Azione 14 del 4 aprile 2016

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 4 aprile 2016

Azione 14 ping -79 M shop ne 49-58 / 71 i alle pag

Società e Territorio Il culto del Cargo sopravvive nella società contemporanea

Ambiente e Benessere La medicina nucleare e la tomografia a emissione di positroni: ne parliamo con il dottor Luca Giovanella

Politica e Economia Lo Stato islamico: fra territorio e ideologia

Cultura e Spettacoli Una recente biografia svela i lati oscuri della famiglia Mann

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Steps, la magia della danza

di Valentina Janner pagina 46

La televisione difficile di Alessandro Zanoli Si sente parlare ancora del «digital divide», la barriera di competenze che impedisce a una parte della popolazione di accedere alle nuove risorse digitali messe a disposizione dalla tecnologia. Il termine si applica chiaramente all’uso del computer, in primis, ma poi in seconda battuta a quello di posta elettronica, internet, social network e via dicendo. A fare le spese di questa frattura generazionale sarebbero le persone in fasce d’età avanzata, quelle che per vari motivi si sono perse la grande rivoluzione informatica degli anni 80-90. Esiste però un «digital divide» di cui pochi parlano e che molti stanno subendo: quello legato all’uso del televisore. La rivoluzione digitale, lo sappiamo, è arrivata fin qui. Dalla situazione di monopolio quasi totale dell’ente nazionale che conoscevamo fino a qualche tempo fa si è passati oggi a una completa atomizzazione dell’offerta televisiva, parallela alla frantumazione che caratterizza il mondo delle comunicazioni telefonico-internettistiche. Nella fattispecie le persone che più stanno soffrendo, anche qui, sono quelle avanti negli anni. Abituate a una routine, fissata nel

rapporto canonico «una televisione – un telecomando», alcuni anziani si trovano oggi spiazzati dalla pletora di aggeggi che devono utilizzare per potersi semplicemente sintonizzare sul Telegiornale. Succedono anche cose divertenti: la signora Luisa riceve in regalo da un’amica un televisore a schermo piatto, grande e comodo, luminoso ed elegante. L’amica in effetti ha, a sua volta, ereditato da un nipote una televisione che il ragazzo non usava più, avendone acquistato un modello nuovissimo e super-performante. La situazione sembra ideale per tutti, se non che Luisa si trova di fronte a un apparecchio che non conosce, ma, quel che è peggio non è adatto al tipo di connessione offerta dal suo provider televisivo. Occorre quindi la telefonata alla hotline, la richiesta di un intervento tecnico, il tempo d’attesa di qualche giorno, poi l’installazione di vari adattatori ed aggeggi. Alla fine la TV funziona, ma Luisa si trova con un telecomando in più (che serve a far funzionare uno scatolino luminoso fino ad oggi mai utilizzato) e a gestire anche un’imprevista quota d’ansia. La sua amica, dal canto suo, non si trova in migliori condizioni: più anziana di lei, era abituata a una rigida successione «pulsante 1 – Tsi1; pulsante 2 – Tsi2; pulsante

tre – Rai1; ecc.» ed oggi si trova invece i canali sparpagliati in modo casuale lungo la lista dei numeri. Suo figlio più volte ha cercato di memorizzare la sequenza originale usando i tasti di preset, ma ogni due per tre il suo cellulare squilla: «La mamma non trova più Rete 4 e c’è “Tempesta d’amore”...» dice alla moglie infilando la giacca e uscendo di casa per correre all’intervento d’emergenza. Insomma le nuove tecnologie non solo hanno stravolto le modalità di comunicazione, ma certo anche quelle di fruizione della Tv e ciò non potrà che modificare in modo drastico molte abitudini. Questo è un problema per l’audience. Forse non è un caso che alcune reti televisive stiano pensando di riproporre il remake di vecchi programmi anni 60, quelli come il Rischiatutto, che creavano una sorta di dipendenza televisiva settimanale e, in un certo senso, un palinsesto mentale interiorizzato nelle persone. Oggi l’eccesso d’offerta, unito alle difficoltà d’accesso, rende l’abitudine meno immediata. Ultimo aggiornamento nella vicenda delle signore in difficoltà, a mo’ di curiosità: entrambe si lamentavano di non avere più accesso a Rai5, la rete italiana che propone concerti classici, teatro, balletto e letteratura. Cultura televisiva, insomma.


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Attualità Migros

M Alla Scuola Club Migros Ticino un divano rosso ti aspetta

Living the room Internet salverà il mondo? Quali strumenti per una consapevole (e sostenibile) navigazione

in rete: appuntamento con Lorella Zanardo

100 donne che stanno contribuendo a migliorare la condizione della donna a livello globale. Nel 2012, la rivista Newsweek l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose al mondo. L’attenta conoscenza delle potenzialità ambivalenti dei nuovi mezzi di comunicazione fanno di Lorella Zanardo una delle maggiori esperte del mondo dei media del quale, da anni, si impegna criticamente a far conoscere luci e ombre. La scrittrice, che ha partecipato nel settembre dello scorso anno al Festival dell’Educazione di Bellinzona, dedicherà a questo tema anche il suo prossimo appuntamento luganese. «Abbiamo pensato questa serata come un momento di confronto e di approfondimento sull’utilizzo della rete, uno strumento con cui oggi non possiamo non fare i conti», puntualizza Mirella Rathlef, responsabile della Scuola Club Migros Ticino «Per questo abbiamo voluto inserire l’incontro con Lorella Zanardo nel ciclo dei nostri eventi gratuiti offerti al territorio. È un’occasione preziosa per tutti noi per imparare a muoverci in maniera sempre più consapevole e sostenibile in un mondo in continuo cambiamento». Nel corso della serata Lorella Zanardo e il collega Cesare Cantù lanceranno il loro corso «Nuovi occhi per i media».

Dopo il successo del primo incontro che ha visto come protagonista Pierluigi Zanchi e la sua cucina glocal, il secondo appuntamento del ciclo di eventi Living the room è fissato per giovedì 14 aprile alle ore 19.00 presso il salotto della Scuola Club Migros Ticino di Lugano con Lorella Zanardo. Apprezzata scrittrice, formatrice e docente, la Zanardo è nota anche per il suo impegno a favore dei diritti delle donne. Il documentario da lei ideato insieme al collega Cesare Cantù, Il corpo delle donne, al quale ha fatto seguito il libro omonimo, è stato visto online da 12 milioni di persone. Il video, che mostra la strumentalizzazione del corpo femminile da parte dei media, ha portato alla nascita di un movimento che sta contribuendo a diffondere nelle donne maggiore consapevolezza dei loro diritti.

Nel 2012 la rivista «Newsweek» l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose I media non sono uno strumento negativo in sé. Tutto dipende da come li si usa. Lo sa bene Lorella Zanardo che ne sfrutta l’incredibile potenziale trasformandoli in mezzi di conoscenza, sensibilizzazione e partecipazione. Ne è un esempio Nuovi Occhi per i Media, un percorso di educazione all’immagine come strumento di cittadinanza attiva al quale hanno partecipato decine di migliaia di giovani in Italia, progettato da Lorella Zanardo per rispondere alla richiesta proveniente da tante scuole di approfondire le tematiche di genere e dare strumenti di

La Zanardo è attivista e scrittrice, co-autrice del documentario Il corpo delle donne. (Laura Albano)

orientamento nell’universo mediatico alle nuove generazioni. Recentemente Lorella Zanardo ha intrapreso un nuovo tour dal titolo «Suffragette 2.0». Utilizzando l’efficacia comunicativa dei media a scopo

educativo, la scrittrice prende spunto dalla visione del recente film di Sarah Gavron dedicato alla lotta delle donne inglesi del primo Novecento per il diritto di voto per invitare le studentesse e gli studenti delle scuole superiori a

Informazioni

riflettere sulla condizione femminile moderna. Numerosi sono i riconoscimenti internazionali raccolti. Nel 2011, The International Alliance for Women di Washington l’ha premiata come una delle

Gli incontri del ciclo Living the room sono gratuiti e avranno luogo alle ore 19.00 presso la sede di Lugano della Scuola Club Migros Ticino, via Pretorio 15. Prossimi appuntamenti: 12 maggio 2016 con Claudio Visentin e il 3 giugno 2016 con Pietro Leemann. Info: www.scuola-club.ch

In visita da un pastore itinerante Industria Migros Inverno dopo inverno, con qualsiasi tempo, una cinquantina di pastori attraversano la Svizzera

Daniel Schriber Dopo trenta minuti di cammino attraverso il lucernese, i giovani escursionisti raggiungono la loro meta. Cominciano a udire i belati delle pecore e qualche isolato abbaiare di cani. Bisogna ancora proseguire su una strada forestale per scorgerli: il pastore, i suoi tre cani, i suoi due asini e le sue circa 550 pecore. In una fredda ma bella giornata invernale gli allievi di una classe di scuola media di Meisterschwanden (AG) sono saliti sulle alture di Littau (LU) per far visita a Michael Cadenazzi, pastore itinerante, e al suo gregge. Anno dopo anno, il quarantenne, che è uno degli ultimi cinquanta rappresentanti della sua professione in Svizzera, batte la campagna con i suoi animali, che piova, tiri vento o nevichi. Da quasi quindici anni esercita questo rude mestiere, adatto alle anime solitarie. Ma lui non si lamenta, dichia-

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

rando di «amare la vita nel bel mezzo della natura». Molti non sospettano minimamente che un’esistenza del genere sia ancora possibile ai giorni nostri: un’opinione errata alla quale Micarna intende rimediare. Col suo programma legato alla sostenibilità, l’industria della comunità Migros agisce in favore della salvaguardia delle greggi itineranti in Svizzera. Purtroppo il loro numero è in drastica diminuzione e questo calo si spiega in particolare con una densità di popolazione in piena espansione. A Micarna sta a cuore il fatto che questo tipo di allevamento vicino alla natura e rispettoso delle specie mantenga anche in futuro la sua ragion d’essere. E per raggiungere questo obiettivo, l’impresa punta sul vivaio delle forze di domani: la scuola. Negli ultimi mesi, due istituti di settanta allievi in totale hanno parteSede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Paolo Dutto

con le loro greggi. Micarna s’impegna in favore della salvaguardia di questo tipo di allevamento

cipato al progetto pilota. A mo’ d’introduzione, le classi hanno seguito un atelier di mezza giornata sulle greggi

itineranti condotto da esperti di Micarna, della Federazione svizzera d’allevamento ovino e di IP-Suisse. In seguito

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11

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si sono dedicate ai loro progetti personali lasciando libero corso alla fantasia, come specificava il programma. Un gruppo ha così realizzato un film, un altro ha costruito una pecora di legno e di gesso, mentre un terzo ha composto una canzone. «Gli allievi hanno affrontato un tema essenziale e pertinente con grande creatività», constata con piacere uno degli insegnanti, Tobias Ruch. Il piatto forte di questa iniziativa è naturalmente stato la visita fatta al pastore itinerante Michael Cadenazzi e al suo gregge. «La mia classe conserverà a lungo il ricordo di questa escursione», assicura il professore. Michael Cadenazzi ci conta assolutamente: «È bello poter trasmettere alla giovane generazione un po’ del proprio mestiere e delle conoscenze sugli animali.» Una professione che, speriamo, esisterà ancora per lunghi anni. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio I nomi delle vie In Ticino anche i Comuni più piccoli si stanno dotando di uno stradario

L’arte di non litigare La persuasione è la chiave di un rapporto sereno e costruttivo: i consigli dello psicoterapeuta Giorgio Nardone pagina 6

Attraverso il Monte Ceneri Alla scoperta di un antico percorso acciottolato iscritto nell’inventario delle Vie storiche della Svizzera

Alfabeto digitale Il telefono su Internet: ecco i programmi che trasformano il computer in un mezzo di comunicazione pagina 13

pagina 5 pagina 10

Sull’Isola di Tanna nella Repubblica di Vanuatu nell’Oceano Pacifico sopravvive un famoso culto del Cargo la cui figura centrale è di Jon Frum, un «mitico» militare americano. (Keystone)

Il culto del Cargo è sempre vivo Tempi moderni Compiamo azioni allo scopo di far accadere qualcosa senza sapere come Lorenzo De Carli Sebbene già attestato alla fine dell’Ottocento, il culto del Cargo conobbe la sua più ampia estensione nel corso della seconda guerra mondiale nelle isole della Melanesia e della Micronesia, oltreché in alcune zone della Nuova Guinea. In inglese, con la parola «Cargo» ci si riferisce sia alle navi mercantili, sia ai più grandi aeroplani destinati al trasporto di merci. Entrambi i mezzi erano stati usati da Giapponesi e Americani nel corso della seconda guerra mondiale per rifornire le truppe, che i due eserciti aveva trasferito nelle più strategiche isole del Pacifico. Navi e aeroplani portavano veicoli, materiali da costruzione, viveri, indumenti, ed ovviamente anche armi e munizioni. Ne erano diretti destinatari i soldati dei due eserciti, ma anche i membri delle società locali, in particolare quelli arruolati in qualità di guide locali; ma è molto probabile che ne furono indiretti beneficiari anche altri soggetti, come per esempio quelli che, sopraggiunti presso un accampamento lasciato da poco, trovavano strumenti o vettovaglie abbandonate, oppure cibo solo in parte utilizzato. Alla fine della seconda guerra mondiale, gli indigeni cominciarono a co-

struire finte torrette di bambù, cuffie di legno, finte piste di atterraggio, finti velivoli anch’essi di bambù, persuasi di poter far giungere a terra i Cargo, usando gli stessi mezzi e le stesse pratiche viste utilizzare da americani e giapponesi. Erano evidentemente ignari del fatto che l’imitazione di oggetti e pratiche non era sufficiente perché giungessero gli aeroplani. Terminata la seconda guerra mondiale, il culto del Cargo conobbe un progressivo declino, e solo gli antropologi se ne occuparono. A metà degli anni Settanta diventò però materia di riflessione in due ambiti disciplinari molto lontani fra loro: la «scienza dura» e la sociologia. All’inizio dell’Anno Accademico 1974-1975, al Caltech di Pasadena, il fisico Richard Feynman fece un discorso inaugurale intitolato Cargo Cult Science, che fece presto il giro del mondo accademico. Rivolgendosi ai giovani studenti del primo anno, Feynman li esortava all’integrità scientifica, mettendoli in guardia dalle «scienze da cargo cult», vale a dire le «scienze che seguono i precetti e le forme apparenti dell’indagine scientifica ma alle quali, però, manca un elemento essenziale, visto che gli aerei non atterrano». Sono tutte quelle pseudoscienze che non sono in grado di

produrre risultati che hanno un qualche grado di verità per il semplice motivo che al loro oggetto, vago e indeterminato, non è possibile applicare il metodo scientifico. Jean Baudrillard si avvicinò al culto del Cargo nelle pagine di un saggio del 1976: La società dei consumi, e in particolare il capitolo intitolato «Lo statuto miracoloso del consumo». In queste pagine, dove il consumo delle merci viene in primo piano rispetto alla loro produzione, Baudrillard ci dice che noi stessi, cittadini delle società opulente, dove le merci sovrabbondano senza che ci sia altra necessità per disporne che il loro carattere di feticcio – ovverosia per il loro essere status e sostituzione di desideri inappagati –, il culto del cargo è esercitato ogni giorno perché non siamo in grado né di comprendere il valore del lavoro che sta dietro ogni oggetto posto sul mercato, né le pratiche sociali che hanno presieduto alla sua progettazione, alla sua realizzazione, e alla sua trasformazione in feticcio. Ma se Baudrillard ci vede un po’ tutti praticanti il culto del Cargo perché, spendendo denaro, compiamo i riti necessari perché le merci appaiano senza tuttavia conoscerne la filiera produttiva, nei decenni successivi le riflessioni del

sociologo francese si sono moltiplicati i moderni culti del Cargo, vale a dire quelle attività che svolgiamo persuasi che siano in grado di produrre gli effetti desiderati. Nell’ambito dell’uso delle tecnologie, il culto del Cargo è praticato da quegli utenti, che ripetono sequenze di comandi appresi da formatori o colleghi, senza comprendere bene le relazioni di causa-effetto. Non è infrequente vedere utenti che aprono con ansia decine di finestre del loro computer, ripetono con inane frenesia sempre le stesse operazioni per stampare un documento che proprio non vuole uscire dalla stampante, quando sarebbe bastato ricollegare il cavo staccatosi per caso. Ma del culto del Cargo sono discepoli anche gli sviluppatori di software, che spesso copiano righe di codice senza comprenderne bene il senso. Un culto del Cargo particolarmente diffuso nelle nostre società è praticato nelle aziende e nelle amministrazioni: si tratta del culto degli organigrammi, delle procedure, dei verbali e delle riunioni. Siccome esistono aziende e amministrazioni che funzionano molto bene, dove gli organigrammi sono strutturati allo scopo di dare un assetto organizzativo all’azienda tale, da consentirle di rispondere con efficacia alle richieste e alle

aspettative dell’ambiente esterno, adattandosi alle trasformazioni di quest’ultimo, mediante processi di retroazione costantemente rinnovati, ecco che l’organigramma è visto come il garante del successo finale. Nello stesso modo in cui il verbale è visto come il garante dell’efficacia delle azioni che dovrebbero derivarne, ignorando che se non ci sono soggetti in grado di comprendere le intenzioni intrinseche in ogni verbale e, soprattutto, dotati delle competenze per metterle in atto, i verbali non sono in grado di produrre alcun effetto. Un altro culto del Cargo ormai praticato pressoché ovunque è l’uso delle slide. Fino a pochi anni fa, nel corso di lezioni, seminari e conferenze, si prendevano appunti, producendo un’azione cognitiva che comportava uno sforzo di comprensione. Oggi, le slide sono una forma di messa in scena del processo di comunicazione e di comprensione e nel peggiore dei casi (per esempio quando si presentano progetti di siti web) sono una prefigurazione a tal punto realistica del risultato ambito, da indurre a pensare – con tutta l’ingenuità degli indigeni della Nuova Guinea – che il prodotto desiderato sarà presto disponibile; ma la realtà non tarderà a far comprendere che Powerpoint non fa atterrare i Cargo.


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Società e Territorio

A ogni strada il suo nome Ticino Ancora oggi ci sono Comuni senza uno stradario, uno strumento ormai indispensabile soprattutto a causa

dell’accresciuta mobilità delle persone. Aranno lo ha appena ultimato scegliendo il dialetto per le sue vie Guido Grilli Noi siamo via, strada, piazza, corso. Perché in quella via o strada o angolo – che ora divengono memoria, storia e identità – ricordiamo di aver abitato o ci abitiamo ancora. Quanto è importante, allora, che a quei luoghi precisi sia assegnato un nome? Per secoli numerosi paesi in Ticino hanno fatto a meno di uno stradario, e diversi ancora oggi – incredibile ma vero – non ne possiedono alcuno, eppure non si può dire che gli abitanti siano spaesati: si affidano alla capacità di ricordare che il Bernasconi – per dire di un nome comune alle nostre latitudini – abita proprio là.

Nei Comuni piccoli la scelta dei nomi delle vie avviene di solito all’insegna del recupero culturale Oggi, modernità e accresciuta mobilità delle persone tendono a cancellare questa preziosa risorsa mnemonica che non sembra più bastare, ecco allora che l’esigenza di uno stradario non è soltanto avvertita da molti ma pure auspicata dalla stessa Confederazione, la quale attraverso la sezione cantonale delle bonifiche e del catasto, ha indicato l’obiettivo di assegnare i nomi delle vie e la numerazione civica degli edifici a tutto il Paese, «entro tempi ragionevoli». Detto, fatto. Molti Comuni si sono messi all’opera. Da poco nell’elenco figura anche Aranno, 350 abitanti, che non solo si è appena dotato di uno stradario, ma ha pure scelto di assegnare i nomi delle vie nel proprio dialetto originario. Il sindaco, Paolo Felix, 65 anni, mostra gli aspetti concreti di quella che fino a poche settimane fa era un’assenza: «La richiesta è venuta anche dalla Posta e soprattutto dalle società private di spedizione, i cui pacchi non riuscivano a giungere al destinatario proprio per la mancanza di nomi alle vie e dei numeri civici, di cui abbiamo appena concluso la posa. Prima ci si affidava alla postina che conosce ogni casa in paese, ma da quando la Posta ad Aranno è stata chiusa i postini – che partono dall’ufficio di Agno – cambiano continuamente e dunque finora si trovavano in difficoltà. Sembra strano, a raccontarlo, eppure è così». Come si è svolto l’iter che vi ha condotti allo stradario? «Oltre un anno fa abbiamo creato una Commissione consultiva composta da abitanti del paese che ne conoscono bene la realtà,

Paolo Felix, sindaco di Aranno dove da poco le vie hanno un nome e dove la Ca di Biss è la Casa Comunale (Stefano Spinelli)

soprattutto dal profilo storico, come Giangiacomo Carbonetti. Abbiamo appena consegnato a tutti i fuochi un opuscolo illustrativo che riassume la ricerca svolta da questo gruppo di lavoro, fornendo tutte le indicazioni utili al nuovo orientamento. Il progetto è stato quello di riprendere i vecchi nomi che si usavano una volta ad Aranno nelle diverse zone, 14 in tutto. Come ad esempio, Ara Gesòra o Ai Piòd. Io, ad esempio, ora abito ai Pianèll numero 18» – dichiara con soddisfazione il sindaco. «Adesso lo stradario è caricato su un sistema informatico, di modo che ad ogni indirizzo corrispondono abitante o nucleo famigliare. Ne è valsa la pena. Prima bisognava conoscere la gente, la nuova segretaria comunale quando è arrivata ad Aranno ha dovuto fare un giro intero di casa in casa per imparare il domicilio degli abitanti». Uno sguardo più ampio della tematica ce lo offre Stefano Vassere, 53 anni, esperienza pluriventennale al Repertorio toponomastico ticinese per il quale ha curato una sessantina di volumi-testimonianza di Comuni ticinesi al termine dei rispettivi studi di toponomastica locale. Vassere da tre anni è direttore delle biblioteche cantonali di Bellinzona e Locarno e oggi presiede la Commissione cantonale di nomenclatura. Quanto è importante dotarsi

di uno stradario? «Dipende, ci sono anche delle basi normative tra l’altro da qualche anno a questa parte, perché l’informazione sull’indirizzo acquisisce sempre più valenza nei documenti ufficiali. Vanno inoltre menzionati i Comuni aggregati, che devono sistemare i loro stradari per eliminare i doppioni sorti dopo la fusione. Nei Comuni piccoli non c’è invece dal punto di vista sociale una necessità, anche perché i sistemi di orientamento sono acquisiti già di per sé. Molto spesso le operazioni per i Comuni piccoli partono forse da esigenze meno urgenti rispetto ai Comuni grandi, ma si svolgono all’insegna del recupero culturale. Si stabiliscono delle vie che certificano le denominazioni tradizionali, che sono i toponimi, presenti da secoli, in certi casi addirittura da mille anni, e che vengono accertati in uno stradario, resi cioè utili, conservati e quindi a disposizione della popolazione per un orientamento culturalmente consapevole». «Molto spesso i Comuni piccoli hanno degli stradari dialettali o comunque a base toponomastica, nel senso che usano i nomi tradizionali dei vari posti per nominare le vie. Queste scelte pertengono al Comune, ma secondo me sono le più consapevoli e rispettose. Dovessi io fare uno stradario come amministratore locale sceglierei questa via

perché si tratta di nomi presenti in alcuni casi da cinque-sei-settecento anni, perché sono certificati dai documenti e sarebbe assurdo non ricorrere a questi nomi per far posto a, che so, la via del Ciliegio, la via dell’Ontano o la via dei Pioppi».

Nonostante il progetto «Tracce di donne» sono ancora poche le vie dedicate a figure femminili Quindi ci si scontra pure su queste diverse vedute di nomi? «La nostra Commissione di nomenclatura di solito non entra in questioni di questo genere. Un Comune può decidere di fare uno stradario in dialetto o in italiano. Non ci sono prescrizioni sulla scelta dei nomi. Di solito è una Commissione o il Municipio a decidere. Scelte e responsabilità spettano al Comune. Nel caso in cui la scelta cada sulla volontà di restituire i vecchi toponimi in dialetto, interveniamo da parte nostra a correggere la grafìa perché essa sia uniforme su tutto il territorio cantonale, per gli accenti in particolare, per consentire a tutti di leggere allo stesso modo il nome della via.

Se invece un Comune sceglie per esempio i nomi di storici, dicendosi disinteressato ai toponimi, ecco che in tal caso valutiamo lo stradario da un punto di vista soprattutto generale». Può proporre alcuni esempi? «Prendiamo Lugano. Sembra tanto una realtà urbana, ma quasi tutti i nomi di vie e piazze nel centro sono toponimi antichi. Per esempio la Piazza Cioccaro, via Canòva, via Nassa, Contrada Sassello, tutti questi sono nomi che si riferiscono alla toponomastica molto tradizionale, nomi medievali. Altro esempio è Chiasso, comune molto urbanizzato, di cui non abbiamo più tracce della struttura territoriale precedente. Qui si sono fatte altre scelte, ricorrendo a molti nomi di persone: politici, personaggi storici, artisti e così via. Via Giuseppe Motta, via Stefano Franscini, largo Kennedy». Quanti sono attualmente i Comuni che stanno lavorando allo stradario? «Difficile quantificarne il numero, ma in molti stanno attuando questo sforzo. Il consiglio di rivolgersi agli enti di toponomastica ticinese o di nomenclatura rimane tale, non c’è infatti nessun obbligo per i Comuni. Il nostro lavoro è improntato alla consulenza. Difficoltà? Ci sono esempi di stradari misti, in italiano e in dialetto, per cui consigliamo di attuare una scelta netta, uniforme, tra i due idiomi». Intanto, c’è chi rivendica da tempo che anche a personalità femminili si attribuiscano finalmente nomi di vie. Spiega Renata Raggi-Scala, presidente dell’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino: «Dal 2005, da oltre dieci anni, in coincidenza della prima grande aggregazione realizzata da Lugano, che aveva messo in rilievo molti doppioni, omonimie nei nomi delle vie, abbiamo lanciato il progetto “Tracce di donne” affinché qualcuna di queste strade potesse essere dedicata a donne meritevoli. Avevamo inoltre scritto a tutti i Municipi del Cantone per sensibilizzarli». L’esito? Numericamente scarso il risultato: «Lugano ha dedicato una via a Federica Spitzer, ebrea sopravvissuta al lager nazista; Melide ha intitolato un percorso pedonale a Giuseppina Ortelli-Taroni (1929-2003), autrice di numerosi libri di storia locale; a Brusino sappiamo che è stata dedicata una piazza a una maestra. Ma niente di più». Nel suo sito Internet l’associazione sta completando per regioni ticinesi una lista di proposte di donne distintesi per la lotta per il diritto di voto, per il progresso civile, con biografia completa. Qualche Comune si ricorderà di loro? La scelta è ampia. «Si parla tanto dei padri della patria – osserva la presidente del sodalizio – ma se ne dimenticano le madri».

La società connessa di Natascha Fioretti Un’aspirante biologa colma il divario di genere su Wikipedia

«Abbiamo bisogno di una diversità di opinioni per sopravvivere, di una varietà di contenuti e di autori per diventare la somma della conoscenza umana. Una ragazza bianca di Chicago ci offre un punto di vista ma abbiamo bisogno anche di persone di Maloui e della Toscana – abbiamo bisogno di persone di ogni cultura e di ogni lingua, ognuna con la sua visione delle cose». Parola di Emily Temple-Wood, 21 anni, studentessa di biologia molecolare alla Loyola University, studi secondari in lingua e cultura araba, mondo islamico e studi di genere nonché autrice di Wikipedia dall’età di 12 anni. Vittima di atti di bullismo a scuola, questa giovane ragazza ha fin da subito trovato in Wikipedia un luogo dove essere giudicata per i suoi contributi:

«amo raccogliere informazioni e amo condividerle con il resto del mondo». Nel corso degli anni in cui si è cimentata in articoli dalle tematiche più disparate, si è però anche accorta dell’imbarazzante divario di genere che caratterizza l’enciclopedia collaborativa online sia in termini di soggetti femminili presenti negli articoli, sia in termini di numero di editori, sia in termini di numero di utenti che scrivono o modificano gli articoli. Per dare un’idea del problema solo il 15% delle biografie sono incentrate su figure femminili e poco più del 16% degli editori è donna. Non solo, come ha potuto constatare Emily Temple-Wood, il divario e la lacuna più evidente si presenta in campo scientifico. Non poteva crederci quattro anni fa quando scoprì che in Wikipedia non c’era nessuna traccia delle donne che nella storia hanno fat-

to parte della prestigiosa Royal Society, l’associazione scientifica Britannica fondata nel 1660 volta a riunire e promuovere le eccellenze scientifiche, «ero così arrabbiata che scrissi un articolo in merito la notte stessa». Intitolato Le donne nella scienza, fu solo la prima pietra di un impegno e di una serie di progetti che hanno visto l’aspirante biologa al centro di una promozione e di una diffusione del sapere scientifico da un punto di vista tutto al femminile. Nel 2012 ad esempio ha cofondato il WikiProject Women Scientists, un’iniziativa dedicata alle donne nella scienza che si propone di assicurarne l’adeguata visibilità e presenza sull’enciclopedia online. E non si è fatta attendere la reazione della comunità scientifica internazionale che ha risposto con grande enfasi contribuendo a scrivere ed arricchire le voci di interesse e, in

alcuni casi, come è stato per la Royal Society, aprendo i propri archivi e dando tutto il supporto necessario per le ricerche. In poco tempo più di 370 scienziate hanno fatto la loro comparsa su Wikipedia portando Siko Bouterse, ex membro della Wikimedia Foundation, a definire «epico» l’impatto del lavoro di Emily. «Ha creato centinaia di articoli sulle donne in ambito scientifico ma soprattutto si è impegnata a colmare la generale sottorappresentazione femminile presente in Wikipedia. Inoltre, Emily ha insegnato e ispirato altre donne a fare lo stesso, a seguire il suo esempio». Per quanto riguarda l’ambito scientifico, il problema non è circoscritto a Wikipedia, ma ha radici culturali e sociali più profonde e le statistiche lo dicono chiaramente: solo il 24% delle persone che lavorano nel settore STEM (Scien-

ce, Technology, Engineering, Mathematics) sono donne e in generale trovare informazioni storiche sulle donne nelle scienze è un’ardua impresa. Ma c’è di più da imparare dalla talentuosa e impegnata Emily che sul web si è ritrovata oggetto di molestie sessuali, troll che la contattano ripetutamente per chiederle degli appuntamenti e dei favori sessuali, la insultano, fanno critiche sul suo corpo e commenti sessisti. Per nulla intimorita da questi attacchi misogini, Emily è riuscita a trasformare la negatività in una opportunità e così per ogni messaggio e molestia ricevuta ha deciso di scrivere un articolo su una eccellenza femminile in ambito scientifico mandano un chiaro messaggio «ringrazio i miei molestatori per avermi aiutato a combattere la discriminazione femminile, il divario di genere e il sessismo su Wikipedia».


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Società e Territorio

La persuasione, un’arte per non litigare Pubblicazioni La chiave di un rapporto sereno è la capacità di essere persuasivi: meglio trovare un accordo

con il dialogo, invece di scontrarsi. Così spiega il nuovo libro dello psicoterapeuta Giorgio Nardone Stefania Prandi Basta con i conflitti, che causano rancori. Invece di litigare, è meglio trovare un accordo con il dialogo. Ne è convinto lo psicoterapeuta Giorgio Nardone, presidente del Strategic Therapy Center di Arezzo, che ritiene che la chiave di un rapporto (di amicizia, di lavoro, d’amore) sereno ed edificante sia la capacità di essere persuasivi. A quest’idea, Nardone ha dedicato un libro, La nobile arte della persuasione (Ponte alle Grazie), da poco in libreria, in cui spiega come la persuasione sia uno strumento caduto in disuso, ma da recuperare, perché rende possibile il cambiamento. Infatti, aiuta a trovare prospettive nuove, con dolcezza e serenità. Certamente ci possono essere degli aspetti positivi nel conflitto, secondo lo psicoterapeuta allievo di Paul Watzlawick, anche se di fatto dalla maggioranza degli scontri emergono sofferenza e ostilità. Al contrario, una comunicazione persuasoria permette di trovare un accordo vantaggioso per entrambe le parti in gioco: si vince insieme, oppure si perde entrambi. La persuasione è un incontro tra intelligenze o modi diversi di vedere le cose. Non c’entra nulla con il convincimento, che avviene attraverso la contrapposizione di tesi, né con la manipolazione, che si realizza nel condizionamento di una persona sull’altra. «Quello che io propongo è un approccio autoregolativo, per usare una definizione della psicologia, per instaurare

una comunicazione che influenza l’altro ma anche me, creando uno stato di apertura, permettendomi di diventare più attento» spiega Nardone. Il materiale presente nel libro è frutto del suo percorso di formazione, iniziato con l’esperienza alla Scuola di Palo Alto, in California, e del suo lavoro sul campo, che l’ha portato a sviluppare la Terapia breve strategica, per il trattamento di gravi patologie psichiche e comportamentali in tempi rapidi. La persuasione è un’arte che si può imparare e che è strutturata in diversi passaggi. Innanzitutto, è necessario essere gentili. Infatti, mettere la persona con cui si parla a proprio agio, è il requisito fondamentale per sperare di riuscire ad arrivare a un accordo. Poi bisogna essere in grado di argomentare. Citando Platone, viene suggerito che «un discorso chiaro e perfetto è determinato da quattro cose: da ciò che bisogna dire, da quanto bisogna dire, dalle persone a cui bisogna rivolgersi e dal tempo in cui bisogna dirlo». Anche la voce e la postura sono molto importanti, come parti della comunicazione non verbale. È quindi consigliabile parlare in modo calmo, con tono accogliente, sorridendo, stando dritti sulla schiena, ma senza irrigidirsi. Si tratta di indicazioni interessanti, ma non semplici da mettere in pratica, soprattutto se non si è abituati. Cosa si può fare, in concreto, per iniziare a diventare più persuasivi? Lo abbiamo chiesto a Nardone, che dà tre consigli. «Innanzitutto occorre sapere osserva-

Giorgio Nardone, la sua idea di persuasione nasce dalla gentilezza e dalla capacità argomentativa. (Wikipedia)

re, spostare l’attenzione dall’ascolto di sé a quello dell’altra persona e cercare di capire il suo punto di vista. Questa è la prima competenza necessaria e veniva predicata già dagli antichi. In secondo luogo è importante imparare a smettere di discriminare le cose attraverso la negazione. In Occidente ci siamo abituati, anche attraverso i modelli che ci sono stati proposti dalle cosiddette scienze esatte, a nominare quello che non è. Un metodo che nella scienza funziona bene, ma nelle relazioni personali non proprio perché le affermazioni e le parole in negativo creano resistenza in chi ci ascolta. Quindi smettiamo di dire non è vero, non è giusto, non è corretto, perché in questo modo non facciamo altro che alzare dei muri. Il terzo consiglio è che prima di esprimere la nostra

opinione, è meglio rimandare all’altro quello che abbiamo capito del suo discorso. Finché non troviamo un accordo, teniamo per noi il giudizio, perché così permettiamo che l’altra persona si senta compresa davvero». Il processo di confronto, rispetto allo scontro, può sembrare laborioso e richiedere tempo. Su questo punto, Nardone, non ha dubbi: alla fine conviene sempre, perché ci si impegna molto all’inizio, ma si risparmia tempo per il futuro. Come insegnavano i saggi dell’antica Grecia, infatti, è la fretta che fa tardare. È solo una questione di metodo, considerando soprattutto che «quasi tutte le persone possono essere persuase. Anche quando ci confrontiamo con qualcuno che sembra volere litigare, possiamo trovare una soluzio-

ne. Per farlo, dobbiamo accettare il suo comportamento aggressivo oppure la sua chiusura, capire il punto di vista e cercare di avvicinarci quasi dicendo che ha ragione, come suggeriva Pascal». La società connessa in cui viviamo non facilita certo il recupero di modalità basate su ascolto, gentilezza e dialogo, che sembrano destinate piuttosto a scomparire. I social network, in particolare, esasperano gli scontri, innescando meccanismi di contrapposizione che portano facilmente all’insulto. Quel che dobbiamo fare, per non arrenderci alla tendenza generale, è considerare la questione nel suo complesso. «Ogni volta che l’essere umano ha costruito una macchina, ne è stato influenzato. Dobbiamo avere uno sguardo allargato rispetto alla tecnologia. Il mondo virtuale è fantascienza applicata, impensabile fino a qualche decennio fa. È un mondo dove le barriere sono state tolte, perché non ci sono lo sguardo, il contatto, l’udito, il corpo a mediare, ad allertare, ad allarmare, aiutando a gestire la comunicazione in maniera vantaggiosa. Questo fa sentire liberi, anche se di fatto non lo si è veramente. Io suggerisco di recuperare l’arte della persuasione per non rimanere intrappolati nella rete, per non venire inconsapevolmente utilizzati dal linguaggio dell’accelerazione. Nella virtualità si esasperano i conflitti, ma anche le vicinanze. Quando poi però ci si sposta su un piano reale, si vede quanta poca corrispondenza ci sia, di fatto. E sorgono i problemi». Annuncio pubblicitario

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Monte Ceneri, tra selve, romani e briganti Vie storiche Alla scoperta di un antico percorso sull’acciottolato, quasi un’avventura attraverso la natura Elia Stampanoni Il Monte Ceneri è per il Ticino un punto centrale, data la sua posizione che divide in sostanza il Sotto e il Sopraceneri. Dal 1984 superare questo passo è ormai cosa facile: la galleria autostradale permette infatti di sfrecciare nel ventre della montagna senza troppi pensieri. Già la strada del valico, completata attorno al 1930 e ampliata con interventi vari negli anni 60, aveva relegato nel dimenticatoio i vecchi tragitti. A piedi o in bicicletta, l’antica mulattiera del Montecenerino (tra Quartino e il Ceneri) oppure la via dei briganti (tra Cadenazzo e il Ceneri) sono quindi oggi un’interessante alternativa turistica e ricreativa, ma anche culturale, per affrontare e scoprire questo monte e tutta la regione. Camminare sul vecchio Ceneri (anche piccolo Ceneri o Montecenerino) è un tuffo nel passato. Nonostante il frastuono delle vie di comunicazione in sottofondo, percorrendola si beneficia di una quiete surreale nel mezzo del Ticino. Il panorama si fa spazio tra le fronde del bosco e delle selve che accompagnano il viandante nell’affrontare i circa 300 metri di dislivello tra Quartino e il passo del Ceneri, o viceversa. Una scarpinata, o una discesa, che si srotola su meno di tre chilometri e la cui parte centrale è particolarmente ricca di fascino per il suo acciottolato, frutto di migliaia di sassi messi lì a uno a uno. Un selciato che, tra il 2014 e il 2015,

è stato in parte ripristinato per iniziativa dei comuni di Gambarogno e Monteceneri che, grazie al prezioso supporto del Fondo svizzero del Paesaggio, dell’USTRA (Ufficio federale delle strade), del Cantone e di altri sostenitori, sono riusciti a coprire il costo complessivo del progetto, pari a circa 700mila franchi. Un intervento necessario per l’usura della strada, per anni sotto pressione dal passaggio di autoveicoli militari, soprattutto nel periodo bellico, e dal tempo. Fattori che avevano causato gravi danni (cedimenti ed erosione), principalmente nei tratti più in pendenza e nelle strette curve che il visitatore può oggi affrontare in piena sicurezza. Ora il tragitto è sbarrato al traffico e le azioni di recupero hanno permesso di dare lustro e percorribilità a questa via storica, comunemente chiamata anche via romana, anche se la costruzione si fa risalire all’inizio dell’800. Dopo aver valutato l’effetto delle prime tappe, gli interventi proseguiranno nel 2016, garantendo la manutenzione e soprattutto la valorizzazione di questo tratto, iscritto nell’inventario delle Vie storiche della Svizzera. Di transito sul passo del Ceneri (554 metri di altitudine) si scopre anche un roccolo, costruzione usata per attirare gli uccelli e il cui uso fu proibito nel 1872 (vedi anche «Azione» 49/2011). Attraverso la piazza d’armi e seguendo la segnaletica per l’antenna OM del 1933, si può invece visitare il Museo ra-

La cosiddetta «via romana» ha riacquistato lustro.

diofonico, prima di riprendere la rete dei sentieri che invoglia a proseguire il cammino. Il tragitto del Ceneri imbocca qui l’antica strada dei briganti che in circa quattro chilometri conduce a Robasacco e poi giù fino a Cadenazzo. La via deve il suo nome a memorie e leggende che narrano di banditi in agguato su questo tratto. Il Monte Ceneri fu in-

fatti per secoli terra fertile per farabutti che, aiutati dalle fitte selve, trovavano terreno ideale per derubare le diligenze, obbligate a transitare sul passo. Il toponimo di Robasacco, da «rubare» e «sacco», non dev’essere di certo estemporaneo e anche lo stemma comunale rimanda a vicende di ladri e briganti. Il piccolo borgo è collocato a 492 metri di

altitudine e dal 2005 fa parte di Cadenazzo, dopo essere stato un territorio di Medeglia, Bironico, Rivera e Camignolo. Giunti in paese, nei pressi della chiesa, quando il sole splende in cielo la meridiana posta sulla casa ex-scuola indicherà l’ora, mentre la passeggiata può proseguire verso il fondovalle dove, prima di ritornare nel caos, una sosta al Mulino di Precassino ci rimanda di nuovo indietro negli anni. Abbandonata da tempo, la struttura è stata salvata dall’Associazione antico mulino del Precassino che, fondata nel 2006, ha acquisito il sedime per poi effettuare una serie di interventi. La storia e l’attività del mulino è tuttora avvolta nel mistero, ma le ricerche archeologiche indicano che la ruota, azionata dal torrente Robasacco, serviva ad avviare delle peste, utilizzate per brillare l’orzo e il miglio prima che in Ticino si diffondesse il granoturco. Sul posto sono rimaste le pietre originali, mentre l’edificio, la ruota e diversi muri a secco sono stati ricostruiti per mettere in valore una testimonianza storica della regione. L’abbandono del Mulino avvenne probabilmente già nell’Ottocento, si presume a causa di un’alluvione. Una sosta a Precassino, a soli cinque minuti da Cadenazzo, all’inizio o alla fine di una gita sul Monte Ceneri, permette di ammirare un angolo di territorio veramente impensabile, attorniati dalla calma del bosco e accompagnati dalla dolce frenesia del torrente che scorre vivace verso valle. Annuncio pubblicitario

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Telefono su Internet, la nuova frontiera

Alfabeto digitale Una veloce carrellata attraverso i programmi che trasformano il nostro computer

in un mezzo di comunicazione vocale (e visivo)

Ugo Wolf Entro la fine del 2017 tutti i telefoni in Svizzera dovranno passare dalla rete tradizionale a una forma di trasmissione più moderna e meno costosa. Questo comporterà l’abilitazione di una connessione Internet per ogni abbonato. Ogni utente telefonico, infatti, sarà primariamente un utente di servizi Internet. Il contrario di quanto successo fino ad oggi, quando cioè ogni utente di Internet è primariamente un utente del servizio telefonico.

Skype, Hangout, WhatsApp e simili: la nuova frontiera del web sarà quella telefonica In questo nuovo sistema la comunicazione telefonica passa attraverso Internet utilizzando una codifica «a pacchetti» descritta dall’acronimo VoIp, che sta appunto per «Voice over Internet Protocol». Per dirla in termini molto semplificati, il segnale vocale non viene soltanto tradotto in impulsi elettrici, ma digitalizzato e scomposto in gruppetti di dati. Questi, una volta instradati, si scompongono seguendo i percorsi di connessione più favorevoli, per poi ricomporsi al loro arrivo. Per l’utente medio il cambiamento previsto comporterà la necessità di dotarsi (se non l’ha ancora)

Si telefona anche al PC.

di un modem/router, un apparecchio che permette la connessione a Internet. Oppure dovrà aggiornare il proprio modem/router attuale e acquisirne uno che permetta l’allacciamento di un apparecchio telefonico. Le normali «prese a muro» in futuro non saranno più utilizzabili, e gli apparecchi telefonici di vecchia concezione dovranno essere sostituiti. Già oggi, comunque, chi ha un mi-

nimo di dimestichezza con il computer può sfruttare i vantaggi della tecnologia VoIp. Esistono infatti programmi che permettono di utilizzare il PC come un telefono, e addirittura come un videotelefono. Il più conosciuto si chiama Skype. È attualmente offerto dalla Microsoft, che lo fornisce nella dotazione di base dei suoi sistemi operativi. È possibile però scaricarlo gratuitamente e installarlo su vari tipi di computer e

smartphone. Per accedervi occorre creare un proprio profilo e poi, una volta effettuato l’accesso, si potranno cercare nell’indirizzario globale i propri corrispondenti. Un concorrente diretto di Skype è il programma Hangout, elaborato da Google. L’azienda della grande G ne permette gratuitamente l’uso a tutti i suoi utenti. Per utilizzarlo occorre semplicemente installare un plugin, cioè un’e-

stensione che rende il nostro browser di navigazione Internet (Explorer, Firefox o Chrome) compatibile con Hangout. Qualcosa di simile avviene anche nel «mondo Mac»: sia i computer che gli smartphone iOs offrono nella loro dotazione un programma di videochiamate VoIp gratuite, Facetime, ma il suo uso è limitato ai contenuti video (non sono possibili chiamate VoIp vocali) e agli utenti dei prodotti Apple. Da non dimenticare che tra gli ultimi arrivati nel settore (e con ottimi risultati) c’è anche WhatsApp, che offre un eccellente sistema di telefonia VoIp. Tra i grandi vantaggi di Skype, Hangout e simili, è indubbiamente la gratuità della comunicazione per tutti coloro che li hanno installati. Fatto interessante, e forse meno noto, è che i primi due permettono chiamate anche a numeri normali, sulla rete telefonica «tradizionale». I costi del servizio sono molto minori rispetto a quelli di una chiamata normale: per utilizzare il sistema, occorre acquistare (con Carta di credito) un certo montante prepagato, il quale poi verrà automaticamente scalato nel corso delle conversazioni. Per tutti questi prodotti occorre ricordare che sono in grado di accedere automaticamente alla videocamera e al microfono installati sul computer che li ospita. Non tutti i Pc di vecchia data li avevano in dotazione: oggi però questi accessori sono ormai diventati obbligatori. La nuova frontiera del web, infatti, sarà quella telefonica e i costruttori di computer lo sanno… Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Un’altra scuola Si è detto e scritto molto sui disagi della scuola, sui tagli praticati ai salari dei docenti, sullo «sciopero alla rovescia» del 23 marzo. Io vorrei aggiungere qualche considerazione che non riguarda queste questioni, ma piuttosto il fatto che quando parliamo di scuola forse non sappiamo più bene di cosa stiamo parlando. Fino a non molto tempo fa la questione era chiara: la scuola è l’istituzione preposta all’istruzione e all’educazione dei giovani. È ancora così? La scuola, si è sempre detto, è lo specchio della società, e questo è senz’altro vero. Dunque, basta guardare la scuola d’oggi (specie la scuola dell’obbligo) per vedervi i riflessi della realtà sociale. In primo luogo, la famiglia. Era questa, in passato, l’istituzione educante e la scuola ne riprendeva e integrava l’insegnamento. Ma le famiglie di un tempo erano abbastanza omogenee nei valori e nei modelli di comportamento,

condivisi da tutto il corpo sociale; oggi, regole e modelli di comportamento sono spesso diversi o contrastanti tra loro. E la scuola si barcamena cercando un precario equilibrio tra la necessità di formare a comportamenti corretti e il fatto di non sapere bene quali scegliere. Ma, soprattutto, la famiglia è profondamente cambiata: il tasso dei divorzi è cresciuto rapidamente negli ultimi decenni e attualmente circa la metà dei matrimoni si conclude con un divorzio. Non è poi raro che padri e madri divorziati si ritrovino in conflitto tra loro e che ciascuno dei due cerchi di tirare il figlio dalla sua parte, accordandogli quel che l’altro genitore gli vieta. È chiaro che in questo caso per il ragazzo diventa difficile assumere modelli di comportamento solidi e univoci: il compito educativo è delegato alla scuola – che però strumenti disciplinari non ne ha più.

In passato le madri di famiglia accudivano ai figli; ma oggi il tasso delle donne che lavorano fuori casa tende ad una continua crescita. Questo significa che bisogna trovare una sistemazione ai figli per la gran parte del giorno: la scuola serve a questo. Si moltiplicano gli asili nido e le scuole d’infanzia; il concordato Harmos ha abbassato l’inizio della scolarità obbligatoria a 4 anni (e non credo sia per aumentare l’istruzione); l’iniziativa «Rafforziamo le scuole medie», in votazione il prossimo 5 giugno, tra le altre cose chiede l’istituzione generalizzata dei doposcuola e la creazione in tutte le sedi di mense scolastiche. È evidente: occorre agevolare e prolungare l’assenza dei figli da casa. La scuola, in primo luogo, è dunque questo: zona di parcheggio per i figli. S’intende che questo parcheggio dev’essere piacevole e divertente. La pedagogia e la didattica oggi prevalen-

ti – almeno nelle scuole dell’obbligo – tendono dunque a bandire dalle aule scolastiche la noia, il lavoro prolungato e la fatica. L’allievo deve apprendere in forma di gioco. La memoria è poco apprezzata, come insidioso strumento del deprecato nozionismo: tanto, quello che non sai lo trovi in Internet. Importante è socializzare: perciò, al lavoro individuale, testa china sul foglio, è preferibile il gioco collettivo, l’interazione dello scambio di idee: uno del gruppo arriva alla soluzione, tutto il gruppo è bravo. Anche qui, la scuola è immagine del tempo: non è forse, la nostra, la società del divertimento? Tutta la pubblicità, tutti i media, non ripetono forse costantemente che devi essere felice, divertirti fino al delirio? Ancora: la nostra società reclama continuamente diritti, si dimentica dei doveri. La scuola si adegua: il diritto all’istruzione è sacrosanto, ma si sta tra-

sformando nel diritto alla promozione e al diploma, anche senza merito. Non ottenere la promozione nella scuola media è un caso decisamente raro (meno dell’1 per cento nel 2015). È vero: ho calcato la mano, generalizzando quelle che attualmente sono delle linee di tendenza. Ma chiunque abbia esperienza della scuola converrà che queste linee di tendenza si stanno rafforzando da decenni: la società marcia in questa direzione, la scuola vi è trainata. Se questa società – del benessere, del divertimento, delle pretese sfrenate, della solitudine mascherata da socializzazione – subirà un drastico crollo a seguito di una crisi i cui segnali sono nell’aria, la scuola probabilmente invertirà la rotta. Ma sarà triste, allora, per quegli allievi che oggi sono educati al divertimento più che alla fatica, scoprire che d’improvviso occorrono competenze, sacrifici, lavoro e impegno.

In realtà si può fare un balzo all’indietro fino al quindici aprile 1808: MarcLouis Rigaud (1754-1844) annota per la prima volta il giorno in cui appare la prima foglia su un ippocastano davanti a casa, in rue des Granges 16, una di quelle belle case qui vicino, viste prima dalla Place Neuve. Idea venuta un po’ dalla ventata di botanismo ginevrino attecchito con Rousseau, de Candolle, de Saussure, ma ispirata di certo anche dall’ippocastano del Jardin des Tuileries a Parigi. Ogni anno, il venti marzo, puntualmente una delle sue gemme si schiudeva e tra i parigini fiorisce allora una leggenda secondo la quale, all’origine di questa precisa ricorrenza enigmatica, c’è la sepoltura ai suoi piedi delle guardie svizzere trucidate lì nell’agosto 1792. Il termine marronnier, a partire da questa storia, è entrato poi nel gergo giornalistico francofono per un pezzo di poca importanza e ricorrente, tipo il tuffo di capodanno nel Tevere. Faccio un salto di rito dall’ex castagno d’India

ufficiale, due bambini si divertono sui cavallini a dondolo vista parc des Bastions. Storto, appoggiato a due stampelle, ha ancora una sua dignità; nessuna traccia di gemme però. Al suo capezzale una vera coppia-picnic, cin cin con il rosé. Pictet de Rochemont fa un passo bronzeo verso la vieille ville. Una vecchietta con un paltò pied-depoule mi dice che hanno clonato in tempo l’ippocastano morente, «questo qua nuovo è di transizione». Qui accanto al reggente, un ippocastano spregiudicato ha già un bel po’ di graziose foglioline e butta gemme arrossate a tutto spiano. Dev’essere senza dubbio il marronnier fou, piantato nel 1968 e chiamato così perché una volta è fiorito a Natale. Roba da matti in apparenza, a dire il vero l’ippocastano matto ci aveva solo visto lungo. L’estate 2003 si è rivelata una delle estati più calde della storia. Follia pura quel caldo, ve lo ricorderete di certo. Insomma, la fenologia mica è un mucchio di balle come l’oroscopo.

piccola storia, di cui proprio la Svizzera diventa un simbolo. Ciò che non deve indurre, come nei propositi di partiti e movimenti oggi più che mai popolari, a considerarci un caso a parte, nel senso di un isolamento all’insegna del perfezionismo e dell’egoismo. Tuttavia, e lo dimostra proprio l’episodio della corna che fanno notizia e tema politico, esiste un modo di vivere la realtà locale e regionale, e poi quella nazionale, che rispecchia una prerogativa svizzera, inimitabile, magari un’anomalia. Qualcosa che, citando sempre le coincidenze della cronaca, ha avuto un effetto consolatorio e merita gratitudine. Grazie alla laboriosa caparbietà, per altro costosa, dei nostri contadini (che battono sempre cassa e lo faranno anche con quest’iniziativa) possiamo godere le bellezze di un paesaggio accurato, simile a un giardino di lusso. E c’è, infine, un altro aspetto d’ordine umano. Questi contadini sono diventati loro stessi, simboli, in carne e ossa. A cominciare da Armin Capaul, il fondatore di «HornKuh», che appare

veramente un esemplare rappresentativo, su misura per il suo ruolo. Con il suo aspetto, i suoi gesti, il suo linguaggio, il suo vestiario, barba folta e gilet ricamati, assicura la sopravvivenza, anche estetica, a una stirpe, oggi in via d’estinzione. Per non dimenticare, poi, i valori di cui sembrano e spesso sono, depositari: antiche saggezze, una manualità accorta e, persino, intuizioni profetiche. Se non attendibili, comunque divertenti come nel caso, ormai ben noto, del simpatico Martin Horat che, osservando gli spostamenti delle formiche sui tronchi nel Muotathal, prevedeva il bello, o brutto tempo, per i prossimi giorni. E diventò un personaggio, a uso commerciale e mediatico. Infatti il contadino di montagna sta facendo tendenza. Sia le aziende private sia l’Ufficio turistico nazionale ricorrono spesso a questi testimonial di ultima generazione, si fa per dire: si tratta di anziani contadini, allevatori, apicoltori, artigiani a cui si affida il compito di dimostrare che conservare certe tradizioni non è soltanto questione di nostalgia, ma di affari.

Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf L’ippocastano ufficiale di Ginevra Dal 1818 a Ginevra, lungo la promenade de la Treille, c’è l’usanza di osservare quando spunta la prima foglia dell’ippocastano ufficiale, stabilendo così, a suo modo, l’inizio della primavera. Questo premuroso compito rituale è affidato al sautier, il segretario generale del Gran Consiglio. In carica da sedici anni è Maria Anna Hutter. Sedici marzo, nel pomeriggio, la notizia: «sfidando vento e neve l’ippocastano annuncia la primavera». Il giorno dopo, all’alba, sono in treno per Ginevra. Se «Madame le sautier», come è stata soprannominata dalla stampa locale, andrà in pensione l’anno prossimo, quest’anno ha debuttato il nuovo ippocastano ufficiale. L’estate scorsa l’ippocastano storico, in servizio dal 1929, è stato giudicato morente, perciò in settembre viene designato il suo successore, in faccia alla torre Baudet. Tra l’altro anche il primo ippocastano ufficiale (1818-1905) si trovava lì, il secondo (1906-1928) era davanti alla casa Turrettini. I primi

ippocastani (Aesculus hippocastanum) o castagni d’India, sono stati piantati lungo la Treille nel 1770, la seconda fila l’anno dopo. Place Neuve, primissimo pomeriggio, alle spalle della statua equestre del generale Dufour si levano i bastioni, coronati da un filare di case aristocratiche d’inizio Settecento stile hôtel particuliers francesi. Facciate di molassa lacustre e persiane di un pallido azzurro carta da zucchero, più sopra una sfilza di abbaini e camini smilzi nel cielo grigio. Ai piedi dei bastioni sale ripida la rampe de la Treille, punteggiata dai primi ippocastani titubanti. In cima incomincia il verde Robin Hood della panchina di legno a lungo la più lunga del mondo – per molti lo è ancora ma i suoi centoventi metri e rotti risalenti al 1767, due anni fa, sono stati surclassati dalla panchina di un avveniristico parco di Milano – che si sdraia lungo il parapetto, in faccia agli ippocastani in prima fila. Là, in seconda fila, il marronnier officiel di Ginevra (399 m) lo si becca subito; oltre

al riferimento della torre Baudet, sede del governo, perché ha un esile recinto di legno intorno e la targhetta. Ora si tratta di trovare la foglia dischiusa. Non è proprio un rompicapo però neanche una passeggiata, inutile guardare troppo in alto, eccola: è contro la corteccia alla base del sesto ramo grosso. Verde chiaro, rugosa, karmica. «Ha adempiuto coscienziosamente al suo mandato» ha comunicato ieri la Hutter verso le tre e mezza del pomeriggio. In sintonia inoltre con gli ultimi anni, visto che le date della prima foglia sono sempre in marzo: il tredici l’anno scorso, il cinque l’anno prima, il ventuno nel 2013 con la «Tribune de Genève» che titola Habemus folium. Coincidendo quell’anno, una volta tanto, con la primavera del calendario gregoriano, la cui errata discrepanza di un giorno rispetto all’equinozio astronomico – il venti marzo – è nota. E così via si può risalire per altri centonovantaquattro anni al giorno in cui è spuntata la prima foglia dell’ippocastano prescelto.

Mode e modi di Luciana Caglio Dove le mucche con le corna fanno notizia La Svizzera «Sonderfall», un caso a parte? Al di là della retorica blocheriana, a volte lo è davvero. E questa singolarità si manifesta, con effetti persino imbarazzanti, quando l’attualità affianca, in simultanea, avvenimenti di portata mondiale e avvenimenti di segno elvetico. Com’è successo, nelle ultime settimane. Da un lato, ecco le cronache e le immagini degli attentati terroristici, a Bruxelles e a Lahore, trasmesse dai media sul piano globale. Dall’altro, ecco che, nei nostri giornali e teleschermi, fa notizia, meritando l’attenzione collettiva sul piano nazionale, «la dignità delle mucche con le corna». La definizione, a prima vista sibillina, esige ovviamente una spiegazione. Si tratta di proteggere le mucche, come pure tori, capre, becchi, dall’amputazione delle corna: un intervento che, non soltanto altera la fisionomia di questi animali, ma incide sulla loro salute, e quindi sulla qualità della carne e del latte. Almeno così ritengono i sostenitori di questa nuova buona causa, un gruppo di contadini del Giura bernese, riuniti nell’associazione

«HornKuh», decisi a muoversi anche sul piano politico. E con successo. Infatti, sono state raccolte, in breve tempo, più di 120’000 firme, che consentono di presentare un’iniziativa. Alla quale, verosimilmente, si contrapporrà il referendum dell’Unione contadina e, quindi, i cittadini saranno nuovamente chiamati alle urne. Come vuole l’appartenenza a una democrazia diretta, privilegio, però rischioso: con quali competenze ci si

potrà mai esprimere sul tema dell’utilità, o no, delle corna dei bovini? Facili ironie a parte, per tornare allo stridente accostamento fra le imprese, rivendicate dall’Isis, e i pro o contro il taglio delle corna bovine, è chiaro che i paragoni sono a priori impossibili. Ci si trova, insomma, alle prese con la grande storia, che suscita sentimenti forti, paure primordiali e giustifica pensieri alti, da massimi sistemi e, d’altro canto, con la

Più di 120 mila firme sono state raccolte per l’iniziativa a favore delle mucche con le corna. (hornkuh. ch)


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Ambiente e Benessere Girare il mondo in un blog Professione molto ambita, quella del travel-blogger, ma pochi riescono ad affermarsi

Sportivamente Alcide L’appuntamento quindicinale con Vecchio Sportivo che ci presenta i temi d’attualità

Ti-riciclo, una fiera pulita Dal 15 al 17 aprile al Centro esposizioni di Lugano si terrà la seconda edizione dell’esposizione dedicata all’ecologia

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Il dottor Luca Giovanella, Primario di Medicina nucleare e del Centro PET-CT dello IOSI. (V. Cammarata)

Il Nucleare da non temere

Salute La medicina nucleare moderna non nuoce più della radiologia tradizionale: per entrambe l’essenziale

sta nel limitarne l’impiego allo stretto necessario – Secondo articolo

Maria Grazia Buletti È tutto ticinese il titolo di «Immagine dell’anno 2015» nell’ambito della medicina: si tratta di una fotografia intitolata «Vasculite dei grossi vasi, documentata mediante esame di tomografia a emissione di positroni (PET / CT), con ricostruzione volumetrica tridimensionale», la quale mostra un caso di diagnosi precoce di un’infiammazione della parete dei grossi vasi arteriosi ottenuta con esame PET / CT, ottenuta con iniezione endovenosa di uno zucchero debolmente radioattivo che si concentra laddove si manifesta l’infiammazione. Fra le 250 immagini pervenute all’omologo concorso, la Società Americana di Reumatologia (un’istituzione del settore medico reumatologico a livello internazionale) ha premiato proprio questa foto, inviata dai dottori Giorgio Treglia e Teresa Ruberto, rispettivamente medico capoclinica e medico assistente del Servizio di Medicina nucleare e Centro PET / CT dell’EOC, con sede a Bellinzona e a Lugano, diretto dal professor Luca Giovanella. E proprio con l’aiuto del professor Giovanella siamo entrati nei meandri della Medicina nucleare, andando a scoprirne tutti gli aspetti con l’intento di sgonfiare l’ansia che la parola «nucleare»

genera quando se ne parla, spesso senza sufficiente cognizione di causa. Di fatto, la Medicina nucleare è innanzitutto un servizio diagnostico spesso insostituibile, a disposizione della medicina generale e specialistica, in grado di fornire valide risposte a numerosi quesiti diagnostici. Le immagini radiologiche tradizionali sono ottenute sfruttando l’attenuazione del fascio di radiazioni X da parte dei tessuti interposti tra l’apparecchiatura radiologica che le ha prodotte e il sistema di rilevazione. Scopriamo invece che le immagini medico-nucleari sono ottenute per mezzo della rilevazione di radiazioni emesse da cosiddetti radio-farmaci distribuiti nell’organismo. È quindi il paziente che emette le radiazioni (gamma) che sono registrate da apposite apparecchiature in grado di ricreare l’immagine corrispondente. «Siamo medici che, in luogo del fonendoscopio, usano i radiofarmaci (molecole legate a isotopi debolmente radioattivi che emettono raggi gamma) che viaggiano nel nostro corpo e si localizzano negli organi che vogliamo studiare», riassume il professor Giovanella che distingue così la Medicina nucleare dalla Radiologia diagnostica: «Se la Radiologia convenzionale studia, attraverso i raggi X, com’è fatto un organo, la Medicina nucleare usa i raggi gam-

ma per indicarci come esso funziona. Ad esempio: la scintigrafia renale mostrerà come funziona il rene, come filtra il nostro sangue e com’è secreta l’urina». Con queste metodiche viene sondata anche l’attività cellulare: «Attraverso il percorso e l’accumulo del radiofarmaco possiamo valutare, ad esempio, se le cellule di un nodulo proliferano eccessivamente, come avviene nei tumori, oppure no escludendo, in questo caso, una natura tumorale del nodulo». Questa spiegazione del suo perché non libera ancora la Medicina nucleare dall’alone di mistero e timore di cui è circondata, legato più che altro all’aggettivo «nucleare». Ne è cosciente il nostro interlocutore che però sa come rassicurarci: «Non dimentichiamo che la radioattività è una normale componente dell’ambiente naturale: l’uomo da sempre è esposto alle radiazioni naturali, che costituiscono la principale fonte di dose alla popolazione mondiale». Egli ci ricorda: «durante un viaggio aereo continentale, in aereo assorbiamo inevitabilmente una dose di radiazioni ionizzanti anche superiore a quella degli esami scintigrafici». Di fatto, ciò è confermato dalle stime della National Academy of Science che afferma: «L’82 per cento delle radiazioni a cui ciascun individuo è mediamente esposto proviene da fonti naturali; il

restante 18 per cento deriva da attività umane, dovuto principalmente a procedure mediche che impiegano raggi X, alla medicina nucleare e a motivi professionali (ad esempio per le persone che lavorano utilizzando raggi)». «Oggi – aggiunge il professore – la tecnologia e l’elaborazione informatica consentono diagnosi molto precise attraverso l’erogazione di bassissime dose di radioattività. Inoltre, sono aumentate consapevolezza e cultura nel campo della radioprotezione e sono stati introdotti controlli internazionali relativi somministrazione dei radiofarmaci». Una grande evoluzione ha dunque portato la Medicina nucleare al ruolo di partner indispensabile nella diagnostica funzionale di tumori e di alcune malattie infiammatorie. Parlando dell’avvento della PET / CT, il professor Giovanella riassume i benefici della grande evoluzione diagnostica della Medicina nucleare attraverso due punti salienti: «Netto miglioramento dell’accuratezza diagnostica e irradiazione limitata del paziente, non superiore (e a volte decisamente inferiore) a quella degli esami CT radiologici convenzionali». Infine, a braccetto con l’attività clinica, Giovannella ci parla dell’aspetto dell’attività di ricerca, che dice essere focalizzata nel miglioramento delle tec-

nologie vigenti e della quale accenna ai due grossi filoni: «Uno legato alle malattie tiroidee, per le quali si prospetta sia il trattamento dei noduli tiroidei attraverso ultrasuoni focalizzati (HIFU), che potrà evitare parecchi interventi chirurgici; l’altro aspetto è legato specificamente alla medicina nucleare, dunque a una serie di ricerche inerenti la diagnostica con radiofarmaci tiroidei. Senza dimenticare, naturalmente, la PET / CT, e in particolare gli studi eseguiti dal Dr. Ceriani in collaborazione con l’Unità Linfomi (Dott. Zucca, Prof. Cavalli) dello IOSI, che sta ottenendo ampi e importanti riconoscimenti internazionali». Quelli citati sono solo alcuni esempi di ricerca che si accompagna alla diagnostica medico-nucleare. In conclusione, se ci si deve recare in Medicina Nucleare per un’indagine diagnostica, non bisogna lasciarsi prendere da paure o ansia. Non devono generarsi preoccupazioni riguardo alla pericolosità o alla dolorosità delle metodiche impiegate, perché in molti casi, il disagio maggiore sta solo nell’attesa causata dai tempi tecnici necessari per l’esecuzione di alcuni esami, non certo dalla dose di radioattività che bisogna ricevere: «Il grande beneficio diagnostico (e di conseguenza terapeutico) giustifica ampiamente questo aspetto».


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Ambiente e Benessere

Una vita in viaggio Viaggiatori d’Occidente La nuova professione del Travel Blogger

Da qualche tempo pensate sempre più spesso a un viaggio in Canada, Giordania, Islanda o Sud Africa? Potrebbe essere una vostra felice ispirazione naturalmente, ma è decisamente più probabile che sia un desiderio indotto. Questi Paesi infatti sono particolarmente attivi nel promuoversi a livello internazionale. Uno dei sistemi più frequentemente adottati è invitare dei popolari travel blogger, così che poi raccontino nei loro diari in rete (blog) l’esperienza vissuta. Quello di travel blogger è decisamente un mestiere da sogno, non a caso uno dei più desiderati: chi non vorrebbe viaggiare tutto l’anno in un’estate senza fine, raccontando di tanto in tanto le proprie avventure? C’è chi ce la fa. Ecco per esempio le storie di alcuni dei travel blogger più conosciuti. Il numero uno è probabilmente Gary Arndt (everything-everywhere. com), seguito da oltre due milioni di follower. Un successo costruito con pazienza nel tempo da quando, nel 2007, Gary vendette la sua casa e cominciò a viaggiare per tutto il mondo, visitando quasi ogni Paese conosciuto. Un suo corrispondente al femminile potrebbe essere l’avventurosa Kate (www.adventurouskate.com), che si propone come un modello di viaggiatrice indipendente (Solo Female Travel). Gli australiani Caz e Craig Makepeace hanno cominciato come tutti gli altri, ma poi si sono sposati e hanno avuto due bambine. Con felice intuizio-

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Claudio Visentin

Turner Barr, durante i suoi viaggi si mantiene con mestieri sempre diversi.

ne hanno fatto del viaggio in famiglia un tratto distintivo: sul loro blog (www. ytravelblog.com) raccontano per esempio come istruiscono le loro figlie in viaggio quando non possono frequentare regolarmente una scuola. Derek Earl (www.wanderingearl. com) viaggia ininterrottamente dal 1999 e non sorprende che dia consigli soprattutto su viaggi di lunga durata. Nomadic Matt (www.nomadicmatt.com) si è invece specializzato nel viaggio a basso costo e propone consigli per risparmiare sul budget. Quando fare economia non basta, si può sempre lavorare e guadagnare. Per esempio Turner Barr si mantiene con mestieri sempre diversi nel «Giro del mondo in ottanta lavori» (aroundtheworldin80jobs.com): ultimamente Turner si prende cura degli elefanti in

Thailandia, ma ha anche insegnato inglese alle prostitute in Brasile e ha fabbricato l’aceto balsamico a Modena. Quattro anni fa Ayngelina Brogan ha lasciato un impiego nella pubblicità, un fidanzato di lungo corso e un appartamento, per viaggiare nell’America meridionale. Da allora racconta i luoghi visitati attraverso il cibo nel suo blog Bacon is Magic (baconismagic.ca). Lauren Metzler è invece una giovane artista americana che potreste incontrare a Sydney, dove dipinge tavole da surf e cerca senza troppo successo d’imparare a surfare. Il suo tratto distintivo sono i divertenti disegni che alterna alla scrittura per raccontare la sua esistenza in viaggio (thewanderingorange.com). Meglio però frenare uno spontaneo moto d’invidia. Per cominciare diven-

tare un travel blogger a tempo pieno è estremamente difficile: forse appena un centinaio di persone al mondo riescono a guadagnarsi da vivere in questo modo e solo dopo anni di lavoro paziente con minimi guadagni per conquistare la necessaria notorietà. Dai compensi bisogna poi detrarre le spese di viaggio; certo è possibile farsi sponsorizzare dai territori visitati, ma per questa via si mette a rischio l’indispensabile indipendenza di giudizio. Infine l’idea che un travel blogger passi la maggior parte del suo tempo in vacanza sulla spiaggia è pura fantasia, dal momento che creare un blog efficace e popolare richiede lunghe ore di lavoro quotidiano davanti allo schermo del computer. Se tuttavia volete cimentarvi in questo nuovo mestiere, anche solo per diver-

timento, ecco alcuni consigli per muovere i primi passi. 1. Creare un proprio travel blog è facile, per esempio su www.travelblog. org; la maggior parte dei professionisti lavorano però con WordPress (www. wordpress.com). A un certo punto del vostro percorso dovrete inevitabilmente dedicare molto tempo anche a questioni tecniche di posizionamento sui motori di ricerca e visibilità in rete, ma per il momento può bastare. 2. Scegliete un nome efficace, corto e memorabile, meglio se in inglese. Ovviamente scrivere tutto il blog in questa lingua amplia moltissimo il vostro potenziale pubblico. 3. Pubblicate con regolarità ogni settimana. Nulla è più triste di un blog aggiornato saltuariamente o peggio abbandonato. Presidiate anche i Social Network: Facebook, Twitter, Instagram, YouTube ecc. 4. Non vantatevi, non mettetevi in mostra. Cercate invece di offrire informazioni utili e interessanti a chi volesse fare il vostro stesso viaggio. 5. Soprattutto non siate generici: chi parla a tutti non parla a nessuno. Partite dai vostri interessi, da quel che sapete fare meglio, per rendete unica e quindi facilmente riconoscibile la vostra voce. Infine, anche se il successo dovesse farsi attendere, lo sforzo di raccontare i propri viaggi in presa diretta aiuta a mettere meglio a fuoco l’esperienza, a cogliere il senso profondo del nostro andare: com’è nello stile dei viaggiatori d’occidente. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Ti-riciclo, una fiera per imparare

Tutto per la vostra salute.

Ecologia La seconda edizione della

manifestazione si terrà dal 15 al 17 aprile al Centro esposizioni di Lugano

I rifiuti si possono odiare o amare. Fa piacere poterli riutilizzare per un secondo scopo, fa tristezza vedere come beni ancora di valore si trasformino troppo presto in scarti. Fa ancor più male vederli abbandonati, magari nella natura, nell’ambiente. Carta, vetro, batterie, apparecchi elettrici, PET, allumini, plastiche e altri materiali possono e devono essere raccolti in modo ottimale, valorizzati, smaltiti o eliminati con il giusto procedimento. Sembra ovvio, ma non è così. La fiera ti-riciclo vuole ricordarlo, andando anche oltre e approfondendo questa tematica. L’evento aprirà i battenti il prossimo 15 aprile ed è un’occasione per incontri interessanti, dove capire alcuni meccanismi legati ai rifiuti e al loro riciclo. Dove finiscono i tessili gettati nei cassonetti? Come vengono riutilizzate le tonnellate di PET raccolte? Quali i possibili riusi del vetro? O ancora, come trasformare un rifiuto in un oggetto utile, decorativo o artistico? Domande che troveranno una risposta alla fiera del riciclo, visto come risorsa e valorizzazione della materia. Diverse forme di riciclaggio saranno presenti presso il Centro esposizioni di Lugano in questi tre giorni: dal riciclo creativo a quello ecologico, fino a quello professionale. Promotore dell’iniziativa è la Forecycling Sagl, ditta con sede in Capriasca e diretta da Claudia Pescia, che ci racconta come siamo giunti alla seconda edizione: «La prima edizione di Ti-riciclo è stata un successo e abbiamo avuto diversi riscontri che ci hanno invogliato a proseguire in quest’avventura, cercando di migliorare e di ampliare l’offerta, considerando le osservazioni e gli spunti ricevuti, complimenti ma anche critiche costruttive». Tra le novità elencate dalla capriaschese citiamo innanzitutto le conferenze e le proiezioni, programmate nell’apposita sala allestita al Centro esposizioni. Avremo per esempio La sedia di cartone, un film-documentario di 16 minuti sul riciclo sociale in cui viene presentato un progetto in Kenia. Qui dei fisioterapisti hanno ideato un metodo per facilitare la vita a migliaia di persone disabili o disabilitate, costruendo mezzi ausiliari utilizzando materiali di riciclo. Un altro cortometraggio, Waste Mandala, illustrerà il progetto per la creazione di un mandala di rifiuti quale simbolo del cambiamento. In Nepal, un gruppo di turisti e volontari (green soldiers) raccoglie dal 2001 i rifiuti lasciati sull’Himalaya dal turismo di massa. La raccolta è il loro modo di combattere e le 250 persone hanno già accumulato 1300 kg di spazzatura non organica, che finirà in un monastero dove, insieme ai monaci buddisti, verrà creato un grande e colorato mandala d’immondizia.

Amavita – Sentirsi meglio, semplicemente.

Un terzo documentario, Sporchi da Morire, ci riporterà in occidente e parlerà dell’impatto dei termovalorizzatori, al quale seguirà un dibattito: «L’idea è di coinvolgere tutti i diretti interessati, in modo da fornire al pubblico i vari punti di vista sulla problematica», spiega Claudia Pescia. Anche per il pubblico più giovane, i bambini in età scolastica, ci saranno quest’anno delle attività molto allettanti. La prima giornata di venerdì, con apertura già alle dieci del mattino, sarà infatti dedicata anche a loro, con la possibilità di seguire degli atelier, uno spettacolo teatrale e cimentarsi con vari divertimenti inerenti i rifiuti. Tra i giochi didattici non mancherà quello di Migros/GenerazioneM che, in qualità di sostenitore dell’evento, propone la sua postazione sulla raccolta differenziata. La fiera conterà circa sessanta espositori, provenienti in maggioranza dalla Svizzera italiana, ma anche dalla Svizzera tedesca o francese e dalla vicina Italia. «Sì, avremo diverse interessanti novità, come per esempio l’isola dei creatori, dove gli artigiani del riciclo proporranno le loro produzioni. Qui ci sarà per esempio un costruttore di mobili che utilizza le vecchie doghe delle botti di vino. Tra le altre novità segnalo l’atelier Ripara oppure La Segheria mobile, delle realtà tutte da scoprire», ci anticipa l’ideatrice di Ti-riciclo. L’esposizione, che l’anno scorso contò circa 5mila paganti, manterrà la sua struttura di base suddivisa in tre settori: professionale, design e artistico. Ci saranno quindi imprese e aziende che lavorano nell’ambito del riciclo con lo scopo principale di valorizzare e di riciclare la materia, oppure di trasformare gli scarti in risorse. Nel settore design il riciclo diventa arte di vivere e di abitare, mentre gli artisti presenteranno le loro opere d’arte realizzate con materiali di recupero. La Ti-riciclo beneficia anche quest’anno del patrocinio del Dipartimento del Territorio del Canton Ticino e si estenderà su una superficie totale di 3600 metri quadri, nei quali non mancheranno le possibilità di ristoro. La decorazione degli spazi espositivi ha invece coinvolto gli studenti della CSIA (Centro scolastico per le industrie artistiche), i quali contribuiranno a trasmettere il messaggio principale dell’evento, riciclare.

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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Burger all’aglio orsino con spugnole al cognac Piatto principale Ingredienti per 4 persone: 350 g di spugnole fresche oppure 40 g secche, ammollate prima dell’uso · 1 scalogno · 1 mazzetto d’aglio orsino · 600 g di carne macinata mista, ad es. manzo e maiale · 1,5 cucchiaini di sale · 1,5 cucchiaini di paprica dolce · 500 g di coste · 4 cucchiai di burro · ½ cucchiaino di semi di anice · 4 cucchiai di cognac · 2 dl di panna semigrassa · sale, pepe dal macinapepe · 2 cucchiai d’olio d’oliva.

1. Lavate bene le spugnole fresche, sciacquate quelle secche, ammollatele e strizzatele leggermente. Dimezzatele o tagliatele in quarti secondo la grandezza. Tritate lo scalogno. Lavate bene l’aglio orsino, fatelo sgocciolare e tritatelo. Mescolate la carne macinata con l’aglio orsino, il sale e la paprica. Formate quattro burger. Staccate le foglie delle coste dai gambi. Tagliate i gambi in pezzi larghi ca. 1 cm, le foglie a strisce larghe. 2. Scaldate metà del burro in un tegame. Unite lo scalogno, l’anice e le spugnole e fate soffriggere per ca. 5 minuti. Bagnate con il cognac e fate ridurre. Aggiungete la panna e fate cuocere dolcemente finché la salsa si addensa un po’. Condite con sale e pepe e mettete in caldo. Rosolate a fuoco medio i gambi delle coste nel burro rimanente. Unite le foglie e proseguite la cottura finché si afflosciano. Regolate di sale e pepe. 3. Scaldate l’olio in una padella antiaderente. Rosolate i burger da entrambi i lati a fuoco medio per ca. 8 minuti. Servite la carne su un letto di coste con la salsa alle spugnole. Le tagliatelle sono un contorno perfetto.

Un esemplare gratuito si può richiedere a: telefono 0848 877 869* fax 062 724 35 71 www.saison.ch * tariffa normale L’abbonamento annuale a Cucina di Stagione, 12 numeri, costa solo 39.– franchi.

Preparazione: circa 30 minuti Per persona: circa 34 g di proteine, 50 g di grassi, 7 g di carboidrati,

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Orari d’apertura: lu–me + ve–sa 8.00–18.30 / gi 8.00–21.00 tel.: +41 91 605 65 66


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 4 aprile 2016 ¶ N. 14

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Ambiente e Benessere

Dai primi tiepidi inverni ai caldissimi playoff 2016 Sportivamente Il Lugano si batte in questi giorni contro il Berna per il suo ottavo titolo, dopo un digiuno

di dieci stagioni Alcide Bernasconi

Scendendo dalla stazione FFS verso Paradiso, giunto all’altezza delle scuole di Loreto, non manco mai di dare un’occhiata a sinistra, dove ora ci sono un paio di anonimi edifici mentre si curva a destra per scendere a Casserina. È la maledetta nostalgia di quando, lì attorno, c’erano ancora prati incolti e, dietro le scuole una fattoria con le sue mucche e relativi campanacci, tacchini che beccavano alla ricerca di cibo dove il terreno era più molle e rispondevano in modo quasi seccato, col loro tipico gloglottìo, al canto del gallo superbone. Dimenticando i vari laghetti di Muzzano e Origlio, è qui, in questo quartiere di Loreto che è nato 75 anni fa l’HC Lugano, coi giocatori che indossavano maglie di lana nere con strisce in bianco, elegantemente distribuite e con la scritta sul petto HCL, l’acca bene in vista. A indossarle erano i giovanotti del quartiere, dal talentuoso Gian Viglezio a suo fratello Cuccio, da Lavagetti ad Antoio Bariffi, anni dopo chiamato a ricoprire il ruolo di presidente della Lega di hockey. A loro si aggiunsero giocatori e simpatizzanti di questo sport praticato, da noi, soltanto negli inverni più freddi, quando lo specialista Renato Crivelli, prima di recarsi al lavoro alle PTT, spruzzava con arte un bel po’ d’acqua, dapprima sul praticello secco, reso duro come il cemento da temperature occasionalmente sotto lo zero, quindi sulla crosta di ghiaccio cercando di ottenere al più presto il necessario spessore. Il campetto – delimitato da assicelle di una ventina di centimetri rubate nottetempo al signor Caslani (il mago del ghiaccio di Muzzano) – ospitò i primissimi giocatori luganesi, forti del

portiere Ivo Molina (il padre di Alfio). Qui si cimentarono nel gioco dell’Hockey davanti a qualche parente venuto a incoraggiarli. Un campetto che assunse però lettere di nobiltà quando la squadra dei campioni canadesi dilettanti attirò a Loreto – per una gara di promozione – i Diavoli Rosso Neri di Milano (opportunamente rinforzati da alcuni giocatori della squadra avversaria di Edmonton, i Waterloo Mercurys). Fu l’occasione per offrire il primo vero grande spettacolo di hockey a Lugano. Il pubblico che accorse non voleva proprio che smettessero di offrire meraviglie, fatte da un gioco di squadra che privilegiava spettacolari discese a rete solitarie, così gli organizzatori si accordarono con gli sportivissimi ospiti per far concludere l’incontro con un supplementare di due volte cinque minuti. Il regalo venne accolto dai 2500 spettatori con un vero tripudio (il Canada si impose per 5-4). Lugano, in quella notte del 1. febbraio 1950, entrò nella storia dell’hockey mondiale su un campetto che, causa il favonio, si presentò solo con alcune lastre di ghiaccio! La Federazione internazionale ammetteva allora soltanto giocatori non professionisti ai Mondiali e ai Giochi Olimpici. E quella squadra di Edmonton fu l’ultima rappresentativa dilettante canadese a imporsi ai Mondiali (Londra 1950) e ai Giochi Olimpici (Oslo 1952). A Loreto, quando passo di lì, penso spesso a quegli anni pioneristici e a quella sera, quando nessuno immaginava mai (forse neppure l’ottimista Cuccio Viglezio) che un giorno i bianconeri avrebbero giocato in serie A, come si diceva allora. E, men che meno, che si sarebbero laureati campioni svizzeri. Da Loreto a Noranco, dove il mitico Albino Mangili ideò la realizzazione di una pi-

La Resega nel 1957. (Dal libro Dicastero sport. 30 anni di passioni e di emozioni, 2010)

sta su uno stagno (di acque stagnanti, appunto) di piccole dimensioni e dal fondale poco profondo, in una zona piuttosto in ombra, anni dopo attraversata dal cavalcavia dell’autostrada. Mangili si immaginò che quel suo stagno poteva essere trasformato in una pista sempre più simile a quelle vere, delle stazioni turistiche di montagna (Davos, Arosa, Adelboden o delle grandi città che potevano permettersi il ghiaccio artificiale e costruì transenne di legno, senza pittura né scritte pubblicitarie, ma efficaci per la pratica di un gioco più mascolino. Poi ecco la Pista della Resega, inaugurata nel 1957, grazie all’ingegner Pino Pedrolini con un gruppo di collaboratori, fra cui l’ingegner Geo Mantegazza e l’ex nazionale svizzero Beat Rüedi, più volte campione svizzero con il Davos, nonché autore del primo gol elvetico della storia contro il Canada. La Resega rappresentò una svolta decisiva per l’HC Lugano. Dalla Prima divisione, alla Divisione Nazionale B (grazie anche alle grandi parate di Alfio Molina – senza maschera protettiva

– promosso in prima squadra appena quindicenne e con pochissima esperienza fra i pali, ma comunque figlio d’arte!), alle due promozioni in DNA. Chi credeva che Lugano potesse vincere soltanto col gioco del pallone, dovette ricredersi: i bianconeri, infatti, conquistarono il primo di sette titoli proprio sulla pista dei pluricampioni del Davos, liquidando il Sierre in semifinale in due partite e in altrettante i grigionesi quando, per… prudenza, la Federhockey svizzera decise che i playoff, disputati per la prima volta, si sarebbero giocati al meglio di tre partite. L’anno successivo (1987) la squadra allenata dallo svedese John Slettvoll il «Mago» – così ribattezzato anche oltre San Gottardo – e rinforzata con alcuni giocatori che sembravano ormai sul viale del tramonto, il Lugano piega nell’ultima gara il Kloten alla Resega e pure nella successiva stagione. Dopo Davos, i bianconeri si laureano campioni anche all’Allmend di Berna in quattro gare (1990). Devono trascorrere nove anni per il titolo numero cinque. È un suc-

ORIZZONTALI 1. Non può parlare 5. Estesa tra le due estremità 9. Noto compositore tedesco 10. Di dimensioni ridotte 11. Andata per Virgilio 12. Lupo gigante della mitologia norrena 13. Ha un proprio servizio 14. Faticoso, difficile 16. Riccardo I lo era di Leone 19. Il diritto dei romani 20. Tutt’altro che ignoranti 21. Una consonante 23. Simbolo del Voltampère 24. Il padre di Sem e Cam 25. Preposizione articolata 26. Quarantanove romani 27. Una fibra tessile 28. Postille 29. In pochi come in molti

Sudoku Livello medio

cesso strepitoso: diretto alla transenna dall’indimenticato Jim Koleff, il Lugano festeggia il titolo alla Valascia, contro i vincitori con largo margine della regular season. Titolo numero sette: a inchinarsi ai bianconeri è ancora il Davos, nel 2006. In questi giorni di grande attesa si è detto e scritto molto e gara -1 è già alle nostre spalle. Ricordiamo allora soltanto che il Berna vinse la prima finale contro il Lugano (1989) e la quarta, solo al meglio di 5 (2-3). Tralasciando per una volta giocatori e allenatori, ognuno con meriti diversi, a cominciare da Jörg Eberle e John Slettvoll, va sottolineato più volte l’intuito e la lungimiranza di Geo Mantegazza e il suo costante impegno, sebbene non pochi credevano che dopo un paio di titoli, il Geo avrebbe ceduto ad altri il compito di proseguire. Dopo dieci anni, ecco invece che il nome di Mantegazza riemerge con Vicky, figlia del presidentissimo. La stagione non è stata facile (a un certo punto delle qualificazioni l’HCL ha occupato l’ultimo posto della classifica. Per mancanza di rendimento, continuità e spettacolo, dovette poi essere licenziato l’allenatore Fischer. Per Vicky fu una decisione difficile e dolorosa, ma con l’arrivo del tecnico Doug Schedden, pronto a battersi con determinazione per il suo primo titolo in Svizzera, la squadra è cresciuta gradualmente e la differenza con il resto della stagione è stata più che mai evidente: lottare e lottare, battersi con impegno fino all’ultimo minuto, fino all’ultimo secondo. Come mai prima non ci fu feeling fra lo svedese Pettersson e Fischer? L’attaccante ha preferito non rispondere, il che lascia supporre un rapporto tutt’altro che ideale tra i due. Il resto lo sapete. Anche il risultato di gara -1.

Giochi Cruciverba Le «tagliafoglie» sono un genere di formiche che d’inverno si nutrono di… Scoprilo risolvendo il cruciverba e leggendo le lettere evidenziate. (Frase: 6, 3, 9, 5, 4)

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VERTICALI 1. Abito senza fine 2. Creatura da fiaba 3. Strumenti musicali di terracotta 4. Le iniziali del filosofo tedesco Hartmann 5. Il letto dei wagons 6. Può esserlo un figlio 7. Tredicesima lettera dell’alfabeto greco 8. Alberi ad alto fusto 10. Fu un noto presidente cinese 12. Riformatore boemo che con ciò diventa chiuso... 13. Una cifra... vaga 15. Un numero 17. L’antico «do» 18. Pseudonimo di Vladimir Ilijc Ulianov 20. Il Lama buddista... 22. Lo incassa l’armatore 23. Parere contrario 25. A fin di bene 27. Precede un’ipotesi

Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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Soluzione della settimana precedente

L’EQUIVOCO – Al telefono: «Pronto con chi parlo?» – «È il negoziante di scarpe!» – «Mi scusi ho sbagliato numero!» Risposta risultante: «ME LE RIPORTI CHE LE CAMBIAMO!»

A C C A

C H I N A

I E A M

M U F F D A R R B I E D

E L O N R I A R A I E B R C U O L I O N I O N I S O C E O O

E P P U R E

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Politica e Economia Vota il sindaco L’Italia si mobilita per le amministrative: iniziamo una nuova serie con la città di Roma

Aperto dissenso In una lettera alcuni fedeli membri del PCC chiedono le dimissioni del leader Xi Jimping: è l’inizio della fine del monopolio del partito comunista sul potere politico?

To Brexit or not to Brexit Gli scenari possibili dopo il voto per il referendum inglese sulla permanenza nell’UE

L’AVS in difficoltà La scarsa remuneratività degli investimenti erode in maniera sensibile le riserve del Fondo pensionistico pagina 35

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AFP

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Belgio, retroterra dell’Isis Terrorismo Le radici geopolitiche della strage di Bruxelles nel primo paese Ue per densità di reclute

dello Stato Islamico Lucio Caracciolo Lo Stato Islamico ha due facce: la statuale e l’ideologica. La prima sembra in crisi, la seconda meno. Negli ultimi mesi il territorio controllato dall’Isis – a cavaliere della ormai trascorsa frontiera siro-irachena, lungo le valli del Tigri e dell’Eufrate – si è sensibilmente contratto. Certo, in Nord Africa e in Asia occidentale diverse entità jihadiste, un tempo afferenti alla galassia qaedista, hanno innalzato il vessillo nero del «califfo» Abu Bakr al-Baghdadi. Ma più che sue emanazioni periferiche, si tratta di organizzazioni autonome che hanno individuato nel marchio «califfale» un formidabile attrattore di uomini e risorse, un fattore decisivo di visibilità nel mondo parallelo dei media e in particolare dei network jihadisti. L’incubo di un’espansione lineare del territorio soggetto all’Isis, che nel 2015 alcuni analisti davano per probabile, sembra scongiurato. Raqqa e Mosul restano ancora saldamente nelle mani del gruppo di al-Baghdadi, ma i governativi siriani e iracheni, ciascuno per proprio conto e con il congruo appoggio

dei rispettivi alleati, stanno stringendo la morsa sulla «capitale» e sull’unica metropoli del «califfato». Questo significa che la battaglia finale si avvicina, che il destino dello Stato Islamico è segnato? Presto per stabilirlo. In ogni caso, l’aura di invincibilità che nei primi mesi di vita di questa singolare entità sembrava sospingerne i militanti ed eccitarne i simpatizzanti pare seriamente incrinata. Per noi europei la questione decisiva non è però tanto chi governa ampi tratti di Mesopotamia e di Levante, quanto la capacità dello Stato Islamico di colpire nei nostri paesi. Contrariamente alla vulgata, non esiste una correlazione diretta fra la dimensione territorialstatuale dell’Isis e la sua potenza terroristica in Europa e nel mondo. Paradossalmente, anzi, si potrebbe sostenere che tanto più arretra nello spazio di origine, tanto più pericoloso questo «mostro provvidenziale» si rivela a casa nostra. L’arretramento geopolitico nel Siraq obbliga infatti il «califfo» a rilanciare altrove. La dimensione asimmetrica dello scontro – ovvero il terrorismo esterno ai territori di radicamento – serve a mascherare l’evidenza dei limiti

dello Stato Islamico nella guerra più o meno convenzionale che ha ingaggiato in «patria» contro una vasta quanto eterogenea coalizione, di fatto contro l’alleanza sciita formata dai governi di Damasco e Baghdad, sostenuti dall’Iran e appoggiati dalle milizie libanesi di Hezbollah. I terribili attentati del 22 marzo di Bruxelles, coda della sanguinosa cometa manifestatasi a Parigi lo scorso anno con l’attacco a «Charlie Hebdo» e le stragi del 13 novembre, sono testimonianza della sua persistente potenza di fuoco in Europa. Allo stato delle indagini è arduo stabilire in che misura gli attentati sull’asse Parigi-Bruxelles siano stati pilotati da Raqqa. Resta che essi sono il frutto della fruttuosa campagna di reclutamento ideologico che il jihadismo, «califfale» o meno, ha saputo svolgere in questi anni con notevole successo in Europa e non solo. Un reclutamento tanto più corposo quanto più il marchio «califfale» si è affermato nel mondo quale apocalittico simbolo di vittoria. Nella rete del «califfo» sono così affluiti a decine di migliaia combattenti più o meno volontari provenienti da tutti i continenti. Si calcola

che fra i miliziani «stranieri» dell’Isis siano rappresentate almeno cento nazionalità, ovvero metà dell’ecumene geopolitico. Con particolare e incisiva presenza franco-belga. Anzi, il Belgio sembra sia in termini relativi il Paese più fecondo di foreign fighters, avendone prodotti circa 500, di cui un centinaio nel frattempo rientrati (o rispediti) in Europa per compiervi attentati il cui scopo propagandistico principale è dimostrare che il «califfato» è sempre vivo e capace di colpire, anche se il suo territorio si restringe. Questo ci impone una revisione della strategia di contrasto dello Stato Islamico in Europa. Per noi la minaccia non si misura con i chilometri quadrati di estensione della superficie del territorio «califfale», ma con la sua capacità di mobilitazione e controllo di migliaia di foreign fighters di rientro. In grado di colpire anche senza un ordine diretto e specifico di al-Baghdadi. Il problema è nelle nostre città molto più che nei deserti mediorientali. Qui da noi abbiamo lasciato crescere, in nome di un vago multicultularismo, cospicue reti jihadiste che si muovono

con agilità in spazi urbani sui quali il controllo delle istituzioni è nella migliore delle ipotesi assai lasco, nella peggiore inesistente. Il caso di Bruxelles, in specie di Molenbeek, è paradigmatico. Lo Stato belga è una fictio, quasi quanto l’identità nazionale del plat pays, storicamente diviso fra belgi, valloni e altre comunità, tra cui quella degli eurocrati, che vivono ciascuna confitta nella sua «bolla». Il terreno ideale per reclutare giovani in cerca di senso, avventure e soldi, per ciò disposti ad abbracciare la fede apocalittica e sanguinaria incarnata dal «califfo». Il terrorismo jihadista non va quindi solo battuto sul terreno simmetrico, sconfiggendone le brigate che ancora circolano fra Siria e Iraq, o tentano di espandersi nell’Africa settentrionale. Questa sarà una guerra ancora lunga, ma sicuramente più breve di quella decisiva: la ripresa di controllo delle nostre metropoli e la riconquista dei cuori e delle menti di tanti fra i nostri giovani – non solo figli e nipoti di immigrati, anche diversi convertiti – i quali trovano rifugio al loro spaesamento in un’ideologia ultraradicale che ne legittima la violenza senza limiti.


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Politica e Economia

Il dissesto di Roma

A giugno l’elezione dei sindaci – 1. parte Mai come stavolta la sfida locale assume uno spessore nazionale:

il premier Renzi contro il resto del panorama politico, compresa la sua recalcitrante minoranza

Alfio Caruso Roma detiene il record mondiale di topi in rapporto alla popolazione: 3 per abitante, cioè quasi 9 milioni. Gl’impiegati del comune ormai se li ritrovano sulle scrivanie; all’inizio di marzo hanno dovuto chiudere lo sportello della biglietteria ai Fori Imperiali per un’improvvisa invasione. La sovrintendenza ha già alzato le braccia: problema irrisolvibile. Eppure per il nuovo sindaco, da eleggere a giugno, quella dei ratti non rientra fra le principali emergenze. La più impellente è rappresentata dallo sfascio economico: 140 milioni di buco soltanto nel 2015, un debito complessivo intorno al miliardo e mezzo di euro. L’amministrazione capitolina è gravata da sessantaduemila buste paga ogni mese, di cui trentasettemila delle aziende municipalizzate: un groviglio di ottanta scatole societarie, che fanno del comune di Roma il terzo datore di lavoro dopo Poste e Ferrovie. Ma che significa pure un dipendente comunale ogni quarantacinque residenti: un altro primato planetario. D’altronde il Comune ci perde persino nell’affitto dei propri beni immobili, 43’051 per un incasso di 27,1 milioni: in media 53,46 euro al mese. Per la manutenzione, però, spende 138,9 milioni di euro. Perdita secca, 111,8 milioni l’anno. Da un’indagine del commissario Tronca, subentrato al sindaco dismesso Marino, è venuto fuori che l’85% degli inquilini negli appartamenti del centro non paga il pur risibile canone d’affitto e spesso si tratta di fior di professionisti con pingue dichiarazione dei redditi. Purtroppo il festival dello spreco non è terminato. Malgrado un simile patrimonio, risultano in carico al Comune 4’801 abitazioni affittate dai privati, 1’042 delle quali riconducibili alla famosa erede di una dinastia di costruttori, Angiola Armellini, che secondo la Guardia di Finanza ha evaso l’Ici per anni. Il costo totale è di 21 milioni 349’652 euro, in media 370,57 euro per ciascuna di esse. Sette volte il ricavo delle sue proprietà.

La capitale viene considerata già persa per i partiti tradizionali che così male hanno governato nelle ultime due legislature Questi numeri non hanno tuttavia spaventato i numerosi aspiranti alla fascia tricolore. Senza contare i carneadi in cerca del quarto d’ora di celebrità – li rappresenta al meglio dal pittoresco deputato di Forza Italia, Razzi, che deve la propria fama all’irresistibile imitazione del comico Crozza – sono già sei, dei quali quattro nel campo moderato. Dietro la conquista del Campidoglio si giocano robuste partite nazionali, la più importante delle quali è l’assalto concentrico a Renzi: da Forza Italia e Lega al Movimento 5 Stelle, che è forse il più rabbioso di tutti al punto da far trasparire l’acredine personale di Grillo e Casaleggio nei confronti del capo del governo. Ma Roma è la città in cui Renzi rischia meno: viene considerata persa per i partiti tradizionali, che così male hanno governato nelle ultime due legislature. Le sindacature dell’ex fascista Alemanno e del del presunto marziano Marino l’hanno dissestata ancor prima che l’inchiesta giudiziaria denominata «Mafia Capitale» denunciasse l’enorme inquinamento delinquenziale. Sulla carta, quindi, la favorita è l’av-

Il Campidoglio, sede ufficiale del sindaco. (Marka)

venente avvocatessa Virginia Raggi, esponente del M5S, sulla quale dovrebbe convergere la gran massa di delusi, arrabbiati, opportunisti. Il vento del presunto nuovo soffia così forte che alla Raggi è stato perdonato di aver nascosto il praticantato nello studio di Cesare Previti, l’ex ministro condannato per aver corrotto, da legale di Berlusconi, i giudici. L’hanno invece bastonata per aver affermato che in caso di vittoria la struttura dirigenziale dell’Acea (azienda comunale elettricità e acqua) sarebbe stata azzerata. Si tratta di una spa allargatasi anche all’ambiente in grado di garantire buoni utili, il cui controllo è assai conteso fra il Comune e alcuni azionisti. Le dichiarazioni della Raggi hanno scatenato una piccola bufera in Borsa e la piccata reazione del più importante quotidiano della Capitale, «Il Messaggero», il cui proprietario, Francesco Gaetano Caltagirone, è l’ago della bilancia in Acea, oltre che l’imprenditore onnipresente in qualsiasi intrapresa cittadina. Per la Raggi potrebbe risultare un avversario più insidioso dei suoi sfidanti. Sulla carta il competitore con il maggior credito è un garbato parlamentare di lungo corso, Roberto Giachetti, un inizio da radicale, poi stretto collaboratore di Rutelli nei suoi otto anni da primo cittadino. Renzi l’ha scelto per la conclamata distanza da camarille, intrighi, faccendieri, appalti. Ma le complicità del Pd nel malaffare degli ultimi anni lo zavorra assai. Il suo compito è di raggiungere il ballottaggio con la Raggi. Potrebbe riuscirvi, se nel centrodestra non trova soluzione l’aspro dissidio fra Berlusconi e i suoi alleati, Salvini e Meloni. Dopo averla accettata, i due hanno contestato la

candidatura di Bertolaso, l’ex ras della protezione civile, imputato in due fastidiosi processi e imposto da Berlusconi. L’hanno definito un perdente: nella realtà Salvini ha provato a mettere nell’angolo l’ottantenne ex premier. Il segretario della Lega, sempre più su posizioni d’intolleranza razzista e pendente dalle labbra della signora Le Pen, ambisce a diventare il riferimento di uno schieramento oltranzista. È convinto di poter pescare nell’assai ridotto serbatoio di Forza Italia, i sondaggi la danno intorno al 12-13%, e la Meloni gli ha reso il grosso favore di lanciarsi nella mischia, benché per settimane avesse rifiutato per timore di una sconfitta, scusa ufficiale la gravidanza. La sua presenza ha indotto l’ex compagno di fede Francesco Storace ad annunciare che si sarebbe ritirato soltanto in presenza di un candidato unitario, assai lontano dal palesarsi. Mentre rimane nel suo splendido isolamento Alfio Marchini, rampollo di una famosa dinastia di palazzinari, già competitore di Marino e Alemanno nel 2013. Nonostante si affanni a professarsi lontano da tutte le ideologie, Marchini è considerato un candidato moderato. Indicazione paradossale per il nipote di colui che assieme ai fratelli realizzò e regalò al partito comunista la storica sede di via Botteghe Oscure. Una tale frantumazione spalancherebbe a Raggi e Giachetti la via verso il ballottaggio. Ecco il motivo degli appelli disperati della Meloni a Berlusconi di ripensarci. E l’impenitente Silvio, atteso da un paio di procedimenti legati all’abitudine di pagare le pseudo ammiratrici, potrebbe farlo, ma a vantaggio di Marchini. Un colpo di scena in grado di azzoppare Giachetti, sul quale incombono sia la candidatura di

un’esponente della sinistra dura e pura, quella abituata a perdere in proprio e a far perdere anche il Pd, sia la candidatura di Marino voglioso di procurare danni al partito che l’ha defenestrato. La voglia di vendetta del controverso chirurgo, i cui atti appaiono spesso in netta contrapposizione con i propositi, potrebbe, però, essere disinnescata dalla richiesta di rinvio a giudizio in due inchieste sul suo operato da primo cittadino. In ogni caso nessuno degli aspiranti sindaci sembra rendersi conto di quale grana ambisca a farsi carico. A modo suo l’ha detto la sanguigna senatrice del M5S, Paola Taverna: «C’è un complotto per farci vincere a Roma». A prescindere da chi la spunterà, per la prima volta sarà un voto libero, incarnato dall’impossibilità di capire chi sceglieranno gli enormi quartieri periferici fin qui dominati dai signori delle tessere. A loro Alemanno dovette la sua clamorosa affermazione nel 2008 quando sconfisse il favoritissimo Rutelli. È saltato il sistema basato sul rapporto privato, ma ben foraggiato dal denaro pubblico e a volte ammantato, almeno a parole, d’ideali, che ebbe il suo epicentro nel grande accordo Dc-Vaticano-Pci degli anni Sessanta. Risulta cancellato il partito della spesa pubblica, perché sono finiti i soldi da spendere. E ha chiuso per plurime bancarotte fraudolente anche il partito del privilegio, quello delle risorse pubbliche distribuite a pochi privilegiati. Rimane soltanto uno smisurato territorio vasto come la somma di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo. Il miracolo del piano regolatore del 2008, varato in una notte: fra 60 e 70 milioni di nuovi metri cubi, oltre 15 mila ettari di estensione sulle campagne.

La città poggiava su una logica clientelare e consociativa. Ne facevano parte la politica, le imprese, il sindacato, la borghesia. Negli ultimi vent’anni mentre altrove si poneva il problema di razionalizzare in chiave industriale le società municipalizzate, a Roma queste aziende sono state impiegate per un’assistenza sociale mascherata. L’obiettivo dei trasporti, per esempio, non è stato quello di garantire il servizio ai romani, bensì di garantire assunzioni. Lavoro in cambio di voti. Così l’Atac si ritrova con 11’800 dipendenti iscritti a tredici differenti sigle sindacali. Nel 2010 la cosiddetta «parentopoli» di Alemanno, duemila assunti nelle municipalizzate, fu denunziata da alcuni esponenti di un sindacato di destra, la Faisal, che fotocopiò le liste degli assunti e le inviò ai giornali. Desiderio di pulizia e giustizia? Manco per idea, fu la vendetta per la mancata assunzione dei loro iscritti. Un cambiamento raccontato anche dal tramonto dei volti, che hanno incarnato il potere all’ombra dei colli non più fatali, bensì puzzolenti: il banchiere Geronzi; il taciturno Letta, braccio destro di Berlusconi e stanza di compensazione fra Chiesa, Politica e Affari; lo sconosciuto al grande pubblico Manlio Cerroni, titolare della discarica di Malagrotta, entrata in funzione nel 1986 per inghiottire 4’000 tonnellate di rifiuti al giorno. La cava ha operato dal 2’000 alla sua chiusura in un regime di semi illegalità, ma Cerroni era intoccabile per le entrature prima nella Dc, poi nella Margherita di Rutelli. Oggi che Malagrotta è chiusa viene rimpianta per l’immondizia che si accumula sui marciapiedi e per i 40 milioni l’anno occorrenti a mandare le balle di spazzatura nel Nord Europa.


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Politica e Economia

Cina, vacilla il mandato del Nuovo Mao Crisi politica Dopo la conclusione delle assemblee dei due rami del Parlamento cinese, per la prima volta si sono

Beniamino Natale Mai come quest’anno le cosiddette «due assemblee» – vale a dire le sessioni plenarie dei due rami del Parlamento cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo (NPC nella sigla inglese) e la Conferenza Consultiva del Popolo (CPPCC) – sono state l’occasione per l’espressione di un dissenso esplicito dalle politiche perseguite dal gruppo dirigente. Una lettera aperta contenente pesantissime critiche all’operato del presidente e segretario del Partito Comunista Xi Jinping è stata diffusa il 4 marzo, immediatamente prima dell’apertura dei lavori delle «due assemblee». Non si tratta della «solita» uscita di pochi e isolati dissidenti. Sidney Rittenberg, un giornalista e scrittore americano che ha vissuto in Cina dal 1944 al 1979 e profondo conoscitore delle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese,ha commentato: «Penso che un cambiamento non troppo distante nel tempo sia probabile, perché una volta che è stato dimostrato che il “centro” ha sbagliato su una questione fondamentale, di solito l’incantesimo è rotto e qualcosa deve succedere». La lettera aperta è stata pubblicata

simultaneamente da un sito web che appartiene alla compagnia di commercio online Alibaba, dal Dipartimento per la propaganda del governo della Regione Autonoma del Xinjiang (nel quale si ritiene siano annidati alcuni critici del leader supremo) e dall’azienda editoriale Caixin, che pubblica l’omonima rivista. «Caixin» è diretta da Hu Shili, una coraggiosa giornalista che da anni naviga con successo sulla linea rossa che separa il consentito dal vietato nella Cina comunista, forzando i limiti della censura con inchieste e analisi non ortodosse senza incappare nelle maglie della repressione. Uno schieramento che la dice lunga sulla diffusione del dissenso verso la linea politica di accentramento del potere e di rafforzamento dei poteri repressivi dello Stato praticata da Xi, che è al potere dal 2012. I «leali membri del Partito Comunista» che hanno firmato la lettera riconoscono che la spietata campagna contro la corruzione lanciata dal presidente «ha portato a un certo miglioramento», ma poi non risparmiano nessuna delle sue principali iniziative politiche. Per quanto riguarda l’organizzazione del partito, «l’abbandono del sistema… di leadership collettiva…ha portato

AFP

levati forti dissensi alla politica di accentramento del potere e all’autoritarismo repressivo del presidente Xi

ad un’eccessiva concentrazione del potere» nelle mani di Xi. Gli altri organi dello Stato «compreso il premier Li Keqiang» sono stati «indeboliti» in questo processo. A livello diplomatico, l’aggressività messa in mostra in par-

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ticolare nelle dispute territoriali nel Pacifico – prosegue la lettera – è quella che ha permesso alla Corea del Nord «di condurre con successo un nuovo esperimento nucleare», portando «una grave minaccia alla nostra sicurezza». Cosa ancora più grave, essa «ha consentito un efficace ritorno in Asia degli Stati Uniti, che hanno creato un fronte unito con la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine e altri paesi del sudest asiatico per contenere la Cina». Gli estensori della lettera sostengono anche che sono state queste politiche del «centro» a permettere la vittoria elettorale a Taiwan degli indipendentisti del Democratic Progressive Party (DPP) e a stimolare le crescenti pulsioni indipendentiste che si sono manifestate negli ultimi due anni ad Hong Kong. Sono stati errori del «numero uno» e del suo gruppo a portare alla crisi del modello di crescita cinese. I «leali comunisti», accusano infatti Xi di aver provocato le ripetute crisi della Borsa e di aver perseguito politiche eccessivamente liberiste che hanno portato «a massicci licenziamenti» nelle imprese pubbliche. La sua iniziativa chiamata «One Belt One Road» – il progetto di una serie di investimenti nelle infrastrutture che facilitino i collegamenti via terra e via mare tra Cina, Asia centrale ed Europa – ha portato a impiegare «una grande quota delle riserve di valuta pregiata in paesi e regioni caotiche (un riferimento al Pakistan?) senza alcun discernibile vantaggio». Infine, gli autori della lettera criticano la politica «ideologica» di Xi, rinfacciandogli di aver promosso alcuni blogger di basso livello come «alfieri» della cultura cinese. La lettera invita Xi Jinping a dimettersi da tutte le sue cariche e in due occasioni muove una velata minaccia al leader, sottolineando il fatto che le «divisioni» che si sono create nel partito potrebbero portare problemi a lui e «alla sua famiglia». Pochi giorni dopo la pubblicazione della lettera aperta «Caixin», uno dei media che l’hanno diffusa, è tornato alla carica diffondendo sul sito web in inglese un’intervista a Jiang Hong – professore all’Università di Economia e Finanza di Shanghai e membro della CPPCC – nella quale veniva criticata la mancanza della libertà di espressione. L’intervista è stata poi rimossa dal sito su ordine dei censori del Partito. Il fatto che Hu Shuli abbia deciso di pubblicarla è stato giudicato significativo da numerosi commentatori. Intervi-

stata dal «Guardian», dopo aver notato che per lunghi anni Hu è riuscita a non entrare in rotta di collisione con la dirigenza pur praticando un vero giornalismo d’inchiesta, Sarah Cook, direttrice del «China Media Bullettin», ha sostenuto: «Non credo che (Hu Shuli) avrebbe preso un’iniziativa così audace… se non avesse ritenuto che esista lo spazio che lo permette…». Nei suoi tre anni e mezzo al potere, Xi Jinping ha messo sotto inchiesta, secondo recenti valutazioni, circa trecentomila dirigenti del Partito e dello Stato di tutti i livelli. Molti di loro sono stati condannati a pesanti pene detentive. Alcuni sono stati messi a morte. I pesci più grandi ad essere caduti nella rete di Xi sono stati l’ex-capo del Partito della metropoli di Chongqing Bo Xiali e il suo alleato Zhou Yongkang, responsabile dei servizi di sicurezza ed ex-membro del potentissimo Standing Committee, il comitato permanente dell’ufficio politico del PCC. Allo stesso tempo, centinaia di avvocati, giornalisti, membri delle Organizzazioni non governative sono stati messi in prigione. Lo stesso Xi Jinping e i suoi collaboratori più stretti sono a capo dei cosiddetti «gruppi speciali», che controllano i vari settori dello Stato – economica, politica estera, cultura, ecc. – mentre la spada della repressione è nella mani della temuta Commissione Centrale per Ispezioni di Disciplina, guidata da Wang Qishan, il popolare ex-sindaco di Pechino e fedele alleato – almeno fino a questo momento – del «numero uno». Il culto della personalità di Xi, paragonato da qualcuno a quello di cui si era circondato il suo predecessore Mao Zedong, è stato incoraggiato a tutti i livelli, compresa la diffusione di ridicole «canzoni d’amore» verso il leader e sua moglie Peng Liyuan, generalessa dell’Esercito di Liberazione Popolare e cantante pop, che sono comparse negli ultimi mesi su Internet. Le aperte espressioni di dissenso sembrano confermare l’opinione di David Shambaugh, uno dei più grandi sinologi viventi che circa un anno fa affermò in un articolo pubblicato dal «Wall Strett Journal» che il rilancio dell’autoritarismo da parte di Xi Jinping ha segnato l’inizio della fase finale del monopolio del PCC sul potere politico. «Non possiamo prevedere quando collasserà il comunismo cinese – scriveva Shambaugh – ma è difficile non pensare che stiamo assistendo alla sua fase finale».


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Politica e Economia

La strategia del terrore

Pakistan La strage di Lahore rappresenta il tentativo più sanguinoso da parte di un gruppo di talebani pakistani,

Francesca Marino Settantadue morti, tra cui trenta bambini. La Tour Eiffel illuminata dei colori del Pakistan in segno di solidarietà, il cordoglio dell’Occidente che in gran parte celebrava la domenica di Pasqua, la condanna del Papa per quella che da questa parte del mondo è stata descritta come «strage di cristiani». Strage di individui, anzitutto. Anche perché la maggior parte dei morti di Lahore era invece di religione musulmana. Cittadini di quella che tra le città pakistane è sempre stata un simbolo: roccaforte di liberal e radical chic, di intellettuali e famiglie di ricchezza antica e solida. Ai piani alti, ovviamente. Che, come accade in Pakistan più che altrove, quando sono alti sfiorano il cielo e da quel cielo guardano al resto della popolazione. È uno strano posto, Lahore. Depositaria della ormai languente cultura liberale e progressista del Paese e, allo stesso tempo, roccaforte e sede della crème della jihadi locale. A Lahore e in tutto il South Punjab operano difatti indisturbati (quando non sono addirittura finanziati dal governo) alcuni tra i più letali gruppi del terrorismo locale internazionale. A Lahore la commistione letale tra terrorismo, politica, esercito e società civile raggiunge vette insolite anche per il Pakistan. Si dice che la polizia fosse stata allertata giorni prima di un possibile attacco terroristico, e che gli attentatori fossero stati fermati all’ingresso del parco. Uno è

sfuggito alla polizia facendosi esplodere, gli altri tre sono scappati. Dopo, la narrativa è stata quella di sempre: stato di shock, cordoglio delle istituzioni, tre giorni di lutto cittadino. Eppure, dopo appena tre giorni, le notizie relative alla strage sono già sparite dalle prime pagine dei giornali: prima, molto prima di quanto non fossero state messe a tacere le notizie sulla strage di bambini nella scuola di Peshawar. All’indomani della strage è stata lanciata una operazione in grande stile contro il terrorismo in Punjab: dei cinquemila arrestati, il novantacinque per cento è stato già rilasciato e gli altri seguiranno a breve. La strage è stata rivendicata da una costola del TTP, i Taliban Pakistani. Il gruppo si chiama Jaamat-ur-Ahrar, ha legami con Daesh e tramite il suo portavoce Ehsanullah Ehsan ha dichiarato che il prossimo obiettivo saranno giornali e televisioni, come se non fossero già bersagliati abbastanza dal governo e dai servizi segreti. Il premier Nawaz Sharif, che è di Lahore, ha espresso le solite condoglianze e la ferma determinazione di sconfiggere il terrorismo nel Paese. Dimenticando che con i voti dei terroristi è stato eletto, e che da sempre il governo del Punjab protegge e foraggia gente ricercata dalla Cia e dall’Interpol come il capo della Jamaat-u-Dawa/Lashkari-Toiba Mohammed Hafiz Seed e altri gentiluomini del suo stampo. Non solo: i fratelli Sharif, Nawaz e Shahbaz, sono sempre stati vicini, alcuni dicono troppo vicini, ai partiti

AFP

il Jaamat-ur-Ahrar fra i più letali del terrorismo locale e internazionale, per ottenere il controllo dell’intero Paese

integralisti religiosi che fanno parte di una vastissima zona grigia al confine tra la legalità e la guerriglia armata. A investigare sulla strage di Lahore e a mettere in piedi la vasta operazione «contro il terrorismo» è stato chiamato l’esercito. L’esercito e i corpi speciali, che sottraggono di fatto al governo la gestione e il controllo del territorio. Nawaz ha dovuto accusare il colpo,

l’ennesimo in pochi giorni e dimostrare ancora una volta di più quanto poco conti in Pakistan il governo civile e, soprattutto, il signor Sharif. Ostaggio da una parte dell’esercito, dall’altra dei famosi partiti religiosi. Perché mentre a Lahore esplodevano le bombe e l’attenzione di tutto il mondo veniva puntata sulla città, a Islamabad diecimila persone marcia-

vano indisturbate dentro al famosa Red Zone, la zona della città in cui si trovano palazzi del governo e istituzioni, la zona più protetta e fortificata del Paese. La marmaglia in questione, raccattata dai partiti islamici in tutti gli angoli del Pakistan, metteva praticamente sotto assedio la capitale razziando strade e case. I diecimila chiedevano che Mumtaz Qadri, giustiziato di recente per l’omicidio dell’ex-governatore del Punjab Salman Taseer, venisse dichiarato martire della fede. Che Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia a favore della quale Taseer aveva parlato, sia messa finalmente a morte. Che sia abolito il Women’s Act emanato di recente in Punjab e, infine, che il Pakistan ritrovi le proprie «sane» radici di stato islamico e sia definitivamente implementata la Sharia, senza alcuna alternativa laica, nel Paese. La strategia del terrore, orchestrata da esercito e servizi, ha sempre pagato in Pakistan e continua a pagare. Nel Paese è in corso una battaglia senza quartiere, sulla pelle dei cittadini, per il controllo totale delle istituzioni a danno di quel minimo di diritti civili ancora garantiti da una Costituzione sempre più svuotata di significato. Obama ha telefonato a Nawaz lodando i risultati ottenuti di recente dal Pakistan contro il terrorismo, aggiungendo la beffa al danno. E confermando, come se ce ne fosse bisogno, la strategia dello struzzo che prevale da un paio d’anni a questa parte in occidente nei confronti del Pakistan. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Brexit e le sue conseguenze Referendum antieuropeista Animi divisi sugli effetti della possibile uscita britannica dalla UE

Edoardo Beretta Da quando, in seguito al Consiglio europeo del 18-19 febbraio 2016, il Premier David Cameron ha confermato che il 23 giugno 2016 sottoporrà all’elettorato britannico il quesito sulla permanenza del Regno Unito nella UE sono in molti a interrogarsi su esito (e conseguenze) di tale referendum. Se i pronostici di (in)successo paiono quanto mai aleatori, lo è pure l’impatto economico-politico, che un’eventuale uscita dalla cerchia dei 28 Paesi comunitari potrebbe avere su ambo le parti. Su una questione si delinea, però, ampio consenso, cioè sul fatto che gli accordi europei (così come configurati) abbiano creato diffusi malumori nelle Nazioni aderenti: la percezione di «camicia di forza» monetaria e di tecnocrazia esuberante (oltre che di sovrapposizione funzionale rispetto agli apparati nazionali) hanno accelerato ulteriormente la rottura di un già precario equilibrio. Lo scenario dell’abbandono di un Paese membro – almeno ufficialmente – non ha ricevuto ancora una risposta univoca da parte dei vertici europei. L’impatto macroeconomico sulla UE dipenderà, innanzitutto, dalla stra-

tegicità della Nazione uscente: ad esempio, poco prima del raggiungimento di un accordo nel Vertice euro del 12 luglio 2015 furono disparate le voci a suggerire ad Atene (per non ricadere nella dibattuta impossibilità statutaria di uscita dall’Eurozona) di ricorrere alla via «traversa» di abbandono dell’Unione Europea. Tale scenario sarebbe stato economicamente sopportabile (236 mld. $, cioè 1,27% del PIL europeo1), ma avrebbe avuto un grande valore simbolico nei confronti di altri Paesi membri in crisi. Nel caso del Regno Unito si ha, invece, la sensazione che l’indipendenza monetaria britannica abbia già ora privato il worst-case scenario da Oltremanica del suo effetto «tellurico». Se è condivisibile che il suo status privilegiato (grazie alle clausole di opt-out) sia sempre meno accettato dal contribuente europeo, che mal tollera il «gioco al rialzo» del Governo britannico, l’impatto economico-politico nel Regno Unito potrebbe risolversi in un «fuoco di paglia». Il paventato impatto negativo sul PIL inglese potrebbe non esserci in presenza di accordi commerciali bie multilaterali a garanzia dei rapporti di libero scambio in essere. Poiché l’indizione del referendum è avvenuta con Regno Unito

UE (28 Paesi)

Popolazione, 1 gennaio 20152

64’767’000

508’191’000

Tasso di crescita reale del PIL (in %), 20143

2,9

1,4

Tasso d’inflazione (in %), 20144

1,5

0,5

Gli inglesi andranno alle urne il prossimo 23 giugno. (Keystone)

tacita consensualità, è ipotizzabile che – anche in caso di Brexit – la Nazione britannica manterebbe in vita (quasi) tutte le opportunità commerciali-finanziarie. Nullo o minimo sarebbe, in tale contesto, l’impatto sul PIL. Non è delineato, invece, il ruolo, che il Regno Unito potrebbe assumere da «transfuga» – ad esempio, decidendo di attrarre investitori di ogni dove mediante mirate politiche economiche (cfr. isole del Canale a fiscalità privilegiata). Tale riorientamento (magari con un parziale placet delle istituzioni internazionali di riferimento) non sarebbe poi così sconsigliabile – a maggior ragione, dopo la recente «ritirata» di altre Nazioni europee. Le preoccupazioni – se proprio ve ne dovessero essere – sarebbero tutte nel campo continentale. Infatti, il PIL comunitario verrebbe a diminuire

(passando da 28 a 27 Paesi membri), toccando in base agli ultimi dati aggregati del 2014 un livello inferiore, cioè da 18.514 mld. $ a «solo» 15’525 mld. $, a quello del competitor statunitense (17’419 mld. $). Maliziosamente, però, si potrebbe vederne l’aspetto positivo, cioè un decremento pari a 9.168,13 mld. $ di debito estero lordo nello stesso anno5. Da un lato, il progetto europeo perderebbe il proprio status di un «dogma»: dall’altro, il segnale, che ne potrebbe derivare a futura memoria per altre Nazioni – è, infatti, montante l’insofferenza alle regole europee spesso percepite come coercitive –, sarebbe imprevedibile. I rischi all’orizzonte riguardano, quindi, quest’ultimo aspetto piuttosto che un tracollo dei rapporti commerciali-finanziari. Certamente, un esito anti-UE sancirebbe che il contagio dalla crisi del

debito sovrano (attribuita dal 2009 alla sola Eurozona) si sia trasferito all’Europa stessa: l’incapacità gestionale (forse senza precedenti) dei recenti flussi migratori ne è un esempio. Per superare tale sfida esistenziale l’Unione Europea dovrà, invece, acquisire consapevolezza di rappresentare un continente all’altezza dei suoi concorrenti internazionali – con o senza un Paese membro di rilievo – e, prima ancora, recepire senza esitazioni ulteriori le critiche numerose quanto rumorose nei suoi confronti. Dopodiché, il messaggio dovrà essere univoco: se la UE deve continuare ad esistere – la domanda non è mai tardi per essere posta –, non si dovrà mai più contrattare la permanenza dei suoi membri. Perlomeno in quest’ottica, l’effetto segnale da un Brexit potrebbe rivelarsi educativo. Note

1) Dati (anche seguenti) sul PIL tratti ed elaborati da: http://data. worldbank.org/indicator/NY.GDP. MKTP.CD. 2) http://ec.europa.eu/eurostat/ statistics-explained/index.php/ File:Demographic_balance,_2014_ (thousand)_YB15_II.png 3) http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/ table.do?tab=table&init=1&language= en&pcode=tec00115&plugin=1 4) http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/ table.do?tab=table&init=1&language= en&pcode=tec00118&plugin=1 5) http://databank.worldbank.org/ data/reports.aspx?source=quarterlyexternal-debt-statistics/sdds-(new) Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

L’AVS in perdita di oltre mezzo miliardo

Fra i libri di Paolo A. Dossena Mimmo Franzinelli, L’arma segreta del Duce, Rizzoli 2015

Pensioni Il rendimento negativo degli investimenti finanziari pesa sul Fondo AVS, l’AI

regge ancora, ma nel 2017 perderà importanti finanziamenti. Cosa succederà al progetto «Previdenza vecchiaia 2020»? Ignazio Bonoli I dati del bilancio 2015, pubblicati nei giorni scorsi, dicono che l’AVS ha perso oltre mezzo miliardo di franchi. Finora le perdite subite dal conto economico erano ampiamente compensate dal reddito degli investimenti. Oggi però, una perdita del conto ordinario di 579 milioni di franchi non può più essere compensata dal reddito degli investimenti. Infatti, nel 2015, i rendimenti dei capitali sono stati negativi per 237 milioni, mentre gli interessi pagati dall’AI sui capitali messi a sua disposizione dall’AVS hanno fruttato soltanto 257 milioni. Questa evoluzione ha quindi provocato la perdita nel Fondo AVS, che è sceso a 44,2 miliardi di franchi. Il limite di copertura minimo deciso dall’AVS è di 42 miliardi di franchi, che corrisponde oggi a un anno di spese, in particolare per la copertura delle rendite da versare. Se da un lato l’andamento dei conti può essere compreso, vista la costante tendenza al ribasso dei tassi di interesse, nonché l’impostazione negativa delle borse, dall’altro complica notevolmente le cose per il programma «Previdenza vecchiaia 2020» che il consigliere federale Berset sta portando avanti. Va anche detto che si tratta per l’AVS del peggior risultato degli ultimi anni, che, aggiunto alla tendenza negativa dell’anno precedente, sta creando un deficit strutturale. D’altro canto, anche l’AI e il Fondo IPG soffrono degli stessi problemi. Insieme, i tre istituti principali della socialità in Svizzera devono sopportare perdite dello 0,92%. L’evoluzione preoccupa soprattutto l’AVS che finora, dal 2000, aveva subito una perdita soltanto nel 2009 per oltre due miliardi negli investimenti a causa della crisi che ha scosso l’intera finanza mondiale nel 2008. Oggi gli investimenti dell’AVS sono suddivisi nel 42,8% in titoli a interesse in moneta estera, nel 24,7% in azioni, nel 22,1% in titoli a interesse in franchi, nel 6,4% in investimenti immobiliari quotati, nel 3,4% sul mercato del denaro e nello 0,6% in materie prime. Il capitale dell’AVS è costantemente cresciuto negli anni 2000. Nel 2009 ha subìto un primo contraccolpo e un altro subito dopo il 2010. Poi è tornato a crescere in misura contenuta fin verso

Il bilancio 2015 è il peggiore degli ultimi anni, di poco superiore al limite minimo previsto delle rendite da versare. (TiPress)

la metà del 2014. Oggi non si vedono le prospettive per superare la tendenza in atto. Ciò potrebbe avere qualche influsso sulle discussioni politiche che attendono la riforma 2020. Lo scorso autunno – prima delle elezioni – il Consiglio degli Stati ha accettato un progetto che prevede, tra l’altro, un aumento di 70 franchi delle rendite mensili. Le rendite per coppie dovrebbero pure crescere fino a un massimo di 266 franchi mensili. I costi di questi aumenti potrebbero raggiungere 1,4 miliardi di franchi. Il loro finanziamento dovrebbe essere garantito dall’aumento a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne, da un aumento dei contributi sui salari dello 0,15 per cento, nonché da un aumento progressivo del tasso dell’imposta

sul valore aggiunto dall’attuale 8% all’8,7%. Vista la situazione finanziaria più difficile per l’AVS è probabile che il Consiglio Nazionale sia meno generoso degli Stati e torni all’idea che fino a poco tempo fa condizionava molti progetti, cioè quella della neutralità dei costi dell’operazione. Potrebbero quindi tornare ad affacciarsi proposte come quella di un aumento generale dell’età di pensionamento, o perfino quella di un freno all’indebitamento anche per l’AVS, qualora il Fondo AVS dovesse scendere sotto il 70% di copertura delle rendite in un anno. Contrariamente all’AVS, l’AI continua a mostrare bilanci positivi, in parte grazie anche al finanziamento speciale (che però viene a cadere il

prossimo anno), coperto con un aumento dell’IVA e con interessi pagati dalla Confederazione. Comunque anche i conti dell’AI sono condizionati in parte dal calo di rendimenti degli investimenti finanziari, ma in gran parte anche dal debito nei confronti dell’AVS, che è ancora di 12,2 miliardi di franchi. Le spese annuali dell’AI sono ormai salite a 9,3 miliardi e quando scadrà il finanziamento speciale nel 2017 per circa 1,1 miliardi, anche i conti dell’AI non saranno più positivi. Difficile prevedere che cosa succederà per l’IPG, che per il momento chiude ancora con un bilancio positivo per 108 milioni, su una spesa di 1,7 miliardi. I bilanci 2015 delle tre istanze sociali suonano in sostanza un nuovo campanello d’allarme.

Da dove viene la valigia contenente il segretissimo carteggio ChurchillMussolini portata a Ginevra nel 1945? È stata acquistata nel dopoguerra in una pelletteria di Chiasso ed è stata fatta invecchiare artificialmente. Questa incredibile storia ticinese comincia durante la seconda guerra mondiale, protagonista l’avvocato Bruno Stamm, funzionario dell’Office de guerre pour l’industrie et le travail de l’Office d’instruction pénale du Département fédéral de l’économie publique. Nel febbraio del 1944 i superiori di Stamm gli contestano inadempienze professionali e lo licenziano. L’avvocato si trasferisce allora a Locarno, dove apre uno studio notarile. Intanto appare Enrico De Toma, che si presenta come il «corriere del Duce». Racconta che nel 1945, alla fine della guerra, nel corso di una (mai avvenuta) missione segreta, ha depositato la valigia col segretissimo carteggio Churchill-Mussolini a Ginevra. Dove? In casa del «signor X». Questo è il nome in codice di Giovanni Züst, facoltoso commerciante ebreo ticinese, titolare a Chiasso dell’azienda di spedizioni Züst & Bachmeier. A Locarno, la nuova attività dell’avvocato Stamm appare collegata alla remunerativa consulenza (e, probabilmente, cointeressenza) sul carteggio Churchill-Mussolini. Infatti, il 26 maggio 1953, Stamm riceve i falsi documenti segreti da De Toma, ora residente in una villa sui colli Lugano il cui telefono è controllato dalla polizia politica cantonale. A Mendrisio Züst (il «signor X») e i fratelli Lussy (proprietari a Ginevra dell’albergo La Residence) avrebbero altri documenti di Mussolini, entrati clandestinamente in Svizzera alla fine della guerra. Mente di tutta l’operazione è De Toma, che da Lugano dirige e coordina questa rete di collaboratori, il più prezioso dei quali è l’indispensabile Stamm. Questi gli ingredienti della grande mistificazione destinata a passare alla storia come il Carteggio Churchill-Mussolini. Lo scopo del gruppo svizzero? Fare soldi con il carteggio e riscrivere la storia della seconda guerra mondiale, riabilitando Mussolini come segreto amico degli ebrei e degli alleati. Alla fine del 1954, De Toma fugge in Brasile con l’aiuto di Stamm. L’avvocato accompagna il finto patrizio napoletano a Parigi, dove lo attende un aereo per l’America latina. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

La quotazione di borsa non conta (quasi) La consulenza della Banca Migros

Albert Steck Dall’inizio dell’anno lo Swiss Market Index ha lasciato sul terreno diverse centinaia di punti e lo scivolone ha spaventato numerosi investitori. Ma i timori sono fuori luogo. Infatti contano soprattutto i dividendi, che rimangono stabili.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Immaginiamo che in gennaio abbiate acquistato 100 azioni Nestlé al prezzo di 75 franchi, ma poi la quotazione scende a 70 franchi per azione. Che cosa significa per voi? La prima conseguenza sarebbe una perdita di 500 franchi. Proprio in una fase di ribassi molti investitori assumono questa prospettiva. Ma c’è anche una seconda interpretazione, che personalmente preferisco, ed è la seguente: per voi investitori non è cambiato proprio niente – la vostra quota di partecipazione nella Nestlé è rimasta invariata a 100 azioni. Avete quindi diritto di riscuotere 100 dividendi annui, a prescindere dall’attuale quotazione di borsa. In questa ottica la quotazione conta solo quando volete rivendere le vostre azioni. Dal grafico risulta che c’è un’enorme differenza tra i due punti di vista. La prospettiva dell’andamento del prezzo dei titoli è raffigurata con la linea blu dello Swiss Market Index (SMI). In questo momento si colloca attorno agli 8000 punti, quindi sullo stesso livello di fine 2000. Dopo il recente scivolone delle borse diversi giornali hanno scritto che da 15 anni le azioni non hanno fatto guadagnare niente. Ma questo calcolo è troppo limitativo:

Dipende dai dividendi Andamento delle azioni svizzere in tre varianti: andamento dell’SMI, rendimento con dividendi reinvestiti (Swiss Performance Index) e rendimento in caso di investimento annuo scaglionato (indicizzato all’1.1.2001).

Andamento dei prezzi dei titoli (SMI) Rendimento con dividendi Rendimento in caso di un investimento scaglionato

Dati: Borsa svizzera

considerando i dividendi reinvestiti il rendimento complessivo ha raggiunto il 50 per cento. Ma non finisce qui: questo rendimento si riferisce a un investimento effettuato in un’unica soluzione a fine 2000. Nella prassi, tuttavia, gli acquisti saranno quasi sempre distribuiti in più momenti. La curva verde illustra dunque il rendimento ottenuto investendo una somma fissa in azioni per 15 anni, sempre all’inizio dell’anno. Il risultato è un rendimento ancora superiore

del 62 per cento (ossia il 3,2 per cento l’anno). Come illustra il grafico, questa distribuzione nel tempo riduce anche il rischio di perdita: dopo la crisi finanziaria del 2008 la linea verde non è scesa in territorio negativo, mentre la performance dell’SPI è retrocessa al meno 17 percento e quella dell’SMI è precipitata addirittura al meno 32 per cento. Se gli investitori pensano in un’ottica di lungo periodo e attuano un’ampia diversificazione del portafoglio, l’attuale andamento del prezzo del titolo

è secondario. È molto più rilevante l’evoluzione delle distribuzioni degli utili societari. Proprio per le tre blue chip svizzere Nestlé, Novartis e Roche questi continuano a salire. E fino a quando i dividendi sono assicurati, con le azioni guadagnate persino nell’eventualità (improbabile) che l’SMI rimanga fermo sugli 8000 punti per altri 15 anni. Attualità su blog.bancamigros.ch: ■ Dividendi pagati dalle blue chip Nestlé, Novartis und Roche Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Il prezzo del petrolio non sale: tra congetture politiche e economiche Questa settimana l’attualità richiederebbe che commentassimo l’intervento di Giovanni Merlini sui rapporti tra Ticino e Berna, apparso nella «Neue Zürcher Zeitung» il Sabato santo, fosse solo per pronunciarci sulla sua proposta di nominare un delegato del Consiglio federale per il Ticino. In proposito abbiamo un’opinione spiccia: se i rapporti non funzionano con le istituzioni normali del federalismo, non funzioneranno di certo meglio con

la designazione di delegati. Togliamo dunque dal mucchio dell’attualità un altro dossier: quello del prezzo del petrolio. Dal giugno del 2014 il prezzo del petrolio scende. Negli ultimi venti mesi, il prezzo del crudo è passato da 108 dollari a 26 dollari il barile, segnando però una ripresina nelle ultime settimane. Dagli anni settanta dello scorso secolo siamo abituati oramai a queste variazioni del prezzo del petrolio. E siamo anche abituati al fatto che non

I Sauditi sono tra gli operatori più influenti sul mercato. (riverflash.it )

sempre si riesce a identificarne le cause. Anche questa volta ci vengono fornite congetture piuttosto che spiegazioni esaurienti. Cominciamo dal basico. Il prezzo di un bene, ci dicono i manuali di economia, diminuisce quando la domanda diminuisce e quando l’offerta aumenta. È innegabile che nel corso degli ultimi anni con l’aumentato apporto alla produzione di Iran, Iraq e Stati Uniti, l’offerta di petrolio si è così allargata che oggi si può parlare di sovrapproduzione. Tanto più che, nel frattempo, la domanda è evoluta, soprattutto per effetto del rallentamento dell’economia cinese, a un ritmo più contenuto. La diminuzione del prezzo del petrolio non sarebbe quindi che un normale movimento di riaggiustamento dell’offerta alla domanda. Accanto alla spiegazione economica ha però fatto la sua apparizione nel corso degli ultimi mesi un’ipotesi di spiegazione, più complicata, di natura politica. La stessa parte dalla constatazione che l’Arabia Saudita non vuole ridurre la sua produzione per mantenere la sua quota di mercato. Così facendo però,

sta minacciando la sopravvivenza di molti produttori degli Stati Uniti che producono a costi elevati. Dovessero questi fallire, ci sarebbero di sicuro conseguenze poco gradite anche per le banche e per la borsa americana. Allora, si chiedono gli autori di questa spiegazione, perché il governo degli Stati Uniti non fa pressione sull’Arabia Saudita perché riduca la sua produzione? La risposta, a parer loro, è che gli Stati Uniti vedono di buon occhio che i prezzi del petrolio siano bassi perché mettono in difficoltà paesi come la Russia e il Venezuela con i quali i loro rapporti, in questo momento, sono abbastanza tesi. A questo punto diventa evidente che ai commentatori una spiegazione come quella che offre la legge del mercato non basta. Quello che a loro interessa è di scoprire chi è il fellone, o chi sono i felloni che hanno ordito il complotto. Che la caduta dei prezzi del petrolio sia la conseguenza di un complotto viene sostenuto anche da altri commentatori in particolare da quelli che avanzano la tesi stando alla quale le variazioni del prezzo del petrolio sarebbero sempre e

unicamente la conseguenza di decisioni prese dagli speculatori. Per provare la loro tesi questi commentatori si chiedono come mai, di recente, il prezzo del barile abbia ricominciato ad aumentare mentre sia l’offerta che la domanda di petrolio non si sono mosse? La risposta è che solo due altri fattori avrebbero potuto influire al rialzo. Il primo è rappresentato dal rafforzamento del dollaro, mentre il secondo non può essere altro che la speculazione sull’evoluzione futura del prezzo del petrolio. Così partendo dall’ipotesi che l’aumento del prezzo del petrolio delle ultime settimane sia dovuto alla speculazione questi commentatori concludono che anche la diminuzione degli ultimi venti mesi sia stata provocata da movimenti speculativi. Saremmo dunque in presenza di un nuovo esempio di quella che i due premi Nobel dell’economia George A. Akerlof e Robert J. Shiller hanno chiamato «l’economia della manipolazione». A noi sembra invece che, nella causa «diminuzione del prezzo del petrolio», non ci sia solo un eccesso di produzione, ma anche un eccesso di spiegazioni.

Creare un’intelligence europea, in stile Fbi, è un progetto ambizioso, forse indispensabile, ma le conseguenze tecniche rischiano di essere pericolose: non si possono indebolire le agenzie dei servizi nazionali, la condivisione dovrebbe essere un modo per rafforzare tutti, mentre vigono ancora sospetti e competizione. L’unità è, come in tutte le guerre, una condizione necessaria per provare a vincere, ma ha bisogno di una base di partenza solida. Per ora non ce l’ha, e oltre alla praticabilità, l’unità ha un problema di immagine. Risuonano più forti i cori contrari: fermiamo i rifugiati, chiudiamoci, separiamoci, l’Europa è un fallimento. Dai sostenitori della Brexit ai vari partiti anti rifugiati, l’istinto post attentati di Bruxelles è stato quello di isolarsi. È una tendenza che nel nostro Continente sta andando forte da parecchio tempo, al punto che all’inizio dell’estate potremmo

ritrovarci a pezzi come mai siamo stati, nemmeno quando, sconsolati, provammo ad abituarci a un’uscita della Grecia dell’Ue. Anche negli Stati Uniti però lo stesso istinto risulta sempre più popolare. Il multilateralista Barack Obama non è estraneo a questa tendenza. La politica estera della Casa Bianca ha perso in otto anni ogni vena idealista ed è diventata una formula, non particolarmente riuscita, di bilanciamento tra costi e ricavi. Il presidente ha esplicitato di recente la sua dottrina, prendendosela con gli alleati (soprattutto europei, ma anche per i sauditi le parole non sono state tenere) che approfittano troppo della buona volontà americana, e dichiarando che non si possono risolvere tutti i problemi del mondo, bisogna capire dove si può essere più efficaci. La leadership degli Stati Uniti appare sempre meno scontata, e se da

un lato questo dovrebbe alimentare una maggiore responsabilizzazione da parte dell’Europa, dall’altro finisce per rendere ogni iniziativa comune più incerta. Ascoltando quel che dice Donald Trump della politica estera, non ci ritroviamo certo più rassicurati. Il principio «American First» che Trump, avanti nella corsa alla candidatura repubblicana per le presidenziali, contrabbanda come imprescindibile assume forme che escludono alleanze consolidate – nemmeno della Nato si può più essere sicuri. Trump potrebbe non diventare il presidente degli Stati Uniti, ma intercetta un sentimento che prende piede in America e che pretenderà di essere ascoltato. È lo stesso sentimento che emerge in Europa, in un momento in cui le alleanze, le reti, le collaborazioni dovrebbero essere più forti. Nelle divisioni, non sarà però certo l’Occidente a guadagnarci.

Questo spettro della «fine» e della «morte» è ricorrente nella pubblicistica politica. Basti ricordare il successo riscosso dal libro di Thilo Sarrazin sulla Germania che si autodistrugge (Deutschland schafft sich ab), depressa dalla denatalità e dal crescente afflusso di famiglie provenienti dai paesi musulmani: un’«invasione» che avrebbe mutato i caratteri del popolo tedesco, il suo sistema scolastico, la sua organizzazione sociale nonché la sua tavola dei valori civili e religiosi. Straubhaar non concorda con questa visione vagamente millenaristica. A suo giudizio il calo demografico dei nativi («Urdeutschen») non deve preoccupare. È una fortuna, dice, se la popolazione diminuisce: ci saranno più spazi per vivere, meno cemento, meno asfalto, meno ingorghi, un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente. Meno siamo, meglio stiamo. Già ora la rivoluzione tecnologica lavora per noi, sgravandoci da attività gravose e ripetitive.

Per mantenere la fascia crescente degli anziani basterà tassare i robot, giacché oggi la fonte della ricchezza risiede qui, nel parco degli automi, e non più nel lavoro vivo. Non saranno, insomma, gli stranieri a salvare la Germania dal declino, ma la rivoluzione digitale in atto. Che dovrà servire a imbastire una nuova utopia sociale. Le tesi formulate da Straubhaar faranno discutere, come quelle a suo tempo proposte da Sarrazin. Resta comunque, sul fondo, questo ingombrante macigno generato dall’invecchiamento e dai flussi migratori. Come si ricorderà, nel 2014 si è avuto un primo segnale anche in Svizzera, a margine dell’iniziativa «Stop alla sovrappopolazione-sì alla conservazione delle basi naturali della vita», poi respinta in votazione popolare. Nel testo si chiedeva che la Confederazione intervenisse per far sì che l’aumento della popolazione non compromettesse l’unità dell’ecosistema. Occorreva evitare che la piccola

Elvezia diventasse una grande città, un’unica e informe megalopoli popolata da dieci milioni di abitanti. È facile prevedere che la questione, nei prossimi anni, ritornerà sulla scena con forza. Sottovalutarla vuol dire consegnarla nelle mani dei movimenti xenofobi, e quindi affidarsi a soluzioni autoritarie, che per loro natura non amano le distinzioni e nemmeno le norme del diritto d’asilo. Anche gli ambientalisti eredi dell’iniziativa Ecopop dovranno calibrare bene le loro proposte se non vorranno ritrovarsi improvvisamente nel campo presidiato dai nazionalpopulisti. La rivendicazione delle «basi naturali della vita» è espressione di un bisogno antropologico, fatto di libertà, salute, serenità, aria pura, quiete. Ma la stessa rivendicazione, come sappiamo dalla storia, può anche legittimare politiche aggressive, condotte in nome del «Lebensraum», lo «spazio vitale». Da conquistare, se necessario, con le armi.

Affari Esteri di Paola Peduzzi Il sentimento della divisione Risorse insufficienti, poca collaborazione, segnalazioni ignorate, sciatterie. La storia degli attentati in Belgio è tutto questo e molto di più, una sveglia terroristica che, nonostante le vittime, la paura, la consapevolezza che non si è più al sicuro nelle nostre città aperte, libere e multiculturali, stenta a essere ascoltata. Dopo il cordoglio e la solidarietà, la volontà di una risposta determinata è già svanita. Ancora si cerca di capire come sia stato possibile un fallimento dei servizi segreti di questa portata: gli allarmi dalla Turchia, porta dell’Europa dall’affidabilità controversa, non sono stati ascoltati dalle autorità belghe; i foreign fighters, con il loro cammino del terrore, avanti indietro dall’Europa alla Siria, non sono stati schedati in modo da essere riconoscibili a tutte le autorità europee (e in Belgio sono tantissimi, questi combattenti, si parla di cinquecento ragazzi dai 20 ai

28 anni che subiscono il fascino dello Stato islamico); le informazioni non sono state condivise, così i francesi non sanno cosa fanno i belgi e viceversa, e via così per tutti i paesi europei; i leader politici belgi, innamorati di un modello di convivenza ricattatorio, hanno evitato di assumersi responsabilità importanti, lasciando che sotto ai loro occhi crescessero non soltanto giovani radicalizzati ma anche fabbriche di bombe, con quell’esplosivo made in Europe – si chiama in gergo la Madre di Satana, per la sua pericolosità – che è il marchio di fabbrica degli attentati in territorio europeo. Messi in fila, gli errori e le noncuranze, fanno spavento. Ma anche le reazioni sono spaventose. Il richiamo all’unità è diventato un coro politicamente corretto senza alcun fondamento pratico, come se bastasse urlare «stiamo uniti» per ritrovarsi tutti dalla stessa parte.

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Solo un robot ci potrà salvare? Thomas Straubhaar appartiene al novero, molto ristretto, degli economisti svizzeri che hanno fatto carriera e fortuna in Germania. Liberale eterodosso, ama di tanto in tanto gettare qualche sasso in piccionaia, soprattutto dalle colonne del quotidiano Die Welt. Negli ultimi tempi le sue ricerche si sono concentrate sul fattore demografico in relazione alle migrazioni internazionali: tema ora diventato scottante, che dal cervello scende nelle viscere, provocando reazioni scomposte, come egli stesso confessa scorrendo le lettere che riceve. In occasione del primo, massiccio afflusso dei profughi siriani sembrava che la Repubblica tedesca fosse in grado di assorbire senza grandi difficoltà i nuovi venuti. Anzi, qualche osservatore intravide in questa inusitata apertura una ragione opportunistica: era forza-lavoro fresca alla quale l’apparato industriale avrebbe potuto attingere per rimpiazzare i residenti prossimi alla pensione. In realtà le cose

non stavano proprio così. Il numero dei siriani formati (muniti di diploma o laurea) non era elevato. E comunque i problemi legati alla lingua e all’inserimento non sarebbero svaniti tanto presto, almeno per gli immigrati di prima generazione. Recentemente Straubhaar è tornato sull’argomento dell’evoluzione demografica con un libro che si vuole anti-catastrofista. Il volume s’intitola Il tramonto è annullato (Der Untergang ist abgesagt). «Tramonto» è parola che nel vocabolario tedesco rimanda ad un clima ben preciso, quello evocato da Oswald Spengler nella sua monumentale opera Il tramonto dell’Occidente, scritta durante la prima guerra mondiale. Occidente, «Abendland», la terra del vespro: era la civiltà che giungeva al capolinea dopo aver percorso l’intero ciclo vitale, dall’infanzia alla maturità. Ora era entrata nell’ultima fase, quella della vecchiaia: la fase della decadenza, da cui non sarebbe più uscita.


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Cultura e Spettacoli Moderno Giappone Ginevra ospita una doppia mostra di stampe giapponesi moderne

L’amore come non l’avete mai visto Love, la nuova serie tivù in onda su Netflix presenta una (non) coppia speciale, capace di dare dipendenza

Steps in Ticino Cinque sono le compagnie che nell’ambito di Steps si esibiranno in Ticino pagina 46

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Thomas Mann con la famiglia sulla spiaggia di Nida, Lituania nel 1930. Da sinistra: Monika, Golo, Katia, Michael, Eilsabeth e Thomas Mann; sulla destra Ilse Dernburg. (Keystone)

L’altro Thomas Mann Biografie Nonostante l’estro e il genio del suo capostipite, la numerosa famiglia dei Mann fu segnata

da tragedie e colpi di scena – come in un romanzo Luciana Caglio Conoscere la persona, che sta dietro all’autore è una curiosità che matura spontaneamente nel lettore, ma può riservare sorprese. Tanto più quando si tratta di scrittori entrati nel novero degli immortali, cui spetta un’ammirazione anche d’ordine morale, come appunto, Thomas Mann, Nobel per la letteratura e «maître-à-penser», sul piano ideologico. Ma l’onda revisionista non ha risparmiato neppure lui. Ecco che una biografia, pubblicata lo scorso anno, nel sessantesimo della morte, lo presenta sotto una luce insolita: alle prese con la quotidianità, vissuta in una famiglia numerosa e complessa. S’intitola, infatti, Die Manns cioè «I Mann», un plurale che rispecchia chiaramente gli intenti dell’autore, Tilmann Lahme, storico e giornalista: scoprire «l’altro» Thomas Mann, nel ruolo di marito e di padre. Dove si rivela un padre-padrone, che esercita un potere dominante sulle sorti dei figli: tre maschi e tre femmine, costretti a misurarsi con il talento e la fama di un genitore inarrivabile. Da qui le ambizioni represse, le tensioni affettive, le rivalità professionali che fanno di una convivenza domestica lo scenario di uno spettacolo, che sembra

inverosimile: invece è vero. In questo microcosmo si trova concentrato un campionario di modi di vita, di vizi e virtù, di creatività e aberrazioni che dovevano prefigurare, con decenni di anticipo, tendenze e problemi della società di oggi. Negli anni 20 e 30, questi figli di un’alta borghesia benestante godevano, infatti, di libertà allora rare, di cui fecero spesso un uso deteriore. Potevano dar seguito a presunti talenti artistici, interrompere gli studi quando gli garbava, viaggiare per il mondo, divertirsi e persino stordirsi con alcol e droghe, praticare la sessualità anche d’indirizzo omosessuale. Con conseguenze, per lo più devastanti sui loro singoli destini. Tilmann Lahme li racconta, con lo scrupolo e l’asciuttezza del ricercatore che attinge a una documentazione, oggi accessibile, dove sono conservati i diari e la fitta corrispondenza epistolare fra i membri di questa famiglia, lacerata e in pari tempo unita. Ne esce un mosaico di esperienze umane tanto straordinarie e sconcertanti da trasformare il resoconto in romanzo. Del resto il libro, bestseller mondiale, si legge e si reclamizza come un romanzo dalla trama trascinante. L’autore, però, non insiste sugli aspetti scabrosi dei comportamenti di questi

irregolari e neppure li condanna. Il materiale a sua disposizione parla già da sé e implica un giudizio morale: sono vite sprecate. Dei sei figli Mann, uno soltanto, Golo, riesce a conquistare la piena autonomia, come scrittore e giornalista, superando il complesso di «bambino non amato» e riuscendo infine a ottenere la considerazione dell’incontentabile padre. Aveva dimostrato talento narrativo e critico anche Klaus: ma la sua omosessualità imbarazzava Thomas Mann, lui stesso alle prese con tendenze bisessuali. Da qui, una situazione di conflittualità dall’esito fatale, per il fragile Klaus. Si suicidò, poco più che quarantenne. Finisce tragicamente anche Michael, l’ultimogenito e il più scombinato e inquietante di tutti: quando sembra aver trovato una sistemazione, come violoncellista sia pure mediocre, aggredisce a coltellate la pianista Yaltah Menuhin, sorella del più famoso Yehudi violinista. La notizia fa il giro del mondo. Vane le cure psichiatriche, Michael finirà per rivolgere la lama contro sé stesso. Del resto, ricorrono a trattamenti psichiatrici e psicofarmaci anche le figlie Erika, lesbica dichiarata, che insegue inutilmente il successo come artista di cabaret, e soprattutto Monika, definita

dal padre «persona di limitati valori». Effettivamente combinò poco, anzi guai, attraverso tentativi letterari falliti e biografie familiari menzognere. E, infine, rispettando la tradizione del «Drang nach Süden», sbarcò a Capri e trovò, in un pescatore analfabeta, il suo nuovo guru. Più lineare, invece, il percorso di Elisabeth, l’ultima sopravvissuta del clan, scomparsa, ottantenne, nel 2002: dopo l’impegno politico, a fianco del marito, l’esule antifascista Antonio Borgese, scopre l’ambientalismo e si mobilita per la salvezza dei mari. Ma, messi da parte gli idealismi, impugna il testamento che l’avrebbe sfavorita nella ripartizione della cospicua eredità dei Mann. Confermando che, anche in questa famiglia, simbolo d’impegno culturale, il tema dei soldi era ricorrente. Era un continuo batter cassa presso la madre, Katia, saggia amministratrice delle finanze familiari, costretta a cedere alla pressante tribù di figli incapaci di provvedere a sé stessi. Insomma, mai veramente cresciuti alla responsabilità adulta. Tutta colpa di un padre geniale e dispotico che non ha concesso ai figli lo spazio indispensabile alla loro emancipazione? L’autore lascia in sospeso la risposta. Sta di fatto che, da queste pagine,

la figura di Thomas Mann esce avvilita dal profilo umano. Lo rivelano episodi scioccanti. Ecco che per ottenere il Nobel briga dietro le quinte, a danno del rivale Arno Holz, di cui tesserà l’elogio funebre. Ambiguo, quanto mai, il comportamento nei confronti della sua mecenate Agnes Meyer, che gli ha procurato una cattedra universitaria in USA: prima la lusinga per ottenere danaro e poi la ridicolizza. E, soprattutto, sconcerta la reazione di questo padre che, alla notizia della morte del figlio Klaus, giuntagli durante un viaggio in Svezia, non cambia programma. Certo, rimane intatta la figura dello scrittore verso il quale intere generazioni hanno contratto un debito di riconoscenza: per le emozioni e le riflessioni regalate da letture impareggiabili: La montagna incantata, I Buddenbrooks, Morte a Venezia, ecc. Si giustifica, tuttavia, il dubbio che, a volte, sia meglio ignorare la persona che sta dietro alle belle pagine. Bibliografia

Tilmann Lahme, Die Manns, Geschichte einer Familie. S. Fischer Verlag, 2015.


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Cultura e Spettacoli Dalton Trumbo mentre dà sfogo alla sua creatività in vasca da bagno. (Keystone)

Stampe giapponesi di oggi (o quasi) Mostre A Ginevra fino a maggio sono

esposte immagini moderne del Giappone

Marco Horat Arriva in Svizzera dall’Olanda, da una collezione unica con sede ad Amsterdam, la selezione di moderne stampe giapponesi ispirate alle tradizionali e famosissime opere del XVIII-XIX secolo che l’occidente ha conosciuto e amato attraverso i nomi di Utamaro, Hokusai, Hiroshige, Kunisada e tanti altri maestri dell’Ukyoe, l’affascinante mondo fluttuante tipico del paese del Sol Levante. Due correnti complementari si sono infatti mosse in Giappone il secolo scorso sulle tracce di quella che viene considerata una delle forme artistiche popolari più tipiche del paese con la scopo di rivitalizzarla: la prima chiamata shinhanga, stampa nuova, che affronta in chiave moderna temi classici quali la bellezza femminile, gli attori del teatro tradizionale, il paesaggio e le vedute urbane; la seconda sôsaku-hanga, stampa creativa, che tiene conto dell’influenza esercitata in Giappone dai temi e dalle tecniche elaborate dall’incisione europea e americana.

Trumbo è tra di noi Personaggi La riabilitazione di Dalton Trumbo è tuttora in corso,

Tra una settimana le opere in mostra alla Collezione Baur saranno cambiate completamente

come dimostra l’ultimo film dei fratelli Coen Giovanni Medolago Saranno probabilmente in pochi a riconoscere quello di Dalton Trumbo tra le decine di camei che i fratelli Coen si sono divertiti a inserire nel loro recentissimo Ave, Cesare! (è quello con baffi e occhialoni neri, tranquillamente seduto su un divano nel covo dove un gruppo di comunisti nasconde George Clooney). Qualcuno in più ricorderà Trumbo solo per il clamoroso processo intentatogli per attività antiamericane nel 1947, quando la caccia alle streghe era ormai diventata uno sport nazionale praticato con rara isteria. Una decina di attori, sceneggiatori e registi si rifiutò di testimoniare di fronte alla Corte, Trumbo fu infine costretto a trascorrere undici mesi in un carcere del Kentucky per vilipendio al Congresso USA e gli Hollywood ten finiti nella black list per anni non poterono più lavorare nell’industria del cinema. I guai, per Trumbo, cominciarono alla pubblicazione del suo romanzo E Johnny prese il fucile, nel 1941, proprio quando gli USA entrarono nel II conflitto mondiale. I critici gli attribuirono il National Book Award, ma i maccartisti vi trovarono scorie antimilitariste assai sospette. Trumbo riceve lettere minatorie dagli estremisti di destra e le consegna all’FBI, ma quando gli scagnozzi di Hoover bussano alla sua porta, capisce che i federali non sono interessati ai deliri degli amici del Führer, bensì a lui e alle sue idee. Idee che Dalton Trumbo non ha mai nascosto, aderendo infine al Partito Comunista statunitense nel 1943. Da dove nascesse questo suo orientamento politico tenta di spiegarlo Bruce Cook, critico cinematografico e autore della biografia L’ultima parola (fresco di stampa per la Rizzoli). Cook è andato a scavare nell’adolescenza di Trumbo: quando già sogna di diventare uno scrittore più che uno sceneggiatore cinematografico, Trumbo si mette a

scrivere per il «Grand Junction Sentinel», il quotidiano della città del Colorado dove i Trumbo si sono trasferiti da Montrose, luogo in cui Dalton è nato nel 1905. Scrive di nera e per farlo frequenta ambienti poco raccomandabili; conosce un mondo fatto di sbandati, di derelitti che sognano il colpo perfetto e di poveri cristi costretti a rubare (siamo in piena Grande Depressione).

Prima di morire Dalton Trumbo riuscì a prendersi delle vendette di tutto rispetto Quando suo padre muore, Dalton è costretto a trovare un’altra occupazione per sostenere la madre e le tre sorelle. Diventa garzone di panetteria e lì conosce la classe operaia con i suoi problemi, di salario ma anche di dignità offesa dalle pretese della classe padronale. Già cresciuto in una famiglia liberal, Trumbo maturerà il suo orientamento ideologico in redazione e in panetteria. Ambienti che ben presto gli risulteranno stretti: ha le sue ambizioni di scrittore, ma ad esaltarlo sono le lodi sperticate che riceve dal direttore del «Sentinel», il quale a un certo punto gli dice in tutta serietà che secondo lui ha le capacità per diventare addirittura Senatore degli Stati Uniti. Spinto da un entusiasmo che spaventa un po’ madre e sorelle, Trumbo sbarca a Hollywood nel 1937 e il suo è davvero un esordio col botto: la sua sceneggiatura di Kitty Foyle, ragazza innamorata sfiora l’Oscar. Lo vince però la protagonista del film, Ginger Rogers, scritturata al posto di Katherine Hepburn, che preferì puntare su Scandalo a Filadelfia ma uscì sconfitta nella corsa alle statuette. Trumbo guadagna quattromila dollari alla set-

timana, un’enormità per l’epoca. Ne approfitta sia per offrire a sé stesso, alla famiglia ma anche a colleghi e amici che se la passano male un po’ di quegli agi che prima poteva solo sognare; sia per cominciare a risparmiare per quello che sarà il suo buen retiro durante i mesi concitati della sua disavventura giudiziaria: il Lazy-T, gigantesco ranch nel Kentucky, così isolato da non essere raggiunto dal telefono. Lì Trumbo trascorre finalmente qualche mese in compagnia della moglie e dei due figli, a lungo trascurati. Pur esiliato e messo all’indice da Hollywood, scrive decine di sceneggiature che sui titoli di coda saranno attribuite a diversi prestanome (la vicenda è narrata anche dal regista Martin Ritt nel film omonimo, interpretato da Woody Allen) e che gli vengono pagate pochissimo rispetto ai proventi cui Trumbo era abituato. Non si tratta di vera e propria speculazione: si rivolgono a lui produttori e registi indipendenti che non hanno i soldi per pagarlo com’è uso nella Hollywood dei grandi Studios. Durante il periodo di ostracismo vince due Oscar, per Vacanze romane (Gregory Peck che scorrazza in Vespa per le vie di Roma con Audrey Hepburn), rispettivamente per La più grande corrida. Saranno Stanley Kubrick (Spartacus) e Otto Preminger (Exodus) a reintrodurlo ufficialmente nell’ambiente del cinema. Prima di morire a Los Angeles nel 1976 Dalton Trumbo si prende altre rivincite. Scrive La sanguinaria, film celebre per la sequenza della rapina in banca girata in un unico piano sequenza e con la macchina da presa sistemata sui sedili posteriori della Cadillac dei due protagonisti. Giunto in età AVS, diventa regista e porta sullo schermo il suo vecchio romanzo del 1941: E Johnny prese il fucile, che gli vale il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Il tempo è galantuomo, si dice…

Un incontro tra culture all’insegna dello scambio e del reciproco arricchimento, tra passato e presente ma anche tra oriente e occidente. A ciascuna delle due correnti viene riservata una parte dell’esposizione che si tiene nelle sale della Fondazione Baur Museo delle arti dell’estremo Oriente di Ginevra fino al 22 maggio, con un cambio di opere a metà percorso. Il movimento shin-hanga presenta ad esempio alcuni stupendi ritratti femminili opera di Hashiguchi Goyô (1881-11921) che nulla hanno da invidiare ai più celebrati modelli antichi, come altrettanto si può dire dei paesaggi di Kawase Hasui (1883-1957) o degli impressionanti ritratti maschili di attori, opera di Natori Shunsen (1896-1960). Opere che apportano stilemi nuovi ma che comunque si inseriscono direttamente nel solco della grande tradizione giapponese facendo qualche volta vibrare le corde della nostalgia. Più complesso il discorso per la corrente detta creativa che, raccogliendo l’eredità eclettica dell’occidente, ci porta più lontano dalle

atmosfere fatate, e per qualcuno un poco affettate, dell’ukyoe tradizionale. Due approcci che in qualche modo hanno avuto origine nella crisi vissuta dall’ukyoe alla fine del XIXinizio XX secolo. Due avvenimenti importanti infatti ne avevano sanzionato la fine o quasi: da una parte lo sviluppo delle rotative che permettevano la riproduzione su larga scala delle opere, dall’altra il diffondersi della moda dell’ukyoe che aveva visto un sempre maggior numero di collezionisti fare incetta delle opere dei grandi maestri giapponesi del passato, al punto che queste erano divenute delle vere rarità. Di qui la necessità sentita da un gruppo di intellettuali del paese di reagire al degrado di un loro tratto culturale vitale, (come succederà ancora su un piano generale alla fine della Seconda guerra mondiale), rivitalizzando una tecnica che affondava le sue radici nel glorioso passato del paese; ricordo che il Giappone stava vivendo in quei decenni, dopo due secoli di chiusura all’interno dei confini nazionali, il drammatico confronto con l’occidente tecnologico che avanzava prepotentemente (shin-hanga). Altri (sôsaku-hanga) scelsero invece di andare all’estero per conoscere in prima persona il nuovo che il resto del mondo portava alla ribalta, confrontandosi, oltre che con tecniche mai sperimentate prima, anche con modi di pensare diversi circa il ruolo dell’intellettuale e il principio di creatività individuale. Ognuno a modo suo lottava insomma per salvare un tesoro nazionale tra i più importanti: di lì lo svilupparsi delle due correnti di cui sopra. Il rilancio in chiave moderna della stampa giapponese quale opera d’arte avvenne poi grazie al lavoro di qualche editore lungimirante e appassionato come Watanabe Shôzaburô (1885-1962) che per il suo lavoro fece capo ai migliori specialisti del ramo, proponendo al pubblico prodotti di alta qualità tecnica e artistica sia di grandi maestri del passato sia soprattutto di giovani artisti emergenti. Forse è così che si rivitalizza un’arte al tramonto: rendendola dinamica e capace di sorprenderci anche a distanza di decenni. Dove e quando

Estampes japonaises modernes: 19191960. Fondation Baur, Ginevra. Fino al 22 maggio (con cambio delle opere l’11 di aprile!). www-fondationbaur.ch

Takehisa Yumeji (1884 – 1934), acquarello preparatorio per Abiti leggeri (Magazzini Mitsukoshi) 1925 ca.,(© Nihon no Hanga, Amsterdam.


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Cultura e Spettacoli

Idee sbagliate sull’amore

Serie tv Con ironia, un incontro che non arriva mai e un pizzico di romanticismo, la serie Love riesce

a creare una sana e consigliabile dipendenza negli spettatori

Mariarosa Mancuso È incredibile come certe notizie, un tempo accolte con gioia, finiscono per diventare un incubo. Ci divertimmo parecchio con il primo Spider-Man: «da grandi poteri derivano grandi responsabilità» era una frase che faceva piacere sentire, dopo l’11 settembre. Anche con The Avengers, supereroi litigiosi e fragili. Ci siamo annoiati parecchio con Batman v. Superman, e all’idea che il film diretto da Zach Snyder sia in realtà un lungo trailer per The Justice League – la risposta DC Comics a The Avengers targato Marvel, sono le due ditte rivali in materia di fumetti – lo spettatore si sente mancare. La spettatrice si sente mancare all’idea che a settembre arriverà il terzo film con la zitellona Bridget Jones, quindici anni dopo sempre alla ricerca dell’uomo dei suoi sogni. Ci sarà Mr Darcy alias Colin Firth, che per la BBC – in una versione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen – fu anche l’originale Mr Darcy: lo commemora una statua che lo ritrae mentre esce dal lago con la camicia bagnata, sfidiamo chiunque a immaginare qualcosa di più kitsch. Ma ci sarà anche Patrick Dempsey, a farle battere il cuore (lo ricordano bene i fan di Grey’s Anatomy). Ah certo, e la ragazza aspetta un pargolo: qualcosa dovevano inventare, per movimentare un po’ la situazione. Nulla è peggio dei desideri che si realizzano fuori tempo massimo. Nulla è peggio delle storie che vengono sfruttate oltre la data di scadenza. Tremiamo

Gillian Jacobs e Paul Rust, protagonisti della serie Love.

all’idea che Lena Dunham abbia deciso di interrompere Girls alla sesta stagione – ora negli Usa sta andando in onda la quinta – ma non esclude di riprenderlo tra una decina d’anni. Non abbiamo mai firmato una petizione in vita nostra, in questo caso viene voglia di una raccolta firme. Meglio cercare qualcosa di nuovo, per raccontare l’amore in questi anni. Per esempio Love, dallo scorso febbraio sulla piattaforma Netflix. In streaming, quindi soggetta al binge watching: un’indigestione che non fa ingrassare. Né ha altri effetti collaterali. La psicologa Nathalie Camart, in uno studio presentato lo scorso febbraio al convegno «Séries et

dépendance / Dépendance aux séries» all’Université Paris Ouest, dice che non fanno male e non danno dipendenza (l’università era nota come Nanterre la rouge, nel 1968: per alcuni è «signora mia, come siamo caduti in basso», per altri una liberazione). Clamorosa smentita alla frase di Carlton Cuse, lo sceneggiatore di Lost e di Bates Motel (la serie sul giovane Norman Bates di Psycho) che aveva paragonato il suo mestiere ai produttori delle patatine da aperitivo. «Ci mettono dentro qualcosa che spinge il consumatore a mangiarne in quantità». Scampato il pericolo, e ribadito che nelle serie ognuno tiene il ritmo che gli pare, va detto che Love nasce benissimo.

Il nobile patriarca è Judd Apatow, il genio comico dietro Molto incinta, Questi sono i 40 e lo show Inside Amy Schumer, tra le serie che provocano incredulità. Non sembra possibile che la ragazza – era al Festival di Locarno con il film Un disastro di ragazza, colpevolmente liquidato come «la solita commedia americana» o con «ora ci si mettono anche le donne a dire volgarità» – non sbagli mai un colpo. Judd Apatow ha dato fiducia a Lena Dunham e figura come produttore di Girls. La coppia dietro Love è la sua ultima scoperta: lui si chiama Paul Rust – nella serie è anche attore, somiglia a un giovane Woody Allen con il nasone – e lei si chiama Lesley Arfin, già al lavoro

come sceneggiatrice nella serie Girls (le fabbriche della bella televisione funzionano come le botteghe artigianali di una volta). Gus, così si chiama lui, è appena stato lasciato da una ragazza che lo ha accusato di troppa gentilezza, e gli ha confessato un tradimento (non era vero niente, ma quando non riesci a mollare un fidanzato appiccicoso valgono anche le bugie). Lei si chiama Mickey, ha litigato con l’amante cocainomane che la lasciava sola il pomeriggio per andare a fare shopping con la mamma. In una commedia romantica vecchio stile i due si incontrerebbero, litigherebbero un po’ (o litigherebbero molto, se andiamo indietro alle commedie sofisticate con Cary Grant e Katharine Hepburn). Lo spettatore capirebbe però che si sono amati fin dal primo sguardo, e attenderebbe fiducioso il lieto fine. Love funziona diversamente: in questo sta l’originalità della serie, oltre che la sua contemporaneità. Gus e Mickey si incontrano una mattina al drugstore, e non sembra scattare nessuna scintilla. Però continuano a vedersi, a fare cose insieme, a darsi una mano in caso di bisogno. Abolito il montaggio con le risate e le chiacchiere – tappa obbligata dei film romantici – osserviamo le mosse sbagliate, gli equivoci, i malintesi, le volte che i due sono sul punto di andare a letto insieme e si distraggono con altri. Perché tutto sia chiaro, lanciano sull’asfalto – e ci passano sopra con l’automobile – i dvd di Pretty Woman e Harry, ti presento Sally». È colpa loro se ci facciamo idee sbagliate sull’amore.

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Cultura e Spettacoli

La danza che si proietta nel futuro Festival della danza Steps Cinque spettacoli da non perdere nei nostri teatri

Valentina Janner Ritorna, a scadenza biennale, Steps, il più importante festival di danza della Svizzera, ideato e sostenuto dal Percento culturale Migros. Anche quest’anno saranno cinque le compagnie che si esibiranno in Ticino. Il fil rouge dell’edizione 2016 sarà il «Futuro», tema particolarmente significativo sia sotto il profilo formale sia sotto quello narrativo per la danza, disciplina artistica che esplora forme di movimento inedite e si confronta con sempre nuove sfide sociali. Proiettandosi nel futuro, affronta tematiche quali la

convivenza pacifica tra persone appartenenti a religioni, etnie e culture diverse, la vecchiaia, o ancora la scienza come fonte d’ispirazione artistica. Ballerini di svariate origini collaborano per trovare una forma di espressione comune ed efficace. La danza si pone e propone inoltre interrogativi di varia natura: come interagiamo con la società che invecchia sempre di più? Che ruolo giocano gli anziani nella società? Come vogliamo invecchiare? Non da ultimo, la scienza e la tecnologia hanno suscitato l’interesse di diversi coreografi e danzatori, che s’ispirano alla fisica quantistica e

Concorsi

La Candoco Dance Company sarà al LAC di Lugano il 1. maggio.

Orario per le telefonate: dalle 11.00 alle 12.00

La Cie Gilles Jobin sarà al Teatro Sociale di Bellinzona il 24 aprile.

opera FORÇA FORTE. Il ginevrino Gilles Jobin, insignito lo scorso anno del Gran Premio svizzero di danza 2015, è da anni uno dei coreografi più innovativi in Svizzera, che si destreggia con successo tra danza e performance. In questo duetto, nel quale si esibirà a fianco di Susana Panadés Diaz, Jobin combina movimento, spazio, suono, immagini e luci, che confluiscono in un risultato di grande intensità e forza espressiva in cui la realtà si mescola a immagini virtuali. Lo spettatore sarà confrontato con un viaggio futuristico, che susciterà molti spunti di riflessione. Sarà la Candoco Dance Company a chiudere quest’eccezionale programma, di nuovo al LAC, con Set and Reset/Reset, dell’eminenza coreutica Trisha Brown, e

Notturnino, dello svizzero Thomas Hauert. La Candoco Dance Company propone un’inconsueta costellazione di danzatori abili e disabili. Per questo motivo offre ai coreografi più ampie e insospettate possibilità creative. Grazie a Set and Reset/Reset di Trisha Brown, la Candoco reinterpreta un capolavoro della danza postmoderna americana, che incanta lo spettatore con fluide formazioni che si ricompongono continuamente. In Notturnino, Thomas Hauert lascia improvvisare gli interpreti, che devono però alcune seguire regole e direttive prestabilite. Si sviluppa così un dialogo toccante, un po’ in sospeso, sulla fragilità umana, l’invecchiamento e la vanità. Informazioni sul programma dettagliato e sull’acquisto dei biglietti su: steps.ch.

Steps 2016 Rassegna di danza Cinema Teatro, Chiasso Domenica 10 aprile, ore 20.30

900Presente Rassegna di contemporanea Sala Teatro LAC, Lugano Giovedì 14 aprile, ore 20.30

Tra jazz e nuove musiche Rassegna di Rete Due Teatro Sociale, Bellinzona Sabato 16 aprile, ore 20.45

Jazz a primavera Rassegna di concerti jazz Salone Olimpia, Biasca Giovedì 21 aprile, ore 21.00

Fierce

Kurt Weill - L’opera da tre soldi

Fred Frith Trio & Lost Frequency

Antonio Sanchez & Migration

Ballet Junior de Genève Coreografie Sharon Eyal & Gai Behar, Hofesh Shechter,Barak Marshall

Ensemble 900, Accademia Teatro Dimitri, Bachelor SUPSI in visual communication (DACD) In collaborazione con LuganoInScena

Fred Frith, chitarre Mina Fred, viola e voce Benjamin Brodbeck, percussioni Giancarlo Nicolai, laudes e oggetti sonori Una collaborazione Teatro Sociale Bellinzona - Associazione AMIT RSI Rete Due

Antonio Sanchez, batteria Seamus Blake, sax tenore John Escreet, piano Matt Brewer, contrabbasso

www.rsi.ch/jazz

www.musibiasca.ch

Direzione d’orchestra Arturo Tamayo Regia Nancy Fürst

www.centroculturalechiasso.ch

091/821 71 62

alla robotica nel loro processo di creazione. Anche in Ticino si potranno scoprire e apprezzare alcuni di questi abbinamenti insoliti. Ecco a colpo d’occhio le produzioni che faranno tappa nel nostro cantone. Il programma ticinese di Steps sarà inaugurato l’8 aprile al LAC con la première dello spettacolo Interplay della Sydney Dance Company, per la prima volta in Svizzera. Alla serata saranno eccezionalmente presenti tutti e tre i coreografi: il direttore artistico della compagnia, il catalano Rafael Bonachela, Jacopo Godani, direttore artistico della rinomata Forsythe Company e l’australiano Gideon Obarzanek, che è solito cimentarsi con produzioni fatte su misura in loco, con nuovi media, installazioni e produzioni cinematografiche. Dal 2009, da quando Bonachela dirige la troupe, la Sydney Dance Company ha acquistato la fama di polo innovativo e interdisciplinare. Seguirà, il 10 aprile al Cinema Teatro di Chiasso, la rappresentazione di Fierce del Ballet Junior de Genève. Nel 1980, l’obiettivo di questa compagnia era prevalentemente pedagogico, ovvero quello di offrire l’opportunità a giovani talenti di acquisire una prima esperienza professionale, il trampolino di lancio che avrebbe permesso loro di accedere al mondo del lavoro vero e proprio. Sin dall’inizio, però, l’ensemble si è affermato per il fascino che il suo repertorio esercitava sul pubblico. L’appuntamento successivo sarà il 22 aprile al Teatro Dimitri a Verscio con i quattro pezzi di Rising, interpretati dal danzatore britannico Aakash Odedra. Questi assoli, di quattro coreografi d’eccezione (Akram Khan, Russell Maliphant, Sidi Larbi Cherkaoui e Odedra stesso), sono uniti da un gioco dinamico di luci e ombre. Odrera, regale, dialoga con il proprio corpo, a volte piroettando furioso, a volte morbido e sensuale: ogni singolo movimento è eseguito con minuziosa precisione. La compagnia elvetica Cie Gilles Jobin il 24 aprile presenterà al Teatro Sociale di Bellinzona la sua ultima

www.conservatorio.ch

Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate.

Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

Una collaborazione con RSI Rete Due

Per aggiudicarsi i biglietti basta telefonare m⁄⁄ercoledì 6 aprile al numero sulla sinistra nell’orario indicato. Buona fortuna!


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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Messaggi dai vivi Dare del tu ai morti. Nelle cerimonie di congedo dai defunti e nei necrologi pubblicati a pagamento sugli organi di stampa possiamo notare una nuova modalità, ancora minoritaria ma in crescita costante: il saluto confidenziale al defunto. In chiesa dopo la celebrazione della Messa funebre e nella sala del Congedo per chi ha optato per la cremazione del corpo è sempre più frequente il gesto di qualcuno fra i presenti che prende la parola per ricordare la figura del trapassato usando la seconda persona singolare. Quel «tu» confidenziale, ingrediente prezioso di molti bestseller, da Oriana Fallaci a Susanna Tamaro e di quel furbo e ruffiano filone editoriale che potremmo siglare con il marchio «Lettera a ....». (Gli allievi di don Lorenzo Milani davano del lei alla professoressa). Le nostre «lettere» postume si possono dividere in due sottogeneri: quelle scritte per ringraziare il defunto per i preziosi insegnamenti ricevuti e quelle che hanno la funzione di certificare lo speciale legame che intercorreva fra lo

scrivente e un morto che, in quanto tale, non può più né confermare né smentire le affermazioni del suo corrispondente. La scomparsa recente di Umberto Eco ha generato una folta schiera di rievocazioni che potrebbero essere raccolte (e forse lo saranno) in un volume dal titolo «Io e Umberto Eco», dove il commemorante rievoca con toni commossi le tante occasioni in cui lui e l’indimenticabile Umberto si erano incrociati generando ogni volta vistosi benefici per la cultura. Davide Lajolo, nella veste di direttore del quotidiano «Il Giorno», non perdeva l’occasione di dedicare commossi articoli di fondo agli illustri personaggi giunti al passo estremo e ogni volta rievocava il toccante incontro nel corso del quale il Commemorato gli aveva detto: «Caro Davide, diamoci del tu». Quando lo fece anche per Paolo VI, Cesare Cases sull’«Espresso» commentò la rivelazione scrivendo, cito a memoria: Anche i grandi personaggi devono morire ma, a differenza di noi comuni mortali, devono scontare una pena supplemen-

Monica. Troviamo anche istruzioni per l’aldilà, come la seguente, dedicata a un «anziano Fiat» di anni 83: Ti riunirai con Roberto con il quale continuerai a condividere la passione per le carte e la juve. Ancora, per un defunto di 68 anni: Ciao BAFFO. Ti auguriamo di trovare lassù un bel campo di calcio circondato da monti in fiore. Un capitolo a parte è rappresentato dagli anniversari che talvolta sono l’occasione per aggiornare il defunto, nella consolante convinzione che il messaggio possa giungere a destinazione. A Franco Mellano, morto nel 2011, i parenti scrivono: Il Grattacielo è terminato. Quando lo guardo so che tu sei lassù, ci sorridi e ci abbracci con il tuo amore. Clara e famiglia. A Maria Cristina Favero, nel primo anniversario: Ciao nonna, quando sabato scorso abbiamo visto finalmente la neve, abbiamo capito che sei stata tu a mandarcela per alleviare i nostri cuori. Ecco un vero capolavoro del genere, è un po’ lungo ma vale la pena citarlo; il 4 febbraio 2016 il figlio Giovanni ricorda il 22esimo anniversa-

rio della scomparsa della madre: Cara Mamma, gli anni passano e le mie ceneri si avvicinano alla cassetta vicina alla tua. Se il 2014 è stato bello per aver pubblicato quattro mie sillogi poetiche, il 2015 è stato brutto per il mio, per una settimana, ricovero in ospedale. Come sarà il 2016? Solo il suo passare lo dirà. Ora sto guardando i 108 quadretti illustrati a colori con i miei scritti e mi rattrista il rammarico di non averne fatto nessuno, mentre c’eri tu. Li ho appesi alle pareti e mi tengono compagnia. Prima mi bastava la tua. L’ultimo comprende la mia poesia L’ultima notte pubblicata ne L’agenda dei poeti 2016 di Milano. Se andasse come ho scritto ne sarei felice. Ti trascrivo le ultime tre righe: «L’ultima notte: è la più bella / è una notte piena di stelle, è quella / che ci fa uscire dalla nostra cella». Ciao mamma cara, che il tuo ricordo mi aiuti ancora e il ricordo che ho trasmesso di te aiuti chi mi vuole veramente bene. Nel ventiduesimo anniversario della sua scomparsa il figlio Giovanni la ricorda a tutti coloro che le hanno voluto bene.

sandosi su altro sostrato metafisico, il vescovo retore africano si domanda che cosa sia il futuro: non posso dirne nulla, non è ancora stato. Poi che cosa sia il presente: non posso dirne nulla, perché come ne parlo è già passato. E il passato? Sì, di questo posso dire, per quanto la memoria, la mente, l’onestà delle mie intenzioni possano assistermi. Conosco solo ciò che è stato, ma allora perché ho perfettamente in me i concetti di presente e futuro? Ed ecco il colpo di genio: perché è il passato, è l’esperienza del passato che mi permette di sapere che quel che è stato deve per forza prima essere stato un presente. Ed è lo stesso passato che mi consente di intuire un futuro. Quando infatti penso al futuro, non posso che raffigurarmelo secondo ciò che è immagazzinato nella mia memoria. Noi non siamo in grado di creare realtà, a meno che si tratti di realtà virtuali, ossia realtà «finte», come i mondi di fantasia. Ma nella vita reale non è possibile fuggire dal passato. Per esempio: ho deciso che domani andrò

in parapendio, esperienza per me nuova. Lasciamo perdere la saggezza di una decisione del genere, e verifichiamo perché solo nello scrivere «parapendio» il mio stomaco si è contratto e la mente ha richiamato le seguenti immagini: i piedi di me bambina in altalena (con sensazione di risucchio); quella volta sull’aereoplanino di amici (nel momento in cui il pilota dice «non riesco a prendere la corrente d’aria giusta»); un telefilm (episodio di assassinio tramite allungamento dell’elastico per il tuffo nel vuoto, l’immagine dell’elastico molle)… e mi fermo qui. Aggiungo solo che una nipotina è andata per il compleanno in parapendio e quando me lo ha detto (dopo) me la sono immaginata con le ali e ora rivedo anche quel fermoimmagine. Lasciando di nuovo perdere gli aspetti personali (ma perché ci vuoi andare se ti evoca questi bei ricordi?), appare evidente che il solo modo che ho per pensare al futuro è tramite il gioco dei ricordi, che mossi da propria forza accorrono alla coscienza e si presenta-

no uno via l’altro, dando colori forme sensazioni al futuro pensato come tale. Più semplicemente: se ho voglia di gelato alle fragoline di bosco, è perché ho già provato questa delizia, e me ne ricordo bene, e desidero attualizzare questa esperienza in un futuro quanto possibile prossimo. Ciò che vale per il «mio» parapendio e il «mio» gelato alle fragoline, vale anche per la nostra storia. Anche «l’umanità» può pensare a un futuro perché ricorda un passato. La capacità della mente di piegarsi all’indietro per porgersi in avanti (Agostino la chiama «distensione», cioè capacità di tendersi) appartiene a tutti gli esseri umani, presi da soli e presi come civiltà, culture, insiemi. Non è possibile costruire il futuro senza aver fatto amicizia col passato, che sia un passato glorioso o da vergogna, per imparare a fare o per essere indotti a non fare. Sì, ma intanto, sembra che nessuno impari mai nulla, le violenze si ripetono. Forse la storia, la Storia, va studiata meglio.

un progetto per una large scale intrastructure? Oh, yes. Tuttavia, bisogna tener presente che «il masterplan di una facility nazionale è fuorviante». Ovvio. Più in là, però, a scanso di equivoci e tanto per essere più chiari, il «fuorviante» diventa misleading. Perché o purché o quando o laddove o benché o affinché o conciosiacosaché si compia (ma cosa?) «con costruzione bottom up» e con «decisione top down» («che non vuol dire senza peer review»). Conclusione delle due brevi, ma intense, cartelle: «Non è corretto dare lezioni “sull’integrità degli scienziati”… sulla base dei rumors». Più corretto consigliar loro lezioni di italiano (italian lessons). Se ne trovano anche low cost. Così magari, prima o poi, sapranno rispondere alla domanda più banale: «What’s IIT, please?». Il sospetto che l’anglo-latinorum sia fatto apposta per non comunicare nulla fingendo di comunicare modernamente viene a maggior ragione pensando alla

coniazione più recente del politichese: stepchild adoption (-1), che è l’adozione di un figliastro. Ora, è chiaro che «figliastro» ha una connotazione negativa che è meglio evitare: dunque il linguista Francesco Sabatini, per aggirare l’obbrobrio pseudoanglofono, ha suggerito un neologismo tutt’altro che disprezzabile: adozione del «configlio», ma è passato del tutto inascoltato. E si è continuato a parlare di stepchild adoption finché la proposta di legge è stata bocciata. Nel «Dizionario della nostra stupidità» di Giuseppe Culicchia, appena pubblicato da Einaudi con il titolo Mi sono perso in un luogo comune (5+), sono registrate numerose voci in inglese o in simil-inglese. Marketing compare innumerevoli volte: Culicchia ricorda che anni fa una sua insegnante si sentiva all’avanguardia già solo a pronunciare quella parola: «E il marketing qui, e il marketing là, e l’importanza del marketing». E aggiungeva: «Guardate ragazzi che il marketing avrà

sempre più importanza in futuro». Il suo ex allievo si augura oggi, giustamente, che l’esercito molesto degli addetti al telemarketing la smetta di comporre il suo numero e vada compatto a rivolgersi a lei. La definizione di marketing? «Negli anni Ottanta del secolo scorso una grande novità, oggi una persecuzione telefonica». Vedi Stalking, ovvero: «Forma di persecuzione simile a quella operata dalle ditte che fanno marketing telefonico a cominciare dalle stesse compagnie telefoniche». Consiglio utile per controbattere: «Signorina, abbia pazienza ma ho novant’anni e sono cieca, il computer non ce l’ho e l’Adsl non mi serve». Difficile a novant’anni usare WhatsApp, Facebook, Twitter. Più facile usare un telecomando. Per fare zapping, naturalmente, e farsi un’idea chiara sullo stato dello spread, della spending review, del jobs act, del volontary disclosure e dei foreign fighters. E sullo stato della lingua italiana.

tare: scoprire, dopo morti, che davano del tu a Davide Lajolo. Anche Giovanni Spadolini praticava l’arte di commemorare i grandi della Terra; il redattore della «Stampa» che doveva «passare» ai linotipisti gli articoli di Spadolini cancellava venti volte il pronome «io», lasciandone altrettanti sulla pagina. Veniamo ai necrologi a pagamento: citiamo da un’unica fonte, il quotidiano «La Stampa», con uno spoglio non sistematico nell’arco degli ultimi due anni. I ringraziamenti sono i più numerosi e fra questi molti sono firmati da minori ma, con molta probabilità, dettati dagli adulti. Per qualcuno è l’occasione per mettere i puntini sulle i: Ciao NONNO. Mi hai aiutato a crescere, circondato d’amore. Hai sostituito il padre che mi ha dimenticato. Mi hai insegnato l’educazione e la responsabilità. Dal Paradiso dei Nonni continua a proteggermi. Il tuo Tommy. Spicca una visione tradizionale del ruolo di padre: Caro papà, hai incarnato il faro del principio paterno che oggi è radicato nel cuore della mia vita. Tua figlia

Postille filosofiche di Maria Bettetini Nel passato, la forza Può apparire cinico rallegrarsi per la salvezza di Palmira, mentre almeno tre continenti sono terrorizzati da spari e bombe che all’improvviso esplodono per uccidere. Palmira è fatta di sole pietre, quelli che sono sfracellati dalla furia sono corpi umani, che erano vivi e sani, e stavano andando in ufficio (in metropolitana, a Bruxelles), o uscendo dalla funzione pasquale (ai giardinetti dei bambini, in Pakistan), o tornando in famiglia per le vacanze. Può apparire cinico, e un po’ da saccente intellettuale, da persona chiusa in una torre d’avorio o altro nobile materiale, che non vuole sporcarsi le mani e preferisce vagare con la mente in un passato che non può più nuocere, infatti è passato. Invece non è così. Fatta salva, naturalmente, ogni condoglianza, ogni condivisione del dolore, esecrato il terrore, cerchiamo di capire perché è giusto che tutti, non solo gli intellettuali, esultino per la «sposa del deserto» ritrovata. Mutilata, certo, gli ultimi dieci mesi è stata in balìa di personaggi

accaniti contro di lei. Manca il tempio di Bel (seppur forse solo in parte, forse sono in salvo le magnifiche donne velate che sembrano uscite dalla mano di un Matisse, o forse di un Modigliani); manca il tempio di Baal Shamin, così come l’arco di Trionfo, e le torri funerarie romane, con i loro ritratti, le loro gioie. Ma tanto rimane, compresi i pezzi del leone da quindici tonnellate di pietra, smembrato ma non rapito, forse se ne sono accorti tardi, i terroristi, che quella belva era difficile da smerciare al mercato nero. Soprattutto rimane intatta l’idea di Palmira, ancora nel teatro romano, nell’agorà, nelle mura e nelle colonne. Questo è importante perché per noi le tracce del passato sono come ancore che danno stabilità. Nel noto undicesimo libro delle Confessioni, Sant’Agostino indaga sull’essere del tempo: sappiamo che cosa è, ma se ci chiedono di spiegarlo non sappiamo che dire. Quindi crediamo di saperlo. Nelle sue pagine, riprese nel Novecento da Henry Bergson, che le fece sue ba-

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Il marketing della lingua So che può sembrare un’ossessione, ma mi preme tornare su come (cosa) parliamo (e scriviamo). Dall’Istituto Italiano di Tecnologia ci si aspetterebbe l’uso di un linguaggio (sia pur moderatamente) comprensibile a un pubblico di lingua italiana. Fosse olandese, si rivolgerebbe a un pubblico di lingua olandese; fosse portoghese a un pubblico di lingua portoghese, ma l’IIT dovrebbe parlare italiano. Invece, la replica all’appello «Separare scienza e politica» (voto: 1 ovvero One), apparsa la domenica di Pasqua sul «Sole 24 Ore», non si capisce bene in che razza di lingua sia stata scritta. Il proposito di «puntualizzare alcune affermazioni» va abbastanza liscio per i primi due punti, ma già dal terzo comincia a incepparsi in una ridicola esibizione di termini anglofoni che sembrano riesumare, per indecifrabilità ed esibizionismo, il latinorum secentesco dell’avvocato Azzeccagarbugli: «Uno degli obiettivi (oltre a quello

di creare una large scale facility per precision medicine) è di attrarre talenti» assumendo «1500 persone con un centinaio di Principal Investigator». L’Istituto, per la sua «capacità di costruire e gestire grandi lab», «può reclutare con call internazionali e tenure track». Tanta magniloquenza tecno-anglomericana vorrebbe sembrare molto all’avanguardia (very avanguardist), ma non fa i conti con la nausea da eccesso che rischia di provocare l’effluvio di termini pomposi e incomprensibili: financial needs, full cost procapite, running cost procapite, square meter procapite… Se tanto mi dà tanto, è legittimo pensare che la scienza dell’IIT sarà una bufala, anche se «il progetto è stato inviato dal Ministero della Ricerca per il peer review, a un panel internazionale». E anche se: «IIT e le Università milanesi hanno prodotto il first draft di un progetto per una large scale infrastructure, come richiesto dallo Stato». Ma davvero lo Stato ha richiesto


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Un mese di bontà Pane del mese Il pane di San Gallo è il protagonista di aprile al reparto panetteria di Migros Ticino

Pane di San Gallo 500 g Fr. 2.–

Con il suo aspetto rustico e il suo sapore corposo il pane di San Gallo ben rispecchia la tradizione culinaria della Svizzera orientale, anche se oggi figura ormai tra i pani più apprezzati della parte germanofona del paese. Formato a mano dagli abili panettieri della Jowa di S. Antonino, è fatto con farina di frumento scura di produzione certificata TerraSuisse, ossia proveniente da cereali svizzeri coltivati secondo le direttive di

IP-Suisse nel pieno rispetto della natura. Il pane di San Gallo si distingue ancora per la sua mollica compatta e regolare e per la crosta croccante e lucida. La pagnotta possiede una forma tonda e alta, particolarità quest’ultima che permette al prodotto di asciugarsi di meno rispetto ad altre varietà di pane, con il vantaggio di mantenerlo fresco per più giorni senza comprometterne la qualità. I fan di questi pani dal gusto intenso e caratteristico

ovviamente amano gli accostamenti altrettanto aromatici, come gli affettati e i formaggi stagionati, le salsicce grigliate – immancabile con il bratwurst di San Gallo –, il paté di fegato oppure ancora il salmone affumicato. Il pane di San Gallo è però molto apprezzato anche al mattino a colazione, semplicemente spalmato con burro e marmellata fatta in casa: una vera e sana sferzata di energia per affrontare la giornata con gusto e brio.

Il pane di San Gallo viene formato a mano dai mastri panettieri della Jowa. (Flavia Leuenberger)


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Idee e acquisti per la settimana

Profumi di primavera Attualità L’aglio orsino aggiunge un tocco di sapore in più ai nostri piatti primaverili.

È disponibile fresco nei reparti verdura di Migros Ticino

Risotto all’aglio orsino

Conosciuto da molto tempo, l’aglio orsino (Allium Ursinum) è una pianta della famiglia delle liliacee che cresce spontanea in zone umide e ombrose, e conquista sempre più di ammiratori, che lo gustano sia cotto che crudo. Le foglie vanno raccolte in primavera e utilizzate fresche. È possibile congelarle, dopo averle sminuzzate e poste in appositi sacchetti da congelazione ben chiusi. L’aglio orsino si presta per arricchire le insalate o farne dei pesti, ma anche come verdura cotta nei ripieni della pasta o nelle frittate. Le foglie, crude, sono fonti di vitamina C, clorofilla, flavonoidi dalle proprietà antiossidanti. In tempi antichi si attribuiva a questa pianta il potere di regalare una forza degna di un orso a colui il quale ne consumava. L’aglio orsino è apprezzato oltre che per il suo aroma, anche per le sue proprietà antisettiche. / Pamela Beltrametti, dietista dipl. S.S.S.ASDD

Contorno per 4 persone

Ingredienti 1 cipolla 30 g di burro 250 g di riso, ad es. Carnaroli 2 dl di vino bianco 6 dl di brodo di verdura caldo 1 mazzetto di aglio orsino 3 cucchiai d’acqua 60 g di parmigiano grattugiato sale, pepe

continuamente, aggiungete il brodo poco alla volta. Fate cuocere per ca. 30 minuti, finché il riso diventa cremoso ma è ancora al dente. 2. Tagliate la metà dell’aglio orsino a striscioline e mettete da parte. Frullate il resto con l’acqua e mescolatelo con il formaggio al risotto. Regolate di sale e pepe. Guarnite con il resto dell’aglio orsino messo da parte.

Preparazione 1. Tritate finemente la cipolla. Fatela appassire nel burro a fuoco medio. Aggiungete il riso e tostatelo mescolando continuamente. Bagnate con il vino e fate evaporare il liquido. Mescolando

Suggerimenti Ideale con la carne di manzo o come primo per 2 persone. Aglio orsino: l’erbetta c’è solo in primavera e per brevissimo tempo. Conservatela sott’olio.

Iscrizione Serata con la dietista Pamela Beltrametti sulle allergie e intolleranze alimentari Giovedì 14 aprile, dalle 18.30 alle 20.30, presso il Ristorante Migros del Centro S. Antonino, si terrà una serata con la dietista Pamela Beltrametti. L’esperta sarà a disposizione dei partecipanti per rispondere a domande e a dubbi relativi alla scelta dei prodotti, ai simboli e alle informazioni presenti sugli imballaggi, alla lettura delle etichette, come pure al sempre più attuale fenomeno delle allergie e intolleranze alimentari. Per partecipare è necessario iscriversi telefonando al nr. 091 840 12 61, mercoledì 6 aprile a partire dalle ore 10.30. Posti limitati a 12 persone.

Il detergente tuttofare

Per pulire e sgrassare a fondo tutte le superfici ed eliminare i cattivi odori non c’è niente di meglio del nuovo detergente Rio Melaceto. Grazie al potere detergente dell’aceto di mele naturale potrete pulire in modo facile e veloce legno, plexiglas, teak, elettrodomestici, laminati plastici, acciaio, metallo, ceramiche, maioliche e tutte le superfici lucide. Con il suo gradevole profumo inoltre deodora a lungo fornelli, lavandini, cappe, forni, pensili e frigoriferi eliminando i cattivi di odori di alimenti quali pesce, uova e formaggio. Rio Melaceto è biodegradabile oltre il 90%.

Rio Melaceto 800 ml Fr. 2.50 In vendita nelle maggiori filiali Migros

Contro l’alito cattivo

Candida Caramelle Breath Control al melone 10 pezzi Fr. 2.50

Candida Caramelle Breath Control alle erbe 10 pezzi Fr. 2.50

In vendita nelle maggiori filiali Migros

Candida, il marchio di riferimento della Migros per l’igiene orale di tutta la famiglia, offre una vasta gamma di specialità utili per ogni esigenza ed ha appena introdotto nel suo assortimento un innovativo prodotto per combattere efficacemente l’alito cattivo: le caramelle Candida Breath Control. Senza zucchero e disponibili in un pratico blister da 10 pezzi, assicurano un alito fresco per oltre un’ora. La loro efficacia è stata provata scientificamente e sono ottenibili nei due apprezzati aromi melone e erbe.


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Idee e acquisti per la settimana

In caso di emergenza Novità Prossimamente presso lo SportXX di S. Antonino e Serfontana sarà in vendita in esclusiva l’innovativo

dispositivo «salvavita» Ice-Key in grado di registrare i dati personali e sanitari. I servizi ambulanza del Canton Ticino e la Centrale di Allarme e Coordinamento Sanitario Ticino Soccorso 144, grazie ad un accordo tra Migros Ticino e la FCTSA, saranno equipaggiati per poter accedere alle vostre informazioni salvavita

Lo SportXX nelle prossime settimane introdurrà nel suo assortimento una novità che non mancherà di suscitare l’interesse di tutti coloro che, durante le attività sportive, ricreative e lavorative, desiderano sentirsi più sicuri nel caso di emergenza sanitaria. Ice-Key è uno speciale dispositivo che permette ai soccorritori, semplice-

mente avvicinando uno smartphone, di leggere i dati personali e sanitari precedentemente salvati dall’utente. Così facendo si potranno velocizzare i soccorsi e avvertire immediatamente i familiari. Ice-Key permette di rilevare le informazioni utili attraverso la tecnologia NFC (Near Field Communication) e funziona senza

batteria. Sarà disponibile nelle varianti TAG (un etichetta adesiva applicabile su qualsiasi superficie rigida come un casco o una giacca) oppure sotto forma di bracciale. Come funziona l’Ice-Key? Una volta acquistato il prodotto, l’utilizzatore non dovrà fare altro che scaricare sul proprio smarphone o tablet l’omonima appli-

cazione gratuita e compilare le informazioni personali. Successivamente trasferirà i dati al dispositivo Ice-Key semplicemente avvicinando il telefono o il tablet. Le informazioni possono venire tradotte in sette lingue differenti (italiano, francese, tedesco, inglese, spagnolo, portoghese e olandese). Ice-Key funziona anche da

geolocalizzatore per sapere con esattezza dove si trova colui che deve essere soccorso, come pure da collegamento diretto al numero di soccorso 144.Infine, segnaliamo che l’Ice Key sarà presentato in anteprima in occasione di slowUp Ticino, la prossima domenica 17 aprile, presso lo stand SportXX di S. Antonino.

Il barometro dei prezzi

Il barometro dei prezzi

Latte più conveniente

Informazioni sui cambiamenti di prezzo

Migros riduce i prezzi di tutte le colorazioni in media del 20 percento. Diversi deodoranti saranno più convenienti mediamente del 16 percento a par-

Alcuni esempi:

tire dal 5 aprile. Costeranno meno per esempio le colorazioni di I am e Garnier Nutrisse, come pure tutti i deodoranti di Nivea e I am.

Prezzo vecchio in Fr.

Garnier Nutrisse colorazione 40 cacao, 1 pz. L’Oréal Excellence colorazione 7 biondo, 1 pz. L’Oréal Casting Crème Gloss colorazione 400 marrone, 1 pz. I am set copri ricrescita per sfumature chiare e marrone medio, 1 pz. Syoss colorazione 3-1 marrone scuro, 1 pz. Schwarzkopf Brillance colorazione 842 cachemire-rosso, 1 pz. Garnier Belle Color colorazione 4 biondo cenere, 1 pz. Schwarzkopf meches super schiarenti M1, 1 pz. Adidas Ice Dive Deo Body Spray, 150 ml Nivea Deo Roll-on Pure & Natural, 50 ml I am Deo Roll-on Sensitive, 50 ml Ph Balance Deo Roll-on, 50 ml Nivea Deo Spray Invisible black&white, 150 ml Garnier Deo Spray Ultra Dry, 150 ml I am Deo Spray Oriental Pleasure, 150 ml Playboy Female Play It Sexy Body spray, 150 ml

7.90 11.80 10.70 4.90 8.40 10.00 7.50 10.50 6.50 3.10 2.50 3.90 3.60 5.30 3.90 8.50

Nuovo in Fr.

in %

6.30 9.40 8.50 3.95 6.70 7.90 6.00 8.40 5.20 2.60 2.10 3.50 3.05 4.50 3.30 6.80

–20,3 –20,3 –20,6 –19,4 –20,2 –21,0 –20,0 –20,0 –20,0 –16,1 –16,0 –10,3 –15,3 –15,1 –15,4 –20,0

Migros riduce i prezzi di latte, panna, burro e dessert selezionati. L’Organizzazione interprofessionale del latte riduce il prezzo indicativo di un chilo di latte per l’industria lattiera da 68 a 65 centesimi. Questo risparmio di tre centesimi al chilogrammo Migros lo riversa completamente alla propria clientela. Le riduzioni di prezzo per latte, panna e dessert saranno valide dal 4 aprile. Quelle per il burro entreranno in vigore un mese più tardi, il 2 maggio. Globalmente alla Migros oltre 100 prodotti saranno più convenienti. Come in

Alcuni esempi: Valflora Latte alta past., brik 1l Valflora M-Drink UHT, 0.5 l Valflora Panna UHT, 0.5 l Valflora Panna caffè, 250 ml Crème Fraiche Nature, 200 g Valflora M-Dessert, 180 g Léger Coupe Chocolat Light, 125 g

passato, anche per queste riduzioni Migros si attiene ai prezzi di riferimento dell’Organizzazione interprofessionale del latte. Oltre ai prezzi più vantaggiosi per i consumatori, naturalmente Migros dà molta importanza all’utilizzo di latte svizzero per i propri podotti, tanto che oltre il 99 per cento dell’assortimento di generi alimentari venduti nell’assortimento di latticini è prodotto con latte svizzero. Presso nessun altro dettagliante svizzero la quota di latte indigeno è così ampia come alla Migros. Prezzo vecchio in Fr.

Nuovo in Fr.

in %

1.15 0.85 3.25 1.10 2.60 1.25 0.65

1.10 0.80 3.20 1.05 2.55 1.20 0.60

–4,3 –5,9 –1,5 –4,5 –1,9 –4,0 –7,7


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www.m-budget-combi.ch

I prodotti M-Budget sono in vendita presso:


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Idee e acquisti per la settimana

M-Classic

Hummus, falafel e molto altro I ceci permettono di variare con gusto il menu settimanale. Questi legumi ricchi di proteine e fibre sono particolarmente versatili e si possono per esempio utilizzare come ingrediente per insalate, paste, zuppe e stufati. Resi in purea e lavorati sotto forma di hummus o falafel, hanno un posto fisso sul piatto dei meze orientali e sono consigliati anche come saporito dip di verdure. Con i ceci di M-Classic si evita la lunga procedura di ammollo, giacché sono già cotti delicatamente in conserva. Contengono solo acqua e sale, sono senza conservanti e si mantengono a lungo.

Hummus Ricetta per 4 persone Scolate 250 g di ceci M-Classic e ridurli in purea con il succo di mezzo limone, 3 cucchiai di tahina, mezzo spicchio d’aglio, 2 cucchiai di olio di oliva e 0,5 dl di acqua. Salate a piacimento.

M-Classic ceci 250 g Fr. 1.10

Suggerimento Guarnire l’hummus con ceci interi e semi di melagrana. Nella cucina orientale i ceci hanno da tempo un posto d’onore. Sono molto apprezzati sotto forma di hummus.

M-Classic ceci bio 2 x 138 g Fr. 2.60


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Idee e acquisti per la settimana

Agricoltura rispettosa dell’ambiente

In armonia con la natura Competenza Bio

Crespelle al limone con bacche miste e panna alla vaniglia

Bontà della natura

Degustazione Provate i prodotti Migros Bio e Alnatura in filiali selezionate:

Pasto dolce per 4 persone Ingredienti 8 crespelle al limone (vedi ricetta a p. 54) 300 g di bacche miste, surgelate 3 cucchiai di sciroppo d’agave 2 dl di panna intera 1 bustina di zucchero vanigliato sciroppo d’agave per guarnire

Gli alimenti naturali fanno tendenza. Lo dimostrano i dati di vendita generalmente in crescita. Con i marchi Migros Bio e Alnatura i clienti Migros dispongono di due gamme di prodotti certificati, coltivati nel rispetto della natura. Quanto sia vario l’assortimento biologico lo dimostrano le ricette delle omelette che vi proponiamo su queste pagine

I marchi Migros Bio e Alnatura seguono entrambi il principio dell’agricoltura rispettosa della natura. In primo piano c’è la tutela dell’ambiente e degli animali. Gli agricoltori Bio evitano di usare pesticidi e fertilizzanti chimici. Parassiti come i pidocchi vengono combattuti con mezzi naturali come le coccinelle. Per quanto riguarda gli animali, Bio significa una crescita e un’alimentazione con mangimi biologici, provenienti se possibile dalla stessa fattoria. E i prodotti a base di carne vengono lavorati secondo regole biologiche. Per i cibi Alnatura vale inoltre il principio del minimo di ingredienti: le ricette contengono solo le materie prime strettamente necessarie. Naturalmente, anche qui si tratta di ingredienti d’alta qualità, provenienti esclusivamente da produzione sostenibile.

Informazioni: www.migros. ch/bio www.alnatura.ch

Preparazione Scaldate le bacche con lo sciroppo d’agave e lasciatele riposare per ca. 10 minuti. Montate la panna ben ferma con lo zucchero vanigliato. Distribuite le bacche con la panna sulle crespelle. Completate irrorando con lo sciroppo d’agave. Tempo di preparazione ca. 15 minuti Per persona ca. 16 g di proteine, 30 g di grassi, 58 g di carboidrati, 2400 kJ/580 kcal

Ricette di

www.saison.ch

* in filiali selezionate Le omelette al limone sono perfette per farciture dolci e salate.

Crespelle al limone

Crespelle al limone con gamberetti e insalata

Per 4 persone

Preparazione 1. Mescolate la farina con il sale in una scodella e formate un incavo al centro. Versate il latte, l’acqua, e il succo di limone nell’incavo e mescolate fino a ottenere una pastella liscia. Incorporate le uova e continuate a mescolare fino a ottenere una

pastella liscia e fluida. Lasciatela riposare per ca. 30 minuti. 2. Spennellate il fondo di una padella antiaderente con l’olio e scaldatela. Versatevi ca. 1/8 della pastella con un mescolo. Distribuite la pastella sul fondo della padella inclinandola. Dorate la crespella da entrambi i lati a fuoco medio. Preparate 8 crespelle allo stesso modo.

Ingredienti 8 crespelle al limone (vedi ricetta a p. 54) 4 cucchiai d’olio d’oliva 3 cucchiai d’aceto alle erbe ½ mazzetto di basilico ¼ di cucchiaino di sale alle erbe pepe 240 g di gamberetti cotti 100 g d’insalata da taglio

Preparazione Mescolate bene l’olio con l’aceto. Sminuzzate finemente il basilico, aggiungetelo e condite con sale e pepe. Unite i gamberetti e fateli riposare nel condimento per ca. 10 minuti. Distribuite sulle crespelle prima l’insalata poi i gamberetti. Irrorate con la salsa rimasta e piegate le crespelle a metà.

Tempo di preparazione ca. 35 minuti + riposo ca. 30 minuti

Tempo di preparazione ca. 10 minuti

Per persona ca. 14 g di proteine, 12 g di grassi, 40 g di carboidrati, 1400 kJ/340 kcal

Per persona ca. 22 g di proteine, 27 g di grassi, 41 g di carboidrati, 2100 kJ/500 kcal

Testo: Anna-Katharina Ris; foto e styling: Claudia Linsi.

Piatto principale per 4 persone Ingredienti 200 g di farina bianca 1 cucchiaino di sale 1 dl di latte 2,5 dl d’acqua 0,5 dl di succo di limone 4 uova olio di cocco per cuocere

Alnatura Bio Olio di cocco nativ 220 ml* Fr. 5.40

Alnatura Bio Sciroppo d’agave 250 ml* Fr. 3.40

Alnatura Bio Bourbon Zucchero vanigliato 4 x 8 g* Fr. 2.30

Bio Farina bianca 500g Fr. 1.60

Migros Bio è sinonimo di agricoltura in armonia con la natura. Il marchio Bio contrassegna oltre 1300 prodotti.

Alnatura, il marchio biologico per uno stile di vita sostenibile e responsabile, utilizza solo gli ingredienti migliori e indispensabili.

Parte di Alnatura Bio Succo di limone 200 ml* Fr. 1.70

Bio Bacche miste, surgelate 2 x 150 g Fr. 4.50

Bio Uova svizzere, da allevamento all’aperto 4 uova da 63 g + Fr. 3.30

Bio Gamberi, Ecuador per 100 g Fr. 5.50


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 4 aprile 2016 ¶ N. 14

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Idee e acquisti per la settimana

Insalata primaverile al tonno

Mimare

Piatto principale per 4 persone

Ingredienti 130 g di spinaci per insalata 2 cipollotti 1 limetta 4 cucchiai d’aceto balsamico bianco 8 cucchiai d’olio d’oliva sale, pepe 1 mazzetto di ravanelli 2 scatole di tonno al basilico da 160 g Preparazione Sciacquate gli spinaci e fateli sgocciolare bene. Tagliate le foglie verdi dei cipollotti ad anelli, tritate i cipollotti. Grattugiate finemente la scorza della limetta e spremete il succo. Mescolate i cipollotti tritati con la scorza e il succo di limetta, il balsamico e l’olio. Condite con sale e pepe. Tagliate i ravanelli in sei parti. Accomodate gli spinaci, gli anelli di cipollotto, i ravanelli e il tonno nei piatti. Condite con la salsa, servite e accompagnate con del pane.

Un Bonito dal gusto saporito Il nuovo tonno in scatola della linea Miramare di Migros promette nuove sensazioni sul palato grazie al suo gusto speziato. È prodotto unicamente con tonni della specie Bonito provenienti da pesca selvatica sostenibile, aromi naturali e pregiato olio d’oliva

Novità Mimare MSC Tonno al basilico o al peperoncino

Tempo di preparazione ca. 20 minuti Per persona ca. 22 g di proteine, 29 g di grassi, 4 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal

Pizzette al tonno Piatto principale per 4 persone Per ca. 16 pizzette

Ingredienti 600 g di pasta per pizza farina per spianare la pasta 2 cucchiai d’olio d’oliva 150 g di feta ½ cipolla rossa 80 g di rucola per farcire 1 scatola di tonno al peperoncino da 160 g pepe Preparazione Scaldate il forno a 220 °C. Dividete la pasta per pizza in pezzetti di ca. 35 g. Spianateli sul piano infarinato e formate dei dischi sottili. Trasferiteli in una teglia foderata con carta da forno. Bucherellate i dischi con una forchetta e ungeteli d’olio. Sbriciolate la feta sui dischi. Cuoceteli al centro del forno per ca. 12 minuti, finché diventano croccanti. Nel frattempo, tagliate la cipolla a striscioline. Farcite le pizzette ancora calde con le striscioline di cipolla, la rucola e il tonno. Condite con pepe e servite. Tempo di preparazione ca. 15 minuti + cottura in forno ca. 12 minuti Per persona ca. 27 g di proteine, 29 g di grassi, 65 g di carboidrati, 2650 kJ/630 kcal

Mimare MSC Tonno al basilico 160 g Fr. 1.90 Nelle maggiori filiali

Ricette di

www.saison.ch

Il gustoso tonno al basilico regala all’insalata un accento mediterraneo.

Testo: Heidi Bacchilega; foto & styling: Christine Benz; ricetta: Annia Ciocco

Una pizza un po’ diversa: dopo averla cotta in forno, si guarnisce la base con il saporito tonno al peperoncino, cipolle e rucola. Mimare MSC Tonno al peperoncino 160 g Fr. 1.90 Nelle maggiori filiali

Pole & Line

Ogni tonno è catturato all’amo Con il metodo di pesca selettivo denominato «Pole & Line», ovvero «canna e lenza», ogni tonno viene preso all’amo singolarmente. Per farlo, ci vogliono anche una ventina di pescatori che, stando a poppa del peschereccio, tirano su dall’acqua un tonno dopo l’altro con una canna lunga due o tre metri. Questo metodo di pesca tradizionale è sostenibile perché evita la cattura accidentale di altre specie marine.

MSC è sinonimo di pesca sostenibile certificata. Pesci e frutti di mare certificati con questa sigla provengono sempre dalla pesca selvatica.

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

Cheeasy

Cucina veloce per fan del formaggio

Azione 20x punti Cumulus Cheeasy prodotto da spalmare per il forno prosciutto/cipolle 200 g Fr. 3.20

Il nuovo assortimento Cheeasy offre quattro variazioni al formaggio per un piacere veloce. Con il prodotto da spalmare prosciutto/cipolle si possono preparare in pochi minuti nel forno delle golosissime e croccanti fette di pane al formaggio. Per un’insalata di formaggio e salsiccia sono invece perfetti gli stick al formaggio per insalate. Il cottage cheese con bacche e noci completa l’insalata verde di mezzogiorno, ma è anche ottimo come dolce spuntino tra i pasti. Infine, con i cubetti per l’aperitivo a base di formaggio svizzero nella variante nature/ peperoncino si può arricchire in un baleno un aromatico snack.

sull’intero assortimento Cheeasy fino all’11 aprile

Le fette al formaggio sono pronte in un attimo. Si possono gustare sia calde che fredde.

Cheeasy stick di formaggio per insalata 160 g Fr. 4.40 Nelle maggiori filiali

Cheeasy cottage cheese Nature, bacche e noci 140 g Fr. 2.80

Cheeasy cubetti per l’apertivo, Nature/Peperoncino 130 g Fr. 4.60 Nelle maggiori filiali


Azione 50%

33%

1.15 invece di 2.30

3.25 invece di 4.90

Bistecca di collo di maiale marinata TerraSuisse per 100 g

Mirtilli Spagna, vaschetta da 250 g

a partire da 3 pezzi

30%

30%

3.40 invece di 5.–

3.75 invece di 5.40

Bistecche di manzo TerraSuisse Svizzera, imballate, per 100 g

50% Azione assortimento Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Selina per es. Adult Ragout con salmone, MSC, 100 g, –.30 invece di –.65

Filetto di maiale TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

20% Azione assortimento Tutte le tavolette di cioccolato da 100 g Frey, UTZ (Suprême, M-Classic, Eimalzin, bio, Sélection e confezioni multiple escluse), a partire da 3 pezzi, 20% di riduzione

3 per 2 3 per 2 Dentifrici Candida in conf. da 3 per es. Fresh Gel, 3 x 125 ml , 5.90 invece di 8.85, offerta valida fino al 18.4.2016

Società Cooperativa Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Tutti i pannolini Pampers (confezioni speciali escluse), offerta valida per 3 prodotti con lo stesso prezzo, per es. Baby-Dry 4, 3 x 44 pezzi, 33.60 invece di 50.40


. a z z e h c s e fr lo o s e Sempre M-consiglia

30%

PETTO DI POLLO CON INSALATA DI FORMENTINO E MELA Un petto di pollo farcito e aromatizzato con fette di prosciutto crudo affumicato e foglioline di basilico si trasforma in un piatto gustoso pronto in un batter d’occhio. Incidete una tasca nel petto di pollo, conditelo, farcitelo con foglie di basilico e avvolgete il petto con il prosciutto crudo. Rosolate la carne per 10 minuti e servitela con un’insalata di formentino e mela. Per la ricetta: www.saison.ch/ it/m-consiglia, gli ingredienti li trovate alla tua Migros.

2.35 invece di 3.40 Pâté ticinese Svizzera, al banco a servizio, per 100 g

30% 7.90 invece di 11.35 Prosciutto affumicato di campagna Malbuner in conf. da 2 Svizzera, 2 x 121 g

20% 2.15 invece di 2.70 Coniglio tagliato Svizzera, imballato, per 100 g

30% 3.60 invece di 5.20 Carpaccio di manzo con rucola e Grana prodotto in filiale con carne Svizzera, imballato, per 100 g

30% Petto di tacchino affettato finemente in conf. da 2 o carne secca di tacchino M-Classic per es. petto di tacchino affettato finemente in conf. da 2, Francia / Brasile, 2 x 144 g, 4.90 invece di 7.–

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

30% 4.75 invece di 6.85 Prosciutto crudo ticinese prodotto in Ticino, affettato fine in vaschetta, per 100 g

20% Prosciutto affumicato bio o salame italiano bio per es. prosciutto affumicato, Svizzera, per 100 g, 4.– invece di 5.05

33% 15.– invece di 22.60 Sminuzzato di pollo Optigal Svizzera, in conf. da 3 x 222 g, 666 g

30% Pesce fresco selezionato bio per es. filetto di salmone con pelle, d’allevamento, Norvegia/Irlanda, per 100 g, 3.25 invece di 4.70, fino al 9.4

30%

30%

30%

2.55 invece di 3.70

1.85 invece di 2.70

14.50 invece di 20.80

Fettine lonza di maiale TerraSuisse Svizzera, imballate, per 100 g

Mini filetti di pollo M-Classic Germania / Ungheria, per 100 g

Salmone affumicato bio* d’allevamento, Scozia, 260 g

30% 2.55 invece di 3.70 Spezzatino di vitello TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g


50% 1.45 invece di 2.90 Gerani in vaso da 10 cm, per es. rossi, la pianta

Hit 12.90 Bouquet di tulipani Fiona per es. rossi, il mazzo

1.–

di riduzione

5.90 invece di 6.90 Tulipani M-Classic, mazzo da 10 disponibili in diversi colori, per es. gialli, il mazzo

20% 3.10 invece di 3.90 Melanzane Ticino, sciolte, al kg

Hit 1.80 Pomodori ciliegia a grappolo Italia, vaschetta da 500 g

–.90

di riduzione Tutti i formaggi freschi Cantadou in conf. da 2 per es. con erbe aromatiche, 2 x 125 g, 3.90 invece di 4.80

20%

25%

20%

2.85 invece di 3.60

2.60 invece di 3.50

1.85 invece di 2.35

Mele Gala Svizzera, sciolte, al kg

Insalata filante Ticino, in conf. da 200 g

Appenzeller surchoix bio per 100 g

30%

25%

20%

30%

20%

3.40 invece di 4.90

2.40 invece di 3.20

5.10 invece di 6.40

10.30 invece di 14.80

5.45 invece di 6.85

Meloni Charentais Senegal / Marocco, al pezzo

Patate Novelle Egitto, imballate, 1,5 kg

Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Chavroux Tendre Bûche in conf. da 2 x 150 g

Asiago DOP a libero servizio, al kg

Mini Babybel retina da 15 x 22 g


! à it c li p m e s a tt tu Risparmiare in 33% Pasta bio in conf. da 3 o sugo bio in conf. da 2 per es. agnolotti all’arrabbiata in conf. da 3, 3 x 250 g, 9.80 invece di 14.70

20%

20%

Azione assortimento

Azione assortimento

Tutti i succhi freschi bio per es. succo d’arancia, 750 ml, 2.70 invece di 3.40

20% Azione assortimento

Tutta la pasticceria svedese per es. torta svedese ai lamponi, 500 g, 7.80 invece di 9.80

20% Azione assortimento

Tutti gli yogurt bio (esclusi yogurt al latte di pecora), per es. alla fragola, Tutti i drink Bifidus per es. alla fragola, 8 x 100 g, 5.10 invece di 6.40 180 g, –.60 invece di –.75 Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

20% Bastoncini alle nocciole, fagottini alle pere o fagottini alle pere bio per es. bastoncini alle nocciole, 220 g, 2.85 invece di 3.60

20% Prodotti Cornatur bio in conf. da 2 per es. polpettine di okara, 2 x 180 g, 7.80 invece di 9.80

20% Azione assortimento

PUNTI

20x Tutto l’assortimento Alnatura o Alnavit per es. palline di miglio all’ungherese Alnatura, 75 g, 1.70

20% Conf. da 6 in azione

Tutti i sofficini ripieni M-Classic Fleischkäse Malbuner in conf. da 6 surgelati, per es. sofficini ai funghi, 360 g, 3.15 invece prosciutto, tacchino, carne di vitello o Delikatess, per es. Delikatess, 6 x 115 g, 7.20 invece di 9.– di 3.95

20% Azione assortimento Tutti i gelati M-Classic da 2000 ml per es. stracciatella, 5.50 invece di 6.90

20% Azione assortimento Tutte le pizze Finizza o M-Classic surgelate, per es. Finizza Trattoria al tonno, 355 g, 3.25 invece di 4.10

40% 10.30 invece di 17.20 Crispy di pollo impanati Don Pollo surgelati, 1,4 kg


a partire da 2 confezioni

– .3 0

20%

di riduzione l’una

Azione assortimento

14.85 invece di 18.60

Tutta la pasta Agnesi a partire da 2 confezioni, –.30 di riduzione l’una, per es. spaghetti, 500 g, 1.50 invece di 1.80

a partire da 2 pezzi

20% Nissin in confezioni multiple per es. minestra istantanea di tagliatelle al gusto di pollo in conf. da 5, 5 x 85 g, 4.40 invece di 5.50

20% Conf. da 2 in azione

– .3 0 di riduzione l’uno

Azione assortimento Tutte le salse in bustina Bon Chef a partire da 2 pezzi, –.30 di riduzione l’uno, per es. salsa legata per arrosto, 30 g, 1.20 invece di 1.50

Hit 5.60

Cialde finissime o biscotti Taragona M-Classic in Nutella in barattolo di vetro da 1 kg conf. da 2 per es. cialde finissime, 2 x 150 g, 2.55 invece di 3.20

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Red Bull in conf. da 12, 12 x 250 ml standard o sugarfree, per es. standard

a partire da 2 pezzi

di riduzione l’uno

20% Azione assortimento

Tutti i detergenti Migros Plus in confezioni multiple Tutte le linee di bicchieri Cucina & Tavola per es. detergente per vetri, flacone originale e conf. per es. Classico Rosso, 3 x 32 cl, 4.90 invece di 9.80, di ricarica in set da 2, 2 x 750 ml, 6.50 invece di 8.15, offerta valida fino al 18.4.2016 offerta valida fino al 18.4.2016

Tutte le salse Agnesi a partire da 2 pezzi, –.50 di riduzione l’uno, per es. al basilico, 400 g, 2.40 invece di 2.90

Caffè in chicchi Boncampo, UTZ, 1 kg Classico o 100% Arabica, per es. Classico, 4.25 invece di 8.50

Panni detergenti universali in fleece 15 pezzi, offerta valida fino al 18.4.2016

Azione assortimento

Azione assortimento

Azione assortimento

5.–

50%

– .5 0

50%

Hit

20% Azione assortimento Tutti i tipi di Coca-Cola in conf. da 6, 6 x 0,5 l per es. classic, 6.20 invece di 7.80

Hit 99.– Pentola a pressione Kuhn Rikon da 7 l il pezzo, offerta valida fino al 18.4.2016

1.50 di riduzione Tutti i detergenti Potz in conf. da 2 1.50 di riduzione, per es. Calc, 2 x 1 l, 8.30 invece di 9.80, offerta valida fino al 18.4.2016, conf. da 2 in azione


Altre offerte. Frutta e verdura

Novità

PUNTI

20x

Altri alimenti Corona del sole bio precotta e refrigerata, 360 g, 3.50 Novità ** L’Oréal Paris Sculpting, per es. mascara, 8,7 ml, 19.90 Novità **

Fragole bio, Spagna, vaschetta da 400 g, 2.70 invece di 3.90 30%

Pesce, carne e pollame

Hit 19.80 T-shirt da uomo John Adams in conf. da 3 disponibili in diversi colori e misure, per es. grigie, tg. M, offerta valida fino al 18.4.2016

Polpettone Buona Domenica Amadori, Italia, in conf. da 750 g, 7.50 invece di 12.50 40%

Hit 12.90 T-shirt da bambina in conf. da 3 per es. rosa, tg. 68, offerta valida fino al 18.4.2016

Sminuzzato di manzo TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g, 2.95 invece di 3.70 20% Bratwurst di maiale, Svizzera, 4 x 140 g, 4.70 invece di 9.40 50% Valido dal 7.4. al 9.4.2016

Pane e latticini Cake Salvatore, 300 g, 4.40 invece di 5.50 20% Rotolo al limone BIG, 4.90 Torta frolla Savaris, 400 g, 3.90 invece di 4.90 20% Pane Val Morobbia, 320 g e 550 g, per es. 550 g, 2.85 invece di 3.40 15%

Fiori e piante

a partir e da 2 pe z zi

1.– di riduzione l’uno

Azione assortimento Tutto l’assortimento di detergenti Pial a partire da 2 pezzi, 1.– di riduzione l’uno, per es. schiuma per tappeti Tapino, 500 ml, 3.40 invece di 4.40, offerta valida fino al 18.4.2016

15% Always o Tampax in conf. multipla e in conf. speciale per es. assorbenti Always Ultra Normal Plus in conf. speciale, conf. da 26, 3.40 invece di 4.05, offerta valida fino al 18.4.2016

50% Azione assortimento

Phalaenopsis, 2 steli, in vaso da 12 cm, la pianta, per es. fucsia, 11.80 invece di 16.90 30%

Tutti gli ammorbidenti Exelia per es. Sensitive, 1,5 l, 3.25 invece di 6.50

Tutti i bulbi primaverili, per es. anemoni, conf. da 24, 4.70 invece di 5.90 20%

Orangina in conf. da 6, 6 x 1,5 l, Regular o Zero, per es. Regular, 6.15 invece di 12.30 50% Tutte le bevande Migros Bio, per es. tè freddo alle erbe delle Alpi svizzere, 1 l, 1.25 invece di 1.60 20% Tutto l’assortimento di accessori per animali Best Friend, per es. topolini dal pelo corto, conf. da 3, 1.95 invece di 2.45 20% Tutti i tipi di confetture o di miele Migros Bio, per es. confettura ai mirtilli Extra, 350 g, 2.35 invece di 2.95 20%

Buns integrali American Favorites, 360 g, Con integrali., 2.70 Novità ** Glassa al succo di limone Ponti, 220 g, 5.90 NOVITÀ ** Perle di Aceto Balsamico di Modena IGP Sélection, 50 g, 5.90 Novità *,** Lasagne aha!, 250 g, 3.90 Novità ** Panini pizza con formaggio e pancetta Happy Hour, surgelati, 250 g, 3.20 NOVITÀ *,**

Chips in tubo o chips Blue/al naturale Royal in conf. da 2, per es. chips in tubo alla paprica, 2 x 175 g, 3.20 invece di 4.– 20% Tutte le barrette ai cereali Farmer, per es. barrette Soft Choc alla mela, 290 g, 3.60 invece di 4.50 20% Olio di colza svizzero Migros Bio, 50 cl, 6.90 Hit

Near Food/Non Food

Tutte le padelle Greenpan, in acciaio inox, indicate anche per i fornelli a induzione, per es. padella a bordo basso Miami Marathon, Ø 28 cm, il pezzo, 29.50 invece di 59.– 50% Tutte le salviettine detergenti umide Soft (incl. Lilibiggs), a partire da 2 pezzi, 20%

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 18.4 Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

a partir e da 2 pe z zi

25% 12.80 invece di 17.80 Cuscino/coperta trasformabile Andy il pezzo

–.60

40% Carta igienica Soft in confezioni multiple, FSC per es. Comfort, 32 rotoli, 11.30 invece di 18.90, offerta valida fino al 18.4.2016

OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 ALL’11.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

di riduzione l’uno

Azione assortimento Tutto l’assortimento di prodotti Hygo WC a partire da 2 pezzi, –.60 di riduzione l’uno, per es. detergente Fresh Ocean Clean, 750 ml, 2.50 invece di 3.10, offerta valida fino al 18.4.2016


Novità alla tua Migros.

Pronta da gustare in 2–3 minuti.

3.45 Quinoa bianca Fairtrade, Migros Bio, precotta 250 g

Le versatili bacche di ginepro ora in qualità bio.

1.20 Bacche di ginepro Migros Bio 20 g

Prelibato gelato di panna acidula.

7.30 Crème d’or Special alla crème fraîche* surgelato, 750 ml

Con ricotta i. e pomodori secch

3.80 Panfino agli spinaci* surgelata, 235 g

Piatto salutare pronto in 8 minuti.

4.50 Bulgur e quinoa con verdura* surgelati, 600 g

Sapore rinfrescante di agrumi.

8.60 Crème d’or Key Lime Limited Edition, surgelato, 750 ml

Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. *In vendita nelle maggiori filiali Migros. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 5.4 AL 18.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

La varietà di riso asiatica ora anche ic. in qualità M-Class

2.30 Riso Jasmin M-Classic 1 kg

Fruttato e rinfrescante. Crème d’or al pompelmo da 200 ml o 750 ml* Limited Edition, surgelato, per es. 750 ml, 8.60


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Idee e acquisti per la settimana

Handymatic

Splendore senza fosfati Handymatic Supreme possiede la soluzione più efficace per ogni tipo di utilizzo. Le pastiglie avvolte in pellicola idrosolubile sono di uso facile e veloce. La polvere, invece, si può dosare a piacimento, mentre il gel si scioglie piuttosto rapidamente ed è quindi ideale per i programmi di lavaggio brevi. Da aprile 2015 l’intero assortimento Handymatic è senza fosfati, ma non ha sicuramente meno forza pulente grazie a sostanze dalla grande efficacia benché rispettose dell’ambiente. Il detersivo per lavastoviglie Handymatic All-in-1 include il brillantante e il sale rigenerante.

Suggerimenti

Per una brillantezza ideale Verificate la durezza dell’acqua nella vostra regione sul sito www. acquapotabile.ch. In seguito regolate esattamente il dispositivo addolcitore dell’acqua della vostra lavastoviglie sul relativo grado di durezza. Non dimenticate: i detersivi Handymatic della linea Classic non contengono né brillantante né sale rigenerante, i quali devono essere aggiunti. Se l’acqua ha un grado di durezza oltre la media (>35 °fH), si consiglia di aggiungere altro sale e brillantante anche ai prodotti All-in-1 (nonostante che vi siano già contenuti).

Handymatic Supreme All in 1 Power Gel 500 ml Fr. 8.90

Una volta al mese usate un detersivo per la cura della lavastoviglie. In caso di macchie di calcare su bicchieri e posate è utile il decalcificante Calc Expresso di Potz. A seconda della tenacia del calcare, si possono svuotare nella macchina fino a due bottiglie di decalcificante. Quest’ultimo sprigiona i suoi effetti durante un programma di lavaggio intensivo, ad almeno 60° senza detersivo per stoviglie. Problemi di calcare e altre macchie? Contattate il servizio clienti al numero verde gratuito 00800 8281 2801 o per e-mail: product@mibellegroup.ch

I prodotti Handymatic All-in-1 contengono già brillantante e sale rigenerante.

Handymatic Supreme All in 1 Tabs 44 pastiglie 880 g Fr. 14.80

Handymatic Supreme All in 1 Polvere 1 kg Fr. 7.90 L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche i detersivi Handymatic.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 4 aprile 2016 ¶ N. 14

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Idee e acquisti per la settimana

Soft

Una faccenda molto pulita Salviette umide

Alcuni puntano sulla camomilla, altri sull’Aloe vera. La scelta della carta igienica è una faccenda personale. L’assortimento Soft offre un’ampia scelta di articoli appropriati alle varie esigenze

Pulizia profonda

Testo Heidi Bacchilega; illustrazioni Anja Denz La morbidissima Soft Kamille è particolarmente delicata sulla pelle. Contiene una lozione alla camomilla dal profumo molto gradevole.

Le salviette umidificate sono il completamento ideale alla carta igienica. Vengono proposte in pratici contenitori oppure in imballaggi richiudibili. Le salviette Soft sono testate dermatologicamente.

Soft Kamille Carna igienica, FSC, 4 strati 6 rotoli Fr. 4.20

La Soft Comfort a 3 strati è una popolare carta igienica d’uso quotidiano, che sorprende per il suo buon rapporto prezzo/qualità. Soft Comfort Carta igienica, FSC, 3 strati 12 rotoli Fr. 7.10

Soft Kamille salviette umide 50 pezzi Fr. 2.40* invece di 3.–

Soft Comfort salviette umide con amamelide 50 pezzi Fr. 1.15* invece di 1.45

Soft Sensitive salviette con estratto di Aloe vera 50 pezzi Fr. 1.80* invece di 2.30

La Soft Deluxe a sei strati è una carta igienica morbida come la seta con lozione allo jojoba. I due strati centrali sono fabbricati con fibre riciclate nel rispetto dell’ambiente.

Con i suoi soffici cinque strati e l’effetto trattante del balsamo all’Aloe, la Soft Sensitive è consigliata per le pelli particolarmente sensibili. L’Aloe vera contiene sostante idratanti e allevia le irritazioni.

Soft Deluxe Carta igienica, FSC, 6 strati 6 rotoli Fr. 4.65

Offerta speciale *20 % di sconto sull’acquisto di almeno due prodotti dal 5 all’11 aprile.

Soft Sensitive Carta igienica, FSC, 5 strati 6 rotoli Fr. 4.65

La Soft Recycling Supreme a 4 strati consiste al 100 percento in fibra riciclata. Oltre ad essere prodotto senza impatto sull’ambiente, questo articolo si distingue per l’estrema tollerabilità sulla pelle. A ciò provvede la lozione con burro di karité, contenuta nella carta. Soft Recycling Supreme Carta igienica, 4 strati 12 rotoli Fr. 7.30

La sigla FSC® (Forest Stewardship Council®) certifica articoli provenienti da una gestione responsabile delle risorse forestali.

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Idee e acquisti per la settimana

Potz & Migros Plus

Per una casa davvero pulita

Offerta speciale pulizie di primavera

Con i detergenti dall’elevata efficacia di Potz e i prodotti particolarmente rispettosi dell’ambiente di Migros Plus, le pulizie di primavera diventano leggere. Questi detergenti garantiscono igiene e brillantezza in ogni angolo della casa Testo Sonja Leissing; illustrazioni vectorstock

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Cucina: Il detergente per la cucina di Migros Plus è raccomandato contro il grasso e la sporcizia su qualsiasi tipo di superficie da lavoro. Per lo sporco più ostinato dà un’ottima prova di sé la crema detergente di Potz. Il decalcificante di Migros scioglie i depositi di calcare nella macchina del caffè e nel bollitore, delicatamente e nel rispetto dell’ambiente.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali i detergenti di Potz e Migros Plus.

Potz confezione doppia: Fr. 1.50 in meno Migros Plus confezione doppia: 20 % di sconto Dal 5 al 18 aprile

Camera da letto: Il potente detergente universale di Potz è perfetto per le superfici lisce. Per l’umidificatore è invece adatto l’aceto di mele di Migros Plus.

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Locale hobby: Per mattonelle e superfici lavabili il prodotto giusto è il Potz 1 for all in polvere, che non solo igienizza a fondo ma elimina anche i cattivi odori nella stanza. Chi preferisce i mezzi naturali usa il detergente all’aceto di mele di Migros Plus.

Soggiorno: Il detergente universale Power 1 for all di Potz fa risplendere il salotto buono. Grazie agli speciali principi attivi diventa superfluo mettersi a strofinare per lucidare e asciugare. Se poi desiderate far brillare anche vasi e vetrine, ecco che c’è un mezzo naturale come l’aceto di mele di Migros Plus.

1+2+3+4+5 Potz Detergente universale 1 for all 500 ml Fr. 3.50

1+2+3+4+5 Potz Power Detergente universale 1 for all, APC, Duo 2 x 1 l Fr. 5.25 invece di 6.75

1 Migros Plus Detergente per cucina, biodegradabile al 99% 750 ml Fr. 4.50

1+5 Potz Crema detergente power protect, Duo 2 x 500 ml Fr. 6.30 invece di 7.80

1+5 Migros Plus Decalcificante, biodegradabile al 100 % 1 l Fr. 4.25

1+5 Potz Calc Forte power protect, Duo x 500 ml Fr. 5.90 invece di 7.40

5 Migros Plus Detergente per bagno, biodegradabile al 99%, Duo 2 x 750 ml Fr. 6.50 invece di 8.15

1+2+3+4+5 Migros Plus Aceto di Mele, biodegradabile al 100 %, Duo 2 x 1 l Fr. 5.05 invece 6.35

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Bagno: Questo è il posto dove il calcare si deposita sui rubinetti e sulla cabina della doccia. Con Calc Forte di Potz si possono eliminare senza sforzo le tracce di calcare più ostinate. Il tocco di brillantezza finale lo forniscono il detergente per bagni di Migros Plus o la crema di Potz.


I nuovi buns integrali fanno davvero la differenza!

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PUNTI


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Idee e acquisti per la settimana

Farm Chips

Aglio orsino da sgranocchiare Quando nei nostri boschi l’aglio orsino si fa notare con il suo tipico profumo, anche le Farm Chips aromatizzate con questa verdura selvatica di tendenza tornano ad essere disponibili. Come per tutte le varietà di Farm Chips, anche per la specialità stagionale vengono impiegati solo ingredienti di prima qualità. Sia le patate, che vengono fritte con uno speciale procedimento, sia le erbe sono di provenienza svizzera. Le Farm Chips sono prodotte con patate non sbucciate e le fette sono più spesse rispetto alle chips convenzionali, in tal modo sono gustose come se fatte in casa.

Farm Chips all’aglio orsino 150 g Fr. 3.20 Nelle maggiori filiali

Piacere croccante e aromatico: un aperitivo primaverile perfetto grazie alle Farm Chips all’aglio orsino.

Aglio orsino

Aromatico messaggero di primavera

Quando in primavera la natura si risveglia, anche l’aglio orsino fa altrettanto.

Una delle primizie primaverili è l’aglio orsino. Questa verdura selvatica che brilla alla luce del sole cresce particolarmente bene nei terreni boschivi umidi ricchi di sostanze nutritive, principalmente lungo i corsi d’acqua. Dal punto di vista visivo si differenzia solo lievemente dai velenosi mughetto e colchico. Per non

confondersi con questi ultimi, basta soffregare le foglie fra le dita, e subito si è avvolti da un intenso odore di aglio. Ma l’aglio orsino non è apprezzato solo per il suo delicato aroma nelle ricette primaverili, bensì anche per le preziose sostanze che contiene come vitamina C, potassio, calcio e ferro.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche le Farm Chips.


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Idee e acquisti per la settimana

Sun Queen

Una sfera d’energia Sun Queen Pistacchi 175 g Fr. 6.50

Quando calano i livelli di glucosio nel sangue, c’è bisogno di un’iniezione d’energia. A questo scopo sono ideali noci e frutta secca, che in tempo breve forniscono zuccheri e importanti acidi grassi essenziali. E se una normale miscela di frutta secca risulta troppo banale, ci si può preparare da sé una ricarica energetica personalizzata usando pistacchi, datteri, albicocche e mirtilli secchi dell’assortimento Sun Queen (v. ricetta). Oltretutto, i sacchetti dei prodotti Sun Queen sono richiudibili.

Sun Queen Albicocche 200 g Fr. 3.70

Sun Queen Datteri 300 g Fr. 2.70

Fatte in casa: le praline energetiche di frutta secca sono facili da preparare.

Sun Queen Mirtilli rossi 150 g Fr. 2.15

Ricetta di

www.saison.ch

Palline energetiche Per ca. 30 pezzi Con un frullatore a immersione riducete in purea 270 g di datteri denocciolati e 3 cucchiai d’acqua. Mescolate bene la purea con 50 g di fiocchi d’avena, 30 g di pistacchi salati, 50 g di noci tritate, 100 g di cranberries e 70 g di albicocche secche tritate. Lasciate riposare la massa coperta per 15 minuti. Bagnatevi le mani con l’acqua fredda e formate delle palline di ca. 3 cm. Cuocetele su una teglia foderata con carta da forno a 160 °C al centro del forno per ca. 20 minuti.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti molto apprezzati, tra i quali anche l’assortimento Sun Queen.


I migliori consigli per il tuo bebè.

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Famigros ti permette di approfittare di numerosi vantaggi per tutta la famiglia: quale nuovo membro ti diamo il benvenuto con un buono per punti Cumulus moltiplicati per 10 valevole in tutti i supermercati e negozi specializzati Migros. Se sei in dolce attesa, ci complimentiamo con te e ti inviamo un pacchetto di benvenuto per il tuo bebè colmo di fantastici prodotti adatti a lui. Inoltre, fino a che il tuo bambino avrà due anni e mezzo, riceverai due volte l’anno l’informativa Rivista Baby ricca di consigli sull’educazione e la vita in famiglia. Annunciati sul sito www.famigros.ch/iscrizione

Consigli per la nanna Purtroppo non esiste una ricetta sicura per far addormentare i bambini. Tuttavia piccoli riti affettuosi, lampade per la notte, peluche e tanti altri suggerimenti aiutano il tuo bambino ad addormentarsi e a fare sonni tranquilli: www.famigros.ch/nanna

La figura paterna I padri giocano in modo diverso, amano i figli in modo diverso e contribuiscono alla loro crescita in altri modi. Ecco perché il ruolo del papà nella vita dei bambini è importante. www.famigros.ch/ruolopapa

Sederino arrossato La pelle del bebè è molto sensibile e deve essere trattata con cura soprattutto nella zona del pannolino. In tal modo è possibile prevenire spiacevoli arrossamenti. www.famigros.ch/salute

Mai senza la mia mamma Dopo tante settimane prive di problemi, improvvisamente molti bambini entrano in una fase in cui fanno fatica ad addormentarsi e non vogliono più dormire da soli. Che fare? www.famigros.ch/dormiredasolo

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