Azione 23 del 1 giugno 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 01 giugno 2015

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Società e Territorio Arte integrata: intervista a Laura Cantù della compagnia Teatro Danz’Abile

Politica e Economia Giappone: anche il baseball si rifà alla tradizione

Ambiente e Benessere Visita alle quattro torri del padiglione svizzero di Expo 2015 a Milano, tra rondelle di mele, dosi di sale, bicchieri di acqua e caffè solubile

Cultura e Spettacoli Il sommo Leonardo e la sua filosofia in mostra a Milano

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Fine dell’impunità per la FIFA

Il volto degli spiriti nelle maschere di Bali

di Peter Schiesser

di Fosphoro

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L’arresto di sette alti funzionari della FIFA nel blasonato Baur au Lac di Zurigo mercoledì scorso, nell’ambito di un’inchiesta americana che coinvolge una quarantina di persone, e il contemporaneo annuncio dell’inchiesta «Darwin» della Procura federale che tocca altri 10 funzionari della FIFA hanno sorpreso il mondo, non solo quello del calcio. La prima riguarda atti di corruzione, truffa e riciclaggio di denaro sporco per almeno 150 milioni di dollari nell’ambito dell’organizzazione di tornei inernazionali (nel continente americano) e dell’attribuzione di diritti televisivi e marketing dall’inizio degli anni Novanta in avanti; la seconda indaga i sospetti di corruzione nell’attribuzione dei Mondiali di calcio del 2018 alla Russia e del 2022 al Qatar, in seguito ad una denuncia presentata dalla FIFA il 18 novembre 2014. In realtà, dovrebbe sorprendere che queste eclatanti operazioni siano avvenute soltanto ora, poiché la storia della FIFA, in particolare da quando nel 1998 la presidenza è stata assunta dallo svizzero Sepp Blatter, è costellata da scandali e atti di corruzione. Ma, appunto, fino al 27 maggio 2015 la FIFA veniva considerata un po’ come «un’istituzione convinta di avere solo Dio sopra di sé», come ebbe modo di esprimersi Mark Pieth, professore basilese di diritto penale, esperto di corruzione ed incaricato dalla FIFA di elaborare un nuovo codice di comportamento. Ora il mondo è cambiato anche per la FIFA, e sappiamo che quando la magistratura statunitense si muove, non c’è confine che tenga. Le dichiarazioni del procuratore di New York, Kelly T. Currie («questo è solo l’inizio dei nostri sforzi, non la fine»), lasciano presagire ulteriori sviluppi. La FIFA non sarà più la stessa, domani. Fino a ieri, la norma era ben diversa: chi veniva accusato di corruzione, anche con prove schiaccianti, si salvava dimettendosi dalla sua carica. È successo, per esempio, con l’ora arrestato ex vice-presidente della FIFA ed ex presidente della potente Concacaf (per intenderci, la UEFA comprendente Stati Uniti, America Centrale e Caraibi) Jack Warner, rappresentante di Trinidad e Tobago, accusato di aver intascato illegalmente milioni di dollari; è successo con i membri di Tahiti e Nigeria nel comitato esecutivo, dimessisi dopo che giornalisti del «Sunday Times» avevano con successo provato a corromperli per pilotare l’assegnazione dei Mondiali del 2018 e 2022. Se la FIFA fosse rimasta la tutto sommato «modesta» organizzazione dei tempi di Joao Havelange (anch’egli non libero da sospetti) si poteva forse ancora chiudere un occhio. Ma la FIFA negli anni di Blatter è diventata una macchina per far soldi. Giusto per dare alcune cifre: se nel quadriennio ’95-’98 la FIFA ha devoluto 14 milioni di dollari alle federazioni calcistiche, nel periodo 2011-2014 la somma è stata di 1 miliardo (fonte NZZ); per i Mondiali del 2014 la FIFA ha incassato 2,428 miliardi di dollari in diritti televisivi e 1,58 miliardi per diritti marketing (fonte «Tages Anzeiger»). Considerato che il comitato esecutivo della FIFA, con i suoi onnipotenti 24 membri, ha potere assoluto su ogni decisione, e il suo presidente Blatter guida la FIFA come un dittatore, si è creato così un terreno fertilissimo per gli affari e quindi per la corruzione. E ora? Prima di tutto, vedremo se gli arrestati potranno essere estradati negli Stati Uniti (dipenderà se i reati di cui sono accusati sono considerati tali anche in Svizzera), e poi vedremo se Sepp Blatter riuscirà a tenersi fuori dalle inchieste. Ma soprattutto si resta in attesa di profonde riforme strutturali della FIFA. In Svizzera, intanto, sta nascendo una «lex Fifa», in votazione al Consiglio degli Stati mercoledì prossimo, che prevede la punibilità della corruzione di persone private. Di certo, di lezioni da imparare ce ne saranno parecchie. E i Mondiali del 2018 e 2022 resteranno a Russia e Qatar?

RICHIAMO – VOTAZIONE GENERALE 2015

SABATO 6 GIUGNO 2015

Fosphoro

La votazione generale giunge al termine – Le schede di voto devono essere deposte nelle apposite urne delle filiali o spedite entro


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Società e Territorio Conversare con lo spazio Un gruppo di studenti ticinesi ha avuto il privilegio di parlare con l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti

Crescere bambini che leggono Due studiosi americani si interrogano sui modi per appassionare i bambini e i ragazzi alla lettura pagina 5

La nuova frontiera del videogiocare Twitch.tv, il sito acquistato da Amazon, trasmette in diretta partite videoludiche giocate da altri e ha già le sue celebrità pagina 6

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Trarre ispirazione dallo spazio Liceo Studenti ticinesi collegati con la Stazione Spaziale Internazionale hanno parlato con Samantha Cristoforetti Loris Fedele «Spero che continuerete ad essere appassionati di spazio, spero che magari molti di voi sceglieranno di studiare materie scientifiche e tecniche, ingegneria o scienze: sono cose davvero affascinanti che vi possono portare a fare cose eccezionali. Un saluto a Lugano, dove sono stata e ne serbo un ricordo bellissimo». Con queste parole l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti ha salutato alla fine del collegamento

La danza oltre i confini

In Svizzera l’ultimo collegamento con un astronauta in orbita era avvenuto negli anni 90: il presidente Adolf Ogi aveva conversato con Claude Nicollier

Arte integrata Incontro con Laura

Cantù della compagnia Teatro Danz’Abile promotrice con la FTIA del Festival Orme

Laura Di Corcia Quando sale sul palco, la sedia a rotelle scompare. Si sbriciola grazie alla bellezza dei gesti, dei movimenti, delle piroette – grazie alla poesia dello sguardo e dell’intenzione. A margine di Orme, il Festival di arte integrata tenutosi questo weekend a Lugano (ed entrato da quest’anno nel circuito «integrART», rete nazionale dedicata all’arte integrata e alla disabilità sostenuta e promossa dal Percento culturale Migros) abbiamo intervistato la danzattrice Laura Cantù della compagnia Teatro Danz’Abile, una delle promotrici della rassegna. Laura Cantù, partiamo dalla storia della sua malattia.

L’inizio risale a tantissimi anni fa. Mi ero accorta di far fatica a far le scale, ma è stata mia madre, fisioterapista, a farmi notare che camminavo male. Da lì è iniziato un lungo iter fra medici e diagnosi: distrofia, IBM – tutto sbagliato. Poi finalmente un professore di Zurigo ha capito che si trattava di miopatia, anche se ad oggi non ho una diagnosi precisa. È stato un decorso molto lento e nel 2006, visto che la quotidianità era diventata difficile da gestire, ho deciso di prendere la sedia a rotelle. Qual è stato il momento più difficile?

I primi anni. Avevo paura di non essere in grado di crescere mia figlia, che all’epoca era molto piccola. Inoltre ero separata, i miei abitavano a Milano, quindi non potevo nemmeno far affidamento su di loro. Ho avuto qualche problema anche a livello finanziario: nella mia situazione arrivare a fine mese non era semplice e a un certo punto, per far fronte alle spese, ho persino venduto delle collanine d’oro. È stata dura, ma per fortuna ho un carattere molto forte, mi sforzo sempre di vedere il lato positivo delle cose, il bicchiere mezzo pieno. Mi sono detta: vado avanti giorno per giorno. E così facendo ho tirato grande una figlia, che adesso ha quasi ventiquattro anni. L’incontro con la danza?

La danza è stata sempre una mia passione, sin da quando avevo cinque

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

anni. Allora esisteva solo la danza classica: le bambine iniziavano con la sbarra, la spaccate, le punte. Ma è una disciplina di una rigidità spaventosa: non era nelle mie corde e nel corso degli anni l’ho abbandonata per la moderna. Sono andata avanti un po’ a singhiozzo, perché durante il Liceo volevo cercare una strada professionale, quello che è comunemente detto un lavoro serio. Col tempo, tra lavoro e impegni coniugali, ho mollato tutto. Con l’arrivo della malattia, poi, figuriamoci se pensavo a ballare! Ma nel 2006, tramite una persona che lavorava per Pro Infirmis e che mi aiutava su questioni di tipo burocratico, ho scoperto che una regista di una compagnia integrata cercava persone in sedie a rotelle per uno spettacolo. Mi sono detta: se mi capita questa cosa, un motivo ci sarà. Morale della favola? Mi sono presentata e ho conosciuto Uma Arnese Pozzi e Cristiana Zenari. Da allora non sono più scesa dal palco.

gli oltre cento allievi provenienti da sei sedi ticinesi della scuola media superiore, convenuti al Liceo di Lugano 2 per uno storico appuntamento. Dopo oltre vent’anni la Svizzera si è collegata con un oggetto in orbita terrestre. Lo avevano fatto prima d’ora i consiglieri federali all’inizio degli anni 90. Allora in volo c’era l’astronauta svizzero Claude Nicollier, che nel primo collegamento parlò con il presidente di turno della Confederazione, Adolf Ogi, e l’oggetto in orbita era la navetta americana Space Shuttle. Adesso il collegamento è stato fatto con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e le interviste, perché di questo si è trattato, le hanno condotte personalmente gli studenti del liceo e della scuola di commercio. A rispondere c’era una sorridente Samantha Cristoforetti, astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e quindi anche della Svizzera che ne è un membro e socio fondatore, impegnata in una missione di lunga durata sulla ISS. Promotore della giornata è stata la Segreteria di Stato per la Formazione, la Ricerca e l’Innovazione (SEFRI), presente col suo numero uno Mauro Dell’Ambrogio ed alcuni funzionari. Il titolo scelto

Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera artistica?

La prima produzione con il nuovo direttore artistico, ovvero Emanuel Rosenberg, formatosi alla scuola Dimitri e braccio destro di Giorgio Rossi, che rispetto a Uma Arnese Pozzi, la quale si è spostata a Ginevra per collaborare con dansehabile, ha un modo di lavorare completamente diverso. Da quando è arrivato lui siamo diventati tutti uguali, a prescindere dalla condizione fisica. La sua bravura è quella di collegare, attraverso un tema di base, un fil rouge, i vari pezzi di noi. Io, che avevo i miei schemini, ero tutta squadratina, con i movimenti fatti in un certo modo e le varie maschere, ho dovuto creare un assolo. È stato un harakiri: ho tirato fuori le budella, ho pianto moltissimo. I miei compagni mi dicevano: dai, piantala, lasciati andare, segui la musica. Ma io non riuscivo a non giudicarmi. Quando finalmente ho mollato la presa, è uscito il pezzo che volevo. Quell’assolo che è stato il vero ritorno sul palco. Il più bel riconoscimento da parte del pubblico?

Ho quasi pianto quando una signora mi ha detto che dopo un po’ che danzavo non vedeva più la carrozzella, ma una donna che ballava. Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

per l’evento è stato Space Switzerland & In-Flight Call (La Svizzera nello spazio e in diretta dalla stazione spaziale internazionale). Chiara Mastropietro, astrofisica e insegnante di Fisica del Lilu 2, coadiuvata dal collega Nicolas Cretton, ha coordinato la giornata preparata dalla Divisione Affari spaziali del SEFRI espressamente per gli studenti. Inoltre l’ESA ha mandato a Lugano un suo addetto stampa e PR, Jules Grandsire, venuto apposta dal Centro degli astronauti europei (EAC) che ha sede in Germania a Colonia, per fungere da tramite nella conversazione degli studenti con Samantha. L’intero collegamento audio e video è stato possibile grazie alle strutture e alle competenze della nostra Radiotelevisione, che con le antenne paraboliche di Comano ha fatto da ponte con il nostro liceo, riprendendo il segnale della ISS che proveniva dalla stazione dell’Agenzia spaziale europea in Germania, collegata in permanenza con la stazione orbitante. Si è così potuta seguire la ISS nei circa 20 minuti del suo passaggio. Ricordo che la ISS si muove alla velocità di 28mila km/h a circa 400 km dal suolo e fa il giro della Terra in 90 minuti: ne consegue che il sorvolo e la finestra utile per ogni collegamento con un punto preciso risultino brevi. È stata una organizzazione molto complessa per un evento straordinario. Il Segretario di Stato del SEFRI Mauro Dell’Ambrogio, che rappresenta la Svizzera nel Consiglio ministeriale dell’ESA, di cui attualmente è co-presidente con un ministro lussemburghese, ha esordito con un saluto all’astronauta. Ha detto di conoscere gli aspetti politici e finanziari di questa collaborazione internazionale, ma di essere ben felice di sentire il parere di chi opera al fronte, in quello che la stessa Samantha Cristoforetti ha definito «l’avamposto dell’umanità». Oltre al collegamento con ISS tutta la giornata ha visto alternarsi, in brevi ma esaurienti presentazioni, diversi esperti che hanno parlato di satelliti e future missioni sostenute e addirittura guidate dalla Svizzera, di attività industriali legate al settore, dell’utilizzazione dei dati provenienti dallo spazio e altro. Tutto questo ben si inseriva nel quadro

Al Liceo Lugano 2 Mauro Dell’Ambrogio, segretario di Stato del SEFRI, saluta l’austronauta Samantha Cristoforetti. (L.Fedele)

che mira a promuovere e incrementare negli studenti l’interesse per la tecnica e le scienze naturali, settori nei quali il fabbisogno di specialisti in Svizzera è molto elevato. Infatti la partecipazione del nostro Paese ad attività spaziali favorisce la creazione di impieghi di alto livello nel campo della ricerca e delle tecnologie di punta, con un evidente vantaggio per l’innovazione e per la piazza tecnologica elvetica. Si aprono per i giovani imprevedibili attività collaterali, purché si muniscano delle competenze di base fornite dalle università e dalle scuole politecniche nelle varie branche scientifiche. Da tempo la piccola Svizzera persegue strategie di nicchia in settori specifici nei quali vanta un’eccellenza mondiale: l’elettronica e la microtecnica, per esempio, ma anche lo sviluppo di piat-

taforme di satelliti complessi o le ogive dei razzi vettori Ariane. Se Samantha Cristoforetti da ingegnere meccanico è diventata astronauta, per la Svizzera non si tratta certo di trovare nuovi candidati astronauti ma di far capire quante attività belle e interessanti, magari imprevedibili, si possono aprire a chi intraprenda studi scientifici. Anche la biologia e la medicina possono essere legate all’indagine spaziale. Se tutto andrà bene, nel 2017, diretta dall’Università di Berna in collaborazione con l’Università di Ginevra e altri attori nazionali, partirà la missione CHEOPS nel campo degli studi sugli esopianeti, ossia i pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole e che potrebbero essere simili alla Terra. Sarà la prima missione congiunta ESASvizzera. La scelta non è casuale perché il primo pianeta extrasolare fu scoperto

nel 1995 dall’astronomo svizzero Michel Mayor, insieme col collega Didier Queloz. Trovato il sistema per individuarli, da allora a tutt’oggi se ne sono scoperti quasi 2000. La professoressa Mastropietro ci ha riferito che il collegamento ha molto emozionato i suoi studenti, i quali erano stati selezionati con criteri di merito e di impegno scolastico nelle materie scientifiche. Si sono sentiti in qualche modo premiati e hanno saputo cogliere l’eccezionalità del momento. Sono rimasti soddisfatti anche dai seminari della mattinata, dove hanno ascoltato testimonianze di chi lavora nell’ambito del settore spaziale, anche in Ticino, avvicinandosi a un mondo che domani potrebbe essere il loro. La speranza è che se ne facciano portavoce presso i compagni che non hanno avuto la fortuna di seguire l’evento.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani

Laura Cantù sul palco. (Luigi Boccadamo) E se non ci fosse stata la danza?

Avrei comunque trovato la strada per occuparmi di arte, di cultura ed eventi, anche perché vengo dalla grafica pubblicitaria, che a un certo punto ha iniziato a starmi stretta. La mia vita, con la sedia a rotelle, è totalmente cambiata: sedendoti vedi le cose in maniera completamente diversa, non ti interessa più l’apparenza, quel che conta è l’essenza delle persone. Da quel momento ho iniziato a ragionare sul Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

meccanismo perverso della pubblicità: per vendere qualcosa, devi raccontare un mucchio di frottole. Non mi stava più bene: quindi credo che anche senza trovare la danza mi sarei orientata su altre cose, più autentiche. Che cosa le ha insegnato la malattia?

Suonerà strano, ma io la ringrazio. Certo, rimane il sogno di potermi un giorno alzare dalla sedia a rotelle; se devo essere onesta la speranza non si è Tiratura 98’645 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

mai spenta del tutto. Ma grazie a questa malattia vedo la vita in maniera diversa e ho un gruppo di compagni che la pensano come me. Non tornerei mai più indietro. La sedia a rotelle è diventata un po’ il mio bodyguard, che tiene lontane quelle persone che non mi interessa avvicinare; le mie relazioni sono più solide, più vere, più reali. Una cosa che proprio non tollera?

I pietismi. Ma chi li sopporta? Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–

Mo Willems, serie Reginald e Tina, Il Castoro. Da 3 anni Reginald e Tina, del brillante autore e illustratore americano Mo Willems, è una di quelle serie che non cede alla ripetitività e che si arricchisce di volumetti sempre impeccabili. Dopo ogni uscita, uno si chiede cosa mai potrà inventare ancora l’autore di altrettanto originale nella sua assoluta semplicità, e immancabilmente non si viene delusi. L’umorismo è assicurato. Reginald è un elefante, un po’ ansioso e cauto; Tina una maialina, ottimista e decisa. Sono migliori amici e sono pressoché gli unici personaggi di queste piccole storie. Storie assolutamente teatrali, in quanto tutte in discorso diretto: le «battute» (dette o pensate) dei due protagonisti sono messe in fumetto sopra le loro teste e il contrappunto dialogico è molto divertente, il che rende questi libri perfetti per la lettura ad alta voce. Il segreto forse sta proprio qui, nel loro configurarsi come partiture intelligenti che richiedono un’esecuzione vocale (dell’adulto nar-

rante e poi anche del bambino) e nel presentare situazioni quotidiane rese ogni volta uniche dal guizzo dell’autore, che le rende, oltre che «da ridere», anche filosofiche. Come ad esempio in Siamo in un libro!, in cui i due protagonisti si accorgono, metaletterariamente, che un bambino, là fuori, li sta leggendo, e come anche nelle due storie appena uscite: Devo offrire il mio gelato? E Mi sono rotto la proboscide. Nel primo caso il povero Reginald è tormentato, mentre si sta gustando il suo gelato, dal pensiero di dover forse

cercare Tina, che magari è da qualche parte «tutta triste e sola» e offrirle un po’ di gelato. A furia di rimuginare però il gelato si squaglia e cade per terra, ed ecco arrivare serafica Tina, con il suo cono, che dice a Reginald: «Hai l’aria triste. Vuoi metà del mio gelato?». Nell’altro libro appena uscito, Reginald, che ha la proboscide fasciata, inventa una storia improbabile e molto avventurosa per non ammettere che è banalmente inciampato, ma anche qui la sorpresa è tutta nel finale. Impossibile non coinvolgere i bambini nella lettura e impossibile non vederli interagire con i due deliziosi personaggi. Laura Marx Fitzgerald, L’incredibile caso dell’uovo e del Raffaello perduto, Fabbri Editori. Da 10 anni Per la giovane Theodora Tenpenny, se si vogliono scovare le meraviglie di Manhattan bisogna guardare per terra. Volgere lo sguardo non ai grattacieli ma ai rifiuti abbandonati sui

marciapiedi può cambiarti in meglio la giornata. Uno snowboard usato può diventare una mensola per i libri, dei maglioni infeltriti possono trasformarsi in uno zaino, e dei dolcetti un po’ stantii costituire un pasto migliore del solito porridge scondito. Theodora è una ragazzina, ed è povera. Una versione post-moderna, e molto realistica, degli orfani dickensiani. Theodora una madre l’avrebbe, ma è chiusa nel suo disagio mentale, e passa le giornate a studiare maniacalmente teoremi matematici. Chi si occupava di lei era un

carismatico nonno, ma alla sua morte improvvisa Theodora rimane sola, con la responsabilità di tirare avanti tra spesa e bollette, evitando la prospettiva dei servizi sociali. Ha bisogno di soldi, ha bisogno di un’amica. Un’amica la trova, ed è Bodhi, una ragazzina sola come lei, seppure ricchissima e con due genitori («abbiamo otto persone di servizio e ognuna di loro pensa che qualcun altro si stia occupando di me»). I soldi li cerca «sotto l’uovo», come le ha detto il nonno in fin di vita. Il nonno dipingeva, e «sotto l’uovo» potrebbe voler dire anche sotto un uovo dipinto. Questo bel romanzo parla di arte, perché sotto una crosta di vernice appare un altro dipinto, all’apparenza antico: una Madonna con Bambino, così simile a quelli di Raffaello. Ma parla anche del destino dei quadri che Hitler sottraeva agli ebrei, e dei soldati americani incaricati di recuperarli. E di amicizia, avventura, mistero. I temi sono profondi, lo stile tuttavia è leggero, umoristico, coinvolgente.


Premi in palio Domanda del concorso: Dov'è l'Europa-Park? Sulla luna A Rust in Germania Su Lapischlazzuli

o nel parco Un soggiorno da sogn ato d'Europa divertimenti più am Park con Due giorni all’Europazione inclusi pernottamento e cola tematici a in uno dei due hotel no del parco quattro stelle all'inter bambini. per due adulti e due

1° premio

Ulteriori premi persone) lie (al massimo quattro opa-Park. 25 ingressi per famig ta spensierata all'Eur na or gi a un e er rr co per tras fino all'8 novembre giorni dalle 9 alle 18 i ti tut o ert ap è rk pa-Pa gione. Tutte le Stagione estiva: l'Euro gati durante l'alta sta lun pro te en lm tua en ev w.europapark.de 2015. Orari di apertura 37 37 37 oppure su ww 48 08 o all ili nib po informazioni sono dis

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per il Meglio.


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Società e Territorio

Come avvicinare bambini e ragazzi alla lettura

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si interrogano su quali siano i modi migliori per appassionare le nuove generazioni ai romanzi. Con una sorpresa: la carta resta ancora un mezzo vincente

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Nell’era dello strapotere della rete e della tecnologia ci si interroga sempre di più su come avvicinare i bambini e i ragazzi al piacere della lettura. Trascorrere le ore in compagnia di un libro, infatti, sembra avere conseguenze positive sullo sviluppo emotivo e cognitivo dei più giovani. La «lettura profonda» - il processo che si instaura quando si è concentrati sulle pagine di un romanzo, diverso dalla «lettura superficiale» che si mette in atto leggendo sul web secondo le ricerche di Raymond Mar, docente di Psicologia alla York University (in Canada), e di Keith Oatley, professore emerito di Psicologia cognitiva alla Toronto University, porta ad avere una migliore comprensione della realtà, aumentando la capacità empatica che permette di osservare il mondo attraverso le prospettive degli altri. Anche la lettura «passiva», cioè quella che i genitori mettono in atto con i figli piccoli, intrattenendoli con favole e racconti, ha un impatto importante. Uno studio presentato lo scorso aprile negli Stati Uniti, al congresso delle Pediatric Academic Societies, su un campione di bambini in età prescolare, dimostra che i piccoli ai quali vengono letti libri hanno una maggiore attivazione delle aree connesse con l’immaginazione visiva e la comprensione del significato del linguaggio. Risultati che si aggiungono a quelli di ricerche passate che suggeriscono che la lettura ad alta voce insegna ai più piccoli le regole della sintassi, aumenta il vocabolario e rende più solido il legame con i genitori. Per fare in modo che i benefici continuino durante la crescita, bisogna che i bambini imparino ad amare veramente i libri. Si interroga sui metodi migliori per ottenere questo risultato l’ultimo libro di Daniel Willingham, ricercatore in Psicologia cognitiva all’Università della Virginia, negli Stati Uniti, appena uscito in inglese per le edizioni Jossey-Bass e intitolato Raising Kids Who Read (Crescere bambini che leggono). Willingham considera la lettura «un valore familiare, qualcosa che amo, che ritengo importante e che mi ha fatto acquisire esperienze che altrimenti sarebbero state impossibili da raggiungere. E quindi voglio che i miei figli abbiano le stesse opportunità». Per appassionare i bimbi alle storie e ai romanzi il ricercatore suggerisce di rendere la lettura un processo piacevole attraverso azioni semplici e ripetute: leggere ad alta voce, lentamente, con tono affettuoso e divertente, alla stessa ora in modo che diventi un’abitudi-

ne, senza pretendere che i figli stiano composti e sempre attenti. L’obiettivo è trasmettere ai figli l’idea che fanno parte di una famiglia che è sinceramente interessata ai libri, strumenti che permettono di viaggiare con la fantasia e di conoscere il mondo. Un altro suggerimento è quello di mettere libri in posti dove difficilmente i bambini troverebbero cose più divertenti da fare, come la macchina, ad esempio. L’importante è che in quello stesso posto non abbiano altre possibilità di svago, come i videogiochi. Non funziona, invece, secondo Willingham, il meccanismo della gratificazione: promettere un premio o un regalo in cambio della lettura di un libro non darà benefici a lungo termine perché nella ricompensa è implicita l’idea che quello che si chiede di fare non è piacevole in sé e per questo necessita una forma di «pagamento». Per trarre maggior beneficio dai libri è meglio la versione cartacea, suggerisce Naomi Baron, professoressa di linguistica all’American University di Washington, nel suo ultimo saggio Words Onscreen. The Fate of Reading in a Digital World (Parole sullo schermo. Il destino della lettura in un mondo digitale), appena pubblicato in inglese da Oxford University Press. Pur non condannando del tutto l’uso degli ebook, Baron spiega, avvalendosi di una serie di dati raccolti tra i suoi allievi e tra studenti universitari in Germania e in Giappone, che c’è il rischio che diventino un supporto digitale come un altro, che abitua gli studenti a un rapporto con il testo più frettoloso e meno profondo, trasformando l’esperienza della lettura in un processo «usa e getta», disabituando all’attenzione prolungata. Un ragionamento che non intende demonizzare la tecnologia: serve, piuttosto, un’ibridazione del processo di lettura, che si può raggiungere alternando l’utilizzo di brevi testi digitali a quello di volumi cartacei classici. A supporto della tesi di Baron una ricerca realizzata due anni fa dalla Nazional Literacy Trust della Gran Bretagna (organizzazione benefica che si occupa di combattere l’analfabetismo) su un campione di circa 35mila giovani tra gli 8 e i 16 anni. Dallo studio è emerso che i bambini e i ragazzi che leggono sullo schermo hanno tre volte meno probabilità di dire che amano leggere e di avere un libro preferito. Inoltre i giovani che leggono quotidianamente solo su schermo digitale hanno quasi due volte meno probabilità di essere buoni lettori rispetto a quelli che leggono tutti i giorni su carta stampata.

Keystone

Stefania Prandi

Amavita – Sentirsi meglio, semplicemente.


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Società e Territorio

Twitch e la partita diventa una diretta Web È il nuovo fenomeno ed è già stato acquistato da Amazon: Twitch.tv è un sito che trasmette in diretta partite

videoludiche giocate da altri. Per alcuni è un hobby per altri un lavoro e il futuro

Filippo Zanoli «Ragazzi, penso proprio che sto per addormentarmi», si stropiccia gli occhi Teawrex un ragazzo smaccatamente statunitense, un filino in carne, dal volto simpatico ma visibilmente assonnato. «Proverò ancora una volta a battere quel boss, se non ce la faccio è proprio ora della branda». Sono le dieci di mattina ora svizzera (poco dopo le quattro nella East coast americana) e lui ha passato circa 18 ore filate a giocare all’appena pubblicato Bloodborne, difficilissimo capolavoro nipponico di From Software per Playstation 4. A tenergli compagnia i suoi oltre cinquantamila followers che hanno fatto il tifo per lui, lo hanno sostenuto e hanno chattato allegramente per tutta la durata della diretta trasmessa, come migliaia di altre, su Twitch.tv.

Twitch.tv è il quarto sito al mondo per traffico dati, ogni mese conta circa 43 milioni di collegamenti Nata nel 2011 come costola dedicata al gaming della televisione generalista web Justin.tv, Twitch l’ha rapidamente recuperata per quanto riguarda la mole di visitatori, e nel 2014 è diventata il quarto sito al mondo per traffico dati. Ogni mese sono circa in 43 milioni a collegarsi per guardare i più importanti eventi e-sportivi o le trasmissioni di canali messi in piedi da utenti privati. Un boom incredibile considerando che pur sempre di videogiochi si tratta. A settembre 2014, in una mossa che ha stupito molti, Twitch è stata comprata da Amazon per poco più di un miliardo di dollari (970mila dei quali sull’unghia). Un acquisto che il colosso del retail online ha definito «lungimirante» ma che a diversi analisti è parso azzardato: «Un sito che trasmette in diretta gente

che gioca ai videogiochi mentre li commenta? Ad Amazon devono aver perso la testa!», ha commentato più d’uno. È stato quindi un vero e proprio abbaglio? Impossibile liquidarla in questo modo. Senz’altro, piuttosto, si può parlare di un investimento inconsueto i quali frutti sono nascosti ai più dietro alla natura smaccatamente settoriale del servizio. Twitch trasmette «solo» partite, questo è vero, ma ha anche cambiato radicalmente il modo in cui si videogioca al giorno d’oggi iniziando a sdoganare il gaming come vera e propria professione a diversi livelli. Per capirne bene tutti i meccanismi e la portata di questa rivoluzione bisogna immergervisi completamente, diventare un utente e iniziare a navigarne il mondo popolato da tostissimi cyberatleti, talenuosi nerd con il pallino dell’intrattenimento e, chi lo sa, alcune fra le star di domani. «Happytree83, benvenuto nel regno di Man amico mio!», tuona nel suo canale un ragazzo magro ed emaciato dalla mascella prominente che su Twitch è noto semplicemente come Man. Nella sua trasmissione web Man vs Game (che riprende il masochistico reality alimentare della tv Man vs Food) il giovanotto dalla t-shirt nera si mette alla prova tentando di finire i giochi più ostici scelti dal suo fedelissimo seguito. In questo momento è anche lui è alle prese con Bloodborne e, pure lui sta facendo le ore piccole, assentandosi spesso per bere del caffé o per controllare il comportamento dei sui gatti che sono ormai divenuti un tormentone accolto dall’ilarità dei suoi abbonati. Abbonati, già: perché per interagire via chat con Man (e utilizzare le sue fichissime emoticon) è necessario abbonarsi al suo canale versando un canone mensile di 5 dollari. Ed è quello che ha appena fatto Happytree83, ricevendo un ringraziamento in diretta. Considerando che, mediamente, il suo seguito è nell’ordine delle svariate decine di migliaia (non tutte paganti)

Man, uno dei videogiocatori diventato famoso su Twitch: trasmette dal lunedì al venerdì dalle otto di sera per tutta la notte. (manvsgame)

è facile dedurre che, per lui, quello di videogiocare in diretta sul web sia un vero e proprio lavoro. Come molti altri «twitcher» Man trasmette dal lunedì al venerdì dalle otto di sera alle prime ore dell’alba. Altre dirette che fanno il pieno sono quelle dei grandi campioni e giocatori professionisti di titoli-culto come League of Legends, Counterstrike, Dota 2 e Heartstone che vengono seguite (perlopiù per carpirne segreti e strategie) da masse di appassionati. Alcuni eventi e-sportivi sono addirittura acquistabili on-demand. Ma per ogni celebrità di Twitch ce ne sono altre mille che languono nell’anonimato, accontentandosi o meno della loro nicchia. Se ne vedono di tutti i colori: ragazzine in abbigliamento goth che giocano con fare annoiato e tenendo la musica a palla, gruppi di amici iper-nerd che filosofeggiano alle prese con titoli complicatissimi, chi realizza opere d’arte in diretta con il bizzarro Minecraft e chi propone vere e proprie guide per imparare a giocare. Insomma ce n’è per tutti i gusti, davvero. Tutti possono diventare «twitcher», è il bello di internet, per farlo però è necessario acquistare tutto l’armamen-

tario. E non si parla solo di console di ultima generazione e/o pc super-performante, ci vuole anche una webcam per farsi riprendere mentre si gioca, un mixer audio (meglio se con effetti integrati), un microfono, una cuffia e (se si vuole proprio fare i «pro») uno schermo verde da mettere alle proprie spalle di modo da apparire come una bella sagoma ritagliata sovrapposta allo schermo di gioco. Tutto materiale che ha un prezzo e che, guardacaso, è comodamente acquistabile proprio su Amazon. Twitch, a differenza di YouTube con il quale (fino ad oggi) Google fatica a andare in pari, è un buon affare proprio perché è facilmente monetizzabile. In primo luogo attraverso il sistema di abbonamenti ai singoli canali che gli utenti apprezzano per motivi di status all’interno della comunità digitale e che genera introiti importanti: secondo fonti vicino all’azienda il totale sarebbe attorno ai quaranta milioni di dollari l’anno. Altro tassello fondamentale è la pubblicità, per giochi e prodotti hitech, che è veicolata secondo un canale preferenziale e altamente persuasivo e che sarebbe stimata attorno ai 100 milioni l’anno. Se vedo Man sudare sette camicie contro un drago zombie di Blo-

odborne, lo sostengo via chat ed esulto quando lo sconfigge assieme ad altre cinquecento persone connesse in quel momento, è probabile che venga anche a me la voglia di provare a farlo (magari durante una sessione streaming tutta mia?). I giochi più trasmessi spesso e volentieri saranno anche quelli più venduti (e viceversa) in un circolo virtuoso non da poco. Ne sa qualcosa proprio il sopracitato Bloodborne che, malgrado la sua natura impervia e di nicchia, è riuscito a sfondare il tetto di un milione di copie piazzate nel primo mese dall’uscita. Twitch rivitalizza il videogiocare e lo rende di nuovo social cambiando le carte in tavola con un’innovazione silenziosa, quella dello streaming, che è già stata abbracciata da milioni di persone e che diventerà il futuro non solo per quanto riguarda il videoludere. Non è un caso che l’app per smartphone Meerkat, che trasmette dirette streaming dal proprio cellulare è una delle grandi tendenze del 2015. In fin dei conti anche la rivoluzione touch di Apple era stata inventata da Nintendo, dimostrando che oggi i videogiochi riescono a creare tendenze anche al difuori del loro cantuccio.

Cortometraggi ad alta quota Flying Film Festival Si è da poco conclusa la prima edizione del festival di documentari svoltasi interamente sui voli

a lunga percorrenza di Swiss. L’originale idea è di Francesca Scalisi e Marc Olexa, due videomaker friburghesi

Ci sono tanti strumenti per osservare il mondo e la società contemporanea e soprattutto ci sono tanti modi per raccontarla. Il cinema, la filmografia, sono senza dubbio una grande cucina di storie. Avete mai pensato a cosa possono dire di noi gli oggetti che vengono smarriti? Immaginato la lunga giornata di un custode di diga idroelettrica o soffermati a pensare all’ esperienza difficile del divorzio? Lo hanno fatto i registi dei cortometraggi che si sono contesi il primo premio del Flying Film Festival, il primo festival ad alta quota. Far letteralmente volare il cortometraggio per avvicinarlo al grande pubblico, l’idea è di due giovani videomaker friburghesi, che hanno fatto del Flying Film Festival il primo festival internazionale anche nella location. Sono stati infatti gli aeromobili a lunga percorrenza di SWISS ad ospitare questo originale evento. Abbiamo incontrato Francesca Scalisi, che con Marc Olexa lo ha ideato e organizzato: «Il cortometraggio è un prodotto ancora di nicchia, ha una platea di appassionati, di addetti ai lavori e difficilmente arriva al grande pubblico. Questo soprattutto quando si parla di corti in veste di documentario. Vo-

levamo offrire l’opportunità a tutti di poter fruire di questa forma di racconto. Il documentario è un prodotto che abita sia l’arte sia l’informazione ed è uno strumento che sa essere incisivo nell’offrire una visione puntuale della realtà e della società d’oggi. Molte persone non lo conoscono, non lo hanno mai avvicinato, lo immaginano come una proiezione per pochi, ma ha un enorme potenziale ed è capace di regalare grandi emozioni. Offrirlo al pubblico in veste di intrattenimento, un momento di piacere e riflessione

Flying Film Festival

Roberta Nicolò

durante un viaggio, ci è sembrata una buona idea». In un mondo sempre più improntato alla velocità, alla mancanza di occasioni da dedicare alla riflessione, ecco che il Flying Film Festival trova il modo di riempire un vuoto, un tempo morto, incontrando lo spettatore e sorprendendolo, in un luogo certamente inaspettato. «Il viaggiatore, fuori dalla routine quotidiana è pronto ad aprirsi così a nuovi stimoli – prosegue la Scalisi – in aereo, dopo avere letto e razziato qualche film, non resta che immergersi nei propri pensieri e allora ecco un nuovo spunto, qualcosa che, in un altro contesto, non andremmo a cercare». Per molti spettatori, infatti, è stata una prima assoluta, un’autentica scoperta. Per gli organizzatori è stata invece l’occasione per incontrare un pubblico ampio, internazionale che ha regalato al Festival un valore aggiunto, quello di una giuria popolare scevra da sovrastrutture e che rappresenta una vasta fetta di mondo. Un Festival che si inserisce perfettamente nella modernità e che trova con originalità la via per farsi largo tra la gente, ma non solo, diventa anche luogo di sperimentazione in cui l’osservatore si fa parte del processo di analisi e restituisce, attraverso il giudizio, il voto, una peculiare

visione della società globalizzata. «È stata una vera sfida, quasi una rivoluzione per il settore. La curiosità ha giocato sicuramente un ruolo importante, poi la qualità delle proposte in gara e la varietà dei temi trattati hanno trasportato lo spettatore in questo mondo nuovo, proponendo un viaggio che si racconta con sguardi differenti». Le culture si incontrano durante la visione, simbolicamente lo spettatore siede accanto al regista e unisce il suo background culturale a quello raccontato dalla storia, arricchendo l’esperienza. A differenza di quello che avviene in un ambito festivaliero classico, lo spettatore fa una scelta estemporanea, non premeditata e la naturalezza dell’incontro diviene parte integrante di un evento che diventa a tutti gli effetti multiculturale. I cortometraggi provengono infatti da vari Paesi e raccontano storie di grande valore sociale. «Abbiamo selezionato i film da mettere in gara dando ampio spazio alle storie, li abbiamo scelti visionando moltissimi lavori, una selezione accurata che è sfociata nella rosa dei 9 candidati. I temi trattati sono molteplici e lo sguardo dei registi ci offre un’analisi che va sempre in profondità. Di grandissimo impatto emotivo Nos jours, absolument, doivent-être illuminés, film fran-

cese del regista Jean Gabriel Périot, che si è aggiudicato il favore del pubblico e della giuria di esperti, che lo hanno decretato vincitore di questa prima edizione del Festival. Fuori le mura del carcere di Orléans persone in ascolto, mentre da dietro il muro si levano i canti dei detenuti che cullano i ricordi, le speranze. Un racconto suggestivo in cui fotografia e suono raccontano due punti di vista diversi, ma che trovano in quell’istante un minimo comun denominatore. Sono tutte storie parte della nostra realtà, quelle che abbiamo proposto, sono lo specchio della società che ci circonda e che la maggior parte di noi, nella fretta, non riesce a sentire, a vedere. Lì seduto a 33’000 piedi d’altitudine, in un tempo che sembra quasi sospeso, forse ti puoi sentire più vicino al resto del mondo, più pronto ad ascoltare, a vedere», conclude Francesca Scalisi. Un viaggio nel viaggio, nel quale la forma di racconto breve del cortometraggio, consente di seguire più storie, indagando l’animo umano nel suo vivere, nel suo credere, sognare, osservare. Un viaggio che ci permette di scoprire più culture. Non resta allora che aspettare la prossima edizione del Flying Film Festival e salire a bordo per riprendere a volare ad alta quota.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Un sentiero di lacrime Il 28 maggio 1830 il Presidente americano Andrew Jackson firmava il documento passato alla storia come Indian Removal Act. Con questo si autorizzavano i rappresentanti locali del governo federale a trattare con i capi delle tribù indiane il loro trasferimento forzato nelle riserve per loro identificate ad est del fiume Mississippi. La decisione arrivava dopo lunghe e controverse questioni legali riguardanti il diritto – o meno – dei nativi americani ad avere territori propri nei quali vivere secondo le proprie leggi ed i propri costumi. Già nel 1802 il Governo Federale aveva pattuito con il governo della Georgia che sarebbero stati fatti passi appropriati per comprare la terra dagli indiani nativi non appena la cosa potesse essere fatta in termini vantaggiosi per entrambe le parti contraenti. Tale opportunità non si era materializzata e le cose tiravano per le lunghe mentre aumentava l’impazienza di imprendi-

tori ed agricoltori per mettere le mani sulle ricche terre ancora occupate dai nativi. La storia essendo come sempre cinica e bara volle che in tutta la faccenda vi fosse un pizzico di tragica ironia. La Questione Indiana – quali politiche ovvero mantenere nei confronti dei nativi, coi quali atti di ostilità ricorrente ed amicizie più o meno interessate e precarie si erano succeduti fin dai tempo dei primi colonizzatori – aveva preoccupato il Governo Federale fin dai tempo dell’indipendenza. La decisione di Jackson, in particolare, veniva a sovvertire le politiche inaugurate da George Washington e proseguite da Thomas Jefferson. Questi avevano entrambi auspicato che gli indiani rimanessero in possesso delle loro terre mentre venivano perseguite politiche vigorose per assimilarli alla cultura, ai costumi ed alla religione dei colonizzatori mentre divenivano contadini sedentari. Jackson si opponeva

lingua biforcuta del paradosso: storici successivi hanno concesso a Jackson il beneficio del dubbio. Messo di fronte ad un parlamento georgiano deciso ad impadronirsi delle terre dei nativi visti gli ormai decennali tentennamenti del Governo Federale, al momento di proclamare il Removal Act, Jackson avrebbe genuinamente e bona fide pensato che quella delle riserve fosse l’unica politica che avrebbe salvato le tribù dall’assimilazione – che procedeva a grandi passi – e, in ultima analisi, dall’estinzione che già aveva colpito alcune di esse. Molti missionari, un gruppo di senatori e lo stesso David Crockett, allora senatore per il Tennessee, si opposero fortemente al provvedimento. L’Act passò in Senato con 28 voti contro 19 ed alla Camera con 101 contro 97 per poi essere firmato dal Presidente. Dopo la trionfale rielezione di Jackson nel 1832 anche alcuni dei leader dei nativi americani

cominciarono a guardare alle proposte presidenziali con favore. A subire per prime l’umiliazione e le sofferenze dell’esilio furono quelle che i coloni chiamavano The Five Civilized Nations – le Cinque Nazioni Civilizzate: Cherokee, Choctaw, Chickasaw, Creek e Seminole furono i primi contingenti ad essere interessati dal provvedimento, presto seguiti da tribù di minore consistenza numerica. I primi a firmare furono i Chacktaw, in cambio di denaro e di una riserva a Ovest del Grande Fiume. Toccò poi ai Cherokee avviarsi riluttanti lungo un interminabile cammino rimasto famoso col nome di Trail of Tears: il sentiero delle lacrime. I Seminole, invece, decisero di resistere. Affiancati da schiavi ribelli, impegnarono il Governo Federale in una lunga guerra che durò dal 1835 al 1842. Dopo tremila caduti, ai pochi superstiti fu concesso di restare nelle paludi della Florida meridionale: a futura memoria.

ma questa esigenza non può diventare una condanna . In questi anni i nostri bambini non mancano di niente, almeno così si dice. In realtà hanno troppo superfluo e ben poco di essenziale. Ed essenziali sono il tempo libero, lo spazio aperto, le amicizie del cuore, le esperienze non predisposte e regolate dagli adulti. Capisco che sua nuora voglia preparare la figlia a primeggiare in una società sempre più competitiva. Ma non credo che quella imboccata sia la strada giusta. Assomiglia più a un addestramento che a una educazione. Meglio sarebbe partire, non da concetti generici e astratti, ma dalla personalità di Sara, unica, inconfrontabile, irreplicabile. Ognuno ha i suoi talenti e la società ha bisogno dell’apporto di tutti. Solo se si seguono le proprie inclinazioni si può emergere. Ma poi, è così importante emergere, primeggiare? Conosco tante persone che lavorano con serenità e soddisfazione perché eseguono corret-

tamente i loro compiti. Nel loro ambito non sono né i primi né gli ultimi ma, sentendosi apprezzati, hanno stima di sé e non cedono alle lusinghe del denaro facile e del successo effimero. Non è giusto usare i figli per realizzare le nostre ambizioni. La loro vita non ci appartiene e, dopo averla gestita completamente quando sono troppo piccoli per fare da sé, dobbiamo progressivamente restituirgliela perché diventino autori della loro storia. Se non li educhiamo alla responsabilità, resteranno per sempre dipendenti dalla volontà altrui. Ma la responsabilità si esercita solo in una condizione di libertà e ai nostri ragazzi ne concediamo sempre meno. Mancando di autonomia, non saranno in grado di tentare, talora di sbagliare, e poi di riprovare senza cedere allo sconforto e alla disperazione. È difficile crescere un bambino standogli accanto ma ancor più difficile è lasciarlo andare perché vi è sempre il rischio che si faccia male,

fisicamente e psicologicamente. Tuttavia le generazioni precedenti lo hanno fatto e nessuno può sottrarsi a questo compito. Come lei sicuramente sa, caro Ernesto, la nostra società e ancor più quella a venire, avrà bisogno di creativi, non di subordinati ed esecutivi. E la pianta della creatività non cresce tra i recinti della cattività e dell’addomesticamento. Occorre riflettere sull’educazione senza timore di mettere in crisi preconcetti e stereotipi ed è proprio quello che si propone il Festival ticinese intitolato Educazione e tecnologie, che si terrà a Bellinzona l’11 e il 12 settembre. Ne riparleremo.

di municipali erano stati ripresi dalle telecamere, su un’altura a Montarina, con la vanga in mano, per restituire a un prato gli attributi della cosiddetta biodiversità. La definizione appartiene al linguaggio specifico di un ambito che, come detto, fa tendenza. Anzi moda, esponendosi così ai rischi degli eccessi e dei fraintendimenti. A onor del vero, il caso della nostra aiuola-orticello non è certo isolato. Anzi, arriva in ritardo rispetto a tanti altri, ben più illustri e chiacchierati. La vanga , con cui dissodare un pezzo di giardino, era già comparsa nelle mani di Michelle Obama, fervida sostenitrice delle coltivazioni all’ombra dei grattacieli. E persino in quelle della regina Elisabetta, appassionata di fiori, ma costretta a cedere, pure lei, alla suggestione dell’orticoltura casalinga. Contando, ovviamente, sugli effetti ai fini della popolarità. In proposito, la carta eco-bio sembra vincente, a New York, a Londra, come a Lugano. Non si tratta più, semplicemente di un hobby, della modesta soddisfazione di consumare un frutto

coltivato sul proprio balcone. Oggi, quest’attività è circondata da un armamentario di teorie e di interpretazioni ad ampio raggio. L’orto urbano è chiamato a svolgere una funzione sociale, favorendo incontri e solidarietà, appaga quel bisogno di ritorno a madre natura che, a quanto pare, cova in tutti noi. Per non parlare, poi, degli effetti sul piano economico, mettendo a nostra disposizione, a costi irrisori, frutta e verdura di stagione. E sana. A questo punto, però, affiora qualche dubbio. Persino in seno alle associazioni degli stessi fautori dell’orticoltura cittadina, c’è chi, rompendo il tabù della retorica, osa domandarsi: potranno crescere sani i prodotti di un pezzo di terra che subisce l’inquinamento delle metropoli? In altre parole, la campagna è una cosa, la città un’altra. Sta di fatto che l’orto urbano, praticato, come si legge su Internet, da 800 milioni di persone nel mondo intero, approfitta anche della popolarità conquistata dal tema dell’alimentazione, della gastronomia, insomma del mangiare, rilanciato adesso dall’Expo,

al principio praticato da Washington secondo il quale le Nazioni Indiane erano assimilate a Stati sovrani coi quali occorreva stringere trattati: gli indiani erano, secondo lui, soggetti alle leggi degli Stati nei quali vivevano ed alle quali – volenti o nolenti – dovevano conformarsi nella misura in cui vivevano sul loro territorio. Vi era solo un modo pertanto per garantire agli indiani la possibilità di vivere secondo leggi da loro stessi scelte, e questo consisteva nello spostarli in quei territori ad Est del Mississippi i quali, non appartenendo ancora a Stati consolidati ma essendo giuridicamente proprietà federale, potevano ancora essere organizzati secondo legislazioni specifiche. L’idea dunque era quella di creare riserve entro le quali gli indiani potessero godere di una per quanto relativa autonomia garantita a livello federale. Qui la Storia mostra tutta la sua ambiguità o, se preferite, parla la

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Educare non significa addestrare Cara Silvia, sono un nonno preoccupato per come nostra nuora cresce sua figlia Sara, di 10 anni. Inutile dire che tutta la famiglia ama e apprezza la mamma di Sara, una bravissima persona, ma non i principi che informano l’educazione della figlia. La ragazzina frequenta un Istituto privato a tempo pieno ove insegnano anche inglese e francese. In più segue un corso di equitazione ed è impegnata almeno tre volte la settimana negli allenamenti del nuoto agonistico, senza contare le competizioni che si svolgono per lo più la domenica. Voglio citare anche i frequenti «pigiama-party» a casa delle compagne di scuola che, dopo una sbronza di chiacchiere, prevedono che, esauste, si addormentino verso le tre di notte. Ovviamente Sara è magra, pallida, con le occhiaie e stanca sin dal mattino. Vive infatti in una condizione di super allenamento che stroncherebbe anche un cavallo. Ah! Dimenticavo di dirle che la

mamma di Sara segue la figlia a nuoto come fosse il suo allenatore personale: cronografa i tempi, compila tabelle, la incoraggia, la consiglia e le fa delle scenate se, secondo lei, la bambina non si è impegnata allo spasmo. Abbiamo cercato più volte di farla ragionare ma lei risponde che siamo vecchi e non capiamo che i tempi sono cambiati e non basta più essere bravi a scuola, occorre eccellere in tutto. Ma non è troppo? / Ernesto Caro Ernesto, sì: il «tutto» è sempre troppo. Nella condizione di Sara ci sono molti bambini milanesi oltre che ticinesi, anch’essi travolti da richieste eccessive che non hanno nulla a che fare con l’educazione. La stanchezza, sino allo sfinimento, non può diventare una costante dell’infanzia. I bambini sono nati per vivere la vita con spontaneità, libertà e allegria. La civiltà impone di sottoporli a una scolarizzazione intensa e prolungata

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Orti urbani: da necessità a moda Un’aiuola, a Lugano, fa parlare di sé. Collocata nel giardinetto di piazza Manzoni, dove, con i suoi fiori, svolgeva, tradizionalmente, una gradita funzione decorativa, ha infatti cambiato fisionomia e destinazione. In questa primavera, niente peonie, rose, gladioli, da ammirare, nel loro effimero splendore. Li ha sostituiti il tappeto verde degli steli e delle foglie di pianticelle di legumi che, nei prossimi mesi, recheranno frutti commestibili. Insomma, non petali e profumi fugaci bensì pomodori, lattuga e patate, prodotti utili. Ora questa riconversione di un’area pubblica costituisce, per forza di cose, un atto politico da parte delle autorità che, in tal modo, hanno fatto una scelta, anche d’ordine ideologico: la loro adesione alla causa verde, di cui proprio gli orti urbani sono diventati una testimonianza. Ma, come sempre avviene nei confronti di una decisione presa nelle stanze del potere, anche la metamorfosi di quest’aiuola è stata presa male da non pochi luganesi, che l’hanno considerata un’ulteriore offesa al volto di una città strapazzata

da troppi cambiamenti. Comunque, la questione divide opinioni e sentimenti, al di là della sua portata effettiva. In realtà, quest’orticello è indicativo di una tendenza, del resto annunciata. Le prime avvisaglie risalgono all’autunno scorso quando, il sindaco e un paio

L’aiuola-orto di piazza Manzoni.

con propositi anche umanitari: nel tentativo di risolvere le assurde disparità fra pance troppo piene e troppo vuote. E qui ricompare, una volta ancora, la parola moda, che è limitativa, indica cioè umori, spesso passeggeri, che sono nell’aria del momento. Infine, una distinzione di fondo s’impone. Un conto, sono i nuovi coltivatori di orti che a questo hobby attribuiscono valori persino filosofici. Un conto gli autentici amanti di terra, zappe e semine, che, da decenni, si sono fatti un orto, fuori città. Come capita di vedere, alla periferia di Zugo. Oltre Gottardo, la vicinanza alla natura è più radicata nel sentire e nelle abitudini quotidiane. Non da ultimo poi, bisogna ricordare i tempi, ormai lontani, quando nelle nostre città, parchi e piazze, la lussuosa Paradeplatz compresa, furono adibiti a campi e orti. L’aveva deciso Friedrich Traugott Wahlen, futuro consigliere federale, lanciando, con il sostegno di Duttweiler, un piano per assicurare l’autonomia alimentare del Paese. Si era nel 1940, un’epoca di necessità e non di mode.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Ce n’è per tutti? Expo 2015 Il quarto piano delle famose

Marco Martucci Il Decumano è l’ampio viale che, dritta spina dorsale, attraversa con i suoi 1500 metri, come in un castrum romano, tutta quanta Expo 2015. Lo si percorre più volte, avanti e indietro e a un certo punto gambe e piedi stanchi si fanno sentire e vien voglia di sostare. Così, affaticato, affamato e assetato mi trovavo a passare verso mezzogiorno nei pressi del Cardo, che è un po’ il cuore della grande Esposizione quando lo sentii. Il Corno delle Alpi. Forse un’allucinazione dovuta al caldo e alla stanchezza? No. Era un vero suonatore di Corno delle Alpi che richiamava al Padiglione svizzero. Là ero atteso per le due. Era ancora presto ma pensai, visto che volevo mangiare e bere qualcosa, perché non iniziare la mia visita al Padiglione svizzero proprio dal suo ristorante? Tra i 150 di tutta l’Esposizione, è stata una buona scelta: tutto, a parte i prodotti freschi e l’acqua del rubinetto, proviene dalla Svizzera. La mia scelta? Uno spuntino rapido e leggero: carne secca dei Grigioni Igp e formaggio dell’alpe L’Etivaz Dop, innaffiati da un calice di Jenins Pinot Noir Doc, sorprendente vino grigionese. Arrivano presto le due ed ecco all’orizzonte Andrea Arcidiacono, capo comunicazione Padiglione Svizzero, mio angelo custode nella visita alla struttura che, con i suoi oltre 4400 metri quadri, è una delle più grandi fra quelle dei 145 Paesi e delle tre organizzazioni internazionali presenti in Expo, che rappresentano il 94% della popolazione mondiale. Una veloce salita in ascensore ed eccoci dentro il cuore del Padiglione elvetico, la parte che tanto fa parlare di sé perché giustamente incuriosisce: le quattro torri. All’esterno, le torri mostrano la quantità aggiornata del loro contenuto e in cima campeggia la scritta «Ce n’è per tutti?». Ora che siamo dentro, si capisce perché. Come silos, le torri contengono una gran quantità di prodotti e ogni visitatore può prenderne quanto vuole. Ma proprio qui sta il messaggio: ce n’è per tutti ma, se vuoi che davvero sia così, il tuo consumo dev’essere ragionato e sostenibile, dunque responsabile. Ecco cosa c’è nelle torri. Il sale, presente con 1 milione e 350mila di

piccole dosi da 20g (di cui il 10% è già stato portato via); il caffè, con 2 milioni e mezzo di bustine di caffè solubile (–7%); l’acqua con 350mila bicchieri riutilizzabili (–25 %) e le deliziose rondelle di mele, 420mila sacchetti di plastica con 2 o 3 rondelle ciascuno (–25%). Ciò significa che al 4. piano sono esaurite mele e acqua, tuttavia fin quando non saranno esauriti anche sale e caffè, il 3. piano non verrà aperto. Il sale, estratto dal sottosuolo svizzero, è l’unica nostra materia prima, della quale disponiamo in quantità sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale. È essenziale nella nutrizione, nell’industria alimentare e chimica – non a caso la chimica svizzera si è sviluppata a Basilea, vicino ai giacimenti di sale – ma un suo uso eccessivo nuoce alla salute. La presenza del caffè fra i prodotti svizzeri può sorprendere: il nostro clima non ne consente la coltivazione. Ma il caffè è un importante prodotto dell’industria agro-alimentare svizzera ed è al primo posto nelle esportazioni, superando i classici cioccolata e formaggio. L’acqua, tema privilegiato del Padiglione, non viene dalla Svizzera ma è captata nelle profondità del sottosuolo milanese, dalla falda freatica alimentata non solo dalle piogge ma forse soprattutto dalle acque penetrate nei suoli di Alpi e Prealpi e lentamente discesa, sottoterra, fino alla grande pianura. E chissà che, magari, una parte di quest’acqua non venga davvero dalle nostre montagne: acqua, aria, rocce, natura non conoscono confini politici. La torre dell’acqua c’invita a riflettere su quanto preziosa sia questa risorsa, a farne uso ragionevole e a ricordare i milioni di esseri umani ancora senza acqua potabile e servizi igienici. Molto svizzere sono invece le mele, qui disponibili in gustose rondelle essiccate, che come detto stanno andando a ruba e con l’acqua sono il prodotto più apprezzato dai visitatori. Sono mele di diverse varietà e provenienze, anche di meli ad alto fusto e da coltivazioni biologiche; esse rappresentano la biodiversità e l’importanza di un’agricoltura rispettosa del territorio. Inoltre sono veramente buone. Terminato il giro delle torri, bevuti un paio di bicchieri d’acqua fresca e riempite le tasche di rondelle di mele,

Karl Mathis

quattro torri del Padiglione svizzero vede già esauriti due prodotti a discapito dei visitatori che fino all’apertura del terzo piano restano senza mele e senza acqua

torniamo al pianterreno. Entriamo ora in un vasto locale che, con la sua gradevole frescura e la sua tenue luminosità, è piacevole contrasto al caldo esterno. I quattro cantoni del San Gottardo, Grigioni, Ticino, Uri e Vallese si presentano con la bella esposizione, «Acqua per l’Europa». Al centro è stato realizzato, in scala 1:25’000, scolpito nel granito della Riviera, un blocco di venti tonnellate largo 5 metri e lungo 7 estratto dalle cave di Cresciano, il rilievo delle montagne intorno al San Gottardo. Dal soffitto cadono gocce d’acqua che scendono per le valli e si riuniscono nei quattro fiumi che andranno a bagnare l’Europa: il Ticino, la Reuss, il Rodano e il Reno. Lo sgocciolío scende dalla ricostruzione delle celebri «bisses» vallesane, che portano l’acqua dei ghiacciai alle assetate pianure dove maturano

fragole e albicocche. Non si può fare a meno, davanti a questo atlante tridimensionale, pezzo di nostra terra, di provare un brivido d’emozione e di cercare monti e valli a noi familiari. Sul tema dell’acqua, della Svizzera serbatoio idrico d’Europa, i quattro cantoni mettono in bella mostra le loro peculiarità, un invito a visitarli rivolto ai milioni che qui verranno da ogni angolo del mondo. Dopo una dissetante sosta al take away di specialità svizzere con tanto di sedie a sdraio all’ombra delle betulle, diamo una sbirciatina in anteprima alla recente opera di Eat Art, Meissen Porzellan Puzzle, creata appositamente per Expo da Daniel Spoerri, artista svizzero affermato sulla scena internazionale. La visita prosegue attraverso l’affascinante esposizione interattiva curata da Nestlé che parte dal

racconto dei primi mille giorni di vita di un essere umano e tocca temi quali la crescita e lo sviluppo del cervello, la salute e il cibo, il ruolo dei sensi e delle emozioni nella nutrizione. Accanto a tutte queste attraenti offerte, il Padiglione svizzero comprende le esposizioni delle città partner, Basilea, Ginevra e Zurigo, un’installazione dedicata alla nuova trasversale ferroviaria alpina, l’atelier del cioccolato in cui ognuno può preparare, partendo dalle fave di cacao, la sua tavoletta di cioccolato e portarsela a casa. Il resto lo lasciamo scoprire a chi vorrà venire e lasciarsi conquistare da questo ricco e originale Padiglione svizzero. Informazioni

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Ambiente e Benessere

Golf GTE Sport e Q7 e-tron

La salute e il lavoro

Motori Non una vettura da corsa ma l’ultimo prototipo della Volkswagen

Eventi Un convegno organizzato a Lugano il 2 giugno dalla Camera di Commercio ticinese

e il Suv Premium dell’Audi

Mario Alberto Cucchi La salute sul posto di lavoro è un tema caro alla Camera di commercio dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Canton Ticino (Cc-Ti) che, attraverso diverse azioni e attività, si impegna in modo costante a sensibilizzare i suoi associati sull’importanza di garantirne una buona gestione. Proprio per questo motivo la Cc-Ti ha deciso di co-organizzare un evento insieme a Promozione Salute Svizzera, cogliendo l’occasione della ricezione del primo label Friendly Work Space nella Svizzera italiana da parte di un suo associato, la Cooperativa Migros Ticino, per sottolineare l’importanza per le aziende di perseverare nel miglioramento delle loro condizioni quadro lavorative. Promozione Salute Svizzera è una fondazione sostenuta da cantoni e assicurazioni, che riunisce rappresentanti del mondo politico, economico e scientifico favorendo la loro collaborazione nell’ambito della politica sanitaria nazionale. Su incarico della Confederazione avvia, coordina e valuta misure atte a promuovere la salute e a rafforzare la prevenzione, sviluppando soluzioni concrete assieme ai partner.

Quattrocento cavalli e carrozzeria in fibra di carbonio. Non si tratta di una vettura da corsa ma dell’ultimo prototipo della Golf. Volkswagen durante il raduno austriaco delle GTI ha presentato la Golf GTE Sport. Una concept dotata di meccanica ibrida plug-in. Sotto il cofano il motore 1.6 TSI da 300 cavalli della Polo R dominatrice del Mondiale Rally è abbinato a due propulsori elettrici che erogano altri 100 cavalli.

Intanto, Toyota e Mazda annunciano ufficialmente il consolidamento della loro partnership L’autonomia in modalità esclusivamente elettrica è di 50 chilometri. La Golf GTE Sport arriverà un giorno nelle concessionarie? Oggi è davvero troppo presto per poterlo dire. È invece pronta al debutto, dopo l’anteprima mondiale al Naias di Detroit dello scorso gennaio, la nuova generazione della Q7 che sta arrivando nei saloni di auto di tutta Europa proprio in questi giorni. L’ultima notizia è però che Audi adotterà con Q7 il primo motore ibrido plug-in diesel con trazione quattro nel segmento dei SUV premium. La Q7 e-tron 3.0 TDI quattro (nella foto), modello la cui commercializzazione è prevista nel 2016, ha una doppia alimentazione. Da una parte ci sono le batterie agli ioni di litio da 17,3 kWh (168 celle) e dall’altra il tradizionale gasolio. Sotto il cofano un motore 3.0 TDI è associato a un propulsore elettrico per una potenza complessiva di 373 cavalli e una coppia record di 700 Newton Metro. La velocità massima è di 225 chilometri orari mentre per scattare da ferma a cento orari bastano sei secondi. Il dato più interessante è quello rappresentato dai consumi: con solo 1,7 litri di gasolio si possono percorrere cento chilometri con emissioni di CO2 di soli 50 grammi per chilome-

Programma

tro. La nuova Audi Q7 e-tron è in grado di percorrere fino a 56 chilometri in modalità esclusivamente elettrica e, insieme al motore diesel, dispone di un’autonomia generale di 1410 km. Come per la Q7 standard, anche la Q7 e-tron 3.0 TDI quattro ha il cambio tiptronic. Se i tedeschi ci danno dentro, i giapponesi anche questa volta non stanno certo a guardare. Toyota e Mazda hanno ufficialmente annunciato il consolidamento della loro partnership a

lungo termine per migliorare le rispettive offerte nell’ambito di un posizionamento sempre più efficace sui principali mercati del mondo. I rispettivi Presidenti, Akio Toyoda e Masamichi Kogai, non sono in realtà entrati molto nei dettagli del rinnovamento dell’alleanza, ma hanno precisato che al momento non sono previsti scambi azionari o un ingresso del più importante Gruppo globale in Mazda. In ogni caso, i due costruttori concentreranno gli sforzi sulle nuove tecnologie per ridurre le emissio-

ni di CO2 e sulla sicurezza attiva. «Possiamo soltanto presumere che Mazda dovrebbe sfruttare la grande esperienza di Toyota nei sistemi ibridi plug-in e nell’idrogeno – hanno commentato gli analisti –, mentre Toyota potrebbe avere accesso ai motori SkyActiv di Mazda». La collaborazione tra Toyota e Mazda, fino ad oggi, si è incentrata sulla fornitura dell’ibrido a Mazda, mentre quest’ultima ospita una compatta Toyota nel suo nuovo impianto messicano di Salamanca.

Ore 11.30-12.30: incontro informativo Ore 12.30-14.00: lunch offerto Relatori: ■ Christian Vitta: Direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia ■ René Rippstein: membro della Direzione di Promozione Salute Svizzera ■ Lorenzo Emma: Direttore della Cooperativa Migros Ticino ■ Marcel Paolino: Responsabile distribuzione gestione della salute in azienda ■ Rosy Croce: Responsabile dipartimento risorse umane della Cooperativa Migros Ticino ■ Luca Albertoni: Direttore Cc-Ti. La manifestazione è aperta a tutti gli interessati. Entrata libera. Iscrizioni: www.cc-ti.ch/event/saluteinazienda/ Annuncio pubblicitario

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Quando la povertà mostra il suo volto Legga la storia di Suheil su www.farelacosagiusta.caritas.ch

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Ambiente e Benessere

Quando lo sport non è salute Lorenzo De Carli Biologo di formazione, paleo antropologo all’Università di Harvard, Daniel Lieberman – che alcuni conoscono anche perché fervente sostenitore del Barefootrunning, della corsa cioè a piedi scalzi – ha documentato i suoi studi degli ultimi anni in un libro intitolato La storia del corpo umano. La particolarità del suo lavoro di ricerca consiste nell’intrecciare tre argomenti: l’evoluzione, la salute e la malattia. «Che ci piaccia o no – scrive Lieberman – siamo primati grassocci e senza pelliccia a cui piacciono gli zuccheri, il sale e i grassi, ma siamo ancora adattati a una dieta diversificata ricca di frutta e verdura, noci, semi, tuberi e carne magra». Se la gola ci spinge verso zuccheri, sale e grassi non è per caso: è perché, un tempo rari, occorreva saperli scovare con fiuto, e la selezione ha favorito quanti di noi erano particolarmente perspicaci a trovarli. Oggi, però, se vogliamo evitare diabete e pressione sanguigna elevata, dovremmo contenere il consumo di queste sostanze, per le quali abbiamo evoluto una spiccata propensione, sia perché ricca fonte di energia, sia perché indispensabili al nostro corpo. E dovremmo contenere questo consumo perché il nostro corpo è ancora quello che nel lungo Pleistocene ha sviluppato uno specifico equilibrio attraverso una dieta variegata.

Pfund vorrebbe che lo sport fosse espressione di gratuità, di spontaneità, di abbandono della ripetizione coatta Ma non è solo una questione di alimentazione: «Ci piace rilassarci – dice Lieberman –, ma i nostri corpi sono ancora quelli di atleti di resistenza evoluti per camminare per molti chilometri al giorno e per correre spesso, oltre che per scavare, arrampicarsi e trasportare pesi. Adoriamo le comodità, ma non siamo ben adattati a trascorrere le giornate in poltrona, calzando scarpe e fissando un libro o lo schermo di un computer». Insomma, se da un lato abbiamo raggiunto condizioni di vita e un benessere prima impensabili, dall’altro siamo travolti da un’ondata di vecchi e nuovi mali, dalle mai risolte problema-

tiche legate a una schiena notoriamente debole alla recente epidemia di obesità. Per Daniel Lieberman, la salute del nostro corpo è strettamente intrecciata alla sua storia evolutiva. È in questa prospettiva che occorrerebbe provare a esaminare lo sport; nella prospettiva cioè di un’attività fisica necessaria perché prevista dai nostri geni, senza la quale i nostri corpi non potrebbero trovare quell’equilibrio fisiologico che chiamiamo «salute». Ma sport e salute vanno davvero d’accordo? Nicola Pfund (nella foto) è stato un cosiddetto sportivo di élite, specializzato nel Triathlon. Disciplina estremamente impegnativa, chiede al corpo tre gesti atletici molto diversi tra loro: correre, pedalare e nuotare. Ancora oggi – docente di cultura generale e autore di numerosi libri sullo sport – Pfund si allena con regolarità quotidiana, praticando tutt’e tre le discipline del Triathlon. Nel suo ultimo saggio, intitolato La caduta degli idoli. Riflessioni sul mondo dello sport, Pfund è estremamente severo sullo sport, non solo quello praticato nelle competizioni di più alto livello, bensì anche quello dilettantesco, così come quello giovanile o anche quello svolto a scuola. Perché? Per due motivi innanzitutto: il primo perché l’attività fisica praticata a fini competitivi non è un’attività che può conciliarsi con la salute (intesa come equilibrio di mente e corpo), il secondo perché lo sport esercitato con la razionalità del lavoro non è più momento ricreativo bensì estensione dell’attività produttiva nella dimensione del tempo libero. Alcune idee espresse da Pfund si erano già lette nell’ampia letteratura sociologica derivante dalla Scuola di Francoforte: la riduzione del corpo a macchina, la razionalità alienante che insterilisce la vita, l’estensione totalizzante della prassi lavorativa, il tempo libero organizzato come il tempo del lavoro, la concezione produttivista della vita, ecc. Condizioni molto ben descritte anche da Marcuse e da Fromm, e dopo di loro anche da chi ha attirato l’attenzione sull’attività sportiva come autosfruttamento del soggetto, che ha introiettato le procedure della catena di montaggio. Il fatto, però, che a scrivere un saggio contro lo sport sia uno sportivo come Pfund è importante perché significa che non si tratta di teorie astratte, bensì del vissuto concreto di chi, tutti i giorni, si cimenta nell’attività fisica. Di chi, tutti i giorni, pedala, corre e nuota

Tri27

Editoria Nicola Pfund, sportivo di élite, ha scritto un libro contro gli sport competitivi

– osservando il mondo dello sport, sentendo nel proprio corpo le tensioni e la fatica di chi si allena con regolarità ma anche col distacco di chi prova a dare un significato a quel che vede. E allora, da questa prospettiva, il racconto epico – sui giornali e alla televisione – delle gesta compiute dai campioni del ciclismo riesce a tener sotto la soglia della coscienza l’ingegneria bio-

logica del doping grazie al fatto che abbiamo bisogno delle grandi narrazioni collettive, che raccontano di eroi sofferenti ma vincitori, nei quali ciascuno di noi può proiettare i suoi vissuti, partecipando indirettamente della gioia del vincitore. È, dunque, innanzitutto il forte ruolo simbolico dello sport, che mette in rilievo Pfund. Sembra essere cosa da poco, invece

il racconto collettivo dello sport come dimensione, nella quale ognuno dà il meglio di sé, facendo leva sulla sola forza di volontà e sfruttando le prerogative della sua attitudine fisica, riesce a far sembrare una pratica positiva il danno procurato da tanti genitori sui propri figli: «Quale genitore – scrive Pfund – non sarebbe disposto a “spronare” (per usare un eufemismo) il proprio figlio qualora se ne intuisse anche solo un piccolo talento, pur di vederlo un giorno primeggiare?» Sul ruolo diseducativo dei genitori, Pfund non si sofferma abbastanza. Chissà, forse pensa che ogni lettore abbia in mente almeno un esempio, di quei padri che vorrebbero i loro figli diventare i famosi calciatori, che loro non sono riusciti ad essere. Come difendere i giovani da quell’incitamento al sacrificio di sé, che nasconde malamente il sentimento di frustrazioni genitoriali mai veramente superate? Tanto più, che a indurre un sentimento di colpa nei più giovani concorrono anche gli allenatori, i quali ribadiscono senza posa la virtù della disciplina e della sommissione, l’accettazione del fair-play – «valori che spesso mascherano la realtà delle cose che è la legge della guerra di tutti contro tutti e la sopraffazione del più forte sui deboli». Nicola Pfund vorrebbe che lo sport – e più in generale l’attività fisica – fosse sottratto alla dimensione prestativa. Che fosse espressione di gratuità, di spontaneità, di gioco senza scopo; di abbandono della ripetizione coatta tipica del lavoro. Che fosse divertimento, perdita di sé e della propria identità. Ricreazione totale, del corpo e della mente. Che fosse la spontanea scoperta dei limiti del proprio corpo, attraverso fatiche sottratte allo sguardo di chi misura lo spazio e il tempo per compilare le classifiche dei migliori e dei peggiori. In questa prospettiva, in pratica, quasi nulla si salva di ciò che accade nei club sportivi, mentre – paradossalmente – l’attività fisica, spesso collettiva, praticata per divertimento nei tanti centri fitness, persa la dimensione competitiva dello sport, si avvicina di più all’ideale di una fisicità gratuita, libera di scopi che non siano il benessere. Ma nell’ideale di Pfund non ci sono i centri fitness: il giusto contesto dell’attività fisica è la natura, dove non solo il corpo è libero dalla gabbia delle misure cronometriche, ma anche la mente si affranca dalla scansione del tempo di lavoro – cercando un equilibrio che è espressione di salute. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Il profumo di primavera Anita Negretti Tra i propositi di inizio anno, uno era legato al giardinaggio: desideravo aumentare la mia collezione di lillà in giardino e in vivaio, visto che sono tra le mie piante preferite, sia per forma del fiore, sia per aroma. Deliziosa e mai invadente, la loro fragranza accompagna alcuni miei ricordi di bambina, quando con la nonna materna trascorrevo pomeriggi interi in giardino. Immancabili nelle aiuole o accanto alle porte d’ingresso delle ville stile Liberty dell’inizio Novecento, sono cadute in disuso per molti anni in Europa. La causa principale, i conflitti che imperversavano nei vari Stati, mentre dall’altra parte dell’oceano, in America specie negli Stati Uniti e in Canada, si diffondevano velocemente permettendo a molti vivaisti di specializzarsi nella loro coltivazione. Romantiche, dall’aspetto delicato ma comunque molto rustiche, il genere Syringa (nome a mio parere terribile per indicare queste belle piante), si compone di circa 26 specie spontanee – ovvero trovate in natura e classificate – ed oltre milleseicento tra nuove specie e ibridi create dall’ingegno e dalla bravura dell’uomo. Provenienti quasi tutte dall’Asia, si distinguono Syringa vulgaris e S. josikaea, che sono di origine europea, delle nazioni ad est, già coltivate nelle loro terre d’origine dai pastori nel Medioevo, mentre una prima diffusione in Turchia avvenne nelle corti e nei giardini dei nobili. Probabilmente poi dalla Turchia arrivarono in dono ai regnanti dell’Europa centrale, si diffusero in fretta e vennero portati con viaggi lunghi e difficoltosi anche oltre Oceano, in particolare per mano di marinai olandesi e francesi, dove ancora prosperano. Come accade anche nei casi di emigrazione umana, dove i figli dei primi emigranti ritornano nelle terre d’origine, così anche le serenelle americane rientrarono in Europa con nuovi ibridi bellissimi che ora noi troviamo in commercio. Resistenti al clima freddo e molto robuste, hanno affascinato alcuni tra gli artisti più noti degli anni passati

come i pittori Renoir e Manet: il primo, con Grande vaso di fiori, li mischia a rose, margheritine e iris, mentre Manet li lascia puri, bianchi e preziosi accompagnandoli solo con rose. Anche se il vero cuore pulsante dell’ibridazione fu l’America, i primi tentativi di questa tecnica avvennero in Francia, ad opera di Pierre Louis Victor Lemoine nella metà dell’ 800, mediante l’impollinazione manuale tra le varie specie, dove, aiutato dalla moglie e dal figlio, dedicò tutta la sua vita alla creazione delle prime magnifiche varietà a fiori doppi con colori affascinanti. E come la storia insegna, la guerra fredda tra America e Russia portò a continui confronti su molti temi, non da ultimo proprio sul giardinaggio, dove anche i russi si sono impegnati con notevoli risultati sull’ibridazione dei lillà, creando oltre 60 ibridi. Appartenenti alla famiglia delle Oleaceae, il genere Syringa e in particolare S. vulgaris, viene nominata lillà (dal persiano lilak ovvero azzurrino, il colore più conosciuto tra queste piante) o serenella. Sono arbusti alti fino a tre metri, ma con deliziose varietà nane che raggiungono solo il metro, mentre in alcune varietà, come S. pikinensis si superano i dieci metri. Le foglie, decidue, sono di un bel verde intenso e accompagnano i fiori riuniti in pannocchie grosse e opulente. In base alla varietà è più spiccato il profumo, oppure il colore del fiore, la grandezza, il numero dei petali, il portamento delle infiorescenze o molti altri caratteri, che in quasi 2000 specie e ibridi trovano la loro espressione. È facile da coltivare anche per chi ha un pollice nero. La coltivazione delle serenelle può avvenire in ampi parchi come in giardini dagli spazi angusti. Il periodo ideale per trapiantarli in giardino va da ottobre a maggio, evitando periodi con freddo intenso. Un buon terreno fertile, drenato e ben esposto al sole o a mezz’ombra creerà la base ideale per una crescita sana e ricca di fiori. Se il vostro suolo risulta povero, vi consiglio di intervenire al momento della preparazione della buca con un buon fondo di concime naturale, mentre se l’aspetto che vi preoccupa

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Mondoverde Dai giardini delle ville in stile Liberty ai nostri vasi: sono i fiori di lillà

è il drenaggio, potete intervenire con uno strato di ghiaione sempre sul fondo della buca, che dovrà esser larga circa il doppio del diametro della zolla nel vaso. Un consiglio riportato da molti testi è quello di interrare il colletto dei lillà innestati (ve ne accorgete dal callo d’innesto presente nei primi centimetri del fusto principale), di circa dieci centimetri; pratica solitamente sconsigliata per tutte le altre piante. Così facendo si stimola la formazione di radici da parte della varietà innestata e conseguentemente la creazione di polloni della varietà scelta e non del portainnesto. Quella dell’emissione dei polloni è una caratteristica molto spiccata nei lillà, che permette così di ottenere nuove piante mediante la divisione dai polloni dalla pianta madre. Piantato da solo o con altre specie poco invadenti, come un tappeto di violette o bulbi a fioritura primaverile, ama trascorrere le giornate al sole diretto, magari con soltanto poche ore all’ombra luminosa per favorire la fioritura di tutti i boccioli. Innaffiata durante i primi mesi dal trapianto, crescerà in

autonomia, con la somministrazione di un concime ricco di fosforo da distribuire alla fine dell’inverno o meglio ancora di letame maturo in autunno. La potatura – forse l’operazione che richiede più attenzione – è da praticarsi subito dopo la fioritura, rimuovendo i boccioli sfioriti, i rami rovinati o che si toccano. Nel caso invece possediate un arbusto di lillà già da qualche anno e non lo avete mai potato, vi consiglio un intervento di ringiovanimento: viene eseguito alla fine dell’inverno tagliando i rami principali, quelli grossi e poco fioriferi, al livello del terreno, evitando di lasciare monconi; i rimanenti fusti giovani si recidono tagliandoli appena al di sopra di una gemma o di un ramo laterale. Praticando uno sfoltimento della chioma molto vigoroso si otterrà una pianta che difficilmente fiorirà la primavera successiva, ma che di certo a partire dall’anno successivo vi ricompenserà con molti fiori. Ma quale scegliere? Sono così tante le varietà, gli ibridi e le cultivar, da trovare buon impiego anche in vasi, come S. X meyeri, dalla crescita lenta con

fiorellini molto profumati, riuniti in pannocchie piccole e compatte prodotti in gran quantità; in autunno le foglie assumono un bel color bronzo prima di cadere. Anche alcune varietà di S. vulgaris ben si adattano ai vasi, a patto di intervenire spesso con irrigazioni, leggere potature e concimazioni. Molti ibridi dai bellissimi fiori hanno però perso il profumo e vi consiglio di coltivare, spazio permettendo, più esemplari con varie caratteristiche. Ad esempio Syringa x hyacinthiflora, creata da Lemoine dall’incrocio tra S. oblata e S. vulgaris, fiorisce prima della S. vulgaris, con un profumo intenso e foglie autunnali rosso bronzo, mentre per prolungare il periodo di fioritura, un bel esemplare di S.x henry sarà l’ideale. Tra le S. vulgaris non vi è che l’imbarazzo della scelta: dai candidi «Saint Margaret» e «Saint Joan», salendo nei colori fino all’eccellente «Sensation», con fiori rosa bordati di bianco, passando dal viola di «Maximowicz» abbinata alla porpora «Frank Peterson» e nuovamente perdendosi alla ricerca di ibridi dai colori più entusiasmanti. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

I padri della cucina italiana «modernista» Allan Bay L’altro giorno discutevo con amici su chi fosse o fossero i padri della cucina italiana moderna – che comunque è un termine un po’ fuorviante a mio parere. Preferisco, infatti, usare il termine «modernista». Sicuramente Gualtiero Marchesi (nella foto) lo è stato, sia per la sua cucina sia per la incredibile quantità di bravi cuochi che ha allevato. Ma di certo qualcuno aveva, prima, gettato i semi. Vediamo, chi – sempre a mio parere sia chiaro – ha gettato quindi questi semi della buona cucina italiana di oggi.

Furono due i grandi cuochi «iniziatori»: Nino Bergese e Mirella Cantarelli negli anni Cinquanta Fino alla fine degli anni Cinquanta la ristorazione italiana era ancora dominata dalla mistica della «grande mangiata»: chi offriva 200 grammi di pasta a testa valeva il doppio di chi ne offriva solo 100. E l’abuso in quantità e in grassi dominava su tutto: basta leggere un delizioso libro, il Gastronomo educato, di Alberto Denti di Pirajno, che racconta le sue avventure gastronomiche in quegli anni, per rendersene conto. Due grandi cuochi fecero intravedere a (pochi) discepoli il futuro. Il primo fu Nino Bergese. Nato nel 1904, già cuoco di prestigiose famiglie dell’aristocrazia italiana, nel dopoguerra aprì a Genova un piccolo ristorante, La Santa. Morì nel 1977. Bergese era un figlio della grande cucina «internazionale», che vuol dire francese, quella di Escoffier e Pellaprat. Più di chiunque altro tradusse questa cucina e riuscì a integrarla con la tradizione italiana, o meglio con quella del nord Italia, che nel ricettario di Bergese di pasta ce n’è ben

poca. Fu lui a far conoscere le basi di cucina, come il fondo bruno; e tutti i cuochi sanno che il fondo è tutto. Inoltre fu lui a insegnare la ricerca delle buone materie prime e a tagliare i grassi. Alcuni suoi piatti, come il riso mantecato, un risotto alla parmigiana con la cipolla passata al setaccio e guarnito con un cucchiaio di fondo bruno e la sella di vitello flambata con la vodka restano l’emblema di quella svolta: semplici, (relativamente) leggeri, raffinati. Ha lasciato un libro, Mangiare da Re che ancora oggi è validissimo. L’altro maestro fu Mirella Cantarelli. Il marito Peppino aveva una tabaccheria con vini e salumi a Sanboseto di Busseto, vicino a Parma. Nel 1950 divenne anche ristorante, che crebbe rapidamente in qualità e fama. Chiusero nel 1982 e Mirella morì poco dopo. Mirella e Peppino Cantarelli furono gli artefici del rilancio della cucina regionale. Anche loro dedicarono una grandissima attenzione alle materie prime. Restarono fedeli alla loro tradizione locale, affiancandola a una continua ricerca di ricette del passato, non disgiunta da uno spiccato gusto dell’innovazione e dal continuo confronto con i grandi maestri che in quel periodo in Francia stavano affossando la cucina classica in favore di un ritorno alla cucina regionale e di mercato. In più proponevano una carta di vini e distillati, sia italiani sia stranieri, che non aveva eguali in Italia. Diedero nobiltà alla cucina regionale, salvandola alla grande. Purtroppo non esiste un libro con le ricette di Mirella scritto e curato da lei; esiste solo un libro che si chiama Cantarelli. Storia e mito della cucina italiana, curata da Alberto Salarelli ed edito dalla «Gazzetta di Parma». Purtroppo esaurito. I tanti bravi cuochi che operano oggi in Italia devono moltissimo a Marchesi e ai pochi come lui che in quegli anni fecero intravedere il futuro, ma, ancor più, moltissimo a Bergese e ai Cantarelli.

L. Manzoni www.phototecnica.it

Gastronomia Chi ha gettato i semi della buona arte culinaria di oggi?

CSF (come si fa)

In tanti anni vi ho dato solo tre ricette con le amatissime sarde: quelle fritte, quelle farcite di tonno e quelle con la pasta. Rimedio subito! Cotolette di sarde farcite. Per 4 persone. Squamate 12 grosse sarde, apritele a libro lasciandole unite lungo il dorso, diliscatele, lavatele e asciugatele. Mescolate 100 g di pecorino con altrettanto pangrattato, 4 cucchiai di

trito d’aglio e prezzemolo, sale e pepe e amalgamateli con 1 uovo leggermente sbattuto. Con il composto preparate 4 polpette e sistemate ognuna tra 2 sarde. Premete bene per far aderire i bordi e passatele prima in 2 uova sbattute poi in farina. Friggete le sarde in abbondante olio di semi di arachide ben caldo e scolatele quando saranno dorate. Salatele e servitele sia calde sia fredde. Fagottini di sarde con le melanzane. Per 4 persone. Squamate 12 sarde come indicato sopra. Spezzettate con un pesante coltello 12 code di gamberi, 100 g di filetti di pesce bianco, 2 piccole patate lesse e un po’ di prezzemolo e di basilico. Legate con 1 uovo, regolate di sale e pepe e mescolate bene. Farcite ogni sarda con il ripieno, chiudetele. Tagliate 2 melanzane a dadi e

fatele cuocere per 10’ in una casseruola con poco olio e 1 spicchio di aglio, coperte. Poi eliminate l’aglio, regolate di sale e di pepe e tenete in caldo. Scaldate 2 cucchiai di olio in una casseruola e fate rosolare i fagottini per pochi minuti. Serviteli sul letto di melanzane. Sarde al forno. Per 4 persone. Squamate 1 kg di sarde come indicato sopra. Amalgamate 100 g di pangrattato tostato con i filetti di 4 acciughe sotto sale dissalate e tritate, 40 g di uvetta ammollata e tritata, 20 g di pinoli leggermente tostati e tritati, 1 manciata di prezzemolo tritato, sale e pepe. Farcite le sarde con il trito, chiudetele e disponetele in una teglia leggermente unta. Cospargetele con altro pangrattato tostato e irroratele con il succo filtrato di 1 limone e 1 filo d’olio. Cuocete in forno a 180° per 12’.

Manuela Vanni

Oggi vi proponiamo due allegri e semplicissimi antipasti: il primo è a base di crostini proposti in una forma poco usuale, il secondo è una ricetta un poco, ma solo un poco, più classica.

Manuela Vanni

Ballando coi gusti

Crostini con mozzarella e acciughe

Tartine con roast beef

Ingredienti per 4 persone: 1 baguette o comunque un pane lungo · 300 g di moz-

Ingredienti per 30 tartine: 200 g di roast beef già cotto · 15 fette di pane in cassetta

zarella · 1 scatoletta di acciughe sott’olio · sale e pepe.

· 100 g di formaggio spalmabile · 15 cetriolini sottaceto · erba cipollina · sale.

Ricavate dalla baguette 16 fette piuttosto spesse. Tagliate la mozzarella in altrettante fette, della misura di quelle di pane. Infilzate su 4 spiedini lunghi le fette di pane, alternandole con quelle di mozzarella, poi mettete gli spiedini su una griglia e cuoceteli in forno a 250° fino a che la mozzarella non inizierà a filare. Spolverizzate di sale, poco, e di pepe. Scolate le acciughe e stemperatele in un pentolino mescolando con una forchettina. Mettete i crostini sul piatto da portata, irrorateli con la salsa di acciughe e servite.

Tagliate il roast beef a fette sottili. Eliminate la crosta del pane e ricavatene 30 tartine della forma preferita. Fatele tostare leggermente in una padellina antiaderente, spalmate su ciascuna un velo di formaggio e spolverizzate di sale. Tagliate i cetriolini a metà per il lungo. Ricavate dalle fettine di roast beef delle striscioline larghe 2-3 centimetri. Avvolgete ogni mezzo cetriolino con una strisciolina di carne formando un involtino; chiudetelo con uno stelo di erba cipollina annodata e disponete ognuno su una tartina.


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Ambiente e Benessere

Bevanda divina Nel regno di Bacco Il vino come medicina nell’antichità

Davide Comoli Uno dei problemi più discussi nel campo della paleobotanica è certamente quello che riguarda l’origine della vite. Avanzi fossili di viti, ritrovati in varie località europee dimostrano in modo inoppugnabile che fin dall’Eocene inferiore dovettero esistere degli esemplari di vite ormai estinte, la più antica fra cui è la Vitis cesannensis. Solo più tardi, nel Miocene superiore apparvero viti con caratteri più simili alle attuali, come la Vitis prae vinifera e la Vitis tokayensis, fino a che nel Quaternario apparve la Vitis viniphera. In seguito alla Viniphera si differenziò la Vitis viniphera sativa sottospecie da cui derivò direttamente quella coltivata e che pare sia comparsa alla fine dell’Età del bronzo o all’inizio di quella del ferro. Molto probabilmente il primo uomo o donna che ebbe la ventura di bere del succo ottenuto dal frutto della pianta della vite, il cui zucchero, forse per caso, aveva già subito il noto processo di fermentazione alcolica, provò delle sensazioni nuove, eccitandosi fino alla mania o annientandosi nella più completa dissolvenza del suo pensiero. Fu sufficiente questo fenomeno per classificare il vino bevanda «divina» e per attribuirgli delle proprietà che nella mente dell’uomo primitivo non potevano essere altro che soprannaturali. La bevanda divina noi la troviamo infatti largamente citata in tutti i tempi e presso tutti i popoli, di volta in volta lodata o biasimata, oggetto di premio o di scambio economico, componente

delle mense o strumento rituale religioso, solvente elettivo di molti medicamenti dell’antichità classica e medicamento essa stessa in molte malattie sia mediche sia chirurgiche. Asclepiade (310 a.C.) poeta greco ebbe a dire: «La potenza degli Dei appena si può eguagliare con l’utilità del vino». La nascita del vino si confonde quindi con quella dell’umanità e una constatazione certa a riguardo è che l’uomo ha sempre bevuto vino e l’ebbrezza, ritenuta dalla società come cosa sconcia, era considerata nell’antichità come manifestazione divina. Ce ne danno ampia testimonianza i libri sacri anche quelli anteriori alla Bibbia, come ad esempio i Veda dell’antica civiltà indiana, i quali pur potendo essere considerati in certo qual modo contemporanei alla Bibbia stessa, nella loro stesura altro non rappresentano che la compilazione grafica di antichissime tradizioni tramandate oralmente di padre in figlio o dal maestro all’allievo, fin da epoche che non è sbagliato definire preistoriche. Gli antichi Ebrei conoscevano perfettamente la coltura della vite e festeggiavano con caratteristiche cerimonie la vendemmia: il vino fu quindi la bevanda per eccellenza e il mezzo migliore per raggiungere l’ebbrezza, come diremmo noi oggi, o per avvicinarsi agli dei, come dicevano gli antichi: ciò spiega perfettamente come la coltivazione della vite e la produzione del vino siano stati perfettamente conosciuti fin da epoche abbastanza remote. Nell’antica medicina egiziana, il

vino veniva usato come eccipiente per tisane, decotti, misture e pillole. Nel papiro di Ebers redatto intorno al 1500 a.C. all’epoca della XVIII dinastia, composto da 108 colonne che sono la principale fonte delle conoscenze mediche, chirurgiche e farmacologiche dell’antico Egitto, numerose sono le ricette che contemplano il vino fra i loro componenti. Lo scrittore greco Plutarco (46-125 a.C.) considerò il vino un vero farmaco, utilissimo all’uomo se usato con sapienza e con moderazione: «De Tuenda bona Valet». Euripide poeta tragico (480-406 a.C.) lo stimò necessario alla vita, come ristoratore delle forze stremate da eccessiva fatica: «Vinum laborum pharmacus est». Ippocrate, il più sapiente dei medici greci del periodo classico, vissuto nel V secolo a.C., prescrisse tassativamente il vino come farmaco di ottima efficacia e ne trattò ampiamente, sia dei danni sia dei benefici. Nel De Ulceribus egli afferma che «ulcera universa nisi vino humectare non oportet», tuttavia non si può parlare di priorità in senso assoluto, perché è molto probabile che una inconscia disinfettazione delle ferite con il vino doveva essere una pratica comune e nota a medici e non medici. Nel suo De Regimine in Morbis Acutis egli poi tratta specificamente e diffusamente del vino, basandosi «sulla legge dell’abitudine», da lui formulata in modo preciso, secondo la quale risulta molto dannoso – sia alla persona sana sia a quella malata – cambiare bruscamente e radicalmente le proprie normali abitudini, sostenendo che chi è abituato a bere vino quando è

sano, non deve assolutamente abolirlo se malato, mentre sarebbe pregiudizievole e grave prescriverne la somministrazione a chi non è abituato a bere. La Scuola Alessandrina, che ebbe il suo massimo apogeo nel III secolo a.C., segnalò anch’essa l’uso del vino come medicamento d’indiscussa efficacia in molte affezioni morbose. Erasistrato, medico e anatomista greco (isola di Ceo 280 a.C.), consigliava agli affetti di idropisia, di bere alla sera un poco di vino e nelle malattie del fegato dava come cibo una specie di polentina mescolata al vino. Egli si servì del vino puro contro il catarro, del vino mescolato con acqua fredda nelle «malattie biliose», mescolato a farina e latte per le febbri, mescolato a «castoreo» (secrezione dei sacchetti ghiandolari vicino all’apparato genitale dei castori, era uno dei medicamenti più usati nell’antichità) nelle angine e come antidoto di determinati veleni. Dioscoride I sec. d.C., medico e naturalista greco, considerato il fondatore dell’erboriste-

ria – descrisse le proprietà di 600 erbe medicinali – suggeriva contro i morsi di serpente di bere immediatamente del vino e castoreo. È da un estratto dell’Iliade (XI 639) che apprendiamo che a Macaone figlio di Esculapio, ferito nell’assedio di Troia, venne offerta come tonico e corroborante una coppa di vino medicato, e a tutti i combattenti, di buon mattino, veniva fornito un primo pasto, detto ariston composto da pane bagnato nel vino e formaggio di capra. Nel caso di Macaone ferito, allo scopo di ridargli le forze è curioso sapere che gli fu somministrato del vino con del miele ed erbe, ma è ancora più importante questo episodio perché per la prima volta a comporre e somministrare il medicamento fu una donna, Ecamede. Aristofane, poeta greco della commedia attica (445-338 a.C.) in una delle 11 commedie pervenute sulle 44 scritte, usa un aforisma per questo medicamento «il vino è come il latte di Venere»: cosa volere di più? Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Il volto di Bali Viaggiatori d’Occidente Fotoreportage nelle botteghe dove si fabbricano le maschere tradizionali Fosphoro* Barong è il re degli spiriti, un dio sotto forma d’animale che lotta contro la strega Rangda. A Bali però l’esito di questa classica rappresentazione dello scontro tra il bene e il male resta imprevedibile: i balinesi propendono per un equilibrio tra le due forze, un’armonia tale per cui se in un’occasione è Barong a trionfare, la volta successiva a vincere potrebbe essere Rangda. Questa visione duplice, in una fusione perfetta fra teatro e vita, è presente anche nelle offerte che le donne portano ogni giorno al tempio: quelle per i demoni si riconoscono perché presentate su una foglia rovesciata. Al termine della danza i guerrieri attaccano Rangda con i kriss, dei bastoni acuminati; da lei stregati, entrano in stato di trance e in un atto drammatico si affondano il kriss nel petto. Solo gli impuri soccomberanno e in una scena catartica il Barong asperge tutti con acqua sacra mentre il ritmo delle percussioni della musica tradizionale, il gamelan, si fa sempre più ipnotico… Tutto questo avverrà tra una settimana. Sono nell’entroterra di Bali, appena fuori Ubud, lontana dall’atmosfera rilassata e turistica delle località di mare. Mi preparo alla tradizionale danza delle maschere frequentando la bottega di un intagliatore balinese. Mi guida Andrea Bocconi, scrittore e viaggiatore che fu qui già nel 1978, in una sosta nel corso del suo Giro del mondo in aspettativa (Guanda), e che da allora ha regolarmente trascorso lunghi periodi a Bali. Grazie ai buoni uffici di Andrea, che garantisce per me, per sette giorni sarò l’umile allieva di Pak Ida Bagus Alit, mascheraio e danzatore. Il maestro indossa un’informale maglietta a strisce e un sarong (drappo di stoffa stretto attorno alla vita, quasi come una gonna), e porta una moltitudine di anelli. Nonostante l’aspetto sorridente, incute rispetto e riverenza; è una figura intrisa di sacralità, sebbene il suo ruolo non sia strettamente religioso. Creare una maschera, considerata un oggetto sacro, consente di accostarsi alla cultura locale e ai suoi custodi. Ci si raduna tutti nel kampung, lo spazio che racchiude le abitazioni e il tempio di una stessa famiglia, e si resta in ascolto: a Bali è il personaggio, la maschera, che entra in te e non il contrario come accade da noi. Si lavora insieme al maestro con ritmi variabili, incerti, legati alla vita e al calendario balinese, che è lunare. A volte è la maschera stessa a dettare i tempi della sua costruzione: alcune vogliono essere intagliate in fretta, mentre altre richiedono più tempo. E il tempo a Bali non manca affatto; anzi, arrivare a comprendere la lentezza e i cambi di programma è parte integrante dell’esperienza stessa del viaggio sull’isola. Il mio compito sarà intagliare una mezza maschera, la penasar, quella indossata dai clown, che durante la rap-

presentazione fanno scherzi e dicono battute volgari. Queste maschere coprono il viso fino al naso, lasciando la bocca scoperta per consentire a chi le indossa di parlare. Il maestro regge la maschera con i piedi e la lavora con rapidità e precisione. Prima si taglia il ceppo di legno con una sega, creando una forma cilindrica; dopo avere segnato le misure a matita si dà una prima sbozzatura con l’ascia, in modo che assuma la forma di un trapezio. Sempre con l’ascia si traccia una bozza del naso e delle cavità oculari, alle quali poi si darà una forma più definita con dei grossi scalpelli. Gli scalpelli sono costruiti con metallo riciclato dai fabbri, che

appartengono alla casta magica grazie alla loro capacità di trasformare la materia. Una volta concluso il lavoro, si tolgono gli spigoli con dei coltelli affilati e si liscia la superficie con carta vetrata, in tre fasi: dalla più grossolana alla più fine. Facile a dirsi, ma non è altrettanto facile dedicarsi a un lavoro di precisione nel caldo torrido, con gli strumenti che scivolano dalle mani sudate, gli insetti aggressivi, i trucioli di legno che si attaccano ai piedi e la segatura tra i vestiti… Intagliare una maschera inoltre è difficile per una mano non esperta: serve grande attenzione e un’enorme pazienza. I movimenti devono essere decisi ma al tempo stesso fluidi e al

momento opportuno bisogna alternare forza e delicatezza. Quando la superficie è liscia si può passare alla pittura. La vernice è organica e fatta con materiali locali; per esempio il bianco è prodotto con ossa di animali polverizzate e tenute insieme da un collante, e ha bisogno di essere steso diverse volte, anche cinquanta-sessanta strati, prima di passare al colore. Una volta asciutta, la maschera è pronta. Che cosa porto a casa da questa esperienza? Senz’altro il contatto con la realtà locale, attraverso la relazione privilegiata con il maestro e la sua famiglia. Alle lezioni programmate e ai momenti di meditazione si sono aggiunti eventi del tutto casuali, come

una danza estemporanea che dà vita alle maschere su cui abbiamo lavorato la mattina stessa. Infine non tralascerei l’importanza dell’osservare: al momento di intagliare l’orecchio della maschera per esempio mi sono resa conto di non avere mai veramente osservato com’è fatto un orecchio, con il suo padiglione, le scanalature… Forse proprio questo sguardo rinnovato e attento è il dono più importante dell’esperienza vissuta nel lento tempo balinese. * Testo di Simona Dalla Valle e fotografie di Simona Dalla Valle e di Vincenzo Cammarata.


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Acqua in bocca & giramondo Mondoanimale L’USAV pone chiare regole per garantire il benessere degli animali circensi in tournée

e per il corretto allestimento degli acquari

Maria Grazia Buletti La scorsa settimana (numero 22 di «Azione» del 25 maggio) abbiamo illustrato le nuove disposizioni dell’Ordinanza sulla protezione degli animali poste dall’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (USAV) a proposito della detenzione e del trattamento di animali selvatici. Entrata in vigore il 1° marzo di quest’anno, la nuova ordinanza precisa le disposizioni di quella precedente del 23 aprile 2008 sull’OPAn, fissando pure nuovi requisiti sull’allestimento degli acquari e per la detenzione degli animali da circo durante le loro tournée. È chiaro che non è semplice occuparsi di animali esotici e questa scelta deve essere ben ponderata. A questo proposito, le premesse che fanno da preambolo alla divulgazione della nuova ordinanza dell’USAV sono irremovibili: per il bene degli animali, prima di lanciarsi nell’impresa di accoglierli e tenerli con sé «è imperativo avere una buona preparazione e acquisire le informazioni necessarie». Ciò vale a maggior ragione se si tratta di animali selvatici, esotici o di pesci. «In Svizzera esistono diverse organizzazioni ben disposte a condividere le informazioni necessarie e le proprie esperienze, che possono dare imprescindibili consigli ai dilettanti, per il bene dell’animale e quindi anche del suo proprietario che potrà godersi a lungo la compagnia del suo animale esotico». Per quanto attiene all’allestimento di un acquario, l’USAV ammette che avere un bell’acquario pieno di pesci colorati è un piacere per gli occhi e un arricchimento per lo spirito. Rende però attenti sul fatto che serva una certa competenza in materia, ed è bene riflettere per tempo sul numero e sulla tipologia di pesci e piante acquatiche che si desidera ospitare. «È naturale che chi detiene pesci

d’acquario voglia conoscere le loro esigenze. Su questo argomento sono stati scritti numerosi testi, reperibili in tutti i negozi specializzati e nelle librerie», così si invita dunque chi volesse lanciarsi nell’impresa a non trascurare le competenze che vanno acquisite prima di cominciare. Bisogna documentarsi e mettersi in contatto con i diversi club del settore, dove le persone già pratiche saranno prodighe di consigli per cominciare con il piede giusto… o con l’onda perfetta, visto l’habitat di cui stiamo parlando. Ultima dritta: «Imparate a osservare i piccoli ospiti del vostro acquario e a conoscere le loro peculiarità». Saper cogliere e soddisfare le loro esigenze renderà ancora più piacevole il prendersene cura a dovere. Altro discorso, è quello sul tema più controverso e complesso degli animali circensi: «Molti visitatori assistono con piacere agli spettacoli con animali da circo, altri invece hanno un’opinione piuttosto critica in merito». L’USAV premette di non voler entrare in merito di giudizio sulla pertinenza o meno della presenza degli animali nei circhi: «In questa sede vogliamo tracciare i requisiti della legislazione sulla protezione degli animali» che devono essere soddisfatti anche per questi ultimi. Di fatto, la vita di un animale da circo si differenzia per molti aspetti da quella di uno che vive in uno zoo o in una fattoria: «Da un lato, gli animali da circo sono sottoposti a maggiore stress a causa del continuo cambiamento di luogo (aspetto negativo), dall’altro sono maggiormente tenuti occupati e hanno maggiori possibilità di svolgere attività varie (aspetto positivo)». Per quanto riguarda i requisiti della protezione degli animali, secondo l’USAV occorre tener conto di due punti: «Il ricovero degli animali da circo e il loro trattamento durante l’addestramento o durante gli spettacoli».

Quali sono le reali esigenze di chi rinchiudiamo… in casa nostra? (Zac Wolf)

A proposito del primo aspetto: «In inverno, ovvero nel periodo senza spettacoli, gli animali da circo vivono nella loro sede invernale i cui parchi devono avere le stesse superfici previste per gli zoo, indipendentemente dal fatto se sono esposti al pubblico o meno». Questa sede invernale deve essere conforme e autorizzata secondo le regole di detenzione professionale di animali selvatici ed è regolarmente controllata dalle autorità incaricate della protezione degli animali. Durante la tournée vigono peraltro prescrizioni severe: «Quando gli animali sono trasferiti, i parchi in cui si troveranno quelli che vengono allenati con regolarità nel maneggio o presentati in pubblico possono essere più piccoli, nel caso in cui le dimensioni dei parchi nei singoli luoghi di rappresentazione non consentano di rispettare tali requisiti». Questo non significa che tutto sia concesso: «Concretamente, la superficie di un parco interno può essere ridotta in

via del tutto eccezionale al massimo del 30 per cento, mentre quella del parco esterno deve essere almeno della stessa dimensione di quello interno». Gli animali a cui si applica questa deroga devono però essere tenuti occupati o in movimento almeno per tre volte al giorno: «Ad esempio con l’allenamento, la presentazione nel maneggio, la ricerca di cibo realizzata in condizioni interessanti per loro o le misure di igiene corporale (ndr: la doccia per gli elefanti)». Inoltre, secondo l’USAV un circo può usufruire del permesso di deroga «al massimo ogni due settimane» e il modulo per l’autorizzazione di tournée prevede che in futuro i circhi dovranno comunicare con anticipo in quali luoghi faranno uso di parchi con superfici ridotte. Va da sé che anche gli animali da circo, così come quelli che vivono negli zoo, domestici e da compagnia, devono essere abbeverati, foraggiati e curati in maniera adeguata alle loro esigenze. Infine due parole sull’addestramen-

ORIZZONTALI 1. Il James Mallahan scrittore 4. Una consonante 6. Mezzo greco… 7. Preposizione articolata 8. Ai confini di Toledo 9. Una notte in Francia 10. Impieghi di energie superiori alla norma 13. L’avanzata dei vecchietti… 14. Cibo celeste 18. Buono a cattivo gioco… 20. Un’ esortazione 21. Sono sempre in mezzo al fumo 22. La Giunone dei greci 23. Uno in bottiglia 25. Astro al tramonto 26. Quando cade viene calpestata 27. Un moto dell’animo 29. Ingiuste 30. Un pasticcio in cucina VERTICALI 1. Questo a Parigi 2. Un libro della Bibbia 3. Due romani 4. Ne era il re Mike Bongiorno 5. Portate a compimento 7. Un capitolo del Corano 9. Vento del Sud 11. Taglio di carne per fettine 12. Ricchezze 15. Massiccio del Niger 16. È nudo a Monte Carlo 17. La capitale della Giordania 19. Mazza da golf con la testa di metallo 20. Attrici famose 23. Moneta rumena 24. Si trasformò in oui 26. Separate da «O» e «P» 28. Le iniziali del regista Altman

Sudoku Livello medio

to e sullo spettacolo: «Con l’addestramento viene insegnato agli animali ad eseguire determinati comportamenti attraverso un ordine o un gesto. L’obiettivo è di mostrare al pubblico le loro straordinarie capacità fisiche e intellettive. Di regola, durante l’addestramento si rafforza e si modifica il comportamento naturale dell’animale». I primi addestramenti presentati con animali esotici in Europa risalgono circa già al 1800, quando purtroppo, per addestrare correttamente l’animale, spesso gli si impartivano punizioni come colpi o privazione di contatti sociali. Oggi si pongono chiare regole per quanto attiene al presente: «L’addestramento moderno avviene invece per mezzo di ricompense, come l’elogio, le carezze o l’offerta di leccornie dopo l’esecuzione del comportamento richiesto dal domatore». Non solleva dubbi il divieto, da parte dell’USAV, degli addestramenti che «causano sofferenze o lesioni fisiche agli animali».

Giochi Cruciverba Sembra che i primi numeri scritti, a noi noti, abbiano più di … e siano stati trovati nella città di … Trova le frasi mancanti leggendo, a soluzione ultimata, le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 10, 4 – 5, 2, 4)

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Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

Soluzione della settimana precedente

Incredibile! – Il rondone…: Dorme in volo mantenendo la stessa velocità

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Politica e Economia Attacco al regno saudita Primo serio attentato da parte dell’Isis nel regno saudita

L’India locomotiva economica? Gli ultimi dati del FMI e della Banca mondiale indicano che sta avvenendo uno storico sorpasso dell’India sulla Cina per quanto riguarda le percentuali dell’aumento del Pil

Neutralità, storia e mito A colloquio con André Holenstein, in occasione dei 500 anni della Battaglia di Marignano, sulla nascita della neutralità svizzera

Riformare il PIL? Il prodotto interno lordo non rispecchia più l’effettiva creazione di ricchezza

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Oggi americani e giapponesi giocano allo stesso gioco del baseball ma con filosofie diverse. (AFP)

Il baseball secondo Confucio Giappone Storia della Todai, squadra di una delle più prestigiose università d’Asia, finita su tutti i giornali

come simbolo di riscatto perché ha vinto la sua prima partita dopo un’inarrestabile serie di sconfitte Giulia Pompili Si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie. È una lezione che si assimila fin da bambini in Giappone, per esempio leggendo l’Hagakure, il trattato di etica dei guerrieri samurai scritto da Yamamoto Tsunetomo all’inizio del Settecento. E la squadra di baseball dell’Università di Tokyo è oggi il simbolo di quella lezione d’altri tempi. Lo scorso fine settimana la Todai (così viene chiamata comunemente la prestigiosa università della capitale giapponese) ha battuto la squadra di baseball dell’università Hosei per sei a quattro. E le ottomila persone presenti allo stadio Meiji Jingu di Tokyo hanno assistito a un evento storico: la Todai non solo aveva vinto la partita, ma era riuscita a fermare anche l’inarrestabile serie di sconfitte che collezionava dall’ottobre del 2010. A conti fatti, novantaquattro partite perse di seguito. Nel maggio dello scorso anno, quando aveva perso la sua settantunesima partita, la Todai era entrata nel record peggiore della lega di baseball Tokyo Big6. «Siamo finalmente fuori dal tunnel», ha detto Kazushi Hamada, team ma-

nager della squadra. Due giorni dopo, nella sfida di ritorno, la Hosei ha battuto di nuovo la Todai per sei a zero, ma poco importa. L’importante era evitare il numero tondo, la centesima sconfitta di fila. Del resto, in Giappone lo sport è una cosa seria, e il baseball più di molti altri sport. Basti pensare che lo Yomiuri group, il più grande conglomerato di media giapponesi, possiede una delle più famose squadre di baseball del mondo, gli Yomiuri Giant (i New York Yankees giapponesi). Battuta, base, fuoricampo, strike. Sono parole entrate nell’immaginario giapponese già prima della Seconda guerra mondiale. Dal 1945 in poi, però, il paese del Sol levante riuscì in un miracolo mai più avvenuto nella storia della geopolitica, ovvero quello di aprirsi alla cultura del Paese vincitore della guerra – l’America, appunto – mantenendo la propria identità. E funzionò così anche con il baseball. Oggi americani e giapponesi fanno lo stesso gioco, adottano le stesse regole, ma con filosofie completamente diverse. E la differenza sta nella parola giapponese «wa», ovvero armonia: lo spiega in un celebre libro Robert Whiting, autore e

giornalista americano che per anni si è occupato della cultura giapponese. In You Gotta Have Wa (1989, Penguin Random House) Whiting spiega che nello sport giapponese, e soprattutto nel baseball, non c’è niente dell’individualismo tipico dello sport occidentale e americano. Tutto è finalizzato all’armonia del gruppo, al senso di squadra. Gli allenatori e i manager sono contemporaneamente maestri, businessmen, educatori e strateghi. «Il Big Six League è la più autorevole lega di baseball universitario», dice Robert Whiting. «Ne fanno parte la Keio, la Waseda, l’Hosei, la Meiji, Rikkyo e l’Università di Tokyo (Todai). Le prime cinque sono università private, e hanno seri programmi di baseball, reclutano giocatori di talento sin dalle scuole superiori, e hanno un tipo di formazione atletica molto intensa. La Todai è un’università nazionale, anche se l’esame di ammissione è tra i più difficili del Giappone. Soltanto i ragazzi più dotati possono accedervi». E infatti tra i suoi alunni ci sono personaggi di spicco della società giapponese, tra cui il governatore della Banca centrale giapponese Haruhiko

Kuroda e l’ex primo ministro Yukio Hatoyama. «I valori atletici sono considerati secondari. Solo un paio di giocatori di baseball della Todai sono diventati professionisti. È per questo che la squadra perde sempre». E il fatto che abbiano appena rotto la catena di 94 sconfitte consecutive è una notizia, certo, ma non si tratta di un cambio di rotta. «Il baseball è stato introdotto in Giappone sul finire dell’Ottocento», dice Whiting. «La maggior parte delle squadre giocava all’americana, per divertimento. Questo fino al 1890, quando la famosa scuola giapponese di formazione delle élite, la Ichiko, adottò la filosofia delle arti marziali per l’insegnamento del baseball: allenamento continuativo e sviluppo dello spirito. Gli studenti iniziarono a praticare tutto l’anno, tutti i giorni, prima della scuola e dopo la scuola, con la pioggia o con sole, con il freddo e il caldo intenso». La Ichiko vinse la prima partita ufficiale mai giocata tra il Giappone e l’America, nel 1896, quando sconfisse la squadra amatoriale americana Yokohama Country & Athletic Club per 29 a 4. «Il baseball diventò popola-

re in breve tempo perché era uno sport in cui il Giappone aveva avuto la possibilità di sfidare gli americani», dice Whiting. E la sfida non poteva essere sulle arti marziali perché «alla fine del 19° secolo pochissimi americani praticavano il kendo, il judo o il ju-jitsu». Quella vittoria cambiò tutto, spiega Whiting: «I giapponesi capirono che se potevano battere gli americani su un loro sport, allora avrebbero potuto superarli anche in altri campi». L’approccio allo sport attraverso la filosofia delle arti marziali fu copiato dalle altre scuole, che nel tempo impostarono il metodo con cui ancora oggi si gioca a baseball in Giappone. Il bushido, la via del samurai, applicato al baseball, ovvero dedizione totale e completa. È stato Tobita Suishu, celebre manager della squadra della Waseda nel 1920, a teorizzare formalmente il metodo, che si intuisce dalle sue stesse parole: «Lo scopo dell’allenamento non deve essere la salute, ma la forgiatura dell’anima umana, e un’anima forte nasce solo da una dura pratica. Bisogna soffrire per essere bravi». E sembra che la Todai, per vincere ancora una partita, dovrà soffrire ancora.


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Politica e Economia Notizie dal mondo

AFP

Esecuzioni sommarie in Siria L’Isis ha massacrato almeno 464 persone in Siria nell’ultimo mese. Tra le vittime ci sono 149 civili, mentre il resto sono soldati siriani, combattenti ribelli moderati e miliziani jihadisti accusati di tradimento. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, aggiornando a 2618 il numero delle persone uccise dai miliziani jihadisti da quando, a giugno dell’anno scorso, fu proclamato il califfato islamico.

L’Isis minaccia il Regno Arabia Saudita L’attentato alla moschea al-Qatif, epicentro della minoranza sciita, è il primo

serio attacco del Califfato in terra saudita e rischia di indebolire la monarchia Saud Marcella Emiliani Preoccupati per la conquista di Palmira da parte dell’Isis, il 22 maggio scorso è sfuggito ai più l’attentato suicida che, lo stesso giorno, è stato compiuto ai danni della moschea dell’Imam Ali ad al-Kudeih nella provincia orientale di al-Qatif dell’Arabia Saudita (foto). L’attentato è stato rivendicato con estrema sollecitudine dal Califfato islamico che in questo modo ha messo a punto il primo serio attacco in terra saudita. Visto che Abu Bakr al-Baghdadi, il sedicente Califfo, non perde giorno senza accusare i Saud di essere degli «usurpatori» e «apostati» al soldo «dei Crociati e degli ebrei» (alias Stati Uniti e Israele) e non fa che incitare i «buoni musulmani d’Arabia» a ribellarsi contro di loro, c’è di che allarmarsi. Per ora questa sfida ha colpito solo povera gente che pregava in moschea: ad al-Kudeih i morti sono stati 21, i feriti un centinaio. Ma, al di là della pietà per le vittime, politicamente impensieriscono le conseguenze che l’attentato potrebbe avere perché il Califfato ha tentato di accendere una miccia pericolosissima per la stabilità della monarchia Saud. La provincia di al-Qatif infatti è l’epicentro della minoranza sciita del regno (circa il 10% della popolazione sempre emarginata quando non perseguitata) e – ironia del destino – è anche il cuore dell’industria petrolifera saudita. E saudita era anche Saleh al-Ghishaami, l’attentatore. Gli inquirenti sono risaliti a lui attraverso i suoi messaggi su Twitter, zeppi di citazioni dell’ideologo-principe dell’estremismo islamico sunnita, l’egiziano Sayyid Qutb, fatto impiccare dal presidente dell’Egitto Gamal Abdel Nasser nel lontano 1966. Fornendo questa notizia il ministero dell’Interno saudita intendeva senza dubbio riaffermare la propria fermezza nella lotta contro il terrorismo poiché dal 2013 la monarchia ha messo fuori legge tutti i movimenti e partiti che nell’ecumene islamica traggono ancora ispirazione da Qutb: dai Fratelli musulmani ad al-Qaeda, dall’Isis al Fronte al-Nusra in Siria, senza dimenticare al-Qaeda in Yemen, al-Qaeda nel Maghreb e Boko Haram in Nigeria. Nella stessa lista di proscrizione sono finiti anche gli estremisti sciiti di Hezbollah e tutte le milizie sciite che oggi combat-

tono in Siria, Iraq e Yemen (gli Houthi) con l’aiuto dell’Iran degli ayatollah. Ma quest’ultimo dato non meraviglia affatto: per il wahhabismo (il puritanesimo sunnita di cui la famiglia Saud si è proclamata custode e paladina), lo sciismo è sempre stato un’eresia vera e propria e come tale combattuta in armi fin dal XVIII secolo quando venne creato il primo Stato saudita. Ma mentre dietro il revival dell’estremismo sciita in tutta la regione dal 1979 c’è l’Iran, dietro gli estremisti sunniti fino a due anni fa c’era l’Arabia Saudita stessa che ha promosso, armato e finanziato tutte le organizzazioni o le loro metastasi che oggi perseguita, dopo essersi resa conto che aveva allevato delle vere e proprie serpi in seno. Una per tutte: al-Qaeda di Osama bin Laden, cittadino saudita. I suoi attentati alle Torri gemelle e al Pentagono negli Stati Uniti datano al 2001, ma ci sono volute le tristi involuzioni delle primavere arabe perché Riyad si decidesse a ripudiare i propri figliastri nel 2013.

Sono giorni difficili per re Salman, mentre il suo principale alleato occidentale, gli USA, sta cercando di perfezionare l’accordo nucleare con il nemico Iran Detto in altre parole ad ogni attentato che viene compiuto da sunniti nella «sacra terra dell’Islam» alias l’Arabia Saudita, la credibilità della monarchia Saud come autorità politica, religiosa e «morale» si indebolisce agli occhi dell’opinione pubblica interna a stragrande maggioranza, appunto, sunnita. Per questo le autorità, in genere estremamente restie alle dichiarazioni e a mostrarsi in pubblico, si sono affrettate a condannare l’attentato di al-Kudeih. Il Gran Muftì, lo Sceicco Abdelaziz bin Abdallah al-Sheikh, massima autorità religiosa del regno, è intervenuto in televisione per denunciare l’Isis e accusarlo di voler «scavare un fossato tra i figli della nazione». Ministri vari si sono fatti fotografare mentre andavano a donare il sangue

nell’ospedale di Qatif. Per gli sciiti della provincia orientale, invece, l’attentato alla moschea del 22 maggio scorso non è stata che la riprova del clima di odio che si è ricreato contro di loro da quando l’Arabia Saudita alla fine del marzo scorso ha dichiarato guerra allo Yemen, caduto sotto il controllo della minoranza sciita degli Houthi. I social media infatti da allora traboccano di insulti verso gli sciiti e il loro patron, l’Iran. Ma per gli sciiti della provincia di al-Qatif l’attentato sarebbe stato anche frutto della scarsa attenzione che le autorità del regno dedicherebbero alla sicurezza degli abitanti locali e dei loro luoghi di culto, proprio in quanto sciiti. Per cui hanno deciso di ricorrere al fai-da-te, creando comitati popolari per proteggersi dagli estremisti sunniti. A parte l’atto di sfiducia verso le autorità centrali che un’iniziativa del genere comporta, quello che gli osservatori temono è che tutta la provincia si incendi nuovamente come è successo nel 2011-2012, quando proprio gli sciiti diedero vita all’unica «primavera araba» che l’Arabia Saudita abbia conosciuto, perlomeno fino ad oggi. Anche senza volerla chiamare primavera araba, la rivolta degli sciiti di tre anni fa, repressa nel sangue, ha rappresentato il movimento di protesta più vasto e di maggior durata che il regno abbia mai sperimentato. Tutto cominciò il 14 febbraio 2011 sull’onda della primavera araba che scuoteva la Tunisia, l’Egitto e soprattutto il vicino Bahrein, dove una minoranza sunnita regna sulla maggioranza sciita. Molte famiglie della provincia saudita di al-Qatif hanno parenti e affini in Bahrein e i principali movimenti di opposizione sciiti tanto in Bahrein che in Arabia Saudita hanno ed hanno avuto membri provenienti dai due Paesi. Fino al 2001 il più importante era quello dei seguaci di Muhammad Mahdi al-Shirazi (detti gli Shiraziyyun) che in Arabia Saudita aveva creato l’Organizzazione per la rivoluzione islamica nella penisola arabica, il gruppo politico d’opposizione più importante nella provincia di al-Qatif. Alla morte di al-Shirazi nel 2001 il movimento passò sotto la guida dei fratelli al-Mudarrisi, Taqi e Hadi, alla cui scuola si formò Nimr Baqr al-Nimr uno dei leader più influenti della rivolta sciita in Arabia Sau-

dita del 2011. Per chi non lo ricordasse, Riyad il 14 marzo 2011 intervenne coi carri armati a Manama, capitale del piccolo regno confinante a salvare la monarchia sunnita minoritaria di Hamad bin Isa al-Khalifa. Nella provincia di alQatif, invece, di fronte a manifestazioni di piazza sostanzialmente pacifiche, procedette ad una repressione brutale e a un’ondata di arresti di cui nel 2012 fu vittima anche lo sceicco Nimr al-Nimr che fin dal 2006 si batteva per il rispetto dei diritti degli sciiti sauditi, arrivando persino a minacciare la secessione della provincia orientale. Sebbene nelle manifestazioni del 2011-2012 non abbia mai incitato i suoi seguaci alla violenza, il 15 ottobre 2014 è stato condannato a morte come «agente» di una potenza straniera ostile (alias l’Iran), condanna ribadita nel marzo di quest’anno. La sentenza avrebbe dovuto essere eseguita proprio nel mese di maggio e non è affatto da escludere che l’attentato dell’Isis sia stato studiato proprio per infiammare ulteriormente gli animi degli sciiti sauditi già scossi per la sorte di Nimr al-Nimr. Non sono dunque giorni sereni per il monarca saudita, re Salman, impegnato a mantenere calmo e stabile il proprio Paese, a tenere uniti tutti i «figli della nazione», a tentare di salvare la presidenza Hadi in Yemen (finita la tregua, sono ricominciati i raid aerei contro gli Houthi), a cercare di contenere sia il Califfato che al-Qaeda nella penisola arabica, mentre il suo principale alleato occidentale, gli Stati Uniti stanno perfezionando l’Accordo sul nucleare col nemico numero uno dell’Arabia Saudita, l’Iran e – per di più – non intendono intensificare il proprio impegno militare nella guerra contro l’Isis tanto in Siria quanto in Iraq. Non meraviglia perciò che all’ultimo minuto si sia rifiutato di partecipare al vertice di Camp David convocato dal presidente Obama il 15 maggio scorso proprio per rassicurare i vecchi alleati del Golfo che l’accordo con Teheran non costituirà un pericolo per loro. A quel vertice ci ha spedito il figlio – Mohammed bin Salman – e il nipote – Mohammed bin Nayef –, rispettivamente ministro della Difesa il primo e erede al trono il secondo. In momenti tanto turbolenti non è saggio abbandonare la plancia di comando.

Paula Cooper si è suicidata Un colpo di pistola alla testa. Paula Cooper, la giovane nera divenuta simbolo della battaglia contro la pena di morte negli Usa, si è verosimilmente uccisa martedì scorso a Indianapolis. La donna – che nel 1986, a soli 16 anni, fu condannata alla sedia elettrica, – è stata trovata senza vita fuori da un residence nella parte nordovest della città. Paula aveva 15 anni quando, assieme ad altre tre ragazze, bussò alla porta della 78enne Ruth Pelke, insegnante di catechismo. Poco dopo, il marito trovò il cadavere della vecchietta dilaniato da 33 coltellate; rubata la sua auto, assieme a 10 dollari mancanti nel borsellino. La giovane Cooper confessò candidamente di aver organizzato il feroce assassinio per avere i soldi per fare shopping. Il giudice non ebbe dubbi: la ragazzina meritava la sedia elettrica. Paula fu trasferita nel braccio della morte ma il suo era già diventato un caso internazionale. Persino Giovanni Paolo II si mobilitò per chiedere la grazia al governatore dell’Indiana. Alla fine, la pena fu commutata in 60 anni di carcere. Paula era uscita dal carcere di Rockville nel 2013 per buona condotta, dopo aver scontato 27 anni. In prigione si era «redenta», aveva preso il diploma di infermiera e imparato a cucinare ma, soprattutto, aveva conosciuto a fondo il nipote della sua vittima, Bill Pelke, che era andato a trovarla ben 14 volte e si era battuto in prima persona per la sua salvezza. Alla notizia della sua morte, Pelke si è dichiarato «devastato». «Volevamo fare delle cose insieme sulla giustizia e sulla pena di morte», ha spiegato. Tony Blair lascia L’ex premier britannico Tony Blair, lascia la guida del Quartetto per il Medio Oriente formato da Usa, Unione Europea, Russia e Cina, visti gli scarsi risultati ottenuti in otto anni e i rapporti sempre più difficili con i protagonisti della crisi mediorientale. L’operato di Blair è stato criticato non solo dai palestinesi, ma anche da Usa e Unione Europea. Lo speech di Elisabetta Un rituale che va in scena dal 1852. Il sovrano britannico arriva a Westminster, da Buckingham Palace, per pronunciare il discorso del Trono e aprire ufficialmente i lavori del Parlamento britannico. Il testo che Elisabetta II ha letto viene in realtà redatto dal governo e approvato dal gabinetto del Premier David Cameron. Il discorso, a venti giorni dalla schiacciante vittoria dei conservatori alle elezioni, traccia le linee guida dell’esecutivo britannico per i prossimi 5 anni. Se in politica estera il Regno Unito continuerà a impegnarsi per una soluzione del conflitto in Siria e per garantire il proprio sostegno al governo iracheno nella lotta contro lo Stato islamico, le relazioni con Bruxelles si inaspriranno. «Il mio governo – legge la sovrana – rinegozierà le relazioni tra Regno Unito e Unione europea e lavorerà perché l’Europa venga riformata a vantaggio di tutti gli Stati membri. Verrà anche promosso un referendum sull’appartenenza all’Unione europea entro il 2017».


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Politica e Economia

L’elefante batte il dragone Dinamismo economico Non soltanto gli Stati Uniti, ma l’intera economia globale scopre nell’India

una nuova locomotiva, grazie a una popolazione che continua a crescere ed è sempre più giovane

L’accelerazione economica indiana non sta passando inosservata. (AFP)

Federico Rampini L’economia globale scopre nell’elefante indiano una nuova locomotiva. Gli ultimi dati del Fondo monetario e della Banca mondiale indicano che sta avvenendo uno storico sorpasso, nella velocità di crescita: l’India con +7,5% supera la Cina che si attesta sul 7%. L’elefante più veloce del dragone. «Mistero India». L’esperienza personale mi rende cauto, guardingo, quando parlo di questa gigantesca e straordinaria nazione. L’ultima volta che ci sono andato, seguendo Obama in una visita di Stato, ho rischiato di non riuscire a fare il viaggio. Alla mia richiesta di un visto d’ingresso, il consolato indiano a New York mi ha presentato una lista di documenti da esibire, superiore a quella necessaria per sposarsi, ottenere un mutuo. Poi c’è stato un rimpallo tra consolato di New York e ambasciata indiana a Washington, ciascuno sosteneva che spettava all’altro ufficio. Infine hanno tentato di costringermi di andare a fare il visto all’ambasciata indiana a Roma. Nessun amico indiano a cui ho raccontato queste disavventure si è stupito; tantomeno mi ha commiserato. Subiscono angherie molto peggiori loro, e ogni giorno, dalla loro burocrazia. Del resto nel mio ambito familiare c’è una vittima dell’inefficienza indiana: mia figlia Costanza, ricercatrice alla University of California in scienze ambientali. L’oggetto della sua ricerca di dottorato è il problema dell’acqua e delle dighe in Assam, Stato indiano vicino all’Himalaya. Da anni dunque un pezzo della vita di Costanza si svolge là. Neanche facesse ricerche su argomenti militari top secret, ogni volta i burocrati locali s’inventano nuovi ostacoli per negarle permessi, bloccarla, rinviare i suoi viaggi. E anche lei, come me, ha tanti amici indiani che subiscono di peggio. Più sono poveri e indifesi, più la burocrazia infierisce su di loro. Non voglio scivolare nei luoghi comuni, ma l’India ci frastorna con le sue contraddizioni. A cui noi stessi reagiamo spesso con superficialità, luoghi comuni, generalizzazioni. I nostri

umori verso questa grande nazione sono ondivaghi, oscillano da un estremo all’altro. C’è stata l’epoca in cui vedevamo solo miseria, con Pier Paolo Pasolini che descriveva un’India «senza speranza». Il viaggio dei Beatles nel 1968 segnò un innamoramento quasi surreale, perché l’oggetto dei sogni giovanili in quella stagione fu un’India per lo più immaginaria. Poi nel 2000 cominciò una nuova seduzione indiana legata al boom del software, Bangalore come la Silicon Valley d’Oriente. Più di recente è tornata la visione negativa. Soprattutto in Italia, anche per la grave tensione diplomatica sui marò. Hanno fatto scalpore notizie atroci come le ripetute violenze contro le donne. Infine è arrivata nel maggio 2014 la vittoria elettorale di un nazionalista indù, conservatore e a volte retrogrado, il premier Narendra Modi di cui l’Occidente fatica a capire il successo.

L’intesa Washington-Delhi è un pilastro della nuova strategia di contenimento dell’espansionismo cinese in Asia Non siamo solo noi europei a rimanere sconcertati di fronte all’ascesa del Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito induista che ospita al suo interno correnti integraliste: gli eredi del fanatico indù che assassinò Gandhi nel 1948. La luna di miele tra Obama e Modi, sancita dal viaggio del presidente americano in India nel 2014, turba anche i liberal americani. Che ci fa il presidente democratico a braccetto con un leader che in passato fu addirittura «persona non grata» in questo Paese, bandito dal territorio Usa per il suo ruolo nelle violenze induiste contro la minoranza musulmana? Ma la logica geostrategica di Obama è dettata dalla Realpolitik. Con Cina e Russia ostili all’Occidente, e guidate da logiche espansioniste, resta una

sola superpotenza per controbilanciarle in Asia. Scommettere sull’India si sta rivelando una scelta vincente. E non solo per l’America: l’intera economia globale scopre nell’elefante indiano una nuova locomotiva. Il boom più recente è importante perché segna una nuova fase nella storia indiana. Attenzione, è importante sottolineare che il sorpasso riguarda le percentuali di aumento del Pil, non la dimensione assoluta. Per la stazza della sua economia la Cina resta al primo o secondo posto mondiale, alla pari con gli Stati Uniti; l’India è indietro, anche se ha già scavalcato la Germania e sta per superare il Giappone conquistandosi il terzo posto. La distanza tra Cina e India è ancora più sostanziale se si guarda al reddito pro capite, visto che l’indiano medio vive con meno di 6.000 dollari all’anno cioè la metà di un cinese (e poco più di un terzo rispetto a un abitante del Brasile, per confrontare con un’altra potenza emergente). Comunque l’accelerazione indiana non passa inosservata: dai tempi in cui Deng Xiaoping traghettò la Repubblica Popolare verso l’economia di mercato, o il «capital-comunismo», la Cina sembrava irraggiungibile nei suoi ritmi di sviluppo. Anche nell’ultima fase di dinamismo indiano (cioè il periodo tra il 2000 e il 2007), New Delhi arrancava a fatica dietro il dragone, afflitta da strozzature croniche come l’arretratezza delle sue infrastrutture, i blackout elettrici, la conflittualità sindacale, la burocrazia più corrotta e incompetente di quella cinese. Che cosa è cambiato per alterare in modo così clamoroso i rapporti di forze? Innanzitutto c’è un sorpasso demografico, dalle conseguenze cruciali sul futuro. Nella popolazione (un miliardo e 250 milioni), l’India ha quasi raggiunto la Cina e presto l’avrà superata. Come hanno dimostrato gli studi di Thomas Piketty sul capitalismo nel XXI secolo e quelli di Larry Summers sulle «stagnazioni secolari», una popolazione che cresce è storicamente la condizione necessaria per il dinamismo economico. Ancora più importante è la composizione della demografia:

quanti giovani, quanti vecchi. L’India sorpassa la Cina in questa sfida della giovinezza: la popolazione indiana compresa nelle fasce di età fra i 15 e i 24 anni si avvicina al quarto di miliardo di persone, e continua a crescere. Al contrario, in Cina per effetto della politica del figlio unico la forza lavoro sta invecchiando rapidamente, le generazioni tra i 15 e 24 anni sono in netto declino. Una forza lavoro giovane da sola non basta, se non riceve la formazione adeguata, e se l’economia non crea posti di lavoro per tutti. Ma la giovinezza di un Paese è uno degli ingredienti di tutti i boom economici della storia. L’India ha altri punti di forza. A volte, sono il rovescio della medaglia delle sue debolezze. Già nel corso della grande crisi del 2008-2009 l’economia di New Delhi diede prova di una notevole «resilienza»: dote che gli economisti definiscono come «resistenza e capacità di reagire ad uno shock esterno». Non ci fu neppure una breve recessione in India; pur evitando anch’essa la recessione, soffrì di più la Cina che ebbe un crollo dell’export. Paradosso: proprio perché l’India non ha sviluppato una forte tradizione di industria manifatturiera esportatrice, e ha un’economia più «introversa», rivolta a soddisfare la domanda interna, questo la rende meno vulnerabile ai rovesci della congiuntura internazionale. Uno di questi rovesci, però, le sta facendo un gran bene: il contro-shock petrolifero ha ridotto di 50 miliardi di dollari annui la bolletta energetica del Paese, secondo le stime della banca centrale di New Delhi. Le sfide che Modi deve affrontare restano tremende. Anzitutto ci vuole più industria, per assorbire una parte della manodopera contadina che le campagne non possono mantenere. L’India ha dei campioni industriali come Tata, ma non bastano a darle un motore occupazionale paragonabile alla potenza manifatturiera cinese. Qualcosa possono fare le multinazionali Usa che stanno scoprendo l’India come destinazione alternativa. La General Motors ha spostato il suo quartier generale asiatico da Shanghai a Singapore, «zona neu-

tra» a metà strada tra Cina e India, per dedicare più attenzione e più investimenti al mercato indiano. Dalla città di Pune (nello Stato del Maharashtra, 90 km da Mumbai) la General Motors ha iniziato a esportare un modello Chevrolet fino al Cile. Il nuovo premier conservatore propugna riforme di strutture che rendano l’India più efficiente, meno corrotta, liberando energie innovative dalla morsa di una burocrazia parassitaria. Ma è solo all’inizio del suo compito. E già l’elettorato che lo ha portato in trionfo dà segni di insofferenza: nelle recenti elezioni locali a Delhi ha stravinto un nuovo partito che fa della battaglia alla corruzione la sua bandiera. Nella capitale federale si è votato a febbraio. Il Bjp di Modi ha preso solo tre seggi su 70 mentre gli altri 67 sono stati conquistati dalla nuova formazione politica Aam Aadmi di Arvind Kejriwal, che ha praticamente un solo slogan: basta con le tangenti. Per quanti dubbi si possano avere sulla sostenibilità del sorpasso ai danni della Cina, di certo sentiremo parlare sempre più dell’India. La strategia indiana di Obama è razionale. Ha strappato l’India ad un’antica alleanza con Mosca, che durava dai tempi di Indira Gandhi. Con Modi l’India sta uscendo dalle ultime vestigia della neutralità, una tradizione che risaliva al movimento dei «non allineati». L’intesa Washington-Delhi è un pilastro della nuova strategia di contenimento dell’espansionismo cinese in Asia. E Obama ha bisogno di conquistare Modi alla battaglia contro il cambiamento climatico (la cappa di smog su Delhi ormai è altrettanto mefitica di quella che opprime Pechino). La scommessa poggia su una «quinta colonna» all’interno degli Stati Uniti: la diaspora indiana, un’élite sempre più integrata nella società americana, in funzioni di leadership. Dal chief executive della Microsoft al procuratore generale di New York, gli indiani occupano posti-chiave nella classe dirigente americana. E quando Modi è stato qui a New York, hanno riempito il Madison Square Garden come per una pop star.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

Politica e Economia

Neutralità, tra storia e invenzione 500 anni dopo Marignano Intervista allo storico André Holenstein sul dibattito intorno alle radici

della neutralità svizzera e sulla battaglia dei giganti

Luca Beti Il 2015 è un anno ricco di commemorazioni storiche: Morgarten (1315), la conquista del canton Argovia (1415), Marignano (1515) e il Congresso di Vienna (1815). Nelle ultime settimane, questi anniversari hanno infiammato il dibattito pubblico nella Svizzera tedesca, soprattutto intorno all’origine della neutralità elvetica e ai miti che hanno contribuito a costruire l’identità del Paese. «In vista delle elezioni federali del prossimo autunno, alcune cerchie nazional-conservatrici sfruttano a fini politici questi eventi, consolidando così letture tradizionali della storia», sostiene André Holenstein (55), professore ordinario di storia moderna all’Università di Berna. «Al centro della controversia tra storici ed esponenti di spicco dell’UDC sono finiti soprattutto la battaglia di Marignano e il Congresso di Vienna perché ambedue sono avvenimenti significativi per i rapporti tra la Svizzera e l’Europa e perché hanno a che fare con il concetto di neutralità». Con le pubblicazioni Mitten in Europa, dello stesso André Holenstein, opera edita alla fine del 2014, e il più recente Schweizer Heldengeschichten, dello storico Thomas Maissen, il mondo accademico propone una sua lettura dei quattro eventi, basata sulla ricerca storiografica. Prof. Holenstein, la disturba che questi anniversari siano strumentalizzati per fini politici ed elettorali?

Non può disturbarmi, anche perché la storia è sempre stata molto più di una manifestazione accademica. Numerosi storici sono stati molto vicini alla politica e hanno avuto un ruolo decisivo nel fornire le basi ideologiche per la costruzione degli Stati-nazione, in Italia, in Germania, in Francia, anche in Svizzera. Gli storici hanno sempre avuto un rapporto ambivalente con il potere politico; da una parte come voce critica, dall’altra come ancelle dello Stato e promotori, mediante i propri testi, di una visione storica che legittimasse l’identità nazionale. I politici si servono della retorica, della propaganda, gli storici delle fonti.

Sì, è così, però anche noi dobbiamo tradurre i risultati delle nostre ricerche storiografiche in uno stile narrativo che sappia catturare l’attenzione dei lettori e suscitare il loro interesse. Anche noi vogliamo convincere il pubblico, non con la retorica, bensì con l’attendibilità delle fonti e dei nostri studi. Se gli storici non vogliono rimanere chiusi nella loro torre d’avorio, devono usare un linguaggio adeguato ai loro potenziali lettori e conferire un carattere narrativo ai loro articoli e libri affinché un ampio pubblico li legga. Il suo libro Mitten in Europa e quello dello storico Thomas Maissen Schweizer Heldengeschichten sono andati a ruba, infrangendo così un luogo comune secondo cui la storia è noiosa e sa di polvere, di odore stantio. Come si spiega questo successo editoriale?

Il successo editoriale dei due libri evidenzia che c’è un buon numero di persone interessate alle vicende storiche della Svizzera. Negli ultimi decenni, la storia «patria» è stata un po’ negletta, anche a scuola. Oggi, la gente vuole conoscere il risultato della ricerca storiografica per capire come si svolsero gli eventi di cui tanto si è parlato ultimamente. Averli pubblicati a ridosso o in un anno di ricorrenze storiche ha sicuramente favorito il loro successo di vendite. Alcuni politici vi accusano di essere

Uno degli studi di Ferdinand Hodler per il suo affresco La ritirata da Marignano. (Keystone) dei guastafeste, di distruggere i miti del Paese.

È un antico rimprovero mosso agli storici che cercano di scrivere la storia sulla base delle fonti. Un tempo, gli storici erano biasimati perché parlavano male del loro Paese. Erano addirittura additati come dei traditori della patria. Negli anni Sessanta del secolo scorso, nel pieno della Guerra fredda, alcuni storici hanno dato prova di coraggio civile presentando una lettura diversa da quella tradizionale dei miti della Svizzera. Uno di questi è stato Marcel Beck, professore di storia medievale all’Università di Zurigo; egli ha criticato aspramente la storiografia antica. Stando alla ricerca storiografica, i miti fondatori e Guglielmo Tell non sono mai esistiti, eppure sono figure che tutti conoscono. Come mai si sono radicati tanto in profondità nella memoria collettiva?

I miti sono presenti in tutte le società e perseguono un obiettivo preciso: vogliono spiegare alla gente, in maniera semplice ma altrettanto incisiva e facile da ricordare, chi siamo e da dove veniamo. Da un punto di vista storico, la nascita di una nazione, anche quella della Confederazione, è invece un processo molto lungo e complesso. Il mito lo riduce invece a un unico avvenimento. Gli storici indagano l’origine e i motivi dell’invenzione dei miti. Le ricerche hanno dimostrato che le grandi narrazioni nazionali, come quelle di Guglielmo Tell, Arnold von Winkelried o della zuppa di Kappel (stando alla tradizione, minestra di latte e pane consumata in un momento di tregua tra gli eserciti zurighese e bernese durante la guerra di Kappel, svoltasi negli anni 1529-1531 durante la Riforma, ndr), non risalgono al momento in cui si sono svolti fatti, bensì a un periodo successivo. Il documento in cui si parla per la prima volta dei miti fondatori e di Guglielmo Tell risale al 1470. E tra i miti, c’è anche quello dell’origine della neutralità della Confederazione. Tradizione vuole che abbia le sue radici nella battaglia di Marignano. È davvero così?

No, le radici della neutralità elvetiche affondano per svariati motivi nel 17° secolo. Prima di allora, il termine «neutrale» aveva una connotazione negati-

va. In questioni religiose non si poteva essere neutrali e indecisi tra cielo e inferno, tra Dio e il diavolo. Nel Nuovo Testamento Gesù dice: «Chi non è come me, è contro di me». Le guerre nel 16° e 17° secolo sono soprattutto guerre di religione e obbligano quindi gli Stati europei a schierarsi da una o dall’altra parte. Soltanto dopo la guerra dei Trent’anni, i politici e gli esperti di diritto internazionale formulano l’idea della legittimità per i Paesi piccoli e deboli di assumere una posizione neutrale. La prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera risale al 1674. Perché la sconfitta di Marignano è indicata come il momento in cui la Svizzera sceglie la neutralità?

L’abbinamento tra Marignano e la neutralità risale al 19°-20° secolo. In quel periodo, Russia, Austria e soprattutto l’Impero tedesco minacciano di revocare alla Svizzera lo statuto di Paese neutrale conferitole dal Congresso di Vienna. Gli storici di allora, in maniera particolare Paul Schweizer, vogliono dimostrare alle potenze europee, attraverso alcune importanti pubblicazioni, che la neutralità elvetica ha una lunga tradizione, ben più antica del Congresso di Vienna. Da un certo punto di vista, questi storici scoprono Marignano, favorendo così la invention of tradition (invenzione della tradizione, ndr). In tale contesto va inserito anche il famoso affresco La ritirata da Marignano di Ferdinand Hodler, dipinto alla fine del 19°secolo nella sala delle armi del Museo nazionale a Zurigo. Chi lo osserva con attenzione, noterà che a ritirarsi sono dei confederati fieri, audaci, quasi eroici, nonostante la sconfitta. Sembra vogliano comunicare di aver imparato la lezione e che non si immischieranno più nelle faccende europee. Non è però così. Nel 1536, Berna conquista il Vaud e altri territori savoiardi a sud del lago Lemano. Solo con l’avvento della Riforma e a causa dei conflitti interni, i cantoni abbandonano i loro progetti espansionistici. Inoltre, il servizio mercenario classico continua ancora per oltre tre secoli. Che cosa cercano i cantoni confederati a Sud delle Alpi nel 15° e 16° secolo?

Non tutti cercano la stessa cosa. Ci sono alcuni cantoni che sono orientati a una politica espansiva più aggressiva. Sono

soprattutto i cantoni della Svizzera centrale – Uri, Svitto e Untervaldo – che dal 15° secolo desiderano allargare la loro zona di influenza a sud del San Gottardo, unica direzione verso cui possono ingrandirsi da un punto di vista territoriale visto che a nord confinano con altri cantoni. Uri, Svitto e Untervaldo vogliono controllare la via commerciale, libera da dazi, verso Milano, dove vendere i loro prodotti agricoli. Essi inviano, in maniera anarchica e senza alcuna regola, i loro mercenari nell’Italia settentrionale e così finiscono per essere coinvolti nelle guerre d’Italia, soprattutto quando nel 1490 il giovane re di Francia rivendica per sé il Ducato di Milano. I confederati hanno mire espansionistiche comuni?

Berna, Friburgo e Soletta non sono molto interessati ai territori a sud delle Alpi. La loro attenzione è rivolta piuttosto verso ovest, verso la Savoia, il Vaud, il lago di Ginevra. Nel 1515, alcuni giorni prima che inizi la battaglia, questi cantoni sono già sulla via del ritorno. Hanno accettato la proposta di pace del re di Francia che prevede il versamento di un milione di corone ai confederati. Zurigo e i cantoni della Svizzera centrale decidono invece di affrontare l’esercito di Francesco I. La loro è una decisione sofferta. I soldati vogliono combattere, mentre i comandanti intendono negoziare. Durante le Landsgemeinden, tenute regolarmente durante le spedizioni militari, i mercenari decidono di imbracciare le armi. La truppa spera, infatti, di ritornare a casa con un ricco bottino di guerra. Oggi sappiamo qual è stato l’esito della battaglia. Già, è una carneficina che lascia sul campo oltre 12’000 morti, soprattutto soldati confederati.

La battaglia si svolge tra il 13 e il 14 settembre 1515 ed è interrotta dal calare delle tenebre. Alla fine del primo giorno l’esito è ancora incerto. Poi, quando ricomincia il massacro, sopraggiunge la cavalleria veneziana a dar man forte all’esercito francese, sancendo così la sconfitta dei confederati. È la prima battaglia in cui si fa largo uso dell’artiglieria. Il giovane re di Francia raggiunge l’Italia settentrionale con un’imponente artiglieria, formata da 72 cannoni pesanti e 200-300 pezzi leggeri. Quello confederato è un esercito di fanti

molto temuto in Europa, grazie alla sua tattica e brutalità, ma quasi privo di cannoni; quelli in sua dotazione sono il bottino di precedenti battaglie. Oltre alla tecnologia delle armi, anche il sistema di comando collettivo e l’assenza di disciplina a tutti i livelli sanciscono la sconfitta delle unità svizzere. Tra i confederati la disunione è, infatti, la norma. Anche se sconfitti, circa un anno dopo i confederati firmano la Pace perpetua, un trattato molto conveniente con il re di Francia. Come mai?

Nonostante la schiacciante vittoria, Francesco I non si accanisce sui perdenti durante la loro ritirata da Milano perché vuole farseli alleati. È addirittura disposto a risarcire i confederati per i costi delle spedizioni militari che questi ultimi hanno condotto contro di lui. Versa loro 300mila corone d’indennizzo per la battaglia di Marignano e salda un vecchio debito di 400mila corone, cifra promessa nel 1513 per levare l’assedio sulla città di Digione. La Francia concede inoltre vari privilegi commerciali alla Svizzera e le accorda le indispensabili forniture di sale. È piuttosto insolito che un vincitore paghi le spese di guerra degli avversari. Il re di Francia è disposto a versare questa somma perché ha un interesse strategico: vuole avere i cantoni confederati come suoi alleati e di riflesso mantenerli lontani dall’imperatore austriaco. La Pace perpetua assicura anche i futuri territori ticinesi alla Confederazione. Se oggi possiamo parlare di una Svizzera multilingue è merito anche della cocciutaggine dei cantoni rurali.

Oltre agli indennizzi di guerra, il re di Francia è disposto a versare 300mila corone alla Confederazione e alle Tre Leghe se rinunciano ai loro baliaggi, conquistati solo nel 1512. La maggioranza dei cantoni è disposta ad accettare la proposta del re, gli altri non vogliono invece cedere i baliaggi sudalpini alla Francia. Dopo lunghi negoziati, il re di Francia asseconda i confederati e i grigioni e cede loro Locarno, Lugano, la Valle Maggia, Mendrisio (1521), la Valtellina e Chiavenna. Solo grazie alla caparbietà delle Tre Leghe e dei cantoni della Svizzera centrale, i futuri territori ticinesi sono definitivamente assicurati alla Svizzera.


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Politica e Economia

Diagnosi preimpianto e borse di studio Votazioni federali Una panoramica su due dei quattro temi sottoposti ai cittadini il 14 giugno prossimo

Alessandro Carli L’autorizzazione della diagnosi preimpianto degli embrioni fecondati in vitro, in votazione federale il 14 giugno prossimo, è uno di quei temi che sollevano emozioni al di là dei confini partitici. Chiesta da Consiglio federale e Parlamento attraverso la modifica dell’articolo 119 della Costituzione, questa prassi, già applicata da vari Paesi esteri, consente di procedere alla selezione di vite umane. Una possibilità che scuote le coscienze a tal punto che potrebbe essere respinta. Dal canto suo, l’iniziativa popolare «Sulle borse di studio» chiede un’armonizzazione a livello federale dei sussidi all’istruzione. Governo e Parlamento sono per il mantenimento del sistema federalista, secondo cui la concessione delle borse di studio è di competenza cantonale. L’iniziativa sembra volta al fallimento. Ricordiamo che i cittadini saranno chiamati anche a esprimersi sull’iniziativa popolare «Tassare le eredità per finanziare la nostra AVS (Riforma dell’imposta sulle successioni) e sulla modifica della legge federale sulla radiotelevisione, contro cui è stato lanciato il referendum.

La diagnosi preimpianto verrebbe permessa solo su embrioni fecondati in vitro e se c’è rischio di gravi malattie ereditarie Attraverso la modifica dell’articolo costituzionale relativo alla medicina riproduttiva e all’ingegneria genetica in ambito umano, Governo e Parlamento intendono autorizzare anche in Svizzera la diagnosi preimpianto, ora vietata. Si tratta di procedere all’analisi genetica degli embrioni fecondati in vitro prima che vengano impiantati nell’utero della donna, onde selezionare quelli sani. Questa diagnosi concerne solo le coppie che ricorrono alla fecondazione in vitro a causa di problemi di fertilità e quelle che potrebbero trasmettere una grave malattia ereditaria. Visto il divieto in Svizzera di procedere per i casi succitati alla diagnosi preimpianto (DPI), molte coppie decidono di recarsi all’estero (Spagna, Olanda, Belgio o Inghilterra) dove, attraverso questa tecnica, è possibile differenziare un embrione sano da uno affetto da anomalia, prima che venga impiantato. Tutto sommato, il problema riguarda alcune centinaia di casi all’anno. Tuttavia, il fatto di poter condizionare la procreazione solleva perplessità e timori, tanto che – secondo i sondaggi – una debole maggioranza sarebbe contraria al progetto. In materia di procreazione assistita, in Svizzera vige una delle regolamentazioni più severe d’Europa che, però, porta a un controsenso: vieta infatti la DPI, ma autorizza la diagnosi prenatale, ossia un’indagine sull’embrione una volta che si sviluppa nel ventre della madre. Risultato: le coppie portatrici di una malattia ereditaria possono appurarne la trasmissione al feto soltanto durante la gravidanza. In caso d’anomalia, per queste coppie si pone il problema dell’aborto. Per ovviare al citato controsenso e per impedire il «turismo della procreazione», Consiglio federale e Parlamento propongono dunque di autorizzare la DPI anche nel nostro Paese, ma solo – come detto – per le coppie portatrici di gravi malattie ereditarie e per quelle che non possono avere figli in modo naturale. Nel primo caso, sarà possibile selezionare gli embrioni non affetti da anomalie genetiche dei genitori e di impiantarli nell’utero della madre, evitando al bambino di ereditarle. Per le

Un embrione creato in vitro viene manipolato per estrarre una cellula e verificare se sia affetta da difetti genetici. (Keystone)

coppie che non possono avere figli, la DPI consente invece di selezionare gli embrioni che presentano buone possibilità di svilupparsi e permettere una gravidanza senza complicazioni. Oggi è lecito sviluppare solo tanti embrioni quanti possono essere impiantati direttamente nell’utero (al massimo tre per ogni ciclo della donna), dato che la conservazione di embrioni è vietata. La revisione dell’articolo costituzionale sopprime questo limite. Ciò consente di analizzare gli embrioni e impiantare nella cavità uterina solo quello ritenuto più idoneo, scartando quelli che non sarebbero in grado di sopravvivere o che presentano anomalie genetiche. Gli eventuali altri embrioni sani rimanenti potranno essere congelati e conservati, con il consenso scritto della persona dalla quale provengono, al massimo per 5 anni, con una proroga di altri 5 se vi è ancora il desiderio di avere figli. Poi verranno eliminati. Per il momento, i cittadini si pronunceranno solo sul principio, ossia su una modifica della Costituzione che consentirà ai medici di procedere alla DPI, ma non sulla sua regolamentazione. Con una procedura alquanto insolita, le Camere hanno però già proceduto alla revisione della Legge concernente la procreazione con assistenza medica (LPAM), che potrebbe entrare in vigore, se sarà approvato l’articolo Costituzionale sulla medicina riproduttiva. Nella revisione della LPAM il Parlamento si è tuttavia spinto più lontano del Governo, accettando la diagnosi preimpianto anche per individuare la presenza di anomalie cromosomiche, come la trisomia 21 o sindrome di Down (mongolismo). Nel suo progetto di revisione, il Consiglio federale ha invece escluso il ricorso a questo tipo di analisi per scongiurare malattie a comparsa casuale come, appunto, il mongolismo, autorizzandolo solo in caso di malattie ereditarie gravi, come la mucoviscidosi. Continuerà a essere vietata la selezione degli embrioni in funzione del sesso o di altre peculiarità fisiche come il colore degli occhi. Vietati anche i cosiddetti «bambini salvatori» per la donazione di cellule staminali a fratelli o sorelle affetti da una grave malattia. Gli oppositori alla diagnosi preimpianto, che fanno capo a un comitato interpartitico (PPD, PBD, PEV, PS, UDC e UDF), se la prendono di più con lo slancio liberale delle Camere che non con la revisione dell’articolo costituzionale. In caso di una sua accettazione, il referendum contro la revisione della LPAM è praticamente scontato. Su questa problematica, il popolo potrebbe dunque pronunciarsi due volte. I contrari, per i quali occorre combattere già sin d’ora appunto anche con-

tro la legge d’applicazione, temono che in futuro vi sia il rischio di derive eugenetiche, ciò che il ministro della sanità Alain Berset ha però negato categoricamente. Essi ricordano che migliaia di embrioni potrebbero rimanere congelati per anni. Per la Conferenza dei vescovi svizzeri, la diagnosi preimpianto è una tecnica di selezione con la quale «ci si attribuisce il diritto di decidere chi merita di vivere e chi no». Per i fautori, la DPI aiuterà le coppie in difficoltà e sofferenti, ossia quelle portatrici di gravi malattie ereditarie e quelle che non possono avere figli in modo naturale. Alain Berset ha ricordato che attualmente l’embrione può essere analizzato solo dopo essere stato impiantato nell’utero. La coppia è così costretta ad assumersi il rischio di una «gravidanza in prova». In caso di malattia, si trova di fronte al dilemma: abortire o continuare? Eticamente è anche lecito chiedersi se sia più «grave» selezionare un embrione o abortire. Sul tema, le formazioni politiche sono divise: il PEV e l’UDC sono contrari, il PS lascia libertà di voto, mentre PPD, PLR, Verdi, PBD e Verdi liberali sono favorevoli. Anche la Commissione nazionale d’etica per la medicina umana chiede l’abolizione del divieto della DPI. Idem l’organizzazione mantello «Intégration Handicap».

Il problema, di studenti che non ottengono borse di studio, è riconosciuto, ma sulle soluzioni i pareri divergono Chi vuole permettersi uno studio dipende dal portamonete dei genitori e dal cantone in cui risiede. I promotori dell’iniziativa «Sulle borse di studio», ossia l’Unione svizzera degli universitari (USU), intendono cambiare tutto ciò: in futuro, i sussidi all’istruzione per gli studenti delle scuole universitarie e per coloro che seguono una formazione professionale superiore dovranno essere armonizzati a livello federale, anche per consentire un tenore di vita minimo. La Confederazione dovrebbe definire chi, a quali condizioni e fino a quale importo può ottenere un sostegno finanziario. Ai cantoni resterebbe la competenza dell’esecuzione. Per Governo e Parlamento, l’iniziativa mette in pericolo gli sforzi dei cantoni per una maggiore uniformità in materia, concretizzati nell’ambito del Concordato sulle borse di studio, definito nel 2009 e in vigore dal 2013. Esso prevede, per esempio, che gli studenti delle scuole universitarie e le persone impegnate in una formazione pro-

fessionale superiore, con diritto a una borsa di studio intera, ricevano almeno 16’000 franchi all’anno. Berna è convinta che la centralizzazione delle competenze a livello federale, come chiesto dagli autori dell’iniziativa, non sia la strada da seguire, anche perché costerebbe alle casse federali 500 milioni di franchi all’anno, somma che andrebbe compensata – ricorda il Consiglio federale – con tagli in altri ambiti della forma-

zione. Occorre invece continuare a sostenere il processo di armonizzazione intercantonale (Concordato sulle borse di studio), così come prevede la revisione della legge sui sussidi all’istruzione, che funge da controprogetto indiretto alla proposta degli universitari. Tale legge entrerà in vigore solo se l’iniziativa verrà respinta in votazione. Per l’USU, la soluzione offerta dal controprogetto è insufficiente: le disparità di trattamento cantonali continuerebbero a sussistere, precludendo a molte persone la possibilità di assolvere una formazione superiore. L’iniziativa chiede invece regole uguali ovunque. Pur comprendendo queste rivendicazioni, il consigliere federale Johann Schneider-Ammann ritiene che il sistema in vigore abbia finora dato buoni risultati: in un raffronto internazionale, gli studenti svizzeri beneficiano di aiuti superiori alla media. Invece di scombussolare l’attuale struttura delle borse di studio e dei prestiti, basata sulla sussidiarietà tra Confederazione e cantoni, è preferibile che siano quest’ultimi, che meglio conoscono la situazione dei propri studenti, a regolamentare questo settore. Nel 2013, i cantoni hanno erogato sussidi all’istruzione per 334 milioni, di cui 25 provenienti dalla Confederazione. Il 95% è stato distribuito in forma di borse di studio, il 5% di prestito. Mettere a soqquadro un sistema che comunque funziona potrebbe anche avere sgradite conseguenze. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Arrivano tempi migliori per gli inquilini La consulenza della Banca Migros Albert Steck Molti inquilini sono insoddisfatti. Si lamentano della carenza di appartamenti e dell’aumento degli affitti. Ma il futuro promette tempi migliori: su un fronte e sull’altro i segnali sono straordinariamente favorevoli.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

C’è voluta una buona dose di pazienza, ma stanno sicuramente arrivando tempi migliori per gli inquilini. E non solo grazie al tasso di riferimento, che poco dopo la pubblicazione di questo numero sarà probabilmente rivisto ancora una volta al ribasso. Per gli inquilini è altrettanto rilevante un secondo trend positivo – anche se l’opinione pubblica ne è scarsamente consapevole: i nuovi appartamenti da affittare sono raddoppiati in pochi anni. Il grafico spiega perché gli inquilini hanno di che rallegrarsi: quest’anno per la prima volta il numero dei nuovi appartamenti da affittare supera quello degli appartamenti di proprietà e delle case unifamiliari. Si stempera così finalmente la pluriennale carenza sul fronte dell’offerta, con conseguenze propizie per l’evoluzione degli affitti. Nell’ultimo decennio il mercato immobiliare svizzero è profondamente cambiato. Dal 2007 si è registrato un drammatico aumento della domanda. Il numero dei nuovi abitanti è balzato da meno di 50’000 a oltre 80’000 l’anno. L’offerta di nuovi appartamenti in affitto è invece rimasta decisamente indietro con circa 12’000 unità. La situazione era molto migliore per coloro che volevano acquistare un immobile: hanno infatti beneficiato di una vasta offerta con

Ecco perché gli inquilini hanno di che rallegrarsi Appartamenti e case

Abitanti

Nuovi appartamenti in affitto Nuovi appartamenti di proprietà e case unifamiliari Abitanti supplementari (scala di destra) Stima

La carenza di appartamenti si attenua: quest’anno la costruzione di appartamenti da affittare supera quella degli appartamenti di proprietà e delle case unifamiliari (scala sinistra del grafico).

30’000 nuovi appartamenti di proprietà e case unifamiliari ogni anno. Sempre più inquilini sono dunque andati ad aggiungersi alla schiera dei proprietari. Ma è giunta la svolta: se l’attività edilizia nel segmento della proprietà cala, sul fronte degli oggetti in affitto ha avviato una forte ripresa. Nel 2015 si prevede che arrivino sul mercato 24’000 nuovi appartamenti. Quali sono i motivi di questo riorientamento dell’offerta? I proprietari privati si trovano ad affrontare maggiori ostacoli a causa dell’aumento dei prezzi e delle inasprite

direttive sulla sopportabilità. Opposta è la situazione degli investitori istituzionali (società immobiliari, casse pensioni e assicurazioni): i tassi ai minimi storici e la conseguente mancanza di possibilità d’investimento comportano un maggiore afflusso di capitali in nuovi progetti di appartamenti in affitto. Il fatto che la carenza di appartamenti stia sensibilmente diminuendo lo dimostra anche il crescente numero di alloggi sfitti, che con 36’000 unità ha raggiunto il livello più alto dal 2001. Questo frena il futuro aumento dei prezzi. Già lo scorso

anno gli affitti richiesti sono saliti solo dell’1,7 percento a livello nazionale, rispetto a una media del 2,9 percento negli ultimi dieci anni. Nell’anno in corso potrebbero aumentare ancora dello 0,5 percento circa. Tuttavia esistono enormi differenze regionali: a Ginevra la stessa tipologia di appartamento costa quasi il doppio rispetto a Bellinzona. All’indirizzo blog.bancamigros.ch è pubblicata un’utile panoramica degli affitti in base alle città o ai cantoni . Leggete su blog.bancamigros.ch: ■ gli affitti per città o cantone. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

Politica e Economia Terminal container Eurogate, nel porto di Amburgo, simbolo della forza del PIL tedesco. (Keystone)

È tempo per un’amnistia fiscale generale Fiscalità La firma dell’accordo con l’UE

sullo scambio automatico di dati fiscali e la progressiva erosione del segreto bancario sul piano interno giustificherebbero il provvedimento eccezionale Ignazio Bonoli

Una proposta nuova per riformare il PIL Macroeconomia Parallelamente all’utilizzo di indicatori alternativi,

il rilevamento biannuale delle variazioni del PIL nei Paesi postindustrializzati comporterebbe una crescita economica più sostenibile e minori turbolenze finanziarie Edoardo Beretta È sorprendente come il Prodotto Interno Lordo sia sopravvissuto nel tempo alle ripetute critiche rivoltegli di obsolescenza o di necessario affiancamento da altri indici. Nonostante ciò, le previsioni di (de)crescita del PIL preoccupano tuttora non poco i governi di tutto il mondo, che ne temono ripercussioni sul loro consenso. Che il Gross Domestic Product non sia privo di difetti è manifesto da tempo. Ad esempio, fra i j’accuse più noti è bene menzionare l’assenza di riguardo per l’attività casalinga o volontaria – quindi, per tutte quelle attività che non implichino la percezione di un salario. Le occupazioni della vita quotidiana come cura della casa, educazione dei figli e impegno sociale non possiedono – in base a un approccio economico «puro» – alcun valore positivo. Secondo la teoria dominante, salari e prodotto economico elevati tendono ad andare di pari passo. Purtuttavia, si ha la percezione che tale approccio esclusivista consideri meno l’utilità effettiva dell’agire individuale a vantaggio della sola misurabilità, cioè del mero valore economico generato. Già nel 1968, Robert Kennedy sosteneva in un discorso all’Università del Kansas come il PIL misurasse tutto all’infuori di quanto rendesse piacevole vivere. Il consolidamento della globalizzazione economica ha moltiplicato l’esigenza di indicatori alternativi: in realtà, ciascuno si focalizza su alcuni particolari – che sia il grado di soddisfazione soggettiva o la sostenibilità ecologica della crescita o la combinazione di più fattori. Il divario fra tali indici economici, che avanzano il diritto di spodestare il PIL, è sicuramente significativo: esso va dalla Gross National Happiness (GNH) del Regno del Bhutan nell’Himalaya fino al BigMac-Index, che considera il carico di lavoro in ogni nazione a fronte di ugua-

le ricompensa (il Big Mac, appunto), dalla proposta del 2009 di Joseph Stiglitz, che propugna il rilevamento più «sfaccettato» di dati statistici, fino allo Human Development Index (HDI), che contempla la speranza di vita e il livello d’istruzione. Nonostante gli svariati difetti riconosciutigli, il PIL rimane tuttavia la misura ultimativa del benessere economico. La spiegazione a ciò è sia complessa sia semplice: il denaro regge (tuttora) il mondo. La molteplicità di misuratori economici (e l’assenza di consenso su quella che debba essere «la» alternativa) incentiva in base al principio giuridico dell’in dubio pro reo il mantenimento della situazione attuale. Stante il sussistere delle condizioni attuali, ogni processo riformativo potrà essere condotto solo tramite il PIL stesso, a cui sarebbe pensabile affiancare altri indicatori. La discussione scientifica sulla necessità di decrescita (degrowth), con cui si suole definire la riduzione (per il bene dell’ecologia) degli odierni obblighi di aumento tendenziale di consumi e produzione, ha però finora trascurato una correzione molto semplice, ma potenzialmente efficace, che potrebbe prevedere come per le Nazioni post-industrializzate il PIL sia calcolato ogni due anni. Se a ciò si aggiunge come la Banca Mondiale già oggi suddivida i Paesi del mondo proprio sulla base del PIL pro capite, sarebbe altresì immediato riconoscere le nazioni già idonee ad introdurre il calcolo su base biannuale. Da un lato, tale approccio rifletterebbe statisticamente che le nazioni a reddito elevato non possono pretendere alti tassi di crescita alti alla luce del loro livello di benessere: dall’altro lato, ciò calmiererebbe le aspettative di rialzo «obbligato» del PIL in quei Paesi. I vantaggi derivanti sarebbero molteplici per tutti: le nazioni in crescita continuerebbero a progredire – sebbene su una percentuale biannuale. I Paesi in crisi, invece, non sommergerebbero

Classificazione dei redditi Categoria Paesi a reddito basso (low-income countries) Paesi a reddito medio (middle-income countries) Paesi a reddito elevato (high-income countries)

Reddito nazionale lordo pro capite (x) x ≤ 1.045 USD 1.045 USD < x < 12.746 USD x ≥ 12.746 USD

più i mercati finanziari con molteplici indicatori congiunturali negativi, esponendosi così in misura minore a drammatiche fluttuazioni dei corsi azionari/valutari o scenari di panico. Tali nazioni godrebbero di un margine temporale doppio per raggiungere risultati economici positivi senza ricorrere a riforme economiche affrettate troppo spesso inefficaci, ma assimilabili a shock economici. Di converso, gli indicatori economici derivanti dal PIL sarebbero da calcolarsi ogni due anni, consolidando gli effetti tranquillizzanti di cui sopra. L’adozione delle misure di cui sopra non sarebbero un maquillage contabile, bensì un’azione di stimolo concreto alla crescita economica sostenibile, trasmettendo il messaggio che le nazioni a PIL elevato non possano (più) crescere così giovanilmente come quelle in via di sviluppo. Per fasi recessive si intenderebbero, quindi, non più due, bensì quattro trimestri consecutivi di immobilismo e/o decremento economico – in altri termini, il doppio lasso di tempo rispetto all’attuale. Con ciò, sarebbe posta una premessa fondamentale per affrontare i problemi senza la pressione controproducente dei mercati finanziari determinantesi dalla continuità di dati economici negativi, che proprio durante la crisi del debito europeo (soprattutto, nel 2012) ha ingenerato una spirale d’incertezza economica senza precedenti. Ciò significherebbe forse l’addio per i Paesi ad elevato reddito a tassi di crescita positivi? Al contrario: il consolidamento, l’omogeneizzazione e la tutela del benessere avanzerebbero ad obiettivi altrettanto importanti, ricordando che l’espansione economica nelle nazioni già sviluppate non possa sempre assumere dimensioni da boom. A loro sarebbero affidati obiettivi ardui, ma improrogabili: incrementi di produttività per una conseguente riduzione dei tempi lavorativi, maggiore conciliabilità di famiglia e lavoro (work-life-balance), lavoro flessibile in termini di luoghi e tempi (ad esempio, tramite il telelavoro e desk sharing). La superiorità del PIL in quanto strumento immediato di misurazione economica è in parte sì giustificabile, ma rischia di cronicizzarsi divenendo un totem, figlio delle stesse convinzioni, per cui luoghi e ore di lavoro prestabiliti siano più determinanti rispetto alla performance effettiva: pregiudizi oramai obsoleti.

La Svizzera ha firmato il 27 maggio scorso l’accordo con l’Unione Europea sullo scambio automatico di dati fiscali. L’accordo deve però ancora essere accettato dalle Camere federali ed è soggetto a referendum. È quindi prevista l’entrata in vigore nel 2017 e i primi scambi di dati nel 2018. L’accordo si basa sugli standard dell’OCSE e non esclude che anche i cantoni possano disporre di questi dati. Non si può quindi escludere che il principio venga applicato sul piano interno e sia quindi un primo passo verso una soppressione completa del segreto bancario in Svizzera. Un tale cambiamento di situazione chiede sicuramente anche qualche concreto provvedimento accompagnatorio. Tra questi sta ottenendo parecchi consensi il principio di un’amnistia fiscale a livello federale. Dal canto suo, il consigliere nazionale liberale radicale di Zurigo Hans-Peter Portmann ha proposto il tema in una recente riunione della direzione del suo gruppo alle Camere federali. Anche in altri gruppi l’idea del momento opportuno per un’amnistia generale sta ottenendo parecchi consensi. Il tema si scontra spesso con un’opposizione che ritiene l’amnistia non conforme al principio di equità di trattamento di tutti i contribuenti. Qualcuno la definisce perfino un «regalo ai frodatori del fisco». Si sa però che in questo campo è difficile generalizzare e non tutte le situazioni sono assimilabili e una frode intenzionale nei confronti del fisco. Sembra perciò giusto – ed è stato fatto anche in passato – dare la possibilità ai contribuenti di appianare i rapporti con il fisco e ripartire su nuove basi. Se non si accetta più il principio di un certo numero di anni per giustificare un’amnistia (ma l’ultima di questo tipo è del 1969), si accetta oggi che un cambiamento radicale di situazione possa prestarsi a un intervento straordinario quanto un’amnistia generale. Vi è però anche un aspetto particolare: la Svizzera sta abbandonando uno dei suoi principi economici e politici di grande importanza: il segreto bancario, concepito come protezione del risparmiatore e applicato in difesa della sfera privata di ognuno. Sul piano pratico è evidente che se vengono forniti i dati dei conti esteri, il denaro giacente viene portato alla luce, contrariamente alle garanzie che la Svizzera aveva for-

nito al momento dell’apertura del conto. Si potrebbe giungere alla situazione in cui il fisco di un Paese estero può avere informazioni su un conto svizzero, mentre il fisco svizzero (in primo luogo cantonale) sta a guardare. Soprattutto se il segreto bancario sui conti di cittadini residenti rimane tale. Un buon chiarimento della situazione può essere fatto appunto con un’amnistia generalizzata (ovviamente non limitata ai conti esteri). La sua durata può essere stabilita per un anno e potrebbe valere per il 2017, cioè prima delle prime forniture di dati al fisco estero. Per essere efficace dovrebbe prevedere un pagamento minimo di importi arretrati o risalire a pochi anni, con garanzia dell’immunità per il resto. Si creerebbero così importanti incentivi a regolarizzare la propria situazione fiscale. Visto dalla parte opposta, si può stimare che il provvedimento procurerebbe entrate per miliardi di franchi alla Confederazione e ai cantoni. Si offrirebbe però così un’opportunità ai molti capitali che potrebbero rimanere in Svizzera, senza subire azioni punitive per il passato. Finora il provvedimento introdotto nel 2010 dell’autodenuncia esente da pena ha già avuto un certo successo. La sua estensione a una vera e propria amnistia sarebbe però certamente più efficace, anche sotto questo aspetto. Nel frattempo, il deputato ticinese al Consiglio Nazionale Fabio Regazzi ha preparato un’iniziativa elaborata, che verrà inoltrata durante la prossima sessione delle Camere federali. Non sembra invece pensabile oggi un condono totale, come quello del 1969, anche se il completo rovesciamento di una situazione acquisita da anni potrebbe giustificarlo. In pratica l’iniziativa riprende il concetto di autodenuncia spontanea, in atto già dal 2010, riducendo il pagamento di imposte non dichiarate da ricuperare solo agli ultimi tre anni, invece dei dieci attuali, con gli interessi maturati, ma senza penalità. In sostanza, è ancora lo sconto del 70% proposto nel canton Ticino e annullato dal Tribunale federale, ma sotto altra forma. Questa possibilità verrebbe applicata soltanto per due anni, ma sarebbe – anche secondo gli esperti consultati – molto più efficace del sistema attuale per far emergere capitali non dichiarati. È in fondo questo il motivo principale per attuare un condono fiscale, approfittando di circostanze particolari come quelle dei tempi che stiamo vivendo.

Stretta di mano finale tra Jacques de Wattevilles, segretario di stato per le questioni finanziarie internazionali, e il commissario europeo Pierre Moscovici. (Keystone)


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Il Verkehrsverbund fu una rivoluzione A fine maggio, l’agglomerato urbano di Zurigo ha festeggiato i 25 anni del suo Verkehrsverbund, l’organizzazione che dirige e coordina tutti i trasporti pubblici, con una giornata di trasporti pubblici gratuiti. Non sono mancati, naturalmente, gli scritti e i discorsi commemorativi. La ricorrenza lo meritava: un’iniziativa del settore pubblico che, all’inizio, era stata accompagnata da generale scetticismo e da molte critiche si è rivelata, a distanza di qualche anno, come un vero e proprio colpo di genio nell’affrontare le difficoltà del trasporto di persone in un agglomerato che oggi supera largamente il milione di abitanti. Per quel che concerne la promozione del trasporto pubblico Zurigo è oggi un esempio imitato in tutto il mondo. Negli interventi celebrativi si sono citati gli investimenti nell’infrastrut-

tura (più di un miliardo di franchi) che hanno reso possibile la creazione della rete delle ferrovie veloci d’agglomerato, le cosiddette S-Bahn. Si sono ricordate le innovazioni in materia di organizzazione dei trasporti pubblici che sono state necessarie per avere il sistema di trasporti odierni, dall’orario cadenzato per treni, battelli, tram e bus alla strutturazione dell’agglomerato in zone tariffarie, alla possibilità di ottenere un biglietto unico per una tratta, anche se i mezzi di trasporto sono diversi, eccetera. Si sono ricordati ancora i successi dei primi venticinque anni: gli utilizzatori del trasporto pubblico sono aumentati; in molte zone dell’agglomerato, il traffico pendolare in automobile è diminuito; la qualità dell’offerta è migliorata. In quasi tutte le direzioni ci si orienta ora verso il treno ogni quarto

d’ora e verso le nuove composizioni dei convogli a due piani. Ma forse, per farsi un’idea della portata di questa rivoluzione nel trasporto pubblico, al lettore servirà un esempio. Prendiamo il mio caso. Prima della realizzazione del Verbund abitavo ai margini della città di Zurigo e, con bus e tram, mi ci volevano 35 minuti per compiere i 7 chilometri che mi separavano dalla stazione centrale. Questo non tanto perché i mezzi di trasporto erano lenti, quanto perché alle stazioni bisognava aspettare a lungo le coincidenze e le fermate erano numerose. Oggi abito in campagna e la stazione centrale di Zurigo è lontana una ventina di chilometri. Ho un bus che mi porta alla stazione del treno dalla quale, con la S-Bahn, posso entrare in città. Da casa mia alla stazione centrale impiego 40 minuti. Ciò significa che la velocità del

trasporto pubblico, nel mio caso, si è quasi triplicata. Per chi abita a ridosso delle stazioni ferroviarie (e quanti nuovi quartieri si sono sviluppati lungo i percorsi delle S-Bahn, nel corso dei passati due decenni?) la rapidità del trasporto è ancora superiore. Non c’è che dire: la creazione del Verbund ha avuto una serie di conseguenze molto positive per quel che riguarda l’utilizzazione dei trasporti pubblici nell’agglomerato zurighese. Tuttavia anche questa iniziativa ha lasciato aperto qualche interrogativo. Dapprima quello concernente il suo sviluppo futuro. Il Verkehrsverbund zurighese è vittima del suo successo. Nelle ore di punta, oggi, è praticamente impossibile trovare un posto a sedere nelle lunghe composizioni dei treni, o nei bus, che portano i pendolari verso la città o li riportano a casa, la sera. La

flessibilizzazione dell’orario di lavoro – che pure c’è stata – non ha purtroppo avuto ripercussioni importanti sul carico di viaggiatori durante le ore di punta. Occorrono nuovi investimenti in composizioni ferroviarie, bus e anche nuove linee del trasporto pubblico per fare fronte a una domanda sempre crescente. E i soldi scarseggiano. L’altro punto critico è dato dal fatto che lo sviluppo dei trasporti pubblici in agglomerato urbano ha dato un’ulteriore spinta alla suburbanizzazione della popolazione e delle attività economiche. È vero che oggi si costruiscono appartamenti, in modo denso, sulle superfici che prima erano destinate all’industria, in vicinanza delle stazioni ferroviarie. Ci si può comunque chiedere se il continuo sviluppo edilizio delle aree suburbane sia sostenibile.

Per fortuna molti vogliono venire in Italia. Ma le infrastrutture italiane non reggono la pressione del mondo globale. Già in condizioni normali gli aeroporti sono rimasti gli unici in cui si usano scalette e pullmini, superati da tempo anche nel Terzo Mondo. L’estate scorsa in due mesi di Brasile, al ritmo di un volo o due al giorno, mai mi è capitato che un volo fosse in ritardo, e quando ho spedito il bagaglio all’atterraggio l’ho trovato che girava sul nastro. In Italia, com’è noto, non funziona così. Non ha mai funzionato così. Ma in questi giorni si è toccato davvero il fondo. I treni veloci funzionano abbastanza bene, sono l’unica grande opera portata a termine in questi anni. Certo, la mentalità a volte è ancora quella del parastato: l’utente è al servizio del personale, non viceversa; comunque si incontrano sempre più spesso ferrovieri gentili e professionali. Il problema è che in questo periodo tutti i treni ad alta velocità rallentano all’altezza di Firenze, nodo che dopo aver ostacolato per

anni i viaggi in auto blocca ora quelli in treno, accumulando ritardi a volte notevoli. Ma è il traffico aereo a essere in ginocchio. Voli cancellati senza preavviso. Altri voli con ore e ore di ritardo. È diventato un cult il video di Formigoni che insulta i dipendenti Alitalia: una scena volgare, da casta di altri tempi. Eppure come non vedere che non c’è limite all’inefficienza? Come non vedere che ancora non si è considerati utenti, clienti, cittadini, ma sempre e solo sudditi? Gli italiani sono un po’ arrabbiati, un po’ rassegnati. Il problema è: agli stranieri chi glielo spiega? Chi spiega agli stranieri com’è possibile che un Paese che organizza l’Expo, l’ostensione della Sindone, a ottobre il Giubileo, non riesca a organizzare trasporti decenti? L’Italia continua a perdere occasioni, non riesce a portare gli europei del Nord in Sicilia e in Sardegna, non resta agganciata alla rivoluzione del mondo globale, che farà arrivare sempre più gente dappertutto. L’Italia è un Paese

unico. Tutti vorrebbero venirci. Ma l’Italia sta facendo di tutto per farsi saltare dai grandi flussi turistici. I singoli eventi – l’Expo, l’ostensione della Sindone, il Giubileo – saranno un successo. Milano, Torino, Roma non sono mai state così belle. Ma se il Paese non impara a fare sistema, a cominciare dai trasporti e dalla logistica, la grande chance del 2015 non sarà colta. E questa primavera sarà ricordata per il rogo di Fiumicino e l’allagamento di Malpensa. Avrete notato che ho evitato con cura di parlare delle autostrade. Purtroppo la mitica Autosole, che fu una tappa fondamentale nello sviluppo del Paese, è diventata nel tempo poco più di una superstrada. Il tratto tra Bologna e Firenze in particolare è un calvario. La variante di valico è attesa da quando andavamo all’asilo. Ora Renzi annuncia per l’anno prossimo il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Vedremo. Nel frattempo è crollato il viadotto della Palermo-Catania, e ancora non si vede nessuno al lavoro.

tore di New York competente per le inchieste sulla Fifa e in particolare quella del suo collega (strana coincidenza, anch’egli ex procuratore generale Usa) Michael J. Garcia. Quest’ultimo nella sua veste di membro della commissione etica della Fifa, sempre nel novembre scorso, aveva consegnato un rapporto sulla corruzione sperando che venisse reso pubblico, in omaggio alla trasparenza proclamata dai vertici della Fifa stessa. Ma al contrario si decise di usarlo «internamente», non per fare piazza pulita, ma solo per elaborare le solite raccomandazioni etiche da sventolare. Ed è forse a quel gesto, a quell’ennesimo tentativo di insabbiare l’inchiesta di Garcia che vanno fatti risalire i moventi che hanno convinto la procuratrice Lynch (se non addirittura il presidente Obama) di preparare e varare l’intervento radicale contro la Fifa, con gli arresti americani ordinati e attuati a Zurigo. Non credo che il lettore debba aspettare questo tardivo intervento per capire

come in questa vicenda ancora una volta il buon nome e l’immagine della Svizzera escano piuttosto malconci. Come difendersi ora da così imbarazzanti stoccate? Dando finalmente il via a altre inchieste? Creando l’ennesima commissione di inchiesta con l’incarico di elaborare nuovi codici di condotta etica? Ed è proprio qui che affiora maggiormente il lato più insulso di questa vicenda, il vedere le nostre autorità inquirenti costrette a un evidente ruolo subalterno, esattamente come da subalterni – e in qualche caso con sospetto disinteresse: si pensi alla fulminea sparizione della banca Wegelin – in Svizzera si continua ad assistere ai processi e alle multe inflitte alle nostre banche. Per questo un parallelo fra l’agire delle nostre banche e i paraventi di un Blatter sempre più potente e sempre più indifendibile mi sembra legittimo, così come legittime, e persino salutari, risultano le ingerenze della magistratura statunitense. In fondo Washington in entrambi i casi arriva a dirci: cari

svizzeri, oltre a sorvolare sui comportamenti illeciti e a tollerare l’agire poco etico delle vostre banche, non siete capaci nemmeno di portare a compimento inchieste che i nostri investigatori vi presentano su un piatto d’argento. Così, oltre alle multe miliardarie (per i grossi) e milionarie (per i piccoli) che puniscono i vostri istituti di credito che infrangono le leggi americane, ecco che dobbiamo dobbiamo smuovere anche le vostre forze di polizia contro personaggi Vip sospettati e inquisiti da anni per tangenti e corruzioni plurime e ripetute. In altre parole: cari svizzeri, ormai avete dimostrato di non essere in grado di affrontare situazioni in cui giustizia e inquirenti devono andare oltre ciò che i vostri mitici regolamenti sinora prevedevano. E allora o aggiornate i regolamenti oppure noi continueremo a alzare la mira, senza tener conto delle accuse di lesa maestà che, il più delle volte, offrono persino alibi e via di fuga a chi spera di poter sempre nascondere complicità e omertà.

In&outlet di Aldo Cazzullo Trasporti indecenti L’Italia scoppia. È piena di turisti, di viaggiatori, di uomini d’affari. Ma non è assolutamente all’altezza della situazione. A cominciare dagli aeroporti. Uno si sforza di ricostruire un po’ di

fiducia, un po’ di autostima nazionale, un minimo di speranza nel futuro; ma poi un Paese che in piena invasione turistica lascia bruciare Fiumicino e allagare Malpensa è un Paese senza speranza.

Zig-Zag di Ovidio Biffi Più che la Fifa potrà… la fifa Quando mi leggerete saprete già tutto sull’ennesimo scandalo che mette in cattiva luce la Fifa, l’organismo che dirige il calcio mondiale con alla guida il vallesano Sepp Blatter. Entro in materia su argomenti che avranno già fatto scorrere fiumi di parole ma desidero prendere questo episodio di sguincio e collegarlo con altri eventi, anche questi di natura giudiziaria. Mi spiego subito: il nesso è con le multe miliardarie che praticamente ogni trimestre vengono comminate alle nostre principali banche (ma ormai l’epidemia ha intaccato anche i piccoli istituti, tanto per confermare che a pagare sono azionisti e clienti). Direte: ma cosa c’entra la Fifa con l’economia finanziaria? Provo a spiegare meglio cosa mi spinge a evocare questo collegamento richiamando l’attenzione su un fatto che mi ha subito colpito: l’ordine di rompere l’ovattato silenzio dell’alba e di infrangere la discrezionalità garantita dal lussuoso albergo Baur au Lac di Zurigo, oltretutto di primo mattino, è stato diramato dal

nuovo procuratore generale degli Stati Uniti Loretta Lynch. Qualcuno penserà subito a interventi esterni illeciti o censurabili. Altri cavilleranno sostenendo che faccia e neutralità sono salve, visto che si tratta di storie sudamericane. Così come è assai probabile che ancora una volta qualcuno abbia già trovato il rotto della cuffia per l’ennesimo tentativo di non lasciarci le penne. Tutto questo però a me interessa relativamente poco. Mi preme assai di più soffermarmi piuttosto sulla sorpresa e sul disagio, per la magistratura e per le forze dell’ordine elvetiche e zurighesi, del vedersi costretti ad assecondare ordini di arresto e di interrogatori decisi da un procuratore generale che siede dall’altra parte dell’Oceano. La chiamata di Loretta Lynch alla procura generale Usa da parte del presidente Obama risale al novembre dello scorso anno e la conferma della sua nomina è di un mese fa. Ciò consente di fare due semplici deduzioni: sino al novembre scorso la Lynch era il procura-


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Cultura e Spettacoli Le «gaffe» di Cannes Quest’anno temi di grande valenza sociale, ma anche qualche svista imbarazzante pagina 42

L’ultima estate di gioia Ostenda, pochi mesi prima della guerra: i due protagonisti della letteratura di lingua tedesca Zweig e Roth raccontati in un libro di Volker Weidermann

Street art d’élite Graffitaro e tagger per strada, artista in galleria: a colloquio con Ata Bozaci

Mariapaelio, com’era Il libro di Nicola Canonica sulla difficile vita di Corticiasca ha suscitato grande interesse

pagina 44

pagina 45 pagina 47

Lo scrittore James Ellroy. (Keystone)

La contro-storia secondo James Ellroy Narrativa Einaudi pubblica Perfidia, l’atteso nuovo romanzo dello scrittore americano Daniele Bernardi Le oltre ottocento pagine di Perfidia (Einaudi, 2014), l’ultimo romanzo di James Ellroy, non sono una passeggiata. Il grande romanziere, nel presentare la sua ultima opera, sostiene che questa, tra quelle che ha scritto, è sicuramente la «più stilisticamente accessibile». L’affermazione non può che fare sorridere. Certo, l’inconfondibile prosa di Ellroy è fatta da una miriade di periodi brevi, semplici e fulminanti. Infatti, quando il lettore si addentra in quel magma burrascoso, si sente trascinato verso una meta sconosciuta, a una velocità folle. Ma questa è solo apparenza; l’impeccabile struttura di Perfidia è complessa, articolata (o «sinfonica», tanto per usare un aggettivo caro all’autore) e, tra le molte presenze che popolano l’epopea, tenere saldo il bandolo del filo d’Arianna non è scontato. Il volume fa parte di un progetto narrativo ancora più vasto (la seconda

«tetralogia di Los Angeles»); che, assieme ai tanti libri di Ellroy (sono, ad oggi, più di una ventina), vuole essere una sorta di contro-storia del Novecento statunitense. Perciò, chi è avvezzo a questo universo attraversato da sbirri corrotti, gangster e viscidi doppiogiochisti ha la possibilità di imbattersi, nuovamente, nei protagonisti di celebri romanzi come Il grande nulla (1988) o L.A. Confidential (1990). Inoltre, naturalmente, assieme a questi, si affacciano tra le pagine parecchie delle identità simbolo dell’America di quegli anni – come il più che discusso capo del FBI, J. Edgar Hoover; oppure la stella hollywoodiana Bette Davis. La vicenda si svolge al tempo della Seconda Guerra mondiale, cioè quando i personaggi della prima tetralogia, cominciata con Dalia nera (1987) e conclusasi con White Jazz (1992), erano più giovani. È il 7 dicembre 1941; siamo nei giorni dell’attacco a Pearl Harbor e nelle vie di Los Angeles si respira un’atmosfera pesante, da

caccia alle streghe. Mentre le giornate si susseguono tra coprifuochi e notizie spaventose, un delitto particolarmente cruento viene consumato tra le pareti di una casa giapponese: i corpi dei membri della famiglia Watanabe, brutalizzati da più colpi di spada, vengono trovati sventrati e senza vita. Alcuni indizi sembrano voler indicare agli investigatori la dubbia pista di un «seppuku» (l’antico suicidio rituale nipponico) – tra questi un biglietto, contenente un messaggio inquietante: «L’apocalisse incombente non è colpa nostra. Noi siamo stati buoni cittadini e non sapevamo che sarebbe giunta». Contemporaneamente, dopo l’incursione dell’aviazione nemica, sotto l’influsso nefasto dei media, per le strade impazza l’isteria xenofoba nei confronti della popolazione asiatica, che porterà, come scrive Ellroy, a «quel tradimento morale che è stato, in America, l’internamento dei cittadini giapponesi». Forse non tutti i lettori lo sanno, ma tra le varie macchie

della Storia degli Stati Uniti c’è anche quella dell’incarcerazione preventiva di migliaia di civili ritenuti pericolosi per la sicurezza nazionale. Si trattava di americani giapponesi, o di origine giapponese, che vennero reclusi in veri e propri campi di concentramento situati in zone impervie, ritenute inabitabili a causa del clima. Si pensi che là una latrina doveva servire 250 internati e una stanza di 40 metri quadrati ospitava dalle 5 alle 8 persone. A muoversi attorno alla scena del crimine e sui palcoscenici di questo scenario cupo, troviamo la folla dei tipici personaggi ellroyani: il sergente del dipartimento di polizia Dudley Smith, un irlandese con non cessa di ingurgitare compresse di benzedrina; il brillante chimico Hideo Ashida; l’astuta infiltrata Kay Lake, di cui leggiamo le pagine di un diario che scandisce l’intero andamento del libro («se io fossi nato donna nel 1920 in South Dakota sarei stato lei», ha detto il romanziere in una recente intervista); il

controverso capitano William H. Parker (personaggio, come altri, realmente esistito) e tantissime figure che formano un coro di presenze, comparse e antieroi «permeati dalla necessità di alleanze istantanee e tradimenti improvvisi». Perfidia è un romanzo imponente, scritto con maestria innegabile. La sola problematica che il lettore potrebbe avvertire, nell’affrontare le sue pagine, è questa: Ellroy, al solito, scrive come se vuotasse, uno dopo l’altro, decine di caricatori di un mitragliatore. Egli impallina la pagina con precisione omicida, chirurgica; ma la sua prosa, che è straordinaria (lirica, cinematografica e immediata), è anche frastornante e, a tratti, sfiancante. Non gli importa (come è giusto che sia, in fondo) se si è in grado di stare dietro al ritmo forsennato della sua scrittura. Perciò, per leggere il nuovo capitolo di questa maestosa epopea, si consigliano due cose che, oggi, spesso mancano nelle nostre vite: volontà e dedizione.


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Cultura e Spettacoli

Le significative contraddizioni della Croisette Festival di Cannes Per una volta, non è solo colpa della Giuria Fabio Fumagalli Edizione zoppicante, l’avevamo definita, a cominciare dalla selezione per il Concorso, da molti giudicata tra le più incerte dell’ultimo decennio. Regolarmente, in casi del genere, la prima ad andarci di mezzo è la Giuria, eteroclita, farcita d’attori e personalità vagamente glamour. Ragione in più per non soffermarci più di tanto sui tradizionali accordi e disaccordi sul palmarès: destinato comunque a finire nell’oblio generale in breve tempo. Non che abbiano sbagliato tutto: hanno giustamente sottolineato l’urgenza dei tempi critici che viviamo, a partire dall’immigrazione, affrontata con originalità dalla Palma d’Oro Dheepan di Jacques Audiard, sebbene in una commistione eccessiva fra indagine socio/psicologica e azione. L’itinerario della coppia di tamil cui sembra riuscire un’integrazione serena, non è soltanto commovente, ma esemplare. Motivazioni identiche, sul tema altrettanto scottante della disoccupazione, nell’ottimo La loi du marché di Stéphane Brizé: lo specchio solo in apparenza impassibile dell’espressione di Vincent Lindon valeva senza dubbi il Premio all’Interpretazione maschile. Terzo notevole impegno umanistico nell’unica opera prima in concorso: l’ungherese Laszlo Nemes in Il figlio di Saul non solo si assume i rischi della difficile e talora contestata traduzione in fiction di un orrore ritenuto infil-

mabile come quello della «Soluzione finale». Ma riesce pure a innovare il linguaggio. Quasi ovvia la scelta per la Miglior Regia delle sbalorditive immagini di Hou Hsiao Hsien in L’assassino. Non l’ennesimo, tradizionale virtuosismo cappa e spada nel wuxia affrontato dal maestro taiwanese per la prima volta: ma un’incursione nell’intimità dei suoi personaggi antichi grazie a un’indicibile raffinatezza introspettiva dello sguardo. Da dimenticare il resto: a cominciare dal premio all’Interpretazione femminile, assegnato alla deliziosa Rooney Mara di Carol, ma a parità con la vociferante Emmanuelle Bercot piuttosto che alla sublime Cate Blanchett dello splendido mélo sull’omosessualità di Todd Haynes. Per la prima volta, però, i fastidi sulla Croisette sembrano esulare da quelli grassi che riguardano le patacche dorate da esibire fra i ritratti di famiglia. Per la prima volta l’onnipotenza, l’equilibrio e la soddisfazione della più grande manifestazione cinematografica al mondo lasciano trasparire qualche inquietudine e vari interrogativi. Cannes ha costruito la propria grandezza sulla perfetta equidistanza fra arte e affari, fra le esigenze di chi fa funzionare l’industria dello spettacolo contemporaneo e coloro che vigilano affinché siano preservate le prerogative culturali ed artistiche di quello che è considerato il linguaggio innovativo del ventesimo secolo. Molte delle situa-

Jacques Audiard, vincitore della Palma 2015 con Dheepan. (Keystone)

zioni di quest’anno sembrano incrinare un equilibrio indispensabile; forse dettate dalle voci che parlano di una presunta diminuita attrattiva del tappeto rosso, di troppe riprese delle star, di troppi personaggi dal provvisorio spazio mediatico che nulla hanno a che fare con l’universo del cinema? Rimane

il fatto che molte decisioni prese a Cannes sono indice di esitazioni e incomprensioni. Fra le meno significative: mettere in concorso un film sterile come Valley of Love di Guillaume Nicloux interpretato dalla coppia Depardieu/Huppert, molto appetibile per i cerimoniali me-

diatici. Fra quelle ai confini dell’abuso: iscrivere 5 film francesi (dei quali due nulli) sui 19 in concorso, e conferire inoltre alla Francia il compito di aprire e chiudere il festival. Fra le più sciocche: lasciare ai concorrenti della Quinzaine des Réalisateurs tre dei migliori film presenti quest’anno, Trois souvenirs de ma jeunesse di Desplechin, L’ombre des femmes di Garrel e, soprattutto, l’attesissimo e sorprendente, Le mille e una notte del portoghese Miguel Gomes. Ma si potrebbe continuare. La fôret des songes è forse il film meno riuscito di Gus Van Sant: non si poteva evitare al grande cineasta americano un’umiliante, unanime stroncatura? E così anche Il racconto dei racconti di Garrone, impresa dignitosa ma fuori registro per la gamma espressiva dell’autore: 3 film italiani in concorso su 19 con il risultato di non vederne nessuno segnalato. Questo e altro, quando nella sezione teoricamente di ripiego del Certain Regard brillavano opere d’interesse eclatante, come quelle dell’ex palmato Weerasethakul, del sempre brillante rumeno Porumboiu, dei giapponesi Kurosawa e Kawase, del vincitore del Premio di quella rassegna, il curioso e promettente islandese Hakonarson di Les béliers. Nei vari anfratti dell’imprescindibile Cannes non mancavano opere di rilievo: ma i fraintendimenti all’origine non fanno che sottolineare la crisi d’identità che quello che chiamavamo cinema sta attraversando. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Grande, grandissimo Leonardo Mostre Un’esposizione imperdibile a Palazzo Reale di Milano Gianluigi Bellei Finalmente è arrivata la mostra su Leonardo a Milano in occasione dell’Expo 2015. Un’esposizione particolare, non tanto perché ha richiesto anni di preparazione e di studi, circa sei, ma perché, è bene dirlo subito, è stata realizzata senza nessun finanziamento pubblico. Dei quattro milioni e mezzo di euro, tale il costo complessivo, tre e mezzo sono stati investiti da Skira che, tramite il suo presidente Massimo Vitta Zelman, dall’inizio ha creduto in quest’avventura. Secondo il Comune di Milano l’esposizione doveva essere milanese, universale ed eccezionale. Adesso possiamo confermarlo, anche se alcuni pezzi forti non sono stati prestati come la Dama con l’ermellino di Cracovia e l’Annunciazione di Firenze che ben avremmo visto assieme a quella piccola, e di incerta attribuzione, del Louvre. In ogni caso possiamo ammirare circa 200 opere provenienti da un centinaio di musei di tutto il mondo tra i quali i tre dipinti di Leonardo del Louvre e trenta disegni della collezione di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Una mostra grande, difficile – sono esposti moltissimi disegni che richiedono particolare attenzione – fatta di rimandi continui con analogie e corrispondenze fra i lavori che ne animano i contenuti. Una su tutte: la penna e inchiostro su carta della Royal Collection del 1506 circa che, da una parte, presenta la figura di un uomo anziano seduto e pensoso e, a destra, alcuni schizzi di gorghi d’acqua che si formano a causa di un ostacolo. Leonardo nelle annotazioni sottostanti scrive: «Nota il moto del vello dell’acqua, il quale fa a uso de chapelli che <h>anno due moti de’ quali l’uno attende al peso del vello, l’altro al liniamento delle volte. Così l’acqua <h>a le sue volte revertiginose, delle quali una parte attende a l’impeto del corso principale, l’altro attende al moto incidente e refresso». Il Gombrich nel 1969 nota la similitudine fra il vello d’acqua e i riccioli del San Giovanni Battista del Louvre, i quali animano la figura del santo che si staglia fra le tenebre un po’ estasiato e sorridente. In mostra lo vediamo accanto al disegno. Sì, perché a Leonardo quello che maggiormente interessa è scoprire

l’unità delle cose che formano un tutt’uno creando l’universo. Una conoscenza che indaga ogni elemento, dalla natura all’architettura, senza gerarchie in un’interrelazione continua. Il disegno è quello che unisce il tutto, come si può notare nei fogli illustranti una sezione di cranio e quelli del tiburio del Duomo che ne mettono in relazione lo spaccato interno come se fosse parte di un medesimo elemento. In una lettera riguardante appunto il tiburio (il tugurio, cioè la cupola) Leonardo scrive di «malato domo», mettendo sullo stesso piano il medico e l’architetto. Per queste ragioni, probabilmente, è da tutti considerato un genio dato che ha lavorato su vari fronti, dalla meccanica all’idrologia, dalla scultura alla pittura, dall’architettura all’anatomia. Sempre sperimentando, sempre andando oltre ciò che è conosciuto in una continua ansia di sapere che lo frustra sempre più. Molte delle sue opere non vengono realizzate, come i vari monumenti equestri in bronzo, o hanno vita effimera come L’ultima cena. Per quel che riguarda i monumenti equestri Leonardo si accredita a Ludovico il Moro come ingegnere capace di fondere varie artiglierie e cavalli in bronzo. Il primo progetto per il monumento Sforza è del 1489 e presuppone un cavallo rampante; vi lavora fino al 1490 quando ne concepisce un altro ma al passo e alto sette metri. In ambedue i casi prospetta di realizzarlo con una colata di bronzo unica, prima in verticale e poi in orizzontale. Nel 1494 Ludovico il Moro, spaventato dalla discesa in Italia di Carlo VIII, destina quella montagna di bronzo da fondere per delle artiglierie. Nel 1506 l’artista viene coinvolto nella progettazione del monumento equestre dedicato al maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, a grandezza naturale e sempre a colata unica. Vari disegni in mostra testimoniano gli studi per questo monumento, anche se probabilmente si tratta di bozzetti per la perduta Battaglia di Anghiari. Resta una piccola scultura in bronzo, proveniente dal Szépművészeti Múzeum di Budapest, attribuita all’artista e forse fuso da Giovan Francesco Rustici con il quale collaborò per i grandi bronzi della porta del battistero fiorentino.

Le proporzioni del corpo umano secondo Vitruvio (Uomo vitruviano – 1490 circa). (Venezia, Gallerie dell’Accademia, Gabinetto dei Disegni e Stampe)

In mostra troviamo dei pezzi imperdibili come per esempio il famoso disegno dell’Uomo Vitruviano, assurto a «simbolo della civiltà occidentale», nel quale attraverso le proporzioni del corpo umano Leonardo ricerca il modello anatomico dell’uomo perfetto. «Tanti furono i suoi capricci» scrive Giorgio Vasari nelle sue Vite e fra questi il sogno del volo meccanico umano o quello della città ideale. Il tutto costruito in un vortice di scritti e disegni – i cosiddetti Codici – quasi a voler fissare nei fogli il passare veloce delle idee.

Rari sono i risultati, anche se più volte desidera mettere ordine fra tutto quel materiale. A un certo punto cerca di dare sistematicità agli scritti sulla pittura; ma anche in questo caso non riesce. Il suo famoso Trattato della pittura altro non è che una compilazione attribuita al suo allievo Francesco Melzi il quale nel 1540 assembla alcuni manoscritti originali sparsi qua e là. Il libro del Melzi è di notevole importanza perché dei 18 manoscritti citati solo 8 sono giunti fino a noi. Tutti gli altri Trattati sono delle versioni abbreviate e conten-

gono solo tre delle otto parti originali. In mostra possiamo ammirare il rarissimo manoscritto del Melzi, alcuni altri del 1600 e la prima edizione a stampa a cura di Raphaël Trichet du Fresne, impresso a Parigi nel 1651. Nel 1495 sembra assodato che Leonardo conosce a Firenze Gerolamo Savonarola. Un incontro determinante che lo induce a realizzare gli ultimi disegni sui diluvi e le catastrofi. Leonardo è affascinato dal pensiero millenaristico del frate di San Marco e le prediche di Savonarola, fra piogge di fuoco e sciagure varie come punizione e castigo divino, diventano verosimili dopo la spaventosa alluvione di Bellinzona che causò la frana del 1513 e il seguente crollo della diga due anni dopo con conseguente inondazione «e sterminio di un intero accampamento di truppe svizzere». La rovina di Bellinzona sembra proprio quella a margine delle Note e disegni del diluvio del Codice Atlantico realizzato quell’anno stesso. A conforto di questa tesi – ma non in mostra – lo Studio per un’allegoria del 1508-1510 nel quale in basso troviamo scritto: «O miseria humana, di quante chose per denari ti fai servo?». Per ragioni conservative alcuni lavori – come il Gruppo di cavalli della Battaglia di Anghiari e la delicatissima Scapiliata – sono stati esposti solo per un mese, fino al 15 maggio. La mostra è suddivisa in dodici sezioni tematiche. Al termine del percorso ci si può divertire con un particolare visore in un’esperienza immersiva in tre dimensioni dedicata alla vita e all’opera di Leonardo. Bell’allestimento e ottime luci. Catalogo di oltre 600 pagine, con testi dei maggiori specialisti di Leonardo a cominciare da Martin Kemp: da non perdere anche per la qualità delle riproduzioni. Dove e quando

Leonardo 1452-1519. Il disegno del mondo. A cura di Pietro C. Marani e Maria Teresa Fiorio. Palazzo Reale, Milano. Orari: lu 14.30-19.30, ma-me 9.30-19.30 gio ve sa do 9.30-24.00. Fino al 19 luglio. Catalogo Skira, euro 49. www.mostraleonardodavinci.it

La lingua delle pitture La filosofia di Leonardo Secondo Leonardo il dipinto, a differenza del libro,

offre una via diretta al «soprasensibile» Maria Bettetini C’è una visione del mondo, un pensiero delle cose nell’opera di Leonardo? C’è, ed è una linea di pensiero che con umiltà si apre alla natura, che sa di poter cogliere solo brevi squarci della bellezza dei mondi. Un pensiero che dialoga col pennello. Già la Madonna detta Dreyfus, forse dipinta all’età di quindici anni, gioca con lo sfondo luminoso, ancora secondo l’uso del tempo, che tagliava nette le parti del dipinto attraverso pannelli e finestre. «Il pittore è padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all’uomo». È «signore di generare» sia «bellezze che innamorino», sia «cose mostruose che spaventino», luoghi caldi anche se è inverno, freddi anche se è estate, monti visti dalle valli e valli viste dai monti. Tutto ciò che è nell’universo «per essenza, presenza o immaginazione», il pittore lo ha prima nella mente e poi nelle mani. La superiorità del pittore deve essere stata esposta con tanta sicurezza da Leonardo da Vinci, da emergere intatta dagli appunti degli allievi, quando a più di un secolo dalla sua morte pubblicheranno a Parigi il Trattato della pittura (1651).

Le scienze, invece, per Leonardo sono «vane e piene di errori», perché sono fatte di elucubrazioni teoriche, non partono né finiscono in un’esperienza, nella certezza di ciò che cade sotto i cinque sensi. Leonardo sostiene una conoscenza basata su ciò che percepiscono i sensi, questo è Aristotele. Condanna le scienze che disquisiscono di teorie partendo da teorie, le si chiamino idee, la si dica dialettica. Questo è Platone. Ma è il platonismo l’ambiente culturale in cui vive Leonardo da Vinci. Gli anni di lavoro di Leonardo sono anche gli anni in cui Marsilio Ficino, protetto da Cosimo de’ Medici, traduce le Enneadi di Plotino e commenta i dialoghi platonici. Firenze è di Platone, la Romagna da tempo ospita platonici neopagani, come il greco Giorgio Gemisto Pletone. Nel 1482 Lorenzo il Magnifico invia a Ludovico il Moro il trentenne Leonardo, a sua volta stanco dell’ambiente neoplatonico e del giro dei pittori «frescanti», dediti all’affresco che comporta mano veloce e nessun ripensamento, pessima combinazione per il perfezionista e lento pittore. Nella città dedita al commercio, Leonardo si trova a suo agio, pare

che la seconda Vergine delle Rocce, oggi alla National Gallery di Londra, fu dipinta durante le dispute giudiziarie, perché nel frattempo Leonardo aveva venduto ad altri la prima, quella che oggi è al Louvre. Uomo con i piedi per terra, si direbbe oggi. Eppure, proprio questo dipinto, non sembra il manifesto di una mistica neoplatonica? Il mondo è rappresentato su diversi livelli, la materialità della terra desertica in basso, la leggerezza del cielo e dello sfondo là in alto, dove lo sguardo è trasportato da pietre che sembrano guglie. La carnalità dei due bambini nudi, Giovanni il Battista e Gesù, è trasfigurata dalla luce dei loro volti, dallo sguardo serio che indica consapevolezza storica, ancora dal gioco degli sguardi tra loro e la Vergine. Dunque, che cosa possiamo «pensare»? Platone o Aristotele? Entrambi, e nessuno dei due. Forse che questi dipinti possano rappresentare la sintesi tra le due visioni del mondo, tanto cercata nella tarda antichità, nel Medioevo, nel Rinascimento? Prima di trarre conclusioni che lo stesso Leonardo definirebbe come «vane e piene di errori», sentiamo che cosa dice Leonardo della

pittura e insieme usiamo i sensi, perché «senza esperienza nulla dà di sé certezza». Definendosi da sé uomo non di lettere, il rapporto tra pittura e scrittura nei testi leonardeschi riapre una contesa che già ha infiammato l’Oriente e l’Occidente nel primo millennio. Da quando, nel II secolo d.C., il platonico Plotino disinnesca l’anatema di Platone contro le «copie di copie», la mimesis dell’oggetto d’arte che non solo è inutile, ma è distante due volte dalla verità del mondo ideale. L’artista, si legge nelle Enneadi, non imita semplicemente ciò che si vede, ma risale ai principi da cui deriva la natura, le stesse idee platoniche. L’anima che vede il bello e attraverso il bello accede all’intelligibile, vede tutti gli intelligibili e quindi tutto l’essere, accede a quel luogo ove «tutto è trasparente, nulla è oscuro né resistente, ognuno è manifesto all’altro fin nell’intimo e tali sono tutte le cose». E non è la trasparenza la cifra degli scorci di paesaggio della Vergine delle Rocce, del Cenacolo, in quell’altrove di cui si diceva, solo suggerito dall’andamento morbido della pianura Padana? La pittura dunque come vera via al soprasensibile. Non solo parola per anal-

Ritratto di dama (La Belle Ferronnière o «Presunto ritratto di Lucrezia Crivelli») (1493-1495 circa). (Parigi, Musée du Louvre, Département des Peintures, Collezione dell’Imperatore Francesco I).

fabeti e ignoranti, come aveva voluto pedagogicamente Gregorio Magno. Non pericolosa tentazione verso l’idolatria, come per il mondo musulmano e per gli iconoclasti bizantini. Piuttosto come un linguaggio che non necessita di traduzioni: il libro perde la disputa col dipinto, perché «ancora che egli abbia un uomo che parli per lui, non si vede niente della cosa di che si parla, come si vedrà di quello che parla per le pitture; le quali pitture, se saranno ben proporzionati gli atti con i loro accidenti mentali, saranno intese, come se parlassero».


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Cultura e Spettacoli

Una magica estate sospesa Narrativa Nel bel romanzo di Volker Weidermann l’estate di Joseph Roth e Stefan Zweig a Ostenda,

mentre l’Europa prende inesorabilmente fuoco

Luigi Forte Forse fu per ambedue l’ultima estate veramente serena. Stefan Zweig, l’ebreo viennese autore di molti bestseller, lo scrittore ricco e brillante divenuto una star internazionale, e l’ebreo galiziano Joseph Roth, un uomo infelice, bevitore incallito che trovava aiuto solo nella scrittura, giornalista finissimo, romanziere incantevole, grande cronista della finis Austriae. Si erano dati appuntamento in Belgio, sul mare di Ostenda, dove Zweig affittò una villa bianca con la sua collaboratrice e amante Lotte Altmann, e Roth, come suo solito, vagava da un albergo all’altro dopo aver fatto sosta nei bistrot e nei caffè sparsi sul grande viale e sul lungomare. Tre anni prima i loro libri erano finiti nel grande rogo nazista sulla piazza dell’Opera di Berlino. Proprio nel momento in cui stava per avere successo con splendidi romanzi come Giobbe e La marcia di Radetzky, Roth conobbe il silenzio e l’oblio. Parlava della Germania come della «filiale dell’inferno in terra», ma sperava ancora sempre, da buon monarchico, che l’Austria si sarebbe sottratta all’abbraccio fatale dei nazisti, magari grazie all’iniziativa del principe ereditario Otto d’Asburgo. Le cose andarono, come si sa, ben diversamente. Ma in quell’estate a Ostenda l’apocalisse che sta per scatenarsi sull’Europa sembra lontana e quel gruppo di esiliati, quella comunità in fuga respira aria di vacanza in un’atmosfera spesso allegra e vivace. Sì,

perché ai due scrittori legati da un’amicizia precedente, si sono aggiunti altri esuli invisi al regime: il noto pubblicista Egon Erwin Kisch e lo scrittore Hermann Kesten, che Roth non sopportava e chiamava «i burloni», così come il drammaturgo Ernst Toller, gran nuotatore, accompagnato dalla giovane compagna, l’attrice Cristiane Grauthoff che aveva calcato i palcoscenici di Londra. E non mancavano nemmeno figure più caratterizzate politicamente come il magnate della stampa comunista Willi Münzberger o l’ungherese Arthur Koestler, l’autore di Buio a mezzogiorno, drammatica espressione delle purghe e delle deportazioni staliniane. Un rendez-vous eccezionale a cui presto si aggiunge anche la scrittrice Irmgard Keun, ariana messa al bando dal nazismo per i suoi romanzi su figure di donne libere ed emancipate. Sarà lei, la «regina dello champagne», la bionda euforica dai grandi occhi, ad accendere nella vita di Roth una luce per un paio di anni, poco prima che etilismo e disperazione oscurino la magica affabulazione dello scrittore di Brody. Questo scenario suggestivo è al centro de L’estate dell’amicizia (tradotto da Susanne Kolb per l’editore Neri Pozza), primo romanzo di Volker Weidermann, noto giornalista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» passato da poco al settimanale «Der Spiegel». Già autore di un volume sul rogo berlinese dei libri e ottimo conoscitore della letteratura degli anni weimariani, Weidermann evoca figure e

Prima della guerra, il Kursaal di Ostenda. (Keystone)

avvenimenti in un felice equilibrio fra invenzione narrativa e documentazione scartabellando fra lettere e diari, biografie e testimonianze storiche. Il passato diventa cronaca contemporanea, mentre gli autori si intrufolano nella fantasia del lettore destando partecipazione e curiosità, quasi fossero personaggi del nostro quotidiano sentire. Alla fine non si sa se affascini di più il turbinio di un’amicizia così sfaccettata e fluttuante o l’interloquire di tante voci che compongono le dissonanze di un’intera epoca al tramonto. Certo è che Zweig e Roth sono legati da uno strano rapporto: il ricco scrittore, di ben tredici anni più anziano, si comporta talvolta come una sorta di saggio tutore esortando l’amico al risparmio, consigliandogli di astenersi dal bere o dal frequentare, com’era sua malaugurata abitudine, alberghi trop-

po costosi. Già prima d’incontrarlo non aveva esitato a scrivergli: «Trovate finalmente il coraggio di ammettere con voi stesso che, per quanto siate grande come scrittore, a livello materiale siete un piccolo ebreo povero, povero quasi quanto gli altri sette milioni di ebrei…». Roth va per la sua strada: fa dell’ironia su Zweig per non perdere la propria autostima, ma poi intasca volentieri il denaro che questi gli dà e accetta senza troppi problemi un abito su misura pagato dall’amico. Il loro legame è tuttavia profondo: l’ebreo orientale si consiglia con l’amico prima di iniziare a scrivere, mentre Zweig si entusiasma per i libri di Roth al punto da esclamare: «È un genio, un genio come Verlaine o Villon». Roth, a sua volta, ammira non solo i racconti, ma le grandi biografie del viennese su grandi scrittori come Dickens, Balzac, Dostojevskji o personaggi stori-

ci come Fouché e Maria Antonietta, e in particolare quella sull’umanista Sebastian Castello collaboratore e poi oppositore di Calvino. È coinvolgente questo loro rapporto coniugato su affetto e stima, reciproco aiuto e comune sensazione di vuoto di fronte all’abisso che si sta spalancando. Eccoli questi insuperabili maestri del narrare coinvolti ben presto, loro malgrado in un disastro epocale, ma per quel breve attimo di un’estate lontana capaci di trovare l’uno aiuto e appiglio nell’altro. Il romanzo di Weidermann segue strade parallele e compone un affascinante collage, in cui si mescolano figure femminili, fra tutte la Keun protagonista di un amore elettrizzante, e complessi destini politici. Da Ostenda il lettore viaggia nel tempo, fra indimenticabili flashback attraverso l’Europa, e vertiginose paure nell’attesa di un futuro senza speranza. La stabilità di quell’estate si mostrerà assai precaria: Zweig emigra verso il Brasile, dove scriverà ancora la bellissima Novella degli scacchi e terminerà il noto testo autobiografico Il mondo di ieri. Poi, incapace di resistere al tragico declino dell’intera sua epoca, si uccide nel febbraio del 1942 lasciando ai posteri una solenne messaggio: «Saluto tutti i miei amici! Che dopo questa lunga notte possano vedere l’alba! Io, che sono troppo impaziente, li precedo». Ma Roth s’era già congedato tre anni prima travolto dalle sue malattie, solo e disperato come molti in quell’Europa pronta a distruggersi. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

Cultura e Spettacoli

Strada-galleria, andata e ritorno Personaggi A colloquio con l’artista indipendente Ata Bozaci, diventato celebre come graffitaro,

che è riuscito a farsi apprezzare anche dal cosiddetto establishment culturale

fusione, poiché funzionano secondo la logica dei giornali scandalistici e distorcono la realtà quotidianamente, in ogni momento. Non possiamo né dobbiamo dimenticare che ogni immagine lascia delle tracce e scatena delle associazioni. In seguito le immagini interiorizzate guideranno la nostra vita a livello inconscio, e proprio per questo il mondo delle immagini digitali non è da sottovalutare. Vi è anche un problema legato ai limiti: le possibilità di autorealizzazione sembrano infatti infinite: dietro l’angolo potrebbe esserci sempre un’opportunità migliore di quella attuale. Questa offerta sterminata in tutti i campi porta a un senso di impotenza o a una continua serie di cambiamenti, paragonabile allo zapping. Quando l’essere umano raggiunge questo stadio di insensatezza, comincia a sentire il bisogno di vicinanza fisica e di sicurezza.

Simona Sala Li immaginiamo che si aggirano circospetti una volta calato il buio, attenti a passare indisturbati, le bombolette nelle tasche delle felpe, il volto nascosto il più possibile da un cappuccio che non permetta di riconoscerne le generalità. È il modus operandi di ogni sprayer che si rispetti: in fondo ci si muove pur sempre nell’illegalità e in modalità undercover rispetto alla società civile. Anche Ata Bozaci, artista svizzero tedesco nato in una famiglia di immigrati, all’inizio si firmava con il tag Toast, e metteva in mostra le proprie doti unicamente nel no man’s land che caratterizza ogni realtà urbana. A differenza di molti altri sprayer e tagger a un certo punto Ata ha cominciato, piolo dopo piolo, a montare la scala istituzionale, grazie alla collaborazione con un’icona della scena dei graffiti, ossia Sigi von Koeding alias Dare (prematuramente scomparso cinque anni or sono). Nel 2007 i due artisti furono invitati da Gunter Sachs a decorare un appartamento del suo castello sul Wörthersee. Ata Bozaci, di formazione grafico, grazie al suo lavoro dai tratti geniali, è riuscito a dimostrare come anche un graffiti possa avere un pensiero e scaturire da una riflessione. Il pensiero nato e cresciuto intorno all’era in cui viviamo, ha fatto anche da ispirazione al suo lavoro più recente, Beautiful Facebook – 15 Seconds of Fame, esposto a Zurigo, Berna e Basilea, nato in forma digitale. In qualche modo in linea con il modus operandi quasi furtivo di cui sopra, Ata Bozaci è restìo a tutto quanto legato alla fama e alle esibizioni pubbliche. Pur lavorando sulla contemporaneità. In qualche modo riesce a sottrarvisi, come dimostrano l’assenza di telefono e recapiti, nonché la riluttanza malcelata a parlare di sé. Ata Bozaci, nel suo lavoro più recente si è occupato di Facebook, dei «15 minuti di gloria» che questo social network sarebbe in grado di procurare a chiunque. Crede che l’idea di fama sia in qualche modo cambiata?

La fama non è cambiata, poiché esiste da sempre, ma sono cambiati le persone e i mezzi. Oggi chiunque è una popstar. La tesi dei 15 minuti di celebrità di Andy Warhol è superata da tempo.

Lei era attivo come tagger, ma ora si muove in una direzione diversa… nel suo lavoro si intravvede il tentativo di leggere il presente. Cosa l’ha portata ha plasmare in modo nuovo le sue competenze creative?

Un selfie tratto da FB elaborato da Bozaci per Beautiful Facebook. Tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione, anche attraverso le immagini, pensiamo ai selfie…

Il selfie o la rappresentazione della quotidianità non sono che il tentativo di apparire e/o di condividere la propria gioia. Chi esprime un «like» prende parte in modo diplomatico alla vita altrui, spesso senza alcuna rilevanza. Per questo trovo si tratti di una cosa piuttosto inutile. Il concetto di estetica è cambiato? È ancora possibile capire quali notizie e quali immagini siano effettivamente di valore?

Ovviamente tutti hanno il diritto di esprimere la loro opinione, ma ciò non significa che qualsiasi opinione sia importante e opportuna. Prima di consegnare un commento all’eternità, si dovrebbe essere consapevoli del fatto che al momento non esistono degli ac-

cordi globali che definiscano la libertà d’opinione così come la intendiamo noi in Europa. Alcune esternazioni concepite in modo scherzoso possono avere un effetto del tutto contrario a quanto si era immaginato. La più grande sfida è dunque rappresentata dalla selezione delle informazioni. Oggi spesso si trascorre più tempo nella ricerca delle informazioni che non nella loro assimilazione, è diventato difficile mantenere la supervisione delle cose, e ciò può trasformarsi in un problema. Quando non si distinguono più i saperi importanti, le cose diventano difficili. Fare proprio un sapere sbagliato o non sapere nulla sono due facce della stessa medaglia. Di conseguenza per molte persone diventa sempre più difficile prendere delle decisioni a lungo termine. I social media non fanno che aumentare la con-

Io sono sempre attivo come tagger e come graffitaro. Suddivido il mio lavoro in due gruppi di opere. Da una parte vi è la rappresentazione delle lettere dell’alfabeto all’interno di uno spazio, dall’altra vi è l’aspetto figurativo, ossia tutto quello che riguarda la rappresentazione dell’essere umano. Per quanto riguarda i lavori di tipo figurativo finora ho utilizzato degli strumenti di pittura classici, ossia il pennello, la tela, ecc. Mi sono reso conto che è possibile ridefinire completamente la rappresentazione figurativa se si riconoscono le possibilità tecniche attuali in tutta la loro essenza e le si fa proprie. Quando si cambiano le tecniche cambia anche il modo di fare arte. Beautiful Facebook è composto per la prima volta unicamente da lavori realizzati digitalmente, per me ciò rappresenta il tentativo di conquistare un territorio sconosciuto. Continuo comunque a dipingere i miei styles sui muri e faccio ancora parte della scena. Per me è importante la sensazione conferita dalla realizzazione di disegni in formato gigante. Le gallerie sono complementari, non sostituiscono nulla. Cosa devono possedere un oggetto

o una situazione per risultare interessanti? Cosa la ispira?

La mia motivazione deriva per lo più dall’esperienza acquisita attraverso l’osservazione. Mi interessa combinare le cose abituali con quelle nuove, e rendere visibile ciò che è invisibile. A volte sento la necessità di essere irritato dalle cose, a quel punto cerco delle soluzioni, e spesso la mia frustrazione sfocia in un’opera visiva. Mi chiedo poi se l’oggetto della mia frustrazione potrebbe essere interessante anche per il pubblico. Se è il caso organizzo una mostra, altrimenti i disegni finiscono nel cestino dei rifiuti. Ha dei modelli nell’arte?

L’arte contemporanea mi interessa solo in parte. Al momento non ho modelli particolari né idoli. La sua ispirazione proviene anche da altri ambiti artistici come ad esempio la musica o il cinema?

Trovo ispirazione nella quotidianità. Sono stimolato soprattutto dalle cose che sono diventate una norma. Bisogna sempre tenere d’occhio tutto ciò che diventa un automatismo, perché è lì che si nascondono le maggiori insidie. Nella nostra epoca così veloce molte procedure vengono messe in discussione troppo raramente. In questo modo vi è un’automatizzazione degli errori. Lei analizza Facebook e le relazioni con le immagini, il che denota una sua forte presenza nel mondo attuale. Privatamente però non possiede un telefono ed è difficilmente raggiungibile... non è un paradosso? Le capita di avere a volte la sensazione che le cose accadano troppo velocemente e in maniera superficiale?

È vero, sette anni or sono ho rinunciato al telefono. Grazie a questa rinuncia ho conquistato una nuova indipendenza. Da allora mi incontro molto più spesso con i miei amici per bere un caffè. Ciò non significa però che io non sia raggiungibile, anche perché oggi è possibile comunicare attraverso diversi media. Io mi limito alla classica email, anche perché in qualità di artista indipendente questo porta dei vantaggi. Se ad esempio un cliente mi esprime i suoi desideri per iscritto, in caso di fraintendimenti mi posso rifare alla email o alla lettera. Ho inoltre il vantaggio di potermi prendere tempo per la risposta e riflettere a fondo. Per quanto riguarda Facebook... non nego che per Beautiful Facebook ho dovuto ovviamente entrare anche nella tana del leone.

Quando l’arte… si fa strada Street art Un’arte che incuriosisce sempre di più, poiché rappresenta

un mezzo comunicativo adatto al nostro tempo Alessia Brughera New York, fine anni Sessanta. Provenienti dai ghetti del Bronx e di Brooklyn, ragazzi armati di bombolette di vernice spray realizzano immagini e scritte fuori dai luoghi decodificati dell’arte. Si firmano con pseudonimi e i loro spazi prediletti sono i sottopassaggi, le stazioni, i vagoni della metropolitana e i muri dei quartieri periferici. Mediante uno stile ispirato al fumetto e alla pubblicità, questi artisti praticano una pittura frenetica e colorata in cui lettere, figure e sigle si intrecciano a creare nuovi soggetti che instaurano in estrema libertà un confronto diretto con il contesto urbano. È così che il graffitismo irrompe sulla scena artistica e sociale. Si assiste a un proliferare di inediti segni metropolitani attraverso cui il popolo dei graffitari cerca di dare una nuova identità all’artista, con un linguaggio che fa della sua matrice proletaria il vero punto di forza. Non passa molto tempo prima che

questo fenomeno incominci a stimolare l’interesse di mercato e critica: nei primi anni Ottanta, la partecipazione dei più talentuosi graffitari alla manifestazione Documenta 7 di Kassel e alla mostra newyorchese Post Graffiti ne sancisce l’entrata ufficiale nel panorama artistico, anche del vecchio continente. Graffito diventa così sinonimo di indipendenza espressiva e di trasgressione. «Un muro è fatto per essere disegnato, un sabato sera per far baldoria e la vita per essere celebrata» diceva Keith Haring, che, con la sua pittura visionaria, ingenua e accattivante può essere considerato l’emblema dell’arte di strada anni Ottanta. Tutto è partito da quei graffiti, pionieri della voce della metropoli e di una cultura visiva alternativa che con il tempo si è evoluta e radicata, sviluppando un codice linguistico sempre più peculiare. Oggi si parla di street art, arte di strada, appunto. Perché è ancora questo lo spazio scelto da molti artisti come

luogo di ribalta e vettore comunicativo. È qui che essi intervengono con le tecniche più svariate per realizzare opere che interagiscono con un pubblico eterogeneo, non solo quello colto e selezionato che frequenta i musei. Alla bomboletta spray si affiancano adesivi e manifesti, stencil e proiezioni video, sculture e fotografie. Fuori dai circuiti dell’arte ufficiale, gli street artist fanno della strada la loro cornice, si impossessano di una superficie urbana per imporre al passante un atto creativo attraverso cui veicolare un messaggio. L’opera finisce con l’appartenere al contesto in cui viene installata per entrare in contatto con chi, senza alcun filtro, ne può dare un giudizio estetico ed etico. Sebbene venga considerata ancora da molti «un’arte minore», figlia dell’inquietudine e del disagio giovanili, la street art ha ormai incominciato a imporsi come una vera e propria forma espressiva. Un cammino non facile, questo, perché rimane ancora forte l’idea che essa nasca da un

Bebe, di Ata Bozaci.

atto anarchico e illegale (d’altra parte non si può nascondere che abbia anche una componente di sfida all’ordine metropolitano), giudicato il più delle volte un’azione vandalica piuttosto che un gesto creativo. Negli ultimi anni, però, il mondo degli street artist ha incontrato i favori di quello della comunicazione di massa e del marketing, innescando così nuovi meccanismi, proprio a partire dall’impatto che questo tipo di arte e, più in generale, la «cultura di strada» hanno sull’immaginario pubblico. Nomi come il «noto ignoto» inglese Banksy (i cui stencil dall’irriverente carica antisociale sono battuti all’asta per cifre importanti), l’americano Obey (autore del celeber-

rimo manifesto Hope che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama, diventato l’icona della sua campagna elettorale) o il francese Ernest Pignon-Ernest (precursore dell’arte urbana che proprio in questi giorni sta incollando sui muri di mezza Roma i suoi poster con il ritratto di Pier Paolo Pasolini in versione Pietà di Michelangelo) sono arrivati a influenzare campagne pubblicitarie, prodotti e brand. Visivamente impetuosi e fieramente eredi di una cultura popolare, gli street artist sanno che per riuscire a comunicare al meglio la propria arte, proprio come fecero i primi graffitari, il mezzo più efficace rimane quel luogo aperto e vibrante, pregno di storie e memorie, che, da sempre, è la strada.


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Cultura e Spettacoli

Amante segreta e madre mancata

I Kolumbia, vincitori dell’edizione 2015 di Palco ai Giovani.

Teatro Franca Valeri e Il cambio dei cavalli

Giovanni Fattorini

Concorso

19 maggio 2015: Franca Valeri (che il 31 luglio compirà 95 anni) debutta a Milano con un suo nuovo testo, Il cambio dei cavalli, edito da Einaudi e rappresentato lo scorso giugno, in prima nazionale, al Festival di Spoleto. Lo spettacolo – firmato da Giuseppe Marini – sarebbe dovuto arrivare all’inizio di ottobre al Teatro Franco Parenti. Non ci è arrivato perché l’autrice, nonché principale interprete, era a letto con la polmonite. Per iniziativa congiunta del Franco Parenti e del Piccolo Teatro, è approdato invece al Teatro San Babila, dove è rimasto per sei giorni. Il cambio dei cavalli è un atto unico in diciotto scene e con tre personaggi. Anne Marie Dalcò è un’anziana signora che da qualche tempo riceve sempre più spesso le visite del cinquantenne (o giù di lì) Oderzo Maria Bosforo, detto Odo, un ricco imprenditore, del cui defunto padre, imprenditore lui pure, è stata per ventidue anni l’amante. Per l’annoiato e irresoluto Odo, la vecchia signora è una figura vicariante, e la sua casa – la metafora è di Anne Marie – è assimilabile a una di quelle stazioni dove un tempo ci si fermava per cambiare i cavalli, prima di riprendere il viaggio. Odo vuol sapere del padre (ha parlato poco con lui) e della sua storia d’amore con Anne Marie: «la mia favola preferita». Se Anne Marie, per Odo, è in qualche modo una madre, Odo, per Anne Marie, è in qualche modo il figlio che non ha avuto. Per questo se ne prende cura, sia esortandolo a non confrontarsi ossessivamente col padre e ad avere maggiore fiducia in sé stesso, sia favorendo – dopo un’iniziale resistenza – il suo matrimonio con la «sgallettata» Galette, una escort di lusso, che ha grande intuito per gli affari e una determinazione che Odo non possiede. Nessun intreccio. Azione ridotta al minimo. Due brevi soliloqui di Anne Marie (come nelle pièce vecchia maniera). Un soliloquio-monologo ironicopretenzioso di Odo, che tira in ballo Amleto. Uso abbastanza frequente di un

telefono interno, per dare disposizioni e fare qualche domanda a un cameriere devoto (le risposte di Ambrogio – questo il nome del cameriere – le conosciamo perché vengono ripetute da Anne Marie: altro vecchio espediente). Il resto è dialogo. Nelle «commedie di conversazione» (Il cambio dei cavalli si può dire tale) la costruzione dei personaggi si realizza principalmente attraverso gli scambi verbali. Nell’atto unico in questione, cosa sortisce questo procedimento? Presente in sedici scene su diciotto, Anne Marie pronuncia battute in cui ritroviamo ciò che viene comunemente associato alla personalità di Franca Valeri: understatement, ironia, autoironia, predisposizione al commento tranchant, alla concisione aforistica. C’è anche qualche nota malinconica. Ma nella sua interezza, il ritratto che emerge appare scialbo, poco rilevato. La Valeri recita stando quasi sempre seduta, per lo più in poltrona. Le sue difficoltà di movimento e di articolazione delle parole suscitano una commossa ammirazione in alcuni, in altri un sospetto di ricatto emotivo. Alla fine, comunque, molti applausi. Quanto all’«infelice» Oderzo Maria Bosforo, industriale controvoglia, è poco interessante sulla pagina e meno ancora nell’interpretazione di Urbano Barberini. Alice Torriani dà corpo e voce all’appena abbozzata figura di Galette: gambe lunghe, capelli biondi, piglio volgaruccio e deciso. L’elemento più rilevante della scena a due livelli di Alessandro Chiti, realizzata in economia, è una pedana rotante di modeste dimensioni – una giostra un po’ lugubre – che sembra troppo squallidamente arredata e male illuminata quando finge l’abitazione di una signora che dispone di un cameriere che è anche un cuoco di talento. La sera della prima, lasciando la platea, un uomo sulla sessantina si è rivolto a un’esile signora dai capelli bianchi: «Allora, mamma, cosa ne dici della Valeri?». La signora ha risposto: «Se devo essere sincera, mi ha fatto una gran malinconia».

Lugano Festival Rassegna concertistica Palazzo dei Congressi, Lugano Mercoledì 10 giugno, ore 20.30 Progetto Martha Argerich Ernö Dohnányi Variazioni su una ninna-nanna op. 25 Johannes Brahms Concerto in la min. op. 102 per violino, violoncello e orchestra Piotr I. Cajkovskij Méditation op. 42 n. 1 - Valse-Scherzo op. 34 Luis Bacalov Porteña per due pianoforti e orchestra Piotr I. Cajkovskij Concerto n. 3 in mi bem. magg. op. 75 OSI. Dir. Alexander Vedernikov Orario per le telefonate: dalle 11.00 alle12.00

Un sabato a Lugano Palco ai Giovani, Sonnenstube e Turba:

le realtà – vecchie e nuovissime – della vita culturale in città

Zeno Gabaglio «Cosa facciamo stasera?» «Non lo so; qui da noi non c’è mai nulla d’interessante. Non siamo mica a Berlino o a Londra». Faccia un passo avanti chi non abbia mai sentito, o non abbia mai partecipato, a un simile scambio di battute relativo alla condizione dell’offerta culturale e d’intrattenimento della Svizzera italiana. Il deserto sembrerebbe terra più vivace, secondo certe vulgate che non cessano mai di riaffermarsi. Ovviamente basterebbe mostrare una pagina di giornale o un link web con i quotidiani elenchi delle iniziative proposte nella nostra regione per confutare alla radice la tesi del «qui non succede mai nulla». I più arguti – esperti in dialettica tanto quanto vittime di pigrizia – potrebbero però controbattere che le numerose offerte effettivamente presenti sul territorio sono ormai standardizzate, culturalmente ripetitive, pensate da generazioni più anziane per pubblici più anziani. L’ulteriore confutazione riporta solo una data (venerdì 22 maggio), un orario (tra le 18 e le 24) e un ambito di poche centinaia di metri all’interno della città di Lugano. Per dimostrare che le cose non stanno affatto così, e che anzi nell’offerta culturale ticinese c’è una vitalità e una diversificazione come mai prima. Provare per credere. Ore 18.00, via Canonica, Sonnenstube

091/821 71 62 Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate. Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Annotazioni da una serata di scoperte

Per aggiudicarsi i biglietti basta telefonare mercoledì 3 giugno al numero sulla sinistra nell’orario indicato. Buona fortuna!

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

Per decenni il Ticino è stato considerato la privata e privilegiata Sonnenstube – letteralmente «salotto soleggiato» – del resto della Svizzera. Ed è proprio per giocare con questo stereotipo, a tratti anche per contraddirlo, che un paio d’anni fa alcune giovani menti creative luganesi ne hanno preso a prestito il nome per dar vita a uno spazio di ritrovo e condivisione dedicato all’arte contemporanea. Non tanto una comoda veranda, quindi, non un luogo di riposo baciato dal sole placido e idilliaco, quanto piuttosto uno spazio in cui incrociare artisti, performer e musicisti della scena locale con altri provenienti

da nord o da sud. Per uno spazio dichiaratamente aperto sulla multiforme espressione artistica del presente e senza preclusione di generi o di pubblici. Se ne sono viste di tutti i colori, infatti, in soli due anni di Sonnenstube; e nello specifico lo scorso venerdì si è esibito – per poco meno di un’ora – l’esploratore musicale milanese Nicola Ratti. Già conosciuto per i suoi trascorsi accanto a Giuseppe Ielasi e Attila Faravelli, nonché per la militanza nel gruppo di culto Ronin, per un insolito aperitivo musicale ha proposto il sunto delle sue ricerche attorno all’elettronica analogica, con un vorticoso risultato in bilico tra potenzialità di danza e contemplazione noise. E a sottolineare l’intensità e la qualità dell’offerta musicale di Sonnenstube è doveroso citare come il prossimo sabato 13 giugno alle 18.00 si terrà il primo (meglio tardi che mai…) concerto nel nostro cantone del sassofonista tedesco Peter Brötzmann – tra i padri del free jazz europeo – che suonerà con il trio ticinese XOL (Guy Bettini alla tromba, Luca Pissavini al contrabbasso e Francesco Miccolis alla batteria) come tappa nostrana di un importante tour su scala continentale. Ore 20.00, piazza Manzoni, Palco ai Giovani

L’appuntamento in piazza Manzoni per Palco ai Giovani – manifestazione che gode del sostegno del Percento culturale Migros Ticino – è ormai un classico. Un classico che però non invecchia: sia all’anagrafe (il limite tassativo dei trent’anni d’età da questo punto di vista è l’antidoto migliore), sia nella tipologia delle musiche offerte. E lo si capisce fin da subito: malgrado il ruolo un po’ ingrato di apripista, il primo a salire sul palco è Forse, al secolo Gianmaria Zanda, con il suo esoterico (perlomeno nella definizione del genere) minimal lo-fi pop. Chitarra, tastiera vintage e voce intimamente punk per un circuito di sovraincisioni e pezzi brevissimi che ha presentato – al di là di quello che poi le varie giurie hanno sentenziato – una sana ventata di creatività anticonformista. Ovvio, per una piazza in pieno centro tanta

libertà musicale (e nel seguito della serata così come di tutto il weekend se ne sono davvero viste di ogni) può sembrare fuori luogo. Ma il bello di Palco ai Giovani è proprio questo: offrire agli appassionati e soprattutto al «pubblico generalista» un fedele spaccato dei territori in cui si muove l’invenzione musicale della nostra regione. E se un domani Forse diventerà idolo delle masse, noi l’avevamo detto. Ore 22.00, via Cattedrale, Turba

«Turba è un modus vivendi, è sentirsi a casa pur essendo altrove. Turba può succedere solo se si accetta di fare un piccolo salto nel vuoto, se ci si abbandona ad altro con rispetto, se ci si fida. In questo modo il turbare non sarà mai fine a sé stesso, ma semplicemente un invito al maggiore sentire, distanziando i preconcetti». La premessa è d’obbligo, per la più recente ma già rigogliosa proposta di tipo culturale/intrattenitivo di Lugano. Un’associazione che si è installata in una casa privata e silenziosa, decadente e meravigliosa, lontana dai rumori della città pur essendo nascosta nel suo cuore, per offrirsi come luogo d’incontro in cui le arti si mescolano e si confondono tornando poi a parlare la stessa lingua. Anche qui più che declamare chissà quali valori a priori si tratta di lasciarsi andare e scoprire, e addirittura allo spettatore interessato viene offerto un decalogo per lasciare alle proprie spalle le vecchie e stantie consuetudini della vita di provincia, dove i comandamenti più curiosi tuonano imperativi quali «Chiedi, sii curioso», «Ridiscuti le tue vecchie certezze, mamma compresa», «Ci sono sconosciuti, bu», «Non c’è il Wi-Fi quindi #sopravvivi #eroe», «I vicini stanno cercando di dormire, shh». Ai vicini, in realtà, non deve aver troppo pensato Phantom Love, la deejay e producer romana adepta del «kraut obscure electro», per il proprio set avvolto nella penombra cosmica. Ma poco importa: a sorreggere e proteggere ogni azione del Turba c’è nientepopodimeno che Dante. «Non altrimenti stupido si turba lo montanaro, e rimirando ammuta, quando rozzo e selvatico s’inurba».


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Cultura e Spettacoli

Omaggio a Corticiasca Pubblicazioni In Mariapaelio Nicola Canonica realizza un curioso e interessante studio

Travaglio e le lingue extralarge Visti in tivù In una

Manuel Rossello Pur senza essere né un volume di storia né una ricerca dialettologica, Mariapaelio di Nicola Canonica si rivela una riuscita contaminazione fra studio etnografico, rievocazione del mondo contadino, saggio biografico e indagine sul dialetto di un’area geografica circoscritta, il villaggio di Corticiasca, in alta Capriasca. Se l’autore prende in esame i decenni cruciali che segnano uno spartiacque tra un prima e un dopo, ciò è dovuto al fatto che i suoi dati anagrafici (è nato nel 1938) ne fanno uno degli ultimi testimoni di quella civiltà contadinorupestre. Dopo averne vissuto l’estrema eco, egli ha assistito alla disgregazione e alla definitiva scomparsa di quel mondo. Molti anni più tardi, quasi mosso da un’esigenza interiore, Nicola Canonica è andato raccogliendo, con pazienza e dedizione, testimonianze scritte e orali riferite alla vita quotidiana di Corticiasca e ai suoi abitanti, accumulando un ingente corpus, poi riversato con mano sicura (l’autore è stato docente d’italiano nelle scuole medie di Lugano) nelle pagine del libro. Il volume consta di due parti principali: nella prima, in cui prevale un punto di vista etno-geografico, l’indagine privilegia uno sguardo corale su Corticiasca, ora inoltrandosi nella quotidianità dei suoi abitanti, ora narrando con sapienza storie in cui la povertà non è mai disgiunta da un fondo di umanità; la seconda ricostruisce la vita dei genitori a partire dalle registrazioni e dai colloqui.

Nicola Canonica è uno degli ultimi testimoni di una civiltà contadino-rupestre destinata a svanire La prima parte presenta una vivacissima, quasi picaresca galleria di personaggi, ognuno tratteggiato nitidamente e a suo modo indimenticabile.

I fratelli Canonica (immagine tratta dal libro).

A figure che assurgono a maschere umane fanno da contraltare i numerosi ambulanti, strani visitatori dalle mercanzie fascinose. Tutti personaggi che l’autore, allora bambino, fece in tempo a conoscere. La seconda parte ricostruisce la vita dei genitori lungo le vie di una durissima e precoce emigrazione. Con movenze quasi dickensiane si racconta della madre che a quattordici anni, pur di sfuggire alle angherie della matrigna viene esiliata in una filanda di Linthal. Il padre, invece, come tanti ticinesi in quei decenni a otto anni va a Milano come garzone-ramaio, togliendo una bocca da sfamare alla famiglia. Poi insieme, ma per poco, perché il marito anno

dopo anno dovrà lasciare Corticiasca per cercare lavoro. Maria condurrà una vita tribolata in paese, con il bestiame, il lavoro della campagna e i figli da allevare. Sono pagine dure, brani di un accorato sismografo della memoria in cui la compassione non è una velatura esteriore, ma un portato della dedizione filiale. Sul piano linguistico-letterario non mancano motivi per apprezzare questo volume, come la capillare catalogazione dei luoghi naturali (vepraio, gerbido, redola…) e di quelli lavorati dall’uomo (slargo umifero, chiassaiola, metato…). Tra i numerosi altri termini annotati: bruciaglia, «legna adatta per accendere il camino»; stramazzo, «rozzo giaciglio per dare riposo alle mem-

bra rotte dalla fatica»; grumereccio, «fieno tardivo»; sinibbio, «vento sferzante che porta la neve». In Mariapaelio, tuttavia, la componente dialettale è presente quasi ad ogni pagina e laddove l’italiano resta muto, ecco che interviene il dialetto, adattissimo a cogliere, anche sonoramente, l’anima delle cose. Per esempio i botri e i bozzi dra costa d’Arnà sono subito replicati nella loro dicitura locale: i sgrüze, i ronzaièra e i sgarübie. Altre volte al dialetto è affidata la descrizione di consuetudini scomparse. Grazie ai dialettologi sappiamo inoltre che la parlata di Corticiasca può vantare un termine esclusivo, l’aggettivo cröizze, cioè «avaro». Ed è proprio una tera cröizza quella che i suoi abitanti hanno dissodato e coltivato con ostinazione. Si tratta dunque di uno scavo nella memoria che è anche scavo terminologico, condotto con la precisione di un entomologo. Ma sarebbe far torto all’autore non menzionare le molte pagine in cui il piacere della lettura è dato dalla qualità letteraria del testo. Fra i tanti brani memorabili cito le pagine sull’ostinazione della memoria, quella splendida della salita all’alpe Musgatina (itinerario da percorrere a libro aperto), il girovagare per il paese abbandonato, la descrizione dei lavori agricoli e i molti ritratti umani. Forse non tutto è ancora perduto del passato di un villaggio che ha la sventura iscritta nel nome («corti che cascano», cioè «terreno che frana», secondo l’etimologia popolare) e si deve essere grati a Nicola Canonica per aver dissepolto l’anima di questo luogo e di chi lo abitò. Bibliografia

Nicola Canonica, Mariapaelio. C’era una volta Corticiasca: il villaggio dei dimenticati, Locarno, Dadò, 2013, pp. 311. Chi fosse interessato a procurarsi il libro di Nicola Canonica, attualmente in ristampa, può telefonare allo 091 756 01 20 o mandare una e-mail a: info@editore.ch

Quello che vogliamo sentire Linguistica Un’analisi dell’italiano parlato e del suo funzionamento testuale

negli strazianti verbali delle streghe poschiavine del Seicento Stefano Vassere Uno dei nodi principali della sociolinguistica (italiana e non) negli ultimi decenni è la questione che riguarda l’identificazione e quindi lo studio della versione parlata della lingua: come si fa a sapere che lingua parlavano (e non solo che lingua scrivevano) gli italiani in passato? Chiunque capirà che un conto è avere dei testi e dei documenti originali che «portano» la lingua per secoli e ci permettono di capire molte cose sul suo funzionamento di quei tempi e un conto è cercare di fare lo stesso con i discorsi orali che, si sa, volano e in un attimo non sono più disponibili. Gli storici della lingua hanno però nel frattempo cercato qualche provincia meglio permeabile, che lasciasse intravvedere gli usi parlati un po’ più che altrove, e l’hanno individuata in alcuni generi testuali particolari, le lettere e i verbali dei processi, oltre alle grammatiche e ai prontuari del passato dove si dessero consigli espliciti su abitudini orali sconvenienti nello scritto. Il passato del parlato può emergere, quindi, meglio qui. Parte da questo punto di vista un toccante articolo di Mattia Pini, pubblicato nell’ultimo numero della rivista «Quaderni grigionitaliani» e intitolato

Torture su una presunta strega, Museo Anna Göldi (senza data). (Keystone)

Sapere di non sapere. Appunti (pragma) linguistici sui processi per stregoneria. Mattia Pini è un giovane laureato in letteratura nell’Università di Friburgo, dove ha consegnato un lavoro di licenza dal titolo Plinio Martini, Il fondo del sacco, commento linguistico-stilistico; poi si è occupato della lingua dei processi per stregoneria in Leventina nel Seicento e sta scrivendo una tesi di dottorato sulla lingua passionale nelle let-

tere d’amore del Novecento (nelle lettere d’amore del Novecento!). La vicenda dei processi alle streghe a Poschiavo è una delle più rappresentative e soprattutto documentate dell’arco alpino. Nel borgo grigionese questa stagione interessò, tra i primi decenni del Seicento e la metà del Settecento, circa centoventi imputati (imputate, per la maggior parte) e registrò una sessantina di pene capitali, qualche morto durante la tortura, qualche ergastolo, una ventina di bandi e un’altra ventina di assoluzioni. La storia delle streghe e dei loro penosi processi è stata, appunto, indagata e studiata, gli aspetti linguistici e testuali un po’ meno. Ma è appunto grazie all’abbondanza della documentazione d’archivio che è ora possibile saggiare il parlato che traspare dai verbali. Parole dialettali o di italiano dialettalizzato, ritualità e vizi nella condotta dell’interrogatorio, la precaria comunicazione dell’imputato sotto tortura, fino a questioni marginali ma linguisticamente rilevanti. Tra queste ultime brilla la serie di denominazioni del Diavolo, che è via via Demonio, Diavul, Giavul, Satanasso, Lucibello, Diamber, Bloch, Belzebù, Bestia, Guadazzo, Alzolo, Barr, Bischia (la serie catalogata da Pini è molto più lunga e

variata). Ma la dimensione pragmatica è ampiamente esplicita anche nelle implorazioni di quelle poverette durante la tortura; dice, «crida», tale Trinchetta in un processo del 1672: «o, som morta, hoime son morta, Misericordia!». E ogni tanto l’interrogatorio ha un che di sospeso e surreale, perché chi interroga chiede all’imputata di dire quello che lui stesso vuole sentire: «non occorre sperare di venir giò sino che non date principio, et dite la verità». Ecco, per vedere più o meno come parlavano nel Seicento e nella prima parte del Settecento serve anche la triste storia delle streghe della valle di Poschiavo. E anzi serve ancora di più, perché sono proprio quegli stenti e quelle angosce a fare emergere, come prevedibile, una versione parlata a partecipata, ansimante e sofferente, della lingua viva del tempo. «Interrogata come haveva nome. Risponde: Jacomo. E puoi torna a dire Georgio. Interrogata che dica la verità del nome. Risponde: Lucibello».

puntata di Otto e mezzo, su La7, utile anche ai giornalisti

Antonella Rainoldi L’altra sera, come ogni sera, ci siamo sintonizzati su La7 per non perderci Otto e mezzo, lo storico salotto di Lilli Gruber. In tutta onestà, da tempo non assistevamo a una puntata così divertente, spiritosa, ironica. Il direttore de «Il Fatto Quotidiano» Marco Travaglio ha appena pubblicato il suo ultimo libro, Slurp, antologia zerbinocratica italiana, e lo stava promuovendo. A dargli manforte l’editorialista del «Corriere della Sera» Beppe Severgnini. Ora mettiamo assieme Bruno Vespa, Giuliano Ferrara, Augusto Minzolini, Emilio Fede, Renato Farina, Francesco Merlo, il fior fiore del giornalismo italiano. Cosa accomuna questi e altri professionisti di chiara fama? La risposta arriva subito, ad apertura di programma: la particolare attitudine al servo encomio. I migliori cortigiani si sono dedicati con totale dedizione a primeggiare nell’arte dello slurp. Le loro lingue si sono posate su tutti i potenti: banchieri, imprenditori, manager, politici, padroni di ogni ordine e grado. Il potere dà e toglie senza riserve, premia i piaggiatori, punisce i diffidenti, di cui chiede insistentemente la testa. Uno degli aspetti più interessanti di questa puntata è stato il continuo andirivieni tra presente e passato. A dimostrazione di come il fenomeno abbia origini antiche. Dante Alighieri sistemava i cortigiani nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Li trattava peggio degli assassini e dei tiranni, li chiamava «ruffiani, ingannatori e lusinghieri» e li faceva frustare sulla schiena e sul didietro da cornutissimi diavolacci. Marco Travaglio li irride, li sbeffeggia: «Ci vogliono lingue extralarge, a tre piazze, supermatrimoniali per riuscire a parlare bene di tutti i governi di questi vent’anni. C’è gente che non ha incensato Mussolini solo perché non era ancora nata. Altrimenti avrebbe preso pure Mussolini». Lilli lo sollecita sulla spinta bastiancontraria e lui risponde parafrasando il maestro Indro Montanelli: «Uno non deve essere contro per forza, per partito preso. Ma l’atteggiamento di un giornalista deve essere sempre diffidente nei confronti di chi ha potere, e quindi ispirarsi a un principio fondamentale: meglio una critica di troppo che un elogio di troppo». Come garantire un giornalismo di qualità? Semplicemente facendo bene il proprio lavoro.

Bibliografia

Mattia Pini, Sapere di non sapere. Appunti (pragma)linguistici sui processi per stregoneria, «Quaderni grigionitaliani» 84, 1-2015, 10-45.

La giornalista e conduttrice Dietlinde «Lilly» Gruber. (Wikipedia)


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Formaggi italiani in vaschetta di legno Attualità Ai banchi formaggio di Migros Ticino trovate diverse specialità della vicina Penisola in un elegante

Flavia Leuenberger

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formato. Questa settimana vi proponiamo qualche aneddoto sul taleggio

Taleggio DOP al kg Fr. 19.50

Le origini del Taleggio sono antichissime: Cicerone e Catone già parlano di formaggi di produzione lombardo/padana e il comasco Plinio descrive l’arte casearia delle valli bergamasche. Il nome Taleggio appare solo nel 1812,

ma è nel 1918 nel «Dizionario moderno» di A. Panzini che compare la dizione ufficiale. Fino ad allora, il Taleggio veniva chiamato comunemente «Stracchino», come tutti i formaggi a pasta molle prodotti in Lombardia. Questo

termine stava ad indicare quei formaggi prodotti a fine estate quando le mucche scendevano dall’alpe al piano ed erano quindi stanche, in dialetto «stracch». Troviamo questo formaggio nel menu per la festa d’incoronazione di papa

Clemente VI (1344) e per le nozze di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti (1441). Nel 1762 G. Casanova, che stava scrivendo un’enciclopedia sui formaggi, visita la zona di produzione del Taleg-

gio e ne rimane affascinato. In cucina la tradizione alpina lo propone come naturale complemento alla polenta, ma il Taleggio è protagonista anche nei primi piatti: pensate al risotto con radicchio rosso e Taleggio. / Davide Comoli


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Idee e acquisti per la settimana

Un piacere tutto svizzero Attualità Da questa settimana nei reparti frutta di Migros Ticino trovate le freschissime fragole confederate

Rispetto a quelle provenienti dall’estero, le fragole svizzere hanno il vantaggio di essere raccolte solo quando hanno raggiunto il grado di maturazione ottimale e, grazie ai brevi tempi di trasporto, raggiungono i supermercati Migros ancora freschissime e pronte a conquistare i palati con il loro intenso profumo e l’inconfondibile aroma. Belle, buone e sane, le fragole svizzere si gustano da sole con un goccio di succo di limone e panna montata, oppure si possono impiegare per preparare paradisiaci dessert sotto forma di torte, creme, gelati o frappé. Dal punto di vista salutistico, le fragole sono ipocaloriche ed hanno un alto contenuto di vitamina C – ne contengono addirittura di più delle arance e dei limoni – nonché sostanze quali fosforo, ferro e calcio e una buona presenza di acido folico. Inoltre sono particolarmente indicate in caso di anemia, inappetenza e disturbi digestivi. Le fragole si conservano 3 giorni in frigorifero, a condizione di tenerle coperte, non lavate, su un piatto ricoperto di carta da cucina. La stagione di queste bacche di provenienza svizzera va da fine maggio a settembre.

Novità: i tramezzini freschissimi

Tramezzino DimmidiSì Vitello in salsa tonnata e capperi 160 g Fr. 4.30 Tramezzino DimmidiSì Prosciutto cotto al forno e funghi 170 g Fr. 4.30 Tramezzino DimmidiSì Tacchino e radicchio 147 g Fr. 4.30 Tramezzino DimmidiSì Tonno e uova 180 g Fr. 4.30 In vendita al reparto refrigerati delle maggiori filiali Migros.

Il marchio DimmidiSì, già presente sugli scaffali di Migros Ticino con un ampio assortimento di zuppe e minestre, propone ora quattro gustose varianti di morbidi tramezzini imballati in una confezione dal design accattivante. Questi spuntini rettangolari nutrienti sono preparati a mano con ingredienti

freschi di prima qualità e si caratterizzano per la ricca farcitura con l’aggiunta di insalata croccante. Le ricette sono a base di pane bianco con fiocchi di frumento e segale oppure scuro con frumento e orzo. Per una massima praticità nella confezione è incluso un tovagliolo.

La Picanha La Picanha è un taglio di carne di manzo molto popolare nella gastronomia tipica brasiliana, dove non manca mai nel churrasco (la tipica grigliata carioca) cucinata sulla tradizionale «spada» (una specie di spiedone in acciaio) oppure a fette. Da noi questo taglio del bovino è conosciuto come «cappello del prete» o «copertura dello scamone». Il taglio della Picanha possiede una caratteristica forma triangolare ed è ricoperto su

un lato da un leggero strato di grasso, ragion per cui risulta particolarmente saporito e succoso cotto alla brace, ma può essere anche arrostito in padella come una bistecca. Prima di cuocerla strofinate semplicemente la superficie esterna con del sale grosso e nient’altro. Solo così si potrà gustare tutta la naturale succulenza del pezzo. Potete riservare la Picanha ai banchi macelleria del vostro supermercato Migros di fiducia.


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Idee e acquisti per la settimana

Gli intramontabili marchi inglesi di motociclette Eventi Fino a sabato 6 giugno, il Centro S. Antonino ospita l’esposizione

di moto inglesi organizzata in collaborazione con il British Bikes di Vezio

Si tratta di un «aperitivo» di quello che rappresenterà un altro appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati delle rombanti due ruote storiche del Regno Unito: la ventinovesima edizione dell’incontro internazionale di moto inglesi in programma da venerdì 12 a domenica 14 giugno nell’alto Malcantone e più precisamente a Vezio zona Cassinelli. Le moto esposte al Centro S. Antonino rappresenteranno soprattutto i marchi Triumph e Norton; motori robusti ed energici che si fanno riconoscere per il loro carattere rombante e per la loro storia. La loro velocità e accelerazione non sono le principali qualità che gli appassionati centauri pretendono dalle loro belle e gloriose motociclette. La linea grintosa di certi bolidi in circolazione sulle nostre strade non sembra esercitare alcun fascino su questi motociclisti un po’ retrò, la cui filosofia si fonda soprattutto sulla longevità e sulla resistenza, virtù in cui le moto inglesi eccellono. Sono come il buon vino: migliorano e si apprezzano invecchiando. Richiedono molto spesso qualche attenzione in più e ogni tanto bisogna

sporcarsi le mani, ma non tradiscono. Questi saranno i gioiellini che potrete ammirare: Matchless G 80 del 1949, Triumph Speed Twin 5T del 1956, BSA Rocket 3 del 1968, Norton Commando 750 S del 1969, Triumph Tiger Daytona T100 del 1970, Norton 850 Commando Electric Start del 1977 e Commando 961 Sport del 2012, Triumph Bonneville T 120 del 1964, T 120 R del 1972, T 140 V del 1976, T 100 Sixty Anniversary Edition del 2010 e T100 del 2009, Triumph Trident 750 del 1970. Sono motociclette che hanno fatto sognare non pochi ticinesi. L’industria motociclistica britannica oggi? Dopo aver creato la storia (nel Regno Unito si contavano oltre 680 diverse marche) e dominato a lungo la scena mondiale come attestano i successi sportivi, ha conosciuto una crisi irreversibile dovuta alla mancata innovazione tecnologica e dei processi produttivi. Settori in cui invece sono stati campioni i giapponesi, che si sono rapidamente impadroniti del mercato. La moto inglese non è definitivamente morta e, accanto ai vecchi modelli che difendono egregiamente la gloriosa tradizione, alcune case hanno ripreso a produrre con criteri moderni, come Triumph nel 1992 e Norton nel 2006. Per scoprire o rinverdire i ricordi, vi invitiamo a visitare questa esposizione al Centro S. Antonino fino a sabato 6 giugno.

Flavia Leuenberger

Pane del mese: il pane pita Novità: filetti di alici Le Rizzoline

Durante tutto il mese di giugno alla Migros avete la possibilità di gustare il pane pita, prodotto freschissimo dalla Jowa di S. Antonino. A base di farina bianca, di forma piatta e rotonda con crosta fine bucherellata, è realizzato con un impasto simile a quello della focaccia ma senza l’aggiunta di olio. Nel periodo estivo si sposa a meraviglia con insalate e piatti freddi, ma è anche perfetto per creare fantasiosi panini, oppure ancora, tagliato a forma triangolare (tipo a fetta di torta), per preparare golosi tramezzini per l’aperitivo. Pane Pita 400 g Fr. 2.90

Le Rizzoline sono gustosi filetti di alici proposti in una pratica monoporzione easy peel da 40 g, ingredienti perfetti per le vostre ricette più sfiziose. Disponibili nelle varianti con capperi o all’olio d’oliva, sono prodotti artigianalmente secondo la grande tradizione italiana con pesce di elevata qualità, pescato nell’Adriatico dove il mare è più pulito e nel rispetto del patrimonio ittico e dei fondali marini. Le alici Le Rizzoline sono un prodotto dell’azienda parmense Rizzoli Emanuelli, la più antica azienda italiana nel settore delle conserve ittiche, impresa che vanta una storia famigliare di oltre 100 anni alle spalle.

Le Rizzoline Filetti di Alici arrotolati con cappero 40 g Fr. 2.20 Le Rizzoline Filetti di Alici in olio di oliva 40 g Fr. 2.30


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Idee e acquisti per la settimana

aha!

Il piacere della pasta senza rimpianti L’assortimento aha! si completa con una tipica specialità svizzera: ora ci sono le pipe senza glutine, frumento e uova, grazie alle quali possono godersi un buon piatto di pasta anche coloro che prediligono alimenti privi di glutine o di frumento. Per produrle vengono, infatti, utilizzati esclusivamente farina e amido di mais. La stessa cosa vale per le penne e gli spaghetti di qualità aha!, che grazie a una ricetta rielaborata non temono confronti per quanto riguarda il gusto.

Cornetti con ragù di verdure Piatto principale per 4 persone

Ingredienti 200 g di taccole 2 mazzetti di ravanelli 200 g di champignon 500 g di cornetti (pipe)* 1 cucchiaio d’olio d’oliva 1 dl di brodo di verdura* 1 dl di panna* ½ limone 1 mazzetto di basilico sale, pepe Preparazione 1. Dimezzate le taccole e i ravanelli, tagliate gli champignon in quattro. Lessate i cornetti al dente in abbondante acqua salata. Scolate e fate sgocciolare la pasta. 2. Scaldate l’olio in una padella e soffriggetevi le taccole e i funghi per 2-3 minuti mescolando di tanto in tanto. Aggiungete i ravanelli e soffriggeteli brevemente. Unite il brodo e la panna. Fate sobbollire per ca. 1 minuto. Aggiungete la scorza di limone grattugiata e le foglie di basilico spezzettate. Condite con sale, pepe e poco succo di limone. Mescolate con la pasta e servite. Tempo di preparazione ca. 25 minuti Per persona ca. 13 g di proteine, 13 g di grassi, 106 g di carboidrati, 2600 kJ/620 kcali

* In vendita come prodotto aha!

Le pipe al ragù di verdure non sono più un tabù per le persone che soffrono di intolleranze o allergie. Ora, infatti, questo tipo di pasta esiste anche in qualità aha!

Il marchio aha! contrassegna prodotti particolarmente indicati anche per coloro che soffrono di intolleranze o allergie. Sono privi di sostanze come glutine o lattosio. Parte di

Novità aha! Pipe senza glutine, frumento e uova* 500 g Fr. 3.90

aha! Penne senza glutine, frumento e uova* 500 g Fr. 3.90

aha! Spaghetti senza glutine, frumento e uova* 500 g Fr. 4.10 * nelle maggiori filiali

Ricetta di

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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Da intingere e sgranocchiare

Azione 20% su tutti gli antipasti di Anna’s Best dal 2 all’8.6

Gli Antipasti di Anna’s Best sono perfetti come contorni per aperitivi.

I piacevoli aperitivi all’aperto fanno parte dei numerosi vantaggi che ci offre l’estate. In questi casi, gli antipasti possono anche trasformarsi in un piatto principale. L’assortimento di Anna’s Best offre un’ampia scelta di squisite salsine e bocconcini, di cui molti sono vegetariani. Oltre ai classici come pomodori secchi o olive, troviamo diverse varianti di humus e un cremoso guacamole di purea di avocado, cipolle e pomodori.

Novità Anna’s Best Vegi Humus Nature 175 g Fr. 2.70 invece di 3.40

Anna’s Best Vegi Humus Trio Curry, Olive, Pomodori* 210 g Fr. 3.60* invece di 4.50 *nelle maggiori filiali.

Anna’s Best Vegi Guacamole Mexican Style* 200 g Fr. 2.95 invece di 3.70

Anna’s Best Olive con formaggio molle 150 g Fr. 3.60 invece di 4.50



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Idee e acquisti per la settimana

Prodotti

Per il brunch e la griglia 100 nuove idee: non importa se il cielo è grigio o azzurro, con le idee del nuovo libro dell’estate non ci si annoia mai.

Brunch dal forno Chavroux Fr. 3.20

TerraSuisse pancetta da cuocere vaschetta midi per 100 g Fr. 2.30

Burro alle erbe 100 g Fr. 2.70

TerraSuisse cotolette di maiale imballate per 100 g Fr. 2.10

Zweifel XXL chips paprika Azione 20% Fr. 5.95* invece di 7.60 *dal 2 all’8 giugno, fino a esaurimento

Tangan Nr.33 carta di protezione per la cottura al forno Fr. 2.50

Focaccia alle erbe Fr. 3.–

ASC spiedini di pangasio marinati Vietnam per 100 g Fr. 2.70

Spiedini di salmone Margherita Norvegia per 100 g Fr. 4.60

Ingredienti: 8 pomodorini cherry, 200 g di formaggio alla panna lucernese, 6 fette di pancetta da arrostire, 1 focaccia alle erbe di 240 g , 2 gambi di prezzemolo Preparazione: Scaldate il forno a 210 °C. Affettate i pomodorini. Tagliate il formaggio a dadini. Dimezzate le fette di pancetta. Distribuite tutto sulla focaccia. Adagiatela su una teglia foderata con carta da forno. Cuocete in forno per 8-10 minuti. Tritate grossolanamente il prezzemolo e cospargetelo sulla focaccia. Tagliatela a pezzi e servite.

Carbone di legna FSC 5 kg Fr. 7.95


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Idee e acquisti per la settimana

Blévita

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Quando il languorino fa capolino… è tempo di Blévita. Il croccante biscotto ai cereali è lo spuntino ideale quando si è fuori casa. Chi non preferisce un solo gusto, ma ama variare, non ha che l’imbarazzo della scelta, poiché Blèvita propone uno spettro di sapori davvero molto ampio. Affinché il prezio-

Blévita Timo/sale marino duopack con custodia gratuita 2 x 228 g Fr. 6.– invece di 7.10

so spuntino sopravviva indenne al trasporto nello zainetto o nelle borse della merenda, ora assieme la confezione doppia delle quattro varietà più amate viene regalata una custodia protettiva. Dotata di pratica chiusura a scatto, è realizzata in materiale idoneo a contenere alimenti e può essere messa in lavastoviglie.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti molto apprezzati, tra i quali anche i Blévita.


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Diversi capi di biancheria intima per bambini o bebè per es. pigiama corto da bambina, turchese, tg. 164, offerta valida fino al 15.6.2015

Batterie di pentole delle linee Gastro o Prima per es. padella Gastro, Ø 24 cm, bassa, in acciaio inox, indicata anche per i fornelli a induzione, il pezzo, offerta valida fino al 15.6.2015

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Diverse erbe aromatiche bio in vaso da 13 cm, la pianta, 20% di riduzione, per es. basilico

Tutto lo zucchero gelificante o tutti i gelificanti 20% di riduzione, per es. zucchero gelificante Gelvite, 1 kg

Scarpe per l’estate per es. infradito da bambino, blu, numeri 30/31, offerta valida fino al 15.6.2015

Tutto l’assortimento di valigie o Travelshop per es. trolley Nuage, 50 cm, 4 ruote, offerta valida fino al 15.6.2015

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ALTRE OFFERTE. FRUTTA E VERDURA Insalata iceberg, bio, Svizzera, al pezzo 1.85 Ciliegie, Italia, imballate, 500 g 4.80 invece di 6.50 25% Fragole, Svizzera, imballate, 500 g 4.40 invece di 5.90 25% Mirtilli, bio, Svizzera, vaschetta da 250 g 4.40 invece di 6.40 30%

PESCE, CARNE E POLLAME Bratwurst, bio, o carne secca dei Grigioni, bio, Svizzera, per es. bratwurst, 2 x 140 g 4.55 invece di 5.70 20% * Cervelas in conf. da 5, TerraSuisse, 5 x 2 pezzi, 1 kg 5.85 invece di 11.75 50% Luganighetta, Svizzera, in conf. da ca. 800–1000 g, per 100 g 1.10 invece di 1.85 40% Entrecôte di manzo, TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 4.95 invece di 7.20 30% Spezzatino di vitello, TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 2.35 invece di 3.40 30% Racks d’agnello, Nuova Zelanda / Australia, imballati, per 100 g 3.75 invece di 5.40 30% Carne macinata di manzo, Svizzera / Germania, in conf. da 2 x 500 g, 1 kg 9.90 invece di 18.– 45% Galletto speziato Optigal, Svizzera, confezione da 2 pezzi, per 100 g 1. – invece di 1.45 30% Fettine di tacchino fini AIA, Italia, in conf. da ca. 600 g, per 100 g 1.35 invece di 1.80 25% Orata reale 300– 600 g, d’allevamento, Grecia, per 100 g 1.15 invece di 2.30 50% fino al 6.6 *

PANE E LATTICINI Tutti i tipi di pane Pain Création (panini a libero servizio esclusi), –.40 di riduzione, per es. baguette alle olive, 380 g 3.50 invece di 3.90 Tutti gli yogurt bio (esclusi yogurt al latte di pecora), per es. al limone, 180 g –.60 invece di –.75 20% Mini Mozzarella di latte di bufala, 125 g 3.20 NOVITÀ *,** 20x Michettine M-Classic, TerraSuisse, 6 pezzi, 180 g 1.70 invece di 2.– 15% San Gottardo Prealpi, prodotto in Ticino, a libero servizio, al kg 21.– invece di 30.10 30% Büscion di capra, prodotti in Ticino, in conf. da 2 x 150 g 8.50 invece di 11.60 25%

ALTRI ALIMENTI Tutte le tavolette di cioccolato, le praline, i bastoncini di cioccolato, le caramelle o gli orsetti gommosi Migros Bio, per es. bastoncini di cioccolato al latte, Fairtrade, 115 g 2.95 invece di 3.50 15% *In vendita nelle maggiori filiali Migros.

Tutte le praline Giotto o Raffaello, per es. Raffaello, 230 g 3.55 invece di 4.20 15% Toffifee, 375 g 5.60 invece di 6.30 10% Tutti i biscotti Migros Bio o Walkers bio, per es. biscotti alla spelta con uvetta, 260 g 2.75 invece di 3.45 20% Blévita in conf. da 2, gruyère, timo e sale marino, sesamo o pomodoro e basilico con contenitore in omaggio, per es. al sesamo, 2 x 228 g 5.65 invece di 6.70 15% Tutte le tisane e i tè Migros Bio, Klostergarten bio, Swiss Alpine Herbs bio o Yogi bio, per es. tisana ai semi di finocchio Klostergarten, 20 bustine 1.20 invece di 1.55 20% Tutte le confetture o le varietà di miele Migros Bio, per es. confettura di mirtilli, 350 g 2.35 invece di 2.95 20% Semi di zucca Migros Bio, semi di girasole Migros Bio o miscele di semi e noci, per es. semi di zucca, 400 g 4.95 invece di 6.20 20% Tutte le barrette ai cereali Farmer, a partire dall’acquisto di 2 confezioni, –.80 di riduzione l’una, per es. barrette Soft Choc alla mela, 290 g 3.70 invece di 4.50 Tutta la frutta secca Migros Bio, per es. spicchi di mango, 100 g 2.55 invece di 3.20 20% Fettine di pollo marinate M-Classic in busta da 1 kg, surgelate 9.50 invece di 13.60 30% Tutti i prodotti surgelati bio, per es. gelato alla vaniglia, 1000 ml 6.80 invece di 8.50 20% Tutte le bevande dolci Jarimba in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. Himbo 6.60 invece di 9.90 33% Succo diluito Aproz all’ananas e alla guava, 50 cl 20x 1.40 NOVITÀ ** Tutti i tipi di cereali in chicchi, di legumi o di quinoa Migros Bio, per es. quinoa bianco, Fairtrade, 400 g 4.45 invece di 5.60 20% Tutti i tipi di purea di patate Mifloc o tutti i rösti Migros Bio, per es. rösti, 500 g 1.95 invece di 2.45 20% Tutti i tipi di riso Migros Bio da 1 kg, per es. riso integrale Natura 2.60 invece di 3.30 20% Tutta la pasta, i sughi per pasta o le conserve di pomodoro Migros Bio, per es. pomodori pelati e tritati, 280 g 1.05 invece di 1.35 20% Tutti i i tipi di aceto e olio Migros Bio, per es. aceto di mele, 500 ml 1.75 invece di 2.20 20% Tutte le olive Migros Bio, per es. Kalamata, 150 g 1.85 invece di 2.35 20% Chips Zweifel in busta XXL, al naturale, alla paprica o Salt & Vinegar, per es. alla paprica, 380 g 5.95 invece di 7.75 20% Chips Migros Bio, 140 g, per es. al naturale 2.10 invece di 2.65 20% **Offerta valida fino al 15.6

Biscotti freschi nidi alle nocciole, amaretti alle nocciole o discoletti in conf. da 2, per es. nidi alle nocciole, 2 x 216 g 4.10 invece di 6.20 33% Tutti i succhi freschi Anna’s Best, per es. succo d’arancia, 75 cl 2.40 invece di 3.– 20% Tutti gli antipasti Anna’s Best e bio, per es. olive con formaggio a pasta molle Anna’s Best, 150 g 3.60 invece di 4.50 20% Fettuccine Anna’s Best in conf. da 3 o gnocchi Anna’s Best in conf. da 2, per es. fettuccine, 3 x 250 g 6.– invece di 7.50 20% Pizza ovale Anna’s Best in conf. da 3, per es. al pesto, 3 x 205 g 11.70 invece di 14.70 20% Cestino noisette, barchette albicocca e ciliegie e baci di dama, per es. cestino noisette, 200 g 2.70 invece di 3.40 20% Cake Salvatore, 300 g 4.40 invece di 5.50 20% Mini cornetti e cornetti alla crema, 100 g e 2/140 g, per es. cornetti alla crema, 2/140 g 3.80 invece di 4.80 20%

NEAR FOOD / NON FOOD Tutto l’assortimento di alimenti per cani Cesar, per es. ricette di campagna mini filetti, 4 x 150 g 3.30 invece di 4.15 20% Tutto l’assortimento Nivea (deodoranti, docciaschiuma o confezioni multiple esclusi), per es. Sun Kids, IP 30, 200 ml 13.40 invece di 16.80 20% ** Linea Renew 7 Syoss, per es. shampoo, 500 ml 6.10 NOVITÀ ** 20x Linea Serum Deep Repair Gliss Kur, per es. shampoo Deep 20x Repair, 250 ml 4.– NOVITÀ ** Dentifricio Candida Protect Professional, 75 ml 20x 5.40 NOVITÀ *,** Docciaschiuma, deodoranti o shampoo Nivea in confezioni multiple, 20% sulle conf. da 2, 33% sulle conf. da 3, per es. docciacrema Creme Soft in conf. da 3, 3 x 250 ml 6.45 invece di 8.10 ** Shampoo all’arancia, docciaschiuma Momenti di felicità, docciaschiuma rivitalizzante e lozione per il corpo delicata ai fiori di mandorlo Kneipp, per es. docciaschiuma Momenti di felicità, 200 ml 6.90 NOVITÀ ** 20x Completino per bebè, taglie 68–98, per es. completino da bambino, giallo, tg. 68 12.90 ** Diversi articoli di abbigliamento per bambini, per es. top da bambina, a righe bianco / blu marino, tg. 140 7.90 ** Detersivi Elan in conf. da 2, per es. Summer Breeze, 2 x 2 l 22.20 invece di 27.80 20% ** Additivi per il bucato o decalcificanti Total in conf. da 2 o in conf. risparmio, per es. Oxi Booster Color in conf. risparmio, 1,5 kg 12.90 invece di 19.35 30% ** Tutti i prodotti Tangan, a partire dall’acquisto di 2 prodotti, –.50 di riduzione l’uno, per es. pellicola salvafreschezza e per il forno a microonde n. 11, 36 m x 29 cm, il pezzo 2.45 invece di 2.95 **

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4.90 Fiori alle verdure Anna’s Best Saison 250 g

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Agnolotti al pollo Anna’s Best 250 g

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Spaghetti, aha! 500 g

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Tutti gli antipasti Anna’s Best e bio 20% di riduzione, per es. pomodori secchi Anna’s Best, 100 g

Tutti gli antipasti Anna’s Best e bio 20% di riduzione, per es. olive con formaggio a pasta molle Anna’s Best, 150 g

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 01 giugno 2015 ¶ N. 23

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Idee e acquisti per la settimana

I consigli del capo macellaio

«Offriamo alta qualità e una buona consulenza e forniamo tutte le informazioni riguardanti le bistecche».

Bistecche per buongustai «Grazie all’uniformità del suo tessuto muscolare, una bistecca di costa schiena di manzo è tenera al morso e perfetta sulla griglia. Servitela con una salsa all’aglio o provate il chimichurri, una salsa alle erbe, speziata e leggermente acidula, molto popolare in Argentina sulla carne alla griglia».

Alberto Lucca, capo del reparto macelleria alla filiale Migros di Serfontana.

Costa schiena di manzo TerraSuisse per 100 g Fr. 5.–

«Appoggiate sulla griglia la fettina di lonza di maiale usando la pinza e non la forchetta, altrimenti il succo fuoriesce dalla carne rendendola asciutta. Per contorno si abbinano le patate alle erbe o al cartoccio». Lonza di maiale TerraSuisse per 100 g Fr. 3.85

Nell’ampia scelta presente al banco ognuno trova il pezzo di carne di suo gusto.

«Tirate fuori dal frigorifero il T-bone steak mezz’ora prima di metterlo sul grill. Questo taglio di carne americano è costituito da un’entrecôte e da un pezzo di filetto. L’osso centrale a forma di T conferisce alla carne un sapore straordinario». T-Bone Steak TerraSuisse per 100 g Fr. 6.40

Per qualsiasi domanda o desiderio Ai banconi della carne fresca, gli esperti macellai rispondono a domande di tutti i tipi, riguardanti ad esempio la qualità e la provenienza dei prodotti o il modo di conservarli e cucinarli. Spesso bisogna dare consigli a proposito del peso delle porzioni, del modo di grigliare la bistecca affinché resti succosa o di come si cuociono al forno interi pezzi di carne. Il personale specializzato presente al banco può anche fornire informazioni concernenti l’allevamento del bestiame. I banchi con servizio sono ideali per le famiglie più piccole: qui infatti viene tagliato, arrotolato o battuto anche il più piccolo pezzo di carne. E chi non passa spesso a far rifornimento, può farsi confezionare le porzioni di carne sotto vuoto.

Da sapere

280 banchi di generi alimentari freschi presenti nelle filiali Migros.

1400 macellai lavorano ai banchi di merce fresca nelle filiali Migros, per consigliare con competenza e soddisfare desideri particolari.

3 sono le settimane minime di conservazione della carne, affinché raggiunga la tenerezza desiderata.


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Idee e acquisti per la settimana

Nivea – cura il tuo paese

Agli svizzeri piacciono le escursioni

Nivea

Cura il tuo corpo

Insieme con l’Associazione per i sentieri escursionistici svizzeri, Nivea sostiene lo sport familiare numero 1: l’escursionismo. Su 24 percorsi ne abbiamo scelto tre, che non potrebbero essere più diversi fra loro. Allacciatevi le scarpe e godetevi queste ore all’aria aperta

Per fare escursioni serve un buon equipaggiamento. Affinché l’escursione nella natura diventi un avvenimento assolutamente fantastico vale la pena di effettuare una preparazione precisa. La quale, oltre alle scarpe giuste, prevede anche i prodotti trattanti idonei: nel sacco mettiamo anche la protezione solare, la lozione per la doccia e il deodorante. Manca solo il sole per un giorno perfetto!

Testo Heidi Bacchilega; Fonte Outdooractive; Grafici Migros-Media; Foto Keystone, swiss-image.ch/Gerry Nitsch, swiss-image.ch/Roland Gerth

Ulteriori percorsi escursionistici sul sito www.nivea.ch

Nuovo Nivea Sun Olio solare Protect & Bronze FP20 200 ml Fr. 16.80

Rapperswil-Schmerikon

Le Noirmont-Pré-Petitjean

L’escursione piana, che si snoda in buona parte su strade di ghiaia, inizia alla stazione di Rapperswil. Prosegue lungo la riva del lago in direzione est verso Schmerikon, costeggiando campi di verdure e alberi da frutta. Questa escursione è adatta alle carrozzelle per bambini.

Dalla stazione di Le Noirmont si sale fino al Sanatorio, poi si prosegue per Saignelégier, luogo ideale per la pausa di mezzogiorno. La seconda tappa dell’escursione conduce attraverso un paesaggio boschivo simile a un parco su ampi pascoli e termina a Pré-Petitjean.

Dislivello

Dislivello

m 1093

440 m 420 m

m 402

L’escursione di due giorni inizia alla diga del lago di Gigerwald. Da St. Martin, attraverso ripidi pascoli alpini si raggiunge la parte posteriore del fondovalle. Si pernotta nella capanna Sardona del CAS. Il secondo giorno di escursione inizia con la salita al passo dell’Heubützli. Da lì, una ripida discesa porta nella Weisstannental, poi seguendo il nuovo sentiero pedagogico dello stambecco si arriva a Weisstannen.

400 m 0 km

2 km

Strada 7,7 km

4 km

Sentiero 2,4 km

6 km

8 km

Dati dell’escursione

Calfeisental-Weisstannental

421 m

10 km

Asfalto 1,5 km

Percorso: 31,5 km

Percorso: 11,6 km

Durata: 12 h 10 min.

Discesa: 1957 m

Dislivello Grado di difficoltà:

leggero

m 2454 2400 m

1050 m 1000 m

92 7m

950 m

Salita: 1657 m

Dati dell’escursione

Nivea Sun In-Shower Lozione doposole rinfrescante 250 ml Fr. 8.60

0 km

Strada 6,3 km

5 km

Sentiero 0,6 km

10 km

Asfalto 5,9 km

Senza sentiero 0,6 km

Dati dell’escursione

Grado di difficoltà: difficile

Percorso: 13,4 km

Condizione:

Durata: 3 h 45 min.

Tecnica:

Salita: 297 m

Quota:

Discesa: 340 m

Grado di difficoltà:

medio

2000 m

Durata: 2 h 55 min.

Condizione:

1600 m

1001 m

1200 m

Salita: 46 m

Discesa: 48 m

Tecnica:

Quota:

Condizione:

0 km

Strada 5,7 km

10 km

Sentiero 19,6 km

20 km

Asfalto 6,0 km

Senza sentiero 0,2 km

30 km

Tecnica:

Quota:

Nivea Deo Roll-On Pure & Natural 50 ml LSF 20 Fr. 3.10


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Idee e acquisti per la settimana

Jarimba

Un terzetto allegro Le limonate di Jarimba si presentano ora in una nuova veste. Ciascuna delle tre bibite dolci reca sulla coloratissima etichetta un animaletto-mascotte. E i fan del lampone saranno lieti di ritrovare l’ippopotamo Himbo

Azione 33% su tutte le limonate Jarimba nella confezione da 6 da 1,5 l dal 2 all’8.6.

Sapore di bacche Himbo dal sapore di lampone esiste alla Migros già dal 1996, dal 2007 sotto la marca Jarimba e da poco nuovamente con l’ippopotamo rosa come mascotte. L’industria Migros produce numerosi prodotti Migros molto apprezzati, tra cui anche le limonate Jarimba.

Jarimba Himbo 1,5 l* Fr. 1.65

L’esotica Questa combinazione di arancia e mango ha un contenuto di succo di frutta del quattro per cento. Dall’etichetta rinnovata saluta un’allegra scimmietta. Jarimba Arancia-Mango 1,5 l* Fr. 1.65

L’agrodolce Un lemure verde è il simbolo della novità di Jarimba. Sorprende con il suo gusto agrodolce di limone e sambuco. Novità Jarimba limone-fiori di sambuco 1,5 l* Fr. 1.65 *nelle maggiori filiali


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Idee e acquisti per la settimana

Bio Cotton

Fa bene alla pelle e alla coscienza La pelle dei bambini è delicata. E tanto più piccoli sono, tanto meno riescono ad autoregolare la loro temperatura corporea. È perciò importante che con la loro pelle vengano a contatto solo materiali naturali come cotone, seta

I bambini vogliono giocare indossando, possibilmente, vestiti confezionati con morbidi tessuti.

o lana. «Globi», l’esclusiva collezione per bambini, comprende capi d’abbigliamento confezionati unicamente in cotone biologico, proveniente da coltivazioni controllate che praticano una produzione ecologica.

Bio Cotton Globi Pigiama per bambini due pezzi turchese e arancione taglie 98–128* Fr. 17.90

Il marchio Bio Cotton è garanzia di una coltivazione biologica rispettosa dell’uomo e dell’ambiente. I tessili sono realizzati senza sostante inquinanti lungo tutta la catena di produzione, in conformità con le norme ecosostenibili.

Parte di

Bio Cotton Globi Baby-Body senza maniche turchese taglie 50/56–98* Fr. 9.90

Bio Cotton Globi Baby-Body senza maniche arancione taglie 50/56–98* Fr. 9.90

Bio Cotton Globi Pigiama Baby due pezzi turchese taglie 68–98* Fr. 14.90

Bio Cotton Globi Pigiama Baby due pezzi arancione taglie 68–98* Fr. 14.90

* nelle maggiori filiali

Generazione M è il programma della Migros a favore della sostenibilità.


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Idee e acquisti per la settimana

Mega Win

Chiunque può vincere Il gioco a premi Mega Win è in pieno svolgimento. Viaggi da sogno e premi immediati per un valore complessivo di 800’000 franchi aspettano ogni giorno un vincitore. Tre signore hanno già portato a casa la loro vincita: un viaggio in Ticino, un Apple Watch e un laptop

Il giro del mondo, alla scoperta di New York, un fine settimana in Ticino o una vacanza al mare con tutta la famiglia: 122 viaggi da sogno e 3000 premi immediati, per un valore totale di 800’000 franchi, aspettano solo di essere vinti. Per ogni acquisto fino al 29 giugno, ogni 20 franchi di spesa ricevete alla cassa un set contenente due adesivi* e un Win Code.

Monica W. (42) e famiglia

Casalinga e impiegata di commercio di Dübendorf ZH, vincita: un weekend in Ticino del valore di fr. 1000.– «Abbiamo partecipato anche alle ultime edizioni del concorso Mega Win, ma alla fine ci mancava sempre un solo adesivo. Questa volta, però, siamo stati baciati dalla fortuna: in occasione dell’ultimo acquisto presso la filiale Migros di Dübendorf, infatti, tra gli adesivi ricevuti, abbiamo trovato anche l’unico mancante per completare la valigia dedicata al Ticino. Abbiamo visitato già più volte il Ticino e non vediamo l’ora di tornare a gustarci la piacevole atmosfera mediterranea, i golosi gelati, l’ottimo cibo, nonché la splendida sensazione di essere quasi al mare.»

Arlette A. (51)

Casalinga e insegnante di religione di Waldstatt (AR), ha vinto: un HP Pavilion del valore di Fr. 399.– «Il compito di incollare gli adesivi spetta a mio marito. Comunque, sono stata io a immettere il codice vincente. Ed ecco che al posto di una barretta di cioccolato ho vinto un computer laptop. Mio figlio ha già iniziato a specularci sopra, ma questo utile regalo me lo tengo ben stretto».

Sara W. (33 anni)

Alpigiana e casalinga di Eigenthal (LU), ha vinto: un Apple Watch del valore di Fr. 829.–

Foto Kaspar Isler, Keystone

Come si partecipa

«Ho ricevuto il mio adesivo nella filiale Migros di Malters, dove faccio sempre la spesa. Mi ha fatto un piacere enorme aver vinto qualcosa. Ma, sinceramente, non ho la più pallida idea di cosa sia un Apple Watch. Sono già andata in giro per il paese a informarmi su cosa posso farci. Altrimenti, piacerà sicuramente a mio marito».

¶ Incollate gli adesivi sui rispettivi simboli della valigia nell’album del gioco, anch’esso disponibile alla cassa. Se tutti i simboli sulla valigia sono abbinati correttamente, avete vinto il viaggio corrispondente. ¶ Immettete il Win Code sul sito www.migros. ch/megawin oppure nell’App Migros gratuita e scoprite se avete vinto uno dei 3000 premi messi in palio dalla Migros e dalle sue aziende specializzate. Si può consultare la lista di tutti gli attuali vincitori su migros.ch/megawin Ulteriori informazioni e set di adesivi gratuiti sono disponibili su: migros.ch/megawin *Al massimo 10 set di adesivi per ogni acquisto, fino a esaurimento dello stock


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Idee e acquisti per la settimana

Handymatic

Stoviglie abbaglianti L’assortimento Handymatic acquista nuovo splendore. Oltre al design dell’imballaggio sono state migliorate anche le prestazioni. Adesso, affinché le stoviglie diventino ancora più pulite, salvaguardando al contempo l’ambiente, tutte le formule sono state private di fosfati. Handymatic è disponibile in polvere, pastiglie e gel

Scioglie anche lo sporco più ostinato grazie a rinforzanti del lavaggio, protegge piatti e bicchieri e, grazie alla funzione Brilliant-Shine, conferisce alle stoviglie una brillantezza straordinaria. Handymatic Supreme Ultra Brilliant Shine All in 1 Tab 32 pastiglie 640 g Fr. 12.50

Evita che si accumuli grasso e calcare nell’apparecchio e ne facilita la pulizia.

Pulisce a fondo grazie alla speciale sostanza per l’ammollo e agisce in modo ottimale in combinazione con brillantante e sale rigenerante.

Handymatic Supreme Cura della lavastoviglie 250 ml Fr. 7.20

Handymatic Classic Powder 1,5 kg Fr. 5.40

Convince con le stesse proprietà di Classic in polvere. Le pastiglie avvolte in una pellicola idrosolubile rappresentano una pratica alternativa per tutti coloro che non vogliono impegnarsi nel dosaggio. Handymatic Classic Tabs 44 Tabs 660 g Fr. 8.50

L’Industria Migros produce numerosi prodotti molto apprezzati, tra i quali anche i detersivi Handymatic.

Protegge piatti e bicchieri e fa brillare le posate. Speciali rinforzanti del lavaggio sradicano anche lo sporco più ostinato come i resti di bruciato su pentole e padelle. Chi desidera procedere al dosaggio usa la polvere. Handymatic Supreme All in 1 pastiglie 44 pastiglie 792 g Fr. 14.80 Handymatic All in 1 Powder 1 kg Fr. 7.90


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Idee e acquisti per la settimana

Total

Protegge lavatrice e biancheria È vero che l’acqua «dura» è ricca di sostanze minerali, ma durante il processo di lavaggio tali sostanze si depositano sulla barra riscaldante e sul tamburo della lavatrice. Queste incrostazioni calcaree possono provocare grossi danni alla macchina da lavare. Anche la biancheria soffre l’acqua calcarea, le fibre diventano rigide e fragili. Come combattere questo fenomeno? Basta aggiungere regolarmente l’addolcitore d’acqua Total al ciclo di lavaggio, il che prolunga la durata di vita della lavatrice, risparmia lisciva e mantiene morbide le fibre dei capi.

Grado di durezza dell’acqua svizzera Nelle regioni con acqua «dura» o di media durezza si raccomanda di utilizzare l’addolcitore d’acqua: per amore della lavatrice. Acqua molto dolce Acqua mediamente dolce Acqua dura

Buono per la lavatrice: Total addolcitore d’acqua Tabs 45 pezzi Fr. 14.70 Polvere 1,5 kg Fr. 14.70 Gel 1,5 l Fr. 12.80

L’industria Migros produce numerosi prodotti Migros molto apprezzati, tra cui anche gli addolcitori d’acqua di Total.


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Idee e acquisti per la settimana

L’Oréal Paris

Contro i primi segni d’invecchiamento della pelle Revitalift Filler HA di L’Oréal Paris è la prima serie di trattamenti con un’alta concentrazione di acido ialuronico contro i primi sintomi d’invecchiamento della pelle, che con il passare degli anni perde di volume. Dopo la pulizia del viso mattutina si applicano alcune gocce di siero Revitalift Filler. L’acido ialuronico (AH) ha un effetto visibile immediato, poiché lega l’umidità levigando così la pelle. Questa ap-

pare più compatta, liscia e quindi più giovane. Successivamente si applica la crema da giorno non grassa, arricchita con Fibroxil, un agente rassodante che conferisce elasticità alla pelle e la rifornisce di umidità. I primi successi si vedono già dopo poche ore. Dopo circa quattro settimane di trattamento le rughe sulla fronte e le cosiddette zampe di gallina risultano significativamente attenuate.

L’Oréal Paris Revitalift Filler HA Siero 16 ml Fr. 25.20

L’Oréal Paris Revitalift Filler HA Crema da giorno 50 ml Fr. 25.80

Nuova linea curativa Revitalift Filler HA contiene dieci volte più acido ialuronico concentrato rispetto alle altre linee di L’Oréal Paris.


1.90 Minigirandola il pezzo

1.90

6.90

Candela in vasetto disponibile in diversi colori, il pezzo

Candela profumata con cambio di colore Migros Ambiance per es. Tropical, il pezzo

9.80 Coltelli da bistecca in conf. da 6

3.90

4.90

Bicchiere da 2 dl Cucina & Tavola colori misti con motivo a rete, 30 pezzi

Gelato da passeggio Rotho Wave in conf. da 4

In vendita nelle maggiori filiali Migros, fino a esaurimento dello stock.