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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 25 gennaio 2016

Azione 04 -53 ping M shop ne 29-36 / 50 i alle pag

Società e Territorio L’associazione Uniwording sta sviluppando una lingua dei segni internazionale

Ambiente e Benessere La sigla DOC sta per «disturbo ossessivo compulsivo», una patologia psichiatrica la cui terapia ha discrete possibilità di successo

Politica e Economia Russia e Nato devono elaborare nuovi assetti nei rapporti futuri

Cultura e Spettacoli Alla Bicocca un’esperienza espositiva all’insegna di Kiefer e Parreno

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Amanda Ronzoni

La notte delle Tschäggättä

di Amanda Ronzoni pagina 5

Europa, la tentazione del muro di Peter Schiesser Angela, prigioniera della sua umanità? Dopo l’annuncio del governo austriaco di voler ridurre il numero di profughi in arrivo, imponendo un limite massimo annuo (di 37’500 nel 2016, in decrescita fino a 25’000 nel 2019, a fronte di 90’000 nel 2015), all’estero e in patria gli occhi sono puntati sulla cancelliera tedesca: dovrà cedere e chiudere le frontiere, porre dei limiti alla «Willkommenskultur», sempre più contestata dai suoi stessi alleati politici, da compagni di partito, da una parte della popolazione? Vorrà modificare rotta per non compromettere la sua rielezione l’anno prossimo? No, Angela Merkel ribadisce che le frontiere non si chiudono. E non solo perché demolirebbe l’immagine di paladina dei deboli che si è costruita in questi mesi. La ragione principale è che chiudere le frontiere, erigere un muro fra Germania e Spazio Schengen, significherebbe la fine dell’Unione europea. Perché immediatamente, dall’Austria in giù, attraverso i Balcani fino alla Grecia, si chiuderebbero altre frontiere, i profughi dovrebbero venir respinti a forza, e l’Europa si impiglierebbe nel filo spinato dei nazionalismi, rischiando di stracciare anche la libera cir-

colazione delle persone. A ciò si aggiunge una dose di puro realismo: che cosa succederà – prendiamo pure il caso dell’Austria – al 37’501. esimo richiedente l’asilo di quest’anno? Verrà respinto indipendentemente dalla situazione personale, in violazione delle Convenzioni di Ginevra e in offesa al senso di umanità insito nello spirito europeo? E siccome in marcia attraverso i Balcani ci sono centinaia di migliaia di persone (il cui flusso dalla Turchia neppure l’inverno sta interrompendo), si manderà l’esercito a presidiare le frontiere con il fucile in braccio? Inimmaginabile alle porte di Vienna, già più probabile nei Balcani. Così o cosà: il caos. E la fine di un sogno, di un’Europa che supera i nazionalismi rendendo irrilevanti le frontiere. Che fare, dunque? Esiste un unico modo per affrontare il problema dei migranti, sostiene la cancelliera tedesca, e cioè in una dimensione europea: L’Unione europea deve rafforzare la sicurezza alle frontiere esterne, creare una funzionante cooperazione con la Turchia e introdurre una chiave di riparto dei profughi fra i 28 Stati membri dell’Ue. I singoli Stati, è il ragionamento di Angela Merkel, non sono in grado di gestire un problema dalle dimensioni globali. E così dicendo fa di questo un problema esistenziale per l’Unione europea:

dalle risposte dei singoli Paesi e dell’Unione nel suo complesso si potrà leggere lo stato di salute del progetto di integrazione continentale. Oggi il quadro è desolante: finora sono stati aperti solo tre degli undici hotspot in cui registrare i migranti, condizione essenziale per poi poterli ridistribuire in tutti i Paesi dell’Ue; Frontex non riesce a trovare le necessarie 700 guardie di frontiera per la sua missione ai confini dell’Unione; era stato deciso di distribuire in altri Paesi 160’000 profughi giunti in Grecia e Italia, ne sono stati collocati solo 322; all’interno dell’Ue si litiga sui 3 miliardi di euro da dare alla Turchia per tenersi i profughi siriani. Se al vertice dei capi di Stato e di governo dell’Unione il 18-19 febbraio a Bruxelles, al più tardi in un vertice straordinario da tenersi in marzo, non si giungerà ad una consapevolezza generale e a soluzioni che non restino lettera morta, l’Ue rischia di giungere al punto di non ritorno e di dare inizio ad un processo di disgregazione. Sarebbe un paradosso della storia se un’Unione europea nata come soggetto economico per sfociare un giorno in un assetto politico perdesse per motivi politico-nazionalistici anche i vantaggi economici che il progetto europeo aveva faticosamente costruito. Ma tutto è possibile, oggi.


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Attualità Migros

M Più di un semplice fiore Rose Fairtrade Acquistandole, i clienti

mandano un chiaro segnale in favore del commercio equo e sostengono i lavoratori delle aziende che le coltivano

Claudia Schmidt*

Nella fattoria di Waridi, in Kenya, sono coltivate rose secondo le norme Fairtrade. (Nathalie Bertrams per Fairtrade International) Annuncio pubblicitario

Quando si ammira uno stupendo mazzo di rose non ci si immagina la mole di lavoro che esso comporta per chi le coltiva. Nella fattoria di Waridi, presso la capitale keniana di Nairobi, o in quella di Oserian, situata nei dintorni del lago di Naivasha, opera un gruppo di coltivatori altamente specializzati. Le aziende floricole, certificate Fairtrade, garantiscono ai loro dipendenti una sicurezza sul luogo dell’attività e orari di lavoro fissi. Il marchio di qualità quindi va a beneficio non solo del personale ma anche dell’insieme della comunità locale: grazie alla certificazione, i lavoratori delle fattorie ricevono un premio che serve a finanziare progetti di utilità pubblica selezionati in modo democra-

tico da un comitato. La tracciabilità di ogni rosa, del resto, è garantita dal codice Fairtrade, che figura sulla sua etichetta. Per saperne di più, consultate il sito www.migros.ch/fairtrade. Tra i numerosi progetti di utilità pubblica resi possibili dai proventi di Fairtrade troviamo la costruzione di un asilo nido, l’introduzione di borse di studio e di corsi di formazione professionale, la realizzazione di un ponte pedonale sul Fiume Athi (che permette ai coltivatori di raggiungere comodamente il posto di lavoro), la creazione di un laboratorio di chimica, e, infine, un cortile per la ricreazione, di cui usufruiscono gli allievi della scuola. * Redattrice di Migros Magazin

La formazione incrementa il raccolto Sostenibilità Migros è uno dei primi dettaglianti a proporre

nocciole secondo il programma di sviluppo sostenibile Utz Anna-Katharina Ris*

Formazione professionale A partire da agosto 2016 offriamo le seguenti posizioni d’apprendistato

– Panettiere/Pasticciere AFC (m/f) – Impiegato in logistica AFC (m/f)

La Turchia è uno dei principali produttori mondiali di nocciole: 3/4 della produzione mondiale vengono da lì. Nonostante questa specializzazione, i rendimenti all’ettaro restano modesti. In collaborazione con Utz, Migros ha sviluppato un nuovo programma per intervenire su tale aspetto e si impegna a migliorare i metodi di coltura e le condizioni di vita dei raccoglitori: «Siamo solo agli inizi della fase d’applicazione degli standard. Gli agricoltori devono integrarne progressivamente i criteri. Ciò nonostante abbiamo già registrato i nostri primi successi», spiega Martin Lobsinger, responsabile sviluppo sostenibile a Delica, un’impresa dell’Industria Migros, in occasione di una recente visita sul posto. Si nota che nonostante le condizio-

ni climatiche ideali per la coltivazione delle nocciole – temperature elevate e precipitazioni sufficienti – i rendimenti all’ettaro sulle rive del Mar Nero sono la metà di quelli italiani. Questo si spiega in particolare con piantagioni non ben mantenute e noccioleti troppo vecchi. Ora, per rimediare, consulenti specialmente formati forniscono nozioni di agraria di base ai contadini: mostrano loro come abbattere gli arbusti vecchi e improduttivi, potare correttamente quelli sani, lottare contro i parassiti e fare in modo che tutti i procedimenti previsti, dalla raccolta all’essiccazione, avvengano senza che le nocciole perdano di qualità. L’elenco delle regole da rispettare di Utz include anche metodi di gestione ecologici di un’azienda, in particolare l’uso parsimonioso dell’acqua. Un’altra grande sfida concerne le

Ti interessa imparare una di queste due professioni? Allora aspettiamo con piacere la tua lettera di presentazione corredata da Curriculum Vitae e copia dei certificati scolastici degli ultimi tre anni. Puoi ottenere maggiori informazioni visitando il nostro sito www.jowa.ch Ti puoi candidare on-line direttamente dal sito oppure scrivendo a:

* Redattrice di Migros Magazin

JOWA SA, panificio S. Antonino Monica Mossier Via Serrai 9 6592 S. Antonino Raccolta di nocciole sulla costa turca del Mar Nero. (Martin Lobsinger )

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

condizioni di lavoro dei raccoglitori, per la maggior parte immigrati curdi che si spostano da un’azienda all’altra, spesso con tutta la famiglia, per lavorare alla raccolta delle nocciole. Questi raccoglitori beneficiano attualmente di una formazione nonché di un alloggio sicuro e dotato di sanitari. Per i figli dei lavoratori sono già stati allestiti i primi asili diurni. Inoltre, al loro arrivo, i lavoratori devono registrarsi, ottenendo così dei contratti scritti e ratificati dai contadini. Da qualche tempo Migros mette in vendita le prime nocciole raccolte nel quadro di questo progetto pilota. «Grazie all’impegno di Migros, possiamo aiutare ancora più contadini e raccoglitori», afferma con soddisfazione Han de Groot, direttore di Utz Certified. In tal modo è stato raggiunto uno dei principali obiettivi: dispensare ai contadini quel sapere che permette loro di aumentare i raccolti. L’esperienza turca dimostra che gli agricoltori usufruiscono al massimo di queste nozioni e si stanno già profilando rendimenti più elevati. Grazie a ciò, potranno aumentare i loro redditi e migliorare le loro condizioni di vita. In prospettiva, si prevede un futuro migliore.

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

Tiratura 101’035 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

Il marchio Utz è simbolo di un’agricoltura di qualità rispettosa sia dell’uomo sia della natura e che permette ai produttori di aumentare i loro rendimenti e i loro redditi. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio Una corsa con le Tchäggättä Il carnevale nella Lötschental con le mostruose maschere delle Tschäggättä è un’esperienza unica che fa rivivere un’antica tradizione pagina 5

Troppi debiti «Il franco in tasca» è il Piano cantonale per la prevenzione all’indebitamento eccessivo, si rivolge ai giovani e a tutte le persone che hanno difficoltà nel gestire il proprio budget pagina 6

Mille parole bastano Uniwording L’associazione sta sviluppando

una lingua dei segni internazionale per favorire la comunicazione e stimolare l’inclusione

Roberta Nicolò Una lingua capace di abbattere le barriere della differenza, capace di stimolare l’inclusione, è questa l’idea dell’associazione uniwording che, da alcuni anni, sta lavorando con successo alla creazione di una lingua dei segni internazionale. L’obiettivo è costruire un vocabolario di semplice apprendimento che permetta l’interazione non solo tra persone di lingua e cultura diverse, ma anche con e tra persone non udenti di tutto il mondo. La presidente Mirella De Paris spiega come l’idea, nata durante un’esposizione dell’artista ticinese Luisa Figini in cui venivano mostrate immagini della lingua dei segni nelle nostre lingue nazionali, abbia preso corpo nel tempo. «Cercando informazioni su questo affascinante modo di comunicare, mi sono accorta che aveva un potenziale enorme, ho quindi iniziato a formare un gruppo di lavoro, coinvolgendo persone con esperienze e profili diversi e insieme abbiamo incominciato a ragionare su come poter elaborare una lingua dei segni universale, studiandone aspetti giuridici e di fattibilità. Siamo partiti dalla lingua usata per le traduzioni nei convegni di persone non udenti, ma ci siamo subito resi conto che era un linguaggio poco codificato, molto mimico e di difficile apprendimento. Per noi era importante che l’acquisizione del segno fosse diretta, semplice. Uniwording si propone come lingua ponte e mira ad un’ampia inclusione, la facilità d’apprendimento è quindi basilare. La stessa parola uniwording, per esempio, prevede un giro della mano aperta che si chiude lasciando il solo indice alzato, a rappresentare un simbolico giro del mondo che riunisce infine tutti in una sola lingua. Quello che occorre superare è il preconcetto che una lingua dei segni implichi per forza di cose un’interazione tra portatori di handicap: in realtà è una lingua che può avere un ampio utilizzo in ambito sociale. Uno straniero appena arrivato sul territorio la potrà utilizzare come mezzo di mediazione e come sostegno nell’apprendimento della lingua locale, poiché al gesto che rappresenta una determinata parola possiamo unire il suono della parola stessa nella lingua da apprendere. È un lin-

guaggio che regala svariate applicazioni e che fa fronte ad un bisogno condiviso da molti». Valentina Rossi, che si occupa della comunicazione e della grafica del progetto uniwording, ci racconta come, dopo molte analisi e ricerche, siano giunti alla strutturazione di un vocabolario base di mille parole, utile ad una comunicazione essenziale: «Abbiamo scelto di partire con l’elaborazione di mille parole, oggi il progetto pilota ne ha già prodotte un centinaio. Costruire una parola è un lavoro impegnativo, occorre per prima cosa stabilire qual è il gesto più semplice per rappresentarla. Lo facciamo analizzando i gesti delle varie lingue dei segni del mondo e una volta trovato quello più adatto, procediamo con la costruzione di un’immagine che ne spieghi la dinamica, corredata da una breve didascalia esplicativa. Per noi è importante che il disegno sia chiaro e bello anche esteticamente, perché invogli lo studente all’apprendimento. Il disegno ha una maggiore forza didattica, dà la possibilità di soffermarsi più a lungo sul movimento da imparare. Qui in Ticino, a partire dal 2012, abbiamo organizzato circa otto corsi uniwording per adulti e una decina per bambini. Le lezioni hanno avuto un’ottima affluenza di allievi e ci vengono richiesti nuovi livelli di studio. È interessante notare che tra i tanti studenti che si sono iscritti ai nostri corsi, nessuno lo ha fatto perché aveva un parente sordo, ma la maggior parte degli iscritti ha espresso la volontà di avere uno strumento in più per migliorare la comunicazione in ambito sociale» ci spiega Rossi. In un’era altamente tecnologica uniwording si sviluppa al passo coi tempi, sfruttando le innovazioni del mercato. Grazie al sostegno del Centro Risorse Didattiche Digitali (CERDD) Nitharsana Selvaratnam, giovane studentessa della Scuola Informatica di Gestione, sta sviluppando un’applicazione per uniwording capace di rendere fruibile a tutti coloro che la scaricheranno l’intero vocabolario dei segni internazionale. «Sto lavorando alla rifinitura del primo prototipo, che conterrà i cento segni finora elaborati – ci spiega Nitharsana – lo sviluppo della APP è

La lingua dei segni può avere un ampio utilizzo superando le barriere linguistiche. (uniwording.com)

un passo importante, poiché permette non solo di avere uno strumento utile per le lezioni in aula, ma offre anche l’opportunità di abbattere le barriere linguistiche. Ogni persona potrà avere a disposizione, in maniera del tutto semplice, una lingua base per comunicare in ogni parte del mondo. È un lavoro che richiede molte ore di lavoro e molto impegno e il prototipo per ora è stato pensato solo per piattaforma Android, ma è previsto anche lo sviluppo, in futuro, per altre piattaforme. L’iter che una singola parola deve percorrere per arrivare poi ad essere presente sulla applicazione è lungo. Come detto in precedenza, occorre in primo luogo

scegliere quale, tra i moltissimi segni delle varie lingue, sia il più semplice ed immediato. Una volta selezionato, la nostra disegnatrice Valentina Semini, inizia a studiare un disegno che lo rappresenti nel miglior modo possibile e nel frattempo il gruppo di lavoro elabora una didascalia esplicativa capace di semplificare le cose. Il tutto chiaramente va tradotto nelle infinità di lingue presenti sul nostro pianeta. Siamo partiti con le lingue presenti in Europa, ma contiamo di poter servire ogni lingua del pianeta. Sulla APP, per facilitare ulteriormente le cose, abbiamo inserito dei gruppi di parole, che raccontano situazioni specifiche, per

esempio a scuola o dal dottore o ancora gruppi di parole studio come i colori, gli indumenti, ecc.». L’associazione uniwording, per lo sviluppo di questo progetto, sostiene il costo di circa 100 franchi a parola e, proprio per far fronte a queste spese e continuare nello sviluppo del vocabolario, sta lanciando una campagna di padrinato, in cui ognuno ha la possibilità di adottare una parola e favorirne la nascita. Tanti suoni un solo gesto per comunicare oltre qualsiasi barriera. Informazioni

www.uniwording.com


Le marche Migros creano lavoro in Svizzera.

Mira Scacchi, collaboratrice laboratorio di ricerca e sviluppo, Mibelle Group

www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch


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Società e Territorio

I mostri della Lötschental Carnevale A Blatten per la tradizionale

corsa notturna delle Tschäggättä

Amanda Ronzoni, testo e foto La Candelora è passata. Le luci sono spente. Anche quelle dei lampioni stradali. Nella valle è buio pesto. Stanotte comincia la festa delle Tschäggättä. E chi resta in strada, lo fa a suo rischio. Non è un carnevale per femminucce. Tra le case in legno di Blatten si muovono delle ombre sinistre. Si radunano nella piazza del paese e scenderanno lungo la valle, accompagnate dal suono dei campanacci. Il primo senso ad allertarsi è l’olfatto. Nell’aria un forte odore di animale, tipo capra, o anche qualcosa di più selvatico. Poi anche la vista si fa più acuta. Gli occhi si abituano pian piano alle tenebre, e per prima cosa distinguono fattezze bizzarre: giganti alti più di due metri, teste enormi, capigliature selvagge. Quindi, quando le ombre ormai sono vicine, troppo vicine, ti appaiono facce grottesche e terribili. Un grugnito. Trattieni il respiro. Un abbraccio stretto e finisci a gambe all’aria, con il mostro che ti sfrega la neve in faccia e te la infila nel collo. Il tempo di balbettare qualcosa e lui se n’è già andato, sghignazzando e suonando il suo campanaccio in segno di vittoria. Tra Blatten e Ferden la scena si ripete tre o quattro volte. Se poi fai scattare un flash o ti azzardi ad accendere una torcia, sono guai. La luce è bandita. Alle Tschäggättä proprio non piace. Nei vari paesi ci si ferma per buttar giù qualcosa di caldo, e di alcolico. Poi si riparte. Nel buio l’ennesimo gridolino, segno che qualcuno è stato appena assaltato. Di giorno le Tschäggättä appaiono in tutta la loro magnificenza. Intagliate in Arvenholz, legno di pino cembro, hanno denti veri di animali del bosco o della stalla, e corna varie, raccolti durante l’anno dai maestri intagliatori. La capigliatura è in pelo di animale: più scarmigliato è, meglio è. Le larghe spalle, spesso imbottite con cuscini, sono coperte da velli di pecora o di capra. Indossano camicie in tessuti tradizionali, pantaloni ricavati da sacchi per le patate, in vita un cinturone di pelle cui è appeso il campanaccio da mucca (Trichla). Alle mani portano guanti fatti con avanzi di lana (Triäm), mentre piedi e polpacci spesso sono avvolti in tela grezza, legati con la corda, per dissimulare le impronte del loro passaggio. Brandiscono quindi un lungo bastone per incutere – se ce ne fosse bisogno – ancor più timore. Le prime tracce di questa tradizione ci riportano alle leggende dei bri-

ganti travestiti da mostri che impazzavano nelle valli, o alle proteste di metà ’500, in Vallese, in cui si dimostrava contro il potere politico opportunamente travestiti. Qualcuno parla di lotta eterna contro gli spiriti malvagi, altri di ritorno dei morti nel mondo dei vivi. Un primo riferimento ufficiale alle Tschäggättä appare intorno alla seconda metà del 19esimo secolo. Il parroco di Kippel, preoccupato e contrariato dalla condotta poco cristiana delle maschere che di anno in anno, durante le loro corse notturne, si facevano sem-

pre più spudorate, mise una multa di ben 50 centesimi come deterrente. Di fatto fin verso gli anni 50, chi aveva diritto a indossare le Tschäggättä erano i giovani scapoli dei villaggi, che scorrazzavano con il favore delle tenebre, inscenando una sorta di caccia tra predatori (uomini) e prede (donne), rituale di corteggiamento e di separazione dei sessi. Quando il turismo, specie invernale, comincia a prendere piede, le autorità locali temono che l’irruenza delle Tschäggättä possa in qualche modo infastidire gli urbani signori di città. Si

comincia con il proibire l’uso della fuliggine da sfregare in faccia a donne e bambini. Meglio la neve gelata. Poi pensano bene di controllare il fenomeno, istituendo dei cortei organizzati. Nel 1966, il sabato successivo al giovedì grasso, parte il primo corteo ufficiale, diurno (orrore) e con tanto di premio alle maschere più belle, sotto le quali non ci sono più solo gli scapoli della valle, ma anche uomini sposati, e persino donne e bambini (orrore, orrore). Un tentativo di domesticazione che ovviamente va stretto ai giovani delle

Tschäggättä che decidono a fine anni 80 un colpo di mano: si ritrovano la sera di giovedì grasso a Blatten e si scapicollano facendo più rumore possibile fin giù a Ferden. Una corsa notturna che non passa inosservata e anzi colpisce nel segno: sempre più curiosi si danno appuntamento di anno in anno per seguirli. L’intransigenza delle autorità locali si muta in plauso e l’evento notturno del giovedì sera torna ad essere il cuore del carnevale della Lötschental, con buona pace del corteo diurno del sabato. La produzione di maschere, oltre all’evento vero e proprio, catalizza l’interesse dentro e fuori la Svizzera. Ci sono famiglie di intagliatori che negli anni hanno saputo creare «stili» diversi, sia per le Tschäggättä da indossare, che per i souvenir, tanto in voga tra gli anni 50 e 70. Ogni scultore ha il proprio stile ed esistono dei registri con indicate tutte le maschere prodotte da ciascun artigiano. Stili tradizionali si intrecciano a richiami moderni che fanno riferimento al cinema dell’orrore, ai fumetti e persino alla musica Heavy Metal. Ce n’è per tutti i gusti. Anche quest’anno, l’appuntamento è per giovedì 4 febbraio, alle 20, in piazza a Blatten. La strada da qui a Wiler resterà chiusa e rigorosamente al buio fino alle 21. Munitevi di abiti caldi e impermeabili, cappello, guanti e scarpe comode, un lumino discreto e cuore impavido. Una corsa con le Tschäggättä è un’esperienza unica, e val bene qualche tuffo nella neve. Per tutti gli altri c’è la processione del carnevale a Wiler sabato 6 febbraio alle 15.00, alla luce del sole.


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Società e Territorio

Gestire bene il proprio budget Il franco in tasca Il Piano cantonale pilota per la prevenzione all’indebitamento eccessivo

sarà presentato oggi a Berna

Stefania Hubmann «Il franco in tasca» è un’immagine forte che riporta al senso materiale del denaro, sempre più svilito a beneficio di mezzi di pagamento meno percettibili come le carte di credito e ora anche gli smartphone. Mezzi dagli indubbi vantaggi con però un rischio accresciuto di spendere troppo se manca la necessaria consapevolezza dei propri limiti finanziari. «Il franco in tasca» è il nome del Piano cantonale pilota di prevenzione all’indebitamento eccessivo, concepito sull’arco di quattro anni per affrontare in modo più coordinato un fenomeno non allarmante ma pur sempre significativo, con particolare attenzione rivolta ai giovani. Secondo uno studio federale del 2008 l’indebitamento eccessivo (esistenza di scoperti bancari o arretrati di pagamento superiori a due terzi del reddito disponibile totale mensile) tocca il 7,7% della popolazione residente in Svizzera e il 7,5% di quella che vive in Ticino, ossia circa 24mila persone. Un dato, quest’ultimo, appena sotto la media europea ma superiore a Paesi come Francia (7,2%), Italia (5,8%), Spagna (3,1%) e Svezia (1,1%). Nella nostra regione si ricorre inoltre più sovente al piccolo credito (26,4%) rispetto al resto della Svizzera (18,2%). I debiti più frequenti sono legati al leasing dell’auto e agli accessori per l’abitazione.

In Ticino si ricorre più sovente al piccolo credito rispetto al resto della Svizzera, i debiti più frequenti sono quelli per il leasing dell’auto e gli accessori per la casa Partito nel 2014, il Piano cantonale di prevenzione all’indebitamento eccessivo lavora in stretta collaborazione con istituzioni e associazioni presenti sul territorio. Un impegno apprezzato in loco – le misure promosse sono superiori a quelle previste – e fuori dai confini cantonali. Oggi, 25 gennaio, «Il franco in tasca» viene infatti presentato a Berna in occasione del primo convegno nazionale «Innovazione contro la povertà: progetti di Cantoni, Città e Comuni», appuntamento inserito in un articolato programma a lungo termine della Confederazione. Progetti analoghi sono già stati avviati anche in altri Cantoni come Ginevra e Vaud. Per il gruppo strategico interdi-

partimentale, istituito dal Consiglio di Stato nel 2013, si tratta di un primo importante riconoscimento dell’azione svolta, come ci spiega Sara Grignola Mammoli, responsabile operativa del Piano «Il franco in tasca». Uno dei suoi punti di forza è sicuramente l’unità d’intenti di ben quattro dipartimenti: Dipartimento della sanità e della socialità (DSS), Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport (DECS), Dipartimento delle Istituzioni (DI) e Dipartimento delle Finanze e dell’Economia (DFE). Il primo, di cui la responsabile operativa è collaboratrice scientifica nella Divisione dell’azione sociale e delle famiglie, gestisce il Piano in collaborazione con la società di consulenza esterna Consultati SA. «Un’altra caratteristica vincente del progetto ticinese – precisa la responsabile operativa – è la collaborazione instaurata con il Centro Studi Bancari di Vezia. Questo partner, che si occupa di formazione e aggiornamento delle professioni bancarie, fiduciarie, assicurative e giuridico-finanziarie, rappresenta il contatto ideale per sensibilizzare un settore direttamente coinvolto nella problematica dell’indebitamento eccessivo». Nadir Rodoni, responsabile del progetto per il Centro Studi Bancari, condivide la necessità di confrontare e avvicinare i diversi approcci al problema dell’indebitamento eccessivo, rischio da evitare anche dal punto di vista di chi eroga il credito. «Abbiamo presentato il Piano cantonale ai professionisti del nostro settore lo scorso dicembre in occasione dell’Annual Forum Retail Banking», spiega il nostro interlocutore. «È molto utile conoscersi a tutti i livelli per sviluppare sinergie verticali ma anche orizzontali con gli altri partner del Piano. Da parte nostra desideriamo promuovere la formazione di chi segue le persone in situazioni debitorie critiche, in modo da fornire loro le conoscenze tecniche sui principi che regolano la gestione dei crediti. Principi che già contemplano tutta una serie di verifiche e controlli». È importante chiarire che consumo e debiti non vanno stigmatizzati. Sara Grignola Mammoli: «Il problema si pone quando le persone sono incapaci di gestire il loro budget, di pianificare le spese a medio e lungo termine e di tener conto degli imprevisti. In caso di situazione critica generalmente si cessa di pagare le fatture nel seguente ordine: imposte, premi di assicurazione malattia, affitto, bollette dell’elettricità, fatture telefoniche. Una vulnerabilità le cui cause sono spesso da ricercare in cambiamenti di vita come

La borsa con il logo del progetto è stata confezionata dall’atelier Ri-Taglio di Soccorso Operaio Svizzero sezione Ticino.

l’andare a vivere da soli per i giovani, la separazione, la perdita del lavoro, l’insorgere di una malattia o un infortunio e il pensionamento. Il costo finanziario e sociale di un indebitamento eccessivo è evidente, così come il fatto che il medesimo riguardi in modo diretto e prioritario le casse dello Stato. Stato che non desidera assumersi nuovi compiti nella prevenzione di questo fenomeno, ma che intende appunto massimizzare i risultati di quanto già è messo in atto sul territorio. Il Piano cantonale contro l’indebitamento eccessivo si distingue anche per essere accompagnato sin dalle sue prime fasi dalla consulenza esterna dell’Istituto Universitario Federale per la Formazione Professionale (IUFFP). «Pur essendo un Piano pilota – precisa la responsabile operativa – “Il franco in tasca” si sviluppa in modo coerente grazie a questa supervisione che permette di sperimentare più varianti d’a-

zione e di correggere errori e mancanze in fase di realizzazione». In concreto in quali ambiti si muove il Piano? «Il programma è strutturato in tre settori – prevenzione, formazione e intervento – coordinati tra loro. L’impegno maggiore riguarda proprio la messa in rete delle risorse presenti sul territorio che a dipendenza dei rispettivi obiettivi agiscono in uno dei tre settori citati. Ci siamo resi conto che in diversi casi non esiste un materiale di base adeguato. Mi riferisco ad esempio alla grande quantità di supporti informativi sulla prevenzione non coordinati o alla mancanza di un manuale per gli operatori sociali e di un opuscolo per la popolazione. Nel primo caso abbiamo promosso la realizzazione di tabelle riassuntive per le scuole medie e quelle professionali, presentando i possibili interventi di prevenzione e le loro caratteristiche. Nel settore della formazione è in fase di ultimazione un

do. È un fenomeno in crescita in un mondo globalizzato, dove viaggiare costa sempre meno e in cui bastano un pc e una rete internet per collegarsi con il proprio ufficio, cliente, datore di lavoro. Il nomade digitale è solitamente, ma non necessariamente, un freelance, comunque un lavoratore indipendente come può esserlo uno sviluppatore, un designer, uno scrittore, un giornalista o un ingegnere, munito di alcuni elementi fondamentali: pc, wifi, competenze specifiche, capacità di adattamento, curiosità, creatività, voglia di viaggiare. C’è chi nasce nomade digitale e dunque abbraccia questa strada subito dopo gli studi, chi invece fa la sua scelta in età più matura e per diverse ragioni. Se siete curiosi, se vi sentite dei potenziali nomadi digitali ci sono diverse

comunità e piattaforme online dove potete trovare storie ed esperienze di persone che hanno abbracciato questo stile di vita e di lavoro. Primo fra tutti www.nomads.com, una piattaforma dove i nomadi digitali si incontrano, si raccontano, condividono informazioni importanti sui vari luoghi nei quali operano o hanno operato. Entrando a far parte attivamente del network – bisogna iscriversi versando una quota di 65 dollari – per quasi ogni città al mondo si trovano informazioni vitali sui migliori posti dove stare, gli affitti convenienti, i contatti di altri nomadi digitali nella stessa zona, luoghi dove lavorare bene con il wifi. Sul sito, 10’000 iscritti, potete leggere la storia di Mauro, svizzero, nomade digitale a 20 anni che finiti gli studi si è trasferito prima in Cina, poi in

manuale che sarà pubblicato online per informare gli operatori sociali sul complesso mondo delle procedure esecutive. Abbiamo inoltre sostenuto il progetto della Città di Lugano di pubblicare un volantino informativo per la popolazione. Iniziativa che potrebbe essere estesa ad altri Comuni. Un esempio lodevole è lo sforzo congiunto dei Comuni di Chiasso, Mendrisio e Stabio, promotori del Piano di prevenzione 2015-2016 “Bilancio per noi”, composto da serata pubblica, corso di formazione e incentivi». L’informazione passa obbligatoriamente anche dalla rete. Ecco quindi attivati il sito www.ilfrancointasca.ch e la pagina Facebook. Con il video di supporto per gli interventi nelle scuole realizzato dagli studenti al terzo anno di Bachelor in Comunicazione visiva della SUPSI si è raggiunto il duplice obiettivo di produrre il materiale informativo sensibilizzando gli studenti. Medesimo tipo di collaborazione con l’atelier del settore disoccupazione RiTaglio di Soccorso Operaio Svizzero, sezione Ticino. Le persone iscritte sono state coinvolte anche in modo pratico attraverso la confezione di prodotti che riproducono il logo del progetto, rappresentato dalla tasca di un pantalone jeans. Le attuali ventisei misure del Piano, sei in più a quelle previste inizialmente, riscontrano un ottimo interesse. Oltre agli esempi citati, da segnalare il terzo corso gratuito di gestione delle finanze familiari «Il mio budget» proposto dall’Associazione Dialogare Incontri che si terrà in febbraio-marzo a Bellinzona. Più difficili da agganciare invece coloro che già si trovano in una situazione di indebitamento eccessivo. Precisa al riguardo la responsabile: «La formazione di tutors che accompagnano le persone indebitate, coordinata da Caritas Ticino, è un progetto innovativo. In certi casi purtroppo l’intervento è tardivo; in altri è comunque molto difficile per queste persone intraprendere un percorso lungo e impegnativo come quello del risanamento di una situazione debitoria deteriorata». Molto meglio quindi, conclude la responsabile operativa del Piano «Il franco in tasca», essere consapevoli dei limiti del proprio budget o perlomeno riconoscere i campanelli d’allarme. Il disordine nella gestione delle fatture, i solleciti, le prime preoccupazioni sono segnali da cogliere. Con il sostegno adeguato è possibile ritrovare una gestione appropriata delle spese rispetto alla disponibilità finanziaria, principio base al quale educare le giovani generazioni.

La società connessa di Natascha Fioretti Il curioso mondo dei nomadi digitali

Metti una sera a cena con le amiche, quelle vere che sono come sorelle. Non le vedi da un po’ e le novità sono moltissime, soprattutto in campo professionale, dove ognuna lavora in ambiti diversi: Betta, la più giovane, va all’Università, Felicity è una brillante imprenditrice, Linda stanca del suo lavoro di routine sogna di diventare fotografa e girare il mondo, infine la sottoscritta, giornalista freelance. Ridiamo molto e il discorso si concentra sui progetti futuri, le attese, i buoni propositi per il 2016. Siamo un fiume in piena: una racconta della sua ultima idea e subito le altre la inondano di consigli, siti utili da consultare, applicazioni da scaricare, persone da contattare… La cena si trasforma in una sorta di brainstorming collettivo e alla fine ognuna

va a casa con mille curiosità e interessi in più, carica – nonostante l’ora – di energia e motivazione. Tutto merito degli abbracci e del calore umano condivisi, di quelle facce che si dilatano sguaiate, all’improvviso, in sonore risate. Sembra banale, ma in tempi in cui la comunicazione viaggia sui telefonini, in chat o Skype, credo siano ancora questi gli scambi che fanno la differenza e contribuiscono al nostro cammino di crescita e arricchimento umano. Tra i tanti spunti raccolti, uno lo condivido con voi. Si tratta di una riflessione sul mondo del lavoro e sul fenomeno in crescita dei nomadi digitali, persone che decidono di abbandonare il luogo di lavoro fisso, la routine delle otto ore ma anche la propria dimora e scelgono di lavorare da remoto, di lavorare viaggiando in giro per il mon-

Kenya e oggi lavora da remoto per una aziende americana. Poi c’è la storia di Jay Meistrich, giovane programmatore e imprenditore, che ha lasciato San Francisco per girare il mondo e creare la sua start up digitale: «ho venduto tutte le cose inutili che possedevo e impacchettato tutta la mia vita in uno zaino da 40 litri». Così ha viaggiato per 45 città, visitato 20 Stati diversi e ha creato la piattaforma Moo.do per promuovere la comunità di nomadi digitali: «sono convinto che uno stile di vita nomade sia un modo produttivo di fare impresa». Secondo il giovane imprenditore viaggiare è più economico, più produttivo e molto più coinvolgente che starsene seduti in un posto solo. Per contro, la sfida più difficile per i nomadi digitali è creare occasioni di incontro reali.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶25 gennaio 2016¶N. 04

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Sognare il futuro, vivere il presente All’inizio del Novecento lo scrittore di romanzi d’avventura Emilio Salgari scrisse un libro dal titolo che a noi, oggi, suona invitante, Le meraviglie del Duemila: uno scienziato scopre un procedimento capace di mettere un corpo in condizione di vita sospesa e decide di lanciarsi così nel futuro; insieme a un suo giovane amico, afflitto dalla noia di vivere e aspirante suicida, in un giorno d’autunno del 1903 effettua l’iniezione che li sprofonderà nel sonno e lascia disposizioni legali per essere risvegliato dopo cento anni. I due saranno così proiettati in un futuro pieno di meraviglie. Quel futuro è ormai il nostro passato: i due spericolati esploratori dell’avvenire si ridestano infatti nel 2003, il che ci dà modo di confrontare le invenzioni della fantasia romanzesca con la realtà del presente. Per alcuni versi, viene da sorridere: le meravigliose invenzioni che Salgari attribuisce al nostro tempo

risultano spesso ingenue e in gran parte sono ampiamente superate. Ad esempio, il romanziere non ipotizza affatto la televisione o la rete digitale; immagina però che ogni famiglia riceva direttamente il giornale e la posta quotidiana grazie ad una macchinetta elettrica che corre per tubature che giungono in ogni casa. Così, scorrendo le pagine del romanzo, ci si rende conto di quanto, dopo la rivoluzione industriale, il tempo è proceduto con fretta travolgente, modificando la scena del mondo ben al di là delle più fervide fantasie. Ma ci sono poi pagine che lasciano intravedere scenari inquietanti, di sviluppi che ancora non sono del tutto realizzati ma sono comunque molto probabili. Le abitazioni nel futuro di Salgari, ad esempio, sono tutte dai venti ai venticinque piani e ospitano dalle cinquecento alle mille famiglie. Perché questo sovraffolamento in alveari ur-

bani? Semplicemente perché bisogna lasciare il massimo spazio all’agricoltura, dato che la crescita costante della popolazione determina un enorme bisogno di risorse alimentari. Salgari non si sofferma sulla questione, ma noi, invece, non possiamo semplicemente pensare di risolverla aumentando la cubatura delle case ed estendendo le coltivazioni. Il problema demografico disegna oggi uno dei più preoccupanti scenari del nostro futuro, perché il ritmo di crescita è diventato folle: si calcola che all’inizio dell’era cristiana la popolazione mondiale raggiungesse a stento i 250 milioni; nel 1750 toccava i 770 milioni; nel 1950, 2 miliardi e mezzo e, in base agli ultimi dati, si è giunti a 7,38 miliardi lo scorso novembre. L’accelerazione, divenuta impressionante a partire dalla rivoluzione industriale, è dovuta ai progressi della scienza, della medicina e all’aumento della produttività. La mortalità ridot-

ta, rispetto al passato, nella maggior parte dei Paesi, il prolungamento della durata della vita, la scomparsa delle grandi epidemie che periodicamente falcidiavano le popolazioni, la diminuzione dei conflitti bellici – tutto questo ha determinato la vertiginosa crescita demografica. È pur vero che la natalità nei Paesi occidentali tende a diminuire e che è ancora possibile aumentare le risorse alimentari; ma le maggiori crescite demografiche si registrano invece proprio nelle aree depresse. All’inizio del Novecento gli Africani erano 170 milioni, ma sono cresciuti fino a 930 milioni nel giro di un secolo. È vero, come si dice spesso, che potrebbe esserci una più equa distribuzione delle risorse, ma anche quelle, comunque, non possono essere illimitate: con un incremento di quasi un miliardo di uomini per decennio, né le nuove tecnologie produttive né una politica di aiuti internazionali basteranno

a contenere la fame mondiale. Né l’ambiente potrà sostenere il peso di una Terra sovrappopolata: l’aumento dei gas inquinanti è in decelerazione in Europa, mentre è in accelerazione nel mondo sottosviluppato e di popolazione crescente; la crescita demografica determina comunque inevitabilmente un aumento progressivo dei fabbisogni energetici e dei consumi idrici, e un costante impoverimento delle risorse naturali. Il demografo Livi Bacci sintetizza così la situazione: «In diecimila anni di storia il pianeta si è ristretto di mille volte. Siamo mille volte più numerosi, mille volte più poveri di spazio, mille volte più veloci nel percorrerlo e cento volte più ingordi di energia». Salgari risolveva il problema demografico ingigantendo gli agglomerati abitativi: noi non possiamo affidarci a una soluzione del genere. Una cosa è sognare il futuro, ben altra cosa è viverlo.

Negroni, accanto all’oratorio di famiglia. Salgo su verso il mausoleo, molti alberi tagliati da non molto mostrano il loro ceppo. Sei pinnacoli piramidali di quel materiale similgrotta con il quale si orchestravano le rocaille nei giardini delle ville di una volta, accompagnano i sette gradini in beola che portano al sepolcro panoramico. «Questo sepolcro monumentale della famiglia Morosini custodiva l’urna con il cuore del generale Tadeusz Kościuszko» si legge su una targa di bronzo posta il quindici ottobre del 2007. «Nell’anno 1895 l’urna fu traslata al Museo Polacco nel castello di Rapperswil e, nel 1927, in Polonia. Attualmente si trova nel Castello Reale di Varsavia» c’è scritto ancora, sopra i tratti ricalcati dal famoso ritratto iconico dell’eroe. Per la cronaca, la reliquia errante ha avuto anche una non trascurabile parentesi varesina: dal 1829 al 1872 soggiorna infatti in una grotta di Villa Recalcati, all’epoca sempre di proprietà di Giovanni Battista Morosini. Qui riposa

tuttora suo figlio, Emilio Morosini, del quale leggo ora il nome inciso nel muro. Sfilo sul fianco sinistro della cappella. Laggiù, oltre Villa Negroni, si abbraccia il digradare azzurrino delle colline in controluce invernale. Qui sotto a destra, la solita gru ormai parte del paesaggio tipico ticinese. Lassù nel sole, Cademario, e là nell’ombra, le molte case di Gravesano e Bedano. Mi affaccio alla seconda grande apertura ad arco e tra le grate, ecco i nomi di Enrico Dandolo e Luciano Manara: caduti entrambi a Roma assieme a Emilio Morosini nel giugno 1849. Aggiro il mausoleo dove c’è un trascurabilissimo graffito e passo dalla parte opposta, proprio a ridosso della strada; tante macchine come sempre, sia verso Lugano che verso Cadempino. Di fronte c’è il garage Mercedes, più su spicca l’orrenda antenna per la telefonia mobile di Cureglia, sullo sfondo San Zeno e il convento del Bigorio. Lassù il Cavaldrossa e l’amato Bar, consolatorio con quell’erba sempre di uno speciale

colore luminoso che cambia secondo le ore. Sul pavimento si nota una botola con i nomi scolpiti dei Morosini sepolti: oltre ai già citati Emilio, Giambattista ed Emilia, ci sono Anna e Carolina. Queste ultime, senza perderci nell’intricato albero genealogico, sono le due sorelle Morosini – delle cinque in totale – che il quindici ottobre del 1895 decidono di donare il cuore dell’eroe alla natìa Polonia, su consiglio del librettista Arrigo Boito e del compositore Giuseppe Verdi. Da qui, soprattutto, si scorge, alla sinistra di Emilio Morosini – unico eroe del Risorgimento italiano rimasto: i suoi due amici sono stati traslati nel secolo scorso uno a Barzanò, in Brianza, l’altro ad Adro, nel bresciano –, la nicchia del nostro cuore erratico. Sembra un camino, con quell’incavo che ha custodito il cuore di Kościuszko a Vezia (354 m). L’assenza non incide sull’aura del luogo, anzi. Anche se poche cose sono paragonabili a quell’eroico albero di cachi laggiù.

poteva infoltire la schiera dei farabutti importati. Con ciò la satira rivela i suoi limiti, i suoi fraintendimenti e, non da ultimo, l’effetto boomerang di messaggi che ritornano al mittente. Al di là delle reazioni a caldo, il dolore dei familiari di Aylan, immigrati in Canada, e la condanna ufficiale della regina di Giordania, «Charlie Hebdo», con quest’infortunio, vede messo in discussione se stesso nel ruolo di moralizzatore del costume. E, più in generale, riapre gli interrogativi sull’utilità e l’efficacia della satira, che partono da un’insanabile contraddizione: auspicata, là dove non c’è e deprecata dove c’è. Come, fortunatamente, succede nelle nostre democrazie che alle espressioni satiriche, sulle scene dei teatri, sugli schermi televisivi, ai microfoni, sulle pagine dei giornali, si concedono spazi, più o meno generosi, comunque discussi. Magari osteggiati, persino proibiti. A Berna, le autorità hanno vietato lo spettacolo del comico Andreas Thiel, considerato pericoloso per le sue

vignette antislamiche. Mentre, al recente «Humor Festival» di Arosa parte del pubblico ha abbandonato la sala, scandalizzato dalle battute di Serdar Somuncu, tedesco di origini turche, accusato di filonazismo. Secondo l’opinione di questi contestati attori e autori satirici, la Svizzera sarebbe un Paese refrattario all’umorismo: troppo grezzo per percepirne le sottigliezze. Sarà. Il senso dell’umorismo non è di tutti. Ci sono persone per natura impermeabili alla barzelletta e alla vignetta. D’altro canto, anche questi prodotti, destinati a far sorridere, ridere e riflettere sulla quotidianità, non sempre ci riescono. Mi capita, confesso la debolezza, di trovarmi di fronte a vignette indecifrabili. Le intenzioni del disegnatore non hanno bucato la carta. Peccato. Una vignetta azzeccata la dice lunga e meglio di un articolo. Lo sostiene Ezio Mauro, ex-direttore di «Repubblica»: «Il vignettista Altan è stato spesso il miglior editorialista del nostro giornale».

A due passi di Oliver Scharpf Il cuore di Kos´ciuszko a Vezia Ci sono luoghi del cuore e luoghi ai quali un cuore conferisce un’aura unica. È il caso di quella collinetta che c’è in faccia a Villa Negroni, all’altezza della rotonda di Vezia, dove per decenni è stato custodito in un’urna d’argento, il cuore del grande eroe nazionale polacco: Andrzej Tadeusz Bonawentura Kościuszko (1746-1817). Ci sarò passato un milione di volte da lì, passando proprio da via Kosciuszko che è poi il pezzo finale, nel comune di Vezia, della strada che scende da Cureglia. Villa Negroni, ex Villa Morosini, dona già un certo fascino di per sé alla trafficatissima zona, perdipiù questa storia del cuore di Kościuszko mi porta sempre a buttare un occhio su, verso quella cappella funeraria. Dopo tre rivoluzioni – francese, americana, polacca – il generale Kościuszko muore a Soletta, lasciando in eredità alla tredicenne Emilia Zeltner, il suo cuore. La reliquia sottospirito arriva da queste parti con lei, visto che nel 1819 sposa Giovanni Battista Morosini e va così

a vivere con lui nella villa di famiglia. In origine residenza estiva di campagna costruita a cavallo tra Seicento e Settecento, oggi, si sa, ospita il Centro di Studi Bancari. Capolinea storico dei bus luganesi fino a qualche anno fa, la fermata Villa Negroni, dove scendo un gelido pomeriggio limpido di quasi fine gennaio, si affaccia sul grande giardino all’italiana dove spicca rigorosa l’arte topiaria. Attraverso la strada ed entro da un vecchio cancello monumentale varcato diverse volte per altri motivi, nel perimetro di parco proprietà dell’Associazione Italiana di Lugano per gli Anziani. Otto pianticelle in ferro battuto a diversa altezza, quattro putti – due per parte – sostengono a fatica due aquile grandi il doppio. Ai loro piedi, due enormi cespugli sferici di bosso. Diversi sempreverdi dei quali uno mi sa tanto di cedro del Libano, una panchina rossa vecchio stampo lì davanti. Il prato secco incontra in curva il sentiero di ghiaia che proviene dal cancello vis-à-vis Villa

Mode e modi di Luciana Caglio Quando la satira diventa un boomerang «Je suis Charlie»: lo slogan, nato spontaneamente il 7 gennaio ’15, e scandito in tante piazze del mondo, rischia, adesso, di essere messo da parte. A un anno di distanza, un incidente professionale, chiamiamolo così, ne ha alterato i connotati. Per via, come si sa, di una vignetta, comparsa recentemente su «Charlie Hebdo», che, forse, è sfuggita alla mano, e alla fantasia, dell’autore, Riss, il nuovo direttore del settimanale. Ispirandosi all’episodio del piccolo siriano Aylan, morto sulla spiaggia di

Bodrum, e delicatamente raccolto da un soldato turco, il disegnatore parigino si è concesso una sua interpretazione controcorrente: chiedendosi «Aylan cosa sarebbe diventato da grande?» Per poi rispondere raffigurandolo da adulto, come un futuro «palpatore di sederi in Germania». Insomma, un immigrato molestatore in meno, sembra suggerire, con macabro cinismo, l’ormai chiacchieratissima vignetta. Che irrita, insospettisce e soprattutto sorprende. Chi se l’aspettava, infatti, da parte di

Il comico tedesco di origini turche Serdar Somuncu. (Wikimedia)

una pubblicazione, che con l’irriverenza e la provocazione, esercitate nei confronti del potere e dei potenti, si era conquistata le simpatie della gauche laica e illuminata, e non soltanto di quella. Ma, questa volta, se la prende, invece, con i deboli, le vittime più emblematiche del momento. Nel caso dell’ambizioso «Charlie Hebdo», che a suo modo faceva opinione, è difficile minimizzare l’episodio, parlare di una semplice gaffe, di una battuta e di uno schizzo malriusciti. Bisogna chiamare le cose con il loro nome: qui si tratta di una caduta di stile, compromettente anche sul piano politico. Proprio mentre fiorisce un populismo della peggior specie, di solito attribuito all’estrema destra, il settimanale delle giuste cause, gli dà paradossalmente una mano, cadendo nella trappola dell’anticonformismo fine a sé stesso. Per il vignettista Riss prevale, sul buon gusto e sul buon senso, l’acido piacere di schierarsi contro differenziandosi dai banali sentimenti popolari. Lacrime sprecate per quel bimbo, icona della tragedia migratoria, che in realtà


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Ambiente e Benessere Il posto al finestrino Molto ambìto durante i voli, è quello che permette di vivere la magia del viaggio

Aceto sul pesce Un conservante particolare e prezioso che permette preparazioni molto speciali

Funghi e alberi Le caratteristiche dell’espansione e dell’impatto dei vegetali primitivi sugli ecosistemi forestali

Estate in crociera Proposta per una vacanza in luglio-agosto sul Mar Baltico, tra cultura e relax

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Lo psichiatra Tazio Carlevaro: «una terapia farmacologica e comportamentale è la più efficace, a patto che ci sia una forte motivazione». (Stefano Spinelli)

L’insostenibile peso del DOC Patologie I disturbi ossessivi compulsivi colpiscono il 3 per cento della popolazione rendendo la vita difficile

a chi ne soffre e ai suoi famigliari – Una terapia per lenirne le conseguenze è possibile Maria Grazia Buletti Chi si lava le mani fino a scorticarsele, chi deve fare controlli infiniti in attività spesso banali, chi non riesce a disfarsi di oggetti inutili, fino all’esasperazione di non riuscire addirittura a gettare la spazzatura: è il Disturbo ossessivo compulsivo (DOC) che, nelle sue diverse manifestazioni possibili, colpisce il 3 percento della popolazione, rendendo la vita difficile a chi ne soffre e ai suoi famigliari. Ne abbiamo parlato con lo psichiatra dottor Tazio Carlevaro, al quale abbiamo innanzitutto chiesto se possiamo considerare il DOC come il figlio nevrotico della nostra società del benessere: «Dovunque nel mondo vi sono i disturbi di tipo psichiatrico, la differenza sta nel come essi vengono integrati nella società: alcune comunità li integrano meglio di altre». Pur riconoscendo che si tratta di un argomento che esula dal nostro discorso sul DOC («meriterebbe un approfondimento a sé»), egli porta ad esempio le depressioni: «Esse si presentano in modo differente nelle varie popolazioni e, ad esempio, alcune etnie arabe le interpretano come una manifestazione di spiriti malefici (i Gin) che invadono la persona, integrandole socialmente attraverso la stregoneria, mentre noi ricorriamo alla

nostra medicina per curare la stessa patologia». Cambia la cultura, è differente la manifestazione e, per certi aspetti, l’integrazione dei disturbi di tipo psicologico che, però con questo esempio, lo psichiatra ripete essere comuni a ogni società. Ciò vale anche per i Disturbi ossessivi compulsivi dei quali oggi si parla più di un tempo, perché è possibile curarli: «Quando non possiamo fare nulla per una certa malattia, allora tendiamo a non parlarne; però quando abbiamo a disposizione una possibilità di cura, allora ecco che il disturbo viene alla ribalta e la terapia ci permette di intravvedere l’integrazione sociale della persona ammalata, se non addirittura la guarigione». Ritornando al DOC, esso si può presentare sia nell’infanzia che nell’età adulta, anche se l’incidenza massima si ha tra i 15 e i 25 anni. Abbiamo detto che colpisce circa il 3 percento della popolazione e ha una radice di predisposizione genetica che non è però detto si manifesti: «Come per tanti disturbi psichiatrici, non abbiamo ancora una letteratura sufficientemente robusta e condivisa sulle cause del DOC, per spiegare le quali si fa ricorso a spiegazioni di tipo bio-psico-sociale». Il dottor Carlevaro sottolinea che il Disturbo ossessivo compulsivo si manifesta già dall’età

giovanile, mentre gli anziani che ne soffrono sono persone che trascinano il residuo di quanto si è manifestato molti anni prima. Si tratta di un disturbo che può cronicizzare, anche se con fasi altalenanti di miglioramento e peggioramento, ma a volte si aggrava fino a compromettere il funzionamento in diverse aree di vita: «L’ossessione è un dubbio, un timore di avere fatto male qualcosa, e che questo causerà un danno irreparabile». Dietro a questo pensiero c’è molta ansia che, per essere placata, necessita di un atto «riparatore»: una compulsione. «Noi non siamo i padroni del nostro pensiero, ma di solito chi soffre di DOC non lo sa; egli sa bene che i suoi timori diventano eccessivi, ma questo non lo esime dal sentirsi in balia di emozioni profonde come paura, vergogna, responsabilità, disgusto, senso d’incongruità in certi argomenti». Lo psichiatra così descrive il meccanismo subdolo del DOC: «L’ossessione è una rappresentazione mentale non controllabile, non voluta, a contenuto inaccettabile, che per qualcuno può indicare un danno, e che implica responsabilità ed evitabilità da parte del soggetto. La compulsione è qualunque atto o pensiero o rappresentazione che riduce lo stato di ansia e di tensione generato dall’ossessione». Con il DOC si entra in una sorta di circolo

vizioso che cresce per forza propria e si espande: «Penso di stare meglio attuando la compulsione, o se mi aiutano a seguirla, ma l’ossessione ritornerà e sarà più forte e prolungata, più frequente e meno controllabile. Per questo, la persona è portata a “complicare” la compulsione: le sequenze diventano complesse, prolungate, incontrollabili». Ecco che allora, in concreto, dubbi e timori generano ansia e si chiamano ossessioni. Ad esempio: provo ribrezzo per lo sporco fino a sentirmi in ansia (ossessione), allora l’azione di lavarmi le mani mi dà l’effimera sensazione di aver placato e risolto il problema (compulsione), salvo poi aver alimentato maggiormente la mia ossessione che necessiterà ripetitivamente dell’azione di lavaggio delle mani per avere l’illusione di essere tenuta sotto controllo. Un gatto che si morde la coda, in un crescendo che impedisce alla persona di condurre una vita normale, trascinando nell’incertezza e nei disagi anche i suoi famigliari. Pare che non se ne esca, ed è facilmente deducibile l’inferno che questa condizione induca in chi ne soffre e nei suoi cari. La terapia consiste nell’imparare gradualmente a non fare le compulsioni, ossia a non cercare di evitare il timore ossessivo. Si tratta di abituarsi al fatto che l’ansia, se si fa così, cala e in

tal modo il DOC può essere curato con un discreto successo: «Le linee guida internazionali indicano nella terapia farmacologica e in quella cognitivocomportamentale i trattamenti più efficaci». Alla base del successo terapeutico («Il 50 percento dei pazienti ha sicuramente un buon risultato, mentre altri migliorano parecchio l’immagine di sé e ciò permette loro di gestire il proprio quotidiano in modo meno conflittuale») sta l’assoluta motivazione che muove la persona ad entrare in terapia: «Motivazione senza la quale le probabilità di successo diminuiscono vertiginosamente». D’altronde, per non rischiare la cronicizzazione, è importante chiedere aiuto: «Oggi, in Ticino, la nostra associazione (ndr: Associazione della Svizzera italiana per i disturbi depressivi, ansiosi e ossessivi compulsivi) organizza, grazie ai corsi per adulti del DECS, alcuni incontri sul DOC, per chi ne soffre e per i loro famigliari». L’intento è dato dal fatto che, per affrontare il DOC bisogna conoscerlo e capirne la «logica». Gli incontri permettono dunque di orientare sul da farsi e trovare la motivazione per affrontare una cura: «Un’occasione ormai rara, in Ticino, di cui si possono avvalere pazienti e famigliari come una sorta di educazione alla salute».


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Ambiente e Benessere

In volo, come d’incanto Viaggiatori d’Occidente #WINDOWSEAT – Riscopriamo la bellezza dei viaggi in aereo nella consapevolezza

di che cosa significhi librarsi al di sopra della Terra Claudio Visentin «Sei diventato adulto quando non chiedi più il posto vicino al finestrino» ha scritto qualche tempo fa il giornalista Larry Bleiberg e, leggendo queste parole, ho sentito che racchiudevano una verità profonda. Un viaggio aereo è una grande opportunità per riflettere ed emozionarsi, ma spesso non sappiamo coglierla. Anche le compagnie low cost, che pure hanno il grande merito di aver reso il volo alla portata di tutti, hanno contribuito a spoetizzare questa esperienza, con il loro eccesso di informalità e lo spazio minimo per muoversi a bordo.

L’aereo che decolla è un’immagine di quel che cerchiamo nella nostra vita: vincere il peso inerte dei nostri limiti Quando ancora l’aereo corre sempre più veloce sulla pista dell’aeroporto, con i motori che ruggiscono al massimo della potenza, già apriamo distrattamente il giornale o chiudiamo gli occhi per cercare un sonno inquieto. L’abitudine, grande nemica, ci rende indifferenti al miracolo che si sta compiendo intorno a noi. Un pesante tubo di metallo sfida la gravità staccandosi da terra nonostante il suo peso di decine di tonnellate, grazie alla spinta dei

motori e al sostegno delle lunghe ali. In quest’epoca di disincanto sappiamo che l’aereo si solleva dal suolo grazie a una legge fisica, il Principio di Bernoulli: la particolare forma dell’ala rende la velocità dell’aria sulla faccia superiore maggiore di quella sulla faccia inferiore, generando una spinta verso l’alto, o portanza. Ma, anche dopo aver ripassato la lezione, ogni decollo mette in scena uno spettacolo di magia che sfida qualsiasi spiegazione scientifica. L’aereo che decolla è un’immagine potente di quel che cerchiamo di realizzare nella nostra vita, quasi sempre invano: vincere il peso inerte dei nostri limiti e delle nostre inclinazioni attraverso l’energia e il dinamismo. Mentre l’aereo si arrampica nel cielo subito ci rifugiamo negli schermi dei nostri smartphone, magari dedicandoci a qualche gioco banale, lamentando che il Wi-Fi non sia ancora disponibile in volo, altrimenti risponderemmo alle mail o scambieremmo messaggi su WhatsApp. Quanto invece dovremmo essere grati per quest’ultima oasi di silenzio che ci è concessa! Oppure ci dedichiamo con grande attenzione al cibo assai modesto offerto dalle compagnie aeree su piccoli vassoietti, che incastriamo in precario equilibrio sul tavolino pieghevole dinanzi a noi: l’azione abituale del mangiare ci rassicura e ci fa sentire a casa, ma al tempo stesso ci distrae dal momento eccezionale che stiamo vivendo. Eppure… basta gettare lo sguardo dal finestrino per ritrovare tutta la me-

raviglia del volo. A volte penso che in viaggio non dovremmo fare altro che contemplare; o quanto meno questo è quel che farebbe qualunque uomo che dal passato fosse trasportato ai nostri giorni. Dopo tutto, i coraggiosi pionieri del volo, come i fratelli Wright, si affidavano a pericolosi trabiccoli solo per avere il privilegio di staccarsi qualche metro da terra e guardare il mondo dall’alto. Quando l’aereo raggiunge la quota di crociera, il rumore dei motori si fa più discreto e regolare. Sotto di noi scorrono i Paesi che l’aereo attraversa veloce e che si offrono al nostro sguardo come in una carta geografica: riconosciamo le strade, le città nelle posizioni strategiche, i campi coltivati e i rapporti che legano le diverse parti del territorio. I deserti ci ricordano la nostra piccolezza, le montagne ci offrono lezioni di geologia. Ogni ora ha la sua bellezza, ma l’alba e il tramonto sono uno spettacolo particolarmente glorioso, che il mondo mette in scena ogni giorno. E poi ci sono le nuvole: compatte come un letto bianco disteso sotto di noi o sparse e sfilacciate. Solo viste dall’alto, senza il riferimento del suolo, rivelano tutta la loro evanescente natura sospesa, in continua trasformazione. La vista delle nuvole da sola vale il viaggio. Un pittore come il romantico inglese John Constable, che negli anni Venti dell’Ottocento ritraeva le nuvole come unico soggetto di molti suoi quadri, indagandone ogni minimo dettaglio di forma, avrebbe dato un anno

Quando ci lasciamo coinvolgere da ciò che vediamo, non staccheremmo più il naso dal finestrino... (Vincenzo Cammarata)

di vita per poter salire su un moderno aereo di linea e contemplarle dall’alto; e di certo ci avrebbe aspramente rimproverato il nostro frequente disinteresse. Quando però ci lasciamo coinvolgere, ecco che non staccheremmo più il naso dal finestrino. Ne sono prova le numerose foto pubblicate ogni giorno su Twitter e Instagram con l’hashtag #windowseat. Queste riflessioni, con qualche adattamento, possono essere estese dagli aerei agli altri mezzi di trasporto: treni, bus, navi ecc. Con la giusta disposizione d’animo le ore passate a bordo possono trasformarsi da un tempo vuo-

to in attesa di giungere alla meta, da far passare il più rapidamente possibile, in occasione d’incontri e di scoperte. E altrettanto interessanti possono rivelarsi i luoghi di transito – porti, aeroporti, stazioni, alberghi – troppo spesso considerati anonimi non-luoghi. Non a caso un grande pittore come l’americano Edward Hopper li ha prediletti nei suoi quadri, che raffigurano stanze di motel, strade, distributori e stazioni. Per esempio nel famoso quadro Scompartimento C, Vettura 293, una donna inganna il tempo del viaggio leggendo, incurante del paesaggio: ma meglio avrebbe fatto a guardare fuori dal finestrino... Annuncio pubblicitario

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Funghi e alberi Micologia Non solo porcini vivono nei boschi

Alessandro Focarile Vegetali primitivi, tuttora misteriosi e intriganti per gli studiosi (i micologi), i funghi hanno accompagnato l’uomo raccoglitore nel corso della sua avventura sulla Terra, fin dagli albori della sua lunga storia non scritta. Funghi prelibati, funghi velenosi e magari mortali, funghi allucinogeni. Quante scorpacciate, quanti mal di pancia e quante morti ignote nel corso dei millenni. Ma anche funghi molto pericolosi per la staticità delle travature dei tetti e per le conifere nei boschi. Conosciamo attualmente, perché descritte e raffigurate, circa 80mila specie, delle quali circa 2600 nel Cantone Ticino. Ma a questo già ragguardevole numero, che aumenta ogni anno grazie alle continue scoperte di nuove specie, va aggiunto il ben più nutrito esercito delle muffe e dei lieviti, costituito da organismi microscopici, e quindi di ben più difficoltoso studio. I funghi hanno una lunghissima storia evolutiva. Il più antico fungo attualmente conosciuto è il Coprinites dominicana, scoperto nell’ambra (la ben nota resina fossile) di Santo Domingo e datata circa 30 milioni di anni or sono. Mirabilmente conservata (considerata la sua venerabile età), in un trasparente contenitore giallo oro, ci mostra come la forma e le strutture

– gambo, cappello, lamelle – siano ormai le stesse dei funghi attuali. Questi hanno popolato qualsiasi ambiente terrestre disponibile e si sono adattati a vivere anche in habitat estremi, come le alte montagne, i deserti, le terre circumpolari, le grotte e i formicai. Si può dire che i funghi sono tuttora organismi misteriosi, perché ben poco è conosciuto in merito alla loro biologia, e l’uomo non è ancora riuscito a farli riprodurre e coltivare. Eccettuati «les champignons de Paris», e qualche altra specie non particolarmente esaltante per il suo sapore. Chi va per funghi (il fungiatt) guarda con occhi attenti per terra e fruga tra la lettiera di fogliame. Probabilmente, degna solo di un’occhiata distratta i tronchi degli alberi in piedi oppure abbattuti. Su questi si insedia una spesso ricca e composita schiera di funghi legnosi, spesso vistosi per i loro colori e le loro forme, e non commestibili. Sono i polipori, che vivono e prosperano sul legno più o meno marcescente, e ne accelerano la trasformazione in fertile humus. Il loro nome, derivato dal Greco (= dai molti pori), definisce molto bene la caratteristica conformazione che si nota sulla loro parte inferiore. Questi pori sono i terminali visibili di minuscoli tubetti paralleli che contengono le spore. I polipori sono spesso vistosi e colorati, e si sviluppa-

Il fungo distrugge l’albero dall’interno, partendo dalle radici (diametro del tronco: 50 centimetri). (Alessandro Focarile)

no generalmente «a mensola». Queste formazioni vegetali possono raggiungere dimensioni e pesi considerevoli: si conoscono polipori di 60 centimetri di diametro, del peso di parecchi chili e con molti anni di età. Possono essere verdi a causa di un’alga che li ricopre, oppure violetti, marroni, bianchi o rossicci, e infine anche di un eclatante giallo (foto). Popolano sia latifoglie (betulle, pioppi, salici, ontani, querce e castagni), sia le conifere (larici, abeti e pini). La dispersione delle spore è realizzata principalmente da una numerosa e specializzata categoria di insetti coleotteri: i micetòfagi. Essi si sviluppano e vivono soltanto nei funghi, venendo a creare i presupposti ecologici di lunghe catene alimentari, il cui esito finale vede il coleottero veicolare il fungo, il fungo accelerare la deperienza e la morte della materia vegetale (il legno) e il ritorno alla terra attraverso la formazione dell’humus, generatore di nuova vita. Considerato l’enorme numero di spore prodotto dal poliporo (e da tutti gli altri funghi), i coleotteri in parte si cibano di esse, in parte le espellono indigerite attraverso i loro escrementi, in parte le veicolano grazie alla presenza di particolari nicchie e anfrattuosità presenti sul loro corpo. La ricchezza numerica di specie e di individui, che si può osservare frantumando un poliporo, può dare un’idea del considerevole impatto rappresentato dalla presenza di questi eserciti di consumatori in qualsiasi ecosistema forestale. Nel corso di una ricerca specialistica condotta in Germania, sono state censite ben 236 specie di insetti coleotteri, popolanti poche specie di polipori. In molte situazioni ambientali climaticamente sfavorevoli a livello di meso-clima, per un eccesso di umidità ristagnante come avviene nei boschi e nei nuclei abitati, la presenza dei funghi polipori denota una situazione di criticità, evidenziata da vistosi danni alla materia vegetale legnosa in natura e in opera (architravi nelle abitazioni). A livello forestale sono noti i danni provocati agli alberi anche a causa

Un vistoso poliporo del larice (Laetiporus sulphureus) e un tipico coleottero che si ciba delle spore (Scaphidium quadrimaculatum), scala 1 millimetro. (A. Focarile)

dell’insediamento del fungo patogeno Armillaria mellea. Questo fungo crea diffusi fenomeni degenerativi di marcescenza (marciume rosso), i quali, avendo origine nelle radici, si sviluppano nell’interno del tronco dal basso verso l’alto, provocando la progressiva morte dell’albero. Questo avviene soprattutto nell’abete rosso (Picea abies). L’insediamento del fungo ha origine in quegli aggregati boschivi che si creano su pendii poco soleggiati, con ristagni di aria umida al suolo, aria che circola attivamente su substrati di origine morenica, e caratterizzati da suoli eterogenei per il calibro dei suoi componenti, essenzialmente a matrice rocciosa anche di grandi dimensioni (ganne). Durante le prime fasi dell’attacco fungino, l’albero reagisce con copiose e anomale produzioni di resina. Questa fuoriesce e scorre lungo il tronco (foto)

conferendo una sorta di robusta «corazza» che aumenta la resistenza alle sollecitazioni meccaniche, quali i colpi di vento, gli eventuali urti per caduta dall’alto di pietrame e valanghe. Le anomale colate di resina, che si notano su soggetti apparentemente sani all’occhio del forestale, sono sinonimo, per contro, del fatto che all’interno dell’albero si celi qualcosa di patologico. Bibliografia

Hermann Jahn, Pilze an Bäumen, Patzer Verlag (Berlin), 1990, 272 pp. Gianfelice Lucchini, I funghi del Cantone Ticino, Editore LucchiniBalmelli (Gentilino), 1997, 520 pp. Louis-Michel Nageleisen et al., La santé des forêts, Institut pour le développement forestier (Paris), 2010, 608 pp.

Conifere nane sulla porta di casa Mondoverde Pochi giardini possono accogliere abeti imponenti, eccovi quindi una scelta di varietà

con dimensioni più contenute, adatte ad essere inserite anche all’interno di aiuole fiorite Anita Negretti Belle ed imponenti, le conifere classiche che un poco tutti conoscono, raggiungono dimensioni notevoli, improponibili in giardini medi o piccoli. Basta pensare al classico abete: sia l’abete del Caucaso (Abies normandiana), i cui rami vengono utilizzati da recisi per le composizioni natalizie, sia l’abete bianco (Abies alba) raggiungono e spesso superano i 30 metri d’altezza, sviluppando inoltre una chioma ampia, ricca di aghi e pigne. Questi esemplari, come molti altri, vivono bene in parchi vasti o nei giardini di ville storiche. Accanto a questi monumenti verdi ve ne sono parecchi con dimensioni più contenute, ottime da inserire in giardino o all’interno di aiuole fiorite: creano movimento; sono sempreverdi; necessitano di una manutenzione bassa; danno colore, specie quelli con aghi color blu o giallo; coprono ampie zone in posizioni poco accessibili, ad esempio rive scoscese; infine, se piantumate a gruppi misti, formano tavolozze di colore da ammirare nei periodi freddi dell’anno. Chamaecyparis pisifera, la «Filifera Nana» (Cipresso del Giappone), raggiunge i 120 cm, ha una chioma larga,

verde brillante con rami filiformi, con parte terminale pendula. Dal portamento simile, ma con fogliame giallo oro molto appariscente, vi è Chamaecyparis pisifera, la «Filifera Aurea», amante del pieno sole, che raggiunge i 6-10 metri ma con una crescita molto lenta. Quest’ultima si può accompagnare a Chamaecyparis lawsoniana «Ellwoodii». Originario della California, presenta squame compatte blu-glauco, ha un portamento colonnare ma espanso e non supera i 5 metri. Per chi è alla ricerca di conifere

molto basse, non vi è che l’imbarazzo della scelta: Thuja occidentalis «Danica» ha una forma globosa, arriva agli 80 cm d’altezza e presenta squame verde chiaro con sfumature gialle che durante l’inverno diventano marroncine. Juniperus communis «Green Carpet», molto simile al ginepro classico, ha un portamento strisciante, non supera i 30 cm di altezza, ma arriva a coprire fino ad un metro di suolo, così come Juniperus procumbens «Nana», anch’esso prostrato dal fogliame appuntito e con bacche nerastre. Se cercate un tappezzante sem-

Esemplare di Cipresso del Giappone.

preverde con note di colore, potreste scegliere Juniperus squamata «Blue Carpet», dalle larghe foglie aghiformi di colore azzurro. Il suo sviluppo massimo è di 50 cm in altezza, con una circonferenza di quasi due metri, da abbinare a J. Squamata «Blue Star» dalle caratteristiche molto simili, ma in grado di arrivare al metro in altezza. Le tre varietà di Picea abies, «Little Gem», «Maxwelii» e «Nidiformis», sono l’ideale per piccoli giardini, sia piantumati in gruppi, isolati o all’interno di un giardino roccioso. Fra i tre, il primo raggiunge il mezzo metro d’altezza, ha una crescita molto lenta, presenta aghi cortissimi, da 0,2 a 0,5 cm, appuntiti e di color verde chiaro. «Nidiformis» deve il suo nome alla forma di nido che assume: un cespuglio alto 100-150 cm dal portamento espanso e con un buco al centro, proprio come un vero nido. «Maxwellii», originario della Scandinavia, arriva ai 2 metri, ha aghi color verde-bluastro e tende anch’esso ad allargarsi; predilige zone al sole o a mezz’ombra con terreni ben drenati, freschi ed umidi. Per chi privilegia le conifere con

sfumature azzurre ecco Picea pungens «Glauca Globosa», che come suggerisce il nome ha una forma arrotondata, alta al massimo 2 metri, con aghi pungenti di un bel blu appariscente. Anche all’interno del vasto genere dei pini vi sono rappresentanti nani: ne sono un bell’esempio Pinus mugo subspecie mugo, alto 2-3 metri e largo 1 metro, compatto e dal fogliame aghiforme fitto e verde scuro; Pinus mugo «Mops» a forma di cuscino, alto non più di 1,5 metri o il piccolissimo Pinus mugo «Humpy» dalla vegetazione compatta, internodi molto corti, aghi verde scuro e alto solo 30 cm, ma con una chioma larga 1 metro. Per chi desidera aiutare l’avifauna, una buona scelta la si può trovare nel gruppo dei tassi: Taxus baccata «Fastigiata Robusta», con forma colonnare e dal diametro ridotto, ha un’altezza che varia dai 3 ai 5 metri, mentre Taxus baccata «Repandens», chiamato anche tasso prostrato, raggiunge solo i 60 cm ma con un diametro molto ampio anche di 3-4 metri. Entrambi questi tassi producono frutticini rossi, rotondi e molto appariscenti, chiamati arilli, molto apprezzati dagli uccelli.


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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Spaghetti alle vongole con olio alle erbe Piatto principale Ingredienti per 4 persone: 1 kg di vongole · 1 scalogno · 2 spicchi d’aglio · ½ limone ·

1 mazzetto d’erbe aromatiche miste, ad es. prezzemolo, origano e timo · 1 peperoncino · 500 g di spaghetti · sale · 8 cucchiai d’olio d’oliva · pepe dal macinapepe · 2 rametti di menta. 1. Lavate le vongole sotto l’acqua corrente. Eliminate le vongole danneggiate o aperte. Tritate lo scalogno e l’aglio. Spremete il limone. Staccate le foglioline delle erbe dai gambi. Dimezzate per lungo il peperoncino e privatelo dei semini. Tagliate a striscioline il peperoncino. Cuocete al dente gli spaghetti in abbondante acqua salata. Scolateli e lasciateli sgocciolare bene. 2. Nel frattempo scaldate un po’ d’olio in una padella. Unite lo scalogno, l’aglio e il peperoncino e soffriggeteli. Aggiungete le vongole, mescolate e cuocete coperto per ca. 5 minuti, finché le vongole si aprono. Eliminate le vongole non aperte. Versate gli spaghetti sulle vongole e mescolate tutto. Riducete in purea le erbe con l’olio restante. Insaporite con sale, pepe e un po’ di succo limone. Irrorate gli spaghetti alle vongole con l’olio alle erbe e con il resto del succo di limone e servite.

Un esemplare gratuito si può richiedere a: telefono 0848 877 869* fax 062 724 35 71 www.saison.ch * tariffa normale L’abbonamento annuale a Cucina di Stagione, 12 numeri, costa solo 39.– franchi.

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Ambiente e Benessere

Pesce sott’aceto Amo l’aceto da sempre. Da piccolo in casa mi prendevano garbatamente in giro perché lo aggiungevo un po’ ovunque: la dose che andava bene ai miei famigliari, di fatto, a me non andava bene. Continuo a farlo ora che piccolo non sono più. Ne metto tanto nel dressing di base e lo aggiungo in molte preparazioni un po’ come si fa con il vino bianco, facendolo sobbollire per un paio di minuti per eliminare la parte alcolica.

Quella sotto aceto è la tecnica di conservazione del pesce fra le più sicure e non presenta particolari difficoltà Ho detto aceto ma avrei dovuto dire aceti, al plurale: infatti ne uso parecchi e diversi (v. «Azione» del 16.11.2015, pag. 21), ognuno a suo modo ottimale in qualche singolo uso. Fra i mille impieghi possibili, uno mi piace in particolar modo: quello per conservare il pesce. È una tecnica che non presenta difficoltà alcuna. Oltretutto è anche uno dei metodi di conservazione più sicuri, ovviamente se si segue la procedura. Ci sono molti modi di procedere, per ogni pesce sono tutti un po’ diversi: ma non lamentiamoci, questo è il bello della cucina… Di certo conoscete il carpione, ne abbiamo già parlato. Quindi oggi non vi darò una regola generale ma farò un po’ di case history, come dicono e fanno gli americani, che suona meglio di «esempi pratici», con due pesci che amo molto: i polpi (occhio, non si chiamano polipi!) e gli sgombri. Polpo sott’aceto. Procedura per 2 vasi da 500 g. Comprate 1 kg di polpi piccoli e puliteli con cura. Intanto mettete sul fuoco una pentola con 2 l di acqua leggermente salata e, quan-

do bolle, immergetevi i polpi, a uno a uno, per 3 volte di fila, tenendoli per la testa in modo che gli si arriccino i tentacoli: non che cambi il sapore, sia chiaro, ma un polpo senza tentatoli arricciati non è «lui»… Lasciateli quindi cadere nell’acqua e fateli bollire per circa 30’. A cottura ultimata, scolateli, tagliateli a pezzetti e asciugateli accuratamente con della carta da cucina. Una volta che si saranno ben raffreddati, deponete i vostri polpi a pezzetti nei vasi di vetro, accompagnandoli con 10 foglie di menta, 3 spicchi d’aglio a pezzetti e 10 grani di pepe bianco. Fate poi bollire in un pentolino, per 3’, 1,5 litri di aceto bianco (o di mele o di riso o di cocco), e quindi versatelo ancora caldo nei due barattoli. A raffreddamento avvenuto, chiudete ermeticamente i barattoli e deponeteli in un luogo asciutto e fresco. Dopo qualche giorno potrete già gustarli. Sgombri sott’aceto. Procedura per 4 vasi da 300 g. Svuotate 2 kg di sgombri delle interiora, puliteli e ricavate i filetti. Deponeteli su un ripiano e cospargeteli di sale e pepe su ambo i lati. Lasciateli così, sotto sale, per qualche ora, perché perdano più acqua possibile; poi asciugateli bene, arrotolateli su sé stessi e sistemateli con delicatezza in un vaso di vetro a chiusura ermetica. In un pentolino, fate intanto bollire per una decina di minuti 7-8 dl di aceto bianco con 1 cipolla tagliata finemente, 30 g di pinoli, 30 g di uvetta sultanina e 1 cucchiaino raso di zucchero. Versate quindi, ancor caldo, l’aceto aromatizzato sui filetti di sgombro e lasciateli riposare per circa 24 ore. Il giorno successivo riversate l’aceto in un pentolino e fatelo bollire per altri 10 minuti, rimettetelo quindi nel vaso e chiudetelo ermeticamente. Volendo, però, potete anche evitare la duplice bollitura dell’aceto, facendo cuocere a bagnomaria il barattolo sigillato per 25’. Dopo 10-15 giorni di maturazione, in ambiente asciutto e fresco, i vostri sgombri all’aceto saranno tutti da gustare.

CSF (come si fa)

R. Dabbler

Allan Bay

Podknox

Gastronomia Due procedure casalinghe per conservare i polpi e gli sgombri in barattolo

Il patum peperium, noto anche come Gentleman’s relish, è uno dei pochi condimenti che può vantare una paternità certificata (pochi, non l’unico): questo avviene perché un condimento puoi produrlo e distribuirlo senza problemi, poi la gente lo userà un po’ come vuole. Quindi in molti hanno pensato – e brevettato – condimenti e le compagnie che li producono prosperano senza troppi problemi. Però

inventarlo e portarlo al successo non è certo facile… Ma stiamo divagando, torniamo al nostro patum peperium. È stato inventato nel 1828 da Sir John Osborn, baronetto e membro del Parlamento inglese con l’hobby della cucina creativa: oggi è un hobby condiviso, allora lo era molto meno; complimenti a Sir John. È una salsa densa e molto salata a base di acciughe, burro, erbe fini e spezie. Si spalma su fette di pancarré tostate ma è favolosa anche sulle patate al cartoccio, uova sode, crocchette di patate e sformati di carne o pesce. La ricetta originale è segreta. Ma io sono curioso di natura e quindi ne ho elaborata una che di certo non è uguale ma molto simile. Vediamo come si fa. Per 2 vasi da 300 g. Mettete in una casseruola 2 o 3 cucchiaiate di olio di

oliva o altrettanto burro e fatevi soffriggere per 5’, a fiamma viva, 1 grossa cipolla tritata finemente, 2 cucchiaini di aglio sminuzzato, 2 cucchiaini di curry in polvere, 2 cucchiaini di peperoncino in polvere e 2 cucchiaini di curcuma. Aggiungete quindi 500 g di acciughe sott’olio, ben scolate dall’olio di conserva, e 1 cucchiaino raso di sale, abbassate il fuoco e fate cuocere per 5’, sempre mescolando. Poi unite al composto 100 g di polpa di tamarindo e 1,5 dl di aceto di mele. Proseguite la cottura per ulteriori 5’, mescolando di tanto in tanto con un cucchiaio di legno, poi passate il composto ancora caldo al frullatore. Il vostro patum peperium è pronto: non vi resta che versarlo in un vaso di vetro e procedere con l’invasatura a caldo.

Ballando coi gusti Oggi, due pani speciali: il bretzel, che tutti amano, e i cracker ai cereali. Entrambi in genere si comprano, ma come capita spesso, farseli è meglio. Bretzel

Cracker ai cereali

Ingredienti per 6 persone: 600 g di farina · 40 g di lievito di birra · 3 cucchiai di

Ingredienti: 100 g di fiocchi di avena · 70 g di fiocchi di orzo · 4 cucchiaini di semi di

bicarbonato · 1 uovo · semi di cumino · sale · sale grosso.

lino · 20 g di lievito di birra fresco · 60 g di farina 0 · 2 cucchiai di semi di cumino · 3 cucchiai di olio di oliva · 1/2 cucchiaino di sale.

Stemperate il lievito in 1,2 dl di acqua tiepida. Setacciate 100 g di farina e unite il lievito sciolto. Impastate fino a ottenere una pastella omogenea, copritela con un tovagliolo e fatela lievitare per 15’. Impastate la rimanente farina con la pastella lievitata, unendo 2,5 dl di acqua tiepida leggermente salata. Lavorate il composto finché non sarà liscio e sodo; formate una palla, ponetela in una ciotola leggermente infarinata, copritela con un tovagliolo e lasciatela lievitare per 1 ora. Dividete l’impasto in 12 porzioni e rotolatele sulla spianatoia, in modo da ottenere dei filoncini lunghi 50 cm, con le estremità assottigliate. Annodate i filoncini, curvandoli e incrociando le estremità, in modo da ottenere la forma del bretzel. Disponeteli su un canovaccio e lasciateli lievitare per altri 15’. Portate a bollore 4 l di acqua, unite il bicarbonato e tuffatevi i bretzel, pochi per volta; lasciateli gonfiare per circa mezzo minuto, quindi sgocciolateli e trasferiteli su un canovaccio. Spennellateli con l’uovo sbattuto e disponeteli su una placca foderata di carta da forno. Cospargeteli di sale grosso e di semi di cumino e cuoceteli in forno a 220° per 20’. Sfornateli e lasciateli raffreddare.

Pestate in un mortaio i fiocchi di avena, quelli di orzo, i semi di lino e il sale. Sciogliete il lievito in mezzo bicchiere di acqua tiepida. Miscelate la farina con la mistura di fiocchi di cereali e il cumino macinato, unite 2 cucchiai di olio e il lievito, quindi lavorate energicamente con le mani, aggiungendo tanta acqua a temperatura ambiente quanta ne serve per ottenere un impasto omogeneo e morbido, ma non appiccicoso. Lasciate riposare la pasta per almeno un’ora. Trasferite l’impasto sulla spianatoia infarinata e tiratelo in una sfoglia sottile. Con una rotella tagliapasta, ricavatene dei rettangoli, adagiateli su una teglia rivestita di carta da forno e cuocete per 15’ nel forno a 250°. A cottura ultimata, spennellate la superficie dei cracker con l’olio restante e lasciateli raffreddare nel forno aperto.


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Ambiente e Benessere

Crociera nel Mar Baltico

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Hotelplan Per i lettori di Azione, Hotelplan organizza dal 26 luglio al 5 agosto 2016

un interessante itinerario nelle capitali Baltiche

Un suggestivo itinerario vi condurrà sulle rotte degli antichi mercanti, alla scoperta delle più belle capitali del Baltico. Il mare lega fra loro le mete del nostro viaggio, in maniera storica, geografica e culturale. Un’opportunità unica, per un caleidoscopio di paesaggi. La prima tappa sarà la capitale svedese (nella foto) che si sviluppa su 14 isole e vanta un cuore urbano medievale fra i più grandi d’Europa. D’estate come d’inverno, Stoccolma offre un volto inconsueto di natura e cultura. Si visiterà poi la briosa capitale dell’Estonia – Tallin – città dall’illustre passato e dall’affascinante atmosfera. La nave proseguirà per San Pietroburgo, uno dei principali centri culturali russi, dove si potranno ammirare i parchi e Palazzi storici, le

residenze degli Zar e il meraviglioso Museo Ermitage. Helsinki invece, deve il proprio fascino alla incomparabile posizione sul mare. Cuore della vita culturale del paese, la capitale finlandese è una grande metropoli che conserva nella piazza del Senato splendidi esempi di neoclassicismo architettonico. La nave attraccherà poi a Riga, città dalla storia antichissima che quest’anno sarà capitale europea della cultura. Questo itinerario vi porterà poi a conoscere anche delle località meno conosciute, come Klaipeda in Lituania, Gdynia in Polonia e Ronne in Danimarca. Un viaggio che vi conquisterà e regalerà momenti indimenticabili. La nave Costa Pacifica ha cabine spaziose che dispongono di bagno o doccia/WC, climatizzazione, TV, telefono, minibar, cassaforte, asciu-

.– ros di CHF. 50 ig M lo a g re a M Cart tro il 6.2.2016 n e i n io z ta o n per pre

30 luglio San Pietroburgo (Russia) arr. 09.00 31 luglio San Pietroburgo (Russia) part. 18.00 1. agosto Tallin (Estonia) arr. 08.00 - part. 13.00 2 agosto Riga (Lettonia) arr. 09.00 - part. 17.00

Cognome Via NAP Località Telefono e-mail

Sarò accompagnato da … adulti e … bambini (0-17 anni)

gacapelli, servizio in cabina 24h/24. Inoltre, offre 5 ristoranti (di cui due a pagamento su prenotazione), 13 bar, di

Il programma di viaggio 26 luglio Kiel (Germania) partenza alle 17.00 27 luglio Navigazione 28 luglio Stoccolma (Svezia) arr. 08.00 - part. 17.00 29 luglio Helsinki (Finlandia) arr. 12.00 - part.18.00

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3 agosto Klaipeda (Lituania) arr. 09.00 - part. 20.00 4 agosto Navigazione 5 agosto Kiel (Germania) arrivo alle 18.00

Bellinzona

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Lugano

Lugano

Viale Stazione 8a 6500 – Bellinzona T +41 91 820 25 25 bellinzona@hotelplan.ch

Centro Comm. Serfontana 6834 – Morbio Inferiore T +41 91 695 00 50 chiasso@hotelplan.ch

Via Pietro Peri 6 6900 – Lugano T +41 91 910 47 27 lugano@hotelplan.ch

Via Emilio Bossi 1 6900 – Lugano T +41 91 913 84 80 lugano-viabossi@hotelplan.ch

cui un Cognac & Cigar Bar e un Coffee & Chocolate Bar, 4 piscine (di cui 2 con copertura semovente), 5 vasche idromassaggio, centro benessere. Fra le attività di divertimento, la sera ci sono spettacoli presso il teatro e musi-

ca nelle varie sale. Ci sono poi casinò e discoteca. Mentre per chi volesse praticare dello sport o rilassarsi, non c’è che da scegliere fra la pista di jogging, il campo polisportivo e la Spa Wellness Samsara di 6000 mq su due piani, con palestra, piscina per talassoterapia, sale trattamenti, sauna, bagno turco e solarium UVA.

Prezzi Prezzo per persona in cabina doppia interna: CHF 2588.–. Prezzo per persona in cabina doppia esterna con finestra: CHF 2905.–. Prezzo per persona in cabina doppia esterna con balcone: CHF 3275.–. Bambini da 0 a 17 anni in cabina con 2 adulti: CHF 1105.– (ATTENZIONE: cabine singole e quadruple su richiesta!) La quota comprende Trasferimenti in torpedone dal Ticino a Malpensa e ritorno, volo di andata e ritorno su Amburgo, accompagnatore Hotelplan,

sistemazione nella cabina prescelta, trattamento di pensione completa, utilizzo di tutte le attrezzature della nave e partecipazione alle attività di animazione a bordo, tasse portuali. La quota non comprende Pasti e bevande ove non menzionati; facchinaggio; mance ed extra in genere; spese agenzia, assicurazione viaggio. IN OMAGGIO A CABINA 1 CARTA MIGROS DEL VALORE DI CHF 50.– per prenotazioni entro il 6 febbraio.

Giochi Cruciverba «La prossima estate mia figlia vuole andare in montagna, mio marito al mare, mia madre in campagna e mia suocera vuole restare a casa!» – «E tu alla fine dove andrai?» – Trova la risposta dell’amica a soluzione ultimata leggendo nelle caselle evidenziate. (Frase: 2, 5, 2, 9)

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ORIZZONTALI 1. Lei ha un figlioccio 7. Una battuta vincente... 8. Dieci inglesi 9. C’è quella dei conti 11. Sigla di notiziari TV 12. Dissidio, contrasto 13. Non sempre è legale 14. Cresce nei terreni incolti 20. Sono appesi a un filo 22. Li impugnano le Amazzoni 23. Un terzo di undici 25. Una cattiva consigliera 27. In mezzo al caos 28. Provocato 31. Un fallo del tennista 33. Bassissimi 34. Non ha più di quattro settimane

Sudoku Livello facile Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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VERTICALI 1. La Venier 2. Conserva i carciofini 3. Uno schieramento politico 4. Il settentrione d’Italia 5. Percorso di gara senza penalità 6. Un tipo di lana 10. Con Athos e Porthos 15. Preposizione 16. Un’immagine sacra 17. Svizzera in autostrada 18. Richiesta concitata 19. Spariscono al buio 21. Stato del medio Oriente 24. Infatti in latino 26. Fu scacciata dall’Olimpo 29. Due di cuori 30. Seguono uno in cento 32. Congiunzione latina

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Soluzione della settimana precedente

FAUNA E DINTORNI – Il Fornaio rosso costruisce il suo nido con: IL FANGO – Caratteristiche: E HA VARIE STANZE. P A S T O

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Politica e Economia Proteste sociali in Russia Di fronte all’insofferenza popolare per la recessione, il sistema politico di Putin ha quasi esaurito le proprie forze ed è molto fragile pagina 16

Una donna presidente a Taiwan Schiacciante vittoria elettorale di Tsai Ing-wen, leader del Partito progressista democratico, che chiede di voltare le spalle alla politica di avvicinamento alla Cina

Choc monetario digerito? Bilancio ancora parziale, un anno dopo la decisione della BNS di abbandonare il tasso limite di 1,20 per euro

Fotoreportage Ettore Mo e il fotografo Luigi Baldelli visitano una delle tante case delle vedove in India

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Nato-Russia, fronte di tensione Scenari All’interno dell’Alleanza atlantica si sta sviluppando un dibattito su come reagire alla percepita aggressività

di Mosca soprattutto in relazione a scenari baltici Lucio Caracciolo C’è qualcosa di nuovo sul fronte ucraino. Nelle ultime settimane sono sempre più visibili i segnali che indicano la possibilità di una composizione del conflitto. In particolare, Mosca pare decisa a premere sui ribelli del Donbas per indurli al compromesso con Kiev sulla base di una loro larga autonomia, da far digerire in un modo o nell’altro agli ultranazionalisti ucraini. Sul fronte occidentale, gli Stati Uniti e alcune potenze europee, pur mantenendo le aspre sanzioni contro la Russia almeno fino a questo luglio, non mancano di far notare a Poroshenko e associati che anch’essi devono fare la loro parte. Il recente incontro a Kaliningrad tra due autorevoli emissari di Obama e di Putin, Victoria Nuland e Vladimir Surkov, ha prodotto a quanto pare qualche ulteriore progresso. Questo non significa in alcun modo che il clima di profonda sfiducia reciproca tra Washington e Mosca ap-

partenga al passato. Molto più si tratta di un pragmatico tentativo di ridurre la tensione sul fronte Nato-Russia nel momento in cui si combatte o si dovrebbe combattere insieme contro il terrorismo jihadista. Sotto questo profilo, l’intervento russo in Siria ha cambiato le regole del gioco. L’attenzione dei decisori e dei media occidentali si è concentrata sulla soluzione dei puzzle mediorientali, a partire da quello siro-iracheno, nel contesto di una più concreta battaglia contro lo Stato Islamico. È quindi indispensabile trovare un’intesa con la Russia, ormai potenza vicino-orientale residente, con tre basi nella Siria mediterranea, come pure con la Cina, che attraverso la visita nella regione del suo presidente, Xi Jinping, ha voluto marcare i suoi interessi energetici e di sicurezza nell’area del Golfo. All’interno della Nato si sviluppa intanto un dibattito strategico-militare su come reagire alla percepita aggressività di Mosca. Il vertice atlantico di Varsavia, previsto per il lu-

glio di quest’anno, dovrebbe stabilire in modo più concreto quali misure la Nato intenda attuare nei confronti di Mosca per limitarne le ambizioni. Le preoccupazioni diffuse in ambito atlantico, specialmente ma non solo tra i Paesi del Nord-Est (in particolare Polonia e baltici), sono di due tipi. Anzitutto, il timore che Putin voglia riprodurre in scenari baltici la guerra ibrida combattuta con qualche successo nell’Ucraina sudorientale; in sostanza, un’aggressione non esplicitamente bellica che rischierebbe di vanificare le garanzie stipulate nell’articolo 5 del Patto di Washington, le quali obbligano ciascun Paese a intervenire in soccorso di qualsiasi altro Stato membro aggredito. Si tratterebbe di operazioni «short of open war», quasi una sorta di rivoluzioni colorate in salsa russa. Con il risultato di riprodurre regimi filo-russi in Paesi Nato. La seconda preoccupazione consiste nella possibilità che la Russia occupi militarmente alcuni territori baltici, in particolare in Estonia e in Lettonia,

mettendo Washington di fronte al fatto compiuto. D’altronde il generale ceco Petr Pavel ha rivelato, nel maggio scorso, che la Russia è in grado di occupare i Paesi baltici in 48 ore. Ben prima, dunque, che la Nato possa allestire una risposta militare efficace. Il nuovo governo ipernazionalista polacco e quelli di Lituania, Lettonia ed Estonia reclamano da tempo uno spostamento del baricentro militare dell’Alleanza atlantica verso est. Vogliono insomma essere trattati quali Paesi di frontiera contro il nemico russo, così come fu il caso della Germania occidentale durante la Guerra Fredda. Ciò significa basi e truppe Nato permanenti sul proprio territorio. A Varsavia si arriva addirittura a considerare la possibilità di ospitare armi nucleari americane. Nell’ultimo vertice atlantico in Galles si è poi stabilito di costituire la cosiddetta «punta di lancia della Nato», ovvero una Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf), contestualmente allo sviluppo della cosid-

detta Enhanced Nato Response Force (Nrf). Siamo di fronte allo sviluppo della vetusta dottrina Harmel (1967), che postulava la coppia deterrenza militare/distensione politica. Il problema è capire come tutto ciò sia compatibile con l’atto fondativo Nato-Russia del 1997, formalmente in vigore. Vi sono poi nette divisioni geopolitiche nella famiglia atlantica. Italia e Germania, ad esempio, sono restie ad accedere alle rivendicazioni baltiche di radicare in modo permanente strutture militari Nato sul loro territorio. Più in generale, i Paesi dell’Europa centro-occidentale non sono specialmente sensibili al punto di vista di chi, nella comunità atlantica, con la Russia confina. E con essa nella storia ha avuto varie occasioni di scontro. Ancora una volta, toccherà a Washington stabilire il punto di equilibrio nell’Alleanza Atlantica, a partire dai propri interessi nazionali e dalla propria proiezione globale, per la quale quello euro-russo è solo uno dei principali teatri regionali.


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Politica e Economia

La Russia si infiamma Proteste sociali Il trend di crescita economica si è interrotto nel 2015 e ora il potenziale esplosivo

innescato dalla recessione comincia a preoccupare seriamente il Cremlino

Anna Zafesova Protestano tutti. I pensionati di Sochi, che due anni fa sembrava rinata grazie alla pioggia di rubli delle Olimpiadi, hanno bloccato il viale principale lungo il mare per chiedere indietro i benefit per i mezzi pubblici aboliti. Le future mamme di Pskov protestano con il governatore che chiude i reparti di maternità. Perfino nella ricca Mosca sono scesi in piazza i camerieri di una catena di pizzerie, che non vedono lo stipendio da settimane, e i proprietari di berline e Suv infuriati per

È arrivato il momento di tirare la cinghia ma una campagna per le elezioni della Duma sotto il segno del risparmio non promette nulla di buono i nuovi parcheggi a pagamento. Microproteste infiammano tutta la Russia, e la mobilitazione dei camionisti contro il nuovo sistema di pedaggi elettronici, che ha paralizzato diverse città tra novembre e dicembre, oggi sembra solo un assaggio di una nuova stagione. Da Kaliningrad a Vladivostok arrivano notizie di tagli di sussidi, ritardi nei pagamenti di assegni di maternità e pensioni, riduzioni di salari, licenziamenti, e di tante esplosioni di rabbia piccole e grandi. Secondo Bloomberg, il potenziale esplosivo della situazione ha preoccupato il Cremlino al punto da affidare all’FSO – il Servizio federale di guardie, l’agenzia che si occupa della sicurezza personale del presidente, una sorta di Secret Service russo – il monitoraggio delle zone di maggior tensione. Irina Makieva, vicepresidente della Vneshekonombank che guida la task force di pronto intervento che vola nelle città «a rischio», dice che del suo gruppo fanno parte gli uomini della sicurezza del Cremlino, il cui compito è individuare zone e settori particolarmente problematici. Il governo provvede a erogare aiuti e sovvenzioni straordinarie, sostenere aziende in crisi, organizzare un ricollocamento della manodopera. Ma i puntini rossi sulla mappa della recessione russa sono ormai decine, e secondo Makieva il numero dei

Manifestazione a Mosca dei pensionati contro le misure di austerità nei trasporti pubblici. (AFP)

centri abitati a rischio di esplosione sociale è aumentato del 32% dal 1999, anno non esattamente florido per l’economia russa. Fu anche l’anno in cui l’allora sconosciuto Vladimir Putin divenne premier e, l’ultimo dell’anno, presidente russo. Da allora il tenore di vita dei russi non ha mai smesso di crescere, aumentando (secondo vari schemi di calcolo) di tre-cinque volte. Un trend che si è bruscamente interrotto nel 2015: i redditi reali dei russi a novembre erano scesi del 10%, ma l’economista Vladislav Inozemtsev ha rifatto il calcolo in dollari, secondo il quale i salari si sono più o meno dimezzati, e tutti gli altri indicatori sono tornati al livello del 2005-6. Come il rublo, che ha perso il 50% del valore un anno fa, e ha ripreso a scendere nei primi giorni del 2016, sfiorando nuovi minimi rispetto al dollaro e all’euro. Il 54% dei russi ammette nei sondaggi di avere un reddito che basta appena per mangiare e fare acquisti di prima

necessità, e secondo l’«indice dei consumi di Ivan» stilato dalla Sberbank, il maggior istituto di credito del Paese, il 70% ormai compra solo se ci sono offerte e saldi. Molti non possono più permettersi nemmeno questo: durante le vacanze di Capodanno i social network sono stati scossi dalle tragedie di alcune famiglie bruciate vive perché si riscaldavano in casa con stufe di fortuna, dopo essersi viste staccare il riscaldamento per morosità. Inozemtsev parla di «autodistruzione dell’economia». Dietro tutti questi numeri con il segno meno ce n’è uno solo che conta: il prezzo del barile del petrolio. Le sanzioni e il peso delle guerre in Ucraina e in Siria non fanno che aggravare il quadro. Il bilancio russo per il 2016 partiva dalla proiezione che il petrolio sarebbe costato 50 dollari a barile. Una decisione probabilmente a metà tra prudenza economica e cautela politica, visto che per tutto il 2015 Putin e i Annuncio pubblicitario

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suoi ministri continuavano a ripetere che il greggio non poteva continuare a scendere, che si trattava di trattenere il fiato e aspettare, che la ripresa era all’orizzonte o perlomeno «il picco della crisi è passato», come ha detto il presidente alla sua conferenza stampa di fine anno. Ora la Sberbank sta facendo simulazioni per lo scenario peggiore, con il petrolio a 25 dollari e il dollaro a 80 rubli, mentre le organizzazioni internazionali si chiedono se rivedere drasticamente al ribasso le previsioni per il Pil russo, attualmente a –0,8% (–3,8% nel 2015). Il petrolio e il gas (il cui prezzo dipende comunque dal greggio) sono responsabili del 60% delle entrate dello Stato russo. Un’economia da emirato che il presidente di Sberbank ed ex ministro dell’Economia putiniano, Gherman Gref, ha dichiarato qualche giorno fa «esaurita come modello», paventando per la Russia un futuro da «Paese downshifter» che «ha perso la competizione tecnologica con il mondo sviluppato». Anche il governo ha abbandonato le cautele. Il ministro dell’Economia Alexey Uliukaev non esclude un aumento del deficit dal 3% attuale al 7,5%, mentre quello del Tesoro Anton Siluanov teme che in assenza di un bilancio riequilibrato il peso della crisi verrà scaricato sulle spalle della popolazione sotto forma di inflazione, «come nel 1998». Il «tesoretto» accumulato negli anni del superbarile si è già ridotto di un terzo dal 2014 e, secondo Siluanov, può esaurirsi già alla fine del 2016, se venisse usato per tamponare i buchi del bilancio e il cambio del rublo. Insomma, i soldi sono finiti ed è arrivato il momento di tirare la cinghia. Il problema è che non è il momento adatto: in autunno ci saranno le elezioni alla Duma, che di solito comportano semmai un allentamento dei cordoni della borsa. Una campagna elettorale sotto il segno del taglio delle spese del 10%, già annunciato dal governo (ed è il secondo in un anno) non promette nulla di buono. Non a caso lo speaker della

Duma Serghey Naryshkin, aprendo la sessione dopo le vacanze di Natale, ha subito messo le mani avanti sostenendo che «non c’è alcun nesso tra lo scontento sociale e le elezioni». È vero che nella Russia putiniana le elezioni non comportano il rischio di cambiare governo. Ma è vero anche che, in un sistema sempre più irrigidito, è anche una delle poche opportunità di rimpasto delle élite, e l’occasione verrà colta al volo sia da chi vuole saltare sul treno della nomenclatura candidandosi, sia da chi, come elettore, avrà una rara possibilità di sfogare la sua rabbia. Il Centro per le riforme politiche ed economiche (ZEPR), il think tank che aveva predetto le proteste in piazza del 2011, registra un graduale ma inesorabile calo dei consensi elettorali locali per Russia Unita, il partito di Putin. Mentre il numero dei russi pronti ad aderire alle proteste è aumentato di un terzo, al 20%, ma soprattutto il disagio avvertito quattro anni fa essenzialmente dai giovani istruiti e dai ceti abbienti delle metropoli (la «rivoluzione dei visoni») oggi si diffonde nei ceti medio-bassi (dove il 37% si dichiara pronto ad aderire alle proteste) e si espande geograficamente, coinvolgendo diverse regioni della sterminata provincia russa. Quale sarà la scintilla che trasformerà una protesta locale in qualcosa di più temibile – un bambino morto all’ospedale perché mancavano le medicine, un gruppo di pensionati ridotti alla fame, una fabbrica che non paga i salari – è impossibile prevedere. Sociologi e politici confidano nella proverbiale pazienza dei russi, nell’abitudine secolare ai disagi e nella propaganda che lenisce l’impoverimento con l’incremento dell’orgoglio nazionale per l’annessione della Crimea e l’attivismo internazionale del Cremlino. Ma «il sistema politico ha quasi esaurito le risorse ed è molto fragile», dice a «Gazeta.ru» il direttore del ZEPR Nikolay Mironov: «La società è molto più scontenta e determinata di quattro anni fa, e non si riuscirà a piegare questi umori con la paura e le repressioni».


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Politica e Economia

Tsai, la piccola donna che fa paura al Dragone Taiwan Il nuovo presidente è favorevole all’indipendenza da Pechino che ha già censurato la sua vittoria sul web

Beniamino Natale La rivista «Time» l’ha definita «una donna che si è fatta da sola per un popolo che si è fatto da solo». Secondo l’agenzia Reuters è impegnata dal 16 gennaio, quando è stata eletta con una valanga di voti alla presidenza della Repubblica di Cina – più conosciuta come Taiwan –, nel «lavoro più pericoloso del mondo». Un lavoro che potrebbe metterla in rotta di collisione con la Cina, la potenza emergente sulla scena mondiale, che ritiene che la piccola isola le appartenga di diritto e che in passato si è dichiarata disposta a usare la forza in caso osi dichiararsi indipendente.

La neoeletta presidente dovrà mantenere un equilibrio con gli interessi di Pechino, che è il principale partner commerciale di Taiwan Lei, Tsai Ing-we, 59 anni, non sembra spaventata dal compito che l’attende. Non per niente è la prima donna ad essere eletta alla massima carica politica in un Paese asiatico senza essere figlia o vedova di un leader politico. Tsai non solo non è sposata – cosa veramente incredibile in Asia – ma si è addirittura pronunciata a favore dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Non è nemmeno una «politica di professione». Undicesima – e prediletta – figlia di ricco commerciante, Tsai ha studiato legge, perché voleva aiutare il padre nel suo lavoro. Dopo essersi laureata a Taiwan ha seguito corsi di specializzazione presso la Cornell University, negli Stati Uniti, e alla London School of Economics. Rientrata a Taiwan, si è dedicata all’insegnamento e ha partecipato in qualità di esperta ai negoziati per l’adesione di Taiwan all’organizzazione per il commercio internazionale GATT – trasformatosi in seguito nella World Trade Organization (WTO) – e all’Associazione per la cooperazione nell’Asia-Pacifico o APEC. La svolta arriva nel 2000, quando viene nominata capo del Mainland Affairs Council (MAC), l’organismo governativo responsabile dei rapporti con la Cina. È solo nel 2004 che entra nel Partito Democratico Progressista (DPP), il partito dei «figli della terra» taiwanesi che contrastano l’egemonia politica degli immigrati dalla Cina continentale e che sostengono apertamente l’indipendenza dell’isola. La storia di Taiwan, che oggi ha 23 milioni di abitanti ed è l’unico Paese a maggioranza etnica cinese ad essersi dotato di un sistema politico demo-

La copertina che il «Time» dedica alla prima donna presidente dell’isola.

cratico, è controversa e tutt’altro che chiara, al contrario di quanto pretende la propaganda di Pechino. Dopo essere stata governata da una serie di dinastie che a volte avevano il controllo di tutta la Cina o da gruppi di potere locali, nel 1895 viene ceduta al Giappone, che aveva vinto la prima guerra sinogiapponese sconfiggendo la dinastia manchuriana che allora era al potere a Pechino. Nel 1945, quando Tokyo si arrende dopo il lancio delle bombe atomiche americane su Hiroshima e Nagasaki, Taiwan torna formalmente parte della Cina, che è sconvolta dalla resa dei conti tra i partiti che erano stati momentaneamente alleati nella lotta contro gli invasori giapponesi: il Kuomintang, il Partito Nazionalista del «generalissimo» Chiang Kai-shek e il Partito Comunista guidato da Mao Zedong. Quando questi ultimi preval-

gono, nel 1949, Chiang si trasferisce a Taiwan, instaura una dittatura feroce e continua a dichiararsi leader di «tutta» la Cina. Negli anni seguenti si combatte la Guerra Fredda e il seggio della Cina all’Onu viene assegnato alla filoamericana Repubblica di Cina con capitale momentanea a Taipei. L’alleanza stabilita all’inizio degli anni Settanta tra la Cina di Mao e il presidente americano Richard Nixon porta al rovesciamento della situazione: Pechino occupa il seggio all’Onu e Taiwan rimane isolata in un limbo dal quale, sembrano pensare tutti, uscirà solo quando sarà fagocitata dal gigantesco vicino. Gli USA varano il Taiwan Relations Act, una legge che obbliga il governo di Washington a fornire armi l’isola e ad intervenire al suo fianco in caso di attacco cinese. Mentre nella Cina continentale il Partito Comunista mantiene fino ad

oggi un sistema autoritario a partito unico, a Taiwan i successori del «generalissimo», primo fra tutti il suo figlio ed erede Chiang Ching-kuo iniziano una graduale democratizzazione grazie alla quale, nel 2000, viene eletto alla presidenza il leader del DPP Chen Shui-bian, un aperto e acceso sostenitore dell’indipendenza dell’isola.

La storia di Taiwan è controversa e tutt’altro che chiara al contrario di quanto pretenda la propaganda di Pechino Terminato il suo secondo mandato nel 2008, Chen viene processato e condannato per corruzione. Per rilanciare il partito – screditato sia per la condanna

di Chen che per l’inefficiente gestione dell’economia che ha caratterizzato i suoi ultimi anni al potere – viene scelta Tsai Ing-wen che era stata eletta deputata al Legislative Yuan, il Parlamento, nel 2004. Dopo essere stata sconfitta al primo tentativo, nel 2012, dal leader del Kuomintang Ma Ying-jeou, Tsai ce l’ha fatta quest’anno, infliggendo una secca sconfitta al suo avversario nazionalista Eric Chu. Il voto a suo favore è stato travolgente: Tsai ha avuto il 56% dei consensi degli elettori con 6’894’000 voti contro i 3’813’000 di Chu, che corrispondono alla percentuale del 31%. Si è votato anche per il rinnovo del Legislative Yuan, dove il DPP ha ottenuto la maggioranza assoluta dei 113 deputati (68, mentre il Kuomintang ne ha avuti solo 35). La disfatta del Kuomintang è stata completata dal successo dell’esordiente New People Party, nato dal movimento studentesco detto dei Girasoli, che l’anno scorso ha contestato in modo clamoroso, con l’occupazione del Parlamento, un accordo tra il governo del Kuomintang e la Cina per la facilitazione delle relazioni commerciali. Le analisi del voto sono concordi nell’indicare che i giovani hanno avuto un ruolo di primo piano nelle elezioni del 16 gennaio scorso. L’ingresso sulla scena politica della nuova generazione cambia radicalmente le carte in tavola nei rapporti tra «le due sponde dello Stretto di Taiwan» e richiederà probabilmente una revisione delle posizioni della comunità internazionale, che fino ad oggi ha accettato il dogma dell’esistenza di «una sola Cina» perché questo era promosso sia da Pechino che da Taipei. Congratulandosi con Tsai per la sua vittoria, il Dipartimento di Stato americano ha sottolineato che Taiwan «ha dimostrato la forza del suo robusto sistema democratico» e la volontà del governo di Washington di «rafforzare le relazioni non ufficiali tra gli USA e il popolo di Taiwan». Infine, senza nominare la Cina, il Dipartimento ha messo l’accento sulla necessità di «continuare a promuovere la pace e la stabilità regionale». La Cina non ha rinunciato ad «ammonire» Tsai – come ha scritto l’agenzia ufficiale Xinhua – a non «avvelenare» l’atmosfera con «mosse verso l’indipendenza» che porterebbero «alla fine di Taiwan», ma non ha fatto ricorso ai toni minacciosi che usava abitualmente contro Chen Shui-bian. Dal canto suo, Tsai Ing-wen ha chiarito che non intende cedere alle intimidazioni. «Il nostro sistema democratico, la nostra identità nazionale e il nostro spazio internazionale devono essere rispettati», ha detto nel suo primo discorso dopo la vittoria. «Qualsiasi forma di repressione danneggerà le relazioni tra le due sponde dello Stretto», ha aggiunto. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Politica e Economia

Vrindavan, la città delle vedove Fotoreportage Negli ashram della località dell’India settentrionale c’è la più alta concentrazione di donne che hanno perso il marito e che hanno deciso di finire in clausura il resto della propria vita, lontano dalla strada

Ettore Mo, foto Luigi Baldelli Vrindavan, remota località di una regione settentrionale dell’India, vanta un inconsueto primato: quello di ospitare tra le sue mura la più alta concentrazione di vedove al mondo, non meno di ottomila su una popolazione di circa cinquantamila abitanti. Una non breve visita allo Sri Bagwan Bhajan Ashram – il più grande degli eremitaggi della «città delle vedove», che ne ospita duemila – è servita a conoscere in parte i problemi, i disagi, le angosce e, infine, anche le speranze di migliaia di donne rimaste sole a trascorrere in clausura il resto della propria vita. È noto che almeno l’otto per cento della popolazione femminile indiana sia gradualmente confluito nelle colonne di pellegrini che dagli angoli più remoti del Paese – gli stati del West Bengal, e dell’Hibar, dell’Uttar e dell’Andhra Pradesh, del Rajahstan e delle periferie meridionali del Tamil Nadu e del Kerala – sono scese a piedi per chilometri in direzione di Vrindavan: che dista appena due passi da Mathura, villaggio natale di Krishna, la grande divinità indiana, che vi ha trascorso l’infanzia e parte della giovinezza. Nella «città delle vedove» si respira quel clima di sacralità e ci si adagia nell’atmosfera mistica propria dei luoghi sacri. «Chi non è felice a Vrindavan – esclama una donna che, avvolta in un sari bianco, ha trascorso l’intera gior-

«Tempo fa – aggiunge la signora Giri – sono usciti due film - Bianco arcobaleno e Donne dimenticate – che affrontano l’argomento. In India dove le donne vivono sotto il giogo del patriarcato, la condizione delle vedove è tre volte peggiore di quella delle altre donne. Non godono di alcun diritto, né di proprietà né d’altro. Per loro non esiste un piano, un programma preciso d’istruzione scolastica, si lascia tutto al caso. La loro vita si consuma tra le pareti domestiche: pulire, cucinare, mettere i bimbi a letto. Completamente sottomesse all’uomo, anche se la Costituzione non discrimina fra i due sessi. Le chiavi di casa le tiene sempre lui in tasca».

nata in preghiera, genuflessa o sdraiata sul nudo pavimento del tempio, – non può essere felice in nessun’altra parte del mondo!». Mi duole dover ammettere che appartengo alla categoria degli infelici. Le vedove indiane vivono in condizioni pietose. «Faccio un solo pasto al giorno, raramente due – confessa un’anziana signora uscendo dall’ashram che frequenta quotidianamente con turni di quattro ore di preghiera al mattino e quattro nel tardo pomeriggio – non ho un posto dove dormire e trascorro la notte rannicchiata in fondo alla navata, dove aspetto la morte, che non è lontana».

La fragilità della situazione femminile riguarda tutte le donne, ma le vedove sono guardate con sospetto e ostilità

Nella «città delle vedove» si respira un clima di sacralità e si vive in un’atmosfera mistica propria dei luoghi sacri Già nel sedicesimo secolo Vrindavan era meta di grandi pellegrinaggi, affluenza che continua ai giorni nostri ed è stata in qualche modo intensificata dopo la messa al bando, in India, del macabro rito del «sati», che imponeva alle vedove di immolarsi tra le fiamme della pira del marito defunto: negli anni successivi vennero richiesti sacrifici meno severi, come radersi i capelli a zero per tenere a freno l’avidità e la lussuria dei maschi

consentendo al tempo stesso alle donne di preservare la propria castità. Nel libro dal titolo Living Death, la paladina indiana per i diritti delle donne, Mohini Giri, che ha affrontato con serietà il problema dell’emancipazione (o non-emancipazione) femminile del suo Paese, scrive: «L’India è un Paese di città sante come Varanasi, Tirupati, Vrindavan e un paese con migliaia di monaci e un’enorme quan-

tità di idee e ciò nonostante persiste una discriminazione socio-culturale senza precedenti contro le vedove. La stessa società denigra una donna mentre la pone al tempo stesso sopra un piedistallo all’interno di un tempio. Che scelta hanno le donne? Stando alle parole dell’ex primo ministro Manmohan Singh, “la nostra società non tratta sempre bene le vedove, specialmente quelle giovani”».

Per sopravvivere, gran parte delle vedove può solo contare sulla pensione, anche se è piuttosto misera come quella della signora Suhila Mandal (abbandonata da figli e nipoti) che gode della minima, 100 rupie al mese, mentre quella media è di 200 e la massima di 500, e tuttavia non si lamenta: «Quaggiù mi trovo bene e non mi manca nulla – ammette con un filo di voce –; ci venni dodici anni fa quando scomparve mio marito e mi resi conto che i nostri quattro figli – due maschi e due femmine – non tolleravano più a lungo la mia presenza in casa. Pago una retta di 50 rupie al mese all’ashram e quanto mi rimane è più che sufficiente per i pasti e le piccole spese. Ma in questo modo ho evitato la vergogna di scendere in strada a mendicare». Nella società indiana, le vedove sono spesso ignorate o relegate nel proprio mondo, guardate con sospetto e ostilità: e non di rado sono ritenute re-

sponsabili per la morte dei propri mariti e sottoposte a violenze sessuali tra le mura domestiche. Si deve a questa situazione di estremo disagio se colonne di donne di ogni età in fuga verso le oasi relativamente sicure di Vrindavan o Varanasi si sono andate ingrossando di anno in anno. La «fragilità» della situazione femminile in India riguarda ogni categoria: non deve quindi stupire, interviene la signora Giri, che «nel nostro Paese anche le donne colte, istruite, laureate debbano stare in riga, in casa e fuori, nella totale sottomissione al loro legittimo consorte». Situazione che lei stessa si trovò ad affrontare fin dall’infanzia, quando, ad appena nove anni, rimase orfana del padre: «La mamma – racconta – dovette accudire da sola a sette figli: da crescere, sfamare, mandare a scuola ogni santo giorno. Il mio interesse per le vedove è cominciato allora: e fu proprio allora che ebbe inizio la mia battaglia contro le comunità religiose e contro tutte quelle leggi e tradizioni che sbarrano la strada all’emancipazione femminile. Come il fatto che una vedova non può essere invitata al matrimonio di una amica per che la sua presenza è di cattivo auspicio, porta male». Affettuoso e commovente, invece, il ricordo del suo primo incontro col Mahatma Gandhi: «Lo riconobbi quando venne a casa mia ed io avevo appena otto anni. Rimasi colpita dal suo modo di camminare, dalla gentilezza dei gesti e, soprattutto, da quel sorriso… Poi, via via, ho avuto rapporti con tutti i protagonisti della scena politica internazionale e con gli uomini di cultura. Indira Gandhi era una donna molto dinamica, afferrava al volo anche la più complicata situazione politica che le sottoponessi per averne un suo parere. Ho ammirato pure Sonia, la nuora, per come si è adattata alla cultura indiana e l’ha assorbita, sensibile ai problemi degli emarginati, delle piccole tribù in lotta contro i grandi proprietari terrieri. E infine sì, per il suo affetto per le vedove, le grandi vedove bianche del presente e del passato».


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶25 gennaio 2016¶N. 04

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Politica e Economia

La mancata staffetta intergenerazionale Dibattito Credere in un «sano» passaggio di consegne fra forze lavoro si può. Non però, alle condizioni attuali Edoardo Beretta Sanno d’incoerenza certe asserzioni, che ricorrono nel dibattito economicopolitico, quali: 1) l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro deve avvenire presto e 2) l’età pensionabile deve essere aggiustata (al rialzo) in base alla crescente aspettativa di vita. Da tempo, per raggiungere il primo obiettivo molti governi europei hanno ridotto gli anni scolastici sul modello americano, che prevede 12 anziché 13 anni di formazione pre-universitaria. Laddove il processo di riforma in tal senso non sia stato ancora attuato, la soluzione mediana è consistita comunque nell’incentivare gli studenti mediante crediti formativi a svolgere nelle ferie scolastiche prime esperienze lavorative. Sul perseguimento del secondo punto, cioè sull’aumento generalizzato dell’età pensionabile, ci sono ancora meno dubbi. Sebbene le ultime serie storiche OCSE risalgano al 2010 e sottostimino certe variabili – ad esempio, il dato italiano è inficiato dalle pensioni d’anzianità –, il trend statistico è evidente e dimostrato dalle rilevazioni del 2014 recentemente pubblicate. Resta ora da chiarire la conciliabilità (o meno) delle due affermazioni prese inizialmente in esame. Non sussiste forse un tradeoff fra due approcci antitetici? Se da un lato si ritiene giusto che i giovani siano introdotti prima nelle dinamiche lavorative, tale assunto

confligge manifestamente con le più recenti riforme pensionistiche, che quasi ovunque hanno mirato a mantenere la popolazione più a lungo nel mondo lavorativo. I due obiettivi sarebbero conciliabili solo in presenza di forte crescita economica, che comporti la creazione costante di nuovi posti di lavoro. In caso contrario, si assisterebbe all’«effetto vasca da bagno», cioè all’immissione metaforica di forza lavoro giovane a fronte di possibilità di collocamento già sature o bloccate: il risultato sarebbe di spiazzamento o esclusione (crowding out) dei lavoratori in eccesso. Disoccupazione giovanile o bibliche attese per una reale prospettiva di avanzamento nel mondo del lavoro derivano anche da tale impasse fisiologica oltre che da un mercato occupazionale profondamente indeciso, in cui – se non si è troppo vecchi per lavorare fino a 65 anni – lo si è già a 50 anni per ricollocarsi o a 35 anni si è troppo giovani per ambire a di più. Allo stesso modo, l’«effetto troppo-pieno» si è creato persino nell’atletica economia tedesca, quando nello stesso anno – a seguito di riforme scolastiche – si sono riversati o sul mercato del lavoro o nelle aule universitarie contemporaneamente i diplomati quinquennali e quadriennali. In aggiunta, legioni di giovani «fronteggiano» sempre più lavoratori in età matura ancora presenti nel sistema economico e talvolta rico-

Ai giovani si chiede di inserirsi sempre prima nel mondo del lavoro, ma i lavoratori più anziani non cedono loro il posto. (Keystone)

prenti posizioni di rilievo. Tale status quo porta i primi a sentirsi ostacolati nel percorso lavorativo e a caldeggiare la (tristemente e ingiustamente ribattezzata) «rottamazione» dei secondi, i quali di converso assumono una posizione difensiva «arroccata» sui ruoli nel tempo faticosamente conquistati. Eppure, un’economia «ordinata» dovreb-

Età di pensionamento in Paesi industriali Dati e previsioni (2010)1 1958

Uomini 1989 2010

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Dati (2014)2 Uomini Donne 2014 2014

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Germania

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Italia

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Regno Unito

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be funzionare diversamente e vedere lavoratori esperti instradare quelli più giovani: non essendo così, la «staffetta» intergenerazionale pare essere divenuta piuttosto una corsa ad ostacoli (in cui spesso tutto pare essere lecito – anche fra generazioni uguali). Per ristabilire l’ordine delle cose e affrontare una questione, che è destinata ad ampliarsi all’aumentare dell’età pensionistica e poggia sull’assunto sbagliato che si debba – beninteso, non «possa» – lavorare più a lungo è indispensabile procedere a tappe. Perché non prevedere la possibilità di percepire l’assegno pensionistico anche prima della soglia di legge di «x» anni – in tal caso, commensurato ad anni di contribuzione e speranza di vita? Chi optasse per ritirarsi anzitempo dal mondo lavorativo potrebbe, quindi, farlo (rinunciando a una quota proporzionale di pensione, ma lasciando spazio lavorativo ad altri). Nel contempo, chi lavorasse oltre gli «x» anni dovrebbe esserne disincentivato e vedersi sottoporre il reddito aggiuntivo a elevata imposizione tributaria. In cambio,

però, i governi dovrebbero astenersi da ogni ritocco al ribasso degli assegni pensionistici (anche di quelli più elevati), che dovrebbero essere adeguati all’indice dei prezzi al consumo. Se a ciò si aggiungesse la volontà di «sdoganare» la pensione dalle paure di non contribuire più alla società o rinunciare a parte del proprio tenore di vita, il ritiro tornerebbe ad essere visto per quello che è, cioè un premio dopo anni di sacrifici. Fino ad allora, però, il sano «passaggio di testimone» fra generazioni assomiglierà piuttosto a una gara con soli vinti. Note

1. http://www.oecd-ilibrary.org/docserver/download/8111011ec005.pdf?e xpires=1448276675&id=id&accname =guest&checksum=5FD05D4AD0A7 443C96DB3DB9B69ACFC6 2. http://www.oecd-ilibrary.org/docserver/download/8115201e.pdf?expire s=1449591254&id=id&accname=gues t&checksum=9149917C3D98254061B 65F94232A8562

A un anno dallo choc monetario Congiuntura L’economia svizzera d’esportazione subisce in pieno le conseguenze dell’abbandono della parità

franco-euro a 1,20 franchi. È possibile che la situazione peggiori ancora Ignazio Bonoli Il 15 gennaio (giorno della decisione della Banca Nazionale di abbandonare la parità del franco svizzero con l’euro a 1,20) è stato ricordato in Svizzera con parecchi commenti tanto rassegnati, quanto preoccupati. A un anno di distanza, il bilancio degli effetti di questa misura è ancora parziale. Alla luce anche di avvenimenti recenti, si pensa che le ripercussioni negative potrebbero essere ancora più pesanti nel corso del 2016. Al punto da mettere in serio pericolo la piazza industriale svizzera, se non addirittura l’intera piazza economica. A conferma di questa tesi vi è anche la recente decisione della General Electric americana – dopo l’acquisto della francese Alstom Power – di ristrutturare le sue posizioni in Europa. Così verranno soppressi 6500 dei 48’000 posti di lavoro. La misura non risparmierà neppure la Svizzera, dove GE e Alstom dispongono di oltre 5500 posti di lavoro, in un settore che è da tempo uno di quelli di punta dell’economia svizzera, cioè la produzione di turbine a vapore e a gas, settore però già in crisi fin dal 2008. In Svizzera – dopo che Bruxelles

avrà autorizzato la ristrutturazione – si prevede di sopprimere fino a 1300 posti di lavoro nelle fabbriche di Baden, Birr, Dättwil, Turgi e Oberentfelden. Come dire il cuore (anche geografico) di questa attività industriale, per la quale si promette, per il momento, di non chiudere totalmente le fabbriche. In ogni caso verranno mantenuti a Baden il centro internazionale per la manutenzione di turbine e il settore delle turbine a gas. La fabbricazione di queste ultime

La General Electric ha annunciato 1300 licenziamenti in Svizzera. (www.ge.com)

viene però concentrata in Francia, a Belfort. La Francia ha ottenuto in cambio la creazione di un migliaio di posti di lavoro. Le attività in Svizzera possono invece contare su un aspetto particolare dell’accordo. Per ossequiare le norme UE, la GE ha dovuto cedere il comparto delle turbine a gas ed altre prestazioni all’italiana Ansaldo. Quest’ultima ha fornito una garanzia di impiego di tre anni ai 430 dipendenti interessati dalla cessione. Per gli oltre 5000 dipendenti in Svizzera, come di regola per le società americane, non c’è nessuna garanzia. Come si vede, buona parte del destino di questa industria svizzera viene deciso (economicamente) in America e (politicamente) in Europa. Non solo, ma l’unica garanzia di posti di lavoro ottenuta significa – probabilmente – un rinvio di tre anni del processo di deindustrializzazione che, in Svizzera, è in atto da qualche tempo e che la decisione del 15.1.2015 ha verosimilmente accentuato. Nel caso specifico, accentuato anche dal vistoso calo dei prezzi dell’energia, che rallenta anche di parecchio gli investimenti nel settore. La decisione della Banca Nazionale, nell’opinione pubblica, è stata accolta come un male necessario (proba-

bilmente inevitabile). Qualche effetto positivo l’ha anche avuto: per esempio il calo dei prezzi all’importazione, le vacanze e i viaggi all’estero meno cari. Per l’economia prevalgono però nettamente gli svantaggi. Benché la BNS sia intervenuta ancora per difendere l’eccessiva rivalutazione del franco, il peso di quest’ultima si è fatto sentire parecchio. Così – in termini generali – la crescita economica in Svizzera è rallentata, la disoccupazione è leggermente aumentata. L’industria in particolare ha dovuto difendersi con la riduzione di posti di lavoro, l’aumento delle ore lavorative non remunerate, senza poter però evitare anche il trasferimento di posti di lavoro all’estero. La Svizzera è abituata a lavorare con un franco sopravvalutato, per cui lo «choc» del 15 gennaio 2015 è stato assorbito ancora senza troppi drammi. A detta di molti, però, il peggio deve ancora venire, per cui si teme che le misure finora adottate non potranno più bastare. La pressione sui costi e sui margini di guadagno è forte in molti settori, anche al di là del valore del franco. In Svizzera infatti i salari reali sono aumentati più della produttività. Meno aziende vengono a stabilirsi in Svizzera a causa

dei costi di produzione troppo alti, ma anche del peggioramento delle condizioni politico – economiche e della sicurezza del diritto. Si assiste invece a uno spostamento di attività manifatturiere verso Paesi meno cari, mentre sempre più aziende svizzere investono all’estero. Allo stato attuale è ancora possibile mantenere il settore trainante dell’industria svizzera d’esportazione. Ma questo esige sforzi notevoli e non si può pensare che il problema possa essere risolto con un nuovo tasso fisso del franco difeso dalla Banca Nazionale. La politica monetaria non è infatti volta a salvaguardare le strutture produttive e non ha praticamente influssi a lunga scadenza sulla produttività. Un’ulteriore difesa del franco svizzero sarebbe costata centinaia di miliardi e sarebbe stata insostenibile, mentre avrebbe ridotto drasticamente la possibilità di interventi futuri. L’alternativa sarebbe comunque quella di un tasso di cambio fisso o rispettivamente l’adesione a un’unione monetaria (nel nostro caso l’euro). Impensabile per ragioni politiche, ma anche pratiche, visto che cosa sta succedendo con l’euro. Resta però la serietà del problema della piazza economica svizzera, che la Banca Nazionale non può comunque risolvere.


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Politica e Economia

Deduzioni fiscali per i pendolari: di quanto aumentano le tasse La consulenza della Banca Migros Albert Steck La dichiarazione fiscale 2016 prevede per la prima volta un limite massimo alla deduzione delle spese di trasporto dei pendolari. Per molti ciò comporta un significativo aumento dell’onere fiscale. Nella nostra panoramica indichiamo concretamente di quale somme si tratta. Anche per le auto aziendali il fisco chiederà molto di più in futuro.

Albert Steck è responsabile delle analisi di mercato e dei prodotti presso la Banca Migros

La deduzione delle spese di trasporto dei pendolari è una di quelle voci della dichiarazione fiscale che «fruttano» di più. Solo a livello federale il fisco concede su questo fronte una riduzione di oltre 500 milioni di franchi. Per le imposte cantonali l’importo è addirittura superiore. Tuttavia, con la dichiarazione fiscale 2016, questa agevolazione sarà drasticamente ridotta. La prima misurazione riguarda dunque l’anno in corso, la tassazione segue nel 2017. La tratta determinante per i pendolari motorizzati è di 9,7 chilometri per direzione di marcia: ciò risulta da 220 giorni lavorativi e un forfait computabile di 70 centesimi al chilometro, da cui si arriva alla deduzione massima concessa per l’imposta federale di 3000 franchi l’anno. Chi percorre una distanza inferiore a 9,7 chilometri non sarà dunque interessato dal cambiamento. Anche chi fa valere un

Notevoli differenze tra i cantoni Tutti i cantoni con un limite solo per l’imposta federale

Aumento dell’onere fiscale per una distanza percorsa di 30 chilometri: il conto sarà più salato soprattutto se anche il cantone limita le agevolazioni concesse ai pendolari per le spese di trasporto.

Ulteriore limite anche a livello cantonale (es. Basilea-Città)

Famiglia con due figli Single

abbonamento generale per l’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici (il prezzo per la seconda classe è di 3655 franchi) dovrà pagare imposte solo di poco superori. Ma quale sarà il costo per i contribuenti che percorrono una distanza maggiore con l’auto? Il grafico riporta le conseguenze concrete in termini di costi per una distanza di 30 chilometri. Abbiamo eseguito il calcolo in quattro varianti, ossia per una fami-

Stipendio lordo

glia e un single e per due diverse classi di reddito con uno stipendio lordo di 80’000 e 150’000 franchi l’anno. È evidente che la somma da pagare in più dipende prima di tutto dal cantone. Laddove la deduzione per i pendolari riguarda solo l’imposta federale, l’onere aumenta di poco. In questa prima categoria rientra anche il Canton Ticino. Nelle nostre quattro varianti le imposte aumentano fino a 550 franchi. Se, invece, il cantone

Stipendio lordo

ha introdotto un limite massimo per le imposte cantonali e comunali, il conto sarà molto più salato. A BasileaCittà l’onere fiscale aumenta di 1460 – 2020 franchi nello stesso esempio (v. grafico). Attualità su blog.bancamigros.ch: ■ Deduzioni fiscali per i pendolari: di quanto aumentano le tasse ■ L’apprezzata serie con 5 x 10 consigli fiscali. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Meno crescita senza libera circolazione La situazione è conosciuta. I promotori dell’iniziativa contro l’immigrazione massiccia hanno fatto i conti senza l’oste. Hanno infatti dimenticato, o, probabilmente, deliberatamente trascurato di tener conto del fatto che, se fosse stata applicata, l’UE avrebbe sospeso l’applicazione dei Bilaterali, ossia dell’intero pacchetto di accordi con i quali, attualmente, si regolano i suoi rapporti con la Svizzera. Gli iniziativisti hanno dapprima fatto finta di ignorare l’ostacolo dichia-

rando che, in fin dei conti, si trattava solamente di mostrare un po’ più di muscoli a Bruxelles. Quando, dopo mesi e mesi di contatti andati a vuoto (di trattative vere e proprie ancora non s’è vista l’ombra), anche loro hanno dovuto prender atto che Bruxelles non ci stava, hanno cambiato la loro linea. Oggi dichiarano che la Svizzera può rinunciare agli Accordi bilaterali senza problemi. E così l’iniziativa contro l’immigrazione massiccia si sta di fatto trasformando in un’iniziativa contro

Secondo studi attuali, senza i Bilaterali il PIL annuo della Svizzera sarebbe di 25 miliardi inferiore. (Keystone)

i Bilaterali. Per uscire dal ginepraio occorrerebbe poter votare sull’alternativa. Ma non c’è più tempo perché entro marzo 2017 bisogna sapere come si può dare applicazione all’iniziativa sull’immigrazione massiccia. Secondo me stiamo quindi avviandoci verso un decreto urgente che dovrà cercare di salvare capra e cavoli finché il popolo svizzero non deciderà se preferisce la capra (limitazione dell’immigrazione) o i cavoli (mantenere i Bilaterali). Per potersi esprimere occorrerà sapere quanto valgono le due soluzioni. Ecco quindi che cominciano ad apparire valutazioni su quello che la Svizzera potrebbe perdere se dovesse rinunciare ai Bilaterali. Su quanto insomma costerebbero i conti che si è tentato di fare senza l’oste. Il Consiglio federale, di recente, ha preso conoscenza dei risultati di due di queste ricerche. Gli autori delle stesse hanno tentato di valutare che cosa costerebbe all’economia svizzera una rescissione degli accordi. Su un arco di vent’anni, ossia fino al 2035, l’economia svizzera perderebbe da 460 a 630 miliardi di

prodotto interno lordo. Ci metterebbe insomma vent’anni a produrre quello che, con i Bilaterali, potrebbe produrre in 19. In media, questo significherebbe perdere, ogni anno, circa 25 miliardi di prodotto interno lordo. Per il Ticino, circa un miliardo all’anno o, in termini di posti di lavoro e supponendo che la produttività del lavoro resti quella di oggi, annualmente circa 800 posti di lavoro. Gli esperti hanno anche cercato di identificare le cause della mancata crescita. Essi si accordano nell’attribuire alla perdita della libera circolazione della manodopera l’effetto negativo maggiore (dal 40% al 70% della mancata crescita a seconda dello studio). Il resto della perdita è dovuto agli effetti negativi sul traffico di superficie, sul traffico aereo, sull’agricoltura, sugli appalti pubblici, nonché al risorgere di ostacoli tecnici al commercio internazionale. Rescindere i Bilaterali costerebbe quindi all’economia svizzera circa 25 miliardi e a quella ticinese quasi un miliardo di Pil. È tanto o è poco? Penso che la maggioranza dei non addetti ai lavori, che è poi anche

la maggioranza degli elettori, resterà abbastanza indifferente a queste cifre, tanto più che non riguardano entità economiche esistenti, ma solo possibilità di crescita future che non verrebbero concretizzate. Il risultato più importante dei due studi è però che la quota maggiore della mancata crescita sarà dovuta all’abbandono della libera circolazione della manodopera. Insomma, anche se si dovesse arrivare a un compromesso che consentisse di mantenere i Bilaterali e, nel contempo, abbandonare la libera circolazione della manodopera, l’effetto positivo di questi accordi sulla crescita economica si ridurrebbe di almeno la metà. Leggendo tra le righe dei rapporti degli esperti, il problema economico non sembra quindi tanto la possibile rescissione dei Bilaterali quanto l’abbandono della libera circolazione della manodopera. Questo è infatti l’elemento che, in un caso (raggiungimento di un compromesso sulla limitazione della libera circolazione) come nell’altro (abbandono dei Bilaterali), rincarerà la fattura.

rimaste in sottofondo diventassero forti e urlate: stanno arrivando soprattutto uomini musulmani soli e disperati (ora anche la Danimarca impone di lasciare i propri beni al di sopra di un certo valore) che finiranno per spaventare le nostre donne, commettere reati, alzare la pericolosità, oltre ai guai economici di un’integrazione costosa ci sono quelli, irreparabili, della frattura sociale. Da quel momento la Merkel si è arroccata sulla sua posizione – possiamo farcela, dobbiamo farcela – e gli avvoltoi hanno iniziato a volare famelici sopra la debolezza (presunta) della cancelliera. Mentre la politica tedesca si riposiziona, con alcuni partiti in ascesa, soprattutto gli euroscettici e la Csu, la sorella bavarese della Cdu che si è intestata la battaglia contro la cancelliera (Angela continua ad andare in Baviera per rassicurare e spiegare, ma il clima è vieppù ostile), anche in Europa sta rimanendo sola. Ogni volta che si chiede solidarie-

tà, l’Unione europea si spezzetta, ma il collante antimerkeliano tiene alla grande. Il Regno Unito fa da sempre una battaglia solitaria sull’immigrazione, la Francia è stata costretta a farla dopo gli attentati terroristici e lo stato d’emergenza, l’est Europa si compatta tra muri e misure restrittive sulla linea imposta dal premier ungherese Viktor Orban. L’Italia di Matteo Renzi s’infila nella famiglia e l’allarga, mentre tutto quel che è stato fatto finora, dai finanziamenti alla Turchia per controllare i migranti fino al principio costituente dell’Ue, il trattato di Schengen, non è più al sicuro. La scommessa sulla debolezza della Merkel è ardita, soprattutto quel che pochi si domandano è: davvero conviene far fuori la cancelliera tedesca? Per quanto monarca assoluto, è una politica incline al negoziato, pragmatica e in alcuni casi disposta ai compromessi.In alternativa ci sono i tecnici tedeschi, che di cuore ne hanno molto poco.

affamata di sbocchi per la sua manodopera). Occorreva reagire, ma come, in quale direzione, con quali risorse e forze politiche? Per uscire dall’angolo il cantone decise di trincerarsi nel regionalismo, al traino della Lega dei ticinesi (movimento sorto non a caso alla vigilia della consultazione sullo Spazio economico del ’92), coltivando un antieuropeismo rumorosamente ribadito in ogni occasione di voto. Incompreso a Nord (da una «Bundesbern» sempre più distratta e sorda) e compresso da Sud (da un’Italia infida e inadempiente), il Ticino politico doveva comunque provare a spezzare l’isolamento che rischiava di soffocarlo. La via d’uscita fu trovata – spiega Mazzoleni – nella «mobilitazione collettiva» dell’opinione pubblica a scopo rivendicativo. Concretamente questa strategia – forse meglio definibile come «mobilitazione permanente» – si è tradotta nella pro-

liferazione di sollecitazioni destinate al governo centrale: lettere, memoriali, appelli, perorazioni, ma soprattutto iniziative cantonali sotto forma di progetti di atti legislativi all’indirizzo delle Camere, strumento relativamente poco utilizzato ma previsto dal diritto federale. Insomma: febbrile attivismo, martellanti campagne condotte da tutti i partiti presenti in parlamento, e non solo dalla Lega. Ma con quali risultati? L’autore ci presenta un bilancio assai magro, quasi sconfortante, un’agitazione che non ha fatto altro che alimentare delusioni e frustrazioni. La «mobilitazione permanente», utile per mietere consensi a livello cantonale, sul piano federale si è rivelata inefficace, quando non controproducente. Berna è sempre lontana. Roma, con Milano, pure; per non parlare di Bruxelles, remotissima. Sarebbe urgente rivedere tattica e strategia.

Affari Esteri di Paola Peduzzi Conviene davvero far fuori la Merkel? Angela Merkel sta perdendo la sua scommessa sui rifugiati, quel «possiamo farcela» che disse lanciando la sua solitaria politica di accoglienza – mentre i rifugiati camminavano speranzosi attraversando l’Europa e i suoi muri sventolando la foto della cancelliera – diventa sempre più una promessa non mantenuta. I sondaggi registrano un calo costante della popolarità della cancelliera tedesca (è scesa al quarto posto nella classifica dei politici più amati, superata anche dall’arcigno ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble), mentre continuano le rivolte interne al blocco conservatore. Soltanto negli ultimi giorni, oltre alle dichiarazioni di ministri e alleati della Merkel ormai in contrasto palese sulla questione, è stata pubblicata una lettera aperta di 44 parlamentari dell’ala conservatrice della Cdu, partito della Merkel, in cui si chiede alla cancelliera di fermarsi, «saremo sopraffatti». Nel 2015 sono

arrivati in Germania circa un milione e centomila migranti, molti di più rispetto agli altri paesi dell’Unione europea, e per il 2016 il numero non dovrebbe essere inferiore. Secondo il vicecancelliere socialdemocratico, Sigmar Gabriel, sono necessari altri novemila poliziotti, 25 mila maestri, 15 mila assistenti per garantire una politica di accoglienza dignitosa: il «pacchetto integrazione» costa circa cinque miliardi di euro, e tutti devono «accordarsi esattamente su chi farà cosa». L’obiettivo è evitare che i tedeschi sentano addosso il peso dell’integrazione. Ma nessuna di queste iniziative riesce a togliere pressione dalla Merkel. I fatti di Colonia hanno cambiato tutto. La perfida Merkel, ritratta con i baffetti di Hitler soprattutto sui giornali greci, era diventata la mamma accogliente nel momento in cui aveva aperto le porte della Germania, ignorando le resistenze degli altri paesi dell’Europa, soprattutto

quelli a est: la trasformazione in una fata buona, dopo anni passati a escogitare modi per contenere lo strapotere merkeliano, è stata quasi immediata. Poi l’attacco di massa alle donne di Colonia, l’iniziale insabbiamento per paura che qualche palpeggiamento diventasse un guaio pubblico (i media tedeschi sono ancora adesso sotto accusa), infine la verità su quell’assalto premeditato alle donne – alla donna come simbolo della libertà dell’Occidente – hanno sollevato il velo dai tanti malumori che accompagnavano le dichiarazioni di Merkel sull’integrazione. Più lei parlava del beneficio assoluto per la Germania, e per l’Ue intera, dell’arrivo dei rifugiati, più montava la reazione indignata: non sappiamo dove metterli, tutti questi immigrati, l’integrazione costa e la Germania non cresce a sufficienza per permettersi un costante assorbimento di nuovi cittadini. Poi l’assalto di Colonia ha fatto sì che quelle lamentele

Cantoni e spigoli di Orazio Martinetti Berna è lontana, Roma pure, Bruxelles poi... Nell’arte culinaria, i leganti sono sostanze che hanno un effetto addensante; nell’arte politica, i leganti sono lacci e gancetti – materiali e simbolici – atti ad impedire lo sfilacciamento del corsetto che tiene assieme un dato organismo politico. La Svizzera, intesa come con-federazione, come insieme di cellule formatesi nei secoli, è sempre stata alla ricerca di leganti. Ricerca che si è tradotta nella stipulazione di «patti» tra i cantoni, taluni laschi o provvisori, talaltri addirittura «perpetui». A questa incessante opera di contrattazione la Dieta prima e la Berna federale poi pervenivano per superare ostacoli interni (come le guerre di religione), oppure per fronteggiare attacchi esterni. L’equilibrio raggiunto di volta in volta è sempre stato precario. Ma dopo la grande guerra del ’14-18, con l’adesione dei socialisti al principio della difesa nazionale, le singole pratiche messe in

atto per dirimere conflitti contingenti assursero a filosofia della nazione. L’Elvezia era la mamma che assicurava la pace interna: garantiva che le differenze (di lingua, confessione, cultura, indole) non avessero la meglio sulla concordia. Era l’«unità nella diversità». Ma per conseguire tale obiettivo, mamma Elvezia doveva dar prova di generosità, ovvero predisporre una batteria di interventi che riducesse le disparità tra i figli, tra i cantoni forti e i cantoni deboli. La soluzione fu individuata nel «federalismo solidale»: i più robusti dovevano aiutare i più gracili tramite un complesso sistema di sovvenzioni. Questa formula ha funzionato, pur fra screzi e lamentele, fino ai primi anni 90 del Novecento. Poi sempre meno. Come ben illustra Oscar Mazzoleni nel suo ultimo libro (Berna è lontana? Il Ticino e il nuovo regionalismo politico, edizioni Dadò), alle ruote dentate della

solidarietà è venuto a mancare l’olio lubrificante. L’apertura delle frontiere, dettata dai trattati internazionali e dal riassetto delle dinamiche economicofinanziarie (globalizzazione), ha imposto una rapida riconfigurazione dei rapporti di forza interni. Alle prese con una concorrenza crescente, non più trattenuta dalla cortina di ferro, le città e le regioni tradizionalmente «donatrici» hanno voltato le spalle alle vecchie ricette per abbracciare un inedito «federalismo competitivo». In sostanza hanno invitato i cantoni beneficiari a darsi una mossa, a non più aspettarsi comportamenti comprensivi e benevoli, né da parte dei cantoni più ricchi, né da parte della Confederazione. Il Ticino si è così ritrovato a bordo campo, scornato e imbronciato; affetto, da un lato, dalla sindrome dell’abbandono, e dall’altro dalla sindrome dell’assedio (da parte di una Lombardia forte di dieci milioni di abitanti e


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Cultura e Spettacoli Fotografare la memoria Bruno Cattani espone alla Photographica Fine Art una serie di scatti intorno al ricordo

Irriverenza e umorismo Grazie a un esordio esilarante lo scrittore svizzero tedesco Thomas Meyer ha raggiunto fama e successo – lo abbiamo incontrato per parlare di critiche e religione

La storia di Noah e Alison Fra i motivi del successo della serie The Affair, vi sono anche i punti di vista dei protagonisti

Farinone e la chitarra A colloquio con il chitarrista classico Claudio Farinone sui maggiori interpreti dello strumento pagina 26

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Anselm Kiefer I Sette Palazzi Celesti 20042015. Veduta dell’installazione, HangarBicocca, 2015. (Agostino Osio © Anselm Kiefer; Courtesy Galleria Lia Rumma, Anselm Kiefer Milano/Napoli; Fondazione HangarBicocca, Milano)

Il dramma e la luce Mostre Composita proposta all’Hangar Bicocca di Milano Gianluigi Bellei In questi anni l’Hangar Bicocca di Milano è cresciuto molto, sia dal punto di vista dello spazio espositivo (anche esteticamente), sia da quello progettuale. Il sito risulta maggiormente confortevole: ristorante, riscaldamento, suddivisione degli spazi che da una parte circoscrivono le grandi torri di Kiefer e dall’altra servono per le esposizioni temporanee. Un posto piacevole, insomma, rilassato e anche gratuito. Le presentazioni delle mostre si tengono con i protagonisti seduti di fronte al pubblico, come al caffè, senza tavoli o cattedre di separazione. Naturalmente non stiamo parlando di una presentazione al Leoncavallo – uno dei centri sociali autogestiti milanesi – ma di una realtà composta da personaggi di alto spessore internazionale quali per intenderci Andrea Lissoni, il quale con la mostra in corso – e cioè Hypotesis di Philippe Parreno – termina la sua collaborazione con l’Hangar Bicocca per tornare come Senior curator alla Tate Modern di Londra. Senza enfasi, dicevamo, in questi mesi sono in corso due esposizioni da non perdere. Una diversa dall’altra, anzi diametralmente opposte. Parreno, appunto, e Anselm Kiefer. Un’espe-

rienza che bene o male può interessare un pubblico variegato: dal fine intellettuale al semplice amatore o magari alle famiglie che volessero trascorrere un pomeriggio entusiasmante. Questo perché sono complementari e quindi di diverso approccio. Il tutto in uno spazio gigantesco che per gli organizzatori, ma anche per gli stessi artisti, può risultare preoccupante. Philippe Parreno propone una mostra che non è più tale. Secondo lui le esposizioni sono un’invenzione dei secoli scorsi che oggi non hanno molto senso. Hanno senso invece come oggetto vivente, ricco di stratificazioni in un susseguirsi di processi mutativi. In pratica gli oggetti non sono mai gli stessi; entrano in uno spazio e poi subiscono dei cambiamenti per andare verso un altro spazio e un’altra mostra. Hypotesis è la prima antologica di Parreno in Italia ed è appunto un assemblaggio di lavori delle esposizioni precedenti. L’ipotesi riflette tutto il percorso dell’artista, senza certezze né partiture, ma aperto al confronto e allo scambio in una sorta di conversazione continua con colleghi e visitatori. Parreno mette sempre in discussione il concetto di autorialità e le sue proposte sono una sorta di collaborazione

con personaggi quali Douglas Gordon, Dominique Gonzalez-Foerster, Tino Sehgal e Rirkrit Tiravanija o Pierre Boulez. Ha realizzato personali nei principali musei del mondo tra i quali il Centre Pompidou di Parigi, la Serpentine Gallery di Londra e la Fondation Beyeler di Basilea. A Milano, come sempre, propone un nuovo accorpamento di diversi lavori precedenti nei quali la luce e il suono danzano spiazzando lo spettatore sino all’apogeo della massima illuminazione e del buio totale. Il lungo corridoio destro dell’Hangar si riempie così di una serie di Marquees, sculture in plexiglas, che si illuminano in alto a intermittenza mentre due pianoforti suonano. Le Marquees si ispirano alle insegne luminose degli anni Cinquanta poste all’esterno dei cinema. Proprio di fronte, e con lo stesso titolo, troviamo un assemblaggio di video e film come Alien Season (Stagioni aliene) del 2002 nel quale si mostrano le capacità mimetiche di una seppia gigante o Marilyn del 2012 che propone la ricostruzione della suite dell’Hotel Astoria di New York dove la diva soggiornò negli anni Cinquanta. Insomma, Parreno non vuole produrre degli oggetti narranti ma creare, assieme a un gruppo

di persone, un contesto ambientale per poterci entrare, mettendo in discussione l’oggetto artistico, come a suo tempo fecero Fluxus e il Neo-Dada. Di altro tono la nuova installazione delle opere di Anselm Kiefer, a cura di Vicente Todolí, che comprende, oltre alle torri preesistenti, cinque dipinti grandi più di sei metri per sette, realizzati fra il 2009 e il 2013. All’inaugurazione delle sette torri nel 2005 abbiamo scritto della mostra più bella dell’anno; l’apoteosi dell’artista che qui ha creato una propria simbologia umana in rapporto con quella divina attraverso i tre rami principali della forza, della compassione e dell’amore. Le torri si ergono così «minacciose e rassicuranti, solidissime e precarie, materiali e immateriali, aperte e chiuse, silenti come la storia dell’uomo con i suoi conflitti, timori, ansie e desideri». Oggi, e probabilmente per qualche anno, il lavoro si arricchisce di cinque tele mirabolanti fatte di pittura a olio, semi di girasole, ceralacca, piombo, sale: il materiale di un moderno alchimista. La piramide invertita di Jaipur racconta le difficoltà dell’avvicinamento dell’uomo al divino; le due tele Cette obscure clarté qui tombe des étoiles, nel quale le stelle diventano nere, prospettano un universo

rovesciato; mentre troviamo la contrapposizione fra sterilità e fertilità in Alchemie, per finire con Die Deutsche Heilslinie che narra del lungo percorso verso la salvezza del popolo tedesco, dall’Illuminismo a Marx. Ricordiamo che Kiefer è stato il primo artista vivente dopo Braque a entrare con una sua opera nelle collezioni permanenti del Louvre nel 2007. Da ciò se ne deduce, ovviamente, che si tratta di uno dei massimi artisti contemporanei e che la mostra alla Bicocca non può non essere vista. Per chi è in viaggio, al contrario, non possiamo che consigliare la grande retrospettiva, aperta fino al 18 aprile, che gli dedica il Pompidou di Parigi con circa 150 opere dalla fine degli anni Sessanta a oggi e che indaga sul suo universo poetico che spazia da Genet a Heidegger, dall’esoterismo al Talmũd, per terminare con la Kàbbala. Dove e quando

Philippe Parreno, Hypothesis. A cura di Andrea Lissoni. Fino al 14 febbraio 2016. Anselm Kiefer. Opere pittoriche. A cura di Vicente Todolí. Hangar Bicocca, Milano. Chiuso lunedì. Ingresso libero. www.hangarbicocca.org


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Cultura e Spettacoli

Una Raclette grondante buona musica

Un western esplosivo Cinemando Trionfo

Musica Filippo Corbella introduce la nuova stagione musicale dello Studio Foce

annunciato agli Oscar

Zeno Gabaglio

Fabio Fumagalli

«Una cosa buona, che si fa in compagnia e che quindi unisce. Abbiamo pensato molto al nome da scegliere, e Raclette è il termine che in definitiva ci sembrava meglio descrivere quello che ci immaginavamo». Un ristorante? Una fiera enogastronomica? Un convegno di buongustai? Nulla di tutto ciò: Raclette è, ormai da qualche tempo, la rassegna musicale che porta in Ticino – con una regolarità e una varietà mai riscontrate prima – il meglio della popular music che sta attorno e dentro noi. Il contesto (va da sé, perché di questa unicità e lungimiranza socioculturale ci è ormai già capitato di scrivere più volte) è quello del Foce di Lugano, e in particolare quello della nuova sala Studio: l’unico luogo delle istituzioni ufficiali nella Svizzera italiana in cui si è voluto dar seguito alle più importanti e attuali istanze di cultura musicale – urbana e post-ideologica – che nel resto del mondo a noi affine sono ormai da tempo capisaldi indiscutibili del vivere sociale. Misura di questa stringente attualità di idee è il fatto che il programma musicale spazi tra i generi più diversi – pop, rock, cantautorato, psichedelia, elettronica e folk, ma anche colonne sonore, e jazz – senza un genere che sia bandito a priori. Non c’è all’entrata nessun cartello che precluda l’ingresso agli amanti di

***(*) Revenant – Redivivo, di

Assistiamo a una frattura generazionale: realtà interessanti si contrappongono a povertà artistica generi troppo (o troppo poco) astrusi, e l’invito è anzi quello di essere curiosi, prendere la cultura per quello che fondamentalmente dovrebbe essere: un piacere ma anche un mezzo di scoperta e crescita umana. «Lo diciamo fin dal sottotitolo di Raclette: Selezione di Buo-

Alejandro Gonzalez Iñarritu, con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter (Stati Uniti 2015)

Filippo Corbella è una delle menti creative del Foce di Lugano.

na Musica scelta e curata dal FOCE. Il centro non è più il genere ma la Buona Musica» ci dice Filippo Corbella, musicista che da tempo (dall’ormai lontana sala Metrò) collabora alla programmazione musicale del Dicastero Giovani ed Eventi della Città di Lugano. Con lui – a completare il team dello Studio Foce – ci sono Damiano Merzari (per tutti noi Dug), Ilenia Ricci (che sta programmando una bellissima rassegna di incontri dal titolo «Agorateca Presenta») e Michela Poretti che è l’anima ordinata, pilastro di tutta la produzione. Tutte persone molto differenti ma con in comune la passione per la bellezza, la musica e – come direbbe Dug – le cose «fresh». Un eclettismo di persone che si trasforma in varietà di idee e ricchezza di proposte, come il cartellone Raclette d’inizio 2016 (sostenuto anche dal Percento Culturale Migros Ticino) è puntualmente lì a dimostrare. Proteso verso la realtà internazionale, le scoperte dal resto della nazione, le più attuali proposte dall’area culturale italiana e la valorizzazione delle migliori realtà della nostra regione.

«L’Italia è un luogo al quale evidentemente guardiamo, per ovvie ragioni linguistiche e culturali. Ultimamente sembra si stia delineando un’autocoscienza musicale verso la propria natura cantautorale. Ci sono sempre più giovani cantautori, e tutti di grande spessore: Levante, Calcutta, Paletti, Brunori, Iosonouncane, Basile, Dell’Era. Sulla Svizzera la scelta è invece più articolata, perché la nostra nazione si confronta con un mondo musicale più ampio, quello europeo, con tutta la sua ricchezza e diversità. L’unica vera difficoltà sta nell’imbarazzo della scelta, vedere dentro alle proposte, non rimanere alla superficie e all’impatto emotivo che certi ascolti muovono». E la Svizzera italiana? «Il discorso riguardante la scena locale – e qui esprimo un giudizio personale che non per forza riflette la linea del Foce – è molto articolato. È in atto una sorta di frattura generazionale: da un lato realtà veramente importanti e interessanti, punte di diamante come Peter Kernel, Camilla Sparksss e più in

generale il lavoro portato avanti da On The Camper Records, ma anche Rocky Wood, Pussywarmers, Fedora Saura, Dreamshade e artisti in via di crescita come Forse. Dall’altro lato troviamo realtà in cui sembra esserci una disarmante povertà artistica e di contenuti, un’incapacità di ascolto e di giudizio critico. Come se non ci fosse attenzione nell’ascoltare musica e di conseguenza incapacità di idee originali nel momento di farla, la musica». Pur sapendo che dall’interno è sempre difficile – forse anche ingiusto – privilegiare uno o più momenti di una programmazione musicale, quali sono per Filippo Corbella le highlight della stagione 2016? «Gli islandesi Múm con la sonorizzazione di Gente di Domenica (film del 1930 di Billy Wilder), Cesare Basile con Calcutta e Iosonouncane. Poi Fenster – anche loro con un film muto – i romandi Puts Marie e Bugo, The Underground Youth, Paolo Benvegnù. Anche se per essere veramente fedele alla domanda dovrei rispondere prima di tutto Múm e Benvegnù».

Piacerà o meno, ma è impossibile negare a Alejandro Iñarritu il talento fuori dal comune, l’energia nell’impatto espressivo che lo distingue fra i cineasti contemporanei. Ora, il clamoroso rovesciamento stilistico e di tono di Revenant – Redivivo rispetto al clima claustrofobico del precedente Birdman, conferma non solo l’ambizione, ma tutto il potenziale di rinnovamento artistico del regista messicano trapiantato a Hollywood. The Revenant è un film folgorante ma anche duro. E come potrebbe non esserlo un «revenge movie» ambientato nel Missouri agli inizi del XIX secolo, agli albori del capitalismo, fra i primi cacciatori di pelli, con le spietate leggi imposte dai pionieri agli indigeni. Una situazione violenta, interessante per i suoi rinvii alla contemporaneità. Glass, la guida incaricata di ricondurre la spedizione dei mercanti al forte, viene aggredito da un grizzly (iniziando quell’impressionante trasformismo fisico e psicologico di Leonardo DiCaprio che lo condurrà di filato all’Oscar) in una sequenza impossibile da dimenticare, quindi abbandonato dai compagni. Da qui l’odissea, le 200 miglia del protagonista per sopravvivere e vendicarsi. Una storia vera, ripresa in un romanzo di Michael Punke che Iñarritu, assieme a uno stoico DiCaprio, stravolgono progressivamente. Il fascino di Redivivo nasce infatti dal suo realismo estremo e, al tempo stesso, da una vertiginosa fuga visionaria. A questa duplicità concorre il verismo incombente dei meravigliosi paesaggi cana-

Il colore della memoria Fotografia Le immagini di Bruno Cattani: dal rimpianto per il passato

alla trasfigurazione del reale Giovanni Medolago «Da sempre la memoria è il sottile fil rouge che lega indissolubilmente il mio lavoro. A tutti è capitato di ritornare in luoghi dove abbiamo passato la nostra vita e che ci richiamano la storia come se fosse incisa sulla pietra: la malinconia di momenti che non rivivremo più, il rimpianto del passato che si trasforma in sottile piacere, l’immagine impallidita, solo accennata, che riemerge a un tratto tra le pagine di un libro sfogliato. Ricercare e fotografare questi luoghi significa recuperarli dal passato per salvarli dall’oblio». Sono riflessioni dell’artista emiliano Bruno Cattani, classe 1964, ora approdato alla luganese Photographica Fine Art Gallery. Autodidatta, ha iniziato a fotografare giovanissimo, diventando fotogiornalista nel 1988. Qualche anno più tardi prende parte a un progetto collettivo dei Musei della sua città, Reggio Emilia, che sarà il primo dei suoi molti lavori dedicati al mondo dell’Arte, alcuni dei quali di sicuro prestigio e di rilievo internazionale: il Musée Rodin gli affida l’incarico di svolgere un lavoro sulle opere dello scultore; un’indagine simile

sfocerà nella pubblicazione del libro Camille Claudel, anatomie della vita interiore. Nel 2010 inizia il work in progress Memorie che, parallelamente ad altri lavori su commissione o messi in cantiere per suo interesse proprio, continua a impegnarlo sino ai giorni

La memoria vista con l’obiettivo di Bruno Cattani. (Bruno Cattani)

nostri. È una ricerca che parte da Reggio Emilia – dai luoghi a lui noti e cari – per poi estendersi spazio/temporalmente. Raggiunge altri luoghi (il mare o la montagna, ad esempio), dà origine a due libri dallo stesso titolo, Memorie (pubblicati da Allemandi, rispettivamente – arricchito e ampliato – da Danilo Montanari) e offre lo spunto della mostra – intitolata appunto Memory Box – allestita nella Galleria di Marco Antonetto, dove però sono esposte anche diverse immagini non contemplate nei due volumi citati: il tema con cui Cattani sceglie di misurarsi, del resto, ben difficilmente è circoscrivibile. Restano, accanto al pensiero dell’artista riportato all’inizio, alcune linee guida del suo lavoro: puntare alla trasfigurazione andando oltre la mera documentazione, oppure cercare elementi evocativi e narrativi. Cambiano però i soggetti: spariscono le fotografie di giostre e luna park (curiosamente simili alle immagini di un altro artista italiano ospite nel 2014 di Marco Antonetto, quasi conterraneo di Cattani: il romagnolo Silvio Canini). Ci sono immagini che si avvicinano a un surrealismo costruito con ombre, riflessi, nebbie (pensiamo all’acrobata che si

staglia in un cielo plumbeo senza destare l’attenzione del ciclista che pedala sulla via sottostante). Altre sono più intimiste, nate molto probabilmente da ricordi ed esperienze vissute dall’autore, che tuttavia riescono a suscitare emozioni e reazioni nello spettatore. «Il mondo pare spesso visto attraverso una sorta di filtro che opacizza l’immagine – scrive Sandro Parmiggiani – rendendola meno nitida e più penetrante: quel filtro sono gli occhiali della memoria, che indossiamo quando guardiamo qualcosa che immediatamente fa affiorare in noi un certo ricordo lontano». Cattani non ha tuttavia la presunzione di proporre una memoria collettiva: molte sue opere colpiscono «a prescindere», grazie soprattutto alla loro intrinseca bellezza e all’aurea di mistero che le permea. Dove e quando

Bruno Cattani, Memory Box. Photographica Fine Art, Lugano (Via Cantonale 9). Orari ma-ve 9.00 / 12.30; 14.00-18.00. Sabato su appuntamento. Fino al 5.2.2016. www.photographicafineart.com

Un DiCaprio quasi irriconoscibile in The Revenant.

desi e della Terra del Fuoco ripresi da Emmanuel Lubezki. Ma il grande fotografo di Malick e Iñarritu ottiene anche l’opposto: la squisita illuminazione sempre naturale proietta il film in un oscuro surrealismo. L’apporto di uno scenografo come il Jack Fisk di Lynch, Malick e P.T. Anderson, l’eco straniante del commento musicale di Ryuchi Sakamoto con Alva Noto accompagnano allora quella sofferta immersione nella natura selvaggia che è anche un itinerario nel buco nero di un territorio precivilizzato. Prima di un duello finale appartenente alla tradizione del genere, attraverso lo sguardo di Iñarritu affiorano altri riferimenti nobili, il Jeremiah Johnson di Pollack o il Boorman di Un tranquillo weekend di paura, certi quadri di Tarkovski, le sfide proibitive di Herzog, magari Apocalypse Now e, ovviamente, Malick. C’è chi li considera capricci un po’ furbi del genietto; altri, degno approdo per un film comunque memorabile.


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Cultura e Spettacoli

Il grande viaggio di Wolkenbruch Incontri A colloquio con Thomas Meyer: la nuova stella della giovane letteratura svizzera ha quasi venduto

centomila copie del suo Non tutte le sciagure vengono dal cielo

Simona Sala Thomas Meyer ha fatto irruzione (mi pare l’espressione più giusta) nel mondo della letteratura di lingua tedesca con un libro che, prima di ogni altra cosa, è formidabilmente irriverente. In un’epoca in cui buonismo e correttezza politica sono imperanti, il giovane scrittore zurighese prende ironicamente sotto la lente i membri della comunità ebraico-ortodossa di Wiedikon, quartiere di Zurigo. Motti Wolkenbruch, protagonista di Non tutte le sciagure vengono dal cielo (uscito in totale sordina da Keller editore, nonostante le 90’000 copie vendute in tedesco), è una specie di cliché ambulante. Ha una mamma ebrea sempre alle costole o online, degli occhiali improponibili acquistati in un negozio di montature ebraiche (meno fighe, ma kosher) e un piccolo ostico mondo antico fatto di centinaia di precetti e divieti. Sebbene frequenti l’università di Zurigo la vita goliardica è estranea a Wolkenbruch, per non dire delle ragazze… Finché un giorno, come un’apparizione, non vede una per lui intoccabile shiksa dal lato B estremamente interessante, che oltre a gettarlo in un turbine di sentimenti mai provati prima, lo getta in una profonda crisi esistenziale. Quello che segue è un romanzo formativo sui generis, farcito di parole ed espressioni yiddish, pieno di momenti esilaranti. Thomas Meyer però (classe 1974) non ama particolarmente né etichette né cliché, ecco dunque perché al travolgente debutto sono seguiti un libro di aforismi e un altro in cui si racconta la vita strampalata di Federico Guglielmo I di Prussia, collezionista nientemeno che di giganti (Rechnung über meine Dukaten, ed. Salis). Thomas Meyer, come ha reagito la comunità ortodossa dopo l’uscita del suo primo romanzo?

È una domanda che mi viene posta spesso, e a cui non è facile dare una

risposta, poiché le comunità ortodosse sono piuttosto chiuse. Da loro direttamente non c’è stato alcun feedback, ma un uomo appartenente alla comunità mi ha confidato che secondo lui molti hanno letto il libro, anche se non lo ammetterebbero mai. Lui l’aveva letto, trovandolo divertente… ma ovviamente, a partire da un determinato grado di religiosità, il libro non può più essere ritenuto divertente. Eva Pruschy, nel libro uscito per i 75 anni della biblioteca della comunità di culto israelita di Zurigo, ha scritto: «Il romanzo di debutto di Thomas Meyer ha polarizzato. Lo spettro delle reazioni dei lettori spazia dall’estasi fino a un rifiuto schifato. Il settimanale ebraico “Tachles” (…) ha degnato il libro di una recensione solamente quando è stato nominato per il Premio del libro svizzero. Presumibilmente in redazione hanno avuto la meglio le voci che ritenevano il romanzo piatto, la fedeltà ai dettagli insufficiente, e la rappresentazione degli ebrei addirittura antisemita. Dall’altra parte vi è l’accoglienza negli ambienti non ebraici: sul suo sito internet Pro Helvetia si lancia in lodi sperticate e paragona il libro a “A Serious Man”. Apparentemente si tratta di un lavoro molto controverso».

in qualche modo si trasforma in una forza distruttrice. Sebbene l’ebraismo non faccia del proselitismo, sostiene comunque che la Giudea e la Samaria gli appartengano di diritto. Io questa cosa non la concepisco, e non capisco come questo possa fare parte della mia vita. Quanto afferma è interessante anche da un punto di vista nonebraico. Infatti spesso gli ebrei sono considerati tutti alla stessa stregua, nonostante le profonde, a tratti insormontabili differenze…

Thomas Meyer vive a Zurigo; dopo il romanzo di esordio si è dedicato ad altri generi. (Lukas Lienhard) Il suo background personale qual è?

Un autore non potrebbe auspicarsi di meglio…

Assolutamente no. Un libro è molto più credibile se a quelli che ne tessono le lodi si contrappongono coloro che lo fanno a pezzi. Ho offerto il libro a un ebreo molto ortodosso, e mi ha risposto che con un simile titolo non aveva alcuna intenzione di leggerlo, per lui era un attacco ai sentimenti religiosi… moltissimi invece l’hanno trovato divertente. Credo sia impossibile scrivere un libro su un ebreo osservante e poi incontrare i favori di tutti gli altri ebrei: la domanda su cosa sia giusto e sbagliato all’interno di questa religione è sempre di grande attualità… e come potrebbe essere altrimenti con 613 fra precetti e divieti?

Non sono mai stato religioso, sebbene mia madre (mio padre è cristiano) abbia provato qualche volta a trascinarmi in sinagoga. Io però non sono mai riuscito a capire nulla, non parlavo la lingua, non conoscevo nessuno e sinceramente non comprendevo la ritualità. Lo stesso mi è successo le poche volte che sono stato in chiesa: non sono mai riuscito a capire; per me non è né divertente né avvincente, non mi dice nulla… Lo stesso mi accade con il calcio: mi è semplicemente indifferente. La religione rappresenta una possibilità per raggiungere una verità spirituale, ma mi stupisce che ogni religione sostenga di rappresentare la giusta via da percorrere, quando poi in realtà non succede nulla… mi spiego, in vita mia

non ho mai incontrato nessuno che avesse una felicità e una pace diverse da quelle di un non credente. Anzi, se penso agli ebrei ortodossi di Wiedikon, mi sembrano delle persone piuttosto... nervose! Sta usando un eufemismo?

Affatto, la vita degli ortodossi è una corsa costante. Si deve correre in sinagoga, poi tornare a casa, preparare, pregare, c’è sempre qualcosa da fare. In tutto questo leggo però anche un grande senso di impotenza. In fondo tutti cercano un appiglio e un’identità, forse li si può trovare nella religione, ma sono convinto che si tratti di una stampella, e che l’essere umano potrebbe farcela anche da solo. Inoltre il male commesso nel nome della religione da millenni mi dà molto da pensare, Dio

Parlare degli ebrei è una questione molto problematica, un po’ come quando si parla degli «svizzeri». Forse è ancora più difficile, perché ci sono ebrei in tutto il mondo. Degli svizzeri si possono fare affermazioni culturali o linguistiche, per gli ebrei è difficile. Quando le persone si riferiscono agli ebrei ortodossi di Wiedikon, dicono «gli ebrei» e basta. Da quando godo di popolarità e la gente sa che sono ebreo, a volte mi prende come una specie di Ombudsman con cui lamentarsi, ad esempio proprio degli ebrei ortodossi, che per strada non salutano le donne. Ma ciò ha un motivo religioso e io non c’entro nulla! La gente quando parla con me allude costantemente al comportamento di «certi ebrei», ma io cosa c’entro? Non sono mica la Judenpolizei! Probabilmente accade anche perché le tensioni nella politica israeliana sono costantemente sotto gli occhi di tutti.

Indubbiamente, ma io non sono la politica israeliana. Perché la gente continua a fare questo collegamento? Io sono aperto alla discussione, ma ovviamente non alle lamentele «sugli ebrei». Lei è rimasto uno scrittore ebreo nonostante il cambiamento di genere dopo il primo libro?

Non lo posso negare, è un’etichetta che mi è rimasta addosso: quando ci sono degli eventi che in qualche modo riguardano l’ebraismo sono invitato. Quando si parla di humour ebraico è me che interpellano!

Vite vissute due volte Serie TV Grande successo per la serie The Affair, che deve l’accoglienza positiva del pubblico alle brillanti trovate

degli sceneggiatori Sarah Treem e Hagai Levi

Mariarosa Mancuso Le armi più importanti per uno scrittore sono il punto fermo e il punto di vista. Nel primo credono Ernst Hemingway, Raymond Carver, Cormac McCarthy e tutti i romanzieri che odiano il punto e virgola. Nel secondo credono tutti quelli che raccontano storie. Vale, naturalmente anche per gli scrittori di serie tv: ai non appassionati paiono mestieranti, e invece dominano come pochi la scrittura. La governano senza darsi arie, spesso molto meglio di quanto non la governino i sedicenti artisti (per dire, quelli che quando scrivono un dialogo – due punti, aperte virgolette, giri di frase libreschi – mettono voglia di scappare lontano, nessuno parla a quel modo). Un uso sapiente del punto di vista rende appassionante anche la più banale storia di corna. Per «banale», intendiamo che in The Affair la fedifraga non muore, né finendo sotto un treno come in Anna Karenina, né uccidendosi con il veleno comprato dal farmacista, come Madame Bovary. «La tresca»: questo potrebbe essere un bel titolo italiano per la storia di Noah e Alison. Lui, sposato e padre di quattro figli, fa

l’insegnante e ha velleità letterarie. Per questo viene guardato con disprezzo dal suocero che scrive bestseller, quindi può permettersi una villa con piscina a Montauk, negli Hamptons (con altri diritti d’autore, allunga generose mance alla figlia, anche lei disprezzata per aver sposato un belloccio buono a nulla). Lei fa la cameriera in un locale dei dintorni, specialità aragosta: la famiglia felice si ferma lì per uno spuntino

I protagonisti e le vittime della tresca narrata in The Affair.

che rischia di finire in tragedia, colpa di un boccone andato di traverso. La prima metà di ogni puntata – dieci nella prima stagione, un’ora ciascuna – viene raccontata con gli occhi di Noah. La seconda metà della puntata è raccontata con gli occhi di Alison. Va da sé, ognuno racconta la storia a modo suo: chi ha lanciato la prima occhiata, chi ha dato il segnale di via libera, chi si è fatto avanti. Cambiano i vestiti, cambiano i dialoghi, cambiano le circostanze dell’approccio. Si sa che gli uomini e le donne non notano e non apprezzano le stesse cose, ma qui si capisce subito che non è questione di dettagli, le due versioni sono inconciliabili. Non abbiamo elementi per credere ciecamente a Noah, e neppure per credere ciecamente a Alison. Non vale neppure scegliere il più simpatico: tutti e due sono abbastanza scostanti (sono invece straordinari gli attori, Dominic West e Ruth Wilson). Esattamente quel che gli sceneggiatori volevano ottenere. Sono Sarah Treem e Hagai Levi, avevano già lavorato insieme alla serie HBO intitolata In Treatment: lei era una giovane sceneggiatrice (33 anni adesso, la serie con lo psicoanalista cominciò nel 2008), lui era il creatore del successo

israeliano Be Tipul, che alla serie americana faceva da modello. The Affair è una storia narrata due volte. Se ci pensate, anche nella serie ambientata sul divano dello psicoanalista Gabriel Byrne le storie erano narrate due volte: la prima dal paziente, per definizione è cieco davanti a certi dettagli; la seconda dal terapeuta, che per statuto vede i dettagli sfuggiti al paziente. Era una storia narrata due volte anche Gone Girl – L’amore bugiardo, inteso come romanzo di Gyllian Flynn e come film di David Fincher, con Ben Affleck e Rosamund Pyke. Come dubitare del diario di una moglie scomparsa misteriosamente, quando gli indizi portano al marito? Un tocco di thriller c’è anche in The Affair: vediamo Noah e Alison interrogati da un detective, per omicidio (la passione che non uccide gli amanti ha i suoi danni collaterali). Grande successo per la prima stagione (andata in onda su Showtime a partire dall’ottobre 2014), e pronta commissione di altre dodici puntate (andate in onda l’ottobre scorso). Poteva essere un rischio, ormai Noah e Alison erano una coppia quasi solida, e non si nascondevano più. Colpo di genio: il dopo-adulterio viene raccon-

tato alternando quattro punti di vista. Oltre ai fedifraghi, c’è Helen (l’ex moglie di Noah, ormai con madre a carico, perché il bestsellerista è scappato con la segretaria) e c’è Cole, che prima stava con Alison a Montauk. Noah e Helen vanno da un mediatore per divorziare – «Volete dare al vostro divorzio un volto umano, complimenti!», esordisce il professionista, molto quotato perché «ha fatto divorziare Jonathan Safran Foer e Nicole Krauss, ora vivono a Brooklyn in due brownstone adiacenti». Non è l’unica strizzata d’occhio al mondo letterario: in un’altra puntata Noah deve incontrare Jonathan Franzen (Alison, che non coglie l’importanza dell’appuntamento, mette il muso perché si sente trascurata). Già, perché da scrittore che non vendeva una copia, Noah Solloway ha finalmente azzeccato un romanzo. Da qui le nobili frequentazioni, e qualche altro danno collaterale. Non ha calcolato che a esagerare nei dettagli autobiografici si rischiano solo guai: amici, conoscenti e amanti tendono a far causa. Meglio inventare di sana pianta, la prossima volta. Ci sarà una terza stagione, e non vediamo l’ora di scoprire quale sarà la sorpresa.


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Cultura e Spettacoli

La testa piena di sogni Musica Tra l’incudine e il martello: il dilemma stilistico dei Coldplay si riflette più che mai

nel nuovo lavoro, pubblicato ad appena un anno di distanza dal discusso Ghost Stories Benedicta Froelich In tempi come quelli che lo showbiz musicale sta attraversando, non è raro che perfino band dall’immenso successo popolare vivano forti incertezze riguardo alla propria direzione stilistica – e la recente storia della formazione inglese dei Coldplay ne è esempio lampante. Dopo un esordio brillante con ben tre dischi di eccellente spessore cantautorale, la band capeggiata dal londinese Chris Martin ha raggiunto la definitiva consacrazione nel 2008 grazie al pluripremiato Viva la Vida or Death and All His Friends, concept album dalle tinte pop alternative, che mostrava un mirabile equilibrio tra le raffinate sonorità beatlesiane da sempre care al gruppo e liriche di una certa profondità e originalità. Tuttavia, come sovente accade agli artisti troppo presto «fagocitati» dal successo, in seguito i Coldplay non sono più riusciti a riprodurre la magica alchimia alla base dell’efficacia di Viva la Vida, e la loro riuscita miscela di pop e piano-rock «colto» ha finito per lasciare il posto a una musica di stampo elettronico dalle sonorità mainstream e commerciali, fin troppo evidente nel successivo album Mylo Xyloto (2011). Dopo questa débâcle, Martin & Co. hanno ricercato una sorta di «redenzione» tramite la pubblicazione di Ghost Stories, lavoro di appena un anno fa, che, seppur in bilico tra malinconiche ballate intimiste e qualche sprazzo

del pop più puro, possedeva un’onestà creativa di gran lunga maggiore del precedente sforzo; e oggi, il dilemma identitario dei Coldplay, divisi tra atmosfere di grande banalità musicale e ben più interessanti velleità cantautorali, è confermato dal nuovo A Head Full of Dreams. Basta l’assaggio di Adventure of a Lifetime, il primo singolo estratto da questo CD, per trovarsi di nuovo davanti all’ennesima, insipida ballata elettronica. La situazione migliora in parte con la title track A Head Full of Dreams, la quale, pur costituendo un richiamo diretto a brani quali Charlie Brown e A Sky Full of Stars, risulta per fortuna un po’ meno ordinaria; ed è quindi con un certo sollievo che scopriamo nella tracklist brani come Fun (inciso in coppia con Tove Lo) e Birds, sebbene entrambi poggino su una base di drum machine, anziché di piano e chitarra. Purtroppo, però, anche una ballata suggestiva come l’intrigante Amazing Day fatica a competere con brani similari tratti da dischi giovanili quali il celebrato A Rush of Blood to the Head (2002) o l’interessante X&Y (2005). È come se i Coldplay si ritrovassero nella stessa situazione in cui versano gli U2, secondo molti il principale «supergruppo» ispiratore della band di Martin – divisi tra il desiderio di mantenere il successo commerciale conquistato e la difficoltà a farlo. Eppure, con quest’album sembra a tratti che Chris Martin e colleghi riescano a spostare la bilancia a favore di

Simona Sala

A Head Full of Dreams è la più recente fatica dei Coldplay.

una composizione di stampo più «elevato», dal sapore, per così dire, dell’alternative rock degli esordi. Così, ecco che all’interno di A Head Full of Dreams trovano posto anche brani come la scintillante Everglow – una ballata che non sarebbe sbagliato definire come uno dei pezzi forse più efficaci mai prodotti dalla band – e Army of One, canzone delicata e allo stesso tempo energica, che sembra parlare direttamente al cuore dei fan di vecchia data. Come accade anche con la piacevole Up&Up, dall’andatura uptempo e il finale epico che strizza l’occhio a classici come Talk o Swallowed in the Sea. Il tutto è sor-

montato poi dagli onirici Kaleidoscope e Colour Spectrum, sorta di intermezzi che sembrano usciti direttamente da un album dei Pink Floyd; e su un tono più leggero, non delude nemmeno lo spensierato Hymn for the Weekend, che, avvalendosi dei vocalizzi di Beyoncé, riflette la natura «positiva» di un album ben più solare del precedente. A Head Full of Dreams si può comunque considerare uno sforzo valido; depone a favore dei Coldplay il fatto che, malgrado la tentazione di puntare tutto sull’ovvietà commerciale, i suoi membri abbiano oggi deciso di proseguire nella loro personale ricerca stilistica.

Personaggi A colloquio con Claudio Farinone, interprete e improvvisatore sulla sei corde

La chitarra è probabilmente lo strumento più popolare attualmente sul mercato. Ed è anche quello che nel corso degli anni ha saputo assumere le vesti più varie. L’acustica, l’elettrica, e persino i modelli digitali discendono da un antenato nobile, la classica. In questa veste più accademica, però, la chitarra è forse oggi meno conosciuta dal pubblico. Ne abbiamo parlato con Claudio Farinone, esecutore di chitarra classica attivo da molti anni nella nostra regione. La chitarra «classica» specifica con il suo nome stesso la sua classicità. Nessun altro strumento deve farlo. Non è curioso?

Forse proprio per il fatto che ne esistono molte varianti. Il nome identifica una tipologia di strumento e, nello stesso tempo, un certo repertorio. Nel 900 grandi autori hanno scritto per la chitarra cosiddetta classica. Negli scorsi anni, anche in Svizzera si è sviluppato un certo interesse, ma che via via sembra un po’ calato. Molti in Ticino ricorderanno il Quartetto Torres, di cui lei tra l’altro faceva parte.

Quell’esperienza si è esaurita naturalmente, come succede. L’interesse nei confronti della chitarra classica si mantiene comunque: il pubblico apprezza molto la musica per chitarra, specialmente quando la si propone in un contesto che non è soltanto di interpretazione di un repertorio «classico». In questi ultimi anni il mio lavoro è stato sempre più di carattere improvvisativo. Ho collaborato con musicisti che sono di estrazione jazz, come il fisarmonicista Fausto Beccalossi, il chitarrista Peo Alfonsi e da poco con il solista di Oud Elias Nardi. Dunque parliamo di uno strumento con due anime, una classica e una estemporanea, come nel flamenco

o nel blues. Lei come gestisce il dualismo?

Mi piace proprio questo: partendo dalla mia formazione classica, quella di conservatorio dei musicisti classici, fin da ragazzino ho sempre inventato, improvvisato, ho composto, ho suonato le canzonette come fanno tutti. Mi piace molto trovare dei punti di incontro, passando attraverso diverse esperienze. Non potrei concepire la vita da musicista che è solo interprete. Forse nemmeno da solo improvvisatore, visto che leggere la musica «scritta» è un’esperienza che ho sempre praticato per formazione. Anch’essa quindi mi interessa, e vedo Ralph Towner, o Egberto Gismonti come miei punti di arrivo,

In scena Al LAC di

Lugano lo spettacolo israeliano Avanim

Le due anime della chitarra classica Alessandro Zanoli

Pietre che sentono e respirano

tazione di una raffinatezza e di una qualità assoluta. Ralph ha in sé questo retaggio, però ha suonato con alcuni tra i jazzisti migliori al mondo, quindi ha una formazione di tipo jazzistico, di improvvisazione. Conosce l’armonia, e soprattutto conosce il modo in cui applicarla, grazie alla tecnica di chitarra classica, che ti consente di selezionare le corde che suoni, quindi di arricchire a dismisura l’aspetto timbrico degli accordi. Gismonti è invece uno che si è esteso su strumenti multicorde. Il suo approccio è originale, ma, come manualità, lui rimane un chitarrista classico. Anche se molto personalizzato, perché si è inventato di tutto con una facilità tecnica che è assoluta.

Non sono chitarristi un po’ atipici? Hanno cercato nuove forme espressive utilizzando chitarre non convenzionali...

C’è quindi chi rimane sullo strumento classico perché è più interessato a conservare un approccio esecutivo; altri estendono le possibilità per esigenze coloristiche...

Nel caso di Towner no. Lui usa una chitarra classica normale, poi suona un’acustica con una tecnica particolarmente classica, anche se c’è qualche piccola personalizzazione per quanto riguarda proprio l’approccio con il timbro. Uno degli idoli di Ralph è Julian Bream, uno dei primi tre nomi della chitarra classica del 900. Fra l’altro è uno dei miei chitarristi di riferimento, un esecutore classico puro, però con un’idea del timbro e dell’interpre-

Certo: ci sono anche musicisti come Narciso Yepes, che usava chitarre speciali a dieci corde. Ma lui era solito trascrivere musica per liuto, quindi gli servivano chitarre con una diversa costruzione. Mentre altri musicisti come Towner, come Gismonti, come Pat Metheny, grande sperimentatore sugli strumenti, cercano nuove sonorità. Anch’io uso tre strumenti diversi. Ho una 8 corde, che mi consente una maggiore estensione sui bassi, una chitarra

flamenca, con un timbro tutto suo che mi piace moltissimo, e una chitarra baritona, accordata una quinta più bassa. Durante un concerto mi piace variare, sia quando suono da solo sia con altri. Ciò mi dà la possibilità di estendere il linguaggio proprio dal punto di vista timbrico, l’aspetto che mi interessa di più. Esiste un problema di volume: i chitarristi classici hanno un suono meno forte rispetto agli altri strumenti. Lei come cerca di risolvere questo problema?

Amplificando, senza farmi problemi. Al giorno d’oggi esiste una tecnologia che permette di realizzare delle amplificazioni sopraffini. A volte non sono nemmeno vere e proprie amplificazioni. Quando sono con Fausto, ad esempio, e possiamo suonare in acustico, la fisarmonica ha un volume naturale che comunque è il 50 per cento più forte del mio. Allora recupero amplificando una percentuale di volume, cercando di fare il possibile per non snaturare il suono. Non uso pickup a contatto o piezoelettrici, ma cerco di usare microfoni. Voglio conservare al massimo il timbro degli strumenti. Questo problema comunque si evidenzia anche nei progetti per chitarra e orchestra. Molti si ostinano a fare i puristi e a voler suonare senza amplificazione, specie su certe pagine, come il concerto di Villa Lobos, dove c’è un peso orchestrale sovrabbondante. La chitarra in quel caso andrebbe amplificata, senza complessi, visto che lo si può fare benissimo, in modo da non tradire il suo carattere. Quali sono i suoi prossimi concerti in Ticino?

Nel 2013 ha pubblicato un album con le musiche di Ralph Towner.

The Warsaw Ghetto Uprising è un monumento realizzato nel 1948 dallo scultore Nathan Rapoport (Polonia 1911 – New York 1987). I toni grigi e lo spazio angusto in cui la scultura simbolicamente si racchiude, concorrono a esprimere al meglio un orrore dell’indicibile immutato anche dopo settant’anni. Sebbene la scultura di Rapoport sia destinata a rimanere immobile, tragico memento mori per un genere umano sempre disattento quando si tratta del prossimo, ve n’è un’altra che ogni sera prende vita su un palcoscenico. E lo fa talmente bene da essere diventata uno dei dieci più begli spettacoli inventati nel 2015. Ci riferiamo ad Avanim (Pietre), che la compagnia israeliana ORTO-DA proporrà al pubblico ticinese al LAC mercoledì 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria. Pietre che si animano, pur restando mute, dolore e cupezza che diventano speranza e leggerezza, grazie a una compagnia che è già un programma nel nome, poiché linguisticamente riunisce la tradizione con l’innovazione: «Or» significa luce, «toda» grazie, mentre il «da» giustapposto non è nientemeno che un esplicito riferimento alla rottura culturale per antonomasia: il dadaismo. Abbiamo parlato con il direttore artistico Yinon Tzafrir, che con l’entusiasmo di chi ha trovato nell’arte il migliore canale espressivo, ci ha raccontato cosa rappresenti lo spettacolo: «La vita in fondo è uno spettacolo. E questa volta saranno proprie delle pietre, per loro natura inanimate, a creare dei sentimenti nelle persone che le vedono. In fondo gli esseri umani sanno essere molto divertenti, e il nostro sco-

Lunedì 25 gennaio, alle 19.00, suonerò con Elias Nardi a Camorino, all’Area Pangeart, uno spazio che è galleria d’arte e che propone anche degli appuntamenti di tipo musicale. Il 30 gennaio invece proporrò un concerto solista al Teatro Paravento di Locarno, alle 20.30.

Momenti poetici anche grazie alla musica di Nicola Piovani.

po è quello di stimolarli in questo». Lo spettacolo, avvalendosi di grandi competenze tecniche (sonore e visive, oltre ovviamente a quelle mimiche) fa riferimento esplicito all’Olocausto scaturito dalla follia nazista, ma, come dichiara Tzafrir, «si tratta di una pièce senza parole, in cui le metafore sono unicamente visive. Questo contribuisce a farne una rappresentazione dal valore universale, la cui comprensione non dipende dalla provenienza del pubblico né dal suo vissuto, ma da una predisposizione innata. Perfino all’interno del nostro Paese ci sono state reazioni diverse: i codici di interpretazione non sono gli stessi per tutti. Per me è importante fare capire che perfino la cosa più orrenda del mondo – in questo caso un genocidio che è costato la vita a milioni di persone – può essere sconfitta trasformandosi in una cosa bella». Dopo la tappa luganese lo spettacolo sarà in scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano fino al 1. febbraio. Per gli altri appuntamenti della Giornata della Memoria, www.luganolac.ch


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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta Sono reazionario (a mia insaputa) «Il Libro Ritrovato» è un’associazione culturale di privati cittadini torinesi. Fra le varie iniziative i soci organizzano una volta all’anno, prendendo spunto da qualche ricorrenza, un processo. È un modello di spettacolo teatrale che si presta a un ordinato e civile confronto di tesi opposte, con un imputato, un’accusa, una difesa, con dei testimoni portati da entrambe, con un presidente (un magistrato in pensione) che impone il rispetto della procedura. Il verdetto finale (innocente o colpevole) è emesso per alzata di mano dal pubblico presente in sala. Nel 2015 ricorreva il 500esimo anniversario della compilazione del Principe e con questo spunto si è celebrato il processo a Machiavelli (assolto a grande maggioranza). Pochi giorni prima dell’evento la presidente del Libro Ritrovato, una docente universitaria, mi ha chiesto di preparare una presentazione di una ventina di minuti, da esporre a sipario ancora chiuso, sulla figura di Machiavelli, vita e opere comprese, per rinfrescare la memoria al pubblico. Avendo io obbiettato che il

tempo a disposizione era insufficiente, mi è stato risposto: «È semplice, vai su Google, lì trovi tutto». Mi sono sentito offeso dalla proposta; è stato come se, al termine di un’interrogazione d’italiano superata brillantemente, qualcuno mi avesse accusato di essermi preparato su un Bignami anziché sui testi degli autori. Mi piacerebbe comprendere le ragioni di questa mia reazione e sapere se qualcuno la condivide. Di sicuro c’è alla base un’idea elitaria di una cultura a cui tutti devono poter accedere ma che richiede nella sua pratica grande fatica e dedizione. Il risultato di una ricerca spiattellato con un semplice clic, alla portata di chiunque, per la facilità con cui lo si ottiene, ha per me qualcosa di osceno che ne svilisce completamente il valore. Per l’introduzione su Machiavelli sono poi andato su Google, ho letto la scheda di Wikipedia e ho poi rubato ore al sonno per scovare nei libri delle notizie che non si potessero trovare su Internet. Non era la prima volta che andavo su Google, ci vado ogni volta che ho bisogno di un’infor-

fan tutte. Inizio a documentarmi e mi appassiono alla figura del librettista: ebreo convertito, sacerdote, libertino, marito e padre di cinque figli, morto quasi novantenne a New York. Leggo sulla biografia che gli ha dedicato Aleramo Lanapoppi che Lorenzo da Ponte incontra a Londra Vittorio Alfieri e gli sottopone in lettura una sua tragedia. L’incontro è narrato nell’introduzione di un libro che Da Ponte pubblica a New York nel 1834 di cui esiste una sola copia presso la biblioteca del Congresso a Washington. Il libro contiene la tragedia Mezenzio. Ebbene l’introduzione al Mezenzio si trova su Google, fa parte del milione di libri fuori diritti messi in rete. Non c’è gusto a esibirne la conoscenza in un saggio, sarebbe stato ben diverso se avessi dovuto trovare il modo di procurarmela scrivendo in America. Qualcuno ha iniziato a riflettere sull’influenza di Internet nella trama dei romanzi di genere: un tempo lo scrittore che intendeva dare un’ambientazione realistica alle sue storie era costretto a fare lunghi sopralluoghi;

consumava le suole delle scarpe come gli investigatori che popolavano le sue storie. E ora autori e investigatori compiono le loro ricerche seduti davanti uno schermo; con le mappe di Google non hanno più bisogno di recarsi sul posto e se hanno bisogno di personaggi li possono pescare da Facebook. Nel recente romanzo di Mario Baudino, Lo sguardo della farfalla, ambientato in una biblioteca, per sciogliere un enigma bisogna rintracciare un saggio critico che risulta introvabile finché una giornalista più sveglia degli altri o solo più aggiornata sulle nuove tecnologie lo trova su Google. Curiosamente la facilità con la quale il saggio viene ritrovato fa sì che tutti perdano interesse al suo contenuto mentre prima smaniavano dal desiderio di impossessarsene. Vorrei vivere in una società di bramini o di mandarini, fedeli al motto originario della casa editrice Einaudi sotto il marchio dello struzzo: «Spiritus durissima coquit». Sono per caso diventato un reazionario? O lo sono sempre stato «a mia insaputa»?

con un lato a mezzaluna. Aristotele studiava le scienze naturali e aveva addestrato Alessandro, il futuro Magno, a combattere. Forse, ma è morto per aver fatto una nuotatina in un fiume. O non sapeva nuotare, o non aveva aspettato le ore dopo i pasti, o incapace e supponente o distratto e incosciente. L’unico modo per cui riuscirò a far tacere i miei avversari, a far trionfare la mia idea di sport come soluzione di tanti mali, è tornare all’origine. A quei primi «ginnasi» dove i greci si allenavano chiacchierando anche di filosofia, sapendo che Platone nella Repubblica aveva indicato ginnastica e musica come le discipline adatte ai giovani. Se i filosofi avessero continuato a frequentare i ginnasi? Non è difficile immaginarli. Diogene il cinico, vestito di una botte, non avrebbe avuto bisogno degli spogliatoi. Però in quelle condizioni come fare la lotta o correre? Avrebbe dovuto accontentarsi di fare l’arbitro, trovando un seggiolino adatto alla larghezza della botte. Altri due fannul-

loni sarebbero stati Epicuro e Zenone di Cizio, il primo stoico. Entrambi alla ricerca del puro piacere derivato da apatia e atarassia, come l’allenatore si volta eccoli sdraiati sulla trave da volteggio o sulla pedana da salto, a fare esercizi di respirazione per riprendere il battito più pacato possibile. Ma chi spunta dall’alto del quadrato svedese? È il nostro Pitagora, che sta inventando la tavola pitagorica, sistemando numeri in ogni piccolo quadrato, quindi unendo la pratica fisica alle ricerche scientifiche. Lo stesso si può dire di Archimede, che rappresenta la squadra dei filosofi alle Olimpiadi di tuffi. Non si è ancora scoperto, infatti, come funzioni il sistema respiratorio, e Archimede è l’unico a essere sicuro di tornare a galla a respirare dopo essersi tuffato. Oltre la piscina, clangore di armi. È Marco Aurelio, imperatore e filosofo, che tira di scherma con Guglielmo di Ockam, noto per usare delle lame come di un terribile rasoio. Intanto si sente un alterco sempre più potente: Hegel e

Kant vogliono essere entrambi giudici, il primo perché è sicuro di vedere gli eventi con l’astuzia della Ragione, il secondo perché è l’autore della Critica della Facoltà di Giudizio. Per calmarli interviene Gadamer, avete ragione entrambi. Sul suo bonario viso arriva un martello, l’ha lanciato Wittgenstein che mentre progettava la casa per la sorella aveva senza saperlo inventato lo sport del lancio del martello. «Si deve tacere di ciò di cui non si può parlare!» grida l’austriaco. Afferra l’asta di una bandiera e la lancia ancora al povero Gadamer, che cerca di difendersi dietro il suo maestro Heidegger, che però è troppo basso, Gadamer si scosta, l’asta sfiora Leibniz, che al grido «Questo è il migliore dei salti possibili» balza per aria e inventa il salto con l’asta, mentre notiamo di sfuggita anche l’invenzione del lancio del giavellotto. Voltaire è perplesso, non si è nemmeno tolto la parrucca. Anche i miei amici, si è fatto tardi, riprenderemo il discorso sul valore dello sport per il corpo, e per la mente.

sessuali: perciò gode dell’approvazione delle coscienze pure» (5½). E i matrimoni omosessuali sarebbero dunque improntati sullo stesso principio? Secondo Proust, che di queste cose se ne intendeva, le cose sono più complicate: «Gli omosessuali sarebbero i migliori mariti del mondo, se non recitassero la commedia di essere donnaioli». Una bella contorsione mentale, non so quanto vera oggi. A proposito di omosessualità. Dante cacciò all’Inferno il proprio amato maestro, Brunetto Latini, per essersi macchiato del peccato di sodomia. Accusa che non fu mai dimostrata né provata. Ma intanto pare che a Firenze le voci sul suo conto circolassero, anche se si trattava di un notaio prestigioso e di un intellettuale di fama internazionale. Ora escono le Poesie di Brunetto, da Einaudi, e Stefano Carrai, che ha curato la raccolta (5½), ricorda come i sodomiti, intrattenendo pratiche

considerate «contro natura», fossero repressi e condannati dalle leggi dell’epoca oltre che riprovati dall’opinione pubblica. D’altro canto quelle pratiche non dovevano essere così rare se alla stessa schiera a cui è assegnata da Dante l’anima di Brunetto, appartengono altri «cherchi e litterati grandi e di gran fama» che giustamente si guardarono bene dal fare coming out. A parte ciò, vale la pena di avvicinarsi al Tesoretto di ser Brunetto, breve poema in settenari a rima baciata, e l’occasione einaudiana è quella giusta. Torniamo all’attualità. Oggi si dice, meglio che sposarsi, «fare famiglia» (6–). Ma la famiglia è ormai un’entità plurima: chiusa, aperta, ricostruita, decostruita, dilatata, compressa, ristretta, allargata, monoparentale, biparentale, multiparentale, coparentale. I principali interessati del dibattito sarebbero i bambini che per ovvie ragioni ne rimangono esclusi (per lo più, purtroppo,

oltre ai familiari, tocca ai politici prendere decisioni per loro). Le domande sono cruciali: possono essere cresciuti con equilibrio da due padri? E da due madri? Come compensare, eventualmente, la mancanza della figura maschile o di quella femminile? Tutti temi molto interessanti, se non fosse che ogni giorno (o quasi) assistiamo all’olocausto di bambini nel Mediterraneo, di cui non si conosceranno mai i genitori. Anzi, non se ne conoscono i nomi e neppure esattamente i numeri. Per non parlare degli infanticidi derivanti da separazione (di coppie eterosessuali), delle piccole vittime di madri Medee e/o di padri Orchi che occupano le cronache al massimo per una giornata di contrizione (e ipocrisia) collettiva. La verità è che la questione delle unioni civili è una questione politica: ognuno può mostrare i suoi muscoli ideologici e morali in nome del dettato confessionale o della laicità, e il resto conta ben poco.

mazione; poi mi pento e non la utilizzo, come un fumatore che ogni mattina accende la sua ultima sigaretta, per spegnerla subito dopo. Qualche esempio fra i tanti. Il quotidiano «La Stampa» pubblica ogni mercoledì nella sezione spettacoli una mia breve rubrica di notizie sulle radio. Ascolto una puntata di «Momus» dove l’autore Sandro Cappelletto propone un’esibizione di Frank Sinatra che ignoravo: canta Là ci darem la mano, un duetto dal don Giovanni. Voglio andare a caccia di notizie per poterne scrivere: mi basta battere il nome del cantante associandolo a don Giovanni ed ecco qua: nel ruolo di Zerlina canta Kathryn Grayson e l’esibizione è nel film It Happened in Brooklyn. È troppo facile, ci rinuncio, l’avrei citato se la ricerca mi avesse tenuto impegnato per mezza giornata. Un altro caso, sempre legato alla musica: un trio di musicisti (pianoforte, flauto, fagotto) mi propone di presentare un concerto di trascrizioni dalle tre opere di Mozart su libretto di Lorenzo da Ponte: Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così

Postille filosofiche di Maria Bettetini Muoversi con filosofia Lo sport fa male. All’anima e al corpo. Così sostengono alcuni amici, una serata tranquilla. Per il corpo, dicono a causa degli sforzi cui viene sottoposto. Per l’anima, mi riportano gli esempi vergognosi di doping, che ora forse tocca anche quei miliardari dei tennisti. Io ho sempre ritenuto lo sport la salvezza della gioventù, e poi, aggiungo, doping e scommesse non vengono dagli atleti, ma da chi su di loro guadagna. Arrivo però ad ammettere la poca sanità dell’ambiente dei luoghi più sani per eccellenza, palestre, piste, aria aperta, piscine, mare, montagne. Palestre… anche Socrate andava in palestra! Sono convinta di avere la carta giusta per vincere questa schermaglia verbale di inizio anno. I primi, grandissimi filosofi frequentavano la palestra ogni giorno. E non si può dire che la loro mente ne abbia sofferto, nemmeno il loro corpo, visto che sono tutti morti in età che oggi corrisponderebbe ai cento, centoventi anni. Si continua in punta di fioretto: già, infatti

il primo filosofo, Talete, è noto per essere caduto in una buca passeggiando con la testa per aria. Per non dire dell’altro greco, Eschilo: era così fermo, sotto il sole, con la testa calva bella lucida, che un’aquila ci ha fatto cadere sopra una tartaruga, pensando che fosse una roccia su cui rompere il guscio. E povero anche Eschilo. Rispondo: Plotino. Plotino in Oriente incontrò i gymnosofisti e a loro si appassionò. Mentre parlo mi ricordo di come andò, i gymno eccetera erano degli asceti dediti alla meditazione, alla ginnastica dell’anima. Infatti di Plotino si poté scrivere che detestava quella «prigione» del suo corpo, tanto da cacciare in malo modo un artista che voleva ritrarlo e da evitare di lavarsi. Ehm, non prendiamo esempio. Su Plotino mi è andata male. Cartesio in tempi di pace lavorava a letto, in tempi di guerra rimaneva chiuso sotto la tenda militare, abbracciato alla stufa e al confortevole calore. Tommaso d’Aquino era così panciuto che dovettero costruirgli una scrivania

Voti d’aria di Paolo Di Stefano Galline, galli e unioni incivili Si discute tanto di unioni civili. Ciò significherebbe che esistono anche quelle incivili? Evidentemente. Quali sarebbero le unioni incivili? Per esempio quelle tra omosessuali, secondo certi (molti) Stati che ancora non ne riconoscono i diritti. Ma, da un altro punto di vista, anche quelle eterosessuali, a quanto pare. «Basta leggere le poste del cuore che invadono ogni tipo di informazione per non avere dubbi: il mondo pullula di corna, e non è una novità di questi tempi tempestosi, è sempre stato così, anzi in passato molto di più». È quel che scrive sulla «Repubblica» l’esperta di posta del cuore Natalia Aspesi (5½), alludendo a un libro appena tradotto in italiano: In principio era il sesso di Christopher Ryan e Cacilda Jethà. I due autori, marito e moglie – lui esperto di sciamanesimo, lei studiosa del comportamento sessuale –, concludono, come suggerisce il titolo, che l’essere umano è per natura infedele e anti monogamico.

E non solo l’essere umano. Aspesi cita un gustoso episodio che risale al 1920. Il presidente americano Calvin Coolidge, in visita a un allevamento di polli, sente la first lady, cioè sua moglie, interrogare il titolare su come sia possibile che le galline producano tante uova. «I miei galli fanno il loro dovere», risponde fiero l’allevatore. La signora Coolidge prontissima: «Lo dica a mio marito…». E il presidente: «Con la stessa gallina?». Risposta: «No, passano da una gallina all’altra». Diceva quel misogino di Tolstoj che le donne sono la principale pietra d’inciampo nell’attività dell’uomo: «È difficile amare una donna e nel frattempo fare qualcosa». Dunque, l’unico modo per amare comodamente riprendendo a svolgere il proprio lavoro è il matrimonio. E Nietzsche che dice?, si chiederebbe Zucchero (Fornaciari, 5). Nietzsche dice che «il matrimonio è la forma più menzognera dei rapporti


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Agrumi à gogo Attualità Fate il pieno di vitamine grazie alla straordinaria scelta di agrumi maturati

al sole del Mediterraneo disponibile attualmente nel vostro supermercato Migros Le varietà di agrumi che troviamo in questo periodo sono molteplici: limoni dal sapore acidulo, ottimi per il loro succo su pietanze «salate» come pesce o crostacei, ma anche per dolci come le macedonie o le composte. La scorza di limone, preferibilmente biologica, è ottima per aromatizzare la pasta o i risotti, aggiunta a fine cottura, o per dare una nota ancora più profumata a creme e dolci. Le arance, dalla dolce arancia bionda alla forse più decisa arancia tarocco. Quest’ultima ha una buccia e una polpa colorata di rosso, che è determinato da un pigmento, l’antocianina, con prezioso potere antiossidante. Il pompelmo amplia il ventaglio di agrumi che può comparire sulle nostre tavole. Abbiamo poi i mandarini, tra i quali le amate clementine. La loro polpa ha un colore più aranciato del classico mandarino, e sono apprezzate per l’assenza di semi. Hanno un buon equilibrio tra sapore agro e il dolce del frutto. Gli agrumi contengono betacarotene, precursore della vitamina A. Il profumo caratteristico e il gusto leggermente amaro degli agrumi deriva dal limonene (monoterpene). In laboratorio, si e osservato come il limone possa stimolare l’attività dei meccanismi di detossificazione. Gli agrumi sono inoltre una forte fonte di vitamina C, che ha molte funzioni: è costituente del tessuto connettivo e delle ossa, rafforza il sistema immunitario, migliora l’assorbimento del ferro e protegge le cellule contro i radicali nocivi (funzione anti ossidante). Interessante osservare che 190 g di arance o limoni contengono 100 mg (la dose raccomandata giornaliera) di vitamina C. Questi frutti, molto apprezzati per profumo e gusto, aiutano a raggiungere l’obiettivo di consumare 5 porzioni di frutta e verdura ogni giorno. Consumare gli agrumi interi presenta il vantaggio di consumare anche le fibre alimentari, che vanno perse se gli agrumi sono consumati nella forma di un succo filtrato. / Pamela Beltrametti, dietista dipl. S.S.S. - ASDD

Pollo con insalata di agrumi ai germogli Antipasto per 4 persone Ingredienti 2 petti di pollo di 150 g 30 g di zenzero 2 cucchiai di germogli di lenticchie 4 cucchiai d’olio d’oliva sale, pepe 2 arance 2 pompelmi 2 cucchiai d’aceto balsamico bianco 30 g di miscela di germogli, ad es. alfa-alfa, rafano, senape Preparazione 1. Tagliate i petti di pollo a tranci larghi ca. 1 cm. Tritate lo zenzero. Mescolate il pollo con lo zenzero, i germogli e l’olio e condite con sale e pepe.

2. Sbucciate gli agrumi e liberate gli spicchi dalle pellicine che li avvolgono. Schiacciate con le mani ciò che resta della polpa. Mescolate gli agrumi con il succo, il balsamico e i germogli. 3. Rosolate il petto di pollo con la marinata per ca. 3 minuti, a fuoco medio. Servite i tranci di pollo con i germogli e l’insalata di agrumi. Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 18 g di proteine, 15 g di grassi, 20 g di carboidrati, 1300 kJ/300 kcal

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Idee e acquisti per la settimana

Il barometro dei prezzi Alla Migros diverse noci e la frutta secca rincarano. La siccità nelle zone di coltivazione californiane ha causato un cattivo raccolto di mandorle e pistacchi e, conseguentemente, ad una carenza di queste materie

Dolci specialità per carnevale I festeggiamenti carnevaleschi sono ormai in corso un po’ in tutta la Svizzera italiana: dopo quelli più piccoli nelle prossime settimane si entrerà nel vivo con i Carnevali più celebri, nella fattispecie Roveredo (26-31.1), Chiasso e Bellinzona (4-9.2) e Biasca e Tesserete (10-13.2). Gli storici ritengono che le prime testimonianze del carnevale si ritrovino a Roma, nel XIII secolo; mentre in Svizzera sembra che la festa sia conosciuta dal 1283 col nome tedesco di Fasnacht (la notte che precede il pe-

riodo di digiuno della Quaresima). Sia quel sia, per molti questo è un periodo in cui travestirsi nel modo più originale possibile e lanciarsi nel divertimento sfrenato è un grande piacere. E nelle maggiori filiali Migros i festaioli troveranno una vasta scelta di costumi, travestimenti, maschere, decorazioni, trucchi e accessori vari. Ma carnevale è sinonimo di festa anche per il palato. Sono differenti le specialità che si consumano esclusivamente durante questo periodo. Fedeli alla tra-

dizione, anche i banchi pasticceria e i Ristoranti Migros propongono diverse golosità a cui sarà difficile resistere: dai tortelli farciti con crema di marsala alle frittelle di mele alla cannella, dai ravioli con ripieno di confettura d’albicocche alle chiacchiere con copertura di cioccolato, dai tranci ai minicake di carnevale. Infine, una novità di quest’anno è il Risotto del martedì grasso con luganighetta: un classico servito solamente il 9 febbraio nei Ristoranti Migros.

Alcuni esempi:

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Idee e acquisti per la settimana

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Vivere in dolcezza Il cioccolato di Chocolat Frey è il preferito degli Svizzeri. Ogni anno ne vengono vendute quasi 100’000 tonnellate. Come sanno bene gli amanti del cioccolato: c’è sempre un buon motivo per scioglierlo sul palato Testo Jacqueline Vinzelberg; Styling Irene De Giacomo; Foto Yves Roth, Christian Schnur

Passione, spirito innovativo e ricerca della qualità sono alla base dello strepitoso successo di Chocolat Frey in Svizzera. Le sue dolci prelibatezze fanno ormai parte delle piccole gioie quotidiane. Infatti, gli intenditori sono tutti d’accordo: per un pezzetto di cioccolato il momento è sempre giusto. E ognuno ha i propri rituali e le proprie preferenze. Come potete leggere voi stessi…

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Sapete dare il nome giusto ad ogni tavoletta di cioccolato? A pagina 36 scoprirete se tra queste c’è anche la vostra preferita

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L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche il cioccolato.


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Idee e acquisti per la settimana

Luna Kelling (24), stagista in uno studio d’architettura di Wettingen (AG): «Amo il cioccolato è adoro mangiarlo bevendo una tazzina di espresso o per rilassarmi mentre penso a come risolvere qualche complicazione. E prima di andare a letto non posso fare a meno di un dolce bocconcino di Japonais della Chocolat Frey, anche se poi devo nuovamente alzarmi per andare a lavare i denti».

Fabian Kaderli (38), quadro dirigente di Basilea: «Faccio un lavoro spesso molto stressante e la cioccolata mi regala dei piccoli momenti di relax. Perciò ne tengo sempre una certa scorta in ufficio, di cui ne approfitta anche la mia équipe. Ce la gustiamo tutti assieme. Prediligo il cioccolato bianco, come per esempio il Blanca della Chocolat Frey».

Sabine Bäni (38), ingegnere di Bertschikon (ZH): «Il cioccolato è semplicemente squisito ed è anche un toccasana per il mio buonumore. Mi piace in particolar modo mangiarlo quando bevo il caffè. Di preferenza un fondente di Chocolat Frey dal sapore intenso».

Madeleine Joss (70), pensionata e artista di Losanna: «Mi godo la mia libertà di pensionata e vado in giro a ritrarre paesaggi. Nel trolley tengo sempre pennelli, acquarelli e blocco da disegno. C’è anche dell’acqua, della frutta secca e due tavolette di cioccolato, quasi sempre il Giandor della Chocolat Frey. Sia per fare uno spuntino sia da regalare agli amici».

Luca Portner (29), apprendista falegname e batterista di Lucerna: «Dopo il lavoro vado direttamente a far le prove con il mio gruppo musicale. Allora mangio sempre un po’ di cioccolato per fare il pieno d’energia fino all’ora di cena. Mi spiace spizzicarlo anche di sera, steso sul divano. Già quand’ero piccolo, la Tourist della Chocolat Frey era in assoluto la mia tavoletta di cioccolato preferita».


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Idee e acquisti per la settimana

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A ciascuno la sua tavoletta Ecco la soluzione del quiz della piramide di cioccolato di pagina 33. Tutte le tavolette fanno parte dell’assortimento di Chocolat Frey, un’azienda dell’Industria Migros

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Farina bianca TerraSuisse da 1 kg o da 4 x 1 kg 20% di riduzione, per es. 1 kg

Tutte le cozze MSC per es. cozze selvatiche, Atlantico nordorientale, 1 kg

Tutto l’assortimento di lettiere per gatti Fatto per es. Plus, 10 litri

Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Vital Balance per es. Adult con pollo, 4 x 85 g

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FRUTTA E VERDURA Peperoni misti, Spagna, 500 g 1.90 invece di 2.90 33% Mele Braeburn, agrodolci, Svizzera, al kg 2.30 invece di 3.50 33%

30% 13.20 invece di 18.90

3.– invece di 3.80 Dischetti di ovatta o bastoncini ovattati Primella e dischetti di ovatta Bio Cotton in conf. da 2 20% di riduzione, per es. dischetti di ovatta Primella, 2 x 80 pezzi, offerta valida fino all’8.2.2016

Crusta baguette, 360 g 2.– invece di 2.40 15%

Cicoria Belga, Svizzera, imballata, 500 g 1.95 invece di 2.45 25%

Panini del mercato, 4 pezzi, 280 g 3.05 invece di 3.60 15%

Formentino bio, Svizzera, per 100 g 3.20

Veneziane, 4 pezzi, 220 g 2.20 invece di 2.80 20%

Cavolfiori, Italia, imballati, al kg 2.20

Tutti i tipi di crème fraîche, per es. al naturale, 200 g 2.05 invece di 2.60 20%

Tutto l’assortimento Fresh Thai/ Asia, per es. Asia Panang Curry, Thailandia, vaschetta da 360 g 7.10 invece di 8.90 20% Avocado, Spagna / Israele / Marocco, il pezzo 1.40 Fragole, Spagna, in conf. da 500 g 2.90 invece di 4.40 33%

PESCE, CARNE E POLLAME Filetto di maiale M-Classic, Svizzera, per 100 g 3.20 invece di 5.40 40% Bratwurst di maiale, Svizzera, 4 x 125 g 4.95 invece di 8.40 40% Pancetta affumicata da cuocere TerraSuisse, per 100 g 1.05 invece di 1.80 40%

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Fleischkäse TerraSuisse affettato finemente, per 100 g 1.40 invece di 2.– 30%

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Tutto l’assortimento di biancheria intima da uomo John Adams o Nick Tyler per es. boxer aderenti Basic John Adams, neri, tg. M, il pezzo

Boxer aderenti da uomo John Adams in conf. da 3 disponibili in diversi colori e misure, per es. blu marino, tg. M, offerta valida fino all’8.2.2016

Slip mini o maxi da donna Lifestyle Ellen Amber in conf. da 3 disponibili in diversi colori e misure, per es. mini, verdi, tg. S, offerta valida fino all’8.2.2016

Pollo intero Optigal, 2 pezzi, Svizzera, al kg 6.60 invece di 9.50 30% Salame del Mendrisiotto, prodotto in Ticino, pezzo da ca. 400 g, per 100 g 2.85 invece di 4.10 30% Teneroni di vitello TerraSuisse, Svizzera, imballati, per 100 g 2.90 invece di 3.70 20% Spezzatino di vitello TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 2.85 invece di 4.10 30% Fettine lonza di maiale TerraSuisse, Svizzera, imballate, per 100 g 2.55 invece di 3.70 30%

50% Tutti i coltelli da cucina, le linee di posate o le forbici Cucina & Tavola e tutti i coltelli da cucina Victorinox offerta valida fino all’8.2.2016 * In vendita nelle maggiori filiali Migros. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 26.1 ALL’1.2.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Filetti di agnello, Australia / Nuova Zelanda, imballati, per 100 g 3.55 invece di 5.10 30%

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Arance sanguigne, Italia, retina da 2 kg 2.80 invece di 4.70 40%

Minestrone alla ticinese, Svizzera, imballato, al kg 5.40 invece di 7.30 25%

Carta igienica Soft in confezioni multiple, FSC per es. Comfort, 32 rotoli, offerta valida fino all’8.2.2016

Tutte le cozze MSC, per es. cozze selvatiche, Atlantico nordorientale, 1 kg 5.40 invece di 7.80 30%

Fettine di tacchino fini AIA, Italia, in conf. da ca. 600 g, per 100 g 1.55 invece di 2.10 25% Filetti di salmone senza pelle in vaschetta, d’allevamento, Norvegia, per 100 g 2.70 invece di 3.90 30% Fino al 30.1 Prosciutto crudo ticinese, prodotto in Ticino, affettato fine in vaschetta, per 100 g 4.60 invece di 6.65 30%

Tutti i drink Bifidus, per es. alla fragola, 8 x 100 g 5.10 invece di 6.40 20% Tutti gli yogurt M-Classic in conf. da 6 x 180 g, per es. al cioccolato 2.60 invece di 3.30 20% Tilsiter surchoix, per 100 g 1.30 invece di 1.65 20% Grana Padano grattugiato, 3 x 120 g 5.40 invece di 6.75 20% Furmagèla (Formaggella della Leventina), prodotta in Ticino al libero servizio, per 100 g 2.– invece di 2.50 20%

FIORI E PIANTE Tutti i tulipani M-Classic, disponibili in diversi colori, mazzo da 20, per es. rossi 8.25 invece di 13.80 40% Diverse orchidee con coprivaso, la pianta 19.90

ALTRI ALIMENTI Barrette Mars, Snickers o Twix in conf. da 12, 10 pezzi + 2 gratis, per es. Snickers, 12 x 50 g 4.15 invece di 5.– 15% Cioccolatini Selection Frey in sacchetto da 1 kg, UTZ, assortiti 15.– invece di 30.10 50% Tutte le tavolette di cioccolato da 100 g Frey, UTZ, a partire da 3 pezzi (Suprême, M-Classic, Eimalzin, bio, Sélection e confezioni multiple escluse) 20% **

Tutte le tisane Klostergarten, a partire da 2 confezioni, –.40 di riduzione l’una, per es. tisana ai semi di finocchio Migros Bio, 20 bustine 1.15 invece di 1.55 Spicchi di cocco Alnatura, 20x 75 g 2.10 NOVITÀ ** Disponibile in filiali Migros selezionate. Tutto l’assortimento Actilife, per es. tondelli di riso integrale allo yogurt, 100 g 1.20 invece di 1.55 20% Noci di acagiù Sun Queen in conf. da 2, 2 x 200 g 6.05 invece di 7.60 20% Farina bianca TerraSuisse da 1 kg o da 4 x 1 kg, per es. 1 kg 1.45 invece di 1.85 20% Farina di grano saraceno Alnatura, senza glutine, 20x 500 g 2.50 NOVITÀ ** Disponibile in filiali Migros selezionate. Tutte le miscele per dolci o i dessert in polvere (prodotti Alnatura esclusi), per es. miscela per brownies Midor, 490 g 4.25 invece di 6.10 30% Burro di cacao delicato Alnatura, 100 g 20x 3.30 NOVITÀ ** Disponibile in filiali Migros selezionate. Pizza Toscana M-Classic, surgelata, 2 x 360 g 4.55 invece di 7.60 40% Piselli dell’orto o verdure miste svizzere Farmer’s Best in sacchetto da 1 kg, surgelati, per es. piselli dell’orto, 1 kg 3.60 invece di 5.20 30% Verdure invernali Farmer’s Best, Svizzera, surgelate, 750 g 20x 6.30 NOVITÀ *,** Crispy di tacchino impanati Don Pollo, surgelati, 1 kg 7.10 invece di 11.85 40% Aproz in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. Classic 3.80 invece di 5.70 33%

Pommes Chips M-Classic in sacchetto XL, alla paprica o al naturale, per es. alla paprica, 400 g 3.– invece di 6.– 50% Cake tirolese o alla finanziera, per es. cake alla tirolese, 340 g 3.– invece di 3.80 20% Mini frittelle di Carnevale, 90 g 1.65 invece di 2.10 20% Succo d’arancia Anna’s Best, 2 l 3.70 invece di 7.40 50% Tutti i crauti e i cavoli rossi bio o M-Classic refrigerati, per es. crauti cotti M-Classic, 500 g 2.05 invece di 2.60 20% Agnolotti o gnocchi Anna’s Best in conf. da 2, per es. agnolotti ai funghi, 2 x 250 g 7.80 invece di 9.80 20% Menu Anna’s Best Thai o Asia in conf. da 2, per es. Chicken Satay, 2 x 370 g 11.60 invece di 14.60 20%

NEAR FOOD / NON FOOD Tutto l’assortimento di alimenti per gatti Vital Balance, per es. Adult con pollo, 4 x 85 g 3.10 invece di 3.90 20% Tutto l’assortimento di lettiere per gatti Fatto, per es. Plus, 10 litri 4.75 invece di 6.80 30% Tutti i mascara Covergirl, a partire da 2 pezzi 40% ** Tutto l’assortimento per la cura del viso o del corpo Zoé (Zoé Sun esclusa), per es. crema da giorno rassodante Revital, 50 ml 10.05 invece di 13.40 25% ** Prodotti per la cura del viso o del corpo I am in conf. da 2, per es. salviettine detergenti ultradelicate, 2 x 25 pezzi 6.20 invece di 7.80 20% **

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Dischetti di ovatta o bastoncini ovattati Primella e dischetti di ovatta Bio Cotton in conf. da 2, per es. dischetti di ovatta Primella, 2 x 80 pezzi 3.– invece di 3.80 20% **

Pipe, fusilli, penne o spaghetti M-Classic, con il 50% di contenuto in più, 500 g + 250 g, per es. fusilli, 750 g 1.70 invece di 2.55 33%

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Grassi alimentari e burro per arrostire M-Classic, Léger, Balance o bio, non refrigerati, per es. preparazione a base di olio vegetale M-Classic Extra, 50 cl 2.80 invece di 3.55 20%

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Senape, maionese o salsa tartara M-Classic in conf. da 2, per es. maionese, 2 x 265 g 2.15 invece di 3.10 30%

Boxer aderenti da uomo John Adams in conf. da 3, disponibili in diversi colori e misure, per es. blu marino, tg. M 14.90 ** Tutti i detersivi Elan, a partire da 2 pezzi 50%

Noisette o Marie Croccant in conf. da 3, per es. Noisette, 3 x 245 g 7.30 invece di 9.15 20%

Dadi per brodo Bon Chef in conf. da 2, per es. brodo di verdure, 2 x 100 g 3.90 invece di 5.– 20%

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Tutti i Blévita, a partire da 2 confezioni, –.60 di riduzione l’una, per es. al sesamo, 295 g 2.70 invece di 3.30

Risotto Subito in conf. da 3, al pomodoro, ai funghi porcini o alla milanese, per es. alla milanese, 3 x 250 g 5.40 invece di 8.10 33%

Detersivi Total in flacone da 5 l, per es. 1 for all 19.75 invece di 39.50 50% **

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Menu Anna’s Best Thai o Asia in conf. da 2 20% di riduzione, per es. Chicken Satay, 2 x 370 g

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶25 gennaio 2016¶N. 04

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶25 gennaio 2016¶N. 04

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Idee e acquisti per la settimana

Asia - Giappone

L’arte giapponese di mettersi a tavola Spesso si riduce la cucina giapponese al solo sushi. E pensare che il paese del Sol levante offre una quantità di delizie culinarie, che ora si possono anche preparare a casa in modo autentico e gustare nell’ambiente adatto. Grazie all’assortimento Migros

Kikkoman Salsa di soja 15 cl Fr. 2.30* invece di 2.90

Saitaku Semi di sesamo 95 g Fr. 3.10* invece di 3.90

Chop Stick Olio di sesamo 190 ml Fr. 4.35* invece di 5.45

Thai Kitchen riso jasmin 500 g Fr. 3.20

Filetto di salmone senza pelle per 100 g, in vaschetta, allevamento dalla Norvegia prezzo del giorno

Salmone glassato con contorno di cavolo Piatto principale per 4 persone Ingredienti 0,5 dl di mirin, vino di riso (Mirin Seasoning) 0,5 dl di salsa di soia 1½ cucchiai di miele liquido 1 spicchio d’aglio piccolo 4 tranci di salmone senza pelle, ca. 120 g ciacuno 1 cucchiaio d’olio di sesamo 2 cucchiai d’aceto di riso 1 cucchiaio di semi di sesamo

Foto Giulia Marthaler; Styling Katja Rey; Ricetta Lina Projer

Contorno 400 g di cavolo cinese 1 cipollotto 1 cucchiaino d’amido di mais 2 cm di zenzero 2 cucchiai d’olio per rosolare sale 1 cucchiaio d’aceto di riso 2 cucchiai di salsa di soia

Chi vuol mettersi a tavola alla giapponese, non può prescindere dal tè. Naturalmente la bevanda preferita dai giapponesi va servita con stile in una bella teiera, ad esempio decorata da motivi floreali, accompagnata dalle sue tazze. I tovaglioli origami conferiscono un’aria tutta giapponese alla tavola: sia a forma di rosa (foto grande), di custodia per posate, di cuore o farfalla. Con le istruzioni sulla confezione, l’arte di piegare diventa un gioco da bambini. Tovaglioli origami diversi soggetti, 12 pezzi Fr. 4.80

Teiera soggetto floreale 0,8 l Fr. 24.80 Tazza col manico soggetto floreale al pezzo Fr. 6.90 Stottopentola Bambù Fr. 7.50 Decorazioni da tavola 2 varianti, al pezzo Fr. 9.80

Preparazione 1. Per il contorno, spuntate il cespo di cavolo, dimezzatelo per il lungo e tagliatelo in pezzi di ca. 3 cm. Là dov’è possibile, staccate la costola bianca centrale dalle foglie verdi. Tritate grossolanamente il cipollotto. Mescolate l’amido di mais con 2 cucchiai d’acqua. Tritate finemente lo zenzero. Scaldate l’olio e rosolate le costole del cavolo per ca. 3 minuti. Unite le foglie e salate. Continuate la cottura per ca. 2 minuti. Togliete il cavolo dalla padella e fatelo sgocciolare un po’ in un colino. Nella stessa padella rosolate lo zenzero e il cipollotto e, se necessario, aggiungete

un filo d’olio. Unite l’aceto e la salsa di soia e mescolate. Rimettete il cavolo in padella e aggiungete la miscela di amido e acqua. Scaldate e mescolate bene il tutto. Condite il cavolo con la salsa di soia e tenete in caldo. 2. Versate il mirin, la salsa di soia e il miele in una pirofila alta che possa contenere i tranci di salmone. Unite alla salsa l’aglio schiacciato e mescolate. Sciacquate il salmone con acqua fredda e asciugatelo. Accomodate i tranci uno accanto all’altro nella pirofila e marinateli da ogni lato per ca. 3 minuti. Scaldate l’olio, togliete il pesce dalla marinata e rosolatelo per ca. 2 minuti su un lato. Girate i tranci, versate la marinata in padella e cuocete per 1-2 minuti. Irrorate con l’aceto e cospargete di semi di sesamo. Togliete con cura il pesce dalla padella e servitelo con il cavolo e la salsa formatasi. Accompagnate con riso profumato.

Saitaku Mirin vino di riso 150 ml Fr. 3.60* invece di 4.50

Zenzero bio per 100 g prezzo del giorno Nelle maggiori filiali

Tempo di preparazione ca. 30 minuti Per persona ca. 25 g di proteine, 16 g di grassi, 21 g di carboidrati, 1400 kJ/340 kcal

Saitaku Sushi Aceto di riso 150 ml Fr. 2.60* invece di 3.30

Cavolo cinese al kg prezzo del giorno

Ricette di Azione www.saison.ch

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶25 gennaio 2016¶N. 04

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Idee e acquisti per la settimana

Anna’s Best

Un piacere vegano Sempre più persone prediligono un’alimentazione priva di carne. Anna’s Best è sensibile a questa tendenza ed amplia la propria linea Vegi con due menu: Falafel Couscous con verdurine e Red Thai Curry con tofu. Entrambi contengono fornitori naturali di proteine come ceci o tofu. I menu Vegi sono esenti da conservanti e sono pronti in men che non si dica nel microonde oppure riscaldati in padella. I nuovi delicati menu di Anna’s Best sono un’alternativa veloce e facile da preparare per buongustai vegani.

20X Punti Cumulus su entrambe le novità Vegi di Anna’s Best

Foto e Styling Claudia Linsi; Illustrazione Mira Gisler

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Anna’s Best Vegi Falafel Couscous con verdure 370 g Fr. 6.40 Nelle maggiori filiali

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OLTRE 4 MILIONI DI ACQUISTI DIMOSTRANO CHE LA MIGROS È PIÙ CONVENIENTE DELLA COOP. In collaborazione con l’Istituto di ricerche di mercato indipendente LP, dal 5 all’11 gennaio 2016 abbiamo ripetuto il più grande confronto di prezzi nel settore del commercio al dettaglio svizzero, prendendo in considerazione oltre 5000 articoli. Nell’ambito di questo studio oltre 4 milioni di acquisti, realmente effettuati, sono stati messi a confronto con acquisti avvenuti alla Coop. Il risultato? Alla Migros si risparmia il 10,2%. È quindi dimostrato ciò che i nostri clienti sanno da sempre: LA MIGROS È SEMPRE PIÙ CONVENIENTE.

MGB www.migros.ch W

L I E R T L O

Profile for Azione, Settimanale di Migros Ticino

Azione 04 del 25 gennaio 2016  

Azione 04 del 25 gennaio 2016  

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