Azione 51 del 17 dicembre 2018

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXXI 17 dicembre 2018

Azione 51 M sh o alle p pping agine 41-43 / 57

Società e Territorio Divieto di fumare nei parchi gioco e in spazi aperti dedicati ai minori: se ne parla anche in Ticino

Ambiente e Benessere In Ticino si sfrutta il sole come risorsa meno di quanto si faccia Oltregottardo; ce ne parla Claudio Caccia, responsabile per la Svizzera italiana di Swissolar

Politica e Economia La guerra dei dazi Cina-USA diventa un giallo, a causa della vicenda Wanzhou

Cultura e Spettacoli Alla riscoperta dell’artista Wilhelm Schmid, in mostra a Potsdam e legato al Ticino

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di R. Kaminski e Y. Samaritani pagina 27

Keystone

Un anno fra i grandi della Terra



Nei flutti europei senza timoniere di Peter Schiesser Ancora una volta, prendendo soltanto atto ma senza parafare l’accordo istituzionale negoziato con l’Unione europea, il Consiglio federale delega ad altri la responsabilità di dirigere la politica estera. Lo aveva già fatto con l’iniziativa dell’Udc contro l’immigrazione di massa, lasciando alle Camere federali il compito di togliere le castagne dal fuoco (le quali vararano un anno fa una legge di applicazione che non ledesse gli accordi bilaterali con l’Ue, al prezzo di annacquare di molto l’iniziativa). Lo rifà oggi aprendo un’ampia consultazione interna fra soggetti politici, economici e istituzionali sull’accordo concluso, in un momento estremamente delicato per le relazioni fra la Svizzera e l’Unione europea (vedi Rigonalli a pagina 26). Una mancanza di leadership sconcertante: come sarà mai possibile vincere una votazione in parlamento e poi alle urne su un tema così delicato se manca una convinzione salda nel Consiglio federale? Conosciamo il segretario di Stato Roberto Balzaretti quel tanto da poter credere che lui e la sua squadra abbiano tratto il massimo dai negoziati con la Commissione europea. Con il tribunale arbitrale e

dei compromessi sull’attuazione delle misure di accompagnamento alla libera circolazione in particolare, Bruxelles ha concesso alla Svizzera più di quanto volesse fare fino a pochi mesi fa. Ci sarebbe da stupirsi se Bruxelles accettasse di riaprire il negoziato qualora la consultazione interna in Svizzera generasse altre richieste. Il Consiglio federale si è dunque messo in un bel pasticcio. Ma come si è giunti a questa situazione? L’errore tattico di SchneiderAmmann e Cassis, forse commesso ingenuamente, di riflettere ad alta voce su una possibile riformulazione delle misure di accompagnamento della libera circolazione (seppur solo nella forma e non nella sostanza), si rivela essere stato capitale: allora i sindacati di sinistra boicottarono il dialogo nazionale iniziato da SchneiderAmmann, si spera forse di ovviare all’errore invitandoli a esprimersi a posteriori, ad accordo negoziato? Molto difficile. Una simile consultazione serve prima, non dopo quando un accordo è già negoziato, soprattutto se l’impressione è che non ci siano margini di manovra (tenta di fare la stessa cosa la premier britannica Theresa May, ma c’è da dubitare che vi riesca). La conclusione che si può trarre è che il Consiglio federale è pro-

fondamente diviso sulla questione dell’Accordo istituzionale. Sono contrari i due consiglieri federali Udc e i due socialisti. Il governo sembra dunque poco consapevole della posta in gioco: si sta dimenticando che senza un accordo istituzionale la via bilaterale andrà atrofizzandosi, esponendo la Svizzera a complicazioni e ritorsioni, in futuro? Finora il messaggio del Consiglio federale è stato che un accordo sarà siglato solo se soddisfacente per la Svizzera (un’ovvietà), ma per giudicare se è favorevole per il paese è stato a sufficienza valutato quanto sfavorevole sarebbe non averne alcuno? Il governo si dice convinto di riuscire a concludere un accordo anche fra qualche anno, però i segnali che invia Bruxelles vanno in un’altra direzione. L’equivalenza della Borsa svizzera, per esempio, verrà prolungata di soli sei mesi, ma non c’è dubbio che in caso di stallo sull’accordo istituzionale la Svizzera dovrà adottare il piano B definito per non penalizzare la Borsa svizzera. In seguito, verosimilmente, le Camere federali boccerebbero il nuovo «miliardo di coesione» per l’Ue , come già minacciato. Ma davvero qualcuno crede che in un clima di ripicche e ritorsioni sarà più facile ricreare un clima sereno fra la Svizzera e l’Unione europea?


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Attualità Migros

M Banane coltivate rispettando l’ambiente

Il Natale arriva di corsa PodismoAd Ascona

Generazione M D  a due anni Migros si è impegnata a fare in modo che nelle sue filiali

siano offerte soltanto banane provenienti da coltivazioni sostenibili. E ora l’obiettivo è raggiunto. Questo anche grazie a un progetto del WWF, che si pone obiettivi ecologici e sociali Thomas Tobler Una strategia commerciale che ha effetti concreti sulla qualità dell’ambiente e sulla realtà sociale ed economica delle regioni di produzione. La decisione di Migros di mettere in vendita soltanto banane «solidali» ha un influsso su vari aspetti legati alla loro coltivazione, influenzando in modo positivo l’ambiente. Ad esempio, per quel che riguarda la protezione del clima, tredici piantagioni in Colombia ed Ecuador hanno implementato metodi di concimazione naturale, per evitare l’inquinamento dei terreni e le emissioni non necessarie di azoto. Oltre a questo ognuna delle aziende ha definito un proprio piano individuale per la riduzione delle emissioni di CO2. Tra i molti cambiamenti introdotti dai nuovi concetti di coltivazione c’è quello legato alla separazione degli scarti: molte piantagioni fino ad oggi non si preoccupavano di separare i contenitori vuoti di pesticidi e fertilizzanti dai rifiuti abituali. L’attenzione degli agricoltori è stata richiamata sul problema. In seguito a ciò sono state predisposte delle discariche apposite per questo tipo di rifiuti. Il concetto generale di produzione cerca poi di fare ricorso a un minor uso possibile d’acqua. Le aziende di trattamento possono giovarsi oggi di impianti per il trattamento delle acque reflue. In questo modo l’acqua utilizzata per la preparazione dei frutti, in generale il loro lavaggio, può essere riutilizzata molte volte. Tali misure hanno permesso una riduzione sensibile nel fabbisogno idrico delle fattorie. La nuova concezione nella pianificazione delle piantagioni tiene in gran-

Le piantagioni in Colombia ed Ecuador sono gestite in modo responsabile. (MM)

de considerazione l’ambiente in cui esse sono inserite. La salvaguardia della biodiversità è uno dei temi chiave nella politica di insediamento. Nelle fattorie, infatti, sono previste zone protette, che devono servire alla conservazione di un gran numero di piante e animali. Per creare tali zone in Colombia ed Ecuador si è rinunciato a piantagioni della superficie di 33 ettari (circa 45 campi da calcio). Effetto collaterale di tale intervento è il fatto che si è considerevolmente ridotta la minaccia alla foresta. Da dieci anni i boschi non sono più sradicati per lasciare spazio alle coltivazioni di banane. Tanto in Ecuador, quanto in Colombia, si è potuto ridurre

l’uso di erbicidi; in Ecuador ad esempio questo è avvenuto nella misura del 42 per cento. Per ciò che riguarda i rapporti con la mano d’opera delle piantagioni, sono state introdotte nuove norme più favorevoli al personale. Alcune misure di intervento hanno permesso un chiaro miglioramento delle condizioni di lavoro nelle piantagioni: tra queste la costruzione di docce, l’offerta di un presidio medico e una formazione regolare per lavoratori e le lavoratrici. Settore poi molto importante nell’ambito della bananicultura, infine, è quello dei trasporti. Per far giungere i frutti in Svizzera Migros usa conteni-

tori riutilizzabili in materiale sintetico. Questi possono compiere numerosi viaggi, risparmiando in tal modo oltre un milione di scatoloni di cartone, oltre a 4000 tonnellate di CO2, una quantità che corrisponde a circa 400 voli andata e ritorno tra Zurigo e la Nuova Zelanda.

il 23 dicembre la 37ma edizione della Corsa da Natal

Ritorna per la gioia degli appassionati il tradizionale appuntamento con la «Corsa da Natal», che si svolgerà lungo le vie del Borgo e sul lungolago di Ascona l’antivigilia di Natale. La gara, sempre molto seguita da atleti di numerose società sportive, è come sempre aperta a tutta la popolazione e a corridori «della domenica» di varie classi d’età. La manifestazione infatti intende dare spazio a tutti, dai più piccini ai grandi, dagli sportivi più attivi ai semplici amatori del movimento fisico. Per quello che riguarda il programma della manifestazione, sono previste una staffetta, corse sulla distanza dei 300 metri per i bambini e percorsi in circuito all’interno del centro storico di Ascona con varie lunghezze, fino a quella massima di 6 Km per gli attivi. Oltre agli aspetti agonistici tradizionali, la «Corsa da Natal» si prefigge, come negli scorsi anni, di creare gare «integrate» a cui possono prendere parte anche giovani disabili. Una iniziativa questa che è stata molto sentita e apprezzata e aggiunge un tratto d’interesse a un appuntamento sportivo che ha da tempo trovato un suo posto nel calendario sportivo del cantone.

Parte di Generazione M

Con il suo impegno per la sostenibilità Migros è da generazioni in anticipo sui tempi. Parte di

Un brindisi per chi va in pensione Migros TicinoNegli scorsi giorni il Comitato di Direzione della cooperativa

ha dedicato un momento di ringraziamento ai propri collaboratori che hanno tagliato il traguardo di fine carriera Un simpatico incontro conviviale ha segnato il momento dei saluti per una decina di dipendenti di Migros Ticino che da quest’anno hanno raggiunto il pensionamento. Tra loro, alcuni collaboratori con un curriculum degno di nota perché segna oltre 40 anni di presenza nelle file dell’azienda. La media di servizio per questi neo-pensionati è comunque di 27 anni, ciò che rappresenta un record sicuramente lusinghiero per la cooperativa. Nella foto scattata il 12 novembre nella Centrale Migros Ticino di S. Antonino sono ritratti sette dei dodici festeggiati. Sono (da sin.): Teresina Moccia, Bianca Ecchili, Luigia Manco, Luigino Casalboni, Maria Carmela Rinaldi, Aurelia Cipolla, Vincenzo Patà.

Azione

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Tiratura 102’022 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Le società, famiglie, gruppi e staffette che vogliono partecipare alla manifestazione possono iscriversi tramite il sito www.usascona.ch. Eventuali iscrizioni sul posto sono da effettuare 60 minuti prima della partenza della propria categoria (è previsto un sovrapprezzo di 5 franchi rispetto alle iscrizioni online). La gara si terrà anche in caso di maltempo, sarà annullata solo in presenza di neve o ghiaccio che possono rendere pericoloso il percorso. Per informazioni si prega di consultare il numero telefonico 1600. A tutti i partecipanti sarà consegnato un regalo ricordo, mentre le premiazioni dei vincitori sono previste poco dopo la fine della gara riservata a ogni categoria. Inoltre, nei giorni seguenti saranno pubblicate sul sito web di Usascona le classifiche per le varie categorie e le immagini scattate durante le gare. Maggiori informazioni

www.usascona.ch

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Società e Territorio Scoprire il Gambarogno Il nuovo percorso didattico da Contone a Dirinella ci accompagna Tra lago e monti

Una rete per il lavoro Il servizio comunale di orientamento formativo e professionale LuganoNetWork compie dieci anni

La culla degli obbedienti La giornalista Francesca Mandelli nel suo libro interroga sei studiosi sui rapporti tra educazione e potere pagina 8

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Meglio senza fumo

PrevenzioneIl divieto di fumare nei parchi

gioco e in spazi all’aperto dedicati ai minori è già una realtà in molte città Stefania Hubmann Bambini che giocano all’aperto, adulti che fumano. La convivenza è accettabile? Se siamo in un parco gioco molti pensano di no. Dopo le prime perplessità, ai ristoranti senza fumo ci si è abituati così come al divieto esteso ad altri luoghi pubblici quali musei, teatri, cinema, ospedali, case per anziani, centri commerciali, mezzi di trasporto, ecc. Allora (2007) il Cantone Ticino fece da apripista, seguito nel 2010 da una Legge federale per la protezione dei non fumatori nei locali pubblici chiusi. Il passo successivo, volto a includere nella messa al bando del fumo determinate zone all’aperto, sembra essere altrettanto ardito e a livello nazionale le sensibilità divergono. Nella Svizzera tedesca le iniziative favorevoli, in particolare a tutela dei più piccoli, stanno conoscendo un crescente sviluppo con una visione all’avanguardia nel Canton Argovia. In Romandia vi sono tentativi di seguire l’esempio confederato e della vicina Francia. Anche in Ticino la questione è d’attualità grazie alla mozione presentata lo scorso anno al Consiglio di Stato dalla parlamentare Nadia Ghisolfi (PPD). Libertà dei fumatori e libertà dei non fumatori si confrontano sulla base di un dato di fatto: il fumo, anche quello passivo, nuoce alla salute. All’aperto, sostengono i contrari a nuovi divieti, il fumo si disperde. Per quanto riguarda i parchi gioco non si tratta però solo di una questione di benessere fisico. Dove il divieto è stato introdotto viene sottolineato il valore educativo della misura. I bambini imparano dagli adulti e quindi la sigaretta, se libera di essere fumata in qualsiasi luogo esterno, è percepita come normale ed accettata. Nadia Ghisolfi con la mozione «Introduzione di una norma specifica concernente il divieto di fumo nei parchi gioco e negli spazi all’aperto a disposizione di attività dedicate specificatamente ai minori» attira l’attenzione anche su questo aspetto. Fra le conseguenze negative dell’assenza di un divieto nei parchi gioco cita «il messaggio sbagliato trasmesso ai piccoli dai genitori (o da chi li accompagna al parco)». I parchi gioco sono oggetto di una mozione specifica – sottoscritta anche dai deputati Henrik Bang (PS), Sara Beretta Piccoli (PPD) e Francesco Maggi (Verdi) – presentata assieme ad altri due atti parlamentari analoghi concernenti rispettivamente «le fermate e le stazioni dei mezzi pubblici di trasporto» e «le entrate dei locali chiusi accessibili al pubblico o adibiti a luoghi di lavoro per

più persone». Per Nadia Ghisolfi, che si occupa del tema da un paio d’anni, si tratta di «proporre misure di facile attuazione, a costi contenuti e senza limitare eccessivamente la libertà dei fumatori». Precisa la deputata: «Per quanto riguarda i parchi gioco, la Città di Lugano offre un buon esempio avendo già introdotto questo divieto. Invece di lasciare che ogni Comune agisca per conto proprio, si può uniformare la norma a livello cantonale, favorendo una presa di coscienza della società. Purtroppo dopo il grande miglioramento ottenuto con il divieto di fumo negli spazi chiusi, si fatica a far comprendere che anche alcuni luoghi all’aperto sono particolarmente sensibili». L’obiettivo non è quello di limitare in modo drastico la libertà dei fumatori, ma di preservare quella dei non fumatori che in determinate circostanze risultano penalizzati anche se ci si trova all’esterno. Nadia Ghisolfi: «Ritengo sia meglio optare per piccole concessioni di spazi liberi dal fumo piuttosto che giungere a divieti più generalizzati e restrittivi» (vedi Stati Uniti e Australia). Nel Rapporto dello scorso maggio sulle tre mozioni citate, il Consiglio di Stato esprime però parere contrario ritenendo che «un’ulteriore limitazione degli spazi dei fumatori non sia giustificata». Il Governo si appella al principio della proporzionalità, anche se afferma di comprendere «l’intento nobile dei mozionanti». A livello europeo si può ricordare, per i parchi gioco, il divieto francese in vigore dal 1. luglio 2015. Nel frattempo alcune città si sono spinte oltre. Strasburgo, ad esempio, è diventata dalla scorsa estate la prima grande città francese a estendere il divieto a parchi e giardini pubblici. In Svizzera è stata pioniere Coira che già dieci anni fa ha introdotto il divieto di fumare nei parchi gioco. Oggi si guarda con interesse al Canton Argovia, dove è in corso il Programma di prevenzione del tabacco (2016-2019): «Una delle misure del programma, la cui visione è quella di rendere il non fumare la norma a livello sociale, è la realizzazione di nuovi parchi gioco liberi dal fumo», spiega Kathrin Sommerhalder, specialista del settore al Dipartimento della sanità e della socialità argoviese. Il progetto avanza bene con sei parchi gioco senza fumo previsti entro il 2019. Precisa Kathrin Sommerhalder: «Comuni, scuole e privati si interessano al progetto che in concreto viene realizzato dal Naturama Aargau (museo della natura). I primi parchi gioco senza fumo si trovano sia in grossi centri che in piccoli Comuni.

Cartelli e contenitori per mozziconi della campagna «La natura non vale una cicca?». (Associazione Svizzera Non-fumatori)

In alcuni casi le richieste giungono dai Comuni, mentre in altri sono il Cantone e Naturama Aargau a svolgere un ruolo propositivo. Il museo garantisce consulenza e accompagnamento a tutti i livelli, dalla pianificazione all’esecuzione. Ai promotori spetta il compito di informare e sensibilizzare la popolazione sul nuovo tipo di parco (vicino alla natura e libero dal fumo) e sui motivi di questa scelta». Scelta, viene sottolineato, che mira a rendere gli adulti consapevoli del loro ruolo di modello nei confronti dei bambini anche al di fuori del parco gioco in modo da proteggerli dal fumo passivo. Sempre legata al fumo è la questione dei mozziconi, perché non tutti i fumatori si comportano educatamente. L’Associazione Svizzera Non-fumatori ha lanciato proprio quest’anno a livello ticinese la campagna contro il littering da mozziconi nei parchi gioco «La na-

tura non vale una cicca?». L’associazione fornisce ai Comuni cartelli di sensibilizzazione e appositi contenitori, già posati in oltre cinquanta aree di gioco per i bambini. Anche altri luoghi dove si sosta con un certa frequenza sono confrontati con il medesimo problema. Non a caso dopo un test di alcuni mesi in diverse stazioni ferroviarie, fra le quali anche quella di Bellinzona, l’Unione dei trasporti pubblici (UTP) ha comunicato in novembre che a partire dal 1. giugno 2019 sarà vietato fumare nelle stazioni ferroviarie anche negli spazi aperti (con zone delimitate per i tabagisti lungo i binari). Il test ha evidenziato che il 75% delle persone intervistate è a favore della modifica ispirata a quanto promosso in altri Paesi europei come Germania, Francia e Italia. Per l’UTP lo scopo è quello di migliorare la qualità dell’aria e la pulizia. I mozziconi sono particolarmente

inquinanti. Contengono numerose sostanze nocive e la loro decomposizione è molto lunga. A Ginevra lo scorso settembre il servizio cittadino delle vie di comunicazione pubbliche ha lanciato un’azione per invitare i fumatori a gettare i mozziconi in un posacenere. L’aspetto più eclatante è il conteggio (con un sistema innovativo) dei mozziconi presenti a terra, oltre 20 milioni in otto settimane, reso pubblico attraverso speciali «contatori di mozziconi» disposti in cinque punti strategici del centro città. Obiettivo: ridurre l’inquinamento e i costi di pulizia. Gli aspetti legati al fumo all’aperto sono quindi molteplici. Attenzione e sensibilità da parte di enti pubblici e popolazione possono essere molto diverse, ma gli esempi di proposte innovative e virtuose sono comunque in crescendo, in particolare a tutela e rispetto delle nuove generazioni.


Per festeggiare insieme!

Pain Surprise Nostrani del Ticino

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Piatto gastronomico carne

68.– vassoio per 4 persone

(con pane bianco o integrale)

Pizzette e salatini di sfoglia mista Insalata di polipo e patate

4.90 per 100 g

3.40 per 100 g

(minimo di ordinazione: 500 g)

(minimo di ordinazione: 500 g)

Finger food salati

33.– confezione 15 pezzi

Tartare di manzo o salmone al cucchiaio

2.50 al pezzo

(minimo di ordinazione: 10 pezzi per qualità)

Stella sfoglia frutta mista

3.20 per 100 g

(es. per 6 persone, ca. 840 g)

Questi e molti altri articoli sono disponibili in tutti i De Gustibus, i Ristoranti e i banchi pasticceria dei supermercati Migros del Ticino. (Ordinazioni con almeno 48 ore di anticipo) Tel. 0848 848 018 / party-service@migrosticino.ch Per maggiori informazioni: www.migrosticino.ch/party-service

Pasticceria mignon

3.70 per 100 g


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Società e Territorio

Una gita tra lago e monti

Escursioni Un nuovo percorso didattico porta il visitatore a scoprire il Gambarogno

Elia Stampanoni Percorrendo il Gambarogno da Quartino verso la dogana di Dirinella, sembra quasi non esserci spazio tra il lago e i monti. Il territorio, stretto tra il versante e la riva del Verbano, è in gran parte occupato dai paesi, dalla strada, dalla ferrovia e dal fianco delle montagne. Ma proprio tra le vie dei nuclei, tra gli alberi dei boschi e tra i prati di questa regione si sviluppa l’interessante sentiero didattico Tra monti e lago. E così, mentre sul lato opposto si pensa e si progetta una camminata sul lago, da questa parte del Verbano la passeggiata già si può fare, seguendo la nuova segnaletica che conduce il visitatore da Contone a San Nazzaro. Il cammino completa quanto iniziato già nel 2004, quando fu inaugurato un primo tratto di sentiero didattico tra Dirinella e San Nazzaro/Vairano, frutto di un progetto Interreg. L’ampliamento dell’operazione, che valorizza un intero territorio, si è conclusa nel corso dell’estate del 2018 con l’inaugurazione del sentiero promosso dall’Organizzazione turistica AsconaLocarno e dall’Antenna del Gambarogno dall’Ente regionale per lo sviluppo del Locarnese e Vallemaggia, presso le cui sedi si possono pure trovare gli opuscoli informativi, così come negli uffici del Comune. Ora i chilometri totali sono circa 22, da Contone a Dirinella. Il sentiero, debitamente segnalato con i cartelli pedestri di colore giallo, è arricchito dalla presenza di una quarantina di pannelli informativi che illustrano

alcuni temi correlati a questa regione. La lettura è rapida e permette di portarsi a casa, oltre a una piacevole gita, anche qualche nozione basilare legata alla storia e alla cultura del Gambarogno. L’obiettivo del progetto, come si legge sui pannelli informativi, è infatti quello di «presentare in modo semplice ed esaustivo il patrimonio storico-culturale e ambientale e le particolarità multisettoriali del territorio». Il percorso passa in breve tempo dal lago alla collina, richiedendo pertanto anche una discreta condizione fisica e di certo un adeguato equipaggiamento. Tocca le varie frazioni del Gambarogno, e anche alcune tra le più discoste, per poi tornare sulle rive del Verbano, per esempio a Vira dove passeggiando nel nucleo del paese si scoprono scorci pittoreschi. Alcuni tratti costeggiano la rumorosa strada cantonale, ma sovente il sentiero sale in quota velocemente tra prati e vigneti e permette un’ampia vista sul Locarnese. Camminando si scoprono boschi e angoli dimenticati, chiese e giardini, case e costruzioni, ma pure un paesaggio naturale a diretto contatto con la vita quotidiana. Ai pannelli esistenti e realizzati nel 2004 con il progetto Interreg su temi svariati (dalla flora alla fauna, dai lavatoi al bucato, dall’uva al vino…) se ne sono aggiunti altri che, disseminati nel suggestivo paesaggio, parlano anche di personaggi, come per esempio l’architetto Francesco Meschini, che in Ticino trasformò la chiesa parrocchiale di San Nazzaro secondo i criteri del neoclassicismo per poi dare il suo apporto

anche ad altre opere, tra cui la strada di Leventina tra Biasca e Airolo o la strada della Tremola. Una sosta obbligata è poi al Parco botanico del Gambarogno tra Piazzogna e Vairano, un terrazzo con splendida vista sul delta della Maggia, la catena alpina e l’imbocco della Valle Maggia e della Verzasca. Lo stagno Paron occupa invece un avvallamento morenico situato lungo il percorso, nella frazione di Piazzogna, a 315 metri di altitudine e, con un po’ di fortuna, permette di osservare alcune specie di anfibi e libellule. Il sentiero educativo si sofferma, con un accenno, anche sulla conformazione geologica e sui terrazzamenti tipici del Gambarogno, oppure sull’affascinante mondo della pesca che in una regione di lago continua ad avere una sua importanza e di certo una sua storia. Sempre legato alla pesca, in riva al lago a Vira, è posato un secondo cartello incentrato sulla fauna ittica del lago. Poco più a nord, in un giardinetto pubblico di Magadino, si ripercorrono invece le vicende di diversi alberghi, la cui presenza sul territorio è strettamente legata alla navigazione sul lago Maggiore e all’apertura della via carrozzabile del San Gottardo che verso il 1830 diede ulteriore rilevanza al porto di Magadino. Con la costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo tra il 1872 e il 1882, l’importanza di Magadino diminuì, in concomitanza con l’apertura delle linee Bellinzona-Luino e Bellinzona-Locarno che favorirono definitivamente quest’ultimo come snodo di comunicazione.

Pannelli didattici lungo il sentiero Tra monti e lago. (E. Stampanoni)

Proseguendo verso est il sentiero risale leggermente, di nuovo nei boschi, sovrastando il Piano di Magadino che si fa vieppiù vicino. Da qui si possono osservare le zone industriali e commerciali, ma anche scoprire i lavori d’incanalamento del Ticino che furono iniziati nel 1888. Giunti a Quartino non ci si può dimenticare della strada storica del Montecenerino che, popolarmente denominata strada romana (anche se l’aspetto odierno si fa risalire all’inizio dell’800), collega il piano con il Monte Ceneri. Il percorso Tra monti e lago giunge quindi al forno

del pane di Contone, transitando anche dall’oratorio di Santa Maria degli Angeli a Fosano, la Chiesa di San Carlo Borromeo, la villa Ghisler a Magadino e la chiesa di San Giovanni Battista a Contone. Il sentiero si può affrontare in entrambe le direzioni di marcia e offre diverse possibilità d’innesto per poterne anche percorrere solo dei tratti. L’accesso può avvenire in numerosi punti, approfittando dei collegamenti dei trasporti pubblici, con i quali, sia tramite ferrovia sia tramite autopostale, è poi comodo rientrare al punto di partenza. Annuncio pubblicitario

Apertura straordinaria Domenica 23 dicembre

tutti i negozi e i ristoranti Migros saranno aperti dalle ore 10 alle 18 Lunedì 24 dicembre chiusura negozi alle ore 17


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Società e Territorio

Dieci anni di LuganoNetWork

Riecco i Pokémon Videogiochi D  ivertente e giovane,

arriva Pokemon Let’s GO in due edizioni

LavoroNel futuro del servizio comunale di orientamento formativo

e professionale anche un progetto per sostenere persone in assistenza Guido Grilli Tre parole. «Net», ovvero rete; «work», lavoro; e Lugano. Si fonda sull’unione di questi essenziali vocaboli LuganoNetWork, il servizio comunale d’orientamento formativo e professionale (e indirizzo Internet) rivolto prioritariamente ai domiciliati e alle imprese creato nel 2009 dalla Città, prossimo a festeggiare il suo 10° anno d’attività e un bilancio lusinghiero. Duplice l’obiettivo: orientare gli utenti verso prime o nuove sfide formative e professionali e supportare le aziende nella ricerca di personale. Come funziona? Si invia il curriculum vitae a LuganoNetWork. Se residenti a Lugano si è contattati per una consulenza, se in altri Comuni il curriculum vitae viene inserito nella banca dati e la persona sarà chiamata se le sue competenze corrispondono ai requisiti di una delle preselezioni in corso. Parola delle responsabili, Sabrina Caspani, del settore formazione orientativa e Monica Aliprandi, preposta all’area lavoro e ricerca di personale. «Senza la rete delle oltre 250 aziende partner non potremmo proporre opportunità concrete agli utenti: le aziende ci informano delle posizioni di apprendistato, stage e lavoro aperte al loro interno, ci affidano il compito della preselezione dei candidati e ci aggiornano sugli esiti dei colloqui. Le aziende accolgono spesso al loro interno anche stage di orientamento di pochi giorni per consentire ai candidati di mettersi alla prova e avvicinarsi a una professione. La nostra rete non si limita alle aziende, si estende a scuole, all’ufficio di orientamento cantonale, all’URC, a fondazioni e associazioni».

Le relazioni con le aziende si sono intensificate e la banca dati conta più di 3000 curricula Evidenziano le nostri interlocutrici: «si rivolgono a noi persone di tutte le età, formazioni ed esperienze professionali. Ragazzi di 13, 14 anni interessati a prime esperienze orientative nel mercato del lavoro, così come persone con esperienza decennale. Ci sono interessati ad ambiti formativi, altri in cerca del primo impiego, c’è chi intende rientrare nel mondo del lavoro dopo anni di assenza, chi ha perso il lavoro e ne cerca uno nuovo, chi intende aumentare la propria percentuale lavorativa con un impiego integrativo. Le richieste di lavoro sono in maggioranza: 70%. Molte, inoltre, le richieste da parte di giovani usciti da scuole e istituti cantonali di transizione che hanno interrotto una o più esperienze formative. Ci sono ventenni senza diploma che guardano a un apprendistato. Il 38% dei ragazzi che si

Tra gli obiettivi, rafforzare le capacità dei candidati nella ricerca di impiego. (Pxhere)

rivolge a LuganoNetWork per un sostegno formativo ha tra i 19 e i 25 anni; Il 24% tra i 26 e i 35 anni, mentre i più giovani, tra i 16 e i 18 anni, sono il 28% dei casi». Ogni giorno tante piccole, grandi vicende personali. Esistono storie significative di LuganoNetWork andate particolarmente a buon fine? Racconta Sabrina Caspani: «Rispetto alla formazione mi piace ricordare il caso di una sedicenne con fragilità scolastiche che, dopo un percorso orientativo e di definizione del progetto professionale, abbiamo inserito in stage preformativo in una casa di cura dei nostri Istituti Sociali Comunali. Ha acquisito sicurezza, colmato alcune lacune formative fino a superare un concorso e iniziare l’apprendistato di operatore socio sanitario. È bello seguire la crescita dei ragazzi e riuscire a cogliere insieme a loro il momento giusto per proporli in azienda. Come il caso di un ragazzo presentatosi al servizio più volte, interrompendo però i percorsi di consulenza, finché è riuscito a trovare la motivazione per affrontare con pazienza stage e selezioni ed essere assunto come apprendista in un supermercato. C’è inoltre il percorso di una signora di 35 anni che ho sostenuto nella definizione di un progetto formativo e professionale che ha arricchito il suo curriculum. Siamo riusciti a individuare un’azienda davvero aperta e a farla assumere come apprendista impiegata di commercio». Sul fronte ricerche di lavoro, invece, Monica Aliprandi cita il caso di un responsabile della logistica di 53 anni disoccupato da quasi due anni: «lo abbiamo sostenuto nell’inserimento in un’azienda flessibile, che ha voluto valorizzare il senso di responsabilità e affidabilità che può garantire un senior. Altra bella storia, quella di un giovane impiegato di commercio disoccupato da lungo tempo, inseritosi alcuni mesi in una cantina vinicola come manovale per poi, con quanto guadagnato,

partire in Inghilterra per approfondire l’inglese e migliorare le sue possibilità d’occupazione in ambito impiegatizio. Infine, una laureata in scienze ambientali che si era sempre occupata di gestione qualità, sicurezza e ambiente, oggi effettua test di software e lavori organizzativi in un’azienda che ha puntato sulle sue attitudini e capacità gestionali e analitiche». Ma qual è il bilancio complessivo di LuganoNetWork? «Il servizio è cresciuto. Le relazioni con le aziende si sono intensificate e diversificate e gli utenti sono aumentati. Oggi abbiamo nella banca dati oltre 3000 curricula. Inizialmente le persone che si rivolgevano al servizio erano per lo più orientate a lavori manuali, oggi quasi il 30% dei candidati in cerca di lavoro ha una laurea o una specializzazione post diploma. Questo ci permette di rispondere alle esigenze più svariate. Un dato importante riguarda il numero di collocamenti raggiunti. Lo scorso anno sono stati 50 e quest’anno supereremo i 60, con un netto aumento dei contratti di apprendistato firmati. I risultati generali del 2018 sono in linea con quelli del 2017: i colloqui con nuovi candidati superano le 400 unità, quelli delle aziende contattate è di oltre 280 e quello delle visite in imprese e istituzioni per presentare i servizi supera le 30 unità». Progetti per il futuro? «Utilizzeremo sempre più strumenti di coaching (ascolto attivo, relazioni facilitanti, domande potenti, piani d’azione) per aumentare le possibilità di collocamento. La Città inoltre sta implementando un progetto mirato al sostegno delle persone in assistenza per accogliere un maggior numero di persone in attività di utilità pubblica e ha inserito LuganoNetWork nelle linee di sviluppo 20182028. Per i 10 anni c’è l’idea di creare laboratori per rafforzare le capacità dei candidati nella ricerca d’impiego e un evento speciale dedicato alle imprese partner».

Davide Canavesi In molti ricorderanno l’estate del 2016 quando la moda di Pokémon GO ha contagiato tantissimi giocatori in tutto il mondo. Gruppi eterogenei di persone sbucavano ovunque a caccia di qualche raro mostriciattolo. Ci furono polemiche, discussioni a non finire e, purtroppo, perfino qualche incidente. Poi, passata la moda, sono rimasti solo i giocatori più appassionati che, a distanza di due anni, sono sempre là fuori a caccia di pokémon. Nintendo, ben consapevole di aver fatto centro e di aver ampliato enormemente i suoi potenziali clienti, non poteva certo restarsene con le mani in mano. In attesa di un nuovo capitolo principale della saga ha sviluppato un nuovo titolo tutto particolare: Pokémon Let’s GO Pikachu e Let’s GO Eevee. Due edizioni dello stesso gioco, differenziate dalla mascotte principale, Pikachu o Eevee, con un preciso scopo in mente: avvicinare i giocatori di Pokémon GO alla serie su console, attesa per Nintendo Switch. Pokémon Let’s GO si presenta come un ibrido tra il gioco per smartphone e i giochi di ruolo classici a cui siamo abituati sin dalla prima versione per Game boy del 1996. Ci ritroveremo, nei panni di un bambino o una bambina, nella regione del Kanto, la storica ambientazione dei primi giochi dedicati ai mostriciattoli giapponesi. Nei panni del protagonista dovremo avventurarci alla scoperta del mondo, fare nuove amicizie, catturare nuovi pokémon (gli originali 150), affrontare otto capi palestra per vincere altrettanti badge d’onore e finalmente affrontare la Lega Pokémon per diventare il più grande allenatore del Kanto. Nei nostri viaggi ci imbatteremo in imprevisti, nuovi amici, nuovi nemici (come i leggendari Jessie, James e Meowth del Team Rocket). Pokémon Let’s GO non offre comunque al giocatore una trama originale né nuovi pokémon. Si tratta piuttosto di una sorta di remake che, sospettiamo, sia stato pensato per suscitare un senso di nostalgia nei giocatori della prima ora e al contempo offrire qualcosa di inedito ai giocatori più giovani. L’esperimento di Nintendo funziona perché, mentre scorrazziamo tra l’erba alta a caccia di nuovi pokémon, siamo trasportati indietro di un decennio al 1998 quando uscì Pokémon Giallo. Dove questo gioco mostra la sua natura ibrida è nel sistema di cattura dei pokémon. Proprio come nella versione per smartphone, dovremo lanciare le pokéball alle nostre prede, speran-

do di catturarli. C’è anche la possibilità di dare loro qualche gustoso spuntino in modo da renderli più malleabili. La cattura si effettua tramite i comandi di Nintendo Switch oppure usando il controller a forma di pokéball. Incluso nella versione speciale del gioco, questo nuovo controller è una delle componenti più interessanti del gioco. La sfera è dotata di un piccolo joystick che serve a dirigere il personaggio sullo schermo. La cattura invece è gestita da alcuni giroscopi inseriti al suo interno: basterà mimare il gesto di lanciare la sfera, imprimendole magari qualche effetto, per ottenere lo stesso movimento nel gioco. Il controller speciale si illuminerà e vibrerà a dipendenza dell’esito della cattura. È anche possibile collegare questo controller a Pokémon GO su cellulare e usarlo per interagire col gioco mobile, catturando pokémon, raccogliendo oggetti ai pokéstop e fungendo da contapassi per far guadagnare all’animaletto al suo interno dei punti esperienza. Pokémon Let’s GO è divertente e un ottimo modo per avvicinarsi a questo mondo, specialmente se abbiamo apprezzato la versione per smartphone. Pokémon Let’s GO non è però un capitolo principale. Molti elementi apprezzatissimi dai giocatori di vecchia data non sono presenti. Sparite, per esempio, tutte le opzioni di allevamento dei pokémon. Anche l’online è molto più simile a quello di Pokémon GO che a quanto visto su Pokémon X e Y, con battaglie semplificate senza la possibilità, per esempio, di affrontare solo gli amici. Molto meglio il multiplayer locale invece: basterà trovarsi nella stessa stanza con un amico per sfidarsi! È perfino possibile giocare in due alla stessa avventura collegando alla console un secondo controller. In questo caso apparirà un secondo allenatore che potrà supportare quello principale ma, purtroppo, non possedere pokémon propri o interagire coi personaggi del gioco. Pokémon Let’s GO Pikachu e Let’s GO Eevee sono sostanzialmente due giochi identici, a parte per la mascotte principale. Si tratta di un gioco divertente, particolarmente accessibile ai più giovani. Indirizzato in particolare ai giocatori della versione per cellulare, è un prodotto più semplice ma non per questo meno divertente. L’aggiunta del controller a forma di sfera pokémon e la sua compatibilità anche con smartphone è sicuramente benvenuta anche se tale controller è piuttosto costoso. Come antipasto per il prossimo capitolo principale, Pokémon Let’s GO ci ha davvero divertito.

Il videogioco è stato creato in due versioni: una con protagonista Pikachu l’altra con Eevee. (Nintendo) Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Società e Territorio

Non vogliamo «bambini di gesso»

Pubblicazioni L  a culla degli obbedienti, di Francesca Mandelli, riflette sui rapporti tra educazione e potere

Sara Rossi Guidicelli Negli anni Settanta Sergio Endrigo cantava la canzone del bambino di gesso, che «stava dove lo avevano messo, non sporcava i pavimenti, si lavava sempre i denti, non diceva parolacce, non faceva le boccacce». La canzone era per genitori che si ribellavano ai sistemi educativi dell’anteguerra, che la facevano ascoltare ai loro bambini. Il Sessantotto e le rivoluzioni pedagogiche hanno modificato radicalmente il modo di crescere i figli, di lasciarli essere «quello che volevano» e anche il modo di fare scuola. C’è però chi ancora oggi mette in guardia contro i nuovi «bambini di gesso»: facciamo attenzione, bisogna distinguere fra permissivismo e libertà, autoritarismo e autorevolezza, contenimento e violenza, omologazione e rassicurazione, educazione e obbedienza. Perché poi, continua Endrigo, quel bambino «ora grande è diventato, ma non è molto cambiato: compitissimo,

prudente, ossequioso, diligente. Se gli danno sulla testa, dice grazie e non protesta. Passa il giorno a fare inchini, non ha buchi nei calzini»... E per metterci tutti in guardia, Francesca Mandelli ha appena scritto un libro. Laureata in Storia e Letteratura italiana, è giornalista alla RSI e per motivi di curiosità professionale e di curiosità personale (è mamma di due figli adolescenti), si è accostata al mondo dell’educazione. Ha letto molto, ha scelto sei specialisti e li ha fatti parlare. Il libro, La culla degli obbedienti. Inchiesta sui rapporti tra educazione e potere, edito da Casagrande, propone una serie di riflessioni, proponendo

spunti e opinioni anche in contrasto tra loro. Francesca Rigotti, filosofa, Paolo Perticari, esperto di «pedagogia nera», Maria Rita Mancaniello, pedagogista, Alberto Pellai, medico, Olivier Maurel, insegnante e autore di ricerche sulla violenza in famiglia, Francesco Codello, pedagogista promotore del metodo libertario nelle scuole. «Non volevo scrivere un manuale, anche perché di ricette non ne ho. Allora ho fatto parlare loro, uno dopo l’altro», spiega l’autrice. «Ho posto loro domande sulla storia di che posto si dà al bambino nella famiglia, nella società; sui metodi educativi; sui dati terribili che riguardano la violenza sui minori, che restano l’unica categoria verso la quale si possono rivolgere botte e umiliazioni; sul tipo di persona che stiamo preparando per il futuro. Vorrei che ci si interrogasse di più sul potere di noi genitori e insegnanti, sulle conseguenze che hanno certi nostri gesti, diventando magari più consapevoli del nostro ruolo». Francesca Mandelli non è rassicurante, non dice che va tutto bene e non si inserisce in quel filone che ai genitori cerca di inculcare l’idea che basta essere «sufficientemente buoni». «Anche io mi sono stupita di certe risposte dei miei ospiti; alcune mi hanno messa a disagio, altre non le condivido. Per la maggior parte però mi sembrano utilissime e penso che molti adulti hanno le spalle larghe abbastanza per sopportare qualche dubbio in più, dubbio di quelli fertili, arricchenti. Per lavoro ho seguito forum di discussione a cui partecipano molti genitori sul web; a me sembra che si stia diffondendo una gran paura di essere lassisti e quindi una tendenza a “serrare le viti” con i figli. Mi sembra anche che fuori casa, per esempio nel mondo politico, ci sia un ritorno all’ordine, all’uomo forte che comanda, al controllo per la sicurezza. Allora mi sono chiesta: a che tipo di cittadini è rivolto questo messaggio? Chi sono le persone più propense a raccoglierlo? E noi genitori, che tipo di cittadini stiamo creando? Credo molto nell’idea che al bambino bisogna non solo dare delle regole, ma che bisogna soprattutto spiegargliele, per affinare in lui lo spirito critico. Credo che più di ogni valore bisognerebbe offrirgli quello dell’autonomia». Mancanza di tempo, di pazienza, di energia: si ha paura dei bambini che strillano, che corrono e che sembrano impazziti, dei bambini che si arrabbiano; si temono gli adolescenti, che

Che tipo di bambini vogliamo crescere? Il libro raccoglie sei opinioni di autorevoli studiosi. (Marka)

ti spogliano l’anima con lo sguardo e ti ascoltano solo se trovano un po’ di autenticità in te. Si ha paura e quindi si reprime, si urla più forte di loro, li si punisce. La metà dei genitori in Svizzera ammette di usare punizioni corporali contro i propri figli. Oppure al contrario, li si lascia fare. «Il permissivismo non è libertà», si legge nella conversazione con Francesco Codello, «è anzi l’altra faccia dell’autorità. Autoritarismo e permissivismo nascono dal disprezzo di se stessi e degli interlocutori che si hanno davanti. Mentre al contrario il rispetto nasce dal bisogno reciproco di incontrarsi». L’economia dei consumi vuole cittadini omologabili, con tanti desideri che i ragazzi non sono in grado di distinguere dai bisogni: ecco un altro degli insegnamenti fondamentali che vanno curati fin dalla tenera età. «Credo che la fatica più grande di noi genitori, in questo momento storico», dice un altro ospite della Culla degli obbedienti, Alberto Pellai, «derivi dal fatto che anche avendo un progetto educa-

tivo, spesso questo è contrastato dal mercato, che fa di tutto per raggiungere i nostri figli con messaggi esattamente opposti a quelli attorno cui noi costruiamo il nostro progetto educativo». Dunque: resistenza, sobrietà, lentezza. Bisogna provarci. E poi si parla anche di scuola. Francesca Mandelli ha mandato i suoi figli alla scuola pubblica. «Penso che non sia facile stare al passo con i cambiamenti della società, però la scuola ha fatto molti progressi. Mi sembra che ci sia una grande attenzione alle regole comportamentali, si fa un grande lavoro per prevenire il bullismo, il razzismo e favorire invece la socializzazione. Forse però ora mancano un po’ i contenuti, il sapere, lo studio. Ci sono più informazioni ottenute rapidamente e meno sforzo nell’apprendere in autonomia, seguendo la propria curiosità e i propri ritmi». L’ultimo capitolo è destinato alle forme di scuola libertaria, la scuola «dove tutte le decisioni vengono prese da un organismo assembleare, dove

il voto del bambino più piccolo ha lo stesso valore del voto dell’adulto più grande; dove c’è una molteplicità di metodologie; dove viene eliminata la rigidità per classi di età, per segmenti scolastici rigorosamente separati; dove il deviare non è un errore ma una ricchezza; dove il corpo non viene espulso dalla vita dei ragazzi che esplodono di energia ma per sei ore al giorno sono costretti a stare fermi. Una scuola che non si svolge entro quattro mura, ma in bottega, in ufficio, in fabbrica, in fattoria». Il risultato di tutti questi dialoghi è un libro che non nega il bene della disciplina (il discepolo per imparare deve ascoltare e capire; anche per infrangere le regole bisogna conoscerle), ma che desidera recuperare, per citare la prima conversazione con Francesca Rigotti, «valori come la speranza, l’ottimismo, la fiducia nelle capacità dell’uomo di risolvere i problemi, di migliorare se stesso e la società in cui vorrebbe vivere, al fine di credere in un futuro più vivibile».

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Luigi Ballerini, Torna da me, Il Castoro, da 12 anni Ogni adolescente, per trovare il proprio cammino, deve «separarsi» dalle figure dei genitori. Ce lo insegnano le fiabe, con gli allontanamenti e le erranze nel bosco, ce lo insegnano tutti i romanzi di formazione. E soprattutto ce lo insegna la vita. Diventare adulti significa anche passare dall’idealizzazione all’umanizzazione della madre e del padre, ma in mezzo ci può stare (forse ci deve stare) la violenza del rigetto, fatto di rabbia e di opposizione. E magari di disconoscimento, ipotizzando padri e madri naturali più carismatici, negando che quei due grigi rompiscatole che sono a casa siano i veri genitori: non per nulla l’archetipo del «figlio di re nascosto», da Artù a Harry Potter, ha sempre abitato l’immaginario giovanile. Viene in mente tutto questo, leggendo il recente romanzo di Luigi Ballerini, in cui quattro adolescenti improvvisamente affrontano, nelle loro quotidianità, l’inquietante incursione

di quattro misteriose donne vestite di rosso, che sembrano provenire da un oscuro passato. Sospeso tra la realtà più ordinaria dei banchi di scuola, degli spogliatoi calcistici, delle vie di Milano, dei bar, della stazione, dei mezzi di trasporto da una parte; e un Altrove perturbante, che s’inserisce tra le pieghe di questi luoghi consueti, dall’altra, il romanzo ci parla proprio di quel faticoso percorso di crescita: Paolina, Mattia, Eleonora e Alberto, ognuno con il proprio vissuto e la propria situazione familiare, devono fare una scelta

importante. Lasciare tutto e ricominciare una nuova vita con quelle donne oppure assumersi la responsabilità di ripartire da dove si è, riconoscendosi simbolicamente «eredi» dell’amore di chi li ha cresciuti? Un romanzo da leggere come un’appassionante storia di mistero, ma anche come una potente metafora del figlio e del genitore «ritrovato». Ritrovato nelle sue imperfezioni, nella sua umanità, nell’umile luce della sua presenza. Toon Tellegen, Storie di animali per quattro stagioni, illustrazioni di Sylvia Weve, Sinnos, da 5 anni Che meraviglia, tornano gli animali un po’ filosofi e surreali del grande autore olandese Toon Tellegen, medico e poeta, capace di dar vita a una comunità di creature che vivono tutte insieme nel bosco, in una incantevole improbabilità fantastica, dove il rinoceronte, la formica, lo scoiattolo, l’orso, la lumaca, la farfalla, lo gnu, l’oritteropo e tanti

altri personaggi , ognuno con la sua lieve vena saggia e malinconica e le sue miti domande sulla vita, diventano protagonisti di brevissime folgoranti storie, perfette da leggere ad alta voce. L’oritteropo si nasconde ma «ci sarà qualcuno che mi cerca?» e «cercherà proprio me?»; il millepiedi non è sicuro di avere proprio mille piedi, e se ne avesse, poniamo, milledodici, sarebbe sempre lui?; all’ippopotamo e al rinoceronte sembra di avere litigato ma se non si ricordano più il motivo come faranno a fare la pace?; il leone si chiede «in fondo perché ruggisco? È proprio

necessario?» e «forse posso fare cambio di verso con qualcuno», magari anche con il vento... «frusciare... anche questo mi piacerebbe»... Amano invitarsi a feste con torte e tè, questi animali, ma non sempre le feste hanno una riuscita per così dire normale, perché può capitare ad esempio che l’orso sbagli il numero delle fette di torta e si veda «costretto» a mangiarsi quella sbagliata, preparandone di volta in volta un’altra; o che la talpa e il lombrico, alla faccia del politicamente corretto, si organizzino una bella festa sotterranea da godersi solo tra loro due. Animali con una sapienza semplice e profonda, che sanno bene che per essere felici si può anche non fare «niente» e sentirsi grati di esistere; animali che dialogano molto, pur senza riuscire sempre a capirsi; che a volte – come i bambini – usano parole che hanno sentito ma di cui si chiedono il significato: parole come «prossimamente», «ho degli impegni»... ; animali le cui domande chiamano in causa anche noi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Saturnalia e sacrifici umani Chi abbia avuto la fortuna di passare qualche tempo nel Foro, a Roma, certo ricorderà le colossali otto colonne dell’antico tempio di Saturno che svettano, austere nella loro grandiosità, fra le rovine abbattute. La statua del dio ospitata all’interno della cella aveva la base fasciata di lana. Questa veniva rimossa in occasione della festa del dio come atto di liberazione e «slegamento» che segnalava l’inizio delle celebrazioni. A partire dal 17 dicembre del 497 AC del calendario giuliano, quando il tempio fu consacrato, fino al trionfo del cristianesimo come religione dominante (e come vedremo oltre) i Saturnalia divennero la festività più importante e partecipata dei romani. Divenne tanto importante da essere progressivamente estesa fino al 23 dicembre, proprio a ridosso del solstizio invernale che, sempre secondo il calendario giuliano, cadeva il 25 dicembre – data che fu poi elevata dall’imperatore Aureliano a Dies Natalis Solis Invicti a sua volta

poi «tradotto» dai cristiani nella data di nascita di Cristo Luce del Mondo. Tutto questo per dire, in soldoni, come i Saturnalia inaugurassero un periodo di festività che il corso della Storia storieggiata ha infittito di eventi e di interpretazioni spesso contrastanti. E dire che Saturno aveva iniziato la sua carriera di dio degli aborigeni laziali – secondo il resoconto dello storico Justinus Frontinus (II sec. a.C.) – nella veste di arcadico, pacifico, barbuto dio della fecondità delle messi. Come tale era rappresentato in epoca arcaica «armato» di un semplice, innocuo falcetto. Di lui la mitologia aveva solo parole di lode: sovrano giusto ed equanime, presiedeva un’umanità felice. Nell’età dell’oro di Saturno non esistevano servi o padroni. La schiavitù era sconosciuta e così pure la proprietà privata. Ecco allora che i Saturnalia volevano essere un’effimera ma effettiva celebrazione di quell’epoca felice. Le celebrazioni pubbliche prevedevano un pubblico convivio nel

quale si consumavano carni sacrificali. Scuole e pubblici uffici restavano chiusi ed era proibito dichiarare guerra. Il 18 ed il 19 venivano celebrati con riti privati che vedevano l’elezione di un Re dei Saturnalia nella figura di persone di bassa condizione alle quali era concesso beffeggiare i superiori secondo una logica d’inversione dei ruoli sociali: allora si vedevano i padroni servire a tavola servi e schiavi in un’atmosfera da «mondo capovolto» che ritroveremo nel Carnevale moderno. Allo stesso modo delle moderne celebrazioni natalizie si permettevano giochi d’azzardo e si praticava lo scambio di doni generalizzato – insomma, secondo le parole di Catullo, i Saturnalia erano veramente i giorni più belli dell’anno. Poi… poi… come spesso succede quando le cose vanno semplicemente troppo bene, la Storia ci mise lo zampino. Si era nel 217 a.C., ai tempi della seconda guerra punica. I Romani soffrirono una pesantissima sconfitta al Lago Trasime-

no. Nello sforzo di evitare la catastrofe finale, i Romani decisero di mettere un’antica strategia volta a propiziarsi gli dèi dei nemici offrendo loro un culto ancor più devoto degli avversari. Consultati i Libri Sibillini – che erano peraltro di tale oscura e impenetrabile lettura da risultare così controvertibili e controversi tanto da farne il minor uso possibile – saltò fuori che occorreva propiziarsi il dio cartaginese Baal Hammon assieme alla sua controparte greca Kronos. Ora, Kronos era divinità divoratrice dei propri figli. Proseguendo una tradizione di famiglia (era l’unico sopravvissuto dei figli di Urano, il quale tutti se li era mangiati per evitare di essere da questi spodestato) se li era a sua volta divorati proprio per evitare la fine del padre da lui stesso ucciso. Tutti eccetto Zeus/Giove che lo avrebbe tolto a sua volta dalla scena – ma questo non deve distrarci. E dio cannibale era anche Baal Hammon, al quale i Fenici/ Cartaginesi offrivano in sacrificio i

primogeniti – o così i social del tempo. Ma lo stesso Saturno aveva un lato del carattere meno rassicurante di quello celebrato nei Saturnalia: come divinità del mondo sotterraneo in quanto dio delle messi e della crescita, era associato a quel Dis Pater signore degli inferi analogo al greco Plutone. Insomma, un complesso gioco di influenze, mutuazioni ed adozioni di costumi rituali stranieri, fecero sì che nel III secolo a.C. fonti peraltro marginali della storia romana suggeriscono che i gladiatori uccisi nei giochi che precedevano i Saturnalia venissero dedicati a Saturno/ Baal Hammon/Kronos stesso. Sarebbe stato peraltro Ercole, durante la sua visita in Italia, a suggerire ai Romani che massacrare la gente per far piacere agli dei non era poi una così gran bella trovata. Si ricorse allora alle cosiddette oscilla in forma di maschere che rappresentavano in effigie le vittime sacrificali di un tempo. Ma dell’Ottava Fatica di Ercole non vi è traccia nei sacri testi.

che fanno perché non si conoscono e, di conseguenza, non conoscono gli altri, non si immedesimano con loro, non provano empatia e, come tuo cognato, non sono neppure in grado di avvertire il disappunto di chi li circonda. Col tempo si crea tra vittima e carnefice una complicità che è difficile scalfire perché metterebbe in crisi un equilibrio che, seppur con gravi costi, mantiene stabile la coppia. Mentre l’aggressività fisica provoca evidenti lividi sul corpo, quella psicologica, ancor più lesiva, suscita invisibili lividi nell’anima ed è pertanto difficile individuarla e sanzionarla. L’aggressore, tutt’altro che sprovveduto, si accanisce di solito su una persona di valore. Altrimenti che gusto ci sarebbe a minarne l’autostima? Una persona che lui ha preventivamente sedotto con atteggiamenti amorosi per poi, una volta conquistata, manipolarla a piacimento. In questi anni, l’eguaglianza tra i sessi induce spesso le coppie a instaurare

forme di competizione dove l’uomo, che non riesce a riconoscersi inferiore, reagisce con comportamenti di vero e proprio bullismo. In questi casi il conflitto che il persecutore ha dentro di sé, tra il desiderio di primeggiare e la paura di fallire, invece di essere amministrato interiormente viene agito esteriormente nel tentativo di convincersi, tramite il consenso del prossimo, della propria presunta superiorità. Per fortuna la vittima non è mai completamente arresa agli attacchi del manipolatore, rimane pur sempre un’intimità inviolata, un Sé segreto cui affidare i residui dell’amor proprio. Se sua sorella non si fa valere, se tace, è perché teme l’abbandono, il dolore dei figli, la compassione degli astanti. Temo che, qualora la sua sofferenza diventasse insopportabile, cercherà di esprimerla con malesseri fisici, con disturbi organici, con sintomi di disagio esistenziale. Richieste di aiuto che chiedono di dar voce al silenzio, di aprire un dialogo che

consenta di comprendere sé attraverso la condivisione con l’altro. Cara amica, la sua capacità di sentire come proprio il malessere di sua sorella e di cogliere le complesse dinamiche che lo provocano le fanno onore. Lei è davvero una «sorella» nel senso pieno del termine. Rimanga pertanto disponibile ad accogliere ogni segnale di aiuto, ogni richiesta di dialogo perché spesso, cresciuti i figli, le madri si riprendono spazi di libertà e di autonomia che consentono finalmente di sottrarsi al ruolo di vittima. Ruolo che il partner, con diabolica abilità, ha costruito per loro ma, come dicevo, non necessariamente e non per sempre.

te, lo stile di vita dei multimilionari e dei miliardari in Svizzera, dove la discrezione è garantita. Appartiene alle prerogative di un paese che, per ragioni storiche, non ha conosciuto sfarzi principeschi e conseguenti cortigianerie. Si è, così, sviluppata una diffusa indifferenza nei confronti dei concittadini e degli ospiti più facoltosi. Si deve parlare di una sorta di tacito accordo che regola la convivenza fra ceti, distanti sul piano finanziario, ma in pratica vicini, nel vissuto collettivo di ogni giorno. In altre parole, esiste e funziona un rapporto d’interdipendenza fra noi e loro. Noi, che usufruiamo di strutture, che consumiamo merci e servizi, che assistiamo a spettacoli e loro, che, spesso, questi beni li progettano, producono, propongono. Far emergere questa reciprocità è, evidentemente, l’obiettivo degli inviati di «Bilanz» che, ogni anno, esplorano il pianeta dei «300 più ricchi», a cui è dedicato il numero di dicembre, dall’allusiva copertina dorata. Non si tratta, sia chiaro, di interviste strappa-

te o manipolate, bensì regolarmente concesse a giornalisti che non formulano giudizi morali e neppure intendono violare la privacy di personaggi famosi. Al servizio di un magazine di divulgazione economica, cercano di spiegare, sulla scorta delle testimonianze dei protagonisti, come sia sempre possibile far fortuna, per usare un termine che sottintende fatalismo. Al quale, invece, questi 300 nostri concittadini non si arrendono. Ora, come ci sono riusciti, tanto da salire ai vertici con patrimoni a più di 7 cifre? Da noi, la nascita conta: secondo uno studio UBS, il 56% dei più facoltosi ha ereditato un’azienda familiare. Ma, scorrendo quest’elenco di privilegiati, ci si rende conto della crescente importanza dell’idea vincente, vedi Swatch, Foxtown, dello spirito innovativo, vedi software per droni e accessori medici, della creatività da archistar, vedi Santiago Calatrava, del talento sportivo, vedi Roger Federer. E magari sorprende che persino il «chupa chups», invenzione forse non geniale,

possa procurare miliardi alla famiglia Perfetti, residente nel Ticino. Il nostro Cantone ospita 15 super ricchi, fra cui figure di rilievo nella realtà locale. Si pensi ai Mantegazza, promotori dell’hockey luganese, a Tito Tettamanti, impegnato nella finanza mondiale e in pari tempo vicino ai problemi politici locali. E, proprio loro, cresciuti in provincia, apprezzano appunto la normalità, almeno nelle abitudini quotidiane. Sta di fatto, però, che la pubblicazione di questi dati conferma un’anomalia di fondo: le disuguaglianze fra i ceti. Meno accentuata in Svizzera, rispetto agli USA, e figurarsi la Cina. Comunque, si è prestata a interpretazioni di segno opposto. Secondo i dati ufficiali, i ricchi, che diventano sempre più ricchi, non hanno reso i poveri, più poveri, le cui entrate anzi aumentano. Non è d’accordo Tamara Funicello, presidente di Juso (gioventù socialista) che denuncia addirittura «la dittatura dei super ricchi». Sarà, questione di punti di vista.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Bullismo coniugale Gentile Professoressa, per noi le Feste di Natale sono sempre state importanti. Nessuno si sognerebbe mai, in quei giorni, di andare in crociera o a sciare. Ritrovarci tutti intorno alla tavola imbandita, scambiarci auguri e regali è un rito imperdibile. Ma nessuna ricorrenza è senza nuvole. C’è sempre qualcuno che durante l’anno è stato ferito da un lutto o da una sconfitta. Ma, si sa , questa è la vita. Ciò che non sopporto sono le sofferenze inutili, quelle che nascono dalla cattiveria degli uomini e che sarebbe così facile evitare! Basterebbe tacere. Mi riferisco a mio cognato, il marito di mia sorella: un uomo senza infamia e senza lode che si vendica della sua mediocrità cercando di sminuire e umiliare la moglie che senza dubbio è molto meglio di lui. Dopo tanti anni i suoi commenti, fastidiosi e inopportuni, fanno ormai parte della festa e, in un certo senso, ce li aspettiamo. Ma risultano comunque sgradevoli e fuori luogo. Faccio un esempio: rimane sul vassoio

l’ultima fetta di torta e alla domanda: «chi ne vuole ancora?» è lui il primo a rispondere e, indicando la moglie, afferma in modo che tutti lo sentano: «datela a lei che è senza fondo!». A questa battuta mia sorella, che in effetti è un po’ in sovrappeso, si limita a sorridere ma a noi dispiace vederla umiliata, soprattutto agli occhi dei figli. Non dimentico, cara professoressa, che ci sono al mondo questioni molto più gravi ma, dato che questa piccola sofferenza sarebbe facilmente evitabile, mi chiedo, e chiedo a lei: perché mia sorella, forte e intelligente, non reagisce alle offese di chi dovrebbe amarla e proteggerla? E perché lui, che si considera una brava persona, non si accorge di essere maligno? / Gabriella Cara Gabriella, come te anche Freud si rammaricava che, oltre ai dolori inferti dalla natura, ce ne siano tanti anni procurati da uomini, individui che non sanno quello

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Super ricchi in cerca di normalità Tradizione rispettata. Il primato nella categoria «i più ricchi del Paese», va sempre a loro, ai Kamprad, quelli dell’Ikea, con un patrimonio valutato 50-51 miliardi di franchi, in continua crescita. Responsabili di un’impresa di dimensioni mondiali, che occupa 208’000 persone, sono adesso Jonas, Mathias e Peter Kamprad, figli di Ingvar, il fondatore dell’azienda, morto lo scorso gennaio. E di cui seguono le orme, anche dal profilo privato, volutamente basso. A Epalinges, VD,

dove risiedono, quando non sono in giro per affari, i tre invidiabili rampolli conducono una vita al riparo da esibizioni di lusso e stravaganze. Abitano in case modeste, si spostano in utilitaria, preferiscono vestire casual. Insomma, non dare nell’occhio. Come papà Ingvar, che aveva fatto notizia, appunto per le abitudini spartane, per non dire tirchieria. In proposito, gli aneddoti, veri o falsi, si sprecano. Del tipo scrivere su entrambe le facciate di ogni foglio, accendere la luce solo quand’è indispensabile, in albergo rifornire il minibar con bibite comprate al supermercato, volare low cost. Tutto ciò in nome del senso del risparmio, che ispirò una gestione aziendale accorta e redditizia. Nell’ambito personale, coincise con un’esigenza di modestia e riservatezza, che poteva sembrare una scelta d’ordine etico. Mentre era un bisogno di normalità: riuscire a passare inosservati. Qualcosa che, poi, doveva far tendenza. Caratterizza, sempre più visibilmen-


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Ambiente e Benessere Il miglior SUV verde 2019 Mitsubishi Outlander PHEV unisce l’innovativa trazione ibrido plug-in alla capacità di guida all-electric

Un caprifoglio per l’inverno Le sue piccole corolle sono color bianco crema e hanno un profumo intenso, quasi di limone

Un viaggio tra mito e realtà Chi era Artù? Un re dei britanni, un guerriero scozzese o un comandante romano?

pagina 15

Contro artrosi e artrite Molte le soluzioni fitoterapiche per curare vari mali: tra queste anche l’Artiglio del diavolo pagina 19

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Tanto sole sfruttato troppo poco Energia pulitaProdurre energia elettrica

con gli impianti fotovoltaici ridurrebbe molto l’emissione di gas a effetto serra

Partiamo da una constatazione ambientale. L’elettricità solare produce come minimo sei volte meno emissioni di gas a effetto serra e fornisce pertanto un contributo importante alla protezione del clima. Gli impianti fotovoltaici installati in Svizzera nel 2017 consentono annualmente un risparmio pari a circa 610mila tonnellate equivalenti di CO2. Un risparmio a cui contribuisce anche Migros Ticino, per esempio con l’impianto fotovoltaico di Sant’Antonino e quello di Taverne, i quali producono energia proveniente dal sole, pari a circa il consumo annuo di 135 economie domestiche. Abbiamo sentito Claudio Caccia, responsabile per la Svizzera italiana di Swissolar, l’associazione di categoria che rappresenta 650 aziende del settore per un totale di 6mila dipendenti, per fare il punto della situazione. Signor Caccia, che evoluzione hanno avuto gli impianti fotovoltaici negli ultimi anni?

Vi è stato un cambiamento interessante in seguito all’evoluzione delle condizioni quadro. Nel 2009, a livello nazionale, è partito il sistema denominato Ric (rimunerazione a copertura dei costi) che prevedeva incentivi per ogni kWh che l’impianto fotovoltaico avesse immesso in rete, per una durata di 25 anni. In pratica, s’intende l’esubero rispetto a quanto consumato nell’edificio in cui c’era l’impianto fotovoltaico. Un sistema che si è rivelato non adeguato in quanto vittima del proprio successo, poiché non in grado di rispondere alle numerose richieste arrivate. Negli anni il prezzo degli impianti fotovoltaici è sceso e si è creata una lista d’attesa per ottenere

gli incentivi, molto lunga. Negli ultimi anni è cambiato il sistema di sostegno al fotovoltaico con un solo incentivo iniziale per l’investimento. Un sistema che ha frenato la creazione di impianti di una certa potenza. È invece continuata piuttosto bene la costruzione di piccoli impianti per case mono e bifamigliari. Quindi c’è stata una frenata per gli impianti sulle aziende e un incremento per le abitazioni?

Esatto. Anche dovuto al fatto che alcuni anni or sono è stata introdotta la possibilità dell’autoconsumo. Addirittura dal 1. gennaio di quest’anno l’energia elettrica prodotta dal proprio impianto può essere usata, a determinate condizioni, anche per alimentare dei fondi confinanti o per alimentare un intero quartiere. È stato un cambio di paradigma importante in quanto in questo caso l’allacciamento elettrico avviene su un unico fondo e la distribuzione interna è di competenza di chi cura il sistema. Un sistema interessante per esempio negli edifici pluriabitativi dove l’impianto è uno solo e la corrente viene usata dagli inquilini dell’edificio che sono d’accordo di partecipare a questo cosiddetto «raggruppamento ai fini del consumo proprio». Quali le conseguenze a livello finanziario?

L’ottimizzazione dell’autoconsumo è più economica perché se si fanno i calcoli dell’investimento, degli incentivi e delle riduzioni fiscali siamo a un costo dell’energia di 13-14 cts/kWh. Un prezzo concorrenziale rispetto a quello pagato all’azienda di distribuzione se considera le tasse e i contributi dovuti. Mentre le aziende elettriche sono obbligate a riprendere l’esubero di corrente solare rimessa in rete, ma lo fanno pagando una tariffa

© Swissolar

Nicola Mazzi

di rimunerazione di soli 6-7 cts/kWh. Per questo è più interessante puntare sull’autoconsumo: se uso l’esubero per me, risparmio. Se poi abbiamo degli accumulatori nelle abitazioni la questione potrebbe eventualmente diventare ancora più interessante, anche se al momento si è probabilmente al limite a livello di economicità. Il tema dell’autoconsumo si può legare anche alla mobilità?

In effetti è uno degli aspetti sui quali lavoriamo e che stanno prendendo piede. L’elettromobilità, dal prossimo anno, potrebbe usufruire di un nuovo sistema di incentivi cantonali per realizzare colonnine di ricarica a livello privato e aziendale e anche per l’acquisto di veicoli interamente elettrici. Quindi l’autoconsumo potrebbe essere utilizzato anche nella ricarica del veicolo elettrico. Abbiamo parlato soprattutto dei piccoli impianti: e per le aziende?

È importante, per le industrie e le aziende in generale, un sistema di incentivazione più rapido e celere. Solo in questo modo potranno aumentare il numero di impianti fotovoltaici. Con il recente annuncio del Consiglio federale – e cioè con un contingente per il 2019 più alto del previsto – si accorciano in modo importante le attese, diminuendo da 6 a 3 anni. Questo dovrebbe essere una spinta ai grandi impianti. L’obiettivo base della Strategia energetica federale è di dare una bella accelerata anche in questo settore. Inoltre non vanno dimenticati quei casi di aziende e industrie che presentano un consumo elettrico importante anche durante il giorno: per loro, il fotovoltaico è interessante da subito in quanto c’è simultaneità perfetta tra produzione di corrente solare e fabbisogno elettrico. Spesso in questi casi la possibilità di ricevere un incentivo non è più un criterio de-

cisivo, come mostrano alcuni esempi, anche in Ticino.

Quali gli effetti sull’ambiente?

Sia diretti sia indiretti. La nostra società diventa sempre più elettrificata e i consumi di CO2 calano. Faccio un esempio per farmi capire. Spesso e volentieri chi mette un impianto sul tetto, cambia anche l’impianto di riscaldamento e mette una pompa di calore al posto della vecchia installazione a gasolio. In questo modo si risparmiano emissioni importanti. Il potenziale al sud delle Alpi è ancora grande?

Effettivamente sì. Di recente è stata fatta una statistica da Meteosvizzera sul soleggiamento nel Paese. In Ticino il potenziale è più elevato che nel resto della Svizzera, tuttavia in questo momento sfruttiamo meno il sole che oltre San Gottardo. Sarebbe auspicabile arrivare almeno alla media nazionale.


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Ambiente e Benessere

Una sfida all’ultima goccia di carburante

Motori Al recente Salone Automobility di Los Angeles, la Mitsubishi Outlander Phev è stata nominata

Green Suv of the Year 2019

Mario Alberto Cucchi Chi sono gli hypermiler? Automobilisti che si sfidano sulle strade di tutto il mondo. Il migliore non è quello che va più forte, ma quello che consuma meno. Il New Oxford American Dictionary ha così definito l’hypermiling: «un tentativo per massimizzare la distanza percorsa in base al consumo dell’auto, effettuando modifiche alla vettura e alla propria tecnica di guida atte al risparmio di carburante». Lo sa bene Felix Egolf, ex comandante di aerei, e noto hypermiler. Basti pensare che al volante di un’automobile ibrida, una Mitsubishi Outlander Phev, è riuscito a percorrere una distanza complessiva di 801,1 chilometri con una sola ricarica e un pieno di benzina di 45 litri. Il teatro della sfida è stata la Svizzera con una puntata su suolo austriaco. Da Rothenburg nel cantone di Lucerna a Samnaun passando per Salisburgo. Seimila i metri di dislivello totale affrontati con una passeggera a bordo e un veicolo normalmente equipaggiato. Alla fine il consumo medio di carburante è stato di 5,47 litri per 100 chilometri e 1,21 kWh di elettricità per 100 km. Il 60% della distanza è stato coperto utilizzando esclusivamente l’alimentazione elettrica. «La batteria, all’inizio completamente carica, non si è mai

scaricata del tutto» spiega Felix Egolf. Con il tasto EV potevamo richiamare espressamente la modalità completamente elettrica, se lo ritenevamo opportuno, ad esempio quando il traffico era congestionato, attraversavamo villaggi o percorrevamo strade in lieve pendenza. Mantenevamo anche una riserva di almeno due barre della batteria per superare ingorghi imprevisti in modalità EV senza emissioni», dichiara Felix. Alla base di queste prestazioni ci sono ore di studio del percorso per ottimizzare l’utilizzo del motore frenando il minimo e accarezzando il pedale del gas. Outlander Phev è stata lanciata nel 2013, sino ad oggi in Europa ne sono stati venduti ben 173mila esemplari. Phev sta per Plug-in Hybrid Electric Vehicle. Si tratta di una vettura dotata di doppia alimentazione (benzina-elettrica) in cui le batterie, oltre che durante l’utilizzo, si possono ricaricare anche dalla presa di corrente. Al recente Salone Automobility di Los Angeles, la Mitsubishi Outlander Phev è stata nominata Green Suv of the Year 2019. «Chi oggi acquista un SUV, si aspetta di guidare in modo sempre più efficiente e con un impatto minore sull’ambiente, senza sacrificare lo stile, la convenienza e l’esperienza di guida in generale che ci si attende da uno sport utility vehicle» ha dichiarato Ron Co-

La Mitsubishi Outlander Phev.

gan, redattore ed editore di «Green Car Journal» e «GreenCarJournal.com». «Mitsubishi Outlander PHEV – conclude Cogan – incontra queste esigenze grazie alla sua innovativa trazione ibrido plug-in in serie parallela e alla capacità di guida all-electric». Mitsubishi Outlander Phev si rinnova

soprattutto sotto il cofano proprio con il model year 2019. Nuovo e più potente, il motore è a benzina da 2,4 litri da 135 cv, ed è migliorata anche l’unita elettrica posteriore che dà la trazione sulle ruote dietro e che ora fornisce 95 cavalli. Cresciuta pure la capacità delle batterie: ora arriva fino a 13,8 kwh. Per ricaricarle

con la rete domestica sono necessarie 4 ore, ma bastano 25 minuti per arrivare all’80% della carica. Mitsubishi dichiara un’autonomia totale di oltre 600 chilometri con la possibilità di percorrere 50 km a emissioni zero. Sempre che al volante non ci sia un hypermiler come Felix Egolf. Annuncio pubblicitario

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di Sybille I vecchi proprietari di Joya dopo il divorzio non avevano più tempo per prendersi cura di lei. È il nostro cane di famiglia e da terapia da 3 anni. Visitiamo persone con demenza e lei rappresenta un membro importante della nostra famiglia. È molto gentile e ha molta pazienza.

di Cheyenne Monamie è arrivata da noi una domenica di Pasqua grazie all’associazione «Quattro Zampe» che raccoglie cani senzatetto dalla Romania. All’inizio aveva paura di tutto. Con molta pazienza, siamo riusciti a farle superare quasi tutte le sue paure. Ha arricchito così tanto le nostre vite. È affettuosa, comprensiva, sa ascoltare ed è sempre lì per abbracciarci quando siamo tristi. È semplicemente la nostra migliore amica, da cui il suo nome: Monamie.

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di Nadia Alba è arrivata nelle nostre vite grazie al nostro veterinario che non l’ha eutanizzata e l’ha nutrita artificialmente. Dopo la morte di mio padre e di Boubou (il mio gatto), ho deciso di chiamarla Alba ... L’alba di un nuovo giorno, pieno di speranza.

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Ambiente e Benessere

La fragranza del caprifoglio invernale

Gustali ora: frutti esotici.

Mondoverde Deve la sua fama

allo squisito profumo emesso dai suoi fiori tra i mesi di dicembre e fine marzo, quando gran parte della vegetazione è in riposo

Molto rustica, tollera bene sia il gelo sia l’afa e predilige terreni umidi ma drenati Portata in Occidente dal botanico Robert Fortune nel 1845, deve il suo uso nei giardini allo squisito profumo emesso dai suoi fiori tra i mesi di dicembre e fine marzo, quando gran parte della vegetazione è in riposo. Le sue piccole corolle, portate a coppie di due, sono color bianco crema dal profumo intenso, quasi di limone. Molto rustica, tollera bene sia il gelo sia l’afa e predilige terreni umidi ma ben drenati, sebbene vi assicuro che si adatta bene anche ai suoli asciutti e argillosi, come il mio terreno che ospita un esemplare di Lonicera fragrantissima da pochi anni ma che si è sviluppata velocemente. Al momento della messa a dimora, nella primavera di tre anni fa il mio caprifoglio invernale si presentava come una piantina composta da soli tre rametti lunghi poco meno di una sessantina di centimetri. Una leggera potatura di qualche centimetro sulla parte finale dei rami e una manciata di concime

I cachi Persimon conquistano per il loro gusto dolce. I frutti gialli come il sole hanno una consistenza soda e, come le mele, possono essere mangiati con la buccia.

I litchi sono chiamati anche il «frutto cinese dell’amore». Il gusto della polpa dai riflessi madreperlacei ricorda il sapore delle rose e della noce moscata.

Le melagrane nascondono al loro interno centinaia di semi che devono prima essere estratti dalla polpa, ma ne vale la pena: la ricompensa è il loro gusto dolce-aspro.

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A volte basta un nome per descrivere al meglio una pianta, come nel caso della Lonicera fragrantissima. Originaria della Cina e appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae, si presenta come un arbusto semi sempreverde. Le ultime foglie, infatti, cadono a fine dicembre per lasciare spazio ai candidi fiori e per rispuntare già a fine febbraio. Resistentissima al freddo, ama posizioni a mezz’ombra luminosa, o pieno sole, dove si sviluppa per un’altezza massima di tre metri e ha una chioma composta da rami lunghi e arcuati in grado di arrivare ai due metri di larghezza.

hanno dato il via a un ottimo attecchimento, tanto è vero che ora raggiunge i due metri ed è ricca di rami carichi di fiori. A marzo si somministra un concime azotato, mentre in autunno tra settembre e ottobre è utile un po’ di letame maturo o di cornunghia. Bella da sola, può essere coltivata come esemplare al centro di un’aiuola contornata da basse bulbose come crochi o tulipani nani, ma la si può utilizzare anche come siepe naturale piantando più esemplari uno accanto all’altro e tenendo una distanza di 150-200 centimetri tra una pianta e l’altra. In alternanza con altri arbusti, come deutzie, forsizie, spiree e Chimonanthus si adatta molto bene sia per portamento sia per le esigenze simili. Gli steli nudi della Lonicera fragrantissima hanno corteccia grigiomarrone scuro, mentre la nuova vegetazione è color porpora che ben si intona con le nuove foglie che compaiono da fine febbraio. Lunghe 6-7 centimetri si presentano semplici, dalla forma ovata e di colore verde opaco; esse accompagnano i frutti che seguono i fiori: sono bacche dal diametro di un centimetro color rosso porpora a maturazione. Se, come già detto, le cure da prestare a questa bella pianta sono poche, non va però dimenticata una potatura di svecchiamento da eseguirsi ad anni alterni quando la pianta raggiunge una dimensione ampia. Basterà tagliare alla base i tronchi più vecchi, subito dopo la fioritura, evitando di decimare la pianta ma diluendo l’operazione in due anni consecutivi. E se dopo averne piantato un’esemplare decidete di volerne un’altra per voi o da regalare? Nulla di più facile: basterà moltiplicarla per talea semilegnosa tra agosto e settembre. Si preleva un pezzo di ramo apicale lungo 10-15 centimetri, lo si interra per metà e lo si bagna regolarmente; in poche settimane otterrete delle talee radicate da coltivare e piantare in piena terra già nella primavera successiva.

Konrad Lackerbeck

Anita Negretti

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Ambiente e Benessere

La nascita della microbiologia

Scelto per voi

Vino nella storia Louis Pasteur, dalla sterilizzazione dell’alcol al latte pastorizzato

Davide Comoli A convincere Louis Pasteur (1822-1895) ad occuparsi della malattia del vino francese che guastava i pregiati prodotti d’Oltralpe, mutandone il sapore rendendoli amari o insipidi, fu l’imperatore Napoleone III, attraverso il suo aiuto di campo Idelphonse Favé, che gli scrisse: «L’imperatore è fermamente convinto che sarebbe di grandissima importanza volgere la vostra attenzione in questa direzione…» Oggi, dopo più di un secolo dalla sua scomparsa, la vita di Pasteur va letta con cautela. Non va dimenticato che fino alla metà degli anni Settanta, i documenti disponibili sull’attività personale di Pasteur e in modo particolare i suoi «Cahiers de laboratoire», conservati presso la Biblioteca nazionale francese a Parigi, non erano disponibili. Nel 1858, infatti, l’allora 55enne Pasteur diede disposizioni precise ai propri familiari, ordinando loro di conservare gelosamente le sue ricerche, senza mai renderle pubbliche, neppure dopo la sua morte. Pasteur, professava un senso dell’ordine quasi militare e l’occuparsi dello studio delle malattie infettive umane lo portò a scoprire importanti principi di asepsi. Nella sua famosa Memoria sulla fermentazione alcolica (1860) egli riuscì a dimostrare la vitalità del lievito, a coltivarlo e riconoscerlo come responsabile della fermentazione. Il passo dai lieviti ai batteri fu breve e avvenne quasi per caso. Grazie a ciò Pasteur (con altri) pose le basi per una disciplina scientifica: la biologia. Ma torniamo sui nostri passi. Pasteur si sentì obbligato ad accettare; ammirava la coppia imperiale, ma soprattutto aveva un grande amor patrio ereditato dal padre ex soldato di Napoleone e vissuto nel mito dell’Imperatore. «Patriottismo innanzitutto» erano le parole spesso ripetute dal genitore. Fu così che Pasteur si sentì spinto con orgoglio a percorrere questa nuova strada senza alcun aiuto finanziario: «Mi sia concesso usare il mio modesto compenso di

membro dell’Accademia» disse allo stupito Favé. Come già era successo nel passato, lo scienziato diventò il paladino a salvaguardia degli interessi economici della madrepatria, che nell’industria del vino aveva uno dei pilastri più solidi e rinomati della sua economia. In quel periodo (1850), infatti, la Francia contava una superficie vinicola di ben due milioni di ettari, e il consumo sempre più diffuso della bevanda sacra a Bacco aveva portato i contadini a incrementare la produzione, senza però avere delle basi per poter capire come produrre vini di buona qualità. Visitando alcuni vinificatori, Pasteur ben presto comprese il misero stato in cui versava la produzione vinicola: «Non c’è singolo vinaio in Francia, ricco o povero, il cui vino, almeno in parte non abbia sofferto di un’alterazione più o meno grave», scrisse. Avendo le idee molto chiare, comprese subito che i responsabili dei danni erano i microbi, per cui si mise a indagare sull’allora complicato processo tra fermentazione e zuccheri e soprattutto sulle caratteristiche organolettiche dei vini.

Per meglio condurre le sue ricerche, acquistò una piccola vigna vicino ad Arbois e incominciò a produrre vino in maniera molto scientifica fino ad arrivare a scrivere la famosissima frase: «Il vino può essere considerato la bevanda più salutare e più igienica». È certo che durante le sue ricerche, Pasteur non sdegnava qualche buon bicchiere di vino. Si accorse subito che il vino era colpito da diverse malattie. La prima identificata fu l’acetificazione, dovuta a un fungo micoderma responsabile della fermentazione all’aria; la seconda, l’alterazione per cui il vino assumeva un aspetto oleoso, e anche in questo caso Pasteur identificò la causa in un fungo. C’era poi il vino che sapeva di vecchio e assumeva un gusto amaro, e ancora una volta il responsabile fu identificato in un parassita. Ovunque cercasse, la causa era riconducibile a esseri microscopici. Occorreva quindi trovare il modo di evitare queste contaminazioni di microbi, per cui bisognava studiare il ruolo che aveva l’aria sui vini. L’esperienza dei contadini dimostrava che l’aria era un nemico del vino, da ciò Pasteur studiò il rapporto tra ossigeno e fermentazione. Provò a im-

In aggiunta alle oltre 400 etichette

Olio su tela di Albert Edelfelt: Louis Pasteur, 1885.

bottigliare, privandolo completamente dell’aria, un suo vino di Arbois, e scoprì che il vino rimaneva giovane anche dopo un anno. Sottrarre l’aria al vino poteva essere dunque un modo per conservarlo anche se era un sistema poco pratico per risolvere il problema della sua commercializzazione su lunghe distanze. L’esperienza gli suggerì due vie diverse per vincere la nefasta azione dei microbi. La prima fu quella di raffreddare il vino, la seconda, di scaldarlo. Il contributo di Pasteur fu proprio quello di aver individuato nel calore l’arma per sconfiggere i germi, e poter avere dunque vini senza alterazioni e più longevi. Pasteur stabilì i punti saldi del sistema: scaldare il vino in assenza d’ossigeno per pochi minuti tra i 60 e i 100 gradi centigradi. In seguito si assunse la paternità chiamandolo con poca modestia «pastorizzazione». Ciò che scatenò ira e critiche dei suoi avversari, i quali affermavano che la paternità del metodo andava a Nicolas Appert, l’inventore delle conserve, e ad Alfred de Lamotte, il quale aveva proposto prima di Pasteur, il calore per la conservazione del vino. Lo stesso scienziato chiese che fosse istituita una commissione per stabilire primo, la sua paternità e, secondo, la validità del suo metodo. Il successo fu completo e il suo metodo venne adottato in molti Stati, con grande soddisfazione dei produttori. Alla fine del 1800, questo metodo fu quasi del tutto abbandonato nella produzione del vino, perché un parassita proveniente dalle Americhe aveva incominciato ad apparire nei vigneti d’Europa, e contro questa piaga si dovette ricorrere ad altre armi. In ogni caso, quando al mattino beviamo a colazione il nostro latte pastorizzato, senza correre il rischio d’ingerire microbi patogeni grazie al procedimento di sterilizzazione inventato da Pasteur, facciamogli un pensierino, anche se in realtà egli non si è mai occupato di latte.

La Galeisa (Moscato)

Panettone, pandolce, pandoro, panpepato, rappresentano festosi simboli del dolce Natale. Con i classici biscotti, a questi dolci s’affida l’onere di chiudere i pranzi dei giorni di festa. L’Azienda Agricola «Caudrina» sulle colline di Castiglione Tinella (CN), produce un Moscato d’Asti dalla gradazione alcolica particolarmente bassa e piacevolmente dolce. Con il suo colore paglierino sfumato e il suo fine perlage, i suoi profumi di uva al muschio, frutta bianca come le pesche e le pere, questo vino ci ammalia immediatamente per la sua impareggiabile piacevolezza. Gli aromi tipici del Moscato sono mantenuti integri e freschi dalla sapiente vinificazione della famiglia Dogliotti. Ottimo a fine pasto con i dolci sopracitati, con lo strudel di mele, crostate di frutta dolce, dolci alla crema. Va sempre servito tra i 7/8 gradi e può essere un’alternativa agli aperitivi semi-alcolici oggi molto in voga. / DC

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Ambiente e Benessere

Un’aragosta per le feste Gli amici di «Azione» mi prendono ogni tanto un po’ in giro perché faccio, in questa parte della pagina, ricette un po’ troppo ricche e complesse – mentre le ricette con foto sono sempre semplici. Che dire? La cucina è vasta e c’è il momento del cibo semplice e facile e quello del cibo ricco, di cui ovviamente si gode di tanto in tanto. A maggior ragione oggi che ci avviciniamo ai cenoni solenni e quindi sotto con le ricette ricche! Queste che vi do sono a base della nobilissima aragosta per far buone feste!

Tra le ricette più note: l’aragosta alla catalana, quella all’americana e, non da ultimo, quella con guacamole Aragosta alla catalana. Ingredienti per 1 portata. Cuocete un’aragosta da 800 in acqua bollente per 10 minuti. Tagliate a metà l’aragosta, togliete il corallo (le uova arancioni posizionate sulla testa), setacciatelo e mettetelo in una insalatiera. Aggiungete olio, aceto e senape, emulsionate con una frusta, aggiungete 200 g di pomodorini rossi, gialli e verdi tagliati a spicchi, basilico, 1 cipollotto tagliato sottile e 1 gambo di sedano tagliato a julienne e unite altro olio per rendere l’insalata ben cremosa, salando quanto basta. Tagliate a pezzi di circa due centimetri cm l’aragosta già divisa a metà con tutta la corazza, disponetela al centro di un piatto grande, contornato ai bordi con delle verdurine crude come sedano, radicchio, peperoni, ravanelli, finocchi e carote. Infine condite la sola polpa dell’aragosta con l’insalatina di pomodorini. Aragosta all’americana o all’armoricaine. Per 2 persone. Spaccate a metà per il lungo 1 aragosta da 1 kg, eliminate le zampe e tagliate la coda

a tronchetti senza sgusciarli dalla corazza. In una casseruola scaldate un filo di olio, aggiungete i pezzi di aragosta e rosolateli uniformemente per pochi minuti, poi levateli e teneteli in caldo. Nella stessa casseruola, unite 400 g di dadolata di pomodori, 2 cucchiai di soffritto di cipolle, 2 di soffritto di scalogni e un mazzetto guarnito, quindi cuocete per 5’; aggiungete a questo punto i pezzi di aragosta, sfumate con 1 bicchierino di vino bianco secco sobbollito per 3’ e 2 cucchiai di Cognac; cuocete per 15’, regolate di sale e di pepe e poi togliete nuovamente l’aragosta tenendola in caldo. Mentre fate ridurre la salsa di circa la metà, preparate una crema amalgamando le uova e il fegato (la parte gialla) dell’aragosta con una noce abbonante di burro; unite la crema alla salsa, mescolando con una frusta per alcuni minuti. Togliete dal fuoco e aggiungete ancora una noce di burro, sempre mescolando. Unite i pezzetti di aragosta ben sgusciati, cospargete di prezzemolo tritato e accompagnate con riso pilaf. Aragosta con guacamole. Per 2. Fate il guacamole: tritate la polpa di 1 avocado ben maturo e mescolatela con 2 cipollotti tritati (con anche un po’ della parte verde) e lasciati in acqua per 30’, 1 grosso pomodoro sbollentato, pelato e privato dei semi (o buona salsa di pomodoro) e poco succo di lime. Fate marinare per 30’ in frigorifero, poi frullate rapidamente (per minimizzare l’ossidazione) e regolate di sale. Legate 1 aragosta da 1 kg a un’assicella e lessatela per 15’ in un courtbouillon bollente fatto con acqua, poco vino bianco e aceto bianco, 2 foglie di alloro, pepe in grani e un mazzetto legato di gambi di prezzemolo. Scolatele e lasciatele intiepidire. Dividetele in 2 per il lungo, staccate la polpa dalla carcassa e tagliatele a dadi. Mettete qualche foglia di lattuga tagliata a julienne in ciascuna mezza carcassa, disponetevi la polpa, condite con il guacamole, un filo di olio, regolate di sale e servite.

CSF (come si fa)

pxhere

Allan Bay

pxhere

GastronomiaCon l’ingrediente principe delle ricette ricche, qui sono proposte tre varianti saporite

Dato che ci sono le feste e quindi si festeggia, ecco altre due classiche proposte, questa volte a base di nobili scampi. In ambedue i casi si parte da scampi interi e non dalle code separate, come avviene abitualmente. Si utilizza il loro fumetto, che si fa così: sgusciate gli scampi. Scaldate del burro in una casseruola e rosolate gusci e teste, dopo averli ben pestati, per 2’. Flambate con Cognac o Brandy, unite cipolle,

carote, sedano e pomodori tagliati sommariamente, coprite a filo di brodo vegetale (meglio, se non l’avete va bene anche acqua), cuocete per 30’ dal bollore, schiumando. Poi filtrate bene e riducete in casseruola fino ad avere 1 mestolo di fumetto. Vediamo come si fanno queste due ricette. Pasta con scampi. Ingredienti per 4 persone. Rosolate 300 g di code di scampi in una casseruola con 1 noce di burro. Unite 4 cucchiai di soffritto di cipolle, 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro diluito in 1 mestolo di fumetto e cuocete per circa 1’. Cuocete 300 g di pasta a piacere, scolatela al dente e saltatela con gli scampi per 2’ aggiungendo 1 mestolo di acqua di cottura. Profumate alla fine con abbondante prezzemolo tritato e, se volete, con pomodorini spezzettati.

Risotto con gli scampi. Per 4 persone. Tostate a fuoco vivo 360 g di riso Carnaroli con 1 noce di burro e sfumate con 1 bicchierino di vino bianco secco sobbollito per 3’, aggiungete 1 mestolo di fumetto, un primo mestolo di brodo di verdure e 4 cucchiai di soffritto di scalogno. Portate il risotto a cottura unendo, sempre 1 mestolo alla volta, il brodo vegetale. Rosolate le code degli scampi in una padellina con 1 noce di burro per 1’ e uniteli al risotto quando manca 1’ al termine della cottura. Regolate di sale e di pepe e mantecate il risotto con 80 g di burro e un nonnulla di formaggio. Cospargete infine con 2 manciate di prezzemolo tritato e servite. Potete realizzare questi due piatti sostituendo, ovviamente, gli scampi con i gamberi.

Ballando coi gusti E per completare, ecco due ricette a base di gamberi. Più o meno grossi a seconda di come vi piacciono, freschi o surgelati è lo stesso – e spesso surgelati è meglio. Gamberi allo scalogno

Gamberi al pompelmo

Ingredienti per 4 persone: code di gamberi a piacere · 2 scalogni · 1 spicchio di

Ingredienti per 4 persone: code di gamberi a piacere · 1 pompelmo rosa · aglio ·

Mondate l’aglio e gli scalogni; tritateli finemente ed emulsionateli con 1 bicchiere di vino. Mettete le code in un contenitore che le contenga giuste, versate il vino allo scalogno e fatele marinare in frigorifero per 1 ora, girandole qualche volta. Poi levate le code e scolate il vino, tenendo solo aglio e scalogno. Cuocete le code al vapore per 1’, non di più, levatele. Mettetele in una ciotola, unite la dadolata di scalogno e prezzemolo a piacere, spruzzate poco olio, unite poco succo di limone, regolate di sale e di pepe, mescolate e servite.

Spremete mezzo pompelmo ed emulsionatelo con 1 bicchierino di vino, 2 cucchiai di olio, 1 spicchio di aglio mondato e tritato e poco prezzemolo. Mettete le code in un contenitore che le contenga giuste, versate la marinata e fate marinare per 1 ora in frigorifero, girandole qualche volta. Lavate l’altra metà del pompelmo, tagliatelo a spicchi alti circa 1 centimetro. Infilzate i gamberi scolati negli spiedini, alternandoli agli spicchi di pompelmo. Salate, pepate e grigliate per 4’, rigirandoli. Serviteli subito.

aglio · prezzemolo · limone · vino bianco secco · olio d’oliva · sale e pepe.

prezzemolo · olio di oliva · sale e pepe.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Ambiente e Benessere Il castello di Caernarforn, costruito nel 1283 da Edoardo I, sovrano che alimentò il mito di Re Artù (v. monumento posto sulle rocce di Tintagel). Sulla pagina web www.azione. ch una galleria fotografica più ampia.

Verso Avalon

Viaggiatori d’OccidenteInghilterra e Galles tra le leggende di Re Artù

Paolo Ciampi, foto e testo Ogni volta il buon senso mi ricorda che il Regno Unito è stato il primo Paese trasformato in profondità dalla Rivoluzione industriale: inutile quindi aspettarsi memorie del passato diffuse ovunque, come in Umbria o nella mia Toscana. Certo ci sono autentiche meraviglie – il Vallo di Adriano! L’ho percorso anni fa a piedi – ma quasi ovunque il prezzo pagato alla modernità è stato pesante. E tuttavia ogni volta l’immaginazione prende il sopravvento sulla ragione, perché in pochi altri Paesi vi è una tale abbondanza di antiche storie e il gusto di raccontarle un’altra volta da capo, come se fossero sempre nuove. Tintagel è questa roccia a strapiombo sul mare della Cornovaglia. La schiuma bianca sferza la riva in basso, il verde dell’erba precipita nel verde dell’acqua. «Qui la storia incontra la leggenda» avverte un cartello prima della scalinata che si arrampica fino alle rovi-

Il castello normanno di Pembroke.

ne del castello. Un viaggio in Cornovaglia e in Galles, sulle tracce di Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, non può che cominciare da Tintagel, qui dove sarebbe nato il sovrano destinato a diventare «il più famoso degli uomini». Racconta Goffredo di Monmouth, monaco benedettino autore della Storia dei Re di Britannia, che a quei tempi su queste terre regnava Uther Pendragon. Gli era alleato Gorlois, signore di Tintagel, che aveva per moglie Igraine, donna bellissima di cui re Uther si invaghì. Divampò la guerra, come per Elena di Troia. Poi un giorno spuntò fuori un mago, Merlino. Invece di sciogliere il cuore del re dal desiderio, si offrì di esaudirlo. Uther sarebbe entrato a Tintagel con le sembianze di Gorlois, avrebbe trascorso la notte con Igraine e concepito un figlio allevato dallo stesso Merlino. Artù, appunto. Fin qui la leggenda. Ma non è facile distinguere i fatti reali dietro il mito. Chi era veramente Artù? Un re dei britanni, un guerriero scozzese o un comandante romano rimasto in Britannia dopo il ritiro delle legioni? Vai a sapere. Al viaggiatore comunque bastano le leggende; la geografia immaginaria, tracciata dalle gesta del sovrano e dei suoi cavalieri, si traduce facilmente in un itinerario reale. Non lontano da Tintagel per esempio c’è Bossiney, dove si dice sia sepolta la Tavola Rotonda; una notte di mezza estate riemergerà dalle sabbie, accarez-

zata dai raggi della luna. Nei dintorni di Camelford si racconta che il re abbia combattuto la sua ultima battaglia. E dalle acque di Dozemary Pool, un laghetto nelle brughiere dell’interno, un giorno emergerà la sua spada, Excalibur, e chi la troverà sarà Re d’Inghilterra. Il ponte sul Canale di Bristol prova a ricucire le terre degli antichi celti e mi conduce in Galles. Per i gallesi di ieri e di oggi il Galles è Cymru, per chi ci arriva con la testa piena di leggende è Logres, l’antico nome del regno di Artù. Galles: miniere di carbone ormai abbandonate e stadi del rugby, pub da cartolina e castelli buoni per i fantasmi.

Persino il poeta Dylan Thomas, ispiratore di tanti musicisti rock, porta un nome tratto dall’antico ciclo di romanzi Mabinogion. A Swansea si respirano ancora i suoi versi. Camarthern potrebbe sembrare un posto come tanti, se non fosse per il suo nome gallese: Caerfyrddin, il forte di Merlino. E proprio la pazzia di Merlino è raccontata nel Libro nero di Carmarthen, il più antico manoscritto in gallese. St. Davids, nel Pemborkeshire, è la città più piccola dell’intero Regno Unito e al tempo stesso luogo sacro del Galles. Si dice che Davids fosse figlio

Una delle tante chiese della penisola di Llwyn, terra di antichi santi.

Il mare in tempesta sotto Manorbier, sul Canale di Bristol.

di Non, una santa sedotta – o forse violentata – dal principe di Ceregidion. Si dice anche che fosse nipote di Artù, partorito su una roccia a picco sul mare, in una notte di tempesta. Snowdon è il monte più alto di tutta la Gran Bretagna a sud delle Highlands. I gallesi lo chiamano Eryri, il nido delle aquile, o meglio ancora, Yr Wyddfa, la tomba, perché vi sarebbe sepolto un gigante pluriomicida, che tesseva mantelli con le barbe delle sue vittime. A farlo fuori – come stupirsi – fu naturalmente Artù. Bello salire sulla sua cima con la Snowdonian Mountain Railway, la ferrovia a cremagliera più alta di tutto il Regno Unito. Ancora più bello, forse, percorrere i sentieri del monte Cader Idris: chiunque trascorra una notte sulla sua cima si risveglierà pazzo o poeta. Superando i castelli dei sovrani Tudor – Caernarforn, Conwy, Harlech – giungo alla penisola di Llwyn, con le sue storie e le sue meraviglie. Sul filo dell’orizzonte, separata da un braccio di mare di appena tre chilometri, vedo Bardsey, in tempi remoti era conosciuta come Ynys Enlli, l’Isola delle correnti, o anche l’Isola dei ventimila santi, perché in tanti sarebbero venuti sin qui a morire, quando un pellegrinaggio a Bardsey valeva quanto uno a Roma. Bardsey, ovvero Avalon: la sacra isola delle mele, la brumosa, evanescente Avalon, dove Artù dorme un sonno profondo, simile alla morte. In attesa del risveglio la sua anima è custodita nel corpo di un corvo e per questo i corvi volano indisturbati nei cieli di Cornovaglia: chi può sapere qual è quello del re? Avalon è un’isola sospesa tra sogno e realtà, tra vero e falso, come Atlantide, che Platone collocò oltre le Colonne d’Ercole, oppure Thule, ipotesi di fuoco e ghiaccio all’estremo Nord. Isole dai contorni sfumati, fatte di parole. Del resto Tolkien, l’autore del Signore degli Anelli, sosteneva che «il mito è un’invenzione a proposito della verità». Il suo pensiero riassume perfettamente il mio, mentre l’isola sembra un vascello fantasma, il vento scompiglia i capelli e sembra portare con sé le voci di chi non c’è più.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

Ambiente e Benessere Dicembre 2018

L’artiglio del diavolo

SCOPRI IL

FitoterapiaAnche gli sportivi utilizzano l’Harpagophytum procumbes con successo per evitare

i dolori articolari dovuti agli sforzi

Il più grande regalo che tutti noi desid parola data tenendo presente che a num energie da sempre contenute nella natuno di arrembaggio e dal greco nelle caselle evidenziate. (frase: 5, phytòn 6, 2, 7

Eliana Bernasconi L’inverno è arrivato, l’umidità persistente pure, con magari rapidi cambiamenti di temperatura, dal caldo esagerato al vento freddo o alla pioggia. Questi sbalzi climatici accentuano in parecchie persone, non necessariamente solo negli anziani, dolori articolari, muscolari, reumatici, e in maggior misura quando sono presenti forme varie di artrosi, di artrite o altre degenerazioni dell’apparato muscolo scheletrico che possono riguardare generalmente schiena, ginocchio, anca, spalle. Il clima non è certo il solo fattore responsabile dell’accentuarsi di questi dolori, ci sono ad esempio anche gli anni che avanzano, generando, come succede per gli ingranaggi di una macchina, una riduzione dello spessore e una perdita di elasticità delle cartilagini delle articolazioni, ciò che può produrre tensioni e contratture derivanti da prolungate posture viziate, o strascichi post-traumatici dovuti a incidenti di vario tipo. Sono molte le tipologie dolorose, da quelle serie o croniche che impongono di essere seguite costantemente dal medico, a quelle medio gravi o leggere che si fanno vive solo a intermittenza, magari non senza avere prima rovinato una giornata felice. Da questi disturbi spiacevoli e fastidiosi ci si vorrebbe immediatamente liberare, è allora forte la tentazione di consegnarsi totalmente al primo farmaco che prometta di farlo; abbiamo gli analgesici che tolgono il dolore, curano il sintomo ma non risolvono il problema alla radice, le cau-

Giochi

ra, sono molte. Si deve essere informati, imparare a conoscerle con la paziente sperimentazione personale, senza mai tralasciare il consiglio del medico, del farmacista o dell’erborista, (non tutto ciò che è naturale è innocuo!) per scoprire la pianta indicata per noi. Sarebbe difficile elencare tutte le piante ad azione antinfiammatoria e analgesica, ne citiamo solo alcune: abbiamo ad esempio l’Arnica con i suoi 4 molteplici usi, interni ed esterni, (nel Medioevo considerata un potente afro1 2 disiaco da Santa Ildegarda di Bingen); abbiamo il Salice e la Spirea ulmaria 1 8 7 dalle differenziate proprietà medicinali, fra i loro principi attivi possiedo11 3 9 no quello di trasformarsi nel nostro organismo in acido salicilico, lo stesso 5 7 6 4 che troviamo nell’aspirina, e non aggiungiamo altro; vi è l’Equiseto che si 7 8 7 prende cura delle nostre articolazioni, il Ribes nero che agisce nelle infiam7 12 3 14 mazioni locali. Vi è il Frassino, albero I T E sacro presso i Celti irlandesi, il cui le16 13 9 4 gno era usato per N dare O forza ai giovani guerrieri e curava l’artrite nella medicina popolare; e poi vi è ancora la Boswellia, potente pianta antireumatica originaria di India e Cina, o l’Ashwagandha, «spezia miracolosa dell’India» che riduce le tensioni muscolari e nervose che possono aggravare i dolori. Ma un’altra pianta, riscaldante per eccellenza, di recente introduzione in Occidente e molto usata in Germania, rientra nella medicina etnobotanica: protegge e disinfiamma le articolazioni l’Artiglio del diavolo (Harpagophytum procumbes, dal latino harpàgo = unci-

Un artiglio del diavolo essiccato. (Furukama)

se che lo producono; poi abbiamo i ben noti antinfiammatori non steroidei, detti FANS (cioè farmaci non cortisonici), che se usati in modo continuativo in certi casi possono dare assuefazione e richiedere dosi sempre maggiori, e che se da un lato bloccano dolore e infiammazione dall’altro possono agire sui meccanismi di difesa del nostro organismo e indebolirlo. Anche se si producono oggi provvidenziali farmaci antinfiammatori sempre più «mirati» – cioè tollerati a livello gastrico e da organi sensibili come fegato e reni – l’attuale ricerca farmacologica ancora non è riuscita a produrre il farmaco ideale, quello totalmente

esente da rischi e controindicazioni. Pare che in tutta Europa si abusi di questo tipo di medicamenti, mentre occorrerebbe prudenza: vanno considerati come amici carissimi e in grado di dare aiuto, ai quali però non è mai il caso di concedere eccessiva confidenza perché potrebbero farsi invadenti e rivelare un lato ben diverso. Più viva che mai, oggi la fitoterapia si affianca ai farmaci di sintesi e ci suggerisce che non esiste un’unica via per combattere la sofferenza, ma abbiamo a disposizione soluzioni diverse. Le piante medicinali per questa categoria di malanni, che silenziosamente attendono di donarci le potenzialità curative e le

GIOCHI NATALIZI

= pianta; procumbes in latino significa giacente, poiché la pianta cresce appoggiata al terreno). Il poco rassicurante nome si deve a quattro terribili appendici uncinate dei suoi frutti ovoidali che, se penetrano nelle zampe o nel corpo degli animali, li obbligano a una danza indiavolata; i roditori possono rimanerne impigliati e morire di fame. 2 3 1 Cresce in ambienti aridi e desertici, presso le sabbie rosse e le steppe nel5 1 6 3 le regioni del Sud Africa, in Namibia o nel Madagascar, che ne sono i maggio7 1 8 7 ri fornitori. Scoperta dai missionari nel 1700, è stata diffusa in Europa da 9 4 4 10 3 un contadino tedesco che nel 1954 ne imparò l’uso da un guaritore aborige4 5 4 10 6 no. Le radici, tagliate ed essiccate rapidamente sul posto di raccolta, hanno 12 3 9 3 6 3 proprietà antiinfiammatorie, antidolorifiche, antiartritiche, ed è indicata 1 7 3 5 1 13 per reumatismi, sciatica, inappetenza, osteoporosi, per alleviare i dolori me7 10 15 1 12 6 struali e in veterinaria. In un recente studio su pazienti 1 7 6 3 7 4 affetti da osteoartrite alle ginocchia e al fianco, 2600 mg/die di estratto sono risultati efficaci come quelli di un noto antiartritico nella cura di dolore e disabilità, con riduzione degli effetti collaterali indotti dagli antinfiammatori non steroidei. L’Artiglio del diavolo esiste come infuso, tintura madre, o capsule, e per uso esterno in forma di unguento.

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Bibliografia

Gabriele Peroni, Driope. Trattato di fitoterapia, Nuova Ipsa Ed.

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che a numero uguale Cruciverba parola data tenendo presente Sudoku corrisponde lettera uguale, po I vincitori Il più grande nelle caselle evidenziate. (frase: 5, 6, 2, 7, 5) Soluzione: regalo che tutti Vincitori del concorso Cruciverba Scoprire i 3 su «Azione 49», del 3.12.2018 numeri corretti noi desideriamo SUDOKU PER 6 AZIONE8 - DICEMBRE22018 1 F. Moresi, A. Sordano, da inserire nelle per Natale? L. Stanga Gini caselle colorate. per “Azione” - Dicembre 2018 5 3 Vincitori del concorso Sudoku Giochi Lo scoprirai N. 45 FACILE Stefania Sargentini su «Azione 49», del 3.12.2018 aiutandoti 9 2 G. Poloni, E. Ghiggi Schema Soluzione con le parole (N. 46 - Dicembre nevoso anno fruttuoso) 9 8 5 1 date tenendo 3 5 6 8 3 5 7 4 2 6 9 1 8 D I C E R 3I E presente che a 4 5 6 2 9 4 1 86 5 6 37 7 B 2 3 1 numero uguale 1 7 E 3 D E4 M 5 A 8 12 6 9 7 3 2 4 5 3 R E S N E R corrisponde 7 9 6 8 5 4 7 9 A 3 6 V 8 1 E5 2 M A V I 4 T E5 4 5 1 6 3 lettera uguale, 1 2 7 9 1 3 5 2 4 7 8 6 9 P R O S A P O E T A O S A R E poi leggi 1 7 8 8 6 8 6 2 5 9 1 14 7 3 2 I N N O F A R R O 1 2 7 1 8 7 nelle caselle 9 7 3 5 1 9 6 8 7 3 4 5 2 1 U A E N O T A I T A V I 8 A C 4 1 5 2 3 7 4 1 8 5 2 3 9 6 evidenziate. M R I O E C U E 1 8 9 4 4 10 3 7 5 8 5 2 3 6 1 9 7 8 4 (Frase: A M E D E O E S A S OC I N O O Soluzione della settimana precedente 5, 6, 2, 7, 5) 11 3 9 4 5 4 10 6 SCHEMA

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P E T A S I R S 5 A S I C I 2 M I EI 8S T E N E T E N I E L 6 7 O T E S I G N O

N O S 7O 6 5 9 2 T3 2 4 8 7 6 1 3 9 1 A8 5 I 4 5 7 9 1 8 6 1 F2 6 I4 3 L7 4 8 3 2 9 5 8U 3 4 A5 1 I 9

O 4E1 8N 3 9 5 7 2 6E 2 4 3 5M8 9 1 6 7 6R7 2E

Puoi anche andare dall’altra parte del mondo ma se non esci da certe stanze della tua mente… Resto della frase: …ABITERAI SEMPRE NELLO STESSO LUOGO.

(N. 47 - ... abiterai sempre nello stessoN.luogo) 46 MEDIO

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Regolamento per i concorsi a premi pubblicati su «Azione» e sul sito web www.azione.ch

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I premi, cinque carte regalo Migros del valore di 50 franchi, saranno sorteggiati tra i partecipanti che avranno fatto pervenire la soluzione corretta entro il venerdì seguente la pubblicazione del gioco.

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online: inserire la luzione, corredata da nome, cognome, è possibile un pagamento in contanti soluzione del cruciverba o del sudoku indirizzo, email del partecipante deve dei premi. I vincitori saranno avvertiti nell’apposito formulario pubblicato essere spedita a «Redazione Azione, per iscritto. Il nome dei vincitori sarà SUDOKU NATALE E CAPODANNO INVIATI IN UN FILE A PARTE GIOCHI FESTIVI INVIATI IN UN FFILE A PARTEpubblicato sulla pagina del sito. Concorsi, C.P. 6315, 6901 Lugano». su «Azione». Partecipazione Partecipazione postale: la lettera o Non si intratterrà corrispondenza sui riservata esclusivamente a lettori che la cartolina postale che riporti la so- concorsi. Le vie legali sono escluse. Non risiedono in Svizzera. Partecipazione

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Politica e Economia Una vittoria non basta Theresa May ottiene la fiducia del suo partito ma questo non semplifica il suo lavoro pagina 24

Svizzera ed Europa I rapporti con l’UE sono ad un punto di stallo: la posizione intransigente dei sindacati sulle misure di accompagnamento complica la trattativa

Intervista al Presidente Alain Berset traccia un resoconto del suo anno presidenziale e parla del futuro

Bancari meno retribuiti La crisi economica e le ristrutturazioni hanno avuto un impatto sugli stipendi

pagina 26

Tregua sui dazi, con presa di ostaggio

USA-Cina Nel contenzioso aperto tra le due superpotenze si aprono

nuovi scenari in cui le rispettive strategie economiche si intrecciano pagina 27

pagina 28

Federico Rampini L’abbraccio fra i due vincitori del premio Nobel della pace 2018. (Keystone)

Un Nobel contro gli stupri di guerra

RiconoscimentiNadia Murad e il medico congolese Denis Mukwege insigniti del Nobel per la pace, ma le parole

della giovane yazida sono un dito puntato contro l’immobilismo della comunità internazionale verso gli aguzzini

Luisa Betti Dakli «Nell’era della globalizzazione e dei diritti umani più di 6500 bambini e donne yazidi sono stati fatti prigionieri, venduti e abusati. Nonostante i nostri appelli, il destino di oltre 3000 donne comprate e stuprate ogni giorno dall’Isis, è ancora sconosciuto. È inconcepibile che i leader di 195 paesi in tutto il mondo non si siano mobilitati per liberare queste ragazze, che se fossero un accordo commerciale, un giacimento petrolifero, o un carico di armi, sicuramente non sarebbe stato risparmiato nessuno sforzo pur di liberarle». È con queste parole che Nadia Murad, la ragazza yazida rapita, venduta, stuprata e torturata dall’Isis 4 anni fa, ha ringraziato per aver ricevuto il Nobel per la pace in ex-equo con il ginecologo Denis Mukwege, che nel suo ospedale a Bukavu ha curato più di 50mila pazienti devastate dagli stupri di guerra nella Repubblica Democratica del Congo in cui milioni di donne hanno subito inaudite violenze e sevizie da parte di tutte le forze combattenti. Un premio per due attivisti che, secondo il comitato norvegese, «hanno contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di

guerra, in modo che i responsabili possano rendere conto delle loro azioni». Un riconoscimento che è costato molto a Nadia Murad che questa devastazione l’ha vissuta sul proprio corpo, e che ha scelto di raccontare la sua storia per sensibilizzare il mondo sul genocidio della sua gente massacrata dall’Isis perché ritenuti infedeli. È lei la piccola yazida irachena che nel 2015 ha fatto piangere l’ex segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e tutta la platea del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre raccontava senza omissioni quello che le era successo, convinta che la sua storia «raccontata onestamente e concretamente», sia la migliore arma contro il terrorismo. Nadia aveva vent’anni quando il Daesh prese Kocho, piccolo centro del Sinjar nel nord dell’Iraq, e ha visto sterminare la sua famiglia in una mattinata: «Guardavamo fuori – racconta – sparavano agli uomini e li decapitavano, e altri li portavano via in autobus. Sei dei miei fratelli sono morti così». Ed è da quel 3 agosto 2014 che la sua vita è cambiata per sempre: «Mi sento vecchia – dice – è come se nelle loro mani ogni parte di me fosse cambiata, ogni

millimetro del mio corpo è diventato vecchio». Nominata nel 2016 ambasciatrice Onu per i sopravvissuti al traffico di esseri umani, Murad ha fondato la Nadia’s initiative, una ong per le vittime di violenza e per il popolo yazida, e ha pubblicato un libro dal titolo L’ultima ragazza, con l’auspicio che sia lei l’ultima ragazza al mondo con una storia del genere. Un libro in cui racconta tutto: «Il mercato degli schiavi apriva di notte – si legge – e potevamo sentire il trambusto al piano di sotto dove i militanti dell’Isis si organizzavano. Quando il primo uomo entrò nella stanza, tutte le ragazze iniziarono a urlare. Camminavano fissandoci mentre noi gridavamo. Per prima cosa andavano verso le ragazze più belle, chiedendo l’età ed esaminando capelli e bocche. “Sono vergini, giusto?” Chiedevano alla guardia. Poi ci toccavano ovunque, passando le mani sui nostri seni e sulle nostre gambe, come se fossimo animali. Ho urlato e urlato, scacciando via le mani che si allungavano per toccarmi. Altre ragazze arrotolavano i loro corpi in palle sul pavimento o si gettavano verso le loro sorelle per cercare di pro-

teggerle. Mentre ero distesa lì, uno di loro si fermò davanti a me. “Tu! La ragazza con la giacca rosa! Alzati!” I suoi occhi sembravano infossati nella carne del suo grosso viso che era quasi interamente coperto di peli. Non sembrava un uomo ma un mostro, e puzzava di uova marce e acqua di colonia». Ma rapire, stuprare e ridurre a schiave sessuali queste ragazze per il Daesh non è un’idea improvvisata e non è solo un bottino, perché lo stupro di guerra, che colpisce tutte le donne nei conflitti, non è sempre lo stesso. Così come è stato in Congo e nella ex Jugoslavia, questo tipo di stupro organizzato e sistematico è un’arma di distruzione di massa, che si infrange sulle donne ma colpisce tutta la comunità prima e dopo la guerra, distruggendo il tessuto sociale e provocando crimini contro l’umanità, consumati sulla pelle della popolazione femminile. «Lo Stato islamico – dice Murad – ha pianificato tutto questo: come entrare nelle nostre case, cosa rende una ragazza più o meno preziosa, perché i militanti dell’Isis meritano una sabaya (schiava del sesso, ndr) come incentivo». Nadia è stata comprata e rivenduta

molte volte, su di lei ci sono le cicatrici delle torture e le bruciature delle sigarette spente sulla sua carne nuda, e quando ha tentato di scappare una prima volta lanciandosi dal secondo piano, è stata ripresa e sottoposta a uno stupro di gruppo. Un giorno però uno dei suoi «proprietari» si è dimenticato di chiudere a chiave la casa dove era segregata ed è riuscita a scappare bussando a tutte le porte di Mosul finché una famiglia l’ha accolta e l’ha aiutata a fuggire con i documenti della figlia, per raggiungere i campi profughi del Kurdistan, e poi la Germania, dove vive tutt’ora. Oggi, anche se l’Iraq è stato liberato, il Daesh non è stato annientato e Murad vorrebbe vedere a processo i suoi aguzzini. «La situazione degli yazidi nelle prigioni dell’Isis non è cambiata – ha detto a Oslo durante la cerimonia per il Nobel – e gli autori dei crimini del genocidio non sono stati consegnati alla giustizia»: un impegno che rappresenterebbe invece «l’unico premio al mondo in grado di restituirci dignità», in quanto «se non verrà fatta giustizia questo genocidio contro di noi e contro altre comunità, si ripeterà».

Tutto era cominciato con un «fuori programma» del G20, una coda aggiunta a quel summit di Buenos Aires. Mentre tutti gli altri leader stavano tornando a casa, le due delegazioni americana e cinese si erano riunite per una cena di lavoro. Al menu: i dazi. Dall’incontro – volutamente tenuto fuori dalla cornice multilaterale – era uscita una fumata bianca. O grigia? Donald Trump ne era uscito cantando vittoria, annunciando vistose concessioni cinesi, e di conseguenza un rinvio dei suoi superdazi, quelli che a partire dall’anno nuovo dovevano passare al 25% su 200 miliardi di importazioni made in China. Nelle stesse ore in cui avveniva il negoziato a Buenos Aires, nell’emisfero settentrionale delle Americhe accadeva un fatto grave: l’arresto in Canada di una potentissima dirigente d’azienda cinese: Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo telecom Huawei, nonché figlia del suo fondatore. Una donna che è parte del «cerchio magico» della nomenclatura vicina al presidente Xi Jinping. Accusata di essere personalmente coinvolta in una grave violazione dell’embargo sull’Iran. Quella vicenda giudiziaria ha confermato la vera dimensione dello scontro Usa-Cina. È l’allarme americano per l’ascesa della Cina nelle tecnologie avanzate: una sfida per la supremazia mondiale che ha ricadute non solo industriali ma strategico-militari. Huawei era nel mirino già da molto. Gli americani sospettano il colosso delle telecom di essere un cavallo di Troia dello spionaggio cinese, sia industriale che militare. Mesi fa Washington cominciò ad allertare le capitali alleate, da Roma a Berlino: attenzione alle infrastrutture telefoniche made in China, vendute agli operatori telefonici occidentali, spesso pericolosamente vicine alle basi militari americane e della Nato. Con la transizione al 5G, la quinta generazione che sarà il nuovo standard della telefonìa mobile, la penetrazione di

impianti cinesi nei nostri paesi rischierebbe di consegnarci a una vasta rete di spionaggio. L’Internet delle cose, come viene chiamato un futuro in cui dialogheranno fra loro tutte le macchine che usiamo grazie all’intelligenza artificiale, sarebbe ancor più vulnerabile al cyber-spionaggio cinese. La vicenda Huawei ci proietta verso una dimensione ancora più cruciale rispetto all’annoso contenzioso commerciale con la Repubblica Popolare. Accumulare attivi nella bilancia del commercio estero è «mercantilismo all’antica», dannoso ma riparabile, tant’è che già alcuni aggiustamenti la Cina aveva cominciato a farli (aumentando i propri consumi interni e quindi le importazioni). Ben altra sfida è quella contenuta nel «piano 2025» di Xi Jinping, quello che più spaventa gli americani. Un presidente cinese che ha di fronte a sé un orizzonte di lunghissimo termine (ha cambiato la Costituzione per eliminare limiti al suo mandato) può pianificare la conquista di posizioni egemoniche nelle tecnologie strategiche. Gran parte delle classi dirigenti occidentali – che invece sono appiattite sul brevissimo periodo – non hanno visto arrivare questa nuova offensiva cinese. Troppi leader politici erano fermi alla Cina di dieci o vent’anni fa, «fabbrica del pianeta», nazione emergente. Oggi un pezzo portante della sua economia è emerso eccome, assomiglia a un Giappone con gli steroidi, a una Singapore al multiplo. Alcune élite occidentali, pur intuendo il fenomenale salto di qualità, hanno visto solo vantaggi opportunistici: l’avanzata della finanza cinese è stata assecondata, le si vende volentieri l’argenteria di famiglia, pezzi pregiati dei nostri sistemi produttivi, delle infrastrutture, delle piattaforme logistiche globali. Magari omaggiando i discorsi «globalisti» di Xi al World Economic Forum di Davos, prendendoli alla lettera come un’alternativa virtuosa al protezionismo di Trump. Senza vedere quanto il globalismo cinese sia la ver-

sione aggiornata e modernissima di una millenaria vocazione imperiale, che unita alla natura autoritaria del regime è tutt’altro che rassicurante. Osservare il pericolo Xi con lucidità non significa prendere sempre per virtuose le mosse americane. Quando un’egemonia è in declino e un’altra in ascesa, la transizione è turbolenta, conflittuale, gravida di pericoli. Atene-Sparta o la trappola del Peloponneso, secondo l’antica metafora di Tucidide. La grande sfida che dallo squilibrio commerciale si è allargata alla competizione tecnologica, sembra vicina a una svolta a favore degli Stati Uniti. Almeno per ora. Xi infatti sta moltiplicando le concessioni all’Amministrazione Trump: annuncia che ridurrà i suoi dazi sulle auto americane, promette maggiori importazioni di prodotti made in Usa (energia, agroalimentare). Accenna perfino a voler accantonare il suo «piano 2025». È presto per dire se si tratti di una resa incondizionata, oppure di mosse tattiche per allentare la pressione dei dazi americani. Ma la flessibilità esibita dal governo cinese smentisce la maggioranza degli esperti, che anche in Occidente condannavano Trump e prevedevano conseguenze apocalittiche da un’escalation protezionista fra le due superpotenze. Oggi perfino gli osservatori più critici nei confronti del presidente americano – come il «New York Times» – ammettono ciò che avrebbe dovuto essere evidente dall’inizio: è la Cina che ha più da perdere in questo braccio di ferro poiché è la sua economia ad essere fondata sul traino delle esportazioni. Proprio i segnali di rallentamento della crescita cinese (dall’auto al settore immobiliare) starebbero confermando l’asimmetrìa: l’economia americana per ora risulta indenne dalla sfida sui dazi. Sembra dare ragione a Trump anche la vicenda della direttrice finanziaria di Huawei, liberata su cauzione ma in residenza vigilata nell’attesa che proceda l’esame della richiesta di estradizione. Trump, ignorando l’in-

Meng Wanzhou è stata rilasciata dalle autorità canadesi, ma su di lei pende una richiesta di estradizione americana. (Keystone)

dipendenza della magistratura, si è offerto d’intervenire sul caso. Uno strappo condannato perfino da alcuni consiglieri della Casa Bianca. Ma è uno strappo in perfetta sintonia con la logica di Xi Jinping, abituato a operare in un regime autoritario dove la magistratura obbedisce al suo governo. Trump col suo intervento irrituale, offrendosi come mediatore nella vicenda giudiziaria, conferma il sospetto cinese che tutto fa parte di un unico grande negoziato tra le due superpotenze. Colpisce il fatto che l’unica ritorsione su Huawei da parte di Pechino sia diretta contro il governo Trudeau: in Cina sono stati arrestati due cittadini canadesi tra cui un ex-diplomatico, con fantomatiche accuse di violazione della sicurezza nazionale. Ostaggi in una partita dove Xi ha preferito non attaccare direttamente gli Stati Uniti, veri mandanti dell’arresto della sua top manager. Le concessioni ventilate da Xi per ora sono limitate. Pechino è disposta a ridurre i suoi dazi sulle auto made in Usa, dall’attuale 40% al 15%. Si tratta però di un semplice ritorno alla casella di partenza visto che il 40% era stato raggiunto come ritorsione contro i superdazi di Trump. Più sostanziali sarebbero le riduzioni di barriere all’import di energia americana e derrate agricole dal Midwest (soia, cereali). Inoltre è sparito dai documenti ufficiali cinesi il famoso «piano 2025», segno

di una disponibilità a negoziare anche sul terreno delle tecnologie. Resta da vedere in che misura le promesse di Xi saranno mantenute, questione sempre cruciale soprattutto in Cina dove la mancanza di uno Stato di diritto, l’asservimento dei tribunali e della stampa al governo e al partito rendono più difficili le verifiche e più aleatorie le garanzie. Toccherà alle imprese occidentali verificare sul campo se retrocede o meno quel protezionismo occulto che Pechino pratica con spregiudicatezza anche quando si dichiara «aperta» agli investimenti stranieri. Restano inoltre inevase le richieste americane sulla protezione della proprietà intellettuale: la rincorsa cinese nelle tecnologie è stata favorita dal sistematico saccheggio di know how dalle multinazionali occidentali. È già significativo però che Xi anziché procedere nella logica dell’escalation, rispondendo colpo su colpo, stia cambiando l’approccio. Di fatto questo significa riconoscere come legittime le rivendicazioni americane. Il «metodo Trump» consiste anche nel mantenere aperta la possibilità di un ritorno dei superdazi: Washington li ha solo rinviati di tre mesi, per adesso. «Io sono un tipo da dazi» (I am a tariff man) ha twittato il presidente, per indicare che non si accontenterà di promesse. La guerra può ricominciare in qualsiasi momento.

Fra i libri di Monica Puffi Federico Rampini, Quando inizia la nostra storia, Mondadori Milano 2018 È vero che la storia insegna, scriveva Cicerone nel suo De Oratore. Ma quando è che inizia la nostra storia? Nel suo ultimo libro Federico Rampini sembra trovare delle risposte, scegliendo ogni volta una data simbolica (undici per la precisione), che coincide con un evento del passato di secoli o decenni fa. La sua è appunto una scelta e ogni volta serve a spiegare le origini di quanto stiamo vivendo oggi, perché contiene in embrione gli sviluppi che hanno portato alla realtà contempornea. Qualche esempio. Nel 1873, ispirato dalla nascita del Canale di Suez, Jules Verne pubblica Il giro del mondo in 80 giorni: non è «solo» un romanzo di avventura, ma è anche metafora di un pianeta rimpicciolito dal progresso tecnologico e dalla velocità di trasporti, pre-condizione della globalizzazione.

Altra data, altro tema, spina nel fianco del nostro presente: la Grande Fame degli irlandesi del 1845; quella carestia, che causò la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante all’estero, fu il preavviso delle tensioni che l’immigrazione può creare nel popolo che la subisce, in quel caso dentro la classe operaia. Allora come oggi si sentiva tradita dai progressisti che non avevano capito l’impatto economico dei flussi migratori abbracciati invece dai capitalisti che così facendo pagavano meno i loro salari. Carl Marx, studiò da vicino il fenomeno e lo criticò, ma non venne ascoltato dalla sinistra e questa è una storia che si ripete: la prima in tragedia, la seconda in farsa. Risalendo nel tempo della storia, il 1600 è indicativo per capire la nascita del capitalismo che è giunto ai giorni nostri fino al crack della Lehman e alla grande crisi finanziaria del 2008. Allora fu fondata la Compagnia delle Indie orientali, impresa commerciale privata

a cui l’Inghilterra assegnava il grosso del suo impero. A quale data storica bisogna invece fare riferimento per interpretare lo spirito di rivincita che anima la Cina di oggi, tema di grandissima attualità? Il 1839 è l’anno chiave, scrive Rampini, all’epoca della Guerra dell’oppio quando il tentativo da parte dell’imperatore celeste di fermare lo smercio di oppio in Cina da parte dei mercanti inglesi sfociò in un conflitto con la Gran Bretagna e segnerà la fine ma anche l’inizio di un’ossessione (nei confronti dell’Occidente) da parte dell’Impero celeste. Come prefigurazione di un equilibrio multipolare di Stati che si riconoscono tra loro proprio e solo in quanto Stati, bisogna invece risalire alla pace di Vestfalia (1648): da quel momento si inaugurò un nuovo ordine mondiale – fondato su un insieme di regole comuni e un equilibrio fra potenze – e il concetto di sovranità di Stato all’interno di una comunità internazionale. E allora, si

chiede provocatoriamente Rampini, perché oggi si vive la nazione con un senso di disagio e di vergogna e la sua riscoperta ci sembra un regresso, mentre la pace di Vestfalia fu un approdo di stabilità? Oggi, nel nostro turbolento presente, una parte dei perdenti della globalizzazione economico-finanziaria, tecnologica e migratoria sta tornando a cercare rifugio nelle braccia dello Statonazione, sentito come più democratico delle odierne istituzioni sovranazionali delle unità che le compongono.

Due secoli prima, nel 1450, Gutenberg prefigurò la rivoluzione del digitale ai nostri giorni. Con la sua tecnologia tipografica consentì di fare il salto nell’era della stampa, dell’alfabetizzazione, della riproduzione dei libri: agevolando quella Riforma protestante con enormi conseguenze politiche sull’Occidente, ma anche quel primo esperimento di globalizzazione che furono le esplorazioni navali di Cristoforo Colombo. Se tutte queste sono riflessioni che nascono a tavolino, il nuovo libro di Federico Rampini è anche racconto dei suoi viaggi nell’America profonda di Trump, in California, in Cina, in Iran, in Israele, in Palestina, in Arabia Saudita. Quando inizia la nostra storia (Mondadori) è il resoconto di un nomade globale nella cui valigia non possono mancare i libri di storia. Perché è dalla conoscenza più profonda che si deve partire, non soltanto da un luogo geografico.


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Politica e Economia Una vittoria non basta Theresa May ottiene la fiducia del suo partito ma questo non semplifica il suo lavoro pagina 24

Svizzera ed Europa I rapporti con l’UE sono ad un punto di stallo: la posizione intransigente dei sindacati sulle misure di accompagnamento complica la trattativa

Intervista al Presidente Alain Berset traccia un resoconto del suo anno presidenziale e parla del futuro

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Un Nobel contro gli stupri di guerra

RiconoscimentiNadia Murad e il medico congolese Denis Mukwege insigniti del Nobel per la pace, ma le parole

della giovane yazida sono un dito puntato contro l’immobilismo della comunità internazionale verso gli aguzzini

Luisa Betti Dakli «Nell’era della globalizzazione e dei diritti umani più di 6500 bambini e donne yazidi sono stati fatti prigionieri, venduti e abusati. Nonostante i nostri appelli, il destino di oltre 3000 donne comprate e stuprate ogni giorno dall’Isis, è ancora sconosciuto. È inconcepibile che i leader di 195 paesi in tutto il mondo non si siano mobilitati per liberare queste ragazze, che se fossero un accordo commerciale, un giacimento petrolifero, o un carico di armi, sicuramente non sarebbe stato risparmiato nessuno sforzo pur di liberarle». È con queste parole che Nadia Murad, la ragazza yazida rapita, venduta, stuprata e torturata dall’Isis 4 anni fa, ha ringraziato per aver ricevuto il Nobel per la pace in ex-equo con il ginecologo Denis Mukwege, che nel suo ospedale a Bukavu ha curato più di 50mila pazienti devastate dagli stupri di guerra nella Repubblica Democratica del Congo in cui milioni di donne hanno subito inaudite violenze e sevizie da parte di tutte le forze combattenti. Un premio per due attivisti che, secondo il comitato norvegese, «hanno contribuito a dare maggiore visibilità alla violenza sessuale in tempo di

guerra, in modo che i responsabili possano rendere conto delle loro azioni». Un riconoscimento che è costato molto a Nadia Murad che questa devastazione l’ha vissuta sul proprio corpo, e che ha scelto di raccontare la sua storia per sensibilizzare il mondo sul genocidio della sua gente massacrata dall’Isis perché ritenuti infedeli. È lei la piccola yazida irachena che nel 2015 ha fatto piangere l’ex segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e tutta la platea del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre raccontava senza omissioni quello che le era successo, convinta che la sua storia «raccontata onestamente e concretamente», sia la migliore arma contro il terrorismo. Nadia aveva vent’anni quando il Daesh prese Kocho, piccolo centro del Sinjar nel nord dell’Iraq, e ha visto sterminare la sua famiglia in una mattinata: «Guardavamo fuori – racconta – sparavano agli uomini e li decapitavano, e altri li portavano via in autobus. Sei dei miei fratelli sono morti così». Ed è da quel 3 agosto 2014 che la sua vita è cambiata per sempre: «Mi sento vecchia – dice – è come se nelle loro mani ogni parte di me fosse cambiata, ogni

millimetro del mio corpo è diventato vecchio». Nominata nel 2016 ambasciatrice Onu per i sopravvissuti al traffico di esseri umani, Murad ha fondato la Nadia’s initiative, una ong per le vittime di violenza e per il popolo yazida, e ha pubblicato un libro dal titolo L’ultima ragazza, con l’auspicio che sia lei l’ultima ragazza al mondo con una storia del genere. Un libro in cui racconta tutto: «Il mercato degli schiavi apriva di notte – si legge – e potevamo sentire il trambusto al piano di sotto dove i militanti dell’Isis si organizzavano. Quando il primo uomo entrò nella stanza, tutte le ragazze iniziarono a urlare. Camminavano fissandoci mentre noi gridavamo. Per prima cosa andavano verso le ragazze più belle, chiedendo l’età ed esaminando capelli e bocche. “Sono vergini, giusto?” Chiedevano alla guardia. Poi ci toccavano ovunque, passando le mani sui nostri seni e sulle nostre gambe, come se fossimo animali. Ho urlato e urlato, scacciando via le mani che si allungavano per toccarmi. Altre ragazze arrotolavano i loro corpi in palle sul pavimento o si gettavano verso le loro sorelle per cercare di pro-

teggerle. Mentre ero distesa lì, uno di loro si fermò davanti a me. “Tu! La ragazza con la giacca rosa! Alzati!” I suoi occhi sembravano infossati nella carne del suo grosso viso che era quasi interamente coperto di peli. Non sembrava un uomo ma un mostro, e puzzava di uova marce e acqua di colonia». Ma rapire, stuprare e ridurre a schiave sessuali queste ragazze per il Daesh non è un’idea improvvisata e non è solo un bottino, perché lo stupro di guerra, che colpisce tutte le donne nei conflitti, non è sempre lo stesso. Così come è stato in Congo e nella ex Jugoslavia, questo tipo di stupro organizzato e sistematico è un’arma di distruzione di massa, che si infrange sulle donne ma colpisce tutta la comunità prima e dopo la guerra, distruggendo il tessuto sociale e provocando crimini contro l’umanità, consumati sulla pelle della popolazione femminile. «Lo Stato islamico – dice Murad – ha pianificato tutto questo: come entrare nelle nostre case, cosa rende una ragazza più o meno preziosa, perché i militanti dell’Isis meritano una sabaya (schiava del sesso, ndr) come incentivo». Nadia è stata comprata e rivenduta

molte volte, su di lei ci sono le cicatrici delle torture e le bruciature delle sigarette spente sulla sua carne nuda, e quando ha tentato di scappare una prima volta lanciandosi dal secondo piano, è stata ripresa e sottoposta a uno stupro di gruppo. Un giorno però uno dei suoi «proprietari» si è dimenticato di chiudere a chiave la casa dove era segregata ed è riuscita a scappare bussando a tutte le porte di Mosul finché una famiglia l’ha accolta e l’ha aiutata a fuggire con i documenti della figlia, per raggiungere i campi profughi del Kurdistan, e poi la Germania, dove vive tutt’ora. Oggi, anche se l’Iraq è stato liberato, il Daesh non è stato annientato e Murad vorrebbe vedere a processo i suoi aguzzini. «La situazione degli yazidi nelle prigioni dell’Isis non è cambiata – ha detto a Oslo durante la cerimonia per il Nobel – e gli autori dei crimini del genocidio non sono stati consegnati alla giustizia»: un impegno che rappresenterebbe invece «l’unico premio al mondo in grado di restituirci dignità», in quanto «se non verrà fatta giustizia questo genocidio contro di noi e contro altre comunità, si ripeterà».

Tutto era cominciato con un «fuori programma» del G20, una coda aggiunta a quel summit di Buenos Aires. Mentre tutti gli altri leader stavano tornando a casa, le due delegazioni americana e cinese si erano riunite per una cena di lavoro. Al menu: i dazi. Dall’incontro – volutamente tenuto fuori dalla cornice multilaterale – era uscita una fumata bianca. O grigia? Donald Trump ne era uscito cantando vittoria, annunciando vistose concessioni cinesi, e di conseguenza un rinvio dei suoi superdazi, quelli che a partire dall’anno nuovo dovevano passare al 25% su 200 miliardi di importazioni made in China. Nelle stesse ore in cui avveniva il negoziato a Buenos Aires, nell’emisfero settentrionale delle Americhe accadeva un fatto grave: l’arresto in Canada di una potentissima dirigente d’azienda cinese: Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo telecom Huawei, nonché figlia del suo fondatore. Una donna che è parte del «cerchio magico» della nomenclatura vicina al presidente Xi Jinping. Accusata di essere personalmente coinvolta in una grave violazione dell’embargo sull’Iran. Quella vicenda giudiziaria ha confermato la vera dimensione dello scontro Usa-Cina. È l’allarme americano per l’ascesa della Cina nelle tecnologie avanzate: una sfida per la supremazia mondiale che ha ricadute non solo industriali ma strategico-militari. Huawei era nel mirino già da molto. Gli americani sospettano il colosso delle telecom di essere un cavallo di Troia dello spionaggio cinese, sia industriale che militare. Mesi fa Washington cominciò ad allertare le capitali alleate, da Roma a Berlino: attenzione alle infrastrutture telefoniche made in China, vendute agli operatori telefonici occidentali, spesso pericolosamente vicine alle basi militari americane e della Nato. Con la transizione al 5G, la quinta generazione che sarà il nuovo standard della telefonìa mobile, la penetrazione di

impianti cinesi nei nostri paesi rischierebbe di consegnarci a una vasta rete di spionaggio. L’Internet delle cose, come viene chiamato un futuro in cui dialogheranno fra loro tutte le macchine che usiamo grazie all’intelligenza artificiale, sarebbe ancor più vulnerabile al cyber-spionaggio cinese. La vicenda Huawei ci proietta verso una dimensione ancora più cruciale rispetto all’annoso contenzioso commerciale con la Repubblica Popolare. Accumulare attivi nella bilancia del commercio estero è «mercantilismo all’antica», dannoso ma riparabile, tant’è che già alcuni aggiustamenti la Cina aveva cominciato a farli (aumentando i propri consumi interni e quindi le importazioni). Ben altra sfida è quella contenuta nel «piano 2025» di Xi Jinping, quello che più spaventa gli americani. Un presidente cinese che ha di fronte a sé un orizzonte di lunghissimo termine (ha cambiato la Costituzione per eliminare limiti al suo mandato) può pianificare la conquista di posizioni egemoniche nelle tecnologie strategiche. Gran parte delle classi dirigenti occidentali – che invece sono appiattite sul brevissimo periodo – non hanno visto arrivare questa nuova offensiva cinese. Troppi leader politici erano fermi alla Cina di dieci o vent’anni fa, «fabbrica del pianeta», nazione emergente. Oggi un pezzo portante della sua economia è emerso eccome, assomiglia a un Giappone con gli steroidi, a una Singapore al multiplo. Alcune élite occidentali, pur intuendo il fenomenale salto di qualità, hanno visto solo vantaggi opportunistici: l’avanzata della finanza cinese è stata assecondata, le si vende volentieri l’argenteria di famiglia, pezzi pregiati dei nostri sistemi produttivi, delle infrastrutture, delle piattaforme logistiche globali. Magari omaggiando i discorsi «globalisti» di Xi al World Economic Forum di Davos, prendendoli alla lettera come un’alternativa virtuosa al protezionismo di Trump. Senza vedere quanto il globalismo cinese sia la ver-

sione aggiornata e modernissima di una millenaria vocazione imperiale, che unita alla natura autoritaria del regime è tutt’altro che rassicurante. Osservare il pericolo Xi con lucidità non significa prendere sempre per virtuose le mosse americane. Quando un’egemonia è in declino e un’altra in ascesa, la transizione è turbolenta, conflittuale, gravida di pericoli. Atene-Sparta o la trappola del Peloponneso, secondo l’antica metafora di Tucidide. La grande sfida che dallo squilibrio commerciale si è allargata alla competizione tecnologica, sembra vicina a una svolta a favore degli Stati Uniti. Almeno per ora. Xi infatti sta moltiplicando le concessioni all’Amministrazione Trump: annuncia che ridurrà i suoi dazi sulle auto americane, promette maggiori importazioni di prodotti made in Usa (energia, agroalimentare). Accenna perfino a voler accantonare il suo «piano 2025». È presto per dire se si tratti di una resa incondizionata, oppure di mosse tattiche per allentare la pressione dei dazi americani. Ma la flessibilità esibita dal governo cinese smentisce la maggioranza degli esperti, che anche in Occidente condannavano Trump e prevedevano conseguenze apocalittiche da un’escalation protezionista fra le due superpotenze. Oggi perfino gli osservatori più critici nei confronti del presidente americano – come il «New York Times» – ammettono ciò che avrebbe dovuto essere evidente dall’inizio: è la Cina che ha più da perdere in questo braccio di ferro poiché è la sua economia ad essere fondata sul traino delle esportazioni. Proprio i segnali di rallentamento della crescita cinese (dall’auto al settore immobiliare) starebbero confermando l’asimmetrìa: l’economia americana per ora risulta indenne dalla sfida sui dazi. Sembra dare ragione a Trump anche la vicenda della direttrice finanziaria di Huawei, liberata su cauzione ma in residenza vigilata nell’attesa che proceda l’esame della richiesta di estradizione. Trump, ignorando l’in-

Meng Wanzhou è stata rilasciata dalle autorità canadesi, ma su di lei pende una richiesta di estradizione americana. (Keystone)

dipendenza della magistratura, si è offerto d’intervenire sul caso. Uno strappo condannato perfino da alcuni consiglieri della Casa Bianca. Ma è uno strappo in perfetta sintonia con la logica di Xi Jinping, abituato a operare in un regime autoritario dove la magistratura obbedisce al suo governo. Trump col suo intervento irrituale, offrendosi come mediatore nella vicenda giudiziaria, conferma il sospetto cinese che tutto fa parte di un unico grande negoziato tra le due superpotenze. Colpisce il fatto che l’unica ritorsione su Huawei da parte di Pechino sia diretta contro il governo Trudeau: in Cina sono stati arrestati due cittadini canadesi tra cui un ex-diplomatico, con fantomatiche accuse di violazione della sicurezza nazionale. Ostaggi in una partita dove Xi ha preferito non attaccare direttamente gli Stati Uniti, veri mandanti dell’arresto della sua top manager. Le concessioni ventilate da Xi per ora sono limitate. Pechino è disposta a ridurre i suoi dazi sulle auto made in Usa, dall’attuale 40% al 15%. Si tratta però di un semplice ritorno alla casella di partenza visto che il 40% era stato raggiunto come ritorsione contro i superdazi di Trump. Più sostanziali sarebbero le riduzioni di barriere all’import di energia americana e derrate agricole dal Midwest (soia, cereali). Inoltre è sparito dai documenti ufficiali cinesi il famoso «piano 2025», segno

di una disponibilità a negoziare anche sul terreno delle tecnologie. Resta da vedere in che misura le promesse di Xi saranno mantenute, questione sempre cruciale soprattutto in Cina dove la mancanza di uno Stato di diritto, l’asservimento dei tribunali e della stampa al governo e al partito rendono più difficili le verifiche e più aleatorie le garanzie. Toccherà alle imprese occidentali verificare sul campo se retrocede o meno quel protezionismo occulto che Pechino pratica con spregiudicatezza anche quando si dichiara «aperta» agli investimenti stranieri. Restano inoltre inevase le richieste americane sulla protezione della proprietà intellettuale: la rincorsa cinese nelle tecnologie è stata favorita dal sistematico saccheggio di know how dalle multinazionali occidentali. È già significativo però che Xi anziché procedere nella logica dell’escalation, rispondendo colpo su colpo, stia cambiando l’approccio. Di fatto questo significa riconoscere come legittime le rivendicazioni americane. Il «metodo Trump» consiste anche nel mantenere aperta la possibilità di un ritorno dei superdazi: Washington li ha solo rinviati di tre mesi, per adesso. «Io sono un tipo da dazi» (I am a tariff man) ha twittato il presidente, per indicare che non si accontenterà di promesse. La guerra può ricominciare in qualsiasi momento.

Fra i libri di Monica Puffi Federico Rampini, Quando inizia la nostra storia, Mondadori Milano 2018 È vero che la storia insegna, scriveva Cicerone nel suo De Oratore. Ma quando è che inizia la nostra storia? Nel suo ultimo libro Federico Rampini sembra trovare delle risposte, scegliendo ogni volta una data simbolica (undici per la precisione), che coincide con un evento del passato di secoli o decenni fa. La sua è appunto una scelta e ogni volta serve a spiegare le origini di quanto stiamo vivendo oggi, perché contiene in embrione gli sviluppi che hanno portato alla realtà contempornea. Qualche esempio. Nel 1873, ispirato dalla nascita del Canale di Suez, Jules Verne pubblica Il giro del mondo in 80 giorni: non è «solo» un romanzo di avventura, ma è anche metafora di un pianeta rimpicciolito dal progresso tecnologico e dalla velocità di trasporti, pre-condizione della globalizzazione.

Altra data, altro tema, spina nel fianco del nostro presente: la Grande Fame degli irlandesi del 1845; quella carestia, che causò la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante all’estero, fu il preavviso delle tensioni che l’immigrazione può creare nel popolo che la subisce, in quel caso dentro la classe operaia. Allora come oggi si sentiva tradita dai progressisti che non avevano capito l’impatto economico dei flussi migratori abbracciati invece dai capitalisti che così facendo pagavano meno i loro salari. Carl Marx, studiò da vicino il fenomeno e lo criticò, ma non venne ascoltato dalla sinistra e questa è una storia che si ripete: la prima in tragedia, la seconda in farsa. Risalendo nel tempo della storia, il 1600 è indicativo per capire la nascita del capitalismo che è giunto ai giorni nostri fino al crack della Lehman e alla grande crisi finanziaria del 2008. Allora fu fondata la Compagnia delle Indie orientali, impresa commerciale privata

a cui l’Inghilterra assegnava il grosso del suo impero. A quale data storica bisogna invece fare riferimento per interpretare lo spirito di rivincita che anima la Cina di oggi, tema di grandissima attualità? Il 1839 è l’anno chiave, scrive Rampini, all’epoca della Guerra dell’oppio quando il tentativo da parte dell’imperatore celeste di fermare lo smercio di oppio in Cina da parte dei mercanti inglesi sfociò in un conflitto con la Gran Bretagna e segnerà la fine ma anche l’inizio di un’ossessione (nei confronti dell’Occidente) da parte dell’Impero celeste. Come prefigurazione di un equilibrio multipolare di Stati che si riconoscono tra loro proprio e solo in quanto Stati, bisogna invece risalire alla pace di Vestfalia (1648): da quel momento si inaugurò un nuovo ordine mondiale – fondato su un insieme di regole comuni e un equilibrio fra potenze – e il concetto di sovranità di Stato all’interno di una comunità internazionale. E allora, si

chiede provocatoriamente Rampini, perché oggi si vive la nazione con un senso di disagio e di vergogna e la sua riscoperta ci sembra un regresso, mentre la pace di Vestfalia fu un approdo di stabilità? Oggi, nel nostro turbolento presente, una parte dei perdenti della globalizzazione economico-finanziaria, tecnologica e migratoria sta tornando a cercare rifugio nelle braccia dello Statonazione, sentito come più democratico delle odierne istituzioni sovranazionali delle unità che le compongono.

Due secoli prima, nel 1450, Gutenberg prefigurò la rivoluzione del digitale ai nostri giorni. Con la sua tecnologia tipografica consentì di fare il salto nell’era della stampa, dell’alfabetizzazione, della riproduzione dei libri: agevolando quella Riforma protestante con enormi conseguenze politiche sull’Occidente, ma anche quel primo esperimento di globalizzazione che furono le esplorazioni navali di Cristoforo Colombo. Se tutte queste sono riflessioni che nascono a tavolino, il nuovo libro di Federico Rampini è anche racconto dei suoi viaggi nell’America profonda di Trump, in California, in Cina, in Iran, in Israele, in Palestina, in Arabia Saudita. Quando inizia la nostra storia (Mondadori) è il resoconto di un nomade globale nella cui valigia non possono mancare i libri di storia. Perché è dalla conoscenza più profonda che si deve partire, non soltanto da un luogo geografico.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Politica e Economia

Theresa May vacilla ma non si spezza Brexit La premier britannica posticipa il voto in parlamento sull’accordo per la fuoriuscita dall’Unione europea

e sopravvive ad un voto di sfiducia del proprio partito, lasciando ingarbugliata la matassa

Cristina Marconi Innumerevoli volte si è scritto che Theresa May era all’ultima spiaggia. La premier britannica ha sempre smentito le previsioni ed è andata avanti, inossidabile, con un’energia da lasciare a bocca aperta. E anche mercoledì 12 dicembre, quando la frangia euroscettica del suo partito ha organizzato un voto di sfiducia, è riuscita a sopravvivere con duecento voti contro 117. Un risultato positivo se confrontato con i 199 voti che prese ai tempi in cui fu nominata leader del partito all’indomani del referendum del 2016, ma deludente se si pensa a quanto sia irto di pericoli il percorso parlamentare della Brexit, senza maggioranza e con imboscate annunciate da ogni parte. Alla luce di questo, anche il principale vantaggio dell’aver ottenuto la fiducia impallidisce: è vero, la sua posizione a Downing Street è blindata per un anno, ma l’opposizione sa che ci sono 117 Tories che non le solo leali e che potrebbero votare una mozione di sfiducia nei confronti del governo. Portando a elezioni, con un nuovo leader conservatore. L’unico problema di cui solo alcuni sono consapevoli è che sarebbe solo un finto voltare pagina, visto che il nodo più difficile e irrisolto, ossia quello della Brexit, resterebbe intatto. Qualcuno suggerisce che la May abbia attivamente cercato il voto di sfiducia annunciando a sorpresa la decisione di rimandare il «voto significativo» sull’accordo raggiunto con Bruxelles sulla Brexit: sebbene l’esito sia tutt’altro che rassicurante, le permette di guadagnare tempo e procedere con quella politica dei piccoli passi che fino ad ora le è servita. I commentatori amano sottolinearne lo stoicismo davanti alla sfortuna, ma all’indomani del voto di sfiducia il «Financial Times» ha finalmente reso onore ai suoi «trucchi da Houdini» senza i quali non sarebbe mai sopravvissuta in un mare così agi-

Il discorso al paese, davanti a Downing Street, dopo la storica votazione. (Keystone)

tato. C’è della bravura, e soprattutto c’è dell’onestà in una premier che per aver voluto interpretare alla lettera la volontà popolare espressa nel 2016 si ritrova ad avere contro gli euroscettici velleitari, quelli che senza una proposta fattibile continuano a parlare di non

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meglio precisati strumenti tecnologici per risolvere il nodo irlandese e flirtano con l’idea di un mancato accordo con la Ue per recidere i legami in modo netto, senza badare alle catastrofiche conseguenze economiche. Se c’è una conclusione che si può trarre da queste settimane di colpi di scena e accoltellamenti è che il progetto eurofobo ha perso e che l’unico strumento rimasto a sua disposizione è il «divide et impera» grazie al quale, in un Parlamento estremamente confuso, rischia comunque di arrivare all’obiettivo del «no deal». Il voto di sfiducia ha infatti messo in chiaro che sono solo 117, con l’aggiunta di qualche voce di sinistra, quelli che vogliono il caos assoluto. Una delle poche sicurezze è che Westminster, da sempre più moderata in materia di Europa, farà di tutto per evitare che si arrivi all’applicazione delle regole del WTO nel commercio tra Regno Unito e blocco europeo, anche se l’influenza che lo European Research Group, organizzazione di Jacob Rees-Mogg che di «ricerca» ha ben poco e che ha finora svolto il ruolo di partito all’interno del partito, ha già arrecato molti danni all’insieme del progetto della Brexit: sia David Cameron che la May hanno cercato di soddisfarne le richieste finendo col fare grandi errori, come il referendum stesso e la decisione di uscire dal mercato unico e di invocare l’articolo 50 senza avere un piano chiaro. Il principio di realtà, nel dibattito degli ultimi anni, si è materializzato sotto forma di isola, quella irlandese, il cui problema di confini è diventato il cubo di Rubik della politica britannica. Un nodo aggravato dal fatto che la May ha la maggioranza a Westminster solo grazie all’appoggio degli unionisti del Dup. Una frontiera fisica non è una cosa con cui si possa scherzare: le tensioni esistono ancora, anche se su scala infinitamente minore rispetto ai bagni di sangue del passato. Voci di un referendum sulla riunificazione delle due Irlande, in tempi di faciloneria

politica, sembrerebbero indicare una soluzione che, un po’ come la Brexit, ha alcuni dei tratti dell’utopia. Peccato che ci siano solidissime ragioni per le quali se non è successo in passato, è difficile che Belfast e Dublino possano riunirsi adesso senza problemi. Tutti a Westminster sono preoccupati dalla clausola di salvaguardia che Bruxelles pretende per evitare che il confine fisico venga messo nel caso del mancato raggiungimento di un accordo di libero scambio e quindi di una soluzione permanente tra Ue e Regno Unito. Manterrebbe la Gran Bretagna nell’unione doganale e l’Irlanda del Nord nel mercato unico, con regole diverse rispetto al resto del paese. Inutile far notare al Dup, partito fieramente avverso a questa clausola, che l’Ulster ha già regole diverse su aborto e matrimonio gay: non serve a riportare il partito a più miti consigli. L’abisso del no deal, con una frontiera fisica assicurata, appare ai loro occhi una soluzione più accettabile del compromesso della May. A riprova che nella situazione attuale molte persone vogliono mettersi in luce come battagliere e inflessibili più che raggiungere risultati concreti.

Theresa May ha messo sul piatto della bilancia la rinuncia a guidare i Tory nella campagna per le elezioni del 2022 «Sono felice di aver ricevuto il sostegno dei miei colleghi», ha spiegato la May parlando dopo il voto di sfiducia davanti alla celebre porta nera del numero 10 di Downing Street. «Questa è la nostra nuova missione: realizzare la Brexit per la quale i britannici hanno votato e riunire il paese», ha spiegato. Per accrescere il suo sostegno, nel pomeriggio aveva lasciato trapelare attraverso il suo portavoce la notizia di non essere intenzionata a guidare il partito alle

prossime elezioni, previste per il 2022. Vista la sua protratta debolezza, nessuno aveva mai pensato che potesse davvero essere la prossima leader e gente come Michael Gove non vede l’ora che lei porti a termine il compito della Brexit per poter voltare pagina e passare ad altro, senza più la patata bollente. Ci sarebbero state scene di pianto tra i deputati, poiché in molti hanno imparato a rispettarla in questi anni impossibili. Qualcuno ha notato che la promessa di andarsene non è legalmente vincolante, ma per il momento, nella volatilità attuale, è difficile capire cosa sia scolpito nella pietra e cosa invece no. Sicuramente darsi una data di scadenza non è cosa che rafforzi, ma Theresa «Maybe» si è già rimangiata la parola più volte in questi anni. Cosa succederà ora? Il voto sull’accordo raggiunto con Bruxelles e sottoposto a un ultimo tentativo di modifica non dovrebbe svolgersi prima di Natale. La premier ha promesso che entro il 21 gennaio prossimo porterà a Westminster un piano d’azione, sotto forma di mozione. Mozione che può essere sottoposta a una serie di emendamenti, occasione ideale per proporre un secondo referendum o una Brexit più morbida, seguendo quel modello norvegese che piace a molti anche se non risolve il problema dell’immigrazione. Una delle ragioni per cui il voto del 12 dicembre indebolisce ad ogni modo la May è che ha permesso ai laburisti, che puntano ad andare alle urne, di valutare quanti deputati conservatori sono pronti a sostenere la loro eventuale mozione di sfiducia nei confronti del governo, ipotesi che il leader Labour Jeremy Corbyn va agitando da tempo e che potrebbe mettere in atto in caso di bocciatura dell’accordo. Se anche questo andasse male, potrebbe farsi largo un secondo referendum come unica soluzione. Theresa May ha sempre detto che ciò porterebbe solo confusione, tema di cui sta diventando molto esperta, ma anche lì potrebbe cambiare idea.


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Politica e Economia

Taxi: nella «morsa» fra Stato e Uber MonopoliAlla ricerca dei motivi alla base dell’importanza di tale business, ma anche del sopraggiungere

di nuovi concorrenti

Alcuni dati sul settore europeo dei taxi1

Edoardo Beretta La questione del trasporto pubblico con auto private ‒ in altre parole i taxi ‒ da sempre presenta caratteri di complessità, in quanto talvolta percepita come «elitaria» rispetto a quella più consueta del trasporto su rotaia o bus di linea. Ad aggiungere ulteriore forza al dibattito globale ha contribuito l’entrata in scena di un nuovo concorrente, cioè di Uber. Società con sede a San Francisco e fornitrice di servizi di trasporto automobilistici privati tramite app, Uber mette in contatto diretto passeggeri e autisti. Sharing economy, cioè «economia della condivisione», allo stato puro dunque. Ecco, quindi, che dalla nuova forma di trasporto pubblico sono scaturite due parti in conflitto, dove la prima, ostile alla liberalizazione, ha inteso difendere il business dei taxi; dall’altra parte si sono schierati i sostenitori del libero mercato, a favore di un sistema con minori «barriere all’entrata», capace di garantire un servizio a prezzi inferiori. Lungi dal prendere posizione per l’uno o per l’altro schieramento (e premesso che la Svizzera non si è rivelata uno dei Paesi più «accoglienti» per Uber) vorremmo piuttosto analizzare qui le cause dell’entrata in scena di questo nuovo attore in un settore tipicamente «monopolistico», cioè in mano pubblica (almeno per quanto attiene alla concessione della licenza d’esercizio). Una delle cause di tale «cuneo esterno» è, forse, rintracciabile proprio nella posizione di dominio ‒ non percepita, quindi, come «conquistata sul

Restrizioni

Numero di

quantitative

licenze (ultimo dato fra 2013

Tariffa media per corsa di taxi da 5 km, in € 2009

2015

13,77 (Vienna)

12,98 (Vienna)

e 2016) Austria

NO

7.469

Volume

Tariffa media

d’affari

per corsa

medio pro

Uber da 5 km

taxista, in €

(2015), in €

16.380

8,24

(salario minimo) Belgio

1.984

10,97 (Bruxelles)

11,44 (Bruxelles)

22.569

6,91

(salario minimo) Francia

59.666

11,26 (Parigi)

11,17 (Parigi)

70.451

11,36

Germania

53.554 (incl.

8,46 (Berlino);

13,34 (Berlino);

66.000

11,36

3.129 licenze

11,04

13,52

doppie)

(Francoforte);

(Francoforte);

10,25 (Monaco)

12,62 (Monaco)

(Monaco);

Grecia

-

2,80 (Atene)

4,51 (Atene)

-

-

Italia

19.783

9,04 (Milano);

15,59 (Milano);

35.000

5,76 (Milano);

8,25 (Roma)

12,80 (Roma)

Portogallo

-

6,10 (Lisbona)

7,30 (Lisbona)

-

5,18 (Lisbona)

Regno

83.380

12,26 (Londra)

9,10 (Londra)

25.000

14,41 (Londra)

8,25 (Barcellona);

9,28 (Barcellona);

25.000

-

8,10 (Madrid)

10,27 (Madrid)

Unito

11,52 (Roma)

(Inghilterra e Scozia)

Spagna

66.499

campo», ma attribuita per decisione pubblica ‒ nella prestazione di un’attività particolare dotata delle sopra citate «barriere all’entrata»: per intenderci, il numero delle licenze è limitato a mo’ di contigente e ad esse è attribuito un prezzo di vendita rilevante. Che il tutto assomigli ad un «monopolio» (sebbene non «naturale», cioè congenito al settore stesso, quale quello ferroviario) con la possibilità di imporre prezzi talvolta giudicati «per pochi» ‒ ma che, nel contempo, trovano una giustificazione negli argomenti menzionati ‒ è evidente.

Del resto, basti consultare un qualsiasi libro di microeconomia per apprendere il comportamento tipico di un monopolista, che è riassumibile in 1) riduzione dell’offerta del suo bene/servizio 2) così da mantenerne artificialmente elevato il prezzo. Non a caso, il settore dei taxi, che prevede in generale il già detto acquisto di una specifica licenza con conseguente contingentamento di essa, è fra i più spesso menzionati. È evidente che tale licenza introduca un «cuneo» fra il prezzo versato dal cliente (ad esempio, «100») e quello

percepito dal taxista (ad esempio, «100 ‒ licenza») cagionando una «perdita secca» per entrambi: tale meccanismo non è molto dissimile al cosiddetto «cuneo fiscale», con cui si suole descrivere la differenza tra quanto pagato da ciascun datore di lavoro per ogni salariato e quanto effettivamente percepito dal lavoratore stesso (al netto di versamenti per oneri sociali ed altro). Ragioni ed obiezioni sono, quindi, rintracciabili da ambo le parti: se da un lato è comprensibile che il settore dei taxi dimostri preoccupazione di fronte ad un competitor internazionale non sottoposto alle stesse regole di ingaggio, dall’altro Uber è conseguenza anche di quell’elitarismo prezziario (certamente indotto dall’elevato onere di acquisto della licenza, che in vicine città quali Milano varia dai 170’000 ai 200’000 Euro, ma può raggiungere cifre superiori in luoghi con un numero minore di taxi2) a cui tale settore è stato associato. La soluzione, in ogni caso, non pare quella di «blindare» ulteriormente un settore strategico, ma piuttosto quella di renderlo più attrattivo per quanti vi operino già: non tanto, a questo punto, con una riduzione ex post del costo di licenza, quanto piuttosto tramite mirati sgravi in termini di spese di manutenzione, sostituzione o rifornimento del veicolo di lavoro. Tale misura favorirebbe prezzi più vantaggiosi nell’ottica di ottenere guadagni da un accresciuto volume affari piuttosto che dal prezzo imputato a ciascuna corsa. Quanto occorso al business dei taxi non

è, comunque, dissimile da quanto verificatosi nel 2011 in Germania quando la giustizia locale permise la continuazione di un servizio privato di linea a lunga percorrenza (ora in fortissima espansione) in contrapposizione al «monopolista naturale» rappresentato dalla società ferroviaria, per cui fino ad allora la questione «tariffe di viaggio» non preoccupava particolarmente. Naturalmente, è altresì evidente che mai la concorrenza debba andare a discapito della qualità ‒ solo per una mera logica di prezzo, quindi ‒, ma è altrettanto vero che lo Stato non può limitarsi a mantenere condizioni artificiali per certi settori, quanto piuttosto stimolarne la crescita oltre che un’attrattività diffusa. Quale sia il futuro di Uber è impossibile giudicare: l’apparizione di un simile competitor rimane, comunque, un’avvisaglia importante di una questione di fondo. Note

1. Elaborazione propria di: https:// ec.europa.eu/transport/sites/transport/files/2016-09-26-pax-transporttaxi-hirecar-w-driver-ridesharingfinal-report.pdf e https://www. priceoftravel.com/6536/price-of-a5-kilometer-uber-ride-around-theworld/ convertiti ai tassi di cambio USD-EUR del 11/08/2015 (https:// www.poundsterlinglive.com/bestexchange-rates/us-dollar-to-euroexchange-rate-on-2015-08-11). 2. http://www.milanolife.it/costolicenza-taxi-a-milano. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Il governo decide di non decidere Accordo istituzionale CH-UEIl Consiglio federale prende atto dell’esito dei negoziati con Bruxelles

ma non intende parafarli, bensì aprire un’ampia consultazione interna Marzio Rigonalli Cinque anni di negoziato, con oltre trenta sedute tecniche e vari incontri a livello politico, non sono bastati per sfornare un accordo istituzionale condiviso, suscettibile di essere sostenuto anche da un referendum popolare. Non c’è intesa tra Berna e Bruxelles e, quindi, rimane l’insicurezza su come si potranno sviluppare in futuro le relazioni tra la Svizzera e l’Unione europea. È una situazione che non giova alla nostra economia, che non offre quella certezza giuridica necessaria per sviluppare le relazioni bilaterali ottenendo vantaggi reciproci e che grava in modo pesante sulle prospettive di un piccolo paese come la Svizzera, situato nel cuore dell’Europa. Qualche risultato concreto è stato ottenuto ed emerge dalla bozza di accordo che il Consiglio federale si è rifiutato di sottoscrivere, almeno per ora, e che è stata resa pubblica. Per esempio, la risoluzione delle vertenze attraverso un tribunale arbitrale, senza l’obbligo per la Svizzera di sottoporsi alla Corte di giustizia europea, o la non ripresa automatica per la Confederazione del diritto europeo, in svariati settori. Rimangono però due nodi gordiani, difficili da sciogliere. Il primo riguarda le misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone. Berna vuole mantenere le attuali misure di lotta contro il dumping salariale, che obbligano le aziende europee a notificare alle autorità elvetiche l’invio di manodopera con un preavviso di otto giorni, nonché a deporre una somma di denaro come garanzia per far fronte ad eventuali infrazioni. L’UE chiede che gli otto giorni vengano ridotti a quattro e che l’obbligo di deporre una garanzia venga applicato soltanto alle aziende che hanno già compiuto infrazioni. Il secondo nodo concerne la direttiva dell’UE sull’estensione dei diritti dei suoi cittadini. La direttiva non vien menzionata nella bozza di accordo, ma Berna teme che Bruxelles cercherà in tutti i modi di farla applicare anche sul territorio elvetico. La direttiva prevede che i cittadini comunitari possano accedere più facilmente all’aiuto socia-

le, godano di una più forte protezione contro l’espulsione ed abbiano il diritto di soggiorno dopo cinque anni. Sono misure che implicherebbero una spesa non trascurabile per la Confederazione. Il risultato raggiunto fin ora non allontana i dubbi sul modo in cui il negoziato è stato gestito negli ultimi cinque anni. Le richieste dell’Unione europea, in particolare quelle sulle misure di accompagnamento, erano note da tempo e sono state affrontate con tutta la serietà necessaria soltanto negli ultimi mesi, coinvolgendo, o per lo meno tentando di coinvolgere, le parti sociali. Lo scontro con l’intransigenza dei sindacati, ossia la parte sociale maggiormente vicina a questa problematica, è stato frontale. L’impressione dominante è che il Consiglio federale, in tutti questi anni, non abbia coinvolto con la dovuta attenzione tutte le forze che hanno voce in questo capitolo, e che non sia stato capace di investire tutte le energie necessarie per poter trovare una soluzione rassicurante in questo importante dossier europeo. Ha optato per delle linee rosse, che rispondevano sicuramente a delle forti esigenze, ma che hanno reso la trattativa estremamente difficile, e si è messo in prima fila soltanto alcune volte. Alla fine, si è ritrovato con un accordo insoddisfacente, che non ha potuto sottoscrivere, perché non sarebbe stato approvato dal popolo, e nemmeno rifiutare, perché avrebbe compromesso seriamente la via maestra degli accordi bilaterali. Che cosa succederà ora? Sul piano interno, il Consiglio federale cercherà di trovare una soluzione che migliori la bozza dell’accordo bilaterale e che possa essere accettabile anche per l’Unione europea. Lo farà lanciando un’ampia consultazione interna, nella quale verranno coinvolti le commissioni di politica estera del Consiglio nazionale e del Consiglio degli stati, i partiti politici, i governi cantonali e i partner sociali. La consultazione durerà fino in primavera e avverrà con due nuovi protagonisti, per lo meno per quanto concernono le misure di accompagnamento. Dal 1. gennaio, il nuovo capo del Dipartimento federale dell’economia sarà Guy

Nonostante i vantaggi negoziati dal segretario di Stato Balzaretti (nella foto, dietro ai 3 consiglieri federali), in governo non c’è il consenso necessario per difenderli di fronte a Camere e Popolo. (Keystone)

Parmelin e non più Johann SchneiderAmmann. Cambierà anche il vertice dell’Unione sindacale svizzera. Paul Rechsteiner cederà la presidenza a Pierre-Yves Maillard. Il cambio è previsto soltanto in primavera, ma è immaginabile che il nuovo presidente sarà attivo da subito e che darà una sua impronta al processo di consultazione. Parmelin e Maillard sono vodesi. È difficile dire se la stessa origine cantonale aiuterà a trovare un compromesso. Le premesse, però, non consentono molto ottimismo. Nei suoi tre anni di guida del Dipartimento federale militare, Parmelin non ha raggiunto risultati significativi. Sarebbe una sorpresa se riuscisse là dove ha fallito Schneider-Ammann. Dal canto suo, l’USS, dopo aver preso conoscenza della bozza di accordo, ha subito ribadito di non essere disponibile a trattare sulle misure di accompagnamento. Sul piano europeo, le prime reazioni sono improntate alla prudenza. L’UE lascia al Consiglio federale il tempo

che richiede per trovare un consenso interno, ma ribadisce la sua convinzione che l’accordo trovato sia il migliore possibile. Non si dimostra pronta a fare altre concessioni e, per mantenere alta la pressione sulla Svizzera, ha lasciato trapelare la notizia che potrebbe prolungare l’equivalenza della Borsa elvetica, in scadenza alla fine di dicembre, di altri sei mesi. La decisione in merito verrà presa fra pochi giorni. L’esito del lungo braccio di ferro tra Berna e Bruxelles rimane dunque incerto. Da parte svizzera sarebbe uno sbaglio sperare in una maggiore comprensione da parte dell’UE, speculando sulle tante debolezze che oggi caratterizzano l’Unione, con la Brexit che non ha ancora trovato uno sbocco sicuro, il ritorno dei nazionalismi, l’indebolimento della Germania e della Francia alle prese con problemi interni, la manovra finanziaria azzardata dell’Italia, i paesi del gruppo di Visegrad che si muovono in modo autonomo, la Svezia che da mesi sta senza un nuovo governo

e le difficoltà che l’UE incontra per poter reggere il confronto internazionale con gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. E sarebbe pure uno sbaglio attendere le elezioni europee del prossimo mese di maggio, sperando che con il probabile arrivo di un nuovo presidente e di nuovi commissari, la Commissione europea cambi il suo atteggiamento nei confronti della Svizzera. È invece urgente agire in tempi rapidi, per trovare un consenso interno, sufficientemente ampio, che non implichi troppi sacrifici e che si avvicini alle esigenze dell’Unione. Ogni giorno, la Svizzera e l’UE scambiano beni per un miliardo di franchi. La Confederazione è importante per l’Unione europea, ma l’UE è essenziale per la Svizzera, per gli sbocchi che offre alla sua economia, per le risorse e le condizioni che offre alla formazione ed alla ricerca, per gli oltre cento accordi bilaterali che caratterizzano i suoi rapporti esterni. Le buone relazioni bilaterali sono un valore che non va sprecato. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

«La Svizzera è molto rispettata nel mondo» IncontriAlain Berset ha alle spalle un anno molto intenso: nelle vesti di Presidente della Confederazione

ha incontrato il Papa, Donald Trump e tenuto un discorso all’ONU. In questa intervista ci parla dell’instabilità mondiale, della situazione svizzera e di cosa si augura per Natale Ralf Kaminski, Yvonne Samaritani Signor Berset, durante quest’anno di presidenza ha incontrato molte personalità di spicco, alcune probabilmente per la prima volta. Chi l’ha impressionata di più?

I bambini Rohingya in un campo profughi nel sud del Bangladesh. Dopo la loro fuga dalla Birmania erano talmente traumatizzati che non ridevano più, non giocavano più e non parlavano praticamente più. Ma nel giro di sei mesi si sono ripresi: durante la mia visita abbiamo riso molto assieme; i bambini sono rinati. È stato meraviglioso vivere con loro questo momento, anche se breve. Questa esperienza ha anche rafforzato la mia intima convinzione che l’umanità non è indifferente alla sofferenza, che è pronta ad aiutare e che questo suo impegno non è vano. Lei però si riferiva a personaggi pubblici… Esatto, chi tra loro l’ha sorpresa?

Nessuno veramente, queste persone sono al centro dell’attenzione pubblica già da tempo e su di loro sappiamo quasi tutto. Tuttavia, almeno stando ai giornali, è rimasto piuttosto colpito da Donald Trump…

Posso giudicarlo solo sulla base della quarantina di minuti che abbiamo trascorso assieme a Davos. In quell’occasione Trump si è comportato correttamente, era molto interessato all’opinione della Svizzera e ha discusso con noi da pari a pari. Il fatto che la nostra posizione riguardo all’Iran o alla Corea del Nord interessi il Presidente degli Stati Uniti in persona mette in evidenza il ruolo particolare che la Svizzera riveste sul piano internazionale.

Questi incontri sono dominati da discorsi tecnici e formalità diplomatiche oppure si riesce a conoscere la controparte anche a livello personale?

Come nella vita normale, anche in politica le relazioni umane giocano un ruolo fondamentale; non c’è niente di più importante. È un bene conoscersi anche personalmente, perché spesso facilita le discussioni diplomatiche.

Durante l’assemblea generale dell’ONU, sui social media è diventata virale una sua fotografia che la ritrae seduto sul ciglio di un marciapiede di New York mentre rilegge alcuni appunti. In tutto il mondo, questa immagine ha fatto di Lei il simbolo dello statista umile. Le ha fatto piacere? Ci sono state reazioni da parte di altri capi di Stato?

Oh sì! Quella settimana a New York è stata intensa, piena di incontri e discorsi in diverse lingue, in sale affollate e mal arieggiate. Avevo bisogno di stare un momento da solo, all’aperto e nel mondo reale. E siccome il sole picchiava forte, mi sono cercato un posto all’ombra… e quel cordolo era l’unico punto ombreggiato nei paraggi. Mi ci sono seduto per rivedere il mio discorso. In seguito molte persone mi hanno chiesto di quella foto, anche altri capi di Stato. Non tutti ne erano entusiasti. Va però detto che su alcuni media africani la foto è stata usata per confronti poco lusinghieri con i propri presidenti. Quindi ha fatto più Lei per l’immagine della Svizzera con questa fotografia di ogni discorso o incontro al vertice?

Spero di no! (ride). Ma suppongo che la fotografia abbia fatto tanto scalpore anche perché conferma l’immagine che molti hanno della Svizzera. Non è che io mi sieda sempre all’aperto sul ciglio

della strada o su una scala. È stato fondamentalmente un gesto spontaneo.

innanzitutto un dovere del commercio al dettaglio?

Ho contribuito a lanciare il dibattito proponendo una graduale riduzione dello zucchero negli yogurt e nei cereali per la colazione e nel frattempo tutti i principali attori del settore hanno aderito a questa iniziativa, Migros inclusa. Invece di emanare semplicemente dei divieti, stiamo provando a far cambiare assieme le cose. C’è una grande necessità di agire, in particolare nel caso dei «müesli» per bambini, che contengono decisamente troppo zucchero. La Confederazione farà qualcosa solo se nulla si muoverà.

In quale occasione ha avuto più influenza a livello internazionale?

È difficile stilare una classifica. Abbiamo funto da mediatori per l’accordo sul nucleare con l’Iran. La Svizzera ha inoltre giocato un ruolo sicuramente importante con il suo lavoro di mediazione in Mozambico, dove abbiamo accompagnato da vicino il processo di pace, che quest’anno è sfociato in un accordo. I buoni servigi elvetici sono apprezzati a livello internazionale, siamo considerati stabili e affidabili. Sebbene non siamo un Paese di grandi dimensioni, siamo economicamente forti e molto rispettati sul piano umanitario. Nel mio discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York ho insistito sulla grande importanza che attribuiamo alla cooperazione internazionale e alla stabilità del diritto internazionale.

Quali temi vuole affrontare in priorità il prossimo anno, quando tornerà a essere un «normale» consigliere federale?

In generale il mondo è diventato più instabile, le società sono più polarizzate, in molte regioni la democrazia e lo Stato di diritto sono sotto pressione. Si percepisce tutto questo anche quando si viaggia per il mondo ai massimi livelli?

Molto. In diversi Paesi questi aspetti sono più inquietanti che da noi, ma noi abbiamo un grande interesse a che gli altri stiano bene: se il contesto internazionale è stabile, allora stiamo bene anche noi. Non ritengo affatto negativo occuparsi di questi aspetti. Dieci anni fa, la stabilità e la cooperazione internazionale erano ovvie e non c’era quasi bisogno di occuparsene. Oggi, invece, entrambe sono messe in discussione e questo fa sì che ora molti inizino a riconoscerne il valore. Dove ci porterà questa strada? Non lo sappiamo. È tuttavia chiaro che le tendenze isolazioniste, che affiorano anche in Europa, per noi sono veleno. Lo sottolineo sempre con i nostri vicini. Cosa può fare la Svizzera per incanalare nella giusta direzione questi sviluppi?

Con la nostra tradizione di Paese umanitario e neutrale siamo in una posizione davvero particolare. Di recente, durante la visita in Vaticano, ho ricordato che anche da noi è in corso un dibattito sul Patto ONU sulle migrazioni. La reazione è stata chiara: gli occhi sono puntati sulla posizione che verrà adottata dalla Svizzera. Si rischia quindi di dare un cattivo segnale respingendolo?

Un rifiuto avrebbe ripercussioni negative sulla reputazione della Svizzera, che ha partecipato in modo determinante all’elaborazione dell’accordo per una politica migratoria globale, che corrisponde anche ai nostri obiettivi. Trovo comunque perfettamente legittimo discuterne, come prevediamo di fare. Questi temi dovrebbero portare ac-

In breve Alain Berset, 46 anni, è a capo del Dipartimento federale dell’interno dal 2012 e quest’anno ha rivestito la carica di Presidente della Confederazione. Friburghese, membro del PS, dottore in scienze economiche, nel 2003 è stato il più giovane membro eletto in Consiglio degli Stati. Proviene da una famiglia socialista ed è stato un mezzofondista. È sposato e ha tre figli adolescenti.

Alain Berset: «I dadi hanno qualcosa di ludico, ma ci ricordano anche che il caso può mandare a monte i piani migliori». (Franziska Frutiger) qua ai mulini dei partiti socialdemocratici, che però stanno perdendo elettori praticamente dappertutto. Perché sono così in difficoltà?

Non stanno perdendo dappertutto. Spesso, per le elezioni non sono determinanti singoli temi, ma i grandi progetti della società e quello che vogliamo fare per gli anni a venire. Attualmente percepiamo un forte ripiegamento sull’identità nazionale, su se stessi, sulla propria famiglia. Questo ha probabilmente anche a che fare con i numerosi e rapidi cambiamenti degli ultimi anni, che in molta gente generano una grande insicurezza. Questa prima reazione di ripiegamento è quindi perfettamente comprensibile. La seconda reazione deve però essere quella di decidere come affrontare questi cambiamenti, che non spariranno soltanto perché nascondiamo la testa sotto la sabbia. È assolutamente fondamentale fare il possibile affinché tutti abbiano le stesse opportunità, perché soltanto così potremo preservare una forte coesione nazionale. Rispetto a quelli di altri Paesi, il partito socialista svizzero regge abbastanza bene. Il prossimo anno, i socialisti e i loro alleati riusciranno a scalzare la risicata maggioranza borghese in Consiglio nazionale?

Questa è una domanda da porre al presidente del partito. Un consigliere federale non lavora per un partito, ma per il Paese. Spero semplicemente che riusciremo a conservare la nostra capacità di risolvere i problemi. In questo senso, il 2018 non è certo stato coronato soltanto da successi. Sulla previdenza per la vecchiaia abbiamo dovuto tornare sui nostri passi, come pure sulla riforma fiscale delle imprese: entrambi i progetti di legge sono stati bocciati dal Popolo. La capacità riformatrice della Svizzera è sempre stata un fattore importante del suo successo. Non siamo mai stati particolarmente veloci, però sempre molto solidi. Questa capacità riformatrice è in pericolo? Qual è il segreto per tornare a vincere le votazioni?

No, non è in pericolo anche se, ad esempio, l’ultima grande riforma del sistema pensionistico risale ormai ad oltre 20 anni fa. La chiave del successo è la capacità di trovare un compromesso, un equilibro tra i diversi interessi. Negli ultimi anni, però, ci sono stati diversi progetti in cui questo elemento è mancato. Le posizioni forti sono ovviamente più spettacolari dei compromessi frutto di un processo laborioso. Se però un progetto di legge è equilibrato, è più probabile che superi una votazione popolare. Un altro grande cantiere è il rapporto con l’UE. L’accordo quadro si può ancora salvare?

Il Consiglio federale ha posto in consultazione fino alla prossima primavera gli attuali risultati dei negoziati con l’UE per tastare il terreno in particolare in merito alle misure di accompagnamento per proteggere i nostri salari e alla direttiva sulla libera circolazione dei cittadini dell’UE. Il nostro obiettivo è chiaro: vogliamo rapporti buoni, regolamentati e stabili con l’UE, che è di gran lunga il nostro principale partner commerciale e con cui intratteniamo storicamente stretti legami culturali. Lei è anche il nostro ministro della salute: l’anno prossimo Danone introdurrà in Svizzera il sistema a semaforo per i generi alimentari, grazie al quale si potrà vedere a colpo d’occhio quanto un alimento sia sano. Lei la ritiene una buona idea?

I consumatori hanno bisogno di una soluzione semplice. È una buona cosa che sull’imballaggio siano indicati tutti gli ingredienti, ma chi legge e capisce le informazioni scritte in caratteri minuscoli che coprono tutta la parte posteriore della confezione? Ecco perché accolgo con favore l’idea di introdurre anche in Svizzera un sistema che dà una valutazione complessiva degli alimenti. Non serve solo ai consumatori, ma anche agli altri operatori del settore, che potrebbero ispirarvisi. La Confederazione prevede misure contro il consumo eccessivo di zucchero? Oppure ritiene che sia

Lo ero anche quest’anno, sebbene avessi qualche compito supplementare. Punti importanti sono sicuramente la riforma della previdenza per la vecchiaia e il nuovo messaggio sulla cultura. Inoltre, da ormai sette anni mi sto impegnando contro i costi crescenti della salute, che continueranno sicuramente a rappresentare una priorità. Abbiamo già avuto qualche successo, ad esempio dalla mia entrata in carica abbiamo ridotto di quasi un miliardo di franchi all’anno i costi complessivi dei medicinali. Però, i premi continuano a salire…

E purtroppo continueranno a farlo anche in futuro. Grazie ai progressi tecnologici, abbiamo la fortuna di poter condurre per anni una buona vita anche se soffriamo di una malattia cronica. Questo ha però un prezzo. Ci resta ancora molto da fare, ad esempio dobbiamo garantire una maggiore trasparenza sull’impiego dei soldi. Per farlo dobbiamo trovare soluzioni di finanziamento eque. La difficoltà risiede nell’elevato numero di attori coinvolti e nel fatto che per alcuni di loro è in gioco molto denaro. Ritiene positivo che due donne entrino a fare parte del Consiglio federale?

Certamente, l’equilibrio tra i sessi ha sempre effetti positivi, sia nell’economia che in politica. Mi rallegro sin d’ora di poter lavorare con loro. Quale influenza politica avranno?

È stato scritto che con la loro entrata in Governo si consoliderà la maggioranza borghese. Sono due donne le cui competenze sono riconosciute. Confido nella loro capacità al compromesso. Cosa significano i dadi che ha nel Suo ufficio?

I dadi hanno qualcosa di ludico. Evocano momenti di gioco divertenti, ma ci ricordano anche che il caso può mandare a monte i piani migliori.

Come festeggia il Natale la famiglia Berset?

In modo molto tradizionale, in famiglia, a casa. I nostri tre figli sono ancora molto attaccati al Natale, quindi c’è l’albero, ci sono i regali, cantiamo e giochiamo. Si augura qualcosa di preciso per Natale?

Avere tempo! Quest’anno è stato davvero intenso, il carico di lavoro indotto dalla presidenza è stato nettamente maggiore del previsto. Durante le feste natalizie voglio davvero prendermi una pausa. E cosa augura alla Svizzera?

Fiducia nel futuro, apertura di spirito e un buon equilibrio. Sono da sempre gli ingredienti del successo della Svizzera. Su queste fondamenta si può costruire anche nell’odierno mondo instabile. E auguro a tutti di essere felici. In fondo, è l’unica cosa che conta.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Politica e Economia

I più pagati? Non nelle banche Salari dei manager La crisi del 2008 ha inciso pesantemente anche sui salari dei quadri dirigenti

nelle banche. Oggi sono superati da quelli nella farmaceutica e nelle assicurazioni. Fra i non dirigenti anche da quelli nelle amministrazioni pubbliche Ignazio Bonoli Le ultime statistiche sui salari dei quadri dirigenti in Svizzera hanno creato una piccola sorpresa: non sono più i quadri delle banche che hanno i salari migliori. Benché ancora a livelli elevati, sono superati da quelli del settore farmaceutico e perfino da quelli del settore assicurativo. Infatti, un alto dirigente del settore farmaceutico o assicurativo guadagna 650’000 franchi all’anno, mentre per lo stesso livello nelle banche vengono pagati 530’000 franchi. A queste categorie appartiene il 10% dei salari più elevati per quadri dirigenti. La stessa considerazione vale però anche per quanto concerne il salario medio dei quadri superiori. Nel settore farmaceutico è di 280’000 franchi, mentre in quello bancario è di 220’000 franchi all’anno. La crisi del 2008 ha inciso pesantemente sui salari delle banche, dove è in atto un ridimensionamento degli effettivi e ha prodotto una diminuzione del salario medio di 40’000 franchi. Non così invece nel settore farmaceutico nel quale i salari dei quadri dirigenti superiori sono passati da 190’000 a 280’000 franchi. Questi dati sono dedotti dalla statistica sulla struttura salariale, eseguita ogni due anni dall’Ufficio federale di statistica presso 37’000 aziende con un totale di 1,7 milioni di posti di lavoro. Fuori da queste statistiche rimangono i salari

dei numeri 1. Ma anche qui il massimo dirigente della Roche, Severin Schwan, con 15,1 milioni di franchi supera Sergio Ermotti dell’UBS che guadagna «solo» 14,2 milioni. Tuttavia, nonostante la tendenza alla diminuzione, i salari dei dirigenti delle banche (oltre 0,5 milioni) restano ancora superiori a quelli della maggior parte degli altri rami produttivi. Per esempio nel settore della tecnologia informatica o nell’industria delle macchine i quadri dirigenti guadagnano meno della metà di quelli delle banche: 240’000 franchi. Anche più bassi risultano i salari dei dirigenti nel settore del commercio al dettaglio (150’000 franchi) e nella gastronomia (120’000 franchi). Ma sono ancora giustificate queste grandi differenze salariali? Della questione si occupa da anni il professor Georg Sheldon, dell’Università di Basilea. Secondo Sheldon è difficile fare confronti sui salari dei massimi dirigenti, perché è arduo metterli a confronto con una prestazione reale. Se, per esempio, un dirigente del settore commerciale riesce a salvare la sua azienda dal fallimento, ha sicuramente fornito una prestazione migliore di quella del suo collega della farmaceutica. Che però è meglio pagato. Ma oggi i salari non si basano tanto sul rendimento, quanto piuttosto su altri fattori, come ad esempio la quotazione del titolo della società in borsa o altri criteri generici. Questo

I meglio pagati sono i quadri superiori del settore farmaceutico, il CEO di Roche è il manager più pagato in Svizzera. (Keystone)

però non spiega le grandi differenze di produttività fra i settori. Di quelli con alta produttività approfittano anche i dipendenti di grado inferiore. Un esempio significativo è quello della farmaceutica. In soli 10 anni i produttori di medicamenti hanno aumentato le esportazioni da 50 a 80 miliardi di franchi. Si tratta di quat-

tro franchi su dieci guadagnati con le esportazioni. Un dipendente di una ditta farmaceutica ha una produttività del lavoro stimata in 670’000 franchi all’anno. I dipendenti delle assicurazioni producono 390’000 franchi. Un impiegato di banca ha invece una produttività del lavoro stimata in 220’000 franchi. Prima della crisi era invece

di 300’000 franchi all’anno, mentre la produttività media del lavoro in Svizzera è di 150’000 franchi. La tesi secondo cui un settore produttivo è meglio pagato è sorretta anche dall’analisi dei salari del personale non dirigente. Anche in questo caso il settore farmaceutico, accanto alle telecomunicazioni è in testa alla graduatoria, con salari medi attorno ai 100’000 franchi. In questo comparto (non dirigente), anche settori quali la tecnologia informatica, l’insegnamento e l’amministrazione pubblica offrono salari perfino superiori a quelli delle banche o delle assicurazioni, le quali offrono salari medi attorno agli 85’000 franchi, sempre molto migliori di quelli della ristorazione (50’000 franchi). Da che cosa dipende la scelta del posto di lavoro? Molto spesso entrano in gioco più fattori: dal lavoro interessante al clima aziendale, ecc. La società di consulenza per il personale Universum allestisce ogni anno una statistica delle aziende attrattive. In testa figura sempre Google, seguita però da Migros. Accanto alle FFS, a Turismo Svizzero e all’Amministrazione federale figurano aziende che non pagano salari molto alti. Tra le banche, UBS è solo al settimo posto e nella farmaceutica Roche al 12esimo. Ancora una volta si conferma che – ai salari attuali in Svizzera – si affiancano spesso criteri di scelta che non mirano tanto alla carriera, quanto alla qualità di vita. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Economia aperta: vantaggi per il Ticino? In Il Ticino: un’economia locale e globale, Analisi dello spazio di produzione e degli scambi commerciali, uscito recentemente da Dadò, Federica e Rico Maggi vanno alla ricerca di argomenti in favore di un’economia ticinese aperta. Intendiamoci: sono più di 200 anni che gli studiosi che hanno esaminato l’economia del nostro Cantone hanno messo in evidenza come la stessa, per la sua posizione periferica in Svizzera, la sua piccola dimensione, l’assenza di materie prime, per le condizioni difficili in cui si esercitava l’agricoltura, dapprima, e, in seguito, l’attività industriale, per la carenza di capitali, manodopera e imprenditori, e per molte altre ragioni, non poteva prosperare se non come sistema aperto agli scambi interregionali e internazionali. Ma siccome oggi stiamo assistendo al ritorno del protezio-

nismo – e non solo a livello dei mercati mondiali – è forse più che utile che i nostri economisti ci ricordino in che misura il nostro benessere dipende dalla nostra posizione in Europa e dagli scambi con il resto del mondo. Che non sia così facile stabilire i vantaggi effettivi di un’economia aperta ce lo prova però la prima parte di questo studio, dedicata al commercio internazionale. Per la prima volta, credo, lo studio di Maggi e Maggi ci consente di confrontarci con una statistica delle importazioni e delle esportazioni del Cantone per il periodo 2000-2016. Dalla stessa veniamo a sapere non soltanto quanto l’economia ticinese importa e esporta, ma anche quali sono i rami maggiormente esportatori e quale sono le direzioni che prendono le nostre esportazioni. Fermiamoci a considerare questi due flussi che

sono certamente tra gli aggregati più importanti della nostra domanda globale. Esportazioni e importazioni hanno praticamente un andamento analogo. Crescono, in termini nominali si pensa, fino alla crisi del 2008; in seguito mettono in evidenza una tendenza alla diminuzione. È peccato che i due autori non abbiamo, almeno in appendice, fornito i dati concernenti le importazioni e le esportazioni. Così, partendo dai grafici riprodotti nel loro studio, è difficile determinare quale sia stata l’evoluzione del saldo delle partite visibili della bilancia commerciale ticinese. Così, a vista, sembrerebbe però che siano stati più gli anni in cui prevalga un saldo negativo di quelli in cui il saldo sia stato positivo. Sembrerebbe così che, anche per il ventunesimo secolo, valga la constatazione fatta dal Franscini, verso il

1840, stando alla quale: «Certa cosa è a prima vista che se vi ha paese a cui la bilancia si dee giudicare sfavorevole, quello si è il nostro.» Ma noi sappiamo anche che, fin dai tempi del Franscini, il saldo negativo delle partite visibili del Ticino veniva compensato da quello positivo delle partite invisibili. In quei tempi si trattava delle rimesse degli emigranti e dei redditi di capitali investiti all’estero. Oggi probabilmente si tratterà di proventi dall’attività turistica e, di nuovo, di redditi da capitali investiti fuori Cantone. A preoccupare, però, è la tendenza alla diminuzione, manifestatasi a partire dalla crisi economica del 2008. La stessa è probabilmente all’origine del saldo negativo nelle partite visibili della nostra bilancia commerciale. Se fosse così, sarebbe anche possibile che i flussi di merci internazionali

non abbiano, nel corso degli ultimi anni, dato un grande contributo alla crescita del prodotto interno lordo del Cantone. Ora, gli anni dal 2011 al 2015 sono tuttavia proprio quelli in cui il Pil ticinese è cresciuto più rapidamente di quello svizzero. Se non sono state le esportazioni a determinare questa crescita eccezionale dell’economia cantonale devono essere stati gli aggregati «interni» della stessa, come i consumi privati, gli investimenti e la spesa pubblica. Siccome, per ragioni che sarebbe troppo lungo esporre qui, i consumi privati e la spesa pubblica hanno conosciuto tassi di crescita abbastanza contenuti, il Pil ticinese è riuscito a volare alto soprattutto per merito degli investimenti, in particolare degli investimenti nell’edilizia. Vuoi vedere che sta tornando l’economia a rimorchio?

della Repubblica, che sembra aver finalmente capito che un Paese non si può riformare per editti reali, ma va percorso e ascoltato. Com’era prevedibile, un movimento senza organizzazione, senza capi riconosciuti e senza servizio d’ordine si prestava a essere infiltrato da estremisti e violenti. È quel che è accaduto. Il primo dicembre scorso, i manifestanti hanno attaccato la polizia e imbrattato l’Arco di Trionfo: quello che pareva il culmine della rivolta si rivelerà l’inizio della fine. Per quanto indignati con il governo, i francesi – o almeno la gran parte di loro – considerano lo Stato una cosa seria. Un movimento che tocca le forze dell’ordine e i simboli dell’unità nazionale finisce inevitabilmente, prima o poi, per perdere il consenso della maggioranza. A questo si unisce una povertà culturale imbarazzante, che apparenta i Giubbotti gialli ai Cinque Stelle, come del resto Grillo si è affrettato a far notare. Il manifesto con le loro rivendicazioni è un florilegio di proposte contraddittorie e impossibili, tipo dimezzare l’aliquota fiscale massima e nello stesso tempo raddoppiare le assunzioni di funzionari pubblici,

non senza uscire dall’euro e abbattere il debito dello Stato. Questo non significa che Macron possa respirare di sollievo. Le elezioni europee saranno una punizione severa per un partito improvvisato e inesperto come il suo. L’ondata populista è arrivata anche in Francia, e prima o poi troverà una traduzione politica, anche senza giubbotti catarifrangenti. Per capire i Gilets jaunes bisogna considerare la storia d’Oltralpe. La Francia non è un Paese che avanza per riforme, ma per strappi. La rivoluzione, o comunque la rivolta violenta contro il potere, fa parte del mito politico della nazione. Ricordo i cortei del gelido dicembre 1995, con la neve per le strade e temperature sotto lo zero (nei giorni scorsi invece a Parigi c’erano 13 gradi), contro le riforme del premier Alain Juppé, che intendeva limitare i privilegi degli statali. Funzionari dello Stato, garantiti e ben pagati, danzavano la Carmagnola come sanculotti insorti contro l’Antico Regime. E la Francia si riconobbe in quella ribellione, costringendo il governo a fare marcia indietro. Diciotto mesi dopo ci furono

elezioni anticipate, vinte a sorpresa dall’opposizione socialista. Ma questa volta in piazza non c’è l’opposizione a Macron che sta tentando di cavalcare la tigre senza grande successo. È una rivolta contro la politica, che ha tratti oggettivamente reazionari. Parigi e tutta la Francia hanno vissuto giornate di grande tensione, con l’esercito a presidiare le piazze accanto ai poliziotti. Macron ha rinviato di un anno l’aumento delle accise sul gasolio, ma quella era solo la scintilla; nel rogo ardono tutti i malcontenti, compreso quello degli studenti liceali, che si sono rivelati capaci di una violenza impressionante. È il tempo della rete: sul web si sprecano le minacce di morte, anche contro i leader moderati dei Gilets jaunes; e le parole sono sempre pietre. Stavolta, lo ripeto, la protesta è destinata a refluire; e forse Macron rimpiangerà di essersi mosso quando ormai poteva riprendere il controllo della situazione, finendo per dare un’impressione di debolezza. Ma è evidente che il sogno di una Francia immune dal populismo e dalla rivolta contro l’establishment è ormai sfumato.

che chiudono, le riviste che scompaiono, gli editori che falliscono...). Sul web ha inventato anche un bellissimo blogspot, «Librobreve», uno scrigno aperto a tutti con recensioni e contenuti letterari (in totale ha stilato o postato oltre 1200 contributi) riguardanti libri, scrittori, poeti, editori, letteratura ecc., ovviamente online. Purtroppo, di colpo, senza apparente motivazione, prima ancora che io potessi arrivare a leggere il suo primo romanzo (Abbiamo fatto una gran perdita, Oèdipus edizioni), Cellotto ha pubblicato questo avviso: «Sabato 20 ottobre 2018. Buongiorno, questo è l’ultimo post di «Librobreve»: un ringraziamento a chi l’ha letto» ecc. ecc.. Il giorno dopo mi arriva una sua rassicurazione: «librobreve.blogspot. com» rimane consultabile, ma sul web proseguirà solo con i tweet. Cercando versi ho anche scoperto che Vladimir Nabokov, quand’era professore, parlava ai suoi studenti di «radia-

zioni della poesia». Ecco: le radiazioni le ho ritrovate fra le pagine di autori ticinesi, con le amate rane o le delicatissime sinopie dei nostri due Orelli, come pure con i corpi stellari di Fabio Pusterla. Le più intense mi sono però giunte con il dialetto del Mendrisiotto che Costante Mombelli usava per le sue composizioni. Manager dell’ex Pharmaton, Mombelli scriveva poesie che inviava («Cartulinn») a famigliari e amici a mo’ di saluti, auguri e pensieri. Le ho rilette con commozione, non solo perché lui non c’è più, ma anche per la serenità che trasmettono facendo rivivere luoghi di vacanza («Incöö sum chi sc-lungaa sü’n sügaman / a 900 chilometri da Lügan»), schietti saluti («Sicome sem scià a cürt da danee e anca da idei, / va spedissum sü i nost pensee e un mücc da salüt bei / cun ul mezzu püssee semplic e arcàich che ga sia, / cioè ’l camel – che chi ’l fa da posta e da feruvia!») o momenti di riflessione («Se vörat imparà cugnoss

un pu ben la gent / piazzat visin a un büffé e stà attent. / Cun un zich da pazienza e da cuncentraziun / fet saltà fö, da ognun, i cunutaziun»). Sono gli incipit di tre poesie di un opuscolo «in copia numerata offerta con simpatia» da Costante Mombelli a chi, venticinque anni dopo, può ancora rinnovargli affetto e stima. Infine c’è una strana pensata, anch’essa collegabile con la riscoperta della poesia. L’altra mattina, dopo che la sveglia (una di quelle che proiettano i numeri sul soffitto) mi aveva indicato prima le 4 e poi le 5, sono arrivato a immaginare una radiosveglia che, oltre a ore e minuti, proietti come «saluto» un verso o un aforisma. Ad esempio la stupenda conclusione della poesia «Sugli angeli» di Czeslaw Milosz: «È presto giorno / ancora uno / fa’ ciò che puoi». E sarebbe il massimo vederla attualizzata il 1. gennaio in questo modo: «È anno nuovo / ancora uno / fa’ ciò che puoi». Auguri.

In&outlet di Aldo Cazzullo Il cedimento di Macron nella trattativa con gli altri Paesi, a cominciare da Italia e Spagna. Troppo poco, perché i Giubbotti gialli sono ormai ringalluzziti, e già sognano di fondare un partito. Eppure credo che la protesta dei Gilets jaunes sia destinata a refluire. E non certo per le tardive mosse del presidente

Keystone

Macron ha concesso troppo e troppo poco. Troppo, perché aprendo i cordoni della borsa, aumentando il salario minimo a spese dello Stato, esentando i pensionati dalle nuove tasse, defiscalizzando le ore di lavoro straordinario, ha sforato le regole di Maastricht e indebolito la Commissione europea

Zig-Zag di Ovidio Biffi Di blog e di svegliette Ho ritrovato passione per la poesia. Chi mi è vicino dice che è un altro segno dell’invecchiamento, e che presto ci saranno le lacrime per qualche fuga di Bach o per i colori di Kandinski. Credo che proverei piacere, sperando che così, forse e finalmente, la mia anaffettività la finirà di condizionarmi nei comportamenti. Il ritorno alla poesia è iniziato la primavera scorsa, per colpa di una strenna della Mondadori: tutte le poesie di Raffaello Baldini, un autore considerato uno dei maggiori poeti del Novecento anche se raccontava la vita con versi in dialetto. Come segnala il collega Camillo Langone «scriveva nel dialetto di Santarcangelo di Romagna, non proprio un lasciapassare per la gloria mondiale (…) Ora che è facile farlo, grazie a questa versione autotradotta, che un amico lettore legga Dany e mi dica se anche a lui, come a me, è venuto da piangere». Su tutte la Dany, considerata una delle più belle poesie italiane sull’amore, racconta di

un uomo sposato che si innamora teneramente di una ragazza più giovane, che ha timore a toccarla, che si incanta con lei e che la vede morire colpita da un male incurabile. Oltre alla «strenna» cartacea, sul web ho scoperto diverse spiagge comode per notturne nuotate rigeneratrici nella poesia. Ho conosciuto ad esempio un blog molto particolare, forse perché gestito in maniera così invitante (le nuove tecnologie, come le arti tipografiche di una volta, hanno maestrie e ingegni) da convincermi a parlare del suo creatore: Alberto Cellotto, poeta e scrittore, ma anche pittore, e persino musicista. Vive in un paesino adagiato sulle rive del Piave, in provincia di Treviso. Cercando sue notizie ho trovato che professionalmente è responsabile della comunicazione per una azienda veneta di articoli sportivi (e questo mi ha fatto pensare a quanto sia difficile oggi vivere della sola attività intellettuale, con i giornali


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Cultura e Spettacoli Dante meets Marvel È nato un insolito connubio tra il massimo poeta italiano e l’illustratore Gabriele Dell’Otto

Attila, molto più di un evento Alla Scala ha debuttato Attila di Giuseppe Verdi per la regia di Riccardo Chailly; l’appuntamento non è solamente con l’opera, ma con l’Italia stessa

Natale tempo di strenne Anche l’editoria ticinese propone molte pubblicazioni: ne abbiamo lette alcune per voi pagina 38

68 che nostalgia A Zurigo si celebrano i 50 anni di una rivoluzione che ha cambiato il mondo

pagina 35

pagina 39 pagina 33

Riscoprire Wilhelm Schmid

MostrePotsdam omaggia l’artista svizzero

Ada Cattaneo Sono passata molte volte da quella strada di Viganello, che sembra resistere decorosa, nella sua identità di periferia residenziale. Non cambia neppure sotto la pressione dei tanti edifici che crescono. Mi è spesso capitato di osservare una casa in particolare: appare minuta dall’esterno, giusta nelle sue proporzioni. Chissà se ai dettagli eccentrici degli esterni corrisponde un interno altrettanto interessante? Chi avrà la fortuna di abitare qui? Ma non è buona educazione spiare dalle finestre. (Da bambina ho imparato mal volentieri questa regola). Eppure, se sono i padroni di casa ad invitarti, soddisfare la propria curiosità non è villania. È proprio così che scopro la storia della casa, progettata da Wilhelm Schmid nei suoi anni ticinesi. Comincio dunque a seguire a ritroso la vicenda dell’artista, nato a Remingen, nel canton Argovia, nel 1892. Egli studia come architetto d’interni per diventare un capace disegnatore e poi partire dalla Svizzera in direzione di Berlino, dove ha modo di lavorare presso grandi studi di architettura (fra i quali quello di Peter Behrens). Sono anni in cui la divisione fra discipline artistiche non è ancora netta e sistematica: perciò, da autodidatta, continua a coltivare la sua grande passione per la pittura. Anzi, viene talmente apprezzato da artisti e collezionisti da potersi permettere di abbandonare il lavoro di disegnatore, per dedicarsi completamente alla pittura. Entra così a fare parte della Novembergruppe, associazione di artisti dell’avanguardia tedesca che sintetizza in un unico movimento spinte creative provenienti da Espressionismo, Futurismo e Cubismo. In linea con l’orientamento dell’epoca, si impegnano per i diritti degli artisti, affermando la necessità di spazi espositivi pubblici per l’arte contemporanea e di una legislazione adeguata. Nei primi anni Venti sarà proprio fra coloro che determinano la nascita della Nuova Oggettività: in Germania, come nel resto d’Europa, gli artisti sentono la necessità di fare ritorno ai canoni più tradizionali dell’arte e a una rappresentazione fedele della realtà, nel difficile clima che segue la prima Guerra mondiale. Schmidt è fra i pionieri di questa nuova tendenza e frequenta autori come Otto Dix e

Georg Grosz. Rimane però sempre legato a una cifra personale più soffusa e non abbraccia mai completamente il loro approccio così radicalmente cinico e critico nei confronti della società e della situazione che si va definendo in quel periodo, durante la Repubblica di Weimar. Tutti saranno però presto accomunati dall’accusa di «bolscevismo intellettuale», non appena i nazionalsocialisti salgono al potere. Schmid, nei primi anni Trenta, ha progettato una casa per la propria famiglia a Potsdam, poco lontano da Berlino. Sua moglie, Maria Metz, è cantante: spesso gli amici sono invitati per i concerti organizzati a casa. Ma sarà solo per breve tempo che marito e moglie potranno godere di questo luogo. I due soggiornano spesso all’estero – Francia, Italia, Svizzera, Ticino – ma, quando ritornano stabilmente a casa, la situazione politica è radicalmente modificata. La produzione artistica di Schmid non può in nessun modo ottenere il consenso del regime. La cerchia di amici e di intellettuali che egli frequenta fin dal suo arrivo a Berlino è tutta nella stessa sua situazione. Ma con ogni probabilità il fattore determinante, che rende impossibile restare, è che sua moglie Maria è ebrea. I due decidono in tempo di fuggire e si dirigono a sud, fermandosi proprio sulle sponde del Lago di Lugano. Cristina Brazzola è storica dell’arte e collaboratrice del MASI; si è occupata dell’allestimento del Museo Schmid a Brè. A proposito delle ragioni che portarono l’artista in Ticino spiega: «Schmid è un vero autodidatta della pittura. Entra da giovanissimo nella comunità degli artisti berlinesi e si afferma assai in fretta. Il suo successo segue una parabola veloce fino a raggiungere una considerevole notorietà. Presto gli vengono dedicate mostre, anche monografiche, che gli permettono di compiere molti viaggi. Scoprirà il Ticino nel corso di uno di questi, fra gli anni Dieci e Venti. È quindi probabilmente sulla scorta di questi ricordi che sceglie di tornare sulle rive del Lago di Lugano, in un momento di grande difficoltà, per sfuggire al nazismo, nel 1938». È in questi anni in Ticino che progetta la casa di Viganello, dalla quale è iniziata la mia storia. Si occupa anche di realizzare arredi e finiture, facendo così capo alla sua prima formazione, quella di architetto d’interni.

Wilhelm Schmid, Madame Dubarry 1921. (Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. Collezione Città di Lugano. Donazione Wilhelm e Maria Schmid. Foto: Alexandre Zveiger)

Dagli anni Trenta la pittura di Schmid si distacca dai soggetti più onirici che avevano caratterizzato la sua stagione berlinese, per rivolgersi a temi neutri, come paesaggi e ritratti. La sua speranza è di esporre di nuovo in Germania e forse di poterci fare ritorno. Ma ancora Cristina Brazzola spiega: «Il corpus di opere che egli deve lasciare in Germania va quasi completamento disperso. A Brè si trova quindi a vivere in una condizione di grande povertà, ben diversa rispetto a quella di artista riconosciuto, in condizioni agiate, nella sua dimora di Potsdam. Anche dopo la guerra, faticherà a reinserirsi nei circuiti dell’arte e del mercato. Al periodo trascorso in Ticino corrisponde una semplificazione della sua pittura, sia in termini formali, sia cromatici. In questi anni si dedica in particolare alla raffigurazione di paesaggi dei dintorni di Brè e a scene di vita agricola, rivendicando le proprie origini contadine e facendosi interprete del sentimento di difesa spirituale dei valori nazionali che si afferma dalla fine degli anni Trenta in Svizzera. Questi soggetti contribuiscono a determinare la gran-

de fortuna che tuttora egli riscuote nel pubblico elvetico». Oggi la sua casa di Brè è stata ristrutturata, in seguito al lascito al Comune. È la moglie a destinare opere e abitazione alla cittadinanza, offrendo però alcune tele anche alla Confederazione e all’Aargauer Kunsthaus. L’abitazione viene trasformata in casamuseo, dedicata all’opera dell’artista argoviese. A curarne l’allestimento è stata proprio Cristina Brazzola, che ha scelto di rappresentare le diverse fasi della produzione artistica di Schmid, attraverso i cinque piani dell’edificio. Il percorso espositivo è basato su criteri sia cronologici, che tematici, partendo dalle opere grafiche degli anni Dieci, di stampo espressionista, fino ad arrivare ai paesaggi realizzati negli ultimi anni ticinesi. La sezione più significativa è però quella del periodo tedesco, in cui Schmid si distingue come voce determinante per la nascita della Nuova Oggettività. Il museo ha attraversato un periodo difficile: era stata ipotizzata la chiusura. Ma la Città di Lugano ha scelto di mantenerlo in funzione, con l’apertura degli spazi due giorni a set-

timana, da Pasqua ad ottobre, anche ospitando mostre temporanee. Oggi, però, Schmid fa ritorno anche in Germania, dove la sua opera torna finalmente ad essere apprezzata per la sua importanza: è proprio il Potsdam Museum, a pochi minuti di distanza dalla casa dell’artista, a dedicargli una mostra – Umkämpfte Wege der Moderne. Wilhelm Schmid und die Novembergruppe – e molte sono le opere prestate da Lugano. L’esposizione affronta sia la sua attività di architetto, sia quella di artista: sullo sfondo c’è una Germania confusa, in cui le spinte totalitarie fanno breccia, mentre gli intellettuali cercano di risvegliare le coscienze. Con la mostra, Schmid ritrova quindi una giusta collocazione entro le dinamiche artistiche di quell’epoca e, di riflesso, anche la sua vicenda ticinese torna a risvegliare la nostra attenzione. Dove e quando

Umkämpfte Wege der Moderne. Wilhelm Schmid und die Novembergruppe, Potsdam, Potsdam Museum. Fino al 27 gennaio 2019.


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Cultura e Spettacoli

Dante e la Marvel

Di cowboy sgangherati

Pubblicazioni/1Gabriele Dell’Otto, che è uno degli otto illustratori della Marvel,

ha dato alle stampe l’Inferno di Dante in un insolito sodalizio con Franco Nembrini Enrico Parola Con Spiderman, X-Men, Wolverine e gli altri supereroi Marvel è salito in Paradiso: Gabriele Dell’Otto è uno degli otto illustratori al mondo che firmano le copertine per Marvel America. Idolatrato dai fan come i supereroi che anima col suo tratto inconfondibile, il 45enne romano ha accettato di scendere all’Inferno, col dichiarato proposito di tornare in Paradiso; passando per il Purgatorio. È in uscita in questi giorni per Mondadori una nuova edizione dell’Inferno della Divina Commedia (le altre due Cantiche usciranno nel 2019 e 20) commentata da Franco Nembrini (che ha spiegato tutti i cento canti su Tv 2000), con un’introduzione di Alessandro D’Avenia e le illustrazioni di Dell’Otto. Una tavola per ogni canto, dove i personaggi danteschi accennano tratti, fisionomie e atteggiamenti familiari a chi di solito ai versi del Trecento preferisce fumetti e film d’azione. Sembrerebbe (e lo è, anche) una perfetta operazione di marketing per avvicinare nuovo pubblico, eppure è nato tutto per caso e non per volontà dell’editore. «Premessa: conoscevo la Divina Commedia per quel poco che tutti devono studiare alle superiori, ma i miei contatti con Dante erano finiti lì» confessa Dell’Otto. Un interesse risvegliato ascoltando Nembrini: «Venne a Roma per un ciclo di incontri sulla Commedia, ma non ci andai per interesse verso Dante. Mia moglie mi aveva fatto vedere un video in cui lui parlava di educazione, noi abbiamo tre figli di cui la prima è entrata nell’adolescenza e certe problematiche cominciano a diventare stringenti. Così quando vidi sulla bacheca della parrocchia l’avviso dell’incontro vi andai, ma solo per sentire lui». Non è un caso che l’ispirazione sia venuta dalla moglie Margherita: «Ho sempre disegnato subito fumetti e supereroi: mio padre era un fanatico della Marvel, sono nato tra Spiderman e soci. Però non mi reputavo bravo, a 25 anni

disegnavo eroi per me e di lavoro illustravo libri scientifici: rane, cicli biologici… Fu Margherita a costringermi a farli vedere a qualcuno; andai a Lucca Comics da Marco Marcello Lupoi, capo della Marvel Italia; davanti a me altri ispiranti illustratori, tutti scartati; arriva il mio turno e me ne vorrei andare, lui fissa i miei fogli per minuti che mi sembrano interminabili, lo prego di dirmi che cosa non va e lui mi risponde che l’unico errore è non aver ancora pubblicato nulla. Da lì è iniziato tutto, era il 1998; nel 2002 il contatto diretto col gran capo americano e l’inizio delle copertine statunitensi». Da star dei comics Dell’Otto va con Margherita al fatidico incontro: «Primo canto e mi trovo immerso nella selva oscura: Franco ha un modo di raccontare che ti fa immedesimare, agli occhi della fantasia mi appare nitida, particolareggiata e precisa la selva. Alla fine vado da lui e gli dico che mi piacerebbe fargli qualche disegno ispirato alla Commedia. Mi guarda un po’ stranito, perplesso, non sa chi sono e dubita della proposta». Poi una lunga chiacchierata, scatta l’affinità e si va subito ben oltre il progetto iniziale: «Avevo pensato a un portfolio di qualche disegno, ma parlando trovavamo sempre più consonanze: lui accennava a temi e canti danteschi e io rispondevo illustrandogli ciò che la fantasia mi faceva immaginare; e lui a prendere spunto dalle mie visioni spiegandomele: mi impressionava perché era come se capisse meglio di me il senso delle mie immagini e così mi spingesse a modificarle, a renderle ancora più «vere» rispetto ai versi danteschi». Nel disegnare i Canti ha seguito un criterio preciso: «Le immagini fanno vedere quello che vede Dante, non ciò che raccontano i personaggi. Il poeta vede la fiamma dal duplice corno in cui sono chiuse le anime di Ulisse e Diomede, la mia tela mostra quello e non il folle volo di Ulisse con i suoi compagni e il naufragio della nave davanti al

NetflixIl ritorno

dei fratelli Coen con La ballata di Buster Scruggs Alessandro Panelli

Paolo e Francesca nell’insolita rappresentazione di Dell’Otto.

monte del Purgatorio. Ho disegnato Paolo e Francesca abbracciati in un amplesso, non la loro tragica storia, il bacio furtivo suscitato dalle lettura di Tristano e Isotta». Ha deciso di fare così dopo aver parlato con Nembrini proprio del Canto V: «Mi disse che Dante sviene non tanto per la pietà verso i due tragici amanti, ma perché capisce

che lui sta rischiando di commettere lo stesso errore, sviene pensando a sé. Mi ha fatto pensare a quando io sbaglio. Da lì ho iniziato a confrontarmi con Dante, a prendere le mie esperienze e paragonarle con le sue. Per questo ho voluto illustrare quello che vedono i suoi occhi, perché sono come i miei occhi, potrei essere io lì».

L’ultima fatica dei fratelli Coen è suddivisa in sei storie western rappresentate tutte all’interno di un libro. Infatti la transizione tra una storia e l’altra viene fatta da una mano che gira le pagine del libro capitolo dopo capitolo. Una composizione narrativa senza dubbio interessante che vi terrà incollati per tutte le due ore e quindici di questa Ballata di Buster Scruggs. Ogni vicenda è a sé stante e tutte assieme ricalcano il grande orizzonte dei tipici cliché western (naturalmente condito dall’inconfondibile stile dei fratelli). Incontriamo un gentile fuorilegge canterino (Tim Blake Nelson) e rapinatore tenebroso ma un po’ maldestro (James Franco), un triste impresario di spettacoli (Liam Neeson) e un determinato cercatore d’oro (Tom Waits), un conduttore di carovane e infine stravaganti mietitori e cacciatori. È fantastico come ogni ambientazione sia suggestiva e caratteristica esattamente come tutte le storie, sorrette da una scrittura impeccabile. I personaggi posseggono tutti il tipico timbro dei Coen: onirici, imprevedibili, carismatici, divertenti, letali e talvolta anche distratti e stupidi. Non manca il proverbiale umorismo grazie al quale avvenimenti assurdi vengono accostati a impronte drammatiche spesso inaspettate. Inoltre a contraddistinguere ancora meglio questa magnifica raccolta c’è una componente da film musical che permette allo spettatore di capire che quanto accade sullo schermo non sta né in cielo né in terra, caratteriz-

Verità e fotografia Pubblicazioni/2Una serie di fotografie memorabili e il dibattito sulla loro eventuale

verità oggettiva in un libro dello psicoanalista Luigi Zoja Stefano Vassere «L’opera di Robert Capa non è districabile dalla sua vita, la sua capacità di porgere una narrazione non può essere separata da quella di gestire per conto del pubblico il rapporto con la verità. La morte sul campo di battaglia, avvenuta in Vietnam nel 1954, contribuì ad accrescere ancora il mito di un uomo che sapeva scegliere la propria strada e il proprio destino, qualunque fosse il loro prezzo». Le storie narrate da Luigi Zoja in questo suo ultimo Vedere il vero e il falso danno ordine storico e logica semiotica a vicende legate a fotografie famose e collettive, e anche ai loro autori. Se da un lato al centro di questi quadretti ci sono gli scatti, i loro contesti e i loro destini, d’altro canto e nondimeno i saggi brevi che compongono il volume sono anche l’occasione per tracciare la vita e le gesta di fotografi diventati subito icone misteriose e ambigue; persone la cui vita pone subito, come gli scatti stessi, il problema della verità. Robert Capa è il caso più clamoroso, «l’uomo che inventò se stesso», il fotografo che riuscì a coltivare il proprio biografema e a risultare più interessante delle stesse sue fotografie. Ma forse più

Robert Capa in una foto scattata da Gerda Taro. (Keystone)

vivido è il ritratto di Kevin Carter, autore della famosa immagine della bambina sudanese stroncata dalla carestia e minacciata dall’avvoltoio che attende. E ancora, non sono pochi gli esempi di fotografi la cui esistenza fu, grazie a scatti improvvisi, colorata di eroismo; e di più, di Capa e Carter una fine improvvisa e non naturale contribuì a costruire una più duratura mitologia. Le gesta del fotografo, come quelle degli eroi classici, sono sempre individuali e solitarie; in questo senso, la

serie di descrizioni che Zoja ci fornisce racconta spesso di un’impresa che è volentieri ambigua, misteriosa e non definitiva. Di Capa dice Zoja che «persino le storie vere hanno un sapore di invenzione». E in questa linea le fotografie come la strafamosa istantanea del miliziano morente sui pendii spagnoli della guerra civile, oppure la bandiera comunista fatta sventolare sul tetto del Reichstag o ancora la corsa inconsolabile dei bambini vietnamiti bombardati dal napalm pongono subito, anche inconsapevole e non dichiarato, un problema di verità. Là dove la fotografia nasce come risposta ingenua e apparentemente definitiva di oggettività all’interpretazione individuale della precedente forma dell’opera pittorica, avanzano ben presto i dubbi di un sistema che pare come irrisolto tra autenticità, messinscena e ben coltivato mistero. Sulla morte del miliziano le spiegazioni e le ipotesi furono a lungo lasciate vagare se non alimentate ad arte, tra autenticità e messa in posa, se non addirittura messa in scena. L’immagine di Carter, opera che a fatica conquistò una sua esegesi a fronte di un’ingombrante vicenda biografica dell’autore, ci mette oltretutto di fronte al problema etico di come scegliere tra la fotografia e la

compassione, tra lo scatto e l’intervento umanitario immediato. «Già molti anni prima, Susan Sontag aveva scritto che in presenza di un rischio mortale chi interviene non può registrarlo e chi lo registra non può intervenire». Leggere una fotografia (oltretutto leggere una fotografia oggi) è impresa che ci toglie coraggio; ma decifrare queste vere e proprie fotografie-manifesto può risultare operazione frustrante per chi ne voglia cogliere gli elementi di testimonianza dell’autentico. Là in fondo, minaccioso e puzzolente, avanza il problema delle nuove verità, della vertigine della moderna fotografia individuale, dell’autoritratto smart; in un mondo dove l’Arte pare atomizzata ma appannaggio di tutti, una sorta di inconscio collettivo, «concetto in parte corrispondente a quello di cultura in antropologia culturale», sembra però orientare l’osservatore. Davanti a queste istantanee di storia comune, egli scruta, interpreta e forse, rinunciando a un pezzo di verità, finisce per preferirne la semplice narrazione. Bibliografia

Luigi Zoja, Vedere il vero e il falso, Milano, Einaudi, 2018.

Tim Blake Nelson nel primo episodio.

zando ancora di più il mondo all’interno del film. A livello tecnico ci troviamo di fronte a campi lunghissimi che riempiono lo schermo con paesaggi mozzafiato e rimandi ai film di Leone con la silhouette dei cowboy in lontananza. La fotografia è dinamica e passa da ambienti polverosi, chiusi e cupi, a spazi sconfinatamente sereni. Nei sei episodi ritroviamo gran parte degli schemi che il cinema western ci ha regalato in tutta la sua storia. I fratelli Coen confezionano un’opera audace, variegata e distinta, e ciò nonostante il punto di partenza non sia mai particolarmente originale, ritroviamo infatti duelli, carovane, diligenze, pellerossa a cavallo e saloon. Unico punto negativo è che gli episodi (oltre ad essere eterogenei per lunghezza e importanza) a tratti appaiono come un assaggio di qualcosa di più grande: quando ne termina uno si ha la convinzione che entro la fine del film esso debba in qualche modo essere ripreso o perlomeno citato, ma ciò non avviene mai. Bastano però pochi minuti per essere catapultati in una nuova, avvincente avventura. Joel ed Ethan Coen si confermano ancora una volta capisaldi del cinema moderno, presentando un’opera che riassume bene decenni di cinema western. Tutti i cliché si ripresentano con una nuova veste, che dà spazio in egual misura alla risata e alla tristezza, al lieto fine e al dramma, alla dolcezza e a indugi più squisitamente splatter.


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Cultura e Spettacoli

Attila ridesta l’Italia

Opera Inaugurazione di stagione al Teatro alla Scala con Attila di Giuseppe Verdi

Dal palco verso mondi lontani TeatroGardi

Hutter e Tommaso Giacopini ci invitano a viaggiare

Sabrina Faller L’inaugurazione della stagione lirica alla Scala è sempre un evento. Ma da qualche anno a questa parte il Teatro milanese è riuscito a trasformare questo evento in una sorta di momento di riscatto nazionale. Nei giorni che precedono il 7 dicembre giornali e televisioni intraprendono il fitto percorso di copertura mediatica, raccontando cosa succede dietro le quinte e chi sono i protagonisti, prendono il via eventi collaterali, incontri, conferenze, mostre, la città si illumina di luci prenatalizie e si stringe intorno al suo teatro. Finché i riflettori si accendono sul foyer, sulla sala ricolma di gente ricca, ma anche sulle migliaia di persone davanti ai televisori – la Rai da un paio d’anni recupera la «diretta» sul primo canale – e nei cinema, gli occhi si inumidiscono all’ascolto dell’inno nazionale, gli applausi al presidente non finiscono mai: è il riappropriarsi per un momento di quella fulgida italianità raccolta in uno dei frutti più straordinari della cultura occidentale, il melodramma, il sentirlo finalmente e davvero ancora oggi parlante e palpitante. Tutto ciò, nell’attuale momento storico di transizione, di incertezza e precarietà, in cui i valori antichi sembrano offuscati e quelli nuovi non ancora nati, tutto ciò – dicevo – restituisce la memoria e la consapevolezza di un passato glorioso, costruttore dell’identità di un popolo anche attraverso la musica. E questo bene prezioso, questo riconoscimento identitario, dura forse un giorno, per poi disperdersi subito nella quotidiana confusione e smemoratezza. Quest’anno, forse ancor più che negli anni passati, la «prima» alla Scala con Attila di Giuseppe Verdi è stata vissuta dal pubblico intensamente, speranzosamente, orgogliosamente. Non è un mistero che con la gestione Pereira-Chailly la Scala persegua un cammino di riscoperta e rivalorizzazione del patrimonio ottocentesco italiano, dal cosiddetto verismo al Verdi

Giorgio Thoeni

Una scena di Attila, al centro a cavallo il cantante russo Ildar Abdrazakov. (Fotografie Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)

meno noto e meno rappresentato. Attila, nona opera dell’operista trentatreenne, è uno di questi titoli, in realtà non poi così assente dai palcoscenici italiani e non, dove è ancor viva la memoria di Samuel Ramey, magnifico titolare del ruolo negli anni Ottanta e Novanta, e della storica rappresentazione del 2010 ad Aquileia. Per quanto ho visto, questo Attila scaligero è il primo allestimento collocato in un tempo diverso dallo svolgersi dell’azione. E meno male: occorreva che qualcuno trasportasse in un tempo vicino quest’opera giovane e già bellissima fin dal preludio al prologo. Non tutti d’accordo sull’operazione, naturalmente, ma il regista Davide Livermore, convinto che «la rivoluzione sociale si fa nei teatri», ci restituisce un Attila della seconda guerra

mondiale, tra rovine, camionette, in uno scenario da film neorealista, non si può non pensare a Roma città aperta. Il cinema italiano degli anni d’oro è un riferimento costante, a partire dall’uso del bianco e nero iniziale, che si colora quando il riferimento è con la storia dell’arte, l’affresco di Raffaello che rappresenta l’incontro fra Attila e papa Leone I, o con il cinema di un’epoca più vicina a noi, il Visconti della Caduta degli dei e soprattutto la Cavani del Portiere di notte, ma qualcuno pensa anche a Salon Kitty o a Cabaret. L’uso del video è pertinente e convincente. E in questa cornice grandiosa da kolossal cinematografico trovano collocazione i protagonisti «rivisitati» in abiti moderni. C’è un Attila teatrale, sensuale, decisamente «simpatico» – è lui che mostra al generale romano

quanto rovinosa e immorale sia la politica del compromesso – e quell’Attila ha la voce e la presenza del fascinoso basso russo Ildar Abdrazakov, nato ad Ufa, come il grande Rudolf Nureyev. Non è il suo primo Attila, e non è nemmeno il suo primo 7 dicembre, ma il suo momento è ora. Belle le voci della pur gelida Odabella (Saioa Hernàndez) e di Foresto (Fabio Sartori) pur privo di physique du rôle, e il generale romano Ezio è l’eccellente George Petean. In breve, un cast quasi ottimo. E un Riccardo Chailly commosso e trascinante, compreso del proprio ruolo in un teatro che si riafferma oggi più che mai luogo di confronto, di dibattito, di ricerca e di riscoperta delle proprie radici. In una parola, luogo d’incontro della società civile. Attila è in scena alla Scala fino all’8 gennaio.

Per rispondere ai grandi interrogativi dell’universo i Greci si sono appellati ai miti, una cosmogonia di personaggi fra dei, semidei ed eroi. Per dar corpo ai misteri della vita e della morte, anche Gardi Hutter strizza l’occhio a una dimensione del racconto affascinante come quello di Gea, la grande madre terra nata dal chaos e che i greci identificavano nel mito di Gaia. Almeno, se vogliamo dare un senso a Gaia Gaudi, titolo dello spettacolo (coprodotto da LuganoInScena e sostenuto dal Percento culturale di Migros Ticino) che ha da poco debuttato con successo al LAC. Ma in latino Gaia significa anche allegra, felice, vivace e… con gaudio. Com’è Hanna, alter ego dell’ultima fantasia teatrale di Gardi che si fa spassose beffe della morte guardando alla vita e al dopo trapasso. Non a caso è in scena con i figli Neda e Juri Cainero e con la nuora Beatriz Navarro. Una continuità di segno clownesco con la poetica che contraddistingue l’intramontabile artista. Come una trama che avvolge le atmosfere simboliche nel regno di un Ade esoterico, Hanna sfida la storia del teatro con irresistibili grammelot dalle venature scespiriane, trasforma la sovrana di Carroll in una spietata regina di quadri, ammicca e gioca con la platea, danza e suona con il giovane e scoppiettante trio musicale di Erinni, eredi e cloni. E intona senza rimpianti Je ne regrette rien. Gran successo per i due tempi sul palco luganese. Prima di partire per una lunga tournée, Gaia Gaudi si sposta al Sociale di Bellinzona dov’è in scena il 19 e 20 dicembre.

Chi ha ucciso il cane della signora Shears? In scenaIl romanzo di Mark Haddon e la riscrittura teatrale di Simon Stephens Giovanni Fattorini Christopher Boone è un quindicenne con sindrome di Asperger che vive con il padre a Swindon, una città del Wiltshire, nel sud-ovest dell’Inghilterra, a 114 km da Londra. Lì frequenta un scuola per ragazzi con disturbi neurobiologici simili ai suoi e ha un’insegnante di sostegno che si chiama Siobhan. Nutre un interesse persistente e quasi esclusivo per la matematica e l’astronomia (in rapporto all’età, le sue competenze in materia sono davvero fuori del comune). Gli piacciono i computer e vorrebbe diventare un astronauta. Detesta il giallo e il marrone; predilige il rosso. Ha un topolino addomesticato di nome Toby al quale è molto affezionato. Ha problemi di interazione sociale, anche perché non sopporta di essere toccato e interpreta alla lettera le parole degli interlocutori, coi quali si esprime verbalmente senza doppi sensi, riserve mentali o secondi fini (asserisce con fermezza di non aver mai detto bugie). Coerentemente, non gli piacciono le metafore e le opere narrative. Tuttavia, il suo eroe è un personaggio romanzesco: il poco emotivo Sherlock Holmes, le cui investigazioni sono condotte con metodo scientifico. Una sera, guardando il corpo senza vita di Wellington, il cane della vicina di casa, che qualcuno ha trafitto con un forcone, Christopher si ripromette di scoprire l’autore del crimine applicando il metodo deduttivo di Holmes. Benché

Daniele Fedeli impersona un giovane affetto da Asperger. (elfo.org, Laila Pozzo)

il padre gli abbia ordinato di non immischiarsi nelle faccende altrui, comincia a raccogliere indizi che annota puntualmente in un grosso quaderno. Nel corso dell’indagine scopre che sua madre non è morta di infarto, come gli ha fatto credere il padre, ma che vive a Londra col marito della vicina di casa, la signora Shears. Quando il conflitto col padre (che confessa di aver ucciso Wellington) si fa temibilmente aspro, Christopher parte per Londra in cerca della madre, di cui conosce l’indirizzo dopo aver trovato le numerose lettere che lei gli ha inviato e il padre ha nascosto in un cassetto. Mi fermo qui col riassunto della trama. Nel romanzo di Mark Haddon The Curious Incident of the Dog in the NightTime (pubblicato con straordinario

successo nel 2003 e tradotto in italiano col titolo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte) la voce narrante è quella del protagonista: Christopher Boone. Nella premiatissima riscrittura teatrale di Stephens, la storia è narrata per la più parte in forma drammatica (viene cioè oggettivata) e in minor parte attraverso la lettura, affidata a Siobhan, del manoscritto in prima persona di Christopher. Abilmente costruita, la commedia è divisa in due atti: il primo è dedicato alla detection e a tratteggiare la figura del singolare investigatore attraverso i suoi rapporti col padre, l’insegnante di sostegno e i vicini di casa; il secondo racconta il suo viaggio a Londra, il suo vagare per la città, il ricongiungimento con la madre, lo scontro col signor Shears, il ritorno a Swindon, il brillante superamento dell’esame di matematica, la dichiarazione finale di voler diventare uno scienziato: insomma le tappe dell’acquisizione di una maggiore autonomia. Il racconto «giallo» diventa un racconto di formazione. Diventa o aspira a diventare? Francamente, non mi sembra che i personaggi della commedia abbiano un particolare spessore. E ciò che piace dello spettacolo firmato da Ferdinando Bruni e Elio De Capitani non è lo scavo psicologico. Ciò che piace è la scena tutta bianca di Andrea Taddei, dove alcuni elementi modulari di piccola mole vengono variamente assemblati dagli attori, e su tre schermi simili alle pagine di un grande quaderno scorrono delle

immagini – disegnate con tratti grigi e neri da Ferdinando Bruni e animate da Francesco Frongia – relative ai luoghi in cui è ambientata la storia e agli interessi fortemente focalizzati di Christopher. Piace la musica di Teho Teardo, che accompagnandosi alle immagini arricchisce la temperie emotiva delle situazioni. Piace il ritmo serrato dell’azione (i movimenti scenici sono di Riccardo Olivier e Chiara Ameglio), che rallenta solo nelle poche scene di tono realisticopatetico. Piace l’affiatamento e la vivacità – a volte da cartoon – dei nove attori che interloquiscono col protagonista e che per ragioni di spazio non mi è possibile elencare. Piace Daniele Fedeli, che senza cedere alla tentazione della mimesi naturalistica di un caso clinico disegna un’immagine che rimane impressa del giovanissimo Christopher, coi suoi movimenti stereotipati e ripetitivi, la sua goffaggine, le sue posture atipiche, le sue difficoltà relazionali e la sua solitudine: un «disabile», un «inadatto», come quei bambini autistici che il pediatra austriaco Hans Asperger – stando ai risultati delle recenti ricerche di Herwig Czech e di Edith Sheffer – studiò e in parte fece trasferire in una clinica viennese di pedagogia curativa, dove durante il terzo Reich veniva praticata l’eutanasia eugenetica. Dove e quando

Milano, Teatro Elfo Puccini, fino al 13 gennaio 2019.

Gardi Hutter in Gaia Gaudi. (gardihutter. com, foto Hajo Schüler) Giovani sorprese al San Materno

Fino a pochi anni fa, chi usciva dalla Scuola Dimitri veniva etichettato come saltimbanco, clown o poco più. Oggi però è consigliabile guardare senza lenti distorte gli artisti che dopo una formazione accademica in Teatro Fisico si lanciano nella professione. Il Teatro San Materno, attento nella promozione di nuovi talenti anche grazie al sostegno del Percento culturale di Migros Ticino, ha recentemente ospitato Il fiore oltre, uno spettacolo di Tommaso Giacopini generato dalla spinta evocatrice del teatro canzone di gaberiana memoria. Laureatosi all’Accademia nel 2015, il 25enne luganese oggi residente a Londra, è dotato di un eclettismo poetico e teatrale sorprendente. Accompagnato da Guillaume Trionfo alla batteria e dal musicista-attore Sébastien Olivier (già compagno di corso) alla chitarra e alla tastiera, Giacopini ha proposto 28 composizioni musicate con efficace minimalismo e a tratti monologanti. Una sequenza sintatticolessicale ritmata, ipnotica e avvolgente, senza cedimenti e con una perfetta presenza teatrale, fra cenni danzati e metafore gestuali. Versi originali per gli interrogativi che un giovane può porsi di fronte alla società, alle contraddizioni del vivere, nel bene e nel male, fra verità, tristezza, ironia e rabbia.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Cultura e Spettacoli

Poeta ribelle

PersonaggioLa storia della musica sedici anni fa ha perso

Joe Strummer, leggenda oltre il punk di soli tre accordi

Un luna park infernale MusicaI Tiger Lillies hanno presentato

il loro nuovo album a Zurigo

Enza Di Santo John Graham Mellor, meglio conosciuto come Joe Strummer (dal verbo inglese to strum, strimpellare) con i The Clash, di cui era la vera anima, ha segnato l’ultima grande rivoluzione del rock, portando il punk a un livello ben più alto di quello offerto dal panorama musicale dei primi anni 70. La sua musica era una miscela esplosiva, nata dall’amore per i Rolling Stones e le influenze afro-caraibiche, ispirata dal fervore dei movimenti del 1968, e spinta dall’atteggiamento sporco e violento dei Sex Pistols, che al centro della scena salivano sul palco fregandosene di piacere al pubblico. Sebbene quell’attitudine maleducata lo avesse stregato, Strummer suonava tutta un’altra musica, ribelle sì, ma con una propria coscienza politica, che si distanziava in maniera abissale dal punk marcio della band di Johnny Rotten e Sid Vicious. Generoso, polemico, intelligente e creativo, non amava definire la musica dei Clash con una connotazione di genere. Non gli piaceva neppure essere accostato al punk grezzo fatto di soli tre accordi. Lui scriveva testi di protesta, forse molto più vicini al folk, e li cantava sempre con convinta passione, come se ogni causa fosse impellente. Voleva che si parlasse dei Clash come di una band di fusione che mischiava reggae con soul rock and roll e le musiche primitive che aveva conosciuto attraverso i viaggi della sua infanzia. Nato ad Ankara nel 1952, da bambino aveva vissuto al Cairo, a Città del Messico, a Bonn e infine in Inghilterra. Con la sua ampia visione del mondo, per dieci anni, dal 1976 al 1986, Strummer ha portato al successo globale i Clash che agli esordi erano solo una band tra tante creata dal manager Bernie Rhodes, che lo aveva strappato al suo primo complesso, i 101ers, instillando in Strummer un senso di tradimento verso i vecchi compagni con cui aveva condiviso la giovinezza e il vero punk nei sobborghi inglesi tra esibizioni per strada e case occupate. Il futuro non è scritto e Strummer voleva essere la guida dei Clash, che imbracciavano le chitarre come fucili e suonavano in divisa come se avessero una missione. Comincia la loro rivolta al razzismo e diventano paladini di dignità, rispetto e uguaglianza attraverso le parole di Strummer, che descrive in toni aspri le situazioni sociali che lo cir-

Simona Sala

Era nato ad Ankara nel 1952. (Keystone)

condano. I violenti scontri al carnevale di Notting Hill del 1976, evento che più tardi condusse alla legge anti-discriminazione, segnò profondamente la storia inglese, e White Riot, il primo singolo scritto con Simonon, è intriso di ammirazione per gli immigrati muniti di pietre che lottano per i loro diritti contro la polizia «I neri hanno tantissime rogne, ma non si fanno problemi a scagliare un mattone, i bianchi vanno a scuola e imparano a istupidirsi». Nel 1977 uscì il primo album The Clash, con tematiche acerbe, che maturarono con il secondo disco Give ’em Enough Rope del ’78, registrato durante il «Carnival Against the Nazis» e accolto con grande entusiasmo. Con l’album doppio del 1979 London Calling iniziava la vera battaglia contro pregiudizi e ingiustizie, facendo sentire a pieni polmoni la voce della speranza schierandosi con minoranze, emarginati, disoccupati e oppressi, attingendo a città più lontane. I testi di Strummer sono manifesti di una generazione in lotta contro un’autorità nella quale non ha più fiducia, senza autorevolezza e incapace di prendersi cura dei più deboli. L’autenticità del suo messaggio voleva risuonasse chiara e Dead or Glory era il suo modo per ribadire al pubblico che non avrebbe svenduto la sua musica. Alla fine dell’anno successivo propose di pubblicare addirittura un album triplo che prendeva il titolo dal movimento per la liberazione del Nicaragua, Sandinista!. Non andò be-

nissimo, ma negli anni successivi Rock The Casba e Should I Stay or Should I Go, singoli dell’album Combat Rock del 1982, tenevano ancora in piedi la baracca che si stava sgretolando. Quella primavera Strummer fece perdere le sue tracce, per poi essere ritrovato a correre la maratona di Parigi. Uno spirito carismatico e guerriero, segnato dalla tragica morte del fratello. Sebbene desiderasse il successo, non era mai stato davvero pronto alla fama. Un senso di colpa cronico per aver ricevuto una buona istruzione in collegio (nonostante lo scarso rendimento) faceva a pugni con il punk che incarnava e per questo si era sempre sentito diverso, era una facile preda dell’ira e degli sbalzi d’umore. Il suo carattere fu una delle cause della disgregazione della band, che annegava nei debiti e l’ultimo disco Cut the Crap, (1985), suonò come una zappa sui piedi. Strummer si dedicò allora alla recitazione e alla composizione di colonne sonore per il cinema, ma tutti pensavano a lui ancora come al leader degli ormai morti Clash, anche a distanza di anni e questo non rendeva gloria al suo spessore. Se ne andò solitario per un po’ a Granada lasciando la sua nuova famiglia. Poi arrivarono i Mescaleros e cantare con loro lo entusiasmava, ma la nuova vita di Strummer fu stroncata il 22 dicembre del 2002 da un infarto. Una triste perdita, anche perché oggi avremmo moltissimo materiale su cui lavorare.

Prendi un ex cantiere navale in disuso vicino ad Escher-Wyss-Platz, Zurigo, mettilo in mano ad architetti, organizzatori di eventi e a politici che hanno una visione, che sanno cosa sia una visione, ed ecco il risultato: lo Schiffbau da alcuni anni si presenta come vero luogo di cultura capace di radunare sotto lo stesso tetto un locale jazz dall’acustica imprendibile dotato di un proprio bar, uno spazio teatrale in grado di ospitare dalle 400 alle 600 persone, un altro spazio teatrale capace di ospitarne 300, un grande ed elegante ristorante, un bar sul tetto nonché un impressionante bar post industriale dai soffitti infinitamente alti e costeggiato in tutta la sua lunghezza da divani di cuoio. Nello Schiffbau la cultura si respira non solamente nella programmazione, di tutto rispetto (la struttura è una costola della più centrale e tradizionale Schauspielhaus, il teatro cittadino), ma anche nel design, negli arredi e soprattutto nel mood della gente, che riconosce in quel luogo lo spazio ideale per indugiare, scambiare opinioni o semplicemente consumare una birra. Forse anche da noi, prima ancora dei concerti, delle rappresentazioni teatrali e delle mostre, andrebbero considerate le possibilità aggregative di un luogo che si vuole preposto alla cultura. Polemiche a parte, venerdì 7 dicembre il jazz club Moods ha ospitato per la sesta volta la curiosa formazione inglese dei Tiger Lillies, composta dall’istrionico Martyn Jacques, da Adrian Stout e da Jonas Golland. In una sala caratterizzata da un’acustica strepitosa, in un ambiente estrema-

mente intimo nonostante le duecento persone presenti, il trio, specializzato in quello che qualcuno ha definito «cabaret punk brechtiano», ha presentato il nuovo album The Devil’s Fairground, che uscirà ufficialmente nel gennaio del 2019. L’album, nato da un soggiorno a Praga, pur presentando molti brani blueseggianti, soprattutto nei contenuti cerca di ricalcarne le note gotiche, quel grigiore decadente che rende la città ceca tanto attraente. L’ambientazione, a partire dal titolo («La fiera del diavolo»), è sombre come sempre: con il falsetto che l’ha reso celebre, e accompagnandosi con la fisarmonica o il pianoforte, Martyn Jacques canta di amori dilaniati, di persone comunemente considerate uno scarto della società (e in questo si possono riconoscere dei rimandi a Tom Waits), di droghe e di dipendenze, spingendosi fino ad addentrarsi in un terreno blasfemo che, se preso troppo sul serio, potrebbe quasi fare rabbrividire. Invece si ride, si sorride e si riconosce la genialità e l’ironia di un trio di artisti che prima di dedicarsi al demonio ha rivisitato le canzoni di Edith Piaf, ha cantato i racconti di Edgar Allan Poe, la storia di Woyzeck, di Franz Biberkopf e il culto dei morti del Messico e, non da ultimo, ha portato in scena l’Amleto. Ed è proprio grazie a tanta versatilità che, a poco a poco, il palco dello Schiffbau, ha potuto diventare un luogo altro, universale nel suo magnifico squallore: lo spettatore è stato catapultato in un tempo sospeso, da qualche parte a cavallo tra le due guerre, in un no man’s land in cui tutti possono riconoscersi, pur restando saldamente attaccati al presente.

I carismatici Tiger Lillies. (Keystone)

Nora e Torvald parlano via Whatsapp In scena La Schauspielhaus di Zurigo nella sua sede della Schiffbau propone una lettura attuale e tecnologica

del capolavoro di Ibsen Marinella Polli Il plot è universalmente noto: Nora, sposata all’apparenza felicemente con Torvald Helmer, e da questi considerata nulla di più di un grazioso animaletto domestico, uno «scoiattolino», «un’allodola», è intrappolata in una vita che la costringe a restare bimba, impedendole di diventare una persona matura e autodeterminata. Finché non accade qualcosa di così grave da farle provare un forte anelito alla libertà di esercitare il proprio pensiero e di ribellarsi. Il pregresso: Nora aveva chiesto un prestito all’avvocato Krogstad per pagare delle cure per il marito, falsificando la firma del padre e diventando così ricattabile. Quando Krogstad viene a sapere che Torvald intende licenziarlo, minaccia di raccontare tutto; Nora, incoraggiata dall’amica d’infanzia e ora confi-

dente Kristine, ammette l’accaduto al marito, il quale, dimostrando tutta la sua borghese grettezza d’animo, accusa la moglie di essere una criminale non più degna di occuparsi dei figli, invitandola però a condurre davanti agli altri la vita di prima. Nora decide invece di ricostruirsi una nuova vita perché, letteralmente, prima di essere moglie e madre, è una persona. Ricordiamo qui che, alla sua uscita nel 1879, Casa di Bambola suscitò scandalo e Ibsen fu costretto a proporre un finale più tradizionale con Nora che resta in famiglia. Il giovane regista russo Timofej Kuljabin, internazionalmente acclamato per un allestimento de Le Tre Sorelle di Cechov nel linguaggio dei segni, decide di trasporre la sua Nora («da» Ibsen, recita il programma di sala) in un contesto contemporaneo, avvalendosi dunque di tablet e Smartphone, cioè mettendo

a fuoco il forte messaggio ibseniano via Whatsapp e SMS. Tant’è, la pièce è stata oggetto di molteplici letture e riletture, peraltro

Comunicazione 2.0 anche per Ibsen. (Toni Suter/ T+T Fotografie)

sempre riuscendo a testimoniare la propria modernità e universalità e un significato ultimo capace di parlare anche al pubblico di oggi. In fondo i due protagonisti sono vittime dell’incapacità di comunicare realmente, non diversamente, per molti detrattori delle nuove tecnologie, dagli utenti di cellulari e social network. Sullo schermo gigante vengono proiettati e doppiati i messaggi digitati in tempo reale, così da rendere per lo meno la velocità e la pregnanza dei dialoghi, mentre gli attori, ridotti a quattro più le comparse, si muovono nelle diverse situazioni o momenti della giornata vivendo le loro due vite, quella reale, quotidiana e di facciata, e quella virtuale, vero monitor del dramma imminente. Più si avvicina il momento clou, più frenetico e non senza errori ortografici (comunque, come no, subito corretti) è lo scambio di messaggi e, va pur detto, più avvincente.

Funziona perfettamente, dunque, anche questa non convenzionale messinscena di Kuljabin (scene e costumi di Oleg Golovko, Luci di Frank Bittermann) e secondo chi scrive, forse proprio perché uno dei temi fondamentali della pièce in esame è quello della comunicazione/non comunicazione nella coppia e altrove. Resta da dire del caloroso applauso degli spettatori (quelli rimasti dei molti partiti alla pausa e anche prima) presenti allo Schiffbau, indirizzati agli attori Lisa-Katrina Mayer (Nora), Fritz Fenne (Torwald), Christian Baumbach (Krogstad), Isabelle Menke (Kristine). Dove e quando

Nora oder ein Puppenhaus, Zurigo, Schiffbau. Fino al 3 gennaio 2019. schauspielhaus.ch


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Cultura e Spettacoli

Idee da leggere, per le vacanze Editoria Piccola rassegna di novità librarie, tratte dalla ricca produzione ticinese Gabriella Corti, Adriano Crivelli, Florario & Gattario, Edizioni d’autore Gadri

Un libro delicato: parlandone si ha paura di sciuparne la leggerezza d’invenzione. Leggerezza floreale da un lato, anche se in realtà le immagini del Florario di Gabriella Corti sono frutto di un lavoro molto complesso di composizione: sia per la scelta del soggetto, che viene poi elaborato e ritagliato; sia per l’abbinamento a uno sfondo pittorico, che fa da contraltare e da contrasto; sia per il considerevole periodo di tempo che ha richiesto la preparazione dei 52 quadri. E d’altro canto non si può negare che la leggerezza sia anche il tratto distintivo dell’umorismo di Adriano Crivelli, uno dei migliori vignettisti ticinesi, capace di combinare il tratto agile della penna con un sovrappiù di poesia, tanto che anche le scene più arrischiate, graffianti, si trasformano in disegni innocenti. Il suo Gattario non è un vero catalogo umoristico a tema: si

tratta forse solo di esercizi di stile in cui il gatto diventa un pretesto per strappare un sorriso. Tutte queste note di leggerezza e naturalezza, reali o presunte, fanno di Florario & Gattario un libro strano, fuori dagli schemi, con una prospettiva tutta sua, che cerca lettori altrettanto svagati, disposti a un’esperienza estetica trasversale, ai margini della logica. Francesco Lepori, Il Ticino dei colletti sporchi. I processi bancari dagli Anni Settanta ad oggi, Dadò

Nell’epoca in cui il racconto poliziesco è il modulo vincente e onnipresente nella creatività letteraria e cinematografica, un libro come questo si presta a fornire soggetti narrativi in abbondanza agli autori, ticinesi e non. Francesco Lepori, giornalista che segue da decenni la cronaca giudiziaria nostrana, ha raccolto in questo suo lavoro alcuni fra i più clamorosi casi di crimini patrimoniali occorsi nel nostro cantone negli ultimi 40 anni. È un catalogo che per certi versi può apparire scontato, almeno per una generazione di lettori «over 50» che ha seguito le vicende ticinesi degli anni 70-90. Una ricostruzione che, per quanto sintetizzata e schematica, finisce per risultare molto intensa e concentrata, tanto da ispirare una sorta di vertigine milionaria. Insomma, nella sua accuratezza e nella sua precisione giornalistica il resoconto di Lepori riesce a farci capire che, in fin dei conti, i gialli ci piacciono davvero perché sono irreali, mentre la realtà è molto meno facile da digerire. Il volume, con il suo

carico di situazioni intricate e scabrose, si vorrebbe come una sorta di vaccino che possa fornire anticorpi sia alle istituzioni bancarie sia all’autorità giudiziaria. E in questo senso c’è da sperare che diventi presto un manuale in uso nelle facoltà di economia... Alex Kalatchoff, Quantica, Grafica Marelli

Un romanzo di fantascienza, molto ben scritto e costruito con abilità. È raro trovare libri capaci di coinvolgere e sedurre il lettore con una scelta del genere: tra serie televisive, film, cartoni animati e fumetti, in tema di thriller futuristici sembra ormai di aver già visto tutto. E anche gli ingredienti di questo Quantica sono più che sfruttati: la pervasività delle tecnologie di controllo sull’individuo, il conflitto tra il creatore di robot e l’androide, che diventa sempre più umano e sfugge al suo controllo, i rischi e le malversazioni

legati alla manipolazione genetica, ecc. Se non che, il romanzo di Kalatschoff, nei continui spostamenti dei suoi personaggi attraverso i quartieri di una Parigi distopica, finisce per disegnare un’irresistibile rivisitazione dei Miserabili: la cosa si svela già in apertura di racconto, con la descrizione di una drammatica fuga nelle fogne della città. Il libro dunque propone una narrazione serratissima, con un dettato calibrato e lineare, dichiaratamente frutto di un lavoro di editing molto approfondito. E il lettore non può che farsi coinvolgere nella vicenda, architettata con grande cura, piena di colpi di scena. Vi serve un libro per giustificare un Natale trascorso sul divano a leggere? Eccolo. Tito Tettamanti, Flash, Dadò

Tito Tettamanti ci sorprende lasciandoci vedere il suo lato più umano, affidando alla penna i ricordi (spesso spassosi, come quando ci racconta dello scim-

panzé Max che, per inaspettato affetto, durante un lungo viaggio in auto gli salta in grembo e non lo molla più) di una vita per molti versi straordinaria, e soprattutto avventurosa. Come si evince da questi Flash – che, lo dichiara lo stesso autore, vogliono solamente essere una sorta di istantanea di un forziere traboccante di ricordi – Tettamanti non ha mai avuto paura della vita, anzi. In tempi lontani già si avventurava in Africa o in Nuova Caledonia seguendo il proprio proverbiale istinto di grande investitore e cercando di captare la mentalità e le usanze del luogo. Ampio spazio è dedicato anche ai ricordi di una gioventù movimentata e dai tratti goliardici, che lo vedeva spesso al Lido di Lugano, circondato da quegli stessi amici che insieme a lui ancora oggi una volta all’anno affrontano la traversata del Lago di Lugano a nuoto (dal punto più stretto) ma che, per motivi anagrafici, ogni anno diminuiscono. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Dopodiché nulla fu più come prima

Azione

MostreAl Museo nazionale di Zurigo

la storia di una rivoluzione giunta al cinquantesimo anniversario che ha cambiato il modo di vivere dell’Occidente

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Marco Horat Quest’anno si è molto parlato del Sessantotto a cinquant’anni di distanza da quei giorni di maggio che se non hanno sconvolto il mondo, certo lo hanno cambiato: dibattiti con protagonisti e semplici spettatori, interviste con esperti, filmati, suoni e immagini provenienti da Francia, Italia, Germania, Stati Uniti, dal resto della Svizzera e, nel nostro piccolo, dalla Magistrale di Locarno. Il tema del cambiamento e del nuovo che irrompe nella vita di milioni di persone, soprattutto nel mondo giovanile, ma di riflesso in tutto il corpo delle società occidentali, è stato affrontato da molti punti di vista, anche a seconda delle modalità proprie a ciascun paese. Si è partiti dalla politica, dalla società, dal costume, dalla musica, dall’arte e, più in generale, dalla cultura intesa come insieme di valori e modelli di comportamento. Un complesso di fattori interdipendenti, di cause-effetto che si sono intrecciati e influenzati a vicenda, obbligando la società a fare i conti con il proprio passato e a proiettarsi verso il futuro. Che la si pensi in un modo o nell’altro fu uno strappo non da poco, e da allora molte cose si sono messe in movimento, nel bene e nel male. È ciò che appunto hanno pensato di proporre gli organizzatori della mostra intitolata Imagine 68 (Stefan Zweifel e Juri Steiner), aperta al Landesmuseum di Zurigo, che ha così rievocato quel periodo lontano e vicino allo stesso tempo per indurre il visitatore a qualche riflessione sull’argomento. Un discorso articolato che ingloba l’intero problema, per cui rimarrebbe deluso chi a Zurigo cercasse esclusivamente l’approccio politico e sociale della rivolta del ’68. Saltando l’inizio con la Rivoluzione culturale di Mao e con i disordini all’Università di Berkeley contro la discriminazione razziale e la guerra del Vietnam (che in fondo hanno acceso la miccia in mezzo mondo), si arriva ai con-

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certi degli scomodi Rolling Stones e di Jimi Hendrix all’Hallenstadion e al caso Globus, con la richiesta di un centro giovanile, sostenuta anche da un gruppo di intellettuali che poi nel settembre ’68 organizzarono un happening al Centro Le Corbusier. Seguendo l’esempio cinese dei Dazebao anche a Zurigo fu allestito un giornale murale sul quale tutti potevano esprimersi. In mostra ci sono alcuni manifesti stampati o manoscritti che illustrano i temi caldi di allora da noi come in tutta l’Europa: Vietnam (creare due, tre, molti Vietnam), pacifismo (fate l’amore non fate la guerra), antiautoritarismo e libertà (il est interdit d’interdire), movimento femminista (il corpo è mio e me lo gestisco io), riforme scolastiche e universitarie, lotta di classe e ruolo degli intellettuali, repressione e violenza della polizia e altri ancora. In alcune postazioni audio-visive si possono vedere filmati (Full Metal Jacket, di Kubrick) e documentari di manifestazioni avvenute in tutto il mondo, Cina compresa, provenienti da collezioni private, da altri musei e dal fondo dello stesso Landesmuseum, sempre attento all’evoluzione della società passata e presente. Ma lo spirito del ’68 – l’idea è di immergere lo spettatore nell’atmosfera di quegli anni – è anche documentato grazie a una serie di fotografie che hanno fatto la storia, di oggetti storico-culturali e opere d’arte di artisti di rottura per l’epoca, a modo loro protesi verso il superamento polemico della realtà del momento: Robert Indiana con il suo inno all’amore (Love) che accoglie il visitatore al secondo piano del Museo nazionale, Andy Warhol e la Pop Art, Claes Oldenburg, Jean Tinguely, Niki de Saint Phalle per dire dei più noti.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Chicche gastronomiche a km zero

Attualità Specialità ticinesi sopraffine per i momenti speciali. I banchi dei formaggi di Migros Ticino vi propongono

alcune raffinatezze in edizione limitata per accogliere con gusto gli ospiti nei giorni di festa 1 Tremola zafferano, aglio o paprica

Il Caseificio Dimostrativo del Gottardo di Airolo è famoso ben oltre i confini cantonali grazie alla sua produzione artigianale di differenti formaggi ticinesi a base di buon latte di montagna della regione, nonché per il caseificio aperto al pubblico, dove i visitatori possono scoprire l’affascinante mondo della preparazione del formaggio, conoscere gli appassionati casari e acquistare direttamente sul posto le delizie dell’Alta Leventina. Quest’anno gli amanti del formaggio potranno rendere ancora più golose le feste, assaggiando una specialità classica del caseificio, il Tremola, declinata in tre variazioni aromatiche per una proposta in edizione limitata. Questo formaggio a pasta semidura a crosta fiorita, dal caratteristico sapore marcato di erbe di montagna, viene infatti arricchito con zafferano, aglio o paprica durante la trasformazione e lasciato stagionare almeno 5 settimane in cantina prima di essere posto in commercio.

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2 Gottardo Grotta Platinum

In un paese del formaggio come la Svizzera le specialità casearie sono protagoniste in ogni momento dell’anno, e naturalmente anche durante il periodo natalizio non possono mancare sulla nostra tavola, soprattutto se si parla di preparazioni particolari. Come di fatto lo è il Gottardo Grotta Platinum, un prodotto anch’esso del Caseificio Dimostrativo del Gottardo. Si tratta di un formaggio a pasta semidura, tendente al duro, dal gusto intenso e delicato. Si fregia della denominazione Platinum grazie ad una stagionatura in grotta che si protrae per ben 9 mesi. Lasciatevi conquistare dalla sua unicità.

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3 L’Alpe Piora DOP Una raffinata prelibatezza creata da appassionati casari sull’alpeggio più esteso del Ticino, a 1960 metri d’altezza. L’Alpe Piora DOP 16 mesi è un formaggio grasso, prodotto secondo la tradizione con latte crudo munto in quota, durante i mesi estivi. Dopo una prima stagionatura di 60 giorni sull’Alpe, alcune forme vengono trasferite nelle storiche cantine di Mendrisio, dove l’affinamento continua per oltre un anno sotto l’attenta e amorevole supervisione degli specialisti. È un formaggio che possiede una pasta extradura, mentre il suo sapore deciso, unico nel suo genere, seduce tutti i palati.

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Idee e acquisti per la settimana

Il menù delle feste è servito

Attualità Maialino al forno, filetto alla Welligton o finissimo tonno? Alla Migros trovate

il piatto giusto per i giorni di festa. Vi proponiamo qui alcune semplici ma allettanti delizie. Per qualsiasi consiglio, non esitate a rivolgervi ai nostri specialisti dei reparti carne e pesce

Altre sfiziosità fresche dal vostro supermercato Migros Chinoise, Bourguignonne, Entrecôte Irish Beef, Filetto di bisonte, Entrecôte di Wagyu, Tacchino, Cappone, Faraona, Pollo di Bresse, Ostriche, Caviale, Foie Gras, Entrecôte e Sella di renna.

Il maialino da latte Questa carne conquista anche i palati più esigenti grazie al suo sapore delicato, la sua impareggiabile tenerezza e la cotenna croccante. Un piatto perfetto per banchetti in famiglia e tra amici che prenderà per la gola i vostri ospiti nei giorni di festa. La ricetta

Maialino da latte al forno Ingredienti per 4 persone: 2,5 kg di maialino da latte a tocchetti Marinata: 4 cucchiaini (cc) di aceto balsamico 6 cc di olio di oliva 8 cc di miele 2 cc di senape 2 cc di aglio in polvere 2 cc di rosmarino tritato 2 cc di paprica 8 cc di birra chiara (o vino bianco) sale e pepe q.b.

Preparazione Miscelare bene tutti gli ingredienti e sfregare i pezzi di maialino con la marinata. Lasciare marinare per un’oretta. Trasferire la carne in una teglia e aggiungere eventualmente ancora un po’ di birra (o vino bianco). Infornare nel forno ventilato, preriscaldato a 160°C, per ca. 1 ora (forno statico 180°C, 1½ ore) girando la carne di tanto in tanto. Terminare la cottura a 220°C per 15 minuti affinché il maialino diventi bello croccante.

Il filetto di manzo alla Wellington Una delle diverse leggende sulla nascita di questo piatto, narra che fu creato in onore del primo duca di Wellington, Arthur Wellesley, in occasione della vittoria nella battaglia di Waterloo nel 1815. Quale che sia la sua origine, oggi è uno dei filetti in crosta più conosciuti e apprezzati per la sua caratteristica sapidità. Il filetto di manzo alla Wellington pronto da infornare, è un prodotto preparato con cura e maestria dal Salumificio Angelo Valsangiacomo di Mendrisio seguendo la ricetta tradizionale. Tutti gli ingredienti utilizzati sono di origine svizzera. Lo potete riservare per 4 o 6 persone alla vostra macelleria Migros entro il 19.12, con ritiro il 24.12. È solo da cuocere nel forno tradizionale alla temperatura di 180 °C per ca. 25 minuti.

Il tonno Aromatica, tenera come il burro e delicata: queste sono le irresistibili peculiarità della carne di tonno. Questo pesce non deve essere cotto a lungo, altrimenti la sua carne si secca troppo. Dal punto di vista gustativo, il tonno si armonizza bene con pepe, limone ed erbette aromatiche. La ricetta

Tonno in crosta di pancetta Ingredienti per 4 persone: 800 g di tonno in un pezzo 100 g di pancetta da cuocere a fette 2 cucchiai di pangrattato grosso 1 cipolla 3 spicchi d’aglio 2 cucchiai d’olio 800 g di pelati tritati 1 cucchiaio di zucchero ½ mazzetto di cerfoglio sale e pepe Preparazione Scaldare il forno a 200°C, solo la parte superiore. Tagliare la pancetta a dadini e

mescolarla con il pangrattato. Tritare cipolla e aglio e soffriggere nell’olio. Aggiungere i pomodori e lo zucchero e fare bollire la salsa per 10 minuti. Unire il cerfoglio tritato. Condire la salsa con sale e pepe. Nel frattempo, accomodare il tonno in una teglia foderata con carta da forno e condire con sale e pepe. Ricoprire il pesce con la miscela di pancetta e pangrattato e premerla bene sulla carne. Cuocere il tonno in forno per ca. 15 minuti, poi tagliarlo a fette di ca. 2 cm. Servire con la salsa di pomodoro. Accompagnare con patate lesse.

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Idee e acquisti per la settimana

Dolci creazioni regionali

Attualità Marzio Monaco è titolare della panetteria-pasticceria Dolce Monaco di Losone e produce per Migros Ticino

il panettone al gianduja e il torrone al pistacchio. Lo abbiamo incontrato nel suo laboratorio...

Vincenzo Cammarata

Il mastro panettiere-pasticcere Marzio Monaco all’opera.

Nata nel 2000, grazie all’intraprendenza del fondatore Marzio Monaco, la panetteria-pasticceria Dolce Monaco si è ben presto affermata nella regione per la genuinità delle sue produzioni artigianali. «La nostra gamma di prodotti spazia dalla classica panetteria ai tradizionali panettoni, passando per la pasticce-

Che successo!

Il DVD di «Frontaliers Disaster», in vendita in esclusiva a Migros Ticino, sta facendo registrare un incredibile successo di vendite. Lo spassosissimo film, incentrato sulle avventure – e disavventure – di Roberto Bussenghi e Loris J. Bernasconi, è ancora disponibile al prezzo speciale di CHF 10.– in tutte le filiali. Ricordiamo inoltre che i due protagonisti, alias Flavio Sala e Paolo Gluglielmoni, saranno presenti per firmare autografi sabato 22 dicembre al supermercato Migros di Locarno.

ria più variegata fino alla produzione di cioccolatini, amaretti e biscotteria», spiega il titolare Marzio Monaco. Da qualche anno durante il periodo natalizio, Marzio rifornisce Migros Ticino con il suo morbidissimo panettone con farcitura alla crema di gianduja e, come novità da quest’anno, anche con il tor-

rone al pistacchio. Ma cosa rende un panettone invitante? «Innanzitutto l’ottima qualità degli ingredienti», precisa Marzio. «Poi naturalmente, la passione per il mestiere, la capacità artigianale nel saper miscelare alla perfezione i componenti, la grande attenzione per la lievitazione dell’impasto con lievito madre,

Un vero spasso per bambini... e non solo

Fino al 24 dicembre i piccoli visitatori del Centro Migros S. Antonino potranno trascorrere dei momenti indimenticabili sulla magnifica giostra carosello, appositamente allestita per rendere l’at-

tesa del Natale ancora più magica e sfavillante. Un’esperienza entusiasmante e divertente che trasporterà i bimbi in sella ai loro cavallini variopinti in un’atmosfera incantata da vero mondo delle fiabe. Naturalmente saranno sorvegliati dall’occhio attento di personale specializzato. La giostra carosello resterà aperta tutti i giorni dalle ore 10.00 alle 18.00.

processo che dura oltre due giorni, e, infine, una cottura attenta che permette di ottenere un prodotte eccellente». Tra gli ingredienti di spicco di questo prodotto di alta pasticceria, va segnalato l’utilizzo di burro ticinese d’alpe, una caratteristica che rende il panettone ancora più aromatico. Provare per credere.

Panettone Gianduja 500 Fr. 19.50 Torrone morbido al pistacchio 80 g Fr. 7.–

Congratulazioni! Questo sì che è un bel regalo di Natale! Negli scorsi giorni, infatti, è stata premiata la fortunata vincitrice del primo premio del grande concorso autunnale sui formaggi francesi «Jackpot dei formaggi». A vincere è stata Micol Maestretti di Locarno, la

quale si è portata a casa nientemeno che una carta regalo Migros del valore di CHF 1000.–. Il concorso, che ha fatto registrare migliaia di partecipanti, ha assegnato anche ulteriori 10 carte regalo Migros del valore di CHF 100.– ciascuna.

Fernanda Schittone ritira il premio per conto della figlia Micol Maestretti da Carlo Mondada, responsabile marketing settore caseario Migros Ticino (a destra) e Joe Kunz dell’azienda Savencia Fromage & Dairy Suisse.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino • 17 dicembre 2018 • N. 51

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Idee e acquisti per la settimana

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Una dose extra di vitamina C per la pelle Fresca energia in inverno: grazie alla vitamina C la maschera in tessuto Fresh-Mix «SkinActive» di Garnier idrata, rafforza la barriera cutanea e preserva l’aspetto giovanile della pelle. Basta immergere la maschera in tessuto nel siero di vitamina C, appoggiarla sul viso e lasciar agire il siero per 15 minuti. La maschera in tessuto si adatta perfettamente alla forma del volto e tonifica la pelle stanca o dal colorito spento.

Utilizzo

1. Piegare la confezione lungo la linea tratteggiata sul retro, piegare di nuovo seguendo la seconda freccia e premere il siero verso destra.

Durante la stagione fredda la maschera in tessuto «SkinActive» conferisce alla carnagione luminosità e vitalità.

Maschera in tessuto Fresh-Mix Vitamina C Garnier SkinActive Fr. 5.90 Nelle maggiori filiali

Foto Dan Cermak, Hair & Makeup Michèle Anderhub

2. Spingere il siero verso la parte alta della confezione in modo da forare e liberare la chiusura. Quindi far confluire tutto il siero verso la parte della confezione che contiene la maschera in tessuto. Assicurarsi che l’intera maschera sia imbevuta di siero. Aspettare un minuto.

3. Aprire la confezione e applicare la maschera sul viso. Lasciar agire per 15 minuti.


Attualità: vassoi per fondue chinoise al bancone della carne.

Bancone della carne Migros Qui il mastro macellaio ti consiglia sulla nostra offerta di carne per fondue chinoise: • variegata scelta di carne • tagli su richiesta • preordinazione online

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20% Tutti i dessert Tradition per es. Crème Vanille, 175 g, 1.– invece di 1.30

Tutto l’assortimento di biscotti natalizi Grand-Mère per es. miscela natalizia, 380 g, 5.40 invece di 6.–, offerta valida fino al 25.12.2018

Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 18.12 AL 24.12.2018, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK


Schizzo del sinistro

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Capiti quel che capiti – potete contare sul nostro rapido aiuto senza formalità .