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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 11 luglio 2016

M sh alle p opping agin e 37 –46

Azione 28

Società e Territorio Aumentano i casi di dipendenza da cannabis: il progetto «MAPS» di Ingrado

Ambiente e Benessere La somministrazione di un placebo può diventare un sostituto del farmaco o i suoi effetti sono solo frutto della nostra mente? Ce ne parla il professor Alain Kaelin

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Politica e Economia Il disgelo con la Russia rompe l’isolamento di Ankara

Cultura e Spettacoli Esperimenti a Gravesano: la storia di Hermann Scherchen in via di pubblicazione

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Ti-Press

Prada, la chiesa illumina il borgo

di Elia Stampanoni pagina 6

Brexit mette a nudo l’Europa di Peter Schiesser Per quanto sia lecito deplorare la decisione dei britannici di lasciare l’Ue, per gli squilibri che causa all’interno dell’Unione e del Regno Unito, per l’assenza di un piano concreto su come concretizzare il Brexit e come modellare i futuri rapporti con l’Europa, sarebbe un errore ancora più grande ignorare che l’esito del voto è frutto di un profondo malessere. Sia nei confronti dell’Unione europea, sia del planetario processo di globalizzazione economica, ma anche verso le proprie élite politiche ed economiche. Siccome questo malessere è molto diffuso in Europa, e altrettanto negli Stati Uniti, diventa urgente riformare l’Unione europea e definire e concretizzare dei meccanismi che possano invertire la tendenza di una globalizzazione che favorisce un numero ristretto di persone ed attori e lascia sprofondare nella precarietà e nell’incertezza chi non ha gli strumenti per affrontarla. Meno Europa, più Europa, un’altra Europa? È tempo di grandi progetti istituzionali, o sarebbe meglio concentrarsi a risolvere i problemi più pressanti, dalle varie forme di immigrazione, ad un Euro

che anziché unire divide il sud dal nord dell’Europa? Le risposte che si odono in queste settimane non fanno che sottolineare un’estrema disunione all’interno dell’Unione che Brexit ha semplicemente fatto emergere con prepotenza, ma che esiste da tempo. L’ambiguità è data dal fatto che non è chiaro fino in fondo quale tipo di progetto stia ancora alla base dell’Unione europea: resta un progetto di integrazione politica che poggi sulla solidarietà fra gli Stati membri, o è meramente un grande spazio economico, retto tecnocraticamente secondo le leggi del mercato? Vuole ancora onorare la promessa di un continente in pace che offra un futuro migliore ai suoi cittadini, o deve prevalentemente difendere interessi macro-economici e i grossi gruppi finanziari e industriali? La visione di un’Europa politicamente unita, propugnata ancora dal presidente della Commissione europea Jacques Delors (fra il 1985 e il 1995), si era scontrata con la visione di un’economia liberista della premier britannica Margaret Thatcher (sulla scia di quanto accadeva negli Stati Uniti sotto Ronald Reagan). Si impose la visione della «Lady di ferro», come britannica fu la volontà di integrare rapidamente i Paesi dell’Europa dell’est per annacquare il potere di francesi e tedeschi. È quindi sostanzialmen-

te britannica l’Unione europea dalla quale i britannici ora vogliono uscire. Per quanto, fra i motivi del Brexit, non vada dimenticata l’insofferenza, britannica ma di certo comune al resto dell’Europa, verso una «Bruxelles» considerata lontana dalla realtà quotidiana dei cittadini e al contempo fin troppo invasiva, con le norme a volte assurde che impone a tutti. La ricerca di risposte condivise su una riforma dell’Unione europea si complica perché si intreccia con gli interrogativi che sorgono attorno ad un processo di globalizzazione economica di dimensioni planetarie. La libera circolazione delle persone con i flussi migratori che provoca, la facilità a delocalizzare le industrie, l’austerità finanziaria che si impone agli Stati membri, sono frutto di un’ideologia liberista, cui l’Ue si è adattata ma che ha origine altrove. Le paure, le incertezze, le emarginazioni che ne derivano hanno portato al Brexit, ma le soluzioni non si potranno trovare solo a Bruxelles e nelle capitali europee, sarà il capitalismo stesso che dovrà riformarsi. Tuttavia, per riuscire a superare la crisi di fiducia, la politica dovrebbe ritrovare un potere che in questi decenni ha perduto a vantaggio del mondo economico e spenderlo a favore dei cittadini.


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Attualità Migros

M Migros apre un supermercato a Sementina Filiali Il nuovo negozio è facilmente raggiungibile a piedi e coi mezzi pubblici e conferma la volontà dell’azienda

di essere presente sul territorio cantonale

È stato inauugurato lo scorso 7 luglio il nuovo supermercato Migros a Sementina, in via al Ticino 28, vicino al ristorante Pomod’Oro. Su una superficie di vendita di circa 280 metri quadri, la filiale propone una selezione di prodotti alimentari e non, indirizzati alle necessità quotidiane. Migros subentra a un dettagliante che ha cessato l’attività nel comune del Bellinzonese. Per adattare gli spazi agli standard architettonici e ambientali Migros, arredo e tecnica sono stati sostituiti. Congelatori e frigoriferi sono dotati di sportelli e utilizzano gas neutri per l’ambiente (CO2). L’illuminazione dei mobili refrigeranti e del negozio è al 100 per cento LED. Queste misure permettono di ridurre il consumo di energia elettrica fino al 50 per cento. Il nuovo supermercato Migros, ubicato in prossimità di numerosi servizi e della sede della scuola elementare, è facilmente raggiungibile a piedi e con i mezzi pubblici; per i mezzi privati sono disponibili 19 posteggi esterni condivisi con l’adiacente ristorante. Con questa apertura il numero di supermercati di Migros Ticino sale a 32. La Cooperativa conferma così la sua politica di espansione e ammodernamento della rete di vendita, così come la volontà di essere presente su tutto il territorio cantonale, sia nei centri commerciali, sia nei quartieri cittadini, sia nelle periferie e nelle valli, per poter offrire un servizio di prossimità alla clientela. Sotto la guida di Stefano Barbi la filiale occupa 7 collaboratori. È aperta dalle 8.00 alle 18.30 in settimana, il sabato dalle 8.00 alle 18.00.

Il responsabile di Migros Sementina, Stefano Barbi, con il suo team.

Un angolo di Svizzera, in Lombardia Animal Welfare Abbiamo visitato lo stabilimento «la Panizzina», un allevamento di suini in cui l’azienda italiana

Beretta, grazie alla collaborazione con Migros, applica le norme elvetiche per la protezione animale La Lomellina è un’ampia pianura fertile a sud-ovest di Milano. Posta a cavallo tra Lombardia e Piemonte, riunisce il meglio delle due tradizioni agricole. Da un lato l’importante coltivazione del riso, che è qui la più rinomata d’Italia. Dall’altro quella dell’allevamento animale. L’azienda agricola la Panizzina, situata nei pressi della cittadina di Mortara, si trova proprio al centro di questa fortunata porzione di mondo. È una fattoria molto speciale: l’unica ad aver implementato, in Italia, le norme svizzere per l’allevamento, l’alimentazione, la cura, il trasporto e la macellazione dei suini. I maiali allevati qui alla Panizzina raggiungono considerevoli dimensioni, fino a 170 kg. Sono ideali per la produzione del prosciutto di Parma, una specialità di grande pregio. Beretta ha creduto nell’importanza di questo progetto e, insieme a Migros, ha investito una cifra importante, mettendo a disposizione personale di grande capacità e preparazione. «Abbiamo trovato ingegneri alimentari pienamente sintonizzati sui

nostri concetti e pronti a collaborare con noi» dichiara Bernhard Kammer, responsabile del settore Ambiente e benessere degli animali della FCM. In effetti, lo stabilimento stesso ha qualcosa del centro di ricerca. E la visita ci conduce attraverso le varie fasi della vita quotidiana dell’allevamento. Si inizia con un’occhiata al grande hangar dove si preparano i foraggi. «Noi la

chiamiamo la cucina» spiega con un sorriso Andrea Corso, responsabile dell’allevamento. Dagli enormi silos esterni mais e orzo sono convogliati verso l’interno secondo le dosi necessarie, macinati, miscelati con acqua e messi a fermentare dentro grandi bacini d’acciaio. Esistono numerose «ricette», a seconda della fase di crescita degli animali. Tutti i foraggi sono rigorosa-

mente non OGM. Il sistema è gestito da un software specifico che, scopriremo in seguito, è il vero «cervello» dello stabilimento. Dallo schermo del pannello di controllo è possibile conoscere ogni dettaglio su ogni singolo animale. Identificati da un chip agganciato all’orecchio, i suini sono controllati nelle varie fasi del loro sviluppo. «Alla Panizzina sono stati realizzati importanti investimenti per garantire il benessere degli animali» spiega Bernhard Kammer. «Innanzitutto una riduzione del numero dei capi, per rendere più ampio lo spazio a disposizione. Sono poi state ingrandite le zone con fondo solido, diminuendo le pavimentazioni a griglia». Anche l’area di carico è stata riprogettata: da una rampa appositamente progettata, larga e comoda, gli animali salgono sui camion che li avviano verso gli stabilimenti di macellazione. «Anche qui sono rispettate le regole svizzere di trasporto, che prescrivono una durata massima del viaggio di 6 ore» chiarisce Bernhard Kammer.

Nell’area di stazionamento sono state introdotte misure di impiego del tempo per gli animali, con balle di fieno e palline di erba compressa in cui possono grufolare. Dove vengono svezzati i maialini troviamo persino dei cilindri in legno appesi alle pareti, veri giocattoli per i piccoli. Come ci chiarisce Sebastiano Colzani (nella foto), un ingegnere alimentare che ha scritto la propria tesi di laurea proprio su questo argomento, «i maiali hanno un’attitudine esplorativa incredibilmente sviluppata. In fondo sono animali da sottobosco. Sono curiosi, hanno bisogno di entrare in contatto con le cose, e noi li manteniamo costantemente in attività». In questo modo, tra l’altro, si evitano reazioni di aggressività e lesioni reciproche. La cosa è molto evidente anche perché tutti i maiali qui... hanno la coda. «Per impedire che si ferissero tra loro, in passato c’era l’abitudine di tagliarla. Ciò in Svizzera non è più permesso e, del resto, con le nuove regole, non è più necessario» spiega infine Bernhard Kammer. /AZ

Azione

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Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

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Società e Territorio Un museo che accoglie Il museo Vela organizza laboratori e attività per i migranti in collaborazione con il Centro di registrazione di Chiasso

Dalla Leventina all’Uruguay Il gemellaggio tra Quinto e Nueva Helvecia: una storia di solidarietà e amicizia

Il minigolf di Ascona Oliver Scharpf ci accompagna alla scoperta del primo minigolf moderno progettato dall’architetto paesaggista ginevrino Paul Bongni

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Keystone

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Le canne, gli adolescenti e la famiglia Dipendenze Il progetto «MAPS» di Ingrado affronta l’aumento di casi difficili legati al consumo di cannabis

Laura Di Corcia Spinello, eterno fomentatore di dibattiti (è una droga pericolosa, no, non lo è: anzi, è curativa); c’è chi in lui vede il male, chi un’innocente e nostalgica evasione. Cosa fare quando si scopre che il proprio figlio o la propria figlia ne fanno uso? Quando è necessario allarmarsi? I fatti sono questi: Ingrado, il centro di competenze specializzato nelle dipendenze, negli ultimi anni ha registrato un aumento delle segnalazioni riguardanti la cannabis, che nell’ultimo periodo si sono attestate sulle 30 unità. Ci sono anche dati che spingono in direzione di un’analisi oggettiva: se nel 2002 i ragazzi e le ragazze che dichiaravano di aver consumato almeno una volta nella vita la cannabis si attestavano su una percentuale pari all’11 per cento, nel 2012 la stessa era cresciuta raggiungendo un punteggio del 24 per cento – un adolescente su quattro, più o meno. Fino a quest’anno, quando arrivava una segnalazione riguardante l’uso della marjuana, Ingrado rinviava ad

altri servizi sul territorio, ma a un certo punto ci si è resi conto che no: bisognava prendere a carico anche quelle situazioni. Il motivo, illustrato bene dal responsabile del settore «Sostanze illegali» Marcello Cartolano, risiede nel fatto che «chi si occupa di adolescenti spesso non possiede competenze specifiche sulle dipendenze»; a questo va aggiunto che «i modelli sulle addiction sono spesso centrati sugli adulti». L’équipe di Ingrado ha quindi capito che era necessario offrire un servizio con persone qualificate per lavorare sulle dipendenze ma allo stesso tempo attente alle peculiarità degli adolescenti. Da queste premesse è nato il progetto «MAPS», che si basa su quattro pilastri – la mediazione, gli adolescenti, i parenti e le sostanze. «Il dibattito sulla cannabis spesso è orientato a livello politico e verte attorno alla legalizzazione», spiega Daniele Intraina, direttore di Ingrado, sottolineando che il progetto non vuole entrare in merito a queste questioni quanto piuttosto focalizzarsi su questioni tecniche, ricordando che l’uso sempre

più precoce della cannabis espone gli adolescenti ad un rischio maggiore di sviluppare una dipendenza. Nello specifico, «MAPS» mette al centro dell’attenzione la famiglia, ritenendo che il comportamento disfunzionale di uno dei membri non faccia altro che mettere in luce una faglia all’interno del sistema familiare. Come spiegano bene Gabriele Petrassi, psicologo, e Francesco Buloncelli, educatore, che hanno partecipato all’elaborazione del progetto, le reazioni dei genitori rispetto al consumo più o meno regolare della cannabis possono essere due, e sono entrambe inadatte: la sottovalutazione del rischio oppure la demonizzazione. È importante quindi intervenire con una strategia di mediazione e proprio per questo, dopo un primo colloquio, che prevede la presenza di due consulenti, di un genitore o di entrambi e dell’adolescente, le strade si separano: il giovane prosegue un suo percorso terapeutico e le figure genitoriali un altro. Molto spesso, infatti, il conflitto è talmente alto da impedire un confronto sereno e un vero ascolto:

il giovane può ricavare la non piacevole sensazione di essere la causa del problema, i genitori possono invece sviluppare un senso di inadeguatezza. Con l’adolescente è importante che il consulente affronti con una certa cautela il tema dell’astinenza, arrivandoci per gradi e non proponendolo subito, ma aspettando il momento giusto e aiutandolo ad esprimere i suoi sentimenti e i suoi desideri alle figure genitoriali; ai genitori occorre invece far capire che lo spinello è la spia di un disagio più ampio che riguarda l’intera famiglia e che solo lavorando in quel senso ci potrà essere un’evoluzione positiva per il ragazzo o la ragazza. Le madri e i padri devono fare lo sforzo di capire che le critiche e le accuse sortiscono magri se non nulli risultati e che anche i pedinamenti e l’eccesso di controllo non fanno altro che peggiorare la relazione con l’adolescente. Infine, in presenza dei consulenti, ci sarà un confronto con tutta la famiglia, lungo un percorso che vuole essere breve ed efficace (dalle 8 alle 20 sedute, per un arco di 5 o 6 mesi). Petrassi e Buloncelli, che dall’ini-

zio di quest’anno seguono una decina di casi, raccontano che la fascia di età va dai 15 ai 23 anni e che un percorso è già giunto al termine, con esiti positivi per la ragazza, la quale ha smesso di consumare la cannabis ma che deve continuare il lavoro in un’altra sede, essendo emersi problemi di altra natura, come ansie e attacchi di panico. «L’iter vuole essere breve, ma una volta portato a termine noi rimaniamo a disposizione e indirizziamo gli adolescenti presso altre strutture o professionisti competenti», sottolinea Petrassi. Fondamentale ai fini di un intervento tempestivo è il lavoro di collaborazione con gli altri operatori presenti sul territorio, dai centri giovanili alle associazioni di genitori, dal servizio medico-psicologico a Pro Juventute: da loro possono arrivare segnalazioni utili e loro stessi possono indirizzare le madri e i padri a Ingrado. Il sostegno, rivolto a giovani fino a 25 anni, non prende a carico i casi dove o il genitore o l’adolescente siano affetti da un disturbo di tipo psichiatrico e quelli in cui manchino le figure genitoriali.


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Società e Territorio

Il museo come luogo di incontro Accoglienza Dal 2005 il museo Vela di Ligornetto ha instaurato un rapporto continuativo

con il Centro di registrazione e procedura di Chiasso, un’esperienza che oggi coinvolge anche i migranti minorenni non accompagnati Roberta Nicolò Parlare di accoglienza, oggi, può sembrare un fenomeno alla moda, dettato dalla contingenza dei fatti di cronaca e dalle grandi ondate migratorie che hanno investito l’Europa, ma presso il Museo Vela a Ligornetto, la parola accoglienza è da sempre parte integrante della sua missione e della sua filosofia. Dal 2005, infatti, il Vela ha intavolato un rapporto continuativo con il Centro di registrazione e procedura di Chiasso. «Accogliere fa parte della natura stessa di questo museo, che è stato in origine anche una casa. La sua storia» ci racconta Gianna Mina, direttrice del Museo di Ligornetto «parla di apertura e di accoglienza, perché questo è uno dei valori fondanti sui quali lo scultore Vincenzo Vela ha edificato questo luogo speciale. Uno spazio di sperimentazione e di cultura nel quale scambiare idee e discutere di politica. Vincenzo Vela (18201891) ha vissuto l’esperienza del confine, inteso come possibilità di scambio, in cui le diverse biografie si incontrano e si uniscono, ma anche come barriera che occorre superare. Questo è un modo di leggere la storia del museo e delle sue opere, che raccontano uno spaccato della società dell’epoca. Vogliamo pensare che l’idea sia viva e costruire con il pubblico un rapporto dinamico. Le attività che organizziamo, le definirei dei laboratori di modalità utili e appropriate con cui veicolare i principi fondanti trasmessi da Vela. Proprio su questo valore si inseriscono gli incontri settimanali organizzati in collaborazione con il centro richiedenti asilo di Chiasso». Intendere il museo come luogo di incontro offre al pubblico una serie di occasioni importanti nelle quali poter sperimentare e incontrare non solo il prezioso lavoro dello scultore, ma anche il mondo e la società che ci circonda.

«Abbiamo piantato un orto delle spezie e uno delle erbe aromatiche. Sono sapori e odori che vengono riconosciuti e che aiutano a trovare un punto di incontro» «Spesso i gruppi che arrivano da noi dal centro di Chiasso sono composti da uomini, che si trovano confrontati con uno staff tutto al femminile. Un incontro tra culture, che non pretende di trovare per forza una soluzione univo-

Il lungo viaggio dei migranti spesso viene raccontato seguendo e disegnando il tragitto sulla carta geografica: una narrazione che aiuta a capire e capirsi. (Museo Vincenzo Vela / Andrea Basileo)

ca di comunicazione, ma che sa essere adattato di volta in volta e sa accettare la contingenza. Mescoliamo i pubblici costruendo ponti, tra migranti e popolazione locale, che possono essere attraversati. È un modo per leggere il nostro tempo, lo spazio e la storia. La collezione stessa ci aiuta, perché si presta a parlare di temi universali, come la libertà, l’eroismo o le vittime del lavoro. Le opere fungono da strumento di mediazione, per tematizzare una difficoltà o un dettaglio biografico. Offriamo un’opportunità che non è da intendersi come un obbligo. Può anche essere l’occasione per passare una giornata diversa, lontana dal centro, in uno spazio accogliente, in un luogo che alcuni riconoscono come famigliare». Una nuova concezione di museo, interpretato non come mero luogo di fruizione, ma come spazio dove lavorare con elementi che hanno valenza di laboratorio di linguaggi, una piattaforma dove tutto può essere dibattuto, per scoprire il mondo e le sue infinite espressioni. Un luogo di confine dove parlare dei confini. Uno spazio nel quale non sentirsi giudicati, in cui non si vuole trasmettere una conoscenza predeterminata, ma dove si cerca invece uno scambio costante e paritario.

«Questo è un modo di intendere il museo che proponiamo con convinzione a qualunque visitatore, che venga da lontano oppure dal paese qui accanto, che sia un anziano o un bambino. Ognuno dovrebbe poter trovare al Museo Vincenzo Vela uno spazio fisico e mentale che stimoli una riflessione» continua la direttrice. Da qualche anno, al Vela, si sono aperte le porte anche ai minorenni non accompagnati provenienti dai centri di accoglienza, per offrire ai più giovani la possibilità di respirare l’atmosfera di questo magico luogo. Sara Matasci, collaboratrice scientifica e responsabile del servizio di mediazione culturale ci spiega «con l’arrivo dei minorenni non accompagnati, il nostro percorso laboratoriale ha subito un’evoluzione. L’idea di scambio si è allargata. Abbiamo diversi percorsi tematici, che accompagnano alla condivisione, alla scoperta. Lavoriamo molto con le sensazioni, l’olfatto, il tatto, il gusto, l’udito e le emozioni. Un odore, un profumo, sono stimoli che risvegliano la memoria, che favoriscono il racconto. Proprio per questo abbiamo pensato di strutturare delle attività, nel giardino della villa, che potessero aiutare a sviluppare una condivisione basata sul-

le sensazioni e le esperienze personali di ognuno. Abbiamo piantato un orto delle spezie e uno delle erbe aromatiche. Sono sapori che vengono riconosciuti e che aiutano a trovare un punto d’incontro. Un erbario per far scoprire parole, suoni e profumi. Un modo semplice per arricchire la conoscenza del vocabolario italiano, per chi non è di madrelingua, e al contempo in grado di incoraggiare uno scambio di parole nelle varie lingue del mondo, come il tigrino e l’arabo per esempio. Le spezie che vengono da Paesi lontani fungono da incoraggiamento all’apertura verso l’altro da parte di chi, come molti dei ragazzi che partecipano ai laboratori, ha fatto un lungo viaggio per arrivare in Ticino. Un viaggio che spesso viene raccontato, seguendo sulla carta geografica il tragitto. Una narrazione, la loro, che aiuta a capire e a capirsi, che apre alla possibilità di conoscere e far conoscere avvenimenti e terre, che spiega la dinamica del confine e che svela usi e costumi delle genti, compresi i nostri. L’esperienza diretta, il fare e il raccontare mettono in relazione la storia del nostro territorio con elementi biografici dei visitatori e questo regala la possibilità concreta di aprire una via di comunicazione tra le persone. Vale

sarà la vostra compagna su Facebook per cui sul vostro profilo comparirà «In una relazione con Sophia». Lei per contro metterà un certo numero di like e di commenti al giorno sulla bacheca del vostro profilo e il gioco è fatto. Se un tempo, dunque, andavano di moda le accompagnatrici in carne e ossa, che per una sera si appendevano languide e sorridenti al vostro braccio, oggi sappiate che sono decisamente demodé, superate da profili Facebook perfetti e intriganti che lasciano intuire vite altrettanto perfette e gioiose e permettono di ottenere gli stessi risultati spendendo meno tempo, soldi e fatica. Sophia, grazie alla vendita dello status del suo profilo, è riuscita a raccogliere diverse centinaia di euro e racconta come gran parte degli uomini siano in cerca di profili come il suo per impres-

sionare gli amici o per far credere alle ex di aver già trovato un felice rimpiazzo, altro che Kleenex e notti insonni passate in lacrime davanti alla tv. Ad usare maggiormente la piattaforma sono gli uomini, Namoro, per ora, offre profili falsi e creati ad hoc solo al femminile e li offre solo in portoghese e in inglese. L’importante, se decidete di spendere dei soldi per comprare un amore virtuale e fasullo, è quello di non farvi scoprire, se l’inganno viene alla luce, dice la psicologa Jo Hemmings alla BBC, le conseguenze potrebbero essere devastanti. In un secondo, l’impostore si vedrebbe catapultato fuori dalla dimensione virtuale e l’atterraggio in quella reale non gli piacerebbe affatto e, non solo, perché tutto a un tratto si ritroverebbe di nuovo single ma perché diventerebbe lo zimbello di

tanto per i ragazzi quanto per gli adulti che sono anch’essi chiamati a poter svolgere attività di laboratorio». Uno spazio di libertà, un luogo che fa vivere le sue opere d’arte e il patrimonio che conserva, quello del Vela, che lo rende luogo di incontro tra valori storici e contemporaneità. Un museo che con gesti semplici, ma importanti, apre alla condivisione, a una relazione libera e non forzata, che aiuta a trovare terreno comune su cui edificare reciprocità e rispetto. «In questi anni abbiamo avuto modo di valutare il nostro operato, di osservare come attraverso le attività del museo si siano stimolati incontri altrimenti difficili da immaginare, come quello tra la popolazione di Ligornetto e gli asilanti; oppure tra ragazzi residenti e i giovani minorenni non accompagnati del Foyer della Croce Rossa di Paradiso e di Stabio. Credo che una delle vocazioni di questa istituzione federale, le cui collezioni esprimono valenze al contempo ideali e tangibili, sia anche quella di interpretare le urgenze dell’oggi. Il meraviglioso patrimonio che Vela ci ha affidato è un segno tangibile della volontà di raccontare la realtà del mondo e noi seguiamo con impegno questa strada» conclude Gianna Mina.

La società connessa di Natascha Fioretti In coppia per finta ma attenti a non farvi scoprire Siete soli, vi sentite un po’ «sfigati» perché non avete un compagno o una compagna, mentre tutti i vostri amici hanno un partner o ne vantano a manciate, soprattutto ora, in piena estate, quando è boom di flirt? Siete di quelli ai quali importa il giudizio degli altri e, dunque, vorreste fare bella figura urlando al mondo che anche voi siete in coppia, innamoratissimi e vi divertite come pazzi? Allora digitate www. namorofake.com.org e i vostri sogni si avvereranno. Si tratta dell’ennesima piattaforma che promette miracoli per la vostra, presunta, vita sentimentale e il nome «Namoro Fake» (Corteggiamento falso), lascia evidentemente poco spazio ai dubbi. Ideata dall’imprenditore Flavio Estevam nel 2013, il sito brasiliano

vanta 38’000 clienti iscritti di 42 Paesi diversi che per lo più si iscrivono per impressionare gli amici, far ingelosire un ex o una ex, o nascondere una tendenza omosessuale. Per capire come funziona, partiamo dalla storia di Sophia raccontata qualche tempo fa sul sito della BBC: 24 anni, intelligente, mossa dal desiderio di continuare gli studi, offre di essere la compagna perfetta per chiunque al costo di pochi euro a settimana. La piattaforma di corteggiamento brasiliano in realtà offre diversi pacchetti, il più economico è di 15 euro per tre giorni, quello più completo, quello cioè, che promette più cura e servizi come la creazione di finte foto in coppia grazie alle mirabolanti tecniche di photoshop, di 40 euro per cinque giorni. Tornando a Sophia, una volta iscritti e scelto il vostro pacchetto,

tutti e la sua credibilità verrebbe azzerata in un secondo. Almeno da questo, per ora, Facebook e le altre piattaforme social di incontri e relazioni, non ci rendono immuni, dal sentimento cioè di indignazione e di delusione nei confronti di chi ci tradisce e si vende per ciò che non è. Autenticità e sincerità d’animo occupano, per ora, ancora un posto importante nella nostra scala dei valori, per fortuna non in quella di mercato, ma non è così evidente in un’era e in una società che vuole apparire perfetta, felice e accoppiata ad ogni costo. Lo sa bene Flavio Estevam che attende intrepido le Olimpiadi di Rio sperando di poter ripetere il successo avuto con i Mondiali due anni fa, quando decine di turisti stranieri sono diventati clienti di Namoro Fake per far credere di avere fatto stragi di cuore in Brasile.


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Società e Territorio

Quei prati di Prada Ravecchia Abbandonato ma non dimenticato, il borgo medioevale di Prada cerca un nuovo splendore

attorno alla restaurata chiesa di San Girolamo e San Rocco Elia Stampanoni Abbandonato dalla prima metà del 1600, il nucleo di Prada è una testimonianza di un passato ormai lontano, ma non per tutti dimenticato. Siamo sulle alture di Ravecchia, un territorio popolato in età medioevale, tra il piano e la montagna, tra i terreni coltivati e i primi maggenghi. Gruppi di case che possiamo incontrare in modo analogo pure in altri insediamenti nati attorno alla città di Bellinzona, come Aragno di Arbedo, Sassa di Gorduno, le molteplici frazioni di Montecarasso attorno alla chiesa di S. Bernardo oppure quelle di Sementina nelle vicinanze di San Defendente. Prada, più che un gruppo di case, era però un vero nucleo e quando Carlo Borromeo lo visitò nel 1583 vi trovò quaranta famiglie stanziali, quindi quasi 200 abitanti, in un’epoca in cui Bellinzona ne contava poco più di mille. Non si sa con certezza quando s’insediarono i primi abitanti, ma un documento del 1313 riferisce della chiesa di Prada, e quindi si suppone nel 1200 o anche prima. Si trattava di famiglie

contadine che trovarono un territorio prezioso da sfruttare per produrre alimenti e foraggio. Prada, d’altronde, deriva proprio da prato e sui pendii sottratti alla foresta, oltre ad allevare animali per il proprio sostentamento, si coltivavano miglio e segale, ma anche vigna. Abbandonati e soffocati dall’avanzata del bosco, i prati di Prada si possono oggi solo immaginare verdi e produttivi. A testimonianza di quest’epoca sono rimaste le rovine di alcune abitazioni, non delle semplici cascine, ma delle costruzioni innalzate con ingegno utilizzando pietre e materiali a disposizione. Le abitazioni erano allineate in modo da sfruttare l’esiguo spazio a disposizione e orientate per assorbire i raggi del sole, mentre un reticolo di sentieri congiungeva anche i casolari più discosti, sorti attorno alla chiesa. Chiesa che, con il suo piccolo sagrato, rappresentava il fulcro del villaggio e fu eretta a fianco della via selciata che collegava il piano con i maggenghi e poi con i pascoli alpestri. A complemento delle abitazioni trovavano spazio anche alcuni mac-

chinari che, azionati dalla forza dell’acqua, permettevano alla popolazione di soddisfare le piccole esigenze personali e vivere a Prada grazie alle risorse locali. Sfruttando anche le ricche selve castanili, di cui oggi si possono ancora ammirare alberi secolari ormai inglobati in un fitto bosco, le famiglie di Prada riuscivano a garantirsi un’esistenza altrettanto dignitosa di coloro che vivevano nel fondovalle. Persone che individuarono lassù, a 577 metri di altitudine, un territorio dove abitare riducendo le distanze tra la pianura con i suoi campi e la montagna con le sue foreste e i pascoli alpestri. Citato in documenti del 1381, Prada fu abbandonato per cause diverse, ma lungo la mulattiera che collega la città ai monti di Ravecchia, oggi incontriamo ancora la chiesa di San Girolamo e Rocco. L’edificio, restaurato a tappe a partire dal 1981, brilla con la sua facciata, mentre il campanile, costruito solo nel 1816, spicca verso il cielo alla ricerca di spazio tra le fronde degli alberi. I primi interventi di recupero sono stati possibili grazie all’Associazione «Nümm da Prada» che, anche con il sostegno di patriziati, ha salvato la chiesa e quindi anche l’intera Prada dall’oblio, impedendo al bosco di sopraffare definitivamente quest’ultima radura. Inizialmente attiva tramite un gruppo di volontari (dal 1974), l’associazione si è costituita nel 2015 e continua la sua opera di salvaguardia del sacro edificio e delle sue immediate vicinanze, collaborando ora con la nascente fondazione. La Fondazione Prada intende infatti riprendere quanto fatto finora, ma soprattutto andare oltre, cercando di salvare e recuperare tutto il nucleo, ripristinando alcuni degli edifici ancora presenti. La nuova fondazione è un bell’esempio di collaborazione: ne fanno parte in primis il patriziato di Ravecchia con l’entusiasta

Qui sopra, la bella chiesa di San Girolamo e San Rocco, a sinistra, una delle abitazioni che costituiscono l’antico nucleo medioevale. (Elia Stampanoni)

adesione del municipio di Bellinzona, i patriziati di Bellinzona, Carasso e Daro, un rappresentante della parrocchia di Ravecchia, uno dell’associazione «Nümm da Prada» e uno storico. Un progetto impegnativo che permetterebbe al piccolo borgo di Prada di tornare a risplendere, circondato dai suoi prati e ricordando l’epoca medioevale. La prima fase vorrà quindi liberare le antiche abitazioni da piante e sterpaglie, senza stravolgimenti sul complesso abitativo ma solo con inter-

venti mirati a garantire alle generazioni future una testimonianza di come si viveva un tempo. Per ora ci si deve accontentare di una bella passeggiata nei fitti boschi della collina: da Ravecchia sono sufficienti gambe e fiato per arrivare fino a Prada, un villaggio abbandonato ma non ancora dimenticato. Approfondimenti

Prada una chiesa un villaggio, di Pierluigi Piccaluga, ed. P. Piccaluga, 2015.

Quando le avversità rinsaldano i legami Storia di un gemellaggio I rapporti tra il comune di Quinto e Nueva Helvecia in Uruguay si sono rafforzati

nel corso del tempo attraverso la solidarietà dimostrata gli uni per gli altri Manuela Castelli Ci sono eventi che avvengono nei luoghi e nei momenti più impensati e innescano delle reazioni a catena; confluiscono e si legano ad altri avvenimenti della storia per poi finire nel grande mare delle relazioni umane che s’inanellano, si rincorrono, si sfaldano e si ritrovano: si rinsaldano. Questo è un po’ il sunto di una storia cominciata anni fa, con un’alluvione in quel di Piotta avvenuta nel lontano 1862. In quell’occasione diverse famiglie erano rimaste senza terra e con pochissime risorse. Decisero così di emigrare nel Nuovo Continente, e più precisamente in Uruguay, con la speranza di una miglior vita. Laggiù, con altri compatrioti provenienti da diverse regioni della Svizzera, fondarono Nueva Helvecia e si dedicarono prevalentemente ad attività di allevamento, di pastorizia ma anche industriali. Alcuni anni dopo, e più precisamente nel 1887, al paese di Piotta capitò un’altra importante disgrazia: un incendio distrusse infatti gran parte dell’abitato. In quell’occasione gli emigranti ormai «uruguagi» si dimostrarono solidali con i vecchi compatrioti e famigliari, mandando alla comunità d’origine somme significative per la ricostruzione delle abitazioni distrutte. Il tempo passa e le relazioni diluiscono e si rarefanno sempre più...

fino a metà del 2011, anno in cui i discendenti dei vecchi compatrioti (sono ormai passate alcune generazioni) intendono riallacciare i contatti per festeggiare assieme i 150 anni della fondazione di Nueva Helvecia. Da entrambi i lati dell’oceano si accende l’entusiasmo. Alla festa, avvenuta nel 2012, erano presenti, oltre a una folta delegazione del comune di Quinto, anche rappresentanti del Governo ticinese e alcune delegazioni di altre regioni della Svizzera. Inoltre, per l’occasione, è stato sancito un gemellaggio tra il comune di Quinto e Nueva Helvecia. In seguito a questo riavvicinamento vi sono state diverse visite, scambi culturali e di studio a vari livelli. Esse hanno coinvolto direttamente allievi, insegnanti, politici e personalità con vari progetti, tra i quali possiamo citare un CD di canzoni inedite cantate e registrate dagli allievi delle due scuole in italiano e spagnolo. Lo scorso anno una veterinaria è venuta a visitare i laboratori e gli istituti ticinesi. Prima ancora alcuni agricoltori del comune di Quinto avevano visitato le aziende uruguayane e i loro sistemi caseari. Attualmente una studentessa del comune di Quinto si trova in Uruguay per approfondire la storia degli emigranti che si sono trasferiti e le difficoltà che hanno dovuto superare. Arriviamo quindi all’ultimo episodio triste di questa bella storia.

I municipali di Quinto e i membri del comitato Quinto-Uruguay con l’assegno della somma raccolta dopo le inondazioni subite da Nueva Helvecia nello scorso aprile.

Lo scorso mese di aprile in Uruguay un’ondata di maltempo ha prodotto inondazioni in diverse parti del Paese. Anche Nueva Helvecia è stata toccata riportando danni rilevanti. Nel comune di Quinto ci si è subito attivati, sia a livello politico che attraverso l’Associazione Quinto-Uruguay, per poter dare un aiuto immediato e tangibile. Il comune di Quinto, i comuni limitrofi, il Cantone Ticino, diversi enti locali e

privati cittadini hanno risposto generosamente. È così che alla fine di maggio il consigliere federale Didier Burkhalter, durante una sua visita ufficiale, alla presenza della sindaca di Nueva Helvecia Maria De Lima, ha consegnato nelle mani del signor Enrique Celio (il quale ha evidenti radici nel comune di Quinto), presidente del Club dei Leoni di Colonia Suiza e membro del comi-

tato di emergenza e ricostruzione, un assegno di 25’000 franchi, raccolti nella terra d’origine di numerosi discendenti. Il finanziamento sarà destinato all’allestimento di un rifugio in caso di catastrofi, che servirà anche in tempi normali come ospizio per persone in situazione precaria. Il consigliere federale è stato molto toccato dall’accoglienza e dal ricevimento caloroso degli abitanti di Nueva Helvecia, dai forti legami che mantengono ancora oggi con il loro paese d’origine e dai sentimenti di gratitudine espressi nei confronti dei lontani cugini svizzeri, che si sono mobilitati per le inondazioni dello scorso aprile. Didier Burkhalter si è poi recato sul campo che accoglierà il Refugio Helvetico. Ha posto simbolicamente la prima pietra e ha svelato una targa che commemora quest’atto in presenza di numerose autorità e cittadini. Le settimane si sono susseguite e nel frattempo il dono è lievitato: attualmente è a quota 40’000 franchi. La storia si rincorre e si ripete. I ruoli si sono invertiti e i legami ulteriormente rinsaldati. Anche il consigliere Didier Burkhalter, impressionato da questa bella storia, dopo aver ringraziato sentitamente il comune di Quinto per la sua generosa solidarietà, ha incoraggiato entrambe le parti a coltivare questa preziosa collaborazione negli anni a venire.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶11 luglio 2016¶N. 28

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni I vantaggi dello sport Debbo premettere che non ho mai nutrito alcun interesse per lo sport e che salto automaticamente tutte le pagine dei quotidiani e le trasmissioni televisive dedicate all’argomento: ossia, trascuro un buon terzo dell’informazione che viene quotidianamente elargita dai media. Proprio per questo qualche settimana fa, guardando fuori dalla finestra sono rimasto sorpreso vedendo sventolare, sui balconi dell’edificio di fronte, alcune bandiere svizzere; sul momento, in un attimo di sconcerto, ho pensato che un’amnesia m’avesse fatto perdere il corso del tempo e che fosse già arrivato il 1° d’agosto. Poi ho scorto, su un balcone più discosto, un tricolore italiano; e allora ho cominciato a intuire che quel fiorire di patriottismi doveva avere a che fare con un evento sportivo. L’ipotesi è stata verificata poco dopo al bar: mentre bevevo un caffè, ai tavolini vicini non si sentiva parlare d’altro

che dei campionati europei di calcio e della partita della sera. E questo, anche nelle settimane successive, è stato il tema dominante, ben più ricorrente nei discorsi e nelle discussioni da bar degli attentati jihadisti e del Brexit dell’Inghilterra. Tra me e me pensavo che il termine «sport» è parola inglese e dunque dovrebbe suonare più straniero che mai dopo l’uscita dell’Inghilterra dall’UE; e che anche il calcio – il football – nella sua versione moderna è sport nativo dell’Inghilterra, ma divenuto ormai universale. Parole e giochi non conoscono confini e dunque avvicinano Paesi anche quando, di fatto, questi si allontanano. E pensavo poi che il gioco sportivo continua a svolgere la funzione del divertissement pascaliano, ossia distrarre la mente da ben più importanti e inquietanti questioni, inducendo un piacevole rilassamento dei pensieri e delle emozioni.

In questo, io che non sono tifoso riconosco allo sport e in particolare allo sport agonistico un importante sostegno psicologico. E c’è poi anche un’altra funzione sociale, probabilmente ancor più importante: l’agonismo sportivo è una sublimazione dell’aggressività. Noi esseri umani siamo di gran lunga l’animale più aggressivo. Per una di quelle contraddizioni che costituiscono la nostra essenza (o «quel guazzabuglio del cuore umano»), siamo anche l’animale più morale; ma la violenza della quale siamo capaci e dalla quale traiamo piacere è attestata fuor d’ogni dubbio dalle innumerevoli guerre, dai genocidi, dagli omicidi, dalle torture escogitate e inflitte per tutti i secoli della storia. Ebbene, come ha compreso Freud, lo sport è una sublimazione della violenza, e gli sportivi deviano le loro pulsioni aggressive sull’agonismo competitivo, sfogandole così in modi non cruenti (con l’ecce-

zione, magari, del pugilato e di sport analoghi). Dunque, in questa prospettiva lo sport è una conquista di civiltà: molto meglio tirar calci a un pallone che tirare pugni o bombe contro persone. L’agonismo sportivo infatti fa la sua comparsa già nelle civiltà antiche, e le Olimpiadi ne sono l’esempio più famoso: ma non tutti sanno che quando, nel 1894, De Coubertin annunciò a Parigi di voler resuscitare i giochi olimpici si guardò bene dal farli rivivere così com’erano in origine. Certe gare di lotta violenta senza esclusione di colpi furono censurate, come se ad Olimpia non ci fossero mai state. Dunque, nella sua forma moderna, civilizzata, la competizione sportiva è un toccasana, se permette di sfogare in modo relativamente inoffensivo la violenza che è nell’uomo. Bisogna però sottolineare che lo sport è inoffensivo solo «relativamente», perché non lo direi proprio innocuo: gli infortuni sul

campo di calcio ogni anno in Svizzera sono decine di migliaia e il calcio risulta essere lo sport più pericoloso, ancora più dello sci, che pure nel 1997 ha fatto registrare 27’000 infortuni. Nel 2005 l’UPI (Ufficio svizzero per la prevenzione degli infortuni) dichiarava: «Registriamo quasi 70’000 feriti svizzeri all’anno sulle piste». E nel 2015, lo stesso Ufficio rendeva noto che i costi per infortuni sportivi ammontavano a 2,2, miliardi di franchi. Dunque, anche qui emerge una vistosa contraddizione: in contrasto con tutta la pena che ci si dà per salvaguardare la salute, con quel culto del salutismo che caratterizza e ossessiona il nostro tempo, si vanno a cercare situazioni di rischio e incidenti tuffandosi nello sport. Perché, allora, più semplicemente non ci si dedica al gioco degli scacchi? È privo di rischi per la salute e stimola l’intelligenza. Be’, forse sarà proprio per questo…

sessantadue anni. «Tornate una volta che c’è il sole» dice poi dando a ognuno degli otto bambini della parrocchia di Giornico un pacchetto di caramelle Tiki che subito pizzica loro con gioia la lingua. Da trentasette anni Alfred Graf gestisce questa piccola oasi giocosa assieme alla moglie Adriana, figlia di Filippo Tonascia, proprietario del terreno al quale Bongni già nel 1955, visti gli scarsi incassi degli esordi, vende tutto l’impianto pionieristico. Intanto ha smesso di piovere, il signor Graf si siede in terrazza a fare due chiacchiere, mostrandomi delle belle foto in bianco e nero dove le donne avevano eleganti gonne lunghe e gli uomini sono in giacca e cravatta. Mi dice che ora siamo alla terza generazione di giocatori: i bambini che si divertivano qui, ora portano i nipotini. Ieri, ad esempio, con tre nipotini è venuta una nonna di Dortmund sulla settantina e conservava ancora la foto di quando dodicenne in vacanza con i genitori, sorrideva davanti al giovane ro-

vere. Da qui spicca la pista numero otto con una casetta in sasso e tetto in piode tipo minirustico. Le piode si ritrovano, incastonate a regola d’arte, nei camminamenti vari del percorso. Le buche più difficili, mi rivela il signor Graf, sono la quattro e l’ultima. «Anche i giocatori esperti hanno molto rispetto di queste buche». Due anni fa, in occasione del sessantesimo, è saltata fuori una piccola diatriba sui giornali con il minigolf del Bosco Isolino a Locarno che rivendicava la paternità del primo campo moderno da minigolf. La questione è semplice e sintetizzata bene da Graf : «il diciannove marzo, giorno di San Giuseppe, viene sempre prima di Pasqua», giorno in cui – nel 1954 è il diciotto aprile – s’inaugura il minigolf di Locarno, anch’esso pianificato da Bongni. Perdipiù mi mette in mano un articolo uscito nel maggio 1991 sull’«Eco di Locarno». Già allora, Dante Cerutti, l’impresario costruttore che ha realizzato in concreto questo minigolf, affermava che non c’era nessun dubbio

in proposito. Leggendo in diagonale l’articolo si scopre anche l’origine del rosso tennis; le piste sono state ricoperte da una patina composta da bitume mischiato all’ossido di piombo. Ora arriva una nonna bernese con due nipoti, le piste sono bagnate dice Graf e chiede se vogliono proprio giocare, magari viene ancora a piovere. La bambina è dolcemente inamovibile: «giocare! giocare!». E si rivolge a me per spiegare la sua insistenza: «è la prima volta che veniamo qui». Il signor Graf, la cui figlia Miranda è stata campionessa del mondo di minigolf, domanda allora il colore della pallina. «Blu» risponde il bambino, sua sorellina prende il rosa, la nonna il giallo. Si mette gli stivali e via, pulisce le piste con uno spazzolone apposito. Gironzolo per il percorso che svaga anche così, senza giocare, pessoanamente. E scopro, accanto ai fiori campanulati bianco crema della yucca, riuniti in un’alta spiga eretta, la mia pista preferita. La numero dieci, con due onde lillipuziane.

britannico le è andato di traverso. Tanto da farle compiere un passo falso. Per non dire un tonfo. Insomma, la chiacchieratissima idea del voto per età. «Con quella proposta, parlava sul serio o era uno scherzo?» La domanda dai social è rimbalzata nei quotidiani nazionali, e persino internazionali. Suscitando reazioni d’incredulità nei confronti di un’iniziativa, addirittura antistorica, che ripristina discriminazioni d’altri tempi. Come se il suffragio universale, «una persona, un voto», non fosse il risultato di un percorso, durato oltre un secolo, per sgomberare il campo da restrizioni e cavilli d’ogni sorta. Anche nella nostra Confederazione, modello democratico, un diritto generale, sancito dalla Costituzione del 1848, spettava in pratica al 21% della popolazione. Erano esclusi, oltre le donne, poveri, debitori d’imposte, persone che avevano subito fallimenti. In vari cantoni, «non potevano votare persone per le quali vigeva il divieto di frequentare osterie» e, in Ticino, chi «aveva commesso una frode elettora-

le». Provvedimenti in vigore fino agli inizi del ’900. Dopo di che caddero rapidamente gli ostacoli del sesso, del censo o del livello culturale. Però, soltanto nel 1965, negli USA il Voting Rights Act proibì «l’accertamento di un grado minimo di cultura e alfabetizzazione», premessa per ottenere la scheda. Ma ecco che, nell’era delle urne, alle nostre latitudini aperte a tutti, e nell’insospettabile Svizzera, si pensa di lanciare un’iniziativa che pare campata in aria. Invece sfrutta un fenomeno, in auge da decenni: con effetti nei comportamenti quotidiani, ma anche sul piano del pensiero e, non da ultimo, in politica. È il giovanilismo, termine inventato dal linguista Tullio De Mauro nel 1971, per definire «la tendenza di chi, pur non essendo più giovane, gioca a sembrare tale». Anche Jacqueline Fehr, a 53 anni, cede alla tentazione, ottenendo, del resto, il consenso di altri convinti giovanilisti. Fra cui l’economista Thomas Handschin che, a 67 anni, si batte per il voto sin dalla nascita: «One man, one vote significa proprio questo. Anche i

bimbi sono persone» ha dichiarato, sul «Sonntagsblick». A sua volta, la consigliera nazionale socialista Chantal Galladé, esalta la precoce lucidità della figlia undicenne: «Le ho dato carta bianca in occasione della votazione sul salario di cittadinanza, dato che io avevo dubbi». Mentre, un’associazione di stampo liberale, Avenir Suisse, si schiera a favore del voto ai sedicenni: «Per contrastare l’invecchiamento della realtà politica elvetica». Che è un dato di fatto, e conferma una contraddizione evidente quanto insanabile. La stessa società che sfoggia la longevità, alla stregua di una conquista scientifica, ne deplora il peso finanziario e, addirittura, quello umano. Il vecchio, chiamato più garbatamente anziano o della terza e quarta età, ingombra, sembra rubare spazio, lavorativo e culturale, che spetta ad altri. È finita fra i ferri da rottamare, quella saggezza dei nonni, un tempo ammirata e consultata. Forse era soltanto retorica. Oggi, nella graduatoria Fehr, meriterebbe la nota 0.

A due passi di Oliver Scharpf Il minigolf di Ascona La miniaturizzazione è un po’ una delle grandi manie svizzere. Dalla Svizzera stessa messa in scena a Melide con la Swissminiatur al meccanismo dietro le quinte degli orologi, passando per la storia dei panorama, music-box, coltellini multiuso tascabili, e il minigolf. Se è in America alla fine degli anni Venti che prende piede la moda del golf in miniatura, il brevetto del minigolf moderno è opera dell’architetto paesaggista ginevrino Paul Bongni nel 1951. E il primo campo da gioco regolamentare al mondo, disegnato dallo stesso Bongni, vede la luce il diciannove marzo 1954 ad Ascona. Dove mi sto dirigendo sotto un acquazzone. Ancora oggi la maggior parte dei minigolf, ma soprattutto quelli dove si svolgono le gare ufficiali, sono costruiti secondo il sistema Bongni: diciotto piste in beton lunghe dodici metri. Ogni pista è diversa e gli ostacoli sono concepiti per permettere di andare in buca con un colpo solo. Impensabile nella giungla americana dei minigolf

fantasia costellati, ad esempio, di nanetti Disney da giardino. Una standardizzazione che ha il pregio dunque di premiare la bravura. D’altra parte, come diceva Valeri Lobanovski, indimenticato allenatore della Dinamo Kiev soprannominato il Colonnello: «l’improvvisazione è la sublimazione dell’organizzazione». Al minigolf di Ascona (199 m) si può entrare sia da via Circonvallazione sia da via Rotundo, al numero otto. Lì una generosa ortensia blu, a metà pomeriggio agli inizi di luglio, tiene compagnia all’insegna. La prima impressione è quella di essere in un parco: tre grandi roveri, yucca gloriosa in fiore, palme giapponesi dappertutto. La superficie delle piste, rosse come la terra dei campi di tennis, è lucida di pioggia. Un gruppo di bambini ha appena finito di giocare ed è in posa per una foto ricordo. Il signor Graf li porta però in un posto più scenografico rispetto a quello scelto dagli accompagnatori, davanti al rovere più grande che dimostra ben più dei suoi

Mode e modi di Luciana Caglio Il valore del voto: questione di età Lo sostiene, inaspettatamente, Jacqueline Fehr, cioè una donna, una politica in carica, è ministra della giustizia nel canton Zurigo, per giunta una socialista. A Facebook ha affidato, la scorsa settimana, un messaggio, il men che si dica incauto, dove proponeva un rimedio per riparare al guaio del Brexit, provocato dai votanti anziani: quindi da punire. Ma come? Alleggerendo il peso delle loro scelte politiche, secondo una scala di valori, di segno contrario rispetto all’età. Detto fatto. Basterebbe, si fa per dire, lanciare un’iniziativa ad hoc: per un diritto di voto di «peso diverso». Nell’originale tedesco, figura il termine gewichtet, difficile da tradurre alla lettera. Ma chiaro nelle applicazioni pratiche del progetto. Che introduce la valutazione differenziata della scheda di voto: 2 punti per quella dei cittadini fra i 18 e i 40, 1,5 per la fascia 40-65 e, infine, 1 per gli over 65. Tutto ciò, con l’intento di correggere una tendenza dalle conseguenze rovinose, e non soltanto oltre Manica, dopo il leave gerontocratico. Anche in Svizzera, cresce il potere

dei vecchi che ostacola l’affermazione dei giovani, e addirittura ne pregiudica l’avvenire: è la visione esacerbata dei nostri rapporti intergenerazionali, da parte di una politica, forse di malumore. Perché, come ha osservato qualche commentatore, la signora Fehr stenta ad accettare un verdetto sgradito. Quel no

Jacqueline Fehr. (Theodor Stadler)


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Ambiente e Benessere pagina 12

L’achillea, il pizzo in giardino Un’erbacea che spunta tra l’erba con capocchie piatte, formate da molti fiorellini piccoli

Airbnb tra gioie e pericoli Il troppo successo mette in crisi il noto portale finito sotto accusa: quali, i suoi limiti?

Il boat-sharing in Ticino Grazie a Sailbox sul Lago Maggiore si può navigare anche senza barca e patente

Notizie scientifiche Medicina e dintorni

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Marialuigia Bagni

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Placebo: suggestione o salvezza?

Prevenire l’Alzheimer È stato studiato a Losanna un impianto per prevenire l’Alzheimer. In un futuro prossimo le persone a rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer potranno portare, a scopo preventivo, un impianto sottocutaneo. I risultati degli esperimenti presentati dal Politecnico federale di Losanna sono incoraggianti. L’impianto si compone di cellule geneticamente modificate per produrre anticorpi, racchiuse in una capsula. Iniettate sotto pelle, liberano anticorpi nel sangue per parecchi mesi e agiscono sulla proteina cerebrale anomala, l’amiloide beta, che, nei malati, si aggrega in placche provocando la degenerazione dei neuroni. Ne parla la rivista «Science et Avenir».

Medicina La causa di una malattia non è

influenzabile, ma possiamo condizionare la gestione dei sintomi e del dolore

Maria Grazia Buletti La somministrazione di un placebo può diventare un sostituto del farmaco o i suoi effetti sono solo frutto della nostra mente? La traduzione letterale «piacerò» risale al 1811 ad opera dell’Hoopers Medical Dictionary che, all’epoca, definì il placebo come: «Medicamento dato più per compiacere il paziente che per fornirgli beneficio». Ed è innegabile che già Ippocrate (460-338 a. C.), il padre della medicina, sia stato probabilmente il primo a osservare come anche soltanto l’attenzione di un medico potesse dare al malato la sensazione di stare meglio e avere, come si direbbe oggi, un effetto Placebo. Salvezza o suggestione? Né l’una né l’altra: oggi si è dimostrato che l’effetto placebo non si limita a un pensiero, per positivo che esso possa essere, né a una convinzione (o peggio, a una suggestione) che permette di guarire da una malattia. «La scoperta dell’effetto Placebo non è nuova e già Avicenna, uno dei medici più noti del Medioevo, ne parlava come di un “effetto accidentale”», afferma il professor Alain Kaelin, direttore di neuroscienze del Neurocentro della Svizzera italiana all’Ospedale Regionale di Lugano. Egli ci permette di comprendere come i risultati degli ultimi studi sull’effetto Placebo ne abbiano sconfessato gli aspetti puramente psicologici. Scoperte presentate qualche mese fa dalla stessa professoressa Irene Tracey (che li ha condotti con il suo team dell’Università di Oxford), ospite al Neurocentro della Svizzera italiana a Lugano per la Lecture of the year. Il professor Kaelin ce li riassume con un esempio molto esaustivo. Iniziamo con la definizione dell’effetto placebo: «Possiamo affermare che si tratta di una sostanza, o qualcos’altro come un’affermazione da parte dei curanti, che può agire anche se non c’è una cosiddetta sostanza attiva farmacologica: solo il fatto di ricevere il trattamento può già produrre un effetto nel paziente». L’équipe di Irene Tracey, molto attiva nello studio del placebo, ne ha dimostrato il ruolo saliente nella gestione del dolore, come ci esemplifica il professor Kaelin: «Se somministriamo

al paziente un antidolorifico potente, senza preavvisarlo, l’effetto sarà più debole rispetto a quando anticipiamo che stiamo somministrandogli quel medicinale ed evidenziamo il potere lenitivo di questa sostanza (da 10 per cento di sollievo fino al 30 per cento se avvisiamo il paziente della somministrazione). Analogamente, se continuiamo a somministrare il farmaco dicendo però al paziente che abbiamo smesso di farlo, la percezione del dolore ritorna più o meno al livello iniziale, malgrado il farmaco non sia stato davvero sospeso». Queste ricerche, documentate dalla dottoressa Tracy attraverso la Risonanza magnetica che misurava il cervello mentre provava dolore, permettono di comprendere innanzitutto la relazione concreta che c’è fra il funzionamento di base del nostro cervello, il quale è in un certo senso in grado di influenzare la percezione del dolore: «La vera rivoluzione di queste ricerche sta nel fatto che si è dimostrato come l’effetto placebo non sia solamente psicologico, ma è strettamente legato alla percezione del dolore che il cervello decide di lasciar passare: pensando di ricevere una sostanza attiva, il cervello riesce a inibire il dolore già a livello del midollo spinale, come se dicesse: «Quest’informazione non la voglio, e chiudo la porta di casa». Si è dunque dimostrato che il nostro cervello è in grado di regolare e influire, molto di più di quanto non si pensasse, le informazioni che esso blocca o lascia passare a livello spinale o del tronco cerebrale». La componente psicologica, quindi, è innegabile, ma il suo ruolo è quello di potenziare l’effetto terapeutico del farmaco: «Negli esempi si capisce che l’effetto placebo, ottenuto spiegando al paziente che si sta somministrando un farmaco, ne aumenta l’effetto farmacologico e sappiamo che, secondo la patologia, l’effetto può essere più o meno elevato laddove sono presenti aspetti psicosomatici come ansia e quant’altro». L’effetto placebo fa dunque sì che la sostanza attiva agisca ancora meglio: «Non dobbiamo perciò viverlo come qualcosa che disturba e non permette di trovare la verità biologica». Il professore puntualizza che resta ardito parlare di una sorta di auto-

Ultimi studi sui sogni Jacques Montangero dell’Università di Ginevra e Corrado Cavaliero di Trieste hanno pubblicato un articolo sul «Journal of Dream Research» sulla struttura narrativa dei sogni. Secondo gli studiosi il sognare avrebbe, tra l’altro, la funzione di consolidare le nuove esperienze e integrarle con le conoscenze che già si hanno. Si metterebbero così in correlazione parti del cervello che invece, durante la veglia, tendono a restare separate.

Pelli artificiali per la robotica Da Losanna pelli artificiali per la robotica. Ancora un nuovo prodotto dal Politenico di Losanna. Si tratta di circuiti morbidi come il caucciù che si possono torcere o tirare fino a quattro volte la loro lunghezza. Non si rompono e sono conduttori di elettricità. Il segreto è in un film metallico, fatto d’oro e di gallio, che resta parzialmente liquido a temperatura ambiente. Questi circuiti flessibili saranno utilizzati per sostituire supporti elettronici rigidi, per equipaggiare indumenti che lascino liberi i movimenti e per pelli artificiali per la robotica. Rimedi naturali per il cuore Consumare da una a tre tazze al giorno di tè verde o nero riduce il rischio di accidenti cardio-vascolari, provocando una diminuzione dell’accumulo dei depositi di calcio nelle arterie e così riducendo del 35 per cento in media il rischio di infarto. Ne parlano ricercatori statunitensi del John Hopkins Hospital di Baltimora.

Alain Kaelin, direttore di neuroscienze del Neurocentro della Svizzera italiana all’Ospedale di Lugano. (Vincenzo Cammarata)

guarigione, però oggi si sa che l’effetto placebo è una prova sicura dell’autoregolazione che il cervello è in grado di mettere in atto e delle sue forze positive intrinseche che può attivare. Certo, indipendentemente dall’effetto placebo, l’atteggiamento del paziente e il sostegno del medico possono ridurre e migliorare sensibilmente i tempi di una convalescenza o il modo di affrontare un percorso terapeutico e lo stesso professor Kaelin ci spiega che già Ippocrate ne era cosciente, ricordandoci che «la medicina non è una scienza, ma è un’arte, a causa dei suoi aspetti non misurabili e di questo il buon medico (e i buoni curanti) ne deve

assolutamente tenere conto nell’approccio con il paziente stesso». Inoltre aggiunge che «anche la tecnologia può essere un’arma a doppio taglio se non utilizzata adeguatamente e soprattutto se usata senza l’aspetto relazionale umano medico-paziente: si è creduto che le macchine potessero sostituire il medico, ma oggi siamo stati sconfessati, in quanto più alta è la tecnologia a nostra disposizione, e maggiore è l’importanza del ruolo del medico che deve interpretare l’indagine diagnostica e, soprattutto, saper rassicurare il paziente accompagnandolo in un percorso terapeutico nel quale l’aspetto umano rimane fondamentale per il risultato».

La malattia non si sceglie, e se è vero che le convinzioni positive o negative (effetto nocebo) possono incidere sulla salute («ma in fondo, su ogni aspetto della vita») predisponendoci alla malattia, non dimentichiamo che «l’effetto placebo non basta ad attivare una guarigione: se piove, piove, il placebo potrà al massimo fare da ombrello, ma non farà smettere di piovere». Comunque, con le ultime scoperte sul tema, si è capito che il dolore può essere influenzato positivamente attraverso i circuiti cerebrali e le loro risposte: «Non possiamo guarire un nervo leso, ma possiamo influenzare la percezione del dolore e questo è già un grande passo».

Chi più sorride vive cent’anni Il risultato di ricerche condotte negli Stati Uniti, alla Wayne State University del Michigan ha dimostrato che di fatto chi più sorride più a lungo vive. L’ossitocina è un ormone prodotto dall’ipofisi nel cervello e viene rilasciata quando sorridiamo. Il ruolo fin qui conosciuto era quello di facilitare il legame madrefiglio. Ora si sa che l’ossitocina contribuisce pure a modulare lo stress prolungato, disinnescandone gli ormoni e allungando così la vita. Un vaccino per il mal di testa All’Ospedale San Raffaele di Roma stanno sperimentando il primo vaccino contro il mal di testa che permetterà di fare a meno degli analgesici. Iniettato una volta al mese, per alcuni mesi di fila, va a neutralizzare la molecola Cgrp. Per il momento viene utilizzato nell’emicrania cronica ma, alla fine dell’anno, verrà sperimentato anche per le emicranie episodiche. Medicina e giovinezza Nessun farmaco dona la giovinezza.

Gli studi fervono, come riferisce la monografia sulla rivista «Nature»: il cervello è come il fisico, non esiste una «crema» speciale o un beverone per ringiovanirlo. Che fare? «No» al fumo e all’alcool; fanno bene l’esercizio fisico, il riposo adeguato e una dieta ricca di acidi grassi omega 3 nonché antiossidanti da frutta e verdura. Farmaci e stomaco Con il mal di stomaco bisogna fare attenzione alle medicine. Il Centro per le malattie neurovegetative di Bonn ha condotto uno studio sul prolungamento delle cure prescritte nei casi di bruciori di stomaco e di reflusso gastrico. Secondo gli studiosi tedeschi, esse potrebbero essere causa di demenza. Ancora da dimostrare il rapporto diretto causa-effetto. Un «pacemaker» anti-traumi L’apparecchiatura stimola, dall’esterno, i nervi della fronte per curare i disturbi da stress post traumatico. Studiata all’Istituto per le Neuroscienze dell’Università statunitense di Los Angeles, viene utilizzata anche nei casi di disturbi del sonno e di incubi a seguito di un evento traumatico.

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Fa bene leccarsi le ferite? Sì, leccarsi le ferite fa bene perché il muco contenuto nella saliva è in grado di stimolare i globuli bianchi a costruire una valida difesa contro i batteri invasori, accelerando così la guarigione delle ferite cutanee. Lo conferma una recente ricerca svedese dell’Università di Lung. I danni dei risvegli precoci Le manifestazioni cliniche dell’insonnia e dei risvegli precoci, nelle persone avanti con gli anni, danneggiano le attività quotidiane: ne parla una ricerca pubblicata su «Sleep Medicine». Questa ricerca è stata condotta su 900 persone con oltre 72 anni. Le funzioni più danneggiate non sono la memoria o l’attenzione, ma le attività quotidiane di controllo, come rivedere un conto o rileggere una lettera o pianificare la propria giornata. Inquinamento e fertilità L’inquinamento stradale danneggia la fertilità. Si sapeva che l’esposizione prolungata all’inquinamento sulle strade danneggia lo sperma. Ora è stato associato ai disturbi della fertilità femminile. Lo dimostra uno studio pubblicato su «Human Reproduction»: nelle coppie che vivono in prossimità di strade a grande traffico il rischio di infertilità femminile aumenta dal dieci al venti per cento.

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Il monarca delle alpi Creatura alata che popola l’alta montagna: dall’Himalaya ai Pirenei


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶11 luglio 2016¶N. 28

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Ambiente e Benessere

Il monarca alato delle Alpi Biodiversità Il Parnassio apollo, una vistosa e bella farfalla che vive su sporadici fiori nelle praterie d’altitudine

Alessandro Focarile Le Alpi e le Prealpi svizzere ospitano 616 specie di piante con fiori (secondo autori vari, 2015). Dal Monte Generoso (1701 metri) al Dom del Mischabel (4545 metri) nelle Alpi vallesane, dove è stata ritrovata la Saxifraga oppositifolia (fonte: Istituto di Botanica dell’Università di Basilea, 2015). Dalle praterie alpine a quelle alto-alpine, ricche di specie e di colori, a dipendenza della quota, dell’esposizione e della natura del suolo minerale.

Il genere Parnassius comprende per ora 23 specie, suddivise in ben 273 razze geografiche In questi luoghi, un mondo vegetale si apre alla nostra ammirazione, talvolta con aspetti effimeri che dureranno soltanto qualche settimana dopo lo scioglimento della neve, come le soldanelle e i crochi. Salendo in quota, questa flora diviene sempre più discontinua. Nelle aree siccitose dominano alcune piante caratteristiche per avere le loro foglie trasformate in piccoli «otri»: sono le borracine e i semprevivi, dette «piante grasse o succulente», tali perché trattengono l’acqua dove è molto intensa la traspirazione. Semprevivi e borracine nutrono i bruchi del monarca alato sulle Alpi: il Parnassius apollo. Fu descritto dal sommo Linneo nel 1758, in un’epoca imbevuta di cultura classica, quando i primi descrittori facevano ampio ricorso a personaggi della mitologia greca per battezzare le nuove specie vegetali e animali che erano incessantemente scoperte: ulysses, jovis, telemacus, e apollo. Malgrado venti e tempeste, i Parnassius sono creature alate che popolano l’alta montagna: dall’Himalaya ai Pirenei. Ma incuranti delle rigide e severe situazioni

Un aspetto particolare della prateria alpina a 2300 metri è la ricca vegetazione erbacea comprendente anche le borracine e i semprevivi, nutrici dei bruchi di Parnassius. Regione del Passo del Gran San Bernardo. (Alessandro Focarile)

climatiche, sono riuscite a popolare anche l’isola Spitzbergen, ben oltre il Circolo polare artico, dopo l’ultima ritirata della calotta glaciale, appena alcune migliaia di anni or sono. E rivelando una grande capacità irradiativa originata da vecchia data, e documentata dal popolamento di tutti i sistemi montuosi euro-asiatici e nord-americani con clima temperato-boreale. Il Parnassius apollo è un tipico abitatore delle praterie d’altitudine con aspetti di steppa (steppa alpina), da noi fino a 2550 metri (Gonseth 1987). Ma nella regione himalayana (Mani, 1968) è diffuso da 3000 a 6000

Una delle macchie a forma di occhio che ornano le ali per allontanare gli eventuali uccelli predatori (8 millimetri). (Alessandro Focarile)

metri di altitudine. Il genere Parnassius comprende attualmente 23 specie, suddivise in ben 273 razze geografiche, risultato di un’ancestrale e grande frammentazione (originatasi da una specie primitiva) attestata in quella vasta regione montuosa detta «il tetto del Mondo»: l’Himalaya, il Tibet e il Pamir. Talvolta, si tratta di popolazioni isolate della nostra farfalla, e che ricalcano la storia evolutiva di piante e animali in quell’imponente e grandioso sistema montuoso che costituisce l’ossatura dell’intero continente euroasiatico, dall’Oceano Pacifico all’Atlantico. Da queste vastissime regioni a livello continentale, un grande numero di piante e animali ha popolato l’Europa in tempi relativamente brevi, come le capre, le pecore e i cavalli, i rododendri, la stella alpina e i nostri parnassi. I Parnassius sono modesti volatori: in alta quota è saggio non sprecare energie, in quanto il volo costituisce un notevole dispendio energetico. Le loro ali sono semi-trasparenti, modestamente ricoperte di scagliette, un fenomeno piuttosto raro tra le farfalle. Per le loro dimensioni, i Parnassius apollo (apertura alare fino a sette centimetri), sono tra le più grandi farfalle europee, dopo la famosa Saturnia pyri che detiene il primato: arriva fino a sedici centimetri! Numerosi insetti, specialmente le farfalle diurne e notturne, praticano una tattica di intimidazione con lo scopo di difendersi dagli uccelli in-

Il Parnassio apollo in cerca di nettare. ( Alessandro Focarile)

settivori e dalle lucertole. Anche le ali del parnassio sono ornate con numerosi falsi occhi (foto – v. «Azione» del 10.09.2012), colorati di nero e di rosso, esaltati dal bianco al centro. L’abbinamento di questi colori è dominante in molti insetti. La ben nota coccinella con sette punti neri su una dominante rossa, è l’esempio più efficace di questo sistema protettivo contro i predatori. Questo schema di colorazione ha un significato ben preciso: «Attenzione! Sono velenoso, oppure sgradevole da mangiare». È tuttora ignoto il meccanismo che origina la formazione e la disposizione di questi colori dissuasivi. Un meccanismo che si replica anche nell’ambito di insetti molto lontani per la loro posizione nel sistema di classificazione, nonché per la loro biologia ed ecologia: cimici delle piante,

molte specie di coccinelle, coleotteri che vivono sotto le cortecce degli alberi, oppure nei funghi. Il nero e il rosso sono dominanti sulle elitre, la parte più vistosa dell’insetto. L’alimentazione dei bruchi del nostro amico è strettamente monofaga, legata alla presenza di semprevivi e borracine (Sempervivum, Sedum) piante tipiche dei suoli aridi con carattere di steppe. Con le loro riserve d’acqua, esse concorrono ad alimentare le disponibilità del prezioso elemento a disposizione dei bruchi. Questi amano la compagnia, e si assembrano gregari sulle piante ospiti. Il loro corpo ha una colorazione nera e rossa: un segnale cromatico dissuasivo, come abbiamo detto. In alta montagna, le temperature esprimono brutali contrasti tra il caldo e il freddo: la stagione che consente la vita attiva è molto breve. Farfalle e bombi autoctoni devono affrettarsi per sviluppare e concludere il loro ciclo di vita, oppure, prolungandone la durata fino a 2-3 anni, con frequenti interruzioni dettate dall’inclemenza del clima. Nell’ambito di molti insetti di sesso maschile vi è l’urgente necessità di cercare il massimo numero di femmine con le quali accoppiarsi, altri sono strettamente monogami. Il fine ultimo è di generare il massimo di occasioni per creare nuove generazioni e assicurare la continuità della vita. Questo entra spesso in conflitto con la necessità primaria delle femmine di accoppiarsi selettivamente, il tutto dando origine a una complessa strategia di rituali. Il nostro Parnassio apollo ha sviluppato nel corso della sua lunga evoluzione un estremo, sofisticato e singolare meccanismo: la costruzione di una vera e propria «cintura di castità». Invece di compiere l’atto il più velocemente possibile per poter ricercare un’altra femmina, resta accoppiato durante molte ore. Mentre il maschio trasmette lo sperma, produce anche una specie di gel, che costituisce un’efficace barriera, la quale impedisce l’atto sessuale a eventuali altri maschi. E poiché la vita del nostro amico dura soltanto qualche settimana, è evidente che l’accoppiamento è reso possibile soltanto a qualche maschio. Bibliografia

Yves Gonseth, Atlas de distribution des Papillons diurnes de Suisse, Centre Suisse de Cartographie de la faune (Neuchâtel), 1987, 242 pp. Lionel G. Higgins & Norman D. Riley, Guide des papillons d’Europe, Delachaux et Niestlé (Neuchâtel), 1971, 415 pp. Richards Jones, Extreme Insects, HarperCollins Publishers (London), 2011, 288 pp. M.S. Mani, Ecology and Biogeography of High Altitude Insects, Dr. W. Junk Publishers (The Hague), 1968, 527 pp. Annuncio pubblicitario

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più accesi, i fiorellini di achillea profumano di canfora

È un’erbacea perenne dal profumo particolare, quello del fieno al sole, dei prati in alta montagna e della natura al suo stato libero. Parliamo dell’achillea, che spunta tra l’erba con capocchie piatte, formate da molti fiorellini piccoli, compatti, accompagnati da foglie frastagliate che sembrano pizzi traforati come quelli delle nonne.

Estremamente facile da coltivare si adatta a qualsiasi tipo di terreno, ma sopporta male il caldo eccessivo Il suo nome deriva dalla leggenda narrata da Plinio dove Achille, istruito da Chirone, utilizzò questa bella erbacea perenne per cicatrizzare le ferite dei compagni di guerra. Questa caratteristica è tutt’ora conosciuta e apprezzata, infatti esistono molteplici creme all’achillea con proprietà cicatrizzanti, antinfiammatorie, astringenti. In cucina invece trova impiego nella preparazione di liquori e in passato, in Svezia, veniva utilizzata come ingrediente per preparare la birra. In genere i colori sono delicati: bianco puro, giallo crema, rosa confetto. Alte in media quaranta centimetri, hanno un fusto erbaceo che porta foglie alterne, dall’aroma di canfora. Tuttavia, dalle specie selvatiche sono state create numerose piante, ibridi o varietà, con colori più intensi, corolle grandi e altezze diverse che vanno dai dieci centimetri per i giardini rocciosi a quasi un metro nelle varietà alte. Tra le specie entrate in coltivazione la più diffusa è senz’altro Achillea millefolium, con le sue varietà, più di duecento, alte dai cinquanta agli ottanta centimetri e con colori sgargianti: ne sono un esempio «Paprika» rosso intenso, «Cerise Queen» rosa lilla e «Summerwine» rosa ciclamino. Bellissima anche A. millefolium «Terracotta»

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a taglia alta (arriva a ottanta centimetri), molto fiorifera con toni tra il rosa, l’arancio e il rosso mattone. Altra specie interessante è Achillea filipendulina, con capocchie gialle, di cui la varietà «Coronation Gold» ha fiori grandi, color oro e duraturi, in grado di colorare angoli di giardino per lunghe settimane. Dalle infiorescenze semisferiche e non piatte come nelle altre Achillea, A. nobilis ha foglie grigio-verde, soffici e vaporose. Di fatto, girovagando per mercatini o visitando vivai si trovano in vendita molte specie o varietà di Achillea a prezzi bassi, tanto da invogliare ad acquistare più esemplari da distribuire nelle aiuole al sole o all’interno di vasi di terracotta disposti a gruppo e di varie altezze: l’effetto decorativo è assicurato. Della famiglia delle Asteraceae, non amano climi con temperature troppo elevate, riuscendo invece a sopportare bene il freddo invernale. In pieno sole tendono ad allargarsi anno dopo anno grazie alla radice rizomatosa, assumendo un aspetto cespitoso, ricco di capolini molto duraturi, anche una volta recisi e messi in un vaso con acqua. Estremamente facile da coltivare, si adatta a qualsiasi tipo di terreno, non eccessivamente concimato per evitare piante alte e deboli: meglio intervenire solo ad anni alterni con del letame ben maturo alla fine dell’inverno, quando rispuntano i primi steli dal terreno nudo. Durante il corso dell’anno non temono i periodi di siccità, amano posizioni in pieno sole e per stimolare la comparsa di nuovi boccioli fiorali si possono recidere a fine luglio i capolini della prima fioritura, in maniera tale da spingere la pianta a produrne altri in agosto e settembre. Se nel vostro giardino le lumache sono particolarmente voraci, vi consiglio di distribuire del lumachicida per non ritrovarvi piante completamente spoglie dalla sera al mattino successivo, specie se abbinate ad altre piante attrattive per i piccoli gasteropodi: hosta, lupini e delphinum.

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Ambiente e Benessere

Il turismo al tempo di Airbnb Viaggiatori d’Occidente L’esperienza della nuova ospitalità condivisa

Mete e partenze in treno Bussole Inviti a

letture per viaggiare

Claudio Visentin Sono passati solo pochi anni da quando due giovani designer squattrinati decisero di arrotondare le entrate ospitando viaggiatori nel salotto di casa. Oggi quella stanza con divano extra large è riprodotta nella gigantesca sede di Airbnb a San Francisco, California. Nel frattempo Airbnb (www.airbnb.com) è diventata la piattaforma on line più popolare per chi offre o cerca un alloggio temporaneo. Il giro d’affari è triplicato dal 2013 al 2015 e il valore di mercato è stimato intorno ai trenta miliardi di dollari: per fare un paragone, molto più di una grande catena alberghiera come Marriot, che pure conta oltre quattromila hotel. Lo sviluppo è stato rapidissimo, anche soltanto da quando ne abbiamo parlato la prima volta, un anno e mezzo fa («Azione» n. 4 del 19 gennaio 2015). Il segreto del successo di Airbnb sono le procedure semplici ma efficaci di prenotazione e pagamento per chi ha una camera da affittare, mentre il pubblico ha apprezzato la possibilità di mescolarsi ai locali al di fuori dei consueti circuiti turistici. Molto efficace anche la campagna di comunicazione, costruita sulla scoperta e la condivisione. Airbnb propone, infatti, le più diverse possibilità di alloggio: stanze, ma anche ville, castelli, barche, case sugli alberi, igloo… Altri stanno al gioco: di recente l’Art Institute di Chicago, in occasione di una mostra, ha offerto ai visitatori la possibilità di abitare in una perfetta replica della famosa stanza da letto dipinta da Van Gogh, a soli dieci dollari per notte. Con il successo sono inevitabilmente arrivati anche i problemi. Per esempio, dopo alcuni incidenti: Airbnb è stata accusata di fare troppo poco per garantire la sicurezza dei suoi clienti: chi controlla che l’impianto elettrico sia a norma o che non ci sia il rischio di fughe di gas? Anche l’accesso per i disabili non è sempre garantito. Naturalmente questi rilievi provengono soprattutto dagli albergatori che, nella loro attività quotidiana, devono sottostare a dettagliati regolamenti con conseguenti spese. Gli utenti di colore lamentano invece casi di razzismo, dato che i proprietari possono scegliere se accettare o meno un ospite dopo aver visto la sua foto. È stato dimostrato: se si prenota con il profilo di un bianco è più facile venire accolti, quasi fosse ancora il tempo del Libro verde che negli anni Cinquanta suggeriva ai neri dove dormire (anche di questo abbiamo parlato su «Azione» n. 32 del 3 agosto 2015). Recentemente alcune città, prime tra tutte New York e San Francisco, han-

«Ci sono treni che mettono in contatto città contrapposte da tutto ma che non possono fare a meno l’una dell’altra. La meta e la partenza, nel caso di questi convogli così speciali, sono l’una lo specchio dell’altra. L’una il completamento dell’altra. Sentono entrambe una specie di spinta e repulsione, di invincibile attrazione verso quel che è diverso da sé…»»

Così su Airbnb è presentata la stanza «Van Gogh Bedroom» che viene proposta a dieci dollari. (Vaasrata)

no avviato cause legali perché Airbnb resti nelle competenze della sua attività, ovvero si limiti ad affittare per brevi periodi una stanza nella casa abitata dai suoi proprietari. Infine, in diverse destinazioni di successo, a cominciare da Parigi, si notano distorsioni nel mercato immobiliare: da quando affittare ai turisti è diventato facile, grazie ad Airbnb, i prezzi delle case salgono al di là delle possibilità dei residenti, perché molti si inventano una nuova professione in questo settore. Tutte queste difficoltà sembrano porre Airbnb davanti a un punto di svolta: da un lato vorrebbe restare una semplice piattaforma di intermediazione, libera da vincoli e controlli, ma inevitabilmente è sempre più spesso chiamata in causa per le conseguenze della propria attività. Per capire meglio questo momento di passaggio ho voluto fare una prova sul campo, inevitabilmente limitata. Nel corso di un recente viaggio in Scozia, Orcadi e Shetland ho soggiornato solo in strutture Airbnb. Ecco cosa ho scoperto. Poco dopo l’arrivo Andrea e Alberto mi danno il benvenuto nella loro casa nel centro di Edimburgo. È grande, comoda e ben tenuta. Ma diver-

se stanze sono in affitto, così che sembra di essere in una piccola pensione piuttosto che in una casa privata. A Perth, Penny e il suo cane Molly mi accolgono in un’incantevole casa di campagna; potrebbe finire dritta sulle pagine di una rivista. Certo trovarla è un’impresa, dopo aver vagato a lungo nella campagna scozzese, ma poi il soggiorno è rilassante e confortevole in una camera da fiaba. Fin qui tutto bene. Comincia il viaggio verso nord e nelle Highlands, dopo Inverness, sosto in un piccolo cottage di campagna. La padrona però è a sua volta in viaggio e bisogna dunque cavarsela da soli con le istruzioni: trovare le chiavi (nascoste in un contenitore con combinazione), preparare il letto, capire come funziona la casa. Un po’ troppo per uno straniero, anche se altri utilizzatori, a giudicare dalle loro recensioni, non si sono fatti tanti problemi come me. Per fortuna la mattina dopo riparto presto verso il traghetto. Giunto nelle Orcadi, a poca distanza dalla capitale dell’arcipelago Kirkwall, Teresa mi propone un’intera casa, perfettamente arredata, ma dove evidentemente non abita nessuno. Si sta molto più comodi che in una stanza

d’albergo ma è il tipo di proposte che sta dando i maggiori problemi ad Airbnb, dal momento che in molte città questa pratica è illegale. Il viaggio finisce a Burrafirth, nell’estremo nord delle Shetland. Il mio ultimo padrone di casa, Tony, è uno scultore e abita in una dimora storica costruita per le famiglie dei guardiani del vicino faro. Mi cede il suo studio e dormo (benissimo) in mezzo alle opere d’arte. Tony condivide con me le sue cene vegetariane e nelle conversazioni serali si rivela una perfetta guida del territorio circostante. Prima di ripartire, per sdebitarmi, lo aiuto a trasportare e immagazzinare dei blocchi di torba da bruciare nel prossimo inverno. Nell’insieme il bilancio della prova è positivo, a cominciare dal prezzo regolarmente inferiore (anche di molto) a quello degli alberghi. Certo occorre spirito di adattamento, per esempio quando si condivide il bagno con i padroni di casa (mi è capitato in due occasioni). Ma il futuro sembra promettente: Airbnb è figlia della nuova economia della condivisione e forse, come altri ambiti del mondo globale, deve soltanto fare attenzione a non snaturarsi per eccessivo desiderio di guadagno.

Tra tante inquietudini, sarà un’estate di viaggi rassicuranti, conosciuti, magari con una nuova capacità di leggere quel che è vicino ma non per questo banale. Il fascino dell’aereo, con la sua promessa di mondi lontani, si avverte appena. Il viaggio in treno torna invece di moda e inevitabilmente si porta dietro tutto il suo immaginario depositato nel tempo: stazioni, binari che corrono paralleli verso l’infinito, scompartimenti, incontri, parole… Dopo l’Interrail della giovinezza, Federico Pace non è più sceso dal treno e, anno dopo anno, ha disegnato una fitta ragnatela di viaggi sulla carta d’Europa. Strada facendo ha catalogato le diverse tratte per temi e affinità. E così alcuni treni uniscono città che hanno sotterranei, nascosti legami, dei quali non sempre sono consapevoli, come Atene e Salonicco. Altri si aggirano con un incessante movimento circolare attorno all’oggetto del loro desiderio, come la Circumvesuviana. Altri ancora scorrono lineari davanti a paesaggi liquidi che giungono sino al limite dell’orizzonte, come la Nizza-Marsiglia. I treni sottosopra legano invece città e campagna, pianura e montagna, terra e mare, cercando improbabili sintesi degli opposti. Infine altri treni sono vere macchine del tempo, in dialogo con il nostro passato, presente e futuro. In ogni pagina di questo libro è forte la suggestione delle Città invisibili di Calvino, il breviario del viaggiatore contemporaneo: perché ogni destinazione, prima di essere un luogo, è un sogno, un desiderio, un racconto. Bibliografia

Federico Pace, «La libertà viaggia in treno», Laterza, 2016, pp. 198, € 15.

Definizioni strampalate Giochi di parole Tra omonimi, giocando con i sensi deboli e i sensi forti Un modo creativo di ricorrere a questo meccanismo consiste nell’alterare la potenziale etimologia di una parola, definendola in maniera strampalata, ma divertente. Qui di seguito, riporto alcuni brillanti esempi, tratti da vari siti di umorismo testuale che si possono trovare su Internet. Allucinazione = violento colpo inferto col ditone del piede Equidistanti = cavalli in lontananza Fahrenheit = tirar tardi la notte Maschilista = elenco di persone di sesso maschile Partiti = movimenti politici che, nonostante il nome, sono ancora qui Preterintenzionale = un prete che lo fa apposta Radiare = colpire violentemente con una radio Ufficio = luogo dove si sbuffa Verdetto = cosmetico verde (a dif-

ferenza del rossetto che è rosso) Zona disco = parcheggio per gli Ufo. Per sfruttare il potenziale enigmistico contenuto in giochi di questo tipo, ho pensato di proporne alcuni, sotto forma di indovinelli. In pratica, per ognuna delle definizioni fornita qui di seguito, bisogna individuare la parola più appropriata (composta dalla quantità di lettere riportata tra parentesi). 1. Chiesa aromatica (8) 2. Molluschi responsabili della bassa marea (8) 3. Riunione di cardinali violenti e trogloditi (8) 4. Studioso delle mappe della Corea (10) 5. Cavallo che non lavora (9) 6. Monaco mesopotamico (7) 7. Macchina fabbricatrice di sogni terribili (11) 8. Posto tra due preti (12)

9. Poligoni con moltissime facce (9) 10. Animale che non dorme mai (9) 11. Marsupiale americano possibilista (7) 12. Gemma preziosa di piccole dimensioni (9) 13. Attrezzato per gli sport invernali (9) 14. Società per azioni eolica (8) 15. Parte della scarpina (8) 16. Malattia che colpisce chi guarda troppo la Tv (9) 17. Marmellata di tonno (10) 18. Donna vigile urbano (7)

Soluzione

Un’ampia categoria di giochi di parole si basa sui diversi significati che una parola o una frase può assumere, senza subire alterazioni di scrittura. Il nucleo fondamentale di questi meccanismi ludici è costituito dai cosiddetti omonimi, ovvero da quei termini che possiedono significati sensibilmente diversi tra loro, pur scrivendosi nello stesso identico modo (senza tenere conto delle relative accentazioni). Nella maggioranza dei casi, gli omonimi concordano sia per genere che per flessione grammaticale, come nei seguenti esempi: – rifilare = tagliare a filo (verbo all’infinito) / rifilare = affibbiare (verbo all’infinito); – pesca = frutto del pesco (sost. f. sing.)

/ pesca = attività del pescare (sost. f. sing.); – inesatto = erroneo (agg. m. sing.) / inesatto = non riscosso (agg. m. sing.); Questo tipo di corrispondenza, comunque, non costituisce una regola generale, come testimoniano i seguenti casi: – colle = collina (sost. m. sing.) / colle = sostanze adesive (sost. f. pl.); – frutta = insieme di frutti (sost. f. sing.) / frutta = produce (voce verb.); – ancora = strumento per ormeggiare (sost. sing.) / ancora = anche ora (avv.). Se una frase contiene uno o più termini omonimi, la sua interpretazione può presentare delle ambiguità più o meno accentuate. Accanto a un significato di spontanea attribuzione (senso forte), infatti, ne può emergere almeno un altro, un po’ meno immediato, ma altrettanto plausibile (senso debole).

1. Basilica – 2. Calamari – 3. Conclave – 4. Coreografo – 5. Equinozio – 6. Eufrate – 7. Incubatrice – 8. Interpretato – 9. Latitanti – 10. Maialetto – 11. Opossum – 12. Rubinetto – 13. Scimunito – 14. Spavento – 15. Tacchino – 16. Telepatia – 17. Tonnellata – 18. Vigilia.

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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Piccata alle olive con salsa ai pomodori e alla rucola Piatto principale Ingredienti per 4 persone: 2 uova · 50 g di parmigiano grattugiato · 30 g di olive nere snocciolate · sale, pepe · 4 fettine di vitello di circa 70 g ciascuna · farina · 4 cucchiai di burro per arrostire · 1 scatola di pelati triturati da 400 g · 0,5 cipolla · 30 g di rucola · 0,5 cucchiaino di Tabasco.

Mescolate le uova con il parmigiano. Tagliate le olive ad anelli sottili, uniteli e insaporite con sale e pepe. Condite anche le fettine di carne con sale e pepe, passatele nella farina, scuotetele per eliminare la farina in eccesso e passatele nelle uova e formaggio. Rosolatele da entrambi i lati nel burro a fuoco basso. Nel frattempo, per la salsa, fate sgocciolare i pelati (utilizzate il succo per altre preparazioni). Tritate la cipolla. Tritate grossolanamente una buona metà della rucola e mescolatela con i pomodori e la cipolla. Insaporite con sale e Tabasco e servite la salsa con la piccata alle olive e la rucola restante.

Un esemplare gratuito si può richiedere a: telefono 0848 877 869* fax 062 724 35 71 www.saison.ch * tariffa normale

Preparazione: circa 20 minuti. Per persona: circa 23 g di proteine, 24 g di grassi, 6 g di carboidrati,

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Ambiente e Benessere

Un’applicazione per navigare Sport e turismo Sailbox approda in Ticino. Sul lago Maggiore sono ormeggiate due barche,

pronte per essere utilizzare in sharing

le proprie conoscenze affinché gli occupanti della barca possano prendere parte attivamente alla regata. A requisiti soddisfatti, dopo la prenotazione online, la barca è pronta in otto minuti ed è in grado di ospitare fino a sette persone. Sono i turisti, i principali utilizzatori di SailBox. In qualsiasi lago della Svizzera essi si rechino, possono accedere alla navigazione a mani libere, senza doversi portare appresso carovane di barche, carrelli e quant’altro. «Per questo motivo – specifica il presidente – abbiamo instaurato una collaborazione con l’Ufficio del Turismo Locarno-Ascona e Valli, che va a toccare periodicamente oltre 25mila indirizzi di potenziali utenti». Questi ultimi provengono anche dall’estero e non solo dalla Svizzera francese o tedesca. E a proposito di utenti, si sa, questi non piovono dal nulla. «Puntiamo in modo mirato sui giovani, in quanto non dispongono di risorse economiche sufficienti per avere delle imbarcazioni proprie, ma anche, e forse soprattutto, in quanto le nuove generazioni sono nate con il concetto di sharing». Il successo di Uber e Airbnb, capisaldi della Sharing economy, sembra dunque stia influenzando anche il mondo del tempo libero e dello sport, come, nel nostro caso, la vela. Il tutto nasce da un App che permette di accedere a mondi che fino a pochi anni (mesi) fa sarebbero rimasti di accesso esclusivo a un pubblico con una certa disponibilità finanziaria. «Il nostro sistema – conclude il presidente Bläsi – permetterà un ingresso privilegiato sui nostri laghi, ma anche l’apertura a uno sport finora ritenuto da molti esclusivo e di nicchia, creando un ulteriore indotto turistico». Non ci resta dunque che scaricare l’App per lanciarci nella navigazione. Con un click.

Davide Bogiani Con l’arrivo dell’estate, generalmente, si tende ad allentare i ritmi imposti dalla quotidianità. Timidamente riaffiora il bisogno di spensieratezza e di libertà, che fanno da contraltare agli obblighi quotidiani a cui siamo continuamente sottoposti. E basta uno sguardo sui nostri laghi per far rifiorire in pochi secondi il desiderio o il sogno di un’uscita in barca a vela, fosse solo per qualche ora. Un’ideale che, proporzionale allo slancio iniziale, con la stessa forza e velocità tende a smorzarsi nel momento in cui la mente comunica in modo arido e spinoso che non possiedi né una barca, né tantomeno sai veleggiare. A volte però, persistere nei sogni, paga. E questo in special modo quando è qualcun altro ad organizzarli per noi. Non hai una barca, non sai veleggiare ma vorresti che tutto questo in pochi secondi fosse possibile? La soluzione sta in una semplice App che prende il nome di sailbox. Si tratta di un’applicazione per smartphone che permette di noleggiare in venti luoghi della Svizzera, e su undici laghi, delle barche a vela, con o senza skipper a dipendenza delle capacità individuali di condurre una barca. Lo scorso mese di aprile è stata lanciata la prima offerta sailbox in Ticino, precisamente sulle rive del lago Maggiore, in cui sono ormeggiate due imbarcazioni mOcean. «Fai il velista, non l’armatore», «Veleggiare è meno caro che sciare». E ancora: «Fai il velista, non le pulizie». Questi alcuni motti che echeggiano nel sito www.sailbox.ch. In altre parole, questo sistema di sharing – concetto su cui si basa il successo della new economy, di cui sono figlie ad esempio i due grandi fenomeni quali Uber e Airbnb – sgrava completamente dalla ge-

La madrina Christa Rigozzi con il lancio della bottiglia battezza le due mOcean. (Marco Agorri)

stione della barca e rende questo sport facilmente accessibile in termini di tempo investito e di costi. «Il cliente che ci raggiunge – spiega il presidente dello Yacht Club Locarno Markus Bläsi – paga solo per la vela che fa realmente. Dopo aver scelto il lago, il giorno e l’orario di navigazione, in pochi minuti la barca è pronta per veleggiare. Se l’utente non è in possesso di una patente idonea, il sistema prevede la messa a disposizione di uno skipper». Facilitare l’accessibilità alla navigazione e far conoscere i laghi della Svizzera. Questi in sintesi gli obiettivi di sailbox, lanciato cinque anni fa a livello nazionale, in cooperazione con Swiss Sailing. «La scelta del tipo di

barca, le mOcean – continua il nostro interlocutore – risponde contemporaneamente a più richieste, ovvero che sia facile da usare, comoda da veleggiare, ideale per la vela del tempo libero, per le famiglie, per la scuola vela e per velisti regatanti». Insomma un’imbarcazione sicura, solida e adatta a un pubblico eterogeneo. Pubblico che è accorso lo scorso primo di maggio al Porto regionale di Locarno, dove in occasione della cerimonia di inaugurazione era presente anche la madrina Christa Rigozzi che, con il proverbiale lancio della bottiglia, ha dato il via alle danze sul lago delle due mOcean. Il presidente Markus Bläsi, in una

nota ai giornalisti, ha indicato i requisiti per prendere possesso delle mOcean: «È sufficiente avere una licenza nautica (categoria D) e frequentare un corso di certificazione di tre ore per essere socio sailbox, che dà accesso ai boatsharing su tutti i laghi svizzeri. Inoltre, per quanto riguarda le nostre due imbarcazioni sul lago Maggiore, occorre essere socio dello Yacht Club Locarno. A differenza del boat-sharing, che prevede esclusivamente l’utilizzo dell’imbarcazione, sailbox offre pure la messa a disposizione di istruttori qualificati (skipper) che possono accompagnare i clienti» aggiunge il presidente. Skipper che conduce la barca, ma anche skipper che mette a disposizione

Giochi Cruciverba Forse non tutti sanno che il naso e le orecchie ... Completa la frase leggendo a soluzione ultimata le lettere evidenziate. (Frase: 8, 2, 4, 2, 3, 5, 2, 4)

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Orizzontali 1. Prodotti per lustrare 4. Si può chiedere al venditore 9. Composizioni poetiche 10. Interrompe i programmi... 11. Le iniziali dell’attore Scamarcio 12. Discorso senza capo né coda 13. Si stacca dal tutolo 14. Così in latino 15. Un anagramma di arpe 16. Un indumento per sportivi 17. Nome femminile 19. Il monte della trasfigurazione di Gesù 20. Profeta biblico 21. Le iniziali dell’attrice Ranieri 22. Malvagia 23. Si dice congedando 24. Il «sì» di Provenza 25. La cantante Celine 26. Ampia, vasta Verticali 1. Un frutto 2. Antico nome di Tokyo 3. Fanno rima con ma 4. Fa il doppio gioco 5. Abbreviazione in trigonometria 6. Fanno coristi in crisi... 7. Di carne nelle polpette 8. Il nome dello scrittore Wilde 10. La moglie di Abramo 13. Scopo, obiettivo 14. Usa le bombole 15. Prima per il Carducci 16. È finita in fondo 18. Sogna di stare in un paese

meraviglioso 19. Pizzo 21. Stato dell’Asia 23. Vengono imboccate... 25. È detta senza età...

Sudoku Livello per geni Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contenga tutti in numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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Soluzione della settimana precedente

LO SAPEVATE CHE … – Pasteur ebbe una parziale …: PARALISI A QUARANTASEI ANNI.

A R A T I

C A S E S

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A R I A R E N A T S I R O A C I L M I E L F I N T I A L E E N E S N S E R P

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Politica e Economia Terrorismo targato Isis Di fronte alle sconfitte in Iraq e Siria il Califfato vuole tenere alto il livello di paura nel mondo

La City dopo Brexit Londra e le start-ups stanno cercando un modus operandi per uscire dall’anarchia postreferendaria pagina 21

Maduro «rimandato» L’avvicendamento del Venezuela alla guida del Mercosur forse riconfermato in agosto. È crisi nella diplomazia latinoamericana

Ombre sul Credit Suisse Le quotazioni del titolo scese per la prima volta sotto i 10 franchi. Il CEO Thiam in crisi di fiducia

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Mosca-Ankara, disgelo strategico Retroscena Il braccio di ferro iniziato

a colpi di sanzioni e dichiarazioni caustiche fra lo zar russo e il sultano turco all’indomani dell’abbattimento del jet russo nei cieli fra Turchia e Siria si sta avviando alla conclusione. Ma le incognite sono molte, anche in materia di terrorismo

Anna Zafesova Ai cancelli dell’ambasciata turca a Mosca c’è una pila di garofani appassiti, portati dai moscoviti come segno di cordoglio per le 45 vittime della strage all’aeroporto di Istanbul. Un segno dei tempi che cambiano: Ankara e Mosca hanno fatto pace, dopo l’abbattimento, il 24 novembre 2015, di un caccia russo impegnato nei raid in Siria. Secondo i turchi, il Sukhoi aveva sconfinato nel loro spazio aereo, secondo i russi non era mai uscito dal territorio siriano. Uno dei due piloti è stato mitragliato dai ribelli mentre scendeva con il paracadute. Vladimir Putin ha definito l’incidente «una coltellata nella schiena» e ha imposto pesanti sanzioni economiche ad Ankara. Ora però «si volta pagina», dice il presidente russo, dopo sette mesi ai ferri corti. Il 27 giugno Tayyip Recep Erdogan ha inviato al Cremlino una lettera di scuse, anche se resta aperto il dibattito se avesse «chiesto scusa», o soltanto espresso «dispiacere». La presidenza russa – il cui portavoce Dmitry Peskov è un esperto di Turchia – ha preferito leggerla come un’ammissione di colpevolezza, concentrandosi sulla frase «siamo pronti a tutto per alleviare il dolore» e sulla promessa di un processo al militante turco Alparslan Celik che si era vantato di aver ordinato l’uccisione del pilota. Due giorni dopo Erdogan e Putin hanno fatto una telefonata di 40 minuti, dandosi appuntamento per un vertice a margine del G20. Subito dopo Putin ha cancellato il divieto ai turisti russi, principali clienti dei resort turchi insieme ai tedeschi, di andare in Turchia. Venerdì 1. luglio i ministri degli Esteri dei due Paesi si sono incontrati a Sochi, per «riportare le relazioni ai livelli precedenti», ha detto il capo della diplomazia turca Mevlut Cavusoglu, che ha sottolineato come «ogni contrasto può venire discusso», e non ha reagito quando il suo collega russo

Serghey Lavrov ha affermato che «la Turchia ha accettato le nostre regole». Cavusoglu si è spinto fino a offrire agli aerei russi la base a Incirlik, già usata dalla coalizione a guida americana, salvo negare il giorno dopo, confermando comunque che «d’ora in poi collaboreremo con la Russia nella lotta allo Stato Islamico». Ovviamente, il peso delle sanzioni economiche – oltre al turismo, la Turchia è uno dei principali fornitori russi di frutta, verdura e beni di consumo, ha una quota cospicua del settore edile e dipende dal gas russo molto più dei Paesi europei – ha giocato un ruolo, ma a costringere Erdogan a venire a più miti consigli con Mosca è stata soprattutto la minaccia terroristica. Putin era arrivato ad accusare Erdogan di sostenere l’Isis, e in Siria erano schierati dai lati opposti: la Russia con Bashar Assad, la Turchia con i ribelli, inclusi gruppi islamisti come Jabhat al-Nusra. Ma a Sochi Lavrov ha annunciato che «siamo praticamente d’accordo» sulla lista dei gruppi ribelli etichettati come terroristici, e che i ribelli «patriottici» devono ritirarsi dalle zone controllate da al-Nusra e Isis, «altrimenti verranno considerati complici», e bombardati. Una svolta improvvisa che, in una guerra dove tutti combattono contro tutti, implica un allontanamento da alcuni alleati. Ma il caos siriano ha portato al rafforzamento dei curdi, che stanno combattendo l’Isis con l’aiuto degli Usa e della Russia (dove hanno una rappresentanza da febbraio) e, come ha detto un funzionario dell’AKP, il partito di Erdogan, alla Reuters, «Assad resta un assassino, ma non sostiene l’autonomia curda». Erdogan si è reso conto di dovere «ridimensionare i suoi obiettivi in Siria», dice al «Financial Times» Aaron Stein dell’Atlantic Council di Washington: «La priorità ora è indebolire i curdi e combattere l’Isis», che ormai ha scelto la Turchia come uno dei suoi bersagli principali, e la strage all’aeroporto di

Fra Erdogan e Putin una stretta di mano che rompe l’isolamento di Ankara. (AFP)

Istanbul ha accelerato una svolta già in corso. La ripresa dei lavori della cellula antiterrorismo congiunta è stata uno dei primi frutti del «disgelo». Due dei tre kamikaze di Istanbul erano caucasici di origine russa, e l’intelligence turca ritiene che l’autore del massacro sia Akhmed Chataev, un ceceno che aveva combattutto i russi, ora reclutatore di jihadisti dall’ex Urss per l’Isis. Le informazioni russe possono essere vitali per sventare attentati in Turchia, e viceversa (i guerriglieri ceceni per anni hanno trovato asilo in territorio turco). E così il giornale filogovernativo «Daily Sabah» annuncia che gli attacchi terroristici dell’Isis «spingono la Turchia a cambiare priorità della sua politica in Siria». Ankara concede ai russi di bombardare al-Nusra, e rinuncia ad avere subito la testa di Assad. In cambio si aspetta che i russi ritirino

il sostegno ai curdi. Il tutto in una girandola di alleanze globale, nella quale «tutti stanno riconsiderando le loro posizioni perché tutti sappiamo che non ci sarà un accordo di pace siriano», rivela una fonte diplomatica «vicina alla Russia» al «Financial Times». Il giornale britannico sostiene che Ankara già nei giorni scorsi ha aperto un canale negoziale con Damasco, attraverso l’Algeria, per discutere il dossier curdo, e fatto da mediatore a un incontro tra russi e leader dell’opposizione siriana. Un riallineamento che segue di pochi giorni un’altra svolta storica di Erdogan, la pace con Israele dopo sette anni di rottura. Cavusoglu ha annunciato anche un’imminente riconciliazione con il Cairo (mentre si è rianimato il negoziato tra Turchia e Unione Europea). Un puzzle intricato dove tutti hanno interessi sia coincidenti che

contrapposti: Turchia e Russia, per esempio, potrebbero cogliere l’occasione di una UE indebolita dal Brexit, mentre Egitto e Russia possono fare alleanza contro gli islamisti (inclusi quelli «moderati» di Erdogan), anche perché, come nota Raghida Dergham, storica commentatrice di «Al-Hayat», «per Mosca il Cairo è un alleato strategico, mentre Ankara è un rivale strategico», con interessi anche nell’Asia Centrale ex sovietica. Senza dimenticarsi che Erdogan appoggia sia l’Azerbaigian che contende il Nagorno-Karabakh all’Armenia alleata russa, sia i tartari di Crimea, principali oppositori di Putin nella penisola annessa all’Ucraina. Un groviglio intricatissimo: la nuova alleanza tra russi e turchi può segnare una svolta strategica di un’Ankara troppo in difficoltà, come soltanto un sodalizio tattico contro la minaccia comune del terrorismo.


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Politica e Economia

Terrorismo Sconfitto militarmente a Falluja e in Siria, il Califfato

deve dimostrare al mondo di costituire sempre una minaccia viva Marcella Emiliani Sconfitto militarmente a Falluja in Iraq, costretto dai bombardamenti ad evacuare Raqqa in Siria, in ritirata a Sirte in Libia, dove – già in affanno per l’accerchiamento da parte di varie milizie – ha dovuto affrontare anche l’onta della rivolta dei suoi seguaci locali entrati in rotta di collisione con i gran capi provenienti da Siria e Iraq, l’Isis ha orchestrato un Ramadan di sangue per dimostrare al mondo intero di costituire ancora una minaccia viva e temibilissima. Ha incominciato la sera di venerdì 1. luglio a Dacca quando un commando armato ha fatto irruzione all’Holey Artisan Bakery, un ristorante-panificio del quartiere diplomatico della capitale del Bangladesh, prendendo in ostaggio gli avventori. Le forze di sicurezza sono riuscite a intervenire solo nove ore dopo, il giorno successivo, riuscendo a liberare tredici persone, mentre venti erano state uccise non solo con le armi da fuoco ma anche a colpi di machete. Tra di esse nove italiani, sette giapponesi, due bangladesi, un americano e un indiano, a cui vanno aggiunti due agenti colpiti al momento del primo assalto tentato dalla polizia. Già quattro ore dopo l’inizio dell’attacco l’Isis rivendicava l’attentato stragista.

Quello di Baghdad è il massacro più sanguinoso del 2016, sferrato in risposta agli scacchi militari subìti dal Califfato A Dacca nel mirino dei terroristi sono finiti soprattutto gli stranieri, in un Paese che per la sua fragilità sembra essere diventato la palestra privilegiata per l’espansione del Califfato in Asia. Ma erano tutti musulmani iracheni quelli che l’Isis intendeva colpire a Baghdad quando, nella notte tra sabato 2 luglio e domenica, ha fatto esplodere un camion-bomba nel centralissimo quartiere commerciale di Karada, un quartiere «normale», particolarmente affollato proprio nelle notti del Ramadan quando le famiglie escono di casa non solo per far compere, ma anche per mangiare dopo il lungo digiuno della

giornata e trovare un po’ di refrigerio in una città che d’estate raggiunge temperature di 40 gradi. Ad oggi i morti sono 292, un quarto dei quali bambini: il massacro più sanguinoso del 2016 che nell’ottica aberrante dell’Isis dovrebbe vendicare due pesantissimi scacchi militari subiti dal Califfato: innanzitutto la morte, avvenuta il 25 giugno e annunciata il 1. luglio dal Pentagono, di due capi militari del Califfato nei pressi di Mosul, «capitale» dell’Isis nel nord dell’Iraq. Si tratta di Hatim Talib alHamduni, responsabile dell’organizzazione per Mosul e Basim Mohammed

Con gli attentati in Arabia Saudita, l’Isis non perde occasione per screditare la casa Saud giudicata indegna di custodire i luoghi santi dell’Islam Sultan al-Bajari, vice-ministro della Guerra, personaggi importanti per la tenuta del fronte settentrionale iracheno su cui si sposta ora l’offensiva governativa proprio per ricatturare Mosul, dopo la liberazione di Falluja avvenuta il 26 giugno. E proprio la liberazione di Falluja nella provincia tutta sunnita di al-Anbar, dunque la roccaforte per antonomasia dell’Isis, costituisce lo smacco più bruciante per i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi. Non bastasse, domenica mattina, il 3 luglio, mentre a Karada si cercavano ancora sopravvissuti tra le macerie, un’altra esplosione ha colpito il quartiere orientale di Baghdad uccidendo altre cinque persone. Questo secondo attentato non è stato rivendicato, ma il primo è stato «firmato» con orgoglio dall’Isis che ha ammesso apertamente di voler far strage di sciiti. In questo mare di sangue, il primo ministro iracheno Haider al-Abadi, sciita, subito accorso a Karada per rendersi conto del disastro, è stato accolto da una folla inferocita. Come hanno raccontato gli stessi giornali iracheni, la gente comune si sente particolarmente esposta alla violenza del terrorismo, ma anche delle innumerevoli milizie e organizzazioni armate che scorrazzano per la città, mentre i politici se ne stanno trincerati e protetti dentro il fortino

della Zona Verde. Detto in altre parole, con il massacro del 2 luglio l’Isis non solo ha dimostrato di poter colpire al cuore la capitale, ma soprattutto ha reso evidente l’estrema debolezza del governo e delle istituzioni del Paese quando si tratta di tutelare la sicurezza dei cittadini comuni. Un attentato a Dacca, due a Baghdad, tre in Arabia Saudita. Lunedì 4 luglio in rapida successione un kamikaze si è fatto esplodere a Gedda sul Mar rosso, nei pressi del consolato americano si suppone per la festa dell’Independence Day. A parte l’attentatore che è morto, sono rimasti feriti due agenti di sicurezza e il consolato non ha riportato danni. Ben diversa la sfida lanciata si presume dall’Isis quando al tramonto ha colpito la seconda delle città sante dell’islam, Medina, e Qatif, la capitale della provincia orientale a maggioranza sciita. A Medina un’autobomba è esplosa nel parcheggio della Moschea del Profeta causando la morte di quattro poliziotti. Quasi in contemporanea a Qatif un kamikaze si è fatto saltare in aria sempre nei pressi della principale moschea. In tutti e tre i casi non c’è stata rivendicazione, ma stando al ministero della Difesa saudita, il modus operandi degli attentatori sarebbe tipico dell’Isis. L’ipotesi è plausibile visto che il Califfato non perde occasione per screditare la casa Saud come «indegna» di custodire i luoghi santi dell’Islam (accusa che peraltro è sempre stata rivolta anche dall’Iran degli ayatollah fin dal 1979). E non è un caso che, sempre l’Isis, quando si riferisce alla casa regnate la chiama «al-Saloul» non al-Saud, un’offesa bruciante se si pensa che gli al-Saloul erano i custodi della Kaaba della Mecca prima della rivelazione islamica, cioè prima che Maometto in persona facesse piazza pulita di tutti i 300 e passa idoli che la Kaaba ospitava nell’epoca della jahiliyya, ovvero della idolatria. Insomma, è come trattare da idolatri i Saud che, da wahhabiti cioè iper-puristi dell’Islam, la prima cosa che dovrebbero combattere è proprio l’idolatria. In tutti i casi, anche se gli attentati non fossero opera dell’Isis, il solo fatto che siano stati realizzati significa che all’interno dell’Arabia Saudita esiste ancora chi mette in dubbio la legittimità dei Saud a governare e ad arrogarsi il diritto di difendere i luoghi santi dell’Islam.

Fedeli riuniti in preghiera nella moschea di Hanifa a Baghdad in occasione del Ramadan. (AFP)

I veri burattinai della strage di Dacca Bangladesh La rivendicazione targata Isis

in realtà sarebbe stata utilizzata da jihadisti come copertura

AFP

Ramadan di sangue: offensiva dell’Isis

Francesca Marino La fine è nota: alla Holey Artisan Bakery di Dacca sono rimaste sul terreno, tra ostaggi, militanti, poliziotti e qualcuno ucciso per sbaglio, più di cinquanta persone. Alcuni dei sopravvissuti, tra coloro che si trovavano nel ristorante, sono stati trattenuti dalla polizia perché sospettati di essere basisti dei terroristi, genitori e parenti di due dei jihadi (guarda caso, i due che non provenivano da famiglie benestanti) sono stati arrestati. Molti aspetti della vicenda sono ancora avvolti nella nebbia. I fatti sono stati trasmessi in diretta da molti canali televisivi locali e internazionali: era dai tempi del concerto del 1971 organizzato da George Harrison e Ravi Shankar che il Bangladesh non riceveva un’esposizione mediatica del genere. La rivendicazione da parte dell’Isis dell’assalto al ristorante, arrivata poche ore dopo l’inizio della vicenda, ha fatto salire il livello di attenzione internazionale, nonostante i dubbi espressi fin da subito da qualche esperto dell’area e, subito dopo, le smentite da parte del governo bangladeshi. Perché adesso, perché il Bangladesh, le domande più gettonate. Eppure, era solo questione di tempo prima che un evento del genere accadesse: sorprende anzi, date le circostanze, che non sia accaduto prima. Perché da moltissimi anni il Bangladesh è diventato uno degli hub privilegiati di raccolta e di smistamento per i jihadi provenienti dall’area geopolitica. Dopo l’11 settembre, ad esempio, molti combattenti pakistani e un certo numero di bangladeshi che si trovavano in Pakistan, sono stati mandati in Bangladesh per trovare rifugio e per addestrare nuove truppe. Per molti anni, in ogni singolo attentato avvenuto in India sono stati coinvolti militanti provenienti dal Bangladesh o riconducibili a esso. Da moltissimi anni, la militanza nel Nord Est indiano viene finanziata e supportata da oltre confine: dal Bangladesh, per l’appunto. Fino a circa dieci anni fa i gruppi terroristi a matrice integralista facevano il bello e il cattivo tempo nel Paese, protetti dai partiti islamici all’opposizione e da frange dell’allora partito al governo. Su pressione internazionale, all’epoca, tutti i capi e i maggiori esponenti di questi gruppi erano stati giustiziati o messi in galera, ma non è bastato. Organizzazioni come la Harkatul-Jihad-al Islami Bangladesh (HuJI-B) o la Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (JMB), sono rimaste sottotraccia ma ancora operative. E non si tratta di gruppetti di fanatici locali, ma di organizzazioni con strutture e addestramento di tipo militare e decine di migliaia di membri effettivi: bassa manovalanza, ma anche intellettuali, professori, politici, attivisti. Le due organizzazioni sono state fondate negli anni Novanta e, secondo l’intelligence, la HuJI-B addirittura sotto l’ala del Fronte Islamico Internazionale di bin Laden.

Secondo gli inquirenti, i cinque jihadi uccisi e il solo sopravvissuto sono tutti membri di queste organizzazioni, in particolare della JMB. Che viene finanziata da anni con denaro straniero: Arabia Saudita, Pakistan, Emirati Arabi, Bahrein e Libia, e che riceve armi da Pakistan, Birmania, Thailandia e Cina. Lo scorso anno, due membri della High Commission of Pakistan in Bangladesh sono stati espulsi dal Paese perché finanziavano la JMB. Islamabad ha sempre negato ogni coinvolgimento, ovviamente, così come si è affrettata a smentire ogni coinvolgimento dell’Isi, i servizi segreti militari, nell’attentato di Dacca. Ma le ombre rimangono tutte, così come il fatto che in passato questi gruppi hanno operato gomito a gomito con la Lashkar-e Toiba e con l’Harkat-ulMujahideen e che nel Paese si trovino a operare cosiddette organizzazioni non governative pakistane che sono in realtà il braccio politico di gruppi terroristici. Il governo bangladeshi non crede alla rivendicazione dell’Isis, nonostante l’Isis abbia rivendicato puntualmente tutti gli attentati, in prevalenza ai danni di cittadini bangladeshi, avvenuti negli ultimi tempi. Una lunga scia di sangue che ha fatto e continua a fare da contrappunto ai processi per crimini di guerra e alle esecuzioni dei colpevoli di genocidio e stupri di massa durante la guerra del 1971. I terroristi hanno postato su internet fotografie in cui imbracciavano il mitra e posavano, sorridenti, davanti alle bandiere nere del Califfato. E l’Isis ha appena diffuso un video in cui tre uomini di nazionalità bangladeshi minacciano ulteriori attacchi e farneticano nello stile e con i toni che ormai tutti conosciamo. Eppure, sostiene l’intelligence, non c’è nessuna prova di contatti diretti e concreti tra l’Isis e la JMB. Gli esperti di antiterrorismo dell’area parlano soprattutto di una questione di immagine: rivendicare ogni singola azione compiuta da jihadi locali in ogni parte del mondo contribuisce a far crescere il «prestigio» dell’Isis come organizzazione capillare e capace di colpire ovunque. Dichiararsi seguaci del Califfato e colpire occidentali, regala ai singoli esaltati una visibilità che non otterrebbero altrimenti. In tutta l’area geopolitica, ormai, quasi scomparsa dai radar dell’Occidente, le azioni compiute da gruppi jihadi locali ai danni di cittadini locali non fanno più notizia o quasi: triste, ma vero. Le bandiere nere del Califfato, comparse in Bangladesh e dintorni dopo, molto dopo, l’inizio nel 2013 dei massacri (una moschea sciita, qualche mese fa) e delle uccisioni mirate di singoli individui, servono in realtà, così come è successo per anni con il brand internazionale di Al Qaeda, a dirottare l’attenzione internazionale dai veri finanziatori e dai veri burattinai del terrore, che trovano decisamente conveniente occultare strategie e obiettivi sotto i drappi neri del Califfo e dei suoi tristi seguaci.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶11 luglio 2016¶N. 28

Politica e Economia

La nuova sfida di Londra Il dopo Brexit Le start-ups si interrogano sul proprio futuro. Parigi, Dublino,

Madrid, Francoforte e Milano cercano di approfittarne. E Londra, che deve il suo successo non solo all’Ue, deve uscire da questa anarchia postreferendaria

«Keep calm and carry on»: è lo slogan più in voga nella City dopo il 23 giugno. (AFP)

Cristina Marconi In questi giorni per le strade della City di Londra gira un camion pubblicitario con la scritta «Care start-ups, state calme e trasferitevi a Berlino». Firmato: Fdp, Freie Demokraten, partito tedesco molto pro-business. Con la sua grafica accattivante e i suoi colori squillanti, l’iniziativa colpisce l’attenzione: le infinite variazioni sul tema «Keep Calm

Essere sindaco di Londra è una delle cariche politiche più importanti d’Europa, ma Khan non può controllare tutti gli aspetti di questa nuova importante sfida and Carry On», slogan del 1939 con il quale si cercava di tirare su il morale alla popolazione facendo leva sulla più britannica delle virtù, ossia la calma, non sono mai sembrate così fuori luogo come in questi giorni concitati in cui è impossibile restare freddi davanti agli eventi. Ma se al «keep calm» si accompagna, come hanno giustamente colto i pubblicitari berlinesi, un invito a cercare altrove un’alternativa all’anarchia post-referendaria, lo slogan risulta efficace. E dannoso per Londra, visto che le start-ups vivono, come tutte le imprese, giorni di frustrazione per aver investito energie e soldi in quella che sembrava la capitale più favorevole agli imprenditori di tutto il continente ma che ora deve vedersela con un’incertezza che nessun politico è ancora riuscito a tenere a bada. Una situazione nella quale Berlino, ma anche Parigi, Dublino, Madrid, Francoforte, Amsterdam e Milano, stanno riponendo molte speranze, sottovalutando forse che il successo di Londra non è fatto solo del suo essere parte dell’Unione

europea ma di molti altri fattori difficili da imitare: in primis il suo essere multiculturale. A difendere la città si è schierato fin da subito Sadiq Khan, il cui atteggiamento calmo e positivo lo ha reso un punto di riferimento per molti in queste settimane. Il sindaco, eletto appena due mesi fa, ha cercato di tutelare il carattere eccezionale della megalopoli da 8,6 milioni di abitanti, dove il «remain» ha ottenuto il 60%, contro il 48% su scala nazionale, e ha chiesto di avere voce in capitolo durante i negoziati con la Ue. Davanti ad un Paese che ha chiesto di «riprendere il controllo» del suo destino, Khan ha suggerito di fare altrettanto con Londra, che ha un Pil pro-capite più alto di quello del resto del Paese, un’economia pari a quella della Svezia e deve il suo successo al fatto di attrarre talenti da tutto il mondo, ma rischia con la Brexit di perdere 73mila posti di lavoro e di dover assistere ad un calo degli investimenti, che si sta già verificando, tra il 10% e il 26%. «Per quanto mi possa piacere l’idea di Londra come città-Stato, non sto parlando seriamente di indipendenza, non voglio mettere posti di blocco sul raccordo M25», ha rassicurato Khan, specificando che la ricetta giusta da applicare «fin da subito», è quella di una maggiore autonomia fiscale e finanziaria, di un più stretto controllo dei servizi pubblici, dai trasporti alla sanità alla giustizia criminale, e di una maggiore libertà per quanto riguarda la gestione delle infrastrutture e delle imprese anche da un punto di vista della tassazione. Essere sindaco di Londra è una delle cariche politiche più importanti d’Europa, ma Khan ha il controllo solo del 7% della raccolta fiscale della capitale, mentre New York e Tokyo gestiscono rispettivamente il 50% e il 70%. «Se Londra ha successo, anche il resto del Paese ha successo», ha sottolineato il sindaco, come a dire: o si agisce subito o ce ne pentiremo tutti.

La classe politica britannica è consapevole della sfida ma nonostante la buona volontà, ci sono degli aspetti che non sono sotto controllo di Khan, né di George Osborne, il cancelliere dello Scacchiere che ha subito annunciato l’intenzione di abbassare le tasse sulle imprese dall’attuale 20% al 15% o forse meno in modo da mantenere alta la competitività davanti al rischio di recessione. Quello che è certo è che nessuna azienda grande o piccola ha intenzione di farsi carico, anche nel migliore dei casi, di almeno due anni di incertezza in vista di un esito difficile da immaginare ora e questo è particolarmente preoccupante per il settore finanziario, a cui è legato il 12% del Pil britannico, pari a 185 miliardi di sterline, con un milione di dipendenti diretti e un altro milione di persone che si occupano di servizi legati alla finanza, come la contabilità e gli studi legali, in tutto il Paese. Per loro il principale problema si chiama diritto di passporting e riguarda la possibilità di vendere prodotti e servizi nell’Unione europea senza bisogno di licenze locali dopo essersi sottoposti alle regole britanniche. Mantenere questo diritto è una parte cruciale di qualunque eventuale negoziato sulla Brexit, se e quando ci sarà, poiché senza questo gli istituti sarebbero costretti ad aprire una doppia sede, una a Londra e una nell’Europa continentale, rischiando di finire alla lunga col rinunciare a Londra. Gli asset managers stanno iniziando ad accrescere le loro attività in altre città, senza lasciare Londra, che è il secondo centro mondiale dopo gli Stati Uniti e anche le grandi banche americane hanno reagito immediatamente al voto del 23 giugno, annunciando la loro intenzione di spostare parte del personale. Il successo della City però non è legato solo al fatto che Londra era ed è ancora una città europea: il sistema giuridico affidabile e snello e un quadro regolatorio leggero sono i due

principali fattori di successo del Regno Unito e chiunque voglia rubare a Londra quel primato deve tenerlo in considerazione. Diversa la questione della galassia delle start-ups, nelle quali sono stati investiti 900 milioni di dollari solo nel 2015. Per loro uno dei punti più importanti riguarda la capacità di attirare talenti da tutto il mondo e di lavorare in un contesto prevedibile e omogeneo. Ma il governo non è riuscito a fare chiarezza su un punto fondamentale, ossia lo statuto che avranno i cittadini europei nel Regno Unito nei prossimi anni. Il fatto che una candidata di spicco alla successione di David Cameron come Theresa May abbia fatto una dichiarazione incendiaria come quella secondo cui non si può escludere che i 3 milioni di europei che vivono nel Paese siano costretti ad andare via dopo la Brexit ha seminato un’incertezza che nessuna smentita è riuscita a sanare. Un atteggiamento pericoloso da un punto di vista psicologico e che rischia di far scappare da Londra quelle persone che l’hanno resa grande nell’ultimo decennio, paradossalmente proprio sotto l’impulso di Boris Johnson, il quale prestando il suo considerevole carisma al fronte Brexit ha messo a repentaglio quanto fatto in 8 anni alla City Hall. Londra era una città-mondo che accoglieva tutti, mentre tutt’a un tratto è apparsa chiusa, attraversata da episodi di razzismo ai danni di cittadini europei che si sono moltiplicati in modo esponenziale, in particolare nei confronti della vasta comunità polacca, ma non solo: la stampa e i social networks hanno raccontato di aggressioni verbali o fisiche a francesi, svedesi, italiani. A un ristorante spagnolo è stata sfondata la vetrina, ad una famiglia tedesca è stato fatto il saluto nazista in un pub. Piccoli episodi destinati a diradarsi col tempo, forse, ma che potrebbero aver già mandato il segnale sbagliato: ossia che l’aria è cambiata e la città si è chiusa.

Notizie dal mondo Da Brexit avremo anche opportunità Con una lezione di onestà intellettuale, il premio Nobel dell’economia Paul Krugman ci esorta a non «inventare» dei danni di Brexit che non sono dimostrabili. Nel suo blog Krugman, pur essendosi sempre dichiarato contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, invita a non dedurre dalle proprie convinzioni politiche dei fatti economici che non esistono. Brexit dovrebbe creare qualche costo aggiunto al Regno Unito, o a quello che ne rimarrà. Ma per il resto dell’Unione europea – a maggior parte per il resto dell’economia mondiale – non è detto che sia così. Un esempio, tra i più banali: se davvero alcune banche e multinazionali americane o giapponesi con sede a Londra, decideranno di trasferire il proprio quartier generale europeo a Francoforte o a Parigi, è ovvio che al danno per l’economia inglese corrisponderà un vantaggio per quella tedesca o francese. Molti esempi dei presunti danni di Brexit sono di questo genere: danni per qualcuno, vantaggi per qualcun altro. Come sempre, di fronte a uno shock imprevisto, è utile chiedersi se sia possibile trasformarlo in opportunità. E c’è almeno un esempio in cui Brexit può davvero offrire un’opportunità. All’Europa e agli Stati Uniti. Si tratta della lotta contro il riciclaggio, l’elusione fiscale, la speculazione bancaria. Da anni Londra esercita un’influenza malefica in questi campi. Perfino rispetto a Wall Street, oggi la piazza «pirata» è diventata Londra. In seguito alla riforma dei mercati finanziari adottata negli Stati Uniti su pressione di Obama, molte banche globali hanno spostato le attività più speculative sui derivati proprio a Londra che ha mantenuto un atteggiamento più permissivo rispetto alle autorità Usa. Molte multinazionali che vogliono eludere le imposte a casa loro, hanno sede sociale a Londra. Oppure nelle isole della Manica, o in altri paradisi bancari e fiscali sotto giurisdizione britannica. Lo spazio finanziario sotto autorità inglese vede transitare molti flussi di riciclaggio da attività criminali. Gli sforzi per concertare in seno all’Unione europea, al G7 o al G20 un giro di vite contro il riciclaggio o l’evasione fiscale, si sono scontrati con il veto inglese. Oggi questo potere di veto è destinato a ridimensionarsi. Ecco una conseguenza di Brexit che bisogna saper sfruttare. (Dal Blog di Federico Rampini, «Estremo Occidente»). È possibile un bis del 2008? Può questa crisi trasformarsi in un altro crac sistemico come il 20082009? Per la dimensione delle perdite subite dai mercati nel venerdì nero, il paragone è pertinente: bisogna risalire all’effetto-Lehman per ritrovare uno shock così potente. Alcuni elementi sono rassicuranti: nonostante le ondate di vendite le Borse hanno funzionato, non è stato necessario chiudere le contrattazioni; la cooperazione tra banche centrali è molto più stretta oggi; e proprio perché c’è stato il 2008, le nuove regole sul sistema bancario lo hanno reso più solido attraverso robuste ricapitalizzazioni. Tra gli elementi di debolezza: la fragilità dell’economia europea che non si è mai veramente ripresa dall’altra crisi; il rallentamento già in atto per altre ragioni nelle due locomotive americana e cinese; la precarietà finanziaria di alcune nazioni emergenti come il Brasile. Questi elementi concorrono a una fragilità d’insieme dell’economia globale nella quale Brexit può essere «la spallata aggiuntiva». (Dal Blog di Federico Rampini, «Estremo Occidente»).


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Politica e Economia

Aria di exit anche nel Mercosur Diplomazia Sta per scadere la presidenza uruguagia del mercato comune latinoamericano, ma sono

in molti ad opporsi alla successione del Venezuela di Maduro. Ognuno per il proprio tornaconto, Argentina compresa

Angela Nocioni Bloccato l’insediamento della nuova presidenza venezuelana del Mercosur, il mercato comune latinoamericano. Trema il capo del governo del Venezuela, Nicolas Maduro. Per la prima volta dall’inizio della crisi politica a Caracas, i suoi avversari stanno riuscendo a creargli un serio problema nel gioco della diplomazia continentale latinoamericana, l’unico nel quale il governo chavista a corto di petrodollari possa contare ancora su amici influenti. Vediamo cos’è successo. Il Mercosur è al momento il più importante organismo di politica multilaterale in America latina. È un processo d’integrazione politica ed economica nato nel 1991 tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Il Venezuela, durante il governo del defunto presidente Hugo Chávez, riuscì a farsi accogliere come Stato associato e ne fa parte ormai a pieno titolo, la Bolivia è in attesa di entrare e vari altri Paesi la seguono in lista. La presidenza pro tempore del Mercosur ruota ogni sei mesi secondo un calendario fissato. Il presidente attuale, in scadenza, è l’Uruguay. Dopo l’Uruguay toccherebbe al Venezuela.

In Brasile Maduro, che considera il Mercosur la sua scialuppa di salvataggio, ha perso un prezioso alleato. E ora è di nuovo a rischio affogamento Toccherebbe. Perché Maduro era pronto ad assumere l’incarico, che gli farebbe assai comodo per gestire al meglio i suoi mille problemi di politica interna aiutandolo a restare a galla. Era riuscito a dribblare ogni tentativo avversario di sbarrargli il passo. Stava lì, fremente, convinto che troppo complicato sarebbe stato fermare una rotazione stabilita con l’accordo di tutti i Paesi membri, ma nell’ultima settimana i suoi avversari sono riusciti a sospendere l’insediamento. Annullata la riunione dei presidenti dei Paesi del Mercosur che avrebbe dovuto insediarlo. Sostituita con un incontro tra ministri degli esteri. Almeno fino ad agosto la decisione slitterà, il Mercosur si è dato tempo per riflettere. Tradotto: per trattare. L’argomento ufficiale di chi non vuole consentire al Venezuela di iniziare il suo periodo di presidenza è che troppo instabile è Caracas attualmente – sfinita dall’iperinflazione e dal fallimento conclamato del modello economico chavista – per poter gestire decentemente la presidenza di turno del Mercosur. Dietro questa ragione di facciata c’è il legittimo tentativo degli oppositori di Maduro di non mettergli in mano uno strumento diplomatico così efficace come la guida del Mercosur. In loro provvidenziale aiuto è arrivato l’impeachment contro la presidente

Il presidente del Venezuela Maduro, pronto ad assumere l’incarico, si ritrova ad affrontare invece una crisi diplomatica. (AFP)

(sospesa per sei mesi) del Brasile, Dilma Rousseff. Dilma, nonostante detesti Maduro e il suo governo, ha sempre mantenuto una politica morbida con il Venezuela, di muto ma sostanziale sostegno, avendo ereditato questo ruolo preciso dal governo Lula, suo predecessore alla guida del Paese e suo mentore personale. Ora che Dilma è stata scalzata dalla presidenza e al governo temporaneo del Brasile c’è un esecutivo di destra guidato da Michael Temer e formato da nemici giurati del chavismo, Maduro ha perso il suo alleato più prezioso. Mai Dilma e tantomeno Lula avrebbero permesso di negare a Caracas il turno previsto di presidenza del Mercosur. Invece Temer, che ha guai con la giustizia ben più grossi di quelli di Dilma e deve cercare di farsi più alleati possibili dentro e fuori dal Brasile

per evitare di andare in galera, si è affrettato a tendere la mano agli emissari antichavisti e ha dato luce verde alla sospensione della riunione per l’insediamento venezuelano. Con un totale rovesciamento di ruoli il Brasile, negli ultimi tredici anni dimostratosi la più generosa sponda diplomatica del Venezuela, ha sbarrato il passo a Maduro. Invece l’Argentina, il cui nuovo governo di destra aveva promesso fuoco e fiamme contro i chavisti presentando l’ostracismo contro Maduro come la sua bandiera nel nuovo corso di politica estera, ha cambiato idea e se ne sta zitta zitta lasciando intendere, quando interrogata, che tutto sommato il governo venezuelano è stato liberamente e democraticamente eletto e sarebbe ingerenza esterna intromettersi. Il liberale presidente argentino

Mauricio Macri, come atto di debutto del suo governo, decise di usare il Venezuela come cavallo di battaglia. Con grande enfasi, nel primo mese da presidente, ovunque andasse, qualsiasi interlocutore internazionale incontrasse, ripeteva: il rispetto dei diritti umani in Venezuela va garantito, non è tollerabile che l’opposizione a Caracas non abbia spazio politico consentito, noi faremo di tutto per aiutare gli antichavisti ad esercitare il loro diritto ad esistere. E aveva ragione da vendere perché in Venezuela i principali leader dell’opposizione sono in carcere con accuse non provate che non ne giustificano minimamente la detenzione (ammesso e non concesso che sia mai giustificabile la carcerazione dei leader politici dell’opposizione in un Paese democratico). Perché mai Mauricio Macri, di-

stante anni luce dal chavismo per ideologia e formazione culturale, ha fatto dietrofront ed è diventato il più timido degli antichi nemici nel contrastare Maduro? Per ragioni di pragmaticissima opportunità politica. Innanzitutto Macri punta a diventare l’eroe dei due mondi che disseppellirà il trattato di accordo tra Unione europea e Mercosur (la settimana scorsa era per questo a Bruxelles) di cui la sua predecessora alla presidenza d’Argentina, Cristina Kirchner, è stata per un decennio strenua oppositrice. Questo obiettivo gli interessa comprensibilmente molto più che far fuori Maduro e per riuscirci ha bisogno di mostrarsi come un grande mediatore, non come un capocordata. Anche perché la Spagna, principale sponsor dell’accordo Ue-Mercosur, preferisce avere una transizione senza scosse in Venezuela e l’ex premier spagnolo José Luis Zapatero s’è premurato di spiegarlo a Macri personalmente. Poi c’è una questioncina interna, di quelle apparentemente minuscole nell’economia di un quadro diplomatico continentale, ma che alla fine finiscono per pesare moltissimo nella pratica. Il ministro degli Esteri argentino, Susana Malcorra, conta di diventare segretario generale dell’Onu. Per riuscirci l’appoggio venezuelano è utile. Ecco quindi che gli strali contro «l’impresentabile Maduro», ai quali si era abituata la diplomazia argentina del postkirchnerismo, si sono ribaltati in delicatissimi «vedremo», «non ingeriamo», «i venezuelani sono liberi di scegliere», con grande sorpresa del ministro degli Esteri venezuelano Delcy Rodriguez. La povera Rodriguez, trovatasi a fronteggiare Macri nell’ultima riunione del Mercosur in dicembre, ascoltato il presidente argentino chiedere un intervento «immediato e deciso» in Venezuela, si difese definendo «tentativo d’ingerenza esterna» l’intera manovra e si sentì rispondere picche da tutti gli argentini presenti. Ora invece tra le sue parole e quelle della nuova linea argentina si stenta a trovare differenze sostanziali. L’attuale ministro degli esteri brasiliano, José Serra, ha detto d’aver accordato con il presidente uruguagio Tabaré Vazquez un tempo supplementare fino a Ferragosto per trovare una soluzione. Questo accade perché anche se Brasile e Argentina sono il tandem principale del Mercosur, i soci originari Paraguay e Uruguay hanno voce in capitolo nonostante siano minuscoli al confronto con gli altri due e con loro un accordo va preso. L’Uruguay, dopo lunghe peripezie diplomatiche interne, ha deciso di difendere a spada tratta l’ordine di rotazione previsto e il diritto di Maduro a insediarsi alla presidenza. Il governo del Paraguay invece, che dei chavisti è nemico giurato, si oppone. Risultato: il Mercosur avrà una presidenza sospesa fino a Ferragosto. E Maduro, che pensava di aver trovato una scialuppa di salvataggio per almeno sei mesi, si trova di nuovo a rischio d’affogamento. Annuncio pubblicitario

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Fr. 396.– per persona

della Gemmi, Fr. 375.– per persona 5 notti notticon conmezza mezza pensione, l’ingresso ai bagni termali Burgerbad, sauna Sauna e bagno turco, 1 biglietto risalita per la Gemmi, teleferica della Gemmi, Fr. 625.– perpersona persona 5 pensione, l‘ingresso giornaliero ai bagni termalididel Leukerbad Terme, e bagno turco, libero accesso per elaritorno teleferica della Fr. 660.– per Leukerbad Plus Card 7 notti con mezza pensione, L’ingresso ai bagni termali di Burgerbad, sauna e bagno turco, 1 biglietto risalita e ritorno per la teleferica della Gemmi, Fr. 845.– per persona

Fr. 896.– per persona 7 notti con mezza pensione, l‘ingressio giornaliero ai bagni termali del Leukerbad Terme, Sauna e bagno turco, libero accesso per la teleferica della Gemmi, SupplementoPlus perCard camera singola Fr. 10.– al giorno su qualsiasi arrangiamento. La più grande piscina termale alpina d‘Europa è a vostra disposizione il giorno del arrivo dalle 12h 00 (escluso il giorno della partenza) Leukerbad

Supplemento per camera singola Fr. 10.– al giorno su qualsiasi arrangiamento. La più grande piscina termale alpina d‘Europa è a vostra disposizione il giorno del arrivo dalle 12h 00 (escluso il giorno della partenza)


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Politica e Economia

TTIP: ideale versus applicazione Globalizzazione Se la liberalizzazione di scambi commerciali

e finanziari internazionali può essere un’opportunità, la messa in atto rischia di non esserlo Edoardo Beretta Il dialogo nelle relazioni commerciali – almeno di questi tempi – non è sempre agevole. Fra i principali motivi a livello europeo vi sono le sanzioni comminate alla Russia ed, ancor più dei giorni nostri, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), accordo di libero scambio, oggetto tuttora di trattativa, fra UE e USA. Quest’ultimo progetto è fonte di aspra critica nei confronti delle principali istituzioni comunitarie (spesso accusate di piegarsi a compromessi «al ribasso») ed all’origine di contestazioni da parte dell’opinione pubblica perlopiù mitteleuropea. Come la storia narra attingendo dalle pagine del suo passato recente e remoto, le alternative proposte sono o di «apertura totale» o di «chiusura totale», estromettendo una soluzione mediana a tutela di interessi individuali e sano liberalismo commerciale. Per riportare «la palla al centro» si dovrebbe, invece, ripartire dagli ideali soggiacenti ad accordi facilitativi degli scambi di beni/servizi fra Paesi partner per poi ricontestualizzarli nell’ambito del TTIP. Il punto nodale è che la società odierna è fortemente interconnessa e sarebbe anacronistico pensare di tornare a protezionismi commerciali. Nel contempo, eventuali ulteriori aperture (richieste da interessi spesso non cristallini) verso il resto del mondo non devono essere alla base di

shock esogeni, che invece potrebbero avere libero campo in presenza di: 1. decisioni assunte in modo top-down, cioè dal decisore politico per conto e senza consultazione dell’elettorato, anziché bottom-up, cioè dalla società in su; 2. tempi di attuazione troppo repentini per consentire a tutti gli ambiti economici di adattarsi; 3. (percezione di) disparità di mutui vantaggi per le parti coinvolte. Maggiore è la «posta in gioco» – nel caso specifico, la creazione della più grande area di libero scambio fra parti detentrici del PIL più elevato −, maggiori dovrebbero essere gli sforzi profusi affinché i tre scenari prospettati non si concretizzino. Eppure, sin dagli inizi delle trattative n el 2013, qualcosa sembra essere andato talmente storto da essersi subito delineate due fazioni antipodali. Da un lato, gli oppositori del progetto per cui solo multinazionali e lobby trarrebbero un vantaggio dall’intesa con conseguente detrimento della tutela del consumatore, dall’altro i sostenitori della tesi per cui TTIP sarebbe addirittura un volano per la crescita mondiale. Senza peccare di political correctness, entrambi i contendenti sono portatori di validi argomenti. Se la liberalizzazione degli scambi commerciali e finanziari si è quasi sempre rilevata benefica per relazioni fra popoli, crescita e sviluppo economici, la figura del consumatore nella società capitalistica dovrebbe godere

Commercio UE-USA a confronto3 Mia. Euro (2014)

Quota di scambi esteri (%)

Partner commerciale

UE Importazioni da USA Esportazioni verso USA TOTALE

206,13 311,04 517,17

12,2 18,3 15,3

2° 1° 1°

USA Importazioni da UE Esportazioni verso UE TOTALE

305,27 202,35 507,62

17,8 17,1 17,5

2° 2° 1°

di maggiore considerazione – proprio in forza della concorrenza crescente, che si crea dall’apertura di nuovi mercati oltre che dall’e-commerce. In altri termini, se l’acquirente medio (sempre più educato a prestare attenzione a provenienza e qualità dei prodotti) dovesse iniziare a percepire una minore tutela a suo esclusivo svantaggio, si potrebbe ingenerare una reazione a catena con andamento dei consumi di difficile prevedibilità. Del resto, non si può certo dire che quanto si sappia del TTIP sia finora parso di essere gestito in modo trasparente e non in subordine alla superpotenza americana: ad esempio, molti parlamentari tedeschi, che hanno chiesto di accedere a certi documenti di trattativa, dichiarano di non avere avuto la possibilità di prendere appunti e di essere stati tenuti sotto stretta osservazione1. In contrasto allo scetticismo serpeggiante fra l’opinione pubblica e parte delle rappresentanze politiche, la Commissione Europea si è prodigata a pubblicare guide rassicuranti (ad esempio, The top 10 myths about TTIP. Separating fact from fiction2), che rigettino con veemenza (anche eccessiva e, quindi, forse percepibile come tendenziosa) i principali timori legati al TTIP. Questi ultimi spaziano dalla privatizzazione di servizi essenziali finora pubblici all’allentamento degli standard di qualità europei, dalla tutela dei dati informatici al ricorso a corti di arbitrato internazionale fra imprese e Stati, dall’(ulteriore) deregolamentazione del settore finanziario al fracking petrolifero. Quanto una sana liberalizzazione facilitativa dell’intesa commerciale e finanziaria internazionale può degenerare in lobbismo esasperato? Ancora una volta, il cittadino-consumatore non è coinvolto, bensì tenuto estraneo al dibattito in corso a guisa di semplice spettatore da porsi di fronte al fatto compiuto. I dati statistici offrono risultati evidenti e il TTIP nella mera accezione di «liberalizzazione degli scambi commerciali e finanziari» potrebbe essere foriero di indotto economico da non sottostimarsi, benchè le previsio-

Una lingua, due mentalità Pubblicazioni La corrispondente di «Le Monde» descrive i rapporti

tra romandi e francesi residenti in Romandia in un libro controverso Marzio Rigonalli I rapporti tra due comunità linguistiche che presentano molte similitudini tra di loro, ma che sono separate dalla frontiera politica di due Stati confinanti, costituiscono un tema interessante, ma anche delicato. Vanno affrontati con il necessario distacco, ricorrendo ad inchieste approfondite e ad innumerevoli verifiche, in modo da tener lontano il pericolo di essere latori di cliché e di luoghi comuni. In Svizzera, le tre principali comunità linguistiche presentano tutte la stessa caratteristica, quella di essere confinanti con comunità cui sono culturalmente vicine, ma che fanno parte di altri Paesi. Marie Maurisse, giornalista francese, residente in Svizzera da sette anni e corrispondente per il quotidiano «Le Monde», affronta in una pubblicazione (Bienvenue au paradis! Enquête sur la vie des Français en Suisse,

ed. Stock) i rapporti tra i romandi ed i francesi che risiedono in Svizzera, o che ogni giorno vi vengono a lavorare. I residenti sono circa 200 mila ed altrettanti sono i frontalieri. Insieme formano la comunità francese più numerosa all’estero. La stragrande maggioranza vive in Romandia. Il titolo genera subito un dubbio ed induce a pensare che in realtà non si tratti di un paradiso, bensì di un inferno, o per lo meno di un purgatorio. Porta anche a riflettere sul fatto che un Paese con un’economia più sana di tante altre, che offre lavoro a cittadini che non ne troverebbero nei loro Paesi e che vanta una vita politica e sociale più tranquilla di altri Stati, non sia automaticamente in grado di offrire agli stranieri una buona accoglienza ed una facile convivenza. Il dubbio trova subito conferma nella lettura, pagina dopo pagina. Ai romandi, poiché di essi si tratta so-

prattutto, vengono attribuiti numerosi peccati. Ecco alcuni esempi. Gli svizzeri di lingua francese nutrono un complesso di superiorità nei confronti dei francesi («Le complexe d’infériorité des suisses s’est transformé en complexe de supériorité … le french bashing, le fait de dénigrer la France, est devenu un sport national»). Amano analizzare il declino della Francia e lo fanno ovunque, nei caffè come nelle fattorie. I francesi vengono volentieri chiamati «frouzes», un termine peggiorativo e vengono tenuti a debita distanza. Pochi sono i romandi che invitano i francesi a casa loro («Le chez-soi en Suisse est un espace intime, réservé à la sphère familiale … ce n’est pas pour rien que la Suisse est le pays du secret»). Infine, due fatti offrono lo spunto per parlare apertamente di razzismo. Il primo è la non attribuzione di una casa in affitto ad una coppia francese; il secondo è l’assassinio di un

Una manifestazione a Berlino contro il TTIP. (Keystone)

ni potrebbero essere troppo «rosee». La similarità per volumi commerciali complessivi dei due blocchi di Paesi, con una netta superiorità delle importazioni americane, porta a concludere che, se l’Unione Europea ha interesse a continuare ad ampliare gli ammontari di tale bacino ricettivo, nondimeno l’hanno gli Stati Uniti d’America, la cui economia (notoriamente in disavanzo commerciale) è dipendente anche dalla spinta import-driven, cioè dagli acquisti esteri. Il problema di fondo del TTIP non è di poggiare sul liberalismo commerciale (che ha pur sempre consentito al consumatore medio di approffittare di un ventaglio di alternative – naturalmente, a detrimento dei minori canali di vendita tradizionale), ma piuttosto l’uso esclusivamente utilitaristico che se ne potrebbe fare. La voluta elitarietà del dibattito con conseguente assenza di compartecipazione al processo decisionale da parte del cittadino ha solo acuito la percezione di strumentalizzazione da parte dei cosiddetti «poteri forti». Che poi la gestione spesso scomposta e poco limpida della questione abbia creato un danno d’immagine ad entrambi i gruppi di Paesi, è quasi certo. Non ci si è, però, resi conto che l’approccio verticistico potrebbe sfociare nel tempo in un minus di domanda di prodotti «globali» a vantaggio di quelli «locali». Del resto, la società contemporanea ci sta insegnando che trend dati per passati possono tornare di moda

− soprattutto, se a decidere è il «consumatore attento». Se dazi e dogane possono sì tutelare certe industrie nazionali, essi non devono essere aprioristicamente un totem: il localismo non è antagonista della globalizzazione ed è incentivabile non con il protezionismo, bensì con la sensibilizzazione della società, insegnandone il valore profondo e «sdoganandolo» − è proprio il caso di dirlo − da ogni percezione di vetustà. Resta l’interrogativo, se lo scopo del TTIP sia proprio quello di creare nuovi sbocchi commerciali, oppure sia un maldestro e/o pilotato tentativo di trarne vantaggio esclusivistico per pochi. Una politica «dei piccoli passi» non significherebbe frenare la globalizzazione, ma gestirla durevolmente: ad esempio, viene in mente la fissazione anacronistica della soglia rispettivamente di 22 e 150 Euro (comprensivi di spese di spedizione) sugli invii postali di carattere commerciale, che sono tuttora suscettibili di IVA e/o dazi.

frontaliere. Maurisse vi vede due fatti gravi, due testimonianze di un razzismo ch’ella definisce latente, banale, quasi incosciente. Per lei, l’avversione dei romandi nei confronti dei francesi ha radici profonde; non si limita alle battute tra vicini e fa parte di quella opinione diffusa tra gli elvetici in parallelo con la costruzione europea, di essere soli contro tutti, di essere una piccola isola accerchiata da un banco di squali. La Svizzera, insomma, è un Paese ossessionato dalla questione dell’identità. Tra le pennellate poco simpatiche riservate ai romandi, appaiono anche errori oggettivi che non dimostrano una conoscenza approfondita della Svizzera. Alla pagina 35, scopriamo che i sindaci socialisti nelle grandi città elvetiche sono una rarità; alla pagina 58, si sostiene che con 100’000 firme si può lanciare un progetto di legge ed alla pagina 93, i cantoni svizzeri sono diventati ventisette. La pubblicazione del libro di Maurisse ha suscitato vive reazioni nei mass media romandi e sui social media. Molti vi hanno visto una raccolta di luoghi comuni, suscettibile di rendere più difficile la convivenza tra le due comunità, una lista di offese per coloro che si sono sentiti direttamente

colpiti, nonché un attacco frontale ingiustificato, scatenato da una persona che avrebbe dovuto essere più rigorosa nell’analisi e nella valutazione dei suoi risultati. Perfino l’ex presidente della Confederazione Pascal Couchepin ne ha parlato in una trasmissione culturale della televisione romanda. Couchepin ha avuto un giudizio severo su di una pubblicazione che, secondo lui, ignora gli interessi economici che si nascondono dietro alla questione dei frontalieri e che non fa del bene ai buoni rapporti tra le due comunità. Al di là del messaggio poco convincente che trasmette il libro di Marie Maurisse e delle reazioni per lo più negative che ha suscitato, esiste un dato oggettivo che non si può negare. I rapporti tra i romandi ed i francesi sono caratterizzati da un’ampia vicinanza culturale e da una grande distanza politica, economica e sociale. È una situazione forse unica, anche se presenta sicuramente qualche analogia con le relazioni tra gli svizzeri tedeschi ed i tedeschi, nonché tra i ticinesi e gli italiani. Le tre situazioni presentano similitudini, ma hanno anche forti caratteristiche proprie, che contribuiscono alla diversità elvetica e che meriterebbero di essere al centro di analisi approfondite.

Note

1. http://www.spiegel.de/politik/ deutschland/sigmar-gabriel-weihtlesezimmer-fuer-ttip-dokumenteein-a-1074456.html 2.http://trade.ec.europa.eu/doclib/ docs/2015/march/tradoc_153266.pdf 3. http://trade.ec.europa.eu/doclib/ html/113465.htm


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Politica e Economia

Che cosa sta succedendo al Credit Suisse? Finanza Le quotazioni del titolo sono scese a livelli bassissimi, mercoledì scorso per la prima volta sotto la soglia dei

10 franchi. La ristrutturazione è in difficoltà e tutto il settore bancario è sotto pressione 4 miliardi, si aumenterebbe la quota di capitale necessario di un buon 1%. Oppure la banca potrebbe procedere ad acquisizioni in Svizzera. Oggi la capitalizzazione del CS è troppo bassa rispetto alle grandi imprese quotate nella borsa svizzera. L’obiettivo è quello di portare la Swiss Universal Bank da sola a 20 miliardi di franchi, ma per raggiungere l’obiettivo sarebbero necessari utili a 2,3 miliardi entro il 2018 (oggi si è a 1,6 miliardi). Obiettivi ambiziosi che suscitano dubbi già all’interno della banca stessa e che per raggiungere i quali non bastano le previste riduzioni dei costi. Un discorso analogo vale anche per la divisione internazionale, i cui obiettivi di crescita potrebbero non essere raggiunti. Un rapido sguardo alle quotazioni del titolo del Credit Suisse mostra chiaramente che i periodi di difficoltà sono iniziati già a partire dal 2000. Al cambio di secolo la quotazione si aggirava attorno ai 90 franchi, ma nel 2002 era scesa sotto i 30 franchi, per poi risalire però ai livelli precedenti nel 2006. Nuova discesa nel 2008, seguita da una lieve ripresa l’anno dopo. Da qui è però iniziata la discesa che l’ha portata ai livelli attuali. Accanto a cause interne, va anche detto che la seconda banca svizzera ha sofferto dei momenti difficili del settore, dapprima con l’affare dei «subprime» in America, poi con la lotta all’evasione fiscale e la conseguente caduta del segreto bancario, tra l’altro anche con dati trafugati dalle banche e remunerati dal fisco estero. Per finire, anche il momento congiunturale difficile di varie economie e il colpo di grazia della «Brexit», che stanno colpendo tutto il settore bancario.

Ignazio Bonoli Che cosa sta succedendo al Credit Suisse? Se lo chiedono in molti, dopo che le quotazioni del titolo in borsa hanno subito un vero e proprio tracollo. Si pensi che dopo una prima fase di discesa, con il corso del titolo a 12,70 franchi, la capitalizzazione del Credit Suisse era ancora di 24,5 miliardi di franchi. Già un anno prima questo valore era circa il doppio. Si pensi, a titolo di confronto, che l’azienda svizzera meglio capitalizzata è la Nestlé, con circa 230 miliardi. Ma la corsa al ribasso di CS non si è fermata qui. I giornali hanno riferito di una discesa delle quotazioni del titolo fino a 9,75 franchi, il livello più basso dal 1989. Il voto britannico ha poi influito negativamente sui titoli delle banche così che quelli del CS sono scesi fin sotto i 10 franchi. Ora ci sono fondi di investimento che speculano su un rialzo, ma si parla anche di una partenza del massimo dirigente, Tidjane Thiam, il quale si trova confrontato con una situazione internazionale disastrosa che gli lascia qualche speranza solo sul rilancio delle attività in Svizzera. Tidjane Thiam è diventato CEO del Credit Suisse nel giugno del 2015 e nell’autunno dello stesso anno ha presentato un piano di risanamento, con una nuova strategia. La banca d’investimenti viene ridotta. Circa 6000 posti di lavoro vengono soppressi in tutto il mondo. La banca viene poi suddivisa in tre divisioni: Swiss Universal Bank, International Wealth Management e Asia Pacific. Il cambiamento è dettato anche dalle autorità bancarie svizzere ed è contemplato dalle misure del cosiddet-

Salutato con entusiasmo alla sua nomina di CEO un anno fa, oggi Tidjane Thiam si trova in una posizione delicata. (Keystone)

to «too big to fail». Rispetto a UBS, che ha subito consolidato la sua posizione, sotto questi aspetti, il CS ha iniziato più tardi e le sue proposte di soluzione non hanno sempre soddisfatto la FINMA. Per esempio quella di non separare completamente la banca svizzera, ma di sottoporla alla divisione internazionale. L’autorità monetaria non vuole che i rischi corsi in campo internazionale vengano sopportati anche dall’unità svizzera. A detta di alcuni giornali, questa situazione ha creato divergenze fra le divisioni e fra i loro re-

sponsabili. Negli ambienti bancari si temono screzi fra il nuovo responsabile della divisione internazionale e lo sperimentato dirigente da anni al CS che ha assunto la responsabilità della divisione svizzera. Ma la riforma voluta dal CEO Thiam è anche più profonda di quella che sta attuando UBS. L’idea è quella di far quotare subito in borsa la divisione svizzera, piazzando fra il pubblico dal 20 al 30 per cento delle azioni, durante il prossimo anno. La divisione svizzera diventerebbe così una vera e propria

banca indipendente, anche da un punto di vista economico e difenderebbe, se necessario, gli interessi degli azionisti di minoranza contro quelli della casa madre. Un’operazione che costa parecchio, si dice parecchie centinaia di milioni, e continuerà anche in futuro a provocare costi, poiché, per regolare i rapporti fra le due entità, potrebbero essere necessarie strutture doppie. Con questa nuova struttura il Credit Suisse si procura nuovo capitale, necessario per far fronte alle nuove esigenze della legge. Con i previsti da 2 a

L’impressionante forza esportatrice dell’economia svizzera La consulenza della Banca Migros Albert Steck La nostra economia ha superato egregiamente lo shock sul franco, ma questo rassicurante risultato ha un effetto perverso, poiché spinge il franco ancora più in alto.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Appena superato lo shock sul franco dello scorso anno siamo punto e a capo: dopo il sì alla Brexit miliardi di capitali esteri tornano ad affluire in Svizzera. Ma c’è un secondo motivo del continuo apprezzamento del franco, tra l’altro made in Switzerland. Stiamo parlando dell’enorme forza esportatrice dell’economia elvetica. Nonostante lo shock sul franco, nel 2015 l’export svizzero ha conseguito un avanzo record. Le esportazioni hanno superato le importazioni di ben 37 miliardi di franchi (v. grafico). A titolo di raffronto, dieci anni fa il surplus dell’export raggiungeva appena gli 8 miliardi di franchi. Eppure, con un euro scambiato a 1,55 franchi, gli esportatori godevano di condizioni molto più favorevoli! Ciò dimostra quanto sia competitiva la nostra economia sui mercati globali. Oggi le esportazioni sono più distribuite a livello geografico: negli ultimi dieci anni la quota dei Paesi dell’UE è scesa dal 63 al 43 percento, mentre l’Asia è salita dal 17 al 38 percento. Come ogni medaglia, questo successo ha il suo rovescio: i surplus significano infatti che sempre più divise affluiscono nel nostro Paese, provocando un ulteriore apprezzamento del franco. Inoltre la

Il successo della Svizzera sul mercato mondiale in Mio. CHF

40 000 35000

Saldo commercio estero Saldo Aussenhandel 30000 25 000 20 000 15000 10000 5000 0 00

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Nonostante lo shock sul franco, nel 2015 l’export svizzero ha superato le importazioni di 37 miliardi di franchi.

Svizzera non registra un saldo positivo soltanto negli scambi di merci, ma anche nei servizi, con circa 20 miliardi di franchi l’anno. In conclusione, quanto più la Svizzera riesce a combattere il franco forte, tanto più sarà penalizzata da un ulteriore apprezzamento della moneta. Ne sono colpiti soprattutto i settori che fanno fatica a evitare la pressione dei cambi,

in particolare l’industria meccanica, quella delle materie plastiche, della carta e il turismo. Si è invece rivelato particolarmente robusto il farmaceutico, che esporta ogni anno per oltre 70 miliardi di franchi. L’industria ha ampiamente dimostrato di riuscire a sopravvivere al continuo apprezzamento del franco, ma la situazione diventa precaria se improvvisi scossoni,

come la Brexit, aggiungono brusche oscillazioni dei cambi, che la Banca nazionale deve attutire con interventi di sostegno. Dopo tutto, per numerose aziende c’è in ballo niente di meno che la sopravvivenza. Attualità su blog.bancamigros.ch: Con l’effetto Brexit un nuovo shock per il franco?


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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi E la produttività continua a diminuire Negli anni Venti dello scorso secolo l’economista russo Kondratieff formulò una teoria per lo sviluppo economico secolare. Secondo lui l’economia di un Paese (o di una regione) si sviluppava per cicli di lungo termine della durata di circa 50 anni. Contando dall’ultimo ventennio del Settecento, epoca in cui ebbe inizio la rivoluzione industriale, le economie dei Paesi avanzati avrebbero conosciuto sin qui quattro cicli di lungo termine. L’ultimo sarebbe terminato verso il 1980-1990. Da allora, le economie avanzate si trovano in una fase cosiddetta di stallo. Il quinto ciclo di lungo termine non si è infatti per ora annunciato e gli economisti si domandano perché. Sono diverse le spiegazioni della dinamica del ciclo di lungo termine. La più in voga è quella di Schumpeter. Stando a questo economista la fase di ascesa del ciclo sarebbe avviata dall’apparizione di «grappoli» di innovazioni tecnologi-

che che spronano la produttività. Ora, questa teoria che consente di spiegare la dinamica dei primi quattro cicli si scontra oggi con un dilemma che è dato dal fatto che, dalla fine del secolo scorso, nonostante le grandi innovazioni nei modi di produzione introdotte dalla digitalizzazione e dalla robotica e nonostante l’apertura di nuovi mercati permessa dai progressi nel campo delle scienze della vita e nel settore energetico, la produttività del lavoro non si è sviluppata e, di conseguenza, il tasso di crescita dell’economia ristagna. La statistica dell’OCSE indica che il tasso di aumento della produttività nel periodo 2004-2014 è, nel caso delle economie del Nordamerica e dell’Europa occidentale, pari a circa la metà del tasso realizzato tra il 1996 e il 2004. In generale stiamo quindi vivendo in un periodo di forte progresso tecnico e declino della produttività. In Svizzera in misura maggiore che in altre econo-

mie europee. Le spiegazioni di questo dilemma non mancano. La prima fa appello al pessimismo così caratteristico della scienza economica. Come per gli investimenti in capitale fisico, anche per le innovazioni tecnologiche sembrerebbe esistere una legge dei rendimenti decrescenti. Per farla breve, stando agli autori di questa tesi, le innovazioni di ieri erano in grado di stimolare in modo maggiore la produttività del lavoro delle innovazioni odierne. Altri specialisti ricordano che l’effetto delle innovazioni tecnologiche non è immediato. Esse devono essere dapprima messe a punto e, in seguito, diffuse nello spazio. Questi processi possono richiedere anche più di dieci anni di tempo per essere realizzati. C’è poi chi insiste sulle conseguenze negative per la produttività provocate dalla terziarizzazione delle strutture di produzione delle economie avanzate. In generale le attività del settore terziario hanno

livelli di produttività più bassi di quelle del secondario. Il trasferimento di risorse produttive dal secondario al terziario, realizzatosi nel corso degli ultimi tre o quattro decenni, ha così frenato lo sviluppo della produttività del lavoro, nonostante i grandi avanzamenti del progresso tecnico. C’è infine un’altra spiegazione, che si appoggia sulle grosse differenze in materia di sviluppo della produttività che si registrano tra le aziende. Stando a questa spiegazione, nei settori secondario e terziario di ogni economia, ci sarebbero due gruppi di aziende. Il primo, che contiene poche aziende con alti tassi di aumento della produttività e il secondo con tassi annuali di aumento della produttività molto bassi. Purtroppo la distanza tra i tassi di variazione della produttività delle aziende del primo e di quelle del secondo gruppo tende ad aumentare perché le prestazioni del secondo gruppo tendono a peggiorare. È que-

sta, apparentemente, la spiegazione fatta propria dal Consiglio federale nel suo recente rapporto sulla politica della crescita nel quadriennio 20162019. Nello stesso, infatti, il Consiglio federale promette non solo di voler mettere in opera tutte le misure che possono aiutare a far aumentare la produttività, ma di volerlo fare in particolare nel caso delle aziende che servono il mercato interno che, per non essere sottoposte alla pressione della concorrenza, vedono la loro produttività aumentare meno che nel caso delle aziende esportatrici. Tra queste misure figura la realizzazione di condizioni quadro idonee per lo sviluppo dell’economia digitale. Il Consiglio federale riscrive purtroppo queste intenzioni in ogni rapporto quadriennale sulla crescita, e questo dal 2004. Nonostante la sua buona volontà la produttività della nostra economia, finora, non ha però ancora accennato a riprendersi.

ai ricchi, che sono fuggiti tutti, molti verso Londra), ma che fa in ogni caso preoccupare Londra: s’è aperta la corsa a creare una nuova City in Europa, avventura piuttosto azzardata visto che la cittadella finanziaria londinese è un magnete d’eccellenza, ma pur sempre un tentativo dell’Unione europea di imparare a far a meno degli inglesi. Soprattutto prende piede l’idea – visto che l’anno prossimo si vota sia in Francia sia in Germania – che il processo di maggiore integrazione, che dovrebbe essere agevolato dall’assenza degli inglesi, debba essere parzialmente accantonato. Non è il momento di cambiare i trattati, questo: ogni modifica dovrebbe essere sottoposta ai Parlamenti nazionali o a referendum e soltanto l’idea di un altro voto popolare terrorizza chiunque in Europa (tranne gli ungheresi che, sfacciatissimi, hanno indetto un referendum il 2 ottobre prossimo sull’immigrazione). È il momento però di occuparsi dei problemi dell’Unione, tra disoccupazione e migranti, e molti leader europei, invece che dividersi sul processo di integra-

zione europea, preferiscono dedicarsi a progetti ad hoc per risolvere le ragioni del disamore nei confronti dell’Ue. Ma questo implica incontri ristretti, creazioni di nuovi blocchi, vertici piccoli, una delegittimazione di fatto dell’Europa monca, a 27 membri. Al centro c’è il silenzio della cancelliera tedesca, Angela Merkel (foto), la prima a contenere l’istinto europeo di punizione sommaria nei confronti degli inglesi, e in seguito spettatrice cauta: «schweigen», scrivono i tedeschi, usando il termine che indica il silenzio che si crea quando nessuno parla. Merkel sta aspettando che Londra si trovi un nuovo leader, che i mercati si stabilizzino, che a settembre il mondo con la Brexit paia più sostenibile, mentre il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, dice: non è il momento delle grandi visioni, facciamo funzionare quel che c’è. Berlino intanto ha ricostruito l’asse con i Paesi dell’est Europa, che sono i più preoccupati dall’uscita del Regno Unito, che era considerato, soprattutto in Polonia, l’alleato più stretto del blocco: da un lato Londra è sempre stata a favore

dell’allargamento (come la Germania) e dall’altro la presenza britannica ha garantito la possibilità, almeno sulla carta, di costituire eccezioni all’interno dell’Ue. La Merkel ha rassicurato i Paesi dell’Europa dell’est e in questo modo ha anche riaperto un dialogo che si era interrotto durante la crisi dei migranti, quando al «ce la possiamo fare» dell’accogliente Merkel erano stati contrapposti i muri tra i Paesi dell’est. Merkel ha rassicurato anche gli altri Paesi della regione che l’allargamento continuerà: l’Ue ha perso un Paese, non la sua identità e la sua capacità di attrazione. In realtà gestire un allargamento adesso sarebbe impossibile, soprattutto perché la leadership del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, è sotto costante attacco. Lui non ha alcuna intenzione di farsi piegare, ma crescono le quotazioni del suo vice, il socialdemocratico olandese Frans Timmermans, che spera un po’ che gli inglesi tornino indietro, ma che pragmaticamente dice: risolviamo i problemi veri, l’assetto dell’Ue può attendere.

quello italiano, non lo prevedono), che cosa si otterrebbe? Tre risultati certi: lo sfarinamento dell’Unione, il ritorno alle monete nazionali, la spaccatura delle opinioni pubbliche in due aree inconciliabili. Non si dimentichi che la consultazione in Gran Bretagna non ha dato luogo ad una maggioranza schiacciante per l’uscita: 51,89% per l’abbandono, 48,11% per la permanenza. Siamo quindi di fronte, prima di tutto, ad una dolorosa lacerazione interna, che non sarà facile sanare. Così come non sarà facile contrastare la volontà per il «remain» espressa dalla Scozia. Il 6 dicembre del 1992, in occasione della votazione sullo Spazio economico europeo (SEE), la nostra Confederazione visse un trauma analogo, con la formazione di due fronti contrapposti: il 50,3 disse no, il 49,7 disse sì. Le fratture furono molteplici e lasciarono non pochi strascichi soprattutto in

Romandia. Forse fu proprio in ricordo di quella ferita, rimasta aperta a lungo, che nel 2012 lo stesso popolo respinse, con una maggioranza netta del 75,3%, l’iniziativa «per il rafforzamento dei diritti popolari in politica estera. Accordi internazionali-decida il popolo». Nessuno allora si offese; era lo stesso popolo che aveva deciso di auto-limitarsi, riconoscendo il ruolo dell’attività parlamentare e della mediazione diplomatica, pilastri della democrazia semi-diretta. Gli antieuropeisti nostrani non hanno nascosto la loro soddisfazione per la Brexit, nell’ipotesi che la scelta britannica avrebbe indebolito l’UE e allargato lo spazio di manovra della Svizzera. Un’Unione in fase di disgregazione, questo il calcolo, permetterebbe di finalmente rendere esecutivo il dettato costituzionale sull’immigrazione di massa: meno vincoli esterni in tema di

libera circolazione, più libertà d’azione. Sarà davvero così? Meglio un groviglio di accordi bilaterali, meglio un’Europa ridotta a centralina telefonica di un’Europa viva e progettuale, in grado di affrontare le pressioni esterne, non solo commerciali? Probabilmente il nostro Paese, in un eventuale ritorno alle sovranità nazionali, si sentirebbe ancora più solo, ancora più romito, con vicini ancor meno comprensivi. L’Unione europea non morirà. Incasserà il colpo, ma ritroverà le energie per risorgere. Certo dovrà cambiare, autoriformarsi, introdurre meccanismi di partecipazione democratica, rivedere le politiche finanziarie, sociali, fiscali, militari. Un grande cantiere l’aspetta. C’è un’Europa di cui andar fieri: quella che nel 2000 sottoscrisse la carta dei diritti fondamentali, nota come la Carta di Nizza. Un documento che occorre recuperare.

Affari Esteri di Paola Peduzzi L’Ue può attendere L’Europa spera ancora che la Brexit non ci sarà. Conta sulla capacità degli inglesi di ammettere che il referendum è stato un errore e conta sulla nomina a Londra di leader in grado di rimangiarsi la parola del popolo senza scatenare una rivolta. Il partito dei «remaniac», gli ossessionati dal «remain», come li chiamano ora i giornali, è forte anche a Londra, e molti si aspettano che siano queste due anime a dialogare, i pentiti britannici e i più malleabili a Bruxelles, pronti a perdonare il Regno Unito per questo affronto senza precedenti. In realtà, gli astri si stanno allineando nella direzione opposta: Londra cerca di riempire il vuoto di potere con politici in grado di gestire la Brexit in modo oculato, ma non di annullarla, mentre gli europei fanno la voce grossa, insistono che la procedura di uscita del Paese – l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona – debba essere avviata subito, prima si incomincia prima ci si leva il problema. Nessun Paese deve avere l’impressione che si possa dare un voto tanto sciaguratamente antieuropeo senza essere puniti.

Però l’applicazione dell’Articolo 50 è complessa, e così nel giro di pochi giorni anche l’urgenza si è ridotta, ora si aspetta «il momento giusto». I francesi guidano il fronte della Brexit prima possibile e fanno campagna per sostituire Parigi alla City, proposta indecente che implica una rigenerazione francese che non pare affatto all’orizzonte (questo è il Paese che ha tentato di far passare una tassa del 75 per cento

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Se svanisce il sogno europeo Il Sonderfall elvetico, il Sonderweg tedesco, l’anomalia italiana, l’eccezione francese... E ora l’insularità inglese. «Ora» è un modo di dire, giacché le traiettorie nazionali, generate dalla storia, non sono mai svanite sotto il manto della globalizzazione, la grande ondata omologatrice levatasi all’indomani del crollo del muro di Berlino. L’Unione europea, soprattutto dopo l’introduzione dell’euro, ha solo sospeso, ma mai cancellato, questi filamenti lunghi e sotterranei radicati nelle tradizioni delle singole comunità. Sono rimasti allo stato latente, pronti ad accendersi ad ogni occasione di dissidio con i poteri di Bruxelles. Negli ultimi anni i contrasti si sono fatti vieppiù numerosi: immigrazione, politiche sociali e monetarie, tutela del risparmio, impoverimento della classe media, difesa comune. La Brexit ha scoperchiato il vaso di Pandora dello scontento gene-

rale. L’UE è diventata il nemico ideale, il bersaglio mobile di una folla sempre più inferocita. Sempre meno Stati si identificano con i trattati sottoscritti di volta in volta: tutti si considerano orfani, sedotti e abbandonati da un’Unione che prometteva concordia e prosperità e invece è sprofondata nella palude della burocrazia e delle disuguaglianze sociali e territoriali. Ora che la Gran Bretagna ha fatto saltare gli ultimi ponti sulla Manica, gli antieuropeisti pensano di poter proseguire l’offensiva ricorrendo al grimaldello del referendum. «Diamo la parola al popolo e poi vedremo», esclamano a gran voce. E molti di loro additano ad esempio il sistema elvetico, culla dei diritti popolari. Non saremo noi a contestare lo strumento del referendum. Ma qualche ragionamento va pur fatto. Ammesso che sia possibile (molti ordinamenti, come


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L'EVENTO DELL'ESTATE MAIN PARTNER

INIZIATI A MELIDE I LAVORI PER LA POSA DEL PRIMO PALCO ROTANTE IN TICINO

IL TITANIC NAVIGHERÀ PRESTO SUL LAGO DI LUGANO IN D E U T S C H O

IN ITA L IA N O

Una delle storie d’amore più avvincenti di tutti i tempi arriva in Ticino! Nell’estate 2016 TITANIC – IL MUSICAL conquisterà migliaia di persone sul primo palco rotante di Melide. Un cast stellare, una scenografia mozzafiato e posti a sedere coperti per 1500 spettatori! Il 10 agosto TITANIC – IL MUSICAL debutterà a Melide. I lavori per l’allestimento dello spettacolo sono finalmente iniziati! Dal 4 luglio, per cinque settimane ben 45 persone saranno impegnate ogni giorno per costruire il palco in riva al lago e preparare il grande debutto. Costruire il maestoso palco e la tribuna è un impegno «titanico». L’imponente palco in acciaio e legno avrà una lunghezza di 28.5 metri, una larghezza di 21 m e una profondità di 8 m con un peso complessivo di 33 tonnellate. La tribuna dal peso di 136 tonnellate consentirà ai 1’500 spettatori una buona visuale da ogni settore e la possibilità di assistere agli spettacoli anche in caso di pioggia o sole cocente. Marco Wyss, responsabile del progetto assicura: «Il primo palco al lago di Melide sarà spettacolare. La scenografia e lo scenario riserveranno sorprese che lasceranno gli spettatori senza fiato».

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Artisti internazionali alla scoperta del Luganese

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VOICE OF ITALY 2014

10.8. - 10.9. 2016 Lago di Lugano, Melide Biglietti: musicalmelide.ch oppure 0900 313 313 (1.19/min.)

Da metà luglio gli artisti internazionali protagonisti di TITANIC - IL MUSICAL alloggeranno a Melide, animando così la regione. Potrebbe anche succedere che Suor Cristina Scuccia, la cantante star del musical diventi una cliente abituale di un bar o ristorante di Melide e dintorni. La simpatica e giovane suora, che con il suo talento e la sua grinta ha convinto tutti a «The Voice of

1)6þ0/æ›&+ 1+ %"!!2"/1&01"1& &+"0&ÿ2//& %&,"/& +!"))ý ,/*10& a Vienna, l’attrice di musical professionista Scandella ha le sue radici e il suo cuore sono ben saldi in Ticino: «È fantastico poter andare in scena a casa mia. TITANIC – IL MUSICAL è certamente già un’opera teatrale d’eccezione, ma nell’atmosfera di casa mia posso immedesimarmi ancora !&-&nþ›"/* +!"))ý+"3"+1,!+,+-"/!"/" %"+!/æ&+0 "+02))-/&*1/&2+) lago di Melide con quindici rappresentazioni ad alternanza in italiano e tedesco.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶11 luglio 2016¶N. 28

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Cultura e Spettacoli Intervista con Gillo Dorfles Ci parla del suo ultimo scritto, mentre a Lugano si aprono i battenti della sua mostra

Tre artisti ticinesi alla Mustgallery Lugano ospita dal 30 giugno per un mese l’esposizione curata da Francine Mury dove si potranno ammirare le opere di Luisa Figini, Maria Gabriella Müller e Francesco Vella

In esclusiva Un capitolo della biografia di Hermann Scherchen, pioniere della musica contemporanea

La gratitudine di Sacks Gli avvenimenti significativi della vita del neurologo inglese raccolti nel suo ultimo libro pagina 32

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Museo Solomon R. Guggenheim, New York

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La grande arte dei Guggenheim Mostre Un’eccezionale esposizione a Firenze intitolata Da Kandinski a Pollock propone fino al 24 luglio

alcune delle più belle opere dei celebri collezionisti americani Blanche Greco Peggy è tornata a Firenze, a Palazzo Strozzi, e ancora una volta fa scalpore! Certo non come nel ’49, data della foto a grandezza naturale che ci accoglie nell’ascensore e che la ritrae quando portò qui, per la prima volta, la sua amata collezione e scandalizzò la città. Stavolta Firenze la celebra con la mostra: Da Kandinsky a Pollock. La grande Arte dei Guggenheim, che presenta fianco a fianco oltre cento opere d’arte realizzate tra gli anni ’20 e gli anni ’60 del Novecento, capolavori delle avanguardie europee e americane, in un percorso espositivo che ricostruisce i rapporti e le influenze che all’epoca avvicinarono le due sponde dell’Oceano, sotto l’egida di due appassionati collezionisti per lungo tempo quasi rivali: Peggy Guggenheim e Solomon R. Guggenheim. Una mostra vertiginosa ed emozionante perché mai tutte queste opere sono state esposte insieme e perché, per buona parte, rappresentano un periodo storico tanto effervescente quanto tragico. La monumentale tela

di Kandinskij Curva dominante, campeggia nella prima sala, dipinto che appartenne a Peggy e poi a Solomon R. Guggenheim. Due collezionisti, due visioni diverse dell’arte del XX secolo, ma entrambi convinti dell’importanza di far conoscere al pubblico, attraverso le proprie raccolte, le radici dell’arte (allora) contemporanea, e che questa mostra mette l’uno affianco all’altra, presentando non solo molti dei loro quadri, ma anche le fotografie d’epoca dei loro spazi espositivi a New York. Peggy e la galleria Art of the Century sulla 57° strada, aperta nel 1942 al suo ritorno in America, è punto d’incontro tra il milieu artistico americano e le avanguardie europee sfuggite alla guerra. «All’inaugurazione, indossavo un orecchino di Tanguy ed uno di Calder» ricorderà Peggy Guggenheim«per dimostrare la mia imparzialità tra Surrealismo e Astrattismo», e accanto a lei c’era Max Ernst, suo secondo marito. Mentre di Solomon R. Guggenheim vediamo l’immagine dell’appartamento privato all’Hotel Plaza, New York 1937, dalle pareti rivestite di quadri di

Marc Chagall, Fernand Léger, Rudolph Bauer, Lazlo Moholy-Nagy, aperto al pubblico; e poi quella del «garage», come la nipote Peggy chiamava, con un pizzico d’invidia, il Museo Solomon R. Guggenheim, opera di Frank Lloyd Wright, dove oggi si trova anche una parte della collezione Peggy Guggenheim, l’altra è nella sua casa veneziana a Palazzo Venier de’ Leoni. Guardando Il pomeriggio soave di Giorgio De Chirico; Il bacio di Max Ernst; o Ritratto di Frau P di Paul Klee; le opere di Giacometti, van Doesburg (nella foto la sua Composizione XI del 1918); o la straordinaria Boite en-Valise di Marcel Duchamps, esemplare dedicato a Peggy; o L’armatura di André Masson; o ancora i quadri di Willem de Kooning, Sam Francis, o Hans Hoffman, l’idea di un confronto tra questi due grandi collezionisti viene presto dimenticata e ci si perde nelle sale della mostra, allestite secondo una sorta di racconto dello sviluppo e della maturazione dell’arte del secondo dopoguerra, che solo recentemente si sta celebrando a livello internazionale.

Ogni opera in mostra cattura lo sguardo, ma anche la memoria, perché sono pietre miliari nella biografia di artisti famosi, pezzi spesso al centro di storie rocambolesche. L’Uccello nello spazio, scintillante scultura di Constantin Brancusi, fu una delle acquisizioni che Peggy fece nel suo avventuroso viaggio a Parigi tra 1939 ed il ’41, per salvare opere bollate come «arte degenerata», come lei stessa raccontò in seguito: «Brancusi stava sul pianerottolo del suo studio, piccolo, pallido, con la pesante scultura stretta tra le braccia, e non si decideva a separarsene, mentre io già sulle scale, aspettavo impaziente di prenderla in consegna. E i tedeschi entravano a Parigi». Molte opere della sua collezione Peggy le acquistò in quel frangente e le fece uscire dalla Francia spedendole in America per mare, come «pentole e oggetti casalinghi» di un falso trasloco. Da queste storie emerge la personalità eclettica e caparbia di Peggy, la più povera dei Guggenheim, «la pecora nera», come lei stessa amava definirsi, che viveva in Europa, appassionata ami-

ca, spesso amante di artisti, ma anche mercante d’arte autodidatta, gallerista e mecenate che per molti di quegli esemplari arrivò a rischiare la vita o a condurre antipatiche trattative, come per il famoso Homme en tricot rayé, che Picasso le cedette di malavoglia. Fu lei a scoprire il talento di Jackson Pollock, falegname presso il museo di suo zio, e grazie ad una piccola rendita gli permise di dedicarsi solo alla pittura. Palazzo Strozzi dedica un’intera sala all’artista americano, un’occasione per il pubblico per vedere, tutte insieme, diciotto opere di Pollock, da Donna Luna, a Bufalo d’acqua, ai grandi dripping. Il racconto pittorico e storico della mostra Da Kandinsky a Pollock continua con le opere di Motherwell, di Noland, i mobile di Alexander Calder e il colore «pulsante» dei quadri di Mark Rothko, raccolti in un’unica suggestiva sala, e s’infrange come un’onda su Preparation di Roy Lichtenstein, l’ultimo quadro in mostra, quello che segna un cambiamento epocale e artistico radicale: è il ’68 e l’era della Pop Art. La mostra rimane aperta fino al 24 luglio.


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Cultura e Spettacoli

La relazione tra l’arte e l’inconscio Personaggi Una conversazione con Gillo Dorfles sul suo libro l’Elogio della disarmonia Isabella Steiger Felder Questa intervista è il tentativo di affrontare un tema di per sé vasto, la relazione tra l’arte, i suoi affini e l’inconscio. Un libro di Gillo Dorfles, Elogio della disarmonia, Arte e vita tra logico e mitico – la cui prima edizione risale all’anno 1986 – è di assoluta utilità per coloro che operano nel campo dell’arte e dell’arte applicata. Dorfles vi analizza e afferma l’importanza del pensiero mitico nel mondo dell’arte e il testo risulta ancora attuale nei suoi contenuti. La ricerca nel campo della percezione e della psicologia dell’arte avanza e rielabora concetti e visioni, indagando nuove prospettive. Ancora oggi ciò che nel 1986 venne indagato da Dorfles nell’Elogio della disarmonia rimane attuale e utilissimo per coloro che si occupano di arte, d’arte applicata e di estetica. Sia esso esplorato dal punto di vista della critica, della pratica o della fruizione. Credo che oggi – in un mondo in cui molti possono avere accesso al vasto territorio dell’immagine – sia fondamentale mantenere vive la conoscenza e la riflessione originate da diverse modalità di pensiero, sperando che alla cultura e alla conoscenza venga restituito quel valore e quell’utilità che sono propri di una società civile. L’intervista nasce dall’incontro con Dorfles, avvenuto il 22 aprile 2013 grazie all’intercessione della gallerista milanese Mariella Filippi. Gillo Dorfles, lei prima studia medicina e in seguito si specializza in psichiatria. In un’intervista asserisce che si distanzia da quel mondo poiché considera che sia rimasto troppo ancorato a un’unica visione, quella scientifico-razionale. In che periodo nasce la sua spinta e il suo interesse per l’arte? In particolare quando inizia a dipingere?

Direi che ho dipinto da sempre, in modo sia istintivo che razionale. È un piacere che sempre mi ha seguito. Vedendo i suoi lavori e ripensando alla critica sollevata dal MAC (Movimento arte concreta) potremmo affermare che la sua produzione artistica tocca soprattutto, citando uno dei concetti del suo libro, un «pensiero visivo, che nella sua fase o nel suo aspetto inconscio e preconscio è capace di avere la meglio»? Mi riferisco soprattutto al capitolo relativo alla ricerca della psicoanalista di seconda generazione Margaret

Neuburg, sulla potenzialità e la forza dell’inconscio.

Sono convinto che in qualsiasi forma artistica il problema dell’istinto è fondamentale come spunto creativo. Anche nella Konkrete Kunst, con la sua apparente razionalità, emerge l’istinto. Il Movimento Arte Concreta ne è la sua appendice, in Italia. La Neuburg ha tenuto molto conto delle potenzialità dell’inconscio e questa sua visione è molto giusta. L’inconscio viene sempre in primo piano, anche se uno non ne è cosciente. In tal senso consiglio di leggere il libro di Eric Kandel, L’età dell’inconscio. Kandel, premio Nobel nel 2000 per la medicina, ha sottolineato nel suo libro i legami di Klimt e degli artisti viennesi di allora con il concetto di inconscio. Secondo Kandel già questi artisti, che non avevano un rapporto diretto con Freud, tenevano conto dell’inconscio. Kandel, critico con profonda preparazione neurologica, analizza il funzionamento delle aree cerebrali per la comprensione non solo della pittura, ma delle arti in generale. Questo libro mi dà in un certo senso ragione di aver studiato medicina prima e di essermi poi avvicinato alla pittura. Dipingere aveva per lei un valore catartico, funzionale non solo all’arte stessa, ma anche in relazione alla sua ricerca, magari più rigorosa nel campo dell’estetica?

L’aspetto catartico si rivela sempre nel mio lavoro, ma molte delle mie pitture e disegni vanno al di là dell’inconscio. Evidentemente so quello che faccio. Il mio lavoro nasce dall’interesse per la figurazione, per il segno e la grafica. Direi che non è figurativo ma piuttosto grafico; oltre che avere una forte relazione con il colore. Da Goethe in poi, con Zur Farbenlehre (Della teoria dei colori) vi è un pensiero sui colori. I colori hanno una relazione decisiva con il nostro temperamento e carattere. Fondamentale è la prevalenza di un colore piuttosto che dell’altro nell’opera d’arte. In che modo la spinta verso il «mitico e il simbolico» le ha permesso e ha contribuito a un accesso al territorio apparentemente «logico-razionale» della ricerca relativa all’estetica?

Per me è fondamentale la creazione e la fruizione artistica, sia nella pittura che nella musica. La musica più della pittura ha un’importanza in ciò che attiene ai sentimenti e alla sensibilità. La sera vado ai concerti e non tanto al cinematografo,

Gillo Dorfles, Senza titolo.

anche perché per la musica a Milano ci sono proposte interessanti. Inoltre seguo i concerti proprio per questa forza della musica di esprimere i sentimenti e la sensibilità. Vedendo i suoi lavori e leggendo i suoi libri ho sempre avuto l’impressione che vi fosse in lei una capacità di osservare sempre i due opposti – razionale e irrazionale – e che questi due approcci le permettessero un vero accesso alle cose del mondo.

L’irrazionale ha la precedenza, la razionalizzazione avviene in un secondo tempo. Nel mio caso e anche tra gli artisti del Movimento Arte Concreta, l’embrione è comunque l’istinto. Nel libro Elogio della disarmonia lei si ricollega a un lavoro dello storico dell’arte e fondatore della sociologia dell’arte Pierre Francastel, in cui si riscopre l’importanza degli elementi mitici, magici nel Rinascimento. In particolare nel dipinto La Primavera di Botticelli in cui si esprime, oltre alla costruzione squisitamente rinascimentale, quella parte di alterità, relativa alla magia e al mito che si manifesta anche in una ricerca razionale. Tutto ciò si rivelerà in

modo preponderante in seguito con il Barocco. Potrebbe ritornare su tale concetto?

Prevale l’elemento istintivo nel Barocco, nel Rinascimento non è evidente. A seconda delle epoche e tendenze abbiamo più o meno un’arte che rispecchia questo tipo di visione. Ma anche nell’apparente rigore del Rinascimento si celano degli elementi irrazionali. Il lavoro del pittore svizzero Max Bill, come lei evidenzia nel suo libro, sembrerebbe nascere da una precisa organizzazione.

Max Bill, che ho conosciuto personalmente ed era un amico, fa parte del movimento della Konkrete Kunst svizzera. In realtà era un uomo diverso da quello che le sue opere esprimono. Dietro all’apparenza rigorosa troviamo elementi plastici e sensuali molto forti. Le donne... amava molto le donne e sua moglie non ne era così contenta.

Piano e altri ancora, dove si adottano sia le moderne conquiste della tecnologia che le caratteristiche «mitopoietiche», in cui ci si riferisce alla creazione dei miti, agli archetipi. Nel panorama attuale dell’architettura ci sono, secondo lei, opere degne d’attenzione, capaci di esprimere la stessa valenza e di coniugare hightech e caratteristiche più soft?

La tendenza high-tech è poco istintiva, una continuazione del razionalismo del Bauhaus. Dalla lezione di Frank Lloyd Wright, con l’architettura organica, emerge la visione di Renzo Piano, che non è un razionalista freddo. E a questo punto se cito Piano citerei anche Calatrava. Cosa direbbe alle nuove generazioni – a coloro che si occupano di arte, di comunicazione visiva e di design in genere – sulla necessità di errare, confondersi nella propria ricerca?

Sempre in Elogio della Disarmonia, si sofferma sulla necessità di un’architettura che sappia coniugare high-tech e caratteristiche più soft. In particolare cita la libreria dell’Università di Stoccolma di Ralph Erskine, il nuovo Menil Museum di Renzo

Per fortuna non tutti i giovani sono solo razionali. Guai ad ascoltare solo la ragione, sarebbe il trionfo della noia. Questa questione della composività si evidenzia in genere più ai nostri tempi che in precedenza. L’arte si svincola dalla centralità, l’architettura compresa.

e critico lo distolgono dall’attività pittorica, negli anni Ottanta Dorfles ritorna a dedicarsi all’arte con rinnovato vigore. La mostra allestita in questi giorni allo Studio Dabbeni di Lugano raccoglie una serie di opere realizzate proprio a partire da quel momento, che ha segnato l’inizio di una nuova prolifica stagione creativa. Sono dipinti e sculture eseguiti tra il 1988 e il 2015 che dimostrano il percorso originale di Dorfles, slegato da un’astrazione schematica e orientato per contro a delineare composizioni libere e fantasiose, dalle ampie stesure di colore acceso e dalla predominanza di tratti curvilinei. Evidenti in questi lavori sono gli echi della pittura metafisica e surrealista, con cui l’artista condivide l’attingere a un mondo interiore da rappresentare per mezzo di forme e simboli che siano diretta emanazione dell’inconscio. Sensazioni e pulsioni prendono così concretezza in figure enigmatiche che sembrano emergere da una dimensione atavica: creature fluttuanti dai lineamenti morbidi e sagome metamorfiche popolano

lo spazio della tela generando atmosfere al contempo inquietanti e ironiche. Queste presenze, dalle strutture aperte e asimmetriche, portano in sé qualcosa di umano, di animale e di vegetale, in un’audace associazione di elementi razionali e fantastici che ci restituisce un’impressione di mutamento, come se tutto fosse in perenne divenire. La medesima vivacità dinamica percorre anche le sculture, realizzate in vetroresina, volumi in espansione dalle tinte vivide in cui la materia si torce nell’alternanza tra superfici concave e convesse, a replicare quel flusso di libertà immaginaria che proviene dal profondo, e che per Dorfles è il punto di partenza per indagare e comprendere il mondo.

Il potere dell’intuizione libera Mostre Allo Studio Dabbeni di Lugano le opere di Gillo Dorfles Alessia Brughera Elude ogni tentativo di classificazione Gillo Dorfles, 106 anni da poco compiuti. Figura anticonformista ed eccentrica e personalità poliedrica di raro acume, ha cavalcato quasi per intero il Novecento e vive tuttora con intensità gli albori del nuovo millennio. Intellettuale eretico e contestatore, si è sempre discostato dalle convenzioni criticando con intransigenza e senza troppe remore la mediocrità e gli eccessi della società. La sua innata duttilità lo ha portato dapprima a studiare medicina, con una specializzazione in psichiatria, poi a dedicarsi alla filosofia, alla critica d’arte e alla pittura, in una commistione di teoria e pratica che lo ha reso da una parte vigile osservatore degli snodi ideologici in atto, dall’altra uno dei protagonisti principali della temperie culturale, mai scontato nel giudicare, sempre innovativo nel partecipare. Una posizione inusuale e privilegiata, la sua, che gli ha permesso di penetrare a fondo nel presente, cogliendone le discontinuità e le incertezze, e di seguire da vicino gli in-

trecci delle vicende nel loro incessante modificarsi. Alla pittura Dorfles si interessa fin dalla gioventù: erano gli anni Trenta e al ginnasio «facevo degli sgorbi sui margini dei libri di testo», confessa. «Ho continuato a disegnare finché ho fatto veri e propri quadri intorno ai vent’anni. A tempera, a olio. Li tenevo per me, aspettando il futuro». Nel 1948 a Milano, sua città d’adozione, entra subito nel vivo del clima artistico fondando il Movimento d’Arte Concreta insieme a Gianni Monnet, Bruno Munari e Atanasio Soldati, con l’obiettivo di riprendere le ricerche dei padri dell’astrattismo – Kandinskij, Mondrian, Arp, van Doesburg – superandone però la visione che considerava la natura e gli oggetti come materiale da ridurre all’essenza. L’arte adesso doveva prescindere dalla realtà, doveva essere completamente scevra da ogni imitazione, da ogni allusione al mondo esterno, e generarsi invece dalle intuizioni dell’artista, acquistando consistenza attraverso le immagini e i colori da lui elaborati in maniera autonoma.

Gillo Dorfles, Cybernauta.

In un periodo in cui la scena artistica è divisa tra figurativismo e astrattismo, Dorfles e i suoi compagni prendono le distanze da entrambe le tendenze, sviluppando un linguaggio basato sull’individuazione di una purezza formale. Dopo un lungo lasso di tempo in cui gli impegni di insegnante, scrittore

Dove e quando

Gillo Dorfles: Colori e segni indagatori. Studio Dabbeni, Lugano. Fino al 30 luglio 2016. Orari: me e ve 10.3012.30 / 15.00-18.30; sa 10.30-12.00 / 15.00-17.00; lu e ma su appuntamento. www.studiodabbeni.ch


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Cultura e Spettacoli

Tre artisti ticinesi in mostra Mostre Da giovedì 30 giugno a domenica 31 luglio 2016 la MUSTGALLERY di Lugano ospita un’esposizione

che intende mettere in luce un approccio all’arte meno invasivo ma al contempo ricco di significati Eliana Bernasconi L’esposizione che Luisa Figini, Maria Gabriella Müller e Francesco Vella presentano alla MUSTGALLERY di Lugano (galleria d’arte, designer e fotografia sorta nel 2012) nell’ambito di «ARTE’ ESTATE’ 16» è curata da Francine Mury, già presidente di VisarteTicino, quindi con un’approfondita conoscenza delle tendenze e delle personalità artistiche che qui operano. Questa scelta risponde a una precisa intenzione; pure nella totale diversità e individualità delle personalità, i tre artisti presentati sono simili nel loro approccio all’arte, nello sguardo con cui colgono e restituiscono il mondo, nella ricerca che conferisce inedito significato alle loro produzioni artistiche. Li accomuna l’esplorazione di nuove dimensioni, che partono da una visione interiore, evidenziando come essa crei altre realtà, restituendo una visione del mondo di urgente attualità, che potremmo definire necessaria nel momento storico che stiamo vivendo. Scrive Francine Mury: «Senza rinunciare alla ricerca formale o alla forza del segno, la mostra si profila come riflessione sul complesso e mutevole concetto di identità per rapporto a quanto ci circonda o ci invade».

«La mostra si profila come riflessione sul complesso e mutevole concetto di identità per rapporto a quanto ci circonda o ci invade» Luisa Figini è un’artista dal sorprendente percorso evolutivo; il suo lavoro, scrive Paola Tedeschi Pellanda, si articola attorno a tre assiomi fondamentali: l’oggetto, il corpo e la relazione. Le sue

prime opere sono di intima vicinanza ed esplorazione della materia, sono forme in terracotta, fili, garze, fibre di vetro, vedono l’uso di materiali organici e inorganici, capelli, cera, vesciche animali, reti in installazioni di forte impatto sensoriale che parlano di materia inerte e vivente. Ma ben presto passa all’oggetto umano e il suo lavoro artistico assume altre valenze nell’utilizzo multimediale di audio e video dove si indaga su segreti aspetti, che la mostra presenta come la serie di stampe fotografiche tratte da lavori video realizzati nella piscina fisioterapica dell’ospedale psichiatrico di Ginevra: Sonar per esempio sono riprese subacquee di corpi che danzano nell’acqua, mentre in Bel-Air oggetti della più intensa e misera quotidianità, i camici degli ospedali allineati per la lavanderia, si mutano in altre immagini, rimandano ad un altrove fantastico, quasi figure di angeli. Nelle stampe fotografiche su carta cotone Dormiente invece, spiazzanti frammenti di corpi addormentati in un ambiente clinico ospedaliero si trasformano in potenti immagini che ricordano l’antica bellezza delle sculture classiche. Mostra di aver interiorizzato molto bene la conoscenza dell’arte astratta il lavoro di Gabriela Maria Müller che si risolve poi in un discorso di personale dialogo con la figura del cerchio, archetipo essenziale senza tempo, da sempre presente nell’arte, che l’artista tratta in grandi tele materiche e terrose con frammenti di ferro arrugginiti e cenere, ma l’oro alchemico che lo circoscrive è sole e spirito, ci conduce a qualcosa di molto più grande. La sua ricerca indaga da punti di vista in apparenza lontanissimi e alla densità materica contrappone in un altro grande lavoro il cerchio visto come energia di luce, come energia eterica, che tratta con tutt’altra tecnica, con plexiglas, alluminio termolaccato, luce elettrica. Con terra, fuoco, luce vuole

Negli spazi della galleria luganese le opere dei tre artisti Figini, Müller e Vella. (Mustgallery)

parlare della sacralità della vita che non ha inizio e non ha fine, e la sua opera si fa luogo e spazio di silenzio di fronte al quale porsi in atteggiamento di stupore e contemplazione, con la stessa purezza che ritroviamo in Réver le mystére un seme di acero racchiuso in una scatola di legno con foglia d’oro, o in Un souffle de l’eternel, dove la fragilità effimera dei soffioni è trattenuta in un contenitore trasparente. Anche il lavoro di Francesco Vella chiede all’osservatore uno spazio di silenzio per la percezione della sua opera, una misteriosa sospensione per accedere

a uno spazio pittorico, a un’immagine che sente la necessità del vuoto, che contiene una paradossale assenza, che proprio in virtù di essa si configura. Dopo le ricche esperienze post-informali delle sue prime realizzazioni, Vella ha lasciato questa direzione per perseguire una sua originalissima visione interna che porta sulla tela il processo di autocoscienza, dove i segni vogliono evidenziare la nascita di una soggettività, in un originalissimo e immediatamente riconoscibile sguardo pittorico volto all’interiorità dell’io, riflessione visiva che si potrebbe apparentare a una matrice psicoanali-

tica. Il risultato si traduce in uno spazio essenziale e muto stranamente affascinante, misteriosamente poetico, che predilige evidentemente il bianco (che come noto è assenza di colore ma che tutti i colori contiene); si vedano le due grandi tele in mostra dedicate al pensiero, Pensiero bianco o Pensiero sarai solo in questo mondo?, dove la superficie è attraversata da parole e pensieri incisi, da infantili ma primordiali e indelebili segni. Informazioni

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I luoghi, i tempi e le regole Olimpia rivive a Rio Breve storia delle olimpiadi antiche – 4. L’organizzazione dei giochi Elio Marinoni Se per far rivivere le antiche olimpiadi il Comitato olimpico internazionale scelse la città di Atene (anche se De Coubertin avrebbe preferito Parigi, dove poi si svolsero i giochi successivi, nell’anno 1900) e ad Atene i giochi olimpici furono nuovamente organizzati nel 2004 a tardiva celebrazione del centenario della loro istituzione, le olimpiadi devono però il loro nome alla città di Olimpia, situata nell’Elide, regione nordoccidentale del Peloponneso. Qui, in un’area sacrale e agonale denominata Altis, dedicata al culto di Zeus e, secondariamente, della sua consorte Era, si disputarono fin da tempi antichissimi le competizioni sportive denominate Olýmpia o Olympiádes. Un’accurata descrizione della regione, e in particolare di Olimpia e del suo santuario come apparivano alla metà circa del II secolo d.C., si può leggere nel V libro della Descrizione della Grecia del geografo Pausania: «Quando si raggiunge Olimpia, l’Alfeo è un fiume ampio e molto piacevole a vedersi. Esso è ingrossato da parecchi affluenti […]; il Cladeo vi confluisce provenendo dall’Elide. […]Il bosco sacro di Zeus è stato chiamato, fin dai tempi antichi, Altis, corruzione della parola alsos, che significa “bosco”. Anche Pindaro chiama il luogo Altis, in un’ode composta per un olimpionico» (Pausania, Descrizione della Grecia, V, 7, 1 e 10, 1. Il verso di Pindaro è in Olimpica X, 45).

Gli scavi archeologici condotti nell’area del santuario hanno riportato parzialmente alla luce le installazioni sportive (che comprendevano in particolare il ginnasio, la palestra, la pista dello stadio e l’ippodromo) e gli edifici sacri, costruiti in epoche diverse: il tempio di Zeus (471-456 a.C.), la cui cella ospitava la famosa statua crisoelefantina (fatta cioè d’oro e avorio) del dio, opera di Fidia; l’Heraîon o tempio di Era, la consorte di Zeus (ca. 650 a.C., ricostruito nel 570 a.C.); il Metróon o tempio di Cìbele, la gran madre (donde il nome del tempio), eretto all’inizio del IV sec. A.C.

Le olimpiadi erano i più importanti di un ciclo di quattro agoni panellenici o stefaniti, cosiddetti perché i giochi erano aperti a tutti i Greci e perché il premio per il vincitore di ogni specialità era costituito da una corona (gr. stéphanos) vegetale (d’ulivo a Olimpia, d’alloro a Delfi, di pino a Corinto, di prezzemolo o di sedano selvatico a Nemea). Oltre alle Olimpiadi, il ciclo comprendeva i giochi pitici, che si svolgevano ogni quattro anni a Delfi, in onore di Apollo Pizio, e due agoni biennali: le Istmiche, che si disputavano a Corinto in onore di Poseidone; e le Nemee, in onore di Zeus, ospitate dalla città di Nemea in Arcadia.

Il santuario di Olimpia, nell’Elide. (Ekdotike Athenon)

Il períodos degli agoni panellenici o stefaniti era così organizzato: ’  H  ` m m n  Olimpiadi Istmiche ’  H H  ` m m n  Nemee ’  H H H  ` m m n  Pitiche Istmiche ’  H U  ` m m n   Nemee. Scopo dell’organizzazione di questo ciclo quadriennale era di consentire agli atleti di partecipare a tutti gli agoni. Il vincitore di una medesima specialità nei quattro giochi di uno stesso ciclo era detto periodoníkes («vincitore del ciclo»), qualcosa di simile al moderno vincitore di un grande slam. Tra i più antichi atleti che si poterono fregiare di questo titolo si ricorda il crotoniate Milone, che nel corso della sua lunga carriera (vinse sei volte alle olimpiadi tra il 540 e il 516 a.C.) lo conquistò cinque volte nella lotta. Le olimpiadi si disputavano in piena estate, alternativamente nei mesi di Parthénios e di Apollónios, grosso modo equivalenti rispettivamente ai nostri luglio e agosto: il giorno d’inizio dei giochi coincideva con il secondo o, rispettivamente, con il terzo plenilunio dopo il solstizio d’estate. Gli atleti partecipanti dovevano convenire a Olimpia (più precisamente nella città di Elide, a una sessantina di km da Olimpia) un mese prima dell’inizio dei giochi: questo mese di «ritiro» era dedicato all’allenamento, che comprendeva anche una dieta speciale. La durata dei giochi veri e propri aumentò progressivamente con il

moltiplicarsi delle specialità, passando dall’unica giornata delle prime edizioni fino a sei giorni, probabilmente dal 472 a.C. Secondo una ricostruzione abbastanza attendibile il programma era così articolato: ’  H  f h n q m n  r ` b q h 3 b h n  d  f h t q ` l d m s n  `  Zeus ’  H H  f h n q m n  f ` q d  c d h  paîdes ’  H H H  f h n q m n   mattino: gare ippiche pomeriggio: pentathlon sera: sacrificio funebre ad Achille e a Pelope ’  H U  f h n q m n  d b ` s n l a d  ' r ` b q h 3 b h n  c h  100 buoi) a Zeus ’  U  f h n q m n  mattino: gare di corsa pomeriggio: atletica pesante; corsa degli opliti ’  U H  f h n q m n  o q d l h ` y h n m h  d  a ` m b g d s s n Come si vede, l’elemento religioso aveva grande incidenza e non era limitato alla cerimonia d’apertura. La regolamentazione dei giochi richiese l’istituzione di vari funzionari olimpici: dagli spondophóroi (lett. «portatori di libazioni» rituali), che percorrevano tutta la Grecia per annunciare la tregua olimpica e informare sulla data d’inizio dei giochi, agli agonothétai, sorta di collegio di presidenza dei giochi; dai minacciosi mastigophóroi (lett. «portatori di frusta»), addetti alla sorveglianza degli atleti durante tutto il periodo di permanenza a Olimpia, agli hellanodíkai («giudici dei Greci»), che avevano la funzione di giudici di gara.


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Cultura e Spettacoli

Hermann Scherchen, musicista e intellettuale con il cuore in Ticino Personaggi Una figura importante della storia musicale del ’900 trovò nel nostro cantone

ascolto e sostegno per i suoi progetti, che concretizzavano un pensiero creativo avanzatissimo

Gravesano, studio tecnologicamente all’avanguardia Estratto inedito dall’autobiografia di Hermann Scherchen, di prossima pubblicazione per l’editore Tahra

Era nato a Berlino nel 1891: morì sul palco, dirigendo, durante il Maggio Fiorentino del 1966. (Keystone)

Zeno Gabaglio Anche se non viene ricordata con uguale frequenza e in termini altrettanto enfatici, la presenza in Ticino di Hermann Scherchen può essere paragonata a quella di Hermann Hesse. Certo: Scherchen non ha mai vinto il Premio Nobel per la musica, ma principalmente perché tale premio non esiste. Altrimenti il musicista (direttore, compositore, teorico, innovatore, fomentatore) nato a Berlino nel 1891 avrebbe avuto tutte le carte in regola per ambirvi, essendo stato un personaggio centrale nella storia musicale e culturale d’Europa, grosso modo da quel 1912 in cui affiancò Arnold Schönberg nella creazione del capolavoro Pierrot lunaire fino all’anno della morte, il 1966. In mezzo un’instancabile attività che lo ha posto in stretto contatto con alcune delle più significative istanze della creazione musicale (basterebbe citare le prime esecuzioni da lui dirette per Alban Berg, Anton Webern, Paul Hindemith, Richard Strauss, Edgar Varèse, Luigi Nono o Karlheinz Stockhausen) ma anche a sporcarsi concretamente le mani nelle controversie dei nuovi media e dell’evoluzione tecnica. In questo senso – alla ricerca di un effettivo rapporto con il Ticino, che lo ha ospitato per gli ultimi dodici anni di vita – Scherchen è andato anche oltre al pur partecipato e prolungato soggiorno di Hesse. Se infatti per lo scrittore Montagnola fu un buen ritiro vissuto soprattutto in una dimensione intima e privata, per Scherchen Gravesano fu invece centro operazionale, un luogo pubblico in cui immaginare e progettare le sorti della musica futura assieme ad alcuni dei più illustri colleghi su scala mondiale. Per ricordarne la figura in occasione del cinquantennale dalla scomparsa ospitiamo qui i ricordi della figlia Myriam Scherchen – cresciuta in Ticino e da tempo residente in Francia – e del nipote Luca Frei – anch’egli cresciuto in Ticino ma ormai attivo nell’ambito artistico europeo con base in Svezia – per cercare di immaginare l’attuale lascito di una figura visionaria come quella di Scherchen.

In aggiunta pubblichiamo qui a fianco – per gentile concessione delle edizioni Tahra – una pagina inedita dell’autobiografia di Hermann Scherchen riguardante proprio il suo rapporto con Gravesano. Myriam Scherchen: Gravesano come isola di musica nuova e di felicità

Il punto di partenza non può che essere il chiedersi come mai un personaggio cosmopolita ed estremamente attivo abbia scelto come propria base il Ticino degli anni Cinquanta, certamente non un place to be dal punto di vista culturale. «Innanzitutto bisogna sapere che nostro padre era un uomo del popolo. La sua famiglia aveva avuto un caffè

nella Berlino a cavallo del secolo e aveva conosciuto stenti di ogni genere. Dopo una vita assai raminga e un breve periodo in cui si era stabilito con nostra madre a Rapallo cercava un posto dove potersi isolare ma anche per poter realizzare i suoi progetti». L’estratto inedito della sua autobiografia che qui si pubblica «illustra bene quello che voleva fare in Ticino e lo spirito con il quale voleva farlo. Gran parte dei suoi guadagni li aveva investiti nello studio musicale costruito a Gravesano o per realizzare la rivista musicale Gravesaner Blätter». Gravesano era diventato un centro nevralgico della ricerca musicale europea – paragonabile solo a Colonia e Parigi – ma improvvisamente vide cessare le proprie attività. «Lo studio

Intervista a Luca Frei: Musica come crescita per l’intera società Se Hermann Scherchen fosse nato cent’anni dopo – poniamo nel 1991 – con lo spirito e l’iniziativa che lo hanno contraddistinto oggi cosa farebbe?

Lui usava dire d’esser nato con cento anni di anticipo, e forse la recente unificazione della Germania lo avrebbe portato a scelte di vita radicalmente diverse. Quel che è certo è che sia il suo pensiero umano sia il suo percorso musicale sono indiscernibili dagli eventi storici che hanno caratterizzato il XX secolo, e che lo hanno influenzato profondamente durante tutta la sua vita. Scherchen è stato un musicista cresciuto in ambito classico ma con una tendenza quasi insaziabile al progresso tecnico ed espressivo. Cosa voleva raggiungere abbracciando le nuove forme musicali ma anche le nuove disponibilità tecnologiche?

L’ultimo congresso che avrebbe dovuto aver luogo a Gravesano nell’agosto del 1966 era intitolato Computers and Art. Music – Painting – Three-dimensional Films e già da questo si capisce quanto Scherchen, allora settantacin-

quenne, non avesse ancora terminato la sua ricerca. Sin dai primi anni Venti – dirigendo i concerti radiofonici a Francoforte – Scherchen abbracciò i nuovi mezzi di comunicazione e le possibilità che davano sotto l’aspetto artistico, tecnologico, e pedagogico. Attraverso radio e televisione si poteva da un lato aspirare a un suono ideale e dall’altro a raggiungere un pubblico numericamente molto maggiore. Se certi temi e contenuti appaiono magari elitari, sembra di intuire nell’operato di Scherchen un’esigenza diversa, quasi di comunicazione universale.

Per Scherchen l’aspetto pedagogico era molto importante, la musica aveva una funzione sociale nel liberare ed elevare lo spirito della gente. Non dimentichiamo che sempre negli anni 20 – al suo ritorno dall’internamento come prigioniero civile in Russia durante la prima guerra mondiale – tra i diversi impegni prese la direzione della Deutsche Arbeiter Sängerbund (l’unione corale dei lavoratori tedeschi) un’attività che, come poche altre, gli permise di portare la musica fuori dalle sale da concerto.

decadde alla morte di nostro padre. Quando morì, io, la maggiore, avevo appena quattordici anni e la più piccola, Alessandra, quattro. Nostra madre – già ammalata di cancro – sopravvisse meno di due anni. Per il presagio di un veggente americano incontrato in Russia, nostro padre era sicuro di vivere fino all’età di 84 anni, e forse anche per questo non aveva preso disposizioni per il futuro dello studio. La casa era vecchia, aveva bisogno di riparazioni e noi ragazzi non eravamo in grado di pensarci: prendemmo la dolorosa decisione di venderla e di affidare il lascito musicale (spartiti, studi, corrispondenze) alla Akademie der Künste di Berlino». La memoria fisica di Scherchen ora è quindi custodita in Germania, anche se «Gravesano è stato il centro attorno al quale la vita di Hermann Scherchen gravitava: nella seconda parte della sua esistenza ha viaggiato moltissimo, dando concerti e spostandosi da un continente all’altro ma, come un Giano bifronte, ha sempre tenuto lo sguardo fisso su Gravesano: era la sua isola, e nel diario del 1954 scriveva a nostra madre: “Solo Gravesano è stato un bene per me. Aiutami a piantarvi le nostre radici. Gravesano, un’oasi per la famiglia e per gli amici”». Un’oasi che però non era completamente distaccata dal contesto, ancora molto rurale, che le stava attorno. «Nel Ticino circostante c’era una buona percezione – anche se ovviamente su scala ridotta – dell’importanza dello Studio di Gravesano e delle attività attinenti a esso. Nostro padre aveva anche ripetutamente diretto l’OSI, e una delle ultime sue imprese fu il ciclo Beethoven: le nove sinfonie, ciascuna associata a un’opera contemporanea». E anche l’intera famiglia era cresciuta in un normale contatto con il territorio circostante: «noi figli parlavamo in italiano con nostra madre, mentre quando tornava nostro padre parlavamo tedesco. Avevamo frequentato tutte le scuole in italiano e nel dopoguerra l’attività di nostro padre si era sviluppata tantissimo in Italia, dove era anche morto, a Firenze sul podio dell’Orchestra del Maggio dirigendo L’Orfeide di Malipiero. Ora giace con nostra madre nel cimitero di Gravesano».

Gravesano era un minuscolo villaggio ticinese di duecento abitanti. Per puro caso avevo scoperto un annuncio nel giornale e mi sembrava talmente strano che decisi di andare a vedere di che si trattava: il prezzo era bassissimo per un terreno talmente grande (due ettari di foresta, seimila metri quadri di terreno coltivabile e una casa di dodici stanze, le cui mura avevano uno spessore di cinquanta centimetri!). Ne fui sedotto a prima vista e decisi immediatamente di acquistarla. Nel 1954 costruii nel giro di tre mesi il mio primo studio, con cinque mura anziché quattro, e con un soffitto inclinato: in altre parole, un locale in cui non ci fossero linee parallele. Cercai di spiegarne il perché all’architetto: «con questa struttura voglio tentare di smorzare le interferenze e le onde stazionarie. Per di più voglio ridurre quanto più possibile le caratteristiche acustiche del locale». Questo studio l’ho costruito per me. Non dico «per me» con una certa pretesa ma con modestia, considerandola un’attività immediata della mia esistenza. IO VIVO GRAVESANO. Vi ho concentrato tutte le mie energie. Lo studio venne terminato nel giro di tre mesi e, otto giorni più tardi, vi ebbe luogo il primo congresso. Ventidue tra i più importanti scienziati, elettrotecnici e musicisti provenienti da tutt’Europa vi si riunirono e lavorarono per otto giorni. La mattina tenevamo delle conferenze seguite poi, nel pomeriggio e di sera, da discussioni e sperimentazioni che illustravano nella pratica quanto era stato discusso al mattino. Se in questo ventesimo secolo siamo nell’epoca della massima specializzazione – che per forza continuerà a frazionarsi ancor più – il disco, la radio, il cinema e la televisione costituiscono invece una nuova sintesi: è per questo motivo che ho creato Gravesano. Tutte queste nuove cose, infatti, possono esistere solo in uno stretto coordinamento tra tecnologia elettroacustica, scienza del suono e creazione artistica. Lo studio sperimentale di Gravesano possiede un altro grande vantaggio: la creazione vi è assolutamente libera e indipendente, non esiste nessuna istanza che dica quello che si può e quello che non si può fare. Non abbiamo orari d’ufficio, non ci sono limiti di tempo per l’utilizzo delle apparecchiature, non ci sono limitazioni di nazionalità, razza o religione. Il tutto si riduce al mio desiderio vitale di riempire l’istante quanto più intensamente possibile. Gravesano è un progetto al cento per cento privato, che non si presta a nessuna propaganda. Gravesano è il posto dove si possono esprimere coloro che vogliono e possono agire, e ciò nella massima neutralità.


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Cultura e Spettacoli

Oliver Sacks e i suoi 82 anni di gratitudine

Giovane ma determinato

Letteratura Nel suo ultimo libro il neuroscienzato inglese racconta

nuovo fenomeno del pop-rock inglese

CD Il secondo album di Tom Odell,

i momenti salienti della sua tormentata vita e si congeda con eleganza dai suoi lettori

Benedicta Froelich

Mariarosa Mancuso «Mi spiace di essere tormentosamente timido a ottant’anni proprio come lo ero a venti», certifica Oliver Sacks in Gratitudine. Sono i suoi ultimi scritti, usciti sul «New Yorker» (e ora tradotti da Adelphi) a cavallo della diagnosi fatale. Il melanoma oculare, sconfitto quasi un decennio prima con la perdita di un occhio, si era ripresentato attaccando il fegato, al neuroscienziato più famoso del mondo restavano pochi mesi di vita. Morirà il 30 agosto 2015, a 82 anni, pochi giorni dopo aver consegnato all’editore la seconda parte della sua autobiografia (anche questa da Adelphi, assieme a tutti i suoi saggi). In movimento era il titolo, Oliver Sacks raccontava il collegio dove era stato vittima dei bulli, il kibbutz dove era dimagrito di trenta chili in tre mesi, la puttana francese che il fratello gli aveva procurato per distrarlo dai maschi (gli piacevano di più, pur praticando pochissimo). Quando lo incontrammo – una trentina di anni fa, giusto il tempo necessario a un’intervista televisiva – Oliver Sacks tanto timido non sembrava. Era ombroso e scostante, questo sì. Non sopportava il calore dei riflettori necessari per le riprese, sudava e chiedeva di spegnerli anche se a Palazzo Vecchio di Firenze – era in corso una mostra sulla Memoria che partiva dalle mnemotecniche rinascimentali: qualche mese fa le abbiamo ritrovate tali e quali in un episodio di Sherlock Holmes con Benedict Cumberbatch – la temperatura era piuttosto fresca. Sembrava un capriccio da scienziato-star. Qualche anno dopo, leggendo delle nuotate mattutine di Oliver Sacks nel fiume Hudson – in qualsiasi stagione – abbiamo capito che l’omone barbuto aveva una termoregolazione

Il suo Risvegli è stato un successo anche grazie al film interpretato da Robin Williams e da De Niro diversa dalla nostra, se ne andava in giro con la sola camicia anche d’inverno. Un dettaglio che ricordava i suoi casi clinici e i suoi personaggi resi romanzeschi dai difetti o dalle anomalie nella percezione. A cominciare da L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello: un caso esemplare di prosopagnosia, ovvero l’incapacità di riconoscere i volti delle persone. Ne soffre Luciano De Crescenzo, che da qualche anno va in giro distribuendo bigliettini con la scritta: «Scusa se non ti saluto e non ti riconosco. È una malattia, non distrazione o maleducazione».

Il 30 agosto ricorrerà il primo anniversario dalla sua morte. (oliversacks.com)

Gratitudine inizia con un sogno e una divagazione sull’ottantesimo compleanno, ancora non sapeva di essere condannato. Nella sua autobiografia – la prima parte, sulla famiglia di scienziati, gli anni londinesi, lo zio che gli aveva insegnato tutto sui filamenti delle lampadine, da qui il titolo Zio Tungsteno – Oliver Sacks racconta la sua passione per i diari (da ragazzino lo chiamavano «inky», da «ink» che vuol dire inchiostro) e per la tavola periodica degli elementi. A undici anni dichiarò «sono il sodio», che nella classificazione ha appunto il numero 11 (il genietto autistico Sheldon, nella serie televisiva The Big Bang Theory, ha una tavola periodica stampata sulla tenda della doccia, e di recente ne circolava su Internet una che illustrava, seguendo gli stessi principi, non gli elementi dell’universo ma gli elementi della narrazione). Gli ottanta anni, ricorda Sacks, corrispondono al mercurio, mentre i 79 appena abbandonati erano l’oro. I compleanni tondi inducono alla riflessione. Oliver Sacks ricorda di essere sempre stato «il più piccolo», ultimo di quattro figli e uno dei più giovani tra i suoi innumerevoli cugini (la madre era la sedicesima in una schiera di diciotto). Ricorda la volta che rischiò di morire in montagna, quando di anni ne aveva quarantuno. Una rovinosa caduta, una gamba rotta e steccata alla meglio, il faticoso rientro in cerca di

soccorsi, trascinandosi sulle braccia. Tutto è raccontato in Su una gamba sola, compresa una variazione della sindrome dell’arto fantasma che fu tra le conseguenze dell’incidente, e che viene illustrata con la sua consueta bravura: gli amputati sentono dolore alla gamba che non c’è più, mentre il neuroscienziato non riconosceva più come sua la gamba malconcia. «L’uomo che scambiò i suoi pazienti per personaggi». Sarebbe un bel titolo per la raccolta dei suoi casi clinici. Purtroppo messi in ombra da Risvegli, il suo libro più celebre, e dal film che ne ha tratto Penny Marshall, e da Robin Williams, che lì cominciò con ruoli da dottore e finì con il naso rosso di Patch Adams. Gli altri pazienti sono molto più appassionanti. Per esempio L’ultimo hippie, che racconta un giovanotto bloccato negli anni Settanta per un’amnesia: non riusciva a togliersi dalla testa l’idea che Janis Joplin e Jimi Hendrix fossero ancora vivi. Per esempio la signora che si dipingeva con il rossetto solo metà bocca e mangiava solo metà torta, per un danno cerebrale. Per esempio la paziente autistica che si era fabbricata una «macchina per gli abbracci». Vicini alla morte si diventa sinceri, e Sacks confessa il peggior giorno della sua vita. Quando rivelò in famiglia che gli piacevano i maschi. La madre reagì violentemente: «Vorrei che tu non fossi mai nato».

Nonostante chi scrive lamenti circa la pochezza stilistica di certo cantautorato giovanile odierno, a volte fa piacere notare come qualcosa si stia comunque muovendo nell’ambito della scena angloamericana degli ultimi anni. Uno degli esempi più freschi di questa «nuova onda» è senz’altro rappresentato dall’appena 25enne cantante britannico Tom Odell, il quale ha saputo distinguersi grazie a una particolare sfumatura stilistica che integra suggestioni beatlesiane e in stile anni 70 con una grande passione per il blues e il soul nero degli anni d’oro, evidenziato anche dalla sua preferenza per il pianoforte in contrapposizione alla più usuale chitarra elettrica. Oggi Odell, che si è guadagnato un notevole seguito femminile grazie al suo efebico fascino da «bel tenebroso», torna alla ribalta con questo Wrong Crowd, attesissimo seguito del suo intrigante esordio, Long Way Down (del 2013). E bisogna dire che, seppur lo stile di questo CD richiami in parte quanto abbiamo già avuto modo di ascoltare, il cocktail di sonorità British rock e afroamericane a cui Tom ha dato vita si conferma come estremamente efficace e suadente, nonché caratterizzato da grande orecchiabilità ed energia: ne sono un esempio gli irresistibili accenti rhythm’n’blues dalle sfumature americane che impreziosiscono brani come le eccellenti ballate Concrete e I Thought I Knew What Love Was (quest’ultima, purtroppo, disponibile solo nella versione deluxe del disco), confermando la fascinazione di Odell per contaminazioni di questo genere. E se la title track del CD si presenta come un pezzo semplicemente perfetto da un punto di vista radiofonico – combinando un testo semplice e accattivante a una melodia mossa e di grande carattere – Tom dimostra di cavarsela bene anche nell’intessere atmosfere più sfumate, poiché un brano come il leggiadro Somehow, che sembra quasi richiamare canzoni sentimentali anni 30-40 del genere di Somewhere Over The Rainbow, risulta essere una delle migliori gemme dell’album. Impressione confermata

È disponibile anche in audiocassetta, come ai vecchi tempi... (tomodell.com)

anche dal toccante Sparrow, che offre addirittura qualche accenno jazzato e permette al piano, strumento d’elezione per Odell, di distinguersi finalmente come unico elemento al centro dell’attenzione. In chiave più ironica e dissacrante, anche il lento Entertainment (altra bonus track della versione deluxe) si distingue ancora una volta per la grazia evidente nell’abbinamento voce-pianoforte, che mostra, da parte di Tom, una sicurezza notevole per la sua età; come accade anche con Still Getting Used to Being On My Own, tanto che entrambi i brani potrebbero passare per pezzi del Billy Joel dei tempi d’oro. Detto questo, è chiaro che, inevitabilmente, alcune delle tracce rivelano la mancanza di esperienza di un artista appena al secondo album – soprattutto nella non sempre fruttuosa ricerca di una struttura melodica originale o indimenticabile: per quanto gradevole, un brano come Magnetised sa alquanto di già sentito, così come il rabbioso Daddy – che tenta una virata su toni rock ben più duri rispetto agli usuali standard di Odell – finisce per ricordare forse un po’ troppo da vicino un classico quale House of the Rising Sun nella versione anni 60 firmata dagli Animals. Ma questo, nel caso di Tom, si può tranquillamente liquidare come un semplice effetto collaterale dovuto alla costante necessità di fare riferimento alla musica pop-rock del passato; anche perché, quando tenta sperimentazioni inusuali, l’artista corre il rischio di ritrovarsi «impantanato» tra generi diversi, che tra di loro a volte stridono: è il caso di un brano come il surreale Silhouette, in cui Odell tenta addirittura un’immersione totale nelle sonorità anni 80, con tanto di suggestioni in stile ABBA, che però finiscono per risultare alquanto azzardate e ben poco credibili alle orecchie dell’ascoltatore. Va meglio con l’interessante She Don’t Belong to Me, nonostante il suo carattere perlopiù in sospeso, diviso tra atmosfere a metà strada tra il reggae pseudo-caraibico e il pop puro. Quel che è certo è che l’ascolto della versione deluxe di Wrong Crowd, le cui tracce aggiuntive sono sostenute soprattutto da una base di voce e pianoforte, dimostra come Tom sia in grado di dare il suo meglio nelle ballate «à la Billy Joel» in cui, complice una spruzzata di blues qua e là, si avvale delle sue capacità di piano man – laddove invece i suoi tentativi di incamminarsi su sentieri più commerciali suonano inevitabilmente banali e sottotono. La speranza con la quale l’ascoltatore si congeda da questo disco è quindi quella che il giovane Odell si mantenga «sulla retta via», evitando di irretire oltremodo i consumatori di musica da classifica per mantenere piuttosto una propria cifra stilistica distinta e onesta; il che, in altre parole, significa evitare che il desiderio di compiacere il pubblico sconfini nell’easy listening, accontentandosi piuttosto di coinvolgere i fan con la sottile maestria di cui, nonostante la giovane età, l’artista ha già dato prova. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Gli affari friulani di Elio Bartolini

I Britanni, le scommesse e l’isolamento

Editoria In libreria l’antologia di racconti di una delle voci

Passato e presente I fatti attuali visti

più originali della letteratura italiana Alessandro Zanoli Esce, a dieci anni dalla scomparsa dello scrittore friulano Elio Bartolini, una raccolta di suoi testi brevi «quasi inediti». La definizione un po’ scherzosa che ce ne ha dato la figlia Olga, serve a chiarire che si tratta in gran parte di articoli pubblicati su varie testate italiane tra gli anni ’40 e il 90 del ’900, per la prima volta raccolti in un volume. Bartolini, che ha goduto di una buona popolarità e ha vinto diversi premi letterari, è un autore oggi non molto profilato nella storia della letteratura italiana. Di lui si ricordano spesso le sceneggiature Il grido, L’avventura e L’eclisse, realizzate per alcuni dei più celebri film di Michelangelo Antonioni. La collaborazione tra il regista e lo scrittore era stata molto singolare, una sintonia poetica fatta di intensità e silenzi minimalisti, quasi da tragedia greca. Antonioni aveva scoperto lo stile di Bartolini grazie a un romanzo del 1956, La bellezza di Ippolita. Il libro era stato un successo editoriale e offriva uno stupendo ritratto della metamorfosi consumistica che stava trasformando la società friulana del dopoguerra. Lo scrittore, nato in Veneto ma fin da piccolo cresciuto a Codroipo, era un osservatore preciso, disincantato della società in cui viveva. Il Friuli dell’Italia postfascista era una regione in cui idee

di rinnovamento si scontravano con l’antico substrato cattolico; in cui la vicinanza con il mondo slavo dava alla quotidianità una particolare apertura sul mondo, in un’Italia non soltanto «italiana». Diversamente dal suo conterraneo Pasolini, Bartolini aveva scelto di usare un linguaggio strutturato, rigoroso, quasi un po’ aristocratico. La sua era comunque una narrativa dai forti caratteri morali. Come annota in modo assai pertinente il curatore della pubblicazione, Paolo Patui, «c’è un impegno etico in lui, un’idea dello scrivere costruita attorno alla necessità di sviscerare la realtà senza alcuna concessione a possibili celebrità effimere». Tornando al recente Affari friulani del sabato sera, il libro ci offre una conferma della sua vena espressiva originale e raffinata. Questa antologia parla di Friuli e di friulani e racconta vicende filtrate attraverso l’esperienza personale di Bartolini, dove il vissuto dell’emigrazione rimane sempre in filigrana. Come molti suoi compaesani anche lui nel corso degli anni si era allontanato a più riprese dalla sua terra d’origine, e a più riprese era tornato. Nel libro, costruito seguendo un criterio cronologico, la sua voce di narratore, solida, personalissima, è sempre pronta a cogliere il contrasto tra aspettative e realtà vissuto dai suoi personaggi. Racconti come Tornato per votare, o Lo zio di Milano, sono

alla luce della letteratura classica

Il libro Affari friulani del sabato sera è pubblicato dall’editore Bottega Errante.

emblematici di questo atteggiamento conflittuale. Il contributo di Elio Bartolini alla letteratura regionale novecentesca italiana è sicuramente uno dei più originali e meriterebbe di essere rivalutato, non solo come voce di una letteratura regionale. Forse, paradossalmente, la maggiore testimonianza di ciò sono le sue stupende poesie in friulano, contenute nei volumetti Cansonetutis e Poesis Protestantis, liriche giunte a coronamento di un curriculum letterario unico per intensità e coerenza.

Alcuni giorni fa ho scritto su questo giornale (cfr. I Greci e l’agonismo, in «Azione» del 20 giugno 2016) che, per quanto le generalizzazioni siano sempre da prendere con le molle, è però innegabile che certe caratteristiche appartengano prevalentemente a un popolo piuttosto che a un altro, e citavo ad esempio il gusto britannico per le scommesse. Ebbene, il referendum del Regno Unito per l’uscita dall’Unione europea, con il suo esito devastante, ne costituisce una formidabile conferma. È stato infatti il premier Cameron a promuovere il referendum scommettendo sul suo esito negativo (cioè sulla vittoria del remain), convinto che in tal modo avrebbe rafforzato la propria posizione nei confronti dell’opposizione e della minoranza stessa (antieuropeista) del suo partito, che nel 2013 cercò di contrastarne la rielezione. I fatti gli hanno dato torto, e bene ha fatto Cameron ad annunciare le sue dimissioni. Viene però da chiedersi: può un premier, soprattutto di uno Stato importante (il Regno Unito è pur sempre una media potenza), giocare con i destini dell’intero Paese (ora spaccato in due), e più in generale dell’Unione Europea e del mondo globalizzato in cui viviamo, per calcoli di interesse politico personale? C’è però un altro tratto antropologico del popolo britannico che questo referendum ha messo in luce: il carattere isolano, che porta a sentirsi separati

dal resto del mondo e a differenziarsene orgogliosamente in tutta una serie di norme e di abitudini che regolano la vita quotidiana: dalla guida a sinistra al sistema metrologico, alla conservazione della propria valuta pur all’interno dell’UE. Ma se ai tempi dell’Impero l’isolamento poteva essere «splendido», senza di esso e con alcuni Stati membri del Regno Unito (si fa per dire) che minacciano di staccarsi da esso (Scozia in primis) è ben poca cosa. Questa separatezza dei Britanni fu già avvertita nell’antichità classica: nei primi decenni dell’età augustea Properzio li definisce «profondamente separati da tutto il resto del mondo», benché fossero meno distanti da Roma rispetto ad altri popoli. Ancora alla fine del I sec. d.C. lo storico Tacito, riferendosi alla parte settentrionale dell’isola, conquistata dal suocero Agricola, parla di «terre poste ai confini del mondo» (Agricola, 12, 4) e fa dire a Calgàco, capo della resistenza antiromana, che i Caledoni sono «l’ultimo popolo della terra e della libertà» (Agricola, 30, 3). Non è forse un caso che, quasi un secolo e mezzo prima di Agricola, Cesare – che pure aveva esplorato (nel 55 e nel 54 a.C.) le coste meridionali dell’isola e ne aveva fornito una descrizione geografica ed etnografica – si fosse guardato dal tentarne la conquista o anche solo dal lasciarvi dei presidi. / EM Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Sicilia mon amour Da molti anni ogni pretesto, ogni occasione è buona per tornare in un’isola che mi ha stregato. A Trapani, per una fiera, ho fatto per tre giorni l’assaggiatore di olio, dopo aver seguito un breve corso di addestramento. Da quell’anno sulla mia tavola l’olio può essere solo siciliano. Per conto dell’assessorato regionale alla pesca ho condotto un lungo documentario sul pesce azzurro; l’ultimo giorno di riprese era previsto al porto di Mazara del Vallo quando ho ricevuto una telefonata dall’assessorato al turismo: abbiamo saputo che lei si trova in Sicilia e che domani rientra a Torino (in Sicilia si sa sempre tutto). Fra due giorni a Sciacca avrà luogo la cerimonia di consegna del «Premio Salvo Randone» e vorremmo che lei rimandasse la partenza e fosse nostro ospite (mai rifiutare un invito in Sicilia). Il giorno della premiazione, quando mancano due ore alla cerimonia, mi telefonano all’hotel delle Terme mentre mi sto vestendo: abbiamo deciso di dare anche a lei il premio ma non sappiamo cosa scrivere sulla

motivazione. Può farlo lei per favore? Non siamo molto lontani dalla casa natale di Luigi Pirandello, alla borgata Kaos di Agrigento. Non ho sollecitato il premio, pensavo di fare lo spettatore e soprattutto non ho speso la mia vita per il teatro. Niente da fare, ho finito per scrivere delle frasi generiche, nello stile dei pieghevoli turistici, una fatica ripagata dagli sguardi di autentica perplessità degli altri premiati, loro sì attori veri. Il premio, poiché la città di Sciacca è sede di pregiate manifatture di ceramica, consisteva in un grande vaso alto mezzo metro. Domando, con una piccola sfumatura di sgomento: come farò domani a salire sull’aereo? Nessun problema, ti accompagniamo noi. Mi presento all’imbarco trascinando il trolley e abbracciando a stento il trofeo. La persona che mi accompagna incrocia lo sguardo con l’addetto al controllo e scambia con lui un impercettibile segnale d’intesa. Si apre il tornello e passo. L’occasione per ritornare per l’ennesima volta in Sicilia è l’offerta di presiedere la giuria del

mentre l’Italia vive una delle sue crisi più sanguinose, iniziata il 10 giugno con il rapimento a Roma di Giacomo Matteotti, ritrovato cadavere il 16 agosto nella macchia della Quartarella sulla Flaminia. Il venticinquenne Campanile non scrive stando su un’isola deserta, ma lavorando come giornalista nel servizio affari interni del quotidiano «La Tribuna di Roma», in grado di avere un quadro di prima mano degli eventi. Il suo romanzo è una spuma lieve di felici insensatezze e di giochi di parole, ancora oggi leggibile con piacere. Avesse tenuto un diario per farne in seguito un libro, questo starebbe a prendere polvere negli scaffali. Prima regola: il romanzo umoristico non deve avere alcun aggancio con l’attualità e con i problemi nei quali si dibatte la società. Il nostro maggiore umorista persevera: il 24 febbraio 1925 debutta come autore drammatico al Teatro degli Indipendenti di Roma con la commedia Centocinquanta la gallina canta, quando un mese e mezzo prima Mussolini aveva pronunciato

alla Camera il discorso del 3 Gennaio, segnando l’inizio del regime fascista. Ritornando ai nostri giorni, qual’è lo stato di salute del romanzo umoristico in Italia? Sfogliando i cataloghi dei maggiori editori si ricava l’impressione che il genere sia scomparso. Non esiste più la gloriosa collana di Rizzoli con i nomi di Carletto Manzoni, Giovanni Guareschi e i collaboratori del Travaso; è sparita la Biblioteca Umoristica di Mondadori che debuttò con Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo. Se poi però si va a vedere nel dettaglio si scopre che molti romanzi che svettano nelle classifiche sono umoristici. È il caso di colui che viene considerato il degno seguace di Guareschi, Andrea Vitali con le sue storie ambientate nel piccolo paese di Bellano. C’è un’unica spiegazione possibile: sulla copertina ci si vergogna di aggiungere alla parola romanzo l’aggettivo «umoristico» quasi fosse una diminuzione di qualità. Insomma, i lettori continuano a ridere di gusto ma lo fanno di nascosto, vergognandosi.

di canna è la stessa. Indistinguibile dal nostro corpo, fornisce le stesse quattro calorie per grammo. La vera differenza è nella provenienza, il grezzo può essere ricavato solo dalla canna, mentre il raffinato sia dalla canna che dalla barbabietola: quest’ultima richiede l’estrema raffinazione perché i residui della barbabietola hanno un cattivo sapore. Il procedimento è identico per i due tipi di zucchero, ma ciò che rimane in quello grezzo non sono preziose scorie, come nel caso delle farine integrali, che saziano di più e si lasciano meno assimilare (che poi: sarà vero?). Rimane il colore della melassa, dal punto di vista calorico e nutrizionale non cambia nulla. Cosa significa poi «calorie vuote»? Questa è un’espressione senza alcun senso scientifico, sarebbe come parlare di «carboidrati al salmì» o «grassi tiepidi», è entrata in uso grazie alla cultura della divulgazione. Ancora leggiamo dal manuale: ogni carboidrato – e lo zucchero è un carboidrato – fornisce 4 calorie per

grammo. Sempre (fanno eccezione le fibre). Così come ogni proteina fornisce 4 calorie per grammo e ogni grasso ne fornisce 9 per grammo. Da dove nasce il tentativo di svalutare le calorie fornite dallo zucchero? Hanno forse meno potere calorico degli altri carboidrati? Sarebbe come dire che un km percorso in macchina è più breve di uno percorso a piedi. L’aggettivazione «vuote» in realtà vuole evidenziare che lo zucchero nella sua forma pura non è associato a vitamine e minerali. Che è come dire che un’arancia purtroppo non ha grassi, oppure che viceversa l’olio è da eliminare perché è costituito quasi in totale da grassi. A meno che si tratti di cicuta o veleno del mambo verde, nessun alimento è «cattivo», dipende dalle circostanze: quanto se ne assume, chi lo assume. Non occorre perdersi in esempi, un atleta, un bambino, un diabetico hanno necessità e problemi ben differenti, a proposito degli zuccheri e in generale dei carboidrati. Perché questo

mini trattato di biochimica? Per aprire gli occhi sui deliri che in questi giorni ci assalgono da giornali e televisioni, comprese serissime firme. Proprio perché a metà luglio è un po’ tardi per qualunque dieta, si suppone che i lettori stiano sbattendo la testa al muro: perché, perché anche quest’anno non ho avuto abbastanza forza di volontà, non ho saputo reggere a palestra, dieta, jogging, integratori. Pronti ad accarezzare la nostra parte peggiore, i media cercano di individuare un solo colpevole: dopo le carni, i prodotti animali in generale, i grassi, le paste e il pane, ora tocca alla frutta. A quella frutta così felicemente saporita che nelle ultime settimane ha allietato la vostra tavola, succosa, morbida al punto giusto, fresca, dolce… purtroppo di un dolce troppo raffinato. Per fortuna però abbiamo trovato una possibile soluzione: per ogni cinque grammi di zucchero, un bacio da venti calorie, e così via, la pillola amara della dieta va giù.

stando a quel che si vede, si leggono quasi soltanto libri che durano pochi mesi e che rispondono «alle sollecitazioni di una norma imposta»: non si pretende la durata, ma solo l’intrattenimento rapido e il consumo che viene alimentato da se stesso. Fofi definisce la sua creatura «un prodotto decoroso e soprattutto utile». Utile a capire il nostro tempo, la società e il mondo. Quel che vince oggi è l’accettazione dell’esistente, libri consolatori e sostanzialmente inutili. «Lo straniero» è stata una rivista utile, peccato che pochi se ne siano accorti. Se apro il nuovo numero (il mensile continuerà a uscire fino al doppio numero di dicembre), trovo un utile saggio (5½) di Luigi Manconi e Stefano Anastasia sugli «stati di emergenza» (ma potrebbe anche intendersi «Stati», con la maiuscola). Incipit: «Con “l’attacco al cuore dell’Europa”, il terrorismo islamista pone ancora una volta le democrazie e gli stati di diritto di fronte alla terribile

e fallace scelta tra libertà e sicurezza». Lo Stato di sicurezza mette i cittadini in una condizione di «paura permanente, ragion d’essere della sua perenne emergenza». Il filosofo Giorgio Agamben prefigura un passaggio dallo Stato di diritto a quello di polizia. È questo l’effetto del sentimento di insicurezza e di angoscia collettiva che cresce pur essendo gli omicidi volontari diminuiti in trent’anni quasi del 200 per cento. Se apro «Lo straniero» del gennaio scorso, trovo un utile intervento dello storico dell’arte Tomaso Montanari, che ricordava una frase di Federico Caffè, l’economista misteriosamente scomparso nel 1987: «Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri, e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane sostituito l’assillo dei riequilibri contabili». E aggiungeva una domanda: «Ma allora, se le cose stanno così, se questo abisso morale è ciò per cui il nostro tempo verrà ricordato, cosa dobbiamo

chiedere alla cultura? Come dobbiamo riempire questo “contenitore” abusato, tirato da ogni parte, sempre più vuoto?». Bella domanda. Montanari rispondeva in negativo: la cultura non è un «decerebrante luna park», non è «una macchina antipensiero e anticritica», non è trasformare il Colosseo in un brand, in una location per eventi o in un gigantesco set televisivo in cui ospitare Bocelli. Non è banalizzare la storia e l’arte, non è riempirsi la bocca di storytelling. Tutto questo, precisava Montanari, «punta a consolidare l’analfabetismo funzionale» (sinonimo di analfabetismo di ritorno). In positivo affidava la risposta a Claudio Abbado che, portando in Italia un modello venezuelano («El Sistema») di educazione musicale diffusa per l’infanzia disagiata, disse: «La cultura permette di distinguere tra bene e male. Permette di giudicare chi ci governa. La cultura salva» (6). «Lo straniero» un po’ ci ha salvati.

premio Umberto Domina, organizzato dal Rotary Club di Enna. Non sento il bisogno di riflettere, accetto subito. E ora la domanda che mi tiene sveglio è: si pratica ancora la letteratura umoristica? Capisco che i quotidiani abbiamo domande più impellenti da mettere in prima pagina, ma io ho l’urgenza di trovare dei parametri in base ai quali dare un voto ai testi editi e a quelli inediti che si sono iscritti a un premio che intende onorare un celebre umorista, nato a Palermo nel 1921 ma portato a Enna quando aveva pochi mesi e lì vissuto fino a quando in età adulta non si è trasferito a Milano dove è morto nel 2006. Partiamo da Achille Campanile, il più grande umorista italiano del Novecento. Diceva di essere nato nel 1900 ma Oreste del Buono ha dimostrato che inizia a vivere nel secolo precedente, nel 1899. Con il suo primo romanzo, Ma che cos’è quest’amore?, vince nel 1927 il premio Viareggio che tornerà a vincere, caso unico, quaranta anni dopo, con Gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Scrive il romanzo nell’estate del 1924,

Postille filosofiche di Maria Bettetini Ogni bacio, venti calorie Il 6 luglio è stata la giornata mondiale del bacio, di cui tanto si sentiva la mancanza. Quella dell’abbraccio c’era già, quella delle biciclette pure, per fortuna da una ventina d’anni, anche se noi ci arriviamo in ritardo, anche il bacio ha avuto quel che si merita. Siamo stati quindi eruditi su cosa accade durante un bacio: si muovono quasi trenta muscoli, si scatenano ormoni come se piovessero, si consumano venti calorie. Vale a dire che dopo un bacio potete concedervi un paio di biscottini secchi, crepi l’avarizia, senza sentirvi in colpa. Attività di questi tempi sempre più difficile. Stavamo imparando a mettere nel piatto tanta frutta e verdura? Male, malissimo, ci vuole uno sforzo in più: la frutta è piena di zuccheri (scusate il termine, non so come altro definire quelle entità che portano dolcezza e cellulite nelle nostre esistenze). Occorre quindi scegliere, pesare, soprattutto dosare. Cos’è questo abboffarsi di ciliegie? E pesche, magari col limone, e un pizzico

della innominabile sostanza, meglio se di canna. Non è che costi meno, anzi di solito di più, ma lo zucchero (ops) di canna è meno raffinato. Quindi la nostra deriva di massa, ci porta a concludere l’errato sillogismo: meno raffinato uguale più sano, zucchero grezzo fa bene. Mentre quello bianco è cattivissimo: regala «calorie vuote», non contiene minerali e vitamine, potrebbe essere concausa di iperattività nel bambino, obesità, e certamente tumori. Diamo un’occhiata al manuale di scienze: lo zucchero è prodotto dalla fotosintesi a partire da acqua e anidride carbonica ed è comune nelle piante. Ma solo dalla barbabietola e dalla canna è economicamente conveniente estrarlo. Tra zucchero bianco e zucchero di canna, non c’è nessuna differenza. Se vogliamo essere fiscali è possibile scovare qualche atomo di carbonio con una massa in più delle solite 12. Una differenza più accademica che di sostanza. La molecola dello zucchero bianco e dello zucchero grezzo

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Le riviste che ci salvano Una rivista importante, «Lo straniero» (6–), fondata e diretta da Goffredo Fofi, annuncia, dopo vent’anni, che cesserà le pubblicazioni. Vent’anni per una rivista, lo dice Fofi nell’editoriale del numero di luglio, sono tanti, tantissimi, ma il mensile di Fofi non è invecchiato. Ha continuato a proporre idee non convenzionali e a intrattenere un dialogo spesso sorprendente con i suoi (pochi) lettori. Ha proposto nuovi autori italiani e in traduzione, ha attraversato campi diversi e non consueti che andavano dalle letterature del mondo (non quella dei bestseller) alla graphic novel, dalla poesia alla fotografia, con un occhio vigile sulla società e sulla politica e con lo scopo (non riuscito) di attivare il lettore, cioè smuovere delle azioni e non solo delle idee. Il fatto che lo scopo «operativo» sotteso a «Lo straniero» non sia riuscito non va addebitato alla rivista, ma alla debolezza della cultura italiana (e non solo italiana), impigrita,

«omologata», direbbe Pasolini. «I giovani che scrivono – dice Fofi – si fanno una cultura leggendo i propri articoli». Il narcisismo dei blog (e anche quello dei giornali) ha dilagato e la critica, quando c’è, rimane fine a se stessa, chiusa in piccole nicchie imperforabili. Ha scritto Marco Gatto, un giovane filosofo della politica, nel numero di giugno de «Lo straniero» a proposito dell’arte contemporanea: «ogni pulviscolo dell’individualità contemporanea presenta se stesso nell’atto dell’ostensione: deve cioè presentarsi nella forma di un profilo accettabile, rispondente alle sollecitazioni di una norma imposta» (5+). Imposta per lo più da Sua Maestà il Mercato. Celebrando, negli anni venti, il Don Chisciotte, il grande poeta spagnolo Antonio Machado concluse così il suo discorso: «il movimento si manifesta camminando e l’amore per il libro leggendo. Cercate di leggere, preferibilmente, le opere immortali». Oggi,


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Lo spuntino è servito Attualità Il filoncino ticinese si trasforma in men che non si dica in uno sfizioso panino imbottito

Gita in montagna o giornata al lago programmata per il prossimo finesettimana? Già pensato a cosa portare come spuntino? Facile, un bel filoncino ticinese della Migros da farcire a piacimento. Questo delizioso pane di farina bianca di frumento risveglia la nostra creatività culinaria. Grazie alle sua forma allungata che ricorda la celebre baguette alla francese è facile da tagliare e porzionare. È un pane particolarmente aromatico con una mollica morbida, mentre la sua crosta risulta ben dorata e irresistibilmente croccante. Chi non vuole appesantire troppo lo stomaco, per la farcitura predilige ingredienti più leggeri come per esempio dell’insalata, dei pomodori, del soffice formaggio fresco cottage cheese e qualche fetta di prosciutto cotto; mentre i più affamati e golosi imbottiscono il filoncino con qualcosa di magari più corposo, come salame, bresaola, formaggio stagionato oppure ancora del salmone, ingrediente quest’ultimo che ben si sposa con la fragranza di questo pane. Per la produzione del filoncino ticinese vengono utilizzati esclusivamente cereali coltivati in svizzera secondo i severi criteri del marchio TerraSuisse. Con questo marchio la Migros si im-

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pegna a sostenere il meglio delle nostre fattorie, promuovendo un’agricoltura in armonia con la natura. Il marchio si attiene alle direttive di IP-Suisse. I contadini si adoperano per una coltivazione ecologica dei cereali e creano spazi vitali per animali selvatici e piante rare affinché venga sostenuta fattivamente la biodiversità. Curiosità: affinché il cuore del filoncino resti bello morbido, i panettieri della Jowa lo infornano inizialmente a bassa temperatura, per poi alzarla gradualmente. In questo modo l’amido della farina si lega bene con l’acqua. Questa maglia glutinica permette di ottenere un equilibrio ottimale tra mollica morbida e crosta croccante. Questo metodo contribuisce pure alla conservabilità del prodotto: infatti il filoncino ticinese è ancora ottimo se gustato il giorno seguente.

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Tempo di grigliate: la Picanha Serie I consigli dell’esperto Patrick Dodi, cos’è la Picanha?

È una specialità tipica della cucina latino-americana, in particolare Brasiliana. Si tratta di un pezzo di carne proveniente dalla coscia di manzo, da noi anche chiamato «cappello del prete» per la sua forma. Solitamente la Picanha viene fatta cuocere alla griglia, intera oppure tagliata a fette ed infilata su degli spiedi. È un taglio piuttosto tenero e gustoso, e la sua leggera copertura di grasso lo rende poco asciutto, donandogli inoltre un buon sapore. Dove lo posso acquistare?

Nelle macellerie di Migros Ticino, ai banchi a servizio, e questa settimana pure in offerta in tutte le filiali con banchi a libero servizio.

Patrick Dodi, responsabile assortimento carne e salumeria Migros Ticino.

Consigli per il condimento e per la cottura?

Consiglio di condire questa prelibatezza soltanto con del sale grosso, al massimo un pizzico di pepe. In seguito va fatta cuocere dapprima a fuoco piuttosto intenso per i primi 10 minuti – per scottarla –, in seguito a fuoco medio per altri 20-30 minuti a dipendenza della dimensione del pezzo. Ottimale sarebbe gustarla quando al suo interno la carne è ancora bella rosa.


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Idee e acquisti per la settimana

Carne Migros: la scelta degli chef Gastronomia Il ritratto dei ristoranti: Osteria Andina di Madonna del Piano Nel Basso Malcantone, a pochi minuti da Ponte Tresa, si trova Madonna del Piano, dove l’Osteria Andina è da sempre un punto di riferimento per gli abitanti del paese. Nata inizialmente come pasticceria, in seguito trasformata in negozio di alimentari, viene ampliata con l’aggiunta di alcuni locali e diventa un ristorante. L’ambiente ristrutturato è intimo e accogliente e la familiarità con cui vengono ricevuti i clienti fa subito sentire a casa. Tra la sala interna e la terrazza, accoglie fino a 100 persone. L’attuale gestione è affidata alla Signora Sabrina e alla sua famiglia, per cui il locale ha un significato importante poiché i genitori si sono sposati proprio lì, quando il ristorante era gestito dai gerenti precedenti. Sabrina vi lavorava già in precedenza e poi, tre anni fa, ne ha rilevato la conduzione con i suoi. Il paese è molto piccolo e durante il giorno l’osteria è meta degli abitanti per il caffè o un bicchiere di vino. A pranzo la clientela è prevalentemente locale, con aziende e lavoratori impiegati nella zona, mentre la sera gli ospiti sono turisti o persone che arrivano dai comuni vicini. La cucina è tradizionale e rispettosa delle stagioni. La carta offre soprattutto piatti a base di carne, tra cui

segnaliamo il Filetto all’Andina, il Carpaccio tagliato al coltello e, rigorosamente, al momento, la Fondue Bacchusse e, ogni mercoledì, il Galletto al cestello. Ottimo anche il Tris di filetti serviti sulla pietra, piatto che troviamo tutto l’anno, ad eccezione dei mesi più caldi. Da segnalare anche il Tortino di farro all’Andina e la Busecca, un gustoso minestrone con la trippa. www.carnemigros.ch

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Idee e acquisti per la settimana

Galette alle albicocche Per 8 pezzi Ingredienti 1 pasta per torte integrale, già spianata di 270 g 600 g di albicocche 1 cucchiaio di farina 3 cucchiai di latte condensato zuccherato 2 cucchiai di pistacchi tritati 1 cucchiaio di zucchero a velo

Di stagione Il 98 percento delle albicocche svizzere crescono in Vallese, dove vengono coltivate su 593 ettari di terreno. Questo frutto, originario dell’Asia centrale, si è adattato molto bene al clima secco vallesano. Alla Migros, le albicocche vengono proposte in qualità Bio ed Extra. Fanno parte della stessa famiglia delle pesche, anch’esse disponibili in questo periodo.

Preparazione 1. Scaldate il forno a 200 °C. Dimezzate le albicocche e snocciolatele. Mettetele in una scodella e cospargetele di farina. Accomodate la pasta con la carta da forno in una teglia. Spalmate il latte condensato sulla pasta e distribuite le albicocche, lasciando libero un bordo di ca. 5 cm. Ripiegate la pasta del bordo all’interno e schiacciatela leggermente. Cuocete al centro del forno per ca. 40 minuti. Lasciate raffreddare la galette. Guarnite con i pistacchi tritati e spolverizzate di zucchero a velo.

Con la loro dolcezza, le albicocche sono ideali anche per preparare marmellate.

Tempo di preparazione ca. 20 minuti + cottura in forno ca. 40 minuti Un pezzo Un pezzo ca. 2 g di proteine, 5 g di grassi, 16 g di carboidrati, 500 kJ/120 kcal

La pesca piatta, detta anche Saturnina o pesca tabacchiera, dona al tè freddo una nota di sapore dolce-fruttata.

Un grande intenditore di albicocche: Hubert Zufferey, direttore dell’organizzazione interprofessionale di frutta e verdura del Vallese a Conthey.

Hubert Zufferey

«Qualità eccezionale» Da luglio a metà settembre la Migros propone le albicocche svizzere di provenienza vallesana Testo: Heidi Bacchilega

Abbinate a lamponi e gelato, le pesche pelate sciroppate costituiscono un dessert molto popolare, la celebre Pesca Melba.

Foto: Oliver Bartenschlager

Signor Zufferey, alla Migros sono tornate le albicocche svizzere. Quali sono le regioni dove si coltivano?

In Vallese, tra Vernayaz e Sierre e sulle pendici della sponda sinistra del Rodano. Gli albicocchi sono tra i primi alberi da frutto a fiorire in primavera. Tuttavia, prima fioriscono maggiore è il rischio di gelate. Infatti, le temperature sotto lo zero possono danneggiare e perfino distruggere i fiori. Per coltivare le albicocche si scelgono, perciò, i pendii più freschi del versante alpino settentrionale, in modo che la fioritura sia più tardiva possibile. Come sarà il raccolto 2016?

Il clima durante la fioritura primaverile prometteva un buon raccolto. Tuttavia, a fine aprile c’è stata una gelata notturna che ha raffreddato anche le aspettative. Ora bisogna prevedere qualche perdita, ma ci aspettiamo una qualità eccezionale e un raccolto nella media dal profilo quantitativo.

Quando dura la raccolta in una piantagione?

In un frutteto di albicocchi la raccolta si svolge per una o due settimane, durante le quali si effettuato tre o quattro passaggi tra gli alberi. In seguito, i frutti raccolti vengono selezionati, posti negli imballaggi e collocati su palette di carico. Dopodiché la Migros si occupa della distribuzione. Da anni ormai intratteniamo un’ottima collaborazione con Migros. Quando maturano le albicocche?

Un buon segnale del grado di maturazione è costituito dalla polpa che cede leggermente se si esercita una delicata pressione sulla pelle dell’albicocca. Naturalmente anche il colore aiuta nella valutazione. La colorazione rossastra, che noi chiamiamo «blush» e che in alcune varietà indica il lato del frutto esposto al sole, non è però un segnale affidabile. Il frutto dovrebbe essere di un giallo intenso tendente all’arancione. Il tenore di zucchero e il grado di maturazione sono requisiti determinanti per il sapore dell’albicocca. / MM

Suggerimento In frigorifero si possono conservare anche grandi quantità di albicocche. Tiratele fuori 24 ore prima del consumo, affinché gli aromi tornino a sbocciare.

Cosa contengono? Le albicocche contengono svariate vitamine e sostanze minerali. Particolarmente degno di nota è il beta-carotene, chiamato anche provitamina A perché viene in parte trasformato in vitamina A dal nostro corpo. Come si sa, la vitamina A è molto importante per la vista e il sistema immunitario. www.migros.ch/frutta-verdura

Ricette di

www.saison.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Prodotti ittici

Insalata di polpo con limetta

Bontà marinare Tre novità vanno ad arricchire l’offerta Migros di pesce e frutti di mare surgelati. I prodotti provengono tutti da pesca sostenibile e sono ideali per preparare velocemente prelibatezze che si possono mangiare con la coscienza tranquilla

Scongelate i pezzi di polpo e mischiateli a fette di cipolla rossa e pomodoro, dadi di avocado e foglie di rucola. Condite il tutto con succo di limetta e olio d’oliva. Insaporite con sale e pepe e servite in tavola.

Anelli di calamaro all’aglio e alle erbe Antipasto per 4 persone

Ingredienti 500 g di anelli di calamaro ½ mazzetto di prezzemolo 1 limone 4 cucchiai di farina ½ cucchiaino di sale ¼ cucchiaino di pepe 3 cucchiai d’olio di colza HOLL 2 spicchi d’aglio

Pelican Pezzi di polpo, precotti e surgelati 270 g Fr. 8.90 Nelle maggiori filiali

Preparazione 1. Sciacquate gli anelli di calamaro surgelati in acqua fredda e lasciateli scongelare. Tritate il prezzemolo. Grattugiate un po’ di scorza di limone. Tagliate il limone a spicchi. 2. Mescolate la farina con il sale e il pepe. Asciugate gli anelli di calamaro con carta da cucina, infarinateli e scuoteteli bene per eliminare la farina in eccesso. Scaldate bene l’olio. Rosolate gli anelli a fuoco alto per ca. 3 minuti. Abbassate la fiamma. Aggiungete l’aglio schiacciato e continuate la cottura per 2 minuti. Distribuite il prezzemolo e la scorza di limone sugli anelli di calamaro e servite con gli spicchi di limone.

Pesce croccante al formaggio su letto di spinaci al sesamo Cuocete i bastoncini di pesce nel forno seguendo le istruzioni sull’imballaggio. Soffriggete uno scalogno tritato in un po’ d’olio. Aggiungete gli spinaci lavati e sgocciolati. Cuocete brevemente. Insaporite con sale e pepe e cospargete il sesamo tostato.

Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 23 g di proteine, 6 g di grassi, 4 g di carboidrati, 700 kJ/150 kcal

MSC è sinonimo di pesca sostenibile certificata. Pesci e frutti di mare contrassegnati con questa sigla provengono sempre dalla pesca selvatica.

Parte di

Costa Anelli di calamari Classic, surgelati 500 g Fr. 8.40 Nelle maggiori filiali

Pelican MSC Pesce croccante con formaggio, surgelato 300 g Fr. 3.90 Nelle maggiori filiali Generazione M rappresenta l’impegno della Migros a favore della sostenibilità. Un obiettivo al quale anche i prodotti MSC apportano un prezioso contributo.


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Idee e acquisti per la settimana

Aproz

Freschezza frizzante Aproz amplia la gamma: la novità è rappresentata da un’acqua minerale della linea Aproz Plus dal delicato sapore di erbe aromatiche. L’acqua naturale delle Alpi vallesane ha il gusto rifrescante di menta piperita, menta-mela e melissa. Per coloro che amano sapori leggermente fruttati c’è la linea Aproz O2 , con un tenore decuplicato di ossigeno, ora disponibile anche gusto di kiwi e frutto della passione oppure la Aproz Lemon senza calorie né zuccheri. Un consiglio: ben raffreddate, queste bibite sono un efficacissimo estintore della sete.

Offerta speciale 20x Punti Cumulus

Aproz Lemon 1 l Fr. 1.20 NOVITÀ Aproz Plus Erbe aromatiche, 1 l* Fr. 1.30 Nelle maggiori fliliali

per la nuova Aproz Plus Erbe aromatiche fino al 18 luglio Aproz Classic 1,5 l Fr. –.95

Aproz O2 Kiwi-frutto della passione 50 cl Fr. 1.40

Aproz Schorle Frutto della passione 50 cl Fr. 1.40

Dimesione pratica La nuova Aproz Plus Erbe aromatiche è disponibile nella bottiglia da 1 litro e in confezione multipla 6 x 1 litro.

Aproz Schorle Ananas-guaiava 50 cl Fr. 1.40

Tanti preziosi minerali Una bottiglia da 1,5 litri di acqua minerale Aproz copre il 28 percento della dose giornaliera consigliata di magnesio e il 68 percento di quella di calcio. Assolutamente naturale Le bibite aromatizzate di Aproz sono prodotte con aromi e coloranti naturali. Sono prive di conservanti artificiali.

Aproz Thé Melograno 50 cl Fr. 1.30 Nelle maggiori filiali

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche le acque minerali Aproz.


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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Piatti leggeri per giornate calde

Foto e Styling Claudia Linsi

Se volete portare in tavola velocemente una bella insalata fresca, con Anna’s Best fate la scelta giusta. Le diverse combinazioni con spinaci, indivia, lollo, bietole, foglia di quercia, tatsoi, mizuna o foglie di senape offrono svariati abbinamenti di sapori. Le insalate sono tagliate direttamente dopo la raccolta, lavate in acqua ghiacciata, asciugate e imballate. Lo choc termico sigilla le superfici tagliate, e l’insalata rimane fresca e croccante.

Un’insalata ricca costituisce un pasto leggero e saziante nelle giornate estive.

Un pasto completo deve comprendere proteine animali o vegetali, carboidrati nonché frutta e verdura. Con pezzi di pollo speziati (o a scelta formaggio grigliato), fette di avocado e semi di melagrana* le insalate da taglio diventano un pasto a pieno titolo. Condimento ideale: il nuovo dressing French Pepper. *Disponibile da Anna’s Best.

Anna’s Best Insalata del re 150 g Fr. 3.90

Anna’s Best Lattuga rossa 150 g Fr. 2.80

Anna’s Best Insalata novella 100 g Fr. 3.50 Nelle maggiori filiali

Anna’s Best Dressing French Pepper 350 ml Fr. 4.20


Azione 30%

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1.95 invece di 2.90

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Pesche noci gialle Spagna / Italia / Francia, al kg

50% 2.85 invece di 5.70 Vittel in conf. da 6, 6 x 1,5 l

50% Azione assortimento Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Sensitive, 1,5 l, 3.25 invece di 6.50

Emmentaler dolce per 100 g

30%

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4.75 invece di 6.85

1.90 invece di 3.20

Prosciutto crudo ticinese prodotto in Ticino, affettato fine in vaschetta, per 100 g

50% Azione assortimento Tutto l’assortimento di pentole e padelle Gastro per es. padella*, Ø 28 cm, il pezzo, 19.90 invece di 39.80, offerta valida fino al 25.7.2016

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 12.7 AL 18.7.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Zwieback Original 260 g

40% Carta igienica Soft in confezioni speciali per es. Deco Color, FSC, 24 rotoli, 9.60 invece di 16.–, offerta valida fino al 25.7.2016


. a b m o b i z z re p a a ri a in rd o a Freschezza str SOLO DA QUESTO

GIOVEDÌ FINO A

25% 1.70 invece di 2.30 Branzino 300–600 g Grecia, per 100 g, fino al 16.7

50% –.90 invece di 1.80 Pancetta affumicata da cuocere TerraSuisse per 100 g

50% 6.90 invece di 13.85 Bratwurst da grigliare Svizzera, 5 x 148 g, 740 g, offerta valida dal 14.7 al 16.7.2016 OFFERTA VALIDA FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK E IN QUANTITÀ USUALI PER UNA NORMA LE ECONOMIA DOMESTICA.

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1.90 invece di 2.40

3.15 invece di 4.50

1.85 invece di 3.10

Cappello del prete «Picanha» TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

Spiedini Svizzera, per 100 g

30%

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2.10 invece di 3.–

6.90 invece di 8.65

1.95 invece di 2.95

3.95 invece di 5.40

1.65 invece di 2.40

Carne secca affettata Svizzera, 125 g

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 12.7 AL 18.7.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

21.4– 14.7–23.4.2 16.7.2016

20% Spiedini di maiale «Party» TerraSuisse Svizzera, imballati, per 100 g

Mortadella di Bologna Beretta Italia, affettata in vaschetta, per 100 g

SABATO

Salsiccia di pollo da arrostire Svizzera, imballata, per 100 g

Lombatine d’agnello Nuova Zelanda, imballate, per 100 g

Costolette di maiale Svizzera, in conf. da 8 pezzi, per 100 g


i. ld o s o n e m r e p tà n o b Più 40%

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4.90 invece di 8.20

14.50 invece di 20.80

3.95 invece di 5.40

5.90 invece di 8.90

Ripieno per toast in conf. da 2, TerraSuisse 2 x 175 g

30% 6.60 invece di 9.50 Pollo intero Optigal, 2 pezzi Svizzera, al kg

30% 3.– invece di 4.35 Mozzarella Alfredo in conf. da 3 3 x 150 g

20% 3.90 invece di 4.90 Emmentaler/Le Gruyère grattugiati in conf. da 2 2 x 120 g

30% 4.05 invece di 5.85 Trio di Tomme Val D’Arve (Rustique, Saint Amouron, Vaudoise du Crémier) in conf. da 3 x 100 g

Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 12.7 AL 18.7.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Salmone affumicato Migros Bio d’allevamento, Scozia / Norvegia / Irlanda, 260 g

25% 7.90 invece di 10.70 Robiola, 2 x 100 g e Gorello, 300 g prodotti in Ticino, in confezione (Robiola e Gorello)

Uva Vittoria Italia, sciolta, al kg

Pomodori a grappolo Migros Bio Svizzera, al kg

30%

25%

4.50 invece di 6.50

4.40 invece di 5.90 Mirtilli Svizzera, in conf. da 250 g

Angurie mini bio Italia, al pezzo

20%

25%

40%

1.55 invece di 1.95

3.10 invece di 4.20

2.30 invece di 3.90

Formaggella ticinese 1/4 grassa prodotta in Ticino, in self-service, per 100 g

Cetrioli nostrani Ticino, sciolti, al kg

Patate novelle Svizzera, busta da 1,5 kg


i. z z e r p i e r ia p p o c s fa y g Mig 1.–

di riduzione Tutte le torte in conf. da 2 per es. torta Foresta Nera, 2 x 122 g, 4.90 invece di 5.90

50% 6.10 invece di 12.20 Filetti di pangasio Pelican in conf. da 1 kg, ASC prodotti surgelati

30% Azione assortimento Tutti i mitici Ice Tea in bottiglie di PET in conf. da 6, 6 x 1 l* per es. al limone, 5.45 invece di 7.80

M-consiglia UN BOUQUET D’AROMI Le verdure alla griglia e il burro alle erbe mediterranee si abbinano alla perfezione con farcia di ricotta agli spinaci dei tortelloni. Tutti gli ingredienti per questo piatto estivo sono in vendita alla Migros, la ricetta su www.saison.ch/ it/consigliamo.

30% 7.70 invece di 11.10 Tortelloni ricotta e spinaci M-Classic in conf. da 3 3 x 250 g

20% Yogurt M-Classic in conf. da 6 per es. alla mela e al mango, alle fragole, ai mirtilli, 6 x 180 g, 2.60 invece di 3.30

– .4 0

di riduzione

2.10 invece di 2.50 Pane alla ticinese TerraSuisse 400 g

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 12.7 AL 18.7.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

–.2 0

di riduzione Snack al latte o fette al latte Kinder del reparto frigo per es. Kinder Choco Fresh, 5 x 21 g, 1.75 invece di 1.95

20% Azione assortimento Tutte le tortine o gli strudel M-Classic e le tortine al formaggio Migros Bio surgelate, per es. tortine al formaggio M-Classic, 4 x 70 g, 2.15 invece di 2.70

20% Azione assortimento Tutti i succhi freschi Andros per es. succo d’arancia, 1 l, 3.80 invece di 4.80

25% 3.35 invece di 4.50 Tutti i tipi di Coca-Cola in lattina in conf. da 6, 6 x 330 ml Classic o Zero, per es. Classic

33% 4.20 invece di 6.30 Tutti i tipi di 7up in conf. da 6, 6 x 50 cl per es. Regular

50% Azione assortimento Tutte le 7up in conf. da 6 x 1,5 l e le 7up H2Oh! da 6 x 1 l per es. 7up Regular, 6 x 1,5 l, 5.85 invece di 11.70


. s o r ig M a tu a ll a Ă it Nov

Delizioso abbinamento di pesce e formaggio.

3.90 Pesce croccante con formaggio Pelican, MSC* surgelato, 300 g

Ricco di proteine.

4.20 Burger di cervo Finest* surgelato, 2 x 100 g

Per piatti caldi e freddi.

8.90 Polpo a pezzi precotto Pelican* surgelato, 270 g

Il piacere del kebab a casa.

15.20 Mini spiedino kebab di pollo Optigal* surgelato, 600 g

Succoso e incredibilmente aromatico.

9.50 Burger Iberico* surgelato, 2 x 125 g

Al profumo di rosa e bergamotto. Con semi di kiwi per una doccia frizzante.

2.80 Docciaschiuma peeling Fanjo Brazil Limited Edition, 200 ml

Rivitalizza, rinfresca e cura.

5.60 Tonico 2 in 1 prebarba/dopobarba I am Men 150 ml

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1.95 I am Shower Sunshine Feeling Limited Edition, 250 ml


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Idee e acquisti per la settimana

150 anni di Nestlé Fino al 18 luglio troverete alla Migros parecchi sconti del giubileo e una ruota della fortuna con in palio fantastici premi. Informazioni: www.miggy.ch/150anni-nestle Nel 1900 la qualità del latte svizzero e il mondo alpino erano importanti argomenti pubblicitari per commercializzare la Farina Lattea.

Giubileo Nestlé

Un prodotto rivoluzionario Durante le settimane risparmio Miggy, molti prodotti per bebè della Nestlé in vendita alla Migros sono proposti a prezzo scontato. L’occasione è data dal 150° ann iversario del grande gruppo alimentare, che ha iniziato la sua attività con la famosa Farina Lattea Questo manifesto pubblicitario del 1898 evoca un mondo agreste paradisiaco. All’epoca, il latte fresco senza problemi igienici era una merce rara nelle città.

Testo: Dora Horvath

Con oltre 330 000 collaboratori sparsi in tutto il mondo, Nestlé è il più grande produttore mondiale di generi alimentari. Nel corso dei suoi 150 anni di storia costellata di successi, il gruppo svizzero ha sempre offerto ai consumatori una gran varietà di prodotti innovativi, grazie ai quali è diventato leader del settore. Molti degli articoli della Nestlé sono disponibili anche alla Migros. Fino al 18 luglio, nell’ambito del giubileo del 150°, i clienti approfittano di sconti sui prodotti Nestlé per neonati venduti nelle filiali Migros. La svolta vincente del gruppo risale

al 1905, quando la Anglo-Swiss Condensed Milk Factory, fondata nel 1866 a Cham (ZG), si fuse con la società fondata da Henri Nestlé. A quel punto entra in scena l’azienda di un grande capitano d’industria, che nel 1867 aveva lanciato la Farina Lattea, un sostituto del latte materno, nonché primo prodotto in assoluto con il marchio Nestlé. I suoi ingredienti principali erano latte dell’alpe condensato e fette biscottate. Nella pubblicità si metteva in risalto la provenienza svizzera. La «farina», che si doveva semplicemente mischiare all’acqua, diven-

tò subito anche nell’ambiente medico una panacea contro l’elevata mortalità infantile dell’epoca. Dimostrando un fiuto infallibile per il commercio, invece di distribuire la sua «farina per bambini» nei negozi di generi alimentari, Henri Nestlé la fece vendere da medici e farmacisti. Un’altra novità era rappresentata dal fatto che fosse disponibile in barattoli e non sfusa. Quando nel 1875 Henri Nestlé cedette la sua azienda, essa produceva già oltre un milione di barattoli all’anno di Farina Lattea, esportata in 18 nazioni dei cinque continenti. / MM

Questa fotografia del 1890 mostra l’interno dello stabilimento Nestlé a Vevey. I barattoli di Farina Lattea vengono controllati, imballati e preparati per la spedizione.

Nestlé Lactoplus Pyjama Malt 400 g* OFFERTA al 20 % di sconto Fr. 7.10 invece di 8.90 fino al 18 luglio. *Nelle maggiori filiali

Nestlé Beba Junior 12+ 700 g* OFFERTA al 33 % di sconto Fr. 11.70 invece di 17.50 fino al 18 luglio.

Nestlé Baby Cereals Biscotti ai cereali 450 g OFFERTA al 20 % di sconto Fr. 8.60 invece di 10.80 fino al 18 luglio.

Nestlé Junior Milk 12+ liquido 1 l* OFFERTA al 33 % di sconto Fr. 2.80 invece di 4.20 fino al 18 luglio.

Nestlé Bébé Choco 400 g* OFFERTA al 20 % di sconto Fr. 5.50 invece di 6.90 fino al 18 luglio.

Fino alla fusione del 1905 la Anglo-Swiss Condensed Milk Factory di Cham e la S.A. Henri Nestlé si contendevano entrambe il mercato degli alimenti per bambini.


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Idee e acquisti per la settimana

Mega Win

Baciati dalla fortuna Per i clienti Migros le ultime settimane sono trascorse all’insegna della febbre da collezione. Infatti, c’erano in palio bellissimi premi per un valore superiore a mezzo milione di franchi! Si andava dal viaggio da sogno alla lounge da giardino fino al grill di lusso. Sei fortunati vincitori si presentano

Non dimenticate di far valere le vostre vincite! Chi ha completato una delle proprie schede di raccolta nel libretto apposito può ancora spedirle entro il 24 luglio 2016 (data del timbro postale). Nomi dei vincitori, premi, ulteriori informazioni e set di autocollanti gratuiti sono disponibili su www.migros.ch/megawin.

Barbara B. (53) e famiglia di Neuchâtel vincono un televisore Curved OLED di Melectronics.

«Quando mi sono accorta che la cartolina era piena di adesivi, sono rimasta ammutolita e ho cercato mio figlio per fargliela controllare. Neppure lui riusciva a crederci e ha chiamato il fratello, il quale ci ha confermato la vincita e si è messo subito a spiegarci le meraviglie tecniche del televisore». Lucy M. (40 anni) e figli di Basilea hanno vinto un grill a gas di marca Weber offerto da Do it + Garden.

«È sicuramente un modello di categoria superiore rispetto al nostro grill a legna. Grazie a lui ora dovrò cucinare meno, perché quando si griglia sono tutti pronti ad aiutarmi».

Drita B. (27) di Aadorf (TG) vince un divano a tre posti di Micasa.

«Questa vincita ci fa molto comodo. Di recente abbiamo comprato casa e volevamo anche un divano nuovo. E ci piaceva proprio questo modello!»

Heidi S. (67) Karin S. (44) di Eschlikon (TG) vince un buono-acquisti di SportXX.

«Quando ho riempito tutta la cartolina sono rimasta sbalordita. Allora ho pensato che, una volta tanto, avrei investito qualche soldo per inviarla, lasciandomi sorprendere se arrivava qualcosa. È stata una grande gioia! Ma non so ancora come spendere il buono».

di Jona (SG) vince un grill a sfera di Do it + Garden. Daniela B. (39) e famiglia di Steinach (SG) vincono una lounge da giardino di Do it + Garden.

«È una bellissima vincita, che mi permette di trascorre comodamente ore e ore in famiglia e con gli amici. È proprio quel che ci mancava in giardino».

«Da quando è morto mio marito, la griglia è passata sotto il comando dei miei due generi. Il grill a sfera è sicuramente il premio più ambito dalla mia famiglia, che viene spesso a trovarmi ed è felice di trascorrere le serate grigliando. A me piacciono soprattutto gli spiedini della Migros avvolti di speck».


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Idee e acquisti per la settimana

I teneri soggetti che decorano gli abiti sono tratti dalla serie di cartoni 3D Heidi del 2015. I personaggi sono gli stessi che hanno reso famosa l’omonima serie televisiva del 1974.

3

Migros-Bio Cotton

Il mondo colorato di Heidi Ecco la nuova collezione di abbigliamento per bambini e bebé! Il mondo di Heidi e Peter presenta un assortimento di capi in cotone d’alta qualità: magliette, pantaloncini e body sono completamente ecologici. La collezione è proposta in esclusiva da Migros

Assortimento per bambini

Testo Dora Horvath; foto Bernd Emmerling, Styling: Eva Emmerling

1 2 3 4 5

Migros-Bio Cotton T-Shirt per bambina Gr. 104–128* Fr. 12.90

4

Migros-Bio Cotton T-Shirt per bambino Gr. 104-128* Fr. 12.90

Migros-Bio Cotton Cappellino per bambina da 2–4 e 4–6 anni* Fr. 7.90

Migros-Bio Cotton set Pantaloncino e T-Shirt per bambina Gr. 98/104–122/128* Fr. 16.90

1

2

Migros-Bio Cotton set Pantaloncino e T-Shirt per bambino Gr. 98/104–122/128* Fr. 16.90* nelle maggiori Filiali

5

Garantisce una coltivazione biologica del cotone, che rispetta l’ambiente e i diritti delle persone.

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

Assortimento per bebé

Cotone

Qualità garantita

I capi della collezione Heidi sono disponibili anche nelle misure per bebé. Diversamente dagli abiti per bambini, le magliette prevedono delle chiusure laterali con bottoni a pressione.

Entrambi i marchi Migros-Bio Cotton ed Eco garantiscono che gli indumenti certificati sono esenti da sostanze nocive. Il questo schema ne mettiamo a confronto le differenze rispetto all’abbigliamento confezionato in modo tradizionale: Migros-Bio Cotton body per bebé, senza maniche Gr. 50/56–98* Fr. 9.90

6

Migros-Bio Cotton, tutina per bebé Gr.50/56 – 98 Fr. 9.90 Nelle maggiori filiali Gestione di tipo naturale

Produzione convenzionale

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˚Ho‘q‘rrhshudmfnmnbnla‘sstshbnm odrshbhch ˚@ksnbnmrtlnch‘bpt‘ ˚Hmpthm‘ldmsncdkkË‘lahdmsddcdkkd e‘kcd ˚Lhm‘bbh‘‘kk‘r‘ktsdcdfkh‘fqhbnksnqh Migros-Bio Cotton set pantaloncino e T-Shirt per bambine Gr. 68–98* Fr. 14.90

– Sul campo –

6

Manifattura ecologica

Manifattura convenzionale

˚Rs‘mc‘qcdbnknfhbhodqhoqncnsshdodq hoqnbdrrhoqnctsshuh ˚Bnmchyhnmhchk‘unqnbgdf‘q‘mshrbnmn rs‘mc‘qcrnbh‘kh ˚Oqnctyhnmdqhrodssnr‘cdkkË‘lahdmsd ˚Sq‘bbh‘ahkhs¤‘qhsqnrncdhoqncnssh

˚@ksnhlo‘ssnrtkkË‘lahdmsd ˚Mdrrtm‘‘ssdmyhnmd‘klnuhldmsn cdkkdldqbh

Migros-Bio Cotton set pantaloncino e T-Shirt per bambini Gr. 68–98* Fr. 14.90

– In fabbrica –

Migros-Bio Cotton T-Shirt per bambine Gr. 68–98* Fr. 9.80

Plusvalore per la persona ˚Rdmr‘yhnmdchadmdrrdqdc‘s‘c‘tm‘ k‘unq‘yhnmdotkhs‘ ˚Bnmr‘odunkdyy‘chtmbnmsqhatsn odqrnm‘kd‘kk‘oqnsdyhnmd cdkkË‘lahdmsd

– Sulla pelle –

Moda priva di plusvalore ecologico ˚Fkh‘ahshbnmudmyhnm‘khrncchre‘mnrnkn hqdpthrhshlhmhlhkdf‘kh ˚Mdrrtml‘qbghnchpt‘khs¤ ˚K‘sq‘bbh‘ahkhs¤‘qhsqnrnmnmfl f‘q‘mshs‘

Migros-Bio Cotton T-Shirt per bambini Gr. 68–98* Fr. 9.80 * Nelle maggiori filiali


Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

Azione 28 dell'11 luglio 2016  

Azione 28 dell'11 luglio 2016  

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