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COLLANA

DI STUDI

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TESTI

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STUDI MONTEFELTRANI

Editrice Società di Studi Storici per i l Montefeltro S. Leo 1984


GIULIANA G A R D E L L I

di una pietra e della sua transizione attributiva dalla preistoria all'età preromanica il caso di san leo (montefeltro)

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Tutti i diritti riservati Stibu Urbania

Stampato in Urbania nel mese di luglio 1985 dallo Stabilimento Tìpolitografico « Bramante »


Nel riceircare e censire documenti archeologici lungo la vallata del Marecchia, nel Montefeltro, per una recente pubblicazione (1), ha suscitato i l mio interesse una pietra incisa, murata nel fianco della Pieve di San Leo ( P s ) . Dalle guide locali viene attribuita agli Umbro-Sabelli ed assegnata al sec. V i l i a.C. (2). Poiché sia la qualità intrinseca della pietra, che i l fare scultoreo, nonostante l'estrema corrosione, destarono dubbi e perplessità (3), ritenni opportuno svolgere una indagine più approfondita, mediante confronti stilistici con testimonianze archeoilogiche, che potessero inerire e all'epoca presunta e ai moduli espressi. La Pieve di San Leo è dedicata a S. Maria Assunta; ha pianta basilicale, moduli protoromanici con reimpiego di materiali classici; sorge su un primitivo sacello attribuito al Santo protettore, San Leo, i l dalmata che insieme a San Marino avrebbe evangelizzato queste contrade, intorno al I V sec. (4). La Chiesa venne restaurata e reintegrata nelle forme primitive nel 1934 (5), con notevole vantaggio artisitico e storico.

(1) G . GARDELLI, Montefeltro e Massa Trabaria fra Romanità e Medioevo. Notizie di cultura materiale e di topografia archeologica, Tomo I , Roma 1984. (2) A . F L E N G H I , San Leo, in A A . V V . Montefeltro escursioni, Rimini 1964, p. 32; I D E M , San Leo. L'antica Montefeltro, Bologna 1982, p. 14. (3) Nel volume cit., p. 121, assegnai in forma dubitativa la pietra ai secc. V i v i l i d.C. (4) Ibidem, § 2, p. 92 ss. (5) E . CARDELLT, La Pieve di San Leo, « Rassegna Marchigiana », 1934, pp. 34-48.


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In loco l'ammirazione e la conoscenza della pietra è di antica data e, fin dai primi decenni del secolo, i visitatori sono stati attratti dal fascino che emana. Purtroppo non si è provveduto a rimuoverla dalla sua posizione, immediatamente sotto i l tetto, con gravissimo danno dell'immagine, ora quasi illeggibile (6). Dalla fine del secalo scorso, in seguito a numerosi ritrovamenti e ad una più attenta valutazione critica dei reperti, si è cominciato a parlare di arte italica, indipendente, in tutto o in parte, dai coevi modelli greci, pLmici od etruschi (7). I n località non distanti da San Leo, come Verucchio a Nord e Novilara a E s t , si sono susseguiti scavi e scoperte di estremo interesse per la conoscenza delle popolazioni italiche preromane: villanoviani da un lato, piceni dall'altro (8). Inoltre, seguendo

(6) L e uniche foto antiche utilizzabili risultano essere quelle pubblicate nelle due opere del Flenghi, di cui alla nota 2. I l fianco Sud-Est della Chiesa delimita uno stretto vìcolo; la pietra è posta sotto il tetto, a m e t à circa, per cui è dì difficile lettura. Per la gentilezza del proprietà^ rio del Ristorante Castello, si p u ò eseguire una foto al primo piano, in posizione frontale, per quanto abbastanza distante. Domenica 24 febbraio 1985, è stato possìbile, con l'aiuto dell'Assessore Mascella Gilberto, usufruendo delle scale del Comune, esaminare da vicino la pietra ed eseguire delle foto ravvicinate. E s s e rivelano impietosamente lo stato di avanzato degrado; la corrosione è tale che le macrofotografie non danno risultati apprezzabili per individuare l'immagine, che si p u ò comprendere solo con due letture, l'una a distanza di alcuni metri, l'altra (il volto) a distanza ravvicinata Nel primo caso, la fotografia, presa leggermente da destra, rivela u n profilo; nel secondo, da sinistra, è possibile vedere un volto di 3/4. S i notino le immagini nelle foto e nella ricostruzione grafica, interpretata da Selvatici Augusto, con scala metrica 1:4. (7) G. COLONNA, Italica Arte, E A . A . , s.v. (8) S i vedano le prime notizie dei ritrovamenti dì Verucchio in, E . B R I Z I O , Scoperta di sepolcri tipo Villanova. Regione Vili {Cispadana). II - Verucchio, « N o t i z i e S c a v i » , Settembre 1978, pp. 343-390. L e prime scoperte a Novilara risalgono al 1860. L e quattro steli a figurazione si trovano così ripartite: 2 al Museo Pigorini, 1 al Museo di Pesaro, 1 al Museo Archeologico di Ancona. L a stele della tomba 42 fu pubblicata dal B R I Z I O , Novilara, « Mon An. Lìncei », V , 1985, p. 172, fig. 25. L'individua^ zìone e la interpretazione storico-artistica della civiltà « picena » si deve

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a Sud la dii'ettrice del Marecchia, si snoda un cammino che si addentra nel territorio umbro, per giungere poi a Roma (9). E ' abbastanza comprensibile che, dati i caratteri di estrema arcaicità, la pietra sia stata paragonata alle steli di Bologna, di Novilara, del teramano, le cui figurazioni, pur nelle rispettive diversità, rispecchiano l'evoluzione cLilturale-artistica delle popolazioni protostoriche italiche. L a ristrutturazione della Pieve iniziò proprio nello stesso anno della scoperta casuale del Guerriero di Capestrano, che segnò Tavvio di una migliore puntualizzazione degli studi archeologici, distinguendo nettamente l a produzione italica da quella etnisca (10). Non fa meraviglia i l

alla tesi di laurea, poi pubblicata a Bucarest nel 1929, dì V . D I M I T R E S C U , L'età del ferro nel Piceno. Gli studi del Brizio e del Dimitrescu diedero l'avvio a tutti gli approfondimenti successivi sull'argomento. (9) L a vìa che, seguendo il fiume Marecchia, si innesta alla vallata del Tevere, denominata poi Iter Tiberinum o Via Ariminensis, fu senza dubbio percorsa in epoca protostorica. S i veda il recente trovamento dì un vasetto del V - I V sec. a.C. a Villa Caliendì, nei pressi dì Pennabilli (GARDELLI, Montefeltro..., cit. p. 29 ss.), che conferma quanto scritto dalla Bermond Montanari nel 1981 ...penso sia da accogliere la tesi di una espansione italica avvenuta innanzitutto attraverso la valle del Tevere e la Valle del Marecchia. {kkMV., Romagna tra VI e IV sec. a.C, I m o l a 1981, p. 12). Per informazioni archeologiche e bibliografiche, cfr., S. SANTORO B I A N C H I , L'insediamento umano e la viabilità nel territorio riminese dalla preistoria all'età comunale, in A A W . , Gli insediamenti rurali nelle vallate del Marecchia, Conca, Ventena, Bologna 1979, pp. 7-38. Qualche utilità sì p u ò trarre da un interessante documento ottocentesco sulla via mareochìese pubblicato in, M. A . B E R T I N I - A . POTITO, La viabilità in Val Marecchia, Rìmini 1984. S i attende sull'argomento la pubblicazione della relazione dì F . V LOMBARDI, Passi appenninici tra la valle del Marecchia e quella del Tevere, tenuta al Convegno Le strade nelle Marche. Il pro'blema nel tempo, Fano 1984. (10) L a scoperta della statua dì Capestrano ha rappresentato il primo vero contributo archeologico alla caratterizzazione di una civiltà artìstica italica non etrusca. I primi articoli sulla statua furono dì G. MORETTI, Il guerriero italico di Capestrano, per VIllustrazione Italiana e per 1'//lustration Frangaise del 1935 e da allora fu un susseguirsi continuo di studi, anche da parte di stranieri, come Franz Cumont, E . P a l o m é , Axel Boetius. Sì veda la indagine storiografica di V. CiANrARANi, Culture ar-


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Una stele è occupata da una sola immagine di ornamento femminile. Siamo dinnanzi a figurazioni complesse, che affrontano l a difficile tematica della rappresentazione umana, tramite segni incisi nella pietra i n modo schematico e ripetitivo, con forte sinteticità narrativa. Pare quasi un fiorito racconto disorganico, tratto dalla vita quotidiana, dove carri, navi, utensili, animali occupano lo stesso spazio assegnato all'uomo. L a cura attenta dei particolari indica un notevole grado di capacità artistica e di cultura, come del resto è dimostrato dalle iscrizioni sulle stesse steli. Attraverso un processo di alfabetizzazione assai sviluppato, elementi linguistici italici si mescolano a radicali indoeuropei ed etruschi (17). S i p u ò osservare che anche i l sostantivo Montefeltro (antico nome di S a n Leo) r i chiama radicali di ieronimi e toponimi paleoitalici (18), ma si tratta di una indicazione assai tenue, complicata dal fatto che il nome compare solo dal tardo antico (19).

e protostoriche, i n vasi di terracotta, come in lamine bronzee; valgono insomma come puro disegno e non ancora come scultura, sia pure a rilievo. Scendendo nell'Abruzzo, la zona del teramano ha restituito •un complesso di steli figurate e/o inscritte di enorme interesse per la linguistica e per l a storia dell'Italia medio-adriatica (20). I n quelle da Penne Sant'Andrea sono scolpite a rilievo teste maschili dai caratteri fortemente aggettanti, quasi a forma di maschera rituale. L a fermezza rappresentativa di tipo iconicosacrale, i l balzare della immagine dal fondo appiattito, l a scarnificazione degli elementi decorativi, sono moduli stilistici che nulla hanno a ohe vedere con la pietra di San Leo. L a stele di Bellante può offrire qualche motivo di riflessione. S i tratta di una figura maschile nuda o con cortissima veste che lascia scoperte le gambe (21). Le braccia sono piegate ad angolo retto sul petto, in atteggiamento comune a tutte le raffigurazioni maschili d e l l e t à del ferro picena. Esempio eclatante è i l guerriero di Capestrano, punto di arrivo dell'arte monumentale picena (22). L a statua rappresenta anche l'anello di congiunzione con le culture gravitanti attorno alla civiltà di Hallstatt (23). S i confronti

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Ritornando all'analisi stilistica, le steli di Novilara, nel loro complesso, non hanno alcun rapporto diretto né tecnologico n é iconografico con la nostra pietra. Esse nel loro articolato disordine, nella ripetizione di un unico svelto modulo applicato alla figura umana, senza preoccupazioni di simmetria o di nessi logici, si pongono sullo stesso piano delle incisioni preistoriche

(20)

(17) LOLLiNi, La civiltà..., cit., p. 179; ZANCO, Le cit., p. 7, 13; A. MORANDI, Le iscrizioni medioadriatiche, F E R R I , L'iscrizione di Novilara e il metodo archeologico, na»,

voi. X I I (1964); 0 . T E R R O S I ZANCO, Postille

rappresentazioni..., Firenze 1974; S. « Studia Oliveria-

sulla stele

di Novilara

nel

Museo Oliveriano di Pesaro, «-Studia Oliveriana », voi. X I I (1964). (18) G . S U S I N I , Pitinum Pisaurense. Note per la storia delle comunità antiche nell'Umbria Adriatica, « Epigraphica », X V I I I (1958), p. 10. (19) S u l complesso problema dell'ordine del toponimo si attende ancora uno studio esaustivo. Per le p i ù antiche menzioni (Eugippio, Protopio ecc.) ed in genere sull'origine della Diocesi Montefeltrana, cfr. F . V . LOMBARDI, / / Montefeltro nell'alto Medioevo, « Studi Montefeltrani », 2 (1973), pp. 21-59. Assai discutibili e da sottoporsi a rigorosa indagine filologica sono le considerazioni sul toponimo (che riprendono posizioni precedenti), di L . D O M I N I C I , La regale San Leo, Rimini 1979.

CiANFARANT, Culture ...,

cit., Tav. 8 8 , 9 9 ; COLONNA, Italica...,

cit.,

con ampia bibliografia. (21) L a supposizione che vi sia una cortissima veste (Colonna p. 2 6 2 ) nasce dal fatto che non è rappresentato i l sesso, elemento quasi semprel presente nelle figurazioni preistoriche e protostoriche. S i vedano ad esempio gli « omini » della V a l di Magra — serie di Pontecchio — e quelli delle steli Bufo e Chiusola in Lunigìana, posteriori alle prime di u n millennio ed attualmente inseriti in Chiese di origine medievale (cfr. R. FORMENTINI, La figura del « guerriero ignudo », « Mondo Archeologico », 3 (1976), pp. 6-24). (22) Mentre i l Colonna fa derivare la statuaria picena dalla piccola bronzistica, negando o sminuendo i l valore artistico, i l Cianfarani l a intende come punto di arrivo dì u n processo scultoreo che parte dalle steli iconiche, intese come elemento lapideo verticale, contro il cui piano di fondo si proietti la figura (CIANFARANI, Culture..., cit., p. 7 8 ) . (23) Molteplici sono i rapporti fra la civiltà picena e quella di Hallstatt, a cominciare dal tipo dì armi e di strumenti, agli ornamenti. S i vedano in particolare le « ciambelle » cave di bronzo, che pongono prò-


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infatti i l guerriero con la statua da Hirsclanden (Stoccarda) e si osserverà come simili siano e l'atteggiamento e la rappresentazione artistica. I n tutte le figurazioni esaminate, l'immagine è sempre rivolta allo spettatore, in icastica posizione frontale. Le braccia sono piegate ad angolo sul petto, ma non a stringere un oggetto, o in gesto rituale di preghiera (24). Da ultimo si prendono in esame le steli funerarie villanoviane ed etrusche di Bologna. Un recente studio su una stele felsinea (25) consente di chiarire i l procedimento tecnico seguito dall'artista, per ottenete la qualità della rappresentazione. S i tratta innanzitutto di segnacoh a forma antropomorfa, entro cui si innestano narrazioni, a volte complesse, a volte semplificate, ottenute ribassando i l fondo, spesso appiattendo al massimo le figure, inserite in moduli prefissati da registri. I l rimando culturale è con i l mondo greco, che . . . attraverso il porto di Spina riversa sulla Etruria Padana merci, cultura figurativa... (26). Tanto dal punto di vista tecnologico, quanto da quello più schiettamente stilistico, non è possibile ravvisare alcun nesso fra le steli di B o logna e la pietra in esame. L'indagine fino ad ora ha dato frutti in negativo, sì che la scultura pare non avere, per così dire, habitat culturale. E p pure essa non è un unicum, né in prassi stilistica e scultorea, né come iconografia. L'immagine infatti è ottenuta con un netto solco di contorno, che circonda la -figura come una pennellata nera per uno stacco ombroso (27). Le parole del Becatti riferite ai rilievi delle Provincie galliche romanizzate, ben si adattano

blematdci punti di contatto fra le popolazioni europee dell'età del ferro. Cfr. C . C U R R I - A . DoNl-S. SPORTELLI, Appunti sulle cosidette « ciambelle ^> di Vetulonia, « S t u d i E t r u s c h i » , X L (1977), p. 485 ss. (24)

FORMENTINI,

La

figura...,

cit.,

p.

24.

(25) G . SASSATELLI, Una nuova stele felsinea, in AA.VV., Culture figurative e materiali tra Emilia e Marche, « Studi in memoria di Mario Zuffa », Rimìni 1984, pp. 107-138. (26) Ibidem, p, 118. (27) G . B E C A T T I , L'arte dell'età classica, Firenze 1971, p. 370.

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alla nostra pietra e localizzano nel tempo l'ascendente scultoreo. Si tratta di una tecnica che appare per la prima volta come interpretazione dell'arte romana del I secolo, in particolare nelle steli del territorio gallico. Essa affonda le sue radici nell'espressionismo provinciale, ben più Hbero rispetto ai pesanti riferimenti neoattici della Roma augustea. E ' un'arte viva ed immediata, destinata ad influenzare la stessa capitale nella tarda romanità, sì da creare i presupposti della visione artistica medievale. A Saint-Rémy, la tomba dei Giuhi, d'epoca augustea, è i l più antico esempio di scultura a solco di contorno, ma la cosidetta « barbara piangente » della colonna di Magonza, alla fine del I sec, mostra quanto fosse esteso tale metodo nelle provincie. Un confronto abbastanza chiaro, lo si ha esaminando la stde funeraria con i l lavoro del contadino, da Nìmes ( F . 2). La figura dell'uomo con corta tunichetta è ricavata non per via di modellare, ma per risparmio, tramite uno stacco deciso tra immagine e pietra, con pochi ritocchi, necessari alla volumetria della figurazione. L'aratore appare innicchiato, leggermente inclinato, con sommario sbozzo delle gambe e delle braccia. Nonostante l'essenzialità dei tratti, si viene a creare un effetto altamente suggestivo. S i tratta di un particolare modo di sentire ed attuare i l processo artistico creativo, anche se i temi possono essere ancora ellenistici (Saint-Rémy) o più squisitamente romani (Nìmes). A l crollo della romanità, in conseguenza di una visione espressionistica dell'arte, saranno già pronte le strutture per i l procedere creativo del Tardo-anticoAltomedioevo. Se dunque i termini cronologici della pietra di San Leo, vanno spostati dalla protostoria, fino a che secolo occorre scendere? Bisogna valutare l'espressione concettuale dell'immagine, anche se la grande corrosione rende difficile la lettura. Innanzitutto occorre ricordare che si tratta di materiale locale (28),

(28) Trattasi di un calcare biancastro molto tenero, di tipo traverti-


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lavorato dunque sul posto, i n tecnologia ancora romana, o comunque di tradizione, e con forte carattere simbolico-sacrale. Quest'aspetto pone l a figura ormai fuori dalla civiltà imperiale. Infatti lo stesso aratore di Nimes, come in genere i rilievi dei primi secoli d . C , funerari e non, sono significanti del ruolo sociale, o del lavoro del committente. Nessun confronto è possibile stabilire con immagini religiose, sia pure legate ad uno dei tanti culti pagani. E ' ormai certo che solo a partire dalla fine del V sec. si è avuta una effettiva e sistematica evangelizzazione del Montefeltro (29), territorio che, per la sua composizione orografica, divenne una v i a importante di comunicazione, e di conseguenza di potenzialità abitativa, proprio dal Tardo-antico. Da questo momento l'insediamento di San Leo, precedentemente molto esiguo, divenne di maggiore consistenza i n conseguenza della generale valorizzazione dei centri d'altura. Ben poco tuttavia rimane dei secoli altomedievali, sia i n forme architettoniche che scultoree, sicuramente databili. I n fatti, come quasi ovunque, le ristrutturazioni dopo i l Mille, per non parlare di quelle dell'epoca barocca, hanno cancellato o nascosto testimonianze precedenti. D'altra parte si deve ritenere che ben poco si sia costruito, i n materiale durevole, i n quei tempi, oltre a terrapieni, fortificazioni di carattere militare e difensivo. G l i edifici religiosi, pressati da esigenze contingenti, utilizzarono i n gran parte marmi e pietre di recupero, rìelaborandole sì che assumessero simbologia cristiana (30). S i sup-

noide, difficilmente databile per la grande alterazione, m a sicuramente locale. Ringrazio l'ing. Antonio Veggiani per l'aiuto datomi nell'esaminare la pietra. (29) V . F . LOMBARDI, / / Montefeltro...,

cit., p. 35.

(30) Molti sono gli esempi di tale rielaborazione per riutilizzo. I n loco, sì vedano i due bustini romani, ma inscritti i n epoca medievale, ai lati dell'ingresso del Duomo, per i quali, cfr. A. CAMPANA, Bustino inscritto di S. Valentino nella Cattedrale romanica di San Leo (Montefeltro), i n AA.VV., / / Santo patrono nella città medievale: il culto di San Valentino nella storia di Terni, Roma 1982, pp. 51-100; 1. PASCUCCI, Un semibusto

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pliva anche con materiale povero, come le teche o le capselle in stoffa, legno e ceramica (31). Tuttavia non sì dovette interrompere del tutto una direttrice di viaggio e di comunicazioni fra Nord e Sud, ed i l Montefeltro fu come un corridoio di scorrimento fra Bizantini e Longobardi. A questo fatto occorre attribuire la nostra impossibilità a determinare confini netti fra le due civiltà, per le sovrapposizioni culturali non facilmente districabili. L a capsella bizantina da Pennabilli e l'acquasantiera da Miratolo, di fattura locale fra tardo-antico ed altomedioevo (32,) ne sono una riprova. Ma a determinare l a frattura con i l mondo romano dovettero concorrere anche i Goti, che lasciarono a Domagnano ( S a n Marino) un cospicuo « tesoro » i n gioielli, forse i l più importante nucleo in Italia (33). A San Leo, nella stessa Pieve, è presente uno degli esempi più aulici dell'arte altomedievale, datato all'anno 882: i l ciborio del Duca Orso. Nella cripta sottostante una lastra, inserita nella monofora strombata, presenta una decorazione a leggero rilievo che pone qualche riflessione. I n un ampio « disordine », quale si era colto nelle rappresentazioni paleoitaliche e che ritorna nell'altomedioevo germanico, si alternano foglie di vite, grappolo d'uva, cantharos di foggia tardo-antica (34), figura scom-

e un'epigrafe indovinello nel Duomo di San Leo, « Studi Montefeltrani »,; 9 (1982), pp. 7-19. Interessante è anche il capitello romano, riscolpito in età medievale, nella Chiesa di S. Tommaso in Foglia; cfr. Z. D E L V E C C H I , L'Abbadia di S. Tommaso in Foglia 980-1980, Pesaro 1980, fìg. 17. Naturalmente è p i ù frequente il caso di reimpiego, senza alterazioni, di elementlì, lapidei romani, come si osseva sia nella Pieve che nel Duomo di San Leo (31) Per la capsella in ceramica da Pennabilli, cfr. G . GARDELLI, Cultura materiale nel Montefeltro: la ceramica dal Medioevo al '700, in A A . V V . , La montagna tra Toscana e Marche. Anibiente, territorio, cultura, società dal Medioevo al XIX secolo, Milano 1984, fig. 2; eadem, Montefeltro..., cit-, in copertina e pp. 137-138. (32) Per la ciotola-acquasantiera rinvenuta a Miratolo, cfr. GARDELLI, Montefeltro..., cit., p. 58. (33) W . MENGHIN, Il materiale gotico e longobardo del Museo Nazionale Germanico di Norimberga proveniente dall'Italia, Firenze 1977, pp. 13-17; GARDELLI, Montefeltro..., cit., pp. 96-104. (34) Si confronti l'immagine sanleese con il cantharos, risultato di


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posta con enfatizzazione degli arti. L a lastra evidenzia l'inquietante sovrapposizione, o meglio giustapposizione, di elementi ancora romani con altri « barbarici », i l tutto vissuto in chiave cristiana. Siamo forse all'epoca dei gioielli di Domagnano, dove l'orecchino a forma di pesce pare indicare criptografia cristiana? Nessuna delle manifestazioni artistiche esaminate trova tuttavia riscontri con la pietra. Occorre dtinque avanzare ancora nel tempo. Leggendo con attenzione ciò che rimane del volto, si notano lineamenti asciutti, decisi che trovano confronti con certi caratteri delineati negli affreschi di Castelseprio, mentre il tipo di capelli a calotta, i l porsi icastico della figura richiamano le immagini longobarde dell'altare di Ratchis a Cividale, con i l corteo dei Re Magi dalla corta tunichetta a campana. Produttivo è anche i l richiamo ai profili maschili inseriti nelle monete longobarde, coniate a imitazione del tremisse bizantino, agli inizi del sec. V I (35). A questo punto della disamina si intende porre delle ipotesi, per stimolare successivi interventi. Infatti è abbastanza

un'accomodatura tardo-antica, effettuata su un mosaico riminese del I I I I I s e c , in AA.VV., Analisi... cit., Tav. XCIX. (35) S i veda la ricostruzione grafica ideale dell'immagine su modelli longobardi, Tav. 2. G. P . BOGNETTI, S . Maria Foris Portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, Milano 1948; I D E M , L'età longobarda, Milano 1966, voi. I l i , Tav. XXVb, X X V I ; voi. I l , Tav. X I V , X V , X V I I I ; A. TAGLIAFERRI, Cividale del Friuli, Bologna 1983, F . 43, 53. Per l'arte longobarda, si vedano negli « Atti del 1° Congresso Intern. di studi Longobardi », Spoleto 1951, i saggi di C. Ceccbelli, G. De Francovich, L . Margherini, M. Salmi ecc.; per le monete, cfr, L . BERNAREGGI, Le monete dei Longobardi nell'Italia Padana e nella Tuscia, Milano 1963; E . ARSLAN, Sulla monetazione di Ostrogoti, Longobardi e Vandali, in AA.VV., / Longobardi e la Lombardia, Milano 1978. Interessante è il confronto fra la lastra di Teodorico nell'Abbazia di S. Ellero a Galeata ( F O ) e i rilievi con corteo dì nobili longobardi da S. Giovanni a Corte (Cajpua, Museo campano), dove il porsi della figura, i lineamenti, l'aspetto generale e la tecnica scultorea hanno evidenti riscontri. L a lastra di Galeata, ritenuta del sec. V I I (Mambrini 1958), del sec. V I I I (Leoncini 1968), quindi tra I X e X (Corbara-Rossinì), in una recente scheda di G. Pezzini viene posdatata al s e c X I I , giu-

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difficile, per la relativa scarsità di reperti, datati o databili, assegnare delle figurazioni ad un secolo piuttosto che ad un altro, all'interno del protoromanico (secc. V I - X ) . Se la storia può essere di aiuto e di riferimento, si ricordino la conquista e la riconquista del territorio feretrano, sia da parte dei B i zantini che dei Longobardi. I n particolare si segnalano le occupazioni di Desiderio (occupavit... Montem F e l t r i . . . ) nel 772 e le precedenti di Liutprando nel 726 e di Astolfo nel 749 (36). Per tornare alla pietra, bisogna osservare che, se non avesse avuto valore sacrale, difficilmente sarebbe stata mantenuta nella Pieve romanica, in posizione così importante. S i tratta forse della immagine di un pellegrino con l a croce, oppure di un miles Christi, se si vuole vedere nell'elemento stretto fra le mani, una spada. S i p u ò anche avanzare l'ipotesi che si tratti di un'immagine di S. Michele arcangelo, interpretato appunto come soldato, dalla corta tunica e con la spada. I pellegrinaggi a mezza costa lungo le strade medievali costituivano l'unico libero scambio culturale (e spesso economico) di quei difficili tempi (37). Ansa, moglie di Desiderio, molto si adoperò a fondare ospizi per i pellegrini, al riparo dai latrones, proprio per l'importanza che i Longobardi attribuirono ai pellegrinaggi, diretti sia a Roma che al santuario di Monte S. Angelo (38).

stificandola all'interno di un'area culturale arcaicizzante. (AA.VV., Romanico mediopadano. Strada, città, ecclesia, Parma 1983, scheda 66). I l problema va approfondito, per gli interessanti risvolti che la lastra mostra sull'alto medioevo romagnolo. Infatti si p u ò anche pensare ad im riutilizzo, con iscrizione, di un rilievo precedente, come per i bustini inscritti di San Leo. Per le sculture di Capua, cfr. A. V E N D U T I , L'architettura bizantina nell'Italia Meridionale, Napoli 1967, pp. 782-3, n. 623; I . D ì RESTA, Il doppio livello nella Chiesa longobarda di S. Giovanni in Corte e l'area palaziale campana, « A r c h e o l o g i a M e d i e v a l e » , V I I (1980), pp. 557-576, fig. 4. (36) LOMBARDI, Il Montefeltro..., cit., passim. (37) Sul problema dei pellegrinaggi, cfr. A. C . QUINTAVALLE, La strada Romea, Milano 1975; I D E M , Vie dei pellegrini nell'Emilia medievale, Milano 1977; I D E M , Antropologia medievale, in AA.VV., Romanico..., cit., pp. 13-50 e p. 66, f. 27, 28 (Pieve e Duomo di San Leo). (38) A, B E N A T I , Sul confine fra Longobardìa e Romania, « A t t i del V I


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Montefeltro dovette senz'altro essere un luogo di rifugio sicuro, posto com'è sulla via più importante fra i l Nord e i l Sud, essendosi impaludate le antiche strade romane lungo la costa. Se si attribuisce la pietra all'epoca longobarda, essa poteva indicare un luogo hospitalis, lungo la via dei Romei, proprio accanto al sacello dove era sepolto i l santo più venerato della zona: San Leo (39). A favore di questa ipotesi, gioca i l fatto che la pietra mostra tecnica ancora romana eseguita da un artigiano, che usò materiale locale, facilmente disponibile. Lungo la via Francigena, di cui quella feretrana costituisce un importante anello, è possibile vedere, databili dal Mille, lastre scolpite, in cui la figura balza dal fondo fortemente chiaroscurato, tramite uno scavo che approfondisce l'antico solco di contorno. S i tratta di un bisogno sentito nel Medioevo di inquadrare le figure entro Lina cornice che le contenga e le esalti. S i veda l'archivolto della Pieve di Fornovo, dove la caccia simbolica è innicchiata in cornice geometrica, o quello della Chiesa di S. Maria a Bardone, anche qui con i l cacciatore a corta veste (40). Le immagini di pellegrini che possediamo, con la loro chiara simbologia (41),

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si trovano in edifici medievali, di scuola o tradizione antelamica, e mostrano una tecnica ormai esperta e sicura. Al termine della presente indagine, si è consapevoli di avere solo additato una strada e di avere avanzato ipotesi, che andranno consolidate e suffragate da altra documentazione. E ' certo tuttavia che la pietra di San Leo rappresenta un momento vivo e sentito dell'arte ed in genere della società dopo i l crollo dell'impero romano, del resto evidenziato da tutti gli edifici della città, che merita un'attenzione più approfondita di quanto non si sia fatto fino ad ora.

Convegno intern. di studi longobardi », Spoleto 1980, p. 323. Per la presenza dei Longobardi nel territorio dell'alto Montefeltro, in rapporto a manifestazioni artistiche, cfr. A. FAiuccm, Sesttno tra la civiltà antica e l'età feudale, in AA.VV., La Pieve di Sestino, Rimini 1980, pp. 27-40; I D E M , Premesse o connessioni altomedievali degli insediamenti benedettini tra « Tuscia » e « Romania », in AA.VV., / Benedettini nella massa trabaria, Città di Castello 1982, pp. 107-120; F . V . LOMBARDI, Una chiesa dedicata a S. Benedetto ai confini fra Montefeltro e Massa Trabaria, in A A . V V , / benedettini..., c i t , pp. 149-152. (39) Per il problema della viabilità antica nel Montefeltro e la necessità di luoghi di ristoro, cfr. V . F . LOMBARDI, La « hospitalis domus serre hulmorum » e una bolla di papa Adriano IV (1155), « Studi Montefeltrani », 5 (1977), pp. 57-86. (40) QUINTAVALLE, Vie..., cit., figg. 123, 138. (41) QUINTAVALLE, Il pellegrino, in AA.VV., Romanico..., cit., fìg. 1, 2. Diversa era la simbologia del pellegrino, a seconda del luogo dove sì recava. Per chi andava a Roma, il simbolo era la chiave, per la terra santa!

la croce, per S. Giacomo di Compostela la conchiglia. Per queste ultime immagini si veda il timpano della porta occidentale della Chiesa di St. Lazare a Autun, in J . BOUSQUET, Autun / St. Lazare, « Tesori d'arte cristiana », 2, p. 182.


CURRADO C U R R A D I

annotazioni sui documenti feretrani del secolo x

SOMMARIO: 1. Premessa. — 2. L a pergamena del 948 e la « massa Mariana ». — 3. Un raro « praeceptum » ravennate del 949. — 4. L a pergamena del 950 e una nota dorsale del sec. X . — 5. L a famiglia del duca Orso: notizie e ipotesi.


1. Negli « Studi Montefeltrani » del 1981 fu pubblicata l'edizione di venticinque documenti curata insieme con me dal compianto mons. Mario Mazzetti (1). Tale documentazione sul Montefeltro fino a tutto i l secolo X era costituita da diciassette pergamene, provenienti dall'Archivio storico Arcivescovile di Ravenna, da sette registrazioni del cosiddetto « Codice Bavaro », tutte pubblicate i n edizione integrale, e da un diploma dell'imperatore Ottone I I I di cui era riprodotta soltanto l a parte relativa a l territorio feretrano. E r a un contributo inteso ad offrire agli studiosi e ai cultori di storia patria un quadro certamente non completo, m a significativo, dei documenti altomedievali sul Montefeltro e a raccogliere insieme con quelli già editi, m a dispersi in pubblicazioni ormai invecchiate, anche cinque pergamene inedite e quattro conosciute attraverso i regesti non sempre attendibili del Fantuzzi. Si era così pensato di proporne l'edizione, restituendo quanto più possibile alle antiche carte l a loro forma originaria, segnalando tutte le abbreviazioni e le integrazioni delle parti mancanti. L a rigorosa applicazione di questi criteri ha sollevato non poche critiche, anche da parte di editori di documenti, sia per l'appesantimento del testo, inviluppato in una successione poco gradevole

( 1 ) Carte del Montefeltro

nell'alto Medioevo (7237-999), « Studi Mon-

tefeltrani », 8 (1981), a cura di C . CURRADI e M . MAZZOTTI, pp. 7-96, (da ora

in poi citata: CURRADI-MAZZOTTI). L'edizione dei documenti è preceduta da una mia breve introduzione. Note sulle carte feretrane (pp. 7-30), e da uno studio di mons. M . MAZZOTTI, Una antica pieve del Montefeltro: San Damiano di Mercato Saraceno (pp. 31-36).


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C. CURRADI

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI FERETRANI

di parentesi tonde e quadre, sia per i problemi che sorgono nelle citazioni sulla o p p o r t u n i t à di riprodurre i l testo con o senza parentesi. Ma le critiche non sono mancate neppure quando ho accettato quei suggerimenti e ho pubblicato una cinquantina di documenti sulle pievi del Riminese senza segnalare le abbreviazioni (2). Seguendo le indicazioni di Augusto Campana e di Giuseppe Rabotti, ritengo però che nelle edizioni di materiale documentario fino a tutto i l secolo X I le abbreviazioni vadano segnalate per rendere la reale grafia del testo e i l diverso modo di abbreviare usato anche nello stesso ambiente notarile e talvolta dal medesimo notaio. Ma veniamo alle osservazioni relative ad alcuni docimienti del secolo X già editi, preannunciando che altri tre verranno pubblicati nel prossimo numero di « Studi Montefeltrani » insieme con la documentazione del secolo X I sul Montefeltro.

scritta sul dorso della pergamena (4). Una più attenta lettura del documento e soprattutto l'uso della lampada Wood, che talvolta fa riapparire tracce di scrittura altrimenti illegibili, mi ha permesso di individuare alcune lettere che consentono di situare i due fondi all'interno della massa Mariana, con una integrazione del testo edito in precedenza che viene così completato: « in duor(um) fundor(um) quor(um) vocabula/sunt Rofello et Romiano ex corp[ore ma]sse [Ma]riane, cu(m) vineis, terr i s » (5). Vengono così a cadere le mie perplessità sulla identificazione della pieve di San Pietro con San Pietro in Culto e risulta ingiustificata la suggestione del toponimo Rofello che mi aveva suggerito di ricercare i l sito della « pieve di S. Pietro nella zona di Badia Tedalda, dove esistono diverse pievi alle quali potrebbero riferirsi alcuni beni allivellati » (6). I l riferimento che ì fondi fanno parte integrante della massa Mariana sposta la loro ubicazione in tutt'altra zona e avvalora l'indicazione della nota tergale sulla pieve di Sant'Ilario (Tornano), che, insieme alle pievi di San Pietro in Culto (Novafeltria) e di San Pietro in Missa (Ponte Messa), esercitava la sua giurisdizione sulla massa Mariana, Ma v i è di più: a ovest di Monte Ercole, nelle carte topografiche della zona compresa fra Sant'Agata Feltria e Tornano, è indicata la località Orfello e più a nord verso Tornano quella di Rontano che potrebbero corrispondere agli antichi nomi dei fondi ricordati nel documento nel 948 (7).

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2. L a prima osservazione sulle pergamene da noi pubblicate riguarda una concessione di terre a livello dell'S maggio 948. L'arcivescovo Pietro concede a Giovanni e Orsa a terza generazione, vale a dire ad essi e ai loro figli e nipoti, con un contratto rinnovabile di 29 anni, terre ricevute dai loro genitori o acquistate nei fondi Rofello e Romiano situati nel territorio di Montefeltro, nelle pievi di Sant'Ilario e di San Pietro (3). Nel presentare alcuni aspetti problematici di questo documento indicavo che le terre erano concesse a livello « nei fondi Rofello e Romiano (o Rontiano?), forse con altri beni situati nella pieve di [ . . . ] e nella pieve di S. P i e t r o » e rilevavo che Giulio Buzzi aveva identificato le due pievi con quelle di S. Ilario e di S. Pietro sulla base della nota di mano del secolo X I I I ;

(2) C . CURRADI, Pievi del territorio riminese nei documenti fino al Mille, con una « Premessa » di M . MAZZOTTI, Il significato cristiano del termine « plebs ^> (pp. 7-21), Rimini, ed. Luise, 1984; per l'edizione di 48 documenti, pp. 2.29-317. (3)

CURRADI-MAZZOTTI, pp.

51-52, n.

5.

3. L a seconda o&servazione sui documenti editi nelle Carte del Montefeltro riguarda una pergamena del 949 pervenutaci in tre pezzi, conservati nell'Archivio Arcivescovile di Ravenna,

(4) CURRADI, Note sulle carte feretrane, op. cit., pp. 20-21. (5)

CURRADI-MAZZOTTI, p. 5 1 .

(6) CURRADI, Note sulle carte feretrane, op. cit., p. 2 1 . (7) I.G.M., carte 1:25.000, F . 108 I N O , Montegelli; F . 108 I S O , Novafeltria; F . 108 I I N O , Pennabilli.


C. CURRADI

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L a ricostruzione di questo documento, attraverso la ricomposizione delle tre parti in cui era stato diviso, permette di accertare che tutte le richieste sono state accolte: la concessione, quindi, corrisponde alla petizione, ma ciò non si verificava sempre. 4. Una piccola differenza fra la peticionis e la praeceptionis pagina si riscontra in un documento datato da Ravenna appena otto mesi dopo e relativo a molte terre situate anche nelle località appena menzionate. Ma la peculiarità che distingue questo documento da tutti gli altri è costituita dal fatto che la petizione e la concessione sono scritte su due parti distinte della stessa pergamena, che probabilmente doveva essere tagliata e ci è invece pervenuta intiera. I due documenti eranO' stati editi da Tarlazzi (13) e sono stati da noi pubblicati nelle Carte del Montefeltro (14), ma alcuni elementi nuovi suggeriscono di riproporne i l confronto. Leone, figlio del duca Orso, e la moglie Odeltrude chiedono all'arcivescovo Pietro la concessione in enfiteusi a terza generazione della massa Mariana con le sue pertinenze in Cominicio (che non credo equivalga a « in comune », ma sia piuttosto un toponimo) e nei fondi Rontano (Rontano), Erhaluparia, Plegule (Piagola), Apisio e Cerbaria (Piancerbara) con i loro confini su quattro lati ( 1° fiume Marecchia; 2° rio Messa; 3° monte Carpegna, 4*^ rio de Sorbo). Chiedono, inoltre, m e t à o parti dei fondi Perito, Calbanella (Caibana), Ticiano (Piala), Paterno (Paderno), Casa Merati detto Cerro Cavo (Ca' Mezzana), Murulo, Gulisano, IJsiano ( L a Compagnia), Critiniano, Valle ( L a Valle), Freganiano, Ulmitula Maggiore e Minore, Stiliano, Rumori, Cellule e Castaneo Cavo, si-

(13) Appendice ai Monumenti Ravennati de' secoli di mezzo del conte Marco Fantuzzi, pubblicata a cura del canonico A. TARLAZZI, « Monumenti istorici pubblicati dalla R. Deputazione dì storia patria per le provincie di Romagna », serie I I , Carte, I , Ravenna 1869, pp. 15-18, n. V I . (14) CURRADI-MAZZOTTI, pp.

57-62, nn.

9-10.

ANNOTAZIONI

S U I DOCUMENTI

FERETRANI

33

tuati nelle pievi di Santo Stefano in Murulo (Montegelli) e di Sant'Ilario (Tornano), ad eccezione di quanto già concesso a Orso scavino e al figlio Elderico. Chiedono, infine, ciò che la Chiesa di Ravenna possiede nei fondi Piega (Piega), Limanione (Legnanone), Luciniano e altrove nella pieve di Santa Maria in Vico (Secchiano) ad essi pervenuti per rinuncia del conte Pietro, figlio di Severo, a cui erano stati elargiti dall'arcivescovo. Tutti questi beni sono situati nel territorio di Montefeltro (San Leo), nelle pievi di San Cassiano (Monteriolo), San Pietro ad Missa (Ponte Messa) e San Pietro ad Cultum (Novafeltria). I beni richiesti sono concessi dall'arcivescovo e fra i due atti della peticio e del preceptum non vi sono differenze apprezzabili, eccettuati i nomi dei fondi nella pieve di Secchiano che nella petizione sono Piega, Limanione e Luciniano e nella concessione diventano Susinio, [ ]no e Tassatilo. Ma le integrazioni più interessanti riguardano due note d'archivio scritte sul verso della pergamena. L a prima, in caratteri di forma onciale di mano del secolo X : Ista precepta Leto / Ursonis [d]ucis filius / Arim{inensis?); la seconda, di mano del sec. X I I I : C(arta) de diversis fu{n)dis in div{er)sis locis et p(er) Ma(r)chia(m) et Romania(m). L a seconda corregge una mia precedente lettura (15) e conferma le riflessioni sulla posizione 'anomala' di questi territori del Montefeltro, ribadita anche dalla nota che già nel Duecento mette in rilievo la loro ripartizione fra Marche e Romagna (16), mentre la prima integrazione,

(15) Ibidem, p. 58. (16) F . V . LOMBARDI, // Montefeltro nell'alto Medioevo. Congetture sull'origine della diocesi, « Situdi Montefeltrani», ,2 (1973), pp. 21-59, presenta un'ampia analisi della bibliografia relativa alla formazione di « questa lunga, apparentemente irrazionale, circoscrizione di confine» (p. 2 7 ) . La tematica delle origini della « ripartizione ecclesiale feretrana, così accidentata e frazionata, appare illogica e irrazionale secondo i moderni concetti di assetto territoriale » è ribadita da LOMBARDI, / reperti altomedioevali del duomo e delle pievi del Montefeltro come fonti per la storia locale, in Istituzioni e società nell'alto Medioevo marchigiano, « Atti e Memorie della Doputazdone di storia patria per le Marche », 86 (1981), I , Ancona 1983, pp. 427-42; la citazione è a p. 428.


(

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C. CURRADI

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI FERETRANI

dando notizia di un duca e forse di R i m i n i (17), suggerisce qualche riflessione sui rapporti parentali di una famiglia di grandi funzionari dell'amministrazione civile operante fra i l Riminese e il Montefeltro: la famiglia del duca Orso.

solenne tenutosi a Cerreto, nella corte di Stirvano in territorio di Montefeltro, per giudicare una controversia sorta fra i l vescovo di R i m i n i e l'abate del monastero di San Marino sul monte Titano per i l possesso di beni situati in una dozzina di fondi (19).

L a nota del secolo X riguarda Leto, figlio di Orso duca forse a R i m i n i , e i l nome del duca Orso è attribuito a personaggi ricordati in documenti molto importanti dei secoli I X - X . 5. I l più antico ricordo di un duca Orso nelle nostre terre risale air882 ed è contenuto nella iscrizione del ciborio marmoreo eretto su quattro colonne sopra l'altare della pieve di San Leo (18). L'elegante ciborio è donato, in onore di Gesìi e della Madonna, proprio dallo stesso duca, come si legge nella epigrafe: E C O Q V I D E M V R S V S P E C C A T O R / D V X I V S S I T . Tre anni più tardi, i l 20 febbraio 885, i l gloriosus presiede insieme a Giovanni, vescovo di San

dux

Leo, un

D(omi)Ni

NOSTRI

iH(es)v

xp(ist)i

placito

ET s(an)c(t)E

Nel periodo compreso fra gli anni 889-898 si ha notizia di un duca Orso già morto, in una pergamena trovata fra i fogli di papiro del Codice Bavaro e relativa a terre della Chiesa di Ravenna nel territorio di Rimini. L a duchessa Bona, vedova di Orso duca, chiede all'arcivescovo Domenico (889-898) la concessione in enfiteusi di terre in vari fondi confinanti con i l fiume Uso e con la basilica di Santarcangelo (20). L a pergamena

Orso

(17) Nella strana locuzione Leto Ursonis ducis filius Arim{inensis?) non è chiaro se Arim(inensis) è riferito a Leto, figlio del duca Orso, oppurei ad Orso duca di Ramini, o meglio ancora duca « a Rimini », ma non si può escludere « figlio di Arimino ». I l termine dux deriva da una carica militare di origine romana; nei territori bizantini i l duca assume funzioni di governo civile sempre meno connesse all'esercizio di un comando militare. Rispetto ai duchi longobardi, quelli bizantini appaiono rappresentanti dell'autorità civile anche quando il loro potere appare legato ai pontefici 0 agli arcivescovi di Ravenna. I n ambito territoriale ravennate i l titolo di duca è attribuito ad un solo membro della famiglia, ex genere ducis, quasi con carattere ereditario. Cfr.: C . MANARESI, Il placito feretrano, « Studi Romagnoli», V I I I (1957), pp. 499-500; A. SIMONINI, Autocefalia ed Esarcato in Italia, Ravenna, ed. Longo, 1969, p. 44; A. CARILE, Continuità e mutamento nei ceti dirigenti dell'Esarcato fra VII e IX secolo, in Istituzioni e società nell'alto Medioevo Marchigiano, op. cit., pp. 115-45; CURRADI, Pievi del territorio riminese, op. cit., p. 52. (18) AD HONORE

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D(e)i

lENETRICIS SE(m)P(er)/QVE VIRGINIS MARIE: ECO QVIDEM VRSVS PECCATOR / DVX F I E R I I V S S I T : ROGO VOS 0M(ne)s QVI HVNC L E G I T I S ORATE P(ro) M E / T E M PORIBUS DOMNo loH(annis) p(a)p(e) ET KAROLI TERTIO iMp(eratoris) IND

(ictione) xv: A. FLENGHI, San Leo l'antica Montefeltro, Bologna 1978 (per conto della «Pro-San Leo»), p. 14; F . V . LOMBARDI, / reperti altomedioe-

vali del duomo e delle pievi del Montefeltro conte fonti per la storia locale, in Istituzioni e società nell'alto Medioevo marchigiano, op. cit., pp. 434-35. Per le più antiche trascrizioni dell'epigrafe, cfr.: O . O L I V I E R I , MOnimenta Feretrana. Memorie storiche del Montefeltro, introduzione, edizione critica e traduzione dì ITALO PASCUCCI, « Associazione Pro San Leo Biblioteca G. B . Marini», 2, San Leo 1981, pp. 110-11; G. B . MARINI, Saggioi di ragioni di Sanleo, detta già Monteferetro, contrapposto alla Dissertazione « De Episcopatu Feretrano », Pesaro, Stamperia Gavellìana, 1758 (ristampa anastatica: Bologna, ed. A. Forni, 1979), pp. 90-109. Sulle iiscrizioni della pieve e del duomo di San Leo, in occasione del Convegno promosso dalla « Società di studi storici per i l Montefeltro » il 14 ottobre 1973 per r V I X I centenario del duomo leontino, Augusto Campana ha tenuto una relazione su « Agiografia e storia nelle iscrizioni della cattedrale di San Leo»: A. CAMPANA, Bustino inscritto di S. Valentino nella cattedrale romanica di San Leo (Montefeltro), in « Il santo patrono nella città medievale: il culto di S. Valentino nella storia di Terni» (Atti del Convegno di studio. Terni, 9-12 febbraio 1974), Roma 1982, pp. 52-100, particolarmente pp. 72, nota 33, 74, nota 34. (19) Per i l placito feretrano, le sue edizioni e i relativi studi vecchi e nuovi di Giuseppe Pochettino, Cesare Manaresi e Paul Aebischer, cfr.: C. DOLCINI, Il placito feretrano (885) e le relazioni fra Pier Damiani e il vescovo di Rimini (1070). Nuove ipotesi sulle origini di San Marino, « Studi Montefeltrani », 8 (19&1), pp. 97-131; per l'edizione, MANARESI, Il placito feretrano, op. cit., pp. 505-509. (20) Per le notizie su questo documento e per i suoi collegamenti al Codice Bavaro, cfr.: CURRADI, Pievi del territorio riminese, op. cit., pp. 46, 68-69, 231-32, n. 4.


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C. CURRADI

precisa che una parte di tah beni era stata poi concessa dall'arcivescovo Onesto (971-983) a Liuttefredo e un documento del 3 settembre 972 riguarda proprio la richiesta di Liutefredo, figlio del defunto Sergio duca, all'arcivescovo Onesto per la concessione in enfiteusi di queste terre situate nella pieve di Santarcangelo (21). I l nome di u n duca a Rimini è attestato già nel 591, i n una lettera di Gregorio Magno sulla elezione del nuovo vescovo r i minese. I l papa scrìve ad Arsicino duci, al clero, al Senato e al popolo di Rimini di cercare nell'ambito della stessa Chiesa riminese una persona idonea a reggere i l vescovato, rinunciando a favorire l'elezione di Ocleatino che egli non potrebbe concedere (22). I l nome del duca era stato sempre letto Ursicino, come risultava anche a Luigi Tonini (23), ma viene corretto Arsicino dal Kehr, secondo la nuova lezione del testo edito nei Monumenta Germaniae historica (24). Un Orso duca a Venezia è ricordato i n una epistola di papa Giovanni V i l i : i l 1° dicembre 876, i l pontefice incarica i l vescovo di Rimini di recarsi a Venezia per consegnare a suo nome lettere a Urso duci e a quattro vescovi del Veneto e per raccomandare' loro di essere a Roma i l prossimo 13 febbraio (25). I l duca al quale è indirizzata la lettera papale è Orso I Particiatico (864881) (26). Giambattista Marini aveva creduto di poter identificare « i l Veneto Doge » con i l donatore dell'elegante ciborio di San Leo, ma i l ritrovamento della copia del « Placito Feretrano »

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI

(21) Ibidem,

pp. 286-88, n. 28.

(25)

KEHR,

op. cit., I V , p. 162, n. 18.

(26) G . ORTALLI, Venezia dalle origini a Pietro I I Orseolo, in « Storia d'Italia»

diretta da G . GALASSO: P . D E L O G U - A . G U I L L O U - G . ORTALLI, Longo-

bardi e Bizantini, I , Torino, ed UTET, 1980, p. 387.

37

presieduto da Orso duca nell'anno 885, quando i l Particiatico era già morto, aveva fatto cadere tale identificazione, come apprendiamo dallo stesso Marini (27). L a pili antica notizia finora a me nota su un duca Orso risale alla m e t à d e l l ' V I I I secolo e riguarda la breve e controversa vicenda del ducato longobardo di Persiceta (28), legata ai duchi Orso e Giovanni, i quali si succedono secondo uno schema genealogico che appare ripetuto, a distanza di oltre u n secolo, anche nella nostra casata. Ma qui interessa soprattutto la provenienza ravennate dei duchi, accreditata dagli studi più recenti (29). I n un istrumento del 10 febbraio 752, pervenutoci in copia nonantolana del secolo X I - X I I che Amedeo Benati considera interpolata m a non un « falso », Orso chierico civitatis Ravenne dona al monastero di Nonantola molti beni da lui avuti in eredità da suo padre lohanne duce civitatis Ravenne (30). I l 6 marzo 776 Giovanni illustris dux e la sorella Vrsa, figli dei defunti Orso duca e di Ariflada fanno una ricca donazione al monastero

.•,.1

(27) MARINI, Saggio di ragioni, op. cit., pp. 90-98.

(28) I l più convinto sostenitore del carattere longobardo del ducato resta A. GAUDENZI, Il monastero di Nonantola, il ducato di Persiceta e la Chiesa di Bologna, « Bullettino dell'Istituto Storico Italiano», 22 (1901), Pp.

(22) P . F . KEHR, Regesta pontificum Romanorum. Italia pontifìcia, I V , Etruria. Picenum. Marsia, Berolini 1909, pp. 159, n. 2, 173, n. 1. (23) L . TONINI, Rimini dal principio dell'era volgare all'anno MCC, ossia della Storia civile e sacra rinnnese, I I , Rimini 1856, pp. 160-61. (.24) M G H , Gregorii I papae registrimi epistolarum tomi I pars I , libri I - I V , edidit P . EWALD, Berolini 1887, p. 80, I . 56.

FERETRANI

77-214, particolarmente pp. 108-14, 3 6 (1916), pp. 7-570. Per una di-

pendenza da Ravenna sono invece: L . MALAGUZZI VALERI, Costituzioni e Statuti, in « LAppennino modenese descritto e illustrato », Rocca San Casoiano 1895; L . BREVENTANT, Raccolta e revisione delle distrazioni del prof. Augusto Gaudenzi sull'origine vera della decima di Cento, Bologna 1900.

(29) I n vari contributi la documentazione e lo stato degli studi sono analizzati con rigore ed equilibrio da Amedeo Benati, i l quale ribadisce « la parentela dei duchi di Persiceta con quelli di Ravenna »: A. BENATI, Il ducato e i duchi di Persiceta. Appunti sulle fonti e sulla bibliografìa, « Strada Maestra », Quaderni Bìbl, Com. G. C. Croce di S. Giovanni in Persìceto, 1 0 (1977), pp. 9-31; ID., Il monastero di S. Benedetto in Adili e la politica amministrativa del re Desiderio, « Atti e Memorie Deputaz. storia patria Romagna», XXXIV (1984), pp. 77-129. (30) BENATI, Il ducato e i duchi di Persiceta, op. cit., p. 17, n. 9.


C. CURRADI

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di Nonantola (31), confermata tredici anni più tardi da Ursus dux, filius bone memorie lohannis ducis de Persiceta (32). L a probabile relazione fra questi duchi di Persiceta e gli omonimi duchi presenti oltre un secolo più tardi nel Montefeltro e nel Riminese è affascinante, ma per ora resta soltanto una ipotesi di lavoro, o meglio, uno dei possibili itinerari di ricerca. E ' certo, tuttavia, che all'inizio del secolo I X si registra a Ravenna la presenza di un duca Orso, Ursus in Dei nomine dux, che sottoscrive per ultimo un placito dell'S maggio 838 inerente al possesso di terre e a diritti sul territorio di Adria rivendicati dall'arcivescovo di Ravenna (33). Nella sottoscrizione Orso mette in riUevo i l ruolo avuto nel giudizio solenne, in hoc judicato a nobis facto (34), e un certo collegamento fra la posizione del duca e la sentenza favorevole alla Chiesa di Ravenna traspare anche dall'indice del l volume de / placiti del « Regnum Italiae », in cui Cesare Manaresi annota « Ursus dux (di Ravenna) » (35). Quali fossero nel secolo I X i veri rapporti del duca Orso con gli arcivescovi di Ravenna non sappiamo, perché mancano altri documenti coevi: l'unico riferimento indiretto è contenuto nel placito deir838, che è anche i l solo a dar notizia di un Ursus dux nei giudizi pubblici dei secoli I X e X. V a però osservato che i placiti editi dal Manaresi riguardano solamente i l Regnum Italiae; ne sono esclusi quelli tenuti nell'Esarcato e nella Pentapoli in quanto

(31) Ibidem,

pp. ,20-21, n. 16.

(32) Ibidem, p. 21, n. 17. (33) M. FANTUZZI, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo per la maggior parte inediti, Venezia 1802, I I , p. 7; / placiti del « Regnum Italiae 776945 », a cura di CESARE MANARESI, « Fonti per la Storia d'Italia pubblicate' dall'Istituto storico italiano per i l Medio Evo », n. 92, I , Roma 1955, p. 144; per alcuni riferimenti storici e toponomastici sul placito, cfr. anche: J . ZENNARI, L'agro adriese - Adria - Rovigo nel Medioevo. Dal sec. VI al sec. XV, « Centro di studi storici, archeologici ed etnografici - Adria », ,2, Padova, ed. Liviana, 1967, pp. 19-22. (34) FANTUZZI, op. cit., I I , p. 7; MANARESI, / placiti

liae », op. cit., I , p. 144. (35) MANARESI, / placiti, op. cit.' p. 746.

del « Regnum Ita-^

Rimini, Museo Givico - Epigrafe del duca Orso (Laboratorio fot. Musei Comunali di Rimini).


41

C. CURRADI

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI FERETRANI

regioni fuori del « Regno longobardo », che sotto i Franchi verrà denominato « Regno d'Italia » (36). Un'altra notizia, forse anche antica, su un duca Orso in ambito territoriale riminese ci è fornita dal Codice Bavaro: Tebaldo, figlio Leonis de duce Ursone, chiede terre poste sia verso il litorale, sia nella zona collinare intorno a Roncofreddo al confine fra i territori di Rimini e di Cesena (37). L a registrazione non è databile con precisione in quanto priva del nome dell'arcivescovo, ohe per gli atti contenuti nel Codice Bavaro costituisce i l principale punto di riferimento cronologico. Né ci aiutano a datarla le altre registrazioni, perché un Leo nobilis vir è nominato in una sola peticio di terre nella pieve di Bordonchio richieste all'arcivescovo Giovanni nono iuniore, i l quale, secondo uno studio recente di Augusto Vasina sulla cronologia degli arcivescovi di Ravenna, avrebbe retto l'arcivescovato dal 904 al 914 (38). Ma l'assenza del patronimico e di altri elementi di identificazione rende molto dubbiosi sulla possibilità che si tratti dello stesso Leo de duce Ursone.

nostro Duca Orso, da arricchirne pure nel Volume stesso la Serie » (39). S i tratta di una iscrizione su pietra tombale, trovata durante gli scavi fatti nel 1863, che ricorda Orso di Rimini già duca e i suoi figli: + H I C R E C U I E S C I T I N P A C E / U R S U S ARiM(ini)

40

Fra le testimonianze -sul duca Orso una « epigrafe in caratteri del secolo I X o del X ci porge memoria anche di un

Q(uo)N(dam) D U X (40).

I documenti finora esaminati non permettono una ricostruzione genealogica perché non indicano i rapporti di parentela; si p u ò ritenere molto probabile, tuttavia, che Orso duca attestato dai due solenni documenti feretrani deir882 e den'885 sia lo stesso personaggio marito della duchessa Bona e ricordato come defunto fra r889 e 1*898. Non sembra, invece, che esistano rapporti diretti di parentela fra Orso e Liutefredo, figlio di Sergio duca nominato nella pergamena del 972: Sergio è considerato nipote del duca Sergio (838-893) da Giulio Buzzi (41) e in questa famiglia dei « duchi Romualdi » non compare i l nome di Orso. Fra i duchi riminesi del secolo I X , Luigi Tonini prende in esame anche « Orso Duca (incerto se di Rimini) » e, dopo avere analizzato i l documento trovato nel Codice Bavaro, egli dichiara che, mentre è « evidente che quegli fu un Duca de' nostri luoghi », la presenza di un omonimo duca di Montefeltro « ci lascia nell'incertezza medesima » (42). Egli è invece sicuro, seguendo

(36) MANARESI, Il placito feretrano, op. cit., p. 497. (37)

F A N T U Z Z I , op.

cit.,

I , Venezia 1801, pp.

70-71, n.

70; TONINI,

op.

cit., I I , p. 484-85, n. 70; Codice Bavaro: Codex traditionum Ecclesiae Ravennatis, a cura di E . BALDETTI e A. POLVERARI, « Deputazione di storia patria per le Marche - Studi e testi », n. 13, Ancona 1983, p. 52, n. 79. Nella registrazione è richiesta prima terra et silva qui vocatur Sancti Theodori nei territori di Cervia e di Rimini; lungo il litorale, quindi, in epoca antica non sembra v i fosse un territorio di Cesena intermedio fra quelli diì Rimini e di Cerva (A. VASINA, La città e il territorio prima e dopo il Mille, in « Storia di Cesena. Il Medioevo (secoli VI-XIV) », I I , Rimini, ed. B . Chigi, 1983 (per conto della Cassa di Risparmio di Cesena), p. 18. Per i mutamenti del corso dei fiumi della zona e le questioni di confine, cfr.: A. VEGGIANI, Origine ed evoluzione del territorio di Cesenatico, in « La marineria romagnola, l'uomo e l'ambiente », Atti del Convegno, Cesenatico 7-9 ottobre 1977, pp. 1-2,2. (38)

FANTUZZI, I , p. 13, n. 26; TONINI, I I , p. 477, n. 26; BALDETTI-POLVE-

p. 34, n. 35. Per la revisione della cronologia degli arcivescovi altomedievali di Ravenna, cfr.: A. VASINA, Prefazione al « Brevarium Ecclesiae RARi,

Ravennatis » edito a cura di G . RABOTTI, « Fonti per la storia d'Italia pubblicate a cura dell'Istituto storico italiano per il Medio-Evo», HO (1985). (39) L . TONINI, Rimini nella signoria de' Malatesti. Parte I che comprende i l secolo X I V , ossia volume I V della Storia civile e sacra riminese, Rimini 1880, p. X X I I I . (40) L . TONINI, La chiesa di Sant'Andrea presso Rimini, ossia Relazione degli scavi esegtnti pel Comune nel marzo 1863 dal dottor L . T., « Atti e Memorie R. Deputazione di storia patria delle provincie di Romagna », I I (1863), pp. 86^87, con la riproduzione del disegno dell'epigrafe di cui si riporta meno di metà del testo su cui restano molti dubbi. (41) G . B U Z Z I , Ricerche per la storia di Ravenna e di Roma dall'850 al 1118, «Archivio della Società Romana di storia patria», X X V I I I (1915), p. 200 {Albero genealogico dei duchi Romualdi). (42) TONINI, op.

oit.,

I I , p.

247.


42

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI FERETRANI

C. CURRADI

un grande studioso riminese del Settecento, che un altro Orso sia duca di Rimini nel 919. Francesco Gaetano Battaglini e Luigi Tonini pubblicano un atto del 30 agosto 919, con i l quale Urso summus Dux Datibo, figlio del duca Giovanni, concede a livello terre situate nel territorio riminese, nella pieve di Sant'Arcangelo in Acerbolis (43). Ma l'attribuzione a Orso del titolo di « sommo duca » è frutto di una lettura errata della pergamena (danneggiata in quel punto da una macchia), sulla quale si legge Ursus um{ilis) dat(ivus) anziché Urso sum{mus) dux (44). L a correzione del dux in dat{ivus) era già stata registrata da Silvio Bernicoli in nota a una sua edizione del documento, in cui però conservava Urso sumimus) dat(ivus) (45) e l'aggettivo « sommo » attribuito a un giudice appariva quanto meno esagerato. L a più precisa lettura del nome del personaggio, Ursus invece di Urso, suggerita da Augusto Campana durante un controllo della mia trascrizione compiuto insieme sull'originale conservato nell'Archivio di Stato di Ravenna, permetteva di adeguare l'aggettivo all'importanza del personaggio che da « sommo duca » diventava « umile dativo » (46). D'altra parte lo stesso Orso si dichiara « dativo » nella sottoscrizione fatta di sua mano sulla medesima pergamena del 919: Ursus filio quondam lohannis dux datibo (47). Questa dicitura e la precedente menzione del « sommo duca » sono presenti nella iscrizione di un tipario in bronzo ritrovato a Rimini nel 1865 durante gli scavi intorno all'antica chiesa di S. Andrea, condotti per i l Comune da Luigi Tonini: s(igillum).

(43) F . G . BATTAGLINI, Memorie istoriche di Rimino e de' suoi signori ad illustrare la zecca e la moneta riminese, con note di GUID'ANTONIO ZANETT I , Bologna, Lelio dalla Volpe, 1789 (ristampa dell'edizione originale, presentata da A . CAMPANA e L . M I C H E L I N I TOCCI, Rimini, ed. B . Chigi, 1971), pp. 5-6; TONINI, I I , pp. 486-87, n. X X X V I I . (44)

CURRADI, Pievi del territorio

riminese, op. oit., pp. 70, 251-53, n. 14.

(45) S. BERNICOLI, Documenti dell'archivio storico comunale anteriori al secolo XII, «Felix Ravenna», I (1919), Supplemento, p. 17. (46) CURRADI, Pievi del territorio riminese, op. cit., p. 70. (47) Ibidem, pp. 70, 253.

43

(48). I l tipario è considerato dal Tonini « Sigillo del Comune nel secolo X » (49); è auspicabile, però uno studio approfondito di specialisti nella speranza di poter definire meglio se l'attribuzione al secolo X corrisponde alle caratteristiche tecniche del sigillo e a quelle grafiche della sua iscrizione (50). Come ho già detto, la pergamena del 950 riguarda la richiesta fatta da Leto, figlio di Orso duca; in due annotazioni poste a margine di registrazioni del Codice Bavaro si legge Leto detinet. Sul margine esterno dei fogli di papiro sono spesso rubricati in caratteri maiuscoli i nomi dei beni immobili menzionati nelle registrazioni; molto più di rado, ma in scrittura minuscola, sono annotati i nomi dei beneficiari che in epoca successiva l i tengono per conto della Chiesa di Ravenna. Rubriche e note di aggiornamento dei beneficiari sono ritenute posteriori alla compilazione del Codice Bavaro, scritte cioè tra la fine del secolo X e l'inizio dell'XL Per quanto riguarda i l solo territorio riminese, a fianco delle 79 registrazioni pervenuteci v i sono 49 rubriche e l i note; due di queste ultime riguardano Leto. L a prima riguarda la registrazione n. 17, relativa a terre nei fondi Ariniano e Tiniano e alla chiesa di S. Martino nella pieve di San Giovanni in Galilea e precisa che « Leto dux detinet » (51). L a seconda annotazione si

,URSUs SUMUS DUX DATIBOS CIVITA ARiMiN

(48) L . TONINI, Di alcuni marmi scritti e di un sigillo antico del Comune trovati recentemente in Rimini. Memoria del cav. dottore L . T., « Atti e Memorie R. Deputazione di storia patria delle provincie di Romagna », V (1867), pp. 143-45; ID., Rimini nella signoria de' Malatesti, op. oit., I V , p. X X I V ; ID., Rimini dopo il Mille, ovvero Illustrazione della pianta di questa città quale fu specialmente fra il secolo XIII e XIV, testo inedito con introduzione e commento a cura di P I E R GIORGIO PASINI, Rimini, ed. B . Ghigà, 1975, p. 128. (49) TONINI, op. cit., I V , p. X I V ; ID., Di alcuni marmi scritti e di un sigillo antico del Comune, op. cit., p. 143. (50) Sulle perplessità intorno al tipario, cfr.: CURRADI, Pievi, op. cit., p. 70. (51) Ri,

FANTUZZI, I , p. 4, n. 8; TONINI, I I , p. 473, n. 8; BALDETTI-POLVERA-

p. 26, n. 17,


44

C. CURRADI

riferisce a terre nel fondo Trecenta (52), ubicabile sulla sinistra del Marecchia presso Santarcangelo (53). Poiché le annotazioni non danno altre notizie sui rapporti parentali di Leto dux, non è certo che si tratti dello stesso Leto che nel 950 è figlio di Orso duca, anche se ciò appare assai probabile. Molti consoli e duchi nominati nelle pergamene ravennati di cui mi sono occupato intervengono ai vari atti o l i sottoscrivono come testimoni dichiarando la loro qualifica o la loro appartenenza a famiglia di consoli o di duchi, ex genere consulum, ex genere ducum. L a dignità e la funzione risultano, quindi, attribuite a una sola persona della famiglia e soltanto quando questa le perde vengono trasferite ad altra persona della famiglia. Questa osservazione contrasta con una opinione assai diffusa che tende ad attribuire ai titoli di console e di duca valore formale e onorifico scarsamente collegabile a una funzione pubblica realmente esercitata. E ' pertanto ragionevole ammettere che Leto, figlio del duca Orso, possa essere a sua volta divenuto duca. I l nome Leo detto Leto compare in due documenti della fine del secolo X (54), ma i riferimenti parentali non offrono connessioni al nostro personaggio, né alla famiglia del duca Orso che tentiamo di delineare. Le notizie databili con sicurezza su questa famiglia attiva nel Montefeltro e nel Riminese tra la fine del secolo I X e i l termine del X sono scarse e si possono compendiare come segue: 1) un Orso duca dona i l ciborio marmoreo di San Leo nel]'882 e presiede nel Montefeltro i l solenne placito deir885. Pochi

(52) FANTUZZI, I , p. 18, n VERARI, pp. 38-39, n. 49.

40; TONINI, I I , p. 479, n. 40; BALDETTI-POL-

(53) BALDETTI-POLVERARI, p. 120, s.v. Flaciano; Tav. I n. 77. Nella Appendice I I inerente alla « Ubicazione dei toponimi » del Codice Bavaro non è elencato il fondo Trecenta, ma il fondo Flaciano ricordato come suo confinante anche nella registrazione 53. I l fondo Flaciano è indicato nell'allegata Tav. I sulla sinistra del Marecchia. (54) CURRADI, Pievi, op. cit., pp. 106, 293, 300.

ANNOTAZIONI S U I DOCUMENTI FERETRANI

45

anni dopo, fra 1*889 e 1*898, un Orso duca risulta già morto: è il marito della duchessa Bona, la quale chiede terre degli arcivescovi ravennati nel Riminese. Appare abbastanza attendibile che possa trattarsi di un solo duca Orso, attivo nel Montefeltro e a Rimini e marito di Bona. 2) Un Giovanni duca, padre di Orso dativo, risulta già morto nell'anno 919. 3) Orso, fu Giovanni duca, è ricordato come dativo nel 919; nel 950 è nominato un Orso duca, che potrebbe essere la stessa persona. 4) Leto, figlio di Orso duca, è documentato nel 950 come marito di Odeltrude e senza alcun titolo. 5) Un Leto duca compare in una delle due note a margine del Codice Bavaro, databili tra la fine del secolo X e l'inizio dell'XL Orso duca 882, 885, (?) t 889-898 m. Bona 889-898

1 Giovanni duca t 919

1 Orso dativo 919, (?) duca 950

I Leto 950, (?) sec. X ex. m. Odeltrude 950 Dalla serie delle notizie sui vari duchi Orso e sui loro consorti presenti nei territori di San Leo e di Rimini restano soltanto questi pochi elementi, riconducibili ad un unico nucleo familiare. Le numerose lacune e ambiguità consentono soltanto di individuare alcuni riferimenti comuni ad una famiglia di importanti funzionari dell'ammuistrazione civile e militare delle nostre zone. Per una ricostruzione genealogica vera e propria di questa famiglia del ceto dirigente, nell'area di confine fra Marche e Romagna, mancano troppi elementi, che potranno forse emergere da un paziente lavoro di ricerca sul materiale archivistico e archeologico ancora in fase di studio.


PIERLUIGI

SACCHINI

tra feretrano e sarsinate: la pieve dei santi cosma e damiano (mercato saraceno)


I l borgo di San Damiano è attualmente una frazione del comune di Mercato Saraceno ( F o ) i n diocesi di Sarsina. Sorge alla sinistra del fiume Savio, su un terrazzo fluviale sovrastante quelli su cui sorge l'abitato di Mercato Saraceno di cui, a seguito dell'espansione urbanistica attuale, p u ò considerarsi la continuazione. I l terrazzo fluviale è limitato ad occidente da una scarpata di circa 190 metri che lo viene a separare da u n primo terrazzo fluviale su cui sorge Monte Sasso; a oriente e a meridione è invece limitato da altre piccole scarpate che lo vengono a separare da un terzo terrazzo fluviale su cui attualmente si snoda la S S . numero 71 (1). Ci troviamo di fronte a un pianoro non molto elevato, soleggiato, di facile accesso ma nello stesso tempo protetto sia da eventuali fattori naturali negativi (come ad esempio le piene del Savio), sia da eventuali aggressioni di animali o da incursioni dell'uomo. Grazie a tale favorevole posizione topografica (m. 177 s.l.m.) i l luogo fu frequentato dall'uomo sin dalla preistoria. Prova di ciò sono i numerosi nuclei di selce nonché residui di lavorazione e manufatti finiti rinvenuti nella zona della fornace e nella zona industriale. Tale materiale che è riferibile al Paleolitico superiore (15.000-10.000 a.C.) costituisce una delle Nel 1981 il dott. Currado Curradi in collaborazione con mons. Mario Mazzotti presentava in questa stessa collana di « Studi Montefeltranì » m i a edizione delle pergamene ravennati anteriori al Mille e riguardanti il territorio del Montefeltro. L a pubblicazione di tale materiale, in parte inedito, risollevò alcuni problemi relativi all'antica confinazione diocesana tra Montefeltro e Sarsinate, soprattutto per l a zona della pieve di San Damiano. Questo primo studio, partendo da una breve analisi storica delle vicende del borgo di San Damiano prima del mille, ha lo scopo di approfondire alcuni di questi problemi e di delineare, come vedremo, una nuova mappa confinatoria.

( 1 ) A . VEGGIANI, Note sulla geomorfologia ed antropologia della valle del Savio in relazione alle ricerche preistoriche, « E m i l i a Pileromana », pp. 149-159. A . A N G E L I - A . VEGGIANI, Note su un rilevamento

geologico

tra

Sarsina e Mercato Saraceno, in « Studi Naturalistici », saggi e mon. degli Studi Romagnoli, I , Faenza 1962, pp. 5-14. Colgo qui l'oocasione per ringraziare ring. Antonio Veggiani per la disponibilità mostratami.


50

P.

SACCHINI

prime attestazioni della presenza umana per l'Emilia-Romagna in quelle lontane epoche (2). L a località fu poi sede di insediamenti umani anche nei secoli sucessivi, anzi si p u ò pensare che almeno sin dal periodo romano ivi sorgesse un vicus ed ivi passasse la strada che collegava i l municipio di Sarsina (Sassina), con la bassa valle del Savio. Prova di ciò sono i numerosi reperti archeologici rinvenuti nella zona sottostante all'attuale pieve, nonché le necropoli romane rinvenute nel 1951 e nel 1967 (3). Alcuni studiosi locali vorrebbero che addirittura v i sorgesse un tempio pagano e che l a pieve fosse costruita sopra le stesse fondamenta (4). Non v i sarebbe certamente da meravigliarsi di ciò i n quanto molte furono le pievi e i monasteri che sorsero sui ruderi dei templi pagani o che addirittura furono costruiti con gli stessi materiali (5). Andando all'origine di tale affermazione scopriamo che Rosetti la giustificò scrivendo: « . . . p o i c h é un marmo sarsinate serve ancora di fonte battesimale ». Tale « marmo sarsinate » non era altro che i l sarcofago romano ( I I I secolo d.C.) di Sabinio Valeriano che già nel X V I I secolo serviva da fonte bat-

(2) G . A. M A N S U E L L I , Edizione Archeologica della Carta d'Italia, 1:100.000, Foglio 108 (Mercato Saraceno), Firenze 1954; A. VEGGIANI, Gli abitatori di Sarsina e Mercato Saraceno prima dei romani, in « Studi Rom a g n o a » , X X V I I (1976), pp. 1-12; A. V E G G I A N I - A . GUERRASCHX, Il deposito del Paleolitico superiore della Fornace di S. Damiano, in « L e p i ù antichei tracce dell'uomo nel territorio forilivese e faentino », Forlì 1983, pp. 83-85. (3) F . ANTONINI, Delle Antichità di Sarsina, Sarsina 1607; G . A. MANsuELLi, op. oit.; A. VEGGIANI, Necropoli romana presso la pieve di S. Damiano, in « Atti Aoc. Naz. dei Lincei », Not. Se. Ant. s. V i l i , voi. X X I I , Roma 1968, pp. 5-9. (4) E . R O S E T T I , La Romagna, s.v San Damiano, Milano 1894, p. 684; L . T O S I , Sarsina. Notizie Storiche, ms. 1943 in Arch. Plebale di San Damiano, senza segnatura, passim.; M. TABANELLI, Visita alle Pievi di Romagna, Brescia 1982, s.v. S a n Damiano, pp. 383-85. (5) A. SoRBELLi, La Parrocchia nelVappannino Emiliano nel Medio Evo, in « Atti e Mem. della Deputazione di Storia Patria per le Provinole di R o m a g n a » , s. I l i , voi. X X V I I I (1910), p. 135 ss.

LA

P I E V E D E I SANTI COSMA E DAMIANO

51

tesimale (6) e che verso i l 1910 fu posto nella cripta sotto l'altare maggiore ed infine riposto negli anni 1967-70 sotto la mensa dell'attuale altare maggiore (7). Notasi quindi che tale « marmo » non p u ò da solo suffragare l'ipotesi di un tempio pagano. Sta però di fatto che in una relazione antecedente la pubblicazione del Rosetti sì legge che alla pieve di San Damiano vennero « trovati monumenti che facevano fede degli usi pagani a cui i n origine aveva servito i l tempio ». Ma di questi monumenti non resta che tale memoria in quanto già agli inizi del nostro secolo « non si ha p i ù traccia i n paese » i n quanto tutto «fu ignorantemente d i s t r u t t o » (8). Quindi l'esistenza di un tempio pagano resta per i l momento solo un'ipotesi. L'unica affermazione certa è che la pieve che i v i fu eretta con l'avvento del Cristianesimo verrà costruita con materiale di reimpiego romano. S i possono infatti vedere ancora oggi, nonostante le varie ristrutturazioni dell'edificio, alcuni frammenti di marmi romani inseriti nei muri esterni (9). S i tratta di un blocco di pietra calcarea posto alla base di una lesena e di un blocco di marmo rosso di Verona. Abbiamo quindi in ogni caso la certezza che la pieve di San Damiano sorse su un preesistente centro abitato romano

(6) Non era infrequente l'uso di antichi sarcofaghi come vasche battesimali, soprattutto quando ancora si praticava il battesimo per immersione. Nel X V I I I secalo esisteva ancora il coperchio del sarcofago di Valeriano, che era utilizzato come mensa d'altare (Cfr. F . ANTONINI, op. cit., P 54). (7) L . T O S I , Appunti manoscritti su San Damiano nel periodo del suo rettorato, mss. sec. X X in Arch. Plebale di San Damiano. Ringrazio qui pubblicamente don Palmo Righi per avermi permesso la consultazione del materiale. Cfr. anche A. VEGGIANI, Guida breve di Mercato Saraceno, ivi 1962, pp. 9-10. (8) Cfr. Monografia Statistica Economica Amministrativa della Provincia di Forlì, voi. I , Forlì 1865, s. v Mercato Saraceno; G . STRAFFORELLO,, La Patria; geografìa d'Italia, « Provincie di Ravenna, Ferrara, Forlì, Repubblica di S. M a r i n o » , s.v. Mercato Saraceno, Torino 1901. (9) VEGGIANI,

idi S. Damiano,

Necropoli,

op. cit.; MARZIA

COMANDINI,

Pieve

romanica

lesi di laurea Accademia di Belle Arti diB Bologma, 197-1.


52

P.

LA

SACCHINI

Strettamente legato alla civitas di Sarsina. Con la costruzione della pieve i l borgo assunse una maggiore importanza demica rispetto a tutto i l territorio circostante e come vedremo perderà la denominazione originale per assumere quello dell'agiotoponimo. L a data di costruzione ci è al momento ignota, certo, come scrisse l'Antonini (10) « . . . è molto antica, et la prima della Diocesi (di Sarsina), e t . . . già fu Collegiata (11) di quattro canonici cosa che non ho letto di alcun altro di questa diocesi fuori della Cattedrale ». Molti studiosi locaU vorrebbero farla risalire al V I I - V I I I secolo (12). I n effetti presso l'archivio plebale trovasi un elenco dei pievani che inizia con un tale don Angelo che resse la pieve nel 684. Ma ciò va preso con le dovute cautele in quanto presso gli archivi locali esistono varie memorie di parroci che a volte presi dalla volontà di accrescere l'importanza e l'antichità della propria chiesa scrivevano cose che non sempre corrispondevano alla realtà, soprattutto poi nel caso di memorie che si riferivano a fatti accaduti avanti i l Mille. Tornando al discorso sull'origine della pieve, la tradizione popolare vorrebbe che la pieve di San Damiano fosse stata costruita assieme alle pievi di Monte Sorbo e San Vittore per volontà di una « r e g i n a » della Toscana (13). I l primo documento « originale » che citi la nostra pieve

(10) ANTONINI, Delle Antichità, op. cit., p. 54. (11) L'elezione dei canonici spettava agli inizi del quattrocento all'arciprete come « da antiqua consuetudine ». Tale elezione era resa pubblica mediante apposizione dell'editto di nomina sulla porta della pieve stessa, in maniera che chiunque avesse voluto opporsi per giusta causa l'avrebbe potuto fare. (12) T O S I , Sarsina, op. cit.; M. P I E R I , Il Catasto di Pio VI a Cesena, tesi di laurea fac. economia e commercio, Università di Bologna 1960/1961 rei. con dott. Luigi Dail Pane; C.D.F. Restauri in Romagna e Ferrara 19701980, Ravenna 1981, p. 93. (13) Nell'archivio plebale esiste una memoria, tratta a sua volta da un libro dì memorie conservato presso Tex-archivio di Monte Sorbo, secondo la quale i tre arcipreti di San Damiano, Monte Sorbo, San Vittore (?) avrebbero nominato i Vescovi di Sarsina.

P I E V E D E I SANTI

COSMA E DAMIANO

53

è una pergamena ravennate datata 31 ottobre 972 (14). S i tratta di una richiesta di terre a livello fatta da Martino di Felicino all'arcivescovo ravennate Onesto riguardante diversi fondi nei pressi del fiume Savio. Tali fondi fanno parte del « Territ(ono) Ferletrano in pl~\ehe S(an)c{t)i Ioh{ann)is q{ue) voc{atur) s(an)c(tu)s Damianus, iuris s(an)c{t)e u{est)re Rav(ennatis) eccl{esi)e » (15). Che si tratti della nostra pieve non v i sono dubbi, non è infatti esistita lungo i l corso del Savio un'altra pieve con tale dedica. I n base a questa pergamena veniamo a sapere che la nostra pieve era originariamente dedicata a San Giovanni e precisamente, come in seguito vedremo, a San Giovanni i l Battista. I l culto di questo Santo era tipico dei Longobardi quando ancora aderivano al culto ariano. Lo ZucchiTravagli in una delle sue ricerche (16) scrisse che « sotto l'era volgare 603 i Longobardi elessero per loro particolare protettore S. Giambattista: laonde sendo nelle nostre contrade in più luoghi preso per Protettore esso Santo come a Carpegna, Sassocarbaro, Monte Boaggine ed altrove maggiormente si riarguisse i l loro dominio ». Nel V I I secolo i Longobardi abbracciarono i l cristianesimo, ma solo più tardi e grazie all'opera di « missionari » cattolici l'arianesimo scomparve nelle località più periferiche. I l metodo sovente usato da questi « missionari », come vari cultori di storia ipotizzarono (17), consisteva nel

(14) M . F A N T U Z Z I , Monumenti Ravennati de' secoli di mezzo per la gran parte inediti, Venezia 1802-1804, I I , p. 343, I V , pp. 179-80, n. X I I ; A . V E S I , Documenti editi ed inediti che servono ad illustrare la Storia di Romagna, pp. 311-12, Bologna 1845; C. C U R R A D I - M . MAZZOTTI, Carte del Montefeltro nell'alto medioevo (723?'999), in « S t u d i M o n t e f e l t r a n ì » , V i l i (1981), pp.

71-73.

(15) Ci si atterrà all'edizione di Curradi in quanto corregge ed ìntegra le precedenti edizioni; colgo qui l'occasione di ringraziarlo per 1 suggerimenti e per avermi messo a disposizione le trascrizioni delile pergamene ravennati del 927 e del 1079 (inedita). (16) A . M . ZUCCHI-TRAVAGU, Raccolto Istorico ovvero Annali del Montefeltro, mss. sec. X V I I I in archivio comunale di PennabiLli, t. I I , 1. V I , (datt.), p. 109. (17) S u tale argomento sì veda p i ù ampiamente il saggio del dott.


P.

SACCHINI

LA P I E V E D E I SANTI

COSMA E DAMIANO

55

II-.-. li

L a Pieve dei Santi Cosma e Damiano (Mercato Saraceno).

MERCATO SARACENO e S . DAMIANO anni '30 (Ripr Foto Giorgio-Mercato Saraceno). S i noti il cosidetto « ponte vecchio » voluto dalil'arcivescovo di Ravenna per collegare il sarsinate al feretrano. Di fronte a tale ponte distrutto nell'ultimo conflitto si nota ancora oggi (sul lato sinistro) un grosso mulino che il Tosi (op. cit.) vorrebbe fare sorgere su un preesistente mulino citato in una pergamena del 1153 e donato alla pieve di S. Damiano ( V . nota 3 2 ) . L a pieve è in alto a sinistra (freccetta).


P.

56

SACCHINI

LA

promuovere i l culto di santi antiariani o locali, come quello degli antichi martiri della fede quali sono i santi Cosma e Damiano (18). Questa potrebbe essere un'ipotesi sul cambiamento di dedica della nostra pieve, anche se la tradizione popolare vorrebbe che i l nuovo titolo fosse dovuto semplicemente alla volontà di un non meglio specificato « Duca » toscano particolarmente devoto ai Santi martiri Cosma e Damiano. I n ogni caso i l mutamento del titolo avvenne fra la fine del X secolo e la m e t à deirxi secolo. Infatti in un documento del 1079 (19) la pieve viene già denominata di San Damiano e così quando nel 1142 (20) Ranieri figlio di Cavalconte dichiarò di tenere i l castello di Bertinoro per l'arcivescovo ravennate Gualtieri l'atto venne registrato actum in Plebe S. Damiani. Non è da scartare l'ipotesi che con i l cambiamento di dedica sia avvenuta una ricostruzione o ristrutturazione dello stesso edificio plebale, come potrebbe indicare un graffito originale del 1077 (21) conservato su un mattone del muro plebale attuale. I l culto di S. Giovanni il Battista però non scomparve. Abbiamo infatti la testimonianza, seppure posteriore, dell'esistenza di un altare laterale dedicato a S. Giowani i l Battista. Leggesi in un atto notarile del 19 gennaio 1404 (22) che D. Benedetto, arciprete della pieve di San Damiano, elesse D. Marco Cristofori di Paderno canonico della sua pieve al posto di D. Bartolino fu Vanni di Monte

F . V . LOMBARDI, / / Montefeltro nell'alto medioevo, in « Studi Montefeltranì », I I (1973), pp. 46-59. (18) I fratelli S S , Cosma e Damiano furono fatti decapitare durante le persecuzioni di Diocleziano del 303 da L i r a governatore della Cilicia. Cfr. AA.VV., Santi e Santuari, voi. I V , s.v. S. Damiano, Milano 1980. (19) Pergamena A A R A 2791; la trascrizione mi è stata fornita da Curradi. (20)

F A N T U Z Z I , Mon.

Rav.,

op.

cit.,

I V , p.

261.

(21) Vedi foto in M . MAZZOTTI, Un'antica pieve del Montefeltro: San Damiano di Mercato Saraceno, in Carte del Montefeltro, op. cit. (22) P . B U R C H I , Regesto del Notaio Sarsinate Domenico da Firenzuola, « S t u d i R o m a g n o l i » , V (1954), p. 37.

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Sasso che aveva rinunciato al canonicato. L'atto in questione venne stilato nella pieve di San Damiano, davanti all'altare di S. lohannis Batiste, alla presenza di d. Paolo Franceschi di Sissi rettore della chiesa di « S. Apulinare de Paterno ». I n un altro atto notarile (23) viene ricordata la capellania di S. Giovanni, I l 9 agosto 1454 Jacobo fu Beni Ronchini di Monte Sasso vendette a Giovanni fu Angelo dello stesso luogo più appezzamenti di terra arativa e prativa nella corte di Monte Petra ed altri appezzamenti di terra silvata e vineata nella corte di San Damiano nella cappellania di San Giovanni nel fondo Oliveta, lì culto di San Giovanni i l Battista non si fermò al X V secolo tanto è vero che nel 1601 i l pievano di San Damiano commissionò al pittore ravennate Bernardino Guarini un « bellissimo » quadro ad olio raffigurante una Madonna con Bambino ed i Santi Giovanni Battista ed Antonio Abate (24), ohe presentemente trovasi smontato dall'altare laterale originale e riposto nella sacrestia. Anche quando verso la m e t à del X V I I I secolo la pieve venne completamente ristrutturata per volontà di don Bernardino Massi venne ricostruita una nuova cappella a « San Giambattista » (25). Tale altare di San Giovanni, che divenne iuspatronato dei Battistini (26), vantava vari possedimenti alle Colombare (27), una località alla destra del Savio. Ma tornando alla pergamena del 972, l'aspetto più interessante che emerge dalla lettura è che la pieve di San Damiano

(23) P. B U R C H I , Tre antichi manoscritti della Valle del Savio, Regesto del notaio Francesco da Colonata, p. 47. Gli atti di tale notaio sono attualmente conservati presso l'Archivio di Stato di Forlì. (24) Per la foto di tale pala si veda 0. PIRACCINI, (a cura di) Il patrin monio culturale della Provincia di Forlì, voi. I , Gli edifìci di culto delle diocesi di Cesena e Sarsina, Bologna 1973. (25) Memoria del canonico Filippo Massi in Liber Chronicon della pieve di San Damiano, ms. sec. X V I I I in arch. plebale di San Damiano. (26) J . B . BRASCHI, Relatio Status ecclesiae Sarsinatensis, Roma 1704, p. 87. (27) Tavola de' Beni di Chiesa, Venerate Compagnie e Juspatronati esistenti nel Quarto di Mercato Saraceno, 1782-1811, ms. in archivio di Stato di Cesena.


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sia posta in territorio Feretrano. Sappiamo infatti, in base a diversi documenti (28) che i l « territorio » feretrano si estendeva nel periodo di massima espansione sino alla destra del Savio che veniva a segnare i l confine « naturale » con i l « territorio » di Bobbio, ovvero di Sarsina. I n base a tale pergamena il « territorio » feretrano sembrerebbe allargarsi anche sulla sinistra del Savio nella zona occupata dalla pieve di San Damiano. D'altra parte anche un'altra pergamena ravennate del 1079 ricorda vari fondi posti in territorio Monteferetrant4(m) plebe S{an)c{t)i Damiani. E ' in base a questi due documenti che la storiografia locale a partire dal X V I I I secolo ha voluto includere la pieve di San Damiano fra quelle che ah antiquo facevano parte della diocesi di Montefeltro (29). Questa proiezione del Montefeltro alla sinistra del Savio appare abbastanza anomala, come pure strano appare questo distacco da Sarsina a cui, come abbiamo visto, i l vicus di San Damiano doveva essere legato oltre che da motivi politico-economici anche da motivi religiosi. Si potrebbe a questo punto risolvere tutto molto semplicemente ipotizzando che la pieve originaria di San Damiano, ovvero di San Giovanni, potesse sorgere sempre nella stessa zona ma sulla destra del Savio. I n seguito a fattori avversi, come ad esempio una piena del fiume, la pieve sarebbe andata in « ruina » e sarebbe stato costruito un nuovo edificio, magari verso i l 1077, in un luogo più sicuro e stabile, cioè nel luogo

(28) F r a questi si vedano quelli riportati da: CURRADI, Carte del Montefeltro, op. cit., passim.; F . V . LOMBARDI, La bolla di Papa Onorio II del 1125, in «-Studi Montefeltranì », I V (1976), passim.; Io., Un'introvabile pieve feretrana: la pieve di S. Maria in Romania, in « Ravennatensia », voi. V I , pp. 337-348, Cesena 1976.

(29) Cfr. ad es. A . M. ZUCCHI-TRAVAGLI, Animadversioni sull'Apologetico e sul Saggio di Ragioni dell'Arciprete Marini di San Leo, Venezia 1762„ p. 307; L . D O M I N I C I , Storia generale Montefeltrana, voi. I , Tra Feltro e Feltro, Lanciano 1931, p. 5 4 ss.; Io., S. Agata Feltria Illustrata, Novafel-I tria 1959, pp. 19-20, p. ,28 ss.; Io., La Regale S. Leo, pp. 67-73, S. Leo 1 9 6 1 ;

LOMBARDI, / / Montefeltro, p. 346; MAZZOTTI,

op. cit., p. 48, n. 60; Io., Un'introvabile,

Un'antica

pieve,

op. cit., pp.

31-32.

op. cit.,)

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in cui trovasi attualmente sulla sinistra del fiume. Da ricordare che sulla destra del Savio vennero ritrovati materiali di origine romana e che, come già ricordato, la cappellania di San Giovanni possedeva beni alia destra del Savio. Ma considerando che dalla lettura di documenti antecedenti i l 972 (30) non si ha traccia di una pieve di San Damiano o di San Giovanni alla destra del Savio l'ipotesi è di difficile attendibilità. S i ricordi poi che i l toponimo di San Giovanni sulla sinistra del Savio esisteva ancora nel secolo scorso; anzi, una delle strade che da Mercato Saraceno conducevano a San Damiano era denominata ancora di San Giovanni (31). Resta quindi p i ù probabile che la pieve di San Damiano fosse in origine feretrana e che poi sarebbe divenuta sarsinate a seguito dell'accresciuto potere politico-spirituale del vescovo dì Bobbio (32), come comunemente riferiscono gli studiosi locah. Questi ultimi però, salvo qualche eccezione (33), hanno voluto fare corrispondere i l termine « territorio » citato nelle

(30) CURRADI, Carte del Montefeltro, op. cit. ( 3 1 ) B . A M A T I , Notizie di Stato, di storia naturale antica e moderna per il Cantone di Mercato Saraceno, ms. inizi sec. X I X conservato presso! la biblioteca della « Rubiconia Accademia dei Filopatridi » di Savignano sul Rubicone (fase. 181). (32) L a nostra pieve sarebbe comunque dovuta passare al « territorio » di Sarsina nell'arco di tempo che va dal 1079 al 1125. Infatti nella bolla papale di Onorio I I del 1125 fra i vari beni, chiese e pievati spettanti al Vescovo di Montefeltro non figura nessuna pieve dedicata a San Damiano (Cfr.: LOMBARDI, La bolla di papa Onorio, op. cit.). Inoltre una pergamena ravennate del luglio 1153 ricorda che Saraceno e Giulia donano a Leone arciprete di San Damiano la loro parte di un mulino presso il ponte sul Savio in « territorio bobiensis » pieve di S. Damiano: cfr. F A N T U Z Z I , Mon. Rav., op. cit., I I , p, 383, I V , pp. 267-68; ANTONINI, Delle Antichità, stampa del 1769), p. 276.

op. cit.,

(Ri-

(33) Uno degli unici a mostrare alcune perplessità, venendo così a rettificare sue precedenti affermazioni, è stato il dott. F . V . LOMBARDI. Infatti in un suo studio ha espresso la propria convinzione che si tratti di territorio civile ben distinto da quello diocesano (Cfr. Le primitive pievi delle diocesi di Montefeltro e Pesaro, in Le Pievi nelle Marche, coli, di Fonti e Studi di « Studia Picena », I V , Fano 1978).


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due pergamene ravennati con i l significato di diocesi, o territorio di giurisdizione vescovile. Ora, invece, noi sappiamo che in linea di massima i notai della cancellerà arcivescovile di Ravenna per meglio identificare i fondi indicavano l'ambito territoriale civile (« territorio ») e la pieve di appartenenza (34). E ' pur vero che in origine i l territorio civile corrispondeva a quello ecclesiastico, ma in seguito non poche furono le discordanze fra ambito territoriale civile e quello diocesano. Questo vorrebbe in pratica dire che seppure la pieve di San Damiano continuava a fare parte della diocesi originaria (Sarsina) era sottoposta civilmente alla giurisdizione del Montefeltro. Ma anche ciò risulta abbastanza anomalo. Infatti è strano che mentre la pieve di San Damiano nel 1079 era ancora territorio civile del Montefeltro i l castello di Monte Sasso, che come abbiamo visto è poco lungi dalla pieve e che almeno dagli inizi del X V secolo fa parte del relativo pievato, nel 1039 venga restituito alla Chiesa sarsinate dal conte Ugo di Bertinoro « quia injuste temo » (35). Risulta pure strano che i l territorio di Colonnata, addirittura alla destra del Savio ed in origine feretrano, già nell'XI secolo sia possesso dei vescovi di Sarsina che invece non sarebbero riusciti ad estendere i l loro potere temporale su San Damiano situato alla sinistra del Savio e da secoli pieve primaria della loro diocesi. Alla luce di queste considerazioni sorge il dubbio che i l pievato di San Damiano pur appartenendo ad una sola diocesi (Sarsina) venne a fare parte di due diversi territori municipali cioè quello di Bobbio (alla sinistra del Savio)

<34) C . CURRADI, Pievi del territorio riminese nei documenti fino al Mille, con « Premessa » di M . MAZZOTTI, significato del termine « plehs », Rimini 1984, pp. 3 3 ss.; F . V . LOMBARDI, Le torri del Montefeltro e della Massa Trabaria, ed. Chigi, Rimini 198 L (35) F . ANTONINI, Belle Antichità di Sarsina e del trionfo e triclinio de'romani. Ristampato ed accresciuto di rilevanti notizie spettanti alla Storia, e privilegi della Chiesa di detta Città e d'una erudita Memoria del Sign. dott. Giuseppe Fantini sull'antica Sarsina e d'altri importanti monumenti, Faenza 1769, p. 277.

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e quello di Montefeltro (sulla destra). D'altra parte è risaputo che un pievato pur non potendo fare parte di più di una diocesi poteva fare parte di più ambiti territoriali civili (36). Rimanendo sempre nello stesso ambito territoriale basti ricordare l'esempio di Paderno che, pur venendo a fare parte dopo i l Mille del comitato di Bobbio, ecclesiasticamente continuava a fare parte della diocesi di Montefeltro, essendo incorporato nel pievato di Montegelh i l quale quindi, si estendeva in parte nel comitato di Montefeltro ed in parte in quello di Bobbio. Così dicesi pure per i l castello di Rontagnano che pur venendo a fare parte del comitato di Bobbio aveva una parte del territorio ancora in diocesi di Montefeltro, pievato di Montegelli (37). Leggendo in questa chiave le pergamene risulterebbe che i fondi concessi a livello avrebbero dovuto trovarsi alla destra del Savio. Soffermandoci sulla pergamena del 972, anche perché quella del 1079 indica alcuni toponimi già presenti nella pergamena più antica, gli unici citati sono i fondi Peritus e Calhianella in quanto la pergamena è in parte danneggiata. Questi fondi confinano con i l « rivo de Petra/ab alio l(atere) rivus p(er)currente in fluvium Sapis, et a tercio l(atere) rivus de Bruseto, atq(ue) a quarto l(atere) f » (38). I l fondo Peritus ovvero Pereto trova una corrispondenza con i l castra Pereti (39) ricordato in un documento del 1292 (40) assieme al

(36) A. VASINA, La Carta aggiornata delle pievi della provincia ecclesiastica ravennate. Aspetti e problemi, in « R a v e n n a t e n s i a » V I , Cesena 1977, p. 429, n. 20; ID., Possessi ecclesiastici ravennati nella pentapoli durante il medioevo, in « Studi Romagnoli », X V I I I (1967), pp. 333-367. Sì ricordi inoltre che in epoca romana anche il pago poteva fare parte di idue distinti municipi: cfr. F . V . LOMBARDI, L'antica pieve di S. Pietro in Messa, S. Leo 1979, passim, ed anche Remoti presupposti storici della Pieve di Sestino, in « La Pieve di Sestina Atti del convegno (Sestino 18-8-11979) »,; Riminì 1980, ed. Chigi, pp. 11-26. (37) Su questo argomento rinvio a un mio prossimo studio sulla storia del castello dì Rontagnano. (38) CURRADI,

Carte,

op.

cit.,

pp.

71-73.

(39) Nella pergamena del 1079 viene ricordato il locus

q.v.

Peritus


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castello di Piaja, località quest'ultima posta alla destra del Savio e che da secoli appartiene al pievato di San Damiano. Diversi cultori di storia locale vorrebbero però identificare i l castello suddetto con quello di Pereto nel Sant'Agatese (41). Ciò comunque va rifiutato in quanto lo stesso documento citato specifica che « Castra Piale, et Pereti posita sunt Saxenat. Dioeces. in Comitatu Bobii, a primo latere Castrorum et totarum Curiarum eorum Flumen Sapis a secundo Rivus Pondi, a tercio Rivus Musellae, a quarto latere Curia Montis Bosii ». I l rivus Pondi corrisponde al fondo Pondo, da non confondere con l'omonima località nel Sarsinate. Tale fondo era situato alla destra del Savio nei pressi di Paderno. Viene pure ricordato in una pergamena ravennate databile 898-904 (42) fra i confini dal fondo Paterno ovvero Paderno. I l rivus Musellae, da non confondere con i l toponimo di Musella di Mercato Saraceno, si trovava sempre sulla destra del Savio. I n un atto notarile del 4 febbraio 1407 (43) infatti leggesi che Giuliano del fu Giovanni di Paderno vendette a Santo fu Cenni di San Damiano un appezzamento di terra arativa nel territorio di Paderno nel luogo detto Campo del fiume vicino al fiume Savio ed al rivum Musselle. I l fondo Campo del fiume (44) viene ricordato ancora nella prima metà del secolo scorso posto nel territorio di Paderno fra i l Fosso detto Fontanelle e i l fosso Cadastra. Voglio qui ricordare che i l fondo Campo del Fiume almeno sino agh inizi del X V I I I secolo era di diretto domìnio (per 12 tornature) della pieve di San Damiano che lo cedeva a livello

ed anclie il rio de (40)

FANTUZZI,

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coll'ìnvestitura di cinque scudi « di 29 anni in 29 anni » e con il canone annuale di 20 baj (45). L a curia Montis Bosii corrisponde all'attuale Monte Boso di Montegelli, sempre sulla destra del Savio. Risulta quindi abbastanza chiaro che i l fondo Pereto si trovasse alla destra del Savio. I l fondo Calhianella o Calhanella trova un riscontro con i l fondo tuttora denominato Calbana, posto al confine fra Montegelli e Piaja, sempre ovviamente sulla destra del Savio. Agli inizi del secolo X V I I I tale fondo era ancora uno dei più estesi di Piaja, coprendo una superficie superiore alle 100 tornature, nonostante vari frazionamenti ed inglobazioni in altri fondi (46). Tutti questi elementi porterebbero quindi a convalidare la nostra ipotesi. S i consideri inoltre che fra i confini citati nella pergamena del 972 troviamo i l rivo de Petra che corrisponde al Rio Petra attuale della frazione di Santa Maria Riopetra (Sogliano al R . ) , che è un affluente di destra del Savio. Poi nella pergamena del 1079 fra i confini troviamo anche la corte de Usiano ovvero i l territorio di Montegelli. Ma a togliere ogni dubbio su ciò e a convalidare la nostra ipotesi sono due pergamene ravennati anteriori a quelle da noi esaminate. I n una pergamena del 949 (47) leggiamo che Orso scavino ed i l figho Elderico chiedono e poi ottengono in enfiteusi alcuni appezzamenti di terreno all'arcivescovo ravennate Pietro. T r a questi fondi figurano medietatem de fundo Perito et medietatem de fundo Calhanella. I n un'altra pergamena dell'anno seguente si legge che l'arcivescovo Pietro concesse in enfiteusi a Leo figlio del duca Orso e a sua moglie Odeltruda vari fondi tra cui l'altra m e t à del fondo Perito e del fondo Calhanella.

Perito. Mon.

Rav.,

op.

cit.,

voi.

V , pp.

377-384.

(41) F . M A N C I N I - W . V I C H I , Castelli, Rocche e Torri di Romagna, s.v. Pereto, Bologna 1959; A A . V V . , Rocche e Castelli di Romagna, voi. I l , s. v. Pereto piccolo, p. 353. (42) CURRADI, Carte, op. cit., p. 43.

(43) B U R C H I , Regesto del Notaio Sarsinate, op. cit., p. 69. (44) Cfr. Mappa di Paderno, catasto pontificio inizi X I X secolo. S ì veda anche il catasto di « Paderno Rubicone » del X I X secolo conservato presso l'archìvio dì Stato di Cesena (C. 12.246.).

(45) Estimo di Paderno rinovato l'anno del Signore 2704; ed anche Beni enfiteotici alla Pieve di San Damiano esistenti nel Quarto di Paderno in Catasto di Paderno (sec. X V I I I ) . Entrambi ì ms. sono conservati presso l'archivio di Stato di Cesena (C. 6.25. e C . 6.26.). (46) Catasto di Piala, manoscritto sec. X V I I I ed anche Estimo di Piala rinnovato l'Anno del Sig.e 1704. Entrambi i mss. sono conservati presso l'archivio di Stato dì Cesena ( C . 6.27. e C . 6.28.). (47)

CURRADI, Carte,

op.

cit.,

pp.

55-60.


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P.

SACCHINI

Dalla lettura dei confini risulta trattarsi dei medesimi fondi citati nella pergamena del 972, e risulta pure in maniera inequivocabile che si trovassero entrambi sulla destra. Quello che però è interessante notare è che tali fondi sono posti in territ(orio) Feretrano, plebe s(an)c(t)i Stephani q{ui) v{o)c{atur) in Muralo ovvero nel pievato di Montegelli. L a pergamena del 972 viene quindi ad essere i l primo documento che ci attesta r« intrusione » del pievato di San Damiano in territorio feretrano a scapito della pieve di Montegelli. Nei secoli successivi San Damiano con l'appoggio del vescovo di Sarsina, riuscirà non solo ad assorbire nella propria orbita semplici fondi ma interi territori come è i l caso di Piaja, Colonnata, parte di Rontagnano, ed anche di Monte Spelano e Sanzola, di cui m i occuperò in altre ricerche. D'altra parte c'è sempre stata una tendenza dei vescovi di Sarsina a dilatare la propria diocesi anche alla destra del Savio dando luogo a lunghe diatribe con i vescovi feretrani, le quali sì protrarranno per secoli e che alla fine vedranno prevalere i l vescovo-conte di Bobbio.


F R A N C E S C O V. L O M B A R D I

il castello di monte ghelfo: una perdita per l'archeologia medioevale


I n generale gli insediamenti castellani medioevali hanno avuto una importanza fondamentale per la storia della società umana, anche perché spesso le ubicazioni sono rimaste inalterate fino ai giorni nostri. Alcuni piccoli nuclei fortificati si sono trasformati in consistenti centri moderni; altri si trovano in progressivo degrado e spopolamento; altri ancora sono andati in rovina via via nel corso dei secoli precedenti. S u di essi v i è stato un continuo ed ininterrotto avvicendarsi di generazioni e generazioni, con l'inevitabile sovrapporsi delle strutture edilizie, per cui sul piano urbanistico ed archeologico è difficile — e talora impossibile — ricostruire le varie stratificazioni. Ma v i sono anche castelli medioevali che sono esistiti solo per pochi decenni o per pochi secoli: la loro riscoperta — in linea di principio — può risultare di fondamentale importanza sotto i l profilo della archeologia medioevale, perché su di essi non vi sono stati dei sovrainsediamenti umani e i loro resti sono rimasti ricoperti dalla terra e dalla vegetazione per centinaia di anni (1). Uno di questi castelli, fino a poco tempo fa, era Monte Ghelfo, nel comitato di Montefeltro. L a denominazione, di matrice politica nel quadro della storia medioevale, non poteva mancare di colpire l'attenzione di qualche studioso di vicende feretrane, anche se ai più tuttora il toponimo è del tutto sconosciuto. Scriveva, infatti, i l Franciosi

(1) Questi aspetti storici, indebitamente considerati minori, da qualche decennio sono in fase di crescente attenzione da parte degli studiosi di archeologia medioevale rurale. I n Inghilterra, fin dal 1953, esiste un


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nel 1924: « A poca distanza da Sasso Feltrio, dalla parte di ponente, trovasi i l così detto Monte Ghelfo oggi deserto e brullo, anticamente abitato si crede fin dall'epoca romana . . . Noi siamo però d'avviso che i pochi rottami che ancora si scorgono a fior di terra sul declivio di Monte Ghelfo non siano che avanzi di costruzioni medioevali, residui d'un luogo forte che dovette servire d'avamposto o dì vedetta alla vicina rocca e castello di Sasso F e l t r i o . . . » (2). Pochi anni dopo gli faceva eco i l Dominici: « Sta di fatto, dunque, che fra i l secolo X I I I e i l secolo X I V Sassofeltrio aveva una rocca fortissima con torre di vedetta — come fan fede ì ruderi anche sul limitrofo Monte Ghelfo . . . » (3). La precisa ubicazione del luogo venne additata a chi scrive dagli stessi abitanti di Sassofeltrio, agli inizi degli anni Settanta, con la testimonianza della effettiva esistenza di frammenti laterizi. Nella carta 1/25.000 dell'IGM, Monte Ghelfa (sic, per errore) sì trova a ovest di Sassofeltrio, sulla destra della attuale strada che si dirige verso Monte Licciano e al bivio per San Marino, a poche centinaia di metri dal confine con questa Repubblica.

gruppo dì Ricerca sui villaggi abbandonati (Deserted Medieval Village Research Group). Nella Provenza l'avvio all'indagine fu dato da Paul Canestrier (-|-1955). Cfr. Les anciens villages abandonnes du Compiè de Nice, IV/10, B i b l i o t h è q u e de Cessole-Musée Massena, Nizza. I n Italia i Gruppi dì Ricerca Liguri hanno trovato il loro punto d'incontro nel « Notiziario di Archeologia m e d i o e v a l e » (1971-1974). I l sorgere di altri centri regionali di ricerca ha stimolato la nascita della rivista specifica « Archeologìa Medioevale », che rappresenta il polo dì aggregazione delle iniziative in questo settore della cultura materiale, dell'insediamento e del territorio. L'avvento della stessa rivista era stato preceduto da un insieme di interventi sul tema « Archeologia e geografia del popolamento », in « Quaderni s t o r i c i » , 24 (1973), pp. 448 e ss., aprendo un campo ancora pressoché inesplorato. (2) P. FRANCIOSI, Rocche e castelli del Montefeltro, in « Rassegna Marchigiana », I I I (1924-25), pp. 111-112. (3) L . D O M I N I C I , Storia generale Montefeltrana, Lanciano 1931, p. 309. Cfr. anche la successiva derivazione di 0. T. LoccHi, La Provincia di Pesaro ed Urbino, Roma 1934, p. 740.

Dai tipi dell'Istituto Geografico militare (autorizzazione n. 2276 del 27-5-1985)


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F . V. LOMBARDI

IL

Ha la forma di un rilievo a conoide che raggiunge i 581 m. sul livello del mare. I l primo sopralluogo — cui ne seguirono molti altri negli anni seguenti — rivelò la tipica positura di un insediamento castellano. Sulla cima della collina si allungava un'area pianeggiante di forma ovoidale, disposta sull'allineamento nord-sud. L a distesa, i cui assi non superavano i metri 60x40, si presentava con piccole depressioni, ultimi indizi per la riscoperta del reticolo delle case. Rispetto alla convessità della collina si coglievano le direttrici, forse originariamente ortogonali, delle mura castellane, che ormai non sporgevano più rispetto alla curva del leggero pendio. I l terreno era segnato da qualche quercella sparsa e da una vegetazione arbustacea di pruni ed erbe selvatiche che crescevano nell'interno del recinto. Peraltro, in corrispondenza di una curva di livello inferiore, a circa 7-8 metri dal pianoro, si individuava (e in parte si individua ancora), una scarpata quasi rettilinea che dal lato sud-ovest si prolungava per quasi cento metri e di cui si scopriva un ideale prolungamento anche nel lato sud. Non furono fatti sondaggi per accertare la esistenza di una eventuale sottostante muraglia, ma si poteva distintamente intuire che questo camminamento era da attribuire all'opera dell'uomo. I l muro avrebbe potuto essere anche a secco, tenuto conto di innumerevoli blocchi di calcare alberese locale, non incrostati di calce, i quali erano rotolati nel campo sottostante e poi accantonati ai margini dagli agricoltori. I l percorso perimetrale consentiva anche di rendersi conto dell'ubicazione strategica del luogo. S i presentava un'orizzonte aperto per 360 gradi. Proprio di fronte, a ovest, si profilavano di sbieco le tre penne di San Marino; a nord la vallata del Marano e, all'orizzonte, i l mare Adriatico fra Rimini e le colline di Gabicce; più vicino, in basso, lo spalto gessoso di Sassofeltrio, su cui sorgeva prima la rocca malatestiana e poi quella di Federico da Montefeltro (4), con le basse case allineate del

(4) F . V. LOMBARDI, La rocca di Sassofeltrio,

San Leo 1976, p. 10.

CASTELLO D I MONTE

GHELFO

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borgo; a est la rocca di Montefiore, con tutta la vallata del basso Conca fimo a Monte Altavelio e, dietro, le colline dell'urbinate; a sud i l borgo murato di Monte Grimano e i rilievi dell'alto Conca fino al Monte Carpegna. Un simile esemplare di castello avrebbe rappresentato un terreno ideale per uno scientifico scavo archeologico di una tipologia medioevale castellana, allorché in un futuro, p i ù o meno lontano, la maturata sensibilità degli uomini e la maggiore disponibilità di mezzi finanziari avrebbero potuto consentire una simile operazione culturale, senza avere la presunzione di scoprire dei « tesori » o di trovare la soluzione carismatica dei tanti interrogativi sul fenomeno dell'incastellamento. Si pensava che fosse preferibile che le rovine di Monte Ghelfo continuassero a rimanere custodite sotto la terra. Inoltre, le ricerche erano rivolte al possibile reperimento di altre notizie, oltre a quell'unica già edita, ma poco conosciuta. Ma gli avvenimenti recenti hanno riservato a quest'area archeologica ben diversa sorte, cosicché ora non resta che fare una breve riesumazione storica. Innanzi tutto l'etimologia del nome di questo castello ne colloca l'origine in un periodo storico ben determinato. E ' ragionevole pensare che ciò fosse avvenuto dopo l'insorgere delle lotte fra guelfi e ghibellini in Italia, anche nel caso che i l toponimo fosse di radice onomastica, cioè che i l castello prendesse il nome dal suo fondatore (5). Ma le vicende storiche della zona possono ancor meglio inquadrare i l problema. Fino al 1228-32 tutto questo territorio a est di San Marino era sotto la dominazione dei conti di Car-

(5) Negli anni 1197 e 1198 a Rimini c'erano « Federicus Ghelfi » o « Kelfonis » e « Ugolinus Ghelfi ». L . TONINI, Della storia civile e sacra riminese, I I , Rimìni 1856, pp. 603, 606, 607. Nel 1216 fra i consiglieri di Rimini c'era « Ugolino de Guelfo », segno che l'onomastica era presente in zona. L . TONINI, Della storia..., voi. I H , Rimini 1862, p. 408. Dal suddetto personaggio ebbe origine il gentilizio « de Guelfis ». Cfr. il breve dì Innocenzo I V {11 gen. 1249) al conte Taddeo da Montefeltro, ed altri fra cui « Todino, Ranucio et Hugond filios quondam Ugolini de Guelfis ». Arch.


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F. V. LOMBARDI

pegna: Roma dei Coi"vi (sopra Valle S. Anastasio), Fiorentino, Torricella con le loro « curie » e con le altre famiglie {homines\ sui) stanziati nella corte di Sassofeltrio (6). Prima della metà del X I I I secolo i conti di Carpegna erano sicuramente fautori dell'imperatore e legati al ghibellino comune di Rimini, al pari di tante altre grandi e piccole signorie limitrofe, comprese quelle dei Montefeltro e dei Malatesta. Non è pensabile che i n tale epoca potesse sorgere nel Montefeltro un castello che aveva nel proprio nome l'insegna del guelfìsmo. Ma nel 1249 la situazione ebbe un capovolgimento di fronte. Un ramo dei conti di Carpegna, un ramo dei conti di Montefeltro e i Malatesta di Rimini abbandonarono i l partito imperiale e passarono sotto la protezione della Santa Sede (7). Tale operazione spezzò l a lunga egemonia del ghibellinismo nel Montefeltro e — non certo senza lotte — prese piede anche la fazione guelfa. I n questo contesto — salvo prove contrarie — si può ben collocare l'origine di Monte Guelfo, detto anche Monte Gelfo o Monte Ghelfo, fondato probabilmente proprio per la scissione di qualche comunità limitrofa. La documentazione della seconda metà del secolo X I I I , attualmente nota, non fa menzione di Monte Ghelfo, segno che la sua importanza demografica e socio-economica era alquanto l i mitata. L a notizia fondamentale riguarda proprio la sua distruzione che rientra in una importante azione militare dei primi

di Stato Roma, Arm. 1, Par. I , n. 13. Riprodotto da F . V. LOMBARDI, La contea di Carpegna, Urbania 1977, p. 5 6 bis. L a toponomastica, di analoga o di opposta matrice, è abbastanza riscontrabile: basti pensare a Castelguelfo di Parma o — al contrario — a Castelghibellino nella zona di Jesi. Cfr. A . C H E R U B I N I , Il sistema plebano della Vallesina, in « Nelle Marche centrali » a c. di S. A N S E L M I , I , Jesi 1979, p. 402 e p. 424 nota 48. (6) LOMBARDI, La c o n t e a p . 48.

(7) F . G. BATTAGLINI, Memorie istoriche di Rimino e de' suoi Signori, Bologna 1789, p. 168. Cfr. il breve di Innocenzo I V citato a nota precedente. Cfr. anche Arch. segr. Vat., Schedario Garampi, Indice 6 8 1 , c. 124. T O N I N I , Della storia...,

I l i , pp. 92-93.

TL CASTELLO DI MONTE GHELFO

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decenni del X I V secolo. I l 23 febbraio 1321 Americo di Castel Lucio, Rettore di Romagna per l a Chiesa, informava i l Camerlengo del Papa in Avignone sulle tensioni e sulle lotte continue che opponevano sanguinosamente guelfi e ghibellini di Toscana, Marche e Romagna (8). I l 3 marzo successivo Federico da Montefeltro, capo del partito imperiale, con gli aretini, i pisani, i lucchesi, gli osimani, con Uberto Malatesta di Giaggiolo e Paoluccio della Faggiola occupava con violenza i castelU di Cerasolo, Montescudo e Monte Ghelfo (9). La distruzione di quest'ultimo castello non era solo un obiettivo strategico, ma aveva anche un valore simbolico per tutto i l ghibellinismo dell'Itaha centrale e costituiva un monito per tutto i l partito guelfo, con risonanze fino alla curia papale di Avignone. Infatti, proprio da una lettera di papa Giovanni X X I I del 22 aprile si ricavano i crudeli particolari di questa azione: « . . . sunt violenter ingressi, et illa depopulantes hostiliter, diversa castra, loca, villas, et domos ipsorum ignis cremarunt incendio, nonnullos Ecclesie predicte fideles in captivitatem nequiter adduxerunt, quos retinent captivos; alios bonis omnibus spoliarunt, et quam pluribus crudeliter in ore gladio trucidatis, eis dampna gravia et atroces injurias intulerunt, alios enormes excessus et scelera detestanda, que longum esset

(8) TONINI, Della storia..., I V , Rimini nella Signoria de' Malatesti, Appendice di documenti. Rimini 1880, n. 16, pp. 4 3 4 4 : « quia Ghibellini castrorum Ecclesie et ahi pervigdlant affectanter circa .occupationem castrorum proditoriam vel furtivam: Gueilfi etiam circa idem ab affectu simili nequeunt -contineri licei propter partialitatis animum magis infectum in has vehementias timeam G h i b e l l i n o s . . . ». (9) Annales Caesenates, in R.I.S., t. X I V , Mediolani 1729, col. 1329 (a. 1321): « S u b dicto Millesimo die Martis tertia Martii, Comes Fredericus de Monte Feretro, Comes Ubertus de Glazolo, Paolucius de la Fazola, Dominus Lupatius, et Andreas de Osmo, cum magna comitiva equitum armatorum de Luca, Pisis et Aretio numero octingentorum m i l ì t u m et peditum, equitavit apud civitatem Arimini, Castrum Cirisoli per vim occupando, Castrum Montis Scudeli, et Castrum Montis Gelfi ».


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F. V. LOMBARDI

enarrare . . . » (10). Dopo tale distruzione, non è dato sapere se Monte Ghelfo fosse ricostruito nei tempi immediatamente seguenti e se tornasse ad essere abitato. Sta di fatto che nel 1352, un tal Minuzolo del fLi Sabbatino, già da Monte Ghelfo, si era ormai definitivamente sistemato nella non lontana corte di Càsole, che faceva parte del Comune di San Marino (11). E ' da ritenere che anche gli altri superstiti si sparpagliarono nei castelli vicini di Sassofeltrio, Monte Licciano, Montegiardino. Certamente, comunque. Monte Ghelfo non figura più nella « Descriptio » del Montefeltro, fatta nel 1371 per ordine del Card. Anglico Grimoard, dove pure venne censita anche la non lontana « villa » di Meleto (Montegrimano) (12), che aveva solo 4 famiglie censuali. Né compaiono abitanti di Monte Ghelfo nel lungo processo tenutosi nel 1388 fra i possidenti di Sasso Feltrio, Monte Licciano e Montegrimano (13) per ruberie di cose e razzie di bestiame. Né altra memoria compare nei secoli seguenti. Dunque è da ritenere che Monte Ghelfo sia stato effettivamente abbandonato dopo la sua distruzione del 1321, rimanendo sepolto sotto le sue macerie fino ai tempi recenti. Si ha qui uno di quei rari casi, in cui l'abbandono di un agglomerato per distruzione dovuta ad azioni militari non è

(10) TONINI, Della storia..IV, app., n. 18, p. 50. (11) Arch. di Stato San Marino, Istrumenti, b. 184, d. 51. Cfr. A. D E G L I ABBATI O L I V I E R I , Indice di tutte le Pergamene esistenti nell'Archivio Segreto della Repubblica di San Marino, cominciato il 25 agosto 1749, ed. a c di C. B U S C A R I N I , in « Liceo Ginnasio statale e scuola media unificata », X I (1979/80), n. CCV, p. 263. (12) G. B . MARINI, Saggio di ragioni della città di San Leo detta già Montefeltro, Pesaro 1758, p. 276. (13) Biblioteca OXiverìana Pesaro, Ms. 376/IV, c. 57. Dal « R e g i s t r o delle pergamene che si conservano neHArchivio della Rocca di Pesaro dal Serenissimo Sig."^ Duca d'Urbino, Signore di Pesaro etc. » (irreperibile). 3388, nov. 16. Atto di concordia e di pace fatte tra il Conte Antonio da Montefeltro e Carlo e Pandolfo di Galeotto Malatesta di Rimini. Nessun accenno di ruderi o di fabbricati risulta dal CATASTO P O N T I F I C I O , L / 4 , Quadro Sassofeltrio, fol. V, Arch. di Stato Pesaro (12 die. 1814).

I L CASTELLO D I MONTE

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momentaneo, ma definitivo. L a motivazione specifica p u ò essere ricercata in cause intrinseche di inabitabilità, o scarsità di moventi alla ricostruzione (mancanza di sorgenti vicine, particolare ventosità del sito, preferenza per l'ospitalità in nuclei abitati vicini, dai quali si potevano raggiungere agevolmente le campagne di originaria proprietà etc.) (14). L a natura geologica del terreno, al contrario della limitrofa zona di argille e spuntoni gessosi di Sassofeltrio, è reppresentata dalla più orientale lingua della grande colata gravitativa del Monte Carpegna, costituita per lo più da pietra di calcare alberese del periodo eocenico. Questo tipo di pietra si trova in strati pressoché superficiali, sezionata in blocchi cubici di piccole dimensioni. Pur essendo poco adatta alla costruzione, è fuor di dubbio che proprio questa pietra — presente in situ — rappresentò i l materiale prevalente con cui furono costruite mura e case. Ecco perché in tutta l'area si trovano i resti di pochi frammenti di mattoni, ma un rilevante numero di pezzi di coppi. Questi laterizi, sulla base dei reperti finora esaminati presentano varie forme di composizione e di cottura. S i passa da un composto granuloso, di colore scuro per sovracottura, ad un impasto di colore pagliato giallastro, con piccole particelle più chiare di matrice gessosa, ad un amalgama più combinato, tipico del colore mattone. Questo fatto non deve necessariamente far pensare a tempi molto differenziati delle costruzioni, ma solo a diversità di materiale di impasto e di combustione. Gli altri reperti fittili in frammenti appartengono a recipienti di uso comune e di non grandi dimensioni. All'indagine superficiale non si sono presentate tracce di ceramica, ma solo un reperto di lama ferrosa ormai sfaldata in scaglie e frantumi.

(14) Per la rarità del caso cfr. C . K L A P I S C H e J . DAY, Villages désertes et histoire economique (XI-XVIII siede), Paris 1965. C . KLAPISCH-ZUBER, Villaggi abbandonati ed emigrazioni interne, in « Storia d'Italia », voi. V, Torino 1973, p. 324. R. B u s s i , Popolamento e villaggi abbandonati in Italia tra Medioevo ed età moderna, Firenze 1980.


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F.

V. LOMBARDI

Salvo prove contrarie, si poteva presumere che fino al 1980 tale area fosse rimasta pressoché incontaminata dai tempi della sua distruzione. Ma proprio in tale periodo le ruspe che da varie decine d'anni lavoravano alle cave dei vicini rilievi del crinale fra i bacini idrografici del Conca e del Marano, intaccarono anche Monte Ghelfo, per fare degli assaggi sulla consistenza del sottostante filone breccioso. E così la copertura erbosa fu asportata e lo strato di « humus » fu completamente raso e depositato tutt'intorno, lungo i pendii della collina, unitamente alle pietre e ai frammenti di laterizi. F u scavata una fossa longitudinale nella parte centrale, poi tutto fu lasciato in abbandono (15). Nello stesso tempo fu asportato un monolito in arenaria lavorato a forma di lunetta di portale, già utilizzato — chiaramente in modo improprio — come volta in un chiusino del vecchio acquedotto, lungo la strada provinciale, proprio sotto Monte Ghelfo. Data la lontananza da altri centri abitati, è ragionevole pensare che i l pezzo provenisse dalla soprastante area cosparsa di antiche rovine. Non è certo pensabile che i moderni vandali abbiano trovato « tesori », anche perché questi piccoli insediamenti castellani erano di una povertà estrema. Inoltre Monte Ghelfo doveva essere di ridotte dimensioni urbanistiche e quindi di limitata densità demografica. Non bisogna dimenticare che nel X I V secolo erano qualificati come castelli anche gli agglomerati fortificati con pochi abitanti. Nella zona circonvicina, ad esempio, fra Conca e Ma-

(15) Analoga sorte — e non si sa per quale causa — era capitata pochi anni prima all'isolato e non lontano dosso su cui sorgeva il duecentesco castello di Roma dei Corvi o Roma Corbara, situato fra Valle S. Anastasio e iVIonte Grimano. Per la localizzazione cfr. L . DONATI, Il Monte Titano e il suo Santo, San Marino 1957, p. 12, nota. Nello stesso modo era stato sconvolto il rialzo su cui anticamente sorgeva il castello di Torricella, che fu dei conti di Carpegna e che p a s s ò a San Marino nel 1463. S i denota nella zona una vera e propria mania di livellare le aree archeologiche medioevali con mezzi meccanici.

IL

CASTELLO D I MONTE

GHELFO

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rano, Montecolombo aveva 17 famiglie censuali, Rivo Petroso 6, Marazzano 10, Onferno 20, Faetano 18 (16), Fiorentino 20, Fossa 17, Monte Altavelio 25 (17). Dal terreno sconvolto dallo scavo meccanico si è potuto rinvenire solo frammenti di ossa umane: i l fatto fa pensare che forse ancora i l luogo delle sepolture non è stato intaccato: e questa ubicazione potrebbe rivelarci la posizione della chiesa castellana. Nell'Appennino, fra Romagna, Marche, Toscana e Umbria, vi sono ancora i ruderi semisepolti di decine e decine di antichi castelli medioevali abbandonati o distrutti da secoli. Dopo quanto è stato esposto in questa testimonianza c'è da augurarsi che essi, con l'avvento dei mezzi meccanici, non subiscano nuove ed inutili devastazioni ad opera dell'uomo moderno, come è capitato purtroppo a Monte Ghelfo. Comunque, per prevenire ogni operazione abusiva e per conservare almeno la memoria di questo reticolo castellano è necessario un programma articolato e completo di schedatura dei luoghi abbandonati, sulla base delle testimonianze bibliografiche e d'archivio, nonché sulla diretta ricognizione del terreno, con relazioni scritte, con documentazione grafica, fotografica, area etc. (18). Solo così si potrà creare uno strumento di reale operatività per gli organi centrali e periferici preposti alla vigilanza, alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio culturale e ambientale.

(16) TONINI, Della storia...,

I V , app. n. 158, pp. 290-91.

(17) M A R I N I , Saggio...,

11, p. 276 e ss.

app.

(18) Da oltre un decennio l'autore di questo saggio sostiene la necessità del supporto dell'archeologia postclasslca nello studio degli insediamenti castellani altomedioevali e medioevali del Montefeltro. F . V . LOMBARDI, Ricerche su Castum Glocii, in « Studi Montefeltrani », I (1971), pp. 25 e ss. I D E M , « Crustumium a quo oppidum ». Note storiche sul fiume e sul castello di Conca, in « Natura e cultura nella valle del Conca », R i mini 1982, p. 156. I D E M , La pieve di S. Pietro in Culto. Nota storica per una ricerca archeologica, in « L e Pievi nelle Marche », Fano 1978, pp. 174-183.


ALESSANDRO

MARCHI

croce dipinta di pietracuta


Su una tavola di pioppo (cm. 148x110) sagomata alla maniera dugentesca è dipinto a tempera i l Crocifìsso fra le figure di S. Giovanni e dell'Addolorata — nei terminali dei bracci — ed i l Redentore col libro della Sapienza nella cimasa. La tradizione orale tramanda quale sua originaria collocazione la chiesa di San Giovanni in Langhirano al Castello di Pietracuta (1). Agli inizi del XIX secolo da qui la tavola venne asportata ed installata sull'altare laterale sinistro della Chiesa di San Domenico al Monte di Pietracuta (2). Dopo le vicissitudini seguite ad un tentativo di alienazione la Croce è ora conservata nel Museo Diocesano del Montefeltro in Pennabilli. La storia critica del dipinto, sfuggito all'elencazione del Serra che nella stessa Chiesa segnalava la tavola firmata da Catarino veneziano ed una lunetta con l'Eterno Padre attri-

(*) Questo studio riprende, con qualche aggiunta ed integrazione, la scheda compilata per la mia dissertazione di laurea (Il Museo Diocesano del Montefeltro in Pennabilli, discussa presso l'Università degli Studi di Farenze nell'Anno Accademico 1981/82); ho tentato qui di definire una prima traccia d'indagine e qualche proposta su questo dipinto così problematico e tutto sommato piuttosto sconosciuto.

(1) Questa chiesa fu edificata nell'alto Medioevo ed era situata sotto le mura della rocca di Pietracuta di fronte alla Parrocchiale e poi Pieve dei S S . Pietro ©d Angelo. Dipendeva direttamente dai Canonici di San Giovanni in Laterano e viene menzionata negli Atti delle Visite Apostoliche del X V I I secolo. Si trattava di un edificio di modeste dimensioni, a pianta rettangolare provvisto di una pìccola abside dove era collocata la Croce. Agli inizi del nostro secolo la chiesa franò: come unico superstite è rimasto un muro maestro da cui se ne deduce l'orientamento ad est. (2) A. MARCHI, Il Convento di San Domenico al Monte di Pietracuta, in « Studi Montefeltrani » n. 9, San Leo 1982, pp. 67-75. Davanti al Crocefisso venne posta mia tela ottocentesca con la raffigurazione delle Anime del Purgatorio, nel centro della quale è praticata un'apertura a croce che permette una visione parziale della tavola sottostante.


A.

MARCHI

Crocifisso di Pietracuta - Maestro riminese-marchigiano (prima m e t à del secolo X I V ) Foto A. Marchi.

LA CROCE DIPINTA D I PIETRACUTA

Crocifìsso di Pietracuta - Maestro riminese-marchigiano (prima m e t à del secolo X I V ) particolari - Foto A. Marchi.

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LA

MARCHI

buita a Claudio Ridolfi (3), ebbe inizio solamente nel 1962. In quell'anno venne infatti compilata la scheda della Soprintendenza alle Gallerie delle Marche, che inseriva la Croce tra quelle prodotte dalla scuola pittorica riminese del XIV secolo: « Pittore riminese della seconda metà del XIV; l'ignoto autore di questa pregevole opera di scuola riminese, da collocarsi agli inizi della seconda metà del XIV secolo partendo da presupposti, piuttosto remoti, di Giuliano da Rimini e dalla conoscenza del Maestro dell'Incoronazione di Urbino, sembra aver accolto, in territorio marchigiano, i sentori seneseggianti dai quali traspaiono vaghi ricordi di Simone Martini ». Tre anni dopo i l Volpe, nella sua complessiva monografia sulla pittura riminese del '300, mentre tratta del Maestro di Verucchìo inserisce alcuni cenni sulla Croce di Pietracuta in una nota: « Ancora un legamento assai allentato con questo aspetto della cultura riminese, e in particolare con l'autore del Crocifisso di Verucchio, si manifesta nel crocifisso che ora si conserva nel Seminario di Pennabilli (Pesaro), che sembra il prodotto di un modesto artista marchigiano attratto da simili modelli riminesi forse intorno alla metà del secolo ». In appendice al suo volume il Volpe pubblica una brutta fotografia della tavola (Tav. 334) ascrivendola ad « Anonimo riminesemarchigiano » (4). Sia la definizione del Volpe che quella del compilatore della scheda della Soprintendenza propongono come autore della tavola un ignoto pittore riminese proveniente dal territorio marchigiano. Espliciti, anche se discutibili, sono poi gh agganci proposti nella scheda con Giuliano e col Maestro dell'Incoronazione urbinate. Nonché suggestiva e non priva di un qualche fondamento è la vicinanza prospettata fra la nostra croce e la

(3) L . SERRA, Elenco delle opere

d'arte mobili delle Marche,

in « Ras-

segna Marchigiana », n. 10-12, 1924-25, p. 4 0 1 .

(4) C . VOLPE, La pittura riminese del Trecento, Milano 1965, p. 59. A questo testo si rimanda per una completa bibliografia ante 1965 della scuola riminese.

CROCE DIPINTA D I PIETRACUTA

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cultura figurativa senese, i « vaghi ricordi di Simone Martini » singolarmente sottolineati dal preziosismo della decorazione pittorica della tavola. Si tratta certamente di un'opera qualitativamente elevata. La sua lettura, nonostante la materia pittorica sia in più punti deturpata nella sua consistenza originaria, dà adito a numerose considerazioni. I l corpo del Martire, costruito in una plastica decisa e volumetrica, scolpito quasi come un antico marmo, è assorto nella mistica serenità del sonno ultimo della morte, serenità che si trasmette ed attenua i l commosso dolore delle figure laterali le quali attendono con calma fiduciosa i l momento della resurrezione. I l ricco fondo dorato della croce è vivacemente decorato in rosso e nero a motivi geometrici a simulazione di un ricco tessuto. Singolarmente questo drappo serico, ispirato alle coeve stoffe ispano-moresche, non pende dietro la Croce direttamente dai bracci laterali ma più in basso, in corrispondenza dell'intersecarsi della tavola orizzontale del supporto con quella verticale. Un po' come avviene nella Croce di Giovanni da Rimini a Mercatello dove si sovverte l'uso dei riminesi che con quello sfondo impostano prospetticamente, per piani sovrapposti, la rappresentazione realistica della Crocifissione. Qui come a Mercatello il drappo è impiegato come puro inserto decorativo. Allo stesso modo i l sangue che sgorga copioso dalle ferite del Cristo aumenta paradossalmente la bellezza della decorazione. Uno dei vertici poetico-stilistici del dipinto è costituito dal velatissimo perizoma, con quelle sue pieghe cadenzate che ritmano la calcolata armonia poetica della composizione; esso è impreziosito di ricami geometrici che ritroviamo, nell'ambito della pittura riminese, solo nella drammatica Croce di Santarcangelo di Romagna attribuita al Maestro del Refettorio di Pomposa e in un codice di Neri da Rimini della Biblioteca Vaticana con ben differente soluzione. Singolare è poi la corona di spine posta sul capo del Cristo, che così disegnata ad intrecci regolari ritroviamo nella croce /dell'Art Museum della Princeton University attribuita dalla


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Tambini al Maestro di San Pietro in Sylvis (5); la corona di spine è altrimenti presente fra i riminesi in una croce conservata al Metropolitan Museum di New York e nella Crocifissione della cuspide centrale del Polittico della Pinacoteca Comunale di Faenza (6). Questo particolare si evidenzia come un accento gotico desunto dalla cultura figurativa toscana, così come i l San Giovanni che non rivolge la testa al Cristo ma ne distoglie lo sguardo in un drammatico voltarsi verso l'infinito. Altri aspetti ci riportano invece nell'area riminese che grazie anche agli studi del compianto Dottor Corbara dobbiamo ritenere più ampia ed eterogenea di quanto si è creduto sino ad ora (7). Ad esempio la dipendenza dal superbo capolavoro Malatestiano: la positura del corpo di Gesù sulla croce del nostro dipinto pare quasi ritagliata sulla base di questo illustre capostipite; le membra si piegano formando angoli di eguale misura e così i l ratrappirsi delle dita delle mani inchiodate al legno con una medesima contrazione. Altre corrispondenze formali intercorrono fra il nostro anonimo e Giovani da Rimini: instaurando un paragone fra la croce pietracutese e quella di Mercatello riscontriamo lo stesso modo di disegnare la massa dei capelli ed i l busto longilineo, quindi anche l'iconografia dell'Addolorata con le mani così rigidamente intrecciate, e quella del Redentore nella cimasa così ieraticamente arcaico. Con insistenza altri aspetti formali rimembrano i l Maestro di San Pietro in Sylvis: la Crocifissione intensissima di Bagna-

(5) A . T A M B I N I , Una croce riminese, in « Paragone », A . X X X , n. 357, novembre 1979, pp. 41-47. (6) A . T A M B I N I , Pittura dall'Alto Medioevo al Tardo Gotico nel territorio di Faenza e Forlì, Comune di Faenza 198,2, pp. 81-84. I l polittico è indicato quale opera di autore riminese 1330-40 c.ca. (7) A . CORBARA, Studi sulla pittura riminese del trecento, a cura di Pier Giorgio Pasini, in « Rassegna arte e storia », A . I V , n. 12, settembre-dicembre 1984, pp. 5-93. E d anche: Considerazioni su due crocifissi riminesi..., in « I Benedettini nella Massa Trabaria », Sansepolcro 1982, pp. 171-175.

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cavallo e le monumentali croci di Urbino (Galleria Nazionale) e di Princeton (più sopra rammentata). Con la prima la nostra croce condivide la morfologia: quell'arcata sopraccigliare quasi a tutto sesto, lo sfumato tenero delle tinte come il biondo dei capelli, la « tenerissima trasparenza di luce » ed anche « il bacino accarezzato da luci morbide come fosse un antico avorio » (8). Altri aspetti e discordanze, come certe vivaci pulsazioni espressionistiche del colore, allontanano l'opera dai riminesi 'canonici', e collimano con quel predicato: 'marchigiano', che il Volpe fa seguire a riminese. Così quel gusto decorativo coloristico esemplato nella profusione di rossi squillanti ed anche le già ricordate citazioni toscane, senesi e non . . . A tutt'oggi non è ancora possibile dare una paternità certa a quest'opera, si può comunque tentare una datazione abbastanza sicura. Secondo il parere di chi scrive l'opera non può superare di molto il primo ventennio del secolo, se non altro per le stesse argomentazioni prodotte dal Volpe in merito al Crocifisso trasognante di Giovanni da Rimini della Chiesa di San Lorenzo a Talamello: «-esso non può toccare ad una data posteriore al 1310-15, non fosse che per chiare ragioni di carpenteria, se infatti vi figurano ancora i tabelloni rettangolari e persino la riquadratura posta all'altezza dei piedi del martire per inquadrare meglio l'appoggio, secondo i l modulo duecentesco che, come si deve notare, Giotto rispettava ancora nei crocifissi di Santa Maria Novella e di San Felice, e che abolisce soltanto dal crocifisso riminese in avanti. » (9), I l formato (odierno) della tavola di Talamello è abbastanza simile a quello della nostra anzi in quest'ultima è ancora più arcaico, prettamente dugentesco, (Cfr. il larghissimo braccio orizzontale) anche se non è da trascurare che la tavola pietracutese ha subito quasi sicuramente delle alterazioni nelle sue dimensioni (ritagli nei tabelloni laterali e nella cimasa). A ciò si aggiunge la decora-

la)

A. T A M B I N I ,

Una

(9)

C. V O L P E , op.

cit.,

croce..., p.

17.

cit., p. 43.


A.

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MARCHI

zione del nimbo del Cristo a cui si adatta sorprendentemente un'altra argomentazione del Volpe, questa volta affermata riguardo la Croce di Mercatello in parallelo con quella Goudstikker del Museo Arcivescovile di Utrecht: « Con la Croce di Mercatello, per contro, la Croce Goudstikker condivide una particolarità che rinforza le ragioni che ci inducono a riferirle tutte insieme ad un'epoca che va dal 1310 al 1320 circa. La crocetta di cui si fregia il nimbo del Cristo ha il suo centro spostato più in alto rispetto al centro del disco, e inoltre la braccia della stessa crocetta, anziché secondo i l reclinarsi del capo del Martire, sono mantenute rigidamente in asse con quelle della Croce: segni eloquenti di una arcaicità che del resto i l modo della decorazione delle due crocette conferma ad oltranza. » (10). Il nimbo del nostro crocifisso presenta le stesse caratteristiche di queste croci. La stessa impostazione stilistica così vicina a quella dei crocifissi di Giovanni da Rimini e del Maestro di San Pietro in Sylvis, tutti collocati nel primo ventennio del '300, conferma la datazione proposta. Concludendo proporrei come autore di questa tavola, racconciata primieramente alla maniera dugentesca e dipinta nella figura del Cristo e nel disegno più sommario delle figure laterali nel primo ventennio del trecento, un anonimo 'Maestro riminesemarchigiano'. Cioè un 'Maestro' di provenienza sicuramente marchigiana, provvisto di qualche esperienza toscana, che si rivela riminese nel comporre meditando o forse più semplicemente imitando (ma non direi certo pedissequamente) i modi di Giovanni e del Maestro di S. Pietro in Sylvis. I l risultato è quest'opera compiuta forse anche in momenti diversi, cronologicalmente successivi, senza dubbio anche recentemente ridipinta in qualche parte (grossolanamente ad esempio nell'ascella sinistra) (11), umbratile ed affascinante, anche dopo queste pagine, enigmatica ed irrisolta. Senza dubbio uno dei

(10)

C . V O L P E , op.

cit.,

p.

17.

(11) Come si rileva in maniera piuttosto evidente anche dalla crettatura.

LA CROCE DIPINTA DI PIETRACUTA

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vertici che la pittura del '300 ha lasciato nel Montefeltro, che attende al più presto di essere fatta oggetto di un accurato intervento conservativo e di restauro, per essere pronta ad ulteriori indagini critiche.


BARBARA ANSELMI

territorio di san leo e macerata feltria nel codice vaticano 4434 del 1626


Alla carta 105 del Codice Barberinìano Latino 4434, conservato alla Biblioteca Vaticana, più noto come « Stati, domimi, città, terre e castella dei Serenissimi Duchi e Prencipi della Rovere tratti dal naturale da Francesco Mingucci da Pesaro »,

del pesarese Francesco Mingucci, datato 1626, si trova la veduta panoramica in acquarello dì Macerata Feltria (1). Essa presenta la città distesa su un acclive alla cui base scorre un affluente del Foglia. I I disegno appare forse di tono minore rispetto alle altre carte che compongono la raccolta, quasi affrettato anche se di qualche suggestione proprio per l'atmosfera vagamente rarefatta che lo caratterizza, per il cielo minaccioso, per la strana luminosità che avvolge i l tutto. Anche qui, accanto al gusto per il particolare delle figure che animano la « scena », si impone l'interesse per i l paesaggio rurale, dalla coltivazione di pianura a quella collinare. L a « rosa » dei venti (tramontana, greco, levante, scirocco, ostro, libeccio, ponente, maestro), sempre inserita dallautore alla base di ogni veduta, indica nord-tramontana, e ciò consente di individuare l'esatta posizione del punto di vista del disegnatore. Questa carta è preceduta da quella del Territorio di San Leo e Macerata [c. 101] che disegna geograficamente i l territorio, indicando 90 toponimi, 47 per San Leo e 43 per Macerata. Di questi, poi, solo 9 entreranno a far parte dei disegni della raccolta: San Leo [c. 99], Maiolo [c. 102], Billi-Penna [c. 103], Monte Copiole [c. 104], Macerata [c. 105], Monte Cerignone

(1) C m . 50x40 (44x34). I l primo dato riguarda la dimensione carta, il secomdo quella ddll'acquarello.

della


Biblioteca Oliveriana Pesaro, Ms. 381, I V , c. 76 v. Due acquerelli finora inediti di Francesco Mingucci.

Biblioteca Vaticana Roma, Codice BarberinĂŹano Latino 4434, c. 101 Territorio di San Leo e Macerata Feltria.


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B.

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[c. 106], Mongrimano [c. 107], Sant'Agata [c. 108], Poggio de Berni [c. 109]. Alla carta 100, entro una duplice cornice si leggono 12 righe, scritte con inchiostro nero-seppia, sulla origine di San Leo e sulla sua storia. Questi luoghi risultano essere quasi tutti già inseriti, nel XIV secolo, nelle giurisdizioni di Macerata e San Leo (2). Gli altri toponimi indicati nel territorio di San Leo e Macerata sono: Maiuolata v., Piaggie v., Monfragogna, Tausano, San Francesco, Pietra, Pietracuta, Montemaggio, Mongiardino, Badia, Valle, Monte Luciano, Sasso, Gesso, Mercato v.. Meleto V., Mondetassi, Torfagiola, Castellina, Cassecc.io v., Ripalto, Talamella. Piano di Cas.io, Mondeltasso, Valdeteuro, Chiarignano, Largofosco, Santa Croce, Certalto, Sanatello, Poggio v., Castel Delce, Fraghet.a, Palazzo v., Pietrabr.a, Schiavolino, Pozzale v., Rocca, Petrella, Trinità, Torricella, Liberano, Capanna v., Sìchiano, Tornano, Massa, Stregura, Trebba v., Talamella, Montìcello, Pietra, Luso, Monte Itiff., Monte Santa Maria, Pietrarubbia, Certalto, Montagano, Lunano, Cavoleto, Vigliano, Frontino, Sasso di Simon.lo, Zoocolanti, Berione v., Carpegna, Castellacela, Monte Boaggine, Billi v., Macciano, Scavolino, Soana, Antico, Spronilboe, Monte Aguto, Valdormia, Comenio v., Begno v., Magnone V . , Stregara, Palazzo di Carp.a, Campo, Serravalle. La lettera 'v' indicata accanto al toponimo sta a significare che si tratta di « villa di produzione ». I l codice 4434 è un volume di grande formato, rilegato in pelle (cm. 56x42), con fregi dorati sul piatto di copertina e lo stemma della famiglia Barberini (le tre api su tutto il campo e le chiavi decussate di Santa Romana Chiesa), al centro. Seguono 142 carte tra frontespizio, pagine dedicatorie, illustra-

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tive e acquarelli. I l lavoro è dedicato a Urbano V I I I (Barberini) ed è datato 2 Aprile 1626. Non è ancora noto se sia il prodotto di una commissione precisa da parte del Pontefice o se sia l'omaggio di un pittore attento all'evoluzione politica del Ducato di Urbino, nel tentativo, forse, di ingraziarsi il nuovo potere ed entrare a far parte della cerchia di artisti spesso segnalati da cardinali a facoltosi privati, che creavano così reti dì committenza e possibilità maggiori di lavoro. Ma che un rapporto professionale con la famiglia Barberini (in particolare con la persona del Cardinale Francesco (3), nipote di Urbano V i l i ) sia esistito sembra possibile affermarlo, dal momento che a questi Mingucci dedicherà altri lavori (4). Questo codice descrive i l territorio roveresco da Gabicce al Montefeltro, a Gubbio, a Senigallia, proprio negli anni nei quali la mancanza di una successione maschile a Francesco Maria I I poneva le basi per la restituzione del Ducato (mediatesubiecto) alla Santa Sede, cosa che puntualmente avvenne, come si sa, con la morte dell'ultimo Duca nel 1631. E ' quindi possibile ipotizzare che l'idea del Mingucci di dedicare alla famiglia Barberini la raccolta delle « Città, Castelli e Terre del Ducato », cominciata forse con altra destinazione, sia derivata dalla certezza che il Ducato sarebbe tra breve ricaduto sotto la diretta sovranità della Chiesa (5). Ma, sulla base delle ricerche condotte, sembra possibile affermare anche che il lavoro del Mingucci sia nato direttamente con l'intenzione di farne una raccolta di luoghi come « ricognizione » delle terre

(3) Incaricato di seguire gli affari del Ducato e nominato poi il 2 1 Febbraio 1633 Legato alla Santa Sede nella Legazione di Urbino, P. G A U CHAT, Hierarchia Catholica, Medii et Recentissimi Aevi, Padova, 1976, I V , 1592-1667.

(2) A . THEINER, Descriptio Marchiae, in Codex diplomaticus domini temporalis Sanstae Sedis, 3 voli., Roma 1862, I I (1355-1389), p. 340; Descriptio Romandiolae, in Codex, cit., ìbid., pp. 502-504. Per San Leo, Maiolo, Monte Copiolo, Macerata si danno interessanti descrizioni (posiaionì e strade) con il numero dei fuochi o fumanti.

(4) Si tratta di due volumi raffiguranti: 1. Fiori diversi coloriti dal naturale, 2. Uccelli diversi coloriti dal naturale da Francesco Mingucci da Pesaro, entrambi conservati nella Biblioteca Vaticana, fondo Barberini. (5) G . VACCAI, Francesco Mingucci, pittore pesarese e i tre Codici della Biblioteca Vaticana, in « R a s s e g n a Marchigiana», I , 1922-23, p. 453.


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del Ducato, del territorio nel quale si sarebbe, forse, potuto combattere (la Devoluzione alla Santa Sede non avvenne senza qualche rischio). Se si leggono e si guardano contemporaneamente il Discorso sopra lo Stato di Urbino (6) e il Codice del

Mingucci, coevi, non può non emergere l'impressione della complementarietà dei documenti, indipendentemente dalle ragioni ufficiali per le quali vennero elaborati. Alla descrizione delle possibilità effettive di difesa delle singole piazze militari e delle città dello Stato, singolarmente illustrate, corrisponde la puntuale illustrazione di tutti i centri del dominio roveresco, incluso un ponte e le ville di piacere, attorno a Pesaro, che, se da un lato dovevano esprimere la floridezza artistica e culturale del Pesarese, dall'altro potevano essere punti di riferimento precisi nel caso di operazioni militari dal mare, visto che Roma possedeva direttamente Ancona, Fano, Riminì. In questo senso sembrano di qualche interesse le precise descrizioni cartografiche dei territori pertinenti alle singole città roveresche e, per le vignette di alcune città e paesi, le indicazioni delle località vicine, sia interne, sia esterne al Ducato, segnate con precisa grafia ed abbozzate nelle aree circostanti. Si può aggiungere che le tavole dei territori urbani e delle loro dipendenze (Pesaro, Urbino, Gubbio, Sinigaglia, Cagli, Fossombrone. San Leo e Macerata, Vicariato di Mondavio, Casteldurante, Massa Trabaria) sono le più precise per collocazione di strade, fiumi, centri urbani e ville, tra quante ne risultano per lo Stato in questione. Esse contengono altresì, più toponimi di altri cartogrammi dell'epoca (7). Queste carte non sono in contrasto con le vedute ad acquarello, perché esse costituiscono il riferimento oggettivo dei luoghi ovviamente indicati per simboli nelle carte.

(6) P. M A Z I O (a cura). Discorso sopra lo Stato di Urbino alla Santità di N. S. Papa Urbano Vili, Roma 1858. (7) A. BRANCATI, / Castelli di Gabicce e Dintorni attraverso gli acquarelli di Fancesco Mingucci (sec. XVII), Banca Popolare Pesarese, 1981.

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L'attenta lettura della carta generale dello Stato, da Gubbio al mare, come quella dei territori interni, in parallelo con le vedute (8), non può non indurre a questa osservazione: i l codice mingucciano, al dì là della dedicatoria, è un documento geografico-militare, come per questo periodo ne esistono altri (9). L'orientamento delle carte e delle vedute corrisponde alla esigenza pratica che segna la transizione tra la cartografia precedente i l Cinquecento e quella moderna, che solo dal Settecento orienterà sempre e rigorosamente la direzione nord nella parte alta del foglio (10). « Documento geografico-militare », si è detto, e infatti molte sono le opere coeve, che muovono in questa direzione. Del resto, la figura del geografo, o meglio del « cartografo del re », diffusasi nelle corti nei secoli moderni, risponde proprio ad esigenze di linguaggio convenzionale e simbolico in funzione di una formalizzazione scientifica del sapere geografico e cartografico, che si riassumerà nel nome di Mercatore e nella sua formazione matematica. Nel caso della nostra raccolta di vedute panoramiche, la carta generale del Ducato (in due esemplari, quasi uguali posti all'inizio e alla fine del volume), quelle sub-regionali e infine le vedute dei luoghi rafiìgurati, si accompagnano sempre, per i centri di maggiore importanza, alle carte descrittive, poste tra la veduta del centro cui si fa riferimento, e la carta del territorio. Tali descrizioni a penna, forniscono ulteriori elementi di conoscenza. Si tratta di particolari della distribuzione urbana (circuito delle mura, strade, chiese, fontane e altri edifici), della geografia del luogo (fiumi, canali, rivi e coste), curiosità

(8) Si tratta, infatti, di rappresentazioni il p i ù possibile oggettive, a differenza dei paesaggi ned quali, come è noto, la soggettivazione è spesso prevailente sul dato obiettivo. (9) AA.VV., Città da scoprire. Guida ai Centri Minori, 3 voli., I , Italia Settentrionale, Milano, T . C . I . , 1983, pp. 66, 68, 76, 98, 110. (10) Per l'orientazione delle carte si veda M. Q U A I N I , L'Italia dei cartografi, in Storia d'Italia Einaudi, V I , Atlante, Torino 1976.


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circa i l carattere degli « habitatori » o su alcuni personaggi illustri. Non mancano, accanto alle note di tipo storico, anche quelle di tipo economico (industrie, agricoltura, commercio) e ambientale (salubrità dell'aria). Sempre sono indicati ì luoghi fortificati e murati. Un procedimento analogo, alcuni decenni prima, era stato seguito nella Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti (11), certamente la « miglior sintesi cinquecentesca della geografi.a descrittiva o corografia umanistica, [. . . ] che come tale concede largo spazio alle disgressioni storico-antiquarie » nelle molte pagine dedicate allo Stato di Urbino (12). Forse punto di riferimento più immediato per i l Mingucci, potrebbe essere stato i l lavoro di Piccolpasso intitolato Le pian-

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Essi possono rappresentare una specie di « prova », una bozza per fissare quello che sarebbe stato lo schema compositivo degli acquarelli: la collina, Talbero-festone, la rosa dei venti per l'orientamento, i l paese raffigurato sempre un po' in lontananza (15).

te et i ritratti delle città et terre dell'Umbria sottoposti al go-

verno di Perugia, lavoro che contiene in sé anche un trattato! sulla prospettiva, e indicazioni e suggerimenti per chiunque volesse intraprendere operazioni simili alla sua (13). Su Francesco Mingucci artista, a tutt'oggi non si sa molto, le notizie circa la sua persona e la sua attività si limitano a pochi cenni (14). Le opere datate o rintracciabili sono pochissime e di altre non si ha traccia. Nel corso di accurate ricerche è stato possibile rintracciare questi due schizzi ad inchiostro nero-seppia, certamente di mano del Mingucci, del tutto inediti, riferiti a studi per l'album barberinìano.

(11) L . A L B E R T I , Descrittione di tutta l'Italia nella quale si contiene il sito di essa, l'origine et le Signorie delle Città, dei Castelli con i nomi antichi e moderni, i Costumi dei Popoli e le condizioni de i Paesi, Vene-* zia 1581. (12) M . Q U A I N I , L'Italia dei cartografi, in Storia d'Italia Einaudi, voi. V I (Atlante), Torino 1976, p. 14. (13) G. C E C C H I N I (a cura). Le piante et i ritratti delle città et terre dell'Umbria sottoposti al governo di Perugia di Cipriano Piccolpasso, Roma 1963. (14) B . A N S E L M I , Francesco Mingucci, pittore e cartografo pesarese (secolo XVII), tesi di laurea discussa neM'a.a. 1982-83, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Urbino, relatore prof. P. Zampetti.

c.

(15) Biblioteca Oliveriana Pesaro, Ms. 381, Memorie 76v.

di Pesaro, I V ,


MARCO

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ponti sul fiume marecchia a s. maria maddalena


Avremmo potuto iniziare queste pagine riproponendo alla attenzione del lettore le interessanti scoperte fatte da Luigi Dominici sui presunti « resti di due ponti romani gettati attraverso i l Marecchia presso i l ponte di S. Maria Maddalena » (1), ma i risultati delle nostre ripetute ricognizioni nel breve tratto del fiume dove quei resti avrebbero potuto trovarsi e l'attento esame di ciò che i l fiume ancora conserva ci hanno portato a conclusioni che non concordano con l'assunto del Dominici. Gli avanzi di due ponti crollati c'erano all'epoca in cui egli scrisse e ci sono ancora oggi, anche se i l fiume ne ha nel frattempo portato via una parte, ma si tratta di reperti di datazione assai più recente. E ' da escludersi anche che i l Dominici possa aver visto ruderi che non sono giunti fino a noi, perché divelti e trasportati chissà dove dalla corrente del fiume, dato che alcuni anziani abitanti del luogo (2) ci hanno assicurato che in nessun'altra parte del fiume esistevano al tempo della loro gioventù resti di ponti crollati se non nei luoghi dove ancor oggi è possibile vederne le tracce. Dei due ponti, i l più antico è quello che si trovava più a monte, dove i l fiume comincia a essere ingombro di grossi massi rocciosi. D i esso rimane a testimoniare la passata esistenza i l rudere di un pilone di sostegno a base circolare (raggio m. 1,60) costruito sulla sommità di un masso di grandi dimensioni. Esso è costituito di pietrame calcareo di cava lo-

( 1 ) L . D O M I N I C I , Storia generale montefeltrana, Lanciano 1931, p. 35. (2) Citiamo per tutti, e ringraziamo, il sig. Serafini Michele di Ponte S. Maria Miadidalena.


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cale gettato alla rinfusa in bagno di calce e sabbia circondato da poche grosse pietre di fiume appena sbozzate. Sullo stesso masso su cui è saldato i l troncone del pilone e su altri massi che si trovano nel letto del fiume, in linea con i l primo, esistono delle cavità quadrangolari che erano sicuramente i l recetto delle estremità di grosse travi. L'ipotesi più probabile della loro funzione è che esse facessero parte dell'armatura del ponte durante la sua costruzione o in un momento in cui esso era diventato pericolante. Non si esclude comunque che i fori possano essere stati praticati per servire un qualche altro ponte che in epoca più remota sorgesse nello stesso luogo. I l secondo ponte, del quale rimangono oggi due lembi della fiancata o della fascia esterna di un pilone (costituiti anch'essi di pietre di fiume sbozzate) adagiati sull'argine destro del fiume e, sulla parte alta dell'argine stesso, alcuni mattoni della testata, ma che anni addietro era individuabile anche per la presenza dei resti del pilone mediano, si trovava al di fuori di quell'intrico di rocce che caratterizza i l fiume dove gli argini sono più stretti. Esso era dotato di due archi sostenuti da tre grossi piloni (dotati di platea), di cui due addossati agli argini del fiume ed i l terzo collocato nel mezzo del suo alveo. Un tavolato costituiva la carreggiata del ponte (3), che doveva essere lungo all'incirca una settantina di metri. I l ponte più antico fu edificato nei primi decenni della seconda m e t à del Cinquecento, mentre quello di più recente costruzione fu portato a termine precisamente alla fine d'agosto del 1830. Entrambe le datazioni troveranno riscontro nel prosieguo di queste pagine. L'aver affermato che i resti visti dal Dominici non appartenevano a ponti romani non esclude che in quel tratto del

(3) A R C H I V I O D I S T A T O D I P E S A R O (d'ora in avanti A.S.P.), Tit. X I V , Acque e Strade, b. 85, 1828, lettera n. 1310, datata da Pesaro il 9 agosto 1828, del sotto ispettore del Corpo degli Ingegneri Pontifici al delegato apostolico di Urbino e Pesaro; I D E M , b. 170, 1845, lettera n. 17 del 16 gennaio 1844. Un pilastro in calcestruzzo, di relativamente recente co-

(Dai

tipi dell'Istituto Geografico Militare. Autorizzazione n. 2276 in data 27.5.1985. Carta 1:25.000, q. San Marino).


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fiume non possa esserci stato un ponte anche in epoca romana. E ' infatti noto che lungo la valle del Marecchia si snodava un lungo tratto dell'importante Via Ariminensis, la strada romana che collegava Rimini con l'alta valle del Tevere, e di ponti che attraversavano i l fiume ce ne dovettero probabilmente essere p i ù di uno. Quello dì S. Maria Maddalena era indubbiamente uno dei pochi punti del Marecchia in cui poteva più facilmente costruirsi un ponte per essere gli argini assai vicini e di natura rocciosa, e forse i romani ve lo costruirono davvero. Nessuno però p u ò affermarlo non essendovi testimonianze che lo comprovino. Se nulla sappiamo sull'esistenza di ponti romani sul fiume Marecchia, all'infuori del riminese ponte di Tiberio, altrettanto disinformati siamo per l'età medievale, per la quale supposizioni degne di una qualche fede possono farsi soltanto a partire dal secolo X I I L Nel 1228, infatti, la strada del Marecchia risulta essere sotto i l controllo di Rimini, e i riminesi che andavano a commerciare con i centri dell'entroterra e a stipulare accordi con Città di Castello (4) non si sarebbero avventurati in quelle imprese se la strada non fosse stata agibile anche dove si rendeva necessario l'attraversamento del fiume, che, in mancanza di ponti, nella stagione invernale era tutt'altro che facile guadare. Altra data da ricordare è i l 1371, quando cioè fu fatta per ordine del cardinale Anglico la descrizione della Romagna (5). Da essa si rileva, infatti, come alcuni Castelli si trovassero « supra flumen Maricule, et stratam qua itur versus Tusciam », come Pietracuta, Secchiano e Talamello, o nei pressi della stessa strada, come Maiolo e Montebello.

struzione, avente la funzione di supporto di un tubo metallico con scala graduata per misurare il livello dell'acqua alta, p u ò aiutare l'osservatore a individuare facilmente rubicazione dei due ruderi e, quindi, del ponte in questione. (4) M . A. B E R T I N I - A POTITO, La viabilità in vai Marecchia, Rimini 1984, p. 12. (5) A. T H E I N E R , Codex diplomaticus domimi temporalìis S. Sedis, I I , Romae 1862, pp. 503-504.

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Essendo questi Castelli ubicati alcuni a destra altri a sinistra del fiume, e premesso che la strada per la Toscana, più volte citata nella descrizione, dovette sicuramente essere una importante via di comunicazione, vien spontaneo pensare che in quell'epoca di ponti attraverso i l Marecchia con ogni probabilità ve ne furono, costruiti preferibilmente dove le situazioni erano più favorevoli. I l buio più assoluto ci accompagna ancora per un paio di secoli, fino a quando cioè Guidubaldo I I Della Rovere, duca d'Urbino, si rese interprete presso i sammarinesi delle istanze che gli pervenivano dalle Comunità del Montefeltro per la costruzione di « un Ponte ad un luoco nomato S. Maria Maddalena sotto Secchiano» (6). Purtroppo la lettera che i l duca feltresco indirizzò ai capitani di S. Marino, portando la data inequivocabile del 7 febbraio 1533, non ci consente di collocare esattamente nel tempo la presa di siffatta iniziativa poiché Guidubaldo successe al padre soltanto nel 1538. L a lettera, anche se mal datata, è tuttavia per noi assai importante perché c'informa che verosimilmente verso la metà del Cinquecento un ponte a S. Maria Maddalena non c'era ancora, o non c'era più. Assai preziosa risulta essere a questo punto della trattazione una informazione dello Zucchi Travagli (7). Da essa infatti apprendiamo che « n e l Parlamento [feretrano] delU 11 ottobre 1598, convocato davanti del sig. Minio, fu trattato di rifare a spese della Provincia i l ponte detto di S. Maria Madda-

(6) A R C H I V I O P U B B L I C O D E L L A R E P . D I SAN M A R I N O , Carteggio alla Reggenza, b. 91, lettera del 7 febbraio 1533. Cfr. anche C. MALAGOLA; LArchivio Governativo della Repubblica di S. Marino, Bologna 1891, p. 149, nota 3. I l Malagola aveva sbrigativamente affermato che « il ponte sulla Marecchia, presso S. Maria Maddalena fu costruito nel 1533 dal duca Guidubaldo, con sussìdio, a quanto sembra, dei sammarinesi e di altri interessati » ed aveva citato come fonti alcuni documenti che, ad eccezione della lettera del 7 febbraio 1533, non hanno alcuna pertinenza con l'oggetto in questione. (Sii ringrazia il direttore dell'Archivio Pubblico di San Marino, prof. Cristoforo Buscarini, per la cortese segnalazione). (7) A. M. Zucciu TRAVAGLI, Raccolto islorico ovvero Annali del Montefeltro, t. V , c. 275/a, ms. in Archivio Comunale di Pennabilli.


RestĂŹ del ponte del 1830.

L a freccia ĂŹndica il punto del fiume ove era gettato il ponte ottocentesco.


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lena nel territorio di Uffogliano; furono talmente divisi i pareri de' deputati della Comunità che pochi furono per l'affirmativa convenendosi soltanto ms. Fabiano Mastini della Penna, ms. Rinaldo Doccia di Pietracuta, Monte Fotogno, Secchiano, Montegello, Savignano [di Rigo], Monte Petra, Massa, Maiolo. Tutti gli altri luoghi furono dimenticati ». Evidentemente i l ponte di cui si discusse, e per l a cui ricostruzione non si trovò l'accordo cercato, avrebbe dovuto rimpiazzare quello costruito anni addietro per interessamento del duca d'Urbino e crollato non più di tre anni prima della data di quel consesso. E ' del 5 novembre 1595, infatti, un altro « Parlamento », riunitosi pure in S. Leo dal quale si apprende che « la Provincia era solita mantenere i l Ponte sulla Marecchia, detto di S. Maria Maddalena » (8), L a frattura che venne a crearsi nell'adunanza parlamentare dell'I 1 ottobre 1598 ebbe una conseguenza che i convenuti non potevano immaginare. Da un manoscritto del Dindi, parroco di Petrella Guidi a l tempo di Napoleone, recentemente pubblicato da M. A. Bertini e A. Potito (9), privo di data, m a verosimilmente del 1809, apprendiamo infatti che i l ponte di S. Maria Maddalena durante gli oltre due secoli trascorsi dal suo crollo « non [ f u ] più ristaurato ». I l parroco di Petrella riferisce anche come ai suoi tempi fossero visibili, a testimoniare l'antica esistenza, « le basi di suo costrutto » (10). Prestando fede a quanto scrisse i l Dindi, da quel lontano scorcio del secolo X V I a S. Maria Maddalena non esistette più alcun ponte su cui transitare, con sicuro danno per i traffici commerciali e notevole disagio per tutti coloro che necessitando di attraversare i l fiume dovevano farlo a guado. E ' notevole rilevare che, nonostante non v i fosse p i ù i l

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(9) M . A . B E R T I N I - A .

POTITO, op. cit., p. 47.

(10) Veniamo informati che i l troncone di un secondo pilone, che ora p i ù non esiste, era ben visibile nei pressi dell'argine sinistro del fiume trenta o quaranta anni fa.

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ponte da così lungo tempo, « in questo Vicariato [ d i Pietracuta] così si legge in un manoscritto della Biblioteca Oliveriana di Pesaro del 1759 (11) — esige la Camera [Apostolica] dai Passeggeri un pedagio per mantenimento di un Ponte a l sito di S, Maria Madd.^ sulla Marecchia. L a Gabella si paga, ma i l Ponte non è p i ù con grave detrimento del Commercio interiore della Provincia ». Tale gabella, esatta i n Pietracuta, la si dovette pagare fino a quando, nel 1797, l a Repubblica Cisalpina si sostituì allo Stato della Chiesa nel governo della regione (12). Durante i l lungo periodo menzionato di progetti e petizioni per la ricostruzione del ponte sicuramente non ne mancarono. Noi però siamo informati soltanto della domanda presentata alla Camera Apostolica da un certo Olei di S. Leo, o Pietra Maura, che, presumibilmente pochi anni prima della invasione francese, intendeva ricostruire i l ponte di S. Maria Maddalena « al più mite prezzo di mattoni, o di pietre quadre di Travertino, dolcissimo allo scalpello, e calcinabile, ma resistente ai geli, ed all'ingiurie d e l l ' a n t i c h i t à . . . Ma l a Reverenda Camera non annuì a queste utili, necessarie, e cotanto agevolate proposizioni » (13). '-^ / Nel 1809, i n seguito a decreto napoleonico per realizzare una strada che congiungesse Rimini a Firenze (14), u n progetto per l a costruzione dì un ponte a S. Maria Maddalena fu presentato alle autorità competenti dall'ing. Gianluca Baffoni (15). Esso prevedeva l a costruzione di un ponte in mattoni, cementati con calce, dotato di tre archi e quattro piloni, frontalmente piramidali, di cui due addossati agli argini, atti, questi ultimi,

(11

(8) A . M . ZuccHi TRAVAGLI, op. cit., c. 272/a, anno 1595.

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B I B L I O T E C A O L I V E R I A N A D I P E S A R O , ms. 447, fase. I I I , c. 132,

Ragguaglio della Legazione detta volgarmente d'Urbino e suo Governo del dottor Anton Maria Zucchi presentata a Monsignor Branciforte eletto Precidente (1759). (12) M . A . B E R T I N I - A .

Id., p. 7 3 . (14) Id., p. 8 9 . ( 1 5 ) Id., pp. 7 4 e 7 5 . (13)

POTITO,

ibidem.


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« a fendere la corrente dell'Acqua in modo che ripartitamente l'introduce negli Archi senza danno del Fabbricato ». I muri laterali erano obliqui « per condurre l'acqua regolarmente senza danno nelle due Teste ». Punti di sostegno agli argini erano, da un lato, degli « scogli di natura assai forte m a di una base non, molto sicura per cui occorre darci una stabilità artificiale », e, dall'altro lato, « altri scogli che presentano maggior stabilità de' primi, ma che pure richiederebbero molte avvertenze ». Nell'alveo del fiume, infine, « i l Lavoro per le Colonne del Ponte » poteva adattarsi presso altri scogli della stessa natura « che presentano maggiore stabilità de' primi, ma che pure richiederebbero molte avvertenze ». I l ponte avrebbe dovuto essere costruito proprio a ridosso del mulino di Uffogliano, ora Ristorante del Mulino, dove la larghezza del fiume non superava le otto canne feretrane (metri lineari 17,84) (16), ma non lo fu neppure questa volta poiché un decreto imperiale del 23 aprile 1810, stabilendo che la strada per Firenze avrebbe dovuto avere come capolinea adriatico la città di Fano, faceva perdere ogni interesse per i l ripristino della disastrata strada del Marecchia e dirottava nel contempo gli stanziamenti previsti verso la valle del Metauro per la risistemazione dell'antica Via Flaminia (17). Da due documenti, anch'essi pubblicati da M. A. Bertini e A. Potito (18), veniamo a conoscenza che nel 1819 e nel 1826 di ponti sul Marecchia, entro i confini del Montefeltro, non ce n'erano affatto. Non solo, ma che la strada del Marecchia finiva praticamente a Verucchio e riprendeva, dopo circa venti miglia di un percorso pressoché impraticabile, ai confini con la Toscana (19).

(16) Abbiamo considerato la lunghezza della canna feretrana uguale a quella romana (m. 2,23). Per questa corrispondenza cfr. A. POTITO, Il Feudo dei conti Segni di Bologna, Rimini 1975, p. 120, (17)

M . A. B E R T I N I - A .

POTITO, op.

cit.,

p.

16.

Id., pp. 9 2 e 93. (19) L a strada provinciale del Marecchia fu costruita fra il 1842 e il 1848. Cfr. O . F . TENCAIOLI, La pieve di S. Pietro in Culto, Roma 1947, p. 28. (18)

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Nel 1826 la decisione di costruire un ponte a S. Maria Maddalena era già stata presa, ma l'asta indetta per la concessione dell'appalto per due volte non a p p r o d ò a nulla di fatto poiché le « offerte » che furono presentate per la costruzione del ponte erano state considerate dal Tribunale del Buon Governo della provincia di Urbino e Pesaro troppo onerose e, per conseguenza, rifiutate (20). Dietro i l sollecito di presentare altre « offerte » si giunse nell'aprile del 1828 alla concessione dell'appalto al sig. Giovanni Rivali di Fano (21). Questi dette immediatamente inizio ai lavori che, ostacolati dalle piene invernali del fiume, si protrassero per più di due anni (22). E ' infatti del 26 agosto 1830 la lettera con cui i l sotto ispettore del CorpO' degli Ingegneri Pontifici comunica al delegato apostolico che « i lavori del nuovo ponte sulla Marecchia sono presso al loro termine, e da qui a qualche giorno potranno transitarvi anche i carri » (23). I l tanto sospirato ponte di S. Maria Maddalena era stato finalmente costruito! Nel 1834 i l naturalista pesarese Vito Procaccini Ricci, di ritorno da una escursione nel Montefeltro, scrisse che i l fiume Marecchia «non è mai poverissimo di acque, e quando s'ingrosr sa, rassembra pocomenché un picciol seno di mare, ed ha una correntia rapidissima che non conosce ripari » (24). Non si direbbe, a guardarlo oggi, che chi descrisse con così forti tinte

(20) A.S.P., Fondo Delegazione Apostolica, Bandi e Notificazioni, registro 14, 1826, nn. 72 e 117, Notificazioni del delegato apostolico della provincia di Urbino e Pesaro del 9 maggio e del 6 giugno 1826. L e somme richieste dagli « offerenti » erano davvero alte superando i 6295 scudi nella prima asta e i 5993 nella seconda. (21) A.S.P., Tit. X I V , Acque e Strade, b. 85, fase. 6, lettera n. 742 del 1° maggio 1828. (22) Ibidem: Lettera n. 1310 del 9 agosto 1828, lettera n. 1497 del 17 settembre 1828, lettera n. 1743 del 31 ottobre 1828, lettera n. 1917 del 2 9 novembre 1828. Vedi anche le lettere del 5 dicembre 1829 (b.92) e del 2 8 giugno 1830 (b. 107). Tutte le missive sono indirizzate al delegato apostolico dal sotto ispettore del Corpo degli Ingegneri Pontifici. (23) Ibidem, b. 107, lettera n. 1386. (24) V. PROCACCINI R I C C I , Osservazioni geognostiche da Monteluro nel


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BATTISTELLI

il placido Marecchia si riferisse davvero a questo fiume, anche se l'ampiezza del suo alveo, per lunghi tratti, induce a pensare che nei tempi passati esso dovesse talvolta assumere proporzioni ragguardevoli ed una forza d'urto, specie nelle strettoie, di incalcolabile intensità. Nel 1834 i l fiume veniva attraversato a guado nei pressi di S. Maria Maddalena. I l ponte che collegava le due sponde non aveva infatti resistito all'urto impetuoso di una tremenda fiumana ed era stato irrimediabilmente distrutto. L e fonti che ci hanno tramandato la notizia precisano che la sua costruzione era stata portata a termine poco prima del crollo (25). Mentre i pochi resti che è possibile scorgere sull'argine destro del fiume, di cui abbiamo già avuto modo di parlare, ci hanno consentito di localizzare con esattezza l'ubicazione del ponte crollato, i documenti che p i ù volte fanno riferimento ad esso (26) non ci hanno invece tramandato la data precisa dell'avvenimento che, a nostro avviso, va comunque ricercata nel settembre del 1830.

Pesarese a Perticaja, in « Esercitazioni dell'Accademia Agraria di Pesaro », a. I V , sem. I I , Pesaro 1834, p. 82. (25) Ibidem e A.S.P., Tit. V I , Finanza, fase. 15, 1839, Miniere, lettera del 5 dicembre 1839 di Carlo Gamberini, della Segreteria di Stato, al cardinale legato di Urbino e Pesaro. I n seguito alla distruzione del ponte anche il guado era diventato assai più disagevole di quanto non lo fosse prima. Infatti i resti di un pilone di sostegno emergenti nel mezzo del fiume, opponendo resistenza all'acqua, provocavano il formarsi di buche assai pericolose. Cfr. l a lettera del 2 9 dicembre 1839 di M. Micard, direttore delle miniere di zolfo del Montefeltro, al cardinale Riarào Sforza, in A.S.P., Tit. V I , cit. (26) Cfr., oltre a quelli già citati, alcuni documenti conservati all'A.S.P. (Tit. X I V , Acque e Strade), costituiti precisamente da lettere inviate al delegato apostolico di Urbino e Pesaro: dell'll novembre 1830, dal perito Abbondio Angelini (b. 107, fase. 6 ) ; del 2 0 novembre 1830, dal cardinale Dandini {ibidem); dell'I aprile 1832, dal sotto ispettore del Corpo degli Ingegneri Pontifici (b. 113, fase. 6 ) ; del 1 6 gennaio 1844, dallo stesso (b. 170, fase. 6 ) ; del 2 7 maggio 1845, dall'ing. provinciale del Riparto Montana {ibidem).

I

PONTI S U L F I U M E

MARECCHIA

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I l 14 settembre 1839 i l cardinale legato della provincia di Urbino e Pesaro, Tommaso Riario Sforza, inviava alla Segreterìa di Stato per l'approvazione i l progetto per la costruzione di « un ponte di ferro pel fiume Marecchia in vicinanza di quello di materiale rovinato non appena costrutto » (27). I l progetto era della società Cisterni-Picard, conduttrice delle miniere di zolfo del Montefeltro (28), le cui spedizioni del metalloide nella città di Rimini avrebbero beneficiato notevolmente dalla costruzione del ponte. Un nuovo genere di costruzione qual era, per lo Stato Pontifìcio, quello di un ponte in ferro richiedeva l'approvazione della p i ù alta autorità. I l progetto giunse quindi nelle mani del pontefice, i l quale ordinò che i l cardinale legato prendesse informazioni sulla « solidità del masso nell'alveo del fiume Marecchia » e facesse completare i l progetto che, « giusta i rilievi del Consiglio d'Arte, si ravvisa tuttora imperfetto » (29), Non sappiamo se l'autorizzazione alla fine fu data, sta comunque di fatto che la società Cisterni-Picard, fallita nell'agosto del 1841, non mise mai mano alla costruzione del ponte (30). Un accenno al ponte crollato, e a nessun altro ponte che l'avesse rimpiazzato, lo troviamo in una breve descrizione di quei luoghi fatta nel 1845 dal conte Marco Ginanni Fantuzzi (31). Egli così si esprimeva: « Giunti ai mulini [di Uffogliano e Monte Fotogno], vicin de' quali venne costrutto un ponte che non resse all'impeto delle straordinarie correnti, si osservano dei massi calcarei in confusione disposti, che presentano all'occhio un bel grottesco ».

(27) A..S.P., Tit. V I , cit., lettera (28) M. B A T T I S T E L L I , Le miniere Montefeltrani », I I I , S. Leo 1975, p. (29) A.S.P., Tit. V I , cit., lettera (30)

M. B A T T I S T E L L I ,

del 5 dicembre 1839. di zolfo del Santagatese, 50. citata.

in « Studi

ibidem.

(31) M. G I N A N N I F A N T U Z Z I , Dimostrazione di sincero rallegramento che all'ottima Donzella Maria de' Conti Zinanni vien data dal Conte Cavalier Marco Ginanni Fantuzzi nell'occasione che va sposa all'egregio giovane Giovanbattista Crollalanza a Fermo, Forlì 1845, p. 7.


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M. BATTISTELLI

Dai documenti dell'A.S.P. che hanno per argomento i ponti della provincia di Urbino e Pesaro risulta che fino al 1860 nessun altro ponte fu costruito a S. Maria Maddalena (32). L'attuale ponte è infatti del 1870, ma del manufatto originario fanno parte solo i grossi piloni, le fiancate e le testate, oltre ai quattro elementi ornamentali che sì possono osservare alle estremità dei due parapetti (anch'esse originali). Gli archi e l a carreggiata sono stati invece ricostruiti fra i l 1944 e i l 1945, essendo andati distrutti quelli del 1870 ad opera di guastatori dell'esercito tedesco durante l'ultimo conflitto mondiale (33).

INDICE

5

25

G I U L I A N A G A R D E L L I , Di una pietra e della sua attributiva dalla preistoria all'età preromanica, S. Leo (montefeltro) CURRADO C U R R A D I ,

Annotazioni

sui documenti

transizione il caso di

feretrani

del

secolo X 47

P I E R L U I G I SACCHINI,

Tra feretrano e sarsinate: Santi Cosma e Damiano (Mercato Saraceno)

65

FRANCESCO V . L O M B A R D I , / /

perdita 79

ALESSANDRO M A R C H I ,

91

BARBARA A N S E L M I , / /

103

Castello di monte Ghelfo: medioevale

La croce dipinta

di

una

Pietracuta

territorio di San Leo e Macerata Feltria nel codice vaticano 4434 del 1626

MARCO B A T T I S T E L L I , I ponti sul fiume Marecchia

ria

(32) Vedi in A.S.P., Tit. X I V , Acque e Strade, le buste contenenti i fascicoli 6, per gli anni dal 1831 al 1860. (33) Le notizie sulla costruzione e sul restauro post-bellico di questo ponte ci sono pervenute da informazioni orali.

per l'Archeologia

la pieve dei

Maddalena.

a S. Ma-

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Studi montefeltrani, n. 11 - 1984  

INDICE: Giuliana Gardelli, Di una pietra e della sua transizione attributiva dalla preistoria all’età preromanica, il caso di San Leo (Mont...

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