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Kareen De Martin Pinter Dimentica di respirare

tunuĂŠ


I

Il corpo si alleggeriva, si frammentava, sembrava volatilizzarsi pezzo dopo pezzo. Prima i piedi, poi le gambe, nelle orecchie il rumore di migliaia di minuscole bolle che scivolavano via. Iniziavo a sentire l’aria pesarmi addosso, mi soffiava in faccia crepandomi le labbra, infilandosi in bocca e asciugando le mucose delle guance, la gola. Masticavo sale. Strinsi il volante e lottai col respiro, anche se sapevo che il primo errore da evitare era proprio quello di lottare. Contare i secondi che passano, farli rimbombare nei polmoni contriti, trasformarli in mulinelli d’aria che poi s’infilano tra le costole e sbattono contro la carne, pungono, mordono. In certi tratti quella striscia d’asfalto scavata nella roccia umida sembrava in bilico sul mare, sostenuta dal vuoto. Qualcosa attirò la mia attenzione, sugli scogli, una luce, forse il riflesso di qualcuno che si tuffava; setacciai veloce con lo sguardo ma non vidi niente. Svuotai i polmoni con espiri sempre più lunghi, profondi, finché sentii che non avevo più bisogno d’inspirare. Allora presi a fare espiri sempre più rapidi, fino a strizzare la cassa toracica. E smisi di respirare. Faceva caldo e la fronte mi s’imperlò di sudore. I frammenti del mio corpo tornarono a me. Rallentai. Arrivato al supermercato, parcheggiai e scesi, coi polmoni ancora immobili. Solo dentro, quando il freddo mi fece tossire fuori l’ultimo gorgoglio di aria, ripresi a respirare. Se Maurizio fosse venuto a sapere che ero in mezzo all’aria condizionata, non so cosa mi avrebbe fatto. Presi poche 9


cose e mi misi in fila, tenendo tutto in mano. Sussultai per un brivido di freddo. Quando sei a questo livello, la tua riuscita ha a che fare con tutto, con il cibo, le ore di sonno, le abitudini igieniche, il caldo, il freddo, la tempra, gli anticorpi, i pensieri, i crampi, un sogno, un ritornello spuntato in mente, all’improvviso, un ricordo. Sapevo che ogni movimento del pensiero era suscettibile di imprimere un’ombra sul mio respiro, e quella volta le immagini esplosero nella mia mente al punto che persi l’equilibrio. Urtai il carrello della persona in fila dietro di me, balbettai delle scuse, allungai una mano per tenermi a qualcosa, ma non c’era niente a cui tenersi. Ero altrove, dentro a un passato che si ricuciva al presente, potevo sentire l’ago del tempo bucarmi la pelle. Da dove usciva quel ricordo? Ero aggrappato a una tovaglia che franava, mi sentii cadere finché tutto il mondo non mi si spense addosso e quando riemersi mi ritrovai dentro alla cucina di quando ero bambino, avrò avuto dieci anni. C’era anche Giovanni, mio fratello, che aveva un anno più di me. Una delle solite cene, la zuppiera in centro tavola, del pane, il salame, l’aria salata che entrava dalla finestra aperta. Nostra madre. Mio padre non l’ho mai conosciuto, sparito quando galleggiavo dentro la pancia di mia madre. Avevo Giovanni, copiavo lui. Da piccoli ci sfidavamo a colpi di record di apnea. In paese non c’era molto da fare e si finiva in mare ogni giorno. Avevo promesso a Giovanni che prima o poi avrei superato il record di Piero. Dovevo solo allenarmi. Piero era il più forte, tornava su lunghi secondi dopo gli altri, tra schizzi e applausi e ululati mossi dalle onde. Si andava anche al largo, per mettere in scena delle vere e proprie gare. A Giovanni non interessava più di tanto e lo dava a vedere. Era bravo senza sforzo. Io invece facevo fatica, ce la dovevo mettere tutta per star dietro a quei due. Quella volta, a tavola, volevo impressionarlo, mi ero fissato di restare due minuti senza respirare. E così smisi di respirare 10


appendendo tutto il mio orgoglio alle lancette dell’orologio. Ogni secondo che passava, sentivo il cuore battere come un tamburo al rallentatore, il suono del rimbombo si dilatava nelle orecchie, pulsava dall’interno come qualcuno che batte per uscire da chissà dove. Un minuto era passato senza troppo accorgermene, tante volte avevo smesso di respirare un minuto. Dopo quei sessanta secondi, però, il mondo aveva iniziato a farsi via via più lontano. Avevo un bicchiere di acqua in mano, non avrei saputo dire perché, me l’ero semplicemente dimenticato lì. Lo lasciai cadere sul tavolo in malo modo. Mia madre mi guardò infastidita. Poi però il fastidio divenne spavento, mi venne accanto, mi scosse, cercò di parlarmi, doveva aver visto i polmoni fermi, l’addome piatto, mi chiese cos’avessi, se era lo stomaco, mi sollevò a qualche centimetro da terra per potermi scuotere meglio. Un fuscello di otto anni, muto e senz’aria. Ventuno, venti… Mio fratello era scattato in piedi, la sedia gli si era rovesciata all’indietro, cercò di scuotermi anche lui, in bilico tra il sospetto che fosse una scommessa o un malore. Delle parole sgraziate mi riportarono lì, al supermercato. Una donna, sulla sessantina arrivò e spinse il carrello davanti a un ragazzo. Disse che c’era prima lei, che stava solo guardando una cosa. Lui le rispose male. Il tono montava. Lei spinse un angolo del carrello nell’anca dell’altro. Sentii sfumare il mio ricordo. Fossi stato io a dover decidere, non avrei avuto dubbi. La donna era arrivata dopo. Quello dietro avrebbe avuto ragione a passarle davanti. In una gara di apnea c’è un giudice, vari profondimetri, regole chiare. Che sanno cosa devi fare, come lo devi fare, cosa è consentito e cosa no. Il ragazzo fece un passo indietro e mi sfiorò. Per qualche istante entrai in contatto con la sua pelle. I pesci, pensai, anche quando nuotano in branco compatto, non si toccano mai. Hanno un organo sensoriale che li tiene alla giusta distanza gli uni dagli altri. Mi guardai la 11


mano, cercai la traccia dell’umido, mi sentivo bagnato. Mi tastai i pantaloni, ma era tutto asciutto. Quando la calma si installò di nuovo nell’attesa, il passato mi riacciuffò. L’onda sbiadita mi avvolse, la fila si appannò e rieccomi, bambino, intorno al tavolo, a cena, la luce grigia e fioca della televisione accesa. Non respiravo. Diciotto, diciassette… Quattro mani che mi scuotevano, potevo sentirle ancora. Vedevo le loro bocche deformarsi, labbra rosse e mollicce sporgersi, arricciarsi, spalancarsi, tirarsi, rientrare, inumidirsi, richiudersi, incresparsi. Ma i rumori erano confusi. Quasi di un altro mondo. Una sequenza alfabetica ululata al rallentatore. L’acqua schizzata dal bicchiere mi aveva bagnato i pantaloni. Fissavo le lancette dell’orologio di fronte al tavolo. Ancora qualche secondo, masticai a fatica nella mente. Più mia madre mi batteva sulla schiena, più mi sentivo in balia delle onde. Tredici, dodici… Guardai mio fratello, era l’unico che potesse capirmi. Otto, sette… Le lancette c’erano quasi, che si spicciassero, non ce la facevo più. Cinque, quattro… Quante volte avrei sgranato il tempo sotto al mare? Tre, due, uno… Due minuti! Mi parve di sentire lo scricchiolare polveroso della lancetta dei minuti quando si mosse. Aprii la bocca, respirai, mangiai l’aria, poi espirai con un soffio lungo, tossii ed esplosi: «Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta! Due minuti!». Mio fratello mi regalò un sorriso luminoso, era fiero di me, anche se ancora un po’ spaventato, tanto da arruffarmi i capelli con una manata dosata male. E fu allora che, in mezzo a una tosse che mi spezzava le costole, nostra madre, le labbra serrate fino a diventare violacee, mi mollò uno schiaffo così forte che mi ritrovai a gambe all’aria come la sedia di mio fratello. Sentii la sua voce dire, profonda, gutturale, come provenisse dagli abissi: «Non farmi mai più una cosa del genere!». Ero felice come quando si compie un’impresa storica. Tossii, il ragazzo davanti a me stava finendo di mettere via i suoi prodotti nella 12


borsa e la cassiera mi guardò storto. Dovevo sembrare imbambolato. Presentai in fretta le mie cose, dandomi qualche colpetto sul petto. La tosse si placò, ma mentre pagavo sentii il bruciore della mano di mia madre che mi si propagava sulla guancia. Uscii. Il parcheggio era una fornace, entrai in macchina e ripresi a guidare verso casa. Di tanto in tanto gettavo uno sguardo a quell’immensa massa blu che mi ruminava a fianco. L’ultimo allenamento non era andato bene come speravo e mi aveva lasciato una brutta sensazione, come se il mare avesse voluto dirmi qualcosa. «Via queste superstizioni del cazzo dalla testa,» mi aveva detto Maurizio «cerca di restare lucido. Cerca di dormire bene». Mentre lo diceva mi guardava torvo. Aveva appena saputo che uno dei sommozzatori si era ammalato. Difficile da sostituire così, all’ultimo. Il fotografo poi era uno nuovo e non pratico di certe profondità. Meno 137 metri avrebbero pesato come un condominio sulla mia testa ed era normale che si chiedesse se faceva bene a farmelo fare. Mi portai una mano alla guancia, la sentii ancora calda e gli occhi erano gonfi. Forse per via del sonno. Le notti, da un po’ di tempo, s’infilavano fredde nel mio orecchio, non dormivo bene. Poteva essere la vecchia otite che ricompariva. O forse dell’acqua che mi era entrata dentro, la sentivo muoversi di tanto in tanto. Anche per questa gara all’inizio erano previsti più metri, sarei dovuto scendere a meno 142. Ma avevo perso diversi giorni di allenamento a causa di una rinite e per rispettare la data della registrazione del record mi ero dovuto accontentare di qualche metro in meno. Ripresi a respirare e staccai le mani dal volante per allentare lo Squale, il mio orologio che faceva anche da profondimetro. Stavo sudando intorno al cinturino. Guardai le mie dita armeggiare. Era un rettilineo e spinsi le ginocchia contro il volante. Le ruote andarono leggermente 13


fuori strada. Rallentai, mi scivolò l’orologio tra le cosce, lo cercai alla cieca, spinsi troppo sul freno per prepararmi alla curva, l’auto sbandò, ma ripresi il controllo. Non riuscii però a impedire all’orologio di cadere sul tappeto della macchina, tra i pedali. E la borsa della spesa si ribaltò nel cofano. «Non è giornata, oggi!» mi si sfilò di bocca. Parcheggiai accanto al muretto di casa, il limite massimo della strada prima dello strapiombo. Scesi dalla macchina scontento, ma abbracciai la baia con uno sguardo indulgente. Ero nato a meno di un chilometro da lì e avrei potuto fare il giro delle scogliere a occhi chiusi. Aprii il cofano, rimisi la spesa nel sacchetto e la lasciai davanti alla porta. Poi scesi lungo il sentiero che portava direttamente al mare. Il pensiero che Ivan, il mio avversario numero uno, quello che non mi lasciava neanche il tempo di festeggiare, fosse già nel pieno del suo allenamento per arrivare ai meno 140 mi fece strizzare il viso in una smorfia, che allentai solo quando abbandonai lo sguardo al mare. I primi esseri viventi di cui si ha traccia si trascinarono fuori dall’acqua più o meno trecentosettanta milioni di anni fa. Ma le profondità del mare non si svuotarono. Un tempo si pensavano vuote. Pensiero ingenuo, da umani. Mi preparai a entrare in acqua. Là sotto ci sono specie completamente trasparenti, tradite solo da un piccolo organo digestivo, che se si sentono in pericolo incamerano acqua per rendersi ancora più trasparenti. Un mondo in cui regna l’oscurità: alla maggior parte della fauna marina per orientarsi non serve il sole, produce da sé la luce di cui ha bisogno. Luce in tutte le sfumature del blu, perché nell’acqua è capace di propagarsi più lontano degli altri colori. La medusa Atolla wyvillei, quando viene attaccata, lampeggia con migliaia di luci; il Melanocetus johnsonii, il pesce lanterna, ha un organo luminoso appeso dinnanzi ai suoi occhi, tenuto come una canna da pesca, e ha il corpo ricoperto di centinaia di antenne, grazie alle quali può sentire 14


anche il più piccolo spostamento nell’acqua. In quel silenzio, luci e vibrazioni che viaggiano sott’acqua raccolgono informazioni sul passaggio di ogni creatura, e anche gli umani diventano messaggi che il mare si passa da un angolo all’altro. Mi rilassai al contatto dell’acqua, nuotai fin dopo gli scogli che limitavano sulla sinistra il braccio di mare della baia sotto casa. Sott’acqua, tutto sembrava una visione, schizzi di luce qua e là, una lentezza infinita spezzata ogni tanto da orde e cacce, a scomporre l’ordine. Un’esplosione e poi il lento scorrimento della vita marina si ricomponeva. L’acqua era calda. Scesi a una decina di metri, sapevo che lì c’era una corrente fresca. Avevo aria, mi spinsi più giù, dove la luce per me si rabbuiava. Riemersi e aspettai che il mio cuore riprendesse il ritmo normale. Guardai verso la casa, piccola e incastonata nella roccia, colpita dai raggi del sole. Avevo fame. Mi ricordai che la spesa era ancora fuori. Accarezzai l’acqua, le dissi che ci saremmo rivisti molto presto. Meno 137 metri. E poi su. Sempre che le sirene mi avessero lasciato tornare. Si diceva così, che a volte le sirene ti tenevano giù, per far loro compagnia. Mentre salivo lungo la stradina, i vestiti appallottolati in una mano, sentii qualcuno chiamarmi. Mi voltai. Il sole mi abbagliava, non distinguevo con chiarezza i chiaroscuri degli scogli. Spazzai lo sguardo sulla spiaggia, vidi il mio gommone sulla battigia. Nessuno, nemmeno un’ombra. Ripresi a camminare con le orecchie tese, e non feci che pochi passi quando sentii di nuovo l’urlo. M’immobilizzai. Con gli occhi cercai la Baia del Prete, ma da quella posizione non potevo vederla. La vegetazione scaldata dal sole rilasciava gli odori umidi dei fiori di cappero e del rosmarino. Ripresi a camminare guardandomi ogni tanto alle spalle. Talvolta gli scogli sembravano vivi, brulicavano, sospiravano, mi pareva di sentirli vorticare, scavare come se avessero sotto delle trivelle. Arrivai a casa. Misi in frigo il formaggio, aprii l’antina 15


per la pasta e lasciai il pane sul tavolo. Dalla terrazza avevo una vista sul mare senza ostacoli. Trascorsi il pomeriggio a sistemare qualche asse scalcagnata della casa, a guardare le tabelle di Maurizio, i grafici del mio respiro, ripensai al percorso della gara. Cenai presto e andai a dormire col sole che ancora spingeva i suoi raggi nella stanza. Quando mi svegliai, era di nuovo giorno. Cercai di trattenere qualche immagine del sogno che avevo fatto, ma era già evaporata. Lasciai vagabondare gli occhi lungo una crepa sul soffitto. Sembrava un arabesco in controluce, una corda sfilacciata, oppure un’anguilla. Sentii il lenzuolo contro la mia pelle, gli diedi aria e lasciai che ricadesse, lento, sul corpo. Quando si sgonfiò, si posò sui muscoli rilassati, coprendomi anche la faccia. Non sapevo se alzarmi subito o provare a riaddormentarmi. Il caldo sarebbe arrivato a breve. Avevo la gola secca, bruciava, sperai non fosse l’inizio di un raffreddamento dovuto all’aria condizionata del supermercato, o a una corrente d’aria arrivata dalla finestra aperta. D’un tratto la mia coscienza mi riacciuffò: il pensiero che ormai mancasse poco alla gara – un giorno – mi cadde addosso. Strizzai gli occhi, tossii fuori tutto l’alito della notte e mi alzai. La luce era ancora pallida, il mare piatto. Massaggiandomi via dal petto quel fardello di calcinacci pensierosi, mi preparai alla prima apnea a secco della giornata. Smettevo di respirare per qualche minuto, appena sveglio, quasi a controllare che avessi tutte le facoltà del giorno prima. Presi ampi respiri, profondi, per riempire bene i polmoni, poi continuai con una raffica di respiri corti con la bocca aperta, per stipare il massimo dell’aria possibile negli alveoli polmonari più alti. Ogni molecola contava. Non avevo mai avuto grandi polmoni, era la critica che mi facevano i concorrenti e i detrattori. Richiamai alla mente il mio mantra, lento, aspettai che si staccasse dal fondo del mare e si sciogliesse al centro della mia testa: 16


dimentica di respirare, dimentica di respirare, dimentica di respirare. Bloccai. Senza respirare andai in bagno, poi spalancai la porta d’ingresso, scardinando i confini tra me e il mare. Scesi lungo il sentiero che portava alla spiaggia. Iniziarono le correnti d’aria interne, le voci che creavano interferenza con la mia ricerca di calma, di vuoto e che bisbigliavano che no, non ce l’avrei fatta, questa volta no. Continuai a non respirare fino a metà sentiero, fino a quando non entrai in una corrente di aria gelida e non sussultai a un rumore, come una porta sbattuta poco lontano. Mi voltai a guardare verso casa, riprendendo a respirare controvoglia. Non vidi niente. Lo conoscevo a memoria quel pezzo di mare, le sue dune, le alghe, l’ombra degli scogli, i corridoi di correnti calde e fredde. Scesi in apnea e andai a sdraiarmi sul fondale. Restai a guardare la luce piovere liquida, dall’alto. Piccoli specchi rotti, brillanti. Dovevo essere a una decina di metri. Avevo il profondimetro al polso, ma non lo guardai. Nuotai un po’ e feci per riemergere, quando qualcosa cambiò. La luce s’incupì man mano che mi avvicinavo alla superficie e arrivato a pochi centimetri dall’aria, sbattei contro qualcosa. Come se ci fosse stato un coperchio sopra al mare. La carena di una barca, possibile? Mi spostai a destra di qualche metro. Attraversai una corrente fredda. Feci per riemergere, ma di nuovo trovai il mare chiuso. Provai a spingere via quel tappo, appoggiai i palmi aperti contro il velo sottile che mi separava dal mondo di fuori e spinsi verso l’alto. Ma non riuscii a riemergere. Iniziai a essere a corto d’aria. Palpai quella crosta, come di ghiaccio: la superficie sembrava macchiata qua e là da ombre, come oggetti posati sulla superficie. Guardai meglio una di queste ombre, vidi delle venature. Foglie? Cosa ci fanno delle foglie posate lì, e come può essere ghiacciato il mare, in piena estate? Iniziai a nuotare verso quello che doveva essere il largo per cercare una via d’uscita. Forse stavo 17


sognando, forse non mi ero neppure alzato dal letto. Forse il soffitto mi era davvero caduto addosso e ora ero sepolto mezzo vivo o mezzo morto e dovevo aspettare che qualcuno venisse a tirarmi fuori. Ma intanto dovevo cercare di uscire da lì. Spinsi, ma sembrava che tutto il mare fosse schiacciato sotto a una linea di ghiaccio. Le forze iniziarono a spifferare via. Anche il semplice riflettere mi costava fatica, non avevo stoccato abbastanza per un’apnea così lunga. Afferrai un suono. Una strana risata, avvitata, gorgogliata. Un delfino? Il suono poteva venire da lontano. Mi fermai. No, non era un delfino, era di nuovo quel grido, quello che avevo sentito il giorno prima. Qualcuno mi stava chiamando. Racimolai le forze e provai a scendere giù. Occhio e croce avevo ancora un minuto d’aria. Guardai il profondimetro, meno due metri e mezzo. Se era un sogno, dovevo comunque uscirne vivo. Sognare di morire, a un giorno dalla prima apnea mondiale a meno 137, sarebbe stato un brutto punto di partenza. Chiusi gli occhi e scesi. Meno quindici. Sentivo la faccia compressa, i capelli sparsi nell’acqua. Meno trenta. I muscoli strizzati, ma non avevo male. Poi, il mare mi aspirò. Dovevo aver superato i trentacinque, quaranta, oltre quel limite dove non si fa più fatica a scendere. Conoscevo bene quella sensazione di farsi risucchiare, all’infinito. Ti dimentichi di respirare con la certezza che gli abissi ti accoglieranno. Riaprii gli occhi, schiacciai il pulsante della luce del mio profondimetro e guardai: meno 36 metri. L’ultimo rutto d’aria evaporò dai pori della pelle. Pfffsh. Bollicine nel mare. Fu come svegliarsi da un incubo e ritrovarsi in un altro, peggiore. Incubi, uno dentro all’altro, una matriosca che agonizza strato dopo strato. Strisciai sul fondo in lungo per qualche metro e poi mi lanciai di nuovo in su, come un razzo, veloce, fino alla luce della superficie. Sperai che bastasse la forza d’urto per rompere la coltre di ghiaccio, la superficie del sonno o 18


cos’altro fosse. C’ero quasi, mancavano pochi metri. Qualcosa però mi si mosse accanto. Pesci? Quella presenza mi fece perdere anche il vero ultimo singulto d’aria, quello che non sapevo nemmeno di avere. Era una medusa con una campana piccola come un’unghia del pollice, la pelle lucente, quasi trasparente, evanescente, le forme arrotondate. Mi venne così vicina che ne vidi le venature azzurrine che le disegnavano una specie di teschio. Era una vespa del mare. Chironex fleckeri, anche se veniva chiamata cubomedusa. Ne avevo viste in Australia. I suoi tentacoli, lunghi, erano una cascata di filamenti luminosi. Metri e metri di mare velenoso. Dicono che il dolore sia lancinante, una frustata infuocata. La persona colpita può avere delle allucinazioni che secondo alcuni sono una semplice difesa del cervello per sottrarsi al dolore, altrimenti insopportabile. Mi fermai, non volevo rischiare che un suo tentacolo mi sfiorasse. E sentii di iniziare a cadere nuovamente all’indietro, come al supermercato. Nello stomaco rimbalzarono vertigini, era un salto nel vuoto, dentro al pozzo del tempo. Mi preparai allo schianto, anche se non sapevo dove, contro cosa potessi mai schiantarmi. Quando la caduta libera si fermò, mi vidi in Australia. Il mio ultimo pensiero fu che forse dentro a un ricordo sarei riuscito a non morire. O forse la cubomedusa mi stava già avvelenando e io ero nel pieno di un’allucinazione. «Il posto più pericoloso» diceva Jack mentre risalivamo in macchina con la gabbia del ragno in mano, «è proprio dentro casa». Jack era ricercatore all’Università di Melbourne, ossessionato dal veleno prodotto dagli animali, ne studiava le potenzialità mediche e voleva costruire un antidoto intorno a ciascuno. Dopo una gara decisiva in Giappone, alla fine degli anni Sessanta, mi aveva proposto di aiutarlo a catturare alcuni animali velenosi che popolavano il mare e la terra. Fu 19


così che sprofondai nel bestiario più stupefacente che avessi mai anche solo immaginato. Con lui avevo visto serpenti che si attorcigliavano lungo il bastone con la pinza all’estremità che serve a catturarli, fauci spalancate, sibili, ragni velocissimi che si piegavano in due con le zampe anteriori slanciate verso il nemico, in posizione d’attacco, scorpioni con i pungiglioni lucidi ed eretti. La sera, in camera, vedevo macchie scure che si muovevano intorno, sui mobili della cucina o accanto all’asciugamano o vicino al letto. Ogni tanto mi voltavo. Niente. Jack faceva parte anche di un servizio a cui si telefonava in caso di animale velenoso avvistato in casa e un paio di volte lo avevo seguito nelle sue missioni. Quei ragni, neanche poi tanto piccoli, si nascondevano tra i cuscini, sotto a un mobile e lottavano per difendersi senza sapere che Jack non aveva intenzione di ucciderli. Infatti dopo averlo catturato, lo portava in laboratorio e gli estraeva il veleno per analizzarlo. Dopo la terra, toccò al mare. Trascorremmo giorni e giorni in acqua. E fu proprio in mare che vidi l’animale più pericoloso che avessi mai visto. Era un piccolo polpo, molto carino, con un piccolo becco e anelli blu su tutto il corpo. Jack mi mise in guardia: Hapalochlaena lunulata, il suo veleno bloccava la muscolatura volontaria, oltre che vista, tatto e gusto. «Non c’è ancora un antidoto» disse Jack con un mezzo sorriso sulle labbra. «Se entri in contatto con il suo veleno, in meno di tre minuti sei paralizzato, ma cosciente.» Mi raccontò di gente dura come un morto che una volta salvata ha detto di aver sentito tutto sin dal primo istante, pur senza riuscire a comunicare col minimo movimento. Vista la mancanza di un antidoto, bisognava aspettare che il corpo espellesse da solo il veleno, continuando la ventilazione. Sott’acqua, avevo osservato il polpo, ammaliato dal suo splendore terrificante. Una vertigine, la sensazione si avvitarmi su me stesso, una fitta ai polmoni, che mi aprì in due come si sventra un pesce. 20


Il dolore squarciò una fessura nella diga del mio mantra, che continuavo a ripetermi nonostante tutto, in sottofondo, ovunque mi trovassi. Si sfasciarono le mie ultime resistenze. Respirai il mare. Iniziai a sentirmi pesante. In mezzo a quei gargarismi da lavandino otturato che mi esplosero nella testa, mi parve di sentire di nuovo quella voce cercare di farsi strada, avanzare a carponi: «Giuliano, sono qui…». «Chi è?» gridai al nulla che mi accerchiava, non vedevo più nemmeno la medusa, se mai c’era stata. L’acqua salata mi pizzicò la gola. Qualcosa di verdastro si mosse sott’acqua. Il mare mi entrò dentro di nuovo a ondate e fu quasi un sollievo: era fresco, calmo. Nelle orecchie mi spumeggiò allegro un rivolo d’acqua. Che poi divenne più tumultuoso, torrente di montagna che sbatteva contro i sassi. Mi portai le mani ai padiglioni auricolari e me li premetti con quel poco di forza che ancora non mi era scivolata via dalle braccia. «Hai paura?» risuonò di nuovo la voce, questa volta senza il tono attutito dell’acqua. Qualche pesce mi si avvicinò, forse incuriosito dal gesticolare di un uomo che si prendeva per uno di loro. L’ultima molecola di aria si staccò dalla mia gola e percepii la risacca metallica del niente che mi attraversava i polmoni ridotti ai pugni di un neonato. La mancanza d’aria mi rimbombò tra i denti, punse la pelle raggrinzita, s’infilò tra le costole e morse i polmoni già contriti. Pensai a Maurizio. A quanto gli volevo bene. A quante volte mi aveva spinto a fare di più. Provai a indurire le gambe, ma erano deboli. La pelle del corpo mi divenne insopportabile, se solo avessi potuto togliermela come ci si sfila una muta… Chiusi gli occhi con la certezza che sarei stato divorato. Poi, una freccia mi colpì in pieno i pensieri, ed entrai dritto nel solco del primo errore da non commettere, in condizioni normali, per fare apnea: lottare. Iniziai a trascinarmi verso l’alto con brutalità. Ci fu un rumore, uno scricchiolio che si fece sempre più tonante, poi 21


un tonfo, della luce, l’acqua smossa, un incrocio di schizzi. E io m’infilai in quella breccia di luce, spinsi, e mi issai all’aria aperta. Respirai sorsate d’aria. I miei polmoni intirizziti s’inebriarono e mi azzannarono. Avevo bevuto. Le costole divennero chiodi. Aria! Mulinai le braccia verso la riva spingendo via quei cocci di ghiaccio che si andavano sciogliendo e rotolai sulla battigia vomitando acqua. Tossii. Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai disteso poco lontano da dove ero emerso. Il sole era bruciante, come fossero passate ore. Ero svenuto, avevo dormito? Guardai verso casa, era sempre lì. Cos’era successo? Mi guardai intorno. Tutto normale. I rumori del vento correvano liberi da una parte all’altra dello specchio del mare. I gabbiani mi urlavano addosso. Tossii forte, mi battei un pugno sul petto come per far ripartire il cuore e le dita della mano sembrarono sul punto di sgretolarsi per quella vibrazione. Tornai a casa con la testa che mi girava. Avevo avuto solo un incidente durante l’apnea, tutto qui, poteva succedere, mi dissi, per quanto ridicolo sembrasse il pensiero rispetto a ciò che avevo vissuto. In ogni caso, adesso c’era da concentrarsi. Il giorno dopo era il giorno della registrazione del record e dovevo essere in forma, nel corpo e nella testa. Niente di grave, un piccolo incidente, è sicuramente la stanchezza, lo stress, mi ripetei andando a prendermi una a una le parole per formare quel pensiero da martellarmi nella mente, fino a inciderlo nel tessuto del cervello, per quanto suonasse falso: non è successo niente, non è successo niente, non è successo niente. Mentre risalivo lungo il sentiero, vidi arrivare una macchina lungo la stradina di casa. Riconobbi Marco che stava chiudendo la portiera e gli andai incontro. Quel contatto con la mia vita presente mi sollevò. C’ero ancora. Da anni Marco faceva parte della squadra, pur essendo veterinario. Aiutava, fotografava, era un puro appassionato del mare. Gli piaceva stare con noi nel 22


suo tempo libero, osservare le apnee. Ogni tanto gli chiedevo di dare un’occhiata anche a me. Marco rideva: «Sono un veterinario, non un dottore». «Io però sono un mezzo pesce!» rispondevo ogni volta. Marco mi salutò, aspettò che gli fossi più vicino e mi allungò un foglio. L’aveva scritto Maurizio con tutti gli ultimi aggiustamenti prima della gara. C’era anche un articolo sull’ultimo record di Ivan. Già, il mio duellante. Chissà se a lui era mai capitato un incidente del genere prima di una gara? Mi porse anche un sacchetto con dentro dei fogli e delle pinne nuove. «Al carbonio» sorrise Marco «Maurizio mi ha detto di provarle con calma. E ha aggiunto le ultime tabelle per domani». «Grazie» feci soppesando i fogli e strizzando gli occhi. «Com’era l’acqua?» Non risposi, proseguii verso casa e alzai la mano in segno di saluto. Non avevo voglia di parlare, mi sentivo ancora per metà in un altrove che non avrei saputo spiegare. Il mare mi aveva giocato un brutto scherzo, ecco tutto. Non era successo niente… «Sì, sì. Ignorami pure. Sei agitato, eh? Maurizio mi ha detto anche di ricordarti di passare in piscina, più tardi!» urlò Marco tornandosene verso la macchina. Tossii, qualche colpo, niente di che, come se qualcosa mi fosse andato di traverso. La gola mi pizzicava. Chissà cosa ne avrebbe pensato Maurizio di quello che era successo. Ma non lo avrebbe mai saputo. Il nostro primo segreto. Il mio primo segreto, dato che la bocca chiusa l’avrei tenuta io e solo io. L’unico segreto da quando ci eravamo conosciuti. Me la ricordavo bene quella prima volta, era una sera che passavo per il porto, ero solo un ragazzino e avevo riconosciuto quell’uomo, un allenatore famoso, nato in città, che da sempre girava intorno al mondo degli apneisti. Era alto e grosso, come un 23


giocatore di rugby. Stava chiacchierando con un altro uomo a proposito di una gara. Mi avvicinai e, con la sfrontatezza che a volte hanno i timidi, chiesi di che gara stessero parlando. La mia voce, stridula, mi sorprese. I due si bloccarono, mi guardarono, poi si scambiarono uno sguardo e l’uomo che era con Maurizio mi rispose, frettoloso: «Della prima gara nazionale di resistenza sott’acqua, da fermo.» «E quando è stata?» L’uomo storse la faccia e aggrottò la fronte: «12 giugno ’52, e adesso via, su, che abbiamo da fare!» Di racconti, sin da bambino, ne avevo sentiti tanti, come per esempio di quell’uomo, un certo Raimondo Bucher, che aveva battuto, nel 1949, il record dei meno ventinove metri. Il primo record ufficiale. Gli apneisti li vedevo ai corsi in piscina, li studiavo. Talvolta mi tuffavo poco distante, in mare. Ma senza farmi vedere, perché se mi vedevano mi sgridavano: mai da solo! Per anni verso la Baia del Prete, come si chiamava, per via della forma degli scogli che sembravano mani raccolte in preghiera, eravamo scesi fino a quello che doveva essere più o meno meno una ventina metri. L’orizzonte, dritto e lungo, sembrava un cassetto aperto. E noi a tuffarci dentro. «Chi ha vinto?» chiesi approfittando di un momento di silenzio. Temetti fosse la domanda di troppo. Maurizio si mosse verso di me, si accucciò per potermi guardare dritto negli occhi: «Chi ha vinto, chi ha vinto, che modo è questo di ragionare?» sbottò con la sua voce roca «siete tutti uguali. L’apnea non è uno sport come gli altri. Chi vince! Non è quella la cosa importante». «Restaci tu tre minuti fermo sott’acqua» mi disse poi Maurizio, picchiettandomi l’indice in mezzo alla fronte, «il primo minuto passa, ma il secondo, inizi ad avere bisogno d’aria. 24


Verso i due e mezzo se non riesci a rilassarti e se non hai qualcosa di forte a cui pensare, dei pensieri veri, intendo, non ce la puoi fare. Altro che vincere! Ti precipiti fuori come da un palazzo in fiamme. L’apnea è più testa che corpo». Rimasi immobile ad ascoltarlo, le bandiere del porto svolazzavano rumorosamente. Poi dissi: «Io ce l’ho un pensiero forte.» «Ah sì?» disse Maurizio quasi divertito «Beh, se ce l’hai allora puoi fare apnea. Come ti chiami?». «Giuliano, signore. Lei è Maurizio, vero?» «Sono io» rispose prima di voltarsi, le spalle larghe e appuntite come se a tenerle su ci fosse un gruccia. Stava già per andarsene quando si voltò e mi disse: «Tre minuti e quindici secondi, ha vinto un pompiere. Vedi? Per vincere l’acqua, a volte devi saper domare il fuoco». Prima d’infilarsi in macchina, Marco si fermò a guardarmi un attimo. Mi voltai e gli sorrisi lungo quel filo teso tra noi. Sembrava dimagrito, come se gli ultimi mesi fossero durati anni. O ero io che non me ne ero mai accorto? «Sei strano, oggi» gridò, con una mano sulla portiera aperta. «Ho dormito male.» «Allora cerca di dormire meglio» gridò oltre le mie spalle. Poi gridò ancora: «Mi daresti una mano, dopo la gara?». Mi girai piano e feci qualche passo verso di lui: «Una mano per cosa?». Marco mi si avvicinò a sua volta, e prese a raccontarmi che da qualche giorno girava voce di un delfino, rinchiuso in una piscina larga una decina di metri appena e con meno di due metri di profondità. «Mi accompagni a dare un’occhiata?» «Un’occhiata?» gli feci sorridente, scuotendo la testa. Sapevo che Marco era pronto a tutto per salvare un animale, né 25


sarebbe stata la prima volta che gli avrei fatto da complice. Una volta eravamo arrivati a litigare con l’addestratore di un acquario, in pieno spettacolo. Mi ricordavo ancora fin troppo bene della volta in cui per dargli una mano a fare le analisi a una delfina da poco catturata, mi ero immerso nel bacino di un acquario poco onesto in cui si aggiravano tartarughe giganti, murene, razze, pure uno squaletto. Insomma, una minima distrazione e quella storia sarebbe potuta finire male. Andare a dare innocentemente un’occhiata, non era nel suo stile, ecco. «Quella volta» dissi «cos’era, una murena, che mi aveva morso?». Tornati uno vicino all’altro, restammo a guardare il mare qualche istante. Quel movimento non ci si stancava mai. «Sì» disse Marco «e siccome non potevi andare a chiedere l’antitetanica al medico dell’acquario sei tornato a casa, ricordi?». Ce lo ricordavamo entrambi, mi rotolavo per terra dal dolore e lui aveva dovuto portarmi di corsa al pronto soccorso. Quando Maurizio lo scoprì, fu sul punto di cacciarlo dalla squadra. «Quanti anni avevamo, eh? Ventidue, ventitré?» chiese Marco mentre ormai rideva. «No, nemmeno. C’era il record in Sicilia poco dopo, e mi faceva ancora male la mano» risposi allegro. «Un’occhiata legale, stavolta» riprese Marco dopo un po’ «ho il permesso da veterinario, giuro. Poi si vedrà…». «Sono troppo vecchio per fare le acrobazie.» Ridemmo ancora. Ci conoscevamo da così tanto. Marco mi diede una pacca sulla spalla e andò verso la macchina, ricordandomi ancora che Maurizio mi aspettava nel pomeriggio per l’ultimo allenamento in piscina. Gli feci ok con le dita. Quante volte avevo fatto quel gesto? Quando la macchina si allontanò, lasciandosi dietro la sua scia di polvere, iniziai a prepararmi per andare in piscina. 26


Dal sole, doveva essere quasi mezzogiorno. Mi toccai l’orecchio, avevo un lieve fastidio. Pensai che tutto quel vento preso mentre ero svenuto non doveva avermi fatto bene. O forse era il ricordo dello schiaffo di mia madre, il giorno prima, che mi aveva fatto sgocciolare chissà cosa nell’orecchio. Ero sempre deciso a non parlarne a nessuno, in ogni caso. Mi avrebbero preso per un ansioso, le allucinazioni il giorno prima della gara! Già dicevano che non avrei più l’età per i record… Mangiai una pesca e presi il caffè. Scrutai la superficie del mare, come se potessi scorgere qualcosa di strano a ogni momento. Iniziai a leggere il foglio con gli appunti di Maurizio, ma non riuscivo a concentrarmi. Ivan aveva fatto meno 131. Non riuscire a batterlo: non era ancora mai successo, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Era anche più giovane… Preparai la borsa con gli attrezzi da lavoro, maschera, pinne, costumi, ciabatte e asciugamani. Feci un ultimo giro per casa, guardai il mare in cerca di un pezzo di ghiaccio, un’isola, qualcosa che confermasse la mia versione dei fatti, ma niente. Tesi l’orecchio, nessun grido.

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Giuliano ha iniziato a smettere di respirare fin da bambino, fuori e dentro l’acqua, per gioco e attitudine naturale. L’incontro con Maurizi...

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