Azione 12 del 21 marzo 2016

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 21 marzo 2016

Azione 12

Società e Territorio La transumanza, l’emigrazione e i gesti antichi: la nuova ala del Museo di Val Verzasca mostrerà un territorio in movimento

Ambiente e Benessere La radioterapia ofre una gamma di nuove possibilità di intervento nella terapia dei tumori

Politica e Economia Perché Putin ha deciso di ritirarsi dalla Siria

Cultura e Spettacoli Dopo due anni ritorna anche in Ticino l’irresistibile magia del festival della danza Steps

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Lara mondiale

Keystone

di Alcide Bernasconi pagina 29

Siria, un po’ di speranza e molti dubbi di Peter Schiesser È lecito sperare che i negoziati in calendario a Ginevra da oggi, 21 marzo, portino alla ine della guerra in Siria? La tregua, benché violata a più riprese, resiste, il presidente russo Putin ha ritirato parte delle sue truppe e sembra puntare ad una soluzione negoziata del conlitto (v. Anna Zafesova a pagina 31); mai come oggi sembrano esserci delle premesse concrete per porre ine ad uno spargimento di sangue che dura da cinque anni. Oppure la Siria è ormai un buco nero che risucchia e annichilisce tutto ciò che vi gravita attorno? Assad è imprevedibile e non dà segno di volersene andare o rifugiarsi nelle regioni a maggioranza alawita (sciita) afacciate sul Mediterraneo. Obama e Putin devono ancora dimostrare di riuscire ad ascoltarsi e capirsi. I curdi siriani proclamano un «sistema democratico federale» nelle terre che controllano nel nord del Paese. Lo Stato Islamico resiste e terrorizza le regioni che controlla in Siria e in Iraq. Nel resto del Paese riprendono le prime timide ma paciiche manifestazioni di protesta contro il regime, mentre i gruppi armati islamisti perdono seguito ora che le armi tacciono. Numerose città

sono distrutte, la popolazione è stremata, si contano centinaia di migliaia di morti, di feriti, milioni di persone sfollate e in fuga, l’economia non si capisce bene come possa funzionare: l’odio che si è generato è incommensurabile. È immaginabile, non dico una riconciliazione, ma anche solo una coesistenza in uno stesso Stato di oppositori e sostenitori di Assad? Andate a chiederlo ai migranti che continuano a marciare verso l’Europa. Date queste premesse, l’evoluzione del conlitto resta imprevedibile, una soluzione concreta ancora inimmaginabile. Forse si riuscirà a consolidare la tregua e creare delle oasi di pace qua e là. L’emissario dell’ONU Stafan de Mistura si è dato 10 giorni di tempo per trovare un accordo, sapremo molto presto se qualcosa si muove davvero. Ma anche nell’ipotesi migliore, resta sempre la minaccia dello Stato Islamico e di al Nusra, il ramo siriano di al Qaeda, che non ha sottoscritto la tregua, benché perlopiù la rispetti per non alienarsi le (poche) simpatie della popolazione. E resta, appunto, quell’odio che ha accomunato nella ferocia tutte le parti combattenti. Tantomeno sembra possibile eliminare le cause che hanno portato alla guerra civile: un totalitarismo sanguinario che non tollera il minimo dissenso né

intende concedere diritti politici e libertà d’espressione. Non rende il quadro meno inquietante il fatto che l’assenza di democrazia, l’onnipresenza di uno Stato repressivo, un’economia e un potere che servono perlopiù ad arricchire le élite sono mali comuni nella maggior parte dei Paesi arabi e del Maghreb. Le primavere arabe sono state represse nel sangue, ma i mali che hanno spinto le popolazioni a protestare e a ribellarsi non sono stati eliminati, piuttosto aggravati. La forza delle armi unita all’assenza di un qualsiasi disegno politico costruttivo per la collettività hanno minato l’esistenza stessa di diversi Paesi. I vari fondamentalismi islamici, inine, sono la garanzia di un oscurantismo che peggiorerà solo la vita delle popolazioni che li subiscono: sognando il ritorno a un passato glorioso, quando l’islam era una cultura iorente e potente, i fondamentalisti – chiudendosi ad ogni inlusso culturale esterno – compiono proprio l’errore che portò l’islam alla decadenza. Sono gli scambi che arricchiscono le scienze e la cultura, mille anni fa era l’Europa ad essere oscurantista e isolata, mentre il mondo arabo, più aperto, era al suo apice, oggi avviene il contrario. Ma ci vorrà tempo per riporre nel dimenticatoio anche questo «ismo», l’ennesima catastroica ideologia.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Attualità Migros

M Un aumento del fatturato del 4 per cento Industria Migros Nel 2015 le aziende della Comunità hanno operato con successo,

pure in un contesto congiunturale difficile

Nel 2015 le industrie della Comunità Migros hanno conseguito un fatturato di 6,255 miliardi di franchi (esercizio precedente: 6,016 miliardi), raggiungendo una crescita del 4,0% nonostante le difficoltà sul mercato. Acquisizioni mirate hanno consentito di rafforzare le posizioni sul mercato indigeno ed estero. Nonostante il franco forte e la maggiore pressione sul mercato svizzero, la crescita reale ha registrato un incremento dello 0,8%. Le attività internazionali, che riuniscono esportazione e sedi estere, hanno realizzato una crescita dell’8,8% attestandosi a 681 milioni di franchi (esercizio precedente: 626 milioni). Le sedi estere hanno registrato un incremento in parte notevole nelle valute locali. Nonostante il franco svizzero forte (circa 12% rispetto alla moneta principale, l’euro) le esportazioni mostrano solidità. Al netto del cambio, l’export fa segnare una brillante avanzata pari al 6,3%. A stimolare la crescita sono stati in modo particolare il commercio di caffè in capsule e il settore caseario. Anche nell’ambito dei cosmetici si registra un rialzo. Nel 2015 la Comunità Migros ha investito circa 200 milioni di franchi sulla piazza industriale svizzera. Oltre a potenziare le proprie capacità produttive, ha operato investimenti mirati in impianti e tecnologie destinati ad aumentare l’efficienza nell’impiego delle risorse e nel risparmio del materiale da imballaggio. Tali investimenti consentono all’industria della Comunità Migros di mantenere la sua ambiziosa strategia di sostenibilità. A fine 2015 essa occupava 944 collaboratori in più rispetto al 2014, per un totale di 13’113 lavoratori. Acquisizioni a parte, ha creato 546 nuovi posti di lavoro, 456 dei quali in Svizzera. È aumentato ulteriormente il numero di posti di formazione e forma attual-

La Riseria di Taverne è una delle industrie della Comunità Migros.

mente 526 apprendisti (esercizio precedente: 472) in oltre 30 professioni diverse. Con 21 imprese attive in Svizzera e 6 stabilimenti produttivi nonché diverse piattaforme di commercio all’estero, l’industria della Comunità Migros offre oltre 20’000 pregiati prodotti Food e Near Food al miglior rapporto qualità-prezzo ed è uno dei maggiori produttori di marche proprie a livello mondiale. Per il futuro le industrie della Comunità Migros stanno pianificando un’ambizioso progetto di sviluppo delle loro attività. Il progetto «Industria 4.0» vuole rendere i processi produttivi più snelli, individuali e meno costosi. La modifica darà dei vantaggi oggettivi ai clienti in termini di soddisfazione dei loro bisogni. Ciò fornirà inoltre un vantaggio concreto rispetto alla concorrenza. La misura comporterà anche un ridefinizione dei ruoli di lavoro, con lo sviluppo di nuove competenze nell’ambito dei processi produttivi: maggior peso sarà attribuito alla formazione continua del personale. Tra le misure previste c’è il progetto di prodotti etichettati con un Qr-Code, leggibile tramite smartphone, che permetterà di tracciare il luogo e la data di produzione. Per l’azienda ci sarà la possibilità di gestire meglio la quantità delle scorte e di tener conto della freschezza dei prodotti. Oltre a questo in futuro i clienti potranno personalizzare i prodotti richiedendo delle etichettature personalizzate o addirittura producendo con stampanti 3d i loro articoli preferiti. L’azienda dal canto suo sta realizzando un sistema centralizzato nella «Cloud» di informazioni relative ai prodotti, che permetterà alle aziende di semplificare la gestione dei dati: la gestione stessa sarà possibile addirittura tramite iPad.

Migros news Twin è nuovamente disponibile I clienti che fra il 16 e il 29 febbraio hanno acquistato tre confezioni di caffè Twin e perciò hanno ricevuto un buono per una macchina per il caffè Twin al prezzo ridotto di 9.90 franchi, ora possono usufruirne. Raccomandiamo ai possessori del buono di informarsi a partire dal 21 marzo nella loro filiale Migros quando possono ritirare la loro macchina. Se a causa della grande richiesta dovesse verificarsi ancora un intoppo nella fornitura delle macchine per il caffè Twin, l’attuale termine di validità del buono, fine marzo, verrà prolungato automaticamente.

L’effetto aha Secondo «aha! Centro Allergia Svizzera», nel nostro Paese circa tre milioni di persone sono colpite da allergie e intolleranze alimentari. Le reazioni indesiderate al cibo possono essere assai diverse: vanno da disturbi digestivi relativamente innocui fino allo choc allergico. Migros s’impegna affinché gli interessati trovino sugli scaffali dei suoi negozi prodotti che possono tollerare. Quale parte del programma Generazione M, a metà del 2014 Migros ha promesso di ampliare del 30 per cento la sua offerta di prodotti col marchio «aha!» entro la fine del 2016. Al momento l’assortimento «aha!» comprende 120 articoli; nel corso di quest’anno dovrebbero aggiungersene ancora almeno altri 25. Attualmente sono disponibili ad esempio latticini privi di lattosio, prodotti da forno e paste alimentari privi di glutine o diversi tipi di gelato senza latte. A ciò si aggiungono creme solari e prodotti per la cura della pelle privi di conservanti e sostanze profumate che potrebbero scatenare reazioni allergiche.

Esemplari pregiati d’allevamento Pesce persico Migros offre un’opportunità ai contadini puntando su un’attività innovativa

anche se complessa da realizzare

La Svizzera non è propriamente una nazione di amanti del pesce, ma il consumo di prodotti ittici è in continuo aumento. Nel 2014 ne sono state consumate globalmente 54’000 tonnellate. Il 94 per cento è stato però importato e anche fra i pesci d’acqua dolce l’approvvigionamento indigeno raggiunge appena il 40 per cento. Però in futuro le cose potrebbero cambiare. Migros ha infatti lanciato un progetto che mira a rafforzare l’allevamento indigeno di pesci. La scelta del «pesce test» è caduta sul persico, da una parte perché si tratta di un pesce particolarmente apprezzato in Svizzera, e dall’altra perché nei laghi e fiumi svizzeri si pescano sempre meno pesci persici. Il calo delle catture è para-

dossalmente una conseguenza della protezione delle acque. Oggi i laghi e i fiumi svizzeri sono troppo puliti per il pesce persico, a cui mancano le sostanze nutritive essenziali. Scegliendo il pesce persico Migros punta su una specie piuttosto difficile da allevare. Alla ricerca di una soluzione per queste difficoltà, l’azienda l’ha trovata in Irlanda, dove ha acquistato un allevamento, che nell’autunno scorso è stato trasportato in Germania, più precisamente a Schirgiswald-Kirschau nei pressi di Dresda. A medio termine, comunque, Migros ha come obiettivo di praticare l’allevamento in Svizzera per il mercato svizzero. Già l’anno prossimo do-

vrebbero entrare in funzione i primi impianti. In questo ambito Migros si orienta a una suddivisione della produzione come nel campo del pollame, in cui sono appunto i contadini che si occupano dell’allevamento. Per il dettagliante, questo sistema ha il vantaggio di non dover gestire personalmente le aziende. Ai contadini, d’altra parte, si offre così l’opportunità di nuove fonti di entrata per la propria azienda agricola. Se l’allevamento del pesce persico avesse successo, si potrebbero iniziare altre colture sperimentali con altri tipi di pesce: le varietà candidate sono il pangasio e, più tardi, eventualmente anche il sander, o lucioperca, difficilissimo da allevare.

Azione

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Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

In questo numero di «Azione» a p. 21 uno speciale sul pesce persico sole. (F. Banfi) Tiratura 101’035 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio Ascoltare i bambini Il parere dei minori è sempre più preso in considerazione anche in ambito medico: l’opinione di un pediatra e di un magistrato pagina 5

La scuola, tra polemiche e iniziative Anche dopo il 23 marzo la scuola rimarrà al centro dell’attenzione, per due iniziative che ci chiameranno alle urne

Archeologia industriale La storia delle fabbriche di orologi di Arogno iniziò negli anni Settanta dell’800

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Il museo vuole mostrare e far vivere l’identità della valle. (Museo di Val Verzasca)

Un laboratorio dei gesti antichi Valle Verzasca Il museo di Sonogno sta creando una nuova ala concepita come uno spazio ricco di attività

didattiche da sperimentare in prima persona coinvolgendo le altre strutture distribuite sul territorio

Roberta Nicolò La transumanza fa parte del retaggio culturale del canton Ticino. I molti rustici disseminati sulle nostre montagne ne sono un segno evidente. In Valle Verzasca, proprio per ricordare e raccontare il fenomeno del semi nomadismo, verrà inaugurata una nuova ala museale, che vuole proporre la riscoperta della storia e della vita verzaschese con un percorso innovativo. La transumanza della Valle Verzasca vissuta fino alla metà del Novecento si differenzia da quella classica, che si estendeva su tre livelli: fondovalle, monte e l’Alpe, per la presenza di un quarto livello: il piano di Magadino. Quattro luoghi, quattro diverse altitudini, che vedevano la popolazione impegnata in attività produttive diversificate e che costringeva molti a spostarsi di continuo tra un ambiente e l’altro. In queste terre, a differenza di quello che comunemente si pensa, le famiglie erano spesso divise. Durante alcuni periodi dell’anno, si potevano trovare sull’alpe donne e bambini dediti alla pastorizia, mentre gli uomini di casa sostavano al piano a curare le viti, per esempio. Uno stile di vita unico nel suo genere che oggi, l’Associazione Museo di Val Verzasca, vuole rendere

patrimonio culturale fruibile a tutti. La nuova ala museale ha lo scopo di vitalizzare l’esperienza della valle con un’esposizione permanente, che ricrei i gesti con uno spazio ricco di attività didattiche da sperimentare. È un museo del fare, il laboratorio degli antichi gesti, che seguendo i ritmi stagionali accompagna il visitatore attraverso una vera dimensione culturale, alla scoperta di valori e conoscenze pratiche della vita di montagna. «È un concetto espositivo nuovo in cui si propongono sensazioni. – ci spiega Lorenzo Sonognini, presidente del Museo –Il visitatore non fruisce passivamente di nozioni astratte ma sperimenta, viene coinvolto in prima persona in attività tradizionali. Una vera e propria mediazione tra il passato e il presente, resa possibile dalla messa in rete della nuova ala con le altre strutture distribuite sul territorio. Proponiamo la vita nelle quattro stagioni dell’anno attraverso delle fotografie, dei pannelli e dei touch screen che mostrano concretamente l’essenza della transumanza. Lo spostarsi di continuo su un territorio impervio. Un camminare costante, spesso scalzi, per vivere e produrre nella valle. L’esperienza dal concetto di museo nel territorio. Il Museo è infatti declinato sul terreno,

e comprende il Mulino di Frasco, gli itinerari etnografici, il Museo del fieno di Odro, casa Genardini a Sonogno e naturalmente la nuova ala costruita ricalcando le forme tradizionali, ma con una concezione dello spazio estremamente moderno. In quest’ottica si potranno sperimentare la filatura della lana o il legaccio della vite. Oppure il fare fieno. Tutte attività che rappresentano la vita in valle, dura, faticosa, difficile. Ecco allora che anche i segni della profonda devozione religiosa, in un concetto di sperimentazione, acquistano il giusto significato, riescono a spiegarsi nel loro essere simboli di un costante bisogno di conforto. Perché sperimentare aiuta attraverso i gesti, aiuta a meglio comprendere e ricordare le informazioni veicolate dall’esposizione». Questa rivisitazione del concetto del fare museo, vuole offrire anche l’opportunità per una ricerca e una riflessione sull’immagine data dal paesaggio. Un paesaggio che, racconta Sonognini, ha subito nel tempo delle grandi trasformazioni ed è cambiato radicalmente. «Fino agli anni Sessanta lo sfruttamento del territorio in Val Verzasca era intensivo. Non c’era la sensazione della natura selvaggia che ha il sopravvento

come oggi. Questa forte presenza del bosco è qualcosa di abbastanza recente, che inizia nel secondo dopoguerra. Infatti i boschi della valle sono giovani. Questo cambiamento del territorio è stato percepito dalla popolazione in maniera chiara. Prima il paesaggio era molto più aperto, le attività rurali dell’uomo ne disegnavano la morfologia. La costruzione della diga, nel 1967, ha segnato il passaggio a nuove dinamiche economiche e si è iniziato ad assistere ad uno spopolamento sempre più marcato, che ha inciso in maniera significativa su tutto l’aspetto dei terreni circostanti. Meno persone in valle significava meno terreni agricoli e di conseguenza spazio libero per l’avanzata del bosco. Stiamo lavorando ad un modello tridimensionale in cui tutto questo sarà reso visibile» ci racconta. Il legame stretto tra il Museo e gli abitanti della valle è messo in evidenza anche dall’operazione urbanistica prevista a Sonogno. «Il modo in cui si presenta un territorio, uno spazio, influenza anche la percezione identitaria di chi quello spazio lo abita. L’arrivo della modernità, i cambiamenti sociali, hanno un forte impatto anche sull’ambiente che ci circonda. A Sonogno, per esempio, l’antica piazza del paese venne trasformata e ampliata, negli anni Ses-

santa, per permettere all’autopostale di girare con agio. Oggi, con la nuova sala del Museo, è prevista anche una riqualifica di questa piazza da parte del Comune di Sonogno, in un’ottica di valorizzazione dell’intero nucleo». Un altro fattore fondamentale è la memoria storica degli abitanti della Verzasca. «Abbiamo raccolto delle audio testimonianze degli abitanti della Valle. Persone anziane, ma non solo, che raccontano i mutamenti, la vita, degli ultimi decenni. Abbiamo inoltre pensato ad un pannello sul quale i visitatori potranno lasciare traccia delle loro impressioni. In questo modo vogliamo costruire anche un paesaggio emozionale, che non si trova su una cartina fisica. Già da diversi anni, qui al Museo, organizziamo delle giornate per le famiglie e le scuole, momenti in cui i bambini possono vivere lo spazio museo un po’ come fosse casa. Questo ha fatto sì che si creasse un legame con molti giovani, che sono venuti da bambini e che ricordano con affetto le emozioni provate qui. Crediamo molto che l’identità della Valle vada raccontata attraverso diverse chiavi di lettura». Una Valle, la Verzasca, pronta a raccontarsi e a raccontare, attraverso l’esperienza diretta, una fetta di storia del nostro cantone.


Ricetta e foto: saison.ch

Il menù festivo per la Pasqua.

–––––––––––––––––––––––––––––––––––– Lombata d’agnello con asparagi al forno Per 4 persone

–––––––––––––––––––––––––––––––––––– Ingredienti 1 limetta, 3 cucchiai d’olio di girasole, 800 g d’asparagi verdi, 8 pannocchiette di mais fresche, 2 cm di zenzero fresco, 2 bastoncini di lemongrass, 1 peperoncino, 800 g di lombata d’agnello, sale, pepe nero, ½ mazzetto di coriandolo o di prezzemolo liscio

Preparazione Prelevate dalla limetta delle scorze sottili. Scaldatele nell’olio e lasciatele macerare per 10 minuti.

30% 3.75 invece di 5.40 Lombatina d’agnello M-Classic Nuova Zelanda / Australia, per 100 g

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Nel frattempo scaldate il forno e una teglia ampia a 220 °C. Pelate gli asparagi nel terzo inferiore ed eliminate i gambi legnosi. Dimezzate gli asparagi e le pannocchiette per il lungo. Tagliate la limetta a fette spesse, lo zenzero a fette fini. Schiacciate il lemongrass. Dimezzate per il lungo il peperoncino e privatelo dei semi. Condite la carne con sale e pepe e accomodatela nella teglia calda con gli asparagi e gli ingredienti rimasti. Irrorate il tutto con l’olio caldo alla limetta. Cuocete al centro del forno per 15-20 minuti voltando una volta la carne e le verdure. Per servire, eliminate il lemongrass. Distribuite le verdure nei piatti, tagliate la carne a fette e accomodatela sulle verdure. Guarnite con foglie di coriandolo e irrorate con il fondo di cottura. Tempo di preparazione 20 minuti, cottura 20 minuti Per persona ca. 48 g di proteine, 16 g di grassi, 22 g di carboidrati, 1800 kJ/450 kcal


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Società e Territorio

Ascoltare la voce dei bambini Infanzia I diritti dei bambini sono sempre più importanti e il parere dei minori va considerato anche

in ambito medico; ne abbiamo parlato con un pediatra e il magistrato dei minorenni

Fabio Dozio Se offrite a un bambino di dieci anni un gelato e gli chiedete se lo desidera alla panna o al cioccolato, lui sarà perfettamente in grado di decidere. E lo stesso se gli chiedete se preferisce leggere o guardare la televisione. In questi ambiti, un fanciullo di dieci anni è in grado di esprimere la sua competenza a decidere. Questo può valere anche se lo stesso bambino dovesse sottoporsi a un atto chirurgico. Ha le orecchie a sventola, il medico consiglia di correggerle con un intervento, la famiglia è d’accordo, ma il bambino si oppone. Che si fa? Il ragazzo ha diritto di rifiutare l’operazione? Sì, il minore può rinunciare a un trattamento medico se si ritiene, ecco il punto cruciale, che abbia capacità di discernimento. Di questi temi si è discusso alla SUPSI di Lugano Trevano nell’ambito di un pomeriggio di studio promosso dalla COMEC, la Commissione di etica clinica dell’Ente ospedaliero cantonale, dedicato ai «Diritti umani e diritti dei pazienti». Abbiamo chiesto al dottor Giacomo Simonetti, primario di pediatria agli ospedali di Bellinzona e Mendrisio, se è già stato confrontato con casi in cui un bambino ha rifiutato una cura, opponendosi al volere della famiglia. «Personalmente no – chiarisce – Ho sentito però di alcuni rarissimi casi, come quello di un adolescente in dialisi che non voleva accettare un trapianto renale».

Nel 1988 è stata redatta la Carta dei diritti dei bambini in ospedale, in cui si auspica che il bambino riceva un’informazione corretta e comprensibile Bambini e adolescenti hanno più diritti di quanto comunemente si pensi. I genitori giovani sono forse più aggiornati in questo senso, ma fino alla generazione dei nonni attuali non c’era grande sensibilità in materia. L’autonomia dei bambini era limitata, si pensi solo al fatto che l’educazione era molto più autoritaria e non mancavano le sberle, per non dire di peggio, considerate strumento di «persuasione». Come è cambiato l’atteggiamento nei confronti dei bambini e dei loro diritti negli ultimi anni? Lo chiediamo al magistrato dei minorenni Reto Medici:

«Dal mio osservatorio negli ultimi anni è aumentato il controllo nei confronti dei bambini, poiché si vorrebbe tenerli lontani da qualsiasi rischio conosciuto che potrebbe minacciare il loro presente e futuro. Nel 2014 vi erano, in Svizzera, comunque 100’000 minori che crescevano con almeno un genitore con una dipendenza dall’alcool. I bambini hanno bisogne di cure, educazione, affetto, di possibilità di sperimentare, ma anche di limiti e regole. L’empowerment (processo di crescita basato sulla autostima) è la sfida e l’appuntamento che non possiamo mancare. Dobbiamo impegnarci tutti insieme per questo processo di crescita, sia dell’individuo che della comunità, basato sull’incremento della stima di sé per portare i nostri figli ad appropriarsi consapevolmente del loro potenziale». Il concetto di «diritti dei bambini» è relativamente recente. La Svizzera ha sottoscritto nel 1997, meno di venti anni fa, la Convenzione delle Nazioni Unite dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Peraltro, il tema figura anche nella Costituzione, dove, all’articolo 11 si dice che «Nei limiti delle loro capacità, i fanciulli esercitano autonomamente i loro diritti». La Convenzione dell’ONU prevede che: «Gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa, le opinioni del fanciullo essendo debitamente prese in considerazione tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità». Lo statuto del bambino è cambiato nell’arco della storia. Nell’antichità era considerato un essere sprovvisto di parola: infans significa infatti colui che non parla. In Occidente, dopo l’introduzione progressiva della scuola obbligatoria, l’interesse della società nei confronti del bambino aumenta e lo Stato comincia a preoccuparsi di proteggere l’infanzia. Nella cultura moderna, dove l’individualismo diventa significativo, il bambino viene riconosciuto come persona e comincia ad avere dei diritti. Nel 1988 nasce la Carta dei diritti dei bambini in ospedale, una decina di punti che garantiscono, in particolare: cure adeguate, il diritto di avere accanto i genitori e quello di ricevere un’informazione corretta e comprensibile, ogni bambino deve essere protetto da terapie mediche non necessarie e accolto in strutture adatte con possibilità di gioco, ricreazione e studio. In casi concreti tocca al medico stabilire se il bambino ha capacità di discernimento. Si tratta di capire se, nel caso specifico, il ragazzo è in grado di intendere, vale a dire riconoscere e com-

In pediatria oggi si mette l’accento sul bambino come individuo autonomo: deve essere ascoltato e informato. (Keystone)

prendere il significato delle sue azioni, e di volere, cioè di dare forma al proprio pensiero controllando gli impulsi ad agire. Sotto i dieci anni si presume che queste capacità non ci siano, sopra i quindici sì. Nell’età di mezzo è compito del medico soppesare e valutare. In casi gravi, se il bambino è in pericolo di vita, il pediatra è tenuto a intervenire. La salute del paziente è prioritaria. Ma se si tratta di una cura meno importante, in caso di contrasto tra medico e famiglia, il medico rispetta l’autonomia del minore o dà retta alla famiglia? «Se il giovane ha la capacità di discernimento per quello che concerne una determinata cura – ci dice il dottor Simonetti – il medico dà ragione al giovane. Se il bambino non ha capacità di discernimento, allora dà ragione alla famiglia. Evidentemente a tutti interessa il bene del bambino e quindi anche in questi rarissimi casi si cerca di mediare, discutere e trovare una soluzione che vada bene per tutti, ma soprattutto per il bene del bambino. In genere si riesce sempre a trovare una soluzione mediata». Un adolescente di 18 anni ha rotto una clavicola e ha chiesto ai genitori di non immischiarsi nelle decisioni riguardanti la cura. «Faccio da solo, vado dal medico e decido come curare la frattura». È un aneddoto che riguarda la

famiglia del magistrato dei minorenni Reto Medici. E se il figlio del magistrato fosse stato minorenne? «Avrei rispettato la volontà di mio figlio, – afferma l’avvocato Medici – spiegando al curante che si trattava di una decisione autonoma e che quindi era chiamato a valutare la sua capacità di intendere e volere. Insieme a mia moglie abbiamo cercato di fornire ai nostri figli degli strumenti di conoscenza, delle regole e dei limiti, dei valori di giustizia, per favorire la loro autonomia. In diverse occasioni le loro richieste non corrispondevano tuttavia al timing che noi reputavamo adeguato alla loro capacità di discernimento e quindi temevamo che si esponessero a dei rischi troppo elevati. Le richieste di maggiore autonomia si sono presentate in età e forme diverse per ognuno di loro. Abbiamo pure chiesto consiglio ad una terza persona non coinvolta affettivamente e emotivamente. Nei momenti difficili siamo riusciti a mantenere aperte delle porte di ascolto e dialogo, e abbiamo resistito, sicuramente anche con un pizzico di fortuna». I casi in cui i giovanissimi rivendicano autonomia decisionale in ambito medico sono ancora rari, ma l’attenzione nei confronti di questi diritti cresce. Chiediamo al primario di pediatria se le strutture ospedaliere in Ticino e i medici sono preparati ad affrontare queste

vi interessano: il vostro prossimo appuntamento, il nuovo coinquilino... A dire delle fondatrici, condividere pubblicamente le nostre opinioni su persone che conosciamo ed essere a nostra volta recensiti da chi decide di farlo, è un ottimo modo per trovare un lavoro migliore, nuovi clienti, conoscere meglio i genitori dai quali vanno a giocare i nostri figli: «In quanto imprenditrici tecnologiche ed empatiche vogliamo diffondere amore e positività, vogliamo operare in maniera ponderata». Eppure, ogni giorno, la Rete ci insegna quanto sia facile distruggere la reputazione di una persona, attaccarla pubblicando dei video a sua insaputa, o più semplicemente criticarla. Ma nel caso di Peeple non c’è pericolo, dicono le due professioniste, perché le policy che salvaguardano l’integrità delle

persone sono molto rigorose, dunque è vietata qualsiasi forma di bullismo o insulto. Per poter recensire qualcuno devi avere 21 anni, un account Facebook e devi usare il tuo vero nome. Devi affermare che conosci personalmente la persona che sarà oggetto della tua recensione e per aggiungerla al database devi dimostrare di conoscere il numero di cellulare. Inoltre, le recensioni positive vengono pubblicate immediatamente, quelle negative, in caso di disputa, vengono archiviate per 48 ore in una inbox privata. Se la persona oggetto delle recensioni negative non è registrata sul sito, e dunque non può prendere posizione, queste non saranno pubblicate. Pur con tutti questi paletti, rimane difficile credere alla genuinità del messaggio peace and love delle due fondatrici così come al fatto che Peeple rivoluzionerà in me-

nuove situazioni. «Penso che nelle formazioni continue – ci dice Giacomo Simonetti – bisogni sempre sensibilizzare il medico che cura i bambini. Tuttavia, chi più, chi meno, sono sensibilizzati a sufficienza su questa tematica. Nella formazione pediatrica, viene posto molto l’accento sul bambino come individuo autonomo e che ha diritto a essere ascoltato e informato». Se la famiglia non concede l’autonomia al minore, chi decide? «Questi impedimenti rappresentano una minaccia per il bene del figlio. – chiarisce il magistrato dei minorenni – Se i genitori non vi rimediano, o non sono in grado di farlo, deve intervenire l’autorità di protezione. Personalmente ritengo che l’autorità debba intervenire celermente, ma con prudenza nel rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità». La scuola dovrebbe affrontare questi temi? «I diritti dei bambini – ci dice Reto Medici – comprendono sia dei diritti sia dei doveri. La sensibilizzazione e la promozione dei diritti dei bambini non devono essere delegate alla Scuola, ma assunte dalla società civile e politica attraverso un cambio di mentalità. Nel nostro Paese potremmo fare di più. L’istituzione di un garante per i bambini (ombudsperson) rappresenterebbe un miglioramento importante».

La società connessa di Natascha Fioretti Ti conosco? Ti recensisco su Peeple

Sembrava fossimo già ben forniti di applicazioni e social network dediti a riempire le nostre vite e le nostre amicizie. E invece no, evidentemente mancava ancora qualcosa, qualcosa di più esplicito, diretto, che puntasse dritto al cuore di ciò che in fondo anima, nutre e sta alla base di tutto ciò che regola i nostri comportamenti, le nostre curiosità e la nostra voglia di apparire su social come Facebook o Instagram: le relazioni umane. La parola magica che sfonda, forse, l’ultima frontiera è Peeple, dal termine inglese people, persone. Certo a guardare il logo e i colori del sito le fondatrici Nicole McCullough e Julia Cordray non peccano di originalità, ricordano molto Twitter per il colore azzurro che domina lo sfondo della

pagina ma soprattutto per quella specie di pappagallino panciuto che accompagna il logo Peeple. Se già vi siete incuriositi digitate forthepeeple.com e con i vostri occhi vedrete anche quella scritta che sembra svelare grandi verità: «il carattere è destino». L’idea alla base di Peeple è semplice: fare del vostro carattere e di quello degli altri una moneta di scambio. In che modo? Valutando, recensendo o raccomandando persone che conoscete spaziando dalla vostra amica, al vostro ex fidanzato, al fruttivendolo sotto casa, al vostro datore di lavoro o vicino di casa. Potete farlo specificando uno di questi tre ambiti: professionale, personale, romantico, quindi praticamente tutti quelli che concernono la vita di una persona. E di conseguenza anche voi potrete trovare le informazioni sulle persone che

glio il modo con il quale il mondo ci guarda. In diversi a partire dal «Washington Post» alla «Süddeutsche Zeitung» non ci credono e criticano questa applicazione che da pochi giorni è sul mercato americano mettendone in dubbio il principio di fondo: è giusto, etico valutare pubblicamente le persone come se fossero cose, luoghi o alberghi? E poi quali parametri, criteri abbiamo per poter valutare la veridicità, la credibilità e l’accuratezza delle recensioni? Curioso notare come le critiche più feroci a Peeple stiano arrivando dagli utenti della Rete, molti sono convinti che questa nuova applicazione possa in realtà soltanto istigare forme di bullismo, mobbing, trollaggio e odio di genere. Pensandoci bene vien da dire: «Conoscerci meglio online? No, grazie».


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Società e Territorio

Due iniziative, tanti dibattiti Scuola Dopo le polemiche sul congedo del 23 marzo, la scuola rimarrà al centro dell’attenzione con l’iniziativa

«Rafforziamo le scuole medie» e quella sull’insegnamento della civica Roberto Porta Lungo le nostre strade fanno già bella mostra di loro i volti di chi sarà (ri)eletto nei municipi e nei consigli comunali ticinesi per i prossimi quattro anni. Una volta girata la boa di questa sfida, la politica ticinese se la dovrà vedere con due temi maggiori: le finanze e la scuola. Sul fronte dei quattrini è attesa per aprile la presentazione da parte del governo della manovra di rientro per il periodo che va dal 2017 al 2019, con un impatto previsto pari a circa 180 milioni. Tagli di bilancio sempre più urgenti, visto che il debito pubblico globale si avvicina ormai ai 2 miliardi di franchi, ciò che significa 5700 franchi a carico di ogni cittadino ticinese, bambini compresi. Un pacchetto di risanamento che da più parti ha già sollevato timori e perplessità, soprattutto perché la scure dei risparmi potrebbe toccare ambiti sensibili dell’amministrazione pubblica, come la socialità e la formazione. E nel settore della scuola la tensione è già alta, se ne avrà un assaggio già questa settimana con la questione del giorno di congedo pagato ai docenti, il 23 marzo, per compensare il blocco degli scatti e le riduzioni salariali previste dal preventivo 2016. Considerata una sorta di «premio di consolazione» questa misura ha inalberato gran parte degli insegnanti, pronti a protestare con manifestazioni di vario tipo per riporre l’attenzione sulle loro condizioni di lavoro e sulle problematiche con cui la scuola ticinese è ormai da troppo tempo confrontata. Quello del 23 marzo sarà di fatto solo un assaggio della campagna politica che inizierà subito dopo le elezioni comunali in vista della votazione popolare del prossimo 5 giugno, quando il popolo ticinese sarà chiamato alle urne per decidere il destino di ben nove oggetti, cinque a livello federale e quattro a livello cantonale. Tra questi ultimi anche l’iniziativa popolare denominata «Rafforziamo le scuole medie – Per il futuro dei nostri giovani». Un’iniziativa lanciata dal sindacato dei servizi pubblici VPOD e forte del sostegno di quasi diecimila firme. Una proposta articolata che propone una modifica della legge sulla scuola, con un impatto su diversi ambiti dell’insegnamento scolastico medio. Primo fra tutti quello del numero di allievi per classe, con un tetto massimo di 20 ragazzi per ogni se-

Il 23 marzo non tutte le aule saranno vuote. (Keystone)

zione e non di 25 come è invece il caso oggi. L’iniziativa chiede oltre l’istituzione generalizzata dei doposcuola e il rafforzamento dei servizi di sostegno pedagogico anche la creazione in tutte le sedi di mense scolastiche, cofinanziate dai comuni nella misura del 50% dei loro costi. Nella misura del 5% i comuni dovranno partecipare anche al pagamento degli stipendi per i docenti di scuola media, oggi a carico delle sole casse cantonali. L’iniziativa era stata consegnata nel mese di novembre del 2011, non si può dunque dire che sia stata trattata con la dovuta solerzia da parte delle autorità politiche, visto che giunge in votazione popolare dopo un percorso lungo quasi cinque anni. Pur giudicandola per certi versi interessante, Governo e Gran Consiglio l’hanno però bocciata per motivi essenzialmente finanziari. Si prevede infatti che un’eventuale sua approvazione popolare possa comportare costi supplementari pari a 45 milioni di franchi, di cui 7 milioni e mezzo a carico delle casse comunali. Consiglio di Stato e Parlamento preferiscono attendere la definizione del

progetto «La scuola che verrà», attualmente in fase di gestazione da parte del DECS. Il Dipartimento dell’educazione presenterà il suo rapporto finale sul tema entro la fine del prossimo mese di aprile. In ogni caso la campagna in vista del 5 giugno rischia di trasformarsi in una battaglia politica molto feroce, visti i tagli annunciati, il malcontento dei docenti e le preoccupazioni di allievi e genitori sul futuro della scuola. Già nel mese di settembre del 2014 vi fu una chiamata alle urne sempre in tema scolastico, da decidere v’era il destino dell’iniziativa denominata «Aiutiamo le scuole comunali». Vi fu allora un risultato sul filo di lana, con un voto contrario del 51,4%. Il Ticino rischia pertanto di spaccarsi in due anche il prossimo 5 giugno. L’argomento «scuola» rimarrà comunque al centro dell’attenzione, anche perché c’è da vagliare un’altra iniziativa popolare in materia, denominata «Educhiamo i nostri figli alla cittadinanza» e supportata da oltre diecimila firme raccolte in pochi giorni. Anche questa iniziativa – depositata nel 2013 – chiede di introdurre

una modifica nella legge sulla scuola per rafforzare l’insegnamento della civica alle medie, alle superiori e nelle scuole professionali. Si dovrà creare una nuova materia ad hoc, obbligatoria e con un voto separato. Due le ore di lezione al mese previste, da ricavare sottraendole all’insegnamento della storia. Il primo firmatario di questa iniziativa è l’imprenditore Alberto Siccardi, sostenuto da altre personalità in buona parte vicine o all’interno del raggio d’azione di UDC e Lega dei Ticinesi. Dopo una battaglia di pareri, rapporti e perizie – e con alcune prese di posizione dai toni piuttosto accesi – lo scorso mese di novembre il Gran Consiglio ha definito questa iniziativa «ricevibile», quindi in sintonia con la Costituzione. Dopo un ulteriore vaglio di Governo e Parlamento il testo andrà dunque alle urne, e anche in questo caso lo scontro è annunciato. Da una parte c’è chi chiede che ai giovani venga offerta una solida formazione in civica, per poter essere cittadini consapevoli e informati. Un esercizio fondamentale in democrazia, in particolare nel nostro Paese

dove il cittadino è chiamato alle urne più volte all’anno per decidere il destino di iniziative e referendum. Dall’altra chi – a cominciare dai docenti di storia e dal DECS – ritiene che l’iniziativa rischi di creare un doppione, a danno dell’insegnamento della storia. Meglio sarebbe rimanere allo statu quo, con la civica inserita nelle ore di storia attraverso un legame tematico che per la natura stessa delle due materie poco si presta ad una suddivisione considerata troppo rigida e inefficace. Il tema della civica non è comunque nuovo, già nel 2000 ci fu un’iniziativa popolare dei Giovani PLR per rafforzarne l’insegnamento nelle scuole ticinesi. L’iniziativa fu poi ritirata perché venne accettata una modifica della legge sulla scuola, che assicurava l’educazione alla cittadinanza in favore di allievi e studenti. Nel 2012 la SUPSI pubblicò sul tema uno studio da cui emersero progressi ma anche diverse lacune, anche da questo esito l’iniziativa in questione. Al popolo – prossimamente – il compito di pronunciare il verdetto definitivo.

Storie di soldi e di frontiera Editoria In libreria due volumi che raccontano le vicende dell’«epica finanziaria» ticinese degli ultimi decenni Alessandro Zanoli L’economia che diventa letteratura: un fenomeno interessante. In particolare se tocca, descrive, racconta situazioni che ci raccontano la nostra storia. In un Ticino apparentemente sprovvisto di suggestive risorse narrative è forse la realtà economica in cui viviamo (Andrea Fazioli docet), intessuta di segreti bancari, di movimenti finanziari, di vicende legate al mondo degli affari, a mostrare un suo lato romanzesco. Vorremmo qui segnalare in paio di titoli curiosi pubblicati di recente. Si tratta di libri che forse non possiedono una dignità letteraria «alta». Non particolarmente ricercati dal punto di vista espressivo, sono però sicuramente significativi, e anche interessanti, per ciò che riguarda le vicende raccontate. Benedetti soldi maledetti (Dadò Editore) è l’opera prima di Marco Bertoli, un avvocato ticinese che dopo una carriera in magistratura è passato ad un impiego nell’economia privata

e più precisamente in un istituto bancario svizzero. Da questo osservatorio privilegiato ha probabilmente tratto spunti e informazioni che gli hanno permesso di disegnare un dettagliato e realistico «ritratto di famiglia lombarda con conto cifrato a Lugano». Seguendo le vicende famigliari e imprenditoriali di Armando Guetta, un mobiliere brianzolo che nel 1974 ha aperto il suo conto presso un istituto di credito luganese, Bertoli descrive in realtà una parabola storico-economica attraverso quarant’anni di rapporti economici tra Lombardia e Ticino. Ci espone nel dettaglio tecniche bancarie e stratagemmi finanziari che permettevano l’esportazione di capitale e il conseguente investimento nelle banche di Lugano. Come interlocutore privilegiato di Guetta, Bertoli fa entrare in scena il funzionario luganese Gianluigi Vassalli, un onesto mandatario che finirà per rivelarsi il solido e determinato garante del patrimonio famigliare. Il libro descrive infatti il

Nel segreto dei caveau, c’è anche un patrimonio letterario.

passaggio per tre generazioni di questa ricchezza: dalle mani del «nonno» Guetta fino al nipote 23enne Luca, nel 2015, alle soglie della «voluntary

disclosure». Il libro non è un esempio di bella letteratura, come detto, ma è sicuramente esemplare. Il modo in cui ricostruisce l’ambiente e le abitudini e soprattutto le motivazioni morali dei personaggi implicati nell’esportazione di capitale dall’Italia si può dire fornisca un quadro decisamente realistico. Utile per ricordare alle attuali generazioni, al di qua e al di là del confine, quale sia stato per decenni il substrato finanziario dell’economia che ha mosso gli affari su entrambi i versanti della frontiera. Un altro volume, forse meno ambizioso ma con una sua verità e una sua morale è Vent’anni lastricati d’oro (Società cooperativa Editoriale Lariana, 2015). Il volumetto raccoglie in 24 «Diapositive» (cioè ritratti) alcuni momenti di storia di vita doganale. Sono episodi curiosi, spassosi, anche grotteschi, raccolti da Paolo Cascavilla, che ha prestato servizio per 43 anni alla dogana di Ponte Chiasso e ha ricoperto a fine carriera il ruolo di diret-

tore tributario. Anche qui, la raccolta operata da Cascavilla per puro piacere narrativo e documentario, non ha ambizioni d’arte ma cerca di fissare alcuni momenti della nostra storia: quadretti in cui i vari personaggi, pendolari del piccolo contrabbando, sono altrettante figurine di un presepe di frontiera perennemente in movimento. In filigrana, naturalmente si intravede la trama dei grandi giochi che stanno dietro questo incessante flusso di pacchetti di sigarette nascosti nei pantaloni, di saccarina alloggiata nei reggiseni, di orologi caricati nei doppi fondi di automobili. L’umanità dei racconti si stempera di proposito nella sfocatura affettuosa del ricordo, ma una riflessione morale di fondo è ben presente e ci ricorda le forme in cui si manifesta, a volte, la primordiale necessità di sopravvivere. Senza trascurare la messa in caricatura di quella goliardica, libertaria, voglia di prendersi gioco delle regole e dell’autorità che fa inventare cose strane a persone insospettabili.


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Società e Territorio

Le fabbriche di orologi di Arogno Archeologia industriale L’idea iniziale di investire in Ticino nell’industria orologiera fu di Romeo Manzoni,

che nel 1872 si era trasferito a Porrentruy

Laura Patocchi Zweifel Arogno, vasto comune che dalle rive del Ceresio s’inerpica sul pendio meridionale del Monte Sighignola, raccogliendosi entro un anfiteatro naturale, è caratterizzato da nuclei abitativi compatti su diversi livelli nella Val Mara. Arogno ha conosciuto fin dal Medioevo un’intensa pratica migratoria e verso la metà dell’Ottocento il modello migratorio da temporaneo diventa definitivo. Alla carestia, che in Ticino causa una prima grande ondata migratoria oltremare, si aggiungono catastrofiche alluvioni che negli anni 186869 distruggono case e stalle, devastano prati e terreni coltivabili, provocando un secondo massiccio esodo. Anche Arogno non viene risparmiata da questa grave calamità, molte famiglie si vedono costrette ad emigrare. Inoltre il clima politico ticinese è molto acceso e fortemente esasperato dalle tensioni fra conservatori e liberali. In questo contesto alquanto problematico si fa strada un progetto eccezionale di sviluppo locale ad opera del patrizio arognese Alessandro Manzoni e dei suoi figli. Nel 1872 il venticinquenne figlio Romeo, scrittore, focoso idealista liberale e insegnante, ottiene un posto di docente di lingue presso l’Istituto superiore femminile di Porrentruy nell’attuale canton Giura. A Porrentruy la fabbrica di ébauches Challet & Frottez è sull’orlo del fallimento, anche perché la portata del corso d’acqua per

azionare i macchinari è insufficiente. I due titolari decidono di trasferirla altrove, dove le condizioni di produzione siano più propizie. Questo provvedimento di emergenza suscita nel giovane Romeo l’idea di trapiantare l’attività ad Arogno ritenendo che il luogo sia ottimale. La sua famiglia possiede la sorgente di Cà del Ferée, il canale in cui l’acqua si riversa a balzi con impeto torrenziale e l’area adiacente ideale per la costruzione di una fabbrica. Con il consenso del padre pianifica le basi per un accordo e intensifica gli scambi e gli incontri tra i membri della famiglia Manzoni e i titolari di Porrentruy. Nell’agosto 1873 viene annunciato ufficialmente il trasferimento della fabbrica ad Arogno e nasce la società Challet-Frottet-Manzoni & Co. Sul terreno dei Manzoni iniziano febbrilmente i lavori di costruzione della nuova fabbrica che devono concludersi prima dell’inverno. Il progettista dell’edificio Massimo Cometta scrive nel suo diario: «Nel 1872 si pensò, ossia mio nipote Romeo Manzoni pensò di impiantare in paese una fabbrica d’orologgi e si procurò il capitale bisognevole con delle azioni che vari benestanti ne presero, ed io pure ne presi una sola di franchi mille, e con l’ajutto del Diretore Sig. Schialet (Challet) feci il disegno, per l’impianto del fabbricato ed in novembre si cominciò il lavoro essendo giunti qui una quantità di operai dalla Svizzera...». Infatti oltre al trasloco di materiali e macchinari

La fabbrica di orologi interruppe la produzione nel 1978. (Patocchi-Zweifel)

anche le maestranze vengono importate. Tecnici e operai affrontano, con le loro famiglie, un estenuante viaggio in treno attraverso la Francia e l’Italia fino a Camerlata (Como). Il traforo del Gottardo è iniziato da appena un anno e quello del Sempione non esiste ancora. Da Camerlata la comitiva prosegue con carrozze per Maroggia dove donne e bambini trovano alloggio per la notte mentre gli uomini continuano a piedi con torce e lanterne fino ad Arogno. In un mare di difficoltà la fabbri-

ca inizia la produzione diventando la più prestigiosa nel ramo orologiero del cantone. Un centinaio di operai giurassiani con le famiglie colmano il vuoto lasciato dagli emigranti. Le case descritte come catapecchie pericolanti e malsane, con cucine affumicate e dai pavimenti sgretolati e senza acqua potabile lascia i nuovi arrivati profondamente delusi. Inoltre, le precarie condizioni di lavoro, il disadattamento nell’arcaica realtà locale, il cibo diverso e caro, i salari irregolari provoca-

no un quasi immediato abbandono della manodopera romanda, che nel giro di pochi anni se ne ritorna nella Svizzera francese. Dapprima si cerca faticosamente di sostituirla con la manodopera femminile locale e transfrontaliera, poi, nella fase di massimo sviluppo dell’attività orologiera tra il 1900 e il 1914, viene potenziata da quella maschile autoctona. Nel 1888 avviene una scissione. In seguito alla crisi orologiera, i prezzi, gli affari e i salari subiscono un sensibile calo. Dopo agitazioni e sciopero un gruppo di operai costruisce un nuovo stabile accanto a quello dei Manzoni chiamato la «Fabrichèta», avviando un’attività indipendente che nel 1930 assume il nome di Fabbrica d’orologeria S.A. Nel 1932 le due imprese orologiere vengono acquistate da trust Ébauches SA e riunite nella Fabriques d’horlogerie d’Arogno. In seguito a numerose crisi economiche la produzione cessa definitivamente nel 1978. Nei suoi periodi migliori agli albori del ’900 le fabbriche occupano oltre 300 operai – dai 728 abitanti del 1870 la popolazione passa ai 1075 del 1900. L’emigrazione appartiene al passato e il paese si veste di decoro borghese. Il futuro degli edifici è ancora incerto. Bibliografia

Mario Delucchi, Le fabbriche di Arogno, L’industria degli orologi per oltre un secolo, Pregassona, 2014. Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Da verità ad errore Che cosa resta, oggi, delle verità di un tempo, che per secoli o addirittura per millenni hanno accompagnato e sorretto lo sviluppo della civiltà? Poco o nulla, direi. Il primo e più clamoroso tonfo di una verità palese è avvenuto con la rivoluzione copernicana. Copernico formulò la sua ipotesi nel 1543, Galilei la riprese nel 1632: il nostro pianeta non era immobile, l’uomo non era più centro dell’universo; l’avanzare dell’età moderna scardinava antiche certezze. È pur vero che ci volle non poco tempo prima che si passasse dal rifiuto della nuova verità alla sua accettazione: il Vaticano cancellò la condanna di Galilei trecentocinquant’anni dopo la sua morte, quando papa Woytila chiese perdono per l’ingiustizia commessa. Analoga storia per quanto concerne la teoria evoluzionistica. Che terribile crollo delle illusioni scoprire che l’uomo vedeva la luce, milioni di anni

fa, per una mutazione genetica casuale che lo differenziava dai suoi parenti più prossimi, le scimmie antropoidi! Anche qui, indignazione, rabbia, feroci condanne. Anche qui, quando ormai questa nuova genesi della specie umana risultò provata «al di là di ogni ragionevole dubbio» – per dirla con Carroll – la Chiesa rimosse la sua decisa condanna e Giovanni Paolo II assunse una posizione possibilista. Come scriveva Bergson, «lo spirito umano è fatto così: comincia a comprendere il nuovo solo quando ha fatto di tutto per ricondurlo all’antico». «I cieli cantano la gloria di Dio» – si legge nei Salmi. Ammesso che i cieli cantino ancora, li si direbbe per lo meno stonati, oggi che la scienza ci descrive il disordine dell’universo, i buchi neri che inghiottono stelle e galassie intere, l’instabilità di quel che era sempre stato considerato eterno, imperituro. Sconvolgimenti analoghi travolgono

le antiche concezioni dell’uomo, della società, e i relativi codici di comportamento. L’omosessualità, ad esempio, era senza alcun dubbio «contro natura». In base a quali prove? Solo in base a un semplice pregiudizio: la natura ha previsto il sesso per la procreazione, dunque un rapporto inevitabilmente sterile va contro la natura. Poi, in tempi recenti, gli etologi si sono messi ad osservare sistematicamente il comportamento animale ed è emerso ad esempio che nei bonobo – la specie di scimmie geneticamente più affine all’uomo – l’omosessualità, maschile e femminile, è una pratica consueta. Anzi, secondo de Waal i tre quarti dell’attività sessuale di queste scimmie non hanno nulla a che fare con la riproduzione. Come parlare, allora, di pratiche «contro natura»? La natura stessa, chiamata per secoli «madre Natura», osannata per le amorevoli cure verso le sue creature, si rivela oggi un’invenzione mitologica, e

se ancora si tende a personificarla la sua figura risulta assai più vicina alla indifferente «natura matrigna» leopardiana che alla provvidenziale nutrice. La tradizionale subordinazione della donna all’uomo, giustificata da Artistotele, imposta da Dio nel libro della Genesi (che addirittura sancisce che il marito debba «dominare» la moglie), ribadita da San Paolo e da innumerevoli autorità ecclesiastiche, viene giudicata oggi senza fondamento e assolutamente ingiusta, e la parità dei diritti e l’eguale dignità di uomo e donna sono tra le nostre convinzioni più radicate. Il suicidio era considerato un delitto nell’antica Grecia, dove la colpa del suicida ricadeva sulla sua famiglia, condannata alla confisca dei beni. Per noi il suicidio non è certo un reato e l’eutanasia è oggi comunemente accettata dalle leggi di molti Paesi: la vita individuale non appartiene più allo Stato – come per gli Ateniesi – né a Dio,

come ancora oggi per la Chiesa. Il denaro per secoli e secoli è stato biasimato (almeno a parole) come «sterco del demonio»: oggi è quasi in odore di santità. Insomma, lo sconvolgimento di convinzioni e valori che per tempi lunghissimi sono apparsi ovvi e indubitabili è la caratteristica di questa nostra epoca. Non c’è dubbio che per lo più queste conquiste di nuove verità hanno spazzato via forme di ignoranza e di superstizione, ingiustizie e soprusi. Ma ricordo un’affermazione di Musil che getta un’ombra d’inquietudine su questi trionfi: «Noi abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno». E ancora: ci sono verità e certezze che la cultura di un determinato periodo storico ritiene indiscutibili; poi il tempo passa, la cultura cambia, la verità trapassa in errore. E allora è inevitabile chiedersi: che ne sarà, domani, delle nostre verità di oggi?

direzione del suo amato birrificio jugendstil qui vicino; un posto, tra l’altro, che meriterebbe di certo un reportage, prima o poi. Del resto, il misterioso elefante, in origine, si trovava lì, nel giardino di villa Magnani poco sopra il birrificio Poretti. Ad ogni modo, per vederlo bene, bisogna tornare sui propri passi e uscire dal cimitero. Sulla sinistra, verso il boschetto ancora scheletrico ma già con cinguettii professionali da primavera, l’opera commissionata a Butti nel 1919, si mostra meglio. Di profilo, se si aguzza l’occhio, sulla porta della pagoda, si catturano dentro due medaglioni, i ritratti di Angelo Magnani e la moglie boema Anna Novak. La pagoda indiana, a parte la porta in bronzo e la struttura della cupola di vetro in cima, è fatta di pietra di Viggiù; oltre a Butti, grande terra di scultori e picasass. Due figure vegliano la soglia dell’edicola: un soldato assonnato e una donna con un cesto di frutta. Scene agresti e arabeschi sono cesellati sul portale. Entro nel boschetto e qui la

testa dell’elefante di Bregazzana si vede a meraviglia. Proboscide, zanne, e persino le foglie di bambù modellate minuziosamente attorno al suo surreale passaggio sereno per la pagoda. Penso a un passo del Talmud: «Chi può far passare un elefante per la cruna di un ago?». Enrico Butti, signor scultore, almeno con una pagoda, riesce nell’impresa. Torno nella postazione precedente, a fianco dell’elefante che vive in un mondo tutto suo, in disparte dal resto del piccolo cimitero, guardando altrove. Il cancello, anche questo chiuso con un lucchetto, in parte, fa effetto zoo. C’è una panchina che prima non avevo notato ed è il posto migliore per far compagnia all’elefante di Bregazzana. Di colpo mi viene in mente l’elefantino del Bernini a Roma, anche lì c’era una storia simile. Dal 1667 in piazza della Minerva, con in groppa un obelisco egizio, un elefantino di marmo si erge dando le spalle all’ex convento dei dominicani. Pare che questi frati, scornati a causa di un loro progetto

scartato per sorreggere l’obelisco, si siano accaniti ostacolando il lavoro del Bernini. Il Bernini allora, per ripicca orienta l’elefantino con il posteriore verso le finestre dei frati. Comunque, se volete sapere da dove viene l’idea dell’elefante del signor Magnani, al di là di quello che si è scritto sul simbolismo induista che qui c’entra come i cavoli a merenda, per me c’è lo zampino della storica fabbrica della Carlsberg a Copenhagen. Lì, dal 1901, ci sono quattro elefanti realistici a grandezza naturale scolpiti da Nilaus Fristrup nel granito dell’isola danese di Bornholm. È il signor Carl Jacobsen, figlio del fondatore di questo famoso impero birrario – tra l’altro oggi il birrificio Angelo Poretti è della Carlsberg – ad averli desiderati e oggi sono un po’ un’attrazione turistica al pari della sirenetta della fiaba di Andersen, donata alla città proprio da Jacobsen. Anche l’elefante di Bregazzana è un’attrazione, in zona, anzi, è l’unica attrazione. Non c’è molto altro.

astratta e sfuggente, si attribuirono connotati concreti, realizzabili con strumenti giuridici e politici. Con buona pace dei padri fondatori della democrazia USA, la felicità rimane una meta lontana. Alla stessa stregua della salute per sempre e per tutti, garantita dalle leggi, dai programmi dei partiti, dai comportamenti quotidiani ispirati alla saggezza. D’altra parte, neppure la scienza, con le sue conquiste e specializzazioni a volte portentose, non è riuscita a sconfiggere, definitivamente,

la malattia, che, in forme subdole, continua a insidiare l’integrità fisica e mentale di cittadini che si credevano immuni. Sono rivelatrici, in proposito, le reazioni di sorpresa, d’incredulità, e sempre di paura, provocate da un’epidemia che mette alle prese con un male ancora inguaribile e spazza via le nostre sicurezze d’incolumità. In altre parole, le nostre illusioni. Ora fino a che punto è ragionevole chiedere alla medicina, alla società, allo Stato la protezione dall’incidente malattia, considerata una situazione transitoria e marginale? Questi gli interrogativi, affrontati nel seminario organizzato dalla Fondazione di ricerca psicooncologica e dall’Associazione di volontariato Triangolo, con il proposito di fare chiarezza in un ambito, più di altri, esposto al rischio d’inganni. È quindi necessario rassicurare, senza trionfalismi: la guarigione è una meta raggiungibile, appaga speranze giustificate. D’altro canto, ribadire che la malattia esiste e merita conoscenza e rispetto: «Non è soltanto il contrario della salu-

te», per dirla con il filosofo Carlo Sini «è una prova con se stessi e gli altri». A sua volta, Monsignor Grampa, che ha spesso accompagnato i malati ticinesi a Lourdes, ha voluto insistere sulla distinzione fra «la segreta aspirazione a guarire» e «le derive verso false promesse e ricette sbrigativamente consolatorie». Mentre, Osvalda Varini, psicoterapeuta, ha sottolineato il valore del rapporto diretto fra chi presta e chi riceve una cura: «Ascoltare è già una terapia». Magari i medici la trascurano. Il compito spetta, in particolare, a infermieri, assistenti, paramedici, esponenti di professioni che attirano, fortunatamente, molti giovani. In proposito, si deve parlare di una congiuntura favorevole: come dire, qui non mancano, e non mancheranno, i posti di lavoro, S’infoltisce incessantemente la presenza di anziani. Mentre aumenta anche il numero delle persone che, grazie a terapie mirate, riescono a convivere con la malattia. La guarigione, promossa a nuovo diritto, non sta sempre dietro l’angolo.

A due passi di Oliver Scharpf L’elefante di Bregazzana Nel cimitero di Bregazzana, appena fuori Varese, c’è un elefante. A grandezza naturale, di bronzo, attraversa una pagoda indiana. È la bizzarra edicola funeraria di Angelo Magnani (18861924): uno dei nipoti e successori di Angelo Poretti, fondatore dell’omonimo birrificio a Induno Olona. Lo scultore è Enrico Butti (1847-1932) di Viggiù, noto soprattutto – a parte la statua di uno scanzonato Verdi in piazza Buonarroti a Milano – proprio per alcuni capolavori cimiteriali. Come la straordinaria Isabella Casati Brioschi del 1892: ventiquattrenne mezza nuda sul letto di morte tramutato in sogno al cimitero monumentale di Milano. Passeggiando invece nel lagunare cimitero-isola di San Michele a Venezia, non di meno è lo stupore per la bella addormentata color verderame, 1907: Sonia Kaliensky, nobile ventiduenne russa suicidatasi per amore all’hotel Danieli con il laudano. Con il bus zeta, dal centro di Varese, in venti minuti si è a

Bregazzana, paesino isolato di duecento anime che fa però parte di Varese. «Va a vedere il culo dell’elefante?» mi chiede il conducente. Sono rimasto solo io sul bus e il cimitero è il capolinea. Una yaris bianca è posteggiata davanti al cimitero. Metà mattina di metà marzo, una signora anziana toglie la neve dalle lapidi, sistema qualche fiore. Appena si entra, sulla destra, oltre il cancello chiuso con un lucchetto, eccolo, di spalle, l’elefante di Bregazzana (492 m). L’orientamento, svelato anzitempo dall’autista spiritoso, deriva, dicono, da qualche contrasto nato tra il futuro sepolto e il parrocco dell’epoca che disapprovava la potenziale presenza di un pachiderma nel cimitero. E così, il bel panettone dell’elefante veristico in bronzo a patina nera, da novantadue anni guarda beffardo verso il campanile. Per altri, invece, è messo semplicemente verso Oriente per via della grande passione di Magnani per i viaggi in Oriente. Una terza ipotesi contempla quella posizione perché è in

Mode e modi di Luciana Caglio Guarire: limiti di un nuovo diritto In Svizzera e in Norvegia si hanno, oggi, le maggiori prospettive di guarire, anche da mali un tempo incurabili: è un dato statistico che non sorprende. Proprio in questi Paesi s’investe di più nella salute, sia pure in forme diverse: il mix pubblico-privato, tipicamente elvetico, e l’accentuato statalismo scandinavo. I risultati confermano l’efficacia di interventi, certo costosi e discussi, in grado però di avvicinare sempre più all’obiettivo, ormai prioritario, della salute, considerato un bene per così dire stabile e a disposizione di tutti. È un’aspirazione popolare che, alle nostre latitudini, mobilita, innanzi tutto, i politici: la salute, insomma, strumento elettorale. Fatto sta che, innegabilmente, i progressi di una medicina abbinata alla tecnologia, i nuovi farmaci e una diffusa consapevolezza sanitaria ci regalano anni, anzi decenni di vita. In pari tempo, però, questo stesso sviluppo ha fatto maturare la convinzione che ci spetta una sorta d’invulnerabilità. Tanto da far apparire la malattia un’anomalia, un incidente, persino

una colpa a cui è possibile rimediare, attraverso, appunto, la guarigione che rappresenta un nuovo diritto. Si tratta, per il cittadino, di far valere il suo legittimo bisogno di star bene, fisicamente e moralmente. Si rivendica, insomma, una salute a pieno titolo che implica addirittura la felicità. Si potrebbe pensare a una tipica esasperazione della nostra epoca. In realtà la felicità assicurata al popolo figurava già fra i diritti sanciti dalla Costituzione americana, nel 1776, con cui, a un’entità

Il rapporto diretto tra chi presta e chi riceve una cura è importante perché «ascoltare è già una terapia».


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Ambiente e Benessere Prepararsi al viaggio C’è chi pianifica con cura e chi invece si lascia trasportare dagli incontri: chi ha ragione?

Il pino cembro e la nocciolaia Storia di una collaborazione biologica molto sofisticata che ha portato questo uccello a diffondere una conifera

Elettricità preziosa È indispensabile alla vita moderna ed è importante produrla in modo ecologico

Attraverso la Manica Un’avventura nautica dalle coste francesi fino alla baia di Plymouth pagina 25

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Radiazioni che curano Medicina La grande evoluzione tecnologica

ha permesso alla radio-oncologia di fare passi da gigante in tutti i suoi aspetti terapeutici

Maria Grazia Buletti «Dopo l’operazione chiesi di vederlo. A colpo d’occhio sembrava una pallina di marmo, innocua, quasi graziosa. Dopo alcuni giorni lo esaminai al microscopio, e mi resi conto di che cosa fosse capace riproducendosi. Capii che avevo un nemico dentro di me: un alieno, che ha invaso il mio corpo per distruggerlo. Ora abbiamo un rapporto di guerra: lui vuole ammazzarmi, io voglio ammazzare lui». È palpabile la determinazione di Oriana Fallaci, votata alla guarigione, che con queste parole ci consegna i suoi sentimenti verso il tumore che l’aveva colpita, a un certo punto della sua vita. Cose che possono capitare a tutti, indistintamente, e che oggi più di un tempo trovano nella medicina specialistica e nella sua multidisciplinarietà un efficacissimo mezzo terapeutico e curativo: strumenti di lotta ai tumori che si servono anche di radiazioni ionizzanti. Quest’ultime, per la maggior parte delle persone, sono viste come qualcosa di molto nocivo da cui stare alla larga, evocanti scenari di centrali nucleari, incidenti radianti che seminano malattia e panorami di desolazione ambientale… Ma le radiazioni non sono solo qualcosa che potrebbe sfuggire al controllo dell’essere umano (provocando danni biologici inestimabili), esse possono essere grandi alleate della medicina diagnostica e della radio-oncologia. Abbiamo esplorato quest’ultima dimensione insieme alla dottoressa Antonella Richetti, primario dell’omonimo servizio presso l’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana IOSI con sede presso l’Ospedale San Giovanni e al suo caposervizio dottor Gianfranco Pesce. «La radioterapia, utilizzata sin dagli inizi del 1900, è stata la prima terapia per il trattamento delle malattie oncologiche», esordisce la dottoressa Richetti che così definisce l’uso delle radiazioni a scopi terapeutici. La consapevolezza del fatto che la parola radiazioni possa spaventare ci induce ad approfondire questi aspetti che la dottoressa così riassume: «Innanzitutto, sappiamo che esistono radiazioni naturali alle quali, vivendo sulla Terra, non possiamo sottrarci e che ci accom-

pagnano lungo tutta la vita. Poi, l’uomo ha imparato a produrre e usare le radiazioni a scopi diagnostici, e pensiamo a quelle prodotte da apparecchiature radiologiche e TAC, ad esempio. Ed ecco che arriviamo alla nostra disciplina che si occupa della cura di malattie attraverso il dosaggio pianificato e personalizzato di radiazioni erogate da apparecchi sofisticati, che oggi sono gli acceleratori lineari (ndr: utilizzati per il 90% nella cura dei tumori maligni e, per una piccola percentuale, nel trattamento di malattie infiammatorie e osteo-degenerative come gravi artrosi o patologie articolari)». Prima di recarci nelle sale di irradiazione per vedere questi apparecchi così raffinati di cui i due medici ci hanno parlato, chiediamo loro di spiegare il meccanismo che porta al loro utilizzo per la cura dei tumori, così riassunto dalla dottoressa Richetti: «Con queste macchine, facciamo in modo che le radiazioni ionizzanti arrivino e si depositino nel tumore attraverso un sofisticato calcolo delle dosi, in un piano individualizzato per ciascun paziente Possiamo anche convogliare sorgenti radioattive direttamente a contatto della malattia, come si fa nella brachiterapia: una tecnica che porta direttamente le radiazioni all’interno delle cavità da curare, come utero, esofago, bronchi». Il dottor Pesce, dal canto suo, spiega come avviene l’interazione fra le radiazioni e la malattia: «Esse vanno a provocare un danno all’interno delle cellule colpite, eliminandole. Questo meccanismo fa sì che le radiazioni siano dannose per le cellule tumorali». Però, le radiazioni non hanno la capacità di differenziare i tessuti sani del nostro corpo dalle cellule tumorali, e qui stanno l’abilità e l’evoluzione della radio-oncologia, spiega la dottoressa Richetti: «Oggi molto più di un tempo, la grande evoluzione scientifica e tecnologica abbinata alle conoscenze derivanti dalla ricerca ci permettono di limitare il danno da radiazioni ai tessuti sani; radiazioni che riusciamo, come già detto, a convogliare in modo più efficace e preciso sulla parte tumorale che vogliamo annientare». Dunque, ora la radioterapia è tal-

I medici Maria Carla Valli, Gianfranco Pesce e Antonella Richetti dell’Istituto Oncologico della Svizzera italiana. (V. Cammarata)

mente avanzata e sofisticata che permette di irradiare zone tumorali molto piccole, facendo arrivare il potere penetrante delle radiazioni proprio in punti precisi, e andando dunque a curare tumori diagnosticati in fasi estremamente precoci: «Con prognosi molto migliore rispetto a una volta», aggiunge il dottor Pesce che, insieme alla sua collega, ricorda comunque di nuovo come il successo della cura dei tumori passi attraverso un approccio di assoluta interdisciplinarietà medica: «Oncologia medica, radiologia, medicina nucleare, chirurgia, patologia e radio-oncologia sono integrate in differenti momenti del percorso terapeutico di ciascun paziente». Egli porta ad esempio il tumore alla prostata: «Può essere curato sia con la chirurgia sia con la radioterapia singolarmente o combinate: approcci che producono risultati molto buoni». Ma torniamo all’evoluzione della

radioterapia, con la dottoressa Richetti: «Oggi possiamo utilizzare dosi di radiazioni molto più alte, risparmiando gli organi sani e permettendoci di migliorare quindi il tasso di controllo terapeutico: ad esempio, a distanza di 5 anni dal trattamento radioterapico dei tumori prostatici assistiamo al 90 percento dei casi di guarigione (un tempo non si superava il 60 percento), tutto ciò senza più gli effetti collaterali che una volta colpivano il tessuto sano circostante». La dottoressa ribadisce il concetto della maggiore precisione consentita dagli acceleratori lineari: «Ora si può evitare di irradiare un’ampia zona come invece si doveva fare una volta, il che limitava le dosi curative che oggi sono convogliate con estrema precisione solo laddove è necessario». E aggiunge: «Ancora oggi, è chiaro, qualche effetto collaterale rimane, ma si tratta di

disturbi lievi. L’apprezzabile evoluzione tecnologica ha permesso il miglioramento rilevante della qualità della vita dei pazienti, insieme alle recenti conoscenze delle malattie, alla biologia e alla combinazione con le altre discipline mediche». Tutto ciò ha contribuito all’ottimizzazione del controllo della malattia e al miglioramento della prognosi. La sensazione è che, oggi, per chiunque viva un’esperienza di tumore, valga sempre di più la pena di lottare, di provarci credendoci totalmente, perché grazie a tutta quest’evoluzione tecnologica che ha «addomesticato» le radiazioni per il loro uso preciso e terapeutico, all’impegno del team radioterapico composto da medici, fisici, tecnici altamente specializzati che lavorano in modo interdisciplinare con l’oncologia e la chirurgia, possiamo affermare che oggi il cancro è una parola, non una sentenza.


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Ambiente e Benessere

Il viaggio e l’attesa

Sognando città perfette

Viaggiatori d’Occidente Alcuni consigli per il tempo che precede la partenza

Bussole Inviti a

letture per viaggiare

Claudio Visentin Non appena il freddo allenta la sua morsa, la mente si apre a nuovi progetti di viaggio. Non sapremmo spiegare perché guardiamo in una certa direzione, perché una terra straniera comincia a occupare la nostra immaginazione, diventandone di giorno in giorno padrona. Il nostro prossimo viaggio prende forma, viene al mondo, ci chiama; dopo aver mosso i primi passi sembra agire di sua iniziativa e spesso prende direzioni inattese. Come ha scritto Giuseppe Cederna ne Il grande viaggio: «Anche un viaggio nasce, cresce, invecchia e poi muore. Ma appena nato è già grande. Capace di usare la testa, di farci e disfarci a suo piacimento. Fra un’ora il nostro viaggio, dopo mesi di gestazione, vedrà finalmente la luce. Ci riconoscerà? Assomiglierà almeno un po’ anche a noi? Ci vorrà bene? Ci aspettiamo grandi cose da lui». È un momento importante, che ogni viaggiatore conosce bene: in questa fase sostare e pensare ci permette di mettere a fuoco aspettative e desideri nascosti nella profondità del nostro animo. La preparazione del viaggio è già il viaggio e per molti aspetti siamo già partiti anche se ancora non lo sappiamo. Non mi riferisco solo all’organizzazione materiale – acquistare una guida, prenotare i voli – quanto piuttosto alla preparazione spirituale. Ci sono due scuole di pensiero a questo riguardo. La maggior parte degli autori di viaggio di lingua inglese preferisce ridurre al minimo i preparativi e lo studio, per affidarsi alla ricchezza della strada. Il loro modello è naturalmente lo scrittore americano Jack Kerouac e il suo libro On the Road (1957), diventato l’emblema di un modo di viaggiare anarchico e spensierato: «La purezza della strada. La linea bianca nel centro dell’autostrada si svolgeva e abbracciava la nostra ruota anteriore sinistra come se fosse incollata al nostro battistrada …Vedemmo a un tratto l’intero paese come un’ostrica che potevamo aprire; e la perla c’era, la perla c’era … Che facevo? Dove anda-

«La più antica la incontriamo all’inizio del Libro dei libri, la Bibbia: “Costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo”. È l’eterno desiderio di vette irraggiungibili. Il Sommo, infatti, non sarà d’accordo… Da allora l’anelito umano non avrà più fine. Sognerà, immaginerà, progetterà… »

Il nostro prossimo viaggio ci chiama. (Vincenzo Cammarata)

vo? L’avrei scoperto presto». L’importante è andare senza fermarsi mai: il senso del viaggio è il viaggio stesso e si rivelerà strada facendo. Io non sono così. Mi è estranea quell’irrequietezza che assillava Bruce Chatwin e quasi lo costringeva a partire, «l’orrore del domicilio» di cui parlava Baudelaire. A casa mia sto benissimo e per lasciarla ho bisogno di essere tentato, sedotto dal viaggio. La partenza è sempre la risposta a una domanda, che può scaturire da un incontro o da una lettura. E dunque non appena questa curiosità prende forma comincio a studiare, pensare, immaginare. Non bisogna però esagerare. Conosciamo tutti quei viaggiatori ansiosi che pianificano nei minimi dettagli ogni aspetto del viaggio, ogni coincidenza, ogni spostamento e prima di separarsi lasciano ai familiari un calendario di viaggio minuzioso dove è indicata la loro posizione nelle settimane seguenti, momento per momento. Preparare troppo un viaggio può anche essere un modo per esorcizzare il suo potere rivoluzionario, la sua capacità di rinnovare convinzioni e abitudini. Soprattutto immaginare a lungo un viaggio può scoraggiare la sua

realizzazione concreta. Nel romanzo Controcorrente di J.K. Huysmans, pubblicato nel 1884, il nobile Des Esseintes vive ritirato nella sua splendida villa alle porte di Parigi, tra arredi di un gusto raffinato, protetto dalla volgarità della vita. Des Esseintes inganna il tempo con la lettura sino a quando improvvisamente un libro di Dickens accende in lui il desiderio di vedere Londra. Ed ecco che l’entusiasmo si impadronisce del suo animo solitamente residenziale: ordina alla servitù di preparare i bagagli, indossa un abito adatto e sale sul primo treno per Parigi. Una volta giunto, in attesa della coincidenza per Londra, acquista una guida della capitale inglese e si sprofonda nella lettura. Ma a quel punto lo coglie la pigrizia e da un lato amplifica nell’immaginazione i disagi del viaggio, il freddo, la fatica; dall’altro attraverso la lettura della guida gli sembra di aver già assaporato tutto quel che il viaggio potrà dargli, sente che la realtà potrà aggiungere poco alle sue fantasie. Allo stesso modo, qualche anno prima, aveva desiderato viaggiare in Olanda ma questo slancio si era spento nella sala del Louvre dedicata alla grande pittura olandese, dove in pochi metri quadrati

era colta e riassunta l’essenza stessa di quel Paese. Ecco perché Des Esseintes rinuncia al viaggio a Londra e torna nella sua villa, dalla quale non si muoverà mai più, viaggiando da allora in poi soltanto attraverso l’immaginazione. La giusta preparazione per un viaggio si colloca tra questi due estremi, tra un’aspirazione indeterminata e senza forma, che trasforma il viaggio in un vagare confuso, e il consumare l’esperienza prima ancora di averla vissuta. Dovremmo evitare di scorrere accanto a un luogo che potrebbe risvegliare la nostra passione solo perché non sappiamo della sua esistenza; e al tempo stesso il viaggio non dovrebbe mai ridursi a una lista di esperienze da spuntare dopo averle vissute, come una lista della spesa. Come ha scritto Paul Fussell, «se l’esploratore va incontro ai rischi dell’informe e dell’ignoto, il turista si dirige verso la sicurezza del puro e semplice cliché. È fra questi due poli che il viaggiatore si pone come figura intermedia, conservando quanto più è possibile dell’eccitazione dell’imprevisto collegata all’esplorazione, e saldandosi al piacere di ‘sapere dove si è’ che appartiene al turismo». Una bella sfida, per i «Viaggiatori d’Occidente».

La città ideale è presente lungo tutto il corso della storia, ma trova la sua espressione compiuta nel Rinascimento. Nella visione ordinata della prospettiva, politica ed estetica si danno la mano, nella convinzione che l’armonica convivenza tra gli uomini possa realizzarsi solo in spazi che educano lo sguardo alla bellezza. La poetica e disordinata bellezza delle città medievali è invece troppo vicina nel tempo per essere colta, e troverà estimatori solo nell’Ottocento romantico. L’Italia in particolare è costellata di città ideali, luoghi di meraviglia da visitare in questo aprirsi della primavera. Nel tempo diverse motivazioni hanno spinto a costruire città perfette: sono fortezze militari come la romana Aquileia, la veneziana Palmanova o Terra del Sole, che Cosimo I de’ Medici fa costruire sul turbolento confine settentrionale del suo granducato; più a nord Vespasiano Gonzaga trasforma Sabbioneta in una capitale in miniatura; altre volte è il sogno di un papa – Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini – nel caso di Pienza; ancora troviamo villaggi operai come Crespi d’Adda e Rosignano Solvay, dove nella facilità del vivere si cerca una conciliazione tra capitale e lavoro; infine le «città di fondazione» fasciste nelle zone di bonifica, per esempio Latina e Sabaudia. La limitazione dello spazio e la cura per ogni dettaglio realizzano quella misura che permette la piena espressione dell’uomo e che ha forse un suo insegnamento in un tempo di progetti urbanistici smisurati come il nostro. Bibliografia

Fabio Isman, Andare per le città ideali, Il Mulino, 2016, pp. 144, € 12. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

La storia di un albero e di un uccello Biodiversità Come certi appetiti possono creare un bosco Alessandro Focarile «Dove i fulmini, le valanghe, i sassi feriscono il tronco, il cirmolo assume forme tormentate e inconfondibili, e lassù tra i 1500 e i 2500 metri di quota, tra nevai, rocce e ghiacciai è vedetta arborea della Natura». (Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, 2003). Si, è lui, il pino cembro, l’arolle dei savoiardi, valdostani e vallesani, l’Arve e lo Zirbe dei germanòfoni, il cirmolo degli italiani e il sibirski kedr dei russi. È il monarca delle Alpi, emblematico delle alte quote al pari dello stambecco, delle marmotte e dei camosci. Ma questo monumento arboreo, che può raggiungere un metro e venti di diametro, che può vivere anche mille anni e spingersi fino a 2900 metri di quota sopra il bosco di Alevé in Val Varaita in Piemonte (ma, nei secoli andati anche più in alto, come comprovano alcuni toponimi conservatisi nelle Alpi) è tributario di un uccello: la nocciolaia (Nucifraga caryocatactes) con la quale ha consolidato rigidi rapporti di vita, con reciproci vantaggi. Il pino cembro è un monumento della Natura in quanto esprime forza, perseveranza e una buona dose di pazienza. È un maratoneta, giunto lentamente nelle Alpi dalla sua lontana patria: la taiga siberiana, dove ha iniziato a prosperare in immense foreste, dopo la ritirata dei ghiacciai – circa 1215mila anni or sono – proprio grazie alla preziosa e indispensabile presenza della nocciolaia. È anche l’albero di montagna che ha più sofferto a causa dell’uomo, il quale ha notevolmente depauperato il suo areale primevo, per trasformare le immense cembrete alpine in pascoli d’altitudine, quando le favorevoli situazioni climatiche consentivano il popolamento umano anche alle quote più elevate rispetto a quelle in epoca attuale. E questo accanirsi umano contro il cembro è perdurato fino ai primi del Novecento.

Il pino cembro, monarca delle Alpi, è un monumento arboreo tributario della nocciolaia A detta di antichi croniqueurs, vi è stata un’epoca della storia umana sulle Alpi, quando i passi del Grimsel, del Gottardo e del Bernina «dovevano nereggiare di folte selve di cembro» (Giacomini & Fenaroli 1958). E possiamo aggiungere il Lucomagno, in latino Lucus magnus, ovvero la grande foresta, un toponimo altamente espressivo, e che è giunto fino a noi. Ma la cembreta superstite, che possiamo ammirare tra Acquacalda e il passo del Lucomagno, è ben poca cosa se immaginiamo quanto esisteva in passato. In questo contesto, non stupisce l’apprendere che a Oriente di Zermatt nel Vallese, sulle pendici dell’Unterrothorn a 2765 metri di altitudine, è stato rinvenuto un minuscolo pino cembro alto 11 centimetri nelle anfrattuosità della roccia, venendo a costituire l’albero situato alla quota più elevata attualmente nota in Svizzera, non considerando i salici nani (che sono pur sempre degli alberi), e che raggiungono quote ben più elevate secondo le conoscenze attuali («Azione», n° 40, del 1. ottobre 2012). La notizia è stata diffusa dal WSL (Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio) in data 9 settembre 2015. Considerata l’altitudine, il pic-

Un esemplare di Nocciolaia su Pino cembro. (Maurizio Broglio)

colo cembro ha già una discreta età in rapporto alle sue dimensioni: probabilmente 30-40 anni! E deve il suo insediamento grazie al fortuito smarrimento del suo seme da parte di una nocciolaia «alpinista», la quale si è spinta, con la pigna gonfia di semi, fino a quasi 2800 metri di quota, che costituisce già una considerevole altitudine per un uccello di bosco. Il pino cembro è l’unico pino alpino le cui foglie (aghi) sono riunite in fascetti di cinque elementi, mentre negli altri pini alpini (silvestre, mugo e nero) i fascetti hanno solo due foglie. L’albero produce grosse pigne ovoidali, violacee, che restano sui rami fino a raggiungere la maturità (due anni). Queste pigne contengono pesanti semi legnosi privi di «ali», come accade nelle altre conifere. Questa caratteristica morfologica è all’origine dell’insita e naturale difficoltà di propagazione del seme del cembro, e l’obbligatorietà dell’intervento della nocciolaia. Si stima che quasi il 90 per cento dei semi sia prelevato dall’uccello. E, non a caso, l’area di popolamento della nocciolaia coincide con quella dell’albero. La nostra amica è un corvide (quindi un uccello molto intelligente), la cui nidificazione è molto precoce: le coppie si formano già in febbraio, e si installano su un territorio al quale sono fedelmente legate. Il giovane nato

ha bisogno di circa tre mesi affinché il suo becco sia sufficientemente robusto per iniziare a occuparsi di pigne e dei relativi semi. Per la fine di luglio, è già pronto a iniziare la sua vita adulta. La concordanza temporale, tra il massimo di produzione di semi, e il massimo di attività di raccolta da parte dell’uccello, mostra il perfetto e razionale coordinamento nell’attività vitale del vegetale e dell’uccello. Da agosto a ottobre, la nocciolaia procede alla raccolta sistematica dei semi. Quasi sempre le pigne sono portate al suolo, dove con un lavorìo molto intelligente, l’uccello cerca di incastrare e immobilizzare la pigna in una fessura delle rocce, oppure in una ceppaia fratturata. Queste operazioni facilitano l’estrazione dei semi dalla pigna, con scaglie molto dure e legnose. Lavorando con metodo, la nocciolaia riesce a estrarre la maggior parte dei semi che conserva, per il successivo trasporto e deposito, in una specie di saccoccia estensibile che ha sotto la lingua. Questa tasca può contenere da 30 a 100 semi, che vengono nascosti sul suolo e ricoperti con muschi, licheni e aghi di cembro. Ogni nascondiglio contiene da 12 a 30 semi. Il consumo invernale è di un centinaio di semi al giorno e per individuo. In passato era stata avanzata l’ipotesi che l’insediamento del pino cembro ad alta quota e soprattutto lungo le

Versante sud del Monte Bianco, visto dalla Val Ferret. (Wikimedia, Simo Räsänen )

creste e gli speroni rocciosi, dove è più precoce lo scioglimento della neve in primavera, fosse il risultato di semi «dimenticati» dalla nocciolaia. Le approfondite ricerche di Crocq (1978) hanno chiaramente dimostrato, per contro, che non si tratta di «dimenticanze», bensì di fattori legati alla sovraproduzione di semi nel corso delle annate favorevoli, la cosiddetta «pasciona». Come abbiamo visto, la nocciolaia è in grado di raccogliere fino al 90 per cento della produzione annuale di semi. Diverse stime parlano di 25mila100mila (a seconda dell’entità di fruttificazione) raccolti dall’uccello nel corso di una stagione. E poiché quest’ultimo non può consumarne più di 25mila all’anno, si crea un bilancio positivo eccedentario. La quantità raccolta, depositata e nascosta, è quindi largamente superiore alle possibilità di consumazione. Il surplus di semi è abbandonato e non «dimenticato», come si credeva un tempo. E questo surplus può avere delle buone probabilità di germinazione anche nei luoghi più inospitali della

montagna. Per contro, nel corso delle annate di scarsa produzione, tutti i semi sono consumati. Un altro fattore rende ancora più affascinante il problema, e cioè la «memoria» dei nascondigli è strettamente individuale. Così le riserve di semi riunite da uccelli che non si fanno più vedere prima della fine dell’inverno, non sono più utilizzate, favorendo la nascita di nuovi cembri. La nocciolaia e l’albero sono strettamente legati durante la loro vita: ciascuno ha bisogno dell’altro per sopravvivere, e l’adattamento reciproco di questa necessità indica un processo biologico di co-evoluzione, instauratosi da vecchia data. L’istinto di sopravvivenza fa partecipare attivamente l’uccello alla riproduzione di un albero, che gli fornisce nutrimento e il suo ambiente di vita. Una notazione curiosa: fino al 1948, in Svizzera erano pagati dei premi ai cacciatori per incoraggiare la distruzione della nocciolaia considerata specie nociva perché raccoglitrice di pinoli. «Abbracciando la roccia con le sue possenti radici, attende la valanga indomabile e superbo, e con i suoi rami vincitori che sembrano dei candelabri, protesta testimoniando la continuità della vita» (Jules Michelet, La Montagne, 1868). Bibliografia

C. Crocq, Ecologie du Casse-noix (Nucifraga caryocatactes) dans les Alpes françaises du Sud et ses rélations avec l’Arolle, Université d’AixMarseille, 1978, 120 pp. L. Contini & Y. Lavarelo, Le Pin cembro (Pinus cembra Linnaeus), INRA (Paris), 1982, 197 pp. A. Hofmann, L’areale italiano del Pino cembro, Webbia (Firenze), 1970, 25:73-85 pp. Martin Rikli, Die Arve in der Schweiz, Neue Denkschrift Schweizer Naturforschung Gesellschaft (Zurigo), 1909, 44:1-455 pp. Walter Tranquillini, Physiological Ecology of the Alpine Timberline, Ecological Studies, vol. 31, Springer Verlag (Berlin, Heidelberg, New York), 1979, 137 pp. Un pino cembro. (Wikiwand)


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Ambiente e Benessere

La sfida dell’elettricità Tecnologia La nostra società ne ha bisogno e l’approvvigionamento energetico deve tenere conto

sempre più dei fattori ambientali, mentre il consumatore può assumere un ruolo attivo

Marco Martucci «È andata via la luce!». Per fortuna non capita spesso. È successo una volta, quest’estate, durante un violento temporale. Era accaduto, per altre cause, qualche anno fa lungo buona parte delle linee ferroviarie svizzere, in piena calura estiva durante l’ora di punta. Decine, forse centinaia di migliaia di passeggeri rimasero bloccati in aperta campagna, dentro le gallerie; nelle grandi stazioni regnava il caos. Certo, perché «va via la luce» è un modo di dire. In realtà sparisce ben più della luce: non è solo l’illuminazione che non funziona più; i treni si fermano, i semafori impazziscono, congelatori, frigoriferi, forni e fornelli, lavastoviglie, ferri da stiro e lavatrici si bloccano. Cessano di lavorare le gru nei cantieri, i computer, radio e televisori si spengono, gli orologi si fermano, gli ascensori restano bloccati fra un piano e l’altro. Un blackout non è uno scherzo. La mancanza di corrente elettrica può mettere in ginocchio una città, una regione, una nazione, il mondo intero. Non a caso, centrali e linee elettriche sono obiettivi molto sensibili in scenari di guerra e di terrorismo. Senza elettricità non funziona più niente. Ce la possiamo cavare, per un po’ di tempo, con i gruppi elettrogeni, come negli ospedali, o con le batterie. Ma, anche così, è sempre l’elettricità che fa funzionare il mondo; un blackout ci fa capire anche questo: quanto la nostra società moderna, complessa, interconnessa e altamente tecnicizzata, forte e quasi onnipotente in apparenza, sia in realtà molto fragile. Stacca la spina e non funziona più niente. Chi è curioso e vuol vedere un po’ oltre il proprio naso, si chiederà cosa passa mai in questa spina e cosa arriverà attraverso quei due buchi della presa, e magari anche da dove. Per dirla in modo molto ma molto semplice (gli specialisti mi perdoneranno) la corrente elettrica è un flusso di elettroni che entra da uno dei due buchi, passa attraverso un apparecchio elettrico, una lampadina per esempio, e poi torna fin dove è stata prodotta, passando per l’altro buco, attraverso un conduttore, lungo anche centinaia di chilometri, collegato con altri conduttori in una rete, la rete elettrica ap-

Impianti solari per produrre energia «pulita». (Ti-Press)

punto. Per mantenere in movimento questa corrente ci vuole una cosiddetta tensione elettrica e per averla occorre energia. A casa nostra, la tensione è di 240 volt (V), quella di una batteria può essere di un volt e mezzo o più ed è continua, a differenza di quella di casa, che è alternata. 240 volt possono uccidere ma non sono sufficienti per trasportare l’energia elettrica a grandi distanze, fra centrale elettrica e casa nostra o ancora più lontano. Occorrono allora tensioni di migliaia, perfino di centinaia di migliaia di volt, come negli elettrodotti ad alta tensione che attraversano le nostre valli e le nostre montagne. La rete di trasporto svizzera è lunga 6700 km, conta circa 12’000 pali di sostegno ed è proprietà della società nazionale di rete Swissgrid, che, oltre a equilibrare domanda e offerta, si occupa della manutenzione, del rinnovamento e dell’espansione della rete ad altissima tensione (280-380 kV – 1 kV sono 1000 V) che collega fra loro tutte le regioni del nostro Paese e la Svizzera col resto d’Europa. L’energia che mantiene sotto tensione tutta la rete e che dunque permette a ciascuno di noi di far funzionare il suo impianto elettrico viene prodotta nelle centrali, a partire da altre forme di energia. Infatti, l’e-

nergia non si crea né si distrugge, si può solo trasformare da una forma all’altra. Nel 2013 furono prodotti in Svizzera 68,3 miliardi di kWh (chilowattora) di energia elettrica. Per farsi un’idea, con un chilowattora d’energia si può tenere accesa per dieci ore una lampadina di potenza 100 watt. L’energia elettrica svizzera proviene (dati dell’Ufficio federale dell’energia per il 2013) da centrali idroelettriche (accumulazione e acqua fluente) per il 58,5%, dal nucleare per il 35,5%, da nuove fonti rinnovabili (solare, eolico, biomassa, piccole centrali idrauliche) per il 2%, da combustibili fossili e rifiuti per il 4%. Il mix elettrico svizzero è formato dunque per oltre la metà da energia idroelettrica, una classica energia rinnovabile. In Europa, siamo superati in questo solo dalla Norvegia, con quasi il 100% di idroelettrico e dall’Austria. Il panorama elettrico svizzero, come in altre parti del mondo, è da qualche anno in grande trasformazione. Già negli anni Settanta, con la «crisi del petrolio» e le domeniche senz’auto, si parlava di risparmio energetico. Nel frattempo, molto è cambiato. La Svizzera ha deciso l’abbandono del nucleare, è entrato in scena il cambiamento climatico, siamo alla «svolta energeti-

ca», il mercato dell’elettricità va verso la liberalizzazione, c’è una crescente sensibilità ambientale, si sono sviluppate nuove fonti energetiche, rinnovabili e sostenibili, la parola d’ordine, oltre al risparmio, è l’efficienza: si progettano reti intelligenti, le «smart grid», si sviluppa una tendenza all’autosufficienza energetica e al distacco dalla rete elettrica convenzionale. La nostra elettricità idrica ha perso valore commerciale, sotto la spinta di sovvenzioni al solare e all’eolico nel mercato internazionale. Insomma, tutto sta cambiando molto rapidamente e il futuro dell’elettricità, con l’abbandono del nucleare, la riduzione delle fonti fossili responsabili, con le loro emissioni di gas-serra, del riscaldamento globale e dei mutamenti climatici, e lo sviluppo delle nuove rinnovabili, che avranno una parte sempre più importante, è diventato tema politico nazionale che riguarda tutti noi nel lungo periodo, almeno fino al 2050. Anche da noi, per andare incontro alla sensibilità ambientale e al desiderio di energia elettrica «pulita» l’offerta si diversifica. Ecco allora i nuovi «ecoprodotti» ticinesi, sulla scena dall’inizio di quest’anno: una famiglia di prodotti creata dai distributori ticinesi riuniti in Enertì e dall’Azienda Elettrica Ticinese

AET: tìacqua, tìnatura e tìsole. tìacqua, ben sperimentata, già distribuita dalle Aziende Municipalizzate di Bellinzona, dalle AIL SA di Lugano e dalla SES di Locarno nella loro offerta di base, valorizza energia rinnovabile da centrali idroelettriche ticinesi ed è certificata naturemade basic. Decisamente più nuove sono tìnatura e tìsole, entrambe con la certificazione naturemade star. Optando per tìnatura si sceglie un quantitativo di energia da una fonte ecologica ticinese (acqua, sole, vento, biomassa, geotermia), con un supplemento di 5 centesimi al kWh. Scegliendo tìsole si riceve un pacchetto di energia prodotta esclusivamente da impianti fotovoltaici, con un supplemento di 30 centesimi. I maggiori costi servono per pagare la certificazione e vengono investiti in progetti per la produzione di energie rinnovabili. Mentre la maggior parte dei ticinesi riceve già oggi elettricità col marchio tìacqua, le altre due offerte propongono una scelta a coloro che, concretamente, vogliono sostenere ancor più un’elettricità pulita, rinnovabile e sostenibile. Informazioni

www.ecoprodotti.ch

Bergenia: fiori nel freddo Mondoverde In grado di fiorire fin da metà dicembre, colora il giardino e le aiuole

quando la maggior parte delle altre piante sono in riposo Anita Negretti Immancabili protagoniste dei giardini liberty, le bergenie sono erbacee perenni che in inverno presentano grosse foglie carnose, bordate di marrone le quali proteggono le ricche infiorescenze rosate. Nei vecchi giardini di ville sulla via dell’abbandono, accompagnano scalette ormai ricoperte da foglie, bordure, vasche, grotte e ninfei una volta ricchi di piante, ora vuoti. Le bergenie per via dell’uso nel passato, hanno quell’aria un po’ decadente che le riveste di fascino. In realtà queste piante rizomatose sono utilissime da coltivare ai piedi di cespugli, alternandole con arbusti o anche accanto alle rose. Quasi indistruttibili e con una grande capacità di adattamento, si possono collocare sia in piena ombra, ad esempio sotto le chiome degli alberi sia in pieno sole.

Richiedono poca terra, una leggera concimazione con un prodotto per piante fiorite, da distribuire in estate, per aiutare a preparare queste piante per la fioritura invernale.

La prima specie di bergenia ad arrivare in Europa, Bergenia crassifolia, fu importata dalla gelida Siberia nel 1765 ed una quindicina di anni dopo venne raggiunta da B. cordifolia.

Una Bergenia della varietà Pink Dragonfly. (livingfashion.co.nz)

La B. crassifolia rimane probabilmente anche oggi la più bella e diffusa, grazie ai suoi folti mazzi di fiori rosa intenso. In grado di fiorire fin da metà dicembre, specie negli anni più miti, colora il giardino e le aiuole quando la maggior parte delle altre piante sono in riposo e accompagna le fioriture fino agli ultimi giorni di aprile. Raggiunge i 45 cm di altezza, con foglie permanenti, largamente ovate o obovate, fusti fioriferi rossastri e fiori dalla forma campanulata e leggermente pendula. Bella da sola, in gruppi ampi, si valorizza ancora di più se accostata ad altre specie di bergenia, come B. ciliata, più rara e più bassa e con fiori bianchi velati di rosa. In febbraio-marzo si aprono i fiori di B. purpurascens con calice porpora e petali rosa chiaro. Originaria della zona dell’Himalaya e della Cina occidentale, ha foglie

ellittiche con base arrotondata e fiori non troppo grandi, ma penduli e campanulati. Nello stesso periodo sbocciano i fiori di B. stracheyi, proveniente dall’Afghanistan: alta circa 25-30 cm, presenta foglie obovate e piccole, steli verdi e fiori bianchi. Bianchi anche i fiori di B. ciliata, con foglie fittamente ricoperte da peli. Molti sono gli ibridi che si trovano facilmente in vendita, con colori dei fiori più accesi, come il rosso, il rosa carminio ed il mattone. Tutte le bergenie hanno rizomi consistenti e striscianti, ideali per coprire terreni con superficie medio-ampia, richiedendo quasi nessuna cura in cambio. Molto belle anche in vaso, magari in uno dalla forma, colore o materiale particolare in grado di valorizzarle, queste piante erbacee vengono chiamate anche «Megasea» o «Sassifraga» per via di vecchie classificazioni botaniche.


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Franco Banfi

Ambiente e Benessere

Un piccolo sole d’acqua dolce Fauna ittica Il Lepomis Gibbosus, chiamato «persico sole», è originario degli Stati Uniti d’America,

Franco Banfi

Auspico che gli appassionati di immersione in acqua dolce abbiano incontrato almeno una volta un piccolo branco di pesci sole (Lepomis Gibbosus) e si siano soffermati ad ammirare i meravigliosi giochi cromatici della luce del sole riflessa dalle loro squame, scatenando le ire dell’inconfondibile maschio dominante impegnato a scacciare ogni intruso o possibile molestatore. Questi splendidi pesci hanno una livrea accattivante, soprattutto durante il periodo del corteggiamento: la tinta di fondo del corpo è bruno-oliva arricchita da numerosi disegni verdi e azzurri con chiari riflessi metallici; i fianchi sono screziati di arancione, giallo e marrone; sul margine posteriore dell’apertura branchiale è ben visibile una macchia rossa. Quando stazionano in acqua bassa e sono illuminati dai raggi del sole, le squame riflettono bagliori dorati nell’acqua circostante; mentre quando il cielo è coperto e la luce è filtrata dalle nuvole o dalla foschia, il loro corpo appare come la tavolozza di un pittore. Non è solamente il loro aspetto ad affascinarmi, ma anche il loro carattere determinato. Ricordo in particolare un episodio: era l’inizio della scorsa estate e mi apprestavo ad immergermi nel lago di Lugano. In piedi nell’acqua bassa, stavo terminando la vestizione dell’attrezzatura subacquea quando sentii ripetutamente un lieve urto alla gamba sinistra. Calai la maschera sul viso e guardai sott’acqua dove mi trovai faccia a faccia con un bellissimo esemplare di pesce sole determinato a volermi allontanare dal nido. Presi la macchina fotografica scafandrata e mi immersi a fianco del pesce, prestando la massima attenzione ad evitare il nido: non poteva esserci un’occasione migliore per documentare questa specie così importante per i nostri laghi. Il pesce sole non è un pesce nostrano: è originario degli Stati Uniti d’America, in particolare dei canali della Florida, dove è ancora autoctono. La leggenda parla di alcuni nobili francesi

che, colpiti dalla bellezza di questo pesce, pensarono di introdurlo in Francia nella seconda metà del 1800 ed immetterlo negli stagni della Reggia di Versailles, dove fu accolto come specie ornamentale. In Europa si è rapidamente ambientato in quasi tutto il territorio, con eccezione dei Paesi dove la rigida temperatura invernale ne impedisce la sopravvivenza. Nel lago di Lugano è stato introdotto nel 1900 insieme ad altre specie come il temolo, il salmerino, la trota iridea ed il coregone, per aumentare il valore commerciale delle catture. Purtroppo quando si immettono specie faunistiche alloctone in ecosistemi stabili e/o già fragili non sono tutte rose e fiori; infatti la sovrapposizione di nicchia ecologica ed il ruolo trofico con specie autoctone comporta un elevato rischio di competizione per le risorse alimentari ed ambientali tra le specie. Il Persico Sole si è rivelato essere assai invadente e robusto, tanto da ridurre drasticamente le popolazioni di vari organismi acquatici (anfibi, pesci, invertebrati) con i quali viene a contatto, che vengono sistematicamente predati da questo vorace abitatore di laghi, laghetti e delle lente acque dei fiumi di pianura. Il successo raggiunto da questa specie, in tutte le acque in cui è stata introdotta, è dovuto alla sua notevole adattabilità all’ambiente, alla difesa del territorio di riproduzione ed alle cure parentali fornite alla prole. È in grado di sopportare notevoli sbalzi di temperatura e di nutrirsi praticamente di tutto: insetti acquatici, piccoli crostacei, invertebrati, uova e avannotti. Quando è di piccole dimensioni viene predato da lucci, persici e persici trota, poi il rapido accrescimento in altezza e la presenza di raggi aguzzi sulla prima pinna dorsale lo proteggono dai predatori. A ciò si aggiunge anche un carattere molto determinato, che nei maschi dominanti – durante la fase della riproduzione – degenera in forme di evidente aggressività. Nei primi mesi estivi, con l’innalzarsi della temperatura, il maschio pulisce una piccola zona

Franco Banfi

Franco Banfi

Franco Banfi

dove è ancora autoctono, ma si è diffuso nel mondo grazie alla sua bellezza

di fondale scavando nel substrato con la pinna caudale e rimuovendo ciottoli ed altri ostacoli con la bocca. Il nido è costituito da un avvallamento poco profondo di forma circolare dove lui cerca di attirare la femmina con il classico dondolamento del corpo. Le femmine scelgono tra i vari maschi in base alle loro capacità di corteggiamento e alla

loro taglia: i maschi più grandi sono preferiti per la loro maggiore capacità di difendere la covata dai predatori. Sono necessarie temperature comprese tra 11,5 e 14,0°C per stimolare la crescita delle gonadi maschili, e sono necessarie temperature comprese tra 14,0 e 16,5°C per avviare la crescita delle gonadi femminili.

Durante il corteggiamento la coppia nuota in cerchio per pochi minuti urtandosi reciprocamente; vengono rilasciati i gameti e le uova, che cadono nel nido dove avviene la fecondazione. Subito dopo la prima deposizione, il maschio scaccia la femmina e cerca di attirare nel nido altre femmine per ripetere l’atto riproduttivo. Poi si dedica alla cura delle uova e delle larve. Le uova schiudono, in funzione della temperatura, dopo 3-6 giorni. Le attenzioni parentali del maschio si estendono per alcuni giorni anche agli avannotti, ma l’accrescimento dei piccoli è molto rapido e dopo circa una settimana raggiungono un grado di autonomia elevato che consente loro di abbandonare il nido e di sottrarsi alle attenzioni del padre, nascondendosi tra la vegetazione. Al diminuire della temperatura, il persico sole diviene molto meno aggressivo. Ciò consente un naturale periodo di riposo biologico ed evita che i maschi adulti infastidiscano costantemente le femmine. Durante l’inverno, il pesce sole non si alimenta, lo stomaco si rimpicciolisce e si riempie di muco. In primavera, quando l’acqua inizia a riscaldarsi, il persico sole sente lo stimolo della fame e riprende ad alimentarsi.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Ambiente e Benessere

L’attraversamento del canale della Manica Navigazione a vela Un mito dell’immaginario da affrontare, un braccio di mare

carico di fascino e di insidie

Giorgio Thoeni L’estate scorsa, quando son tornato a Paimpol sulla costa nord della Bretagna per ritrovare «Mamé», la mia barca lasciata a svernare in un cantiere, il proposito per la successiva tappa del viaggio verso la Scozia consisteva in una traversata fino alle isole Scilly, con una rotta diretta e senza scalo. Questa volta avrei dovuto affrontare un mito del mio immaginario: il canale della Manica, un braccio di mare carico di insidie. Per farlo avrei però dovuto tornare indietro almeno fino all’altezza di Aber Wrac’h così da poter salpare alla volta di quell’arcipelago posto di fronte alla punta meridionale della Cornovaglia. Durata della navigazione: 26 ore. Faccio sempre stime per eccesso. Al cantiere di Paimpol avevo chiesto di dotare la struttura di prua di uno stralletto per poter utilizzare la tormentina, una piccola vela da usare in caso di forte vento. Per quel genere di eventualità ho fatto anche aggiungere una mano di terzaroli per ridurre ancora di più la randa. Inoltre, come se non bastasse, ho fatto anche montare a poppa un pilota automatico che in base al vento agisce sulla barra del timone mantenendo costante la rotta. Tutte misure che ritenevo indispensabili per aumentare la sicurezza della barca in un mare che non concede sconti. A questo punto dovevo solo decidere quando partire. «Dovremo attendere che passi una depressione che proviene dall’Atlantico», avevo detto a mia figlia Federica, quest’anno a bordo con la sua amica messicana Raquel. «È abbastanza forte e sta generando onde alte e contrarie alla nostra rotta…». Nelle zone atlantiche le maree hanno un’influenza determinante sulla navigazione: le previsioni meteo, il moto ondoso, la forza del vento e le correnti, sono fattori che

Le scogliere dell’Aber Wrac’h.

Mount Batten, all’imbocco della baia di Plymouth. (Wikipedia, Trysca)

Il porto dell’Aber Wrac’h. (Giorgio Thoeni)

devono essere studiati sulla carta con molta attenzione. Senza dimenticare che la mia imbarcazione è di piccole dimensioni, devo pertanto evitare i disagi il più possibile. Per preparare questa traversata, così carica di significato ma anche di responsabilità, raccolgo il maggior numero di informazioni. A cominciare dalla cosiddetta «radiobanchina», gli incontri che si fanno nel porto. Confrontavo molti racconti basati su esperienze dirette con i dati ufficiali. Ho persino telefonato via Skype a un paio di amici navigatori, per avere un ulteriore «routage». Per farla breve, tutte le fonti consultate mi sconsigliavano di far rotta verso le Scilly dove avrei trovato vento e mare contrari. Tutto concordava nel suggerire che se intendevo avvicinarmi in quei giorni a quelle bramate isole, avrei dovuto dapprima attraversare l’English Channel in linea retta. Certo, le condizioni meteo erano analoghe, ma avrei però ricevuto onde e vento al traverso, cioè

avrebbe addirittura cessato di soffiare a metà percorso… Nonostante la prospettiva di una bonaccia non volevo più indugiare. Avevo già atteso abbastanza, inoltre mi rimaneva poco tempo a disposizione prima del rientro a casa. Cambio dunque destinazione: sarei partito per Plymouth due giorni dopo. Da Aber Wrac’h è alla stessa distanza dalle Scilly: 115 miglia. Non era la stessa cosa ma avrei finalmente attraversato la Manica. Partiamo alle quattro del mattino. Devo studiare a fondo l’uscita. A quell’ora, la marea sommerge molti scogli e occorre seguire attentamente il tracciato. Quando molliamo gli ormeggi fa freddo, c’è una brezza tesa e una buona visibilità. Appena fuori dal porto, Federica va all’albero per alzare la randa e quando entriamo nelle zone più buie chiedo a Raquel di illuminare la superficie dell’acqua con un potente faretto. Alla sua prima esperienza di navigazione, dovrà anche controllare

Il faro di Plymouth. (Wikimedia)

lateralmente, che avrebbero «spinto» la barca favorendo la navigazione. Pareva inoltre che l’altezza delle onde si sarebbe via via ridotta come pure il vento che

l’andatura sul tablet. Quando arriveremo in Inghilterra avrà conquistato un invidiabile «palmares» alla sua prima esperienza in barca. «Al cambio di marea non modificare la rotta… vedrai che all’arrivo il tuo tracciato risulterà spezzato in più segmenti, ma la risultante sarà una linea retta!». A dirmelo era stato Willy, un simpatico e lentigginoso marinaio del Devonshire incontrato in un bar del porto. E così è stato. Appena usciti in mare aperto, imposto la rotta sui 10 gradi. La brezza rimane tesa ma contrariamente alle previsioni nel frattempo è girata e la riceviamo sul naso obbligandoci a un’andatura di bolina. Il vento continua ad aumentare, arriva a 20 nodi, poi a 25. Sopra di noi sfilano piccoli e frequenti cumuli grigio scuri, che fanno aumentare ancora di più l’intensità delle raffiche. Il colore del mare e la luce che filtra tra le nubi mi ricordano alcune inquietanti tele di Turner… Riduco randa e genoa. Filiamo a una velocità media di oltre 6 nodi. Adesso anche le onde ci vengono addosso, dobbiamo cavalcarle per evitare il più possibile una danza che sta già mettendo lo stomaco a dura prova. L’attraversamento della Manica richiede attenzione non solo per le condizioni meteorologiche. Occorre anche considerare che è una delle rotte più affollate dal commercio marittimo che dall’Europa settentrionale si collega al resto del mondo e che le zone di separazione del traffico sono da incrociare con molta prudenza. Grazie alla buona visibilità, gli enormi cargo e le petroliere che vediamo si susseguono in fila indiana a una distanza di circa 5 miglia: «Anche se vanno veloci hai tutto il tempo di decidere quando incrociarle», mi aveva ancora rassicurato Willy. All’imbrunire le onde diminuiscono d’intensità e d’altezza, il vento si stabilizza sui 20 nodi e «Mamé» continua a filare decisa. Verso mezzanotte la stanchezza cede improvvisamente il posto a una forte emozione. Vediamo in lontananza il profilo della terraferma e qualche flebile luce: l’Inghilterra! Entriamo nella baia di Plymouth verso l’una del mattino. Abbiamo impiegato cinque ore in meno del previsto. Contattato via radio, il personale della capitaneria di porto ci accoglie con gentilezza «british». Una volta completati gli ormeggi io e mia figlia ci abbracciamo. Inutile nasconderlo, è stata una navigazione abbastanza dura, soprattutto per quell’imprevisto cambio di condizioni atmosferiche. Ora la costa della Cornovaglia e le isole Scilly fanno decisamente parte della prossima avventura.


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L’ACETO...

Alimento miracolo della natura? Gli scienziati di tutto il mondo sono sempre più unanimi nell’affermare, come già fecero gli esperti dell’arte medica antica, che l’aceto è un vero elisir miracoloso per una vita più lunga e sana. Gli effetti benefici e di prevenzione dell’aceto, se assunto giornalmente, vengono oggi lodati da numerosi rapporti scientifici. Pensi: un solo cucchiaio di aceto di mele contiene vitamine, elementi essenziali, enzimi, aminoacidi, sostanze nutritive, pectina e betacarotene. In oltre 70 studi scientifici è stato dimostrato che il betacarotene riduce il rischio di cancro e rafforza il sistema immunitario del corpo umano. Inoltre è risaputo che la pectina aiuta a controllare il colesterolo e riduce il rischio di malattie circolatorie. Di conseguenza, l’americana Emily Thacker ha raccolto nella sua nuova opera “Il Grande Libro dell’Aceto” oltre 300 ricette e rimedi naturali che potranno essere preparati personalmente e utilizzati per i seguenti motivi: J aiutare la digestione J ridurre il colesterolo J trattare le pelli sensibili J combattere l’osteoporosi (per il basso contenuto di calcio) J calmare la tosse e curare il raffreddore J eliminare i germi negli alimenti J migliorare le funzioni del cuore e dell’apparato circolatorio L’aceto possiede un grande potere detergente che potrà utilizzare su tutte le superfici, per ottenere il pulito splendente desiderato in casa. Approfitti dunque di questa opportunità per scoprire i vantaggi dell’aceto, preparando e imparando ad elaborare le 308 ricette e i rimedi naturali. In seguito al Suo viaggio esplorativo attraverso “Il Grande Libro dell’Aceto”, potrà domandarsi “Ma c’è qualcosa per cui l’aceto non sia utile?”

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Ambiente e Benessere

Stufato di coniglio in aceto balsamico di Modena

Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Piatto principale Ingredienti per 4 persone (1 pentola di terracotta): 200 g di scalogni · 1 kg di coniglio, a pezzi · 2 cucchiai d’olio di oliva, ad es. Delicato · 1 cucchiaino di sale · pepe · 2 cucchiai di farina · 1 dl di brodo di manzo · 1 dl di vino rosso corposo · 1 dl di Aceto Balsamico di Modena I.G.P. · 4 cucchiai di sciroppo d’acero · 5 rametti di timo · 2 foglie d’alloro · noce moscata.

1. Immergete la pentola di terracotta nell’acqua fredda per 10 minuti. Fate sgocciolare bene. 2. Dimezzate gli scalogni. Rosolate bene i pezzi di coniglio nell’olio. Aggiungete gli scalogni e condite con il sale e pepe. Cospargete con la farina e rosolate brevemente. Trasferite la carne e gli scalogni nella pentola di terracotta. Portate a ebollizione il brodo, il vino, l’Aceto Balsamico di Modena I.G.P. e lo sciroppo d’acero e versate sulla carne. Aggiungete i rametti di timo e le foglie d’alloro. Incoperchiate la pentola di terracotta. Infilatela nella metà inferiore del forno spento. Regolate la temperatura a 140 °C. Stufate il coniglio per ca. 1 ora. Accompagnate con della polenta.

Un esemplare gratuito si può richiedere a: telefono 0848 877 869* fax 062 724 35 71 www.saison.ch * tariffa normale L’abbonamento annuale a Cucina di Stagione, 12 numeri, costa solo 39.– franchi.

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Ambiente e Benessere

Più «Gut» di così Sportivamente Giornate trionfali sulle nevi grigionesi per Lara Gut, che conquista il Globo di cristallo

assicurandosi gli ultimi punti necessari a Lenzerheide e, quindi, festeggiando il trofeo più ambito a St. Moritz, dove l’anno prossimo si disputeranno i campionati del mondo femminile e Lara, sostenuta da un processo di maturazione che ha facilitato la costanza di rendimento per mettere in risalto le sue notevoli doti tecniche, ha finalmente messo a frutto tutta la sua bravura e le sue potenzialità. Dopo una carriera ancora breve, nella quale diversi infortuni l’hanno frenata e costretta a riprendere quasi daccapo i livelli che aveva già toccato, è stata per un paio d’anni l’elemento di spicco non solo della nazionale femminile, ma pure uno stimolo per tutto lo sci svizzero, dopo il ritiro dalle gare di Didier Cuche, lo sciatore che aveva dominato a livello mondiale nelle prove veloci. La prossima stagione la Vonn intende riscattarsi e per questo ha deciso di ritirarsi per rimettersi in sesto. Con una Lara Gut che ha ovviamente ancora margini di progresso si può sin d’ora immaginare che ci saranno altre scintille sulle piste di tutti i tipi che porteranno ai prossimi Mondiali di St. Moritz e del suo incantevole scenario di montagne imbiancate. Speriamo insomma in un inverno… coi fiocchi. A St. Moritz c’è stato inoltre un ritorno in grande stile di Beat Feuz, dopo quattro lunghi anni d’attesa per infortunio si è imposto tanto nella discesa libera quanto nel superG, mentre la Gut si è pure assicurata la coppa della specialità nel superG. Fra le campionesse che si sono congratulate con lei a St. Moritz, anche Doris De Agostini la quale, via tv, con molto tatto e delicatezza ha aggiunto il nome di Michela Figini, la più grande finora, che si è complimentata con voce commossa con Lara Gut via telefono. La Figini, infatti, da tempo ha dichiarato che rifugge, per una scelta personale, da tutti i grandi appuntamenti del bel mondo dello sci e dei suoi interpreti di maggior prestigio.

Alcide Bernasconi Il Ticino dello sci si è messo in ghingheri per andare a festeggiare la ticinese Lara Gut a St. Moritz. Ben 21 anni dopo la grande slalomista Vreni Schneider, ecco l’ambito globo di cristallo che torna in Svizzera grazie alle magnifiche prestazioni di Lara, settima elvetica della storia a compiere questa impresa… cristallina.

L’atleta ticinese raccoglie il testimone delle nostre grandi Daniela Figini e Doris de Agostini La prima era stata Lise-Marie Morerod nel 1977, che dovette chiudere anzitempo la sua promettente carriera a causa di un grave incidente stradale. Il secondo globo se lo portò a casa nel 1981 la due volte campionessa olimpica (discesa e gigante) di Sapporo, Marie-Theres Nadig. È stata poi la volta di una strepitosa slalomista, Erika Hess, in grado di vincere due globi nel 1982 e 1984. Nel 1985 e 1988 trionfò la giovanissima leventinese Michela Figini, già laureatasi campionessa olimpica della discesa libera nel 1984 a Sarajevo, totalizzando 26 vittorie in una carriera interrotta troppo presto per i difficili rapporti con lo staff dirigenziale svizzero delle ragazze. Chi lo visse non potrà mai dimenticare il suo epico duello olimpico con la connazionale Maria Walliser, la quale non seppe trattenere le lacrime nel dopo gara serale alla tv. La Walliser confermò comunque tutto il suo valore vincendo altri due globi di cristallo per la Svizzera, nel

Nata nel 1991, dal 2007 partecipa alla Coppa del Mondo. (Keystone)

in matrimonio con l’asso del golf Tiger Woods, quel che si dice un libertino patentato. Inevitabile il divorzio. Ora la Vonn, a causa di tre microfratture al piatto tibiale, ha annunciato il ritiro proprio prima di un finale di stagione che prometteva scintille fra lei e Lara Gut, ben sei volte sul gradino più alto del podio nella stagione che l’ha consacrata con pieno diritto fra le grandi di tutto il mondo. A 16 anni si laureò campionessa d’Europa nella classifica generale; a 17 anni ottenne il suo primo successo in Coppa del mondo e nel 2009, non ancora ventenne, si assicurò due medaglie d’argento ai campionati del mondo. La sua classe e le grandi capacità furono subito riconosciute dal papà, un allenatore capace che ebbe tra

1986 e 1987, conquistando altresì cinque coppe del mondo in quattro diverse discipline. È stata però Vreni Schneider che dovette ingegnarsi più di tutte le sue colleghe svizzere per sistemare nel salotto di casa ben tre globi di cristallo, vinti nel 1989, 1994 e 1995, oltre a undici coppe vinte slalomando fra i paletti. Ed ecco Lara Gut, nuovo talento ticinese, impostasi quest’anno alla grande, nonostante l’infortunio che ha tolto dalla corsa al trofeo la super campionessa statunitense Lindsey Vonn che ha già sistemato quattro globi nella vetrina di casa. La Vonn, che vinse le prime gare con il suo cognome Kidow, mantenne poi quello del suo primo marito Thomas, pure lui competitore. Divorziatasi dopo sei anni, Lindsey si è unita

le sue prime «allieve» Doris De Agostini. Lasciato il posto di maestro di scuola, Pauli, con la moglie, si sono dedicati totalmente alla crescita sportiva di Lara, pur con un rapporto sempre controverso con la federazione. Alla fine tutti capirono che Lara andava sostenuta in ogni modo e il rapporto con lo staff delle ragazze è diventato finalmente ideale. A Lenzerheide e quindi a St. Moritz, il «team Gut» ha potuto dimostrare quanto fosse giusta la via scelta dal papà. Dapprima ci fu la separazione con il tecnico Mauro Pini per diversità di vedute rispetto a Pauli, a cui seguì anche la rottura del tentativo di integrazione nel team Swiss Ski. Insomma, la presenza e le scelte di Pauli erano diverse da quelle della squadra

Giochi Sudoku Pasquale

Cruciverba La nostra redazione, nell’augurarti buona Pasqua, ti ricorda che… Trova il resto della frase nascosta nel crittografato, aiutandoti con la parola data (a numero uguale corrisponde lettera uguale). A soluzione ultimata leggi nelle caselle evidenziate. (Frase: 5, 5, 1, 3, 3, 11, 3)

Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni. 1

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PAESE CHE VAI USANZE CHE TROVI – In Grecia gli sposi, come augurio di una lunga vita insieme, devono fare: …TRE GIRI INTORNO ALL’ALTARE.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Politica e Economia Super Tuesday Clinton e Trump verso la nomination. In Florida il tycoon repubblicano stravince e costringe alla resa Rubio pagina 32

Ritratto di Matteo Salvini Chi è il leader della Lega, erede di Umberto Bossi, che in poco tempo ha fatto piazza pulita dell’apparato leghista e portato il partito a superare i consensi di Forza Italia

La Libia dopo Gheddafi Il cruento epilogo dell’avventura del dittatore ha aperto la strada al terrorismo islamista

Un freno da allentare? L’eccedenza nei bilanci della Confederazione spinge a rivedere il freno alla spesa

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Il leader siriano al-Assad (a sinistra) si è dimostrato un partner poco affidabile per Putin. (Keystone)

Perché Putin lascia la Siria La mossa russa Distaccandosi da al-Assad Mosca esce dall’isolamento internazionale prodotto dalla crisi ucraina

e diventa un interlocutore al pari di europei e americani. Ma soprattutto riapre la partita con gli Usa Anna Zafesova La Russia si ritira dalla Siria. A sorpresa, come vi era entrata, nel settembre dell’anno scorso. Il 14 marzo, lasciando di stucco non solo cancellerie e intelligence occidentali e orientali, ma anche i ministri della Difesa e degli Esteri, Serghei Shoigu e Serghei Lavrov, davanti ai quali Vladimir Putin ha fatto l’annuncio. Il presidente russo ha comunicato che «gli obiettivi dell’operazione sono stati largamente raggiunti». Il giorno dopo i telegiornali hanno mostrato il rientro in patria dei piloti russi. Con qualche scetticismo del Pentagono sulla reale portata del «ritiro». Anche perché gli aerei possono «tornare nel giro di 3-4 ore», secondo l’analista militare Pavel Felghengauer: «La flotta russa resta, i sistemi antiaerei restano, i carri armati restano, gli elicotteri restano, tutti i marines restano e anche parte degli aerei», ha detto a Radio Free Europe. Il ministero della Difesa russo lascia in Siria due basi, e proseguirà i raid aerei. «Una mossa brillante, chiamare le cose con un altro nome», commenta Felghengauer, «tutti sono rimasti colpiti e ora pensano che ci ritiriamo davvero». Il momento è stato scelto con magistrale tempismo: Bashar al-Assad

non è più in bilico, e il ritiro può essere presentato come una vittoria. Quale, secondo fonti dei servizi segreti occidentali che si sono confessate con il «Financial Times», non è: «Mosca contava su un blitz per far riconquistare ad Assad i territori persi, schiacciare l’opposizione e costringere Washington ad abbandonarla». Ma la preparazione dell’esercito di Damasco è stata per i militari russi una sorpresa spiacevole. I principali danni all’Isis – contro il quale Mosca ha diretto appena il 10% dei suoi attacchi aerei – sono stati prodotti dai curdi e dai raid americani. Solo negli ultimi giorni le truppe del governo hanno fatto progressi nella zona di Palmira, e ad Aleppo, bersaglio principale dell’attività bellica russa, diretta soprattutto contro l’opposizione anti-Assad. Il blitz dunque non è riuscito, e diversi analisti russi cominciavano a paragonare la dinamica del conflitto in Siria all’Afghanistan, una guerra impossibile da vincere. Meglio dunque uscirne prima che l’opinione pubblica perda l’entusiasmo di fronte alle perdite umane, e al prezzo economico. Che viene stimato in cifre relativamente contenute: 2,5 milioni al giorno all’inizio del conflitto e 3,3 milioni alla fine, secondo i calcoli dell’agenzia russa RBK, che il

Cremlino giudica esagerati. Putin ha affermato che l’operazione viene finanziata con la spesa militare ordinaria, e «costa quanto delle manovre». In ogni caso, una spesa non indifferente in tempi di crisi economica, e la propaganda dei successi russi in Medio Oriente rischiava di non contenere più il crescente scontento della popolazione. Ora Putin è meno vulnerabile sul fronte interno. Ma soprattutto, avrà più spazio di manovra su quello internazionale. Aveva lanciato l’offensiva siriana per uscire dall’isolamento prodotto dalla crisi ucraina: «Un risultato pienamente raggiunto, la Russia è tornata nella politica internazionale», è il commento dell’analista Georghy Bovt. Il Cremlino non aveva nessun interesse di rimanere incastrato nella coalizione «sciita» del 4+1 (Siria, Iran, Iraq, gli Hezbollah libanesi e la Russia). I suoi interessi sono altrove. Il segretario di Stato John Kerry è atteso al Cremlino per definire la road map del negoziato siriano, le chiavi del quale in buona parte sono in mano a Putin. Che non è affatto disturbato dall’idea di essere tornato a parlare con Washington non come alleato, ma semmai come avversario: «L’obiettivo strategico dello “sgambetto siriano” era restaurare il bipolarismo russo-americano della

guerra fredda», scrive l’analista di affari internazionali Vladimir Frolov. Il sistema di Yalta, che Putin aveva rimpianto all’Onu pochi giorni prima di partire per la Siria, l’ambizione a essere trattati come «partner alla pari» che più volte aveva espresso. Un gioco di potere più che di interessi reali, dove la sopravvivenza di Assad è subordinata al prezzo di scambio che può avere nel negoziato con Barack Obama. Anche perché il leader siriano si è rivelato un partner poco affidabile. Il tentativo del Cremlino, intorno a Capodanno, di costringerlo a fare un passo indietro per avviare il negoziato è finito con un diniego, e con la misteriosa morte a Beirut del capo dello spionaggio militare russo GRU, Igor Sergun. Assad ha indetto le elezioni parlamentari per il 13 aprile, prima della data negoziata dai russi a Ginevra, e ha dichiarato di volersi riprendere tutta la Siria, mentre pare che Mosca sia disposta a trattare una «federalizzazione» che gli lascerebbe il suo feudo di Latakia e la costa. Secondo il giornale kuwaitiano al Jarida (noto per pubblicare indiscrezioni di fonte israeliana), il Cremlino ha forti screzi con l’altro alleato sciita, l’Iran, che non solo si è rifiutato di tagliare la produzione di petrolio per farne risalire il prezzo, ma avrebbe anche tra-

sferito agli Hezbollah libanesi i missili terra-aria SA-20 ricevuti dalla Russia. Che ora puntano sul cielo abitato dai piloti russi in Siria. Una violazione dei patti che ha già portato al rinvio della fornitura a Teheran del sistema antimissile russo S-300, oggetto di profonda inquietudine di Israele. Putin non aveva certo intenzione di legare le sue sorti alle faide mediorientali. Distaccandosi dalla Siria torna a essere un player multilaterale, e a Mosca è atteso il re saudita Salman, leader della coalizione «sunnita» che vuole deporre Assad (e sovrano di un Paese cruciale per il mercato petrolifero). Ma soprattutto la Russia ha riaperto la partita con gli Usa, ed è probabile che i veri motivi dietro al «ritiro» dalla Siria si sapranno solo dopo il prossimo round del negoziato di pace. Sintomatica è stata la fretta con la quale il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha negato che la decisione fosse stata preceduta da «consulenze con parti esterne», Obama sarebbe stato informato solo a fatto avvenuto. Intanto Putin ha confermato di essere «un giocatore capriccioso e imprevedibile», scrive su «New Times» Leonid Radzikhovsky, libero da vincoli procedurali: «La decisione se tornare o meno ad agire in Siria sta unicamente al presidente», ricorda Peskov.


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Politica e Economia

Donald-Hillary, inarrestabili Primarie Usa Marco Rubio getta la spugna e fra i repubblicani ormai la corsa è a tre, mentre

fra i democratici scatta l’effetto valanga di Trump alla rovescia – Prossimi in calendario i voti importanti di New York e della California Federico Rampini Donald Trump ha stravinto in Florida col 46%, distruggendo la candidatura di Marco Rubio che si ritira dopo essere stato disertato dagli elettori del suo Stato. The Donald ha conquistato le primarie anche in North Carolina (40%), Illinois (40%) e Missouri (43%). Mancava solo un trofeo per la sua apoteosi nel Supermartedì 15 marzo che lo ha proiettato verso la nomination. È l’Ohio l’unica vittoria che gli è sfuggita: lì ce l’ha fatta il governatore locale, John Kasich che lo ha battuto 45% a 37%. Kasich rimane l’unico moderato in gara. Ma è lo stesso Trump a sbeffeggiare quelli che si illudono, in seguito ai ritiri successivi dei suoi rivali, di poter addizionare i voti anti-Trump. «Questi non capiscono le regole elementari dell’aritmetica o della fisica. Io non arrivavo al 50% finché eravamo in quattro in gara. Ma via via che altri abbandonano io prendo anche i loro voti». Ma offre anche un ramoscello d’ulivo all’establishment, cita le sue recenti telefonate con i due notabili repubblicani più importanti al Congresso, il presidente della Camera Paul Ryan e il leader al Senato Mitch McConnell. «Unifichiamo il partito, io sto portando a votare repubblicano milioni di elettori in più, compresi dei democratici e degli indipendenti, gente che non ha mai votato prima». Per radunare i suoi fan nella serata del Supermartedì The Donald ha scelto il suo resort di Mar-a-Lago vicino a Palm Beach. Albergo, club privato, campi da golf. Affollatissimo. I fan quella sera stavano in piedi per osannarlo, e lui: «Sedetevi, mettetevi comodi, siete a Mar-a-Lago! Approfittatene, offro poltrone a tutti». Mar-a-Lago è un luogo simbolico per tante ragioni. Incarna il «sogno Trump» come lui lo ha venduto agli americani: lusso pacchiano, riservato a pochi, un miraggio per la maggioranza dei suoi concittadini. I dépliant in carta patinata e il sito Internet lo esaltano come «il più lussuoso club privato del mondo», «la più grande reggia mai costruita», i superlativi si sprecano: «leggendario, opulento, maestoso. Volgarissimo e stucchevole traboccare di ori e velluti, marmi e palmizi, Mar-a-Lago ha fatto notizia anche per un’altra ragione. Per lavorare in questo resort come camerieri o giardinieri, fecero domanda 300 cittadini americani. Trump preferì assumere 283 stranieri. Per lo più ispanici, appunto, pur di non prendere degli americani e pagarli a salario pieno. Nulla di strano, tanti imprenditori fanno come lui per risparmiare sulla manodopera. Ma gli altri non si candidano alla presidenza degli Stati Uniti promettendo un Muro al confine col Messico e la deportazione di 12 milioni di immigrati. Eppure queste contraddizioni non turbano i suoi fan. Tantomeno gli scandali a ripetizione su bancarotte, truffe, processi: ormai viene usato per Trump quel nomignolo «teflon» che era in voga ai tempi di Ronald Reagan, un altro leader a cui gli scandali scivolavano addosso senza incrostarsi. «Nessuno, nella storia della politica, è stato bersagliato da così tanti attacchi. Falsi, viziosi, bugiardi. E comunque i miei voti continuano a salire». È Trump a sottolineare così la contraddizione che continua a sconcertare l’altra metà dell’America, quella che non vuol credere che sia possibile. Ora i repubblicani anti-Trump si aggrappano disperatamente a scenari molto improbabili. Ma sull’aritmetica ha ragione Trump. Non si vede un percorso realistico da qui alla convention di luglio per cui Kasich o an-

Donald Trump si rivolge ai suoi fan nel resort di Mar-a-Lago vicino a Palm Beach. (Keystone)

che Ted Cruz (più a destra di Trump) possano mettere insieme più delegati di lui. Si fanno scenari del tutto irrealistici sul modo in cui gli altri – Cruz e Kasich che sono agli antipodi fra loro – dovrebbero coalizzarsi per negargli la nomination finale. Tutti ragionamenti che prescindono dallo «tsunami Trump», come lo ha chiamato Rubio nel gettare la spugna. Uno tsunami che è trasportato dalla rabbia della base, e che a sua volta Trump alimenta con un’irruenza che travolge le regole, il galateo politically correct, la buona educazione, l’ordine pubblico. C’è ancora la remota speranza di fermare Trump al di qua dei 50,1% nel conteggio dei delegati, quindi arrivare a luglio ad una convention «aperta» che potrebbe negargli in extremis la nomination. Ma la base repubblicana è già in rivolta contro l’establishment, ci mancherebbe solo un ribaltone alla convention per esasperarla ancora di più. Del resto proprio in Florida un sondaggio è significativo: rivela che in questo Stato molto multietnico la base repubblicana non condivide a maggioranza le ricette estreme di Trump sull’immigrazione. Lo votano lo stesso, molti di loro, perché è uno che «dice le cose come stanno», cavalca la loro rabbia. Pochi hanno osato iniziare l’autocoscienza indispensabile: l’operazione d’introspezione per capire come lo stesso establishment si è scavato la fossa da solo, in sette anni di demonizzazione sfrenata di Barack Obama, e corteggiando un movimento come il Tea Party che al suo interno cova una potente energia razzista, anti-capitalista, molto diversa dall’animo conservatore tradizionale. Sul fronte opposto, l’avanzata

inarrestabile di Trump rafforza Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato ha vinto con ampi margini negli Stati del Sud, dove la sua forza si conferma. Ha ormai un tale vantaggio di delegati che difficilmente Bernie Sanders può impensierirla d’ora in avanti. Ma soprattutto la Clinton ha vinto in Ohio e Illinois, due Stati industriali dove il messaggio protezionista di Sanders poteva fare presa nella classe operaia. Sta scattando tra i democratici l’effetto-Trump alla rovescia. Anziché scatenare una sorta di gara fra «opposti estremismi», l’ascesa di Trump spinge molti democratici al «voto utile», cioè a compattarsi in favore della candidata che considerano più solida, più credibile e competente, più capace nel confronto finale di attirare anche voti moderati, indipendenti e centristi. Da qui in avanti Sanders condurrà una campagna «di testimonianza», sarà ancora capace di galvanizzare i giovani e l’ala sinistra del partito. Hillary ha la nomination in tasca e guarda già alla battaglia finale contro Trump. Fra le sue prime dichiarazioni, due spiccano proprio per questo: «L’America ha bisogna di un presidente che la difenda, non uno che la imbarazzi nel mondo intero». E ancora: «L’America è stata resa grande dai valori che oggi Trump calpesta». Ne approfitto per fare il punto su numeri, date, procedure, perché perfino gli americani fanno fatica a districarsi nel percorso delle primarie. Quanti delegati occorrono per vincere la nomination? Chi ne ha di più? Le soglie sono diverse a seconda dei partiti. In campo repubblicano ne occorrono 1237. Per i democratici ne oc-

corrono 2383. Dopo il Supermartedì tra i repubblicani Donald Trump è in testa con 646 delegati seguito da Ted Cruz con 396. John Kasich ne ha 142. Tra i democratici Hillary Clinton è in vantaggio con 1132 delegati, Bernie Sanders ne ha 818. Dunque sia tra i democratici che tra i repubblicani i due favoriti sono circa a metà strada dalla conquista della maggioranza.

L’establishment repubblicano comincia ad arrendersi all’ineluttabile ascesa del tycoon Che cosa sono i superdelegati? Il conteggio qui sopra non li include. I superdelegati esistono solo nel partito democratico. Sono dei rappresentanti eletti, governatori e parlamentari. Votano a prescindere dai risultati delle primarie, almeno in teoria. In tutto sono 712 e di questi 467 hanno già dichiarato la loro intenzione di votare per Clinton, 26 per Sanders. Quali sono le primarie più importanti che rimangono? New York il 19 aprile, quando saranno in palio ben 291 delegati democratici e 95 repubblicani. Il 26 aprile la Pennsylvania con 210 delegati democratici e 71 repubblicani. Fanalino di coda, la California che vota solo il 7 giugno, assegna 546 delegati democratici e 172 repubblicani. Per il partito repubblicano la California è uno degli Stati che hanno adottato la regola «winner take all»: il primo arrivato prende tutti i delegati. In campo democratico vale sem-

pre la proporzionale. Quando e dove si tengono le convention? Quella repubblicana si apre il 18 luglio a Cleveland nell’Ohio, quella democratica il 25 luglio a Philadelphia in Pennsylvania. Perché si parla di una convention «aperta»? È lo scenario che ho evocato sopra, di cui si discute tra repubblicani. Il regolamento della convention prevede che i delegati siano vincolati al mandato degli elettori. Ma devono raggiungere una maggioranza assoluta, un voto sopra il 50%. Se alla prima votazione della convention non si raggiunge la maggioranza assoluta i delegati sono sciolti dal mandato e acquistano libertà di voto. Ma giustamente Trump promette «scontri in piazza» se qualcuno cercherà di scippargli la nomination con manovre verticistiche alla convention. Infine la battaglia della Corte Suprema diventa un fronte parallelo a quello della corsa alla Casa Bianca. Bisogna ricordare che la Corte costituzionale è davvero il terzo potere americano, le sue decisioni possono cambiare la storia di questo Paese. Obama e i repubblicani giocano una complessa partita a scacchi. In partenza i repubblicani hanno detto che si rifiutano di confermare al Senato qualsiasi nome indicato da questo presidente. Ma scegliendo Merrick Garland – un giudice stimatissimo, già confermato con voto bipartisan in corte d’appello, e soprattutto un centrista moderato – Obama mette i repubblicani in difficoltà. Se rifiutano questo nome, in caso di vittoria di Hillary Clinton e di riconquista del Senato da parte dei democratici si ritroverebbero con una Corte più spostata a sinistra.


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Politica e Economia

Salvini senza un domani

I migranti puniscono Angela

Ritratti Chi è il leader della Lega e chi c’è dietro la prorompente

l’alleanza CDU/CSU con i socialdemocratici

Elezioni regionali Dalle urne esce indebolita

ascesa di questo ringhioso successore di Umberto Bossi che in un anno e mezzo ha spazzato via il vecchio apparato leghista salvando il partito dall’estinzione

Marzio Rigonalli

Il secondo cervello di Matteo Salvini (foto) opera dentro un piccolo ufficio di Mantova, ufficialmente sede di un’azienda di software. Il titolare si chiama Luca Morisi, ha la stessa età (42) del «capitano» (il soprannome affibbiato a Salvini per distinguerlo dal «capo», il nomignolo del giubilato Bossi) è ricercatore in filosofia, conduce un laboratorio di Informatica filosofica all’università di Verona. Morisi guida la decina di consulenti – sparsi in diverse regioni, s’incontrano ogni due, tre mesi –, che in un anno ha rivoluzionato l’immagine del nuovo segretario e con essa la comunicazione politica della Lega affidata per un ventennio alle improvvisazioni di Bossi. Qui sono nati la campagna delle felpe, una per ciascun appuntamento pubblico, il tour in camper e infine le foto a torso nudo nelle piscine per mettersi alla pari delle persone comuni (ma sono tutte così flaccide?). Qui vengono coniati gli slogan, che devono stuzzicare gl’istinti, spesso i più bassi, degli elettori. Qui è stata programmata l’invasione dello spazio: televisioni, rete, social network. Definito il «mago del web a cinque zeri» (con allusione al presunto maxicompenso), Morisi si vanta di essere l’alter ego digitale di Salvini e di averlo trasformato nel mattatore di internet, capace di rivaleggiare con un maestro come Grillo e di avere oscurato Renzi. Il premio per lui è stato lo spazio riservatogli sul palco della manifestazione Bologna. Il trionfo della Lega e di Salvini, incoronato leader incontrastato di una destra con scarse venature di centro sotto l’occhio rassegnato di Berlusconi. Un bel successo, malgrado gli svarioni accumulati mese dopo mese. Il caso più divertente è stato la crociata per abbattere la tassa sui condizionatori, che, però, non si applica a quelli casalinghi, ma soltanto a quelli dei grandi complessi e comunque è una legge approvata nell’estate del 2013 con il voto compatto del Carroccio. Ma il mantra riguarda l’Unione Europea, i suoi comportamenti, le sue decisioni. Anche qui gli scivoloni sono sempre in agguato come quando l’ha accusata per la sentenza della Corte europea sui diritti delle coppie omosessuali: «Attentano alla famiglia e tacciono su immigrazione, tasse, disoccupazione, pensioni. Se le emergenze, secondo i burocrati di Bruxelles, sono queste, impediremo che sia un funzionario dell’Europa a decidere il destino dei nostri figli». Morisi evidentemente non aveva avuto il tempo di spiegargli che la Corte non è un organismo della Ue, tuttavia il suo staff è stato molto lesto a cancellare dalla pagina Facebook di Salvini il post, che lo sbugiardava con i tanti «mi piace» ricevuti in pochi minuti. Piccoli incidenti di percorso non in grado di rallentare la prorompente ascesa di questo milanese ringhioso (nel 2009 lanciò l’idea di riservare su tram e metro vagoni ai suoi concittadini in modo da evitare contatti con gli extracomunitari) e dall’aspetto perennemente corrucciato. In un anno e mezzo da segretario ha spazzato via il vecchio apparato leghista e portato il partito a superare i consensi di Forza Italia, almeno stando ai sondaggi. Merito dei tre no all’euro, ai clandestini, alle tasse: «Bruxelles ci massacra con l’euro e con la sua gabbia di regole assurde; l’immigrazione è ormai un’invasione pianificata, non casuale, di disperati da 3 euro l’ora; e il fisco uccide tutti noi, dal made in Italy alle partite Iva, dai dipendenti ai pen-

Marka

Alfio Caruso

sionati, a Brescia come a Lecce». Finge, però, di non ricordare che in ognuno dei provvedimenti avversati c’è il voto della Lega e spesso pure il suo, dato che Salvini è deputato dal 2008 e prima, dal 2004 al 2006, è stato parlamentare europeo. Si distinse per aver scelto come assistente Franco Bossi, fratello di Umberto. Fin qui Salvini è stato un leghista per tutte le stagioni: bossiano sfegatato, antimeridionalista accanito, padano intransigente, antitaliano assatanato. Adesso ha messo in un cantuccio le battaglie combattute dal 1987: l’autonomia del Nord, l’inesistente Padania, la secessione, i riti celtici, il battesimo con l’acqua del Po, il tricolore da uso igienico. Adesso cerca di rivestire panni più istituzionali, di mostrarsi aperto alle categorie sociali, addirittura ha cercato, senza successo, di far proseliti persino al Sud. Attacca le aperture di papa Francesco, però si atteggia a difensore della famiglia tradizionale manifestando fastidio nei confronti dei gay: sulla legge per le Unioni Civili è stato fra i più determinati, spesso ha superato in oltranzismo persino la Chiesa. Emerge un razzismo mal dissimulato dietro atteggiamenti oscillanti tra buonismo di maniera e pseudo accondiscendenza verso i più deboli. Agli antichi slogan ha aggiunto quello della ruspa da impiegare per la distruzione dei campi rom. Chi conosce la storia ha notato i tanti punti di contatto – intolleranza, caccia al presunto diverso, violenza verbale – con la predicazione nazista degli esordi quando Hitler ancora inseguiva il potere. Non ha quindi stupito la recente apertura agli estremisti di destra aderenti a Casa Pound, il primo centro sociale d’ispirazione fascista fondato nel 2003. A Roma si sono segnalati nei disordini per bloccare l’accoglienza degli immigrati. D’altronde il successo della gestione di Salvini, l’aver salvato la Lega dall’estinzione portandola a percentuali mai toccate in passato sono, per l’appunto, frutto delle mille paure agitate davanti agli occhi dell’elettorato. Le virulente campagne contro quanti vengono accusati di portar via il pane agli italiani, la trasformazione dell’euro nella causa di qualsiasi male hanno solleticato il peggio, hanno parlato alle visceri dei tanti in cerca di un obiettivo, su cui scaricare rabbia, frustrazioni, impotenza. I riferimenti sono la signora Le Pen e l’espansione del Front National. Salvini ci flirta da tempo, prova a mutuarne le campagne, ha stretto alleanza nel parlamento europeo. È stato ripagato con vibranti espressioni di simpatia personale e di apprezzamento politico. Entrambi hanno chiesto la sospensione del trattato di Schengen e il ritorno a severi controlli alle frontiere. E per niente farsi manca-

re, Salvini ci ha provato anche con Putin: ha chiesto l’abolizione delle sanzioni economiche alla Russia, «che danneggiano soprattutto le nostre aziende». In linea con il sostegno dato da Bossi a Milosevic alla vigilia della guerra balcanica del 1992 che non si era però spinto a lodare il dittatorenordcoreano, Kim Yong Un, come invece fa il suo giovane erede. Al netto dei reboanti no, della richiesta di riaprire i bordelli e di abolire la riforma delle pensioni, l’unica proposta è stata l’introduzione della «flat tax» al 15% per qualsiasi contribuente con una sola deduzione di 3 mila euro. Alle casse dello Stato costerebbe 40 miliardi di euro da recuperare con l’ormai mitica lotta all’evasione e con la speranza che dovendo pagare meno si risvegli il senso civico dei contribuenti. Di «flat tax» si parla in Italia da vent’anni, il primo a propugnarla fu Berlusconi, che in seguito l’ha accantonata per l’oggettiva difficoltà di metterla in atto. La maggior parte degli economisti la ritiene un azzardo in grado, magari, di portare alla luce i redditi da lavoro autonomo, ma con il rischio di aprire una voragine nei conti pubblici e di far pagare la crisi alle famiglie. Il compito di spiegarla e di prepararne l’attuazione è stata affidata all’ultimo pupillo, Claudio Borghi, professore alla Cattolica di Milano, assurto ad astro nascente del movimento, possibile candidato sindaco di Milano. Scoperto attraverso i suoi articoli sul «Giornale» dei Berlusconi, Borghi asserisce che, a parte la «flat tax», basterebbe uscire dall’euro per risolvere i problemi di produzione e di crescita. E annusando che il ritorno alla lira non suona bene, suggerisce l’istituzione di una nuova moneta, il leggendario fiorino dei tempi, il Trecento, in cui i banchieri fiorentini imponevano tassi e cambi all’Europa. La riunione di Bologna è servita a stemperare le profonde divisioni tra lui e Berlusconi. Salvini freme dalla voglia di emarginarlo e di ereditarne i consensi. Berlusconi non accetta ridimensionamenti nel timore che le sue aziende, assai colpite dalla crisi, ne risentano. Benché l’unione delle forze moderate abbia consentito a Toti di approfittare in Liguria dello sciagurato comportamento del Pd, l’accordo a livello nazionale non sarà facile. Berlusconi si è detto sicuro che questa alleanza, comprensiva anche di Fratelli d’Italia della Meloni, potrà raggiungere il 40% dei consensi nelle elezioni del 2018 a patto che lui sia il regista. Viceversa, dai vent’anni di militanza Salvini ha imparato che in politica non esiste domani, che quanto non si coglie sul momento può svanire per sempre. Il suo programma è molto semplice: «Questa Italia mi fa schifo e mi batterò per ribaltarla».

Le elezioni politiche in 3 dei 16 Länder tedeschi, avvenute una settimana fa, sono state al centro di numerose analisi e di altrettanti commenti, un po’ ovunque in Europa. Due riflessioni sulle conseguenze dei risultati elettorali della Renania-Palatinato, del Baden-Württemberg e della Sassonia-Anhalt, meritano di essere di nuovo poste al centro dell’attenzione: la prima riguarda l’evoluzione dello scenario politico tedesco, la seconda tocca il futuro dell’Unione europea. Dalle urne dei tre Länder coinvolti è emerso innanzitutto un forte indebolimento della cosiddetta «Grosse Koalition», l’alleanza tra la CDU/CSU ed i socialdemocratici. Le due formazioni politiche hanno registrato importanti perdite di consensi, dovute in buona parte alla gestione dell’immigrazione voluta dalla cancelliera Merkel, alle paure che l’afflusso dei migranti suscita tra la gente, ai timori che nascono di fronte alle minacce reali, o supposte tali, sulla propria vita quotidiana, sul benessere materiale, sui valori condivisi nella società e, quindi, sulla propria identità. La «Willkommenskultur» e lo slogan ripetuto più volte a Berlino: «Wir schaffen es» (ce la facciamo), sono stati, almeno in parte, smentiti. In almeno 2 dei 3 Länder interessati, la «Grosse Koalition» non è più possibile. Bisognerà ricorrere ad alleanze alternative, probabilmente coinvolgendo tre partiti. Il dato è significativo anche se è limitato a pochi Länder. Per questo, vien spontaneo immaginare che nei prossimi mesi, a Berlino, il governo formato da democristiani e socialdemocratici ne risentirà in qualche modo. L’alleanza non corre ancora grossi pericoli, ma subirà certamente nuove forti pressioni. Le elezioni nazionali del 2017 non sono più molto lontane. Il secondo importante dato emerso dalle urne, in chiave interna, è il successo ottenuto dall’AfD («Alternative für Deutschland»). Nata 3 anni or sono, per iniziativa di alcuni professori universitari che combattevano l’euro e la politica di salvataggio della Grecia, questa formazione ha trovato nella gestione dei migranti e nella paura sorta tra la gente un terreno fertile per difendere e diffondere le proprie idee, per far emergere il suo euroscetticismo e la sua avversione alle culture ed alle religioni diverse da quelle tedesche. In poco tempo si è imposta sulla scena politica, grazie anche al talento della sua leader Frauke Petry, un’ex imprenditrice, quarantenne, cresciuta nella Germania orientale come

Angela Merkel. Oggi, l’AfD non è più un piccolo partito. È entrata con un buon numero di eletti nei tre parlamenti dei Länder dove si è votato ed è presente anche in altre regioni del Paese. La complessa e sicuramente lunga crisi dei migranti consentirà all’AfD di raccogliere ulteriori consensi e probabilmente, l’anno prossimo, di entrare nel Bundestag. Sarebbe la prima volta dal 1949, anno di fondazione della Repubblica federale tedesca e la Germania rischierebbe di non costituire più un’eccezione tra i Paesi del Vecchio continente che sono alle prese con vari partiti populisti. La scena politica tedesca ha già registrato la presenza di piccole formazioni dell’estrema destra, come l’NPD o i Republikaner, ma finora nessuna formazione della destra radicale è riuscita ad installarsi alla destra della CDU/CSU nel parlamento federale. La sconfitta elettorale della cancelliera tedesca avrà qualche ripercussione anche sull’Europa. Indebolita, Angela Merkel incontrerà ulteriori difficoltà nei rapporti con gli alleati sulla gestione degli immigrati e i suoi sforzi per concordare una soluzione europea e per tenere unita l’Unione europea non troveranno facilmente uno sbocco positivo come fu possibile, per esempio, con la crisi dell’euro o con il conflitto in Ucraina. Oggi, la crisi dei rifugiati mette a nudo il persistente dominio degli interessi nazionali e, quindi, la fragilità dell’Unione. Siamo di fronte a una spaccatura del Continente, tra la parte occidentale, ancora fedele ad alcuni valori di accoglienza e di solidarietà, e quella orientale, con i giovani regimi postcomunisti contrari ad accogliere profughi islamici. Per di più, assistiamo alla violazione sistematica delle regole sulla libera circolazione, che sono alla base dello spazio di Schengen. Sul futuro dell’Ue gravano grossi pericoli. Ci vorrebbe una forte iniziativa per scongiurare queste minacce. In passato, in momenti di crisi, l’asse franco-tedesco riusciva spesso a trovare una via d’uscita. Fu così con l’Ucraina, quando Angela Merkel e François Hollande andarono insieme a trattare con Putin. Oggi, però, l’asse Parigi-Berlino è in crisi. La cancelliera ha varato la politica delle porte aperte ai rifugiati senza consultare il presidente francese e Hollande non gliel’ha perdonato. Così, Angela Merkel si ritrova sola nel tentativo di trovare una soluzione con la Turchia di Erdogan ed avrà difficoltà a fare accettare agli alleati un’eventuale intesa. È chiaro che in questo difficile momento, un buon risultato elettorale avrebbe sicuramente aiutato la cancelliera.

La sconfitta elettorale della Merkel avrà conseguenze anche sull’Europa. (Keystone)


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Politica e Economia

Libia, attrazione fatale Storia Il cruento epilogo dell’avventura di Gheddafi ha consegnato il Paese al caos, a un vuoto di potere

che da allora esercita un richiamo magnetico sui fanatici del terrorismo islamista Alfredo Venturi Lo scorso dicembre Daesh (anche noto come ISIS) ha diffuso un video in cui viene indicata Roma come prossimo obiettivo militare. Ecco i carri armati che avanzano verso il Colosseo, la bandiera nera del terrorismo jihadista che sventola sulla cupola di San Pietro. In un altro video diffuso a metà gennaio il gruppo concorrente, al Qaeda, sceglie un’impostazione difensiva: i «nipoti di Graziani», proclama Abu Yusuf al Anabi, numero due del ramo maghrebino dell’organizzazione che fu di Bin Laden, «si pentiranno di essere entrati nella terra di Omar al Mukhtar». In realtà non è affatto detto che i nipoti di Graziani, cioè le forze armate italiane, tornino in Libia «con gli scarponi sul terreno», come si dice. Ma al Anabi sostiene che ci sono già e fa riferimento a «un generale italiano che comanda a Tripoli». Probabilmente allude a Paolo Serra, consigliere militare di Martin Kobler, inviato speciale delle Nazioni Unite, il quale non comanda affatto a Tripoli ma fa quel che può per contribuire a una difficilissima operazione internazionale. Dovrebbe portare alla nascita di un governo di unità e alla stabilizzazione del territorio con l’aiuto delle forze armate occidentali: si tratta in pratica di sloggiare a suon di bombe i terroristi neri ormai pericolosamente vicini all’Europa. Comunque vadano le cose nel ribollente calderone libico, questi due messaggi prefigurano un connotato della resistenza jihadista al possibile intervento occidentale. Gli uomini di Daesh e di al Qaeda cercheranno di coalizzare la popolazione, in particolare la multiforme galassia delle milizie, attorno alla bandiera dell’anticolonialismo. Poiché come è ben noto si ammantano di motivazioni religiose, colonialisti per loro è sinonimo di crociati. Insomma il peggio del peggio, non a caso citano Rodolfo Graziani, il generale che dopo avere riconquistato la Tripolitania nel 1924 fu incaricato sette anni più tardi da Benito Mussolini di pacificare la Cirenaica con l’ordine esplicito di «pestare duro», e non se lo fece ripetere. Missione compiuta in pochi mesi, con l’uso massiccio dei bombardamenti, gli abitanti dei villaggi ribelli deportati in campi di concen-

tramento in modo da isolare i miliziani dalla loro base popolare, la pubblica esecuzione di Omar al Mukhtar, il capo della resistenza che al Anabi cita nel suo messaggio. Il video di al Anabi ripropone le scene di un film, Il leone del deserto, finanziato dalla Libia di Gheddafi e lungamente censurato in Italia. Lo diresse nel 1991 Mustafa Akkad, il regista americano di origine siriana che morirà nel 2005 ad Amman, vittima di un attentato suicida di al Qaeda. Il film di Akkad poteva contare su un cast di prim’ordine: Oliver Reed nei panni di Graziani e Rod Steiger in quelli di Mussolini, mentre Anthony Quinn impersonava al Mukhtar e l’attrice greca Irene Papas una patriota libica. Gli sceneggiatori si presero qualche libertà con l’esattezza storica: per esempio nel film il protagonista viene catturato dai soldati italiani mentre in realtà fu fatto prigioniero da un reparto di spahis libici, le truppe ausiliarie a cavallo. Un dettaglio imbarazzante, nella celebrazione cinematografica della resistenza e del suo eroe. Ma in Italia il film fu vietato a lungo: offende l’onore delle forze armate, fu la spiegazione censoria. Sarà trasmesso dall’emittente satellitare Sky soltanto nel 2009, lo stesso anno in cui Gheddafi, in visita di stato a Roma, si presenterà con la foto dell’eroe libico impiccato dagli invasori appuntata sul petto straripante di medaglie. Il capo della Jamahiria, che aveva cacciato dal Paese i coloni italiani, si faceva dunque interprete dello stesso spirito anticolonialista che oggi cavalcano gli uomini di Daesh e di al Qaeda. Eppure la stessa entità nazionale libica è figlia del passato coloniale. Prima dell’unificazione voluta dal governo di Roma la Libia in quanto tale non esisteva. Il precedente dominio ottomano si riferiva a tre distinti territori, le province costiere di Tripolitania e Cirenaica e quella interna del Fezzan. Si tratta di terre abitate da tribù litigiose, spesso reciprocamente ostili. La partizione geografica è riproposta oggi dall’attualità politica: non a caso si fronteggiano due simulacri di governo, l’uno installato a Tripoli, l’altro a Tobruk in Cirenaica. Sono le due città nelle quali s’iniziò nell’ottobre del 1911 la spedizione militare passata alla storia come guerra italo-turca. Il 4 i primi fanti di marina italiani sbarcano a Tobruk, il giorno dopo

a Tripoli. Poi arriva il resto della forza d’invasione: due divisioni più alcuni reparti supplementari, complessivamente trentacinquemila uomini agli ordini del generale Carlo Caneva. Più la marina che pattuglia il Mediterraneo per interrompere la linea di rifornimento delle forze ottomane, e la nascente aviazione che proprio durante questo conflitto si produce nel primo bombardamento aereo della storia: granate a mano scaraventate sulla base turca nell’oasi di Ain Zara, nei pressi di Tripoli, dal tenente pilota Giulio Gavotti ai comandi del suo monoplano Etrich Taube. La guerra riuscì a cacciare gli ottomani dalla Libia, ma non a conquistare tutti i libici né a pacificare l’immenso «scatolone di sabbia», come lo chiamava Gaetano Salvemini. Per lunghi anni il dominio italiano si limitò alle città costiere e a una striscia di deserto lungo il Mediterraneo. Il resto del Paese rimase a lungo fuori controllo, percorso da milizie armate come quelle che facevano capo ai senussiti della Cirenaica. Ci vorranno i metodi sbrigativi di Graziani per estendere il dominio nell’interno. Negli stessi anni le province di Tripolitania e Cirenaica vengono unificate e il territorio diventa quella colonia di popolamento che nel 1911 l’Italia giolittiana aveva sognato, contando di dirottare verso lidi amici e sicuri l’impetuosa corrente migratoria che si dirigeva oltre le Alpi o verso l’America. L’obiettivo viene

Paso doble Lo spin doctor di Lula e Chávez è stato arrestato

con l’accusa di aver ricevuto tangenti durante la campagna per Dilma

È stato arrestato per ordine della magistratura brasiliana il pubblicitario João Santana, 63 anni, noto come il «creatore dei presidenti» dell’America latina. Le manette ai suoi polsi sono scattate, sotto le telecamere e con una coreografia di agenti incappucciati e armati fino ai denti, all’arrivo in aeroporto in Brasile, dove Santana è tornato di sua volontà sapendo di essere arrestato. Era nella Repubblica dominicana dove stava lavorando alla campagna elettorale locale. A chiedere l’arresto è stato il procuratore Sergio Mouro, il regista di Mani pulite brasiliana, l’inchiesta sui fondi neri di Petrobras, l’azienda statale brasiliana del petrolio. L’accusa per Santana è di avere ricevuto 7,5 milioni di dollari in nero. La parte politicamente più rilevante dell’accusa è che parte di questa cifra, 3,5 milioni di dollari, sarebbe stata versata a Panama in un conto di una società intestata a lui e a

sua moglie, che è anche sua socia, dalla Odebrecht, la più grande impresa privata brasiliana che, secondo la teoria del pm, sarebbe la cassa in nero usata per pagamenti illegittimi da Petrobras. Lontana dall’essere una tappa qualsiasi del grande processo per tangenti, la notizia dell’arresto di Santana ha una ricaduta terribilmente politica. Se esiste la prova, finora non dimostrata, che i supposti pagamenti di Odebrecht a Santana sono stati fatti per conto della presidente del Brasile, Dilma Rousseff, il Tribunale supremo potrebbe velocemente rimuoverla dall’incarico. Santana è uno dei personaggi più potenti dell’America Latina ed è, al momento, il consigliere politico più ascoltato dalla presidente brasiliana. Il pubblicitario mago della politica ha detto che si tratta di «accuse infondate» e che in Brasile si vive «un clima di persecuzione». È un politico sopraffino, molto capace nell’arte di trasformare in slogan efficaci i programmi politici. È stato lui

stante il presidente fosse assediato dalle notizie di arresti dei suoi principali dirigenti accusati di comprare appoggio parlamentare stipendiando regolarmente deputati alleati. Era il caso del Mensalão. Santana in quell’occasione sfornò una serie di spot «lasciate che quest’uomo porti a termine il suo lavoro» con la faccia di Lula sullo sfondo. L’idea immediatamente trasmessa era che il primo presidente di sinistra, con tradizioni operaie e sindacali, stesse costruendo un nuovo Brasile più ricco e più socialmente equo, e che solo una rielezione avrebbe potuto consacrare questo modello. Lo scopo era ovviamente convincere la fascia di possibili elettori di Lula che mantenere e consolidare i vantaggi ottenuti convenisse loro molto più che reagire allo scandalo del Mensalão con un voto di punizione. La campagna funzionò. Nel 2013, quando il governo venezuelano era nel caos più totale per la morte di Chávez, Santana tornò a Caracas. Far eleggere Nicolas Maduro, personaggio di modestissimo peso politico rispetto al suo predecessore, non era certo compito semplice, tanto più in un Venezuela ormai inabissato nella crisi economica. L’unico appiglio possibile era la grande emozione suscitata in gran parte della popolazione dalla morte dell’ex presidente, diventato og-

getto di un singolare fenomeno di religiosità popolare. Santana scrisse per la campagna di Maduro la canzoncina «lui nascerà di nuovo». Su questa capacità di tradurre in poche parole efficaci lo spirito di un momento politico collettivo, si basa il talento professionale di Santana. Dice di lui Marcelo Simões, suo diretto avversario in Venezuela alle ultime elezioni, assunto come responsabile della campagna politica dell’avversario di Nicolas Maduro, l’oppositore Henrique Capriles: «Il suo grande talento è saper captare e far diventare slogan politico l’essenza del pensiero popolare. È il miglior professionista del marketing politico del mondo. È il più bravo dal punto di vista creativo e anche strategico». Santana ha sempre difeso lo stile aggressivo dei suoi spot. Nella biografia Santana, un pubblicitario al potere rivendica: «La politica è contemporaneamente la sublimazione della violenza e l’esercizio della violenza. Questa doppia natura sta nel DNA della politica. Non è la comunicazione politica che se la inventa». E a chi l’accusa di manipolare la realtà, risponde: «Tutti manipolano e tutti tentano di persuadere. C’è un confine molto sottile che separa la persuasione dalla manipolazione. E tutti, in un modo o in un altro, lo attraversiamo».

Forze governative libiche dopo aver respinto un attacco dell’Isis a Tripoli. (AFP)

Santana, finita la magia Angela Nocioni

centrato soltanto in piccola parte. Fra il 1969 e il ’70, quando gli ultimi coloni saranno costretti dal nuovo regime del colonnello Gheddafi a lasciare la Libia, gli italiani ancora residenti nel Paese saranno circa trentacinquemila. Un beffardo paradosso ha voluto che la conquista della Libia, partita con grande dispendio di risorse per assicurare all’Italia non soltanto una valvola di sfogo demografico ma anche un luogo di produttivi investimenti economici, non fu gratificata dalla grande ricchezza che dormiva nel sottosuolo. Eppure la continua ricerca di falde acquifere per alimentare l’agricoltura, considerata la vocazione principale della «quarta sponda», aveva rivelato in molte zone la presenza e l’abbondanza di idrocarburi. Ma l’Italia di Mussolini, del resto distratta da altre imprese imperiali, sottovalutò questa potenzialità al punto che durante la Seconda guerra mondiale proprio la carenza di carburante, dovuta anche al controllo aeronavale inglese del Mediterraneo che ostacolava i rifornimenti, fu tra i fattori decisivi della sconfitta italo-tedesca sul fronte libico-egiziano. Sarà la Libia indipendente nata dalla decolonizzazione a offrirsi al mondo come uno dei massimi produttori di petrolio. Accade negli anni della monarchia di re Idris al Senussi, l’ex emiro di Cirenaica incoronato a Tripoli, portatore di una visione conciliante nei confron-

ti della comunità italiana, che infatti incoraggia a rimanere perché contribuisca allo sviluppo del Paese mettendo a frutto la ricchezza dell’oro nero. Ma il sovrano amico degli occidentali scontenta i fautori del nazionalismo arabo, che per esempio lo costringono a invitare i circa seimila ebrei residenti nel Paese a migrare verso altri lidi. Il 1. settembre 1969 Idris si trova in Turchia per certe cure mediche quando lo raggiunge la notizia che un giovane ufficiale, Muammar el Gheddafi, alla testa di una giunta militare lo ha deposto senza tanti complimenti. Dal colpo di stato nasce quella che sarà la Jamahiria libica, una sorta di tirannide mascherata da democrazia diretta. Gheddafi costringe al rimpatrio la comunità italiana, chiede e ottiene consistenti riparazioni di guerra, imposta una velleitaria politica prima panaraba quindi panafricana, incoraggia i movimenti ostili all’Occidente, si atteggia a campione della riscossa di quello che in quegli anni si chiama Terzo Mondo contro l’egemonia euro-americana, che considera una moderna versione del vecchio colonialismo. All’interno governa con mano ferrea, reprimendo sanguinosamente ogni tentativo di contestazione. La sua figura avvolta in uniformi sempre più sgargianti e i racconti dei suoi eccessi dominano a lungo le cronache. Il potere assoluto di Gheddafi è fra i più duraturi della storia contemporanea: oltre quarant’anni. Fino al 2011, quando lo travolge la concomitanza di quattro elementi: una guerra civile che ancora una volta contrappone la Cirenaica al resto del Paese, l’incriminazione per delitti contro l’umanità richiesta dal procuratore presso il Tribunale penale internazionale, una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che autorizza l’uso di «tutti i mezzi» per proteggere i civili e imporre il cessate il fuoco, l’intervento delle forze aeree franco-anglo-americane. Il 20 ottobre mentre da Sirte, la città costiera nei cui pressi il colonnello è nato nel 1942, cerca di rifugiarsi nel deserto, viene bloccato da un reparto ribelle e brutalmente assassinato. Il cruento epilogo dell’avventura di Gheddafi consegna la Libia al caos, a un vuoto di potere che da allora esercita un’attrazione magnetica sui fanatici del terrorismo islamista.

a occuparsi della campagna per la rielezione in Brasile del presidente Lula da Silva nel 2006 e di quella, per nulla semplice, di Dilma nel 2010 e nel 2014. È stato lui a occuparsi prima della rielezione di Hugo Chávez nel 2012, con Chávez malato e il Venezuela asfissiato dalla crisi economica, e poi di quella del suo successore Nicolas Maduro nel 2013. È nato nello Stato di Bahia, nel nord est del Brasile. Da ragazzino scriveva testi per bande rock. Poi ha iniziato a scrivere per giornali. Un suo articolo agli inizi degli anni Novanta, pubblicato nella rivista «Istoe», fu determinante per la messa in stato d’accusa dell’allora presidente brasiliano Fernando Collor de Mello. Ha cominciato ad occuparsi di marketing politico da una decina di anni. Il debutto è stato in Argentina, con campagne per governatori e candidati sindaci, ma la grande ascesa è cominciata nel 2006 quando, in un clima di scandali politici molto pesante, riuscì a far rieleggere Lula in Brasile nono-


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Politica e Economia

La dichiarazione fiscale non deve togliere il sorriso La consulenza della Banca Migros Albert Steck

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

Se leggerete queste poche righe, speriamo che compiliate la vostra dichiarazione fiscale con il sorriso sulle labbra. E la maggior parte dei contribuenti ne ha il motivo: come dimostra la nostra valutazione, negli ultimi anni pagano molte meno tasse. Questo risultato contraddice il diffuso pregiudizio secondo il quale il fisco ci chiede sempre più soldi. Dal grafico risulta l’evoluzione dell’onere fiscale dal 2004: a Zugo, Ginevra, nei due cantoni di Basilea e nel cantone di Obvaldo è retrocesso addirittura del 20-40 percento. Soltanto nei due capoluoghi cantonali Berna e Aarau i contribuenti hanno pagato di più rispetto a dieci anni fa. Queste cifre si riferiscono a una coppia sposata senza figli con un reddito lordo di 100’000 franchi. È importante notare che nel calcolo è considerato l’aumento salariale a compensazione dell’inflazione in questo periodo. Il grafico mostra anche che normalmente i cantoni con un onere fiscale elevato hanno ridotto molto meno le aliquote. Quindi, negli ultimi decenni, le differenze tra i luoghi convenienti e quelli cari sono aumentate in misura significativa. Nel nostro

. fe

d.

Calo notevole dell’onere fiscale

Imp

Molti pensano che paghiamo sempre più tasse. Invece è vero il contrario, come dimostra la nostra analisi su scala nazionale. L’onere fiscale è diminuito quasi in tutti i cantoni, anche fino al 40 percento. Ma è un altro fattore a provocare crescenti fastidi con le imposte.

Cifre tra parentesi: attuale onere fiscale in franchi nel capoluogo cantonale

esempio la coppia di Zugo paga 3000 franchi, contro i 12’600 di Neuchâtel. Esistono notevoli discrepanze cantonali anche per quanto riguarda le soglie di reddito a partire dalle quali si devono pagare tasse. A Ginevra il fisco batte cassa se una coppia senza figli guadagna più di 53’400 franchi, mentre in Appenzello l’obbligo contributivo comincia già a partire da un reddito molto inferiore, di 8500 franchi. Questi contrasti sempre più accentuati tra i cantoni fanno sì che le imposte provochino un crescente malumore nonostante il generale calo dell’o-

nere fiscale. E non si tratta soltanto dell’accentuarsi delle differenze a livello di aliquote. Sono soprattutto le deduzioni a diventare una giungla sempre più intricata, perché ogni cantone stabilisce condizioni e limiti propri. Il totale delle deduzioni fiscali si avvicina ai 10 miliardi l’anno – una bella somma in gioco. Per risparmiarvi fastidi e dubbi nella compilazione della dichiarazione fiscale, abbiamo preparato un utile dossier con 5 x 10 consigli fiscali consultabile in Internet all’indirizzo blog. bancamigros.ch. Una piccola consolazione: il fisco ha eliminato almeno il

Evoluzione dell’onere fiscale dal 2004 al 2014 inclusa l’indennità di rincaro sui salari. Imposte cantonali, comunali e di culto per una coppia sposata senza figli con un reddito lordo di 100’000 franchi. Dati: UST

rifiuto spesso arbitrario delle deduzioni dei costi per la formazione. D’altra parte le deduzioni delle spese di trasporto dei pendolari sono una delle voci che danno adito a molti nuovi interrogativi. «Ci sono solo due cose certe nella vita: la morte e le tasse», recita un famoso detto dello statista americano Benjamin Franklin. Mi permetto di aggiungere che almeno sulle tasse siamo noi a poter influenzare quanto la questione sia rapida e indolore. Attualità su blog.bancamigros.ch: ■ 5 x 10 consigli per le vostre tasse Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Politica e Economia

Sanità e timer, binomio improprio

Allentare il freno alla spesa?

Costi della salute La riduzione delle tempistiche è associata

della Confederazione suscita riflessioni sul suo impiego. Una mozione chiede di utilizzarne la metà per l’AVS, quando il debito sarà sotto il 10% del PIL. Il freno alla spesa serve ancora?

a produttività e migliori risultati economici. Non in tutti gli ambiti dovrebbe, però, esserlo

Conti pubblici L’eccedenza nei bilanci

Edoardo Beretta Sono un sostenitore del fatto che «efficienza» e «ottimizzazione», con cui si può nel caso specifico definire il miglioramento della produttività (individuale e collettiva) per un migliore risultato economico, siano vitali in qualsiasi società post-moderna. Solo così sarà possibile conciliare a livello personale famiglia, lavoro e tempo libero oppure, sul piano societario, crescere in termini di PIL senza compromettere le già scarse risorse del pianeta. Altrettanto indiscutibile è la necessità di maggiore oculatezza nell’allocazione quotidiana di diversi fattori, fra cui rientra il tempo: in altri termini, sarà sempre più richiesto di «fare meglio (in meno tempo)». Tale principio presuppone che la qualità dell’output, cioè del risultato finale, avanzi con la diminuzione delle tempistiche ad esso collegate e per il bene «x» si necessitino sempre meno risorse (fra cui le cosiddette ore-lavoro): capovolgendone la relazione causale, il prodotto pro ora lavorativa è cresciuto negli USA dal 1947 al 2000 di più del 200%. La domanda cruciale è ora, se tale approccio quantitativista possa e debba essere trasposto a settori diversi da quello industriale, che si occupa principalmente di semi-lavorati o merci: spingendosi oltre, può ad esempio il bene «salute» essere sottoposto a misure di ottimizzazione simili a quelle sopra ipotizzate? Evidentemente, solo in parte. Se da un lato il grado di soddisfazione della clientela è migliorabile senza necessariamente compromettere la solidità finanziaria del sistema sanitario, dall’altro lato la prudenza, con cui trattare la variabile «tempo» nel caso di pazienti, non è mai troppa. È di recente pubblicazione, infatti, uno studio universitario di Philadelphia, secondo cui i parametri clinici di pazienti diabetici avrebbero subito un miglioramento al crescere dell’empatia dimostrata dal proprio medico. Dunque, non soltanto è la cura ad essere efficace, bensì anche aspetti soft quali ascolto, comprensione, dedizione e chiarezza da parte del curante, che ne accompagnano la somministrazione. Del resto, già gli antichi greci postulavano che il calice contenente il rimedio medicinale dovesse essere «orlato» di miele per addolcirne il sapore: metafore a parte, una maggiore attenzione per l’aspetto umano, che sempre accompagna una malattia, è una misura efficace per evitare ricoveri non necessari (e le spese connesse). Se tale ragionamento pare essere elementare, più arduo risulta conciliarlo con la logica del timer spesso soggiacente al consulto medico. La

Ignazio Bonoli

Il tempo dedicato ai pazienti è un investimento fruttuoso. (Keystone)

computazione del prezzo finale – anche se così calcolata solo per certe tipologie di trattamenti (ad esempio, in scatti di «x» minuti) – pare, invece, volere trasporre un criterio numerico in un settore, che si caratterizza da parte del paziente, cioè della parte fragile, per timori e bisogno di rassicurazione (entrambi time consuming). Pertanto, se in quasi tutti gli ambiti economici è nell’interesse delle parti contraenti beneficiare di tempi rapidi, in ambito sanitario il criterio «tempo» dovrebbe essere associato solo alla tempestività d’intervento curativo: al contrario, se utilizzato come variabile di calcolo del prezzo delle prestazioni erogate, vi è il rischio (almeno teorico) di esporre soggetti curanti e curati – ciascuno per i propri motivi – a ciò, che in tedesco è l’intraducibile Zeitdruck, cioè la sensazione di dovere fare in fretta. Del resto, il cronometro (in una gara, in cucina o al lavoro) non ha mai messo a proprio agio. Se ciò poi possa avere contribuito al cambio di cassa malati da parte di quasi 700’000 assicurati (8,6%)2 nel solo anno solare 2015, è di difficile ponderazione – sebbene il dubbio rimanga. I vantaggi del criterio temporale sono perlopiù identificabili con la per-

Output per ora, Stati Uniti d’America (indice 1992 = 100)1 Imprese (business sector)

Imprese extra-agricole (non-farm business sector)

1947

31,8

36,7

1957

44,7

48,2

1967

63,4

65,8

1977

79,8

81,5

1987

91,9

92,3

1997

107,8

107,5

2000

118,6

118,1

cezione di maggiore oggettività o la migliore allocazione della risorsa «tempo». Come, però, in ambito industriale sono sempre più (per quanto ancora minoritari) gli esempi aziendali di sdoganamento della «logica del cartellino» («Azione 14» del 2015) a vantaggio di una determinata dal raggiungimento (o meno) degli obiettivi prefissatisi, vale perlomeno la pena domandarsi, se anche la «logica del timer» possa essere efficacemente, cioè senza perdita di qualità e aumento dei prezzi di fornitura, sostituita (o integrata). La questione non è nuova, poiché il rapporto trinomiale fra pazienti, medici e tempo è già stato analizzato in diverse ricerche americane, che hanno fra l’altro messo in luce i rischi della «soglia 15 minuti» di cui (al più) dispongono molti medici. Per quanto possa apparire solo idealistico a fronte di diffusa carenza di personale sanitario, aumento dell’età media della popolazione (che comporta una maggiore necessità di cure) e ristrettezza generalizzata di tempo, si dovrebbe puntare piuttosto su 1) soddisfazione del paziente e 2) prevenzione di visite mediche reiterate (imputabili anche a scarsa efficacia del primo incontro). Dopodiché, la fatturazione dei consulti sanitari potrebbe avvenire senza riguardo del tempo necessitato, ma con solo riferimento alle voci di spesa mediche effettivamente impiegate. È, però, certo che tale obiettivo non sarà raggiungibile prima di avere compreso che maggiore tempo per i propri pazienti non è sinonimo di minore efficienza, ma un fruttuoso «investimento» nel benessere collettivo. Come si suole dire, l’eccezione che conferma la regola.

Una delle cause – probabilmente la principale – all’origine delle crisi che caratterizzano questo inizio di secolo – è certamente l’indebitamento, tanto pubblico, quanto privato. La prima grande crisi è stata quella immobiliare negli Stati Uniti, nel 2007, con il rischio di paralizzare l’intera economia finanziaria mondiale nel 2008, seguita dalla crisi dell’euro nel 2010. Da qui i numerosi appelli e anche le misure concrete per ridurre questo indebitamento soprattutto pubblico. È però ancora raro vedere risultati concreti di queste misure. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, alla fine del 2015, l’indebitamento pubblico era in media ancora al 120% circa del Prodotto interno lordo (PIL). L’incremento è stato intenso e veloce, se si pensa che questa media era ancora al 75% nel 2007. Paesi come il Giappone (234%), la Grecia (180%) o anche l’Italia (149%) sono ancora ben lontani dai parametri virtuosi, per esempio come quelli dell’Unione Europea (60%). In Svizzera, il problema non è d’attualità, ma si pensa piuttosto a come usare i margini di manovra per sostenere l’economia. Nei confronti internazionali, la Svizzera, con la Norvegia, è molto lontana dalle medie di indebitamento globale mondiale (debiti pubblici, privati e delle imprese non finanziarie) e anche di quelle dei soli Paesi industrializzati, ma con un PIL per abitante ben superiore. Tuttavia, come si è visto recentemente, anche la Svizzera non è al riparo dalle conseguenze di una eventuale crisi mondiale.

Finanziare l’AVS tramite avanzi di esercizio potrebbe indurre a posticipare riforme necessarie Anche per questo i risultati del bilancio 2015 della Confederazione, con un inatteso avanzo di 2,8 miliardi di franchi (vedi «Azione» del 29.2.2016) stimolano i politici a chiedere interventi a favore di questo o quel settore dell’attività governativa. Alcuni mettono in forse anche il metodo del freno alla spesa, che peraltro aveva suscitato parecchia ammirazione anche all’estero. Metodo che sarebbe troppo rigido e applicato con eccessiva diligenza dal

Consiglio federale, che si precluderebbe così la possibilità di una politica più favorevole all’economia. Critiche di questo tipo si fanno strada anche negli ambienti di centro e di centro-destra. Non è quindi un caso che anche il gruppo PPD alle Camere federali sostenga in questi giorni una mozione del lucernese Leo Müller, che chiede di non utilizzare sempre gli avanzi d’esercizio soltanto per ridurre il debito pubblico della Confederazione. In concreto la mozione chiede che, quando l’indebitamento netto della Confederazione non supera il 10% del PIL, la metà dell’eccedenza di bilancio venga versata al Fondo di compensazione dell’AVS. A fine 2015, l’indebitamento netto della Confederazione (debito lordo meno sostanza finanziaria) era all’11,1%. È probabile che esso possa scendere entro quattro o cinque anni sotto il 10%. Le possibilità di una simile misura (peraltro piuttosto prudente) sono concrete. Si sa che anche il Consiglio federale sta valutando un possibile allentamento del freno alla spesa, attuabile attraverso una modifica di legge, senza ledere il dispositivo costituzionale. Ma proprio dall’introduzione del freno, nel 2003, la Confederazione ha già potuto ridurre il debito pubblico di una ventina di miliardi di franchi. Però l’uso delle eccedenze di bilancio comporta anche qualche pericolo, dal momento che le esigenze sono molte e il Parlamento è di solito più propenso a spendere che a risparmiare. La mozione Müller ha però un pregio: quello di venire in soccorso all’AVS che, anche dopo la riforma oggi in discussione, subirà pesanti conseguenze per le generazioni future, visto il costante invecchiamento della popolazione. L’invecchiamento della popolazione, accanto al forte indebitamento dello Stato (non è il caso in Svizzera) è una delle cause principali delle difficoltà degli istituti di previdenza sociale nel mondo intero. Istituti che soffrono anche dello scarso rendimento dei loro investimenti, anche in questo caso a causa di politiche monetarie troppo espansive e quindi di bassi tassi di interesse. Ma un finanziamento attraverso l’avanzo d’esercizio, che in pratica è sempre un finanziamento tramite le imposte, peserà anche sulle generazioni future e potrebbe rinviare nel tempo altre misure urgenti, quali l’aumento dell’età di pensionamento. Misura comunque impopolare che i parlamentari attuali potrebbero evitare, senza preoccuparsi delle ripercussioni a più lunga scadenza.

Note

1. http://groups.csail.mit.edu/mac/ users/rauch/worktime/output_per_ hour.pdf 2. https://it.comparis.ch/comparis/ press/medienmitteilungen/artikel/2016/krankenkasse/wechselquote-2015-2016/krankenkassenwechsel-2015-2016.aspx Anche il Consiglio federale sta valutando se rivedere il freno alla spesa. (Keystone)


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Politica e Economia

Storia di una sopraffazione

Altri luoghi, altre presenze Sulle tracce di Anna Göldi, l’ultima donna ad essere condannata a morte

per essere una strega, in quello che oggi è un parcheggio come tanti a Glarus Franco Facchini Lo sentivo. Era come lo sentissi. Lo sentivo, l’odore del sangue. Lo sentivo davvero, mentre a fiotti se ne andava fuori dal corpo, fuori dal collo separato dalla testa. Non era vero quello che sentivo ma veramente lo sentivo. E lo vedevo. E vederlo era quasi come immaginarlo, tra quelle automobili parcheggiate, in quello spiazzo asfaltato, tra una collinetta e un prato, situato più in basso a distendersi lungo il suo cielo. Mi sentivo lì tra la folla tumultuante ad assistere a quello spettacolo macabro. Era come fossi lì quel 13 giugno del 1782, lì a Glarus, dove sono adesso a guardare un po’ stranito tutte quelle auto parcheggiate e dove vedo gente che non c’è più e vedo lei, Anna Göldi, e vedo i suoi capelli biondi sopra quel suo bel volto rotolare a terra e lasciare per sempre il corpo ancora attraente, nonostante le avversità del destino e le difficoltà di una vita e il peso dei suoi 48 anni, che allora non erano poi così pochi, e, infine, le torture patite per confessare colpe non sue, per confessare di aver stretto un patto col diavolo, presentatosi a lei con le fattezze di un cagnaccio nero. «È stato il diavolo a ispirarmi». Questo dirà l’11 aprile di quello stesso anno, dopo essere stata ingiuriata nell’anima e nel corpo dai suoi giudici e dai suoi aguzzini. Salvo poi ritrattare e riaccusarsi di nuovo stretta nella morsa inquisitoria. Tutto iniziò due anni prima, quando Anna si trasferì a Glarus per pren-

dere servizio in qualità di cameriera nell’abitazione di Johann Jakob Tschudi, importante e influente rappresentante della comunità evangelica locale. E continuò quando, circa un anno dopo, tra Anna e Anna Maria, la figlia di otto anni del padrone di casa, scoppiò una lite a quanto sembra piuttosto violenta. Quale ne fu la causa? Ancora adesso non si può dare una risposta certa. Qualche giorno dopo la madre della bambina rinvenne, a suo dire, alcuni chiodi nella scodella del latte. E ne rinvenne ancora nei giorni seguenti. Questo provocò il licenziamento della Göldi, che però non si rassegnò a quello che riteneva un sopruso, denunciando l’accaduto alla autorità più importante di tutto il cantone: il Camerlengo Johann Jakob Tschudi, omonimo e parente del datore di lavoro di Anna. Il fiume Linth continuava a scorrere nella vallata e il monte Tödi, un po’ più lontano, un po’ più in alto, aspettava immobile che la neve che lo ricopriva se ne andasse via per far posto alla primavera. Glarus viveva nel suo rigore politico-religioso e nel parlottìo sempre più insistente dei suoi abitanti. Si insinuò rapidamente nella mente di molti che tra la Göldi e il suo padrone ci fosse stata una tresca amorosa e per questo si fosse arrivati al licenziamento. Nel frattempo, Anna Maria cominciò a presentare sintomi forse di epilessia. E a chiodi si aggiunsero chiodi, altri chiodi, che, questa volta,

Casa Zwicky, a Mollis, canton Glarona, oggi sede del museo dedicato a Anna Göldi. Dal 1768 al 1774 vi visse come domestica. (Keystone)

vennero vomitati dalla bambina. Così almeno sostennero i familiari, che accusarono Anna di aver provocato tutto questo con l’aiuto del Maligno.

Così la Göldi venne arrestata. E non era la prima volta, perché già lo era stata anni addietro per il presunto omicidio del suo piccolo figlio. E per questo

trascorse due anni in galera, dopo essere stata esposta alla gogna. Gelosia della moglie? Paura del marito di sprofondare in uno scandalo assai pericoloso, viste le leggi severissime del cantone in materia di moralità sessuale? I suoi precedenti giudiziari? Quale fu la vera causa del suo licenziamento e del suo arresto? Forse tutte queste cose insieme ne provocarono la fine tragica, non certo le assurde accuse di stregoneria. E mentre le filande continuavano a lavorare il cotone e così pure le fabbriche di tegole lavoravano intensamente, questo piccolo spiazzo, ora adibito a parcheggio, servì da platea e palcoscenico alla morte di una donna entrata casualmente in un perverso intrigo. L’ultima strega venne giustiziata. Ora sembra tutto molto lontano. Ma quanto lontano? Non siamo forse ancora dentro un complesso, naturale sistema di sopraffazione? Non abbiamo forse ancora bisogno di scusarci? Ora sembra tutto cambiato. Ma, forse, di cambiato c’è solo un pezzo di panorama, con le case e gli alberi, e qualche consapevolezza di dover fare quello che non riusciamo a fare. Proprio ora un aeroplano passa rumorosamente sopra di me. Automobili e motorette corrono sulla strada qui accanto, ma continuo a vedere, sempre più sfumate e irreali, quelle figure di uomini e donne che non ci sono più. E vedo i capelli biondi di Anna Göldi intrisi di sangue, adagiati sull’ora di adesso. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Il turismo ticinese tra presente e futuro Per il turismo ticinese il 2015 è stato un anno senza. I pernottamenti in albergo sono diminuiti, rispetto all’anno precedente, di più del 5%. È vero che anche Vallese e, specialmente, il Grigioni hanno avuto cali importanti. Ma questo non può consolare gli operatori turistici ticinesi. Sì, perché la forte diminuzione dei pernottamenti del 2015 non fa che accelerare una tendenza al ridimensionamento di questa attività economica che, oramai, è in atto da più decenni. Al capezzale del turismo ticinese sono così accorsi molti specialisti. E ognuno naturalmente ha voluto dire la sua. A ben vedere nel pronunciare le loro prognosi gli esperti si dividono in due scuole. Ci sono quelli che mettono soprattutto l’accento sui fattori negativi contingenti: l’abbandono del cambio minimo con l’euro o le difficili condizioni meteorologiche. Ci sono invece altri che insistono sulla tendenza di fondo e preannunciano la scomparsa della domanda estera nelle regioni alpine del nostro Paese. Per i non specialisti è difficile stabili-

re da che parte sta la ragione. Se consideriamo solamente il caso ticinese è probabilmente giusto affermare che hanno ragione le due scuole: quella che insiste sui fattori negativi passeggeri come pure quella che si preoccupa della tendenza negativa di lungo termine. Lo possiamo vedere seguendo l’evoluzione dei pernottamenti in albergo dei turisti provenienti dalla Germania. È opportuno precisare che i tedeschi con gli svizzeri sono i due contingenti più importanti della

domanda turistica ticinese. Nel 2015 c’è stato un vero tracollo dei pernottamenti di turisti provenienti dalla Germania. In termini percentuali il numero dei loro pernottamenti è calato, in Ticino, di quasi il 22%. Una vera e propria stangata. È utile aggiungere che la portata di questa diminuzione è molto più ampia di quella della diminuzione di valore dell’euro rispetto al franco (circa 10% sull’arco dell’anno). Teniamo poi conto che il rincaro nei prezzi degli

Pernottamenti di turisti germanici in Ticino

alberghi ticinesi, in seguito alle molte azioni di contenimento avviate dai nostri albergatori, deve aver diminuito ancora di più l’effetto dell’abbandono del cambio minimo con l’euro sui prezzi del soggiorno. Ragione per cui, se dovessimo ragionare solo in termini di rapporto tra variazione dei pernottamenti e variazione dei prezzi, dovremmo concludere che, per quel che riguarda il contingente di turisti germanici il valore dell’elasticità della domanda è molto elevato. Di conseguenza è anche lecito affermare che il grado di sostituibilità delle destinazioni turistiche, sempre per quel che riguarda questo contingente, è pure molto elevato. Il fattore contingente costituito dall’abbandono della soglia minima per il cambio con l’euro è dunque stato di grande importanza nel determinare la riduzione del numero dei pernottamenti di turisti germanici nel 2015. Ma, purtroppo, questo calo non è un fatto nuovo. Se diamo infatti un’occhiata al grafico ci accorgiamo che il dato del 2015 si inserisce molto bene in

una tendenza che è in atto dal 1980 ossia, più o meno, da quando è stata aperta la galleria autostradale del San Gottardo. Mentre l’effettivo dei pernottamenti di turisti tedeschi in località turistiche straniere, nel corso degli ultimi tre decenni, è leggermente aumentato, in Ticino assistiamo a un declino praticamente continuo, interrotto solo ogni venti anni da brevi impennate difficili da spiegare. Per i germanici, nel corso degli ultimi decenni, il Ticino, come destinazione turistica, è diventato sempre meno attrattivo. Visto nella prospettiva dell’evoluzione di lungo termine il calo della domanda nel 2015 non ha quindi niente di eccezionale. I fattori negativi di questa stagione non sono stati così determinanti. Determinante, purtroppo, è la tendenza continua al declino. La stessa ci dice che il Ticino, come destinazione turistica, si avvia ad essere unicamente una regione di svago di prossimità per gli abitanti delle due metropoli confinanti, la milanese e la zurighese.

in realtà c’è stato un po’ di spavento. Come spesso accade quando ci si muove dando retta a umori volubili, il risultato della cautela è stato finora deludente. Sono tutti arrabbiati: la Confindustria, per prima, sul banco degli imputati assieme al governo (viene considerata l’ispiratrice della legge, quella che ha maggior presa sul liberale Macron), buona parte dei sindacati e quasi tutte le associazioni giovanili. La protesta continuerà, perché una volta che le debolezze vengono rivelate, nessun compromesso vale più: l’obiettivo è il ritiro completo della legge. Con tutta probabilità il governo non cederà fino a questo punto, parrebbe abbastanza azzardato spendersi tanto per una riforma e poi al primo intoppo dimenticarsela, ma i calcoli stanno diventando complicati. Se i giovani in piazza continuano a ripetere che piuttosto che rivotare un socialista passeranno con il Front na-

tional o con l’arcinemico dei Républicain, l’ex presidente Nicolas Sarkozy, lo spavento non è destinato a passare. Anche perché il Partito socialista è irrimediabilmente spaccato: Macron e Valls sono vissuti come corpi estranei, la El Khomri che li segue pure, l’unico ancora che si salva, si fa per dire, è Hollande, che però questi ministri li ha scelti e quindi ha le sue responsabilità. Già si parla di misure estreme, cioè di applicare quella formula che permette di far passare una proposta del governo «a forza». È già stata utilizzata due volte da questo esecutivo, mentre prima d’ora non se ne conosceva quasi l’esistenza. Le riforme sono una priorità, anche perché sono necessarie in una Francia che non riesce a curare la disoccupazione, ma le riforme imposte rischiano di avere un prezzo talmente alto che neppure qualche passo indietro potrebbe più essere sufficiente.

amava ripetere che «la cattedra non è per i profeti e i demagoghi». Problematica rimane anche la relazione con la politica. La quale finora si è interessata poco alla «sua» università. L’Usi non è argomento di dibattito, né nei palazzi del potere, né fuori, nei consessi dei partiti. È un buon segno? Non del tutto. Certo, meno interferenze ci sono, meglio è. Ma non è detto che un albero lasciato solo cresca nel modo auspicato. A volte alcuni rami si allungano troppo, soffocandone altri. Prendiamo l’elenco degli insegnanti: i numeri sono impressionanti. La sola Facoltà di scienze della comunicazione impiega: prof. ordinari: 11; straordinari: 6; assistenti: 5; titolari: 2; aggregati: 3: docenti: 105; assistenti con dottorati: 32; assistenti dottorandi: 43. Per la Facoltà di scienze economiche i numeri sono questi: ordinari: 18; straordinari: 6; assistenti: 6; titolari: 1; docenti: 59;

assistenti con dottorati: 14; assistenti dottorandi: 58. Naturalmente chi scrive non è in grado di giudicare se tali effettivi rientrino nella norma oppure no. Quella dei «docenti», possiamo immaginare, è una categoria dal «pensum» circoscritto, che non oltrepassa la manciata di ore a semestre. Ma questi semplici dati – che non tengono conto di altre figure, come i collaboratori scientifici, i tecnici e gli amministrativi, e poi i numeri delle altre due facoltà, informatica e architettura – qualche preoccupazione sulle dimensioni assunte nell’ultimo decennio la nutrono. L’Usi nei prossimi anni continuerà ad espandersi. Arriverà una nuova facoltà, la quinta, quella di medicina. Nuove offerte ma anche nuovi costi. L’augurio è l’Usi abbia tutto sotto controllo, «alles im Griff». Per non dovere, un giorno, fare dolorosi passi indietro.

Affari Esteri di Paola Peduzzi La gauche si spacca sul lavoro Q uando il governo francese ha presentato la sua riforma del lavoro, che introduce elementi di flessibilità in un mercato rigidissimo, sapeva che avrebbe trovato resistenze presso i sindacati e presso l’ala più radicale del Partito. Quando poi però ha visto la piazza piena per la prima volta, da 250 mila a 400 mila manifestanti in tutta la Francia a seconda delle fonti, con un’organizzazione che pareva alla vigilia impossibile, si è spaventato. La piazza francese, si sa, ha un fascino e una forza tutti particolari, rimanda al Sessantotto e a una storia molto intensa, che appassiona molto i commentatori e i fotografi, ma che atterrisce i governanti. I giovani, poi, si sono rivelati inarrestabili. Vengono sempre descritti annoiati e disinteressati, ma poi sono loro che si mostrano di più, e sono loro i più grandi nemici, oggi, della riforma del governo di Parigi, sono loro che sono andati

in piazza a migliaia, gridando ogni genere di slogan, anche un po’ retrò e certo non progressista, guadagnandosi una copertura mediatica enorme. «Le Monde» ha pubblicato i ritratti in bianco e nero di molti protagonisti di questa rivolta pacifica, con i loro nomi e i loro impieghi e le loro motivazioni, quasi a dire: cari governanti, non la passerete liscia. Chi ha memoria storica, e il presidente François Hollande ne ha tantissima, anzi vive di passato, ricorda bene che cosa accadde a Jacques Chirac nel 1986, a Michel Rocard nel 1990, a Edouard Balladur nel 1994, a Lionel Jospin nel 2000, a Dominique de Villepin nel 2005. Per sopravvivere, questi leader francesi hanno tutti dovuto fare passi indietro, mitigare le proposte, rimangiarsi la parola, perché non erano in grado di reggere l’urto di una protesta che pareva non finire mai. Per questo fin dall’inizio, fin da quando il

premier, Manuel Valls, con la ministra del Lavoro Myriam El Khomri (che dà il nome alla riforma) e l’inesauribile ministro dell’Economia Emmanuel Macron, hanno presentato la legge, Hollande ha invitato tutti al dialogo e alla cautela. Cerchiamo di capire quel che fanno gli altri, comprendiamoli, vediamo di non spezzare trattative e anzi di insistere con gli inviti. I deputati più irosi, che dichiarano guerra ogni giorno al governo riformatore perché sentono tradita la promessa «socialista», qualsiasi cosa sia, hanno iniziato a dire alle televisioni e ai giornali che Hollande non può permettersi di perdere il pubblico dei giovani, sarebbe un suicidio politico, e l’anno prossimo si vota. Così un po’ alla volta il panico ha raggiunto l’Eliseo e di lì si è sparso anche altrove. È così che si spiega il passo indietro che Valls ha fatto sulla riforma. Dettagli tecnici, migliorie, si è detto, ma

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Auguri all’università, con qualche domanda L’Università della Svizzera italiana compie vent’anni: un bel traguardo per il secondo ateneo più giovane della Confederazione, nato negli anni 90 sulle ceneri di un’amara sconfitta, quella che affossò il Cusi, Centro universitario della Svizzera italiana (1986). Perché l’Usi poté nascere e invece il Cusi no? Perché nel frattempo erano mutati gli equilibri politici. Il Cusi giunse alle urne per effetto di un referendum, l’Usi no, non dovette superare lo scoglio del giudizio popolare, fu sufficiente il voto parlamentare. Col senno di poi, possiamo dire che la bocciatura del Cusi fu provvidenziale. Non avremmo avuto una vera e propria università, solo un centro studi allargato, destinato al perfezionamento post-accademico. Insomma: un Ire (Istituto di ricerche economiche) potenziato con ambizioni limitate. Allora politici e intellettuali preferivano l’«usato sicuro». Le sfortunate

vicende della rivendicazione universitaria, le cui radici risalivano a metà Ottocento, consigliavano prudenza. Sembrava che la Svizzera italiana non fosse in grado di compiere il grande balzo. Rischi elevati, pochi mezzi, assenza di tradizione. E invece l’Usi ha visto la luce, e con essa altre scuole, altri istituti superiori come la Supsi; ha dato vita ad un circolo virtuoso che ha permesso di attirare studenti e investimenti, docenti blasonati e ricercatori, inserendosi in tal modo nel circuito internazionale. Da questo punto di vista, il bilancio del ventennale è positivo e incoraggiante. E le ombre? Ci sono anche quelle. Di tanto in tanto ci capita di interrogare sul tema colleghi giornalisti e insegnanti attivi nei licei. La risposta sulla rilevanza e la presenza dell’Usi nella vita economica e culturale della regione è spesso negativa. Per alcuni è

diventata un «feudo» governato dalla Lega e da Comunione e Liberazione; per altri una semplice filiale della rete universitaria italiana; per altri ancora un corpo estraneo, che non si occupa delle questioni che angustiano l’opinione pubblica ticinese. Il rapporto tra l’Usi e il territorio in cui è inserita è matassa difficile da sbrogliare. Bisogna avere chiarezza su compiti e finalità. Un’università è innanzitutto un luogo di studio, di formazione e di ricerca, dunque uno spazio che trascende la realtà locale; uno spazio persino «disinteressato», in cui rimane possibile esplorare campi lontani dalle ambasce immediate della vita e del lavoro. D’altro canto, un’accademia deve poter intervenire anche sulle questioni che agitano il mondo politico e la pubblica opinione, senza scadere nella faziosità e nel tornaconto personale. In questo senso ci piace ricordare Max Weber, il quale


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Cultura e Spettacoli Quando le donne aspettano Dopo Franca Valeri, Miranda July... tutte le scuse che siamo disposte a mettere in campo quando quel maledetto telefono non suona

Il sentire femminile Il Municipio di Riva San Vitale dedica i propri spazi ai recenti lavori di Marisa Casellini e Manuela Villa-Petraglio

Hip hop come stile di vita Big Bang Family non sta solo per hip hop, ma anche per eventi e merchandising

Pellicole fiume Grazie anche alla tecnica digitale, i film odierni superano i record di durata

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Markus Raetz, Hasenspiegel, 1988-2000. (© 2016 Markus Raetz, Prolitteris, Zürich. Foto Peter Lauri, Berna)

L’inganno della realtà Mostre A Lugano una personale dedicata all’artista svizzero Markus Raetz Alessia Brughera Sono pochi gli artisti che con ludica leggerezza riescono a stimolare riflessioni profonde. Uno di questi è sicuramente il bernese Markus Raetz, protagonista in questi giorni di una mostra al Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano. La rassegna – la prima personale di Raetz in Canton Ticino – testimonia il suo singolare percorso creativo, sempre volto a sollecitare con ironia e intelligenza il nostro occhio e la nostra mente. Le molte opere raccolte sono rappresentative del suo variegato vocabolario artistico, che già a partire dagli esordi si esprime attraverso diverse tecniche, tutte utilizzate con estrema libertà. Vi troviamo sculture, incisioni e disegni realizzati dal maestro svizzero in un cinquantennio di continue sperimentazioni, di approcci audaci e di intuizioni il cui filo rosso è la coesistenza di una semplicità formale e di un’intensità di significato. Artista studioso e instancabile esploratore della realtà, Raetz scruta, sonda, valuta tutto ciò che lo circonda. Torna spesso sulle sue considerazioni,

le riprende, le ribalta, le sovverte per approdare a nuovi modi di interpretare e comprendere le cose. Spesso le annota sui taccuini (molti dei quali sono esposti in mostra), quaderni popolati da appunti, idee e schizzi accuratamente radunati che documentano le trasformazioni del suo pensiero e che diventano un prezioso repertorio di spunti a cui dare concretezza nelle opere. Molti sono i rimandi culturali nei lavori dell’artista, mai ostentati, piuttosto suggeriti. Per coglierli è necessario che anche l’osservatore diventi acuto indagatore del reale, in modo da scoprirne il risvolto inedito. La ricerca di Raetz è alimentata dalle fonti più svariate, combina alta erudizione e riferimenti popolari, si fa ispirare dalla letteratura, crea affinità con autori e movimenti diversi, approfondisce nozioni appartenenti a molteplici discipline. Le soluzioni a cui approda sono vicine all’Optical Art, al Surrealismo e all’arte concettuale, si misurano con la fisiognomica, indagano fenomeni visivi quali l’anamorfismo, in una prassi che è gioco ma soprattutto meditazione. Il tema principale della produ-

zione di Raetz è difatti la natura della percezione. Egli lavora sulle dinamiche ottiche e sulla relatività della visione, divertendosi a stimolare lo spettatore per renderlo consapevole di quanto sia labile il confine tra la realtà e l’impressione che abbiamo di essa e di come una forma possa mutare sotto il nostro sguardo assumendo sembianze e accezioni differenti. Nella mostra luganese sono presenti numerose sculture realizzate dall’artista proprio per instaurare un vivace dialogo con chi le osserva. Sono opere modellate in strutture essenziali, spesso con materiali di facile reperibilità, come fili di ferro, specchi o ramoscelli d’albero, che rivelano la loro immagine multipla con il variare del punto di vista da cui vengono guardate. La trasformazione avviene proprio davanti ai nostri occhi, basta muoversi tutt’attorno alla scultura fino a raggiungere la giusta prospettiva da cui l’aspetto e il significato iniziali appaiono completamente diversi. Ecco allora che un sì può diventare un no (Crossing, 2002), tutto può diventare niente (Tout/ Rien, 1996), un coniglio può diventare la sagoma di Joseph Beuys (Hasenspie-

gel, 1988-2000). Così un’affermazione finisce con il coincidere con una negazione, la totalità con il nulla, un animale con un essere umano: ogni cosa è relativa, un concetto e il suo contrario possono convivere. Le opere di Raetz diventano una miscela di geometria e psicologia della percezione, giochi di riflessi e di traiettorie che innescano considerazioni sulla volubilità di forme e pensieri. Accanto alla produzione scultorea dell’artista, la rassegna riserva ampio spazio a quella grafica, con una nutrita quantità di lavori eseguiti con differenti tecniche incisorie, a dimostrazione di una grande versatilità e di un’apertura creativa che non teme il confronto con linguaggi sempre nuovi. Anche in queste opere è spesso presente l’idea di metamorfosi come un processo che si avverte attraverso una lenta e attenta osservazione. È quello che succede ad esempio nella serie realizzata all’acquatinta dal titolo Person D, del 1985, dove il medesimo viso viene alterato progressivamente nella successione degli strati man mano che la morsura corrode più a fondo. Un’area a parte rispetto al percor-

so espositivo è dedicata a un progetto che Raetz ha concepito appositamente per la mostra di Lugano. Si tratta di Chambre de lecture, una leggiadra composizione costituita da più di quattrocento profili in fil di ferro sospesi alle pareti. Il minimo flusso di aria li esorta ad animarsi facendo sì che mutino di continuo, ora distorcendo la loro fisionomia fino a ridurla a un segno astratto ora dando vita a dialoghi silenziosi fra uno o più elementi. Poetica riflessione sul volto umano e sulle sue variazioni – tema molto caro all’artista che in gioventù si è dedicato anche alla caricatura – quest’opera ci parla della capacità di vedere le cose da un’angolazione inusuale per accorgersi delle loro mutevoli relazioni. Perché niente è solo come appare, tutto è in perenne trasformazione. Dove e quando

Markus Raetz. Museo d’arte della Svizzera italiana, Lugano. LAC Lugano Arte e Cultura. Fino al 1. maggio 2016. Orari: ma, me e do 10.30-18.00; gio, ve e sa 10.30-20-00; lu chiuso. www.masilugano.ch


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Cultura e Spettacoli

Perché non ti fai vivo? Pubblicazioni Spesso i rapporti sentimentali sono permeati da tutta una serie di malintesi,

altri dal tentativo (sempre fallimentare) di travisare una realtà peraltro molto palese Mariarosa Mancuso Uno dei più riusciti e fulminanti monologhi di Franca Valeri si intitola Il suo fascino. Inchioda a futura memoria la tipologia femminile che scambia un «no» per un «sì» e una fuga precipitosa per una dichiarazione d’amore appassionato. «Che stupidone, non osa più nemmeno tornare a casa perché ha paura d’incontrarmi, ogni volta che mi vede perde la testa» è l’attacco. Il presunto innamorato pazzo si nega sempre al telefono («lo fa perché è tanto timido»). Sulle scale non saluta, quando può cambia strada, e non si sognerebbe mai di rivolgerle la parola. Esce tutto elegante, la portinaia dice che lo aspettano donne bellissime, ma non basta per guarire la fissazione: «È perché così spera di dimenticarmi più facilmente». Per crudeltà, fa il paio con L’attesa, sempre Franca Valeri: un appuntamento a cena – lei intanto si è vestita, profumata, e ha provato le civetterie da ristorante – che lui tenta di rimandare, dicendo «faccio tardi». «Ma allora per un caffè», ribatte lei, e poi rilancia con il cinema alle dieci e un quarto, poi un appuntamento a mezzanotte. Finché il fedifrago confessa che sta partendo, anzi è già partito, troppo tardi per un saluto alla stazione. Non tornerà neppure la sera successiva (in ogni caso non si farà vedere, né chiamerà, noi lo abbiamo ben chiaro). Più modernamente, aveva inquadrato la categoria il libro La verità è che non gli piaci abbastanza di Greg Behrendt e Liz Tuccillo (poi diventato un film diretto da Ken Kwapis). Nel mezzo, un altro manuale intitolato Le regole, e pazienza se tali regole di condotta erano già note alle zie e alle nonne sagge che puntavano al matrimonio. Intanto Anna Momigliano su «Rivista Studio» faceva notare che la grande antenata va

riconosciuta in Elizabeth Bennet, da Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen: Darcy è scostante, antipatico, parla male di lei, perché tanta insistenza? Mancava una scrittrice all’altezza di Franca Valeri, per aggiornare un po’ la situazione. Almeno dal punto di vista ambientale, perché come testardaggine siamo alle solite. «Sarebbe dovuto passare sul mio cadavere per riagganciare», pensa Cheryl Glickman, quarantenne un po’ fuori di testa, quando sente l’amato Philip dire «mi sa che devo andare». Unilateralmente amato: il collega di lavoro all’Open Palm (ditta californiana che produceva video di autodifesa per donne, e ora ha scoperto che si fanno più soldi suggerendo le stesse mosse come ginnastica dimagrante) nulla sospetta. Neanche quando Cheryl rispolvera il «se ami il rischio fammi un fischio» – davvero fuori registro in tempi di Whatsapp. La situazione si complica quando Philip chiede «puoi parlare?». Le aspettative crescono quando chiede a Cheryl «vivi sola?», onde poter fare una confessione. Ha qualcosa da rivelare che lo agita parecchio, ma appena ottenuti un paio di sì – sì posso parlare, sì vivo sola – il momento magico finisce e tutto viene rimandato all’indomani. Lei va di certezze, tutte nella sua testa: «Una confessione che fa sudare le persone o è criminale o è romantica. E quante volte la gente, la gente che conosciamo, commette dei veri crimini?» Quasi mai, si risponde, e va a dormire coltivando illusioni. Abbiamo incontrato Cheryl Glickman nel romanzo di Miranda July appena uscito da Feltrinelli con il titolo Il primo uomo cattivo. Avevamo invece scoperto Miranda July vedendo al Festival di Cannes il suo primo film Me and You and Everyone We Know. Eravamo entrati in sala accompagnati

La fionda del ragazzino e i migranti Cinemando Dopo

Venezia Rosi incanta anche Berlino Fabio Fumagalli *** Fuocoammare, di Gianfranco Rosi, documentario (Italia 2016)

Il nuovo romanzo di Miranda July.

dal pregiudizio – fondato, come insegna l’esperienza – che nutriamo verso i videoartisti e i performer (miss July è stata ospitata e acclamata al MOMA, al Guggenheim Museum, al Whitney Museum). Ne siamo usciti stupefatti per la meravigliosa scrittura, e certe scenette che oggi possono sembrare vecchie – come le chat porno dove i ragazzini si fingono adulti – ma nel 2005 erano nuovissime. Nel suo secondo film, The Future, c’era un gatto a far da voce fuori campo: un micio vero, e piuttosto malconcio, adottato da una coppia che prima di provarci con un bambino voleva fare le prove generali. Storie bizzarre come quelle che si trovano nei suoi racconti, intitolati Tu più di chiunque altro – si comincia con una donna che dà lezioni di nuoto nel salotto di casa. E ora il

romanzo, celebrato da Lena Dunham di Girls e da George Saunders (che oltre a Pastoralia e Dieci dicembre ha scritto un elogio della gentilezza, con il titolo L’egoismo è inutile): «Quando ho dubbi sulla potenza del linguaggio e dell’intelligenza mi basta leggere poche righe della July per ritrovare la fede». Gentilezze tra scrittori, in questo caso un tantino esagerate. Cheryl è un bel personaggio, con le sue fissazioni e le sue regole per tenere la casa in ordine: un solo piatto, una sola forchetta, un solo bicchiere, e mai spostare le cose, si legge in piedi accanto alla libreria e si mangia in piedi vicino al frigo. Latita invece la trama, con tanto di deriva sadomaso e delirio di maternità: la scrittura di Miranda July funziona meglio nei dialoghi e nei racconti che sulla lunga distanza.

Non è facile far coincidere i lustrini del mondo del cinema, i fastidi grassi dei festival e dei litigi critici (Fuocoammare ha appena trionfato a Berlino) con la tragedia epocale che si sta svolgendo da anni a Lampedusa, uno degli approdi delle migliaia di emigranti in fuga. L’opera di Gianfranco Rosi, uno dei documentaristi più fecondi e sensibili del nostro tempo, ci riesce in modo esemplare. A cominciare dal titolo, quel Fuocoammare che traduce nella parlata locale le contraddizioni degli isolani, generosi e al contempo realisti. Che dipendono da quel mare, che da sempre li fa vivere e comunicare con il resto del mondo, eppure ne diffidano. Quando il mare è agitato, quando s’infiamma come successe durante i bombardamenti di Lampedusa durante la Seconda Guerra mondiale, allora è meglio affidarsi alla terra. Con intuizione splendida, Rosi ha costruito il suo film su questa contraddizione. Traducendola in cronaca e poesia; discostandosi dalle immagini dei telegiornali che ci rendono progressivamente indifferenti. Il documentarista non può che mostrarci le immagini più crudeli dei salvataggi, dell’accoglienza in terra ai vivi e ai morti, senza false ipocrisie, evitando estetismi, polemiche e sen-

Il tempo dei miracoli crudeli Anniversari L’epopea di Solaris a dieci anni dalla morte di Stanisław Lem Daniele Bernardi In apertura all’edizione del 1970 di Srì Aurobindo – l’avventura della coscienza, Bernard Enginger, noto ai più come Saptrem, dichiarava: «Il regno dell’avventura è finito. Anche se arrivassimo fino alla settima galassia, ci andremmo come robot, chiusi in scafandri computerizzati, per poi ritrovarci esattamente al punto di partenza: bambini davanti alla morte, esseri viventi che non sanno bene com’è che vivono né perché, né dove stiano andando». Le parole del discepolo del poeta, filosofo e yoghi indiano Srì Aurobindo sembrano sposarsi perfettamente alle intuizioni di uno dei capolavori della letteratura fantascientifica del secondo 900, Solaris (1961). Libro che deve parte della propria notorietà alle trasposizioni che Andrej Tarkosvkij e Steven Soderbergh portarono sul grande schermo (una nel 1972 e l’altra nel 2002), Solaris è considerato oggi un’opera-cardine nella produzione di Stanisław Lem (Leopoli, 1921 – Cracovia, 2006) – celebre autore polacco di cui il 27 marzo ricorre il decimo anniversario dalla morte. Lem, che, come ha fatto ironicamente notare Francesco M. Cataluccio nella sua postfazione all’edizione italiana del summenzionato romanzo, «per una buffa sincronicità del destino si chiamò come il modulo lunare (...) di una navicella spaziale», si dedicò alla costruzione di una narrativa fantastica imperniata su un singolare rigore scientifico.

Laureatosi dapprima in medicina, successivamente passò alla biologia e, soprattutto, alla cibernetica, divenendo esperto di intelligenza artificiale. Infatti il vero, grande, protagonista del suo universo letterario è certo il cervello umano, inteso «come macchina potente e misteriosa, sede della coscienza e dei sogni». Tale posizione rese il suo lavoro altamente filosofico, ricco di suggestioni anche credibili, che poco hanno da spartire con quelle dei suoi molti colleghi statunitensi (l’unico di questi che Lem si degnava di apprezzare era il visionario e paranoico Philip K. Dick). Solaris è sicuramente uno degli esempi migliori nel suo genere di fantascienza e non è un caso che un regista come Andrej Tarkovskij, la cui cifra fu quella della visione-meditazione, vi ab-

Stanisław Lem in una fotografia scattata nel 2002. (Keystone)

bia consacrato uno dei suoi celebri film. La trama è piuttosto nota: in una frangia remota del cosmo, attorno al pianeta Solaris, una missione scientifica sembra essersi arenata in una non ben definita situazione. L’equipaggio pare confuso, non incline al rientro e, al contempo, incapace di comunicare quel che avviene nella base. Quando lo psicologo Kris Kelvin raggiunge la navicella per scoprire di cosa siano vittime i Dottori Gibarian, Sartorius e Snaut, trova ad accoglierlo uno strano clima. Solaris è un pianeta vivente, coperto da una gelatina di oceani madreperlacei. Come se fosse una larva pensante, una sorta di campo magnetico di neutrini coscienti, il corpo celeste si lascia influenzare dalle presenze degli umani e ai loro ricordi, ai loro sogni, al groviglio delle loro particolareggiate memorie, risponde materializzando degli esseri all’interno della stazione spaziale. Infatti, dopo aver preso sonno, al risveglio Kris Kelvin si trova a dover fronteggiare la presenza incarnata di un fantasma che abitava da tempo la sua mente: Hari, sua moglie, morta suicida alcuni anni prima. Questa, però, non è la defunta che fa ritorno dalla morte, ma la produzione materiale, reale, dell’immagine che Kris ha di lei. Così, come abitassero in una zona franca dello spazio onirico, i protagonisti si devono confrontare con «il tempo dei miracoli crudeli» e i più contraddittori sentimenti di smarrimento: «Non abbiamo bisogno di altri mondi, ma di specchi», dice Snaut a Kelvin in uno dei

celebri passaggi del libro, «Degli altri mondi non sappiamo che farcene, quello che abbiamo ci basta e ci avanza. (...) Il fatto è che non arriviamo dalla Terra come campioni di virtù o come monumenti dell’eroismo umano: ci portiamo dietro esattamente quello che siamo e quando l’altra parte ci svela la nostra verità – il lato che ne teniamo nascosto – non riusciamo ad accettarla». Vediamo quindi che, per Lem, il viaggio, la cosiddetta «odissea nello spazio», altro non è che un’immersione dentro all’abisso della mente. Solaris sembra rappresentare l’insondabilità di certe zone inconsce, il buio che il linguaggio umano cerca, invano, di illuminare. Purtroppo la storica versione cinematografica di Andrej Tarkovskij venne barbaramente mutilata al momento della sua distribuzione in Italia (si leggano, nelle pagine di Martirologio, il diario del grande regista russo, le parole infuocate contro Dacia Maraini che, allora, curò la traduzione della sceneggiatura). Quella di Soderbergh invece, a parte alcune intuizioni, come l’inserimento della splendida poesia di Dylan Thomas E la morte non avrà più dominio, risulta un po’ più fiacca e meno potente. Ma un’opera come Solaris, oggigiorno, non può che affascinare e coinvolgere i lettori più disparati, poiché, per tornare a quanto citato in apertura, mai come ora è sembrato che «le nostre tecnologie non siano tanto il simbolo di un progresso quanto di una terribile impotenza» di fronte alla quale non vogliamo arrenderci.

La locandina del film di Francesco Rosi.

za cedere alle leggi dello spettacolo. Rosi accoglie la confessione atroce del medico che, dopo tanti anni di dedizione, non sopporta più le autopsie sui bambini. Si avvicina poi, con umiltà commovente, agli abitanti quasi estranei al dramma eppure costretti a condividere il proprio tempo con i morti. Rosi filma il pescatore che ogni notte s’immerge ai piedi della scogliera a caccia di ricci. O il disc jockey di Radio Delta, imperturbabile davanti al suo microfono. O nonna Maria, che trascorre l’inverno ricamando, mentre racconta al nipote Samuele di quanto fosse dura la vita di mare. Poiché infine c’è Samuele. Che ha 12 anni, vive sugli alberi e tira agli uccelli con la fionda, soffre il mal di mare, e non sa nemmeno remare. È contemplativo, ma si sta aprendo a quanto gli sta attorno con il suo occhio «pigro», che gli consigliano di curare con una benda e che agli autori del film serve come metafora per un’altra miopia, quella della parte del mondo più fortunato. Grazie all’adolescenza un pò lunare di Samuele, Rosi affina la linea sempre più indistinta che separa il documentario dal cinema di finzione. Per più di un anno è vissuto accanto a quei due mondi di Lampedusa, e si vede: «Le immagini dell’Olocausto giunsero più tardi, il mondo poteva dire di non sapere. Oggi non è più possibile».


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Cultura e Spettacoli

I danzatori come non li avete mai conosciuti Festival della danza Steps Accompagnatrice, una professione insolita a stretto contatto con le compagnie di danza

Valentina Janner Ariane Lang, collaboratrice presso l’ufficio di coordinamento delle Scuole Club a Zurigo nel settore della comunicazione, ogni due anni, in occasione del Festival della Danza Steps, svolge un mandato affidatole dal Percento culturale nazionale. La sua funzione è tanto inconsueta e sconosciuta quanto interessante e stimolante. Da tre edizioni a questa parte, per Steps è una «Tourbegleiterin», ovvero un’accompagnatrice di compagnie di danza in tournée in Svizzera. L’abbiamo incontrata per dare una sbirciatina dietro le quinte di questo affascinante mondo di ballerini. Di cosa si occupa un’«accompagnatrice di tournée»?

Si tratta principalmente di coordinare i rapporti tra la compagnia di danza, i collaboratori dei teatri e la Migros, per permettere una collaborazione ottimale: faccio in modo che tutti sappiano dove e a che ora si tengono le prove, organizzo visite dal dentista, oppure faccio sì che il camion che trasporta il materiale per lo spettacolo scarichi la merce al posto e al momento giusti e che ci sia un parcheggio disponibile. Un altro mio compito è quello di verificare le prenotazioni presso gli hotel. Ho però anche già organizzato escursioni al Pilatus durante la giornata di libero della compagnia. A

volte coordino persino le interviste dei giornalisti a coreografi e ad artisti. Sono la persona di riferimento per la compagnia e i collaboratori dei vari teatri, di cui cerco di soddisfare bisogni ed esigenze. Le giornate sono talvolta così cariche che non so a quale problema dare la precedenza, soprattutto quando squilla costantemente il telefono. Quale compagnia le ha lasciato un segno più profondo e perché?

È difficile rispondere a questa domanda perché a volte sono particolarmente colpita dall’aspetto umano, mentre altre da quello artistico. Ciò che più mi affascina, però, è sempre l’impegno delle persone dietro le quinte. La prestazione dei tecnici è impressionante: lavorano tutto il giorno poi, non appena gli artisti hanno fatto l’inchino al termine della rappresentazione, comincia il loro turno di notte. È un lavoro duro, che non viene purtroppo riconosciuto. I tecnici e i ballerini sono per lo più affiatati, infatti sono molto dipendenti gli uni dagli altri. L’ultima compagnia era in tournée con un bébé. È stata un’esperienza molto bella! Era come se il bimbo avesse molte mamme e molti papà, perché tutti si occupavano di lui con molta sollecitudine. Il bébé aveva un ruolo molto importante all’interno della troupe e ci affascinava tutti. A colazione stava già in grembo a sei persone diverse e si lasciava coccolare…

Le compagnie rispecchiano il loro Paese d’origine nei loro comportamenti e nelle loro abitudini?

Certo! Una volta mi è capitato di essere in viaggio con dei ballerini di tango e dei musicisti argentini. Dalla mattina alla sera, ogniqualvolta ci si vedeva, ci si abbracciava. Ritornata alla quotidianità mi sono mancate tutte queste attenzioni. Confermi il pregiudizio secondo il quale gli artisti sono capricciosi?

No, ciò non corrisponde alla mia esperienza. Sono stata a contatto con persone che vivono la loro vita intensamente, che si confrontano in modo approfondito con temi importanti e che si servono del proprio corpo per raccontare grandi storie. Al contrario, siccome i ballerini lavorano costantemente con altre persone e viaggiano tutti assieme, sono molto tolleranti e flessibili. Tuttavia, se si tratta della loro arte, allora possono diventare intransigenti: d’altronde di questo vive l’arte di qualità!

Il danzatore britannico Aakash Odedra, che sarà a Verscio il 22 aprile.

No, è molto diverso. Quando si osservano gli artisti struccati a colazione, mentre parlano su skype con la loro

famiglia in Giappone, oppure i loro animali di peluche, o si conoscono i loro problemi di salute, allora non si vede più un ballerino o una ballerina qualsiasi, bensì una persona con la sua storia mentre balla. Inoltre ogni rappresentazione è diversa, dipende dalle condizioni fisiche e psicologiche dei ballerini, dei musicisti e dall’affiatamento tra artisti e tecnici. Vi sono molti fattori che la influenzano e il pubblico è uno di questi.

era prevalentemente pedagogico, ma l’ensemble si è affermato per il fascino del suo repertorio. L’appuntamento successivo sarà il 22 aprile al Teatro Dimitri a Verscio con i quattro pezzi di Rising, interpretati dal danzatore britannico Aakash Odedra. La compagnia elvetica Cie Gilles Jobin presenterà al Teatro Sociale di Bellinzona la sua ultima opera FORÇA FOR-

TE. Il ginevrino Gilles Jobin, insignito lo scorso anno del Gran Premio svizzero di danza 2015, è da anni uno dei coreografi più innovativi in Svizzera. Il 1. maggio sarà la Candoco Dance Company a chiudere quest’eccezionale programma, di nuovo al LAC, con Set and Reset/Reset, dell’eminenza coreutica Trisha Brown, e Notturnino, dello svizzero Thomas Hauert. Informazioni e prevendita: steps.ch.

Quando si ha la possibilità di essere a contatto con gli artisti nella quotidianità, si percepisce in un altro modo la loro performance? Oppure si assiste allo spettacolo allo stesso modo degli altri spettatori?

Steps, la danza che si proietta nel futuro Cinque spettacoli da non perdere

Steps, il più importante festival di danza della Svizzera, è ideato e sostenuto dal Percento culturale Migros. Le compagnie che si esibiranno in Ticino, seguendo il fil rouge dell’edizione 2016, ossia il «Futuro», saranno cinque. Il programma ticinese di Steps sarà inaugurato l’8 aprile al LAC con la première dello spettacolo Interplay della Sydney Dance Company, per la

prima volta in Svizzera. Alla serata saranno presenti tutti e tre i coreografi: il direttore artistico della compagnia, il catalano Rafael Bonachela, Jacopo Godani, direttore artistico della rinomata Forsythe Company e l’australiano Gideon Obarzanek. Seguirà, il 10 aprile al Cinema Teatro di Chiasso, la rappresentazione di Fierce del Ballet Junior de Genève. Nel 1980, l’obiettivo di questa compagnia

Quest’esperienza sotto quali aspetti si può definire arricchente?

Sotto tutti gli aspetti! Grazie a quest’esperienza posso immergermi in un altro mondo, fatto di altri temi e di altri problemi. L’arte è tanta passione e devozione, e sono riconoscente a tutti coloro che la rendono possibile, e non solo ai coreografi, ai musicisti e ai ballerini, ma anche a tutti i collaboratori appassionati dei teatri locali. Lavorare a stretto contatto con le persone mi arricchisce sotto il profilo personale: si condivide poco tempo, ma la dimensione determinata dell’esperienza la rende molto intensa. Nasce molta fiducia, molta vicinanza in un lasso di tempo molto breve. Un legame stretto, che è limitato nel tempo, e forse proprio per questo molto prezioso. In collaborazione con

Sensibilità al femminile Mostre Grazie a Marisa Casellini e a Manuela Villa-Petraglio

al Municipio di Riva San Vitale una lettura del mondo al femminile

Eliana Bernasconi L’attività delle donne nelle arti pittoriche e plastiche in Ticino si è fatta intensa e propositiva, e sembra a volte racchiudere un’urgenza espressiva che riconduce all’essenza profonda dell’essere femminile: l’amore e la protezione della vita. Lo vediamo nell’esposizione «Vicus Subinates (nome latino del borgo in epoca romana) tra cielo e terra», dove Marisa Casellini presenta un’installazione e Manuela Villa Petraglio una serie di tele e piccoli libretti d’arte Si tratta di un esempio della pluralità dei linguaggi del fare artistico contemporaneo. Lo spiega Flavia Zanetti che da anni segue le due artiste e le ha fatte conoscere al pubblico, il loro è un messaggio a due voci, di due approcci artistici diversi ma complementari che uniti riattualizzano il passato e guardano con coraggio al futuro dalla drammaticità del presente, condividendo un pensiero forte, che è insieme coscienza sociale e poesia. Per Marisa Casellini il luogo che la ospita non è indifferente, e questo l’ha portata a ripercorrere le vie di Riva san Vitale ricercandone le origini antiche,

lasciandosi guidare dal testo, trovato in Comune, Riva San Vitale nel radioso percorso della sua storia e subendo il fascino di una stele rinvenuta nella seconda metà dell’800 e collocata nella chiesa adiacente al primo monumento cristiano in muratura della Svizzera, il Battistero. Riva San Vitale era all’epoca un importante porto fluviale d’imbarco dipendente da Como, terminale di una strada romana che seguiva il Laveggio, congiungeva Stabio e Lugano, raggiungeva i valichi alpini. La stele del III secolo contiene le volontà di Caio Romazio (figlio di Caio, uno dei quattro importanti magistrati del Municipium di Como che nel Vicus amministrava la giustizia) il quale lasciò una somma agli abitanti del Vicus dove fu sepolto, affinché tenessero viva la sua memoria e quella della madre con rose e amaranto, pena la restituzione del quadruplo della somma intestata agli eredi. L’installazione di Marisa Casellini vuole rendere omaggio a questo antico patto: una suggestiva figura femminile in lunghe vesti luccicanti di spilli della sarta fa rivivere la madre del magistrato, ne custodisce la memoria; un’altra figura

incarna il coraggio delle donne che potrebbero, se lo volessero, trasformare il divenire della storia. Formatasi a Brera con Luciano Fabro, esponente dell’arte povera dalla quale ha assimilato la nuova estetica dei materiali, da sempre nel suo lavoro artistico Marisa sceglie soggetti del tutto slegati dalla dimensione economica e commerciale, estranei ai circuiti di un sistema nel quale non crede più. Fare arte per lei è dimostrare la volontà di cambiare le cose: «in un mondo dove il profitto di pochi distrugge il pianeta» dice, «occorre salvare la natura, prima maestra dell’arte. Se avessimo guardato il mondo con gli occhi del bambino forse non saremmo in questa situazione», spiega con lo stesso candore che da anni si concretizza nelle sue bianche sculture tessili, oggetti dalla poetica immediatamente riconoscibile che ricopre pazientemente di ricami. Le prime opere pittoriche di Manuela Villa-Petraglio partono dai primi anni ’90, si situano nella grande linea pittorica dell’Espressionismo, hanno grandi dimensioni e si sviluppano per andamenti periodici differenziati, legati da un filo conduttore. Con una monumentale im-

L’installazione di Marisa Casellini. (Coccarelli)

postazione nello spazio si richiamano drammaticamente i temi primari della vita e della morte e della maternità, includendo sempre la figura dell’amato animale (ricordiamo la serie chiamata Ovisaries, un ciclo che poneva al centro l’agnello, simbolo universale delle vittime). I colori di questi primi periodi si modulavano in gradazioni di neri e bruni, erano spesso cupi e terrosi, sottolineati da un’intensa impronta espressiva del segno. Scriveva in proposito Nando Snozzi («Bloc Notes», 1996), «probabilmente sarà un segno trasformato quello che risalirà la china del tempo. Lei, l’artista, un po’ alchimista, un po’ strega, un po’ fata, si inoltrerà in un regno di colori dalle tonalità sconosciute, sfiderà incantesimi ancora vergini e in equilibrio tra il vuoto e il pieno... Incontrerà il bambino diventato gigante, la Bestia, l’Angelo bianco trasformato in un mago dai mille sguardi... le immagini saran-

no assemblate o disperse, comunque in divenire...». Molti anni dopo i colori sono ora gamme di blu, celeste e verde, turchese e oro, il segno non si perde ma scopre nuovi piani che in un divenire continuo si fondono nella trasparenza, lasciano intravvedere una dimensione spaziale di ariosità infinita, innocenza e libertà. Gli animali sono ora forme alate di uccelli, quasi immagini archetipe. Hanno titoli come Il volto dell’albero, Tra cielo e terra, Secondo volo, un volto africano ci guarda accanto ai libri d’arte che illustrano versi di poesie di Mauro Paolocci (Figli due volte) e di altri autori, dicono: «guardami, sono figlio del sole». Dove e quando

Marisa Casellini e Manuela-Villa Petraglio, Riva San Vitale, Municipio, Orari: lu-ve 14.00-17.00, sa-do 15.00-19.00. Fino al 10 aprile 2016.


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Cultura e Spettacoli The Ventriloquists Convention, spettacolo di Gisèle Vienne. (Estelle Hanania / Photo de Seth Walentowski)

Un genere che è stile di vita Concerti Il 26 marzo a Stabio avrà luogo

la settima edizione del Block Party organizzato dalla Big Bang Family

Simona Sala

Gisèle, marionettista dei sentimenti Personaggi Ritratto di Gisèle Vienne, artista eclettica

e complessa, che ha trasformato un’antica arte in una moderna fabbrica di suggestioni

Giorgia Del Don «Coreografa, regista, marionettista, e le tre cose insieme», così si definisce una delle artiste più misteriose che le arti della scena ci abbiano regalato negli ultimi anni. Ben cosciente della forza irradiata dall’intedisciplinarietà delle arti, un potere che si può definire come rituale, Gisèle Vienne si erige a direttrice d’orchestra di un universo sempre pericolosamente in bilico fra sogno (o meglio incubo) e realtà. Gisèle gioca con le nostre paure, che sono anche le sue, spingendoci verso territori inesplorati e allo stesso tempo spaventosamente familiari dove i nostri istinti possono finalmente esprimersi, consumarsi, liberarsi. I suoi spettacoli dai nomi evocativi come Kindertotenlieder (Canti funebri infantili) o This is How you Will Disappear (Questo è il modo in cui sparirai) si trasformano in veri e propri rituali, crudeli e violentemente belli, che mettono in moto tutti i nostri sensi. Non è certo un caso se lo stato ipnotico viene evocato dalla stessa Vienne, la quale ammette che, sebbene il suo intento non sia esplicitamente quello di ipnotizzare il pubblico, una parte di questa tecnica è presente nelle sue rappresentazioni: «è per questo che alcuni mi dicono che allucinano guardando un certo spettacolo, perché le variazioni ritmiche creano questo leggero sentimento d’ipnosi». Lontana dallo sterile egocentrismo che immobilizza tanti (troppi) artisti, Gisèle Vienne riflette costantemente sul suo rapporto con gli spettatori, sulla possibilità di estendere la loro percezione, di «sintonizzarla», per riprendere le sue parole, su un altro ritmo che potremmo definire come simbolico. Per fare ciò dipinge paesaggi spaventosi e grandiosi, ricchi di un’inaspettata corporeità, che vivono di luce e musica, di voce e materia. Ogni elemento scenico è minuziosamente strutturato, come uno spartito musicale fatto di vibrazioni impercettibili e allo stesso tempo radicali. Uno spettacolo ancestrale che sintonizza le emozioni degli spettatori sulla stessa catartica frequenza.

Ad animare questo strano rituale ritroviamo pochi ma fedelissimi adepti: il sovversivo scrittore statunitense Dennis Cooper, l’onnipresente Jonathan Capdevielle, suo attore feticcio capace come pochi di incarnare il disagio umano, e il gruppo KTL formato da Peter Rehberg a.k.a. Pita e Stephen O’Malley, genialissimi compositori di musica sperimentale. A completare quest’esplosivo gruppetto la controversa scrittrice ed attrice Catherine Robbe Grillet, figura emblematica dell’universo BDSM, la performer Anja Röttgerkamp e una schiera agguerrita di bambole antropomorfe, incubi silenziosi disseminati su scena che mettono alla prova la nostra percezione di ciò che è reale e ciò che invece non è che apparenza. Dopo gli studi in filosofia e arti plastiche e con una profonda conoscenza musicale, la nostra insaziabile e inclassificabile artista franco-austriaca si forma alla prestigiosa Ecole Supérieure Nationale des Arts de la Marionnette dove incontra l’inseparabile Jonathan Capdevielle. Da più di dieci anni coreografa e mette in scena numerosi ed inquietanti spettacoli animati da personaggi ambigui, al contempo candidi e feroci. Gisèle Vienne non si stanca mai di confrontare lo spettatore con i suoi fantasmi più inconfessabili: la morte violenta, l’erotismo, la perversione, la follia. Invece di mostrare l’orrore per poi castigare chi inevitabilmente e con una certa vergogna lo osserva, Gisèle spinge il suo pubblico a liberare la propria natura voyeuristica per il tempo di uno spettacolo. Osservare, vibrare al ritmo dei propri fantasmi per capire meglio se stessi: ecco quanto proposto nello spazio-tempo protetto della scena. Di fronte a queste misteriose rappresentazioni il pubblico è affascinato e allo stesso tempo turbato, imprigionato in un vortice di emozioni che non sa ancora decifrare. Gisèle Vienne ingigantisce le nostre paure e ci attira verso di esse creando un eccitamento normativamente disfunzionale e profondamente reale. Ciò che cerca non è la provocazione, il suo obiettivo è piuttosto quello

di scuotere lo spettatore, costringendolo ad affrontare i propri fantasmi fino a goderne. Grazie ai suoi compagni di viaggio, tra cui scrittori, attori, performer, musicisti, ventriloqui (pensiamo al magnifico Jerk, confessione di un assassino sussurrata attraverso la bocca di un pupazzetto dalle sembianze animali o ancora all’ultimo e grandioso The Ventriloquists Conversations creato con il prestigioso Puppentheater Halle) e persino una pattinatrice (Eternelle Idole) Gisèle Vienne crea confusione, gioca con la realtà trasformandola in incertezza. Incapace di giudicare in modo oggettivo quello che vede, lo spettatore è costretto a spostarsi su un altro livello, simbolico e selvaggio. Gisèle esplora i limiti dei comportamenti umani formattati da una morale generalmente accettata e spesso lo fa utilizzando marionette o bambole grandezza naturale (ben 12 nel suo primo I Apologize), corpi artificiali che rappresentano il tramite fra fisicità e apparizione, fra realtà e sogno. Questi «corpi» non sono un semplice elemento scenico, ma sono il frutto di numerose ore di lavoro, e si impongono come gusci ancora caldi in cui si annidano i fantasmi della stessa Vienne: «metto così tanto di me in queste bambole, sono una parte della mia vita», ammette. La loro immobilità perturbante fa aleggiare su scena uno strano e liberatorio erotismo che ricorda La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, sorta di luogo amorale nel quale liberare le proprie emozioni, dando forma ai propri fantasmi. Sebbene i suoi lavori siano spesso oscuri e quasi cupi, non tendono però mai al macabro. Gisèle Vienne non si compiace mai dell’orrore, né tantomeno lo rappresenta con un intento fustigatore; il suo scopo è invece quello di stimolare nello spettatore delle emozioni estreme e profondamente umane che gli permettano di vivere in piena libertà: «spingo il pubblico fino al limite di quello che può sopportare per sentire in qualche modo l’intensità della vita». Un magnifico regalo che solo l’arte può farci.

Luca Costanzo, Michele Larghi, Davide Pallaro e Alberto Sacchi. Ai più forse questi quattro nomi non diranno molto, ma se aggiungiamo Big Bang Family, il progetto musicale che li riunisce e li rappresenta, con tutta probabilità qualche giovane lettore riconoscerà il gruppo hip hop del Mendrisiotto. Ma Big Bang Family non sta solamente per sperimentazione hip hop da showcase o festivaliera: con gli anni infatti la visione e il concetto iniziale dei quattro protagonisti si sono estesi, i campi di interesse allargati, arrivando a includere, oltre all’attività musicale, anche l’organizzazione di eventi, l’apertura di un negozio di musica, la proposta di un programma musicale su Radio Gwen, la pubblicazione del magazine «Big Bang Amazing», la co-gestione di un blog e molto altro. Sabato 26 marzo sarà la volta dell’annuale appuntamento con il free style. Grazie al Bloc Party 7 le palestre di Stabio diventeranno meta di pellegrinaggio per quel migliaio di appassionati del genere che anche quest’anno non vorranno perdersi un appuntamento, che nonostante le ragguardevoli dimensioni, ad oggi è organizzato da pochi appassionati e con mezzi limitati. Li abbiamo incontrati per parlare della progettazione di un appuntamento di questo tipo. Come è nato il vostro Block Party, ormai giunto alla settima edizione?

L’idea è nata dall’esigenza di fare qualcosa sul territorio in un momento in cui non esisteva ancora nulla del genere. L’hip hop è un genere che sta crescendo esponenzialmente tra i giovani, dunque il bisogno di appuntamenti di questo tipo era assolutamente reale. Invitiamo inoltre una serie di artisti che alle nostre latitudini è piuttosto difficile vedere live. Secondo voi perché i giovani amano a tal punto l’hip hop?

Si tratta di un genere musicale dall’impatto immediato, a un primo approccio semplice. Tutti in realtà possono provare a cimentarsi in questo genere, anche perché il free style richiede proprio la disponibilità, sempre improvvisando, a salire su un palco. In seconda battuta si tratta comunque di

un genere complesso, caratterizzato da molte diramazioni. Come si svolgerà la settima serata del Block Party?

Come sempre per i giovani la serata non sarà solamente una vetrina musicale, ma anche un momento particolare in cui avvicinarsi agli artisti già affermati per cercare di capirne il lavoro e magari anche entrare personalmente in contatto con loro. La serata sarà molto fluida, con un normale palco da concerto. Inaugureranno la serata due dj di casa nostra, Dj P-Kut & Michel, poi sarà la volta del live show. Dopo i ticinesi Poche spanne, toccherà ai torinesi Duplici, ai romani Mezzosangue & Dj Ernest Powell, e infine ai canadesi Manchild & Demrick, impegnati in una tournée europea, di cui quella di Stabio è l’unica tappa. Non vogliamo invitare artisti che hanno già partecipato al Festival, ma piuttosto chi ci ha colpito durante l’anno. È nostro desiderio dare stimoli nuovi ai ragazzi, e allo stesso tempo creare un network che permetta di restare in contatto in modo da ispirarsi e aiutarsi reciprocamente. A proposito di reciprocità, come componete i vostri brani?

Dipende sempre dal punto di partenza: solitamente ognuno scrive la propria strofa e poi le confronta con quanto scritto dagli altri membri del gruppo. Questo ci dà molta libertà e permette a ognuno di dare sfogo alla propria creatività. In passato il mondo del rap e quello dell’hip hop è stato spesso oggetto di cronaca a causa di una certa componente malavitosa. I rapper stessi amano spesso dare un’immagine machista e a tratti brutale. Com’è la situazione in Ticino?

Il pubblico dell’hip hop, contrariamente a quanto si possa pensare, è estremamente pacifico, in questi anni infatti, nonostante le centinaia di partecipanti, non abbiamo mai avuto alcun tipo di problemi, né di sicurezza né di ordine pubblico. Dove e quando

Per maggiori informazioni sulla serata del 23 marzo 2016 e per la prevendita, è possibile contattare la Big Bang Family su Facebook.

Luca Costanzo, Michele Larghi, Alberto Sacchi e Davide Pallaro, alias Big Bang Family.


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Cultura e Spettacoli

La moda delle pellicole fiume Cinema Sempre più spesso capitano nelle sale film dalla lunghezza oltre le due ore, e molti si aggiudicano

anche premi importanti Nicola Falcinella Un film di tre ore e un quarto che vince la Palma d’oro a Cannes, dopo che l’anno precedente se l’era aggiudicata uno di tre ore esatte, rispettivamente Il regno d’inverno di Nuri Nilge Ceylan e La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. Uno di addirittura cinque ore e 40 minuti, From What Is Before di Lav Diaz, vince il Pardo d’oro a Locarno battendo tutti i record (al recente Festival di Berlino Diaz ha vinto l’Orso d’argento per l’innovazione con A Lullaby to the Sorrowful Mistery che dura 8 ore) e uno di oltre cinque ore prende due premi l’anno dopo, il giapponese Happy Hour. Uno dei più dibattuti e apprezzati film degli ultimi anni, Boyhood di Richard Linklater, sfiora le tre ore. Ma anche nelle sale del cosiddetto cinema «commerciale» sono sempre più diffusi i film che superano, anche di molto, la durata canonica di circa due ore, si pensi solo a Interstellar di Christopher Nolan. Il valore dei film non si misura orologio alla mano, ma negli ultimi anni assistiamo a un fenomeno che da una parte riporta ai filmoni spettacolari degli anni 50 e inizio 60 e dall’altra è nuovo. Ci sono già stati grandi autori come Bela Tarr che hanno realizzato film molto lunghi, come le sette ore di Satantango, ma il filippino Lav Diaz ha fatto un passo ulteriore: gran parte della sua produzione ha durate fuori norma, anche di nove ore. Non si pensi però che si tratti di film noiosi che «non finiscono più». Certo, la lunghezza è

impegnativa, del resto lo è per molti grandi romanzi o l’opera lirica o pure le serie tv. Diaz guarda all’epica e al melodramma, con uno stile suo, facendo traspirare la cultura del suo Paese, con tempi dilatati ma sempre per avvicinarsi alla vita, per rendere la forza di certi momenti. Il regista è lontano da una stucchevole dimostrazione di bravura, da un’esasperazione fine a se stessa o una prolissità incontrollata. Alla base del fenomeno ci sono tante ragioni, artistiche e non, e non tutte facilmente analizzabili. Il digitale ha ridotto i costi di produzione, alcuni autori si sentono più liberi di osare. Si affacciano sempre più forti Paesi, come quelli asiatici, dove le modalità di visione sono diverse dalle nostre e il tempo ha un valore diverso. Nel 2001 fece scalpore sempre a Locarno l’indiano Lagaan. Once Upon A Time In India di Ashutosh Gowariker, tre ore e 40 minuti, premio del pubblico a sorpresa. Molta della produzione indiana ha lunghezze superiori ai nostri standard. Tra i casi recentissimi, sempre asiatici, il già nominato Happy Hour di Hamaguchi Ryusuke, con quattro amiche che mettono tutto in discussione alla notizia del divorzio di una, e Jia – The Family del cinese Liu Shumin, storia familiare che ricorda il capolavoro Viaggio a Tokyo di Ozu. Tra i film considerati come più belli del 2015 c’è Le mille e una notti del portoghese Miguel Gomes (rivelato dal premio a Berlino per Tabù): sei ore di riflessione visiva tra fantasie esotiche e realtà.

Da parte loro, gli Oscar hanno spesso premiato pellicole fuori misura: Ben Hur (1959) di William Wyler, Titanic (1997) di James Cameron e Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re (2003) di Peter Jackson con le loro 11 statuette viaggiano oltre le tre ore. Il celeberrimo e immortale Via col vento (1939) sfiora le quattro, e pure L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci e Balla coi lupi di Kevin Costner. Tra i casi importanti anche Die andere Heimat (2013) di Edgar Reitz, un meraviglioso preambolo di quattro ore alla lunga saga di Heimat. In molti casi le pellicole lunghe sono molto belle e comunque meritano tale durata (tra i casi più interessanti La moglie del poliziotto e Il grande silenzio dell’altro tedesco Philip Gröning). Per paradosso, è più facile avvertire come troppo lunghe opere di lunghezza più convenzionale rispetto a queste fuori norma. Si tratta di film che difficilmente possono trovare posto nei consueti circuiti e impongono una fruizione diversa dall’usuale e forse un ritorno al grande schermo: se è difficile stare tre ore su una poltrona in sala, è ancora più difficile stare tutto quel tempo a fissare un monitor piccolo. La vita delle sale, soprattutto delle monosale o di quelle più attente a un cinema di qualità, sta cambiando e dovrà cambiare ancora di più. Queste opere hanno un pubblico e possono trovarne uno ancora più largo, ma è un pubblico da creare, con spettatori da coinvolgere in modi sempre diversi e specifici per ogni film. Proie-

From what is before, di Lav Diaz, durata cinque ore, ha vinto il Pardo nel 2014.

zioni la domenica mattina con pausa pranzo inclusa o proposte diversificate, forse più impegnative da gestire, ma anche più stimolanti. E magari si passe-

rà da chi dice «un film di tre ore? Chissà che noia!» a chi si vanta di averne visto uno di cinque ore suscitando forse l’invidia altrui. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Lavori collettivi Vorrei riprendere l’argomento della rubrica precedente, la ricerca di un disegno alla base della nascita di prodotti culturali e artistici. È l’ultima volta, prometto solennemente di non tornare più sopra a questa mia personale ossessione. Deluso dai libri, sono passato alla televisione. Mentre per i primi ho indagato dall’esterno, intervistando gli autori delle scelte con la scusa di un documentario sulla storia della casa editrice Einaudi, per quanto riguarda la genesi dei programmi televisivi ho potuto per qualche anno osservare dall’interno i percorsi che hanno portato alla realizzazione di alcuni fra i progetti più importanti negli anni dal 1966 al 1977 in cui ho lavorato alla direzione dei programmi televisivi, a Roma, negli uffici di viale Mazzini 14. È stato frutto di una serie di fortunate coincidenze. Dal 1962 al 1965 ho lavorato come cameraman presso gli studi della sede Rai di Torino. Poi, grazie a un concorso per l’arruolamento di programmisti, aperto anche ai dipendenti, sono stato ammesso a

seguire un corso e in seguito, superati gli esami, trasferito a Roma. Sono sbarcato nella capitale carico di aspettative: nel giro di pochi mesi passavo da un lavoro esecutivo nell’estrema periferia dell’impero, agli uffici dove si prendevano le decisioni strategiche. In quegli anni negli studi televisivi di Torino si realizzavano per lo più programmi per ragazzi, decisi in qualche ufficio della lontana direzione. Erano anche anni in cui ferveva il dibattito sull’industria culturale, alimentato soprattutto dai sociologi francesi e tedeschi della scuola di Francoforte. Come era possibile, ci si chiedeva, che le classi subalterne restassero succubi di una sotto cultura prodotta dalla borghesia capitalistica al potere? La canzoni del festival di Sanremo spopolavano mentre i canti di protesta erano tenuti in vita dai giovani rampolli della borghesia. Di sicuro doveva esserci da qualche parte un disegno strategico del capitale e uno di questi luoghi non poteva non essere la Rai, la più grande industria culturale italiana. Che, non dimentichiamolo,

i tuoi capi scoprono che fai bene un lavoro, sarai inchiodato per sempre a quella funzione. Appena arrivato, mi avevano dato da scrivere la proposta per l’Odissea con la regia di Franco Rossi; mi ero impegnato all’estremo e il mio elaborato aveva riscosso unanime approvazione. In consiglio sedevano illustri personalità della cultura; mi esortavano dicendo: ricordati che ti leggerà Elena Croce! Quanto ai luoghi dove venivano prese le decisioni, questi erano i più vari, dalle case private ai circoli sul Tevere, alla tribuna stampa dello stadio olimpico (uno dei capi era tifoso della Roma), alla redazione dell’«Espresso», ai caffè di piazza del Popolo; ma soprattutto in certe trattorie, durante cene interminabili. Compresi che stavo facendo carriera quando uno dei direttori iniziò a portarmi qualche volta con lui in una trattoria dalle parti di piazza Navona. Del resto molti film che hanno fatto la storia del cinema italiano sono iniziati così, da chiacchiere intorno a un tavolo. Allora, da rigido nordico sbarcato nella capitale, ero

scandalizzato, avrei preferito percorsi formalizzati e razionali; nel corso del tempo ho cambiato idea, penso che questo modo di procedere, contorto e in parte affidato al caso, permetta un osmosi continua con la società e i suoi umori. La critica (teatrale, televisiva e cinematografica) ha sempre valutato le opere come se fossero creature nate nella mente dell’autore, sgorgate come Minerva dalla testa di Giove, mentre invece sono frutto di mille condizionamenti. Solo un volumetto di poesie stampato a spese dell’autore può dirsi indenne. D’altra parte i quotidiani e i periodici riservano uno spazio sempre più piccolo alle recensioni quando non le aboliscono del tutto, perciò non si può pretendere che il critico dia conto anche delle modalità che hanno influenzato la riuscita dell’opera, ammesso che ne venga a conoscenza. Sarebbe già un bel progresso se venisse meno la convenzione di attribuire a uno solo la paternità di un’opera (romanzo, film, spettacolo teatrale, programma televisivo) che invece è frutto di un collettivo di persone.

sa controllare. Infatti, il giorno in cui dovrebbe essere incoronata regina, scatena una forte bufera che sprofonda il paese nel gelo. Spaventata, scappa sui monti, nella neve, il suo elemento, e lì costruisce un castello di ghiaccio, si veste coi colori del ghiaccio (come le bimbe della festa di carnevale). Seguono vicissitudini, si svelano le cattive intenzioni del bel pretendente della sorella Anna, si scopre il cuore d’oro del taglialegna Kristoff. Alla fine di questa storia Anna sposa Kristoff, e vissero felici e contenti secondo i più classici finali di fiaba, mentre Elsa ha anche lei un suo finale, perché diventa la regina del suo regno, perché ha imparato a controllare i poteri. Come si nota, la somiglianza con la fiaba di Andersen è solo alla lontana, si ritrova in Anna che sfida mille difficoltà per trovare la sorella, nella renna Sven, nel castello di ghiaccio. La vera eroina dunque sembrerebbe Anna, dal cuor d’oro, ingenua, infine sposa. Perché è invece Elsa a spopolare? Semplice,

non ci sono più le bambine di una volta. Mettiamo da parte l’ovvio: Elsa è principessa, è bella, ha lunghi e folti capelli come usano adesso – con treccia morbida blandamente appoggiata alle spalle –, una voce bellissima, da Oscar in Let it go (che pare sia canzone inferiore alla versione italiana All’alba sorgerò cantata da Serena Autieri: precisiamo che le somiglianze con All’alba vincerò di Turandot si limitano ai titoli). Tutti elementi simili alle altre principesse Disney. Elsa però ha dei superpoteri, tutti suoi, non ottenuti di riflesso dai maschi, come nel caso di Catwoman e della donna invisibile. Elsa poi fugge dalla casa di famiglia, nonostante sia un castello, e crea da sola la sua casa-castello, proprio come piace a lei. Quale adolescente e preadolescente non desidererebbe una casa da sola, così come piace a lei. Elsa insomma non ha bisogno di nessuno: sbaglia a cacciare la sorella, ma poi recupera il suo affetto, diventa regina senza

alcun re. Non è che non sappia amare o non si lasci amare. È che ha una vita indipendente dall’approvazione dei maschi (come dicono le ragazzine, non degli uomini, «dei maschi»). Troverà l’uomo per lei, il re delle nevi o dei fuochi? Forse, ma non è importante saperlo. Nella fiaba di Andersen, la regina era diventata fredda, gelida, perché congelata da una relazione d’amore finita male, voleva così congelare tutti come era successo a lei, per il troppo dolore. Per Elsa, invece, il gelo è un dono, che deve solo imparare a usare. È di ieri un video su Instagram: Laura Pausini ha filmato la figlia di quattro anni che, vestita da Elsa anche se non è carnevale, segue il film alla televisione e canta All’alba sorgerò, con un acuto degno della mamma, con le braccine aperte come la sua eroina mentre costruisce il castello di ghiaccio. Arrivano le generazioni di bimbe che non devono chiedere mai: supereroi, sceriffi, zorri, prendete bene le misure.

sono sempre due mondi: il suo e l’altro. E il suo è quello giudicante e giusto, il più poetico, il più affascinante… «Vedere Lionel Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa». Tutto diventa un’epifania, un’iperbole: Messi è una sonata di Arturo Benedetti Michelangeli, un viso di Raffaello, la tromba di Chet Baker, una formula matematica di John Nash. Tutto è epifanico, se viene toccato dalla penna di Saviano. Incontra Joe Pistone, ovvero «Donnie Brasco» il personaggio divenuto celebre grazie al film di Mike Newell, e lo descrive così: «è una sorta di icona vivente, un agglomerato di leggenda che cammina, e sono abbastanza in ansia. In ansia di trovarmi dinanzi al suo talento. Un talento tragico, complesso». Anche la punteggiatura di Saviano è epifanica, una leggenda che cammina.

Per celebrare Francesco Rosi, Saviano parla di sé e ci informa che se non avesse visto Le mani sulla città gli sarebbe stato impossibile scrivere quello che ha scritto: «ho imparato lo sguardo sulle cose da quel film». Incontrando Bono, Saviano lo definisce «la più bella voce maschile del rock mondiale». Leggendo la sua intervista a Kasparov ho capito perché non mi convince, la prosa di Saviano, e neanche il suo sguardo, al di là del fatto che attinga o no a fonti proprie o altrui: con lui è tutto esagerato, esasperato, estremo, privo di sfumature, nel bene e nel male. Esattamente il contrario di quel che è la letteratura: un’infinita serie di sfumature, di grigi. E poi quel che non mi convince è che il suo incontro con le persone (in genere persone considerate Grandi) potrebbe sempre avere come titolo: «Io e lui», mai «Lui e io», come

se l’altro si illuminasse di luce riflessa, quella dell’intervistatore. Mi mette in sospetto il suo incedere apodittico, un po’ da cow-boy. «Nel libro di Kasparov», dice, «ci sono pagine da cui non si torna indietro». Perché non si torna indietro? E conclude l’intervista affermando: «Non ci sono scacchi se non c’è libertà». Che significa? Perché? In fondo il campione imbattibile Alexandre Alekhine, come racconta Paolo Maurensig nel suo ultimo romanzo (Teoria delle ombre, Adelphi 5+), attraversò il nazismo da complice. Per non dire di tanti magistrali scacchisti del regime stalinista. Nel Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari (4½), appena uscito per la nuova casa editrice Italosvevo, alla voce «Gomorrea» si legge: «Sintomi: ipertrofia della prosa, ridondanza retorica, forte propensione all’orazione civile».

operava in regime di monopolio e lo sarebbe stata fino al 1976, quando una sentenza della corte costituzionale avrebbe aperto la strada alla concorrenza. Immaginavo che avrei preso parte a riunioni dove sarebbe stata pianificata la linea editoriale della programmazione. Per fare un esempio, il venerdì era riservato alla prosa, per cui ogni anno, togliendo dal conto le repliche estive, si realizzavano una quarantina di opere teatrali. Si trattava di compilare un calendario nel quale inserire i vari aspetti della drammaturgia, dai classici greci alla commedia borghese. Niente di tutto questo, si navigava a vista, in base alle sollecitazioni più varie, in gran parte provenienti dalle compagnie teatrali e dagli attori più importanti. Per di più le decisioni venivano prese altrove e gli uffici servivano solo per sancirle a posteriori. Il mio lavoro consisteva nello scrivere le ragioni nobili che motivavano quelle scelte, in proposte che sarebbero arrivate sul tavolo dei consiglieri di amministrazione. È una regola valida a tutte le latitudini; se

Postille filosofiche di Maria Bettetini Attenzione alle nuove eroine! Guarda, questa è la mia piccina a una festa di carnevale, il mese scorso. È graziosa, con le sue amiche, tutta vestita di azzurro e verde acqua, come le altre. Come le altre? Ma era un balletto? Una festa a tema? No, spiega la madre della creatura, le bambine senza essersi messe d’accordo hanno scelto tutte il personaggio di Elsa. Tutte? Non ricordo nulla di simile, né per Bella, né per la Sirenetta e le altre. Elsa, una principessa dal destino diverso da tutte, non sposerà nessun principe, non perderà i suoi ambigui poteri. Elsa, la protagonista di Frozen – Il regno di ghiaccio, film d’animazione della Disney, due Oscar e decine di altri premi, il maggior guadagno di sempre. Uscito nel 2013, dal Natale di quell’anno diventa il primo brand Disney per le vendite, imprevisto, infatti a causa della domanda esagerata l’offerta non era pronta e così si scatenò un mercato nero di bambole, costumi, oggetti collegati ai personaggi. All’altra principessa

Anna, al simpatico Kristoff, all’infido Hans, alla renna Sven e al pupazzo di neve Olaf. Ma soprattutto, come negarlo, alla principessa Elsa. Cerchiamo di comprendere che cosa di Elsa continui ad affascinare bambine dei cinque continenti. La storia si ispira alla fiaba di Hans Christian Andersen (al cui nome sono a loro volta ispirati i nomi dei protagonisti, mentre Elsa è quello dell’illustratrice delle sue fiabe), la fiaba s’intitola La regina delle nevi. Il personaggio è già noto al grande pubblico, perché così si chiama anche la regina cattiva delle Cronache di Narnia, i romanzi di C.S. Lewis ormai trasformati in tre film, quasi quattro. Per Frozen, la regina della neve ha le doti di quella cattiva, ma è buona. Però diversa. Temendo che possa far male alla sorellina, come già accaduto nell’infanzia, Elsa viene isolata e nascosta al mondo: la sua capacità di congelare e creare ghiaccio con le mani, come fossero raggi di luce, è pericolosa se non la si

Voti d’aria di Paolo Di Stefano L’iper prosa di Saviano Juan Villoro è un grande giornalista messicano, autore di approfondite indagini sul narcotraffico: per averne un’idea, basta leggere gli articoli che vengono pubblicati su «El País» o su «Internazionale» (6–). Il mese scorso Villoro ha accusato Roberto Saviano di essere un «infiltrato» non nelle reti del potere ma nelle inchieste altrui. E cioè di avere scritto il suo ZeroZeroZero (indagine sul mercato planetario della cocaina), attingendo spesso ai reportage di cronisti che hanno lavorato pericolosamente sul campo. E finiti magari ammazzati (sono decine negli ultimi anni). È lecito fondarsi sui libri altrui, ma bisognerebbe citarli. La durissima accusa di Villoro non è la prima. Già dagli Stati Uniti, mesi fa, sono partite denunce simili contro Saviano. Villoro, nel suo articolo, riconosce che ZeroZeroZero è ben raccontato, ma è proprio

su questo che personalmente ho forti dubbi. «Perché quando qualcuno ti inizia agli scacchi ti sta regalando una nuova strada attraverso cui stare al mondo». A parlare è Saviano, scacchista anche lui (ça va sans dire) al cospetto del campione russo Garry Kasparov, intervistato due domeniche fa sulla «Repubblica». «Si può vivere con gli scacchi e si può vivere senza gli scacchi: sono due distinte categorie di persone, non ce n’è una terza». Ho qualche perplessità: ci sono quelli che giocano a dama, a golf, a buccaro… Sono tutte categorie di persone (e dell’anima) esattamente come quelli che giocano o che non giocano a scacchi. Che differenza c’è? La differenza è che lo dice Saviano: tutto, sotto lo sguardo di Saviano, diventa speciale e irripetibile: la sua realtà è un’iperrealtà epica popolata da eroi e antieroi. Ci


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Idee e acquisti per la settimana

Colpo di fortuna

Tutta l’Europa in un solo giorno Nel 2016 l’Europa-Park diventa più verde: nella tarda primavera, infatti, sarà inaugurato un 14° quartiere tematico dedicato all’Irlanda

In palio

La stagione 2016 è posta all’insegna della natura e della famiglia. Più di 100 attrazioni e spettacoli, oltre a 14 quartieri tematici europei, attendono i visitatori all’Europa-park di Rust (D). Nella verdeggiante oasi che rappresenta l’Irlanda, giovani e anziani troveranno nuove avventure, tante giostre e un mondo di giochi al coperto, il tutto allestito con le caratteristiche tipiche dell’isola verde. I cinque alberghi a tema del parco offrono notti da sogno. E per gli Svizzeri c’è una sorpresa: all’inizio dell’estate aprirà la casa di «Schellen-Ursli», il protagonista del libro e del film per bambini «Una campana per Ursli». Girare l’Europa in un giorno

Non soltanto Inghilterra, Islanda o Irlanda: dalla tarda primavera, all’Europa-Park i visitatori possono attraversare in un solo giorno ben 14 Paesi del nostro continente. I vari quartieri tematici si distinguono tra loro per l’architettura, la vegetazione e l’offerta gastronomica tipici di ciascuna nazione. A far battere più forte i cuori degli appassionati di montagne russe, ci sono oltre 100 attrazioni. I più coraggiosi salgono sul velocissimo ottovolante islandese «WODAN – Timburcoaster» o sulle terribili montagne russe «blue fire Megacoaster powered by GAZPROM» che li catapultano in aria a 100 km/h. L’adrenalina sale anche in Francia: l’ottovolante al buio «Eurosat» proietta i passeggeri nello Spazio profondo, mentre con il «Silver Star» ci si butta giù a 130 km/h da un’altezza di oltre 70 metri. Ha però un’ampia scelta anche chi ama qualcosa di più tranquillo. In Italia, gli ospiti galleggiano in aria con il «Volo da Vinci», mentre i più giovani sono attesi nel bosco delle fiabe dei fratelli Grimm da Frau Holle, Raperonzolo e Cenerentola, e si addentrano nel mondo delle favole in compagnia di Hänsel e Gretel. La grandiosa attrazione per le famiglie «Arthur – Nel regno dei Minimoys» realizza il sogno di essere a contatto in prima persona con stupefacenti scenari naturali. Durante un volo di 550 metri, i visitatori viaggiano con tutti i sensi del corpo attraverso un universo sotterraneo composto da sette regni fantastici. Accanto al viaggio di «Arthur», nel

Mondo dell’avventura ci sono due torri di caduta libera alte dieci metri, un grandioso scivolo, l’angolo giochi «Ninos» e la giostra «Mül-Müls» con paffuti animaletti di pelliccia.

12 avventurosi soggiorni e 50 entrate giornaliere per famiglie all’Europa-Park a Rust

Novità 2016

Nel corso del 2016 ci saranno grandi sorprese e novità. Innanzitutto, nella tarda primavera sarà inaugurato il nuovo quartiere tematico dedicato all’Irlanda. Al centro della collina irlandese sorge un idilliaco villaggio di pescatori. In questa oasi da fiaba l’intera famiglia può esplorare nuove attrazioni, che si tratti dell’altalena, di un viaggio sul treno per bambini o di una gita in trattore. Inoltre, un grande mondo di giochi al coperto garantisce avventure uniche in ogni stagione dell’anno. Nel quartiere dei Paesi Bassi, c’è una nuova bancarella di poffertjes, i tradizionali dolci olandesi, e un’altra dove si possono gustare le tipiche patatine fritte all’olandese. La superficie del parco comprende ora un nuovo punto di riferimento con la «Piazza del Lussemburgo». Nel quartiere svizzero, infine, all’inizio dell’estate verrà aperta la casa di «Schellen-Ursli».

Concorso

Condizioni e termini del concorso Azione e Migros Cumulus estraggono a sorte fra i lettori dei settimanali della Migros 12 avventurosi soggiorni all’Europa-Park e 50 entrate giornaliere per famiglie composte al massimo da 4 persone, per un valore totale di 18’000 franchi. I soggiorni includono un pernottamento per una famiglia (max. 4 persone) in uno degli alberghi a tema del parco e due entrate giornaliere per famiglie all’Europa-Park.

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Come si partecipa Per partecipare al sorteggio basta rispondere a questa domanda: Quanti alberghi di proprietà del parco ci sono all’Europa-Park? Modalità di partecipazione: Via telefono: Chiama il numero 0901 560019 (1 fr./chiamata da rete fissa) e comunica la tua risposta, assieme a nome e indirizzo. Via SMS: Invia un SMS al numero 920 (1 fr./SMS) con la parola VINCERE, la risposta, il tuo nome e indi-rizzo. Per esempio: VINCERE, la risposta, Maria Rossi, Via Maestra 1, 6999 Località. Via cartolina postale: Invia una cartolina (posta A) con la risposta, il nome e l’indirizzo a: MigrosMagazin/Azione, «Europa-Park», Casella postale, 8099 Zurigo. Temine d’invio: 27.03.2016.

Notti da sogno negli hotel dell’Europa-Park

Gli alberghi a 4 stelle di proprietà del parco «El Andaluz» e «Castillo Alcazar», così come i 4 stelle Superior «Colosseo», «Santa Isabel» e «Bell Rock» offrono possibilità di pernottamento letteralmente da sogno. Gli ospiti s’immergono nell’avvincente vita di un castello, si godono «la dolce vita», si divertono all’insegna di «Viva l’España» o scoprono le vicende della Nuova Inghilterra. Altre esclusive possibilità di trascorrere la notte in dormitori e veicoli da campeggio sono offerte dal Camp Resort. Nel villaggio di tende indiane, gli appassionati del Far West dormono all’interno di autentici tepee. Durante la stagione estiva 2016, che va dal 19 marzo al 6 novembre, l’EuropaPark è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 18.00 (apertura prolungata in alta stagione). Infoline: 0848 37 37 37. Maggiori informazioni: www.europapark.de

1 1 In aria su «Pegasus Coastiality». 2 La Svizzera, proprio dietro l’angolo. 3 Pernottare in un particolare letto a castello.

I vincitori saranno informati per iscritto. I premi non saranno corrisposti in denaro. Si esclude il ricorso alle vie legali. Non si tiene alcuna corrispondenza inerente al sorteggio. I collaboratori di Migros Ticino non possono partecipare al concorso. I premi non riscossi dai vincitori (entro tre mesi dall’estrazione) scadono senza possibilità di sostituzione. 3


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Idee e acquisti per la settimana

Idee e acquisti per la settimana

Durante l’essiccazione al sole, i chicchi perdono l’acqua e l’aroma si accentua.

I frutti del cacao si sviluppano dai fiori e maturano direttamente sulla pianta. Gli alberi di cacao crescono nelle zone tropicali.

I semi freschi sono racchiusi in una polpa bianca.

La polpa contenente i semi viene fatta fermentare su foglie di banano, finché si diluisce. I semi perdono la capacità di germogliare e sviluppano il loro tipico aroma di cacao.

Dalla vendita alla cooperativa fino alla spedizione oltremare i chicchi superano svariati controlli di qualità.

Cioccolato sostenibile

Qualità garantita È lunga la strada che porta semplici semi di cacao ad essere trasformati in coniglietti, ovetti di Pasqua e tante altre specialità di cioccolato in vendita sugli scaffali della Migros. Praticamente tutti provengono da produzione sostenibile

Bio Fairtrade Max Havelaar Ovetti al latte 150 g Fr. 4.30 Bio Fairtrade Max Havelaar Papero al latte 150 g Fr. 5.90* *Nelle maggiori filiali

Fairtrade Max Havelaar contrassegna prodotti provenienti da coltivazione sostenibile e commercio equo.

Bio Fairtrade Max Havelaar Coniglio al latte 120 g Fr. 3.30 Bio Fairtrade Max Havelaar Coniglio Noir 120 g Fr. 3.30

Testo: Dora Horvath

Da dove proviene il cacao del cioccolato in vendita alla Migros? In quali condizioni vivono i piccoli contadini latinoamericani e africani che lo coltivano? Domande come queste riecheggiano sempre di più tra i consumatori e cresce la richiesta di cioccolato di produzione sostenibile e commercio equo. Una richiesta che si ripercuote sull’assortimento Migros. Tre coniglietti di cioccolato al latte, bianco e fondente, così come gli ovetti di cioccolato al latte e fondente sono contrassegnati con il sigillo Fairtrade Max Havelaar e certificati come biologici.

Migros Bio è sinonimo di agricoltura in armonia con la natura. Il marchio Bio contrassegna oltre 1300 prodotti.

A loro, per la gioia dei bambini, si è appena aggiunto un simpatico anatroccolo di cioccolato Faitrade al latte. Viene acquistato cacao di produzione sostenibile anche per la linea pasquale del marchio Frey. I Freylini, i popolari ovetti avvolti nella variopinta carta maculata, così come i coniglietti Frey e tutte le altre specialità della casa vendute alla Migros, recano il bollino UTZ. L’articolo a pagina 58 descrive l’importanza e le caratteristiche di questo marchio, così come i vantaggi che procura ai piccoli produttori di cacao.

UTZ certifica una coltivazione rispettosa dell’uomo e della natura, che consente agli agricoltori di aumentare raccolti e redditi.

Frey Freylini Ovetti / Giandor assortiti, certificati UTZ 500 g Fr. 10.80 Frey Coniglio gigante al latte, certificato UTZ 440 g Fr. 4.95

I prodotti illustrati sono in vendita fino ad esaurimento dello stock.

Frey Freylini Ovetti Classic Mix, certificati UTZ 250 g Fr.6.90 Frey Coniglio Mahony al latte, certificato UTZ 100 g Fr. 4.–

Chicchi sgusciati pronti per essere lavorati.

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Idee e acquisti per la settimana

Repubblica Dominicana: la cooperativa Fairtrade Conacado costruisce scuole, e non solo per queste ragazzine…

Coltivazione del cacao

Un aiuto che produce frutti Migros vende soprattutto cioccolato certificato. Quali sono i benefici per i piccoli coltivatori di cacao lo dimostrano gli esempi delle cooperative in Africa occidentale e nei Caraibi Testo: Michael West Foto: Max Havelaar France

Chi compra il cioccolato della Migros trova quasi sempre sugli imballaggi i simboli che ne attestano la sostenibilità. Ad esempio, alcune qualità della marca Frey sono certificate UTZ. A queste si aggiungono quelle che recano le etichette Migros Bio e Fairtrade Max Havelaar. Ma quali benefici ne derivano ai produttori di cacao? Nella zona sud-occidentale della Costa d’Avorio ha sede la cooperativa di coltivatori di cacao Necaayo. I suoi 500 piccoli agricoltori vivono ancora in semplici capanne di fango. I loro villaggi sono raggiungibili solo attraverso strette stradine sterrate, che durante il periodo delle piogge si trasformano spesso in pantani. Eppure, anche qui molto è cambiato in meglio da quando, tre anni fa, la cooperativa ha iniziato a rifornire la Chocolat Frey, azienda dell’Industria Migros, di chicchi di cacao certificati UTZ. Un ruolo centrale nel programma UTZ è svolto dalle conoscenze agronomiche. Alcuni esperti istruiscono i contadini e gli insegnano a migliorare i loro metodi di coltivazione. E i soci della cooperativa Necaayo hanno imparato molto. Ad esempio, ora tagliano i loro alberi di cacao in modo professionale e li ripuliscono sistematicamente da vischio e muschio. Se un albero non è più produttivo viene sradicato e sostituito con una piantina giovane. Tra-

mite questi e altri miglioramenti, la cooperativa è riuscita ad aumentare il suo reddito in modo significativo. Ciò significa maggiori entrate e migliori condizioni di vita per tutta la popolazione della regione. Da Chocolat Frey i contadini ricevono un premio UTZ in aggiunta al prezzo d’acquisto del cacao. L’azienda Migros non si limita però a fornire prestazioni finanziarie: suoi rappresentati giungono regolarmente in Africa occidentale e intrattengono stretti rapporti di collaborazione con la cooperativa. Hanno fornito assistenza ravvicinata anche per progetti sociali realizzati grazie ai premi UTZ, come ad esempio la costruzione di un’infermeria.

Costa d’Avorio: i contadini della cooperativa certificata UTZ imparano come possono incrementare il loro reddito.

Con risorse naturali

La cooperativa di coltivatori di cacao Conacado, nel Sud-Est della Repubblica Dominicana, è certifica Faitrade sin dal 1995 e qualche anno dopo ha ricevuto anche l’attestato Bio. Gli 8600 piccoli agricoltori che la compongono sono, dunque, dei veterani del commercio equo. Forniscono chicchi di cacao che servono a fabbricare alcune varietà di cioccolato della Migros. La cooperativa approfitta di un premio Fairtrade fisso, che il cliente versa in aggiunta a un prezzo minimo garantito. Nel corso di assemblee, i contadini decidono democraticamente la destinazione dei

premi. Il denaro fluisce spesso in progetti sociali e in miglioramenti della produttività. Poiché Conacado produce e vende già da parecchi anni secondo i requisiti Fairtrade, sono già state realizzate molte opere, tra cui alcuni nuovi edifici scolastici per i bambini della regione e una biblioteca. Poiché i piccoli agricoltori adottano metodi di coltivazione biologici, usano fertilizzante autoprodotto, che contiene tra l’altro compostaggio e letame di polli. Le piante di cacao vengono protette da malattie e parassiti

per mezzo di sostanze vegetali, come ad esempio soluzioni a base di sapone o estratti di peperoncino. Il cacao certificato Bio e Fairtrade viene venduto a prezzi sensibilmente più elevati rispetto ai chicchi di produzione convenzionale. Perciò i contadini vivono in condizioni relativamente buone, nonostante la Repubblica Dominicana nel suo complesso sia una delle isole più povere dei Caraibi. E così, oltre ai vari certificati, le cooperative condividono molte cose. Grazie all’incoraggiamento a darsi da fare, i

piccoli agricoltori sono riusciti a progredire economicamente. Un aspetto di cui approfitta tutta la popolazione della regione.

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Idee e acquisti per la settimana

Le eliche sono fatte con la nuova pasta sfoglia di spelta di Anna’s Best.

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n¤ T ... Anna’s Best

Ma che sia di farro La spelta, nota anche con il nome di farro, sta vivendo una rinascita. Sempre più gente preferisce questo antichissimo cereale svizzero dal gusto pronunciato. Ora, l’assortimento di impasti da forno di Anna’s Best è stato completato con una pasta sfoglia alla spelta di farina integrale. Preparata con olio di palma di produzione sostenibile, è già spianata e pronta all’uso. È adatta sia per le crostate che per stuzzichini dolci e salati, come le eliche da farcire a piacere.

m 1O ¢ 2 T Per le eliche tagliate la pasta sfoglia in quadrati di ca. 8,5 cm. Con un coltello, partendo da ogni angolo, praticate delle incisioni diagonali lunghe ca. 2 cm. A scelta mettete al centro di ogni quadrato un cucchiaio di formaggio fresco alle erbe e pomodori secchi a cubetti o cantadou al pepe e prosciutto crudo e piegate come illustrato. Spennellate con tuorlo d’uovo e cuocere nel forno a 220 °C per 12 minuti.

Azione 20x Punti Cumulus fino al 28 marzo.

Novità Anna’s Best Pasta sfoglia alla spelta con farina integrale di spelta 320 g Fr. 3.20 Nelle maggiori filiali

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali la pasta sfoglia alla spelta di Anna’s Best.


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Il capretto pasquale Attualità Un piatto tradizionale preparato per i lettori di Azione da Matteo Pellini, souschef di cucina presso

il Grotto Broggini di Losone. Per questa e altre specialità prettamente pasquali i mastri macellai della Migros sono a vostra disposizione per consigli personalizzati

Capretto al forno Per 4 persone Ingredienti 2.4 kg capretto fresco tagliato a pezzi 1 dl burro per arrostire 1 bicchiere vino bianco Timo, rosmarino 4 spicchi d`aglio 100 g burro Sale, pepe Preparazione

Il capretto da latte, che è poi quello ideale, pesa tra i 6 e gli 8 kg, la sua carne è tanto più delicata quanto più è di colore rosa chiaro, tendente al bianco; se il rosa è più accentuato, significa che il capretto si è alimentato con erba e il sapore delle sue carni diventa più marcato. Il capretto, la cui carne ha un basso contenuto di grassi, è senza alcun dubbio la pietanza per eccellenza che appare il giorno di Pasqua sulle tavole dei ticinesi. In cucina il capretto è in generale trattato come l’agnello. Tutte le ricette adatte a quest’ultimo convengono anche al primo. Ma se avete dei dub-

bi su come cucinare il capretto, i mastri macellai della Migros sapranno consigliarvi al meglio sul modo di cucinare la specialità pasquale. Molte sono infatti le ricette che ci sono state tramandate sin dall’antichità; la preparazione del capretto non ha subito nei secoli grossi o evidenti cambiamenti nei modi di cucinarlo, sono solo cambiati gli attrezzi di cucina. Al forno, alla griglia, allo spiedo, oppure la sua frittura in padella, la carne di capretto accompagnata da un nostro rosso di Merlot, di sicuro renderà la vostra Pasqua indimenticabile. / Davide Comoli

Matteo Pellini, souschef del Grotto Broggini di Losone, ha cucinato il tradizionale capretto al forno. (Flavia Leuenberger)

Prendete il capretto salatelo e pepatelo, dopo di che scaldate una padella, mettete il burro per arrostire e rosolatelo per bene. Disponete i pezzi in una placca da forno, aggiungete il vino, timo, rosmarino, spicchi d’aglio in camicia e il burro fresco a pezzetti, coprite con carta alluminio e mettete in forno a 170° per circa 45 minuti. Scopritelo e controllate se la carne è tenera, quindi alzate la temperatura del forno a 200° per avere un bel colore per gli ultimi 10 minuti circa. Togliete il capretto dalla placca e tenetelo al caldo, nel frattempo aggiungete mezzo bicchiere d’acqua e mezzo bicchiere di vino bianco nella placca e ponetela sul fuoco, aiutandovi con una frusta formate la salsa e riducetela a piacere. Servite il capretto cosparso con poca salsa accompagnato da patate al forno, asparagi o carciofi a vostro piacere. Buon appetito!

Aperture prolungate al sabato Informiamo la spettabile clientela che da sabato 26 marzo nelle filiali Migros sotto indicate entra in vigore l’orario di chiusura del sabato posticipato. Ore 18.00: Arbedo-Castione, Ascona, Bellinzona, Biasca, Crocifisso, Faido, Giubiasco, Losone Do it, Maggia, Melano, Minusio, Paradiso, Radio, Solduno, Taverne, Tenero e Tesserete. Ore 18.30: Centro Agno, Locarno e Centro S. Antonino


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Idee e acquisti per la settimana

Il pesce più pregiato anche per il Venerdì Santo Pasqua Lo trovate al vostro banco del pesce fresco di Migros Ticino. I consigli

di José Teixeira, responsabile del reparto pesce presso la Migros di S. Antonino

José Teixeira, quali sono i pesci nobili più indicati per la festività pasquale?

Si va dalla rana pescatrice alla sogliola, dalle ostriche alla coda d’astice, passando per il branzino e l’orata fino al polpo. Cosa caratterizza i banchi del pesce fresco Migros?

Accanto alla qualità della nostra proposta, sicuramente la clientela apprezza non di meno la valenza sostenibile del nostro assortimento. Tutti i pesci da noi venduti provengono infatti solo da pesca o allevamento responsabili. Cosa apprezza in modo particolare del suo lavoro?

Il fatto di poter fornire alla clientela consigli culinari personalizzati per la migliore preparazione delle nostre specialità ittiche. Quando poi il cliente ritorna felice per quanto suggerito è per me sempre un motivo di gioia. Una sua ricetta ideale per la Pasqua?

Direi il polpo al forno. Per quattro persone prendere un bel polpo di ca. 1-1,2 kg e sbollentarlo per qualche minuto, quindi batterlo leggermente e tagliarlo a tocchetti. In una teglia capiente versare dell’olio d’oliva insieme ad aglio e metà cipolla tritati e aggiungere un poco di sale grosso. Mettervi il polpo e coprire con patate, pomodorini e olive. Infornare nel forno caldo a 200 gradì per 1 ora girando di tanto in tanto.

ASC è simbolo di un allevamento certificato, responsabile, che deve seguire linee direttive ecologiche e sociali.

MSC è simbolo di una pesca certificata, sostenibile. I pesci e i frutti di mare provengono sempre da pesca selvatica.

Migros Bio è simbolo di un allevamento di pesce rispettoso della natura, sostenibile, che viene controllato e certificato da organismi indipendenti da noi.

Parte di José Teixeira, responsabile del reparto pesce alla Migros di S. Antonino. (Flavia Leuenberger)


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Idee e acquisti per la settimana

A tutta Pasqua! Attualità Vivere la ricorrenza non solo nei negozi, ma anche nei ristoranti

Flavia Leuenberger

e ai banchi pasticceria grazie alle tante sorprese che vi attendono

La Pasqua è alle porte e anche la ristorazione Migros dedica ampio spazio all’importante ricorrenza. In primo piano naturalmente le sue creazioni artigianali di finissima pasticceria. Quest’anno i mastri pasticceri hanno sviluppato delle vere e proprie opere d’arte di bontà e originalità. A cominciare dalla «Torta coniglio», una delizia su base di Saint Honoré con pan di spagna, crema vaniglia, panna e graziosa decorazione in superficie con coniglio di cioccolato. L’altra novità è la «Torta pulcino», una gioia per occhi e palato fatta con soffice pan di spagna e crema. Entrambe saranno disponibili per la vendita speciale di sabato 26 marzo. Chi preferisce le piccole golosità opterà invece per i «Cup cake alla carota», i simpatici «Animaletti di marzapane» fatti a mano, le «Creazioni di cioccolato con sorpresa» oppure ancora gli «Ovetti» e «Mini Coniglietti» al cioccolato. Immancabili sono ovviamente le croccanti «Colombine» di sfoglia lucida farcite di prelibata crema pasticciera. Siccome non si vive di soli dolci, il prossimo sabato i ristoranti proporranno anche il tradizionale «capretto al forno» con ricco contorno. Infine, per una festa pienamente riuscita, non bisogna nemmeno scordare le proposte di piatti d’asporto del nostro party service (www.migrosticino.ch/party-service, tel. 0848 848 018) da ordinare con almeno 48 ore d’anticipo. Un esempio? Un buonissimo piatto di antipasto composto da diversi paté, roastbeef e petto di tacchino. Oppure la nostra selezione di sfiziosissimi fingerfood.

Il formentino nostrano per dare il via al banchetto di festa Attualità Un’insalata molto richiesta durante le occasioni

Arricchito con uova sode, crostini di pane, dadini di pancetta o fegatini leggermente rosolati; quindi condito con una vinaigrette a base di olio d’oliva extravergine, succo di limone e erbette aromatiche, il formentino si trasforma in una deliziosa entrée festiva che farà la felicità di tutti gli invitati, anche i più giovani. Questa varietà di insalata dalle belle foglioline verdi tondeggianti riunite in una rosetta, può essere tuttavia anche gustata calda, semplicemente saltata brevemente in padella con un po’ di burro. È una delle insalate preferite durante il periodo più freddo, an-

che se al giorno d’oggi è ormai disponibile tutto l’anno. Sono gli oli essenziali a conferire al formentino il suo tipico aroma nocciolato. Essendo le foglioline spesso sporche di terra, il formentino deve essere ben lavato prima del consumo, non sotto l’acqua corrente, bensì lasciandolo ammollo nell’acqua per qualche minuto e asciugandolo per mezzo di una centrifuga da insalata. Infine, è utile sapere che il formentino è ricco di vitamina C, betacarotene, potassio, ferro e acido folico e, con sole 20 calorie per 100 grammi, particolarmente amico della linea.

Flavia Leuenberger

speciali grazie al suo delicato sapore di nocciola e alla sua croccantezza. In Ticino la sua coltivazione è molto diffusa, tant’è che annualmente vengono messe a dimora qualcosa come oltre 10 milioni di piantine


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Buonissima, Bellissima, Specialissima Attualità Pasta La Molisana per contorni e secondi esclusivi nei giorni di festa

Il Pastificio La Molisana nasce come bottega artigianale nel 1912 e in pochi decenni si afferma come leader nel settore della produzione di pasta di semola di grano duro. In oltre un secolo di attività, l’azienda ha affinato l’arte di scegliere solo le varietà più pregiate, con elevato

contenuto proteico, per garantire alla pasta la giusta tenacità, nerbo e gusto. La materia prima è decorticata secondo l’antico metodo a pietra, aspetto che purifica il chicco con dolcezza e ottiene dalla macinazione solo il cuore, ricco di sapore e proprietà nutritive. Il Pastificio

– situato nel cuore del Molise, a 710 metri di altezza – beneficia dell’aria incontaminata di montagna e del clima piacevolmente rigido, alleati preziosi per la conservazione del grano duro. L’acqua utilizzata per impastare le semole proviene invece dal cuore del Parco del

Matese, e si caratterizza per il fatto di essere naturalmente oligominerale e iposodica. Migros Ticino offre diversi formati di Pasta La Molisana, tra cui i Paccheri e i Conchiglioni, due varianti ricche di sapore particolarmente consigliati per le

prossime festività. Questi due formati speciali dallo spessore generoso e dalle temperature di essicazione delicate, sono trafilati al bronzo, caratteristica che dona alla superficie una texture ruvida che attira il condimento e prolunga il piacere.

Conchiglioni 500 g Fr. 2.50

Paccheri 500 g Fr. 2.50 In vendita nelle maggiori filiali di Migros Ticino

Una delizia: conchiglioni con burrata, ortaggi, mandorle e olive. Questa e altre ricette su www.lamolisana.it/ricette.

Gelato originale italiano Il marchio «Il Gelataio G7» è specializzato nella produzione di gelato secondo i tipici crismi della tradizione gelatiera italiana. Gli ingredienti accuratamente selezionati, uniti alla creatività e a metodi di lavorazione artigianali, sono i segreti del successo del marchio sul mercato non solo italiano ma anche internazionale. Inoltre il riempimento delle vaschette e le decorazioni avvengono ancora manualmente per offrire ai consumatori un gelato cremoso come quello della gelateria. Di questo marchio romagnolo, Migros Ticino propone l’Affogato al caffè, un gelato al gusto di crema variegato al caffè e decorato con chicchi di cioccolato al caffè; il Nocciolato con gelato alla nocciola, sciroppo di gianduja e granella di nocciola tostata; la Spagnola con sciroppo di amarene e amarene candite; come pure i sorbetti senza latte Lampone con il 60 per cento di succo di lampone e Mela con il 57 per cento di succo di mela.

Affogato al caffè 500 ml Fr. 3.90

Sorbetto al lampone 500 ml Fr. 3.30

Nocciolato 500 ml Fr. 3.90

Sorbetto al mela 500 ml Fr. 3.30

Spagnola 500 ml Fr. 3.90

In vendita al reparto surgelati delle maggiori filiali Migros


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Idee e acquisti per la settimana

Gustoso preludio alla Pasqua Attualità La treccia Leventina ricca di burro è un must del sempre più apprezzato brunch pasquale

Il piacere dell’attesa per le prossime festività diventa ancora più stuzzicante grazie ad un ricco brunch. Treccia, confettura, miele, burro, affettati, formaggio, uova, salmone, cereali, succo d’arance, frutta… e il pasto che unisce colazione e pranzo si trasforma con pochi accorgimenti in un momento di gioia e buongusto. In particolar modo la treccia Leventina saprà stuzzicare l’appetito di grandi e piccini, anche grazie al suo generoso contenuto di burro di ben il 17%. Per realizzare la treccia Leventina i panettieri della Jowa si sono ispirati alle tradizioni culinarie di un tempo, quando ogni domenica la massaia preparava in casa questo morbido pane intrecciato per tutta la famiglia. Per ottenere una treccia morbida al punto giusto è però fondamentale la genuinità degli ingredienti: burro di qualità, la farina di frumento deve essere adatta agli impasti con abbondante burro, inoltre un goccio di latte conferisce al prodotto quel tocco delicato in più. Una volta pronto, l’impasto viene intrecciato rigorosamente a mano e poi spennellato con del tuorlo d’uovo per ottenere una superficie lucente e croccante a cui è impossibile resistere.

Serate in panetteria per adulti

Flavia Leuenberger

Giovedì 31 marzo, dalle 17.30 alle 20.00 ca., presso le panetterie della casa di S. Antonino e Serfontana, è prevista la prima serata in panetteria di quest’anno riservata agli adulti (10 partecipanti per filiale). Con l’aiuto dei nostri panettieri, si potranno preparare squisite specialità rustiche. Per partecipare è necessario iscriversi telefonando al nr. 091 840 12 61, mercoledì 23 marzo, a partire dalle ore 10.30. Valido per chi non ha partecipato agli ultimi due appuntamenti.

Treccia Leventina ricca di burro 500 g Fr. 4.50 In vendita solo il venerdì e il sabato

Arte pasticciera italiana Attualità Alcune specialità tradizionali per una Pasqua ricca di gusto

L’assortimento completo è in vendita nelle maggiori filiali Migros

La colomba con glassa di nocciole lavorata artigianalmente per chi cerca qualcosa di diverso. La lenta lievitazione naturale con lievito madre e un’antica lavorazione nel rispetto della tradizione conferiscono al prodotto una sofficità e una fragranza inimitabili.

La colomba senza canditi firmata Maina. Con il suo profumo e aroma inconfondibili, La Gran Pandorella farà la felicità di tutti i commensali. Fatta con lievito madre di pasta acida e ingredienti genuini selezionati, come tutte le specialità Maina è priva di conservanti, coloranti e OGM.

Per chi predilige la grande tradizione, la colomba classica Maina con copertura di croccante glassa di nocciole e mandorle lavorata a mano. A cottura ultimata viene lasciata raffreddare a testa in giù per più di 10 ore per preservarne la caratteristica forma, gli aromi e il gusto.

Dedicato ai più piccoli, L’Allegro Cestino Dal Colle è una squisita ciambella a lievitazione naturale con cremosa farcitura di cioccolato al latte e riempita di golosissime praline colorate di arachidi ricoperte di cioccolato. Una Pasqua all’insegna dell’originalità.

Maina La Gran Nocciolata 750 g Fr. 12.50

Maina La Gran Pandorella 900 g Fr. 12.80

Maina La Gran Colomba 1 kg Fr. 10.50

Dal Colle L’Allegro Cestino 650 g Fr. 7.80


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Idee e acquisti per la settimana

Figurine che passione Attualità A Migros Ticino sono in vendita le figurine

e l’album Panini dei Campionati Europei di Calcio 2016 in Francia. Michele Spaggiari di Bellinzona ci parla della sua grande passione per il collezionismo delle figurine dei calciatori

«La mia passione per il collezionismo di figurine dei calciatori nasce dalla frequentazione da bambino del campetto di quartiere, dove si parlava sempre di calcio, in particolar modo del campionato di calcio italiano. A quel tempo le figurine erano grandi e colorate: mi ricordo soprattutto quelle dei giocatori del Napoli. Quando iniziai, negli anni sessanta, collezionavo sporadicamente, poiché le possibilità finanziarie non erano come oggi e quindi riuscire nell’intento di finire una raccolta non era così evidente. L’aspetto più affascinante di questa attività è la brama di terminare l’album e poi, soprattutto, quello di scambiare le figurine con gli amici: “Ce l’ho… non ce l’ho…”. Tutto a memoria visiva e non ne sbagliavo una. Nella mia collezione non ho un album preferito particolare. Tutti hanno una propria unicità; ma la cosa bella degli album è la sensazione che ti danno quando riesci ad avere tutte le figurine che lo compongono. E vi garantisco che a 57 anni è la medesima di quando avevo 10 anni. Ben vengano i prossimi Europei di Calcio, non vedo l’ora di iniziare a compilare il nuovo album».

Album di figurine Fr. 2.90 Bustina di figurine 5 pezzi Fr. –.90

Michele Spaggiari è un grande appassionato delle figurine Panini. (Flavia Leuenberger)

Top10 CD

Top10 DVD

Top10 Libri

1. Adele

1. Snoopy & Friends

1. Nicholas Sparks

25 2. Baglioni e Morandi

Capitani coraggiosi (2 CD) 3. Francesca Michielin

Di20are 4. Coldplay

A Head Full Of Dreams

Animazione 2. Il viaggio di Arlo

Animazione / novità 3. 007 Spectre

D. Craig, M. Bellucci

Nei tuoi occhi, Sperling

Fiori in festa al Serfontana

2. Fabio Volo

È tutta vita, Mondadori 3. Clara Sanchez

La meraviglia degli anni imperfetti, Garzanti

4. Minions

Animazione

4. Chiara Gamberale

Adesso, Feltrinelli Miss Nostalgia 6. Modà

Passione maledetta

5. Sopravvissuto – The Martian

M. Damon, J. Chastain 6. Inside Out

5. Andrea Vitali

Nel mio paese è successo un fatto strano, Salani

Animazione 6. Antonio Distefano

7. Marco Mengoni

Le cose che non ho 8. Laura Pausini

Simili 9. Alessandra Amoroso

Vivere a colori 10. Noemi

Cuore d’artista

7. Hotel Transylvania 2

Animazione 8. Mad Max - Fury Road

C. Theron, T. Hardy/ novità

Prima o poi ci abbracceremo Mondadori 7. Luis Sepulveda

Storia di un cane che insegnò ad un bambino la fedeltà, Guanda

9. Insurgent

T. James, K. Winslet 10. Masha e Orso Box (DVD+Toy)

8. Jeff Kinney

Diario di una schiappa – portatemi a casa, Castoro

Animazione 9. Nick Sloan

English da zero kids, Mondadori 10. Lucinda Riley

Ally nella tempesta, Giunti

Flavia Leuenberger

5. Stadio

Il Centro Shopping Serfontana, dal 23 marzo al 2 aprile, ospita la 35esima edizione dell’apprezzata mostra floreale primaverile. La Mall del Serfontana si trasformerà in un coloratissimo e profumato giardino in fiore. Inoltre quest’anno all’interno delle aiuole prenderanno posto delle splendide moto d’epoca che non mancheranno di incuriosire i visitatori grandi e piccoli. Un connubio che vuole essere un inno alla primavera alle porte con la bellezza e la magia dei fiori e il desiderio di viaggiare in tutta libertà.

Durante la mostra verranno organizzati anche dei laboratori creativi dedicati ai bambini che potranno sbizzarrirsi con la loro fantasia e creare ogni giorno con le proprie mani tanti lavoretti. Dal 23 al 26 marzo i laboratori saranno dedicati all’imminente tema pasquale. L’angolo creativo sarà accessibile tutti i giorni dalle 14.00 alle 17.00. Insomma, un appuntamento, quello della tradizionale mostra floreale del Serfontana, che mantiene viva una consuetudine primaverile tanto amata da tutti i visitatori e non solo.


Azione 40%

40%

3.90 invece di 6.50

11.20 invece di 18.75

Fragole Spagna, cassetta da 1 kg

30% 3.60 invece di 5.20 Cuori di carciofo Italia, in conf. da 4 pezzi

Salmone selvatico Sockeye MSC pesca, Alaska, 280 g

20% Chips Zweifel in confezione XXL al naturale, alla paprica o Salt & Vinegar, per es. alla paprica, 380 g, 5.95 invece di 7.75

a partire da 2 pezzi

20% Conf. da 2 in azione Thomy in tubetto in conf. da 2 maionese, Thomynaise o senape dolce, per es. maionese à la française, 2 x 265 g, 4.– invece di 5.–

50% Azione assortimento Tutto l’assortimento di pentole e padelle Cucina & Tavola a partire da 2 pezzi, offerta valida fino al 4.4.2016

Società Cooperativa Migros Ticino Da tutte le offerte sono esclusi gli articoli M-Budget e quelli già ridotti. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 22.3 AL 28.3.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

30% 5.10 invece di 7.30 Fettine di fesa di vitello tagliate fini TerraSuisse Svizzera, imballate, per 100 g

20% Fazzoletti o salviettine cosmetiche Linsoft in confezioni multiple o speciali per es. salviettine cosmetiche in scatola quadrata, conf. da 3, FSC, 3 x 90 pezzi, 4.55 invece di 5.70, offerta valida fino al 4.4.2016


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30%

LOMBATINA D’AGNELLO IN CROSTA DI PINOLI E MENTA Lombatina d’agnello in deliziosa crosta: far appassire scalogno e aglio nel burro, poi versarvi il vino e la salsa per arrosto. Unire pinoli e menta precedentemente frullati con l’olio, quindi incorporare il pangrattato. Rosolare la carne su tutti i lati per 2 minuti. Distribuire la crosta di pinoli e menta sulla lombatina e cuocerla in forno a 250° C per 6 minuti. Trovi la ricetta su www.saison.ch/ it/m-consiglia e gli ingredienti ovviamente alla tua Migros.

2.70 invece di 3.90 Filetto dorsale di merluzzo e filetto di salmone per es. filetti di salmone senza pelle, in vaschetta, d’allevamento, Norvegia, per 100 g

30% 3.75 invece di 5.40 Lombatina d’agnello M-Classic Nuova Zelanda / Australia, per 100 g

30% 12.85 invece di 18.40 Capesante Pelican in conf. da 2, MSC surgelate, 2 x 200 g

50% 19.95 invece di 39.90 Filetto di maiale in crosta Svizzera, 800 g

50% 1.60 invece di 3.20 Prosciuttino dalla noce Quick TerraSuisse, affumicato, cotto per 100 g

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 22.3 AL 28.3.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

a partir e da i 2 confezion

–.60

30%

di riduzione l’una

5.35 invece di 7.65

Azione assortimento Tutti i tipi di riso M-Classic da 1 kg a partire da 2 confezioni, –.60 di riduzione l’una, per es. riso parboiled Carolina, 1.90 invece di 2.50

20% Azione assortimento Tutti i funghi secchi in bustina per es. cappelli di spugnole secchi, 20 g, 9.40 invece di 11.80

20% Azione assortimento Tutti i tipi di spinaci surgelati per es. spinaci alla panna, 800 g, 2.55 invece di 3.20

50% 15% 2.80 invece di 3.30 Fettine di pollo Optigal Svizzera, per 100 g

30% 11.45 invece di 16.40 Scatola con antipasti per le feste Happy Hour surgelati, 1308 g

Pommes Duchesse Delicious surgelate, 1 kg

Azione assortimento

20% Azione assortimento

Tutti i tovaglioli, le tovagliette, le tovaglie e le tovaglie in rotolo di carta Cucina & Tavola o Duni, FSC* Tutte le bevande per aperitivo per es. tovaglioli Cucina & Tavola, azzurri, (birra analcolica esclusa), per es. Perldor Classic, 33 x 33 cm, conf. da 20, 2.15 invece di 4.35, 75 cl, 3.80 invece di 4.80 offerta valida fino al 4.4.2016


. a z z e h c s e fr lo o s e e r p m e S 20% Azione assortimento Tutto l’assortimento di salumi Citterio in self-service, per es. salame Milano in vaschetta maxi, Italia, per 100 g, 3.80 invece di 4.80

Hit 13.90 Composizione floreale con Cymbidium la composizione

50% 8.25 invece di 16.50 Bratwurst di vitello TerraSuisse in conf. da 3 3 x 280 g

30% 3.05 invece di 4.40 Vitello tonnato prodotto in Ticino, affettato fine in vaschetta, per 100 g

30% 2.10 invece di 3.– Capretto fresco tagliato Francia, imballato, per 100 g

Hit 3.60 Limoni bio Spagna / Italia, retina da 1 kg

30%

25%

5.30 invece di 7.70

2.95 invece di 4.–

Prosciutto crudo San Daniele Italia, al banco a servizio, per 100 g

Mango extra Brasile, al pezzo

40% 2.70 invece di 4.60 Pomodorini datterini Italia / Spagna, vaschetta da 500 g

Hit 3.20 Patate Amandine Francia, busta da 1,5 kg

20%

25%

20%

2.70 invece di 3.40

1.65 invece di 2.20

4.90 invece di 6.30

Arrosto spalla di manzo TerraSuisse Svizzera, imballato, per 100 g

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Kiwi Italia, imballati, 500 g

Mele Gala bio Svizzera, imballate, al kg

Hit 5.90 Asparagi verdi Messico / USA, mazzo da 1 kg


! io m r a p is r iù p r o c n A 25%

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8.70 invece di 11.60

FORMENTINO CON MELAGRANA Il formentino fresco è il contorno perfetto per la scaloppina Cornatur. Dimezzare la melagrana in una scodella riempita d’acqua e mettere a mollo i semi. Grattugiare finemente una scorza d’arancia e spremere l’arancia. Spuntare le foglie di menta e tritarle. Per la salsa mescolare olio, aceto, menta, succo e scorza d’arancia. Trovi la ricetta su www.saison.ch/ it/m-consiglia e gli ingredienti freschi alla tua Migros.

Büscion di capra prodotti in Ticino, in conf. da 2 x 150 g

25% Conf. da 2 in azione Prodotti Cornatur in conf. da 2 per es. fettine di quorn con ripieno di mozzarella, 2 x 240 g, 9.70 invece di 13.–

25% 21.– invece di 28.10 Caseificio Canaria prodotto in Ticino, a libero servizio, al kg

20% Raccard tradition in blocco maxi o a fette in conf. da 10 per es. in blocco maxi, per 100 g, 1.75 invece di 2.20

20%

25%

4.45 invece di 5.60

2.15 invece di 2.90

Caprice des Dieux 330 g

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Insalata ticinese Ticino, in conf. da 200 g

33% Conf. da 2 in azione Biscotti freschi nidi alle nocciole, amaretti alle nocciole o discoletti in conf. da 2 per es. discoletti, 2 x 207 g, 3.80 invece di 5.80

20% Azione assortimento Tutti i dolci alle fragole per es. trancio alle fragole, 2 x 190 g, 5.50 invece di 6.90

20%

20% Azione assortimento Tutti i dessert Tradition per es. Crème Caramel, 175 g, 1.– invece di 1.30

Azione assortimento Tutti i succhi freschi Andros per es. succo d’arancia, 1 l, 3.80 invece di 4.80

20% Azione assortimento Yogurt M-Classic, 6 x 180 g per es. mela e mango, fragole, mirtilli, 2.60 invece di 3.30

25% 2.– invece di 2.70 Sfoglia fresca per lasagne Armando De Angelis in conf. da 250 g

30% 13.90 invece di 19.90 Tulipani M-Classic, mazzo da 30 disponibili in diversi colori, per es. gialli


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40% Conf. da 2 in azione Salse per insalata M-Classic pronte in conf. da 2 French Dressing, French alle erbe aromatiche o Italian, per es. French Dressing, 2 x 700 ml, 3.10 invece di 5.20

20% Azione assortimento Tutti i brodi Bon Chef per es. brodo di verdure, 5 x 20 g, 2.– invece di 2.50

Azione assortimento Tutti i tipi di Aquella in conf. da 6, 6 x 1,5 l per es. verde, 2.60 invece di 3.30

Conf. da 3 in azione Rio Mare in conf. da 3 per es. tonno all’olio di oliva, 3 x 104 g, 9.10 invece di 11.40

di riduzione l’uno

Azione assortimento

Hit 14.80

Tutte le olive in sacchetto a partire da 2 pezzi, –.50 di riduzione l’uno, per es. Tutti i filtri per l’acqua Brita in colori pastello olive spagnole Hojiblanca, snocciolate, 150 g, 1.85 per es. azzurro pastello, il pezzo invece di 2.35

a partir e da 2 pe z zi

33% 6.20 invece di 9.30 Biscotti Rocher o Carré ChocMidor in conf. da 3 per es. biscotti Carré, 3 x 100 g

20%

20%

– .5 0

20% Azione assortimento Tutti i gelati Crème d’or da 750 ml o 1000 ml per es. al cioccolato, 1000 ml, 7.80 invece di 9.80

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50%

30% Azione assortimento

Azione assortimento

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Tutto l’assortimento Handymatic Supreme (sale rigeneratore escluso), a partire da 2 pezzi

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento di sottaceti o di antipasti Condy per es. cetrioli alle erbe aromatiche, 270 g, 1.50 invece di 1.90

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15% Conf. da 3 in azione Detersivi per i piatti Handy in conf. da 3 per es. Classic, 3 x 750 ml, 4.55 invece di 5.40, offerta valida fino al 4.4.2016

Hit 8.90 Calzini sportivi da donna in confezioni multiple per es. calzini, bianchi, in conf. da 3, n. 35–38


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Sminuzzato di vitello TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g, 3.95 invece di 5.– 20% Galletto Optigal, Svizzera, in conf. da 2 pezzi, al kg, 9.40 invece di 13.50 30%

Pane e latticini

15% 3.95 invece di 4.70 Deodorante roll-on Rexona Cobalt in conf. da 2 2 x 50 ml

Azione assortimento Tutto l’assortimento di prodotti Essence Ultîme o Gliss Kur (formato mini, cura istantanea ed intensa Gliss Kur e confezioni multiple esclusi), a partire da 2 pezzi

Gusci di meringhe, 120 g, 3.– invece di 3.80 20% Ravioli Anna’s Best in conf. da 3 o gnocchi Anna’s Best in conf. da 2, per es. ravioli ricotta e spinaci, 3 x 250 g, 9.80 invece di 14.70 33% Emmentaler Surchoix, per 100 g, 1.50 invece di 1.90 20% Burro mezzo grasso Léger, 200 g, 2.40 invece di 3.– 20% Colomba Sélection in scatola regalo, 750 g, 14.– invece di 17.50 20% Pane alla ticinese, 400 g, 2.10 invece di 2.50 15%

Fiori e piante

20% Azione assortimento Tutto l’assortimento I am Men (confezioni multiple escluse), per es. Shower Energy, 250 ml, 1.65 invece di 2.10

Rose Fairtrade, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo 50 cm, mazzo da 15, per es. arancioni, 14.90

33%

Tutte le noci Party, per es. noci miste tostate e salate, 200 g, 2.– invece di 2.50 20% Tutte le 7up in conf. da 6 x 1,5 l e le 7UP H2Oh! 6 x 1 l, per es. 7up Regular in conf. da 6 x 1,5 l, 5.85 invece di 11.70 50%

a partire da 2 pezzi

20%

Pizza all’aglio orsino Anna’s Best, 400 g, 6.90 Novità **

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Pesto di aglio orsino Anna’s Best, 150 ml, 3.30 Novità ** Spätzli all’aglio orsino Anna’s Best, 500 g, 3.50 Novità ** Insalata di penne all’aglio orsino con pollo Anna’s Best, 300 g, 5.90 Novità ** Pesto Sélection, rosso o al limone, per es. rosso, 140 g, 4.50 NOVITÀ **

Tutto l’assortimento Wasa, per es. Original, 205 g, 1.35 invece di 1.70 20% Tutte le gazose o tisana, 6 x 28 cl, per es. gazosa castagna, 6 x 28 cl, 5.25 invece di 6.60 20% Tutto l’assortimento di lettiere e alimenti per animali M-Classic, per es. alimento per gatti a base di spezzatino, assortito, 12 x 100 g, 3.90 invece di 4.90 20% Tutto l’assortimento Nescafé, per es. Gold de Luxe in bustina, 180 g, 8.45 invece di 10.60 20%

Novità

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Detersivo per capi delicati Yvette in flacone da 3 l Vanish in confezioni speciali per es. Black, 9.80 invece di 14.70 per es. Oxi Action Pink, 1,5 kg, 14.20 invece di 21.30

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Idee e acquisti per la settimana

Menù di Pasqua

Il pranzo è servito! Punte d’asparagi con spuma di aneto, fagottini di pesce, arrosto di agnello e piccole torri di salmone: con queste straordinarie ricette il pranzo di Pasqua diventa un festival di sapori. E come gran finale… una bella torta con sorpresa pasquale Testo: Sonja Leissing Foto: Martina Meier Styling: Monika Hansen Ricette: Feride Dogum

Pasqua Oggi: menù degustazione per tutta la famiglia

Cosa si annida dentro questa torta? Trovate la soluzione a pagina 90


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Idee e acquisti per la settimana

Sfoglia agli asparagi con spuma all’aneto Antipasto per 4 persone Ingredienti 250 g di pasta sfoglia farina per spianare la pasta 250 g di asparagi verdi 8 ravanelli ½ limone 1 cucchiaio d’olio d’oliva sale, pepe 0,5 dl di brodo di verdura senza grassi ½ cucchiaio d’aceto balsamico bianco 1 tuorlo 4 rametti d’aneto

TerraSuisse M-Classic Toast & Sandwich Fr. 1.10

Preparazione 1. Scaldate il forno a 200 °C. Spianate la pasta sfoglia su poca farina in un quadrato di ca. 25 cm. Dividetelo in 4 quadrati. Trasferiteli su una teglia foderata con carta da forno. Pelate il terzo inferiore del gambo degli asparagi e spuntateli. Tagliateli di traverso in pezzi di ca. 2 cm. Dividete i ravanelli in quattro. Mettete entrambi in una scodella. Unite la scorza di limone grattugiata e mescolate il tutto con l’olio. Salate e pepate. Distribuite le verdure sui quadrati di pasta sfoglia, lasciando un bordo di ca. 1 cm. Cuocete le sfoglie al centro del forno per ca. 20 minuti. 2. In una scodella di acciaio inox mescolate il brodo con il balsamico e il tuorlo. Continuate a bagnomaria con lo sbattitore elettrico per almeno 10 minuti fino a ottenere una crema spumosa. Condite con sale e pepe. Tritate finemente l’aneto e incorporatelo alla crema. Distribuite le sfoglie sui piatti, guarnitele con la spuma all’aneto e servite subito.

Aneto per 20 g prezzo del giorno

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + cottura in forno ca. 20 minuti Per persona ca. 5 g di proteine, 25 g di grassi, 20 g di carboidrati, 1350 kJ/320 kcal

Le torri di salmone e la vinaigrette sono facili da preparare. MSC Salmone selvaggio Sockeye, pescato in Alaska 280 g Azione Fr. 11.20 invece di 18.75 dal 22 al 28 marzo.

Basilico per 20 g prezzo del giorno

Bio Pasta sfoglia spianata 250 g Fr. 2.15

Ravanelli mazzo, prezzo del giorno

Torrette di salmone con vinaigrette Antipasto per 4 persone Per 4 tazze da tè da 2 dl Ingredienti 150 g di salmone affumicato 1 avocado 1 cucchiaio di succo di limetta 0,5 dl di panna intera ¼ di mazzetto di basilico sale, pepe 8 fette di pane per toast 2 cucchiai d’aceto alle erbe 3 cucchiai d’olio d’oliva 1 scalogno foglie di basilico per guarnire

Preparazione 1. Per le torrette di salmone sciacquate le tazze con acqua fredda e foderatele con la pellicola trasparente. Tritate grossolanamente il salmone. Distribuite 1 cucchiaio ciascuno nelle tazze. Dimezzate l’avocado, privatelo del nocciolo e staccate la polpa dalla buccia. Frullate l’avocado con il succo di limetta, la panna e la metà del basilico. Condite con sale e pepe. 2. Con l’ausilio di una tazza ritagliate dei dischi dal pane per

toast. Distribuite la metà della purea sul salmone, accomodate in ogni tazza 1 disco di pane per toast. Distribuite sul pane il resto del salmone, poi il resto della purea e terminate con il pane. Coprite con la pellicola trasparente e mettete in frigo per ca. 3 ore.

le torrette sui piatti. Togliete con cautela la pellicola. Irrorate le torrette con la vinaigrette, guarnite con le foglie di basilico e servite subito.

3. Per la vinaigrette emulsionate l’aceto con l’olio. Tagliate lo scalogno a striscioline sottili. Tritate finemente il basilico rimasto. Mescolate entrambi con la vinaigrette e condite con sale e pepe. Capovolgete

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + riposo ca. 3 ore

Bio Avocado al pezzo, prezzo del giorno

Asparagi verdi mazzo da 1 kg, prezzo del giorno

Suggerimento Usate gli avanzi di pane per preparare dei crostini.

Per persona ca. 14 g di proteine, 26 g di grassi, 19 g di carboidrati, 1500 kJ/350 kcal

La soffice spuma di aneto si abbina particolarmente bene con gli asparagi.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 21 marzo 2016 ¶ N. 12

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Idee e acquisti per la settimana

Arrotolato d’agnello con carote Piatto principale per 4 persone Ingredienti 1 cucchiaio di miele liquido 1 cucchiaio di senape granulosa 1 cucchiaio d’olio di colza HOLL 1 spicchio d’aglio 2 cucchiaini di paprica pepe 800 g d’arrotolato d’agnello 3 cipolle rosse 600 g di carote 1 cucchiaino di sale 2 dl di succo di mele 2 dl di brodo di manzo Preparazione 1. Mescolate il miele con la senape e l’olio e aggiungete l’aglio schiacciato. Condite con la paprica e il pepe. Ungete bene l’arrosto d’agnello con la miscela e fatelo marinare per ca. 1 ora. 2. Dividete le cipolle in quattro. Tagliate le carote a fette. Salate la carne e rosolatela a fuoco alto in una brasiera, nell’olio, per ca. 3 minuti. Aggiungete le verdure e fatele rosolare brevemente. Unite il succo di mele e il brodo. Mettete il coperchio e lasciate stufare per ca. 1 ora. A metà cottura, girate la carne. A fine cottura estraete la carne dalla brasiera e fatela riposare coperta per ca. 5 minuti. Tagliatela a fette e servitela con le verdure.

Come contorno si addice un purè di patate o i Knöpfli fatti in casa.

TerraSuisse Spalla d’agnello prezzo del giorno Nelle maggiori filiali

Suggerimento Accompagnate con purè di patate o spätzli. Tempo di preparazione ca. 45 minuti + marinatura ca. 1 ora + cottura ca. 1 ora Per persona ca. 48 g di proteine, 9 g di grassi, 24 g di carboidrati, 1550 kJ/370 kcal Bio Cipolle retina da 500 g, prezzo del giorno

Suggerimento Riempite il portauovo con erba primaverile. Disegnate un volto sull’uovo sodo, avvolgeteci attorno un tovagliolino e piegate i bordi per formare le orecchie di un coniglio. Poi legatelo con un nastrino.

M-Classic Risotto Ribe 1 kg Fr. 2.15 Azione Fr. –.60 di sconto su tutti i risi M-Classic da 1 kg, a partire da 2 confezioni, dal 22 al 28 marzo.

Bio Carote busta da 1 kg, prezzo del giorno


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Idee e acquisti per la settimana

Cartoccio di verdure e merluzzo Piatto principale per 4 persone Ingredienti 400 g di sedano rapa 400 g di porro ½ mazzetto di timo 2 cucchiai d’olio di colza HOLL sale, pepe 600 g di filetti di merluzzo 4 fogli di carta da forno poco spago da cucina ½ limetta 40 g di burro, morbido Preparazione 1. Tagliate il sedano a fettine sottili con una mandolina, il porro di traverso a striscioline. Staccate la metà delle foglioline di timo dai rametti. Mescolate il tutto con l’olio, condite con sale e pepe. Disponete i fogli di carta da forno sul tavolo e distribuite ¼ della verdura su ogni foglio. Accomodate i filetti di pesce sulle verdure e condite con sale e pepe. Chiudete i cartocci arrotolando le estremità e fissate con lo spago. 2. Scaldate il forno ventilato a 200 °C. Accomodate i cartocci su due teglie. Cuoceteli per ca. 20 minuti. Tagliate la limetta in 4 spicchi. Staccate le foglie di timo dai rametti rimasti. Mescolate bene il burro e condite con sale e pepe. Sfornate i cartocci, apriteli e distribuitevi il burro, gli spicchi di limetta e il timo. Servite subito.

Suggerimento

Suggerimento Accompagnate con riso selvatico o con patate bollite.

Riempite i gusci vuoti delle uova con un po’ d’acqua. Poi inseritevi ranuncoli, gemme di salice e narcisi. Mettete il guscio nel portauovo e decoratelo con un nastro.

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + cottura in forno ca. 20 minuti Per persona ca. 30 g di proteine, 15 g di grassi, 6 g di carboidrati, 1150 kJ/280 kcal

Come contorno ai fagottini di pesce e verdura si addicono le patate bollite o il riso selvatico.

Pesce fresco di Pasqua, es. filetto dorsale di merluzzo, da pesca selvatica nel Nord Atlantico per 100 g* Azione 30 % di sconto sul prezzo del giorno dal 22 al 28 marzo. * nelle maggiori filiali

Bio Sedano rapa al kg*, prezzo del giorno

Limetta al pezzo, prezzo del giorno

Porro verde al kg, prezzo del giorno


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Suggerimento Per dare consistenza potete usare del cavolo crudo grattugiato al posto della barbabietola cotta. Farcite le tortillas e poi divertitevi a «rollarle».

Barchette di verdura con salsa di pomodoro Piatto principale per 4 persone Ingredienti 250 g di porri 250 g di carote 250 g di barbabietole cotte 2 cucchiai d’olio di colza HOLL 1 bustina di erbe aromatiche miste (aneto, basilico, prezzemolo) sale, pepe 8 tortillas 200 g di crème fraîche 100 g di formaggio grattugiato, ad es. gruyère 2 cucchiai di latte 1 cipolla 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro 1 cucchiaino di paprica 1 scatola di pelati Preparazione 1. Sminuzzate i porri, grattugiate grossolanamente le carote e le barbabietole. Scaldate la metà dell’olio in una padella e soffriggetevi i porri e le carote per ca. 10 minuti rimestando. Tritate le erbe miste e mettete da parte metà del trito. Unite il resto delle erbe tritate e le barbabietole alle verdure. Condite con sale e pepe. 2. Scaldate il forno a 200 °C. Distribuite le verdure sulle tortillas e arrotolatele. Fissatele con uno stuzzicadenti. In ogni pirofila accomodate 2 tortillas. Mescolate la créme fraîche con il formaggio grattugiato e il latte, condite con sale e pepe. Versate la crema sulle tortillas e gratinatele in forno per ca. 15 minuti. 3. Tritate finemente la cipolla. Scaldate l’olio rimasto in una pentola. Fate appassire la cipolla, unite il concentrato di pomodoro e la paprica e fateli soffriggere brevemente. Aggiungete i pelati e fate ridurre finché la salsa si addensa. Aggiungete il trito d’erbe messo da parte. Servite le barchette di verdura con la salsa di pomodoro. Tempo di preparazione ca. 45 minuti + cottura in forno ca. 15 minuti Per persona ca. 21 g di proteine, 33 g di grassi, 69 g di carboidrati, 2750 kJ/650 kcal

Famigros

Bio Barbabietole al vapore al kg Fr. 4.90

Longobardi Pelati tritati 280 g Fr. 1.–

??? Pancho Villa Soft Tortillas 8 pezzi Fr. 4.60

Formaggio grattugiato Gruyère/Emmentaler 120 g Fr. 2.45

Il club della Migros per le famiglie propone una variegata piattaforma online, sulla quale mamme e papà possono informarsi regolarmente circa i temi riguardanti la famiglia. Molto spazio è dedicato all’argomento «Cibo & Bevande», con gustose ricette e un’infinità di consigli per preparare pietanze adatte alle diverse fasce d’età dei bambini. Diventate subito membri di Famigros! È gratis! Registratevi su www.famigros.ch


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Idee e acquisti per la settimana

Torta gelato al croccantino e gianduia Dessert per 8 persone Per 1 tortiera a cerniera di 17 cm Ø Ingredienti 1 albume, fresco 1 presa di sale 50 g di zucchero ½ cucchiaio di cacao in polvere 1 tuorlo, fresco 1 uovo 25 g di zucchero a velo 100 g di ovetti di croccantino con ripieno di gianduia 2 dl di panna intera 3 piccoli coniglietti di cioccolato ovetti di croccantino con ripieno di gianduia per guarnire Preparazione 1. Per il fondo di meringa, scaldate il forno a 120 °C. Montate l’albume con il sale. Incorporate lo zucchero a pioggia e continuate a montare finché la massa è ferma e brilla. Incorporate con cura il cacao in polvere. Disegnate un cerchio di 16 cm Ø su carta da forno. Distribuite l’albume all’interno del cerchio. Spegnete il forno e fate essiccare

la meringa nel forno spento per ca. 2 ore, lasciando lo sportello aperto tramite un mestolo di legno. Sfornate e lasciate intiepidire. 2. Per la massa, lavorate a spuma il tuorlo con l’uovo e lo zucchero. Tritate grossolanamente gli ovetti di croccantino e incorporateli alla crema. Montate la panna ben ferma e aggiungetela alla crema. Trasferite la meringa nella tortiera foderata con carta da forno, foderate anche il bordo della tortiera con carta da forno. Versate la crema nella tortiera e mettetela in congelatore per ca. 3 ore. Sformate la torta gelato e guarnitela con i conigli di cioccolato e gli ovetti di croccantino.

Frey Coniglio Lampino Latte 40 g Fr. 1.40

Frey Coniglio al latte 155 g Fr. 2.95

Frey Coniglio Bugsy bianco 5 pezzi, 75 g Fr. 2.90

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + essiccazione ca. 2 ore + raffreddamento + congelamento ca. 3 ore

Frey Coniglietto Giandor noir ripieno 32 g Fr. 2.80 Nelle maggiori filiali

Per persona ca. 3 g di proteine, 13 g di grassi, 19 g di carboidrati, 850 kJ/210 kcal

Cake con coniglio Per ca. 14 fette Per 1 stampo per cake di 26 cm

Frey Coniglio Mahony noir 100 g Fr. 4.–

Ingredienti 1 cake al cioccolato della nonna di 420 g 1 limone 200 g di burro, morbido 200 g di zucchero 1 presa di sale 4 uova 200 g di farina 1½ cucchiaino di lievito in polvere qualche carotina di marzapane 1 rotolo di marzapane Patissier di colore verde, a piacere zucchero a velo per decorare Preparazione 1. Scaldate il forno a 180 °C. Rivestite lo stampo per cake con la carta da forno. Tagliate il cake al cioccolato a fette. Con uno stampino a forma di coniglietto di ca. 6 cm, ritagliate dei conigli. 2. Grattugiate finemente la scorza di limone e spremete il succo. Con lo sbattitore elettrico lavorate il burro con lo zucchero, il sale, le uova, la scorza e il succo di limone fino a ottenere una massa spumosa. Mescolate la farina con il lievito e incorporateli alla massa. Versate un po’ d’impasto nello stampo. Accomodate i conigli, uno accanto all’altro, tutti con la coda rivolta verso un lato dello stampo. Versate il resto dell’impasto sui conigli. Con uno stuzzicadenti infilato tra la parete dello stampo e l’impasto, segnalate la posizione della testa dei conigli. Cuocete il cake al centro del forno per ca. 45 minuti. Sfornate il cake e fatelo raffreddare su una griglia.

Frey Coniglio Timo, bianco 80 g Fr. 2.50

3. Infilzate le carotine di marzapane nel cake all’altezza della testa dei conigli di cioccolato (stuzzicadenti). Per formare l’erbetta, modellate delle palline con il marzapane verde e schiacciatele in uno spremiaglio. Tagliate con un coltello i fili di marzapane e accomodateli intorno al cake. Spolverizzate con lo zucchero a velo. Suggerimento Usate i resti di cake al cioccolato per preparare un dessert a più strati.

Frey Coniglietto seduto bianco 18 g Fr. 1.40

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + cottura in forno ca. 45 minuti + raffreddamento Una fetta ca. 3 g di proteine, 13 g di grassi, 19 g di carboidrati, 850 kJ/210 kcal

Ricette di Frey Ovetti Crispy 500 g Fr. 10.80

Uova svizzera da allevamento all’aperto 6 pezzi da 53g+ Fr. 3.60

Cristal Zucchero fine cristallizzato 1 kg Fr. 1.–

Valflora Panna intera UHT 500 ml Fr. 3.25 www.saison.ch


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino Âś 21 marzo 2016 Âś N. 12

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Idee e acquisti per la settimana

Suggerimento Inserite della schiuma floreale in una ciotola e piantateci bulbi di giacinti. Decorate con gemme di salice, coniglietti di porcellana e uova finte.

Chi ha indovinato? Al momento di tagliarla a fette, la squisita torta svela la sua sorpresa pasquale: vi è rintanato un coniglietto! Ricetta a pagina 89.


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Idee e acquisti per la settimana

American Favorites

Dolci snack per quando si è in giro

Azione 20x Punti Cumulus sulle tre novità fino al 28 marzo

Per tutti i fan delle specialità gastronomiche americane la linea American Favorites presenta tre dolci novità confezionate in pratiche monoporzioni da portare con sé quando si è fuori casa. Ecco che allora gli amati Cheesecake esistono non solo in due varietà, rispettivamente Nature e con topping di lamponi e fragole, ma anche nel mini formato. Una bella carica di energia è invece garantita dai Cereal Cookies nella porzione singola. A base di farina di spelta e con semi di chia e cranberries, sono prodotti assolutamente senza aromatizzanti e coloranti. Gli amanti delle cialde saranno felici di sapere che ora potranno dosare a piacimento la glassa di cacao, visto che American Favorites la propone in una confezione separata.

Foto: Simone Vogel. Styling: Katja Rey

Fanno venire l’acquolina in bocca non solo ai fan degli Stati Uniti.

American Cereal Cookie 1 pezzo, 60 g Fr. 1.80

American Favorites Cheesecake Bites 6 pezzi, 180 g Fr. 5.20

American Waffel con glassa al cacao 1 pezzo, 80 g Fr. 2.90


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Yvette

Freschezza per tutti i delicati

Yvette Fibre Fresh 2l Fr. 11.20

I tessuti sintetici e i misti assorbono facilmente gli odori. Per questo c’è il detersivo per delicati Fibre Fresh di Yvette, ricco di speciali sostanze le quali fanno sì che i cattivi odori vengano efficacemente eliminati e i tessuti restino freschi a lungo. Grazie alla protezione delle fibre, la biancheria rimane bella più a lungo e già a basse temperature viene lavata a fondo e delicatamente. Fibre Fresh, il neutralizzatore degli odori, è testato dermatologicamente, ben biodegradabile e non contiene né candeggina né sbiancanti ottici.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche i detersivi Yvette. Annuncio pubblicitario

Novità

Novità 4.50 Pesto Rosso Sélection 140 g

PUNTI

20x

Novità 4.50 Pesto al limone Sélection 130 g

In vendita nelle maggiori filiali Migros o su LeShop.ch OFFERTE VALIDE SOLO DAL 22.3 AL 4.4.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK