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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXI 26 marzo 2018

Azione 13 -67 ping M shop ne 45–50 / 64 i alle pag

Società e Territorio Le Processioni storiche di Mendrisio con gli occhi di chi le organizza

Ambiente e Benessere Le biopsie liquide, un sistema per diagnosticare malattie, e in particolare certi tipi di tumore, attraverso un semplice prelievo di sangue

Politica e Economia Trump-Putin e la loro relazione frustrata

Cultura e Spettacoli La scrittrice Carol Joyce Oates racconta il «white trash» che ha votato Trump

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pagina 3 pagina 23

di Federico Rampini pagina 25

AFP

Facebook nella tempesta

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Manipolazioni su misura di Peter Schiesser Non è forse il sogno di ogni politico, raggiungere i suoi potenziali elettori con un messaggio personalizzato? I fatti emersi negli ultimi giorni, che Federico Rampini ci racconta a pagina 25, ci dicono che, potenzialmente e indirettamente, i social media lo permettono. Perlomeno tecnicamente, e fino a ieri anche legalmente, secondo le vecchie direttive interne di Facebook. E siccome tecnicamente è possibile accedere a una massa enorme di dati personali, i più spregiudicati non si lasciano sfuggire l’occasione. I profili di 50 milioni di elettori statunitensi finiti nelle mani della società di marketing politico Cambridge Analytica sono l’esempio più eclatante. Certo, siccome l’ormai licenziato direttore di Cambridge Analytica Alexander Nix si vantava pubblicamente di aver fatto vincere le elezioni a Trump, qualche domanda sulla campagna dell’attuale presidente ce la si dovrà pur porre. Non basta disporre dei dati personali, dei contatti, delle preferenze di qualcuno e dei suoi amici su Facebook, per poterne fare qualcosa. Bisogna saper creare un numero gestibile di profili, all’interno

dei quali poi affinare il messaggio, e in questo sono di grande aiuto i cosiddetti «profili psicometrici», o «psicografici», che suddividono le dimensioni della personalità in pochi (cinque) ambiti. Sulla base di questi, altri hanno sviluppato delle varianti in grado di definire i tratti della personalità sulla base di pochi like postati su Facebook. Visto che la tecnologia e gli algoritmi permettono anche di andare alla ricerca dei profili definiti, il gioco è fatto. Ora che si trova al centro del ciclone Alexander Nix si affretta a smentire che la vittoria di Trump sia stata favorita dalle strategie della Cambridge Analytica (e della sua consorella SCL). Resta il fatto che le risorse della campagna elettorale di Trump sono state indirizzate verso Stati che poi si rivelarono decisivi, ribaltando la sconfitta nel voto popolare totale, e che i fondi investiti dal suo team in internet – per un effetto perverso – si sono rivelati meglio investiti, in termini economici e politici, rispetto a quelli della Clinton. L’effetto perverso: come dice l’ ex dirigente di Facebook Antonio Garcia Martinez (nzz.ch, 22.3.18), i criteri per concedere spazi alla pubblicità nelle specifiche aste non dipendono solo dall’offerta in soldoni, ma anche dalla probabilità che il messaggio (pubblicitario

o di propaganda politica) abbia la massima diffusione; vengono quindi privilegiati i messaggi che suscitano maggiore indignazione. Non c’è messaggio che si diffonda più rapidamente, assieme alle notizie false, di quello che esprime indignazione. E grazie alla Cambridge Analytica i messaggi subliminali che dovevano smuovere le coscienze di un elettorato impaurito, in cerca di riscossa, oppure in quello deluso dal finto progressismo di Hillary Clinton, sono arrivati a destinazione. Meno di 80mila voti in più di Hillary in pochi cruciali Stati sono bastati per conquistare la Casa Bianca. Sapremo in futuro quanto decisiva è stata Cambridge Analytica? Trump è forse anche in questo un apripista: ti manipolo politicamente le emozioni, le paure, le frustrazioni, la voglia di rivincita, e lo faccio in modo sempre più personalizzato. Una finta, pretesa vicinanza fra politico e elettore, un espediente moderno del leader carismatico, nel solco di vecchie tradizioni. 80-90 anni fa la radio fu lo strumento per eccellenza della propaganda nazista: raggiungeva tutti, toccava le corde emotive e inconsce di tanti. Il problema è certo che c’è chi manipola le menti, ma un problema ancora più profondo è che ci sono così tante menti disposte a farsi manipolare.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Attualità Migros

M Ormai i contadini conoscono bene la Migros Risicoltura Da anni Migros coltiva riso biologico in India e Thailandia. Daniel Feldmann, direttore della Riseria

di Taverne, un’industria della Migros, ci spiega perché i contadini locali si rifiutano di vendere la produzione al miglior offerente e descrive il loro legame con l’azienda svizzera

Thomas Tobler* Signor Feldmann, in questi giorni il riso proveniente dall’India e dalla Thailandia sta arrivando alla Riseria di Taverne e presto sarà venduto nei supermercati Migros con il marchio «Bio Mister Rice». Il 2017 è stato una buona annata?

Siamo molto soddisfatti della qualità che ci è stata consegnata e i nostri risicoltori hanno anche rispettato i quantitativi pattuiti. Tuttavia, la situazione in questi due paesi è delicata, pur per ragioni diverse. Iniziamo descrivendo il contesto indiano.

Da quando l’Unione europea ha abbassato i valori massimi dei residui di pesticidi nel riso basmati al livello applicato in Svizzera, è diventato molto più difficile rifornirsi in India, perché la domanda si è impennata. Il problema principale è che i tenori dei residui sono elevati nelle regioni risicole tradizionali a causa dell’inquinamento del suolo. E questo anche in assenza di trattamenti chimici. Sono interessate dal problema anche le zone di produzione della Migros?

No. Quando, sette anni fa, abbiamo iniziato a coltivare il riso basmati nel Nord dell’India, abbiamo subito deciso di rinunciare ai pesticidi e ai concimi e di puntare sul biologico. Nella nostra zona di produzione, il riso non è mai stato esportato prima: i contadini hanno sempre lavorato unicamente per sopperire al loro fabbisogno. Così facendo non hanno avuto la tentazione di fertilizzare eccessivamente il terreno.

Migros. Nonostante esista un contratto, non hanno alcun obbligo di consegnare a noi il loro riso. Se volessero, potrebbero mettere il loro raccolto sul mercato, speculare e vendere al miglior offerente.

E non lo fanno?

No, per fortuna! O perlomeno non attualmente. Lavoriamo assieme ormai da tanti anni e intratteniamo rapporti molto diretti sia con i nostri partner commerciali indiani sia con gli agricoltori. Stanno dando prova di lealtà nei nostri confronti e rispettano le condizioni di consegna stabilite, e questo benché verso il riso ci sia un crescente interesse. È una prova della stima che ci riservano.

Come si può descrivere la cooperazione tra la Migros e i risicoltori indiani? Questi ultimi conoscono personalmente i rappresentati del grande distributore o sanno solo che il riso prende la via della Svizzera?

Gli agricoltori che coltivano riso basmati in India sono circa 750… ed ovviamente non li conosco tutti personalmente (ride)! Intratteniamo contatti regolari con il nostro partner sul posto e una volta all’anno visito i contadini per informarli sulla commercializzazione del loro riso. Vi garantisco che la prossi-

Appena giunto, il riso thailandese viene versato nei silos della Riseria. (MM)

ma volta gli farò leggere questa intervista! Ormai conoscono bene la Migros e si tengono al corrente dei prezzi di mercato, ciò che a volte rende le trattative più difficili per noi (sorride). Stando così le cose, siamo ben felici di poter discutere su un piano di parità con una controparte trasparente e informata.

Sì, il riso jasmine thailandese è prodotto senza la minima quantità di fertilizzante chimico. Al momento del nostro arrivo, cinque anni fa, i contadini erano già sensibilizzati su questo punto. Coltivavano il riso esclusivamente secondo i principi bio, preservando l’acqua, il suolo e la loro stessa salute.

Quali sono le conseguenze di questa collaborazione sulla vita quotidiana dei contadini?

Credo che a loro dia soprattutto la sicurezza di poter vendere il loro riso a un prezzo interessante, nonché equo. Inoltre, il nostro progetto contribuisce indubbiamente a limitare l’esodo dalle campagne. Infatti, se i raccolti hanno un valore che dà ai contadini la possibilità di guadagnarsi la vita, essi preferiscono restare sulle loro terre e dedicare le loro energie a coltivarle.

E questo riso biologico prodotto dai risicoltori Migros in India è sempre molto richiesto.

Assolutamente. Ma va fatta una precisazione: non si tratta esattamente di risicoltori che lavorano in esclusiva per la

Siamo in India; il riso viene trasportato fino ai villaggi, dove viene preso in consegna personalmente dai partner della Migros. (MM)

Daniel Feldmann, direttore della Riseria di Taverne. (MM)

Adesso parliamo un po’ della Thailandia. Quali ostacoli avete incontrato in questo paese?

L’anno scorso la quantità di riso che aveva la qualità richiesta è crollata a causa delle forti precipitazioni. In presenza di una domanda costante, una diminuzione dell’offerta si traduce necessariamente in problemi di approvvigionamento e in un rialzo dei prezzi. Alla fine, però, anche i produttori thailandesi hanno consegnato i volumi stabiliti.

Diversamente dalla nostra collaborazione di lunga data instaurata in India, con i risicoltori thailandesi lavoriamo direttamente solo da cinque anni. Comunque ci hanno fornito le quantità promesse nei tempi previsti: e la qualità è assolutamente irreprensibile. Come in India, anche qui si tratta di un segnale molto positivo per noi, in quanto anche gli agricoltori thailandesi sono completamente liberi di vendere i loro raccolti a chi offre di più. Anche il riso coltivato in Thailandia è biologico?

Migros li sostiene anche con una formazione agricola?

Il nostro partner sul posto li associa regolarmente a progetti di formazione, che consistono, ad esempio, nel selezionare le sementi per migliorare la qualità del riso anno dopo anno oppure nel provare metodi di semina differenti allo scopo di bonificare il suolo e favorire la formazione di humus. Inoltre, imparano anche a ridurre le loro emissioni di CO2. Un aspetto che va molto aldilà degli standard bio. * Redattore di Migros Magazin

Apre a Grancia il nuovo Do it + Garden di Migros Ticino

Negozi specializzati S’inaugura questo giovedì la filiale di via alla Roggia 1. Per l’occasione, fino a sabato 31 marzo,

sostanziosi omaggi e 10% di sconto sull’intero assortimento Questo strategico punto vendita, fortemente voluto dall’azienda, va a completare la rete dei negozi specializzati di Migros Ticino nella regione del Luganese, con un’ottica di servizio e prossimità alla clientela. Il nuovo centro Do it + Garden – il quinto dopo Agno, Morbio Inferiore, Losone e Taverne – avrà una superfice interna di 1900 m2, integrata da altri 300 m2 di area vendita esterna. Anche a Grancia, Migros Ticino, grazie a un collaudato e apprezzato formato di vendita, andrà a soddisfare le esigenze di famiglie, artigiani e giardinieri dilettanti, ma anche di uomini e donne che non hanno alcuna esperienza in materia di «fai da te». Con assortimenti strutturati e preselezionati, comprensivi di oltre 14mila articoli divisi in varie macro aree quali ad esempio giardinaggio, bricolage, illuminazione, articoli per la casa, macchinari e ferramenta, accessori per

veicoli a motore e animali domestici, ogni esigenza degli avventori potrà essere soddisfatta. Il layout a elevata visibilità nella filiale, una consulenza professionale sotto tutti i punti di vi-

Azione

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

sta e idee e ispirazioni soprattutto nei settori Homing, Living e Gardening, uniti a un’accurata scelta di prodotti sostenibili e rispettosi dell’ambiente, vogliono rappresentare la chiave del

Il team del nuovo Do it + Garden di Grancia, il quinto di Migros Ticino. (TiPress)

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

successo di questo nuovo commercio. Nella filiale sarà allestita anche un’accogliente area ristoro con servizio bar per caffè e aperitivi. L’investimento ha toccato i due milioni di franchi. Lo stabile è stato riammodernato ed è ora dotato di un impianto d’illuminazione a LED che garantisce efficienza e un basso impatto ambientale. Anche per questa realizzazione, Migros Ticino ha favorito imprese e artigiani locali e svizzeri, ai quali è stata affidata la totalità delle commesse. Il moderno esercizio, che si prefigge l’obiettivo di diventare un nuovo punto di riferimento in zona, si situa nei pressi di un’importante arteria viaria e può essere facilmente raggiunto con i principali mezzi pubblici o in automobile: dispone infatti di una cinquantina di comodi parcheggi gratuiti. Per sottolineare questo nuovo si-

gnificativo intervento nella propria rete di vendita, Migros Ticino ha previsto varie iniziative: durante la tre giorni di apertura, i primi cento clienti di ogni giorno, recandosi al banco Informazioni con il proprio scontrino, riceveranno un consistente omaggio. Sempre da giovedì 29 a sabato 31 marzo sarà concesso uno sconto generale del 10% sull’intero assortimento. E dalle 10 di sabato 31 marzo festa popolare con griglia: bibite, bratwurst e luganighette in omaggio per tutti. L’esperto responsabile di filiale Emanuele Bellemo e i suoi dodici collaboratori, cordiali e ben preparati, sono pronti a soddisfare i bisogni della clientela con cura e attenzione, in un clima accogliente e famigliare.

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Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch

Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Orari di apertura:

Lunedì – venerdì: 08.00-18.30. Giovedì:08.00.21.00. Tel. 091 821 73 00

Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Società e Territorio La scuola oggi Scuole dell’infanzia ed elementari: il ruolo dei docenti, il benessere dei bambini, il rapporto con le famiglie. Ne parliamo con Rezio Sisini pagina 5

Il futuro dell’autostrada ticinese L’Ufficio federale delle strade è impegnato in grandi progetti ma anche in opere di manutenzione e sicurezza: intervista all’ingegnere Marco Fioroni pagina 6

Videogiochi A 20 anni di distanza dalla prima fortunata edizione arriva ora Age of Empires Definitive Edition pagina 8

Nel cuore delle Processioni Pasqua A Mendrisio fervono i preparativi

Roberto Porta «È un’azienda, sì penso proprio che si possa utilizzare questo termine. Un’azienda in cui lavorano circa duecento persone», così ci dice Mario Tettamanti, da quasi quarant’anni presidente a Mendrisio delle Processioni storiche del Venerdì Santo. Il numero è quello dei volontari – su per giù duecento – che si mettono a disposizione nel preparare e nel gestire i due cortei che da circa 400 anni percorrono le vie del centro storico di Mendrisio, il giovedì e il venerdì della Settimana Santa. E non è un impegno di poco conto: ci sono centinaia di costumi da preparare, caschi e corazze da lucidare, cavalli da tenere a bada e statue e lampioni da disporre nell’ordine di sfilata. Un’organizzazione certosina che necessita di almeno un paio di mesi di preparazione intensa, grazie appunto al lavoro dei volontari. «Il problema più difficile da risolvere per le Processioni del venerdì è quello della ricerca dei figuranti, per la maggior parte bambini e ragazzi – sottolinea ancora Mario Tettamanti – ne abbiamo bisogno ben 700 ed è davvero una sfida riuscire ogni anno a raggiungere questa soglia, indispensabile per poter permettere al nostro corteo di sfilare nella sua completezza». Opposto per certi versi invece il problema per chi organizza la processione del giovedì, visto che per l’interpretazione dei personaggi più importanti si deve ricorrere a una selezione effettuata da una commissione ad hoc. «Questo è per me il compito più arduo, non è mai facile comunicare queste scelte a chi rimane escluso», fa notare Edio Cavadini, anche lui da quasi quattro decenni presidente della processione del giovedì, in cui il ruolo più significativo è senza dubbio quello di Gesù. Per candidarsi a portare la croce occorre rispettare criteri ben precisi, come ad esempio quello dell’età

massima, fissata a 40 anni. «Dopo aver fatto per tante edizioni il legionario e il guerriero romano ad un certo punto ho deciso di inoltrare la candidatura per impersonare il Cristo», ricorda Paolo Danielli, che proprio l’anno scorso rivestì il ruolo di Gesù. Prima però Paolo ha dovuto attendere ben otto anni, non senza dubitare di riuscire mai a raggiungere il suo obiettivo. «In effetti, pur ricevendo puntualmente rassicurazioni sul fatto che il mio nominativo fosse ancora presente nella lista delle candidature, qualche timore col passare degli anni l’ho avuto anche perché i quarant’anni d’età si avvicinavano, l’età limite per quel ruolo». Poi l’anno scorso all’improvviso squillò il telefono. «Qualche settimana prima della processione ho ricevuto la fatidica telefonata del presidente Cavadini, la ricordo ancora molto bene! Con essa, oltre all’imperativo di mantenere segreto il ruolo, la convocazione per una serata di prove dove incontrai per la prima volta colui che sarebbe stato il mio Cireneo, pronto ad aiutare nel portare la croce. Insieme abbiamo visionato un filmato delle passate edizioni delle processioni, per entrare nel giusto ambiente, e poi abbiamo provato a portare la croce su brevi tragitti. La preoccupazione maggiore era provare le tradizionali cadute, che sono i momenti più attesi della figura del Cristo durante la processione. Devono essere perfette ed effettuate senza paura… di sbucciarsi le ginocchia!». Prove che «devono svolgersi in gran segreto – precisa il presidente Cavadini – per tradizione nessuno deve sapere a chi sono stati assegnati quei ruoli, perlomeno fino al termine della processione». Esercitazioni di questo tipo vengono fatte anche per altri personaggi, come ad esempio i ladroni e i giocatori di dadi, che si giocano il manto rosso di Gesù. «Ero teso e preoccupato – ricorda Paolo Danielli – Poi la processio-

TiPress

delle Processioni storiche che ogni anno coinvolgono circa duecento volontari e che presto potrebbero essere riconosciute dall’UNESCO

ne inizia, a piedi scalzi m’incammino con la croce sulla spalla. E tutto, improvvisamente, si trasforma. Ti rendi conto che, da credente e da momò legato alle proprie tradizioni, quel ruolo è sì un privilegio che ti capita una volta nella vita, ma è anche un personaggio che vesti con enorme rispetto. Senti di rappresentare qualcosa di grande, ma anche un uomo colpito da incredibili sofferenze. Lungo tutto il percorso mi colpì molto il silenzio e il rispetto della gente quando passavo. E, nonostante la folla, il senso di solitudine: ero solo con me stesso, con i miei pensieri e la fatica del procedere. Un’esperienza incredibile, toccante, emozionante!». Con alla fine anche un po’ di mal di schiena. «La croce non è poi così pesante quando la sollevi all’inizio, ma poi i dolori alla spalla si fanno sentire lo stesso! Tra le preoccupazioni maggiori c’era anche quella di camminare a piedi nudi. Fortunatamente non è stata una serata particolarmente fredda, e alla fine

è andata meglio di quanto pensassi». Gesta che insieme a quelle di tutti gli altri partecipanti potrebbero presto portare all’iscrizione delle processioni di Mendrisio nella lista UNESCO del patrimonio culturale immateriale. Il dossier di candidatura è stato spedito il 19 marzo e tra gli aspetti che l’UNESCO vaglierà vi sarà proprio l’intensità del sostegno popolare a questa tradizione storica. «Nel caso delle Processioni, dato il coinvolgimento continuo e davvero motivato delle autorità, ma soprattutto della comunità, che sente e mantiene vive le processioni, non vi è motivo alcuno per considerare questa tradizione in pericolo – ci dice Nadia FontanaLupi che anche in veste di direttrice di Mendrisiotto Turismo si è occupata dell’intero dossier UNESCO – Il numero dei volontari che partecipa all’organizzazione e alle due sfilate conferma infatti il forte interesse, che chiaramente va alimentato per quanto concerne

la trasmissione alle generazioni future, così come si sta facendo e si prevede di fare». Una candidatura che farà leva anche sull’aspetto «artistico-religioso» della processione: i trasparenti. «Sono l’elemento che le distingue e le rende uniche, sia che si tratti dei grandi trasparenti affissi lungo le vie, o di quelli piccoli portati come lampioni nella processione del venerdì – fa notare Nadia Fontana-Lupi – La tecnica esecutiva che è stata tramandata fino ai giorni nostri e sembra essere unica a detta degli esperti. L’atmosfera creata dai trasparenti accesi ed affissi lungo le vie del centro storico è davvero indimenticabile». Un’atmosfera e una tradizione di cui si trovano le prime tracce storiche attorno al 1600. Non per nulla il professor Mario Medici, nel suo volume Storia di Mendrisio parlò di «una traccia profonda attraverso i secoli», quella lasciata appunto da queste due processioni. Storia e anche futuro del tempo pasquale a Mendrisio.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Società e Territorio

Una scuola per il benessere del bambino Formazione La carenza di docenti nelle scuole dell’infanzia ed elementari si supererà nei prossimi anni.

La professione è ancora attrattiva, ma sempre più femminile

borazione della famiglia» dice Sisini. «L’obiettivo della scuola è il benessere del bambino. Sembra banale, ma non lo è. A volte si dimentica questo aspetto. Se un bimbo si addormenta sulla sedia alla scuola dell’infanzia bisogna capire perché e parlarne con i genitori. Capire se ci sono problemi a casa. Certi aspetti educativi che una volta erano sulle spalle della famiglia e anche della società ora sono demandati alla scuola, che ne viene sommersa. Deve fare di tutto, ma il tempo è sempre lo stesso, non si dilata, e quindi diventa a volte un lavoro soffocante e si fatica a trovare le risorse. Poi ci sono i bambini problematici, che portano il disagio famigliare all’interno della scuola. Il mestiere del docente è sempre più complesso e delicato. Quello che dice e che fa è sempre sotto la lente di tutti, genitori e società. Oggi si tende a esasperare questo controllo. Se i genitori non sono soddisfatti minacciano di informare la stampa per criticare il docente. E la stampa, quando parla dei bambini, deve tener conto di situazioni che possono essere delicate».

Fabio Dozio «Caro sore, voi siete vecchi, la scuola è vecchia e troppo lenta. Se voglio avere un’informazione vado su internet e trovo immediatamente ciò che mi serve. Se chiedo a lei passano cento anni». «Non sono d’accordo, – ci dice Rezio Sisini, che si è sentito apostrofare in questo modo da un giovane allievo – la scuola deve diventare un’isola di resistenza contro tutto questo bisogno di velocizzare. Dobbiamo prenderci il tempo per conoscere e approfondire. I mezzi di comunicazione (tablet, smartphone, ecc.) sono importantissimi, io li utilizzo, ma con finalità che stabilisco. Bisogna far capire ai ragazzi che sono importanti per la conoscenza, ma devono essere utilizzati in sicurezza. Non si tratta di proibire, ma di usarli nella realtà scolastica quotidiana in modo intelligente». Sisini è il caposezione delle scuole comunali del Dipartimento dell’educazione della cultura e dello sport. È il responsabile dei 531 docenti di scuola dell’infanzia e dei 1297 di scuola elementare. Un plotone di 1800 persone: fra le figure più importanti in un paese, per la formazione del cittadino. Una delle finalità della scuola dettate dalla legge (art.2) è che essa: «sviluppa il senso di responsabilità ed educa alla pace, al rispetto dell’ambiente e agli ideali democratici e favorisce l’inserimento dei cittadini nel contesto sociale mediante un’efficace formazione di base e ricorrente». La scuola dell’infanzia e la scuola elementare sono tasselli fondamentali del sistema formativo ed educativo, ma se ne parla troppo poco. Negli anni scorsi le scuole dell’infanzia ed elementari sono state confrontate con una penuria di docenti. Un tema ancora d’attualità, ma da uno studio previsionale, che verrà presentato prossimamente, risulta che per i prossimi anni la situazione dovrebbe migliorare. Dal 2016 al 2020 nelle scuole dell’infanzia saranno necessari 105 nuovi docenti. Il Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI (la vecchia Magistrale) ne dovrebbe formare un’ottantina. Ne mancano quindi 25 che si troveranno fra i diplomati provenienti da altre scuole svizzere, in particolare da Coira. Per rispondere al fabbisogno, anche per le supplenze, si potrà far ricorso alla misura che permette di incaricare a metà tempo gli studenti al terzo anno di formazione. Per la scuola elementare il fabbisogno è stimato in circa 170 docenti. Il DFA ne

Oggi alla base del Piano di studi della scuola dell’obbligo ticinese vi è l’insegnamento per competenze. (Tipress)

formerà, entro il 2020, circa 280, quindi non ci saranno problemi, anche se il prossimo anno scolastico sarà ancora un po’ critico, in particolare per la ricerca dei supplenti. La professione di insegnante è ancora attrattiva? «Penso proprio di sì, anche vedendo i numeri. In ogni caso cerchiamo di promuovere la professione, abbiamo preparato anche filmati accattivanti per questo scopo. – afferma Sisini – Oggigiorno ci sono anche possibilità di diventare docenti seguendo percorsi formativi originali. Abbiamo per esempio un falegname che ha deciso di insegnare. Ora è maestro elementare e la sua precedente formazione è sicuramente preziosa anche nella docenza». Un altro aspetto che riguarda la trasformazione di questa professione è la femminilizzazione. Sono sempre più le donne a scegliere l’insegnamento: alle scuole dell’infanzia sono il 98,8, alle elementari il 79 per cento». Le donne lavorano spesso a tempo ridotto – precisa Rezio Sisini – ed è aumentato il numero delle doppie docenze, metà tempo per due insegnanti. L’allievo ha due persone di riferimento, è interessante e positivo perché c’è un confronto fra gli stessi docenti e anche una collaborazione nell’attività didattica. Inoltre, da quest’anno, c’è un’importante novità relativa alla retribuzione. Finalmente i docenti di scuola dell’infanzia sono parificati a quelli elementari per quanto riguarda

lo stipendio. Con la riforma nazionale Harmos la scuola obbligatoria comincia a quattro anni. Le maestre dei piccoli devono occuparsi di un aspetto formativo importante con tre fasce di età e quindi devono applicare una differenziazione pedagogica che impone modalità di gestione che l’allievo potrà utilizzare anche negli ordini scolastici superiori. Non sono solo bambini che giocano». Fa discutere il Piano di studi proposto nel 2015. Proprio nei giorni scorsi il Movimento della scuola ha sollevato alcune critiche chiedendo che si valuti l’efficacia di questo documento, un mattone di 280 pagine, che insiste molto sul concetto di insegnamento per competenze. «Bisogna considerare – spiega Sisini – che i vecchi programmi della scuola dell’infanzia e delle elementari risalgono agli anni ottanta e novanta. Il piano di studi è trasversale a tutta la scuola dell’obbligo. È un esercizio partito nel 2010 e deve avere un’evoluzione. Il Piano romando ha 17 anni di vita e viene continuamente aggiornato. Questa nostra prima versione deve quindi essere sviluppata, aggiornata, snellita. Ci sono cose ridondanti, potrà essere ridotto a 100/150 pagine. Però l’insegnamento per competenze non viene messo in discussione. Il docente deve essere autorevole, conoscere molto bene la sua disciplina, ma poi deve diventare un mediatore, deve accompagnare l’allievo ad apprende-

re e a sviluppare gli strumenti che gli permettano di ricordare le nozioni, contestualizzarle e sviluppare un ragionamento che produca un pensiero. Questo è l’aspetto affascinante del mestiere di insegnante. Se andiamo avanti con un metodo nozionistico non si riesce a costruire le competenze del cittadino che deve maturare uno spirito critico per affrontare i problemi con un approccio olistico e non subirli». Come fate a spiegare ai genitori il significato delle competenze? «Abbiamo preparato un volantino a questo scopo» precisa il responsabile delle scuole comunali. «È un documento di contatto tra scuola e famiglia, i docenti e i direttori devono parlarne con i genitori. Il concetto principale è che le discipline fondamentali, le materie di insegnamento, non bastano da sole per permettere la migliore formazione del bambino. Ci sono anche altri due ambiti importanti, le competenze trasversali (sviluppo personale, comunicazione, pensiero critico, pensiero creativo, strategie di apprendimento) e la formazione generale (tecnologie e media, salute e benessere, scelte e progetti personali, educazione alla cittadinanza, contesto economico e consumi). La competenza si manifesta nella capacità di collegare, dare significato e utilizzare efficacemente i propri apprendimenti». Che ruolo hanno le famiglie? «La scuola deve sempre cercare la colla-

«Il mestiere del docente è sempre più complesso e delicato. Quello che dice e che fa è sempre sotto la lente di tutti» «La scuola che verrà» propone riforme anche nelle scuole comunali. Per quanto riguarda le elementari si prevede di introdurre un docente-risorsa, ogni otto sezioni. Un insegnante in più che possa assistere e coordinare i processi didattici. Altro aspetto è l’introduzione di una figura, una specie di coach, finanziato dal Cantone, che nelle scuole comunali curi la formazione dei docenti e aiuti l’istituto a sviluppare progetti per migliorarsi. Terzo elemento, si tratta di garantire la presenza continua dei docenti speciali, di educazione fisica, musica, ecc. per alleggerire il docente. Insomma, si cerca di sostenere e coadiuvare l’insegnante, la figura più importante del mondo della scuola, che rimane il fulcro e il responsabile della qualità dell’insegnamento, al di là della bontà dei programmi e dei piani di studi. «Credo che lo Stato debba investire nella formazione. La scuola dell’obbligo, in particolare, è un caposaldo che fa prevenzione preparando i futuri cittadini ad assumere un ruolo critico e costruttivo», conclude Rezio Sisini.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Germano Zullo, Albertine, Il mio piccolino, Bompiani È un libro sulla vita, sul susseguirsi delle generazioni, sulla storia di ognuno e di ogni famiglia. O più semplicemente è una storia d’amore. C’è una mamma, e c’è il suo bambino. Il suo «piccolino», che cresce, tra gli abbracci e gli sguardi, accudito da lei. Il tempo passa, e ora è la madre a diventare piccolina, a lasciarsi andare all’accudimento del figlio diventato grande, così tanto più grande di lei, che è sempre più piccola, fino a diventare, prima di dissolversi, quasi un uccellino sulla spalla del figlio, tra le sue mani. Scomparirà la mamma, ma intanto, lungo tutta la vita insieme, avrà raccontato al figlio la «loro» storia: «E quando te l’avrò raccontata. Ti apparterrà. Per sempre». I punti cadenzano le brevissime frasi del testo, che ritmano ogni pagina, quasi come versi di una poesia. Solo una frase, in basso. Per il resto le pagine, in cui prevale la nitidezza del

foglio bianco, ospitano il tratto nero, sobrio e intenso, delle illustrazioni di Albertine, le quali danno vita alla relazione dinamica tra figlio e madre, un gesto dopo l’altro, quasi una danza, che si anima se le pagine si fanno scorrere velocemente con il pollice come in un flip-book, o che si fa meditare lentamente se si dà loro il ritmo lento di un passo dopo l’altro. È il ritmo del cuore e della vita, veloce o lento, gioioso o malinconico, che costella questa storia originale e profonda: una storia che ci parla dell’importanza della «nostra»

storia, la storia della nostra vita con chi amiamo e ci ha amato, e che – anche se è diventato così fragile da scomparire alla vista – non se ne andrà mai davvero. Perché quella storia ci apparterrà. Per sempre. Con questo libro, appena pubblicato in italiano ma uscito in originale dalla casa editrice ginevrina La Joie de Lire, la coppia di affermati artisti romandi ha vinto l’anno scorso il Bologna Ragazzi Award. Nicoletta Costa, I Bombi, Emme Edizioni. Da 2 anni Dal talento e dall’esperienza di Nicoletta Costa, arriva una nuova serie per i primissimi lettori. Dopo Giulio Coniglio, Nuvola Olga, Strega Teodora e tutti gli altri, ecco la verdissima famiglia Bombi, una famiglia di grilli che vivono «in una piccola casa ai margini del prato». Il papà è maestro di canto, la mamma è sarta e i tre piccolini frequentano la scuola

materna e l’asilo nido. Le loro giornate da grilli sono normali giornate di ogni famiglia, scandite dai ritmi quotidiani: la colazione, gli accompagnamenti a scuola, la stanchezza di fine giornata, la gioia di ritrovarsi tutti insieme. E il superamento dei problemi grazie all’aiuto e alla solidarietà degli amici. «Storie di ospitalità e di amicizia» è infatti il sottotitolo della serie, di cui finora sono usciti due volumi in robusto cartonato: La famiglia Bombi e La famiglia Bombi in viaggio. Nel primo vediamo la famiglia che si sveglia, fa colazione e poi esce a bordo dell’Erbamobile, la quale, però, non riesce a

partire e si metterà in moto grazie alla generosa spinta della vicina di casa, Iris Bombardino. La giornata scorre tra scuola e lavoro: è interessante il fatto che la prospettiva mostrata non sia quella degli eventi scolastici, ma quella dei genitori al lavoro, con le loro incombenze non sempre facili. Il che richiama delicatamente ai bambini il fatto che tutti in famiglia la sera possono essere stanchi e che occorre rispettarsi vicendevolmente: i genitori grilli non sono i servitori dei loro figli, che la mattina si preparano per quanto possibile da soli e che sanno che si fa colazione senza cincischiare né fare i capricci perché tutti devono uscire per tempo. Così, con la collaborazione di tutti, si può vivere più sorridenti e rilassati. E si può anche accettare la frustrazione di un’Erbamobile che la sera proprio non vuole ripartire e ti fa tornare a casa a piedi. Ma che bello poi trovare la cena pronta grazie alla solidarietà dei vicini!


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Società e Territorio

L’autostrada ticinese domani

Incontri L’ingegnere Marco Fioroni, direttore della filiale ticinese dell’Ufficio federale delle strade, parla dei progetti

e delle opere future lungo la A2, ma anche di manutenzione, sicurezza e nuove tecnologie Stefania Hubmann Quale sarà il volto dell’autostrada ticinese fra una ventina d’anni? Quali le sfide e le opportunità da cogliere per affrontare il futuro? Il traffico è in costante aumento su tutte le strade nazionali svizzere, ma attuare interventi per migliorare radicalmente la situazione in tempi brevi non è possibile. La consapevolezza e la volontà di risolvere i problemi non sono sufficienti, in particolare di fronte a procedure di progettazione sempre più complesse. L’Ufficio federale delle strade (USTRA), presente da dieci anni nel nostro Cantone con la filiale di Bellinzona, è impegnato sia in grandi progetti che modificheranno la tratta ticinese della A2, sia nell’attuazione di innovative misure per far fronte alle situazioni più critiche. Quando l’ingegnere Marco Fioroni assunse la direzione della filiale ticinese dell’USTRA, cui competono anche le strade nazionali grigionesi, la proprietà delle strade nazionali era appena stata trasferita dai Cantoni alla Confederazione e con essa il ruolo di committente. Cinque filiali coprono l’intero territorio, seguendo i diversi progetti e delegando all’economia privata la realizzazione dei medesimi. A Bellinzona, tutto è stato concepito ex novo. In un decennio il personale, compreso il punto d’appoggio di Thusis, è quasi raddoppiato raggiungendo 44 unità. Verranno inoltre richieste nuove assunzioni per far fronte a partire dal 2020 ai nuovi tratti di competenza federale, vale a dire i collegamenti Bellinzona-Locarno e Stabio Est-Gaggiolo e il Passo dello Julier. Oggi in Ticino le sfide principali sono rappresentate dal traffico e dall’invecchiamento dell’autostrada. Due problemi che incidono reciprocamente l’uno sull’altro. «Gli interventi di manutenzione dell’autostrada diventano sempre più importanti e devono convivere con il traffico», spiega Marco Fioroni. «Su certe tratte è impensabile ridurre la percorrenza a una corsia durante il giorno, per cui si lavora di notte come attualmente nella galleria Melide-Grancia. Essa si trova lungo la prima tratta autostradale messa in servizio cinquant’anni fa (Mendrisio-Grancia 1967). Seguirono

Lamone-Rivera nel 1973 e i tronchi del Sopraceneri all’inizio degli anni Ottanta, dopo l’apertura della Galleria del San Gottardo». A marcare l’evoluzione di questi decenni sono stati da un lato l’aumento del traffico e dall’altro lo sviluppo delle norme di sicurezza e di salvaguardia dell’ambiente. «Il traffico sulle strade nazionali – precisa il direttore della filiale USTRA di Bellinzona – dal 1990 ad oggi è praticamente raddoppiato, mentre sulle altre categorie l’aumento è stato più contenuto. Per quanto riguarda l’autostrada ticinese, il maggior numero di transiti interessa Grancia (circa 75mila veicoli al giorno nel 2016 con punte di 3200 veicoli all’ora il mattino e la sera) e la circonvallazione di Lugano (poco meno di 70mila). In genere sono i poli come Lugano e Bellinzona, e di conseguenza anche il Monte Ceneri, a registrare aumenti costanti e significativi, mentre i transiti nelle gallerie del San Gottardo e del San Bernardino negli ultimi anni si sono stabilizzati». Aumento del traffico significa non solo crescita del rischio di incidenti, ma anche maggiore inquinamento fonico e dell’aria. Per quest’ultimo aspetto molto è migliorato grazie all’evoluzione tecnica dei veicoli, mentre contro il rumore sono stati realizzati e tuttora si progettano importanti intervenuti lungo l’autostrada. Le barriere di protezione sorte negli ultimi trent’anni in diversi tratti a protezione dei centri abitati sono abbinate alla pavimentazione fonoassorbente. Marco Fioroni: «Questa misura concerne l’ultimo strato della pavimentazione ed interessa al momento circa la metà della A2 in territorio ticinese. Il restante 50% sarà sostituito man mano sull’arco dei prossimi dieci anni, in concomitanza con il risanamento dei diversi tronchi». Quali invece le principali misure a favore della sicurezza? «La nostra attenzione si concentra sulla posa di barriere più performanti e mobili per separare le corsie in particolare durante i lavori, sulla posa di nuovi cancelli per facilitare i soccorsi e su diversi progetti di autosalvataggio nelle gallerie con la costruzione di nuovi cunicoli di sicurezza. Anche la tecnologia permette di compiere grandi progressi in questo ambito.

Barriere contro l’inquinamento fonico a Bissone. (USTRA)

Pensiamo ad esempio alla videosorveglianza e alla gestione della velocità». Quest’ultima disposizione, già sperimentata durante l’apertura dei cantieri sulla tratta Lugano-Mendrisio, dovrebbe entrare in funzione in via definitiva sullo stesso tronco l’anno prossimo. L’intervento comporta un grande studio per sincronizzare tutti i segnali in modo che le modifiche della velocità siano tempestive e quindi efficaci. L’esperienza nel resto della Svizzera permette di affinare il sistema che in Ticino testerà un nuovo modo di raccogliere i dati, trasmessi in tempo reale via satellite dai cellulari dei conducenti e dai sistemi di navigazione (GPS) dei veicoli. «Riducendo la velocità di 20 km/h, ad esempio, si aumenta la capacità di 300 veicoli all’ora, evitando situazioni di blocco completo del traffico», precisa il nostro interlocutore. «Il nostro obiettivo è di ritardare l’attuazione di misure più drastiche come il dosaggio alle entrate che penalizzano maggiormente chi vuole immettersi nell’autostrada. Questo provvedimento è comunque già una realtà in Svizzera, ad esempio lo è stato durante la costruzione della nuova circonvallazione di Berna. Non bisogna infatti dimenticare che lo scopo principale di una strada nazionale e quindi dell’autostrada non è di assorbi-

re il traffico locale, bensì di garantire l’attraversamento del Paese, in questo caso lungo l’asse Nord-Sud». La realizzazione della terza corsia fra Lugano e Mendrisio resta comunque uno degli obiettivi principali a medio termine come stabilito dal Programma per l’eliminazione delle strettoie. Al momento il finanziamento, stimato in 800 milioni di franchi, non è assicurato e si è solo all’inizio del progetto di cui USTRA e Dipartimento del Territorio nel 2016 hanno scelto la variante di tracciato. Questa prevede la costruzione di un nuovo tubo nella galleria Melide-Grancia, l’utilizzo della corsia d’emergenza sul ponte diga per contenere i costi e preservare il paesaggio e l’allargamento dei due tubi della galleria di Maroggia. L’inizio dei lavori al momento è previsto nel 2027. Sta invece entrando nel vivo la costruzione del Centro controllo veicoli pesanti e area multiservizi a Giornico. L’opera, il cui costo è di 250 milioni di franchi, dovrebbe essere pronta per il 2022 e servirà a meglio controllare e dosare i mezzi pesanti che attraversano le Alpi per garantire una maggiore sicurezza a tutti gli utenti della strada. L’attuale area di sosta autostradale, situata più a nord, sarà smantellata e messa a disposizione della pianificazione locale.

Anche ad Airolo la costruzione del nuovo tubo della galleria del San Gottardo (esecuzione fra il 2020 e il 2027, costo a preventivo di due miliardi di franchi) avrà ripercussioni sull’organizzazione territoriale locale. Il materiale di scavo sarà infatti destinato a coprire un tratto di un chilometro della A2 partendo da Airolo, permettendo così di riqualificare il paesaggio. La recente apertura della circonvallazione di Roveredo consentirà a sua volta di ricucire il Comune, tagliato a metà dal passaggio della A13 realizzata alla fine degli anni Sessanta. La lista delle opere promosse dall’USTRA in Ticino e nei Grigioni negli ultimi dieci anni, di cui alcune ancora in fase di attuazione, è assai più lunga. Basti pensare alla riorganizzazione dello svincolo di Mendrisio, al nuovo svincolo di Coira e a importanti interventi di risanamento. Il tutto per un investimento superiore a due miliardi, al quale si aggiungono i due previsti per il secondo tubo del San Gottardo e altre centinaia di milioni per i progetti in fase di pianificazione. Le ricadute per l’economia locale sono quindi notevoli, così come gli sforzi per favorire sin dalle prime fasi di progettazione un approccio interdisciplinare e la stretta collaborazione con le istituzioni. La copertura del tratto di Airolo è infatti il frutto di un’intesa fra USTRA, Cantone e Comune. Le aspettative sono sempre considerevoli e la pressione a livello di tempistiche pure. Per l’Ufficio delle strade è quindi molto importante anche informare in modo tempestivo ed esaustivo la popolazione (vedi sito internet www.astra.admin.ch). Mezzo secolo fa, conclude il direttore Fioroni, l’autostrada era desiderata e ammirata. La consulenza architettonica di Rino Tami, che ne curò l’inserimento paesaggistico, l’ha resa un’opera unica. L’evoluzione delle tecniche di costruzione – oggi il calcestruzzo viene sovente sostituito dall’acciaio – e il progresso tecnologico hanno inevitabilmente intaccato questa visione unitaria, malgrado l’attenzione accordata nell’ambito degli interventi successivi. Le esigenze però cambiano e con esse i mezzi a disposizione per soddisfarle. L’autostrada, come altri interventi nel territorio, testimonia nel bene e nel male questa evoluzione. Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio

Age of Empires, operazione nostalgia Videogiochi A distanza di 20 anni dall’originale è arrivata la Definitive Edition di quello che è considerato

un classico del genere strategico in tempo reale

giustificare le lunghe ore spese a divertirsi con un semi colpevole «sto studiando storia!». Al primo gioco seguì una espansione e poi Age of Empires 2, ambientato questa volta nel medioevo. Tuttavia, il primo Age of Empires è quello rimasto davvero nella memoria dei trentenni di oggi. Microsoft ne è ben cosciente e proprio per questo ha deciso di riproporlo con una edizione chiamata Definitive Edition.

Davide Canavesi

I videogiochi esistono da talmente tanto tempo che ogni generazione ha i suoi titoli a cui guardare con nostalgia. Che si tratti di Asteroids o Pong, The Oregon Trail o Mrs Pac Man oppure la miriade di giochi usciti negli anni 90. La storia di questo media inizia nella seconda metà degli anni 40, sebbene il videogioco non diventi realmente popolare presso il grande pubblico prima degli anni 70 con Magnavox Odyssey, la prima vera console commerciale. Gli anni che seguirono furono tumultuosi e contraddistinti da una agguerritissima concorrenza che culminò con la crisi della fine del 1983 in nord America. Anni di politiche commerciali aggressive, la presenza sul mercato di non meno di dodici sistemi di videogiochi Age of Empires Definitive Edition ridiversi, senza contare i computer, e la prende gli stessi contenuti del gioco del scarsa qualità dei prodotti saturarono Il gioco è ambientato nell’antichità, qui in un porto dei Fenici. (news.xbox.com) 1997 più le campagne dedicate all’imil mercato e portarono alla chiusura di un gran numero di aziende. Atari fu quando Microsoft presentò al mondo la storia antica. Greci, Romani, Babilo- pero romano dell’espansione uscita tra le maggiori sconfitte: da leader del prima Xbox. Nonostante negli anni 90 nesi e Ittiti, si poteva prendere le parti nel 1998. La naturale progressione del mercato a marchio in difficoltà desti- la creazione di console fosse un’esclu- di qualsiasi impero dell’antichità ed gioco ci accompagnerà dai primi racnato a sparire entro una decina d’anni. siva giapponese, non fu così per quan- accompagnarlo verso la gloria. Il prin- coglitori e cacciatori dell’età della pieIl rinascimento dei videogiochi iniziò to riguardava i videogiochi. In quella cipio di Age of Empires era piuttosto tra alle grandi città romane. Per quanto però quasi contemporaneamente con decade uscirono alcuni dei giochi più semplice: al comando di una piccola riguarda il gameplay, esso non è stato l’arrivo del Nintendo Entertainment amati della storia. Uno di questi, Age of civiltà bisognava occuparsi di caccia, cambiato rispetto all’originale. La viSystem, pubblicato nel 1985 negli Stati Empires, pubblicato per la prima volta agricoltura, costruzione e difesa per sione isometrica permette di gestire le Uniti e nel 1987 in Europa. La leader- nel 1997, contribuì a ridefinire un gene- rendere una piccola tribù un potente unità dall’alto: decideremo dove inviarship del mondo dei videogiochi si era re: lo strategico in tempo reale. impero. Il fascino era duplice: un buon le e con quali edifici interagire. Iniziespostata dagli USA verso il Giappone. Pubblicato da Microsoft e svilup- senso di sfida e una buona profondità remo con semplici abitanti del villaggio Il mondo delle console restò saldamen- pato dai leggendari Ensemble Studios, di gameplay unite ad un’accuratezza intenti a raccogliere cibo e legname per te Anz in mano ai nipponici fino al 2001, Age of Empires ci immergeva nella storica sufficientemente sviluppata da poi creare soldati, cavalieri, navi e tutI SportXX Angebotswelle (Bike Scooter Trampolin) I kw 13 I Azione I Italienisch I Zeitung I 289 x 220 mm I DU: 20.03.2018 I Erscheinung: 26.03.2018

Gli sviluppatori sono rimasti fedeli all’edizione del 1997 a scapito dell’evoluzione tecnica

ta una serie di personaggi specializzati nel compiere un determinato tipo di azione. Essendo un gioco di strategia in tempo reale il giocatore dovrà sempre giocare in modo intelligente valutando i rischi per difendersi da attacchi nemici. La pianificazione andrà dunque fatta in base a una serie di elementi quali l’approvvigionamento, la difesa, l’espansione territoriale, l’offesa e la ricerca tecnologica in modo da far progredire la nostra civiltà. Questa Definitive Edition fa un buon lavoro nell’immergerci di nuovo, 20 anni dopo l’originale, in Age of Empires. Lo fa però a discapito dell’evoluzione tecnica delle ultime due decadi. Graficamente parlando si poteva fare di più, ridisegnando in modo più dettagliato strutture e personaggi. Anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale non si è osato abbastanza e vedremo fin troppo spesso comportamenti poco sensati da parte dei nostri personaggi e dei nemici. Il team di sviluppo dietro questa edizione ha voluto, coscienziosamente, riproporre le stesse meccaniche viste nel 1997 quando avrebbe potuto e dovuto correggere il tiro per rendere questa versione la miglior versione possibile. Tuttavia, nei nostri occhi velati dalla nostalgia dei bei tempi andati, questa versione merita comunque di essere giocata. Se vi piacciono i giochi di strategia vecchia scuola, questa versione uscita su Windows 10 vale la pena di essere giocata.

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi La lunga marcia di Spartaco Geo III 47 Sess.1c.36: con questa sigla il 25 marzo 1807 venne messo agli atti del Parlamento Britannico il documento legislativo noto come «Slave Trade Act 1807» che aboliva la tratta degli schiavi in tutto l’impero britannico. L’Atto del Parlamento non avrebbe abolito la schiavitù in quanto tale, ma tanto nei suoi effetti immediati quanto nelle sue ripercussioni a livello globale rappresentava un primo passo per la presa di coscienza, se non la fine, di un fenomeno che ancor oggi conta fra i 21 ed i 46 milioni di persone in stato di schiavitù secondo la definizione ufficiale dell’ONU. Per quanto riguarda la mossa pionieristica dell’impero britannico la campagna abolizionista era cominciata vent’anni prima con la formazione di un comitato congiunto di membri della Chiesa Evangelica Inglese Protestante alleati a altri membri della comunità Quacchera – i Figli della Luce di tradizione calvinista radicale. Questi ultimi erano da sempre stati contrari

alla pratica della schiavitù così come alle violenze nei confronti delle popolazioni colonizzate delle quali la riduzione in schiavitù era la manifestazione più scandalosa. Negli anni a partire dal 1787, con la guida di William Wilberforce, gli abolizionisti guadagnarono posizioni su posizioni presso l’opinione pubblica, fino ad arrivare a contare fra i 35 ed i 40 seggi in Parlamento. L’abolizionismo di Wilberforce era parte non tanto – o non solo – di sdegno immorale contro l’ingiustizia della schiavitù (niente dunque di «rivoluzionario» nel senso «francese» del termine). Wilberforce infatti scriveva nel suo diario in data 28 ottobre 1787: «Dio Onnipotente mi ha affidato due grandi obiettivi: l’abolizione del commercio degli schiavi e la riforma dei costumi». Il passaggio parlamentare dell’Atto fu un percorso irto di difficoltà e rischi, ma anche aiutato da circostanze imprevedibili e coincidenze fortunate. Il governo del Primo Ministro Lord Grenville godeva di una maggioranza molto

risicata in parlamento. L’ingresso di 100 parlamentari irlandesi in conseguenza dell’Atto di Unione che annetteva l’Irlanda al Regno Unito, aveva persuaso Lord Grenville, che, per sopravvivere, il suo governo doveva sposare la causa degli abolizionisti. Il voto in Parlamento si tenne il 23 febbraio. L’Atto passò con la schiacciante maggioranza di 283 voti contro 16. Firmato dal Sovrano divenne operativo il 25 marzo 1807. La forza negoziale diplomatica del Regno Unito non poteva non avere un impatto a livello internazionale. In quelli che erano allora gli Stati Uniti il movimento contro la tratta degli schiavi aveva una lunga storia, ma la proibizione di abolire la tratta degli schiavi era stata astutamente iscritta nella Costituzione all’Articolo 1, Sezione 9, Clausola 1, laddove si sanciva che non si potesse proibire il commercio degli schiavi fino al 1808. Con l’avvicinarsi della data fatale, il movimento abolizionista crebbe al punto che l’Atto di Abolizione fu approvato un anno

prima della «scadenza» il 2 marzo 1807 anche in vista del fatto che l’abolizione era già in dirittura d’arrivo anche nel Regno Unito. Messo bene in chiaro il fatto che entrambi gli atti non abolivano la schiavitù in quanto tale, ma solo la tratta atlantica (il commercio interno rimanendo pertanto legale), occorre a questo punto porsi una domanda con un pizzico di cinismo altropologico che certo verrà perdonato: perché abolire la tratta atlantica e non il mercato interno – e dunque la schiavitù in quanto tale? Ai primi dell’800 l’Inghilterra era ormai il Paese nel quale il lavoro salariato predominava su forme di reclutamento e controllo arcaiche come la servitù della gleba e la schiavitù stessa: l’indignazione morale andava così a braccetto con la crescita del PIL, per così dire. Negli Stati Uniti la situazione era più complessa. Con la Rivoluzione degli Uomini Liberi contro il dominio Inglese era chiaro come il sole che posto per la schiavitù nella Terra di Quelli non poteva esserci.

Però, però. L’assetto fondiario delle grandi piantagioni del Sud richiedeva la manodopera degli schiavi pena la sua stessa fine: la dilazione ventennale dell’abolizione della tratta atlantica iscritta nella stessa costituzione era stato un colpo d’avvertimento. Nei vent’anni precedenti l’abolizione l’importazione della merce «schiavo» negli States aveva raggiunto picchi massimi. Demograficamente parlando, nel 1807 c’erano negli Stati Uniti abbastanza schiavi da garantire la riproduzione della loro forza lavoro per gli anni a venire. La morale della favola l’avrebbe scritta da lì a qualche decennio quell’altro cinicone storico che fu un certo Marx, di nome Karl: la schiavitù non finì (solo) per le pie intenzioni di un pugno di moralisti. Finì, conti alla mano, quando ci si accorse che invece di nutrire, vestire e curare gli schiavi (e pagare le tasse per loro), conveniva dichiararli Uomini Liberi, dare loro un salario da fame – e che si arrangiassero pure.

ricevere, proteggere, nutrire e accudire, un organismo ospitale, disposto a contenerne un altro rinunciando, per un certo periodo, alla propria integrità e alla propria autonomia. Eppure pronto a lasciare che l’altro progressivamente si allontani, divenga se stesso, magari molto diverso da come la madre l’aveva sognato e atteso. In ogni caso la madre non sospende mai l’attenzione e la disponibilità. Nei confronti dei figli poi cerca di attenersi a una giustizia distributiva fissando regole obiettive e dando di più a chi ha più bisogno. Storicamente le forze fisiche e psichiche delle donne sono state, salvo eccezioni, spese all’interno della famiglia e della casa. Ma ora le cose sono cambiate e tutta la società può avvalersi delle loro risorse. Si tratta comunque di riconoscerle e di valorizzarle, come lei sta facendo. Se soltanto ora, che ha i capelli grigi, si sente accettata dalle segretarie (una posizione molto particolare per prossimità e dedizione) è perché la differenza di età le fa sentire figlie di una madre simbolica Una delle caratteristiche più preziose della maternità mi sembra la sua

componente creativa. La mente materna infatti immagina dapprima inconsciamente poi razionalmente il bambino che nascerà, lo prefigura, lo inventa, come l’artista fa col progetto della sua opera. Lo stesso può accadere nei rapporti di lavoro se la dirigente vede in ciascuno dei suoi collaboratori, in particolare nei più giovani, un soggetto in formazione, una personalità che, grazie alla competenza e all’esperienza acquisita, può procedere con autonomia e indipendenza. Viviamo in un’epoca dove il progressivo ricorso all’automazione rende superflui i lavori esecutivi e richiede invece, alle nuove leve, capacità innovative e creative. Proprio quelle che le donne, meno condizionate degli uomini da rapporti gerarchici, possono promuovere e incentivare.

godibile, va in scena una vicenda reale: il rapporto fra chi presta una cura e chi la riceve. Che ha subito i contraccolpi del generale clima di sfiducia nelle istituzioni, sfociata nell’antipolitica, per citare l’effetto più vistoso. Ora , da questo clima, per altro vago e confuso, stanno derivando effetti, insidiosi sui due fronti. Se la sfiducia incide sul prestigio del medico, mettendone in dubbio la competenza, d’altro canto, allontana il paziente da una terapia, in cui non crede più. Si è ricreata, in forma diversa, la distanza malato-medico. Non è più la soggezione nei confronti di una figura autorevole, persino elitaria, qual era «ul sciur dutur». Oggi, come ha spiegato Martignoni, ci si trova alle prese con «la cultura del sospetto e il bisogno di una sicurezza assoluta». Ma, come doveva emergere, sempre più chiaramente, nel corso del seminario, la fiducia ha trovato nuovi obiettivi.

Voltando le spalle agli specialisti, con i loro macchinari, alle multinazionali che inventano veleni, chiusi in un mondo asettico e incolore, ci si è rivolti a guaritori, erboristi, manipolatori, depositari di filosofie esoteriche, che invece aprono un universo pittoresco e fascinoso. In realtà una trappola. «Dopo i credenti verranno i creduloni»: ne ha concluso lo scrittore Marcello Veneziani. Con ciò, in questa crisi di sfiducia, le cause e, diciamo pure le colpe, vanno condivise. Certo, non tutti i medici sono scesi dal piedistallo, adeguando il linguaggio alla comprensione di tutti. E qui si tocca il punto centrale, in ogni comunicazione. Trovare le parole giuste e, come ha insistito l’oncologo Giorgio Mustacchi, saper ascoltare: «Tutti hanno una storia da raccontare». Da qui parte una relazione indispensabile e delicata.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Capo e donna, superare i pregiudizi La lettera Il mio capo è una donna deve aver toccato un nervo scoperto della condizione femminile perché non poche lavoratrici hanno espresso, nei confronti delle loro dirigenti, critiche ancor più forti di quelle formulate da Manuela nella lettera pubblicata il 26.02.2018. Ma, tra tante testimonianze negative, ho preferito dar voce alla lettrice Viviane Weller in quanto, non solo racconta, come dirigente, una esperienza positiva, ma assume un atteggiamento critico nei confronti della mia risposta, inducendomi così a un approfondimento. Scrive infatti Viviane Weller: Da quando ho terminato il Politecnico sono capa in un ambiente prevalentemente maschile (sono ingegnere civile). Sono capa per via della mia formazione: ho dovuto da subito impormi in cantiere ma anche in ufficio verso i colleghi di lavoro. Ho sempre cercato una via diversa per fare il capo, proprio perché volevo restare donna. Ho cercato dei modelli per capire come comportarmi: non ne ho trovato nessuno se non il modello della madre. Infatti cerco di dirigere come ho educato i miei figli: fissare regole

chiare e poi farle rispettare, incoraggiare lo sviluppo professionale di ognuno, comunicare personalmente e non tramite e-mail etc. Anche la mia esperienza è che gli uomini non hanno problemi ad accettare una donna competente e che ci danno il giusto posto nella gerarchia. Ho spesso invece avuto problemi con le donne, in particolare con le segretarie. Sono arrivata alla conclusione che le gerarchie tra donne si basano sull’età. Una donna più anziana non riesce a riconoscere una donna più giovane come capo. Lei come psicologa potrà spiegare il perché. Oggi ho 55 anni e non ho più problemi con le collaboratrici: sono convinta che questo è semplicemente dovuto alla mia età “avanzata”. La ringrazio per il suo lavoro che apprezzo molto. Leggo i suoi articoli e mi piace molto il suo approccio umano e positivo verso i problemi altrui. Questa volta mi sembra che sia caduta nella trappola dei preconcetti generali, preconcetti che ci impediscono di raggiungere le posizioni gerarchiche consone alle nostre capacità. / Viviane Weller

Gentile lettrice, grazie, in primo luogo, per averci scritto riconoscendo così che il senso di questa rubrica non risiede tanto nelle mie risposte quanto nel dialogo che riesce a instaurare. Accetto la critica che mi rivolge e mi riprometto di riflettere nella convinzione che nessuno è immune da pregiudizi ma che, insieme, possiamo superarli. Io invece mi trovo perfettamente d’accordo con lei e condivido le sue scelte. Innanzitutto, anche se lei non lo dice espressamente, deve averle giovato, nei rapporti con i colleghi maschi, un’evidente competenza professionale ma, evitando di imitare il loro stile, ha preferito cercare di esprimere, anche sul luogo di lavoro, la sua identità femminile. Credo che un modo (probabilmente non l’unico) di assumere una posizione di comando restando fedeli al proprio genere sia quello di attingere alle nostre potenzialità generative, indipendentemente dalla loro realizzazione. Un patrimonio fatto di immagini, affettività e disponibilità rivolte a organizzare le funzioni procreative del corpo femminile. Un corpo pensante atto a

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Medici-pazienti: relazione in crisi? Le ricorrenze, a volte, si prestano a utili ripensamenti. Proprio cent’anni fa, il 4 marzo 1918, a Camp Funston, Texas, centro d’addestramento dei militari, destinati alle trincee europee, un soldato denuncia un forte malessere: dolori diffusi, febbre alta, spossatezza. Entrerà, poi, nella storia della medicina come «paziente zero»: il primo caso di grippe, la pandemia che, nei mesi successivi, avrebbe fatto un numero enorme, ancora imprecisato di vittime: fra i 20 e i 50 milioni, nel mondo intero. Ne fu colpito anche Afonso XIII, re di Spagna, in una forma considerata benigna. Da qui il nome di spagnola, tristemente famoso. Fu una strage, paragonabile alle pestilenze medievali, che oggi sembra inverosimile. L’influenza appartiene, ormai, all’ambito dei rischi , da cui è possibile difendersi, preventivamente, o con cure efficaci. Grazie, evidentemente, ai progressi

della medicina, della ricerca farmacologica, della tecnologia, e non soltanto nei confronti dei cosiddetti mali di stagione. Ma quest’evidenza è tutt’altro che scontata. Anzi, nei paesi più evoluti, dove si vive meglio e più a lungo, dove addirittura è diffuso il culto salutista del corpo, cresce la diffidenza verso la medicina. Quella ufficiale, sia chiaro, considerata un centro di potere che impone terapie impegnative e costose a pazienti esautorati, decisi a far sentire la propria voce. In nome di una libertà di scelta che li sta spingendo verso le derive delle medicine alternative, dei rimedi della nonna, delle manipolazioni salvifiche. Come si spiega questo paradosso? Quali giustificazioni può trovare quest’intrusione dell’irrazionale nell’ambito del rigore scientifico? In che modo è possibile reagire a questo fenomeno?

Sono gli interrogativi affrontati, nel recente seminario, organizzato dalla Fondazione di ricerca psicooncologica e dall’Associazione Triangolo, che, appunto, s’intitolava: «Di chi ti fidi ancora?». Confermando, così, la funzione di osservatorio della nostra realtà medica e sociale, svolta, sotto la guida di Marco Varini e di Graziano Martignoni, da oltre un ventennio. E lungo questo percorso, i seminari, destinati innanzitutto ai giovani, impegnati nel paramedico e nel sociale, hanno maturato una caratteristica inconfondibile: sono diventati una ribalta multiculturale e multimediale, dove alle relazioni scientifiche di oncologi, medici di base, psichiatri, psicologi si affiancano gli interventi di scrittori, filosofi, intercalati da spezzoni di film, da testimonianze di pazienti, da battute di attori, e persino dalle maliziose contestazioni di un avvocato del diavolo. Nella forma di uno spettacolo


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere La tradizione dei vini croati Vi si preferisce migliorare le tipologie di uve autoctone, invece di imitare i vini europei

Stessi gnocchi, diversi metodi Due procedure molto differenti per cucinare un’identica pietanza: secondo la cucina tradizionale casalinga e la tecnica del ristorante

Dal salone di Ginevra Per il Gruppo Volkswagen, il futuro della mobilità è nelle città e nelle aree metropolitane

SOS Uccelli selvatici L’Associazione APUS è oggi attiva più che mai per la cura e la protezione della fauna volatile pagina 21

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Un esame che scopre il tumore

Biopsia liquida È la tecnica innovativa che

Sergio Sciancalepore È ben noto che se si riesce a diagnosticare precocemente un tumore, cioè scoprirne la presenza quando è ancora di piccole dimensioni e non si è ancora diffuso – tramite le metastasi – in altre parti del corpo, le possibilità di contrastarlo sono migliori rispetto ad una diagnosi tardiva: nel migliore dei casi, infatti, si può curarlo efficacemente e anche guarire, se invece il tumore è particolarmente aggressivo è possibile – con terapie adeguate – una sopravvivenza più lunga. Attualmente, la diagnosi precoce avviene (anche) utilizzando diversi mezzi di visualizzazione come la radiografia, la Tomografia assiale computerizzata (Tac), la Risonanza magnetica e altre tecniche: inoltre, si eseguono prelievi di cellule dal tumore (biopsie) che sono analizzate al microscopio per individuare il tipo di tumore, lo stadio di sviluppo e altro ancora. Particolarmente importante è analizzare le caratteristiche genetiche del tumore. Il cancro ha origine da una anomalia (mutazione) di uno o più geni di una cellula normale di un organo, mutazione che porta alla formazione delle cellule tumorali che iniziano a moltiplicarsi in modo disordinato e aggressivo: sapere che tipo di mutazione genetica è avvenuta permette di caratterizzare con precisione il tipo di tumore, sapere se è più o meno aggressivo, definire la probabile evoluzione della malattia, somministrare la terapia più adatta. Una biopsia tradizionale ha tuttavia lo svantaggio di essere invasiva: inoltre, non sempre è possibile effettuarla perché l’organo nel quale il tumore si è sviluppato è di difficile accesso o addirittura è impossibile eseguire il prelievo, per esempio nel caso del cervello. Da tempo quindi, si sta studiando la possibilità di effettuare le cosiddette

«biopsie liquide», andando cioè a cercare nel sangue (o in altri liquidi come l’orina o la saliva) le cellule del tumore e il loro DNA: come ricordato prima, la cellula di un cancro ha subìto delle mutazioni in geni specifici, cioè in tratti – i geni – di quella lunga molecola che è l’acido deossiribonucleico (DNA), dove sono depositate tutte le istruzioni per far funzionare un essere vivente. Un tumore solido, quello che non si sviluppa dalle cellule del sangue (come le leucemie), libera nei vasi sanguigni o linfatici frammenti del suo DNA, i cosiddetti ct-DNA (circulating tumor DNA): tramite un semplice prelievo di sangue e successiva analisi con tecniche particolari, è possibile individuarli e studiarli. Quali sono i vantaggi di una biopsia liquida, oltre al fatto di essere molto meno invasiva? Un primo vantaggio può essere quello di poter scoprire la presenza di un tumore ancora prima che sia visibile con le tecniche di visualizzazione. Recentemente sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto presso la John Hopkins University di Baltimora (USA). È stata messa a punto una nuova tecnica che permette di individuare 16 geni mutati che si sviluppano nei seguenti organi: ovaio, fegato, stomaco, pancreas, esofago, colon-retto, seno e polmone. Con un prelievo da un migliaio di persone con questi tumori e senza metastasi, un test ha permesso di individuare nel loro sangue i geni di quei tumori. Il test si è dimostrato molto preciso nel rivelare la presenza del cancro del pancreas, ovaio, fegato, stomaco, esofago: il test è meno o poco preciso per gli altri tipi di tumore. Quale dunque l’utilità di una biopsia liquida? In primo luogo, la possibilità di una diagnosi ancora più tempestiva, precoce di un tumore: tuttavia, come sottolinea lo studio, il test non è ancora preciso nel rilevare certi tumori e inoltre, come vedremo, questo non

Marka

permette di evidenziare nel sangue il DNA delle cellule neoplastiche: è già utilizzata ma va valutata con prudenza

è l’unico problema. Le biopsie liquide con la ricerca del ct-DNA sono già utilizzate con vantaggio nel trattamento di alcuni tipi di tumori. Vediamo qualche esempio. Se è già in corso una terapia, tramite una biopsia liquida è possibile sapere se il trattamento è efficace: se la quantità di ct-DNA diminuisce, vuol dire che la cura funziona. Può capitare che il tumore diventi resistente ad una terapia che quindi non è più efficace: anche in questo caso, una biopsia liquida può rivelare questa resistenza e quindi si utilizzano altri farmaci. Sempre a proposito di resistenza, si può prevedere con una certa precisione se una cura rischia di essere inefficace: questo è già possibile per tumori come i melanomi (tumori della pelle), per quelli del polmone cosiddetti «non a piccole cellule», del seno e del colon-retto. Un altro utile impiego delle biop-

sie liquide per cercare i ct-DNA è quello della «sorveglianza» di tumori (melanomi, del colon-retto e altri ancora) che sono già stati trattati con la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia: è possibile cioè scoprire se ci sono cellule del tumore – per così dire «dormienti» ma in grado di «risvegliarsi» – sopravvissute alle terapie e che non possono essere scoperte se non con una biopsia liquida. Sarà dunque questo il futuro della diagnosi precoce dei tumori? Nel caso delle applicazioni alle terapie, la tecnica delle biopsie liquide è affidabile. Per quanto riguarda invece la capacità di diagnosticare con precisione e con molto anticipo i tumori, allo stato attuale occorre essere prudenti: per questo motivo – in attesa che la tecnica delle biopsie liquide si perfezioni – i tradizionali mezzi di diagnosi di cui

disponiamo non possono essere ancora rimpiazzati e probabilmente non lo saranno mai. La biopsia liquida sarà senza dubbio un efficace mezzo in più nella diagnosi e cura dei tumori. Quanto alla possibilità di utilizzare le biopsie liquide come un esame «di massa» (screening) per tutta la popolazione allo scopo di diagnosticare eventuali tumori, ci sono molte perplessità che ciò si possa attuare. Meglio, al contrario, pensare ad un uso mirato di questa tecnica: per esempio, utilizzarla per tenere sotto controllo persone a rischio più elevato di tumore perché ci sono stati casi in famiglia o mutazioni genetiche ereditarie, come nel caso di tumori del seno in presenza di mutazioni dei geni BRCA1-2. Lo stesso vale nel caso di soggetti a rischio, come i forti fumatori o ex-fumatori, per la diagnosi precoce del tumore del polmone.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere

Croazia, un mosaico di terroir

Bacco Giramondo Paese idilliaco per le vacanze, rinomato per la sua cultura e i paesaggi incantevoli,

che aspira con ottimismo a un promettente futuro nel mondo vitivinicolo

Davide Comoli La Croazia è situata tra Slovenia, Ungheria, Serbia, Montenegro e Bosnia, si affaccia per un lunghissimo tratto sull’Adriatico, da Pirano alle Bocche di Cattaro. Il clima è di tipo mediterraneo lungo la fascia costiera, ma assume caratteri sempre più continentali man mano che si procede verso l’interno con una serie di altopiani. I vigneti, molti dei quali distrutti durante la guerra dei Balcani, grazie al Governo croato, alla Comunità Europea e soprattutto alla passione di questo popolo dalla lunga e antica tradizione vitivinicola, dopo la sua indipendenza nel 1991, ricominciarono a rinascere. Oggi la Croazia copre una superficie vitata di ca. 40’000 ettari, con una trentina di grandi cantine produttrici, 35 cooperative e 250 piccoli produttori proprietari di piccoli terreni, che si sforzano di dare qualità al loro prodotto. Curioso, e di certo uno degli aspetti più interessanti di questi vinificatori croati, è il fatto che preferiscono migliorare le tipologie di uve autoctone, invece di imitare i vini europei con vitigni internazionali. In questo modo è molto più difficile far conoscere questi prodotti a livello internazionale, ma noi siamo certi che ci riusciranno, perché quando i consumatori scopriranno come queste uve autoctone garantiscono, a parte la loro bontà, una maggiore autenticità del «terroir», la piccola Croazia entrerà con diritto nelle classifiche internazionali.

La Croazia vitivinicola, si può dividere grosso modo in due aree: l’interno e la costa (isole comprese). Nell’interno: la maggior parte delle aree vinicole si trovano vicino a Zagabria, le migliori sono: Sveta JanaSlavetic (Plesivica), Moslavina, Virovitica-Podravina-Slatina (Slavonija), Kutjevo (Slavonija) e Erdut-Dalj Aljmas (Podunavlje). Qui i terreni sono fertili e umidi, le vigne vengono coltivate su terreni meglio esposti e i vitigni più coltivati sono quelli a bacca bianca, tradizionali del centro Europa, ossia Muscat Ottonel, Traminer, Riesling Italico (Grasevina) oltre ai soliti Chardonnay e Sauvignon Blanc. Di sicuro il vitigno più coltivato è il Grasevina, conosciuto in Slovenia con il nome di Laski Riesling con cui vengono prodotto interessanti vini bianchi. La zona costiera è l’area più importante per il vino croato, la maggior parte dei vigneti si trova lungo la costa e sulle innumerevoli isole. Le vigne qui godono di un’ideale posizione, erte rocce prospicienti al mare e un clima caldo e secco. I terreni nella zona costiera sono calcarei, rocciosi nella zona a settentrione con il vitigno autoctono Babic, si producono dei vini rossi complessi e molto minerali. Calcare e roccia invece sulle colline di Peljesac e sull’isola di Korcula, dove con il vitigno Posip si producono dei vini bianchi molto profumati e strutturati. Ma come vi abbiamo sopra accennato, la passione per gli antichi vitigni

Vigneti che guardano il mare a Murvica, in Dalmazia. (iha.com)

è molto forte in Croazia, ecco perché si sta diffondendo a macchia d’olio la coltivazione del Plavac Mali, discendente dell’ormai scomparso vitigno croato Crljenak Kastelanski, antenato sia del Primitivo di Manduria che dello Zinfandel Californiano. Le migliori aree viticole sono: Porec (Istria costa), Rovinj (Istria costa), Primosten (Dalmazia nord), NeretvaOpuzen (Dalmazia centro sud), Ston (Dalmazia sud), Cara-Smokvica e Din-

gac-Postup (Dalmazia centro sud). In Istria, troviamo degli ottimi vini bianchi secchi prodotti con uve Malvazija (Malvasia) ed eccellenti vini rossi prodotti con uve Merlot. A sud di Rijeka si trova l’isola di Krk, assolutamente da non perdere se si è in vacanza in questi luoghi, l’ottimo bianco locale prodotto con uve Zlahtina Bijela. Appena a nord di Spalato, hanno origine due vini che sono più accettabili, il Kastelet Bianco ottimo con

i piatti di pesce e il Kastelet Rosso, prodotto con il Plavac Mali e il Vranac, non perdete l’Ivan Dolac prodotto con il Plavac Mali in purezza, lo trovate sull’isola di Hvar a sud di Spalato. Appena a sud di Hvar, troviamo l’isola di Korcula. Abbiamo già citato il supremo Posip Bianco, probabilmente il vino bianco più famoso della Croazia, è da secoli che i contadini del luogo producono, con vendemmie manuali, questo eccellentissimo nettare. L’isola di Peljesac molto allungata, si trova a ca. 50 km a nord di Dubrovnik, i vigneti sono molto difficili da raggiungere e si narra che un tempo i contadini trasportassero le uve su asini lungo i sentieri stretti e pericolosi. Da circa 35 anni è stato costruito un tunnel nella montagna di 400 m. Ci troviamo su pendii al 70 per cento e sono richiesti sforzi considerevoli, in questo ambiente veramente difficile, non da ultimo pensate al caldo estivo. Si ricavano due vini molto noti il Dingac e il Postup, entrambi prodotti con le uve Plavac Mali, sono vini potenti, carnosi, da abbinare ai tipici stufati locali molto popolari nei Balcani. Un ultimo piccolo consiglio per coloro che visitano la Croazia: quando chiederete un Prosecco, non aspettatevi un vino frizzante, ma vi sarà servito un vino liquoroso e delizioso prodotto con uve mature, lo si beve volentieri servito fresco su una terrazza. Tuttavia l’alcol al 15 per cento lo rende più pericoloso di quello che sembri. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere

Due modi diversi di cucinare Credo molti pensino che i cuochi di un ristorante lavorino, quando preparano i loro piatti, più o meno come noi lavoriamo le nostre ricette nella cucina di casa. Magari qualcuno lo fa, ma il mondo è cambiato. Per spiegare in che modo è cambiato vi scrivo la stessa ricetta in versione classica da casa e in versione modernista da ristorante: gli gnocchi.

La differenza? Il ristorante può conservare a lungo certi prodotti, per poi cuocerli velocemente Gnocchi di patate classici. Per 8. Patate vecchie a pasta bianca kg 2, farina 0 600 g, 2 uova, grana grattugiato 100 g, noce moscata, sale. Lessate le patate, sbucciatele e passatele ancora calde allo schiacciapatate direttamente sulla spianatoia; fate intiepidire il puré che così assorbirà meno farina. Spolverizzatelo con la farina, il grana e un pizzico di sale, formate una fontana, sgusciate al centro l’uovo e profumate con la noce moscata. Impastate fino a ottenere un impasto consistente ma morbido, che non va lavorato molto a lungo altrimenti diventa molle. Formate dei rotolini del diametro di circa 1,5 cm e tagliateli a pezzetti di 2,5 cm; passateli, uno per volta, sul rigagnocchi di legno o sul retro di una grattugia o sui rebbi di una forchetta infarinati, schiacciandoli leggermente, e disponeteli man mano su un vassoio infarinato. Devono essere cotti quasi subito, altrimenti diventano molli e appiccicosi: questo è un punto cardine, in pratica li fai e subito li cuoci. Lessateli in abbondante acqua salata a leggero bollore, sgocciolateli appena vengono a galla con un mestolo forato e rosolateli in padella con il sugo prescelto.

Gnocchi di patate per il ristorante. Per 8. Patate vecchie a pasta bianca 2 kg, sale grosso 1 kg, uova 2 o 3, farina 00 200 g, grana grattugiato 100 g, noce moscata Linea, ovvero il lavoro che si fa in un ristorante prima del momento della comanda: quello che fai di mattina o comunque quando non c’è l’ansia di servire i clienti che arrivano tutti allo stesso momento. Pelate le patate, tagliatele a pezzi e conditele con poco sale, mettetele in una busta da sottovuoto grossa, o in due più piccole, sottovuoto e cuocete in un roner (un bagno termostatato che mantiene l’acqua a temperatura costante al grado) a 84° per 25’, poi abbattete a 3°. Mettete le patate fredde in una bastardella e aggiungete uova, farina, grana e una generosa grattata di noce moscata. Impastate velocemente e ottenete degli gnocchi della grandezza di 3 cm. Rigateli con i rebbi della forchetta o sul rigagnocchi. Disponeteli su una teglia acconcia coperta da pellicola e abbatteteli a -18°. Poi metteteli in un sacchetto e conservateli a – 18°. Se si mettessero tutti mescolati nell’abbattitore, raffreddandosi si incollerebbero l’uno all’altro, formando un unico ingestibile gnocco. Quando sono a – 18° e duri come sassi, si mescolano invece senza il rischio che si incollino. Servizio, ovvero quello che fai quando un cliente ti ordina un piatto. Al momento del servizio, tuffate gli gnocchi in acqua bollente: massimo 2 porzioni, altrimenti il freddo smorza il bollore. Appena vengono a galla sgocciolateli con un mestolo forato e rosolateli in padella con il sugo prescelto. Come si vede, due procedure molto diverse: e il ristorante può conservare a lungo gli gnocchi, per poi cuocerli velocemente. Però alla fine quella del ristorante si può fare così grazie a strumenti nuovi: l’abbattitore e roner. Sono molti gli strumenti nuovi a disposizione del ristorante modernista, che permettono di lavorare bene e più tranquillamente.

CSF (come si fa)

pixabay.com

Allan Bay

Marka

Gastronomia La preparazione dei piatti a casa e al ristorante è diversa: l’esempio degli gnocchi

Condire un’insalata mettendo prima il sale poi l’aceto e poi l’olio è rischioso: così facendo questi ingredienti non si emulsionano. Per cui una foglia sarà troppo salata, una troppo acetata e una troppo oliata. È molto, molto meglio emulsionare il condimento, cioè sbattere insieme tutti gli ingredienti. Vediamo come si fa. La preparazione di base prevede sale quanto basta (dipende dall’insalata, ma basta e avanza

mezzo grammo a testa che equivale più o meno a 1 cucchiaio non troppo raso per 8 persone), 1 cucchiaio di aceto e 3 cucchiai di olio, più pepe tritato fresco a piacere, ben sbattuti per 1’ con una forchetta in modo che si emulsionino. Al posto della forchetta, che sia chiaro, basta e avanza, si può anche usare sia la frusta manuale, sia quella elettrica, sia il minipimer. Si lascia riposare perché i sapori si leghino, alla fine una rapida ri-sbattitura e si condisce. All’aceto si può sostituire il succo filtrato di limone. Una variante interessante prevede l’aggiunta di un cucchiaino di senape, più o meno forte: è molto consigliabile perché buono e poi la senape è uno stabilizzante dell’emulsione. Un’altra aggiunge, oltre alla senape, altrettanta panna. O del gor-

gonzola sbriciolato. O pasta d’acciughe. E via con la fantasia. Potete anche comprare nei negozi di attrezzature di cucina una bottiglietta di plastica con ugello, molto amata dai cuochi, dove conservare il condimento emulsionato. Dura senza problemi per una settimana, anche a temperatura ambiente, in fondo è un sott’olio. Però agitate bene prima di usarlo. Quando in un’insalata mista sono presenti sia insalata a foglie dure sia a foglie tenere, prima mescolate le foglie dure e gli altri ingredienti robusti, poi unite quelle tenere e mescolate con delicatezza ancora un po’ e condite. Per tagliare o meglio spezzettare le insalate è bene usare le mani. Se volete proprio tagliarle, serve un coltello che non le ossida, di ceramica o con la lama coperta di polipropilene.

Ballando coi gusti Due primi piatti conditi con doni del mare: polpo e pesce spada. Mi raccomando: se sono freschi teneteli in freezer per 2 giorni per sanificarli Pasta al polpo

Spaghetti con pesce spada e menta

Ingredienti per 4 persone: pasta a piacere (nella foto sono cavatelli) g 320 · 1 polpo

Ingredienti per 4 persone: spaghetti g 320 · pesce spada g 300 · pomodorini g 200 · 1 spicchio di aglio · foglie di menta · vino bianco secco · olio di oliva · sale

decongelato e mondato da circa 300 g · pomodori pelati g 250 · 1 spicchio di aglio · 1 peperoncino piccante fresco · 2 scalogni · vino bianco secco · basilico · olio di oliva · sale

Preparazione: Fate rosolare in 1 filo di olio l’aglio schiacciato mondato, il pe-

peroncino tritato e gli scalogni tagliati a pezzetti, unite il polpo e lasciatelo insaporire, mescolando, per qualche minuto. Bagnate con 1 bicchierino di vino sobbollito per 3’ e lasciatelo evaporare, unite i pelati spezzettati e cuocete per 30’, mescolando. A fine cottura profumate con basilico sminuzzato. Cuocete la pasta in abbondante acqua salata al bollore, scolatela al dente, calatela nel tegame con il sugo e fatela saltare per 1’, mescolando e unendo un poco dell’acqua di cottura. Regolate di sale e servite.

Preparazione: Sciacquate il pesce spada e tagliatelo a dadini; lavate e tagliate a metà i pomodorini. Fate rosolare in 1 filo di olio l’aglio schiacciato mondato, unite il pesce spada, fatelo insaporire per 1’, quindi bagnate con 1 bicchierino di vino sobbollito per 3’ e lasciatelo evaporare. Levate il pesce spada, tenetelo in caldo. Unite i pomodorini, coprite e lasciate cuocere per circa 12’. Cuocete la pasta in abbondante acqua salata al bollore, scolatela al dente, calatela nel tegame con il sugo, unite il pesce spada e la menta sminuzzata e fate saltare per 1’, mescolando e unendo un poco dell’acqua di cottura.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere

Una visione per il futuro dell’auto

Motori La Volkswagen guarda avanti e si prepara alle sfide della mobilità dei prossimi decenni, tra automatismo,

ecologia ed elettronica

Mario Alberto Cucchi Wolfsburg, città della Bassa Sassonia con poco meno di 130mila abitanti, è universalmente conosciuta per essere la sede dell’industria automobilistica Volkswagen. Da quelle parti ultimamente hanno lavorato davvero sodo. In marzo la Casa tedesca ha lasciato tutti a bocca aperta per il ritmo incalzante con cui ha comunicato una novità dietro l’altra. Al Salone di Ginevra Matthias Müller, numero uno del Gruppo Volkswagen, spiega che «il futuro della mobilità è innanzitutto nelle città e nelle aree metropolitane». «Se vogliamo preservare la libertà che deriva dalla mobilità individuale – continua Müller – dobbiamo dire addio a molte cose che oggi associamo alla guida. Dobbiamo ripensarla e ridefinirla. E intensificheremo ulteriormente i nostri sforzi in tal senso». Ecco allora che a inizio marzo sotto i riflettori del Salone Svizzero Volkswagen ha mostrato Sedric School Bus. Sedric, acronimo di SElf DRIving Car, è lo scuolabus del futuro: a propulsione elettrica e senza autista ovvero a guida autonoma. Un mezzo pensato per i giovani con l’opzione di utilizzare il dispositivo di controllo OneButton per chiamare il veicolo elettrico con il tocco di un pulsante. Protagonista a Ginevra anche il prototipo Volkswagen I.D Vizzion (nella foto) caratterizzata da linee filanti da grossa coupé (oltre 5 metri di lunghezza) che nascondono però quattro grandi portiere che si aprono una

verso l’altra. La sorpresa più grande si ha una volta a bordo: mancano sia il volante che la pedaliera. Non c’è neppure un cruscotto e nessun pulsante sulla plancia. Solo quattro comodi sedili! Insomma si tratta di una vettura a guida autonoma in cui a pilotare ci pensa una sorta di autista digitale. Il motore? Non uno ma due propulsori elettrici in grado di erogare 305 cavalli con un’autonomia dichiarata di 665 chilometri. La velocità è autolimitata a 180 chilometri orari. I.D. Vizzion dovrebbe

arrivare nelle concessionarie nel 2022 ma dotata di guida convenzionale mentre per la guida autonoma si parla della metà del prossimo decennio. La Vizzion è il quarto modello della famiglia I.D. che vedrà la luce a partire dal 2020. «Entro il 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane» spiega il numero uno di Volkswagen. Le città non solo dovranno essere meno congestionate ma anche meno inquinate. Ecco allora che Volkswagen ha comunicato che le sue due principali cen-

trali elettriche di Wolfsburg saranno profondamente modernizzate grazie al passaggio dal carbone fossile al gas. Un cambiamento tecnologico che grazie a nuove turbine a gas ad alta efficienza ridurrà le emissioni di anidride carbonica di 1,5 milioni di tonnellate l’anno. Un numero che corrisponde all’attuale produzione di CO2 di circa 870mila veicoli l’anno. I lavori di costruzione delle nuove centrali, per i quali è previsto un investimento di circa 400 milioni di euro, prenderanno il

via quest’anno. Le due nuove strutture entreranno in funzione fra il 2021 e il 2022. «Entro il 2025 –racconta Müllerridurremmo l’impatto ambientale del Gruppo Volkswagen del 45% rispetto al 2010». «I nuovi stabilimenti non ridurranno solo le emissioni di anidride carbonica, ma abbasseranno drasticamente anche il consumo di acqua, il volume degli scarti e altre emissioni mediamente, del 50% circa. In questo modo contribuiremo ad abbassare la concentrazione di inquinanti a livello locale» spiega Stephan Krinke, Responsabile degli Affari Ambientali del Gruppo. A metà marzo, spenti i riflettori su Ginevra, i manager Volkswagen si sono spostati a Berlino per parlare del bilancio annuale. «Dal 2019 vedremo un nuovo mezzo a batteria praticamente ogni mese» annuncia il CEO Matthias Müller. «Entro il 2022 apriranno sedici fabbriche dedicate alla produzione di veicoli elettrici». A Berlino è stato dichiarato l’obiettivo del Gruppo: vendere 3 milioni di veicoli elettrici all’anno dal 2025 in poi sfruttando tutti i suoi 12 marchi (Audi, Seat, Skoda, ecc.). Attenzione però: i manager Volkswagen spiegano anche che non trascureranno le tecnologie propulsive e i modelli attuali su cui investiranno quasi 20 miliardi di euro nel solo 2018. Il dieselgate è ormai alle spalle e i motori termici tradizionali continueranno a giocare un ruolo importante nei prossimi anni. D’altronde le rivoluzioni, anche se elettriche, non si possono certo fare in un giorno. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere

Le mille virtù del Ginseng

Gustali ora: gli asparagi freschi.

Fitoterapia La famosa radice orientale

dalla forma umana, oggetto di una letteratura sterminata, è considerata da millenni in Cina e Corea elisir di giovinezza

In primavera in Svizzera e nei paesi limitrofi inizia la stagione di una vera prelibatezza: gli asparagi.

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Bibliografia

G. Peroni, Driope, Trattato di Fitoterapia, Nuova Ipsa Ed. L’ ABC delle piante - Fitoterapia e farmacia, Ed. Romart Il libro completo delle Erbe, Mosaico Ed.

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Narra una leggenda come nelle gole strette e ombrose che circondano la cittadina di Kumsan, Corea del Nord, ai piedi del picco di Kwanumbul il giovane Kang, guidato dal dio della montagna, si imbattesse un giorno in una pianta dalle piccole bacche rosse, fece bere alla madre ammalata un decotto ottenuto dalle sue radici e questa prodigiosamente guarì. Originario della Cina (Manciuria) e della Corea, il nome scientifico è Panax Ginseng, dal greco «pan» tutto e «axos» rimedio. Il termine Ginseng deriva da jinchen, o shin-seng che significa uomoradice per la particolare forma umana delle radici tuberizzate, lunghe fino a 20 cm, una particolare forma antropomorfa che ha dato origine a numerose leggende. La forma, il modo nel quale una pianta cresce, la sua struttura , colore e odore parlerebbero delle energie curative che essa possiede, dal punto di vista sia fisico che psichico. L’idea della presenza di segni in grado di svelarci le virtù della materia, già presente nel mondo antico si afferma grazie al medico Philippus Theophrast von Hohenheim, il geniale Paracelso, nato a Einsiedeln il 14 novembre 1403, naturalista, alchimista e astrologo di enciclopedica e rinascimentale cultura. Pur ferocemente osteggiato dall’ufficialità, Paracelso diffonde con forza nella medicina di allora le sue rivoluzionarie conoscenze: le forze cosmiche che determinano la forma della pianta si basano su corrispondenze e analogie di cui le piante sono portatrici, ogni vegetale dotato di proprietà terapeutiche evidenzia una somiglianza con la parte che cura, con la malattia e la sua causa, ha corrispondenze astrali con precisi pianeti, gli alchimisti diedero a queste conoscenze il nome di Teoria delle Signature: « Signatura rerum». Nel Ginseng la forma delle radici ricorda la forma umana e i suoi organi, come la testa, la forma degli arti, gli attributi sessuali. Un missionario gesuita in Cina, Padre Jartoux nel 17° secolo importò la pianta in Francia, che dapprima non fu all’altezza della sua fama e deluse. Nel 20°secolo gli scienziati ne compresero la ragione: il dottor MaFan, medico a Lione e docente presso la

scuola di Medicina cinese di Losanna, spiegò che solo le radici che davvero richiamavano la forma umana, la testa il corpo le mani e le braccia, erano efficaci, in caso contrario i principi attivi si disperdevano, non erano presenti con la stessa concentrazione in ogni parte. In Cina fu agli inizi una medicina per nobili, di prezzo altissimo. Si deve attendere almeno 6 anni prima di raccogliere la radice del Ginseng, che è perenne, biforcata, odorosa , fusiforme. Si usa essiccata, ha un’azione tonica generale sull’organismo, è adattogenica (cioè indicata per una vasta gamma di disturbi) potenzia a qualunque età le prestazioni fisiche e intellettuali, le sono state riconosciute anche proprietà antidepressive, afrodisiache e di miglioramento delle prestazioni sportive. Studi condotti in Canada in laboratorio avrebbero evidenziato la sua efficacia, in combinazione con lo zafferano, nel miglioramento delle prestazioni sessuali, anche se alcuni contesterebbero queste affermazioni. Si usa nei casi di astenia, stanchezza cronica, per migliorare la vigilanza e la resistenza fisica, riduce i grassi nel sangue e lo fluidifica , è un immunostimolante, secondo alcuni studi aiuterebbe la produzione di alcune cellule del sistema immunitario , dette linfociti, che agiscono combattendo malattie da raffreddamento e influenza, ridurrebbe la formazione dei radicali liberi causa di invecchiamento cutaneo. Test clinici hanno dimostrato che migliora i riflessi accelerando la risposta nervosa perché agisce su tutti i sistemi in modo rapido riducendo stanchezza mentale, potenziando resistenza fisica e memoria. Ma attenzione, dosi abbondanti provocano insonnia, depressione e disturbi nervosi, non va associato a nessun medicinale erbaceo contenente ferro né a tè indiani o cinesi. Si assume in infuso (1 tazza 1-3 volte al dì), come estratto molle o polvere, sciolto in una bevanda calda, o come tintura madre, 30-50 gocce 1-3 volte al giorno.

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Eliana Bernasconi

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Ambiente e Benessere

In soccorso dei volatili

Mondoanimale La salvaguardia e la protezione dell’avifauna indigena richiede costante e competente impegno

Maria Grazia Buletti «Tutte le specie animali che abbiamo sul nostro territorio, compresi dunque anche gli uccelli selvatici, hanno sofferto per i parecchi cambiamenti di habitat e di urbanizzazione da parte dell’uomo che si sono susseguiti nel corso degli anni», Célia Diaz è presidente dell’Associazione protezione uccelli selvatici (APUS). Attiva in tutto il canton Ticino, l’associazione persegue gli obiettivi di salvaguardia, protezione e cura dell’avifauna indigena. Il sodalizio, nato anni fa con il nome di SOS Uccelli selvatici, ha subito dunque un’evoluzione nel tempo e oggi è attivo più che mai attraverso l’impegno di volontariato di parecchie persone che a loro volta sono coadiuvate dalla popolazione sempre più sensibile al comune intento di cura e protezione della fauna, compresa quella inerente gli uccelli. «In seno alla nostra associazione abbiamo sviluppato diversi cambiamenti dovuti per lo più alle accresciute esigenze per poter operare sempre meglio sul territorio», dice la signora Diaz che parla della necessità di ampliare la sede e il centro di recupero per gli uccelli selvatici, per i quali si è reso necessario trovare un posto più grande e creare altre condizioni di accoglienza dei volatili. «Ci siamo spostati da Losone a Intragna, dove queste condizioni di partenza sono date. Sul sito internet (www.apusapus.ch) si trovano numero telefonico, indirizzo e-mail e tutte le indicazioni per poterci raggiungere in caso di domande o di ritrovamento di volatili che necessitano aiuto». Ritornando alle difficol-

A questo si aggiunge la difficoltà «Cince, merli, passeri giovanissimi legata alla migrazione: «Quando ritor- può bastare rimetterli nel nido, nella nano, non trovano più i loro nidi e non siepe, nell’albero da cui vengono, in faranno più i piccoli». Una situazione modo che siano seguiti nuovamente difficile, che spinge APUS a lavorare a dai loro genitori in sicurezza e tran360 gradi: «Oltre alla sensibilizzazione quillità, lontano dai predatori». Così della popolazione sulle problematiche potranno superare quel momento di di cui abbiamo parlato, ci impegniamo difficoltà iniziale e dopo due settimanel soccorso e intervento sul terreno in ne, ci spiega l’esperta: «esso diventa diverse situazioni di minaccia e diffi- indipendente avendo superato la fase coltà degli uccelli selvatici; attraverso critica». il nostro Centro (ndr: attivo sotto la Alle prime uscite dal nido, i vovigilanza dell’Ufficio del veterinario latili non sono subito esperti di volo e cantonale) ci prendiamo cura di quelli questo è normale, sebbene poi sono da che necessitano di una riabilitazione e considerate altri casi che necessitano ci occupiamo della loro reintroduzione di attenzione ed eventualmente socin natura; siamo attenti alla protezione corso: «Rondini e rondoni sanno voladelle colonie e dei luoghi di nidificazio- re benissimo, passando tutta la vita in ne naturali e urbani, e infine curiamo volo. Non è normale vederli lì per terra azioni e progetti mirati sempre alla sal- e quando capita di trovarne uno così vaguardia di specie caratterizzate da significa che c’è un problema: non sta effettivi in diminuzione». facendo prove di volo e soprattutto non Si parlava della richiesta e gradita sarà preso a carico dai genitori. Sono collaborazione della popolazione che uccelli molto delicati e potrebbero ad Su www.azione.ch una ricca fotogallery di animali salvati. ( Célia Diaz Apus) può sempre rivolgersi ad APUS: «Ai esempio aver sbattuto contro un ve1 2 3 4 5 6 7 8 privati capita per lo più che in prima- tro, essere stati predati o altro». Allora tà con cui i volatili sono sempre più cazione, in quanto gli edifici attuali vera trovino piccoli caduti dal nido vale la pena di contattare APUS, dove 9 11 confrontati (la cui salvaguardia oggi è 10 non sono più adatti come12 quelli di un o giovani che stanno facendo le pri- spiegano come sistemare il volatile per considerata importante anche da Can- tempo ad accogliere i nidi». La Diaz me prove di volo, vicino a casa o nel trasportarlo eventualmente al Centro 13 14 15 tone e Confederazione) la nostra interparla di «un’intolleranza verso questi giardino stesso. Vedendoli, la gente ci per le cure: «Per tranquillizzarlo, esso locutrice prende ad esempio rondini animali che prima non c’era»: «Oggi chiama spesso e questo rappresenta va posizionato subito in una scatola di e rondoni: «Si tratta 16 di specie si guarda con la maggiorSUDOKU parte dei nostri interventi- FEBBRAIO cartone con2018 buchi per far entrare l’aria 17 sempre 18 diffidenza ai «nidi che PER AZIONE più vicine alle persone, molto legate sporcano», li si distrugge in modo in- nei quali consigliamo di riposiziona- e un asciugamano sul fondo. Gli ucai paesi, alle città e al mondo urbano diretto anche a causa della nuova ar-N. 5 re FACILE il piccolo, quando è possibile, o di celli selvatici si stressano molto con la 19 20 in cui ritornano sempre nel loro ciclo chitettura che non offre più nicchie e consegnarcelo presenza, perché ci consideraSchemain cura, ricordando che nostra Soluzione migratorio. Si stima che nell’arco degli fessure come le case di un tempo, dove essi sono molto delicati e necessitano no pur sempre predatori. Al buio nella 4 9 5 6 4 3 8 9 2 1 7 5 ultimi 20 – 30 anni queste specie han- 21 l’arrivo di rondini e rondoni era saluta- di essere allevati e rimessi in libertà scatola riacquistano subito la necessa3 9 5 1 e7 sono 6 facilmente 4 3 2 tra8 no perso circa il 40 percento della loro to con gioia e meraviglia». La carenza 5da persone competenti e8 specializza- ria tranquillità popolazione». alimentare è una delle altre cause delte». Nessun fai da te, dunque, per posportabili». Con questo aiuto, passeri, 22 23 7 8 3 5 6 7 8 2 1 3 5 9 4 6 Questa importante diminuzio- la diminuzione di queste specie: «Gli ter dare una chance di sopravvivenza merli, cinciallegre, rondoni comuni, 3 5 per 6 i quali 4 2 7e balestrucci 8 9 1 in3 difficoltà 5 6 go4 ne degli effettivi può essere imputata insetti scarseggiano sempre più e ciò2è 7ai piccoli bisognosi spesso rondini 24 25 26 all’urbanizzazione e alla crescente probabilmente legato all’uso massiccio 6è comunque sufficiente vengano si- dono3 di 6 un’opportunità 8 7 4 5 2 per 8 tornare 7 9 più 1 difficoltà di trovare luoghi di nidifi- di pesticidi nell’agricoltura». stemati all’esterno, nel loro ambiente: sani e forti nei loro cieli. 5 6 2 1 9 5 4 7 6 8 3 2 27

Giochi per “Azione” - Marzo 2018 Stefania Sargentini

(N. 9 - ... arabo senza deserto è il Libano)

A N T R O

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Vinci una delle 3 carte da 508 franchi con 4il cruciverba 4 3 regalo 2 3SUDOKU 7 2 5 1 6PER 8 9 AZ 1 6 450 franchi 2 5 3 con il sudoku 8 1 9 6 4 7 2 5 3 una delledai 2 carte regalo da (N. 10 - ... anemonie di mare tentacoli urticanti)

N. 9 FACILE 7 4 1 9 Sudoku Schema A N5 E M I C O9 8 6 2 6 4

N. 6 MEDIO

Cruciverba Alcuni granchi hanno una strategia per difendersi dai predatori, ospitano sulle loro chele, degli… Scopri il resto della frase leggendo, a cruciverba ultimato, le lettere nelle caselle evidenziate (Frase: 7, 2, 4, 3, 9, 9)

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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4 8 22. Dio del mare nella mitologia irlanSoluzione della settimana precedente 6 7 2 4 9– L’unico 5 Paese… Resto della frase: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 VERTICALI dese GIRAMONDO 1. Precedente 24. Le separa la «esse» … ARABO SENZA DESERTO È IL LIBANO (N. 9 - ... arabo senza deserto è il Libano) 5 7 N. 8 GENI 2. Negazione russa 25. Una consonante 10 1 2 3 11 4 5 6 7 8 3. Così si chiamava Tokyo 2 2 9 A R A L 6D O 8 B O S E 6 9 10 11 12 4. Pronome personale 1 4 3 N I N O 9 6Z A R P D 12 il dente 13 5. Attacca 13 14 15 6 7 1 3 9 T E S A I E P O I 48 5 6. Celebre moschea di Gerusalemme 16 17 18 7 2 7 4 U R F 10. Fiume Vincitori del concorso Cruciverba R I 5R T 9O 1 S 14 dell’Italia settentrionale 15 16 19 su «Azione 11», 12. Antico popolo dell’Asia centrale ` 1 ` del 2012.03.2018 5 9 1 O R A L E C E R T I L. Ghiotti, E. Zanetti - Hund, C. 13. Parte dal ventricolo sinistro del cuore 21 17 18 9 3 4 2 L I T E C 14. Giunte per pregare Scascighini22 23 2 6 5 6 4 8 L I N O B A Vincitori del concorso Sudoku 15. Infossatura del polmone 24 25 26 16. Le iniziali dell’attore19Cruise su «Azione 11», del 12.03.2018 4 7 3 1 P O T A 5S S 27 Breetz 17. Dio sbuffante M. Ravioli, A. 3 8 9 5S O R 6I A N O 19. Catullo senza preposizione arti20 21

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ORIZZONTALI 1. Ha una riduzione patologica di emoglobina 7. Giacigli per implumi 8. Le iniziali dell’attrice Mastronardi 9. Il Teocoli della tv 10. Destinata ai sacrifici 11. Congiunzione latina 12. L’ascolto poetico... 13. I monti del Cile 14. Tranquillo, pacifico 18. Simbolo sul monitor del pc 20. Polvere bianca profumata 21. Irto al contrario... 22. Un tessuto estivo 23. Un libro della Bibbia 24. Cerimonie religiose 25. Discorso senza capo né coda

6 D9 I5 O A 7 2 U D 7 A N D2 O N A R I4 5 6 1 T R A N T3

Scoprire i 3 numeri corretti 9da inserire nelle 1 2 caselle colorate. 4 6

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26. Ambiente buio e tetro 27. Preposizione articolata

(N. 11 - ... signi ca colata... isola colline) 20. Famosodelle dittatore iugoslavo

I premi, cinque carte regalo Migros 22 di 50 franchi, saranno sordel valore teggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta 24 entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

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8 - Marzo 4 6 2018 Giochi per “Azione” Stefania Sargentini 8 6 2

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S F I N G E N3 O I A F I L E T C A3 5R42 6I 1 E8 7 5 8 7 9 6 2 3 I vincitori R A D I S O D7 1E3 2 34 R5 9 8 6 5 3 9 1 4 O L A D E L I6 89 84 4L77 E3 2 4 2 1 7 8 6 5 N E C O L O R9 7A2 1R 3 E4 8 2 3 6 8 5 9 1 T T O T E M 1 4 98 5 2 7 6 9 7 (N. 10 - ... anemoni di mare dai tentacoli urticanti) A V O L I B Partecipazione online: inserire la luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in contanti 23 soluzione del cruciverba o del sudoku indirizzo, email del partecipante deve dei saranno avvertiti 5 1 premi. I vincitori A N E M I C O T spedita I aN O Azione,N per Iiscritto. Il7nome dei vincitori sarà nell’apposito formulario pubblicato essere «Redazione N I D C.P. I 6315, A 6901 M sulla pagina del sito. Concorsi, su «Azione». Partecipazione 8 Lugano». 4 sui pubblicato 3 a lettori1che Partecipazione postale: la lettera o Non si intratterrà corrispondenza riservata esclusivamente T E E OC AOR AN O M A la cartolina postale che riporti la so- concorsi. Le vie legali sono escluse. Non risiedono in Svizzera. 2

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Politica e Economia Putin: quarto mandato Diciannove anni ai vertici hanno permesso al presidente russo di costruire una perfetta macchina del potere

Scandalo Facebook Dopo le rivelazioni su Cambridge Analytica, una società che fa marketing elettorale sfruttando i dati degli utenti, molti ora invitano a disertare il social network

Cargo sotterraneo

Accantonare o no?

Un sotterraneo: metrò per le un merci, L’accantonamento di Cargo innovativo sistema di trasporto merci

I veicoli elettrici vengono caricati in superficie e poi trasportati sottosuolo con degli ascensori. completamente automatizzato duenelmiliardi, operato dal In un dedalo di gallerie viaggeranno in modo autonomo fino a destinazione e riportati in superficie tramite ascen

antro il 2045: utopia o soluzione Centrali industriali e di logistica geniale?

Dipartimento federale delle Centrali di lo finanze, solleva dubbi giuridici pagina 29

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Trump-Putin, nemici loro malgrado La strana coppia Il prossimo vertice fra i due leader consacrerà il disgelo fra Stati Uniti e Russia? Lucio Caracciolo Se non fosse il capo della Russia Vladimir Putin sarebbe il partner perfetto degli Stati Uniti d’America. Leader di una grande potenza in declino demografico, dagli scarsi e comunque non strategici rapporti economico-commerciali con gli Usa, incapace dunque di minacciarne il primato planetario. Allo stesso tempo, potenza sufficientemente influente e decisa, oltre che dotata di un ragguardevole apparato militare e di una diffusa rete diplomatica, per dare una mano al Numero Uno in importanti scenari di crisi: dal contenimento della Cina alla lotta contro il terrorismo islamista, dal controllo della Germania, e in genere di qualsiasi attore capace di aggregare attorno a sé una Europa coesa e troppo ambiziosa, al Medio Oriente. Insomma, sulla carta, e a un freddo sguardo strategico nulla osterebbe, oggi, alla cooperazione fra Washington e Mosca. Inoltre, l’attuale presidente degli Stati Uniti nutre una sincera simpatia nei confronti del leader russo. Del quale lo attraggono i modi freddi e decisi, la chiarezza degli obiettivi, l’affidabilità e la coerenza nel perseguirli, l’autorevolez-

za. Per Donald Trump, secondo il quale la politica come il resto della vita è dominata dalla logica del deal, dell’affare da gestire one-to-one, in un faccia a faccia nel quale si gioca a carte scoperte e nel quale vincerà sempre il più forte – cioè lui – Vladimir Trump sarebbe dunque controparte ideale. Utile strumento per avanzare i propri obiettivi. Putin ne era consapevole fin da quando Trump si candidò alla presidenza degli Stati Uniti contro Hillary Clinton, da sempre sua nemica personale, oltre che esplicita russofoba. Sicché decise di appoggiarlo con tutti i mezzi disponibili, anche con quegli opachi strumenti di influenza cibernetica e finanziaria oggetto dell’inchiesta dell’Fbi che minaccia la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca. Tutto questo lasciava pensare non solo a un rapporto personale intenso e di fiducia fra i leader dei due Paesi, ma anche a un avvicinamento geopolitico fra Stati Uniti e Russia dopo i lunghi anni di crisi, specie in seguito all’invasione della Georgia (2008) e alla presa russa della Crimea (2014). Il rapporto personale, malgrado tutto, resiste. Lo confermano la calorosa telefonata di congratulazioni

di Trump a Putin dopo la rielezione di quest’ultimo alla presidenza della Federazione Russa e la preparazione, già in corso, di un nuovo vertice fra i due capi, particolarmente centrato sul contrasto della proliferazione nucleare e della corsa agli armamenti, come anche sulla Siria e sulla repressione dei movimenti jihadisti. Eppure nemmeno il nuovo incontro a due Putin-Trump segnerà una svolta effettiva nelle turbolente relazioni russo-americane. Perché? La risposta è semplice: il presidente degli Stati Uniti non decide da solo, e nemmeno in misura determinante, delle relazioni internazionali del suo Paese. Egli vi partecipa, certamente, e in casi speciali – emergenze di vario genere, o comunque durante una guerra, da comandante in capo delle Forze armate – è effettivamente in condizione di orientarne la rotta, sia pure solo nel breve periodo. Ma di norma no. Molto più rilevanti sono gli orientamenti del Congresso – cui spetta in fine di allocare le risorse finanziarie pubbliche – e degli apparati, a cominciare dall’intelligence (Cia su tutte le altre innumeri agenzie) e dal Pentagono, mentre il Dipartimento di Stato svolge un ruolo ancillare, oggi partico-

larmente ridotto. Ora, tutti questi poteri, oltre alla sempre influente opinione pubblica, sono concordi nel considerare la Russia nemico permanente. E Putin capo di una potenza espansiva, imperialistica e particolarmente brutale. Contro questa realtà di fatto Trump non può molto, al di là delle sue migliori intenzioni verso il potenziale partner Putin. Ciò che fra l’altro rafforza la sua invidia per i poteri della sua controparte russa, assai più estesi dei propri. Ogni Stato, come ogni organismo vivente, ha una sua memoria storica, magari irriflessa ma potente. Nella memoria storica degli Stati Uniti non c’è più da tempo la breve alleanza di guerra contro Hitler (quattro anni), ma la ben più persistente avversione ideologica e geopolitica inaugurata con la rivoluzione d’Ottobre (1917), la nascita dell’Unione Sovietica (1922) e l’affermazione del comunismo, ovvero di un’ideologia e di una conseguente geopolitica del tutto incompatibili con lo stile di vita e con gli interessi americani. Questo patrimonio ideologico-geopolitico è succhiato con il latte materno dalla quasi totalità degli apparati che costituiscono lo Stato profondo americano. Di qui la permanente

ostilità verso i russi – la differenza fra Russia e Unione Sovietica è impercettibile se non inesistente, ai loro occhi – e verso il loro capo. Tanto più che quest’ultimo, in quanto ex agente del Kgb, appartiene alla loro stessa gilda, solo a colori rovesciati. Fra uomini dell’intelligence e delle burocrazie della forza la diffidenza reciproca è naturale. Non sappiamo se e quando Trump e Putin potranno incontrarsi e quale tipo di intesa a due vorranno e sapranno imbastire. Sappiamo però con sufficiente approssimazione che questa verrà in ogni caso sabotata, quanto meno depotenziata, dallo Stato profondo americano. Con il pieno consenso del Congresso, dell’intelligence, dei media – social e/o mainstream – e dell’establishment in genere. Putin e con lui i dirigenti russi che inizialmente puntavano tutto su un’intesa semiparitaria con Washington, dovranno prendere atto di essersi sbagliati. E di essere perciò condannati alla insincera ma per ora efficace intesa con gli odiati partner cinesi. Nella speranza che un giorno, per miracolo, l’America cambi opinione sulla Russia, magari proprio sotto la pressione della minaccia cinese.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Politica e Economia

L’elezione perfetta di Putin

Fra le notizie

Russia Per la prima volta Mosca non è apparsa preoccupata dell’accusa di avere indetto

elezioni non all’altezza degli standard democratici. E non teme più di essere giudicata dall’Occidente

La telefonata di Donald Trump è arrivata al Cremlino due giorni dopo la rielezione di Vladimir Putin, dopo che il presidente rieletto domenica 18 marzo per il quarto mandato ha comunicato di non considerare l’assenza delle congratulazioni dalla Casa Bianca «un atto ostile». I due leader hanno parlato di un incontro da tenere in un «futuro non troppo lontano», per discutere della corsa al riarmo, Siria, Corea e altri dossier internazionali. Un episodio sintomatico del clima nel quale Putin si avvia ai prossimi sei anni al Cremlino, nonostante la trionfale vittoria nelle urne: 56 milioni di voti, più di quanto avesse conquistato nelle tre elezioni precedenti, il 76% del 67% dei russi che sono andati a votare. Mosca non appare preoccupata dalle numerose segnalazioni di brogli – inferiori comunque a quelle degli scrutini degli ultimi anni – né dalla dichiarazione dell’Osce che ha definito le presidenziali una consultazione non all’altezza degli standard democratici. Si tratta di una svolta significativa: finora la Russia ci teneva molto a venire riconosciuta come democrazia, reagendo con durezza alle accuse e alle critiche, e cercando entro certi limiti di osservare le apparenze. Stavolta, invece, il candidato più pericoloso per Putin, Alexey Navalny, è stato subito escluso dalle elezioni, e gli altri contendenti sono stati selezionati per non rappresentare alcun rischio: gli eterni sfidanti Vladimir Zhirinovsky e Grigory Yavlinsky, il miliardario comunista Pavel Grudinin e la ex star dei reality Xenia Sobchak sono stati relegati a comparse di una campagna elettorale totale che più che promuovere Putin ha lavorato per spingere i russi nei seggi. Nell’ultima settimana i messaggi che invitavano a partecipare al voto perseguitavano i russi dagli scontrini dei supermercati e dalle schermate dei bancomat, dai distributori di benzina e dalle app dell’home banking, e le segnalazioni di direttori di aziende, presidi, primari, rettori e comandanti che costringevano i loro sottoposti a recarsi al seggio sono state centinaia. Questo è un altro risultato del voto del 18 marzo: dopo 19 anni al potere, Putin ha costruito una macchina statale perfetta, capillare ed efficiente, che non solo garantisce il risultato desiderato – sul nome del vincitore non c’erano dubbi già anni prima – ma anche i numeri. Dopo sei anni in cui ci sono stati l’annessione della Crimea, la guerra in Ucraina e in Siria, le sanzioni, lo scontro con l’Occidente, il Russiagate e, nell’ultima settimana prima della campagna elettorale, l’avvelenamento in Gran Bretagna dell’ex spia russa Serghey Skripal, Putin non poteva vincere per il rotto della cuffia, aveva bisogno di un’elezione che lo consacrasse padre della patria. Anche a costo di passare dalla categoria delle democrazie parziali in quella degli autoritarismi simili

AFP

Anna Zafesova

ai sistemi dell’Asia Centrale ex sovietica, dove i leader abbandonano la carica soltanto per il proprio funerale. Alexey Navalny, che ha chiamato i suoi sostenitori al boicottaggio delle elezioni e inviato nei seggi 33 mila osservatori, sostiene che l’affluenza reale era inferiore di almeno 10 punti, come sembravano segnalare anche i sondaggi. Ma il sistema putiniano sembra indifferente a queste accuse, e ha imparato a evitare incidenti elettorali come quello del 2011, quando Russia Unita non riuscì a superare il 50% dei voti alle elezioni per la Duma. Resta la domanda di come gestirà i prossimi sei anni, in queste condizioni, e soprattutto di se e come si svolgerà la transizione del 2024, quando terminerà quello che per ora la Costituzione russa impone come l’ultimo mandato di Putin. Curiosamente, è stata la prima domanda che gli hanno fatto i giornalisti dopo la vittoria. Il presidente ha promesso che non cambierà la Costituzione, e non si ricandiderà nel 2030, presumibilmente dopo aver ceduto per sei anni il Cremlino a un «delfino», come aveva già fatto con Dmitry Medvedev nel 2008. Negli ambienti della politica moscoviti girano già scenari di successione che includono il trasferimento di Putin, insieme al suo potere, a un Consiglio di Stato non eleggibile, sul modello iraniano. Un’altra ipotesi sarebbe quella, sul modello cubano, di passare gradualmente il potere a una nuova generazione di tecnocrati, allevati nel ventennio putiniano, manager senza particolari connotati ideologici, come gli ultimi governatori nominati dal Cremlino.

Ma la soluzione più ovvia potrebbe venire dalla Cina: solo pochi giorni prima delle elezioni russe Xi Jinping ha eliminato il vincolo di mandato senza troppe critiche internazionali, e se la Russia prosegue nella sua nuova «guerra fredda» contro l’Occidente, non avrà più nemmeno il vincolo di dover rispettare norme democratiche di un mondo con il quale è in rotta di collisione. La distensione infatti non è all’orizzonte, anche perché a tutti è evidente come proprio i toni di guerra contro Europa e America fossero stati la principale carta di Putin. I suoi collaboratori dopo la vittoria hanno ironizzato che nessuno avesse portato più voti al presidente della premier britannica Theresa May, che a pochi giorni dalle elezioni aveva accusato Mosca di essere mandante dell’attentato con gas nervino contro Skripal (che ha intossicato anche sua figlia Yulia e almeno altre dieci persone che non c’entravano nulla). Il principale discorso della campagna elettorale è stato dedicato da Putin alle nuove armi russe, con dimostrazione di missili a testata multipla che andavano a colpire il territorio americano. In altre parole, la retorica che più spaventa l’Occidente è quella che più piace ai russi. E in assenza di un grande potenziale economico per incrementare il benessere dei suoi elettori, al capo del Cremlino non resta che continuare a scommettere sul senso dell’orgoglio nazionale, declinato in termini molto sovietici, di una Russia assediata da nemici. Una situazione alla quale per ora non si vedono sbocchi reali. Lo scontento – per il carovita, per la corru-

zione, per la povertà (aumentata negli ultimi quattro anni fino a colpire 20 milioni di russi), per uno Stato sociale sempre più carente, per gli abusi della burocrazia e della polizia – esiste, ed è diffuso, ma non trova un’espressione, in un sistema politico e mediatico rigidamente controllato. La scommessa di Alexey Navalny, con le sue denunce di corruzione, era proprio quella di riuscire a farlo emergere, ma un sistema che riesce a ottenere risultati plebiscitari difficilmente sarà incentivato ad aprire un dialogo con l’opposizione. Lo stesso discorso riguarda una parte dell’élite russa – imprenditori, intellettuali, ma anche una fetta dell’establishment governativo – che premeva per una versione più soft del regime, desiderava una normalizzazione dei rapporti con il resto del mondo e una modernizzazione dell’economia e della società russa. Il voto ha dimostrato che quelli di cui Putin non può fare a meno sono i sostenitori dell’hard power, i «falchi», quelli che l’hanno spinto ad annettere la Crimea, a lanciare le guerre fuori dai suoi confini, quelli che hanno invitato a Mosca Marine Le Pen e Matteo Salvini, quelli che gli hanno fatto raccontare nella campagna elettorale di come sarebbe pronto, in caso di pericolo, a lanciare un attacco nucleare per distruggere il mondo, perché «a cosa serve un mondo senza la Russia?». E quindi il rapporto della Russia con il mondo probabilmente resterà quello degli ultimi quattro anni, fino a che, come accadde negli anni 80 con la perestrojka, non sarà la stessa opinione pubblica russa a chiedere una svolta.

Ahed patteggia la libertà Ahed Tamimi, la ragazza palestinese di 17 anni che lo scorso inverno era stata tratta in arresto per aver preso a schiaffi un soldato dell’esercito israeliano, ha patteggiato una pena di otto mesi di reclusione dopo essersi dichiarata colpevole per quattro dei dodici capi d’imputazione a suo carico, tra cui quello di aggressione. La giovane, che non sconterà la sua pena dietro le sbarre ma agli arresti domiciliari, dovrà anche pagare una multa di 5mila shekel, anche se la parola definitiva spetterà al tribunale militare, che potrebbe inasprire la sanzione. Ahed Tamimi ha trascorso finora quattro mesi in detenzione amministrativa. L’adolescente era diventata un emblema della resistenza palestinese contro l’occupazione, da parte dei coloni israeliani, dei territori della Cisgiordania. Ahed Tamimi era stata arrestata nel dicembre 2017 dalle autorità di Tel Aviv dopo essere stata «incastrata» da un video, che la ritraeva mentre affrontava senza timore e prendeva a schiaffi un soldato israeliano. Il filmato era diventato virale ed aveva fatto il giro del mondo. I fatti risalgono al 14 dicembre 2017. Quel giorno Mohamed Tamimi, 14 anni, cugino di Ahed, venne raggiunto da uno proiettile di gomma esploso da distanza ravvicinata da un soldato israeliano. Il ragazzo rimase ferito alla mascella, riuscendo tuttavia a sopravvivere. Secondo la difesa di Tamimi, il video non faceva che mostrare la reazione della ragazza dopo essere venuta a conoscenza del fatto, ma i media israeliani non avevano esitato a descrivere l’adolescente come una facinorosa in cerca di guai, un soggetto pericoloso, una giovane antisemita accecata dall’odio nei confronti di Israele. Strage di cristiani in Nigeria 3.850 cristiani della Nigeria sono stati assassinati dai jihadisti di Boko Haram e dai pastori islamici Fulani negli ultimi tre anni. Solo nei mesi di dicembre 2017 e gennaio 2018 sono stati registrati oltre 350 cristiani uccisi nel Paese più ricco di petrolio di tutta l’Africa. In due giorni, cinquanta cristiani sono stati uccisi dalle orde islamiste negli stati di Kogi e Plateau. Due giorni prima c’era stato un funerale di massa per i cristiani assassinati in una sola giornata di attacchi. Il vescovo Joseph Bagobiri, della diocesi di Kafanchan, morto poche settimane fa, aveva fornito la contabilità degli attacchi islamici solo nella sua area: «53 villaggi bruciati, 808 persone uccise, 1.422 case e 16 chiese distrutte». Si chiama pulizia etnica. A fine febbraio, almeno 12 cristiani erano stati uccisi nel nord della Nigeria come rappresaglia per i tentativi dei fedeli di salvare alcune ragazze dalle conversioni islamiche forzate. Secondo Philip Jenkins, uno dei massimi esperti di cristianesimo, è in Nigeria che verrà deciso l’equilibrio tra l’Islam e il cristianesimo in Africa. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Politica e Economia

Anche l’anima ha un profilo

Scandalo Facebook Dopo le rivelazioni su Cambridge Analytica, il titolo del social network crolla in Borsa e sul

suo fondatore Zuckerberg si addensano le nubi delle conseguenze legali. E molti gli utenti invitano a #deletefacebook

Federico Rampini

Mark Zuckerberg, capo azienda e azionista principale di Facebook.(AFP)

mente i 50 milioni di utenti vittime della violazione. Quando lo scandalo è stato denunciato da alcuni giornali inglesi, la prima reazione del top management di Facebook è stata la minaccia di denunciarli per diffamazione. Poi hanno fatto ricorso a giustificazioni penose, ad esempio sostenendo di essersi fidati delle «finalità accademiche» di Cambridge Analytica. Dunque: zero controlli da parte di un social media che profitta di un business multimiliardario, quando qualcuno attinge ai loro dati in modo così massiccio. La cosa più grave è che non c’è stata «pirateria» in senso letterale, nessuno ha violato nottetempo la cassaforte, tutto è avvenuto nel rispetto delle regole. S’intende: le regole che Facebook ha fissato per se stesso. È proprio il tema delle regole e della responsabilità, il risvolto più inquietante. In molti altri campi dell’attività economica, le imprese hanno doveri da rispettare nei confronti dei consumatori. Se un prodotto di largo consumo è difettoso o pericoloso, scattano incriminazioni e processi, obbligo di riparare il danno, indennizzi alle vittime. Nella Rete l’irresponsabilità regna. È troppo spesso una «no man’s land» giuridica. Le regole se le sono scritte loro. In questo contesto Mark Zuckerberg, capo azienda e azionista principale di Facebook, ha venduto altri

AFP

Forse la svolta è stata segnata dal lancio di una class action (causa giudiziaria collettiva), a segnalare la possibilità che Facebook sia seriamente nei guai. O forse da quello «hashtag» che sta facendo il giro del mondo: #DeleteFacebook, che annuncia la nascita di un movimento per disertare dal social media. Dopo il Parlamento inglese, la Commissione Ue, il Congresso di Washington, l’authority antitrust americana (Federal Trade Commission), anche Wall Street ha reagito alla tempesta di accuse su Facebook. In due sedute la settimana scorsa il gigante dei social media ha perso 50 miliardi di dollari di valore ed è stato declassato dalla Top Five della Borsa americana. La Cnn parla di una «crisi esistenziale» per Facebook. Riassumendo i fatti: questa è la seconda volta che Facebook viene implicato in una torbida vicenda legata all’elezione di Donald Trump. Prima c’era stato l’uso massiccio del social media da parte della propaganda russa, per diffondere fake-news e manipolare gli elettori americani. Il secondo scandalo è di una natura diversa. Qui il malfattore non ha passaporto russo ma anglo-americano. È una società dal nome altisonante quanto ingannevole, Cambridge Analytica, che in realtà non fa studi accademici bensì marketing elettorale in modo tutt’altro che trasparente. Usa Big Data e «modelli psicografici». Ha avuto come finanziatori Steve Bannon, l’ideologo di estrema destra che fu consigliere di Trump, insieme al suo munifico mecenate Robert Mercer, miliardario e ultrà della destra repubblicana. Facebook entra in gioco come comprimario e complice, perché Cambridge Analytica ha saccheggiato i profili personali di 50 milioni di utenti di Facebook. Numero grosso: se si tiene conto dell’effettiva affluenza alle urne, è quasi un terzo dei votanti in un’elezione americana. I dati personali e privati sono stati usati ai fini di una campagna elettorale di tipo subliminale: cioè per confezionare dei messaggi ad hoc, in grado di influenzare i singoli elettori facendo leva sul loro carattere, i gusti e le frequentazioni, le letture, i valori e le sensibilità di ciascuno. Se poi Cambridge Analytica abbia davvero inventato l’algoritmo perfetto per influenzare le coscienze, o se si tratti di ciarlatani e venditori di fumo, è un altro discorso. Comunque va ricordato che l’elezione presidenziale del novembre 2016 si è giocata sul filo del rasoio, per minuscole percentuali e spostamenti marginali di voti in pochi Stati-chiave. Ciò che è grave è il comportamento di Facebook. I vertici del social media hanno saputo di questa vicenda da tempo, e hanno taciuto. Non hanno neppure informato né messo in guardia privata-

350 milioni di dollari delle sue azioni. È un altro passo verso la dismissione di 12 miliardi che lui si è data come traguardo. Con questo progressivo (ma parziale) sganciamento, alimenta donazioni, per esempio a grandi università come Harvard e Mit. Zuckerberg sembra attirato dal modello di Bill Gates: lasciare ad altri la gestione dell’azienda che ha fondato, e costruirsi una seconda vita come benefattore dell’umanità. Con tutto il rispetto che merita la filantropia, nel suo caso dovrebbe prima riparare gli immensi guasti che ha provocato la sua azienda. Anche nella disseminazione delle fake-news, il social media è ben lontano dall’aver offerto degli antidoti efficaci e convincenti. Fino a ieri era il trentenne più potente della Silicon Valley; innovatore geniale che aveva catturato quasi un terzo della popolazione mondiale nei tentacoli del suo social media; forse accarezzava il sogno di una candidatura alla Casa Bianca. L’Utopia di Zuckerberg in che cosa consisteva? Basta attingere alle sue parole testuali. È l’aprile del 2016, all’inizio della campagna elettorale americana, quando Zuckerberg riunisce i suoi collaboratori per lanciare una sorta di Manifesto Politico. Quasi due anni fa, allora 31enne, il fondatore e chief executive di Facebook illustra la filosofia e i valori della sua azienda. «Siamo una comunità globale unica, nell’accogliere i rifugiati che tentano di salvarsi da una guerra, o gli immigrati in cerca di opportunità; nell’unirci per combattere un’epidemia o il cambiamento climatico». Polemizza contro «le voci della paura che invitano a costruire muri e a prendere le distanze dalle persone descritte come diverse da noi». Al centro del suo messaggio Zuckerberg mette uno slogan: «Dare a ciascuno il potere di condividere con tutti gli altri». Verbo-chiave, to share, indica la «condivisione» di messaggi, foto, esperienze e commenti che ciascuno fa con gli amici sulle proprie pagine di Facebook. Ma è anche allusione a un altro tipo di condivisione, la diffusione delle opportunità, la distri-

buzione delle ricchezze. Zuckerberg si appropria così di una tradizione della Silicon Valley e di tutta la West Coast americana: un luogo dove gli imprenditori hanno spesso cavalcato visioni progressiste, utopie sociali, il sogno di rifare il mondo. Poi, a elezione avvenuta e con Trump alla Casa Bianca, l’estate scorsa lo stesso Zuckerberg parte per un tour nazionale attraverso gli Stati Uniti, che molti interpretano come il trampolino di lancio verso una carriera politica.

La cosa più grave è che non c’è stata pirateria, tutto è avvenuto nel rispetto delle regole. Quelle di Facebook Vuole toccare 30 Stati Usa con lo scopo di «conoscere meglio gli americani». Comincia proprio da quell’Iowa dove hanno inizio ogni quattro anni le primarie per la nomination. Poi il Michigan dove incontra a Detroit gli operai della Ford, una constituency che fu decisiva per l’elezione di Trump. Assume nella propria Fondazione uno degli strateghi delle vittorie di Barack Obama, David Plouffe, considerato un genio del marketing elettorale. Alle dietrologie Zuckerberg risponde: recluto talenti al servizio dell’impegno umanitario. La sua Fondazione ha la missione di «curare malattie, migliorare l’istruzione, dare voce a tutti coloro che vogliono costruire un futuro migliore». Solo mercoledì 21 marzo Zuckerberg è uscito dal suo silenzio sugli scandali di Facebook. Si è assunto ogni responsabilità, si è impegnato a rimediare. Però non ha convinto. Dopo le prime giornate dello scandalo Cambridge Analytica, segnate da un mutismo che stava diventando misterioso e insostenibile, ci si poteva aspettare molto di più. Il 33enne che siede su una fortuna di 70 miliardi riconosce che c’è stato un «abuso di fiducia» ai danni degli utenti. Si fa carico della «responsabilità di proteggere i vostri dati». E se questa re-

sponsabilità viene tradita, «noi non meritiamo di servirvi». Linguaggio nobile. Seguito però da un’affermazione sconcertante: «Sto lavorando per capire esattamente cos’è accaduto, e come garantire che non accada più». Fastidioso déjà vu: promesse solenni di non cascarci più vennero pronunciate anche dopo lo scandalo precedente, quello sulle fake-news disseminate dai russi, via Facebook, per aiutare Trump in campagna elettorale. Poi per quanto riguarda i 50 milioni di utenti «violati», è una storia che comincia due anni fa, di cui il top management di Facebook è al corrente da molto tempo. È verosimile che Zuckerberg stia ancora cercando di capire cos’è successo? Lo abbiamo capito tutti, cos’è successo. La fonte di fatturato e di profitti di questa società, il nucleo duro della sua vocazione aziendale, è la vendita della nostra privacy. È impressionante l’elenco delle «chiavi d’accesso» alla nostra vita privata (digitale), a partire dall’indirizzo IP che porta incollato a sé ogni «clic», ogni carezza del pollice sul display, ogni sito che visitiamo. Le nostre amicizie e le nostre preferenze politiche, i nostri consumi e i nostri valori, il nostro reddito e i nostri spostamenti geografici, tutto è registrato, memorizzato, tariffato, venduto. In più, ogni volta che «condividiamo» con gli amici un parere su un fatto di attualità, un commento uscito su un giornale, stiamo facendo una sorta di delazione, segnaliamo al marketing del pensiero e al «commercio dell’attenzione umana» tutti gli appartenenti alla nostra tribù. Certo a questo punto un dilemma etico, civile e politico dovremmo cominciare a porcelo noi tutti: a partire da quale momento, con quale livello di consapevolezza, abbiamo firmato il patto leonino per cui vendiamo la nostra anima ai social media, in cambio di un po’ di servizi gratuiti? L’apparente gratuità – apparente perché in quel gioco siamo noi i prodotti in vendita a pagamento – è l’offerta che ci ha allettati e corrotti, attirandoci in questa trappola.


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PIL mondiale: infatti, l’economia globale ‒ indipendentemente dal fatto che alcuni Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

settori abbiano sofferto per la recente stretta creditizia ‒ presenta già ora un rapporto

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Politica e Economia quasi doppio, cioè potenzialmente inflazionistico e/o esposto a rischi di default. Ciò

La fake economy e le sue «bolle» corrisponderebbe allo scenario ‒ sempre per utilizzare un esempio tratto dalla

quotidianità e non “prestare il fianco” a chi sostiene che gli economisti debbano per

forza esprimersi con linguaggio specialistico ‒, in cui un individuo beneficiasse di un

Analisi Nonostante la recente crisi economico-finanziaria il motto è tornato ad del essere business usual prestito più elevato addirittura della somma complessiva suo reddito annuo (e, as forse, anche dei suoi ulteriori averi): in tal caso, non ne sarebbe difficile prevedere un eventuale fallimento.

Spiegare in forma comprensibile la differenza fra «valori reali» e «valori nominali» (oltre che l’importanza, per cui le due misure debbano essere numericamente simili) non è semplice. Si può, quindi, prendere come punto di partenza una delle argomentazioni che è stata sollevata a più riprese durante la crisi economico-finanziaria globale dal 2007 in poi. Infatti, in quelle fasi drammatiche si è spesso scritto che fra le concause delle turbolenze vi fosse l’eccessiva espansione del settore finanziario rispetto a quello reale, cioè di quello relativo alla produzione di beni e servizi (extra-finanziari). Beninteso: il settore bancario-finanziario è di fondamentale importanza in ciascun sistema economico per le sue funzioni di emissione monetaria ed intermediazione finanziaria, che rappresentano da sempre la «colonna vertebrale» dello sviluppo economico-sociale. Ciononostante, rimane innegabile che siano le stesse banche (oltre che, sempre più, la restante folla di attori finanziari) ad autoesporsi a rischi reputazionali ogniqualvolta esse sovraemettano o si sovraespongano al rischio creditizio con possibili conseguenze in termini di liquidità e/o solvibilità. In altre parole, «fabbricare» strumenti finanziari di dubbio contenuto e sovraconcedersi ad emissione monetaria «a sbalzo», cioè senza coperture

reali nell’effettiva produttività naziodi «utilità») pressoché nullo. Se «stornale, spinge l’acceleratore del «nomicere il naso» di fronte alle sole applicaLa sovraesposizione finanziaria dell'economia nale» rispetto al «reale». Utilizzando zioni informatiche (app) di turno quali globale rispetto ai valori "reali" una metafora semplice ed ipotizzando «motori» di crescita economica in certi uno degli alimenti preferiti delle prime settori può essere comprensibile, lo di200 colazioni di ogni dove, cioè pane e marviene forse un po’ meno allorquando la 180 mellata, è fondamentale – affinché tale tecnologia non venga applicata come 160 cibo possa mantenere intatto il suo ap«fine a se stessa» (o con lo scopo di un 140 prezzato principio – che la marmellata ritorno economico immediato), bensì 120 (cioè il «valore reale») non venga spalindirizzata a promuovere crescita (con100 mata su un’eccessiva quantità di pane creta) futura. Del resto, se è chiaro che 80 (cioè il «valore nominale»). Tornando gli investimenti in tecnologia stiano 60 all’ambito economico, la finanziarizzasempre più integrando l’accumulazio40 zione smodata dell’economia in assenne di capitale fisso (cioè di strumenti 20 za di corrispettivi nell’economia reale è produttivi quali fabbricati, impianti 0 foriera di bolle finanziarie, cioè di crisi ecc.) dove quest’ultima è stata alla base 1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010 2020 sistemiche oltre che di perdita generadella nascita del capitalismo stesso, essi Anni lizzata di potere d’acquisto. devono però poggiare su basi «concre1 Se quanto descritto riguarda sote» e non concedersi a mode passeggere prattutto l’aspetto economico-moneta- Elaborazione propria sulla base di https://data.worldbank.org/indicator/FS.AST. o innovazioni inutili. Riassumendo: se rio, è innegabile che la cronaca di questi DOMS.GD.ZS. (Edoardo Beretta) a livello di «economia-Paese» è evidentempi ci abbia informato su altre «sfacte che debbano essere gli attori politicoNell’era della digitalizzazione si deve, però, anche prestare attenzione che l’odierno cettature» della tematica: ad esempio, inflazionistico e/o esposto a rischi di ne che l’odierno sviluppo economico economici a fungere da garanti affineconomico (pur dovendoalloavere rispetto le cosiddette «criptovalute» (fra cuisviluppo il default. Ciò corrisponderebbe sce- caratteristiche (pur dovendo ben averediverse caratteristiche bena quelle ché i «valori nominali» non prendano Bitcoin è la più menzionata) con le pro- nario – sempre per utilizzare un esem- diverse rispetto a quelle della lontana il sopravvento rispetto a quelli «reali», della lontana epoca Rivoluzione o del vicino boom economico prie oscillazioni da «stress cardiaco» pio tratto dalladella quotidianità e per industriale non epoca dellapiù Rivoluzione industriale o postda un punto di vista individuale-aziensono viste dagli uni come opportunità «prestare il fianco» a chi sostiene che del più vicino boom economico post- dale è (oggi più che mai) richiesto uno 1 Elaborazione propria sulla base di: finanziaria, mentre dagli altri quale gli economisti debbano perhttps://data.worldbank.org/indicator/FS.AST.DOMS.GD.ZS. forza espri- bellico) non perda di effettivo contri- sforzo interpretativo delle possibilità mero atto speculativo. Non ce la si cava mersi con linguaggio specialistico –, in buto alla crescita economica nel suo di crescita rivolto più a garantire una meglio gettando uno sguardo al rap- cui un individuo beneficiasse di un pre- complesso: il rischio, in caso contra- migliore utilità non solo nel breve, ma porto percentuale fra credito concesso stito più elevato addirittura della som- rio, sarebbe quello di una deriva ver- anche nel medio-lungo termine. Perché dal sistema bancario e PIL mondiale: ma complessiva del suo reddito annuo so una fake economy, cioè un sistema – se si è, da un lato, d’accordo sul fatto infatti, l’economia globale – indipen- (e, forse, anche dei suoi ulteriori averi): economico basato sì (giustamente) su che l’espansione produttiva non possa dentemente dal fatto che alcuni settori in tal caso, non ne sarebbe difficile pre- innovazioni progressive, talvolta mar- avere più i connotati «pesanti» di deabbiano sofferto per la recente stretta vedere un eventuale fallimento. ginali a fronte degli standard di vita e cenni fa – non significa che l’economia creditizia – presenta già ora un rapporNell’era della digitalizzazione si produzione già elevati, ma dal «valore debba ora concedersi a futilità o «valori to quasi doppio, cioè potenzialmente deve, però, anche prestare attenzio- reale» (inteso, in questo caso, nel senso nominali». Credito domestiico dal settore finanziario (% PIL)

Edoardo Beretta

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Politica e Economia

Un metrò per le merci

Cargo sotterraneo Entro il 2045, un sistema di gallerie sotterranee potrebbe rivoluzionare il trasporto delle merci

nell’Altopiano elvetico. Un’idea utopica o realizzabile? I finanziatori privati ci credono

Luca Beti «Se fossi trent’anni più giovane e se detenessi ancora le leve del potere, Cargo sotterraneo sarebbe una sfida che mi piacerebbe affrontare». Sono parole di Adolf Ogi, ex ministro dei trasporti elvetico. Un mese prima dell’inaugurazione della galleria di base del San Gottardo incontriamo il padre politico di Alptransit per una lunga intervista in un tipico ristorante nel Seeland bernese. È il maggio 2016 e da alcuni mesi sui quotidiani d’Oltralpe si legge di un progetto futuristico, di un sistema di gallerie per il trasporto delle merci; di «Cargo sous terrain». Ma che cos’è? In poche parole è una sorta di nastro trasportatore che si intende realizzare nel sottosuolo dell’Altopiano svizzero con uscite e snodi nelle principali città. Ma non solo. È anche un gigantesco magazzino mobile di un milione di metri quadrati, grande quanto dieci enormi depositi. Un’idea utopica? Non più. La visione, lanciata nel 2013 da un consorzio di imprese private, gode di un ampio sostegno sia della politica sia dell’economia. Cargo sotterraneo è una rivoluzione nel trasporto merci; una rivoluzione necessaria. Stando all’Ufficio federale delle statistiche, tra il 2000 e il 2016 si è registrato un incremento del 18 per cento del traffico delle merci, soprattutto di quello sulla strada. Un traffico destinato a crescere ulteriormente nei prossimi decenni a causa anche dell’ecommerce, degli acquisti online che nel 2016 hanno segnato in Svizzera una crescita dell’8 per cento rispetto al 2015. Per la Posta, questa evoluzione ha significato nello stesso lasso di tempo un incremento dei pacchi da recapitare del 6 per cento, per un totale di oltre 122 milioni. È necessario quindi ripensare la mobilità e trovare soluzioni alternative e avveniristiche per decongestionare il traffico stradale e ferroviario che rischia altrimenti il collasso. Stando a una previsione dell’Ufficio federale delle strade, il flusso delle merci aumenterà del 37 per cento tra il 2010 e il

2040. Ben venga quindi un’idea nuova da affiancare all’attuale rete viaria e ferroviaria svizzera. A non credere nel progetto visionario è Avenir Suisse. Per Daniel Müller-Jentsch, esperto in ambito di sviluppo territoriale del think thank con sede a Zurigo, un tunnel di gallerie sotterraneo non è finanziabile e nemmeno al passo con i tempi. Stando allo specialista, nei prossimi anni vivremo alcune rivoluzioni tecnologiche che cambieranno la mobilità in Svizzera: macchine e camion a guida autonoma, robot e droni per il trasporto, nuove applicazioni. Un metrò per le merci rischierebbe quindi di essere superato ancora prima della messa in funzione del primo troncone nel 2030. Per Avenir Suisse, questo progetto rischia quindi di rimanere una visione, molto seducente ma irrealizzabile. Un destino già toccato in passato a Swissmetro, il progetto di un treno a lievitazione elettromagnetica, capace di viaggiare a 500 chilometri orari, finito in un cassetto agli albori del 2000. Ma ritorniamo a Cargo sotterraneo, meglio conosciuto con il nome di «Cargo sous terrain». Sarà un complesso dedalo di gallerie che andrà dal lago Lemano a quello Bodanico, con diramazioni verso Basilea, Lucerna e Thun; nell’area insomma dove si registra il volume maggiore di traffico pesante su strada. Scavati a 20-50 metri di profondità, i tubi di 6 metri di diametro saranno percorsi 24 ore su 24, 7 giorni su 7 – bypassando il divieto di trasporto notturno e domenicale – da veicoli autonomi ed elettrici. Questi ultimi si muoveranno su tre corsie elettromagnetiche a una velocità costante di 30 km/h. Dal soffitto penderanno invece dei carrelli, specie di funivie, che a 60 km/h avranno il compito di trasportare merce più leggera, per esempio pacchi o lettere. Attraverso un’ottantina di punti di accesso o stazioni di trasbordo, i bancali e i contenitori ritorneranno in superficie. Da lì partirà la distribuzione nell’ultimo miglio nei centri urbani attraverso un capillare sistema di trasporto che farà capo a veicoli silenziosi e a basso

Cargo sotterraneo: un innovativo sistema di trasporto merci I veicoli elettrici vengono caricati in superficie e poi trasportati nel sottosuolo con degli ascensori. In un dedalo di gallerie viaggeranno in modo autonomo fino a destinazione e riportati in superficie tramite ascensori. Centrali industriali e di logistica

Centrali di logistica cittadine

Sezione della galleria ( d i a m e t ro 6 m ) 50 m

As ce n s o re

As ce n s o re

G a l l e r i e s o t te r ra n e e

Basilea

Wintertur St. Gallo

HärkingenNiederbipp Berna

Ve i co l i Ve l o c i t à : 3 0 k m / h I n f u n z i o n e 2 4 o re a l gi o r n o Losanna

Ginevra

Un’elaborazione grafica del visionario progetto. (Keystone)

impatto ambientale. Stando ai promotori dell’iniziativa, una volta terminato «Cargo sous terrain» ridurrà circa del 30 per cento il trasporto merci nelle città e del 40 per cento quello autostradale dei mezzi pesanti, con conseguente diminuzione dell’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto ad oggi. Quali sono le tappe del progetto? Nel gennaio 2018 la società ha presentato la sua road map. Entro il 2030 intende realizzare il primo troncone di circa 70 chilometri tra Härkingen/Niederbipp, crocevia logistico nel canton Soletta, e la regione di Zurigo. I costi di realizzazione sono stimati sui 3,5 miliardi di franchi. I lavori di costruzione dovrebbero iniziare entro il 2023, quindi tra meno di 5 anni. Prima però le macine della politica, che notoriamente si muovono lente, dovranno iniziare a girare. Serve infatti una base giuridica unitaria, in sostituzione delle prescrizioni cantonali e comunali per la realizzazione dell’intero

Zurigo

progetto. Il Consiglio federale ha promesso che entro il 2019 elaborerà questo quadro legislativo speciale che permetterà di accelerare i tempi di pianificazione e di realizzazione del progetto. In seguito, il complesso sistema di gallerie sotterranee verrà esteso a tappe per una lunghezza stimata a circa 450 chilometri. Gli ideatori intendono completare «Cargo sour terrain» entro il 2045 per un investimento totale di 33 miliardi di franchi. A titolo di paragone ricordiamo che i costi per la realizzazione della nuova ferrovia transalpina, con i tunnel di base del Lötschberg, del San Gottardo e del Monte Ceneri, ammontano a circa 23 miliardi di franchi. Ma se l’Alptransit è stata promossa con soldi pubblici, questo progetto sarà invece sostenuto unicamente da partner privati. E i finanziatori non mancano. Finora hanno promesso 100 milioni di franchi per la programmazione e i permessi di costruzione. Tra

Lucerna

Thun Progetto pilota Ampliamento

Grafico: KEYSTONE, Quelle: CST

i promotori dell’impresa, uniti in una società per azioni, ci sono i giganti del commercio al dettaglio Migros e Coop, La Posta, FFS Cargo, Swisscom, gli assicuratori La Mobiliare e Helvetia, la Banca cantonale zurighese e Credit Suisse, ma anche investitori esteri quali la società francese Meridian, specializzata nello sviluppo e nel finanziamento di progetti infrastrutturali e il gruppo Dagong Global, un’agenzia di rating cinese. L’interesse della Cina per il progetto non sorprende. Infatti fra le tante sue metropoli, quattro superano ampiamente i 10 milioni di abitanti, sono confrontate con strade congestionate e aria irrespirabile. «Cargo sous terrain» potrebbe quindi essere una soluzione per risolvere questo problema. E se i tempi in Svizzera sono lunghi, in Cina invece si potrebbe iniziare già tra un anno con la costruzione. E così, a fregiarsi della prima metrò per merci non sarebbe la Svizzera, ma la Cina.

Bilanci della Confederazione, perplessità sugli accantonamenti Finanze pubbliche Il risultato positivo del bilancio 2017 ha indotto il Consiglio federale ad accantonare due miliardi sul conto dell’imposta preventiva. La decisione solleva alcune perplessità e induce a riflettere sulla gestione delle finanze federali

Ignazio Bonoli Ne avevamo già accennato nel nostro precedente articolo sui bilanci 2018 della Confederazione («Azione» 26.02.18). La decisione del capo del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer, e con lui del Consiglio federale, solleva qualche perplessità circa l’opportunità, e perfino la legalità, di un accantonamento di 2 miliardi di franchi sul conto dell’imposta preventiva. Ora queste perplessità hanno ricevuto una seria conferma, nientemeno che dal Controllo federale delle finanze (CFF). Compito di questo ufficio è proprio quello di controllare la conformità di certe decisioni, in campo finanziario, con le relative leggi. Secondo questo ufficio esistono parecchi dubbi circa la legalità del provvedimento. In seguito a un primo sommario esame, il CFF giunge alla conclusione che il bilancio della Confederazione deve essere allestito secondo il principio di cassa, che non prevede la possibilità di effettuare

accantonamenti. Gli esperti del CFF rimandano però a un esame più approfondito della problematica, al momento del consueto esame dei conti. Da parte del Dipartimento delle finanze si ribadisce però la pertinenza della decisione di accantonamento. Infatti, tanto il Consiglio federale, quanto la Commissione parlamentare delle finanze hanno approvato i conti, senza sollevare dubbi sull’accantonamento. La discussione avverrà quindi in Parlamento, ma si può stare certi che l’affare prenderà una piega diversa. Ci sono, infatti, parecchie opinioni in proposito, tra le quali spicca anche quella della legge sul freno all’indebitamento, che impone di utilizzare gli utili d’esercizio per l’ammortamento del debito. Tra l’altro, sia il Consiglio federale, sia le Camere hanno approvato una mozione del PPD di Zugo Peter Hegglin che chiede una presentazione dei bilanci della Confederazione che rispecchi fedelmente la situazione reale delle finanze federali. Non si sa ancora

quando si potrà applicare questa mozione, contro la quale lo stesso CFF non ha nulla da obiettare, poiché conforme al principio della gestione di cassa delle finanze federali. Le grandi discussioni sollevate nella stampa hanno poi indotto il mozionante a precisare che la sua intenzione era soltanto quella di chiedere una chiara base legale, in modo da evitare contrasti perfino fra le diverse istanze federali. L’aspetto della contabilizzazione dell’avanzo d’esercizio è piuttosto tecnico, derivante ovviamente da una legge che prevede l’assegnazione degli avanzi all’ammortamento del debito pubblico. Scelta molto opportuna in tempi di disavanzi correnti. Molto meno quando si accumulano avanzi d’esercizio. In paesi che sono alle prese con deficit di bilancio, lo strumento svizzero del freno all’indebitamento aveva sollevato ammirazione. In Svizzera, però, dal momento che il debito pubblico è ben al di sotto dei limiti, riconosciuti per esempio dall’UE, si

pongono alcuni problemi, del resto già sollevati più di una volta. Ma la legge – come detto – applica il principio di cassa: in pratica i soldi che entrano nel 2017 devono essere usati per la gestione 2017, anche se questi soldi sono frutto di altri anni di gestione. Una delle prime deduzioni logiche di questa situazione è quella di dire che nel 2017 si sono prelevate troppe imposte. Dal momento che il piano finanziario prevede altri avanzi d’esercizio nei prossimi anni, la riduzione della fiscalità è più che giustificata. Ma l’amministratore occulto prevede anche l’avvicinarsi di spese ingenti nei prossimi anni, per cui è importante disporre di qualche riserva. Un passo più in là, si può giungere a dire che le maggiori disponibilità servono a prendere decisioni importanti, come ad esempio un aiuto sociale più esteso o grandi investimenti a favore dell’infrastruttura e quindi anche a sostegno della congiuntura o di settori importanti dell’economia. È anche vero – come dice il Con-

siglio federale – che anche in passato si è già derogato allo stretto principio di cassa. Proprio la gestione dell’imposta preventiva è un esempio probante, poiché si contabilizzano le entrate in un anno e le restituzioni durante i tre anni seguenti. Oppure – come dice il messaggio sul consuntivo 2004 – al principio di cassa sfuggono tanto le correzioni di valori (valutazioni di entrate, per esempio), quanto la limitazione nel tempo degli impegni finanziari. D’altro canto, già dal 2007 la Confederazione attribuisce importi parziali al gettito dell’imposta preventiva, in modo da regolarizzare su più anni le entrate e le restituzioni. Inoltre, il modello contabile armonizzato permette già di regolarizzare le «entrate correnti» sull’arco di più anni. Infine, in Parlamento sono già giunti atti parlamentari che chiedono sia un’ottimizzazione del modello contabile, sia una modifica della legge che permetta di contabilizzare entrate e uscite su periodi pluriennali. Che sia la volta buona?


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi I media cambiano, in Ticino più lentamente Tamedia, il gruppo zurighese che, oltre al «Tages Anzeiger», pubblica altri cinquanta giornali e riviste, offrendo pure informazioni online, festeggia quest’anno i 125 anni dalla sua fondazione. Lo ha fatto, tra l’altro, inserendo nel suo organo gratuito «20 minuti» una pubblicazione di 46 pagine nella quale, con interviste e articoli su diversi temi, si fa un bilancio della situazione in materia di informazione in Svizzera e si tratteggia il suo futuro. La situazione di partenza è nota. Oggi il giornale non è più l’unico organo di informazione consultato dagli svizzeri. Per sapere che cosa succede nel mondo, infatti, i nostri connazionali si rifanno, oltre che ai giornali, alla radio, alla televisione e a internet. La quota degli utenti di ciascuno di questi mezzi dipende, in generale, dall’età che gli stessi hanno. L’unica eccezione è rappresentata da internet che la cui quota, a livello nazionale, ha

già superato quella della televisione. Dall’inchiesta di Tamedia si apprende poi che le quote di utenti variano a seconda della regione linguistica. La quota maggiore di lettori di giornali e di persone che consultano il computer la si registra così nella Svizzera tedesca. Gli svizzeri italiani, invece, comandano la classifica per quel che riguarda i media di informazione che, in termini di età, possono essere considerati come intermedi, ossia la televisione e la radio. La quota degli utenti della televisione in Ticino è così elevata da superare, unica eccezione tra le regioni linguistiche del nostro paese, quella di coloro che si informano per internet. Probabilmente si tratta solamente di una situazione provvisoria. Tuttavia è interessante notare che per quel che riguarda l’uso di internet, come fonte di informazione, la Svizzera italiana è sempre ancora in ritardo sul resto della Svizzera. La quota

di utenti è importante perché influenza l’evoluzione della distribuzione dei mezzi provenienti dalla pubblicità. Come si sa, per i media dell’informazione la pubblicità è una risorsa indispensabile. Da questo punto di vista, nel corso degli ultimi due decenni, si è assistito a una trasformazione importante in quanto la pubblicità si è spostata, in modo drastico, dai giornali verso internet. Oggi il 33% della stessa si realizza su internet mentre ai giornali non va più che il 19%. La televisione e la radio ricevono, assieme, il 14%. Va tuttavia precisato che questa quota è quasi completamente appannaggio della televisione. Questa modifica nella ripartizione dei mezzi pubblicitari è correlata con l’evoluzione della quota degli utenti dei singoli mezzi. Mentre la quota dei lettori di giornali sta diminuendo (negli ultimi cinque anni la perdita di lettori è stata del 5%) quella di coloro che consultano

internet è in continuo aumento (sempre nel corso degli ultimi cinque anni è cresciuta del 13%). Questo non significa ovviamente che i giornali siano arrivati al capolinea e rischino di uscire dal mercato. Significa però che, dal profilo finanziario, devono lavorare in condizioni sempre più difficili, il che li porta a cercare nuove soluzioni per affrontare le difficoltà del momento. Nel corso degli ultimi due decenni si è assistito così all’intensificarsi della concentrazione di testate e al crescere degli accordi di cooperazione tra i grandi editori di Zurigo e quelli delle regioni più periferiche del paese, Svizzera romanda compresa. Con queste misure si è cercato soprattutto di contenere i costi. Nella ricerca di nuove fette di mercato si sono invece promossi nuovi tipi di giornale come il quotidiano gratuito «20 minuti» che oggi è disponibile in tedesco, francese e italiano. Dall’inchiesta condotta da

Tamedia risulta che «20 minuti» è il giornale più letto della Svizzera. Questo almeno per quel che riguarda la Svizzera tedesca e la Romandia. In Ticino, invece, ha meno lettori del «Corriere del Ticino» e della «Regione». Siccome questo giornale si indirizza soprattutto ai pendolari, si può opinare che la sua minore diffusione in Ticino sia dovuto al fatto che qui la quota dei pendolari è minore che nel resto della Svizzera. Non pensiamo che sia così. Reputiamo invece che la fedeltà dei ticinesi al «Corriere del Ticino» e alla «Regione» sia piuttosto un ulteriore segno del ritardo con il quale i cambiamenti in atto nel mondo dell’informazione si manifestano in una regione periferica come il Ticino. Per chi legge di preferenza il giornale si tratta di un ritardo positivo perché potrebbe assicurare, ancora per qualche anno, la sopravvivenza dei nostri due maggiori quotidiani.

della sua vita, Cécilia. Per riconquistarla aveva organizzato la festa da Fouquet’s – il ristorante dei miliardari – nella notte della vittoria, e poi la fuga a Malta sullo yacht di Bolloré, che l’hanno reso inviso all’opinione pubblica sin dall’inizio. A celebrare Sarkozy venne tutta la Francia che conta: Bernard Arnault, Martin Bouygues, Serge Dassault; pure Jean Réno, l’attore, e Johnny Hallyday, il cantante. Ma molti cominciarono a mugugnare: la sconfitta contro Hollande cominciò a maturare allora. Cagnaccio da campagna elettorale, Sarkozy rimontò negli ultimi giorni, ma non abbastanza. La notte della disfatta annunciò di voler tornare «uno di voi», «francese tra i francesi», con la mano sul cuore, come un attore consumato che prende congedo dal suo pubblico. Il giorno dopo riunì i collaboratori e annunciò il ritiro dalla politica. Si disse appagato; in realtà era roso dal rimpianto. Ora che esce di scena davvero, denigrarlo è facile; ma di Sarkozy la Francia si era davvero infatuata. La sua non fu

una vittoria di risulta, come quella di Hollande; fu una vittoria di sfondamento, all’insegna della rottura. Metà Paese detestava il suo stile volgare, il suo linguaggio sboccato, la sua agitazione perenne, la sua passione per il denaro. Ma l’altra metà non vedeva l’ora di trovare un leader capace di dire che il mitico Maggio era stato un disastro, che le élites uscite dalla mitica Ena stavano tradendo il popolo, che l’immigrazione di massa avrebbe confuso l’identità nazionale, che il profitto non era peccato e lo Stato costava troppo. Poi c’erano i ricchi, quelli veri. Che con il potere si mettono d’accordo sempre; figurarsi con uno come lui. L’amore tra il presidente e i francesi è durato poco non solo per una questione di stile; ma perché la rottura, invocata a parole, nella realtà i francesi non la vogliono. Troppo legati a uno Stato costoso ma protettivo, a un sistema sociale rigido ma avvolgente. La Francia dimostra di non saper più rischiare né soffrire; anche per questo, si ritroverà a rischiare e a soffrire moltissimo.

Con Sarkozy svanisce la sua promessa impossibile: fare della Francia un Paese dinamico, forte, sicuro; guarirne il «grand malaise», la sensazione di non contare più nulla e di non essere più nulla. In tanti non avevano mai considerato davvero francese quell’outsider figlio di un esule ungherese, nipote di un ebreo greco, dal soprannome – Sarko – aspro come una malattia. Le inchieste giudiziarie si sono intensificate da quando ha dovuto lasciare l’Eliseo. Siccome nessun uomo è grande per il suo intercettatore, emergono dettagli scabrosi: un linguaggio tipo Nixon; un atteggiamento intimidatorio; la presenza di una talpa tra i giudici, che gli passava notizie in cambio della promessa di un trasferimento a Monaco. E la storiaccia di Gheddafi, che certo ha fatto una fine peggiore. Ma per un ex presidente della Repubblica, eletto dal popolo, investito di una dignità quasi sacrale, essere trattenuto dai poliziotti come un malfattore qualunque è un’umiliazione che lascerà il segno nella storia di Francia.

di Zurigo, e conferenziere anche in Ticino) è abilissimo nell’illuminare ciò che ognuno di noi è portato a dare per scontato sull’argomento e, soprattutto, sa parlare a tutti coloro che anagraficamente sono nella Terza età o dovrebbero preoccuparsi per quando lo saranno. Non a caso ai tre capitoli in cui è suddivisa la sua opera (uno per ogni fase della vecchiaia, secondo l’autore) ha voluto fare un’aggiunta dal titolo «La forza della faccia», un breve excursus in cui critica chi, pur di cancellare i segni del tempo dal volto, falsifica l’aspetto alterando così anche lo sviluppo del carattere, il compiersi naturale. La parte in cui Hillman analizza il fenomeno della perdita della memoria (ovvero l’insorgere dell’Alzheimer, ma il termine non compare mai nel libro, essendo stato scritto venti anni fa) riguarda solo una dozzina di pagine quasi tutte dedicate all’esempio di una sua paziente, sessantenne, obbligata ad accudire la mamma novantenne. Quest’ultima, già «mezzo perduta nei

suoi ricordi», andava in depressione non appena la figlia la rimproverava perché non ricordava gli avvenimenti più recenti o le cose più banali (date, indirizzi, appuntamenti, prezzi, notizie del giorno), stava cioè perdendo tutto quello che riguarda la memoria a breve termine. La figlia invece, vedendo la madre «smarrirsi nel passato», cioè rincorrere la memoria a lungo termine, andava a sua volta in crisi avendo «paura dell’ignoto e dell’incontrollabile, posti quotidianamente sotto i suoi occhi dalla graduale disgregazione della madre». Il conflitto non era solo tra figlia e madre, ma anche tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine. E secondo Hillman la donna più anziana «stava facendo qualcosa di più che recuperare semplicemente il proprio passato. Stava producendo immagini (…) in un mondo di fantasie e di fantasmi (…) e per quella signora molto vecchia l’immaginazione sotto forma di memoria a lungo termine era perfettamente reale: non meno reale

della sua prepotente figlia». Questo succedeva perché nella vecchiaia, prima ancora che nella malattia, «il carattere (…) o la porzione conclusiva della vita ci impone forse di dimenticare tutto ciò che disturba scacciandolo dalla memoria». A questo punto Hillman sembra voler rafforzare la speranza. Dapprima ponendosi una semplice domanda sulla condizione del malato: «Che sia una sottile allusione al fatto che l’anima sta abbandonando i fardelli che porta e che incontra, preparandosi a una più agile partenza?». Poi, quando chiude il capitolo, con un’inattesa congettura: «L’oblio, questa meravigliosa capacità della mente invecchiata, potrebbe anzi essere la più autentica forma di perdono, una benedizione». Sono interpretazioni psicologiche che non bastano certo a consolare chi il dramma dell’Alzheimer l’ha concretamente davanti o attorno a sé, ma possono essere di aiuto per evitare che la demenza senile diventi un incubo per la società del futuro.

In&outlet di Aldo Cazzullo Sarkozy, la brutta fine di un ex La parabola di Nicolas Sarkozy non potrebbe essere più crudele. Era stato la grande promessa della destra francese ed europea. Basta con l’egualitarismo e il pauperismo, con l’eredità del Sessantotto, con il politicamente corretto, con il buonismo: chi lavora di più guadagni di più; merito, opportunità, e delinquenti in galera. Ora agli arresti è finito lui, con l’accusa infamante di aver preso soldi da Gheddafi per la campagna elettorale del 2007 e di averlo poi bombardato, per cancellare le tracce. La destra italiana l’ha adorato; poi quando rise del suo padrone di allora, Berlusconi, lo abbandonò. La sinistra l’ha detestato fin dall’inizio. L’unica italiana che continua ad amarlo è Carla Bruni. La caduta di Sarkozy è stata lenta ma inesorabile. Nel gennaio 2012, presagendo la sconfitta contro Hollande che disprezzava profondamente, in un momento di confidenza con i giornalisti al seguito nel suo viaggio in Guyana annunciò il ritiro: «La politica è come una droga. L’ago va estratto poco per volta»

disse mimando un’iniezione. Poi tentò di buttarla sul ridere: «Farò conferenze, viaggi, e un sacco di soldi». Non è stato di parola. Ha tentato ritorni impossibili. Si è ripreso il partito, gli ha cambiato il nome – Les Républicains, come in America – ma è stato sconfitto alle primarie da Fillon, che poi non ha neppure passato il primo turno delle presidenziali. A quel punto si è ritrovato nudo di fronte alla magistratura, che l’ha accusato pure di aver subornato l’anziana Liliane Bettencourt, l’ereditiera dell’Oréal, sempre per avere denari per la campagna elettorale. In realtà sono altre le cose che Sarkozy non perdona a se stesso: non lasciare un monumento che lo ricordi, come il Musée du quai Branly per Chirac, la piramide del Louvre e la Très grande bibliothèque per Mitterrand, o il Centre Pompidou (inaugurato da Giscard); e aver perso il duello televisivo con Hollande. Il disinnamoramento dei francesi è stata per Nicolas una prova durissima, quasi come l’abbandono della donna

Zig-Zag di Ovidio Biffi Dove ci porterà la memoria Nei primi mesi dell’anno ho ricevuto per posta da organizzazioni con finalità assistenziali o umanitarie lettere con i resoconti da unire alla dichiarazione per il fisco. Una era dell’associazione che, a livello nazionale, si propone di aiutare la ricerca medica per l’Alzheimer. Ringraziava per l’aiuto ricevuto e ripresentava la mano tesa con questo messaggio: «Presumiamo che attualmente circa 144.000 persone in Svizzera siano affette da una forma di demenza, ma che solo a meno della metà di loro sia stata effettivamente diagnosticata la malattia. Un malato di Alzheimer vive in media 8-10 anni; a tutt’oggi non esistono terapie che possano guarire la malattia o arrestarne l’avanzamento. In media, il 60 per cento dei malati vivono a casa con enormi difficoltà finanziarie, sociali e psicologiche per i familiari che se ne prendono cura». E terminava con questa tremenda aggiunta: «In futuro il numero dei malati di Alzheimer salirà da 144.000 nel 2016 a 300.000 nel 2040».

L’iniziale mano tesa è diventata di colpo una mano alzata, di quelle che ti impongono di fermarti a riflettere. Lo sbigottimento, sprigionato da quei numeri nella mente, mi ha suggerito di correre ai ripari. Così, come mi capita in questi casi, sono andato a cercare La forza del carattere di James Hillman, un libro che bisognerebbe regalare a tutti coloro che arrivano alla pensione, magari aiutandoli anche a «camminare» con Hillman, cioè a capire e a cercare il lato seducente dell’ampio giro che lo psicologo americano compie circumnavigando l’arcipelago della vecchiaia. Tra le sue pagine, ricche di citazioni e di esempi, spesso trovo la nota giusta per intonare la giornata, talvolta coinvolgendo nelle riflessioni e nelle argomentazioni anche amici e conoscenti. Nonostante sia stato scritto nel 1999, La forza del carattere a mio avviso rimane il più bel trattato di psicologia sulla vecchiaia. Lo psicologo americano (vissuto in Svizzera, allievo di Jung, direttore dello Jung Institut


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Cultura e Spettacoli Casè Angelo, un poeta Avrebbe meritato un successo letterario maggiore il fratello dell’altrettanto bravo Pierre

Mozart diventa protagonista Le sue opere sulle scene ticinesi con l’omonima Orchestra in concerto e con l’OSI di Markus Poschner che propone il Requiem e Così fan tutte

L’iperrealtà di Gertsch Franz Gertsch, fra i maggiori iperrealisti del mondo, racconta le scelte e modalità artistiche

Una strana suspense In scena a Milano per la regia di Mario Diament, Cita a Ciegas, pièce che rievoca Borges pagina 43

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Figli di un’America minore Narrativa È al «white trash» che è rivolta

l’attenzione della scrittrice Carol Joyce Oates in Il giardino delle delizie

Luciana Caglio A scanso di equivoci, Joyce Carol Oates non è trumpiana. Anzi. La «grande signora» della letteratura USA, professore emerito dell’università di Princeton, dove ha insegnato per trent’anni, autrice di un centinaio di pubblicazioni, fra romanzi e racconti, più volte candidata al Nobel, detesta apertamente l’attuale presidente. Si concede persino lo sfizio di non pronunciarne né scriverne il nome per intero, usando la sigla Txxxx. Con ciò, fra queste due personalità agli antipodi, un nesso involontario esiste. Nelle pagine della scrittrice «liberal» ci s’imbatte in persone, situazioni, paesaggi che sembrano appartenere proprio all’America dove si è votato Donald Trump. Avviene quella coincidenza fra realtà storica e finzione letteraria che allarga le dimensioni del romanzo, e ne fa un’occasione privilegiata per il lettore: nell’immediato, il godimento di una trama e a posteriori una materia di riflessione. Nel nostro caso, ci offre una chiave d’accesso all’attuale realtà USA, più che mai lontana e sconcertante, nell’era di un presidente inatteso, persino inverosimile. Un’America, insomma, tutta da decifrare, al di là dei pregiudizi. In verità, questo paese impaurito e persino retrogrado, dove si annidano violenza, razzismo e povertà, Trump non l’ha inventato, semmai lui ne è una conseguenza. Porta alla luce l’altra faccia del leggendario «American Dream», che, strada facendo, si è corrotto, trasformandosi in un’affannosa rincorsa alla ricchezza, per tanti irraggiungibile. Ed è una nuova pagina di grande storia, dietro la quale ci sono tante piccole storie. Le racconta, appunto, J.C. Oates, nel romanzo Il giardino delle delizie, (il Saggiatore) apparso lo scorso anno, primo volume della quadrilogia Epopea americana, che comprende I ricchi, Loro, Il paese delle meraviglie, da poco in libreria nella traduzione italiana. Non sono novità in assoluto. Si tratta della riscrittura degli originali, apparsi nella seconda metà degli anni 60, che l’autrice propone in versione «epurata dalle ambizioni letterarie giovanili» e aggiornata alle nuove condizioni di vita: al passaggio dall’era rurale a quella industriale e tecnologica, dai vec-

chi pudori a una libertà fraintesa. Ma la materia prima, adesso filtrata dalla maturità, rimane la stessa: le sofferenze degli sconfitti, in una nazione che, secondo la Oates, «ha perso la propria innocenza e si trova ai ferri corti con i propri ideali». Quel «conseguimento della felicità», iscritto nell’esemplare costituzione del 1776 dai padri fondatori, è ormai lettera morta. Il Paese, per definizione, aperto a tutto e tutti, alza muri materiali e mentali. Di quest’involuzione la scrittrice è stata una testimone diretta, coinvolta, non soltanto sul piano ideologico, ma soprattutto umano. Niente da spartire, quindi, con la cosiddetta letteratura impegnata. Certo, si schiera dalla parte delle vittime, senza però farne degli eroi. La sua denuncia dei disagi economici, delle crescenti disparità e, addirittura, della nascita di un nuovo proletariato, sfuggito di mano ai sindacati, scaturisce dall’osservazione della quotidianità che aveva avuto sotto gli occhi da ragazza, nel dopoguerra. Nata e cresciuta a Millersport, nell’est allora rurale dello Stato di New York, aveva visto sfilare , a piedi o a bordo di autobus scassati, l’esercito dei braccianti ambulanti: uomini, donne e bambini impegnati nel raccolto, a mano, di frutti, ortaggi, uova. La giovane Joyce Carol vede la fatica e intuisce l’implicita miseria morale culturale del «white trash», la feccia bianca, come venivano chiamati questi lavoratori avventizi. E se ne appropria facendone i personaggi di vicende vere o verosimili e attingendo anche al materiale biografico della sua stessa famiglia, dove trova la figura di un nonno alcolista e violento. Tutto ciò alimenta una vena narrativa esuberante che, addirittura, la colpevolizza : «Maledetta scrittura, non posso fare a meno di te». Quando, nel 1966, uscì la prima stesura del Giardino delle delizie, la crudezza del linguaggio imbarazzò l’«editor» della Vanguard Press, soprattutto perché le parolacce erano in bocca a una donna, Clara, la protagonista. Ma l’autrice, che non proveniva «da una famiglia scalcinata e povera», questo linguaggio l’aveva ascoltato davvero, fuori casa, e aveva sollecitato la sua curiosità nei confronti della «complessità degli altri». È la gente che abita nelle

Una coppia di lavoratori ambulanti e stagionali nel Missouri in un’immagine del 1936. (Keystone)

periferie o in una campagna sconfinata, lontana dal mondo che conta, dagli ambienti universitari, dai centri dove si crea cultura, si fa progredire la scienza e una tecnologia dagli effetti sbalorditivi sul piano sociale e professionale. È un vanto per un paese che aspira sempre ai primati. Con le sue sensibilissime antenne, J.C. Oates, che ha vissuto anche a Detroit, dove già nel ’67 gli operai scendono in piazza, capta le contraddizioni di un progresso che accentua le disparità. Nasce Silicon Valley ma, intanto, le acciaierie in disarmo finiscono nella «rust belt», la fascia arrugginita, che mette sul lastrico centinaia di migliaia di operai, tecnici e ingegneri. È l’esercito degli sconfitti, che non riescono a tenere il passo con un cambiamento. Ma se esclude, d’altro canto, può risvegliare l’istinto di sopravvivenza. Come succede ai personaggi del Giardino delle delizie, l’indomabile Clara e il fragile figlio Swan, convinti che, «per diventare americani»,

occorra conquistare la ricchezza. Anche se la loro avrà aspetti grotteschi e addirittura tragici. Sono figure rappresentative del clima che li circonda: si fanno i fatti propri, chiusi nel guscio dell’arrivismo e di un patriottismo razzista. Niente negri, niente ispanici, visti come concorrenti. La loro rivalsa parte da qui. E, in un eventuale Trump, a quei tempi soltanto un «tycoon», potrebbero trovare un punto di riferimento e una speranza di riscatto. Ciò che poi è successo, nel novembre 2016, con l’elezione di un personaggio anomalo, che spiazza. Una presenza imbarazzante per gli americani, e rifiutata dagli europei, alla stregua di un tabù. A un anno dalla comparsa di Trump sulla scena mondiale, Federico Rampini, inviato di «Repubblica», e anche collaboratore del nostro settimanale, ha voluto decifrare quest’enigma, mobilitato dalla curiosità del giornalista di razza e, in pari tempo, dalla famigliarità nei confronti di un’America, sua se-

conda patria. Che, anche per lui, rimane ancora da scoprire, in tutte le sue pieghe e in cui, appunto, vivono gli elettori di un presidente tanto impresentabile. E così Rampini si è messo in viaggio, lungo un itinerario di 9000 chilometri, per incontrarli sul posto, e conoscerne le motivazioni e le aspettative. E, di tappa in tappa, in luoghi già colpiti dal crollo immobiliare del 2008 e adesso toccati dalla disoccupazione, conseguenza della globalizzazione, s’imbatte in una nuova generazione di sconfitti. Ora, proprio questa parola, ripropone, nella mia recente esperienza di lettrice, le pagine di J.C. Oates. Adesso non si tratta dei sottoproletari ambulanti e degli arricchiti raccontati dalla romanziera, bensì degli operai, commercianti, insegnanti, ascoltati da Rampini: un ceto medio, insomma, che non ce l’ha fatta. Una costante che appartiene alle contraddizioni di un’America, ignorata e fraintesa, ma che ha il coraggio di confessarle.


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Cultura e Spettacoli

Un Bianconi inedito in un inedito Casè

Un sogno chiamato colonialismo

protagonisti di un racconto postumo

l’argentina Lucrecia Martel ritorna con un allucinato poema in immagini

Pietro Montorfani

Fabio Fumagalli

Spesso tra un autore di primo piano e un outsider di lusso, persino nel panorama non affollatissimo della letteratura svizzera di lingua italiana, la differenza è minima, infinitesimale, una faccenda di pochi centimetri. Con il passare del tempo, però, lo stacco si fa più netto, fino a divenire incolmabile: vi concorrono le circostanze, le recensioni replicate o mancate, i premi vinti e quelli «persi», le amicizie, le invidie, gli editori, la sfiga (mi si passi il termine quasi scientifico). Angelo Casè, scomparso nel 2005, attende ancora di vedersi riconosciuto il salto di categoria. Eppure aveva iniziato nel migliore dei modi, con un piccolo gioiellino in versi (Il Silos, Locarno, Carminati, 1960) tenuto a battesimo da Giorgio Orelli ed elogiato tra gli altri da Montale, Luzi, Sereni; proprio con il favore di quest’ultimo, la seconda raccolta poetica era uscita addirittura da Mondadori, cinque anni più tardi, con il simpatico titolo I compagni del cribbio e una copertina di quelle che oggi ce le sogniamo. Quel che è successo dopo, tra vita professionale e familiare, la lunga attività di insegnante, la gestione di una galleria d’arte, le pubblicazioni per bambini, i problemi di salute, andrebbe studiato nel dettaglio, per offrire il ritratto di una biografia non banale, che interseca a più altezze una ricca produzione letteraria in versi e in prosa. Da qualche anno, sospinto dalle amorevoli premure del fratello Pierre, l’editore Giampiero Casagrande ha iniziato a pubblicare, di Casè, testi inediti o di difficile reperibilità: le ultime poesie di Taedium vitae (2005), la ristampa del Silos (2015) e ora questo lungo racconto che l’autore aveva steso sul finire degli anni Ottanta rinunciando poi alla pubblicazione, per ragioni che il prefatore Flavio Catenazzi individua nell’alto tasso di intimità presente nell’opera. L’ipotesi è plausibile e convincente e in fondo è più giusto che esca oggi, a molti anni dalla morte dei protagonisti, questo Loculo (titolo perfetto, anche se non dei più sexy) che è davvero il cristallizzarsi di

*** Zama, di Lucrecia Martel, con Da-

Cinema Dopo nove anni di assenza,

Recensioni Lo scrittore di Minusio e l’autore dell’Albero genealogico

niel Giménez Cacho, Lola Duenas (Argentina 2017)

Dopo nove anni di assenza, dopo gli affascinanti La cienaga e La niña santa, ritorna quella che è considerata da molti la poetessa sfuggente del cinema latino-americano. Con un altro film intrigante, anche discontinuo, ma meravigliosamente diverso e audace. Tratto dal bestseller argentino del 1956 di Antonio Di Benedetto, Zama (presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia) racconta dell’ufficiale spagnolo Don Diego de Zama che, alla fine del XVIII secolo, attende invano una lettera di trasferimento da parte della lontana Corona. Per ritornare da una fatiscente colonia sperduta in un angolo del Paraguay: alla propria famiglia, a una collocazione più dignitosa. Tutto questo, Lucia Martel lo illustra a modo suo, e Zama non sarebbe da raccontare: poiché respira non tanto con la staticità degli avvenimenti, ma in parallelo ai sentimenti che governano l’intimità del protagonista. Il film assomiglia in questo alla sua regista, quando afferma un fatto più unico che raro: «filmare non è la mia follia, non è la cosa che mi sembra più interessante

Pierre Casè, Ex Voto per P.B. (2017) (fotografia di Roberto Pellegrini)

un’epoca e di un’atmosfera, a partire dai meccanismi misteriosi con cui agisce la memoria umana. La scena è semplice: una visita cimiteriale compiuta da Tommaso Mandelli (alter ego dell’autore) finito per caso davanti al loculo di un suo antico professore della Magistrale, un docente di grande carisma e cultura che il libro lascia volutamente anonimo, ma dietro cui si intravvede, senza esitazioni di sorta, la figura di Piero Bianconi. Basterebbero questi pochi dati per capire come un sottile gioco tra realtà e finzione, letteratura e vita, innervi i nove capitoli del libro, sospeso a una narrazione che a più riprese assume i toni di una pagina di diario. Anche se la frequentazione non fu assidua, Casè ha saputo cogliere il cuore della personalità di Bianconi, con tutte le sue idiosincrasie e le sue passioni: «L’anziano docente, voltata la schiena al traffico malandrino, con le pupille rapide sbiluciava su per la collina per verificare l’erezione di qualche nuova gru metallica, luccicante al sole, ignobile forca per impiccati, biascicava furente: e recitava l’incipit villoniano dei pendus, con voce amara e commossa» (p. 61); «Osservava deglutendo, il Prof.: in sé certamente collegando nozioni note a supposizioni sue, tirando le fila di muti ragionamenti rapidi quanto limpidi nella logica delle ipotesi, delle tesi, del sillogismo stretto che lo aveva distinto fino in età veneranda nella cerchia delle persone colte della regione» (p. 126).

Poiché il racconto ha già avuto lettori esperti, Catenazzi nella prefazione e Ottavio Besomi sull’ultimo fascicolo della rivista «Cenobio», mi limito qui a proporre due idee-lampo. La prima, nonostante il taglio tipico di un’introspezione psicologica anche molto esibita, è la grande capacità descrittiva di Casè, vero maestro nella pittura di paesaggio: «le lame d’argento bombardavano l’ampio golfo, là dove la strozzatura della zona di Valmara diceva essere quella riva già italiana. Una magnificenza di luce che durava fino alla lentissima agonia del dopocena, quando, nel color cenere del panorama, si accendeva la luminaria della città» (p. 97). La seconda è invece la compresenza, a tutti i livelli del lessico e della sintassi, di alto e basso, aulico e prosaico, quotidiano e sublime. Se si allarga lo sguardo ai coetanei di Casè (Plinio Martini, i due Orelli, Alberto Nessi) viene il sospetto che sia, questa, un cifra stilistica di tutta quella stagione letteraria, forse persino la sua più intima essenza. Resta da dire della copertina, un Ex Voto di Pierre Casè dedicato naturalmente a Piero Bianconi: non si sarebbe potuta fare scelta migliore. Bibliografia

Angelo Casè. Il loculo. Racconto. Introduzione di Flavio Catenazzi. Giampiero Casagrande editore 2017, 177 pagine

Daniel Giménez Cacho è il protagonista di Zama.

da fare al mondo; non ho mai voluto girare un film all’anno, ma quando scelgo un progetto dev’essere un processo che m’interessi e mi sia sopportabile per anni». Forse anche per queste ragioni la cineasta non segue le tracce del film storico: non si perde di certo nella ricostruzione documentata degli ambienti, o nel racconto di particolari aneddoti. Non di certo su quelle parrucche spelacchiate, che i personaggi disdegnano appena svoltato l’angolo. E nemmeno sul filo di una vera e propria progressione drammatica: piuttosto, sulle atmosfere dell’istante presente, in particolare grazie ai suoni che invadono di continuo il film, provenienti da ambienti discosti. Essi ci rendono attenti su cosa abiti l’apparente immobilità nel tempo, mentre la cinepresa ci svela certe prospettive in secondo piano, oltre una porta, una finestra, quasi sfuocate, ma così eloquenti. Il sogno insensato della colonizzazione si perde così in una palude narrativa immobile come il mare, sfuggente come la sabbia. Ma estremamente significativa in quanto permette a Lucia Martel di entrare in una dimensione poetica tutta sua, pur senza ricorrere alle consuetudini abusate (e ai mezzi finanziari occorrenti) della ricostruzione storica. Poi, improvvisamente, nell’ultima mezz’ora, Zama si trasforma: da disadorno, stagnante che era, il film assume i colori e il rigore espressivo trascendente dell’interno delle terre. In una dimensione visionaria, fra gli indigeni dipinti di rosso, alla ricerca di un ipotetico genio del male, lo strapazzato Don Diego de Zama ha accettato la missione impossibile che gli permetterà di porre termine alla propria allucinante attesa. Concedendo a Lucia Martel l’indimenticabile sequenza finale: lungo il fiume immenso che si perde zigzagando nel paesaggio sconfinato, si allontana la barca dei bambini indigeni con il protagonista mutilato. Inanimato, forse, come il sogno assurdo che abbiamo chiamato colonialismo. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Cultura e Spettacoli

Motivare i musicisti

Incontri A colloquio con il direttore d’orchestra Bernard Haitink, che a Lugano dirigerà l’Orchestra Mozart

Enrico Parola È un regalo di Pasqua, una di quelle sorprese che gli amanti della musica gustano sicuramente più di qualsiasi uovo, fondente o al latte che sia. E nonostante lo si inizi a scartare il primo aprile non è stato uno scherzo avere a Lugano l’orchestra Mozart e uno dei più grandi direttori dell’ultimo secolo, un mito vivente con i suoi 89 anni compiuti il 4 marzo e portati con una classe e un’intelligenza ancora inconfondibili e probabilmente impareggiabili. Non è stato uno scherzo ma Etienne Reymond, direttore artistico di Lugano Musica, è riuscito a portare al Lac l’orchestra fondata da Claudio Abbado nel 2004 e, divenuta rapidamente una delle migliori formazioni al mondo, scioltasi per tre anni dopo la morte del maestro milanese. I suoi membri, tutti militanti nelle più prestigiose formazioni d’Europa, sono tornati a riunirsi nel 2016 e avevano chiesto a Bernard Haitink di guidarli; pochissimi concerti, tra cui proprio uno, memorabile, al Lac. Ora Lugano Musica torna ad ospitarli per quattro appuntamenti: il giorno di Pasqua e il mercoledì successivo il confronto tra le sinfonie di Mozart (la Jupiter) e Schubert (La grande e l’Incompiuta), il 2 e il 5 recital cameristici di alcuni orchestrali. Perché l’insegnamento di Abbado è sempre stato quello di concepire l’orchestra come dialogo tra parti e tra pari, la pagina sinfonica sempre e comunque innervata da uno spirito cameristico. Haitink ha proseguito sulla strada tracciata dal fondatore: «Credo che il compito di un direttore sia quello di comunicare e motivare i musicisti, se vuol dire o fare troppo dà fastidio e finisce per essere un intralcio a chi suona». Sarà forse per questo che il suo gesto, come notano vari critici, è divenuto sempre più rastremato ed essenziale: «Dirigo da 64 anni e ormai ne ho compiuti 89, sono vecchio e non ho più l’energia e la fisicità non dico della giovinezza, ma neanche della maturità. Comunque» e qui il sorriso cede

a un’espressione più seria «credo profondamente in quello che le sottolineavo prima: il direttore motiva ma sono i musicisti a suonare, tanto più questi che, nonostante i tanti doveri per le loro attività abituali, si impegnano a trovare il tempo per riunirsi nella Mozart e fare qualche concerto. Il motivo è semplice: adorano suonare assieme e adorano poterlo fare come vogliono loro; per questo quando ne hanno la possibilità, come nei concerti di Lugano e Bologna, vi si dedicano totalmente». E da quando è mancato Abbado, tutte le volte hanno chiesto ad Haitink di guidarli dal podio: «Non so perché invitino proprio me, ma so perché accetto: suonano benissimo! Per un direttore avere un’orchestra così brava e così motivata è un vero regalo. È lo spirito collettivo di cui le parlavo prima… quando sono tornato da loro l’ho percepito subito. Tutti loro amano far musica assieme e non vogliono perdere questa opportunità: la considerano una parte importante della loro vita, professionale e umana. È sorprendente, soprattutto pensando al panorama odierno, vedere come questa orchestra sia riuscita e riesca sempre a mantenere una sua identità precisa». Come accennava, i concerti tenuti a Lugano vengono replicati a Bologna: «È la casa spirituale dell’orchestra, è la città dove è nata e quindi penso sia importante mantenere questo legame. Il Lac di Lugano è una sala perfetta per un’orchestra come la Mozart e per questo repertorio: è un lusso meraviglioso poter provare e suonare qui». Il repertorio è congeniale non solo alla sala, ma alle caratteristiche dell’orchestra e ai gusti dello stesso maestro olandese: «Già, queste sinfonie non solo sono nel Dna della formazione, vanno annoverate tra i tesori dell’arte tout court, non solo musicale. Personalmente le adoro. Anche se le ascoltassi tutti i giorni rimarrei ogni volta stupito: il finale della Jupiter, con la sua fuga stupefacente e con la sua energia, mi lascia letteralmente scioccato. Nelle sinfonie di Schubert che abbiamo scelto, l’Incompiuta e la Grande, c’è tutto: intimità, dramma, poesia».

Bernard Haitink, classe 1929, è nato ad Amsterdam. (Keystone)

Parlando dello «spirito collettivo» della Mozart, Haitink sottolinea l’importanza di aver mantenuto una identità ben definita e individuabile «nel panorama odierno», con queste due ultime parole scandite con tono grave: «Anni fa le differenze tra le orchestre, parlo ovviamente delle migliori al mondo, erano più marcate. Quando ero giovane mi divertivo, mentre ascoltavo la radio, a indovinare quale orchestra stesse suonando: «questi devono essere i Berliner Philharmoniker, questi archi hanno un suono viennese, mi sa che sono i Wiener…» Oggi è difficile identificarle, per usare un termine improprio ma efficace potremmo dire che le

orchestre sono più «unisex»: sono decisamente più internazionali, il che non è un difetto in assoluto, e hanno un tasso di virtuosismo maggiore – oggi il livello tecnico medio è altissimo – ma hanno perso parte della loro personalità». Anno dopo anno, decennio dopo decennio Haitink ha visto cambiare le orchestre; se invece gli si chiede come e quanto sia cambiato il pubblico, ammette di non avere una risposta: «Sinceramente non so che cosa dirle. Sento tante lamentele sul fatto che pochi giovani vanno ai concerti, ma le sentivo già cinquant’anni fa…E ci sono delle eccezioni significative, che potrebbe indicare una strada: dove i biglietti hanno

prezzi più abbordabili, come a Berlino ad esempio, vedo platee piene di giovani». Volgendosi al passato, Haitink riconosce di «aver avuto opportunità incredibili: sono cresciuto in un’epoca di giganti, ho imparato da Mengelberg, Walter, Klemperer, Furtwangler, Erich e Carlos Kleiber, ho avuto solisti come Oistrakh e Rubinstein; per 64 anni ho suonato con i migliori musicisti che si potessero avere e l’interazione con loro ha riempito la mia vita; non avrei mai sopportato la carriera da solista». Guardando al futuro «sto preparando un periodo sabbatico a tempo indeterminato, la mia età non è certo un segreto. Ma non è questo il momento!».

Non solo Mozart, o forse sì

Musica Il direttore dell’OSI Markus Poschner propone l’incommensurabile genio della musica Wolfgang Amadeus

Mozart con due appuntamenti imperdibili

Simona Sala L’avevamo incontrato a gennaio, e con un sorriso e l’entusiasmo competente che contraddistingue ogni cosa che affronta, il direttore dell’Orchestra della Svizzera italiana Maestro Markus Poschner, ci aveva annunciato che in primavera con l’OSI, con cantanti solisti e con il Coro della RSI avrebbe deliziato il suo pubblico con ben due appuntamenti mozartiani: il Requiem – che andrà in scena alla Collegiata di Bellinzona il 30 marzo, ma è inutile affrettarsi, i biglietti sono andati esauriti in un batter d’occhi – e il Così fan tutte in forma di concerto, una coproduzione internazionale realizzata in collaborazione con il Landestheater Linz, in programma il 25 maggio alle 19.30 e il 26 maggio alle 17.00 al LAC di Lugano (prevendita biglietti in tutti i punti vendita Ticketcorner e online). Il lavoro su Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) è dunque qualcosa di più organico, che esula da un approccio estemporaneo. Abbiamo incontrato nuovamente Markus Poschner per farci raccontare cosa sta dietro alla

scelta del repertorio di un compositore di cui l’attore e regista Peter Ustinov diceva: «Era geniale e sofisticato, triviale e profondo, ma non di volta in volta, bensì tutte queste cose allo stesso tempo». Forse Mozart dimostra una leggerezza di intenti che però, comunque, è il frutto di una conoscenza quasi sovrumana.

Mozart è stato il più grande di tutti i compositori. La sua follia è data dal fatto che non compose nulla: egli scriveva e basta. Ma se da una parte sono affascinato dal fatto che in lui non vi fosse alcun percorso compositivo, poiché tutto era già pronto nella sua

Maestro Poschner, mancano pochi giorni all’esecuzione del Requiem.

Sì, l’appuntamento è vicino. In questo momento il compositore è senza dubbio il nostro eroe. Grazie ai temperamenti e alle personalità presenti nell’OSI abbiamo modo di fare un ottimo Mozart. Nonostante le apparenze Mozart è difficile, poiché scrive poche note; i musicisti sono tutti concordi nell’affermare che di fronte a Mozart si è sempre nudi, poiché è impossibile nascondere qualcosa: alla fine emerge sempre la verità.

Personalmente qual è il suo rapporto con il genio austriaco?

È difficile parlarne, perché alla fine la musica è sempre una questione di cuore. Anche se non amo i discorsi gerarchici devo ammettere che per me

Il Maestro Markus Poschner durante le prove al LAC. (Davide Stallone)

testa, dall’altra parte rimango colpito (e questo è un aspetto che accomuna tutti i grandi compositori) da aspetti meno tecnici, come la sua profonda conoscenza del cuore degli esseri umani.

L’ultima volta che ci siamo incontrati, lei ha ribadito come sia importante andare a fondo delle cose, cercando di arricchire le proprie conoscenze intorno a un determinato tema. Il film Amadeus è un modo di avvicinarsi a Mozart?

Per me personalmente Amadeus di Milos Forman è un film cult! Allo stesso tempo però ci offre un biglietto di ingresso al mondo di Mozart. Il personaggio del film, interpretato brillantemente da Tom Hulce, non va scambiato con quello reale, ma rappresenta comunque una possibilità, una verità. In fondo, chi era Mozart, prima del film? Un personaggio circondato da molti cliché: il divertente puer aeternus raffigurato sulle dolcissime Mozartkugeln ma anche una persona seria e tragica. Forse anche il film di Forman è un cliché, ma sicuramente completa il nostro quadro di Mozart, motivandoci

ad analizzare le immagini viste. Il film deve dare l’impulso a cercare di farsi una propria immagine. E questo è anche il lavoro di noi musicisti e interpreti. Il mio compito è sempre la ricerca della verità.

Lei studia i testi, li approccia in modo critico, ma alla fine mi sembra di capire che sia sempre una questione di cuore.

No: per me c’è sempre stato il cuore prima di ogni cosa! Negli anni però ho imparato a fare ordine dentro di me. Noi artisti siamo sempre pieni di sentimenti, idee ed emozioni, ma è necessario imparare a gestirli, a canalizzarli. Quello che resta alla fine, comunque – ed è la cosa più importante – è il piacere, la gioia. Dove e quando

Gli appassionati del Requiem e di Mozart sono invitati a una serata di presentazione e di approfondimento a cura di Giuseppe Clericetti martedì 27 marzo 2018 (ore 20.30) nella Sala del Consiglio Comunale a Bellinzona – entrata libera.


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Cultura e Spettacoli

Quattro certosine stagioni

Incontri d’arte L’acclamato artista svizzero Franz Gertsch (in mostra a Zuoz e in modo permanente a Burgdorf)

ci racconta le sue fonti di ispirazione e le sue tecniche di realizzazione

transizione graduale dal chiaro allo scuro. Per fare ciò ho dovuto reinventare la xilografia. Dopo molti tentativi, ho trovato la soluzione: intagliare, per mezzo di una sgorbia, la tavola lignea dipinta di blu scuro. Dopo molti mesi, i punti luminosi, proprio come stelle in cielo, hanno determinato un disegno fatto di luce, rappresentante il volto dell’inverno. Ho realizzato così un antico sogno: unire un’immagine realistica ed uno spazio monocromo.

Ada Cattaneo Non capita di frequente di potere vedere una mostra di Franz Gertsch. Di certo questo dipende anche dal fatto che le sue opere, per essere portate a termine, richiedono un tempo lungo, lunghissimo e quindi la loro circolazione è estremamente contenuta. Consigliamo a chi ne avesse modo, di recarsi a Burgdorf, a pochi chilometri dalla capitale, e visitare il Franz Gertsch Museum, uno di quei luoghi che ogni artista sognerebbe di avere a propria disposizione. Lo spazio ha una storia davvero singolare: nasce per volontà dell’industriale farmaceutico Willy Michel che, nei primi anni Duemila, decide non solo di fondare un museo dedicato a Gertsch nel proprio paese natale, ma di finanziarne interamente anche la gestione. La maggior parte dello spazio è dedicato all’artista svizzero – nato nel 1930 a Mörigen, a meno di cinquanta chilometri da Burgdorf, e ancora oggi residente nel Canton Berna – con un allestimento della collezione permanente che si rinnova due volte all’anno, grazie all’attivo coinvolgimento dell’autore, oltre che con una programmazione di mostre temporanee dedicate ad altri artisti.

Dopo essersi dedicato per anni a soggetti stravaganti, l’interesse di Gertsch va ora allo spettacolo della natura Un’altra possibilità per conoscere meglio questo pittore è visitare la mostra a lui dedicata dalla Galleria Monica De Cardenas – insieme ad altri due artisti, Alex Katz e Billy Childish – nella sua sede engadinese, a Zuoz, fino al 30 marzo. Forse chi la visiterà potrebbe rimanere sorpreso nel trovarsi di fronte delle xilografie monocrome, raffiguranti studi di botanica o lo scorcio di una foresta innevata. Gertsch è infatti molto noto per i ritratti o le scene di vita pulsante, che sembrano fermare per un istante il fluire del tempo. Questa sensazione è accentuata dal contrasto sorprenden-

Molte delle sue opere sono ritratti. Cosa la conduce alla scelta del soggetto?

Dal 1989 sono stati realizzati nove ritratti di giovani donne (dipinti) e quattro xilografie. L’incontro con le modelle è una storia a sé, ma si è trattato di felici coincidenze, che mi hanno permesso di realizzare le mie visioni. A Burgdorf un museo è interamente dedicato al suo lavoro. Ci può dire qualcosa sul suo coinvolgimento?

Solo questo, a proposito di Burgdorf: i begli spazi del museo mi permettono di valorizzare il carattere ambientale dei miei quadri. Ogni sei mesi c’è un cambio di allestimento, così posso configurare un nuovo ambiente con dipinti e xilografie dalla collezione e anche con opere appena concluse. Franz Gertsch, Winter, 2016.

te fra la pittura iperrealista e i soggetti stravaganti, fino quasi a sconcertare lo spettatore. Penso ai ritratti della cantante Patti Smith, alle tele dedicate all’artista Luciano Castelli e al suo entourage di personaggi eccentrici, a tutte quelle figure tratte dalla scena artistica e hippie degli anni Settanta. Harald Szeemann si appassionò al punto a quelle opere, che invitò Gertsch ad esporre a Documenta nel 1972, aprendogli così la strada verso la notorietà. Ma una cesura netta separa quella stagione da tutta la produzione degli ultimi decenni. Come si diceva, le opere presentate a Zuoz, così come tutta l’ultima produzione, è invece incentrata su tutt’altro. Uno sguardo significativo sui nuovi temi era stato offerto nella retrospettiva del 2011 al Kunsthaus di Zurigo, organizzata per

celebrare la conclusione del ciclo delle sue Quattro stagioni, la cui realizzazione è durata quattro anni. Sì, perché ciò che accomuna ogni fase della produzione di Gertsch è la sua tecnica meticolosa e il trattamento accurato del soggetto, con un approccio che affonda le proprie radici nei saperi della scuola rinascimentale. Nella mostra di Zuoz è l’uso della xilografia – l’incisione di tavole lignee che vengono poi impiegate per riprodurre il soggetto su carta – ad attirare l’attenzione di coloro che conoscono il percorso artistico di Gertsch. La gallerista Monica De Cardenas spiega; «Egli reinventa questa tecnica. Usa la xilografia in maniera monocroma, con dimensioni fuori dalla media e con tecnica iperrealista, definendone quindi una versione del tutto nuova e mai sperimentata prima». I materiali

sono scelti con la massima attenzione, il colore desiderato è ottenuto direttamente dai pigmenti, proprio come si faceva in passato, e le carte per la stampa sono scelte dalla produzione artigianale giapponese. È l’artista stesso a spiegare meglio questa ed altre questioni nell’intervista che segue. Signor Gertsch, potrebbe spiegare la tecnica utilizzata per realizzare le opere esposte nella mostra in corso a Zuoz? Quando ha iniziato a utilizzare questo medium?

Dopo aver dipinto – fra il 1980 e il 1984 – sei ritratti di donne che presentavano una forte presenza vitale, ho sentito la necessità di schermare i volti attraverso una nuova tecnica. Ho scelto allora il medium meno appropriato, la xilografia, per ottenere una

Come è arrivato a dipingere le Quattro stagioni? Si tratta di un soggetto complesso sia per il grande formato, che per il soggetto. È stato in qualche modo influenzato da qualche autore del passato?

Pur essendo rimasto molto affascinato a ventun anni dalle Quattro stagioni (dipinte nel 1565 da Pieter Bruegel il Vecchio, ndr) al Kunsthistorisches Museum di Vienna, non furono questi dipinti, nel 2007, ad ispirarmi per la mia versione delle quattro stagioni. È stato piuttosto il nostro piccolo bosco, che dista ottanta metri da casa e dove passeggio di frequente, osservando attorno a me con lo sguardo del pittore. Oggi mi capita di camminare attraverso quella piccola foresta con un sentimento di liberazione. Dove e quando

Franz Gertsch Alex Katz Billy Childish. Zuoz, Galleria Monica De Cardenas. Fino al 31 marzo 2018.

Quegli anni incredibili con i Beatles e Woodstock Mostre Direttamente da Londra arriva a Milano un impareggiabile viaggio nella storia degli Anni Sessanta Giovanni Medolago

L’abito di John Lennon per Sergeant Pepper, 1967.

La prima generazione nella storia dell’umanità che poteva disporre di un sacco di tempo libero e aveva qualche spicciolo in tasca, si trovò di fronte una società ancora retta da antichi quanto severi principi, in cui la parola di genitori, insegnanti e reverendi non poteva essere messa in discussione, dove gay e lesbiche finivano in galera. Di rapporti prematrimoniali era meglio non parlare e l’unione tra due persone dal diverso colore della pelle era al bando. Ai giovani d’allora (inizio Anni 60) il potere – in senso lato – cominciò ad andare stretto. I ragazzi presero a ribellarsi lasciandosi crescere i capelli e le ragazze, che già avevano le chiome lunghe, risposero accorciando le loro gonne. Era l’inizio di una rivoluzione che in pochi anni avrebbe cambiato, se non il mondo, almeno il modo in cui starci. Revolution è il giusto titolo di una mostra approdata alla milanese Fabbrica del Vapore in diretto proseguimento dal Victoria&Albert Museum

di Londra e che ha due sottotitoli: Musica e ribelli ’66-70 e Dai Beatles a Woodstock. Divisa in diverse sezioni, l’esposizione offre un percorso coloratissimo, a volte addirittura psichedelico, arricchito da una mirabilia impressionante: oltre 500 oggetti e icone d’epoca, documenti autografi (tra cui il testo di due canzoni firmate John Lennon), copertine di LP, poster, opere di design, filmati televisivi e cinematografici (Blow Up, che Antonioni girò proprio nella Swinging London), fotografie e libri. I primi reperti sul cammino del visitatore sono proprio due libriccini che pochi dei ribelli d’allora avranno letto: Utopia di Thomas Moore (1556! storia di un’isola i cui abitanti rifiutano l’intolleranza, il profitto e la proprietà privata, trovando pace solo nell’appartenenza a una comunità egualitaria) e Matrimonio del cielo e dell’inferno (1792), dove William Blake lamentava come «l’uomo ha talmente rinchiuso se stesso da veder tutto soltanto attraverso le strette fenditure della sua caverna».

All’alba del 1960, pur fresco reduce da una guerra devastante, l’uomo si è tolto parecchie catene, ma l’anelito dei giovani è proteso a una libertà assoluta. Si esaltano alla ricerca del nuovo, non temono sperimentazioni e inedite esperienze, rifiutano in toto un passato fatto anche di ingiustizie, olocausti e contraddizioni (la marijuana è proibita, ma l’LSD resterà legale sino al 1967). La loro colonna sonora? Le canzoni del futuro Nobel Bob Dylan, i ritmi assolutamente inediti dei Beatles – Sergeant Pepper entra in 250 mila case sparse in tutto il mondo in una sola settimana e resterà tra le top ten per ben tre anni – e quei Rolling Stones che urlano Let’s Spend The Night Together. La rivoluzione abbraccia anche l’arte (Andy Warhol, Robert Rauschenberg) e il modo di comunicare, nascono i primi computer e in mostra, fa quasi tenerezza, c’è il primo rudimentale mouse. È un movimento globale che getterà le basi di istanze ancora oggi all’ordine del giorno: le lotte (femminili, degli omosessuali e contro il razzi-

smo), il pacifismo, ma anche l’ecologia. Il percorso si chiude con una capatina (a 180 gradi) a Woodstock – con la Fender di Jimi Hendrix che strazia l’inno a stelle e strisce – che segnò l’inizio della fine di quella stagione probabilmente irripetibile. «Nonostante la reazione politica degli Anni 80 – scrivono gli ideatori della mostra Victoria Broackes e Geoffrey Marsh – la destra non è riuscita a vanificare i cambiamenti poi diventati legge; mentre la sinistra non è stata in grado di proporre nulla di altrettanto visionario e universale. I successi e i fallimenti vissuti tra il ’66 e il ’70 hanno prodotto un cambiamento permanente. Soprattutto un cambiamento di prospettiva: è stata una rivoluzione nella testa». Dove e quando

Revolution. Musica e ribelli 1966 – 1970, Fabbrica del Vapore, Milano (Via Procaccini 4). Fino al 4 aprile 2018. www.mostrarevolution.it


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Cultura e Spettacoli

I colori del suono Mostre Alla Fondazione Extrafid ART di Lugano le opere di Imre Lénart

Alessia Brughera È con molta semplicità che l’artista di origine ungherese Imre Lénart descrive il proprio percorso: «Non posso mangiare sempre spaghetti o gulasch, nella vita ci sono gioia, allegria, tristezza e dolore... Così anche nella mia attività vario tecniche, temi ed esecuzioni, in poche parole mi piace essere un artista poliedrico ed eclettico». Sin dal principio, difatti, Lénart mostra una duttilità e una curiosità che lo spingono a cimentarsi con diversi linguaggi espressivi e ad affrontare i soggetti più disparati, sorretto dalla convinzione che la continua sperimentazione sia la pratica più efficace per comunicare appieno il suo sentire. Incisione, scultura e pittura si susseguono nel cammino creativo di Lénart fin da quando inizia a realizzare i suoi primi lavori a Budapest, città che nel 1956 abbandona, appena ventenne, per rifugiarsi in Svizzera. Proprio la guerra, che gli distrugge casa e che lo vede sopravvivere per miracolo, diventa una delle tematiche predilette delle sue opere. Accanto ai drammatici ricordi del secondo conflitto mondiale, impressi in maniera indelebile nella sua mente, Lénart è però capace di dare ampio spazio anche a iconografie più serene che immortalano brani dell’ordinario scorrere dell’esistenza, personaggi legati alla sua vicenda personale e tutte quelle situazioni, il più delle volte fortuite, che stimolano le corde della sua emotività. Lénart diviene cittadino elvetico nel 1973 ed è in Svizzera (prima a Neuchâtel, poi a Lugano e infine a Bigogno di Agra) che porta avanti con costanza la sua attività artistica, arricchendola con gli studi di pittura e scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e con collaborazioni in qualità di modellista con molti architetti ticinesi. Quanto Lénart sia uomo versatile con una spiccata attitudine a far confluire in più direzioni la propria energia lo dimostrano anche le diverse occupazioni che vanno ad affiancarsi al suo lavoro di artista, come quella di insegnante e quella di allenatore e giocatore di pallanuoto.

Il lavoro artistico di Imre Lénart affonda le proprie radici in un profondo amore per la musica Tra i temi su cui Lénart si è focalizzato da oltre tre decenni troviamo il legame fra pittura e musica, un rapporto da lui indagato attraverso la realizzazione di opere che traducono melodie in sinfonie di colori. A ispirarlo sono le partiture di Bartók, Liszt, Bach e Mozart, di cui rappresenta le composizioni dipingendo le note sotto forma di vibrazioni cromatiche per trasmettere le sue sensazioni più profonde. Lénart si inserisce così nel nutrito novero di figure che, a partire dalla fine dell’Ottocento fino ad arrivare ai nostri giorni, ha posto in stretta relazione la propria espressione artistica con la musica, attratto dalla sua immaterialità e dalla sua indipendenza dal mondo visibile. Basti citare su tutti Vasilij Kandinskij, uno degli interpreti più significativi della costante tensione a trascendere il lessico tradizionale della pittura: folgorato dal Lohengrin di Richard Wagner, l’artista russo giunge nei primi anni del Novecento all’astrattismo spirituale, aprendo la via al suono interiore dei segni e dei colori e alla continua ascesa verso la libertà dalla materia.

Proprio sulle opere di Lénart che esplorano la relazione tra pittura e musica si concentra la mostra allestita negli spazi della Fondazione Extrafid ART di Lugano, una rassegna che prosegue il programma intrapreso nel 2001 dall’istituzione per promuovere l’arte creando una connessione tra il mondo economico-finanziario e quello culturale. Nel corso degli anni la Fondazione ha organizzato numerose esposizioni personali e collettive di artisti ticinesi, svizzeri, italiani ed europei, attenta da una parte al rapporto con il territorio e aperta dall’altra a linguaggi e forme espressive provenienti da contesti diversi, ponendo sempre come cardine l’uomo e la sua capacità di far emergere la dimensione interiore. Nella mostra luganese, le opere più significative della trasfigurazione del suono in immagine sono gli oli realizzati da Lénart nel 2017 in cui brani delle composizioni di Béla Bartók vengono traslati in pittura attraverso riquadri di colore, posti in sequenza a riprodurre ciascuno una nota, e frammenti di vetro, accuratamente accostati tra loro come fossero tasselli di un mosaico, a rappresentare le pause

tra i suoni. Belli anche i piccoli e delicati acquarelli, sempre del 2017, in cui l’artista sembra estrapolare alcune note delle partiture quasi a volerne amplificare l’intensità. Accanto ai lavori pittorico-musicali, la rassegna espone alcuni dipinti emblematici dei riferimenti artistici di Lénart, ne sono un esempio le opere dalle atmosfere klimtiane dominate dalla profusione dell’oro e dal connubio perfetto di astrazione e decorativismo. Testimonianza dell’abilità manuale dell’artista è infine il gruppo di sculture che ritraggono ora personaggi conosciuti da Lénart, come l’architetto Franco Ponti, ora figure ispirate ai disegni caricaturali leonardeschi, queste ultime modellate con pochi essenziali tocchi che sanno coniugare sintesi e deformazione plastica, conferendo loro una forza dissacrante. Dove e quando

Imre Lénart. Fondazione Extrafid ART, Lugano. Fino al 20 aprile 2018. Orari: da lunedì a venerdì 9.00-12.00 /14.00-17.00. www.extrafid.ch

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Finalmente una soluzione (immediata) per alleviare i dolori al ginocchio? quindi le ginocchia subiscono quotidianamente 10.000 onde d’urto, paragonabili a piccoli colpi di martello. Con l’avanzare dell’età, è quindi frequente che la cartilagine si usuri, con conseguente dolore modèle avant corrections nella parte più delicata della gamba: il ginocchio. Contrariamente agli ammortizzatori di un’automobile, non è così semplice cambiare un’articolazione. Per porvi rimedio, esiste una soluzione semplice, pratica e confortevole: la fascia per ginocchio KPS (Knee Patella Support). L’uso della fascia permette di ammortizzare gli urti (dando così sollievo alla cartilagine) ed inoltre sostiene e rinforza il ginocchio. Tutto ciò SENZA L’USO DI FARMACI e SENZA EFFETTI SECONDARI indesiderabili. Dal primo istante in cui la indosserete, avvertirete una netta differenza.

Un’azione immediata

La ginocchiera KPS è una sorta di cinturino da posizionare sotto la rotula, che riduce la pressione che su di essa viene esercitata. Assorbe gli urti subiti ad ogni passo e mantiene il ginocchio in posizione perfettamente stabile. La fascia si adatta a tutte le forme Il dolore, causato da una caduta, da una ferita grazie al suo sistema di fissaggio con velcro. o semplicemente dall’usura dell’articolazione, È possibile regolare la tensione di fissaggio vi impedisce di godere appieno della vita, li- a seconda del tipo di sforzo che dovete somitando la vostra stenere (ad esempio, mobilità. Sin dal fare sport), preverisveglio il disturnendo così l’oscillabo si fa sentire zione dell’articolaziocon vigore e comne. Al contrario di promette le vostre altri dispositivi che attività: è una torpresentano un effetto tura lavarsi, allacsimile a quello di un ciarsi le scarpe, “laccio emostatico”, e fare giardinaggio possano causare un e salire o scendegonfiore molto spiare le scale, mentre cevole, la ginocchiefare sport è diven- La ginocchiera KPS assorbe le onde d’urto, sostiene il gi- ra KPS dà sollievo tato impossibile. nocchio, allevia il dolore e permette di riacquistare una all’articolazione senQuesti disturbi in- completa mobilità za bloccare il flusso validanti possono sanguigno e senza anche portare alcune persone a isolarsi dalla ostacolare la mobilità. vita sociale e a ritirarsi in se stesse. Lei è una persona che, come milioni di altre, soffre di dolore, rigidità o di quella sensazione di fragilità alle ginocchia che le impedisce di fare quello che vorrebbe?

Perché questi dolori?

Nella maggior parte dei casi, il dolore è dovuto a un deterioramento della cartilagine, che svolge la funzione di cuscinetto ammortizzatore tra tibia e femore. Una persona effettua in media 10.000 passi al giorno,

Facile da usare per una massima efficacia

La ginocchiera KPS si applica in pochi secondi, senza l’aiuto di un’altra persona, è ultra-leggera e non è visibile sotto i pantaloni. Non scivola, non irrita la pelle e si può indossare tutto il giorno dimenticandosene

completamente. Grazie ad essa, vi sentirete talmente sicuri che non potrete più farne a meno. È adatta per uomini e donne di tutte le età, ma anche per gli atleti, che sottopongono le ginocchia a forti sollecitazioni. Grazie a questa fascia, potrete camminare di nuovo senza dolore e ricominciare a praticare le vostre attività preferite.

I vantaggi della ginocchiera KPS

✓ Assorbe gli urti nel ginocchio ✓ Allevia il dolore e la rigidità ✓ Sostiene e stabilizza il ginocchio ✓ Regolabile, confortevole e resistente ✓ Leggera e facile da indossare ✓ Di facile manutenzione e lavabile ✓ Nessun effetto collaterale indesiderato

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Cultura e Spettacoli

Una panchina e tre incontri occasionali

Utile e dilettevole tra ieri e oggi

che ricorda Borges

più e meno piacevoli al fine di renderli più sopportabili è giunta fino ad oggi

Teatro Un atto unico di Mario Diament con un personaggio

Massimario classico L’idea di unire aspetti

Giovanni Fattorini Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne è un libro di Beppe Sebaste pubblicato da Laterza nel 2008 e riedito per la quinta volta nel 2013. Nelle normali librerie, attualmente risulta «non disponibile». Mi dicono che oltre a essere una riflessione su un arredo urbano che favorisce la sosta contemplativa e gli incontri occasionali (un arredo sul quale ognuno di noi si è seduto o sdraiato almeno una volta: in una strada, una piazza, un parco, un giardino, un lungofiume o un lungomare), è una sorta di catalogo ragionato e poetico delle panchine d’Europa e d’oltre Atlantico più vividamente presenti nella memoria dell’autore, nonché una rassegna delle panchine e delle panche che per lui hanno avuto e hanno un particolare significato nella letteratura e nel cinema. (Chiedo scusa, ma non riesco a trattenermi dal dire che la mia panchina preferita, in ambito letterario, è quella su cui, a Parigi, in una torrida domenica estiva, due scapoli quarantasettenni che non si sono mai visti prima si siedono quasi simultaneamente e posano accanto a sé i loro cappelli, all’interno dei quali hanno scritto i rispettivi cognomi: Bouvard e Pécuchet).

Nonostante la pièce sia priva di momenti di vera e propria azione, il regista riesce a creare una certa suspense A quanto ne so, non esistono dei libri che abbiano messo a tema la presenza e la rilevanza delle panchine nel teatro occidentale. Se qualcuno vorrà cimentarsi nell’impresa di scrivere un saggio sull’argomento, non potrà ignorare quella su cui – in tre delle cinque scene che compongono Cita a ciegas (Incontrarsi al buio), atto unico dell’argentino Mario Diament – sta seduto un uomo di circa 65 anni – uno scrittore famoso e quasi cieco – palesemente modellato sulla figura di Jorge Luis Borges, il quale era solito trascorrere alcune ore al giorno, tempo permettendo, su una panchina di quella piazza San Martín, a Buenos Aires, che viene esplicitamente menzionata nella didascalia iniziale. In ciascuna delle cinque scene di Cita a ciegas non c’è azione ma solo uno

Elio Marinoni

Gioele Dix e Laura Marinoni in una scena di Cita a ciegas. (teatrofrancoparenti.it)

scambio verbale tra due personaggi. I dialoganti della prima scena sono il celebre scrittore e un bancario cinquantunenne, sposato e padre di due figli, che decide di non recarsi al lavoro, affascinato da ciò che il suo interlocutore viene dicendo sulla rete di coincidenze che alcuni chiamano caso e altri destino; sulle cose che sarebbero potute essere e non sono state; su quelle che potrebbero accadere o sono già accadute in realtà parallele (e qui tornano alla mente le ben più affascinanti considerazioni del sinologo Stephen Albert nel racconto di Borges intitolato Il giardino dei sentieri che si biforcano). Quando lo scrittore racconta di un suo incontro mancato con una ragazza vista molti anni prima in una stazione della metropolitana di Parigi (episodio che fa pensare a una delle più belle poesie di Baudelaire: A une passante), il bancario si sente incoraggiato a parlargli del suo amore (un amore che si è rapidamente trasformato in ossessione) per una giovane scultrice con la quale ha avuto un unico rapporto sessuale. Nella seconda scena lo scrittore dialoga con una ragazza che si scopre essere la scultrice, diventata il pensiero dominante del bancario. La terza scena è ambientata nello studio di una psicologa (moglie del bancario) a colloquio con una paziente che è la madre della giovane artista. La quarta scena si svolge nello stesso luogo. Il bancario (che è stato licenziato) ha un aspro faccia a faccia con la moglie, alla quale confessa apertamente la sua divorante passione. Nella quinta e ultima scena siamo di nuovo in piazza San Martín. Dall’incontro occa-

sionale tra lo scrittore e la madre della scultrice veniamo a sapere che la ragazza è morta, strangolata dal bancario, e che la donna con cui lo scrittore sta parlando è la ragazza del remoto e sempre rimpianto incontro mancato di Parigi. Come ho già detto, Cita a ciegas è del tutto privo di azione: i «fatti» (che riguardano principalmente il bancario e la scultrice) li conosciamo attraverso il racconto orale dei personaggi dialoganti. Ciononostante, il testo di Diament riesce a creare – e questo è il suo maggiore pregio – una suspense che sulla scena del Teatro Franco Parenti diventa palpabile grazie alla regia intelligente e discreta di Andrée Ruth Shammah (anche traduttrice e adattatrice del testo) e alla persuasiva prestazione degli attori, che sono Gioele Dix (lo scrittore cieco), Elia Schilton (bravissimo nel ruolo del bancario), Roberta Lanave e Laura Marinoni (nei panni della giovane scultrice e di sua madre), Sara Bertelà (la moglie del bancario). Della scena estremamente sobria di Gian Maurizio Fercioni rimane impressa l’immagine di una panchina solitaria e di un muro di mattoni chiari su cui tremano le ombre dei fiori di jacaranda – di cui lo scrittore ricorda il colore e sa riconoscere all’istante l’inconfondibile profumo – che incorniciano come un vaporoso festone il quadro scenico. Dove e quando

Milano, Teatro Franco Parenti, fino al 29 marzo.

Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci («Ha ottenuto il massimo dei voti chi ha unito l’utile al dilettevole», Orazio, Ars poetica, 343). In questo verso, che contiene un’espressione desunta dal lessico delle elezioni, Orazio si riferisce alla duplice funzione (edonistica ma al contempo didascalica) che a suo avviso deve avere la poesia, com’è reso più evidente dal verso successivo: «dilettando il lettore e parimenti istruendolo» (Ars poetica, 344). In questo modo si supera la dicotomia tra arte impegnata, finalizzata all’«utile», e arte disimpegnata, finalizzata esclusivamente a divertire, a cui il poeta accenna in un passo di poco precedente: «I poeti vogliono o essere utili o divertire» (Ars poetica, 333). L’idea che il ricorso al piacere o al divertimento possa costituire un mezzo utile per inoculare nel corpo un farmaco sgradevole, ma salutare o per inculcare nell’anima (nella mente) un altrettanto salvifico, ma arduo insegnamento è assai diffusa nell’antichità classica. Poco prima della metà del I sec. a.C. il poeta latino Lucrezio giustifica la propria decisione di utilizzare la forma poetica (piuttosto che quella dell’arido trattato in prosa) per esporre gli ardui contenuti della filosofia epicurea ricorrendo a questa similitudine: «come i medici, quando l’amaro assenzio cercano di dare ai fanciulli, prima spargono gli orli intorno al bicchiere col dolce e biondo liquido del miele affinché gli ingenui fanciulli siano ingannati fino alle labbra, e intanto bevano d’un fiato il liquido amaro dell’assenzio e, pur ingannati, non ne ricevano danno, ma piuttosto, risanati in questo modo, guariscano» (Lucrezio, La natura, I, 936-942, trad. di A. Roncoroni). Concetto e similitudine saranno (agl’inizi del XVII sec.) ripresi dal Tasso nel proemio della Gerusalemme liberata per esporre la propria poetica del «vero, condito in molli versi» (I, 19): «Così a l’egro fanciul porgiamo aspersi / di soavi licor gli orli del vaso: / succhi amari ingannato intanto ei beve, / e da l’inganno suo vita riceve» (I, 21-24). Qualche decennio più tardi di Lucrezio, Orazio (Satire, I, 1, 25-26) motiva con questa similitudine la propria adesione alla tradizione satirica di trattare argomenti seri con toni faceti: «Come talvolta i maestri offrono amorevoli dei

biscottini ai ragazzi perché vogliano imparare le lettere dell’alfabeto». Che i biscotti di cui parla il poeta di Venosa avessero forma di lettere alfabetiche è stato suggestivamente supposto da uno dei massimi interpreti di Orazio, Antonio La Penna, sulla base del confronto con un passo del trattato di Quintiliano (I sec. d.C.) sulla Formazione dell’oratore, in cui il rètore riferisce dell’utilizzo, da parte di alcuni maestri, di lettere in avorio allo scopo di facilitare l’apprendimento dell’alfabeto attraverso la sollecitazione visiva e la manipolazione tattile: «Non escludo – ciò che è stato escogitato per stimolare i fanciulli a imparare – di presentare per gioco anche figure di lettere in avorio, o qualunque altro mezzo si possa escogitare di cui quell’età maggiormente si diletti, che sia piacevole manipolare, osservare e nominare» (Quintiliano, La formazione dell’oratore, I, 1, 26). Oggi, ormai assodato (in Italia è stato fondamentale il magistero crociano) che l’arte è fine a se stessa (ars gratia artis), il detto «unire l’utile al dilettevole» è per lo più applicato ad ambiti diversi da quello estetico-pedagogico. Ecco due definizioni della locuzione tratte dal Vocabolario Treccani on line: «fare qualcosa che sia nello stesso tempo vantaggiosa e piacevole» (s.v. dilettevole); «fare cosa gradevole ricavandone, inoltre, un’utilità materiale» (Vocabolario Treccani, s.v. unire). La vitalità del sintagma «l’utile e il dilettevole» è altresì dimostrata dal suo impiego a fini commerciali: come nome di negozi e come titolo di un eserciziario per l’apprendimento dell’italiano come lingua straniera (Loescher, Torino 2011).

Un concetto ripreso anche nella Gerusalemme Liberata. (Wikipedia) Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

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Attualità Chi il venerdì Santo o la domenica di Pasqua sceglie di consumare prodotti ittici, nelle nostre filiali

con banco del pesce fresco, in fatto di specialità sostenibili, ha solo l’imbarazzo della scelta

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Sono molti coloro che durante il periodo pasquale scelgono, per diversi motivi, di consumare appetitose pietanze a base di pesce. Per soddisfare i desideri della clientela, i banchi del pesce fresco dei supermercati Migros di Locarno, S. Antonino, Lugano, Agno e Serfontana hanno allestito una scel-

ta particolarmente ricca e variegata di pesce e frutti di mare. Che si tratti di orata, branzino, trota, tonno a pinne gialle, salmone, merluzzo, gamberetti o passera, tutte le specialità offerte provengono da fonti sostenibili e sono contrassegnate con i marchi MSC, ASC, Migros-Bio, oppure sono consi-

gliate dal WWF. Per saperne di più su questo importante tema, non esitate e rivolgervi ai nostri specialisti del banco del pesce fresco. Quest’ultimi sono altresì a vostra completa disposizione per fornirvi consigli personalizzati di preparazione e suggerimenti culinari affinché i vostri banchetti festivi, e

non solo, a base di pesce siano un vero successo. Spesso, infatti, cucinare pietanze ittiche è molto più semplice di quanto si possa pensare. Infine, segnaliamo che tutti gli amanti del buon cibo troveranno molte altre ricette e curiosità su www.migusto.ch, il club di cucina della Migros.

Per palati golosi Attualità Le fragole Gariguette Sélection sono una tentazione dal sapore incomparabile

In Francia è considerata la regina delle fragole e proprio in questo stato è tra le varietà più coltivate: si tratta della Gariguette, che sa trasformarsi in un fresco e leggero dessert perfetto per la tavola pasquale. Queste esclusive fragole di media dimensione, prodotte per Migros da alcuni contadini selezionati, presentano una forma allungata, un colore rosso brillante e un sapore molto delicato, zuccherino e al contempo leggermente acidulo. Grazie alle eccellenti qualità gustative, mangiare le succose Gariguette fresche, da sole, così come sono, è l’ideale, ma sono ottime anche per arricchire con gusto le macedonie. Sono apprezzate anche sotto forma di marmellata o trasformate in rinfrescanti gelati. Si accostano molto bene a qualche foglia di menta fresca oppure

al cioccolato. Una volta acquistate, le fragole andrebbero consumate subito, o al massimo entro due giorni, conservandole con cura in frigorifero. Un’idea per uno sfizioso dessert facile e veloce? Per 4 persone, grattugiare finemente la scorza di un’arancia. Mescolarla con 200 g di crème fraîche, 1/2 litro di latte, 3 cucchiai di zucchero a velo e 2 uova. Tagliare le fragole, disporle in 4 pirofiline e versarvi sopra la salsa. Gratinare in forno a 180°C per ca. 10 minuti e servire caldo con una pallina di gelato alla fragola nel mezzo. Le fragole Gariguette francesi sono in vendita sotto il marchio «Migros Sélection» per un breve periodo, solo nei maggiori supermercati Migros. Inoltre, il 30 e 31 marzo, potrete degustarle alla filiale Migros di Lugano.

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Idee e acquisti per la settimana

Il pranzo di Pasqua Attualità Lo chef dell’Osteria Ticino di Ascona ha preparato per i lettori di «Azione» uno dei più tradizionali piatti

pasquali: il capretto al forno

Fu il Consiglio di Nicea (325 d.C.) che definitivamente stabilì la data della Pasqua: la prima domenica che segue la luna nuova dopo l’equinozio di primavera. Quest’anno la Pasqua cade alla prima domenica d’aprile, «aprilis» dal latino «aperire», significa aprire. Per le antiche popolazioni della Gallia era il mese in cui il Sole si risveglia. Ma non c’è bisogno di guardare il calendario per capire che è arrivata la primavera, basta entrare in uno dei negozi Migros e girare tra gli scaffali per scoprire le bontà della nuova stagione. Il conversare di delizie stagionali, ci porta ovviamente a parlare del piatto per eccellenza che viene servito alle nostre latitudini il giorno di Pasqua: il capretto. Cucinato lentamente al forno, il tenero e aromatico capretto abbinato ai suoi migliori compagni, ossia verdure e tuberi primaverili come carciofi, asparagi e patate novelle, non dovrà assolutamente mancare sulle vostre tavole, senza dimenticare di sposare le vostre preparazioni con un’altra eccellenza del nostro territorio: i grandi vini rossi del Ticino. / Davide Comoli

Capretto al forno Ingredienti per 4 persone 2 kg di capretto tagliato 2 carote 3 cipolle 1 sedano rapa 1l di vino bianco da tavola Rosmarino q.b. Farina, sale e pepe q.b. Preparazione Condire il capretto con sale, pepe, rosmarino e lasciare marinare 2-3 ore (ideale sarebbe una notte intera). Nel frattempo tagliare a cubetti, carote, cipolle, sedano rapa e il burro e metterli in una placca da forno con abbondante rosmarino. Rosolare il tutto per 10 minuti in forno a 185°C. Infarinare leggermente il capretto, precedentemente marinato, e scottarlo accuratamente in padella per ca. 10 minuti. Mettere il capretto nella teglia insieme agli ingredienti e bagnare il tutto con il vino bianco, aggiungere il burro rimanente, il rosmarino e cuocerlo in forno per 15 minuti a 220°C in modo che si formi una crosta saporita. Abbassare gradualmente la temperatura del forno a 185°C e cuocere il capretto per altri 50 minuti, successivamente a 170°C per 30 minuti e infine a 160 °C per gli ultimi 30 minuti. Durante tutto il tempo di cottura bagnare regolarmente il capretto con il fondo di cottura e il vino bianco. Una volta cotto il capretto (croccante fuori e morbido dentro), dividerlo dal fondo di cottura e passare il fondo con un colino fine, in modo da ottenere una salsa liscia e cremosa. Mantenere il tutto in caldo e servire con del purè all’aglio e verdure di stagione.

Il capretto ticinese

Lo chef Andrea D’Anna (a sinistra) e Tommaso Campanella, proprietario insieme alla moglie Ketty dell’Osteria Ticino di Ascona. (Flavia Leuenberger Ceppi)

Questa settimana, all’Angolo del Buongustaio Migros, è disponibile il capretto ticinese, allevato in Valle di Blenio dall’Azienda Agricola Adula di Marolta. Gli animali sono allevati nel rispetto della specie in un ambiente sano e vengono nutriti con latte materno. La macellazione avviene all’ottavanona settimana d’età al Macello Cantonale di Cresciano e il giorno seguente i capretti sono già forniti alle macellerie Migros. L’offerta di questa prelibatezza locale è limitata, pertanto consigliamo di rivolgersi al più presto al proprio macellaio Migros di fiducia.


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Idee e acquisti per la settimana

Voglia di mettere le mani in pasta?

Attualità Le «Panetterie della casa» di S. Antonino e Serfontana aprono le porte a 20 appassionati che desiderano

cimentarsi nella produzione del tradizionale Pan dal Pepp. Correte ad iscrivervi!

Aspetto rustico, colore scuro e aroma deciso. Grazie alle sue inconfondibili caratteristiche il Pan dal Pepp conquista il palato dei buongustai ad ogni morso, da solo, oppure quale perfetto accompagnamento di saporiti piatti di formaggi, salumi stagionati, marmellate fatte in casa o croccanti insalate. Uno degli aspetti più appetitosi di questa specialità è la ricca varietà di cereali con cui è preparato: oltre a farine di frumento chiare e scure, l’impasto è arricchito con un sapiente mix di altri cerali quali il tritello di segale, i fiocchi d’avena e semi di girasole, zucca, sesamo e lino. Inoltre tutti gli ingredienti sono certificati TerraSuisse, ciò garantisce una coltivazione indigena particolarmente rispettosa dell’ambiente. Gli intenditori di questo pane fragrante della Jowa saranno felici di sapere che ora possono scoprire come realizzarlo con le proprie mani, partecipando ad una delle due serate organizzate all’interno delle Panetterie della casa Migros.

Serate in panetteria Le due serate si terranno martedì 10 aprile nei laboratori di S. Antonino e Serfontana, dalle ore 18.30 alle 21.00 ca. I workshop sono riservati alle prime venti persone (dieci per filiale) che telefoneranno al numero 091 850 82 76, giovedì 29 marzo, a partire dalle ore 10.30. Il delizioso Pan dal Pepp è il protagonista delle due serate in panetteria. (Flavia Leuenberger Ceppi)

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direttamente al personale della filiale di fiducia. Inoltre ricordiamo che è possibile richiedere la brochure «Più tempo per i tuoi ospiti» a tutti i banchi pasticceria. Le creazioni sono ordinabili fino a 2 giorni prima del ritiro. Da ultimo non perdete l’occasione di gustare il tradizionale capretto pasquale presso tutti i Ristoranti Migros del Ticino.


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Idee e acquisti per la settimana

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Delizie pasquali vegane

Foto Christine Benz; Styling Vera Guala

Le dolci gelatine di frutta sono un’alternativa vegana al coniglio pasquale di cioccolato.

Immancabili nel cestino di Pasqua, da generazioni le colorate gelatine alla frutta sono gustose delizie amate da grandi e piccini. Le gelatine alla frutta, i coniglietti di gelatina e le mezze uova di gelatina della Migros sono colorate in modo naturale, non contengono aromi artificiali e sono contrassegnate con il logo giallo vegano. Le mezze uova e i coniglietti sono disponibili solamente durante il periodo pasquale, mentre le classiche gelatine alla frutta sono in vendita nei negozi Migros tutto l’anno.

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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Messaggero della primavera dal verde vestito

Foto e Styling Claudia Linsi

Ne si può già sentire l’odore quando si passeggia nei boschi: non appena il sole primaverile riscalda il terreno, le foglie dell’aglio orsino iniziano a crescere emanando la loro fragranza speziata. Con l’inizio della primavera, Anna’s Best offre alcuni sfiziosi prodotti che celebrano l’aglio orsino nella ricchezza del suo aroma – per esempio i ravioli con pomodori cherry.

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Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 27.3 AL 2.4.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

3.95 invece di 5.90 Punte d’asparagi verdi Messico/Italia, in conf. da 200 g


. a z z e h c s e fr lo o s e e r Semp 50%

9.90 invece di 19.80 Salmone dell’Atlantico affumicato ASC in conf. speciale d’allevamento, Norvegia, 300 g

50%

30%

Paté pasquale e terrina alle spugnole Rapelli in conf. da 2 nonché filetto di maiale in crosta Rapelli per es. paté pasquale, Svizzera, 500 g, 12.50 invece di 25.–

3.– invece di 4.30 Filetto dorsale di merluzzo MSC pesca, Atlantico nordorientale, per 100 g

30%

13.50 invece di 19.30 Formagín ticinés (formaggini ticinesi) in self-service, al kg

Hit

3.70

Arrosto di spalla di vitello TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 27.3 AL 2.4.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20% Tutti i sushi per es. Nigiri Classic, prodotto in Svizzera, in conf. da 180 g, 9.50 invece di 11.90, offerta valida fino al 31.3

conf. da 2

40%

6.60 invece di 11.– Bratwurst di vitello TerraSuisse in conf. da 2 2 x 2 pezzi, 560 g

30%

6.40 invece di 9.25 Luganighetta Svizzera, in conf. da 2 x 250 g / 500 g

40%

30%

2.95 invece di 5.15

8.90 invece di 13.–

Salame Strolghino Italia, pezzo da ca. 250 g, per 100 g

Cosce di pollo Optigal Svizzera, in conf. da 4 pezzi, al kg

25%

3.45 invece di 4.60 Cappello del prete (Picanha) TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

25%

4.20 invece di 5.60 Filetto di tonno (pinne gialle) Oceano Pacifico / Maldive, per 100 g

30%

2.45 invece di 3.55 Prosciutto cotto Puccini prodotto in Ticino, affettato in vaschetta, per 100 g


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Hit

3.40 Broccoli Italia, al kg

Hit

9.90

Composizione floreale con Cymbidium disponibile in diversi colori, la composizione, per es. bianchi

20%

7.80 invece di 9.90 Asparagi bianchi Spagna/Italia, mazzo da 1 kg

40%

13.90 invece di 19.90 Tulipani M-Classic, mazzo da 30 disponibili in diversi colori, il mazzo, per es. gialli

Hit

Manghi Perù/Brasile, per es. 2 pezzi a fr. 3.– invece di 5.–, a partire da 2 pezzi, 40% di riduzione

14.90

Rose Fairtrade, mazzo da 10 disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo 50 cm, il mazzo, per es. giallo e arancione-rosso

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 27.3 AL 2.4.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20%

3.10 invece di 3.90 Ananas Costa Rica, al pezzo

18.20 invece di 24.35 Leventina Caseificio prodotto in Ticino, in self-service, al kg

Grana Padano DOP in conf. da 700 g / 800 g, in self-service, per 100 g

40%

2.85 invece di 4.80

25%

1.40 invece di 2.–

a partire da 2 pezzi

Patate Amandine Svizzera, busta da 1,5 kg

30%

30%

25%

2.70 invece di 3.60 Arance bionde extra Spagna, sciolte, al kg

25%

4.30 invece di 5.90 Mirtilli Spagna, vaschetta, 250 g

20% Tutti gli yogurt Excellence per es. alle fragoline di bosco, 150 g, –.75 invece di –.95

20% Tutti i prodotti di pasticceria alla fragola per es. tranci, 2 pezzi, 2 x 190 g, 5.50 invece di 6.90


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! re e c ia p ro e v n u è ì s o c Far la spesa conf. da 2

20%

6.55 invece di 8.20 Insalata pasquale Anna’s Best in conf. da 2 2 x 250 g

30% Tortelloni e gnocchi M-Classic in confezioni multiple, prodotti refrigerati per es. tortelloni ricotta e spinaci in conf. da 3, 3 x 250 g, 7.70 invece di 11.10

a partire da 2 pezzi

3.–

di riduzione l’uno Tutte le capsule Delizio, 48 pezzi, UTZ a partire da 2 pezzi, 3.– di riduzione l’uno, per es. Lungo Crema, 16.80 invece di 19.80

CONSIGLIO

IL DREAM TEAM DEL GUSTO

Tutti si siedono a tavola con una fame da lupo. La pizza è già nel forno. Ora manca solo una croccante insalata, pronta in un attimo. Trovate la ricetta dell’insalata iceberg con pancetta, rucola e ravanelli su migusto.ch/consigli

20% Pizza Anna’s Best in conf. da 2 per es. Margherita, 2 x 400 g, 9.40 invece di 11.80

conf. da 3

20%

4.90 invece di 6.15 Caprice des Dieux in conf. speciale 330 g

20%

5.60 invece di 7.05 Grana Padano grattugiato in conf. da 3 3 x 120 g

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 27.3 AL 2.4.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20% Tutte le trecce precotte per es. treccia al burro M-Classic, TerraSuisse, 400 g, 2.50 invece di 3.15

a partire da 2 pezzi

20%

Tutti i tipi di zucchero fino cristallizzato (Alnatura esclusi), 1 kg, a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

30% Tutto il caffè Exquisito, in chicchi e macinato, da 500 g e da 1 kg, UTZ per es. macinato, 500 g, 5.35 invece di 7.70

conf. da 3

– .5 0

di riduzione

3.40 invece di 3.90 Tutti i tipi di pane Pain Création per es. baguette alle olive, 380 g

a partire da 2 pezzi

20%

Tutto l’assortimento Crème d’or prodotti surgelati, a partire da 2 pezzi, 20% di riduzione

33%

5.– invece di 7.50 Petit Beurre in conf. da 3 cioccolato al latte o fondente, per es. al latte, 3 x 150 g

20% Tutto l’assortimento Sun Queen per es. noci miste, 170 g, 4.15 invece di 5.20


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25% Olio d’oliva Classico o Delicato Monini in conf. da 2 per es. Classico, 2 x 1 l, 20.40 invece di 27.20

40%

6.85 invece di 11.45 Sminuzzato di petto di pollo M-Classic in conf. da 2 surgelato, 2 x 350 g

conf. da 2

40%

5.40 invece di 9.– Salsa per arrosto Knorr in conf. da 2 2 x 150 g

50% Tutto l’assortimento di stoviglie Cucina & Tavola di porcellana e di vetro (prodotti Hit esclusi), per es. vassoio rettangolare piccolo, il pezzo, 6.45 invece di 12.95, offerta valida fino al 9.4.2018

30%

5.35 invece di 7.65 Pommes Duchesse Delicious in conf. speciale surgelate, 1 kg

Tutto l’assortimento Pancho Villa per es. soft tortillas, 326 g, 3.65 invece di 4.60

Fazzoletti di carta Tempo in confezioni multiple per es. classic, 30 x 10 pezzi, 5.75 invece di 7.20, offerta valida fino al 9.4.2018

conf. da 3

20% Tutti i funghi secchi in bustina per es. funghi porcini, 30 g, 2.85 invece di 3.60

20%

20%

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2.85 invece di 5.70 Vittel in conf. da 6, 6 x 1,5 l

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 27.3 AL 2.4.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Chips e Graneo Zweifel in conf. XXL Big Pack per es. chips alla paprica, 380 g, 5.95 invece di 7.75

Tutti i detersivi per capi delicati Yvette per es. Care, 2 l, 9.20 invece di 11.50, offerta valida fino al 9.4.2018

40%

7.80 invece di 13.– Succo d’arancia M-Classic in conf. da 10, Fairtrade 10 x 1 l

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14.90 invece di 19.– Calgon gel in conf. da 2 2 x 750 ml, offerta valida fino al 9.4.2018

20% Prodotti per la doccia I am, Fanjo e pH balance in confezioni multiple per es. Fanjo al cocco in conf. da 3, 3 x 300 ml, 6.20 invece di 7.80, offerta valida fino al 9.4.2018

33%

14.20 invece di 21.30 Vanish Oxi Action in polvere, in conf. speciale pink o bianco, 1,5 kg, per es. pink, offerta valida fino al 9.4.2018


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Altre offerte. Pesce, carne e pollame

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Salviettine umide per bebè Nivea in conf. da 9, Soft & Cream e Pure & Sensitive, per es. Soft & Cream, 9 x 63 pezzi, 21.05 invece di 35.10 40% **

Tutti gli antipasti Polli, Le conserve della nonna, La trattoria e Dittmann, per es. peperoni ripieni, 290 g, 3.30 invece di 4.15 20% Tutte le erbe aromatiche bio in vaso, per es. prezzemolo, vaso, Ø 14 cm, 3.90 invece di 4.90 20%

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Fiori e piante

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Tutti i ketchup e tutte le salse fredde Heinz, a partire da 2 pezzi 20%

Tutti i tipi di aceto e condimenti Ponti, per es. aceto balsamico di Modena, 50 cl, 2.10 invece di 4.25 50%

Pane e latticini

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Tutte le bevande Orangina e Jarimba in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. Orangina Regular, 7.70 invece di 12.90 40%

Noci e noci miste Zweifel, noci miste salate, noci di acagiù alla paprica o provençale, per es. noci di acagiù alla paprica, 115 g, 5.40 Novità **

Gusci di meringhe, 120 g, 3.– invece di 3.80 20%

Tutto l’assortimento di lettiere per gatti Fatto, per es. Plus, 10 litri, 5.65 invece di 7.10 20% Prodotti Syoss e Taft in conf. da 2, per es. spray per capelli Taft Ultra, 2 x 250 ml, 5.75 invece di 7.20 20% ** Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Selina, per es. stick per gatti con trota e salmone, 36 g, 1.60 invece di 2.– 20%

Collutorio Listerine anticarie, Green Tea, 500 ml, 5.90 Novità ** Rasoi usa e getta Soleil Bella Colours BiC, 3 pezzi, 6.50 Novità ** Cornetti scuri cotti su pietra TerraSuisse, 400 g, 3.80 Novità ** Filu Original Zweifel, 75 g, 1.95 Novità ** Farm Chips all’aglio orsino, Limited Edition, 150 g, 3.20 Novità ** Mix con lenticchie e quinoa Mister Rice, bio, 500 g, 3.50 Novità ** Mix con quinoa Mister Rice, bio, 500 g, 3.50 Novità ** Black Bean Burger You, prodotto surgelato, 200 g, 3.60 Novità *,** Lenticchie con verdura You, prodotto surgelato, 600 g, 4.80 Novità *,** Red Bean Burger You, prodotto surgelato, 200 g, 3.60 Novità *,** Farmer soft alla mela, 33% di zucchero in meno, 240 g, 4.70 Novità *,**

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PUNTI


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Idee e acquisti per la settimana

Stefan Niederhauser (41) è agricoltore diplomato e agronomo SUP.

Stefan Niederhauser

«I nostri vitelli ricevono più latte» Quanti vitelli ci sono al momento nella sua fattoria? Abbiamo due gruppi di 27 vitelli ciascuno. Ci sono inoltre un totale di 28 mucche da latte, che io e un contadino del posto teniamo in un’altra fattoria che gestiamo in comune. In questo modo siamo lentamente cresciuti: nel 2009 abbiamo iniziato con nove vitelli.

TerraSuisse

Tutto per il benessere degli animali

Secondo IP-Suisse a ogni vitello spettano 1000 litri di latte. Come è da voi? I nostri vitelli ricevono più latte. In media circa 1200 litri di latte. Integriamo con il latte in polvere per ottenere la qualità di carne desiderata. In aggiunta, gli animali hanno sempre accesso a fieno fresco, a volontà, così come, naturalmente, agli abbeveratoi con l’acqua.

Nella sua fattoria «Chüeweid» vicino a Zummerwald, BE, il contadino Stefan Niederhauser si occupa prevalentemente di allevamento di vitelli. Produce carne di vitello di alta qualità secondo le direttive IP-Suisse, che è venduta alla Migros con il marchio TerraSuisse. Importante è soprattutto un allevamento adeguato alla specie

Le direttive IP-Suisse per l’ingrasso dei vitelli vanno oltre i requisiti legali. Concretamente cosa significa? I vitelli IP-Suisse dispongono di più spazio rispetto agli animali allevati convenzionalmente. In estate le nostre mucche e i nostri bovini possono andare ogni giorni al pascolo. Durante l’anno intero i vitelli hanno libero accesso agli spazi esterni della stalla. Le direttive limitano inoltre l’uso di medicinali per i vitelli da ingrasso.

Testo Claudia Schmidt; Foto Mischa Imbach

La produzione di carne di vitello di alta qualità proposta con il marchio TerraSuisse sottostà alle severe direttive IPSuisse. Annualmente degli ispettori ne verificano il rispetto, punto per punto, sulla base di una lista di controllo. L’allevamento degli animali avviene nel rispetto delle esigenze della specie. In Svizzera sono circa 11.000 i contadini che nelle loro aziende certificate producono nel rispetto delle direttive IP-Suisse.

Gli animali vengono allevati in gruppo e con libertà di movimento in aziende agricole IP-Suisse rispettose delle specie.

Parte di

TerraSuisse Sminuzzato di vitello per 100 g al prezzo del giorno

TerraSuisse Arrosto spalla di vitello al prezzo del giorno

TerraSuisse Spezzatino di vitello per 100 g al prezzo del giorno

TerraSuisse Fesa di vitello per 100 g al prezzo del giorno

TerraSuisse Costolette di vitello per 100 g al prezzo del giorno


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 26 marzo 2018 • N. 13

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Idee e acquisti per la settimana

Stefan Niederhauser (41) è agricoltore diplomato e agronomo SUP.

Stefan Niederhauser

«I nostri vitelli ricevono più latte» Quanti vitelli ci sono al momento nella sua fattoria? Abbiamo due gruppi di 27 vitelli ciascuno. Ci sono inoltre un totale di 28 mucche da latte, che io e un contadino del posto teniamo in un’altra fattoria che gestiamo in comune. In questo modo siamo lentamente cresciuti: nel 2009 abbiamo iniziato con nove vitelli.

TerraSuisse

Tutto per il benessere degli animali

Secondo IP-Suisse a ogni vitello spettano 1000 litri di latte. Come è da voi? I nostri vitelli ricevono più latte. In media circa 1200 litri di latte. Integriamo con il latte in polvere per ottenere la qualità di carne desiderata. In aggiunta, gli animali hanno sempre accesso a fieno fresco, a volontà, così come, naturalmente, agli abbeveratoi con l’acqua.

Nella sua fattoria «Chüeweid» vicino a Zummerwald, BE, il contadino Stefan Niederhauser si occupa prevalentemente di allevamento di vitelli. Produce carne di vitello di alta qualità secondo le direttive IP-Suisse, che è venduta alla Migros con il marchio TerraSuisse. Importante è soprattutto un allevamento adeguato alla specie

Le direttive IP-Suisse per l’ingrasso dei vitelli vanno oltre i requisiti legali. Concretamente cosa significa? I vitelli IP-Suisse dispongono di più spazio rispetto agli animali allevati convenzionalmente. In estate le nostre mucche e i nostri bovini possono andare ogni giorni al pascolo. Durante l’anno intero i vitelli hanno libero accesso agli spazi esterni della stalla. Le direttive limitano inoltre l’uso di medicinali per i vitelli da ingrasso.

Testo Claudia Schmidt; Foto Mischa Imbach

La produzione di carne di vitello di alta qualità proposta con il marchio TerraSuisse sottostà alle severe direttive IPSuisse. Annualmente degli ispettori ne verificano il rispetto, punto per punto, sulla base di una lista di controllo. L’allevamento degli animali avviene nel rispetto delle esigenze della specie. In Svizzera sono circa 11.000 i contadini che nelle loro aziende certificate producono nel rispetto delle direttive IP-Suisse.

Gli animali vengono allevati in gruppo e con libertà di movimento in aziende agricole IP-Suisse rispettose delle specie.

Parte di

TerraSuisse Sminuzzato di vitello per 100 g al prezzo del giorno

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Gusto Farmer al 100%, 33% di zucchero in meno.

20x

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PUNTI


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Idee e acquisti per la settimana

Mister Rice

Un mix riuscito

Azione 20X Punti Cumulus sui prodotti Mister Rice raffigurati dal 27.03 al 09.04

Foto e Styling Tina Sturzenegger

Lenticchie e quinoa conferiscono ai prodotti Mix di Mister Rice un delicato aroma di noce.

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L’abbinamento del riso con lenticchie e quinoa è ottimo – quindi perché non creare fantasiosi e innovativi accostamenti? È esattamente quel che ha fatto Mister Rice, che ha sviluppato due nuove varietà di riso Mix: la miscela di riso basmati con quinoa rossa, bianca e nera, così come la miscela di riso jasmin con quinoa bianca e lenticchie rosse. Permettono una grande varietà di ulteriori accostamenti. Abbinando per esempio i Mix di riso con verdure, insalata e avocado ne risultano gustose Buddha bowl.

Migros Bio Mister Rice Mix Basmati con Quinoa 500 g* Fr. 3.50

Migros Bio Mister Rice Mix Jasmin con Lenticchie e Quinoa 500 g* Fr. 3.50

Gli agricoltori bio lavorano in armonia con la natura. Si prendono cura di animali, piante, terreno e acqua.

M-Industria crea numerosi prodotti Migros, tra cui anche i prodotti Mister Rice.


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Dal 29.3 al 31.3 Ogni giorno attrezzi in omaggio ai primi 100 clienti Sabato 31.3 Dalle ore 10.30 alle 14.00 Grill Party: bratwurst e luganighetta per tutti!

Do it + Garden Migros Montagnola, via alla Roggia 1, tel. +41 91 821 73 00 Orari d’apertura: lunedì–venerdì, 8.00–18.30, giovedì, 8.00–21.00, sabato, 8.00–18.30