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Campo de’ fiori

SOMMARIO Editoriale: Il germoglio sotto la neve.........................3 Intervista: Francesca Nunzi.......................................5 Collezionismo: Le immaginette sacre-tra devozione e collezionismo.........................................6 Suonare Suonare: Mamma, mi compri una chitarra?..............8 Curriculum vitae: Flavia Lorenzetti.....................................10 Contributo alla comprensione del “secondo” Battisti...............................11 Roma che se n’è andata: Piazza del popolo 23 Nov.1825................12 Cinema News: Madagascar 2.........................................14 L’antica Via Cassia..............................15 Ecologia e ambiente: La crisi e l’ambiente................................16 Come eravamo: Giano Soli, tra osterie e poesie................17

Bambini bielorussi a Civita Castellana.................................18 1959-2009 Macelleria Filippetti ........19 Una “Fabrica” di ricordi: Un calzolaio musicista.............................20 Comunicati stampa ............................22 Ceral: L’elaborazione del lutto...........................23 Le guide di Campo de’ fiori: Otricoli ..................................................24 Nostalgica Roma ................................25 I Girasoli: ............................................26 Gli scatenatissimi mini-biker..............27 Ass. Artistica IVNA: Mauro Testa...........................................28 Ordine sfilata carnevale civitonico ....30 Il Fumetto: Elias il maledetto....................................31 La chiesa di San Clemente a Civita Castellana ................................32 La rubrica dei perchè..........................33 Le storie di Max:

I Pooh....................................................34 Vita Cittadina .....................................35 Il mondo del Jazz: Il Jazz di New YorkLa Harlem Nera......................................36 Decima rassegna di canto corale ......37 A Sabinata...........................................38 100 anni fa..........................................40 L’angolo dell’avvocato: Rignano Flaminio verso il processo...........41 L’angolo del Bon Ton: I posti a tavola.......................................42 Cristina Morelli, un maestro “unico”..43 Nel cuore ............................................44 Bilanci e progetti della proloco .........45 Dove la vita si nasconde alla morte ..46 Messaggi...........................48-49-50-51-52 I nostri amici ......................................53 Album dei ricordi.........54-55-56-57-58-59 Annunci Gratuiti ............................60-61 Oroscopo..............................................62 Selezione Offerte Immobiliari.......63-64

GRANDE SUCCESSO DEL NUOVO SITO GRAZIE AI NUMEROSISSIMI VISITATORI CHE AUMENTANO OGNI GIORNO!!!


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di Sandro Anselmi

‘29 - 2009 (quando gli zeri non contano) Quante cose non vanno in un momento così grave! Delitti, crimini d’ogni genere ed insieme povertà! C’è poi questa crisi economica, in parte vera ed in parte generata da una confusione strategica, che sta consumando la pur fievole speranza. Anche chi potrebbe far girare l’economia, come tutte le persone a reddito fisso alle quali nulla è cambiato se non addirittura per qualche modesto aumento, è preso dall’incertezza e dal timore e si conserva per tempi migliori. Eppure potrebbe approfittare dei prezzi che i commercianti hanno tagliato per cercare di allontanare di qualche tempo la chiusura degli esercizi. Nel ’29 il Keynes supera quella “grande depressione”, ridistribuendo i redditi. Allora si diedero salari per lavori letteralmente inutili, come scavare buche per poi riempirle. Ma i soldi percepiti per tali “lavori” vennero subito spesi per l’acquisto dei beni di prima necessità, e questo era il primo passo per

sbloccare e ravviare l’intera economia! Mentre c’è bisogno di adottare immediati provvedimenti economici, questo momento potrebbe insegnarci a riscoprire ed apprezzare quell’energia vitale, quelle risorse straordinarie che tutti abbiamo chiuse dentro di noi, rivelandosi allora come una rinascita, con benefici che non si esaurirebbero all’occasione, ma resterebbero duraturi a premiare tempi più lunghi. Allontaniamo la rabbia, la delusione e i timori, e concentriamoci nel pensare che la ricerca della felicità è alla base della nostra esistenza e tutto tende ad essa, perciò bisogna comunque cercare sbocchi o soluzioni senza temere il sacrificio, anche se duro! Per partorire bisogna provare dolore, che sarà ripagato pienamente dalla gioia della nuova vita! Se ci mettiamo il cuore, voleremo più in alto! Non possiamo perciò cadere in letargo ed aspettare inermi, ma dobbiamo essere come i germogli che non smettono mai di crescere, neanche sotto la neve, per uscire, poi, al sole di primavera.


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Francesca Nunzi Finalmente riusciamo ad incontrare Francesca Nunzi reduce da un 2008 pieno di successi che l’ha vista protagonista nel suo di Sandro Alessi “La Signora in Rosso Fisso” nel ruolo di One Woman Show, a cui il pubblico ha risposto positivamente. Una nuova esperienza teatrale che ci rivela, come sempre, una bellissima donna ed una bravissima attrice ed interprete comica. Ora finalmente con il nuovo anno torna a scrivere un testo insieme a Diego Ruiz ed a recitare insieme dopo gli straordinari successi di “Orgasmo e Pregiudizio”, “Il Matrimonio può attendere”, “Ti Amo o qualcosa del genere”, “Finchè mamma non ci separi”, “Se mi lasci non vale”. Ricordiamo che Francesca nel 1998 recita nel film “Monella” diretta da Tinto Brass

accanto a Anna Ammirati e Patrick Mower, nel 1999 la troviamo sul set del film “I Fobici” con il regista Giancarlo Scarchilli e nel 2000 viene scelta nuovamente da Brass per interpretare “Tra(sgre)dire”. Però, il tetro è sempre il teatro…. “E’ vero, ed ancora mi diverto tanto a farlo … Ormai io e Diego abbiamo creato un nostro stile che magari molti addetti ai lavori detestano, ma che il pubblico apprezza molto, siamo un po’ guitti e ci divertiamo sempre. Quando capita usciamo dai nostri personaggi per beccarci un pò a vicenda e questa cosa al nostro pubblico piace molto anzi, quando non lo facciamo, capita che ce lo rinfaccino… Abbiamo trovato questo stile che è molto divertente e che, tra l’altro, ci viene spontaneo. Penso che questo testo sia un’altra conferma delle nostre litigate in scena i dei nostri battibecchi…. Siamo alla crisi del settimo anno !.” Ma il copione viene rispettato? “Si ma ormai le caccole teatrali (si chiamano così le uscite dal copione) Diego le scrive direttamente sul copione, conoscendomi, e quindi non sforiamo…” Tanto cinema, fiction ed apparizioni televisive ma il teatro è il teatro….. “A parte tutto, è il primo grande amore della mia vita ed è, poi, un isola felice che ancora si riesce a fare perché fare cinema e televisione riesce sempre più difficile (Sigh!) e pertanto in teatro metto tutto e do sfogo a tutto quello di artistico che c’e’ dentro di me…..” Ed il mestiere di mamma? “Quello è meraviglioso! Faticoso però bellissimo! Ho due magnifiche creature di 7 e 5 anni e devo dire che sono proprio orgogliosa non perché sono miei figli, ma perché sono veramente personcine carine…” Di cosa parla il nuovo spettacolo? “Se mi lasci non vale”? E’ la storia di due coniugi che passano tutto il giorno a litigare e a rinfacciarsi mille cose, finché non arriva la sua ex che piomba all’improvviso sulla nostra barchetta e da quel momento

ci sconvolge ancor più la vita… A bordo ne succederanno di tutti i colori! I miei figli lo hanno visto già due volte e lo sanno tutto a memoria, tanto che a casa mi aiutano a ripassare la parte …” Ricordiamo ancora le partecipazioni a fiction quali “Il Maresciallo Rocca 2”, “Una donna per Amico” (1998 e 2001), “Don Matteo” (2002), “La Palestra” (2003), “Matilde” (2005), “Ultimi della Classe” (2008). Nel 2009 è in uscita il film “Ex”. Dopo aver lavorato così tanto in teatro al cinema ed in televisione cosa ti manca ancora ? “Mi piacerebbe leggere qualche sceneggiatura interessante, con un bel ruolo per me. Mi sembra che ce ne siano poche in giro ultimamente…. E poi vorrei interpretare anche un ruolo importante in una fiction per avere maggiore visibilità. Anche se il teatro resta il mio primo amore !” Ringraziamo la bellissima e dolcissima Francesca Nunzi ed insieme ai nostri lettori le auguriamo un anno fantastico.


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Le immaginette sacre tra d La tematica più ricercata è quella r

di Alfonso Tozzi

Nel nostro collezio-

da viaggio, e servi-

nismo tradizionale,

vano da protezione

e forse in tutto il

divina nei confronti

collezionismo mon-

dei briganti, oppure

diale, si sta inne-

inserite in libri di

stando una trasfor-

preghiera o incollate

mazione sostanzia-

sulle pareti di casa.

le in quanto sono

I più grandi diffuso-

venuti a mancare,

ri dei santini furono

con i nuovi mezzi di

i

Gesuiti

che

li

comunicazione, le fonti che hanno alimen-

esportarono in tutta

tato per anni le raccolte classiche : dai

Europa e nelle mis-

francobolli alle monete (molte di queste

sioni in Africa e in

sono state sostituite dall’euro).

Asia.

I fax per primo, poi le tessere telefoniche

Accanto a queste immagini troviamo

e infine internet hanno quasi eliminato la

anche immagini manoscritte chiamate

corrispondenza attraverso i francobolli ed

“Canivet” dal francese “canif” (temperino),

hanno finito per offrire all’utente la posta

confezionate appunto con piccoli temperi-

elettronica che è risultata finora il mezzo

ni usati per ritagliare la carta velina come

più rapido di corrispondenza interna ed

un pizzo simile ai pizzi di Venezia o di Puy.

internazionale.

L’immagine religiosa ha una triplice funzio-

I collezionisti in genere, un po’ disorienta-

ne : quella di ornamento di chiese e di luo-

ti, pur continuando a seguire le proprie

ghi di culto, di insegnamento e di divulga-

raccolte, si sono orientati verso altri tipi di

zione; la sua diffusione si sviluppò, adat-

collezioni : la più importante di queste,

tandosi ai cambiamenti delle mentalità, del

quella che esercita oggi maggior fascino

linguaggio e dei costumi, tra il XV Secolo e

verso migliaia di persone, appagando tutte

la prima metà del XX, proponendo principi

le esigenze, anche quelle dell’aspetto eco-

di morale, di fede e di amore esaltanti la

nomico, è risultata essere le immaginette

vita cristiana, adattando schemi che rap-

sacre che è infatti una passione che uni-

presentavano i più grandi misteri, diven-

sce persone di tutto il mondo anche di

tando, nei momenti di necessità spirituali,

Paesi e di fedi diversi.

mezzo di conforto, di colloquio con Dio e di

I santini più antichi risalgono alla metà del

intercessione con i Santi. I santini venivano tutti non più tenuti soltanto nei messali, ma nei taschini delle giacche, dei portafogli, venivano incorniciati per essere tenuti sul comodino, sulle culle dei bambini e così via. Grazie a questo piccolo mezzo il fedele poteva ritrovare nella sua intimità quella emozione provata nei momenti di maggiore partecipazione religiosa. Secondo una suddivisione abbastanza accettata la collezione tiene conto di quattro periodi : santini emessi dal 1871 al 1900; dal 1901 al 1925; dal 1926 al 1950; dal 1971 al 1975; naturalmente i soggetti trattati vengono suddivisi a criterio del collezionista.

Settecento con l’avvento della xilografia: in questo periodo la produzione di immagini sacre era al massimo sviluppo : gli artisti disegnavano i soggetti, mentre i loro collaboratori avevano il compito di inciderli sul legno o sul rame per realizzare le immagini in fogli che, una volta stampati, venivano colorati e tagliati. La xilografia fu all’inizio osteggiata dalle corporazioni dei miniatori per paura della concorrenza. Fu comunque praticata clandestinamente nelle abazie dove venivano scambiate immagini per uso domestico o privato : erano messe all’interno dei bauli

Un argomento a parte, oggi molto sentito dai collezionisti e molto ricercato, è quello relativo alle immagini religiose a soggetto militare che hanno animato i nostri militari che andavano a combattere. I santini erano facilmente inseribili in una tasca o nel portafoglio e recavano soprattutto preghiere e invocazioni rivolte al periodo bellico, dono di mamme, mogli e fidanzate al momento dell’arruolamento. Oggi questo santino è fra i più ricercati del mondo. San Giovanni da Capestrano, che dispiegò una straordinaria opera di vivificazione religiosa indirizzata verso il mondo militare fu proclamato nel 1984 da papa Giovanni Paolo II Patrono dei Cappellani Militari. Il santino con soggetto militare con la scena della chiesa al campo o della bandiera accanto all’altare o del soldato con il 91 in spalla con la figura del patrono o davanti alla facciata del celebre santuario esprime un afflato poetico non solo dall’innocenza e dalla tenerezza ma anche dallo scambio di aree culturali diverse. Oltre che alla vastità dell’ispirazione l’iconografia classica delle immaginette sacre a soggetto militare si apre sull’analisi di tanti aspetti collaterali : dai formati rettangolari, rotondi, ovali o a più ante; ai materiali di pergamena, sughero, stoffa, foglie disidratate; fino alla stampa a colori e in bianco e nero a rilievo o traforati nel mezzo di ricami fino alle dediche alla “Madonna del soldato” o a quella del “Buon Ritorno”. Fra le immagini a soggetto militare è molto importante “il Pio Ricordo” di una comunione in favore dei nostri fratelli caduti e combattenti pro Tripolitania-Cirenaica del


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devozione e collezionismo. relativa ai santi a soggetto militare.

1915. Il valore del mercato dei santini è basato su : antichità, esecuzione artistica, stato di conservazione, rarità. Le valutazioni sono pertanto fluttuanti da esemplare ad esemplare in quanto un santino emesso ad esempio nel 1915, di eccezionale bellezza artistica, può valere molto di più di un altro esemplare emesso ad esempio nel 1860, ma in pessimo stato di conservazione. Il valore medio di un santino si aggira oggi tra i 50 centesimi e i 20 euro. I più rari e pregiati possono arrivare anche a 50-100 euro o il prezzo da convenirsi se si tratta di opere dipinte a mano e di una certa fattura. Non è da sottovalutare che un certo numero di collezionisti si dedica esclusivamente ai santi da invocare come: i casi disperati (San Gregorio Taum), per convertire il marito (Santa Clotilde), per essere preservati e guariti dalle apoplessie (Sant’Andrea Avellino), per essere preservati dai fulmini (Santa Irene), dalle scrofole (S.Mauro), dagli scrupoli (S. Ignazio di Lojola), per convertire i figli (Santa Monica) e moltissimi altri. Moltissimi sono i collezionisti italiani; tra i più grandi : Giovanni Zanfi di Castelnuovo Rangone (MO) che possiede circa 70.000 esemplari; Maria Grazia Barison di Albignasego (PD) che si dedica alle immaginette del 1500; Vincenzo Diodati di Villapiana (GS) che predilige i Papi e gli anni santi; Giorgio Francia di Forlì che colleziona i Canivet; Domenico Gioia di San Vito dei Normanni (BR) che raccoglie Santi

e Sante; Claudio Sandolera di Biella interessato solamente alla Madonna di Oropa e Nino Valentini che mette in collezione i trinati; questo solo per citarne alcuni. E’ appena il caso di segnalare che la collezione più completa di santini si trova negli Stati Uniti presso la Burns Library of Rare Books and Special Conception del Boston College. Si conclude facendo conoscere che è stato emesso, recentemente, a cura di C.I.F. srl di Milano, il primo catalogo internazionale dei santini.


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di Carlo Cattani

Mamma mi compri una chitarra? Il papà....cioè io : bambini ? Belli di papà ! Vogliamo andare ? Ci vogliamo sbrigare ? Io vi avverto : se arriviamo tardi , troviamo la polvere …i giocattoli finiscono …il negozio chiude… Babbo Natale parte da casa sua senza ordini per voi …e poi , veramente , sò guai !Su dai …mettetevi ‘sti cappotti e ‘ste sciarpe e forza a n d i a mo! Il figlio più piccolo: mamma... mamma ….però le scarpe mi fanno male ! la mamma : per forza ....t u o p a d r e te le ha messe al contrario ! Il papà....cioè io :dai…dai, non perdiamoci su ‘tiì dettagli …facciamo le personcine serie … poche polemiche : dobbiamo U S C I R E E da casa!!! la figlia più grande :però io mi porto la borsetta di Hallo Kitty ….. il figlio più piccolo: allora io …l’orologio dei Power Rangers! la figlia più grande: e io il braccialetto delle Winx! il figlio più piccolo:mammaa …mi prendi la spada dei Cavalieri dello Zodiaco ...e pure gli occhiali dei Gormiti? ….e pure Spiderman! la figlia più grande : papino ….posso portare il flauto? il papà....cioè io : …e porta pure ‘sto flauto …ma poi … B A S T A ! FUORI TUTTI al mio tre ! ! ! Uno….uno e mezzo….due ….due e mezzo…due tre quarti……TRE! il figlio più piccolo:mi scappa la pipì (papà) ! Mezzora dopo …finalmente in viaggio con papà …e mamma ,destinazione il “paese dei balocchi” , loro …. i miei figli…non perdono tempo (!)….le loro fantasie e quei pupazzetti multicolori ,arraffati sull’uscio di casa …. in prossimità del mio imperativo “TRE” , trasformano la zona posteriore della macchina in un palcoscenico , dove mani che si agitano ,vocette “strillate” che si spandono e drastici richiami “all’ attenzione” per quelle loro narrazioni improvvisate , abbassano, non poco , le capacità del sottoscritto per una “guida ragionata”! Il figlio più piccolo:papà …papà …..”siamo arrivando”? Uffi …ma quanto ci vuole ? HO FAME! La figlia più grande :mammaaa , ora che andiamo al negozio dei giocatto-

(prima parte)


Campo de’ fiori li,mi compri ……mi compri…mi compri…….e a seguire, una “straziante” esecuzione del ritornello di “Jingle bell “ al flauto…… Giunti alla meta , uno sfavillante e affollatissimo centro commerciale , i bamboli , agitatisi “prima dell’uso” , “scheggiano” l’abitacolo,in quei pochi secondi che precedono la discesa , con richieste precise di giocattoli che raffiche di spot pubblicitari televisivi hanno ben fissato nelle loro testoline !Per la mia famiglia è ufficialmente aperta la “caccia “ ai regali di Natale ….per i pargoli un’ immersione “ 5 sensi” tra i flutti del mare di offerte ludiche in attesa di “spiaggiamento”!

Così ,conscio dell’imminente “esondazione” finanziaria ,stordito dalle molteplici richieste e richiami di attenzione per “questo o quello” , il mio sguardo girava a 360 ° per seguire “boys & toys” prossimi alla collisione ! Variopinte scaffalature e bancali strategicamente sparsi nell’immenso “paese dei balocchi” ,colmi di ogni giocattolo desiderabile , costituivano una sorta di percorso di guerra per i pargoli ai quali “è difficile dir di no” ! Il mio sguardo girava e girava e girava …..e trovava ……un angoletto dove, dignitosamente esposti, dei libri ,non tanti, tentavano di richiamare qualche “angioletto” ….lì..nell’angoletto…..ma con scarsi risultati ! I libri ,come i dischi ,vecchi o nuovi,economici o di lusso ,mi attraggono sempre e i miei occhi e…le loro “code” …trovano sempre l’occasione per sbirciare copertine e titoli e …trovano…trovano..trovano ..sempre qualcosa d’interessante ! Nel mio caso ,al “Paese dei balocchi” , ho trovato un “mattoncino” di 255 pagine dal titolo quanto mai intrigante e centrato

rispetto ……all’angoletto di questa rubrica :” Come creare una rock band da sballo! “ (ed.Giunti Junior) scritto a quattro mani da Domenica Lucani e Riccardo Bertoncelli ,quest’ultimo annoverato tra i più autorevoli giornalisti e scrittori del settore musicale……una vera Autorità nel campo ,con alle spalle molteplici collaborazioni con testate giornalistiche Nazionali ed autore di svariate pubblicazioni . < KI HA DETTO KE LA SKUOLA E’ SEMPRE UNA PALLA KOLOSSALE ? > è l’incipit di

questo libro che narra le vicissitudini di due studenti delle scuola media ,tali “Kover” e “Tizzo” ,compagni “d’ultimo banco” <dove certe volte potresti ingaggiare un incontro di wrestling e nessuno se ne accorge>, eccitati dall’apprendere che per il 25° anniversario della fondazione della loro scuola si festeggerà ,a fine anno scolastico , con esibizioni artistiche,tornei di poesia concerti musicali , tutto direttamente ad opera degli studenti ….la candelina dei festeggiamenti sarà la proclamazione dei vincitori per “categoria artistica” ,da parte di una giuria di insegnanti con l’invitante premio finale rappresentato dalla “cancellazione dei debiti formativi “ accumulati nelle varie materie “ !!! Per i due l’occasione è ghiotta : provare a vincere per l’estinzione dei debiti…ma come ? <faremo un concerto rock…suoneremo ! > Detta così “suona “ facile ….ma cosa accade se coloro che tente-

9 ranno di perseguire lo scopo “adorano” generi musicali diversi ? Le “convergenze parallele” di un “punk”, Kover ,e un “metallaro”,”Tizzo” , alla frenetica e divertente ricerca di degni compari per partecipare al “rockcontest” e ,tutti insieme appassionatamente , salire sul palco dell’aula magna della scuola : <sentirsi più maturi e meno pivelli godendosi mezz’ora da rock star > non sarà poca cosa come soddisfazione per gli AnTiPaTiKo, il “combo” di Kover,Tizzo e degli altri non meno particolari compari “Paranoia” ,”Angie” e “Tibia” che ,con i loro modi sgangherati e le diverse culture musicali ,si complicheranno, con

divertimento per il lettore,la strada verso l’ambito palco scolastico . <Non sapevamo che la strada che conduce al rock è tutta in salita e per giunta non è nemmeno asfaltata>: riusciranno nel loro intento i ragazzotti ? Muto sono ! ! ! Il libro segmenta la narrazione con dei capitoletti che potremmo definire “di servizio” ,come ,ad esempio, quelli dedicati ai consigli sulla strumentazione ,sulla scelta della sala prove e ,in generale ,sui caratteri organizzativi di una rock band . Un libro per ragazzi ma che può essere divertente e utile da leggere anche da parte di genitori che desiderano avvicinarsi al mondo rock “frequentato” dai loro figli ! FERMI, NON GIRATE PAGINA …la lettura non è finita ! L’argomento soprastante mi offre l’occasione per raccontarvi ,a partire dal prossimo numero ,degli “inizi” di alcuni musicisti che ho avuto piacere di conoscere in questi ultimi anni e ,vi assicuro, ne sentiremo di belle tra aneddoti ,curiosità ,consigli ,da parte di chi sale e scende, quotidianamente……. le scale musicali !


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CURRICULUM VITAE

Fulvia Lorenzetti

di Sandro Alessi

Claudio Boccaccini, Giorgio Albertazzi e lo stesso Proietti. Per il cinema interpreta “Ex” di Fausto Brizzi, “C’era un cinese in coma” con Carlo Verdone, “Le donne non vogliono più” di Pino Quartullo e numerose altre parti in film e cortometraggi. Con Boncompagni interpreta Macao, Sarabanda per la regia di Giuliana Baroncelli. Sempre per il piccolo schermo interpreta “, “La squadra” e “Distretto di Polizia 2”. Molto spesso si

Fulvia Lorenzetti, giovane attrice romana di grande intensità e bravura, esce dal laboratorio di Gigi Proietti e subito inizia a recitare accanto a grandi personaggi e registi quali Walter Manfrè (La tesmpesta), Pippo Franco (Le spose di Federico II), Lando Buzzanca (Don Giovanni),

occupa di doppiaggio e la sua bellissima voce la porta ad incidere un singolo “It’s my own”. La incontriamo al Teatro dei Satiri di Roma dove per tutto il mese di Gennaio è stata in scena con Francesca Nunzi e Diego Ruiz con “Se mi lasci non vale” , commedia divertentissima dove interpreta un personaggio coloratissimo che esprime tutta la sua carica sensuale e la sua bravura interpretativa.

A qualche tempo di distanza dall’alluvione che ha colpito tutta la vallata del Tevere, è bello soffermarsi a guardare questa foto, così artistica, che ha immortalato quel momento, sapendo che il pericolo è ormai scampato. Sono stati momenti di panico, soprattutto per molte famiglie che abitano a ridosso del fiume, e si è temuto fortemente per la salute di Ponte Sant’Angelo, a Roma, che ha rischiato seriamente di crollare . Una immagine suggestiva che ci fa riflettere sulla grandezza e sulla potenza della natura e su quanto noi siamo impotenti di fronte ad essa. Foto di Roberto Moscioni


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Contributo alla comprensione del “secondo” Battisti di Ettore Racioppa Metto le mani e dico, da subito, che questo non è un saggio scritto da un critico musicale e neanche da un esperto del settore. Vuole essere, invece, un’interpretazione del tutto generica, del cosiddetto “secondo” Battisti, quello nato dalla collaborazione col poeta romano Pasquale Pannella. Esiti musicali rivoluzionari, dibattuti, criticati oltre misura. Matassa difficile da dipanare proprio per le difficoltà dell’approccio, o, semplificando, per non sapere da dove cominciare. Ma, proprio per questo, affascinante. Non me ne vogliano i numerosi fans di Lucio. E’ lontana da me l’intenzione di svalutare la freschezza della prima produzione Battisti/Mogol, men che meno assegnare, nuovo Paride, il pomo della bellezza a qualsivoglia raccolta di brani, cui la profondità di note e parole ci ha legati per la vita. Il mio è piuttosto un tentativo, di capire le ragioni più o meno recondite, che portarono un artista come Lucio, in un momento della sua storia, a cambiare radicalmente rotta, diventando ora ermetico, ora “futurista”, comunque spiazzante rispetto alle origini. Da sempre ho subito il fascino e il mistero del linguaggio inteso come forma e come suono, collegati alle idee. Anni fa ho avuto la ventura di approfondirne alcuni aspetti e quel percorso mi ha fatto ripensare al “secondo” Battisti: i testi di Pannella, la musica, il ritmo, i significati, il suono degli strumenti e della voce. Così è nato lo stimolo a scriverne. Ma grande è anche il ricordo del “primo” Lucio. A dieci anni dalla scomparsa, le sue canzoni sono ancora straordinariamente attuali. Lo riprovano i quotidiani palinsesti radiofonici e le programmate riscoperte di pezzi inediti e apparizioni televisive in reti straniere. Ancora oggi i mezzi di comunicazione sguazzano nelle polemiche tra i familiari, e indugiano nei confronti tra i prodotti musicali Mogol-Pannella. Tutto regolare e nella norma, per tempi, come gli attuali, in cui la sovraesposizione mediatica, il chiacchiericcio fine a se stesso, la polemica ad ogni costo, e la tendenza a smitizzare i miti – vero al cento per cento nel caso di Battisti – rappresentano lo sport nazionale per eccellenza. Certamente il contrario di quello che Lucio avrebbe voluto per sé, i suoi familiari, le sue canzoni costruite con poche, semplici e vere emozioni. Se egli potesse vederci apprezzerebbe lo sconfinato e sincero amore per i suoi brani. Di tutti. Degli “irriducibili della prima

ora” – tra i quali mi conto -, e dei tanti giovani cui genitori e fratelli hanno riverberato le sue magiche atmosfere. Ne sono riprova gli speciali televisivi, le “cover” nelle feste paesane, il canticchiare disinvolto e gioioso dei brani battistiani in ogni angolo d’Italia. Ecco un altro dei “miracoli” di Lucio: donare la gioia. Nonostante molte delle sue canzoni siano percorse da una sottile malinconia, ci danno comunque gioia. E’ pura energia vitale quella che ci attraversa, all’ascolto delle poesie-melodie composte con Mogol, che non conosceranno mai il tramonto. Qualcuno ha detto, ed io lo condivido, che in questa nostra stagione di vita, così carente di emozioni positive e così pregna di presagi oscuri, il ricordarci che abbiamo in cassaforte i sentimenti veri che suscitano queste canzoni, ci dovrebbe rassicurare e, al contempo, far sapere che quelle frasi, cantate da tutti, produrranno semplicità e amore, per tornare a chiamare le cose con i loro veri nomi. Su Lucio Battisti, credo, sia stato detto e scritto tutto. Non è questo contributo che ne vuole ripercorrere le tappe artistiche o umane, men che meno rappresentarne un surrogato che servirebbe a nessuno. Mi sia consentito solo citare fugacemente, per ricordare a me stesso con un po’ di tristezza, il senso di vuoto che ci assalì quel giorno di settembre di dieci anni fa. Così come la certezza che il ragazzo di Poggio Bustone, quel giorno, fu consegnato nelle braccia del Mito. A ribadire che anche la musica leggera, quand’è sana e sentita, veicola valori di cultura intima e profonda. Come Lucio ebbe a dire in un’intervista: “Partecipare alla musica, e quindi vivere, ridere, soffrire, esprimersi, pensare, non subirla, è la mia concezione conclusiva, oggi, di fare o ascoltare la musica”. La stessa partecipazione di chi, da sempre, canta le sue canzoni, percorsi dai brividi di

un karaoke o dal vibrare di una corda di chitarra. Concezione che si risolve nell’equivalenza musica/vita, e come brani di vita intima è percepita, ancora oggi, la produzione artistica del cantante di Poggio Bustone. Flash di un momento, emozione di un giorno, capitolo importante del nostro vivere. Battisti e Mogol hanno saputo comunicare con semplicità, sensazioni epidermiche e stati d’animo che sono tipici del mondo degli adolescenti, ma che toccano anche noi, persone mature o anziane, che queste parti adolescenziali ci portiamo dentro, ben riposte e pronte a riemergere ogni volta che abbiamo bisogno d’un momento d’amore. Da ultimo, mi piace citare l’osservazione originale su una fonte d’ispirazione del nostro cantante, fatta da un mostro sacro della musica italiana: Ennio Morricone. “Mi sembra, addirittura, che Battisti abbia resuscitato lo spirito dell’antico canto gregoriano in particolare in quel tipo di canto liturgico che applicava al testo una nota per ogni sillaba: in questo modo gli ascoltatori potevano capire ogni parola”. Chissà quanto di cosciente e di non cosciente ci sarà stato in Lucio nel voler ripercorrere una strada di cultura tout court tracciata da quel grande padre della Chiesa che fu Gregorio Magno?

continua sul prossimo numero...


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Roma che se n’è andata: lu

Piazza del Popolo, Nell’articolo dal titolo C’era una volta il Papa Re, ho ricordato come il 2 giugno 1909, l’Associazione Democratica G. Tafani Arcuati, “per volontà ammonitridi Riccardo Consoli ce del popolo” poneva a Piazza del Popolo una lapide a ricordo dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari giustiziati in quella stessa piazza il 23 novembre 1825. Rileggendo quell’articolo mi è però sembrato di non aver compiutamente raccontato i fatti riguardanti i due giovani “carbonari” condannati a morte per volere di Leone XII, Annibale della Genga, 1823 1829, il Papa Re più reazionario del secolo e, ritenendo quella pagina di storia meritevole di un più approfondito esame, aggiungo ancora qualcosa con la speranza di catturare la tua attenzione e magari suscitare il tuo interesse. Per raggiungere lo scopo, come in precedenti occasioni, mi sono impegnato in alcune ricerche mirate, nella lettura di alcuni testi storici riguardanti quell’epoca, oltre che nella consultazione di vecchi libri occasionalmente rinvenuti tra fondi di magazzino o in qualche bancarella. Lo scrittore Carlo Didier nel suo romanzo “Roma sotterranea” tratta l’argomento prendendo spunto da ciò che accadde a Piazza del Popolo quel 23 novembre e, in uno dei capitoli, l’autore racconta della condanna a morte di tale Mario, un giovane “carbonaro “ appartenente alla società rivoluzionaria romana dei primi dell’ottocento, si legge che l’immensa Piazza del Popolo e i sovrastanti viali del Pincio sono gremiti all’inverosimile, qui insiste una folla fitta, variegata e rumorosa, quattro cannoni sono stati sistemati sotto il patibolo, due con le bocche da fuoco rivolte in direzione di via del Babuino e due in direzione di via di Ripetta, il condannato, scortato da frati, birri e soldati, procede da via del Corso e si avvia al luogo del supplizio con la serenità di un martire. Ad un tratto la folla comincia ad agitarsi, qua e là luccicano pugnali appartenenti agli amici del condannato affiliati alle Società segrete romane che, aiutati da molti trasteverini appositamente accorsi, cercano, con un tentativo disperato, di strappare il loro amico dalle mani del carnefice; i soldati si preparano a far fuoco, il tumulto è immenso, indescrivibile, ma all’improvviso dai viali

del Pincio compare una processione sfarzosa per i ricchi abiti indossati, per gli ori e le gemme, arriva il Pontefice circondato dalla sua Corte, ogni pensiero di ribellione e di collera scompare immediatamente, la folla si scopre il capo e s’inginocchia, il Papa alza la mano e benedice i suoi figli mentre il carnefice compie il suo triste rituale. Lo scrittore così descrive quella scena drammatica, ma si tratta di un romanzo, ben diversa la realtà che riguarda Targhini e Montanari, anche quel 23 novembre 1825 il popolo gremiva Piazza del Popolo ma non tentò d’insorgere e Leone XII non ebbe bisogno di comparire teatralmente percorrendo i viali del Pincio in direzione della piazza per indurre il popolo a cadere ai suoi piedi. I romani, per quanto ostili a Leone XII, non erano un popolo rivoluzionario, il Governo del Pontefice aveva si eccitato la loro tradizionale e ben assortita vena satirica, ma non aveva fatto dei ribelli, gli affiliati alle sette erano pochi anche perché il popolo era stato governato per secoli dal connubio preti - gendarmi, superstizione ignoranza, prepotenza - servilismo, l’idea e il sentimento di una Patria libera e grande era quasi del tutto sconosciuta. Fin dall’apertura del Conclave per eleggere il successore di Pio VII, Barnaba Chiaramente, 1800 - 1823, appariva chiaro che i favori sarebbero andati al cardinale Annibale della Genga, un conservatore indipendente che Pasquino ben conosceva e che aveva “quotato” nelle scommesse, “ … chi vuol che l’ordine in trono venga, preghi che sia eletto il della Genga … “; divenuto Papa i romani gli accreditarono subito una relazione con la moglie del capitano della Guardia svizzera per cui, ancora Pasquino “ … passando della Genga, un forestiero domandò: questi è il Santo Padre? Il capitano degli Svizzeri che udì rispose: Santo no, ma padre si! … “. Scoperte alcune “vendite carbonare”, per ordine del nuovo Pontefice, si diede corso ad alcune esecuzioni capitali anche se l’anima nera dei “carbonari”, più che dallo stesso Pontefice, era rappresentata dal cardinale Agostino Rivarola impersonato da Ugo Tognazzi nel film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni del quale ho già trattato in altra sede. Legato pontificio straordinario con poteri illimitati, prima in Romagna quindi a Roma, procedette con arresti di massa ed emanò personalmente una sentenza contro 508 imputati così articolata: 7 condanne alla pena capitale, 13 ai lavori forzati a

vita, 6 alla prigionia perpetua, 2 all’esilio perpetuo, 94 ai lavori forzati di varia durata, 386 alla “sorveglianza” e “precetto politico” assoggettati cioè alla sorveglianza poliziesca e ad una serie di divieti e obblighi come il divieto di uscire dalla propria città, di confessarsi una volta al mese, di fare ogni anno gli esercizi spirituali per tre giorni in un Convento. Sulla scia del sangue versato da molti “carbonari” Leone XII decise di emanare per l’anno 1825 un “Giubileo universale” e ciò in palese contrasto con la ricordata condanna a morte di Targhini e Montanari senza un minimo di pietà cristiana, in tale occasione non poteva mancare il pensiero di Giuseppe Giachino Belli che, nel sonetto dal titolo “l’Anno Santo”, rievoca l’avvenimento con spirito dispregiativo: Arfine, grazziaddio, semo arrivati / all’anno - santo! Alegramente, Meo: / er Papa ha spubbricato er giubileo / pe ttutti li cristiani bbattezzati. Beato in tutto st’anno chi ha peccati, / chè a la cuscenza nun je resta un gneo! / bbasta nun èsse ggiacobbino o ebbreo, / o antra razza de cani arinegati. Se leva ar purgatorio er catenaccio; / e a l’inferno, peccristo, per cquest’anno / pòi fà, ppoi dì, nun ce se va un cazzaccio. Tu vvà a le sette - chiese sorfeggianno, / mèttete in testa un po’ de scenneraccio, / e ttienghi er paradiso ar tu’ commando. Angelo Targhini e Leonida Montanari non avevano ancora raggiunto i trent’anni, il primo ne aveva ventisei, il secondo venticinque; Targhini era privo di una certa cultura, era un giovane ardente ma facile all’ira, ad appena diciannove anni nel corso di una rissa aveva ucciso un certo Alessandro Corsi subendo una condanna a dieci anni di reclusione scontati, in gran parte, a Castel Sant’Angelo dove conobbe il conte Vincenzo Fattiboni di Cesena che lo iniziò alla “carboneria”; scontata la pena, in parte comminata con l’esilio a Pesaro, rientrato a Roma aprì una prima “vendita carbonara” denominata “loggia Aurora” e, subito dopo, una seconda con il nome di “loggia Costanza” a cui parteciparono molti nobili tra cui il principe liberale Vincenzo Spada detto “Spontini”. Leonida Montanari apparteneva ad una buona famiglia di Cesena, aveva studiato medicina a Bologna e, una volta arrivato a Roma, aveva ottenuto la condotta chirurgica di Rocca di Papa, era un giovane molto bello, aitante di persona e la sua figura, a parere del cronista dell’epoca, era la riproduzione vivente di una di quelle


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uoghi, figure, personaggi.

23 Novembre 1825 statue rappresentanti Antinoo o Apollo che si potevano ammirare nei Musei romani, poco prima che venisse giustiziato aveva lasciato Rocca di Papa per ricevere la laurea in medicina alla Sapienza. La sentenza che li mandava al patibolo, condannava anche Luigi Spadoni di Forlì, già militare nelle schiere napoleoniche dove aveva acquisito una buona reputazione e Pompeo Garofolini di Roma, legale, alla galera a vita; Lodovico Gasperoni di Fusignano, studente in legge e Sebastiano Ricci, ex cameriere, alla galera per dieci anni, il titolo del reato era di lesa maestà e ferimento con prodizione. Il processo fu condotto abbastanza celermente, infatti, i primi atti datavano 5 giugno e la sentenza è del 21 novembre dello stesso anno, nulla a che vedere con i nostri attuali tempi biblici, i giudici avevano agito secondo legge e coscienza, ma i vigenti ordinamenti giudiziari erano la negazione della giustizia, segreta l’istruttoria, segreto il giudizio, agli imputati negato il diritto di scegliersi un difensore di fiducia, negata ogni possibilità di prendere visione degli atti, negato qualsiasi confronto con gli accusatori e i denunzianti. Gli atti del processo non furono mai trovati, nessuna traccia negli archivi di Stato, probabilmente potevano essere custoditi in Vaticano, ma non si può escludere che, negli anni che seguirono il supplizio dei due giovani, qualcuno che aveva interesse a far scomparire rivelazioni e deposizioni compromettenti può averli trafugati e distrutti. Il principe Vincenzo Spada confessò che, essendosi ritirato dalla “vendita” del Targhini molto tempo prima che nella Società si manifestassero delle scissioni, più d’una volta fu minacciato di morte, tale Nanni e un certo Magnani, anch’essi imputati, confermarono che una massima dei settari era quella di “ … punire con la morte quei fratelli che avessero mancato al giuramento o in qualunque altro modo al contratto obbligo di fedeltà e segretezza … “. Angelo Targhini e Leonida Montanari si “mantennero negativi”, furono i soli imputati che in quel processo non si macchiarono di infami debolezze; solo il Targhini, su istigazione dell’abate Canali che visitandolo in carcere gli aveva fatto sperare in una commutazione della pena, ammise di essere stato un “carbonaro”, ma niente altro. Il 21 novembre, pronunciata la sentenza di morte contro i due giovani, il Pontefice

dispose che questa fosse eseguita subito, per cui l’esecuzione venne fissata per il giorno 23, l’appello e la revisione del processo, sotto Papa Leone XII, era soltanto una formalità priva di qualsiasi valore, la sentenza era stata esaminata da lui e quando Sua Beatitudine approvava, nessuno aveva il diritto di fiatare, il Pontefice era infallibile e tanto bastava. Dagli atti del “Libro delle Giustizie”, è possibile seguire i due disgraziati giovani nei loro ultimi momenti, il giorno 22 il Caponotaro e Cancelliere della Commissione Speciale Francini, scrive a tale cavaliere Ricci, Provveditore dell’ Arciconfraternita di San Giovanni de’ Fiorentini affinché si apprestasse a portare gli ultimi conforti ai due condannati; si recano alle Carceri Nuove, oltre allo stesso Ricci, i confratelli don Raffaele Fornari, l’abate Materazzi, don Filippo Pallavicini, l’abate Galli, il canonico Cavaceppi e Bartolomeo Franceschi. Il Ricci ordinò che fosse introdotto per primo nella Consorteria il Targhini al quale intimò la sentenza di morte con la formula: “ … Angelo Targhini, il fisco ti cita a sentenza a ora certa! … ”, quindi, fu la volta di Leonida Montanari al quale fu intimata la medesima sentenza, ma avendo entrambi rifiutato l’opera dei confortatori, tutto ciò non poteva riuscire gradito al Provveditore che esclamava: “ … morire impenitenti! Che scandalo! … “ L’intera notte e buona parte della mattina seguente furono spese dai confortatori in preghiere, in messe, in Via Crucis, in esortazioni, ma tutto inutilmente, il Targhini e il Montanari restarono sordi, ma poiché l’ora dell’esecuzione si avvicinava, si rendeva necessario ottenere una proroga per dar tempo ai confortatori di esperire un ultimo tentativo; il Provveditore si recò dal Governatore Monsignor Bernetti e, insieme a questi, dal Pontefice allo scopo di perorare che l’esecuzione della sentenza fosse rimandata di qualche ora, ma Leone XII ripose: “nessuna proroga, la sentenza si esegua all’ora stabilita”, non si trattava dei soliti banditi, la salvezza dell’anima dei due “carbonari” non premeva a Sua Santità. I condannati con i loro confortatori salirono su carrette separate, il triste corteo si avviò in mezzo a una fitta popolazione verso Piazza del Popolo, qui giunti, i due giovani furono condotti in due cappelle allestite con drappi e, anche in questo luogo, furono rinnovate la esortazioni per la loro conversione, ma tutto invano.

Scrive il Provveditore dell’Arciconfraternita: “ … ritenendo sempre qualche speranza che Montanari almeno dovesse cedere se la morte del compagno vedesse, si è pensato che Targhini dovesse subirla per primo; ho fatto quindi introdurre il Maestro di giustizia e, aprendo le manette a Targhini, egli stesso gli leva la giacchetta, il corpetto e la camiciola, il condannato dispone le mani dietro le spalle per essere legato e mentre il carnefice gli rade i capelli intorno al collo e gli taglia la camicia, lo prega di non farlo soffrire … “. Montanari, intanto, ha osservato tutto tranquillamente senza che fosse preso da alcun orrore per la morte del compagno al quale grida: “bravo Angiolino” e, sorridendo, chiede di essere condotto anch’esso a morte. La sera di quel triste 23 novembre 1825, a Roma, in una “vendita” radunata nel palazzo di un nobile, dinnanzi ad alcuni “cugini”, a cui il patibolo rizzato a Piazza del Popolo non aveva indotto alcuna paura, fu commemorata la morte dei due giovani e l’orazione recitata in quella circostanza, qualche mese dopo fu pubblicata da un giornale inglese. Essendo impenitenti, ai corpi dei due giustiziati fu negata la sepoltura ecclesiastica, scavata una fossa al Muro Torto, appena fuori Porta del Popolo, a notte fatta, vi furono deposti i resti mortali di Targhini e Montanari che vennero ricoperti con uno strato di calce; per molto tempo, il giorno dell’anniversario della morte dei due “carbonari” quella fossa fu ritrovata sempre cosparsa di fiori. Nino Manfredi nel film di Luigi Magni “Nell’anno del Signore”


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Madagascar: Escape 2 di Maria Cristina Africa, Usa, 2008. Regia: Eric Darnell, Tom Caponi McGrath; con le voci di (versione originale): Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer, Jada Pinkett Smith, Sacha Baron Cohen, Cedric the Entertainer, Andy Richter; musica: Hans Zimmer; distribuzione: UIP; durata: 89 minuti. Le compagnie aeree non “volano alto” di questi tempi, almeno in Italia, come ben si sa. Figuriamoci se alla barra di comando c’è nientedimeno che uno scalmanato gruppo di pinguini in puro stile Top Gun e lo scassato velivolo su cui viaggiate è stato ribattezzato “Air Penguin”! Prossimo scalo: Manhattan, New York City, dritti dritti al giardino zoologico di Central Park. Ritornano le pazze avventure di Alex il Leone ballerino, Marty la Zebra vanesia, Gloria l’Ippopotamo golosone e Melman la Giraffa ipocondriaca, affiancati anche in questo secondo capitolo dal canterino re dei lemuri King Julien e, naturalmente, dai cinici (più cinici di così proprio non si può!) pennuti dal manto bianco-nero, in veste di piloti. Ma, se nel primo episodio l’impulso di questi animali cresciuti in cattività li aveva spinti alla ricerca delle loro radici, nel sequel la nostalgia per le loro gabbie dorate di là dell’oceano fa sì che i quattro si rimettano in viaggio verso quella che considerano la loro unica, vera patria: l’America. Tuttavia, la trasvolata dal Madagascar fino agli Stati Uniti non è proprio quello che si suole definire un gioco da ragazzi, anzi. E così, complice un’avaria al motore, i nostri prodi sono costretti ad effettuare un atterraggio di fortuna in una

terra che scopriranno essere il Continente Nero, l’Africa di cui, purtroppo, non serbano più nessun ricordo in fondo al loro cuore. Da qui ad adattarsi al nuovo stato di cose è un attimo, o così sembra, almeno all’inizio. Tutto sembrerebbe andare nel migliore dei modi, tanto è vero che Alex riesce perfino ad abbracciare i propri genitori, scoprendo che il padre Zuba è addirittura il leone alfa del branco. Ciononostante se l’uomo è un mammifero costantemente insoddisfatto della propria vita ed anela sempre verso ciò che per lui è irraggiungibile, perché anche i nostri amici a quattro zampe non possono fare altrettanto? Forse, solo venendo a patti con loro stessi e ritrovando finalmente la propria personalità, tutti i problemi potranno appianarsi; in fondo, ecco la morale finale del film, accettando la diversità altrui e puntando sull’amicizia come valore primario, si può essere davvero felici. E il pubblico, mentre si

sciroppa quest’insegnamento, targato DreamWorks, ride di gusto per le molte gags di cui il lungometraggio è infarcito. Non stiamo parlando esclusivamente di baby-spettatori, ma di una platea già più grandicella a cui subito spunta il sorriso, allorché sullo schermo vengano scimmiottati alcuni fra i più classici topoi dell’immaginario collettivo (sacrifici propiziatori, medicina naturale, turisti dei safari- provetti survivors). Però, il merito di questa comicità senza freni se lo aggiudicano, in primo ordine, i pinguini, i veri mattatori di questo Madagascar 2, incontrastato campione d’incassi. Difatti, se si trattasse d’attori in carne ed ossa, le altre “star animalesche” avrebbero tutte le ragioni per risentirsi, dal momento che queste spalle rubano la scena in più di un’occasione ai veri protagonisti del cartoon. Peccato perdersi il doppiaggio originale, a cura di alcuni fra i più celebri umoristi d’oltremanica fra cui, solo per fare qualche nome, Ben Stiller che presta la voce ad Alex, Chris Rock a Marty e l’irriverente Sacha Baron Carter calato nel personaggio dell’egocentrico King Julien. Eppure, una volta tanto, non possiamo lamentarci, considerato che la direzione di doppiaggio nostrana ha piazzato un colpo ben assestato, assoldando il duo Ale e Franz per impersonare rispettivamente il leone danzatore e la zebra chiacchierona. Madagascar 2 ci spiazza: pur non avendo una trama inedita, senza indugio si può definire il sequel migliore rispetto al film che l’ha preceduto. Rallegriamocene, non capita spesso.


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L’antica Via Cassia mentale, molte cose cambiarono, soprattutto nel tracciato, che fu reso più agevole e scorrevole… Col passare dei secoli il “peso”, in termini soprattutto economici, di questa grande via di comunicazione, che unisce il nord dell’Italia al sud, Firenze a Roma, aumenta in maniera sempre più consistente. Ma l’apertura, alla fine degli anni ’50, dell’Autostrada del Sole, ne determinano un autentico crollo, sì che gli operatori commerciali che esercitano da Acquapendente a Monterosi, non hanno esitazione a ribattezzarla “la Cassia… da morto!”. In effetti il flusso veicolare si sposta di colpo ed in modo pressochè totale dalla Cassia all’Auto-Sole. Alberghi, stazioni di servizio, ristoranti, In questa vecchia carta geografica sono riportate le antiche Via officine meccaniche e Cassia (in rosso), Via Clodia (in fuxia) e Via Aurelia (in blu). quant’altro, ingrassati per anni dal passaggio intensissimo di veicoli di ogni dimennon più competitiva proprio perché “strozsione, improvvisamente vengono costretti zata” dalla mancanza d’un asse viario a a cambiare i propri programmi e a ridiquattro corsie, con stazioni di servizio e mensionare bruscamente le loro ambiziopunti di ristoro. ni. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo L’automobilista che si reca, per ragioni dall’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, turistiche o di lavoro, da Roma a Firenze e non appare più viceversa, dovrà poter scegliere tra rimandabile il l’Autostrada del Sole e la statale Cassia a compito di quattro corsie, che dalla capitale raggiundare ai comuni ge Siena e da qui (c’è già!) la vicina dell’Alto Lazio, Firenze. toccati dal E’ questo, grosso modo, quello che prevetracciato della de il progetto redatto dall’ANAS e che si fa vecchia Cassia, oltretutto garante di non stravolgere l’amuna via di biente che trova lungo la sua percorrenza. comunicazione Una volta superate le “resistenze” dei moderna e al commercianti di Vetralla, Cura, Capranica passo con i e Sutri (i quali dovranno, una volta per ritmi attuali tutte, comprendere che il progresso non si della circolaziopuò respingere in eterno) si potrà consane. Un’arteria pevolmente ripristinare la vecchia Via funzionale a Francigena in edizione XXI secolo ed i scorrimento viterbesi potranno, con poco meno di veloce in grado un’ora di macchina, passare dalla ghiaccia di rilanciare tramontana del Sacrario al dolce ponentiUn tratto della storica Via Cassia una economia no del Gianicolo.

Un mio amico è solito dirmi, con una certa enfasi curialesca: “Dio, all’atto della creazione, avrebbe dovuto unire Viterbo a Roma con una funzionale e moderna autostrada!”. Io rispondo, di Secondiano Zeroli invariabilmente, che non a Dio bisogna dare colpe che non ha, ma che queste vanno addossate solo e soltanto agli uomini… e Dio sa, per rimanere a scherzare con i Santi, quanta colpevole incuria c’è stata negli uomini che hanno governato in questi ultimi decenni, in specie la nostra provincia! Elencare i vantaggi che riceverebbe Viterbo (ora poi, che sembra decollare l’aeroporto) da un allaccio autostradale con la capitale, sarebbe davvero superfluo, ma sarà bene ricordare come la Cassia fin dal periodo medioevale sia stata la via di comunicazione maggiormente usata dal traffico continentale tra l’Italia ed il nord Europa. Già nell’VIII secolo la strada si era resa necessaria ai Longobardi per realizzare un collegamento tra il Regno di Pavia ed i ducati meridionali di Spoleto e Benevento. Successivamente la strada dei Longobardi divenne dei Franchi e prese il nome di Francigena, cioè di raccordo con i popoli Franchi dei Carolingi di Francia e dei paesi del gruppo germanico. Nell’XI secolo crebbe ancora l’importanza della strada, grazie ai sempre più numerosi pellegrini che vi sciamavano sopra senza sosta… Poi nell’età dei comuni ed in quella rinasci-


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Ecologia e Ambiente La crisi e l’ambiente di Giovanni Francola

Piaccia o no sono convinto che l’uomo si sta per affacciarsi su un’altra dimensione, su scenari mai

visti finora. La crisi che stiamo vivendo ogni giorno porta a ridimensionare i nostri stili di vita, ci rende più consapevoli di dover far fronte a situazioni difficili se non estreme. Abbiamo per troppo tempo pensato che fosse il tutto sostenibile e compatibile in ogni sua forma, probabilmente non è così, lo dimostra il fatto che il divario tra l’uomo e l’ambiente si sta facendo sempre più profondo, risucchiati in un grande vortice non ci accorgiamo neppure delle cose che mutano intorno a noi, il profitto è l’unico vero obbiettivo. L’ambiente, più delle volte è visto come “costo” e non come beneficio, produrre, crescere, incentivare lo sviluppo, nella nostra società significa spesso calpestare le più semplici politiche ambientali emergenti. Infatti se le politiche industriali corrono a ritmi frenetici, non sempre sono affiancate da un pensiero ecologico altrettanto veloce. Davanti a questa globalizzazione ci sentiamo quasi inesistenti, ma viene quasi spontaneo chiedersi: e se dietro a questa globalizzazione non ci fosse nessuno? Sistemi di vita che vanno alla deriva, linee guida che assumono tutte altre direzioni, crescite economiche, sociali e culturali che non trovano più terreno

per raggiungere nuovi traguardi e orizzonti, è questo un possibile scenario futuro? Di certo è che di arcaico rimane ben poco, scivolando inesorabilmente in un declino. Le continue agitazioni, mescolandosi con altre di diversa natura, innescano delle dinamiche che sfuggono alle più elementari logiche umane. E’ forse sbagliato dire che l’individuo è vittima della stessa società che ha creato? Globalizzare i mercati, le particolarità culturali, il consumismo, omologare il tutto, si ottiene un duplice guadagno: un maggior controllo delle masse, l’altro è il poter governare un popolo con

meno difficoltà, ma a mio avviso è altrettanto vero che può mettere in pericolo l’identità dei popoli, annientando giorno dopo giorno tradizioni, costumi e luoghi. Davvero crediamo che senza un cambiamento profondo e condiviso, l’uomo potrà superare ogni crisi? Per questo credo che occorre attuare politiche ambientali del tutto nuove, per dare opportunità, vie nuove di sviluppo, senza nulla togliere e, soprattutto, senza depredare tutte quelle risorse che Madre terra ci dona ogni giorno.

ERRATA CORRIGE Sul numero 56 di Campo de’ fiori, a pagina 45, nell’articolo relativo alla finale del 12° Mini Festival “Città di Viterbo”, è stata pubblicata la foto errata dei vincitori della gara canora. Ci scusiamo per quanto accaduto e pubblichiamo qui a fianco la foto esatta con i nomi dei vincitori delle tre categorie in gara, augurando loro di poter realizzare il sogno che hanno nel cassetto. Da sx: il presentatore Pierluigi Alberti; la vincitrice della categoria 6-10 anni, Giulia Anesini, che ha interpretato il brano di Marina Rei, Primavera; il vincitore della categoria 11-14 anni, Dario Guidi, che ha proposto la sua versione di Il mare d’inverno, di Enrico Ruggeri; la vincitrice della categoria 15-18 anni , Chiara Lucaccioni, con il brano Brivido caldo, dei Matia Bazar; e l’altro mattatore della serata, Paolo Moricoli.


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Come eravamo Giano Soli

tra ... osterie e poesie

... continua dal n. 56 Quando Umberto Lazzari sant’orestese, (conosciuto da di Alessandro Soli tutti i civitonici come “l’orologgiaro”), suo amico al tavolo dell’osteria in via della Repubblica, gli dedicò queste due poesie, nonno Giano aveva quasi novant’anni. Ho voluto riproporle perché tracciano, in modo preciso e singolare, il carattere così burbero, scontroso (“si strano come Giano” si diceva a Civita), ma nello stesso tempo, ricco di umanità, che aveva fatto di quest’uomo uno dei personaggi più conosciuti del basso viterbese. Che strano, da sempre, i poeti celebrano in versi, fatti e personaggi che poi fanno o faranno la storia di comunità o realtà locali e nostrane. Ebbene, pure io, citato in una di esse, debbo ringraziare Umberto Lazzari, perchè quando avevo quattro-cinque anni, e non sapevo ancora leggere e scrivere, venivo messo in piedi sulla Civita Castellana 1946 matrimonio di Irmo Soli e Oralda Stefanini. sedia dell’osteria per recitare la poesia di Trilussa, Da sx: Ugo Stefanini, Elvira Cardelli, Oralda Stefanini, Irmo Soli, “Er porco”, che lui mi aveva fatto imparare a Giovanna Dottorini e Giano Soli. memoria, ma con la “calata sant’orestese”. Mai avrei immaginato allora, che poi, col passare degli anni, anch’io sarei diventato un poeta. A questo punto devo fare una precisazione, ho “recuperato” gli originali di questi due testi da mio padre, sono vergati a matita, un po’ sbiaditi dal tempo, ma sono comunque riuscito a trascriverli, con la soddisfazione e la gioia di vedere nonno Giano che ritorna nei ricordi di chi lo ha conosciuto, e nello stesso tempo mi ha permesso di conservarlo nella memoria di tutti i “civitonici”. continua sul prossimo numero...

A GIANO Questa la trattoria der vecchio cacciatore che sfida sulla terra qualunque bevitore. Questo un ometto piccolo di corpo e di statura però à un’inteligenza sorpassa ogni misura. Però se dà un comando e non viene ubidito da li gran forti strilli tu resti inebetito. Poi scappa qua la moglie che poco son d’accordo “che so sti forti strilli Che stanno a mazzà un pòrco?” La moglie quando vede che ritorna la pace rientra là in cucina e lui s’assètta e tace. Però dopo un momendo risente una fischiata, riscappa qua la moglie: “che è sta serenata?” “C’è questo vuò un quartino, quest’altro un’aranciata, se non ce stassi io,

saressi rovinata!” La moglie gli risponde: “sta zitto turbolente, che c’è gente che gioca Che non capisce niente.” Lui allora gli risponde: “non me ne frega niente, andasse là al giardino insieme all’altra gente!” E’ apparsa qui la nuora cu ‘na bottiglia in mano: “ per noi è una vergogna, parlate un po’ più piano!” “ O come sei carina me ne rallegro tanto vedrete dopo il riso, v’arriverà anche il pianto!” Allora viè qua il figlio, ardito e pensieroso, “caro papà, me scusi ma sei troppo noioso” “Anche tu sei contrario e qui tu mi dai torto, vedrete qualche giorno vi mando a collo storto” Le donne che à intuito risponde avvelenate: “Se non cambi sistema, vedrai quante stangate!”

IL CANE C’iò un cane tabacchino che il figlio mi comprò per questo birichino riposo più non ò. Se sòrte un momentino non vuol più rientrà allor gli vò vicino gli grido “ vieni qua!” Il cane je s’abbacchia poi je riscappa via “ch’ai trovato la pacchia, risponde, vado via!” Allor con grida e fischi resta mezzo sfiatato: “vorrei maldì er figlio perché me l’à comprato!” Ner sentì questo Ervira la sua sposa diletta: “se maledichi er figlio, t’incarco la barretta! Ner sentì questo ancora, la sua sposa adorata: “se maledichi er figlio te dò una bastonata!” “Cuccù, risponde lui, qui ncè niente da fà, perché quanno so stufo vi caccio via da qua!

Portatemi un quartino che ancora ciò un po’ sete così vi fò st’inchino, doppo mi schiaffo a sede!” Il figlio da lontano grida:”Che cosa c’è?” Giano risponde:” Il cane, lasciatelo che sòrte,che l’aria li fa bè!” Il padre grida a lui: “sai bè quelchè successo si è sarvato per poco pe’ uscì senza permesso!” Ritorna ancora Ervira che à inteso sto duello: “se mòre pure questo, qui famo un gran macello!” La nuora jà risposto: “perché, pòra bestiola è tanto intelligente j’ammanca la parola!” Allor Sandro, il bambino gridò: “silenzio a tutti se ce sparisce il cane staremo meglio tutti!” e sparì.

Umberto Lazzari, anni ‘50


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1959-2009 Macelleria Filippetti Una storia da non dimenticare Tra le persone, dai trenta anni in su, che da ragazzi si aggiravano, come si diceva a Civita “su ppa’ Chiesa nova”, quartiere San Lorenzo, chi non ricorda Pampina o’ macellaro? Era chiamato così per la grandezza oltre misura delle sue orecchie. Costante Filippetti, figura schietta, cordiale, sorridente, sempre pronto per tutti, ancor più per coloro che avevano bisogno. In età giovane, a circa 28 anni, con la sua dolce metà, Rosa, decise di incamminarsi per un’avventura a dir poco a lieto fine. Correva l’anno 1959, quando aprivano i battenti alla loro macelleria, e subito acquistarono prestigio presso i loro clienti, nonostante fossero giovanissimi. Per come erano semplici, genuini, la gente si fidava di loro. Questa attività ha attraversato

A Civita Castellana

momenti difficili, che ha superato con tanti sacrifici. Di questi il più difficile è stato senz’altro la scomparsa di Costante, amico, sposo, padre e maestro ideale per suo figlio Luigi, divenuto macellaio doc. Come tutte le storie, anche questa si è ripetuta: Costante e Rosa ieri, Luigi e Antonella oggi, che continuano questa avventura, sulle orme, appunto, dei genitori. Sempre pronti, Luigi e Antonella, a soddisfare le esigenze dei loro clienti, che, con il supporto nascosto e indispensabile di mamma Rosa, riescono davvero in modo eccellente. Oggi la macelleria di Luigi e Antonella compie 50 anni, ma non li dimostra. E’ sempre li, in Via Bonanni a Civita Castellana, come un memoriale, intorno

alla quale ruotano tante famiglie per gustare il sapore, la qualità, il buon prezzo e tanta, tanta amicizia. Questo significa, di certo, che Rosa e Costante non si sbagliavano credendo in questa attività e siamo sicuri che alle nostre congratulazioni si associano anche quelle di papà, che dal cielo vi benedice.

Perché ancor l’offesa subir devi, che io non sopporto?

perché civiltà tu mi donasti.

Nata mille anni prima di Cristo tanto hai aspettato perché di Sua parol vivessi.

Mia nobile terra, con dolcezza stranier accogli e con amor le braccia tendi e il suo cuor felice fai.

Si son successi nomi sino a me che tu ti donasti, ed io, di te inebriato, or ti decanto.

Tu uomini illustri ti desti, e apristi nuove menti, perché più fulgida all’occhio scrutator apparissi.

Mia dolce e gioiosa Civita Castellana allor, quante volte ferita tu cadesti? Quante volte, gli avi che tu generasti, tenner testa, e poi ti rialzasti?

Lasciati cullar dai nuovi figli, che brillante gemma ti fan essere anche di giorno.

Tu che orgogliosi e forti a te li hai donati, onde patir più non potessi.

O mia Civita Castellana, tu che mi generasti per veder le tue ferite. Tu che dei tuoi cimeli, tesori hai fatto e a me donasti. Tu che sentinella mi chiedi, perché altri non tocchi.

I Romani d’acciaio ti batteron ma tu mai moristi, perché umani che ti donasti, risorgere ti fecero, più gagliarda e senza pianto or ti proteggon. I tuoi figli or con amor ti bramano. Loro, che dalle tue viscere donasti, attenti guardan che a depurarti ancor, stranier non s’accinga.

Io t’amo, io tuo son, e dirti no, non posso

Auguri di cuore Luigi e Antonella, amici gagliardi e forti, che possiate camminare ancora per molti anni verso la vostra meta prefissata. In bocca al lupo!

Un amico

Sinuosa, come beltà di tua donna, ti ergi, e sospirar mi fai. Il Forte tra i Forti a te rimasto, t’è faro perenne, che chiama lo stranier, illumina la strada alle tue genti, e regina ti corona.

Poesia e dipinto di Antonino Palladino


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Una “Fabrica” di ricordi Personaggi, storie e immagini di Fabrica di Roma

di Sandro Anselmi

Un calzolaio musicista

Da sx: App.to Valentino D’Ippoliti, M.llo Mario Tirittera, Remo Morelli, Matteo Sciosci, Otello Narduzzi.

Remo Morelli (o carzolaro) era restato presto orfano di padre, e Vittoria, sua madre, l’aveva tirato su a stento, assieme ai suoi altri tre fratelli: Mario, Giuseppe e Silvano. Abitavano al piano terra di una modesta casa di Via San Rocco, la mia stessa via, e nella loro cantina, che affiancava la casa, noi ragazzini costruivamo le slitte da far correre già per le discese fino al borgo e riponevamo l’unico pallone di cuoio del

rione. Vittoria aveva un buonissimo carattere, come d’altronde molte mamme dell’epoca, e le sere d’estate, quando ci era permesso di uscire per restare nelle vicinanze, andavamo spesso davanti casa sua, per sederci sulla strada ed ascoltare i racconti delle tante vecchiette che avevano trascinato fin lì le loro sedie. A quei tempi non c’era ancora la televisione e quello era il nostro sano passatempo.

Remo e i suoi fratelli avevano preso il carattere della madre, e c’era, in quella famiglia, una grande armonia. Vista, però, la situazione, lui che era il più grande, dovette imparare presto un mestiere, ed incominciò a frequentare la bottega del calzolaio. Diligente e volenteroso, guadagnò, ben presto, la sua meritata paghetta, e riuscì perciò a togliere qualche pensiero alla


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Vasanello Veglione di Carnevale anni ‘70 1) Remo Morelli, 2) Sandro Anselmi (Max), 3) Fausto Capitoni (Fargo), 4) Luigi Censi, 5) Francesco Alessandrini (Checchetto), 6) Eugenio Purchiaroni, 7) Mario Cosimi , 8) Otello Narduzzi povera Vittoria. Appena ragazzo s’era messo in proprio ed aveva aperto la sua prima bottega in Via delle Sorgenti (‘a discesa da Piaggia), dove era frequente sentir suonare e cantare. Infatti, la chitarra di Otello, che stava appena imparando a suonare, accompagnava già Renzo Capparucci, una bellissima voce all’italiana, che un destino avverso volle stroncare ancora giovanissimo. Buongiorno tristezza e Serenata Celeste erano le canzoni che io mi fermavo a sentire a distanza, timido e commosso. Passarono gli anni e Remo, dopo aver frequentato, come tanti giovani dell’epoca, la scuola di musica della Banda del Maestro Raffaele Poleggi, incominciò a suonare con particolare bravura il sax contralto. Assieme a Valerio Giovagnoli, tromba, Francesco Alessandrini (Checchetto), sax tenore e clarino, Enrico Capitoni, batteria, Otello Narduzzi, chitarra e chitarra hawaiana, e Fernando Cianchi (Nando), al contrabbasso, diede vita all’orchestra BRAZIL. Si avvicendava al contrabbasso Silvano Morelli (fratello di Remo) e s’aggiungevano spesso, alternandosi con la fisarmonica, Ermanno Rattini, Marcello Morelli, Gianni Cosimi di Carbognano, Miro di Civita Castellana e Mario Cosimi di Carbognano con la tastiera. L’orchestra BRAZIL ebbe molte soddisfazioni, vincendo gare e partecipando a molte importanti manifestazioni. Il mio destino si incrociò, poi, con quello di questi amici perché, avendo militato come cantante in molti gruppi dell’epoca, venni invitato a far parte della loro orchestra. La mia appartenenza al valoroso gruppo fu abbastanza lunga, e animammo feste di piazza e veglioni danzanti in moltissimi paesi. S’avvicendò quasi

subito alla batteria, il simpatico Luigi Censi (Giggi), e questa formazione alla quale avevo dato il nome di MAX E I LATINI, fu quella con la quale terminò il fortunato sodalizio. Ricordo tutti con piacere perché, più grandi di me, mi circondavano di calore e di stima, specialmente Remo. Ho sempre pensato che lui mi volesse particolarmente bene perché, non avendo avuto figli dal matrimonio con Lucia, riponeva, forse, in me, una sorta di affetto filiale. Le sue preoccupazioni erano perché mi coprissi per non ammalarmi, studiassi e non mi confondessi con i perditempo. Passavo volentieri parte del mio tempo libero nella sua bottega, seduto assieme a tanti altri amici intorno al desco. Allora erano rac-

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conti, battute, ed io suonavo la chitarra che teneva sempre appesa accanto a sè, assieme ad un vecchio mandolino, che era suonato Matteo Sciosci (Palefierro) e Otello Narduzzi. C’erano poi Silvano Polidori, Romolo Malatesta, Alfonso Alessi, Luigi Censi, Giuseppe Cecchetto ...... Da quella grande finestra che si apriva su Via Roma, vedevamo passare il tempo che andava sulle facce della gente, sui pomeriggi assolati, sulla strada bagnata dalla pioggia e sui lampioni accesi della sera… Da quando Remo se n’è andato, il negozio è rimasto chiuso ed ha avuto, poi, altre destinazioni, ma l’eco delle nostre risa e le note di quelle vecchie canzoni sono là, dentro quelle mura.

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Carnevale fabrichese anni ‘50 - 1) Otello Narduzzi, 2) Remo Morelli, 3) Francesco Alessandrini, 4) Valerio Giavagnoli, 5) Enrico Capitoni, 6) Fernando Cianchi, 7) Gianni Cosimi.


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COMUNICATI STAMPA Il Prof. Luca Bondi e la Sig.ra Ingrid Betancourt

Il Presidente dell’Associazione Umanitaria “Semi di Pace”, Prof. Luca Bondi, accompagnato dalla Dott.ssa Rita Inghes, responsabile Settore Relazioni Esterne, Sviluppo, Promozione e Volontariato, dall’Ing. Giancarlo Andreoli, responsabile della Cittadella dei Giovani e dal sig. Carlo Antonelli, responsabile dei servizi fotografici, si è incontrato con la Sig.ra Ingrid Betancourt Domenica 25 gennaio. L’importante incontro ha avuto l’obiettivo di presentare i progetti in campo internazionale dell’Associazione e concordare, con

alcuni membri del comitato per la riapertura della tratta ferroviaria Civitavecchia-Capranica-Orte

la Sig.ra Betancourt, una futura collaborazione in vista della cerimonia commemorativa per i 29 anni di fondazione di “Semi di Pace”. Tutti ricordano la drammatica esperienza di Ingrid Betancourt, per 6 anni nelle mani delle forze armate rivoluzionarie colombiane (FARC) e liberata nel Luglio 2008. L’ex candidata alla presidenza della Colombia ora sente di portare avanti la missione a favore delle persone che sono ancora nelle mani della guerriglia. La Sig.ra Betancourt, attraverso la Fondazione da lei creata, si è assunta anche l’impegno di un “Progetto di Pace per la Colombia”, denominato Progetto Calamaro. Il Progetto Calamaro, ha l’obiettivo di offrire l’opportunità di una vita migliore ai giovani che vivono nella città di Calamar, in quanto questo è un grande centro di reclutamento della guerriglia, per la truppa del reparto che opera sul fronte del blocco orientale delle FARC. Calamar è una piccola città alle sponde del fiume Yaupes, situata nel dipartimento del Guaviare, nella zona della conca amazzonica della Colombia, a sud di San Josè del

Guaviare, la capitale del dipartimento, nel mezzo della selva tropicale. Un numero importante delle guardie, che tenevano in custodia la Sig.ra Betancourt, provenivano da questo villaggio. La maggior parte dei ragazzi, prima di essere reclutati, erano “raspachines”, ossia contadini che si dedicano alla raccolta ed alla lavorazione delle foglie di coca, al processo di trasformazione della stessa pasta di coca e poi in cocaina. Le donne lavoravano nei bordelli della zona. Il progetto intende rispondere alle aspettative di giovani che vogliono lasciare la vita della selva, e liberarsi dalla pressione che esercitano su di loro, tanto i gruppi ribelli armati, così come i narcotrafficanti che imperano nella zona. L’obiettivo deve essere quello di fare, di questi ragazzi, persone impegnate con gli ideali di pace, solidarietà umana, affinché, a loro volta, possano aiutare gli altri, persone che si impegnano, una volta ottenuta la propria formazione ed aver raggiunto le proprie aspirazioni professionali, a restituire quanto hanno ricevuto, offrendo il loro contributo sociale al servizio della Colombia.

Una buona notizia finalmente per la ferrovia Civitavecchia-Capranica-Orte. La regione, approvando il finanziamento per il progetto di ripristino della linea, ha dato un chiaro segnale politico. Non possiamo che essere d’accordo con le dichiarazioni di Parroncini, capogruppo PD: “La Civitavecchia-Orte è una ferrovia di interesse nazionale inserita dalla U. E. come arteria europea, nel corridoio n.1 Berlino Palermo”. A questo punto, il progetto di ripristino deve partire dalla considerazione che, sulla tratta CivitavecchiaCapranica, i lavori sono già stati fatti negli anni ‘90 per un importo di 200 miliardi di vecchie lire, e li c’è solo da mettere il binario, mentre sulla Capranica-Orte il binario c’è già. Quindi ci auguriamo che i tempi

siano brevi, sia per la progettazione, sia per i lavori. Il viterbese ha perso fin troppe occasioni per la mancata riapertura della ferrovia Civitavecchia-Orte, che poteva già essere riaperta negli anni ‘90. Ed è proprio per questo, per non avere altri ritardi, che chiediamo un incontro con il Ministro Matteoli e l’assessore regionale Dalia, incontro a cui chiediamo siano presenti i Sindaci dei Comuni interessati dalla linea, le amministrazioni provinciali di Viterbo, Terni e Roma, i presidenti del Porto di Civitavecchia e del Centro merci di Orte. L’obbligo che deve conseguire, è passare rapidamente alla riapertura della linea ferroviaria Civitavechia- Capranica- Orte. Gabriele Pillon e Giacomo Traini


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Campo de’ fiori CENTRO DI CONSULENZA Neuropsichiatrica, Psicologica, Logopedica, Psicopedagogica Via T. Tasso 6/A - Civita Castellana (VT) Tel. 0761.517522 Cell. 335.6984281-284 www.centroceral.com info@centroceral.com

L’elaborazione del lutto Il dolore derivante dalla morte di una persona cara è forse una delle più intense esperienze che dobbiamo affrontare durante la nostra vita. a cura della Esso penetra in proDott.ssa fondità la nostra perFrancesca Celeste sona, tocca le nostre emozioni, può modificare le relazioni interpersonali e persino il nostro aspetto fisico. L’elaborazione del dolore è un complesso processo psicologico di distacco dall’attaccamento che passa attraverso il dolore del lutto. L’elaborazione del lutto consiste nel tornare più volte sull’immagine, o sui sentimenti e le memorie legate alla persona che amavamo, fino a che quella perdita non ci risulta più così intollerabile e dolorosa. Rimarginare una ferita così profonda richiede tempo e pazienza. Non esiste una formula buona per tutti. John Bowlby ha ipotizzato quattro fasi del lutto: 1 - una prima fase di disperazione acuta, caratterizzata da stordimento e protesta. Vi può essere immediato rifiuto e sono comuni crisi di rabbia e di dolore. La fase può durare da alcuni momenti a giorni e può interessare periodicamente la persona afflitta, per tutta la durata del processo di lutto. 2 - una fase d’intenso desiderio e di ricerca della persona deceduta; è caratterizzata da irrequietezza fisica e da preoccupazione eccessiva verso il morto. La fase può durare alcuni mesi. 3 - una fase di disorganizzazione e di disperazione; la realtà della perdita comincia a essere accettata. Domina una sensazione che la vita non sia reale e la persona afflitta sembra essere chiusa in se stessa, apatica e indifferente. Spesso si verificano insonnia e calo ponderale così come la sensazione che la vita abbia perso il suo significato. La persona addolorata ricorda costantemente lo scomparso; insorge un inevitabile senso di delusione quando la persona che ha subito la scomparsa di una persona amata riconosce che i ricordi sono solo ricordi. 4 - è una fase di riorganizzazione, durante la quale gli aspetti acuti del dolore cominciano a ridursi e la persona afflitta comincia ad avvertire un ritorno alla vita. La persona perduta viene ora ricordata con un senso di gioia, ma anche di tristezza, e la sua immagine viene interiorizzata. I sentimenti del lutto sono un miscuglio di dolorose emozioni, di pena, rabbia, colpa, rimpianto, vuoto e stato di abbandono. Alcune di queste emozioni ci assalgono e

travolgono come potenti ondate, lasciandoci affranti e provati dietro di esse. Altre sembrano radicarsi e persistere a lungo nel tempo. Senza contare che una perdita di una persona amata può risvegliare un senso generale di doloroso abbandono radicato in precedenti episodi della nostra vita. E’ consigliabile allora non pretendere o negare queste emozioni, ma lasciare che i sentimenti affiorino e riconoscerli. Non esistono sentimenti rispettabili o sentimenti deprecabili. Ciascuna emozione gioca un suo ruolo specifico nel processo di cicatrizzazione. Siamo tutti tentati dal chiudere in un cassetto le emozioni più difficili e dolorose. Ma si rischia di ottenere lo scopo contrario; si accresce lo stress e si rallenta il processo di elaborazione del lutto.

immagine tratta dal film “Caos calmo”

Le manifestazioni del lutto normale si acutizzano e diventano croniche e, se non sono capite in tempo e curate, possono trasformarsi in lutto patologico: apatia, assenze, indifferenza totale, insensibilità agli stimoli, anche al dolore. Sono stati identificati tre principali tipi di lutto patologico, complessivamente legati ad una mancata elaborazione (riparazione) del proprio mondo interno: la perdita traumatica, il lutto conflittuale e il lutto cronico. Queste tre categorie di lutto patologico non si escludono vicendevolmente, ma anzi, spesso coesistono ed interagiscono reciprocamente. Perdita traumatica Eventi luttuosi improvvisi, inaspettati, associati alla scomparsa di più persone, che hanno messo in pericolo di vita il sopravvissuto o che ne hanno determinato gravi mutilazioni, danno origine ad un meccanismo che tenta di evitare o di reprimere il dolore della scomparsa per molto tempo, ma non impedisce alti livelli di ansia e tensione emotiva. Gli eventi passati sono ricordati con grande chiarezza, al punto che, suoni, oppure oggetti che ricordano l’evento, possono scatenare sintomi

di ansia o attacchi di panico. La prima fase di reazione al lutto è caratterizzata da intensa prostrazione e può persistere per un periodo più lungo del normale; il processo di elaborazione del lutto é ritardato e spesso il sopravvissuto può mantenere una relazione immaginaria con la persona scomparsa e mostrare difficoltà di relazione con il contesto sociale. Lutto conflittuale Si verifica per la perdita di una persona con la quale il sopravvissuto aveva un rapporto ambivalente. La prima reazione emozionale è quasi di sollievo e non si verifica l’ansia e la prostrazione del lutto traumatico. Successivamente, la persona si ritrova perseguitata dalla memoria della persona scomparsa. Rabbia e senso di colpa si aggiungono alla sensazione di non avere diritto alla felicità, poiché questa deriva dalla perdita del proprio congiunto e questo favorisce lo sviluppo di una forte sensazione di mancanza della persona cara. L’ambivalenza solitamente si estende anche ai rapporti con altri membri della famiglia; ad esempio, relazioni difficili con i genitori possono trasferirsi anche nel rapporto con il coniuge o con i fratelli. Lutto cronico Un rapporto di dipendenza può essere interpretato in maniera biunivoca: la persona che muore può essere o l’elemento forte del rapporto, quello cioè dal quale dipendeva l’altro, oppure la parte debole, che dipendeva da colui che é sopravvissuto. In entrambi i casi, con motivazioni diverse, si sviluppa una intensa e prolungata sofferenza nel superstite di questo rapporto comunque complementare e simbiotico. Il gruppo sociale di appartenenza tende comunque a proteggere la persona in lutto e a concedergli il tempo necessario a riorganizzare ed elaborare nuovi ruoli, ma questo meccanismo può portare ad un cordoglio patologicamente prolungato nel tempo e nell’intensità. È compito del medico e dello psicologo individuare quando il lutto è divenuto patologico e si è evoluto in una sindrome depressiva maggiore. Il lutto è una condizione normale, sebbene profondamente penosa, che risponde al sostegno, all’empatia e al trascorrere del tempo. Il disturbo depressivo maggiore è potenzialmente un’emergenza medica e psicologica che richiede intervento immediato per impedire complicazioni come il suicidio.


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Le guide di Campo de’ fiori

Otricoli

......continua dal n. 56 Per quanto riguarda, invece, l’attuale centro abitato, esso si trova sulla sommità della collina, che sovrasta l’area archeologica, nello stesso luogo di occupato dalle popolaErmelinda Benedetti zioni preromane. foto Mauro Topini L’attuale centro storico risulta particolarmente conservato, all’interno della cinta muraria altomedievale, con edifici e monumenti di diverse epoche storiche. Gli elementi più qualificanti sono la presenza di due profferli di tipo viterbese, di numerose costruzioni totalmente tufacee, di grandi palazzi rinascimentali e soprattutto della Collegiata S. Maria Assunta. È ubicata nel punto più alto del paese, sulla piazza principale. La chiesa è un interessante esemplare di luogo di culto preromanico del VII secolo, quasi totalmente ristrutturata nel IX secolo, di pianta rettangolare e divisa in tre navate da pilastri in muratura e colonne, degna di essere visitata. Tra gli edifici del centro storico: l’Oratorio di San Giuseppe da Leonessa, risalente al Settecento, il Palazzo Priorale, attuale sede del palazzo comunale e dell’Antiquarium comunale, la casa Squarti-Perla, con la sua eccezionale porta costruita con frammenti antichi. Di particolare rilievo e assai caratteristici, inoltre, i portici del borgo. TRADIZIONI E FESTE Festa di Sant’Antonio Abate in concomitanza alla sagra dei fagioli con le cotiche, la terza domenica di gennaio. Festa di San Giuseppe da Leonessa, la prima domenica di febbraio. Processione del Cristo morto con la fiaccolata delle confraternite religiose in occasione del Venerdì Santo. Festa dei SS. Vittore Fulgenzio, Santi Patroni di Otricoli dal 13 al 21 maggio, durante la quale si realizza la rievocazione storica con lo sbarco sul Tevere della statua del patrono San Vittore ad inizio dei festeggiamenti. Infiorata del Corpus Domini con processione per le principali vie del centro

storico. Antichi sapori romani, degustazione dei piatti tipici locali il terzo fine settimana di luglio, presso l’area archeologica Ocriculum. Sagra delle antiche tradizioni nel primo fine settimana di agosto. Sagra della Fregnaccia e della Pizzola, due prodotti caratteristici dell’antica tradizione culinaria di Otricoli, che si svolge il terzo fine settimana di Agosto. Festa di Santa Cecilia concerto in onore della Santa protettrice dei musicisti e dei cantanti, in corrispondenza dell’ultimo fine settimana di Novembre. Presepi artistici rassegna dei presepi durante tutto il periodo natalizio. SAPORI TIPICI Ricca è la tradizione culinaria umbra. Tra i primi piatti i Manfricoli, una pasta povera, di sola acqua e farina, tagliata a mano. La por-

chetta di maiale è una tra le migliori e rinomate della zona, e tra i secondi piatti i fagioli con le cotiche, un piatto umile, costituito da legumi e carne suina, di solito servito in un pane di grano duro, scavato a forma di scodella. La focaccia tipica di Otricoli è detta il Fallone, una pasta lievitata, condita con olio extravergine di oliva, rosmarino e sale grosso e cotta direttamente sul pavimento, di mattoni, dei forni a legna. Caratteristiche sono anche la Pizzola, pasta poco lievitata e cotta in olio bollente e la Fregnaccia, un impasto liquido di acqua, farina e sale, tipo crepes. Tra i dolci caratteristici vi sono i Tozzetti, dolci secchi con nocciole, la Mantovana, una torta ancora di nocciole, e il Pampepato, tipico del periodo natalizio, un impasto di frutta secca mista, miele e cioccolato. Ottimi anche i salumi, i formaggi ed i vini.


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Nostalgica Roma 1931 Bus popolare per il trasporto dei pellegrini in Piazza San Pietro

1935 Il pizzardone di Via dell’Impero. Alle prese con il “traffico” o in posa per la foto?


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GLI SCATENATISSMI MINI-BIKER DELL’A.S.D. SORIANO CICLISMO

Il team dell’ASD Soriano ciclismo: (da sinistra) Puleggi Samuele, Maracci Riccardo, Proietti Giuseppe (dirigente), Morgani Andrea, Menicacci Andrea (dirigente), Capagni Leonardo, Di Vita Gaia, Filippi Mario (dirigente), Menicacci Michael, Sabatini Luca, Sabatini Daniele, Mercuri Sophie, Proietti Federico e Filippi Christian. E’ iniziato da poco il nuovo anno, e i piccoli baby-biker dell’ASD Soriano Ciclismo sono tutti già pronti per ripartire alla grande. La stagione che si è appena conclusa è stata, per questi piccoli campioncini, ricca di primi posti e soddisfazioni, ma soprattutto di tanto, tanto divertimento condiviso tra compagni di squadra. Un ringraziamento

va ai genitori e ai familiari, che ogni domenica, li hanno seguiti e sostenuti nelle varie gare a cui hanno partecipato, e non si sono tirati indietro neanche nelle diverse trasferte interregionali, come Livorno, Manciano, e (il più lontano) Predazzo, in provincia di Trento, nel meeting nazionale giovanissimi. Dell’anno appena finito sono da ricordare principalmente due vittorie: la prima ad Anagni, dove, con l’impegno comune, i piccoli atleti, sono riusciti a far salire al primo posto tutta la squadra, che si è aggiudicata il titolo regionale; la seconda, al 10° Baby Cross Country, grazie ai numerossissimi podi che i bambini si sono meritati durante l’anno. Ma al di là delle vittorie e delle delusioni, il

motivo che li ha spinti, e continua a spingerli a praticare questo bellissimo sport, è la voglia di divertirsi, di incontrare ad ogni gara gli “avversari” delle altre squadre, che diventano tali solo in quei pochi minuti in cui si corre, e che per tutta la durata delle manifestazioni sono solo amici con cui giocare e passare un pomeriggio divertendosi. Per finire voglio fare un grosso “in bocca al lupo” a tutta la squadra, sperando che il 2009 sia ancora più entusiasmante della stagione passata!!! Noemi Filippi


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Associazione Artistica Ivna Artisti di Vignanello, Vallerano, Corchiano, Civita Castellana condividono l’arte

LUCE, OMBRA, BALENI, OSCURITA’ NEI SIMULACRI DI MAURO TESTA, PITTORE DEI NOSTRI GIORNI Giovane pittore, di formazione accademica, di talento alla ricerca di una via personale di introspezione, di certezza compositiva, visiva, a volte anche immaginaria e all’operatività artistica a cura della in senso ampio e proProf.ssa fondo. Maria Cristina La formazione è stata Bigarelli fatta tra l’istituto d’arte, in particolare, e l’accademia, in maniera fondamentale. La passione che alcuni docenti gli hanno trasmesso è stata determinante per intraprendere il training pittorico. La semplice tecnica, diciamo come alcuni amano definire alla prima, è quella dell’olio su tela dato in due tre tocchi, soprattutto per alcuni quadri, anche se non disdegna il gesso e il legno. Nei dipinti ad olio su tela i colori e le luci vengono essenzialmente dati al primo impatto. Tanta “materia” messa al primo strato per poi creare leggere velature al fine di procedere in studi più profondi, partendo dal marrone corposo con toni leggeri sempre più scuri, approdando ad un tono che sembra nero e scuro, ma che se lo si guarda a distanza ravvicinata si può scorgere un tocco di rosso: risalta il marrone, il blu si vede e non si vede, senza ritoccare la luce. Lo stile, pur rifacendosi a suggerimenti accademici di altri tempi, certamente appare molto personale, poiché il pittore stesso ritiene che se si dovessero fare riferimenti a Caravaggio o a Michelangelo, si dovrebbe, per assurdo, esser vissuti nel loro periodo: attualmente non c’è più quella cultura, quella stessa passione, non ci sono più quei mezzi, essi non sono stati tramandati in maniera specifica e dettagliata. Forse neanche le motivazioni reali di voler far arte sono le stesse: si tratta di una cultura completamente lontana dalla nostra. Allora la religione e la cultura viaggiavano di pari passo, adesso sono scisse e l’arte è priva dello stesso slancio o della pas-

sione che era dettata dall’Essenza Superiore. Il prezioso studio dei colori e dei bozzetti è per Testa l’ espressione dell’entusiasmo e dell’emozione di veder crescere l’opera, trasporla sulla tela, con l’uso dei colori più vivi, più accesi, con più contrasto, più profondità, studiando le viscere dell’incorporeo, anelando alla perfezione corporea fino alla fattura finale. Per Mauro Testa, stendere il colore è già nella fase iniziale dell’opera, che viene impressa e plasmata preferibilmente su una tela preparata con stoffa di lino grezza a metraggio, manualmente lavorata. L’opera viene ben elaborata, sia nel supporto, che nella fattura, sia nella scelta cromatica che tonale, sia nella visualizzazione dell’immagine che nella scelta del soggetto.Tecnicamente il vecchio metodo fa sì che la tela di lino con preparazione al naturale permetta di accogliere l’olio creando il giusto effetto. I soggetti rappresentati sono ben plasmati, l’immagine rimane ben impressa. Interessante è la trilogia dei personaggi senza volto: uno rivolto indietro, uno nell’ombra e uno non appare. Si tratta di un escalation nella chiave di lettura delle opere. Concettualmente l’interpretazione è da sinistra a destra e finalmente al centro, che, non a caso, risulta lievemente più in

alto rispetto alle altre due figure. L’ effigie iconografica centrale sarebbe dovuta innalzarsi ancora di più per via del piano della terra che si sarebbe dovuto trovare al piano delle due fiaccole con la finalità di elaborare una dissertazione sull’idea di Ascensione. La sfera puramente interiore

del Salire tocca l’aspetto psicologico, nella graduale rinascita dell’essere, l’aspetto umano, nella sua forza fisica, l’aspetto spirituale nel suo anelare all’Altro. Possiamo spingerci a concepire l’atto di ascendere nell’esporre agli altri esseri le nostre fattezze fisiche con nessi corporei ed incorporei, laddove l’interesse risiede in quel volto che manca. Il significato di non volersi esporre completamente lascia un tocco di Mistero. Impalpabile è l’identità che non si vuol rivelare, perché non tutto può essere spiegato, non tutto deve essere scoperto; anche se tutto il resto sembra apparire in maniera chiara e perfetta, la parte più interessante non c’è. Sollecitare l’immaginazione è uno dei motivi per cui non tutto appare. Immaginare, ma anche considerare senza banalizzare l’espressione e il valore del Volto. Volutamente parliamo di Ascensione per innalzarsi verso un “dove ?”, verso un “chi ?”. Il Viso si proietta con l’atteggiamento corporeo e lo sguardo interiore verso un “dove” e un “chi” apparentemente ipotetici , apparentemente inesistenti dal punto di vista primario. Scorgiamo che tutto è nascosto nel lato opposto del lino il quale riproduce l’’intera immagine e l’aspetto del Volto che da davanti potevamo soltanto tentare di


Campo de’ fiori immaginare. Il braccio e la sagoma del collo che non appaiono, se non guardando dietro, sono l’idea centrale: da un lato lo spettatore diventa la luce che illumina e dall’altra parte, dietro, lo spettatore è illuminato e in qualche modo protetto da una sagoma. Lo stile complessivo dell’opera pittorica è scenografico, didascalico, addirittura educativo, guidato da veri e propri intervalli musicali fra classicismo e modernismo, che in qualche modo sollecitano e ispirano lo stesso artista Mauro Testa durante la creazione delle opere intellettualmente più impegnative. Il Volto appare quasi un’ombra immersa nella luce, totalmente rarefatta. Facendo un minimo movimento nell’incedere, portandoci fisicamente in un altro punto dello spazio, usufruendo di un breve arco temporale per spostarci, cambiamo il nostro punto di vista: questo ci permette di dare soddisfazione alla nostra originale immaginazione oppure, affidati alla Verità, accogliamo quel Volto, inizialmente, per noi nascosto e incomprensibile: un volto che avremmo potuto sentire come nemico o amico. Soltanto saltando dal gradino delle nostre Convinzioni più estreme o più grette possiamo agevolare l’approccio socioconoscitivo. E’ stupenda l’immagine che Testa ci propone, poiché fa riflettere su come e quanto, osservando oggettivamente, ascoltiamo l’altro, il nostro Prossimo. Non nella

sua universalità, ma nella sua identità con i suoi punti di luce e di ombra, i suoi pregi e i suoi difetti. Spesso, rimanendo a guardare soltanto dal nostro spazio mentale, temporale, pregiudichiamo la scoperta vitale di capire, comprendere e vivere la Bellezza del nostro Prossimo. Queste opere raffigurano l’uomo e provano quanto esso sia imperfetto e bisognoso della Perfezione per migliorare il vivere quotidiano senza timori, senza vincoli derivanti dagli egoismi, dalle staticità, dalle idee inamovibili. Incoraggiano l’incontro con l’Altro. Ci inducono a sfiorare l’idea che bisogna creare dinamicità nella Comprensione di coloro che incontriamo, senza giudicare prima di ascoltare, non le parole, ma le necessità e le urgenze dell’Essere. L’Arte di Mauro Testa risulta colma di riscontri religiosi legati alla cultura neoplatonica del cinquecento, ma anche estremamente attuale e contemporanea nel suo concetto spiritualmente ingegnoso umanamente intuitivo ed essenziale per una migliore interpretazione di noi stessi e del mondo. L’essere che si sposta, mutando il suo punto di vista, è considerato illuminato, intelligente, comprensivo, caritatevole, capace di dubitare delle prime apparenze e di credere che dietro ciò che immagina può “vedere” davvero qualcosa di immerso in una Luce profonda, che altro non può essere che la Luce Divina.

29 Ma quanto siamo disposti a mettere in gioco di noi stessi per “ascoltare” concretamente le persone che abbiamo il dono di incontrare? La disponibilità dell’essere a rispondere alle richieste contingenti dell’altro non può non assumere il significato della lealtà e del rispetto nei suoi confronti. L’una non esiste senza gli altri. Queste immagini ci invitano a guardare che cosa c’è dietro l’immagine primaria, perché chi non vuol “muoversi”, stazionando nei suoi “comodi” e individualisti pensieri, non sviluppa il suo intelletto. L’immagine emerge dall’oscurità in quanto rappresentante l’aspetto interiore. Non è come per Caravaggio l’oscurità, legata alla Controriforma, bensì qui c’è l’aspetto interiore personale, che in qualche modo viene illuminato dall’immaginazione, dai pensieri, dai ricordi, dal guardarsi dentro, dallo studiarsi, perché solo così si esce fuori dalla mediocre mentalità del giudicare a priori. L’Arte di Mauro Testa non è soltanto il risultato di elementi tecnici, ma anche della capacità visiva, più ampiamente sensoriale, di acquisire, assimilare i significati degli oggetti, delle figure del mondo con l’abilità e l’agilità di passare dallo spirito all’essere umano e dall’umano allo spirito, ricevendo l’impressione della Luce e nel contempo di essere parte di Essa.


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na a l l e t s a C a t Civi 09 0 2 e l va e n r a Ordine di sfilata 15 Febbraio C 1

Gruppo Orto Funaro

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Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo

Tucano Biffe Gurgugnao Catarì Le Lunatiche

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Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo

I Forchettoni Indiani Jamaicani Carusielli The Club Play Boy Egizia

14 Gruppo Scroccafusi Maschera libera in concorso Maschera libera fuori concorso

Del Principe Azzurro è innamorata, dai Nani dell’Orto (Funaro) è appagata I Tucano vanno al Mare con “Naomo” a navigare O’ Formicaio de Biffe Cari signori state attenti … le Sciantose riaprono i battenti Alla partenza del Moto GP ce stà pure Catarì “Ombrelline” Giù o quartuccio cianno trovato e dentro a o cesto cianno infilato Barcollo ma non mollo mai … O’ Boschetto ingandado Pirati Jamaicani … all’arrembaggio!!! A crisi non passa mai e o Carusiello fa o’ Samura! Co’ a mano sopra o’ core, daje Civita … sfila o’ Tricolore!!! Play Boy College: la scuola dei sogni Tra le piume e le paillettes … il gruppo Egizia vi presenta Al Capone e gli anni ’30!!! C’o Maraja che viè da Persia o’ Scroccafuso ve fa sta festa Ditta “CalceStruzzi” A crisi avanza e a o’ cannibale je se’ svota a panza!!!

Ordine di sfilata 22 Febbraio 1 2 3 4

Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo

Carusielli The Club Play Boy Egizia

5

Gruppo Orto Funaro

6 7 8 9 10 11

Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo

Tucano Scroccafusi Biffe Gurgugnao Catarì Le Lunatiche

12 Gruppo Indiani 13 Gruppo Jamaicani 14 Gruppo I Forchettoni Maschera libera in concorso Maschera libera fuori concorso

A crisi non passa mai e o Carusiello fa o’ Samura! Co’ a mano sopra o’ core, daje Civita … sfila o’ Tricolore!!! Play Boy College: la scuola dei sogni Tra le piume e le paillettes … il gruppo Egizia vi presenta Al Capone e gli anni ’30!!! Del Principe Azzurro è innamorata, dai Nani dell’Orto (Funaro) è appagata I Tucano vanno al Mare con “Naomo” a navigare C’o Maraja che viè da Persia o’ Scroccafuso ve fa sta festa O’ Formicaio de Biffe Cari signori state attenti … le Sciantose riaprono i battenti Alla partenza del Moto GP ce stà pure Catarì “Ombrelline” Giù o quartuccio cianno trovato e dentro a o cesto cianno Infilato O’ Boschetto ingandado Pirati Jamaicani … all’arrembaggio!!! Barcollo ma non mollo mai … Ditta “CalceStruzzi” A crisi avanza e a o’ cannibale je se’ svota a panza!!!

Ordine di sfilata 24 Febbraio 1 2

Gruppo Catarì Gruppo Le Lunatiche

3 4 5 6 7 8 9

Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo Gruppo

10

Gruppo Orto Funaro

Indiani Jamaicani Carusielli The Club I Forchettoni Play Boy Egizia

11 Gruppo Tucano 12 Gruppo Biffe 13 Gruppo Gurgugnao 14 Gruppo Scroccafusi Maschera libera in concorso Maschera libera fuori concorso

Alla partenza del Moto GP ce stà pure Catarì “Ombrelline” Giù o quartuccio cianno trovato e dentro a o cesto cianno Infilato O’ Boschetto ingandado Pirati Jamaicani … all’arrembaggio!!! A crisi non passa mai e o Carusiello fa o’ Samura! Co’ a mano sopra o’ core, daje Civita … sfila o’ Tricolore!!! Barcollo ma non mollo mai … Play Boy College: la scuola dei sogni Tra le piume e le paillettes … il gruppo Egizia vi presenta Al Capone e gli anni ’30!!! Del Principe Azzurro è innamorata, dai Nani dell’Orto (Funaro) è appagata I Tucano vanno al Mare con “Naomo” a navigare O’ Formicaio de Biffe Cari signori state attenti … le Sciantose riaprono i battenti C’o Maraja che viè da Persia o’ Scroccafuso ve fa sta festa Ditta “CalceStruzzi” A crisi avanza e a o’ cannibale je se’ svota a panza!!!


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“Il Fumetto” LETTERATURA PER IMMAGINI CHE EMOZIONA

ELIAS IL MALEDETTO di Sylviane Corgiat e Corrado Mastantuono – edito da Vittorio Pavesio – 3 volumi, fine prima serie Affascinante e spettacolare. Quest’opera mescola due generi in modo sapiente e con cognizione: il fantasy e il romanzo cavalleresco, con personaggi ripresi dall’ambiente rinascimentale. C’è infatti lo di “smilzo” e il “gigante”, Daniele Vessella qui con accezione quasi “circense”: il nano “giullare” e l’uomo forzuto. La storia si dipana attraverso una delle più comuni tecniche narrative: il viaggio. Il protagonista viaggia per ritrovare il suo vero viso, rubato da uno stregone che gli ha donato il suo. Ma per riappropriarsi del suo volto, Elias deve recuperare tutta una serie di carte magiche o uccidere lo stregone che gli ha lanciato il maleficio. Prima di allora, Elias era un re spietato… oggi è un cavaliere errante in cerca della propria identità e in cerca di un gruppo di potenti artefatti in grado di concedere una “seconda possibilità” a chi ne fa uso riparando agli errori del passato. Il tema della cerca, della propria identità e di una possibile via di redenzione, la sword & sorcery di Conan il Cimmero e il tema, se così si può chiamare, della “raccolta delle carte” si intrecciano in una trama interessante. Particolare è l’artefatto magico, un set di carte/tarocchi, che è parte integrante dell’immaginario fumettistico e dell’animazione giapponese, spesso legato al merchandising. Qui quest’elemento è ben amalgamato agli altri, e perde la sua connotazione collezionistica; infatti, in Elias il maledetto il completamento del set non è l’obiettivo, ma è il mezzo per arrivare a qualcosa di più importante. E il bello è che queste carte/tarocchi vengono utilizzate attivamente nei combatti-

menti. Ma la cosa che stupisce di più è la densità della narrazione: in 56 tavole succede di tutto, con dialoghi lunghi nelle scene statiche e tavole mute dove c’è l’azione, che è dosata alla perfezione; i combattimenti non sono né troppo brevi né troppo lunghi, durano il giusto. Nel primo volume la narrazione scorre veloce sui binari dell’avventura, riservandoci interludi drammatici e umoristici miscelati ad arte, nei quali si muove una galleria di personaggi eterogenei e ben caratterizzati. Corgiat crea una storia semplice, ma appassionante fin dalle prime tavole, dove tutto gira e si incastra in una sublime armonia che ti trascina nella trama, vivendo le emozioni dei personaggi stessi. Dall’altra parte, Mastan-tuono crea graficamente un mondo originalissimo, mischiando aspetti medioevali a quelli meccanici del futuro. I due tempi che si intrecciano danno vita ad un’opera spettacolare che non tradisce gli amanti del fantasy classico. Mastantuono, inoltre, ci dà un’ulteriore prova della sua grande versatilità, cambiando stile a seconda della storia che deve disegnare. Infatti, lavora per la Disney,

per la Bonelli ed Elias il maledetto è edito in Francia da Les Humanoides Associés e tradotto in Italia dalla Pavesio: il giusto riconoscimento per un grande maestro italiano della Nona Arte. Lascio l’indirizzo del mio blog: http://danielevessella.blogspot.com/


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IL CAPOLAVORO PERDUTO:

LA CHIESA DI SAN CLEMENTE IN CIVITA CASTELLANA (sec. XII-1902) di Enea Cisbani Tra le opere costituenti il patrimonio storico – artistico di Civita Castellana, la Chiesa di San Clemente prospettante sulla piazza omonima, posta tra Via delle Piagge e Via Panico, risalente al sec.XII e successivamente trasformata nel XVII sec., è certamente l’esempio artistico più rilevante e conosciuto nonostante la profonda trasformazione e conseguente manomissione avvenuta nel 1902, quando la chiesa viene definitivamente soppressa e trasformata in fabbricato di abitazione. Il rilievo architettonico e tipologico delle strutture murarie superstiti permettono, allo stato attuale delle ricerche documentarie in corso, di conoscere la conformazione architettonica originaria dell’ opera la cui costruzione è coeva all’edificazione di altre chiese dello stesso periodo come San Gregorio, Santa Maria del Carmine e San Giorgio. La struttura medioevale di San Clemente, originariamente, era posta in direzione est – ovest: l’abside centrale con le due minori rivolte ad est, mentre la facciata con il portale d’accesso, prospettante verso la piazza, in direzione ovest. Sul lato nord, alla confluenza con Via Panico, era collocato il campanile a pianta quadrata con due livelli superiori e con accesso dal lato interno della chiesa. Tra il campanile e l’oratorio, l’aula delle celebrazioni con la zona absidale tripartita di fondo e con i tre altari dedicati a San Clemente, Sant’Antonio e San Silvestro. Sul versante sud era collocata una vasta aula rettangolare adibita ad oratorio. La facciata, con il paramento murario caratterizzato dal tufo a faccia – vista, era del tipo “a capanna” con il modesto portale rettangolare e un finestrone circolare superiore. La copertura del tipo alla “romana”, ovvero a due falde inclinate, con le capriate lignee e il manto di copertura in coppi. Agli inizi del ‘600, la struttura originaria viene profondamente alterata: si elimina il campanile, la facciata diventa a “salienti” con un timpano triangolare superiore al fine di accentuare lo slancio verticale della facciata stessa con l’innesto di due volute laterali, il tutto caratterizzato da fasce e marcapiani orizzontali per esaltare il portale sormontato dal finestrone rettangolare centrale, che viene ampliato al fine di aumentare la luminosità dell’interno. Internamente vengono realizzate delle volte a crociera e decorati gli altari presenti. Su Via Panico si aggiunge la canonica ovvero l’alloggio del parroco. La storia e il destino della Chiesa di San Clemente è legato al nome di un suo illustre parrocchiano il pittore civitonico Giorgio Giuliani, allievo del celebre pittore bolognese Guido Reni, sommo inter-

prete della pittura barocca e romana in particolare del sec.XVII. “…..nacque Giorgio il 23 aprile 1588 da Tarquinia e Metello Giuliani, nella casa situata in Via di Porta Lanciana nel perimetro dell’antica parrocchia di San Clemente: il luogo e la data della sua morte si ignorano. Dalla parola e dall’esempio del maestro trasse Giorgio la forza e il coraggio per divenire artista. Studio’ quante ammirate pitture erano allora nelle chiese e nelle gallerie di Roma, cercando sempre il difficile dell’arte. Fece e copiò quadri, massime del Reni, concorrendo così a diffondere la sua maniera e a moltiplicare i miracoli del suo pennello. Un dipinto di Giorgio l’abbiamo in città nella chiesa di San Clemente, alla quale pare ch’ei donasse. Il quadro, largo m. 1,70, alto m. 2,45, è di una maestosa semplicità: un oratorio con a manca un altare assai modesto e un padiglione a destra cadente lunghesso il quadro quasi ad equilibrarlo. Sul nudo pavimento Clemente Papa inginocchiato, con la faccia rivolta al Crocifisso e le mani giunte in atto d’ intensa e soave contemplazione. Dall’aspetto lo giudicheresti di 70 anni, quanti gliene dà la storia, ma d’una vecchiezza non fievole, non macilenta. Il triregno è deposto a piè dell’altare: ha indosso il paludamento che cade in belle pieghe, tuttochè di una stoffa pesante e rigida: la colomba aleggia nel mezzo, rompendo colla sua bianchezza la vasta oscurità del fondo. Il Giuliani ci rappresentò Clemente nell’atto di attingere da Dio il coraggio del martirio che presentiva vicino. C’è la vita, c’è l’anima e sotto al paludamento pare che il petto si sollevi, il cuore batta forte e tutta la persona si ingrandisca al cospetto di Dio. Guido Reni soleva dire che le pitture sono tanto eccellenti quanto più crescono sotto la vista e il quadro di Giuliani fa questo effetto quantunque oggi a cagion del restauro non conservi il carattere delle tinte e la originalità delle linee. Nel 1870 fu restaurato per lire centocinquanta da Luigi Mignani

che lo ricoprì di sua mano interamente”. Il dipinto in questione ornava l’altare maggiore di San Clemente e pervenne alla Cattedrale agli inizi del ‘900. Fu donato alla chiesa di San Clemente dallo stesso Giuliani a perenne e duratura testimonianza della religiosità della sua famiglia, i cui eredi tuttora abitano in via di Porta Lanciana. E’ indubbio che lo stesso restauro del Mignani e un pesantissimo recente intervento di recupero, abbiano profondamente alterato la forma pittorica originaria e trasformato la figura del Santo non San Clemente, ma San Gregorio Magno. La Colomba dello Spirito Santo descritta è, infatti, il simbolo di San Gregorio. San Clemente ha come iconografia l’acqua che sgorga dalla terra e l’ancora che qui nel dipinto non compaiono. Si ignora l’attuale collocazione dell’opera. Nel 1902 la chiesa viene soppressa e trasformata in fabbricato adibito ad abitazioni, sopraelevando di un piano il sistema originario. Nel Novembre del 2008, il fabbricato è stato sottoposto ad un intervento di restauro della facciata che ha messo in luce due arconi di scarico della struttura medioevale.


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La rubrica

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dei perchè?

Perchè l’arcobaleno è a forma di arco? La forma di arco si spiega con le leggi di ottica ed in particolare con un fenomeno detto rifrazione: i raggi del sole attraversano le goccioline d’acqua (che dopo i temporali restano numerose in sospensione nell’atmosfera, per un po’ di tempo), subiscono tutti una deviazione di un ben determinato angolo e raggiungono una regione circolare attorno ad un punto detto “antisolare”. Questa regione è a forma di cerchio perchè i raggi del sole, che si possono considerare con buona approssimazione tutti paralleli tra loro, sono deviati di un angolo fisso dalle gocce d’acqua in tutte le direzioni, disegnando così nel cielo un cono, con la base rossa all’esterno e blu al suo interno. Per determinare il punto antisolare basta vedere dove si trova l’ombra della nostra testa, che è esattamente opposta al sole. Quasi sempre questo punto si trova sotto l’orizzonte ed è per questo che vediamo solo “un pezzo” del cerchio. L’arco è colorato perchè ogni colore che compone la luce bianca del solo è deviato con un angolo diverso (42° per il rosso e 40° per il blu).

Modi di dire Prendere una cantonata

Originariamente è riferito a chi, guidando un carro, fa una curva troppo stretta e urta col mozzo della ruota contro l’angolo di una strada, causando un guaio. Perciò prendere una cantonata in senso figurato significa commettere un errore, prendere un abbaglio.

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di e i r o t Le s x Ma

Questa volta ripercorriamo le origini storiche di un gruppo musicale, uno dei più longevi del panorama musicale italiano, che, nonostante le sue molteplici evoluzioni, è sempre sulla di cresta dell’onda: i Sandro Anselmi Pooh! Il gruppo nasce a Bologna, con il nome originario di Jaguars e una formazione che pochi ricorderanno: Mario Goretti e Mauro Zini Bertoli alle chitarre, Gilberto Faggioli al basso, Valerio Negrini alla batteria e Robert Gilliot, di origini inglesi, all’organo. Ma il primo vero debutto dei Pooh si ha agli inizi degli anni ’60, con il brano Vieni fuori, versione italiana di Keep on running, degli Spencer Davis Group. Qualche mese dopo è pronto un nuovo disco, Bikini beat, con una formazione lievemente modificata: Riccardo Fogli, cantante degli Slenders, prende il posto dell’inglese Gilliot. Il disco esce con due differenti copertine: in uno la foto completa del gruppo, nell’altro una foto pubblicitaria di prodotti solari. Poco dopo, nuovo disco e nuovo cambiamento. Roberto Fac-chinetti, proveniente da “I Monelli”, sostituisce Gilberto Faggioni, nel disco Brennero 66 e per sempre. Il brano segue la linea beat di protesta in auge in quel periodo, che racconta degli attentati terroristici in Alto Adige. La canzone viene proposta per la terza edizione del Festival delle Rose, ma potrà essere ammessa solo a patto che venga

I Pooh

cambiato il titolo e parte del testo. Il brano diventa così Le campane del silenzio. Come in tutte le gare canore di quel

tempo, ha una doppia interpretazione, anche se del disco, con la versione di Roby Cristiano, in coppia con i Pooh per quell’occasione, non se ne ebbe mai traccia. A questi primi tre lavori, tutti in versione beat, e oggi ormai una rarità, si affianca un 33 giri d’esordio altrettanto raro: Per quelli come noi, edito dalla loro casa discografica, la Vendette, alla fine del 1966. Ma la vera e propria eccezionalità del gruppo è il 45 giri Nel buio, per il fatto che uscì con due diverse copertine. La Vendette, infatti, aveva stampato inizialmente il disco con una photo-cover che ritraeva la formazione con cinque componenti, come si era presentata qualche anno prima. Ma al momento dell’uscita del disco il gruppo si era ridotto a quattro elementi, in seguito all’abbandono del chitarrista Mauro Zini Bertoli, per convolare a nozze. continua sul prossimo numero.....


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Vita Cittadina E’ stato assegnato presso la sala Consigliare del Comune di Civita Castellana il brevetto europeo di primo soccorso della Croce Rossa. Ecco i nomi dei ragazzi a cui è stato aggiudicato: Giancarlo Mecarocci Federica Carabelli Paola Morici Fabrizia Massaini Massimo Flavio Nervali Maurizio Matteucci

Ha riscosso un buon successo il concorso “Presepio dell’anno”edizione 2008 organizzato dal Comune di Civita Castellana. Tra i tanti partecipanti solo sette sono stati premiati: 1° Carlo Fontana, 2° Comitato Festeggiamenti S. Luigi Gonzaga, 3° Marco Spettich, 4° Centro socio educativo “R.M. Frezza”, 5° Giovanni Giunta, 6° Luca Bobboni, 7° Elisa Ciarroni. Anche gli istituti scolastici sono stati premiati: 1° Circolo didattico “F. Petrarca”, Scuola primaria “Gianni Rodari”, classi 2C e 3C, 2° Circolo didattico “F. Petrarca”, Scuola primaria “D.Giovanni Bosco”, classi 4A e 4B, 3° Istituto comprensivo “XXV Aprile”, Scuola dell’infanzia “A. Gramsci”. Fuori concorso il presepe del sig. Novello Pastorelli.

Tra le foto degli alberi di Natale che ci sono state recapitate in Redazione, abbiamo scelto quello della signora Giuliana Valeri per l’originalità dell’albero finto.


di Riccardo Consoli ...continua dal n. 56 Si pensi a musiche come quelle di Willie Smith o come quelle di Pete Johnson che influenzerà profondamente sia Duke Ellington che Count Basie, o ancora come quelle di Thomas Waller che per la sua mole verrà chiamato Fats - grassone e che, con la sua innata carica umoristica e ridanciana, avrebbe saputo simboleggiare quegli anni in cui la società credeva davvero di vivere nel secolo del benessere immaginando che tale benessere non sarebbe mai finito. Nel 1920 Harlem già ammassava nelle sue case fatiscenti più di duecentomila neri, essa a poco a poco si era allargata sino a raggiungere la 110° Strada arrivando al Central Park tanto da far battezzare il piccolo lago sito a nord di questo, Harlem Meer o Harlem Sea una città nella città può essere definita Harlem in cui coesistevano un proletariato e un sottoproletariato costituiti da gente che ogni giorno si poneva il problema del pane quotidiano e che, ad ogni sorgere del

Al Jolson

sole, doveva inventarsi qualcosa di nuovo. E’ in questa Harlem che approda il nero per cercare migliori condizioni di vita e migliori possibilità economiche, cosicché la città diviene il centro della cultura e del talento neri; qui vivono la maggior parte degli artisti e degli intellettuali neri che traggono le loro idee e la loro ispirazione dalla vita della comunità e, al tempo stesso, in questo enorme quartiere, nasce una “borghesia” che, nel sud del Paese, sarebbe stata inconcepibile e inaccettabile dai bianchi, la “borghesia nera”. Il Cotton Club locale in cui si esibiranno per lungo tempo Duke Ellington e Cab Calloway, è un locale di bianchi riservato ai bianchi dove, però, le attrazioni sono nere e nel quale sarebbe nato lo ellingtoniano Jungle Stile analogamente, il Savoy Ballroom una sala da ballo in grado di contenere duemila coppie e dove si sarebbe ballato per anni al suono di orchestre nere, è di proprietà di bianchi e, oltre a tutto ciò, esistono banche, chiese, scuole e bar di proprietà di bianchi, ma esistono anche banche, chiese, scuole e bar di proprietà di neri frequentati da soli neri che cercano, come dire, di mettersi a livello sull’onda di quel dilagante benessere di cui innanzi si è fatto cenno. Non mancano i Night Clubs e le case da gioco di proprietà di neri nei quali, a poco a poco, il Jazz avrebbe acquisito diritto di stabile cittadinanza, questo è però un Jazz frutto dell’ambiente, volto a far dimenticare ai neri il triste e secolare retaggio della schiavitù, un Jazz in buona sostanza, che deve essere meno selvaggio e che deve dimostrare al mondo la raggiunta civilizzazione. Il Jazz di New York assume ben presto nuove caratteristiche, deve innanzi tutto rispettare il principio di far guadagnare e soddisfare il pubblico che non cerca di certo storie tristi e che, al limi-

te, riesce ad accettare il bianco Al Jolson che, con il viso dipinto di nero, canta le sdolcinate melodie che lo stesso pubblico vuole ascoltare e poi deve essere spettacolare. Così non poteva essere, ne il Jazz di New Orleans ne il Jazz di Chicago che, con piccoli complessi, pur facendo Show all’americana, termine che per decenni condizionerà il mondo del Jazz, suona soprattutto una musica di estrazione popolare, a New York, pertanto, assumono importanza determinante, non i musicisti provenienti dalla città del Delta, bensì uomini neri e bianchi provenienti da altre parti degli Stati Uniti. Negli anni venti il più importante fu di certo Fletcher Henderson un nero proveniente da una famiglia borghese che aveva studiato alla Atlantic University di Atalanta e che, ultimati gli studi, essendosi reso ben conto di quanto la sua musica fosse gradita al pubblico, aveva preferito seguire i sentieri del Jazz in questo imitato dal fratello Horace pianista come lui. La sua orchestra, anzichè essere impostata sui tre strumenti classici di New Orleans, cornetta, trombone e clarino, viene impostata su trombe e tromboni e, soprattutto, su uno o due saxofoni contralto, uno o due saxofoni tenori e un clarinetto che, suonando soltanto musica scritta e arrangiata, costituiscono il c.d. Background - lo sfondo al grande solista, fosse questo Louis Armstrong, Tommy Ladnier, Coleman Hawkins o Benny Carter. Fletcher Henderson, pur non essendo considerato tecnicamente perfetto, riuscì a conciliare, in un modo musicale tipicamente Jazz, il piccolo complesso di improvvisatori con il solido quadro della grande orchestra e, in effetti, poche presenze come la sua risulteranno così determinanti per la creazione di basi solide per una intera epoca jazzistica che durerà fino alla seconda guerra mondiale e che, dal vocabolo Swing, prenderà nome. Quella musica Jazz, rappresenterà una realtà ancora oggi ben viva essendo riuscita a lanciare ed imporre personaggi come Benny Goodman e Glenn Miller i quali riuscirono a creare quel contatto indefinibile fra musicista e ascoltatore. continua sul prossimo numero...


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Wxv|Åt ÜtááxzÇt w| VtÇàÉ VÉÜtÄx E’ giunto al suo decimo anno il consueto appuntamento con il concerto dei cori polifonici, presso la Cattedrale Santa Maria Maggiore di Civita Castellana, che quest’anno, a detta di chi ogni anno si ritrova lì, ha riscosso un maggiore successo di pubblico. Ad esibirsi, di fronte ai numerosi spettatori, tre straordinari gruppi: il Coro Polifonico In Hymnis et Canticis di Caprarola, diretto dal maestro Cristina Morelli, la Cappella Musicale Ezio Erculei di Otricoli, diretta dal maestro Massimo Rampiconi e accompagnato all’organo dal maestro Quintilio Palozzi e il Coro Polifonico Don Giuseppe Bellamaria di Civita Castellana, diretto dal maestro Laura Ammannato e accompagnato all’organo dal maestro Enrico Mazzoni. Cogliamo l’occasione per pubblicare, qui di seguito, alcuni pensieri scritti da Fabrizio Anzellini, in ricordo del caro don Giuseppe Bellamaria, da cui il coro polifonico di Civita Castellana, per molti anni da lui diretto, ha preso il nome, in segno di stima e gratitudine.

Coro Polifonico Don Giuseppe Bellamaria di Civita Castellana

Cappella Musicale Ezio Erculei di Otricoli

Coro Polifonico In Hymnis et Canticis di Caprarola

Il silenzio della morte Ho tanti ricordi di don Peppino (era il nomignolo con cui lo chiamava la madre Lucia). Il Seminario e la montagna sono i due punti estremi. Lo ricordo Rettore e Guida dei passi montani: Soriano, Montemonaco, Villetta Barrera, Rivoreta di Pistoia, Intermesoli… Poi, amico più grande negli anni di Sacerdozio. Con sofferenza e solo per obbedienza s’è improvvisato pastore a Rignano Flaminio e, per lunghi anni, Vicario Parroco della Cattedrale di Civita Castellana. In realtà Mons. Giuseppe Bellamaria è stato per tutta la vita un Monaco, un solitario della fede. S’infiammava nel cuore e non certo nei gesti. Sempre composto quando commentava la Parola di Dio e dirigeva la sua Schola Cantorum. La chiesa innanzitutto. Poi…la società, là fuori, per essere salvata. Egli aveva un carattere forte e deciso. Lo dominava con l’autodisciplina dello Spirito. Per lunghi anni ci siamo persi di vista. Con gioia e profitto ci siamo ritrovati nella Comunione sacerdotale. Don Peppino è stato il primo e l’unico fratello a confidarmi: “Frabrizio, sono contento che sei restato qui!” ci vedevamo in chiesa per la celebrazione dell’Eucarestia. Ma spesso ci sentivamo. Mi coinvolgeva nella ricerca di lavoro per chi bussava alla sua porta. Com’era addolcito il suo carattere! Quanta discrezione si leggeva nel suo sguardo pacato! Ma quanta solitudine sentivo attorno a lui, quando entravo nel portone della Canonica… e lui scendeva ieratico per ricevermi in ufficio. Era tutto così disadorno e povero. Niente era cambiato dai tempi di don Antonio Cardinali, don Gino Conti, don Silvano Francola, don Nello Salvatucci. Il luogo del mio battesimo e del mio sacerdozio, intatto nello scorrere di settanta anni. Ma la morte è ancora più sorda della storia. Più uguale a se stessa in ogni epoca. Più immobile e silenziosa di ogni altra cosa. Essa ti ha raggiunto, amico mio, nel ritiro della Verna, a 74 anni. Ti sei accasciato davanti ai confratelli. Sei trasportato in una casa di cura, a Roma. Muori e sei messo in sosta nella chiesa di San Gregorio. L’addio ti viene dato nella tua Cattedrale di S. Maria Maggiore. Quindi finisci nel cimitero di Gallese. Un mese terribile, dopo lunghi anni di faticata e gioiosa autonomia. Chissà quanti dolori e quanta coscienza. Son sicuro che l’hai abbracciati come messaggeri del Padre e con l’abbandono del Magnificat, inno che concludeva ogni tua messa. Non sono stato presente ai tuoi funerali. Mi sono perso la folla (la Comunità) che fugacemente è apparsa a renderti gli onori sentiti e dovuti. Grazie, Don Peppino, della tua presenza nella mia vita: dall’adolescenza allo stato finale della maturità. L’uomo vive tante orfananze. La tua dipartita mi rende orfano, in un certo qual modo. Quando tornerò a Civita Castellana, sentirò la contraddizione tra il vuoto fisico e la memoria spirituale… le due intime relazioni che restano tra noi. Il 23 Luglio mi sono portato nella piazza del Duomo, alle sette e quarantacinque. Cancellata chiusa, portone chiuso. Vuoto, vuoto e vuoto. Il custode, la sentinella non c’è più… Oh come si sente! Fabrizio Anzellini


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“ ‘A SABINATA ” 1837/1836 Durante le mie ricerche per il libro”O sogno americano”, cercando i civitonici che emigrarono in Brasile nel primo Novecento, ho scoperto che ce ne furono molti, tra cui Pietro Mossi con la moglie Maddalena Giovannetti e i figli, Giovanni Meccani con la moglie Anna, emigrati l’11 Gennaio 1902. Mi sono imbattuta forse nella prima emigrazione avvenuta a Civita, di non Civitonici …. Nel 1833, il Governo Pontificio emanò il decreto di riunire tutti i detenuti politici nel Reclusorio, ossia il Forte Sangallo, prigione che ospitò alcuni tra i più noti rappresentanti del patriottismo e liberalismo dei primi moti carbonari. Nel 1836, un rappresentante delle autorità Bahiane stipulò un accordo con lo Stato Pontificio, decidendo che i prigionieri politici del Reclusorio di Civita Castellana potevano ottenere la libertà a patto che si trasferissero in Brasile a la Bahia. Quindi nell’Agosto del 1836 si presentò al comandante della prigione, Maggiore Cav. Ferdinando Colasanti, un certo Vincenzo Savi, per offrire ai detenuti questa opportunità. Accettarono sessantadue prigionieri, quasi tutti provenienti dall’Emilia Romagna, le cui pene andavano da tre anni a tutta la vita; una trentina di cittadini liberi dello Stato Pontificio, alcuni famigliari, di cui nove donne e dodici bambini. Vennero condotti in autunno al Lazzaretto di Civitavecchia, dove rimasero sino al 9

Febbraio 1837, da dove salparono alle ore undici, con il brigantino napoletano Madonna delle Grazie, di proprietà del capitano Balsamo. A bordo vi erano quindici marinai, tre frati Cappuccini, oltre al capitano Balsamo vi era anche il capitano Cialdi di Civitavecchia, addetto alla sorveglianza del convoglio, e un ufficiale sanitario, dott. Minelli di Bologna. Tutti i detenuti furono obbligati a sottoscrivere che avrebbero pagato il loro viaggio con il lavoro non appena fossero giunti in Brasile. Al loro arrivo, però, le autorità della Bahia, che non sapevano nulla dell’accordo, si rifiutarono di accogliere questi

emigranti, che, dopo varie vicissitudini, finalmente furono accettati. Ma alla Bahia scoppiò la rivoluzione, chiamata dai brasiliani Satinata, dal nome del movimento che cercava di staccare la Bahia dal Brasile, per proclamarla Repubblica. Gli italiani, tutti detenuti che avevano combattuto in Italia per la libertà, parteciparono in massa alla rivoluzione. Il governo brasiliano, non appena repressa la rivoluzione, si lamentò con il Governo Pontificio e rimandò in Italia una buona parte degli emigrati, qualcuno però tornaronò solo dopo l’Unità d’Italia. Francesca Pelinga


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100 anni fa 12 settembre 1870

di Arnaldo Ricci

Premessa: per i lettori di Campo dè Fiori questa volta ripropongo semplicemente, un articolo scritto da me nel lontano settembre 1968 per la rivista civitonica Numero unico. L’originale dell’articolo è allegato in fotocopia.

Guardando il ponte Clementino in una qualsiasi ora della giornata, si nota subito il continuo flusso dei cittadini che per un motivo qualsiasi, si recano in piazza o viceversa a Guatamello (Via della Repubblica). Forse loro sono ignari che proprio in quel punto, cento anni fa ( il lettore consideri che l’articolo è stato scritto nel 1968 ) si svolse una delle piccole battaglie che portarono alla presa di Roma da parte dell’Esercito Italiano. Il ponte Clementino era un’ entrata di Civita, e le truppe del Generale Cadorna dovevano per forza passare di lì. La nostra città era difesa da 230 uomini dell’Esercito Pontificio, i quali, erano schierati sopra l’attuale forte Sangallo. Una parte di questi uomini, erano però appostati nel mezzo del ponte.

I Bersaglieri del 35° reggimento, comandati dal Generale Cadorna ( i quali passarono poi alla storia per la leggendaria carica di Porta Pia ) transitarono tutti sopra il ponte ed ebbero una calda accoglienza dal

popolo civitonico che aspettava festante in piazza. Ci fu però un po’ di resistenza da parte dei Pontifici e nella piccola battaglia che ne seguì tre soldati rimasero feriti. I pontifici si arresero subito per evitare spargimenti di sangue. Le avanguardie dei Bersaglieri, che erano appostati fra la vegetazione ( dove adesso risiede l’attuale Banco del Cimino; ricordi il lettore che per adesso si intende l’anno 1968) balzarono avanti, attraversando di corsa il ponte e la salita; in un batter d’occhio si trovarono in piazza, poi tra le grida di gioia della popolazione, passarono per l’attuale via Garibaldi e sempre insieme ai nostri concittadini, occuparono il forte Sangallo, ove era rinchiuso il famoso brigante Gasperone.

Protegge i tuoi valori Silvia Malatesta - Via S. Felicissima, 25 01033 Civita Castellana (VT) Tel.0761.599444 Fax 0761.599369 silviamalatesta@libero.it


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L’ANGOLO DELL’AVVOCATO RIGNANO FLAMINIO VERSO IL PROCESSO Dopo due anni di indagine, la prossima primavera dovrebbe celebrarsi l’udienza preliminare per alcuni degli indagati sul caso dei presunti abusi sessuali avvenuti all’asilo “Olga Rovere” di Rignano della Dott.ssa Flaminio. Ilaria Becchetti L’avviso di chiusura delle indagini preliminari, firmato lo scorso dicembre, dovrebbe essere a breve notificato agli interessati. L’atto riguarderebbe solo alcune delle persone coinvolte nell’inchiesta ed è prodromico alla richiesta di rinvio a giudizio. Una vicenda controversa quella di Rignano flaminio, che ha aperto un vero e proprio dibattito nazionale. Gli italiani si dividono, come sempre, fra innocentisti e colpevolisti, ma l’accertamento della verità potrà venire solo dal processo, se ci sarà. Il giudice per l’Udienza Preliminare sarà infatti chiamato a valutare, nell’ipotesi in cui verranno emesse, le richieste di rinvio a giudizio provenienti dalla Pubblica Accusa. E solo nel caso in cui il Gup riterrà fondate le predette richieste, si approderà al giudizio vero e proprio. Nei mesi scorsi sono state raccolte le testimonianze di molti bambini dell’asilo, attraverso quell’istituto di formazione anticipata della prova che è l’incidente probatorio. Queste testimonianze rappresentano il

cardine dell’accusa, dal momento che i rilievi nelle abitazioni e sui computer degli indagati sembrano non aver portato a nulla. Ciò che piace ricordare, però, è il principio fondamentale del nostro ordinamento per il quale esiste, sempre e comunque, la presunzione di non colpevolezza sino all’emissione di una sentenza di condanna che sia passata in giudicato. Al momento, nel procedimento relativo alle maestre e agli altri indagati di Rignano Flaminio, ci si trova al termine delle indagini preliminari; pertanto nulla è ancora deciso e gli elementi raccolti nelle indagini e negli incidenti probatori, dovranno essere valutati in sede dibattimentale con tutte le garanzie del contraddittorio. Si deve dunque parlare di INDAGATI e

NON DI IMPUTATI, di PRESUNTI abusi e NON di abusi. In attesa che la giustizia faccia il suo corso.

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L’angolo del Bon Ton I posti a tavola Non c’è nulla di più imbarazzante per chi organizza una festa, e di più fastidioso per chi viene invitato, di trovarsi a condividere un pranzo o una cena con persone che non si conoscono o che, di Letizia Chilelli magari, non vanno poi così d’amore e d’accordo. E’ importantissimo, quindi, scegliere bene i posti a tavola, soprattutto quando non si può proprio fare a meno di invitare gruppi “poco omogenei”. E’ assolutamente sconsigliato, anzi direi quasi vietato, riunire tutte le signore presenti in un gruppo e gli uomini in un altro, e magari disporli ai lati opposti del tavolo, moglie e marito non devono sedere vicini, stessa regola vale per marito e figlia. Alterneremo, quindi, uomo e donna mettendo al “posto d’onore” l’invitato più importante che siederà, se abbiamo un tavolo rotondo, nel posto con le spalle rivolte alla parete e la visuale della sala sul davanti, se invece il nostro tavolo è rettangolare tutto si baserà sul numero degli invitati: Se saremo in cinque, vige la regola del posto a capotavola con gli altri quattro commensali disposti sui lati lunghi del tavolo. Se saremo in più, il posto d’onore sarà quello centrale (sul lato lungo) sempre con le spalle rivolte alla parete, in modo che il nostro invitato più importante abbia un contatto visivo con ciascun commensale. Ricordiamo, poi, che i bambini vanno fatti mangiare in un tavolo separato e possibilmente prima. Come si serve Ora che abbiamo stabilito il posto, occupiamoci di come si serve. Regola impone che verrà servita la signora “più importante”, e poi in ordine di posto tutte le altre. Stessa regola la applicheremo agli uomini. Per il servizio della seconda portata, cominceremo dalla signora che abbiamo servito per seconda, ci comporteremo allo stesso modo anche con gli invitati uomini. La padrona di casa deve servirsi per ultima, così pure il padrone di casa. Le cose si semplificano se ci si serve da soli. Si porterà il piatto da portata in tavola e si inviterà l’ospite di riguardo, o il più anziano, a servirsi, quest’ultimo poi passerà il piatto alla signora alla sua destra che poi continuerà il giro. Piccole norme da ricordare Posate La forchetta, nel momento in cui si impugna il coltello con la destra, va tenuta con la mano sinistra. La impugneremo con la

mano destra quando non useremo il coltello. Gli asparagi potranno essere mangiati, con garbo, con le dita, oppure, anzi sarebbe meglio, privarli del gambo e mangiarli con coltello e forchetta. Il pollo non deve essere toccato con le mani! Per i formaggi ci si serve direttamente dal piatto di portata, con il coltello apposito che deve essere sul piatto stesso, quando poi lo si pone nel proprio piatto, si tagliano, volta per volta, piccoli pezzi di formaggio con il coltello, si appoggiano su un pezzettino di pane, o verranno spalmati su di esso se sono formaggi a pasta molle. Fa eccezione il Parmigiano che, ridotto in scaglie, potrà essere accompagnato alla bocca con le dita. Gli alimenti che possono essere toccati con le mani sono il pane, la verdura in pinzimonio (da servirsi solo in casi di colazione rustica), l’uva e le ciliegie . Comunque, quando si serviranno questi particolari tipi di cibo, è opportuno mettere in tavola, davanti ad ogni commensale fornito di piattino, delle coppette lavadita con acqua e una fetta di limone. Gli invitati potranno, così, spostare alla loro destra le coppette e sciacquarsi delicatamente le dita. Il bis Il bis non va richiesto dagli invitati, sarà la padrona di casa a proporlo, questo se verrà accettato, sarà per lei la più grande gratificazione.

Il fumo Non si fuma mai a tavola, per una questione di educazione prima di tutto e poi perché il gusto della sigaretta diminuisce la sensibilità delle papille gustative, evitando così di far apprezzare veramente il sapore delle vivande e del vino. (Bibliografia “La mia Cucina”)


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Cristina Morelli un maestro “ unico “ Anna Francola E’ la prima volta ( e forse l’unica) che scrivo per Campo de’ fiori, lo faccio veramente con il cuore, per mettere in rilievo le qualità professionali ed umane di una persona a me molto cara: Cristina Morelli; ex maestro di musica del Coro Polifonico Abbondio Antonelli di Fabrica di Roma. Cristina ha svolto la funzione di Maestro presso il coro sovra citato per circa 10 anni; quest’anno, precisamente ad ottobre, per motivi familiari e non, ha dovuto interrompere la sua attività a Fabrica, conservandola però, presso il coro di Caprarola. Cristina, sotto la guida del maestro Carla Giudici, si è diplomata presso il conservatorio di musica G. D’Annunzio di Pescara; successivamente ha seguito vari corsi di perfezionamento ed interpretazione musicale presso l’Accademia Musicale Romana Ottorino Respighi, nonchè ad Orvieto ed Oriolo Romano. In tempi successivi, ha partecipato ad un Master Class sotto la guida del Maestro De Mura Castro nonché ad un festival pianistico a Rodi Garganico. Ha poi svolto una intensa attività cameristica con il Faliscus Kammer Trio ed il violinista Nicola Narduzzi (a quei tempi direttore del Coro Antonelli). Ha anche frequentato corsi di didattica musicale presso l’Istituto Montessori di Roma. Ha diretto il coro del CAI ( Club Alpino di Viterbo) e dirige ancora attualmente, il coro del Liceo Classico Mariano Buratti di Viterbo nonché contemporaneamente, il coro di Caprarola. Dopo le informazioni sulla carriera artistica di Cristina, voglio raccontare come sono entrata a far parte del coro di Fabrica; la mia parentesi con la corale si apre il 30

gennaio di tre anni fa. In occasione del pellegrinaggio alla Madonna di Loreto del 10 dicembre 2005, due mie conoscenti ( che erano già nel coro ) mi dissero che il maestro Cristina Morelli cercava delle voci nuove, nella sezione contralti e mi invitarono pertanto ad entrare a farne parte. L’idea mi piacque molto, ne parlai con mio marito Arnaldo, il quale non solo approvò ma decise di farne parte anche lui nella sezione tenori. Pensai che questo nuovo impegno artistico sarebbe stato un sistema efficace per sconfiggere la mia timidezza che mi segue dall’adolescenza. Durante la permanenza nel coro abbiamo partecipato a numerosi spettacoli a Fabrica ed in varie città italiane, dove grazie alla bravura del Maestro Cristina Morelli siamo stati apprezzati e valorizzati più di

quello che era nelle nostre aspettative. Questa parentesi triennale di appartenenza al coro, è stata per me gratificante in tutti i sensi. Per solidarietà con Cristina, unita anche a problemi familiari, lascio anch’io la corale, portando sempre nel cuore il ricordo di un maestro davvero “unico”.


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Nel cuore Gli occhi melanconici di Mino

Mino Reitano nell’intervista per Campo de’ fiori nel 2006 di Ermelinda Benedetti

Di Mino ho un ricordo tenero e nostalgico di quando andai a prenderlo all’aeroporto di Napoli, insieme all’ inseparabile moglie Patrizia, per portarlo, quale ospite, ad una trasmissione per la tv: A voice for Europe, che veniva trasmessa dal teatro di Avellino. Durante quel viaggio in macchina, nacque subito un’amicizia spontanea e vera, che seguitò nei giorni seguenti, durante la permanenza nello stesso albergo, dove alloggiavamo insieme agli altri artisti partecipanti. Mi ricordo le serate passate a conversare assieme a tanti altri ospiti quali Riccardo

Fogli, i Neri per Caso, i Ragazzi Italiani, Ginfranco d’Angelo, Leo Gullotta, Brigitta Boccoli, Ambra Angiolini, Annalisa Minetti... Io ero parte della giuria e portavo un brano musicale, fuori concorso, interpretato da Bobby Solo e Marco Del Freo, con le mie edizioni Casalba. Mino era molto apprezzato professionalmente dai suoi colleghi, e con il suo celeberrimo brano Italia, aprì e chiuse la manifestazione, riscuotendo un successo straordinario di critica e di pubblico. Mi colpì la sua modestia quando gli chiesi consigli per la mia casa editrice, e mi spinse ad andare avanti con tenacia, perché “prima o poi” mi disse “sarebbe arrivato il momento opportuno”. Peccato che, quando poi arrivò, con il successo a Sanremo di Anna Tatangelo, io avevo già pensato di concludere quella avventura. Non avevo dato retta a Mino che di costanza, invece, ne aveva avuta proprio tanta. Partito da Fiumara di Calabria con la valigia di cartone, aveva raggiunto subito un successo ed una fama mondiale durata fino alla fine. Quale compositore ha scritto brani indimenticabili primo fra tutti il meraviglioso “Una ragione di più”, per Ornella Vanoni che, assieme ai suoi più popolari successi, resterà nell’albo d’oro delle più belle canzoni italiane. L’ultimo gradito incontro, è stato per l’intervista su Campo de’ fiori,

dopo il concerto per le feste patronali di Corchiano del 2006. Ciao Mino (Beniamino come aveva voluto chiamarti tua madre quando perdeva la vita per metterti al mondo), ti vedo ancora cantare in quel modo così vero e partecipato, a voler abbracciare tutto il tuo pubblico del quale non hai mai potuto fare a meno, e che ti ricorderà per quei tuoi grandi occhi profondi ed il sorriso quasi timido di una persona buona e piena di fede.

Sandro Anselmi

Spegnete i riflettori su Eluana. Fatela riposare! Vogliamo essere vicini alla famiglia di Eluana, e chiediamo si faccia, oramai, silenzio su di un dolore così grande.

Troppa strumentalizzazione, troppo interesse mediatico. Basta!!! Il rispetto dei sentimenti e della commozione va fatto con dignità e, solo così, si può cercare di alleviare la sofferenza di chi è tanto provato.

In memoria di Mario Urciuoli Caro Mario, così ci hai lasciato, inaspettatamente, in silenzio, quasi in punta di piedi, com’era nel tuo stile, tu, persona di poche parole, sempre appropriate. Rivado indietro con la memoria, correva l’anno 1969, sono trascorsi quaranta anni, io e te per primi fummo inviati dalla nostra società a Civita Castellana, dovevamo occuparci dei preliminari di un’importante opera pubblica che sarebbe poi stata realizzata. Altri colleghi ci raggiunsero costituendo così un gruppo di sette famiglie, eravamo tutti molto giovani e tutti avevamo figlioli piccoli, prevalentemente femmine, veramente un bel gruppo, affiatato quanto basta e anche bene assortito. Tante le cose che mi ritornano alla memoria, episodi di lavoro, ma anche di vita privata; tu e la tua famiglia siete sempre rimasti a Civita Castellana, tutti gli altri ci siamo spostati inevitabilmente, disperdendoci. Quarant’ anni, un batter di ciglio, tanto è breve la nostra vita, “ … perché altro non è questa nostra umana miseria che ha nome vita, se non un velocissimo correre alla morte … “, osservava Agnolo Ambrogini il Poliziano. Ciao principe Mario, è stato bello conoscerti, io e la mia famiglia non ti dimenticheremo.

Riccardo Consoli


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Bilanci e progetti della nuova Proloco di Corchiano La pro loco è diventata, ormai, un’istituzione, un punto di riferimento per ogni paese, composta da volontari locali, che mettono a disposizione il loro tempo e le loro idee per valorizzare il proprio paese. Lo scorso Ottobre, a Corchiano, è stato eletto il nuovo direttivo, che vede Pietro Passini presidente, Luigi Sberna vicepresidente, Stefano De Vincenti segretario e Quinto Prosperi cassiere. A loro fanno seguito nuovi e giovani collaboratori e vecchi ed esperti, provenienti dalla precedente squadra. Appena riformato, il gruppo si è trovato a far fronte ad uno degli eventi più importanti di Corchiano, lo storico Presepe vivente, giunto alla sua trentanovesima edizione. Proviamo a tirare le somme con il segretario della neocostituita pro loco, Stefano De Vincenti: “Il nostro obbiettivo principale è stato quello di attirare gente, non solo attraverso la rappresentazione della natività, ormai conosciuta da tutti, ma anche attraverso spettacoli culturali, musicali e folclorici, che sembrano aver avuto una buona risposta di pubblico, nonostante il tempo non troppo favorevole.” Tra le altre cose, un concorso per i ragazzi della scuola media ed elementare, che hanno imbucato le loro letterine a Babbo Natale in un apposito contenitore, nella speranza di essere tra i cinque vincitori. Il presepe di Corchiano, tra i migliori della zona, non si smentisce mai e continua a registrare un grosso numero di spettatori ogni anno. “Essendo per molti di noi la prima esperienza, siamo complessivamente soddisfatti della riuscita di quanto, seppur in breve tempo, siamo riusciti ad organizzare, tenendo conto delle migliorie da poter attuare per il prossimo Natale”, conclude Stefano. Tra i progetti futuri per l’anno 2009, la notte bianca anche a Corchiano, durante il periodo estivo, in data da destinarsi, con i negozi del paese aperti fino a tarda notte e con tanti spettacoli di intrattenimento nelle numerose piazze del paese, non trascurando ovviamente quelle caratteristiche del centro storico. Incerti, invece, i giochi popolari a contrade. La nuova pro loco si propone di essere più attiva per il bene del paese, non limitando il proprio lavoro al periodo natalizio, e trovare collaborazione con le altre associazioni locali già esistenti. Allora, in bocca al lupo e buon lavoro! di Ermelinda Benedetti

Nati

Matrimoni

Deceduti

Corchiano

Corchiano

Corchiano

30.08.08 Arianna Testa 17.09.08 Francesco Cioccolini 22.09.08 Chiara Tommasini 26.09.08 Valeria Panunzi 14.10.08 Desiderio Agostini 14.10.08 Martino Giordano 31.10.08 Cristian Testa 17.11.08 Abdula Muhammad 18.11.08 Alice Andreoli 29.11.08 Serena Pattavina 18.12.08 Ginevra Prosperi 22.12.08 Surya Khan

Marco Spoletini e Elisabetta Rosati Mauro Signoriello e Chiara Alessandrini Armando Massimiliano Piergentili e Arianna Moschetti Domenico Reitano e Tiziana Patamia

16.09.2008 Lando Ciocchetti 23.09.2008 Angela Vessella 24.10.2008 Giuseppina Prosperi 29.10.2008 Vittoria Giogi 12.11.2008 Palmira Berto 12.11.2008 Franco Di Pietro 02.12.2008 Nella Natili 22.12.2008 Avere Crescenzi 22.12.2008 Luigina Pacelli 27.12.2008 Antonio Narduzzi 08.01.2009 Angelo Zannetti 13.01.2009 Iolanda Campana 13.01.2009 Francesco Fiaschetti


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“DOVE LA VITA SI NASCONDE ALLA MORTE”

DIARIO DI GUERRA DEL VENTISEIENNE PIETRO ELVIO CARDARELLI A cura della Prof.ssa Maria Cristina Bigarelli Dopo settantatre anni tutti i dettagli e le sofferenze umane, le atrocità subite dai soldati italiani nella Guerra d’Abissinia, descritta dal soldato Italiano, di Vignanello, Pietro Elvio Cardarelli nel Diario presentato il 29 giugno 2008 presso l’excinema comunale con grande affluenza di pubblico. Corredata da numerose foto e disegni fatti dall’Autore, l’opera è edita da David Ghaleb Editore. Tanta la commozione per la rilevante importanza che questo diario assume. E’ un vero e proprio giornale di bordo con descrizione accurata e scrupolosa volta a dare il risultato della terribile esperienza di vita che i soldati, come Elvio Cardarelli hanno vissuto e sono stati costretti a subire fino all’estremo atto della morte, come conseguenza dolorosa dell’agire cruento e crudele di chi aveva predisposto in tutto ciò una vera e propria Regia. Questo diario ha il sapore amaro del “rancio”, ha l’inaspettato gusto del narrare i particolari più aspri, minuziosi sulla grossolana miopia degli organizzatori di questo evento bellico, ha l’acume di registrare tutto senza sfiancarsi, ha l’eroicità di sostenere i valori più alti persino nei momenti più tristi, più sconvolgenti, più orribili. Sei i Quaderni che compongono il diario, definito dalla critica, di importante valore storico e autobiografico. Noi lo abbiamo letto con passione e coinvolgimento emotivo, - perché è questo che suscita l’abilità di scrivere di Elvio. Pagine portatrici di valori umani proprio laddove l’uomo, accomunato all’animale, viene violato e miseramente considerato. Potremmo intuire che Elvio Cardarelli ha voluto scrivere il suo diario sentendolo come “confidente, un compagno di viaggio che, fedele, conforta, il suo monologo interiore”. Lo scritto testimonia la sofferenza umana sia dal lato fisico che interiore. Attraverso il dolore e la capacità estrema di soffrire, scopriamo che dietro ad essi c’è la Grande Speranza che spinge Elvio a sopravvivere alle peggiori condizioni e ai gravi attacchi alla sua vita. Elvio custodisce il senso dell’esistenza nel nocciolo duro della morte: parla delle stelle, dell’amore, della speranza sotto la coltre del conflitto, dentro il conflitto, facendo di esso la protezione sicura per tutto quello in cui crede, similmente ad un aereo nell’occhio del ciclone inviato senza equipaggiamento in grado di trasportare sensori speciali per

rea di Vignanello…che è splendido anche nella sua ortografia talvolta non completamente corretta o nella punteggiatura molto libera dai vincoli “canonici”puramente formali: spesso si ha la sensazione che quello che viene scritto e descritto, Elvio lo faccia alla velocità del pensiero, dell’impulso del cuore che però in un lampo di luce viene sempre incredibilmente ponderato dalla mente illuminata e sostenuta dal Soprannaturale, al quale si affida. Egli è uno storico, un giornalista, è un romanziere, pur non essendo nessuno dei tre. Non parla della storia, ma parla di quella storia che lui ha vissuto, della guerra a causa della quale ha sofferto e nella quale, coinvolto, suo malgrado, ne subisce la disorganizzazione, le atrocità, le malvagità più sottili, più abiette che ne sono scaturite, come conseguenze di sofferenza fisica, psicologica e spirituale. Fisica perché la guerra lo sottopone a sforzi e privazioni a rischio della sua vita, e quella dei suoi compagni; psicoloA sinistra Elvio Cardarelli mentre scrive il suo Diario gica, perché la realtà che lo raccogliere dati utili a far capire come eviavvinghierà e nella quale è trasportato tare danni e devastazioni all’umanità. attraverso un lungo e disagiato viaggio Evitare il surriscaldamento delle ideologie, sarà quella dell’allontanamento dai suoi sottrarsi alla staticità delle convinzioni, affetti più cari, dall’amore dei suoi familiaeludere la malvagia creatività sono i sugri, della sua Marcella, delle sue amicizie gerimenti,che emergono dall’opera, come semplici, ma autentiche, allontanamento monito per suscitare l’interesse alla Vita forzato dalla sua Casa, dal suo Paese, intesa come Bene per tutti, così come ci dalla sua Italia; spirituale, perché tutte le ribadisce Elvio “la documentazione della sofferenze fisiche e psicologiche messe memoria, la chiave per un futuro consapeinsieme oltraggiano la sua persona nella vole degli errori del passato…le mie sua dignità di figlio dell’umanità e del impressioni…pensavo che potessero avere Padre. Si ritrova a vivere la morte dell’esun certo valore, per chi eventualmente sere se stesso,come persona che scopre dovesse leggerle…” quotidianamente la fame, gli stenti, la Dal punto di vista letterario questo libro è durezza della sete nella speranza di poter intoccabile, come asserisce Paolo ottenere quel goccio di acqua, quel pezzo Andreocci. Il giovane Elvio scrive con la di cibo, quella razione per la sopravvivenstessa costanza e abilità degli scrittori di za che spetta di diritto all’essere vivente. professione. La bellezza del suo diario sta Elvio Cardarelli vive in questa bolgia di nello scrivere tutto quello che accade affanni, all’interno del grande conflitto, senza sosta, senza pause o senza momentanti conflitti “minori” , così numerosi che ti di cedimento. Descrive gli altopiani, i lo fanno vivere all’ombra della morte, paesaggi, i luoghi dove passa, dove statanto che il suo diario, intitolato “Dove la ziona, dove soffre, dove viene umiliato e vita si nasconde alla morte”, racconta in colpito nel suo fisico, nella sua mente, nel modo mirabilmente dettagliato la guerra suo animo; descrive con l’orgoglio di un d’Etiopia in modo nudo e crudo, con richianobile i fatti più meschini e con la poesia mi poetici di alto valore umano, di alto più toccante le emozioni causate dagli significato interiore. avvenimenti o semplicemente da un E’ attraverso la sua costanza di scrivere, di “ammiccamento” ambientale, ideale o un far rapporto sugli avvenimenti delle giorpercepire la realtà nella sua completezza nate che scorrono una dopo l’altra inintercosmica inesauribile, descrive con il linrottamente, in attesa di un “momento di guaggio che conosce che è l’amalgama di gloria “, è attraverso le sue emozioni che un italiano dell’alto Lazio di origine dell’ascopriamo la bellezza dell’essere umano


Campo de’ fiori in quanto tale. Elvio ci appare da un lato una vittima, che incarna universalmente tutte le vittime di questo conflitto, una vittima del potere, una vittima della sete dell’egoismo e al contempo ci appare quale egli è: un ragazzo con desiderio di vivere l’amore con la sua Marcella, di essere amato, di vivere i suoi sentimenti, di potersi realizzare e che man mano si scopre un grande giornalista che fa la cronaca dei fatti nei suoi particolari, di un grande storico quando enuncia cronologicamente gli stessi con precisione certosina e minuzia di particolari e di nomi, di un grande romanziere quando descrive con oculatezza e coinvolgimento emotivo in prima persona e nelle persone dei “compagni” le squallide vicende di sopraffazione continua e reiterata. L’eroicità di Elvio sta nel detenere la preziosità del benigno sentire e nel non scadere nella oscura disperazione. Potremmo parlare o disquisire a lungo della rilevanza storico-letteraria di questo Diario e del suo valore socio-politico con nessi e connessi morali, ideologici o concettuali, ma ciò che veramente vale la pena di mettere in luce è la capacità umana di presentare il pregio dei valori ai quali Elvio credeva, che hanno permesso all’uomo Elvio di sperare e continuare a

Sabato 20 dicembre, come consueta tradizione si è svolto presso la palestra “Okinawa Sporting Club” il saggio di natale. Un grande applauso va fatto a tutti i piccoli karateka,che si sono esibiti davanti ad amici e parenti,dando vita ad un pomeriggio ricco di emozioni e divertimento. Un grazie anche a tutti i genitori he hanno contribuito e reso possibile una festa bellissima.

sperare in un ritorno a casa. Vale la pena di focalizzare la nostra attenzione, di lettori e testimoni visivi attraverso la lettura, sulla testimonianza che Elvio ha saputo darci di Creatura, attraverso la sua forza, la sua determinazione a voler scrivere per farci eredi della sua sofferenza, affinché questa sofferenza non sia vana, non sia fine a se stessa , ma travalichi le menti, trovando spiegazione più alta delle povertà umane vissute in quei luoghi dal momento della sua obbligata partenza. Tutto ciò va al di là delle semplice spiegazioni terrene. Potremmo definire la sorte di Elvio veramente struggente, ingiusta ed il suo Diario un reticolo di crudeltà pure come solo la guerra riesce a fare. E’ doverosa una visione diversificata della sua esistenza, riconoscibile nella fede incrollabile che lui, i suoi famigliari, sua madre hanno saputo testimoniare. Anche nei momenti più duri e crudi, non perdendo mai il contatto con la realtà, Elvio ha la forza di scrivere “ La sera scende calma e serena, in essa si rispecchia la calma e la serenità ch’è scesa nei nostri corpi. Sofferenze, pene, patimenti morali e materiali sono dimenticati; si vorrebbe guasi domandare perdono alla Patria, se qualche volta, con il corpo stanco, il morale abbattuto, demoralizzati e sfiniti, è sfuggita una parola di

47 protesta, un dubbio sulla purezza dei sentimenti patriottici. Ora tutto è passato, tutto è scordato, le grandi ali della Vittoria hanno coperto e fatto svanire ogni cosa profana. Ora ci aspetta l’attesa ricompensa di tutto, il bel suolo Italiano, che riposa e ristora, l’abbraccio dei cari che commuove di gioia. Ancora un po’ di pazienza mamme, e poi saremo da voi, cessate intanto le vostre lagrime di trepidazione, i vostri amari sospiri di pena, sostituite ciò, con beati sorrisi, con lagrime di gioia che riverserete sui nostri petti si duramente provati, ma ancora saldi”. In quel “sofferenze, pene patimenti morali e materiali sono dimenticati” c’è la capacità di perdonare e non solo, anche il coraggio di chiedere perdono alla Patria che li ha “avviati” in quel terribile conflitto, c’è tutto il coraggio e la capacità di perdonare, sentimento che soltanto un credente in Dio sa fare, soltanto chi ha ricevuto il dono può fare. Il riferimento all’”abbraccio dei cari” e alla “ pazienza delle mamme…i vostri amari sospiri di pena, sostituite ciò con bei sorrisi, con lagrime di gioia che riverserete sui nostri petti si duramente provati, ma ancora saldi”, sarà profetica da parte di Elvio, perché sarà proprio la mamma che in sogno avrà la visione e il dono di poter pregare la Madonna….


La Redazione di Campo de’ fiori si associa agli auguri Tantissimi auguri di buon compleanno al piccolo Marcello Clementi che il 27 gennaio compie 6 anni, dalla mamma, il papà e i nonni.

Tantissimi auguri alla nostra carissima amica Cecilia Anselmi che compie gli anni l’11 Febbraio, la redazione di Campo de’ fiori, mamma, papà e Federico

Buon compleanno a nonna Ettora che il 28 gennaio compie 73 anni e a nonno Giustino che l’11 febbraio compie 81 anni, dalle figlie, i generi, i nipoti e tutti i pronipoti.

Tantissimi auguri di buon compleanno a Giada Ferrari che il 2 febbraio compie 18 anni!!!..... Auguri gnocca!..... Le amiche & gli amici!

Tanti auguri di buon compleanno a Giorgio che compie gli anni il 31 Gennaio da Emilia, Enzo, Alessandro e Fabrizio. Alla nostra carissima amica Elena, gli auguri più sinceri di 25+25 anni, da Emilia, Enzo, Annamaria e Marcello.

Buon compleanno dalle persone che ti amano Mimmo,Melania,M ichela e Veronika ti amiamooooo

Beatrice ora che hai raddoppiato gli anni, sono doppi i nostri auguri per i tuoi 10 anni. Mamma, papà, Edoardo e i nonni.

Il 10 gennaio festeggia il suo 20° compleanno Chiara, che con i suoi sorrisi e il suo modo di fare ci regala sempre qualcosa di speciale! Tantissimi auguri da Flavia, Simona, Claudia, Silvia, Michela, Roberta, Loredana, Marco e Daniele. Ti vogliamo bene Auguri a Chiara che il 10 gennaio compie 20 anni… sei una ragazza speciale, non devi far altro che continuare così. Ti amo. Andrea.


Tanti auguri di buon compleanno alla nostra principessa Alice che il 12 Gennaio compie 9 anni da mamma Giulia e papà Davide. Tanti auguri ad Alice anche dai nonni, zii e dai cugini Aurora e Niccolò.

Tanti auguri a Massimo che il 31 Gennaio compie 8 anni dai nonni Sandro e Franca, zio Valerio e dai genitori Azzurra e Vanni.

Tanti auguri a Laura e Luigia Brandi che compiono gli anni il 10 Febbraio, dalla sorella Alida, il cognato e i nipoti.

In questo giorno così speciale un dolce augurio da mamma papà e i fratellini alla piccola Sara Pantani che il 10 gennaio riceve il sacramento del battesimo

Tantissimi auguri alla nostra piccola principessa Nicoletta De Masi che il 5 Gennaio compie 11 anni, da papà Cesare e mamma Federica. Auguri a Gloria Mariani che il 9 Febbraio compie i così tanto attesi 18 anni, ti auguriamo una vita piena di fortuna e serenità. Con amore, Claudia, mamma, papà e i nonni. Ti vogliamo un mondo di bene.

Auguri a Immacolata e Carmine Ruggiero che il 13 Dicembre hanno festeggiato il 25° di matrimonio e il battesimo del piccolo Tommy. Felicitazioni dai famigliari, amici e parenti tutti. Tantissimi auguri a Michela Baglivo che compie i suoi meravigliosi 18 anni il 5 gennaio. Mantieniti sempre così nel tuo pensiero, nelle tue azioni e nel tuo essere. Dagli amici, da mamma, papà e tutti i parenti,gli auguri più cari.

Tantissimi auguri di buon compleanno a Laura Petrucci di Civita Castellana che il 20 febbraio compie 25 anni Baci dal fidanzato Stefano


Auguri di buon compleanno a Leonardo e Aurora Fusco che il 21 e 25 Gennaio compiono gli anni, dai genitori Pietro e Manuela, dai nonni e dagli zii. Tanti auguri a Nicolò Carpenti che il 23 Complimenti a Febbraio compie 7 Carlo Corteselli anni, per la sua ambita auguri dai genitori e i preda, un tonno nonni. di 140 Kg. Andreina

Tanti Auguri a Diana e Angelo, che il 28 Dicembre hanno festeggiato il loro 50° Anniversario di Matrimonio Un in bocca al lupo speciale ai “carciolano angels” per i loro fantastici progetti. Gli amici.

Tanti auguri alla nostra carissima mamma che il 5 marzo compie gli anni dalla figlia Simona, il genero Claudio i nipotini Martina e David

Tanti auguri a Aurora che il 1° Febbraio compie 3 anni. Un mondo di auguri da zio Roberto.

Tanti Auguri a Viola Antonelli che il 15 Febbraio compie 6 anni, dalla mamma Gabriela, il papà Claudio, la sorella Aurora, i nonni, gli zii e i cugini.

Ti fanno i più sinceri auguri attraverso questo (amico) giornale, Marino, Erica, Maurizio e la tua Giorgina.

Tanti auguri a zio Biagio che il 17 gennaio compie 50 anni dai nipoti e dalla sorella Pina


Un saluto ai miei ragazzi speciali. Grazie per i bei momenti che mi regalate. Grazie Loredana.

Tanti auguri di buon compleanno a Asia e Mario Christian Cima che il 23 e 27 gennaio compiranno 7 e 3 anni, con tanto amore mamma Marina, papà Roberto, le nonne, gli zii e i cuginetti.

Tantissimi auguri a Sara Longo che compie 6 anni il 29 Gennaio, da mamma, papà, Martina, Alice e Matteo.

Tantissimi auguri di Buon Compleanno a Bruno Sisti da tutta la redazione di Campo de’ fiori

Tanti auguri a Giada Sora che compie 2 anni il 20 Febbraio, da mamma Silvia, papà Luigi, dai nonni, gli zii e da Emily e Christian.

Tantissimi auguri di buon compleanno al piccolo Daniele che compie gli anni il 20 Gennaio, dai genitori e da tutti i parenti.

Tantissimi auguri di Buon Compleanno a Leonardo Squitieri che compie 7 anni il 23 Gennaio, da mamma, papà, nonna Lory, nonno Luigi, zia Tamara, zio Massimo e zia Arianna.

Tanti auguri a Viviana Cencioni di Corchiano che compie gli anni il 24 Febbraio e al suo nipotino Gabriel Toma che il 27 Febbraio compie il suo primo anno di vita. Augurissimi da tutta la famiglia. Tanti auguri di Buon Compleanno a Maria Francesca Iengo e Lorenzo Sansonetti che il 23 e il 29 Gennaio compiono 9 anni, dai genitori, i nonni, Francesco e Eleonora e tutti i bambini della 3° C “Gianni Rodari”.


Tanti auguri ad Aldo Ianni che il prossimo 15 febbraio compirà mezzo secolo; dalla moglie Antonella, dai figli Daniele e Federico, dalla sua mamma, dai suoceri, dal fratello, dai cognati, amici e parenti tutti, nonchè dalla famiglia Ricci.

Tanti auguri al piccolo Leonardo Pasquali che compie 2 anni il 4 Febbraio, da mamma, papà, Tantissimi Auguri la sorellina Alice, i nonni, di buon compleani cugini e gli zii. no da parte di papà Massimo e di Tantissimi auguri di buon compleanno alla piccola Giulia mamma Francesca al piccolo Lucchetti che il 9 Gennaio Christian Paggi compie 2 anni .... che il 5 Febbraio ti vogliamo troppo bene ... compie 2 anni. le zie Marta & Marta. Auguri Amore! A Noemi. Sei diventata maggiorenne, ma per me rimani sempre la mia “piccolina”! Goditeli tutti… la tua sorella “vecchia”. Ti amo, tanti auguri Marta.

Tantissimi auguri a Flora Fiorani che il 12 Noemi compie 18 anni! Ehii bambina, stai divenDicembre ha tando grande. Auguri, auguri, baci dalla tua fami- festeggiato il suo glia, mamy Paola, papy Carmine, sorella Mata, compleanno!!! cane Carlotta! Le amiche di Faleri Tanti auguri a Tommy Ruggiero che il 4 Febbraio compie 1 anno, dai genitori, i fratelli e parenti tutti.

Tanti auguri di buon compleanno a Federico Ianni che il prossimo 2 febbraio compirà 18 anni; dalla mamma Antonella, dal papà Aldo, dal fratello Daniele, dai nonni, zii, amici e parenti tutti; inoltre un augurio particolare dalla famiglia Ricci.

I tre gioielli di “zi Pio”, Leonardo, Elisabetta e Giulia, festeggiano nonno Pietro che compie 80 anni.

Giulia annuncia la nascita del cuginetto Massimo nato il 21 Gennaio.


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Otto

Vi proponiamo alcuni scatti di Otto il Dogo Argentino di Antonio che si diverte sulla neve durante una meritatissima settimana bianca!!!

MERAVIGLIOSI CUCCIOLI CERCANO CASA Sono un maschio e due femmine Disponibili da fine Gennaio 2009. Futura taglia media-piccola visibili a Civita Castellana (Viterbo), ma li portiamo dovunque! Gloria: 339/7789224

V° Festa Calcateide degli amici “pelosi”

TROVATE A FABRICA DI ROMA CHI LE RICONOSCE? Siamo alla ricerca del loro padrone!

TROVATO in Via Corchiano, a CIVITA CASTELLANA un cane maschio di grossa mole, anziano sembra, con collare. NO TATUAGGIO, NO MICROCHIP! Chiamare SILVIA: 338/7357799

Sono due cucciole femmine, in buona salute, abituate agli umani, attualmente in stallo. Per segnalazioni: 347.8558577 331.6366721


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Album d Campo de’ fiori

Civita Castellana 1920 - cortile del Vescovato, classe seconda elementare

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Fabrica di Roma anni ‘70 - da sx: Carlo Pacelli, Giorgio Cencelli, Luciano Balzerano, Enrico D’Antonangelo e Patrizio Salvi


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dei ricordi Campo de’ fiori

Fabrica di Roma anni ‘70 - da sx: Carlo Pacelli, Luciano D’Antonangelo e Paolo Fasanari (o’ carzolaro)

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Civita Castellana anni ‘50 - veglione di carnevale. Da dx: Alina e Dino De Angelis, Lidia Farina, Domenico (Mimmo) Evangelisti. Al centro: Giovanna Farina e Angelo Puggese.


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Album d Campo de’ fiori

Comunione a Civita Castellana nei primi anni ‘30: 1-Francesco Conti, 2-Aldo Chitarrini, 3-Cesare Marcantoni, 4-Mario Mezzanotte, 5-Eraldo Bruzziches, 6-Costante Finesi, 7-Stradonico Romani, 8-Silvano Rossini, 9-Candido Rossi, 10-Maria Basili, 11-Don Goffredo Mariani, 12-Santina Coracci, 13-Luigia Paolelli, 14-Valeria Anselmi, 15-Lina Di Nicola.

Civita Castellana 1940 Famiglia Cimarra In piedi da sx: Quintilio, la piccola Enza, Luigia, Caterina, Santa, Giacomina e Giuseppe Seduti da sx: Maria, Gilardo e Nino

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dei ricordi Campo de’ fiori

Civita Castellana, Scuola Elemtare Don Bosco - Anno Scolastico 1977/78 classe III° B - Maestra Vilma Salvadori (Cancilla) In alto da sx: Roberta Mazzilli, Marco Ortenzi, Fabio Massimo Ceccani, Giampiero Barboni, Pina Frezza, Stefania Catinari, Katia Crestoni, Giuliano Bocchini, Stefano Sorge, Roberta Trudu, Loredana Ricci In basso da sx: Massimo Bernardi, Ivan Fallini, Giuseppe Gregori, Isabella Frausilli, Sandro Carvetti, Filippo Mancinelli, Luca Veralli, Laura Banditelli, Stefania Del Priore, RobertaCalabrini.

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Civita Castellana 1913 Silverio, Elisa e Ezio Cipriani con la mamma Elvira Brunetti

Civita Castellana 21.6.1954 Famiglia Conti


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Album d Campo de’ fiori

Civita Castellana - Anni ‘70 - -Torneo Bar Flaminio - Squadra dei Coreani In piedi da sx: Luciano Coracci,Massimo Arrigoni,Gianfranco Belli, Eraldo Belli, Massimo Ricci, Adriano Menichelli, Luciano Colella, Augusto Malatesta (Lin Piao), Alfredo Magaldi. In basso da sx: Franco Alessandrini, Claudio (Cimino), Bruno Belli (Tarzan), Ivo Cimarra, Marcello Leonardi, Giuseppe Mereu.

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Campo de’ fiori 1955 Colonia estiva a Nettuno. Da sx Alba Belli, Graziella e Antonietta Conti

Civita Castellana 1958 - Campo Madami Rodolfo Profili e Franco Severini


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dei ricordi Campo de’ fiori

Civita Castellana - Carnevale 1985. 1) Luca, 2) Giuliano Rossi, 3) Roberto Pistola, 4) Andrea Massaccesi, 5) Alessandro Longo, 6) Elsa, 7) Silvia, 8) Barbara Migliorelli, 9) Simona Moretti, 10) Daniele

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Ronciglione - Carnevale 1966. Foto del Signor Gianluca Federici


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Oroscopo Febbraio 2009 ARIETE: Questo mese ti presenta qualche sorpresa più che piacevole… L’amore…travolgente, passionale, intenso! Datti da fare e gustalo fino in fondo, potrebbe essere quello definitivo. Occhio ai mal di testa. TORO: Nervosismo ed irritabilità… sei piuttosto intollerante… certo un atteggiamento più morbido e ragionevole ti aiuterebbe anche nel lavoro, non solo in famiglia e con gli amici. Ci sono parecchie spese in arrivo, sii parsimonioso… cerca di distenderti e … ritrovarti! GEMELLI: Il buon umore è tuo, l’energia pure...Soddisfazioni lavorative… Nuovi incontri sia di collaborazioni che sentimentali… il momento è veramente positivo, approfittane! Qualche breve viaggio è auspicabile, ti aggiunge nuove opportunità. CANCRO: Il mese è improntato alla bipolarità, perciò controlla i tuoi sbalzi d’umore, nell’ambito della tua vita quotidiana, ma anche nel lavoro stai attento ai superiori, sii disponibile con il tuo partner, e non avere la presunzione di

onnipotenza nel rapporto. LEONE: Questo è un periodo in cui l’energia lascia a desiderare, per cui ti ci vorrà molta più energia per tener fede agli impegni… molto stress offusca la tua mente, il che rallenta il tuo procedere… Abbi pazienza non è colpa di nessuno. VERGINE: Ti darai da fare, ma è il solito menage. Tuttavia, alla fine, riuscirai a tener testa alle situazioni, come sempre, perfezionista e metodico come sei. Ci sono possibilità di crescite e gratificazioni lavorative. BILANCIA: La vita di coppia è una lotta, questo anche per il tuo carattere un po’ altalenante. Prendi in considerazione l’idea che anche tu sbagli: Spendi un po’ di tempo in più per farti capire! Dai una regolata alla tua dieta. SCORPIONE: Sei messo a dura prova sui vari versanti della vita, dai sentimenti al lavoro. Metticela tutta per tranquillizzare gli animi. Verso fine mese la situazione migliora e le attività, l’amore si riaccendono.

SAGGITTARIO: Energia e voglia di fare ti spingeranno in avanti Tutto te stesso si attiverà, nei vari campi di interesse. Sfrutta il momento per porre buone basi lavorative…o se vuoi riprendere un amore traballante, va bene comunque, ma usa saggiamente momento ed energia. CAPRICORNO: Mese piuttosto insofferente e scontroso. Analizza bene i problemi con il partner, anche quelli piccoli possono diventare enormi. Sciogli ora tutti i nodi anche con soci e collaboratori. Per un po’ avrai delle ostilità, ma se le affronterai con saggezza, umiltà, intelligenza e determinazione, nulla ti potrà ferire. ACQUARIO: Il tempo scorre velocemente, datti da fare e fallo bene! Comincia a guardare più accuratamente intorno a te, forse c’è già quel che cerchi. Professionalmente i viaggi ti saranno molto utili… In questo periodo puoi porre le basi su cui puoi poggiare la tua vera crescita e in alto brillare. PESCI: Ricordo… cioè paragono le situazioni presenti alle passate in modo da rendermi conto… è quel che devi fare in questo mese, e tutto ti verrà più chiaro. Troverai aiuti e sostenitori per la tua vita professionale…L’amore c’è e va bene…Sii giudizioso!

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