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Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Cucinare insieme ai bambini è una buona e sana abitudine, non solo durante la quarantena

Ambiente e Benessere L’Ufficio federale della salute pubblica ha avviato una ricerca per capire quante persone in Svizzera hanno sviluppato gli anticorpi contro il Coronavirus

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXIII 30 giugno 2020

Azione 27 Politica e Economia Donald Trump perde consensi anche fra la sua base elettorale

Cultura e Spettacoli A un mese dalla scomparsa di Christo, l’artista che ha fatto del wrapping il suo marchio

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© Danny Caron

Blenio, valle a misura di bicicletta

di Davide Bogiani pagina 19

Una decisione di portata storica di Peter Schiesser Il Covid-19 non monopolizza più tutti i pensieri e i dibattiti, si torna a parlare di altro, anche di Europa: Karin Keller-Sutter ha riaperto la campagna in vista della votazione popolare del 27 settembre sull’iniziativa UDC con cui si chiede l’abolizione dell’accordo sulla libera circolazione delle persone. Se l’11 febbraio era affiancata da Benedikt Würth in rappresentanza dei Cantoni, lunedì scorso al suo fianco aveva i vertici dei sindacati e degli ambienti economici, a sottolineare la posta in gioco: non ne va soltanto della libera circolazione e dei vantaggi che complessivamente ha portato all’economia svizzera, nonostante alcuni problemi, ne va degli accordi bilaterali del primo (e probabilmente anche del secondo pacchetto), poiché la clausola ghigliottina prevede che la disdetta di un accordo comporti la disdetta automatica di tutti e sette. «Vista la crisi generata dal Coronavirus, non è tempo di esperimenti politici, il benessere della Svizzera non può essere messo in questione in questo momento», ha sottolineato Keller-Sutter. Il messaggio del Consiglio federale è chiaro: questa volta ne va

della via bilaterale. Un sì all’iniziativa avrebbe conseguenze peggiori del no all’adesione allo Spazio economico europeo, nel 1992, ha detto Keller-Sutter: quel voto spinse governo e parlamento a cercare con l’Unione europea altre forme di collaborazione, per non tagliare fuori la Svizzera dal mercato europeo, in cui vendiamo metà della merce che esportiamo; il risultato furono i due pacchetti di accordi bilaterali. Allora persino l’UDC si dichiarò favorevole alla via bilaterale, pur non condividendo le concessioni fatte in materia di libera circolazione e Schengen. Oggi pare pronta a sacrificare tutto quanto pur di abolire la libera circolazione. Questo almeno a parole, ma non è un mistero che sono contrari all’iniziativa persino i due consiglieri federali UDC Ueli Maurer e Guy Parmelin, anzi: da membri della commissione di politica estera del Consiglio nazionale ho sentito dire che anche fra i vertici dell’UDC si spera in un no – l’iniziativa servirebbe più che altro a profilarsi elettoralmente. Gli europeisti in governo e nella società civile non vogliono però correre il rischio di una sconfitta imprevista come nel febbraio del 2014 (iniziativa contro l’immigrazione di massa), motivo per cui Keller-Sutter si è presentata con i vertici dei

sindacati e del mondo economico, per mostrare che l’antica alleanza pro-europeista si è ricompattata. Keller-Sutter farà campagna nella Svizzera tedesca, Alain Berset in Romandia, Ignazio Cassis in Ticino: vedremo se il nostro ministro saprà spostare qualche voto, in un cantone che si profila da decenni come anti-europeista. In Ticino, la grande incognita è data dal Coronavirus: la chiusura delle frontiere con l’Italia è stata vissuta più come una perdita di contatti con la nostra realtà sociale, economica e culturale più prossima, o prevale l’impressione che si sta meglio stando isolati? Il consigliere di Stato Norman Gobbi non perde occasione per dire che in Ticino con la chiusura delle frontiere c’è stata meno criminalità (mi sono forse sfuggiti i dati che lo comprovano e che dimostrano una correlazione con la chiusura delle frontiere e non con il solo lockdown?), ma qualche ticinese si sarà anche reso conto che la chiusura delle frontiere significa anche controlli e lunghe code. E forse ricorda pure che oltre quattromila frontalieri hanno contribuito a far funzionare il sistema sanitario ticinese in questi mesi di emergenza. Non c’è da farsi illusioni sul voto in Ticino, ma va ricordato che in ballo c’è molto di più della libera circolazione.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Attualità Migros

Rinnovo del Consiglio di amministrazione di Migros Ticino

Migros News Migros introduce un nuovo riciclaggio della plastica a livello nazionale

Nomine Ratificata negli scorsi giorni la nuova composizione del CdA

per il periodo 2020-2024

La Cooperativa Migros Ticino prevede il rinnovo ogni quattro anni dei suoi organi statutari. Tra questi il Consiglio di amministrazione, che nello statuto è denominato «Amministrazione». Il Consiglio di amministrazione, costituito da 5 a 7 membri che si riuniscono regolarmente almeno sei volte l’anno, definisce la strategia dell’azienda e controlla la ge-

stione degli affari della Cooperativa. Nel Consiglio di amministrazione siede anche un collaboratore della Cooperativa, eletto dall’insieme dei dipendenti di Migros Ticino. La durata del mandato è di 4 anni, periodo di tempo che corrisponde alla durata del mandato dell’Assemblea dei delegati della Federazione delle cooperative Migros.

Di recente, è stato eletto il nuovo Consiglio di Amministrazione di Migros Ticino, nominato per il periodo 2020-2024, che si compone degli uscenti Monica Duca Widmer, di Arosio, presidente; Sharon Guggiari Salari, di Lugano; Roberto Klaus, di Tesserete; Gianni Roberto Rossi, di Brissago; Stefano Scricciolo, di Grono, eletto dal personale

(nuovo). Il vicepresidente sarà designato dal CdA in occasione della sua seduta costitutiva. In precedenza il gruppo dirigente era composto da Monica Duca Widmer, presidente; Francesca Lepori Colombo, vicepresidente; Sharon Guggiari Salari; Roberto Klaus; Gianni Roberto Rossi; Daniele Lotti; Sergio Recupero, eletto dal personale.

I membri del Consiglio di Amministrazione di Migros Ticino per il periodo 2016-2020. Da sinistra in prima fila: Sharon Guggiari Salari, Monica Duca Widmer, Daniele Lotti; in seconda fila Gianni Roberto Rossi, Roberto Klaus, Sergio Recupero, Francesca Lepori Colombo. (V. Cammarata)

Intervista a Francesca Lepori Colombo Signora Lepori Colombo, per quanti anni ha fatto parte del CdA di Migros Ticino?

Sono stata nel Consiglio di amministrazione di Migros Ticino per vent’anni. Inizialmente eletta come membro, da gennaio 2011 sono stata nominata Vice Presidente.

Come ha visto evolvere l’azienda, in questo periodo di inizio nuovo millennio?

Certo il mondo in questi vent’anni è enormemente cambiato, e questo si è riflesso naturalmente nella situazione del commercio. All’inizio il mondo del commercio era un «mare più tranquillo», in cui due grandi operatori sul mercato si ripartivano la parte principale dell’attività commerciale. Poi sono entrate in scena le grandi catene di vendita dall’estero, con una grande capillarità sul territorio, e le sfide proposte dalla loro concorrenza hanno reso il mercato completamente diverso. Un altro fattore che ha molto cambiato il volto del mercato in questo

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

periodo è l’entrata in scena delle attività online. Queste hanno modificato le regole del sistema e oggi sono diventate fattori che non si possono trascurare, proprio perché la realtà della rete è diventata una normalità in cui tutti siamo coinvolti. C’è poi il tema del turismo degli acquisti, che caratterizza la nostra realtà, e che ora, dopo un momento di pausa forzata, sta riprendendo. Ha ricordi che le stanno particolarmente a cuore del suo periodo di mandato?

Durante il mio periodo di permanenza nel Consiglio di amministrazione ho molto apprezzato i rapporti con la Direzione della Cooperativa e la collaborazione che siamo riusciti ad instaurare. Apprezzo molto l’attenzione che Migros Ticino rivolge ai propri collaboratori e ai propri clienti. In particolare valuto positivamente il modo in cui vengono affrontati i temi della parità salariale e la promozione delle capacità femminili. Nel momento di Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

lasciare la carica ci sono chiaramente anche degli aspetti un po’ emotivi che mi fanno provare un po’ di nostalgia, per i rapporti amichevoli che si sono creati in questo lungo periodo. D’altro canto lo stile di Migros Ticino, il suo modo di fare commercio è qualcosa a cui tengo particolarmente, per l’impegno che dedica al suo territorio. In questo periodo, d’altro canto, è particolarmente importante sostenere i commerci in Ticino in modo che ne sia favorita la piazza economica nel suo insieme. Da questo punto di vista è molto importante la responsabilità del singolo, che può influire sulla vitalità economica e sul numero dei posti di lavoro nel nostro cantone.

Quale saranno secondo lei le sfide che l’azienda dovrà affrontare in futuro?

Principalmente in questo periodo vedo come sfida l’organizzazione necessaria per gestire la situazione legata alla pandemia. Il rischio è stato affrontato e continuerà ad essere Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

gestito anche nel futuro, perché l’evoluzione della situazione lo richiede. Da un altro punto di vista comunque credo che i soci abbiano capito quanto è importante che i nostri acquisti settimanali di consumatori contribuiscano concretamente all’andamento della Cooperativa e sostengano l’impegno dei suoi collaboratori.

C’è un saluto o un augurio che vuole mandare ai soci della Cooperativa Migros Ticino?

Vorrei sottolineare come è importante per me il sostegno che Migros Ticino dà alla politica culturale del nostro cantone. Un impegno che ci rende assolutamente diversi da tutti gli altri per l’impatto concreto che può avere sulla vita del nostro paese. Il contributo di Migros Ticino alle varie forme di manifestazioni culturali è qualcosa che apprezzo molto e che ritengo ci renda unici nella valorizzazione della nostra vita culturale. Il mio augurio è che questo impegno continui come ha fatto fino ad oggi. Tiratura 101’634 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Migros avvia in questi giorni un progetto pionieristico nazionale portando il riciclaggio della plastica in Svizzera a un nuovo livello. Con il sacco per la raccolta della plastica Migros e nuovi punti di raccolta di tali imballaggi, Migros offre per la prima volta alla popolazione svizzera una semplice possibilità per raccogliere a casa i propri rifiuti di questo materiale e di consegnarli poi a una filiale Migros nelle vicinanze. Il progetto prende avvio oggi nella Svizzera centrale, nella cooperativa Migros Lucerna. Nel Canton Ticino la raccolta avrà inizio dal 19 ottobre prossimo. La clientela potrà quindi fornire un importante contributo per il ciclo della plastica raccogliendo imballaggi vuoti nel sacco speciale e riportandoli poi ai punti di raccolta delle filiali. Il sacco sarà disponibile in tre grandezze differenti e costerà tra 0.90 e 2.50 franchi. Con la materia recuperata si produrrà un granulato plastico, usato poi per creare nuovi imballaggi. Migros sceglie frumento coltivato completamente senza uso di pesticidi

JOWA, il panificio di Migros, è leader nel settore della panetteria in Svizzera e il maggior acquirente di cereali sul mercato svizzero. Ogni anno trasforma in pane e prodotti da forno 85’000 tonnellate di cereali da pane di IP-SUISSE. Così, in stretta collaborazione con IP-SUISSE, Migros determina attivamente la coltivazione di frumento in Svizzera e lavora incessantemente per svilupparla a favore della natura, degli agricoltori e dei consumatori. Già da più di 20 anni Migros collabora con IP-SUISSE e rinuncia all’impiego di fungicidi, insetticidi e regolatori della crescita nella coltivazione dei cereali da pane. Le malerbe verranno ora debellate soprattutto estirpandole con speciali macchinari o a mano. Le 85’000 tonnellate di cereali IP-SUISSE che JOWA trasforma ogni anno per Migros, entro il 2023 proverranno da coltivazioni completamente prive di pesticidi. Migros sta conducendo questo progetto insieme a JOWA, ETH di Zurigo, HAFL (Hochschule für Agrar-, Forst- und Lebensmittelwissenschaften, «Alta scuola di scienze agronomiche, forestali e alimentari») e IP-SUISSE. Grazie ai lunghi anni di preparazione e di sperimentazioni sul campo, potranno essere garantite sia la qualità che la certezza delle forniture. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio 14 giugno 2019 Un collettivo di 32 fotografe proveniente da tutta la Svizzera ha pubblicato un libro fotografico che ripercorre la giornata dello sciopero delle donne pagina 7

Wikimedia CH L’associazione nazionale riconosciuta dalla Wikimedia Foundation ha la sede giuridica in Ticino. Abbiamo incontrato Ilario Valdelli responsabile dei programmi di educazione e della comunità di lingua italiana

Marka

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Tutti in cucina, anche i bambini

Il caffè delle mamme Durante la quarantena si è dedicato molto più tempo a cucinare coinvolgendo bambini

e ragazzi, una buona e sana abitudine da mantenere. Ecco perché Simona Ravizza Nonostante ritmi di lavoro (purtroppo) frenetici anche durante i mesi di smart working e le legittime preoccupazioni, la quarantena per il Covid-19 a Il Caffè delle mamme è stata scandita da racconti di cucina: bambini con le mani in pasta per preparare pane, attenti a non tagliarsi le dita mentre prendono le tagliatelle che escono dalla macchina per farle in casa (rubata alla nonna), seduti pazientemente al tavolo a sgranare piselli e pulire fagiolini, concentrati a rompere le uova per preparare la torta margherita e intenti a passare la forchetta sugli gnocchi. Un’abitudine che – è la nostra convinzione – va mantenuta anche per il futuro con il ritorno alla vita normale. Chi già conosceva il piacere di cucinare con i bimbi è certamente avvantaggiata, per tutte le altre è un’occasione da non perdere. Ecco perché. In una chiacchierata con Angela Frenda, food editor del «Corriere della Sera», abbiamo individuato almeno cinque motivi. Uno. L’obiettivo non è trasformare

i nostri figli in piccoli chef né insegnare loro a cucinare. Il bello è condividere con loro la cucina come luogo di intimità, tramandare tradizioni, regalare profumi e sapori che sanno d’infanzia e famiglia, trovare la complicità nei piccoli gesti quotidiani. A Il Caffè delle mamme il libro di riferimento è Casalinghitudine (ed. Giunti, 1987) dove la scrittrice Clara Sereni collega ogni ricetta a un momento particolare della vita. Gli gnocchi al semolino le ricordano zia Ermelinda, detta Mela per le guance tese e fresche malgrado gli anni; la pasta e fagioli è la complicità con l’amico del cuore Enrico; la minestra dei Sette grani la riporta con il pensiero a nonno Lello, pizzetto bianco e portamento signorile che insisteva perché i bambini mangiassero minestre di legumi e cereali; la zuppa di piselli inondata di lacrime segna la rottura con il padre; le pizze sono il piatto per eccellenza delle nottate in attesa dei risultati delle elezioni politiche. Sono i ricordi incancellabili che fanno del cibo un vero e proprio linguaggio extra-verbale, capace di creare legami e di imprimere gli affetti. Una

forma di comunicazione che diventa il modo per permettere ai bambini una volta adulti di non tagliare mai via del tutto le loro radici. Due. La sana alimentazione passa dalla conoscenza degli alimenti. È il motivo per cui sul frigorifero di casa è appesa una ruota di carta con i 12 mesi dell’anno: per ciascuno sono indicate frutta e verdura di stagione. Michael Pollan, 65 anni, insegnante di giornalismo a Berkeley, editorialista del «NewYork Times», una delle voci più ascoltate nel dibattito globale sull’alimentazione, racconta: «A un certo punto, nella seconda metà della mia vita, ho fatto una scoperta felice benché inaspettata: parecchi degli interrogativi che più mi assorbivano (tipo: cosa posso fare per migliorare la salute della mia famiglia? Come posso comunicare con mio figlio adolescente?) avevano in effetti una risposta sola, sempre la stessa. Cucinare. Così io invoco un ritorno di tutti, in cucina. Anche dei bambini. Negli anni 60-70 le femministe misero al bando la cucina. E nel dibattito si sono inserite le multinazionali proponendoci cam-

pagne tipo: un pollo fritto gigante (già pronto) e la scritta: “Liberazione delle donne”. Messaggio: fate cucinare noi. Così poi tutti si sono abituati al cibo pronto e a portare i bambini al fast food». Tre. Cucinare con i bambini li fa sentire importanti e allo stesso tempo ha un effetto calmante. Il gioco si unisce alla didattica. Possono prendere dimestichezza con i numeri sulla bilancia, ma anche divertirsi a misurare le dosi semplicemente con il bicchiere. Come nella ricetta «Il ciambellone al bicchiere della nonna» (3 bicchieri di farina 00, 2 di zucchero, uno di latte, uno di olio di semi, 3 uova, una bustina di lievito e, per decorarlo una volta cotto, zucchero a velo). I bimbi possono imparare concentrazione e precisione: e, affondando le dita nell’impasto per fare i buchi della focaccia, perfino rilassarsi. Quattro. Il quarto motivo lo sintetizziamo con una frase del film Julie & Julia di Nora Ephron. «“Lo sai perché mi piace cucinare?” “No, perché?” “Perché dopo una giornata in cui niente è sicuro, e quando dico niente voglio dire n-i-e-n-t-e, una torna a casa e sa con

certezza che aggiungendo al cioccolato rossi d’uovo, zucchero e latte l’impasto si addensa: è un tale conforto!”». Possiamo, dunque, regalare ai nostri bambini uno scacciapensieri da portarsi nella vita adulta. Cinque. La cucina è un luogo di libertà, sperimentazione, errori. Senza ansia da prestazione. I nostri figli possono capire fin da piccoli, parafrasando la Sereni, che vivere è un gran (bel) pasticcio. A Il Caffè delle mamme siamo convinte, insomma, che non bisogna mettere i bimbi ai fornelli, ma piuttosto farli entrare in cucina con noi e condividere una serie di piccole attività madre/figlio. Ma anche padre/figlio. Possono anche semplicemente guardarci mentre con il mortaio pestiamo il basilico per fare il pesto e scoprire tutti i suoi ingredienti. In casa nostra, la richiesta dei bambini quando stanno giocando in altre stanze è: «Per favore, lasciate aperta la porta della cucina». Anche questo è un modo per sentirsi vicini. Così l’odore di soffritto per il ragù invade la sala. E chissà magari anche il cuore.


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Idee e acquisti per la settimana

Il meglio della carne

Attualità Approfitta dell’offerta speciale sugli steaks al banco macelleria

Bistecche di manzo marinate al Marsala

Gli amanti della carne avranno di che essere felici: alcuni tagli di prima categoria di produzione svizzera saranno oggetto durante tutta la settimana di un’imperdibile promozione presso la propria filiale Migros di fiducia. Dalla costa schiena all’entrecôte di manzo, dalla lonza di maiale all’entrecôte di vitello senz’osso, ognuno troverà qualcosa di suo gusto per soddisfare la voglia di un succoso e tenero steak. Generalmente questi tagli provengono dalla zona dorsale degli animali, dove i muscoli non sono troppo sollecitati e contengono pochi tessuti connettivi che richiederebbero al contrario una lunga cottura. Il risultato è una carne particolarmente tenera, ben marmorizzata, che si presta a preparazioni rapide a calore intenso, procedimento che permette di ottenere una caratteristica e croccante crosticina all’esterno e una cottura al sangue al cuore. Accanto alla carne di manzo TerraSuisse, la scelta include anche quella di maiali allevati nella nostra regione a marchio Nostrani del Ticino, come pure di Swiss Black Angus, la razza di origini scozzesi le cui carni sono rinomate tra i buongustai per l’inconfondibile tenerezza, succosità e per il gusto pronunciato. Tutti gli animali sono allevati in Svizzera nel rispetto di elevati standard in materia di benessere delle singole specie.

Ingredienti per 4 persone 1 spicchio d’aglio 2 cucchiai d’olio d’oliva 1 mazzetto di rosmarino 1 cucchiaio di senape 1 cucchiaio di paprica dolce 2 cucchiai di pepe rosa 0,5 dl di Marsala 4 bistecche di manzo di costa schiena di ca. 180 g ciascuna 1 cucchiaino di fleur de sel Preparazione 1. Schiacciate lo spicchio d’aglio nell’olio. Tritate finemente gli aghi di una buona metà del rosmarino. Incorporateli all’olio con la senape e la paprica. Aggiungete il pepe rosa macinato grosso, il Marsala e mescolate bene. Spennellate le bistecche da entrambi i lati con la marinata. Coprite la carne e marinatela per circa 30 minuti a temperatura ambiente. 2. Estraete le bistecche dalla marinata e fatele sgocciolare, raccogliendo la marinata. Grigliate la carne a fuoco medio ca. 5 minuti per lato, ungendola di tanto in tanto con un rametto di rosmarino intinto nella marinata. Al momento di servire, cospargete la carne di fleur de sel.

Costa schiena di manzo TerraSuisse per 100 g Fr. 4.30* invece di 5.40 Costa schiena di manzo Swiss Black Angus per 100 g Fr. 4.85* invece di 6.10 Entrecôte di manzo TerraSuisse per 100 g Fr. 6.20* invece di 7.80 Entrecôte di manzo Swiss Black Angus per 100 g Fr. 7.20* invece di. 9.– Entrecôte di vitello senz’osso TerraSuisse per 100 g Fr. 6.95* invece di 8.80

*Azione 20% sugli steaks scelti al banco dal 30.06 al 6.07

Lonza di maiale nostrana per 100 g Fr. 3.35* invece di 4.20

Gelato artigianál al cacáo

Novità Una nuova esclusiva creazione del laboratorio artigianale Mastrolucibello di Contone inità, si consiglia di togliere il gelato dal congelatore una ventina di minuti prima del consumo. Accompagnate il gelato al cacao con qualche frutto di bosco di stagione come decorazione per un dessert al contempo elegante e gustoso. Una storia di successo

Il laboratorio artigianale di gelateria e pasticceria Mastrolucibello nasce nel 2009 a Gordola dal desiderio di Ivano Lucibello di continuare la tradizione di famiglia, già il padre Pasquale era un abile panettiere e pasticciere. Nell’impresa decide di accompagnarlo la compagna e socia Julita La Mantia, la quale, nonostante provenga da un altro settore, si appassiona subito al mondo della gelateria. Comprendono immediatamente che per distinguersi bisogna puntare sull’alta qualità delle materie prime senza scendere a compromessi, cercando di reperirle, dove ciò sia possibile, sul territorio ticinese. Con il tempo l’azienda si trasferisce a Contone in un laboratorio più ampio, nascono nuovi gusti golosi e la storia di successo continua…

Gelato artigianale al cacao 330 g Fr.7.70

Flavia Leuenberger Ceppi

È arrivato il momento di fare spazio nel vostro congelatore riempiendolo di qualcosa di speciale e soprattutto locale! Da diversi anni le creazioni gelate di Mastrolucibello disponibili alla Migros sorprendono per la loro consistenza delicata e gli straordinari e amati gusti quali zabaione, uva americana, farina bona, fior di latte, lamponi-yogurt e mirtilli. Ultimo nato di questa gamma dei Nostrani del Ticino è il gelato al cacao. Si tratta di un gelato a base di fior di latte affinato con del finissimo cacao. Il pratico barattolo richiudibile, come per le altre varietà, possiede una grafica vintage originale che gli conferisce quel certo non so che di nostalgico. I gelati firmati Mastrolucibello sono fatti in gran parte a mano con materie prime naturali ticinesi selezionate direttamente dal titolare Ivano Lucibello. Gli ingredienti principali, nella fattispecie il latte e la panna, provengono dalla LATI di S. Antonino; mentre piccoli produttori regionali assicurano la fornitura degli altri componenti. Tutti i gelati sono esenti da conservanti o aromi artificiali. Per apprezzarne tutta la genu-


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Idee e acquisti per la settimana

Mascherine in tessuto lavabili

Novità Una scelta alternativa ai modelli

monouso

Lavabili, riutilizzabili e disponibili in diversi simpatici disegni: le nuove mascherine in tessuto sono in vendita da subito nelle maggiori filiali Migros. Queste cosiddette «mascherine comunitarie» rappresentano una comoda e sostenibile alternativa alle classiche mascherine usa e getta. Le mascherine sono state testate in Svizzera da SQTS (Swiss Quality Testing Services) – il laboratorio per la qualità che da molti anni si occupa dell’analisi e valutazione di derrate alimentari, imballaggi, prodotti chimici, articoli Do-It-Yourself e oggetti di consumo correnti come tessili e giocattoli – e sono conformi alle raccomandazioni della «Swiss National Covid-19 Science Task Force». È importante sapere che le mascherine in tessuto non sono dispositivi medici e non rappresentano un equipaggiamento di protezione personale, ma servono esclusivamente per ridurre la diffusione delle goccioline.

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Società e Territorio

Scatti dallo sciopero

Pubblicazioni Il collettivo Frauen*streikfotografinnen ha pubblicato

un libro fotografico che ripercorre la giornata del 14 giugno 2019 Natascha Fioretti «È stata una giornata molto forte. Sin dalle prime ore del mattino ho girato le vie della città in bici e a piedi. Volevo documentare le diverse iniziative e le tante persone che manifestavano. È stato molto stimolante fotografare tanti momenti e situazioni differenti. In Svizzera non si vedono tutti i giorni manifestazioni così partecipate, cariche di emozioni, avvolte in una potente atmosfera, incredibilmente creativa, spiritosa e intelligente. Ci univa uno speciale spirito solidale che è rimasto nell’aria per molti mesi e ogni volta che guardo le nostre fotografie le emozioni forti riaffiorano». Chi di noi non ricorda il 14 giugno del 2019, quel giorno di cui la fotografa zurighese Caroline Minjolle ci ha appena raccontato? Insieme alla fotografa bernese Yoshiko Kusano e alla fotografa losannese Francesca Palazzi è editrice del libro fotografico uscito in francese e in tedesco, Noi, fotografe al centro dello sciopero femminista, risultato del lavoro collettivo di 32 fotografe provenienti da tutta la Svizzera, Ticino incluso, grazie alla partecipazione della fotografa Sabine Cattaneo. Il volume è stato presentato a Berna, per l’occasione c’era anche la presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga («che onore! La sua presenza ha significato molto per tutte noi. Ci ha dimostrato la validità del nostro impegno e della nostra iniziativa»). Pure i media se ne sono accorti, la «NZZ am Sonntag» e il «Tages-Anzei-

ger» per citarne due – nei giorni scorsi ne hanno ampiamente dato conto. Secondo Francesca Palazzi «siamo in un momento in cui i giornali volevano parlare di altro che non del virus e gli abbiamo servito il tema su un vassoio d’argento. Ma l’interesse è dovuto anche alla qualità del progetto. La rilegatura, la sequenza delle fotografie, siamo state attente a curare i dettagli e questo si vede, si vede la forza messa da tutte noi nell’intento di restituire un ritratto completo della pluralità di sguardi, vissuti, identità e competenze». Il collettivo femminile nato su iniziativa di Yoshiko Kusano si è costituito e ha iniziato a lavorare insieme già prima dello sciopero. «Nei giorni precedenti la manifestazione abbiamo contattato le diverse redazioni giornalistiche della Svizzera romanda e della Svizzera tedesca informandole che il giorno dello sciopero tramite l’agenzia fotografica freshfocus. swiss avremmo fornito una ricca documentazione. Le invitavamo ad acquistare le nostre foto» racconta Francesca Palazzi. Così a fine giornata il collettivo ha messo a disposizione 5000 fotografie ma gli unici a pubblicarle sono state la «Woz» e il «Blick». «Nell’ottica di ciò che si stava rivendicando sarebbe stato bello se i media si fossero mostrati solidali» commenta Francesca Palazzi. Da qui l’idea del libro per mostrare «le donne viste dalle donne». Caroline Minjolle, oggi principalmente attiva in ambito culturale con mandati da parte di varie istituzioni, un

tempo era fotogiornalista a tempo pieno. Le sue foto venivano pubblicate su «Le Temps», «L’Hebdo» e altri. «Diverse testate per le quali lavoravo oggi non esistono neanche più e quelle rimaste non hanno più le risorse. Un tempo ti chiedevano le tue foto anche per le critiche musicali o per le recensioni degli spettacoli di danza, ora si dà per scontato che il materiale fotografico venga consegnato a costo zero insieme all’articolo o fornito dagli organizzatori dell’evento in questione». Inoltre, storicamente quello del fotogiornalismo è sempre stato un settore maschile, lo è ancora? «Quale ambito non lo è?», risponde sarcastica Caroline Minjolle. In proposito c’è uno studio delle Università Stirling e Oxford in collaborazione con la World Press Photo Foundation che ha analizzato i dati di 545 donne fotogiornaliste provenienti da 71 paesi diversi dal quale si evincono diversi elementi: l’esistenza stessa del fotogiornalismo è a rischio, continua ad essere un settore a prevalenza maschile, economicamente è una professione sempre meno sostenibile nella quale le donne, pur vantando una migliore formazione, continuano ad essere meno presenti rispetto ai colleghi uomini e sono sottorappresentate. Il titolo dello studio pubblicato nel 2018 la dice lunga: La crisi di gender nel fotogiornalismo femminile: l’assenza dello sguardo femminile? L’edizione di quest’anno dello Swiss Press Award è andata al fotografo

Il libro è il risultato del lavoro di 32 fotografe. (Caroline Minjolle)

Yves Leresche della rivista «L’Illustré» proprio con una foto sullo sciopero. Sarebbe andata diversamente se le foto del collettivo femminile fossero state pubblicate? Sabine Cattaneo, classe 1986, luganese di origine, ha vissuto a Parigi dove le dimostrazioni sono all’ordine del giorno. Non in Svizzera, meno che mai in Ticino: «qui siamo più riservate, lontane dalle donne della Svizzera tedesca con i loro cartelli scioccanti». Tra le sue immagini c’è quella scattata durante il pranzo sulla piazza luganese del municipio. Mostra una bimba che tiene la mano di una donna e indossa una maglietta con la scritta The girls will change the world. «In questa foto c’è l’idea del passaggio di testimone alle giovani generazioni che mi auguro non debbano più manifestare per le stesse rivendicazioni». Nel libro ogni fotografa racconta la sua storia. Alla zurighese Johanna Bosshart «sono rimaste impresse le tante donne con i loro bimbi sulle spalle».

Sua mamma partecipò allo sciopero del 1991. Da nord a sud tutte in qualche modo sono rimaste colpite dai colori: «Basilea sembrava essere caduta in una latta di colore. C’era del viola ovunque». Annette Boutillier da Berna racconta di un’intera giornata in giro per la città «cavalcavo un’onda di energia e solidarietà. Si percepiva tanta consapevolezza e spirito combattivo. Ho partecipato allo sciopero del 1991 ma questo è stato diverso, c’erano più persone, molti giovani, donne consapevoli con rivendicazioni chiare e trasparenti. Qualcosa si è mosso». Quel qualcosa è ora immortalato nelle splendide immagini che parlano di noi, di quel giorno, della nostra forza e delle nostre rivendicazioni. E ci ricorda, all’indomani della crisi pandemica, che lo sciopero è tutti i giorni e lo sarà ancora per molti giorni a venire. Informazioni

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Società e Territorio

Per la libera diffusione del sapere

Incontri Wikimedia CH è l’associazione nazionale riconosciuta dalla Wikimedia Foundation, cosa fa e come

funziona? Ce lo spiega IlarioValdelli responsabile dei programmi di educazione e della comunità di lingua italiana Alessandra Ostini Sutto Sono appena cominciate le vacanze scolastiche, a chiusura di un anno finora unico, in cui gli allievi – e le loro famiglie – sono passati dalla scuola tradizionale a quella «a distanza» e poi ancora a quella parzialmente in presenza. Si tratterà di un periodo – anche – di riflessioni sulle diverse modalità di insegnamento da parte degli enti preposti all’educazione. Su queste tematiche si è chinata pure Wikimedia CH, associazione – di recente trasferitasi giuridicamente in Ticino – che ha lo scopo di promuovere la libera diffusione del sapere sfruttando le potenzialità della tecnologia. «Credo che l’evento eccezionale che stiamo vivendo abbia portato a pensare che la scuola non sia limitata alle quattro mura di un’aula ma che l’educazione sia un concetto che ci accompagna sempre – afferma Ilario Valdelli, education program manager di Wikimedia CH – la società cambia, la tecnologia cambia, e la scuola pure dovrebbe cambiare, per fornire una conoscenza e un’educazione adeguate alle sfide di oggi». A riguardo, Wikimedia CH ha sfruttato il periodo di blocco per condurre un’analisi sulle competenze che possono venir migliorate con l’utilizzo dei suoi progetti. «Si tratta soprattutto di “competenze verticali”, che non sempre vengono sviluppate con la scuola “tradizionale” ma che fanno poi la differenza nel mondo del lavoro – continua il responsabile della formazione – per questo stiamo raccogliendo il materiale che possiamo offrire all’educazione e creando dei moduli che spieghino a insegnanti e formatori come usare al meglio i nostri progetti. Entro fine anno usciremo con un repository sull’open education, liberamente consultabile». Wikimedia CH è un’associazione no profit fondata nel 2006, riconosciuta come capitolo nazionale dalla Wikimedia Foundation l’anno successivo. Essa concentra le proprie attività su tre aree principali: Educazione, GLAM e Comunità. La seconda – acronimo inglese che sta per «Gallerie, Biblioteche, Archivi e Musei» – aiuta le istituzioni della memoria svizzere a condividere conoscenze, risorse e collezioni con una comunità globale attraverso una piattaforma digitale. «Comunità» è invece l’area per mezzo della quale Wikimedia CH supporta strumenti di informazio-

Ilario Valdelli (terzo da sin.) in una delle «maratone di scrittura» Edit-a-thon in cui si creano, modificano e migliorano gli articoli. (Wikimedia Commons)

ne gratuiti, tra cui il più noto è sicuramente l’enciclopedia online Wikipedia. Wiki in hawaiano significa “veloce”: «Nel 2000, quando Wikipedia è nata, esistevano dei CMS (Content Management Systems) dove la registrazione dell’utente richiedeva diversi passaggi di approvazione e la scrittura delle voci era sottoposta ad un workflow complesso – spiega Valdelli – per Wikipedia il concetto di base era invece volutamente semplice: scrivere subito, anche senza registrazione e in forma anonima. Da qui la scelta del nome». All’interno di Wikipedia e degli altri progetti «wiki» i contenuti sono aperti, si possono quindi usare, distribuire e modificare, a condizione di citare la fonte. «A sua volta chi li migliora li rilascia con la stessa licenza. È una forma di uso libero che ha però delle regole, che contemplano il rispetto del diritto d’autore e della proprietà intellettuale: si possono usare solo contenuti donati liberamente o liberi da diritto d’autore – afferma Ilario Valdelli – questa scelta, che poteva suonare folle vent’anni fa, ha fatto crescere i nostri progetti in maniera importante; consultando Google o Siri, ad esempio, nella maggior parte dei casi si usa un contenuto libero perché “aperto” e quindi facilmente accessibile anche alle macchine. Wikipedia, inoltre, rappresenta una risorsa collettiva ed è il quinto sito web più visitato della Svizzera». Ma questo «libero sapere» non ri-

schia di incrementare fake news e bufale? «Il problema delle notizie “fake” è conseguente alla libertà di internet, che da una parte offre possibilità immense e dall’altra può essere usato in maniera inappropriata; la differenza la fanno quindi le persone – commenta il manager – nei nostri progetti le persone seguono una filosofia semplice: Wikipedia non è fonte primaria; tutto deve essere riferito ad una fonte primaria che serve a verificare la qualità dell’informazione. Naturalmente esiste una selezione delle fonti: un blog non è riconosciuto come fonte primaria, come una fonte non neutrale non è considerata affidabile. Sui nostri progetti più che a scrivere fake news, molti provano a mascherare o a cancellare contenuti che non gradiscono, mentre la nostra filosofia è piuttosto quella di aggiungere informazioni e fonti, soprattutto di tesi opposte, perché dev’essere il lettore, con la sua coscienza critica, a trarre le proprie valutazioni». In questo senso l’accesso a una conoscenza libera e neutrale è oggi più importante che mai. Nel nostro Paese, la comunità di collaboratori che si offre per aggiungere contenuti ai progetti sostenuti dalla Wikimedia Foundation è in crescita. «Chiunque può contribuire o diventare socio ed è particolarmente benvenuto chi rappresenta minoranze che non hanno modo di avere una “voce” in internet», continua Valdelli. Gli stessi volontari si occupano anche del controllo

dei contenuti: «la cosa funziona perché essi percepiscono i progetti Wikimedia come un “bene comune”. Quando ho iniziato a collaborare in Wikipedia come volontario nel 2006 ero curioso di sapere quanto sarebbe resistita questa follia. Sto ancora aspettando», commenta il responsabile dei progetti di educazione. Il tema delle minoranze è centrale per Wikimedia CH, che investe risorse significative per rendere i propri programmi inclusivi e rappresentativi. «I progetti sono decisi dalla comunità, nel senso che nascono quando si crea un interesse consistente attorno ad un tema. Questo può essere la versione linguistica di un progetto esistente (come Wikipedia in romancio) o un progetto tematico (Commons, per esempio, è il database di tutti i file multimediali, Wikibooks una raccolta di libri e di manuali, Wikinews un sito di informazioni). Ci sono poi progetti dentro ai progetti; ad esempio, il “progetto Svizzera” che si trova nelle Wikipedie in italiano, tedesco e francese. Wiki Medicine è invece un’enciclopedia medica offline di cui si occupano volontari interessati a voci di medicina», spiega Valdelli. Gli strumenti di informazione promossi per diffondere la conoscenza libera non sono quindi esclusivamente online. Kiwix, un progetto, nato peraltro in Wikimedia Svizzera, ha infatti come obiettivo la versione offline di Wikipedia e degli altri proget-

ti per operare gratuitamente laddove la connessione ad internet è assente o inaffidabile. Come detto in apertura, la sede dell’associazione è da poco stata spostata nel nostro Cantone. Seppure le ragioni siano prettamente amministrative e burocratiche, il Ticino è ben presente in Wikimedia CH. «Due membri del direttivo sono residenti nel Cantone. Io personalmente mi occupo, da Lugano, dei programmi di educazione a livello nazionale ma anche della comunità di lingua italiana – precisa Valdelli – per quanto riguarda i contenuti, lavoriamo sul territorio insieme ad altre associazioni ma non siamo molto visibili perché lo facciamo in maniera discreta». Parte di questo lavoro riguarda l’arricchimento delle voci di Wikipedia su argomenti legati alla Svizzera e la «liberazione di contenuti»: «Ad esempio, nel 2018 abbiamo concluso un progetto ambizioso con la Fonoteca di Lugano che ha portato a caricare su Wikidata oltre 80’000 metadati di artisti e file audio, di fatto, cercando un musicista svizzero sui motori di ricerca, una buona parte dei contenuti che si trovano sono dovuti a questa attività». In Ticino, Wikimedia CH è tra i promotori di manifestazioni come Media in Piazza a Lugano e #thelab a Locarno. «Di recente stiamo proponendo una serie di “edit-a-thon” (maratone di scrittura) in Ticino e nell’Insubria che portano i nostri soci a visitare un territorio e poi ad arricchire le voci che lo riguardano», afferma il responsabile dei progetti educativi. In quest’area l’associazione propone una varietà di programmi in collaborazione con istituzioni e attori del settore. Essa offre, per esempio, una formazione di base sull’uso e l’editing di Wikipedia e di altre piattaforme Wiki e, ai ragazzi, insegna ad usare Wiki2map, strumento che permette di vedere la mappa concettuale degli articoli di Wikipedia. Tra gli eventi citiamo gli Hackathon o Datathon, dei progetti open source organizzati in collaborazione con le università, che aiutano gli studenti ad applicare le loro conoscenze e ad acquisire esperienza nella gestione del team e delle relazioni. Concludendo con gli educatori, grazie al successo del programma di tutoraggio Teach-theTeachers – che li aiuta ad utilizzare l’enciclopedia online nelle classi – Wikipedia è parte ufficiale del programma di formazione degli insegnanti di scuola secondaria nei cantoni Berna e Zurigo.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Kimberlie Hamilton, Cani ribelli. Storie eroiche di amici fedeli, Nord-Sud Edizioni. Da 8 anni L’aggettivo «ribelli» ultimamente ha successo nei titoli, così dopo le fortunatissime bambine ribelli e molte altre creature ribelli, ecco i cani ribelli. Ma il tratto della ribellione, per i cani protagonisti di queste storie, non è proprio il primo che salta all’occhio. Fedeli, eroici, intelligenti, coraggiosi: questo sì. Questo sono i cani protagonisti delle storie raccolte nel libro, che consiglio a chi ha cani, ovviamente, ma anche a chi non ne ha. Innanzitutto perché i racconti sono brevi, avvincenti e scorrevoli, adatti sia alla lettura ad alta voce, sia a non intimidire quei giovani lettori, che magari sono più riluttanti a cimentarsi con un intero romanzo. Poi perché oltre alla dimensione narrativa, c’è anche quella divulgativa, in ambito scientifico, con tante curiosità sui cani, ma anche in ambito storico, in quanto i racconti, tutti rigorosamente veri, si situano sempre in contesti connotati storicamente. Ci sono ad esempio cani che si sono distinti

nelle guerre, come Stubby, mascotte del 102mo reggimento di fanteria dell’esercito americano che combatteva in Francia nella Prima Guerra Mondiale, il quale avvertì i suoi «commilitoni» di un attacco di gas tossico e bloccò pure una spia nemica; o come Judy, nella Seconda Guerra Mondiale, che salvò molti soldati inglesi dall’annegamento, lasciando che si aggrappassero a lei mentre nuotava e trovò per loro una fonte d’acqua su un’isola. Poi ci sono i cani soccorritori, che trassero fuori dalle macerie tante persone, sia in guerra, sia dopo gli attentati (come Trakr, eroe

di Ground Zero, nel 2001) o dopo i terremoti (come la cagnolina giapponese Mari, nel 2005). Ci sono storie sorprendenti di cani guida, di cani antibomba al servizio negli aeroporti, di cani pionieri o avventurieri, e ci sono storie di cani legati a personaggi famosi, come Jofi, la scodinzolante assistente di Freud, che sapeva sempre quando la sessione di psicoanalisi volgeva al termine, e andava verso la porta per congedare il paziente. Se invece vi sentite più «felini», c’è anche, della stessa autrice, il volume Gatti ribelli. Anete Melece, Il chiosco, Jaca Book. Da 5 anni Ha vinto recentemente il premio Orbil (assegnato dalle librerie italiane indipendenti per ragazzi) questo albo illustrato dell’artista lettone Anete Melece. Prima di essere un libro, The Kiosk era già un cortometraggio (https://vimeo. com/258238541), tra l’altro realizzato in Svizzera, in co-produzione con la Radiotelevisione Svizzera e con la Hochschule Luzern Design & Kunst, dove

la Melece ha studiato. Il libro non è una banale trasposizione dal film, ma un adattamento alla componente materica della pagina, in cui la pastosità opulenta dei colori si può espandere con energia. Nel chiosco lavora Olga, vendendo giornali, snack, bibite, biglietti del lotto ai vari passanti, di cui conosce gusti e necessità. È gentile, ha una buona parola per tutti, l’unico problema è che lei nel chiosco non solo lavora, ma vive proprio, dal momento che la sua stazza (decisamente XL) non le permette più di uscirne. Di notte sogna mari lontani,

lontani dallo smog della città, ma non può muoversi di lì. Fino a che un incidente inatteso ma provvidenziale le permetterà, se non di uscire dal chiosco, almeno di spostarsi sollevandolo come fosse un gigantesco vestitone e giungendo così, sulle sue gambe e con mille peripezie, fino all’agognato mare. Una storia surreale, certo, e tutt’altro che politically correct: il cibo spazzatura che ingurgita felicemente Olga, il suo essere comunque prigioniera di una sorta di gabbia-corazza, pur spostabile, come il chiosco, possono suscitare qualche perplessità, ma forse più nel lettore adulto, perché i bambini sapranno apprezzarne il lato vitale, e la capacità di trovare soluzioni giocose di fronte a una limitazione. Bellissima è poi la doppia pagina conclusiva, una sorta di epilogo, dove troviamo ricomparire sulla spiaggia alcuni dei più affezionati clienti cittadini, tra i quali un simpatico signore con cagnolino, che a giudicare dallo sguardo felice che scambia con Olga ci lascia intuire un altrettanto felice prosieguo della vicenda...


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Il re che perse croce e corona Scrive Teodoreto da Cirro nel Capitolo XVII della sua Storia Ecclesiastica: «Quando l’imperatrice scorse il luogo in cui il Salvatore aveva sofferto, immediatamente ordinò che il tempio idolatra che lì era stato eretto fosse distrutto, e che fosse rimossa proprio quella terra sulla quale esso si ergeva. Quando la tomba, che era stata così a lungo celata, fu scoperta, furono viste tre croci accanto al sepolcro del Signore. Tutti ritennero certo che una di queste croci fosse quella di nostro Signore Gesù Cristo, e che le altre due fossero dei ladroni che erano stati crocifissi con Lui. Eppure non erano in grado di stabilire a quale delle tre il Corpo del Signore era stato portato vicino, e quale aveva ricevuto il fiotto del Suo prezioso Sangue. Ma il saggio e santo Macario, governatore della città, risolse questa questione nella seguente maniera. Fece sì che una signora di rango, che da lungo tempo soffriva per una malattia, fosse toccata da ognuna delle croci, con una sincera preghiera, e così riconobbe la virtù che risiedeva in quella del Signore.

Poiché nel momento in cui questa croce fu portata accanto alla signora, essa scacciò la terribile malattia e la guarì completamente». Siamo probabilmente attorno alla metà del V secolo (Teodoreto morì attorno al 457). Il testo di Teodoreto costituisce la sintesi destinata a divenire canonica delle redazioni del ritrovamento della Santa Croce da parte di Elena, madre di Costantino e grande Indiana Jones ante litteram per la raccolta delle reliquie più importanti della Cristianità (mancherà ahinoi al suo palmares soltanto il Santo Graal). Fatte distribuire schegge della Croce in tutto l’Impero e portatisi a Costantinopoli i chiodi della Passione, lasciò in custodia la parte sostanziale della reliquia ed il titulus di condanna INRI al Vescovo di Gerusalemme. La reliquia divenne subito centro del culto e meta di pellegrinaggi. Il resoconto della pia Egeria, che data al 380, rende bene la misura dell’intensità di una devozione che aveva il suo culmine nella solenne ostensione periodica della Croce: «Quindi una sedia viene posta

per il vescovo sul Golgota dietro la Croce, che adesso è in piedi; il vescovo prende posto sulla sedia, e davanti a lui viene posta una tavola coperta di un panno di lino; i diaconi stanno in piedi attorno alla tavola, e vengono portati uno scrigno argentato in cui si trova il sacro legno della Croce e la condanna, e posati sul tavolo. Lo scrigno viene aperto e [il legno] viene preso, e sia il legno che la condanna vengono posati sul tavolo. Ora, quando viene messo sul tavolo, il vescovo, sedendosi, mantiene con fermezza le estremità del sacro legno, mentre i diaconi fermi tutto attorno lo sorvegliano. Esso viene così sorvegliato perché è tradizione che le persone, sia i fedeli che i catecumeni, vengano una alla volta, inginocchiandosi davanti al tavolo, per poi baciare il sacro legno e allontanarsi. E a causa di ciò, non so quando successe, si dice che qualcuno abbia morso e quindi rubato una scheggia del sacro legno, ed è quindi sorvegliato dai diaconi che stanno tutt’attorno, nel caso che uno di quelli che vengono dovesse tentare di farlo di

nuovo. E quando le persone passano una ad una, tutte inchinandosi, toccano la Croce e la condanna, prima con la fronte e poi con gli occhi; poi baciano la Croce e passano, ma nessuno stende la mano per toccarla. Quando hanno baciato la Croce e si sono allontanati, un diacono regge l’anello di Salomone e il corno con cui venivano Consacrati i Re; baciano il corno e guardano l’anello». La visita ai Luoghi Santi e l’adorazione delle reliquie, prima vera e propria industria turistica con tanto di tour operators, guide e gadget low cost, divenne una delle risorse fondamentali del Regno di Gerusalemme. Com’è noto, sottrarre i luoghi di Terra Santa alla profanazione della conquista saracena fu la motivazione fondamentale delle Crociate. Il successo iniziale si trasformò in disfatta con l’ascesa di An-Nasir Salah ad-Din Yusuf Ayyub, conosciuto come Saladino (1137-1193). Regnava al tempo su Gerusalemme una delle figure più enigmatiche e misteriose della storia delle Crociate, quel Guy di Lusignano la straordinaria (ed

improbabile) biografia del quale merita la prossima puntata della vostra Rubrica preferita. Il 4 luglio 1187, ad Hattin, non lontano dal lago di Tiberiade, l’armata del Regno di Gerusalemme fu annientata dall’esercito di Saladino. Guy di Lusignano fu tra i pochi sopravvissuti. Portato a cospetto del Sultano esausto ed affranto per la disfatta, Saladino in persona gli offrì acqua da bere – segno dell’intenzione di risparmiargli la vita. Quando Guy passò la coppa al suo compagno Raynald, anch’egli sopravvissuto al massacro, Saladino si indignò: la sua clemenza non si estendeva a Raynald. E con un colpo di spada lo decapitò di fronte ad un Guy inorridito. Il Regno di Gerusalemme era perso. L’industria turistica cambiò segno e la Città Santa divenne meta di pellegrinaggi alla Moschea della Roccia, il terzo luogo sacro dell’Islam. Perso il Regno si perse anche traccia della reliquia della Santa Croce. Da quel momento, persa La Cosa, ricominciarono a fiorire news di ogni sorta sul suo destino…

diamo all’altro disarmati, in una nudità che rivela la nostra umana fragilità. Perdona la sincerità, ma mi sembra di capire che non è stato tanto il senso di colpa, quanto la delusione di saperti sostituita a rompere l’incanto di una passione a distanza riportandoti alla rassicurante relazione col tuo compagno storico. Eppure, forte di essere tornata, volente o nolente, al quieto vivere di una relazione che definisci «soddisfacente», seppure non esaltante, invii a Manuela, la tua controparte speculare, una serie di consigli. Ed è qui che non mi sento di condividere la tua contraddittoria lezione di vita. Dapprima esorti Manuela a non chiedere al marito una fedeltà impossibile, a prendere con leggerezza le sue scappatelle, ad apprezzare il fatto che non intende abbandonarla. Poi la consigli saggiamente di non controllargli il cellulare perché non ne ha diritto e perché, così facendo, fa del male a se stessa. Ma infine, constatato che è la

monotonia a intorpidire le relazioni, le suggerisci di «cercare stimoli anche lei, non necessariamente di chattare con qualcuno, ma almeno di rinnovarsi per essere misteriosa e affascinante». Ma cara Anonima perché non chiedi al tuo partner, che non ha evitato che t’innamorassi di un altro, di rendersi anche lui «misterioso e affascinante»? Perché solo le donne devono sentirsi responsabili delle crisi di coppia, perché spetta solo a noi il compito di renderci affascinanti mentre i nostri partner attendono immobili, sulla riva del fiume, l’arrivo di una donna nuova, capace di riaccendere una passione spenta? La parità comporta sempre la reciprocità.

simbolica, della segretaria tuttofare. O al personaggio, già descritto da Dickens, del funzionario della City londinese, con bombetta e ombrello. Ora questo luogo specifico, dove il lavoro aveva sviluppato rapporti umani, ispirati alla condivisione, alla collegialità e alla solidarietà di categoria, si trova a sfidare una concorrenza di segno opposto: l’Home Office, che dà priorità alla prestazione individuale. Certo, si dipende sempre da un capo, da un committente o da colleghi, ma per forza di cose virtuali. Come dire, si evitano diverbi o magari scontri fisici. E non è il solo vantaggio: niente code in macchina, niente orari fissi. Fatto sta che il lavoro a domicilio si diffonde, va persino di moda negli ambienti «in», sollecita la creatività. Con effetti percettibili sul piano commerciale: offerte di mobili da ufficio integrabili nell’ambiente di casa. Persino la sedia girevole, tipica dell’impiegato, cambia fisionomia. Ma quali

potranno essere, a lunga scadenza sul piano morale e mentale, le conseguenze dell’Home Office: senso di esclusione, assenza di stimoli esterni, ripiegamento su sé stessi, monotonia e, per le donne, il rischio di lasciarsi sopraffare dai doveri casalinghi? Insomma, un bel materiale a disposizione degli psicologi. Si tratta, in fin dei conti, di una reazione all’esilio Covid-19, ma rovesciata. Quindi non il desiderio di uscire finalmente. Invece la continuità del rintanamento nel guscio protettivo della casa, il piacere di una nuova lontananza, che adesso è una scelta volontaria, impegnativa. Apre un tempo vuoto da gestire liberamente: non tutti ci riescono. «Devi inventarti tu orari, scadenze, attività, riposo, altrimenti finisci nel caos»: mi sono sentita ripetere, raccogliendo le testimonianze dei neofiti dell’Home Office. Qua e là, velate dal rimpianto per levatacce, rumori, rivalità? Forse, da parte mia, era soltanto un sospetto.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Relazioni, consigli e contraddizioni Buongiorno Silvia, vorrei scrivere a Manuela (lettera del 2 giugno 2020) per una riflessione o per un aiutino, vorrei raccontare la mia piccola storia. Vivo da sola ma ho una relazione da 25 anni con una persona che sta da me 2/3 giorni la settimana, con cui condivido un modo di vivere soddisfacente. Mai mi sognerei di lasciarlo, tanto andiamo d’accordo in tantissime cose, compreso il sesso. E ci amiamo! Eppure, a causa della solitudine forzata per il Covid 19, mi sono messa a chattare con una persona incontrata due volte prima. Questo modo di comunicare mi ha aiutato molto, ma mi ha anche rivelato una parte di me che si era assopita. Il gioco di parole, i pensieri nascosti che uscivano all’aperto, il dire cose che si dicono solo ad un estraneo; risulta più facile, l’intesa di pensieri mai rivelati al mio compagno malgrado i tanti anni di relazione. Lo scoprire che con questo uomo c’era un’intesa intellettuale

maggiore, mi ha messo in crisi. Non avendo mai avuto intenzione di lasciare il mio compagno, volevo sganciarmi da questa relazione online sempre più coinvolgente e appassionata. Ci sono riuscita quando ho intuito che questa persona aveva allacciato una relazione; quando ho intuito che c’era una persona da lui, ho troncato di botto lo scambio di messaggi. Ha vinto la fisicità con una donna che ha potuto andare a trovarlo prima di me. Io potevo tradire ma gli altri tradire me? Mai! Da ridere! Ma è possibile una relazione unica, per tutta la vita, senza che l’altro sia attratto da una personalità diversa dalla nostra? Se suo marito dice di amarla, e non poter vivere senza di lei, si ritenga fortunata che, in questo mondo pieno di stimoli e possibilità, lui si prenda solo un angolino di libertà per alleggerire la realtà, a volte pesante e carica di responsabilità. (...). Esigo troppo se le chiedessi di spedire a Manuela la mia lettera? Cordialmente e anonimamente, mi raccomando.

Cara Anonima, non invio mai lettere personali in quanto non conosco l’indirizzo di chi scrive e poi sarebbe scorretto far irruzione nella sfera privata di qualcuno. La Stanza del dialogo offre appunto uno spazio neutro in cui ritrovarsi evitando un eccessivo coinvolgimento. È interessante constatare che, nell’epoca della Rete, i tradimenti sono reciproci. Contrariamente al passato, quando gli uomini si permettevano di essere allegramente infedeli, mentre le adultere erano condannate senza remissione, l’accesso alla realtà virtuale ha concesso a entrambi le stesse possibilità. Eppure, come tu testimoni efficacemente, nonostante il piacere di uno scambio di parola intimo, mutevole e reversibile, vince ancora una volta il contatto fisico, l’incontro di due corpi reciprocamente attratti. Il rapporto sessuale condiviso non è mai soltanto somatico ma sempre totalmente coinvolgente in quanto ci affi-

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Home office: una nuova lontananza È diventata, nostro malgrado, una parola familiare, anzi una parola d’ordine. Lontananza, infatti, definisce un nuovo dovere, sanitario e civico, imposto dalle circostanze, che giustificano interventi autoritari a fin di bene. «Lontani ma vicini» afferma uno slogan ufficiale, in cui si cerca di correggere il tiro: come dire, tu stammi alla larga, io però ti penso. Intanto, nello stesso periodo di clausura,

Home Office anche in cucina. (Pixabay)

la stessa parola lontananza compare con ben altri attributi. Non sinonimo di distanziamento, bensì di avvicinamento. Grazie all’informatica, che ha dimostrato, alla grande, la capacità di sostituire, contatti fisici diretti, proprio attraverso il lavoro a distanza. Ciò che porta alla ribalta un altro neologismo inglese: Home Office. Che tanto nuovo non è. Sin qui, si era trattato di un’esperienza marginale, praticata da una minoranza di avveniristi. Dopo l’esito positivo degli ultimi mesi, si propone come un’opportunità concreta, sempre più attraente. Continueranno a usufruirne sia quelli che l’hanno sperimentata durante il lockdown, sia una schiera, a quanto sembra, folta di impiegati e funzionari del terziario, tentati dalla novità. Si delineano un fenomeno sociale e una svolta del costume, che incontrano il favore degli ambientalisti. Evitando gli spostamenti casa-ufficio, meno CO2. «Adieu liebes Büro!»: mi è capitato di

leggere questo titolo, e altri simili, sui quotidiani d’oltre Gottardo, dove la tendenza si fa sentire, soprattutto nei maggiori centri economici e finanziari. E, come sempre avviene nei confronti di ogni cambiamento, è un’occasione per rimpianti e timori. La nostalgia è persino d’obbligo in queste rievocazioni, in cui si citano oggetti e strumenti scomparsi, idealizzati, ormai da museo: il cestino della carta, il cancellino, la carta carbone, i nastri inchiostrati su rotelline, correlati alla macchina da scrivere, definitivamente sostituita dal computer. E non fu, per chi l’ha vissuto, un passaggio indolore. Ma l’ufficio, come luogo a sé stante, non è soltanto questione di mobili e tecnologie. Rappresenta uno spazio che accoglie momenti di vita, che gli sono propri: attività professionali, nate nell’era postindustriale, e aperte anche alle donne, sia pure in posizioni subalterne. Basti pensare alla figura, persino


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Prepar azione

e lasciate Por tate a ebollizione il brodo con la quinoa . Togliete sobbollire per ca. 10 minuti col coperchio la quinoa . la pentola dal fuoco e lasciate intiepidire riolo a fette Pre riscaldate il grill a 200 °C. Affettate il cet la metà sot tili. Tritate le erbe. Spremete il succo del la sals a, dei limoni e tagliate il resto a spicchi. Per la senape me scolate le erbe con il succo di limone, noa con e la metà dell’olio, poi incorporatela alla qui llate il salmone i cetrioli. Condite con sale e pepe. Spenne pepe. Grigliate con il resto dell’olio e conditelo con sale e a una volta il pesce per ca. 5 minuti, girandolo con cur etta . Ser vite il durante la cot tura , con l’ausilio di una pal di limone. salmone con la quinoa verde e gli spicchi

Tempo di prepar azione circa 30 minuti + cot tura alla griglia circa 5 minuti

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Ambiente e Benessere Bam-i-Dunya Reportage dal Pamir, anche noto per essere «Il tetto del mondo» pagina 13

L’indice al servizio della primavera Grazie a una raccolta di dati, Meteo Svizzera può identificare le conseguenze del cambiamento climatico sulla vegetazione e aggiornare i modelli numerici per la previsione dell’inizio della fioritura

L’Africa nera in tavola I piatti più saporiti dei paesi subsahariani arricchiscono la geografia gastronomica

La valle del sole in sella BlenioBike raccoglie su un portale in internet i tracciati percorribili in bicicletta

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Anticorpi cercansi

Covid-19 Per capire l’immunità si passa

Maria Grazia Buletti In Ticino a metà maggio si sapeva che nel 9,73 per cento dei 4728 campioni di siero prelevato da personale sanitario volontario sono stati rilevati anticorpi che indicano una probabile avvenuta esposizione al Covid-19: è il risultato parziale di uno studio partito il 16 aprile con lo scopo di verificare, attraverso test sierologici, la presenza di anticorpi nel sangue del personale sanitario in quanto potenzialmente più esposto al SARS-CoV-2. Ricerca che, ha spiegato il medico cantonale Giorgio Merlani, a fine aprile è stata estesa a un campione rappresentativo di popolazione ticinese: «1500 ticinesi, dai 5 anni in su, sono stati selezionati a sorte da un campione staticamente rilevante». La partecipazione, facoltativa e tutt’ora in corso, ha visto aderire la maggior parte delle persone interpellate ed è votata a identificare la possibile siero-prevalenza nella popolazione (ovvero l’impatto e la velocità di trasmissione del virus) attraverso prelievi di sangue a 0, 3, 6 e 12 mesi. L’Ufficio federale della salute pubblica si è posto le stesse domande e ha avviato un’analoga ricerca per capire quante persone in Svizzera hanno sviluppato gli anticorpi contro il Coronavirus, raccogliendo dati epidemiologici sull’immunità Covid-19, testando cittadini di diverse regioni e specifici gruppi di popolazione per capire pure l’estensione e la durata dell’immunità al virus. A metà giugno, dai risultati delle stesse ricerche sierologiche condotte dal 6 aprile al 9 maggio da un team dell’ospedale universitario di Ginevra, si evince che soltanto il 10,8 per cento della popolazione ginevrina (che si attesta attorno al mezzo milione di persone) ha contratto il nuovo Coronavirus durante l’emergenza sanitaria. Per capire meglio l’impatto del virus sull’essere umano bisogna passare dallo studio del sangue e tutti abbiamo integrato nel nostro nuovo vocabolario scientifico termini come test sierologico, siero-prevalenza, anticorpi e immunità. Manca però una comprensione più profonda su cosa sono i test sierologici, cosa valutano, a cosa servono, quale sia la loro affidabilità e via dicendo.

«La sierologia è un campo complesso e dallo sviluppo complicato, sebbene molto quotato nell’ambito medico e di ricerca sanitaria», esordisce il professor Ilker Uçkay, infettivologo alla Universitätsklinik Balgrist (ZH) e professore alla facoltà di medicina dell’Università di Zurigo. Egli così riassume il senso di questi esami che spiega essere oggi appannaggio unico di studi specifici e non previsti, per ora, per la popolazione in generale, né raccomandabili ai medici di famiglia: «Attraverso i test sierologici è possibile andare a individuare gli anticorpi prodotti dal nostro sistema immunitario in risposta al virus. Ve ne sono di diversi tipi: con il prelievo di una goccia di sangue dal dito si può stabilire se la persona ha prodotto anticorpi (ed è quindi entrata in contatto con il virus), oppure vi sono test che con un prelievo di sangue dosano in modo specifico la quantità di anticorpi prodotti. In entrambi i casi si va alla ricerca di diversi anticorpi, fra i quali, ad esempio, le IgM sono quelle prodotte temporalmente per prime in caso di infezione». Conoscere la presenza di questi anticorpi è utile per molte ragioni, ci spiega il professore, ma per una serie di motivi l’estensione dei test a tutta la popolazione non avrebbe senso: «Siamo ancora al livello di diversi studi; sappiamo ancora molto poco su quanto gli anticorpi restano, quanto a lungo e quanto realmente sono protettivi, e se infine poi il virus non muta ancora». Di analoga opinione è il dottor Alessandro Diana, infettivologo e ricercatore all’Università di Ginevra: «Il campo della sierologia Covid è ancora un po’ una nebulosa di cui non abbiamo capito come, quanti e quali siano le stelle e quali i pianeti». Diana ci spiega che l’approccio ai test sierologici del Canton Ginevra è iniziato molto precocemente: «Premesso che i Cantoni hanno differenti attitudini all’approccio, il laboratorio di virologia dell’Ospedale universitario di Ginevra ha iniziato con questi studi verso il 23 marzo, studiando i test sierologici dei pazienti ricoverati, di quelli ambulatori (persone con sintomi più lievi che non hanno richiesto il ricovero), e delle persone in regime sia di ricovero che ambulatoriale».

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dallo studio del sangue

Ad oggi, egli afferma di poter esprimere alcune osservazioni che però, precisa, meritano ancora le dovute verifiche: «Dopo circa 3 settimane dal contagio, quasi tutte le persone ospedalizzate avevano sviluppato anticorpi nel sangue. Non si poteva dire lo stesso per i pazienti con sintomi più leggeri e non ospedalizzati, la cui risposta immunitaria è risultata più lenta perché i loro anticorpi erano messi in evidenza più tardi (la sierologia negativa a 3 settimane diventava positiva a 5 / 7 settimane) rispetto a coloro che sono stati afflitti dalla forma più grave della malattia». Tutto è dunque ancora in divenire, complicato dal fatto che ancora non si conosce il «declino degli anticorpi», come spiega Diana: «Sappiamo che dopo una malattia noi sviluppiamo anticorpi, e l’unico modo per misurare

l’immunità sta nel ricercare nel sangue queste armi sviluppate dalle nostre cellule immunitarie. Ma sappiamo pure che col tempo gli anticorpi vanno diminuendo». Detto così pare che non se ne esca, però: «Il nostro corpo dispone di una cosiddetta immunità cellulare: dopo essere stato a contatto con un virus, esso sviluppa anticorpi che vengono a cadere quando non è necessario combatterlo perché non c’è più. Però le nostre cellule ne mantengono la memoria e si riattivano nella produzione di questi anticorpi qualora dovessimo nuovamente entrare in contatto con l’agente patogeno». Il nostro organismo, spiega lo specialista, registra e memorizza la battaglia fatta contro quel virus, pronto a riprodurre le armi necessarie a combatterlo quando sarà necessario, ma senza sprecare energia per produrne conti-

nuamente quando non è il caso perché il virus non circola. Naturale, quindi, chiedere al dottor Diana se questo funziona anche per il Coronavirus: «Non lo sappiamo, anche se la probabilità biologica esiste: quando una malattia induce un’infiammazione così importante, il sistema immunitario dei mammiferi (in quanto evoluto) sviluppa una sorta di “print”, una memoria nella quale poi risiede la sua grande forza per combattere future infezioni dello stesso virus. Purtroppo, ad oggi sappiamo sì misurare gli anticorpi, come stiamo facendo coi test sierologici, ma non sappiamo ancora misurare questa “memoria” cellulare». Quel che si sa, per concludere, è che la raccolta di questi dati permetterà di tracciare una storia della malattia, in attesa di sviluppare un vaccino e le terapie più adeguate.


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Camminando sul tetto del mondo

Viaggiatori d’Occidente La Strada del Pamir unisce Kirghizistan e Tagikistan, ma i due Paesi

si sentono sempre più diversi Paolo Brovelli, testo e foto Tra le montagne dell’Asia centrale, lungo i nuovi e vecchi rami della Via della Seta, gran parte delle strade è ancora in terra battuta. Uno dei percorsi più alti e impervi è la Strada del Pamir, in russo Pamirsky Trakt, o M41 nella fredda nomenclatura sovietica, il cui tracciato moderno fu abbozzato al tempo degli zar a fine Ottocento, appena la zona divenne colonia russa, per scavalcare una delle regioni più elevate del pianeta: il Pamir, o Bam-i-Dunya, il Tetto del mondo. La Strada del Pamir comincia a Oš, in Kirghizistan, ai margini della valle di Fergana, una delle più fertili dell’Asia Centrale, a un migliaio di metri d’altitudine. Se qui un tempo era tutto Impero russo e poi Unione sovietica, dal 1991, quando sono sorte le repubbliche post-sovietiche, la strada lega due mondi: quello dei kirghizi, di retaggio turco, e quello dei tagiki, che invece sono vicini parenti dei persiani, indoeuropei. Due mondi giustapposti, che da lontano paiono vicini, ma invece furono nemici, con antenati, costumi, lingue, facce diverse. Tra Oš e Dušanbe, la capitale del Tagikistan, all’altro capo della Strada, corrono quasi milletrecento chilometri, solo duecento dei quali nel Kirghizistan. Sono anche quelli con il fondo migliore, ben asfaltati (a parte gli ultimi, l’arrampicata fino al passo Kyzyl Art a 4280 metri). Si snodano tra verdi pascoli d’altura e qualche yurta, ché in Kirghizistan la transumanza è ancora molto in voga, quasi una specie di rivincita sull’abbandono forzato del nomadismo in epoca sovietica. Le mandrie son perlopiù di cavalli; qui l’equino è compagno di vita, mezzo di trasporto, produttore di carne e di latte che, fermentato, diventa kumis, la bevanda nazionale. È ricchezza insomma, come sempre è stato per il nomade dell’Asia che per primo l’ha addomesticato nella notte dei tempi. Cugini stretti dei kazaki, i kirghizi, calati secoli addietro fin dalla Siberia, ora son padroni di questo paese ritagliato tra i monti un po’ a casaccio, come sempre s’è fatto per le colonie. Infatti, i kirghizi trabordano: ancora oltre al passo e al confine che introduce nell’altopiano del Pamir e in Tagikistan, troviamo gli stessi zigomi puntuti, gli stessi

Un bimbo tagiko con una capra del gregge.

Lungo la strada sterrata nel Pamir.

occhi a mandorla, la stessa lingua turca. Pascoli però non ce ne sono più, né cavalli. Qui ci sono solo rocce, polvere e un orizzonte di picchi vestiti di neve; il filo spinato si srotola a sinistra, che di là c’è la Cina e qui c’era l’URSS. Nell’aria sottile che taglia la faccia, d’estate i villaggi sono un deserto popolato solo di donne e bambini mocciosi; gli uomini, pendolari del bisogno, ci si rifugiano solo d’inverno. Karakul per esempio, a 3900 metri, è solo un pugno di case bianche e scalpiccio nelle vie silenziose in riva al suo lago, salato più del mare e pieno di zanzare. Solo al crocevia di Murghab kirghizi e tagiki cominciano a mischiarsi, o almeno a star vicini. È un grosso villaggio povero e cupo come il suo mercato: i negozi sono ricavati in container arrugginiti, intorno a me occhi severi, di donne velate e schive, ché i tagiki son più sensibili al richiamo di un certo Islam. Non mancano neppure le cineserie, d’altronde la frontiera cinese è vicina e nemmeno in queste lande ci si può sottrarre a One Belt, One Road, l’ambizioso progetto cinese di una nuova Via della Seta. Da lì affluiscono

miliardi a palate, da spendere in nuove strade e infrastrutture, con malcelata inoculazione di dosi massicce di influenza politica e culturale. Molti giovani tagiki e kirghisi imparano ora il mandarino e vanno a studiare a Shanghai o a Pechino, snobbando Mosca… Con una deviazione verso sud ci stacchiamo dalla strada principale. Il fondo è ancor più impervio e sfocia di fronte al Panj, che sarà poi l’Amu Darya, il «fiume mare» dell’Uzbekistan. Il Pamir è padre di tutti i grandi fiumi dell’Asia centrale, asso che il povero Tagikistan forse potrà calare nel secolo XXI, quando l’acqua, sempre più scarsa, sarà «oro blu». Il Panj si snoda nella Valle del Wakhan, da sempre il corridoio per arrivare in Cina. Di là è Afghanistan, una regione di genti del Pamir, parenti dei tagiki dalle vesti variopinte. La vasta valle è un’oasi rigogliosa dove rifiatare dagli estenuanti spigoli dell’altopiano. Ci sono villaggi in terra cruda e bei campi arati, cammelli al pascolo, pastori e capre, file di donne cariche di fascine. Un mondo lento. A bordo valle si stagliano rovine antiche di fortezze, a tener d’occhio il passo, o

Panorama afghano-oltre il Panj.

templi buddisti, ché questa fu la via occidentale dei monaci provenienti dalle rinomate università-monastero del Gandhāra, ora nell’alto Pakistan. Poi torniamo sulla M41, ancora con le montagne afghane in faccia e i sobbalzi nelle reni. Le rare anse si fanno oasi sui due lati, come Khorog, vivace capitale di provincia, piena di mercati e pulmini carichi, già proiettata verso i passi che portano giù a Dušanbe, la capitale del Tagikistan. I tagiki sventrano i quartieri sovietici e ripropongono la narrazione del loro mito nazionale. La nuova identità tagika parte da Ismail I, emiro della dinastia samanide che ha riunificato la Persia storica a cavallo del primo e del secondo millennio, spostandone il centro nella sua periferia, a Bukhara e Samarcanda, città tagike in esilio in terra uzbeka. Per i soliti ritagli dei confini coloniali la ex repubblica sovietica del Tagikistan ha dovuto accontentarsi di puntar su Dušanbe, ex villaggio senza importanza. Il colosso di Ismail sotto un arco tutto d’oro domina oggi la piazza principale, con un parco innaffiato da fontane e una collina su cui

torreggia, neoclassica, la locale «Casa Bianca». In Tagikistan oggi tutto vuol essere samanide, dalla moneta nazionale, il somoni, a quella che un tempo coi suoi settemilacinquecento metri era la vetta più alta dell’URSS, il Picco del comunismo, ora dedicato a Ismail Samani. Tutto fa brodo, per irrobustire la coscienza nazionale. Persino vietar per legge i nomi arabi o russi, tagikizzando anche i cognomi, come ha fatto anche il presidente a vita, Emomali Rahmon, che fino a qualche anno fa si chiamava Rahmonov. Ma poi tanto c’è sempre qualcuno più realista del re, come l’amico Amirbek, fruttivendolo nel nuovo bazar centrale, lindo come una sala da ballo. Lui risale ancora più indietro nel tempo e sostiene che tutto cominci dai Sogdiani, la cui parlata fin dal VI sec. a.C. era lingua franca lungo la Via della Seta. Oggi sopravvive nel dialetto yaghnobi, destinato all’estinzione con Amirbek e la sua generazione. E mi fermo qui, prima che qualcuno risalga ancora più indietro, chissà, fino all’uomo di Denisova, vissuto settantamila anni or sono, al tempo dei Neanderthal…

Donna ritratta al mercato di Murghab, composto da container.


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Ambiente e Benessere

Un rilevatore dei cambiamenti climatici

Fenologia L’indice di primavera determina l’inizio dello sviluppo della vegetazione rispetto alla media pluriennale;

una grandezza statistica calcolata in base ai dati raccolti dalla rete di osservazione MeteoSvizzera Elia Stampanoni In questo periodo di certo particolare, anche la meteo continua a fare le bizze. Dopo una stagione fredda cominciata presto con nevicate abbondanti, l’inverno 2019-2020 è andato velocemente scemando, con temperature di tre gradi superiori rispetto alla media pluriennale nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio, che corrispondono all’inverno meteorologico. Solo all’inizio di marzo la neve è riapparsa anche sulle pianure del Ticino e Moesano e le temperature hanno subito diversi alti e bassi, con sbalzi importanti nell’arco di poche ore o giorni e registrando i valori più bassi del semestre da ottobre a marzo. In seguito, i mesi di marzo, aprile e maggio sono stati particolarmente miti e questa situazione s’inserisce nel contesto dei mutamenti climatici, per i quali anche l’indice di primavera è un indicatore affidabile, essendo la temperatura una variabile determinante per lo sviluppo delle piante. Questo rilevatore, una grandezza statistica calcolata in base alle fasi fenologiche primaverili, si presta quindi per visualizzare gli effetti del cambiamento climatico sulla vegetazione e considera i dati rilevati nelle stazioni con osservazioni di lunga data di MeteoSvizzera, ossia 80 delle 160 esistenti. La fenologia descrive in pratica il ciclo annuale degli organismi viventi e, in riferimento alle piante, per le diverse fasi stagionali della crescita e dello sviluppo delle specie scelte, vengono annotate le date precise, osservando sempre lo stesso esemplare o lo stesso gruppo di piante. L’indice di primavera

Il dispiegamento delle foglie di un ippocastano è uno dei dati fenologici utili per stabilire l’indice di primavera. (Pxhere.com)

viene aggiornato a fine maggio in base a dieci dati fenologici: la fioritura del nocciolo, che avviene solitamente a inizio gennaio, le fioriture della tussilago farfara, dell’anemone e del ciliegio, lo spiegamento delle foglie dell’ippocastano e del nocciolo, la formazione degli aghi del larice, le fioriture del dente di leone e della cardamine e, per finire,

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lo spiegamento delle foglie del faggio. «Sono dieci indicatori scelti a livello svizzero che si riferiscono ai primi importanti momenti fenologici di alcune piante presenti a quote diverse e in molti luoghi e quindi molto rappresentativi per il nostro territorio» precisa Elena Altoni di MeteoSvizzera. A seguito del rialzo delle temperature in primavera e in estate, oggi la vegetazione si sviluppa con largo anticipo rispetto a qualche decennio fa. Un andamento che ben si osserva valutando l’evoluzione dell’indice di primavera dal 1951 a oggi, dove si nota che a partire dal 1985 circa, la tendenza è di uno sviluppo precoce rispetto alla media con, nella maggior parte degli anni, un anticipo della primavera. Nel 2020, come annota MeteoSvizzera, «la vegetazione si è sviluppata in modo molto precoce: da gennaio a marzo ha mostrato un anticipo di 3-4 settimane rispetto alla media 1981-2010. La fioritura degli alberi da frutta a inizio di aprile è stata tra le più precoci ed è avvenuta con un anticipo di 14-17 giorni. Le foreste sono diventate verdi velocemente già a partire dal 10 aprile e lo spiegamento delle foglie del faggio è stato segnalato anche alle quote più elevate tra la fine di aprile e inizio maggio. La causa di questo sviluppo molto precoce della vegetazione è da ricercarsi nelle alte temperature del mese di febbraio, il secondo più mite dall’inizio delle misurazioni, e della primavera, la terza più mite (mesi di marzo, aprile e maggio)». Anche il 2019 aveva registrato una situazione particolarmente precoce, e per esempio, al di sotto dei 600 metri, i ciliegi e i denti di leone fiorirono mediamente 10 giorni prima della media. «Finora l’analisi dell’indice di primavera ci ha permesso di notare un netto anticipo del periodo vegetativo a partire dagli anni Novanta e, sovrapponendo le anomalie delle temperature all’andamento dell’indice, si è osservata una correlazione significativa, quasi di 1 a 1», conferma la collaboratrice di Locarno Monti. La rete d’osservazione fenologica di MeteoSvizzera si basa sull’appoggio di diverse persone che svolgono i loro rilievi in circa 160 luoghi in tutta la Svizzera tra cui anche nella Svizzera

italiana ad Aurigeno, Bondo, Casaccia, Cevio-Cavergno, Comprovasco Motto, Brusio-Piazzo, Faido, Locarno, Locarno Monti, Mugena, Olivone, Osogna, Prato-Sornico, Rancate, Sagno, Santa Maria in Val Monastero, Stampa, Vergeletto e Vira Gambarogno. Alcuni di questi siti d’osservazione dispongono di serie di dati sufficientemente lunghe che possono essere cosi valutate sia per il calcolo dell’indice sia in modo ancor più approfondito per altri scopi.

Nel 2020, la vegetazione si è sviluppata in modo molto precoce: da gennaio a marzo ha mostrato un anticipo di tre-quattro settimane rispetto alla media 1981-2010 Oltre ai citati stadi considerati per stabilire l’indicatore di primavera, gli osservatori di MeteoSvizzera determinano anche il periodo di maturazione dei frutti e, di seguito, la colorazione e la caduta delle foglie, questo per 26 diverse specie di piante. Gli elementi raccolti vengono inviati tramite un sistema online (solo in casi particolari l’invio è effettuato ancora tramite un formulario due volte all’anno) alla sezione Analisi dati al suolo di MeteoSvizzera che si occupa di elaborarli e fornire informazioni sull’attuale stadio di sviluppo della vegetazione. I dati, assieme a quelli trasmessi annualmente, servono anche per studiare gli influssi a lungo termine del clima sulla vegetazione e per sviluppare modelli di previsione per l’inizio della fioritura, tra cui per esempio anche le previsioni delle concentrazioni dei pollini. In ambito di ricerca, le rilevazioni fenologiche trovano poi un loro utilizzo sugli effetti dei mutamenti sul mondo animale e sugli ecosistemi. Oltre ai dati delle stazioni della rete d’osservazione fenologica risalenti agli anni Cinquanta, altri rilievi sono ben più longevi, come per esempio quelli sullo spiegamento della prima foglia

dell’ippocastano a Ginevra. Per i ginevrini si tratta di un avvenimento, poiché, per tradizione, la circostanza segna la fine del periodo freddo: nel 1816 le prime foglie s’aprirono per esempio solo il 23 aprile, mentre nel 2002 già il 29 dicembre. Al di là di questi valori estremi, a partire dal 1900 si è potuta constatare una decisa tendenza all’anticipo a cui, come riporta MeteoSvizzera, «oltre al riscaldamento globale hanno contribuito la cementificazione e l’isola di calore urbano». Da alcuni anni però questo andamento si è invertito per motivi al momento sconosciuti: potrebbe essere dovuto a cause intrinseche all’albero stesso, a variazioni dell’ambiente circostante oppure a un nuovo modo di reagire alle variazioni di temperatura. Interessanti sono anche le osservazioni sulla fioritura dei ciliegi eseguite nella campagna basilese attorno a Liestal. Questi dati, come rileva MeteoSvizzera, iniziano nel 1894 e sono molto significativi in quanto si tratta di un gruppo di alberi di ciliegio selvatico collocati in zona rurale, al margine di un bosco. Mostrano una tendenza a fiorire più precocemente a partire dal 1990, con una variabilità più limitata rispetto a quella dello spiegamento delle foglie dell’ippocastano ginevrino. Altre ricerche mostrano andamenti analoghi e quindi una stretta correlazione tra l’aumento delle temperature medie e gli stadi fenologici di alcune specie: «Uno studio effettuato sul periodo tra il 1970 e il 2012 da Sabine Güsewell ha rilevato un anticipo di nove giorni per la data di spiegamento delle foglie del faggio, di sedici giorni per la fioritura generale del melo e addirittura di diciannove giorni per quella del tiglio nostrano, sempre in riferimento alla media pluriennale» aggiunge Elena Altoni. Anche oltre i confini nazionali ci sono degli elementi curiosi e intriganti, per esempio quelli inerenti alla fioritura dei ciliegi in Giappone, l’hanami, una vera e propria tradizione nella cultura locale: «Esistono dati risalenti all’anno 705 e anche qui la tendenza è chiara, con alcune variazioni importanti attorno al 1500-1600 e, soprattutto, un brusco anticipo della fioritura a partire dagli anni Novanta» conclude Elena Altoni.


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Ambiente e Benessere

Quando l’opera di ciarlatani portò al proibizionismo

Scelto per voi

Vino nella storia Il viaggio lungo i secoli che hanno messo in relazione le proprietà reali

o fantasiose del vino in campo medico giunge ai giorni nostri – 5a parte

Davide Comoli Alla fine del 1600 non c’era nessuna regolamentazione che prevedesse il modo di preparare i vini medicinali, produzione che in moltissimi casi era lasciata alla mercé di «ciarlatani» o «apprendisti stregoni». A questo proposito si narra che il celebre fisiologo francese Claude Bernard, mentre lavorava come apprendista in una farmacia di Lione, e ansioso com’era di conoscere il segreto che stava dietro al «Theriaque» – vino medicamentoso molto richiesto – rimase non poco meravigliato quando venne a scoprire che il medicamento veniva prodotto mischiando tutti i medicinali che periodicamente si accumulavano nel retrobottega. In questo clima poco propizio al rapporto tra vino e salute, vi erano però anche studiosi onesti che scrivevano lodando le virtù terapeutiche del vino senza troppi intrugli strani. Nel 1725, ad esempio, il medico e farmacologo modenese Giovanni Battista Davini, scrisse il De potu vini calidi, lodando il vino caldo per «sciogliere la bile», agevolare la circolazione dei succhi digestivi e rendere più attivi i «fermenti stomacali». Tutti conosciamo da molto tempo come una pozione di vino caldo sia un toccasana per molti malanni.

Anche il medico svizzero Albrecht von Haller, nel 1750, consigliava ai suoi pazienti l’uso del vino come farmaco contro le malattie che causano l’inabilità. La svolta su queste preparazioni si ebbe nella seconda metà del XIX secolo, quando il farmacista inglese William Heberden espresse giudizi molto severi nei confronti di «questo genere di miscugli, provenienti da diversi Paesi, che si nascondono l’uno dietro l’altro…». Grazie a queste denunce condivise da parecchi medici, la situazione cominciò lentamente a cambiare, segnando una tappa molto importante nell’evoluzione storica del rapporto tra vino e salute. È da questo momento, infatti, che la medicina incomincerà a studiare le qualità terapeutiche dei singoli elementi che compongono i vini medicinali. L’attenzione della medicina dell’epoca, si sta progressivamente focalizzando sull’ingrediente del vino più facilmente individuabile che è l’alcol, grazie agli studi sulla fermentazione fatti da Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794), fondatore della moderna chimica. È a questo punto che dobbiamo attraversare l’Atlantico per avere come riferimento la storia degli Stati Uniti all’inizio del XIX sec.

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Greco di Tufo

Il vicecommissario di polizia di New York City John A. Leach, a destra, osserva gli agenti che versano il liquore nelle fogne a seguito di un raid durante l’alta proibizione.

Nel lontano 1833 fu stampato il Manuale della farmacopea americana, nel quale il dottor Robert T. Edes scrisse: «l’azione del vino sull’organismo è essenzialmente quella svolta dell’alcol». Oggi questa constatazione

ci pare ovvia, ma se pensiamo bene è molto probabilmente la prima volta in più di quattromila anni di storia che un medico fa una così esplicita equivalenza tra vino e alcol. Infatti, se si eccettuano alcune discussioni a carattere filosofico sull’ebbrezza risalenti alla Grecia antica, il tenore alcolico del vino era stato raramente oggetto di discussioni mediche. Pur mettendo in guardia contro i pericoli dell’alcol, nello stesso periodo si riconoscevano al vino preso in dosi modeste, proprietà terapeutiche, specie per un’azione benefica sul sistema cardiovascolare e sul sistema digerente. All’inizio del XX secolo sarà proprio l’alcol il protagonista negli Stati Uniti di una campagna proibizionistica che non ha uguali nella storia umana. Più precisamente, tra il 19201933, forse l’insieme di elementi radicati nella cultura puritana americana, ma anche l’esito di ricerche scientifiche svolte dal 1860 in poi in diversi Paesi sui pericoli dell’alcol, danno inizio al Proibizionismo. Già il focolaio era stato acceso in Germania e poi esportato in tutta Europa dal dottor Oswald Schmiedeberg (1838-1921). Le sue teorie stimolarono una forte campagna antialcolica che proponeva l’eliminazione totale da tutte le terapie dell’epoca. Prima ancora di Schmiedeberg, il dottor Nestor Gréhant nel 1899 a Parigi, aveva messo in relazione il contenuto di alcol presente nel sangue con gli effetti tossici delle bevande alcoliche. In seguito a questi ed altri studi e ricerche sull’argomento, alcuni medici cominciarono ad avere forti dubbi sull’uso dell’alcol in medicina, ma soprattutto sugli effetti che quest’ultimo poteva avere se assunto in dosi elevate. I risultati di queste ricerche non si fecero attendere: nel 1916 la Commissione statunitense di farmacopea, toglie dal suo ricettario oltre che i superalcolici tutti i vini medicinali e nel 1919 viene approvato il XVIII emendamento della Costituzione che vieta la vendita, la fabbricazione e il consumo di alcol in tutto il Paese. Mentre i promotori dell’iniziativa esultano, i risultati della legge in poco tempo risultano catastrofici; i nostri lettori avranno di sicuro seguito qualche film o servizio televisivo nei quali viene documentato il fallimento di questa esperienza che si chiuse uffi-

Il Greco, parliamo del vitigno, può considerarsi fra i più antichi che si conoscono: secondo gli esperti di «ampelografia» si ritiene sia lo stesso che Plinio identificava «nell’Aminea gemina», portato dai coloni greci al loro sbarco in Campania. La sua terra d’elezione è Tufo in provincia di Avellino. L’azienda Mastroberardino di Atripalda (AV), rappresenta la più autentica tradizione campana; lo stile dei suoi vini eleganti, capaci di sfidare il tempo, sono una positiva immagine della viticoltura del Bel Paese nel mondo. Il Greco di Tufo che vi proponiamo si presenta di un bel colore giallo dorato, piacevolissimo al naso, dove si percepiscono toni di erbe, bacche mediterranee e officinali, poi ancora frutta, agrumi, polpa di pesche e mango, lunghe sensazioni che culminano con una nota sulfurea. Anche in bocca, dopo alcuni istanti, ripropone lo stesso quadro di profumi. È un Greco fresco d’acidità, che unisce corpo e armonia di lunga durata nel palato. Armonizza in modo perfetto piatti di mare consumati crudi come carpaccio, tartare, ma vista la stagione si sposa bene anche con le vostre grigliate di pesce. / DC Trovate questo vino nei negozi Vinarte al prezzo di Fr. 21.50.

cialmente il 5 novembre 1933, quando il presidente Roosevelt, firmò il XXI emendamento della Costituzione. L’immagine terapeutica del vino esce piuttosto ridimensionata da 13 anni di proibizionismo: appare evidente che le qualità medicinali associate a questa bevanda non sono mai state realmente oggetto di serie ricerche scientifiche. Ci siamo ormai definitivamente allontanati dal vino come medicamento, sorridiamo al pensiero dei «vini medicinali» dei secoli passati. Oggi alcuni ricercatori tendono ad attribuire ai polifenoli (gruppo di composti chimici che includono tannini) un’azione benefica. Tra questi composti chimici si ricorda soprattutto il resveratrolo. Ma l’addentrarsi in un concetto di vino considerato soprattutto come riduttore di «rischio» di alcune gravi patologie è un campo minato, nel quale noi (assolutamente incompetenti in campo medico) non possiamo avventurarci. Vale dunque il vecchio adagio: «Ofelee fa’l tò mestee!» ma lasciateci affermare che nonostante mille anni di storia colmi di pregi e di mancanze, il vino conserva sempre un alone di mistero, che forse nessuna ricerca medica potrà cancellare, e dunque, alzando il nostro calice colmo di un rosso color sangue, brindiamo a voi cari lettori che avete avuto la pazienza di seguirci: «à la santé». Informazioni

La prima parte dell’articolo è uscita su «Azione» del 9 marzo 2020; la seconda, nell’edizione del 6 aprile 2020; la terza, il 4 maggio 2020; la quarta, il 1. giugno 2020.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Ambiente e Benessere

Quel che offre il menù subsahariano Oggi parlo della cucina dell’Africa nera detta anche subsahariana. Descrivere in poche righe i costumi alimentari di mezzo continente non è facile, ma nemmeno impossibile. Ci sono infatti alcuni ingredienti che ricorrono in molti piatti africani, a cominciare dall’olio di palma, che con il suo colore rosso aranciato tinge spesso le pietanze; un insaporitore molto usato, simile al nostro dado, è il netetou, seme fermentato del carrubo africano; peperoncino e altre spezie (curcuma, zenzero, cannella, pimento, noce moscata e molte altre) occupano un posto di rilievo, rendendo i piatti molto piccanti e saporiti.

Una specialità del Sudafrica è il Curry Malay: agnello o montone cotti con melanzane, pomodori, albicocche secche, aceto, yogurt e marmellata Sorgo, mais e miglio (di un tipo diverso da quello occidentale) rappresentano i cereali più diffusi, spesso utilizzati sotto forma di polentine; queste ultime si ottengono anche con la manioca, opportunamente trattata. Tali alimenti amidacei accompagnano gli spezzatini di carni varie – la scelta africana è veramente infinita – quasi sempre asciutti, ma a volte anche molto brodosi. Gli stufati, sempre ben speziati e piccanti, contemplano non solo la carne ma anche il pesce, soprattutto quello essiccato. Gli ortaggi non mancano mai: pomodori, peperoni, okra, platani e molte altre verdure, note – come gli spinaci – e meno note – come le foglie di manioca – sono cucinati fritti o stufati e accompagnano i piatti salati. Nei paesi dell’Africa nera lo zucchero

è spesso ricavato dalle infiorescenze di una palma. La cucina dell’Africa occidentale ha tra i suoi alimenti fondamentali il riso, che accompagna tutti i piatti (spezzatino d’agnello, pesce al limone, pollo con cipolle e limone ecc.), ma dà luogo anche a preparazioni dolci; molto usati sono l’igname, un tubero simile alla manioca, e ovviamente peperoncino e spezie. Tra i piatti tipici si segnalano la zuppa egusi – a base di carne di capra, manzo o montone, pomodori e okra – e il riso jollof (vedi foto), preparazione nigeriana servita con pollo o manzo stufati; ingredienti tipici della cucina senegalese sono la patata dolce, il pesce secco, la manioca, i fagioli dell’occhio (stufati o trasformati in crocchette), il tamarindo e le arachidi, che danno luogo a diverse salse. In tutta l’Africa orientale si beve tè di cardamomo con latte e miele. L’agnello viene servito con il bulgur, altre carni vengono stufate con patate, platani e pomodori. Latticello e limetta completano varie ricette di carne. La cucina della Tanzania, che risente di influssi indiani, vanta curry piccanti arricchiti da tamarindo e latte di cocco; quella etiope è nota per il Doro wat, uno stufato di pollo condito con il niter kibbeh (burro chiarificato e speziato) e il berberè, una miscela di numerose spezie usata in molte preparazioni. L’Africa centrale serve zuppe e salse realizzate con le arachidi, nonché pesce grigliato, carne, riso e platani – cotti in olio di palma con il peperoncino – con salsa di pomodoro condita con olio di palma e aromatizzata con alloro, peperoncino e noce moscata. Il Sudafrica, infine, si segnala per il pane morbido (tipo pancarré), che viene scavato e riempito di curry, per i piri piri, nome di marinate o salse piccanti e di tutti i piatti preparati con queste, e per il curry Malay, uno stufato agrodolce e speziatissimo, di agnello o montone cotti con melanzane, pomodori, albicocche secche, aceto, brodo di carne, marmellata di albicocche, yogurt o latticello.

CSF (come si fa)

Needpix.com

Allan Bay

Noahalorwu

Gastronomia Dalle polentine agli spezzatini, spesso tutto molto speziato e piccante

La raita è in origine una salsa tipica della cucina indiana a base di yogurt, con l’aggiunta di verdure crude o cotte. Però oggi, in mezzo mondo, è anche un ricco antipasto. Vediamo come si fanno due ricette. Ovviamente, usate yogurt intero e buono. Raita di pollo e mele (gli ingredienti sono per 4 persone). Lessate 200 g di petto di pollo, scolatelo, fatelo raffred-

dare e tagliatelo a julienne. Sbucciate una grossa mela, tagliate la polpa a dadini e passateli subito in acqua acidulata con succo di limone perché non anneriscano. Raschiate 2 grosse carote e grattugiatele nella grattugia con i fori grossi. Sbucciate e tagliate a dadini o a julienne 200 g di sedano. Mondate e tagliate a fettine sottilissime 8 ravanelli. Mettete in una ciotola il pollo, la mela, le carote, il sedano, i ravanelli e 500 g di yogurt. Unite uno schizzo a testa di Tabasco, Worcester e Angostura e mescolate bene, unendo il sale necessario e qualche cucchiaio di olio. Lasciatela riposare in frigorifero per un paio di ore prima di gustarla. Raita con gamberi e salmone affumicato (per 4 persone). Emulsionate 500 g di yogurt con senape a piacere. Sbollentate e pelate 2 pomodori, monda-

teli, tagliateli a dadini e fateli scolare in un colino per 15 minuti. Tagliate a julienne 100 g di salmone affumicato. Sbucciate 2 patate medie, tagliatele a dadini. Fate lo stesso con 2 carote. Portate al bollore una pentola colma di acqua e sbollentate le patate per 5 minuti, scolatele poi in acqua ghiacciata e scolatele definitivamente dopo 5 minuti rimaste in ammollo in quest’ultima. Fate lo stesso con 200 g di piselli, sbollentandoli per 1 minuto. Alla fine, Prendete 12 o 16 code di gambero, sbollentatele per 30 secondi, scolatele e fatele intiepidire. Mettete in una ciotola le patate, le carote, i piselli, aggiungete i gamberi e il salmone, unite lo yogurt senapato e mescolate bene, regolando di sale e unendo poco olio. Lasciatela riposare in frigorifero per un paio di ore prima di gustarla.

Ballando coi gusti Oggi dolcetti: sono da fine pasto ma si possono mangiare in un qualunque momento del giorno.

Cupcake rosa

Quenelle ai pistacchi

Ingredienti per 12 cupcake: 250 g di zucchero · 250 g di burro · 250 g di farina · lievito per dolci in polvere · acqua di rose · 4 uova · latte · 250 g di pasta di zucchero rossa · 250 g di pasta di zucchero rosa.

Ingredienti per 6 persone: latte · 4 uova · 80 g di zucchero · 1 cucchiaio di farina · 40 g di pistacchi spellati e pestati · cannella in polvere.

Tutti gli ingredienti devono essere a temperatura ambiente. In una ciotola montate lo zucchero con il burro, aggiungete la farina setacciata, 1 cucchiaino di lievito per dolci e mescolate. Unite 2 cucchiai di acqua di rose e le uova leggermente sbattute, sbattete ancora. Infine, aggiungete 4 cucchiai di latte. Inserite pirottini di carta nello stampo per muffin, riempiteli con il composto fino a tre quarti dell’altezza. Fate cuocere in forno a 180° per 15 minuti, sfornate e lasciate raffreddare. Stendete con un matterello la pasta di zucchero rossa a uno spessore di 3 mm e con lo stampo adatto ricavate delle stelle – o qualunque altra forma. Stendete la pasta di zucchero rosa allo spessore di 3 mm e con uno stampo rotondo ricavate 12 dischetti leggermente più grandi dei cupcake. Applicate sui cupcake i dischetti rosa e incollatevi le stelle con poca acqua e zucchero.

Versate in una casseruola 1 litro di latte e portatelo a bollore a fuoco dolce. Montate gli albumi a neve con 30 g di zucchero, poi versatene una cucchiaiata per volta nel latte bollente: si rapprenderanno e formeranno delle quenelle. Lasciatele cuocere per 1 minuto, rivoltandole, quindi sgocciolatele con il mestolo forato e disponetele su un largo piatto. Togliete dal fuoco il latte, unite il rimanente zucchero e la farina, mescolate e lasciate raffreddare. Scaldate 50 g di latte, unite i pistacchi, e scaldate fino a ottenere una crema; passatela al setaccio. Sbattete i tuorli e incorporateli, poco per volta, al composto di latte e farina; mescolando, incorporate anche la crema di pistacchi. Portate su fuoco dolcissimo e lasciate rapprendere, mescolando, fino a ottenere una crema morbida, senza mai far bollire. Distribuite nei piatti individuali la crema tiepida, adagiatevi le quenelle di albumi, spolverizzate di cannella e servite.


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Ambiente e Benessere

Conservatori e progressisti scendono in pista

Motori Continua la diatriba tra chi difende la vecchia benzina e chi crede nelle nuove tecnologie ecosostenibili

Mario Alberto Cucchi Come nel gioco del calcio, anche nel mondo dell’auto ci sono gruppi di «tifosi» avversari che confrontano le loro idee nella quotidianità. Da una parte i «conservatori», per i quali nessun motore potrà mai essere meglio del caro e vecchio propulsore termico alimentato esclusivamente a benzina o a gasolio, dall’altra i «progressisti» per i quali il presente e ancor più il futuro devono essere a emissioni zero. Argomento che ancora occupa, e lo farà per molto, le prime pagine dei giornali. Il quotidiano «Tages Anzeiger» ha recentemente pubblicato un’intervista a Friedrich Fritz Indra, uno dei più rispettati sviluppatori di motori in Europa. Il brillante 80enne – che ha studiato ingegneria meccanica all’Università Tecnica (TU) di Vienna – nella sua vita ha collaborato con i più importanti marchi automobilistici, da BMW ad Audi, lavorando sui motori tradizionali e migliorandone l’efficienza. Secondo Indra l’attuale successo di vendite delle auto a zero emissioni è legato agli incentivi statali che, di volta in volta, i vari governi concedono agli automobilisti. Proprio in giugno, il Governo tedesco nell’ambito degli incentivi di stimolo economico «Corona» ha varato un premio per l’acquisto di auto elettriche nuove che può arrivare sino a 9mila euro. Indra attacca la mobilità

Pieter Nota, membro del Consiglio di amministrazione di BMW AG.

a zero emissioni sostenendo che per la produzione delle batterie venga utilizzata l’elettricità più economica e «sporca» proveniente dalle centrali elettriche caloriche comunemente utilizzate in Asia. Inoltre, ritiene che anche in tema di ricarica sia impossibile utilizzare esclusivamente elettricità «pulita», poiché alla fine si avrà sempre un mix. L’ingegner Indra si scaglia anche contro la tecnologia utilizzata dagli ibridi plug-in, ovvero le automobili dotate di due motori di cui uno elettrico, che possono ricaricare le batterie anche attraverso una presa di corrente. Indra afferma che i consumi dichiarati di due

o tre litri per cento chilometri siano irrealistici e frutto di test condotti con guida esclusivamente elettrica. Elon Musk, patron di Tesla, sicuramente sarebbe di parte nel rispondere a Indra, perché la sua azienda produce esclusivamente vetture elettriche. Lo stesso non si può forse dire di Pieter Nota, membro del Consiglio di amministrazione di BMW AG, che attualmente costruisce automobili dotate di tutti i tipi di alimentazione. E dunque? Secondo lui è vero che una vettura ibrida plugin è ben lungi dall’essere «pulita» come una dotata esclusivamente di propulsore termico? La risposta sembra net-

ta: «Questo non è vero. In generale – ci spiega Pieter Nota – il consumo medio di carburante che può essere ottenuto con un veicolo ibrido plug-in è significativamente inferiore rispetto a un propulsore convenzionale equiparabile. Tuttavia, se il motore elettrico non viene quasi mai utilizzato, questo vantaggio di efficienza rispetto al motore a combustione viene perso. Un ibrido plug-in ha quindi più senso quando viene regolarmente caricato e guidato in modalità elettrica. L’efficienza energetica di questi veicoli dipende quindi in gran parte dal comportamento di guida e di utilizzo».

Nota sostiene che lui stesso con la sua BMW 745LE ottiene un consumo di carburante davvero basso, con una media di circa due litri per cento chilometri. Ci riesce guidando fino al settanta per cento in modalità puramente elettrica e ricaricando il veicolo quando arriva in ufficio. «Un veicolo ibrido plug-in – continua Nota – combina il meglio di due mondi. Da un lato, in modalità elettrica si guida a zero emissioni e molto silenziosamente in città. Dall’altro, il motore a combustione interna offre il suo pieno potenziale sulle lunghe distanze. Così insieme, i due motori forniscono un mix ottimale di efficienza, dinamica e comfort. Ad esempio, un veicolo ibrido è particolarmente utile per i clienti che si recano al lavoro utilizzando solo l’elettricità, ma occasionalmente coprono anche lunghe distanze e possono disporre di un solo veicolo in casa». Insomma, oggi vi è una vasta gamma di tecnologie di propulsione che rispondono a esigenze individuali molto diverse. Dipendono dal fatto se si viva in campagna o in città e dalla presenza o meno di infrastrutture di ricarica. «Non crediamo in un’unica tecnologia che soddisfi tutti questi diversi requisiti di mobilità», conclude Nota. Valutazioni molto differenti. Le stesse idee vengono sostenute anche dal vicino di casa, di scrivania, di posteggio. Ma chi ha ragione? Per ora palla al centro, la partita è ancora in corso. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Scoprire la Valle del sole in sella a BlenioBike

Sport Il portale online invita a scoprire la Val di Blenio a colpi di pedali di mountain bike; ce ne parla il presidente

dell’associazione, Alcide Barberis

«Quattro nuovi percorsi al Nara». È questa la prima frase che appare entrando nel sito internet www.bleniobike.ch. Si tratta di «percorsi esigenti dal punto di vista fisico e tecnico». I dettagli nelle pagine a seguire fanno capire il grado di difficoltà e le caratteristiche di ciascuno dei quattro nuovi percorsi per mountain bike nella Valle di Blenio. Che la Valle del sole fosse conosciuta per la pratica della mountain bike è cosa risaputa da molti anni. Quello che forse non è ancora così noto è la raccolta dei tracciati in un portale internet che invita alla scoperta di luoghi suggestivi ed entusiasmanti in sella alla bicicletta. BlenioBike: è questo il nome dell’Associazione, che quest’estate è arrivata al suo settimo anno di attività. Per saperne di più, abbiamo incontrato Alcide Barberis, Presidente dell’Associazione. Signor Barberis, lo scopo dell’Associazione che lei presiede è ben riassunto nel portale stesso: «BlenioBike è stata fondata per promuovere lo sport della mountain bike sia come obiettivo turistico per la regione, sia come attività per i giovani». Che cosa fa sì che questa frase sia un successo?

Abbiamo puntato le nostre energie per costruire un sito in cui le informazioni fossero di facile accesso per l’utente. Siamo in grado di fornirgli i dettagli

sull’offerta turistica della mountain bike in Valle di Blenio, proponendo in particolare un ventaglio di percorsi con vari gradi di difficoltà, impegno fisico, tempo di percorrenza, dislivello, ecc. Dati, questi, tutti scaricabili in vari formati per la navigazione GPS e tracciati su mappe che possono essere stampate. Foto e video dei percorsi forniscono ai visitatori una panoramica della regione. Vi sono poi brevi accenni sulla Valle, sulle sue peculiarità paesaggistiche, naturalistiche e gastronomiche, sugli hotel attrezzati per accogliere i bikers e sulle altre possibilità di pernottamento aiutano i visitatori nella loro scelta della meta. BlenioBike vuole quindi essere una piattaforma per dare a tutti, dalle famiglie ai «bikers» estremi, la possibilità di scoprire questa bella regione divertendosi. Sei dei nostri percorsi sono stati ora accolti dal portale «Svizzera Mobile» con la conseguente segnaletica grazie ad appositi cartelli.

Tutte le storie di successo hanno un inizio particolare, da raccontare. Non è da meno quella di BlenioBike, giusto?

Già. L’idea di far partire questa iniziativa venne a un mio amico di Zurigo, appassionato sia di mountain bike sia della Valle di Blenio, dopo avere scoperto che all’ufficio dell’allora Blenio Turismo non avevano nessuna informazione riguardante percorsi adatti a questo sport. Si rivolse al sottoscritto dicendomi che dovevamo ovviare a questa lacuna in una regione

Giochi Cruciverba Trova il proverbio nascosto nel cruciverba risolvendolo e leggendo le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 3, 8, 3, 8, 3)

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La morfologia «dolce», la presenza di molte strade forestali e di collegamento per gli impianti idroelettrici, le tante capanne alpine, gli impianti di risalita del Nara, la filovia della Valle Malvaglia e i tanti sentieri di varia difficoltà, avevano convinto Allegra Tourismus che la Valle di Blenio potesse diventare un paradiso per lo sviluppo di questo tipo di turismo sportivo. E così è stato. E da un’idea, ecco ora un servizio utilizzato da parecchie centinaia di appassionati. Appassionati, o cosiddetti bikers, che in pochi click accedono a una panoramica dei numerosi tracciati che toccano praticamente ogni parte della Valle di Blenio. E se per stimolare il fisico non occorre per forza pedalare nella vallata dell’Alto Ticino, il discorso cambia per lo scenario che ci si ritrova davanti.

In effetti, i nostri sentieri sono battuti da ciclisti che provengono da tutta la

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Svizzera. Non solo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento anche di bikers da varie nazioni dell’Europa. La Valle di Blenio piace. E molto. Alla lingua tedesca, aggiungeremo quindi a breve anche quella inglese.

Si tratta dunque di un ulteriore traguardo, quello appunto di aver raggiunto turisti provenienti da varie parti dell’Europa. Ma questa non è stata la sola evoluzione. Recentemente BlenioBike ha visto un incre-

mento dell’utilizzo di mountain bike elettriche lungo i propri sentieri…

I tracciati da noi proposti sono certamente accessibili anche alle MTB. L’evoluzione tecnologica in questo senso ha aperto un nuovo segmento, incrementando ulteriormente la presenza di bikers che si affidano a BlenioBike per trascorrere delle giornate all’insegna del movimento e della natura. Appuntamento, quindi, sui sentieri nella Valle baciata dal sole.

Sudoku Soluzione:

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Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

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Partecipazione online: inserire la

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16. Ricolme d’acqua 18. Preposizione articolata 20. Unità di misura del lavoro 22. Rimedio universale 25. Parola francese 26. Magico 28. Congiunzione inglese 29. Vani, inutili 30. Moneta europea 32. Primo elemento di composti che significa fuori 33. Moneta del Perù 34. Network Operations Center 36. Iniziali dell’attrice Alt 38. Nota musicale

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

Ma che cosa la contraddistingue principalmente?

Vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

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ORIZZONTALI 1. Ha un buco in testa 4. Una bevanda 11. Vegeto 13. Gatto inglese 14. Pronome personale 15. Tabelle di marcia 17. Ne hanno tutti quattro 19. Vero cognome di Massimo Ranieri 21. Sorelle in pietà... 23. Cibele lo risuscitò 24. Lo dice il rassegnato 26. Di stoffa... fine 27. L’odio nel cuore... 28. La madama di Maillot 29. Lo scrittore Fleming 30. La fine degli inglesi 31. Un numero 33. Stato africano 35. Lo scienziato Newton 36. Cuore di vate 37. L’attore Cruise

particolarmente bella e adatta al cicloturismo da cross. Nacque così il primo sito www.bleniobike.ch. Era il 2008. Lo stesso anno invitammo Darco Cazin, titolare di Allegra Tourismus (azienda grigionese che si occupa di sviluppo del turismo mountain bike), per presentare a Blenio Turismo e ad amici appassionati di MTB (ora membri del nostro Comitato) una proposta di sviluppo del turismo in mountain bike in una valle alpina come la Valle di Blenio.

BlenioBike

Davide Bogiani

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Soluzione della settimana precedente

CONOSCI IL TUO CORPO? – Il nostro corpo ha vasi sanguigni per circa…: …NOVANTASEI CHILOMETRI.

A T O M O

R N O E N M C M A M E R A T R M I A O O N T R O I

V A R I A

A N I T A M R E A S E T I C C N E E H I T S P I A O L M E C A V A N I

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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concorsi. Le vie legali sono escluse. Non è possibile un pagamento in contanti dei premi. I vincitori saranno avvertiti per iscritto. Partecipazione riservata esclusivamente a lettori che risiedono in Svizzera.


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Politica e Economia Rivoluzione culturale In tutta l’America impazza la furia iconoclasta contro quelli che considera i simboli del razzismo

Trump scarica Juan Guaidó Ma poi ci ripensa e smentisce la notizia. Ma nessuno ci crede anche perché il presidente autoproclamato del Venezuela annaspa nel nulla e questo è chiaro a tutti anche senza che Trump lo faccia notare

Accordo appeso a un filo O meglio una pace afghana che dipendeva dall’interruzione dei legami fra Talebani e al Qaeda, che secondo un rapporto ONU non è così

Telelavoro, il futuro? La necessità di lavorare da casa a causa della pandemia ha accelerato un processo già in corso, con importanti vantaggi pagina 29

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pagina 27 Fino ad ora il bacino elettorale di Trump ha mostrato una resistenza soprannaturale agli urti. (AFP)

L’incantesimo si è rotto?

Il Grande Flop Dopo il comizio di Tulsa e le accuse lanciate dal Project Lincoln, un gruppo di repubblicani

che considera l’elezione di Trump il peggior disastro mai successo al Partito, Donald teme lo sgonfiarsi della sua base Daniele Raineri La parte più interessante del Grande Flop di Trump a Tulsa è che il presidente ha consumato molto del tempo che aveva a disposizione durante il comizio a rispondere alle accuse di un gruppo di attivisti repubblicani, gente che in teoria dovrebbe tifare per lui e per il partito. Ricapitoliamo. La campagna elettorale di Trump aveva annunciato per sabato scorso la ripresa dei mega-raduni pubblici che tanto piacciono a lui e aveva scelto Tulsa in Oklahoma, dove nel 2016 il distacco contro Hilllary era stato del 36 per cento e dove la pandemia da Covid-19 ha fatto numeri molto bassi – per ora. Trump giocava in casa e gli organizzatori avevano previsto numeri enormi di sostenitori, tanto che avevano fatto montare un palco e due maxischermi all’esterno del palazzetto del comizio – era previsto che il presidente sarebbe uscito e avrebbe fatto un secondo discorso alla folla che non sarebbe potuta entrare a causa della capienza limitata a diciannovemila posti. Che immagine magnifica per gli spot elettorali e infatti c’erano molte telecamere pronte a registrare il trionfo. Sappiamo come è andata: fuori non c’era nessuna folla, dentro il palazzetto era per due terzi vuoto. Due setti-

mane fa il Project Lincoln, un gruppo di conservatori che pensa che l’elezione di Trump sia stata un disastro per il movimento conservatore americano, ha prodotto e ha fatto circolare sul web uno spot che mostra le difficoltà che il presidente tradisce quando deve fare cose semplici come bere un bicchiere di acqua – deve usare entrambe le mani – o quando deve scendere una rampa – ci riesce, ma con un passo molto incerto, come se stesse per cadere da un momento all’altro. Il presidente sta bene? Perché sei mesi fa è stato portato in ospedale nel cuore della notte?, chiede una voce di donna. In teoria il Project Lincoln è un’iniziativa informale che si muove con mezzi ridotti e Trump poteva scegliere di ignorare l’attacco, invece durante il comizio ha spiegato a lungo che non riusciva a scendere la rampa per colpa delle scarpe, «molto molto scivolose» e poi ha bevuto un bicchiere di acqua con una sola mano fra le ovazioni della (poca) folla. La scena di lui che mostra le suole e beve con enfasi un bicchiere di acqua però è stata controproducente – è una soglia di abilità un po’ bassa per vantarsi – e in generale tradisce il nervosismo del presidente, che resiste bene agli attacchi dei democratici ma adesso teme lo sgonfiarsi della sua base. In questi anni il bacino elettorale

di Trump ha mostrato una resistenza soprannaturale agli urti e ha continuato con fedeltà a seguire il presidente. Era come se gli avesse accordato una licenza in bianco. Sorvolava sulle sue parole spesso sgraziate e sugli scandali e in cambio chiedeva di combattere per pochi punti fondamentali: nominare giudici conservatori, tenere basse le tasse, tenere fuori gli immigrati. È la ragione per la quale gli evangelici, sobri e lavoratori, non hanno battuto ciglio a proposito dei tradimenti coniugali di Trump, finiti su tutti i giornali con particolari poco edificanti. L’importante era che tenesse la barra della nazione sulla rotta che loro considerano giusta: la nomina di giudici conservatori alla Corte Suprema ha il potenziale di trasformare gli Stati Uniti per i prossimi trent’anni. Ma di recente questa licenza in bianco sembra non funzionare più. Il Project Lincoln produce uno dopo l’altro spot nei quali elettori repubblicani che non hanno mai votato per i democratici dichiarano che a novembre non voteranno per Trump e i sondaggi dicono che la base non è più quel monolite che non si poteva scalfire. Attenzione, il monolite non rappresenta la maggioranza degli americani, ma gli architetti della campagna elettorale del presidente contavano anche sull’aiuto di altri fattori per prevale-

re a novembre – come la passività degli elettori americani e le spaccature dentro i democratici. Poi però è arrivato il Covid-19. Il «Financial Times» ha descritto molto bene che razza di dilemma ha creato la pandemia per Trump, che a marzo ancora cavalcava un’onda economica eccellente. Tutti gli indicatori segnavano un futuro radioso e lui tentava di cacciare via l’arrivo della pandemia mondiale come fosse un brutto scherzo. Sta già andando via, diceva. Ci sono stati soltanto quindici casi e fra poco scenderanno a zero, diceva. È una bufala, roba gonfiata dai democratici per seminare il panico nel Paese. Sappiamo che non era così, il virus ha fatto il suo mestiere – che è quello di contagiare il maggior numero di persone possibile – e la sua onda d’urto ha spazzato via tutte le belle previsioni. E qui stava il dilemma di Trump. Se non riapri il Paese l’economia affonda e con essa le speranze di vincere le elezioni. Se però riapri troppo presto e minimizzi il rischio perdi la fiducia della fascia più anziana degli americani, quindi quella più esposta al virus, che guarda caso è anche la fascia che votava in massa per Trump. E il fatto che il palazzetto di Tulsa fosse quasi vuoto è un brutto segnale per il presidente perché vuol dire che

la paura del virus è più forte del suo richiamo (giustamente, perché ci sono alcuni casi di positivi al virus nello staff che doveva gestire la folla dentro al palazzetto e alcune delle guardie del corpo di Trump sono state messe in quarantena obbligatoria). La storia dei ragazzini che avrebbero creato su Tik Tok la falsa aspettativa di una folla immensa non spiega perché gli spalti fossero vuoti, perché per entrare ai comizi di Trump non si compra un biglietto e basta presentarsi all’ingresso. C’erano poche persone perché la base trumpiana non ha risposto alla convocazione. In questi mesi il presidente ha tentato di far passare l’idea che il vero patriota americano se ne infischia delle misure restrittive e delle mascherine perché è intrepido, non si fa spaventare dai media e fa pulsare il cuore del Paese con il suo lavoro quotidiano. In parte questa visione è stata accolta, ci sono state proteste contro le chiusure e non indossare la mascherina è diventata una dichiarazione politica. Ma questa settimana il numero quotidiano dei contagi da Covid-19 negli Stati Uniti ha superato il record e persino il monolite trumpiano comincia a dubitare, se non proprio a sfaldarsi. E questo spiega il segnale che arriva da Tulsa e innervosisce il presidente: gli tocca predicare a quelli che credeva già convertiti.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Cancellare il passato

Politica e Economia

Furia iconoclasta In tutta l’America è in atto la campagna per distruggere statue, effigie, memoriali dedicati

a personaggi in vario modo associati con il razzismo

A Washington, l’abbattimento della statua del generale sudista Albert Pike. (AFP)

Federico Rampini Addio a Teddy Roosevelt, inteso come statua. Nel furore iconoclastico che attraversa gli Stati Uniti, l’ultima statua condannata è quella di un presidente che fu considerato un progressista. Theodore Roosevelt non dà più il benvenuto ai visitatori del Museo di Storia Naturale a New York (peraltro chiuso). La sua rimozione dalla scalinata d’ingresso, su Central Park West, è stata annunciata dal sindaco democratico Bill de Blasio, d’intesa con la direzione del museo. Ciò che ha condannato quella statua, è la scena che raffigura: il 26esimo presidente degli Stati Uniti è a cavallo; a piedi ai suoi lati ci sono un indiano d’America e un nero, a simboleggiare la sottomissione delle due etnie. Già molto tempo fa il Museum of Natural History aveva aggiunto al piedestallo una placca con un commento critico sull’ideologia razzista del primo Novecento per spiegare ai visitatori il contesto storico in cui nacque la statua. Ora spiegare la storia non è più considerato sufficiente: le statue sgradite devono scomparire. «L’American Museum of Natural History – si legge nell’annuncio del sindaco de Blasio – ha chiesto di rimuovere la statua di Theodore Roosevelt perché descrive neri e indigeni come popoli soggiogati e inferiori. La città appoggia la richiesta del museo. È la decisione giusta nel momento giusto». La direzione del museo conferma che se all’origine la statua di Roosevelt intendeva omaggiarne la figura come naturalista, ora essa «comunica una gerarchia razziale che turba il museo e dei visitatori». La statua fu commissionata nel 1925 e inaugurata nel 1940. Più di recente venne resa celebre dalla serie di film Una notte al museo, con Ben Stiller, in cui Robin Williams interpretava la figura del presidente che si animava nottetempo. Ted Roosevelt, cugino di terzo grado di un altro celebre presidente (Franklin), è una delle figure più importanti della storia americana. La sua fu la prima presidenza «imperiale»,

con una visione espansionista del ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Ma vinse un Nobel per la pace per il suo ruolo di mediatore tra Giappone e Russia al termine della guerra del 1905. Fu uno dei pionieri dell’ambientalismo e dei parchi naturali. Fu l’interprete della cosiddetta Era Progressiva, guidò un’offensiva contro i monopoli capitalistici (banche e ferrovie) usando per la prima volta in modo aggressivo la legislazione antitrust, lo Sherman Act. Tutto questo scompare nell’attuale dibattito unidimensionale, dove l’unica cosa che conta è cancellare visivamente ogni traccia del razzismo nella storia del Paese. Il comunicato del Museo di Storia Naturale è all’insegna del mea culpa: «Per capire la statua dobbiamo riconoscere l’eredità di discriminazione razziale della nostra Nazione. Dobbiamo riconoscere anche la storia imperfetta del nostro stesso museo. Un simile sforzo non assolve il passato ma crea le basi per un dialogo onesto, rispettoso e aperto». Non è chiaro come la scomparsa di ogni genere di statue serva a capire meglio il passato, approfondirlo e discuterlo. Tra le ultime gesta del movimento iconoclasta, l’Università di Monmouth nel New Jersey ha deciso di cancellare il nome del presidente Woodrow Wilson. Un’altra figura che per lo più è ricordata per il segno progressista della sua azione: il «liberalismo umanitario» che appoggiò il diritto all’autodeterminazione dei popoli dopo la Prima guerra mondiale, in aperto contrasto con gli imperialismi inglese e francese. Anche questo non conta nulla, visto che Wilson si macchiò di indulgenza verso il razzismo e il segregazionismo. «Ho autorizzato le autorità federali ad arrestare chiunque vandalizza o distrugge monumenti, statue e altre proprietà pubbliche, con sanzioni fino a dieci anni di carcere», annuncia Donald Trump. Mentre in tutta l’America infuria la campagna per distruggere statue, effigie, memoriali dedicati a personaggi in vario modo associati con il razzismo, la goccia che fa traboc-

care il vaso per Trump si chiama Andrew Jackson. L’assalto a una statua di Jackson a Washington provoca il monito del presidente. Sulla stessa lunghezza d’onda è il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell: «Gli americani sanno che una nazione imperfetta costruita da eroi imperfetti rimane la più perfetta Unione che il mondo abbia visto. E quando si dirada il polverone, noi non onoriamo le folle aggressive o i prepotenti, onoriamo i leader coraggiosi che tengono testa alla piazza». Perché l’assalto a Jackson ha creato questa svolta? I più colti ricordano che Trump è stato paragonato proprio al presidente che fu in carica per due mandati dal 1829 al 1837. Jackson è considerato dagli storici come un pioniere del moderno populismo, difensore dell’«uomo comune contro l’aristocrazia corrotta», un modo per designare quel che oggi chiamiamo élite o establishment (la vera aristocrazia era già stata abolita dalla Rivoluzione). Anche nella politica estera sono state sottolineate le analogie fra Trump e Jackson. Queste sono analisi accademiche, dalle quali Trump è distante. Però può aver sentito l’assalto a quella statua come qualcosa che lo tocca personalmente. Inoltre il tentativo di distruggere la statua di Jackson ha riportato le manifestazioni violente nei pressi della Casa Bianca, a Lafayette Square. Proprio quel luogo dove c’erano stati i primi assedi al palazzo presidenziale nelle proteste contro l’uccisione di George Floyd; a quelle occupazioni del giardino davanti alla Casa Bianca il presidente aveva reagito minacciando di mobilitare le truppe federali. Infine tra le azioni che hanno accompagnato l’attacco alla statua di Jackson – anche lui accusato di razzismo – c’è stato un tentativo da parte dei manifestanti di creare anche a Washington una «zona liberata dalla polizia» come già avvenuto a Seattle. Un’ennesima provocazione dal punto di vista del presidente, che ha condannato l’esperimento di Seattle come «anarchia, caos e violenza». Peraltro a Seattle ci sono state sparatorie nella zona «libe-

rata dalla polizia», e almeno un morto per i ritardi nei soccorsi. Cristoforo Colombo non poteva mancare tra le vittime illustri della rivoluzione culturale americana. Molte sue statue sono state sfregiate o abbattute. Anche San Francisco vive a modo suo lo psicodramma nazionale. La statua di Colombo vicino alla Coit Tower (sopra North Beach che è la Little Italy locale) è già stata rimossa per decisione della sindaca afroamericana, prima che i manifestanti la buttassero in mare (erano decisi a farlo sul serio). Ora è in corso una consultazione della cittadinanza per sostituire Colombo con un altro personaggio che renda un omaggio «politically correct» al patrimonio culturale della comunità italo-americana. Tra i più votati: Francesco d’Assisi; Giuseppe Garibaldi; e la presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi... Tutto questo è il remake di un film già visto più volte. L’ultima puntata fu tre anni fa. «Le prossime statue da demolire saranno quelle di George Washington?». A modo suo Trump con quelle parole nell’agosto 2017 metteva il dito su una piaga. L’eroe della guerra d’indipendenza contro gli inglesi, nonché primo presidente degli Stati Uniti d’America, al quale è intitolata la capitale federale, era un latifondista proprietario di schiavi neri. La battuta di Trump nel 2017 era rivolta a quelle autorità locali già allora impegnate in una «rimozione storica». Tra queste la sindaca di Baltimora, città con una forte percentuale di afro-americani e teatro di vaste proteste già ai tempi di Barack Obama contro le violenze razziste della polizia. La sindaca Catherine Pugh nell’estate 2017 ha ordinato l’eliminazione delle statue di Robert Lee e Thomas Jackson, due generali confederati cioè sudisti. Lo ha fatto «nell’interesse della città, alla svelta e senza clamore». Su uno dei momuenti era stato scritto con lo spray Black Lives Matter, «le vite dei neri contano», lo slogan che ha dato nome al movimento di protesta contro gli abusi spesso mortali delle

forze dell’ordine. La stessa operazione non era andata né alla svelta né senza clamore nella vicina Charlottesville (Virginia): in quella città la guerra alle statue aveva attirato un raduno di suprematisti bianchi e neo-nazisti, culminato nelle violente proteste che fecero una vittima. La guerra delle statue dura da tempo. Un censimento approssimativo stima che restano 700 monumenti in America, eretti in onore di leader della Confederazione che combatterono contro il Nord e per salvaguardare lo schiavismo. Se li si considera come altrettanti simboli dei valori del Ku Klux Klan, razzismo e supremazia bianca, l’indignazione è naturale. È come se le piazze d’Italia pullulassero di statue di Mussolini e quelle tedesche avessero altrettanti busti di Hitler. Molti nel Sud la vedono altrimenti. A 155 anni dalla fine della Guerra civile, c’è un pezzo d’America che non si rassegna ad averla persa. E a prescindere dalle frange estremiste, nel profondo Sud la narrazione diffusa sulla Guerra civile è sempre stata diversa che al Nord, molti bianchi del Sud non credono che con Abraham Lincoln abbiano trionfato valori etici e di giustizia. Per loro statue o bandiere confederate sono omaggi ad un mondo che va rispettato anche se perse una guerra. Il confine culturale tra razzismo esplicito, negazionismo da una parte, dall’altra revisionismo storico e relativismo culturale, non è sempre netto. E anche a sinistra c’è chi ammonisce: non basta renderli invisibili, perché i miti del profondo Sud cessino di tormentarci. Nella guerra delle statue c’è qualcosa che ricorda altri movimenti iconoclastici: dalle Guardie Rosse maoiste che negli anni Sessanta distruggevano templi buddisti e biblioteche confuciane, ai talebani afghani che fecero esplodere antiche statue di Buddha. Non importano le differenze di segno ideologico. Distruggere le tracce del passato non è mai stato un modo per capirne le lezioni; di solito è servito a sostituire una forma di fanatismo con un’altra.


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Politica e Economia

Le giravolte di Trump in Venezuela Colpo di scena Prima il presidente americano avrebbe scaricato in un’intervista l’autoproclamato

e ormai debolissimo presidente Guaidó dicendosi pronto a incontrare Maduro. Poi arriva puntuale la smentita

Angela Nocioni Donald Trump ha scaricato Juan Guaidó, il presidente della Assemblea nazionale (il Parlamento venezuelano) autoproclamatosi il 23 gennaio dell’anno scorso presidente ad interim del Venezuela per traghettare il Paese oltre il regime capeggiato da Nicolas Maduro e subito riconosciuto da una sessantina di Paesi nel mondo. Per primi gli Stati Uniti, e quasi tutti gli Stati europei tranne l’Italia (perché i Cinque stelle al governo a Roma si opposero) Cipro e pochi altri. Trump l’ha scaricato malamente. Con due frasi durante un’intervista sul web ad Axios. Nell’intervista Trump ha sostenuto di «non avere molta fiducia in Guaidó», pur confermando d’essere «fermamente in disaccordo con come è governato il Venezuela». Il presidente statunitense ha detto d’aver accettato l’anno scorso l’idea del riconoscimento di Guaidó come presidente ad interim ma di non ritenerlo «molto significativo». L’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, nel suo nuovo libro, ha scritto che il presidente aveva l’impressione che Guaidó sembrasse «un ragazzino debole» in opposizione a Maduro «uomo forte». Poi, a tempesta diplomatica ormai scoppiata dopo la diffusione dell’anticipazione dell’intervista di Trump, è corso ai ripari come al solito il cordone sanitario della Casa Bianca. In un briefing con i giornalisti la portavoce presidenziale Kayleigh McEnany ha detto che Trump continua a riconoscere Guaidó come presidente del Venezuela. Trump a quel punto ha aggiustato il tiro. «Incontrerei Maduro solo per discutere una cosa: una pacifica uscita dal potere!», ha twittato. «A differenza della sinistra radicale, sono sempre stato contro il socialismo e con il popolo del Venezuela. La mia amministrazione è sempre stata dalla parte della libertà e contro l’oppressivo regime di Maduro!». La notizia della sua uscita su Guaidó era stata colta al volo dal candidato democratico alle presidenziali Joe Biden: «Trump parla duro sul Venezuela ma ammira i delinquenti e i dittatori come Nicolas Maduro. Come presidente, io sarò col popolo venezuelano e a favore della democrazia», aveva detto Biden citando i commenti di due senatori repubblicani della Florida che hanno criticato Trump per il suo «approccio inaffidabile e incoerente nella difesa dei diritti umani e della democrazia» a Caracas. La retromarcia della Casa Bianca

è utile a evitare il disastro diplomatico, ma non a cancellare le parole di Trump. Anche perché gli esperti del Dipartimento di Stato si mostrano preoccupati e delusi da tempo dalle difficoltà mostrate dal loro piano sullo scacchiere venezuelano. Non hanno tutti i torti, dal loro punto di vista. Evidente a chiunque è che il prescelto come presidente ad interim, proclamato con le fanfare, s’è rivelato non soltanto del tutto disinteressato a smarcarsi dai poteri di ultradestra che l’hanno creato e messo in piazza a Caracas il 23 gennaio 2019 ad autoproclamarsi presidente ad interim con una mano sul cuore, ma anche del tutto incapace di usare quel ruolo e il consenso internazionale raccolto per riuscire a combattere il regime di Maduro con qualche efficacia. Ricevuto in poche settimane un riconoscimento per nulla scontato da mezzo mondo, Guaidó ha avuto tutto l’agio e tutto il tempo di usare quella manna dal cielo per far fruttare il capitale politico dell’enorme insofferenza popolare verso Maduro. Che non ha, secondo quanto assicurano in sincerità (e in off) molti interni al regime, un consenso superiore al 20%. Guaidó non l’ha voluto e non l’ha saputo fare, attento com’era e com’è a eseguire buono buono gli ordini strampalati in arrivo da Bogotà e dai temerari del partito repubblicano della Florida che notoriamente, da Cuba in giù, non brillano per iniziative efficaci. Guaidó ha dimostrato di non saper andare oltre il marchio di fabbrica che aveva stampato in faccia fin da quel 23 gennaio: creatura di Leopoldo López, estrema destra golpista caraqueña, lanciato alla ribalta da un accordo tra i falchi del Dipartimento di Stato statunitense e il mondo politico colombiano satellite del potentissimo ex presidente Alvaro Uribe. Perché scelsero Guaidó? Perché aveva il faccino perfetto a presentarlo come l’Obama tropicale e soprattutto perché il suo capo, l’abilissimo Leopoldo López – pericolosa testa pensante dell’antichavismo di destra radicale – non poteva presentarsi ancora in prima persona. Cosa era successo a Caracas prima che spuntasse Guaidó in piazza? Era successo che López, agguerrito eterno candidato a capeggiare la rissosissima opposizione di destra venezuelana, era riuscito due anni fa a spiazzare la concorrenza per la leadership riuscendo anche a far schierare in favore di Guaidó tutti quelli disposti allora a manifestare contro Maduro. La reazione del regime alla sfida di piazza fu feroce:

Donald Trump avrebbe voltato le spalle a Guaidó. (AFP)

omicidi, arresti, rastrellamenti di quartiere, torture. La reazione chavista nei confronti di Guaidó è stata molto più accorta. Inizialmente blocco dei conti, divieto d’espatrio, poi violato senza conseguenze, e l’intimidazione classica alla cubana: la polizia speciale che si affaccia nella casa di famiglia a chiedere informazioni sulla moglie. Il solito tetro teatro dell’intelligence cubana che comanda su tutto a Caracas, innanzitutto su Maduro. Scuola sovietica. Il tempo giocava a favore del regime. E il regime ha saputo usarlo. Maduro è ancora lì, galleggia nella guerra tra bande militari dentro il governo finché qualcuno di loro non gli chiederà di farsi da parte perché si dirà non più in grado di garantirgli l’incolumità. La Dea, l’agenzia antidroga statunitense, scatenata, scova tutti i capi di imputazione possibili per Maduro e per i suoi cari, eppure lui resta in sella. Ostaggio dei suoi generali, ma pur sempre seduto nell’ufficio della presidenza della repubblica.

Nel frattempo a Caracas il prezzo dello stallo drammatico di un regime che scricchiola ma non cade lo pagano i poveracci che non possono emigrare. Perché chi poteva se ne è andato, tantissimi chavisti della prima ora sono altrove. Il prezzo lo pagano anche alcuni determinatissimi che potrebbero andarsene ma non vogliono. «Yo de aquì no me voy», «che se ne vadano loro», rispondono quando gli si chiede come mai stiano ancora lì a combattere con i telefoni sotto controllo, gli agenti sotto casa e i dollari da racimolare per comprare qualsiasi cosa. Loro, quei venezuelani contrari al regime ma ostili per principio alle iniziative dell’opposizione drammaticamente in mano alla banda López che gli ha sempre sparato addosso, di Guaidó hanno diffidato dal primo istante. Vedremo, hanno detto da subito. Noi purtroppo stiamo stretti tra un regime di trafficanti e un’opposizione che è e resta una opposizione fascistoide e razzista, dicevano e dicono ancora. Guaidó non ha saputo mobilitare in suo favore il

popolo dei ranchos, le baraccopoli costruite che dominano Caracas dall’alto, fattore fondamentale degli ultimi cinquant’anni di politica venzuelana. Non li ha mossi non perché il regime, pur con infinite ruberie, riesca tuttora a sfamarli. Sì, gli dà due pacchi di riso, ma li arresta pure, li tortura, li perseguita. Numerose sono state le sommosse tentate contro Maduro in quartieri popolari ed antichavisti. Numerose e silenziate con la repressione immediata grazie all’abilità acquisita dal regime nel soffocare sul nascere qualsiasi rivolta. Le cellule di attivisti seminate ad ogni angolo di strada, sull’esempio dei Comitati di difesa della rivoluzione cubani (vicini occhiuti e spioni che fanno le veci di agenti di polizia) sono una delle poche cose funzionanti a Caracas. Non per nulla della loro costruzione se ne è occupata l’Avana. Funzionano per distribuire aiuti, per controllare capillarmente la città, e per segnalare, isolare, far arrestare i dissidenti. E meglio ancora: scoraggiare chiunque a dissentire. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Politica e Economia

Un accordo tutto da verificare

Afghanistan Secondo un recente rapporto ONU i Talebani continuerebbero a mantenere stretti legami con il gruppo

terroristico di al Qaeda violando così le condizioni dell’accordo di pace Usa-Talebani firmato a fine febbraio Francesca Marino

«La relazione tra Talebani, in particolare la Rete Haqqani, e Al Qaeda rimane forte, basata su di una storia di lotte condivise, su affinità ideologiche e pratiche. I Talebani si sono regolarmente consultati con Al Qaeda durante le negoziazioni con gli Stati Uniti e hanno garantito che gli storici legami tra i due gruppi sarebbero stati onorati. Al Qaeda ha reagito positivamente all’accordo, emanando comunicati che lo celebravano come vittoria dei Talebani e della militanza internazionale». Così, in poche righe, l’ultimo rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha mandato in fumo tutta la narrativa faticosamente messa in piedi da Zalmay Khalilzad, inviato speciale della Casa Bianca, e dai Talebani a proposito del famoso «accordo di pace» stipulato tra i due. Accordo stipulato senza che i Talebani abbiano mai dichiarato il cessate il fuoco, e che poneva come condizione essenziale al ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan la scissione di ogni legame tra Talebani e Al Qaeda. D’altra parte, da quando l’accordo è stato firmato la «pace» in Afghanistan si è soltanto vista scritta su comunicati e giornali o strombazzata via social media. Per il resto, la stagione estiva ha portato, come ogni anno da diciannove anni a questa parte, combattimenti e attentati a Kabul e dintorni. I Talebani si preparano a rispettare l’accordo con

gli Stati Uniti raddoppiando quelli che l’analista Bill Roggio ha definito, postandone anche le fotografie su Twitter, «campi di addestramento alla pace» in cui nuovi e vecchi jihadi si preparano alla guerra come prima degli accordi e ad accogliere oltretutto i cinquemila combattenti che gli americani si sono impegnati a liberare e che il legittimo governo dell’Afghanistan si rifiuta di mettere in libertà senza condizioni. L’attentato più sanguinoso degli ultimi tempi è avvenuto a Kabul, lo scorso 12 maggio, in un reparto maternità: sul terreno sono rimasti principalmente donne, bambini e perfino neonati. Nessuno ha rivendicato un’azione così vigliacca, ma Khalilzad si è affrettato ad addossare la colpa, come sempre succede da un po’ di tempo a questa parte, non ai Talebani o ad Al Qaeda ma all’ISIS-Khorasan. Cercando di scagionare la sua «pacifica» controparte, ovviamente, e mandando su tutte le furie il governo afghano. Per Khalilzad, Taliban e Isis sono difatti: «Nemici mortali. I primi sostengono il processo di pace, gli altri sono contro». Se l’inviato Usa leggesse i rapporti delle Nazioni Unite, o se soltanto guardasse l’ultima stagione di Homeland in TV, la penserebbe però diversamente. La penserebbe cioè come il governo afghano che continua a sostenere, inascoltato, che si tratta di gruppi con nomi diversi ma con lo stesso scopo e, soprattutto, con lo stesso padrone: il Pakistan. L’ISIS-K ha difatti, secondo

Un afghano in preghiera. (AFP)

l’intelligence afghana, secondo l’esperto Antonio Giustozzi e anche secondo il rapporto delle Nazioni Unite, legami molto stretti con vari gruppi jihadi di matrice pakistana. E, sempre secondo l’intelligence afghana, viene attivamente supportata dai servizi segreti pakistani. Gli stessi che controllano i Talebani e la Rete Haqqani, per essere chiari. Non solo. Da almeno un anno ormai gli abitanti delle regioni al confine tra Pakistan e Afghanistan denunciano un ritorno in grande stile

dei Talebani, Talebani che dividono gli accampamenti con l’esercito pakistano e che sono protetti da quest’ultimo. E il rapporto ONU conferma, affermando che più di seimila jihadi pakistani, che appartengono a gruppi terroristici come la Lashkar-i-Toiba e la Jaish-iMohammed, dividono i campi di «addestramento alla pace» dei Talebani in Afghanistan. Secondo il governo afghano, e secondo molti analisti, è ancora il Pakistan, e solo il Pakistan, a manovrare le fila di tutti i gruppi da una

parte e dall’altra del confine. Gruppi di combattenti che diventano «buoni» o «cattivi», nemici o alleati, a seconda della contingenza. Tutti lo sanno, anche a Washington, ma tutti fanno finta di non saperlo. Perché Donald Trump, specialmente dopo i cali di immagine dovuti alla gestione del Covid-19 e all’uccisione di George Floyd a opera della polizia, deve assolutamente riportare in patria i suoi «ragazzi» e dichiarare finita la guerra in Afghanistan, un po’ come fece George W. Bush in Iraq. Così, gli americani preferiscono far finta di non vedere e non sentire. Di non vedere che gli accordi firmati a Doha sono una farsa, e di non sentire quello che analisti ed esperti si sono ormai stancati di ripetere: i Talebani non riconoscono il governo di Kabul, non hanno alcuna intenzione di trattare con Ghani e i suoi e non sono interessati ad alcun «processo politico» che non li veda al potere. Come da istruzioni provenienti da Islamabad, d’altra parte, e probabilmente anche da Pechino. Il Pakistan, e la Cina che lo controlla da remoto, non ha infatti alcuna intenzione di permettere che a Kabul sieda un governo percepito come filo-indiano. E aspetta soltanto che Washington completi la ritirata, perché di questo si tratta, per festeggiare la vittoria e reinstallare al governo i suoi burattini. Con buona pace di tutti coloro che hanno perso la vita in una guerra «contro il terrorismo» durata vent’anni. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Politica e Economia

Al telelavoro «forzato»: da stigma a rivoluzione?

Tendenze Additato dagli uni quale forma lavorativa soft e dagli altri considerato il futuro,

dai tempi del Coronavirus è diventato imprescindibile Edoardo Beretta Da tempo affermo la strategicità per le economie post-moderne di poter lavorare (anche) da remoto. Ecco che però, tutto d’un tratto, il COVID-19 ha prodotto la necessità aziendale – beninteso: laddove l’attività lo consenta – di organizzarsi per operare fuori ufficio (fra cui, da casa). L’«ironia della sorte» sta nel fatto che si sia dovuta creare una situazione di emergenza senza precedenti per «convincere» parte del settore reale che il cosiddetto «telelavoro» (o teleworking o smartworking) è una buona – se non ottima – alternativa, e ha fatto sì che parte del PIL originante nel settore terziario fosse trattenuto da una caduta ancora più vigorosa duran-

te il lockdown. Auspicabilmente, però, quanto qui avvenuto non dovrebbe valere soltanto per situazioni eccezionali, ma costituire un potenziale scenario lavorativo futuro. Ma quali sono i vantaggi? Certamente, la possibilità di operare senza confini di spazio accedendo a documenti e funzionalità altrimenti presenti in ufficio, il risparmio in termini di spese di trasporto, manutenzione infrastrutturale e danni ambientali. Resta anche acclarato da vari studi – la rivista «Forbes» ne scriveva già nel 20162) – come esso possa essere foriero di maggiore performance aziendale e soddisfazione della forza lavoro. Laddove vi fosse un’aggiunta da formulare sarebbe, semmai, che il telelavoro sia

Occupati che lavorano usualmente da casa (% dell’occupazione totale, 16-64 anni)1) Finlandia Francia Germania Italia Paesi Bassi Regno Unito Svizzera Turchia Unione Europea (28 Paesi)

1992 – 0,8 5,8 5,3 5,3 7,7 – – –

2002 8,5 3,6 4,0 3,4 6,1 2,5 4,8 – 4,3

2012 9,8 11,5 3,5 3,3 11,5 3,5 3,9 1,2 5,2

2018 13,3 6,6 5,0 3,6 14,0 4,4 4,1 2,2 5,1

scenario ciclico (cfr. desk sharing), cioè «a turni» in base alle mansioni di back office, e comunque su base concordata. Così facendo, si ridurrebbe l’esigenza di spazi aziendali, che costituisce un limite strutturale all’impiego, oltre a prevenire che il telelavoro sia associato a contatti sociali ridotti. In Svizzera, dal 2001 ad oggi i teleworker saltuari (dipendenti come indipendenti), cioè per almeno una volta al mese, sono quadruplicati da 250’000 a più di un milione di unità. Quanti svolgono telelavoro per più della metà delle ore lavorative complessive sono, invece, passati da 30’000 (nel 2001) a 138’000 persone. Complessivamente, se nel 2001 solo un lavoratore su dieci era (almeno saltuariamente) un teleworker, attualmente lo è il 23,8% della popolazione lavorativa3). Ma, se i benefici paiono prevalere, perché stenta a decollare nella gran parte dei Paesi avanzati? La risposta poggia su concezioni del lavoro inteso ancora come implicante presenza fisica misurabile in termini di orario (ad esempio, tramite il cosiddetto «cartellino») ma non necessariamente in termini di risultati. La domanda «Oggi non lavora?» i teleworker pre-COVID-19 – se «avvistati» durante un giorno feriale dal vicino di casa di turno – se la sono sentiti porre certamente più volte. Ste-

reotipi, ovviamente, che però spiegano gran parte della reticenza esistente fino allo scoppio della pandemia. Ma il Coronavirus potrebbe aver generato un cambio di mentalità al di là della contigenza? È possibile, ma come tutte le rivoluzioni è necessario che il cambio di approccio sia endogeno, cioè provenga dall’interno del settore produttivo. Quest’ultimo è chiamato ad abbandonare preconcetti legati a luoghi, orari o altri elementi di solo apparente (in quanto visibile) controllo ma che poco in una società avanzata dicono sulla qualità della performance lavorativa: idealmente, invece, dovrebbero essere i risultati a contare (pur all’interno di un ammontare massimo di ore lavorative) e gli stessi collaboratori sentirsi responsabilizzati in quanto ben consapevoli di essere valutati regolarmente su tale base. Lo scopo coincide nel medio-lungo termine con quello che potrebbe apparire un’utopia, cioè ridurre la settimana lavorativa standard al massimo a quattro giorni come il fondatore del gruppo cinese Alibaba, Jack Ma, già nel 2017 sosteneva che sarebbe stato il caso fra trenta anni. Lo stesso economista John Maynard Keynes predisse nel 1930 che – tempo altri cento anni – si sarebbe lavorato quindici ore a settimana grazie al progresso tecnologico. Se sulle tem-

pistiche vi è margine di discussione, non ve ne è per la direzione: lavorare meno (per numero di ore), ma meglio (per qualità e risultati). Del resto, le Nazioni più produttive si caratterizzano statisticamente quasi sempre per un numero annuo di ore-lavoro ben inferiore rispetto a quelle meno performanti. Se poi diversi Stati meditano (per motivi di budget) di aumentare l’età pensionabile, è bene che si sappia che ciò non corrisponde al principio per cui al progresso faccia necessariamente seguito una riduzione delle ore-lavoro: si pensi, infatti, come durante la Rivoluzione Industriale (1850 circa) la giornata lavorativa constasse ancora di 12 ore per sei giorni alla settimana. Ma questa è un’altra storia ancora. Note

1. Elaborazione propria di: http:// appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/ show.do?dataset=lfsa_ehomp 2. http://www.forbes.com/sites/ adigaskell/2016/01/15/why-a-flexibleworker-is-a-happy-and-productiveworker 3. http://www.bfs.admin.ch/bfs/de/ home/statistiken/kultur-medieninformationsgesellschaft-sport/informationsgesellschaft/gesamtindikatoren/volkswirtschaft/teleheimarbeit. html. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Un recupero a V? Da quando Churchill lo utilizzò per auspicare una rapida fine della seconda guerra mondiale, il segno V, con l’indice e il medio della mano destra, viene usato e strausato come segno di vittoria. È possibile che in futuro si ricorra invece alla V per indicare la rapida ripresa dell’economia all’uscita dalla pandemia che ha segnato il corso dell’economia nella primavera del 2020. La prima asta della V rappresenta il rapido deterioramento delle condizioni economiche di praticamente tutti i paesi del mondo, nei mesi di marzo e aprile, mentre la seconda asta, che dovrebbe essere disegnata con un’inclinazione minore, illustra la ripresa che si è manifestata a partire dal mese di maggio. Gli indicatori a disposizione dimostrano che in Svizzera la recessione è stata probabilmente minore che in

altre economie sviluppate. Provano che anche la ripresa sarà molto probabilmente più rapida che altrove. Le ragioni di questa maggiore resilienza della nostra economia sono per i commentatori almeno tre. La particolare struttura delle nostre esportazioni dapprima. Durante la pandemia le esportazioni della Svizzera sono state sostenute dai rami della chimica e della farmaceutica. Più di recente hanno ripreso anche le esportazioni verso i paesi asiatici di prodotti dei rami delle macchine e dell’elettrotecnica. Le esportazioni sono poi sostenute anche dalla ripresa dell’economia tedesca che è da sempre uno dei nostri maggiori mercati. In secondo luogo, la pandemia non ha creato al settore bancario nessuna difficoltà di gestione del credito come invece succede nel

caso di forti recessioni. Il terzo fattore è costituito dalla veloce reazione delle autorità con le misure di aiuto alle aziende per evitar loro crisi di liquidità. Da questo profilo è da considerare come estremamente positivo il fatto che finora solo il 40% delle somme proposte per queste misure sia stato utilizzato. Al contrario di altri paesi europei, che hanno già approvato o stanno discutendo nuove misure di sostegno, la Svizzera sembra in grado di poter uscire dalla pandemia senza dover aggravare ulteriormente le finanze del settore pubblico. Chiaramente anche il lavoro a tempo ridotto ha contribuito a contenere le conseguenze economiche negative della pandemia. Si dice che se non ci fosse stata questa possibilità il tasso di disoccupazione sarebbe salito, da noi, al 14%,

ossia a livelli vicini a quelli sperimentati dall’economia degli Stati Uniti. L’economia svizzera è dunque in ripresa. Lo testimoniano i pochi indicatori mensili di cui disponiamo. Nel mese di maggio i consumi sono aumentati e le cifre d’affari nel commercio sono salite ai livelli di prima della pandemia. Questa ripresa ha sicuramente influenzato in modo positivo le aspettative degli imprenditori. Tanto è vero che il tasso di disoccupazione, a livello nazionale come a livello del Cantone, non è aumentato. È probabile che gli indicatori del mese di giugno confermino questa tendenza. Tuttavia è troppo presto per cantare vittoria. Anche qui per almeno tre ragioni. Innanzitutto perché ancora non siamo al riparo da una possibile seconda ondata di diffusione del contagio. In secondo

luogo perché solo i dati del terzo e del quarto trimestre potranno confermare se effettivamente sia in atto una ripresa a forma di V o se, invece, per un possibile rallentamento della congiuntura a livello mondiale, non dovremo aspettare il 2021 per vedere compensate le perdite provocate dal coronavirus. Infine sui risultati di gestione annuale influiranno i costi che aziende, economie domestiche e Stato hanno dovuto sopportare durante le lunghe settimane dell’isolamento. Attualmente abbiamo solo stime a livello aggregato che anticipano una caduta del Pil durante il 2020 tra il 6 e il 7%. Quindi, nonostante la rapida ripresa in corso, resta confermato che la recessione di quest’anno sarà comunque la peggiore di quelle che abbiamo vissuto dopo la seconda guerra mondiale.

(alle primarie) Bernie Sanders. Ha detto anche – cosa ancora più citata – che se lui fosse candidato oggi non cercherebbe di ricostruire la coalizione elettorale che lo portò allora alla Casa Bianca: l’America è cambiata. Lo stesso Sanders si è mosso in sincrono con Biden, facendo quello che si era rifiutato di fare nel 2016, cioè provare a convincere i suoi elettori a votare per Biden. Sono stati creati dei team di lavoro per la definizione del programma elettorale che comprendono esponenti delle due correnti e anche la scelta della vicepresidente – sarà una donna: entro luglio si dovrebbe sapere chi è la prescelta – viene fatta sulla base di un dialogo inedito di queste due anime. Poi però ci sono, oltre alle presidenziali, anche le elezioni per il Congresso e lì la frattura pesa ancora. Alla base di questa divisione c’è una grande contraddizione: in questa stagione rivoluzionaria, in cui lo stato americano manda sussidi via assegno ai lavoratori per tamponare la crisi da Covid e sfodera piani di aiuto miliardari senza quasi battere ciglio, in cui le piazze si riempiono come negli anni Sessanta e Settanta per i diritti civili, l’esponente naturale dei demo-

cratici sarebbe stato Sanders. Quel che il senatore del Vermont vuole da sempre, dalla sanità per tutti alla lotta alla diseguaglianza (contro i poteri forti), è diventato prioritario nel dibattito pubblico anche per i politici cosiddetti dell’establishment, cioè più moderati. Tutte le rilevazioni parlano di uno spostamento a sinistra dell’equilibrio del dibattito, indotto da uno scivolamento che è in corso da tempo e che si è consolidato in questo inizio 2020 tanto incerto e straordinario. A livello nazionale, Biden intercetta questa dinamica e la fa sua, aggiungendo alcune specificità della sua leadership che hanno a che fare con una dimestichezza con il dolore e le esperienze tragiche che nell’America dei morti uccisi dal Covid e uccisi dalla polizia diventa rilevante – soprattutto se paragonata con il cinismo di Trump. A livello locale – deputati, senatori, governatori – invece resta la faglia, cioè nelle primarie i candidati più radicali continuano a scontrarsi con quelli più moderati. Accadde nel 2018, come dimostra il caso più famoso e popolare, cioè la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, e accade ancora oggi. Sempre a New York (anche

Ocasio-Cortez viene da New York) è andata in scena la settimana scorsa una contesa in questo senso esemplare: un deputato moderato con molti mandati alle spalle insidiato da un «new comer», un esordiente più radicale. Nel 16esimo distretto, che comprende il nord del Bronx e Westchester, il moderato è Eliot Engel, trent’anni di carriera alle spalle ed esponente di rilievo sulle questioni di politica estera, e il suo sfidante è l’ex preside di una scuola media, Jamaal Bowman, sostenuto da Sanders&Co e sembra che abbia avuto la meglio il secondo. Di competizioni di questo tipo ce ne sono anche in altri stati (anche tra i repubblicani, dove sta accadendo la stessa cosa, solo che i più radicali sono cultori del complottismo di Qanon e legati all’estrema destra) e questo potrebbe portare a una trasformazione ulteriore degli equilibri al Congresso. La capacità di sintesi del Partito democratico a quel punto sarà molto rilevante perché si dovrà trovare una risposta a questo stato di ebollizione permanente in cui è entrata l’America, e poi certo: tutto dipende da chi sarà l’inquilino della Casa Bianca.

dotato di incredibile inventiva vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Autore di qualcosa come 260 libri di cui 200 illustrati con oltre 60’000 sue illustrazioni, Robida viene ricordato fuori dalla Francia solo per un libro in cui parodiava il connazionale Jules Vernes sin dal titolo: I viaggi straordinari di Saturnino Farandola. Grazie alle sue mirabolanti avventure e alle invenzioni – in parte riconducibili alla sua mania per l’elettricità appena scoperta – con il passare del tempo Robida ha però raggiunto una dimensione letteraria più completa, in particolare grazie al trittico Il Ventesimo Secolo (1880), La Guerra del XX secolo (del 1883) e La Vita elettrica (del 1890). In questi lavori si trovano descrizioni minuziose di macchine e strumenti che saranno costruiti molti anni dopo (un solo esempio: c’è un «telefonoscopo» che consente di vedere e sentire il teatro, oppure di seguire lezioni universitarie a casa...). Così, mentre le sue illustrazioni pullulano di elicotteri, aerei e altre macchine fantasiose, nei

testi ci sono riferimenti all’educazione e all’informazione di massa, a movimenti femministi, a «riserve naturali» dove le tecnologie sono vietate e si farà vacanza... Inoltre quando immagina conflitti e battaglie, oltre a inventare macchine da guerra («blockhaus semoventi», ovvero futuri carri armati), bombe e armi chimiche, Robida richiama anche i pericoli di pandemie ambientali: «Nos fleuves et notre atmosphère – multiplication des ferments pathogènes, des différents microbes et bacilles» scriveva nel 1883! Più espliciti invece, oltre che più attuali, i presagi dell’economista, politologo, banchiere e scrittore Jacques Attali. Noto per essere stato consigliere del presidente Mitterrand, considerato in Francia «scopritore» di Emmanuel Macron, oggi Attali, oltre a prolungare l’inesauribile vena di scrittore e saggista, è attivo come fondatore e presidente di PlaNet Finance, ente no-profit che distribuisce microcrediti a piccole imprese. In un’intervista rilasciata dieci

anni fa alla collega di «Repubblica» Anais Ginori, sull’onda della crisi dei sub-prime Attali ipotizzava l’avvento di un nuovo Medio Evo in cui il potere sarebbe stato centralizzato in poche città e gestito da corporazioni che, con il controllo di due terzi della ricchezza del mondo e della quasi totalità delle innovazioni tecnologiche, avrebbero reso insostenibile il sistema pubblico della sanità e dell’istruzione (cioè i disastri oggi addebitati a capitalismo sfrenato e globalizzazione). Inoltre egli preconizzava «sempre più zone «fuori controllo», dove si diffonderanno epidemie e catastrofi naturali climatiche ed ecologiche». Il grado più sconcertante di preveggenza Attali lo raggiunse però in un’altra intervista: parlando della pandemia H1N1 e, pur avendo precisato che lui descriveva gli scenari peggiori affinché non ci si arrivasse mai, scandalizzò i lettori del settimanale «L’Èxpress» profetando un ricorso all’eutanasia per eliminare... i vecchi, «più costosi» da curare!

Affari Esteri di Paola Peduzzi Quale anima prevarrà nei Dem? Molti si ostinano a fare i paragoni con il 2016, come se quello fosse stato un anno in cui le previsioni erano azzeccate, e dicono che le condizioni oggi sono molto diverse per i democratici rispetto ad allora, perché l’unità del partito è più evidente, più sentita e quindi più utile alla causa dell’anti trumpismo. A livello nazionale è vero: Obama ha tracciato in un suo discorso molto citato le linee di convergenza tra le due anime del Partito democratico, quella moderata di Biden e quella radicale dello sconfitto

AFP

Joe Biden, candidato democratico alle presidenziali, ha superato Donald Trump nei sondaggi, in alcune rilevazioni con un distacco considerevole – e il presidente è molto nervoso. Barack Obama, ex presidente democratico molto amato, interviene sempre più nella campagna di Biden: i due (nella foto) hanno fatto insieme un evento di fundraising, la settimana scorsa, sempre virtuale ché soltanto Trump vuole gli assembramenti pericolosi, e con 175 mila ospiti sono stati raccolti 7,6 milioni di dollari.

Zig-Zag di Ovidio Biffi A caccia di profeti e futurologhi Negli ultimi mesi, in parallelo alla corsa per individuare i fattori scatenanti della pandemia, c’è stata sui media una caccia alla riscoperta di scrittori, studiosi o intellettuali che avevano fatto predizioni collegabili con l’arrivo e il diffondersi del coronavirus. All’inizio i più citati sono stati Alessandro Manzoni per la descrizione della peste nei Promessi sposi, E.M. Forster che ha immaginato un «lockdown» ne La macchina si ferma apparso nel 1909 e Albert Camus per La Peste portata in scena nel 1947. Su tutti si è però stagliato Charles Dickens per l’incipit con cui aveva aperto il suo Racconto di due città: «Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione». È del 1859, sembra una poesia per il Covid postata ieri l’altro su Twitter! Oltre a profeti del passato ci sono anche

i futurologhi moderni. Il più gettonato è stato David Quammen con il suo Spillover, definito dall’editore Adelphi «un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ reportage che descrive sei anni di lavoro di scienziati al lavoro (…) nei mercati delle affollate città cinesi alla caccia di virus». Segue (ma in italiano ancora non c’è) Pandemia, l’ultimo lavoro di Lawrence Wright, già premio Pulitzer nel 2008: la sua storia di un epidemiologo che vuole salvare il mondo da un virus influenzale è stata mandata in stampa prima che il coronavirus si manifestasse in Cina. Per scacciare l’ignavia che il «lockdown» ha inculcato a noi della terza età, ho provato anch’io a cercare qualche profeta di pandemie non ancora rilevato dai radar attentissimi del web. E, lasciando perdere i riferimenti presenti nel fantascientifico La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq (nemmeno lui li ricordava), credo di averne scovati due, anche questi francesi. Il primo è Albert Robida, scrittore


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Cultura e Spettacoli L’estro e la magia di Fellini Il grande regista di Rimini raccontato da chi l’ha conosciuto e amato

Amicizie musicali Ritornano le Vie dell’amicizia volute dal Maestro Muti nell’ambito del Ravenna Festival pagina 35

Quando funziona Il rapper varesino KASO racconta il percorso musicale intrapreso in questi anni e la genesi del nuovo album, in cui mescola rap, soul e funk

D’Anna e il container Nel suo nuovo lavoro, in mostra a Lugano, il fotografo si concentra sui container

pagina 37

pagina 34

pagina 38 Christo e JeanneClaude mentre lavorano su The Gates, progetto per Central Park, New York City 2004. (Keystone)

La libertà dell’effimero

In memoriam Quel che resta dell’arte visionaria di Christo, scomparso un mese fa

Alessia Brughera Quest’anno avrebbe dovuto impacchettare l’Arco di Trionfo a Parigi, Christo Vladimirov Javacheff, conosciuto in tutto il mondo semplicemente come Christo. L’artista bulgaro pensava già a questo progetto dal lontano 1961, quando, prendendo spunto da un’istantanea di fine Ottocento in cui il monumento francese appariva ricoperto da un velo nero per i funerali di Victor Hugo, realizzò un primo fotomontaggio dell’opera avvolta da un ampio tessuto. Nei primi anni Sessanta Christo si era trasferito da poco nella Ville Lumière e dalla finestra del piccolo appartamento in affitto poteva ammirare ogni giorno quell’architettura, immaginandone i volumi nascosti da un telo che, paradossalmente, avrebbe svelato le sue caratteristiche più recondite. Con lui c’era Jeanne-Claude Denat de Guillebon, una ragazza di buona famiglia, nata il suo stesso giorno, il 13 giugno 1935, che sarebbe diventata la sua inseparabile compagna d’arte e di vita, senza la quale, come spesso amava ripetere l’artista, non avrebbe mai

potuto tradurre in realtà le sue opere «così folli». Il destino ha voluto che il tanto agognato wrapping dell’Arco di Trionfo, rimandato all’autunno del 2021 a causa della pandemia, veda la luce senza il suo ideatore, morto a New York a fine maggio per cause naturali all’età di ottantaquattro anni. Evento tra i più attesi, sarà un omaggio postumo a una delle figure più visionarie dell’arte contemporanea che ha coltivato per tutta la sua esistenza un profondo senso di libertà, osando e pensando in grande con l’obiettivo di ridefinire il mondo, anche se solo per poco tempo. In fuga negli anni Cinquanta dalla Bulgaria comunista e trasferitosi dapprima a Praga, poi a Vienna, a Ginevra, a Parigi e, infine, nel 1964, a New York, l’artista è sempre stato uno spirito nomade pronto a inseguire i suoi sogni sfidando l’impossibile. Dagli iniziali «paquetage», oggetti avvolti da stoffe e corde che tanto ricordavano gli esperimenti dadaisti di Man Ray (il richiamo all’opera L’enigma di Isidore Ducasse è d’obbligo), fino agli smisurati progetti immersi nella vastità della natura americana, Christo, indissolubilmente in-

sieme alla moglie, di cui in ogni lavoro ha sempre utilizzato il nome accanto al proprio anche dopo la morte della donna nel 2009, ha trasceso i limiti tradizionali della scultura e dell’architettura. La sua fervida immaginazione, accompagnata a una tenacia senza pari, si serviva di chilometri di scogliere o di grandi estensioni di acqua, di campagne sterminate o di monumenti simbolo per realizzare opere che non avevano un senso preciso se non quello di veicolare il valore della bellezza. Mai per le sue installazioni su larga scala Christo ha chiesto sovvenzioni. Tutto era ostinatamente autofinanziato, spesso con i proventi della vendita dei bozzetti dei progetti. E questo significava non avere committenti, così da poter inseguire senza alcun tipo di restrizione anche le imprese più inverosimili. Per dar vita alle sue creazioni l’artista lottava con le difficoltà della burocrazia tanto che il lavoro per organizzare un’opera incominciava anche molti anni prima della vera e propria esecuzione («Avete idea di cosa può voler dire ottenere i permessi per impacchettare il Reichstag? Convincere Mister Kohl

e tutto il Bundestag?», confessava), ma questo faceva parte del gioco. Poi tutto si esauriva in una manciata di giorni. Delle molteplici avventure artistiche di Christo rimangono solo disegni e fotografie. La vera forza delle sue opere era quella di non poter essere comprate, possedute e nemmeno riviste. In un’ottica anticapitalista lontana dalle logiche del mercato (non a caso l’artista si definiva un «marxista erudito»), anche la provvisorietà delle sue installazioni esprimeva una radicale indipendenza dal sistema. «Lo sapete che non ho alcuna opera esistente? Tutte scompaiono quando sono finite. Ho solo gli schizzi e questo rende in qualche modo il mio lavoro leggendario», spiegava Christo al «New York Times» in un’intervista degli anni Novanta. L’elemento temporaneo dei suoi progetti era fondamentale all’interno della sua poetica, basata sul concetto dell’impermanenza come unico espediente per far sentire il fruitore dell’opera parte di un momento irripetibile. Così è stato per Running Fence, lavoro tra i più significativi di Christo, che a fronte di quattro lunghi anni di preparazione, dal 1972 al 1976, è rima-

sto visibile per quindici giorni soltanto. Si trattava di una recinzione fatta di ampi teloni di nylon bianco appesi a un cavo di acciaio sorretto a sua volta da oltre duemila montanti metallici che si snodava per quasi quaranta chilometri tra le colline a nord di San Francisco, creando una sorta di confine immaginario nel paesaggio californiano. Così è stato anche per le Surrounded Islands, progetto dei primi anni Ottanta in cui le isole della baia di Biscayne a Miami sono state circondate da una cintura di tessuto fucsia, o per The Floating Piers, installazione del 2016, a noi geograficamente più vicina, che ha visto una lunga passerella galleggiante di colore giallo attraversare il lago d’Iseo, regalando a più di un milione di persone, in sole due settimane di permanenza, la sensazione di poter camminare sulle acque. E così sarà per l’impacchettamento dell’Arco di Trionfo parigino che, avvolto da un enorme telo di polipropilene blu e da migliaia di metri di corda rossa, a sessant’anni dalla sua ideazione diventerà per sedici giorni l’ultima effimera incarnazione della visione di un artista che sfruttava l’immenso potere della libertà.


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Cultura e Spettacoli

Fellini ineffabile e misterioso

Biografie La vita dell’istrionico regista nel racconto di una serie di personaggi che ebbero la fortuna di conoscerlo

Blanche Greco È un’avventura, un diario di bordo, un romanzo di formazione, un triangolo amoroso, una spettacolare commedia umana, è Glossario Felliniano – 50 voci per raccontare Federico Fellini il genio italiano del cinema di Gianfranco Angelucci, scrittore, sceneggiatore che di Fellini è stato collaboratore, amico e affettuoso osservatore e che in questo libro lo ricorda e lo rivela pian piano, fino a tracciare un affresco che ne intreccia la vita e la carriera, i film e gli amori, i sogni e i misteri. In questo anno in cui si celebra il centenario della nascita di Federico Fellini, il suo estro, nonché i sessant’anni della Dolce vita il suo film più famoso, tornano a galla i vezzi, le mille sfaccettature del regista riminese nelle mostre e nei documentari a lui dedicati, ma nessuno di essi colpisce e affascina così profondamente come il racconto che ne fa Angelucci capace, non solo di ricreare la galassia di personaggi e di rapporti che hanno costituito la vita di Federico Fellini, ma soprattutto di darci di lui un ritratto vivido e intimo, con realismo e ironia, riportando a galla la complessità dell’uomo e la sincerità dell’artista, che dialogano all’infinito dentro e fuori dai film, a partire da quel Libro dei sogni che è la chiave di entrambi. E forse, è anche la falsariga di questo Glossario più che alle parole legato alle storie che Federico Fellini si porta dietro, alle persone di cui si circonda e che lo definiscono ognuna a suo modo, come Norma, la segretaria di edizio-

Federico Fellini sul set di Otto e mezzo insieme all’attrice Barbara Steele, 1962. (Keystone)

ne: «la bocca vermiglia, gli occhi scuri stellati, sfidanti, ma languidi da sulamita, il muso da gatta, curve feline e un incedere dondolante», è lei, tipica creatura felliniana, che introduce Angelucci ancora studente abbagliato dal cinema e ammaliato dal Satyricon sul quale sta scrivendo una tesi, «nell’Olimpo» di Fellini che all’epoca si trovava nel lussuoso e animato Hotel Plaza a Roma. Formosa, amata, sognata, disegnata spesso da Fellini che lei ha accudito sul set di tutti i suoi film, «Normicchia» come la chiamava Federico, gestiva l’armonia della troupe come pure il «transito» dei capricci muliebri del regista a volte simili a meteore, al-

tre volte più «contorti e ingarbugliati». Ma niente che mettesse in discussione il rapporto con Giulietta (Masina) sua moglie, che come racconta Angelucci, Federico considerava «un incontro di destino…un rapporto antico, addirittura preesistente al giorno in cui si è avverato» e che il regista non spezzò mai, anche se si stuzzicavano sul set e fuori perché lei, più Gelsomina, o forse più Cabiria, appariva in molti dei suoi film, ma, con dispiacere, accettava di non essere in tutti, esiliata, così come lo era dal Libro dei sogni. Quel nugolo di schizzi e di caricature racchiudeva la vita onirica di Fellini e lui lo aggiornava ogni mattina con

matite colorate e pennarelli, aggiungendo, tagliando, cercando i significati, forse le premonizioni nascoste dietro a quelle eteree presenze dai discorsi sibillini, o ameni. Alle volte la «nebulosa» di Federico aveva bisogno di cercare oltre, ed ecco che veniva tirato fuori dal terzo cassetto dello scrittoio l’I CHING, «il libro delle mutazioni» che gli aveva regalato il terapeuta Eric Bernhard, «tra i pochi angeli custodi che vigilavano silenziosi sulla sua vita e il suo lavoro». Ma anche se i veri incontri di Fellini con «l’Ignoto, l’altrove e l’extrasensoriale», erano con Gustavo Rol, prodigioso sensitivo misconosciuto ai più, al mattino, uscendo dal bar Canova dopo

il caffè, Federico si fermava all’angolo di Piazza del Popolo dalle zingarelle che leggevano la mano (ci sono ancora), perché, chiosa Angelucci, «frequentare Fellini significava incamminarsi lungo il sottile confine tra due dimensioni diverse e adiacenti», così sul set dei suoi film, come nelle antiche corti principesche, non mancava mai un mago, un veggente vero, o presunto». Il Glossario è un continuo gioco di specchi: alle confidenze di Fellini si alternano le riflessioni dell’autore; i momenti di vita vissuta ai commenti da voce fuori campo che aggiungono, spiegano, concludono ciò che è rimasto in sospeso. Come da un prezioso taccuino escono i vari personaggi colti dentro e fuori i loro ruoli: Marcello Mastroianni, tenero viveur, della Dolce vita, dalle lunghe ciglia finte e lievi occhiaie disegnate; oppure «Snàporaz», suo alter ego, amico e complice di Fellini. Tonino Guerra sceneggiatore, autore che, con Federico era come l’Augusto con il Clown Bianco, una coppia comica impareggiabile. E poi Rossellini, Nino Rota; Donald Sutherland e Casanova; Roma, la Cesarina; Sandrocchia, Anna Magnani e le storie, i riti, le atmosfere casalinghe di un cinema italiano che emozionava, pieno d’interrogativi e di leggerezze. C’è tutto questo nell’appassionante ritratto di Federico Fellini. Bibliografia

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Cultura e Spettacoli

«Funziona» il nuovo album di Kaso Incontri Il rapper varesino ci parla del suo nuovo lavoro, in cui il rap dialoga con jazz, funk, soul e gospel

album ufficiali, poi ho partecipato ad alcune sue canzoni, sia come rapper sia come compositore musicale, e suonato nel suo gruppo nelle occasioni in cui si esibiva con la band. Ci conosciamo dalla fine degli anni 90, periodo in cui la musica rap creava un senso di appartenenza e di comunità molto forte e spingeva entrambi, e molti altri nostri coetanei, a muoversi al di là dei confini per collaborare e cercare la musica che ci univa. Eravamo in un’era pre-internet, e questo significava curare molto lo sviluppo delle relazioni personali. Sono stato ospite nei primi programmi di Maxi, quando ha iniziato l’avventura radiofonica nella radio guidata da Matteo Pelli, e sono contento della sua nuova veste di intrattenitore a 360 gradi. In fondo, però, rimaniamo comunque due ragazzini innamorati del rap.

Sebastiano Caroni Non è certo un caso se il nuovo album di Kaso funziona. Di nome e di fatto. Basta sentire come suona, è una questione di tatto. Il rap si affida a un linguaggio diretto, a rime e giochi di parole per dare immediatezza al proprio messaggio. Un po’ come ho fatto io, avvalendomi delle rime caso/Kaso e fatto/tatto per presentare il nuovo album di Kaso: nove tracce che omaggiano il rap classico con un approccio moderno. Il rapper di Varese, attivo dagli anni 90, è noto anche in Ticino per le sue collaborazioni con Maxi B e la partecipazione al programma musicale RSI S-quot Showtime. Dopo l’album solista Oro giallo (2005), un’esperienza con un gruppo funk nel 2011, e vari featuring, Kaso è tornato più in forma che mai con Funziona, il suo secondo album da solista. Un lavoro che ha voluto raccontare ai lettori di «Azione». Il primo brano del nuovo album si intitola Niente da dire. È un pezzo autobiografico, in cui parli dei motivi che ti hanno tenuto lontano dalla scena per qualche tempo. Questo è il ritornello: «ho fatto tutto quello che dovevo e non avevo più niente da dire». Poi, però, da questo silenzio sei riemerso, mettendo assieme il nuovo album. È stato difficile rimettersi in gioco dopo la «pausa»?

Ciao lettrici e lettori di «Azione». La prerogativa della scrittura rap è avere

Il rapper varesino KASO. (Matteo Aldeni)

qualcosa da dire, sentire quell’urgenza di comunicare qualcosa. Almeno per me, altrimenti è meglio stare in silenzio. Nella cultura hip hop, infatti, non esistono interpreti di testi altrui, o se ci sono, sono decisamente in minoranza. Quindi con il rap non si bara perché l’ascoltatore si accorge quando un testo è figlio di una forzatura o eccessivamente costruito. Ma anche durante questo periodo di pausa come autore, sono sempre rimasto dietro le quinte della scena. Ho partecipato per tre anni al programma musicale della RSI S-quot

Showtime, collaborato con altri rapper e suonato le tastiere in un gruppo funky. Bisogna tenersi allenati.

Il tuo album è un nuovo inizio ma anche, musicalmente, una conferma di alcuni punti fermi. Penso in particolare a Maxi B, artista e speaker radiofonico molto noto in Ticino, con cui hai più volte collaborato a partire dalla fine degli anni 90 a metà del 2000 e che, nel nuovo album, torna ad accompagnarti.

Con Maxi mi sono sempre tenuto in contatto, abbiamo realizzato due

Veniamo alla title track Funziona. Il video mostra un banchetto elegante in cui gli invitati ignorano la vita reale per rifugiarsi nel mondo virtuale, schiavi dei loro telefonini. Il ritornello afferma: «non c’è cosa né giusta né buona, ma che funziona». Ci aiuti a capire il senso di questa frase?

Certamente; siamo tutti immersi in un mondo pieno di tecnologie. Non sono avverso al progresso e alle evidenti comodità che ne derivano, ma se il mondo della tecnica è apparentemente neutro, quello di cui «rappo» mostra un chiaro cambiamento di attitudine. Noto che, sempre di più, solo se una cosa funziona ha per noi significato, mentre il senso etico di ciò che è giusto

o sbagliato si sta lentamente perdendo, purtroppo. Per te l’opposizione fra reale e virtuale è legata anche a quella fra «real» e «fake» che, storicamente, il rap ha sempre messo in evidenza?

In parte. Diciamo che mi piace indagare le contraddizioni mie e della società. Ovviamente anche del mondo rap, di chi ostenta uno status o una coerenza che poi non corrisponde al reale. Il tutto senza aggressività, ma con il sorriso.

A livello musicale, il tuo album rivela un modo particolare di interpretare la disciplina del rap, aprendola anche ad altri generi musicali, come il jazz e il funk. Un approccio eclettico che è anche un tuo marchio di stile...

Questo nuovo album ha diverse influenze musicali che si rifanno al suono black. Il musicista e pianista jazz Mauro Banfi ha collaborato con me a tutta la composizione e agli arrangiamenti e ha contribuito ad arricchire la musicalità del progetto con ampie parti suonate. Lasciarsi influenzare da chi ti circonda è fondamentale per continuare a sviluppare la propria identità musicale, anche nel rap. Hai già previsto delle date per delle uscite live con il tuo gruppo?

Quando le condizioni sanitarie generali lo permetteranno, sarò contento di portare il mio show rap con la mia band. Prima del lockdown ho avuto l’opportunità di sperimentare un live con i musicisti che, credo, porti la musica hip hop a un nuovo livello.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 30 giugno 2020 • N. 27

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Cultura e Spettacoli

Vincoli umani inscindibili

Fra le luci e le ombre di Curon Serie tv Il sovrannaturale made in Italy

Musica Ritorna il progetto di Ravenna Festival «Vie dell’amicizia»:

targato Netflix

quest’anno, partendo da Paestum, l’attenzione e i pensieri vanno alla Siria e alle lotte del popolo curdo

Fabrizio Coli Giovanni Gavazzeni Lo scorso anno avevamo compiuto il pellegrinaggio culturale e morale delle «Vie dell’amicizia», il progetto di Ravenna Festival che dal 1997 visita luoghi simbolo della storia antica e contemporanea, con Riccardo Muti al Teatro di Erode Attico ad Atene. Fu l’occasione per sperimentare l’emozione di un luogo così bello e storicamente fondante. Il maestro Muti, alla conclusione del concerto aveva domandato: «Cosa significa Europa senza l’Italia e senza Grecia?» La risposta fu un boato di grida e di applausi, la più bella replica alle pantomime di tanti euroisolazionisti e fautori delle varie «exit». In quell’occasione si ricordò che «Europa», fra i vari significati del nome, ha quello di «ampio-sguardo» e che furono i Greci a chiamare così le terre a nord dell’isola di Creta, in omaggio alla fanciulla rapita e amata da Zeus, poi moglie del re dell’isola. Le Vie dell’amicizia in questo anno doloroso ripartono verso la Magna Grecia, legando Ravenna a Paestum, la straordinaria sub-colonia fondata dai sibariti, che non erano altro che achei provenienti dal Peloponneso, dove sorgono tre templi straordinari dedicati a Poseidone e ad Era. Guidati da Riccardo Muti, i musicisti dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini accoglieranno fra le proprie fila colleghi siriani nelle due date, venerdì 3 luglio alla Rocca Brancaleone di Ravenna e domenica 5 luglio, a Paestum, che al sito siriano di Palmira – mutilato dal terrorismo – è unita dal comune passato Romano, dal riconoscimento UNESCO e dal più recente gemellaggio. Così a Paestum, attraverso Paestum, Le Vie dell’amicizia raggiungono la Siria. Infatti la dedica di questa edizione alla nazione martirizzata siriana vuole ricordare anche alcune figure emblematiche come quella dell’archeologo Khaled Al-Asaad, per decenni direttore del sito siriano di Palmira, vittima dell’Isis, a cui si era opposto: esempio di dignità, resistenza e amore per la cultura in circostanze drammatiche. Non si dimentica nemmeno la giovane segretaria generale del Partito del Futuro siriano, Hevrin Kha-

Il sito archeologico di Palmira, in Siria. (Keystone)

laf, attivista per i diritti delle donne, in prima linea per il riconoscimento dell’identità del popolo curdo e per un dialogo pacifico fra curdi, cristiani e arabi, uccisa in un agguato lo scorso ottobre. I concerti di Ravenna e Paestum renderanno omaggio anche alla libertà e al coraggio della musicista Aynur Doğan e dell’artista Zehra Doğan; entrambe curde impegnate sul tema della questione femminile, fra attacchi e censure di estrema violenza e drammaticità. Aynur, è una cantante che connette la tradizione del suo popolo con una sensibilità contemporanea, collaborando con musicisti del prestigio di Yo-Yo Ma; Zehra con un

dipinto sulla distruzione della città di Nusyabin, condiviso sui social media, è stata condannata a due anni, nove mesi e ventidue giorni di carcere (ma non ha smesso di dipingere nemmeno nelle carceri turche). Le Vie dell’amicizia si confermano una manifestazione unica nel suo genere. Non solo perché porta il messaggio affratellante della musica, soprattutto quella di un umanista come Ludwig van Beethoven con la sua sinfonia Eroica, ma perché sono sempre un momento di profonda riflessione. Non lanciano proclami, non si firmano protocolli, ma si riannodano vincoli umani inscindibili.

Il campanile spunta dal lago, inquietante e solitario. Là sotto una volta c’era un paese. È stato spostato, ricostruito negli anni Cinquanta prima che il sito originario venisse allagato per creare il lago artificiale di Resia. Siamo in Alto Adige, il posto si chiama Curon e dà il titolo all’omonima e recentissima serie Netflix: una serie tutta italiana. Sfruttando una location reale – Curon Venosta con il suo iconico campanile sta in provincia di Bolzano – gli autori Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano hanno scritto un thriller di genere fantastico. Per una produzione italiana questo è già un evento. Dopo la gloriosa stagione degli anni Settanta con sceneggiati come Il segno del comando, a livello seriale questo genere in Italia è stato praticamente abbandonato. Lo si riscopre solo ora sotto lo stimolo delle grandi piattaforme. Anna Raina (Valeria Bilello) torna a Curon dopo molti anni, con i due figli adolescenti Daria e Mauro (Margherita Morchio e Federico Russo). Lì vive Thomas, suo padre (Luca Lionello). Anna se ne è andata da ragazza, dopo che tragici fatti ne hanno sconvolto l’esistenza. Poco dopo la donna sparisce e tocca ai figli risolvere il mistero. Qualcosa non va in quel posto. Succedono cose strane lì. Da quel lago può emergere qualcuno – o qualcosa – che è proprio identico a te e vuole vivere la tua vita: letteralmente. Il potente tema del doppio è al centro della serie. Da Dostoevskij a Jordan Peele, passando per Poe, Stevenson, King e mille schiere di doppelgänger, l’idea della dualità di una natura umana che si dimena tra bene e male ha affascinato autori, lettori e spettatori. Avvolta in atmosfere sovrannaturali, fra riverberi di serie come Les revenants o Dark, folklore, storie avvelenate di una piccola comunità montana isolata e dinamiche adolescenziali da teen drama, Curon mette tanta carne al fuoco. Il risultato però concretizza solo in parte le ottime intenzioni. Si evoca molto, si sviscera poco a cominciare dai dettagli sulla maledizione del luogo. Le colpe della famiglia Raina sono accennate a mezze frasi e non spiegate come tanti altri elementi che forse saranno indagati in una seconda stagione… Si

cerca la tensione con inquadrature e musica ma non c’è mai una scena capace di far saltare gli spettatori sulla sedia. La regia di Fabio Mollo e Lyda Patitucci si perde in qualche ingenuità di troppo e la recitazione del cast – ci riferiamo agli adulti – suona poco naturale. Non sono pecche da poco, ma non spiegano la virulenta accoglienza tributata in patria a Curon da una parte della critica, perché seppur incespicante la serie è comunque un passo coraggioso in una direzione molto interessante. Alcuni giudizi netti sembrano voler spaccare il capello in quattro con un rigore che non viene applicato altrove, quasi che una serie made in Italy debba giustificarsi – a casa propria – se osa abbandonare i terreni abusati del crime, del giallo o i toni della commedia. La reazione del pubblico è stata invece migliore e più aperta. Sarà che l’atmosfera è forte e intrigante e l’ambientazione è vincente, sarà che il genere ha i suoi estimatori ovunque. Sarà che una bella prova dei giovani attori dà corpo a personaggi dai tratti originali. Sono i ragazzi il cuore della serie. Daria e Mauro e i loro coetanei Micky e Giulio, fratello e sorella anch’essi (interpretati da Juju Di Domenico e Giulio Brizzi) hanno sfumature e incertezze, inediti rapporti gerarchici, crescono e allo spettatore importa della loro sorte. Pur con le sue ombre Curon ha anche i suoi momenti luminosi. Il campanile che spunta dal lago è davvero il simbolo della serie: se parecchio resta sommerso, quello che emerge ha la forza di farsi notare.

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Cultura e Spettacoli

Un container per riflettere

Fotografia Nel suo lavoro più recente il fotografo ticinese Marco D’Anna si è occupato di un elemento

che è simbolo di mobilità e commercio in un mondo globalizzato e sempre più veloce

Gian Franco Ragno Attivo sin dagli anni Ottanta possiamo considerare Marco D’Anna una sorta di fotografo ufficiale del Cantone, avendo per quarant’anni testimoniato ricorrenze, cambiamenti ed eventi della regione, come ad esempio, riproposti l’anno scorso alla Galleria Buchmann, i primi decenni dell’Estival Jazz di Lugano. Un lungo arco di tempo in cui la professione, detto per inciso, ha subito un profondo cambiamento. Se prima si seguiva un apprendistato e si spendevano ore in camera oscura, oggi il fotografo è un operatore digitale, accomunabile e gravitante nella galassia della comunicazione visiva. È nella seconda metà della sua carriera, dagli anni 2000, che il fotografo ticinese ha iniziato a collaborare con altri artisti come Pierre Casé (Il ritorno della memoria del 2004) e, soprattutto, con una figura storica della fotografia svizzera come René Burri (Project Corrida del 2011). I suoi progetti hanno guadagnato spazio e visibilità anche presso la Galleria Buchmann di Lugano e Agra (ricordiamo la partecipazione alla collettiva Flowers for You e la personale Oltre del 2016). È stato presente inoltre a Ticino in Luce (2015), che può essere considerata la più recente collettiva della più importante fotografia ticinese contemporanea – in quell’occasione, messa a confronto con la fotografia dell’Ottocento e primo Novecento. Nel progetto attuale, presso il nuo-

vo spazio delle edizioni Artphilein a Lugano, D’Anna prende in esame uno snodo della nuova arteria di commerci tra Europa e Cina – nel caso specifico nella provincia toscana, ma potrebbe trattarsi di molti altri luoghi del continente. Una di quelle terre di nessuno in cui prende forma quella che viene chiamata la nuova via della seta, conosciuta anche con l’acronimo OBOR («One Belt, One Road», che dà il titolo al libretto d’artista) – a sottolineare l’assoluta predominanza e la continua espansione della Cina nell’economia mondiale. Vero protagonista del progetto è un elemento, ossia il container, il modulo metallico di lunghezza standard, diventato la vera misura del mondo contemporaneo per la sua trasportabilità combinata via mare e via terra, e che costituisce il metro e simbolo esatto della globalizzazione delle merci. E che possiede anche un’altra caratteristica: l’essere un’unità di colore uniforme, che suggerisce combinazioni sempre diverse fra moduli di compagnie diverse e di diversi colori. Nelle immagini del fotografo ticinese ne vediamo decine, sovrapposti in ipotetici palazzi colorati, oppure in piramidi, in configurazioni che danno vita a vie e spazi anonimi, seppur multicolori. E l’impressione è proprio quella di addentrarsi in una città di metallo, considerate le dimensioni dell’istallazione, tuttavia completamente disabitata. L’impianto del libro e delle singole immagini si basa su un grande disegno astratto e combinatorio. Ciò non

Per colore e forma si prestano a numerose combinazioni. (© D’Anna)

riguarda la singola fotografia, ma bensì coinvolge più immagini tra di loro, che si legano l’un all’altra in serie e sequenze con precisi punti di contatto e continuità, come in un sorta di domino. L’idea è ripresa nel piccolo volume, con la copertina che si apre come un leporello, a fisarmonica, ed anche in due piccoli trittici in esposizione. Tutto il mondo degli hub è visto dall’autore con un misto di fascinazione e con una sorta di rinnovato stupore infantile – mentre altre considerazioni sul significato economico, politico, sociale e anche etico di questo gigantesco

movimento di merci spettano allo spettatore, in base al suo interesse e alle sue conoscenze sull’argomento. In questa operazione, la fotografia prende solo atto di un movimento continuo e globale intorno a noi. Mi pare interessante notare come il progetto si ricolleghi ad un altro libro fotografico, apparso tra il 2016 e il 2017, di Gianpaolo Minelli (Variazioni su un tema) per l’azienda Hupac. In quel caso la ripresa era più stretta nel dettaglio, più interessata a diversi elementi meccanici e non solo al modulo container. In entrambi i volumi è possibile rin-

tracciare una comune preoccupazione per ciò che accade a livello globale, e che interessa, innerva e percorre anche nostro cantone. Con questa ultima produzione – a cura di Caterina De Pietri e in collaborazione con la Galleria Buchmann – le edizioni Artphilein di Lugano ribadiscono il ruolo pionieristico assunto, ovvero di promozione di fotografi, giovani e meno, gravitanti nell’area ticinese attraverso il libro fotografico d’autore. Alcuni di essi sono ticinesi di origine o di adozione – come Giuseppe Chietera, Domenico Scarano e Tonachiut Ambrosetti – altri, invece, provengono dall’Italia, come Fabio Tasca e Matteo Di Giovanni. Un dato accomuna le proposte dell’editore: si cerca di toccare soggetti di ampio respiro, legandosi a tematiche e linguaggi traducibili su scala internazionale. Per quanto riguarda il compito affidato agli autori, si offre loro la possibilità – e la sfida – di ripensare al proprio lavoro misurandosi con un’altra forma di espressione (il libro) e con altro pubblico (potenzialmente globale). Ciò è ribadito anche dalla presenza assai curata in rete e dalla promozione nelle più importanti fiere del libro fotografico, che si tengono ormai in tutto il mondo. Dove e quando

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Meglio mangiare che fare il poliziotto Come mai non chiediamo più ai bambini cosa vogliono fare da grandi? Abbiamo forse paura di sentire le loro risposte? Una volta, quando noi eravamo piccoli, ce lo chiedevano in continuazione. Antonello Falqui, il regista televisivo, era figlio di Enrico Falqui, a suo tempo e per trent’anni famoso e temuto critico letterario. Casa sua era frequentata da scrittori illustri e una volta Antonello, che da piccolo era ciccio bomba, si sentì porre da Carlo Emilio Gadda la fatidica domanda, accompagnata da una carezza sul capo: che cosa vuoi fare da grande? E lui: «A me me piace de magnà». Anche a me «me piace de magnà» e questa è la ragione per la quale, fra le tante professioni fantasticate da piccolo, non c’era quella del poliziotto. Ignaro del fatto che mezzo secolo dopo avrei rivestito i panni del poliziotto nelle due serie di telefilm Una famiglia in giallo e Il commissario Manara. Il motivo per cui da grande non avrei voluto fare il poliziotto si trovava in quei meravigliosi film americani e

francesi in bianco e nero degli anni 40 e dei primi anni 50, nei quali il poliziotto non mangiava mai. Nelle rare occasioni in cui lo faceva doveva accontentarsi di ingollare panini bevendo sorsate di birra direttamente dalla bottiglia. Mangiava stando seduto a cavalcioni della sedia o sul ripiano della scrivania mentre puntava la lampada da tavolo negli occhi del sospettato da interrogare o, peggio ancora, in piedi di notte dentro un portone durante un servizio di appostamento. E fuori piove, piove sempre. Anni dopo, lavorando come operatore di ripresa, ho capito la ragione di tutta quella pioggia nei film in bianco e nero: l’asfalto bagnato rende moltissimo nell’illuminazione delle scene notturne; le case, le auto, i lampioni si riflettono sulla strada e il tutto si carica di una struggente malinconia. Comunque sia è un dato accertato che io detesto mangiare panini; posso fare un’eccezione per un panino con una bistecca alla milanese o con una frittata all’erba di san Pietro. Ma i panini per il

poliziotto li andava a comprare il piantone del commissariato e figuriamoci se quello si ricordava della milanese e della frittata. Non potevo correre rischi e perciò nell’immaginare il mio futuro scartavo il poliziotto. So già cosa state per obiettarmi, che in quegli anni almeno un’eccezione c’era e si chiamava Nero Wolfe, il detective di genio imponente e assorto, raffinato gastronomo e coltivatore di orchidee, ideato da Rex Stout in storie scritte dagli anni 30 agli anni 60. Ma Nero Wolfe non usciva mai di casa, non scarpinava per portinerie e quartieri malfamati, se ne stava tappato in casa a concimare i vasi di orchidee e a gustare gli squisiti pranzi allestiti dal cuoco, l’insuperabile Fritz. Chi andava in giro e poi riferiva era il suo aiutante, Archie Goodwin. Per noi italiani Nero Wolfe e Archie Goodwin sono affidati per sempre alle icone del grande Tino Buazzelli e di Paolo Ferrari, nella serie televisiva diretta da Giuliana Berlinguer. Un episodio non fu mai girato perché prevedeva dal

personaggio di Nero Wolfe un radicale dimagrimento nel corso della storia. Il piano di lavoro prevedeva la ripresa delle scene con Tino Buazzelli nella sua stazza abituale, poi una sospensione mentre l’attore, a spese della produzione, si sarebbe dovuto sottomettere in un clinica della salute a un drastico ridimensionamento della sua stazza. Avrebbe poi fatto seguito il completamento delle riprese. Tino Buazzelli si oppose fermamente al programma, con espressioni colorite che qui non è il caso di riferire, guadagnandosi l’affetto e la stima di tutti coloro che pensano che le diete siano un’invenzione diabolica. Volendo, fra le eccezioni, ci sarebbe anche il commissario Maigret ma secondo me il suo autore, Georges Simenon, era uno che, quando mangiava, non si accorgeva neanche di quello che aveva nel piatto. Nella versione televisiva italiana, diretta da Mario Landi e sceneggiata tra gli altri da Andrea Camilleri, Maigret era Gino Cervi che di suo ci metteva la bevuta

in tempo reale dell’intero boccale di birra. Prima però prendeva dal piattino posato sul bancone del bistrot un uovo sodo, ne frantumava il guscio sull’orlo del piatto, lo sbucciava e lo mangiava intingendolo boccone dopo boccone nel piattino del sale. E i minuti scorrevano mentre lo sguardo di Gino Cervi vagava in cerca del brano di copione che aveva nascosto da qualche parte per ripassare le battute che avrebbe dovuto pronunciare. Ma non sarà un uovo sodo a farmi cambiare idea. Torniamo a Georges Simenon. Nelle sue Memorie intime rievoca le sue nozze a Liegi con Tigy, aspirante pittrice, con la quale si trasferirà a Parigi: «Tre fiacre aspettano giù, davanti al portone. Tigy e suo padre salgono sul primo, la madre e la nonna sul secondo, mia madre e io sul terzo. Durante il viaggio non trovo niente da dire a mia madre che tira su col naso e, per farle cambiare umore, le spiego come si fanno le patate fritte alla francese, usando l’olio invece dello strutto».

Solo la capotreno, una signorina dalle gote rosse, che al passaggio del Circolo Polare mi ha offerto a nome delle ferrovie una piccola confezione di cioccolatini. È l’usanza. «Grazie, danke», ho detto. «Italiener?» mi ha chiesto. Sì. Ed è nata una difficoltosa conversazione mescolando tre o quattro lingue, il cui succo è stato questo. «Come mai qui?» «Non lo so». E la conversazione si è impantanata. «Aurora boreale?, ha chiesto, fotografare l’aurora?» Per non deluderla ho detto sì. Ma non vedendo la macchina fotografica si è accigliata. Allora ho detto: me l’hanno rubata. E i bagagli? Anche i bagagli. Fatta denuncia? No. Per farla breve di lì a due giorni eravamo fidanzati. Lassù nel nord gli accoppiamenti si decidono valutando obiettivamente la situazione e la convenienza. Poi la passione verrà se deve venire. Io avevo tirato i dadi: mi fidanzo? Sì. E mi sono sistemato dalla capotreno, a Gëllivare, cioè nei pressi, circa a quaranta

chilometri, vicino a una cascata d’acqua ghiacciata, come tutto il resto. La capotreno si assenta la maggior parte della settimana, io intanto pulisco la casa, faccio il bucato se occorre, la spesa; passano a volte enormi alci, l’estate è breve, cioè più che di estate si tratta di un solo giorno ininterrotto, poi torna notte, sono dieci anni che vivo qui. Non ho il coraggio d’interrogare i dadi; ossia ho chiesto anni fa ai dadi se dovevo interrogarli e mi hanno risposto di no. Quindi non li ho interrogati se restare o ripartire. Significa che devo decidere io? Perché la capotreno tre mesi fa se n’è andata come al solito al lavoro e non è più tornata. In Lapponia non si sta male, ma ho finito da un pezzo i soldi per fare la spesa. Avevo pensato di mangiare un alce, ma sono animali enormi che mettono in soggezione, con quel labbro pendulo che sembra chiedere pace. Poi la caccia è vietata. Però mi sono deciso, tanto ero affamato; ho interro-

gato i dadi: devo uccidere un alce? Sì, sorprendentemente hanno detto di sì, dall’alto della loro saggezza. Ho tentato, da stupido, con un coltello inadeguato che si è piegato contro la pelle dura; gli alci sono sorvegliati, non so con che sistema; sono stato subito arrestato, cioè messo ai domiciliari, e domani mi rispediscono a casa con foglio di via, in quanto indesiderato. Il viaggio è a carico del governo svedese. Grazie, ho detto, danke. Cioè grazie ai dadi. Se fossi partito di mia volontà nel solito modo irruente, non avrei saputo come fare a viaggiare senza un euro. La vita si avvia a volte su strade che non si spiegano con il buonsenso. Chi l’avrebbe detto che una parte della vita adulta l’avrei dovuta passare in Lapponia? I dadi invece sanno meglio di noi miseri umani il destino a cui è votato ciascuno. Bisogna sottomettersi ai dadi, ve li consiglio, per non sbagliare coi soliti ragionamenti avventati.

Non esiste frase, alzata di sopracciglia, allusione, dichiarazione, sillaba pronunciata dalle persone pubbliche che sfugga ai giornali di destra o di sinistra, agli organi di centro o d’opinione. Ogni giorno pagine e pagine rigurgitanti dei borborigmi intestinali dei politici (voto 1 ai borborigmi), soprattutto di quelli che sembrano godere del provvisorio gradimento popolare (l’altro ieri Berlusconi, ieri Renzi e Grillo, oggi Salvini e Meloni). Ancora meglio se insinuano qualcosa che possa alimentare la bagarre quotidiana e ispirare il titolone di giornata con relativo contorno di editoriale e retroscena (diventato un genere giornalistico: 2–). Accade dunque che i cosiddetti «cani da guardia della democrazia» siano, in varia forma, parti recitanti del teatrino, in una pièce soporifera e prevedibile, nel migliore dei casi comico-grottesca. Teatrino pochissimo apprezzato dal lettore comune (vedi risultati in edicola) e adorata dalla corte dei miracoli degli addetti ai lavori (o livori), spesso allegramente e litigio-

samente riuniti nei talk show, dove gli attori in scena recitano ruoli fissi, immutabili come le maschere della commedia dell’arte, e su questa immutabilità costruiscono la loro personale fortuna mediatica. Spiace molto dirlo, ma basta sfogliare i migliori giornali stranieri (francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli, svizzeri) per notare la netta differenza rispetto alla colorita commedia dell’informazione all’italiana, dove tutto (l’ottimo, il buono e il pessimo) viene gettato nello stesso pentolone e ben rimestato. Autocritica? Zero, ovviamente. L’accusa con cui vengono liquidati «Le Monde», «El Pais» o la «Neue Zürcher Zeitung» è l’imperdonabile grigiore. Eppure, il grigiore dovrebbe essere un merito, almeno a sentire un’autorità somma del colore, come Paul Cézanne: «In natura – diceva – non c’è altro che grigio, ma è difficile coglierlo» (6+). Si sente in giro un inspiegabile disprezzo del grigio e della noia. Ma è più «noioso» un giornale pieno di litigi, attacchi, polemiche, insulti, batti-e-ribatti, retro-

scena, o un giornale ragionato, disteso, narrativo? Personalmente non ho dubbi. Così come non ho dubbi nel ritenere noiosissimo il solito romanzo giallo con il solito detective intelligentissimo e finto svagato. Quanta gente, negli ultimi quattro mesi, ha manifestato la propria insofferenza per la «noia» del confinamento in mascherina. Blaise Pascal ha scritto, non a torto, che «tutti i guai dell’uomo derivano dal non saper stare fermo in una stanza» (5½). L’abbiamo sperimentato. Secondo Leopardi la noia è il più nobile dei sentimenti umani. Ma dipende che cosa si intende per «noia». Per Leopardi la noia non è l’opposto del divertimento, dunque è tutt’altro che noiosa, perché «ci mostra l’insufficienza delle cose esistenti di fronte alla grandezza del desiderio nostro». Già, il desiderio. Il desiderio che genera noia ci mette di fronte alle clamorose lacune della realtà: non l’ennesimo libro giallo, non l’ennesimo bisticcio tra politici, non le ennesime promesse da marinai, ma un «ampio progetto», quello sì.

Un mondo storto di Ermanno Cavazzoni I vantaggi del caso Ho fatto un bilancio della mia vita e ho visto che nel 62% dei casi in cui ho dovuto decidere, ho sbagliato; nel senso che se avessi fatto l’opposto sarebbe stato meglio. Ho indagato presso amici sinceri e ho visto che anche loro oscillavano tra il 55% e il 70% di pentimenti, con punte che raggiungevano l’85%. Cioè molto più probabile che uno si sbagli, soprattutto se crede di decidere razionalmente; più si valuta e si pondera, più alla fine si sbaglia. E allora ho deciso di tirare i dadi, porto sempre con me un paio di dadi, se viene pari è sì, dispari no. Bisogna formulare le domande in modo che la risposta sia sì o no. Parto per la Lapponia? Ho tirato i dadi, sì, allora sono partito, ed era più probabile fosse una decisione assennata che se mi fossi messo a ponderare i pro e i contro. Beh, così ho fatto dieci anni fa, e sono partito. E mi sono trovato a Gëllivare nella notte boreale. C’ero arrivato

in treno da Stoccolma. Sapevo che la decisione dei dadi era più razionale di quella che avrei preso io. Il viaggio è durato parecchio, la notte si alternava alla notte, attorno l’infinita distesa di neve. Era naturale chiedersi: cosa sono venuto qui a fare? Mi rispondevo: è il suggerimento dei dadi. D’altronde fossi rimasto a casa mi sarei chiesto: cosa sto qui a fare? Il treno viaggiava a moderata velocità, lo scompartimento ben riscaldato. Fuori 35 gradi sotto zero e ogni tanto folate di neve contro il finestrino. A una stazione intermedia mi ero perso d’animo. Torno indietro? E ho tirato i dadi. No. Questa perseveranza dei dadi mi ha tranquillizzato. Almeno loro sapevano il senso di quell’avventura. Più andavo avanti più il barlume del sole sotto l’orizzonte calava. Non avevo bagagli perché avevo chiesto ai dadi: devo portarmi bagagli? La risposta è stata no, niente bagagli. Va bene. Nessuno sul treno con cui parlare.

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Mascherine, maschere e noia Frase da 6: «In Italia è stata molto forte la spinta verso una politica simbolica sempre più gridata sulla ribalta mediatica». Autore, il professor Carlo Trigilia, accademico dei Lincei che insegna Sociologia economica nell’Università di Firenze. Trovo il suo saggio nell’ultimo numero del bimestrale «il Mulino» (5+). Non ho mai letto niente di Trigilia, ma basta poco per ammirarne la lucidità e la chiarezza cristallina: i leader si consumano presto quando si espongono con una frequenza ossessiva sulla scena, dove cercano consenso immediato promettendo risultati esorbitanti privi del minimo fondamento. C’era un tempo in cui le scelte degli elettori erano ispirate da appartenenze collettive legate ad ampi progetti di cambiamenti sociali. Oggi quell’aggettivo, «ampi», non ha più senso, tanto meno se accompagnato da un sostantivo che genera subito sospetto: «progetti». Ogni ampio progetto va bandito dal campo culturale, politico, sociale. Dai partiti alle imprese, alle case editrici, nessuno ne vuole sapere di pro-

getti che superino la settimana o il mese: meglio aspirare all’incasso immediato (elettorale o economico). Si dirà, come sempre: è il mercato, bellezza. D’accordo, ma se il solo ineluttabile interesse è il successo sul mercato, allora dobbiamo rassegnarci a non dare alcun valore ai progetti di vasto raggio su cui investire e fondare il futuro della società come quelli della ricerca, della formazione, dell’ambiente e in generale della cultura? Che ce ne facciamo dei programmi lungimiranti che richiedono i tempi lenti della pazienza, incompatibili con la frenesia delle leadership politiche personali e dell’economia? Niente, grazie, al di là di ogni dichiarazione retorica… Questo fenomeno, che risulta particolarmente adatto a una mentalità demagogica o populista, non è un andazzo soltanto italiano, ovviamente. Ciò che distingue l’Italia è l’altra parte del discorso del professor Trigilia: quella che riguarda la ribalta mediatica, dove la critica (quando c’è) fa parte del colore più che del dibattito costruttivo.


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IL TRUCCHETTO La carta per uso domestico è utile per far raffreddare più velocemente le bibite. Inumidire qualche foglio di carta domestica e avvolgerla attorno alle lattine o alle bottiglie. Mettere in congelatore le bottiglie e le lattine così avvolte per circa 20 minuti.

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