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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXIX 18 gennaio 2016

Azione 03

Società e Territorio Secondo le ricerche di Richard Nisbett asiatici e occidentali pensano in modo diverso

Ambiente e Benessere Rishikesh, in India, è la capitale dello yoga, che sulle rive di quella città sul Gange è diventato un grande affare

Politica e Economia Parigi ricorda il primo anniversario di «Charlie»

Cultura e Spettacoli Mirrors Against the Sun è il nuovo disco di Francesca Lago

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Il Duca e le stelle nere

Ralph Gatti - AFP

di Simona Sala pagina 25

Quel che resta di una primavera di Peter Schiesser Cinque anni sono trascorsi dagli inizi della Primavera araba: il presidente tunisino Ben Ali era da poco fuggito in Arabia Saudita, da lì a poco le proteste al Cairo avrebbero costretto alle dimissioni il presidente egiziano Mubarak, mentre il leader libico Gheddafi sarebbe stato rovesciato e ucciso. I governi autoritari arabi e nordafricani tremavano di fronte alle masse arabe che si ribellavano chiedendo libertà, diritti, benessere. Poi venne la guerra civile in Siria, inaspettatamente lunga e sanguinosa, e capimmo che era stato aperto il vaso di Pandora: oggi la Siria è un buco nero, la Libia uno Stato fallito, lo Yemen è sulla via per diventarlo, nel frattempo è sorto un feroce califfato tra Siria e Iraq, e la secolare frattura nel mondo islamico fra sunniti e sciiti è riemersa e si incarna nella lotta di potere tra Arabia Saudita, sunnita e wahabita, e l’Iran, sciita, che sta mettendo a ferro e fuoco la regione. Gli equilibri sorti dopo il 1945 sono saltati, l’Occidente assiste impotente allo sfacelo e laddove interviene non ottiene i risultati sperati – perché il rapporto di fiducia che stava alla base dell’alleanza

fra gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo arabo, con in testa l’Arabia Saudita, si è seriamente incrinato: gli alleati di un tempo non si capiscono più e fraintendono le intenzioni dell’altro. I monarchi del Golfo hanno vissuto come un tradimento la decisione dell’Amministrazione Obama di lasciar cadere Mubarak, era la dimostrazione che gli Stati Uniti non intendevano più difendere lo status quo che garantiva il loro potere. Ma il tradimento più grande è stato l’accordo sul nucleare con l’Iran, che libererà dalle sanzioni economiche i persiani e accrescerà il loro potere nella regione. Che l’Amministrazione Obama abbia perseguito l’accordo con Teheran per favorire la pace in Medio Oriente, impedendo al regime degli ayatollah di dotarsi di armi nucleari, non viene né capito né condiviso dai sauditi e dai loro alleati. Ai loro occhi, gli americani e gli europei sono degli ingenui, perché dei persiani non ci si può fidare. Oggi, per i sauditi è quindi più che logico mostrare i muscoli, anziché agire dietro le quinte come in passato. Le spese militari sono esplose negli ultimi anni e nel 2014 hanno superato gli 80 miliardi di dollari, con la guerra nello Yemen i sauditi dimostrano di voler intervenire in prima persona. Ma la nuova generazione che sta arrivando al potere sa che la partita

per la supremazia regionale non si vince solo con le armi e neppure più con il petrolio, a lungo termine, bensì diversificando l’economia (oggi il 90 per cento delle entrate provengono dal petrolio) e riformando l’improduttivo apparato statale. Il vero uomo forte del regno saudita, il ministro degli esteri Mohammed bin Salman, il figlio prediletto del re, intende introdurre riforme radicali, per un paese in cui i cittadini (sauditi) hanno pressoché tutto a disposizione gratuitamente, senza dover pagare tasse né lavorare seriamente. Deve farlo subito, perché il ribasso del prezzo del petrolio (voluto dai sauditi) è costato in un anno 100 dei 750 miliardi di dollari di riserve del regno. Nei piani del principe Mohammed ci sono riduzioni delle spese statali, aumenti dei prezzi dell’energia e dell’acqua, tasse su determinati consumi, ma soprattutto privatizzazioni, anche nella sanità e nell’educazione, con la speranza di migliorare la qualità di scuole e ospedali. Il giovane Mohammed (30 anni) sa che un regno di sudditi oziosi e ignoranti non può reggere il confronto con un Iran quasi 3 volte più popoloso, con un’economia ben più differenziata e un grado di istruzione e intraprendenza molto superiore. Ma i suoi sudditi saranno disposti a rinunciare agli agi e agli ozi senza fiatare?


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Attualità Migros

M I prodotti naturali vanno per la maggiore Bilancio Nel 2015 la comunità Migros ha raggiunto un solido sviluppo della cifra d’affari.

Particolarmente apprezzati dai clienti sono stati gli articoli prodotti in modo sostenibile

Michael West* Chi ha fatto acquisti in un supermercato Migros, l’anno scorso, ha messo nel suo carrello della spesa spesso articoli regionali e prodotti in modo sostenibile. Ciò ha fatto sì che nell’assortimento bio la cifra d’affari abbia registrato un’ulteriore crescita, del 14,8 per cento in più rispetto al 2014. Questo successo ha una lunga storia: il capo del Dipartimento marketing della Federazione delle cooperative Migros Hansueli Siber parla di uno sviluppo che dura da 20 anni. L’agricoltura e la produzione biologica sono oggi ben radicate e orientate al mercato, «e noi – afferma Siber – abbiamo conseguentemente ampliato il nostro assortimento. Grazie alla fiducia accordataci dai nostri clienti, negli ultimi anni abbiamo potuto crescere nel segmento bio più della concorrenza». Allo stesso tempo, è chiaro che non tutti i consumatori possono o vogliono pagare un sovrapprezzo per la qualità bio. «Per questo motivo – continua Hansueli Siber – abbiamo ampliato, con la stessa convinzione ed energia, anche i nostri assortimenti ad alto valore aggiunto ecologico, etico e sociale, per offrire un’alternativa a prezzi inferiori». Di questi fanno parte i «Nostrani del Ticino» e i prodotti «dalla regione per la regione» in vendita nei supermercati Migros Oltralpe, Terrasuisse, ma anche articoli che soddisfano i criteri di rispetto del benessere degli animali. Complessivamente, nel 2015 i clienti hanno speso 2,678 miliardi di franchi per l’acquisto di prodotti con valore aggiunto ecologico e sociale. L’anno scorso in Svizzera l’intero settore del commercio al dettaglio è stato messo a dura prova, a causa della forza del franco svizzero rispetto

Un assortimento ad alto valore ecologico, etico e sociale.

all’euro e al conseguente aumento del turismo degli acquisti oltre frontiera. In questo difficile contesto, la comunità Migros ha raggiunto con 27,4 miliardi di franchi un aumento dello 0,1 per cento della cifra d’affari e ha guadagnato ulteriori parti di mercato.

Più di sei milioni di franchi per i bambini in difficoltà

Grazie ad un leggero aumento della frequenza dei clienti, le dieci cooperative regionali hanno registrato una cifra d’affari di 15,6 miliardi di franchi. Il rincaro negativo dei prodotti venduti alla Migros è stato dell’1,7 per cento. Al netto del rincaro negativo e del cam-

bio, le cooperative regionali registrano un aumento della cifra d’affari dello 0,7 per cento. Un successo, oltre che nell’assortimento di prodotti sostenibili, Migros l’ha registrato anche nella vendita online: nell’e-commerce la cifra d’affari è aumentata del 9 per cento,

a 1,151 miliardi. Migros resta quindi l’indiscusso leader di mercato in Svizzera per gli articoli prodotti in modo sostenibile e nel commercio online. * Redattore di Migros Magazin

L’UFE premia Migros Riconoscimenti L’Ufficio federale dell’energia (UFE) ha assegnato

per la decima volta il premio «Watt d’Or»

Raccolta fondi natalizia I fondi saranno

devoluti a quattro associazioni attive in Svizzera La campagna natalizia di Migros per i bambini bisognosi in Svizzera ha superato di gran lunga ogni aspettativa. I clienti hanno donato oltre 5,1 milioni di franchi dimostrando così una grande solidarietà. Migros ha aumentato di un ulteriore milione l’importo della donazione raggiungendo così una somma di 6,12 milioni di franchi da devolvere agli enti assistenziali Caritas, Pro Juventute, Soccorso d’inverno e Heks, Aiuto delle chiese protestanti. Numerosi clienti Migros hanno acquistato cuori di cioccolato del valore di 5, 10 o 15 franchi mostrandosi solidali con i bambini colpiti da povertà ed emarginazione sociale in Svizzera. «Si

tratta di un segno di solidarietà molto importante. Desideriamo ringraziare tutti i donatori», afferma Herbert Bolliger, presidente della Direzione generale della Federazione delle cooperative Migros. Oltre all’acquisto dei cuori di cioccolato, che rappresentano quasi il 90 per cento della somma donata, molte persone si sono avvalse anche di una delle ulteriori possibilità di donazione. Ad esempio sono stati utilizzati buoni donazione dell’invio Cumulus per circa 448’000 franchi. Sono state effettuate numerose donazioni anche tramite SMS, versamento postale e bancario nonché scaricando la canzone di Natale.

Azione

Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch

Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Il premio viene attribuito ad aziende che si contraddistinguono per prestazioni nell’ambito della gestione energetica. Grazie a Generazione M, il programma all’insegna della sostenibilità, e all’impegno a favore dell’ambiente e dell’efficienza energetica degli ultimi decenni, Migros si è aggiudicata quest’anno il premio speciale «Strategia aziendale» Watt d’Or. Una gestione d’esercizio lungimirante e l’accorto utilizzo delle risorse energetiche sono tradizione per l’azienda svizzera. Già durante la crisi energetica del 1973, infatti, aveva messo in atto un piano di risparmio energetico. Migros continua tuttora a mantenere l’impegno, come dimostrano numerosi progetti. Nel 2006, per esempio, ha aperto la sua prima filiale dotata di tecnologia Minergie e il primo supermercato a livello euroEditore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

peo illuminato interamente con lampade LED. Quest’autunno ha invece lanciato il primo supermercato Energy Plus in Svizzera. La filiale produce più energia di quanta ne consumi: un exploit senza precedenti alle nostre latitudini. Il pluriennale impegno e gli am-

Un’iniziativa che vuole stimolare l’impegno per la sostenibilità. Tiratura 101’035 copie Inserzioni: Migros Ticino Reparto pubblicità CH-6592 S. Antonino Tel 091 850 82 91 fax 091 850 84 00 pubblicita@migrosticino.ch

biziosi obiettivi nell’ambito di Generazione M, il programma a favore della sostenibilità, sono stati ora ricompensati con il premio speciale Watt d’Or 2016. Nell’ambito della sua campagna a favore della sostenibilità Migros ha promesso, entro il 2020, di abbassare il suo consumo energetico del 10 per cento e di ridurre del 20 per cento le emissioni di gas serra rispetto al 2010. L’implementazione delle promesse procede come previsto, nonostante nello stesso periodo la superficie delle filiali sia aumentata del 5 per cento. Già nel 2014 il consumo energetico era inferiore del 5 per cento rispetto al 2010 e le emissioni di gas serra erano state ridotte del 15 per cento. Un impegno per l’efficienza energetica che avrà anche in futuro grande priorità. Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio Nell’asilo di Mendrisio I ricordi della signora Domenica Caldelari che, insieme alla sorella Speranza, è stata per più di vent’anni l’anima della cucina (e non solo) della scuola dell’infanzia del borgo pagina 7

Genitori e figli I conflitti famigliari sono sempre esistiti: intervista a Eva Cantarella che nel suo ultimo saggio indaga i rapporti tra le generazioni nel mondo antico pagina 8

Il pensiero occidentale è più attento ai particolari, quello orientale al contesto generale. (wall312.com)

Una geografia del pensiero Ricerche Gli asiatici e gli occidentali pensano in modo diverso e alcuni test hanno messo in luce

stili cognitivi differenti: una risorsa preziosa secondo Richard E. Nisbett

Lorenzo De Carli Il lavoro di ricerca condotto da Richard E. Nisbett gode di larga fama tra gli psicologi sociali, e i cognitivisti gli riconoscono una non comune abilità nell’escogitare esperimenti utili per mettere in luce processi mentali e strategie di pensiero. Docente all’Università del Michigan – dove insegna Cultura e Cognizione –, accanto ad articoli destinati a riviste scientifiche del settore, Nisbett ha continuato a scrivere libri dedicati ad un pubblico più vasto, interessato a riflettere su questioni più generali come il tipo di cultura che dovrebbe essere insegnato a scuola, su come sviluppare accorgimenti cognitivi utili per evitare deduzioni fallaci a causa di pregiudizi, ecc. Uno dei suoi lavori di ricerca più complessi da realizzare ma anche più interessanti in epoca di globalizzazione è senz’altro quello sintetizzato nel volume intitolato: The Geography of Thought: How Asians and Westerners Think Differently... And Why – che in italiano è stato tradotto in Il Tao e Aristotele. Perché asiatici e occidentali pensano in modo diverso (Rizzoli). Gli studiosi sensibili alla problematica dei diversi stili di pensiero pra-

ticati in Occidente e in Oriente avevano già da anni dati interessanti su cui riflettere, anzi: tanto più significativi, in quanto ottenuti attraverso ricerche realizzate per scopi che non erano quelli prefissatisi da ricercatori come Nisbett. Per esempio, lo studio degli anni Ottanta condotto presso il personale dell’IBM. Azienda transnazionale per eccellenza, l’IBM aveva offerto un campione d’intervistati molto omogeneo per livello d’istruzione, ricchezza relativa e profilo professionale, ma anche molto eterogeneo quanto a provenienza geografica: nel campione c’erano americani, europei e asiatici. Ebbene, nonostante l’omogeneità di istruzione e di ruolo manageriale, le differenze culturali emerse erano molto tangibili, così come i valori attribuiti alla vita lavorativa. Il lavoro di Nisbett, però, è stato orientato dallo specifico obiettivo di mettere in evidenza le differenze di stile cognitivo. Prendiamo, per esempio, il principio di non contraddizione. Si tratta di un caposaldo della logica proposizionale: se A è A, allora non può anche essere nonA. Ebbene, nelle ricerche condotte dal gruppo diretto da Nisbett emerge chiaramente come per gli orientali questa rigida contrapposizione è molto più sfu-

mata, e nella vita pratica è possibile che A possa anche essere non-A. Nisbett è convinto che l’attuale diversa sensibilità riservata al principio di non contraddizione abbia lontane radici storiche, che egli fa risalire alla Grecia del quinto secolo prima di Cristo: «i greci si occuparono, o per meglio dire furono ossessionati, dal concetto di contraddizione»; per contro i cinesi della stessa epoca «non solo non praticarono la logica, ma neppure studiarono il principio di contraddizione». Nisbett è molto attento alle conseguenze culturali di questo approccio, per esempio osservando che «l’incapacità di praticare la logica determinò anche gli scarsi progressi dei cinesi nella geometria», ma è interessante osservare la correlazione tra i diversi tipi di società, i differenti approcci alla logica, e le conseguenti diverse visioni del mondo. La società greca, fatta di città-stato, era una società dove i cittadini erano individui ben distinti, che usavano il discorso logico (il logos) per contrapporre i loro argomenti a quelli degli altri, in una specie di continua competizione; viceversa, l’antica società cinese era una società, nella quale all’individuo si chiedeva di essere in armonia con tutti gli altri. Taoismo e Con-

fucianesimo condividevano l’idea che ogni cittadino dovesse avere coscienza di essere elemento di un tutto più grande, che avrebbe corrotto se si fosse posto in aperto contrasto con gli altri. «Invece della logica, i cinesi svilupparono una sorta di dialetticismo» scrive Nisbett. «Il pensiero dialettico è in qualche modo l’opposto del pensiero logico, in quanto non cerca di decontestualizzare, ma di esaminare le cose nei loro contesti appropriati». Nisbett definisce «olistica» la visione del mondo orientale, dove le cose sono strettamente correlate, in un fluire ininterrotto, nel quale la ricerca della Via di mezzo è il vero obiettivo. Non parrà strano, allora, che i test abbiano fatto emergere profonde differenze. Ad esempio, gli orientali dimostrano una «dipendenza dal campo» assai maggiore rispetto agli occidentali: in un disegno con uno sfondo ricco di dettagli per gli occidentali sarà più facile tener mentalmente isolati gli oggetti ai quali è stato chiesto di prestare attenzione. Anche le associazioni categoriali saranno diverse: se posti di fronte a tre disegni, rappresentanti una mucca, dell’erba e una gallina, gli americani hanno la tendenza di associare la mucca con la gallina perché animali, mentre i

cinesi ad associare la mucca con l’erba. Gli effetti di questi approcci nella vita quotidiana sono molto più marcati di quanto non si creda. Di fronte ad un fatto di cronaca che vede, per esempio, un giovane reo di aver commesso un omicidio, gli americani tendono a cercare le cause nei tratti della sua personalità, viceversa i giapponesi tendono a cercare le cause nel contesto sociale. Effetti non meno importanti si hanno nella diplomazia internazionale così come nei rapporti tra le imprese, o tra le imprese e gli Stati. Per i giapponesi, i contratti sono suscettibili di essere modificati se i contesti sociali o economici conoscono un forte mutamento rispetto a quelli che caratterizzarono la stipulazione dell’accordo. Nisbett è convinto che queste differenze di stili cognitivi sono delle risorse preziose e che non è affatto in corso una occidentalizzazione del mondo: «siamo convinti che si possa essere avvantaggiati nell’affrontare la maggior parte dei problemi, se si può contare su un gruppo di persone di culture diverse, piuttosto che su persone appartenenti tutte alla stessa cultura». È tuttavia anche persuaso che ciò è possibile se siamo aperti al dialogo, spesso reso difficile dalle religioni monoteiste.


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Società e Territorio

Nell’asilo della signora Domenica Vita nel borgo Ha 93 anni portati benissimo Domenica Caldelari per più di vent’anni aiuto-cuoca a fianco

della sorella Speranza nella scuola dell’infanzia di Mendrisio

Roberto Porta «Il gruppo dei verdi e quello dei rossi entravano ogni mattina dal portone principale, quello dei blu e dei gialli invece dall’entrata posteriore». A 93 anni splendidamente portati, Domenica Caldelari si ricorda, senza esitazione alcuna, persino i dettagli di quella che per oltre vent’anni fu la vita quotidiana dell’asilo comunale di Mendrisio, lei che vi ha lavorato tra il 1963 e il 1984. Il suo compito principale fu inizialmente quello di portinaia e in seguito quello di aiuto-cuoca, di fianco alla cuoca ufficiale della scuola, l’indimenticabile sorella Speranza. Ai suoi tempi in quell’asilo c’erano «128 bambini, suddivisi in quattro sezioni – ricorda ancora la signora Domenica – 128 bocche da sfamare e vi lascio immaginare il gran daffare che c’era ogni giorno in cucina, perché tra i fornelli c’eravamo soltanto io e mia sorella». Nata nel 1922 a Mendrisio, Domenica aveva inizialmente lavorato, sempre nel Borgo, presso la sartoria Zulauf, «reparto giacche», precisa lei, per poi lanciarsi nell’avventura della scuola dell’infanzia. Era il 1962 quando il municipio pubblicò un concorso per l’assunzione di una portinaia dell’asilo comunale. «Allora c’era una commissione scolastica – ci dice ancora Domenica – era composta da tre persone vun par culur», uno per partito politico. Andò a finire che Domenica perse quel concorso ma fu ricontattata l’anno successivo. La persona che ottenne quel posto decise ben presto di gettare la spugna, a quanto pare perché per lei quel lavoro era troppo pesante. «In effetti erano giornate intense – fa notare Domenica – alla mattina mi occupavo dell’accoglienza dei bambini, dovevo vestirli con i grembiulini e metter loro le pantofole, poi c’era il pranzo da prepara-

re e le pulizie di tutto l’edificio, senza dimenticare gli interventi d’urgenza quando un bambino non riusciva ad arrivare in tempo al bagno. Anche le operazioni di cambio e a volte persino di ricambio erano affidate a me». Domenica era davvero una tuttofare, le capitava di dover persino tagliare l’erba del giardino, perché gli operai comunali c’erano ma non sempre avevano il tempo – o la voglia… – di passare dalla scuola dell’infanzia. Nel 1965, la cuoca dell’asilo si sposò e lasciò il lavoro. Al suo posto fu chiamata la signora Speranza, sorella di Domenica, che allora lavorava per quella che potremmo chiamare la concorrenza: l’asilo privato della famiglia Bernasconi, situato nel nucleo storico di Mendrisio. Struttura di cui parla anche Mario Medici, nella sua voluminosa Storia di Mendrisio, pubblicata nel 1980. «Nel vecchio quartiere di Noseda – scriveva il professor Medici – per la munificenza della famiglia fu Giovanni Bernasconi nell’anno 1899 si diede mano alla sistemazione (…) dell’ex Chiesa di Sant’Orsola che venne trasformata e adibita ad Asilo infantile privato, inaugurato e aperto il 3 marzo 1890». Novant’anni dopo, nel 1980 l’ultima discendente di quella famiglia, la «signorina Maria» creò una fondazione che ha poi continuato, come scriveva ancora Medici «la meritoria opera a favore della fanciullezza del Borgo». Oggi quell’edificio ospita l’asilo nido comunale. Da notare che nell’800 quella stessa famiglia Bernasconi era emigrata in America Latina e che al suo ritorno in patria costruì a Mendrisio la villa che porta il nome «Argentina», oggi sede del quartier generale dell’Accademia di architettura. Ma lasciamo i Bernasconi e torniamo dalle nostre signore Caldelari. Sono gli anni 60 del secolo scorso, Do-

Le sorelle Speranza (a sinistra) e Domenica Caldelari nella cucina dell’asilo.

L’edificio della scuola dell’infanzia di Mendrisio. (Paolo Pedroli)

menica e Speranza danno inizio alla loro lunga permanenza non solo nella cucina dell’asilo ma anche e soprattutto nell’affetto e nella riconoscenza di tante famiglie del Borgo. Erano gli anni del baby boom e l’asilo registrava il tutto esaurito con 128 bambini, 32 per ogni sezione. Il menù settimanale veniva spedito per posta una volta alla settimana dall’amministrazione cantonale di Bellinzona e veniva esposto all’albo scolastico in modo che tutti potessero vederlo. A preoccupare parecchio le mamme di allora era in particolare il giorno della minestra di verdure. «Mi ricordo che alcune mamme telefonavano già al mattino – ci dice sorridendo Domenica – per pregarci di non forzare i loro figli a mangiare la minestra, senza sapere che all’asilo non c’era bisogno di nessuna opera di convincimento, i bambini mangiavano e basta. Addirittura dovevamo passare con il pentolone per il supplemento. Ogni tanto era un po’ difficile con le verdure, gli spinaci ad esempio, ma bastava un bambino che ne fosse goloso, perché anche gli altri ga navan adré». Tre o quattro volte all’anno le sorelle Calderali erano sottoposte all’esame dell’ispettrice delle cucine scola-

stiche, che «arrivava in pelliccia e con il cappello» ma che spesso si fermava a pranzo, segno che il lavoro di Domenica e Speranza era apprezzato. C’era poi anche un’altra ispettrice, quella per le quattro docenti, chiamata con un termine un po’ militaresco: «la vigilatrice». «Era tremenda – ricorda Domenica – a tal punto che a volte faceva anche piangere le insegnanti. E così noi ci davamo da fare per distrarla, invitandola in cucina a prendere il caffè, con i biscotti, così le maestre a tiravan ul fiaa», dice sorridendo la signora Caldelari. In oltre 20 anni di scuola dell’infanzia, Domenica ha accumulato un’infinità di ricordi legati a quell’istituto. Come quella volta che arrivò il vescovo, «era monsignor Togni» e un bambino lo sorprese alle spalle, rubandogli la berretta rossa e creando un gran scompiglio. O quando la stessa Domenica andava nel dormitorio, luogo del castigo, e chiamava il bimbo punito per portarlo in cucina, affidandogli qualche piccolo lavoretto, all’insaputa delle docenti. C’era poi la corsa, sezione per sezione, a togliere le sedie da tavoli della cucina, sforzo che veniva premiato con una caramella, cosa che le insegnanti, a quanto pare, non vede-

vano di buon occhio. O ancora il giorno, faticoso, di pulpitt, due polpette per ogni bambino per un totale di oltre 260 pezzi, comprese le cuoche e le docenti. «Tutte fatte a mano» – ricorda Domenica, mimando, come fosse ieri, il gesto di impastare quella carne macinata. «All’inizio guadagnavo 150 franchi al mese, uno stipendio che più tardi e fino alla pensione passò a 1500 franchi», fa notare con un sorriso un po’ malinconico l’ex aiuto cuoca. L’impegno per l’infanzia di Domenica e Speranza, a cui si affiancavano tante altre attività di volontariato, continuava anche durante l’estate, con l’asilo estivo e la storica colonia parrocchiale di Camperio, in val di Blenio. E con tante altre bocche da sfamare. Ancora oggi molti di quei bambini di allora «mi riconoscono e mi salutano per strada, alcuni mi dicono “buongiorno” ma preferirei un “ciao”, come quando venivano a salutarmi in cucina», conclude Domenica, che del refettorio scolastico tiene ancora di fianco alle sue poltrone di casa una piccola sedia per bambini. Come a dire che gli anni passano ma lei rimane sempre e ancora la cuoca per centinaia e centinaia di bambini transitati dall’asilo comunale.

Viale dei ciliegi di Letizia Bolzani Margi Preus, Il segreto di Espen, Giralangolo. Da 12 anni Neve, ghiacci, foreste: è ambientata in Norvegia questa vigorosa storia di Resistenza, in cui il ritmo ben orchestrato dell’avventura non trascura gli approfondimenti etici sul «fare ciò che si crede giusto. Anzi no. Non ciò che si crede giusto, ma ciò che si sa giusto». Espen è solo un ragazzo, ma ha scelto la sua strada con fermezza: combattere il nazismo, dare con coraggio il suo contributo alla resistenza civile. «Il suo forse era solo un piccolo contributo. Ma una piccola parte di un più grande sforzo era pur sempre una parte». E non è così piccola la parte di Espen, che giorno dopo giorno, pedalando in bicicletta o spingendo sugli sci, fa la staffetta per la Resistenza. Quando la capacità di discernimento e il senso di «umana decenza» paiono essersi smarriti, come se si fosse – con appropriata metafora – «accecati dal riverbero della neve», le persone che mantengono lo sguardo critico e vigile compiendo

le scelte più difficili e coraggiose sono degli eroi. Eroi come Espen, protagonista del romanzo, ma anche come suo padre, impiegato postale che annota e trasmette gli indirizzi dei luoghi dove sono stanziate le truppe tedesche, come il suo professore, che si fa arrestare per aver rifiutato di aderire al partito, come tanti suoi giovani amici che pagano un caro prezzo per non essere scesi a patti con la follia nazista. Sprazzi di profonda umanità connotano anche i personaggi marginali: il soldato tedesco che finge di non vedere la sorellina di Espen mentre porta cibo ai prigionieri; o la madre di

Aksel, vedova «dall’aspetto sciatto» – nello sguardo del figlio, simpatizzante dei tedeschi ed arruolatosi nella Gestapo – che però si erge in una statura da eroina tragica quando lo fa tacere: «non voglio più sentire. Ne ho abbastanza dei tuoi ragionamenti». Ruoli importanti sono inoltre quelli di altri personaggi femminili: dalla fidanzata Solveig (che fa la sua comparsa con le guance arrossate e lo sguardo acceso dal freddo, in questo che è un romanzo quasi tutto en plein air, dove sembra di sentire i profumi dei boschi e l’aria pungente) alla sorellina Ingrid, che tiene tenacemente un diario, affermando così il valore della memoria, oltre a quello dell’azione. Le vicende si sviluppano dal 1940, quando la Germania invase la Norvegia, al 1945. E anche oltre, in realtà, perché come ci dice la stessa autrice in postfazione, il romanzo è basato su una storia vera. Aaron Becker, Scoperta, Feltrinelli. Da 5 anni È il secondo libro, dopo Viaggio, della

mirabile trilogia senza parole di Aaron Becker. Silent books, in cui la forza espressiva è affidata esclusivamente al potere delle immagini. Un potere che, come in un gioco di specchi, aiuta anche i due ragazzini protagonisti ad entrare nell’avventura, perché con i loro pastelli – rosso quello della bambina, viola quello del bambino che si aggrega alla storia alla fine di Viaggio – disegnano gli elementi cruciali per proseguire il loro viaggio di ricerca: non a caso il titolo originale è quest, ricerca iniziatica nel senso medievale di quête. Lo scopo è salvare un re che

viene rapito dal suo castello e portato via su una nave, la ricerca salvifica è quella dei colori dell’arcobaleno, trovati sottoforma di altri pastelli (arancione, giallo, verde, blu) nei vari luoghi indicati da una mappa. Per raggiungere i luoghi, i bambini disegneranno passatoie magiche: chiavi per varcare un portale, attrezzatura da sub per recarsi sul fondo marino, un rinoceronte provvisto di sella per percorrere un lungo sentiero, una libellula gigante per volare via dai cattivi. Ogni disegno (come il tandem su cui pedalavano alla fine di Viaggio) è fatto di elementi rossi e di elementi viola, a segnare la collaborazione dei due protagonisti per la buona riuscita dell’impresa. Trait d’union tra i due libri è sempre il magico uccello viola, una sorta di fenice, simbolica guida tra il qui del reale e il là del fantastico, che accompagna i bambini anche nell’ultima pagina, verso una nuova avventura, da condividere con gli incantati lettori.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Società e Territorio Eva Cantarella è stata professoressa di Istituzioni di diritto romano e di diritto greco antico all’Università di Milano. (Giovanni Dall’Orto/ Wikimedia)

Una villa che fa storia Pubblicazioni Il terzo Quaderno

dell’Accademia di Mendrisio è dedicato a Villa Gerosa Luciana Caglio

Padri e figli Intervista Nel suo ultimo saggio la giurista e storica Eva Cantarella

si china sui conflitti famigliari nel mondo antico Laura Di Corcia «Una volta non era così. Ai miei tempi le cose andavano diversamente». Quante volte abbiamo sentito pronunciare non solo dai nonni e dalle nonne, ma anche dai papà e dalle mamme, queste frasi nostalgiche, che idealizzano un tempo che non c’è più? (Già Woody Allen nel delizioso Midnight in Paris ironizzava su queste facili regressioni, mettendone in luce tutta l’inconsistenza). A quanto pare i conflitti familiari sono sempre esistiti e i figli hanno sempre amato-odiato coloro che li han messi al mondo, se è vero che anche nella Grecia antica esistevano problemi di questa sorta, così come ha evidenziato Eva Cantarella nel suo ultimo saggio dedicato proprio a questo tema, intitolato Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico (Feltrinelli). Pagine in cui immergersi per avvicinarsi alla cultura antica, rileggerne alcuni fra i passaggi più importanti e riflettere su quanto ci accomuni ancora a quel modo di intendere i rapporti, pur nelle enormi differenze. Professoressa Cantarella, l’antichità classica è sempre stata saccheggiata al fine di trovare archetipi in grado di illuminare le costanti relazionali fra genitori e figli. Trova corrette tali interpretazioni?

La psicanalisi ha un approccio che per uno storico è totalmente incomprensibile e utilizza le fonti in modo del tutto atemporale, come se i miti fossero qualcosa al di fuori del tempo e dello spazio. Gli archetipi, secondo questa concezione, varrebbero ovunque e in qualunque momento della storia. Secondo la mia prospettiva, che è quella dello storico, il mito non deve essere sottratto alla storia. Recentemente, per esempio, si è insistito molto sul personaggio di Telemaco, proposto come nuovo modello di figlio (dal premier italiano Matteo Renzi, che ha parlato di «generazione Telemaco» riferendosi ai giovani d’oggi e rifacendosi ad un saggio di Massimo Recalcati, ndr): ebbene, analizzando il testo Telemaco è un personaggio inesistente e insulso, un po’ inetto. I miti nascono in una certa società, in un certo mondo: per capire quello che significano, bisogna conoscere quella società, leggere le fonti e contestualiz-

zare quelle storie. Occorre studiare la storia della famiglia e capire dove nascessero i problemi, che cosa generasse la conflittualità.

sposare l’uomo che le avevano imposto. Ebbene, questo non accade mai nel mondo greco, a parte qualche caso leggendario.

Come cambiano questi rapporti nel corso dei secoli?

Oggi come oggi i punti di riferimento per chi decide di ribellarsi all’auctoritas sono le star del rock. Un tempo quali modelli esistevano?

Nel mio libro parto da Omero. Lì ci sono figli molto obbedienti e i rapporti con i loro padri sembrano quasi perfetti. Potremmo dedurne che a quei tempi si andasse d’amore e d’accordo, ma non è così: sappiamo che la poesia di Omero è il frutto di una tradizione orale che precedeva la scrittura. Ebbene, queste storie venivano raccontare per educare, per insegnare dei modelli ideali di comportamento. Nel modello ideale non c’è conflitto, ma obbedienza assoluta. Passando all’epoca successiva, dove le fonti sono diverse, magicamente appaiono anche i conflitti fra padri e figli. Causati da?

Soprattutto dall’organizzazione economica delle famiglie. Il capo-famiglia era il titolare del patrimonio familiare che si trasmetteva ai discendenti solo dopo la sua morte, che poteva avvenire anche quando i figli avevano raggiunto da un pezzo l’età adulta. Questo creava una dipendenza economica che nel mio libro ho cercato di mettere in evidenza. I figli, che erano cresciuti e che magari avevano un proprio spazio nella scena pubblica, come magistrati per esempio, non ereditavano fino a quando il padre non moriva. La società greca, che stava diventando sempre più democratica e quindi apriva le porte più facilmente alle nuove generazioni anche da un punto di vista politico, supponeva però una dipendenza economica dei figli verso i padri sempre più difficile da sopportare e digerire. Quindi nel mondo greco la ribellione scattava non durante la fase adolescenziale, ma più tardi, una volta raggiunta l’adultità?

Per quello che possiamo saperne sì, certamente. I padri, ad ogni modo, cercavano di evitare questa conflittualità, trasferendo parte del patrimonio ai figli. E le figlie?

Nel libro non ne parlo perché nel mondo greco le donne non contano, non esistono, non appaiono. Che conflitto ci può essere? Il padre decideva sempre per la figlia, la quale non diventava indipendente da un punto di vista economico. Come poteva ribellarsi al padre e alla madre? Rifiutandosi di

Il tipico giovane uomo ribelle è Alcibiade. Era l’idolo della gioventù o di una sua parte, ma era guardato con sospetto dagli anziani, perché nei confronti del suo tutore, Pericle, che aveva la stessa funzione di un padre, era tutto quello che un figlio non avrebbe dovuto essere. Un commento su Medea, colei che per vendetta nei confronti del suo uomo uccide i suoi stessi figli; una figura sulla quale si sono stratificate diverse interpretazioni.

Serve una premessa: le tragedie che andavano in scena ad Atene potevano affrontare problemi generali, ma non dovevano toccare problemi di attualità e non ci dovevano essere riferimenti a specifici eventi storici. Tornando a Medea, nelle versioni precedenti a Euripide non è lei a uccidere i figli, ma le donne di Corinto. È stato appunto Euripide a introdurre questo elemento nell’anno in cui scoppia la guerra del Peloponneso. Euripide era un uomo più illuminato degli altri Greci, un uomo aperto: quando scoppia il conflitto, si rende immediatamente conto che la guerra miete vittime anche al di là della contingenza della battaglia, che sono vittime anche coloro che sono costretti ad abbandonare la patria. Medea è questa figura, è un’esule, una che continua a spostarsi da un posto all’altro ed è vista sempre con sospetto, non viene mai accolta. Quando anche il suo uomo le volta le spalle, uccide i figli. Una delle interpretazioni recenti, che mi trova d’accordo, è questa: Euripide voleva ammonire i suoi concittadini sulle degenerazioni cui può andare incontro una persona non accolta, in pericolo e senza punti di riferimento.

Dalle aule, dove si elaborano progetti per edifici ipotetici, al territorio dove gli edifici sono già realtà vissute: per gli studenti dell’Accademia di Mendrisio passare da un ambito di studio all’altro è persino scontato. Questi futuri architetti hanno, immediatamente, a disposizione luoghi contrassegnati dalle opere di loro predecessori di talento. A partire dagli anni 20 del secolo scorso, grazie a una curiosa coincidenza di fattori geografici, economici, culturali il Ticino doveva diventare una sorta di laboratorio per architetti sensibili ai fermenti innovativi che, sul piano mondiale, stavano rivoluzionando l’arte del costruire. Veniva da lontano, dal Bauhaus, da Le Corbusier, da Wright, questa lezione che, nel nostro Cantone, ispirò interpreti, bravi e coraggiosi. Dei quali, oggi, si ritrovano le tracce, da valorizzare e da difendere. È il caso della Villa Gerosa, a Rancate, in cui è evidente il richiamo a uno dei capolavori wrigthiani, la Wingspread House (1938 Wisconsin). Tita Carloni la progettò nel 1967 e ci vollero, poi, quattro anni per portare a termine un edificio senza pari, in Ticino, nel settore dell’abitazione privata: eccezionale per dimensioni, originalità, uso dei materiali e tecnologia. Oggi, è diventata una testimonianza storica che apre anche un interrogativo attuale. Quale potrà essere il suo futuro? La villa, di 2400 mq abitabili, che sorge in posizione panoramica sulla collina Belvedere, circondata da un parco di 35’000 mq, è stata, a più riprese, oggetto di proposte speculative: se ne prevedeva la demolizione per far posto a residenze di lusso. Rischio, per il momento, rientrato. È prevalso l’obiettivo della conservazione dovuta a un documento d’epoca, che tuttavia non figura nell’elenco dei beni culturali ufficialmente protetti. Tutto ciò spiega l’attenzione da parte dell’Accademia di Mendrisio che a Villa Gerosa ha voluto dedicare il terzo quaderno della collana «Sistemi e processi della costruzione» (Quaderno 03, Villa Gerosa, a cura di Franz Graf e Britta Buzzi-Hoppert, Mendrisio Academy Press), con cui s’illustra il patrimonio architettonico ticinese, attraverso le figure dei suoi interpreti più rappresentativi. Dopo Rino Tami, proposto come autore del Deposito Usego di Bironico e della Biblioteca cantonale di Lugano, è la volta di Tita Carloni: con quest’insolito lavoro, fa rivivere «una stagione feconda nell’architettura in Ticino», per usare le sue stesse parole. Proprio, fra gli anni 60 e 80, ricorda sempre Carloni, «gli architetti potero-

no contare sulla disponibilità di committenti assai aperti a nuove esperienze perché desiderosi di scrollarsi di dosso la vecchia pelle nostrana». Fatto sta che l’ingegner Dante Gerosa non soltanto finanziò il progetto ma ne condivise i propositi e i rischi. Era un’incognita per entrambi. Carloni, come ricorda Carlo Dusi in queste pagine, aveva scoperto Wright, nel 1952 in una mostra a Zurigo, ricavandone gli stimoli «per uscire dai limiti del razionalismo e funzionalismo» e avvicinarsi all’architettura organica. In altre parole, entrare in sintonia con il paesaggio: «costruire un luogo più che una casa». Ed era, del resto, quel che auspicava il committente: Gerosa, infatti, voleva ben altro che una villa convenzionale. In proposito, Franz Graf, il docente che ha guidato questa ricerca, parla di un edificio «che funziona in qualche modo come una fabbrica: dove il pane veniva prodotto nel forno a legna, la cucina aveva un deposito vivande delle dimensioni di una mensa, l’ala dietro le camere per gli inservienti custodiva tutti gli attrezzi per mantenere il giardino grande come un parco». Il progetto, insomma, rifletteva un ideale, persino rivoluzionario, di autonomia e di rispetto ambientale. Non per niente si era negli anni 60. Per l’architetto, quest’aspirazione, forse vaga di un cliente fuori del comune, doveva tradursi in materialità concreta. «Fu un lavoro affascinante e quanto mai impegnativo» rievoca Pietro Boschetti, allora disegnatore alle prime armi, nello studio di Carloni, e coinvolto in quella che poteva sembrare un’avventura. Era, comunque, un’operazione delicata: trasferire gli elementi, che caratterizzavano la fisionomia e la tecnologia d’avanguardia della Wingspread House nella villa di Rancate. Del celebre modello, il nostro Tita si appropria cercando di adeguarlo al contesto locale, senza tradirne i contenuti, attraverso l’impiego di materiali indigeni, mattoni delle fornaci di Boscherina, marmo bianco di Castione, pavimenti in porfido, mobili in legno di rovere, ecc. In questa rivisitazione, è sempre guidato dall’attenzione meticolosa per il dettaglio, per la scelta di materiali di qualità, prerogative persino etiche del mestiere di costruire. Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta un plusvalore che ha contraddistinto Villa Gerosa, promossa a oggetto di ricerca. Ma non soltanto. Si ritrova, infatti, in decine di altri edifici, in parte noti in parte ancora da identificare, e che si potrebbero definire opere di resistenza. Cioè progettate da architetti che seppero reagire all’ondata mortificante dell’edilizia speculativa.

Che insegnamenti possiamo trarre leggendo i miti e le tragedie dell’antichità classica?

Prima di tutto un grande godimento, perché sono bellissimi. L’insegnamento che ne traiamo dipende dalla nostra lettura, ma sicuramente impariamo a ragionare e a capire come le cose nel tempo cambiano, anche se alcune dinamiche rimangono sempre le stesse.

Il soggiorno di Villa Gerosa a Rancate progettata da Tita Carloni.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Società e Territorio Rubriche

L’altropologo di Cesare Poppi Rossi, Bianchi, Verdi e Blu Il primo giorno del nuovo 2016 il vostro Altropologo preferito si trovava all’ippodromo di Fakenham, nel Nord del Norfolk, Regno Unito. Assieme ad un cinque o seimila sudditi di Sua Maestà rendeva così omaggio alla tradizione secondo la quale il Primo dell’Anno, in quella parte del mondo, si va alle corse dei cavalli e si scommette – tutti: grandi, piccini, giovani, vecchi, uomini, donne e altropologi. Composti e ordinati – giornata brillante con un freddo cane – si faceva pazienti la coda per un tè bollente (pessimo) o per un hot dog (peggio) per poi, presa visione dei concorrenti delle otto gare in programma, di nuovo fare la coda ai botteghini degli allibratori e fare la propria puntata. In coda, allineato e coperto come si conviene laddove far la coda è lo sport nazionale (ricordo che una volta con un amico ci mettemmo in fila di due su di un angolo non lontano da un centro commerciale che aveva cominciato le svendite: dopo tre minuti si era già formata una coda di otto persone) mi era venuto da pensare

a come diversa fosse invece l’atmosfera dell’ippodromo di Costantinopoli quel 13 gennaio del 532 – uno di quei giorni che hanno cambiato il mondo… Come gli inglesi, i costantinopolitani amavano le corse dei cavalli. La metropoli era addirittura divisa in quattro demi – bianchi, rossi, verdi e blu – che facevano il tifo per altrettante squadre negli sport più popolari, primo fra tutti la corsa delle bighe nel grande ippodromo. Inevitabilmente i demi finivano per diventare importanti giocatori nella vita politica dell’impero. Sponsorizzati dalle famiglie aristocratiche in competizione fra di loro interferivano nelle nomine di palazzo ed addirittura nelle dispute teologiche che spesso degeneravano in risse colossali, alle quali la guardia imperiale poteva tener testa solo con l’aiuto dei capipopolo delle varie fazioni. Nel 531 le contraddizioni di una simile situazione erano venuti al pettine: un certo numero di sostenitori dei Verdi e dei Blu erano stati arrestati in occasione di gravi disordini in seguito ad una

gara dal risultato – si diceva – truccato. I più sarebbero stati impiccati, ma due di questi, un Verde e un Blu, riuscirono a fuggire dal carcere il 10 gennaio per poi rifugiarsi all’interno di una chiesa. Subito circondata da una folla inferocita di sostenitori delle opposte fazioni, la chiesa divenne punto di raccolta di una folla crescente la quale – peraltro – presto trovò un punto d’intesa stavolta attaccando l’Imperatore stesso affinché abbassasse la quota di tassazione. Giustiniano era alle strette: nel delicato momento dei negoziati coi Persiani per avere pace alle frontiere orientali dell’Impero si trovava a gestire una grave crisi proprio al cuore dell’impero. Come spesso accade prese dunque la decisione peggiore: annunciò che il 13 gennaio si sarebbe tenuta una corsa di bighe e commutò la sentenza dei due condannati al carcere a vita. Dai alle folle un dito e quelle ti prendono un braccio: il 13 gennaio una turba ancor più inferocita chiedeva il perdono totale dei rei per poi, in men che non si dica, domandare l’abolizione delle

tasse e le dimissioni di alcune figure centrali dell’amministrazione imperiale. Verdi, Blu, Rossi e Bianchi si trovarono improvvisamente alleati in un crescendo che inneggiava a Nike – la vittoria – questa volta contro l’Imperatore stesso. Ad un certo punto le cose precipitarono: la folla acclamò Ipazio, nipote dell’Imperatore Anastasio I, come nuovo imperatore. Giustiniano osservava tutto questo in diretta: il palco imperiale costruito sul fianco del Palazzo guardava infatti direttamente sull’Ippodromo. Sulle prime pensò di fuggire, ma aveva fatto i conti senza la grande Teodora, moglie che univa un dubbio passato di prostituta di lusso ad una grande, e chiara visione del proprio futuro: «Non nascerà mai il giorno nel quale io non sarò salutata col titolo di Imperatrice» – sembra abbia detto al tentennante consorte. Fu così che il popolare Narsete, un Eunuco assurto al rango di generale nell’esercito imperiale, fece il suo ingresso – solo e disarmato – nell’ippodromo agitando un borsa di denari

d’oro ad una folla improvvisamente silenziosa che si aprì per fargli strada. Diretto ai leader dei Blu: ricordò loro che l’Imperatore stesso era un Blu, come loro, mentre Ipazio, che loro stessi stavano per incoronare Imperatore, era un Verde. Poi distribuì l’oro ai vari capipopolo. Nel bel mezzo dell’incoronazione di Ipazio, i Blu abbandonarono in massa l’ippodromo. I Verdi, esterrefatti e confusi, ebbero appena il tempo di accorgersi del tradimento che le truppe imperiali dei generali Mundus e Belisario invasero l’ippodromo e massacrarono quanti rimanevano dei ribelli. Giustiniano era salvo, e salvo era l’Impero: sbaragliata l’opposizione ricostruì Costantinopoli, ricostruì Aghia Sofia e perseguì – ultimo forse a sognarla – una politica di riunificazione dell’impero romano. O così ponderava l’Altropologo fra un tè (pessimo) ed un hot dog (peggio) alle corse dei cavalli in un freddo Capodanno inglese mentre puntava un cinquantone sul Fantino Blu. Ma la storia, si sa, non si ripete.

presente e offuscare il futuro. Tuttavia tra essere totalmente condizionati ed essere completamente liberi vi è una via di mezzo, ed è quella che dobbiamo e possiamo praticare. Come insegna lo psicoanalista Jacques Lacan, soltanto dopo aver portato a esaustione le nostre impossibilità, ci è dato cogliere i gradi di libertà che ci sono concessi. È vero che potresti gettare alle ortiche la tua professione e ricominciare iscrivendoti a un corso di Lettere, ma rinunceresti con ciò a una parte importante della tua identità e della tua biografia. Sono molti gli intellettuali che hanno svolto una doppia attività: Kafka era un impiegato delle assicurazioni, Svevo un industriale, Gadda un ingegnere, Primo Levi un chimico e così via. Nulla ti vieta di dedicare il tempo libero a

produrre cultura e/o a fruire dei tanti eventi culturali che ci vengono offerti in questi anni. L’importante è non cedere alle lusinghe dell’onnipotenza (posso essere tutto ciò che voglio) spesso destinate a naufragare nell’impotenza (non posso fare niente). Per prima cosa potresti iscriverti a qualche organizzazione culturale. In Ticino ce ne sono molte e validissime. Ti troveresti a condividere sogni e progetti che, perseguiti da soli, rischiano di diventare vani miraggi.

La stanza del dialogo di Silvia Vegetti Finzi Progettare il futuro a quarant’anni Cara Silvia, ho quarant’anni e, scontenta della mia vita, invidio quella delle mie sorelle che fanno quello che hanno sempre desiderato. La maggiore dirige, con successo, una Biblioteca, la seconda insegna italiano, con soddisfazione, al Liceo. Io, invece, mi trovo impegnata in un lavoro tecnico che non mi piace. Laureata in Ingegneria a Zurigo, perché così ha voluto mia madre (il padre nella nostra famiglia non conta), non ho potuto seguire gli interessi umanistici che condividevo con le mie sorelle. E ora mi sento delusa e frustrata. Per giunta mi colpevolizzo per non essermi imposta, per aver accettato, senza protestare, di sostituire il figlio maschio, vanamente atteso. Ma, a questo punto, cosa posso fare per uscire da una parte che non sento mia perché altri me l’hanno attribuita quando non ne ero consapevole? / Agata

Cara Agata, prendendo coraggiosamente atto del tuo destino hai compiuto un’acquisizione di verità che ti esonera, se non altro, dall’assumere una maschera che inganna te stessa, oltre che gli altri. Ora che ti trovi dinanzi alla tua vita senza alibi e infingimenti, è giunto il momento di fare un bilancio del passato e un progetto per il futuro. La nostra cultura, da quando ha aderito all’individualismo americano, cerca di convincerci che ognuno è responsabile delle sue scelte e arbitro del suo destino. Ma non è mai del tutto così: nasciamo dentro un racconto che non abbiamo scritto noi e che proseguirà anche quando non ci saremo più. Come tu stessa testimoni, nel fare di te quello che sei, è stato determinante il desiderio di tua madre di avere

almeno una figlia che la ripagasse della mancanza di un maschio. Non so perché ma, da quanto mi risulta, questo compito di riparazione spetta soprattutto alla secondogenita. E, in questo caso, è toccato a te realizzare un progetto altrui, che hai cercato invano di condividere. Quando ti è stato prospettato non avevi ancora la capacità di opporti e, proprio per questo, non ti devi colpevolizzare. Tutti i bambini vogliono accontentare i propri genitori e desiderano sentirsi apprezzati perché seguono con accondiscendenza le loro indicazioni. Finché ci sentiamo in primo luogo figli, quella delega non ci pesa. Ma viene il momento in cui, uscendo dall’ovvietà, si guarda con distacco la propria vita. Subentra allora una scontentezza esistenziale che rischia di inquinare il

Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6900 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo@azione.ch

Mode e modi di Luciana Caglio Genitori a scuola: terzo incomodo? I docenti bocciano i genitori: a prima vista, questo titolo, comparso qualche settimana fa sul «Tages Anzeiger», fece scalpore, suscitando sorpresa e persino incredulità. Ma, effettivamente, come si leggeva poi, in un servizio a tutta pagina, le cose stanno così. Sulla scorta di inchieste e dati statistici, il quotidiano zurighese denunciava una situazione reale: la svolta, anzi il dietro front sulla via del rinnovamento, imboccata, negli ultimi decenni, da una scuola che si voleva aperta alla società. Si rifiutava, insomma, il modello di un guscio chiuso, autosuf-

ficiente gestito da rigidi professori, per adottare quello di un ambiente duttile e trasparente, in grado di coinvolgere altri partner: specialisti dei più svariati settori e, innanzi tutto, i genitori degli allievi. Tutto ciò in nome della partecipazione, un’eredità del ’68, simbolo di ideali e utopie non privi di una certa magia. Viene in mente Giorgio Gaber, quando cantava «Libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione». Bei versi per definire un obiettivo, però impraticabile, in sintonia con le illusioni del momento. Proprio le illusioni hanno avuto,

eccome, la loro parte anche nell’ambito scolastico, e appunto con la mobilitazione dei genitori chiamati a svolgere un ruolo, che doveva essere di sostegno, di stimolo, di collaborazione. Invece si è sfaldato strada facendo, rivelandosi non di rado inutile, fastidioso, ingombrante. Insomma, un terzo incomodo, nelle aule. «Dobbiamo confessare la nostra delusione» ha detto, senza mezzi termini, la presidente dell’associazione docenti di Zurigo, Lilo Lätzsch. Traspare, nelle dichiarazioni degli addetti ai lavori intervistati dal «Tagi», il disincanto nei confronti di un esperimento che li ha traditi. Sta di fatto che l’auspicata e decantata partecipazione, introdotta nel 2005 dal Canton Zurigo su basi giuridiche, non ha superato la prova della quotidianità per dimostrare la propria stessa ragion d’essere: uno strumento per capirsi meglio, per smussare gli angoli e risolvere problemi educativi, a volte delicati. Obiettivi non raggiunti, nel corso di un decennio, durante il quale, paradossalmente, si sono registrati effetti di segno opposto, addirittura controproducenti. Da

un lato, papà e mamme superzelanti, impiccioni, sempre pronti a intervenire schierandosi dalla parte del figlio e contro le presunte angherie di maestri e professori. Dall’altro, genitori indifferenti nei confronti delle vicende scolastiche, che esulano dalla loro sfera d’interessi e preoccupazioni, come nel caso delle famiglie d’immigrati di fresca data. Affrontando le cause del fallimento di questa forma partecipativa, ci si imbatte anche con fattori d’ordine sociale, economico, culturale. Nel caso di persone provenienti, per esempio dal Kosovo o dal Pakistan, il contatto con gli insegnanti e con il mondo della scuola si scontra con le difficoltà linguistiche e una comprensibile soggezione. E sarà questione di tempo per sciogliere quest’impaccio. La tanto discussa integrazione comincia da qui. Ben diverse le motivazioni degli atteggiamenti arroganti e invadenti di certi genitori, dei ceti benestanti, nei confronti degli insegnanti che sembrano ostacolare le aspettative di successo riposte nei loro rampolli. Ed

è, del resto, la precarietà dell’epoca a esasperare queste ambizioni genitoriali riposte in un figlio: che deve farcela assolutamente. Malgrado i brutti voti assegnati da un docente che diventa un capro espiatorio. Capita, persino, che un papà o una mamma, che la sa lunga, corregga la valutazione del professore. Da qui, la reazione severa degli insegnanti: «Chiediamo rispetto per il nostro lavoro». Come dire, ognuno faccia il proprio mestiere. E ai genitori spetterebbe, innanzi tutto, quello di educare correttamente i ragazzi, evitando concessioni persino assurde. Capita sempre più spesso, tanto da fare tendenza, che i genitori prolunghino le vacanze familiari al di là dei termini stabiliti dal calendario scolastico. In altre parole, si bigia per conto di papà. In proposito, la «Neue Zürcher Zeitung» commentava: «È un cedimento morale tipico della società del benessere, deplorevole». Va detto che questo sgarro accomuna ricchi e poveri: la famiglia che va in crociera, e quella che scende nel Meridione a trovare i nonni.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Ambiente e Benessere La fontana-bancarella Una passeggiata nel vecchio Crawford market di Bombay, oggi Mumbai

Turisti dell’anima Viaggio a Rishikesh, un agglomerato formato da templi, ashram, dharamsala e pellegrini che si purificano nelle acque del Gange

Famigros Ski Day Torna l’appuntamento invernale per le famiglie: il 28 febbraio sulle nevi di Bosco Gurin

Lutto nel branco Come comportarsi quando un animale perde un compagno di tutti i giorni

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Arne Hendricks

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Gli sciamani antichi e moderni Fra scienza e rito Chi sono? Da quale cultura provengono? Che cosa fanno? Roberta Nicolò Noi tutti siamo abituati a rivolgerci al medico quando ci sentiamo poco bene, un gesto che è entrato a far parte di una ritualità acquisita. Nelle culture occidentali e soprattutto nel mondo contemporaneo, sempre più indirizzato a una globalizzazione di usi e costumi, la figura del medico si lega a un ruolo istituzionalmente e culturalmente riconosciuto e determinato. A una medicina che ha basi scientifiche assicurate dalla biologia e dalla chimica. Ma è davvero sempre così? Anche il moderno Occidente ha un retaggio più antico e sicuramente più mistico. Un passato legato alla medicina popolare di cui ancora oggi possiamo trovare traccia. La tradizione vuole infatti che alcuni prodotti della terra, della natura, abbiano una funzione curativa e benefica. Chi di noi non ha mai bevuto una buona tazza di latte e miele per curare un mal di gola? O non ha sentito parlare delle spugnature di acqua e aceto per abbassare la febbre? Piccoli segni di una sapienza antica che resistono stoici all’avanzare della modernità e della supertecnologia. Ci sono però, nel mondo, moltissi-

me culture in cui la tradizione è ancora viva e forte e rappresenta, in alcuni casi, l’unica soluzione medica accettata. Gruppi etnici nei quali la figura del medico assume una funzione a metà strada tra misticismo e scienza. Lo sciamano, come l’uomo medicina, ha saputo attraversare indenne, o quasi, l’arrivo del nuovo millennio e ha addirittura subito una trasformazione capace di traghettarlo all’interno della cultura occidentale. A oggi sono ancora molte le popolazioni che si avvalgono dei servigi di uno sciamano inteso in senso tradizionale: se ne trovano tracce tra le culture indigene dalla Groenlandia al sud America, dall’Asia alle isole polinesiane, dall’Africa all’Australia. Uno sciamano è colui che detiene il sapere mistico, conosce la tradizione ed è designato a fare da tramite tra il mondo terreno e quello spirituale. Egli è una persona, uomo o donna, capace di padroneggiare la tecnica dell’estasi, che gli permette, secondo le credenze, di raggiungere il mondo degli spiriti, l’aldilà, dove poter ottenere dei benefici per la sua comunità. Lo sciamano è infatti in grado di viaggiare raggiungendo con delle tecniche particolari, che

variano a seconda del gruppo etnico, degli stati di trance. Molto spesso la trance è favorita dall’uso di bevande a base di erbe, da musiche e danze, ed è proprio durante questi stati catatonici che egli ha accesso a un sapere speciale. Entrato in contatto con il mondo degli spiriti, lo sciamano diventa un mediatore che può avere diversi compiti e funzioni: guidare l’anima di un defunto, propiziare un buon raccolto o una buona stagione di caccia e soprattutto curare gli ammalati. Gli strumenti utilizzati nei rituali variano da popolazione a popolazione, così come l’abbigliamento, i canti e i suoni che lo accompagnano, ma resta invariata la considerazione di cui gode lo sciamano in seno alla comunità. Un ruolo di prestigio, che lo pone ai vertici della scala sociale. Quella dello sciamano è una figura presente soprattutto nelle culture di raccoglitori e cacciatori, piccoli gruppi etnici con una struttura sociale semplice, in cui la ridistribuzione delle risorse è alla base dell’economia del gruppo, motivo per cui la buona riuscita di un individuo è propizia all’intera comunità. Ciò che accomuna gli sciamani attivi in varie parti del mondo è sicura-

mente il riconoscimento che ricevono in seno al proprio gruppo d’appartenenza. Un ruolo che è ben definito e che si trasmette per discendenza ereditaria, per chiamata o per designazione da parte del clan e può essere accompagnato con un rito di passaggio, finalizzato a rendere ufficiale l’assunzione del ruolo in seno alla comunità, ruolo che difficilmente il prescelto può rifiutarsi di assumere. Sono persone dal sapere antico che hanno anche la funzione fondamentale di tramandare la tradizione attraverso le storie, le rappresentazioni e i canti; una trasmissione orale che, anche con l’avvento della scrittura, non è mai stata redatta. Proprio il profondo legame con il mondo ultraterreno – e il legame che le popolazioni indigene hanno da sempre con la natura – fa dello sciamano una figura ricercata anche all’interno del mondo occidentale di oggi. Accanto, infatti, allo sciamanesimo tradizionale, si è sviluppata una corrente denominata neosciamanesimo, che vuole riproporre le linee di apprendimento sviluppate in seno alle popolazioni indigene all’interno della cultura urbana contemporanea. Una

risposta, forse, alla costante crescita di una società tecnologica e consumistica, che spinge a una sempre più diffusa apatia sociale. Nella modernità dell’Occidente rifioriscono così correnti che si rifanno alle pratiche sciamaniche e che propongono un benessere, soprattutto psicologico, con metodi naturali, medicina dolce e corsi per apprendere tecniche esotiche di terapia di gruppo. Alcuni di questi movimenti propongono il superamento del sé attraverso stati di trance, provocati dall’assunzione di particolari psicofarmaci. Tutte queste tecniche mancano però di una contestualizzazione culturale. In queste nuove visioni vengono inoltre meno due degli elementi fondamentali dello sciamanesimo tradizionale: la dimensione del viaggio verso il mondo degli spiriti atto a una mediazione per l’intero gruppo e il ruolo della trasmissione culturale. Elementi che fanno di uno sciamano la colonna portante delle società semplici, ma che difficilmente si sposano con le necessità e le convinzioni dell’uomo del Terzo Millennio, per il quale l’individualismo vince nella maggior parte dei casi sul concetto di comunità.


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Ambiente e Benessere

La fontana del papà di Kipling Passeggiata in India A Bombay, un monumento che mantiene

il suo fascino nonostante uno stato di conservazione pietoso

Oliver Scharpf, testo e foto

La Volkswagen si fa sempre più high-tech Motori Al salone internazionale «Consumer

Electronics» di Las Vegas anche molti produttori automobilistici Mario Alberto Cucchi L’International Consumer Electronics Show si tiene ogni anno nel mese di gennaio a Las Vegas in Nevada. Meglio conosciuto con il nome di CES è indubbiamente tra gli eventi più seguiti al mondo dagli appassionati di tecnologia. Da qualche anno a questa parte anche i produttori di automobili hanno deciso di partecipare con vetture che diventano sempre più high-tech.

BUDD-e è il prototipo di un microbus non solo ecologico ma anche iperconnesso con un’interfaccia uomomacchina di nuova generazione Quest’anno i riflettori del Las Vegas Convention Center erano puntati su BUDD-e, prototipo di microbus che vorrebbe raccogliere l’eredità del mitico pulmino Bulli diventato icona degli Hippie e delle band musicali tra gli anni Sessanta e Settanta. Tornando ai giorni nostri, BUDD-e è un minivan elettrico a trazione integrale con un’autonomia di 533 chilometri. Le batterie da 101 kWh che sono alloggiate in basso, sotto l’abitacolo, sono in grado di spingere il veicolo fino alla velocità massima di quasi 150 orari. Due i motori – uno per asse – erogano complessivamente 235 kW (oltre 300 cavalli) di cui 100 kW anteriormente e 125 kW posteriormente. Buoni i tempi di ricarica: bastano soli 30 minuti per ripristinare l’ottanta per cento dell’energia. Tempi che Volkswagen punta a dimezzare nei prossimi anni in modo da far diventare l’auto elettrica davvero concorrenziale. BUDD-e – lungo 4,6 metri, largo

1,94 e alto 1,83 – è il primo prototipo nato sul nuovo pianale per veicoli elettrici MEB su cui Volkswagen baserà tutta la produzione delle sue future auto a zero emissioni. «Il futuro è delle macchine che fanno tutti felici, e noi vogliamo essere parte di questa realtà» ha spiegato sul palco del CES il nuovo Presidente della Casa tedesca, Herbert Diess. La neonata Volkswagen, il cui nome BUDD-e suona un po’ come «buddy» che in America significa «amico», sembra pensata ad hoc per lasciarsi alle spalle il dieselgate di cui Diess si è scusato per l’ennesima volta annunciando che sta lavorando a una «nuova Volkswagen». Quindi ecco un’automobile che non solo è ecologica ma anche iperconnessa con un’interfaccia uomo-macchina di nuova generazione. Un’interconnessione in cui i comandi touch e gestuali che già utilizziamo con i nostri tablet vengono impiegati assieme a interruttori e tasti a scomparsa posti vicino a display che si fondono in pannelli di infotainment di grandi dimensioni e specchi analogici che si trasformano in schermi digitali. Ecco allora che aprendo la porta scorrevole laterale, proprio con un comando gestuale, si accede a un abitacolo che assomiglia al salotto di casa. I sedili del guidatore e del passeggero sono montati su un pianale in legno massello e sono girevoli verso il vano posteriore in modo da creare un vero e proprio salotto dotato di un monitor laterale da 34 pollici. Il comfort di bordo è ai massimi livelli grazie anche ai comandi vocali. Basta che un passeggero dica «BUDD-e ho caldo» che subito il sistema provvede ad abbassare la temperatura ma solo nella zona dell’abitacolo in cui si trova il passeggero che ha parlato. Secondo gli ingegneri di Volksburg soluzioni e prestazioni di questa concept dovrebbero arrivare sulle auto di serie non più tardi del 2019.

Al sud di Bombay, non lontano dalla Victoria station, si trova un vecchio mercato coperto in stile fiammingovittoriano. È il Crawford market: chiamato così in onore di Arthur Crawford (1835-1911), primo Municipal Commissioner della città, carica equivalente a una specie di sindaco. Dal 1869 questo mercato municipale disegnato dall’architetto inglese William Emerson (1843-1924) espone frutta, verdura, spezie e animali. Inquadrato da un dolly lo si vede bene di sfuggita in Salaam Bombay! (1988). Al suo interno ospita persino una scena di questo bel film duro e delicato; quando Chaipu, il protagonista dodicenne, è accovacciato dentro una gabbia per canarini e la pulisce. Ma è anche conosciuto per via della fontana del papà di Kipling: John Lockwood Kipling (1837-1911). Primo decano della storica Sir Jamsetjee Jeejebhoy School of Art di Bombay nato a Pickering, nello Yorkshire, nonché illustratore e curatore per anni del Lahore Museum.

In realtà quest’opera non svolge più la sua funzione di fontana, ma piuttosto quella di deposito e gazebo «È in un uno stato pietoso» ha detto ieri notte in taxi una giornalista. Al Crawford market di Bombay – ufficialmente ribattezzata Mumbai dal 1995, si sa, però suona talmente bene Bombay che continuo a chiamarla Bombay – arrivo in tuk tuk verso le undici. Tra l’altro anche questo mercato che ha una singolare torre con orologio, dal 1947, anno dell’indipendenza, dovrebbe avere un nuovo nome: Mahatma Jyotirao Phule (1827-1890), un attivista, pensatore, e riformatore sociale del Maharashtra. Come c’è scritto sulle arcate, incorniciate dalle impalcature che sorreggono un balcone pericolante. Ma tutti lo chiamano ancora Crawford e così è indicato sulle cartine topografiche. Giornata sopra i trenta gradi, caldo-umido. Inscritto in una lunetta scandita da un cordolo a righe, un bassorilievo anche di Kipling. Niente di che, una scena rurale forse un po’ troppo classicista. Tanti camion che hanno viaggiato tutta la notte dal Kerala sono posteggiati qui davanti. Entrando, ecco sospeso sopra la testa l’arancio delle ghirlande di Tagetes erecta che qui in India si vedono ovunque; non per niente si chiama anche rosa d’India. Ganesh, un occhio che guarda da una parte l’altro dall’altra, si offre di farmi da guida ufficiale, lavora qui da trentacinque anni e mi mostra una specie di distintivo d’ottone. Ma mica è come scalare una vetta himalayana, trovare la fontana del papà del famoso autore del Libro della giungla (1894), Capitani coraggiosi (1897), Kim (1901). Il cui insolito nome di battesimo deriva da un villaggio dello Staffordshire dove il papà di Kipling conosce la mamma di Kipling: Rudyard. Piramidi di pitaya, conosciuto anche come frutto del drago, guava, melograni, meravigliosi manghi alphonso. Si cammina agili per essere in un mercato della città più popolosa dell’India con i suoi quasi quattordici milioni di abitanti e quella con la più alta densità di popolazione al mondo. È un buon orario questo, mi han detto.

Si dice sia scolpita in una pietra che viene dalle Ebridi, in Scozia.

I venditori leggono i giornali e montagne di papaye sono avvolte nella carta da giornale. Ananas interi tagliati con cura, scanalati con solchi leggermente obliqui. Ancora ananas, qui solo ammucchiati ed eccola, colorata e zoomorfa. Non c’è più acqua, ma è animata, gente seduta intorno e lì davanti. È molto alta, una vasca grande e poi una più piccola sopra e poi ancora un pinnacolo-colonna in alto. La pietra pare provenga dall’isola di Lewis, nell’arcipelago scozzese delle Ebridi, eppure certe parti sembrano di coccio, sarà il colorito rosa; l’altro colore dominante è il turchese. La testa di un coccodrillo spunta dritta tipo le gargulle delle cattedrali gotiche. Altre teste di animali nella stessa posizione ma si fa fatica a indentificarli, forse una è una vacca. Sdraiata è raffigurata la divinità fluviale Ganga. Colonne con fregi floreali sostengono la vasca principale dove sono accatastate un sacco di cassette di plastica per la frutta; altre ai lati,

assieme a sacchi di juta. Accanto, un mucchio di cocomeri. Ecco le altre due divinità fluviali, Sarasvati e Yamuna. Ho letto che sono spesso accompagnate da uccelli acquatici; così, aggirandomi intorno alla fontana in disuso, mentre uno sfaccendato si stupisce del mio interesse, decifro un gabbiano naïf e un curioso martin pescatore con una lisca di pesce in bocca. Un sacchetto di plastica nero è appeso alla testa di un animale fantastico, forse il mitico makara. In realtà non è più fontana, ma deposito e gazebo. Non certo un capolavoro questo del papà di Kipling, non è neanche male però, anzi. E che sia nel bel mezzo del mercato, vicino alla zona uccelli, ne accresce un po’ il fascino. Qualcuno potrà dire peccato, la lasciano andare in rovina, come la giornalista ieri. Ma è proprio questo disinteresse la cosa più interessante, una favolosa incuria che la rende partecipe del mercato sempre in mutamento e anch’esso bello decadente. E pensare che questo posto è stato il primo di Bombay dotato di elettricità. Vado a dare un’occhiata a cacatua, canarini, quaglie, serpenti, ratti bianchi, gatti angora, labrador. Fino a qualche anno fa qui al Crawford spacciavano anche uccelli in via di estinzione e si trovavano specie proibite come la tartaruga stellata indiana. Una retata del 2013 ne ha confiscate cinquantuno. Ben presto mi dirigo a fare scorta di cardamomo, curcuma, zafferano del Kashmir, e un miscuglio di spezie chiamato super tea masala: una punta di cucchiaino da mettere dentro il chai. Torno alla fontana del papà di Rudyard Kipling, mi siedo a fianco di un signore con i baffi e camicia bianca a maniche corte, stravaccato su un sacco di juta. E mangio con calma un mango alphonso.


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Ambiente e Benessere

Happy Rishikesh Viaggiatori d’Occidente Le molte contraddizioni della capitale mondiale dello yoga Marco Moretti, testo e foto Più di duemila persone, per lo più vestite di bianco, in grande maggioranza occidentali, s’assiepano in silenzio nella hall di un ashram (ndr: luogo di meditazione) per il satsang di Mooji, l’udienza in cui il più noto guru che frequenta Rishikesh, nell’alta valle del Gange, dispensa pillole di saggezza per «superare l’infelicità gettandosi nel fuoco della scoperta di sé stessi». Retorica della filosofia indiana? No, perché nonostante il look da santone indù, Mooji è un giamaicano cresciuto a Londra, che vive coi suoi seguaci in Portogallo. Gli altri guru che propongono satsang di crescita personale sono francesi, belgi, spagnoli, brasiliani e… milanesi. E i loro adepti provengono da tutto l’Occidente, oltre che da Russia, Corea e Giappone. A Rishikesh la schiera di «turisti dell’anima» provenienti da tutto il mondo si mescola ai milioni di pellegrini indiani in cerca di purificazione tra le acque del sacro Gange. I fedeli indù si concentrano a Swargashram, un agglomerato formato da templi, ashram e dharamsala (ricoveri per ospitare i pellegrini). Non ci sono auto, le vacche vagano libere tra le strade e i ghat, le gradinate che scendono al fiume. Botteghe vendono libri religiosi, oggetti per il culto e souvenir. Nenie e campanelle suonate nei santuari sono la colonna sonora. Le scimmie si arrampicano sui cavi metallici del ponte

che collega le due rive, mentre dal centro del viadotto i pellegrini gettano palline di riso soffiato ai pesci. Durante il giorno uomini e donne si bagnano nel dio Gange, pronunciando a mani giunte «Salve Madre Ganga». Per gli indiani, il fiume è la madre suprema che accoglie tutti gli uomini che aspirano a purificazione e redenzione. Basta una goccia della sua acqua per cancellare i peccati d’una vita. I pellegrini si bagnano la fronte e bevono sorsate, poi ripetono il gesto fotografandosi l’un l’altro coi cellulari, tra spiritualità e tecnologia. Al tramonto bramini, fedeli e turisti si trovano sul ghat davanti al Parmath Niketan, il più noto e ricco ashram locale, per partecipare all’aarti, il rituale di devozione al Gange: tra fumi d’incenso, suoni di campane, canti e recite di mantra, gli indù depongono ceri accesi e fiori in ciotole fabbricate con foglie e le affidano alle acque sacre. Lo stesso luogo ospita ogni anno, nella prima settimana di marzo, l’International Yoga Festival (www.internationalyogafestival.com): è presentato da una leziosa lady californiana, la numero due del Parmath Niketan. Per l’occasione Rishikesh, capitale mondiale dello yoga, è invasa da migliaia di belle signore – soprattutto americane – che tra un esercizio e l’altro si cambiano d’abito tre volte al giorno. La mistica Rishikesh è diventata un fulcro della New Age e nei giorni del festival i prezzi degli alberghi raddop-

piano, tanto che viene soprannominata Rishi-cash. Le istituzioni di riferimento per i molti occidentali che vengono qui a studiare cultura e filosofia indù sono la Divine Life Society, fondata nel 1936 da Swami Shivananda, e la Yoga Vedanta Forest Academy, la sua derivazione per lo yoga; ma si tengono anche corsi di meditazione, ayurveda, erboristeria e musica tradizionale. A lanciare Rishikesh nel 1968 furono i Beatles che, alla ricerca di pace interiore e maestri spirituali, trascorsero alcune settimane nell’ashram di meditazione trascendentale di Maharishi Mahesh Yogi, morto nel 2008. Il suo immenso ashram è ora in rovina: il premier indiano Modi – che ha proclamato il 21 giugno giornata mondiale dello yoga, elevando quest’antica disciplina a simbolo dell’identità nazionale – ha annunciato un progetto di restauro per trasformarlo in uno Yogi College. Oggi i visitatori occidentali alloggiano per lo più a Laxman-Jhoola, un villaggio, un chilometro a monte di Swargashram, articolato sulle due sponde del fiume collegate da un secondo ponte di ferro sospeso. A Laxman-Jhoola due moderni templi a grattacielo dominano una selva di ristoranti, botteghe e guesthouse (tutte con sale per praticare yoga e ospitare satsang). Le più diverse motivazioni portano qui gli adepti dello yoga: il saluto al sole è spesso abbinato a meditazione e ricerca interiore. Ma c’è anche chi come Jurgen, bidello tedesco di Hannover con cui ho diviso un paio

di pranzi, passa qui un mese l’anno «perché lo yoga è uno dei più completi esercizi fisici». A monte di Laxman-Jhoola il fiume è circondato da boschi, sentieri conducono a spettacolari cascate, grandi spiagge di sabbia argentata si aprono sulle due sponde. Turisti indiani scendono tra i gorghi con gommoni da rafting, sugli arenili ci sono bionde ragazze nordiche in bikini e occidentali nella posizione del loto. Accanto a loro i sadhu, eremiti che hanno rinunciato ai beni mondani facendo voto di castità e povertà. Hanno barba e capelli incolti, sono vegetariani, possiedono solo la ciotola in cui mangiano e la tunica arancione che indossano. Vivono in capanne tra alberi popolati di dispettosi macachi. Passano il tempo medi-

tando, pregando e facendo abluzioni. Trascorrono qui l’inverno, poi in aprile iniziano la marcia che li porta a Gangotri (3140 metri) e da lì alle sorgenti del Gange a 5000 metri. Suresh, con cui mi fermo a parlare, mi racconta il mito del fiume: «Uscì dall’alluce di Vishnu e fu portato sulla Terra dalle preghiere del santo Bhagìratha, ma il Gange, folle d’ira per aver lasciato il cielo dove meditava felice, avrebbe inondato la Terra se Shiva non avesse imprigionato le sue acque tra la crocchia di capelli che porta sul capo, per poi lasciarle fluire tra le sue chiome fino a questa valle». Poi Suresh fissa la mia macchina fotografica e mi chiede «Quanto costa?». A Rishikesh anche i sadhu sono interessati allo shopping…


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Ambiente e Benessere

Le tabernae romane Il vino nella storia L’antica capitale che beve – Terza parte Davide Comoli Con il passare del tempo, gli usuali vini del Lazio vennero via via lasciati alla plebe, mentre i ricchi erano sempre alla ricerca di vini «esotici», tra i quali vi erano pure quelli della Gallia e della Germania. Molto apprezzati erano i pregustatores specializzati nell’arte di gustare i vini e darne un giudizio durante i banchetti. Sommelier ante litteram erano riuniti in corporazioni ed erano molto contesi dai nobili. Nulla ormai restava dell’antica sobrietà romana.

Considerata come massimo luogo di ristoro nell’antica Roma, la taberna disponeva di un bancone Per coprire le esigenze di un così vasto mercato, battelli carichi di anfore e di botti provenienti dalle isole dell’Egeo, da Cipro, dalle Baleari e dall’Asia minore, si affollavano nel porto di Ostia; mentre i vini provenienti dalla Gallia e dal Reno sostavano a Civitavecchia, facendo arrivare su questi lidi ben ottanta vini differenti, di cui due terzi erano italici. Sbarcati dalle navi onerarie, nelle cui stive le anfore erano sistemate su letti di sabbia, i vini venivano poi caricati su dei barconi a fondo piatto, che risalivano il Tevere, talvolta trainati da

buoi o cavalli, che li conducevano nei depositi del Portus vinarius, dove le anfore venivano conservate nell’hornea vinaria situata ai piedi dell’Aventino. In tale fervore d’attività le anfore venivano riconosciute dalle etichette (pittacium). Poco distante, ai piedi dell’odierno monte Testaccio (da testa, piccolo coccio), formatosi durante i secoli per innalzamento dovuto ai cocci delle anfore che si rompevano nelle operazioni di scarico, c’era il Forum vinarium, centro di contrattazioni tra mercanti e acquirenti (mercatones, vinarii, divisi a loro volta in gruppi di grossisti), come i negotiatores vinarii ad urbe, i negotiatores vini super nantes (cioè settentrionali) e i negotiatores vini in fernandes (cioè meridionali). Plinio ci elenca ben 195 vini diversi con le loro gradazioni di colore albus (bianco), fulvus (giallo oro), sanguineus (rosso rubino), niger o ater (nero), purpureus (violaceo), medium (grigio) e l’helveolum (rosato). Anche se i Romani attribuivano grande importanza alla vita familiare e intima, al culto dell’amicizia e ai ricevimenti nell’ambito della loro casa, parimenti gradivano mescolarsi alla folla nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di spettacolo, cogliendo così l’occasione per dissetarsi con la loro bevanda prediletta, il vino. L’immensa quantità di vino che confluiva a Roma, veniva venduta in una miriade di posti, dal più umile e malfamato al più elitario. Al minuto, il vino veniva spacciato nelle mensae vinarie che lo distribu-

Thermopolium di Ostia Antica, Roma. (Patrick Denker)

ivano a tutti i possessori di una specie di tessera rilasciata a tutti i poveri della città che avevano diritto ai congiaria (congio = misura di vino) di cui facevano parte anche olio, pane, legumi secchi, lardo e altro ancora. Il vino però non era solo regalato, ma anche venduto per strada da veri e propri venditori ambulanti (lixae) che piazzavano le loro bancarelle (tabernacula) ricolme di otri o anfore e cibarie varie in punti strategici. Se però si voleva mangiare cibi più elaborati era d’obbligo fermarsi in una taberna. Considerata come massimo luogo di ristoro nell’antica Roma,

la taberna disponeva di un bancone per lo più aperto sulla strada, dotato come si deduce dalla taberna Asellinae a Pompei, di cinque o sei giare incastrate nel bancone stesso, all’interno erano situate una o più sale. In fondo era situata la cucina, con annesse le latrinae. I proprietari o gestori di tali luoghi, appartenevano a una classe sociale di infimo rango, spesso liberti o gente caduta in povertà. La buona società romana evitava di frequentare questi luoghi, sebbene di nascosto le tabernae erano i luoghi prediletti per divertirsi con i propri compagni di dissolutezza.

Nonostante ciò che di negativo venisse detto dalla Roma bene nei confronti delle tabernae, esse erano frequentate dalle persone altolocate alla ricerca di sensazioni forti e di un po’ di «dolce vita». Le tabernae non erano gli unici posti dove si vendesse vino, questo si vendeva anche nelle popinae, specie quelle della Suburra, il quartiere più malfamato della Roma antica, o ancora in infime cantine chiamate ganea, vere e proprie luride bettole. Appena fuori dalla città si trovavano le cauponae situate sulle vie di comunicazioni, osterie di campagna, e le canabae, bettole dove ubriacarsi era una regola. Discorso a parte necessitano gli opsonatores veri e propri ristoranti e i thermopolia dove si poteva gustare il vino al banco mangiucchiando pasticcini salati o mielati, come ricorda Marziale nei suoi Epigrammi. Le unità di misura nelle quali veniva servito il vino erano quasi sempre le seguenti: il calix o pocula (misura indeterminata), il trientus (3 tazze), il quartarius (0,130 L), il deunces (11 tazze, 0,500 L), il congius (72 tazze, 3,220 L) era la porzione fissa per l’erogazione gratuita con la tessera. In sostanza i nostri antenati avevano una scelta molto variegata, allettante ed esaustiva, era però necessario disporre di un po’ di denaro per lenire nel luogo adatto le fatiche e le frustrazioni di ogni giorno, annegandole in un sextarius (0,540 L) ricordando che il vero bevitore doveva essere capace di vuotare due sextarii in un sol colpo! Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

M Famigros Ski Day 2016 Sport e famiglia In Ticino, domenica 28 febbraio sulle nevi di Bosco Gurin

In occasione dei «Famigros Ski Day», i membri di un nucleo famigliare possono cimentarsi in una simpatica gara su un percorso adatto a tutti i livelli di sciatori e snowboarder. Il cronometro

Calendario appuntamenti 2016 Gennaio

3 9 16 17 24 31

Les Crosets Klewenalp Les Diablerets Schönried Zermatt Wengen/ Grindelwald

Febbraio

6 14 21 28

Hoch-Ybrig Davos Airolo Lenk

Marzo

6 Wildhaus 13 Savognin 19 Nendaz

Aprile

1-3 Finale a St-Moritz

si fermerà quando l’ultimo concorrente di ogni famiglia avrà tagliato il traguardo. Ogni bambino riceve immediatamente all’arrivo una medaglia ricordo. Come per il Grand Prix Migros, anche per questa manifestazione, al villaggio degli sponsor non mancheranno i momenti di sano divertimento presso gli stand Famigros, Swiss-Ski, Rivella e SportXX Migros. Per una giornata indimenticabile sulla neve, il costo dell’iscrizione è di soli 110 franchi per un pacchetto famiglia comprendente: 2 carte giornaliere per adulti e max. 3 per bambini, 5 buoni pasto caldo + 1 bottiglia di Rivella e regalo sorpresa. I membri del programma Cumulus Famigros e/o di Swiss-Ski, beneficeranno di una riduzione di 25 franchi e quindi per loro l’iscrizione costerà solo 85 franchi, niente male vero? A differenza del Grand Prix Migros, ai «Famigros Ski Day» ci si potrà iscrivere a più tappe (ma già da subito) e scoprire così la bellezza di rinomate stazioni invernali. Ulteriori informazioni e la possibilità di iscriversi su: www.famigrosski-day.ch .

Un’immagine della scorsa edizione del «Famigros Ski Day», l’8 marzo 2015. (Mario Curti)

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Finalmente una soluzione (immediata) per alleviare i dolori al ginocchio? fettua in media 10.000 passi al giorno, quindi le ginocchia subiscono quotidianamente 10.000 onde d’urto, paragonabili a piccoli colpi di martello. Con l’avanzare dell’età, è quindi frequente che la cartilagine si usuri, con conseguente dolore nella parte più delicata della gamba: il ginocchio. Contrariamente agli ammortizzatori di un’automobile, non è così semplice cambiare un’articolazione. Per porvi rimedio, esiste una soluzione semplice, pratica e confortevole: la fascia per ginocchio KPS (Knee Patella Support). L’uso della fascia permette di ammortizzare gli urti (dando così sollievo alla cartilagine) ed inoltre sostiene e rinforza il ginocchio. Tutto ciò SENZA L’USO DI FARMACI e SENZA EFFETTI SECONDARI indesiderabili. Dal primo istante in cui la indosserete, avvertirete una netta differenza.

Un’azione immediata La ginocchiera KPS è una sorta di cinturino da posizionare sotto la rotula, che riduce la pressione che su di essa viene esercitata. Assorbe gli urti subiti ad ogni passo e mantiene il ginocchio in posizione perfettamente stabile. La fascia si adatta a tutte le forme Il dolore, causato da una caduta, da una fe- grazie al suo sistema di fissaggio con velcro. rita o semplicemente dall’usura dell’articola- È possibile regolare la tensione di fissaggio zione, vi impedisce di godere appieno della a seconda del tipo di sforzo che dovete sovita, limitando la stenere (ad esempio, vostra mobilità. fare sport), preveSin dal risveglio nendo così l’oscillail disturbo si fa zione dell’articolaziosentire con vigone. Al contrario di re e compromette altri dispositivi che le vostre attività: presentano un effetto è una tortura lasimile a quello di un varsi, allacciarsi le “laccio emostatico”, e scarpe, fare giarpossano causare un dinaggio e salire o gonfiore molto spiascendere le scale, cevole, la ginocchiementre fare sport La ginocchiera KPS assorbe le onde d’urto, sostiene il gi- ra KPS dà sollievo è diventato im- nocchio, allevia il dolore e permette di riacquistare una all’articolazione senpossibile. Questi completa mobilità za bloccare il flusso disturbi invalisanguigno e senza danti possono anche portare alcune persone ostacolare la mobilità. a isolarsi dalla vita sociale e a ritirarsi in se Facile da usare per una massima effistesse. Lei è una persona che, come milioni di altre, soffre di dolore, rigidità o di quella sensazione di fragilità alle ginocchia che le impedisce di fare quello che vorrebbe?

cacia

Perché questi dolori? Nella maggior parte dei casi, il dolore è dovuto a un deterioramento della cartilagine, che svolge la funzione di cuscinetto ammortizzatore tra tibia e femore. Una persona ef-

La ginocchiera KPS si applica in pochi secondi, senza l’aiuto di un’altra persona, è ultra-leggera e non è visibile sotto i pantaloni. Non scivola, non irrita la pelle e si può indossare tutto il giorno dimenticandosene

completamente. Grazie ad essa, vi sentirete talmente sicuri che non potrete più farne a meno. È adatta per uomini e donne di tutte le età, ma anche per gli atleti, che sottopongono le ginocchia a forti sollecitazioni. Grazie a questa fascia, potrete camminare di nuovo senza dolore e ricominciare a praticare le vostre attività preferite.

I vantaggi della ginocchiera KPS ✓ Assorbe gli urti nel ginocchio ✓ Allevia il dolore e la rigidità ✓ Sostiene e stabilizza il ginocchio ✓ Regolabile, confortevole e resistente ✓ Leggera e facile da indossare ✓ Di facile manutenzione e lavabile ✓ Nessun effetto collaterale indesiderato

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Notizie scientifiche Medicina e dintorni Marialuigia Bagni Il raffreddore dura di più agli insonni Ricercatori svizzeri hanno misurato il sonno di duecento adulti, in buona salute, per dieci giorni, prima di inocular loro il rinovirus responsabile del raffreddore. Risultato: chi ha dormito meno di cinque ore per notte ha sviluppato un raffreddore del 30% peggiore di quanti ne hanno dormito sette. Vaccinarsi e, hop, a letto Per aumentare l’efficacia di un vaccino, dormite: lo affermano, sulla rivista «Cell», ricercatori tedeschi dell’Università di Tubingen. Il sonno migliora il sistema immunitario nella stessa maniera in cui migliora la memorizzazione. Tutto si gioca nelle 24 ore successive alla vaccinazione: anche dormire 6/7 ore può essere sufficiente, se non ci si sveglia affaticati. Leggere allunga la vita, soprattutto agli uomini Uno studio pubblicato sul «Journal of Gerontology» dimostra come chi legge tutti i giorni vive più a lungo di chi non lo fa. I lettori mettono in gioco risorse interpretative per dedurre stati d’animo e ragionamenti altrui, sollecitando funzioni sofisticate. Ma perché solo gli uomini? Lo studio non lo spiega. È vero che il petrolio fa bene alla pelle? Secondo un’antica tradizione dell’Azerbaigian, a Naftalan, una stazione termale propone bagni nel naftalene (un liquido simile al petrolio che però non contiene né naftalina né benzina) per curare diverse malattie come reumatismi, psoriasi, artrite. Per farlo assorbire dalla pelle bastano 10 minuti di immersione. Le fratture da stress sono frequenti anche nei non sportivi Fra le cause sono stati verificati microtraumi ripetuti, osteoporosi e, nei giovanissimi, eccesso di allenamento, scarpe errate, dieta scorretta. Per favorire la cicatrizzazione ossea è usata, in genere, la magnetoterapia, ma se la frattura è favorita da squilibri ormonali o dietetici occorre prima correggerli.


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Ambiente e Benessere

Un amico che se ne va Mondoanimale Il lutto di un cane che perde il proprio compagno di vita è diverso dal nostro e va gestito con tatto

Maria Grazia Buletti Undici anni di Pastore tedesco, il cane per antonomasia nel collettivo immaginario (o perlomeno nella mente di chi scrive), e una sera ecco che succede: lui, il migliore amico, lo sguardo più fedele, quello che se fai una stupidata non ti giudica ma è possibile che si diverta e provi a imitarti, lui quella sera se ne va.

I cani non possono mentire sulle emozioni. Nessuno ha mai visto un cane triste che fingesse di essere felice Per sempre. È capitato qualche tempo fa a chi vi scrive, ma capita tutti i giorni anche a molti altri. In questo caso però il defunto quattro zampe ha vissuto tutta la vita con un altro cane, un Jack Russel terrier di due anni più vecchio e di assoluta supremazia nella dinamica di branco. In barba alla differenza di mole e di ogni umana idea preconcetta, il piccoletto era il capo, il Pastore tedesco il suo fedele e umile amico. I guaiti strazianti del Jack Russel nel momento in cui il suo amico si spegneva serenamente hanno fugato ogni dubbio, se mai ve ne fosse stato bisogno, sul fatto che un cane possa avvertire la perdita di un compagno a quattro zampe. Il suo dolore assume però una forma diversa dalla nostra: mentre negli esseri umani l’elaborazione del lutto è caratterizzata da cinque riconoscibili fasi (rifiuto, rabbia, contrattazione o patteggiamento, depressione e, infine, accettazione), il tumulto emotivo di un cane in lutto è dovuto a un cambiamento nella sua routine quotidiana e alla perdita di sicurezza legata al cambiamento della struttura del suo branco. «I cani non mentono su ciò che

provano, perché non possono mentire sulle emozioni. Nessuno ha mai visto un cane triste che fingesse di essere felice», afferma lo psicanalista e scrittore statunitense Jeffrey Masson nel suo libro I cani non mentono sull’amore (Cairo edizioni). Questo saggio non parla di etologia, comportamento o cura dei cani, ma delle loro emozioni che vanno a costituire un mondo tanto complesso e difficile quanto quello delle emozioni umane. Unitamente ad altri autorevoli fonti, come ad esempio Canine Behavior: a guide for Veterinarians (di Bonnie Beaver, edizioni WB Saunders), Masson ci ha così permesso di approfondire e trovare soluzioni per provare ad alleviare in modo adeguato ed efficace il dolore di un cane che perde il consimile con cui ha condiviso parte della sua vita. Per prima cosa, bisogna considerare la possibilità di lasciare che l’animale superstite veda il corpo di quello che è morto. L’opinione ricorrente è che vedere il corpo del suo compagno possa aiutarlo a farsene una ragione e ad accettarne la morte, perché la comprensione di ciò che accade gli permette di affrontare meglio la perdita. Nessuno ha però saputo produrre prove scientifiche a sostegno di questo metodo e gli etologi consigliano di comportarsi come si ritiene sia meglio per le persone e per il cane superstite. In buona sostanza, è difficile determinare le ragioni per cui alcuni cani reagiscono meglio di altri e stabilire se la vista del corpo abbia a che fare con questo. Tuttavia è improbabile che ciò possa fargli male. Comun denominatore degli esperti è la convinzione secondo la quale spesso dolore o depressione manifestati da un cane dopo la morte di un altro derivi da un cambiamento evidente nella gerarchia di branco. Ciò potrebbe spiegare la perdita di sicurezza o della quotidianità che andrebbe per questo mantenuta, per aiutarlo ad

La sofferenza di un cane in lutto è dovuta a un cambiamento nella sua quotidianità. (Animal dog pet sad)

adattarsi meglio alla nuova situazione. Masson ci insegna che l’istinto di sopravvivenza dei cani in natura implica che non si prendano periodi di pausa per affliggersi, ma trovano la forza di andare avanti seguendo schemi conosciuti caratterizzati dalle loro consolidate abitudini. Mantenere la nostra normale routine permette di ridurre la sensazione di stress nel cane. I consigli sono: dargli da mangiare come di consueto, portarlo a passeggio e frequentare i luoghi dove normalmente ci si è sempre recati. Questo atteggiamento permette di rassicurare l’animale sul fatto che la vita continua e lo aiuta a fronteggiare la situazione. Non bisogna inoltre farsi prendere dal proprio lutto e dalla compassione che, come esseri umani, proviamo per la sofferenza del

cane superstite: volerlo consolare dopo un lutto fa parte della natura umana, ma dobbiamo fare attenzione a non fargli prendere abitudini sbagliate. Se, ad esempio, esso smette di mangiare, il metodo che più lo può aiutare è quello di togliere la ciotola dopo dieci minuti, consapevoli che al prossimo pasto avrà più appetito. Imboccarlo o pregarlo di mangiare ed elogiarlo per questo, per lui significherebbe ricevere apprezzamenti per il fatto che mangia dalla nostra mano. E non è ciò che si cerca di fare. Comportandoci normalmente con cibo e orari accresciamo invece il suo senso di routine e di sicurezza. Certo, occupare il suo tempo con qualche passeggiata in più o con alcuni giochi che lo tengano impegnato è pure cosa buona, perché due cani che vivono

insieme interagiscono continuamente fra loro. Quando uno dei due se ne va, l’altro potrebbe sentirsi poco stimolato, triste o annoiato. Riempire il vuoto che si è creato attraverso stimoli mentali e uscite lo distoglierà dal suo dolore e rafforzerà il suo legame con l’essere umano. E siccome la pet therapy è oramai certo abbia effetti benefici sull’essere umano, tutto questo potrebbe alleviare anche il nostro dolore per la perdita dell’altro cane: nostro migliore amico a cui destineremo certo qualche pensiero, se non proprio le parole che Lord Byron ha dedicato al suo amato terranova Boatswain: «Qui sono sepolti i resti di uno che possedeva Bellezza senza Vanità, Forza senza Insolenza, Coraggio senza Ferocia, e tutte le Virtù dell’uomo senza i suoi Vizi».

Giochi Cruciverba Il Fornaio rosso, costruisce il suo nido sulla cima dei pali. Con che cosa? Che caratteristiche ha? Trova le risposte leggendo a cruciverba ultimato le lettere nelle caselle evidenziate. (Frase: 2, 5, 1, 2, 5, 6)

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ORIZZONTALI 1. Sigla di Prodotto Interno Lordo 3. Famosa vittima della mafia 9. Le iniziali dell’attrice Valle 10. Angusti passi montani 11. Il cantante Rosalino Cellamare 12. È il più vasto deserto del mondo 14. Ha un taglio in testa 15. Io per Cicerone 16. Vive con le sorelle 17. Colore giallo-rossiccio 18. Gareggia nel palio 19. Creatrici di moda 21. Superficie circoscritta 22. Le iniziali del conduttore Giletti 23. Avverbio di negazione 24. Un sovrano d’altri tempi 25. Malvagio, crudele VERTICALI 1. La sera è preferibile leggero 2. Sigla di un’imposta 3. Si fa col trapano 4. Nel calcio c’è quella tornante 5. Articolo 6. Costellazione equatoriale 7. Nostra a Parigi 8. Protagonista di un’opera di Virgilio 10. Damerino 13. Suo in inglese 14. Priva di contento 16. Denunciano un furto 18. Inconsueto 19. Privi di disturbi 20. Aspro, acido 22. Avverbio di tempo 24. Ai lati della zip

Sudoku Livello medio Scopo del gioco

Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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Soluzione della settimana No. 01

L’INDOVINELLO – «Sono un graduato, la gente mi agita! Ma poi mi prende sotto braccio!» Di chi stiamo parlando?: DEL TERMOMETRO. D I S O R D I N E

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B O L E E N E R R E M I E M E C P I A C L A T T A R R A T O A S I E D S T O R T O

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REPORTAGE PUBBLICITARIO

Studio nazionale sull’udito. La vostra opinione è importante! La salute è un bene prezioso ed è fondamentale per sentirsi bene. È per questo che Amplifon si impegna a combattere qualsiasi forma di indebolimento dell’udito e di perdita di comprensione lanciando così lo studio nazionale sull’udito. Partecipate anche voi e scoprite una qualità di vita del tutto nuova. Spesso è difficile accettare i cambiamenti, soprattutto quando riguardano il nostro corpo. Ciò vale soprattutto per l’udito. L’8% della popolazione sospetta di soffrire di un difetto uditivo, ma solo il 3,3% porta un apparecchio acustico. Molti preferiscono ignorare il problema e pensano «Quello che voglio ancora sentire, riesco a sentirlo». Ma solo un test dell’udito professionale permette di valutare la capacità uditiva. Studi dimostrano che la prestazione uditiva comincia lentamente a diminuire a partire dai 20 anni. È per questo che è consigliabile effettuare per tempo un test dell’udito. L’utilizzo al momento opportuno di apparecchi acustici può rallentare la progressione della perdita di udito ed impedire che il cervello finisca per disabituarsi ai suoni. Riacquistare e recuperare la capacità uditiva diventa poi sempre più difficile.

apparecchio acustico. Nel corso dello studio i partecipanti si sottopongono a un test dell’udito gratuito e hanno l’opportunità di provare i modelli più recenti gratuitamente e senza alcun impegno per quattro settimane. Così possono scoprire in prima persona come un buon udito si ripercuote positivamente sulla qualità di vita e le interessanti possibilità che offrono le moderne tecnologie. Infatti, gli ultimi apparecchi non solo sono praticamente invisibili pur garantendo performance nettamente superiori, ma possono anche essere connessi a smartphone e tablet. Conoscere e capire i bisogni dei clienti. Con lo studio nazionale sull’udito, Amplifon e i suoi partner ReSound, Phonak e Widex desiderano capire come soddisfare ancora meglio le esigenze specifiche dei clienti e come ottimizzare le prestazioni di consulenza, dal test uditivo all’adattamento professionale degli apparecchi acustici. Lo studio scientifico vuole inoltre dimostrare come un apparecchio acustico possa contribuire al benessere quotidiano. È solo accrescendo continuamente le competenze che Amplifon può offrire ai propri clienti soluzioni acustiche sempre ottimali. A tutti i partecipanti viene dunque chiesto di descrivere la loro esperienza al termine delle quattro settimane e di compilare un questionario che sarà oggetto di una valutazione scientifica condotta in forma anonima. Le conoscenze <wm>10CAsNsjY0MDQx0TW2NLQwMQUAWvtWEQ8AAAA=</wm>

Godersi la vita con tutti i sensi. Amplifon invita tutta la Svizzera a partecipare allo studio nazionale sull’udito e a effettuare un test uditivo. Perché dopo oltre 65 anni di esperienza nel settore degli apparecchi acustici sappiamo che chi ci sente bene è maggiormente coinvolto negli avvenimenti quotidiani e gode di una migliore stima di sé. Studi dimostrano che le persone che hanno un buon udito sono meno soggette a soffrire di depressione, si sentono in generale più sicure di sé e dormono meglio. Con lo studio nazionale sull’udito, Amplifon non si rivolge solo a portatori di apparecchi acustici esperti, ma anche alle persone che sospettano di soffrire di un indebolimento dell’udito, le quali, tuttavia, non hanno ancora mai fatto uso di un

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Partecipate e ricevete CHF 50.– in contanti.* acquisite permetteranno ad Amplifon di ottimizzare le sue prestazioni di consulenza di cui può beneficiare tutta la Svizzera. Desiderate partecipare allo studio nazionale sull’udito? Allora iscrivetevi subito: • presso uno degli oltre 80 centri specializzati Amplifon; • su www.studio-udito-nazionale.ch; • chiamando il numero gratuito 0800 800 881; • compilando il tagliando sottostante. Le iscrizioni sono aperte fino al 31.03.2016. Per la vostra partecipazione riceverete CHF 50.–* in contanti a titolo di ringraziamento.

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Politica e Economia Focolai di instabilità Crisi del petrolio e crisi cinese sono due storie che si intrecciano e si alimentano a vicenda dando luogo a scenari economici globali preoccupanti

Colonia, dopo le violenze Continuano le proteste e le denunce a causa dell’aggressione sessista contro le donne avvenuta in piazza, nella notte di Capodanno

Cifre rosse per la BNS 23 miliardi di perdite per la Banca Nazionale nel 2015 a causa dell’Euro debole

Per un mondo migliore Intervista a Michael Gerber, capo delegazione della Svizzera nei negoziati su Agenda 2030

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Scomodamente «Charlie» Francia Il 6 gennaio è uscito un numero

speciale del settimanale satirico, in occasione del primo anniversario degli attentati contro la redazione. Polemiche fra cattolici e musulmani per la copertina

Alfredo Venturi Il primo anniversario della strage «Charlie Hebdo» lo ha celebrato a modo suo, con una copertina irriverente o blasfema, a seconda dei punti di vista, che stavolta ha provocato una protesta interconfessionale. Sotto un titolo a effetto («Un anno dopo l’assassino corre ancora») vi è raffigurato un vecchio che fugge, veste insanguinata e kalashnikov a tracolla, ma quell’uomo ha le sembianze inconfondibili di Dio. Non è l’Allah dei musulmani, che a norma di Corano non è rappresentabile, è la divinità della tradizione iconografica cristiana. Ma pur sempre di Dio si tratta, dunque si spiega la reazione del massimo rappresentante dei musulmani francesi: questa immagine, dichiara, «ferisce i credenti di tutte le religioni». La conferenza dei vescovi si chiede in uno scarno comunicato se proprio di simili polemiche la Francia abbia bisogno, in un momento come questo. Più articolata la reazione dell’«Osservatore romano». Il giornale vaticano parla di «fede manipolata», precisa che «usare Dio per giustificare l’odio è un’autentica bestemmia». Naturalmente l’intenzione dei vignettisti non era quella di bestemmiare né di giustificare l’odio attraverso la divinità, volevano piuttosto segnalare che la linea del giornale non è stata deviata dalla pressione terroristica, dal sacrificio dei colleghi assassinati. La strage di un anno fa e tutte le altre sono attribuite non a Dio, ma a chi nel nome di Dio le compie. Non c’è forse l’invocazione della divinità (Allahu Akhbar!) nel grido che precede le esecuzioni, i massacri, le auto-immolazioni dei terroristi suicidi? Definiti «libertini neoconformisti» dal quotidiano italiano «Il Foglio» che incarna la visione degli «atei devoti», gli autori di quella copertina agiscono sulla base di un principio lineare: se rinunciassimo a esercitare il diritto di satira senza alcun limite, nemmeno quello del tabù religioso, i terroristi canterebbero vittoria. Di qui la provocazione, perché di questo si

tratta, della vignetta sfrontatamente celebrativa: siamo sempre al nostro posto, le nostre matite graffiano ma lo fanno per difendere spazi di libertà. Parigi ha fissato il ricordo delle giornate comprese fra il 7 e l’11 gennaio 2015, fra l’irruzione dei fratelli Saïd e Chérif Kouachi nella redazione di «Charlie Hebdo» e il corteo di due milioni di persone che sfilando lungo i boulevards precedute dai rappresentanti di decine di Stati difesero le ragioni della civiltà aggredita. La più affollata manifestazione che la storia ricordi, nella metropoli che pure della vicenda storica è sempre stata protagonista. Si ricordano i dieci morti nella sede del settimanale, i poliziotti assassinati dai terroristi in fuga, le quattro vittime dell’assalto al supermercato ebraico Hyper Cacher alla Porte de Vincennes, le azioni delle forze speciali che portarono all’uccisione dei due Kouachi e di Amedy Coulibaly. Sovrasta il ricordo della prima strage l’apocalittica memoria della seconda, quella che il 13 novembre ha provocato la morte di 138 persone. La ricorrenza induce a riprendere il filo delle analisi: per capire e per reagire. Che cosa esattamente ci minaccia, come possiamo difenderci? Non mancano le polemiche: la vedova di una delle vittime accusa lo Stato di mancata protezione, dopo che già nel 2011 «Charlie Hebdo» era stato attaccato a suon di molotov. Ci si chiede che cosa le due stragi abbiano in comune. Il fanatismo jihadista certo, il disprezzo per il laicismo e i valori civili, la volontà omicida. Ma è diversa la fonte delle responsabilità. Coulibaly e i fratelli Kouachi agivano per conto di al-Qaeda, più esattamente Ansar al-Sharia, il ramo yemenita della galassia ruotante attorno al movimento che fu di Osama binLaden. Puntualmente Ansar al-Sharia, nota anche come al-Qaeda della penisola arabica, rivendicò la paternità dei due assalti: al giornale che aveva osato pubblicare le caricature del Profeta e al negozio degli infedeli ebraici. La carneficina del 13 novembre è invece opera

La statua della Marianne invasa da fiori nella Place de la République a Parigi per ricordare «Charlie». (AFP)

dello Stato islamico, l’organizzazione che dopo avere imposto il suo califfato fra Iraq e Siria tende ad allargarne l’azione negli altri Paesi dell’area e ha dichiarato guerra alla «eresia» sciita, ai musulmani che rifiutano la violenza, a Israele, all’Occidente, alla cristianità. La successione dei due massacri illustra un processo evolutivo del terrorismo islamico, un passaggio delle consegne dalla nebulosa senza Stato che ebbe la sua consacrazione con gli attacchi all’America nel 2001, alla nuova realtà territoriale che intende stabilire, sotto l’egida del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, le

basi di una creatura politica e religiosa non soltanto panaraba e panislamica, ma votata anche alla conquista delle «terre infedeli». Ci sono poi i lupi solitari, come quello che ha celebrato l’anniversario muovendo all’assalto di un commissariato parigino e cadendo crivellato di colpi. Di fronte a tutto questo le opzioni di risposta oscillano fra due poli. Da una parte si tende a restringere i diritti per consentire azioni di polizia più incisive, è il caso del Patriot Act americano e delle misure d’urgenza adottate dal governo francese. Dall’altra si

sostiene che la sola risposta efficace al terrorismo è la difesa, anzi l’estensione delle libertà. Fra queste due visioni, una vasta gamma di sfumature dalle quali dipende la sopravvivenza del nostro mondo, del nostro stile di vita. Che pure è in qualche modo mutato dopo la distruzione delle torri di New York, e dunque lo era già da tempo quel tragico mattino di un anno fa quando Corinne Rey, la vignettista che si firma Coco, fu costretta dai due Kouachi, con i mitra puntati alla schiena, a comporre il codice numerico che apriva la porta di «Charlie Hebdo».


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Politica e Economia

Terzo capitolo di una lunga crisi Crollo del petrolio e crack cinese Due grandi focolai di instabilità per l’economi globale si intrecciano

alimentandosi a vicenda

Federico Rampini Crisi del petrolio, crisi della Cina: le due storie s’intrecciano e s’intersecano, si alimentano a vicenda. E danno luogo ad uno scenario preoccupante: la possibilità che stia per aprirsi la «terza parte» di una crisi unica, quella Grande Contrazione che ebbe inizio nel 2008 a Wall Street. Sul mercato energetico si assiste ormai ad una rotta catastrofica. Il petrolio ha sfondato al ribasso un’altra soglia simbolica, scendendo la scorsa settimana sotto i 30 dollari al barile, per la prima volta dal 2003. In sé un minor costo dell’energia è una buona notizia, almeno per quella parte del mondo che la consuma e non la produce. Ma la velocità e la violenza di questo tracollo fanno temere che sia il preludio di altri contagi e possibilmente di una crisi finanziaria. Il prezzo del barile di greggio ha perso quasi un quinto dall’inizio di quest’anno. E ha perso oltre il 70% dal suo massimo raggiunto nel giugno 2014 quando si scambiava a quota 108 dollari. Risuona l’allarme lanciato da una rapporto della Royal Bank of Scotland che consiglia ai suoi clienti di «vendere tutto, ad eccezione dei bond di alta qualità». Di qui nasce il timore che l’attuale turbolenza sia il «terzo capitolo» della stessa storia: dopo il crack della finanza americana nel 2008, poi la crisi dell’Eurozona a partire dal 2011, ora la tempesta si abbatte su chi ne era rimasto relativamente immune e cioè la Cina e le altre economie emergenti. Le ragioni del crollo del petrolio sono molteplici. Dietro c’è un mix di offerta eccessiva e domanda depressa. Dal lato della domanda domina la sindrome cinese. Quando rallenta (nessuno sa esattamente di quanto) la crescita della maggiore potenza manifatturiera del pianeta, il consumo aggregato di energia si contrae di conseguenza. È una spirale deflazionistica che partendo dalla Cina contagia tutti gli emergenti. Dal lato dell’offerta il petrolio subisce shock geopolitici e tecnologici. La tensione tra Iran e Arabia Saudita accentua la paralisi dell’Opec. Il cartello petrolifero – sempre meno potente – non riesce a decidere dei tagli di produzione che potrebbero calmare un po’ la caduta dei prezzi. Un’intesa in seno all’Opec, già difficilissima nei mesi scorsi, diventa praticamente impossibile dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra Ryiad e Teheran. La rivoluzione tecnologica è quella che ha ingigantito l’estrazione di petrolio e gas negli Stati Uniti, alterando tutte le dinamiche e le gerarchie del mercato energetico mondiale. Stranamente, malgrado il crollo del prezzo, anche gli americani continuano ad estrarne quantità quasi invariate: l’ultimo dato è una produzione di 9,3 milioni di barili negli Usa a ottobre, contro 9,7 milioni ad aprile. Ma il business energetico soffre anche negli Usa, e la Borsa teme una serie di default in quel

settore industriale. C’è poi una specie di simbiosi perversa che lega l’andamento del dollaro a quello del petrolio: è una correlazione inversa in virtù della quale il rafforzamento del dollaro e la caduta del petrolio sembrano alimentarsi a vicenda. Lo spettro dei default non riguarda soltanto certi produttori privati di petrolio, in America e altrove. Si estende a molte aziende private non-petrolifere delle nazioni emergenti: questi soggetti s’indebitarono in dollari negli anni del boom, ora devono ripagare quei debiti in una situazione in cui le loro monete nazionali hanno perso molto valore. Il Brasile sprofonda in una delle più gravi recessioni degli ultimi decenni. Il Sudafrica è un altro gigante malato. Un tempo la sigla Brics (iniziali di Brasile Russia India Cina Sudafrica) era l’emblema di un club di vincitori della globalizzazione, ora è un segnale lampeggiante di allarme e di pericolo per gli investitori. La Cina è l’altro focolaio d’instabilità. Bisogna guardare alla sua valuta, più che alla sua Borsa. Nelle prime settimane dell’anno si era temuto che la svalutazione della moneta cinese fosse la «cinghia di trasmissione» per un contagio. Se la Cina svaluta, altri paesi emergenti sono costretti a imitarla per non perdere competitività. Ma le svalutazioni aumentano il peso dei debiti in dollari, e questo squilibrio è il classico meccanismo dei default. Negli ultimi giorni la Cina ha messo un rallentatore alla svalutazione. Il mondo intero osserva le mosse di Pechino, sperando che sappia governare un rallentamento della crescita senza avvitarsi in una crisi finanziaria. Lo sbandamento del governo cinese di fronte al crack, spaventa tanto quanto i problemi dell’economia reale che gli fanno da sfondo. Lo spettacolo offerto dalle autorità di Pechino non è stato rassicurante, nei giorni più neri del crollo di Borsa. Di fronte alla fuga dei capitali dal mercato azionario di Shanghai, il governo ha reagito in modo incerto, contraddittorio e perfino scomposto. La figuraccia non si addice alla seconda potenza economica mondiale. Rivela una «transizione incompiuta». La leadership comunista, per quanto abbia formazione tecnocratica e moderna (talvolta nelle università americane), nel momento della paura torna ai vecchi riflessi pavloviani: s’illude che il «genio» (benefico o malefico) dei mercati sia una creatura docile, e gli ordina di «tornare nella bottiglia». Uno spettacolo simile si era visto ad agosto. Si è ripetuto all’inizio di gennaio quando in 48 ore il governo cinese ha fatto di tutto e il contrario di tutto. Ha usato mezzi amministrativi, editti dall’alto, per contrastare il crollo imponendo alle banche pubbliche di comprar titoli. Ha lanciato minacciosi proclami contro gli speculatori al ribasso. Ha usato generosamente i

Anche la seconda settimana dell’anno è stata difficile per le borse cinesi. (AFP)

«circuit-breaker», parola presa in preso dagli impianti elettrici: «spezza-circuito» è il termine inglese, in italiano sono i dispositivi salvavita che impediscono di morire fulminati. In Borsa sono meccanismi di interruzione automatica degli scambi, qualora le oscillazioni di prezzo eccedano una certa soglia. I «circuit-breaker» esistono in molte Borse occidentali inclusa Wall Street. Ma le autorità cinesi ne hanno fatto un uso davvero abbondante. Fino a decidere la chiusura totale della Borsa, quando scendeva troppo. Per poi riaprirla con un dietrofront. Il tira-e-molla non ha rassicurato nessuno. A questo si è sovrapposto l’effetto della svalutazione. Le autorità cinesi, a cominciare dalla banca centrale, hanno spiegato a più riprese di voler trasformare il renminbi in una moneta pienamente convertibile, il che comporta lo smantellamento delle restrizioni sui movimenti di capitali. Decisione benvenuta al Fondo monetario internazionale, che infatti a novembre ha premiato la Cina inserendo il renminbi nelle sue valute ufficiali insieme a dollaro, euro, yen e sterlina. Ma questo ha generato negli investitori la previsione – o il sospetto – che il presidente Xi Jinping voglia anche aiutare l’industria esportatrice con un renminbi debole. I leader cinesi hanno mostrato competenza ed efficacia in altri campi dello sviluppo economico ma la finanza globale è un mondo ancora in parte nuovo per loro. Inoltre questa classe di-

rigente ha conosciuto 30 anni di boom, ora deve fare i conti con la prima vera crisi da quando la Cina è un colosso mondiale. Ebbe solo due episodi di «quasi-crisi»: l’epidemia Sars del 2003 quando l’economia cinese temette l’isolamento (durò pochi mesi); poi la Grande Contrazione americana del 2008-2009 che ebbe pesanti contraccolpi sull’export cinese. In quell’epoca che oggi sembra lontana, la Cina poteva risollevarsi con gli strumenti classici del dirigismo, del capitalismo di Stato, delle grandi manovre di spesa pubblica. Di fronte all’attuale rallentamento, Xi Jinping non vuole ripercorrere una strada che ha gravato il sistema economico di troppi debiti, opere pubbliche inutili, cattedrali nel deserto, inefficienze e corruzione. Deve reagire a questa crisi con terapie nuove. Non è rassicurante che il suo «addestramento» avvenga in volo, nel mezzo di turbolenze serie. C’è poi il problema del consenso, che anche un regime autoritario deve porsi. Centinaia di milioni di cinesi hanno investito i loro risparmi in Borsa. Xi sta facendo uno sbaglio psicologico ed uno politico. Con i suoi interventi per fermare il crollo delle azioni crea aspettative che non potrà soddisfare, quindi diffonde ulteriore insicurezza tra i risparmiatori. L’errore politico è quello di legare la propria immagine all’indice di Borsa. Questa Cina sta imboccando una transizione delicata, verso un orizzonte che si potrebbe riassumere così: crescere meno

ma crescere meglio. Prima di arrivarci, però, può incappare in tempeste violente. E tutti quanti dobbiamo allacciare le cinture di sicurezza. Questo conduce infine al tema della Federal Reserve. La banca centrale americana ha pubblicato le «minute» cioè i testi del dibattito interno che preparò la decisione di metà dicembre: il rialzo dello 0,25% dei suoi tassi direttivi, la prima inversione di tendenza in 9 anni. Ebbene, da quei documenti traspare che la Fed decise il modestissimo rincaro del costo del denaro «per un pelo». Dietro l’unanimità della decisione finale ci fu un vivace dibattito interno. Alcuni membri del comitato di politica monetaria ritengono che l’inflazione sia tuttora troppo bassa. È un tema fin troppo familiare agli europei visto che nel Vecchio Continente domina la deflazione. Ma pure l’economia più solida del mondo, quella americana che entra nel suo settimo anno di crescita consecutiva, ha tuttora un’inflazione ben inferiore all’obiettivo della Fed che è il 2%. Un’inflazione troppo bassa significa soprattutto che i salari crescono poco: questo fa mancare uno dei presupposti fondamentali per la fiducia dei consumatori e delle imprese. Le «minute» della Fed hanno quindi aggravato il quadro di ieri: con quel che accade in Cina, con la latitanza della ripresa europea, con i ribassi delle materie prime e le crisi dei paesi che le producono, l’autorità monetaria americana deve abbondare in cautela. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Politica e Economia

Un attacco sessista

Le starlette di Kim

Germania Le molestie subite a Colonia dalle donne mettono in luce

Corea del Nord La band musicale

il punto di frattura tra culture, nel difficile rapporto dei tedeschi con gli immigrati

Moranbong è una delle armi di propaganda politica del regime

Marzio Rigonalli

Giulia Pompili

La Germania è tuttora alle prese con lo shock provocato dalle gravissime aggressioni subite da centinaia di donne, la notte di Capodanno, nel centro di Colonia soprattutto, ma anche in altre città tedesche come Stoccarda, Monaco, Amburgo e Berlino. Aggressioni che sono state compiute soprattutto da uomini originari dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. Tra di loro anche profughi arrivati in Germania nel 2015. L’inchiesta è in corso. Dalle informazioni diffuse fin ora, però, si sa che sono state inoltrate più di 600 denunce e che almeno venti persone sono sotto inchiesta. La violenza inaudita, perpetrata da gruppi di uomini, che sembravano agire secondo un disegno prestabilito, ha provocato alcune rabbiose reazioni da parte dell’estrema destra tedesca e, soprattutto, ha suscitato un intenso dibattito che ha travalicato le frontiere nazionali tedesche. Un dibattito, dapprima centrato sull’inefficacia della polizia e sui suoi silenzi nei primi quattro giorni dell’anno, ma che in seguito si è rapidamente focalizzato sulle cause di questi orrori. Gli spunti non sono mancati e sono stati diversi. Il sessismo, diffuso un po’ ovunque, per gli uni, l’immigrazione incontrollata, soprattutto in Germania, per gli altri; il numero troppo elevato di immigrati in Europa, per gli uni, l’odio che gli islamici nutrono nei confronti degli occidentali, per gli altri; l’incapacità dello stato di far rispettare le leggi e le regole concordate e valide per tutti, per gli uni, l’assenza di una integrazione riuscita degli stranieri, per gli altri.

Sono le regine della musica nordcoreana, il volto di quella che viene definita la «diplomazia della musica». Le Moranbong sono un gruppo musicale tutto al femminile, composto da cantanti e musiciste di alto livello, le più famose di tutta la Corea del nord. A metà dicembre sono state protagoniste di un episodio indicativo su come stanno andando le relazioni tra Pyongyang e Pechino. Secondo alcuni analisti di affari nordcoreani, sarebbe stato infatti un piccolo incidente a provocare la decisione di Kim Jong-un di autorizzare il test nucleare della bomba all’idrogeno rivendicato il 6 gennaio scorso dal regime di Pyongyang. Da mesi le Moranbong stavano preparando una serie di tre concerti a Pechino. La prima volta di un tour all’estero. Una «visita amichevole», programmata dallo stesso Kim Jongun, per «aiutare la profonda amicizia e incrementare gli scambi culturali tra i due Paesi», ha scritto la Kcna, l’agenzia di stampa nordcoreana, annunciando gli eventi. La cronaca, però, è ben diversa. Il 10 dicembre scorso le Moranbong arrivano a Pechino in treno direttamente da Pyongyang. La loro presenza scatena i fotografi, che vengono lasciati indisturbati intorno alla band, composta da una ventina di performer. Le Moranbong sorridono, ammiccano alle telecamere, sembrano essere a loro agio e non molto diverse dalla miriade di gruppi tutti al femminile sudcoreani – le macchine da soldi di quello che è ormai un vero e proprio genere dell’industria musicale, il K-pop. L’unico particolare che le distingue riguarda l’abbigliamento: le Moranbong indossano la divisa militare nordcoreana, nella sua versione invernale e femminile. Hanno tutte i capelli corti, e quando salutano lo fanno spesso portando la mano destra alla fronte: sono soldatesse. La leader del gruppo è Hyon Songwol, una trentatreenne dall’aria algida e impassibile, che nel 2013 fu protagonista di una storia emblematica sulla disinformatia coreana. Il quotidiano sudcoreano conservatore «Chosun Ilbo» aveva scritto che Hyon Song-wol, all’epoca cantante del gruppo musicale Pochonbo Electronic Ensemble, era stata condannata a morte insieme con altri 11 membri della band. Motivo? Gelosia: era l’amante di Kim Jong-un. In realtà, un anno dopo Hyon Song-wol riapparve alla televisione nordcoreana, e con ruoli sempre più di livello. Per esempio quello di gestire le Moranbong a Pechino nella loro prima trasferta. Mandare qualcuno all’estero – e quindi esporlo a una possibile diserzione – è un rischio per i funzionari del regime, che devono nutrire profonda fiducia in chi varca i confini (più spesso accade che i familiari vengano presi in ostaggio fino al suo rientro). Durante la trasferta a Pechino,

Gli avvenimenti costringono Angela Merkel ad annunciare nuove misure di controllo: la politica di accoglienza viene rimessa in discussione Tutte queste cause rappresentano piccole e grandi luci che aiutano a capire il fenomeno. A loro bisogna, forse, aggiungerne un’altra, rappresentata dallo scontro di due diverse culture. I fatti avvenuti a Colonia ed in altre città tedesche non toccano tanto la religione, ma riguardano la cultura, in particolare l’immagine della donna nelle società occidentali e nelle società musulmane. In Occidente, dopo lunghe e dure battaglie, la donna è riuscita a conquistare un ampio spazio di libertà, nonché la parità di diritti con l’uomo, anche se in alcuni settori, soprattutto economici, questa parità non è stata ancora raggiunta completamente. Nel mondo musulmano, invece, la donna è ancora lungi dal godere gli stessi diritti dell’uomo e dal poter scegliere autonomamente il percorso di vita che intende fare. Nella maggior parte dei casi è subordinata all’uomo e deve rispettarne la volontà. È una situazione umiliante che non può e non deve trovare spazio nella cultura occidentale. Bisogna, quindi, tenere lontano questa immagine della donna ed imporre a tutti gli immigrati di altre civiltà il rispetto delle regole che caratterizzano la nostra cultura e la nostra società. I fatti di Colonia si sono ripercossi subito sull’opinione pubblica e sulla scena politica tedesche. Le loro conseguenze non sono ancora tutte percettibili e si manifesteranno completamente nelle prossime settimane. L’opinione pubblica è stata colpita in due sue cer-

Fino a oggi più di 600 le violenze denunciate, e la protesta continua. (Keystone)

tezze. Innanzitutto, nella fiducia che i tedeschi ripongono nello Stato, chiamato a proteggere i cittadini. Gli orrori della notte di San Silvestro hanno mostrato una polizia debole, impreparata, e quindi incapace di fronteggiare una situazione nuova. Le donne aggredite non si trovavano in posti nascosti o di difficile accesso, bensì sulle piazze del centro di una delle più importanti città della Germania. In secondo luogo, è stato dato un duro colpo alla fiducia che i cittadini hanno nelle loro autorità riguardo alla gestione del flusso migratorio. Sono ormai molti i tedeschi che si chiedono se i rifugiati accolti non sono troppi, se si riuscirà ad integrarli e se lo stato è ancora in grado di gestire l’arrivo di altri rifugiati. Insomma, la cosiddetta «Willkommenskultur» ne ha risentito e vien messa a dura prova. Angela Merkel ha reagito con parole di condanna e con l’annuncio di alcune nuove misure. Fortemente criticata soprattutto dall’estrema destra e da un alleato di governo, la CSU bavarese, per le sue scelte sull’immigrazione, la cancelliera ha voluto manifestare la sua determinazione a far fronte alla situazione e ad evitare il ripetersi in futuro di fatti analoghi, ed ha annunciato l’inasprimento della legge sull’asilo. L’immigrato che, in futuro, verrà condannato, anche se con il beneficio della condizionale, perderà il diritto all’asilo e verrà espulso. La legge attuale prevede una condanna di almeno tre anni. Inoltre, ha dichiarato di voler rendere più difficile per gli stranieri l’accesso alle prestazioni sociali del generoso welfare tedesco, nonché di discutere possibili nuove misure di controllo degli immigrati con gli alleati di governo. I provvedimenti annunciati, però, rispondono soltanto in parte ai timori sorti tra la popolazione ed alle richieste dei suoi oppositori sulla politica d’immigrazione. Non rappresentano, almeno per ora, una svolta della Germania nella gestione di questo fenomeno. La cancelliera, per esempio, non prende in considerazione la richiesta del presidente della CSU, Horst Seehofer, che vuole un tetto massimo di 200 mila nuovi immigrati all’anno. Nel frattempo, il dibattito sui rifugiati si è fatto più intenso e più duro, tra gli alleati del governo tedesco e con le forze politiche che sono all’opposizione. Le prossime settimane ci diranno se altre misure, più significative, verranno prese. Nonostante il forte impatto dei fatti di Colonia, il consenso popolare di cui gode la cancelliera non sembra diminuire. Secondo gli ultimi sondag-

gi, la CDU rimane saldamente il primo partito e l’estrema destra, l’AfD (Alternative für Deutschland), non sembra trarre vantaggi consistenti. I prossimi mesi forniranno nuove indicazioni. Entro settembre ci saranno ben cinque elezioni regionali (Palatinato, Baden Württemberg, Sassonia Anhalt, Mecklenburg, Berlino), equivalenti ad altrettante verifiche del sostegno popolare che Angela Merkel sarà riuscita a conservare. Nella gestione dei rifugiati, la cancelliera è abbandonata a se stessa e non può contare sull’aiuto dell’Unione europea. L’UE è incapace di proporre e di varare una soluzione europea a questo problema. Non c’è un diritto d’asilo europeo ed ogni Stato membro agisce autonomamente, cercando di difendere i propri interessi. Sei paesi (Svezia, Norvegia, Danimarca, Francia, Germania ed Austria) hanno ripristinato i controlli alle loro frontiere, sospendendo così l’accordo di Schengen e la libera circolazione delle persone. I 28 paesi membri hanno deciso di rafforzare le frontiere esterne dell’UE, ma i risultati concreti non si sono ancora visti. Alcuni paesi, come la Slovacchia, l’Ungheria o la Polonia non vogliono accogliere neanche un numero limitato di rifugiati. Nel 2015 è stato concluso un accordo per ricollocare nei paesi dell’Unione 160 mila rifugiati presenti in Italia ed in Grecia, ma l’intesa non vien rispettata. Finora soltanto poco più di 200 rifugiati sono stati ricollocati. Per ridurre il flusso dei migranti, alla fine di novembre, è stata raggiunta un’intesa con la Turchia, secondo la quale le autorità di Ankara s’impegnano a frenare l’esodo dei migranti verso l’Europa e per questo ottengono un aiuto di 3 miliardi di euro. Finora, però, il flusso non è diminuito. Siamo di fronte, dunque, ad una lunga serie di insuccessi, che avvengono in un contesto non certamente favorevole all’UE. Basta menzionare i problemi che pone la Gran Bretagna, con la sua celata volontà di proseguire da sola, o la nascita, sul fronte orientale, di un asse euroscettico, patriottico e anti-rifugiati, formato dall’Ungheria di Viktor Orban e dalla Polonia di Jaroslav Kaczinsky. Nel 2015 la Germania ha accolto più di un milione di rifugiati, pari all’80 per cento di tutti i migranti giunti in Europa. E gli arrivi continuano. Non potendo contare su una soluzione europea, Angela Merkel dovrà risolvere il problema da sola. I tedeschi e la storia la giudicheranno sulle scelte che farà e sui risultati che otterrà.

le Moranbong passano molto tempo nell’ambasciata nordcoreana. Trascorre una prima notte, il venerdì hanno alcuni incontri ufficiali e finalmente arriva il sabato (12 dicembre), il giorno del concerto «esclusivamente su invito» al National Center for the Performing Arts vicino piazza Tienanmen. Qualche ora prima del concerto, però, le Moranbong salgono su un pullman, arrivano all’aeroporto di Pechino e si imbarcano su un volo Kyoro Airlines per Pyongyang. Nessuna spiegazione ufficiale. Un’agenzia di stampa cinese parla di «problemi di comunicazione». L’intelligence sudcoreana parla di almeno un centinaio di cittadini cinesi interrogati dai servizi segreti nordcoreani a Pyongyang. Alta tensione. È possibile che a provocare l’improvvisa cancellazione sia stata l’assenza di funzionari cinesi di alto livello al concerto delle Moranbong – secondo alcune fonti, l’ordine di non ufficializzare l’evento con la presenza di membri del Partito del governo cinese sarebbe arrivato direttamente da Pechino, a causa di alcuni testi delle canzoni delle Moranbong che celebrano il regime di Pyongyang e incitano all’odio contro l’America. Secondo alcune indiscrezioni della stampa asiatica, però, ci sarebbe dell’altro. Il giorno dell’arrivo delle Moranbong a Pechino, infatti, Kim Jong-un ha annunciato al mondo che la Corea del Nord sarebbe in possesso della bomba all’idrogeno, un ordigno almeno mille volte più potente della Bomba atomica. La dichiarazione del leader nordcoreano avrebbe aumentato l’imbarazzo del presidente cinese Xi Jinping, che tenta di accreditarsi tra le potenze occidentali come stabilizzatore geopolitico dell’area asiatica e per questo tollera con difficoltà l’atteggiamento ostile di Kim Jong-un. Il test nordcoreano della bomba, avvenuto il 6 gennaio scorso e ancora difficilmente verificabile, sarebbe stato una risposta all’atteggiamento freddo – per non dire ostile – della Cina. Per capire l’importanza strategica delle Moranbong c’è un altro episodio. È stato infatti al primo concerto della band a Pyongyang che Kim Jong-un, nel 2012, è apparso per la prima volta al fianco di una donna – quella che poi l’agenzia di stampa nordcoreana avrebbe rivelato essere Ri Sol-ju, sua moglie. In quel concerto, le Moranbong cantano My Way di Sinatra, suonano la colonna sonora del film Rocky e si travestono da Topolino. Commentando l’episodio, il giornale online sudcoreano «Daily NK», che ha da sempre una linea dura contro il governo di Pyongyang, scrisse che i concerti musicali come quello erano la più lampante dimostrazione di come il regime tenti di mistificare la realtà, mostrando al mondo eventi patinati pieni di riferimenti alla cultura occidentale per mascherare il dramma di una popolazione alla fame e senza libertà.

Un volto patinato e normalizzato per il mondo: ma sono militari. (Youtube)


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Politica e Economia

«Costo» e «prezzo», gemelli diversi

23 miliardi di perdite nel 2015

Dibattito Se i due termini vengono utilizzati in modo

subite a causa del calo di valore di euro e dollaro, la BNS può quest’anno distribuire un miliardo a Confederazione e Cantoni

Banca Nazionale Nonostante le perdite

interscambiabile, si svia l’attenzione dalle rispettive implicazioni – con ripercussioni per il singolo come per la società

Ignazio Bonoli

Edoardo Beretta Una delle domande, che si impara sin dai primi anni di vita, è certamente «quanto costa?». Se un prodotto «costa» poco, cioè si ritiene che il suo prezzo sia modesto, ecco trovato (a tutte le età) un buon argomento per giustificarne l’acquisto. Al contrario, da formule fisse come il «costo della sanità» trapela piuttosto un’accezione di «peso» o «incidenza» sul bilancio collettivo. Aspetti linguistici a parte da demandarsi agli addetti ai lavori, fra «costo» e «prezzo» sussistono differenze ben ulteriori rispetto a quelle terminologiche, essendo il primo – a titolo esemplificativo, ma non esaustivo – il costo di produzione di una merce, mentre il secondo il prezzo effettivo di vendita. A sua volta, quest’ultimo ritorna ad essere per ciascun soggetto acquirente il «costo», cioè la «spesa» sostenuta per divenire il proprietario di qualcosa. A rigor di logica, quindi, «quanto costa?» nell’accezione comune dovrebbe piuttosto essere «quanto mi costa?» o, meglio ancora, «che prezzo ha?». Per avvedersi che non si tratti di illusionismo economico-linguistico è sufficiente ricordare il dibattito sull’eticità di guadagni eccessivi per rendersi conto come fra «costo» e «prezzo» (= costo + profitto) sussista una differenza ben fondamentale. Chi può forse dichiarare di non essersi mai pentito di avere pagato un prezzo percepito come inadeguato – sottinteso: rispetto al costo presunto del prodotto stesso? Una volta abbracciato tale approccio ecco, quindi, che macroargomenti quali il «costo della sanità» divengono dapprima la «spesa sanitaria» e, in ultima istanza, il «prezzo della sanità»: tale percezione trova conferma, ad esempio, da un rapido sguardo a talune fatture medico-sanitarie, in cui alcune cifre emesse paiono davvero «prezzate» – questo è il termine più proprio – eccessivamente rispetto alla sensazione individuale di effettivo costo. L’argomento può essere, a questo punto, trattato in due modi – uno tradizionale, l’altro anticonformista: da un lato, si può genericamente puntare il dito contro margini di profitto spesso eccessivi dalle inevitabili ripercussioni sul livello dei prezzi. Sebbene, infatti, sia comune sostenere che la quota di profitto in Paesi evoluti come la Germania si attesti intorno al 30%1,

Spese pubbliche a confronto

Spesa sanitaria totale (% del PIL) Spesa pubblica totale per l’educazione (% del PIL) Spesa per ricerca e sviluppo (% del PIL) Spesa pubblica totale (% del PIL)

Germania2 2001 2011

Svizzera 2001 2011

10,50 11,25

10,28 11,05

(n. calc.) 4,81

(n.c.)

4,99

2,47 2,89

(n.c.) (n.c.)

30,32 28,64

(n.c.) 16,49

la sensazione che la forbice fra «costi» e «prezzi» sia in continuo ampliamento rimane: poco significativa risulta, quindi, l’eventuale analisi comparata della composizione della spesa (pubblica) senza considerare come questa sia inficiata ab origine dalla mancata distinzione fra «costi» e «prezzi». Dall’altro lato, con un approccio innovativo di pensiero si può prendere consapevolezza in modo anticonvenzionale del fatto che l’incidenza di molte voci di spesa individuali (ma, naturalmente, anche pubbliche) sia «gonfiata» dal margine di guadagno dei troppi attori coinvolti. Come dire: il problema c’è, ma è risolvibile. Si ipotizzi, quindi, uno scenario, in cui il tasso di profitto dei singoli attori decresca: quali effetti sul benessere economico individuale ci si potrebbe aspettare? Evidentemente, se è vero che il guadagno di taluni diminuirebbe, è altrettanto ipotizzabile che il prezzo finale per il consumatore (o per lo stesso Stato in qualità di acquirente) sarebbe più conveniente, cioè implicherebbe una spesa minore. Ne risulterebbe, probabilmente, un’economia più «rallentata» nei suoi ritmi di crescita, ma anche più sostenibile e compatibile da un punto di vista etico con i livelli di sviluppo post-industriali già raggiunti. Anche gli investimenti produttivi (nutriti oggi proprio dal profitto) non dovrebbero necessariamente risentire di un simile cambio di mentalità, se il mondo del lavoro puntasse sempre più su efficienza ed efficacia d’azione. Se il pauperismo pare inadatto nelle epoche odierne, lo è decisamente meno il riavvicinamento fra «prezzi» e «costi». Nel

Mondo 2001 2011 9,53

9,93

(n.c.) (n.c.) 2,12

2,13

26,64 28,35

contempo, una maggiore sensibilità per la profonda distinzione fra essi potrebbe restituire agli stessi Stati un migliore margine d’azione nella contrattazione con aziende fornitrici, preso atto che i «costi standard», cioè quanto normalmente preventivato per la fornitura di un bene/servizio alle amministrazioni pubbliche, siano in realtà meri «prezzi standard» (che contemplano, comunque, margini di lucro). Se in ambito collettivo il guadagno eccessivo (specialmente, se maturato su beni come salute, infrastrutture e ambiente, cioè su prodotti primari e non solamente voluttuari) è mal tollerato, è altrettanto miope a livello individuale, poiché un cliente scontento è nell’era dell’ipercompetizione globalizzata già da considerarsi perso. All’obiezione, per cui il soggetto ignori il costo effettivo (rispetto all’ammontare richiesto), la sola percezione di esosità è sovente sufficiente a dannegiare l’immagine dell’offerente. Il rinnovamento del capitalismo, che è divenuto ormai improrogabile, dovrà necessariamente prendere le mosse da questo aspetto senza, però, criminalizzare il profitto di per sé quanto piuttosto evitare la percezione diffusa a livello individuale di essere facili «vittime» di prezzi eccessivi per qualità e costi reali. Note

1. http://www.sozialpolitik-aktuell. de/tl_files/sozialpolitik-aktuell/_Politikfelder/Einkommen-Armut/Datensammlung/PDF-Dateien/tabIII2.pdf 2. Dati tratti da http://data. worldbank.org.

La Banca Nazionale Svizzera ha confermato i primi dati sui bilanci 2015, dopo alcune indiscrezioni giornalistiche. I dati ufficiali completi verranno pubblicati soltanto il 4 marzo. Per lo scorso anno, la BNS ha subito una perdita di 23 miliardi di franchi, a fronte di un utile di 38,6 miliardi di franchi nel 2014. La notizia è accompagnata però da quella che conferma la disponibilità della BNS a distribuire un miliardo di franchi, da attingere dalle riserve, alla Confederazione e ai Cantoni. L’incertezza che accompagnava questa distribuzione per il 2015 è stata fonte di preoccupazioni per vari Cantoni. Alcuni di essi hanno rinunciato a tener conto di questa entrata nei preventivi 2016, mentre altri, tra i quali anche il Canton Ticino, ne hanno tenuto conto. Il Ticino riceverà quindi i 28 milioni già inseriti a preventivo, che permettono di contenere il disavanzo a 87,9 milioni, al di sotto della soglia oltre la quale il governo avrebbe chiesto di applicare il meccanismo del freno all’indebitamento. Questo versamento è reso possibile dalle riserve che sono state accumulate durante l’esercizio 2014, dopo che nel 2013 la Banca Nazionale aveva dovuto rinunciarci. Le perdite e gli accantonamenti nel bilancio 2015 (circa 24,5 miliardi) sono comunque inferiori alle riserve (27,5 miliardi), il che permette la distribuzione dell’utile di un miliardo. La BNS ha perso lo scorso anno 20 miliardi di franchi sulle posizioni in valuta estera e 4 miliardi anche sulle riserve d’oro, a causa della notevole diminuzione del prezzo del metallo. Ha invece realizzato un utile di 1 miliardo sulle posizioni in franchi e ha quindi attribuito 1,4 miliardi di franchi alle riserve. La perdita subita nel 2015 non meraviglia più di quel tanto. La situazione sui mercati valutari e le conseguenti pressioni sul franco svizzero avevano raggiunto limiti tali da indurre la Banca Nazionale ad abbandonare la parità con l’euro a 1,20 franchi svizzeri. Dal 15 gennaio (giorno della decisione) l’euro, ma anche il dollaro, avevano subito un vero e proprio tracollo. A causa del nuovo tasso di cambio con l’euro, a fine gennaio 2015, la Banca Nazionale aveva

Grazie agli oltre 38 miliardi di utili del 2014, sarà possibile versare un miliardo di franchi a Confederazione e Cantoni. (Keystone)

perso una trentina di miliardi di franchi sulle sole riserve in euro. Sul dollaro risultavano persi altri 11 miliardi di franchi, per cui l’utile di 38,6 miliardi del 2014 era già scomparso nello spazio di un mese. Queste cifre fanno riflettere sul valore intrinseco dei dati del bilancio della BNS. La perdita era dovuta essenzialmente alla perdita di valore dell’euro e del dollaro, trasformati a bilancio in un franco svizzero rivalutato. Tant’è vero che la risalita dell’euro poco sopra il valore di un franco aveva in pratica dimezzato la perdita. Non va dimenticato che le riserve in valuta sono di circa 600 miliardi di franchi, per cui ogni oscillazione del tasso di cambio delle rispettive valute provoca miliardi di perdite (o di utili) alla Banca Nazionale. Grazie a queste oscillazioni, il bilancio della BNS era migliorato di 16,2 miliardi nel terzo trimestre e di altri 10,9 miliardi nel quarto, che però non hanno compensato la perdita di 50,1 miliardi subita nel primo trimestre, in particolare con l’abbandono della soglia minima dell’euro. Il conseguente crollo di euro e dollaro ha comunque costretto la Banca Nazionale a intervenire sui mercati. In seguito, l’indebolimento del franco è all’origine della fase di utili a bilancio. Tra le misure che poi erano state adottate vi sono gli interessi negativi che, accanto ai redditi degli investimenti, potrebbero migliorare il bilancio. Ma la realizzazione di utili non fa parte dei compiti della Banca Nazionale. Essa deve invece gestire il proprio bilancio in modo da poter realizzare immediati interventi di politica monetaria. Sotto questo aspetto, anche la distribuzione di utili a Confederazione e Cantoni non è proprio conforme agli scopi principali della Banca, anche se benvenuti per l’AVS e i Cantoni. Con il nuovo anno e viste le tendenze in atto, il compito della BNS non sarà facile. È probabile che il franco svizzero tenda ancora a rinforzarsi, come sempre in caso di crisi internazionali, proprio mentre la politica della banca dovrebbe tendere ad abolire ostacoli artificiali, come gli interessi negativi, e a ridurre le proprie riserve valutarie, oggi sproporzionate rispetto al PIL svizzero.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Politica e Economia

La visione di un mondo migliore ONU Michael Gerber, responsabile dei negoziati della delegazione svizzera, sull’Agenda 2030 per uno sviluppo

sostenibile, tema al centro della Conferenza annuale della Cooperazione allo sviluppo il 22 gennaio a Zurigo

Anche gli OSM non lo erano, tuttavia è stato possibile fare dei progressi importanti. Gli OSS sono il risultato di un processo partecipativo senza precedenti, durato quasi tre anni e che ha coinvolto governi, società civile, mondo economico e accademico. Ora abbiamo adottato un’agenda, sostenuta da 193 Stati membri dell’ONU. Certo, ci saranno dei Paesi che diranno che non sono in grado di trasformare in realtà tutti gli obiettivi presentati nell’agenda 2030. Tuttavia tutti elaboreranno delle strategie nazionali per raggiungerli. Non ci sono degli obblighi giuridici, ma morali e politici a cui dovranno rispondere. Il processo di attuazione verrà controllato annualmente a partire dal 2016 e quindi gli Stati dovranno giustificare alla società civile il loro impegno o non impegno a favore degli OSS.

Luca Beti Qualcuno l’ha definito un piano utopico, altri preferiscono parlare di un documento visionario. L’agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, adottata da 193 Stati durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a fine settembre a New York, è sicuramente un accordo storico. Il testo definisce 17 obiettivi e 169 sotto-obiettivi, universalmente validi e che considerano la dimensione sociale, economica e ambientale dello sviluppo sostenibile. Alla scadenza degli Obiettivi dello sviluppo del millennio, i Paesi dell’ONU si sono dotati di un nuovo quadro di orientamento per la cooperazione internazionale, valido per i prossimi quindici anni. L’agenda 2030 è il risultato di un processo partecipativo senza precedenti, durato quasi tre anni e che ha coinvolto governi, società civile, ONG, mondo economico e accademico. Il risultato finale porta anche la firma della Svizzera. La delegazione elvetica, guidata dall’ambasciatore Michael Gerber, incaricato speciale del Consiglio federale e responsabile dei negoziati, ha partecipato attivamente all’elaborazione di questo piano d’azione. L’obiettivo dichiarato è di creare un mondo migliore, più giusto, senza conflitti e con una natura ancora intatta. In futuro, il mondo dovrà affrontare sfide enormi. Ricordiamo, per esempio, la crisi umanitaria alle porte dell’Europa, il cambiamento climatico, un crescente numero di conflitti armati. L’agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile è la giusta risposta ai problemi del pianeta?

Sì, sul lungo periodo saprà contribuire a risolvere i problemi del mondo. A breve termine, invece, servono altri strumenti per affrontare le crisi attuali, come quella dei profughi. L’agenda 2030 vuole invertire la rotta del mondo, indirizzandolo verso uno sviluppo sostenibile. L’obiettivo è molto ambizioso, ma raggiungibile se tutti gli Stati, sia a Nord sia a Sud, faranno la loro parte. Chi parla dell’agenda 2030 ricorda che quest’ultima introduce un cambiamento di paradigma nell’ambito della cooperazione internazionale. Che cosa si intende?

Si parla di cambiamento di paradigma perché l’agenda 2030 presenta due grandi novità nella cooperazione internazionale. Il nuovo piano d’azione è valido a livello universale. Non è un’agenda di aiuto allo sviluppo che definisce ciò che i Paesi donatori dovrebbero fare per i Paesi del Sud o ciò che gli Stati poveri dovrebbero intraprendere per favorire il loro sviluppo, grazie anche al sostegno degli Stati del Nord. Con l’agenda 2030 si affrontano i problemi che interessano l’intero pianeta. Ciò significa che tutti i Paesi devono contribuire al raggiungimento di questi obiettivi. Questo è il primo grande cambiamento di paradigma. E il secondo...

L’agenda non si concentra soltanto sugli aspetti sociali, come si è fatto con gli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) che puntavano, per esempio, su un migliore accesso all’assistenza sanitaria, sulla parità di genere o sulla riduzione della povertà estrema. Oltre a quello sociale, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) considerano anche gli aspetti economici e ambientali. Sono le tre dimensioni su cui poggia l’agenda 2030 e a cui l’aiuto allo sviluppo e la cooperazione internazionale si dovranno orientare. Va ricordato che il nuovo piano d’azione presenta temi su cui alcuni Paesi non hanno ancora molta esperienza, per esempio, per quanto riguarda la tutela ambientale. Per affrontare questa sfida multidimensionale

Per quasi tre anni ha guidato la delegazione svizzera nei negoziati per l’agenda 2030. Secondo lei, in quindici anni quale mondo consegneremo alle generazioni future?

Michael Gerber: «l’Agenda 2030 è ambiziosa, ma è possibile raggiungere gli obiettivi, se c’è la volontà politica». (Keystone)

sarà quindi necessario sviluppare nuovi strumenti, strategie e collaborazioni con partner che sono esperti in alcuni ambiti specifici. E che cosa ne è stato degli Obiettivi di sviluppo del millennio? Ci sono analogie e differenze tra questi ultimi e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile?

L’agenda 2030 ha integrato gli Obiettivi di sviluppo del millennio. I primi sei Obiettivi di sviluppo sostenibile sono simili agli OSM. Entro il 2030 non si vuole soltanto dimezzare la povertà, ma abbatterla completamente, così come porre fine alla fame nel mondo. Si vuole pure migliorare l’assistenza sanitaria, promuovere l’educazione, la parità di genere e l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari. Erano temi promossi anche dagli OSM. Gli OSS fanno un passo avanti. Agli otto OSM ne sono stati aggiunti nove che mettono l’accento su questioni economiche e ambientali. Un’importante novità è costituita dall’obiettivo 16: felicità, sicurezza, buongoverno, stato di diritto, accesso alla giustizia. È un obiettivo non contemplato negli OSM. È però un obiettivo fondamentale per promuovere lo sviluppo sostenibile in tutti i contesti. Dagli otto Obiettivi di sviluppo del millennio si è passati a 17 obiettivi e 169 sotto-obiettivi. Non sono troppi? L’asticella non è stata posta troppo in alto?

L’asticella è stata messa in alto e l’agenda è molto ambiziosa. D’altra parte va detto che è possibile raggiungere tutti questi obiettivi, soprattutto, se questo piano d’azione sarà sostenuto dalla volontà politica. Ci vogliono inoltre sufficienti mezzi economici. Con ciò non mi riferisco semplicemente all’aiuto pubblico allo sviluppo, bensì a nuovi strumenti di finanziamento. Penso, in particolare, ai flussi finanziari pubblici e privati, come gli investimenti diretti, le risorse generate dai Paesi stessi o le rimesse dei migranti. Gli OSS sono universalmente validi. Che cosa significa concretamente per la Svizzera?

L’universalità degli obiettivi chiede che gli Stati industrializzati, come la Svizzera, promuovano gli OSS anche all’interno dei loro confini nazionali affinché il traguardo sia raggiunto a livello globale. L’OSS 2 chiede, per esempio, di migliorare l’alimentazione. Per i Paesi più poveri significa adottare misure volte a lottare contro la fame e la malnutrizione, mentre per i Paesi emergenti

e ricchi vuol dire lanciare campagne di sensibilizzazione per ridurre la cattiva alimentazione e il sovrappeso. Ogni Stato, quindi anche la Svizzera, dovrà elaborare misure e strategie a livello nazionale per raggiungere il traguardo a livello globale. È un capitolo legato all’agenda 2030 che deve essere ancora scritto dai singoli Stati con il contributo di tutti: società civile, mondo politico, economico e accademico.

dell’evasione fiscale o dei flussi illeciti. Altro argomento importante è la restituzione degli averi di potentati, sottratti illegalmente allo Stato. Infine ricordo le rimesse dei migranti; una cifra in costante crescita e pari a quasi quattro volte l’aiuto pubblico allo sviluppo.

In alcuni ambiti la Svizzera può essere considerata un Paese in via di sviluppo. Penso, per esempio, allo spreco di cibo o ai modelli di consumo non proprio sostenibili.

L’agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile non è giuridicamente vincolante.

L’OSS 12 verte proprio sui modelli di consumo e produzione sostenibili. In questi ambiti, il Nord ha ancora molta strada davanti e deve contribuire in maniera decisiva al raggiungimento di questo obiettivo. Sarà importante promuovere delle iniziative negli Stati industrializzati per sensibilizzare la popolazione sull’impatto che le abitudini di consumo possono avere sulla produzione degli alimenti e sui rifiuti. Un altro tema importante sarà lo spreco di cibo. Circa un terzo del cibo prodotto in Svizzera viene gettato. È un fenomeno di cui dovremo sicuramente occuparci in futuro. Stando a una stima della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, servono dai 5000 ai 7000 miliardi di dollari all’anno per finanziare l’agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile. L’aiuto pubblico allo sviluppo non sarà certo sufficiente. Dove trovare tutti questi miliardi?

L’aiuto pubblico allo sviluppo classico non sarà certo sufficiente, anche se continuerà a essere molto importante per i Paesi del Sud, soprattutto per quelli più poveri perché proprio per questi ultimi è difficile trovare altre fonti economiche per promuovere lo sviluppo. Nel corso della terza Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo, svoltasi in luglio ad Addis Abeba, capi di Stato e di governo, mondo economico, politico e società civile hanno trovato un’intesa su una serie di nuovi strumenti per finanziare gli OSS. Al settore privato si chiede di avere un ruolo attivo. Da una parte perché già oggi buona parte dei flussi finanziari da Nord a Sud provengono da questo settore, dall’altra perché esso genera posti di lavoro, indotto economico e promuove il trasferimento di tecnologie innovative. Poi dobbiamo impedire la fuga di denaro da Sud verso Nord a causa della corruzione,

Il documento firmato a New York da 193 Stati non è vincolante. Gli scettici affermano che si tratta di una vana promessa.

Sono convinto che nel 2030 il mondo in cui vivremo sarà migliore di quello attuale. Se guardiamo il mondo di adesso e lo confrontiamo con quello del 2000, anno in cui sono stati adottati gli OSM, forse non notiamo grandi differenze: ci sono ancora molti conflitti, miliardi di poveri, innumerevoli sfide e catastrofi a livello globale. Tuttavia se lo osserviamo con attenzione, noteremo, per esempio, che il numero di persone che vivono nella povertà più estrema si è dimezzato, che la mortalità infantile è stata ridotta, che si è raggiunta la parità di genere a livello di istruzione. Se si faranno dei progressi nelle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile, in 15 anni il mondo sarà sicuramente un po’ migliore. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Nelle sabbie mobili della Swissness Per ragioni di semplicità nell’esposizione, molti manuali di economia iniziano a presentare i principi di questa scienza descrivendo quello che potrebbe succedere in un sistema economico chiuso, ossia in un’economia che non intrattiene nessuna relazione con il resto del mondo. È mai esistito nella storia dello sviluppo economico un sistema economico che non abbia scambiato o prodotti, o servizi, o fattori di produzione con le altre economie? La risposta è: nei tempi moderni, no. Nella storia antica qualche esempio lo si ritrova. I regni degli Atztechi e degli Incas, forse il Giappone di prima del 1860, e forse l’impero cinese fino alla fine del Settecento. Vi è poi un esempio letterario che viene spesso citato dagli insegnanti di economia per mettere in evidenza i vantaggi della divisione del lavoro: l’isola di Robinson Crusoe. In

un sistema economico chiuso, come per esempio l’isola robinsoniana, le materie utilizzate nella produzione sono esclusivamente indigene. Se la Svizzera chiudesse le frontiere a ogni scambio di natura economica è evidente che tutto quello che verrebbe prodotto all’interno dei suoi confini sarebbe produzione svizzera. Nella realtà del capitalismo moderno, i sistemi economici nazionali sono però aperti a transazioni in prodotti e servizi. L’esistenza di questi scambi ha fatto nascere il problema della dichiarazione di origine e, nel caso che ci interessa, quello della «Swissness» di un determinato prodotto. A discutere di «Swissness» si incominciò negli anni Novanta dello scorso secolo, in relazione con la crescente concorrenza internazionale. Si pensava che fosse necessario varare norme per

cioccolato fabbricato in Svizzera è un prodotto svizzero. Per la nuova legge, invece, la situazione non è così chiara in quanto per fabbricare il cioccolato occorrono sostanze, come per esempio il cacao, che vengono importate dall’estero e non sono producibili da noi. Ho citato l’esempio del cioccolato perché è uno di quelli sui quali si continua a discutere, in relazione alla nuova legge. È probabile che, per cercare di salvare il salvabile, occorrerà varare una legislazione complementare solo per il cioccolato. Insomma, stabilire in che misura un determinato prodotto sia svizzero e, fatto questo, determinare se rispetta i criteri legali di «svizzeritudine» è veramente un lavoro da certosino. Per non parlare poi dei tentativi di evadere la legge. Citiamone solo uno: il prodotto «Swiss engineered». Di recente si è scoperto che una ditta che

produceva apparecchi per la cucina li contraddistingueva con la croce svizzera anche se gli stessi erano fabbricati in Cina. Con una sottile distinzione l’azienda svizzera distingueva tra «made in Switzerland» e «engineered in Switzerland» che è come distinguere tra «prodotto in Svizzera» e «concepito in Svizzera». Ovviamente, anche se ben congegnato, si trattava semplicemente di un tentativo di sfuggire al rigore della legge. I tribunali, però non si sono fatti abbindolare. È facile anticipare che, in futuro, attorno alla questione della «Swissness», ossia se si possa utilizzare o no la croce federale per un determinato prodotto, si svolgeranno certamente epiche battaglie legali. Sì, sì, tra richieste di trattamento speciale e processi per tentativi di manipolazione delle misure legali avremo occasione di vederne delle belle!

stati i poliziotti tedeschi, assenti e poi ignari: «Capodanno tranquillo» recitava il grottesco comunicato del giorno dopo; un po’ come l’«Oggi niente di nuovo», annotazione di Luigi XVI nel suo diario il 14 luglio 1789, giorno della presa della Bastiglia, inizio della Rivoluzione Francese. Sono dovuti passare sei giorni prima di capire le dimensioni dei fatti, e di scoprire che erano avvenuti sia pure in scala minore anche in altre metropoli tedesche. Un ritardo che non si spiega solo con l’esitazione delle vittime a sporgere denuncia. È pure il segno che siamo incapaci di fronteggiare un’aggressione così grave e anche di metterla a fuoco nella sua drammaticità. Sarebbe sbagliato sopravvalutare le reazioni della rete, che in questi casi diventa spesso una cloaca di rancori e livori o la palestra di tic ideologici ed esercitazioni intellettualistiche. Ma stavolta si è davvero passato il segno. Odiosi tentativi di minimizzare: in fondo era la notte di Capodanno, si sa che tutti bevono, alla fine c’è stato un solo stupro, vabbé sono almeno due ma cosa cambia, mica le hanno uccise.

Oppure ovvietà presentate come coraggiose professioni di fede: non facciamo gli xenofobi, se il carnefice è straniero non cambia nulla, mica tutti i migranti sono molestatori o violentatori. Gli autori di simili interventi sono quasi sempre uomini. Come sono uomini gli artefici di articoli estetizzanti – «il branco...» – o di interventi sociologici nei talk show, sempre tesi a ridurre – «cose già viste...» –, a interpretare, a discettare. Mentre qui siamo di fronte a un fenomeno del tutto nuovo. Negarlo non aiuta né a evitare che si ripeta, né a vincere quella paura che è diventata il tono medio della vita pubblica. Colonia non è cronaca nera; è un attacco alla libertà europea. Certo, le molestie di gruppo non sono purtroppo una novità. Ma mai su questa scala, mai con questo disegno dichiaratamente razzista: «Attaccate la donna bianca». Mi è venuto in mente un episodio di tanti anni fa. Erano i primi giorni del febbraio 1986, avevo 19 anni e i capelli. Scrivevo su un giornale locale e volevo raccontare la spedizione degli sbandieratori di Alba alla sagra del mandorlo

in fiore di Agrigento, un evento di cui si parla poco ma che richiama un milione di persone nella Valle dei Templi. Il pullman ci mise un giorno e una notte. Ovviamente il giornale non aveva una lira, e per entrare nel gruppo dovetti sfilare vestito da armigero. Davanti a noi c’era un gruppo di majorettes olandesi, scortate da un imponente drappello di poliziotti che le proteggevano da ogni lato. Ne chiedemmo la ragione. Ci spiegarono che l’anno prima le olandesi erano state aggredite e palpeggiate. Non avevano voluto rinunciare alla tradizione, ma avevano preteso di essere protette. I poliziotti dovevano faticare per contenere l’entusiasmo maschile: «Bonissime!» gridavano i siciliani. Ma avevano imparato a tenere le mani a posto. A Colonia sono accadute cose imparagonabili, infinitamente peggiori. Il rispetto della donna non è piovuto dal cielo. È una conquista mai definitiva, come dimostra lo scandalo dei femminicidi. Per questo non possiamo cedere di un centimetro, per questo Colonia non è cronaca nera.

o avevano comportamenti smodati o sfrontati. Presumo però di avere la facoltà di valutare il fenomeno e di stimarne il tasso di incidenza visto che il mio riflesso condizionato, vecchio o errato che possa risultare, alla fine mi ha reso immune dalle varie tentazioni legate all’astrologia, tenendomi lontano dalla superstizione e persino dalla psicanalisi (al pari di Woody Allen sono convinto che «La psicanalisi è un mito tenuto vivo dall’industria dei divani»). Come se ciò non bastasse, ogni volta che devo affrontare direttamente il tema, mi premuro sempre di attivare una personale formula di prevenzione: a chi cerca, anche giocosamente, di entrare in materia con domande tipo di che segno sei, cosa dice il tuo oroscopo ecc. ecc. rispondo sempre con uno spiazzante «Mi spiace, sono troppo superstizioso per credere agli oroscopi». A darmi man forte c’è poi anche l’ottimo consiglio del collega Stefano Di Michele che qualche anno fa a proposito di oroscopi di fine anno

scrisse: «Per tagliare la testa al toro, non in senso zodiacale, basta fare così: invece di leggere l’oroscopo dell’anno che verrà leggiamo quello dell’anno passato, così si vede dove c’hanno preso e dove invece c’hanno preso per il culo». Ma se veramente una recessione ha colpito l’arte della divinazione, quale potrebbe essere la causa? Pur relativizzando l’importanza dell’argomento, la domanda mi sembra opportuna perlomeno per un motivo: nello strano e misterioso mondo dell’astrologia, all’abilità di chi «strologa» e cavalca la superstizione corrisponde comunque e sempre anche un elevato tasso di credulità di chi crede negli oroscopi, consulta «strolighe» o ascolta indovini. Inoltre chi più di me ha studiato il fenomeno spiega che la superstizione si muove tra curiosità e stupidità. Partendo da questo giudizio, vista anche la forte dose di responsabilità imputabile a chi crede a oroscopi e astrologi, la domanda risulterebbe assai più importante

se formulata in altri termini: meno stupidità sociale quest’anno? Non azzardo risposte. Anche perché mi accorgo di non aver tenuto conto nella mia frettolosa analisi dell’importanza di pressioni e illusioni che l’astrologia riceve (dall’innocente oroscopo alle riviste «ad hoc», dai richiami di veggenti alle raffinate tentazioni del web) da un mondo mediatico sempre al servizio di «ciò che la ggente vuole». A questo punto, mi ritrovo con un forte dubbio: potrebbe darsi che quest’anno lo «strologare» abbia subito una crisi semplicemente a causa di scelte editoriali e giornalistiche, dettate da un’austerità che impone alle redazioni risparmi e tutta una serie di scelte, compresa quella di prestare minori attenzioni e spazi all’astrologia. Insomma, lecito un sospiro di sollievo: curiosità e credulità non sono in crisi. E non poteva essere altrimenti: non risulta che qualche astrologo avesse previsto lo scorso anno, o preannunciato quest’anno, un calo della superstizione.

proteggere la produzione indigena e i consumatori svizzeri da possibili tentativi di contraffazione intentati da produttori stranieri. Venti anni dopo, nel 2013, questa discussione partorì la nuova legge federale sulla dichiarazione d’origine che da tutti viene oramai chiamata come la legge «Swissness». La legge dovrebbe entrare in vigore il primo gennaio 2017. La stessa ha dunque avuto un lungo periodo di incubazione, prima della sua approvazione in parlamento, e un periodo relativamente lungo di preparazione prima della sua messa in vigore. Perché? Perché la Svizzera è un’economia aperta agli scambi internazionali e quindi importa materie prime e prodotti semi-finiti, il che rende difficile stabilire se un determinato prodotto sia effettivamente svizzero. Facciamo un esempio. Per tutti noi è chiaro che il

In&outlet di Aldo Cazzullo Colonia, attacco alla libertà europea Angela Merkel per la prima volta è davvero in difficoltà. I tedeschi si scoprono bersaglio del terrorismo islamico. La Germania perde i due Paesi-satellite, Polonia e Spagna. Ma il vero problema è Colonia. La notte delle molestie è un tornante della storia europea. Un atto ostile meno cruento ma non meno odioso dell’assalto a «Charlie Hebdo». Destinato a lasciare nella coscienza europea una ferita non meno profonda: perché pochi disegnano o leggono vignette irriverenti; ma tutti hanno una figlia o una persona cara che festeggia

Capodanno in una grande città. E la libertà che è stata negata e vilipesa in una delle piazze simbolo dell’Europa – la piazza della più importante cattedrale tedesca – non è meno cruciale della libertà d’espressione colpita un anno fa in Francia. È la libertà della donna di uscire da sola, di vestirsi come preferisce, di scegliere liberamente le persone da amare. Proprio per questo è grave che molti non si rendano conto o tentino di negare quel che è accaduto. I primi a sottovalutare il pericolo, incapaci di prevenire e di proteggere, sono

La cancelliera tedesca Angela Merkel: il 2016 la vedrà presa su più fronti.

Zig-Zag di Ovidio Biffi Astrologia in crisi? Non proprio Decisamente complicata (come se la mente procedesse a zig zag) la scelta del tema per questa settimana. Ero tentato, ed erano tentazioni che magari torneranno o che rincorrerò ancora, da una delle parole più strane che avevo sentito con insistenza nel corso del 2015 («serendipity») e da un argomento che da tempo mi intriga, i muri a secco. Alla fine ho scelto le previsioni astrologiche, dal momento che siamo ancora all’inizio del nuovo anno. Sin dall’antichità oroscopo e previsioni del futuro fanno parte delle tradizioni di fine anno e lo sono più o meno ancora oggi, anche se allo stesso titolo dello zampone con le lenticchie o del prosecco spacciato per champagne. Quest’anno però, con sorpresa e in un certo senso anche con soddisfazione, mi è sembrato che, oltre a pioggia e neve, fossero latitanti anche maghi e maghesse. Qualche lettore obietterà che forse ero distratto e mi sono perso qualcosa. Invece ribadisco: come onnivoro di offerte mediatiche, anche

senza il supporto di analisi scientifiche o dati precisi, a mio avviso l’astrologia quest’anno mi è sembrata in crisi. Forse è impressione solo mia, suffragata però da un evidente diradarsi delle paginate di giornali e riviste, o delle «cumparsate» di astrologi in spazi radio-televisivi, un tempo generosamente offerti a previsioni su cosa potrà mai capitarci nel corso del nuovo anno. Devo subito ammettere che da sempre mi porto dietro un’avversione (inguaribile, ma vi assicuro che si vive benissimo) allo «stroligare» che però non mi impedisce di gettare uno sguardo a titoli, fotografie e richiami, né di prendere nota dei più o meno pittoreschi effetti collaterali. Può quindi darsi che io non sia un giudice proprio imparziale, visto che la citata riluttanza verso questa categoria di comunicatori risale a quand’ero bambino: mamma e nonne non esitavano a etichettare con l’epiteto di «stroliga» (bonariamente, ma talvolta con un punta di malignità) le bambine o le giovani che sparlavano


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Cultura e Spettacoli Binge reading, ma cos’è? Grazie a tablet, pc e smartphones leggiamo molto più di un tempo. Dicono...

A teatro in Ticino Un tempo spesso si varcava la frontiera per andare a teatro, oggi non è più necessario: le proposte degli istituti culturali del cantone sono ricche come non mai

Miniature e scrittura Al Rietberg di Zurigo un viaggio nel tempo che tocca l’India e la Cina dell’antichità

Cibo e acqua in Laguna In passato come ci si approvvigionava dei beni di prima necessità a Venezia, dove non cresce nulla? Una ricognizione al Museo Correr pagina 29

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With a tear, goodbye In memoriam David Bowie ha lasciato

un vuoto più grande di quanto potessimo immaginare

Simona Sala «Oggi le stelle hanno un aspetto molto diverso» (The stars look very different today) è una frase che rimbalza da un social all’altro sul web, che sta scritta con l’inchiostro sulle buste che accompagnano i mazzi di fiori posati per terra, ma è soprattutto un verso dell’intramontabile ed emozionante Space Oddity di David Bowie. Un uomo, David Robert Jones, che a cose fatte e avvenute ha saputo trasformare la propria vita in un’opera d’arte totale, avanguardistica anche nei suoi aspetti meramente coreografici. Grazie a un senso estetico che ha sempre mirato alla perfezione, Bowie non è riuscito solamente ad accomiatarsi con eleganza e genialità dal mondo, ma ora addirittura ci manda messaggi da quel «mondo altro» cui ha accennato per una vita intera, come se lo conoscesse bene. Forse tra qualche anno David Bowie comincerà ad essere oggetto di studio, non sarà più «solamente» una delle prime icone globali, nonché uno sperimentatore musicale d’antan, ma diventerà un concetto, un’idea. Un’opera d’arte, appunto. A disposizione di chi si cimenterà nella comprensione del suo personaggio ci saranno migliaia di ore di canzoni, di filmati, di film, di trasformazioni, di interviste, ma come ogni opera d’arte che si rispetti nessuno riuscirà a svelarne il segreto più intimo. Nonostante avesse imparato a utilizzare la forza e il potere dei mass media, che per lui erano diventati come una seconda pelle, David Bowie è stato maestro nel permettere ai giornalisti e al pubblico di arrivare solamente fino alla sua soglia, oltrepassare proibito. Non era certo uno da darsi in pasto alla stampa senza trarne alcun vantaggio, ragione per cui anche la malattia è rimasta segreta fino a morte avvenuta. Fino a quel dieci gennaio in cui dispacci e social (la notizia è arrivata su Twitter) impazziti e sconvolti inondavano le redazioni con il messaggio della morte di Ziggy Stardust. Magari erano gli stessi dispacci e social che nemmeno 72 ore prima (il giorno

dell’ultimo compleanno di Bowie, il 69mo) avevano annunciato il nuovo album del Duca Bianco, di colpo diventato una Stella Nera – e a detta di classifiche e critici Black Star è nientemeno che un capolavoro. Anche i fan più incalliti, coloro che non ci potevano credere perché avevano dato retta a una delle tante dicerie che circondavano Bowie e lo volevano alieno, avevano dovuto guardare in faccia la realtà dopo l’uscita di Lazarus. Il video da una settimana sconvolge e commuove il pianeta, poiché mostra un Bowie dagli occhi bendati che si aggrappa a un lenzuolo con mani scarne. È una versione maschile della Valentine Godé-Darel di Ferdinand Hodler, stessa intensità e stessa inesorabilità, ma grida frasi come: «Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama, can’t be stolen / Everybody knows me know» (Alzate lo sguardo, sono in cielo / Ho ferite che non possono essere viste / Ho drammi, non possono essere rubati / Tutti mi conoscono ora). Tutti lo conoscono, come hanno dimostrato i raduni spontanei in strada, in luoghi che Bowie aveva abitato e che lo avevano abitato trasformandolo di volta in volta in una musa ispiratrice. Candele e fiori, preghiere e canti per una volta non volevano ricordare le vittime innocenti di una strage, ma erano un tributo rispettoso, partecipe e grato a un grande artista. La musica di Bowie è stata un leitmotiv, il contrappunto dello scorrere del tempo e dell’avvicendarsi di ideali e leader politici. Il dieci gennaio ha segnato la fine di una lunga èra in cui il Duca Bianco è sempre stato presente con decine di canzoni, magari con un nuovo look nel cammeo di un film, oppure in compagnia di qualche altro colosso della musica (Annie Lennox, Freddie Mercury, Tina Turner, David Gilmour…). David Bowie era nato a Brixton, lo stesso sobborgo popolare in cui crebbe l’ex premier britannico John Major, e che assurse agli onori della cronaca per la rivolta del 1981. A Bowie, oltre a ospitarlo nei primi anni di vita, Brixton diede anche un accento londinese di

Partito per sempre: David Bowie in una fotografia del 1977. (Keystone)

cui l’artista non riuscì mai a liberarsi. Ovviamente il sobborgo non poteva bastare: Bowie avrebbe abitato il mondo, anzi addirittura più mondi, e così ha costruito una carriera fatta di colpi di scena e di continue trasformazioni, di sperimentazione e di coraggio. Chi, dopo Oscar Wilde (un altro dandy) aveva osato infrangere a più riprese tutta una serie di tabù, armato unicamente di intelligenza e intuito? Il padre di Major Tom cominciò molto presto a farlo: parlava di terzo sesso più di mezzo secolo prima di noi, è stato su Marte prima della NASA, ha fiutato l’esplosivo potenziale artistico di Berlino quando ancora c’era il Muro e la città sembrava destinata a rimanere spaccata in due, e ha sempre capito con largo anticipo quello che il pubblico avrebbe voluto. Questo gli ha permesso, con l’aplomb tutto inglese che gli

era proverbiale, di superare indenne i decenni, senza lasciarsi mai prendere dalla tentazione di facili operazioni di mercato, optando per la sperimentazione come modalità esistenziale. Dalla sua aveva un corpo che si prestava al trasformismo e la cui androginia contribuì a sdoganare il glam rock, un volto indecifrabile, una grazia misteriosa, la britishness e una voce inconfondibile. Anche i mass media gli sono sempre stati amici, per la sua disponibilità o perché Bowie li foraggiava costantemente, specie negli anni più selvaggi, quando provocazioni, scandali e pettegolezzi erano all’ordine del giorno. Poco importano ormai i motivi per cui i Rolling Stones scrissero la canzone Angie (nome della prima moglie di Bowie) o la causa della diversità dei suoi occhi: «la gente mi deve ricordare per la mia musica» pare aver affermato

pochi giorni prima di morire. Niente funerali, niente commemorazioni ufficiali. L’eredità che rimane è patrimonio musicale dell’umanità, nonché decalogo dell’estro e della creatività. Alla mente tornano le parole, ora consolatorie, contenute in Cygnet Committee, manifesto politico composto dall’artista a vent’anni. «We had a friend, a talking man / Who spoke of many powers that he had / Not of the best of men but Ours. / We used him / We let him use his powers / We let him fill Our needs / Now We are strong«. (Avevamo un amico, un uomo che parlava / Che raccontava dei molti poteri che aveva / Non il migliore degli uomini, ma il Nostro. / L’abbiamo usato / Abbiamo lasciato che che si occupasse delle nostre necessità / Ora siamo forti). Ora che l’opera d’arte è conclusa siamo forti, ma anche un po’ più soli.


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Cultura e Spettacoli Preferisce essere ascoltata che vista... un’enigmatica immagine della cantautrice Francesca Lago. (Andrea Spotorno)

Noi, binge readers della prima ora Letture Al contrario di ciò che si pensa,

grazie all’informatica forse leggiamo di più Mariarosa Mancuso

Francesca e gli specchi Musica A colloquio con la cantautrice Francesca Lago, di cui è uscito

in questi giorni l’affascinante Mirrors Against the Sun Simona Sala Francesca Lago non ha allures (ci racconta che il suo sogno è un concerto al buio, dove non la si veda), ma una bella voce, una grande apertura mentale, molte idee, quello che sembra essere un giusto equilibrio conquistato con anni di lavoro e di gavetta, e non da ultimo un cane affezionato, e anche un poco spaventato, che la segue ovunque. Milanese di nascita, da qualche anno si è trasferita nel nostro cantone, ad oggi ancora stupita, come ci racconta, per l’accoglienza e la professionalità riservate ai musicisti e agli artisti più in generale. La musica di Francesca Lago, che si esprime con chitarra, violoncello e voce, ha forse raggiunto per la prima volta il grande pubblico con la produzione cinematografica ticinese Tutti giù di Villi Hermann. Se già allora era possibile presagire, o addirittura intravvedere una componente vagamente ipnotica e altamente affascinante nelle composizioni della musicista, questo recente Mirrors Against the Sun, con una naturalezza a tratti sconcertante, non fa che confermare un talento indubbio e che per essere recepito in tutta la sua completezza, merita – forse addirittura necessita – un ascolto più approfondito. Francesca, raccontaci il tuo nuovo lavoro, Mirrors Against the Sun.

Si tratta di un corpus di canzoni scritto tutto insieme, con modalità non particolarmente moderne. Concettualmente le canzoni sono legate a un’idea di smarrimento di fronte a un mondo per molti versi nuovo… è un po’ come quando ci si deve «riparametrare» davanti a dei cambiamenti importanti. Il periodo che stiamo vivendo non è particolarmente bello, ma non è a quella dimensione che mi rivolgo, bensì a un piano più intimo-esistenziale. Purtroppo non sono capace di raccontare bene il quotidiano, dimensione che mi fa sentire intrappolata, sento dunque il bisogno di fare quelli che chiamo dei «voli». Nei testi mi impegno ad esprimere un concetto che sia com-

prensibile per la gente. Quando a parer mio sono riuscita a ricreare un’atmosfera o un’idea particolarmente evocative, mi fermo, senza cercare ulteriori descrizioni. Grazie alla musica posso avvicinarmi al cosiddetto indicibile, è un po’ come arrivare alla soglia che dà sull’infinito. I Mirrors Against the Sun del titolo sono specchi orientati verso il sole, che fanno una luce fortissima e accecante – ho immaginato che si trattasse di segnali da comprendere e codificare. Vi è una canzone particolarmente cara?

Sì, Where Do We Go, prima traccia del disco. Ho cercato di declinare le mie impressioni in un senso poetico e intimo, ecco perché: «Raccontami una storia mentre il sole si abbassa… al crepuscolo galleggiamo». La musica è dunque anche ricerca?

Per me la melodia è fondamentale, per cui si tratta di una ricerca melodica. La realizzazione di quest’album è contrassegnata da una grande consapevolezza. E la tua consapevolezza di ascoltatrice dove ti conduce?

Quando sono sola ascolto musica antica, cantate rinascimentali, un poco di musica contemporanea. Amo molto Billie Holiday per il suo sapore eterno... Quest’ultima è un’altra qualità che vado costantemente cercando: vorrei pensieri, libri, poesia e musica che abbiano una qualità non estemporanea. Non sono predisposta né capace di cavalcare il contemporaneo, per cui prediligo ciò che non ha tempo. Anni fa incontrai un produttore di dance e scrissi alcuni testi per lui: una fatica pazzesca per me, sebbene si trattasse di una cosa all’apparenza molto facile. Qual è stata la tua formazione musicale?

Da piccola suonavo il pianoforte, poi ho imparato la chitarra e un po’ di basso, strumento che amo molto e che vorrei suonare meglio. Mio padre è straniero e, sebbene non sia la sua lingua materna, parla bene l’inglese e ha sempre ascoltato jazz... influenzandomi

dunque anche linguisticamente. Io ho provato a cantare in italiano, ma credo che in una lingua che non sia l’inglese la mia voce perda in qualità. Nel tuo lavoro ti appoggi anche ad altre persone?

Io mi occupo della parte creativa. Per Mirrors ho lavorato con il musicista e produttore italiano Leziero Rescigno. Egli ha aiutato sia me sia Zeno Gabaglio – che mi accompagna al violoncello – a trovare una forma musicale più levigata che si adattasse alla stesura delle canzoni. Tutto è stato fatto con calma, strato dopo strato, la stratificazione permette di lavorare più profondamente. Trovi che il mondo della musica sia diventato più difficile?

Credo che la gente non abbia idea dell’impegno economico e personale che sta dietro a un disco. I giovani vanno su spotify o youtube, ed è sempre più difficile che qualcuno si compri un disco, soprattutto se richiede un certo ascolto come Mirrors. Credo che l’ambiente ticinese sia comunque più accogliente e meritocratico di quello milanese da cui provengo.

«Come va nel meraviglioso mondo del giornalismo?» chiede una fanciulla. «Al giornale dove lavoro io c’è una sola regola: non scrivere nulla che non possa essere letto da un americano medio durante una sosta in bagno di durata media». L’originale era più greve, ma abbiamo reso l’idea. Prima di stracciarsi le vesti – «signora mia, come è malridotto il giornalismo ai tempi di internet» – bisogna sapere che lo scambio di battute era in Il grande freddo di Laurence Kasdan, correva l’anno 1983 (con lo stesso film Kevin Costner cominciò la sua carriera d’attore, rischiando di finirla subito: le sue scene da vivo finirono nel cestino della sala di montaggio, rimase solo la vestizione del cadavere). Articoli brevi, lunghe didascalie a corredo di una gallery, «listicle» – sono i pezzi costruiti attorno a una lista, di cose da fare o da non fare, da dire o da non dire, da indossare o da non indossare: secondo il luogo comune, questo ormai il lettore vuole, non avendo più il tempo di leggere Delitto e castigo. «Ma in bagno si può leggere Dostoevskji», obietta l’amica del giornalista (lui era Jeff Goldblum), forse memore dei ragionamenti di Henry Miller in I libri della mia vita. Sempre andando per luoghi comuni: vorremmo tanto leggere, ma i ritmi della vita moderna e postmoderna lo impediscono, dobbiamo accontentarci di mettere «Like» su Facebook e curiosare su Twitter (il secondo meglio del primo, comunque: consente magnifiche rassegne stampa, e i gattini appaiono in misura ragionevole). Poi ci siamo imbattuti nell’articolo di un giornalista americano, intitolato Binge reading disorder (lo firma Nikkita Bakkshani, sul sito «The Morning Post»). Binge come in «binge eating», «binge drinking» e «binge watching»: i primi due riguardano il consumo smodato di cibo e alcool, il terzo riguarda il consumo smodato di serie tv. Una cosa che prima si faceva in privato e artigianalmente, aspettando di accumulare abbastanza puntate per una maratona, magari con gli amici. Ora normalizzata dal fatto che Netflix e Amazon (passati da distributori a produttori di contenuti) scodellano l’intera stagione in un colpo solo, e distogliere lo sguardo dopo la prima puntata di House of Cards è difficile. «Binge reading». Si calcola infatti che i cittadini americani, alle soglie del 2010, divoravano la bellezza di centomila parole giornaliere. Pari a un libro lungo come Il grande Gatsby. Cinquantamila parole in media sono certificate

dalle aziende che fanno ricerche di mercato su internet: le leggiamo distribuite in 285 articoletti. O forse le scorriamo, perché mica siamo Superman con l’ultravista, e soprattutto l’ultraingegno (a che serve leggere se poi non si capisce e non si ricorda nulla?). Appunto, il problema è ricordare quel che abbiamo letto, oltre ad averlo letto. C’era un tempo felice in cui ogni parola e ogni informazione trovava spazio tra le cellule grigie. E c’era un tempo che ai nostalgici sembra pensoso, profondo, e felice (e invece a noi sembrò infelicissimo, morivamo di noia) in cui non si trovava mai abbastanza da leggere. Un lungo viaggio in treno o una vacanza mettevano i brividi – che mi porto da leggere? e se poi sbaglio libro? mica c’era il kindle che scarica qualsiasi cosa a qualsiasi latitudine. Vero è che l’abbondanza ha qualche svantaggio. All’inizio dell’articolo, Nikkita Bakkshani racconta come ormai passa i suoi giorni e le sue notti. Va a letto presto, pregustando un lungo sonno. Alle tre di notte ancora è sveglio, a leggere articoli sui più vari argomenti: perché gli scrittori non vogliono mai dire quanto guadagnano, perché l’essere ragazze ci fa prendere sempre mezzo punto in meno nei compiti in classe, perché la barba è tornata di moda. Il giorno dopo ricorda poco o nulla, e arriva il momento di affrontare la sua dose quotidiana di venti articoli. Quasi mai scelti da lui, e proprio qui sta l’inghippo. Una volta si andava a letto con Delitto e castigo, e lì si restava fino all’abbiocco. Oggi andiamo a letto con i link, con gli articoli che i nostri amici e corrispondenti suggeriscono, e in mancanza li rimediamo su Twitter. Qualsiasi articolo letto sull’iPad, anche sui siti di giornali seri come il «New York Times» che non hanno la colonnina scema con i gattini e le donne nude, rimanda ad almeno altri dieci articoli, uno più ghiotto dell’altro. Non si può dire che la parola scritta scarseggi, nelle nostre vite (altro che predominio delle immagini) e del resto abbiamo ricominciato a scrivere con i blog e le email, prima si chiacchierava al telefono. In tanto «binge reading» fa tenerezza la dichiarazione di Bill Gates, fondatore di Microsoft. Dichiara di leggere almeno un libro a settimana, e se ne vanta come di una grande impresa. Solo saggi però, i romanzi sono «una perdita di tempo». Non sa cosa si perde. Ma noi, binge reader della prima ora – la mamma vietava il libro almeno durante i pasti, e non sempre riusciva – abbiamo smesso da tempo di fare proselitismo.

Ti occupi di musica anche in altri modi?

Sì, faccio musica in due strutture Montessori con bambini fino ai 6 anni. Ho avuto la fortuna di potermi confrontare con il sistema per insegnare la musica sviluppato da Vanna Maria Maccheroni, assistente di Maria Montessori. Sono inoltre l’animatrice per il Ticino del progetto nazionale Female Band Workshop, che si inserisce in Elvezia Rock, nato nella Svizzera interna per aumentare la percentuale delle musiciste sui palchi. Nei workshop accogliamo ragazze fra i 15 e i 25 anni al fine di creare una band. Cerco di insegnare alle ragazze su cosa concentrarsi per fare musica insieme. Se penso ai musicisti che frequentavo in gioventù, non avevano di certo un aspetto raccomandabile e dunque non potevo contare sull’appoggio della famiglia. Vorrei che per queste ragazze le cose fossero un po’ più facili!

Il binge reading riguarda anche la camera da letto. (Keystone)


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Cultura e Spettacoli

Joyce e Paravidino aprono il nuovo anno teatrale Teatro/1 Purtroppo molte delle produzioni teatrali proposte in Ticino

non possono contare sul pubblico che meriterebbero, nonostante la buona qualità

Scommettere sulle ipoteche Filmselezione

Burlesco e drammatico, uno dei primi film sulla crisi della finanza

Giorgio Thoeni

Fabio Fumagalli

È benaugurante l’avvio della seconda parte della stagione teatrale nella nostra regione. Cominciando da Minusio nella sede di CambusaTeatro con il cartellone della compagnia locarnese che ha proposto La Molli. Divertimento alle spalle di Joyce, un monologo tratto dall’ultimo capitolo dell’Ulisse, adattato a quattro mani da Gabriele Vacis – anche regista – con Arianna Scommegna. La Molli-Scommegna che si presenta in sottoveste per sedersi per circa un’ora al centro del palco è la stessa Molly Bloom del romanzo dell’autore irlandese, un testo aderente all’originale sebbene colorato da varianti e sonorità milanesi in un percorso fra riferimenti culturali, storie e canzoni sussurrate (De André, Dalla, Vasco Rossi…) che offrono il sapore della rassegnata insoddisfazione di una Penelope meneghina. Nel monologo interiore di Molli, intenso e irrefrenabile come la sintassi di Joyce, si sviluppa l’attesa per il ritorno a casa del marito Leopold, il Poldi. La Scommegna regala ricordi in una tessitura di suggestioni e confessioni intime: amicizie, occasioni d’amore mancate, sospetti sui tradimenti del marito, la dolorosa perdita di un figlio, l’emozione del primo bacio, l’infanzia a Gibilterra… Frammenti di vita espressi in un flusso di solitudine avvolta da ironica umanità, un paradigma espressivo senza soluzione di continuità, tormenti di una notte insonne scandita dai rintocchi delle campane di S. Giorgio. La Molli-Penelope della Scommegna è una donna semplice, popolare e «di ringhiera» con una forza di straordinaria attualità, fra lacrime e risate, su una tela di colori distribuiti fra divertimento e disperazione. Uno spettacolo che è ormai diventato un cult per la

*** La grande scommessa (The Big Short), di Adam McKay, con Christian

Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt, Marisa Tomei (Stati Uniti 2015)

Il cast de Il Macello di Giobbe, andato in scena al LAC.

riuscita scrittura e l’efficacia teatrale. Davanti a una platea «periferica», che avrebbe però meritato il tutto esaurito, la Scommegna ha confermato la sua bravura d’attrice con un monologo magistrale della nuova drammaturgia con cui spesso si confronta, soprattutto con l’associazione teatrale indipendente (ATIR) da lei creata con Serena Sinigaglia. Tra l’altro, segnaliamo che le due artiste saranno a Minusio il 20 marzo per una sorta di omaggio a Shakespeare. Nel frattempo c’è attesa per il debutto il 22 gennaio prossimo della nuova produzione di Cambusateatro: Tutti quelli che cadono di Samuel Beckett con la regia di Laura Pasetti. Un’altra occasione di piacere teatrale ci è stata recentemente proposta dalla ripresa stagionale del LAC di Lugano con Il Macello di Giobbe di Fausto Paravidino (anche regista e interprete), una produzione della Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse di Genova. La storia di questo spettacolo

merita alcune spiegazioni. Nell’estate del 2014 Paravidino si trovava con la sua compagnia al Teatro Valle Occupato di Roma – meglio noto come Laboratorio di crisi – con l’intenzione di creare un testo che partisse proprio dalla realtà precaria di uno spazio così rappresentativo, prendendo spunto da un testo religioso in una sorta di «residenza» a cui hanno partecipato artisti, maestranze, attori e tecnici, tutti accomunati da un unico obiettivo: una coraggiosa scrittura drammaturgica. Ne è nato un lavoro collettivo di discussione e formazione. Paravidino non ha però fatto in tempo a far debuttare lo spettacolo previsto quel settembre. A metà agosto la storica sala veniva fatta sgomberare facendo slittare la prima in ottobre, a Bruxelles: un’unica data fino al recente debutto genovese, poco prima di Lugano. Ci riteniamo dunque fortunati. Il macello di Giobbe può definirsi un «work in progress», una metafora fiabesca del biblico (e coranico)

Libro di Giobbe che però racchiude le domande del grande teatro: da Shakespeare a Brecht senza dimenticare Beckett. Prende le mosse dalla figura di Giobbe (Filippo Dini), «paziente» e sfortunato proprietario di una macelleria votata al fallimento. Con lui la moglie (Monica Samassa), una figlia malata (Barbara Ronchi), il garzone innamorato della figlia (Emmanuele Aita) e il figliol prodigo (Fausto Paravidino), tornato per salvare l’azienda paterna ma artefice del vero «macello». È una scrittura complessa, in cui si alternano linguaggi alti e bassi, meditazioni sul Bene e il Male, con due clown ex machina (Aram Kian e Federico Brugnone) e una provocante bancaria (Iris Fusetti): ruoli che sottolineano un feroce straniamento riflessivo sull’avidità generata da uno sfrenato liberismo. Uno spettacolo ricco di scene, coreografie, costumi e maschere e sottolineato dalle musiche di Enrico Melozzi. Sala non piena ma applausi calorosi.

Quando le cose si ripetono, che fare? Teatro/2 Una divertente commedia francese in scena a Lugano

Giovanni Fattorini Avete visto il film di Harold Ramis che s’intitola Ricomincio da capo? Il protagonista, Phil Connors, è un meteorologo televisivo inviato in una cittadina della Pennsylvania per un servizio sul «giorno della marmotta» (il titolo originale del film è giustappunto Groundhog Day), che si festeggia per tradizione il 2 febbraio. Terminata la diretta, Phil vorrebbe tornare subito a Pittsburgh, ma un’imminente bufera di neve lo costringe a passare un’altra notte in albergo. Il mattino dopo, la radio lo sveglia alla stessa ora e al suono della stessa canzone del giorno prima. Ha così inizio una storia fatta di ricorrenze, di ritorni dell’identico, che Phil riesce progressivamente a controllare e a modificare – modificando al contempo sé stesso – fino al giorno in cui il suo amore per una giovane e bella collega è felicemente ricambiato, e un congiungimento notturno spezza il circolo temporale di cui è prigioniero. Groundhog Day (1993) è l’indubitabile ascendente di Ieri è un altro giorno! (Hier est un autre jour!), commedia in due atti di Sylvain Meyniac e Jean-François Cros, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 2013 e vincitrice del premio Molière 2014. Il protagonista, Pierre Maillard, è un avvocato

I protagonisti di Ieri è un altro giorno, da sin. Gianluca Ramazzotti, Milena Miconi e Antonio Cornacchione.

rigorosamente ligio al codice deontologico della sua professione. Mentre si sta preparando ad andare in tribunale per un processo che va a sentenza – e dal cui esito dipende il suo desiderato trasferimento in uno studio londinese – riceve la visita di una ricca cliente, da pochi giorni vedova, la quale chiede che venga distrutto il testamento del coniuge che non l’ha nominata erede universale. Pierre Maillard si rifiuta, sdegnato, ma poiché il titolare dello studio esige che il desiderio della vedova venga urgentemente soddisfatto – minacciando, in caso contrario, di negargli il trasferimento a Londra – Maillard si risolve a compiere l’atto

che tanto gli ripugna. Ecco che bussano alla porta. Maillard va ad aprire: c’è un uomo che chiede di essere ricevuto: deve parlargli. Tesissimo – per ciò che ha appena fatto e per la sentenza che deciderà del suo futuro – Maillard risponde che non ha tempo e gli chiude la porta in faccia. A partire da questo momento è prigioniero di un loop temporale che tuttavia riesce a controllare e a modificare a proprio vantaggio – ma non da solo, come fa invece il meteorologo di Ramis – fino a disattivare l’esasperante meccanismo del ritorno a situazioni precedenti. Costruita con grande abilità, la commedia di Meyniac e Cros (il cui titolo richiama burlescamente la famosa frase – «Domani è un altro giorno» – pronunciata da Rossella O’Hara al termine di Via col vento) non ha pretese di scavo psicologico o di satira sociale: vuol essere anzitutto una macchina da risate, un gioco che esige la sospensione dell’incredulità, che fa leva sul desiderio di sapere come va a finire, che usa in maniera non stucchevole il tormentone (o se si preferisce: il già visto e il già sentito). Basti considerare la perizia con cui i due autori riescono a dislocare più di una volta l’azione, o certi dialoghi concitati – sviando di conseguenza l’attenzione dello spettatore – in modo da consentire la ricomparsa,

come per magia, di alcuni oggetti che erano usciti di scena. Nell’edizione italiana la vicenda è ambientata a Roma, con riferimenti toponomastici precisi (anche se tutto avviene all’interno di una stanza), ma il regista è lo stesso che ha firmato l’allestimento parigino del 2013: Eric Civanyan, che grazie a un sestetto di attori affiatatissimi ha costruito uno spettacolo dal ritmo serrato e dai tempi comici perfetti. Antonio Cornacchione è uno spiritato e divertente «visitatore». Ma chi s’impone irresistibilmente, nei panni dell’avvocato, è Gianluca Ramazzotti, la cui recitazione sembra modellarsi, in parte, su quella di Louis de Funès. Antonio Conte è il titolare dello studio legale. Alessandro Sampaoli il di lui genero. Biancamaria Lelli impersona la vedova furiosa. Milena Miconi è la bella segretaria che facendo il suo ingresso nello studio inciampa sempre nel tappeto, e nel chinarsi enfatizza quella parte di sé – oggi ridicolmente chiamata «lato B» – che non sfugge mai all’attenzione dei personaggi maschili né a quella degli spettatori di ambo i sessi.

Non è che si capisca tutto, in questa cronaca (veridica) su un finanziere, a torto ritenuto svitato da Wall Street (formidabile Christian Bale) che, nel 2005, decise di scommettere – deriso dall’intero establishment bancario – sull’arrivo della Grande Crisi che nessuno vedeva sopraggiungere. Ma chi giura di decifrare a fondo le elucubrazioni predilette dai guru della finanza? E quanti non scommetterebbero sul fatto che questa zona grigia della comprensione per il comune mortale non faccia parte di una strategia? Ecco una ragione, allora, per giustificare la scelta adottata dagli autori della brillante, quanto a volte precipitosamente nebulosa La grande scommessa. Fra i più sorprendenti apparsi negli ultimi tempi, il film ha forse la sfortuna di giungere dopo i filmati che già hanno avuto l’ardire di frugare nelle pieghe più o meno chiarite della bolla immobiliare creatasi negli Anni 2000, pensiamo a documentari come Inside Job o Cleveland contro Wall Street del nostro Jean-Stéphan Bron, a fiction come Il lupo di Wall Street o l’ottimo Margin Call di J.C. Chandor. Ma il merito di questa sfida è di percorrere, dalla burla all’indignazione, dei percorsi ritenuti da sempre azzardati. Denunciando l’avidità di un sistema che ancora non ha cessato di coinvolgerci; e il cinismo, per usare un eufemismo, di certe caste ritenute intoccabili. La degenerazione insensata del credito ipotecario (gli ormai leggendari subprime), il calcolo perverso delle agenzie di rating del credito, la supponenza degli analisti che fa dire a uno dei personaggi del film: «le grandi banche non possono essere così stupide.» E il coinvolgimento finale dello Stato; che significa dei cittadini tutti. Autore finora di commedie burlesche, Adam McKay affronta con perizia questa svolta anche nei momenti drammatici: i sei milioni di cittadini rimasti senza abitazione, gli otto milioni che perdono il lavoro, gli uffici disastrati della Lehman Brothers. Il regista gioca sull’abituale bravura degli attori americani, sceglie un frammentato ma adeguato stile pop-televisivo per legare le sequenze dialogate, inventa paradossali siparietti, come quello del celebre ristoratore che usa la cucina del pesce per esemplificare le manipolazioni finanziarie più incomprensibili. Mai difficile, mai arido, spesso divertente, La grande scommessa è un film anche agghiacciante. Del quale è forse utile non comprendere tutti i dettagli, ma intuire a fondo la morale; poiché è proprio di morale che si tratta.

Dove e quando

Ieri è un altro giorno, Lugano, Sala Teatro LAC, 19 e 20 gennaio 2016. Un film complesso perfino in locandina.


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Cultura e Spettacoli

Parole e immagini portati a Zurigo da storici venti asiatici Mostre Al Museo Rietberg di Zurigo le esposizioni in corso ruotano intorno a India e Cina Marco Horat Quando i nostri media parlano di Cina o India è spesso per dire delle loro economie più o meno in crescita e per sottolinearne l’impatto ambientale e demografico; quindi produzione e consumo di beni, cibo, acqua ed energia. Qualche volta però anche per illustrare i vari aspetti di due civiltà millenarie che hanno trasmesso all’umanità valori e tesori che ancora oggi sanno affascinare la nostra cultura, fors’anche per le differenze di approccio alla materia tra il nostro e il loro mondo. È il caso delle due belle esposizioni attualmente aperte al museo Rietberg di Zurigo: una dedicata alla calligrafia e l’altra alla pittura, che ci confrontano con due espressioni artistiche non esattamente coincidenti con il nostro modo di vedere le cose. Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei. È noto come in molti paesi asiatici e in quelli di tradizione araba, la scrittura sia stata considerata un modo di espressione artistica di grande levatura al pari della letteratura, della pittura e della scultura; e le varie forme si sono spesso integrate e completate a vicenda. Se scrivere vuol pur sempre dire comunicare, è il modo con il quale si comunica che fa la differenza. Gli ideogrammi di origine cinese, tracciati con un pennello intinto nell’inchiostro, racchiudono in sé elementi di straordinaria bellezza estetica ma sono anche espressione di un brillante intellettualismo, di nostal-

gia religiosa o di uno stato di profonda meditazione (come nello zen). Noi forse, superficialmente, ne cogliamo soprattutto il primo aspetto. «Ancora oggi, ogni mattino scrivo una frase di un autore classico. Prendo così coscienza di quali sono i miei sentimenti quel giorno. Con un pennello in mano posso gridare o mormorare, accarezzare la carta o colpirla come se avessi in mano una scure». A dirlo è un moderno calligrafo cinese, Huang Miaozi, che all’età di 90 anni continua una tradizione millenaria che già un suo maestro dell’XI secolo aveva analizzato: «Il piacere che procura la calligrafia è lo stesso di quello che dà il buon vino; entrambi hanno la facoltà di scacciare le preoccupazioni». In Cina la scrittura ha sempre goduto di grande prestigio e nel corso dei secoli ha ricoperto funzioni non solo culturali ma anche psicologiche, sociali e politiche. La mostra, grazie a un centinaio di opere prestate dai maggiori musei di tutto il mondo (Colonia, New York, Parigi, Berlino), illustra questo lungo percorso attraverso il complesso mondo calligrafico, cercando di farci penetrare in un universo affascinante. E lo fa seguendo il filo rosso di sei sezioni tematiche e cronologiche al tempo stesso, dai primi secoli avanti Cristo ai nostri giorni. In esposizione vi sono infatti opere dei maggiori calligrafi del passato e del presente, testi religiosi antichi, vasi arcaici in bronzo e ossa incise di animali recanti messaggi per l’aldilà, pitture e com-

Imperatore Li Zong (1205-1264), Poesia per l’onorevole concubina, Dinastia Song merid., metà XIII sec., inchiostro su seta. (© bpk/The Metropolitan Museum of Art)

ponimenti poetici, sculture buddhiste e immagini curiose come quella del giovane che si è scritto in volto l’albero genealogico della sua famiglia. Dalle parole che sono anche immagini alle figure che parlano e raccontano storie più di quanto faccia un testo. La pittura indiana di epoca Moghul si è sviluppata tra il 1500 e il 1600, fondendo in sé le tradizioni indiane con quelle della Persia e dell’Asia centrale. Una ricchezza espressiva che ha preso forma,

oltre che in monumenti celebri quali il Taj Mahal di Agra, nelle altrettanto famose miniature di grande raffinatezza, in illustrazioni di opere religiose e di poemi popolari raccolte in album rilegati, in ritratti di sovrani e personaggi di corte dove la cura dei particolari non ha nulla da invidiare a quella dei pittori occidentali dell’epoca. Per il subcontinente indiano sono secoli di grande benessere e apertura culturale con una corte guidata da sovrani illuminati

Passa la mano Il racconto Di una vita povera di altri tempi in valli discoste, dove grandi e piccini

erano uniti nella lotta per la sopravvivenza

Appoggiate a macigni come piccole frane, una decina di case stipate di figli e stalline zeppe di vacche, dalle porte spandevano brusii di voci, stoviglie e campanacci. Le donne sfregavano ai lavatoi, gli uomini spaccavano legna, i bambini arrampicavano come camosci sui macigni. L’odore di sapone e resina si mischiava a quello di fumo, di fritto, di polenta che cuoce. Così stava Fontana, con i camini accesi tra le pareti di roccia, la campagna minuscola mosaico di rilievi e muretti, spaccata verso il Basodino da una valanga medievale, posata all’ergersi strepitoso della Magnasca, placida e grigia tra i colori delle stagioni. Attorno alla frazione, foreste vergini di rovi erano state estirpate ed addomesticate, piantate di querce e castani, terrazzate per cogliervi fieno e seminare gli orti, scavate di sentieri per salire verso le cime e sfruttare i pascoli, il tutto tra una roccia ed un dirupo a rendere ogni traguardo di muri e gradini un piccolo artificio di qualche metro coltivabile. Era la seconda frazione della val Bavona, a mezz’ora di passo spedito da Cavergno, ma è difficile dare una lunghezza a quei due chilometri, perché li facevano i bambini assonnati all’alba e piagnucolosi al tramonto, giovani e vecchi con capre impazzite dal verde, vacche anchilosate da mesi di stalla, maiali affaticati e terrorizzati da un nonnulla. Li facevano le donne incinte salendo e con le contrazioni scendendo; qualsiasi ragione li obbligasse al cammino, non sprecavano le gambe e mar-

Gabriele Zeller

Minta a s fa, la méa sgint, a naa inanz s na bófa l vint Emilio Zanini

ciavano carichi di fieno e legna, neonati legati nelle gerle e capretti sgozzati penzoloni. Un mattino la voce profonda di Vincenzo salì dalle scale con l’odore del caffè. – Emma, Leonardo, svegliatevi! – Fuori era notte. Da sotto le coperte i bambini sbirciarono le finestre incrostate di gelo ed il vapore dell’espiro nel barlume della candela. Quando il richiamo si fece secco, infilarono gli abiti e corsero fuori sull’erba brinata a svuotare la vescica. Davanti al fuoco, nel tepore della cucina, si colmarono di cibo e di caldo. – Dai, sbrigatevi, che già ieri la Rossa doveva partorire – disse Vincenzo che si rivedeva la capra, ancora priva dei segni evidenti del parto. Vincenzo era un uomo paziente che gli schiaffoni li misurava tre volte prima di darli, un contadino dalle grandi mani e dal facile pianto, ultimo di una sfilza di orfani che in lui avevano riversato tutto quel che era mancato loro.

Un presagio di disgrazia lo aveva colto fin dall’alba: aveva fiutato neve e si era affrettato a ravvivare le braci e ad accendere la stufa sospirando per scacciare la paura delle valanghe di primavera. Dalla finestra scrutava i canaloni neri, quasi potessero predire la tenuta delle masse gelate e di quelle ancora da cadere. I figli lo guardavano guardare, appena si muoveva fissavano la tazza quasi vuota, ballava il cucchiaio, scattavano le occhiate. Quando i bambini furono pronti, anch’essi agitati dall’odore, chiesero al padre se dovevano scendere a scuola. – Che domande! – rispose. Vincenzo ci teneva che i suoi figli fossero buoni al calcolo e, qualche tempo prima, la sua Emma si era mostrata svelta di testa e di lingua. Erano scesi insieme dalle cime di Formazzöö con il formaggio in spalla da vendere e in quel formaggio c’erano le corse dietro alle bestie sui pascoli, il latte che avevano munto due volte al giorno sotto ai temporali e ai nevischi d’agosto, la legna tagliata, spaccata e portata in cascina, le albe gelide che faceva piangere uscire dal letto e le sere così stremati da avere appena la forza di mangiare. Nel buio di una cantina, posando le forme sul tavolo, Vincenzo aveva sparato due e ottanta al chilo e quando Margherito il commerciante, che ci sapeva fare con la bilancia ad alleggerire il valore della loro fatica, senza un complimento per il profumo, senza neanche toccarle per vedere com’era bella la crosta, lavata, raschiata e spazzolata ogni giorno, aveva voltato la schiena e l’aveva offerto ai compratori per sette e quaranta, Emma era sbottata in un esplosivo «Ladro!»

Gli uomini erano rimasti inchiodati. Margherito comprava e vendeva appoggiato ad un bastone ed Emma si era presa una bella legnata per quella verità ma la sera dopo Rosario quando, rossa di vergogna, aveva raccontato la storia della cantina e del Margherito, fu sorpresa di vedere che persino suo padre, di cui temeva il rimprovero, sorrideva fiero davanti al fuoco. Avevano cantato tutti insieme più forte del solito, che non gliel’avevano mandata a dire al ladro. / © Doris Femminis Biografia

Nata a Cavergno nel 1972, Doris Femminis ha allevato capre durante otto anni in val Bavona. Nel 2002 se ne va a scoprire la civiltà urbana a Ginevra. Attualmente vive e lavora sugli altopiani del Giura dove pratica come infermiera a domicilio e passeggia su vaste pianure. Nell’ottobre 2015, con il racconto «Passa la mano» vince il premio letterario Salviamo la montagna nella sezione di narrativa dedicata a Plinio Martini ed è seconda al Premio Montagna Emozioni – Cultura all’ombra del Monviso con il romanzo inedito «Chiara cantante e altre capraie» dal quale è tratto il racconto. Dal mese di novembre 2015, con lo stesso romanzo, è finalista al Premio Parole di terra. Informazioni

Coordinate per abbonarsi ai racconti del collettivo Arbok Group: impressione.anaedizioni@gmail.com (Franco Lafranca, tel. 079 655 96 26) giorgiogene@bluewin.ch (Giorgio Genetelli, tel. 078 807 92 10) http://arbokanaedizioni.blogspot.com

quali Akbar, Jahangir o Shah Jahan, che fungono da mecenati-committenti e promuovono la pubblicazione dei grandi poeti classici della letteratura persiana ma anche la traduzione di testi della tradizione induista e cristiana (che noi purtroppo non possiamo in genere apprezzare); questi ultimi sono poi stati illustrati da abili artisti – rimasti spesso anonimi – con una straordinaria competenza del colore, un po’ come si fa oggi con le fotografie che accompagnano un articolo stampato. Il Museo Rietberg di Zurigo possiede una collezione di miniature moghul tra le più importanti al mondo, recentemente ampliata grazie a un deposito di ventidue opere di altissima qualità artistica presentate in mostra per la prima volta e suddivise anche qui in sei sezioni tematiche. Opere raffinate che andrebbero godute in tutta tranquillità, magari utilizzando una lente di ingrandimento, per apprezzarne fino in fondo i dettagli poetici creati mediante l’uso di pennelli microscopici; cosa che si può benissimo fare nell’atmosfera ovattata del Rietberg. Dove e quando

Zurigo. Museo Rietberg: Magia dei segni – 3000 anni di calligrafia cinese fino al 20 marzo 2016 e L’eredità dorata di Akbar – Pittura degli imperatori dell’India fino al 14 febbraio 2016. Orari: ma-do 10.00 / 17.00, me 10.00 / 20.00; lu chiuso. www.rietberg.ch

Agenda dal 18 al 24 gennaio 2016 Eventi sostenuti dalla Cooperativa Migros Ticino Iliade LuganoInScena Lugano, Teatro LAC 18 gennaio 2016, ore 14.30 e 20.30 www.luganoinscena.ch Carmen Chiasso Danza Chiasso, Cinema Teatro 23 gennaio 2016, ore 20.30 www.centroculturalechiasso.ch

Gabriele Leporatti Concerto per solo piano Ascona, Teatro San Materno 24 gennaio 2016, ore 17.00 www.teatrosanmaterno.ch Sylvano Bussotti 900 presente Lugano Besso, Auditorio RSI 24 gennaio 2016, ore 17.30 www.conservatorio.ch Per saperne di più su programmi, attività e concorsi del Percento culturale Migros consultate anche percento-culturale.ch e Facebook


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Cultura e Spettacoli

Di tutto e a tutte le ore Mostre Acqua e cibo non sono mai stati scontati nella città lagunare,

eppure Venezia viene spesso ricordata proprio per i fasti culinari

Conversazioni losangeline Pubblicazioni Una serie di interviste

a Ellroy, tra atmosfere californiane e noir Piero Zanotto

Concorso

Nel 1761 Carlo Goldoni inserì con finezza umoristica nella sua commedia Chi la fa l’aspetta un dialogo tra due personaggi, il borghese Lissandro e l’oste Menego, dal quale emerge con apparente paradosso la disponibilità totale di cibi diversi, a quel tempo, nella città lagunare. Lissandro deve organizzare una fastosa cena e addebitare il conto – scherzo atroce che gli si rivolterà contro – ad altri. Vuole sapere cosa la cucina di Menego possa fornire di straordinario. Avuto da questi l’elenco di tante leccornie in pesce, carni, salumi, minestre, zuppe, dolci, chiede sorpreso se davvero egli può disporre di un così ricco menù. Al che l’oste risponde rassicurante in dialetto, qui volto in italiano: «Siamo a Venezia, sapete? Non vi nasce niente ma c’è di tutto e a tutte le ore». Perché questa citazione? Suona spontanea a proposito dell’eterogena mostra allestita nei fascinosi ambienti dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale, luogo simbolo dello Stato Veneziano (come sottolinea in catalogo Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici), dove si ripetevano i sontuosi banchetti nei riti dell’accoglienza degli ospiti stranieri, sempre protagonista il cibo. A cura di Donatella Calabi e con il coordinamento di un comitato scientifico, prodotta dalla Fondazione Musei col patrocinio dell’Unesco, in un percorso che si articola in cinque sezioni tematiche, la mostra offre il quadro onnicomprensivo della vita in laguna, con l’aggiunta dello strumento digitale al tradizionale utilizzo di carte storiche, dipinti e incisioni. Sono descritti in dettaglio i motivi dell’unicità di Venezia, città d’acqua e di isole lagunari cucita alle altre vicine realtà di terraferma. Un unicum «sorvegliato» costantemente, pur soggetto al suo interno a discussioni tra opinioni diverse, dal Magistrato alle Acque costituito nel 1505, che continuò il suo delicatissimo lavoro dopo la caduta della Repubblica in regime di occupazione francese prima e austriaca dopo, du-

Stefano Vassere

Case, orti e terreni vacui della «commissaria» di Piero Brustolado presso il ponte Piccolo alla Giudecca, post 1474, inchiostro e acquerello (Archivio di Stato di Venezia)

rante il ventennio fascista, fino all’... altroieri, poiché oggi gli scandali hanno portato, incredibile!, alla sua chiusura. Per secoli, da quell’inizio di Cinquecento, ad opera del privato Giovanni Battista Cipelli, rimase affissa all’esterno del Magistrato a Rialto, incisa su marmo, in tutte lettere maiuscole, la scritta in latino che trascriviamo in italiano (ora collocata al Museo Correr), di assoluta solenne imperiosità: «La città dei Veneti, per volere della Divina Provvidenza fondata sulle acque e circondata da una cerchia di acque, è protetta dalle acque in luogo di mura: e pertanto chiunque in qualsiasi modo oserà arrecar danno alle acque pubbliche venga condannato come nemico della patria e punito non meno gravemente di chi violasse le sante mura della patria. Il disposto di questo editto sia immutabile e perpetuo». I due capitoli della mostra più descrittivi a proposito dell’approvvigionamento di cibo e acqua dolce nella città attorniata e solcata da sola acqua salsa, sono il secondo e il terzo: «Acqua e cibo in laguna e terraferma» e «Banchetti, parate, giochi e feste». La risposta del goldoniano oste Menego al suo cliente esprime in giocosa sintesi una realtà un poco diversa da quella pronunciata col sorriso da Goldoni. Che possiamo confrontare con ciò che mostra in pieno Cinque-

900 Presente Rassegna contemporanea Auditorio RSI, Lugano Domenica 24 gennaio, ore 17.30 Bussotti Musiche di Sylvano Bussotti, Giuseppe Verdi. Ensemble 900 del CSI, diretto da Francesco Bossaglia www.conservatorio.ch Carta Bianca a F. Piemontesi Concerto per pianoforte Teatro San Materno, Ascona Domenica 24 gennaio, ore 17.00 Gabriele Leporatti, solista. Musiche di Bach-Liszt, Beethoven, Liszt, Schumann, Debussy, Ravel

cento Jacopo Tintoretto nel magnifico La creazione degli animali: l’esistenza nell’ambiente anfibio veneziano di una varietà incredibile di pesci e uccelli, che trova dimostrativa unione nella certificata vivacità, attraverso l’esposizione di esempi di cartografie storiche, del patrimonio agricolo nelle diverse isole del bacino lagunare, soprattutto in quelle più fertili, ovvero Sant’Erasmo, Torcello, San Giorgio in Alga. Cucina viva, varia, che sconfinava nei dolci. Esempio venezianissimo quello delle fritole (frittelle) con le quali ancora oggi si rende onore al Carnevale, prima di entrare in Quaresima. Dolce «povero» che in mostra è presente nel dipinto di Pietro Longhi (1750) La venditrice di fritole, come dello stesso Longhi è la tela del 1540 La polenta, e ancora sue Negli orti dell’estuario e Il banchetto in villa intimo preludio in qualche modo allo sfarzo da lui rappresentato nel grande olio Convito in casa Nani alla Giudecca. Altro discorso riguarda invece l’approvvigionamento quotidiano d’acqua dolce portata da fuori (terraferma) in città. Dove e quando

Acqua e Cibo a Venezia – Storie della laguna e della città. Venezia, Palazzo Ducale, San Marco. Orari: 8.30-17.30. Fino al 14 febbraio 2016.

«La donna pone l’uomo davanti a una verità morale, dissuadendolo dal proseguire sul sentiero dell’immoralità e ricompensandolo con la femminilità, la morbidezza, la sessualità e l’amore. È anche per non farsi scappare tutto questo che l’uomo si lascia redimere». Si ripete spesso, James Ellroy in questo simpatico Ellroy Confidential. Scrivere e vivere a Los Angeles (Roma, minimum fax 2015); si contraddice, pasticcia, fornisce versioni discordanti o contraddittorie dello stesso fatto, spara sui mostri sacri della letteratura e del cinema noir, da Raymond Chandler a Quentin Tarantino. Di Tarantino dice, per esempio, a pagina 119: «è molto strano che negli ultimi viaggi in Gran Bretagna mi sia stato chiesto cosa ne penso di Quentin Tarantino, che per me è soltanto uno stupido ragazzino. Le iene è immondizia e i quaranta minuti di Pulp Fiction che ho visto sono il più infantile e noioso esercizietto di stile che abbia mai dovuto sopportare». Le quindici interviste al Maestro californiano raccolte in questo libro coprono un periodo di un trentennio, dalla metà degli anni Ottanta fino al 2014 e le ripetizioni sono in effetti molte: sentiamo più volte, per esempio, che Ellroy scrive a mano, che non ha il PC e che detta le mail e i post su Facebook alla segretaria; poi, che ogni romanzo viene preparato redigendo prima uno schema molto dettagliato, fino a centinaia di pagine («quello di American Tabloid era di 275 pagine»), e anche che nelle serie degli ultimi anni, quelle più storicopolitiche e meno noir, il lavoro preparatorio comprende anche l’ingaggio di storici, che definiscano la cronologia dei fatti e garantiscano l’affidabilità dei dati oggettivi. Il personaggio è complesso e ansioso e scappa di qua e di là; è quindi saggio isolarne qualche punto fermo. Le letture precoci e subito abbondanti, per esempio: in molte interviste televisive, interrogato su quale fosse il segreto della conquista della scrittura, Ellroy ama

Top10 CD

Top10 DVD

Top10 Libri

1. Il volo

1. Minions

1. Fabio Volo

L’amore si muove

Animazione

2. Marco Mengoni

2. Fantastic 4

Le cose che non ho 3. Modà

Passione maledetta

M.B. Jordan, K. Mara 3. Mission: Impossible – Rogue Nation

T. Cruise, R. Ferguson 4. Coldplay

A Head Full Of Dreams

P. Rudd, M. Douglas

091/821 71 62 Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate.

Adesso

Storia di un cane che insegnò ad un bambino la fedeltà Guanda 4. Nick Sloan

5. Jeff Kinney

Diario di una schiappa – portatemi a casa, Castoro 6. Jorge Mario Bergoglio

7. Big Hero 6

Animazione

Il nome di Dio è misericordia Piemme

8. One Direction

Made in the A.M.

8. Hunger Games – Il canto della rivolta parte 1

10. Il volo

L’amore si muove

7. Wilbur Smith

Il leone d’oro, Longanesi

J. Lawrence, J. Hutchenson

Purpose Orario per le telefonate: dalle 11.00 alle12.00.

3. Luis Sepulveda

Animazione

9. Justin Bieber

Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

6. Il libro della vita

7. Emma

Per aggiudicarsi i biglietti basta telefonare mercoledì 20 gennaio al numero sulla sinistra nell’orario indicato. Buona fortuna!

Nei tuoi occhi, Sperling

5. Città di carta

C. Delevingne, N. Wolff Simili

2. Nicholas Sparks

English da zero kids, Mondadori

5. Tiziano Ferro

Lo stadio tour 2015

È tutta vita, Mondadori

4. Ant-Man

6. Laura Pausini

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ripetere che il segreto sta nella lettura compulsiva e al limite anche disordinata: leggere, leggere, leggere e ancora leggere per sapere scrivere, alla fine. «Finivo un libro al giorno. Così cominciai a rubarli in libreria e questo fu in qualche modo l’inizio della mia vita da piccolo delinquente». Poi, tra gli altri temi straricorrenti, la notoria vicenda della madre uccisa, che incrocia continuamente la storia dell’omicidio di Elisabeth Short, la Dalia nera di omonimo memorabile, mostruoso, sontuoso romanzo del nostro (e del film, epico e rispettoso, di Brian De Palma); e, da lì, donne e donne, declinate e rappresentate in varie forme. Ma anche l’uso nei romanzi di personaggi reali manipolati e truccati e, soprattutto nella vita privata, associati a vicende di vizio e finzione: John Fitzgerald Kennedy, Howard Hughes, John Edgar Hoover. Sullo sfondo, più che mai ovvia, la città di Los Angeles, nella quale Ellroy torna più volte: «una città appartiene allo scrittore che la reclama più ossessivamente». Joseph Wambaugh, alla fine di un suo romanzo, ringrazia pubblicamente Ellroy per averlo convinto a tornare a Los Angeles e scrivere Hollywood Station e degli ultimi cinque suoi romanzi quattro hanno il nome Hollywood nel titolo. Al di là delle dichiarazioni magniloquenti e quindi sospette dell’interessato, non si rischia di sbagliare di molto dicendo che James Ellroy è probabilmente uno dei più grandi scrittori americani viventi. Noi leggiamo quel suo stile, spesso sincopato e serrato e moderno, nelle traduzioni italiane e quindi con una leggera coda di paglia. L’intervista di Craig McDonald del 2001 pone seriamente il problema chiedendo a Ellroy quanto possa essere fedele la traduzione dei suoi romanzi, soprattutto nel caso di quelli stilisticamente più estremi; eppure, letto in italiano, l’autore californiano ci sembra così fresco ed efficace ed è lo stesso Ellroy a richiamare fonti credibili che garantiscono anche per la traduzione francese e per quella spagnola. «Quanto all’olandese, chi lo sa».

8. Anna Todd 9. Paw Patrol – Salvataggi invernali

Animazione

After 1/2/3/4, Sperling 9. John Grisham

Avvocato canaglia, Mondadori 10. Masha e Orso Box (DVD+Toy)

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

Animazione

10. Gialuigi Nuzzi

Via Crucis, Chiarelettere


Le marche Migros rinfrescano i ricordi dâ&#x20AC;&#x2122;infanzia.

Urs Buchegger, responsabile sviluppo gelati, Midor

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Idee e acquisti per la settimana

shopping Piatti sani e leggeri Attualità Inizio d’anno in piena forma grazie a più movimento e ai gustosi piatti Délifit dei Ristoranti Migros

Nei Ristoranti Migros in ogni stagione vi attende una ricca e gustosa selezione di piatti a base di ingredienti freschi e preparati con cura e creatività dagli abili chef. Tra questi non mancano nemmeno le proposte per chi è attento alla linea oppure è alla ricerca di piatti che non appesantiscano troppo la digestione. Come nel caso di Délifit, la linea dei Ristoranti Migros sinonimo di specialità gustose ed equilibrate dal punto vista nutrizionale, ma poco caloriche, giacché ogni menu contiene al massimo 600 calorie per porzione. Alcune tra le proposte del momento sono ad esempio i filetti di luccioperca alla

mugnaia con riso allo zafferano e finocchio gratinato; il filetto di trota su letto di porri e patate con insalata alle noci e uova; il tofu con curry thai e riso basmati alle verdure; la fettina di pollo con patate arrosto al sesamo e verdure di stagione; lo sminuzzato di vitello alla zurighese con tagliatelle e fagiolini oppure ancora le fettine di manzo al pomodoro con purea di patate. Nel menu Délifit non mancano nemmeno panini, wrap e dessert, tutti a tenore calorico ridotto e con valori nutrizionali equilibrati. Non perdetevi questo appuntamento culinario con il gusto e il benessere.

Voglia di una spremuta fresca? Attualità Nei supermercati Migros

di Lugano, Molino Nuovo, Bellinzona, Agno Uno, Locarno, Serfontana e S. Antonino potete spremere da soli la vostra sferzata di vitamine quotidiana

Per prevenire i malanni di stagione, restare attivi a lungo e fare il pieno di vitamine durante il periodo più freddo dell’anno non c’è niente di più sano e buono di una bella spremuta fresca di arance. Gli agrumi consumati a colazione sono veri e propri ricostituenti. Ecco perché sin dall’apertura del negozio Migros di fiducia molti clienti «fanno la corsa» per assicurarsi la propria spremuta freschissima quotidiana. Grazie al pratico spremiagrumi servisol ognuno può prepararsi la spremuta secondo le proprie necessità, scegliendo tra una bottiglia da uno o mezzo litro. L’apparecchio è facile da

utilizzare garantisce una spremuta di puro succo e senza semi o polpa. Se non consumata subito, la bottiglia in PET può essere conservata in frigorifero per 24 ore. Degustazione di spremute fresche alla Migros Sabato 23 gennaio: S. Antonino, Serfontana Sabato 30 gennaio: Locarno, Agno Sabato 6 febbraio: Bellinzona, Molino Nuovo Durante la degustazione le spremute saranno oggetto di un’offerta speciale.

Donatello Spinosa, merchandiser frutta e verdura per Migros Ticino (a sinistra) e un affezionato cliente Migros «giornaliero» di spremute fresche. (Fabio Gaspari)


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PUNTI


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Idee e acquisti per la settimana

Il barometro dei prezzi Diversi prodotti Alnatura saranno più cari. Il motivo è l’aumento di prezzo delle materie prime, dovuto per esempio al cattivo raccolto e alla conseguente scarsità di

Alcuni esempi:

Erba gatta bio Per il benessere dei nostri amici a quattro zampe sarebbe utile mettere loro a disposizione dell’erba gatta allorquando non hanno la possibilità di uscire regolarmente e procacciarsela da soli. Sono diversi i benefici di cui i felini possono godere consumando dell’erba gatta. In primo luogo essa aiuta a rigurgitare le palle di pelo – assunte durante la pulizia della pelliccia oppure mangiando le prede catturate – che nei peggiori dei casi possono portare ad un’occlusione del tratto intestinale. Oltre a ciò l’erba gatta funge da complemento alimentare, dal

momento che fornisce al gatto importanti sostanze minerali e vitamine non contenute nella carne che consumano. Come per esempio l’acido folico, la cui carenza può compromettere la crescita sana dell’animale e causare anemie. Lasciando dell’erba gatta a disposizione del gatto si evita inoltre che esso mangi le piante d’appartamento, piante spesso trattate con prodotti chimici oppure addirittura velenose per i nostri amici a quattro zampe. L’erba gatta che trovate presso i reparti fiori Migros è di produzione biologica, pertanto è priva di qualsiasi pesticida.

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vaniglia bourbon del Madagascar o delle mandorle californiane. Per contro diversi altri articoli Alnatura, come pure altri prodotti, diventeranno più convenienti. Prezzo vecchio in Fr.

Alnavit Succo superfrutto, 330 ml Alnatura Fusilli alla spelta, 500 g Alnatura Chips, p.es.rosmarino e sale marino, 125 g Terrasuisse Pane bigio, 500 g Leerdammer fette, 200 g M-Budget Filetti di pangasio surgelati, 900g Meridol Filo interdentale, 40 m Elmex Dentifricio, 75 ml M-Budget Salviettine umide, 96 pz Alnatura Bacche cioccolato, 85 g Alnatura Bastoncini zenzero cioccolato, 90 g Alnatura Bastoncini mango e cocco, 100 g Alnatura Barre cocco, 40 g Alnatura Florentins, p.es. cioccolato, 100 g Alnatura Pass. noci acagiù, 250 g Alnatura Base per passato, p.es. frutta, 500 g Alnatura Snack mandorle, 75 g Alnatura Zucchero vanig. bourbon, 4 x 8 g Pain Création Ciabatta croccante, 400 g Terrasuisse Corona di Sils, 300 g

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Idee e acquisti per la settimana

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Passione per il formaggio Non è di certo la Svizzera ad aver inventato il formaggio, ma le sue specialità tipiche hanno contribuito a renderla celebre in tutto il mondo. Raclette, fondue & Co. continuano ad avere tanti appassionati anche in patria Testo Jacqueline Vinzelberg; Foto Yves Roth, Christian Schnur

Il formaggio è un vero prodotto della natura. E qui da noi ne esistono oltre 450 varietà tipiche, che differiscono tra loro per aroma, stagionatura, contenuto di grasso ed acqua. In Svizzera se ne consumano più di 20 chili pro capite all’anno e quasi tutti hanno le loro preferenze personali per quanto riguarda il modo e l’occasione di mangiare formaggio. Ad esempio, avete già provato una raclette all’aperto? O a servire un ananas fresco assieme alla fondue? 1

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Date il nome giusto ad ogni formaggio! Trovate la soluzione a pagina 38.

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L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche i formaggi.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

Idee e acquisti per la settimana

Julia Weiss (25 anni), studentessa di Berna:

Jonas Hunziker (29 anni), specialista di dati statici di Basilea con la moglie Jessica (30) e il figlio Thierry (3):

«I miei amici mi considerano quasi una drogata di formaggio. Per me non c’è giorno senza formaggio e ne ho sempre una scorta in frigorifero. Ad esempio, trovo irresistibile un panino farcito con qualche fetta di formaggio d’alpe Heidi, magari con un po’ di senape ai fichi della linea Sélection».

«Thierry va matto per la fondue di formaggio e la raclette. E siccome piace anche a noi, ci godiamo spesso una serata in compagnia attorno a una raclette. Tra le nostre favorite c’è quella a base di Raccard biologico della linea Tradition».

Melissa Colaiacovo (27 anni), infermiera di Losanna con il suo gatto Chou-Chou: «Sono una vera divoratrice di formaggio, inizio già a colazione con qualche specialità svizzera e lo uso molto per cucinare. La mia grande specialità sono le tagliatelle di verdure, cotte al forno e ricoperte di Heidi Gruyere grattugiato della Migros». 2

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Felix Poletti (50 anni) costruttore di camini ed ex olimpionico di skeleton di Wädenswil (ZH) con l’amico Sven Peeters (49): «Essendo un appassionato di sport e dell’aria aperta, amo stare in mezzo alla natura. Per me il formaggio è una cultura di vita, mi piace mangiarlo senza fronzoli, come ad esempio una raclette a cielo aperto con gli amici».

Daniella Simmig (51 anni), organizzatrice di eventi di Dübendorf (ZH): «Sono una vera golosa di fondue e adoro ricevere ospiti a casa. Mi piace viziarli con una fonduta a base di Gruyère Moitié-Moitié, che accompagno con qualche fetta di ananas e qualche pomodoro ciliegino. Una combinazione fruttata che si abbina perfettamente».

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino¶18 gennaio 2016¶N. 03

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Idee e acquisti per la settimana

Noi firmiamo. Noi garantiamo.

A ciascuno il suo formaggio Ecco la soluzione del quiz della piramide di formaggio a pagina 35. Tutte le varietà sono prodotte dall’Industria Migros

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Heidi Le Gruyère semi piccante 100 g Fr. 2.20

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Heidi Formaggio dei Grigioni alla panna 100 g Fr. 2.45 Nelle maggiori filiali

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Bio Raccard Surchoix 2 x 4 fette 300 g Fr. 7.40

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Raccard misto 350 g Fr. 8.70

2 Heidi Formaggio di montagna a fette piccante 140 g Fr. 4.40 Nelle maggiori filiali

1 Cave d’Or Le Gruyère a rotoli 100 g Fr. 5.20 Nelle maggiori filiali

Cave d’Or Montagna 100 g Fr. 2.90 Nelle maggiori filiali

5 Cave d’Or Raclette 2 x 4 fette 300 g Fr 7.95 Nelle maggiori filiali

6 Raccard Tradition 10 fette, 100 g Fr. 1.80* invece di 2.30 *Offerta valida fino al 25.01 o fino ad esaurimento scorte

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Pesci freschi in vaschetta per la cottura al forno filetto di salmone, calamari o filetto di merluzzo, 20% di riduzione, per es. filetto di salmone al limone e coriandolo, d’allevamento, Norvegia, 420 g

Piatto misto di affettati ticinesi Svizzera, affettati in vaschetta, per 100 g

Costolette di maiale TerraSuisse imballate, per 100 g

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Formaggio del vignaiolo per 100 g, 20% di riduzione

Raccard Tradition in blocco o a fette in conf. da 10 per 100 g, 20% di riduzione, per es. in blocco maxi

Tutti gli yogurt al müesli M-Classic 150 g, 20% di riduzione, per es. ai truffes

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Tutto il pane Happy Bread 20% di riduzione, per es. bianco, 350 g

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Tutta la pasta Tradition, a partire da 2 confezioni 1.– di riduzione l’una, per es. tagliatelle, 500 g

Ravioli alla napoletana o alla bolognese M-Classic in confezioni multiple 25% di riduzione, per es. alla napoletana in conf. da 6, 6 x 870 g

Tutti i tipi di purea di patate Mifloc per es. 4 x 95 g


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Cornetti al prosciutto Happy Hour surgelati, 24 pezzi

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Succo d’arancia M-Classic in conf. da 10, Fairtrade, 10 x 1 l

Tutti gli zwieback 20% di riduzione, per es. Original, 260 g

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Caffè, caffè in capsule, frutta secca, spezie, noci. Collaboratori: 302 Ice Tea, succhi di frutta, prodotti pronti, prodotti a base di patate e prodotti a base di frutta. Collaboratori: 971

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Tutto l’assortimento Pancho Villa per es. Soft Tortillas, 326 g

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Tutte le zuppe istantanee o in bustina Bon Chef, a partire da 2 confezioni –.40 di riduzione l’una, per es. minestra con polpettine di carne e vermicelli, in busta, 74 g

Pane, prodotti da forno, pasticceria, paste. Collaboratori: 3269

Formaggio per raclette Raccard, Gruyère AOP, Appenzeller, fondue. Collaboratori: 243

Biscotti, Blévita, gelati, dessert in polvere, frittelle di Carnevale, prodotti da forno per l’aperitivo. Collaboratori: 623

Acqua minerale, sciroppo, succhi di frutta. Collaboratori: 122

Prodotti trattanti, sostanze cosmetiche attive, detersivi e detergenti, margarine, grassi commestibili. Collaboratori: 957

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Prosciutto cotto in conf. da 2, TerraSuisse, per 100 g 1.85 invece di 2.65 30% Saucisson Tradition TerraSuisse, per 100 g 1.25 invece di 1.80 30% Saucisson vaudois, Svizzera, per 100 g 1.55 invece di 1.95 20% Prosciutto crudo dei Grigioni affettato finemente in conf. da 2, Svizzera, 2 x 113 g 6.90 invece di 10.35 33% Sminuzzato di pollo Optigal in conf. da 3, Svizzera, 3 x 222 g 15.– invece di 22.60 33% Pesci freschi in vaschetta per la cottura al forno, filetto di salmone, calamari o filetto di merluzzo, per es. filetto di salmone al limone e coriandolo, d’allevamento, Norvegia, 420 g 12.– invece di 15.– 20% Roastbeef cotto, Svizzera / Germania, affettato in vaschetta, per 100 g 5.50 invece di 6.95 20% Salametti con pepe Vallemaggia, prodotti in Ticino, in conf. da 2 x ca. 90 g, ca. 180 g, per 100 g 2.80 invece di 4.– 30% Piatto misto di affettati ticinesi, Svizzera, affettati in vaschetta, per 100 g 3.15 invece di 4.55 30% Arrosto spalla di manzo TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 2.60 invece di 3.50 25% Costolette di maiale TerraSuisse, imballate, per 100 g 1.25 invece di 2.10 40% Arrosto collo di maiale TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 1.75 invece di 2.20 20% Carne macinata di manzo, Svizzera / Germania, in conf. da 2 x 500 g/1 kg 9.– invece di 18.– 50% Cordon bleu di maiale TerraSuisse, imballato, per 100 g 1.50 invece di 2.50 40% Galletto speziato Optigal, Svizzera, in conf. da 2 pezzi, per 100 g 1.– invece di 1.45 30% Branzino, 300–600 g, Grecia, per 100 g 1.70 invece di 2.30 25% Fino al 23.1

PANE E LATTICINI Tutto il pane Happy Bread, per es. bianco, 350 g 1.90 invece di 2.40 20% Latte M-Drink Valflora UHT in conf. da 12, 12 x 1 l 12.40 invece di 15.60 20% Tutti gli yogurt al müesli M-Classic, 150 g, per es. ai truffes –.70 invece di –.90 20% Formaggio del vignaiolo, per 100 g 2.– invece di 2.50 20% Raccard Tradition in blocco o a fette, per 100 g, per es. in blocco maxi 1.75 invece di 2.20 20% Sandwiches M-Classic TerraSuisse, 4 pezzi, 420 g 1.70 invece di 2.– 15% Sandwiches integrali M-Classic TerraSuisse, 260 g 2.10 invece di 2.50 15% Ra Crénga dra Vâll da Brégn (Formaggella Valle di Blenio), prodotta in Ticino, a libero servizio, per 100 g 1.80 invece di 2.40 25% Gorgonzola Selezione Reale DOP, in conf. da 200 g 3.20 invece di 4.10 20%

FIORI E PIANTE Tutte le minirose Fairtrade, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo di 40 cm, mazzo da 20, per es. rosa 10.95 invece di 12.90 15% Tulipani M-Classic, disponibili in diversi colori, mazzo da 10, per es. gialli 5.85 invece di 6.90 15% Azalea Christine, in vaso da 12 cm, la pianta 9.65 invece di 12.90 25%

ALTRI ALIMENTI Cream Branches Milk Frey, UTZ, 125 g 1.45 invece di 2.90 50% Offerta valida fino all’8.2.2016 Palline di cioccolato Frey in sacchetto da 750 g, UTZ, al latte finissimo, Giandor o assortite, per es. palline assortite 11.– invece di 18.60 40% Tavolette di cioccolato Frey da 100 g in conf. da 4 o da 10, UTZ, disponibili in diverse varietà, per es. al latte finissimo in conf. da 10, 10 x 100 g 14.– invece di 20.– 30% Gomma da masticare M-Classic in conf. da 3, strawberry o spearmint, per es. strawberry, 3 x 80 g 5.60 invece di 8.10 30% Cialde finissime ChocMidor Classico, Noir o Diplomat in conf. da 3, per es. Classico, 3 x 165 g 5.70 invece di 8.55 33% Caffè Caruso Oro in chicchi o macinato in conf. da 3, UTZ, per es. in chicchi, 3 x 500 g 17.80 invece di 26.70 33%

Tutte le capsule Delizio, conf. da 48, UTZ, 3.– di riduzione, per es. Lungo Crema 16.80 invece di 19.80 Tutte le confetture Extra Fit & Well, per es. albicocche, 365 g 1.45 invece di 2.10 30% Tutti gli zwieback, per es. Original, 260 g 2.55 invece di 3.20 20% Tutta la frutta secca o tutte le noci Migros Bio, per es. spicchi di mango, 100 g 2.85 invece di 3.60 20% Tutti i tipi di zucchero fino cristallizzato da 1 kg, per es. Cristal –.80 invece di 1.– 20% Cornetti al prosciutto Happy Hour, surgelati, 24 pezzi 6.20 invece di 12.40 50% Lasagne verdi o alla bolognese Buon Gusto in conf. da 2, surgelate, per es. alla bolognese, 2 x 600 g 5.20 invece di 10.40 50% Tutti i Filets Gourmet Pelican da 400 g, MSC, surgelati, per es. à la provençale, 400 g 5.75 invece di 7.20 20% Tutte le bevande dolci Jarimba in conf. da 6, 6 x 1,5 l, per es. Himbo 4.95 invece di 9.90 50% Succo d’arancia M-Classic in conf. da 10, Fairtrade, 10 x 1 l, 7.80 invece di 13.– 40% Semola di mais bramata TerraSuisse, 500 g 1.40 invece di 1.80 20% Rösti al burro Bischofszell, TerraSuisse, 400 g 2.20 invece di 2.80 20% Tutti i tipi di purea di patate Mifloc, per es. 4 x 95 g 3.15 invece di 4.55 30% Tutta la pasta Tradition, a partire da 2 confezioni, 1.– di riduzione l’una, per es. tagliatelle, 500 g 2.95 invece di 3.95 Tutti i tipi di pasta TerraSuisse, per es. pipe di spelta originale, 500 g 2.30 invece di 2.90 20% Olio di colza TerraSuisse, 50 cl 2.65 invece di 3.35 20% Caponata Sélection, 265 g 20x 4.90 NOVITÀ *,** Frutti di cappero fini Migros 20x Bio, 90 g 2.70 NOVITÀ *,** Tutte le zuppe istantanee o in bustina Bon Chef, a partire da 2 confezioni, –.40 di riduzione l’una, per es. minestra con polpettine di carne e vermicelli, in busta, 74 g 1.10 invece di 1.50 Ravioli alla napoletana o alla bolognese M-Classic in confezioni multiple, per es. alla napoletana, in conf. da 6, 6 x 870 g 13.– invece di 17.40 25% Chop Stick Shirataki Noodles, 20x 200 g 2.50 NOVITÀ *,** Tutto l’assortimento Pancho Villa, per es. Soft Tortillas, 326 g 3.65 invece di 4.60 20% Tutte le noci Party, per es. noci miste tostate e salate, 200 g 2.– invece di 2.50 20% Leckerli di Basilea, 1,5 kg 12.70 invece di 15.90 20%

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino all’1.2 Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 19.1 AL 25.1.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

Chiacchiere, 250 g 4.20 20x NOVITÀ *,** Cake al cioccolato, 295 g 20x 7.20 NOVITÀ *,** Tutti i dolci e le torte nella varietà Foresta nera, per es. torta, 440 g 8.30 invece di 10.40 20% Tortellini M-Classic in conf. da 3, ricotta e spinaci, 3 x 250 g 7.70 invece di 11.10 30% Spätzli Anna’s Best in conf. da 2 o in conf. da 3, per es. spätzli all’uovo, 3 x 500 g 5.60 invece di 8.40 33% Red Thai Curry Tofu Anna’s Best Vegi, 370 g 20x 6.40 NOVITÀ *,** Couscous con falafel Anna’s Best Vegi, 370 g 20x 6.40 NOVITÀ *,** Fusilli alla mediterranea Anna’s Best, bio, 380 g 20x 7.80 NOVITÀ *,** Pizza M-Classic in conf. da 4, per es. del padrone, 4 x 370 g 11.50 invece di 19.20 40% Torta di mele streusel, 400 g 4.45 invece di 5.60 20%

NEAR FOOD / NON FOOD Alimento secco per gatti Selina Adult Soft & Crispy, per es. con manzo e volatili, 20x 1,5 kg 3.90 NOVITÀ ** Exelcat in confezioni multiple, bustine da 24 x 100 g o 24 x 85 g e snack da 3 x 60 g, per es. Grill Filets con pollo e volatili in bustina, 24 x 85 g 15.80 invece di 19.80 20% Prodotti per la cura dei capelli I am o Belherbal in confezioni multiple, per es. shampoo alle erbe Belherbal, 3 x 250 ml 7.70 invece di 11.55 33% ** Prodotti per l’igiene orale Candida in confezioni multiple, per es. dentifricio Fresh Gel in conf. da 3, 3 x 125 ml 5.90 invece di 8.85 33% ** Deodorante spray Fresh 20x I am, 75 ml 2.90 NOVITÀ *,** Prodotti per la doccia I am, Fanjo o pH balance in confezioni multiple, per es. docciacrema Milk & Honey I am in conf. da 3, 3 x 250 ml 5.– invece di 6.30 20% ** Tutto l’assortimento di prodotti igienici Secure, a partire da 2 confezioni (sacchetti igienici esclusi) 20% di riduzione l’una ** Tutto l’assortimento Sanactiv, per es. spray nasale all’acqua di mare, 20 ml 5.40 invece di 6.80 20% ** Leggings da donna Ellen Amber in conf. da 2, disponibili in diversi colori e misure, per es. neri, tg. M 19.80 ** Additivi per il bucato Total in confezioni speciali, per es. Color Protect in conf. da 2, 2 x 30 pezzi 10.60 invece di 15.20 30% ** Detersivi per i piatti Handy in conf. da 3, per es. Classic, 3 x 750 ml 4.55 invece di 5.40 15% ** Tutti i detergenti Migros Plus, a partire da 2 pezzi 30% di riduzione


COLORA IL MONDO CON I CLASSICI MIGROS.

FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK


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Idee e acquisti per la settimana

Detersivo per stoviglie

Un detersivo con una storia di successo Già le nostre nonne lavavano le stoviglie con Handy. Un grande classico, nato nel 1958, e ancora oggi molto apprezzato: mediamente uno svizzero su due acquista annualmente un detersivo Handy – ciò che rappresenta qualcosa come circa quattro milioni di flaconi venduti all’anno. I vantaggi di Handy sono da anni gli stessi: è efficace contro il grasso, profuma discretamente, protegge le mani ed è ben biodegradabile.

*Offerta speciale sugli Handy triopack dal 19 al 30.1

Handy 3 x 750 ml Fr. 4.55* invece di 5.40

Concorso

Vincete un volo sulla mongolfiera Handy In ogni confezione tripla di Handy trovate un tagliando. Rispondete alla domanda posta e inviatelo. Con un po’ di fortuna proteste vincere uno dei tre voli per due persone sulla mongolfiera Handy.

1958

Inizialmente Handy era «pour tout» – un detersivo universale, a quel tempo uno dei primi in forma liquida.

1961

Tagliandi di partecipazione possono essere richiesti inviando una busta affrancata a Mifa AG Frenkendorf «Concorso mongolfiera», Rheinstrasse 99, 4402 Frenkendorf.

Handy si presenta in un nuovo flacone, rimasto negli anni quasi invariato. 1976

Il flacone si fa più «snello». I puntini rappresentano la schiuma, la quale promette una pulizia impeccabile.

2016

Così si presenta da anni il flacone del detersivo per stoviglie più apprezzato in Svizzera.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche Handy.


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Idee e acquisti per la settimana

Léger

Nuovo anno in tutta leggerezza Chi lo dice che bisogna per forza rinunciare a tutto quello che è buono? Alle patatine o al gipfel per esempio? Sono buoni anche con meno calorie, grassi o carboidrati. Al questo proposito la linea Léger con oltre 90 prodotti offre un’ampia scelta di alimenti leggeri

Fit-onnaise Nella produzione di Fit-onnaise una parte dell’olio viene sostituita dall’acqua. Grazie ad una ricetta perfezionata viene mantenuta l’usuale consistenza. Possono essere chiamati maionese solo quei prodotti che contengono al minimo il 70 percento di olio.

French Dressing Nel French Dressing una parte dell’olio viene sostituita con acqua. Un addensante ne assicura la consistenza. Léger French Dressing con erbette 700 ml Fr. 2.80

Léger Fit-onnaise 280 g Fr. 1.75

Chips Le chips Léger sono fritte come le normali patatine, ma successivamente una parte dei grassi viene eliminata per mezzo di uno speciale procedimento. Le chips leggere rimangono comunque belle croccanti. Léger Chips Paprika 200 g Fr. 3.90

Testo Dora Horvath; Foto Ruth Küng Latte magro Come latte magro la variante Léger contiene meno calorie del latte intero. Nonostante la scrematura il contenuto naturale di calcio rimane invariato. Léger Latte magro UHT 1 l Fr. 1.50

20X Punti Cumulus su tutti i prodotti Léger fino al 25 gennaio

Pane proteico Il pane proteico Léger contiene da due fino a tre volte più proteine rispetto ai pani convenzionali, e pertanto anche molti meno carboidrati. Per la sua produzione vengono impiegati preziosi ingredienti come proteine vegetali, crusca, chicchi e semi. Léger Pane proteico scuro 400 g Fr. 3.50

Pasta per crostate La pasta per crostate Léger si produce come quella convenzionale, ma contiene meno grasso. La pasta è già spianata e pronta all’uso. Léger Pasta per crostate 270 g Fr. 1.75

Cornetti precotti al burro I gipfel Léger precotti sono prodotti come quelli convenzionali, ma per l’impasto viene ridotto il contenuto di burro. Dopo la cottura si presentano morbidi dentro e croccanti fuori, ma con meno grassi rispetto ai normali gipfel. Léger Cornetti precotti al burro 200 g Fr. 3.50 Nelle maggiori filiali

Burro semigrasso Nel burro semigrasso il naturale contenuto di proteine del latte e di acqua viene incrementato con l’aggiunta di siero di latte e acqua. Così facendo il sapore rimane ma le calorie diminuiscono. Léger Burro semigrasso 200 g Fr. 3.–


Ora contano solo i valori interiori.

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incl. A* S U / E U / H C

al mese Incluso: # 1 GB di dati sulla rete migliore** # 500 min. di chiamate nel mondo* # 500 SMS dalla Svizzera nel mondo

M-Budget Mobile One, lâ&#x20AC;&#x2122;abbonamento senza apparecchio. Nessuna durata minima contrattuale, escl. attivazione per fr. 40.â&#x20AC;&#x201C;.

www.m-budget-one.ch * Valido per le chiamate su tutte le reti fisse e mobili svizzere (escl. numeri business, brevi e speciali), come anche su tutte le reti fisse in Europa e USA (gruppo paesi 1â&#x20AC;&#x201C; 3). ** Secondo il test Connect 2015 relativo alle reti di telefonia mobile.

I prodotti M-Budget sono in vendita presso:


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Idee e acquisti per la settimana

Lo sciroppo per la tosse con muschio islandese ed estratto di malva lenisce l’infiammazione delle mucose e riduce lo stimolo della tosse. Ideale anche in caso di gola secca e raucedine. Sanactiv Sciroppo contro la tosse 200 ml Fr. 6.80* invece di 8.50

Il dott. André Dietschi* Lo spray per la gola e la faringe inumidisce, attenua il dolore e protegge le mucose nella gola e nella faringe. È un complemento alle cure in caso di mal di gola e raucedine e scioglie il catarro.

*Offerta speciale 20% sull’intero assortimento Sanactiv

Sanactiv Spray per la bocca e la gola 30 ml Fr. 6.30* invece di 7.90

dal 19.1 all’1.2

Lo spray per il naso ha un effetto decongestionante, cura il naso otturato e facilita la respirazione. Completa la cura in caso di raffreddore, raffreddore del fieno e mucosa nasale infiammata.

Intervista

Raffreddore o influenza? André Dietschi, come si può proteggersi da un’infreddatura? Si può prevenire un’infreddatura, che è causata da virus che approfittano di un sistema immunitario indebolito. Un’alimentazione equilibrata, dormire a sufficienza, non fumare e praticare regolarmente un’attività fisica all’aperto rafforzano il sistema immunitario. Un raffreddore si trasforma sempre in influenza? No, l’influenza è provocata da un altro tipo di virus, diverso da quello del raffreddore. Inoltre l’influenza ha un decorso clinico più intenso di un semplice raffreddore. È possibile vaccinarsi solo contro l’influenza e non contro i banali virus del raffreddore.

Sanactiv Spray nasale decongestionante 20 ml Fr. 5.50* invece di 6.90

Quando andare dal medico? Quando un adulto ha per diversi giorni una febbre superiore ai 38 gradi, lo stato generale peggiora invece di migliorare, non si riesce ad abbassare la febbre o se tossendo compare un’espettorazione color giallo-verdognolo, si dovrebbe ricorrere a un medico. *Medico specialista in medicina generale/interna, medicina sportiva, direttore del centro per la salute Santémed di Diepoldsau, gruppo Medbase.

Sanactiv Crema per il naso 10 ml Fr. 4.15* invece di 5.20 La crema per il naso cura i nasi secchi, infiammati e irritati. Olio di sesamo e cera integrale sciolgono delicatamente le croste, glicerina e sale marino inumidiscono la mucosa nasale.

Sanactiv

Buona guarigione! L’assortimento Sanactiv offre diversi prodotti per curare e prevenire le infreddature, aiutando così a superare indenni l’inverno


NOVITÀ ALLA TUA MIGROS.

NOVITÀ

NOVITÀ

NOVITÀ

6.40

7.80

6.40

Couscous con falafel Anna’s Best Vegi 370 g

Fusilli alla mediterranea Anna’s Best, bio 380 g

Red Thai Curry Tofu Anna’s Best Vegi 370 g

NOVITÀ

NOVITÀ

NOVITÀ

2.90

4.20

7.20

Deodorante spray Fresh I am 75 ml

Chiacchiere 250 g

Cake al cioccolato 295 g

NOVITÀ

NOVITÀ

2.50

2.70

Chop Stick Shirataki Noodles 200 g

Frutti di cappero fini Migros Bio 90 g

In vendita nelle maggiori filiali Migros. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 19.1 ALL’1.2.2016, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

NOVITÀ 4.90 Caponata Sélection 265 g


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Idee e acquisti per la settimana

Yogos

Il sapore rimane il medesimo Gli yogurt Yogos rimandano ai ricordi delle vacanze in Grecia. Adesso questi yogurt grechi alla panna possono contare su una nuova e fresca confezione, pur tuttavia mantenendo il loro gusto particolarmente ricco. Con la variante nature si può preparare in un baleno un autentico Tzatziki, ma è anche ottima per affinare salse e zuppe. Le varietà mandorle, miele e fichi completano l’assortimento e sono perfetti a colazione oppure come dolce snack tra i pasti.

Yogos Nature 500 g Fr. 2.10 Nelle maggiori filiali

Yogos Nature 180 g Fr. –.90

Yogos Fichi 180 g Fr. –.95

Yogos Mandorle 180 g Fr. –.95 Nelle maggiori filiali

Yogos Miele 180 g Fr. –.95

Squisitamente cremosi come sempre: gli yogurt Yogos nel nuovo vasetto.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra cui anche gli Yogos.


Tutte le offerte sono valide dal 19.1 al 15.2.2016, fino a esaurimento dello stock.

20%

30%

229.–

119.–

50%

20 – 50%

44.95

su tutti i set da sci e da snowboa rd * e su tutti i caschi da s ci e da snowboa rd

Esempio: K2 Casco da sci e da snowboard Rant

50% Esempio: Uvex Casco da sci e da snowboard Helmet 300 Visor

Esempio: Giro Casco da sci e da snowboard G10

20%

319.–

399.–

30%

399.–

Esempio: Salomon Set da sci da competizione 24 Hours Max Con attacchi.

50% 40%

359.–

269.– Esempio: Rossignol Set da sci da donna Temptation 77 Con attacchi.

Esempio: Rossignol Set da sci all mountain Experience 80 Con attacchi.

30%

489.– Esempio: Nitro Snowboard Prime** Con attacchi.

Esempio: Nitro Set da snowboard Mystique** Con attacchi.

20%

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Esempio: Atomic Set da sci da donna Cloud Eleven XT Con attacchi.


Ciò che ci sta più a cuore lo facciamo con le nostre mani. Le marche Migros, nel cuore dei gusti svizzeri. Negli impianti ultra moderni delle nostre industrie svizzere produciamo circa 10’000 pregiati articoli. Oltre alla produzione ci occupiamo anche del loro sviluppo, sempre e interamente orientato alle esigenze della nostra clientela. Sosteniamo la piazza economica Svizzera: nelle nostre industrie, oltre 11’000 collaboratori si adoperano con passione per creare articoli svizzeri di qualità ai prezzi migliori. Per ulteriori informazioni visita il nostro sito: www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch

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Sono tornati i pacchetti sorpresa! Solo per breve tempo : dal 19.1 al 15.2.2016

Fino al 15.2.2016 presso tutte le casse dei supermercati Migros, per ogni 20 franchi di spesa rice-verai un bollino (al massimo 10 bollini per acquisto, fino a esaurimento dello stock). La cartolina completa di tutti i bollini può essere consegnata in tutte le filiali Migros fino al 15.2.2016 ricevendo in cambio un pacchetto contenente prodotti di uso quotidiano del valore di circa 20 franchi. Offerta valida solo fino a esaurimento dello stock. Ulteriori informazioni su www.noifirmiamo-noigarantiamo.ch

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Azione 03 del 18 gennaio 2016  

Azione 03 del 18 gennaio 2016  

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