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ÂŤCon la carbonella si ottiene sempre il sapore migliore.Âť Regola per il grill di Miro I.


! i n a i r a t e i l g i r g i Sono tornati rta se vegetariani, pescetariani, Rieccoli! I griglietariani. Poco impo qualcosa che li accomuna: c’è , rne ca lla de ti an am o i an ari flexit glia. E sanno che alla Migros mangiano solo cibi cucinati alla gri li aspettano tante cose buone.

Il mio grill. Le mie regole.

n parazione o gli accessori giusti no pre la me co se co re alt le te tut r Ma pe ll a gas e chi griglia solo con gri il e isc fer pre i ch c’è i: ord nc co sono sempre nuno prima di grigliarla e chi dopo. Og rne ca la la sa i ch C’è . lla ne rbo ca la si cucina sul grill niente è giusto do an qu é rch pe , ole reg e pri pro segue le a regola che mette tutti un c’è Ma ia. cc pia e ch è e ial nz o sbagliato: l’esse ni si trova alla Migros e su ria eta gli gri i r pe o gli me il o: ord d’acc griglietariani.ch

«Sotto i 5 cm è tutto carpaccio.»

Grigliate da esperti per esperti.

Regola per il grill di Beat N.

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Desideri altri consigli? I nostri macellai ed esperti di pesce ti aspettano al bancone con servizio per spiegarti tutto e darti consigli pratici. Dì cosa desideri, ci penseranno loro a tagliare, marinare o legare le giuste quantità. Per il miglior risultato, indipendentemente da cosa vuoi portare in tavola.


Cooperativa Migros Ticino

Società e Territorio Anita Tomaszewska dell’Unione Contadini Ticinesi ci parla del settore degli agriturismi

Ambiente e Benessere Il dottor Gianluca Gualco, caposervizio del Pronto Soccorso dell’Istituto pediatrico della Svizzera Italiana, spiega in che modo vengono gestite le emergenze e dà consigli utili ai genitori

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXII 13 maggio 2019

Azione 20 Politica e Economia L’Iran minaccia di riprendere l’arricchimento dell’uranio sospendendo gli obblighi dell’intesa sul nucleare

Cultura e Spettacoli I riflettori sono già puntati sul Festival più glamour del mondo: Cannes è alle porte

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Politica estera USA: coerente o lunatica?

L’incanto della scagliola nelle chiese del nostro Cantone

di Peter Schiesser

di Elena Robert

Esiste una coerenza nella politica estera degli Stati Uniti, oggi? O ci sono diverse logiche e personalismi che dettano indirizzi almeno in apparenza contraddittori? Se guardiamo alla politica verso l’Iran (Caracciolo a pagina 31) possiamo riconoscere l’impronta dei falchi dell’Amministrazione guidati dal consigliere alla sicurezza John Bolton, che già ai tempi di George Bush junior era fra chi impose la guerra all’Iraq di Saddam Hussein. Se vi accostiamo la Corea del nord, ecco emergere la volontà personale del presidente Donald Trump, certo di riuscire a convincere il dittatore e «amico personale» Kim Jong-un a rinunciare all’atomica per fregiarsi di un successo laddove tutti i precedenti presidenti hanno fallito. E così ci troviamo nella paradossale situazione in cui gli Stati Uniti hanno denunciato l’accordo sul nucleare con l’Iran (che impedisce a Teheran di dotarsi dell’arma atomica), dal quale ora intendono uscire anche i persiani, mentre viene data fiducia al sanguinario dittatore nordcoreano che fino a ieri minacciava di lanciare missili balistici dotati di testate nucleari sulle città degli Stati Uniti. Se poi aggiungiamo le velate minacce di un intervento militare in Venezuela contro il regime di Nicolas Maduro, viene da chiedersi che fine ha fatto la politica di non intervento nelle crisi mondiali declamata dal presidente Trump prima della sua elezione, quando affermava che «dobbiamo smetterla di rovesciare regimi di cui non conosciamo nulla... e interrompere questa spirale di interventi e caos»: il rafforzamento delle sanzioni contro l’Iran, in particolare l’embargo sulle esportazioni di petrolio persiano, e l’aver dichiarato organizzazione terroristica le Guardie della rivoluzione iraniane un mese fa stanno spingendo Stati Uniti e Iran sull’orlo di uno scontro armato dalle conseguenze imprevedibili, o comunque a conflitti armati per interposta persona (Teheran sembra stia spingendo i suoi alleati in Iraq e in Siria, in particolare gli sciiti libanesi di Hezbollah, a compiere attacchi contro le truppe americane in Medio Oriente). Più coerente e condiviso da tutto l’establishment statunitense, anche dai democratici, è il pugno duro di Trump con la Cina (Rampini a pagina 32). In questo caso, la guerra dei dazi, la richiesta a Pechino di una politica commerciale meno aggressiva, di una vera apertura dei mercati, di una cessazione del sistematico furto di know how tecnologico, l’intenzione di impedire l’ascesa della Cina a leader nell’intelligenza artificiale, a un ruolo di supremazia mondiale tout court, è nell’interesse nazionale americano. Tuttavia, mettere nell’angolo il presidente cinese Xi Jinping, facendogli perdere la faccia come sta facendo Trump, comporta dei rischi di instabilità nel grande paese asiatico. Come ha scritto sul «New York Times» (8 maggio 2019) il professor Yi-Zheng Lian, Xi Jinping potrebbe aver sfidato gli americani in modo troppo duro e troppo presto, lo stesso errore che fece Mao Tse Tung a suo tempo con i sovietici: l’aggressività militare mostrata nel Mar cinese e altrove, la sbandierata volontà di diventare entro metà secolo la superpotenza dominante, di cui la Belt and Road Initiative e gli sforzi nell’alta tecnologia sono gli emblemi, ha provocato una reazione decisa da parte americana. Essendo gli Stati Uniti tuttora i più forti, una sconfitta di Xi Jinping potrebbe causare la sua caduta, in un momento in cui i problemi strutturali interni della Cina (economici, demografici, sociali) sono tutt’altro che risolti.

Invito ai soci per la votazione 2019

SABATO 1. giugno 2019

Ely Riva

Gentile socia, Egregio socio, riceve in questi giorni il materiale per la votazione generale 2019 relativa all’esercizio 2018 della Cooperativa Migros Ticino. A pagina 13 di questo numero di Azione trova le informazioni relative alla votazione; a pagina 16 e 17 il rapporto annuo, che comprende i conti, la relazione dell’ufficio di revisione e la relazione annuale della Cooperativa. L’ultimo termine per la spedizione o la consegna della scheda di voto è

pagina 39


«Accompagnate le grigliate con bontà colorate.» Regola per il grill di Andrea F.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio Leadership al femminile Perché sono ancora poche le donne che raggiungono posizioni dirigenziali nelle aziende? Intervista a Rosy Croce e Monica Duca Widmer pagina 6

violenza giovanile Face à Face Ados è il nuovo programma terapeutico rivolto ai giovani che presentano comportamenti violenti

pagina 10

Genitori e figli Prendersi cura dei figli non significa soddisfare tutti i loro bisogni: meglio promuovere l’autoefficacia

La Fille de Mai Oliver Scharpf ci accompagna alla scoperta della roccia sacra di Bourrignon pagina 15

pagina 11 Sono 66 le aziende agricole del nostro Cantone che offrono servizi di agriturismo. (Ti-Press)

L’agriturismo in Ticino

Aziende agricole Un nuovo catalogo e strutture sempre più attrezzate per un’offerta che si va consolidando

Nicola Mazzi In Ticino la vacanza in agriturismo non è ancora molto conosciuta, anche se le prime timide forme di agriturismo risalgono agli anni 60, ma grazie al passaparola e al costante lavoro, a strutture sempre più attrezzate e a un’offerta che si sta consolidando, prende sempre più piede. Una piccola fetta del turismo cantonale che, anche negli anni di crisi di pernottamenti, mantiene i suoi affezionati clienti e ne aggiunge altri di anno in anno. L’Unione Contadini Ticinesi conta tra le sue fila una responsabile del settore, Anita Tomaszewska, e si avvale di un sito costantemente aggiornato (www.agriturismo.ch), così come di un catalogo appena stampato. Proprio con lei abbiamo voluto approfondire il tema, evidenziando alcuni aspetti importanti come la tipologia di turisti, le leggi e l’offerta agrituristica. Ma iniziamo dalle cifre. Nel nostro Cantone esistono 66 aziende agricole che offrono servizi di agriturismo. E rappresentano poco meno del 10% delle aziende agricole ticinesi. Di queste, circa la metà offre anche alloggio. Andando ad analizzare più da vicino i posti letto messi a disposizione dei turisti, questi sono circa 500. Ma divisi

in diverse tipologie: case di vacanza, camere in fattorie, oppure letti sulla paglia. Come evidenzia la signora Tomaszewska «non esistono cifre precise sui pernottamenti in quanto sono contabilizzati insieme alle case di vacanza». Chi sceglie questo tipo di vacanza non pretende un hotel a 5 stelle e sa che in qualche modo si deve adattare. Ma sa pure che può godere di un’esperienza più genuina. «Infatti è una tipologia di alloggio particolare e spesso chi sceglie questa vacanza guarda che cosa offre l’azienda agricola, quali animali ci sono, quali prodotti mette sul tavolo e sicuramente anche il prezzo gioca un ruolo importante». Spesso, inoltre, «chi sceglie di alloggiare in un agriturismo desidera avere una maggiore libertà di movimento, un contatto più diretto con la gente del luogo e con la natura. Non mancano, inoltre, le possibilità di visitare la regione, magari con biciclette messe a disposizione dall’agriturismo stesso», evidenzia la nostra interlocutrice. E la famiglia contadina – che mette a disposizione uno o più alloggi – dà anche la possibilità di aiutare in lavoretti in fattoria oppure mostra le varie attività che svolge quotidianamente. Gli agriturismi in Ticino sono di due tipologie. «Da un lato ci sono quelli

aperti tutto l’anno che sottostanno alla legge sugli esercizi pubblici. D’altro lato ci sono gli agriturismi che offrono servizi solo durante la bella stagione e per un massimo di 150 giorni l’anno. Questi ultimi si basano sulla legge cantonale sull’agricoltura». Ma come ci si fa conoscere al pubblico? L’esperta evidenzia che esistono diversi modi. «Attraverso le manifestazioni come Caseifici aperti, Visita delle stalle o la Giornata delle porte aperte in fattoria, oppure grazie a piattaforme online come Booking o Tripadvisor». Come detto all’inizio, il settore da alcuni anni conosce una certa stabilità sul numero di strutture che offrono anche questo tipo di servizio turistico. «Negli anni scorsi abbiamo assistito a un momento di crescita arrivando anche alla presenza di una ottantina di agriturismi. Ma in questa denominazione venivano contabilizzate anche quelle aziende che non fornivano né alloggio né ristorazione, ma solo vendita diretta dei prodotti. Da qualche anno, invece, queste aziende sono finite sotto un altro cappello e cioè quello del Centro di Competenza Agroalimentare Ticino (CCAT), un ente creato per aumentare la promozione e il consumo di prodotti agricoli e per favorire la loro

vendita al pubblico (www.ticinoate.ch). Quindi oggi sotto il cappello dell’agriturismo abbiamo solo strutture che offrono alloggio e ristorazione» sottolinea Anita Tomaszewska. Un altro discorso interessante è quello legato alle norme. La legislazione è cambiata negli ultimi anni e per un agricoltore adibire parte della sua attività all’agriturismo non è sempre semplice. «È indubbio che le leggi sono diventate più severe. Dal 2011 l’agriturismo sottostà alla normativa sugli esercizi pubblici con l’obbligo, per chi lo gestisce, di avere il diploma cantonale di esercente. Nel 2016, per cercare di venire incontro alle esigenze degli agricoltori, sono poi state create le due tipologie di agriturismo. Questo per cercare di aiutare coloro che aprono solo durante una parte dell’anno. In questo caso basta un attestato di frequenza a 3 moduli organizzati da Gastroticino». E non bisogna dimenticare che l’attività agrituristica in Ticino non può essere quella principale, ma deve restare accessoria. «Le aziende per legge possono adibire a questa funzione solo una parte limitata della fattoria». Come per il turismo alberghiero anche il turista che frequenta gli agriturismi e pernotta proviene soprattutto dalla

Svizzera tedesca, dalla Germania, dalla Francia e dall’Olanda. «Ma da quando si promuovono sulle piattaforme online non mancano clienti anche da Paesi più lontani come gli Usa e i Paesi arabi. Ormai non ci sono più frontiere». Mentre le strutture che offrono ristorazione, possono contare anche su un buon numero di autoctoni che apprezzano la cucina nostrana e i prodotti regionali. I turisti che arrivano sono di tutti i tipi, anche se sono perlopiù famiglie con bambini, gruppi di amici e non mancano partecipanti a eventi che vengono organizzati sul territorio. Per esempio, durante gli Harley Days, «i bikers scelgono spesso questa sistemazione perché hanno più libertà di movimento ed è un tipo di vacanza più vicina al loro modo di viaggiare». Interessante pure un ultimo aspetto messo in luce dalla responsabile degli agriturismi ticinesi. «Negli ultimi anni sta crescendo una collaborazione tra le diverse strutture agricole. Non è raro che se un agriturismo è al completo segnali al turista alternative vicine e lo inviti ad andare dai colleghi. Una sinergia che si sta rafforzando grazie anche a diversi progetti promossi dall’Unione Contadini Ticinesi», conclude la signora Tomaszewska.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio

La donna è (anche) leader

Intervista Un simposio voluto dal Dipartimento delle istituzioni ha riunito otto donne che ricoprono funzioni

dirigenziali in aziende pubbliche e private per condividere le loro esperienze in un mondo del lavoro in cui la donna fatica ancora ad accedere a ruoli decisionali: abbiamo raccolto le riflessioni di due di loro Barbara Manzoni Nel mondo del lavoro persistono differenze di genere. La più eclatante si riferisce alle retribuzioni: i salari delle donne in Svizzera sono ancora più bassi di quelli degli uomini. Ma ci sono differenze più sottili e meno misurabili, che possono determinare o meglio ostacolare la carriera di una donna soprattutto nell’ottenimento di ruoli dirigenziali. Così, nonostante le donne oggi abbiano certamente la possibilità, le capacità e le competenze per ricoprire posizioni di rilievo in aziende pubbliche e private, la loro presenza in ruoli decisionali è ancora scarsa. Ma essere leader donna di un’azienda è possibile? E quali sono le difficoltà che le donne ai nostri giorni incontrano nell’ottenere ruoli dirigenziali? Sull’argomento hanno dibattuto lo scorso 13 marzo otto donne invitate al simposio organizzato dal Dipartimento delle istituzioni sul tema «Leadership al femminile». Tra loro c’erano anche Monica Duca Widmer, direttrice di EcoRisana SA, presidente del Consiglio di amministrazione di Migros Ticino e presidente del Consiglio dell’USI, e Rosy Croce, responsabile del Dipartimento risorse umane e membro di Direzione di Migros Ticino oltre che membro di HR Ticino. Le abbiamo intervistate. Qual è il vostro bilancio del simposio organizzato lo scorso marzo dal Dipartimento delle istituzioni? Quali sono gli aspetti più interessanti emersi?

MDW: Il bilancio è sicuramente positivo, in quanto si è voluto sottolineare l’esigenza di avere una rappresentanza equilibrata tra donne e uomini anche a livello dirigenziale, sia nel settore pubblico che in quello privato. È stata una serata vivace, ricca di spunti e di nuove interessanti conoscenze. Questo non può placare però la delusione che ancora oggi, a 50 anni dall’introduzione del voto alle donne e in una società dove le donne possono accedere senza problemi a studi superiori, la questione vada ancora discussa. Le donne in posti dirigenziali sono sempre ancora meno del 20% e oltretutto – a parità di qualifiche e prestazioni – percepiscono di regola salari del 20% inferiori a quelli degli uomini: una situazione che purtroppo muta solo troppo lentamente. RC: È stata una serata molto interessante ed arricchente sia dal punto di vista degli scambi di esperienze, sia per aver potuto dare un contributo alla sensibilizzazione sul tema. Oltre ad aver conosciuto persone molto valide che ricoprono ruoli di rilievo nella nostra economia sia in realtà aziendali pubbliche sia in quelle private, ho potuto constatare che vi sono alcuni denominatori comuni: ognuna delle donne presenti ha dimostrato di aver raggiunto tali traguardi perché, oltre a possedere le competenze necessarie e indiscusse, ha dimostrato di avere una grande tenacia, impegno e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi. A vostro avviso oggi in Ticino sono garantite le condizioni che permettono alle donne di raggiungere ruoli dirigenziali? oppure ci sono ancora degli ostacoli? In quali ambiti si potrebbe migliorare?

MDW: Come confermato anche nel corso della serata, per le donne senza impegni familiari grandi ostacoli – fatto salvo la questione salariale – non ci sono. Per le donne con famiglia, con figli e parenti da accudire, le possibilità si riducono invece drasticamente: molti uomini, ma anche molte donne non condividono le scelte delle «donne

Rosy Croce (a sinistra) e Monica Duca Widmer. (Stefano Spinelli)

in carriera» e quindi non vedono la necessità di andare loro incontro con orari di lavoro flessibili, job sharing, asili nidi e doposcuola a costi proporzionali al reddito. L’ostacolo maggiore è quindi di tipo culturale. Personalmente non mi permetterei mai di giudicare chi fa scelte diverse dalle mie e lungi da me l’idea che tutte le donne debbano lavorare: ognuno dovrebbe però poter essere libero di scegliere di fare quello che crede meglio per sé stesso e per la sua famiglia. Vi sono ancora molti ostacoli pratici per la conciliabilità lavoro e famiglia e le iniziative sono ancora insufficienti per togliere veramente quegli ostacoli che impediscono a molte donne di fare carriera. Vedo però con grande piacere che le nuove generazioni hanno una visione diversa della coppia e tendono a scegliere una ripartizione dei compiti non una divisione dei ruoli. Ciò lascia ben sperare per il futuro, quel futuro che 40 anni fa mi illudevo di potere vivere io stessa e che ora spero non sia troppo futuro, ma abbastanza vicino al presente… RC: Constato che sono stati fatti molti passi in avanti in questi anni. Grazie a una maggiore flessibilità nel mondo del lavoro e a una integrazione dell’uomo nella condivisione dei compiti familiari in via di miglioramento. Persistono, tuttavia, stereotipi di genere, che condizionano la carriera e la vita professionale delle donne, dettate soprattutto dal contesto in generale: freni culturali. La donna è per cultura la figura che deve occuparsi della cura dei figli, della gestione della casa e delle incombenze familiari. Le condizioni di lavoro offerte all’interno delle organizzazioni, attraverso modelli di lavoro e di sviluppo di carriera penalizzano l’accesso della donna a ruoli manageriali. Il contesto sociale correlato al mondo del lavoro, inoltre, esclude la donna, che non è nel circuito lavorativo, dal fare networking (l’occasione a partecipare ad eventi, incontri, riunioni). Tutti elementi determinanti per favorire l’accesso della donna in posizioni dirigenziali. È positivo però che di questi argomenti si parli sempre più spesso e ci sia consa-

pevolezza unita alla volontà di progredire. È importante mostrare esempi pratici di successo per influenzare la nostra cultura. Le donne hanno maggiori difficoltà nei ruoli di leadership rispetto ai colleghi uomini? Per quali motivi?

MDW: No, non penso proprio vi siano difficoltà maggiori: difficoltà possono averle sia gli uomini che le donne. Vi sono delle differenze, dettate dal genere, ma attenzione a non creare nuovi stereotipi. Di regola le donne sono più propense a valorizzare le differenze (e non solo quelle di genere), hanno una capacità di ascolto maggiore e sono propense a difendere le proprie idee anche in minoranza, ma vi sono uomini con questo profilo e donne che assolutamente agiscono in modo diverso. Non si può generalizzare. L’importante è che ognuno di noi si senta a proprio agio e conduca come ritiene sia opportuno, senza lasciarsi influenzare troppo da modelli preconfezionati e da stereotipi. RC: Le donne sono diverse fra loro, come lo sono d’altronde gli uomini. Ognuno ha aspirazioni differenti, caratteristiche differenti, ma tutti siamo complementari. La donna, ha uno spiccato senso di responsabilità, di organizzazione e di autonomia professionale, mette energia, impegno e dedizione in ciò che fa ed ha una forte volontà nel portare a termine gli obiettivi. Penso che si possa dire che le donne hanno tutte le carte in regola per avere successo in ruoli di leadership, o meglio le hanno tanto quanto gli uomini.

nella sua esperienza personale ha avuto difficoltà a conciliare impegni professionali e familiari?

MDW: Chiaramente sì! Con la nascita del primo figlio ho dovuto cambiare lavoro, in quanto la mia attività nell’industria non era più conciliabile con quella di mamma, visto che ero spesso all’estero per lavoro. Ho quindi aperto il mio studio di ingegneria ambientale e costruito un’attività da zero, continuando così a poter esercitare la mia professione, che ancora oggi mi dà tante soddisfazioni. Quando i miei figli erano piccoli non potevo portarli al nido perché non ero un caso sociale,

negli anni ’90, non cento anni fa. Oggi la situazione è migliorata e non vieni più condannata se lavori senza averne necessariamente bisogno, perché hai un marito che può da solo mantenere l’intera famiglia. RC: Ritengo di far parte di una categoria di donne privilegiate. Partendo dalla mia famiglia che ha sempre considerato me e mio fratello a pari livello offrendo ad entrambi la possibilità di studiare e realizzarsi professionalmente, cosa non del tutto scontata negli anni ’70. Mio marito poi mi ha sempre sostenuta sia dal punto di vista personale che famigliare; altra cosa non sempre scontata. Molto spesso, infatti, subentrano rivalità tra ruoli interni alla coppia che limitano le donne e la loro carriera. Non da meno, grazie alle aziende all’avanguardia per le quali ho avuto modo di lavorare, e ai miei superiori che hanno sempre creduto in me. Sono sempre stata valutata in modo equo, in base alla mie competenze, potendo così crescere professionalmente fino ad accedere alla posizione manageriale attuale che ricopro da 13 anni, senza discriminazione. Spesso si dice che sono le donne stesse a non voler assumere ruoli di responsabilità, che cosa ne pensa?

MDW: Non tutti gli uomini e non tutte le donne lo vogliono, ma ci sono di sicuro donne pronte a farlo e anche donne con famiglia pronte a farlo, malgrado gli sforzi supplementari del conciliare il lavoro con il resto. Se le condizioni quadro miglioreranno anche il numero di donne pronte ad assumere una responsabilità aumenterà. RC: Per esperienza personale, in qualità di responsabile del Dipartimento risorse umane di Migros Ticino, ho potuto constatare che in molte occasioni il problema esiste effettivamente. Da quali fattori questo sia dettato, è difficile dirlo, penso che si tratti del «dilemma del doppio vincolo», ossia le donne interessate a uno sviluppo di carriera, sono poste davanti al vincolo del proprio ruolo in qualità di responsabile del nucleo famigliare e della ancora poca equa ridistribuzione dei ruoli e compiti in famiglia, che impone alla donna di

«sacrificare» la propria carriera a favore della famiglia.

nell’economia privata sono le singole aziende che al loro interno possono decidere o meno di adottare politiche in favore delle carriere femminili. In questo senso che cosa fa la Cooperativa Migros Ticino?

MDW: La Cooperativa Migros Ticino è donna: sono 917 le donne impiegate sui 1582 collaboratori totali e 14% le donne membri di direzione, 15% le donne quadri medi, ma ben il 42% quelle quadri: le percentuali stanno aumentando dalla base e ci si aspetta quindi degli aumenti anche nei posti dirigenziali. In Consiglio di amministrazione vi sono 3 donne su 7 membri. La Cooperativa Migros Ticino sostiene e promuove un’ampia gamma di misure di politica familiare, fra le quali la conciliabilità tra lavoro e famiglia e opera sulla base di una politica lungimirante. RC: Il nostro obiettivo è di garantire le pari opportunità a donne e uomini in tutti i settori e livelli dell’azienda. La parità nella vita lavorativa non si limita alla parità salariale, ma si estende anche alla ripartizione dei compiti, all’impostazione delle condizioni di lavoro, alla formazione e al perfezionamento e alla carriera professionale. Anche questi aspetti sono sistematicamente contemplati nel metodo di conduzione M-FEE e nel modello delle competenze su cui poggia, e integrati nello sviluppo del personale. Grazie a questi strumenti le discriminazioni nell’impiego sono di principio e sistematicamente escluse. La questione delle pari opportunità è al centro dell’attenzione della Direzione. Il Dipartimento risorse umane consiglia i responsabili di linea e effettua un monitoraggio puntuale per verificare che l’applicazione delle direttive sia garantita in tutti gli ambiti. Tutte le collaboratrici e i collaboratori sono informati e sensibilizzati sul tema, sia attraverso il Contratto collettivo di lavoro nazionale (CCLN), regolamenti e documenti informativi, sia durante il corso per nuovi assunti, al quale sono tenuti a partecipare tutti i collaboratori che iniziano la loro attività presso Migros Ticino, e a tutti i corsi Manageriali.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Idee e acquisti per la settimana

Genuinità per ogni palato

novità Dal cuore della Valle Onsernone arrivano due innovativi prodotti a base di pregiata

Flavia Leuenberger Ceppi

farina di mais macinata a pietra

Gallette di mais con Farina Bóna 120 g Fr. 5.90 Farina per polenta 500 g Fr. 4.90 In vendita nelle maggiori filiali Migros

Le settimane dei nostrani

Fino al 27 maggio i prodotti locali saranno protagonisti nei supermercati Migros con diverse azioni e degustazioni speciali.

in collaborazione con una sua amica che le produceva già da un po’. La specialità risulta veramente ottima e in un baleno del pacchetto che ci aveva portato non resta più nulla!». Convinto del potenziale di questo nuovo prodotto, Ilario decide di provare a confezionarlo in valle: «Una volta presa la decisione, si trattava di risolvere i problemi legati all’investimento per l’acquisto del macchinario necessario alla sua produzione. Dopo qualche tentennamento, finalmente la macchina arriva a Vergeletto e ora si trova accanto alla nostra vecchia tostatrice del mais in “pensione attiva”». Le gallette di mais con Farina Bóna sono ottime da sole, sgranocchiate come snack in ogni momento della giornata, ma possono essere consumate anche come sostituto del pane, durante l’aperitivo farcite con gli ingredienti più disparati oppure quale sostituto alle classiche patatine chips. Farina Bóna: una farina di mais tostato con una bella storia alle spalle

Ilario Garbani-Marcantini e, sopra, il suggestivo mulino onsernonese di Vergeletto.

L’infaticabile Ilario Garbani-Marcantini, promotore e responsabile del progetto di rilancio della Farina Bóna onsernonese, in collaborazione con il Museo Onsernonese e con il mugnaio Marco Morgantini ha sviluppato due nuove delizie a base di granoturco ticinese: la Farina «Masnada Gròssa» e le gallette «Galétt de Carlón». Come tutti i prodotti a base di Farina Bóna già venduti da Migros Ticino, nella fattispecie il gelato, i biscotti e la farina meschia, anche queste due novità sono elaborate all’interno degli spazi dei due Mulini restaurati di Vergeletto e Loco. La «Masnada Gròssa è una farina integrale per polenta a base di semolino di granoturco. È macinata come avveniva in passato presso le popolazioni locali, ossia senza subire l’operazione di setacciatura. Unica nel

suo genere, è ottenuta da mais coltivato da alcuni agricoltori sul Piano di Magadino. «Si tratta di un prodotto naturalmente senza glutine, ed è ideale per chi segue un’alimentazione equilibrata» spiega Ilario Garbani-Marcantini. «Esso permette di cucinare una polenta squisita, dal gusto pronunciato e dalla consistenza marcata. La preparazione è semplice, basta cuocere la farina nell’acqua calda rimestandola regolarmente per un’ora e mezza». L’altro prodotto della Valle Onsernone arrivato da poco sugli scaffali dei supermercati Migros sono le gallette di mais arricchite con Farina Bóna, una specialità particolarmente innovativa per il mercato ticinese. «I “Galétt de Carlón” hanno una storia decisamente curiosa», precisa Ilario Garbani-Marcantini.

«Davide De Lise, di Ivrea, in Piemonte, in occasione di un soggiorno nel nostro Cantone, si “innamora” della nostra Farina Bóna onsernonese. Essendo un prodotto non reperibile in Italia, vuole provare a creare qualcosa con esso: nasce così un formaggio alla… Farina Bóna». Davide porta il prodotto per farlo assaggiare a Ilario e ad alcuni amici ma, anche se il gusto c’è, dopo qualche tempo il formaggio diventa troppo asciutto. «Dopo qualche mese Davide si ripresenta da noi con un paio di belle luganighe, anch’esse alla Farina Bóna. Il prodotto risulta particolarmente gustoso, ma purtroppo i problemi di importazione ci fanno desistere. Passano ancora diversi mesi, ed ecco che Davide ritorna con un nuovo prodotto a base della nostra farina: le gallette, sviluppate

Il mais (Carlón in dialetto locale) giunse a Vergeletto agli inizi del 19° secolo su iniziativa di Carlo Borromeo, che ne aveva intuito il suo potenziale alimentare. Nunzia, la mugnaia del villaggio, fece col mais ciò che si faceva già da secoli con la segale: tostò i chicchi di mais in padella fino a quando iniziarono a scoppiettare. Ecco che erano nati gli ancestrali «Pop-corn», una ghiottoneria molto amata dai bambini di cui si riempivano le tasche prima di andare a scuola. Ma questa è solo una delle ipotesi legate alla nascita del prodotto. A Loco, sembrerebbe invece che fu il prete del villaggio, Cesare Nottaris (1857-1932), a dare il via alla tradizione della Farina Bóna. Successivamente se ne occupò anche un maestro di scuola, un certo Giuseppe Rima, detto «Pepp». Sia quel che sia, la storia delle origini di questo prodotto è davvero bella ma in parte ancora da scoprire. Quel che è certo è che il prodotto è conosciuto con il nome di «Farina sec’a» a Vergeletto e «Farina Bóna» a Loco. L’alimento veniva mangiato quotidianamente dalle popolazioni vallerane, quasi sempre con del latte caldo o freddo, oppure con l’aggiunta di un po’ di burro e sale.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Idee e acquisti per la settimana

La Picanha di manzo

Attualità Un taglio prelibato per delle grigliate particolarmente gustose

La Picanha, tra le specialità alla griglia della cucina brasiliana più apprezzate, è conosciuta da noi anche con nomi quali codone di manzo, copertura dello scamone o cappello del prete. È un taglio ottenuto dai muscoli della coscia del bovino, il quarto posteriore, che si caratterizza per la sua forma vagamente triangolare (da qui il nome «cappello del prete» in virtù della somiglianza col copricapo dei sacerdoti) e lo spesso strato di grasso che ricopre la carne. Ed è proprio quest’ultimo che, sciogliendosi in cottura, conferisce al pezzo di carne magra il suo caratteristico aroma e una succosità e tenerezza uniche. La Picanha può essere preparata intera oppure, come avviene nelle tradizionali Churrascarias brasiliane, tagliata a fette grosse e cotta alla brace su lunghi spiedoni (come da foto a fianco). La cottura ideale della Picanha dovrebbe essere eseguita al sangue – all’interno la carne deve risultare tutta rosa – altrimenti si rischia di avere una carne troppo dura e asciutta. Per orientarsi al meglio è consigliabile utilizzare un termometro da carne. La temperatura ottimale al cuore è di 50-55 gradi. Inoltre è consigliabile non eccedere con i condimenti – è sufficiente anche solo un poco di sale e qualche erbetta aromatica – dal momento che la carne è già saporita di suo. Per una semplice e gustosa ricetta per 4 persone servono ca. 1 kg di Picanha o cappello del prete, qualche erbetta aromatica mista a piacimento, del sale grosso, pepe dal macinapepe e olio extravergine di oliva. Spennellare leggermente la carne con l’olio, salarla e condirla con le erbe e il pepe. Scottare sulla griglia la picanha a fuoco vivo per una decina di minuti girandola un paio di volte. Allontanare la griglia dal fuoco e continuare la cottura a fuoco basso per un’ora girando la carne regolarmente. Al raggiungimento della temperatura interna desiderata togliere la picanha dal fuoco, lasciare riposare qualche minuto e affettarla.

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Sudare per una buona causa Eventi Migros Ticino è partner della Fondazione Greenhope

in occasione del Greenhope Day dei prossimi 8 e 9 giugno, un evento in favore dei bambini malati di cancro e delle loro famiglie

«Sports against cancer»: con questo motto semplice e chiaro la Fondazione Greenhope si occupa di organizzare attività di svago e divertimento per bambini malati e le loro famiglie, nonché di sostenere le giovani leve sportive. Tra gli eventi di questa istituzione, figura il Greenhope Day dell’8 e 9 giugno, un progetto rivolto a tutti che incoraggia a praticare un’attività sportiva a scelta indossando l’inconfondibile colore verde della Fondazione. La partecipazione è veramente semplice: dopo essersi iscritti sul sito del Greenhope Day, ognuno potrà pianificare l’attività sportiva desiderata a casa, all’aperto, in montagna, al lago… sia da solo che in compagnia di amici, parenti o colleghi di lavoro, e infine mostrare il proprio impegno postando le immagini scattate durante il fine settimana aggiungendo gli hashtag #sportsagainstcancer e #MadeinSweatzerland. Il pacchetto di partecipazione al Greenhope Day costa soltanto 20.– franchi e comprende

un sacchetto, un polsino e un voucher per l’iscrizione online. L’intero ricavato verrà destinato a sostenere giovani sportivi e vacanze relax per famiglie. Greenhope può contare sul sostegno di affermati personaggi, personalità e club, tra cui per esempio la Campionessa del Mondo di MTB Jolanda Neff, i giocatori dell’Hockey Club Ambrì Piotta e del Davos, la Campionessa di sci Lara Gut, l’ex calciatore Kubilay Türkyilmaz, il Football Club Lugano e l’allenatore della Nazionale svizzera di hockey Patrick Fischer. Per saperne di più

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio

Adolescenti faccia a faccia

violenza giovanile In Ticino ha preso il via un nuovo programma terapeutico rivolto

a giovani dai 13 ai 20 anni che presentano comportamenti violenti. Intervista alla coordinatrice Anna Vidoli

Guido Grilli Si rivolge ai giovani con comportamenti violenti, perché alla violenza si deve poter dire addio. E, al fondamentale lavoro degli psicologi, affianca quello di registi di teatro, fumettisti e insegnanti di arti marziali per aprirsi a un mondo di nuove e valide risorse che si possono imparare: come il controllo dei propri comportamenti, l’empatia e la capacità di legame, il rispetto, lo spirito critico, le competenze sociali, il saper riconoscere e gestire le emozioni. Si chiama Face à Face Ados ed è una delle 19 misure in tema di violenza giovanile contemplata dalla Strategia cantonale di prevenzione della violenza che coinvolge i giovani fino a 25 anni per il periodo 2017-2020 e che, voluta dal Consiglio di Stato, nasce in seno all’Ufficio del sostegno a enti e attività per le famiglie e i giovani del Dipartimento della sanità e della socialità. Face à Face Ados, una denominazione francese, traducibile in qualcosa come «adolescenti faccia a faccia», è un programma terapeutico specifico per ragazzi e ragazze da 13 a 20 anni che presentano comportamenti violenti. La proposta, in sintesi: aderire a un team interdisciplinare, 50 ore distribuite su 10 mesi, senza precludere scuola o lavoro, tra colloqui individuali e con la famiglia, gruppi misti e atelier. Coordinatrice di questa moderna proposta nata a Ginevra e che il Ticino ha adottato a partire dal 7 maggio scorso è Anna Vidoli, in collaborazione con il Servizio medico psicologico che ne coadiuva il servizio operativo. Anna vidoli, come si è arrivati a questa iniziativa?

L’Associazione Face à Face è nata a Ginevra nel 2001. La direttrice e fondatrice è l’infermiera psichiatrica Claudine Gachet, che nel 2002 aveva sviluppato un programma per le donne con comportamenti violenti e nel 2008 ha creato il progetto specifico per adolescenti. Nel 2011 questo programma è stato riconosciuto dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali e come progetto modello nel rapporto finale del programma giovani e violenza, ed è poi stato validato dal Consiglio federale nel 2015 e pertanto rimborsato dalle casse malati. In questo stesso anno siamo venuti a conoscenza di questo programma, quando cioè veniva redatta la Strategia cantonale di prevenzione della violenza giovanile. Nel 2017, quando sono stata incaricata di questo servizio ho iniziato a prendere contatti con la direttrice dell’associazione ginevrina, quindi i primi colloqui con il Magistrato dei minorenni, con l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa che si occupa di giovani e adulti fino ai 20 anni che hanno comportamenti violenti e da subito vi è stata unanimità nel riconoscere la bontà del progetto. Così il 4 dicembre 2017 abbiamo convocato tutti gli enti interessati dal fenomeno presenti sul

Più in concreto come si svolge il programma terapeutico?

Il programma si articola su tre cicli. Va precisato che si parla di più tipi di violenza – da quella fisica, verbale, economica, alla violenza contro se stessi. Il giovane non va etichettato come violento – nel suo complesso – ma lo è il suo comportamento in una data e precisa circostanza. Il programma Face à Face Ados si propone proprio di offrire e indicare al giovane altre risorse perché possa finalmente abbandonare gli atti di violenza. Durante la presa di contatto viene effettuata una prima valutazione della situazione. L’adolescente, con la famiglia o il curatore, s’impegnano a stipulare un contratto con l’antenna ticinese di Face à Face. Dopo un primo modulo di tre giorni consecutivi che prevede fra l’altro incontri con l’obiettivo di stimolare riflessioni, confronti e scambio di idee, segue un secondo modulo di cinque incontri di due ore ciascuno, nei quali i giovani lavorano fra l’altro su temi quali la violenza agita, l’autostima, i comportamenti e le loro conseguenze; infine un terzo modulo

mira fra l’altro a rafforzare la fiducia in se stessi. Per agevolare gli spostamenti dei giovani che aderiscono al progetto, quale sede di lavoro è stato scelto un luogo centrale, un’aula presso l’Archivio di Stato di Bellinzona. L’attività scolastica o professionale del giovane non è compromessa, c’è a tal proposito una stretta collaborazione tra i Dipartimenti e la Magistratura, va detto infatti che il programma terapeutico può, in alcuni casi, costituire una misura decisa dagli inquirenti o dalle autorità di protezione. Quali risultati ha raggiunto finora Face à Face Ados?

I risultati conseguiti a Ginevra sono confortanti. Si parla di un tasso di non recidiva pari all’80% registrata negli ultimi anni.

Il 7 maggio, dunque, l’esperienza ha preso il via in Ticino. Quanti giovani vi partecipano e come sono stati scelti?

Una volta portati a termine i colloqui individuali con i giovani e le famiglie, il progetto pilota è partito con 5 giovani. È un numero ideale per iniziare. I giovani sono stati scelti da enti e associazioni interessati a questo fenomeno cui sono stati trasmessi nelle scorse settimane i contenuti del progetto che abbiamo già presentato ai plenum di diverse scuole Medie e professionali e agli Uffici dell’aiuto e della protezione (Uap). Ma qual è il quadro del fenomeno dei giovani con comportamenti violenti in Ticino?

La Strategia cantonale di prevenzione della violenza che coinvolge i giovani ha proprio come obiettivo quello di tenere sotto controllo il fenomeno della violenza sul nostro territorio. Quando si parla di violenza giovanile spesso si pensa al giovane come autore di violenza. Non va tuttavia dimenticato che il giovane può essere vittima

Forum Elle

Incontro con Luca Corti, responsabile comunicazione & cultura di Migros Ticino

Sì, è importante che ci possa essere la famiglia, perché spesso si tratta di famiglie vulnerabili con una carenza di risorse. L’obiettivo del programma prevede anche il sostegno e il coinvolgimento del nucleo familiare, non si propone solo un lavoro individuale con il giovane.

Comunicazione significa letteralmente «mettere in comune». Ciò che viene messo in comune nella comunicazione non sono beni materiali ma «messaggi» che esprimono intenzioni, sensazioni, pensieri, sentimenti, informazioni. La comunicazione dunque un «bene di consumo». Prodotti, politici, aziende: se non sono supportate da una strategia di comunicazione non hanno alcuna speranza di avere successo. Si dice che le cinque «C» di una buona comunicazione sono, da sempre: chiarezza, completezza, concisione, concretezza, correttezza. Ma non si deve mai dimenticare che «la comunicazione non è quello che diciamo, bensì quello che arriva agli altri» (Thorsten Havener). Abbiamo invitato Luca Corti, responsabile comunicazione & cultura di Migros Ticino, per spiegarci le nuove strategie di comunicazione della nostra Cooperativa e le sfide con le quali unazienda come Migros si trova confrontata ogni giorno. L’incontro si svolgerà giovedì 16 maggio alle ore 18.00 allo Suitenhotel Parco Paradiso, a Lugano Paradiso. L’incontro con Luca Corti si iscrive nella serie di eventi che Forum elle, l’organizzazione femminile della Migros, organizza per le socie e le simpatizzanti (sono stati 23 nel 2018). Da segnalare che il seguente evento, il 6 giugno, sarà la visita alla mostra Hodler-SegantiniGiacometti, al LAC di Lugano. Le iscrizioni sono da inviare entro venerdì 10.05.19: per ragioni organizzative, vi invitiamo a iscrivere ritornando per posta il tagliando d’iscrizione che trovate sul sito di Forum elle Ticino (www.forum-elle.ch/it/sektionen/ticino/), unitamente a CHF 10.– (quota d’iscrizione), in busta chiusa alla segretaria, Simona Guenzani Via Gemmo 21 6932 Breganzona (email: simona. guenzani@forum-elle.ch – Tel. 091 923 82 02). Vi aspettiamo numerose a questo incontro, aperto anche ad amiche e simpatizzanti.

Può essere che il giovane rinunci, ma da parte degli psicologi e della pedopsichiatra saranno attuati i passi necessari affinché il giovane trovi un motivo per partecipare. Soprattutto l’inizio è una fase delicata. Da parte nostra siamo positivi perché crediamo nella bontà del progetto, che è anche attestata dalla buona rispondenza mostrata dai diversi enti presenti sul territorio, consci che contro la violenza giovanile e le sue ricadute sta nascendo una risorsa in più.

Luca Corti, responsabile comunicazione&cultura di Migros Ticino.

Lo scopo del programma è aiutare i partecipanti a interrompere ogni forma di violenza. (Marka)

territorio – una trentina, tra Autorità regionali di protezione (Arp), scuole, curatori, direttori di centri educativi per minorenni, responsabili di uffici dell’aiuto e della protezione. Con la sede madre di Ginevra è stata stretta una solida collaborazione, tanto che abbiamo creato l’antenna ticinese. Quindi la direzione del progetto ha deciso di affidare l’implementazione del programma Face à Face Ados all’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale (Osc) e da lì è stato selezionato il team, composto da due psicologi e una pedopsichiatra e da una serie di professionisti esterni: una regista di teatro, un fumettista, un esperto di arti marziali e la polizia cantonale.

Comunicare, un mestiere e le sue sfide

o testimone di violenza. Violenza domestica, situazioni di bullismo nelle scuole o nello spazio libero. Quindi la Strategia cantonale combina una serie di misure nei vari ambiti di sviluppo di un bambino e di un giovane. Teniamo d’occhio le statistiche della Confederazione. In Ticino, dopo l’avvio del programma giovani e violenza, c’è stata una diminuzione della violenza giovanile nel suo complesso. L’anno critico in Ticino è stato il 2009. Nel 2015 si è registrato un aumento di reati di media entità. Nel 2016 c’è stato un ulteriore piccolo aumento. I reati di violenza giovanile sono poi rimasti piuttosto stabili e di casi particolarmente gravi non se ne sono registrati. Il fenomeno va comunque monitorato nell’ottica della prevenzione. nel progetto Face à Face Ados la presenza della famiglia appare indispensabile.

E se il giovane interrompe il programma, a quel punto cosa succede?

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio

Promuovere l’autoefficacia

Famiglia I genitori-elicottero sono stati in parte «riabilitati» da un recente studio americano, eppure la pedagogista

Martina Flury Figini spiega perché sia consigliabile intraprendere un percorso che privilegi la fiducia e l’autonomia Stefania Hubamnn Essere sempre sopra i propri figli controllandoli e cercando di soddisfare tutti i loro bisogni o concedere maggiore indipendenza affinché imparino dall’esperienza e quindi anche dai propri errori? I primi sono comunemente definiti genitori-elicottero (da un’espressione inglese coniata dagli autori di un volume pubblicato nel 1990), mentre i principi educativi puntano piuttosto sulla fiducia e l’autonomia. I genitori-elicottero sono quindi in prevalenza connotati negativamente, anche se uno studio pubblicato di recente da due professori di economia statunitensi ne evidenzia l’influsso determinante sulle chance di riuscita dei figli ricollegando questa attitudine al contesto economico della società americana. Per capire quali sono nella nostra realtà i comportamenti prevalenti e come è possibile sfruttarne i rispettivi punti di forza ci siamo rivolti alla pedagogista Martina Flury Figini, coordinatrice del Progetto Genitori del Mendrisiotto e Basso Ceresio con sede a Chiasso. L’esperienza di questa associazione, a diretto contatto con i genitori di bambini piccoli nell’intento di rafforzarne le competenze educative, dimostra come sia sempre possibile nel corso della vita attivare e sviluppare le proprie risorse, ma anche quanto sia più difficile compierlo nell’età adulta. È infatti durante i primi tre anni, in particolare fino al secondo, che si formano le life skills, ossia le competenze di vita come la percezione di sé, la gestione delle emozioni e la capacità di risolvere i problemi. «L’importanza di queste risorse interne – spiega Martina Flury Figini – non è più ribadita solo dai pedagogisti, bensì riconosciuta anche a livello di salute pubblica a causa del loro impatto sul benessere della persona. Una recente pubblicazione (marzo 2019) di Promozione Salute Svizzera indirizzata agli attori dei programmi cantonali che promuovono queste competenze pone l’accento sull’autoefficacia e su come l’infanzia e l’adolescenza siano fasi cruciali per il suo sviluppo». Nell’opuscolo l’autoefficacia è definita come «la convinzione sogget-

L’istinto di protezione è naturale ma i figli devono avere la possibilità di fare le proprie esperienze e i propri errori. (Marka)

tiva di essere in grado di affrontare con successo determinate situazioni grazie alle proprie competenze» (Brinkmann 2014). Questa aspettativa soggettiva influenza il modo di affrontare le situazioni e il loro esito in una sorta di circolo virtuoso.

che promuove la fiducia, l’autonomia e appunto l’autoefficacia deve iniziare subito. È lungo, laborioso, ricco di esperienze e non privo di cadute dalle quali rialzarsi per proseguire. Cito volentieri al riguardo l’esempio del bambino che impara a camminare. È un’immagine semplice da visualizzare e racchiude tutto il senso di questo concetto. L’esercizio è lungo e ogni bambino si prende il suo tempo raggiungendo l’obiettivo con il proprio stile. Allo stesso modo occorrono anni per prepararsi alle sfide dell’età adulta e il cammino non è il medesimo per tutti. Purtroppo nella nostra società, oltre a perdere il valore del tempo, si tende ad anticipare sempre di più. L’essere umano per costruire e cambiare ha invece bisogno di tempi dilatati». Ecco perché nasce un certo contrasto fra i concetti chiave dell’educazione e il comportamento dei genitorielicottero. Questi ultimi partono da un sentimento positivo che ricerca la vita

L’autoefficacia è la convinzione di essere in grado di affrontare con successo le diverse situazioni che la vita ci presenta grazie alle proprie competenze «L’obiettivo dell’educazione – prosegue la pedagogista – è quello di crescere una persona che da adulta sia in grado di inserirsi nella società operando scelte e assumendo responsabilità. Il percorso

più felice possibile per il loro figlio e che nella nostra società passa dal benessere economico. Questo è particolarmente accentuato nel contesto americano nel quale i professori Matthias Doepke e Fabrizio Zilibotti hanno svolto la loro ricerca sfociata nel volume Love, Money and Parenting: How Economics Explains the Way We Raise Our Kids (Amore, soldi ed educazione: come l’economia spiega il modo nel quale cresciamo i nostri figli). Loro stessi, cresciuti rispettivamente in Germania e in Italia negli anni Settanta, si rendono conto di aver beneficiato di genitori permissivi e quindi di un elevato grado di libertà in un contesto economico nel quale la scelta professionale non implicava in partenza una diseguaglianza nella retribuzione. I genitori-elicottero si sono manifestati nel decennio successivo (il termine è infatti apparso nel 1990) caratterizzato da un ritorno della competizione e della diseguaglianza. Genitori iperpresenti che tendono a sostituirsi ai figli nelle

scelte fondamentali, soprattutto in ambito scolastico, sono quindi più efficaci? «Dal punto di vista economico si può anche concordare – risponde Martina Flury Figini – ma le nuove generazioni ci dimostrano ogni giorno che i loro valori sono anche altri». Sicuramente una madre e un padre presenti, attenti e in grado di spiegare i vantaggi di determinate scelte, rappresentano un sostegno. È però una questione di misura, avverte la pedagogista. Seguire bene i figli non significa infatti soddisfare tutti i loro bisogni, magari prima ancora che si manifestino o sostituirsi a loro nelle decisioni. Martina Flury Figini: «Più che il controllo dall’alto (associato all’immagine dell’elicottero), aiutano gli stimoli legati ad aspettative alte ma realistiche. Il concetto di riferimento è la “zona di sviluppo prossimale” definita dallo psicologo russo Lev Vygotskij negli anni Trenta. All’interno di questa zona il bambino, con l’aiuto degli altri, può aumentare il suo sviluppo (ciò che è in grado di svolgere da solo) e raggiungere nuovi obiettivi, mentre oltre il perimetro di questa zona i problemi da risolvere risultano troppo ambiziosi e il tentativo è destinato a fallire generando un sentimento di frustrazione. È quindi in questa zona che gli stimoli dei genitori possono essere efficaci proprio perché alla portata del figlio». Di fondamentale importanza risulta sempre essere la relazione che i genitori instaurano con i figli, basata sulla fiducia reciproca e costruita giorno dopo giorno. I genitori restano il punto di riferimento, conclude la pedagogista, anche quando sono contestati, in particolare nella fase adolescenziale. Nei momenti delicati il comportamento dei genitori-elicottero è giustificato, ma se diventa la regola può precludere un sano sviluppo della personalità con ripercussioni che si possono manifestare anche solo dopo tanti anni. Molto meglio, secondo l’esperienza di Martina Flury Figini, riuscire ad alternare i ruoli a dipendenza delle circostanze. Di nuovo come per il bambino che impara a camminare, l’intervento dell’adulto è sporadico, determinato da necessità o pericolo. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio

Invito ai soci per la votazione 2019

Cos’è l’app Migros?

Cooperativa Migros Ticino Si apre la consultazione sui conti d’esercizio 2018

e un sondaggio sull’utilizzo dell’App Migros

Gentile socia, egregio socio, riceve in questi giorni il materiale di voto per la votazione generale 2019 relativa all’esercizio 2018 della Cooperativa Migros Ticino, con l’invito a rispondere alla seguente domanda: «Approva i conti dell’esercizio 2018, dà scarico al Consiglio di amministrazione e accetta la proposta per l’impiego del risultato di bilancio?». La scheda di voto riporta una seconda domanda, nella forma di sondaggio, che riguarda la conoscenza dell’app Migros (vedi box sottostante). Il materiale di voto sarà inviato per posta a tutti gli aventi diritto di voto, in base al registro dei soci, al più tardi dieci giorni prima della scadenza della votazione. Eventuali reclami concernenti schede di voto non ricevute o inesatte sono da indirizzare all’Ufficio elettorale di Migros Ticino, 6592 Sant’Antonino, al più presto sei giorni lavorativi e al più tardi tre giorni lavorativi prima dello scrutinio. Su questo numero di Azione sono pubblicati i conti 2018 (pagine 16 e 17), la relazione dell’Ufficio di revisione e la proposta del Consiglio di amministrazione per l’utilizzo dell’utile di bilancio, così come la relazione annuale della Cooperativa. La votazione si svolge secondo le disposizioni dello Statuto e del Regolamento per votazioni, elezioni e iniziative. Questi documenti, possono

La nuova sede della filiale di Riazzino. (Giovanni Barberis)

essere consultati presso i punti vendita, presentando la quota di partecipazione o la tessera di socio. I documenti sopra indicati sono disponibili anche su www.migrosticino.ch unitamente a numerose altre informazioni sulla Cooperativa e sulle sue attività nel 2018. Secondo l’art. 30 dello Statuto, il Consiglio di amministrazione ha nominato un Ufficio elettorale che sorveglia lo svolgimento della votazione e che si compone delle seguenti persone:

Avv. Filippo Gianoni (presidente), Myrto Fedeli (vicepresidente), Roberto Bozzini, Pasquale Branca e Giovanni Jegen (membri). Vogliate compilare al più presto la scheda di voto e depositarla nelle apposite urne esposte nei nostri punti vendita. Così facendo ci aiutate a risparmiare spese postali permettendoci di offrirvi una tavoletta di cioccolato. Le urne sono a disposizione durante il normale periodo di apertura delle nostre sedi.

Ultimo termine per la spedizione o consegna della scheda (giorno di votazione): SABATO 1. GIUGNO 2019. Con la vostra partecipazione non solo fate uso del vostro diritto, ma esprimete anche l’apprezzamento per l’impegno dei collaboratori di Migros Ticino. Vi ringraziamo in anticipo.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Feste, fiere, libri Tornano, come ogni anno, i «saloni del libro»: quello di Ginevra si è concluso da poco, ora è in corso quello di Torino. Sono iniziative commerciali, ma anche culturali: conferenze, convegni, incontri con gli autori. È bello, dunque, che ci siano ancora molti che non affluiscono solo alle partite di calcio o alle sfilate di carnevale, ma sono incuriositi dalle novità librarie, sfogliano le pagine dei libri esposti, pregustano una lettura. È passata una decina d’anni da quando Umberto Eco pubblicò Non sperate di liberarvi dei libri. Circolavano da non molto i libri in formato elettronico e le prime voci allarmistiche già piangevano la fine del libro: Eco nutriva la convinzione che le innovazioni tecnologiche non avrebbero soppiantato, ma solo affiancato i volumi cartacei. E, del resto, dagli inizi della scrittura i libri hanno più volte cambiato volto: dai rotoli di papiro ai codici degli

amanuensi, alle edizioni a stampa. In realtà, almeno per ora, a giudicare dalle migliaia di nuovi titoli che appaiono ogni anno in lingua italiana, si direbbe che la crisi è scongiurata; anche se, con la nuova generazione «digitale», potrebbe affermarsi la preferenza per il libro elettronico. Ma quel che importa è che non si estinguano i lettori: se questo non accade, non finiranno neppure i libri. E il successo costante dei saloni e delle fiere del libro sembra confermarlo. Forse è anche per questo, e non solo per motivi commerciali, che si organizzano le fiere del libro: non sono solo esposizioni di volumi e rassegne di conferenze, ma anche una sorta di festa che raggruppa masse di lettori e tiene viva la voglia della lettura. La festa, ormai, è diventata il sostegno di tante iniziative, e si direbbe quasi che senza questo supporto non sarebbe possibile salvarne gli intendimenti educativi.

Per esempio, il 2 aprile si è festeggiata la «Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo», ricorrente dal 2007; il 22 marzo si è celebrata la «Giornata mondiale dell’acqua», indetta dall’ONU dopo la Conferenza di Rio, a partire dal 1993; il 1° gennaio si è svolta la «Giornata mondiale per la pace», il 27 gennaio è il «Giorno della memoria» in ricordo della Shoah; in marzo, la «Festa della donna», poi la «Festa del papà»; in maggio la «Festa del lavoro», poi la «Festa della mamma»; e ancora, più avanti, ci aspettano la «Giornata mondiale per i diritti dei bambini», la «Giornata internazionale contro la violenza sulle donne» e tante altre giornate celebrative. Sono tutte ricorrenze a sostegno di ottimi princípi, non c’è dubbio: ma i problemi da affrontare, le cause per cui lottare, i diritti da sostenere sono talmente tanti che in futuro bisognerà forse riformare il calendario per aggiun-

gervi altri giorni. Ma poi: queste feste e queste ricorrenze sono degli espedienti per incentivare la riflessione e la memoria: ma sono efficaci? Raggiungono lo scopo per il quale sono sorte? Le feste sono importanti occasioni di aggregazione sociale intorno a ideali e a valori. Non per nulla Rousseau, sognando una repubblica di uomini liberi, attribuiva alle feste un’importanza fondamentale: nella Lettre à D’Alembert scriveva: «Quali sono i popoli ai quali più si addice di riunirsi spesso e di formare tra loro i dolci legami del piacere e della gioia, se non quelli che hanno tante ragioni per amarsi e restare sempre uniti?» La festa, dunque, come momento di coesione sociale: la gioia – Rousseau lo sapeva bene – è lo stato d’animo che più invoglia alla compagnia e induce alla fratellanza. Perciò il rituale della festa deve suscitare emozioni gioiose: «All’aria aperta, sotto il cielo vi dovete riunire

per abbandonarvi al dolce sentimento della felicità». Non basta, dunque, una scritta sul calendario e qualche discorso di circostanza perché la ricorrenza abbia un senso: le feste vere prevedono rituali e momenti di convivenza lieta che suscitano emozioni. Solo con le emozioni i ricordi permangono nella memoria e acquistano significato. E, come per le feste, così è anche per i libri: leggere un romanzo è come vivere una vita immaginaria, ma solo se le pagine lette evocano sentimenti, emozioni e pensieri rimangono nella memoria. Anche per questo i libri, come le feste, non dovrebbero essere sovrabbondanti, per non sprofondare nella monotonia e nell’indifferenza. Così scriveva Seneca al suo discepolo Lucilio: «Troppi libri producono dissipazione: perciò, se non ti è possibile leggere tutti i libri che potresti avere, basta che tu abbia i libri che puoi leggere».

bastone arrivo distrutto, un pomeriggio di maggio, al cospetto della Fille de Mai (727 m). In controluce, vista così da vicino, è piuttosto incredibile. Monolite giurassico colossale a forma di busto di donna senza volto, eretto di punto in bianco, in mezzo al bosco. E non stupisce per niente sia stata venerata come personificazione rocciosa della dea Maia: dea della fertilità e del risveglio della natura in primavera che ha lasciato il suo nome a questo mese. Il primo maggio, i romani, le offrivano infatti un sacrificio. Mentre qualche secolo prima, da quell’incavo raggiungibile con una scala grezza scolpita nella roccia, a piedi nudi in bianchi vestiti di lino, officiavano le sacerdotesse celtiche facendo colare, a fiumi, il sangue sacrificale. Più liete le canzoni del primo maggio che le ragazze di Bourrignon venivano qui a cantare, brandendo in mano un ramo fiorito di biancospino. Si accendevano anche dei falò danzandoci intorno e saltando sopra le braci; se riuscivano a non bruciarsi si sposavano entro l’anno. Un tempo, alle feste di pri-

mavera qui nel bosco, partecipava tutto il villaggio. Solo i monaci della vicina abbazia di Lucelle, in Alsazia, non le vedevano di buon occhio. Una volta un giovane monaco cistercense originario di Bourrignon che passava di lì, riconosciuto dai paesani, viene invitato a danzare. Gira, gira, dimenticando tutto, elettrizzato dalla danza furibonda. Al rintocco di mezzanotte, il monaco cade a terra, morto. La leggenda racconta che da secoli, lo sventurato ritorna ogni anno, al dodicesimo rintocco delle campane del primo maggio, a danzare intorno alla Fille de Mai. La roccia sacra risalente, dicono, al Giurassico superiore, vale a dire circa centocinquanta milioni di anni fa, compie allora un giro su se stessa. Qui accanto ci sono i resti di un fuoco. Tra le fronde si apre uno scorcio con pascoli collinari, un pezzo di cielo, qualche nuvola. Fuori dal mondo, ben connesso con la natura, alle quattro in punto di pomeriggio, mi sembra proprio una divinità femminile di tre quarti, la testa inclinata. Esercita qui in faccia, se guardata a valle, tutta la

sua forza magnetica. Yves Rondez, il cuoco del Lion d’Or dove sono andato oggi a pranzo per la famosa carpa fritta – deliziosa e degni di nota anche gli inusuali sorbetti alla susina dalmassina, regina claudia, mirabella, mela cotogna – mi ha detto che «i bambini della regione non li portava la cicogna né si trovavano sotto i cavoli». Sua nonna raccontava che «i bebè si andavano a prendere sotto la Fille de Mai». Se in maggio le celebrazioni bizzarre e propiziatorie del matrimonio tra la terra e il sole con rami, balli, fuochi, canti, erano in uso in diverse località d’Europa – come si scopre tra le pagine impareggiabili del Ramo d’oro (1890) di Frazer – una mia breve indagine ha scovato solo una roccia simile. Negli Abruzzi, dove è considerata la Dea Maia che piange il figlio Mercurio. Ma basta a consolidare il culto per niente insensato di questa, tutta di corallo fossile, dalla testa ai piedi. E a quanto pare, il corallo fossile presente nelle acque dell’isola di Okinawa, partecipa molto alla nota longevità dei suoi abitanti.

aprire una bottiglia di vino e riempire contemporaneamente quattro bicchieri. Poi li mette su un vassoio di metallo che scorre su dei binari volanti fino a raggiungere il tavolo dell’ordinazione. Non solo vino o cocktail, Kuka prepara anche dei piatti galattici. Il proprietario Marcel Soural, entusiasta del suo esperimento, spiega come questo sia un mix fortunato ed efficiente di competenze architettoniche, tecnologiche e di design. Così a suo dire saranno i locali del futuro mentre saranno un’eccezione quelli con camerieri in carne ed ossa e per questo particolarmente costosi. Chissà cosa avrebbe detto di Kuka George Orwell secondo il quale (lo scrisse nel suo saggio The Moon Underwater pubblicato su «the Evening Standard» il 9 febbraio 1946) un pub tra i suoi requisiti essenziali doveva avere delle cameriere materne in grado di ricordarsi i nomi dei clienti abituali e interessarsi amorevolmente di ogu-

no. Penserete cari lettori che dei muti e insensibili ammassi di ferraglia non potranno mai sostituire le simpatiche chiacchierate umane con i camerieri o i bartender di turno. E, sebbene la pensi come voi, devo dirvi che Pepper è pronto a smentirci. Pepper è un robot giapponese di ultima generazione, capace di interagire con le persone, fare conversazione e leggere pensieri e stati d’animo di chi ha di fronte. Tutto questo grazie alla sua intelligenza artificiale e alle sue videocamere in 3D che scansionano espressioni facciali, movimenti e li categorizza. Pepper, capace di parlare perfettamente diverse lingue è già in funzione in diverse filiali di Pizza Hut in Giappone, su alcune navi da crociera e al Glatt, un centro commerciale a Wallisellen. Pepper, sempre gentile e mai stanco, indica ai clienti dove sono le toilette o il negozio che stanno cercando. Si salvi chi può!

A due passi di Oliver Scharpf La Fille de Mai a Bourrignon «In faccia e a nord di Bourrignon, nella comba che si estende da Lucelle a Pleigne, si erge la Fille de Mai, la dea Maia, la vergine-madre dell’antichità, un tempo adorata su queste alture». Così inizia una delle Légendes jurassiennes (1897) raccolte da Arthur Daucourt, a proposito di una roccia biancastra alta trentatré metri a forma di donna. Eccola là, emergere superba sopra i faggi, nascondendo pudicamente il resto del corpo tra il fogliame del bosco. Da questa distanza, sulla strada in aperta campagna alla fermata Pré-Poussin, sembra anche un po’ l’elmo degli stemmi araldici o un pedone degli scacchi. Ma soprattutto, la testa senza volto, ricorda molto quella di certe veneri paleolitiche. Nessun sentiero è indicato, non dovrebbe però essere complicato raggiungerla per via diretta, salendo dalla strada laggiù che passa ai suoi piedi. Un ruscello allieta questa strada persa tra pascoli e campi nel territorio di Bourrignon, paesino rurale a quattordici chilometri da Delémont. È la Lucelle appena nata che si getta poi nella Birsa a Laufen, dove è conosciuta

come Lützel. Il prato scosceso sotto la Fille de Mai, gigantesca statua agreste che viene naturale non tradurre, è recintato elettricamente come i pascoli dappertutto intorno. Levo lo zaino e passo sotto, avanzando acquattato. M’inerpico non convintissimo dell’itinerario. Nel bosco ripido scivolo di continuo sulle foglie. Senza un ramo come bastone, impossibile salire. Colpisce il biancore dei sassi calcarei, il tubo nero di plastica già notato prima con disappunto, appare ancora tra le foglie. Capisco solo adesso: lo afferro con la sinistra e riprendo l’ascesa. È necessario per arrampicarsi fino alla roccia druidica che ora intravedo. Sarà anche la repentina fatica imprevista ma pare un barbapapà. Personaggi dei fumetti creati negli anni settanta dalla coppia Annette Tison e Talus Taylor, il cui nome deriva da come si dice zucchero filato in francese. Sono sfinito eppure m’inerpico a perdifiato, non per sport, piuttosto per sfregio alle vertigini di tutta una vita. Mollo il salvifico tubo nero che indica la scorciatoia per soli matti e grazie al

La società connessa di Natascha Fioretti Pepper, Xiao AI, Kuka: i robot sono tra noi C’era una volta il Gran Caffè Rapallo, storico locale di Vittorio Veneto, affacciato sull’elegante lungomare ligure, meta prediletta di intellettuali e artisti del secolo scorso. Era il bar preferito di Hemingway ma qui si incontravano anche Ezra Pound, Eugenio Montale, Thomas Mann e molti altri. A dire il vero il Gran Caffè c’è ancora, semplicemente ha introdotto un cambiamento epocale che sono certa a Hemingway non sarebbe piaciuto: da qualche giorno a servire ai tavoli c’è un cameriere molto speciale, Xiao AI. Xiao AI è un robot, un elegante ammasso di ferraglia bianco con tanto di grembiule e foularino al collo. Ho provato ad immaginarmi seduta in questo Gran Caffè in una mattina soleggiata, ancora mezza assonnata, intenta a leggere il giornale. Per me i baretti mattutini sono fondamentali per iniziare bene la giornata quando sono fuori casa. Li scelgo sempre con

cura, non possono essere dei luoghi qualunque, devono avere un certo fascino. Lo stesso vale per le persone dietro al bancone e che servono ai tavoli, l’atmosfera conta. Vedendo arrivare al mio tavolo Xiao AI avrei strabuzzato gli occhi e, convinta di stare ancora sognando, sarei uscita di corsa con il mio giornale sottobraccio. Non potrei mai credere che un qualsiasi ammasso di ferraglia bianco possa servirmi un cappuccino con schiuma e cacao come piace a me! A dire il vero, seguendo le attenzioni di cui vi ho detto, al Gran Caffè Rapallo non sarei mai entrata. Da qualche anno infatti il locale è passato in mano cinese ed è stato ristrutturato. Il proprietario si chiama Gabriele Hu e i piatti forti sono quelli della ristorazione orientale con tanto di formula all you can eat. Hu dice che nessuno dei camerieri verrà sostituito. Incuriosita mi sono messa alla ricerca

di esperimenti simili scoprendo che c’è chi è molto più avanti di Hu. Nel centro di Praga c’è un locale di ultima generazione chiamato Cyberdog. Cyber perché pensato e costruito nell’ottica di automatizzare totalmente i processi di ristorazione, dog perché la struttura esterna ricorda, a dire dei suoi creatori, la forma di un cane seduto (ci vuole tanta immaginazione). Ne ha parlato anche la Reuters titolando l’articolo «Benvenuti nel meraviglioso saloon robotizzato di Praga». Con una capienza di 40 persone il Cyberdog è davvero un locale futuristico. Somiglia a una navicella spaziale con tanto di luci fredde bianche e verdi. Chi la sera siede ad uno dei tavoli ordina via app. L’ordinazione arriva al robot dietro al bancone che questa volta non è un elegante ammasso di ferraglia bianca ma un braccio robotizzato. Kuka, questo è il suo nome, chiusa dietro una rete di ferro metallica, è in grado di


COOPERATIVA MIGROS TICINO 2018 i conti

Cooperativa Migros Ticino I Via Serrai 1 I Casella postale 468 I CH-6592 S. Antonino I tel. +41 (0)91 850 81 11 I www.migrosticino.ch I info@migrosticino.ch I www.facebook.com/migrosticino

RELAZIONE annuale Andamento generale Malgrado una situazione economica tutto sommato favorevole, il mercato del commercio al dettaglio ha registrato solo una leggera crescita a livello nazionale (+0,4%) e una nuova flessione, stimata a circa il -1%, in Ticino. Grazie all’aumento delle parti di mercato, la cooperativa è riuscita a realizzare un fatturato di 469,6 milioni di franchi, di poco inferiore all’anno precedente (-0,3 % vs. 2017). Anche a livello di redditività, la situazione è stata caratterizzata da stabilità, sia per quanto concerne l’EBIT (risultato prima degli interessi e delle imposte) sia il Risultato aziendale, che si sono assestati a 4,5 milioni di franchi e 2,0 milioni di franchi rispetto ai 4,2 e 2,1 milioni di franchi del 2017.

Situazione finanziaria Il Cash Flow generato pari a 17,4 milioni di franchi ha permesso di finanziare integralmente gli investimenti di complessivi 7,4 milioni di franchi intercorsi nell’esercizio (contro i 8,4 milioni di franchi del 2017). La Somma di bilancio è leggermente aumentata passando da 165,7 a 166,4 milioni; grazie al Risultato aziendale di 2,0 milioni di franchi la quota di Capitale proprio è salita dal 37,4 al 38,4%, raggiungendo i 64 milioni.

CONTO ECONOMICO Ricavi netti Commercio al dettaglio Ristorazione Scuola Club Prestazioni di Servizio Ricavi netti da forniture e prestazioni (senza IVA) Altri ricavi d’esercizio Altri ricavi d’esercizio Totale ricavi netti Costi d’esercizio Costi delle merci Costi del personale Pigioni Manutenzioni/Riparazioni Energia/Materiali di consumo Pubblicità Spese amministrative Altri costi d’esercizio Ammortamenti d’esercizio Totale costi d’esercizio

(1)

2018

2017

ATTIVI CIRCOLANTI Mezzi liquidi

4 080 469 555

4 092 470 872

Altri crediti a breve termine verso terzi

-535

-433

Risultato prima delle imposte

4 010

Imposte dirette Utile

(4)

Risultato prima degli interessi e imposte (EBIT) Risultato finanziario (ricavi + / costi -)

(5)

BILANCIO - PASSIVI

431 017 19 062 4 571 12 130 466 780

4 246

(3)

BILANCIO - ATTIVI

430 517 18 765 4 062 12 131 465 475

4 545

(2)

Stato delle ordinazioni e dei mandati e attività di ricerca e sviluppo In qualità di commercio al dettaglio, la Cooperativa non ha né ordinazioni né mandati rilevanti da commentare e non svolge particolari attività di ricerca o sviluppo.

(in 1 000 CHF)

-319 019 -87 300 -13 267 -4 959 -8 097 -2 468 -4 443 -12 575 -14 498 -466 626

Valutazione dei rischi Migros Ticino dispone di un processo di gestione dei rischi. Il Comitato di direzione (CD) informa regolarmente il Consiglio di amministrazione (CdA) sulla situazione di rischio dell’impresa. Quest’ultimo assicura che la valutazione dei rischi abbia luogo nei termini opportuni e adeguati. In base a un’analisi sistematica della situazione, CdA e CD hanno identificato i rischi potenziali, valutato le probabilità che si avverino così come le possibili conseguenze finanziarie. Appropriate misure adottate dal CdA permettono di evitare, diminuire o arginare questi rischi. I rischi potenziali che devono essere sopportati dalla Cooperativa vengono costantemente sorvegliati. Durante la verifica annuale della strategia aziendale il CdA li considera e li valuta adeguatamente. Il CdA ha valutato la situazione il 4 dicembre 2018 e appurato che in linea di principio essi sono ben coperti dalle strategie, dai processi e dai sistemi. Prospettive Il rallentamento della crescita della popolazione, il continuo aumento delle superfici di vendita presenti sul territorio e lo sviluppo del commercio online, rendono poco favorevoli le prospettive di mercato. A fronte di queste condizioni quadro, nel 2019 Migros Ticino prevede realizzare una serie di misure importanti con l’obiettivo di rafforzare la sua posizione di mercato e la sua redditività a partire dal 2020.

(in 1 000 CHF)

-317 494 -86 521 -13 880 -5 072 -8 392 -2 597 -4 446 -12 456 -14 152 -465 010

Eventi straordinari Nel corso dell’esercizio 2018 non si sono verificati eventi straordinari particolari da segnalare.

31.12.2018 31.12.2017

Prima dell’impiego del risultato

Crediti per forniture e prestazioni verso imprese del gruppo verso terzi

Scorte merci Totale attivi circolanti ATTIVI FISSI Investimenti finanziari verso imprese del gruppo Partecipazioni a imprese del gruppo Impianti materiali terreni ed immobili installazioni tecniche e macchinari altri impianti materiali costruzioni in corso

(6)

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

6 216

7 208

16 190 1 162

8 981 1 139

1 088

665

19 875 44 531

19 076 37 069

1 000

1 000

774

774

87 791 28 388 3 447 392

89 919 32 564 4 213 53

3 813

Investimenti immateriali Totale attivi fissi

32 121 824

59 128 582

-2 022

-1 737

Totale di bilancio

166 355

165 651

1 988

2 076

31.12.2018 31.12.2017 (in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

59 15 078

228 17 131

Debiti finanziari a breve termine conti giubilei del personale verso terzi

8 333 87

8 470 86

Altri debiti a breve termine verso terzi

5 636

5 787

8 483 37 676

8 476 40 178

46 000

46 000

18 698 64 698

17 478 63 478

102 374

103 656

978 500 55 294 5 221 1 988 63 981

980 500 55 294 3 145 2 076 61 995

166 355

165 651

Prima dell’impiego del risultato CAPITALE DI TERZI A BREVE TERMINE Debiti per forniture e prestazioni verso imprese del gruppo verso terzi

Ratei e risconti passivi Totale capitale di terzi a breve termine

(7)

CAPITALE DI TERZI A LUNGO TERMINE Debiti finanziari a lungo termine verso imprese del gruppo Accantonamenti Totale capitale di terzi a lungo termine Totale capitale di terzi CAPITALE PROPRIO Capitale sociale Riserve legali da utile Riserve libere da utile Riporto dall’esercizio precedente Utile d’esercizio Totale capitale proprio Totale di bilancio

(8)


ANNOTAZIONI (1) Altri ricavi d’esercizio Altri ricavi d’esercizio (2) Costi del personale Stipendi e salari Oneri sociali Istituti di previdenza professionali Altri costi per il personale (3) Altri costi d’esercizio Altri costi d’esercizio Tasse e tributi (4) Ammortamenti d’esercizio Terreni e immobili Installazioni tecniche e macchinari Altri impianti materiali Investimenti immateriali (5) Risultato finanziario Ricavi da interessi su capitali Ricavi da partecipazioni Costi per interessi su capitali Altri costi finanziari (6) Mezzi liquidi Mezzi liquidi terzi Mezzi liquidi Banca Migros (7) Ratei e risconti passivi Ricavi Scuola Club Interessi Affitti Altre delimitazioni (8) Accantonamenti Rendita transitoria AVS Altri accantonamenti a lungo termine

2018

2017

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

4 080 4 080

4 092 4 092

-68 014 -7 577 -8 282 -2 648 -86 521

-68 641 -7 714 -8 184 -2 761 -87 300

-10 167 -2 289 -12 456

-10 182 -2 393 -12 575

-2 277 -9 551 -2 297 -27 -14 152

-2 395 -8 974 -2 908 -221 -14 498

59 23 -337 -280 -535

33 23 -339 -150 -433

5 875 341 6 216

6 720 488 7 208

803 289 23 7 368 8 483

708 291 17 7 460 8 476

2 810 15 888 18 698

2 803 14 675 17 478

CONTO DEI FLUSSI DI TESORERIA 2018

Utile Ammortamenti e correzione di valori di attivi fissi Variazioni d’accantomanti Cash Flow Variazioni crediti a breve termine Variazione scorte merce Variazioni debiti a breve termine Variazioni ratei e risconti passivi Totale flusso di tesoreria dall’esercizio dell’attività Flusso di tesoreria da attività di investimenti Investimenti Finanziari Partecipazioni Impianti materiali Immateriali Totale flusso di tesoreria di attività di investimenti Flusso di tesoreria da attività finanziarie Variazione altri debiti a lungo termine Variazioni debiti finanziari a breve termine Variazione capitale sociale Totale flusso di tesoreria di attività finanziarie Variazioni mezzi liquidi e attivi quotati in borsa detenuti a corto termine Verifica della variazione del fondo Mezzi liquidi e attivi quotati in borsa detenuti a corto termine al 1.1 Mezzi liquidi e attivi quotati in borsa detenuti a corto termine al 31.12 Variazioni mezzi liquidi e attivi quotati in borsa detenuti a corto termine

RELAZIONE dell’ufficio di revisione

Il post più di successo pubblicato sulla pagina Facebook di Migros Ticino nell’anno 2018.

Relazione dell’Ufficio di revisione sul conto annuale In qualità di Ufficio di revisione abbiamo svolto la revisione dell’annesso conto annuale della Società Cooperativa Migros Ticino, costituito da bilancio, conto economico, conto dei flussi di tesoreria e allegato, per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2018. Responsabilità dell’Amministrazione L’Amministrazione è responsabile dell’allestimento del conto annuale in conformità alle disposizioni legali e allo statuto. Questa responsabilità comprende la concezione, l’implementazione e il mantenimento di un sistema di controllo interno relativamente all’allestimento di un conto annuale che sia esente da anomalie significative imputabili a frodi o errori. L’Amministrazione è inoltre responsabile della scelta e dell’applicazione di appropriate norme contabili, nonché dell’esecuzione di stime adeguate. Responsabilità dell’Ufficio di revisione La nostra responsabilità consiste nell’esprimere un giudizio sul conto annuale sulla base della nostra revisione. Abbiamo svolto la nostra revisione conformemente alla legge svizzera e agli Standard svizzeri di revisione. Tali standard richiedono di pianificare e svolgere la revisione in maniera tale da ottenere una ragionevole sicurezza che il conto annuale non contenga anomalie significative. Una revisione comprende lo svolgimento di procedure di revisione volte ad ottenere elementi probativi per i valori e le informazioni contenuti nel conto annuale. La scelta delle procedure di revisione compete al giudizio professionale del revisore, inclusa la valutazione dei rischi che il conto annuale contenga anomalie significative imputabili a frodi o errori. Nella valutazione di questi rischi il revisore tiene conto del sistema di controllo interno, nella misura in cui esso è rilevante per l’allestimento del conto annuale, allo scopo di definire le procedure di revisione appropriate alle circostanze, e non per esprimere un giudizio sull’efficacia del sistema di controllo interno. La revisione comprende inoltre la valutazione dell’adeguatezza delle norme contabili adottate, della plausibilità delle stime contabili effettuate, nonché un apprezzamento della presentazione del conto annuale nel suo complesso. Riteniamo che gli elementi probativi da noi ottenuti costituiscano una base sufficiente e appropriata su cui fondare il nostro giudizio. Giudizio di revisione A nostro giudizio, il conto annuale per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2018 è conforme alla legge svizzera e allo statuto.

2017

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

1 988 14 152 1 220 17 360 -7 655 -799 -2 373 7 6 540

2 076 14 498 1 258 17 832 -1 705 -1 139 -7 274 134 7 848

– – -7 394 -7 394

-1 000 -100 -7 006 -273 -8 379

– -136 -2 -138

1 000 -6 22 1 016

-992

485

7 208

6 723

6 216

7 208

-992

485

ALLEGATO Informazioni relative ai principi utilizzati per l’allestimento dei conti annuali Questi conti annuali sono stati allestiti conformemente alle prescrizioni della legislazione svizzera, in particolare in base agli articoli del Codice delle obbligazioni relativi alla tenuta della contabilità commerciale e alla presentazione dei conti (art. 957-962). La cooperativa Migros Ticino non allestisce un conto di gruppo in quanto i suoi conti sono inclusi in quelli della Federazione delle cooperative Migros, che pubblica un conto consolidato in base a una norma contabile riconosciuta (Swiss GAAP FER). La presentazione dei conti esige dall’Amministrazione delle stime e delle valutazioni che possono avere un incidenza sul valore degli attivi e dei debiti, come pure degli impegni eventuali alla data del bilancio, ma anche dei ricavi e dei costi del periodo di riferimento. Se del caso, l’Amministrazione decide, a propria discrezione, l’utilizzo dei margini di manovra legali esistenti in materia di valutazione e iscrizione a bilancio. Per il bene dell’azienda e nel rispetto del principio della prudenza, è possibile procedere ad ammortamenti, correzioni di valore, nonché la costituzione di accantonamenti superiori a quanto il contesto economico richieda. Informazioni, strutture dettagliate e commenti riguardanti alcune poste del conto economico e del bilancio. Le informazioni di singole posizioni del conto economico e del bilancio sono contenute nelle «annotazioni».

Relazione in base ad altre disposizioni legali Confermiamo di adempiere i requisiti legali relativi all’abilitazione professionale secondo la Legge sui revisori (LSR) e all’indipendenza (art. 906 CO congiuntamente all’art. 728 CO), come pure che non sussiste alcuna fattispecie incompatibile con la nostra indipendenza. Conformemente all’art. 906 CO, congiuntamente all’art. 728a cpv. 1 cifra 3 CO e allo Standard svizzero di revisione 890, confermiamo l’esistenza di un sistema di controllo interno per l’allestimento del conto annuale, concepito secondo le direttive dell’Amministrazione. Confermiamo inoltre che la proposta d’impiego dell’utile di bilancio sono conformi alla legge svizzera e allo statuto e raccomandiamo di approvare il presente conto annuale. PricewaterhouseCoopers SA Roberto Caccia Perito revisore Revisore responsabile

Roberto Buonomo Perito revisore

Impegni eventuali: Nell’ambito delle normali attività commerciali, la Cooperativa Migros Ticino è parte in causa di diverse controversie legali. Sebbene l’esisto di queste controversie non possa essere stimato con un grado di certezza assoluto, la Cooperativa Migros Ticino non ritiene che tali controversie possano avere un impatto significativo sulla sua attività commerciale o sulla sua situazione finanziaria. Per i deflussi finanziari previsti sono stati costituiti degli accantonamenti. 31.12.2018 31.12.2017

UTILIZZO DELL’UTILE DI BILANCIO 2018

2017

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

Riporto dall’esercizio precedente Utile anno corrente Utile disponibile dei soci Dotazione alle riserve libere Riporto all’esercizio nuovo

5 221 1 988 7 209 – 7 209

3 145 2 076 5 221 – 5 221

SPESE DEL PERCENTO CULTURALE Cultura, sociale ed economia Formazione (Scuola Club) Totale 0,5% della cifra d’affari determinante

604 1 678 2 282 2 246

559 1 692 2 251 2 250

Dal 2018 Migros Ticino sostiene il magico Buskers Festival di Lugano.

(in 1 000 CHF)

(in 1 000 CHF)

3,83% 7,21%

3,83% 7,21%

ACTIV FITNESS Ticino SA, S. Antonino, capitale sociale CHF 100 000 Scopo: gestione centri fitness Quota di capitale Quota dei diritti di voto

100,00% 100,00%

100,00% 100,00%

Mitico Ticino SA, S. Antonino, capitale sociale CHF 100 000 Scopo: gestione esercizi pubblici Quota di capitale Quota dei diritti di voto

100,00% 100,00%

100,00% 100,00%

69 131 037

160 127 309

26 000 20 000

26 000 20 000

1 052 40 85

1 045 41 79

1 177

1 165

Partecipazioni rilevanti Federazione delle Cooperative Migros, Zurigo, capitale sociale CHF 15 000 000 Scopo: procacciamento di merci e servizi, nonché attività culturali Quota di capitale Quota dei diritti di voto

Le partecipazioni indirette sono contenute nel rapporto annuo della Federazione delle cooperative Migros Altre informazioni Leasing non iscritti a bilancio Impegni per contratti d’affitto superiori ai 12 mesi Scadenza degli impegni finanziari a lungo termine Esigibili da 1 a 5 anni Esigibili fra più di 5 anni Effettivi Collaboratori fissi Apprendisti Collaboratori a tempo parziale con retribuzione oraria Totale posizioni a tempo pieno

Onorari pagati all’organo di revisione 22* 22* Onorari di revisione * una parte importante della revisione viene effettuata dalla revisione interna. Eventi successivi alla data di bilancio Non vi sono stati eventi successivi importanti tra la data di chiusura del bilancio e l’approvazione del conto annuale da parte dell’Amministrazione della Cooperativa Migros Ticino. Non risultano altri fatti che devono essere citati secondo l’art. 959c del Codice delle obbligazioni.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Ambiente e Benessere Il porto di Amburgo in festa Per gli 830 anni dello scalo è andato in scena il più grande festival portuale del mondo

Il primo film in volo Da un tepui venezuelano all’ex bombardiere della Imperial Airways pagina 23

pagine 20-21

La scorza degli alberi La corteccia forma la superficie dei tronchi e fornisce informazioni importanti

Il sapore della primavera Teneri asparagi e pisellini che, insieme alla ricotta, condiscono deliziosi ravioli al limone pagina 27

pagina 25

La pediatria d’urgenza

Pronto intervento In ospedale, le emergenze

pediatriche sono sfide complesse da affrontare Maria Grazia Buletti Essere genitori è una realtà delicata che richiede molta cura e che si affronta «strada facendo», e fra le situazioni maggiormente critiche si trovano quegli eventi che ci appaiono come vere e proprie emergenze, e che ci fanno correre in ospedale con nostro figlio o figlia. Al Pronto soccorso pediatrico dell’Ospedale Regionale di Bellinzona e Valli, dove abbiamo trascorso un intero pomeriggio, arrivano quasi 10mila bambini all’anno: una media di 27 al giorno. Entriamo nel vivo di questo luogo insieme al pediatra dottor Gianluca Gualco (caposervizio del Pronto Soccorso Pediatrico dell’Istituto Pediatrico della Svizzera Italiana) con cui parliamo dei piccoli pazienti e dei loro genitori. «La gestione delle emergenze pediatriche è una sfida complessa da affrontare, soprattutto per i genitori chiamati a valutare l’effettiva urgenza: un figlio è il bene massimo e per ognuno il proprio bambino rappresenta sempre un’urgenza». Così esordisce il pediatra, che comunque rassicura le mamme e i papà: «Se c’è bisogno, noi siamo a disposizione giorno e notte, ma non dimentichiamo la figura dei pediatri sul territorio, che già conoscono bene il proprio piccolo paziente». Il dottor Gualco invita, comunque, i genitori ad affidarsi con fiducia al personale infermieristico e ai medici che prenderanno in cura il bambino: «Il Pronto soccorso pediatrico è un luogo pensato a dimensione di bambino. Bimbo che tutti cerchiamo di mettere da subito a suo agio: se possibile ci rivolgiamo direttamente a lui, giochiamo insieme, e creiamo così un rapporto diretto di fiducia con il nostro piccolo paziente: è la migliore condizione per poterlo visitare con cura ed efficacia». Ed è essenziale fidarsi dei medici che prenderanno in cura nostro figlio, anche quando ci diranno che la cosa migliore da fare è aspettare: «Comprendiamo le aspettative dei genitori che, preoccupati, vorrebbero avere subito una diagnosi. Cosa che in medicina non è sempre possibile. Talvolta essi restano con l’amaro in bocca, ma è un dato di fatto che se possiamo escludere immediatamente talune patologie, per altre dobbiamo attendere quei complementi diagnostici che necessitano di qualche giorno. L’attesa può non essere piacevole, ma è certamente necessaria nell’ambito di un’ottima presa a carico e per proporre la relativa cura più indicata». Una medicina complessa, quella

dell’emergenza in pediatria, innanzitutto per le caratteristiche del paziente che certamente non possono essere equiparate a quelle dell’adulto per patologie e relative sintomatologie che sono condizionate da aspetti anatomici, fisiologici e fisiopatologici, i quali dipendono dall’età e richiedono assistenza e preparazioni specifiche. A ciò va ad aggiungersi la diversa presa a carico nelle differenti fasce d’età: «Ci occupiamo di neonati (che presentano certamente patologie molto diverse dall’adolescente), fino ai ragazzi di 16 anni». Il medico ci spiega che gli eventi specificatamente critici nella popolazione pediatrica sono più rari rispetto a quelli che possono verificarsi in età adulta. Le differenze risiedono anche nell’approccio: «I piccoli non sanno spiegarti cos’hanno e dove hanno male; nel breve tempo imposto dall’urgenza devi capirlo in base a pianto, valutazione clinica e racconto dei genitori». Genitori, alleati preziosissimi che vanno attentamente ascoltati: «Dobbiamo fare affidamento sulle osservazioni della mamma che vede il proprio figlio giorno e notte, e per questo lo conosce meglio di chiunque altro. Noi vediamo i piccoli in una breve finestra di tempo e consideriamo la mamma un po’ «il primo medico» del bambino». Le urgenze che necessitano di intervento immediato costituiscono fortunatamente una percentuale bassa degli accessi in Pronto soccorso: «Quelle propriamente dette sono in fondo poche, mentre le più comuni comprendono, ad esempio, ingestione di piccoli corpi estranei non pericolosi, fratture non complesse, stati febbrili e quant’altro, che preoccupano enormemente il genitore, ma che dal punto di vista strettamente clinico non costituiscono situazioni “acute” con rischio immediato». Alle emergenze pediatriche più comuni si aggiungono quelle oculistiche, cardiorespiratorie, crisi di asma, infezioni respiratorie gravi, inalazione di corpi estranei, annegamento, shock anafilattico e settico. E ancora: urgenze neurologiche (crisi epilettiche, convulsioni febbrili), traumatologiche, ortopediche e chirurgiche, oltre alle ingestioni di farmaci e sostanze nocive. Il pediatra definisce i tempi: «Il bambino urgente viene preso a carico molto rapidamente e per quei casi gravi, che di norma giungono con l’ambulanza o la REGA, disponiamo di box di rianimazione in cui collaboriamo con gli anestesisti pediatrici e gli specialisti del caso».

Il dottor Gianluca Gualco, caposervizio del Pronto Soccorso Pediatrico dell’Istituto Pediatrico della Svizzera Italiana. (Vincenzo Cammarata)

Il dottor Gualco invita i genitori a non lasciarsi prendere dal panico e, in caso di problema serio, ricorda che è importante chiamare i soccorsi senza mettersi in strada per portare personalmente il bambino all’ospedale: «L’ambulanza giunge velocemente a casa, con i mezzi di soccorso adeguati e immediati; il personale allerta già di conseguenza pediatri e anestesisti e la presa a carico sarà più adeguata e veloce, cosa che non può avvenire se i genitori portano in auto il bambino all’ospedale». Nei casi gravi è in un certo senso l’ospedale che viene da noi, per iniziare immediatamente le cure urgenti, e non il contrario: «Nella concitazione non ci si pensa, ma bisogna impararlo, magari frequentando uno dei corsi di primo soccorso offerti ai genitori». Corsi che puntano pure al concetto di prevenzione, così come le parecchie iniziati-

ve di Cantone e EOC: «Sul territorio, i pediatri sono i primi ad applicare una buona prevenzione; noi disponiamo di vademecum che spiegano come ci si deve comportare in situazioni critiche; il Centro tossicologico svizzero (nostro centro di riferimento) fa costantemente informazione e prevenzione». Di fatto, chi non si ricorda di aver già sentito che i farmaci vanno tenuti lontano dai bambini, che i detersivi e gli agenti tossici non vanno lasciati alla loro portata o in bottiglie dell’acqua, e via dicendo? «I bambini trasmettono entusiasmo ed energia, e anche quando sono malati mostrano una forza incredibile», conclude il dottor Gianluca Gualco che dice di amare profondamente il suo ruolo di pediatra: «I bimbi hanno infinite risorse: sono piccoli ma ci insegnano un sacco di cose. Inoltre, ogni fascia d’età implica un differente

approccio medico e talvolta visitarli è una sfida: bisogna instaurare un rapporto di fiducia, bisogna conquistarli, ma vuoi mettere quando stanno meglio e rientrano a casa? Allora ti salutano riconoscenti, con la manina alzata!».

video intervista Sul canale Youtube di «Azione» e su www.azione.ch la videointervista a Giancluca Gualco.


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Ambiente e Benessere

Hafengeburtstag Hamburg

reportage Nella città anseatica si svolge ogni anno, a maggio, il più grande festival portuale del mondo

quest’anno alla sua 830esima edizione

Simona Dalla Valle La nascita del porto di Amburgo risale al 1189, data in cui l’imperatore germanico Federico Barbarossa garantì un’esenzione fiscale alle navi in transito sul fiume Elba verso il Mare del Nord, trasformando così la città in un centro potente da un punto di vista commerciale. Non è un caso, quindi, che proprio ad Amburgo si trovi il porto più importante di tutta la Germania e il secondo in Europa dopo quello di Rotterdam.

L’evento si svolge sulla colorata tratta dell’Elba tra HafenCity e il porto museale di Oevelgönne Oggi, il porto dà lavoro a oltre 100mila persone. Per la sua posizione geograficamente strategica, Amburgo è soprannominata Das Tor zur Welt (la porta sul mondo). Ogni anno il porto viene celebrato con una grande festa durante la quale imponenti velieri storici sfilano accanto a fregate e battelli a vapore, mentre nei dintorni si svolgono manifestazioni ed eventi musicali e gastronomici. Quest’anno il porto ha festeggiato l’830° anniversario dalla sua fondazione. Prima di entrare nell’Hafengeburtstag, vale però la pena di spendere due parole sulla città anseatica, così

Vista aerea del fiume Elba con la Elbphilarmonie in primo piano; su www.azione. ch si trovano altre immagini. (Andreas Vallbracht)

chiamata per via dell’Hansa, l’alleanza commerciale tra diverse città risalente al tardo Medioevo. Situata nel punto in cui i fiumi Alster e Bille sfociano nell’Elba, Amburgo è attraversata da un fitto insieme di canali chiamati Fleete; il centro della città circonda due laghi artificiali formati dall’Alster, il

Binnenalster e l’Aussenalster. È facile quindi comprendere come l’acqua sia per Amburgo estremamente importante. Il porto si estende per tutta la larghezza dell’Elba e principalmente sulla parte di riva meridionale che fronteggia i quartieri di St. Pauli e Altona; le due rive sono collegate tramite ponti

nella zona est e tramite due tunnel a ovest. Il primo tunnel sotto l’Elba fu inaugurato nel 1911 e alle due estremità è caratterizzato da enormi sistemi di ascensori adibiti al trasporto di persone e veicoli fino a 24 metri di profondità. Le pareti del tunnel sono decorate con ornamenti in terracotta che raffigura-

no elementi del fiume Elba, principalmente pesci e molluschi (ma anche... ratti!). Il nuovo tunnel, situato più a ovest, coincide con un tratto dell’autostrada 7 ed è percorribile solo in auto. L’architettura di Amburgo ne riflette i mille volti: dai variopinti centri sociali di St. Pauli agli eleganti negozi Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Vista aerea della parata di apertura. (Andreas Vallbracht )

Bancarelle, concerti ed eventi lungo i Landungsbrücken. (Jan Traupe)

della Jungfernstieg, dai locali a luci rosse sulla Reeperbahn fino alla coesistenza di tradizioni e modernità del quartiere portuale HafenCity. La Speicherstadt (letteralmente la «città dei magazzini») è un complesso di 17 magazzini, ora per lo più in di-

suso, costruiti tra il 1884 e il 1888 su un’area di circa 330mila mq complessivi e su progetto dell’ingegnere Franz Andreas Meyer. I magazzini, sorretti da palafitte in legno di quercia e abbelliti con torrette e pinnacoli, dispongono di un ingresso dal canale per

la merce e uno dalla strada. Ai tempi della loro costruzione servivano per lo stoccaggio di merci di vario genere come caffè, tè, spezie, cacao, tabacco, rum e tappeti orientali. Fino agli anni Ottanta la Speicherstadt era chiusa da cancelli e bisognava passare la dogana per entrare; nel 2015 è entrata a far parte del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Ma veniamo ora all’Hafengeburtstag, che significa «compleanno del porto». È una festa che si svolge ad Amburgo da oltre 800 anni e che porta nelle acque dell’Elba splendidi velieri e barche di tutti i tipi e dimensioni in quello che è un vero e proprio viaggio nella storia della navigazione. Oltre a regate, parate di barche antiche, intrattenimenti musicali e di artisti di strada, il festival offre spettacoli di aerei, paracadutismo e viaggi in mongolfiera che attraggono ogni anno circa un milione di persone. I festeggiamenti si sono aperti ufficialmente a mezzogiorno di venerdì scorso, 10 maggio, con la celebrazione della messa ecumenica internazionale nella splendida Chiesa di St. Michaelis alla presenza delle autorità cittadine. Alle 14 era in programma la grande parata di apertura alla quale hanno partecipato oltre trecento imbarcazioni da tutto il mondo, tra cui navi a palo, navi da crociera, navi museo restaurate con cura e veicoli di servizio marittimo. Lungo i Landungsbrücken (i pontili di St. Pauli), soprannominati per l’occasione Bunte Hafenmeile, numerosi palchi con concerti gratuiti e spettacoli dal vivo hanno di nuovo trasformato lo spazio cittadino in un enorme festival. L’offerta culinaria e culturale viene estesa ogni anno da una partnership nazionale: se nel 2018 il paese selezionato era il Sudafrica, quest’anno la scelta è ricaduta sulla provincia dell’Occitania, nel sud della Francia, con le sue specialità culinarie, come

Il festival accoglie turisti da tutto il mondo. (Joerg Modrow)

ostriche e birre regionali. Sempre dalla Francia è arrivato il catamarano hightech Energy Observer. La nave, lunga 30 metri e larga poco meno di 13 metri, è in grado di produrre idrogeno dall’acqua di mare e funziona quindi senza emissioni di gas a effetto serra o polveri sottili. Amburgo è stata una tappa del tour mondiale del catamarano ecologico, partito nell’estate del 2017. Come ogni anno, il momento centrale della manifestazione è stato lo spettacolo di fuochi d’artificio che si sono svolti sabato, organizzati dalla compagnia navale tedesca Aida, sponsor della manifestazione. Domenica,

infine, le imbarcazioni ospiti si sono congedate dalla città con una grande sfilata di chiusura. Anche il futuristico edificio dell’Elbphilharmonie, il fascinoso complesso residenziale e culturale in vetro e mattoni progettato dallo studio Herzog & de Meuron di Basilea e inaugurato nel 2017, ha partecipato alla manifestazione. In collaborazione con la Elbphilharmonie Hamburg e la NDR Elbphilharmonie Orchester, le registrazioni delle esibizioni dalla Grosser Saal sono state proiettate gratuitamente su un grande schermo posto nel piazzale antistante. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Il mondo perduto

Passeggiando con Walser

viaggiatori d’occidente La curiosa storia del primo film proiettato su un volo aereo

Bussole Inviti a

letture per viaggiare

Claudio Visentin «Quando ero un ragazzino avevo una passione per le mappe. Potevo stare delle ore a contemplare l’America del Sud, l’Africa, o l’Australia, e perdermi nelle glorie dell’esplorazione. A quel tempo c’erano parecchi spazi vuoti sulla terra e, quando ne vedevo uno che sembrasse particolarmente invitante sulla carta (ma sembrano tutti così) ci mettevo il dito sopra e dicevo: Quando sono grande voglio andare lì». Così Charles Marlow – il protagonista di Cuore di tenebra (1899), scritto da Joseph Conrad – ricorda i viaggi sognati nella sua infanzia. Ma proprio in quegli anni di fine Ottocento, le spedizioni degli esploratori si moltiplicavano e gli spazi vuoti sulle carte geografiche scomparivano uno dopo l’altro. Il superstite desiderio di avventura, di un altrove selvaggio e misterioso, si concentrò allora sulla Gran Sabana, una vasta regione (45mila chilometri quadrati) nel sudest del Venezuela dove, sopra la distesa impenetrabile della foresta, svettano circa centocinquanta montagne dalla cima piatta chiamate tepui (la casa degli dei nella lingua degli indigeni). Il tepui più esteso è Auyántepui (700 chilometri quadrati), dove il pilota americano Jimmie Angel, il 18 novembre 1933, vide la più alta cascata del mondo (979 metri di dislivello), oggi conosciuta come Salto Angel. Nell’ottobre del 1937 Angel riuscì ad atterrare avventurosamente in cima alla cascata ma il suo monoplano Flamingo s’impantanò e dovette essere abbandonato sulla montagna. Forse ancora più famoso è il tepui Roraima, alto quasi 2800 metri, dove si incontrano i confini di Venezuela, Brasile e Guyana. Solo nel 1884, dopo diversi tentativi, la cima del Roraima fu conquistata, scoprendo che il suo millenario isolamento aveva favorito un processo evolutivo diverso da quello del territorio circostante, con specie animali e vegetali uniche. L’immaginazione dello scrittore scozzese Arthur Conan Doyle (creatore di Sherlock Holmes) fu profondamente colpita da questo luogo. E qui volle ambientare il suo romanzo fantastico Il mondo perduto (The Lost World, 1912). La trama: il professor George Chal-

«Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. Li ho letti come un credente legge le vite dei santi, per rinnovare la preghiera di una bellezza al termine dell’angoscia, di un felice oblio nella resa di ogni volontà e scopo, di una gioia ancora possibile nella sottomissione alle nuvole, al vento e alle strade che non conducono da nessuna parte. Per questo andrò a Herisau dove Robert Walser ha trascorso gli ultimi ventitré anni della sua vita e dove è morto…».

Kukenan Tepuy nella Gran Sabana, in Venezuela. (Paolo Costa Baldi)

lenger trova il diario di un esploratore scomparso, Maple White, con strani disegni di animali estinti. Organizza allora una spedizione scientifica sul tepui Roraima dove trova gli ultimi dinosauri (tra essi un iguanodonte e un tirannosauro) insieme ad alcuni bellicosi primati. Solo dopo molte avventure e pericoli, la spedizione guidata da Challenger riesce a tornare alla civiltà portando con sé, come prova decisiva, uno pterodattilo vivo, la cui fuga davanti agli occhi di tutti conclude il romanzo. Nel 1925, l’industria cinematografica usciva dalla sua fase sperimentale ed era pronta per più ambiziosi progetti, a cominciare proprio dalla trasposizione de Il mondo perduto. Il film diretto da Harry Hoyt ebbe grande successo anche grazie agli effetti speciali di Willis O’Brien: per la prima volta il pubblico poteva vedere dei dinosauri dal vivo, animati con la tecnica stop-motion, o animazione a passo uno, in uso sino alla grafica computerizzata dei nostri giorni. Dopo aver fatto le prove generali in questo film, Willis O’Brien diede il me-

glio di sé in King Kong (1933), perfetta combinazione di elementi avventurosi, romantici e fantastici. Questa volta il gigantesco gorilla proviene da una misteriosa Isola del Teschio, ignota alle carte, a ovest di Sumatra. Ma l’influenza de Il mondo perduto è evidente nelle numerose scene di dinosauri in lotta col gigantesco gorilla. Il mondo perduto è stato poi riproposto in una decina di remake e ha ispirato opere più recenti, tra cui naturalmente Jurassic Park (1993), diretto da Steven Spielberg. Il mondo perduto fu anche il primo film proiettato durante un volo aereo. L’esperimento fu tentato nell’aprile 1925 durante un volo Londra-Parigi della compagnia Imperial Airways, su un ex bombardiere Handley-Page adattato al servizio di linea. L’accompagnamento sonoro era eseguito a Berlino da un’orchestra e trasmesso via radio. Considerato che gli aerei erano ancora fatti di legno e tela, l’utilizzo di una pellicola altamente infiammabile comportava anche qualche rischio. Questa prima esperienza fu poi dimenticata, e solo nel 1961 la proiezione

di un film venne offerta regolarmente ai passeggeri dei moderni jet. Cinque anni prima, David Flexer, un piccolo produttore cinematografico, aveva dichiarato alla rivista «Life»: «Il volo aereo è la forma di trasporto più moderna… e più noiosa!». Ma per portare il cinema nei cieli dovette affrontare ostacoli non molto diversi da quelli del 1925: usare un solo rotolo di pellicola, costruire un proiettore leggero, superare il rumore dell’aereo eccetera. La società di Flexer, Inflight Motion Pictures, investì un milione di dollari per superare queste difficoltà tecniche e infine nel luglio 1961, nella prima classe di un Boeing 707 della TWA in volo da New York a Los Angeles, fu proiettato Ossessione amorosa, con Lana Turner. La risposta del pubblico fu straordinaria e le prenotazioni in prima classe si moltiplicarono, nonostante il prezzo. Così ben presto anche le altre compagnie aeree seguirono l’esempio della TWA. Ma, giunti a questo punto, si era ormai persa memoria dei diversi passaggi di una storia iniziata tra i tepui della Gran Sabana…

Lo scrittore Robert Walser, ospite del manicomio di Herisau (Cantone Appenzello esterno), fu trovato morto il giorno di Natale del 1956. Una celebre fotografia, scattata da un anonimo poliziotto, ritrae il suo corpo riverso nella neve di un sentiero di montagna. Nell’immagine sono visibili sette impronte degli ultimi suoi passi e mai come in questo caso si può parlare di un viaggio «sulle orme di», poiché sette – in ordine inverso, dal settimo al primo – sono anche i capitoli del libro dello scrittore e psicoterapeuta Paolo Miorandi. Miorandi ha saputo trovare un difficile equilibrio tra personali motivazioni, il senso dei luoghi visitati e le pagine di Walser, scrittore straordinario, oggi considerato tra i maggiori di lingua tedesca accanto a Kafka, Rilke o Musil. Nonostante il suo talento, Walser ebbe una vita inquieta e tormentata. Dal 1929 la sua condizione psichica peggiorò e cominciò a «sentire voci», come confessò ai medici. Dopo il ricovero a Herisau nel 1933 abbandonerà per sempre la scrittura, dedicandosi invece a lunghe passeggiate, come nel suo ultimo giorno. E proprio «La passeggiata» (1919) è uno dei suoi testi migliori, da leggere accanto a questo di Miorandi. / CV Bibliografia

Paolo Miorandi, Verso il bianco. Diario di un viaggio sulle orme di Robert Walser, Exorma, 2019, pp.120, € 13,50. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Ambiente e Benessere

«La corteccia è la camicia degli alberi»

Ecosistema Così annotava Leonardo da Vinci (1459-1519) in merito alla distinzione

Meglio burro di arachidi o marmellata? La nutrizionista

tra le specie di alberi

Laura Botticelli Gentile Laura, sono una nonna preoccupata per il proprio nipote di 13 anni che da quando è tornato da un viaggio in America non ha più abbandonato il consumo di burro di arachidi. Lo preferisce alle mie marmellate (io ci metto tanta frutta e poco zucchero). Lo consuma sia a colazione che a merenda e a volte dopo cena. Ho paura che gli possa fare male, è molto grasso, non rischia di ingrassare pure lui e di avere problemi di salute? / Ruth V.

Alessandro Focarile Se vi capita di appoggiarvi a un albero, è molto probabile che una formica vagabonda sia il primo animaletto che viene a farvi visita. Infatti questi insetti sono efficienti e utili pattugliatori che perlustrano senza posa la corteccia a caccia di afidi e bruchi. Alcune specie di acacie (robinie) delle regioni subtropicali coperte dalle savane hanno sviluppato un singolare sistema protettivo di spine. Queste secernono un liquido che attira le formiche. Qui, esse vi hanno costruito, nel corso della loro evoluzione (che risale parecchio indietro nel tempo), le loro dimore, assicurando un permanente meccanismo di protezione dell’albero contro erbivori e succhiatori di linfa. La corteccia è la scorza che caratterizza la superficie del tronco degli alberi e degli arbusti legnosi e le loro radici in contrapposizione al legno sottostante. Cortecce lisce, cortecce tormentate con profonde fessure che indicano l’età. Cortecce bianche e quelle rossicce. Cortecce che si staccano a placche, come quelle del platano. Esiste un popolo animale e vegetale che vive in queste strutture che avvolgono l’albero «come una camicia». Dalle sue sommità al profondo delle radici: il popolo dei «corticoli» (dal latino cortex = corteccia).

Al pari delle foglie, anche le cortecce così dissimili tra loro fanno parte della carta d’identità di ogni specie di arbusto legnoso Questi, che siano licheni, polipori (funghi legnosi), e una miriade di insetti, vivono e prosperano sulle cortecce, nel loro interno e, soprattutto, in quel labirintico e complesso ambiente che si crea sotto le cortecce, grazie al loro progressivo distacco dal legno sottostante. Sono processi con lenta maturazione, che vedono innanzitutto l’opera dei funghi, i quali per mezzo delle loro ife penetrano inesorabilmente nella materia legnosa con un’azione meccanica di cuneo. Provate ad annusare la parte interna di una corteccia che si può staccare. Sentirete un diffuso profumo di funghi, e troverete un vasto intrico di gallerie e fessure, frequentato da un immenso e tanto variato mondo di organismi (principalmente insetti) che esprimono complicate modalità di vita in incessante trasformazione e sviluppo. Dai consumatori della materia legnosa intrisa di bianche ife fungine, ai loro predatori e parassiti, venendo a

Così viene raccolto il lattice da un albero della gomma. (Asano)

formare una complessa «rete» alimentare. Nel corso della sua immensa opera letteraria, Leonardo da Vinci (14591519) parla diffusamente anche degli alberi, delle loro caratteristiche e della tecnica pittorica per raffigurarli al meglio: luci e ombre, vuoti e pieni, sfumature. «L’accrescimento della grossezza delle piante è fatto dal sugo (linfa), il quale si genera nel mese di aprile infra la camicia (corteccia) e il legno di esso albero, e la scorza acquista nuove crepature nelle profondità delle ordinarie crepature». E inoltre «all’albero giovane non crepa la scorza». La corteccia della betulla, un albero diffuso fino alle più elevate latitudini del Nord America e dell’Eurasia, simbolo emblematico e vitale per i popoli boreali, i Sami (Lapponi), è bianca e gentile, come il volto di una fanciulla, e ha una pellicola superficiale sottile come un velo. Dalla corteccia, opportunamente intagliata con un punteruolo, sgorga la linfa in primavera, una deliziosa e salutare bevanda tanto apprezzata dal sergente nella neve (Mario Rigoni Stern) durante il suo ritorno in Russia nel 1975: «Linfa di betulla, me ne versai un bicchiere, e scopersi così una bevanda nuova, leggerissima come una betulla in sboccio, il sapore della primavera, della terra in amore, il canto nella foresta, l’humus della vita assorbito con il crescere della luce del giorno

e distillato dal sole attraverso il tronco delle betulle» (Rigoni Stern 2003). Come si fa per raccogliere questo liquido prezioso? Anche in questo caso ci viene in aiuto Mario Rigoni Stern: «Quando arriva il disgelo e le betulle iniziano a dischiudere le prime foglioline, si incide leggermente la corteccia, e in questa ferita, in basso, si mette un piccolo stecco (cavicchio). La betulla piange, la lacrima scorre lungo lo stecco e la goccia viene raccolta in un recipiente che sta sotto. Tante gocce formano litri». Lo stesso metodo utilizzato per raccogliere la resina di alcune conifere, e il lattice (gomma) dell’Hevea brasiliensis. A proposito del noce, in passato c’era stata una vecchia storia tra questo albero e la vacca. L’animale aveva l’abitudine di strofinare le sue corna sulla corteccia, e questo non era gradito al noce. La cosa si risolse dopo un vivace scambio di opinioni tra i due e volarono parole grosse. Il noce promise alla vacca che non le avrebbe consentito di fare il latte se si fosse sdraiata nella stalla su una lettiera di sue foglie. E così fu; il contadino allevatore seppe come comportarsi in futuro, e la corteccia del noce tornò indenne fino alla consumazione del tempo (Mauro Corona 1997). Le lisce e giovani cortecce del castagno (foto) sono un prezioso nutrimento sostitutivo invernale per cervi e caprioli, quando non c’è di meglio. Ma

la sopravvivenza degli ungulati significa la morte del castagno, e ne sanno qualcosa i forestali. Dopo una certa età, la corteccia di questo albero si contorce con uno sviluppo tormentato e a spirale (foto), e ben pochi sono i licheni che riescono a svilupparsi sul tronco forse per la diffusa presenza di tannino. Al pari delle foglie, anche le cortecce così dissimili tra loro fanno parte della carta d’identità che contraddistingue ogni specie di albero o di arbusto legnoso. E Cédric Pollet, un fotografo naturalista francese divenuto famoso, ne ha fatto la ragione della sua vita professionale, mettendoci interesse, tempo, e tanta passione. Bibliografia

** Mauro Corona, Il volo della martora, Vivalda Editori (Torino), 1997, 211 pp. ** Leonardo da Vinci, Trattato della pittura. Condotto sul Codice Vaticano Urbinate, 1270, Ristampa anastatica, Newton Compton Editore (Roma), 2015, 324 pp. ** Mario Rigoni Stern, Storie dall’est. La Bielorussia che rinasce, Arnoldo Mondadori Editore – Milano), 2003, pp. 1291-1294. ** Cédric Pollet, Ecorces.Voyage dans l’intimité des arbres du monde, Éditions Ulmer (Paris), 2008, 192 pp.

Gentile Ruth, la ringrazio per avermi scritto. È bello sapere che suo nipote in vacanza abbia provato un «nuovo» alimento e se ne sia innamorato! Probabilmente adesso è in una fase di «luna di miele»: lo ha appena scoperto, ha un buon sapore, gli ricorda le ferie, ma chissà che poi un giorno non gli ritorni la «nostalgia» delle sue ottime marmellate! Nell’attesa che ciò avvenga, le posso dire che i suoi timori possono essere più o meno fondati, ma mi spiego meglio: il burro di arachidi commerciale è fatto arrostendo le arachidi, sbollentandole in calore o acqua per rimuovere le loro bucce e poi macinandole in una pasta. A questo punto è possibile che gli si aggiungano altri sapori, oli o ingredienti per cambiarne gusto e consistenza. Lo si può infatti comprare sia in versione liscio sia croccante, sebbene non ci sia alcuna differenza nutrizionale tra il primo e il secondo. Dal punto di vista nutrizionale è effettivamente ricco di grassi e calorie – un cucchiaio da minestra abbondante di circa 20 g contiene 128 calorie – contro le 49 calorie di un cucchiaio di marmellata commerciale (la sua, visto che mette poco zucchero, sarà sicuramente meno calorica). Tuttavia, a favore del burro di arachidi c’è da dire che ha principalmente grassi insaturi, che sono quelli più salutari. Contiene un po’ di grassi saturi, quelli dannosi, ma un cucchiaio rappresenta solo il 5% dell’apporto giornaliero raccomandato per un adulto. Le arachidi sono anche una buona fonte di proteine vegetariane (6,8 g), fibre (2,3 g) e posseggono una serie di minerali tra cui magnesio, ferro e zinco, nonché vitamine del gruppo B e vitamina E, sostanze che la marmellata non ha. Si deve preoccupare per la salute di suo nipote? Considerando quanto detto sopra, il burro di arachidi è un alimento sano, la porzione raccomandata in una dieta equilibrata però è di circa due cucchiai da minestra al giorno (30 g). È bene consumarlo con pane integrale o in aggiunta a uno yogurt nature, così da prepararsi una buona merenda salutare e saziante. È importante dire anche che non tutti i burri di arachidi sono creati allo stesso modo. Molte marche contengono quantità di zuccheri aggiunti, sale, conservanti e/o stabilizzanti che non sono ideali ed è bene quindi leggere attentamente le etichette. Per concludere e rispondere alla sua domanda: sarebbe bene fare attenzione, se possibile, alla quantità di burro di arachidi da lui consumata e alla qualità del prodotto. Informazioni

La bella e bianca corteccia di una betulla. (Plant Image Library)

Piccoli germogli che spuntano da una corteccia. (David Montolio)

Avete domande su alimentazione e nutrizione? Laura Botticelli, dietista ASDD, vi risponderà. Scrivete a lanutrizionista@azione.ch Le precedenti puntate si trovano sul sito: www.azione.ch


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Ambiente e Benessere

ravioli al limone con asparagi e piselli

Migusto La ricetta della settimana

Primo piatto

migusto.migros.ch/it/ricette Per diventare membro di Migusto non ci sono tasse d’iscrizione. Chiunque può farne parte, a condizione che un membro della sua famiglia possieda una Carta Cumulus.

Ingredienti per 4 persone: 250 g di ricotta · 50 g di parmigiano grattugiato · 1 c di pangrattato · 1 limone · sale · pepe · 4 rotoli di pasta fresca già spianata · farina per spianare la pasta · 300 g d’asparagi verdi fini · 500 g di piselli nel baccello · 0,5 dl d’olio d’oliva · parmigiano e germogli per guarnire.

1. Mettete in una ciotola la ricotta, il parmigiano e il pangrattato. Aggiungete la scorza di limone grattugiata finemente e condite la massa con sale e pepe. 2. Srotolate 2 rotoli di pasta e sistemateli uno dietro l’altro in modo da ottenere una lunga striscia. Distribuite la farcia di ricotta in 2 righe, formando con un cucchiaino dei mucchietti distanti circa 7 cm uno dall’altro (si ottengono circa 34 mucchietti). Spennellate il bordo di pasta intorno alla farcia con un po’ d’acqua. Srotolate la pasta rimasta sul piano leggermente infarinato e spianatela per allargarla un po’. Disponete le due strisce più larghe sulla farcia e premete bene la pasta intorno al ripieno. Ritagliate i ravioli con una rotella per la pasta. 3. Spuntate gli asparagi. Sgusciate i piselli. Scaldate un po’ d’olio in una bistecchiera o in una padella e rosolatevi gli asparagi per 3-5 minuti. 4. Cuocete i ravioli, pochi alla volta, in acqua salata appena bollente per circa 5 minuti. Due minuti prima di fine cottura aggiungete i piselli. Scolate e distribuite in piatti caldi. 5. Condite i ravioli con pepe e con l’olio rimasto. Guarnite con gli asparagi, il parmigiano e i germogli. Preparazione: circa 40 minuti. Per persona: circa 30 g di proteine, 29 g di grassi, 73 g di carboidrati, 700

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Ambiente e Benessere

Tu chiamale se vuoi… contraddizioni

Sport Il primo maggio si è chiuso un capitolo glorioso e controverso del ciclismo, quello del Team britannico Sky,

sostituito dal marchio Ineos, diventato subito oggetto di proteste da parte degli ambientalisti Giancarlo Dionisio Il legame tra sponsor ed entità sponsorizzata è un’arma a doppio taglio. Da qualsiasi parte la si impugni il rischio di ferirsi è enorme. Un vecchio detto latino, attribuito all’imperatore Vespasiano, per una questione, diciamo, poco sportiva, sostiene che «pecunia non olet», il denaro non ha odore. Tradotto in soldoni diremmo che i quattrini, anche quelli sporchi, non puzzano e fanno comodo. La storia dello sponsoring racconta anche di gesti eroici fatti nel nome dell’etica. Pensiamo ad esempio alla scelta del Credit Suisse, sul finire degli anni Novanta, di dissociare il proprio marchio dal Tour de Suisse. «Il ciclismo è sporco e malato, e noi non vogliamo rimanere contagiati», avevano tuonato i responsabili del marketing del colosso bancario zurighese. Salvo poi proseguire con l’elargizione di milioni in altri ambiti, come il calcio, che non si sono rivelati certo migliori, e non sto a elencare i numerosi casi di illecito, truffa, violenza e doping. Spesso i valori etici vengono calpestati, non solo nello sport, quando c’è di mezzo il denaro. Non a caso sono i piccoli a potersi permettere di rispettarli. Quante volte mi è capitato di vedere Società sportive locali rinunciare a due o tremila franchi, poiché il potenziale sostenitore non era in sintonia con i valori educativi del club! Certo, quando si entra nell’orbita dei milioni, diventa più difficile arricciare il naso. Come si diceva in precedenza, a volte, anche il denaro sporco sa emanare seducenti fragranze. In

Il noto marchio Sky ha consegnato il testimone da sponsor alla Ineos, ritirandosi dal ciclismo. (Lionel Allorge)

questi giorni, nel mondo del ciclismo è avvenuto un avvicendamento molto importante, che ha fatto parlare di sé per varie ragioni. Dopo 10 anni di trionfi, fra cui sei edizioni del Tour de France con Bradley Wiggins (1), Chris Froome (4) e Geraint Thomas (1), dopo aver addomesticato, con lo stesso Froome, sia il Giro d’Italia, sia la Vuelta di Spagna, il Team Sky ha fatto la riverenza ed è uscito di scena per fare posto a Ineos. Da un boss delle telecomunicazioni si è passati a uno del settore petrolifero. Non è cambiato molto, oltre ovviamente alla maglia, ma i pochi sostanziali mutamenti vanno nella direzione che gli appassionati di ciclismo mai avrebbero auspicato. Lo staff e la

squadra rimangono immutati. Inalterata resta pure la filosofia del gruppo: vincere, vincere e ancora vincere, grazie alla teoria dei cosiddetti Marginal Gains, ovvero la cura maniacale dei dettagli. Sky, in dieci anni non ha lasciato nulla al caso, intervenendo sulle tecniche di preparazione, fisica, mentale, strategica; su ogni singola componente del mezzo meccanico e degli accessori; su ogni minima fibra dei vari capi di abbigliamento. Qualcuno, a giusta ragione, potrebbe obiettare che anche gli avversari avrebbero potuto adeguarsi. È vero, ed in parte lo hanno fatto, ma il dettaglio più macroscopico è che il budget del Team Sky è sempre stato di almeno cinque milioni superiore a quello della seconda squadra

più ricca, il doppio e oltre, rispetto alla maggioranza di quelle ammesse nel World Tour. Si mormora inoltre che con l’avvento di Ineos, alla cui testa c’è il magnate Jim Ratcliffe, grande appassionato di ciclismo, la forza finanziaria della squadra potrebbe aumentare ulteriormente. Come dire che, nell’immediato futuro, le possibilità di vittoria delle rivali, si assottiglierebbero, almeno nelle grandi corse a tappe, dove i Marginal Gains sono preziosi per il recupero delle energie da un giorno all’altro. Il nuovo marchio è stato inaugurato ufficiosamente il 30 di aprile a Neuchâtel al prologo del Tour de Romandie, dove però Geraint Thomas e compagni lo hanno portato a passeggio

ancora sulle vecchie maglie nere con inserti blu e bianchi. Il battesimo ufficiale è avvenuto il 2 maggio a Doncaster, in occasione della prima tappa del Tour of Yorkshire. Avrebbe voluto essere una festa, nelle intenzioni del General Manager Dave Brailsford. In realtà ha rischiato di sfociare in una sorta di guerriglia urbana, poiché un cospicuo numero di ambientalisti ha protestato a gran voce contro Ineos per le tecnologie poco rispettose utilizzate dal gruppo nell’estrazione del petrolio. In sostanza Christopher Froome e soci sono passati da una maglia che mostrava la scritta Ocean Rescue, figlia di una campagna (di marketing) tesa a sostenere la protezione delle acque, a una che , per chi auspica la mobilità lenta, simboleggia il demonio. C’è da credere che se fino a oggi il Team Sky risultava poco simpatico a buona parte degli appassionati, per la sua spocchia, per il suo strapotere, sulle strade e nelle aule penali (vedi assoluzione di Froome dall’accusa di frode), da oggi il Team Ineos dovrà pedalare a tutta velocità per risollevare le sue quotazioni nel gradimento popolare. Al di là degli aspetti emotivi, che sono soggetti a sensibilità individuali, resta il fatto che il nuovo colosso, grazie al denaro, potrà continuare a dominare la scena, almeno fino all’avvento di qualche altro gigante che voglia verificare se il ciclismo è un adeguato veicolo di promozione del proprio marchio. Nell’attesa viene voglia di dire che l’idea di un calmiere, sia per i bilanci, sia per i salari, come avviene in alcune leghe professionistiche americane, non sarebbe fuori luogo.

Giochi

vinci una delle 3 carte regalo da 50 franchi con il cruciverba e una delle 2 carte regalo da 50 franchi con il sudoku

Cruciverba Per sapere quanti metri è alta la torre di Pisa, quanti piani ha, quante sono le sue campane e di quanti gradi è la sua pendenza, rispondi alle definizioni e leggi le lettere evidenziate. (Frase: 12, 4, 5, 7)

orIzzonTALI 1. Un numero 6. Lotto di terreno 7. Le iniziali del filosofo Tommaseo 9. I raggi del vate 10. Capovolto aumenta della metà 11. Nobile... attore (iniz.) 12. Una sera a Parigi 13. Un roditore 17. L’estinzione di un debito 18. Fu abitato dal 14 verticale 19. Attenuano la luce 20. Essenza cosmica nella filosofia cinese 21. Veloce, rapida 23. Le iniziali della cantante Marrone 24. Una consonante 25. Uno dei cinque sensi 27. Superlativo 28. Letto al contrario non cambia

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regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

vErTICALI 1. Veicolo d’altri tempi 2. Stato del Medio Oriente 3. Preposizione articolata 4. Le ali della quaglia... 5. Famoso poema epico 8. Si regola con l’alzo 10. Mangia il rancio 12. Consacrata a Dio 13. Sinonimo di Internet 14. Primo in assoluto... 15. Il Teocoli della tv 16. Torna se ora non c’è... 17. Antico nome del compasso 19. Fuma in salotto 21. Il terzo uomo 22. Si visita con i bambini 24. Due di quarto 26. Dispari nell’8 verticale Partecipazione online: inserire la

soluzione del cruciverba o del sudoku nell’apposito formulario pubblicato sulla pagina del sito. Partecipazione postale: la lettera o la cartolina postale che riporti la so-

Sudoku Soluzione:

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Scoprire i 3 numeri corretti da inserire nelle caselle colorate.

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Soluzione della settimana precedente

Un’amica mi ha chiesto: «Com’è che guardandomi allo specchio mi vedo più giovane che a venti anni?» Le ho risposto: «LA CAUSA?... SARANNO LE CATARATTE!».

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A R G A R E A L I T R I E C

C A A S M S E N N O S I O C A

E S S O O E D L A E O T T O E I N

luzione, corredata da nome, cognome, indirizzo, email del partecipante deve essere spedita a «Redazione Azione, Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». Non si intratterrà corrispondenza sui

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Politica e Economia Usa e Cina lontane sui dazi Il vicepresidente cinese Liu He è a Washington per evitare ulteriori rialzi

Giappone: si è aperta l’èra reiwa L’imperatore Akihito, a ottantacinque anni e dopo trent’anni di servizio, ha lasciato il Trono del Crisantemo lo scorso 30 aprile, in una cerimonia che non avveniva da secoli. Gli succede Naruhito, il suo primo figlio maschio

In vista delle Federali Fra cinque mesi si vota per il rinnovo del Consiglio nazionale e il Consiglio agli Stati – alcuni pronostici

Il peso dei Fondi americani Due azioni svizzere su tre sono in mano estera, in particolare ai Fondi d’investimento USA

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pagina 35 Il presidente iraniano Rohani parla il 9 aprile in occasione della giornata nazionale della tecnologia nucleare. (AFP)

L’ultimatum di Teheran

nucleare iraniano Il presidente iraniano Hassan Rohani ha annunciato che il suo Paese ridurrà gli impegni previsti

nell’accordo del 2015 e ha minacciato di riprendere il programma atomico se non si allenteranno le sanzioni Usa Lucio Caracciolo

Il rischio di uno scontro militare diretto fra Stati Uniti e Iran non è più una prospettiva remota dopo la decisione del governo di Teheran di riprendere lo stoccaggio di acqua pesante e uranio arricchito. E soprattutto dopo l’avvertimento del presidente Rohani che se entro 60 giorni gli altri firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano (Germania, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna e Stati Uniti – che però con Trump hanno deciso di ritirarsi dall’intesa) non allenteranno la morsa delle sanzioni contro il suo Paese, non saranno più posti limiti al grado di arricchimento dell’uranio. In linguaggio semplice: l’Iran si riserva il diritto di costruire la Bomba atomica. Come si è arrivati a questa crisi, e come minaccia di svilupparsi? L’avvento di Trump alla Casa Bianca ha segnato la fine del sogno di Obama. Il

quale fin dal primo giorno da presidente aveva espresso la volontà di trovare un’intesa con la Repubblica Islamica, in vista di un nuovo e più solido bilanciamento della potenza nel Grande Medio Oriente. Queste aperture, malgrado il sabotaggio israeliano e saudita, portarono alla firma dell’accordo che ha messo provvisoriamente in soffitta il programma atomico iraniano, sottoponendolo a limiti che ne impediscono l’evoluzione in senso militare. Oggi alla Casa Bianca e dintorni, ma anche al Congresso e nell’opinione pubblica, domina l’idea che l’Iran sia uno Stato pericoloso per gli interessi vitali degli Usa. L’amministrazione Trump ha provveduto perciò non solo a imporre severe sanzioni economiche e finanziarie – che hanno colpito le esportazioni di petrolio iraniane, essenziali per quel paese – ma anche a costruire intorno a Teheran

una cintura di contenimento geopolitico, d’intesa con Gerusalemme, Riyad e i suoi partner nel Golfo arabo. Fino alla recente decisione di inserire i Guardiani della Rivoluzione, più noti come pasdaran, nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ciò anche per effetto dell’avvento nell’amministrazione americani di notori «falchi» anti-persiani, quali il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, il segretario di Stato Mike Pompeo e il ministro della Difesa ad interim Patrick Shanahan. Questo pacchetto di mischia sta definendo una politica sempre più aggressiva verso l’Iran, con lo scopo ultimo di sovvertirne il regime. Stretto nella morsa delle sanzioni, e deluso per la comprensione poco più che verbale dei firmatari europei dell’accordo sul nucleare per la sua politica di resistenza alle pressioni economiche americane, il governo ira-

niano sente intanto anche la crescente pressione della sua piazza. L’Iran soffre le restrizioni economiche al punto da considerare prossima una nuova e ancora più robusta ondata di proteste popolari. Secondo l’intelligence americana, pur di evitare una non troppo lenta morte per soffocamento, la Repubblica Islamica avrebbe deciso di colpire le Forze armate americane in Iraq, o in altri paesi della regione, attraverso suoi clienti strategici, da Hezbollah alla Jihad Islamica e soprattutto alle milizie sciite in Iraq. L’improvvisa visita di Pompeo a Baghdad è figlia di questo allarme. Lo schieramento militare Usa intorno all’Iran è in via di rafforzamento. In modo che in caso di necessità la rappresaglia sia immediata e robusta. Francesi, inglesi e tedeschi si sono al solito divisi sulla posizione da prendere. Londra si è di fatto schierata

con Washington, Berlino rilutta, invocando dialogo e cautela, Parigi è in mezzo. Scontata invece l’immediata solidarietà di Mosca e di Pechino con Teheran. Israele e Arabia Saudita soffiano sul fuoco. L’idea di potersi finalmente sbarazzare di quello che dipingono e in parte considerano (Gerusalemme) o effettivamente sentono (Riyad) quale minaccia mortale, per affermare un condominio sulla regione vegliato dal grande fratello americano, solletica le rispettive classi dirigenti. Ma alla fine la partita è a due: Washington contro Teheran. Una storia cominciata con il golpe americano e inglese contro Mossadeq nel 1953, continuata con la rivoluzione khomeinista del 1979 e con la susseguente presa di ostaggi americani nell’ambasciata di Washington in Iran. Una storia infinita, che solo gli ingenui potevano immaginare composta con il precario accordo 5+1.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Politica e Economia

nervi tesi sui dazi

Usa-Cina Non si smorza la tensione fra le due superpotenze nella guerra commerciale. Sarebbe stata proprio

Pechino, venerdì scorso, a far saltare il banco delle trattative provocando la reazione di Trump

Federico Rampini Le guerre possono scoppiare per sbaglio, per equivoco, per un errore di calcolo sulle reazioni dell’avversario. Il caso più celebre e più tragico forse fu la prima Guerra mondiale. La celebre storica americana Barbara Tuchman coniò l’immagine di leader «sonnambuli», che camminarono verso il conflitto senza esserne veramente consapevoli. La guerra commerciale Usa-Cina – assai meno grave e senza spargimento di sangue per fortuna – può essere segnata dagli stessi sbagli nel decifrare l’avversario. Un esempio è di pochi giorni fa, quando Xi Jinping sembra avere interpretato gli attacchi di Donald Trump alla Federal Reserve come un’avvisaglia di crisi per l’economia americana, quindi una prova di debolezza. Di conseguenza la posizione cinese nel negoziato commerciale si è irrigidita su alcune concessioni-chiave. Scatenando così una nuova raffica di minacce da parte di Washington. Decifrare Trump non è facile, certo. Ma lo sbaglio di Pechino getta un’ombra sull’efficienza di quel regime. Il danno non è solo bilaterale. L’economia mondiale stava celebrando il «cessato allarme», le due locomotive americana e cinese erano ripartite, i timori di una frenata globale stavano sfumando (con sollievo anche per gli europei). I tweet di Trump contro Xi hanno gelato queste speranze. Il presidente americano minaccia di rialzare dal 10% al 25% i dazi che aveva già imposto su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi; aggiunge la possibilità di infliggere ulteriori dazi punitivi del 25% su altre importazioni made in China per 325 miliardi annui. Si torna alla casella di partenza, con gran sgomento delle Borse che rivedono lo spauracchio di un protezionismo a oltranza, con spirali di ritorsioni reciproche.

Sia Londra che Berlino hanno deciso di ignorare le pressioni Usa e si forniranno di tecnologia Huawei. Un altro cavallo di Troia per Xi? Oltre all’irrigidimento della Cina, anche il contesto politico americano indurisce Trump. Di fatto gli Stati Uniti sono già entrati in una lunghissima campagna elettorale, col traguardo a novembre del 2020. Chi pensa che Trump sia l’unico a volere lo scontro con Pechino, legga la dichiarazione del capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer: «Tieni duro, presidente. Non indietreggiare. La prova di forza è l’unico metodo per vincere con la Cina». Nei due campi repubblicano e democratico, nessuno ha dimenticato la lezione del novembre 2016. Se Trump è alla Casa Bianca, lo deve a fasce di elettori operai in cinque Stati industriali del Midwest, che furono convinti dal suo linguaggio protezionista. I democratici, tradizionalmente critici sul libero scambio, si erano fatti rubare da Trump una loro «bandiera». Non vogliono ripetere quell’errore fatale. Stavolta sarà gara all’ultimo san-

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Donald Trump nell’Ufficio ovale della Casa Bianca con il vice presidente cinese Liu He. (AFP)

gue, a chi promette le tutele più credibili per quei settori decimati dalla concorrenza cinese. Il globalismo non porta voti; tantomeno alla sinistra. Trump vuole che Pechino tagli di 200 miliardi in due anni l’attivo commerciale bilaterale con gli Stati Uniti. Vuole anche la fine dei sussidi statali alle industrie tecnologiche, proprio in quei settori strategici che Xi mette al centro del suo «piano 2025» per la supremazia globale. Memore delle tante promesse disattese in passato, Trump immagina una levata dei dazi graduale e condizionata: le tasse punitive verrebbero tolte solo quando le concessioni cinesi siano diventate concrete e tangibili. L’opposizione democratica non gli farà sconti, se dovesse accontentarsi di un accordo di facciata. Xi è in una situazione difficile. Anche un autocrate ha le sue basi di consenso, le constituency che sorreggono il suo sistema di potere. L’alleanza con la grande industria di Stato, con il complesso militare, con una miriade di soggetti abituati ad essere coccolati e privilegiati in quanto «campioni nazionali», è lo zoccolo duro su cui si regge Xi. D’altra parte una frenata della crescita cinese, dovuta a una caduta delle esportazioni colpite dai dazi, può creare malcontento popolare e ridurre il prestigio del regime. Trump si attribuisce il merito di un’accelerazione della crescita americana al 3,2%. Questa ripresa è trainata in parte dall’export, è vero, ma è poco probabile che goda un effetto benefico dai dazi doganali (quelli, semmai, dovrebbero ridurre le importazioni). Comunque può negoziare da posizioni di forza, con un tasso di disoccupazione sceso al 3,6% e quindi vicino al pieno impiego. Le ragioni americane in questa vicenda sono innegabili. La Cina usufruisce di regole asimmetriche, troppo favorevoli, che le furono concesse quando entrò nel Wto (l’organizzazione del commercio

mondiale) ed era ancora poverissima. Pechino discrimina sistematicamente a favore delle proprie imprese; pratica il furto di know how. Dove Trump passa dalla parte del torto, è soprattutto quando tratta ogni partner da nemico, senza distinguere fra Europa e Cina. Non ha mai articolato una visione inclusiva, una strategia delle alleanze, un nuovo assetto di regole più equo da concordare con altri. Perciò da questo scontro, se va fino in fondo, non soffriranno solo i cinesi. È importante il capitolo sulla competizione tecnologica, la tutela della proprietà intellettuale e la possibilità per i big americani di vendere servizi di cloud computing su quel mercato. Molto dipende dalla capacità del governo Usa di verificare l’adempimento degli impegni presi. La Cina è effettivamente intenzionata a raggiungere e superare gli Stati Uniti in molti settori di punta, dalle telecom all’intelligenza artificiale. L’approccio per il sorpasso è diametralmente opposto a quello americano: è una strategia «top-down» cioè affidata alla pianificazione dall’alto delle autorità di governo, non alla fioritura di iniziative di mercato. La stessa differenza c’è nel mondo della ricerca dove quella cinese è «mission-driven», quella americana conserva una componente «curiosity-driven». In passato il modello americano si è rivelato superiore, ma questo non significa che lo resterà sempre. La Cina è davvero un Far West della proprietà intellettuale, dove il know how, i brevetti, le scoperte, sono poco tutelati e spesso saccheggiati impunemente. Tuttavia, almeno se uno guarda alle statistiche sui processi, il 95% dei furti di segreti industriali avverrebbe a danno delle stesse aziende cinesi. Questo significa che Pechino ha interesse a migliorare le sue leggi e il lavoro dei suoi tribunali, perché il danno non colpisce solo gli stranieri. Nella sfida dell’intelligenza artificiale è cruciale

Big Data. Un vantaggio della Cina, ovvio ma innegabile: su una popolazione di 1,3 miliardi la raccolta di Big Data è molto superiore. Altro vantaggio: la natura autoritaria del regime consente una raccolta ancora più invasiva di informazioni sui cittadini. In America sono soprattutto i giovani ad essere rassegnati al fatto che Amazon e Google raccolgono ogni sorta di informazioni su di loro; in Cina dai tempi di Mao tutti danno per scontato che lo Stato sa tutto sulla loro vita privata. Da seguire: l’esperimento del «credito sociale» con cui Pechino accumula informazioni su ogni cittadino per poi assegnargli una sorta di pagella civica, dagli usi molteplici, anche nel campo economico e finanziario. È sempre più vero che Occidente e Asia sono «universi paralleli» per quanto riguarda Internet. Bill Clinton disse che censurare Internet si sarebbe rivelato impossibile, «come inchiodare a un muro la gelatina». Pechino ha inchiodato a un muro la gelatina. Che cosa resta dell’Occidente? Se Stati Uniti e Unione europea affrontano la sfida cinese in ordine sparso – o addirittura divergente – la relazione transatlantica riceve un colpo fatale? È difficile dire chi «ha cominciato per primo» a dissociarsi dalla lealtà atlantica. Trump ha impostato Make America Great Again (che è solo una risposta tardiva a Make China Great Again…) su un piano puramente bilaterale; ha trattato gli europei come degli avversari alla pari della Cina. Molti europei però avevano già aperto da tempo a investimenti cinesi in settori strategici: la Germania per prima. Ora si assiste a un «liberi tutti» sulla tecnologia 5G, il passaggio alla telefonia mobile della nuova generazione. Sia Londra che Berlino hanno deciso di ignorare le pressioni di Washington, e si forniranno di tecnologia Huawei, made in China. Un altro cavallo di Troia per Xi Jinping?

Nel frattempo, che cosa devono aspettarsi gli europei dal negoziato Usa-Cina che pare in dirittura finale? Una guida preziosa per trovare le risposte la fornisce un recente rapporto dell’Istituto Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, diretto da Guntram Wolff. Lo studio è di Alicia GarcìaHerrero e s’intitola Europe in the midst of China-US strategic competition: What are the European Union’s options?. Parte da due scenari. Il primo è un accordo Trump-Xi che si basi soprattutto su un forte aumento nelle importazioni di prodotti americani sul mercato cinese. Questo avverrebbe a scapito degli esportatori europei, nel senso che la Cina sposterebbe i suoi acquisti da fornitori Ue a fornitori Usa, spesso in concorrenza tra loro negli stessi settori. Un secondo scenario è un accordo Trump-Xi che strappa a Pechino vere riforme strutturali, tali da rendere il proprio mercato meno protezionista. Questo sarebbe benefico per le imprese europee, che sono sottoposte a trattamenti discriminatori e furti di know how tanto quanto le americane. Lo studio Bruegel firmato dalla Garcìa-Herrero non si ferma qui: analizza le opzioni dell’Ue in questo «nuovo mondo» definito dalla rivalità strategica Usa-Cina. Continuare a rimanere legati al multilateralismo, spiega, potrebbe essere un’ingenuità: non solo Trump, ma neppure Xi è un vero multilateralista (basta vedere come funziona di fatto la Belt and Road Initiative). Una seconda opzione è investire sulla relazione transatlantica, per costruire un fronte comune verso la Cina: quello che Trump non ha neppure tentato di fare (ma Trump non sarà eterno). La terza opzione è oscillare tra una neutralità fra i due blocchi, e un progressivo scivolamento nell’orbita cinese: è quanto sta accadendo sul dossier Huawei 5G.

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Politica e Economia

Il Giappone ha un nuovo imperatore L’èra reiwa Uno dei problemi più urgenti che dovrà affrontare Naruhito, il successore di Akihito,

Giulia Pompili Il luogo simbolo della tradizione, dei riti e della memoria ha cambiato volto per sempre. Il Giappone, cioè l’unico impero ancora rimasto nel mondo, dove la modernità è sempre faticosamente amalgamata all’antico e al sacro, è entrato in una nuova èra. L’imperatore Akihito (foto), a ottantacinque anni e dopo trent’anni di servizio, ha lasciato il Trono del Crisantemo lo scorso 30 aprile, in una cerimonia che non avveniva da secoli. Al suo posto, il 1° maggio, è diventato emblema dello Stato giapponese Naruhito, il suo primo figlio maschio, nato cinquantanove anni fa. E a ogni imperatore che cambia, secondo il calendario tradizionale giapponese, cambia anche un’epoca a cui si assegna un nome che è anche un indirizzo, anzi, una direzione. Quella che si è appena conclusa si chiamava Heisei, «la pace ovunque»: quando Akihito divenne imperatore nel 1989, per i giapponesi fu davvero la fine di un ciclo che aveva portato il Paese attraverso le guerre Mondiali, e lo shock indelebile delle Bombe atomiche. La parola pace nel nome di un nuovo periodo storico non poteva che essere di buon auspicio. Quella che è appena iniziata si chiama invece èra Reiwa, che secondo la traduzione ufficiale vuol dire «bellissima armonia». La scelta dei caratteri tradizionali giapponesi che formano la parola corrispondente al periodo si basa su un processo antico, di selezione degli esperti che faranno delle proposte e poi, in tempi recenti, si è passati a dare al potere temporale, cioè all’esecutivo nella persona del primo ministro, la facoltà di decretare la favorita tra cinque diverse proposte. Anche se nella realtà si tratta di una scelta piuttosto pragmatica e formale, quella di dare un nome alla nuova èra resta una decisione misteriosa e quasi magica, capace di influenzare davvero la vita quotidiana dei giapponesi. Questa è la prima volta in cui i caratteri non sono stati scelti dalla letteratura cinese ma da quella nipponica, il segno di un’attenzione più esplicita al proprio passato e alla propria arte. In una lingua fatta di ideogrammi non esistono traduzioni esatte dei ter-

mini, ma i caratteri corrispondono per lo più a concetti profondi, evocativi. Il carattere «rei» ha a che fare con una bellezza completa, un’armonia fatta anche di regole ineluttabili – e non a caso il ministero degli Esteri giapponese ha dovuto diffondere una traduzione ufficiale, perché per la maggior parte degli interpreti il primo significato del carattere «rei» è «ordine», una parola che poteva apparire vagamente autoritaria. Il secondo carattere, «wa», corrisponde alla pace, alla calma e alla quiete. E sono tutte formalità da applicare ai documenti ufficiali, che però segnano un punto di passaggio, e un momento di riflessione sul passato e sul futuro. Tutti i giapponesi ricordano l’èra Heisei di Akihito come l’èra della grande stagnazione. Il boom economico, negli anni Ottanta, aveva portato il Giappone a competere con il colosso americano per la leadership dell’economia mondiale. Tokyo era diventata la capitale della tecnologia, e tutto ciò che arrivava da oriente corrispondeva a un certo grado di produttività e qualità. Quel modello economico non ha funzionato a lungo. Soprattutto a livello sociale la nascita della classe dei salaryman, i dipendenti delle grandi aziende, aveva trasformato gli uomini in pezzi di un ingranaggio infaticabile, inarrestabile, le cui conseguenze si vedono ancora oggi. Inoltre la grande stagnazione era alle porte: per un ventennio il Giappone è diventato un paese che produce solamente e non consuma: il «decennio perduto» è iniziato nel 1991, quando Akihito era imperatore da soltanto due anni, con lo scoppio della bolla del mercato azionario e immobiliare nipponico che segnò la fine del boom economico del Dopoguerra. Il lungo periodo di deflazione che ne seguì viene definito dagli economisti come il più lungo mai registrato, ma secondo gli analisti giapponesi e numerosi studi commissionati dal governo di Tokyo il problema non era soltanto il mercato, era la società, bloccata nelle sabbie mobili della depressione. Secondo i dati pubblicati qualche giorno fa dal Ministero dell’interno nipponico, durante i trent’anni di èra Heisei il numero di bambini nati in Giappone è

Keystone

è il disastro demografico della società intrappolata nelle sabbie della depressione e della stagnazione economica

diminuito di un terzo. Sono 15 milioni 330 mila i bambini sotto i 15 anni attualmente nel paese del Sol levante, il numero più basso da quando Tokyo ha iniziato il censimento nel 1950. È uno dei problemi più urgenti della nuova èra Reiwa, il disastro demografico di cui da tempo cerca di far fronte il primo ministro conservatore Shinzo Abe. Il tasso di natalità del Giappone è il più basso del mondo, e l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento dell’aspettativa di vita sta portando a un cambiamento radicale della società: dal 2020 e il 2060, secondo le proiezioni, la popolazione in età da lavoro scenderà del 30 per cento, con evidenti conseguenze dal punto di vista della crescita economica. «I giovani tendono a risparmiare di più perché sono più preoccupati per il futuro», ha detto al Nikkei Asian Review Hiroshi Nakaso, presidente dell’istituto di ricerca Daiwa ed ex vicegovernatore della Banca centrale del Giappone. «Anche le imprese frenano gli investimenti per l’incertezza sulla crescita». Uno dei simboli del calo demografico e della depressione economica è proprio la nuova coppia impe-

La longa manus di Putin

Elezioni europee Hacker russi starebbero tentando di influenzare

il processo democratico elettorale che si svolgerà a fine mese

La tecnologia cambia, i costumi pure e non sempre le cose vanno necessariamente peggio del passato. Nove anni fa, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg sosteneva che l’era della privacy fosse finita, due settimane fa ha annunciato che «il futuro è privato». Fino ad aprile scorso diceva che il suo network non avrebbe mai esercitato la censura nei confronti di chi diffondeva fake news, a inizio maggio ha bloccato sette account cospirazionisti americani di grande rilievo. Tre anni fa, quando si è cominciato a capire che le bufale circolate sulla piattaforma social potevano aver influenzato il risultato elettorale delle elezioni presidenziali americane, Zuckerberg ha liquidato l’idea come «folle», mentre a inizio maggio Facebook ha ammesso di essere assediato da miliardi di account falsi che cercano di inquinare i pozzi dell’opinione pubblica, per manipolare le elezioni europee e americane e per fare soldi, diffondendo fake news, disinformazione e linguaggio d’odio. L’evoluzione del pensiero di Zu-

ckerberg è da salutare con entusiasmo, ma non è detto che sia sufficiente a fermare l’attacco alle istituzioni e ai processi democratici occidentali che si rinnova ogni volta che si aprono le urne. L’Fbi e i vertici dell’intelligence americana hanno pubblicamente avvertito che le attività russe per influen-

Keystone

Christian Rocca

zare le elezioni restano «una minaccia significativa» e Facebook ha convocato diversi giornalisti internazionali nella «war room» di Dublino per mostrare quanto si sta adoperando per proteggere le elezioni europee di fine mese dagli attacchi degli apparati del Cremlino. Nella sede di Dublino di Facebook, lavorano quaranta persone notte e giorno per monitorare che cosa succede nel discorso online che si svolge sulla piattaforma di Zuckerberg, alla ricerca di segnali di manipolazione e di notizie false in tutte e ventiquattro le lingue ufficiali dell’Unione europea. Il team si avvale di esperti di intelligence, data scientist, ricercatori e scienziati e anche della task force americana che ha difeso il sistema statunitense in occasione delle elezioni di metà mandato del novembre scorso. La protezione delle elezioni europee dagli attacchi esterni non è un’impresa facile, tenendo conto che tra l’ottobre del 2017 e il novembre 2018 sono stati cancellati due miliardi e ottocento milioni di account falsi, ma anche perché accanto agli account falsi ci sono anche quelli veri che spacciano noti-

riale. Naruhito, il primo sovrano nato dopo la Seconda guerra mondiale, che ha studiato all’estero ed è aperto al mondo, nel 1993 ha sposato Masako, una diplomatica. La principessa triste, come è stata soprannominata quindici anni fa, quando le fu diagnosticata una grave forma di depressione, è stata costretta ad abbandonare la sua carriera per entrare nella famiglia imperiale. Secondo le regole della successione al Trono del Crisantemo, il suo unico scopo, una volta spogliata della sua identità da cittadina comune, era quello di consegnare all’impero un erede maschio, l’unico che avrebbe potuto ascendere al trono. E lei non ci è riuscita. L’imperatore e l’imperatrice del Giappone hanno soltanto una figlia femmina, Akio, nata nel 2001, che non potrà mai diventare imperatrice in quanto donna – a differenza di suo cugino, il dodicenne Hisahito. La subalternità della figura femminile nella società giapponese è uno dei motivi della crisi demografica. Nel suo rapporto annuale sulla parità di genere, il World Economic Forum ha classificato il Giappone all’ultimo posto tra i paesi del G7. Le donne sono istruite,

spesso più degli uomini, ma la cultura della produttività – retaggio dell’èra Heisei – porta i maschi a lavorare oltre le quattordici ore al giorno, e le donne ad abbandonare ogni velleità professionale per occuparsi solo della famiglia. È per via di questa prospettiva che molte donne preferiscono non sposarsi, oppure non avere delle relazioni stabili. Il governo di Abe nel 2012 ha lanciato una campagna di women empowerment, la cosiddetta Womenomics, senza grandi risultati: la richiesta di «quote rosa» nei board delle grandi aziende ha in parte funzionato, ma quando il governo ha domandato di ridurre gli orari di lavoro e lasciare più giorni liberi ai dipendenti – per occuparsi della famiglia, ma anche per spendere, consumare – le aziende hanno realizzato ben poco. Ma se la famiglia imperiale rappresenta la società giapponese, c’è anche chi vuole cambiarla: secondo un sondaggio pubblicato la scorsa settimana da «Kyodo News», l’80 per cento dei giapponesi è favorevole alla modifica della legge che impedisce alle donne di diventare imperatrici. E questa sì che sarebbe la vera rivoluzione Reiwa.

zie false. Il processo di vendita di spazi pubblicitari, dicono a Dublino, adesso è molto più rigoroso rispetto al passato, ma nelle settimane scorse gli organi di stampa spagnoli e inglesi hanno svelato attività di propaganda e disinformazione politica completamente sfuggiti al team e agli algoritmi di Facebook. Il quotidiano italiano «La Stampa» ha riportato le parole della Commissaria europea per la Giustizia, Vera Jourova, volata a Washington ad aprile anche per discutere questa minaccia: «Abbiamo ricevuto notizie da diversi Stati membri secondo cui le campagne di disinformazione sono riprese ovunque». Secondo il quotidiano di Torino, «gli specialisti della sicurezza digitale legati alla comunità dei servizi occidentali hanno cominciato a lavorare da tempo e sostengono di aver già individuato tra 250 account di Twitter attivi in Francia 100 in Germania, per influenzare il voto del 26 maggio. Si tratta di bots, ma anche di persone fisiche». La strategia del caos orchestrata da Mosca si è evoluta, raccontano gli esperti: la disinformazione non passa più soltanto attraverso bot e falsi account, e non è più sufficiente individuare i finti siti di informazione e guardarsi da quelli ufficiali della propaganda del Cremlino, perché «gli investigatori hanno individuato siti che sembrano innocui portali di think tank – ha scritto «La Stampa – ma che in realtà sono creati dai servizi russi per diffondere il loro materiale. I sospetti si concentrano

su pagine come Global Research, che si presenta come un gruppo di studio basato in Canada, ma pubblica analisi che sembrano scritte apposta per difendere gli interessi di Mosca, tradotte anche in italiano. Il discorso è simile per South Front e altri siti in inglese, registrati però in Russia». «Sono le elezioni più vulnerabili di sempre», ha titolato con enfasi il sito Politico mettendo in guardia i paesi europei. «L’Unione europea non ha un piano per fermare l’interferenza», ha risposto il mensile Wired. In realtà, già a dicembre, i vertici dell’Unione hanno lanciato quella che hanno definito una «guerra alla disinformazione» del Cremlino, proprio con l’obiettivo di proteggere il voto europeo. Il vice presidente della Commissione Andrus Ansip, ha detto che «ci sono forti prove che indicano la Russia come la primaria fonte di disinformazione in Europa». La disinformazione, secondo Ansip, fa parte della dottrina militare della Russia e della sua strategia per dividere e indebolire l’Occidente: «La Russia spende oltre un miliardo di euro l’anno per sostenere i media pro Cremlino». La risposta europea per ora si è limitata alle pressioni sulle piattaforme digitali e a una task force per aiutare i paesi dell’Unione a individuare le campagne ostili. Ma con un budget di soli 5 milioni di euro, e 27 sistemi e strutture di voto diversi, la difesa del processo democratico europeo è stata lasciata agli Stati membri.


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Politica e Economia

Quale vento spirerà a Palazzo in ottobre?

Elezioni federali Fra cinque mesi si vota per il Consiglio nazionale

e il Consiglio agli Stati: alcune riflessioni su chi vincerà e chi perderà

Marzio Rigonalli Mancano ormai cinque mesi alle elezioni federali, un appuntamento politico molto atteso che si rinnova ogni quattro anni. I partiti politici, principali attori di questa competizione, sono tutti alle prese con questa importante scadenza e nel loro lavoro quotidiano emergono le riflessioni e le scelte strategiche tese ad ottenere il miglior risultato elettorale possibile. Ci sono partiti che sperano di mantenere e di consolidare il risultato di quattro anni fa; altri non nascondono le loro ambizioni di ottenere maggiori consensi e così, di poter svolgere un ruolo politico più importante. In questo contesto numerose sono le domande che sorgono. Chi sono i possibili vincitori? Chi sembra destinato a rientrare nella categoria dei perdenti? Quali cambiamenti possono

subentrare negli attuali equilibri politici? Tutto avverrà nel segno della continuità, oppure potremo assistere a delle novità, che probabilmente avranno poco in comune con i mutamenti politici avvenuti negli ultimi anni in molti paesi europei, ma che possono rivelarsi significative nella tradizione politica elvetica. Sono domande, alle quali si cerca una risposta osservando la legislatura che sta per concludersi, i risultati che i partiti hanno ottenuto nelle elezioni cantonali negli ultimi quattro anni, i sondaggi d’opinione, le principali preoccupazioni dei cittadini e le tematiche che dominano l’attualità. I partiti che sembrano godere di un buon stato di salute sono essenzialmente quattro: i verdi, i verdi liberali, i socialisti ed i liberali radicali. I primi due si muovono sulla maggiore sensibilità che negli ultimi anni è emersa nei confronti

dei cambiamenti climatici e della lotta che conviene intraprendere in difesa dell’ambiente e, in definitiva, della salute e della vita quotidiana di ciascuno di noi. I verdi sono usciti vincitori in tutte le ultimi elezioni cantonali, da Zurigo a Lucerna ed a Basilea Campagna e sono il partito che ha maggiormente aumentato la sua presenza nei parlamenti cantonali negli ultimi quattro anni. Nel 2015 avevano ottenuto il 7,1% dei voti. Oggi, i pronostici li danno non lontano dal 10% e il loro obiettivo è di avvicinarsi il più possibile al risultato dei popolari democratici e, se possibile, addirittura di superarlo. I verdi liberali non hanno registrato nei cantoni un’avanzata simile a quella dei verdi, ma la loro progressione è costante, con la conquista di una quindicina di mandati parlamentari. Quattro anni fa ottennero il 4,6% . I pronostici per l’appuntamento di otto-

Se alla Camera alta gli equilibri politici probabilmente non cambieranno, potrebbero però cambiare quelli fra i sessi. (Keystone)

bre danno loro una progressione di almeno due punti percentuali. Anche i socialisti ed i liberali radicali si allineano nella squadra dei possibili vincitori. Tutti e due hanno ottenuto perlopiù buoni risultati nelle ultime consultazioni cantonali ed hanno aumentato in maniera consistente il numero dei loro mandati parlamentari. I socialisti hanno un doppio obiettivo: continuare ad essere la seconda forza politica nel paese, rintuzzando un eventuale attacco a questa posizione da parte del PLR, e rompere, con l’aiuto di altre forze di sinistra, l’attuale maggioranza di centro-destra presente nel Consiglio nazionale. L’UDC, il PLR e la Lega totalizzano 101 parlamentari su 200. I liberali democratici orientano la loro attività verso due obiettivi: superare il partito socialista ed offrire agli elettori l’immagine di un partito che agisce nei confronti delle sfide climatiche. Per raggiungere questo secondo obiettivo, la direzione del partito ha consultato i membri e, sulla base dei risultati ottenuti, a giugno presenterà quelle che dovrebbero essere le grandi linee della sua futura politica in questo settore. Data l’ormai vicinanza delle elezioni, potenziali elettori potrebbero ritenere che è un po’ tardi per poter apparire pienamente convincenti. Per raggiungere i suoi obiettivi, il PLR cerca anche di profilarsi maggiormente e di distinguersi dall’UDC, su tematiche importanti, come per esempio i nostri rapporti con l’Unione europea e la salvaguardia degli accordi bilaterali. I principali partiti che per vari motivi incontrano difficoltà sono tre: l’UDC, il PPD e il PBD. L’UDC, primo partito nazionale, ha perso numerosi mandati nelle ultime elezioni cantonali, a Zurigo, Appenzello esterno, Lucerna e Basilea Campagna. La sconfitta di Zurigo fu particolarmente dolorosa e portò al siluramento della direzione della sezione. Problemi di gestione sono riscontrabili anche in altre sezioni cantonali. A Basilea, per esempio, o nel canton Argovia, dove il partito si è schierato contro una sua rappresentante nell’esecutivo cantonale, la direttrice della sanità Franziska Roth. Anche in Romandia l’orizzonte del partito non è molto sereno. Per rimediarvi e per cercare di guadagnare consensi, l’UDC ha affidato la direzione della campagna elettorale nei cantoni romandi all’ex consigliere nazionale ed ex consigliere di stato Oskar Freysinger. Nelle elezioni del 2015,

l’UDC aveva ottenuto il 29,4% dei voti: un risultato lusinghiero che gli ultimi sondaggi prevedono, però, in calo di almeno due o tre punti percentuali. Una perdita, probabilmente più contenuta, dovrebbe registrarla anche il PPD. Il Partito diretto da Gerhard Pfister, ha registrato molte sconfitte e pochi successi nelle elezioni cantonali degli ultimi anni. Il numero dei mandati parlamentari persi è simile a quello dell’UDC. L’inversione di tendenza, annunciata da Pfister all’inizio della sua presidenza nel 2016, non ha avuto luogo ed oggi il PPD, pur vantando una forte presenza nel Consiglio degli Stati, deve battersi contro la minaccia di scendere sotto il 10 dei consensi e di farsi superare dai verdi. Infine, il Partito borghese democratico, piccolo partito orfano dell’ex consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf. È in lotta per la sua sopravvivenza e le perdite di consensi che ha registrato a livello cantonale non lasciano ottimisti. Inducono a pensare che stenterà a conservare una base elettorale al di fuori dei tre cantoni che furono all’origine della sua nascita, Berna, Grigioni e Glarona. La situazione che conosciamo oggi può ripresentarsi in ottobre, con leggeri cambiamenti, ma può anche ritrovarsi modificata in maniera significativa. Per esempio, in seguito ad un’estate particolarmente calda e con temporali devastanti, oppure con un’improvvisa accelerazione nei rapporti con l’Unione europea. Sono fenomeni che potrebbero dare un forte impulso ad alcune forze politiche e tagliare lo slancio di altre. Poche sono le certezze. Due almeno meritano di essere menzionate. La prima è che avremo la possibilità di assistere a dei confronti elettorali molto combattuti ed interessanti. Per esempio, a Zurigo i due consiglieri agli Stati uscenti, il liberale radicale Ruedi Noser ed il socialista Daniel Jositsch, vengono sfidati da due consiglieri nazionali popolari, la verde liberale Tiana Angelina Moser e l’UDC Roger Köppel. La seconda certezza è che avremo un buon numero di donne pronte a battersi per un seggio. Al Consiglio degli Stati, per esempio, ci sono già 36 donne candidate. Non tutte riusciranno a varcare la soglia della Camera dei cantoni, ma alcune di loro hanno reali possibilità di essere elette. È quanto possiamo augurarci, visto che oggi tra i 46 senatori, vi sono soltanto 6 donne, pari alla infima percentuale del 13%.

Crisi economiche: normalità nell’eccezionalità Analisi Quanto sono regolari gli episodi, recenti e remoti, di forte instabilità finanziaria Edoardo Beretta Dal 2007 in poi (cioè dallo scoppio della bolla immobiliare statunitense) il tema della crisi è stato abbondantemente e trattato. Non per questo, però, è possibile prescindere da alcune formulazioni fondamentali, fra cui figura il fatto che tali situazioni di grave periglio per la stabilità economico-finanziaria del sistema globale siano cicliche. A ben guardare nella storia economica (recente o meno) sono innumerevoli le crisi di tipo bancario, quelle di cambio (altrettanto spesso legate ad instabilità cronica del Paese) e, più in generale ancora, quelle da eccesso di esposizione al debito (perlopiù, pubblico). Del resto, non a caso, si suole scrivere di «crisi gemelle» (twin crises), cioè presenti contemporaneamente nel settore bancario ed in quello valutario (anche sotto forma di difficoltà della bilancia dei pagamenti). Ma quale è l’aspetto di novità, che possa davvero giustificare il ritorno sull’argomento? Se la constatazione è da un lato che le crisi economiche siano lungi dall’essere un fenomeno superato, si pone necessariamente la questione riguardo a quanto esse dipendano dalla sola ciclicità economica oppure dalla malconfigurazione dello stesso sistema economico monetario. A riguardo, è sufficiente fare cenno a quanto disatteso sia oggi ancora il principio, per cui la concessione di credito avvenga in ecces-

so rispetto ai fondamentali economici degli attori coinvolti. Dall’altro, il fenomeno delle odierne crisi economiche è nuovo nella misura, in cui la globalizzazione ha acuito il carattere pandemico di singoli episodi di decremento (o anche solo rallentamento) economico. Basti pensare come la «banale» sovraconcessione di prestiti perlopiù a scopo ipotecario da parte del sistema bancario americano abbia in prima battuta ingenerato l’insolvenza degli innumerevoli soggetti privati, che erano nel frattempo non più in grado di ripagare quanto ottenuto per via del deterioramento dell’economia. Nell’arco di pochi mesi lo stesso mercato immobiliare, che a sua volta era stato «nutrito» nei suoi prezzi dai «prestiti facili» concessi dagli istituti finanziari, venne messo «in ginocchio». A crisi finanziaria ed immobiliare già scoppiate poco ci volle affinché queste si trasformassero in un più che profondo rabbuiamento dello stato di salute dell’economia reale americana: inevitabile, quindi, che tale brusca frenata varcasse con virulenza l’Oceano in entrambe le direzioni, raggiungendo il resto del mondo sotto forma di rallentamento degli scambi commerciali e finanziari a carattere transnazionale. Dall’«improvviso blocco» dell’economia reale con ripercussioni in termini di crisi di fiducia a livello bancario-finanziario nei confronti degli stessi istituti di credito eu-

Monetario Internazionale (FMI), Christine Lagarde, se solo due anni fa «75% dell’economia globale ha registrato una crescita, per l’anno corrente ci si attende che 70% dell’economia mondiale subisca un rallentamento» senza però intravvedere una recessione nel 2019 e 2020. Anche alla luce di tale analisi, seppur a carattere generale, rimane da constatare come le crisi economiche siano «normali» nell’eccezionalità delle loro manifestazioni con gli ormai noti effetti «contagio». Già solo per il fatto che si parli di «nubi all’orizzonte» − in ambito economico si sa bene come le peggiori crisi non sia state perlopiù ipotizzate (perlomeno, nella loro complessità e durevolezza) con un recente studio in merito, che attribuisce al FMI una quota di errore previsionale del 100% − e tale rallentamento sia di fatto attribuito a scelte di policy quali le restrizioni americane al commercio e politiche monetarie restrittive in alcune Nazioni nella seconda metà del 2018 è probabile che non ci si debba poi troppo preoccupare. nota

ropei fino all’ulteriore deterioramento della situazione debitoria pubblica il passo è stato assai breve. La rapidità di propagazione, invece, sorprende tuttora. Pertanto, rimane fondamentale non soltanto interrogarsi sui motivi

del perdurare di episodi di crisi quanto anche avere ben presente la rapidità, con cui un focolaio di crisi possa oggigiorno coinvolgere il pianeta da un capo all’altro. Come recentemente sottolineato dalla Direttrice generale del Fondo

1. Elaborazione propria di: https:// www.cesifo-group.de/de/ifoHome/facts/DICE/Banking-andFinancial-Markets/Banking/ Responses-to-the-Financial-Crisis/ Fin-Crisis-Episod_70-07/fileBinary/ Fin-Crisis-Episod_70-07.xls


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Politica e Economia

In mano estera 2 azioni svizzere su 3 Finanza Uno studio della Ernst&Young constata un interesse crescente dei fondi che gestiscono

grossi pacchetti azionari e sono in grado di influire sulle scelte aziendali, compresi i salari dei manager. Il tradizionale azionariato popolare scompare

Ignazio Bonoli Che la Svizzera investa molti capitali all’estero, sotto forma di società affiliate o partecipazioni in società estere, è cosa nota. Meno noto è invece l’interessamento di società estere al capitale di società svizzere. Un recente studio della Ernst&Young ha però constatato che oltre il 60 per cento del capitale delle grandi società svizzere è in mano ad azionisti esteri. Una cifra che può destare una certa sorpresa, ma che testimonia anche della recente globalizzazione del mondo finanziario. Un esempio emblematico di questa situazione è il Credit Suisse. La banca zurighese è nota per avere un azionariato molto diffuso, come dimostrano le stesse assemblee generali, che riuniscono migliaia di persone. Le azioni sono diffuse presso 99’500 persone private, che tuttavia riescono a formare il 10% del capitale soltanto. I sette maggiori azionisti detengono invece da soli il 35% del capitale. I nomi di questi grandi azionisti istituzionali non sono certo svizzeri, e in pratica sono da noi sconosciuti. L’82% di questi investitori professionali provengono dall’estero e solo il 18% dalla Svizzera. Il fenomeno non è però limitato soltanto ad alcune grosse banche. Negli ultimi anni investitori a livello mondiale hanno incrementato le loro posizioni nel capitale di grandi società svizzere, nelle quali solo il 39% del ca-

pitale si trova ancora in mani svizzere, mentre il 61% è in mano estera. Il 33% dei capitali esteri in Svizzera proviene dal Nordamerica, il 24% dall’Europa e il 4% dal resto del mondo. Questo forte interessamento degli investitori esteri in Svizzera non è solo testimone della globalizzazione della nostra economia, ma anche della sua attrattività. Di regola, si constata anche che più la società è grande, maggiori sono gli investimenti dall’estero. La proprietà estera dei capitali delle sole 10 maggiori ditte svizzere è di 300 miliardi di franchi. Il che significa che ogni anno anche importanti dividendi vengono versati ad azionisti esteri. Secondo gli autori dello studio sarebbe però sbagliato parlare di «svendita» di aziende svizzere. Le partecipazioni estere sono spesso frutto di una lunga tradizione e, in genere, sono molto stabili. Inoltre, questi investimenti condividono il rischio aziendale, per cui l’intera economia ne approfitta. Un mercato dei capitali aperto, in questo senso, è anche un vantaggio concorrenziale. La fondazione Ethos, che cura anche l’aspetto etico di circa 220 casse pensioni svizzere, nutre però qualche perplessità, soprattutto per quanto concerne l’influsso americano sulla gestione delle grandi società. Sarebbe, infatti, questa la ragione del persistere di elevate rimunerazioni dei principali manager. Stipendi elevati sono male accettati dall’azionariato svizzero, mentre per gli

La potenza dei fondi d’investimento americani: Blackrock gestisce 6mila miliardi di dollari, investiti in numerose società. (Keystone)

investitori esteri contano maggiormente i processi formali di gestione. L’opinione di Ethos sembra anche confermata dai fatti. Maggiore è l’interessamento di investitori internazionali al capitale delle società, maggiori sono le rimunerazioni dei dirigenti. Lo si deduce da uno studio delle università di Yale e di Barcellona del 2016. Lo

studio constata che il management è in questi casi più preoccupato dei risultati a breve scadenza che di un rafforzamento delle strutture della società tramite opportuni investimenti. La stessa OCSE ha perfino ammonito che un aumento degli investitori istituzionali potrebbe provocare una riduzione della concorrenza.

Un grosso problema è costituito oggi dai fondi che gestiscono grossi pacchetti azionari. Veri e propri giganti finanziari sono nati negli USA. Tra questi, Blackrock gestisce a livello mondiale 6000 miliardi di dollari. Blackrock possiede anche in Svizzera pacchetti di maggioranza in Nestlé, Novartis, UBS e Zurigo–Assicurazioni. Attraverso questi fondi l’azionariato diventa sempre più anonimo, ma proprio questi fondi sono sempre più in grado di determinare le scelte delle società partecipate, direttamente e attraverso consigli di voto nelle assemblee. L’iniziativa contro le retribuzioni abusive, approvata in Svizzera nel 2013, aveva anche lo scopo di impedire questi «vuoti di potere». Le casse pensioni sono per esempio obbligate a votare nell’interesse degli assicurati, ma solo per azioni possedute direttamente, non per quelle acquisite attraverso un fondo. Molte casse pensioni hanno delegato il voto ai consulenti dei grandi fondi, quasi tutti americani. A titolo di confronto: Ethos può contare in Svizzera soltanto sul 4 per cento dei voti nelle assemblee generali a cui partecipa. I due più grossi fondi americani contano invece in misura del 30 per cento. Una situazione che fa riflettere, se si pensa che gli americani contano in misura di oltre il 50 per cento nella Nestlé, di oltre il 35 per cento nella Novartis e anche nella Roche. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Politica e Economia

Investire a lungo termine conviene La consulenza della Banca Migros Thomas Pentsy

Più lungo è il periodo d’investimento, minore è la probabilità di subire una perdita (misurato in rapporto allo SPI; dal 1990 al 2018) 0%

5%

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1 giorno 5 giorni 30 giorni 90 giorni 1 anno 3 anni 5 anni

Fonte: Banca Migros

Durata dell’investimento

Thomas Pentsy è analista di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

In numerose economie domestiche svizzere si rinuncia a risparmiare attraverso l’investimento in azioni. Spesso il capitale langue in un porto sicuro come il conto di risparmio, invece di essere investito in borsa. Nell’attuale scenario dei tassi bassi, tuttavia, il risparmio tradizionale e prudente non genera quasi più rendimenti e, considerando l’inflazione, a lungo termine il capitale perde addirittura potere d’acquisto. In Svizzera, l’avversione al rischio impedisce così a numerose famiglie di garantirsi un miglior tenore di vita, integrando la propria previdenza di vecchiaia con investimenti azionari. Il risparmio in titoli azionari è adatto solo per gli investitori con una certa propensione al rischio e disposti a investire a lungo termine. I dati storici rivelano che le perdite di corso temporanee possono risultare molto elevate e prima che vengano compensate può trascorrere un periodo di tempo molto lungo. Ma più ampio è il vostro orizzonte d’investimento, più è probabile che il rischio di subire perdite di corso al termine del periodo di detenzione diminuisca. E non importa se i capitali investiti siano cospicui o esigui. È importante soprattutto «automatizzare» gli

10 anni 20 anni

investimenti, ad esempio effettuando versamenti regolari in un piano di risparmio in fondi della Banca Migros. Più in generale, per accrescere costantemente il patrimonio è meglio investire regolarmente, rinunciare al timing di mercato e adottare un lungo orizzonte d’investimento.

La nostra rappresentazione grafica si basa sui dati giornalieri dello Swiss Performance Index nel periodo tra il 1990 e la fine del 2018 (i dati non sono corretti in funzione dell’inflazione). Ipotizziamo che abbiate investito nello SPI il giorno x dell’anno y. Quanto più breve era il vostro

orizzonte temporale, tanto più vicina al 50% sarebbe stata la probabilità di subire una perdita. Mantenendo le azioni per dieci anni, la probabilità di perdita sarebbe però scesa al 3,1% circa, mentre conservando i titoli per vent’anni avreste conseguito sempre un profitto (in base ai dati storici). Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Il turismo ticinese e i suoi limiti Il turismo ticinese ha archiviato la stagione 2018 tra le polemiche. A far discutere è stata la diminuzione del tasso di variazione dei pernottamenti. Dal + 10% nel 2017, annata eccezionale, a –7,5% nel 2018. La riduzione nella velocità di crescita dei pernottamenti è stata registrata anche in altre regioni turistiche svizzere, ma, in generale, lì la caduta è stata minore. A polemizzare sono stati i responsabili accusandosi, a vicenda, di non capire niente del settore e bisticciandosi sul come doveva essere riorientato per far crescere di nuovo i pernottamenti. A far da paciere è intervenuto qualche commentatore ricordando che, nella contabilità dei pernottamenti, accanto a quelli in albergo andrebbero ricordati anche quelli in campeggi, case di vacanza e altre strutture extra-alberghiere che, forse, hanno avuto un andamento migliore. Altri ancora hanno accennato alla

cannibalizzazione dei pernottamenti in albergo da parte di quelli in appartamenti Airbnb (le bed and breakfast consentite dalla rivoluzione digitale) che di sicuro stanno aumentando rapidamente anche in Ticino. Secondo noi queste polemiche non hanno molto senso perché il confronto dei risultati di un anno con il precedente non dice niente. Tanto più che i flussi turistici del 2017 erano stati influenzati dall’apertura di un’opera secolare come la galleria ferroviaria di base. Per farsi un’idea di che cosa bolle in pentola occorrerebbe invece ragionare sulle tendenze a medio e a lungo termine. Ora, se consideriamo i pernottamenti in albergo, ci accorgiamo che la tendenza di lungo termine è alla diminuzione. Così, mentre nel 1980 avevamo in Ticino 3,7 milioni di pernottamenti alberghieri, nel 2015 gli stessi si erano già ridotti a 2,1 milioni, con una diminuzione pari

al 43%. Purtroppo campeggi e ostelli, non hanno aiutato a contenere l’emorragia. Sempre nel periodo 1980-2015, infatti, la diminuzione di pernottamenti in queste strutture di ricezione, extra-alberghiere, è stata addirittura pari al 60%. Restano le case di vacanza e i pernottamenti in appartamenti Airbnb. Per i secondi non disponiamo di statistiche, per il momento. Per i primi, invece, possiamo ricordare che, nel periodo analizzato, la riduzione è stata pari a quasi il 75%. Ora è possibile che la statistica dei pernottamenti, specie quella per i pernottamenti in strutture extra-alberghiere, non dica tutta la verità perché è meno facile rilevare i pernottamenti in queste strutture. Restiamo ottimisti e ammettiamo che se si conoscessero i pernottamenti in appartamenti Airbnb (a proposito: quando cominceranno le autorità che applicano la legge sul turismo ad occu-

parsi di questo fenomeno?) la riduzione dei pernottamenti in appartamenti e case di vacanza sarebbe più contenuta (forse solo pari al 60%). La tendenza di fondo resterebbe comunque la stessa. Ci dice che, per il Ticino, non c’è più avvenire per un turismo di soggiorno, qualunque sia la struttura di ricezione che si consideri (appartamenti Airbnb esclusi). La tendenza di lungo termine è alla contrazione dei pernottamenti. Non chiedeteci perché ! Fiorisce invece il turismo di giornata, anche se nessuno è in grado di dire quale sia la vera importanza del fenomeno. È costituito dai flussi di turisti confederati in tarda età e di famiglie, sempre confederate, che scelgono di passare o il sabato o la domenica in Ticino quando dall’altra parte del Gottardo il tempo non è dei migliori. Intendiamoci: non è che, in forza di queste tendenze, l’albergo sparirà dal Ticino, dall’oggi al domani. La

ristrutturazione del settore alberghiero, in atto da più di 30 anni, continuerà con una continua diminuzione dei letti in albergo. C’è ancora chi specula, si tratta in particolare delle infrastrutture extra-alberghiere, sull’effetto positivo dell’apertura della seconda galleria autostradale. È infatti possibile che qualche punto percentuale in materia di statistica dei pernottamenti i campeggi, le case e gli appartamenti di vacanza lo possano guadagnare in seguito al miglioramento dell’accesso stradale. Questo almeno nel Sopraceneri. Per il Sottoceneri, invece, chi scrive non vede, al momento attuale, nessun mezzo che ne possa migliorare l’attrattiva per il soggiorno turistico. Di conseguenza la nostra conclusione è sconsolata. Il turismo di soggiorno in alberghi dei laghi prealpini ha, dietro di sé, sicuramente una grande storia : ma non ha un futuro.

cosa augurarsi e si perde nei complotti e nelle fantasie. A tutto vantaggio del fantasioso Nigel Farage, che con il suo nuovo partito, il Brexit Party, sogna in grande: nei sondaggi è in testa, le europee potrebbero essere di nuovo la sua consacrazione, come già accadde nel 2014, quando era il leader dell’Ukip indipendentista. Farage è l’unico vivo in un Paese-zombie: la Brexit è zombie, la May è zombie, e nemmeno Jeremy Corbyn, leader del Labour incastrato nella sua ambiguità, pare troppo in forma (precisazione: il laburisti sono ben più rilassati dei conservatori, non temono il disastro perché non lo prevede nessuno, Corbyn cerca di non parlare di Brexit ma di economia, dei «pochi» che dominano e dei «tanti» da riscattare). Farage, dicevamo, viene descritto come l’unico leader degno di nota: c’è chi dice che ha smesso i panni «da clown» e ha infilato quelli da «politico serio». La teoria è per lo più condivisa da commentatori filo Brexit, quindi risulta un po’ di parte, e a sentire quel che dice davvero Farage non sembra nemmeno troppo realisti-

ca: Farage è Farage, il folklore fa parte del pacchetto. Quel che è vero, semmai, è che il Brexit Party, appena nato e figlio di numerose liti all’interno del campo dei falchi della Brexit, sembra l’unico partito dotato di una strategia: slogan chiari, per quanto ritriti, e un occhio al futuro, per esempio a una suppletiva che si terrà appena dopo le europee, il 6 giugno, a Peterborough. Come a dire: non ci basta l’EuroParlamento, vogliamo mandare in tilt Westminster. Gli europeisti – dai quali escludiamo ormai, e con un certo dolore, il Labour – hanno invece preso una strada diversa: non si sono uniti, procedono ognuno per conto proprio. Dicono che così il sistema proporzionale delle europee diventa più vantaggioso. Ma al momento si notano soltanto le distinzioni tra i vari gruppi: i liberaldemocratici, rinsaldati alle recenti amministrative, sono i più diretti con lo slogan «Bollocks to Brexit», al diavolo la Brexit, che ha il merito di dare conto anche dell’esasperazione prevalente. Poi ci sono i Verdi, che approfittano della nuova centralità recuperata dai

temi ambientali, e il Change UK, che come il partito di Farage è appena stato fondato da fuoriusciti europeisti del Labour e dei Tory. Gli studiosi della comunicazione politica probabilmente prenderanno in futuro il Change Uk come esempio di quel che è meglio non fare: non c’è un leader ma tanti portavoce, il logo è cambiato molte volte (e comunque non è bellissimo) e così pure il nome (all’inizio era l’Independent Group). C’è stato anche un caos sui social: il precedente account su Twitter legato all’Independent Group è stato abbandonato e ne ha preso il controllo un gruppo brexitaro. Insomma, parecchia confusione. Il messaggio per fortuna è chiaro: un secondo referendum sulla Brexit. E a guardare sondaggi e campagna elettorale, sembra quasi che nel Paese-zombie queste europeezombie possano alla fine essere la cosa più simile a un secondo referendum che si potesse avere. Il problema è che anche l’esito poi – ha cambiato idea il Regno Unito, sì o no? – rischia di diventare un morto che cammina (toccherà appassionarsi al calcio, forse).

zera a recepire direttive come quella sulle armi. Il fatto è che nessuno sa dire quale via prenderà un’Unione meno salda sulle sue gambe, privata del suo asse storico, frammentata e lacerata da forti dissensi. L’esperienza insegna che una controparte coesa e riconoscibile è meglio di una pletora d’interlocutori in perpetuo disaccordo. D’altro canto va ricordato che l’antieuropeismo oltrepassa, e di molto, i confini della destra. Fin dal dopoguerra la Confederazione si è aggrappata all’ideologia del «Sonderfall» pur di conservare le sue prerogative e le sue rendite di posizione. Non ha mai brillato nel sostenere, per esempio, le convenzioni internazionali per la difesa dei diritti dell’uomo o del fanciullo; ha sempre ratificato i documenti con ritardo o con riserva, adducendo ragioni di principio, quali la neutralità assoluta, o l’esclusione delle donne dalla vita politica. I più arditi, paventando l’isolamento, hanno pensato

di promuovere la Svizzera a modello per gli erigendi Stati Uniti d’Europa. Insomma, un’Unione che avrebbe dovuto adottare le nostre istituzioni, il nostro sistema elettorale, il nostro federalismo basato sul rispetto delle minoranze. Ma come scrisse JeanFrançois Bergier, nelle sue «impertinenze di storico», è «assolutamente fuori luogo proporre la Svizzera come maestra – talvolta pedante, talaltra decisamente arrogante – di storia politica per l’Europa… la nostra esperienza sette volte secolare (ma con periodi di eclisse) può sì suggerire alcune idee, ma non certamente un modello. Non può esserlo neanche per altre nazioni multiculturali o plurietniche perché la ricetta valida per noi va bene per un bel prato all’inglese: seminare, rastrellare, innaffiare e aspettare trecento anni. La ricetta della pazienza, del tempo» (L’Europa e gli svizzeri, Giampiero Casagrande editore, 2000).

Affari Esteri di Paola Peduzzi Meglio il calcio

AFP

Gli inglesi non avrebbero dovuto partecipare alle elezioni europee, ma ora che sono costretti a votare – la Brexit ancora non c’è stata – sono entrati in pieno clima pre elettorale, con tutto il colore e la fantasia che il Regno Unito sa produrre e con quella rinnovata fiducia che soltanto il calcio sa dare: due squadre britanniche in finale di Champions

League è come un gigantesco urlo «siamo ancora vivi» in un Paese che politicamente sembra un morto che cammina. I conservatori sono i più abbacchiati: circolano numeri disastrosi – c’è chi teme che il partito al governo non superi il 10 per cento dei consensi, addirittura – e l’unico sentimento condiviso è quello di far fuori Theresa May, la premier che ha annunciato che se ne andrà quando l’accordo sulla Brexit sarà approvato, e potrebbe volerci molto tempo. Ogni giorno i giornali raccontano piani di golpe interni diversi e inefficaci, mentre la May prova a portare avanti i colloqui con il Labour per trovare una formula Brexit sostenibile in Parlamento, missione quasi più impossibile dei già impossibili negoziati con l’Unione europea. Col tempismo che lo caratterizza, è in arrivo anche Donald Trump, con il suo carico brexitaro, e come sempre accade quando si muove il presidente americano la visita non sarà innocua. Il logorio gioca contro la May e contro il Partito conservatore, che non sa più

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Svizzera europea, Europa elvetica Il rinnovo del parlamento europeo è alle porte. I sondaggisti sono ormai all’opera da mesi; gli esiti di ogni consultazione nazionale (l’ultima in Spagna) e perfino regionale vengono subito proiettati sulla scala continentale, per capire quali spostamenti potrebbero verificarsi nell’emiciclo di Strasburgo. I fautori dell’europeismo temono la fine dell’asse centrista (formato da popolari e socialdemocratici) che storicamente ha voluto, consolidato e via via esteso la Comunità, oggi Unione. L’insidia maggiore proviene dal fianco destro dello schieramento politico, ossia dai partiti nazional-sovranisti: formazioni color cenere in cui confluiscono risentimenti, umori xenofobi, mai sradicate nostalgie per autocrazie e regimi dittatoriali. Questi gruppi vorrebbero, come dicono, «cambiare tutto». Trasformare il sordo e grigio europarlamento in un bivacco di manipoli? Abolire l’euro? Ridurre l’Unione ad una semplice area di libero scambio?

Tutti auspicano il cambiamento, o perlomeno un’energica sterzata. Questa UE, così com’è cresciuta negli ultimi anni, non piace quasi a nessuno. Per gli uni è troppo invadente e liberticida, per gli altri inefficiente e distratta. Ma soprattutto alle istituzioni europee si muove il rimprovero di aver privilegiato la dimensione economica con un surplus di burocrazia a scapito della sfera sociale e culturale. La questione è complicata. Nell’Ottocento tutte le unificazioni nazionali furono precedute dall’unificazione doganale («Zollverein»), cantoni della Repubblica Elvetica inclusi. Già nel redigere nel 1803 l’Atto di mediazione, Napoleone Bonaparte statuì che «gli antichi diritti di tratta e d’uscita sono aboliti. La libera circolazione delle derrate, bestiami, e mercanzie, è garantita. Non può essere stabilito nell’interno della Svizzera alcun diritto locale, d’entrata, di transito, o di dogana». Anche a sinistra si ritenne più oppor-

tuno partire dalla «struttura» che dalla «sovrastruttura», ossia dalla progressiva messa in comune degli accordi economici, commerciali e monetari. Certo, tale approccio suscitò già all’epoca del Trattato di Roma perplessità e dubbi. Era questa la strada migliore? Non era forse meglio capovolgere la prospettiva? «Se si dovesse rifare tutto da capo – disse ad un certo punto Jean Monnet – comincerei dalla cultura». Proposito nobile, ma forse non sufficiente, al di là dei programmi Erasmus, per costruire un vero edificio europeo e per neutralizzare i mai morti rigurgiti etno-nazionalistici. E per finire un cenno ai rapporti Svizzera-UE, tuttora alla ricerca di un punto di equilibrio soddisfacente, in grado di resistere sia alle pressioni esterne, sia alle minacce interne. La nostra destra nazional-populista spera che dal voto di maggio l’Unione esca indebolita, meglio se paralizzata, così da non più poter costringere la Sviz-


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Cultura e Spettacoli Sull’isola del disagio San Servolo, un tempo isola di reclusione per gli ammalati psichiatrici nella Laguna di Venezia, diventa lo spunto per riflessioni profonde

Gioconda mon amour Da cinque secoli il capolavoro di Leonardo incanta e rapisce chi lo guarda

pagina 41

Dal Burkina Faso a verscio A colloquio con Charles Nomwendé Tiendrebéogo, primo africano a diplomarsi all’Accademia

Ultimo saluto a Dolores A un anno dalla morte di O’Riordan, i Cranberries le danno l’ultimo addio (musicale)

pagina 44

pagina 43

pagina 45

La fortuna della scagliola Pubblicazioni Uscito per Casagrande

un interessante libro di Elfi Rüsch su questa delicata arte

Lugano, Chiesa di Santa Maria degli Angeli; forse prod. intelnese, nessuna notizia sulla provenienza. (Ely Riva)

Elena Robert Sono rari in Ticino gli edifici sacri del Seicento e Settecento che non abbiano almeno un paliotto d’altare in scagliola a intarsio. San Vittore a Muralto ne ha addirittura sei, le chiese dei Santi Pietro e Paolo a Quinto, San Giovanni a Comologno, Santa Maria degli Angeli a Lugano ne conservano cinque ognuna. La diffusione capillare sul territorio di queste affascinanti testimonianze di arte decorativa – che ritroviamo nelle località valligiane più discoste – la dice lunga sulla fortuna, anche in Ticino, della tecnica di antica tradizione della scagliola a intarsio, sviluppatasi in Europa da fine Cinquecento a fine Settecento a partire dalla bassa Baviera e dal Modenese: un gusto per l’iconografia tra il sacro e il profano, di valenza simbolica, metaforica, decorativa, che puntava sull’illusionismo cromatico e l’imitazione della natura, diventato col tempo una vera e propria moda. La tecnica si diffuse in parallelo a quella ben più costosa del cosiddetto commesso fiorentino in marmo o pietre dure. Alle nostre latitudini la scagliola arriva a metà del Seicento ed esploderà in Ticino a inizio Settecento per opera di botteghe ben consolidate: due intelvesi, di Pietro Solari e di Gaetano e Giovan Battista Rapa/Rava e una asconese, di

Giuseppe Maria e Carlo Giuseppe Pancaldi. Per la storica dell’arte Elfi Rüsch di Minusio lo studio della scagliola a intarsio nel Ticino è una passione e al tempo stesso un lavoro cui si dedica da un cinquantennio. Se n’è occupata a svariate riprese e in diversi contesti, anche nel nord Italia, sia privatamente sia nell’ambito della sua attività professionale, come collaboratrice dell’Opera svizzera dei monumenti d’arte (OSMA) di Virgilio Gilardoni, curatrice del volume sul distretto di Locarno della Società di storia dell’arte in Svizzera del 2013, come autrice di numerosi articoli scientifici e curatrice della bella mostra sulla scagliola del 2007 alla Pinacoteca Züst di Rancate. E sono suoi oggi l’inventario e la catalogazione degli altari in scagliola a intarsio presenti nelle chiese del Cantone, confluiti nel volume con le foto di Ely Riva, pubblicato di recente da Casagrande Bellinzona. Lo studio è rigoroso, scientifico e al tempo stesso divulgativo. L’indagine a tappeto ha portato alla luce, nelle 138 località censite, 200 esemplari, di cui l’autrice analizza tra l’altro stile, aspetti formali e compositivi. Risulta così censita la quasi totalità di questi altari, una sessantina dei quali firmati. Non ci sorprenderemmo se col tempo ne spuntassero altri da inventariare e catalogare. Potrebbe-

ro infatti essercene ancora di integri o ridotti in frammenti, da ricomporre, dimenticati in sagrestie o scantinati, o ancora, riutilizzati, nella migliore delle ipotesi come pannelli da parete. Le nuove norme della liturgia fissate dal Concilio Vaticano II (1962-1965) e, spesso, il disinteresse per queste espressioni artistiche portarono a manomissioni, scambi, spostamenti e tagli di lastre, assemblaggi di pezzi appartenenti a paliotti diversi anche per stile, ricomposizioni arbitrarie di frammenti, restauri non sempre adeguati, alienazioni, falsi d’autore, nonché a un uso improprio anche nell’antiquariato. Va detto che la stessa scagliola è fragile per definizione. Il suo nemico numero uno è l’umidità. Il paliotto d’altare in scagliola a intarsio è infatti l’esito di un lavoro a impasto, inciso sui disegni preliminari. Il gesso finissimo come talco, mescolato a pigmenti e colla, andava a colmare, seguendo disegni ricalcati da modelli a stampa di ornati, incisioni profonde pochi millimetri su un fondo altrettanto fine che a sua volta copriva una lastra di gesso alta qualche centimetro. La mostra del 2007 alla Pinacoteca Züst contribuì a smuovere le acque, sensibilizzando gli ambienti interessati, suscitando più attenzione e rispetto per queste forme artistiche e di conseguenza stimolando anche restauri. In

Ticino i professionisti con esperienza nel restauro di paliotti di scagliola sono pochi. Tra questi, Alfredo Matasci, che sta restaurando il paliotto d’altare dell’Oratorio della Trinità di Monte Carasso, dopo averlo ricomposto e consolidato (si era frantumato in sedici pezzi). Negli ultimi anni anche la Supsi si è occupata di altari in scagliola, nell’ambito del corso di laurea di conservazione e restauro. Anna Dottore ha conseguito il bachelor nel 2013 sul paliotto dell’Oratorio di San Salvatore a Bedigliora, il cui restauro è in corso. Nel 2017 Greta Acquistapace si è laureata con un master sul paliotto dell’Oratorio di San Rocco a Ponte Capriasca, che ha studiato e restaurato: nel marzo di quest’anno ha avviato un progetto di studio sostenuto dalla Ernst Göhner Stiftung su tecnica artistica, fenomeni di degrado e aspetti di conservazione. Per l’indagine di Elfi Rüsch i documenti degli archivi parrocchiali sono stati fonti determinanti, insieme a quelli degli archivi patriziali: dai resoconti delle visite pastorali dei vescovi ai libri dei conti e delle spese, ai confessi, ossia le ricevute dei pagamenti avvenuti. Purtroppo da noi finora non sono stati reperiti quaderni di bottega. Solo un terzo dei paliotti inventariati è firmato. Per diversi altri è stato possibile arrivare a un’attribuzione, per i rimanenti si avan-

zano ipotesi. L’autrice ha attinto a numerose fonti, a informazioni orali e effettuato confronti. Il ricorso ai modelli di ornato e quindi la ripetitività dei motivi decorativi nonché il carattere speculare delle decorazioni di questi altari non sono stati d’aiuto. Alcune attribuzioni restano dubbie, anche perché ogni paliotto è un unicum, dal soggetto rappresentato all’impasto. «Per dare contributi nuovi alle indagini fin qui svolte – spiega l’autrice – potrebbero essere utili perizie tecniche, chimiche e fisiche, delle meschie cioè degli impasti di scagliola, propri di ogni bottega e autore, nonché ricerche ancora più dettagliate e estese, per esempio nei carteggi privati. Oltre alla paternità e alla datazione dei paliotti che restano da chiarire, andrebbero approfondite tematiche come la formazione degli artigiani, il ruolo delle famiglie e parentele, la rete di scambi in Ticino e oltre confine, le collaborazioni e rivalità tra botteghe, la circolazione dei modelli». Tutti ambiti di ricerca che contribuirebbero a inquadrare il fenomeno scagliola in Ticino. Bibliografia

Elfi Rüsch, con fotografie di Ely Riva, L’arte della scagliola a intarsio in Ticino, Edizioni Casagrande Bellinzona 2018.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

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Cultura e Spettacoli

I fantasmi tristi di San Servolo

Fotografia Marco D’Anna e Marco Steiner partono da un lavoro

di Berengo Gardin per proporci una riflessione sul «manicomio» Ada Cattaneo Da Piazza San Marco all’Isola di San Servolo ci sono circa venti minuti di tragitto e quando il vaporetto arriva, è difficile pensare che questo luogo, nel mezzo della laguna, sia stato destinato per secoli a rinchiudere persone con problemi mentali. Al posto del manicomio più importante del Veneto, oggi qui ci sono due sedi universitarie che propongono un fitto calendario di manifestazioni: «l’isola dei congressi e degli eventi» – si legge in un dépliant – «dove circolano idee e creatività». Molte zone sono rimaste verdi e si può perfino noleggiare una bicicletta per fare il

giro dell’isola. Eppure, non si riesce a sfuggire ad un senso di malinconia ripensando a tutte le vicende che si sono dipanate in questi luoghi, fra il 1725 e il 1978, negli anni di apertura dell’ospedale psichiatrico. Per la storia della fotografia sociale, San Servolo rappresenta un simbolo importante: fu qui che Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin scattarono le immagini poi pubblicate in Morire di Classe. La condizione manicomiale pubblicato da Einaudi nel 1969. Su quel libro scrisse anche Franco Basaglia, perfino lui turbato di fronte a quelle scene dolorose di vita nel manicomio. Il fotografo ticinese Marco D’Anna dice che

quel lavoro di Cerati e Berengo Gardin ha rappresentato la prova che la fotografia può davvero muovere le montagne, se fatta con coscienza e impegno etico. Esso costituì un documento determinante per convincere opinione pubblica e politici della necessità di una nuova legge per la regolamentazione dei luoghi per la cura mentale, che sarebbe stata approvata da lì a dieci anni. È proprio l’ultimo lavoro di Marco D’Anna a permettere di tornare su queste vicende. Isole di ordinaria follia, così si intitola il volume uscito nelle librerie il 4 aprile, realizzato insieme allo scrittore Marco Steiner e allo psicoterapeuta Antonio Dragonetto, che ne firma la

Una veduta dell’Isola di San Servolo nella Laguna veneziana. (Marco D’Anna)

postfazione. Un percorso fatto da quattordici storie di pazienti internati a San Servolo: non si tratta del resoconto storico delle loro vite, ma piuttosto di uno sforzo poetico per restituire loro dignità. Steiner, a partire dalle loro cartelle cliniche, ne racconta vicende nuove, attraverso la fantasia del gesto letterario e D’Anna le correda con i suoi scatti, in

Il binomio tra etica ed estetica secondo Marco D’Anna Ci può raccontare la genesi del progetto Isole di ordinaria follia? Come vi siete posti nei confronti del lavoro di Berengo Gardin su questo stesso soggetto?

In passato avevo già lavorato con Berengo e Marco Steiner per realizzare il libro Il gioco delle perle di Venezia. Da qui è nata la volontà di fare un nuovo lavoro sulla città lagunare. Inizialmente volevamo affrontare in modo più generale il tema delle isole, poi in realtà siamo finiti a dedicarci a San Servolo nello specifico. È noto che Berengo aveva già lavorato sul tema alla fine degli anni Sessanta, facendo un enorme lavoro che aiutò Basaglia nella sua lotta per chiudere gli ospedali psichiatrici nella forma in cui si presentavano allora. Quindi siamo andati avanti su quella strada: abbiamo avuto la possibilità di consultare l’archivio del Museo del manicomio di San Servolo e lì è nata quest’opera a quattro mani. Abbiamo poi deciso di ripresentare il lavoro di Berengo in una formula nuova: l’ultimo sedicesimo del libro sono solo i suoi tirage contact, corredati dalle sue annotazioni. Si tratta di immagini note, ma che ci sembrava giusto riportare alla memoria. Presentato in questa maniera, il suo lavoro acquista quasi sembianze

nuove, che sembrano corrispondere a una sequenza cinematografica.

nella prima parte del libro i testi letterari sono invece corredati dalle sue fotografie.

Sì, le mie immagini nascono su ispirazione delle storie di Steiner: vicende durissime, seppure a tratti ironiche, ma sempre molto impegnative. Io ho lavorato sia cercando nel mio archivio, sia fotografando a San Servolo. Per la prima volta ho anche realizzato dei fotomontaggi, non invasivi a livello fotografico. Come dicevo, però, la maggior parte del materiale proviene dal lavoro realizzato a San Servolo: ho raffigurato i vecchi macchinari per l’elettroshock, le foto trovate nell’archivio dei malati e alcuni scorci che illustrano le suggestioni di quel luogo. Che cosa significa per un artista lavorare su temi così delicati, che toccano corde tanto profonde?

La mia fotografia è sempre stata una fotografia etica, d’impegno. Anche gli ultimi lavori che ho avuto modo di esporre alla la Galleria Buchmann parlavano di malattia, di passaggio. Il mio grande maestro René Burri mi ha insegnato che la fotografia deve sempre nascere dall’impegno sociale. Mi sono sempre mosso su questo binario, che comporta lo scavare nella coscien-

za e nella sensibilità umana. Credo che quando l’arte va in questa direzione, possa davvero scuotere le coscienze. Questo è l’intento del mio lavoro e certamente anche del libro.

I testi di Marco Steiner colpiscono per lo sforzo di lavorare sul vissuto del paziente, andando ben oltre l’aspra verità del manicomio.

Lavoro con Steiner da quindici anni, in particolare sul mondo di Corto Maltese. [Steiner è stato collaboratore di Hugo Pratt e ha scritto alcuni volumi sul giovane Corto Maltese, ndr]: abbiamo fatto insieme tanti libri, tanti viaggi, tante mostre. La sua peculiarità, in questo caso specifico, così come in altre situazioni, è quella di partire dalla realtà per interpretarla, alleggerirla o sottolinearla tramite le sue visioni. Qui è partito dalle cartelle cliniche reali dei pazienti di San Servolo e da lì ha raccontato momenti di vita di questi personaggi, tramite una trasposizione che li re-inventa.

Cosa significa affrontare oggi il tema dei manicomi, luoghi che in Svizzera non esistono più in quella veste?

Credo che abbia ancora senso occuparsene, c’è ancora molto turbamento diffuso. Molta gente non sta bene e attraversa momenti difficili dal punto

di vista psichico. Che cos’è questo disagio? Una nuova forma di normalità dilagante? Sono tutti interrogativi che lasciano aperte molto porte. Perciò credo sia giusto analizzare oggi cosa succedeva in quei manicomi. I pazienti rinchiusi al loro interno erano davvero malati o erano persone che non riuscivano a omologarsi alle regole vigenti nella società di quel tempo? Il libro appena pubblicato come rientra nella sua linea di ricerca?

Personalmente mi impegno per essere coerente nel mio percorso di autore. Questo lavoro si ricongiunge ad una riflessione più ampia, che ingloba tutto il mio lavoro: si tratta dell’impegno non solo estetico, ma nato dall’adesione etica ai soggetti. Quasi tutti i miei libri viaggiano su questa traiettoria: partecipazione emotiva, impegno etico e, alla fine, forse anche qualche bella foto. La forma aiuta a veicolare significati importanti, a volte anche difficili. Oggi abbiamo bisogno di questo. C’è tanta superficialità, tanta confusione in molti settori. Mi sembra doveroso sottolineare dei significati importanti attraverso il linguaggio che mi è più confacente. Quando si riesce a combinare impegno ed estetica, allora si tratta davvero di un’avventura straordinaria.

uno sforzo per liberare individui ancora imprigionati nel carcere della malattia, ben oltre la loro morte. Le isole, si sa, sono per loro natura luoghi che rischiano di far smarrire il senno, circondate dall’acqua come sono e sempre battute dal vento. Non è un caso che venissero scelte per i peggiori bagni penali: Alcatraz, Asinara, Fort Royal, … Per secoli ha rassicurato pensare che i cittadini pericolosi – o presunti tali – fossero concentrati qui e che il mare li separasse dalla civiltà. Nel caso degli ospedali psichiatrici, vale anche il contrario: l’isolamento permetteva di mantenere i degenti in condizioni abiette, dietro a un velo di riservatezza che era buona cosa non sollevare. Non è un caso che molto del primitivo sapere anatomico provenga proprio da questi luoghi: in epoche in cui le dissezioni umane erano proibite per motivi religiosi, nessuno invece si curava troppo di ciò che avveniva ai corpi dei folli. «Aberrato», «imbecille», «alienato»: sono solo alcuni dei termini usati per annotare, sulle schede personali, le condizioni dei pazienti, non meglio interpretabili in base al sapere psichiatrico dell’epoca. Non è possibile parlare di «cura»: non esisteva riguardo per questi corpi stanchi, piegati dalla malattia. Il libro di Steiner e D’Anna sembra invece voler restituire il rispetto per gli individui. In questo senso, ripercorre il lavoro di Berengo Gardin. A lui viene dedicato un omaggio in conclusione del libro: le sue immagini scattate a San Servolo sono riproposte grazie alle stampe originali a contatto, senza alcun taglio, nella loro inesorabile realtà. Bibliografia

Marco Steiner, Isole di ordinaria follia. Fotografie di Gianni Berengo Gardin e Marco D’Anna, Milano, Mondadori, 2019.

Basta un gesto

Pubblicazioni I gesti nella prospettiva linguistica e nelle varie lingue in un ardito libro

di Claudio Nobili Stefano Vassere

«Forse, addirittura, l’uomo avrebbe potuto parlare a gesti. In effetti la prova che i suoni siano più adatti dei gesti alla comunicazione non è ancora stata fornita benché l’argomento sia stato più volte discusso». C’è una sezione molto ardita, in questo coraggioso libro del linguista napoletano Claudio Nobili: è quella dove il paragone tra gesti e segni linguistici in senso stretto si spinge talmente in là da estendere ai primi alcune caratteristiche dai linguisti ritenute esclusive dei secondi. Il segno linguistico è scomponibile due volte: in morfemi, che rendono conto della prospettiva lessicale e morfologica (can-e, can-i), e in fonemi, che invece si riferiscono al piano dei suoni (c-a-n-e). Il gesto sarebbe, secondo la spiegazione sicuramente ardita di Nobili, a sua volta divisibile in parti significanti, mattoncini, i gestemi, che possono poi contribuire a formare altri gesti. Per

esempio, in italiano, tutti i gesti che comportano l’unire le dita della mano «a mazzetto» veicolano il significato di «elemento unito, raccolto nel senso di concentrato»; mentre una mano aperta, anche qui in qualsiasi gesto dell’italiano sia utilizzata, indica «un’entità come rappresentante di qualcos’altro di più generale». Infine, come le parole di una lingua, l’insieme combinato di gesti elementari, i gestemi appunto, determina poi un repertorio di gesti complesso: possiamo combinare i tratti elementari e il loro significato per dire molte e diverse cose, dunque. Nel libro, ci sono parecchie fotografie di un discorso di Matteo Renzi di qualche anno fa; il suo gesto con i polpastrelli di pollice e indice uniti e tutte le altre dita ripiegate con la mano ad anello, il palmo in verticale verso l’esterno, che viene sollevata di fronte al parlante, significa «piccolissimo», «pochissimo». È un gesto condiviso dai parlanti italiano, che può essere scomposto in sue parti minime, secondo variazioni

che riguardano il modo in cui si tiene la mano, l’orientamento della stessa, la gestione dello spazio verso l’interlocutore, il movimento esercitato. Ora, tutta questa ambizione (virtuosa ambizione, per carità) per avvicinare i gesti alla ricchezza di un segno simbolico linguistico in senso tradizionale ha due implicazioni particolari: la prima è che, come tutti gli oggetti di ricerca, anche i segni devono essere categorizzati e raccolti; o, meglio detto, anche i segni devono avere i loro repertori, per non dire i loro dizionari. Nobili stesso è autore di un Gestibolario: criteri metodologici per la redazione di un nuovo dizionario di gesti italiani, ma negli ultimi quindici anni il panorama bibliografico italiano (e internazionale) è ricco di elenchi di questo genere, con impostazioni e destinazioni diverse. Fra tutte non è secondaria quella didattica, soprattutto all’indirizzo degli stranieri che vogliono imparare la nostra lingua. Come a dire – seconda implicazione – che per imparare bene una

lingua è fondamentale impararne anche la gestualità. Quest’ultima, va sottolineato, è legata ai sistemi «residenti», e cioè ogni lingua ha i suoi gesti: se battere le mani in italiano significa apprezzare qualcosa o qualcuno, lo stesso gesto nel Sud Italia significa «mena», «muoviti» e l’apprezzamento nei paesi tedescofoni è spesso manifestato battendo le nocche di una mano su un tavolo (specie alla fine di una conferenza o di una lezione universitaria). Questo libro scosta il velo sul meraviglioso mondo della pragmatica, che è tappa obbligata per chi voglia studiare la comunicazione umana superando i limiti del sistema linguistico: fare cose con le parole, fare parole con le cose. Una dimensione che ci permette per esempio di dire che gesti (ed emoticons nei messaggini) sono non solo importanti ma spesso addirittura necessari per far capire quello che vogliamo dire e quello che vogliamo comunicare. Non basta la parola, insomma. O forse, come sostiene un altro Renzi, il lin-

I gesti, e non solo le parole (come diceva Moretti) sono importanti.

guista Lorenzo, se le cose stanno come pare indicarci il libro di Claudio Nobili, non ci sono le prove scientifiche che una lingua organizzata in gesti non sarebbe stata altrettanto efficace di quella che conosciamo, che procede per suoni. Bibliografia

Claudio Nobili, I gesti dell’italiano, Roma, Carocci, 2019.


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PUNTI


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Cultura e Spettacoli

La Gioconda, da icona a mito

Arte Un ritratto che da cinque secoli mantiene intatto il suo fascino dovuto a una celebrità

che rischia di offuscare il suo significato artistico

Emanuela Burgazzoli «Questa sola si resta nobile, questa sola onora il suo autore, e resta preziosa e unica, e non partorisce mai figliuoli eguali a sé»; è una delle tante definizioni di pittura che si ritrova nel poderoso Trattato della pittura di Leonardo, che però è pittore poco prolifico: oggi gli sono attribuite meno di venti opere. Il motivo lo spiega Vincent Delieuvin, conservatore e responsabile del Dipartimento della pittura italiana del XVI secolo al Louvre: «Leonardo possiede un metodo di lavoro molto particolare, soprattutto quando lo si paragona a grandi artisti, suoi contemporanei, come Raffaello, che è molto più veloce; invece Leonardo riflette, realizza dei disegni e poi comincia a dipingere ma gli occorre sempre molto tempo. Questo è un aspetto che abbiamo scoperto meglio in questi ultimi anni grazie a nuovi esami di laboratorio, che hanno rivelato molti ripensamenti durante l’esecuzione pittorica, in particolare nei suoi ultimi dipinti, come la Gioconda. Queste analisi ci dicono che Leonardo non si ferma mai, ritoccando a più riprese per esempio il paesaggio e la veste della Monna Lisa; il quadro è per lui come una partizione musicale e ogni nota è importante, per cui si riserva sempre la libertà di cambiare idea*». Capolavoro dunque, ma incompiuto, come molti altri, perché con il perfezionista Leonardo l’incompiutezza entra a far parte del linguaggio pittorico. Alla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1519 ad Amboise, la Gioconda – insieme alla Sant’Anna e al San Giovanni

Battista – passerà nelle mani di Francesco I, finendo poi nelle sale del castello di Fontainebleau. Un ritratto rivoluzionario già per i contemporanei di Leonardo: Giorgio Vasari, nel 1550, la definisce opera divina, più che umana, ammirandone la resa realistica dei dettagli in grado di restituire la vita a quel volto sorridente, un effetto ottenuto grazie alla sovrapposizione di velature di colore di cui Leonardo è maestro. Alla tecnica dello «sfumato» si aggiunge la cura della composizione, l’innovativa posa non frontale, lo sguardo obliquo, il contrappunto fra le mani e il volto che suggeriscono le passioni dell’anima di Lisa Gherardini, borghese fiorentina moglie di Francesco del Giocondo. Ma di questo miracolo pittorico pochi possono beneficiare; la Gioconda finirà a Versailles nelle collezioni reali con Luigi XIV, dimenticata in favore del Cenacolo, l’opera più accessibile di Leonardo. Finché la Rivoluzione francese cambierà anche il destino della Gioconda; selezionata per il Louvre, vi entrerà definitivamente nel 1804 dopo una sosta temporanea negli appartamenti di Napoleone. Con la riscoperta del genio leonardesco la Gioconda comincia ad attirare l’attenzione: grazie alle copie e alle stampe la sua immagine si diffonde rapidamente. Nella seconda metà del secolo sarà oggetto di un culto letterario che culmina con le famose descrizioni Théophile Gautier e Walter Pater. Sfinge di misteriosa bellezza, (inverosimile) «femme fatale» dallo sguardo inquie-

tante: tutto si dirà di questo volto che racchiuderebbe un enigma, mai risolto. «Il presunto segreto celato nella Gioconda – sottolinea ancora Vincent Delieuvin – è sempre legato a una interpretazione non corretta dell’immagine dell’opera o degli esami scientifici compiuti sul dipinto: persone che non hanno l’abitudine di analizzare questi dati scientifici e tecnici hanno letto in questa opera elementi che non esistono; al Louvre, ancora oggi, ci giungono decine di lettere e dattiloscritti che pretendono di spiegare il mistero della Gioconda». Sarà però il clamoroso furto del 1911 dell’italiano Vincenzo Peruggia a farne il dipinto più famoso al mondo. Riportata «a casa» nel 1914, dal Louvre non si muoverà più, esclusi una tournée negli Stati Uniti negli anni Sessanta e un viaggio in Giappone pochi anni dopo. Nel frattempo il mito era stato dissacrato; celebri le irriverenti «caricature» di Duchamp e Dalì, fino alle rivisitazioni di Basquiat, Haring, Botero e Warhol. Saranno poi il cinema, il fumetto, la musica pop, la moda e la pubblicità ad appropriarsi della Monna Lisa. Punto di arrivo nella produzione di Leonardo, la Gioconda è un dipinto in cui confluiscono i risultati degli studi compiuti dal genio del Rinascimento sul piano della teoria pittorica e su quello della ricerca scientifica, negli ambiti più disparati; dalla geologia all’ottica, dall’anatomia alla botanica. Se di mistero si tratta – un mistero che ancora oggi attira milioni di visitatori al Louvre – non è certo esoterico: «Tutti dicono che

Leonardo da Vinci, (14251519), Mona Lisa (La Gioconda), 1503-1505, olio su legno, Louvre, Parigi. (Keystone)

c’è un mistero – conclude Vincent Delieuvin – e c’è infatti, perché il sorriso di Monna Lisa è di una tale sottigliezza, di una tale complessità da lasciare aperto il messaggio che questo volto vuole trasmettere a ognuno di noi; in questo sorriso c’è una libertà di interpretazione immensa, più grande forse rispetto al celebre sorriso dell’ignoto marinaio di Antonello da Messina». Come ogni

ritratto, anche la Gioconda insomma è uno specchio in cui si riflette la nostra finitezza, ma anche la possibilità di dilatarsi oltre i nostri limiti. nota

* Dichiarazioni tratte dall’intervista realizzata per la Radiotelevisione svizzera – RSI. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Dietro la maschera, l’Africa

Incontri Dall’Africa alle Terre di Pedemonte nel segno della propria

rendez-vous à la Croisette

Festival di Cannes Alla vigilia della

kermesse dei supercampioni che non teme identità – a colloquio con Charles Nomwendé Tiendrebéogo, il primo l’usura africano a diplomarsi all’Accademia Teatro Dimitri di Verscio Fabio Fumagalli

Giorgio Thoeni Mea Culpa è uno spettacolo teatrale incentrato sull’uso della maschera africana ed è il frutto di una profonda ricerca teatrale operata per il conseguimento del Master of Arts in Theater (specializzazione in Physical Theater) all’Accademia Teatro Dimitri di Verscio. L’autore è Charles Nomwendé Tiendrebéogo, primo studente africano ad aver frequentato il corso di diploma: «Ciò che ricerco – ci ha detto – è una forma globale d’utilizzazione della maschera che possa comunicare cose importanti coniugando la maschera zoomorfa al racconto in un legame dove l’animale è l’elemento chiave che rappresenta tutti, dal popolo al potere, che mi permette di parlare della gerarchia nella mia società e delle azioni politiche a cui è confrontata». Lo spettacolo creato e messo in scena dall’attore, nella sua apparente semplicità, mette in campo quesiti complessi e determinanti, cruciali per comprendere la società africana di oggi con lo sguardo rivolto al futuro. Già a partire dalla prima scena dove troviamo il guardiano di un cimitero che, vittima delle sue superstizioni, si confronta con il peso di una tradizione ancestrale e misteriosa, che si rivela attraverso i fantasmi di esseri che un tempo vivevano sulla terra e ora appaiono celati di maschere zoomorfe in un intreccio a cavallo tra la vita e la morte. È il teatro dell’anima di esseri invisibili, personalità forti e inquietanti che imprigionano con il loro peso simbolico l’uomo e la società, influenzandone il comportamento e il destino alla continua ricerca della libertà. Ma Mea Culpa mette in scena anche domande coraggiose, riflessioni sull’identità africana ostaggio di interessi di potere, di una politica di sfruttamento che approfitta di paure generate dalla superstizione e tenute vive per controllare e soggiogare il popolo. Lo spettacolo è stato creato e perfezionato nel quadro della formazione a Malovice (Cechia) con la collaborazione del Teatro Divadlo Continuo diretto da Pavel Štourač e si avvale delle maschere costruite da Colette Roy e delle musiche di Elia Moretti. Mea Culpa è stato proposto diverse volte al pubblico teatrale e nelle scuole, suscitando consensi e curiosità. Abbiamo incontrato Charles. «Sono nato nel 1985 a Béréba, un piccolo villaggio della provincia di Tuy nel Burkina Faso. Mio padre era un funzionario e per lavoro si spostava

Mea culpa è uno spettacolo leggibile a diversi livelli.

frequentemente nei vari villaggi. Io lo seguivo. In famiglia eravamo tre fratelli e una sorella. Mia mamma è casalinga e oggi vive con uno dei miei fratelli. Ho iniziato ad andare a scuola a 7 anni come tutti. In seguito ho avuto l’opportunità di continuare gli studi secondari in un seminario dove ho ottenuto il diploma di maturità. Prima di decidere di lanciarmi nel teatro ho studiato per tre anni diritto». Quando è iniziato il tuo interesse per il teatro?

È difficile stabilirlo: quando te ne rendi conto ti ha ormai conquistato. All’origine ci sono stati i movimenti religiosi. Io sono cattolico ma nel mio Paese ci sono anche musulmani, protestanti, anche se di base siamo tutti animisti. Fin da piccolo partecipavo al movimento cattolico CV-AV (Coeur voyant âme voyante) e già in quell’ambito c’erano molte animazioni con musica, canti, poesie e racconti. Ho poi sviluppato questo interesse durante gli anni di seminario, collaborando a un comitato culturale che ho anche coordinato, dove ognuno di noi aveva la possibilità di svolgere diverse attività, anche teatrali. All’università ho continuato partecipando a diversi gruppi teatrali con rappresentazioni destinate alla Cité Universitaire. Finché un giorno qualcuno è venuto a dirmi che nel Burkina Faso era stata creata una nuova scuola di teatro: il CFRAV (Centre de Formation et de Recherche en Arts Vivants), una scuola di Jean Pierre Guingané situata nello spazio culturale Gambidi a Ouagadougou, la capitale. Così l’ho frequentata per tre anni ottenendo la licenza professionale. Ho scoperto il teatro, professionale, in una vera sala, con tanto di luci, regia e attori dopo aver visto uno spettacolo.

ricordi il titolo?

Era un allestimento di Le soleil des Indipendences dal romanzo dello scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma messo in scena da Moussa Sanou, un regista di Bobo-Dioulasso. Ho capito che potevo fare del teatro un vero e proprio mestiere. Il primo allestimento a cui ho preso parte è stato Storia di un soldato dall’opera di Stravinski messo in scena da Luca Fusi (docente principale al CFRAV) e Manfredo Rutelli. Lo spettacolo ha avuto successo, è stato replicato molte volte nel Burkina Faso e abbiamo realizzato una tournée europea, in particolare al Teatro Dimitri di Verscio. Terminata la Scuola ho avuto la fortuna di incontrare Ildevert Méda che chiamiamo affettuosamente il maestro. È un regista e scrittore berkinabé molto conosciuto sia per il cinema sia per il teatro. È insegnante e ha adottato un metodo particolare per far comprendere il teatro ai giovani. La sua tecnica consiste nel prendere un giovane che lo deve seguire in tutte le sue attività per almeno cinque anni. Devi solo seguirlo, ascoltare, imparare: ti fa leggere dei libri che prende dalla sua biblioteca, da Shakespeare a Molière. Mentre ero coinvolto nel processo didattico ho avuto la possibilità di recitare in compagnie professionali con la sua regia o quella di Luca Fusi. Come è stato possibile venire in Svizzera per studiare a verscio?

Non è stato semplice. Ho fatto un’audizione via Skype e ho spedito il mio dossier. Finanziariamente mi hanno aiutato l’associazione «Beogo», gruppo di solidarietà con il Burkina Faso e Corinna Vitale, decana dell’Accademia. Nel giugno 2018 ho ottenuto il Master. L’intervista completa a Charles Nomwendé Tiendrebéogo si trova su www.azione.ch

Schizzi di storia svizzera – La nascita della Confederazione Su www.azione.ch, nella sezione cultura/feuilleton, proponiamo la terza puntata della breve serie di filmati, a cura di Jonas Marti, su alcuni fatti storici che hanno interessato il nostro paese. Realizzati in forma di divertissement, i filmati sintetizzano alcune fasi storiche vissute dai territori che oggi formano la Svizzera. Il terzo filmato è dedicato alla nascita della Confederazione, che non è stata né lineare né indolore, come una certa mitologia vuole far credere. Buona visione!

Quello di Cannes non è il festival cinematografico più vecchio al mondo. In quanto ad anzianità è preceduto infatti da un dato inamovibile: quel 1932, anno della prima Mostra del Cinema a Venezia. Poi, è vero, la lunga rivalità fra i due maggiori incontri di cinema al mondo è stata compromessa dalle dure vicende storiche affrontate. Il Festival di Cannes avrebbe infatti dovuto inaugurarsi il primo settembre del 1939: ma la dichiarazione di guerra alla Germania del 3 settembre da parte di Francia e Gran Bretagna rimandò la scadenza di quel genere di faccende ad epoche meno tragiche. Al 1946: che vedeva però, in concomitanza, il debutto del Festival di Locarno. E concedeva la possibilità a quest’ultimo di togliersi un capriccio: rivendicare di aver acquisito l’eredità della Rassegna internazionale del Film di… Lugano. Ricca delle sue due edizioni del 1944 e 1945, prima dell’avvenuta cessione alla consorella lacustre della Svizzera Italiana; seguita al rifiuto, in votazione popolare, di proseguire la manifestazione luganese in una struttura open air del Parco Ciani. A settantaquattro anni di distanza tutto ciò appare simpaticamente folcloristico: e Cannes, nel frattempo, si è involata. Forte di una presenza mediatica e di tappeti rossi ad altri impensabili, di una base logistica e d’accoglienza incomparabile, del sole di maggio sulla Costa Azzurra. E, non da ultimo,

una parte degli spettatori a lamentare la presenza dei soliti «abbonati») e le rivelazioni. L’ultima notizia ha permesso sonni più tranquilli al delegato Thierry Frémaux: 25 anni dopo la Palma d’Oro a Pulp Fiction e al termine di quattro mesi in sala di montaggio, Quentin Tarantino ha confermato la partecipazione di Once Upon a Time... in Hollywood (con Leonardo DiCaprio, Al Pacino, Brad Pitt e via dicendo), uno dei film più attesi dell’anno. Un’altra Palma, di sei anni fa, per lo splendido La Via d’Adèle, Abdellatif Kechiche si aggrega pure in tempo massimo con il seguito (di quattro ore) del suo ultimo, non sempre impeccabile Mektoub, My Love. Quella dei «palmati» rimane allora una caratteristica di Cannes: dei 21 film in competizione quest’anno cinque sono di registi che hanno ricevuto una, o addirittura due Palme d’Oro: oltre a Tarantino e Kechiche, i fratelli Dardenne del Belgio (Le Jeune Ahmed), il britannico Ken Loach (Sorry We Missed You) e l’americano Terrence Malick (Une Vie Cachée). Ma addirittura tredici sono le opere selezionate quest’anno firmate da registi abituati alla Competizione: lo spagnolo Pedro Almodòvar, l’americano Jim Jarmusch, l’italiano Marco Bellocchio (con Il traditore, ritratto del pentito Tommaso Buscetta), il sudcoreano Bong Joon-ho, il francese Desplechin (Roubaix), il canadese Xavier Dolan (ritornato a casa, dopo avere girato Mathias et Maxime), il palestinese Elia Suleiman, oltre al brasiliano Kle-

Pitt e DiCaprio sono fra i protagonisti dell’attesissimo nuovo film di Tarantino. (Keystone)

dall’ambizione culturale che contraddistingue da sempre il supporto statale francese al cinema. Unico neo il TIFF, la rassegna canadese di Toronto che da qualche anno si è incollata alle date di Venezia in settembre, e qualche pensiero ha iniziato a farselo; meno vincolata com’è dalla sua formula non competitiva. Rimane Venezia, penalizzata da tutto quanto costituisce la forza di Cannes: ma provvista di recente di un proprio uovo di Colombo. Un calendario (e una libertà rispetto ai condizionamenti in Francia sull’avvento di Netflix) che le permette di anticipare, come una vera e propria testa di ponte, le scelte americane destinate agli Oscar nel marzo seguente. Essendo a maggio, a Cannes non rimane allora che non ricadere nel cattivo gioco: appoggiandosi ai suoi 40’000 professionisti accreditati, quasi 5’000 giornalisti, 200’000 spettatori, 20’000’000 di euro. Di un budget, che finge però d’ignorare le ricadute indirette che giungono dagli yacht ancorati nella baia come dall’infilata di palazzi cinque stelle affacciati sul Mediterraneo da Montecarlo a Saint-Tropez. L’eventuale corsa ai ripari sembra comunque assicurata dalle premesse del programma: con un equilibrio fra la selezione di grandi nomi (quelli che poi finiscono per indurre

ber Mendonça Filho, autore nel 2016 di un Aquarius da non dimenticare. Alcuni casi potrebbero quest’anno rivelarsi problematici, primo fra tutti quello di Pedro Almodòvar con il suo Douleur et gloire: fedelissimo oltre ogni encomio a Cannes, questo grande esponente del cinema contemporaneo ha avuto vari riconoscimenti minori, ma mai una Palma d’Oro. Non è il solo, mi direte, ma è scocciante. Anche se successe a dei monumenti come Ingmar Bergman, Hitchcock, Bresson, Godard, Tarkovski o Cimino. I nomi nuovi? Quello delle quattro realizzatrici, ad esempio, una in più rispetto agli ultimi due anni. Della senegalese Mati Diop vedremo Atlantique, cronaca dell’emigrazione in prospettiva femminile, di Jessica Hausner l’austriaca dell’ottimo Lourdes, si vedrà un film fantastico, di Céline Sciamma, da molti portata alle nuvole, Portrait de la jeune fille en feu. Di un’altra francese, Justine Triet, Sybil. Talvolta alla fine di Cannes si protesta dicendo che il meglio stava nelle sezioni parallele: ebbene quest’anno spuntano dalla massa Ferrara, Dumont, Honoré, Cavalier, Bernal, Serra, Herzog, Bonello, Zlotowski, Takashi Mijike, Lav Diaz, Guadagnino, Balagov. Ma è proprio sulla qualità di quella «massa» che prospera Cannes.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 13 maggio 2019 • N. 20

45

Cultura e Spettacoli

Uno struggente commiato

Musica A poco più di un anno dalla scomparsa di Dolores O’Riordan, la band irlandese

dei Cranberries si congeda dai fan con un album intenso e malinconico

Medea Kali, una donna senza tempo In scena Al San

Materno un classico che invita a riflettere

Benedicta Froelich Come può confermare chiunque abbia vissuto i propri anni formativi immerso nella vivace atmosfera offerta dalla scena pop-rock anglosassone degli anni ’90, non sarebbe un’esagerazione affermare come, ancor oggi, quella particolare stagione musicale non possa prescindere, nell’economia degli ascolti, dalla voce unica e inconfondibile di Dolores O’Riordan. Il vigoroso e, soprattutto, particolarissimo timbro vocale della cantante irlandese – spesso incline a includere una peculiare forma di yodeling nelle proprie interpretazioni – sarebbe infatti stato l’elemento principale in grado di condurre rapidamente al successo mondiale la formazione dei Cranberries, quartetto originario della cittadina fluviale di Limerick, nel cuore dell’isola di smeraldo. Di fatto, la popolarità della band non sarebbe stata dovuta semplicemente al rinnovato entusiasmo per la cultura protoceltica tipico del decennio, ma anche e soprattutto ai virtuosismi vocali e al rigore formale della O’Riordan, spesso paragonata, in termini di intensità interpretativa, alla connazionale Sinéad O’Connor. Doti che hanno portato i Cranberries alla consacrazione con un album-capolavoro quale lo struggente No Need to Argue (1994), la cui tracklist vantava una hit del calibro dell’indimenticata Zombie, brano di rara crudezza e potenza: non solo un’esemplare condanna della violenza in terra irlandese, ma anche un vero e proprio showcase delle capacità vocali della cantante. E sebbene, con il passare degli anni, i Cranberries abbiano infine prediletto la facile strada del sound radiofonico e più mainstream, finendo così per tradire le loro radici celtiche a favore di un successo commerciale sempre più vasto, proprio lo strumento vocale della O’Riordan sarebbe sempre rimasto l’unico elemento in grado di innalzarli al di sopra di una rassicurante banalità pop di medio livello.

Sulla copertina di In the End un’immagine simbolica per un addio triste.

Anche per questo, nel gennaio 2018, la prematura e pressoché inspiegabile morte dell’appena 46enne Dolores ha colpito come un fulmine a ciel sereno legioni di fan in tutto il mondo, sferrando un fendente micidiale a una scena musicale già duramente provata dai decessi ravvicinati di molte rockstar e performer di alto livello. Ben consapevoli di come una simile perdita fosse insanabile, a oltre un anno da allora i tre membri superstiti della formazione hanno così deciso di dare alle stampe il loro «canto del cigno» – con il quale dire addio al pubblico prima di sciogliere definitivamente una band che, di fatto, non potrebbe mai abbassarsi a propinare ai propri estimatori una qualsiasi sostituta di Dolores. Fortunatamente, l’album stesso (non a caso intitolato In The End) segue il medesimo spirito critico, ed evita accuratamente qualsiasi ambizione a «vuotare i cassetti» a beneficio dei fan – affidandosi piuttosto alla rielaborazione dei vari demo realizzati dal gruppo tra il 2017 e 2018, in previsione di un nuovo lavoro che la dipartita

della O’Riordan avrebbe infine lasciato incompiuto. Come prevedibile, In the End mostra quindi un carattere inevitabilmente dolente e nostalgico, evidente fin dal singolo apripista All Over Now, che combina il tipico sound a cui il gruppo ci ha abituati a sonorità inequivocabilmente anni ’80, non troppo distanti dalle sfumature dark di band quali Joy Division e Cure; sonorità il cui influsso è, del resto, altrettanto evidente nella maggior parte delle tracce del CD (si vedano Wake Me When It’s Over e il riflessivo A Place I Know). Certo, proprio come avvenuto con gli ultimi lavori dei Cranberries, anche quest’album risulta a tratti un po’ risaputo dal punto di vista musicale, e lontano dall’audacia dei primi anni; eppure, qua e là si riscontrano ancora momenti di grande intensità emotiva, come nella dolce ballata Illusion – in cui la voce sognante di Dolores vibra della medesima sensualità degli anni d’oro – e lo straziante Catch Me If You Can, perfetto esempio della rinnovata capacità del gruppo di fondere, nell’arco del me-

desimo brano, suggestioni quasi hard rock con un cantato inaspettatamente aggraziato e introspettivo. Allo stesso modo, la title track In the End, brano conclusivo del CD, colpisce per il suo carattere delicato e quasi cantautorale, e per la semplicità straziante di liriche piene di rimpianto, che ne fanno il pezzo forse migliore dell’intero disco: «non è forse strano scoprire, alla fine, come tutto ciò che si sognava non sia affatto quel che si sognava?». Così, sebbene In The End non possa forse definirsi come uno sforzo particolarmente originale o ricercato da parte della band, l’onestà e la sincerità che pervadono ognuna delle sue tracce sono sufficienti a farne un addio ideale per una formazione tanto amata dal grande pubblico – un commiato toccante e, soprattutto, privo di alcun autocompiacimento o presunzione; in linea, dopotutto, con le predilezioni e la cifra artistica mostrate da Dolores O’Riordan lungo gli oltre vent’anni di una carriera contraddistinta da una passione e dedizione pressoché assolute verso la propria arte.

Il mito e la nascita della tragedia sono temi che continuano ad affascinare il territorio teatrale con un mondo in cui l’azione si concentra su un solo personaggio che spesso dà il nome all’opera. Come Medea. Scritta da Euripide e rappresentata ad Atene nel 431 a.C. (circa) fra tutte le tragedie è quella che maggiormente invita a essere riletta e trasformata in un monologo. La letteratura occidentale ce ne ha fornito innumerevoli esempi. Una delle ragioni, profondamente ancorate all’inconscio dell’uomo, è la straziante dimensione della sua terribile vendetta, di donna ma soprattutto di madre. Il suo sanguinario matricidio è destinato a segnare l’immaginario collettivo e a sconfinare nell’universo del femminile. È quello che si è prefissato anche lo scrittore francese Laurent Gaudé che nel 2003 si è impossessato del mito per raccontare la storia di una donna in tutta la sua forza poetica. Lo ha fatto situandola alle radici del tempo fra Occidente e Oriente, sommandola a un’altra inquietante origine, quella indiana, e trasformandola in Kali, dea hindu della morte, della danza, dell’amore e del male. Divinità dal volto spaventato e dalle molte braccia, Kali ha in mano simboli di una cosmogonia oscura, ancestrale, al collo porta una collana di teschi. Ribattezzato il personaggio in Medea Kali, vediamo tornare la protagonista a Corinto anni dopo la sua fuga ma ancora carica di vendetta e con una ferita che si trasforma in follia d’amore, in un’insostenibile e morbosa sensualità, in una incessante ricerca di pace. Le sue parole sono grida senza tempo, sono l’urlo di una femminilità che si dibatte nella crudeltà, di allora e di oggi, per un’affermazione sociale per la qua-

La musica prima di tutto

Personaggi In occasione dei concerti di Pasqua, abbiamo avuto l’opportunità

di avvicinare il maestro Bernard Haitink

Enrico Parola A novant’anni riuscire a risolvere delle parole crociate difficili dimostrerebbe una lucidità mentale fuori dal comune; ancor più ammirazione desterebbe un intellettuale novantenne capace di sostenere una conferenza su temi a lui consoni. Bernard Haitink è nato il 4 marzo del 1929 e oggi è uno dei direttori d’orchestra migliori al mondo. Non per anzianità: non è un mito vivente che si trascina su podi prestigiosi ricevendo applausi più per la sua carriera che per l’interpretazione offerta; non tentenna la bacchetta e non s’affida al «mestiere» per avviare orchestre poi lasciate all’autogestione. No. Il novantenne maestro olandese era cinquant’anni fa ed è anche oggi uno degli interpreti più profondi, intelligenti e carismatici che sia dato di ascoltare. Lugano ha avuto il privilegio, invidiato dalla Scala e dai teatri di mezzo mondo, di averlo per due concerti durante la settimana di Pasqua con l’orchestra Mozart, l’ultima creatura di Claudio Abbado che ha voluto come successore proprio Haitink. La quinta sinfonia di Schubert e l’«Eroica» di Beethoven sono state eccezionali non solo per la qualità tecnica dell’esecuzione,

Profondo interprete e conoscitore della musica classica. (agendalugano.ch)

ma per l’originalità della visione, la personalità dell’interpretazione, la cura di ogni dettaglio. E questo grazie ad Haitink. Lo confessavano gli stessi orchestrali in quei giorni, raccontando come il maestro correggesse, suggerisse, spiegasse, forte magari di un’intuizione nuova avuta durante una prova. A domanda precisa lui negherà, fedele come sessant’anni fa a una riservatezza e un’umiltà innate. «Perché

dirigo ancora alla mia età? Perché mi invitano» spiega sfoggiando un sorriso per nulla affettato; in questi giorni dirige i Berliner Philharmoniker, durante le ultime estati lo si è potuto ammirare anche al festival di Lucerna. «Però credo che per me il prossimo anno sarà sabbatico» e qui sì che sorride; l’addio alle scene che tutti temono? «Vediamo. Intanto continuo a far musica con le orchestre che più amo; la Mozart è formata da musicisti che militano in altre orchestre e si ritrovano per il puro piacere di suonare assieme; io godo a partecipare di questa gioia». Oltre sessant’anni di carriera sono un punto di vista privilegiato per giudicare le sorti della classica: «Ho debuttato al Concertgebouw di Amsterdam nel 1956, ho avuto la fortuna di vivere in un’epoca di giganti, da Kleiber a Solti e Karajan; ma già a metà Novecento sentivo vibrate lamentele contro l’invecchiamento del pubblico e l’inesorabile diminuzione del numero degli amanti di opere e sinfonie. Credo che il problema sia un altro: a Berlino, dove i biglietti hanno prezzi abbordabili, le sale sono piene di giovani e giovanissimi». In Haitink si cercherebbe invano una lode aprioristica ai bei tempi passati; anche quelli che lo riguardano: «Sono

cambiato e tanto. La natura ha le sue leggi e si fanno sentire sul mio corpo, non posso più muovermi come facevo un tempo: avanzo lento sul palco, mi devo reggere a un bastone, tra un tempo e l’altro di una sinfonia mi siedo un attimo, le braccia non volteggiano più come trent’anni fa. Ma davvero tutto ciò è un danno per la musica? Penso di no. Quando si è giovani si vuol dimostrare, ci si vuole imporre, si sente il bisogno di far capire a chi sta davanti che si hanno idee e personalità; lo facevo anch’io. Anno dopo anno ho capito che l’ideale è far scomparire sempre più il proprio io per far emergere la musica: ad esempio già prima che la vecchiaia si imponesse avevo iniziato a rendere i miei gesti più essenziali, spogliati di tante movenze superflue che finiscono per intralciare: alla fine a suonare non è chi sta sul podio ma chi imbraccia gli strumenti». L’unica lode al passato coincide con l’invadenza dei social: «Oggi, grazie ai social e ai media in generale, un giovane è osservato e studiato da tantissimi, non può permettersi di sbagliare o fare un passo indietro; sessant’anni fa c’era tutto il tempo di crescere e sbagliare, se ne poteva accorgere molta meno gente».

Medea Kali, in scena al San Materno, si è rivelata una «coreografia di parole».

le ci si deve ancora battere per conquistare rispetto, considerazione, spazio, uguaglianza. Una riflessione originale che Tiziana Arnaboldi ha voluto aggiungere alla programmazione del Teatro San Materno, solitamente votata alla danza contemporanea. Una scelta forse insolita ma non del tutto spiazzante. La Medea Kali che è stata proposta in un certo senso si è infatti rivelata una coreografia di parole attorno all’antico mito, una contaminazione fra miti e leggende, un monologo acceso lungo un percorso di immagini circolari e contrastanti, a cavallo fra Eros e Thanatos, dove il buio luttuoso di Medea si trasforma nel luccicante costume della dea hindu in un gioco attoriale restituito dalla sobria intensità recitativa di Viviana Lombardo. Una prova del Teatro Libero di Palermo per la regia diretta di Benno Mazzone (anche curatore della traduzione) che la platea ha seguito con molta attenzione, salutandola con numerosi applausi. / GT


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