Nella pancia del gatto

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Traduzione di

Elena Entradi



I

T

anto tempo fa, in un posto molto lontano, ma non così lontano quanto si potrebbe credere, c’era una terra afflit-

ta da grave siccità e da profonda povertà. In passato era

stata una terra piena di verde, dove abitavano persone e animali di

ogni tipo, ma quei tempi erano ormai andati e vivevano solo nei ricordi della gente.

In quella terra abitava una bambina, la bambina più piccina di

tutte. Era tanto piccina che perfino le lepri la superavano in altezza di una testa. Era tanto piccina che il suo pugno chiuso era a

malapena più grande di un fiore di trifoglio. Ed era rimasta tanto piccina proprio per la siccità e la povertà. Poiché nessuno aveva da mangiare, nessuno si sognava di condividere con gli altri quel poco che aveva. Così la bambina, che era sola al mondo, era rimasta senza ciò per cui vale la pena vivere.

Ma un giorno, sulla strada del paese, le venne incontro un gatto

dalla pancia brontolante.

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Aveva la pelliccia nera e arruffata, ed era più alto

degli alberi più alti della zona. Mandava lampi dagli

occhi verdi e pareva che coi suoi denti lunghi fosse capace di perforare una mongolfiera. Vedendo la bambina, miagolò: “Oh, che bambina piccina picciò! Più piccina di uno scoiattolo, più piccina di un ditino rosa della mia zampa.



Ma forse sei abbastanza grande da farti mangiare. È già passato

molto tempo dall’ultima volta che ho mangiato e la mia pancia brontola e protesta”.

“Non mangiarmi”, strillò la bambina alle parole del gatto, “non

basto mica a riempirti la pancia. Sono quasi pelle e ossa”.

Il gatto fissò gli occhi verdi sulla bambina. “Sarà anche vero,

ma questo regno è povero e vuoto. Se ora non ti mangio, chissà

quando troverò qualcos’altro da mettere sotto i denti.” Poi urtò col

muso l’albero più vicino, che si spezzò, e disse: “A essere sincero, non vorrei mangiarti, perché mi sembri una bambina simpatica. Ho vissuto insieme agli esseri umani e mi ricordo che mi ero trovato bene. Ma se non mangio, la mia pancia brontola e protesta, e a

forza di brontolii finirà per uccidermi”. Con un guizzo della lingua rosa e ruvida si leccò la guancia pelosa.

“Gattino caro, non mi mangiare!” strillò la bambina. “Aspetta

almeno un giorno, così ti cercherò qualcos’altro!”

Il gatto ritrasse gli artigli che aveva sguainato. E anche se dalla

pancia gli provenivano sonori brontolii, posò a terra la zampa morbida e miagolò: “Bah! Sono stato senza mangiare così tanto tempo che posso ben aspettare un altro giorno. Ma mentre tu cercherai di

che sfamarmi, io verrò con te. Se entro la fine della giornata non mi avrai trovato niente, allora ti mangerò”. “D’accordo”, disse la bambina.

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II

I

l gatto e la bambina proseguirono il viaggio insieme. Il gatto

a destra, imponente come un abete grigio, e la bambina piccina come una cassetta delle lettere.

Il sole splendeva ormai alto nel cielo, quando arrivarono in un

paese. Ci abitavano molte persone, piccole e grandi, ma erano tutte esili come fili d’erba e secche come la terra del campo che si stendeva accanto alle case.

“Da mangiare?” chiesero, spaventate alla vista del gatto. “Sono

anni che non abbiamo più da mangiare”, dissero. “Mangiamo i nostri pensieri e i nostri sogni e non campiamo d’altro.”

La pancia del gatto levò brontolii di protesta. Il gatto disse

alla bambina: “Forse, invece che mangiare te, dovrei mangiare gli

abitanti di questo paese. Anche se sono secchi ed esili come steli

di grano. Si sono mangiati i propri pensieri e i propri sogni, e non hanno più niente per cui vivere”. 7



Ma la bambina rispose: “Non lo fare, gatto affamato. I sogni e i

pensieri che avevano dovevano essere tantissimi, se hanno nutrito tutto il villaggio finora. E guarda, ci sono ancora i bambini. Creano nuovi sogni in ogni momento”.

Il gatto vide che la piccola diceva la verità. Dalla mente dei

bambini nascevano di continuo nuovi pensieri, che prendevano la

forma di splendenti bolle di sapone. Nutrivano gli abitanti del villaggio, anche se il campo era spoglio.


“Va bene”, disse il gatto. “Ma ricorda: se entro la fine della gior-

nata non avremo trovato niente da mettere sotto i denti, dovrò mangiare te. Ti mangerò anche se hai cominciato a piacermi e mi sei simpatica. È la pancia che me lo chiede coi suoi brontolii.”

Per tutta risposta la pancia del gatto brontolò, e alla bambina

parve che il brontolio le facesse tremare la terra sotto i piedi.

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