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All’interno

Modella: Lisanna Maggialetti


Prima

Via Cairoli, 95 Giovinazzo 70054 (Ba) Edito da ass. La Piazza di Giovinazzo Iscr. Trib. di Bari n. 1301 del 23/12/1996 Telefono e Fax 080/3947872 Part. IVA 07629650727 E_MAIL:lapiazzadigiovinazzo@libero.it FONDATORE Sergio Pisani PRESIDENTE: Sergio Pisani DIRETTORE RESPONSABILE Sergio Pisani DIRETTORE EDITORIALE: Raffaella M.B.Direnzo REDAZIONE Damiano de Ceglia - Agostino Picicco Donata Guastadisegni - Giovanni Parato Vincenzo Depalma - Onofrio Altomare Porzia Mezzina - Mimmo Ungaro Enrico Tedeschi - Giangaetano Tortora Alessandra Tomarchio - Cinzia Tattini CORRISPONDENTI DALL’ESTERO Rocco Stellacci (New York) Giuseppe Illuzzi (Sydney) Grafica pubblicitaria: Rovescio Grafica Responsabile marketing & pubblicità: Roberto Russo tel. 347/574.38.73 Sergio Pisani tel. 080/3947872

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Pagina

DI

SERGIO PISANI

QUELLA STRADA... Se «gli articoli si guardano, le fotografie si leggono» (Arrigo Benedetti, giornalista e scrittore toscano), vi invito a guardare il corpo del testo che fa da cornice alla foto da leggere invece con attenzione. Ci troviamo in via Masaniello, chiusa al traffico veicolare da due paletti dissuasori perché le condizioni logistiche ambientali presenti (assenza di marciapiede e la carreggiata stretta) non consentivano più ai pedoni di fruire in tutta tranquillità e sicurezza degli spazi pubblici, costringendoli ad occupare lo spazio destinato al transito degli autoveicoli. Una situazione che creava grave pericolo per gli inquilini e soprattutto i bambini che abitano in quella strada. Adesso il pericolo non c’è più. Tutto qui? E dov’è la notizia? Macchè! Questa volta il nostro cogitare non si ferma alla semplice lettura visiva e si pone due domande sindacali, quando si parla di legalità. La prima: fare leggi giuste. La seconda: obbedire alle medesime. Le due questioni sono interdipendenti e rinviano al cittadino in quanto responsabile e partecipe del bene comune. E’ bene partire da queste due considerazioni piccole piccole per comprendere storie più grandi che infestano la vita civile di Giovinazzo. La foto di via Masaniello (diventata solo pedonale) - da leggere con attenzione- non inganni. La strada non era granché: mica era via Sparano di Bari. Quindi? Perché installare i due paletti? Forse per impedire agli avventori il transito con le auto che disturbava il sonno di ‘qualcuno’? O per dare finalmente uno schiaffo ai metodi vandalici e alla sottocultura di ‘quel qualcu-


no’ che probabilmente voleva dire “In questa ci vivo io. Voglio vivere tranquillo. Io ho i muscoli e lo dimostro come solo io so e posso fare. Punto e basta”? Forse, ma una stradina non è una discoteca. Lentamente ma inesorabilmente, nelle chiacchiere di paese, ognuno racconta la sua versione. Tutti sanno, tutti brontolano e nessuno fa niente. Persino i leoni da tastiera dei partiti tacciono. La foto sul giornale che fa da cornice all’ordinanza è un coraggioso schiaffo del sindaco anche ai cittadini che lo hanno eletto. Duole dirlo ma questo “qualcuno” ha ragione. Hai voglia a parlare di cultura della legalità. Hai voglia ad inaugurare presidi di Libera e sportelli antiracket e antiusura in paese. Hai voglia a dire che il bene comune unifica gli uomini al di là dei loro interessi, che è necessario sanare la rottura fra pubblico e privato per creare un minimo di senso di appartenenza comunitaria. Tutta roba da catechismo laico da affiancare a quello cristiano. Tanto che il Concilio Vaticano II nella Costituzione pastorale Gaudium et spes recita: «Sacro sia per tutti includere fra i doveri principali dell’uomo moderno gli obblighi sociali». E prescrive più avanti «il dovere di apportare alla cosa pubblica le prestazioni materiali e personali richieste dal bene comune». Belle parole da insegnare a scuola e da ricordare nei luoghi di culto. Ma chi vive una vita normale - con un lavoro, una rete di rapporti affettivi, le bollette da pagare, progetti da realizzare e quant’altro - poco ha voglia di ascoltarle. L’omertà non è frutto di una qualche inclinazione malvagia ed egoistica delle persone. E’ semmai il frutto malsano della mancanza di sicurezza e di un apparato legale che la garantisca. Perché un cittadino dovrebbe denunciare il delinquente di turno, sapendo che persino la più alta carica cittadina sia stata minacciata addirittura con la ricezione di proiettili nella propria abitazione e gli autori brancolino nel buio? Occorrerebbe che chi predica la cultura della legalità inizi a spiegare alla gente che la legalità non è un fattore culturale. E’ un bene materiale e reali sono gli apparati di sicurezza che, con la forza, devono garantirne il rispetto. Legalità è il nome che gli uomini hanno dato alla garanzia che il prepotente non prevalga sul debole. E’ ora che il concetto di «cultura della legalità» sia soppiantato da quello di «interesse alla legalità» SERGIO PISANI

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COPERTINA

UN

SABATO SERA È FATTO PER

FAR BALDORIA, LA VITA PER ESSERE CELEBRATA.

E UN

MURO?

PER ESSERE DISEGNATO! LA FOTOCOMPOSIZIONE È STATA REALIZZATA DA ROVESCIO GRAFICA DI ROSALBA MEZZINA


IL

CONTRAPPUNTO

dell ’ alfiere

Questo mese vi parlo del nuovo scandalo per abusi sessuali nella Chiesa cattolica degli Stati Uniti che sta portando alla luce una serie impressionante di connessioni tra alti prelati. Sono momenti assai difficili, complicati, carichi di incognite per la Chiesa Cattolica. Perché? La conferenza sulla pedofilia nella Chiesa convocata fra potenti e ben orchestrati squilli di trombe e tromboni dei media ha partorito il topolino. Il Papa, anzi, ha nominato in incarichi assai importanti alcuni cardinali molto vicini all’ex cardinale Theodore McCarrick ridotto allo stato laicale per le accuse gravissime e numerose di pedofilia per moltissimi anni proprio da Papa Francesco. Sennonché lo stesso Papa ha nominato Kevin Farrel che aveva condiviso per 6 anni, dal 2001 al 2007, l’appartamento con McCarrick , nientemeno che Camerlengo di Santa Romana Chiesa, l’amministratore di tutti i beni della Chiesa nell’interregno fra due Papi. E ancora Blase Joseph Cupich, cardinale statunitense, nominato presidente della Commissione per la protezione dei minori della potentissima Conferenza Episcopale degli USA e scelto quale organizzatore del summit mondiale sulla pedofilia. Il cardinale era assai legato a McCarrick di cui è stato per trent’anni amico e collaboratore. E, per finire, Joseph Tobin nominato da Papa Francesco cardinale nel 2016 e titolare dal 2017 della diocesi di Newark, nel New Jersey, che dal 1986 al 2000 era stata retta proprio da McCarrick in cui , quest’ultimo, aveva commesso molti abusi sessuali. Assunto l’incarico, Tobin si trovò subito sommerso dalle denunce nei confronti del suo maestro e mentore alle quali non dette alcun seguito. E’ bene ricordare che, già nel 2005, erano stati raggiunti accordi legali con alcune delle vittime delle vittime di McCarrick. Tutto all’insaputa del Vaticano e di Cupich che gli aveva conferito, nel 2016, il prestigioso premio Spirito of Francis? Tutto questo mentre sono caduti in disgrazia, allontanati dai posti di responsabilità tutti gli uomini di Chiesa, soprattutto esperti di teologia, vicini a Papa Benedetto XVI e critici, sul piano strettamente teologico, del pontifi-

ILLUSTRAZIONE G. PARATO

LE NOTIZIE NASCOSTE

TOMMASO DEPALMA: «MICHE’, LE REGIONALI SI

AVVICINANO ED IO MI STO PREPARANDO PER LA GRAN FONDO» cato di Papa Bergoglio. Ma si sa, importante è avere dalla propria parte la stampa e i media che fanno opinione e il consenso ufficiale è assicurato. E AVVIENE ANCHE IN ALTRI AMBITI. Leggi l’elezione di Nicola Zingaretti alla segreteria del PD. E’ stata salutata come una grande, assoluta novità. Il neo segretario ha sostenuto la battaglia di Chiamparino a favore della TAV e , subito dopo, appoggiato la battaglia super ecologista di Greta. «Dobbiamo mettere al centro la persona. Dobbiamo muoversi e metterci in cammino con spirito innovativo, con


un partito inclusivo». Infatti tutto ed il suo contrario, come sulla Cina. Il PD è contro ma con Gentiloni, oggi presidente del PD. Aveva aperto all’accordo sulla via della seta. Aggiungo la posizione sugli immigrati che il partito con Minniti aveva inaugurato e oggi smentisce apertamente. Dimenticavo, va bene la persona umana e il pendolo fra ecologismo e sviluppo, ma un pensiero ai lavoratori e, soprattutto, alla povertà diffusa e alle politiche europee che hanno contribuito ad allargare la forbice fra ricchi e poveri e aumentato il disagio sociale è finito nel dimenticatoio. Ecco la stampa ha salutato la grande novità. Titoloni sulla partecipazione alle primarie che, paragonati al passato, è assai ridotta ma sottolineata come fosse un’inversione di tendenza, una rivincita dopo i risultati delle amministrative anche questi fatti passar come una quasi vittoria se non come una vittoria. Infatti tutte le regioni passate dal centro sinistra al centro destra è una quasi vittoria. Grandiosi. UN PO’ COME IL NOSTRO SINDACO DEPALMA assai attivo sui social che in sprezzo alla verità e per prepararsi alle non lontane elezioni regionali e ingraziarsi il presidente della Regione Puglia attacca il Governo un giorno sì e l’altro pure, un po’ su tutto. Dagli immigrati alla politica agricola, xylella compresa che, invece, come già scritto è la

summa delle politiche regionali confuse su tutto tranne che sull’assegnazione di incarichi e sotto incarichi. Una Regione incapace di prendere qualsiasi decisione da anni che ha assistito all’avanzata del flagello senza prendere decisioni con il rischio di distruggere irreparabilmente tutto il comparto olivicolo pugliese, agricoltori e titolari di frantoi, soprattutto i piccoli, che rappresenta un patrimonio economico, culturale paesaggistico. Un po’ meno social e più fatti. Si avvicina il bilancio e vedremo le scelte amministrative. Le tasse sui rifiuti, ad esempio, saranno a favore delle famiglie o dei commercianti? Prevarrà una linea o un’altra? E il sindaco sarà sempre più, volutamente, uomo solo al comando stile - Renzi o farà qualche passo indietro verso la sua maggioranza in cui comincia ad affiorare qualche malumore per la nota propensione del Primo Cittadino a fare tutto da solo? Il secondo mandato è stato sempre caratterizzato da un’azione amministrativa meno incisiva, meno fluida e, forse, anche questa non farà eccezione. Il rischio che anche il successore designato, l’assessore ai servizi sociali e vice sindaco Sollecito, non riesca a trovare spazio adeguato condannando la coalizione alla sconfitta di fronte ad una coalizione che vedrà la sinistra tradizionale e quella confessionale sicuramente alleate. Evviva! alfiere@giovinazzo.it


il il caso fatto

DI SERGIO PISANI

DIO C’È E GIOVINAZZO WEED IL SIGNIFICATO DI ALCUNE SCRITTE

«GIOVINAZZO WEED» RICORDA IL «DIO C’È» DEGLI ANNI ’80, DROGA IN OFFERTA: COSTI ECONOMICI Partiamo da un’Ansa che ha fatto il giro del Belpaese. «Giovinazzo (Bari), 18 feb - Le mura del Palazzo Vescovile di Giovinazzo, un edificio del XIV secolo annesso alla Cattedrale romanica, sono state imbrattate con scritte spray blu insieme ad altre mura nel centro storico del paese, in prossimità dell’Arco Cattese […]» Le scritte apparterrebbero alla mano di due minorenni che i carabinieri grazie alle immagini delle telecamere di videosorveglianza hanno identificato, denunciato e riconsegnato ai genitori. Penso alle loro scritte. A quel «Giovinazzo Weed» che somiglia a quel «Dio c’è» che mi capitava di notare all’ingresso di Giovinazzo dalla SS16 bis, sulla segnaletica del raccordo, a significare agli assuntori che sarebbe stato possibile trovare con facilità la droga. «Dio c’è» per Batterzaghi era l’acronimo di Droga In Offerta: Costi Economici. Leggenda metropolitana degli anni ’80? Forse. Prima c’era «Dio c’è» oggi «Giovinazzo Weed». Quale messaggio volevano lanciare i due ragazzi denunciati dai carabinieri? Volevano inneggiare alla nuova filosofia legata alla cannabis light (dall’inglese weed) a basso contenuto di thc che non è considerata assolutamente una droga? Ai due minorenni vorrei evitare la liturgia della parola, ab-

biamo i nostri Crepet preposti a togliere la droga dalle scuole. Vorrei solo dire loro: «Ok, posso condividere o meno il vostro pensiero, l’uso e il consumo di weed. Ma parliamone. Confrontiamoci. Non rifuggite dallo scontro dialettico. Vi dicono niente Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Mallarmè, i cosiddetti ‘poeti maledetti’? Sarebbe stato bello far parte del Club des Hashischins e affrontare la discussione de Les Fleurs du Mal, Les Paradis artificiels e Opium et haschisch, vero?». Penso che stia perdendo solo tempo. Meglio Fedez e J-Ax che cantano invece che drogarsi fa bene. E i writers oggi che fanno? Seguono i loro cattivi maestri e lo scrivono anche sui muri del Palazzo Vescovile, su una pietra centenaria perché poi i giovinazzesi respireranno per anni l’odore della loro merda. E no, cari writers, confrontiamoci! Temo di no. Già mi senti-

rei «ma che ce frega, tanto c’è Instagram, ci sono i social, gli altri media, che ci fanno sentire in perenne erezione! E poi anche Dante era un drogato, ha scritto la Divina Commedia del cazzo sotto effetti di funghetti e allucinogeni a noi ancora sconosciuti». Tempo perso. Temo davvero che non c’è erba che possa guarire il loro ego malato. Penso al loro cervello che è solo un’appendice dei genitali fino a quando resteranno rinchiusi nella loro cella che imprigiona la loro esistenza. SOLO DEGRADO? A proposito di scritte vandaliche, il sindaco Tom così commentava. «L’idiozia umana viaggia alla velocità della luce». Con la stessa idiozia e la velocità della luce come un Baudelaire (niente che lo possa offendere nella sua grandezza letteraria) affido al mio paradiso artificiale il mega


quaderno dei ricordi legati alla bomboletta spray. Nere, rosse o colorate poco importava. Niente a che vedere con il degrado delle pareti del sottopassaggio della stazione, del muro perimetrale di Villa Spada, del Campo Sportivo o del Padre Eterno. C’era chi infiorava i muri di celtiche, svastiche, falci e martelli, chi li imbrattava impunemente con disegni irriverenti, chi propagandava la propria opinione politica, chi dava semplicemente sfogo alle repressioni in ambito scolastico. E così nomi di sindaci, professori, persino sacerdoti venivano sbattuti qua e là accompagnati da slogan indicibili, proibiti, ribelli che solo un muro, nella sua staticità e nel suo indiscutibile silenzio riesce a comunicare. È davvero arduo fornire una panoramica completa di questo immenso mondo passato. C’è l’aiuto però de Les Fleurs

Ciò che rispecchiava la divisione della società tra democristiani e comunisti. Attualmente la logica dello schieramento ha ceduto il posto ad una progressiva individualizzazione della società. E così, accanto all’atavica distinzione destra-sinistra «Nessun centro sociale, sindaco maiale», qualcuno pensa di dire la sua in merito all’acceso dibattito politico sull’immigrazione «Fuori i negri» o riguardo all’uso degli stupefacenti da parte dei giovani «Contro droga e mafia, solo skin». A ben guardare non si tratta di un mero problema di differente estrazione politica o di scritte più o meno significative. Il problema è di civiltà! Le scritte sui muri, al di là della firma, a prescindere dalla provenienza nera anziché rossa, non hanno altro scopo che deturpare l’ambiente. Non certamente quello di sensibilizzare le coscienze o di dare voce ad un non meglio definito ‘disagio giovanile’, come a più riprese si sostiene da parte degli autori di esse. Troppo comodo, poi, firmare con i simboli: apporre il simbolo in calce allo slogan non responsabilizza certo chi ha scritto quel messaggio. Un noto critico italiano ha definito le scritte sui muri «un’estensione del rapporto primitivo della natura dei pittori delle caverne». Mi permetto di non concordare con questa opinione. Gli uomini delle caverne ci hanno consegnato raffigurazioni di scene di caccia o incisioni di simboli legati all’astrologia. Parlare di arte o di nuova forma di comunicazione a proposito delle scritte sui muri (differenti sono i murales!) ci sembra azzardato, sol che si consideri che di esse si trova traccia in ogni zona della città, spesso senza riguardo alcuno ai monumenti. Riporto di seguito alcune delle iscrizioni consegnateci alla memoria nel corso degli anni.

du Mal. È il linguaggio delle scritte sui muri, quelle che sporcano la città al pari delle nostre coscienze, che scavano in fondo ai pensieri più reconditi del nostro essere e che affidano a mani anonime cose che la nostra bocca non oserebbe pronunciare mai. È l’essere più brado che c’è in noi che improvvisamente viene fuori e che tenta prepotentemente di affermarsi in tutta la sua irruenza proprio sui muri. Se è vero che le scritte sui muri possono essere considerate a buon diritto la cartina al tornasole dello stato di salute di una società, attualmente si è osservata una certa inversione di tendenza. Ci riferiamo agli anni immediatamente successivi al dopoguerra. Le scritte sui muri si dividevano in linea di massima tra i «viva» e gli «abbasso» (si legge tuttora qualche no- LE ISCRIZIONI CHE HANNO stalgico «W il duce» o una falce e martello). FATTO LA STORIA. In principio co-


minciarono dai muri scolastici del Liceo Spinelli. Bersaglio dei writers la classe dei docenti, accusata di non essere stata molto candida nei confronti di alcuni suoi allievi. Poi i writers allargarono il proprio campo d’azione sui muri cosiddetti ‘strategici’ della città, ben visibili agli occhi dei passanti e dei destinatari. Agivano nella notte, indisturbati, quando la città dormiva, armati di bombolettaspray indelebile rigorosamente color rosso o nero (questione di fede politica?). E i propri orizzonti passarono presto da sfumature scolastiche a vere e proprie invettive politico-sociali nei confronti del sistema e dei loro principali artefici. Alcune lettere aperte al primo cittadino hanno fatto un po’ la storia della città. Così come qualche loro aforisma. Qualcuno dai toni abbastanza coloriti ci sorride ancora, qualche altro ci fa meditare. Alcuni poi, sono stati perentoriamente cancellati dall’impresa di pulizia, altri ritoccati con il correttore - spray quando la vernice era indelebile. Diverse infine le iscrizioni cancellate dall’usura del tempo e dal ricordo cittadino. Ma non dal nostro. Eccone un breve campionario, debitamente epurato dei nomi, pensando di farne cosa gradita ai killer del nostro patrimonio. Le abbiamo classificate nel suo insieme. Ai lettori la facoltà di giudicare la più colorita. ANTICLERICALI: Vive sano chi dalla chiesa sta lontano / Xxxxx ci vuole un fisico bestiale per fare quello che ti pare! / XXXX operazione-vacanze / Non di solo pane vive l’uomo ma anche di amore, fede e carità / Dio c’è / Xxxxx, ginocchio da Gullit / Dio perdona, il Papa no! / Auto nuova? Soldi nostri!(i fedeli) / GOLIARDICHE: Xxxxx, ma dov’è Ylenia? / Xxxxx, sin-

daco! (panca Giardino Garibaldi) Film Porno ogni giorno (Cinema Moderno) / Xxxxx è contro l’amore / ad Xxxx coraggio, vai in culo al Messaggio / a.a.a rifiuti cercasi per Giovinazzo / Benvenuti a Giovinazzo, città dei rifiuti / SENTIMENTALI: Myriam ti amo / Xxxxx, nulla potrà fermare il nostro amore / Dite a Laura che l’amo / Angela ti amo / Io di te non dimentico un bel niente SCOLASTICHE: Pantaleo non è più scemo di XXXXeo / XXXXX (Prof.ssa) e i suoi mortaci / Xxxx (Prof.ssa) torna al paesello (muro liceo classico Matteo Spinelli / Xxxx (prof.ssa) vergine-p….na! POLITICHE: (bagno pubblico P.zza Garibaldi): Sede D.C / Al Comune comunista alla spiaggia capitalista / Lavorare meno, lavorare tutti / Duce, a noi?! / Dopo Berlusconi tocca a…. / Okkupiamo le case sfitte / Per colpa dell’Amministrazione ci ritroviamo in questa… Vota NO! / Celentano (?) show! / Museruola, guinzaglio e manette ad un solo cane randagio Xxxxx / Xxxx stai attento! / Sindaco maiale, No al centro sociale / I soldi dei cittadini non si toccano / Prigionieri di una fede / Amo la Nazione, se è una colpa arrestatemi / No Droga, solo Birra / Onore ai Camerati caduti nei favolosi anni 70 / Le radici profonde non gelano mai / Vincere come il Duce comanda! / Attaccati alla storia per non perdere la memoria / Nel dubbio meno! XXXXX-XXXXX la nuova mafia edilizia / Via Favuzzi

SERGIO PISANI


SCOPRIAMO

DI SERGIO PISANI - GIOVANNI PARATO doppia doppia

ILLUSTRAZIONE G. PARATO

l intervista intervista l

IL SIGNIFICATO E LA

MANO DEL WRITER CHE SI NASCONDE DIETRO ALCUNE SCRITTE SUI MURI CHE HANNO FATTO LA STORIA

CITTADINA. LO FACCIAMO CON DUE

ILLUSTRI CONCORRENTI GIOVINAZ-

ZESI CHE CONOSCONO LA VITA CIT-

TADINA COME LE PROPRIE PECORE:

IANNONE

BERARDI, DUE EX SINDACI DEL PASSATO. NOI DE LA PIAZZA LI RINGRAZIAMO PER LA SIMPATIA, L’INTELLIGENZA E LA E

ANTICLERICALI: Vive sano chi dalla chiesa sta lontano (via Marconi, angolo via Sindolfi) (Ruggero Iannone): Un bravo fedele (Tonino Berardi): Non condivido. La Chiesa attraverso i suoi principi ti aiuta ad avere un comportamento sano

IANNONE

BERARDI

Auto nuova? Soldi nostri! I fedeli (Sagrato Chiesa S. Agostino) LI CONDUCE COME UN GIOCO SU (Ruggero Iannone): Dall’asinello alla macchina la Chiesa che si MAMMA RAI A SVELARE L’IDENTIKIT ammoderna! (Tonino Berardi): Tale iscrizione era riferita ad un noto parroco delDEI SOLITI IGNOTI l’epoca. Secondo me fu solo una ragazzata! CAPACITÀ DEL RAGIONAMENTO CHE


GOLIARDICHE: Papamicchio, sindaco! (panca Giardino Garibaldi) (Ruggero Iannone): Una provocazione a chi amministrava. Meglio lui di qualche politico incompetente! (Tonino Berardi): Insignificante e cattiva! Non si scherza con la parte debole della società! Film Porno ogni giorno (Cinema Moderno) (Ruggero Iannone): Un cinefilo, desideroso di una riapertura del Cinema a Giovinazzo! (Tonino Berardi): Un nostalgico di un mondo definitivamente scomparso nei paesi di provincia! Ad Xxxx coraggio, vai in culo al Messaggio! (pavimento Giardino Garibaldi) (Ruggero Iannone): Il Bombaun era la concorrenza al Messaggio, vicino all’area DC. Parliamo di mensili cittadini. Il writer non voleva cercare solo la rima baciata! (Tonino Berardi): Cosa voleva significare? Che un giornale era migliore dell’altro perché non schierato? Penso solo che la maggior parte di queste iscrizioni siano legate a ragazzate! A.A.A. rifiuti cercasi per Giovinazzo (Sagrato Chiesa della Misericordia) (Ruggero Iannone): Un nostalgico della discarica (Tonino Berardi): L’autore cosa voleva significare? Più rifiuti per Giovinazzo? Non mi fa sorridere affatto! SENTIMENTALI: Io di te non dimentico un bel niente

(muro esterno della stazione ferroviaria) (Ruggero Iannone): Un amante abbandonato dalla propria morosa! (Tonino Berardi): Uomo o donna innamorata. Ma non aveva altra bacheca che imbrattare il muro per sfogare la sua frustrazione?

Per colpa dell’Amministrazione ci ritroviamo in questa… Vota NO! (Ruggero Iannone): Un negazionista (Tonino Berardi): Non è chiaro il riferimento. Già, ma di quale amministrazione?

Xxxx stai attento! (Ruggero Iannone): Uno che minaccia così il proprio sindaco non fa paura! SCOLASTICHE Pantaleo non è più scemo di XXXXeo (Tonino Berardi): Posso chiedere l’aiu(Ruggero Iannone): Diverbio tra per- to da casa? sonaggi “intelligenti” (Tonino Berardi): Due personaggi di Sindaco maiale, No al centro sociale (Ruggero Iannone): Un bisognoso natura politica opposta (Tonino Berardi): Dammi il tempo di consultare l’esperto! POLITICHE Sede D.C (bagno pubblico P.zza I soldi dei cittadini non si toccano Garibaldi): (Ruggero Iannone): Persona con distur- (Ruggero Iannone): Un risparmiatore (Tonino Berardi): Il noto parroco di cui bi “intestinali” (Tonino Berardi): Uno sicuramente di sopra? Sempre e solo ragazzate! falce e martello! Onore ai Camerati caduti nei favoloAl Comune comunista alla spiaggia si anni 70 capitalista (Muro Scuola S. Giovanni (Ruggero Iannone): Uno stupido che esalta un periodo buio della storia itaBosco) (Ruggero Iannone): Sacrosanta veri- liana tà. Non ci fu frase più azzeccata. Com- (Tonino Berardi): I soliti quattro attivisti neofascisti che non sanno quello plimenti all’anonimo autore. (Tonino Berardi): Pura goliardia poli- che scrivono! tica di allora! Vincere come il Duce comanda! (Ruggero Iannone): E vinceremo! Lavorare meno, lavorare tutti (Ruggero Iannone): Precursore dei (Tonino Berardi): Un revival! 5Stelle (Tonino Berardi): I soliti fannulloni XXXXX-XXXXX la nuova mafia edilizia degli anni ’90 (Ruggero Iannone): Una piaga che stiamo lentamente eliminando! Duce, a noi?! (Ruggero Iannone): Attaccato ai ricor- (Tonino Berardi): Non era certo quello il piano edilizio che sognava da radi (Tonino Berardi): Attenzione, potrebbe gazzo quell’autore! SERGIO PISANI - GIOVANNI PARATO ritornare di moda visti i tempi!


l attualita FOTO e SERVIZIO Giovanni Parato


illis temporibus DI GIOVANNI PARATO


echi

del

mese

DI

GIANGAETANO TORTORA

UN VERNACOLO DA TUTTO ESAURITO

3 marzo Ultima serata, dopo le precedenti tre di febbraio, per la commedia in vernacolo in due atti “L’omene penze e deje despense” di Mimmo Tridente, portata in scena presso l’Istituto San Giuseppe dal gruppo teatrale u’ Sciaraballe della parrocchia Concattedrale. In tutti gli appuntamenti non è rimasto un solo posto a sedere, con il pubblico ripagato da tanto divertimento e risate a crepapelle. La morale della commedia è la seguente: pur se ci ingegniamo in mille modi per cercare di raggiungere i nostri obiettivi, alla fine è sempre la Provvidenza a decidere. Il costo del biglietto di ingresso verrà de- oltreoceano. L’incontro è avvenuto in occasione di un pomeriggio letterario trascorso con il giornalista Valentino Losito. voluto per le esigenze della Concattedrale. 23 febbraio CARMEN MARTORANA OSPITE DELL’ASSOCIAZIONE REGIONALE PUGLIESI A MILANO

1 marzo CONFERENZA-DIBATTITO XYLELLA

PH. GIOVINAZZOVIVA

L’Associazione Regionale Pugliesi a Milano, grazie al suo responsabile culturale Agostino Picicco, ha invitato la manager Carmen Martorana e la modella dominicana Ramaylin, entrambe presenti a Milano per la settimana della moda, per porgere loro un saluto e complimentarsi per il master Top Fashion Model, che sta raccogliendo successi anche

Conferenza-dibattito presso la Sala San Felice sul pericolo derivante dall’infezione del batterio della xylella fastidiosa, causa della malattia denominata Sindrome del Disseccamento Rapido dell’Olivo. All’iniziativa, organizzata dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con il Gal Nuovo Fior d’Olivi, sono intervenuti tecnici, amministratori e un folto gruppo di agricoltori ed imprenditori del locale settore oleario. Il dibattito è stato davvero opportuno, in quanto il suddetto batterio, che ha già arrecato notevoli danni all’economia olivicola


in Salento, è in grado di diffondersi anche nella nostra zona. l’ambito di un regolamento di conti tra clan rivali. A tale Di qui la necessità, come sottolineato durante la conferenza, presidio già da tre anni lavorano le locali associazioni di LED, di attivarsi da subito con i giusti rimedi di prevenzione. AGESCI Giovinazzo 1 e Don Saverio Bavaro – Biblioteca dei ragazzi Antonio Daconto. Il numeroso pubblico si è la2 marzo DIVIETO LANCIO PALLONCINI: sciato coinvolgere dalle toccanti testimonianze di Pinuccio e STRISCIA LA NOTIZIA TORNA A GIOVINAZZO Lella, genitori di Michele Fazio, che dopo quell’assurda tragedia sono ripartiti senza rancore fino ad incontrare e perdonare l’assassino del figlio. Da segnalare anche l’intervento del mediatore penale Damiano Nirchio, che ha raccontato i particolari di quell’emozionante incontro avvenuto fra i genitori e l’assassino di Michele, incontro al quale aveva pure lui assistito. 3 marzo GIOVINAZZO PIANGE LA SCOMPARSA DEL MAESTRO DEI CORNETTI

Nuova apparizione del Sindaco Tommaso Depalma nel corso della trasmissione Striscia la Notizia su Canale 5. Argomento in questione, stavolta, le ordinanze emanate da alcuni Comuni della nostra Regione, tra i quali proprio Giovinazzo, con cui si vieta il lancio di palloncini in occasione di manifestazioni pubbliche o private. E ciò per evitare che, quando essi ricadono al suolo finendo in mare o in aree protette, il loro materiale gommoso causi problemi all’ambiente e agli animali. Nella sua breve dichiarazione, il Sindaco ha quindi invitato i cittadini a «lanciarsi baci e abbracci» in riva al mare, piuttosto che a lanciare i palloncini. 3 marzo PRESIDIO MICHELE FAZIO

Presentato alla Sala San Felice il Presidio cittadino di Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie intitolato a Michele Fazio, che all’età di quindici anni fu ucciso per errore sotto casa a Bari Vecchia la sera del 12 luglio 2001 nel-

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PANIFICIO PRUDENTE NATALE E FIGLI S.N.C. VIA BITONTO, 52 - GIOVINAZZO T EL. 080/3944257 VIA TEN. DEVENUTO, 100 GIOVINAZZO TEL. 080/3945137

E’ purtroppo deceduto all’età di 59 anni Domenico Caputi, ribattezzato il maestro dei cornetti in quanto molto stimato dai numerosi buongustai, anche provenienti dai paesi limitrofi, che frequentano il panificio di via Fossato in cui Domenico ha lavorato sempre con grande abnegazione. Nonostante i problemi di salute che lo hanno tormentato negli ultimi dodici anni, fino a causarne la morte, non si è infatti mai arreso all’idea di interrompere la sua attività in laboratorio. L’auspicio è che, superata la naturale fase di dolore, la moglie Margherita, i figli e i collaboratori continuino a produrre i cornetti, così come gli altri prodotti tipici da forno, proprio sulle


orme dei valori genuini e dell’indubbia maestria lasciati in eredità da Domenico. 3 marzo PRIMARIE PD: GIOVINAZZO HA VOTATO COSÌ Sono stati 507 i votanti nella sede del Partito Democratico di Giovinazzo per le Primarie che DEPERGOLA FOTOGRAFIA servivano ad eleggere il nuovo Segretario nazionale. 500 i voti utili, così ripartiti: il più suffragato anche a il giardino di una scuola primaria di Giovinazzo). RiconoGiovinazzo è stato Nicola Zingaretti, che ha infatti ottenu- scimento altresì per le seguenti società sportive che hanno to 278 voti; a seguire Maurizio Martina con 201 voti; infine saputo valorizzare sul territorio cittadino talenti femminili: Roberto Giachetti con 21 voti. 7 le schede bianche. La lista Iris, Volley Ball, vogatrici della Massimo Cervone e ASD ASPA. più suffragata è stata con 154 voti La Puglia per Zingaretti, Grande commozione per il premio alla memoria conferito in cui era incluso il candidato della Segreteria cittadina Ro- ad Anna Caccavo detta Nannina, pioniera dei supermercati berto Coppola. Nonostante il quarto posto a livello regiona- e quindi un’istituzione a Giovinazzo, deceduta a febbraio. le, Coppola non è tuttavia riuscito ad essere eletto all’As- La serata è stata allietata anche dall’esibizione delle ginnaste dell’ASD Iris e delle pattinatrici dell’ASPA Don Tonino semblea Nazionale. Bello e dalla lettura di versi da parte di Floriana Uva. Al termine della manifestazione, sempre per omaggiare il mondo 8 marzo DONNE IN CAMPO Questo il titolo della manifestazione organizzata dal Comu- femminile, la Sala San Felice è rimasta illuminata di rosa; ne di Giovinazzo in collaborazione con la Netium presso la stesso colore per la Fontana dei Tritoni di piazza Vittorio Sala San Felice, in occasione della Giornata Internazionale della Emanuele II. donna, per omaggiare le eccellenze femminili distintesi nei vari ambiti. Un appuntamento che l’Assessore alle Pari Op- 10 marzo PREMIO CAMPIONE: SEGNALAZIONE portunità Antonella Colaluce ha deciso di rendere fisso l’8 PER IL GIORNALISTA FILIPPO LUIGI FASANO Importante riconoscimarzo di ogni anno. Nel corso della serata moderata dalla mento per il giornalista giornalista Antonella Daloiso si è inoltre meditato, grazie alla giovinazzese Filippo Luipresenza di addetti ai lavori, sui problemi che attanagliano il gi Fasano, con una segnamondo delle donne. Quanto alle eccellenze femminili, prelazione nella XVI ediziomi per: la nuotatrice Elena Di Liddo del Gruppo Sportivo ne del concorso GiornaliCarabinieri, bronzo nei 100 metri Farfalla agli Europei del sta di Puglia - Michele Cam2018; Rosanna Stufano, atleta paralimpica della Gargano pione, che ha premiato i 2000; la dott.ssa Angela Vestito, insignita quest’anno con migliori articoli e servizi il Laudato Medico per il suo impegno presso la divisione di radiotelevisivi realizzati Radiodiagnostica e Senologia dell’Ospedale San Paolo di Bari PH. DE GIGLIO da giornalisti iscritti al(la quale è intervenuta in videoconferenza a causa di impel’Ordine della Puglia, gni professionali); e Rossella Ressa, vicepresidentessa regionale FAI Puglia, figlia di Sabina Anemone (prima don- pubblicati o messi in onda nel 2018. Il suddetto riconoscina pediatra in Puglia, a cui sono stati intitolati una strada ed mento gli è stato conferito, durante la cerimonia svoltasi nel


PH. GIOVINAZZOVIVA

foyer del teatro Petruzzelli, per un articolo pubblicato su Il biancorosso (periodico sul Bari calcio de La Gazzetta del Mezzogiorno). In questo articolo Fasano ha raccontato la storia particolare dell’ex calciatore olandese del Bari Djavan Anderson. Calciatore chiamato per un provino e poi salito alla ribalta nella squadra allenata da Fabio Grosso. Con una premonizione: poco prima della chiamata, Anderson da turista aveva infatti visitato con la propria fidanzata i luoghi del nostro territorio, innamorandosi entrambi del cibo e della gentilezza della gente. 14-15 marzo VISITA PASTORALE VESCOVO I.C. BOSCO-BUONARROTI Nuova tappa della visita pastorale del nostro Vescovo Mons. Domenico Cornacchia nelle quattro città della Diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi. Nelle mattinate di giovedì 14 e venerdì 15 marzo Mons. Cornacchia ha infatti incontrato la comunità scolastica dell’Istituto Compren- PH. RAFFAELE BAVARO sivo Bosco-Buonarroti guidato dalla dirigente prof.ssa Maria Paola Scorza. Grande coinvolgimento ed entusiasmo da parte di tutti, trascinati dalla solita cordialità del Vescovo. Con l’occasione l’Istituto ha consegnato a Mons. Cornacchia una raccolta di contributi che verrà destinata a favore di un’opera missionaria.

PH. GIOVINAZZOVIVA

sociologa Maria Rosaria Ayroldi Una questione di genere, l’Italia di oggi non è un Paese per donne. L’iniziativa, rientrante nel calendario di eventi predisposto dall’Assessorato alle Pari Opportunità e dalla Consulta femminile nel mese dedicato alle donne, è stata organizzata dalla Fidapa e dalla Biblioteca Antonio Daconto. Con l’autrice hanno dialogato la giornalista Rai dott.ssa Rossella Matarrese e il docente di storia e filosofia Prof. Alberto Altamura. Nel libro viene effettuato un excursus storico del mondo femminile, puntando in particolare sulle discriminazioni in ambito lavorativo, fino alle varie

tipologie di leadership. Argomenti trattati anche dagli altri relatori. Il numeroso pubblico ha mostrato interesse, fino a porre dei quesiti.

16 marzo AVE MATER DOLOROSA Inaugurazione della mostra che ci proietta al periodo pasquale ad opera dell’artista Saverio Amorisco, nel consueto e sug14 marzo PRESENTAZIONE LIBRO gestivo scenario della chiesa del Carmine in Via Cattedrale MARIA ROSARIA AYROLDI Presentazione nella sala San Felice del libro della dott.ssa nel centro storico. Quest’anno la mostra è intitolata Ave Mater


19 marzo ALTARINI SAN GIUSEPPE Visita agli altarini dedicati a San Giuseppe allestiti nelle case e nei locali di alcune famiglie giovinazzesi, cui va il merito di mantenere sempre viva questa tradizione nella nostra città. Immancabili i tarallini, i cuoricini e il pane benedetto.

PH. ARCHIVIO GIOVANNI

Dolorosa, mettendo in risalto il volto sofferente della Madonna per come immaginato nell’arte e nella devozione popolare. La mostra sarà visitabile fino al 20 aprile, dalle ore 18.30 alle ore 22.

PARATO

GIANGAETANO TORTORA


LA FOTO DEL MESE 19 marzo, si allestiscono gli altarini a S. Giuseppe. Ho rinvenuto questa foto nello scrigno della mia memoria. Pensando di farne cosa gradita a voi lettori Giovanni Parato


PARTIRÀ

DA

GIOVINAZZO

LA PISTA

CICLABILE PIÙ PROFUMATA D’ITALIA.

SPESA

PREVISTA:

100

MILIONI DI

EURO FINANZIATI TUTTI DA FONDI

POR PUGLIA 2017-2020 C’È CHI C’HA… la pista ciclabile più spettacolare d’Italia (140 km dedicata al cicloturismo lungo le sponde del Lago di Garda). C’È CHI C’HA… la pista ciclabile più lunga d’Italia (la Ventimiglia - Roma, un tragitto di 1.000 km lungo le coste e attraverso le campagne di Liguria, Toscana e Lazio). C’È CHI C’HA… la ciclabile più bella d’Italia (la Ciclovia dell’Oglio, in Lombardia che attraversa 4 province, eletta agli Italian Geen Road Awards 2019. C’È CHI C’HA… la Salerno - Reggio Calabria delle ciclovie d’Italia (la Giovinazzo - Santo Spirito, un percorso di appena 5 km di adrenalina pura a ridosso dei muretti a secco per i cicloturisti sospinti dalle punte delle macchine e dei bus che ti pungolano e ti invitano a spingere più forte… con le due ruote). C’È CHI C’HA… la sua barchetta e non se ne frega niente della bicicletta e delle ciclovie. C’È CHI C’HA... la moglie bona (Trump, Boccia, Fusaro), c’è chi c’ha la bicicletta e c’è pure chi non c’ha. Cosa? La ciclovia più profumata d’Italia. Manco il tempo di ascoltare la canzone esagerata di Renzo Arbore, che il sindaco Tom,

ILLUSTRAZIONE G. PARATO

DI SERGIO PISANI

SINDACO DEPALMA:

«TESTIMONIAL DI ECCEZIONE? VOI TUTTI DIRETE VINCENZO N IBALI . E H NO , PER UNA CICLOVIA DEI FIORI CI VUOLE UN FIOR DI DONNA: LA MODELLA LUCIA JAVORCEKOVA, APPASSIONATA DI CICLISMO» volando sulle accuse della gente, sorretto dal suo anelito d’amore per le forbici e i nastri, ha composto subito il numero di Michele dell’Italia in Comune senza fiondarsi questa volta però da lui come un Tom Boonen con la bici. Almeno per telefono non si è sentito obbligato a farsi offrire da bere in cambio della sopraelevazione del VI lotto della discarica. QUESTO, IL CONTENUTO DELLA LORO TELEFONATA. «Miche’, questa volta io ce l’ho profumata. La ciclovia! Perché, cosa avevi capito?». «Uagliò, ma te ne sei andato fuori di testa? Non basta tutti i soldi che ti ho promesso per la green way, la cittadella dello sport…». «No, Miche’. Se tu sei vicino a me, sognando insieme a te, la vita è tutta rosa. Anche la nuova ciclabile. E profumerà di Puglia. Miche’ altro che via della seta. Vedrai che Puglia vedrai!». «Uagliò tu sta storia della bicicletta te la devi togliere dalla testa. Mi sei costato un sacco di soldi e un pozzo di voti di Giovinazzo che sono andati al Centrodestra dopo quella


cagata che è finita su Striscia la Notizia». «No, Miche’. La bicicletta siamo noi. Siamo noi che scriviamo la storia. Il paradiso in terra non esiste, solo chi va in bicicletta ci arriverà». Manco il tempo di chiudere la telefonata con quel “Ci penserò domani” che il Presidente della Regione Puglia Emiliano e l’assessore regionale Giovanni Giannini della rete e Infrastrutture per la mobilità sostenibile vengono martellati - dal profilo whatsapp di Tom sulla bicicletta - dall’invio multiplo dei rendering della ciclovia più profumata d’Italia. Noi de La Piazza come un’Ansa vi anticipiamo l’ultimo scoop che esce dalla testa ma anche dal gabinetto del sindaco. ECCO L’ILLUSTRAZIONE DEL PROGETTO. Si chiamerà la ciclovia dei Fiori e sarà la più profumata d’Italia. La realizzazione partirà prima di maggio (prima delle consultazioni europee) e sarà completata prima della campagna olivicola 2019 onde evitare disagio a chi ha gli uliveti prospicienti la ciclovia. Sarà un po’ come la Ajax - Psv, che con i suoi 300 km regala lo spettacolo imperdibile dei tulipani e giacinti. Dici tulipani e pensi all’Olanda, dici Puglia e pensi alle imponenti piante di cannabis, alle rose e alle serre della Sanremo del Sud dove i cicloturisti potranno fare il pieno di profumi per i sensi, vista e olfatto che verranno sollecitati e nutriti all’inverosimile. Una passeggiata in bicicletta - è il caso di dire - da sballo! Una specie di orto a tavola. Gratis!

La pista ciclabile partirà dal cavalcavia di via Daconto e attraverserà la SP 107 Giovinazzo - Terlizzi ribattezzata la strada delle Serre e dei Fiori. Un tragitto di 150 km lungo le campagne di sette comuni (Giovinazzo, Terlizzi, Ruvo, Corato, Bisceglie, Molfetta, Santo Spirito) toccando i punti panoramici e le bellezze paesaggistiche (i dolmen e i casali) di Giovinazzo. Su tutte ricordiamo le Sette Torri e il pagliaio di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. LA REALIZZAZIONE DELLA CICLOVIA dei Fiori avrebbe un costo di circa 100 milioni di euro finanziati con i fondi POR Puglia 2019-2020 per la realizzazione di reti di percorsi, tratti di percorsi ciclabili di interesse regionale/ nazionale. Già, avete letto bene. Non ci sarà un euro attinto dal bilancio di previsione del 2020 e dalle tasche dei giovinazzesi. Tacitate al momento le voci di PVA e di SI che aspettano in sede di giunta i primi lavori di implementazione per la sicurezza della pista ciclabile dei Fiori per chiedere la testa di Tom. L’inaugurazione avverrà il 1° novembre 2019 se non ci saranno i soliti NoTav - NoTom che boicotteranno i lavori. Testimonial di eccezione? Voi tutti direte Vincenzo Nibali. Eh no, per una ciclovia dei fiori ci vuole un Fior di donna: la modella Lucia Javorcekova, 25enne di Bratislava, appassionata di ciclismo. Noi de La Piazza la chiame- FAKENEWS A CURA DELLA REDAZIONE SERGIO SERGIOPISANI PISANI remo la Ciclovia dei Perdoni.


l angolo del lettore DI AGOSTINO PICICCO

SANITARIO NICOLA FERRANTE, GIORNALISTA TV2000 UNA DELLE SUE TRASMISSIONI PIÙ IMPORTANTI È STATO IL SERVIZIO CURATO IN DIRETTA PER

TV2000

IN OCCASIONE DELLA

PAPA A MOLFETTA PER IL 25° VENUTA DEL

DELLA SCOMPARSA DI DON

TONINO BELLO

Non capita spesso di incontrarlo a Giovinazzo, ma quando torna non passa inosservato perché la gente è abituata a vederlo nel telegiornale dell’emittente televisiva TV2000 della Conferenza Episcopale italiana. A Giovinazzo Nicola Ferrante è ancora conosciuto con il nome di Ninni, il vezzeggiativo con il quale è chiamato in famiglia e dagli amici d’infanzia. Come è arrivato al grande schermo? «Lavoro come giornalista presso TV2000 dal 2004. Mi occupo della realizzazione dei servizi del tg e della sua conduzione, in particolare dei servizi di cronaca, ecclesiali, vaticani e sociali. Ho compiuto da poco i quarant’anni. E fuori Giovinazzo ho compiuto la maggiore età nel senso che ne vivo lontano da 18 anni. Al momento posso dire che sono ancora più numerosi gli anni vissuti a Giovinazzo. Mi sono laureato nel 2002, ho frequentato il master in giornalismo a Milano presso lo IULM, poi ho collaborato con la redazione di Repubblica, dove di fatto ho imparato il mestiere. Concluso il master nel capoluogo lombardo, che pure mi offriva tante possibilità, ho tentato la carta della capitale, per allargare i miei orizzonti e

perché ho capito che era il momento della vita in cui osare. E poi Roma è più vicina a Giovinazzo. Nel 2004 ho fatto uno stage presso la radio vaticana, in seguito sono passato all’allora SAT2000 e sono ormai 15 anni che sono lì. Il lavoro mi ha portato lontano da casa e ho fatto esperienze di vita importanti ma il mio paese mi manca». I RICORDI DELL’EMIGRANTE Anche Nicola Ferrante è un emigrante…. «Non dimentico mai il primo treno preso da Giovinazzo per venire a Milano. Avevo promesso a me stesso che un giorno sarei tornato nella mia terra con le competenze acquisite e i sogni realizzati. Francamente non so se riuscirò a tenere fede a questa promessa per via delle condizioni difficili soprattutto nel mio settore, ma l’affetto è rimasto immutato». Sui ritorni a Giovinazzo: «Da Milano scendevo spesso, come studente riuscivo a gestire meglio i tempi di rientro, ma con il lavoro è più complicato. Prima tornavo ogni due mesi, ora i ritmi sono più sostenuti, ma alle feste coman-

date non manco mai. Soprattutto per la festa patronale un salto fugace riesco sempre a farlo. Ricordo che in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid nell’agosto del 2011 la messa del Papa coincideva con la festa patronale a Giovinazzo. Feci salti mortali di aereo in aereo per arrivare a vedere un tratto della processione». Una delle trasmissioni più importanti di Nicola è il servizio curato in diretta per TV2000 in occasione della venuta del Papa a Molfetta per il 25° della scomparsa di don Tonino Bello. «Quando si ebbe la notizia del papa a Molfetta andai dal mio direttore e gli dissi: Quel giorno devo essere a Molfetta: o in servizio, se ritieni di mandare me, o in ferie. Così mi trovai sul porto di Molfetta a …lavorare. E abbiamo raccontato quella mattinata, da segnare negli annali anche per l’eco di continuità che ha sviluppato». Il nome di don Tonino evoca in Nicola ricordi della fanciullezza, mai sopiti. «Di don Tonino ho un ricordo nitido in occasione della mia cresima, a fine maggio del 1992, dato che avevo ricevuto


il sacramento dalle sue mani. Penso sia stata una delle ultime cresime che celebrò. Ho ancora altri ricordi perché in quegli anni ero ministrante presso la parrocchia Immacolata e ricordo di aver tenuto tra le mani, in occasione delle celebrazioni del vescovo in parrocchia, la mitria e il pastorale di legno, quello che poi abbiamo visto tra le mani di papa Francesco a Molfetta. Inoltre cantavo nel coro parrocchiale come solista e qualche volta don Tonino mi guardava sorridente dall’altare, affinchè il canto fosse preghiera. Ricordo le sortite che faceva in parrocchia anche in maniera non ufficiale né annunciata, passando con noi le serate, anche in occasione delle catechesi ai giovani. Quell’anno 1992, con le preoccupazioni create dalla Guerra del Golfo, ascoltavo le sue parole che davano speranza. Anche se ragazzino partecipai alla marcia della pace che si svolse a Molfetta la notte di San Silvestro del 1992». Il ricordo di don Tonino si traduce in un auspicio: «Vorrei davvero che la causa della pace fosse sentita, al di là delle bandiere e degli schieramenti, e che l’idea di una stele per la pace posta sul lungomare di Giovinazzo dedicato ai Costruttori di pace sia occasione per tutto il paese, parrocchie, persone, anche non credenti, per riscoprire la figura di don Tonino. La passeggiata su quel fantastico lungomare sia incontro con quel segno che ricordi don Tonino e sia un pungolo perché ognuno si senta testimone di pace». LE PERSONE CHE HANNO LASCIATO IL SEGNO Non c’è solo don Tonino tra le persone che hanno lasciato un segno nella permanenza giovinazzese di Nicola Ferrante. «Ho una persona molto cara che non c’è più. E’ Luigi Depalma, mio coetaneo e amico, appassionato di musica, morto in un incidente nel 1991. E’ il motivo che ha fatto scattare in me la scelta della donazione degli organi, come ha fatto lui, e del sangue. E’ il segno tangibile che la vita è un dono, e il suo gesto ha significato molto per me. Luigi ha espresso un passo culturale in avanti nella nostra città. E’ una figura da riscoprire, con la sua storia ed il suo esempio che ritengo attuale e utile alla causa della donazione». Tra i ricordi dell’adolescenza quella che ha fatto la parte del

leone e ha più inciso nella formazione di Nicola, è quella della parrocchia Immacolata appena insediatasi nella zona 167, da allora chiamata rione Immacolata. Nella seconda metà degli anni Ottanta non c’era nulla, le strade erano ancora sterrate, mancavano i negozi, forse c’era un solo bar. «In quel contesto la parrocchia animava il territorio con i campi scuola, la preghiera, la formazione liturgica, le basi per il futuro, le domande da farsi». Per la passione giornalistica e il contesto ecclesiale Nicola è stato attivo nella redazione di Luce e Vita negli anni della direzione di don Mimmo Amato. «Quando stavo scegliendo la via della formazione universitaria don Mimmo mi suggerì – con la consueta schiettezza e in dialetto molfettese - di imparare a scrivere. Così mi iscrissi alla Facoltà di Lettere, devo a lui quella scelta. Quando sono tornato a Molfetta per la visita del papa, mi sono sentito a casa con gli amici della redazione. Apprezzo il loro lavoro di impostazione e rispetto nel trattare le notizie. In questi anni ha fatto tanti passi avanti, in adeguamento alla nuova tecnologia, ma sempre con qualità, senza inseguire le mode e senza improvvisazioni, in armonia con il sentire diocesano». Per Nicola il giornalista oggi ha una grande responsabilità nell’utilizzo della rete, nel non divulgare notizie false e operando come responsabile di pace nella sua professione. Come giornalista apprezza anche il nostro lavoro de La Piazza: «In un periodo caratterizzato dai siti internet e dalla comunicazione delle notizie in tempo reale, il vostro lavoro, frutto di una lunga tradizione, offre uno sforzo costituito da intelligente ironia e attenzione alla realtà locale. Riuscite a coniugare notizie e approfondimento per aiutare i lettori a farsi un’opinione. La gente deve essere grata per il lavoro che fate. Si capisce che avete un pubblico attento che cerca il di più, che scruta il futuro e ha occhio sul presente. Comprendo bene quanto sia in sofferenza l’editoria locale e vi dico tutta la mia stima e incoraggiamento per il vostro apprezzato impegno». Detto da Nicola Ferrante è sicuramente un incitamento autorevole per continuare a raccontare la città e magari ad avere la presunzione di farla crescere grazie a questi esempi. AGOSTINO PICICCO


storia

nostra

DI

DIEGO DE CEGLIA

SEMPRE UGUALI NELLA DIVERSITÀ

NEL 3° CENTENARIO DELLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO Quest’anno ricorre il terzo centenario dell’istituzione della processione del venerdì santo a Giovinazzo, era infatti il 1719 quando lo scultore Carlo Cinzio Altieri portò a termine le statue dei Misteri. Da allora sino ad oggi la processione ha subito diverse modifiche e stravolgimenti atti a: inserire nuove immagini rispetto alle originarie del 1719; modificare l’ordine di sfilata; coinvolgere tutte le confraternite cittadine. Attraverso i documenti stilati in occasione di spiacevoli disguidi che contrassegnarono quella processione nel 1825 è possibile cogliere le divergenze sin d’allora esistenti tra le confraternite. L’ARCICONFRATERNITA DEL CARMINE Come altrove già evidenziato, l’Arciconfraternita del Carmine di Giovinazzo, fino alla quiescenza per carenza di corpo sociale (anni ’60-1995) era detta “la congrega de le galantumn”, e si distingueva dalle altre per la classe sociale dei suoi componenti. A partire dal 1995 con il confluire in essa del corpo sociale della confraternita di S. Francesco da Paola, si è imposta all’attenzione del clero e dei fedeli per le diverse attività, degne di menzione, perché innovatrici di quest’ultima, rispetto alle altre confraternite cittadine, attività in campo sociale e culturale che ha fatto sue. Se guardiamo più lontano negli anni, già nel 1614 a circa un ventennio dalla sua istituzione, l’Arciconfraternita del Carmine si distinse cedendo la propria sede ai Padri Somaschi chiamati a Giovinazzo dal vescovo Giulio Masi per fornire adeguata istruzione ai fanciulli ed agli adulti del luogo che versavano in precarie condizioni culturali (vedasi al riguardo R. Carlucci, La presenza e l’attività dei Somaschi a Giovinazzo, in Odegitria - Annali ISSR di Bari, a. XVIII (2011), pp. 278-283). Se questo era l’aspetto migliore dei confratelli del Carmine, nel corso degli anni si dimostrarono anch’essi, come ogni uomo comune, orgogliosi e ingiustificatamente presuntuosi per sottolineare il prestigio sociale, vero o presunto, che essi reclamavano soprattutto nelle manifestazioni di esteriorità. Tali considerazioni emergono da un atto notarile del 12 aprile 1825 del notaio Gaetano De Musso (ASBa, piazza di Giovinazzo, sk. 36, vol. 768, f. 96) che stilato in occasione di uno spettacolo a dir poco indecoroso accaduto il venerdì santo del 1825, fornisce anche ulteriori dettagli circa la processione dei misteri. VENERDÌ SANTO 1825 Come già riportato nella delibera del Decurionato del 3 aprile 1825, edita nel 1993 a cura del dott. M. Bonserio alle pp. 43-45 del testo La processione del venerdì santo, la mattina del 1 aprile 1825, venerdì santo, la confraternita della SS. Trinità, che allora aveva sede nella chiesa di S. Felice, si rifiutò di consegnare all’Amministrazione Comunale, legittima proprietaria, la statua di Gesù nell’orto depositata in quella chiesa e l’Arciconfraternita del Santissimo si rifiutò di for-

nire il gonfalone anch’esso di proprietà del Comune, che apriva la stessa processione. Il verbale dell’assemblea che i confratelli di S. Maria degli Angeli tennero nello stesso giorno, allegato al suddetto atto notarile, contiene un sintetico resoconto di quell’incidente, e pur non essendo precisi alcuni dati, fornisce l’occasione per avanzare altre ipotesi circa la composizione di quella processione. In esso infatti si legge: «Essendosi proposto dal priore Antonio Bonvino l’offesa ricevuta nel giorno di venerdì primo aprile, dalle congregazioni sotto il titolo del Santissimo e Trinità collegate colla nostra corporazione nelle sagre funzioni in occasione della processione solita della visita de’ sepolcri, le quali si denegarono, anzi si rifiutarono di unirsi a loro in tale ricorrenza, in modo tale che restarono le immagini della nostra congregazione rinchiuse in quella di Costantinopoli, per essersi denegati li confratelli della Ss. Trinità di somministrare al sig. Sindaco la statua della città, che figura il nostro Redentore in orazione all’orto, ciò che ha recato un dispiacere generale non solo all’intiera nostra fratellanza, ma ancora al pubblico, cui è rimasto scandalizzato di un tal procedere figlio del capriccio, dell’ambizione e della singolarità a differenza delle altre fratellanze». Quasi identico è il verbale dell’assemblea dei confratelli di S. Maria di Costantinopoli tenutasi sempre il 3 aprile, che si differenzia in particolare per il seguente inciso «restò la immagine della nostra congregazione rinchiusa nella chiesa del-


la nostra stessa congrega riunita a quelle delle altre congregazioni». Non è precisato per quale motivo tutte le statue erano state portate nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli. È invece chiaro che già nel 1825 questa congrega partecipava alla processione del venerdì santo con una statua di sua proprietà che dovrebbe essere quella della Veronica tuttora custodita in quella chiesa. Entrambe le assemblee addivennero alla seguente conclusione: «Noi unanimemente avendo preso in somma considerazione l’offesa ricevuta, e per la nostra decenza siamo di avviso di separarci dalle suddette due corporazioni [del Santissimo e della Trinità] e di unirci quella di Costantinopoli, di Santa Maria degli angeli, di Loreto, Purificazione, e Carmine, l’ultima delle quali sebbene divisa da tutte le corporazioni laicali pure a nostra istanza e per la maggior decenza del culto divino ha dimostrato il suo gran piacere per una tale unione». I LIMITI “DE LE GALANDUMENE” Quest’ultima parte del brano ci consente di fare ulteriori considerazioni sulla Congrega del Carmine infatti l’espressione “sebbene divisa da tutte le congregazioni laicali” coincide con l’egocentrismo del “galantuomo”, che pretendeva di potersi distinguere dagli altri, come emerge dall’atto del notaio De Musso, atto con il quale le congreghe addivennero ad una convenzione formata di 11 articoli. Trascriviamo il testo del 6° articolo: «Nella solita processione del venerdì santo, sarà obbligo di tutte le suddette [cinque] corporazioni [di S. Maria di Costantinopoli, di Santa Maria degli angeli, della Purificazione, di Santa Maria di Loreto e del Carmine] formare una sola processione, con dover ciascuna somministrare nella detta processione i rispettivi misteri, da portarsi da fratelli cui appartengono e questi da situarsi secondo l’ordine che si diede, e le corporazioni serbare il solito sistema di anzianità, dovendo nella suddetta processione la congrega di S. Maria del Carmine fornire il gonfalone nero, da portarsi da uno de’ fratelli della medesima in testa della detta processione, e dovendosi in una simile funzione portare il coro, o siano cantori, o qualunque sia altra musica, questo sarà risoluto a maggioranza assoluta di voti fra i rispettivi capi delle suddette cinque corporazioni e tutta la spesa debba portarsi a rate uguali tra le medesime». Potrebbe supporsi che la congrega del Carmine si fosse arrogata il compito di portare il gonfalone in testa alla processione o per imporsi alla vista degli astanti, o perché era priva di una immagine. La statua con la quale partecipò alla processione del venerdì santo per tutto il Novecento fu quella della Maddalena (meglio nota come “Madònne de le stedìnde”) che si distingueva dalle altre per la leggerezza del manufatto. Questo elemento induce a pensare che i confratelli del Carmine l’avessero voluta così in quanto, membri della nobiltà cittadina, non avvezzi a sopportare fatiche corporali. L’intento dell’accordo, stilato alla presenza del notaio Gaetano De Musso dai rappresentanti delle congreghe del Carmine, di S. M. di Costantinopoli, di S. M. di Loreto, di S. M. degli Angeli, della Purificazione, era anche quello di poter «eseguire le sagre funzioni delle rispettive loro congreghe con maggior decenza e maggior culto dovuto alla nostra santa religione, e poiché i cadaveri rispettivi potessero essere sepolti con maggior pompa», e di garantire ai defunti preghiere di suffragio con l’intervento del clero.

Mentre il 2° articolo della convenzione dispone quale sarebbe dovuto essere l’abbinamento dei confratelli tenuti ad accompagnare i feretri con ceri accesi, il 3° articolo specifica che mentre le confraternite di S. M. di Costantinopoli, di S. M. di Loreto, di S. M. degli Angeli e della Purificazione dovevano assicurare la presenza simultanea di due di esse per il trasporto a spalla dei feretri, «in caso di mortalità di un confratello di S. M. del Carmine tutte le descritte quattro corporazioni saranno nell’obbligo di somministrare un confratello per ciascuna, per l’asportazione del feretro e cadavere». Questo inciso dimostra chiaramente la superiorità reclamata dai confratelli del Carmine che ritenevano umiliante il ruolo di necroforo nel senso letterale del termine necroforo (dal greco nekròs “morto” + phoros “portante”). Quanta e quale discriminazione fosse attesa e pretesa dai “galantuomini” della congrega del Carmine per la nobiltà che li caratterizzava, si legge nel verbale di quel sodalizio del 12 aprile 1825 ed allegato anch’esso all’atto notarile, con il quale i confratelli, dopo aver appreso dal priore Michele Adinolfi che i priori delle altre quattro congreghe «ci hanno invitati ad associarci alle loro rispettive fratellanze in tutte le funzioni sagre e specialmente nell’accompagnare i cadaveri», con 21 voti favorevoli e 4 contrari deliberarono accettare l’invito imponendo però la seguente condizione: «l’accompagnamento de’ morti dovrà essere reciproco con ceri accesi o senza ed a condizione che le quattro congreghe obbligatoriamente debbano prestare un fratello del loro corpo di ciascuna congrega a portare sulle spalle il feretro de’ fratelli della nostra congrega che trapasseranno, senza che potessero giammai quelle pretendere, che i fratelli della nostra congrega possano essere obbligati a portare il feretro de’ fratelli delle loro congreghe, ma prestare solamente il semplice e nudo accompagnamento». Pare opportuno sottolineare che il trasposto a spalla dei feretri era un compito delle confraternite fino a quando nel 1938 venne istituito il pubblico servizio di trasporto funebre con carrozza. L’INTERVENTO DEL VESCOVO Il contenuto della convenzione stilata dinanzi al notaio però non fu approvato dal Vescovo di Molfetta Filippo Giudice Caracciolo che nel successivo mese di agosto chiamati i priori di tutte le sei confraternite di Giovinazzo, propose loro un diverso disciplinare che al primo articolo recitava: «Per l’amore della pace s’intende dimenticare qualunque quistione insorta ne’ mesi ultimi» e negli articoli successivi disciplinava il reciproco accompagnamento funebre senza esclusione di alcuna confraternita. Nel commentare il disciplinare però, i confratelli della Madonna degli Angeli con delibera del 14 agosto 1825 pur dichiarando la loro propensione all’obbedienza verso l’autorità ecclesiastica costituita, posero una perentoria condizione: i confratelli della SS. Trinità e del Santissimo avrebbero potuto far corpo con loro «con quella stabilità che è dovuta allora quando la Congrega del Santissimo cassi da suo confratello don Peppino Mastropasqua, senza che mai vi possa più entrare, come causa di tutte le novità e dispiaceri che hanno avuto luogo nei mesi ultimi, e così riacquistarsi quell’antica comunione che sempre ha regnato» (atti in ADG). Non sappiamo quale il torto addebitato a tale Mastropasqua, certo è che le carte d’archivio continuano a conservare memoria di ulteriori screzi.

DIEGO

DE

CEGLIA


»GIOVINAZZO NEL MONDO GRAZIE SOLO A JOHN TURTURRO«


il

corsivetto DI ENRICO TEDESCHI

Ennesima, clamorosa occasione persa, questo “Il nome della rosa” adesso in onda su Rai 1, per un rilancio planetario della nostra Città

Quasi un Superquark sceneggiato, o una lectio magistralis sul Medioevo attraverso un rigoroso racconto per immagini del romanzo italiano dei record (traduzioni in 8 lingue, oltre 55 milioni di copie vendute) è questo in due parole l’appena uscito “Il nome della rosa”, ancora in onda su Rai 1 quando il nostro mensile sarà in edicola. Copertine, articoli ed interviste sui maggiori giornali, ma anche spezzoni o trailer sugli altri media e i social, inutile pure ribadirlo che un successo, come questo di cui stiamo parlando, non si lo si può discutere più di tanto, oltretutto quando ci sono anche i numeri a dimostrarlo. E i numeri ci sono tutti. Solo retorica, infatti, ogni tentativo di accostamento o paragone con l’omonimo film cult di oltre trent’anni fa del grande Jean-Jeaques Annaud, o tra l’introspettiva interpretazione di John Turturro e quella, per quanto indimenticabile, di Sean Connery: si tratta di due cose diverse, con ritmi differenti per un canovaccio più complesso ed allargato, sebbene tratto dal medesimo testo letterario. Nulla da dire, dunque, su questa fiction con milioni di telespettatori al suo attivo alla sua prima assoluta nel nostro Paese. Anche se è solo a consuntivo che si può esprimere un giudizio finale, possiamo però dire che questa inusitata operazione della prima rete nazionale almeno due importantissimi risultati li ha sicuramente conseguiti sin da sùbito: riuscire a portare un pezzo della migliore cultura italiana in ogni angolo del pianeta, ma anche e soprattutto, insieme ad essa, il nome di Giovinazzo attraverso un John Turturro che già con il suo stesso cognome è un ambasciatore di questa splendida “perla del nord barese” nel Mondo; e questo non volendo nemmeno tenere in conto le sue dichiarazioni quando parla del padre Nicola (che lasciò la natìa Giovinazzo per raggiungere, bambino, il suo papà Raffaele nella lontana America, ndr) ed al quale ha persino dedicato il bellissimo «Mac», film premiato addirittura con la

prestigiosa Caméra d’Or al Festival del Cinema di Cannes del 1992. Non abbiamo avuto la fortuna o il privilegio di poter visionare in anteprima l’intera serie, ma cionondimeno non nascondiamo la nostra curiosità di vedere le due puntate a venire -. mentre stiamo andando in stampa - anche per scoprire se vi è un qualche pur minimo accenno, o riferimento, al successivo viaggio in Puglia che il fra Guglielmo da Baskerville (alias il francescano Guglielmo di Alnwick, realmente esistito e vescovo a Giovinazzo dal 1330 al 1333) avrebbe poi compiuto in seguito. Ambizione probabilmente infondata, questa, sapendo bene che la vicenda raccontata ferma le lancette del tempo ad un fatidico 1327, anno della famosa disputa di Perugia tra i Francescani, sostenuti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, ed i delegati del “Papa francese” Giovanni XXII. Un cast stellare, per una produzione internazionale con un budget considerevole, bisogna in ogni caso dare atto all’attento regista Giacomo Battiato che una accentuata marcatura dello spessore culturale del suo fra Guglielmo l’ha trasposta nella straordinaria interpretazione di Turturro: segno che la sovrapposizione tra personaggio romanzato e storico non gli deve essere ignota. Quello che non sappiamo è se ci saranno nel suo lavoro delle citazioni puntuali, pur presenti del libro di Umberto Eco, almeno a «l’amico d’Occam» (Guglielmo d’Ockam) o a «Ruggiero Bacone…grande maestro » oppure a Giovanni Duns Scoto. Ovvero i primi ed i più evidenti elementi ricorrenti in entrambe le figure che, alla fine, portarono il noto storico terlizzese don Gaetano Valente a comprendere che il Guglielmo di Baskerville di Eco e quello di Alnwick della Storia fossero in realtà la stessa persona. Sorvolando su tale vexata quaestio, specialmente per l’eccesiva prudenza degli studiosi in realtà solo di testi altrui, una cosa è certa: e cioè che, a seguito della scoperta nel 2002 di una pergamena che finalmente

documentava la presenza qui del coltissimo William of Alnwick come vescovo della nostra Diocesi, nessuna grande pubblicità, attraverso manifestazioni o pubblicazioni di rilievo, è stata fatta intorno a per questa notizia che da sola poteva bastare a promuovere l’immagine della nostra Città anche ai massimi livelli internazionali. Fosse andata diversamente nel corso di tutti questi anni, da allora ad oggi, sarebbe stato ben diverso questo “Il nome della rosa” che comunque porta in seno, sia pure subliminalmente per chi legga almeno queste note, il finale diverso scritto dalla Storia rispetto a quello vago del racconto di Eco. Ora a caratteri cubitali apparirebbe il nome di Giovinazzo accostato a quello della rosa. Ma tant’è, forse c’è qualcosa di vero nella cosiddetta “maledizione di Perugia” che avrebbe lanciato il Beato Nicola Paglia nei confronti della sua città «per averlo dimenticato » e che – quasi incredibile a dirsi è da circa ottocento anni che aspetta ancora di essere fatto Santo nella stessa Giovinazzo che gli dette i natali. Un altro mirabile tassello per un nostro rilancio mondiale, ma destinato ad andare perduto per l’ignavia di cittadini e politica? Sperando proprio di no quantomeno per questo ultimo caso ancora aperto, impossibile concludere senza doverosamente ringraziare John Turturro per ciò che ha fatto e sta facendo per noi, dando prova di un orgoglio delle origini che purtroppo sembra proprio mancare a tanti che si possono definire giovinazzesi a tutti gli effetti, ma se vogliamo solo di nome. Ma rieccoci, chiudendo, quasi fatalmente a ricadere nel tema corrente, e niente di meglio perciò che farlo con le stesse parole usate da Eco: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» (ovvero «la rosa primigenia rimane solo nel nome, non abbiamo che nudi nomi»). Una definizione adatta a buona parte dei nostri concittadini, o una profezia destinata a riperpretarsi all’infinito? ENRICOTEDESCHI


DI

ALESSANDRA TOMARCHIO

L’AMICA FATALE «L’amicizia è certamente il migliore balsamo per le piaghe di un amore deluso», così scriveva Jane Austen, ignorando forse come questa possa talvolta trasformarsi in sale. Anna e Laura (nomi di fantasia) erano due amiche, condividevano tutto, avevano la stessa passione per lo sport e frequentavano lo stesso gruppo di amici. Anna aveva però un fidanzato, Giorgio, che faceva parte della stessa brigata mentre Laura era single ma sperava di riuscire un giorno a conquistare Alberto, amico di Giorgio. Purtroppo si sa,

l’amore è ingiustissimo, troppo raramente lascia che i desideri siano corrisposti, e Laura non faceva parte delle rarità, nonostante gli sforzi e le speranze, non riusciva in nessun modo a conquistarlo. Alla delusione si aggiungeva la paura che prima o poi qualcuna delle donne del gruppo, magari senza nemmeno troppi sforzi, avrebbe conquistato l’uomo dei suoi sogni. Ogni volta che Alberto scherzava con le altre e sembrava rispondere a quelli che a lei parevano ammiccamenti, le saliva l’adrenalina e sentiva quasi il terreno tremare sotto i

suoi piedi. Per tranquillizzarsi finiva con il ripetersi la solita frase: «Ma no, se avesse avuto un reale interesse per lei, ora starebbero già insieme». Si ingannava e lo sapeva, sapeva benissimo che da un giorno all’altro tutto può cambiare e che gli occhi possono aprirsi all’improvviso. Nei momenti in cui lo sconforto prendeva il sopravvento, cercava aiuto e sostegno da Anna, la sua grande amica, una delle poche di cui si fidava anche perché la sapeva felicemente fidanzata. Forse, o almeno fino a quando qualcosa cambiò e turbò quella specie


di equilibrio di gruppo. UNA SERA D’ESTATE erano in un pub all’aperto, il clima era allegro, si beveva, si scherzava, eppure c’era qualcosa di strano nell’aria, Anna era diversa, era seducente come non mai. Aveva quel qualcosa di speciale che solitamente hanno le donne quando si invaghiscono di qualcuno e cercano di conquistarlo, quel fascino che i rapporti abitudinari di lunga data tendono ad eclissare. Alberto non aveva mai guardato Anna con desiderio, era poi la ragazza di un suo amico ma quella sera non riusciva a fare a meno di farlo, se non ci fossero stati gli altri e soprattutto Giorgio, l’avrebbe baciata. Quell’insolita attenzione e quello strano gioco di sguardi certamente non sfuggirono a Laura che comunque, non riusciva nemmeno a ipotizzare una storia tra i due, la poveretta pensava solo che avrebbe voluto tanto essere come Anna. La stessa scena si verificò pochi giorni dopo e ancora una volta nessuno si rese conto di cosa stesse succedendo. Ma cosa era accaduto in realtà? Semplicemente Anna si era invaghita di Alberto e paradossalmente erano stati proprio i racconti di Laura, quelle sue continue parole di elogio per lui che avevano finito con il far sì che in Laura sorgesse una strana attenzione verso quell’uomo tanto osannato. Se qualcuno ci parla bene di un posto, ci vien subito voglia di pro-

varlo ma ovviamente qui si stava parlando di persone e di sentimenti, di certo una vera amica quella curiosità o meglio, quel capriccio, se lo sarebbe fatto passare in fretta ma Anna non lo era e lasciò che l’egoismoprendesse il sopravvento. Anche Alberto non si comportò diversamente, quando comprese che quell’inaspettata forte attrazione verso Anna era reciproca, si dimenticò in fretta del suo migliore amico e cominciò a frequentare Anna di nascosto. Gli amori si sa, all’inizio sono tutti fantastici, ma se poi vi si aggiunge il brivido della clandestinità, sono destinati a divenire vere e proprie passioni travolgenti. Alberto e Laura si lasciarono trasportare sempre di più, tuttavia all’inizio riuscirono a non far comprendere nulla né al povero e ignaro Giorgio e nemmeno a Laura che continuava a confidarsi con quella che era sempre stata sua “amica”. Il giorno della verità arrivò e per la coppia clandestina fu un sollievo perché ormai desideravano vivere il loro amore alla luce del sole mentre una tempesta si abbatté su Giorgio ed Anna che perdevano in un solo momento l’amore e i rispettivi amici del cuore. Anna e Laura, amiche per la vita, amiche del cuore, amiche vere, amiche false. ALESSANDRA TOMARCHIO


la mia infanzia DI DON PAOLO TURTURRO*

GIOVINAZZO TI AMO PERCHE’… La processione del Venerdì Santo, la banda dei ‘chiacheune’, il figlio della milanese Giocavamo con i noccioli di albicocche in piazza Meschino. Quante albicocche rubate per vincere una partita. Gli appuntamenti sempre alla ‘controra’, quando le finestre delle case erano tutte socchiuse. A noi sembrava di essere liberi nelle nostre scorribande, di non essere veduti da nessuno, ma in realtà i nostri anziani ci spiavano sempre dalle fessure delle persiane e per le nostre malefatte ogni sera ricevevamo bastonate dai nostri genitori. A me piacevano molto i pomeriggi al mare. A torso nudo sugli scogli ad acchiappare granchi e pelose. Quante cozze patelle nel paniere di vimini! Quante alghe mangiate dal fondo del mare! Eravamo felici noi e il mare. Poi a scavalcare le onde e a tuffarci dentro, perdendoci nel rischio dell’avventura. Seduti sulla muraglia del bastione ammiravamo la sera i bastimenti che dall’orizzonte ritornavano a casa per tuffarsi nell’affetto e nel calore dei propri cari. Quante Madonne di Corsignano invocavano le spose dagli usci! Quante giaculatorie buttate a mare dalle anziane per custodire i loro figli e noi a ridere e a prenderle in giro. MI VEDO IN PROCESSIONE. Quante! Non le descrivo tutte, caso mai le raccoglierò in un libro, ma la processione del Venerdì Santo non posso non rammentarla. Uscivano da ogni chiesa le statue migliori, per un anno intero racchiuse nelle nicchie ad aspettare. Eccole pronte a danzare il dolore! Esce san Pietro con il canto del gallo e le nonne ci ricordavano di non dire bugie. Ecco Maddalena con il volto triste delle nostre donne affacciate alle finestre. Ecco la Veronica con il fazzoletto dipinto con il volto di ogni fidanzato! Le ragazze

Una rarissima foto della famiglia Turturro, con un piccolissimo don Paolo

additavano la loro speranza. Ecco l’Addolorata! La sacra processione pian piano si fermava lenta a contemplare le lacrime e il manto nero dorato. Ogni anno cambiava il vestito, ma quella spada nel petto rimaneva sempre lì, nel cuore. Decisi allora di salire sulla sua bara a sfilarle quel pugnale, perché non apparteneva affatto alla Madre di Signore. La processione era ritmata dalla ‘banda dei chiacheune’. Una marcia funebre veniva eseguita dalla banda alla fine del corteo. Sfilavano, attorno alla bara di Cristo morto, dodici torce di fiori: violacciocche, gerani ed edera pendente. Torce a pali alti e pesanti, portate da erculei uomini con le cinte robuste di cuoio attorno al petto. Ahimè al termine della processione quei fiori venivano gettati a mare, alle Tre colonne. Amico, se tu vai ancora sulla muraglia del ‘tamburo’ e ti affacci sugli scogli, accanto alla facciata della cattedrale, vedrai ancora galleggiare serti di gerani e di margherite. Per Cristo morto un pianto lungo quanto un anno intero! Poi basta. Per la gente Cristo muore e dopo tre giorni risorge e tutto ritorna come prima. Una processione a rito funebre e tradizionale non cambiava il paese e non cambierà mai nulla. IL BEATO NICOLÒ PAGLIA. Noi aspettavamo con impazienza la primavera e l’estate. Finita la scuola per noi era una pacchia. Sempre sulle strade a scorribande continue. Sempre in mezzo alle strade a inventare giornate ardite e indimenticabili. Ecco la più pazza: nella controra ci divertivamo a bussare alle

porte, soprattutto a quelle di ‘sotto gli archi’. Si bussava e si spariva immediatamente seguiti dagli improperi dei vecchi. In quei pomeriggi io scoprivo sugli stipiti delle porte antichi fregi: bassorilievi di palme egizie sulle case della muraglia di levante verso Bari; un calice con l’Ostia del santissimo sacramento su una porta di via Lecce; il sole a bassorilievo all’inizio della muraglia di levante. Contavo le nicchie con tutti i santi e mi fermavo volentieri nel portico della casa del beato Nicolò Paglia, primo successore di San Domenico, nonché costruttore della basilica di Perugia. Poi accendevo un lume per me e per i miei cari. Salivo sulla scalinata di via Gelso a impaurirmi per il volto grottesco di un saraceno e di Federico II. Fin qui è arrivato? In via Gelso sentivo cantare Cristina la pazza. Don Nicola Illuzzi in una sera di dicembre, durante la novena di Natale, estrasse il biglietto vincente: Paolo Turturro. Salimmo, in via Lecce, a casa mia, con il bambinello Gesù. Mio padre non ci aspettava, lui sfegatato comunista e mangia preti disonesti. Eppure ci accolse con immensa letizia. Le candele illuminarono via Lecce, quasi presagio di uno che si doveva allontanare, ma non lontano dal cuore per sempre. NON TUTTO ERA BELLO PERÒ! Venne il giorno in cui litigammo io e Carlo, figlio della milanese. Litigammo a sassate e io colpii la vetrina di Portoghese. Solo dopo venti anni, alla mia ordinazione sacerdotale, chiesi pubblicamente scusa al padrone e alla mia ama-


ta città. Non tutto era bello! Quella notte ci spaventammo tutti, quando crollò la casa della milanese in piazza Meschino. Non tutto era bello! Nel vedere le carrozze in piazza, trainate da sei cavalli impettiti di piumaggi, lentamente procedere verso il cimitero. Carrozze nere con il becchino tutto gufo. Non tutto era bello! Quando di notte mi addormentai al cinema De Venuto e venne mio fratello Lillino a prendermi, imbevuto di fumo. Ogni sala cinema allora era una ciminiera. Speriamo non ora. Ricordo la musica del film e la raccolta dei vestiti per la Romania. Non tutto era bello! Gridare e scioperare in piazza con tutti gli operai dell’acciaieria pugliese. Ora chiusa e abbandonata. Ci vorrebbe una mente economica per riciclarla in una nuova vita di affari. Non tutto era bello! Aprire un carcere accanto al cimitero, quasi a seppellire quei poveretti, con i morti. A me piaceva la trincea. Scoprivo l’orizzonte delle battaglie venute da lontano. Vedevo gli aerei sfrecciare sul mare. Tra le pietre lisce scoprivo ancora proiettili e bombe non esplosi. Vedevo don Tonino Bello non benedire i cannoni sul Golgota del cimitero. Di sera giravo con Carlo e con tanti altri sulle giostre equestri, che di cavalli non ne avevano uno. Non vinsi mai una gara, né seppi salire mai sul palo della cuccagna. Però le pignatte di fave dei Fuochi di sant’Antonio erano tutte mie. Fave e cicoria, il piatto della notte di

sant’Antonio. Don Nicola Melone mi diceva che ero goloso di fave e di fagioli. Mi ammoniva poi: ‘Se ti fai prete, fatti santo, altrimenti è meglio che fai l’artista o il poeta’. Io disubbidii all’arte e scesi a pescare uomini. D’ESTATE GIOVINAZZO ERA UN PARADISO. Non so ora, se è un inferno di birre, di fumo o di altro. Tutti noi correvamo da colui che gridava ‘gelati’ in piazza. Un carretto pieno di leccornie. Impazzivo per le caramelle con lo stecchino che non buttavo mai, perché mi serviva per il gioco di far rotolare le pietre. ‘Gelati? Gelati? Dieci lire un gelato!’ A me piacevano quelli al gelso e al limone. Tuttora quando vado a Giampilieri (Messina), alla mattina ordino da De Luca la granita ai gelsi, senza panna. Nessuno si offenda, è il gelato più buono del mondo. Retaggio ancestrale del mio paese. Tutti noi dicevamo:’ Andiamo da Geso’. Io preferivo seguire il carretto con la limonata. A me piaceva l’odore della domenica mattina. Da sotto gli archi esalava un profumo di teglie al forno. Teglie di patate, di coniglio e di capretto. La teglia dei pomodori al forno era la mia preferita. Il profumo saliva nelle case come rintocchi di campane. Era la domenica e ci stava bene l’agnello o il capretto. Il mio tuffo nei ricordi non finisce qui. Mi fermo un po’ però. Sono stanco di scrivere. Ci sentiremo un’altra volta. A presto, mia cara Giovinazzo! *PRETE ANTIMAFIA


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A MILANO LA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO DON TONINO BELLO A DON CIOTTI 16 marzo 2019, MILANO. Il messaggio di don Tonino Bello appartiene alla chiesa e alla società italiana ed è un monito per le istituzioni pubbliche ad agire nell’ottica del bene comune. In questo senso l’Associazione Regionale Pugliesi di Milano e la Fondazione don Tonino Bello di Alessano hanno deciso di istituire il Premio don Tonino Bello e di conferirlo per la prima edizione a don Luigi Ciotti. Amico della prima ora di don Tonino e attivo nel proporre una modalità nuova di vivere il Vangelo incarnandolo, con forza profetica, nei travagli e nei dram-

mi del nostro tempo, don Ciotti si è distinto per l’impegno nella solidarietà e nel volontariato, nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, operando in favore dell’inclusione sociale, della promozione della cultura, della legalità e della convivenza tra popoli e culture. La premiazione, svoltasi nella Sala Alessi di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, ha visto, prima della lectio di don Ciotti, gli interventi del Presidente del Consiglio comunale di Milano, Lamberto Bertolè, del presidente dell’Associazione Regionale Pugliesi,

Camillo de Milato, del presidente della Fondazione don Tonino Bello, Giancarlo Piccinni Alla cerimonia erano presenti il portavoce dell’Arcivescovo di Milano, don Walter Magni, il vice prefetto e altre autorità istituzionali milanesi. Anche il Presidente della Repubblica ha fatto pervenire un messaggio di felicitazioni a don Ciotti. Le motivazioni del Premio sono state pubblicamente illustrate da Agostino Picicco, responsabile culturale del sodalizio milanese e nostro collaboratore. LA REDAZIONE


illis DI

temporibus

ANGELO GUASTADISEGNI

U SE’ CI HA MURT?

PH. ARCHIVIO G. PARATO

Gli anni bui del dopoguerra non si potranno mai dimenticare. Tante persone oggi anziane hanno sofferto le pene dopo la disastrosa guerra che li vide protagonisti dell’immenso disastro compiuto dalle bombe sganciate dagli aerei su case e famiglie falciando vite umane e lasciando sul lastrico in balia degli eventi gravi del dopoguerra, bambini e bambine prive dei loro genitori. Il peso delle malattie che ne derivò fu enorme, orfani e orfanelle che i crolli improvvisi delle loro abitazioni aveva creato che invano avevano atteso che il rombo degli aerei si avvicinasse alla zona dove dimoravano, sperando che i rumori assordanti delle bombe non li colpissero vennero falciati, annullati. Fu un vero disastro e seguì la raccolta di tante giovani vite umane: bimbi e bimbe sopravvissuti., timidi impauriti, affamati, disposti ad obbedire a chi procurava loro da

mangiare. A Giovinazzo due furono i punti di raccolta di tanta infanzia abbandonata. L’Istituto San Giuseppe e l’Istituto Vittorio Emanuele. Una enorme massa di fanciulli e fanciulle che fu rifocillata, soccorsa, assicurando la loro sopravvivenza, la loro educazione, la loro istruzione. La disciplina, l’ordine furono le caratteristiche che determinarono in quelle giovani vite una nuova forma di esistenza, lontana dai rumori assordanti delle bombe. La disciplina era ferrea. Bisognava andare a letto presto e svegliarsi di primo mattino. L’igiene era la prima regola della sopravvivenza, in quegli ambienti di quella infanzia. Sciacquarsi di primo mattino con acqua fredda non tenendo conto di quale stagione si trattasse. Acqua fredda nel rigore dell’inverno che raggelava le membra di quei corpicini estratti dalle macerie. La gran massa di quelle giovanissi-

me vite andava utilizzata perché in tanta povertà procurassero cibo. E si pensò a munire le orfanelle di tutine e mantelli neri per utilizzarle a partecipare ai funerali. In fila per due, le orfanelle si recavano alla dimora del morto, prima dell’ora stabilita per il funerale per la recita delle solite preghiere per i defunti, poi il feretro partiva per la Cattedrale. Il corteo funebre passava dalla piazza del pesce a quell’ora sgombra da persone e cose, si dirigeva verso la strada che dalla muraglia guarda il mare e verso l’entrata principale del Duomo. D’estate, o d’inverno, i rigori del tempo colpivano i corpi di quelle anime innocenti delle orfanelle con raffreddori, bronchiti ed altre malattie perché d’inverno non andavano ben coperte. Allora le funzioni religiose erano piuttosto lunghe e quelle bambine non potevano entrare in chiesa per ripararsi o dal freddo o dal caldo torrido d’estate. Un vero supplizio. Poi accompagnavano il funerale nei pressi del cimitero, all’altezza del Carcere mandamentale. Ma c’era un altro supplizio riservato per quelle bambine. Recarsi di sera all’abitazione del morto e vegliarlo per tutta la notte. Nel pomeriggio il solito supplizio del gruppo delle orfanelle fuori dal Duomo. Poi terminò la macabra usanza. Scene di vita trascorsa di bambine in tenera età che hanno lasciato un segno indelebile su anziane signore che nonostante il lungo tempo trascorso, di notte, sono colpite da incubi ANGELO GUASTADISEGNI


il

ricordo

di

Vito

LA FISARMONICA Uè la patròne, uè la patròne, ìess ‘u canistre de le cose bòne! Quante volte abbiamo formulato questa richiesta per ottenere dolci e leccornie dalla signora di turno che ascoltava dal balcone il passaggio della Santa Allegrezza? Quante volte l’abbiamo cantata accompagnati dalla magia del Natale e dalle note della fisarmonica di Vito Tridente? E proveremo l’inevitabile magone a Natale prossimo quando allo scoccar della mezzanotte faremo dìndìn con la barretta del triangolo per farci aprire le porte dall’alto del cielo e sentiremo venire giù dal cielo a riempire i nostri cuori quel do do mi sol sol sol fa sol la sol sol… della fisarmonica immortale di Vito. E fino a Natale, cosa sarà? Lassù la vita non è tanto diversa da quaggiù. Adesso Vito sta facendo lezioni di canto in vernacolo a San Pietro che pretenderà anche lui il canestro delle cose buone. O magari starà ritmando di musica dolce con la sua fisarmonica le forbici e il rasoio di mest Nanucc, del Tarantein, di don Prisù perché anche gli angeli si fanno barba e capelli per farsi belli, un po’ come succedeva fino agli anni ’70 nelle nostre barberie di paese che si trasformavano in accademie musicali. Caro Vito, la gente sapeva che sapevi suonare perchè avevi studiato da Gigante, un grande maestro dell’epoca, così ti toccava suonare per tutta la vita.

Confessa, di’ che ti piaceva lasciarti ascoltare? E così ora è anche lassù. Gli angeli e gli arcangeli, riuniti intorno alla tua fisarmonica, ti diranno: «Suonare ti tocca», «Ti piace lasciarti ascoltare». Ti tocca e ti piace. Lassù e quaggiù è la stessa versione che si possa dare del destino dell’artista ‘popolare’. Il tuo gruppo d’amici, la tua famiglia, il tuo paese: la tua comunità sa che tu sai suonare. E quando è il momento, quando occorre, ti chiede di farlo. E non sarà mica la solita canzone, una Sant’Allegrezza. Suonerai la fisarmonica per chi è bambino e per chi ha ottant’anni. Per chi è un angelo novello, per chi è un Santo da calendario. Suonerai canti, nenie e

Tridente DI

SERGIO PISANI

filastrocche ma anche la Cumparsita, la canzone napoletana, pizziche, lisci, twist, rock e serenate perché anche gli angeli s’innamorano ma di un amore vero, con l’A maiuscola. Ieri come domani. A cantare e a ballare alzandosi dalle sedie non saranno solo sono grandi e bambini della famiglia, della comunità ma anche Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio, Cipriano e tutti i Santi. Dai Vito, facci cantare. Portaci a ballare. Vai a prendere la fisarmonica. Hanno il diritto di chiedertelo. La fisarmonica stasera suona per noi. Ti tocca. Ti piace. Grazie maestro! SERGIO PISANI


il personaggio DI SERGIO PISANI

A VALENTINO MAZZOLA una piccola fetta di mare con dedica

A Molfetta c’era la “Valentino Mazzola”, il sodalizio calcistico più attivo al livello giovanile (ha chiuso la propria attività giovanile nel 2010). A Giovinazzo ci sarà invece un luogo votivo dedicato al leggendario Capitano del Grande Torino. Nell’anno del centenario della nascita di Valentino Mazzola, gli scogli della vecchia ‘Sciala’ (località Campofreddo) potrebbero recare una targa in suo onore. Il sindaco Tommaso Depalma ha infatti espresso a suo figlio Sandro la volontà di intitolare prossimamente quel luogo significativo del lungomare a suo padre. «Sì ricordo Giovinazzo. E’ un ricordo un po’sbiadito della mia infanzia. Non appena le mie condizioni di salute lo consentiranno, garantirò la mia presenza» – sono state le parole di Sandro Mazzola al telefono col Primo Cittadino. Ma cosa lega Giovinazzo con Valentino Mazzola? La storia ha un’onda lunga. Già wikipedia, la principale enciclopedia online, in merito ai personaggi illustri legati a Giovinazzo riporta il calciatore granata. Qualche altra testimonianza l’abbiamo riportata noi sulle colonne di questo giornale. L’occasione fu offerta da una foto originale in nostro possesso che ricostruirebbe alcuni aneddoti legati alla presenza di Valentino Mazzola a Giovinazzo. Per me de La Piazza resta la foto del cuore che mi fa palpitare più della foto della venuta del duce a Giovinazzo o del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. E’ la foto meno solenne ma più autentica, più vera della Giovinazzo del dopoguerra, di un gruppo di giovani calciatori (i fratelli Felice e Pinuccio Mastropasqua, e Michele Colasanto) fotografati con Valentino Mazzola dall’obbiettivo del guardalinee di serie A Vincenzo D’Albis sugli scogli di Campofreddo (si noti, alle spalle della foto, la struttura che ospitava le colonie estive). E’ una foto-autografa del Capitano Mazzola e regalo agli Amici della Piazza dell’autore D’Albis (diventato in Usa arbitro internazionale). Ogni volta che rispolvero quella foto non nascondo la commozione. In quella foto c’è il simbolo della rinascita calcistica e sociale del Paese intero, c’è Valentino Mazzola, il leggendario capitano del Grande Torino. Un monumento agli italiani affamati nel dopoguerra di vittorie dopo tante sconfitte. Un simbo-

lo che il tempo non cancellerà, non ridimensionerà, non ricoprirà di polvere. Già, Valentino Mazzola a Giovinazzo. Perché? Ogni tanto si concedeva un breve periodo di relax estivo presso Giovinazzo con il figlio Sandro. Alloggiava in via Agostino Gioia. Quando scendeva quella strada, Sandro prendeva a calci tutto: sassi, latte, scatole vuote di conserva. A partecipare in coro tanti piccini smaniosi di avvicinare e salutare Valentino e Sandro. Peppino Cervone, una vita spesa da presidente dell’Us Giovinazzo, ricorda le partitelle nel centro della Piazza con Sandro Mazzola. «Le partitelle erano uno spaccato bellissimo e divertente dell’allora mondo giovanile. La strada, in quell’occasione la Piazza Vittorio Emanuele, ci faceva incontrare e ci regalava tanti amici». Sabino Rucci, fratello del compianto sindaco Francesco, invece non dimentica quel 21 settembre 1947. «Il Grande Torino perse 1-0 contro il Bari e la sua imbattibilità che durava da sei mesi. Quella sera in Piazza, Mazzola, un po’ contrariato per il risultato, su invito di noi ragazzi, ricevette un pallone tra i piedi e fece col pallone un po’ il Maradona al San Paolo il giorno della sua presentazione ai tifosi. Un po’ di palleggi sospesi con il tocco della testa, dei piedi e del petto e poi restituì a noi il pallone calciandolo in alto». Valentino era imparentato con i proprietari del cinema Devenuto. Aveva scelto Giovinazzo come luogo di relax prima del ritiro del campionato. Trascorreva la giornata quasi interamente a mare, non si limitava certo a fare la cura del sole e qualche tuffo. Tre, quattro ore in mare. Di lui si ricordano le grandi traversate nel Porto Vecchio. Era un abile nuotatore. A Cassano d’Adda, sua città d’origine, si prendeva gioco del fiume burlando la corrente. Quella corrente che stava per rivelarsi fatale per un 13enne salvato dalle braccia del grande Valentino. Adesso, qualcuno dedicherà al suo coraggio, alle sue braccia, quella piccola fetta di mare in cielo. SERGIO PISANI


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LA PIAZZA DI GIOVINAZZO APRILE 2019  

UN SABATO SERA È FATTO PER FAR BALDORIA, LA VITA PER ESSERE CELEBRATA. E UN MURO? PER ESSERE DISEGNATO!

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