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(Civita Castellana 1980) si è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università «La Sapienza» con Alberto Abruzzese. Ha pubblicato sulle riviste Pikaia, MicroMega, Antrocom, Manga Academica, Mechademia. Per Tunué è anche autore di Mangascienza. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi. Ha prodotto contenuti per l’emittente Current TV ed è stato regista e co-autore della trasmissione radiofonica Il Velo di Maia.

VADO, TOKYO E TORNO . Fabio Bartoli

Fabio Bartoli

Dalle mirabilie di Tokyo allo splendore del Fujiyama, le rutilanti mode giovanili si mescolano a una grazia senza tempo. Fugaci impressioni, ´ indefinibili peculiarita e intuizioni fulminee sono gli ingredienti di un diario di viaggio semiserio scritto con passione e amore per la terra nipponica e la sua cultura.

©Tunué | tunue.com

Euro 9,70

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Fabio Bartoli

VADO,

TOKYO E TORNO

Diario di viaggio nel cuore del Giappone (e anche un po’ più in là)


Nella stessa collana:

1. Sergio Messina . Real Sex Il porno alternativo è il nuovo rock’n’roll

2. Giorgia Caterini . Japan Horror Il cinema dell’orrore giapponese

3. Valentina Testa . Kawaii Art! Fiori colori palloncini (e manga) nel Neo Pop giapponese

4. Valentina Testa . Gothic Lolita

La nuova moda delle ragazze giapponesi conquista il mondo


Fabio Bartoli

Vado, Tokyo e torno

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Diario di viaggio nel cuore del Giappone (e anche un po’ più in là)


Indice

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Avviso Introduzione / Avvertenze al lettore Ringraziamenti 1. Finalmente! 2. Una calma supersonica 3. La melodia del trasporto pubblico 4. I giapponesi e il cibo 5. Più cortesia, più convenienza (e più inglese) 6. L’incanto e la grazia (delle gambe delle giapponesi) 7. Lo stravagante look di un popolo in divisa 8. Un pantheon che va da Budda a Topolino 9. Microchip con l’anima 10. I sararimen. Eredi dei samurai? 11. Tra passato e presente 12. Allarme paranoia 13. La precoce senilità di anime e manga 14. Toc! Toc! È permesso? (Dal consumatore al produttore) 15. I due Disney (o i due Tezuka?) 16. Tokyo 1: Akihabara 17. Tokyo 2: Shibuya 18. Tokyo 3: Shinjuku e Kabuki-chô 19. Hiroshima: nel nome di Sadako 20. L’onsen ai piedi del Fujiyama 21. Il cuore caldo del Giappone Indicazioni bibliografiche


Avviso

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entre Vado, Tokyo e torno è in impaginazione, le immagini che giungono dal Giappone sono ben diverse da quelle raccolte in questo libro. Dopo il terremoto sottomarino dell’11 marzo 2011, a cui è seguito il maremoto che ha spazzato via la prefettura di Miyagi, in queste settimane si moltiplica la paura per quanto sta accadendo alla centrale nucleare di Fukushima. Passato appena un anno dal viaggio raccontato nelle pagine seguenti, il fresco ricordo della terra nipponica e del popolo che l’abita rende ancora più dolorose le immagini diffuse da internet e tv. In questi giorni il Giappone è chiamato a fronteggiare ancora una volta traumi che hanno segnato la sua storia in tempi e modi diversi. Il terremoto è una costante per un paese situato in una delle zone della Terra a più alto tasso sismico; i giapponesi sono consapevoli che per tutta la vita saranno costretti a convivere con gli «umori» delle placche tettoniche. Ma questo è molto probabilmente uno dei motivi della loro ferrea autodisciplina, della loro dignità, della loro abnegazione e della loro accettazione di un destino che, proprio perché condiviso fino alle estreme conseguenze, è alla base di un profondo vincolo di solidarietà. Credo che la consapevolezza dimostrata dai negozianti i quali, rifornendo i connazionali nel caos post-tsunami, hanno dichiarato di essere certi di venir rimborsati una volta tornata la normalità, dica molto su di un popolo presso il quale la fiducia è un valore molto più forte e importante che altrove. Per quanto riguarda le radiazioni nucleari, invece, non credo ci sia bisogno di specificazioni in questa sede. Certo è che la possibile, seppur realisticamente parziale, concretizzazione dello scenario delineato da Akira Kurosawa nel suo film Sogni attraverso l’episodio «Fuji in rosso» getta il cuore in preda all’angoscia. Sulla base di questo rileggere – o leggere, nel vostro caso – un capitoletto dal titolo «Allarme paranoia» può sembrare insensibile, irriguardoso; sicuramente però lo sarebbe approcciarsi a questo diario di viaggio col senno del poi. Questo libro vuole essere il racconto di un Giappone «normale» con la speranza che il Giappone, «normale», lo ritorni il prima possibile – anche se, evitando esotismi anacronistici, occorre ribadire a chiare lettere che il Giappone è un paese perfettamente normale, ma di una normalità che la sua specificità culturale ci fa apparire, ovviamente, diversa dalla nostra.


Vado, Tokyo e torno è dunque il ritratto di un paese glamour e cool, affascinante e caleidoscopico, rutilante e suggestivo. Una testimonianza che vuole rendere giustizia a una nazione il cui nome non deve diventare soltanto sinonimo di catastrofe. Anche perché, nonostante i titoli sensazionalistici della stampa italiana, la tragedia è immane ma almeno per ora circoscritta ai luoghi direttamente colpiti; ciò, ovviamente, per quanto riguarda i suoi aspetti più tangibili. Vado, Tokyo e torno diventa quindi l’auspicio che nella capitale la gente inizi a ritornare presto, per assaporare emozioni come quelle che ho provato e che qui vi racconto. Mentre scrivo non sono ancora del tutto noti gli esiti degli eventi di cui invece voi sarete già a conoscenza. In ogni caso sono convinto che, qualsiasi cosa accada, il Giappone sarà in grado di risorgere anche stavolta. Per ora, quindi, non posso che trasmettergli il mio più ideale e sincero incoraggiamento: Ganbare Nippon! Roma, 11 aprile 2011

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Vado, Tokyo e torno


Introduzione / Avvertenze al lettore Berlino, 15 febbraio 2011

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e hai questo libro tra le mani, significa che anche tu sei vittima di una delle epidemie più diffuse degli ultimi anni, la febbre per il Giappone. O che, quantomeno, hai contratto il virus della curiosità nei confronti di questo paese che non può lasciare indifferenti. Il Giappone all’apparenza sempre estremo, dannatamente cool, dove qualsiasi cosa sembra destinata a varcare la soglia dell’eccesso. Dove una grazie millenaria convive con un caos strabiliante di forme e colori in presa diretta dal futuro. Diciamoci la verità, in tutta franchezza: al Sol Levante non si resiste, non c’è anticorpo che tenga. E se ci fosse un vaccino immunizzante tu e io non lo prenderemmo nemmeno sotto prescrizione medica. Se anche tu, caro lettore, sei malato di Giappone, sappi che ti capisco. Ah, come ti capisco! Per molti di noi il viaggio in Giappone costituisce una tappa fondamentale della propria biografia, un sogno dal quale forse non ci si sveglia nemmeno dopo averlo realizzato. Io credo di essere giunto a questo appuntamento nel momento migliore possibile: vivendo all’estero, a Berlino, mi sono abituato a osservare con un’attenzione particolare tutto quanto mi circonda, a fiutare tracce di senso come un segugio in ogni impronta della realtà quotidiana. Questione di sopravvivenza, oserei dire: nel caso dell’animale biologica, nel mio socioculturale. Sono quindi giunto in terra nipponica piuttosto allenato ma mi sono accorto che nessun training è sufficiente a prepararti per un compito difficile al limite dell’impossibile, quello di carpire l’anima di un popolo che si presenta ben più diverso del nostro anche rispetto ai già distanti tedeschi. Preso atto della natura necessariamente parziale della mia ottica, che non rende fino in fondo giustizia alla fiducia che mi stai accordando anche solo leggendo queste piccole avvertenze, ho pensato di integrarla confrontando le mie impressioni con le competenze e le conoscenze di amici o personalità che avessero in qualche modo a che fare col Giappone, giapponesi, italiani o tedeschi che fossero. Troverai i loro contributi in appositi box che integrano il resoconto del mio viaggio, dedicati anche alla chiarificazione di termini, concetti e fenomeni sociali citati nel libro.


Quanto vale per la parola scritta è esteso alla testimonianza visiva: beneficiando della circostanza favorevole che ha voluto diversi miei amici in tempi recenti nella terra dei samurai, ho potuto, grazie alla loro gentilezza, saccheggiarne gli album fotografici, aggiungendo così altre foto alle poche, decisamente poche, che ho scattato io. Quanto hanno visto i miei occhi preferisco sempre restituirlo agli altri sotto forma di parole; ma dal momento che c’è chi è bravo a farlo anche attraverso la mediazione dell’obiettivo, perché privare la mia narrazione di un supporto che inoltre può confermarne la veridicità? No, non pensare male: nulla che riguardi la mia onestà di «reporter»; è soltanto che, come avrai modo di appurare nelle pagine successive, il Giappone è un paese a tratti così sbalorditivo da invocare una prova a sostegno di quanto si racconti sul suo conto. Ok, mi vorrai chiedere, ma cosa ci racconti tu del Giappone? Cosa devo aspettarmi dalla lettura che sto per intraprendere? Semplice: non quanto tu possa già trovare in qualsiasi guida turistica. Questo è un diario personale mediato dalla riflessione. Spunti di pensiero suggeriti da uno sgangherato girovagare, lampi di senso rubati allo stupore. Un resoconto magari un po’ pazzo ma spero non banale, proprio come il paese che cerca di presentarti; o almeno questo è quanto io mi auguro. Un diario tascabile e semiserio che non ha la pretesa di insegnare niente ma di condividere tutto. O quasi.

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Vado, Tokyo e torno


Ringraziamenti Innanzitutto ringrazio Marco Pellitteri, che ha caldeggiato questo progetto fin dall’inizio trasmettendomi l’entusiasmo necessario alla sua realizzazione. Un grazie va anche a Massimiliano Clemente, Emanuele Di Giorgi e tutta la Tunué, perché lavorare con chi mette serietà e rigore nella professione e una sincera umanità nei rapporti interpersonali è una laica benedizione. Un sentito grazie va a Luca John Sabetti, amico di vecchissima data, senza il cui supporto questo viaggio non avrebbe preso forma. Ti ringrazio per tutto, Luca, perché farlo solo per l’ospitalità sarebbe davvero riduttivo. Ringrazio anche Gabriele Francolini per essere stato nei miei primi giorni a Tokyo non solo una guida più esperta di quelle offerte dai tour operator ma anche un’ottima e gradita compagnia. Il mio domo arigato va a Hideaki Idetsuki e a sua moglie Chieko per l’amicizia e la gentilezza sempre dimostratemi, il lavoro di networking utile a questo libro e le tante chiacchierate sulla loro patria durante cene ottime e abbondanti. Ringrazio Luca, Gabriele e Hideaki anche per aver condiviso le loro idee e conoscenze sul Giappone con me, come hanno fatto (in ordine rigorosamente alfabetico) Kaoru Hirano, Robert Kanis, Thomas Klingenstein, Naoko Saitô, il signor Satô (a detta sua, il cognome è più che sufficiente), Giorgia Vecchini e Yoshiko Watanabe. Un grazie collettivo a tutti voi! Un riconoscimento Luca e Gabriele lo meritano per avermi messo a disposizione le loro foto, così come hanno fatto Gian Piero Aschieri e Anna Cervini (che in Giappone ci sono andati in viaggio di nozze: auguri!), Daniele Castiglione e Carola Ferretti. Anche a voi, ragazzi, grazie! Un grazie va anche a Alberto Madrigal, Luisa Zaccardini, Leonardo Pellegrini e Viviana Martelli per il supporto tecnico. Per quello morale, invece, un grazie alla mia famiglia e soprattutto a mia madre per lo snervante filo diretto con Tokyo al fine di fronteggiare le bizze del caro vulcano islandese. Un grazie quindi al signor Francesco Ruiz per avermi fatto tornare a casa in un tempo utile per non lasciare tracce di noia in queste pagine. Infine, un pensiero particolare è rivolto a Giulia, che col viaggio in Giappone non ha niente a che fare, ma con quanto di buono successo dopo sì.


ono riuscito finalmente a visitare il Giappone nel 2010, desiderandolo in fondo da sempre, prima inconsciamente e poi con la consapevolezza che mi ha spinto fino all’Arcipelago. Credo che la mia storia non si discosti troppo dal canovaccio generazionale secondo il quale la confidenza col paese del Sol Levante sia giunta in età infantile, in seguito all’invasione dei suoi disegni animati nel nostro paese nei tardi anni Settanta e primi anni Ottanta. Quella iniziale folgorazione non si è però arenata nelle secche del ricordo e della nostalgia d’occasione, anzi; dopo un’adolescenza sostanzialmente estranea alla questione, la rielaborazione in età adulta di quanto visto da bambino mi ha portato a familiarizzare con il Giappone quale paese in sé, non solo come fucina di storie disegnate. E quindi, adesso… eccomi qua. Un incentivo fondamentale per intraprendere il viaggio me lo ha offerto il mio amico Luca, andato a lavorare là per un anno come insegnante d’inglese. Appena l’ho saputo ho colto la palla al balzo, approfittando di due settimane di ospitalità in una casa in tutto e per tutto giapponese a eccezione del suo inquilino; favore che, oltre ad avermi agevolato economicamente (anche se – contrariamente a quanto si pensi – il Giappone non è un ostacolo insormontabile da questo punto di vista anche in tempi di crisi), mi esime dal compito di darvi dei consigli su dove alloggiare, facilmente reperibili su una guida turistica. Parto da Berlino il 5 aprile 2010. Appena imbarcato sull’aereo, il mio orgoglio da viaggiatore consapevole trova la più desiderabile delle conferme: una donna statunitense in viaggio verso casa (il primo aereo parte infatti alla volta di Londra, dove prenderò il volo per Tokyo) sente il bisogno di esternare il suo amore per la Germania appena visitata, giurando di non dimenticarla mai, soprattutto Berlino e «quella città che inizia con la p». Per prossimità geografica suppongo che parli di Potsdam, ma tutto nel suo volto mi invita ad accontentarmi di quell’indicazione e a non pretendere di più. Non è così che si fa, mi dico. Io so bene che, oltre a Tokyo, visiterò Kyoto, Nara e Hiroshima, non quelle città che iniziano per k, n e h; sono inoltre più che consapevole che salirò alla volta del Fujiyama, non quel monte che comincia per f.

1. Finalmente!

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Nonostante il mio bagaglio a mano di sicurezze, però, lo stupore risulterà elemento molto più presente della conferma. Il Giappone toccato con mano si rivela essere una fonte continua di input che hanno bisogno di essere assimilati e rielaborati per riprendersi dallo choc. Hai la sensazione di non appropriartene mai, altro che riflessioni posteriori e consapevoli da giovane adulto… Un processo di metabolizzazione ben lungi dall’essere compiuto e che, con tutto il rispetto, necessita una cartina di tornasole ben più impegnativa della signora Gloria dall’Arizona. Il viaggio alla fine diventa anche un bagno d’umiltà, che sfocia nella rinfrescante consapevolezza dei propri limiti. Le due settimane che mi attendono prima dell’atterraggio all’aeroporto di Narita saranno una continua scarica di emozioni: dalla pura euforia alla contemplazione estatica, dalla meraviglia inattesa all’esponenzializzazione del preventivato, fino al più totale senso di estraniamento, sensazione non piacevole ma in fin dei conti fondamentale se si vuole comprendere appieno cosa significhi essere un gaijin.

_Pronto alla partenza! Eccomi in procinto di intraprendere il mio agognato viaggio. La fascia reca la scritta «spirito combattente». Un buona predisposizione, non trovate? Foto e © Alberto Madrigal.


Lo scopo del libro che avete tra le mani è di raccontarvi questa singolare esperienza; la speranza è di riuscirci almeno nella misura in cui possiate farla un po’ vostra. Anche per confrontarla con quella che voi stessi avete vissuto o – perché no? – vivrete alla corte dell’Imperatore. Gaijin – I giapponesi hanno una parola per appellare gli stranieri, gaijin, che significa anche ‘alieno’. Serve, insomma, a definire chiunque rappresenti l’altro da sé, analogamente al greco «barbaro». Separati dal resto del mondo da confini geografici, i giapponesi si sono inoltre per secoli trincerati in un isolazionismo politico e culturale cessato solo nel xix secolo. Eccezion fatta per i contatti con i vicini cinesi e coreani, gli stranieri sono stati per lunghissimo tempo effettivamente degli alieni. Questo spiega la specificità dell’Arcipelago e la sua irriducibile unicità, la fascinazione che ti spinge fin lì e lo spaesamento che provi una volta che vi giungi. Luca mi dice che i giapponesi, per quanto tu possa vivere tra di loro, non ti accetteranno mai come un membro dell’eletta famiglia; ma anche che sarebbe stupido pretendere questo, poiché le diversità sono enormi e permangono nonostante la loro calorosa inclusività, che esprimono a chi la sappia meritare.

Finalmente!

_ Un gaijin di successo: Girolamo Panzetta, in arte Giro-san, superstar mediatica in Giappone. Foto tratta da Incontromeditaly.worpress.com.

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_La fioritura del ciliegio è uno spettacolo unico, qui in una suggestiva versione notturna. Foto e Š Gabriele Francolini.


e impressioni che mi accolgono mentre svolgo le pratiche per il visto turistico costituiscono un’accoglienza del tutto veritiera. A Narita tutto è calmo, la tranquillità è quasi irreale. Sembra che l’ambiente sia pervaso da una coltre di biancore, l’unico colore che potrebbe descriverne l’atmosfera. È asettico come un ospedale, manca solo l’odore di alcool disinfettante. Di clinico ci sono le mascherine anti-germi degli addetti ai lavori, sì, ma su quelle ritornerò in seguito. Una volta giunto a Shin-Urayasu, località sulla baia di Tokyo che costituirà il mio punto d’appoggio per gran parte del tempo, questa sensazione viene confermata in una forma diversa, più densa di vita e bellezza: i viali sono sgombri, immacolati, e gli operatori ecologici si attivano per far sì che nulla giunga a deturparne l’incanto. Sembra che vogliano dare la possibilità ai fiori di sakura, il ciliegio, di renderli tappeti rosei, ben più evocativi del rosso première, una volta che giungerà il triste momento della caduta. Intanto, la gente vi passeggia sopra con grazia e compostezza. Quanto può essere considerato normale in relazione ai luoghi fin qui descritti, diventa assolutamente sbalorditivo a Tokyo. La stazione centrale e quella di Shinjuku sono delle autentiche cittadine a sé stanti, che necessitano di decine e decine di minuti per essere attraversate. Nelle ore di punta sono completamente invase dai giapponesi che vanno o tornano dal lavoro, tanto che non cadrebbe il proverbiale spillo al suolo se qualcuno si prodigasse nel gettarlo davvero. Eppure, nessuno si scontra con nessuno. Lo sterminato flusso di esseri umani scorre incessante, senza il benché minimo intoppo. Un caos ordinato, quasi rilassante. Mi viene da pensare cosa accadrebbe se lo stesso scenario fosse riproposto in qualche città dell’Italia o della Spagna: scontri e risse in ogni angolo della stazione, quasi come se ci si trovasse a un raduno di hooligan ubriachi nel giorno della sconfitta dell’Inghilterra e dell’annuncio di un nuovo proibizionismo. Chi ha avuto la fortuna di assistere all’attraversamento pedonale del semaforo alla stazione di Shibuya sa di cosa sto parlando. Migliaia di persone che simultaneamente convergono incrociandosi in un punto ben definito senza sfiorarsi nemmeno di striscio. Orde di vandali composti, lanzichenecchi ordinati:

2. Una calma supersonica

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questo sono i giapponesi. È come se ognuno di loro seguisse un filo invisibile che lo lega al destino degli altri non incrociandosi mai con il loro. La katana degli antichi samurai ha tracciato in terra il solco su cui viaggia la supersonica calma dell’attuale Edo. Una sorta di Shinkansen zen. Mi ritornano alla mente le difficoltà iniziali, il mio restare impalato mentre tutto intorno a me sfreccia a grande velocità. Il tentativo di capire cosa stia succedendo, alla ricerca di un minimo senso dell’orientamento. Io viaggio al ritmo della vecchia Europa, questa è la verità. Immobile e spiazzato, cerco il mio posto in un mondo che incurante dei miei impacci segue la sua logica, del tutto funzionale nonostante la mia goffaggine nell’afferrarla. Tokyo ti fa sentire piccolo riuscendo a estorcerti un profondo senso di gratitudine per tale sentimento di annichilimento.

Un benvenuto che solo l’Asia è in grado di porgerti.

_Attraversamento pedonale a Shibuya, in un momento – ebbene sì – di nemmeno eccessivo affollamento. Foto e © Luca John Sabetti.


ra i momenti in cui la mia testa realizza compiutamente di essere in Giappone, e soprattutto a Tokyo, vanno sicuramente annoverati quelli trascorsi sui mezzi pubblici. La prospettiva di pubblicità multicolori appese al soffitto della metropolitana e dei treni urbani, intervallate dai tabloid ad altezza occhi che mi intrattengono raccontando degli ultimi flirt delle idol e altre storie disimpegnate (come posso comprendere con l’ausilio delle foto), alle quali i passeggeri seduti ai lati sembrano soltanto far da cornice, cattura il mio sguardo, che si ritrova a definire i contorni del suo spaziare. Dopo l’iniziale stordimento dovuto ai kanji policromi, la curiosità si focalizza allora sugli esseri umani in precedenza ignorati, cercando di carpire qualcosa dell’anima di un popolo tra gli anfratti dei suoi sedili vellutati. Nelle grandi città la gente trascorre necessariamente una buona parte del proprio tempo sulle rotaie ed è lì quindi che porta le sue abitudini. La riservatezza dei giapponesi è sottolineata dall’invito a spegnere il cellulare in prossimità dei posti riservati ad anziani, donne incinte ecc. e ad adottare la modalità silenziosa nel resto dei vagoni. Ognuno se ne sta comunque tranquillo per conto suo: c’è chi legge un manga o chi usa il suo computer miniaturizzato, mentre le donne si truccano o si avventurano in istantanei scambi di e-mail con il loro telefonino (in Giappone non esistono gli sms, poveri di bit di fronte alla ricchezza grafica dei kanji, ma ogni dispositivo è connesso a internet con inevitabile servizio di posta incluso). Tanti, specialmente la mattina, dormono per recuperare il sonno arretrato. Anche in questo caso, dunque, tutto sembra scorrere nell’alveo della più limpida tranquillità. A meno che non ci si riferisca alle ore di punta, certo… La questione cambia radicalmente nelle ore in cui gli edochiani o si recano o tornano dal lavoro. Trovandomi a prendere uno dei treni Japan Rail alle otto di mattina, in partenza per Kyoto, capisco perché diversi hentai, i manga erotici, siano ambientati a bordo dei mezzi pubblici, dove avviene ogni sorta di palpeggiamento (per ovviare al fenomeno, reale, alcune compagnie ferroviarie hanno istituito vagoni riservati a sole donne). C’è una ressa incredibile, i passeggeri sono pigiati come sardine. Manca quasi lo spazio per respirare. A compattare tutto ci pensano gli inservienti

3. La melodia del trasporto pubblico

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_Scorcio di un vagone della metropolitana. Naturalmente non durante l’ora di punta… Foto tratta da Mitsumeau.wordpress.com

«buttadentro», che dal binario spingono a forza i viaggiatori nei vagoni. Ma non fatevi ingannare dalle apparenze: quella che sembra una manesca e irrispettosa imposizione è in realtà un atto di riguardo, seppur non espletato in maniera ortodossa. Non prendere il mezzo e fermarsi in attesa del prossimo sulla banchina paralizzerebbe il flusso dei pendolari poiché continuamente un numero di gente incalcolabile si riversa nelle stazioni. Anche all’interno dei vagoni non si va troppo per il sottile: ci si fa largo a gomitate e spintoni per raggiungere la porta al momento di scendere. Non c’è bisogno né di scuse né di convenevoli: tutti sanno che queste sono le uniche (non)regole possibili per gestire la situazione. Una mischia di rugby per permettere a ognuno di fare meta, in sostanza. Chiaramente, non possono non catturare l’attenzione i sararimen, gli impiegati giapponesi, i quali, in piedi, con gomiti e ginocchia puntati in ogni rientranza del 20

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Japan Rail Pass – Alleato fedele del vostro viaggio in Giappone, il Japan Rail Pass vi dà diritto a viaggiare su gran parte dei mezzi di trasporto nipponici. Il mio, valido per una settimana, l’ho prenotato in anticipo tramite un’agenzia specializzata e pagato 250 euro, cifra conveniente anche se all’apparenza esosa. Ciò nonostante, non potete prenderci tutti i treni: è valido, per esempio, per lo Shinkansen (il treno superveloce) Sakura ma non per il Nozomi, ancor più rapido. Me lo ha fatto notare un controllore sul Nozomi Hiroshima-Tokyo, pregandomi di scendere alla prossima stazione anziché – come in effetti avrei dovuto fare – pagare l’intero importo del biglietto (circa 200 euro, quasi _Scan e © Gian Piero il valore intero del lasciapassare!). Aschieri e Anna Cervini. I giapponesi mi sono sembrati sempre pronti a dar credito alla tua buona fede, soprattutto se sei uno spaesato gaijin: vi basti pensare che, seppur sprovvisto di yen (a proposito: le banche chiudono alle 15), ho potuto percorrere un tratto in metrò grazie a un bigliettino che attestava che avrei pagato la tariffa il giorno successivo, in cui c’era scritto solo il mio nome e l’ora in cui avrei saldato il debito.

La melodia del trasporto pubblico

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corpo, riescono beatamente a dormire. Rimango stupefatto di fronte a un anziano impiegato che sulla Keiyô Line riposa impassibile nel mezzo dell’inferno. Se fosse possibile articolare un solo movimento, io, che riuscirei a dormire in qualsiasi altro contesto all’infuori di quello, mi getterei ai suoi piedi pieno d’ammirazione. Disciplina, autocontrollo; quello che ho davanti è un vecchio samurai che riesce così a ritemprarsi dopo le tante battaglie combattute nell’agone aziendale. Sarà il suo orologio biologico, con il suo timer ormai puntato da decenni, a svegliarlo. Chiunque non abbia questo cronometro interiore, può contare o su Noriko-san, la mascherina per gli occhi elettronica il cui display reca il nome della stazione in cui gli altri passeggeri dovranno svegliarti, oppure sui jingle che contraddistinguono ogni linea e ogni fermata del trasporto pubblico di Tokyo. Sono ognuno diverso dall’altro e caratterizzano così tanto la vita degli autoctoni e dei – sorpresi – turisti da essere diventati una sorta di microgenere musicale a sé stante. Si chiamano hatsumelo e potete scaricarli dal sito Hatsumelo.com oppure ascoltarli direttamente sul canale tematico eponimo di YouTube. È come sentire un disco dei Napalm Death: le canzoni durano pochi secondi, sono solo più melodiche.

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n altro dei fattori che aiutano nella comprensione del luogo in cui ci si trova è naturalmente il cibo, con annessi i rituali legati al suo consumo. Nel corso del mio viaggio ho mangiato prevalentemente nelle locande che si trovano in tutti gli angoli delle strade, le quali presentano il vantaggio di essere molto economiche (il prezzo medio per un pasto è 500 yen, poco meno di 4 euro, variando tra i 900 e i 300 yen). I nomi dei piatti sono tutti scritti in giapponese ma può correre in vostro aiuto l’abitudine dei ristoratori di piazzare delle riproduzioni delle pietanze all’esterno del locale. A voi non resta altro da fare che cercare l’immagine equivalente nel distributore delle ordinazioni da presentare al bancone tramite scontrino e premere il tasto corrispondente. Di solito, anche per ragioni di spazio, solo le portate più costose trovano la loro controparte visiva in entrambe le «location»; se siete davvero a corto di soldi potete prendere qualche piccolo rischio che, in ogni caso, è sempre calcolato. Si può ordinare una sola vivanda oppure optare per le combinazioni che vengono proposte: di norma la misoshiru, zuppa di miso in cui galleggia un’alga, konbu, accompagnata a una ciotola di riso sormontato – per esempio – da uovo e cotoletta di maiale panata (katsudon) o in alternativa tenpura, fritto di pesce e verdura (tendon). Il riso è cotto a vapore e in bianco, peculiarità che vi agevola nell’uso delle bacchette, con le quali potrete sollevarne agevolmente mucchietti compatti da portare alla bocca. Questo alimento è onnipresente nella dieta nipponica e accompagna diversi momenti della giornata di ogni giapponese. È paragonabile al nostro pane ma forse, in un paese dal retaggio animista,ancora dotato di quel quid di sacralità che un tempo anche da noi al pane e al grano veniva attribuito. Nella sua già menzionata assenza di condimento è inoltre possibile rintracciare, oltre al loro culto del corpo, uno dei motivi della perfetta forma fisica dei giapponesi. Ci sono anche diverse varietà di spaghetti, normalmente serviti in un brodo in cui sono immersi altri ingredienti, dai germogli di soia all’uovo sodo, fino alla carne: ramen (fatti con grano), soba (di grano saraceno, da cucinare anche alla piastra) e udon (di grano tenero, più spessi degli altri). Mangiandoli in mezzo ai giapponesi, non si può non notare come essi li

4. I giapponesi e il cibo

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divorino a grande velocità non curandosi minimamente di evitare i rumori con la bocca, che anzi amplificano per rendere tangibile il proprio gradimento. Seduti sullo sgabello e con la faccia rivolta verso il muro, si rimpinzano a tutta velocità improvvisando piccoli concerti di risucchi; e non soltanto gli anziani, come potrebbe in questo caso accadere dalle nostre parti. Discorso a parte merita il sushi. In Europa questo piatto viene abitualmente identificato con il cibo nipponico tout court ma è, ovvio, solo una pietanza tra le altre. È quella che di solito i giapponesi vanno a mangiare fuori, un po’ come facciamo noi con la pizza, contenti di spendere cifre ben più alte di quelle sopra indicate purché il pesce sia di buona qualità e il piatto presentato in maniera pertinente: per i giapponesi la cura della forma è molto importante, tanto da suggerire l’idea che essa conferisca al cibo davvero quel tocco di sapore in più. Il sushi può essere gustato nei ristoranti oppure in appositi bar, in cui viene preparato e consumato

_Scodella di ramen in primo piano. Foto e © Gabriele Francolini.


più velocemente, quasi fosse uno spuntino volante di lusso. Può essere mangiato anche con le mani, vantaggio al quale personalmente sono ricorso nonostante in due settimane abbia imparato a usare le bacchette in maniera più che discreta, tanto da sentirmi ferito nell’orgoglio quando in una locanda a Kyoto mi viene servito anche un cucchiaio, da me sdegnosamente accantonato prima di accorgermi che lo usano anche alcuni locali seduti vicino a me. Ma questo è un altro discorso. Un’altra particolarità che non può non catturare l’attenzione è la figura del buttadentro, per evidenti ragioni dai modi più delicati rispetto al corrispettivo dei Il segreto del mio sushi – L’Izumi Sushi Bar, che si vanta di servire, come recita il sito, «presumibilmente il miglior sushi di Berlino» (Sushi-izumi.com/sushi. html), si trova vicino a casa mia e così ne approfitto per farmi una chiacchierata con uno dei suoi cuochi, Satô, che mi rivela i segreti del mestiere: «Una volta per imparare a preparare il sushi bisognava seguire per lungo tempo un maestro al fine di carpirne i segreti. Oggi non è più così, non si segue più questo iter. Ma bisogna sempre tener presente che non si tratta di una semplice mescolanza di ingredienti, che innanzitutto devono essere sempre e comunque i migliori; si tratta di mettere sé stessi nella propria cucina, di dare un’anima in un certo senso etica a una portata di cui anche l’estetica è importante. Abbiamo anche una sorta di responsabilità sociale noi che lo cuciniamo: spesso il consumo del sushi fuori casa è un pretesto per incontrarsi con gli amici e trascorrere momenti piacevoli bevendo qualcosa; va da sé che più è buono il sushi e più la socialità è gradevole». _ Parata di pietanze che sfilano sul bancone di uno standing sushi bar a Shibuya. Foto e © Luca John Sabetti.


trasporti. Sì, il buttadentro, proprio come a Napoli, solo che non canta ’O surdato ’nnammurato. Un parallelismo che fa sorridere. Appena si incrociano i suoi occhi non si ha scampo: si viene investiti da una serie di sorrisi e di inchini che, con la loro forza incantatrice, ti trascinano inevitabilmente all’interno del locale. Chi invece ha poco tempo e un cuore abbastanza impermeabile da resistere alle moine degli acchiappaclienti, può sempre munirsi del bentô, il pasto confezionato degli studenti, acquistabile con facilità nei convenience stores come Family Mart o Seven & Eleven. Di buona qualità e di diversi tipi, resi da altrettante combinazioni di vivande, vi possono anche essere riscaldati nel forno a microonde dai commessi pronti poi a servirveli in bustine infiocchettate a dovere: la già sottolineata attenzione dei giapponesi per la forma, di cui poi verranno analizzate le radici, li porta a confezionare a dovere ogni cosa. Se vi capiterà di comprare una scatola di biscotti vi accorgerete che, all’interno del pacco, ogni singolo pezzo è a sua volta impacchettato, aspetto con cui dovrete fare i conti se la mattina vorrete fare colazione all’italiana a casa col cappuccino, attenti a non inzuppare nel latte un involucro di plastica. Discorso a parte meritano i dolci, che per la nostra concezione sono tutto fuorché tali. Basti pensare che l’ingrediente più usato nella loro preparazione è una marmellata di fagioli rossi, gli azuki. Anche i takoyaki, palline cotte alla griglia ripiene di una crema dolce, nel loro cuore racchiudono un pezzo di polipo. Proprio per questo si possono trovare molte pasticcerie francesi, preposte a soddisfare le voglie ad alto tasso di glicidi, le quali però non possono competere con le bancarelle che costeggiano i viali che portano ai templi. Coloratissime e decisamente folk, possono fare la gioia di ogni appassionato di manga e anime, che sperimenta davvero la sensazione di trovarsi all’interno di una delle storie che in patria si svolgono in una realtà del tutto quotidiana. Niente esagerazioni. Ci si accorge divertiti di come gli eroi della finzione si riempiano la pancia proprio con le stesse leccornìe che gustano abitualmente i loro lettori e/o telespettatori dagli occhi a mandorla, dai menzionati takoyaki alle patate dolci arrostite. Sarebbe come se una bambina da una qualche parte del mondo visitasse Loreto a Carnevale implorando sua madre di comprarle la cicerchiata, il dolce preferito di Stella delle Winx. 26

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Il cibo in manga e anime – Manga e anime veicolano diversi aspetti della cultura giapponese e quindi non possono mancare riferimenti al cibo. A proposito di azuki, si pensi che essi danno il cognome alla giovane protagonista di Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Sempre riguardo ai nomi, il protagonista di Dr. Slump & Arale si chiama Senbei Norimaki, nome dato dall’unione del senbei, un cracker di riso, con il norimaki, il sushi avvolto in un foglio di alga nori (è come se il personaggio di un fumetto italiano si chiamasse Babà Baccalà o Panettone Cannellone). Al di là di queste associazioni, il cibo come elemento in sé è elemento presente in diverse serie. Chi non ricorda le polpette di Marrabbio in Kiss me Licia, in realtà adattamento degli okonomiyaki, frittelle cotte alla piastra con vari ingredienti? E gli onigiri, le polpette di riso ripiene dall’inconfondibile forma triangolare, che accompagnavano Sampei nelle sue battute di pesca? Il ramen poi, oltre a essere il piatto preferito di Naruto, assume un ruolo anche in Tutti in campo con Lotti: il grido rituale di incoraggiamento del protagonista, «Spa-ghet-ti!», in realtà è l’adattamento di «Cha-su-men!», il ramen di maiale. Robottino invece è ghiotto di patate dolci, nonostante per lui abbiano un’imbarazzante controindicazione… Il bentô si può trovare in ogni serie ad ambientazione scolastica (una per tutti Kimagure Orange Road, da noi È quasi magia Johnny!!) mentre la pasticceria francese accompagna le giornate della protagonista dell’Incantevole Creamy Yû, figlia dei proprietari di un chiosco di crêpes. _Foto e © di Fabio Bartoli.


_Gli amici non sono soliti scambiarsi l’inchino, ma già che ci siamo io e Chieko ci sforziamo di rimanere allineati, da pari a pari. Foto e © Luisa Zaccardini.

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l ritorno atterro all’aeroporto principale di Berlino, Tegel. Per tornare a casa devo prendere l’autobus e, dal momento che ho i soldi stropicciati, chiedo all’autista di poter fare il biglietto a bordo preso atto del rifiuto del distributore automatico di inghiottire i miei contanti. La reazione è quella di chi si è appena sentito chiedere di trasportare un pianoforte al settimo piano usando solo i mignoli. Per chi è reduce da due settimane in Giappone, un vero e proprio choc. Credo infatti, senza far torto a nessun altro popolo, che quello nipponico sia il più educato e cortese della Terra. Un’attitudine che si esplicita sia nella forma, con i numerosi ringraziamenti e inchini dai quali viene letteralmente sommersa ogni persona che svolga qualsiasi operazione nell’Arcipelago, sia nella sostanza, con altrettante dimostrazioni di autentica cortesia in risposta a qualsivoglia richiesta. Un esempio di quelli ascrivibili alla prima categoria può giungere da un viaggio sullo Shinkansen, i membri del cui equipaggio si inchinano ogni volta che entrano ed escono da uno scompartimento. Ma questo è davvero il primo che mi balza alla mente, dove si è impresso in seguito all’attenzione forzata durante un lungo viaggio. Ogni forma di rapporto commerciale, anche se limitato alla vendita di un pacchetto di caramelle, non si limita infatti mai alla mera interazione economica: il venditore o il fornitore di servizi è sempre pronto a ringraziarvi per aver scelto di usufruire del suo esercizio dando così la possibilità di dimostrarne il valore personale e/o quello dell’azienda a cui avete indirettamente contribuito a dare lustro (Luca mi racconta di aver visto due medici ringraziare con l’inchino una loro paziente, rimanendo in posizione prona anche dopo la chiusura delle porte dell’ascensore deputato a condurla altrove). In cambio, oltre alla già menzionata cortesia, voi sarete trattati con la più ferrea e cristallina onestà, maledicendo silenziosamente chiunque possa approfittarsi di un popolo così corretto sfruttando la sua buona fede e il senso di spaesamento provato al di fuori dei propri confini. L’operazione del cambio della valuta giunge in proposito a delle vette quasi parossistiche: prima l’addetto al cambio digita sulla calcolatrice l’importo dei vostri soldi, poi il valore corrente dello yen, poi ancora la quota che desiderate convertire, poi il corrispettivo nella valuta di casa, in ogni occasione

5. Più cortesia, più convenienza (e più inglese)

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mostrandovi i numeri digitati sulla calcolatrice che viene utilizzata per il calcolo successivo rigorosamente dopo la vostra approvazione (costretto a cambiare i soldi per prendere l’ultimo treno verso casa, lo stavo quasi perdendo proprio a causa dello zelo dell’addetto al cambio). Gli scettici potrebbero insinuare che questi comportamenti siano nonostante tutto imposti dalla regia occulta del dio denaro, ma si troverebbero comunque inermi di fronte alla gentilezza dimostrata dai giapponesi in risposta a ogni vostra richiesta d’aiuto. Ciò è molto importante per quanto riguarda le indicazioni stradali, soprattutto a Tokyo: la capitale non è infatti strutturata in vie e rispettivi numeri civici ma è divisa in distretti all’interno dei quali ogni palazzo è dotato di un suo specifico numero. Questo sistema, già complicato di per sé, non è inoltre contemplato da Google Maps, lacuna che ti lascia in dote un certo senso di impotenza. Proprio per questo la disponibilità degli autoctoni giunge gradita. Molto spesso accade che, qualunque cosa stiano facendo, sollecitati da una vostra domanda cambino strada e vi accompagnino fino alla meta. La gentilezza dei nipponici però non si espleta compiutamente nelle occasioni in cui possono esserti utili, bensì in quelle in cui sono impossibilitati a farlo. Il senso di vergogna che provano nel non poter dare una mano diventa tangibile nel terrore che trapela dai loro occhi una volta che realizzano di non poter fare al caso nostro. Questa nobile qualità dell’animo, unita a un sentimento di impaccio e inadeguatezza, è alla base di siparietti divertenti, soprattutto quando lo scambio – inevitabilmente nel mio caso – verte sulla lingua inglese: probabilmente capiterà anche a voi, qualora chiediate un’informazione a un giapponese nell’idioma britannico, di sentirvi rispondere correttamente fino al momento in cui questi non si accorga di essere ignaro quanto voi riguardo l’oggetto del vostro desiderio. A me è successo diverse volte: una volta ho chiesto a un ragazzo se parlasse l’inglese e, dopo la sua replica affermativa, gli ho domandato se sapesse dove si trova Kami-Igusa. Accortosi di non saperlo, si è scusato con il più classico dei «Sorry, I don’t speak English». Io ho quindi proseguito per la mia strada, divertito da questa ennesima scappatoia per ovviare al senso di frustrazione. Ormai dimentico del passante, me lo sono ritrovato un po’ affannato alle mie spalle, raggiunte dopo una corsa: aveva nel frattempo cercato su internet con il suo cellulare dove fosse il luogo per poi 30

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mostrarmelo e darmi questo consiglio: «You have to take a bus, it’s too far from here». Esatto, proprio nella lingua poco prima rinnegata. Prodigi della disponibilità. Questione di… gradi – Simbolo stereotipato della gentilezza e dell’educazione dei giapponesi è l’inchino, oggetto di una precisa etichetta che ne regola le variazioni. Ricordando una divertente lezione di Naoko al corso di tedesco in cui ci siamo conosciuti, le ho chiesto qualche nozione di etichetta di cui rendervi partecipi. Eccovi dunque le piccole regole per dare la giusta inclinazione al vostro inchino: 15°: saluto rivolto a conoscenti incontrati per strada oppure dai quali ci si reca in visita; 30°: inchino di fronte a persone adulte a cui portare il dovuto rispetto (superiori, insegnanti ecc.), usato anche nel contesto lavorativo; 45°: inchino per dimostrare profonda gratitudine o rispetto, oppure per chiedere scusa. 90°: riverenza verso Dio, Budda o l’Imperatore oppure per dimostrare sem_Alla luce di quanto riportato, è facile capire perché pre gratitudine o rispetto l’inchino di Barack Obama nei confronti di Akihito (ci si può inchinare fino con la testa per terra, la scelta in occasione dell’incontro ufficiale del 14 novembre spetta a chi si prostra; va 2009 sia stato giudicato sconveniente da certa da sé che più è profondo l’inchino e maggiori sono stampa americana. Foto tratta da Globalpost.com. le scuse, il rispetto e la gratitudine espressi).


_Giovani donne giapponesi a passeggio per le vie di Shibuya. Foto e Š dell’utente Asian (Street) Impressions su Flickr.com.


on perdonerò mai Marlene Dietrich per aver convinto le donne di poter essere sexy anche con i pantaloni. Solo dall’anti-erotica Germania nell’epoca del trionfo del freddo meccanismo industriale poteva giungere una sollecitazione così sciagurata. A mio avviso, infatti, non c’è nulla che valorizzi la bellezza di una donna come le sue gambe, che a loro volta vengono esaltate dall’uso della gonna. Chiunque la pensi come me, può trovare in Giappone il paradiso dei propri sensi. Non so se questo sia dovuto al fatto che le Madame Butterfly non siano molto formose e, consapevoli dei loro limiti e delle loro virtù, puntino molto sulle loro bellissime estremità inferiori. Credo inoltre che non abbia molto senso domandarsi la ragione recondita di un fenomeno così gradevole. Ammirarlo è di sicuro più gratificante. Me ne accorgo già il primo giorno gironzolando per Ginza, il quartiere dell’alta moda. Se qualcuno fosse ancora invischiato nello stereotipo dell’asiatica piccola e bruttina necessiterebbe passarvi pochissimi minuti per liberarsene una volta e per tutte. Nonostante io sia tramortito da quattordici ore di volo e sette ore di attese agli aeroporti e dal famigerato jet lag, resto estasiato dalla parata di bellezza che mi sfila davanti. Ma non è solo un incanto di natura prettamente estetica, almeno nell’accezione più immediata che si possa conferire a questo concetto. Ciò che suscita in me una sincera ammirazione è la cura nei minimi particolari di ogni aspetto del proprio look. Nessun dettaglio viene lasciato al caso, dal fiocco che tiene su le treccine fino al gingillo che penzola dal cellulare. Queste accortezze richiedono diverso tempo in fase di preparazione e ritocco e quindi capita spesso di vedere sopra i mezzi pubblici le ragazze giapponesi sistemarsi minuziosamente le ciglia oppure disporre ogni singola ciocca di capelli come fosse la tessera più preziosa di un mosaico. È il rituale dei piccoli gesti a rapire. È la proporzione delle forme, l’armonia dei movimenti. In questo caso la cura di sé assume quasi un valore spirituale, rivelandosi il tramite fra la propria misura interiore e la perfezione del proprio stile. Senza esagerare, direi che tutto ciò è un profondo specchio dell’anima del paese, in cui la grazia, iki, è tenuta in altissima considerazione.

6. L’incanto e la grazia (delle gambe delle giapponesi)

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Quando sono a Omotesandô Hills, la via dello shopping di lusso a Harajuku, guardo passare un gruppo di ragazze anglofone a fianco delle ben più nutrite Con gli occhi di una donna – È interessante per me confrontare quanto ho visto e di cui scrivo in queste pagine con le impressioni di una fanciulla. E il termine di paragone non me lo sono scelto a caso, optando per una donna giovane, bella e non certo refrattaria alla cura del proprio look. Ecco quanto Giorgia Vecchini, più nota come Giorgia Cosplay (Giorgiacosplay.com), ha avuto modo di vedere nei suoi viaggi in Giappone: «Le ragazze giapponesi sono attentissime all’estetica, trascorrendo tanto tempo a curare ogni minimo dettaglio del loro aspetto, tanto da diventare artefatte. Arrivano a cambiare completamente dopo aver passato dalle due alle quattro ore davanti allo specchio prima di uscire di casa, fuori dalla quale si avventurano solo una volta che si sentono davvero perfette. Devo dire che per me, che nella vita di tutti giorni sono solita indossare tuta e scarpe da ginnastica, tutto ciò è un po’ inquietante». Va comunque sottolineato che le impressioni di Giorgia riguardano soprattutto Tokyo; devo ammettere che nelle altre città le donne, dovendo forse confrontarsi con aspettative di ruolo meno elevate, mi sono apparse decisamente più «normali».

_ Giorgia Vecchini nel cosplay della la protagonista di Occhi di gatto, Sheila. Foto di Daniele Faccioli. © di Daniele Faccioli e Giorgia Vecchini.


schiere di giapponesi; in realtà vedo due mondi antitetici a confronto. Leggere, eteree, «stilose» e femminili le nipponiche, autentiche bambole di porcellana orientale; sguaiate e sgraziate le altre, con i larghi fianchi a malapena contenuti nei jeans e i piedi piatti fasciati dalle ballerine (le giapponesi indossano quasi tutte scarpe con i tacchi), le bocche larghe intente a dilatarsi il più possibile per prolungare il suono degli «yeah!» e degli «wow!». Il confronto che sorge inevitabile è quello tra la grazia orientale e il grande peccato dell’Occidente, la dedizione assoluta all’efficienza e alla praticità. La comodità e il dinamismo hanno preso definitivamente il sopravvento e l’incanto è svanito. Anche perché la questione non è soltanto relativa al cosa si indossi ma anche al come lo si fa. Ed ecco l’obiezione che aspettavo al varco: non sai forse che dietro l’apparenza che tu magnifichi si nasconde in realtà un retaggio sessista? Potrebbe anche darsi, ma non sta certo a noi determinare se per le donne giapponesi sia tedioso e limitante recitare questo ruolo oppure se ciò le gratifichi a 360 gradi. Il mio è un giudizio di natura estetica, non morale. Se mi posso permettere di sconfinare in questo secondo campo, però, ci tengo a far notare che l’estrema libertà con cui le donne dell’Arcipelago vivono l’espressione del proprio corpo è permessa anche dalla tranquillità in cui le lasciano gli uomini. In una nazione libera dalle dicotomie ereditate dal cattolicesimo non vige la distinzione tra santa L’incanto e la grazia (delle gambe delle giapponesi)

_Tipico esempio di ragazza edochiana, carina e aggraziata. Foto e © dell’utente Asian (Street) Impressions su Flickr.com.

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_Altro tipico esempio di donna giapponese, in una versione un po’ più matura. Foto e © dell’utente Asian (Street) Impressions su Flickr.com.

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e puttana e questo fa sì che una ragazza in minigonna non sia etichettata come una provocatrice che esige di essere presa in antitesi alla brava ragazza che si presenta ai genitori in occasione del più noioso degli inviti a tavola. Forse ciò è dovuto anche alla timidezza e riservatezza dei nipponici e mi viene da pensare che le stereotipate perversioni dell’uomo giapponese, probabilmente non vissute come tali proprio per la già menzionata assenza del giogo cattolico, nascano dal cortocircuito derivato dall’essere investiti da una scarica di stimoli eccitanti e l’impedimento di raccoglierne almeno una parte. Ma questa è solo una supposizione che meriterebbe di essere suffragata o smentita da argomentazioni e analisi più competenti. Resta il fatto che un uomo che ha la possibilità di visitare Tokyo, e non solo Ginza, si ritroverà a lasciare un frammento di cuore in ogni angolo della città. E, una volta tornato in Occidente, sentirà di essere vittima di un complotto. Vado, Tokyo e torno


al particolare al generale. Avendo parlato del look delle ragazze giapponesi, non posso ora esimermi dal rispondere alla domanda che probabilmente vi sarà stata suscitata dalla lettura: sì, va bene per le donne, abbiamo capito; ma come si vestono i giapponesi in generale? Che cosa possa essere definito moda nel paese che sembra nato per esportare mode? Magari vi chiederete se qualcuno vada ancora in giro con l’abito tradizionale, il kimono. Sì, lo fanno. Di solito sono signore anziane che, incuranti della velocità supersonica alla quale viaggia la realtà intorno a loro, con un contegno quasi regale e una soave imperturbabilità al di fuori del tempo passeggiano fasciate dall’abito che ricorda loro i giorni di festa trascorsi in gioventù. Esibiscono serene una vecchiaia che racconta di palpiti e caste gioie, incuranti di nascondere i segni lasciati da un’età insinuatasi gentilmente tra le pieghe del corpo e dell’anima. Mi è capitato di vederlo indossato anche da alcune giovani donne ma solo a Kyoto, in luoghi specifici quali templi come il Kiyomizu-dera e soltanto per posare di fronte alla macchina fotografica. In questo caso, a differenza del primo, la tradizione ha un sapore artefatto, finzione dalla durata effimera di un clic, non biografia di una vita narrata dalla seta. Se le giovani vanno a indossare il kimono a Kyoto è perché questa è la città culla della cultura tradizionale giapponese. Come vestono allora gli abitanti di Tokyo, metropoli che, pur conservando tracce dell’antica Edo, viaggia alla velocità della luce? Il look degli uomini è meno variegato di quello delle donne in ogni parte del mondo, e naturalmente anche nella capitale del Sol Levante. Dato l’elevatissimo numero di sararimen, a spiccare sono soprattutto le giacche e le cravatte, solitamente nere su camicia bianca. Gli anziani le indossano con sobrietà, per testimoniare la propria fedeltà all’azienda che oggi vale una consolidata rispettabilità mentre i giovani le portano con una disinvolta ma incisiva aggressività, segno tangibile di un’ambizione difficile da contenere. Per comprendere come i giovani si vestano nel tempo libero è necessario andare a Shibuya. In tema di look, per quanto riguarda i ragazzi, non colpiscono tanto gli abiti quanto i capelli: colorati, ossigenati, lunghi die-

7. Lo stravagante look di un popolo in divisa

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_ Donne vestite col tradizionale kimono. Nella foto, Luca ci dimostra come l’interesse per le usanze locali può essere il pretesto per piacevoli conoscenze. Š di Luca John Sabetti.


tro e davanti sparigliati in una corona di punte tenute su da lacca e gel. Vederli sfilare per il quartiere conferma ancora una volta la sensazione che i manga non amplifichino la realtà ma che semplicemente la rispecchino: i capelli stereotipati dei personaggi, infatti, non sono una trovata grafica dei disegnatori ma soltanto la riproposizione di quanto essi hanno visto aggirandosi per le caleidoscopiche strade della capitale. Relativamente al genere femminile, la tipologia dei look va divisa per altrettanti quartieri: Ginza, Shinjuku, Shibuya e Harajuku. Come già accennato in precedenza, il primo è il quartiere dell’alta moda: le sue strade sono costeggiate da palazzi dotati di un design stravagante e ricercato, concepiti per ospitare le boutique dei marchi famosi in tutto il mondo, italiani e francesi su tutti. Le donne indossano abiti raffinati ed eleganti, la cui foggia però potrebbe essere facilmente rinvenuta in qualsiasi altra città del mondo votata alla haute couture. A rendere particolare la varietà di capi d’abbigliamento che sfilano per le vie di Ginza sono quei piccoli dettagli di cui è stata già fatta menzione. Lo stesso può dirsi per Shinjuku, quartiere dei grattacieli e quindi anche degli uffici: qui le donne possono essere ammirate quando entrano ed escono dal lavoro fasciate in tailleur che mettono in risalto il loro fisico snello, in apparenza però più pronte per un défilé che per una giornata tra computer e telefono o un rilassante ritorno a casa. Le differenze con le donne europee – che in questi due casi sono legate ai piccoli particolari – a Shibuya e Harajuku, paradisi dei cool hunters, si esplicitano in maniera dirompente. Questi sono i due quartieri della moda giovanile, zone franche della libera espressione degli adolescenti, la cui esuberanza, svincolata dagli obblighi scolastici e dalle restrizioni a cui ogni adulto deve in ogni caso sottostare, è apparentemente libera di esprimersi senza alcun freno. Le tipologie di ragazze e look che si incontrano sono simili; la differenza sta nella più spiccata connotazione kawaii di Harajuku. Magliette, gonne, calze, nastri, scarpe… qui tutto è un tripudio di colori vivaci, accesi, combinati nei modi più audaci e fantasiosi. La piccola via Takeshita-dori offre un breve ma intensissimo viaggio all’interno delle ultime tendenze, quasi centrifugandole in una realtà parallela di cui perfino la fantasia non riesce a impossessarsi. Una sensazione amplificata il sabato e la domenica, quando le teenager si danno appuntamento sul ponte a lato della stazione, quello che conduce al Parco Yoyogi, vestite in cosplay. Lo stravagante look di un popolo in divisa

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Il weekend radicalizza quello che durante la settimana è degno di maggiore interesse, poiché porta a comprendere come il rapporto tra la produzione fantastica del Giappone e la realtà a cui danno vita i suoi giovani figli non sia univoco ma circolare: non sono tanto le avventrici di Harajuku a essere debitrici delle loro sosia disegnate, quanto il contrario. Ciò che vale per i ragazzi vale per le ragazze e ciò che vale per Harajuku vale anche per Shibuya, l’età media dei cui frequentatori è leggermente più alta e quindi alla base di un look più maturo. Ma non troppo, sia chiaro… Nonostante lo stile dei ragazzi giapponesi sembri una radicale rivolta nei confronti della società adulta, specchio di una vitalità dirompente in antagonismo alla soffocante stasi in cui sono quotidianamente impantanati i genitori, a uno sguardo più attento ci si accorge che la sostanza celata dai due mondi solo appa-

_Tipico esempio di look tricotico edochiano. Foto e © Luca John Sabetti.


Kawaii – La locuzione kawaii, traducibile con l’inglese cute e l’italiano ‘carino’, designa in Occidente una gamma di stili giovanili e commerciali giapponesi che prediligono tutto quanto vi è di più infantile, dall’abbigliamento ai gadget, dalle espressioni verbali ai codici di interazione sociale. Queste linee guida influenzano un’estetica caratterizzata da vivaci colori pastello, circoscritta in forme tondeggianti che comunicano ingenuità e bisogno di tenerezza. Proprio per questo al kawaii è correlato il moe, il senso di attrazione verso le creature apparentemente indifese e bisognose di protezione. Uno dei simboli del kawaii a livello mondiale è Hello Kitty, la gattina della Sanrio che si muove in un universo completamente ed eternamente infantile ed edulcorato.

_Foto e © Luca John Sabetti.

rentemente incomunicabili è in fondo la medesima. Il mio amico Gabriele, habitué del Giappone che della sua passione per il paese ha fatto una spassosa trasmissione (Priorità scombinate, condotta con Antonio Calissi e Alessandro Bellondi su Radioanimati.it), il quale mi accompagna nei primi giorni del mio viaggio, mi fa notare come non ci sia grande differenza tra i sararimen e i giovani che danno l’idea di dichiarare loro una guerra a colpi di colore: sostiene infatti che sia gli uni che gli altri indossino una divisa da sfoggiare in occasioni ben precise, da riporre conseguentemente al variare del contesto. Resto inizialmente stupito ma poi, lasciando prevalere la lucidità sulla meraviglia, non posso che convenire con lui. In un paese in cui nulla è lasciato al caso, ogni circostanza esige un allineamento stilistico. Alla fine, l’abito più indossato dai giovani giapponesi si rivela essere la divisa scolastica: il gakuran, completo blu o nero dall’inconfondibile colletto e dai bottoni d’ottone per lui; il fuku alla marinara con la classica gonna a pieghe, calzini bianchi e mocassini per lei. Il cosplay del fine settimana si qualifica dunLo stravagante look di un popolo in divisa

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que il perfetto contraltare della divisa, entrambi necessari l’uno all’altra e, secondo questa lettura, funzionali al mantenimento di un equilibrio. Anche vestendosi ci si educa alla disciplina, pure quando si dà l’idea di voler trasgredire ogni norma costituita. Provate infatti a cercare in Giappone qualcuno che espliciti la sua ribellione alle convenzioni ostentando un abbigliamento appositamente trasandato come i nostri punk o hippy. Non ci riuscirete mai. Stravaganti o allineati che siano, i nipponici sono sempre impeccabili. Perché anche l’andare contro le regole esige le sue regole ferree.

_Il look sobrio è la norma a Harajuku. Foto e © Luca John Sabetti. 42

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_Domenica a Harajuku: appuntamento sul ponte per la vestizione che precede la «sfilata». Foto e © Luca John Sabetti.


Cosplay – Termine coniato in Giappone e derivato dall’unione delle parole inglesi costume, ‘costume’, e play, ‘eseguire/recitare/giocare’. Tale pratica consiste nell’abbigliarsi come i personaggi di anime, manga, videogiochi e quant’altro appartenga a un immaginario fantastico (non solo giapponese). Questa attività è nata negli Usa col nome masquerade in associazione ai cosmi narrativi di Guerre Stellari, Star Trek e ai giochi di ruolo, ma è stata presto adottata e adattata in Giappone. Il cosplayer non si limita semplicemente a vestirsi come il personaggio designato ma lo interpreta fino a identificarsi totalmente con esso: nelle gare i partecipanti non sono giudicati solo per il costume ma anche per la l’esibizione. La citata Giorgia Vecchini ha vinto infatti il World Cosplay Summit di Nagoya nel 2005, oltre che per il suo splendido costume da arpia Silen, personaggio tratto dai fumetti e disegni animati _Foto di Maurizio di Devilman, anche per l’esecuMontani – Ramak. zione della sigla dell’anime per © di Maurizio il combattimento figurato contro un cosplayer del demone suo Montani – Ramak e protagonista, a cui è arrivata a Giorgia Vecchini. mozzare la (naturalmente riprodotta) testa.

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I edizione: aprile 2011 Copyright © Tunué S.r.l.

Editor di collana Marco Pellitteri

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(Civita Castellana 1980) si è laureato in Scienze della Comunicazione all’Università «La Sapienza» con Alberto Abruzzese. Ha pubblicato sulle riviste Pikaia, MicroMega, Antrocom, Manga Academica, Mechademia. Per Tunué è anche autore di Mangascienza. Messaggi filosofici ed ecologici nell’animazione fantascientifica giapponese per ragazzi. Ha prodotto contenuti per l’emittente Current TV ed è stato regista e co-autore della trasmissione radiofonica Il Velo di Maia.

VADO, TOKYO E TORNO . Fabio Bartoli

Fabio Bartoli

Dalle mirabilie di Tokyo allo splendore del Fujiyama, le rutilanti mode giovanili si mescolano a una grazia senza tempo. Fugaci impressioni, ´ indefinibili peculiarita e intuizioni fulminee sono gli ingredienti di un diario di viaggio semiserio scritto con passione e amore per la terra nipponica e la sua cultura.

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Fabio Bartoli

VADO,

TOKYO E TORNO

Diario di viaggio nel cuore del Giappone (e anche un po’ più in là)


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