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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 16 agosto 2016

Azione 33 -55 ping M shop ne 29–36 / 49 i alle pag

Società e Territorio Pokémon, una nuova forma di storytelling della specie umana

Ambiente e Benessere L’invisibile microbiota, fondamentale e prezioso alleato della nostra salute

Politica e Economia Reportage da Sirte, Libia, dove si stringe la morsa attorno all’ISIS

Cultura e Spettacoli Lingua, poesia e violenza: il mondo frammentato di Celan

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Stefano Spinelli

Festival, l’imbarazzo della scelta

di Fumagalli e Rossi pagine 25-26

In attesa che il sultano si plachi di Peter Schiesser Il sultano si è sentito ferito nell’orgoglio. Ed ora mette il broncio all’Occidente. Il presidente turco Erdogan non le ha mandate a dire nella prima intervista alla stampa occidentale, su «Le Monde» (9.8.’16). Troppo blande le reazioni occidentali di sostegno alla sua persona e alla democrazia turca dopo il fallito colpo di Stato di metà luglio, troppo indigeste le critiche per l’ondata di arresti ed epurazioni nell’esercito, nel mondo accademico, nei media e per le pressioni sugli attivisti dei diritti umani: Erdogan accusa direttamente gli Stati Uniti di essere coinvolti nel tentato golpe con un diretto appoggio al suo rivale e regista (secondo il presidente turco) del fallito golpe Fethullah Gülen, in esilio volontario in Pennsylvania, di cui lamenta la mancata estradizione, e accusa l’Unione europea di mettere in pericolo l’accordo sull’immigrazione che ha bloccato l’afflusso di profughi dalla Turchia. Intanto, vola a Mosca dal suo «amico» Putin, con cui ristabilisce e rinnova i rapporti lanciando l’idea di un’«Asse dell’amicizia». Un sultano ferito è già di per sé scomodo. Se poi è tormentato dalla

paranoia, come molti commentatori sostengono, la questione si aggrava. Se qualcuno vede nemici ovunque, al momento in cui appaiono e riesce a sconfiggerli si sente confermato nella sua paranoia, ma anche nel suo sentimento di onnipotenza. In questo momento si sente forte e sostenuto dal popolo, nonostante l’orgoglio ferito, ma tuttora anche inviperito. Per gli Stati Uniti e l’Ue si pone il problema di come comportarsi con il sultano e nel contempo salvare le relazioni con un Paese troppo importante dal punto di vista strategico. Attendere che Erdogan sbollisca la rabbia, blandendolo e tentando di farlo ragionare? Ma come reagire se il presidente turco pone come condizione a Washington l’estradizione del «terrorista» Gülen, e a Bruxelles l’entrata libera dei cittadini turchi nell’Ue, come previsto dall’accordo sull’immigrazione? L’Occidente non può ammettere deroghe di quel calibro al suo sistema di diritto: in assenza di prove gli Stati Uniti non possono estradare una persona che rischia la pena di morte nel proprio Paese («ma ci chiedono di estradare negli USA i terroristi islamici», risponde Erdogan), l’Ue non può venir meno a principi di rispetto dei diritti e della vita umana, ancor meno di fronte ad un regime che da democratico si

sta trasformando in assoluto. I prossimi mesi saranno importanti e delicati, ci mostreranno se sarà ancora possibile considerare la Turchia un alleato dell’Occidente, all’interno della Nato (quindi in funzione anti-russa) e quale Paese cerniera fra Europa e Medio Oriente, oppure se il caos mediorientale si complicherà ulteriormente, con conseguenze imprevedibili. Se per l’Occidente è inaccettabile dal punto di vista dei diritti umani e dei valori della democrazia ciò che sta avvenendo in Turchia a chi è sospettato di aver anche soltanto avuto simpatie per i golpisti e ad altri oppositori, va comunque considerato il ruolo chiave che la Turchia è in grado di esercitare in vari contesti. Il sultano è imprevedibile, e questo rende più delicato il compito, ma se non si vuole perdere di vista una stabilità a medio e lungo termine, non si può prescindere dall’intrattenere dei rapporti costruttivi con la Turchia, che sia oggi dominata da un reggente autoritario e domani da qualcun altro. Nessuno, neanche l’opposizione turca, vuole un regime militare, questa è una vittoria della popolazione che non va dimenticata. Se la democrazia turca si è indebolita, v’è un motivo in più per sostenerla.


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Società e Territorio I pensieri delle ragazze Un libro di Concita De Gregorio su che cosa sognano, pensano e si dicono le ragazze, ieri e oggi pagina 5

Tu mi offendi, o io mi offendo? I consigli della psicoterapeuta tedesca Bärbel Wardetzki per far fronte ad un’emozione che ha più a che vedere con noi stessi che con chi crediamo ci offenda

L’ultimo Windows Con Windows 10 Microsoft si avvicina ad Apple e promette: in futuro ci saranno solo aggiornamenti di Windows 10 pagina 6

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I borghi più belli della Svizzera Iniziative Un’associazione nata in Ticino nel 2015 con aspirazioni nazionali si è posta l’obiettivo di far conoscere

al pubblico città che spesso vengono ignorate. Un modo per rafforzare l’unione fra gli svizzeri e per attirare turisti Laura Di Corcia Al di là degli itinerari più battuti. Dei luoghi turistici, sovraffollati, presenti su ogni guida. Piccoli paesi con viuzze strette spesso e volentieri accessibili solo a piedi; piazzette, chiese, case abitate solo d’estate, bar semideserti. Sono questi i borghi che piacciono al turismo allergico al concetto della massa, animato dalla voglia di scoprire i nuovi posti cercandone il volto più autentico, al riparo dai facili ma pericolosi richiami della globalizzazione. Tale spirito anima la nuova iniziativa a livello elvetico, «I borghi più belli della Svizzera», che vuole riproporre anche sul nostro territorio nazionale quanto già avviene nelle vicine Italia, Francia e Spagna. Tutto comincia un anno e mezzo fa: Kevin Quattropani, che lavora nel settore turistico da vent’anni ed è un fine conoscitore dei borghi europei, avendoli girati quasi tutti, sta percorrendo in treno la tratta Arth-Goldau – San Gallo sicuro di non trovarci nulla di nuovo, ma a un certo punto un paesino bianco e arroccato invade nel suo spettro visivo. Che cos’era? Come mai non lo conoscevo? Le domande si susseguono, la risposta è facile da trovare nell’era di Internet e Google (trattavasi di Lichtensteig), ma non è tanto quello a porre le basi per l’idea di creare l’as-

La specie che racconta storie Evoluzione umana Lo «storytelling»

è ovunque: nel gioco, nel sogno, nella mente, nei libri. È legame sociale e mappa di senso

Lorenzo De Carli «Pokémon Go» è stato il gioco più usato nel corso di questa estate. Ha portato fuori casa milioni di utenti alla ricerca dei «mostri tascabili», creature immaginarie che possiamo catturare, allenare e far combattere. Per i più, si tratta di un gioco e basta, ma chi sta studiando lo storytelling – ovverossia le pratiche di narrazione – sa che c’è dell’altro: una nuova metamorfosi di quello che un tempo era il lettore e, nello stesso tempo, un nuovo modo di raccontare storie, e le storie – secondo Jonathan Gottschall, l’autore di L’istinto di narrare – «sono per gli esseri umani ciò che è l’acqua per i pesci». L’ampio studio che Gottschall ha dedicato a «come le storie ci hanno reso umani» termina con un’articolata indagine sulle varie tipologie di videogiochi, l’ultima delle quali – il gioco di ruolo dal vivo – prevede proprio che gli utenti interagiscano, lasciando le loro stanze e muovendosi nello spazio reale con dispositivi in grado di far apparire elementi fantastici, appartenenti ad un universo narrativo nel quale sono immersi anche altri utenti. Questi giochi, dice Gottschall, «ci invitano a entrare in ambientazioni finzionali riccamente articolate non come passivi soggetti immaginanti (come avviene nella finzione narrativa tradizionale), bensì come personaggi attivi. Sono un ibrido tra gioco e narrazione». «Pokémon Go» non è propriamente un Role-Playing Game ma la ricerca di Gottschall sulle varie forme che la narrazione ha assunto nel corso della storia ci permette di comprendere che si tratta di qualcosa che soddisfa il piacere di dipanare un tessuto narrativo tanto più avvincente, in quanto realizzato con una grammatica universale che prevede questi semplici elementi: un eroe deve risolvere un problema, incontra degli ostacoli, trova le strategie per superarli, e ottiene un premio. Così, mentre da anni c’è chi dice che il

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

romanzo è morto, Gottschall – con una intuizione premiata proprio dall’entusiasmo per «Pokémon Go» – ci dice «che nei prossimi cinquant’anni la pratica dello storytelling si evolverà in nuove direzioni. La funzione interattiva, in forma di giochi di ruolo, passerà dalle frange dei fanatici al mainstream». Ma come è accaduto ciò? Jonathan Gottschall, che insegna letteratura presso il Washington and Jefferson College in Pennsylvania, è uno studioso un po’ particolare perché si occupa di evoluzione e letteratura, cerca cioè di comprendere in che modo la letteratura svolge una funzione necessaria alla nostra specie. Detta così la faccenda è un po’ grottesca, innanzitutto perché la maggior parte di noi vive benissimo senza letteratura, e poi perché la letteratura non è, certo, mai stata un tratto indispensabile alla sopravvivenza della nostra specie. Ma il fatto è che Gottschall si occupa in maniera molto più generale dell’atto di narrare, e da questa prospettiva è chiaro che «le storie, e tutta una serie di attività analoghe al narrare, dominano la vita umana». La tesi di Gottschall è che l’universo della narrazione, che scorre parallelo a quello della vita in cui sono immersi i nostri corpi, serve per dare senso alle nostre azioni. Non c’è bisogno della letteratura per costruire narrazioni: i gruppi di cacciatori-raccoglitori analfabeti che si riuniscono attorno al fuoco sentono storie di caccia, storie di imprese avventurose, storie di vita quotidiana. Quando si dice che l’evoluzione, selezionando il tratto del linguaggio ha dotato la nostra specie di un vantaggio straordinario rispetto ad altre, si trascura di osservare che il linguaggio ci è stato tanto più utile, in quanto ci ha permesso di compiere due operazioni: correlare eventi del passato allo scopo di far emergere schemi nei quali riconoscere un senso, e prefigurare, con lo stesso meccanismo narrativo, il futuro. Senza queste mappe narrative che Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

sociazione, quanto la consapevolezza che anche a lui, tanto appassionato di piccoli paesi e località, anche a lui che a quei tempi abitava in quella zona e credeva di conoscerla tutta, potessero sfuggire località degne di nota, lontane dal turismo di massa ma non per questo meno degne di essere visitate, gustate, apprezzate. Così, ad aprile 2015, nasce l’associazione: ci sono delle lungaggini di mezzo per altri impegni, ma poi dopo il classico e noiosetto iter burocratico ecco che Quattropani - cui si sono aggiunti Francesco Cerea, consigliere storico-culturale ed esperto in storia locale, Fiorenzo Pichler, segretario, Alexander Powell, assistente – inizia a inviare le lettere ai Comuni. Ad oggi, in sette han detto sì: Ascona, Morcote, Poschiavo, Saint-Ursanne, La Neuveville, Grandson e Gruyères. La prima domanda che viene da porre riguarda Ascona e Gruyères: località molto note, trafficate, piene di turisti. «Io credo al fatto che il forte aiuti il debole – precisa Quattropani, il quale confessa che in questo periodo, presentando il progetto ai Comuni, ha scoperto che l’idea di far nascere un’associazione di questo tipo è baluginata a molti, che poi per un motivo o per un altro non hanno dato seguito al progetto. «Il fatto di avere due Comuni forti, come Ascona o Gruyères, che

Pokémon go è un evento planetario, e si iscrive nel solco della narrazione, istinto proprio del genere umano. (Keystone)

ci rappresentano il passato e ci danno indicazioni per il futuro non saremmo quel che siamo. Ma Gottschall non si limita a dire che l’atto di narrare è intrinseco al modo in cui guardiamo al passato e al futuro, ci dice anche che si tratta di un atto che crea un mondo immaginario nel quale possiamo fare esperienze virtuali ed esercitarci a risolvere i problemi, soprattutto quelli relazionali, che incontriamo tutti i giorni. Gottschall traccia una linea di continuità tra i giochi di ruolo dei bambini, l’attività onirica, il funzionamento della mente, e le tante forme riconosciute di narrazione: dalla letteratura ai film, dall’opera lirica ai videogiochi. Così come i bambini, giocando, sono impegnati a cimentarsi nella risoluzione di quegli stessi problemi che avranno da adulti, nello stesso modo, nei sogni (che ricordiamo solo

in minima parte), noi entriamo in un universo narrativo che riproduce la realtà quotidiana allo scopo di reiterare l’esperienza di trovare una soluzione ai problemi di tutti i giorni. I casi dei soggetti split-brain, ai quali cioè è stata interrotta la comunicazione tra i due emisferi del cervello, hanno messo in evidenza la tendenza della nostra mente a narrare storie per spiegare o giustificare le nostre azioni. È l’emisfero sinistro, come ha illustrato bene Michael Gazzaniga, che si occupa di «narrare» a noi stessi e agli altri ciò che facciamo. In assenza di questo «interprete», non perdiamo le competenze di agire in maniera adeguata, però perdiamo la competenza di raccontare coerentemente le nostre azioni. Raccontarci chi siamo e che cosa abbiamo fatto ci pare così naturale, che non ci rendiamo conto che faccia-

mo molto più di quello che sappiamo descrivere, che il nostro cervello «sa» più di quello che noi sappiamo narrare. Tuttavia la capacità di narrare ci ha dato un vantaggio evolutivo fondamentale: quello d’inscrivere la nostra azione quotidiana in un tessuto narrativo coerente, che si estende nel passato e nel futuro. Per noi è a tal punto essenziale, che l’aiuto terapeutico a raccontarci in maniera adeguata la storia delle nostre vicende è spesso una potente forma di cura. «La tecnologia dello storytelling si è evoluta dai racconti orali alle tavolette d’argilla, ai manoscritti, ai libri stampati, ai film, alla televisione, agli e-book e ai tablet» – dice Gottschall perché le storie continuano ad adempiere alla loro antica funzione: quella di creare legame sociale e di offrirci una dimensione virtuale dove sperimentare il reale.

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Torneo medievale a Saint-Ursanne, per rinsaldare i rapporti con i vicini francesi e valorizzare le doti dei cavalli delle Franches-Montagnes. (Keystone)

La cittadina di Romont, sede del Museo della vetrata, unico in Europa. (Keystone)

ha un afflusso pazzesco tanto che in un certo senso sembra di essere a Disneyland, dà un aiuto concreto a tutta la rete. È più o meno quello che accade in occasione dei Festival musicali: il gruppo più famoso attira gente che poi scoprirà anche le band meno note ma comunque valide». L’ideatore del progetto continua citando Romont, un paesino vicino a Gruyères, che non conosce quasi nessuno ma che serba in seno una piccola chicca: il Museo della vetrata, unico in Europa. «La visita al museo diventa un po’ complementare a Gruyères. Un altro esempio? Un turista arriva ad Ascona e vede che vicino ci sono Rasa e Bosco Gurin: a quel punto, auspicabilmente e probabilmente, la visita sarà meno breve, si allungherà il soggiorno, con tutti i vantaggi che conosciamo a livello di introito turistico». Ma quali sono i vantaggi che l’associazione apporterà al territorio? Cambierà l’immagine della Svizzera agli occhi dei suoi abitanti? Se sì, in che modo? «Io penso che la parola chiave sia la consapevolezza – spiega Francesco Cerea, socio della società svizzera di araldica, che per la sua tesi di laurea si è occupato di patriziati in Canton Ticino e per la quale ha rice-

vuto la laudatio dalla corporazione patrizi di Mendrisio, dimostrando quindi una fine conoscenza della materia. «Capire che anche in Svizzera esistono piccoli gioielli da tutelare non può che rafforzare lo spirito di unione. Quello che vorremmo ottenere è che una persona del Giura, che decide di passare le vacanze in Italia, faccia una sosta di due giorni in Ticino per visitare Giornico, per dire. Ci sono molte cose che non si sanno sul nostro territorio. Un esempio? Il campanile della chiesa dei Santi Pietro e Paolo ad Ascona. Quando ho raccontato in Municipio che fu d’ispirazione per la costruzione della cattedrale di Soletta, sono rimasti sorpresi». Tutto a gonfie e vele, quindi, per la neonata associazione, ma non mancano le amarezze: il fatto, per esempio, di non essere ancora sufficientemente ascoltati e capiti nella Svizzera tedesca. «Sarà che nel mondo germanofono, quindi in Austria e Germania, questo tipo di associazione non esiste; sarà che i progetti che vengono dal Ticino son sempre guardati con sospetto, ma io per ora ho percepito una vera e propria resistenza», precisa Quattropani, il quale confessa anche un sogno: aderire, un giorno, all’asso-

sopravvissero non ricordavano più né il proprio nome né quello dei propri genitori. Così accade al piccolo Arcady Yelchin, il «campione» del titolo – «campione» perché in orfanotrofio era imbattibile a calcio, e perché il suo grande sogno era quello di diventare il centravanti della squadra dell’Armata Rossa – che, dopo un’infanzia drammatica, ha la fortuna di essere adottato da un giovane vedovo, Ivan Ivanych, il quale a sua volta ha un passato pesantemente segnato dalle persecuzioni della dittatura. Non sarà immediato per Arcady, che non ha mai conosciuto l’affetto di un padre, riuscire ad avere fiducia in Ivan e nella vita, ma a piccoli passi si aprirà ai sentimenti, riuscirà a piangere e poi anche a ridere, nonché a realizzare il suo sogno. Un romanzo intenso e delicato – tra l’altro anche

mirabilmente illustrato dallo stesso autore –, una storia vera che parla di calcio e di profonde ferite interiori. E di come i due protagonisti, l’uomo e il bambino, sostenendosi l’un l’altro e formando una piccola famiglia, cerchino di rimarginarle. Anche se, come scrive l’autore – che ora vive negli Stati Uniti – nella bella postfazione, il trauma sopravvive anche «a sessant’anni dalla morte di Stalin e a migliaia di chilometri dalla Russia» .

ciazione «Les plus beaux villages de la Terre». Se gli chiediamo quale fra i nostri borghi potrebbe fregiarsi di tale onorificenza, sta sul vago e risponde che a lui piacciono soprattutto i luoghi non tanto belli esteticamente, quanto autentici, quelli in cui si respira un’atmosfera particolare, come a SaintUrsanne. Riusciamo a strappargli un paio di nomi per le nostre prossime uscite fuori porta nella vicina Penisola: Pitigliano nella Maremma toscana e Civita di Bagnoregio, a Viterbo. E per quanto riguarda il business plan? «Il primo traguardo di dieci comuni è vicino – conclude Quattropani – dopodiché sarà importante essere presenti nelle fiere internazionali, a partire dalla Svizzera, come Fespo di Zurigo, poi nei Paesi limitrofi, come la Baviera, la zona di Lione, la Lombardia, per esempio alla Bit di Milano». In questo modo non saranno solo le località più famose ad essere rappresentate, ma tutti i borghi del territorio, a vantaggio – si spera – del turismo in Svizzera tout court. Informazioni

http://www.borghisvizzera.ch/

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Eugene Yelchin, Il coraggio di un campione, Piemme Il Battello a Vapore, da 10 anni I romanzi storici nella letteratura per ragazzi sono tanti. Il Novecento soprattutto è stato indagato e raccontato con maestria e sotto molti aspetti, in particolare per quanto riguarda la Grande Guerra e la Shoah, su cui diversi autori hanno scritto opere che possono essere considerate dei classici della letteratura giovanile. Pensiamo ad esempio a Michael Morpurgo, per la prima guerra mondiale, o a Uri Orlev, per la tragedia del nazismo. Tuttavia c’è un tema immenso che ancora sta lì, come una ferita aperta, ad attendere di essere raccontato, perché su di esso sono pochissime le opere per ragazzi, ed è il periodo dello stalinismo. I romanzi che rendono onore alla memoria dei milioni di

vittime della repressione sovietica si contano sulle dita di una mano. Uno, molto bello e uscito qualche anno fa, è Non chiamatela Crudelia Demon di Anna Lavatelli. E adesso, sempre dal Battello a Vapore, esce questo toccante racconto di Eugene Yelchin, ispirato alla storia vera di suo padre, calciatore nella Società Sportiva della Casa dell’Armata Rossa. Anche Il coraggio di un campione, come già il libro della Lavatelli, si concentra sui bambini: poiché il governo distrusse sistematicamente chiunque non era o avrebbe potuto non essere d’accordo con il regime, i figli dei «nemici del popolo» vennero rinchiusi in orfanotrofi gestiti dalla polizia, nei quali vennero deprivati non solo dell’affetto familiare, delle cure e del cibo, ma anche della propria identità e della propria memoria. Molti di coloro che

Sara Agostini, illustrazioni di Marta Tonin, Le sei storie delle emozioni, Gribaudo, da 3 anni Blu di paura, rosso di vergogna, giallo di gelosia, verde di invidia, arancione di gioia, grigio di tristezza: sei piccole storie di quotidiane emozioni. Ho fatto un brutto sogno, non voglio stare nel mio lettino da solo...e se la mam-

ma vuole più bene a lui che a me?... anch’io voglio quella bambola, non è giusto che lei ce l’abbia e io no... Le emozioni non sono giuste o sbagliate, si provano tutti i giorni. L’importante è saperle riconoscere, e sapere che non succede solo a te. E anche che si possono superare, e che il mondo poi torna arancione di gioia. Le situazioni narrate sono semplici e comuni: in esse, anche grazie alla forza delle immagini, che sembrano tracciate con i pastelli a cera, i piccoli fruitori si possono facilmente rispecchiare. Il libro si presta alla lettura condivisa con un adulto e con altri bambini, aprendo tante possibilità di dialogo e di narrazioni di esperienze. Perché anche per gli adulti riflettere sulle emozioni è una preziosa occasione di elaborare, o rielaborare, i propri vissuti.


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Società e Territorio

La bellezza dei pensieri delle ragazze Pubblicazioni Un libro della giornalista italiana Concita de Gregorio sulle esperienze, i pensieri, i sogni

e i sentimenti delle donne, adolescenti, adulte e anziane Natascha Fioretti Nel Paese dove dall’inizio dell’anno sono avvenuti più di 55 femminicidi, dove Sara di Pietrantonio, 22 anni, è stata bruciata viva dal suo ex fidanzato Vincenzo Paduano, 27 anni, perché non accettava di essere stato lasciato, è uscito un libro su che cosa pensano le ragazze, che cosa sognano, che cosa dicono, dove vogliono andare. In realtà è più di un libro, si tratta di un progetto che Concita De Gregorio, giornalista e scrittrice, inviata di «la Repubblica», conduttrice del programma culturale «Pane Quotidiano», e già direttrice de «l’Unità», ha ideato e portato avanti con un team di dieci donne. Insieme hanno girato l’Italia per due anni intervistando e ascoltando le storie di migliaia di donne italiane di tutte le età e di tutte le città. Si tratta dunque di una raccolta di vissuti e di esperienze che tra mille riflessioni, prese di coscienza, mappature di pensieri, fa davvero ridere e commuovere e, al tempo stesso, a quelli della mia generazione, regala una certezza: non sei più giovane e non puoi sapere che cosa pensano i giovani di oggi. Alberta e Margherita, due amiche adolescenti, mentre studiano chimica, parlano di ragazzi e di come far colpo su di loro. Mentre la prima predica i benefici infallibili della strategia «assecondali in tutto così li fai contenti», la seconda vede la questione in modo più complesso e preferisce essere sincera, operare una selezione alla radi-

ce: «Voglio dire. Quelle con le tette e il culo possono stare con chiunque, e chiunque può stare con loro. Quelle con la personalità carismatica, con il carattere invece hanno bisogno dell’amatore. Uno che abbia rispetto, capito come?». Certo che l’amica capisce, ma le dice anche che con il rispetto «lì per lì non concludi niente». E tra esempi e discorsi per intendersi sul concetto di selezione naturale arrivano a parlare di Golden Retriever: «Per scegliere il cucciolo migliore si mettono tutti insieme e gli si fa un grande spavento. Ci sono quelli che si nascondono, quelli che scappano e di solito ce n’è uno che sta lì fermo. Quello che non si spaventa vuol dire che è il più forte e te lo porti a casa. È un metodo, no? Se il tipo non si spaventa vuol dire che fa per te». «Sì», risponde l’amica, «o magari è sordo». Sulla stessa riga c’è la storia di Carolina e Margherita, esilaranti le loro teorie sul bacio alla fine del primo appuntamento, su come bisogna guardare il ragazzo che ci riporta a casa, come e da che parte tenere inclinata la testa, cosa non dire: «è molto importante che tu non dica niente. Non rispondere a nessuna domanda, sorridi solo. Inclini un po´ la testa lo guardi e sorridi. È il segnale. Se resisti così, lui ti bacia». Questo se spegne il motore, altrimenti «tu allunghi la mano e gli spegni il motore» dice Carolina a Margherita che però non capisce e non ci sta: «Una che spegne il motore fa venire l’ansia». Ma Carolina sa il fatto suo e le dice che così la bacerà. L’importante dopo il bacio è non rimanere

Che cosa si dicono le ragazze di oggi? (Keystone)

lì, prendere e andare via subito, «cioè scusa: lui mi bacia e io me ne vado?», «Obbligatorio. Non resti lì per nessun motivo al mondo. Ti bacia, lo baci e te ne vai. Guarda Margherita è fondamentale. Ripetiamo: bacio, portiera, allora ciao». Ci si ricorda della propria adolescenza, si realizza quanto sia anagraficamente lontana ma vicina al cuore con quella sua spensieratezza e voglia di scoprire il mondo e, al contempo, quell’imbarazzo nell’osare e vivere nuove avventure, come quella di Lorenza che vuole andare in Tanzania a lavorare in un ospedale nel reparto maternità, vuole parlare con le tigri, dormire distesa ac-

canto a loro. E poi ci si ricorda della bellezza e del candore dell’amicizia in quei tempi in cui ci si giura lealtà e vicinanza per sempre. Ma non solo di loro, delle giovanissime ci racconta il libro, dei loro nuovi linguaggi tipo «friends with benefits», per definire relazioni non impegnative, ma anche quella di Nonna Esa, che ha fatto la guerra e si è sposata in pantaloni a 72 anni, oppure della signora Esterina, 82 anni, di Pavia, sposata da più di mezzo secolo con Giovanni, che se da giovane avesse potuto scegliere avrebbe fatto la sarta e invece a quattordici anni è andata a mondare il riso.

«Sono stati due anni magnifici e, sono solo l’inizio di un’esperienza di lavoro condiviso, aperto e per questo invincibile, della quale non cessiamo di ringraziarci a vicenda» scrive Concita De Gregorio in chiusura per segnalare che in realtà le storie sono molte di più di quelle contenute nel libro e che si possono leggere ma anche vedere in video sul blog dedicato «Cosa pensano le ragazze» sul sito di «Repubblica». Rimanendo sul libro uscito per Einaudi, posso dirvi che si tratta una lettura estiva che arriva dritta al cuore, carica di quello stile giornalistico pregnante e franco, denso di significati e di emozioni tipico di Concita De Gregorio che dopo «Mi sa che fuori è primavera» torna a farsi portavoce della forza delle donne, interprete di quel complesso e magico universo femminile che i fatti di cronaca italiana, e non solo, sfregiano ripetutamente, ma che vive e pulsa ed è pronto a cambiare il mondo ad ogni latitudine, perché per ogni donna che muore centinaia fanno sentire la loro voce, si indignano, si affermano e spingono il cambiamento in una società che dalla famiglia al lavoro, alla politica non può più fare a meno di loro, delle loro idee e delle loro competenze. Concita De Gregorio è tra queste, le donne che hanno deciso di raccontarle la propria storia, pure. Bibliografia

Cosa pensano le ragazze, Concita De Gregorio, Einaudi, pp. 140, euro 16. Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio Bärbel Wardetzki consiglia di passare dal «mi hai offeso/a» al «mi sento offeso/a», così da non rimproverare l’altro per un sentimento che appartiene prima di tutto a noi. (Keystone)

È scoccata l’ora X per Microsoft Alfabeto Digitale Osteggiato e temuto da

molti, il nuovo sistema operativo Windows 10 porta sul nostro PC di casa diverse soluzioni nuove e interessanti Ugo Wolf

Le radici dell’offesa Psicologia Un libro della psicoterapeuta tedesca Bärbel Wardetzki

indaga che cosa sta dietro al sentirsi offesi e offre consigli pratici su come affrontare un sentimento che nasce in noi, non dagli altri Eliana Bernasconi Il mondo, si sa, non è quel luogo meraviglioso dove incontri solo esseri comprensivi e gentili, pronti a lodarti, valorizzarti, amarti. No, non lo è, in tutti gli ambiti, nell’amicizia, nell’amore, nei rapporti professionali e sociali fino alle controversie della politica mondiale, la possibilità dell’offesa è presente: ovunque possono emergere contrasti, malintesi, divergenze che possono provocare dolore, rabbia, al limite odio. Dietro questi sentimenti, conflitti irrisolti impediscono un confronto chiarificatore, e il rancore può avere conseguenze disastrose, attacchi reciproci e rotture di rapporti.

Persone che si offendono cronicamente, definite permalose, hanno spesso un’autostima instabile La psicoterapeuta tedesca Bärbel Wardetzki, autrice di Pronto soccorso per l’anima offesa. Reagire agli affronti con filosofia e senza risentimenti, svela cosa avviene in noi quando ci «offendiamo», quali meccanismi entrano in gioco e perché. Il messaggio centrale del libro è uno solo: se pensavate che di fronte a un’offesa fosse inevitabile provare umiliazione o rabbia, sentirsi in balia dell’altro, impotenti come un bambino indifeso, sappiate che le cose non stanno affatto così, perché siamo solo noi a decidere cosa ci offende, siamo sempre noi a intendere e plasmare le reazioni degli altri, a permettere che si trasformino in mortificazioni personali dirette a sminuire il nostro valore, siamo sempre noi che possiamo respingere l’attacco. Per farlo è fondamentale comprendere alcune leggi psicologiche, nelle situazioni di offesa svolge un ruolo centrale la mancata soddisfazione delle esigenze narcisistiche che concernono l’autostima, cui l’offesa è legata a doppio filo: noi vogliamo essere riconosciuti dall’altro, se non siamo in

prima fila, se non veniamo considerati, guardati o ascoltati, se questi desideri restano insoddisfatti possiamo provare rabbia o disprezzo, vergogna e dolore, reazioni che si chiamano offesa. Per evitare di incorrere in questo e difenderci è essenziale conoscere e circoscrivere le nostre esigenze. Vi è la reazione di offesa subita, quella che le persone provano quando si sentono respinte, rifiutate, disprezzate; vi è poi l’azione di offesa inflitta, quando si feriscono gli altri, in entrambi i casi si tratta sempre di una critica, di una parola sbagliata al momento sbagliato, di un invito mancato, di un’esclusione, dell’abbandono da parte di una persona cara. La lista è lunghissima, ogni essere umano è suscettibile, ma le persone reagiscono alle offese in modi del tutto diversi, ad esempio un rifiuto, una risposta negativa per alcuni è soltanto una seccatura, per altri può venire vissuto come un affronto personale che fa provare vera sofferenza, rimuginare continuamente. Le persone che si offendono in modo cronico, definite permalose, hanno spesso un’autostima instabile che fanno dipendere dalle reazioni degli altri e dal favore dell’ambiente, captano ogni segnale critico o svalorizzante, trattare con loro non è facile. I soggetti più sicuri non si offendono così facilmente, non sono ipersensibili ai messaggi negativi dell’interlocutore, non la mettono subito sul personale e non si disorientano quindi facilmente: ad esempio, se un lavoro fatto con impegno e fatica viene rifiutato o criticato dal capoufficio, se sono convinti della bontà del lavoro non accettano certo di dubitare del loro valore. Eppure abbiamo tutti un «punto debole», appare quando ferite che ci sono state inflitte in passato possono riattualizzarsi in nuove esperienze, si vede allora l’interlocutore come il rappresentante di tutti quelli che ci hanno fatto un torto in passato, come quella donna, scrive Bärbel Wardetzki, che avendo perso il padre da piccola esercitava un controllo totale e opprimente sul suo compagno per la paura di perderlo, solo riconoscendo e esprimendo tale paura e dolore ha potuto cambiare. Ma nessun partner può guarire

vecchie ferite, responsabili dei nostri sentimenti siamo sempre e solo noi, non l’altro, non cessa di ricordare l’autrice, di fronte a una persona che si mostra offesa possiamo invece chiederci qual è la sua storia, quale punto debole abbiamo colpito. Il libro offre consigli pratici per uscire indenni dalle situazioni offensive, ricorda che i conflitti esteriori rimandano sempre a irrisolti conflitti interiori, come quelli che spesso caratterizzano le relazioni di coppia, tra desiderio di attaccamento e autonomia, paura dell’abbandono e dipendenza e insegna a separare il nostro benessere dalla figura del compagno senza per questo rinunciare alla relazione. Molte offese nascono quando si stabilisce un legame tra esso e il comportamento dell’altro: ad esempio, «tu sei così indipendente e io mi sento sola/o», oppure «tu sei sempre in ritardo e io poi devo correre». Meglio sarebbe dare un contributo alla soluzione anziché pretenderla dal partner. L’autrice consiglia cautela con le persone offensive, possono avere problemi con se stessi, scarsa capacità di immedesimazione, in molti casi essere competitive e non gioire dei successi altrui, spiega come non cadere nei tranelli delle persone permalose o vittimiste che con il loro risentimento manipolano sottilmente gli altri, le loro provocazioni funzionano solo se qualcuno le raccoglie. Meglio usare l’espressione «mi sento offeso/a» piuttosto che l’accusatorio «mi hai offeso..» perché, insiste sempre Bärbel Wardetzki, siamo sempre e solo noi a permettere che qualcuno ci faccia sentire offesi, decidere se e perché esserlo. Proteggere i nostri punti deboli, non prenderla sul personale, rafforzare l’autostima, vedere le critiche come un dono, seppellire gli scheletri dell’offesa, mettersi nei panni dell’altro... da sempre le offese si superano mostrando comprensione per sé e per l’altro, rinunciando ad aver ragione a ogni costo e all’ultima parola. La pace e la serenità con se stessi e con l’interlocutore, l’esatto contrario dell’offesa, presuppone di non pretendere che l’altro cambi, di non aspettarsi ciò che non può dare e di applicare tali principi anche a noi stessi.

L’iconetta bianca della finestrella obliqua si è installata da un anno in basso a destra vicino all’orologio. Senza che nessuno abbia chiesto nulla, Microsoft ha, per così dire, infilato il piede nella porta. Gli utenti Microsoft sono ormai da un anno caldamente invitati a operare l’aggiornamento «maximo», cioè quello dell’intero sistema operativo. Niente di simile si ricorda a memoria di uomo: fino ad oggi chi avesse voluto aggiornare il «sistema di guida» del proprio computer era costretto ad acquistarne a prezzo più o meno conveniente la nuova versione. Da metà dell’anno scorso e fino a fine luglio di quest’anno, invece, Microsoft ha proposto ai suoi utenti un aggiornamento gratuito del sistema. Dall’inizio di agosto tutto questo però termina. Sparita l’iconetta bianca, chi vorrà effettuare l’upgrade dovrà mettere mano al portafoglio. Windows 10 è un intervento davvero storico, perché cambia in profondità l’architettura informatica del nostro PC. La principale modifica, in molti l’hanno notato, è anche la più dolorosa: l’aggiornamento comporta la scomparsa del gioco Solitario. Già questo potrebbe scatenare gravi crisi di astinenza. C’è chi sussurra che sia stata una scelta destinata ad aumentare la produttività dell’intera comunità economica mondiale. Scherzi a parte, il cambiamento è abbastanza radicale, tanto da rendere non utilizzabili alcuni dei software installati dagli utenti sui precedenti sistemi operativi. Siamo di fronte però a una evoluzione concettuale ancora più inattesa: in Win10 non si parla più di «programmi» ma di «App», esattamente come succede per smartphone e tablet. Questa scelta la dice lunga sulla strategia di convergenza messa in atto da Microsoft. L’obiettivo è convincere chi possiede un computer equipaggiato da Windows 10 ad acquistare domani anche un telefono cellulare Nokia e un tablet equipaggiati dallo stesso sistema operativo, in modo da condividere i programmi e servizi web tra tutti questi gadget. Questo vi ricorda qualcosa? Certo, è la stessa strategia perseguita da tempo da Apple, che Microsoft tenta ora di emulare. Se scegliamo l’aggiornamento a Windows 10, comunque, vi ritroveremo più o meno

tutto quello che eravamo abituati ad usare, anche se non è detto che sia allo stesso posto. La gerarchie delle cartelle è stata in effetti leggermente modificata e navigare al suo interno spesso non è così intuivo: capita spesso di perdere in giro dei file e di non capire dove sono finiti.

In Windows 10 non si parla più di programmi ma di App, Microsoft adotta quindi una strategia di convergenza L’aggiornamento a Win 10, in definitiva, pare meno interessante per oggettivi meriti tecnologici. Sembra rispondere piuttosto a una strategia di marketing ad ampio raggio. La cosa si nota con chiarezza osservando che gli utilizzatori sono praticamente costretti a creare un proprio «account Microsoft» e a diventare così clienti potenziali della galassia di prodotti informatici Microsoft. Con lo stesso utente è possibile infatti accedere a un’ampia serie di servizi, tra cui la posta elettronica Hotmail, Skype, lo spazio «cloud» di One Drive, l’editor di lavoro OneNote e molto altro ancora. Tali servizi sono gratuiti, ma, come già successo, non è detto che lo siano per sempre. Al di là di tutto, qualcosa di nuovo Windows 10 lo propone certamente: si nota una migliorata attenzione alla sicurezza (il sistema implementa una serie di programmi antivirus e antimalware), la presenza di un browser internet più affidabile (il nuovo Explorer si chiama Edge). C’è anche un nuovo player per contenuti musicali, Groove. Più in generale il design complessivo è sobrio e lineare, presentato con un’apparente semplicità grafica dell’insieme: il nuovo menu Start, concepito «a piastrelle» mobili permette una presentazione dei programmi più visiva ed efficace. Dopo uno smarrimento iniziale siamo sicuri che gli utenti riusciranno facilmente a raccapezzarsi nel nuovo mondo. Con una certezza: sarà l’ultimo Windows immesso sul mercato. Microsoft garantisce che da questo momenti in poi verranno solo rilasciati degli aggiornamenti periodici. Sarà vero?

Microsoft assicura che Windows 10 sarà l’ultimo sistema operativo immesso sul mercato, in seguito ci saranno solo aggiornamenti. (Keystone) Annuncio pubblicitario


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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Otranto 1480, lo sbarco ottomano Fra i temi più dibattuti fin dagli inizi dell’antropologia classica quello del rapporto fra religione e politica occupa un posto di spicco non fosse che per la ricorrente attualità del problema. Se i due aspetti della cultura umana sono ovviamente analiticamente distinti (o no?!), occupandosi uno delle «cose di là» e l’altro delle «cose di qua» ciò nondimeno storicamente esiste fra i due una fatale attrazione – fatale in tutti i sensi del termine, come testimoniano eventi quasi quotidiani della nostra contemporaneità. E questo quando era sembrato ai più che il progredire di una Modernità di taglio Riformato ed Illuminista avrebbe portato ad una laicizzazione globale tale per cui la religione sarebbe divenuta, da fenomeno e pratica collettiva e sociale come era storicamente stata, fatto esclusivamente individuale e privato. E, pertanto, fenomeno apolitico per eccellenza, laddove «ciò che è di Cesare» e «ciò che è di Dio» se ne sarebbero andati ciascuno per conto suo e vissero per sempre felici e contenti. La promessa modernista non si è storicamente verificata. Al

contrario: modernità e globalizzazione – i termini entro i quali per ora comprendiamo la dinamica storica che ci comprende (il terzo incomodo della Rivoluzione essendo per ora fuori dall’equazione) sembrano affrontarsi «l’un contro l’altro armati» per smentire l’ottimismo delle «magnifiche sorti e progressive» – per dirla col Recanatese. Abbiamo così, per quanto concerne l’odierna riflessione altropologica, coloro secondo i quali politica e religione sono sic et simpliciter le facce di una stessa medaglia di contro a coloro che protestano che esse siano estranee l’una all’altra in quanto mutualmente incompatibili tanto per ispirazione quanto per aspirazione. Cinica l’una posizione (o, se preferite: realista), idealista l’altra (se preferite chiamatela «etica»), entrambe cercano di evitare di finire invischiate in quel coacervo spesso informe che è l’interfaccia fra religione e politica. Il pantano melmoso e senza fine dentro al quale si procede spesso a tentoni come in un dantesco girone degli equivoci, caleidoscopio di fischi e fiaschi, di lucciole e lanter-

ne. Prendiamo ad esempio Otranto, 14 agosto 1480. Il 28 Luglio 1480 un esercito di 20,000 soldati ottomani sbarcarono sul litorale della città pugliese – ai tempi, o così si dice, forte di 20,000 abitanti - da una flotta di 128 navi, delle quali ventotto 28 galee, provenienti da Valona, in Albania. Al comando era Gedik Ahmed Pasha, con l’ordine della Sublime Porta nella persona del Sultano Mehmed II di procedere all’invasione del Regno di Napoli prima e del resto d’Italia poi. L’azione principale era accompagnata da puntate offensive lungo tutto il litorale pugliese: in agosto 70 navi della flotta attaccarono Vieste. Il 12 settembre fu la volta del monastero di San Nicola di Casole, sede di una delle più grandi biblioteche d’Europa, che fu raso al suolo: Lecce, Taranto e Brindisi furono anche attaccate, seppur con danni minori. Nel frattempo Otranto era caduta. L’assalto finale era cominciato l’11 agosto, dopo un assedio di due settimane. Violata la prima difesa delle mura, gli ottomani dovettero farsi strada combattendo strada per strada per conquistare cat-

tedrale e cittadella – cuore del sistema difensivo della città. Sfondate le porte della cattedrale si trovarono di fronte l’arcivescovo Stefano Agricolo vestito dei paramenti solenni ed armato di crocifisso. Al suo fianco il conte Francesco Largo, comandante della guarnigione ed il vescovo Stefano Pendinelli. Quello che esattamente successe poi non si saprà probabilmente mai. Le autorità ecclesiastiche della chiesa romana sostennero che almeno 12’000 persone erano state uccise e 5’000 vendute sul mercato degli schiavi. A questi andrebbero ad aggiungersi 800 persone passate a fil di spada ad ostilità terminate per essersi rifiutate di convertirsi alla fede islamica. E proprio qui, al confine fra storia politica, storia religiosa e critica storica, comincia un balletto paradossale di dubbi e controdubbi, verità e controverità, critica e controcritica. Procediamo con ordine: se le fonti cristiane sui fatti di Otranto non apparvero se non un ventennio dopo la presa di della città, testimonianze dirette coeve di parte cristiana parlano comunque di ottocento decapitazioni a battaglia

conclusa, teste fra le quali ci sarebbe stata quella del Vescovo di Otranto. La critica storica «occidentale» ha di recente (anni 2000) rivisitato l’evidence dell’intero episodio. Si giunge così a sostenere che, se certo le esecuzioni ci furono, furono esecuzioni di carattere punitivo ed intimidatorio, e non certo esecuzioni di chi si rifiutava di abiurare il Cristianesimo per l’Islam: vittime della ragion politica, dunque, e non della ragion religiosa. Ma ecco il paradosso: la fonte coeva ai fatti, che risponde al nome del grande storico dell’Impero ottomano Ibn Kemal, non ha alcun problema a dire che la popolazione di Otranto passata a fil di spada sia stata così trattata per il rifiuto a convertirsi all’Islam – amen. Insomma: gli ottocento di Otranto sono morti per ragioni «politiche» o per ragioni «religiose»? Non sarà che il revisionismo storico degli anni 2000 produca «verità storiche» politically correct al costo di zittire la candida Voce dell’Altro che non ha alcun problema a tagliar gole «per motivi religiosi»? Duro da digerire, ma obbligatorio pensarci sopra.

progetto di vita prenda forma, prima di distruggerlo. Nel groviglio di problemi che mi poni, quello più preoccupante, è contenuto nell’ultima frase: «desidero soltanto crescere mio figlio da sola». È un’aspirazione regressiva, che ti riporterebbe nella casa dei genitori, nella cameretta di fanciulla dove torneresti a occupare, per forza di cose, la posizione filiale che hai appena lasciato. È vero che quando si è stanchi, e la strada si presenta in salita, è forte la tentazione di tornare indietro. Ma è proprio tenendo fede agli impegni presi che si matura, si diventa adulti. Come amo ripetere «la vita s’impara solo vivendo» e voi la vita l’avete davanti, non alle spalle. Angelo si è dimostrato, assumendo la posizione di marito e di padre, una persona responsabile e affidabile, per quale motivo dovresti respingerlo privando vostro figlio della figura paterna, che non è un accessorio, ma una presenza

fondamentale? Iniziare gli studi universitari è un programma giusto, che devi portare a compimento, ma senza considerarlo prioritario rispetto ai compiti di accudimento di te e degli altri. Laurearsi resta una meta da raggiungere ma con paziente perseveranza, senza ossessività e rancore per gli ostacoli che incontrerai. È vero che la vita ti chiede tanto, ma sono grandi i doni che ti ha offerto. Se, dopo averli ottenuti, saprai anche meritarli, diventerai una persona migliore, capace non soltanto di realizzare le sue potenzialità, ma anche di aiutare gli altri a esprimere le proprie.

cri collettivi, come avvenne nel 1994 e 95, in Francia e nel Vallese, fra i seguaci del cosiddetto ordine del Tempio solare. Fu, in quell’occasione, che entrammo in contatto con lo storico friborghese Jean François Mayer, studioso dei movimenti religiosi e impegnato in prima fila a demistificare proprio la demogrammazione: strumento, più che altro, di illusioni. Ma ecco che ricompare alla ribalta dell’attualità, e una volta ancora, alla stregua di un rimedio per risolvere la più sconcertante emergenza del momento: i giovani abbindolati dall’Isis. Nel corso di uno dei tanti dibattiti sul tema, è emersa l’allusione a uno strumento che si credeva finito fra i ferri vecchi. Tanto più che le situazioni cambiano e l’allarme sette di allora non è certo paragonabile a quello ben più inquietante della guerra generalizzata

di oggi. Un comune denominatore, tuttavia, si ritrova: e consiste nella fragilità, che rimane un aspetto forse insanabile e fondamentalmente misterioso, dell’adolescenza e della prima gioventù. Sono prevalentemente ragazzi e anche ragazzine, neppure ventenni o poco più, i combattenti arruolati dal cosiddetto e ancora inesistente califfato che hanno ceduto al fascino di una predicazione aberrante, campata in aria. Qui, si deve incassare una sconfitta politica ed educativa. Questi foreign fighters, attraverso la loro metamorfosi mentale, annullano gli insegnamenti assorbiti nelle nostre scuole, il contatto con una società evoluta, persino i vantaggi di una tecnologia, invece deviata verso ben altri scopi. A questo punto, la proposta della deprogrammazione, affacciata da un anziano psicologo americano, fa sorridere, mestamente.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi La vita si impara vivendo Cara Silvia, ho 19 anni, sono mamma di un bambino di sette mesi, Rocco, e sposata con un ventiduenne, Angelo. Dato che tutto è accaduto all’improvviso e il matrimonio è stata una decisione automatica quando sono rimasta incinta, si può dire che non ci conosciamo neanche. Le nostre famiglie ci stanno aiutando molto dal punto di vista economico e organizzativo. Ma, purtroppo, non vanno per niente d’accordo. Le loro idee su come crescere un bambino non potrebbero essere più diverse. Quando i genitori di Angelo, calabresi, hanno saputo che a settembre volevamo mandare Rocco al Nido, sono piombati da noi dicendo che mai avrebbero permesso che il loro nipote fosse spedito fuori casa così presto. I miei, invece, sostengono che, dopo una settimana a casa dei nonni paterni, Rocco presentava uno strano livido, per cui non dovremmo mandarcelo più. Tenga poi conto che io, iscritta all’Università, vorrei cominciare a sostenere

almeno un esame. In conclusione: non ne posso più, desidero soltanto crescere mio figlio da sola. / Greta Cara Greta, comprendo il tuo stato d’animo. La vita prematrimoniale, di figlia tranquilla e serena, è stata improvvisamente sconvolta da eventi che non hai avuto neppure il tempo di pensare, ponderare, riordinare, proiettare nel futuro. Hai affrontato una somma di emozioni che avrebbe turbato chiunque, tanto più due ragazzi come voi. Tieni conto che tutti, compresi i nonni, siete stati colti di sorpresa e che il delicato lavoro di conoscenza reciproca resta ancora da fare. Ma, quando si rinuncia agli stereotipi, come la contrapposizione «meridionali – settentrionali», la diffidenza e il sospetto sono destinati ad attenuarsi sino a sparire. Se i tuoi suoceri si oppongono al Nido, non è perché sono meridionali ma perché, a torto o a ragione, hanno a

cuore il benessere del nipotino. Credo però che la vostra decisione, in quanto genitori, vada rispettata senza eccessive interferenze. Lasciami però dire che l’ottavo mese è il periodo meno idoneo alla separazione dai piccoli in quanto corrisponde al riconoscimento dell’estraneo, una scoperta che li spaventa e che incrementa l’attaccamento alla mamma. Se possibile, sarebbe meglio procrastinare l’inserimento al Nido al compimento del primo anno, quando i bambini, incominciando a camminare, esprimono spontaneamente il desiderio di staccarsi dal corpo materno. Nel frattempo però sarebbe opportuno che il vostro fragile nucleo familiare delineasse i suoi confini, sinora confusi con le famiglie d’origine. Considera che anche Angelo ha bisogno di tempo per conquistare autonomia economica e affettiva dai suoi genitori. Siete entrambi molto giovani e dovete saper attendere che il vostro

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio La deprogrammazione: rimedio anti-Isis? Ai più giovani, o ai meno giovani però smemorati, la parola può sembrare nuova e oscura. In realtà, «deprogrammazione» ha già alle spalle parecchi decenni. Nel suo dizionario dei neologismi, Ottavio Lurati ne attesta l’uso a partire dal 1986, con il significato di «lavaggio del cervello alla rovescia». Si trattava, allora, di una pratica sperimentale, destinata a contrastare un fenomeno, tipico del momento: liberare le vittime, irretite dalle predicazioni di gruppi religiosi orientaleggianti, per riportarle alla normalità. Senonché, la medicina doveva, poi, rivelarsi più pericolosa del male. Come nel caso, riferito da Lurati, in cui il termine comparve, per la prima volta su un quotidiano ticinese (GdP 21.3.86) e con connotati negativi: si trattava della cronaca di un processo, celebrato a Lugano, a carico, appunto, di un depro-

grammatore. Che si concluse con una condanna, a suo modo storica. Un certo Martin Faiers, che avrebbe dovuto riscattare dalla sudditanza un giovane seguace degli Hare Krishna, fu smascherato: era un semplice imbroglione, che aveva incassato gli alti compensi versati da genitori del ragazzo. Ciò che metteva sotto una luce ambigua una figura professionale che si era imposta, conquistando credibilità e addirittura potere salvifico, soprattutto negli Stati Uniti. Il collaudo di questi nuovi specialisti era avvenuto, oltre Oceano, con intenti patriottici e politici. Ai deprogrammatori fu assegnato l’incarico d’intervenire su una particolare categoria di pazienti-cavia: erano i reduci dalla guerra di Corea e poi del Vietnam che, durante la prigionia, avevano assimilato la lezione marxista. E, per depurarli dalle scorie comu-

niste, al loro rientro in patria furono sottoposti a un lavaggio di cervello di segno opposto che, come sarebbe poi emerso, applicava metodi pesanti: una pressione psicologica e anche fisica. In altre parole, dalla violenza dell’indottrinamento vietkong alla violenza della presunta liberazione yankee. Si delineò, così, una corrente critica nei confronti di una specializzazione, in realtà priva di basi scientifiche e di conferme dimostrabili che, però, doveva scontrarsi con la popolarità di una forma terapeutica che godeva del favore dei tempi. La deprogrammazione andava, insomma, di moda proprio perché si diffondeva il fenomeno delle sette, attraverso forme morbide e violente. Da un lato, ragazzi che, esaurita l’onda del ’68, subirono il fascino degli «arancioni», e consimili. Dall’altro, però, le derive che sfociarono in massa-


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Ambiente e Benessere Piccole violette d’Africa Un fiore che vanta sia una storia botanica interessante, sia nuove cultivar dall’aspetto magnifico pagina 9

La ricchezza delle fave Un concentrato di vitamine importanti per il nostro corpo e di proteine ben digeribili

Viaggio alle Grenadine Quando confrontarsi con il mare caraibico a bordo di una barca a vela rimette in discussione il rapporto con la terra

Pet Friendly made in CH Sono molte le offerte turistiche che prevedono anche l’accoglienza di animali

Violette d’Africa Mondoverde In continua fioritura, le Saintpaulie sono aggraziate e meravigliosamente semplici

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esposte alla luce, svernano in casa da ottobre a maggio (a una temperatura di 18-20°C) mentre per il resto dell’anno vivono bene anche all’esterno, collocate su un tavolino in terrazza, in fioriere a mezz’ombra o su davanzali esposti a est. Durante le annaffiature fate attenzione a non bagnare fiori e foglie: queste ultime si inzupperebbero di acqua con probabile marcescenza o comparsa di macchie grigie-brune.

Anita Negretti

Quei batteri amici della salute

Scoperte in Tanzania da un barone tedesco, le violette africane vantano una storia botanica interessante

Wildfeuer

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Improntaunika

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Dopo anni in splendida forma, qualche tempo fa la mia Kalanchoe thyrsiflora ha deciso di cambiar vita e al suo posto mi è rimasto un bel vaso vuoto. Che fare? Optare per una bella orchidea? O preferire un colorato Anthurium? E se mi lasciassi tentare da una sempreverde e quasi immortale sansevieria? Alla fine mi sono ritrovata a perdermi tra i variopinti petali delle Saintpaulie anche note con il nome di violette africane. Minute e molto aggraziate, queste piccole piante hanno foglie verde cupo rivestite da una lieve peluria. Dalla rosetta di foglie arrotondate e dalla pagina inferiore color prugna con venature in risalto, fuoriescono i corti steli che portano i fiori semplici, delicati ma in continuo sviluppo, tanto è vero che sembra non fermarsi mai dal produrre nuovi boccioli fiorali. Caduta un po’ in disuso forse proprio per via della sua semplicità, la violetta africana vanta sia una storia botanica interessante, sia nuove cultivar dall’aspetto magnifico. Il suo arrivo in Europa risale ben al 1892, quando il barone tedesco Walter von Saint PaulIlaire la scoprì in Tanzania, per l’esattezza in una foresta sulle montagne a sud est del lago Victoria, ad Usambara, vicino al confine con il Kenya. In tedesco vengono infatti denominate Usambara Violet, in onore del luogo della scoperta. Il barone, capitano dell’esercito imperiale germanico in Africa, ma soprattutto botanico affermato e curioso, spedì dei semi in Germania durante l’estate del 1892 al padre, un giardiniere provetto oltre che barone lui stesso. Da quei piccoli semi coltivati con cura nella serra di famiglia spuntarono le prime violette d’Africa europee. Nell’autunno dello stesso anno un altro pacchetto contenente semi di Santpaulia giunse in Germania, sempre ad opera di Walter von Saint PaulIlaire, ma questa volta il destinatario fu Hermann Wendland, direttore dell’orto

botanico di Herrenhaus. Dopo un anno dalla semina, Wendland descrisse per la prima volta su testi botanici questa nuova pianta e la classificò nella famiglia delle Gesneriaceae. Il nome Saintpaulia, che dà anche il genere alle violette d’Africa, venne dato in onore del raccoglitore Walter von Saint Paul-Ilaire, mentre la specie più nota, ionantha, significa «con fiori simili a quelli della viola» (ion in greco significa viola, antha, fiori). L’ampio successo legato alla loro coltivazione da parte di vivaisti e collezionisti, le portò ad essere una delle piante d’appartamento più richieste e conosciute nei primi anni del Novecento. Facile da ibridare, la specie più nota, S. ionantha ha anche la positiva caratte-

ristica di moltiplicarsi senza sforzo per via vegetativa, tramite talee fogliari. Decine sono i nuovi ibridi presenti sul mercato, nati dall’incrocio tra S. ionantha e S. confusa, come la candida «Bianca» color latte, passando per la delicata «Panti» sempre bianca ma puntinata di lilla, salendo attraverso la scala dei colori per giungere alle rosa «Diplo», «Lola» ed «Emi», fino a giungere alle più scure «Viola», «Susy» e «Mary». Non solo i colori, ma anche le corolle, in origine semplici, formate da cinque petali, tre superiori più grandi e due inferiori più piccoli, sono state modificate, ottenendo piante con petali arricciati, come nel caso di «Best Friends» o «Bess Williams», doppi, semidoppi o stradoppi, ad esempio nell’ibrido «Sam».

Se desiderate varietà con foglie variegate bianche e verdi, scegliete «Ann» e «Mans Irish Red». Mentre agli inizi del 900 gli ibridatori di queste delicate piantine erano numerosi, oggi resistono pochi amatori e alcuni grandi centri di coltivazione di Saintpaulia. Ma come coltivarle? Le prime piante giunte in Europa, e per i decenni successivi, vennero rigorosamente tenute in serre con una buona percentuale di umidità. Complice l’ibridazione, le Saintpaulie oggi in commercio sono resistenti anche agli ambienti con aria secca come le nostre abitazioni durante i mesi invernali. Poste su davanzali interni, lontano dal sole diretto ma comunque

Meglio utilizzare un piccolo annaffiatoio con beccuccio stretto ed irrorare solo la terra, senza eccedere nella frequenza: è preferibile lasciare il terriccio un poco secco tra una bagnatura e l’altra. La comparsa di macchie sulle foglie può avvenire anche nel caso in cui la piantina venga lasciata al sole diretto; unico rimedio in questo caso, oltre a quello di spostarle a mezz’ombra, è di eliminare con un taglio netto e pulito le foglie rovinate. Durante la primavera e l’estate, soprattutto dopo alcuni anni dall’acquisto, è bene intervenire con un concime ricco di fosforo e potassio, ma lacunoso di azoto, come quello delle piante grasse, ideale per le violette d’Africa poiché incoraggia la produzione di fiori e regola quella di foglie. Le foglie pelose catturano la polvere e oltre che diventare esteticamente brutte, vengono ostacolate nel compiere la loro attività fotosintetica. Per aiutarle utilizzate un pennellino a setole morbide, spazzolando delicatamente le foglioline, mentre il metodo corretto per eliminare i fiori rovinati consiste nello staccare tutto il peduncolo pinzandolo con le dita o con l’ausilio di una forbice.

Medicina Sono quelli che formano il microbiota, un «organo invisibile» ma fondamentale per il nostro benessere Sergio Sciancalepore Nel nostro corpo c’è un organo invisibile, almeno a occhio nudo. Ci sono voluti anni di osservazioni con il microscopio, metodi di indagine complessi, sperimentazioni sugli animali e sull’uomo per scoprirne l’esistenza, il funzionamento e l’importanza: e siamo solo all’inizio della conoscenza del «microbiota». Solitamente associamo batteri e altri microrganismi alle malattie, ma in questo caso batteri e virus sono nostri preziosi alleati per la salute, anzi la convivenza tra microrganismi di un certo tipo e il nostro corpo porta a un reciproco vantaggio, con una sorta di scambio di favori. Il microbiota è un organo «diffuso», non ha una massa, una consistenza come gli altri organi che possiamo vedere e toccare come il cuore o il cervello, i suoi componenti sono sparsi (diffusi, appunto) sulla pelle e sulle superfici interne di rivestimento dell’apparato respiratorio, genitale, urinario e soprattutto di quello digerente dove il microbiota è particolarmente presente. Il microbiota è (apparentemente) invisibile anche perché è formato da certi tipi di batteri, virus e altri microrganismi come i lieviti, tutti visibili solo al microscopio e nonostante queste caratteristiche i «numeri» del microbiota

sono davvero notevoli. Consideriamo il microbiota dell’apparato digerente (noto come «flora batterica intestinale»), il più grande rispetto agli altri. È formato da 100mila miliardi di microrganismi, cioè dieci volte di più delle cellule di cui siamo fatti: messi tutti insieme pesano un paio di chili – all’incirca il peso del fegato – e si stima che questi microrganismi appartengano ad almeno 500 (forse un migliaio) di specie diverse. Quanto allo spazio a loro disposizione non c’è problema: il microbiota che sta sulla superficie interna (quella a contatto con il cibo) della parte più lunga dell’intestino, il tenue, ha a disposizione una superficie di una cinquantina di metri quadrati. Come arrivano questi microrganismi nell’intestino? È il risultato di una «colonizzazione» che inizia al momento del parto e prosegue successivamente. I microrganismi del microbiota materno passano nel feto durante il parto, altri sono assorbiti con il latte della mamma e poi con i primi alimenti, altri ancora provengono dall’ambiente in cui si vive: verso i tre, quattro anni di vita, la composizione del microbiota è simile a quella dell’adulto e può modificarsi con l’invecchiamento. Naturalmente, l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale per il mantenimento del microbiota inte-

stinale. Se il neonato è allattato al seno, avrà un microbiota diverso rispetto al neonato allattato artificialmente. Molta importanza ha anche il tipo di dieta che, provocando variazioni nel tipo e quantità di microrganismi, influisce sull’assorbimento e il metabolismo del cibo, eventi regolati anche dal microbiota: una dieta ricca di vegetali fa aumentare la quantità di batteri specializzati nel digerire gli zuccheri complessi, come la cellulosa; una dieta ricca di proteine, fa aumentare i batteri che le metabolizzano. Anche l’assunzione di farmaci come gli antibiotici può provocare un’alterazione del microbiota intestinale, infatti è per questo motivo che generalmente si somministrano fermenti lattici (i «probiotici») per ristabilire un giusto equilibrio tra batteri danneggiati dalla terapia antibiotica e quelli che invece non hanno subito danni. Ma a cosa servono i microrganismi del microbiota? Le loro funzioni sono diverse, molte ancora poco note. Citiamone alcune, quelle meglio conosciute. Il microbiota è fondamentale nel metabolismo e nella utilizzazione di alcune vitamine e di alimenti come zuccheri, proteine e grassi, come ricordato prima. Ci sono poi importanti vantaggi reciproci (i «favori») che rendono conveniente

la convivenza tra il nostro organismo e il microbiota. Il più notevole è costituito dal fatto che i microrganismi del colon metabolizzano componenti vegetali (come la cellulosa) che il nostro intestino non sa utilizzare. Il microbiota trasforma la cellulosa in sostanze da cui trarre energia utilizzata sia dai batteri sia dalle cellule dell’intestino: l’80 per cento dell’energia utilizzata dalle cellule della mucosa intestinale proviene da questa attività del microbiota. Se non ci fossero i batteri, il potenziale energetico della cellulosa che mangiamo andrebbe sprecato. Il microbiota dell’intestino è inoltre importante nel processo di maturazione del sistema immunitario: le cellule dell’immunità e i relativi meccanismi di sorveglianza ed eliminazione dei microrganismi pericolosi, vengono selezionate e «addestrate» grazie anche all’azione dei microrganismi non-patogeni del microbiota. Si è detto che la conoscenza del microbiota umano è iniziata da pochi anni, più o meno un ventennio, tuttavia le prospettive sono davvero notevoli, in alcuni casi sorprendenti. Si sa che condizioni come il sovrappeso, l’obesità, il diabete e altre malattie metaboliche sono accompagnate da una grave alterazione della composizione del microbiota intestinale, cioè del tipo e quantità di batteri: lo stesso

accade per malattie dell’apparato digerente come il colon irritabile, il morbo di Crohn e il cancro del colon-retto. Sempre più chiaro, inoltre, appare il legame con l’artrite, la psoriasi, gli eczemi e altre malattie con una componente infiammatoria-immunitaria e il microbiota intestinale, proprio per l’influenza che i microrganismi hanno sul sistema immunitario: ancora da chiarire nei particolari il possibile legame tra malfunzionamento del microbiota e le malattie cardiovascolari e forse anche quelle psichiche come l’ansia e la depressione: fatto non sorprendente, dato che ci sono batteri intestinali in grado di produrre sostanze come la serotonina, un neurotrasmettitore implicato proprio nella depressione. Date queste premesse – ma, ricordiamo, siamo solo all’inizio delle ricerche sul microbiota – ci si chiede: i probiotici, cioè i preparati a base di microrganismi vivi, possono essere utili per prevenire e curare le malattie? Certamente, anche se il loro ruolo sarebbe perlopiù quello di coadiuvanti, facilitatori di una terapia, a condizione però che il loro uso non sia generico (non basta lo yogurt del supermercato!) ma specifico, ovvero somministrando il tipo o i tipi di batteri indicati per quella malattia.

Prototipi avveniristici alle Olimpiadi Motori Nissan presenta la BladeGlider, un’auto elettrica di grandi prestazioni studiata per avere la godibilità

di una cabrio con la sicurezza di una coupé Mario Alberto Cucchi Le Olimpiadi sono la festa dello sport, oggi sono anche l’occasione per mostrare al mondo prototipi di auto avveniristiche. Deve averlo pensato il costruttore di auto Nissan che ha scelto il Brasile per svelare lo stato dell’arte del suo ultimo gioiello su cui lavora dal Salone di Tokyo 2013 quando aveva mostrato il primo studio: BladeGlider. Questo è il suo nome. Un design che non passa inosservato si sposa a prestazioni di rilievo con una tecnologia a zero emissioni. Questo mese a Rio de Janeiro, saranno presentati due BladeGlider. Uno rimarrà in esposizione statica all’Olympic Park durante le gare, mentre l’altro sarà utilizzato per le prime prove su strada. Posizione di guida centrale e, dietro, spazio per due passeggeri. Tre posti panoramici con un parabrezza trasparente che sostituisce il tetto. Stretta davanti e larga dietro con un tetto lateralmente aperto, ma rinforzato da pro-

tezioni antiribaltamento per avere la godibilità di una cabrio con la sicurezza di una coupé. Questa è BladeGlider. La velocità massima sui modelli dimostrativi supera i 190 chilometri

orari, mentre per scattare da ferma a cento orari bastano meno di 5 secondi. La trazione posteriore è garantita da due motori elettrici da 130kW cadauno che agiscono singolarmente sulle

ruote. Ovviamente niente benzina, ma una batteria ad alte prestazioni da 220 kW agli ioni di litio con sistemi di raffreddamento particolarmente efficaci alimenta questo prototipo il cui gruppo propulsore è stato studiato assieme alla Williams Advanced Engineering, la divisione tecnica del famoso team di Formula 1. Nell’abitacolo le cinture a quattro punti si abbinano a sedili avvolgenti che permettono di trovare una posizione ideale da cui controllare il display centrale che visualizza informazioni relative a velocità, stato di carica delle batterie, modalità di rigenerazione e curva di coppia. Al suo fianco due monitor che sostituiscono gli specchietti retrovisori, mandando le immagini di due telecamere montate appena dietro le ruote anteriori. Anche l’estetica degli interni è particolarmente curata. I rivestimenti sono infatti disponibili in due colori: Cyber Green e Stealth Orange. Tonalità

utilizzate nella parte superiore del retro del sedile e incorniciati con un materiale argentato riflettente in modo da creare un aspetto più sportivo. La base dei sedili è invece rivestita con un materiale nero modellato con una banda verde e arancione che incornicia il cuscino. «Questi prototipi – ha dichiarato Carlos Ghosn, Presidente di Nissan – rappresentano la visione di Nissan della mobilità intelligente, dove il piacere di guida si unisce alla responsabilità verso l’ambiente. Per Nissan gli appassionati di auto guardano avanti, verso un futuro a zero emissioni e BladeGlider è la perfetta dimostrazione di tutto ciò. È la vettura elettrica per chi ama le auto». Non solo ecologia ma anche piacere di guida. Il segreto di questo prototipo si chiama torque vectoring, ovvero un sistema che controlla e gestisce la potenza inviata alle ruote motrici. Tre le regolazioni disponibili: disattivato, agile e modalità drift. Insomma c’è da divertirsi.


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Ambiente e Benessere

Racconto di un neofita del mare Reportage Viaggio in barca a vela alle Grenadine, arcipelago caraibico di oltre seicento isole

Fredy Franzoni, testo e foto Le montagne con i loro massicci rassicurano. Il mare con il suo eterno moto destabilizza. Un timore – già quasi certezza nel fondo dell’animo – che mi accompagna salendo sul catamarano attraccato nel porto di Le Marin, Martinica del sud. Otto ore di volo transatlantico per ritrovarmi su un guscio da condividere per i successivi quattordici giorni con altri sette passeggeri. Direzione: le Grenadine. Spazi di vita comune ristretti, in un orizzonte che diventa subito infinito. I piedi cercano costantemente un equilibrio che sappia compensare il dondolio irregolare dettato dal mare. Vento in poppa. Il catamarano avanza a una velocità che al profano pare difficile da controllare.

«Le vele sono gonfie. Attorno, il mare diventa color argento. Le onde si increspano di spuma bianca. Un moto continuo, in un mondo in cui diventa difficile avere delle certezze» Sobbalzi, urti, rumori di bicchieri che si rincorrono negli armadietti. Nessun sintomo di mal di mare, per il momento. Strano per un neofita. Sul lato sinistro un continuo susseguirsi di isolotti, rilievi sbucati dal mare complice l’attività vulcanica di millenni. Una lunga catena dai colori smunti che visti sulla carta nautica sembrano riprendere la forma di una colonna vertebrale che congiunge le isole Vergini a Grenada, per appoggiarsi sulle coste del Venezuela. Rare le case; molte colorate a dipingere il paesaggio. Terre di conquiste europee, di approdi di decine di migliaia di negri strappati dalle terre d’Africa nei secoli

passati. Hanno il sapore della terra natia le fisionomie, il colore della pelle e la parlata degli uomini e delle donne che ci avvicinano nelle baie in cui ci si ferma per pernottare. Piccoli fuoribordo diventano degli spacci galleggianti da cui poter soddisfare le necessità dei naviganti moderni. Pane fresco e cornetti il mattino, frutta, pesci, sigarette, acqua o carburante per riempire i serbatoi. Addirittura un servizio lavanderia! Lo sguardo punta verso oriente e nella memoria riaffiorano immagini di viaggi passati, quando sulle coste africane visitavo i luoghi di partenza delle navi cariche di schiavi. Nei canali che separano le isole, il vento cresce. «Velocità di navigazione, nove nodi», informa lo skipper. Pare di correre come forsennati. In realtà sono poco più di sedici chilometri orari. La velocità di una tranquilla scampagnata domenicale in bicicletta sul Piano di Magadino.

Le vele sono gonfie. Attorno, il mare diventa color argento. Le onde si increspano di spuma bianca. Un moto continuo, in un mondo in cui diventa difficile avere delle certezze. A tratti pare di essere in un frullatore. Non è paura, ma stato di dubbio. Di costante desiderio di essere altrove e nel contempo di piacere di trovarsi proprio in quel luogo, su quel mare, con quel vento a subire gli scossoni e a faticare per stare in piedi. Navigare costa fatica emotiva, ma anche fisica. Il mare, però, sa anche regalare momenti di pace. Baie con acque turchesi, nelle quali nuotare tra tartarughe e pesci colorati. Spazi preziosi, che però inevitabilmente ospitano decine di imbarcazioni. Pesci e barriere coralline che sanno meravigliare, anche se permane il dubbio che si siano impoverite con il passare degli anni e forse anche per il sovraccarico turistico. Gettata l’ancora si ritrova un dondolio dolce. Lasciarsi cullare, rivivendo sensazioni ed emozioni lontane. La mente corre. Il sonno non tarda mai ad arrivare. Presto torna la voglia di ripartire. Affidarsi di nuovo al mare aperto per potergli parlare ma soprattutto ascoltarlo, con i tanti interrogativi indiscreti che sa porre. Sì, perché il mare non conosce il silenzio. Mormora, ruggisce, canticchia, urla, sussurra, fraseggia in continuazione. Complice il suo amico vento. Il silenzio non esiste sul mare. Ma è piacevole rimettere i piedi sulla terra ferma per confrontarsi nuovamente con le sagome massicce delle nostre montagne. Il bisogno di ritrovare stabilità. Forse soprattutto riacquistare certezze, che però saranno diverse da quelle passate. Il bisogno di lasciar sedimentare, di rifare ordine, di ritrovarsi. Essere di nuovo avvolti dal silenzio e tornare a guardare le stelle senza il dondolio costante dell’onda.


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Ambiente e Benessere

Fave, ingrediente meraviglioso Di ricette con le fave, in questi anni, ne ho scritte. Ma non ho mai affrontato in questa rubrica un discorso organico su di loro. Rimedio oggi. Le fave sono un ingrediente meraviglioso: di questo sono tutti convinti. In sintesi, sono un seme commestibile verde o bruno, piatto, che si consuma allo stato fresco o dopo essiccazione. Apprezzato fin dall’antichità in tutto il bacino mediterraneo, questo legume è tra i pochi, insieme ai piselli, a poter essere consumato crudo (gli altri sono tossici da crudi).

Ottime anche se sono noiosissime da sbucciare perché vanno levate dal baccello e private della buccia una ad una Oltre che essere ricchissime di tante vitamine particolarmente vantaggiose per il nostro organismo, hanno proteine vegetali che sono particolarmente digeribili grazie alla presenza di zuccheri facilmente assimilabili dal nostro organismo e che, come tali, non provocano quella piccola controindicazione che tutti i poveri di spirito collegano ai legumi: le flatulenze. Si devono privare di questo alimento sano e gustoso soltanto i sofferenti di favismo: una malattia (è un difetto congenito di un enzima normalmente presente nei globuli rossi) presente nell’Italia meridionale e nelle isole, e molto diffusa soprattutto in Africa, capace di provocare la rottura dei globuli rossi. Insomma, tutto perfetto? Sì – ma c’è sempre un ma. Il ma delle fave fresche è uno solo: sono noiosissime da sbucciare. Le fave, infatti, vanno levate dal baccello, e questo non è un problema. Ma poi bisogna anche privarle della buccia che circonda ogni fava e per fare questo bi-

sogna sbollentarle e poi pelarle una per una. Un lavoro sfiancante che di più non si può. Fra l’altro, le fave da sbucciare si chiamano, convenzionalmente, favette: se trovate questa dicitura, tenete conto che dovrete sbucciarle. Come rimediare? In primo luogo, prendendo delle fave giovani e piccole (e freschissime, ma questo è scontato). Sono fave che contengono solo due o tre semi, non ho mai capito se hanno un nome specifico, io le chiamo alla giapponese soramame. Nella terra del Sol Levante sono onnipresenti – ma di nuovo non ho mai capito se si coltivano anche in Europa, se così non fosse, che i coltivatori si diano una mossa. Queste fave possono essere cotte col baccello per qualche minuto in abbondante acqua, poi scolate e spolverizzate con abbondante sale. Appena non sono più roventi, si prendono, si mettono in bocca, si stringono i denti ma solo parzialmente e si tirano fuori i baccelli prendendoli da un’estremità, così che l’altra estremità, rompendosi, permetterà alle favette di restare in bocca: è più difficile da scrivere che da fare… Proprio una delizia. Poi ci sono, ma solo in primavera, delle fave con il baccello più grosso ma non più di tanto, che si sbucciano da crude e che vengono gustate a crudo o a cotto senza levare la buccia: a volte quest’ultima è un po’ duretta, ma basta fingere che non lo sia e andare avanti. Invece per le fave che si trovano abitualmente in commercio, soprattutto con l’avanzare dell’estate, non c’è alternativa: devono essere prima sgusciate e poi sbollentate e pelate una per una. E poi? Come si gustano le favette piccole, fresche e pelate? Un classico è mangiarle crude accompagnandole col pecorino o un altro formaggio. Ma non ci sono comunque limiti alla fantasia, si lessano o si stufano per arricchire infinite preparazioni. Poi esistono le fave sbucciate secche. Sia chiaro, possono essere buonissime, ma sono, di fatto, nella cucina di oggi, un altro prodotto.

CSF (come si fa)

Christian Schnettelker

Allan Bay

Annarita Migliaccio

Gastronomia Un legume, tra i pochi insieme ai piselli, che può essere consumato crudo

I broccoletti sono i germogli laterali del cavolo broccolo ramoso, ma in Italia, anzi più esattamente in Puglia e in Campania, dove questa verdura è un grande culto, si chiamano broccoletti anche le cime di rapa. Comunque sono entrambi buonissimi. Per mondarli, separate le teste dai torsoli dei broccoletti ed eliminate le foglie esterne più dure. Tagliate a listarelle le foglie tenere.

I torsoli più teneri spezzettateli, quelli più duri sbollentateli per 2 o 3 minuti, scolateli in acqua e ghiaccio lasciandoli qualche minuto in ammollo, scolateli, pelateli e affettateli fini. Sbollentate anche le foglie esterne più dure, scolatele in acqua e ghiaccio, ma poi frullatele con prezzemolo, aglio, olio, aceto o limone e altro a piacere: è una crema universale, va bene dove va bene il ketchup. Ecco come si fanno due super classicissime ricette. Broccoletti affogati. Per 4 persone. Mondate 1 kg di broccoletti e sciacquateli. Sbollentateli per 2 minuti e scolateli premendoli bene per eliminare l’acqua. Metteteli in una casseruola e unite 1 filo d’olio, 1 spicchio d’aglio, 2 foglie di alloro e ½ bicchiere di vino bianco secco sobbollito per 3 minuti. Coprite e cuo-

cete a fuoco basso per 4 minuti, poi levate il coperchio e proseguite la cottura per circa 2/3 minuti: il liquido di cottura deve risultare quasi del tutto assorbito. Regolate di sale e di pepe. Serviteli sia caldi sia freddi. Broccoletti strascinati. Per 4 persone. Mondate 1 kg di broccoletti e sciacquateli. Sbollentateli per 2 minuti e scolateli premendoli bene per eliminare l’acqua. In una padella fate rosolate 1 filo di olio con 1 spicchio di aglio mondato e leggermente schiacciato e 1 peperoncino piccante, unite i broccoli e fateli insaporire per 8 minuti o poco più, a fuoco vivo, rigirandoli spesso. Insaporite con 4 acciughe dissalate e tritate (ma va benissimo anche 1 punta di pasta di acciughe stemperata in poca acqua) e regolate di sale e di pepe.

Ballando coi gusti Oggi due ricche focacce accumunate dal fatto che sono presenti gli amati ciccioli.

Focaccia con ciccioli e pancetta

Focaccia di patate e ciccioli

Ingredienti per 4 persone: 400 g di farina · 20 g di lievito di birra · 200 g di pancetta · 1 manciata di ciccioli tritati · 1 manciata di foglie di prezzemolo · poche foglie di menta · 100 g di formaggi duri tritati · 1 tuorlo · vino bianco secco · sale e pepe

Ingredienti per 4 persone: 150 g di farina 0, 250 g di patate · 20 g di lievito di

birra, 1 manciata di ciccioli tritati · foglie di basilico · vino bianco secco · olio di oliva · sale tipo Maldon e pepe Preparazione: Lessate le patate con la buccia, fatele raffreddare, sbucciatele e pas-

Preparazione: Disponete la farina a fontana sulla spianatoia, unite un pizzico di

sale, una macinata di pepe e il lievito sciolto in acqua tiepida. Mescolate fino a ottenere un impasto compatto da far lievitare per 2 ore in luogo caldo e umido. Rosolate in una casseruola i ciccioli con la pancetta tritata per 4’, unite un bicchiere di vino sobbollito per 3’ e cuocete mescolando per 10’. Spegnete e fate intiepidire, poi mescolate i formaggi, il prezzemolo tritato e qualche foglia di menta. Incorporate il tuorlo e amalgamate tutto all’impasto lievitato, lavorandolo per qualche minuto. Stendete la pasta a uno spessore di 2 cm. Adagiatela in una teglia rivestita di carta da forno e cuocetela per circa 30 minuti nel forno a 220°. Servitela tiepida.

satele allo schiacciapatate. Unite le patate alla farina e impastate per 10’ aggiungendo il lievito stemperato in poca acqua tiepida, poco olio e poco sale. Lasciate lievitare l’impasto per 2 ore coperto da un canovaccio, in un luogo tiepido. Rosolate in una casseruola i ciccioli per 4’, unite un bicchiere di vino sobbollito per 3’ e cuocete mescolando per 10’. Spegnete e fate intiepidire. Mescolate la pasta con i ciccioli e foglie di basilico. Stendetela a uno spessore di poco più di mezzo centimetro, trasferitela in una teglia coperta di carta da forno, spennellatela con olio e spolverizzatela con un po’ di sale e una macinata di pepe. Cuocete nel forno a 220° per 30’. Servitela tiepida.


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Ambiente e Benessere

Con la Conquista venne il vino Bacco giramondo Fu Hernàn Cortés per primo e in seguito la Chiesa cattolica a fare del Messico una terra di vini

Furono gli Spagnoli ad introdurre il vino in Messico, già nel 1521, un anno dopo aver occupato il Paese! I conquistadores con a capo Hernàn Cortés al loro arrivo avevano già trovato una moltitudine di vitigni locali che crescevano in abbondanza nel centro nord del Paese, quella che oggi è la regione di Coahuila. Nel 1524 Cortés, governatore della Nuova Spagna (Messico) ordinò che tutti i proprietari terrieri spagnoli detentori delle mercedades (meritevoli) concessioni di terra e di schiavi indios, piantassero per cinque anni mille ceppi di vite per ogni cento indiani. Già nel 1595, il Paese produceva talmente tanto vino da essere autosufficiente per il consumo interno, a tal punto che il commercio per l’importazione di vini dalla madrepatria diminuì tanto da portare i produttori spagnoli a far pressione su re Filippo II, perché proibisse l’impianto di altri vigneti nelle colonie americane. Per circa un secolo e mezzo, i viceré che si susseguirono attuarono quindi misure tali d’arrestare quella che poteva essere un’eccellente industria e una forma di cultura sia per il Messico sia per il resto del continente. Si può quindi affermare senza dubbio che il maggior ostacolo che impedì il successo del Messico come regione vitivinicola non fu il clima o la massiccia importazione di vini stranieri, ma la mancanza di cultura del vino nella popolazione. Solo la Chiesa in quel periodo, con

la solita sfrontatezza nei confronti della cattolicissima Spagna, ottenne il permesso di coltivare la propria uva chiamata Misiòn che non è nient’altro che la Criolla portata dalla Spagna, in quanto serviva per la celebrazione dell’Eucarestia. Possiamo quindi dire che l’apertura di nuovi conventi o missioni contribuì non poco, con l’avanzamento della religione cattolica, a far nascere nuove zone viticole. Il primo vero impianto vitivinicolo in Messico, installato con il chiaro intento di commerciare il prodotto finito, si deve al Marchese de Aguayo tra il 1593-1595 che fondò l’Hacienda del Rosario di proprietà del convento di Santa Maria de las Parras (Santa Maria delle pergole di vite) nello stato di Coahuila. Questa è l’azienda più antica di tutto il continente americano. Tuttavia oggi produce solo brandy. Nel 1697, il gesuita padre Juan de Ugarte fonda, nella zona della Baja California Norte, la missione di San Francisco Javier e incomincia il rilancio dei ceppi di uva Criolla o se preferite «uva della misiòn». Qualche anno dopo, infatti, il celebre frate francescano (arrivato da Maiorca) Junipero Serra, fonderà la missione di San Diego in Alta California, oggi Stati Uniti. I successori di frate Junipero fondarono ventun missioni tra San Diego e Sonora lungo il famoso e decantato in molti film Camino Real. Oggi questi conventi sono trasformati in accoglienti Hotel-Paradores. Con la guerra d’Indipendenza del Messico (1822) per mancanza di manodopera, la viticoltura viene abbandonata e il primo Imperatore messicano, Agu-

stin de Iturbide, tenta di risollevare la scomparsa industria vinicola gravando di una tassa del 40 per cento tutta l’importazione di vini stranieri. Nel 1839 il generale A. L. de Santa Anna, con il ministro L. A. y Escalada e il «tonto» presidente Nicolas Bravo, creano una Scuola di Agricoltura, gettando le prime basi per una pianificazione del territorio. Nel 1889, immigrati baschi introdussero a Parras i vitigni Grenache, Carignan e il Pedro Ximénez, che insieme ad altre varietà di «vitis vinifera» si diffusero poi in tutta la lunga penisola della Baja California, circondata dall’Oceano Pacifico. Nel 1910 un italo-americano, certo Antonio Perelli-Minetti, introdusse nella zona di Torréon le varietà Zinfandel, Petite Syrah, Tokay e Malaga. Ma i veri pionieri del vino messicano furono gli immigrati italiani che nel 1926 fondarono la L.A. Cetto. Oggi l’azienda produce vini di notevole successo da uve Nebbiolo, un gradevolissimo Petite Syrah, e discreti vini bianchi, nella Valle Santo Tomás, zona relativamente fresca. In Messico ci sono circa 50mila ettari vitati, di cui quasi il 40 per cento è di uva da tavola e molto vino è impiegato per la distillazione del brandy. Il suolo messicano può essere diviso in due categorie: i pendii e le vallate hanno terreno poco fertile e molto sottile, quello delle pianure è profondo e con una fertilità variabile. Troviamo terreni sabbiosi e alcalini, suoli di origine vulcanica frammisto a ghiaia e calcare, terreni alluvionali di sabbia e limo. L’irrigazione è molto diffusa nelle

Tomas Castelazo

Davide Comoli

zone aride e la maggior parte delle bodegas (cantine) sono abbastanza nuove e dirette da enologi con ottima formazione. Oltre ai vitigni già citati si coltivano anche Barbera, Bola Dulce, Cardinal, Colombard, Chenin Blanc, Malbec, Merlot, Palomino, Perlette, Rosa del Perù, Ruby Cabernet, Trebbiano, Valpenedas. Circa metà dello Stato si trova sotto il Tropico del Cancro, ma l’altitudine riesce a moderare la temperatura nei vigneti. Molte vigne si trovano sull’altopiano centrale e beneficiano dell’aria fresca proveniente dall’oceano. I principali problemi sono dati dall’estrema fluttuazione delle temperature tra giorno e notte e dall’umidità. Mentre nelle zone più basse il problema è dato dalle abbondanti piogge durante la stagione della crescita. Otto sono le regioni messicane dove si coltiva la vigna: Sonora, Baja Califor-

nia Norte, Aguascalientes, Zacatecas, Coahuila, Chihuahua, Querétaro e Durango. I vini messicani, con vigne piantate anche a 1900 m s.l.m. sono molto sensuali, molti mancano un po’ di finezza, ma tanti hanno un gusto pieno, rotondo, caldo e una buona acidità. Ne abbiamo avuto prova visitando la bodega Monte Xanic dove abbiamo degustato il loro miglior assemblaggio bordolese (un po’ caruccio). Aromi complessi, lamponi e fragoline selvatiche al naso, con un finale in bocca di cedro, anice e cioccolato. Mentre alzavamo il calice, gli occhi si sono posati sulla parete posta di fronte a noi, dove troneggiava questo scritto: «Si hay vidas en el parayso son seguramente come las del Valle de Calafia»! Pura verità! Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

In giro per la Svizzera con Fido Mondoanimale Chi ha un cane ama anche viaggiare con lui e può farlo anche qui da noi

Tempo di ferie, tempo di decidere se farsi accompagnare dal proprio animale domestico o se trovargli una sistemazione dove potrà attendere il nostro rientro. Dilemma non sempre facile e quasi mai risolvibile con una soluzione che soddisfi entrambi, proprietario e animale. È facile che quest’ultimo viva il distacco, seppur temporaneo, come una sorta d’abbandono. Però pure per il proprietario non è semplice. «Sinceramente, quando sono partita senza poter portare il mio cane con me, non mi sono mai sentita in colpa più di tanto, perché sapevo che dove lo lasciavo stava bene per tutto il tempo del suo soggiorno: era un posto adeguato a lui e alle sue esigenze», la vice presidente della Società cinofila ticinese Jsabel Balestra Meier vanta una lunga esperienza in questo contesto e puntualizza che «nel partire senza il cane non parlerei di “sentirsi in colpa”, perché io mi sentirei così se lo avessi abbandonato in mezzo a una strada. Direi piuttosto che si può provare un senso di disagio, causato dal fatto che non potendo viaggiare con lui mi mancherebbe… o più onestamente direi che sono cosciente che forse io mancherei a lui». In ogni caso, Jsabel Balestra Meier afferma che qualora ci si sentisse, per l’appunto «a disagio» nel lasciare il cane a casa, allora bisognerebbe trovare una soluzione che andrebbe bene per entrambi: «Cercherei una sistemazione in una pensione per cani che conosco e dove so che si troverebbe bene, oppure rinuncerei a vacanze dove non mi potrebbe seguire e favorirei le altre». Jsabel suggerisce luoghi raggiungibili con l’automobile: «Mezzo di trasporto ideale per rispettare i suoi tempi, e in più ci si può fermare a fare tappa per una passeggiata lungo il tragitto, in luoghi che reputiamo interessanti e che non avremmo visitato

Austin Kirk

Maria Grazia Buletti

se non avessimo avuto il cane a cui far sgranchire le zampe». La nostra interlocutrice si addentra poi nel ventaglio di offerte turistiche di diversi alberghi, appartamenti o bed & breakfast nei quali gli animali sono bene accetti. Sempre di più, a livello turistico, si assiste di fatto a una crescente attenzione per chi non vuole separarsi dal cane (o dal gatto) e cerca una sistemazione per entrambi. «Queste offerte creano condizioni di accoglienza per i proprietari e i loro cani e penso che la loro disponibilità sia molto positiva. Si possono trovare le sistemazioni adatte a ciascuno; basta navigare in internet per incontrarne parecchie, come ad esempio airbnb.ch, Homelidays.it, m.myswitzerland.com e bnb.ch, solo per citare alcuni siti». La lettura in chiave positiva di queste offerte è dimostrata, solo per citare uno degli esempi riportati, da bnb.ch (Bed and Breakfast) che, attraverso il suo sito, promuove vacanze PetFriendly con l’offerta di 280 sistemazioni che accolgono con piacere la presenza di cani o gatti (ospitandoli

gratuitamente o dietro pagamento di una piccola somma). La meta «ideale» per andare in ferie con il cane non contempla però solo la scelta di un alloggio appropriato e accogliente, ma esige anche una serie di considerazioni da valutare prima di mettersi in viaggio. Jsabel Balestra Meier riassu-

me così alcuni punti salienti che vanno considerati prima di decidere di portare o meno con sé il proprio animale domestico: «La prima cosa che consideravo per il mio cane erano le malattie trasmissibili attive nel luogo prescelto: non avrei voluto caricarlo di vaccinazioni e, ad esempio, 15 anni fa non lo avrei mai portato con me nel sud della Francia, dove a quel tempo dilagava il west nile virus, un pericolo a cui non lo avrei assolutamente esposto». Esclusi i luoghi dove vi sono focolai di malattie trasmissibili ai cani, Jsabel pone altri ragionevoli limiti alla scelta del luogo di villeggiatura col cane: «Non lo porterei dove vige l’obbligo di mettergli la museruola e, se resto in Svizzera, mi informerei molto bene sulle leggi cantonali riguardo ai cani soggetti a restrizioni (ndr: che variano da cantone a cantone); naturalmente, ribadisco l’importanza di scegliere alberghi o appartamenti che lo accolgano volentieri e mi informerei anche su eventuali spiagge per cani e aspetti di questo genere». Passati in rassegna questi importanti punti, chiediamo a Jsabel di illustrarci i lati positivi del partire in vacanza con il nostro migliore amico: «In primis,

non c’è il distacco tra cane e proprietario, dunque niente malinconia da una o dall’altra parte; partire insieme permette spesso di fare più movimento (sempre che non vogliamo assolutamente riposarci su una sdraio); con il cane si fa amicizia più facilmente perché esso facilita l’interazione sociale. Inoltre, il nostro cane vede posti nuovi e vive nuove esperienze diverse da quelle che fa a casa: vede luoghi differenti e soprattutto sente con il suo olfatto nuovi odori, incontra altri cani e ciò favorisce la sua socializzazione». Un ultimo ottimo consiglio per chi si appresta a decidersi: «Oggi, più di un tempo, è un po’ più complicato portare con sé il cane in vacanza, malgrado le offerte che però devono essere valutate attentamente. La carta vincente è forse il passaparola: vale la pena chiedere a conoscenti, in cinofila e a persone che vanno in vacanza col proprio cane di darci qualche consiglio su dove recarci, in base alle loro esperienze personali». Dopo attente valutazioni di diverse variabili, è dunque possibile trovare la sistemazione ideale per voi e per il vostro cane che non dovrà necessariamente restare a casa ad aspettarvi.

cabina con i loro migliori amici pelosi», così si è espresso il vice presidente della nota compagnia americana Delta, Bill Lentsch, il quale ha spiegato che dal mese di marzo di quest’anno alcuni animali di taglia piccola e media possono stare in cabina con il passeggero, mentre a tutti gli altri è richiesto il trasporto con Delta Cargo che prevede particolari standard e misure di sicurezza per il trasporto degli animali. Una vera rivoluzione se si pensa che

non esiste una legislazione unica per l’accesso a bordo di cani e gatti, perché ogni compagnia di navigazione può stabilire la tipologia e le dimensioni del trasportino e il numero degli animali accettati in cabina, mentre i pelosi di taglia media o grande viaggiano nella stiva pressurizzata in gabbie rinforzate. Alcune compagnie non imbarcano cani sedati e cani e gatti brachicefali (con muso schiacciato, che richiede maggiore spazio per la respirazione).

Volare insieme Quando si viaggia in compagnia del proprio animale non è sempre facile individuare il mezzo di locomozione più adatto, soprattutto quando la meta è lontana e per raggiungerla bisogna prendere un aereo. Fino ad oggi, l’unica soluzione possibile per farsi accompagnare in aereo dal proprio animale domestico era quella di imbarcarlo nella stiva come una valigia. «Finalmente la nostra compagnia aerea ha cambiato le regole e i proprietari potranno stare in

Giochi Cruciverba Gli animali non dormono tutti lo stesso numero di ore. Risolvi il cruciverba, leggi le lettere evidenziate e saprai le ore di sonno giornaliere di due animali. (Frase: 2, 7, 3, 2, 11, 5)

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Orizzontali 1. Un numero 6. Vittima della scienza 11. Tragedia di Shakespeare 13. Elementi del poligono 14. Affollano i penitenziari 15. Una fanteria italiana 17. Usare meno le vocali 18. Obliquo, storto 20. Molluschi marini 21. Sono a coppie

nei cassetti 22. Malvagie d’altri tempi 23. Preposizione articolata 24. Le iniziali del politico Alfano 25. L’amore di Richard Gere 26. Noto pittore francese 27. Uno strumento musicale Verticali 1. Parte della briglia 2. Trafila burocratica 3. Al posto di essa 4. Le iniziali della Littizzetto 5. Ricercato, studiato 7. Sogna di stare in un paese

meraviglioso 8. Camera, stanza 9. Fu dato in pasto a Tereo 10. Preposizione articolata 12. Nome femminile 16. Si raccolgono nel frutteto 18. Operetta di Mascagni 19. Fa sport agonistico 21. Sette a Londra 23. Presenti per le feste 25. Pronome davanti a signori 26. Fa coppia con se

Sudoku Livello medio Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contenga tutti in numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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8 Soluzione della settimana precedente

UNO DEI LIBRI PIÚ VENDUTI! – Il libro più venduto al mondo dopo la Bibbia e il Corano è: QUELLO DEI GUINNESS DEI PRIMATI

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Politica e Economia Sirte, ridotto dell’ISIS Reportage dalla città libica, dove le milizie del governo, con l’aiuto dell’Occidente, tentano di snidare gli estremisti islamici dello Stato islamico pagina 18

Il peso dei debiti Sui media il dibattito si limita al debito pubblico statale, ma altrettanto importante è l’aggravamento dell’indebitamento privato e delle aziende pagina 19

Svizzera promossa Il Global Forum dell’OCSE plaude alla maggiore trasparenza fiscale introdotta in Svizzera, in particolare per quanto riguarda gli stranieri che detengono conti in banche elvetiche

All’ombra delle Olimpiadi Brasile Una magistratura combattiva mette a soqquadro la vita politica, tutti i maggiori personaggi, dalla presidente

Rousseff all’ex presidente Lula da Silva, sono assillati da guai giudiziari

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Angela Nocioni

Durante le proteste a Srinagar, capitale estiva del Kashmir indiano, cominciano ad apparire le prime bandiere nere, tipiche del fondamentalismo islamico sul genere dell’ISIS. (Keystone)

Kashmir, eternamente infuocato India L’uccisione di un giovane militante separatista innesca nuove proteste popolari, duramente represse dall’esercito

indiano - Intanto, in questa regione dove l’islam era liberale e illuminato, i giovani si stanno radicalizzando

Francesca Marino Il «paradiso in terra», il Kashmir indiano dalla struggente bellezza dei paesaggi, brucia ancora una volta. Cinquantasei morti e circa tremila feriti in scontri a fuoco con la polizia, trentatré giorni di coprifuoco, i rapporti tra India e Pakistan ancora una volta ai minimi termini. La miccia delle ultime proteste è stata l’uccisione, da parte dell’esercito indiano, di un ragazzo di ventidue anni: Burhan Wani. Burhan comandava una cellula di militanti dell’Hizbul Mujahidin: gruppo terrorista che opera da anni nella regione, creato, finanziato e addestrato più o meno apertamente dai pakistani per fomentare la rivolta. Gli scontri tra militanti ed esercito sono più o meno all’ordine del giorno e fanno raramente notizia, ormai. Ma la morte di Burhan è stata diversa. Anzi, come ha commentato cinicamente un ufficiale dell’esercito indiano che desidera rimanere anonimo, il ragazzo è riuscito a fare più danni da morto che nella sua carriera di militante. Alla notizia della sua morte, migliaia di persone si sono riversate per le strade di tutto il Kashmir tirando sassi e qualunque altra cosa avessero a tiro

contro l’esercito, e l’esercito indiano ha risposto con la solita incredibile miopia, aprendo il fuoco sulla folla con gas lacrimogeni e fucili a pallini. Risultato, migliaia di cittadini, compresi donne e ragazzini, non sono morti ma sono stati ricoverati in ospedale con danni gravissimi agli occhi e molti rischiano la cecità permanente. Risultato numero due: l’esercito indiano è riuscito a creare una specie di Che Guevara in salsa islamica da un ragazzo che la stessa intelligence locale definiva un «militante da Facebook» e un «ragazzo-immagine» per jihad da salotto. La Chief Minister del Kashmir, Mehbooba Mufti, ha dichiarato che molto probabilmente, se i soldati avessero saputo di avere Wani nel mirino, avrebbero cercato di prenderlo vivo piuttosto che farlo fuori senza tanti complimenti. Perché il ragazzo era il simbolo perfetto di un cambio di segno in atto ormai da tempo nelle valli di Srinagar e dintorni. L’ultima «intifada» nella valle risale al 2011: anche allora la miccia era stata l’uccisione di un ragazzo da parte delle forze dell’ordine e per qualche mese gli scontri tra esercito e popolazione, in prevalenza adolescenti

o poco più, avevano trasformato le strade in un teatro di guerra. L’ennesimo. Già nel 2011, però, gli analisti mettevano in guardia l’India dai pericoli della repressione indiscriminata che per un concorso di circostanze, non ultima la chiusura delle scuole statali per lunghi, lunghissimi periodi a causa del coprifuoco, ha creato una nuova generazione di militanti. «Si è innescato ormai un letale circolo vizioso» dichiara un personaggio molto vicino al governo della regione che, però, non vuole che il suo nome compaia, «l’esercito e la polizia non sono addestrati al controllo della folla e non hanno neanche l’equipaggiamento adatto. Combattono jihadi da trent’anni, tutto ciò che sanno fare è reagire aprendo il fuoco». Ogni nuovo «martire» fa il gioco dei burattinai che muovono i fili dai salotti di casa propria. A ogni nuovo «martire», si innescano altre proteste. E un nuovo coprifuoco, che significa scuole e negozi chiusi. Le scuole governative e gli esercizi commerciali, le imprese gestite proprio dai genitori di coloro che protestano. Le scuole frequentate dai ragazzi che stanno per strada, che si rivolgono alle madrasa, finanziate con denaro

saudita e pakistano, che da qualche tempo sorgono come funghi in un luogo, il Kashmir, tradizionalmente culla di un Islam liberale e illuminato. Ciò cambia lentamente il tessuto culturale profondo della regione e segnala un cambiamento epocale in atto ai vertici del potere di Srinagar e nelle modalità della lotta separatista. I nuovi jihadi sono giovani o giovanissimi, appartenenti a buone o ottime famiglie, benestanti, istruiti e, come Wani, usano la Rete per reclutare militanti e diffondere il verbo. Il verbo dell’Hizbul Mujahidin, il verbo di Islamabad che promette panem et circenses a tutti coloro delusi dalla politica indiana e pieni di rabbia per sentirsi ancora e sempre cittadini di serie B nella loro nazione. Purtroppo sulla loro pelle, e sulla pelle di tutti i kashmiri, si gioca un gioco molto più grande e più complesso. Una fonte dell’intelligence, anche questa rigorosamente anonima, ha commentato: «L’uccisione di Wani è stata uno sbaglio clamoroso, che non avremmo mai dovuto commettere. Abbiamo fatto il gioco dei pakistani, ci hanno teso una trappola e ci siamo caduti». La brutale repressione seguita all’omicidio

ha difatti spinto il Pakistan a rivolgersi alla Commissione per i Diritti Umani dell’Onu chiedendo di mandare osservatori in loco, a protestare formalmente con l’India, a cercare per l’ennesima volta di internazionalizzare la faccenda cercando di legittimare così le pretese sulla regione. Non solo: Islamabad da almeno un anno cerca di fornire alla comunità internazionale presunti dossier in cui si accusa l’India di giocare allo stesso gioco del Pakistan. Di finanziare cioè terroristi, il TTP, l’IS e quant’altro, perché commettano attentati in territorio pakistano. In particolare in Baluchistan, dove nei giorni scorsi è stato commesso l’ennesimo attentato ai danni della popolazione locale, di cui il Chief Minister di Quetta accusava proprio i servizi indiani. Per quanto ridicola possa apparire, la strategia ha un suo senso: la crescente e ormai consolidata influenza dell’India in Afghanistan, i rinnovati e ottimi rapporti con gli USA, sono ormai uno dei peggiori incubi di Islamabad. E la miopia, la mancanza di lungimiranza delle istituzioni indiane riguardo al Kashmir forniscono come sempre pretesti più che validi per finire sul banco degli imputati.

In un Brasile sottosopra – con un governo provvisorio debolissimo, una presidente eletta (Dilm Rousseff) sotto processo di impeachment, un presidente sostituto (Michel Temer) che nessuno vuole, cantieri aperti ovunque e operai al lavoro per inaugurare in corsa linee metropolitane lontane dall’essere terminate – sono cominciate le Olimpiadi. Quando, nel 2009, Rio de Janeiro vinse l’assegnazione della sede olimpica e l’allora presidente Lula da Silva sventolò trionfante insieme a Pelè la bandiera verdeoro «Ordem e Progreso», il Brasile era quel miracolo di sviluppo economico e ridistribuzione di denaro ai poveri senza tassare i ricchi, ritratto dall’«Economist» in copertina con la statua del Cristo Redentor, simbolo di Rio, che decollava come un missile terra-aria verso il cielo. Addio sogni di gloria. Il boom da tempo s’è sgonfiato, quest’anno il prodotto interno lordo farà un salto all’indietro di un altro 3%, secondo il Fondo monetario internazionale, la disoccupazione vola sopra l’11 % (nel 2007 si era sfiorato lo zero per cento) gli ex poveri sono pieni di rate da pagare e l’ex presidente Lula da Silva, il protagonista politico degli ultimi vent’anni brasiliani, rischia l’arresto. È accusato di aver tentato di ostacolare l’inchiesta della magistratura sul finanziamento illecito a partiti attraverso appalti gonfiati in Petrobras, l’azienda pubblica del petrolio.

Le aule dei tribunali e le cronache televisive sono oggi teatro di una feroce lotta politica e istituzionale Ma è ancora Lula, nonostante la delusione per lo sviluppo a metà e gli scandali giudiziari, il candidato favorito alle presidenziali del 2018. Il suo mito politico e personale non crolla, la metà del Paese crede ancora sia lui l’unica persona in grado di rimettere in piedi il Brasile, ma è difficile che Lula arrivi indenne al 2018. Troppe procure della repubblica sono al lavoro sui sovrapprezzi del 3% pagati dalle imprese dell’indotto Petrobras per ottenere lavori in appalto. Troppi fascicoli aspettano d’essere aperti col suo nome. Lula, lambito fin dal 2003, anno della sua prima elezione alla presidenza, da numerosi rivoli d’inchieste e finora salvato dal silenzio dei compagni di partito (il Pt, partito dei lavoratori) finiti in galera e lì rimasti a lungo pur di proteggerlo negli interrogatori in cui vengono caldamente invitati a salvarsi indicandolo come mandante di reati di corruzione, il 28 luglio ha denunciato per abuso di potere al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite a Ginevra i procuratori dell’Operazione Lava Jato, l’inchiesta su Petrobras, insieme al magistrato simbolo della Mani pulite brasiliana, Sergio Moro (che dice di ispirarsi all’ex pm di Mani pulite in Italia Antonio Di Pietro e studia il presidente dell’Associazione magistrati italiani Piercamillo Davigo).

Ogni fazione politica demonizza gli avversari politici nelle frequenti manifestazioni di piazza. (Keystone)

Le aule di tribunali, e soprattutto le cronache televisive che ne ricostruiscono con grande enfasi le attività, sono in questo momento il teatro di una feroce guerra politica e istituzionale. Pezzi di magistratura contro pezzi di parlamento e di governo. Questo, per farsi un’idea dell’aria che tira nella politica brasiliana mentre le telecamere delle tv di ogni angolo di mondo accorse a Rio zoomano sulle crepe di un villaggio olimpico di cartapesta e si stupiscono della fede cieca nella corsa dell’ultimo minuto con cui è arte nazionale contare di risolvere quasi ogni cosa. Se Lula è nel mirino della magistratura, la sua ex protetta Dilma Rousseff è già stata impallinata da un pezzo. Allontanata per sei mesi dal potere per un illecito amministrativo, vedrà il suo ex vicepresidente ed arcinemico Michel Temer, che ha guai in vista con la magistratura ben più pesanti dei suoi, fare gli onori di casa al Maracanà mentre lei aspetta a casa la conclusione del processo di destituzione a suo carico attesa per dopo

Ferragosto e rimandata a fine mese dal Tribunale supremo d’accordo col Senato. Su richiesta del Comitato olimpico internazionale, che già combatte con fili elettrici penzolanti, alloggi per gli atleti fatiscenti anche se non ancora inaugurati, e non ne vuol saperne di assistere a un terremoto politico nel bel mezzo della cerimonia di chiusura dei Giochi. Oltretutto, nessuno nasconde che il processo a Dilma è squisitamente politico e tutti si sono accordati almeno sul fatto di celebrarlo a Olimpiadi concluse. Di cos’è accusata Dilma? Di aver compiuto un ritocco nella manovra fiscale del 2015. Di essere ricorsa a una banca pubblica per far prestare al governo dei soldi, senza passare per il voto parlamentare. Una scorciatoia banale, comunissima, strapraticata da qualsiasi governo del mondo alla ora di far quadrare i conti pubblici, si sgolano tutti i giuristi filo Pt (Partido dos trabalhadores, partito dei lavoratori, al governo del Brasile dal 2003). Si tratta di decreti per 27.330 milioni

di dollari. Secondo l’accusa, quei soldi non erano a disposizione dell’esecutivo che, senza passare per il parlamento, se li procurò ritardando un pagamento a una banca pubblica. Dilma li ha poi restituiti, ma non avrebbe dovuto farseli dare perché la legge vieta al governo di prendere in prestito soldi da una banca pubblica senza previo assenso parlamentare. «Pedalata fiscale» si chiama, in gergo, questa mossa. Un piccolo reato amministrativo, certo non penale, ma nemmeno di responsabilità politica, dicono i difensori di Dilma. Un ritardo nei pagamenti di un governo non equivale a un prestito, dice lei. Fatto sta che in Brasile qualsiasi atto compiuto contro «l’uso legale del denaro pubblico» è reato. Quindi tecnicamente era possibile trascinare Dilma verso il processo di destituzione. La di lei ostinazione a non riconoscere mai in tempo gli errori fatti, la rigidità teutonica con cui si mostra in pubblico e la difficoltà oggettiva di dover gestire la disillusione per la crisi economica, hanno fatto il resto. Comunque vada l’impeachment, Dilma è politicamente ormai uno straccio.

Oltre a Rousseff e Lula da Silva sono nei guai pure il presidente ad interim Temer e l’ex presidente della Camera Cunha

Nemmeno le prodezze del nuotatore americano Phelps e di altri atleti riescono a distrarre l’opinione pubblica brasiliana dagli scandali politici. (Keystone)

Solo in apparenza va meglio al suo nemico, Michel Temer, quello che tutto il Pt chiama ormai soltanto «O traidor». Il governo messo su in fretta e furia (tutti ministri rigorosamente bianchi) non gli è riuscito benissimo. Pur di non crollare al primo passo l’esecutivo è rimasto fermo e aspetta la fine dell’impeachment per varare quelle misure economiche impopolari che ritiene non più rimandabili. E il suo presiden-

te non aiuta a renderlo più simpatico. Settantacinque anni e una faccia grigia molto poco brasiliana, Temer aggiunge alla sua nota mancanza di carisma anche una discreta serie di figuracce collezionate negli ultimi giorni. Per esempio quella della settimana scorsa, quando ha allertato l’intera stampa nazionale perché sarebbe andato la mattina a prendere il figlioletto di sei anni, Michelzinho, a scuola («...venite a coprire l’evento, grazie»). Peggio ancora sta messo l’uomo che ha aiutato Temer a fare lo sgambetto a Dilma, l’ex presidente della Camera Eduardo Cunha. Cunha (come Temer, del Pmdb) è stato deposto e rischia davvero la galera a causa di una lunghissima lista di accuse che vanno dalla corruzione alla truffa. È stato Cunha, il capo dei deputati evangelici, ad orchestrare il voto per il via libera all’impeachment di Dilma Rousseff. Cunha è stato l’uomo chiave di questa fase convulsa della politica brasiliana grazie al piccolo esercito che ha a disposizione, l’intera pattuglia dei deputati evangelici, 75 soldatini. Possono sembrare pochi in una Camera di 513 seggi (il Pt, partito di governo, ha 64 deputati), ma giocando di sponda con ex militari ed estrema destra, riescono a condizionare con molta efficacia i lavori parlamentari. E trovano preziosi alleati anche a sinistra. Perché nessuno, nel Brasile che fu cattolico e da anni è l’Eldorado delle chiese elettroniche importate dal nord America, può permettersi di far politica ignorando il potere dei predicatori che spopolano nelle favelas, finanziati da fiumi di dollari: un po’ in arrivo da fedeli negli Stati uniti, un po’ dai narcos locali. Lo sa bene Dilma, che per farsi rieleggere l’ultima volta ha dovuto riceverne alcuni, tenerli buoni, anche fingere di raccogliersi in preghiera con loro. E obbligarsi a digerire un presidente evangelico alla Camera. Si è visto poi con quali risultati.


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Politica e Economia

Sirte, anello debole dell’ISIS Reportage Nella città libica a fianco delle brigate di Misurata, fedeli al governo di Tripoli e nemiche dei miliziani

dello Stato islamico – Ora che gli Stati Uniti hanno deciso di dar man forte con una campagna di bombardamenti, le sorti della città sembrano segnate.

Daniele Ranieri Omar avanza con passo leggero tra le vie di Sirte con un berretto da baseball calcato sulla testa e un fucile SVD Dragunov da cecchino tra le mani. Si affaccia con cautela dagli angoli, scruta le facciate dei palazzi attraverso il mirino telescopico, guarda con attenzione dove appoggia i piedi sul terreno tappezzato di bossoli. Omar è un combattente delle brigate di Misurata, che sono quelle unità militari fedeli (più o meno) al governo di Tripoli che da due mesi tentano di spazzare via lo Stato islamico dalla sua capitale di fatto in Libia, la città di Sirte. Siamo con lui a camminare piano nelle viuzze che formano la terra di nessuno tra la prima linea dello Stato islamico e la prima linea delle brigate, cento metri dietro di noi – che è segnata da una barricata di sabbia di un metro e mezzo alzata con un bulldozer a bloccare il viale principale della città e da una fila di veicoli armati. Gli uomini di Misurata hanno sbarrato le strade e in teoria lo Stato islamico è assediato dentro alcuni distretti senza più possibilità d’uscita, ma qualche varco tra le vie c’è sempre, soprattutto quando cala il sole e i due contendenti sprovvisti di visori notturni devono arrangiarsi a tendere l’orecchio nello spazio buio tra gli edifici. «Ieri uno dei loro è spuntato da qui – Omar fa un cenno verso un vicolo – era uscito in perlustrazione, voleva vedere dove siamo arrivati e in quali edifici ci siamo piazzati, l’abbiamo ammazzato prima che lui potesse spararci. Altre volte invece sono istishadi», e usa la parola araba che indica gli incursori suicidi che provano ad arrivare con una cintura esplosiva fino in mezzo ai nemici e a farsi saltare. Sui muri del vicolo c’è una scritta che inneggia ad Abu Mussab al Zarqawi, il giordano che è considerato il padre fondatore dello Stato islamico in Iraq e fu ucciso dagli americani nel giugno 2006, dieci anni fa. A leggere le notizie dell’epoca si poteva cogliere la speranza ingenua che la morte di Zarqawi fosse l’inizio della fine per il gruppo estremista e invece oggi quel nome è arrivato e celebrato anche qui in Libia. Gli uomini delle brigate di solito cancellano le scritte come questa con un rigo di pittura, ma questo vicolo non è davvero passato di mano, l’avanzata è così precaria che non c’è stato ancora il tempo.

L’offensiva contro la città era cominciata bene, ma l’ISIS si è trincerato nei quartieri che controlla e resiste ad oltranza Omar si lamenta di non avere abbastanza munizioni per il suo fucile di fabbricazione sovietica. «Ho soltanto il caricatore già inserito e non ho nient’altro, se lo finisco resto senza proiettili». La sua fa parte delle lamentele che si ascoltano sul fronte contro il governo di Tripoli e contro gli sponsor internazionali, che secondo gli uomini

Miliziani governativi cercano di aggiustare un carro armato danneggiato dagli uomini dell’ISIS. (Kestone)

schierati a Sirte non stanno aiutando abbastanza. Dovunque si vada tra le brigate si sente la solita richiesta: basta con l’embargo sulle armi che blocca le importazioni di materiale bellico in Libia, stiamo lottando contro lo Stato islamico anche per conto vostro, dateci armi come già fate con i curdi in Iraq. A volte le storie dei combattenti sono vere: Omar alza la maglia a mostrare i segni delle cinque ferite da arma da fuoco ricevute durante la campagna contro il colonnello Gheddafi nel 2011, su braccia e pancia ci sono le cicatrici gommose lasciate dai proiettili. Altre volte le lamentele sono esagerate. Mezz’ora dopo, dimentico di avere detto di essere a corto di munizioni, Omar svuota il caricatore del suo fucile di precisione contro il cadavere di un combattente dello Stato islamico che da due giorni giace sotto alcuni alberi a lato della strada. Colpo dopo colpo, da distanza ravvicinata. Perché? chiediamo. «Perché così esce il sangue e gli animali lo mangiano più in fretta», risponde, ma è chiaro che si è trattato di un passatempo macabro e che le munizioni non gli mancano. Entriamo con lui in un palazzetto di lusso abbandonato, grandi specchi, pareti rosse, una scala a chiocciola in ferro battuto che sale verso il tetto, dov’è sistemato il resto della sua unità. Bisogna camminare piano tenendosi sotto il bordo del parapetto per non farsi vedere dallo Stato islamico e non attirare il fuoco. Dall’altra parte del parapetto ci sono i quartie-

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Tel. 062 791 11 60 – 079 330 50 56 L’accettazione del credito è vietata se produce un indebitamento eccessivo. (art. 3 LCSI)

ri centrali della città, ancora in mano agli estremisti. Anche loro, come noi, si fanno vedere il meno possibile. Le lamentele dei libici sono state più o meno zittite lunedì 1. agosto, perché il presidente americano Barack Obama ha autorizzato l’inizio di una campagna di bombardamenti contro lo Stato islamico assediato a Sirte. Il Pentagono conduce già da quasi due anni operazioni molto simili in Iraq e in Siria, dove i combattenti locali considerano l’intervento dei jet americani come il vantaggio definitivo contro i guerriglieri dell’ISIS: basta passare ai piloti le coordinate di una postazione nemica altrimenti imprendibile e nel giro di un’ora quella postazione è colpita dalle bombe. È chiaro che il governo americano preferisce mandare aerei e droni ad aiutare le brigate libiche, invece che mandare armi, perché c’è il timore concreto che il materiale bellico destinato a essere usato contro lo Stato islamico potrebbe finire poi su altri fronti, per esempio nella guerra che un giorno non lontano potrebbe scoppiare contro la parte est del Paese, la Cirenaica, controllata dalle forze fedeli al generale Khalifa Haftar. L’intervento americano in Libia arriva dopo una lunga fase di preparazione. Squadre di forze speciali mandate a osservare la situazione sul terreno e a stringere relazioni con le brigate libiche sono al lavoro almeno da un anno, assieme a forze speciali italiane, inglesi e francesi. I jet del Pentagono avevano già effettuato qualche bombardamento, per esempio a Derna nel novembre 2015, per uccidere il capo dello Stato islamico in Libia proprio poche ore dopo la strage di Parigi. Questa volta però non si tratterà di raid sporadici e isolati: l’America userà la propria potenza di fuoco per accorciare i tempi della battaglia di Sirte e diminuire il numero delle perdite subite ogni giorno dai combattenti che provano a battere gli estremisti. Le brigate dispongono già di un paio di aerei, ma le loro operazioni non sono paragonabili dal

Sempre e comunque in nome di Allah. (Keystone)

punto di vista tecnologico a quelle del Pentagono: i loro piloti volano bassi perché non hanno bombe a guida satellitare, ma soltanto ordigni a caduta gravitazionale e se volassero ad alta quota sopra quel reticolo di viali e viuzze mancherebbero i loro bersagli di chilometri, potrebbero persino colpire i loro compagni. La campagna per liberare Sirte dallo Stato islamico all’inizio era sembrata facile e si diceva che avrebbe potuto finire nel giro di un paio di settimane, grazie allo strapotere militare delle brigate che stanno partecipando – le meglio armate di tutto il Paese, in particolare quelle della città di Misurata. Gli estremisti però hanno reagito trincerandosi e hanno avuto almeno sei mesi di tempo per prepararsi – perché della possibilità di questo finale disperato si parla fin dal 2015. Il risultato è che un’offensiva partita così bene e in modo così baldanzoso si è trasformata in uno stallo e i seimila assedianti hanno subito perdite troppo pesanti, circa 350 morti e millecinquecento feriti: il che vuol dire che un uomo su tre non

può più combattere e la battaglia non è ancora arrivata nei quartieri più difficili. Facile comprendere perché gli americani abbiano deciso di intervenire. Sirte è un luogo che da qualche anno ha appuntamenti simbolici con la storia della Libia. Qui nell’ottobre 2011 Muammar Gheddafi braccato dai ribelli tentò la fuga a bordo di un convoglio di veicoli che però fu fermato da un bombardamento di aerei francesi. Sempre qui nel gennaio 2015 lo Stato islamico trucidò ventuno ostaggi copti e girò un video che si concludeva mostrando il capo dei massacratori mentre puntava il coltello verso Roma (e l’Europa intera), su una spiaggia che è lontana soltanto poche centinaia di metri dal canale di scolo dove Gheddafi si rifugiò invano per sottrarsi ai suoi inseguitori. Oggi la città è il teatro del primo intervento militare chiesto da un governo arabo di Tripoli a un governo straniero. Nell’ultimo anno era diventata una delle tre capitali di fatto dello Stato islamico, assieme a Mosul in Iraq e a Raqqa in Siria, adesso potrebbe essere la prima capitale a cadere.


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Politica e Economia

I debiti dimenticati Analisi L’opinione pubblica dovrebbe preoccuparsi non soltanto delle finanze statali, ma anche di quelle private

e dell’esposizione verso l’estero

«risparmio = rallentamento economico». Auspicabile sarebbe, invece, che i policymaker creino premesse perché risparmi crescenti non escludano consumi altrettanto in aumento. Alla preoccupazione per l’indebitamento delle famiglie si aggiunge poi quella di imprese ed attori finanziari, «cardini» delle società capitalistiche avanzate. Che il debito degli istituti bancari non sia necessariamente ascrivibile a quello di famiglie e/o aziende è acclarato: il secondo può es-

Edoardo Beretta La crisi economico-finanziaria globale del 2007 e quella debitoria europea dal 2009 hanno fatto diventare di uso comune due termini, cioè «debito» ed ancor più «debito pubblico». Da un lato, le istituzioni europee hanno puntato l’indice contro le criticità del sovraindebitamento degli apparati statali (spesso articolati fra realtà centrali, regionali e/o locali).

L’indebitamento privato e quello estero rappresentano una «sentinella» dello stato di salute di consumatori e aziende che è importante non sottovalutare

2014 (% del PIL) Debito

Debito privato (famiglie, societfià non-finanziarie,

Debito

pubblico1

istituzioni senza scopo di lucro al servizio di

estero2

famiglie)

In Svizzera non ci sono statistiche precise sui debiti privati. (Keystone)

Ne sono esempio il Trattato di Maastricht (1992), che stabilisce un rapporto deficit/PIL al 3% ed uno fra debito pubblico/PIL al 60%, ed il Fiscal Compact (2012), che fissa una soglia massima di deficit strutturale allo 0,5% del PIL (ma superiore all’1% nei Paesi a debito pubblico inferiore al 60% dello stesso). Dall’altro, i rischi da livelli debitori pubblici elevati non sono tanto rappresentati dall’insolvenza quanto piuttosto dalla limitata capacità d’azione economica, che riduce piani d’investimento a lungo termine o misure efficaci di rilancio congiunturale. Gli anni travagliati, da cui i Paesi dell’Eurozona stanno − chi più, chi meno – cercando di uscire (in attesa che forse un’altra crisi li sorprenda indeboliti), hanno certamente lasciato il segno come dimostra l’evoluzione dei debiti statali dall’inizio della crisi.

sere a carattere produttivo, mentre il primo non dovrebbe (quasi) esistere. Difficile è, infatti, immaginare come molti attori finanziari possano essere in perdita, nonostante dovrebbero 1) prendere in consegna i risparmi dei loro clienti e 2) garantire loro una seppur minima redditività (al netto di prestiti oculatamente concessi). Questa è un’altra storia, però. Il messaggio di fondo è: il problema del debito non riguarda i soli Stati, bensì anche il motore produttivo delle economie.

Se tali dati possono sì preoccupare, ma apparire anche logica conseguenza di salvataggi bancari, misure anticicliche e fisiologica diminuzione del PIL, per due voci statistiche (di stessa natura ed altrettanta pericolosità) vi è tuttora scarsa attenzione, cioè l’indebitamento privato e quello estero. Il primo racchiude le obbligazioni di attori non-statali e, in particolar modo, di famiglie e società non-finanziarie: esso è, quindi, «sentinella» dello stato di salute di consumatori e produttori. Il secondo, cioè il debito estero, misura l’esposizione (pubblica come privata) nei confronti del resto del mondo, includendo quindi tutte le persone fisiche e giuridiche di una nazione. Di difficile comprensione sono le motivazioni, per cui economisti, policymaker e media abbiano riservato così poco interesse a ciò, mentre siano

perlopiù focalizzati sul solo problema debitorio di molti Stati nazionali. I motivi di tale oblio potrebbero andare dalla frammentarietà degli attori coinvolti (rispetto all’unico statale) alla scarsa «mappatura» di essi in Trattati o Accordi internazionali, comportando che il debito oggigiorno sia quasi esclusivamente considerato «pubblico». Però, proprio quello privato potrebbe nuovamente minare la congiuntura economica e porre la società di fronte ad un bivio, cioè caldeggiare consumi ed investimenti senza troppe coperture finanziarie o incentivare lo sdebitamento con conseguente austerity. Che una cultura del risparmio familiare sia oggigiorno poco «di tendenza» a fronte delle tante spese e sollecitazioni da parte della società moderna certo non aiuta, se peraltro supportato dal mantra

Titoli di

Titoli di debito; prestiti; valuta e

debito;

depositi; assicurazioni, pensioni e

prestiti3

garanzie standard; altri conti passivi4

Belgio

106,7

157,3

247,4

236,0

Finlandia

59,3

148,4

207,7

200,9

Francia

95,6

143,2

224,0

194,2

Germania

74,9

100,4

152,7

139,8

Grecia

178,6

130,5

143,3

218,8

Italia

132,3

119,5

177,2

114,5

Lussemburgo

23,0

342,2

461,1

5.661,5

Portogallo

130,2

190,2

288,1

215,5

Regno Unito

88,2

157,6

226,0

306,7

Spagna

99,3

164,7

228,5

152,1

Stati Uniti

123,3

-

194,5

99,1

Svezia

44,9

194,0

271,2

174,2

Svizzera

34,75

-

207,9 (2013)

227,8

d’America d

Buona nota alla Svizzera sulla trasparenza fiscale Fiscalità Il rapporto del Global Forum dell’OCSE loda la Svizzera per i progressi nell’assistenza amministrativa

in campo fiscale. Resta il problema di ulteriori aperture del quale dovrà occuparsi il Parlamento Ignazio Bonoli La Svizzera ha superato a pieni voti l’esame del Global Forum dell’OCSE in materia di assistenza amministrativa in questioni fiscali. L’apposito organismo dell’OCSE, che è incaricato di sorvegliare l’applicazione degli accordi fiscali in base ai noti standard, è diretto dal francese Pascal Saint-Amans, ex-funzionario del fisco francese. Esso sottopone i Paesi che partecipano all’accordo a un esame ricorrente dell’applicazione dello stesso e in futuro sarà pure incaricato di sorvegliare lo scambio automatico di informazioni fiscali. L’alto funzionario OCSE ha detto in proposito che la Svizzera «in materia di trasparenza fiscale ha compiuto progressi fenomenali, assimilabili a una rivoluzione». L’opinione si riferisce anche al fatto che la Svizzera ha accettato anche lo scambio automatico di informazioni fiscali, mentre applica con rigore l’assistenza amministrativa. Sotto questo aspetto restano da risolvere ancora alcuni problemi, ma non solo con la Svizzera. Detto da un francese, l’apprezzamento per la Svizzera è di notevole portata, poiché proprio con la Francia restano da risolvere alcuni problemi importanti, come quello della tassazione delle eredità, o quello della tassazione forfettaria per cittadini stranieri,

o anche quello dei dati fiscali rubati, senza dimenticare che il fisco francese è ancora molto critico nei confronti dell’interpretazione elvetica dell’assistenza amministrativa. Infatti, Berna non rilascia informazioni se la domanda di assistenza non è formulata in modo preciso quanto al conto del suo titolare e alla banca in questione. Si vuole, infatti, evitare il sistema di chiedere qualcosa per aprire la strada ad altre informazioni di vario genere.

Secondo l’OCSE la Svizzera ha compiuto progressi fenomenali, una rivoluzione nella trasparenza fiscale Questa valutazione dell’atteggiamento svizzero è dovuta anche al forte incremento di domande di assistenza dall’estero. Nel 2011 erano soltanto 370, ma lo scorso anno erano già salite a 2’600 e si pensa che quest’anno raggiungeranno un numero a cinque cifre. Con la Francia è aperto anche il contenzioso con l’UBS, alla quale si chiedono informazioni fiscali su oltre 10’000 conti di cittadini francesi. La tendenza all’aumento è comunque favorita da un’applicazione più favorevole delle regole dell’assistenza amministrativa negli

ultimi anni, che ha anche favorito un gran numero di autodenunce, nonché all’aumentata sensibilità politica sul tema. In Svizzera resta comunque il principio della salvaguardia della sfera privata, per cui si esclude a priori che si possano fornire informazioni su denunce che non siano ben fondate, come si esclude anche la pratica del cosiddetto «fishing», cioè si chiede un’informazione per ottenerne altre o su altre persone che non siano il diretto interessato. In altri Paesi si procede in modo diverso – soprattutto in campo fiscale

– per cui alcuni ritengono la prassi svizzera troppo restrittiva. Anche il rapporto del gruppo OCSE, per due punti su un totale di dieci, le attribuisce una nota insufficiente, usando il termine di «solo parzialmente conforme». Si tratta delle azioni al portatore e delle reticenze nell’assistenza amministrativa quando si tratta di dati rubati. Nel primo caso anche Berna ha adottato una pratica molto più restrittiva rispetto al passato. Nel secondo caso si capisce il pericolo di favorire questa attività fraudolenta in caso di allentamento dei freni.

Il direttore dell’Amministrazione federale delle contribuzioni Adrian Hug, il ministro Ueli Maurer e Jörg Gasser, segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali, commentano positivamente il rapporto dell’OCSE. (Keystone)

Ma anche in questo caso, il Consiglio federale ha sottoposto al Parlamento un messaggio nel quale propone che la Svizzera possa prestare assistenza amministrativa anche in alcuni casi fondati su dati ottenuti illegalmente. La situazione diventa ancor più delicata quando questi dati vengono distribuiti ad altri Paesi. La Francia ha per esempio fatto avere i dati rubati a Ginevra, alla HSBC, a una trentina di Paesi. Il progetto del governo apriva un importante spiraglio per l’uso di questi dati. La maggioranza del Parlamento non sembra però disposta ad accettare queste prassi. Ora, proprio il rapporto del Global Forum dell’OCSE, che sostanzialmente loda la Svizzera per l’impegno in questo campo, dà ragione a coloro che si oppongono ad ulteriori aperture, tanto più quando si tratta di dati acquisiti illegalmente, lautamente pagati e in più distribuiti ad altri Paesi. C’è però il pericolo che un rifiuto di questa apertura possa venir considerato politicamente un passo indietro a quanto fatto finora. Tanto più che questo concerne situazioni passate. Per il futuro è probabile che l’introduzione dello scambio automatico di informazioni fiscali possa far passare in secondo piano la delicata questione dei dati rubati. Nel frattempo non mancheranno le pressioni internazionali affinché la Svizzera si adegui completamente agli standard globali dell’OCSE.


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi E le regioni di montagna? La Svizzera ha, da meno di un secolo, una politica di sostegno alle popolazioni di montagna. Dapprima fu – negli anni Venti dello scorso secolo, su proposta del consigliere nazionale Baumberger e del consigliere agli Stati ticinese Bertoni – una politica di sostegno al reddito degli agricoltori di montagna. Per Bertoni era chiaro che le regioni urbane, che si sviluppavano grazie all’energia elettrica fornita dall’acqua che scendeva dalle montagne, non potevano non condividere con la popolazione della montagna una parte dei profitti provenienti dallo sviluppo industriale. Negli anni Trenta dello scorso secolo e nell’immediato dopoguerra, la politica di sostegno all’agricoltura di montagna diventò parte del grande arsenale di misure della politica agricola nazionale.. La popolazione agricola – e non solo quella della montagna – andava aiutata per ragioni identitarie e

perché dall’agricoltura dipendeva la sopravvivenza della Svizzera in caso di guerra. Poi, quasi al termine dei trent’anni di forte sviluppo che hanno seguito il secondo conflitto mondiale, la politica di sostegno alle popolazioni di montagna diventò la politica regionale della Confederazione con la famosa legge sull’aiuto agli investimenti. Il suo obiettivo non era più il sostegno del reddito dell’agricoltore, ma lo sviluppo, anche nelle regioni di montagna, di attività di produzione del secondario e del terziario. Per promuovere le stesse si pensava che potevano essere di aiuto gli investimenti nell’infrastruttura (strade, edifici pubblici come scuole, centri di formazione, ma anche centri culturali, infrastrutture sportive e turistiche e altro ancora). Questa nuova dotazione di infrastrutture avrebbe dovuto servire a migliorare l’attrattiva dei centri delle regioni di montagna e far

crescere, nelle stesse, i posti di lavoro e la popolazione. Qualcuno obiettò allora che la concentrazione spaziale degli investimenti avrebbe potuto nuocere ai villaggi più isolati di queste regioni che avrebbero potuto spopolarsi. Altri sostennero che se si voleva salvare il meglio della montagna bisognava essere pronti anche ad abbandonare qualche «ramo secco» o ad accettare che, all’interno della regione alpina, nascessero «angoli morti». Ma la critica più importante fu che gli effetti derivanti dagli investimenti in infrastruttura non erano per niente sicuri, anche se molti esempi di progetti realizzati stavano a dimostrare il contrario. La politica dell’aiuto agli investimenti nell’infrastruttura venne quindi abbandonata all’inizio del secolo per una politica che dovrebbe sostenere solo quelle iniziative che si rivelano competitive a livello del mercato. Come dire che,

in futuro, nelle regioni di montagna il sostegno statale sarà non solo concentrato territorialmente, ma anche a livello di iniziative. È infatti da pensare che saranno molto poche quelle che passeranno il test della competitività a livello del mercato, il che significa concentrare ancora di più gli sforzi sia a livello delle regioni sia all’interno dei settori di produzione. Di conseguenza nelle nostre regioni di montagna potrebbe di nuovo rafforzarsi la tendenza allo spopolamento. Di recente il presidente di Hotelleriesuisse, Andreas Züllig, è intervenuto pubblicamente per raccomandare la politica di concentrazione dei mezzi, proponendo una nuova limitazione: la concentrazione dei mezzi a disposizione in poche regioni… Per Züllig i politici svizzeri dovrebbero avere il coraggio di decidere che, in futuro, vi saranno regioni di montagna che saranno abbandonate. Il «Tages An-

zeiger» ha pensato bene di sottoporre subito la proposta del primo albergatore svizzero ai propri lettori. La metà di quelli che hanno preso parte al sondaggio si è dichiarata in favore del mantenimento di una politica di sostegno estesa a tutte le regioni di montagna, anche perché, come qualcuno ha fatto notare, la spesa non è poi così importante. Un 33% ha sostenuto invece, senza indugi, la tesi di Züllig. Il restante 17% ha trovato che la migliore soluzione sarebbe quella di abbandonare solo poche valli . Quel che sorprende di questo sondaggio è il terzo dei partecipanti che approva l’idea dell’abbandono senza remore. Queste persone non si rendono evidentemente conto che il paesaggio alpino è stato scolpito e conservato dalla mano dell’uomo e che la montagna senza abitanti non sarà più che una specie di deserto inagibile.

più giovane, è stato spietatamente fischiato. Lo Stato di Rio è tecnicamente fallito, il Comitato olimpico ha dovuto sovvenzionare i costi dei Giochi, che ovviamente sforeranno i 2 miliardi di euro previsti. Va detto però che Rio è l’unica città del Paese a non aver conosciuto la crisi, almeno nelle statistiche: dal 2009 a il reddito pro capite è aumentato del 30%.

Certo, la città che vedono gli atleti e i turisti non è quella vera. Tossici e senzatetto sono stati portati via di peso da Copacabana. Dove non ha potuto la repressione, arriva la contrattazione: come già durante i Mondiali, agli 85 mila agenti e ai soldati potrebbero essersi aggiunte trattative né semplici né gratuite con i capi del narcotraffico. Questo non toglie che i Giochi suscitino orgoglio e commozione sinceri tra i brasiliani: bastava seguire il tragitto della torcia olimpica nei sobborghi di Rio, con la gente semplice che usciva correndo dalle case gridando «viva a tocha nossa», viva la nostra torcia, dove la parola-chiave è «nostra». La società brasiliana è violenta, ma non aggressiva. La dolcezza del vivere può declinare verso la malinconia o verso l’entusiasmo, com’è nella natura di questo immenso Paese: grande come gli Stati Uniti (senza l’Alaska), con più abitanti di Francia, Italia e Germania messe assieme. Il bilancio dei Giochi è ancora da scrivere. Di sicuro, nell’esta-

te della paura globale, rappresentano un’opportunità, per il Brasile e per noi. Qualche segno: la squadra dei rifugiati, composta da siriani, sudanesi, etiopi; la presenza di Mourad Laachraoui, campione belga di taekwondo, fratello di Najim, che si è fatto saltare in aria all’aeroporto di Bruxelles. Ottant’anni fa, in questi stessi giorni, l’Olimpiade era inaugurata da Adolf Hitler: abbiamo vissuto momenti peggiori. L’Olimpiade è anche il riscatto di campioni bisestili, di cui ci ricordiamo ogni quattro anni. Ed è il sogno delle generazioni a venire, come aveva intuito uno scrittore sudamericano (non brasiliano ma argentino): ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, là ricomincia la storia dello sport. Il cinismo degli adulti, dagli sponsor al doping, può sempre rovinare molte cose; ma non tutte. Anche se la logistica brasiliana è terrificante: mette insieme la burocrazia orientale con la disorganizzazione latina.

lungo finisce per morire di inedia. A lato delle rivendicazioni di principio che costituiscono il campo chiuso in cui i partiti si trincerano, c’è l’infinita varietà delle questioni amministrative, economiche, sociali che formano la zona neutra nella quale anche i soldati di due armate nemiche possono incontrarsi e fraternizzare». È strano (ma non troppo: come dice quel detto? Chi non conosce la storia è condannato…) scoprire che parole riferite a quanto il nostro cantone doveva affrontare oltre un secolo fa risultino di attualità di fronte al presente incerto che stiamo vivendo e al ripresentarsi di una politica sinonimo di inconcludente dialettica. A commento, o come aggiunta se preferite, trovo solo queste parole: «È tempo, dopo la modernità, di ricondurre le acque della politica e della democrazia dentro i loro argini, definendo con forza e chiarezza quel che loro compete, o all’incontrario di dare spazio ad altre regole non meno essenziali alla convivenza, a partire

dal mercato e dal merito, e al tempo stesso di riconoscere che altri poteri spirituali e culturali, dove la democrazia elettorale e maggioritaria non ha mai funzionato, hanno il diritto e il dovere di agire nella società e tanto più nella società globale». È un recente richiamo rivolto dall’editore Cesare De Michelis all’Italia, ma calzante anche per un Ticino chiamato a riattivare e riprogettare cicli interrotti o spezzati. Come nel loro piccolo vogliono fare Navetta e «Corriere del Ticino». La prima, affidandosi a un’energia alternativa che non inquina, torna a riproporre il suo servizio per tragitti brevi nella speranza di riconquistare altri itinerari e utenti turistici. Il «Corriere» mostrando che più vecchio non significa solo consumato e ammuffito, ma può diventare utile faro di credibilità per chi vuol offrire un servizio affidabile. Entrambi, dopo oltre un secolo, non stanno solo a galla: navigano ancora, e fanno navigare.

Alla vigilia di ogni Olimpiade si celebra il rito della retorica negativa. I media scoprono che Rio è una metropoli da tre omicidi al giorno, il virus Zyka è un allarme mondiale, la baia di Guanabara è inquinata, il villaggio non è pronto, e onde alte tre metri minacciano il centro tv sulla spiaggia di Copacabana. Poi, miracolosamente, tutto o quasi sembra aggiustarsi. A Rio è inverno, e non si vede una zanzara. La baia della megalopoli non ha in effetti la freschezza di un torrente alpino, ma «vorrà dire che nuoteremo con la bocca chiusa», come ha detto un’atleta americana all’inviata della Cnn preoccupatissima per la sua salute. Quanto al villaggio, chi può lo evita: il Dream Team americano della pallacanestro alloggia sul Silver Cloud, lo yacht che ha avuto il cattivo gusto di attraccare proprio di fronte al murale sulla fratellanza universale; i lottatori cubani si sono arrangiati all’Hostel Maraca, e ogni sera vanno a ballare nell’adiacente scuola di samba.

Capitan Tempesti, 2 metri e 5 centimetri, leggendario portiere della nazionale italiana di pallanuoto, alla quinta olimpiade, ha chiesto solo un letto senza sponde: «Con i piedi penzoloni si dorme benissimo». Ovviamente questo non significa che tutto vada bene. Anzi. Quando dopo i Mondiali di calcio il Brasile si aggiudicò l’Olimpiade, pareva destinato a celebrare l’ascesa tra le potenze mondiali. All’epoca Rio sconfisse la Chicago di Obama, la Madrid pre-crisi, la Tokyo che ora deve aspettare il 2020. Oggi il Brasile non cresce più, in due anni il Pil ha perso oltre il 5%. È crollato il petrolio, è crollato il sistema politico, che la Petrobras aveva generosamente finanziato. Dopo 13 anni di potere la sinistra esce di scena nel dramma, Lula andrà sotto processo, la presidenta Dilma è sospesa e alla fine dei Giochi subirà il colpo di grazia dell’impeachment; alla cerimonia inaugurale al Maracanà il presidente provvisorio, Michel Temer, accompagnato dalla moglie di 43 anni

Keystone

In&outlet di Aldo Cazzullo Il sogno resiste

Zig-Zag di Ovidio Biffi Tra stare a galla e navigare Fa piacere scoprire che il Ticino, chiamato a modificare un presente sempre più scivoloso e incerto, cerchi di farlo anche recuperando e valorizzando aperture e novità di un secolo fa. Lo intuisco, alla vigilia del 1. agosto, da due piccoli avvenimenti di cronaca luganese: una pagina del «Corriere del Ticino» e un battellino che costeggia silenzioso, non troppo veloce e senza fumi o odori le rive del golfo di Lugano. Il «Corriere» riproduce la prima pagina della sua prima edizione nel dicembre del 1891; il battello si chiama ed è la vecchia «Vedetta 1908». Ecco la modernità applicata al passato per proiettarsi nel futuro. Il battello si rinnova riproponendosi in servizio con pannelli solari, il CdT affida il nuovo alle pagine più significative dei 125 anni passati, rafforzate da quelle create da artisti che interpretano temi d’attualità. Energie rinnovabili per navigare sui laghi fuori dalle rotte del traffico, storia e arte per navigare sulla carta, sfogliata da chi ancora riesce a

domare i media digitali. A modo loro Navetta e «Corriere» trasmettono il messaggio di un Ticino fiducioso, in grado di trarre forza, ispirazione e creatività anche dal suo passato, rivisitando due promozioni geniali sopravvissute per oltre un secolo, unite oltretutto da un chiaro ed emblematico legame: sono entrambi mezzi di trasporto, uno per le persone, l’altro per notizie ed emozioni, impegnati, un secolo fa e ancora oggi, a navigare, non a stare solo a galla. I segni di questi elementi distintivi di una rinnovata modernità sono facili da individuare sulla «Vedetta 1908», riproposta dalla Società Navigazione sul lago di Lugano, dato che li esibisce sul tetto: evolute batterie gli consentono una placida navigazione che idealmente ricalca (in scala ridottissima) l’impresa del modernissimo «Impulse» di Piccard. Per il «Corriere» l’individuazione è più complessa, senza voler snobbare le presenze artistiche già citate. Il suo direttore Fabio Pon-

tiggia, annunciando la riproduzione della prima di 125 pagine tra le più importanti di ogni anno d’attività, ha scritto che vuole essere «un modo per giungere a quell’anniversario facendo rivivere ai nostri lettori una storia ultrasecolare, che ha visto il mondo cambiare non una, ma più volte. Spesso in meglio, talvolta in peggio. Una storia che ha anche radicalmente mutato il modo di fare giornalismo, cioè di pubblicare notizie». Ma il messaggio più indicativo (il collega perdonerà la nostra scelta) e anche più paradigmatico lo si legge nel lungo articolo scritto sul primo numero, il 28 dicembre 1891, dal fondatore Agostino Soldati: «Sarebbe troppo esigere il domandare che anche il nostro Cantone cessasse, almeno per poco, di essere un’arena in cui si combatte, per diventare un campo fecondo dove si semina e si raccoglie. Noi non lo crediamo. La politica pura, non è non può essere il pane quotidiano di un popolo. Chi se ne nutre troppo a


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Cultura e Spettacoli Dracula, sessant’anni dopo Un ricordo del celebre attore ungherese Bela Lugosi, che morì convinto di essere un vampiro

Un naufragio a Melide Fino al 10 settembre si potrà ammirare il primo musical sul lago in Ticino: Titanic viene proposto in versione italiana e versione tedesca

L’industria del cinema Industry, un settore poco conosciuto del festival di Locarno, ma vitale per il cinema

Eric Clapton è fermo? Il recente I Still Do di Eric Clapton dimostra una certa stanchezza propositiva pagina 27

pagina 25

pagina 24

pagina 26

Celan e la linea immaginaria Pubblicazioni Dopo Auschwitz per molti

la scrittura di versi diventò impossibile – per Celan la poesia diventò un «contenitore di assenze»

Luigi Forte Tutta l’opera del grande poeta Paul Celan è la sofferta, drammatica confutazione del giudizio espresso da Th. W. Adorno, secondo il quale dopo Auschwitz non era più possibile scrivere versi. Ma in modo paradossale: confinando la parola al margine del silenzio, nella lenta e inarrestabile disarticolazione di ogni discorso che tenti di rappresentare il Male assoluto. Perché quel dolore, quella tragedia non trovano più immagini. «Dice il vero, chi parla di ombre» suggerisce un suo verso. Così la poesia diventa un contenitore di assenze, in cui la scrittura cerca di catturare tracce e afferrare lontane risonanze rievocando identità dissolte in un filo di fumo. Se ne sentono già gli echi arricchiti da molti stimoli, dai romantici tedeschi ai surrealisti, nella sua prima raccolta, La sabbia delle urne, che Einaudi propone ora nella bella versione di Dario Borso. È una sorta di libro fantasma con cui Celan intendeva presentarsi nel 1948 alla ribalta del mondo letterario di lingua tedesca. Si era da poco rifugiato a Vienna, dopo aver attraversato clandestinamente, alla fine del 1947, la frontiera ungherese. La sua lirica nasceva dall’apocalisse che aveva alle spalle e che trasformò la sua vita, fino al suicidio nella Senna nell’aprile del 1970, in una vigile agonia, un preludio alla fatale discesa agli inferi, il tentativo inesausto di rimarginare oltre il tempo i traumi e le lacerazioni della sua gente ebraica.

Nonostante la vita lo avesse disatteso, l’ebreo Paul Celan non si sottrasse mai all’utopia Paul Antschel – questo il suo vero nome – era infatti figlio di ebrei tedeschi morti in campo di concentramento. Risiedevano a Czernowitz, capitale della Bucovina, dove lui era nato nel 1920. Una regione ai margini dell’impero austro-ungarico, animata dal dialogo fra cultura slava e mitteleuropea e costretta a perdere la propria identità passando alla Romania dopo la prima guerra mondiale e, più tardi, all’Ucraina sovietica. In quel mondo multietni-

co Celan aveva percorso fin dall’infanzia vie traverse, come lui stesso disse descrivendo il paesaggio culturale da cui proveniva. Aveva frequentato scuole tedesche ed ebraiche, poi il liceo romeno; nel 1945 si era trasferito a Bucarest e di lì, ben presto, oltre frontiera. E può apparire singolare che tra i molti idiomi lui abbia scelto una lingua – quella delle sue radici familiari – in cui era stata cancellata la sua stessa storia, una lingua che si trascina dietro tutto l’orrore della Shoah e che sospinge la sua poesia al margine del silenzio, quasi inscrivendo nel suo processo la morte stessa. Più tardi, nel discorso del gennaio 1958 in occasione del conferimento del Premio letterario della città di Brema affermerà: «In questa lingua in quegli anni e nei seguenti, ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per appurare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi un progetto di realtà». Proprio quel primo libro, uscito nel settembre del 1948, ma mai distribuito per volontà dell’autore che, ormai a Parigi, non aveva potuto correggere le bozze e non poté accettare un volume pieno di refusi, ridisegnava con la parola le sagome dell’oblio, richiamando dal silenzio, come nella notissima poesia Fuga di morte, chi non ebbe nemmeno diritto alle proprie esequie. Quei testi, in gran parte recuperati in sillogi posteriori, testimoniano una profonda, già matura vocazione giovanile. Essi risalgono al periodo bucovino e agli anni di Bucarest; solo sei furono scritti durante il breve soggiorno a Vienna, dove Celan conobbe Ingeborg Bachmann, studentessa ventiduenne in attesa di laurearsi su Heidegger. Fu amore fin dall’inizio, filtrato da parole lucide e oscure e da irriducibili silenzi. Nella passione per lei, che conosce la via del riscatto, egli crea un legame che risuscita l’alleanza fisica e spirituale con le varie Ruth, Miriam, Noemi, le revenantes della sua mente ossessionata dal dramma dell’Olocausto. Figure che emergono nella bella poesia In Egitto, dove Ingeborg è definita «la straniera». Lei, a sua volta, scrive: «Per me tu vieni dall’India o da un paese ancora più remoto (…) per me tu sei il deserto e il mare e tutto quanto è mistero». E nel romanzo Malina così lo ricordò: «La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione…» Il suicidio dell’amato ha

Litigi e capricci sul set

Borges su Borges

l’incredibile autobiografia del grande Frank Capra

letteraria del grande scrittore argentino

Cinema Minimum fax ha recentemente dato alle stampe

Mariarosa Mancuso

Stefano Vassere

Fa un certo effetto leggerlo durante il Festival di Locarno, che tra altri titoli perdibilissimi aveva in concorso un film dove tutti i personaggi erano catatonici (Der Traumhafte Weg di Angela Schanelec, ora sapete i nomi dei responsabili e li potete dimenticare). E che ha presentato in Piazza Grande un radiodramma sugli ultimi anni di Stefan Zweig, Vor der Morgenröte diretto da Maria Schrader. Non ha una sola immagine che rimanga in mente, solo chiacchiere sul tema: devono gli scrittori tedeschi del PEN Club prendere posizione contro Hitler? E deve lo scrittore austriaco che intitolò l’autobiografia Il mondo di ieri aiutare tutti i conoscenti che chiedono aiuto per fuggire dal nazismo? Fa un certo effetto leggerlo a partire dalla frase d’apertura, che suona così: «Non ci sono regole nel fare cinema, solo peccati. E il peccato capitale è la Noia» (maiuscola nel testo). Fa un certo effetto perché la frase annuncia l’autobiografia di Frank Capra – Il nome sopra il titolo, nella splendida collana che minimum fax riserva al cinema. Il nome sopra il titolo, perché Frank Capra si era conquistato i crediti che ogni regista allora sognava. Prima il nome di chi aveva diretto la pellicola, e poi il titolo: di regola accadeva il contrario. In quegli anni, il «director’s cut» era una bestemmia: il film era del produttore, il regista era un artigiano che prestava il suo lavoro – e il suo talento, nel caso l’avesse – senza sentirsi artista (il titolo era preceduto, e neppure sempre, dal nome degli attori, ma anche loro erano considerati proprietà dello studio). Qualcuno lo dica, ai direttori di festival che vivono il cinema come punizione per gli spettatori. Qualcuno si offra volontario, noi l’abbiamo detto e scritto centinaia di volte. E certo Frank Capra non può essere accusato di girare blockbuster senz’anima (blockbuster sì, perché certo non ti concedono il nome prima del titolo se non hai successo al botteghino, ma l’anima ce l’avevano, eccome). Fa impressione anche rendersi conto che ai tempi di Frank Capra – Francesco Rosario era il nome all’ana-

«Io non so, per esempio, se nel giro di cent’anni la Repubblica argentina avrà prodotto un autore di importanza mondiale, ma so che prima di cent’anni un autore argentino avrà ottenuto il premio Nobel, per semplice rotazione di tutti i paesi dell’atlante». La questione se l’autore letterario più noto e illustre del Novecento dovesse essere prima di morire gratificato del premio Nobel per la letteratura ha interessato a lungo, forse per decenni, gli appassionati di questo tipo di riconoscimento. C’erano stati anni, prima della morte di Borges, dove nell’imminenza dell’attribuzione annuale del premio ci si chiedeva per quanto tempo ancora lo scrittore dovesse continuare a non vederselo finalmente consegnato, con la iconografica e ricorrente cerimonia della sala dei concerti di Stoccolma che tutti conosciamo. Il fattore Borges è l’ultimo libro tradotto in italiano dello scrittore argentino Alan Pauls, che, a giudicare dai titoli, ha una carriera molto borgesiana, essendosi staccato decisamente dal gruppo e avendo scritto alcuni libri perlomeno inusuali. La casa editrice romana Sur, che pubblica quest’opera, ha per esempio, di suo, una Storia dei capelli e una Storia del denaro. Lo stesso incedere del Fattore è di per sé molto borgesiano, in linea stilistica con l’oggetto stesso del saggio, e ha un passo che sarebbe certamente interessato allo stesso Borges. Infatti, è una specie di biografia per immagini e spunti, scritta su due colonne, o meglio con le note che

Clark Gable e Claudette Colbert in Accadde una notte di Capra (1934). (Keystone)

grafe di Bisacquino, anno 1897 – il cinema era fatto da gente allegra e piena di vita, che si divertiva e non pensava di aver qualcosa da spartire con l’Arte. E Frank Capra lo era più di tutti, a dispetto della vita stentata da emigrante (o forse proprio per questo: siamo circondati da troppi registi che escono dalle scuole, senza aver mai fatto la rapina in banca che Werner Herzog consiglia agli apprendisti). Morto il padre agricoltore, per poter studiare aveva fatto lo strillone. Quando gli chiesero trame per bambini per una serie intitolata Our Gang, puntò tutto sulle risse (meglio sei piazzato, più giornali vendi). Gli spiegarono che si trattava di bambini innocenti, e Capra mise nella soap due gemelli identici, tranne che per il carattere: il pubblico scoppiava a ridere appena comparivano sullo schermo, non sapendo mai se aveva di fronte il duro o il pappamolla. Dall’esperienza il regista ricavò un altro avvertimento, prezioso quanto la fuga dalla Noia: «Quel che interessa alla gente è la gente» Di Accadde una notte (anno 1934) ricordiamo Claudette Colbert che fa l’autostop mostrando la giarrettiera (molto meglio del pollice); la coperta stesa sulla corda per preservare la virtù (i due, un giornalista li-

Paul Celan (il cui vero nome era Paul Antschel), è stato un poeta e traduttore tedesco di provenienza ebraica (1920-1970); questa foto è stata scattata negli anni ’50. (Keystone)

le stimmate di una storica tragedia che non trova pace, nemmeno nella poesia, loro ultimo, comune rifugio. Eppure quel loro rapporto genera talvolta versi di incantevole intensità: «La notte è notte, inizia col mattino, / mi corica con te», leggiamo in una lirica del periodo. Mentre immagini paradossali colgono la problematicità di qualsiasi relazione: «Solo da apostata sono fedele; / sono te quando sono io», recita Lode della distanza, anch’essa composta a Vienna nella primavera del 1948 – e aggiunge: «Nella fonte dei tuoi occhi / vado a deriva e sogno rapimenti. / Una rete catturò una rete – ci separiamo avvinti». Nemmeno la natura viene risparmiata, pur nella consapevolezza che – si legge ne Il solitario – «Più che il colombo e il gelso / ama me l’autunno». Ma in quella stagione, a lui così cara, si assiepano immagini senza speranza: la figura della madre che cerca un velo in cui avvolgersi, quando – com’ella dice in Fiocchi neri – «Nevischieran-

no / le ossa / di tuo padre, franta sotto gli zoccoli / la canzone del cedro…» In quel mondo che mai verdeggerà egli deve confessare: «Sanguinò via da me l’autunno, madre, mi scottò la neve: / cercai il mio cuore perché piangesse, trovai il fiato ahi / dell’estate…» La figura materna occhieggia tra i versi sullo sfondo dell’Ucraina verde come il dente di leone: la sua bionda chioma mai imbiancò e il suo cuore «ferito da piombo» non tornò a casa. Pressanti sono gli interrogativi del figlio e diretti come mai più in futuro quando in una sorta di lento slittamento verso il silenzio ogni singola poesia rischierà l’autodistruzione. Mentre in queste prime composizioni Celan s’avventura in un dialogo infinito, nel tentativo di riesumare il volto caro: «Può nessuno dei pioppi più, o dei salici, – egli incalza in Prossimità delle tombe – / toglierti il cruccio, procurarti il sollievo?» E in chiusura, quasi ribaltando su se stesso il rovello linguistico, aggiunge: «E tolleri, madre, ah come in passato a casa,

cenziato e un’ereditiera che viaggiava in Greyhound da Miami a New York per sfuggire a papà, devono dormire nella stessa stanza). Ricordiamo Clark Gable a torso nudo, e sappiamo che le vendite di canottiere crollarono: l’attore non portava nulla sotto la camicia. Frank Capra racconta i litigi e i capricci tra le star, che usati abilmente aggiunsero pepe al film. Clark Gable era su quel set per punizione, una specie di Siberia per uno sgarbo mal digerito. Claudette Colbert – che stava per partire in vacanza – fu convinta con cinquantamila dollari per quattro settimane di riprese (il doppio della solita paga: «Aveva la mente lucida come sul dollaro e da francese ne apprezzava il luccichìo», scrive Frank Capra. «Ho appena finito di girare il film più brutto del mondo» disse l’attrice agli amici partiti in vacanza senza di lei. Accadde una notte vinse cinque Oscar, oggi lo veneriamo come un capolavoro. Storie così, in Il nome sopra il titolo, ce ne sono a decine, grande era il disordine sotto il cielo hollywoodiano. E Frank Capra le racconta splendidamente, come tutti i geniali registi che non puntano solo sulla bellezza delle immagini. Quel mestiere tocca ai direttori della fotografia.

invece che stare alla base della pagina affiancano a lato, quando ci sono, il testo principale e ogni tanto altre note, in un sistema di note di note. Il doppio livello testuale e l’estensione ipertrofica delle annotazioni costringono a una lettura babelica dove le pagine vengono continuamente sfogliate avanti e indietro, tenendo dita di qua e mettendo segnalibri di là, in perfetto stile ovviamente. È una biografia, si concederà, ma ha uno sviluppo anche qui complesso e pieno di distrazioni. Perché basta una parola per far partire una delle suddette «note a lato pagina», con approfondimenti non cronologici e molto generici; vere e proprie voci dell’enciclopedia borgesiana, con citazioni, testimonianze, approfondimenti ulteriori. Quindi, classico, 1900, padre, madre, peronismo, dramma, Bioy Casares e numerose altre. Dall’interazione tra testo e annotazioni apprendiamo per esempio una certa difficoltà nel parlare in pubblico per la quale si contano numerose conferenze che Borges non ha avuto letteralmente il coraggio di tenere o ha fatto leggere da altri. O un altro atteggiamento, parente di quest’ultimo, che vede nel leggere attività preferibile allo scrivere: «menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il mio orgoglio sta in quelle che ho lette». E poi, più intimo e biografico, è il rapporto con la madre che emerge alla voce apprendere: «uno scrittore cieco, prematuramente invecchiato, di fama mondiale, guidato per il mondo da una donna ancora più vecchia, fragile e irriducibile, entrambi come sospesi in un tempo fuori del tempo». Nell’universo articolato di questo libro-mondo è illuminante, ma è tutta di Pauls, l’immagine iconografica dello scrittore argentino che emerge in una pagina del libro. Bisogna sapere che tutti i grandi scrittori hanno una loro iconografia, che è spesso molto sincronica, e si fissa per sempre attorno a una sola e isolata età, come se essi non avessero avuto altre stagioni e altri visi: «gli occhi strabici, le mani, incrociate sull’impugnatura del bastone o posate sul dorso di Beppo, il gatto d’angora più famoso della letteratura argentina, Borges è affascinante come certi cristalli che sembrano orchidee. Non sono mai riuscito a immaginarmelo vivo, nemmeno quando ci siamo attardati a conversare sotto le volte della Biblioteca Nacional».

Parliamone di Simona Sala Kanye West, guru 2.0

/ la dolce, la tedesca, la dolorosa rima?» Parola ed esperienza divergono, la vita è zeppa di frantumi, mentre i luoghi del delirio personale – dalla natia Bucovina all’amata Parigi – sono stretti in una gelida morsa che rattrappisce gesti e speranze. La sostanza della poesia – sembra di cogliere fin da queste prime testimonianze liriche – passa attraverso la violenza che la lingua ha subito, incapace ora di rappresentare da qualche distanza quell’universo disumano. E tuttavia Celan non si sottrae all’utopia come luogo dell’impossibile e dell’irraggiungibile: quasi un auspicio che i punti cancellati dalla topografia della sua vita riemergano lungo un’immaginaria linea che accosta nei versi infinite voci e luoghi, senza tempo, nella patria dei morti. Bibliografia

Paul Celan, La sabbia delle urne, a cura di Dario Borso, Einaudi, Torino 2016, p. 183, € 14,00.

Libri Un omaggio alla vita e alla figura

Kanye West durante un concerto. (Keystone)

«L’importante è che se ne parli», recita un adagio nemmeno tanto vecchio, che sembra tagliato su misura per il personaggio della settimana, Kanye West. Nato ad Atlanta e cresciuto a Chicago in un ambiente borghese, inizia scrivendo canzoni per altri e proponendo rap con rivisitazioni soul. Sicuramente il successo non mancava, ma la svolta vera e propria (quella che la sua nota verve polemica musicale e politica non era riuscita a procurargli), arriva nel momento in cui entra nell’establishment di uno dei clan più celebri del mondo, quello delle bellissime, gonfiatissime Kardashian. Al matrimonio in grande stile a Firenze e a una produzione musicale senza

dubbio innovativa, grazie al connubio di elettronica e hip hop, si sono aggiunte le creazioni di moda per un marchio sportivo, la voglia di costruire oggetti per un colosso del mobile, le performance polemiche a ArtBasel Miami, il nome del secondogenito (Saint – Santo), il titolo dell’ultimo album (The Life of Pablo), nonché l’annuncio che correrà alle presidenziali del 2020. L’ego di West cresce giorno dopo giorno. La sua smisurata sete di riscatto lo porta a volere l’universo, e forse anche un poco di più. Purtroppo, nonostante la genialità e la voglia di novità, a crescere poco, sono le lyrics delle sue canzoni: volgari, offensive, personali. Purché se ne parli...


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Cultura e Spettacoli

Vita di un immortale Anniversari La storia di Bela Lugosi nel 60esimo anniversario

della morte Daniele Bernardi Era inevitabile che, in una raccolta come Ultimi vampiri (Feltrinelli, 1987), il lettore incappasse nella figura di Bela Lugosi. Il libro di Gianfranco Manfredi passa in rassegna «l’incredibile varietà delle specie vampiriche» attraverso il racconto di sette differenti «nosferatu». Sorvolando epoche e luoghi, con quella inventiva storica che gli è propria, Manfredi dà voce ai reietti degli scantinati e alle loro vite, condannate all’immortalità. Nell’ultimo testo, Il metodo vago, la vicenda non si svolge nei meandri di un passato remoto, ma nel «nostro» ’900. Certo, molti hanno sviluppato idee simili, specialmente nel cinema. Basti ricordare Ragazzi perduti di Joel Schumacher (1987) o Intervista col vampiro di Neil Jordan (1994), oppure il più recente, e riuscitissimo, Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch (2013). Nel racconto di Manfredi, la storia è però una sorta di pretesto per omaggiare alcune icone memorabili della vecchia Hollywood. Tra queste oltre a quella di Tod Browning, il regista dell’audace Freaks (1931), campeggia Bela Lugosi (Lugoj, 1882 – Los Angeles, 1956) – il noto attore ungherese interprete di ruoli «draculeschi» fino alla totale immedesimazione. «Sia chiaro che ho sempre stimato molto Lugosi», riferisce il Browning de Il metodo vago, «Non era quel pazzo drogato di cui favoleggiava la stampa, ma una persona colta, educata, di grande professionalità. Di eccessivo aveva il

gesto, certe smorfie quando dilatava gli occhi e torceva le guance in grotteschi sorrisi triangolari. Esagerazioni insopportabili già in teatro, figuriamoci in cinema. Ma la voce le giustificava, anzi le nobilitava... quella sua incredibile pronuncia piena di inflessioni ungheresi». Di fatto, ancora oggi, il Dracula di Browning, interpretato da Lugosi nel 1931, mantiene intatta la sua bellezza di classico – naturalmente molto, ai nostri occhi, risulta datato, ma è inevitabile e la performance del protagonista non è tanto più carica delle altre.

Sebbene Lugosi amasse indugiare in smorfie eccessive, l’ungherese era uomo colto e di grande professionalità Ma ciò che rese Lugosi un vera leggenda fu la sua lugubre trasformazione. Addirittura, lo scrittore italiano Edgardo Franzosini ha dedicato un libro all’argomento: Bela Lugosi – Biografia di una metamorfosi (Adelphi, 1998). Qui, con prosa abile e spiccato senso dell’umorismo, l’autore imbastisce una riflessione che, oltre a restituire i punti salienti del percorso professionale della star, vuole sviscerare le radici di una crisi di identità. Infatti, tra le sue stravaganze vi era quella di vivere recluso dentro una casa più simile a un castello che a un’abitazione: «La porta d’ingresso, di legno

d’ebano», scrive Franzosini, «è «armata» con chiodi a diamante, cioè a capocchia piramidale; in funzione di battente vi è un vampiro di bronzo «dalle grandi ali aperte». (...) A dire il vero, però, nessuno si è mai spinto oltre l’ingresso, un locale vasto e senza luce presidiato da otto colossali armature. Si sa comunque per certo che, nelle altre stanze, la decorazione delle pareti è fatta di lance, mazze di ferro e ossa umane, mentre dai soffitti pendono, nella loro caratteristica posizione di riposo a testa in giù, alcuni pipistrelli. In tutti gli ambienti, inoltre, sono stati scrupolosamente rimossi gli specchi». Nelle sue pagine, Franzosini consegna al lettore il ritratto malinconico, a tratti impietoso, di un artista afflitto dalla «troppa sensibilità» e sprovvisto del senso dell’ironia. Le interpretazioni di Lugosi (e così il suo spirito) risulterebbero ora esageratamente appassionate, morbose, prive di quella freddezza che rende gli attori veramente grandi. Allo stesso tempo, in virtù del suo stesso «candore», Biografia di una metamorfosi ne esalta la galanteria, «la cupezza che si indovina dietro la maschera torva» e la condanna, di natura quasi antropologica, a un destino di esule tra i vivi. Inoltre, Franzosini sottolinea quanto il dandismo di Lugosi abbia segnato, da un punto di vista estetico, l’immaginario popolare: prima di lui, nessun vampiro aveva calzato scarpe di vernice, indossato frac e tirato a lucido la propria chioma. La carriera di Bela Lugosi ebbe una parabola discendente. Dopo le moltis-

Il vampiro Bela Lugosi in un’immagine del 1931. (Keystone)

sime interpretazioni che lo consacrarono a una cupa immortalità, il divo decaduto, invecchiato e stanco, cercò rifugio nella morfina (singolare rimedio per un vampiro) ed ebbe gli ultimi ruoli nelle pellicole del famigerato Edward D. Wood Jr. Considerato dalla critica dell’epoca il «peggior regista di tutti i tempi», questo rocambolesco personaggio assoldò Lugosi in quelle che sarebbero state le sue ultime apparizioni: Glen or Glenda? (1953), Bride of the Monster (1955) e Plan 9 from Outer Space (1959)

– a chi fosse interessato all’argomento, si consiglia la visione di Ed Wood (1994), celebre pellicola di Tim Burton dedicata al connubio tra lo scalcinato artista e l’ultimo vampiro del nostro tempo. Infine, ancora una curiosità: prima di spirare in una clinica di Los Angeles, Lugosi salutò la vita con questa frase: «Io sono il conte Dracula, io sono il re dei vampiri, io sono immortale». Terminate le visite, la sera qualcuno giurò di aver visto, nei corridoi dell’ospedale, il volo di un enorme pipistrello. Annuncio pubblicitario


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Cultura e Spettacoli

Un «mostro» a nove teste Festival di Locarno Come accade sempre più spesso, risulta difficile fare delle scelte oculate quando l’offerta

in programma diventa troppo grande Fabio Fumagalli È un festival particolare, del quale il vostro cine-scriba, per parafrasare la celebre definizione coniata del vecchio amico Gianni Clerici, deve riferire a pezzetti. Da una parte perché le esigenze del settimanale obbligano ad azzardare bilanci quando ancora mancano alcune giornate (spesso le più sorprendenti) alla conclusione; dall’altra parte poiché la mancanza del dono dell’ubiquità sommata al dilagare della manifestazione impediscono di vedere un numero perlomeno esauriente di film. Concorso, Cineasti del Presente, Piazza, Fuori Concorso, Histoires du cinéma, Open Doors, Panorama Suisse, Signs of Life, Film delle Giurie, Settimana della Critica, Academy Screenigns: anche tralasciando la sua sezione internazionalmente più appetibile e raffinata, la Retrospettiva, con la sua settantina di proiezioni, Locarno è un’Idra che di teste ne possiede ormai il doppio delle nove tanto temute dai Greci. Per tradizione ci occupiamo delle due sezioni ritenute più delicate e rivelatrici, Concorso ufficiale e Piazza. La qualità della programmazione del primo permette infatti di dare giudizi riguardo a quanto la manifestazione continui a conservare di storicamente durevole, di appetibile e, soprattutto, di efficace a livello di contrattazione. La Piazza dal canto suo, coinvolgendo migliaia di spettatori, è un’icona anche solo a livello d’immagine, e quindi di marketing. E sappiamo quanto la nostra epoca tenda, anche perniciosamente, a riferirsi sempre di più a questi due aspetti. L’idra locarnese di tentacoli (quasi autonomi, in termini di programmazione e di responsabili) ne vanta allora più dei mitici nove; il che può essere anche considerato allettante. Ma la sua testa era quella che gli Antichi consideravano la più temibile; in quanto immortale, e velenosa al punto da uccidere anche solo con il proprio respiro. Della Piazza, insomma, non ci si può che rallegrare; pur diffidando. Nel prossimo numero di «Azione» torneremo sia su questi aspetti, sia su

alcuni dei film più significativi presentati in quelle due sezioni del Festival. Ma due cose devono essere chiare. Il Festival vive anche altrove, animato da entusiasmi, da generazioni che evolvono e differiscono l’una dall’altra. Dal momento che entrambe le sezioni apportano ognuna motivi d’interesse, esse devono essere coordinate, spiegate, mai sovrapposte fra loro negli orari o ignorate nelle loro motivazioni. Non dimentichiamo che la sezione di un festival come il Concorso o la Piazza può essere considerata riuscita se sette, otto film della tradizionale ventina sarà ritenuto più che buono. Ma il rischio del fallimento è dietro l’angolo se una metà della ventina di opere sarà costruita su sguardi cinematografici scadenti o insignificanti. Per esistere, l’idra le sue teste deve farle funzionare tutte, e bene. *** Slava (Glory), (Bulgaria)

(Concorso) L’attenzione alla condizione umana, ma nel contempo il rispetto di uno stile, di una struttura estetica, anche non appariscente, che valorizzi l’apparente modestia dell’aneddoto ingigantisce questa storia piccola, costruita su un modesto ferroviere che trova un sacco di banconote sparse lungo i binari. Che la sua onestà finisca per procurargli più guai che onori fa parte di una tradizione consolidata. Qui però la restituzione del malloppo alle autorità muta la favola in dramma: in una progressione dapprima comica, poi assurda, quindi violenta. La farsa infatti scivola presto nella denuncia del cinismo e della corruzione, di una sopraffazione sociale e politica che si è fatta sistematica. La commedia si fa anche brutale, senza però che il discorso di Kristina Grozeva e Petar Valchanov si discosti da un tono diretto e sincero. Non è da tutti. *** Mister Universo, di Rainer Frimmel e Tizza Covi (Austria-Italia ) (Concorso)

Non è forse il film più trascendentale fra quelli passati finora in concorso, ma certamente quello che ha creato

L’italiana Tizza Covi e l’austriaco Rainer Frimmel, registi di Mister Universo. (Stefano Spinelli)

l’unanimità, suscitando l’entusiasmo generale. Il che non è poco. Una di quelle opere che nascono d’istinto, dal talento e nella felicità; e che di conseguenza vanno dirette alla ragione e al cuore. Forse avevamo dimenticato che la pellicola più umanista del 2012, Der Glanz des Tages, sempre di Frimmel e Covi, aveva rivelato a Locarno due straordinari attori, Walter Saabel e Philipp Hochmair. Essi interpretavano il rapporto, curioso e poetico, fra un vecchio domatore d’orsi e suo nipote, celebre attore di teatro austriaco che nel film incarnava se stesso. La cosa si è riproposta, ancora una volta nell’universo circense: il giovane domatore di leoni Tairo parte alla ricerca dell’uomo più forte del mondo, nella speranza che questi riesca a raddrizzargli il ferro di cavallo portafortuna. Rapporti imprevedibili, in un ambiente periferico che va in malora come gli adorati animali. A ciò si aggiungono interazioni sorprendenti, talvolta consolatorie, che possono pur

sempre nascere nel corso di ogni vita. Mister Universo si fa così documento e narrazione, ma non ha paura della constatazione sociale e della poesia, né di partire alla ricerca della verità o di mostrare affetto per i personaggi. Il tutto in un disordine che ha una sua logica, poiché riflette quello dell’esistenza. *** Scarred Hearts, di Radu Jude (Romania) (Concorso)

Un film duro, forse cupo, dirà qualcuno. Ma probabilmente si tratta del più solido, ambizioso e difficile da dimenticare di tutta la Competizione. Non fosse che per il soggetto, tratto da una novella autobiografica di Max Blecher, scrittore romeno morto all’età di 29 anni in un sanatorio per una forma di tubercolosi ossea. L’ambiente ospedaliero sulle rive del Mar Nero, situato in un limbo tra commedia e tragedia, la prigione dalle porte spalancate da cui è sempre meno facile (desidera-

bile?) fuggire e i personaggi situati in un tempo palpabile quanto indeterminato, non possono che ricordare l’immortale La montagna incantata di Thomas Mann. Anche se qui, in un film che ha come fulcro della visione un letto d’ospedale di una struttura medica situata tra le due Grandi Guerre, l’incanto è messo a dura prova. Grazie al rigore e anche a una indubbia perizia cinematografica, Radu Jude sconfina miracolosamente da una cornice altrimenti deprimente. Il film a tratti diventa cronaca di una medicina dalle apparenze arcaiche; ma subito sfugge a quella sorta di realismo, passando dal mondo degli incubi a quello dei sogni – nei quali la malattia deve dapprima cedere il passo alla sessualità, e poi all’amore. Così, il miracolo dello sguardo di un cineasta aggiunto all’interpretazione di un attore confinato negli ingranaggi di una chirurgia obsoleta, finiscono per mutare l’esperienza disperata di Max Blecher in un’avventura a tratti scanzonata.

Un suggestivo naufragio Musical A Melide fino al 10 settembre sarà possibile vedere il meraviglioso e imperdibile

musical sul lago – in tedesco e in italiano La prima di Titanic – Il musical è stata un successo e ha registrato il tutto esaurito. Mercoledì scorso a Melide è andata in scena la première di Titanic – Il musical sul primo palco in riva al lago in Ticino. Il pubblico ha accolto con una standing ovation lo spettacolo, rappresentato in italiano e in tedesco. I ventisei artisti internazionali della troupe si sono esibiti davanti a un pubblico di 1500 persone, e qualcuno ha osservato ironicamente come, malgrado le temperature estive, il drammatico naufragio del più celebre transatlantico del mondo riesca ancora, a oltre cento anni di distanza, a far venire i brividi. Lo spettacolo sotto le stelle, oltre ad essere interpretato da una troupe di professionisti, può avvalersi di un grande palco rotante, di una serie di eleganti costumi che permettono un tuffo nel passato e di ottima musica dal vivo. La presenza di numerosi e illustri ospiti provenienti dalla Germania, dall’Italia, ma soprattutto da ogni angolo della Svizzera, ha dimostrato che

il progetto del musical a Melide è in grado di riunire nazioni diverse non solo sul palco, ma anche tra il pubblico. La prima è stata un trionfo anche per quanto riguarda la versione italiana del musical, scritta appositamente per l’appuntamento a Melide. Come accadde l’anno scorso a Walenstadt, la regia è stata curata da Stanislav Moša. Marco Wyss, responsabile del progetto, ha espresso grande soddisfazione per aver potuto dare il via, grazie alla prima di Titanic, a un nuovo concetto culturale a Melide: «Questa produzione è stata possibile solo grazie alla stretta collaborazione da parte di tutta la regione. La stupenda giornata di oggi ha inoltre confermato che il Ticino è un luogo ideale per un palco sul lago». Anche il sindaco di Melide Angelo Geninazzi si è felicitato per la riuscita del progetto di un musical estivo: «Mollate gli ormeggi del Titanic! Un musical di questo genere non si era ancora visto a sud delle Alpi. Melide è fiero di poterlo ospitare ed è pronto per accogliere molti amici della musica e dello spettacolo».

L’appuntamento è dunque di quelle imperdibili: il musical sarà in scena ancora fino a sabato 10 settembre. Le rappresentazioni sono, alternatamente, in tedesco e in italiano (v. box).

Per vedere il musical Coloro che desiderano assicurarsi i posti migliori possono acquistare i biglietti (a partire da 62 franchi) sul sito www.musicalmelide.ch oppure telefonando allo 0900313313 (CHF 1.19/min.). I biglietti sono in vendita anche presso gli Enti turistici di Lugano, Mendrisio e Bellinzona e alla posta di Melide. Per rendere Titanic – Il musical un’esperienza per tutta la famiglia, i bambini possono assistere gratuitamente agli spettacoli del 13 agosto (in tedesco) e del 21 agosto (in italiano) se accompagnati da un adulto pagante. Il suggestivo musical è in scena a Melide fino al 10 settembre.


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Cultura e Spettacoli

L’industria del Cinema Festival di Locarno Industry è un settore ricco e variegato, lontano dai riflettori, invisibile agli spettatori,

ma di vitale importanza per chi fa cinema

Sara Rossi, foto di Stefano Spinelli Ci fa notare Nadia Dresti che al giorno d’oggi è più facile produrre un film che farlo girare nelle sale. E non solo in Svizzera, ovunque: «I film che arrivano per partecipare al Festival di Locarno sono sempre di più. Trovare un distributore è più difficile che ottenere finanziamenti! Ecco perché c’è bisogno di riflettere: quale film fare, come farlo, che linguaggio usare. Bisogna riuscire ad attirare il pubblico proponendo idee originali, nuove, attrattive» illustra la responsabile del settore Industry del Festival.

L’idea di un settore per ciò che gira attorno all’industria del cinema nasce nel 2000: per attirare produttori, venditori, compratori, distributori e direttori Nadia Dresti, delegata della Direzione artistica e responsabile delle attività internazionali, recentemente promossa anche alla carica di vice Direttore artistico, fa un mestiere per il quale non solo la competenza è importante ma, per usare le sue parole, «se non sei simpatico, sei fregato». «I contatti sono tutto: bisogna accogliere, uscire a cena e andare alle feste... oltre all’enorme mole di lavoro per promuovere gli incontri tra i gli addetti ai lavori del Cinema». Tutto ha avuto inizio con Marco Müller, nel 2000. A lui è venuto in mente di istituire un settore per ciò che gira intorno all’industria del Cinema: lo scopo era di attirare a Locarno non solo registi, attori, critici e cinefili, ma anche produttori, venditori, compratori, distributori, direttori di altri Festival, direttori di sale cinematografiche e così via. Ad occuparsene è sempre stata Nadia Dresti, che incontriamo a Locarno nelle settimane che precedono il Festival. «Non siamo né Cannes né Berlino», dice, «quindi anche il settore Industry è diverso da quello di questi Festival. I vantaggi del nostro sono fondamentalmente tre: anche Locarno presenta prime mondiali di film; le opere in Concorso hanno il profilo adeguato per i compratori presenti a Locarno; nei primi tre giorni di Festi-

Il team di Industry del Festival di Locarno. Al centro, in prima fila, la responsabile Nadia Dresti.

val i nostri accreditati possono vedersi tutto, senza fermarsi per forza dieci giorni». Da alcuni anni le numerose e varie attività per far incontrare chi vende e chi compra sono concentrate nel primo fine settimana di agosto, a Festival appena iniziato. Ultimamente è stato messo a punto un programma di iniziative, rivolte all’industria. C’è per esempio una giornata di riflessione a cui partecipano 50 persone selezionate dal team di Nadia Dresti sul tema della distribuzione del cinema d’autore nel mondo; poi si svolge un momento tutto svizzero per parlare del cinema nel nostro Paese; First Look invece è una presentazione di alcuni film non ancora terminati (ogni anno di una diversa nazione, quest’anno tocca alla Polonia). Ci sono inoltre incontri informali in cui giovani produttori possono incontrare persone che in altri Festival non

saprebbero come avvicinare, quali distributori internazionali, direttori di altri Festival cinematografici e così via. Una delle sei iniziative di quest’anno è la Industry Academy, fiore all’occhiello di Locarno: un’idea che è stata già proposta e poi esportata anche in Messico, Brasile e New York. Si tratta di un programma di formazione per giovani professionisti nel campo della vendita internazionale, del marketing, della distribuzione e della programmazione. È utile per imparare, scambiarsi idee (anche i formatori raccolgono preziose riflessioni su cosa può essere sbagliato nel mondo dell’industria dei film come è gestita oggi) e per nutrire la propria agenda di contatti a livello mondiale. Ci sono anche altre tavole di discussione, su tematiche che interessano gli ospiti di Nadia Dresti, e sempre per loro, la sera, si tiene una Happy

Alcune delle iniziative promosse da Industry, da qui sopra in senso orario: lo European Casting Director Award; MatchMe! (incontri tra produttori e partner o acquirenti); un momento di ristoro all’Industry Days Lunch; la Industry Academy Class.

Hour. Questi momenti del Festival di Locarno sono molto proficui per gli ospiti, è chiaro, ma cosa ci guadagnate voi? «Tutta questa folla di persone, circa 1000 l’anno, ci dà la forza contrattuale per ottenere film importanti», spiega lei. «Quando Carlo Chatrian seleziona un film in prima mondiale in Piazza Grande a Locarno, i venditori sanno che verrà assicurata una presenza di compratori che avranno l’opportunità di vedere il film durante gli Industry Days».

Nadia Dresti: «Questa folla di persone, 1000 all’anno, ci dà la forza contrattuale per ottenere film importanti»

Locarno offre dunque incontri di qualità che permettono ai giovani registi di confrontarsi con gli addetti ai lavori per meglio capire il complesso mondo dell’industria cinematografica. Chiediamo infine a chi si occupa di questo settore, come vede il compromesso tra ciò che un artista vuole dire e ciò che può piacere al pubblico. «È più che altro una bella occasione, una sfida necessaria. Porta il regista, giovane o già avviato, a scavare più profondamente per capire cosa ha lui da dire di nuovo al mondo, oppure a trovare un modo diverso dagli altri di raccontare la storia che ha in mente e che forse è già stata raccontata». E questo interessa tanto chi usufruisce dell’arte, cioè tutti noi, quanto gli addetti ai lavori presenti all’inizio del Festival di Locarno, che la comprano, la vendono e ci permettono di goderne.


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Cultura e Spettacoli

Eric e la stasi Musica Senza troppa fatica: l’ultimo sforzo di Eric Clapton non smentisce la sensazione che l’artista sia,

ormai da tempo, calato in una sorta di «stasi creativa» che non accenna a interrompersi Benedicta Froelich Quando si parla di Eric Clapton, è impossibile non rimarcare come, negli ultimi anni, l’artista sia stato vittima di una curiosa dicotomia: parallelamente a un’attività live di livello come sempre eccelso, le più recenti pubblicazioni discografiche del grande chitarrista inglese non sono riuscite a riscuotere la medesima approvazione popolare – forse anche a causa delle aspettative che il nome di Slowhand tuttora suscita. Aspettative che non sono venute a mancare nemmeno con questo nuovo sforzo creativo, soprattutto dal momento che voci di corridoio lo additano come l’album finale nella carriera di Eric, il quale, da tempo afflitto da vari acciacchi, avrebbe già annunciato la propria intenzione di ritirarsi dalle scene. Una situazione che sembra però smentita dal titolo «battagliero» di questo lavoro, I Still Do, il quale appare come una sorta di resumé delle passioni musicali di una vita intera, quasi alla stregua di una piccola antologia – una miscela di cover di vecchi standard blues e brani celebri composti da amici di Eric quali J.J. Cale e Bob Dylan, uniti a due pezzi originali (Spiral, frutto di una collaborazione con altri due songwriter, e Catch the Blues, firmato invece dal solo Clapton). Soprattutto, ciò che traspare fin dal primo ascolto è la forte influenza del sopraccitato e compianto J.J. Cale, musicista blues di grande spessore che, seppure mai assurto alle vette di popolarità e fama toccate da Clapton, fu per lui un vero e proprio mentore (nel 2006 incisero perfino un disco insieme, The Road to Escondido, mentre nel 2014 lo stesso Eric fu il principale fautore del bell’album tributo The Breeze: An Appreciation of J.J. Cale). E in effetti, l’evidente senso di understatement che pervade questo CD sembra richiamare

I Still Do, la recente fatica di Eric Clapton.

da vicino lo stile e attitudine musicale di Cale; una sensazione probabilmente favorita dal fatto che I Still Do vede anche il ritorno del produttore Glyn Johns, vero e proprio «mostro sacro» che aveva già collaborato con Clapton tra il 1977 e il 1978 su dischi come Slowhand e Backless. Nel caso di questo nuovo album, il tenore è evidente fin dalla prima canzone, Alabama Woman Blues, che costituisce uno dei brani più nostalgici della

tracklist, trattandosi di un vecchio blues americano delle radici, stanco e intenso come da sempre piace a Eric e che, come tale, questi interpreta alla perfezione. Lo stesso spirito di matrice roots lo si ritrova in Stones in My Passway, fedele rivisitazione del classico di Robert Johnson, e, soprattutto, in quelli che sono forse tra i pezzi più riusciti dell’album, non a caso a firma J.J. Cale: i ruvidi Can’t Let You Do It e Somebody’s Knockin’. Va meno bene con blues lenti e un po’ manierati

quali Cypress Grove e I’ll Be Seeing You, così come con I Will Be There, malinconica ballata dagli accenti soul che, però, pone l’ascoltatore davanti a un piccolo mistero: secondo le note interne del CD, il brano è stato infatti inciso con la collaborazione di un musicista dall’intrigante pseudonimo di «Angelo Mysterioso», alias in passato utilizzato nientemeno che dal defunto George Harrison; e nonostante il management di Clapton abbia negato che l’ex Beatle sia apparso

come ospite in quest’album (dichiarazione che ha spinto alcuni a chiedersi se lo sconosciuto performer potesse essere Dhani, figlio di George e musicista non disprezzabile), il mistero ha sollevato un certo polverone tra i fan di «Slowhand». Certo è che Clapton non dimentica i vecchi amici, al punto che nella tracklist di I Still Do si può trovare anche una sorprendente cover di I Dreamed I Saw St. Augustine, caposaldo del Bob Dylan di fine anni ’60 — il quale, insieme a una gradevolissima versione del toccante traditional gospel I’ll Be Alright, rappresenta una delle gemme del disco. Accanto a simili esperimenti, però, la tracklist offre perfino atmosfere vagamente reggae-caraibiche (si veda un pezzo come Catch the Blues), che sembrano riportarci ai tempi di Old Sock – album pubblicato da Clapton nel 2013 e interamente costituito da rivisitazioni di pezzi favoriti dall’artista, con l’aggiunta, proprio come accade oggi in I Still Do, di un paio di brani inediti. Purtroppo, i problemi che affliggevano Old Sock sono, in gran parte, i medesimi che possiamo ora riscontrare in questo nuovo lavoro – ovvero, l’innegabile sensazione di noia che coglie l’ascoltatore già a metà del minutaggio totale del disco, e la grande scarsità di idee dimostrata da un Clapton fermamente intenzionato a non rischiare, al punto da non osare firmare più di due tracce su un totale di dodici. Questa sorta di «stanchezza compositiva» non è certo una novità nell’ambito della produzione di Eric; e sebbene, come già detto, l’artista abbia apparentemente deciso di ritirarsi, è difficile, per chi da sempre ama la genialità di Clapton, non abbandonarsi alla speranza – forse ingenua, ma inevitabile – che in un prossimo futuro il grande chitarrista possa ancora mostrare un guizzo creativo all’altezza della sua fama e reputazione.

Un continuo fluttuare di opposti Cartoline musicali Daniela Beltraminelli invia i suoi saluti estivi da una parte alla famiglia, dall’altra

ad attori che hanno caratterizzato la sua crescita artistica ed emotiva Zeno Gabaglio Daniela Beltraminelli

Dal 2011 è direttrice dei Cantori della Turrita dal 2011. Ha studiato violino con Carlo Chiarappa, grazie al quale ha sviluppato l’interesse per la musica antica, perfezionandosi poi con Pierre Amoyal a Losanna e con Anton Steck a Trossingen. Fin dalla tenera età ha cantato nel coro dei Cantori della Turrita, dedicandosi in seguito anche allo studio della voce e del repertorio vocale barocco con i maestri Claudine Ansermet e Roberto Gini, e facendo esperienza anche nel campo della gestualità barocca con Deda Cristina Colonna. In seguito si è diplomata in canto al conservatorio Arrigo Pedrollo a Vicenza sotto la guida di Gloria Banditelli e Patrizia Vaccari. Si esibisce nel repertorio medievale, rinascimentale e barocco. In qualità di violinista ha collaborato e collabora da diversi anni con vari ensemble barocchi, fra cui, I Barocchisti, Balthasar Neumann Orchestra, Atalanta Fugiens, La Divina Armonia, Artaserse, Venice Baroque Orchestra, registrando per importanti case discografiche e tenendo concerti nelle più prestigiose sale europee. Nel 2006 ha concluso una formazione triennale nel metodo funzionale della voce (ideato da Gisela Rohmert) con la maestra Maria Silvia Roveri, con la quale continua ad approfondire e ad affinare le sue conoscenze nella pedagogia vocale.

Per molti anni Daniela ha sostenuto il padre Eros curando la preparazione delle voci, finché nel 2011 lo ha sostituito nella direzione del coro. Cartoline A un amico speciale - Panoramica di Urbino

Urbino è il luogo dove ho ascoltato per la prima volta musica vocale del periodo barocco. Dall’architettura praticamente intatta, questo meraviglioso borgo fu uno dei centri più importanti del Rinascimento: città natale di Raffaello, vi soggiornò Piero della Francesca, e Baldassarre Castiglione vi scrisse il suo Cortegiano. Lì, tra le pietre di antichi palazzi in un’estate lontana e calda, ho potuto sentire le atmosfere di un passato colto e raffinato. Frequentavo all’epoca una masterclass in violino barocco, ma curiosando tra i vari corsi conobbi la mia prima maestra di canto.

più giovane di te? Mi viene in mente anche il tuo grandioso Vespro della Beata Vergine, dove si percepisce una così elevata spiritualità: con la maestria nel mettere in musica le emozioni e le sensazioni dietro le parole, hai sempre condotto l’uomo di fronte a se stesso. A Eros Beltraminelli - Separazione di Edvard Munch

Questa cartolina è un pretesto per ringraziare mio padre, che con discrezio-

ne mi ha avvicinata al mondo dell’arte. Una parte di me è intimamente legata a lui e se penso al motivo per cui la musica è così importante per l’uomo, riaffiorano in me i ricordi di quando visitavamo insieme le mostre d’arte dei grandi pittori. Mi prendeva per mano e mi guidava davanti a un quadro che riteneva speciale. Non erano certo lezioni di storia dell’arte, ma io guardavo in silenzio stupita di come alcuni quadri sapessero parlarmi. Intuivo così quale forza l’arte potesse esercitare sull’uomo: l’origine di quella pelle d’oca che la musica provocava in me. Munch è un mirabile esempio di artista fedele alle proprie sensazioni e consapevole delle proprie capacità, anche se attorno a lui il mondo correva in un’altra direzione. Torno ad ammirare il suo dipinto, che è musica per i miei occhi e – proprio come la musica – ci parla direttamente all’anima.

A Claudio Monteverdi – frontespizio dell’Orfeo

A Ines – ritratto d’Orfeo dalla sala del trono di Pilo (XIV sec. a.C.)

Ricordo ancora l’intensa commozione che suscitò in me la bellezza del canto con cui Orfeo, sceso nell’Ade per riportare a casa Euridice, addormenta Caronte. Mi colpì il raffinato uso della voce – che si libra in eloquenti virtuosismi – e i timbri degli strumenti, che sostengono il canto con giochi di colori e armonie perfettamente aderenti al testo. Caro Claudio: come hai fatto a scrivere una musica così espressiva, da far venire la pelle d’oca a una persona di 400 anni

La voce, oltre ad essere uno straordinario strumento per fare musica, è il mezzo che ci accompagna in un percorso – tortuoso ma anche luminoso – di crescita interiore. Altamente raffinata ed evoluta nelle sue funzioni, la laringe è l’organo che più di tutti ci mette in relazione col mondo esterno e con noi stessi. Invio questa cartolina a Ines, mia figlia, che spero non smetta mai di cantare; e scelgo come immagine un ritratto di

Daniela Beltraminelli, direttrice dei Cantori della Turrita.

Orfeo molto arcaico: eretto, con la testa nel cielo, mentre tiene in mano uno strumento sacro. Lo sciamano che con la propria voce evoca gli dei. A chi ritiene la musica di Bach troppo difficile – particolare del Dona nobis pacem dalla Messa in si minore

Questa parte finale della messa, costruita su una fuga, assomiglia all’alba, al passaggio dall’oscurità alla luce del giorno. Sembra rappresentare anche il corso della vita, con gli ostacoli e le risoluzioni che portano a una crescita personale continua. Come nella forma musicale chiamata «fuga» il soggetto e il controsoggetto si alternano e si sovrappongono, così anche nella vita c’è un continuo fluttuare fra opposti che sono però indispensabili gli uni agli altri. Inspirazione-espirazione, salire-scendere, ricevere-dare: un moto perpetuo tra luci e ombre. E nel Dona nobis si sente questo aumento di energia crepuscolare, quando entrano trombe e timpani il cielo pare aprirsi, dopodiché nel silenzio che segue, è pace. Eterna. Cartoline musicali – elenco

1. A un amico speciale 2. A Claudio Monteverdi 3. A Eros Beltraminelli 4. A Ines 5. A chi ritiene la musica di Bach troppo difficile


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Le prugne svizzere sono mature Attualità L’apprezzato frutto a nocciolo di produzione indigena è giunto sugli scaffali di Migros Ticino

Secondo l’Associazione Svizzera Frutta, malgrado il clima non sempre favorevole – la primavera è stata fresca e umida durante la fioritura e qualche giorno di sole in più verso la fine della maturazione avrebbe giovato – quest’anno dovrebbe comunque essere un buon anno per le prugne svizzere. Ci si aspetta un raccolto medio, con una produzione a livello nazionale stimata all’incirca a 2500 tonnellate. Grazie al clima più mite rispetto al resto del paese, le prime prugne svizzere provengono dal Vallese, mentre il resto della produzione arriva principalmente dalla regione di Basilea e dalla Svizzera Orientale. La raccolta di prugne svizzere si protrae generalmente fino alla fine di settembre. Le colture sono costituite perlopiù dalle varietà Tegera, Cacaks Schöne, Hanita, Tophit, Elena e naturalmente Fellenberg. Il frutto a nocciolo è una sottovarietà della susina, ed appartiene alla famiglia delle Rosacee. Grazie alla sua polpa particolarmente soda, si adatta bene al trasporto. La prugna è un ideale spuntino ipocalorico, come pure fornitore di importanti sostanze quali vitamine, sali minerali e antociani, sostanze coloranti contenute nella buccia dall’effetto protettivo a livello delle cellule. Infine, le prugne sono anche ottime come ingrediente di piatti caldi salati, oppure per la preparazione di torte, crostate, composte e naturalmente confetture.

Torta di prugne con la panna Per 8 fette, Per 1 teglia di 28 cm Ø Ingredienti 150 g di nocciole macinate 1.2 kg di prugne 50 g di zucchero 2.5 dl di panna 1 cucchiaino di zucchero vanigliato Pasta Frolla 250 g di farina 50 g di zucchero 1 presa di sale 100 g di burro freddo 1.5 dl d’acqua fredda Preparazione 1. Per la pasta frolla, mescolate farina, sale e zucchero. Unite il burro a pezzetti e lavorate gli ingredienti sfregandoli

tra le dita fino a ottenere un impasto friabile. Aggiungete l’acqua e impastate velocemente. Coprite la massa e tenetela in fresco per 30 minuti. 2. Scaldate il forno a 200°C. Stendete la pasta su poca farina in una sfoglia alta ca. 3 mm. A piacere, foderate la teglia con carta da forno. Accomodate la pasta nella teglia e formate un bordo abbastanza alto. Bucherellate il fondo della pasta con una forchetta. Cospargetelo di nocciole. Snocciolate le prugne e tagliatele in quarti. Distribuite gli spicchi di prugna sulla torta con le punte verso l’alto. Cospargete di zucchero.

3. Cuocete la torta nella metà inferiore del forno per 40-45 minuti. Montate leggermente la panna insieme con lo zucchero vanigliato e servitela separatamente con la torta di prugne. Suggerimenti Questa torta può essere preparata anche con la pasta già pronta per crostate. Affinché il succo della frutta si riassorba, poggiate la teglia bollente su una superficie fredda per 5 minuti, ad es. un pavimento in pietra. Tempo di preparazione ca. 20 minuti, riposo 30 minuti, cottura 40-45 minuti.

Ricette di

www.saison.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Mangiare bene anche quando si è fuori casa Attualità Specialità di piccola panetteria per spuntini sempre variati

Ciabattine, michettine e michette soffiate: chi apprezza i panini imbottiti non rinuncerebbe mai a questi tre classici formati quando si tratta di preparare sfiziosi sandwich da gustare in ufficio, in viaggio, durante una giornata al fiume o al lago, oppure in occasione di un’escursione in montagna. Tutti e tre i prodotti sono fatti con impasti semplici e classici a base di farina, lievito, acqua e sale; inoltre non contengono né olio, né burro o margarina. Le Ciabattine hanno un alto contenuto di acqua nell’impasto che conferisce al prodotto finale una morbidezza e una porosità accentuate. Per la produzione delle Michettine si parte da una biga (preimpasto), la quale conferisce un aroma particolarmente pronunciato al prodotto finale. Crosta croccante, leggerezza e digeribilità sono invece le prerogative delle Michettine soffiate. La cavità interna è dovuta alla lavorazione intensa dell’impasto e alla cottura a temperature elevate. Per quanto riguarda il companatico, per le tre specialità non c’è praticamente limite alla fantasia. Carne, pesce, formaggio, ricotta, cottage cheese, verdure grigliate, insalate… l’importante è variare spesso la farcitura affinché anche il panino possa trasformarsi in un vero e proprio pasto sano ed equilibrato. Infine, oltre ai tre formati citati, presso i reparti del pane fresco Migros sono naturalmente disponibili ulteriori tipologie di piccola panetteria, tutte sfornate per voi fresche e fragranti ogni giorno dagli abili panettieri della Jowa.

*Azione 20% Michettine TerraSuisse 6 pz/180 g Fr. 1.60* invece di Fr. 2.–

su tutto il piccolo pane M-Classic fino al 22 agosto

Michette soffiate TerraSuisse 5 pz/250 g Fr 2.–* invece di Fr. 2.50

Ciabattine TerraSuisse 3 pz/300 g Fr 2.55* invece di Fr. 3.20 Una ciabattina riccamente farcita: impossibile resistere.

Vitello tonnato: una bontà estiva

Dopo aver fatto la spesa, è sempre un piacere concedersi un buon dolcetto, da gustare sul posto oppure da portare a casa per essere consumato con il resto della famiglia. Siete d’accordo? In questo caso la vostra voglia di dolci è pienamente soddisfatta, se vi recate presso uno dei reparti De Gustibus Migros di S. Antonino, Locarno, Bellinzona, Cassarate, Agno, Serfontana o Lugano. Qui vi aspettano infatti le nuove torte alla frutta, preparate freschissime dai pasticceri del laboratorio artigianale di S. Antonino con frutta di stagione maturata al punto giusto. Altra novità è il fatto che queste specialità possono essere acquistate a peso, secondo il quantitativo desiderato. Attualmente la gamma è composta dalla sfoglia di mele, da quella alle albicocche del Vallese e dalla sfoglia alle pesche. Sempre disponibile è la frolla di cioccolato; mentre nelle prossime settimane arriveranno le sfoglie alle prugne, al rabarbaro, all’ananas e ai frutti di bosco.

Il vitello tonnato è sempre molto gettonato durante la stagione calda, quando si apprezzano volentieri piatti che siano al contempo gustosi e rinfrescanti. È un tipico piatto della cucina piemontese, dove è noto come «vitel tonnè» nell’idioma regionale. Alcuni ritengono che il termine «tonnè» non derivi dal tonno, bensì dal participio passato del verbo «tanner», ossia conciare, riferendosi alla marinata di acqua e aceto della carne. Per altri invece è la dizione abbreviata del termine dialettale «mi-

Flavia Leuenbeerger

Crostate artigianali «al trancio»

tonnè», che significa «cottura a fuoco lento o a rilento», che rimanda appunto alla cottura particolarmente lenta della carne di vitello. A proposito: questa settimana il vitello tonnato di produzione ticinese alla Migros è offerto ad un prezzo molto attrattivo. Peccato non approfittarne. Azione 30% Vitello tonnato prodotto in Ticino vasch. 100 g Fr. 3.05 invece di 4.40 fino al 22 agosto


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Idee e acquisti per la settimana

Noi firmiamo, noi garantiamo

Manuela e quella vincita alla tombola che le provocò una certa delusione. Leggetelo a pagina 34.

La cioccolata della nonna o la litigata con il fratellino per un pezzo di torta… I prodotti della Migros risvegliano ricordi ed esperienze comuni. In ogni parte della Svizzera

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La Migros unisce

Due compagne di classe e le loro fughe proibite durante la ricreazione. Ne saprete di più a pagina 35.

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Per Miriam e suo fratello Erich non c’era niente di più buono di una torta Generoso.

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I fratelli si contendevano l’ultimo pezzo e rimettevano la scatola vuota in frigorifero. Una storia sulla quale ridono ancora oggi. Generoso-Cake Fr. 5.–

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Quando da piccola era ammalata, Carolina riceveva le fette biscottate da mamma Francesca.

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Cosa rubavano regolarmente le sorelle Adrienne e Clémence? Leggetelo a pagina 34.

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Corona croccante Terrasuisse 300 g Fr. 2.–

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Il pane fresco della Migros emanava un profumo così buono che, da ragazzina, Beatrice iniziava già a rosicchiarlo mentre tornava a casa dalle compere settimanali con la mamma Brigit.

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Zwieback Original 260 g Fr. 3.20

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E ancora oggi quando vanno a fare la spesa assieme alla Migros, si fermano davanti agli scaffali dei prodotti Zwieback.

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A casa di Frida si mangiava il risotto solo quelle poche volte che il papà non rientrava per pranzo. Allora, però, si cucinava la ricetta di casa: riso con i l ripieno per i vol-au-vent.

M-Classic Ripieno per vol-au-vent 305 g Fr. 2.50

Il camion della Migros arrivava anche nelle valli del Ticino. Ad esempio a Contra, dove Wanda accompagnava regolarmente la nonna Maria a far la spesa e il suo aiuto veniva ricompensato con un Risoletto. Risoletto Classic 42 g Fr. 1.30

Perrine vedeva il furgone della Migros solo dalla nonna a Zugo. A casa sua, nei Grigioni, questa possibilità di fare acquisti non c’era. Quelle compere dalla nonna Louise restano ancora oggi uno dei ricordi d’infanzia più belli di Perrine… Anche perché a volte riceveva qualche dolcetto. Frey Tourist 100 g Fr. 2.25


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Idee e acquisti per la settimana

San Silvestro

Non era un telefonino!

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La scena la conoscono tutti. È la sera dell’Ultimo dell’anno, la famiglia si riunisce per il cenone e alle 21 si inizia ad aspettare che scocchi la mezzanotte e il cielo s’illumini dei fuochi d’artificio. Per spezzare l’attesa, a casa di Manuela è tradizione giocare a tombola. Ci sono anche i nonni. E si vincono dei premi. Gli occhi dei nipotini brillavano quando, anni fa, nonna Lydia aveva messo in palio un «Handy» come premio principale. In tedesco, infatti, viene chiamato «Handy» il telefonino cellulare. «All’epoca era una gran cosa, perché pochi possedevano un telefonino», racconta Manuela. Aveva 12 anni e la fortuna le assegnò la cartella vincente della tombola. Uno dopo l’altro, furono estratti tutti i numeri di Manuela. «Con un sorrisetto dipinto sul volto, la nonna mi consegnò la scatola del premio». All’interno, però, non c’era un telefonino, ma un detersivo liquido della Migros! Un «Handy», appunto. Inadeguato per telefonare, ma perfetto per lavare i piatti. Tutti risero divertiti allo scherzo della nonna. «Naturalmente, questa storia viene raccontata ad ogni Capodanno. Comunque sia, è una vincita che non dimenticherò mai».

Handy 750 ml Fr. 1.80

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Frey Latte Extra 400 g Fr. 7.40

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Una cena prolungata

Il ratto dei cervelas

nne, Montreux Adrie

8 Far la spesa sul bus Migros

Di solito anche i bambini cenano a tavola. Da piccole, però, dopo cena le sorelle Clémence e Adrienne avevano l’abitudine di rubacchiare qualcosina da mangiare all’aperto. Perciò si introducevano di nascosto nella dispensa del loro chalet e vi sottraevano qualcosina. «Me lo ricordo come fosse ieri. Ero la più piccola e dovevo introdurmi arrampicandomi attraverso una minuscola apertura che si trovava sopra la porta», racconta Clémence. Sua sorella la sosteneva facendole da scala umana. «Di solito, una volta all’interno della dispensa nascondevo un cervelas nella tasca dei pantaloni e tornavo subito indietro». Nel giardino davanti a casa le sorelline si dividevano il bottino, come atto finale della loro cena. Il ricordo di queste «scorrerie » è rimasto intatto e «i cervelas della Migros sono tuttora i miei preferiti. Li mangio ancora regolarmente dopo 20 anni», sottolinea Clémence.

Cosa non si farebbe per un pezzetto di cioccolato al latte. Quand’erano adolescenti Sarah e Renate hanno rischiato di far arrabbiare maestri e genitori.

+

Pause proibite

Fuga verso la cioccolata Clémence, Sion

Cervelas TerraSuisse 200 g Fr. 2.35

La regola era tassativa: divieto assoluto di allontanarsi dal cortile della ricreazione. Quel che finora nessuno sapeva è ciò che le due compagne di classe, Renate e Sarah, facevano regolarmente. Sono trascorsi 30 anni da quando le due alunne della scuola secondaria di Urdorf s’incontrarono e divennero amiche. Un giorno Sarah dimenticò a casa i libri presi in biblioteca. Così, durante la pausa si allontanò dall’area della scuola

per andare a prenderli. L’amica Renata l’accompagnava. Prima di rientrare a scuola, le ragazzine si concessero come spuntino una riga di cioccolato al latte della Migros. «Facciamo un’eccezione!», si dissero quel mattino. Alcuni giorni dopo, però, ripeterono la fuga dalla ricreazione verso la vicina casa di Sarah. Stavolta la scusa non erano i libri dimenticati, ma semplicemente la voglia di cioccolato. «Eravamo delle bra-

ve e diligenti alunne, ma questo rituale proibito si è in qualche modo instillato in noi», racconta Renate. Al mattino, i genitori di Sarah lavoravano e, una o due volte la settimana, le due compagne di classe fuggivano dal cortile della ricreazione per concedersi una riga di cioccolata. La loro amicizia dura ancora oggi e finora le loro fughe dalla ricreazione al liceo erano un segreto custodito gelosamente.

La scatola dei dolciumi nella credenza della nonna o i biscotti Blévita durante la gita scolastica. Quali prodotti Migros vi legano alla vostra famiglia o ai vostri amici? Risvegliate i ricordi del vostro «Momento Migros» inviando la nostra cartolina anche alla persona che era assieme a voi in quella occasione. In questo modo parteciperete automaticamente al concorso delle cartoline e potrete vincere una spesa a casa vostra del valore di 500 franchi sull’originale bus della Migros. Il concorso scade il 28 agosto. Informazioni e partecipazione: momenti-migros.ch


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Idee e acquisti per la settimana

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LANDJÄGER ALLA MEDITERRANEA Cosa capita, se un classico elvetico si fa sedurre da un frutto tipicamente mediterraneo? Provate e giudicate voi! Mescolate farina, uova, quark, olio, pezzetti di Landjäger e di formaggio a olive verdi, impastate e infornate. Tutti gli ingredienti sono in vendita alla Migros, trovate la ricetta su www. saison.ch/it/consigliamo.

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20% Azione assortimento Tutto l’assortimento di dolci svedesi per es. coppa svedese M-Classic, 100 g, 2.30 invece di 2.90

Azione assortimento Tutti i panini M-Classic, TerraSuisse confezionati, per es. mini sandwiches, 300 g, 1.80 invece di 2.30

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Azione assortimento Tutti i biscotti Créa d’Or a partire da 2 confezioni, –.60 di riduzione l’una, per es. croccantini alle mandorle, 103 g, 2.80 invece di 3.40

33% Azione assortimento Tutti i tipi di caffè UTZ da 1 kg per es. caffè in chicchi Boncampo, 1 kg, 5.65 invece di 8.50

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Tutti gli sciroppi in bottiglie di PET da 75 cl o da 1,5 l per es. al lampone, 1,5 l, 3.40 invece di 4.25 Latte, bevande a base di latte, yogurt, formaggio fresco, salse, maionese.

Caffè, caffè in capsule, frutta secca, spezie, noci.

Ice Tea, succhi di frutta, prodotti pronti, prodotti a base di patate e prodotti a base di frutta.

Carne fresca, pesce, salumi, pollame.

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Conf. da 2 in azione Detersivo per capi delicati Yvette in conf. da 2 per es. sport, 2 x 2 l, 17.80 invece di 22.40, offerta valida fino al 29.8.2016

Acqua minerale, sciroppo, succhi di frutta.

Prodotti trattanti, sostanze cosmetiche attive, detersivi e detergenti, margarine, grassi commestibili.

Diverse varietà di riso, riso al latte, varietà speciali di riso.

Cioccolato, gomma da masticare.


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Rocchetta o Brio Blu, 6 x 1,5 l o 6 x 50 cl, per es. Rocchetta, 6 x 1,5 l, 3.35 invece di 4.20 20%

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Tutte le farine speciali, per es. farina semibianca TerraSuisse, 1 kg, 1.60 invece di 2.– 20%

Azione assortimento

Minirose M-Classic, Fairtrade, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo di 40 cm, mazzo, 20 pezzi, 2.– di riduzione, per es. arancioni, 10.90 invece di 12.90

Tutte le salse Bon Chef per es. salsa al curry, in bustina, 30 g, 1.10 invece di 1.40

Near Food/Non Food

Altri alimenti Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Selina, per es. ragout con manzo, 100 g, –.50 invece di –.65 20% Calzetteria da donna Classic o Competence Ellen Amber, a partire da 3 confezioni 30%

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40% 6.85 invece di 11.45 Sminuzzato di pollo al naturale M-Classic surgelato, 2 x 350 g

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Azione assortimento Tutto l’assortimento Migros Topline per es. shaker blu professionale, 0,5 l, il pezzo, 4.80 invece di 9.60, offerta valida fino al 29.8.2016 *In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 29.8 Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 16.8 AL 22.8.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Idee e acquisti per la settimana

LeChef

Grigliare è un affare da Chef

Foto e Styling Ruth Küng

LeChef Carne 65 g Fr. 3.50

Le miscele di spezie di LeChef sono indicate per la carne, il pollame o il pesce al grill. Grazie a ingredienti di elevata qualità, regalano un gusto particolare anche a contorni come insalate o pasta, senza compromettere il sapore originario dei cibi. Le spezie sono prodotte senza l’impiego di additivi e rafforzatori del gusto. Tra l’altro: i macinini di ceramica sono ideali anche per essere regalati.

Con le miscele firmate LeChef si preparano facilmente e in poco tempo delicate marinate. Per esempio con olio d’oliva e aglio.

LeChef Quartetto di Pepe 56 g Fr. 5.50

LeChef Pesce 53 g Fr. 3.50

LeChef BBQ Mix 49 g Fr. 4.50

L’M-Industria produce molti prodotti Migros, tra cui anche le miscele di spezie LeChef.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶16 agosto 2016¶N. 33

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Idee e acquisti per la settimana

Gold

Nuovo look, medesimo contenuto Ecco che l’inizio della giornata si fa ancora più piacevole: il design dei succhi Gold certificati Fairtrade è ora più fresco e colorato, mentre il contenuto è fruttato come sempre. La frutta proviene da coltivazioni gestite in modo equo. La Fondazione Max Havelaar sostiene i

1 Fairtrade Max Havelaar Gold succo d’ananas 1 l Fr. 1.95

contadini nei paesi di produzione e vigila affinché le condizioni di lavoro e di vita siano migliorate. L’assortimento di questi apprezzati succhi di frutta è stato ampliato grazie alla variante al pompelmo rosa, naturalmente anch’essa certificata Max Havelaar.

2 Fairtrade Max Havelaar Gold succo multivitaminico 1 l Fr. 1.95 3 Fairtrade Max Havelaar Gold succo di pompelmo rosa 1 l Fr. 1.50 4 Fairtrade Max Havelaar Gold succo d’arancia 1 l Fr. 1.95

3

4 2 1

Faritrade Max Havelaar è sinonimo di prodotti provenienti da coltivazioni sostenibili e oggetto di commercio equo.

Parte di

Il dolce-acidulo succo al pompelmo rosa è la novità nell’assortimento Gold.

L’M-Industria produce molti prodotti Migros, tra cui anche i succhi Gold.


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Idee e acquisti per la settimana

Smoothie

Il pieno di vitamine Gli smoothies sono vere bombe nutrizionali, sotto diversi punti di vista: forniscono al corpo importanti vitamine, sali minerali e altre sostanze vegetali – e sono sazianti. Alla Migros vi è un’ampia scelta di frutta e verdura di stagione, che con l’ausilio di un mixer può essere trasformata in modo sem-

plice e veloce in uno smoothie. Con un poco di fantasia si potrebbe preparare ogni giorno una nuova bevanda a base di frutta e verdura. A proposito: in diverse filiali Migros, per quattro giorni durante il mese di agosto potrete degustare diversi smoothie preparati freschissimi al momento.

Smoothie di susina e zucchina Per 2 bicchieri da ca. 3,5 dl Ingredienti 250 g di susine gialle, fredde 200 g di zucchine, fredde 3 dl di succo d’uva bianco, freddo, o succo di mele filtrato ½ cucchiaino di cardamomo macinato

Degustazioni 19/20.8 e 26/27.8 Tutte le filiali partecipanti come pure altre ricette su www.migros.ch/fruttaverdura

Preparazione Dividete le susine in quattro e snocciolatele. Tagliate le zucchine a dadini. Versate nel frullatore le susine e le zucchine con il succo d’uva e il cardamomo e frullate bene. Servite freddo. Suggerimento Frullate nello smoothie anche 2 cucchiai di noce di cocco grattugiata. Tempo di preparazione ca. 10 minuti Un bicchiere ca. 3 g di proteine, 1 g di grassi, 38 g di carboidrati, 750 kJ/180 kcal

Il bel colore verde di questo smoothie è dato dalle zucchine.

Ricette di

www.saison.ch


Pubbliredazionale

La formazione professionale è la chiave per sconfiggere la miseria. Ciò vale tanto nei Paesi del Nord quanto in quelli del Sud: la formazione di un ragazzo non si conclude alla fine della scuola elementare.

Foto: Alexandra Wey

Franka (17 anni) può guardare in faccia al futuro Nel Nord dell’Uganda, la giovane madre di Flexy (15 mesi) ha ritrovato la gioia di vivere. Abbandonata dal padre di suo figlio, esclusa dalla scuola, ha finito per ammalarsi. Oggi è una ragazza raggiante e una madre attenta che impara un mestiere che la libererà dalla povertà, dandole autonomia. Imparare il mestiere di cuoca, istruirsi, aiutare. Così gli adulti descrivono la determinazione di Franka. Oggi è una ragazza raggiante, piena di energia e di progetti. Si è illuminata da quando ha iniziato la formazione professionale presso la Nwoya Girls Academy, alcuni mesi fa. La sua condizione di madre giovanissima non le pesa più. È felice di ritrovare suo figlio Flexy diverse volte al giorno, fra un corso e l’altro. Ancora fino a poco tempo fa, Franka non aveva un futuro, nessuna prospettiva. Sua madre l’aveva ritirata dalla scuola per mancanza di mezzi. A quel tempo aspettava un bambino il cui padre l’ha immediatamente abbandonata. Quando Franka ha messo alla luce suo figlio, sua madre ha

sentito parlare della Nwoya Girls Academy alla radio locale. Non ha indugiato: Flexy aveva una settimana quando Franka e sua madre si sono presentate alla porta della scuola. Da allora, questo adorabile bimbo è diventato la mascotte dell’istituto. E Franka una delle ragazze più apprezzate dalle insegnanti. Nonostante la severa disciplina che regna nell’internato, le sveglie mattutine, le ore di lezione e di lavori pratici che si susseguono, Franka non cambierebbe vita per nulla al mondo. «Quando avrò terminato la formazione aprirò il mio ristorante. Sarò autonoma e potrò educare mio figlio in buone condizioni. Aiuterò mia madre affinché tutti i miei fratelli e le mie sorelle vadano a scuola.» I suoi occhi scintillano quando parla del futuro. Anche il

Alice Achan, fondatrice delle scuole per ragazze, è categorica: «La formazione professionale è la chiave per vincere la miseria. Ciò vale tanto nei Paesi del Nord quanto in quelli del Sud. La formazione di un ragazzo non termina alla fine della scuola elementare. Ciò vale soprattutto per le ragazze e le giovani madri che devono cavarsela da sole nella vita.»

Uganda: un mestiere per le giovani madri nubili

piccolo Flexy ride. Si stringe fra le sue braccia. La guerra ha sconvolto la società. Il Nord dell’Uganda, dove vive Franka, ha sofferto il martirio negli anni di guerra tra l’Esercito di resistenza del Signore e l’esercito ugandese. I minorenni sono stati le principali vittime di questo movimento: i ragazzi diventavano soldati e le ragazze schiave sessuali dei comandanti. Franka aveva 7 anni quando la guerra è finita. Molte ragazze che frequentano la Nwoya Girls Academy sono nate in campi di rifugiati. La loro lotta continua. Poiché non è facile essere una ragazza. Devono lottare per liberarsi dall’ingranaggio che le mantiene nella povertà: abusate da uomini che non le sanno rispettare, costrette dalle loro famiglie a sposarsi troppo presto per una misera dote. Come se non valessero nulla. Alcune devono prostituirsi. La scuola le ha dato nuova vita Franka afferma che la scuola le ha dato nuova vita. Sua madre, che ha perso il marito anni fa, ha la vita difficile. La ragazza non vuole avere lo stesso destino. Madre e figlia sono molto attive in seno alla loro comunità per convincere la gente che occorre mandare le ragazze a scuola. Poiché il salario che si riceve dopo il tirocinio val più di una dote irrisoria! In Uganda le ragazze incinte sono escluse dalla scuola. Nessuna legge lo prescrive, ma la pratica sociale è molto forte. Le famiglie hanno spesso scarsi mezzi e

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le ragazze non sono considerate prioritarie per la scuola o la formazione professionale. La guerra è finita, ma la violenza continua. Le ragazze sono vittime della prostituzione, del lavoro minorile, dei matrimoni forzati e delle gravidanze precoci. Di conseguenza sono ostracizzate dalla società e sono dunque doppiamente vittime.

Frequentare la scuola e svolgere un tirocinio è il modo più sicuro per rendere le ragazze indipendenti. Così sfuggono all’ingranaggio della povertà e della dipendenza. Caritas le aiuta a istruirsi e a imparare un mestiere. Grazie a Caritas, 105 ragazze e 16 bambini approfittano ormai di un ambiente benevolo che consente loro di ricostruirsi. In futuro saranno in 300 alla Nwoya Girls Academy. Costruiamo edifici scolastici adeguati e dormitori, come pure le infrastrutture che permettono di impartire una buona formazione. Insegnanti ben formati e adeguati trasmettono istruzione e savoir-faire preziosi. Mentre le ragazze si formano, i loro bambini ricevono l’attenzione e le cure che necessitano. Apriamo prospettive professionali e di vita alle ragazze, ai loro figli e alle loro famiglie. Inoltre, un lavoro in stretto contatto con la comunità delle studentesse e delle loro famiglie consentirà di far cambiare le mentalità circa la posizione delle ragazze in seno alla società.

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Azione 33 del 15 agosto 2016  

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