo la ritirata dei ghiacciai – e il deserto artico a Sud.

Una graduale desertificazione incombe su questi fragili ecosistemi che hanno potuto conservarsi durante lunghi millenni La vegetazione attuale della tundra, che rispecchia le dure condizioni climatiche, è costituita di licheni, muschi, erbe e un basso strato cespuglioso formato soprattutto di salici. L’ambiente della tundra boreale ha uno sviluppo per lo più pianeggiante, il che genera un ruscellamento e un drenaggio molto modesti, con formazione di ininterrotti banchi di torba. Il suolo della tundra ha una struttura molto semplice: dall’alto verso il basso è presente lo strato organico «A» composto di humus grezzo che sovrasta lo strato minerale «B», un podzol grigiastro. Durante la breve estate, la tundra vede l’improvviso rifiorire della vegetazione e la ricomparsa anche della vita animale, che freneticamente si affretta a beneficiare di più benigne situazioni climatiche. È l’affollarsi di una ricca e variata fauna di vertebrati: volpi artiche, renne, procioni, ermellini, civette delle nevi, sono i componenti di una articolata catena alimentare, con predati e predatori. In questo insieme sono compresi i famosi lemmings, piccoli roditori vegetariani e con costumi gregari, le cui periodiche esplosioni demografiche sono seguite da drammatici episodi di auto-eliminazione in massa, creando un vistoso fenomeno biologico, che ha per fine la dinamica regolazione delle popolazioni di lemmings. Durante il breve periodo vegetati-

La tundra nella regione del Motterascio, alta Val Luzzone, Ticino. (Alessandro Focarile)

vo, la tundra è il teatro della imponente formazione di nuvole di zanzare, e di miliardi di coleotteri crisomelidi (foto), che si cibano delle foglie dei salici, la cui masticazione sviluppa notevoli quantità di acido salicilico che aromatizza l’aria, generando uno dei più caratteristici fenomeni ol-

fattivi della tundra (Chernov, 1985). La tundra è presente anche nella zona assiale, cristallina delle Alpi oltre i 2000 metri di altitudine. Qui è localizzata nelle depressioni di origine glaciale, in quanto i presupposti geomorfologici e idrologici sono raramente realizzati nel paesaggio alpino a se-

Tipici coleotteri boreo-alpini. Agonum carbonarium (8 mm) nei muschi. Gonioctena nivosus (4 mm) sui salici. (Alessandro Focarile)

La tundra nella regione del Rutor, Valle d’Aosta. (Alessandro Focarile)

Eriophorum scheuchzeri (dal Greco = portatore di lana). (Alessandro Focarile)

guito delle vicende del glacialismo di epoca würmiana (15mila/10mila anni or sono) dopo la ritirata dei ghiacciai. Nelle Alpi, le distese a tundra (foto), di ben più modesta estensione rispetto alla tundra boreale, sono originate dal riempimento di preesistenti bacini proglaciali di sbarramento morenico, interamente colmati da una intensa azione idrica di trasporto e di successivo deposito di detriti di vario calibro, con prevalenza di limo glaciale in superficie. I bacini pianeggianti sono circondati da affioramenti rocciosi, colate di detriti, nevai, i cui pendii hanno differenti esposizioni, e occupati da una vegetazione e da popolamenti animali (a livello di insetti) molto differenziati grazie alla formazione di un mosaico di microclimi. In Europa, il margine meridionale della calotta glaciale che ricopriva l’attuale Scandinavia, distava in corrispondenza di Berlino soltanto 300 chilometri dal margine settentrionale dei ghiacciai alpini. I territori interposti occupati dalla tundra, favorivano la continuità delle comunità (cenosi) boreali verso le Alpi, costituite dalle specie vegetali e animali boreo-alpine. Nella tundra centro-europea pascolavano renne e mammut, e svolazzava il Parnassius apollo, la bella farfalla boreo-alpina, che ammiriamo tutt’oggi sulle Alpi. La giovinezza relativa di questa continuità territoriale è definita dalla mancanza di differenze morfologiche tra le popolazioni boreali e quelle alpine. Uno dei più cospicui esempi di tundra alpina è stato descritto con vivida e avvincente prosa da Angelo Valsecchi, rendendoci partecipi della bellezza dei singolari aspetti naturalistici e ambientali nel suo libro Greina, la nostra tundra (Club alpino svizzero, Sezione Ticino, prima edizione 1997). Questa regione alto-alpina si estende alla testata del fiume Reno di Sumvitg, in un estremo lembo di terra grigionese, continuando nella maestosa tundra del Motterascio in terra

ticinese (alta valle del Luzzone). Qui le acque sono incerte se scendere verso Basilea, oppure verso Venezia: il Crap de la Crusc (Sasso della Croce, a 2259 metri) marca il confine tra due popoli, due lingue (romancio e ticinese) e due religioni (cattolica e protestante). Nella Greina e al Motterascio sono state eseguite accurate ricerche ecologiche e faunistiche sugli insetti coleotteri, che hanno permesso la scoperta di 27 specie boreo-alpine di elevato interesse scientifico (foto). Nel Cantone Ticino sono state inoltre esplorate differenti aree a tundra: alla testata della Valle Piora, al Passo dell’Uomo, al Piano San Giacomo (testata dell’alta valle Bedretto), e nella regione del Basòdino (Randinascia, valle Fiorina, Alpe di Leitel). Le più elevate temperature estive, la minore quantità delle precipitazioni liquide e solide (pioggia e neve) sono fattori fisici che minacciano l’esistenza della tundra sulle Alpi, e le comunità animali e vegetali che la popolano. Un processo di progressiva desertificazione incombe su questi fragili ecosistemi che hanno potuto conservarsi durante lunghi millenni a noi prossimi. Un processo che vedrà l’ineluttabile estinzione di un ecosistema unico nelle Alpi. Un fenomeno non nuovo nel grande e sempre dinamico teatro della Natura. bibliografia

Angelo Valsecchi, Greina, la nostra tundra, Club Alpino Svizzero, Sezione Ticino & Lugano, (edizione 2002), 62 pp. Yuri Chernov, The Living Tundra. Studies in Polar research, Cambridge University Press (Cambridge UK, 1995) 213 pp. B. Frenzel, Die Vegetationszonen Nord-Eurasiens während des Höchstandes der letzten Eiszeit, 1968. B. Frenzel, Die Vegetationszonen Nofd-Eurasiens während der mittleren. Wärmezeit, 1968b.


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Idee e acquisti per la settimana

Il piacere di masticare

Ricca di gusto ed elastica: così dovrebbe essere la perfetta gomma da masticare. Proprio come la novità di M-Classic, la Bubble Gum Flavour, che colpisce già dalla sua confezione di tendenza, ma conquista definitivamente una volta in bocca grazie al suo tipico e dolce gusto di cicca. Come tutte le gomme da masticare di M-Classic, anche la nuova varietà è contrassegnata con il logo dei prodotti «amici dei denti». Il pratico sacchetto richiudibile è ideale da portare con sé. In questo modo il piacere di masticare è assicurato in qualsiasi momento.

buono per i denti

Tutte le gomme da masticare di M-Classic contengono prezioso Xylit. È dimostrato che l’utilizzo di questo dolcificante nelle gomme senza zucchero limita la formazione di tartaro. In questo modo si riduce il rischio di carie. Le gomme da masticare M-Classic sono pertanto indicate per la cura dei denti.

ommm!

Nella frenesia quotidiana la gomma da masticare aiuta contro lo stress, come è stato dimostrato da ricercatori giapponesi. La masticazione, infatti, stimola alcune aree del cervello che possono reagire positivamente sulla gestione dello stress. L’ideale è tenere un pacchetto di cicche in ufficio.

Una storia antica

Si presume che la gomma da masticare più antica mai trovata abbia 9000 anni. Era composta da pece di betulla, che veniva estratta dalla corteccia e veniva usata come adesivo. La più vecchia gomma da masticare è stata trovata in Svezia.

Foto Yves Roth; Styling Mirjam Käser

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Ambiente e benessere

Il tappezzante che non ti aspetti Anita Negretti Da una decina d’anni spopola l’uso di un bel rampicante; facilissimo da coltivare, non richiede praticamente nessuna cura se posto in piena terra e bagnato dall’acqua piovana, è sempreverde, produce fiori profumatissimi, cresce molto rapidamente e non si ammala mai.

Non solo rampicante ma anche ricadente e persino tappezzante, è il Trachelospermum; ne esistono solo due specie Non si tratta di una pianta di plastica, ma dei falsi gelsomini, i Trachelospermum, un genere che conta solo due specie e una decina di varietà. Se l’uso principale è quello della sua natura rampicante, per molti, me compresa, sarà una bella sorpresa sapere che si adattano benissimo come ricadenti e soprattutto come tappezzanti. Due sono le specie e Trachelospermum jasminoides è quello più facilmente trovabile in vendita. Originario della Cina e dell’Himalaya, T. jasminoides raggiunge un’altezza di otto-dieci metri, è sempreverde con foglie verde scuro lucido dalla forma ovata e lanceolata, con fiori a cinque petali simili a girandole , di colore bianco, molto profumati, che compaiono a

partire da maggio-giugno sia all’apice sia all’ascella dei rami. La sua crescita rapida lo rende interessante per chi desidera coprire in breve tempo graticciati o reti di confine. L’altra specie, Trachelospermum asiaticum affonda le sue radici in Corea e in Giappone e ha la stessa rusticità del jasminoides, ma i suoi fiori sono più giallognoli e assomigliano molto a quelli delle pervinche per via della forma. Dalla crescita più lenta, arriva a soli cinque-sei metri di altezza, con due fioriture all’anno: la prima in maggio-giugno e la seconda a settembre quando la temperatura si rinfresca. Caratteristica importante per poter distingue le due specie è data dalla distanza tra gli internodi: nell’asiaticum sono molto ravvicinati. Le esigenze dei falsi gelsomini sono veramente molto limitate: in pratica si adatta a tutti i tipi di terreno e a sole due concimazioni all’anno con prodotti a lunga cessione, da distribuire a fine febbraio per stimolare l’emissione dei fiori estivi e, l’altra, a settembre per fortificare le radici. Sole cocente, mezz’ombra od ombra piena ma luminosa non sono un problema per il loro sviluppo e anche l’innaffiatura per le piante coltivate in piena terra non è indispensabile dal secondo anno in avanti, visto che si accontentano delle piogge. Un’accortezza maggiore va invece data a quelle in vaso, specie se poste in luoghi dove non arriva la pioggia: un intervento settimanale è indispensabile per tenere umido il terreno ed evitare

Chuck B.

Mondoverde Un bel rampicante resistente, profumato e di facile gestione: è il falso gelsomino

l’indebolimento della pianta con conseguente attacco di parassiti, come la fastidiosa cocciniglia. Se durante la crescita la chioma si allarga troppo si interviene semplicemente con delle potature dei tralci disordinati, avendo l’accortezza di indossare dei guanti visto che il lattice rilasciato può essere leggermente urticante per alcuni. Da molti confuso con il gelsomino, in realtà il Trachelospermum appartiene alla famiglia delle Apocynaceae ed è un parente molto stretto delle vinche e pervinche, anch’esse ottime tappezzanti. Tra le varietà più particolari di falsi gelsomini vi consiglio T. jasminoides «Variegatum» che come suggerisce il nome ha foglie verde chiaro con bordi bianchi, ottima scelta se utilizzato per schiarire e illuminare angoli del giardino poco appariscenti. Altra piacevole particolarità è data da Trachelospermum asiaticum «Luteum» con fiori giallo paglierino, dall’aroma intenso tra la pesca e la banana. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno è possibile moltiplicarli per talea: basterà procurarsi dei vasi di dieci-dodici centimetri di diametro con terra soffice e rametti terminali lunghi dieci-quindici centimetri, con solo due-tre foglie all’apice, interrarli di cinque centimetri e tenere il terriccio umido a mezz’ombra. In poco più di un mese le talee radicheranno e l’autunno successivo si potranno collocare in piena terra o nel vaso definitivo. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e benessere

nessun problema, sono il numero 1 Sport Interrotto per contagio il Torneo di tennis organizzato da Novak Djokovic. La parola d’ordine

per il ritorno alla normalità è «pazienza»

Giancarlo Dionisio Com’è quel detto che distilla saggezza popolare? «La gatta frettolosa ha fatto i gattini ciechi». Già, proprio così. A voler correre troppo in fretta si rischia: in auto, in moto, in bicicletta, e anche con una racchetta in mano. L’Adria Tour, torneo andato in scena in Croazia e Serbia, e che avrebbe voluto sancire il ritorno alla quasi normalità, è stato interrotto dopo che alcuni dei suoi partecipanti sono risultati positivi ai controlli anti Covid 19. Dapprima il tampone aveva fermato il bulgaro Grigor Dimitrov. Poi la stessa sorte è toccata al croato Borna Coric. Quindi è stato il turno del serbo Viktor Troicki, unitamente alla moglie, incinta. Con inquietante rapidità sono giunte le positività del preparatore di Djokovic e dell’allenatore di Coric. Quando si era quasi giunti ai titoli di coda è toccato a lui, sua Maestà, il numero 1, Novak e a sua moglie Jelena. Erano nobili e filantropiche, le intenzioni della manifestazione, il cui obiettivo era quello di raccogliere fondi per sostenere famiglie in difficoltà. Tuttavia, ironia della sorte, l’Adria Tour si è invece ritrovato a essere un potenziale protagonista di un’eventuale recrudescenza della pandemia. Qualcuno, a giusta ragione, obietterà che si gioca a calcio un po’ ovunque. È vero, ma lo si fa a porte chiuse, in stadi deserti. Le pochissime persone coinvolte, a eccezione dei 22 giocatori in campo, che vengono costantemente controllati, si comportano nel pieno rispetto delle regole di igiene e di distanziamento sociale.

L’Adria Tour voluto da Djokovic rimette in discussione l’US Open a causa del virus. (Keystone)

Negli stadi in cui si è giocato a tennis, gli spalti erano gremiti. Prima, durante e dopo gli incontri, nessuna regola è stata rispettata. Come se nulla di anomalo e di grave fosse accaduto da febbraio a giugno sul nostro pianeta. Un paio di settimane fa, la fine della tappa serba del torneo è stata sottolineata con una rimpatriata generale. Tutti in discoteca a folleggiare fino all’alba. Baci, abbracci, balli, brindisi, ricchi premi e cotillons! Come se non ci fosse un domani. Le conseguenze di cotanta imprudenza possono essere gravi. In

primo luogo, la positività dei giocatori potrebbe indurre l’ATP (Association of Tennis Professionals) a rivedere le sue intenzioni in merito al ritorno ufficiale alle grandi competizioni. Si teme infatti che lo svolgimento degli US Open, secondo eventuale Grande Slam della stagione, possa essere cancellato o rinviato. Inoltre la difficile rintracciabilità degli spettatori, dei loro movimenti, dei loro contatti, potrebbe riaccendere focolai del virus, in Serbia, in Croazia, e, perché no, anche in altri paesi. Molti osservatori, molte testate

giornalistiche, hanno crocifisso Novak Djokovic per la sconsideratezza del suo progetto. Il Numero 1 del Ranking Mondiale si è scusato, ammettendo di aver sottovalutato una situazione che gli pareva molto più vicina alla normalizzazione. L’essersi assunte le responsabilità lo riscatta parzialmente, anche perché non ha preteso di addossare le colpe a manager, procuratori, imprenditori che certamente avevano intravisto la possibilità di realizzare dei profitti. È un giocatore straordinario, No-

le. Muscoli più elastici di una fionda, mentale d’acciaio, tecnica affinata da ore e ore di allenamenti. Tuttavia, in questa circostanza, non può sfuggire al confronto impietoso con gli altri due fenomeni del circuito ATP. Mentre Djokovic si massacrava di allenamenti per tornare alle competizioni in fretta e al top, Rafael Nadal e Roger Federer staccavano la spina, restandosene a casa, in famiglia, e mettendosi a disposizione per appelli ufficiali alla prudenza e al rispetto delle regole. Se aggiungiamo il fatto che Novak aveva stupito per l’accorato appello contro l’utilizzo di un eventuale vaccino anti Coronavirus, ecco che la frittatona è servita. Sia chiaro, è un suo diritto non vaccinarsi. Del resto, in una comunità di vaccinati, che problema comporterebbe un non vaccinato? Tuttavia, in piena pandemia, con le cifre dei contagi e dei decessi che inquietavano il mondo, questa sua presa di posizione non ha certo contribuito a farlo salire nel Ranking della simpatia. E non è certo una questione di numero di Grandi Slam conquistati. La vicenda Adria Tour mette tuttavia in risalto quanto sia importante il concetto di responsabilità individuale, che tutti noi stiamo vivendo sulla nostra pelle, da quando più o meno tutto è stato riaperto. Facile mettere in croce Djokovic, ma se lui ha potuto sbagliare è anche perché le condizioni glielo hanno concesso. L’auspicio è che tutto ciò serva quantomeno da monito, e che induca il mondo dello sport, e non solo, a essere più prudente.

Giochi

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Per una corretta igiene quante volte si dovrebbe cambiare lo spazzolino da denti? Leggi le lettere nelle caselle evidenziate e lo scoprirai. (Frase: 7, 5, 2, 2, 4)

oRIZZonTAlI 1. La ninfa che amò Narciso 3. Giusti, equilibrati 6. Preposizione 8. Poco tollerante... 9. Uno spumante 10. Il cantante Rosalino Cellamare 11. Si dice per incoraggiare ed esortare 13. Pronome poetico 14. Nei titoli di coda del film 15. Numero fatidico 17. Da soli non valgono nulla 19. Strumenti... nei prati 21. Sioccupadiricercaaerospaziale(Sigla) 23. Organizzazione dei Paesi Esportatori di petrolio (sigla) 25. Fuma in salotto 27. Prima moglie di Giacobbe 28. Preposizione articolata 29. Giunta dopo la prima... 30. Non sono all’altezza 31. Fama, reputazione VERTICAlI 1. Dipende dalla classe 2. Eruditi 3. Desinenza verbale 4. Domanda per gioco... 5. L’antico «do» 6. Due a Madrid 7. Un’imposta 10. Capo arabo 12. L’amore di Leandro 14. Tracollo finanziario 16. Articolo spagnolo 18. Protagonista di un’opera di Virgilio 20. Isole del Tirreno 22. Vi nacque Platone 24. Una croce con l’accento... 26. Profeta biblico 28. Poiché in latino 30. Disillude

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

Sudoku Soluzione:

Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Soluzione della settimana precedente

TROVA IL PROVERBIO – Proverbio risultante: GLI AVVOCATI NON LITIGANO MAI. A V O C A D O

G I R A T I

O L I V O C A R I L O N E I O R A N G E N D S U D A N C O R T O A L O P E C

M O N A T N O N I E M A I O T T R E I S M O I A

A T A N O I N I A P F A I A N N T A A A C N T E I O A

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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Politica e Economia Scandalo in Afghanistan L’intelligence militare russa pagava i talebani per uccidere i soldati americani. Trump era al corrente

Putin forever Il presidente russo ha vinto il referendum per la modifica sulla legge costituzionale russa che gli permetterà di rimanere in carica fino al 2036. Sul risultato pesano accuse di brogli

l’onda verde Il secondo turno delle amministrative francesi, segnate da un astensionismo record, si sono rivelate una batosta per Macron

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Pandemia e utili bnS Impiegare una parte degli utili generati dalla Banca Nazionale Svizzera per ripagare i debiti contratti dallo Stato a causa del Covid-19? Lo chiedono due mozioni pagina 29

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Rischio «collisione» nei mari cinesi

Usa-Cina Una guerra litoranea in quell’area ricca di risorse e geopoliticamente strategica è uno dei possibili scenari

Lucio Caracciolo Gli Stati Uniti d’America stanno letteralmente assediando la Repubblica Popolare Cinese. Obiettivo: stroncarne l’ascesa al primato mondiale e rovesciarne il regime. In estrema ma non irrealistica ipotesi, spaccarne il territorio, riportando Pechino da soggetto di primo livello a comparsa nelle relazioni fra potenze, come nella prima metà del secolo scorso. Rovesciando così la prospettiva di Xi Jinping che ha indicato nel 2049, centenario della fondazione della Repubblica Popolare, il momento in cui si realizzerà il Sogno Cinese. In parole povere, la consacrazione della Cina quale Numero Uno globale. Sfida diretta al primato americano. La controffensiva a stelle e strisce è recente. Fino a un paio d’anni fa Washington aveva deciso di convivere con la crescita di Pechino, in un clima competitivo. Oggi ragiona a somma zero. La Cina è accusata di aver rubato tecno-

logie americane, di volersi costruire un impero asiatico, di manipolare alleati e amici dell’America. Il recente, esibito sostegno alla rivolta di Hong Kong e l’invio di due portaerei nel Mar Cinese Meridionale sono gli ultimi segnali di un’offensiva totale, che potrebbe finire fuori controllo. La guerra aperta fra i due Paesi è oggi ipotesi ragionevole, in orizzonte di anni, non decenni. In queste settimane l’attenzione è specialmente concentrata su Hong Kong, una delle Cine che per gli strateghi americani dovrebbe sganciarsi da Pechino. Le altre sono Tibet, Xinjiang e naturalmente Taiwan, che di fatto è già indipendente, ma formalmente non si è ancora dichiarata tale. Ma c’è un’area strategica oggi più calda, che riguarda il Mar Cinese Meridionale e in generale il Mediterraneo Asiatico, come lo chiamava il geopolitico statunitense Nicholas J. Spkyman, negli anni Quaranta del Novecento. Ovvero quei mari intermedi fra il continente

asiatico, in specie il litorale pacifico cinese, e i vasti oceani Pacifico e Indiano. Accesso agli stretti, su tutti Malacca, attraverso cui transitano i commerci da e verso la Cina. Il Mar Cinese è trattato da Pechino come proprio: Mare Sinicum. Per gli Usa, e per i paesi litoranei, tra cui Vietnam, Indonesia, Filippine, oltre che il Giappone, sono acque contese e contendibili, comunque agibili a tutti. Ricche di risorse ittiche ed energetiche, oltre che geopoliticamente strategiche. Negli ultimi dieci anni i cinesi vi hanno costruito isole artificiali e sviluppato installazioni militari, specie nelle Spratly. Ad affermare che si tratta di loro territorio. Contro questa manovra, la Flotta Usa (nella foto) vi ha aumentato i transiti di vascelli della Settima Flotta, per affermare la libertà di navigazione in acque che considera internazionali. In realtà, il gioco è rovesciato: la Cina vuole poter navigare senza ostacoli quelle acque, l’America è pronta a

chiudere Malacca in caso di guerra per strangolare la Repubblica Popolare. Fra gli strumenti usati da Pechino per presidiare quei mari, anche una flotta di finti pescherecci, carichi di armi ed armati, che mostrano bandiera e spesso sfiorano o provocano incidenti con navi considerate ostili. Negli ultimi mesi si è più volte rischiato lo scontro fra navi da guerra Usa e cinesi. Anche per questo Washington ha inviato due portaerei in zona, ad affermare la propria strapotenza navale. Il rischio di collisione e quindi di guerra limitata è quindi attuale, non solo prospettico. Uno scenario bellico possibile è quello di una guerra litoranea, limitata nel tempo e nei mezzi (esclusione delle bombe atomiche) e non coinvolgente il continente. Il Pentagono ha lasciato filtrare ad esempio un wargame intitolato «La guerra litoranea del 2025», che naturalmente mette in rilievo le debolezze proprie ed esalta la potenza altrui. Ovvia tattica

corporativa, che ha come primo obiettivo attrarre attenzione e investimenti sulle Forze armate, in particolare sulla Marina. Una valutazione sobria della situazione non lascia dubbi: oggi, pur notando la crescita della Marina cinese, non vi sarebbe partita. La superiorità statunitense in tutte le dimensioni, almeno sulla carta, appare evidente. Anche se Pechino avrebbe il vantaggio di una logistica molto più comoda, a ridosso dell’area di combattimento. La postura americana è accentuata dall’avvicinarsi delle elezioni presidenziali. Trump vede nella Cina una delle poche aree di consenso bipartisan, su cui la convergenza del pubblico e delle élite – ovvero l’avversione ai mandarini rossi – appare quasi totale. Ma immaginare che l’atmosfera possa migliorare nettamente dopo novembre, significa perdere di vista la posta in gioco. Troppo importante per concepire, ad oggi, un vero, durevole compromesso.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Politica e Economia

Taglie russe

Fra i libri di Paolo A. Dossena

Unità 29155 L’intelligence militare russa pagava i talebani per ammazzare i soldati americani

in Afghanistan. E Trump lo sapeva già da febbraio

Donald Trump e il suo vice Mike Pence al funerale di un soldato militare americano ucciso in febbraio in Afghanistan. (AFP)

Daniele Raineri Questo scandalo afghano sembra fatto apposta per fare discutere a oltranza trumpiani e anti trumpiani fino alle elezioni di novembre, fra quattro mesi. Ricapitoliamo il caso: qualcuno passa al «New York Times» una storia dall’Afghanistan di quelle che provocano spaccature internazionali, l’intelligence militare della Russia starebbe pagando i talebani per uccidere i soldati americani impegnati laggiù. In pratica è un sistema di taglie, se i guerriglieri afghani uccidono soldati incassano denaro russo. Non che abbiano necessità di essere motivati per combattere contro gli americani, ma organizzare attacchi è un’attività dispendiosa, se c’è l’incentivo del denaro è più facile raccogliere le risorse e mobilitare le forze. A occuparsi di questa operazione clandestina è un’unità segreta dei servizi russi che si chiama 21955 e che, come vuole la sua natura, è molto elusiva. Non ne sappiamo quasi nulla, se non che è già stata coinvolta in operazioni sporche in Europa, come un tentato golpe in Montenegro nel 2016 o l’avvelenamento di un mercante di armi in Bulgaria nel 2015 e poi di un disertore dell’intelligence russa in Gran Bretagna nel 2018. Questa unità russa si occupa dei dossier che dovrebbero restare segreti, ma gli americani – e i loro alleati in Afghanistan – ricostruiscono la storia pezzo dopo pezzo. Il mezzo milione di dollari trovato in un covo dei guerriglieri, alcuni pagamenti elettronici, il nome di un uomo che fa da intermediario, le confessioni di alcuni prigionieri che ammettono i contatti con i servizi di Mosca. Dopo il «New York Times» anche altri media rafforzano l’accusa, aggiungono altri elementi, contribuiscono a formare un quadro più preciso. C’è almeno un attacco che sembra legato ai russi, risale all’aprile 2019 e uccise tre

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938

Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

marines – i giornali sono corsi a intervistare il padre di uno di loro, che ora chiede spiegazioni. E fino a qui sarebbe una brutta storia che riguarda i russi. Certo, si può obiettare che gli americani facevano lo stesso negli Anni Ottanta a parti rovesciate e finanziavano gli afghani per uccidere soldati russi, ma quelli appunto erano gli Anni Ottanta, c’era l’Unione Sovietica, c’era una sfida permanente e pericolosa, paesi come l’Afghanistan e il Vietnam erano teatri di una guerra per procura che se non si fosse sfogata in quel modo sarebbe diventata nucleare. Oggi in teoria russi e americani non sono più nemici in guerra e siedono fianco a fianco negli stessi organismi internazionali. Il punto però è che i giornalisti scoprono che Trump era stato avvertito più di quattro mesi fa di questa storia nel briefing mattutino che l’intelligence americana offre al presidente per spiegargli cosa succede nel mondo. Il briefing risale al 27 febbraio, ma da allora Trump non ha mosso un dito contro la Russia, anzi ha fatto pressione per farla riammettere nel G8. L’attenzione a quel punto si è spostata, i media hanno subito colto il potenziale enorme della faccenda. Non era più soltanto una storia sui russi cattivi in un paese lontano dell’Asia centrale, era anche una storia su un presidente che non riesce a scrollarsi di dosso l’immagine di pupazzo di Putin. Per Trump è come un nuvolone sempre presente – e lo segue fin da prima della sua elezione nel 2016. Se sapeva da febbraio, perché non ha fatto nulla contro la Russia? Digressione. Trump ha un rapporto conflittuale con il briefing dell’intelligence. In teoria dovrebbe essere il suo primo appuntamento quotidiano con il mondo, come facevano tutti i suoi predecessori al mattino presto. In pratica lui vuole soltanto due briefing alla settimana e non prima delle dieci. E come

scrive il suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, durante i briefing parla molto più lui di quelli che sono incaricati di presentargli le informazioni, perché ha sempre questa tentazione di mettersi al centro della scena. Poiché Trump si annoia facilmente, l’ufficio che prepara il briefing si sforza di condensare tutte le informazioni nel modo più digeribile possibile, spesso con infografiche e immagini. Insomma, non sappiamo cosa sia successo il 27 febbraio quando hanno detto a Trump che i russi mettevano taglie sulla testa dei soldati americani in Afghanistan, ma è necessario ricordare che questa Casa Bianca è disfunzionale. L’Amministrazione per difendersi dice che le informazioni a proposito di questo caso non sono ancora sicure al cento per cento, ci sono versioni contrastanti dentro la comunità dell’intelligence – ed è vero. La Nsa, l’agenzia americana che intercetta le comunicazioni e viola i segreti informatici, non è d’accordo sulla solidità dei dati raccolti dalle altre agenzie d’intelligence. E così si è creato uno stallo perfetto. Gli antitrumpiani hanno a disposizione una storia impressionante per accusare il loro presidente di essere un leader orrendo e indegno per il Paese – ma è una cosa della quale sono persuasi già da tempo, non c’era la necessità di nuove storie. I trumpiani hanno un motivo in più per credere che ci sia una campagna per buttare giù il loro presidente con mezzi che non sono più politici: l’ennesima campagna orchestrata dalla stampa e del resto tutte le fonti per ora sono anonime e questo fa crescere i loro sospetti. Una storia così a quattro mesi dalle elezioni ha tutta l’apparenza di un colpo molto duro inferto su commissione, per abbassare l’indice di approvazione di un presidente che è già messo male (lo dice lui stesso, e i sondaggi gli sono molto sfavorevoli a questo punto. Se le ele-

zioni fossero oggi vincerebbe Joe Biden a valanga. Ma le elezioni non sono oggi). Sullo sfondo, e soltanto sullo sfondo purtroppo, resta la questione afghana. Pare che i russi si siano rivolti per questi attacchi su commissione a frange minori dei talebani, fazioni che combattono per opportunismo e si vendono, e spesso sono impegnate in attività criminali. Iran e Pakistan controllano altre correnti dei talebani e questo fa capire quanto sia frammentata e caotica la situazione. Tutti assieme, i talebani si preparano a diventare la forza più importante del Paese dopo il ritiro americano, che potrebbe essere imminente. Trump potrebbe ordinare ai soldati americani di rientrare a casa da qui a novembre e lasciare il governo afghano a cavarsela da solo contro nemici irriducibili. I suoi consiglieri gli suggeriscono di lasciare nel Paese un numero piccolo di militari, che loro chiamano «una piattaforma antiterrorismo», per tenere sotto controllo i gruppi terroristici (che infestano l’area, da al Qaeda allo Stato islamico) e per sorvegliare cosa succede oltre i confini, nei due paesi vicini: il Pakistan, che già dispone di armi nucleari, e l’Iran, che le vorrebbe. Lo scandalo di questi giorni aumenterà ancora di più il suo disinteresse per l’Afghanistan, proprio quando servirebbe il massimo della capacità di giudizio. Il presidente americano odia quel dossier, perché la vede con l’occhio di un uomo d’affari, di un utilitarista, e non vede nulla di buono. Che cosa ne otteniamo? chiede sempre ai suoi. E anche se vincessimo, cosa ce ne viene? Ha anche un’altra paura: quella che il suo nome sia associato alla guerra afghana e alla sconfitta. «Non voglio che questa guerra sia la mia guerra», diceva ai suoi nello Studio Ovale, secondo il libro di Bolton (che è una miniera di dettagli). Il capo del Pentagono, Jim Mattis, gli rispondeva: «Questa guerra è diventata tua nel momento in cui sei stato eletto».

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john bolton, The Room Where it Happened. Simon & Schuster, giugno 2020 La cosa bella di John Bolton è che mette tutti d’accordo: è per tutti una truffa, un traditore e un estremista. Come scrittore, poi, è «straordinariamente noioso»: parola di Donald Trump e del «New York Times», quotidiano considerato«liberal»eanti-trumpiano. I primi a chiamare John Bolton «estremista e spericolato» («extremist and reckless») furono i democratici, per bocca di Bob Mendez e Ben Cardin, del comitato di partito per le relazioni internazionali. Le loro dichiarazioni furono riprese dalla stampa occidentale politicamente di sinistra, a partire dal britannico «Guardian», che, nel 2018, le riportò per criticare la scelta di Trump di nominare Bolton consigliere per la sicurezza nazionale. Ben presto, il presidente statunitense si pentì di essersi scelto un simile «guerrafondaio», che, con le sue «vedute estremiste», stava deviando il corso isolazionista dell’amministrazione. Quindi, anche a destra, si parla dell’ex consigliere come di un uomo «pericoloso e spericolato». Dopo il divorzio da Trump (settembre 2019), Bolton pubblica (giugno 2020) un libro in cui si vendica azzannando il suo ex capo. Al quale lancia le accuse più pesanti, tra le quali una è ricorrente: Trump sarebbe motivato unicamente dai propri, personalissimi interessi. In particolare, avrebbe implorato il presidente cinese Xi Jinping di comprare prodotti agricoli statunitensi per aiutarlo a conquistare gli Stati che li producono, e, quindi, vincere le elezioni di quest’anno. Trump risponde a Bolton tramite lo strumento che gli è più congeniale, Twitter, dove digita che il suo ex collaboratore è «wacko» (matto), una truffa. Dato che le cose che Bolton scrive le hanno dette anche molti critici di Trump, lo stesso Bolton dovrebbe ora piacere ai democratici, i quali continuano invece a disprezzarlo. Perché? Non tanto o non solo per il suo passato di super falco, di estremista in politica internazionale (la guerra in Iraq, del resto appoggiata anche dai democratici Hillary Clinton e Joe Biden) e per la sua insistenza nel tentare di spingere il Paese al confronto militare con la Corea del nord e l’Iran. Dopo l’uscita del libro, se i democratici, nel descrivere Bolton, non hanno usato la tutto sommato folcloristica espressione («wacko») di Trump, è solo perché sono andati anche oltre. Per bocca di Nancy Pelosi, di Bolton e del suo libro hanno detto: «è una truffa… una cosa triste… senza valore». Come mai? Il fatto è che Bolton non volle testimoniare contro Trump durante l’inchiesta per l’impeachment dell’autunno scorso, nonostante le accuse del suo libro fossero molto simili a quelle del procedimento. Ovvero: Trump avrebbe cercato l’aiuto di Kiev e di Mosca per distruggere Biden (suo competitore elettorale) e Hillary Clinton (sua ex avversaria alle precedenti elezioni). Bolton preferisce raccontare la sua versione dei fatti nel suo libro anziché davanti alla commissione d’inchiesta, scegliendo quindi, ha detto Nancy Pelosi, «royalty over loyalty», cioè i soldi derivanti dai diritti editoriali anziché la lealtà verso il Paese. Così si spiega quel che già detto: la cosa bella di Bolton è che mette tutti d’accordo. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Politica e Economia

Dopo Putin ancora Putin

Referendum Come da copione, i sì hanno vinto con largo margine sulle modifiche costituzionali che consentiranno

al presidente di presentarsi per altre due volte e rimanere in carica fino al 2036

Anna Zafesova Vladimir Putin ha ottenuto la sua nuova Costituzione che gli permetterà di governare fino al 2036. Il «voto nazionale» – ufficialmente il Cremlino evita di chiamarlo «referendum», anche perché le regole della consultazione sono state stravolte rispetto alla stessa legge russa, al punto che i primi risultati dello scrutinio sono stati diffusi il pomeriggio del 1. luglio, quando le urne erano ancora aperte – ha registrato una percentuale del 78% dei votanti favorevoli agli emendamenti costituzionali voluti dal presidente e già votati dalla Duma. Il voto, slittato da aprile a causa dell’epidemia di Coronavirus, ha convalidato il cosiddetto «azzeramento» dei quattro mandati precedenti di Putin, permettendogli quindi di candidarsi per altre due volte, e il presidente russo ha già annunciato che probabilmente ricorrerà a questo diritto nel 2024, perché altrimenti i membri delle strutture di potere «cominceranno a cercare con lo sguardo un altro candidato», gettando la Russia nel caos. Il presidente della Duma Viaceslav Volodin è stato ancora più esplicito: «Dopo Putin ci sarà di nuovo Putin», ha detto del presidente, che a 67 anni ha superato il ventennio al potere. Un risultato prevedibile, anche perché per garantirlo si è fatto ricorso a qualunque trucco e sotterfugio. Il più grave è stato ovviamente quello di abolire il lockdown, con Putin che ha indetto la nuova data della consultazione proprio il giorno in cui è stato raggiunto il numero record dei contagi. I collaboratori del sindaco di Mosca Sergey Sobianin non hanno nascosto ai media che la richiesta di revocare le misure di isolamento nella capitale sono venute dal Cremlino, e il sindaco ha osato sfidare il presidente raccomandando ai moscoviti di disertare la parata militare del 24 giugno, che doveva commemorare il 75simo anniversario della vittoria sul nazismo e mettere i russi nel giusto umore patriottico per il voto che sarebbe iniziato il giorno dopo. Il Covid-19 ha infatti offerto il pretesto per una revisione dell’organizzazione elettorale che ne ha definitivamente

snaturato le regole: il voto è durato per una settimana, sia in seggi che online. Molti seggi sono stati improvvisati su panchine del parco, in tende e gazebo, e perfino nei bagagliai delle auto parcheggiate, senza alcun protocollo di controllo e segretezza dello scrutinio. Le denunce di falsificazioni, con elettori che si presentavano ai «seggi» scoprendosi già nella lista di quelli che avevano votato, e di costrizioni al voto, soprattutto da parte dei dipendenti pubblici spediti alle urne con lusinghe e minacce, sono state decine. Gli osservatori non erano ammessi, e già il primo giorno del voto il giornalista della TV Dozhd Pavel Lobkov ha dimostrato che il sistema elettorale permetteva di votare almeno due volte, nel «seggio» fisico e online. L’opzione del voto contro gli emendamenti non era presente nei media e nei manifesti, e per convincere i russi ad andare a votare agli elettori venivano distribuiti vari bonus: da gadget come portachiavi e penne (e mascherine e guanti) a buoni sconto per gli acquisti più disparati, mentre in alcune regioni gli elettori partecipavano a vere e proprie lotterie con in palio smartphone, automobili e perfino appartamenti, ovviamente messi in palio a spese del contribuente. Un voto-farsa che fa incassare a Putin il risultato che voleva ottenere, ma segna anche uno spartiacque tra i suoi primi vent’anni al potere e quelli che verranno. Innanzitutto perché finora il capo del Cremlino ha tenuto molto alle credenziali per potersi presentare nei salotti buoni dell’Occidente, motivo per il quale non aveva osato correre per il terzo mandato consecutivo nel 2008. Stavolta ha messo da parte ogni remora di rispettabilità, finendo in compagnia di autocrati manipolatori asiatici o africani. In tutte le elezioni precedenti, infatti, il presidente russo era stato l’indubbio vincitore, e anche se le percentuali reali dei suoi consensi senza le manipolazioni propagandistiche, la censura, la repressione dei candidati d’opposizione e i brogli, sarebbero stati meno spettacolari, era impossibile mettere in dubbio l’esistenza di una «maggioranza» putiniana che lo legittimasse con una popolarità auten-

Questo referendum rappresenta lo spartiacque fra i primi 20 anni e i secondi di Putin al potere. (Keystone)

tica. Nel voto per gli emendamenti, gli exit poll indipendenti hanno mostrato numeri totalmente diversi: il 55% degli interrogati ha detto di aver bocciato gli emendamenti nelle urne. Al di là dei numeri, lo scontento si tocca con mano, nei social, nelle conversazioni, ma anche nelle clamorose denunce di esponenti dell’élite: 300 deputati locali hanno votato contro gli emendamenti, e la sindaca di Yakutsk ha denunciato pubblicamente i brogli nelle urne, perché aveva votato «no» mentre la TV aveva mostrato la sua scheda barrata a favore della riforma costituzionale. Nella notte dell’ultimo giorno della votazione ha fatto scalpore il dato della repubblica autonoma di Komi, che aveva bocciato gli emendamenti, anche se la Commissione elettorale centrale ha poi parlato di «errore tecnico». Secondo i sondaggi del sociologo Sergey Belanovsky, famoso per aver pronosticato le proteste di piazza nel 2011, il 58% degli interrogati prima del voto era contrario all’«azzeramento» dei mandati di Putin e il 63% a uno o più emendamenti. Per la prima volta in venti anni, quindi, le strade di Putin e della mag-

Il Giappone dice no

Aegis Ashore Il sistema antimissili americano che Tokyo non vuole

più comperare. Ma dietro a questo rifiuto ci sono Cina e Russia Giulia Pompili Lo chiamano il maverik della politica giapponese. Taro Kono, 57 anni, è l’attuale ministro della Difesa giapponese, nominato a settembre 2019 dal primo ministro Shinzo Abe dopo due anni alla guida degli Esteri. È stato lui, il mese scorso, a presentarsi al Kantei, l’ufficio dell’esecutivo di Abe, e a dire al capo del suo governo: lo so che è una decisione enorme, ma non possiamo andare avanti con l’installazione del sistema antimissile americano. Secon-

do varie fonti riportate dal quotidiano «Asahi shimbun», Abe avrebbe cercato di fare pressioni: «Sei stato ministro degli Esteri quindi conosci perfettamente la situazione, vero?». La situazione a cui si riferiva Abe è il delicatissimo equilibrio che si sta configurando in Asia orientale, con l’America sempre più distante e la Cina sempre più assertiva. Nonostante tutto, a fine giugno il Giappone ha annunciato ufficialmente la sospensione del programma Aegis Ashore Missile Defense. Tre anni fa, con Donald Trump

Taro Kono, ministro della Difesa giapponese. (AFP)

appena insediato alla Casa Bianca, Abe aveva firmato un contratto con il Dipartimento della Difesa americana per l’installazione di due batterie di antimissili, che avrebbero dovuto essere posizionati nella base delle Forze di autodifesa giapponesi nella prefettura di Akita, a nord del Giappone, e nella prefettura di Yamaguchi al sud. Il costo complessivo dello scudo antimissile, che avrebbe dovuto essere operativo entro il 2023, si aggira intorno ai due miliardi di dollari – ma secondo gli analisti sarebbe potuto crescere più del doppio nel giro di pochi anni, per via della manutenzione e dei sistemi di sicurezza. A quel tempo, però, la spesa sembrava necessaria: non solo Shinzo Abe aveva bisogno di mostrarsi il più vicino possibile alle richieste americane, ma il 2017 è anche l’anno in cui il leader nordcoreano Kim Jong-Un è stato più minaccioso. I test missilistici avevano cadenza quasi settimanale, e molti dei missili a medio e lungo raggio cadevano nelle acque territoriali giapponesi. Trump aveva minacciato «fire and fury», fuoco e fiamme: un’eventuale

gioranza dei russi si sono divise. E questo spiega anche la fretta del presidente a tenere la votazione, al costo di un’ulteriore ondata di contagi di Coronavirus. Anche la campagna propagandistica ha mostrato come fosse consapevole della popolarità ormai ridotta, con spot e retoriche dirette essenzialmente agli anziani. L’emendamento sul matrimonio come unione tra uomo e donna, sostenuto da videoclip omofobi, quello sull’indicizzazione delle pensioni o sulla «tutela della verità storica» della Seconda guerra mondiale, insieme alla dichiarazione sulla inviolabilità dei confini russi e la supremazie delle leggi nazionali sul diritto internazionale, sono tutte norme rivolte a un pubblico anziano e nostalgico. Secondo i sondaggi del Levada-zentr, i dirigenti e i pensionati sono ormai le uniche due categorie ad appoggiare Putin, e la spaccatura generazionale è stata molto evidente anche in una miriade di post e meme su Instagram e TikTok, con i giovani che protestavano contro gli emendamenti e chiedevano una modernizzazione della politica russa in direzione dei valori europei. Questo è stato un altro aspetto

nuovo: la protesta non è stata animata solo dai leader dell’opposizione come Alexey Navalny, peraltro indecisi tra l’astensione da un voto palesemente truccato e il voto per il «no». Lo scontento è stato trasversale e virale, come si è visto anche dalle bacheche delle star dello spettacolo e dello sport che hanno fatto campagna per Putin e sono stati riempite di insulti degli utenti. Secondo Belanovsky, «Putin non ha più ammiratori, lo si sostiene solo per paura del cambiamento». Il consenso si è eroso anno dopo anno, rompendosi nel 2018 sulla riforma dell’età pensionistica (infatti solo i russi già in pensione continuano ad amare il presidente) e franando durante l’epidemia di Covid-19. Il ritardo e l’inadeguatezza nella gestione dell’emergenza, e la carenza di aiuti a famiglie e imprese mentre miliardi di rubli venivano spesi per la sfilata e la propaganda del voto hanno distrutto quello che rimaneva della «maggioranza putiniana», e la stanchezza dopo che per 20 anni la Tv faceva vedere sempre lo stesso volto si è trasformata in rifiuto dopo la mossa di «azzerare» i mandati del presidente per farlo rimanere per altri 16 anni.

guerra in Corea avrebbe trasformato il Giappone, alleato più fedele all’America in Asia orientale, in un possibile terreno di scontro. C’era bisogno di un deterrente. La scorsa settimana, per giustificare l’improvvisa marcia indietro sullo scudo antimissile americano, il governo giapponese ha dato spiegazioni che hanno convinto poco i politici, anche dentro al Partito liberal democratico al governo, e gli osservatori internazionali: da un lato c’è la spesa eccessiva, soprattutto in un momento di crisi internazionale dovuto alla pandemia. Dall’altro la questione ambientale e di sicurezza: i razzi lanciatori che servono a dare potenza ai missili intercettori, una volta staccati dal missile potrebbero cadere su aree abitate o comunque a rischio. «Per il momento, manterremo la nostra capacità di difesa missilistica attraverso i cacciatorpedinieri equipaggiati con l’Aegis», ha detto Taro Kono. Quattro navi da guerra a disposizione delle Forze di autodifesa nipponiche. Ma non c’è solo il tentativo da parte dell’esecutivo di Abe di mantenere una certa approvazione da parte dell’opinione pubblica. L’altro nodo fondamentale è mantenere un buon rapporto con Donald Trump. L’Aegis è già attivo in Romania e Polonia, ed è un sistema strategico per gli Stati Uniti. È anche per questo che all’installazione su suolo asiatico si oppongono la Russia e soprattutto la Cina, che accusano l’America di voler «militarizzare» l’area del

Pacifico con una mentalità «da Guerra Fredda». Il Giappone ha in mente un precedente molto esplicativo sulle conseguenze di certe azioni: nel luglio del 2016 il governo della Corea del sud decise di andare avanti con l’installazione del sistema antimissilistico americano Thaad, e la reazione di Pechino fu furiosa. Secondo la Cina i radar del sistema, gestiti anche dall’America, avrebbero potuto essere usati per penetrare nel suo territorio e compromettere così l’equilibrio di sicurezza della regione. A Seul ci furono vari tentennamenti, ma dopo le pressioni americane si andò avanti lo stesso. Nel corso del 2017 la Corea del sud fu colpita da uno dei più duri boicottaggi economici da parte della Cina, e le relazioni diplomatiche tra i due paesi arrivarono ai minimi storici. Soltanto dopo una perdita complessiva di oltre 15 miliardi di dollari di interscambio, e una visita a Pechino del presidente sudcoreano Moon Jae-in, i rapporti tra Cina e Corea tornarono a normalizzarsi. Per il Giappone si tratta oggi di scegliere se mostrare il lato più accondiscendente nei confronti di un presidente americano instabile e comunque a rischio, in vista delle elezioni di novembre, oppure evitare di urtare in maniera eccessiva la Cina. È una decisione di realpolitik, che potrebbe influenzare i rapporti tra America e Cina per gli anni a venire. Il ministro Taro Kono ha già scelto.


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Politica e Economia

Sconfitto Macron

Comunali francesi Il secondo turno è stato segnato da un astensionismo record, ma le grandi città come Lione,

Bordeaux e Strasburgo sono diventate simbolo di un’onda verde che ha percorso tutto l’Esagono Marzio Rigonalli In questo inizio d’estate i francesi sono tornati alle urne per il secondo turno delle elezioni comunali. Il primo turno si era svolto il 15 marzo, quando la crisi del Coronavirus si stava ormai diffondendo ed alla vigilia del confinamento. Questa volta al voto sono stati chiamati 16,5 milioni di elettori per scegliere le autorità di 4820 comuni, tra i quali ben 47 delle 53 città con più di 100’000 abitanti che conta il Paese. L’invito a recarsi alle urne è stato accolto solo in parte, nonostante il fatto che i francesi abbiano sempre preferito le consultazioni locali più di quelle regionali e nazionali. Soltanto il 40% degli elettori vi ha partecipato, una percentuale che in altri paesi potrebbe venir considerata accettabile, ma che nell’Esagono costituisce un record negativo dal lontano 1958, dall’inizio della Quinta Repubblica. Al primo turno del 15 marzo, la partecipazione era stata del 45% e nel 1914, all’ultimo scrutinio locale, aveva raggiunto il 63%.

La cosa più facile che Macron dovrà affrontare è l’assenza di un potenziale candidato rivale in grado di metterlo in difficoltà nel 2022 Nonostante questi dati poco incoraggianti, i risultati usciti dalle urne rappresentano lo specchio, anche se incompleto, della situazione politica attuale. Tre almeno sono le indicazioni emerse che suscitano interesse: la buona presenza femminile, l’avanzata dei Verdi e la sconfitta della «République en Marche», il partito del presidente Macron. Le due principali città francesi, Parigi e Marsiglia, avranno una donna come sindaco. La socialista Anne Hidalgo si è riconfermata nella capitale, mentre a Marsiglia, anche se il risultato finale non è ancora noto, due donne, Martine Vassal e Michèle Rubirola, si contendono il posto lasciato libero da Jean-Claude Gaudin, rimasto in carica per ben venticinque anni. Accanto a questi due importanti centri urbani, ci sono anche altre città che hanno scelto una donna come sindaco. È il caso

di Lille, con Martine Aubry che inizia un quarto mandato, di Strasburgo con Jeanne Barseghian, o di Nantes con Johanna Rolland. È una presenza femminile che ricorda quanto è già avvenuto in alcune città europee e che nel caso francese proviene in gran parte dalle forze di sinistra e dagli ecologisti. I progressi registrati dai Verdi, («Europe Ecologie-Les Verts») hanno assunto dimensioni tali da sorprendere molti osservatori. Nel 2014, all’ultimo scrutinio, i Verdi avevano conquistato una sola importante città, Grenoble, con Eric Piolle. Gli avversari politici del nuovo sindaco si aspettavano una gestione caotica della città situata nel cuore della regione Alvernia-RodanoAlpi, ma non fu così. Piolle è stato riconfermato il 28 giugno con un ampio margine di vantaggio ed oggi è una delle personalità più in vista del partito ecologista. Gli vien volentieri attribuito l’intenzione di voler partecipare all’elezione presidenziale del 2022. La sua rielezione è stata accompagnata da una serie di altri successi per i Verdi. In primo luogo a Lione, la città che per lungo tempo è stata il feudo di Gérard Collomb, l’ex ministro dell’Interno di Macron. Poi a Bordeaux, la città cara a Alain Juppé, dove i Verdi hanno posto fine alla dominazione della destra sulla città, ossia ad un regno che durava dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quindi, a Marsiglia, Strasburgo, Tours, Poitiers, Besançon e Annecy. L’avanzata ecologista è sicuramente dovuta alla volontà dei francesi di far fronte ai problemi legati ai cambiamenti diplomatici e forse, come osservano alcuni osservatori, riflette anche l’intenzione dei francesi di voltare le spalle ai partiti politici tradizionali ed alla politica che mettono in atto. Poco influsso, invece, sembra aver avuto la gestione della pandemia da parte del governo presieduto da Edouard Philippe. La disfatta della «République En Marche» è simboleggiata dal risultato globale ottenuto e dall’insuccesso della sua candidata a Parigi, Agnès Buzyn. Il partito di Macron non è riuscito a conquistare neanche una sola città importante ed è precipitato anche nei centri dove, per ragioni tattiche, si era alleato o con la sinistra o con la destra. Agnès Buzyn, ex ministro della Sanità e responsabile della gestione del governo nelle prime settimane della pandemia, ha ottenuto il 13,7% dei voti ed è giunta soltanto terza, lontana da Anne Hidal

Il sindaco ecologista di Lione Grégory Doucet. (AFP)

go e dall’esponente dei «Repubblicani» Rachida Dati. Per di più, non è neanche riuscita a fare il suo ingresso nel consiglio comunale. Il successo ottenuto dal primo ministro Edouard Philippe, eletto sindaco a Le Havre con il 59% dei suffragi, non basta ad attenuare l’amarezza di una sconfitta globale. Il partito di Macron è sceso in campo con l’intenzione di porre le radici a livello regionale e di conquistare almeno una parte del potere politico locale. L’obiettivo è fallito e la sola attenuante che i macronisti possono invocare è quella di essere un partito nato soltanto tre anni fa e, quindi, ancora troppo giovane per poter lottare alla pari con formazione politiche che hanno una tradizione locale ben consolidata. Quali possono essere le conseguenze di queste elezioni locali sulla scena politica nazionale, soprattutto in vista dell’elezione presidenziale prevista nella primavera del 2022? In che modo Emmanuel Macron dovrebbe o potrebbe reagire per assicurarsi la possibilità di essere rieletto? Nei primi tre anni del suo mandato, il presidente francese ha dovuto affrontare tre grandi crisi. La prima, quella dei gilet gialli, centrata sull’aumento dei prezzi del carburante e sulle

difficoltà finanziarie che molti francesi avevano ed hanno per raggiungere la fine del mese, ha lasciato ampie tracce di scontento nella società francese, tracce che ogni tanto riemergono nella forma di proteste isolate. La seconda, la riforma delle pensioni, ha provocato l’opposizione di numerose forze politiche e sindacali, con numerose manifestazioni in tutte le città francesi. La terza crisi, la pandemia dovuta al Coronavirus, non ha radici politiche o economiche, ma la sua gestione è stata spesso criticata ed i sondaggi evidenziano oggi un certo scontento tra la popolazione. Le tre crisi hanno portato poca farina al mulino elettorale di Macron. Lo stesso presidente, con le sue prese di posizione e le sue dichiarazioni pubbliche spesso inadeguate, non ha certo contribuito a migliorare la sua posizione. Per molti francesi Macron è il presidente dei ricchi, è il primo della classe, è un liberale indifferente ai problemi che la maggioranza incontra quotidianamente. E queste opinioni si ripercuotono sui sondaggi, secondo i quali soltanto una minoranza dei francesi è soddisfatta dell’operato del presidente. Nella seconda parte del suo man-

dato, ossia nei due anni scarsi che lo separano dalla prossima elezione presidenziale, Emmanuel Macron dovrà cambiare qualcosa. Dovrà ridare slancio alla sua azione, sia nei contenuti che nella forma, evitando di ritrovarsi in mezzo ad una quarta crisi che potrebbe essergli fatale. Potrà optare, per esempio, per tre o quattro iniziative, sulle quali può riuscire a far convergere un buon numero di alleati. E potrà farlo ricorrendo anche ad un rimpasto di governo. Nel caso specifico, però, l’operazione non è facile, perché l’attuale primo ministro gode di ampi consensi nel Paese ed è più popolare di Macron. Infine, potrà anche cercare di tradurre in realtà almeno una parte delle 150 proposte della «Convention citoyenne». Trattasi di suggerimenti che 150 cittadini tirati a sorte gli hanno sottoposto, con l’obiettivo di ridurre del 40% entro il 2030 le emissioni di gas ad effetto serra. Il compito del giovane presidente non è facile. Gli atout che detiene non sono molti e non sono di facile applicazione. Un atout, però, può consolarlo: quello di sapere che, almeno per ora, sulla scena politica francese non c’è nessun altro potenziale candidato, capace di metterlo in difficoltà nel 2022. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Politica e Economia

Gli utili della banca nazionale per i debiti causati dalla pandemia? Politica nazionale Due mozioni chiedono di usare gli interessi negativi e gli utili della BNS. Con il rischio

di suscitare altre richieste e di vincolare eccessivamente le spese della Confederazione Ignazio Bonoli Anche durante la recente sessione estiva delle Camere federali si sono levate voci per chiedere l’utilizzo delle riserve della Banca Nazionale per scopi sociali. In particolare si chiede di finanziare in questo modo i deficit che si prospettano per l’AVS nei prossimi anni. Così, il Consiglio nazionale ha accettato due mozioni: quella dell’UDC zurighese Alfred Heer che chiede di versare direttamente al fondo AVS i proventi degli interessi negativi, con una motivazione originale. Heer sostiene, infatti, che proprio le istituzioni abbiano sofferto della politica degli interessi negativi della BNS, mentre la Confederazione può indebitarsi con interessi negativi. Una motivazione che presenta alcuni pericoli. Su questa base molte altre istituzioni potrebbero, infatti, chiedere questi sussidi. Da notare che gli averi del Fondo AVS presso la Banca Nazionale non sono soggetti a interessi negativi.

Secondo il vice presidente Zurbrügg la destinazione degli utili può essere compito della politica, ma da praticare con attenzione L’altra mozione, sostenuta dal centrodestra, ha ottenuto una risicata maggioranza, con la richiesta di usare la quota di utili della BNS destinata alla Confederazione direttamente per la riduzione del debito provocato dalla pandemia del Covid-19. In pratica, si vorrebbe che una parte degli utili della BNS servisse alla riduzione del debito della Confederazione. Si valuta, infatti,

che il debito della Confederazione nello spazio dei prossimi due anni salirà tra i 30 e i 50 miliardi di franchi. Per ridurlo si vorrebbe, quindi, un terzo dell’utile (per esempio del 2019) a lei destinato di 1,3 miliardi di franchi. Ancora una volta il denaro della Banca Nazionale attira molte attenzioni. Si pensa anche che l’uso di questi capitali non costi nulla alla Confederazione, mentre può permettere una sostanziosa riduzione dei debiti. In realtà, però, si deve tener conto delle diverse funzioni dello Stato e della BNS. Il compito della Banca Nazionale è quello di garantire la stabilità del sistema economico a lunga scadenza. Da tempo i suoi interventi principali sono volti a impedire una troppo forte rivalutazione del franco sulle altre monete, in particolare l’euro e il dollaro. Proprio questi interventi sono all’origine degli acquisti di divise della BNS e, quindi, dei suoi utili. In un’intervista alla NZZ, il vicepresidente Fritz Zurbrügg è tornato a sottolineare che la destinazione degli utili della BNS può essere un compito della politica, ma da praticare con molta attenzione. Sarebbe, infatti, pericoloso collegare questi utili con vincoli di bilancio, conferendo così agli stessi un significato politico che non hanno e creando un altrettanto pericoloso precedente. Del resto, la banca distribuisce in ogni caso le eccedenze che non servono all’incremento dei mezzi propri. Zurbrügg, che ha lavorato in precedenza presso l’Amministrazione federale delle finanze, conosce bene questi pericoli. Soprattutto quando i bisogni e le priorità cambiano nel tempo. Se quasi tutti i mezzi finanziari fossero vincolati alle spese, non ci sarebbero più spazi di manovra per far fronte ai cambiamenti. Già oggi una gran parte delle spese

Fritz Zurbrügg ha lavorato in precedenza all’Amministrazione federale delle finanze. (Keystone)

della Confederazione sono vincolate e ulteriori vincoli non sono necessari. Proprio la seconda mozione chiede, invece, un vincolo degli utili all’ammortamento del debito provocato dalla lotta contro gli effetti del Covid-19, stimati, come detto, tra i 30 e i 50 miliardi di franchi. Ma una recente valutazione lascia apparire una situazione meno tragica. Delle spese finora autorizzate per questi scopi per 31 miliardi, di 10 miliardi si prevede che non se ne faccia uso: dei 5-6 miliardi sui 20 destinati al lavoro ridotto e dei 5,3 miliardi per gli indipendenti si utilizza solo una parte,

così come dei 2,5 miliardi destinati alla farmacia dell’esercito. Il debito da cancellare si ridurrebbe così a 20 miliardi a tutt’oggi. A questo livello una riduzione nello spazio di 10 o 15 anni sarebbe fattibile senza traumi. Infatti, se l’assegnazione degli utili della BNS rimane sugli 1,3 miliardi di franchi (un terzo degli attuali 4 miliardi) all’anno e i crediti non utilizzati rimangono fra 700 milioni e 1 miliardo, in 10 anni il debito sarebbe completamente ammortizzato. È chiaro che il deficit della Confederazione non è dovuto solo a spese straordina-

rie, ma deve contare anche su un effetto negativo sulle entrate di tasse e imposte. Le prescrizioni sul freno alla spesa permettono di calcolare per il 2020 un deficit tra i 4 e i 5 miliardi e per il 2021 fra i 3 e i 3,5 miliardi, quindi senza richiedere speciali programmi di risparmio. Non mancano però altre richieste di aiuti: dagli ospedali ai Cantoni. Altre spese sono già previste, per esempio 290 milioni per i test. Ci sono però motivi per credere che la Svizzera potrà far fronte senza troppi danni al dopo-pandemia e anche senza più soldi da parte della BNS.

niente di nuovo sul fronte dei tassi di interesse la consulenza della banca Migros Santosh Brivio

bnS recentemente cauta sul mercato dei cambi Variazione dei depositi a vista delle banche nazionali presso la BNS, in milioni di CHF

28'000 24'000 20'000 16'000 12'000 8'000 4'000 0 -4'000 -8'000 -12'000

Variazione effe va rispe o alla se mana precedente Media mobile (4 se mane) delle variazioni effe ve

dovesse mai innescarsi, non dovrebbe avvenire prima del 2022. Infatti, anche un irrigidimento della politica monetaria ancora così timido produrrebbe tre effetti collaterali indesiderati: il franco si ritroverebbe sotto una nuova pressione al rialzo, la ripresa econo-

mica potrebbe rimanere soffocata e le attuali tendenze deflazionistiche si accentuerebbero. Anche per i tassi del mercato dei capitali il segno negativo dovrebbe protrarsi a lungo. Da un lato, infatti, i titoli di Stato svizzeri non possono sottrarsi

Fonte: Datastream, Banca Migros

Santosh Brivio è Senior Economist presso la Banca Migros

Poco fa pensare a una rapida normalizzazione dei tassi d’interesse La Banca nazionale svizzera (BNS) prosegue la sua politica monetaria espansiva. Il tasso di riferimento rimane dunque invariato al livello record del – 0,75%, mentre le banche commerciali devono continuare a pagare una commissione sugli averi pari al – 0,75% sui depositi della BNS superiori a un determinato limite d’importo. Il mancato intervento della BNS si è delineato al più tardi dall’ultima decisione di politica monetaria della Banca centrale europea (BCE). All’inizio di giugno, i banchieri centrali di Francoforte hanno optato per una massiccia estensione dei loro acquisti di obbligazioni, ma hanno lasciato invariata la stretta sui tassi d’interesse. Di conseguenza, l’euro ha registrato un forte aumento. La flessione della tendenza al rialzo del franco rispetto all’euro ha concesso alle autorità monetarie svizzere una gradita tregua che si riflette anche negli interventi sul mercato valutario per contrastare la forza del franco (v. grafico). Al netto di tutto questo, anche nel proprio Paese le avversità continuano: l’inizio di una normalizzazione dei tassi d’interesse è ben lontano e, se

alla pressione al ribasso che grava sulle obbligazioni europee e che è alimentata dalla BCE. E dall’altro la domanda di titoli della Confederazione dovrebbe rimanere elevata. Perché in tempi di crisi la Svizzera rimane un porto sicuro ricercato per gli investitori.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 6 luglio 2020 • N. 28

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Politica e Economia

Dopo la pandemia, l’inflazione?

Covid-19 Ritenere che i prezzi non siano stati recentemente in rialzo è una questione di punti di vista. In realtà,

è riduttivo focalizzarsi sull’andamento dei prezzi di un limitato numero di beni e servizi

Oggi gli attivi finanziari, in rialzo, coesistono accanto a indici dei prezzi al consumo piatti, come prima del 2008 Non vi è nulla di errato nel porre attenzione sulla categoria dei prezzi al consumo, in quanto un aumento degli stessi si propagherebbe con capillarità sociale. Tuttavia, era (ed è) riduttivo

Le dinamiche dei prezzi in Svizzera (1970-2018) 1) 120.0 Indice dei prezzi al consumo (IPC)

100.0 80.0

Prezzi (nominali) delle abitazioni

60.0

Prezzi (reali) delle abitazioni

40.0

Prezzi delle locazioni

20.0 0.0

Prezzi delle azioni 1970 1973 1976 1979 1982 1985 1988 1991 1994 1997 2000 2003 2006 2009 2012 2015 2018

È al più tardi dalla crisi economico-finanziaria globale del 2007-8 con le sue politiche monetarie di rilancio basate su «iniezioni» di liquidità (oltre che azzeramento dei tassi d’interesse) che si è instaurata una convinzione da sfatare: il livello dei prezzi sarebbe pressoché stabile o, comunque, non coinvolto in dinamiche inflazionistiche. Tale lettura è, però, solo parzialmente corretta. Risulta, dapprima, fondamentale specificare a quali prezzi ci si riferisca. A tal riferimento, si sa che i policymaker formulano le loro decisioni di politica economico-monetaria sulla base dei «prezzi al consumo», cioè di quel paniere di beni e servizi specificamente rivolti al consumatore. Proprio tale indice ha dimostrato trend stabili negli ultimi anni, contribuendo alla percezione che le spinte inflazionistiche siano tenui.

soffermarsi perlopiù su di essi. Recentemente sono stati sempre più i prezzi immobiliari o degli attivi finanziari a destare preoccupazione, in quanto nei Paesi avanzati è su essi che la liquidità in eccesso si è riversata proprio perché più remunerativi di quelli dei beni di consumo. Del resto, l’inflazione (con i suoi rialzi di prezzo) è causata proprio da eccessiva liquidità rispetto al prodotto reale nell’economia, come ben sapeva il Premio Nobel Milton Friedman, che sentenziava: «inflation is always and everywhere a monetary phenomenon» (cioè l’inflazione è sempre ed ovunque un fenomeno a carattere monetario). In altre parole, la focalizzazione sull’andamento dei prezzi di un limitato numero di beni e servizi (peraltro, appartenenti a specifiche categorie inficiate da ribassi tendenziali dei prodotti tecnologici) è nel 2020 riduttiva nei Paesi post-industriali. Tuttavia, la pandemia da Covid-19 potrebbe avere cambiato ulteriormente le carte in tavola. Procediamo, però, con ordine. A tali osservazioni si aggiunge una certa propensione a confondere «inflazione» con (mero) «rialzo dei prezzi»: in realtà, però, quest’ultimo è solo un sintomo della patologia, che rimane di natura monetaria (cioè causato da eccessiva liquidità). Si pensi, ad esempio, come nel 2018 i soli prestiti concessi dal settore finanziario (escluso che ai Governi) fossero pari al 139,05% del PIL globale2). Osservando il grafico qui propo-

2015 = 100

Edoardo Beretta

sto per la Svizzera, è vero che nel 1970 i prezzi al consumo registravano valori più elevati di quelli azionari, locativi e (nominali) delle abitazioni. Ma ciò conferma, appunto, che in società meno evolute rispetto alle attuali l’inflazione tenda a ricadere soprattutto sui beni al consumo. Quindi, mentre i prezzi di questi ultimi continuavano comunque ad accumulare incrementi, altri mercati (ad esempio, quello azionario) erano caratterizzati da insostenibili guadagni prima e vertiginose perdite poi. Trattasi senz’altro di caratteristiche tipiche di «bolle» e movimenti speculativi. La conclusione è che i prezzi sono sì in rialzo – del resto, persino le banche centrali auspicano incrementi degli stessi su base annua intorno (o pari)

al 2% –, ma ancor più «altalenanti» lo sono quelli meno considerati nella formulazione di politiche economiche. Il problema non è svizzero quanto globale e consiste nella coesistenza di inflazione dei prezzi degli attivi finanziari (asset-price inflation) accanto indici dei prezzi al consumo «piatti», che è esattamente il fenomeno registratosi prima della crisi economico-finanziaria globale. La bolla finanziaria c’era, stava per scoppiare ma lo sguardo era puntato altrove. La pandemia da Covid-19 – nonostante i policymaker si attendano l’opposto (cioè rischi deflazionistici a fronte della contrazione del PIL globale) – stimolerà perlomeno l’erraticità speculativa – se non, addirittura, il rialzo dei prezzi – in

entrambi gli ambiti sopra menzionati: da un lato, infatti, gli asset –meno quelli immobiliari ma più quelli degli attivi finanziari (cioè ad orizzonte breve) – continueranno la loro tendenziale risalita. E, forse, ancor più a fronte dell’iniezione di ulteriore liquidità (sotto forma di helicopter money come negli USA o crediti a fondo perduto in Europa) concomitante a contrazione massiccia del prodotto reale globale. D’altro canto, gli stessi prezzi al consumo potranno subire aumenti – sempre che rilevati dai rispettivi indici così come costruiti – determinati dalla volontà imprenditoriale di recuperare in tempi brevi le perdite da lockdown operando sui prezzi piuttosto che sulle quantità di vendita. Anche perché, dovendo limitare l’offerta di certi beni e servizi per ragioni igienico-sanitarie, è pensabile che la domanda (laddove ancora presente) sia foriera di rialzi. Del resto, storicamente, le pandemie sono fra i fenomeni esterni a maggior probabilità di esserne concausa. Rischi ed incognite sono tanti, già prima del Covid-19, ma ancor più ora: certo è che la «nuova normalità» non rappresenta uno scenario a lungo sostenibile sotto tutti i profili (anche economico). note

1. Elaborazione propria sulla base di: https://data.oecd.org/economy.htm. 2. https://data.worldbank.org/indicator/FS.AST.DOMS.GD.ZS. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Il passaggio dall’università al mondo del lavoro Da noi, le discussioni sull’efficacia della formazione universitaria sono sempre dominate da due questioni pratiche. La prima concerne la fuga dei cervelli, ossia quale sia la percentuale di laureati ticinesi, formati nel Cantone o fuori, che, per avviare la loro carriera, lasciano il Ticino. Con la seconda ci si chiede invece in che misura l’esistenza di istituti universitari come l’USI e la SUPSI possa contribuire a ridurre le partenze dei laureati ticinesi dal loro Cantone d’origine. Da qualche anno l’Ufficio federale di statistica raccoglie sistematicamente dati sull’occupazione dei laureati degli atenei svizzeri un anno e cinque anni dopo il termine degli studi. Con questi dati è possibile dare una risposta alle due questioni di cui sopra che, di fatto, sono collegate. Abbiamo già informato i lettori sui risultati di una ricerca, pubblicata l’anno

scorso, stando ai quali il saldo migratorio dei laureati ticinesi, 5 anni dopo la conclusione degli studi, era negativo perché il 57,5 per cento di questa coorte di studenti era occupato fuori Cantone. È giusto precisare che quella ricerca aveva considerato solo i portatori di titoli concesse dalle università cantonali e dai due politecnici federali. Ora invece l’offerta di informazioni sul rapporto tra formazione universitaria e mondo del lavoro ha potuto essere completata con i risultati di un’elaborazione fatta da un gruppo di ricercatori dell’USI, della SUPSI e dell’USTAT, pubblicata un paio di settimane fa, che considera anche le persone che hanno terminato i loro studi alle SUP o che hanno conseguito una abilitazione all’insegnamento. A differenza della ricerca, citata qui sopra, il nuovo gruppo di ricercatori ha utilizzato per

l’analisi i dati relativi alla situazione occupazionale dei laureati dopo un anno dalla fine degli studi. Non è certo possibile riassumere in poche righe i loro risultati. Ci limiteremo perciò a considerare quelli che possono dare risposta alle due domande pratiche che abbiamo evocato iniziando l’articolo. Si tratta, in pratica, di due percentuali: 53 per cento e 9,2 per cento. Si tratta di percentuali di laureati ticinesi che, un anno dopo il termine degli studi, lavorano oltre S. Gottardo. La prima rappresenta la quota di laureati ticinesi che hanno conseguito il loro titolo (bachelor, master o abilitazione all’insegnamento) in un ateneo (università, politecnico, SUP ) d’Oltregottardo, mentre la seconda concerne la quota dei laureati ticinesi all’USI o alla SUPSI che, sempre un anno dopo la fine degli studi, vi lavorano.

La differenza tra questi due valori chiede di essere commentata. Intanto vediamo di stabilire che cosa ci dice la nuova ricerca sulla fuga dei cervelli. Secondo la stessa, nel periodo considerato, ossia gli anni tra il 2010 e il 2016, dagli atenei svizzeri sarebbero usciti, annualmente, 840 laureati ticinesi (490 in quelli d’Oltregottardo e 380 all’USI e alla SUPSI). Un anno dopo la conclusione degli studi 295, ossia il 35 per cento, di questi laureati, sarebbero stati occupati a nord delle Alpi. Sulla fuga dei cervelli si arriva dunque, in questa nuova ricerca, a risultati opposti a quelli che erano stati resi noti sin qui. Essa trova infatti che la maggioranza dei laureati ticinesi, quasi i due terzi, dopo gli studi, trova occupazione in Ticino. Ancora non abbiamo potuto esaminare lo studio appena pubblicato in dettaglio. A prima vista,

però, sembrerebbe che la differenza tra i risultati della ricerca precedente e quelli del nuovo studio debbano essere attribuiti al fatto che la prima ricerca si era limitata a considerare il passaggio verso il mercato del lavoro dei laureati delle università e dei politecnici. La nuova ricerca, invece, tiene conto anche delle lauree e delle abilitazioni all’insegnamento distribuite dalla SUPSI. Essa dà quindi una risposta alla seconda domanda provando che l’esistenza di due istituti universitari nel Cantone ha contribuito, nel periodo analizzato, a contenere in modo significativo la fuga dei cervelli. Il contenimento si deve soprattutto al fatto che una larga maggioranza dei laureati della SUPSI, in primis i docenti che conseguono la loro abilitazione all’insegnamento, trova occupazione nell’economia cantonale.

giusto ripristinare anche quegli aspetti della vita comunitaria utili a lavorare meglio. La socialità degli esseri umani non si limita agli aperitivi e alla movida. C’è poi l’aspetto legato all’edilizia, ai servizi, ai bar e ristoranti, ai luoghi rimasti desolatamente vuoti in questi mesi. Se da una parte negli ultimi anni si è talora esagerato in gigantismo, dall’altra non possiamo trasformare i nuovi quartieri in monumenti all’inutilità. Milano in questi giorni ha angoli surreali. I grattacieli di Citylife (e di piazza Gae Aulenti) sono stati un grande business edilizio, gli attaccanti dell’Inter e gli influencer della rete ci si trovano benissimo; ma senza gli impiegati, a casa in smart working, l’indotto è fermo: i bar, i ristoranti etnici, le paninoteche incassano un quinto del normale. Gli spazi pensati per essere percorsi dalla vita, dal lavoro, dalle energie sarebbero vuoti e zitti, se non fosse per qualche studente che non ha una scuola dove andare. È evidente che la normalità non può essere questa. Ci sono norme da rispettare; ma il Paese deve ripartire. Prendiamo ad esempio le boutique e i negozi

di abbigliamento. Con le nuove regole sanitarie, dopo la stagione perduta e due mesi di esclusiva delle vendite on line, la ripartenza è in effetti particolarmente complicata. Un motivo in più per ritrovare il gusto di girare i negozi di Milano e delle altre città, guardare le vetrine, parlare con titolari e commessi, provare i vestiti (e comprarli, chi può); fare insomma quello che in rete è impossibile. In generale, questo cauto decongelamento della vita va assecondato. Bisogna lavorarci; perché la nottata non passa da sola. Certo, riaprire è complesso, e molti rischiano di farlo in perdita. Ma non si può tenere tutte le serrande abbassate con il cartello «senza gli aiuti del governo si muore». Gli aiuti del governo sono necessari, è ovvio. Ma serve anche il coraggio di ripartire. Prendiamo i ristoranti. Nel centro di Roma molti sono ancora chiusi (come quasi tutti i grandi alberghi; anche se ha riaperto un hotel-simbolo come il de Russie). Ma molti ristoratori non si sono mai fermati. Hanno organizzato il servizio a domicilio, si sono tenuti in contatto via Whatsapp con la clien-

tela, ora hanno riaperto; e sono pieni. È chiaro però che non basta alzare una serranda per vedersi riempire il locale. I potenziali avventori devono vedere che il ristorante è aperto, che è sicuro, che è invitante; e poco per volta torneranno. C’è qualcosa di familiare e nello stesso tempo di grandioso, in questo sforzo (quasi) comune di rialzarsi in piedi, di rimettersi in moto, di ritrovare il gusto del lavoro ben fatto e il rispetto per gli altri; che è sempre anche rispetto per se stessi. Poi, certo, molte cose non torneranno come prima. Abbiamo imparato a usare di più e meglio la tecnologia, a risparmiare tempo e denaro, ad aumentare la produttività. Ma il bello di essere europei è anche il calore umano della vita comunitaria, è anche l’abitudine di vivere in spazi condivisi, nei centri storici, nei luoghi d’incontro; molti dei quali rischiano di chiudere, a causa appunto della mania del lavoro a distanza, e dell’egemonia dell’e-commerce, con i clic a distanza che prendono il posto del vecchio caro shopping. E questo calore delle relazioni umane nessun computer, nessun wi-fi ce lo potrà mai restituire.

generazione che visse il periodo della mobilitazione accolse scrollando il capo i risultati delle indagini, molti preferirono coltivare il ricordo di una resistenza valorosa, priva di macchie e compromessi. Il rapporto con il passato è sempre delicato, un terreno minato. Gesta che i nostri antenati consideravano eroiche e memorabili, possono apparire, a noi discendenti, operazioni meschine, atti di cui vergognarsi. I sentimenti variano all’alternarsi delle stagioni politiche. Nell’immaginario odierno la figura di Stefano Franscini rifulge come un santo laico, padre dell’educazione dei fanciulli e statistico eminente: nessuno oserebbe oltraggiare il monumento eretto nella piazza di Faido. Eppure anche lui fu bersaglio dei contestatori nel ’68 alla Magistrale di Locarno, il suo busto dato alle fiamme. La storia dunque. Per molti una disci-

plina inutile e noiosa. Ma poi si scopre che la storia rientra dalla finestra dopo esser uscita dalla porta; che resta teatro di conflitti ideologici e di incessanti controversie, ove si intersecano e si scontrano interpretazioni divergenti, a volte opposte. Ciascun gruppo sociale ne vorrebbe una confezionata su misura, a sua immagine e somiglianza. Di qui la volontà di eternare nel bronzo o nel granito le imprese degli esponenti illustri o presunti tali. Dobbiamo allora rimuovere le statue che a nostro giudizio non meritano tale onore? No, meglio scrutarle da vicino, davanti e dietro, seguirle nei lineamenti e nelle pieghe, evidenziare luci ed ombre, descrivere l’espressività del volto, intuire le intenzioni dell’artista, studiare le ambizioni dei committenti e infine collocarle nello spirito del tempo. E se proprio non sopportiamo la loro presenza, ignoriamole pure, voltando la testa dall’altra parte.

In&outlet di Aldo Cazzullo Il coraggio (e il bello) di ripartire Il sindaco di Milano Beppe Sala ha lanciato l’allarme: «Non esageriamo con lo smart working»; altrimenti la città si desertifica. L’avrà fatto per salvare l’industria edilizia e il mercato immobiliare: se gli uffici sono vuoti, varranno molto meno. Però tutti i torti non li ha.

Una Milano semideserta.

Si sente dire che a casa si lavora meglio, e si evitano lunghi tempi di percorrenza per andare e tornare dall’ufficio. Ma a giudicare dalle code bibliche di questi giorni, con le autostrade bloccate in Liguria – e spesso anche tra Milano e Bologna – , non si direbbe che lo smart working abbia smaltito i disagi del pendolarismo; anche se molti stanno semplicemente tentando di andare in vacanza. Più in generale, nei mesi di clausura che ricorderemo per sempre abbiamo tutti – italiani, svizzeri, europei – sperimentato nuove forme di vita e di lavoro. Ci siamo resi conto che molte delle cose che facevamo erano inutili; comprese tante riunioni e qualche viaggio. Tuttavia, parlare con un interlocutore via skype non è come farlo guardandolo negli occhi; così come stringere una mano o abbracciare una persona non è come darle una gomitata. Lavorare da casa può essere comodo; ma può essere stressante. La maggior parte dei lavori e delle opere nasce dal confronto delle idee, dal contatto con i colleghi, dall’incontro con il pubblico. Tutto questo è necessariamente limitato in tempo di pandemia; ma con il ritorno alla normalità è

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti le sorti alterne delle memorie scolpite Paesi grandi, scheletri grandi; paesi piccoli, scheletri piccoli. Nel regolare i conti con il passato, nessuno è innocente. Certo, le dimensioni e il grado d’implicazione pesano. Tutte le maggiori potenze marinare europee hanno partecipato alla gara per accaparrarsi e sfruttare le risorse dell’Africa, dell’India e dell’Indocina con l’avallo e l’incoraggiamento dei partiti al governo. Il colonialismo e l’imperialismo appartengono alla storia dell’Occidente, alla sua politica estera, così come le successive lotte condotte dai colonizzati per riottenere l’indipendenza. È quindi giusto osservare questi fenomeni non in un’ottica nazionale, come spesso si è fatto, ma attivando il grandangolo di una ricostruzione globale. A lungo – per secoli, fin dalla tratta degli schiavi – questa storia è stata scritta dai vincitori. Le nazioni dominanti hanno cercato di giustificare le

loro scelte ricorrendo alla nozione di «missione civilizzatrice» nei confronti di popoli rimasti allo stato primitivo. Quindi non c’era motivo, per l’uomo bianco colto e attrezzato di tecniche e di armi, di farsi scrupolo nell’assoggettare comunità di vario colore e credenza religiosa. Alcuni di questi «civilizzatori» o «benefattori» sono stati onorati al punto di guadagnare l’immortalità nelle fattezze di statue, busti, bassorilievi, targhe, lapidi. Ad imperitura memoria. Nel secondo dopoguerra la prospettiva è invece mutata. Le lotte di liberazione dei «dannati della terra» hanno aperto gli occhi anche ai distratti. Poi sono venuti gli studiosi (storici, geografi, economisti) ad illuminare la scena con i loro attrezzi del mestiere. È così venuto a galla il mondo sommerso delle interdipendenze e degli squilibri tra gli Stati capitalistici avanzati e il terzo mondo, con le sue immense

ricchezze minerarie. Nel contempo è emersa la necessità di riscrivere la storia, di osservarla non dall’alto, dallo zoccolo dei dominatori, ma dal basso, dal selciato dei dominati. Siffatti rivolgimenti hanno comportato un ribaltamento di prospettiva, e quindi imposto un riesame del passato, di come è stato utilizzato, quali parti sono state glorificate e quali occultate. Ora nel mirino sono finiti i monumenti, l’elemento di maggior visibilità e impatto dell’arredo urbano. Ma la storia non scompare mai, rimane insonne nel subconscio dei popoli per poi riaffiorare all’improvviso, seminando scompiglio. La Svizzera ha conosciuto questi momenti alla fine del secolo scorso, con la riapertura degli armadi riguardanti le relazioni con i regimi nazifascisti. Per fare chiarezza su questo capitolo, il governo federale mise al lavoro un gruppo di ricercatori guidati dal prof. Bergier. Tuttavia la


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Idee e acquisti per la settimana

Hercules, un pane forzuto

Potente, forte, croccante: il nuovo pane Hercules della panetteria della casa è davvero un gioiello. Con suoi quasi due chili di peso questo pane «Fresco e fatto a mano» di grandi dimensioni è una vera opera di panetteria artigianale svizzera Testo Claudia Schmidt; Foto Nik Hunger

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Il pane hercules è un vero gigante. È così vigoroso come il suo nome suggerisce?

Grosso pane, grande gusto: grazie al suo carattere rustico il pane Hercules è davvero qualcosa di particolare. Un pane prodotto secondo l’antica arte panettiera e con un sapore molto pronunciato – il suo aroma vigoroso non lascia indifferenti.

Pasta acida, farina, lievito, acqua, sale: il pane Hercules è fatto con ingredienti essenziali. La crosta strappata gli conferisce un aspetto rustico.

l’imponente grandezza del pane ha dei vantaggi per la clientela?

Sì, grazie alla sua grandezza questo pane – di cui può essere naturalmente acquistata anche solo la metà o un quarto – conserva tutto il suo aroma e la crosta tenace permette di mantenerne meglio l’umidità. Inoltre contribuisce anche la panificazione con pasta acida. Un altro punto importante è la lunga lievitazione durante la notte. Come si sono preparate le panetterie della casa per produrre questo pane?

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Per poter produrre questo pane speciale, abbiamo ricevuto una documentazione specifica. Normalmente con un nuovo pane i panettieri responsabili si esercitano in gruppo, seguendo la produzione passo dopo passo. A causa del coronavirus l’istruzione è avvenuta solo per iscritto, ma ha comunque funzionato bene. Utilizzando delle immagini è stato documentato esattamente come si

lavorava la pasta e come doveva essere il processo di lievitazione e panificazione. oltre alla sua grandezza, perché questo pane rimane fresco più a lungo?

Il pane Hercules è un pane a pasta acida: gli ingredienti sono ridotti al necessario. La produzione di pane con pasta acida permette di ottenere una crosta croccante e una freschezza duratura. Inoltre contribuisce anche a conferire al pane il suo particolare gusto aromatico. Ogni panetteria della casa prepara la propria pasta acida, che viene curata quotidianamente. La produzione di pane con pasta acida è una vera e propria arte: è più complessa rispetto al metodo convenzionale. La temperatura dell’ambiente e la lunga lievitazione durante la notte devono essere accurate, affinché il pane aumenti di volume e acquisisca il suo sapore intenso. la panettiera o il panettiere devono esercitare più forza nella lavorazione rispetto ai pani di grandezza «normale»?

Al contrario. Durante la lavorazione l’impasto richiede molto tatto; bisogna maneggiarlo molto delicatamente. Per ottenere un pane soffice, bisogna mantenere le bolle d’aria. Perciò l’impasto non viene battuto come per gli altri pani, ma solamente schiacciato delicatamente. I pani Hercules sono lavorati dalla A alla Z nelle panetterie della casa.

Il panettiere leo Müller (54) lavora da sette anni presso la panetteria della casa lucernese di Sursee. Pane preferito: il pane Borgogna prodotto nella panetteria della casa di Sursee. Professione: «Mi piace il mestiere di panettiere perché ogni giorno posso produrre artigianalmente tanti buoni prodotti di qualità. Vedere la soddisfazione della clientela mi rende molto felice. Durante il periodo del coronavirus c’è stato un forte apprezzamento che mi ha dato molta gioia».


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Cultura e Spettacoli nei versi di Yari È uscita recentemente la nuova raccolta di versi poetici del ticinese Yari Bernasconi

Foto e grafica Alla ConsArc di Chiasso una mostra dedicata all’opera dello svizzero Herbert Matter

Un’esistenza straordinaria Giovanni Molteni, dopo avere partecipato a una spedizione polare si innamorò del Ticino, che divenne protagonista di molti suoi quadri

Musica e guerra Quale il valore dell’arte durante la guerra? Le riflessioni legate al Secondo conflitto mondiale pagina 43

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nel segno di Giacometti

Mostre Chiasso ospita una mostra dedicata

all’opera grafica dell’artista svizzero

Alessia Brughera Del grande maestro Alberto Giacometti ben si conoscono i dipinti e, ancor più, le sculture, quelle figure filiformi ed erose, simili a ombre, incarnazione di precarietà, solitudine e attesa. Meno nota, invece, è la sua opera grafica, una produzione che, sebbene sia stata accantonata dall’artista anche per lunghi intervalli di tempo, ha avuto un ruolo essenziale all’interno del suo percorso, arrivando a essere, in alcuni periodi, più rilevante e copiosa di quella scultorea e pittorica. Specchio della ricerca in continuo divenire di Giacometti, la tecnica incisoria non è riuscita soltanto a palesare al meglio le intenzioni dell’artista, che proprio al segno affidava tutta la carica della sua angosciosa indagine, ma è diventata altresì destinazione di tutto il suo vissuto, di quel repertorio di immagini, stimoli e ricordi connessi ai due luoghi a lui più cari, la Val Bregaglia e Parigi. La prima, meta di costanti ritorni, era la terra natia, la tradizione, la famiglia, la natura, il profondo legame con le proprie radici. La seconda era opportunità, fervore, amicizie, assiduo lavoro nell’atelier, fedeltà alla propria vocazione cosmopolita. Dalla xilografia all’incisione a bulino, dall’acquaforte alla litografia, Giacometti, insaziabile d’esistente, attraverso il segno grafico ha sempre provato a esplorare il senso dell’essere umano. A queste tecniche l’artista si è applicato sorretto dall’incrollabile convinzione che l’atto del disegnare fosse lo strumento privilegiato della conoscenza. E difatti cercare l’origine da cui tutta la sua arte ha preso vita e il fondamento su cui saldamente si è appoggiata significa trovare, per prima cosa, proprio il disegno, che per l’artista bregagliotto era il mezzo principale per affermare la realtà. Il segno si fa per Giacometti intuizione immediata, traccia del suo penetrare il mondo, testimonianza di ciò che di esso è riuscito a comprendere. Non è dunque un caso che egli disegnasse su qualsiasi supporto gli capitasse a tiro, dai tovaglioli di carta alle pagine dei giornali, dai pacchetti di sigarette alle pareti del suo studio. Anche nella produzione grafica Giacometti rappresentava senza tregua l’esistenza, quell’esistenza che più gli sfuggiva tanto più provava a coglierne l’essenza, e che ai suoi occhi diventava sempre più ignota e più grande: «Più lavoro, più vedo diversamente, vale a dire tutto cresce giorno per giorno; in

fondo, diventa sempre più sconosciuto, sempre più bello», sosteneva. Con pochi tratti delineava la figura umana, non interessato alla sua resa anatomica ma al tormento della sua anima. Si focalizzava spesso sul ritratto, ponendo particolare attenzione sullo sguardo, di cui riusciva a restituire l’energia tramite l’insistenza del segno attorno alle orbite. E poi c’era il suo atelier, riprodotto tante volte nelle sue incisioni in suggestive inquadrature, per lui una sorta di utero materno, di rifugio dove proteggersi dall’esterno e dove dare sfogo al proprio insopprimibile istinto creativo volto a catturare la sostanza del visibile. A Giacometti grafico, fino a oggi ancora poco valorizzato, rende omaggio una mostra allestita al m.a.x. museo di Chiasso, la prima a trattare in maniera specifica l’attività incisoria del maestro svizzero dandone una visione globale. Il ricco corpus di opere esposto annovera più di quattrocento fogli di grafica, disegni e libri d’artista, nonché alcune matrici sia litografiche sia calcografiche e una selezione di sculture e dipinti, raccolti per far meglio capire la stretta relazione che intercorreva tra i diversi mezzi espressivi utilizzati dall’artista. Il percorso della rassegna prende avvio con i lavori che hanno contraddistinto l’avvicinarsi di Giacometti alla grafica, quando, ancora adolescente e ammaliato da autori quali Dürer e Rembrandt, eseguiva xilografie con l’ausilio del torchio del padre, incidendo sul legno solo dopo avere realizzato un accurato disegno preparatorio. Bisognerà poi aspettare qualche anno perché, dopo questa prima esperienza, l’artista si dedichi nuovamente all’incisione. A Parigi già da quasi un decennio, dove si era trasferito nel 1922 per iscriversi all’Académie de la Grande Chaumière, nel 1930 Giacometti si accosta al movimento surrealista, invitato a farvi parte dal teorico del movimento André Breton. Pur non aderendo mai completamente alla dottrina del gruppo, l’artista rimane affascinato dal suo approccio istintivo e fantastico e dalle sue tematiche legate all’erotismo. Anche se piuttosto breve (Giacometti si staccherà bruscamente dalla corrente bretoniana già nel 1934 per tornare alla raffigurazione realista), tale contatto gli permette di approfondire le sue ricerche in ambito grafico. Appartengono a questo momento numerose incisioni a bulino e acqueforti con soggetti onirici e connessi all’inconscio, come ad esempio il frontespizio del libro di René

Alberto Giacometti, Femme nue marchant et personnage au loin I, 1960, Illustrazione per il frontespizio di Jacques Dupin, L’épervier, Paris 1960. (© ProLitteris)

Crevel Les pieds dans le plat, del 1933, esposto in mostra, una delle stampe più suggestive di questa parentesi giacomettiana aperta all’immaginario. Abbandonata per più di un decennio, l’incisione verrà ripresa dall’artista con nuovo risoluto vigore nel 1946, anno dell’esecuzione delle illustrazioni per l’Histoire de rats di Georges Bataille. Da adesso in poi Giacometti non lascerà mai più la grafica, dedicandosi principalmente all’acquaforte e alla litografia. La produzione incisoria arriverà così ad assumere un ruolo importante nella sua attività, impegnandolo anche in molteplici collaborazioni con intellettuali, galleristi ed editori per la creazione di prestigiose pubblicazioni. In questo periodo, come ben documentato nell’esposizione chiassese, prendono vita litografie che rappresentano le amate montagne svizzere così come opere in cui l’artista si concentra sulla figura umana nella sua imponente solitudine. Belle, di questi anni, sono anche le tre acqueforti presentate

in rassegna che omaggiano il pittore André Derain, una realizzata da una riproduzione dell’Autoritratto del 191314, le altre due da quella del Portrait d’Iturrino, dipinto che il maestro francese aveva eseguito nel 1914 con uno stile che molto evocava il manierismo di El Greco e che Giacometti considerava uno dei suoi quadri più riusciti. Con il segno rapido e sicuro che caratterizza la sua attività incisoria di metà Novecento, Giacometti incomincia poi a lavorare a quello che può considerarsi il culmine della sua opera grafica: le litografie per Paris sans fin, progetto che lo occuperà senza sosta dal 1958 al 1965 e che verrà pubblicato postumo nel 1969. Nelle centocinquanta tavole che compongono il libro, alcune delle quali sono esposte in mostra (una accompagnata anche dalla sua matrice in pietra), l’artista ci conduce nello scenario concitato della metropoli francese, da lui ritratto spostandosi a bordo della decapottabile guidata dalla sua modella e amante Caroline.

Giacometti immortala così la Ville Lumière con l’immediatezza della matita litografica, creando scorci essenziali ed estremamente moderni. In questo poema grafico, metaforico reportage visivo della vita, Parigi, con i suoi boulevard, i suoi caffè e i suoi grandi monumenti, appare agli occhi di Giacometti come un’immensa città sconosciuta da scoprire, parte di quella sfuggente realtà che per tutta la sua esistenza l’artista aveva cercato di afferrare. Dove e quando

Alberto Giacometti (1901-1966). Grafica al confine fra arte e pensiero. m.a.x. museo, Chiasso. Fino al 10 gennaio 2021. L’esposizione è curata da Jean Soldini e Nicoletta Ossanna Cavadini e sarà presentata con un evento aperto al pubblico domenica 13 settembre 2020, alle ore 17.30, presso lo Spazio Officina. Orari: ma-do 10.00-12.00/14.00-18.00. www.centroculturalechiasso.ch


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Cultura e Spettacoli

Dire la morte per dire la vita Poesia Le corrispondenze poetiche di Yari Bernasconi

Pietro Montorfani Per il suo libro di esordio (Nuovi giorni di polvere, Bellinzona, Casagrande, 2015) Yari Bernasconi aveva avuto in sorte una quarta di copertina di quelle che lasciano il segno. Era firmata da Goffredo Fofi che senza mezzi termini – come è nel suo stile − individuava nella poesia di Bernasconi due tratti distintivi inequivocabili: la ricerca «di un vero che risiede nel dolore degli altri» e il senso di colpa suscitato da una condizione di privilegio. Non saprei dire se Yari si sia mai identificato al 100% in queste categorie, forse un po’ «facili», ma è certo che anche negli

anni successivi la sua poesia ha continuato a muoversi in quell’alveo (civile e politico), magari con piccoli accorgimenti e aggiustamenti di rotta, ma senza mai abbandonare una via maestra oramai tracciata, riconoscibile a ogni passo. A due anni di distanza dal primo libro, nel maggio del 2017, era uscita La città fantasma, una plaquette stampata a mano da Nervi Edizioni che per fattura e compattezza avrà suscitato l’invidia di non pochi colleghi. Vi si riconoscevano il medesimo sguardo dei versi precedenti, tanto più esasperato dall’assenza totale dell’uomo e dalla descrizione di un dopo intriso di

Il poeta Yari Bernasconi. (Yvonne Böhler)

malinconia per quanto sarebbe potuto essere: «Sulla mensola buia, di fianco al quadro / senza colore, resta ancora da regalare / un ultimo fiore di legno» (La bottega di un falegname); «La saracinesca ha ceduto. Le riviste e i giornali / non stanno più nelle scansie, ma occupano / il pavimento alla rinfusa. Appeso al muro / c’è uno specchio accecante, dove forse / l’edicolante pettinava i suoi baffi» (L’edicola). Il costrutto metaforico della città abbandonata si declinava in ogni pagina, in ogni luogo, secondo una strategia retorica costante che metteva al centro l’assenza e la morte, ma che intendeva in realtà raccontare la vita attraverso il suo traslato. Quasi un negativo fotografico dell’originale. Leggere oggi Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza, con la mente al percorso degli ultimi anni, è in un certo senso un’esperienza rassicurante, data dalla continuità tematica, dalla consapevolezza del montaggio e soprattutto dalla coerenza stilistica, che non pare essere venuta meno con il passare del tempo. L’idea stessa di una corrispondenza poetica era già insita nella lontana Lettera da Dejevo (2008) e in alcune «cartoline» sparse qui e là nel libro maggiore, dove Bernasconi metteva a frutto spunti prelevati dalla tradizione letteraria svizzero-italiana: Lettera da Bellinzona di Giorgio Orelli (1965) e Lettera da Tinizong di Fabio Pusterla (1985). Ma Cartoline è anche il nome di un progetto di scrittura a quattro mani, per ora soltanto online, iniziato da alcuni mesi con Andrea Fazioli. Insomma quando Yari Bernasconi scrive, scrive a qualcuno, da un luogo preciso, in un punto fisso del tempo. È la dichiarazione stessa di un bisogno di comunicazione e, insieme, il desiderio di lasciare un segno. Il fronte da cui si spediscono, idealmente, le cinque cartoline del titolo non è altro che il confine politico tra Svizzera e Italia nei dintorni di Ponte Tresa (l’autore è originario del Malcantone), non più «frontiera» di sereniana memoria ma soltanto luogo di «vite assembrate / negli abitacoli e nel

traffico», teatro di incomprensioni, «minime sofferenze, sacrifici comuni». A tema è posto, oltre un’immagine paesaggistica un po’ trasandata, persino troppo, il rapporto tra due nazioni e l’uso anche politico (enfatico) dei problemi che contraddistinguono le zone di frontiera. Si legge in filigrana quasi il rimpianto per problemi più gravi (il senso di colpa dato dal privilegio messo in evidenza da Fofi): «Dicono guerra e io guardo il lago / appena mosso»; «Verso Luino le strade non crollano, / non lasciano voragini aperte sopra il buio». La negazione in tutte le sue forme linguistiche – morfologica, grammaticale, sintattica, semantica – è non per caso la struttura portante di questi versi, convinti che siano «l’incerto, l’impuro, l’impossibile» a dare senso alla vita e che «la certezza di dire: siamo» possa, con Montale, essere soltanto smentita, mai affermata positivamente. A tratti emerge una vena civile ispirata alla levitas di un Giorgio Orelli («Se questa è sul serio la tua terra promessa, / puoi tenerla per te. Coltivaci i tuoi sassi») ma l’imprinting poetico di più lunga durata si conferma, nel lessico e nella sovrapposizione ideologica, quello di Fabio Pusterla − davvero un esempio forte, comune anche ad altri giovani autori attivi oggi nella Svizzera italiana, da Massimo Gezzi a Matteo Ferretti, da Vanni Bianconi a Fabiano Alborghetti (per certi versi anche Daniele Bernardi). Senza nulla togliere alla parabola personale di ciascuno, al proprio stile e racconto biografico, ad atmosfere ed esperienze anche molto diverse tra loro, parrebbe – se il termine non è del tutto scomparso dal dizionario della critica – il manifestarsi di una piccola «scuola», un gruppo più o meno spontaneo e allineato, di cui Bernasconi è forse il rappresentante più puro e riconoscibile. bibliografia

Yari Bernasconi, Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza. L’arcolaio, 2019.

Quegli amori impossibili

Pubblicazioni Mariantonia Avati ha dato alle stampe un’opera in cui si china

sulle relazioni difficili partendo dalla propria Laura Marzi Parlare delle proprie relazioni è un bisogno al quale è difficile sottrarsi: non tutti lo provano allo stesso modo, certo, ma nessuno ne è esente. Ci sono persone che lo fanno spesso, lo fanno troppo, altre che dovrebbero aprirsi di più. Universale invece è la distanza tra le parole che vengono usate per descrivere la storia della propria coppia, le colpe di uno e le angosce dell’altra, e la verità. Mariantonia Avati, autrice del romanzo A una certa ora di un dato giorno edito da La nave di Teseo, fa esattamente questo: racconta ai suoi lettori per filo e per segno la storia della sua relazione matrimoniale con Luca. Dal primo momento in cui si sono rivolti la parola, dopo mesi che avevano lavorato sullo stesso cantiere e pur piacendosi si erano sostanzialmente evitati, fino agli ultimi momenti insieme. La sua narrazione è coinvolgente e denota una certa abilità visto che nonostante tutto il romanzo sia costruito a partire dal suo punto di vista, come se si trattasse di una lunghissima confessione, il desiderio di continuare nella lettura non si affievolisce. O forse a rendere interessante il romanzo non è tanto o almeno non è solo il talento dell’autrice, quanto più la verità che racconta.

In particolare è vero l’incastro che può crearsi tra una donna che ha dovuto attraversare delle difficoltà e ce l’ha fatta, perché è nata con la tempra adeguata, perché ha imparato a resistere, e un uomo che si è abbandonato via via alle sue debolezze e quindi all’aggressività. Un incastro che la vulgata comune rinvia alla famigerata sindrome della crocerossina, che non è un’espressione fastidiosa come in generale lo sono i luoghi comuni, è una vera bugia. Avati mostra con molta chiarezza come Emma, nella sua capacità di resistere all’orrore delle parole che le rivolge Luca, alle ferite che lui le infligge, al dolore fisico e alla tensione, perché qualsiasi cosa potrebbe scatenare un litigio mostruoso, è anch’essa fragilissima. Delle donne che resistono nelle storie più disperate con uomini che hanno evidenti incapacità relazionali o vere e proprie patologie psichiche viene spesso taciuto il bisogno evidente che esse hanno che l’altro metta in atto la debolezza che le abita, ma che loro hanno rimosso. Come i veri tabagisti che quando smettono di fumare amano guardare gli altri che lo fanno, sentirsi arrivare addosso il fumo della sigaretta. Avati scrive: «lo giudicavo meno di me, è vero, meno acuto, meno disponibile, meno curioso, meno capace di andare

oltre l’evidenza, meno generoso, meno sensibile […] Nonostante fossi consapevole delle mille cose che non mi piacevano, avevo bisogno di quell’accozzaglia per stare bene». Non a caso, alle donne che si trovano in relazioni di grande sofferenza, come Emma, viene chiesta a furor di popolo un’ulteriore prova di forza: liberarsi dal proprio carnefice, sottrarsi alle dinamiche infernali. Si tratta indubbiamente dell’unica cosa giusta da fare, ma presuppone esattamente la dimenticanza o meglio la negazione per chi si trova in quelle situazioni; per chi sceglie di avere a fianco un uomo profondamente debole, lesivo e autolesionista molto spesso l’unica forza possibile è quella di resistere: resistere accanto a quell’uomo e a quella parte di sé sofferente, sbagliata, che è stata negata, soffocata, perché era necessario andare avanti. Nel caso di Emma si tratta della bambina col cappello di paglia che compare nelle prime pagine del romanzo, della prima figlia di due genitori spesso distanti a causa del lavoro e dei tradimenti di lui, dell’adolescente che ha visto il proprio padre uscire di casa, senza mai fare ritorno, neanche come corpo morto. Il romanzo di Avati ci racconta allora qualcosa che non è facile sentire dire

Resistere o andarsene: il dilemma di molte donne.

in giro: che la tenerezza verso sé stesse e l’altro è sottovalutata e che quando per sopravvivere si è imparato a dimenticarsi di sé, si diventa come costrette a ricordarsi troppo e ossessivamente dell’altro. bibliografia

Mariantonia Avati, A una certa ora di un dato giorno, La Nave di Teseo, pp. 189.

Un racconto a ingranaggi Pubblicazioni Il

nuovo romanzo di Gianfranco D’Anna

Cosa c’è di più romanzesco della storia della scienza? Non sono veramente drammatiche, shakespeariane, le peripezie di Galileo Galilei? E che dire del mito che si è costruito attorno ai grandi inventori della storia, Galvani, Volta, Marconi? Sono dei veri eroi, che impegnano tutte le loro forze per affermare le proprie intuizioni e realizzare opere d’ingegno inusitate. Se si aggiunge che la concezione di tali scoperte comprende una lunga gestazione, la soluzione di problemi tecnici e concettuali di grande difficoltà, magari un’illuminazione improvvisa scaturita dal caso, ecco come lo scrittore di turno che esamini le loro biografie possa in un momento trovarsi tra le mani un canovaccio perfetto, da cui trarre un racconto ben più che verosimile: reale! La forma romanzesca richiede naturalmente abilità nell’orchestrare i dati biografici. Una volta che siano stati fissati i punti principali della vicenda è poi possibile mescolarli a elementi di fantasia che ne raccordino i passaggi, rendano piacevole lo svolgimento. Il continuo zigzagare tra dato storico e invenzione letteraria solletica il lettore, che viene così invitato a stringere il famoso patto di «sospensione dell’incredulità» con lo scrittore. Il bravo romanziere scientifico deve, in altre parole, possedere due doti da mettere in armonia: la competenza nella materia e la capacità di raccontare. Gianfranco D’Anna possiede chiaramente queste due capacità. Crea un meccanismo narrativo in cui si alternano vari elementi e che assomiglia agli ingranaggi messi in opera dal suo personaggio, l’orologiaio svizzero vissuto nel XVI secolo Jost Bürgi. Il libro è caratterizzato da un continuo intersecarsi dei dati storici e di quelli fantastici, movimento che impartisce un ritmo dinamico e piacevole alla lettura. Un «tic-tac» che finisce per coinvolgere il lettore, trascinandolo attraverso una galleria di personaggi in parte veri e in parte inventati e, soprattutto, attraverso una riflessione tra la scienza e la religione, tra la magia e l’astronomia. D’Anna, che nella sua vita reale è docente, è del resto molto bravo a inserire nel racconto passaggi didattici in cui al lettore sono fornite nozioni e spiegazioni molto concrete, ancorché tutt’altro che romanzesche: il meccanismo di funzionamento della lancetta dei secondi di un orologio, ad esempio. Oppure una semplice ma efficace messa a confronto dei sistemi planetari tolemaico e copernicano. E persino una buona ricetta per i biscotti di pan pepato fa parte del racconto. Al lettore, incuriosito, non resta che andare a cercare gli altri romanzi di D’Anna, Il falsario, Il neutrino anomalo, L’elettrone dimezzato, sperando di ritrovarci lo stesso piacevole gioco tra storia della scienza e fiction. /AZ bibliografia

Gianfranco D’Anna, Il meccanico delle stelle, Ed. Dedalo, 2019.


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Cultura e Spettacoli

Quando si dice trovare l’America

Fotografia Alla ConsArc di Chiasso le immagini di Herbert Matter, uno svizzero che visse una vita

fuori dagli schemi nel nome della fotografia e della grafica

Giovanni Medolago Herbert Matter (1907-1984) nasce a Engelberg, nel cuore delle Alpi svizzere e già allora rinomato centro turistico, soprattutto grazie all’imponente presenza del Titlis (3238 m). Respira sin da piccolo l’aria di élite internazionale, senza però alcuna intenzione di buttarsi nel settore alberghiero o di diventare maestro di sci. Raggiunti i 18 anni se ne va a Ginevra, dove frequenta l’Ecole des Beaux Arts, ma il richiamo di Parigi (di cui è superfluo ricordare l’importanza culturale, all’epoca) è troppo forte: eccolo allievo di Fernand Léger in un periodo in cui il design grafico era in piena espansione. Probabilmente influenzato da Man Ray, tuttavia, comincia a interessarsi anche di fotografia. Il lavoro non gli manca, ma nel 1932 viene espulso dalla Francia per una traversia burocratica. Trova un importante committente nell’Ufficio del Turismo svizzero e realizza una serie di manifesti ricordati ancora oggi per l’audacia di composizioni dove riesce a unire «l’intensità di Cassadre (importante pubblicitario/grafico/litografo/tipografo parigino, n.d.r.) alla perfezione geometrica di Le Courbusier». Nel 1936 la curiosa svolta che segnerà la sua vita e la sua avventura artistica: un committente, invece di pagarlo in contanti, gli offre il biglietto per un viaggio negli Stati Uniti. Accetta obtorto collo (non sa una parola d’inglese), ma rimane così affascinato

Herbert Matter, Tools and Pots, Anni Quaranta. (Zurigo, collezione privata)

da New York che decide di prolungare il suo soggiorno negli States. In poco tempo, per lui l’American Dream si trasforma in realtà: s’intrufola nella redazione di «Harper’s Bazaar», si fa notare dalla Condé Nast (casa editrice che pubblica «Vogue», «Vanity Fair» e, tra l’altro, il «New Yorker»), ma soprat-

tutto diventa consulente dalla Knoll, lanciatissima azienda di prodotti design – la sua sedia tulipano è tuttora un bestseller evergreen, di cui curerà sia l’immagine sia l’impostazione grafica dei cataloghi. Gli incarichi prestigiosi per Matter si moltiplicano: diventa insegnante a

Yale, è chiamato al Guggenheim Museum per realizzare i cataloghi delle mostre sulla Quinta Strada e il Moma gli chiede addirittura di girare un film su vita e opere del suo amico Alexander Calder (colonna sonora di John Cage). Sulla scena newyorkese «dava del tu» anche a personalità come Jackson

Pollock e Willem de Kooning. Il suo artista-amico di gran lunga preferito, tuttavia, era Alberto Giacometti (v. articolo pag. 35 n.d.r.): a lui e alle sue sculture dedicò infatti ben 25 anni, sicché il suo libro sull’artista bregagliotto uscì postumo, parecchi anni dopo la scomparsa di Giacometti! Matter mise il suo talento al servizio di fotografia (moda, ritratti, street view, immagini astratte), grafica (celebri quelle lettere «NH» da lui schizzate per «riassumere» la tratta ferroviaria NY-New Haven) e collages (alcuni dei quali sembrano altrettanti omaggi al costruttivismo di Alexander Rodcenko). La mostra che la galleria chiassese Cons Arc gli sta dedicando non a caso si intitola Foto/grafica e, accanto al «solito» magnifico allestimento, ci offre altresì l’occasione di gustare sia la precisione tutta elvetica di ogni scatto di Matter, sia di scoprire la vena ironica dell’autore obwaldese: pensiamo qui alla Venere di Milo che per l’occasione ha le sinuosità di un intrecciatissimo pane all’olio! Non mancano infine escursioni nell’astrattismo (Ritratto d’una macchia d’inchiostro) o in quelle «Nature morte» che saranno certo piaciute a Irving Penn. Dove e quando

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Cultura e Spettacoli

Molteni, con l’Artide nel cuore

Ritratti Dal Polo al Ticino: Giovanni Molteni, il «Pittore dell’Artide», e la scoperta di un parallelo «mistico»

tra i ghiacci eterni e le valli ticinesi

Benedicta Froelich Nonostante quasi cinquemila chilometri separino la banchisa artica dalle valli ticinesi, vi è un legame a prima vista inaspettato tra gli eroici tentativi di esplorazione polare degli anni 20 e il territorio a sud del Gottardo – un legame che si concretizza nella persona dell’artista Giovanni (Battista) Molteni, classe 1898, originario di Cantù, che trascorse parte della sua vita proprio in Canton Ticino, immerso nell’amatissima natura da lui ritratta in molti suggestivi oli e acquarelli.

La banchisa artica e il Ticino hanno un legame più profondo di quanto si possa immaginare Figlio di un commerciante di vini, Molteni – il quale, appena pochi mesi fa, è stato oggetto di una retrospettiva a Milano – aveva studiato da autodidatta, completando la propria formazione presso la bottega del concittadino Ugo Bernasconi; ma fu solo quando si trasferì nel capoluogo lombardo, nei primi anni 20, che poté dedicarsi a fondo allo studio dell’anatomia e delle tecniche murali. Eppure, qualcosa in lui si tendeva verso altre, più ardite imprese: Molteni affiancava infatti all’estro creativo del pittore la tipica inquietudine dell’alpinista «di razza», in cui la passione per la montagna e per l’esperienza estrema della scalata diviene espressione massima dell’anelito alla vita e alla libertà, e perfino a una certa forma di profondo misticismo laico ed esistenzialista. Lo stesso, senza dubbio, che lo spinse dapprima a esplorare la Norvegia (dove realizzò numerosi paesaggi), e poi addirittura a prendere la decisione quantomeno audace di unirsi alla spedizione polare del Principe Ruspoli (1926) – e, infine, a quella, ben più celebre, del dirigibile Italia, organizzata due anni dopo dal Generale Umberto Nobile. Del resto, non è un caso che uno dei primi quadri di nota esposti da Molteni sia stato proprio Il pilone del Norge, tributo alla precedente spedizione polare su dirigibile guidata dallo stesso Nobile e dal norvegese Amundsen nel ’26. Ma l’impresa del 1928 costituì un vero spartiacque per Giovanni, il quale ebbe la fortuna di non trovarsi a bordo dell’aeronave quando un grave incidente causò il distacco del pallone dalla navicella sottostante – condannando a morte sicura i membri dell’equipaggio che in quel momento sostavano nell’involucro, e permettendo soltanto al Generale e ad altri otto compagni di atterrare vivi sul pack; dove, dopo oltre un mese trascorso nella celebre «Tenda Rossa», sarebbero stati tratti in salvo a seguito di lunghe e perigliose ricerche.

Ricerche alle quali avrebbe preso parte lo stesso Molteni, unendosi al Capitano Sora nella lunga marcia di soccorso, e fermandosi più di una volta lungo la strada per catturare alcuni scorci artici in bozzetti di frugale bellezza, realizzati a circa trentanove gradi sottozero. Così, al ritorno in Italia, Giovanni produsse ben tredici grandi dipinti di tema polare (poi esposti a Milano), in cui l’incredibile visione dell’assoluta immobilità del mare all’80esimo parallelo, riviveva in immagini che affiancavano a un assoluto rigore formale una visione quasi metafisica del paesaggio naturale. Non solo: l’esperienza polare appariva aver profondamente influenzato non soltanto il suo immaginario di artista, ma anche la sua psiche, al punto da riflettersi in ognuno degli acquarelli realizzati negli anni successivi. In queste vedute minimaliste, spesso caratterizzate da colori freddi, a tratti algidi, è infatti possibile individuare una vera ricerca di sé nella solennità e innata sacralità della natura e degli spazi incontaminati; non a caso, particolarmente suggestivi risultano i quadri in cui è il paesaggio invernale, con le sue tinte cristalline e le linee sfumate che danno vita a sagome quasi diafane, a farla da padrone. Simili influenze continueranno a pervadere il lavoro di Molteni anche dopo il ritorno dal Polo, dal momento che la costante tensione verso l’immenso e la vastità degli spazi caratterizzerà la sua intera opera: e, nel dopoguerra, tale ricerca artistica condurrà questo personaggio quasi romanzesco – dal fisico imponente e statuario e la presenza distinta e vagamente istrionica di un consumato attore di teatro – a un profondo legame con il nostro territorio, nato dall’unione con l’amatissima moglie Giovanna von May e inaugurato dalla sua prima personale in Ticino (1954). Pochi anni dopo, Molteni si trasferirà a Massagno, per poi approdare in seguito a Gentilino e Sorengo, a pochi passi dal lago di Muzzano, dove risiederà fino alla morte, avvenuta nel 1990. In effetti, a parte una pausa in Normandia (’64-’66), il pittore rimarrà fedele al Ticino per il resto della sua vita – traendo grande ispirazione dalla natura «primordiale», come lui stesso la definiva, della Valle Maggia, e rimanendo a dir poco incantato dai colori offerti dai tramonti sull’amato laghetto di Muzzano, che descriveva come «una vera eccezione». Anche per questo, non deve stupire che, col passare degli anni, Molteni abbia scelto di ritirarsi in luoghi dalla natura solo apparentemente disgiunta dagli squadrati biancori alpini a cui aveva dedicato la giovinezza; perché proprio lo spirito «selvaggio» delle verdi valli ticinesi era stato in grado di rappresentare, per lui, un suggestivo parallelo tra le suggestioni dei suoi anni di avventure e la riflessiva calma della maturità. Oggi, il territorio ticinese ospita

Giovanni Molteni, Kings Bay, 1928, olio su tela, realizzato nello studio di Milano dall’artista subito dopo il rientro in Italia a partire da un bozzetto su legno dipinto al Polo Nord. (Fondazione Archivio G. Molteni)

ancora ampie tracce del lavoro dell’artista: diverse sue opere sono infatti esposte presso il Museo Villa dei Cedri di Bellinzona, dove ha sede anche la Fondazione Archivio Opera Artistica Giovanni Molteni. E basta un’occhiata al suo variegato lascito per rendersi conto di come l’opera del «pittore dell’Artide» appaia a tutt’oggi di uno spessore e una

modernità impressionanti, in grado di creare subito un sottile legame emotivo con chiunque ne ammiri un esempio; forse perché, in fondo, i profondi e insondabili abissi dell’anima di un vero artista non sono poi troppo dissimili dalle gelide e inesplorate distese artiche e dai crepacci di ghiaccio che lo stesso Molteni aveva avuto modo di esplorare

durante la sua grande, indimenticata avventura giovanile. bibliografia

Luigi Cavallo, Giovanni Molteni. Acquarelli. Tesserete, Pagine d’Arte, 2018. Giovanni Molteni, Bellinzona, Quaderni di Villa dei Cedri, 1998. Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Foto zVg

Nella struttura destinata alla riproduzione, i polli hanno più spazio di quanto prescritto dalle direttive sulla protezione degli animali.

Innovative modalità di allevamento per il pollame

La nuova struttura di riproduzione a Sierre, nel Vallese, per Micarna rappresenta un progetto all’avanguardia. Qui gli animali hanno più spazio e viene attribuita grande importanza anche alla sostenibilità Testo Jacqueline Vinzelberg

l

e galline depongono un uovo quasi ogni giorno e un gallo si occupa di undici galline. Nel grande allevamento di Sierre la tranquillità e lo spazio offerti agli animali sono fuori dal comune. Inaugurato nel 2019, i 40’000 animali che ospita dispongono infatti del 40% di spazio in più rispetto a quanto previsto in analoghe aziende europee. Le esigenze definite dagli standard dalla protezione svizzera degli animali qui vengono superate. Ciò è reso possibile, per esempio, dalle dimensioni delle stalle e dai generosi nidi per deporre le uova. Il giardino d’inverno, disponibile in ogni capannone, è unico al mondo e con il tempo mite

gli animali vi possono soggiornare a loro piacimento. Ciò riduce lo stress, rafforza la loro salute e il loro benessere. «Nell’allevamento di pollame siamo i primi al mondo a considerare questi aspetti già nella fase in cui le galline depongono le uova da cova», racconta Toni Grub, project manager di Micarna. Un ingegnoso sistema di abbeveratoi e mangiatoie garantisce una distribuzione uniforme degli alimenti. Una seconda conduttura provvede allo spargimento del grano, ciò che offre un diversivo alimentare agli animali, che possono al contempo dare seguito alla loro natura, razzolando alla ricerca di cibo.

Per il benessere degli animali e per l’ambiente

In ogni stalla ci sono due file di nidi oscurati per deporre le uova, dove le galline possono ritirarsi in tutta tranquillità. Ogni giorno le uova vengono trasportate al nuovo centro di incubazione di Avenches, nel Canton Vaud; qui la fase di schiusa e la successiva cura dei pulcini appena nati vengono seguite con estrema attenzione. Le più recenti scoperte scientifiche e tecniche sono state integrate nel progetto di realizzazione del nuovo centro di incubazione. Ma non solo per quanto riguarda gli aspetti legati alle modalità di allevamento e al benessere degli animali. Anche l’uso delle risorse e la prevenzio-

ne delle emissioni sono all’avanguardia. La ventilazione, grazie a filtri antipolvere e biofiltri, regola la pulizia dell’aria in uscita dalla stalla. Una pompa di calore con acqua di falda assicura una temperatura costante e stabile. Se in estate il calore aumenta troppo, un nebulizzatore rinfresca gli spazi. Innovative anche le modalità di gestione della pollina, lo sterco dei polli: per mantenere basse le emissioni di ammoniaca, un apposito nastro posto sotto le griglie trasporta le deiezioni fino all’estremità della stalla. Lì la pollina viene essiccata con l’aria in uscita dal circuito di ventilazione, quindi trasportata alla Optisol, azienda Migros situata in Vallese, dove viene trasformata in fertilizzante.

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Cultura e Spettacoli

note di guerra

Musica Anche da parte tedesca durante il Secondo conflitto mondiale vi fu chi fece importanti riflessioni

sul valore universale dell’arte

Carlo Piccardi Al di là degli orrori e delle devastazioni sappiamo cosa la guerra abbia significato come lacerazione delle coscienze e come mortificazione delle aspirazioni intellettuali. Vi fu chi al funesto evento reagì con la chiusura di ritrovata ragione nazionalistica (Saint-Saëns nel suo scritto accusatore Germanophilie, 1916); vi fu chi si appartò come Ferruccio Busoni nella neutrale Svizzera a meditare sull’infausto destino di non poter prendere partito per belligeranti rappresentanti due paesi da cui aveva succhiato in ugual misura il nutrimento spirituale; vi fu chi come Alfredo Casella fu occupato a correggere le aberrazioni xenofobe nel giudizio sulla «musica straniera» di grandi musicisti improvvisamente demonizzati e declassati a nemici (si veda l’articolo Arte e patria, in «Musica», 25 gennaio 1916); vi fu chi come Romain Rolland non se ne capacitò, vedendovi crollare i principî affermati nel suo Jean-Christophe, fondati sull’illusione di poter formare un artista europeo in grado di cogliere in una specie di sintesi il patrimonio culturale delle varie nazioni. Meno sappiamo di cosa succedesse dall’altra parte del fronte. Significativo è il punto di contatto involontario riferito da Vittorio Gui, direttore d’orchestra mobilitato come tenente del genio. Nell’inverno 1917, al comando di un posto d’ascolto nelle trincee del Monte Zebio (quota 1591) dove la linea degli italiani si avvicinava a quella nemica fino a una distanza minima di otto metri, attraverso l’apparecchio gli capitò di intercettare conversazioni provenienti dall’altra parte del fronte. Si trattava di ufficiali austriaci intenti a far musica con l’ausilio di un grammofono da cui scaturiva in modo identificabile il duetto del Trovatore («Ai nostri monti ritorneremo»), episodio tale da suscitare in lui tali considerazioni: «Ignoto collega ufficiale austriaco […] se il fato sotto la vile forma del così detto “piombo nemico” ha risparmiato la tua pelle come ha risparmiato la mia, dovunque tu oggi ti trovi, o nella pace della tua ricuperata famiglia, o nel turbine inquieto della tua vita d’affari, sosta un minuto e cerca di ricordare… e dimmi qual demone ironico ti suggerì l’idea di metter nel tuo rauco grammo-

fono proprio in quell’ora quel disco di italianissima nostalgia, quasi a dare la risposta più chiara più definitiva e più libera alla spudoratezza di quegli inscenatori di dimostrazioni patriottiche che nelle pieghe della bandiera del loro paese nascosero le loro mani adunche di rapinatori e le loro bocche avide di divoratori di cadaveri… e l’ingenuità delle folle si inchinava!» (Nazionalismo musicale in V. Gui, Battute d’aspetto, Firenze 1944). In verità anche sull’altro fronte non mancarono coloro che lucidamente si rendevano conto di come la guerra dilapidasse tragicamente i valori costruiti nei secoli dall’azione incrociata delle culture presenti sul continente europeo. La testimonianza di Paul Bekker, consegnata in due scritti dal fronte (Kunst und Krieg pubblicati in Kritische Zeitbilder, Berlino 1921), ci rivela una posizione vicina a quella del Casella, per la capacità di resistere alle rozze tentazioni patriottiche e per la lucida razionalità di giudizio sui valori meritevoli di conservazione. Impegnato sul fronte occidentale, proprio nella circostanza dell’assedio di Anversa, veniva attraversato da pensieri come questo: «Ma come, dovremmo disdegnare o rigettare con violenza antiche culture che hanno raggiunto una loro maturità, mostrandosi qua e là forse anche un po’ appassite, soltanto perché i loro odierni rappresentanti si contrappongono a noi oggi, in questa impressionante rivolta? Se così facessimo, saremmo noi i veri barbari, come taluni cercano di farci passare. Il conquistatore, che voglia essere di più del bruto conquistatore, sa che non deve tentare di devastare il suolo straniero ma semmai renderlo fertile, ancora più fertile di quanto già non fosse. […] E quindi mi figuro l’immagine della nuova musica tedesca: veritiera e portatrice di una nuova, rigenerata volontà di vivere. Che sia ottimista o applichi la nuova armonia dei francesi, fa lo stesso: il genio creatore si fa beffe di simili precetti da maestro di scuola. Ma questo genio adempirà tanto più pienamente la propria missione, quanto meno si interrogherà sui confini dei caratteri nazionali, quanto più saldamente saprà riallacciare, grazie alla propria arte, quella catena che unisce nel genere umano i popoli oggi in lacerante contrapposizione».

Paul Bekker (a destra) insieme al Maestro di cappella Dr. Zulauf, al compositore Ernst Krenek e all’artista Oskar Kokoschka (seduto), 1920. (Keystone)

Ma in Bekker c’è di più. Vi troviamo una concezione strategica della cultura la quale, se a tutta prima può sconcertare per l’apparente assecondamento del perfido meccanismo logico innescato dal conflitto, in realtà si prepara già a uscirne, a trarre lezione dagli errori, dalle deformazioni e dagli eccessi per individuare nuovi traguardi di speranza. L’affermata legittimità di non rinunciare al discorso sull’arte pur indossando la divisa del soldato rappresenta il tentativo di sottrarre il

monopolio dello sfruttamento della situazione di crisi agli esponenti di un pensiero reazionario più o meno opportunisticamente impegnati a fermare le lancette del tempo. Per Bekker è proprio la guerra a costituire la prova del confronto con la necessità di rinnovamento non solo delle coscienze, ma anche della realtà. «Se l’arte venisse a mancarci in questo istante allora avrebbero ragione coloro che anche in tempo di pace vorrebbero vederla cancellata dai piani

di bilancio statale e comunale, perché inutile divoratrice del denaro pubblico e costoro, zelanti politici in tempo di necessità, mercanteggerebbero per ogni centesimo ad essa devoluto. Ma se invece risulta che noi, nonostante la guerra e proprio a causa di essa, abbiamo bisogno della nostra arte, che dobbiamo averla per poter difendere le nostre esistenze morali e spirituali, allora la guerra, anche in questo campo, ci porta un insegnamento che, compreso correttamente, non solo ci eviterà in futuro estenuanti dibattiti in Parlamento, ma dovrà portare a una nuova organizzazione basilare del nostro interesse pubblico per l’arte». Eccolo quindi puntare gli strali contro chi ha fatto dell’arte un oggetto di mercimonio, figure sorte nel momento in cui l’arte ha allargato il suo raggio d’azione nella società. Uno degli insegnamenti «che la guerra ci ha dato […] è che i beni di così alto significato per la collettività non debbano essere lasciati allo sfruttamento di speculazioni private, ma debbano sottostare alla custodia e all’amministrazione di questa collettività». La rigenerazione della musica non poteva quindi darsi senza un ripensamento della sua funzione nella società e la formulazione di un progetto che ne mutasse i rapporti a favore dell’intera comunità, garantendole l’accesso al patrimonio artistico. In questo senso l’attenzione privilegiata riservata al teatro, per quanto riguarda il superamento della logica gerarchica sopravvivente nella tradizione feudale dei teatri di corte e soprattutto per quanto riguarda la funzione privata e speculativa della cultura, delineava già in tratti più che profilati le linee direttrici lungo le quali si sarebbe sviluppata nel dopoguerra la politica culturale dei governi a componente socialdemocratica della Repubblica di Weimar. Il fatto che, in veste di sovrintendente dei teatri d’opera di Kassel e di Wiesbaden fra il 1925 e il 1933, il musicologo assumesse una propria parte di responsabilità nelle ritrovate aperture creative del teatro musicale tedesco sta a indicare come la presa di coscienza maturata negli anni di guerra avesse gettato le basi del tipo di intellettuale a vocazione radicale e nel contempo operativamente integrato, caratteristico della situazione tedesca degli anni Venti.

Il galoppo a briglia sciolta dei social media

la lingua batte Per i mass media, competere con Facebook, Instagram e Youtube è una battaglia persa.

Meglio farseli amici. E noi utenti? Laila Meroni Petrantoni Il 30 giugno ricorre il Social Media Day. Evviva: un’altra data dedicata, per riflettere una volta all’anno sul mondo che cambia, che sarà, o che non c’è più. Perdonate se sconfino nel ritrito, ma lo faccio per dovere verso coloro che non sanno di cosa stiamo parlando (se siete tra questi, siete in via di estinzione). Rientrano nella categoria dei social media i gettonatissimi Facebook, Twitter, Instagram, Youtube, gli antichi MySpace e Friendster, l’adolescente TikTok. Son tutti veicoli che consentono, grazie all’universo di internet, non solo di «leggere» contenuti ma anche di «produrne» e di «condividerne». Ecco perché (giusto per fare un esempio della varietà di utenti e temi che ruotano attorno a questo mondo) su Youtube è possibile trovare l’ultimo discorso di Ba-

rack Obama in qualità di Presidente USA come pure il video esplicativo (li chiamano «tutorial») per installare un condizionatore. Per certi versi i social media, come pure i motori di ricerca come Google, ci hanno semplificato la vita, mettendoci a disposizione una montagna di informazioni senza dover scartabellare fra enciclopedie, dizionari e manuali d’uso.

Forse uno degli ultimi arrivati, ma di certo fra i più amati: Tik Tok.

Ad oggi usufruiscono di social media almeno tre miliardi (!) di persone, con tutto ciò che questo comporta: tutela della privacy e dei dati, libertà di espressione, vere e finte informazioni, nonché estinta capacità di riflessione e di tenere a bada la lingua. Non ci impantaniamo qui nelle questioni legali connesse al settore; piuttosto può essere sfizioso partire da qui per compiere un rapido viaggio senza pretese nella comunicazione e nella diffusione delle informazioni. Come noto, usufruiscono dei social media anche i grandi canali news, che hanno trovato nei nuovi mezzi sempre a portata di mano il veicolo per lanciare notizie quasi in tempo reale. Questi canali – un po’ più vecchi – sono tuttora etichettati come mass media: sono in origine stampa, radio e tv, creati per divulgare dei messaggi a un pubblico che resterà anonimo. La comunicazione tipica dei mass media se-

gue la formula uno-a-molti, verso utenti passivi senza possibilità di ribattere; al contrario con i social media il ruolo di chi è coinvolto è potenzialmente sempre attivo. Dalla «massa» che comunque è circoscritta in un numero non infinito, si passa alla «società» (di individui interconnessi) con cifre di gradimento che sul web non sono mai definitive. Secondo gli esperti, gli uni non sostituiranno comunque mai gli altri. Ma c’è qualcosa che caratterizza i secondi in modo inquietante: la velocità, sia di diffusione sia di evoluzione del mezzo social, sempre pronto a trasformarsi secondo i gusti degli utenti (o a pilotarli?). Non c’è che dire: andando a ritroso (scomodando metafore ippiche), i primi anni del terzo millennio vedono i social al galoppo, nel secolo scorso radio e tv trottavano con brio, la diffusione dei giornali a partire dal Seicento si è evoluta al passo, e per trovare in epoche

precedenti la prima impennata bisogna risalire al Quattrocento con l’invenzione della stampa a caratteri mobili; prima di tutto questo, la comunicazione fra esseri umani non aveva certo il vigore dello stallone, piuttosto l’andatura di un pigro ronzino sonnecchiante. Nella nostra èra invece è tutto velocissimo. Tutti hanno qualcosa da dire, e vogliono farlo subito. Suvvia, siamo onesti: non vi gira un po’ la testa? Fra i neologismi del 2020, Treccani segnala per la lingua italiana «infodemìa»: certo ci avrà messo lo zampino il virus, ma la parola dà un’idea chiara di quanto ormai le informazioni circolino in modo eccessivo e incontrollato, rendendo difficilissimo districarsi fra argomenti validi e spazzatura. Tanta roba, troppa roba. Viene in mente il titolo di un vecchio film con Lando Buzzanca: Fermate il mondo… voglio scendere.


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